di Rocco Severino De Micheli
Garzia Giuseppe di Pasquale, falegname di 21 anni, originario di Nardò e residente a Tuglie, contrasse matrimonio a Casarano il 19.4.1896 (atto n. 20) con una giovane casalinga del luogo, Cosima Damiana De Matteis di Marino, di anni 19.
Dal loro matrimonio nacque, nella propria abitazione posta in Casarano in via della Salute(1), il loro primogenito, Pasquale Fioravante in data 15-2-1897 (atto n. 42), che però morì dopo pochi giorni a Casarano il 26.2.1897 (atto n. 21).
La coppia alternava il proprio domicilio tra Casarano e Tuglie e proprio in quest’ultimo paese, in vico Marrella(2), venne alla luce il 10.9.1899 (atto n. 113) il loro secondo figlio, Luigi.
In quel periodo iniziava timidamente qui nel basso Salento il fenomeno dell’emigrazione verso Argentina, Brasile, Uruguay, Canada e Stati Uniti, ma non nelle dimensioni massicce delle altre zone pugliesi, quali il Barese e la Capitanata.
La giovane famiglia decise nel 1901 di emigrare in Brasile, laddove, le ricchezze del paese e la debellata schiavitù, promettevano condizioni di vita probabilmente migliori delle nostre, nonostante nel Salento vi fosse un embrione di industrializzazione legata alla trasformazione dei prodotti agricoli e alimentari (in Casarano Capozza e Pio) e una piccola crescita nel settore tessile in altre zone limitrofe che poteva dare una nuova aria in termini di occupazione.
Loro, probabilmente, furono tra i primi casaranesi che si spostarono oltreoceano.
Purtroppo per i Garzia iniziò una brutta, ma per fortuna breve, avventura che fece clamore in paese e fu raccontata sul giornale “La Provincia di Lecce” del 26.1.1902, il cui articolo è riprodotto di seguito e che, pur consigliandone la lettura integrale, riassumo sinteticamente causa la lunghezza dello stesso e della qualità non ottimale della riproduzione fotografica.

SINTESI
I nostri protagonisti una volta raggiunta la loro destinazione in una fazenda di proprietà di un brasiliano senza scrupoli, alloggiati in una capanna di paglia e fango, subirono ogni genere di angherie e di umiliazioni che loro non immaginavano minimamente potessero incontrare in un paese che, comunque, aveva debellato la schiavitù e di cui ne avevano sentito parlare bene.
La preoccupazione maggiore fu quella che avevano per la loro sopravvivenza, specie per quella del loro figlioletto.
Per tutto il periodo in cui furono costretti a vivere lì, quasi in uno stato di segregazione, il loro unico obbiettivo fu quello di scappare da quella cruda realtà.
Non fu semplice organizzare la fuga e neanche celarne l’intento per paura di vendette da parte del padrone e anche per mancanza di denaro sufficiente per l’impresa.
Furono fondamentali due fattori:
– l’affetto che si erano meritati da parte di un uomo di colore, fattore dell’azienda, che li istruì segretamente sulle modalità di fuga, sino anche a procurare loro una rivoltella;
– il saper suonare l’organetto, da parte del Garzia, che gli ha consentito di racimolare il denaro sufficiente allietando, fuori dall’orario di lavoro, i numerosi coloni di colore presenti nella fazenda.
Non fu, invece, di grande aiuto economico, il Consolato italiano a San Paolo una volta raggiunto dopo un lunghissimo camminare nella sterminata foresta.
Finalmente, un piroscafo per Napoli li condusse in patria e da li potettero proseguire per Lecce e Casarano, dove giunsero esausti, smunti e delusi.
Di queste vicende, purtroppo, ne occorsero tantissime, e anche più gravi, tant’è che da più parti fu invocata una legge nazionale a protezione dei soprusi a danno di poveri cittadini ignari. (vedasi l’allegato trafiletto apparso su “Il Corriere Meridionale” del 23.11.1902 dal titolo “Attenti all’Emigrazione”)
Non ho ritenuto importante indagare sulle successive vicissitudini dei tre malcapitati e il loro destino, era interessante l’aver fatto conoscere la triste vicenda e aver compreso (noi), oggi più di ieri, che essere emigranti è sempre una triste esperienza, in qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca, specie se finisce in tragedia. Marcinelle docet.

NOTE
(1) Via della Salute, toponimo non più esistente situato nel Borgo Nuovo, ossia la parte di paese verso nord-est che sviluppandosi intorno al 1900 ha dato origine al corso Vittorio Emanuele e vie limitrofe, infatti, nell’atto di morte del figlio è riportata l’allora nuova denominazione di “Borgo nuovo”, non escludo che possa trattarsi dell’attuale via Pisanelli .
(2) Vico Marrella, toponimo non più esistente che era situato nella parte nord-ovest dell’abitato tugliese.
