Dialetti salentini: mùscia

di Armando Polito

Se questo anziché un post fosse stato un saggio (o uno sproloquio …) a stampa dei secoli scorsi, sicuramente in copertina avrebbe esibito il solito sottotitolo chilometrico che in questo caso sarebbe stato ovvero come perdersi tra topi, gatti, streghe, mosche, proverbi, traduzioni fasulle e divagazioni pure etimologiche. Al nome del’autore, immancabilmente accompagnato da uno o più titoli (oggi queste preziose informazioni trovano posto nell’ultima di copertina; le mie, comunque, mancherebbero solo perché lo spazio a disposizione non consentirebbe di riportare nemmeno le più significative …)  sarebbe seguito quello del dedicatario, ovviamente un personaggio importante, come per me importanti sono stati Micetta, Gomitolina, Che Guevara, Pitagora, Saturnino, Demo, Birba, Coccolino, Molly, Tigre, Nerino, protagonista quest’ultimo delle vignette che in passato hanno qui animato a modo loro non pochi miei contributi, prima che, alla fine della sua frazione di staffetta, passasse il testimone a Frido.

 

La gatta di Gino Paoli (1960)

La gatta sul tetto che scotta (1958)

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi

Occhi da gatta morta

Non dire gatto se no n ce l’hai nel sacco

Scarda lu pesce e guarda la muscia (Squama il pesce e tieni d’occhio il gatto)

Quandu la mùscia manca li sùrici ballanu (Quando la gatta non c’è i sorci ballano)

Gatto mammone

Il gatto con gli stivali

Gatto Silvestro

Qualcuno sarà rimasto sorpreso dal fatto, insolito anche per un’indagine etimologica, quale questa presumerebbe di essere, che sia stata privilegiata la forma femminile rispetto a quella maschile. Non basterà certamente questo a compensare la prevaricazione linguistica, non meno grave delle altre che ancora oggi, dopo millenni, sono dote infame del maschilismo. Mi ha indotto a farlo non un sentimento di piaggeria nei confronti del gentil sesso ma la statistica, oggi sostanzialmente alla base pure dell’intelligenza artificiale.

Dando un rapido sguardo al titolo della canzone e del film e al testo dei proverbi citati in testa, dominante appare il femminile rispetto al maschile e pure in quello portato in auge (ma non inventato) da Giovanni Trapattoni, gatto appare strumentale, in assenza di rima, alla conservazione almeno di una consonanza, per quanto labile, con sacco. A volerla dire tutta, però, l’ombra del maschilismo sembra incombere sugli altri proverbi con la consueta attribuzione di un difetto all’animale di sesso femminile in attesa, forse, della transizione della metafora alla specie animale peggiore, cioè a quella umana. Ma anche il maschilismo ha i suoi incidenti di percorso e, pur di non rinunciare al protagonismo nel bene e nel male (la distinzione uomo/donna si perde in umanità, che, pure ha lo stesso etimo di uomo …), fa del gatto nero e non della gatta nera che attraversa la strada il simbolo di un pregiudizio testimone di un’antica stupidità che si rinnova. E persino in Gatto mammone quanti di fronte a mammonea prima vista non penserebbero ad una mamma degenere?

Di mùsciu mi ero già occupato in due occasioni2, ma il commento, di alcune settimane fa, di Domenico Chirizzi al post più datato mi obbliga a questa integrazione, come gli avevo promesso in risposta al suo intervento, che riporto integralmente: “Rohlfs considera la parola micio come onomatopeica dal linguaggio infantile. Io invece sono convinto che musciu e micio siano la stessa parola, con stessa ed identica base etimologica. Mus (miuos) dal greco topo e muscolo. Ma da mus e mys daranno rispettivamente musciu e micio, come murta (murteddhra) e mirto”. Chi legge, compreso Domenico, non si aspetti proprio da me, amante mai tradito in circostanze del genere del forse e del probabilmente, la famosa pistola fumante. Anche in questo campo d’indagine quanto più il tempo trascorre dal fattaccio (leggi nascita della parola mùscia) tanto più il fumo si disperde e la stessa pistola sovente assume le forme di un mucchietto di ruggine in cui, se sei fortunato, puoi identificare solo i resti di quello che originariamente era, forse, il grilletto. Per questo alla fine si potrà dire che ho solo aggiunto un tassello, magari discutibile, alla predominanza statistica di mùscia su mùsciu.

Sostanzialmente Domenico si pone, mi pone e mi auguro che la platea dei destinatari di questa proposta si allarghi, tre momenti di riflessione, ai quali se ne è aggiunto un quarto, che è in pratica un corollario del secondo:

1) PROPOSTA ETIMOLOGICA DEL ROHLFS NON CONDIVISIBLE?

2) ORIGINE GRECA DI MÙSCIA/MÙSCIU?

3) MÙSCIA/MÙSCIU E MICIO/MICIA HANNO LO STESSO ETIMO?

4) LA FORTUNA DI MUSCÌPULA

 

 LA PROPOSTA ETIMOLOGICA DEL ROHLFS

Per fare più presto, ma soprattutto per evitare errori di trascrizione riproduco dal suo vocabolario i lemmi coinvolti.

Approfitto del riferimento botanico qui registrato per ricordare che a Nardò musceddhum che ora è solamente sinonimo dialettale di gattino, quando ero verde designava anche la graminacea qui ricordata: con due suoi steli incrociati sotto il naso i bambini, con una metaforica evocazione felina  mista ad emulazione degli adulti, esibivano  un improbabile baffo3.

Su mussa tornerò alla fine; per ora basti notare come la voce di richiamo (diciamo pure onomatopeica, ma imitazione di quale suono correlato?) finisca per coinvolgere etimologicamente (il Rohlfs non lo dice chiaramente, ma ce lo suggerisce con la fitta rete di rimandi più o meno incrociati) i lemmi precedenti.

Chi volesse suffragare l’ipotesi dell’origine onomatopeica avrebbe dalla sua più di un dato suggestivo da mettere in campo. E penso alla prolificità della radice mu-, che, partendo dal livello semantico di grado zero (quello delle labbra più o meno serrate), ha dato vita ai greci μυάω (leggi miuào=storcere le labbra) e μύζω (leggi miùzo)=mugolare, coi connessi latini mutus=muto e, con un crescente livello sonoro, mutire=borbottare, mussare=brontolare e il suo iterativo mussitare (quest’ultimo sopravvissuto nei sardi musciài=parlare sottovoce e, senti senti, mùsciu=borbottio). Se tutte le voci precedenti riguardano il concreto, all’astratto guardano μύστης  (leggi miùstes)=iniziato e i derivati μυστήριον (leggi miustèrion)=segreto (da cui il latini mystèrium e da questo l’italiano mistero) e μυστικός (leggi miusticòs)=relativo ai misteri, da cui il latino mysticus e da questo l’italiano mistico 

Evidentemente il Rohlfs non ha pensato a nessuna di queste voci e lo ha fatto correttamente, in quanto, se tutte sembrano piuttosto incongruenti sul piano semantico, la più impressionante sul piano fonetico, μυάω, essendo la prima persona singolare dell’indicativo presente, obbligherebbe ad attribuire al gatto, oltre alle sette vite, pure la conoscenza del greco…

L’onomatopea, poi, per definizione crea un nome partendo da un suono e qui alla voce di richiamo, da cui tutto sarebbe partito, viene attribuito il carattere dell’arbitrarietà tipico delle parole, e sono la stragrande maggioranza, non onomatopeiche, per cui, per esempio, in dolore non c’è nessuna correlazione tra fonetica e semantica, a differenza, sempre per esempio, di tubare. Non credo che un cacciatore sia mai riuscito a catturare una tortora usando un richiamo a caso, escluso quello per tortore; allo stesso modo mi pare improbabile che una voce di richiamo senza alcuna connessione abbia potuto generare il nome, sia pur dialettale, di un animale. E allora? Se vuoi aggiungere dubbio al dubbio, il punto successivo non ti deluderà ….  …)

 

  ORIGINE GRECA DI MÙSCIA/MÙSCIU?

Come non mi convince l’ipotesi della natura onomatopeica di mùsciu/mùscia, così è pure per quella dell’origine greca, per cui da μῦς (leggi miùs) sarebbe nato mùsciu. Non basta, infatti, la giustificazione del passaggio –y/u>-i– per rivendicare  la comune origine greca di mùsciu e micio, cedendo,  forse, alla suggestione dell’affinità fonetica. Comincio da mùsciu. Ammesso che mus– sia la perfetta trascrizione del greco μῦς, come spiegare –ciu? In filologia il copia-incolla è valido solo per le parole composte. Oltretutto gli altri casi di μῦς, cioè μυός (leggi miuòs), μυΐ (leggi miuì), μῦν (leggi miùn), μῦ (leggi miù) escludono la derivazione diretta.

Lo stesso sembra succedere con la voce latina gemella mus,  la cui radice è mur– (come mostrano gli altri casi, a parte l’ultimo, il vocativo, di regola nella terza declinazione uguale al primo): muris, muri, murem, mure, mus. La complicazione è solo apparente perché il tema originario era mus, per cui gli altri casi erano: musis, musi, musem, muse, mus. Poi per il fenomeno del rotacismo la –s– intervocalica passò ad –r-, per cui mus costituisce un relitto dell’antica radice. Molte parole greche sono entrate direttamente nel salentino, molte attraverso un intermediario latino ricostruito (in tal caso, secondo convenzione, lo si fa precedere da un asterisco).

Come vedremo,  sarà proprio questo dettaglio a far pendere la bilancia a favore dell’origine latina di mùsciu. Mi pare di sentirmi obiettare che, però, con –ciu non ci siamo mossi di un micron. Vero, come è vero che, non trovando una taverna che ci era stata segnalata, non ne cerchiamo un’altra nei paraggi, rischiando così di morire di fame. Fuor di metafora, dopo aver constatato l’assenza nei vocabolari di latino di un mùscius/mùscia, scorrendo all’indietro incontreremo muscìpula e subito dopo muscìpulum, entrambi col significato di trappola per topi. Trovata la metaforica taverna, non possiamo accontentarci degli antipasti che, fra l’altro, dovrebbero stuzzicare e non spegnere l’appetito. Come resistere, allora, alla tentazione di   gustare queste due parole nel loro uso contestuale? Dopo l’antipasto altri piatti saranno ora serviti.

FEDRO (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Fabulae, IV, 1 (La donnola e i topi, v. 17): qui saepe laqueos et muscipula effugerat (che spesso aveva evitato lacci e trappole per topi). Muscipula è il plurale della variate di genere neutro (muscìpulum).

SENECA (I secolo d. C.), Ad Lucilium, 48. Il brano è interessante anche per il riferimento etimologico, venato di ironia su quello che potremmo definire sillogismo frammentato, anche se limitato al primo componente della parola che ci interessa (qui la variante usata è, come in Fedro, muscìpulum)

Mus syllaba est; mus autem caseum rodit; syllaba ergo caseum rodit”. Puta nunc me istuc non posse solvere: quod mihi ex ista inscientia periculum inminet? Quod incommodum? Sine dubio verendum est ne quando in muscipulo syllabas capiam, aut ne quando, si neglegentior fuero, caseum liber comedat. Nisi forte illa acutior est collectio: “mus syllaba est; syllaba autem caseum non rodit; mus ergo caseum non rodit”. 

O pueriles ineptias! In hoc supercilia subduximus? In hoc barbam demisimus? Hoc est quod tristes docemus et pallidi? Vis scire quid philosophia promittat generi humano? Consilium …

(“Mus è una sillaba; però il mus rosicchia il cacio; dunque una sillaba rosicchia il  cacio”. Immagina ora che io non sia capace di risolvere questo.                                                        Quale pericolo incombe su di me derivante da codesta insipienza?  Quale danno? Senza dubbio c’è da temere che prima o poi nella trappola io catturi delle sillabe o che prima o poi, se sarò troppo distratto, un libro mangi il cacio, a meno che per caso non sia più acuta quella sequenza: “mus è una sillaba; una sillaba però non rosicchia il cacio; dunque il mus non rosicchia il cacio”. Che inezie infantili! Per questo abbiamo aggrottato le sopracciglia? Per questo abbiamo lasciato crescere la barba? È questo quello che insegniamo tristi e pallidi? Vuoi sapere che cosa la filosofia promette al genere umano? La capacità di decidere).

Passiamo ora agli scrittori cristiani, nei quali il diavolo è il manovratore sottinteso di muscìpua/muscìpulum, con la sola eccezione, come più avanti si vedrà, di Agostino, in cui, invertite le parti, muscìpula diaboli (trappola del diavolo) è la croce. Non è da escludere che proprio dalla locuzione in cui il nome del protagonista attivo è sottinteso sia derivata la locuzione captiva diaboli (prigioniera del diavolo), da cui è fatto derivare il salentino cattìa sinonimo di vedova.  Sarebbe poi tutta da dimostrare l’ipotesi, ora balenatami e che spudoratamente avanzo, che possa essere ascritto a tale periodo e alla sua temperie spirituale il pregiudizio del gatto nero sinonimo di sventura, convenzionalmente e genericamente collocato nel medioevo con l’immancabile contorno di streghe, magiche pozioni e riti satanici.

CIPRIANO (210-258), Liber de oratione Dominica, XIX: … incidunt in temptationem et muscipulam … (… cadono in tentazione e nella trappola …)

COMMODIANO (probabilmente III secolo), Instructiones, 48: … escam muscipuli, ubi mors est, longe vitate (tenetevi alla larga dall’esca di una trappola, dove c’è la morte). Muscìpuli è il genitivo singolare della variante muscìpulum.  

AGOSTINO (354 – 430), Sermones:

I, 4: Tendit diabolus et angeli eius, tamquam venantes tendunt muscipulas; et longe ab ipsis muscipulis ambulant homines qui in Christo ambulant: non audet enim in Christo tendere muscipulam; circa viam ponit, in via non ponit. Via autem tua Christus sit, et tu non cades in muscipulam diaboli. (Il diavolo e i suoi messaggeri tentano, come i cacciatori tendono trappole e lontano dalle stesse trappole si muovono gli uomini che si muovono in Cristo. Non osa infatti tendere una trappole in Cristo: la pone intorno alla via. non la pone sulla via. Invece sia Cristo la tua via e tu non cadrai nella trappola del diavolo)

CXXX, 2: Et quid fecit Redemptor noster captivatori nostro? Ad pretium nostrum tetendit muscipulam crucem suam; posuit ibi quasi escam sanguinem suum.(E che fece il Redentore al nostro catturatore? Per il nostro riscatto tese come trappola la sua croce; pose lì quasi come esca il suo sangue)

CCLXIII, 2: Exsultavit diabolus, quando mortuus est Christus, et in ipsa morte Christi est diabolus victus; tamquam in muscipula escam accepit. Gaudebat ad mortem, quasi praepositus mortis; ad quod gaudebat, inde illi tensum est. Muscipula diaboli, crux Domini; esca qua caperetur, mors Domini. (Il diavolo esultò quando morì Cristo e nella stessa morte di Cristo il diavolo fu vinto, per così dire accettò l”esca, Godeva davanti alla morte, quasi fosse diventato sovrintendete ai morti; al che godeva, a quello si tese. Trappola del diavolo fu la croce del Signore, esca con la quale  catturato fu la morte del Signore)

CCLXV, 5

Crux Christi muscipula fuit: mors Christi, immo caro mortalis Christi tamquam esca in muscipula fuit. Venit, hausit et captus est. (La croce di Cristo fu una trappola: la morte di Cristo, anzi la carne mortale di Cristo fu come l’esca in una trappola. Venne, la divorò e fu catturato).

 

Se per le testimonianze fin qui riportate mi sono avvalso delle edizioni a stampa, l’unico supporto per quelle dei secoli successivi è costituito dai glossari, sempre a stampa, che registrano voci tratte da manoscritti più o meno impolverati (alcuni dei quali probabilmente non più reperibili) spesso con illuminanti definizioni, oltre che con la citazione delle fonti. Tra questi fondamentale rimane quello del Du Cange4, dal quale riproduco il trattamento di una serie di lemmi riguardanti da vicino muscìpula e non solo.

(MÙSEA, MUSIA, MUSIARIUS. Glosse di Isidoro5: Musea, nidi di sorci. Musiae, nidi di sorci, Musiarius, chi cerca attraverso i nidi di sorci. Da qui forse Musardi, dei quali sopra, detti perché per nulla si soffemano sulle cose mentre cercano qualcosa nei buchi. Glossae Pithoeanae6: Musea, tane di sorci)

Mùsea e musia (trascurando il derivato musiarius) appaiono formazione tutte latine, col suffisso aggettivale –ea– in due voci neutre plurali (non a caso tradotte con nidi, non nido di topi).


(MUSIPULA, gatto, felino. Anonimo in La desolazione del monastero di Morimondo nel territorio di Milano: Inseguivano i frati fuggiaschi attraverso lughi nascosti, come la gatta suole inseguire i topi, etc. [vedi muscipula])

Prima di passare a muscìpula, cui il glossario rinvia alla fine del lemma musìpula, riproduco un dettaglio molto interessante. Appartiene ad una miniatura del manoscritto Sloane 4016, un erbario del 1440 circa, custodito nella British library di Londra.Vi si legge la didascalia Gattus sive gata q(uae)/latine musipula (gatto o gatta che in latino è musipula)

Già prima, però, a conferma dei legami tra il gatto e la magia, questa voce compare nel processo per stregoneria contro Matteuccia di Francesco di Todi accusata, come si legge negli atti del processo custoditi nell’Archivio storico del Comune di Todi e pubblicati da Domenico Mammoli in Processo alla strega Matteuccia di Francesco, 20 marzo 1428, s. n., Todi, 1969) di essere una publicam incantatricem, facturariam, maliariam et stregam e di essersi trasformata alla bisogna in una musìpula. Chissà se a distanza di secoli la povera Matteuccia si sarà vendicata sul Mammoli che nella traduzione a fronte rende muscìpula non con gatta ma con mosca. La maledizione, volevo dire la malatraduzione, sarà contagiosamente ripresa da Carlo Ginzburg in Storia notturna, Una decifrazione del sabba dalla prima edizione (Einaudi, Torino, 1989) alla più recente  (Adelphi, Milano, 2020). Il riciclaggio del dato senza alcun controllo, ha fatto poi il resto, se la mosca era già volata in Vanna De Angelis, Le streghe son tornate, Piemme, Milano, 2016.

(MUSCIPULA, felino, così detto perché tende insidie ai topi. Vedi Musipula. Boncompagno7 in L’assedio di Ancona, capitolo 11 presso Muratori, tomo 6, colonna 936: Alcuni di loro in quel tempo mangiarono cani, gatti e topi. Nella cronaca di Andrea Dandolo8 presso il medesimo, tomo 12, colonna 458: Dicono di aver mangiato cani, gatti e certe cose spregevoli).

Di fronte a muscìpula vien da dire: – Ma non ci eravamo già visti? -. Certamente, ma dai tempi di Agostino e compagni, per non parlare di Fedro e Seneca, quanta acqua è passata, anzi ripassata (si tratta sempre della stessa acqua, con le parole succede anche questo).

La trappola per topi di Fedro (muscìpulum) e Seneca (muscìpula, sottinteso machina), dopo aver assunto negli scrittori cristiani il significato generico di trappola, compie il grande salto di qualità identificandosi (come già si legge in musìpula) non più come un oggetto inanimato ma con un essere vivente. È giunto il tempo, in attesa del probabile etimo di mùsciu, di soffermarci su quello, certo, di muscìpula. La voce risulta formata da mus (componente già emerso nel brano di Seneca) e –cipula , che è da cip-, radice del verbo càpere=prendere, +il suffisso femminile –ola, come in càpulum=cappio, in cui, però, il suffisso è di genere neutro.

A questo punto il lettore non esperto della materia ma attento, curioso e giustamente diffidente dirà – Come mai il cap– di càpere è rimasto in càpulum ed è diventato –cip– in muscìpula? La domanda è tanto legittima e pertinente quanto semplice è la risposta: càpulum è un derivato semplice di càpere, muscipula pure lo è, ma composto ed in tal caso si verifica, di norma quel cambiamento vocalico notato; per restare nell’ambito degli altri composti di càpere: accìpere (da ad+càpere)=ricevere; concìpere (da cum+càpere)=raccogliere; decìpere (da de+càpere)=ingannare; excìpere (da ex+càpere)=estrarre; incìpere (da in+càpere)=incominciare; intercìpere (da inter+càpere)=intercettare; percìpere (da per+càpere)=afferrare; recìpere (da re+càpere)=ricevere; suscìpere (da sub+càpere)=accollarsi.

(LUCIA specie di animale che facilmente si arrampica su luoghi accidentati. Storia dei Cortusi9, presso Muratori, tomo 12 colonna 809: I predetti padovani vedendo dunque che il signore Can della Scala era salito a cavallo e che tutti i suoi soldati energicamente attraversavano e salivano sulla sponda più presto di quanto non avrebbero pensato che potessero fare lucertole (?) o gatti, etc.)

Del lemma GRATA, molto lungo, riporto solo quanto utile per la nostra indagine.

 

(Da qui grateine; si chiama muscìpula ciò che sia chiuso da grate; il che conferma anche l’etimo più di quello riportato da un glossario latino-francese anno 1348 nel codice regio 4120: muscìpula, in francese grateine, e si compone di mus e capio)

Fra l’altro, oltre all’intuitivo rapporto semantico tra grata e trappola, risulta confermato, dove ce ne fosse stato bisogno, per muscìpula10 l’etimo prima indicato e il perdurare della forma più antica alla metà (non fino alla metà) del secolo XIV, il che non esclude che possa essere continuata dopo, magari anche come forma prevalente, il musìpula del manoscritto Sloane.

Può essere muscìpula l’anello mancante tra il mus– di tutte le voci fin qui registrate e il musc– di muscia?

Faccio presente che –sc– in salentino può essere esito di –di– (hodie in latino>oggi in italiano>osce in salentino) o di j– (latino iugum>italiano giogo>salentino sciùù) o di –ss– (latino capsa>latino medioevale cassa>italiano cassa>salentino càscia) o –x– (latino coxa>italiano coscia>salentino coscia; ma pure latino laxare>italiano lasciare>salentino lassare).

Della serie l’unico candidato proponibile appare –ss->-sc-, ma questo supporrebbe che muscìpula sia derivato da musìpula attraverso un *mussìpula. E questo creerebbe un collegamento con mussa (vedi terzo dettaglio dal Rohlfs) e mùscia. Sicuramente siamo rimasti lontani anni luce da una risposta degna di questo nome ma, se è certo che le stelle sono inafferrabili, non è da escludere che qualcuno sia in grado di cancellare in *mussipula quell’antipatico, forse troppo comodo, quanto e più dell’etimo rohlfsiano, asterisco …

 

MÙSCIA/MÙSCIU E MICIO/MICIA HANNO LO STESSO ETIMO?

 Se solo il Rohlfs, a quanto ne so, si è occupato di mùsciu/mùscia con la conclusione che abbiamo visto, quasi sterminata è la serie delle proposte etimologiche per micio. Sicuramente per questo tutti i dizionari, nell’impossibilità di scremare un numero limitato di proposte attendibili, lo classificano come vezzeggiativo, soluzione, secondo  me diplomaticamente ambigua e di comodo, perché pure i vezzeggiativi nascono da qualcosa, anche quando sono di origine familiare. Mi rendo conto che in queste condizioni non è facile  rinvenire testimonianze scritte, anche se l’ampissima diffusione di micio, diciamo pure il suo successo, avrà alle spalle una storia sicuramente non corta.

Se per mùsciu il tentativo di rintracciare le antiche orme ha dato qualche risultato pur sempre discutibile, la testimonianza più datata di micio che son riuscito a trovare è in Iacopo Castellini, Il medico, Torrentino, Firenze, 1562, p. 60; atto IV, scena I: Oh, Micio, Micio, s’è (sic!) fuggiva, ch’io non l’havessi legato, io ero morto certamente, alle tante diligenze ch’egli (sic!) hanno fatto per trovarlo. Posteriore di un secolo e mezzo è la ricorrenza di micio in Girolamo Gigli, I litiganti, overo il giudice impazzito, in Opere nuove del signor Girolamo Gigli, Rossetti, Venezia, 1704, p. 231, atto III, scena VI: Micio, micio, micio-Meschina! se ‘l Gatto s’è perduto! Che farà a me? Micio, micio. Ih, che la Padrona i voleva tanto bene, perché litigava con tutti i Gatti del vicinato. Micio, micio, Lecalucerne, Lecalucerne!.

In attesa che l’intelligenza artificiale riempia questo vuoto temporale con la lettura non solo di altre eventuali opere a stampa ma pure di manoscritti, l’unica osservazione che può essere fatta è che entrambe le opere citate sono commedie ed i loro autori toscani, il che è troppo poco anche per avanzare ipotesi sull’origine colloquiale o onomatopeica, insomma popolare, della voce e il luogo di nascita. Rimane, così sospeso, cioè senza risposta anche questa terza domanda, sia esso connessa o no con le due precedenti.

Un pizzico di ironia per lenire l’amarezza: se non ci fosse stato l’aiuto del consulente della vignetta, questo post non sarebbe esistito. Sento un coro di sarebbe stato meglio!, ma mi permetto di ricordare che chi non rispetta gli animali difficilmente rispetta gli uomini, anche se in quest’ultimo suo comportamento in più di un caso sarebbe ampiamente giustificato …

 

 LA FORTUNA DI MUSCÌPULA

 Muscìpula ebbe lunga vita, quanto meno in ambienti dotti, come dimostra  Muscipula sive Cambro-Muo-machia, s. n., Londra, 1709, poema latino eroi-comico in esametri scritto dal gallese Edward Holdsworth.

ll titolo può essere tradotto con La trappola, ovvero la battaglia (machia è dal greco μάχη, leggi mache) gallese (Càmbria è l’antico nome romano del Galles) contro i topi (Muo, dal prima citato greco μυός, leggi miuòs, genitivo del parimenti citato μῦς (leggi miùs). La seconda parte del titolo è con chiara ironia ispirata alla βατραχομυομαχία (leggi Batrachomachìa=Battaglia tra le rane e i topi), un poemetto attribuito dagli antichi ad Omero, la stessa opera che avrebbe ispirato più di un secolo dopo il Leopardi con Paralipomeni della Batracomiomachia.

Non tragga in inganno la seconda parte del titolo del poemetto inglese con la sua composizione, per così dire, bastarda: Muo- e –Machia, parole greche e Cambro-, parola obbligatoriamente latina per motivi storici facilmente intuibili; il sive, poi, toglie qualsiasi tentazione di attribuire alle intenzioni dell’autore origine greca anche al Mus– di Musìpula, perché, raffinato umanista qual era, non ignorava certo quanto ho documentato e argomentato sulla composizione integralmente latina di muscìpula e, se per la seconda parte avesse optato per una sequenza tutta latina, con l’ipotetica sequenza Cambro-Muri-pugna avrebbe dovuto rinunciare all’evocazione omerica che lo nobilitava anche agli occhi dei lettori che non appartenevano certamente al ceto basso e neppure al medio. Insomma, un espediente che oggi diremmo pubblicitario, ben diverso da quelli odierni diretti a lettori dal livello culturale bassissimo (quello dell’ideatore dell’espediente è appena appena meno basso, ma basta …). L’opera del poeta inglese, che ebbe numerose edizioni dopo la prima, fu tradotta in toscano col titolo La trappola e pubblicata per i tipi di Rocchi a Lucca nel 1767.

Sorprende la traduzione molto parziale del titolo originale e, se non fosse che il traduttore, Abbate Lateranense, proprio in virtù del titolo sicuramente non era digiuno di greco, mi sarei sentito autorizzato a pensare all’incapacità di tradurre una o più parole del testo originale, come oggi succede con sedicenti traduttori, per esempio con Luciano Ancora, inventore involontario del filone della traduzione comico-demenziale di un’opera seria come un saggio storico11.

Ma muscìpula è anche voce botanica ma nulla ha a che fare con topi e gatti. Ce n’è una più datata (Castore Durante, Herbari novo, Hertz, Venezia, 1667, p. 287): Vien chiamata questa pianta Muscipula, o Viscosa, per esser li suoi gamboncelli macchiati in cero sito d’una materia viscosi, & tenace, à segno che le mosche, zenzale & farfalle, che vi volano sopra, restano prese, come gli ucelli nella pania.

Dal punto di vista etimologico essa ha come primo componente non più mus=topo ma musca=mosca; al momento, poi, di aggiungere il secondo componente, –cipula, probabilmente si pensò (non nascondo la mia intenzione di fare il processo a quelle altrui …) che un muscicipula sarebbe stato troppo lungo e forse pure un po’ ridicola per la sequenza –cici– e così, conservando –sc(i)- di musca ed eliminando –ci– di –cipula (solo per le parole questo fenomeno chiamato sincope non è sinonimo di morte ma di nuova vita …) nacque il muscìpula botanico.

Poi venne la Dionaea muscipula (Ellis, 1773), volgarmente detta Venere acchiappamosche ), una pianta carnivora che fa fare a mosche e a piccoli insetti una morte diversa e, in un certo senso, meno sprecata. Viste le stranezze di questo mondo mi chiedo: se la pianta, magari per una tutt’altro che improbabile mutazione genetica, dopo essere sopravvissuta alle insidie ambientali e, soprattutto, antropiche, non si accontenterà più di insetti ma, magari nei giorni festivi, passerà pure ai topi (anche se in realtà saranno i topi a passare nelle sue vicinanze …) continuerà ancora da parte dei botanici ad essere chiamata muscìpula con riferimento alla mosca, oppure lo stesso nome sarà riferito al topo in omaggio al principio ubi maior minor cessat, visto che un topo è di dimensioni certamente maggiori rispetto al più grande degli insetti (salvo mutazioni genetiche anche per loro?

Il conflitto di interessi (questo, però, riguardante soggetti diversi …) genererà un’altra guerra (fossero tutte così!) tra botanici e zoologi? Non mi lascerò prendere dalla tentazione di dare una risposta a queste domande sul futuro dopo che non sono stato in grado di farlo con quelle riguardanti il passato. Sarebbe quest’ultima un’ottima scusa per sottrarsi al’impegno preso e che va rispettato con onore anche se il risultato dovesse essere tutt’altro che onorevole. Per questo, a sollievo di chi eventualmente abbia avuto la curiosità alimentata dalla domanda di principesca decurtisiana memoria Ma questo stupido dove vuole arrivare?, dico che nel terzo punto sarò lapidario, anche se nemmeno su di esso sarò in grado di mettere una pietra tombale, cosa che tra i vivi, riesce solo a chi (e mi scuso per la battuta di bassa lega …) è a favore degli evasori fiscali.  

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1 https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/04/16/dialetti-salentini-mammone-ovvero-tra-favola-parassiti-dei-legumi-e-briganti/

2 https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/07/dal-topo-al-mouse-e-musciu/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/08/06/dialetti-salentini-musciu/

3 https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/02/02/nomi-di-piante-ispirati-dal-mondo-animale/

4 Charles Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatisa. La prima edizione è del 1678 seguita da numerose altre, ultima quella con il supplemento di Pierre Carpentier del 1766, più volte ristampata. I dettagli qui riprodotti sono tratti da quella uscita per i tipi di Favre a Niort nel 1883.

5 Raccolta di glosse attribuite ad Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo), Il titolo preciso è Liber glossarum ed è inserito in Sancti Isidori Hispalensis episcopi opera omnia quae extant, Hierat, Colonia, 1617, p. 627.

6 Si tratta del Glossarium ad libros capitularium di François Pithou (1543-1621).

7 Boncompagno da Signa (XII-XIII secolo).

8 Andrea Dandolo (1306-1354).

9 Così erano soprannominati all’epoca i più importanti cittadini di Padova, seguaci di Guglielmo Cortusio.

10 La serie completa di varianti, con la sola assenza proprio di muscìpula, è nel glossario di Cristiano da Camerino (XIV-XV secolo), pubblicato da Andrea Bocchi, s. n., Pisa, 2012, p. 929: musipula, musipulla, mysipula, mustripula e mustricula.

11 https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/07/21/salento-un-ritratto-antico-e-una-traduzione-moderna-poco-edificanti-di-armando-polito/   

 

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