Aldo de Bernart. In memoria

                            

di Paolo Vincenti

In questi dieci anni di assenza del maestro Aldo de Bernart, una serie di manifestazioni e poi scritti e celebrazioni hanno contribuito a serbarne vivo il ricordo. Immediatamente dopo la morte, nel numero di marzo 2013 della rivista «Presenza Taurisanese», il direttore Gigi Montonato dalle pagine del Brogliaccio Salentino dedica a de Bernart un breve ricordo, scrivendo di lui: “un autentico signore, nel senso più tradizionale ed ampio del termine”[1].

Non poteva mancare un omaggio della rivista «NuovAlba» con la quale de Bernart ha avuto un lunghissimo e proficuo rapporto di collaborazione. Nel numero del marzo 2013 della rivista parabitana, un bell’editoriale, a firma di Serena Laterza, ricorda Il nobiluomo dal cuore grande[2], e un articolo di Ortensio Seclì, Non è più con noi, traccia anche un excursus bibliografico con tutti gli scritti di de Bernart apparsi su «NuovAlba», dal primo numero del 2001 fino all’ultimo del dicembre 2012[3]. Su un numero di aprile 2013 della rivista a diffusione locale «Piazza Salento», compare un ricordo di de Bernart a firma di Aldo D’antico, il quale scrive: “Se ne è andato un altro. Un altro di quelli che non solo hanno dedicato la propria vita alla produzione culturale, ma hanno avuto ruoli definitivi nello sviluppo delle conoscenze storiche di questa terra. Aldo de Bernart, scomparso lo scorso marzo a 88 anni, ha attraversato tutto lo scorso secolo con uno spettro ampio di impegno, approfondimento, produzione…”[4].

Sulla rivista «Il Galatino» di Galatina, del 26 aprile 2013, è riportato uno scritto di Paolo Vincenti dal titolo Aldo de Bernart, storico e poeta raffinato[5]. Sabato 18 maggio 2013, nell’Aula Magna del Liceo Classico “Francesca Capece” di Maglie, viene presentato il numero XXIII della miscellanea della Società di Storia Patria per la Puglia, sezione Basso Salento, «Note di Storia e Cultura Salentina». Nel libro, dedicato alla memoria del socio de Bernart, è presente il saggio di Paolo Vincenti, Aldo de Bernart, il buon maestro della rinascenza salentina[6], già pubblicato da Vincenti col titolo La figura e le opere di Aldo de Bernart (con Bibliografia) in Di Parabita e di Parabitani del 2008[7].

A Ruffano, la sua città adottiva, non si poteva mancare di ricordare il maestro. Infatti, in occasione dei festeggiamenti civili e religiosi in onore del patrono Sant’Antonio da Padova, sabato 8 giugno, nella Chiesa Parrocchiale “B. M.Vergine”, su impulso del parroco Don Nino Santoro, si tiene un convegno su “La Chiesa Natività di B.M.V. – a 300 anni dalla sua riedificazione”, con una “Memoria del prof. Aldo de Bernart”, a cura di Alessandro Laporta e Giovanni Giangreco. Inoltre, martedi 11 giugno 2013, organizzata dalla Biblioteca Comunale di Ruffano e con il patrocinio del Comune, si tiene una serata dedicata a “Pietro Marti. La figura di un intellettuale poliedrico”, per celebrare un personaggio di spicco del passato ruffanese, ovvero lo storico, giornalista e operatore culturale Pietro Marti, in occasione del 150° della nascita e dell’80° della morte.

Dopo gli interventi dell’allora Sindaco Carlo Russo e di Orlando D’urso, Alessandro Laporta ed Ermanno Inguscio, Paolo Vincenti legge un intervento di Aldo de Bernart tratto da una delle sue ultime plaquette: Cenni sulla figura di Pietro Marti da Ruffano, perché del Marti de Bernart era stato il primo biografo. E il ricordo di de Bernart fa da leit motiv fra i vari interventi della serata[8].  Sul numero 63 della rivista gallipolina «Anxa News» (maggio-giugno 2013) è riportato un bellissimo scritto di Alessandro Laporta, Ritratto di Aldo de Bernart[9].

Ancora, nel numero del luglio 2013 della rivista «NuovAlba», un altro scritto di Paolo Vincenti, Aldo de Bernart. In memoria. Vincenti, che apre il pezzo con una citazione dal libro Cuore di Edmondo De Amicis (“Pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo”), scrive: “Ancora qualcuno, degli amici più giovani o a lui più lontani, mi chiede incredulo: -ma è vero, il professore de Bernart è scomparso?-. È passato qualche mese dalla dipartita di Aldo de Bernart ma il vuoto che ha lasciato in chi, come me, lo ha conosciuto, frequentato, amato, è incolmabile…Gli amici e tutti i collaboratori si sono stretti attorno alla sua famiglia, la figlia Ida ed il figlio Mario, e la comunità salentina di studi umanistici è rimasta orfana di così alto nobile esempio.

Noblesse oblige, mi veniva da dire spesso, pensando al caro Aldo, ma nel suo caso questa non era una formula vuota o di circostanza, bensì manifesto di vita di chi aveva fatto dell’eleganza e dell’aristocrazia dei modi il proprio tratto distintivo”[10].

Nell’ambito dell’annuale rassegna “Identità Salentina” organizzata dall’associazione Italia Nostra sezione Sud Salento, che si tiene dal 27 settembre al 6 ottobre 2013 a Parabita, in Piazzetta degli Uffici, nel corso della serata inaugurale viene ricordato Aldo de Bernart con interventi di Alessandro Laporta, Mario Cazzato e Gigi Montonato, presenti i figli dello scomparso. Della serata dà notizia il periodico «Presenza Taurisanese» nel numero di novembre 2013. Ancora, su «Presenza Taurisanese» del marzo 2014 compare un toccante articolo di Vittorio Zacchino (“Non omnis moriar”. Ricordo di Aldo de Bernart ad un anno dalla scomparsa), il quale scrive: “Fino quasi all’ultimo, Aldo ci ha riservato le sue nitide ed accattivanti plaquettes, i suoi profili di uomini illustri, nobili, patrioti, artisti, letterati, Pirro Castriota, Francesco Valentini, Raffaele Viva, Saverio Lillo, Antonio Bortone, Pietro Marti… Al povero Aldo, al di là della mestizia rievocativa, il grazie infinito per averci insegnato ad alleggerire la narrazione storica, a renderla accessibile ad ogni fascia di lettori, con l’ausilio di qualche verso, di un aneddoto, di un sorriso”[11].

Il 2 giugno 2014, è da segnalare una serata a Palazzo Ferrari di Parabita, “Ricordando Aldo de Bernart”, organizzata dal centro di cultura Il Laboratorio-Archivio Storico Parabitano, con Aldo D’Antico e gli interventi di Alessandro Laporta, Paolo Vincenti e dell’allora Sindaco Alfredo Cacciapaglia.

Nel 2015 l’operazione più importante ed il più compiuto omaggio al maestro de Bernart prende corpo editoriale grazie all’impegno della famiglia e della Società Storia Patria per la Puglia sezione di Lecce: un corposo volume, più di 550 pagine, intitolato Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, uno dei titoli più belli dell’intera collana “I quaderni de L’Idomeneo” nella quale è ospitato. I curatori sono Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio[12]. In copertina uno scorcio della terra di Ruffano in una elaborazione grafica di Donato Minonni. Dopo la Prefazione di Mario Spedicato, nella prima parte del libro, L’uomo e l’intellettuale, si fa un focus sulla figura e sulle opere di de Bernart, con un profilo bio-bibliografico del maestro, curato da Paolo Vincenti, e poi vari contributi che lumeggiano la sua multiforme attività culturale che spaziava dal campo dell’arte a quello della critica letteraria, da quello più prettamente storiografico a quello musicale, fino all’aspetto religioso del culto dei santi e dell’arte sacra.

La storia moderna è l’oggetto privilegiato dell’indagine di de Bernart, dal Cinquecento fino all’Ottocento, con rari sconfinamenti nel Novecento, sempre con riconosciuta competenza e un’acribia che ne facevano un erudito nel senso più pieno del termine. Dunque, le testimonianze di affetto per l’amico, il collega, lo studioso, il concittadino, nelle parole di Gigi Montonato, Gigino Bardoscia, Mario Cazzato, Giulio Cazzella, Gianpaolo Cionini, Stefano Ciurlia, Gino De Vitis, Enzo Fasano, Mario Marti, Maria Rosaria Palumbo, Gemma Preite, Mario Stefanò, Vincenzo Vetruccio. Un numero elevatissimo di testimonianze perviene in occasione del libro. “Nella cittadina natia di Pietro Marti e Antonio Bortone, che il direttore ha scelto quale sua residenza elettiva”, scrive Mario Spedicato nella Prefazione, “per buona parte della sua vicenda esistenziale, egli ha saputo riunire un gruppo di appassionati con i quali è rimasto in contatto fino agli ultimi giorni di vita, mostrandosi sempre disponibile all’ascolto, interessato a quel mondo esterno che non poteva più frequentare direttamente e prodigo di consigli a chi gliene faceva richiesta”[13].

Nella seconda sezione, L’eredità della ricerca, compaiono contributi che seguono da vicino l’area degli interessi del commemorato, con saggi di Maria Antonietta Bondanese, Ermanno Inguscio, Andrè Jacob, Alessandro Laporta, Antonio Romano, Ortensio Seclì, Vincenzo Vetruccio, Vittorio Zacchino. La sezione terza, Arte, storia, cultura del Mezzogiorno, è incentrata invece sulla storia del territorio, secondo la linea della prestigiosa associazione culturale che patrocina la pubblicazione, quindi con una maggiore curvatura scientifica nei saggi di P. Giovan Battista Mancarella, Pietro De Leo, Angelo D’Ambrosio, Maria Antonia Nocco, Maria Antonietta Epifani, Roberto Orlando, Sergio Fracasso, Arcangelo Salinaro, Stefano Zammit, Giacomo Filippo Cerfeda, Alberto Tanturri, Giancarlo Vallone, Antonio Brigante, Francesca Cannella, Carlo Crudo, Oronzina Greco[14]. Il libro viene presentato a Ruffano, presso il Teatro di via Paisiello (Istituto Comprensivo Statale), sabato 20 giugno 2015, davanti a un pubblico numeroso ed interessato. Dopo i saluti del Sindaco Carlo Russo e della Dirigente Scolastica Madrilena Papalato, gli interventi di Vincenzo Vetruccio, Alessandro Laporta, Gigi Montonato, Hervé A. Cavallera.

Le Conclusioni sono di Mario Spedicato. La presentazione si ripete a Parabita, presso il Teatro Comunale “Carducci”, il 29 febbraio 2016. Coordinati da Flora Della Rocca, dell’Associazione “Progetto Parabita”, che organizza l’incontro, dopo i saluti del Sindaco Alfredo Cacciapaglia e dell’Assessore Sonia Cataldo, intervengono Alessandro Laporta, Vittorio Zacchino, Aldo D’Antico e Ortensio Seclì. Mario Spedicato conclude i lavori.

E veniamo al 2020 e al volume Humaniora. Scritti in memoria di Mons. Quintino Gianfreda, a cura di Alessandro Laporta. Nel contributo pubblicato all’interno di questo libro, Alessandro Laporta si occupa di un’opera poco nota di de Bernart, per quanto censita nella più volte citata Bibliografia degli scritti del maestro. Si tratta di L’epopea otrantina del 1480, una importante pagina di storia locale, che de Bernart pubblicò nei “Quaderni dell’Archivio Storico della Direzione Didattica di Taurisano”, nel 1968[15]. Questa “chicca” si rivela una ghiotta occasione per Laporta di rispolverare uno scritto “minore”, cioè poco conosciuto dell’illustre parente, ma anche di dare allo stesso la migliore destinazione possibile, ovvero quella di un libro dedicato a Mons. Quintino Gianfreda che dell’epopea d Otranto degli ottocento beati martiri ha fatto l’oggetto privilegiato dei suoi studi[16]. Sempre nel 2020 si tiene la prima edizione del premio letterario intitolato a de Bernart, organizzato dall’Associazione Culturale “Diciottesimomeridiano” di Ruffano, con il patrocinio del Comune di Ruffano e del Comune di Parabita e con una Commissione esaminatrice di tutto rispetto, composta da Carlo Alberto Augeri, Alessandro Laporta e Daniele Sannipoli. Le premiazioni, per i settori narrativa, poesia e saggistica, avvengono il 28 dicembre 2020, in teleconferenza a causa della pandemia da covid[17]. Il nome di de Bernart continua a circolare fra gli addetti ai lavori e resta vivo nella mente e nel cuore di chi lo ha frequentato; le iniziative messe in campo in quest’anno 2023, in occasione del decennale della scomparsa, sono a confermarlo. “Nessuno muore per sempre”, e rinverdire il ricordo allevia l’assenza.

 

     [1] G. Montonato, Aldo de Bernart. Scomparso a 88 anni. Un signore della cultura, storico e poeta raffinato, in «Presenza Taurisanese», Taurisano, n. 254, marzo 2013, p. 5.

     [2] S. Laterza, Il nobiluomo dal cuore grande Omaggio all’amico-maestro, in «Nuovalba», Parabita, a. XIII, n.1, marzo 2013, p.1.

     [3]O. Seclì, Non è più con noi, Ivi, p. 2.

     [4] A. D’Antico, Ricordo di Aldo de Bernart, in «Piazza Salento», Alezio, 4-7 aprile 2013, p. 4.

     [5] P. Vincenti, Aldo de Bernart, storico e poeta raffinato, in «Il Galatino», Galatina, 26 aprile 2013, p. 3.

     [6] Idem, Aldo de Bernart, il buon maestro della rinascenza salentina, in «Note di Storia e Cultura Salentina. Miscellanea di studi “Mons Grazio Gianfreda”», Società di Storia Patria per la Puglia, sezione Basso Salento, Lecce, Edizioni Grifo, 2013, pp. 9-14.

     [7] Idem, La figura e le opere di Aldo de Bernart- per il suo 82esimo compleanno, in Idem, Di Parabita e di Parabitani, Parabita, Il Laboratorio Editore, 2008, p. 124-138.

     [8] A. de Bernart, Cenni sulla figura di Pietro Marti da Ruffano, Memorabilia n.35, Ruffano, Tipografia Inguscio e De Vitis, agosto 2012.

     [9] A. Laporta, Ritratto di Aldo de Bernart, in «Anxa News», Gallipoli, n.63, maggio-giugno 2013, pp. 6-9.

     [10] P. Vincenti, Aldo de Bernart. In memoria, in «NuovAlba», Parabita, a. XIII, n.2, luglio 2013, pp. 11-12.

     [11] V. Zacchino, “Non omnis moriar”. Ricordo di Aldo de Bernart ad un anno dalla scomparsa, in «Presenza Taurisanese», Taurisano, n.262, marzo 2014, p.10.

     [12]  Aa. Vv., Luoghi della cultura e cultura dei luoghi. In memoria di Aldo de Bernart, a cura di Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio, Società Storia Patria Puglia sezione di Lecce, “I quaderni de L’Idomeneo”, Lecce, Grifo, 2015.

     [13] M. Spedicato, Prefazione, in Luoghi della cultura, cit., pp. 7-8.

     [14] Una puntuale recensione del libro a cura di M. A. Bondanese, in «Il Nostro Giornale», Supersano, n. 83, dicembre 2015, pp. 14.15.

     [15] A. de Bernart, L’epopea otrantina del 1480, in “Quaderni dell’Archivio Storico della Direzione Didattica di Taurisano”, n.1, Taurisano, 1968.

     [16] A. Laporta, Aldo de Bernart. L’epopea otrantina in una plaquette di 50 anni fa, in Humaniora. Scritti in memoria di Mons. Quintino Gianfreda, a cura di Alessandro Laporta, Lecce, Edizioni Grifo, 2020, pp. 85-91.

     [17] M. Zezza, Nel segno di Aldo de Bernart. Un Premio per ricordare il valore della cultura, in «Il Nostro Giornale» Supersano, luglio 2021, pp. 62-63.

 

Pubblicato in Tra Scuola, Ricerca e Memoria. Aldo de Bernart dieci anni dopo (2013-2023), a cura di Mario Spedicato e Paolo Vincenti, Società Storia Patria puglia-Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2023

Nardò, San Biagio nella chiesa di Santa Teresa. Si rinnova il rito della benedizione della gola

Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (Maccagnani, cartapesta, 1886) (foto Raffaele Puce)

 

Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggia il 20 febbraio, la città di Nardò celebra un altro santo dell’Armenia, Biagio, vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia. Per sua intercessione si rinnova, come ogni anno, l’antichissimo rito della benedizione della gola nella chiesa di Santa Teresa (nei pressi della Posta centrale).

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a San Biagio, medico in vita, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola, tanto che tra i diversi miracoli a lui attribuiti si menziona a simbolo quello del salvataggio di un bambino col rischio di soffocamento a causa di una lisca di pesce.

Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, questi ultimi lo vollero designare quale loro protettore. Il corpo fu sepolto nella cattedrale di Sebaste.

Nel 732 una parte dei suoi resti mortali furono imbarcati per essere portati a Roma. Una tempesta bloccò il viaggio a Maratea (Potenza), dove i fedeli accolsero le reliquie; lo elessero protettore e ne conservarono parte dei resti (torace) nella basilica sul monte San Biagio (a Carosino, provincia di Taranto, è custodito un pezzo della lingua, chiuso in un’ampolla incastonata in una croce d’oro; a Ostuni si conserva un osso usualmente posto sulla gola di ogni fedele in pellegrinaggio al santuario; nella cattedrale di Ruvo di Puglia si venerano i resti del braccio esposti entro un reliquiario a forma di arto benedicente). Particolarmente sentito il culto in Avetrana.

In provincia di Lecce, oltre al culto riservato a Nardò, è nota la devozione degli abitanti di Salve nel cui territorio ricade la masseria e la cappella di Santu Lasi, termine dialettale con cui si designa il santo.

Il motivo dell’antica venerazione nella chiesa di Santa Teresa a Nardò potrebbe ricollegarsi non tanto alla protezione per le comuni malattie delle prime vie aeree, quanto alla grave malattia infettiva della difterite, di cui sono accertate epidemie nella prima metà del XVII secolo in città e che procurarono non pochi lutti, specie tra i più piccoli, deceduti per asfissia a causa del morbo.

Non è da escludere che il particolare culto cittadino sia strettamente collegato con la locale famiglia dei baroni Sambiasi, anticamente Sancto Blasio, i cui discendenti fecero realizzare in suo onore ben due chiese.

La prima fu fatta costruire nel 1623 dal barone Giuseppe Sambiasi sull’attuale Via De Pandi, che la istituì con atto notarile del 10 aprile, ad laudem et gloria di S. Biagio, dotandola di 48 ducati di annuo censo. Della chiesa, aperta al culto fino alla metà del secolo XIX, oggi non restano che i muri laterali e parte della volta. I fregi e i decori in pietra leccese sopravvissuti documentano quanto fosse valida dal punto di vista artistico.

L’altra chiesetta, comunemente detta di S. Biagio in Via Lata, per distinguerla dalla precedente, fu edificata nel pittagio San Salvatore.

Pur se non frequentissima, l’iconografia a volte ritrae Biagio come santo guaritore e intercessore, altre ancora nel momento del martirio, più spesso come vescovo, con mitra, pastorale e libro, a mezzo busto o a figura intera.

A Nardò si contano due raffigurazioni scultoree del santo armeno, entrambe in cartapesta policroma. Una certamente proviene da abitazione privata, anche se attualmente custodita nella chiesa di San Giuseppe, forse donata dal proprietario; l’altra è oggetto di venerazione da parte dei fedeli nella chiesa di Santa Teresa e veniva portata in processione la mattina del 2 febbraio.

A grandezza naturale, quest’ultima è eccellente cartapesta policroma. Il santo, a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia come nel primo, indossa i paramenti vescovili orientali con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, il classico omoforion (lunga sciarpa ornata di croci). La mano destra rivolta in alto e l’espressione estasiata del bambino indicano che il miracolo è già avvenuto e il santo, pur continuando a fissare il piccolo, sembra congedarsi dopo aver ringraziato il Padre per l’evento miracoloso appena compiuto.

Un’iscrizione sul basamento documenta che fu realizzata a spese dei fedeli neritini nell’anno 1886, dal validissimo Antonio Maccagnani (1807-1892) o dal più giovane Achille De Lucrezi (1827-1913). La resa plastica, i particolari assai curati e i tratti somatici delle due figure, ma anche l’equilibrio fra le parti e la posa ieratica del santo, portano a considerare l’opera tra le più qualificate dei migliori cartapestai leccesi.

Il rito della benedizione della gola viene esercitato nella chiesa neritina il 3 febbraio, sin dalle prime ore e fino a tarda serata (con interuzione dalle 12 alle 15), e i festeggiamenti in onore del santo sono preceduti da un triduo, che si tiene nella medesima chiesa di Santa Teresa, per interessamento e cura della confraternita del SS.mo Sacramento.

 

 

 

 

Antonio Oliviero, il bombardiere di San Cataldo

di Armando Polito

Quante volte in tv abbiamo sentito dire Non faccio il nome … , in ossequio al detto Si dice il peccato, non il peccatore! Si tratta di pura vigliaccheria, anche perché, se hai prove inconfutabili, nessuno avrà interesse a querelarti; se non le hai, fai una figura migliore non nominando neppure il peccato. Lo stesso vale quando, soprattutto i politici, fanno a gara a sparare all’impazzata dati figli di nessuna fonte che non sia quella del loro truffaldino intento di ottenere consenso.  Con questo mio post, allora, mostro di essere coraggioso oppure  incosciente ?

Né l’una né l’altra cosa, anche perché ho scritto bombardiere, non bombarolo. Quest’ultimo vocabolo negli anni ’70 ha etichettato colui che compiva attentati con esplosivi, ma dalle nostre parti designava da tempi notevolmente anteriori colui che esercitava la pesca di frodo utilizzando lo stesso strumento di distruzione e morte, anche se in quantità ridotta1.

Antonio, dunque, non era un bombarolo, anche se il toponimo che lo accompagna nel titolo si riferisce, come ben sanno non solo i Salentini, ad una località di mare ove in passato sorgeva un castello2, fabbrica che per la sua natuta militare era particolarmente esposta a rischi di assalto. Non mi risulta nemmeno che si sia reso protagonista di atti vandalici ai danni di qualche icona o statua del santo. Eppure, il nostro con l’esplosivo aveva dimestichezza per motivi professionali e ne ho le prove.

Esibisco, per non far perdere ulteriore tempo a chi finora mi ha seguito per sana (almeno, mi auguro …) curiosità non la pistola, ma la bombarda fumante (fonte: una relazione manoscritta di ben 334 fogli, parecchi dei quali, per mia fortuna bianchi …, contenente un quadro completo della fiscalità del regno di Napoli per l’anno 1571, custodita nella Biblioteca Nazionale di Spagna e per me oggetto da pochi giorni di famelica attenzione, nel senso che, se non avessi famiglia, per lei salterei volentieri qualche pranzo e qualche cena.

 c 74v (dettaglio)

in la terra di san cataldo ala marina de leccie

Al Castellano per sua provisione ducati 120

al vice Castellano ducati 36

a tre compagni, a ducati tre lo mese per ciascuno ducati 108

                                                                                                    _____

                                                                                        ducati 264                   

Al mastro antonio oliviero bombardiero deputato per lo illustrissimo signor vicere inla torre di san catalde con provisione di scuti quatro lo mese ducati 124

Le immagini di chiusura sono tratte da Luigi Colliado3, Pratica manuale di arteglieria, Dusinelli, Venezia, 1586. La prima mostra  la tecnica di sollevamento per rendere operativa la bombarda su una torre,  la seconda la traiettoria  parabolica del suo colpo.

________________

1 A confermare la protervia umana nel perseverare a soddisfare il primitivo istinto di violenza, che nelle cosiddette bestie si è mantenuto entro i limiti naturali della sopravvivenza e della difesa, basterebbe considerare tutti i figli di quella radice onomatopeica che ha generato un’ampia serie lessicale che annovera, per restare al tema di oggi, bomba, bombo, bombicebombola, bombolone e l’insospettabile salentino ‘mbile (per quest’ultimo e i suoi rapporti con le voci italiane appena citate vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/15/quella-bizzarra-terracotta-dal-collo-stretto/ e  https://www.fondazioneterradotranto.it/2023/12/17/dialetti-salentini-mbile-approfondimento-etimologico/). Una riflessione diacronica sulle voci con specializzazione bellica ci mostrano obsoleta la sola bombarda, mentre bombardiere si avvia rapidamente ad esserlo con l’avvento dei droni, mentre bombardamento è più che mai vivo e vegeto nonostante le postazioni missilistiche abbiano da molto tempo preso il posto delle bombarde (non si finisce mai di peggiorare …). Confortiamoci pensando che le graziose bombolette spruzzanti  di tutto (dalle vernici ai deodoranti e agli anestetici), grazie all’adozione di propellenti ecologici, ci terranno compagnia e che bomboloni e bombette continueranno a deliziarci il palato.

2 https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2023/12/27/lecce-il-giallo-del-castello-di-s-cataldo/

3 Come si legge nel frontespizio,  Ingegnere del Real Essercito di sua Maestà Cattolica in Italia.

Aldo D’Antico e la sua Parabita

 

a cura di Gabriele Federico

Oggi, 31 gennaio 2024, Parabita piange la scomparsa del maestro Aldo D’Antico, illustre studioso di questa terra, dove era anche nato.

Figlio di braccianti agricoli, Aldo D’Antico nasce a Parabita nel gennaio 1947 e, dopo aver conseguito il diploma magistrale, svolge il ruolo di insegnante elementare in diversi comuni salentini.

Già componente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, è fondatore del Centro di Cultura “Tommaso Fiore” e della casa editrice “Il Laboratorio”.

Curioso e accanito ricercatore di notizie sulla sua amata cittadina e delle sue dinamiche storiche e culturali, è stato punto di riferimento per intere generazioni di ragazzi, che si sono formati nella sua biblioteca privata sita all’interno di Palazzo Ferrari, contenente più di 25.000 libri e l’Archivio Storico Parabitano.

 

Il latte di calce nell’edilizia salentina

venditore ambulante di calce (archivio Ezio Sanapo)

 

di Mario Colomba

La calce, sotto forma di pasta untuosa, che veniva utilizzata per la produzione del latte di calce,  proveniva da una lunga stagionatura attraverso la quale  acquistava  maggiore consistenza e corposità.

Il latte di calce più o meno denso a seconda della percentuale di acqua, lungamente agitato e filtrato, , veniva usato nella scialbaltura, nella imbiancatura o  nella tinteggiatura.

Queste lavorazioni venivano praticate da due categorie di lavoratori del settore: gli imbianchini e i pittori edili.

La scialbatura e l’imbiancatura venivano praticate dagli imbianchini che applicavano il latte di calce o su superfici rustiche delle murature (scialbatura) o sulle superfici intonacate (imbiancatura), utilizzando pennelli rotondi costituiti più frequentemente da fibra vegetale e, abbastanza raramente da crine animale. Per raggiungere altezze elevate anche di alcuni metri, senza l’uso di scale,  il manico del pennello veniva legato ad una canna o ad una pertica con un sistema particolare, atto a  consentire piccole rotazioni intorno al fulcro, in modo che il pennello si disponesse  sempre in posizione ortogonale rispetto alla superficie del muro, durante i movimenti alternativi, verso l’alto o verso il basso, che venivano impressi dall’imbianchino. L’operazione veniva ripetuta più volte (due o tre mani) ed il risultato finale  era una imbiancatura, che aveva più funzione igienica che decorativa, caratterizzata da evidenti striature dovute alla stesura non uniforme del latte di calce.

I pittori edili eseguivano lavori più raffinati di tinteggiatura con l’uso di pennelli a mano (spatole) e quindi con  interventi sulle superfici più diretti, che permettevano di raggiungere una maggiore cura dei particolari ed una perfetta uniformità nella distribuzione superficiale  della soluzione di calce, il più delle volte colorata.

La coloritura del latte di calce veniva ottenuta con l’aggiunta di pigmenti in polvere (terre minerali) disponibili nelle tinte base che, opportunamente mescolate, producevano tutte le gradazioni di colore richieste.

 

Per le parti precedenti vedi qui:

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Gli arnesi del mestiere – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento. La produzione edilizia – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Strutture murarie di copertura: archi e volte – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Cantiere edile (fondazioneterradotranto.it)

Arte del costruire e riutilizzo presso il popolo salentino – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Reclutamento di manodopera e approvvigionamento di materiale edilizio nelle costruzioni del Salento – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Il cemento e il conglomerato cementizio – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Le coperture “alla margherita” – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. La malta – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’intonaco nell’edilizia salentina – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’intonaco nell’edilizia salentina

di Mario Colomba

 

L’intonaco (tunica), come si evince dalla terminologia dialettale, era un rivestimento della muratura che veniva praticato non solo per motivi estetici ma anche per preservare la muratura dal degrado derivante  dall’esposizione diretta agli agenti atmosferici.

Di solito, la malta impiegata nell’intonaco era confezionata con maggior cura sia nella scelta dell’inerte (tufina) che incideva anche sulla colorazione che della calce che si preferiva stagionata.

Generalmente veniva eseguito in due tempi: In un primo tempo si procedeva alla esecuzione dei primi due strati: rinzaffo o arricciatura a secondo dei casi. Il secondo strato, la stuccatura, veniva eseguita dopo un certo periodo di stagionatura. La malta dello stucco era una malta grassa (più ricca di calce) lavorata con cura per evitare la formazione di grumi e setacciata adoperando un setaccio metallico attraverso i cui fori veniva fatta passare, tamponandola con un piccolo frattazzo di legno.

Nel caso in cui la superficie della muratura da rivestire era particolarmente deformata, si realizzava un primo strato di rinzaffo grosso che, se aveva una spessore di oltre un centimetro, veniva ringrossato scagliando sulla malta fresca manciate di detriti minuti di tufo (pipirielli) che vi venivano annegati forzandoli con la cazzuola. La spianatura in piombo ed in piano veniva ottenuta con l’uso di regole di legno che, spesso, a contatto con l’umidità della malta si deformavano e non garantivano la planarità richiesta.

Poiché ancora non era in uso il frattazzo di acciaio, la posa in opera della malta e la sua lisciatura avveniva con l’uso della cazzuola che non consentiva di avere delle superfici perfettamente spianate poiché la pressione che si esercitava con quell’attrezzo non era uniforme. Ma questo rientrava nella normale tollerabilità. Nei casi in cui veniva richiesto, si realizzava l’intonaco “piombato” che si otteneva dividendo la superficie interessata in zone della larghezza di circa due metri distinte da guide verticali verificate in piombo ed in piano, che garantivano la perfetta planarità dell’intera superficie.

Prima dell’applicazione dell’ultimo strato (tonachino) la superficie dell’intonaco fresco veniva uniformata, asportando anche eventuali “bave” di malta lasciate dall’uso della cazzuola, con l’uso di un “fratazzo” di legno

Particolare cura veniva posta nella lisciatura che, quando era praticata con la necessaria energia rendeva lucida la superficie trattata e per questo, si usava anche l’aspersione di albume.

Le superfici esterne colorate si ottenevano aggiungendo, alla malta bianca dello stucco, una soluzione di terra colorata e acqua, nelle proporzioni necessarie per ottenere la tonalità richiesta. I colori più ricorrenti erano il rosso, il giallo ed anche l’azzurro.

Per ottenere particolari effetti decorativi si ricorreva all’intonaco a graffito che consisteva sostanzialmente nella sovrapposizione a fresco di strati di intonaco a colori diversi che venivano rimossi (sgraffiati) secondo le linee del disegno riportato con lo spolvero, facendo riemergere gli strati sottostanti fino a formare un decoro.

Si ottenevano così effetti decorativi di gran pregio che esigevano abilità e competenze artistiche di rilievo con l’uso di attrezzi appositamente studiati (ferri) e abilità manuali molto rare.

 

 

Per le parti precedenti vedi qui:

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Gli arnesi del mestiere – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento. La produzione edilizia – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Strutture murarie di copertura: archi e volte – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Cantiere edile (fondazioneterradotranto.it)

Arte del costruire e riutilizzo presso il popolo salentino – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Reclutamento di manodopera e approvvigionamento di materiale edilizio nelle costruzioni del Salento – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Il cemento e il conglomerato cementizio – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Le coperture “alla margherita” – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. La malta – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

La ‘Nunziata di Castro

di Rocco Boccadamo

 

Anche se, da alcuni anni, ‘Nunziata non è più fra noi, rimane nitido il ricordo della sua figura.

 

A beneficio dei non indigeni, nel titolo delle presenti note è riportato, in corsivo, il nome proprio di persona, abbreviativo diminutivo di quello ufficiale e completo di battesimo, a sua volta ispirato dalla devozione verso la Madonna protettrice del luogo, circostanza, quest’ultima, che lo fa trovare assai diffuso anche adesso.

Ad ogni modo, la figura femminile che, nella specifica fattispecie, lo porta e cui s’intende riferirsi, è a tutti nota esclusivamente con detto appellativo.

Per parte mia, ho preso a conoscere Nunziata circa sessantacinque anni fa, quando a un suo fratello, Benedetto, di mestiere elettricista e perciò detto mesciu Tettu, capitava di giocare qualche partita di pallone, da aggregato o da avversario, unitamente alla squadra di noi ragazzi marittimesi.

La donna, alta e, al contrario del germano, di taglia solida e formosa, è da sempre contrassegnata da una carnagione scura, il suo volto aperto e simpatico sembra quasi abbrustolito dai raggi del sole, e ciò, forse, per via delle lunghe stagioni trascorse lavorando all’aria aperta.

A proposito di attività, Nunziata, per decenni, si è interessata della vendita di frutta e verdura, con la sua baracca piantata e dischiusa, dalla primavera all’inizio autunno, nella piazza della Marina, di fronte alla rotonda. Un personaggio familiare, quindi, non solo per i compaesani ma, pure, agli occhi dei turisti e villeggianti abituali e/o di passaggio.

Poi, con il progredire dell’età, a un certo punto, la nostra amica si è determinata a lasciare il suo commercio a un figlio e alla nuora e lei s’è ritirata, stanzialmente, a Castro alta, nel cuore del borgo, ossia a dire nella bella piazza Vittoria, delimitata, su un lato, dalla magnifica ex cattedrale.

Così, divenendo un punto d’indicazione inconfondibile, sempre presente, lì, la Nunziata, la scorgi subito, in tutte le stagioni, vuoi sotto il solleone, vuoi in pieno inverno, quando, peraltro, in quell’angolo protetto dai venti, non si soffre minimamente il freddo e, anzi, specie se le giornate sono serene, si gode da Dio a sostare seduti su una panchina o semplicemente sul bordo del marciapiede.

Di conseguenza, non v’è personaggio del cinema o dello spettacolo o della cultura, che, arrivando a Castro, non si sia imbattuto, magari per un solo momento, nella residente in questione, la quale, per la verità e per innata dote d’empatia, non lesina ad alcuno, potrebbe essere anche il Presidente della Repubblica, immediati sentimenti e segni d’accoglienza, cordialità e gentilezza.

In qualche caso, rispondendo a domande e rilasciando interviste su Castro, sull’aspetto e sull’anima della cittadina in tempi lontani e quali affiorano oggi. Insomma, per qualsiasi informazione o notizia, Nunziata è all’altezza e soddisfa.

Da quando ha cessato il lavoro attivo, il soggetto di che trattasi trae i mezzi per sostenersi unicamente dalla pensione, che, a quanto sembra, si aggirerebbe intorno ai quattrocento euro il mese.

Con un’entrata così esigua, lei vive in un locale scantinato, sì, una vera e propria cantina nel sottosuolo di piazza Vittoria adattata a uso abitazione, appena un vano vero e propri. In più, per accedervi, dalla superficie della piazza, bisogna percorrere quattro o cinque scalini, esercizio che, per una persona ultraottantenne e dal fisico anche appesantito, non deve essere agevole e da compiersi disinvoltamente.

Tant’è che, negli ultimi tempi, nell’arco di pochi mesi, all’atto di portarsi dentro casa, la donna è rimasta vittima di cadute ben tre volte, fortunatamente senza esiti molto pesanti, e però con contusioni, ammaccamenti e indolenzimenti, esiti che, in una persona anziana, non soltanto non si superano rapidamente sotto l’aspetto fisico, ma lasciano anche il segno nello spirito.

Per effetto dell’ultima disavventura, ieri, nel transitare accanto a casa sua, l’ho notata, insolitamente, un po’ abbattuta, lei ha risposto, è vero, al mio saluto con il classico “Ciao, professore!” (chiedo scusa, siffatto titolo, ovviamente non mi compete, sennonché, attribuirmelo, è oramai divenuto una sua mera abitudine fissa), ma l’ho sentita preoccupata per aver dovuto, addirittura, compiere una puntatina in ospedale.

Al che, d’istinto il mio sguardo s’è abbassato in direzione degli scalini di cui dicevo prima, che, effettivamente, danno l’idea di un potenziale costante pericolo per l’amica, purtroppo abitante in quello scantinato.

“D’altronde – ha accennato con dignitoso ritegno Nunziata – se pensassi di spostarmi in una minuscola abitazione a piano terra in una stradina qui intorno, vicina al mio mondo che non vorrei lasciare, sarebbero quantomeno trecentocinquanta euro d’affitto il mese; ma, se, a me, il Signore (alias l’Inps) dà una pensione intorno a quattrocento euro, come faccio?”.

Evidentemente viene da sé, la risposta: hai ragione, Nunziata, per ora non ti resta che stare con gli occhi spalancati e la mente sveglia quando fai su e già, per entrare e uscire da casa.

Questo, il quadretto casualmente colto dal comune osservatore di strada, con, al centro della scena, Nunziata, una figura, semplice e umile, che, però, non passa inosservata nella Perla del Salento.

Chissà che, alla situazione, non si riesca a imprimere un tocco di colore.

Il liceo musicale Tito Schipa di Lecce e l’affidamento ai Negramaro.

di Mauro Marino
Giorni fa su La Gazzetta del Mezzogiorno, una mia riflessione sul Tito Schipa e l’affidamento ai Negramaro.
Il 2023 si è chiuso con la notizia dell’affidamento per un anno, da parte dell’Amministrazione della Provincia di Lecce, dell’ex Liceo Musicale Tito Schipa, ai Negramaro. Un tema delicato quello degli spazi legati alle politiche culturali, in un territorio che, a partire dagli anni Novanta del Novecento ad oggi ha liberato notevolissime energie creative, in particolare in ambito musicale.
Il compito dato, al gruppo guidato da Giuliano Sangiorgi, è quello di comporre a Lecce, una canzone per dare visibilità al territorio salentino ferito nella sua più intima identità culturale e produttiva e nella sua bellezza dal flagello della Xylella.
Nobile intento, ma ahimè – lo sappiamo tutti – una canzone non basta a salvare gli ulivi e, la visibilità, figlia dell’idea di un marketing territoriale spesso vampiresco, non è certo utile oggi al Salento che al contrario, a mio avviso, avrebbe bisogno di sottrazione, di decantare l’eccesso di visibilità a cui è esposto per ridare senso alle sue necessità di rigenerazione. Diventare incubatore di se stesso questo serve al Salento per prospettarsi, nel futuro, orfano del suo paesaggio.
Il Tito Schipa, che nel novembre 2023 ha compiuto i novant’anni della sua esistenza, è un’istituzione cittadina, da tempo al centro di problematiche legate alle sua valorizzazione. Il liceo, voluto e finanziato dal celebre tenore a cui è intitolato, fu inaugurato nel 1933, divenne sede del Conservatorio e poi dal 1980, dell’Orchestra Sinfonica della Provincia di Lecce. Dopo un breve insediamento della società di Trasporti Sud-Est fu dichiarato inagibile per l’alto livello di deterioramento dell’intera struttura. Nell’ultimo frangente della sua vecchia storia per un brevissimo periodo – per volontà della amministrazione provinciale guidata da Giovanni Pellegrino – fu sede della Casa delle Donne. Nel 2009 il finanziamento di un milione e mezzo di euro con fondi FAS dalla Regione Puglia in sinergia con la Provincia di Lecce per il recupero della struttura con la volontà di farne uno spazio aperto alle contaminazioni culturali.
Oggi, a recupero ultimato, c’è da scegliere, ma spesso si sceglie di non scegliere rifugiandosi nel glamour, nell’ultima tendenza, magari per comunicare con i “giovani” si sceglie la band più in vista ed è fatta, tutti contenti e pacificati, meglio lo spettacolo che la politica. Ma scegliere – specie se a dover scegliere è un’amministrazione pubblica per destinare un bene pubblico – significa ascoltare i desiderata della comunità che si amministra. La fila delle possibili consultazioni non è lunghissima, gli eredi Schipa-Carluccio da sempre attenti al destino di quello spazio, gli orchestrali leccesi che ad ora non hanno sede stabile per le loro prove, il Conservatorio Musicale, le altre Istituzioni culturali cittadine, i musicisti, gli operatori culturali, volendo i cittadini.
C’è poi un’urgenza e una priorità formativa (questa sì riguarda i giovani), riguarda la vicinanza del Tito Schipa con il Palmieri, liceo classico con indirizzo musicale.
Nei mesi scorsi, su queste pagine, fu riportata la necessità del liceo di reperire aule utili ad ospitare gli studenti, la soluzione fu trovata dislocando ben nove classi negli spazi della Biblioteca Bernardini in Piazzetta Carducci, la domanda sorge spontanea: non potrebbe essere il Tito Schipa la sede naturale delle necessità del Palmieri? Certo lo spazio non è tanto ma significherebbe ridare, a quel luogo, la sua vocazione originaria.
C’è da riflettere insomma e la “bega” dell’ascolto andrebbe fino in fondo perseguita per decidere il destino di un bene della comunità.
Un anno passa presto, la speranza è che, in questo tempo di attività, l’intelligenza di Sangiorgi e dei Negramaro sappia essere motore di un aggregato capace di lasciare una traccia significativa nella storia del Tito Schipa. La loro residenza sia, oltre che un atto creativo, l’avvio di un percorso di individuazione e di formazione di un nucleo di gestione dello spazio che necessariamente dovrà garantire un alta capacità di competenza ma soprattutto di attenzione e di apertura. La complessità del movimento della musica nel Salento merita uno spazio di ascolto e di messa in opera dove poter garantire il confronto delle esperienze e dove la formazione diviene pratica e consapevolezza di stile, di quella identità che la Xylella ha minato ma non totalmente azzerato.
(per gentile concessione dell’Autore. Pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 5 gennaio 2024)

Brindisi arcaica: la cinta muraria

di Nazareno Valente

Dapprima i fiumi e poi il mare costituirono in epoca preistorica ed arcaica le vie quasi obbligate utilizzate dai commerci, perché rendevano più agile e veloce il trasporto e lo scambio delle merci. Nel mondo occidentale non c’era infatti nessuna città che avesse assunto il ruolo di guida e che di conseguenza potesse farsi garante dell’edificazione e, soprattutto, della gestione delle strade che avrebbero reso più proficua l’alternativa delle vie terrestri. Sicché, sino a quando i Romani, basandosi sulle notevoli conoscenze ingegneristiche acquisite dagli Etruschi, non costruirono un efficace sistema viario di media e di lunga percorrenza, erano fruibili solo tragitti di difficile percorrenza per qualsiasi mezzo di trasporto. E questo favoriva le vie marittime, anche quale usuale itinerario per le comunicazioni, sebbene la navigazione utilizzasse mezzi (le navi) particolarmente vulnerabili in condizioni di tempo estremo, sia per la limitata stazza, sia per la propulsione, imperniata com’era in modo prevalente sulle vele e quindi nella sostanza condizionata dalle bizzarrie del vento.

Proprio a causa di tali restrizioni si andava per mare con estrema cautela, ben sapendo che era fonte di vita ma anche limite alla vita stessa e che inoltre la morte in mare negava uno dei pochi — se non l’unico — diritto allora acquisito, e in aggiunta particolarmente sentito, vale a dire una degna sepoltura. Per questo c’era tutta una serie di regole auree cui attenersi per non andare incontro alle peggiori sorprese. Le principali imponevano che non si prendesse il mare nelle cattive stagioni — di conseguenza d’inverno e in parte dell’autunno le navi rimanevano in terra a secco — e, a prescindere dalle stagioni, se le condizioni del tempo e del vento non erano propizie; che si affrontasse il mare aperto solo quando era strettamente necessario e che si navigasse per lo più tenendosi vicino alle coste — la cosiddetta navigazione di cabotaggio — in modo d’avere la possibilità, se il tempo subiva un cambio repentino, di guadagnare subito la terraferma cercando riparo in una ansa di un fiume o in una insenatura protetta da qualche altura rocciosa dai venti.

Erano questi ancoraggi di fortuna che, nella prospettiva migliore, offrivano solo attrezzature costituite da semplici pali di ferro o di legno a cui le imbarcazioni si ormeggiavano con funi. E la cui funzione primaria di asilo lo si ritrova nei termini portuali usati sia dai Greci, che hanno tutti in senso figurato il significato di rifugio, sia in parte dai Romani che continuarono a chiamare refugia le strutture di tale tipo.

Con l’andare del tempo i punti di ormeggio meglio posizionati lungo i percorsi seguiti dai mercanti furono sempre più attrezzati e strutturati per essere in grado, non solo di dare protezione ai naviganti e ospitalità alle navi, ma anche di offrire i servizi più essenziali di manutenzione e di approvvigionamento idrico ed alimentare, oltre allo spazio necessario per commerciare i prodotti trasportati.

Nacquero così i porti che rappresentavano la fortuna delle città che li gestivano, essendo un bene prezioso e in aggiunta alquanto raro, almeno sino all’inizio dell’era cristiana.

Solo una struttura capace di dare tutte le prestazioni elencate meritava d’essere chiamata dai Greci limén, e dai Romani portus, mentre la postazione che forniva solo i servizi essenziali e le più usuali possibilità di ormeggio veniva chiamata rispettivamente hormos e statio.

Sin dal periodo preromano, lo scalo di Brindisi riuscì ad ottenere questa specie di bandiera blu, visto che gli autori lo nominano sempre chiamandolo, in base alla lingua usata,  limén o portus. Nel periodo romano poi si distinse ancor più, tanto da ottenere la qualifica di eulìmenon, letteralmente buon porto, concessa ai soli approdi di riconosciuto prestigio.

Per cogliere però quali fossero in antichità le reali configurazioni del porto brindisino e della città, occorre servirsi di un passo della narrativa antica a cui non è mai stato dato eccessivo peso perché, le poche volte che viene citato, è tradotto in modo talmente generico e convenzionale da non rendere per nulla il reale pensiero del suo autore.

Stando alle traduzioni, un ignoto geografo del II secolo a.C., ricordato come lo Pseudo-Scimno, fa in apparenza un’affermazione del tutto scontata visto che, riferendosi ad un’epoca arcaica, ribadisce qualcosa di già noto a tutti, cioè a dire che «il porto di Brindisi è dei Messapi» («Βρεντέσιoν ἐπίνειóν τε τῶν Μεσσαπίων»1). Asserzione quindi per niente originale, se si pensa che i Brindisini erano per certi versi i Messapi per antonomasia.

Le cose però cambiano radicalmente se, in luogo delle traduzioni, si ricorre al testo originale greco. Appare infatti subito evidente che lo Pseudo-Scimno non utilizza il solito termine generico di limén per caratterizzare l’approdo brindisino, ma quello meno usuale di epìneion.

Per quanto anche il significato principale di questo vocabolo sia porto, il ricorso ad un simile termine era fatto quando si volevano specificare meglio le caratteristiche dell’approdo. In particolare, gli autori antichi lo usavano nei casi in cui si era di fronte a sistemi portuali del tutto caratteristici, vale a dire quando il porto, pur facendo parte integrante della città, ne era al tempo stesso un elemento aggiuntivo del tutto separato. E ciò avveniva quando la città che lo gestiva non era stata edificata insieme sulla costa, ma distante qualche chilometro nell’entroterra. Ed appunto per precisare questa diversa collocazione tra città e suo porto che quest’ultimo veniva definito un epìneion.

In definitiva, diversamente da quanto generalmente si dà per certo, sono propenso a credere che in origine l’abitato di Brindisi era collocato in una zona completamente distinta da quella in cui si trovava il porto e che in definitiva, nel periodo arcaico preromano, la città era posta in posizione arretrata rispetto alla costa, probabilmente nell’attuale zona periferica situata a nord ovest, dalle parti, tanto per intenderci, della Commenda di una volta e del Paradiso.

Solo successivamente l’abitato fu spostato e congiunto al porto, e questo trasferimento avvenne quando i Romani, impossessatisi della città, fondarono nella seconda metà del III secolo a.C. la relativa colonia latina. In tale frangente, oltre a riedificarla secondo propri criteri costruttivi, la ribattezzarono con il nuovo nome di Brundisium, o meglio di Brundusium, riutilizzando di fatto il precedente nome indigeno di Brunda.

Occorre precisare che il porre l’abitato lontano dal suo porto era in tempi arcaici molto più usuale di quello che si possa credere. Basta pensare ad Atene, il cui porto, Il Pireo, era collocato ben distante dal centro cittadino, per comprendere che l’accorgimento era adottato con frequenza.

C’erano motivi di cautela che inducevano a farlo. Un porto era infatti una fortuna e, al tempo stesso, potenziale fonte di guai. Lo si può intuire dallo stesso termine usato dai Romani, portus, che si riconduceva al termine porta, vale a dire la porta delle mura cittadine — ricordiamo che l’uscio di casa era chiamato ianua — e quindi al tipico concetto latino di confine tra ciò che è noto e ciò che è ignoto o anche tra ciò che è favorevoli e ciò che è avverso. In definitiva, al pari del mare, un porto aveva in sé un duplice valore antitetico: apriva ai commerci ed ai guadagni ma nel contempo era un luogo vulnerabile da cui, come una qualsiasi porta cittadina, potevano agevolmente penetrare i malintenzionati, con tutte le brutte conseguenze del caso.

Tucidide, il celebre storico greco, giustificava tale accortezza per la presenza in tempi arcaici di una diffusa pirateria che depredava qualsiasi cittadina collocata sulla costa, riferendo in aggiunta che, sebbene non fosse una tattica più seguita ai suoi tempi (siamo nel V secolo a.C.), le città di più antica fondazione continuavano ad essere situate ancora nell’interno2. E, come già esposto, Atene ne era l’esempio più famoso.

Una inevitabile conseguenza nell’adozione di una simile strategia precauzionale è che l’epìneion era una struttura portuale che si poneva principalmente a difesa della città e, quindi, era una postazione fortificata, munita di solide mura, disponibile eventualmente ad ospitare una clientela selezionata.

Altra inevitabile conseguenza è che, a differenza di quanto ipotizzato da alcuni3, l’approdo brindisino non aveva un ruolo emporico, vale a dire di zona aperta ai commerci. Sebbene questi non fossero certo preclusi, erano però riservati come appena detto ad una clientela scelta in base a consolidate consuetudini o a formali alleanze, oppure limitati alla raccolta ed allo smercio delle mercanzie prodotte nelle zone limitrofe, ed in funzione in ogni caso secondaria rispetto a quella propria di epìneion.

Con ogni probabilità il mondo ionico frequentava l’approdo brindisino e di certo vi approdavano i navigli Ateniesi, facendo parte Atene della ristretta cerchia di comunità con cui Brindisi intratteneva rapporti più che amichevoli sin dai tempi precoloniali, come le fonti letterarie indicano in maniera più che manifesta. Mentre era di sicuro interdetto alle comunità achee e spartane, o doriche in genere, con le quali sussisteva uno stato di belligeranza quasi costante.

In tal senso appare significativo un passo in cui Polibio4 chiarisce in maniera perentoria che, prima della deduzione della colonia latina di Brundisium, il traffico proveniente dalla Sicilia e dalla Grecia era in grandissima parte convogliato a Taranto ed era nei porti dei Tarantini, che i naviganti facevano «i loro scambi e traffici». Oltre a questa esplicita considerazione, lo storico lascia in aggiunta intendere che a questi commerci il porto di Brindisi era del tutto estraneo.

Il che induce ad escludere che in periodo preromano l’approdo brindisino possa essere stato un emporion, nel senso che si dà a questo termine di luogo adibito e destinato principalmente al libero svolgimento di attività mercantili.  D’altra parte il fatto stesso che fosse un epìneion fa di per sé cadere una simile ipotesi. Sicché la struttura portuale era munita di una solida cinta muraria che la metteva in condizione di rendere vani eventuali incursioni nemiche.

A differenza di quanto comunemente si riferisce, le mura di periodo messapico non dovevano cingere la sola collinetta collocata a nord della città, di fronte al seno di Ponente del porto interno, ma anche l’area meridionale del centro e la collinetta di Levante. Come infatti già emerso da rilievi archeologici5 anche la zona meridionale risultava in periodo arcaico già abitata. A questo si aggiungono aspetti strategici e di contesto che fanno propendere per una configurazione della struttura muraria ben diversa da quella presunta dalla cronachistica locale6.

Le due collinette erano infatti separate da una depressione (l’attuale corso Garibaldi) che in antichità dava origine ad una terza insenatura abbastanza stretta — alla quale non a caso si dà il nome convenzionale di canale della Mena — che però tagliava per lungo tratto l’approdo brindisino da est ad ovest. Sicché sarebbe stato alquanto imprevidente proteggere la sola zona a nord, lasciando nel contempo parzialmente indifeso il canale della Mena e del tutto senza protezione l’intero seno di levante. Cosa questa alquanto improbabile, se si considera inoltre che la collinetta meridionale si sarebbe trovata in posizione ben più elevata rispetto alla parte meridionale delle mura e quindi in condizione di creare grossi danni se fosse caduta in mano di eventuali assalitori. Un qualsiasi nemico avrebbe infatti potuto approdare indisturbato nel ramo di levante ed avere la possibilità sia di aggirare le mura, arrivando ad aggredire il centro abitato, sia di dare l’assalto al porto con il vantaggio di poterlo investire da una zona sovrastante che rendeva di fatto inutile la stessa protezione delle mura. In conclusione la cinta muraria doveva necessariamente proteggere anche gli approdi della parte meridionale del porto interno, e non solo quelli del ramo di ponente, se si voleva rendere imprendibile l’epìneion.

Alla giusta obiezione che l’estensione delle mura sarebbe stata talmente imponente da creare non pochi problemi per difenderle adeguatamente in ogni settore, si può rispondere ricordando che Brindisi nel periodo arcaico era una città in grado di primeggiare, non solo nel contesto regionale che gli era proprio — si pensi che Floro la dichiara «capitale della regione»7 — ma anche in quello extraregionale — tanto è vero che Trogo la qualifica la città più prestigiosa dell’Apulia («urbs Apulis»8) — e quindi capace di mettere in campo un numero di effettivi non certo banale. Oltre ad aggiungere che i settori delle mura da presidiare in maniera assidua erano quelli che davano sul mare, essendo i soli da dove potevano giungere pericoli improvvisi.

I dati archeologici ed il contesto inducono pertanto a credere con una qual certa sicurezza che il circuito murario salvaguardasse tutte e tre le insenature. Tuttavia non forniscono nessuna indicazione sul percorso seguito dalle mura a sud della città, se non quella del tutto scontata che dovesse contenere al proprio interno la collinetta meridionale il cui apice era situato dove l’attuale via Taranto si affaccia sul porto.

 

La ricostruzione è pertanto del tutto ipotetica e si basa sull’usuale considerazione che, in alcuni settori (settentrionale, orientale ed in parte sud-orientale), la cinta muraria non dovesse discostarsi più di tanto dal tracciato delle mura romane e di quelle aragonesi. Mentre per gran parte del settore meridionale e, soprattutto, di quello occidentale, il suo percorso dovesse risultare con ogni probabilità in posizione molto più arretrata rispetto a quello delle mura edificate dai Romani e dagli Aragonesi.

In base a queste considerazioni, il circuito delle mura doveva percorrere via Camassa in direzione nord-est quindi, piegando verso sud-est, seguire un tragitto arretrato rispetto a viale Regina Margherita, sino a rasentare il pendio della collinetta dove si trovano le Colonne, per poi arrivare dove ora si trovano i giardinetti di piazza Vittorio Emanuele II. Avrebbe quindi costeggiato entrambe le sponde dell’insenatura della Mena proseguendo successivamente verso sud, sino a raggiungere e superare i pendii di via Taranto e di Porta Lecce. Tra via Gallipoli e via Giovanni XXIII avrebbe cambiato percorso indirizzandosi verso nord,  ricongiungendosi così con il settore settentrionale; qui giunto, dopo aver svoltato verso est, seguiva con ogni probabilità via dei Mille e via Sant’Aloy.

Difeso da queste mura viveva l’avamposto della Brunda messapica con il compito di gestire le strutture portuali ed i commerci che si svolgevano con i popoli corregionali ed alleati, garantendo al tempo stesso il centro abitato da sgradite sorprese.

Come già sottolineato, Brunda, che i Greci chiamavano Brentesion, fu congiunta al suo porto quando i Romani, conquistatala nel 267 a.C., decisero circa un ventennio dopo di dedurvi una colonia di diritto latino.

E, come ricordato da Cicerone, fu il 5 agosto 244 a.C. che la Brindisi si collocò per la prima volta sul basso promontorio prospiciente il mare.

 

 

Note

1 Pseudo-Scimno (II secolo a.C.), Descrizione della terra, v. 364.

2 Tucidide (V secolo a.C.),  La guerra del Peloponneso, I 7, 1.

3 Si veda in tal senso g. carito, Brindisi. La storia del mare, Independently published 2022, p. 13.

4 Polibio (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Le Storie, X, fr. 1.

5 G. Cera, Brindisi in età messapica e romana. Topografia della Città, L’Erma di Bretschneider, Roma 2022, p. 212.

6 G. Carito, Le mura di Brindisi: sintesi storica, in Brundisii res , vol. 13 (1981), pp. 33-41.

7 Floro, Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo,  I 15, 1.

8 Giustino (II secolo d.C.?), Epitome delle storie filippiche di PompeoTrogo (I secolo a.C – I secolo d.C.), XII 2, 5/11.

Torri colombaie a Montesardo

di Michele Bonfrate

 

Una fotografia [1] molto bella ed interessante ripresa ante estate 1908 è conservata a Roma nelle raccolte fotografiche dell’Istituto Centrale del Catalogo e della Documentazione dipendente dal Ministero della Cultura e documenta la presenza a Montesardo di una antica torre colombaia che era ubicata a qualche decina di metri a sud del margine del centro storico del paese, così come si deduce osservando con attenzione la posizione della torre campanaria della chiesa matrice visibile al centro dell’immagine (fig.1).

Figura 1 – fotografia del 1908 di una torre colombaia a Montesardo

 

Figura 2 – ingrandimento della fotografia del 1908 di una torre colombaia a Montesardo

 

Osservando l’ingradimento della fotografia (fig.2) si nota che:

– la torre era stata costruita con 46 filari di conci;

– presumendo l’altezza del concio in cm 25 si può calcolare la misura dell’altezza della torre in m.11,5;

– rapportando graficamente la larghezza della torre con l’altezza, il diametro della base della colombaia risulta essere m.10,25 circa;

– il 31° filare sembra avere una altezza più bassa degli altri stimabile in circa 15 cm, sporge circa 15-20 cm rispetto alla superficie esterna della torre e secondo l’arch. Vincenzo Peluso tale sporgenza ha la funzione di bloccare l’arrampicata dei topi che potevano divorare uova e pulcini delle colombaie;

–  probabilmente la presenza della fascia di intonaco che ricopre la superficie compresa tra 6° e 10° filare potrebbe essere un altro accorgimento per impedire o ostacolare la risalita dei topi le cui unghie trovano facile appiglio sulla superficie granulosa della muratura non intonacata;

– il 41° filare è caratterizzato da beccatelli modanati sporgenti circa 15 centimetri su cui poggiano altri quattro filari con la stessa sporgenza dei beccatelli;

– il 42° filare è decorato da archetti scolpiti in stile aragonese che inducono a ipotizzare la costruzione della torre colombaia tra la fine del XV ed i primi anni del XVI secolo;

– il 46° ed ultimo filare è una cornice modanata sporgente circa 20 centimetri.

Io [2] non avevo mai visto questa immagine e quindi ne ho parlato subito (novembre 2023) agli amici Paolo Torsello, Raimondo Massaro, Antonio Piscopello e, qualche giorno dopo, anche a Vincenzo Peluso; soltanto Raimondo conosceva questa foto perché l’aveva già vista pubblicata (ritagliata e più sfocata) su internet [3] ma nessuno di loro aveva mai visto questa torre colombaia e neppure conosceva la sua ubicazione.

Vincenzo Peluso (architetto di Martignano che da oltre trent’anni sta studiando, raccogliendo e producendo documentazione archivistica, grafica e fotografica sulle numerose torri colombaie esistenti nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto) mi ha informato che nel 1985 aveva fotografato a Montesardo un’altra torre colombaia che poco tempo dopo venne demolita per costruire le attuali abitazioni in via Trieste ai numeri civici 124-128; in quella occasione un testimone oculare gli riferì che nel 1980 circa un’altra torre colombaia era stata demolita per costruire l’attuale fabbricato già falegnameria con soprastante abitazione in via Daniele Manin ai numeri civici 7 e 9; inoltre, l’architetto Peluso mi ha informato che queste due torri sono esattamente cartografate come fabbricati graffati alla particella catastale 610 (la prima, n.9 in fig.3) e alla particella 609 (la seconda, n.10 in fig.3) sul foglio 26 della mappa d’impianto catastale del Comune di Alessano.

Paolo Torsello ha raccolto le seguenti informazioni interpellando tre abitanti di Montesardo: il sig. Franco Calignano (1953) abitante in via Nazionale ha riferito di ricordare la colombaia fotografata nel 1908 nei pressi della colonna con la statua di Sant’Antonio; il sig. Mario Cazzato (1956) abitante in via Daniele Manin ha riferito di ricordare benissimo sia la colombaia che si trovava di fronte casa sua dove ora c’è la ex falegnameria e sia l’altra torre distante circa 100 metri più a sud-ovest in via Trieste e le descrive così: “Quelle colombaie erano strutture molto belle, particolari e caratteristiche, all’interno avevano in cerchio spazi pieni e spazi vuoti in cui i piccioni potevano nidificare, a volte le ho anche scalate”; il sig. Pippi Biasco (1955) abitante in via Daniele Manin ricorda che la torre che era nel suo terreno fu demolita nel 1980 dopo aver ottenuto il permesso di costruzione per la sua casa-falegnameria e la descrive così “La torre era alta circa 12 metri, aveva un piccolo ingresso dal quale si entrava abbassando la testa, era semichiusa in cima, i piccioni si allevavano sia per la carne, sia per le uova e sia per il letame che producevano. L’altra torre colombaia si trovava a cento metri dalla mia. Non ricordo la torre fotografata nel 1908”.

A questo punto, ho ritenuto utile provare a individuare con la massima precisione l’ubicazione topografica di questi tre antichi monumenti perduti di Montesardo; esaminando e confrontando la mappa d’impianto catastale[4] del 1937 (fig. 3) e la fotografia aerea[5] del 1943 (fig. 4) ho potuto rapidamente riconoscere le tre torri colombaie: la torre fotografata nel 1908 ricade nella particella catastale 539 (n.1 nelle figg. 3 e 4, attuale particella 1416, via Trieste n.2, adiacente al recinto della scuola), la torre demolita nel 1980 in via Daniele Manin ricade nella particella 609 (n.9 nelle figg. 3 e 4, attuale particella 1076, via Manin n.7) e la torre fotografata dall’arch. Vincenzo Peluso nel 1985 in via Trieste nella particella 610 (n.10 nelle figg. 3 e 4, attuale particella 1138, via Trieste n.128).

Figura 3, estratto del foglio 26 della mappa d’impianto catastale del 1937 di Alessano. Legenda: 1= torre colombaia fotografata nel 1908 nei pressi dell’attuale via Trieste n.2; 2= torre campanaria della chiesa matrice di Montesardo; 3= chiesa via Leuca; 4= via Nazionale SS275; 5= colonna con statua di Sant’Antonio; 6= via Ruggiano; 7= via Leuca SS275; 8= torrino dell’Acquedotto Pugliese; 9= torre colombaia nei pressi dell’attuale via Manin n.7; 10= torre colombaia nei pressi dell’attuale via Trieste n.128.

 

Figura 4, fotografia aerea di Montesardo del 1943 dell’Istituto Geografico Militare (IGM).
Legenda: 1= torre colombaia fotografata nel 1908 nei pressi dell’attuale via Trieste n.2; 2= torre campanaria della chiesa matrice di Montesardo; 3= chiesa via Leuca; 4= via Nazionale SS275; 5= colonna con statua di Sant’Antonio; 6= via Ruggiano; 7= via Leuca SS275; 8= torrino dell’Acquedotto Pugliese; 9= torre colombaia nei pressi dell’attuale via Manin n.7; 10= torre colombaia nei pressi dell’attuale via Trieste n.128.

 

Probabilmente gli ingegneri che intorno all’anno 1939 progettarono e costruirono il torrino[6] dell’Acquedotto Pugliese (n. 8 nelle figure 2 e 3) nei pressi della chiesa in via Leuca si ispirarono a quella bellissima torre colombaia che distava meno di cento metri.

Seguendo l’invito di Antonio Piscopello (bibliotecario di Alessano) di cercare notizie sulle torri presso l’Archivio di Stato di Lecce, ho consultato i registri catastali del Comune di Alessano nei quali risulta che nel 1937 la signora Maria Saveria Motolese (nata a Grottaglie nel 1889, vedova di Bartolomeo Serafini Sauli) era la proprietaria del terreno ove sorgeva la torre fotografata nel 1908 e che la signora Anna Romasi (nata a Alessano nel 1881) era la proprietaria dei terreni ove sorgevano le altre due torri.

Chi avesse la curiosità di osservare da vicino e di toccare un’altra antica torre colombaia ancora ben conservata può percorrere la strada rurale Vigna La Corte che inizia dalla strada provinciale per Specchia a meno di due chilometri a nord di Alessano[7]; chi non ha la possibilità di andare sul posto può visionare varie immagini di questa torre cercando le parole “Lu Palummaru” su Google Maps o visualizzando il link https://maps.app.goo.gl/NZ16eqGciB2hPzdy5.

michelebonfrate@gmail.com

 

Note

[1] Fotografia n.E002279 nell’Archivio Gabinetto Fotografico Nazionale presso l’ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero della Cultura).

[2] Nell’estate del 1998 su proposta di Vincenzo Santoro (allora consigliere comunale delegato alla cultura) fui incaricato (insieme al fotografo Raffaele Puce) dal Comune di Alessano di produrre ed allestire una mostra fotografica sui beni culturali del territorio intitolata “Alessano-Montesardo: Appunti” che fu esposta nel frantoio ipogeo di Villa Potenza di Alessano dall’8 al 30 agosto 1998 nell’ambito delle manifestazioni culturali dell’Estate Alessanese; in quella occasione nessuno mi parlò dell’esistenza di torri colombaie e neanche trovai menzione di esse nella bibliografia che avevo consultato per lo studio e l’esplorazione del territorio comunale svolti per individuare le cose da fotografare.

Presso la biblioteca comunale di Alessano (inventario n.2819, collocazione GEN SAL AV 292, https://www.bibliando.it/SebinaOpac/resource/alessanomontesardo-appunti/PUG02177570) è conservata ed è consultabile una copia della mia relazione dattiloscritta avente lo stesso titolo della mostra che consegnai in originale al Comune e ad alcuni amici interessati tra i quali Paolo Torsello che pensò bene di farne un’altra copia che portò al bibliotecario Antonio Piscopello che la acquisì al patrimonio bibliografico comunale.

[3] L’immagine vista da Raimondo Massaro si trova sul portale SAST – Sistema Archivi Storici Territoriali del Segretariato regionale del Ministero della Cultura per la Puglia ed è consultabile al link http://sast.beniculturali.it/index.php/teca-digitale?view=show&myId=4fdb4282-9a9f-4b58-ab6b-52dac0a5b9f9.

[4] I disegni cartacei originali della mappe catastali d’impianto dei comuni della provincia sono conservati presso l’Ufficio del Territorio dell’Agenzia delle Entrate di Lecce e documentano la situazione catastale ufficiale alla data di attivazione del vigente Catasto Terreni; il 1° gennaio 1937 è la data in cui ci fu la “Attivazione del nuovo catasto per i Comuni dell’Ufficio distrettuale delle imposte dirette di Alessano” stabilita dal decreto del Ministro per le finanze 17 ottobre 1936 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n.275 del 27 novembre 1936, pagina 3416..

[5] Il negativo originale di questa fotografia aerea del 24 maggio 1943 è conservato presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze.

[6] Il torrino dell’Acquedotto Pugliese a Montesardo è visualizzabile su GoogleMaps al seguente link https://maps.app.goo.gl/1pLV6yWTPfKzcRhM9.

[7] Partendo da Alessano da via Giudecca si imbocca la strada provinciale n.242 per Specchia, si percorrono km 1,4 circa, si svolta a destra in via Vigna La Corte (non asfaltata) e dopo circa 100 metri si svolta di nuovo a destra e la torre colombaia appare alla distanza di circa 70 metri. Nella mappa catastale di Alessano la torre si trova nella particella 137 del foglio 7; le coordinate geografiche 39.902527, 18.321077.

Dialetti salentini: milaffanti, metafora di guerra o di innocenza?

di Armando Polito

L’associazione di particolari piatti a determinate ricorrenze è pratica che le diverse culture hanno messo in atto da tempo immemorabile. La globalizzazione e il consumismo, però, da qualche decennio la stanno cambiando inesorabilmente, e neppure lentamente, sicché fra poco, per fare un esempio, gusteremo in piena estate un dolce che in origine aveva nel periodo del Natale la funzione di deliziare il nostro palato e di evocare nello stesso tempo ricordi e aspettative. Mi pare che oggi qualsiasi legame col tempo che non sia il presente vada cancellato dalla coscienza e pure i piatti tipici di certe ricorrenze sono disponibili in qualsiasi periodo dell’anno, al pari della frutta fuori stagione (quella della natura prima dello stupro umano).

Il piatto nominato nel titolo non si sottrae a questo destino ed è di parziale conforto considerare che il suo consumo anche nelle grandi ricorrenze non era certo appannaggio delle classi meno abbienti, annoverando tale piatto quale ingrediente finale nella sua preparazione il brodo di carne.

Non ho intenzione di continuare nella predica, col rischio di deragliare tra i pandori (prodotto della moderna ignoranza, complice anche la cosiddetta “creatività” dei pubblicitari, accolto a braccia aperte dalla lessicografia attuale1) di personaggi considerati geniali ma che in realtà sono solo furbetti che approfittano della condizione di decerebrazione in atto, e non da oggi, sulla popolazione da parte di chi, per il proprio tornaconto e non per suo conto, gestisce il potere. Passo, perciò, ad altre considerazioni, mi auguro più in linea con le mie competenze che con quelle che possono sembrare elucubrazioni da sociologo della domenica.

preparazione dei milaffanti

 

Milaffanti: se un giorno si scoprisse un’origine araba, non mi meraviglierei più di tanto, essendoci oltretutto, per motivi storici, dei precedenti, tra i quali il salentinissimo cìciri e tria2. Nel frattempo, non mi resta che soffermarmi sul nome in sé.

Comincio col dire che il Rohlfs al lemma millaffanti (varianti registrate: melinfante e mmilleffanti; mancano quella di Nardò, milaffanti e quella di Otranto, cettafanti, ma non è questo il problema) si limita a proporre un confronto col napoletano  millenfante= pastina fine, rinviando a ffanti, dove, dopo aver dato la definizione di specie di pappa di farina, rinvia al punto di partenza.

Prima di continuare, un minimo di onestà intellettuale mi impone di precisare che tutto quello che sto per argomentare sarebbe stato trattato infinitamente meglio se il maestro tedesco avesse avuto a disposizione gli strumenti formidabili, soprattutto digitali, di cui oggi chiunque può fruire, anche se il degrado della scuola e la latitante acribia lo espongono ad ogni passo al rischi di facili entusiasmi e mastodontici abbagli. E proseguo sperando, in questo senso, di cavarmela degnamente.

Così ho potuto rilevare, accanto al napoletano millenfante, i siciliani melifanti e milinfanti3 e il milanese mennafait4. Per quanto riguarda l’etimo, l’unico proposto è quello siciliano di cui do conto nella relativa nota. Esso, però, non mi convince per evidenti ragioni fonetiche, essendo arduo già spiegarsi  il oresunto passaggio da mano a mell/mili. Al di là dei vocabolari citati, in Giuseppe Gioeni, Saggi di etimologie siciliane, Tipografia dello statuto, Palermo, 1885, p. 180, si legge: “Milinfanti, semolino, forse dal greco mylìfatos o milèfatos (μυλήφατος), macinato, tritato, come in italiano chiamasi tritollo il cruschello, o altra cosa tritata”. Anche questa proposta non mi convince, perché è basata sul riferimento di un carattere comune (tutte le farine sono passate dal mulino) ad un prodotto particolare. Ad ogni modo non mi pare secondario il fatto che una indiscutibile affinità fonetica, almeno parziale, collega i nomi con cui lo stesso prodotto è chiamato in altre zone non salentine, quali prima la siciliana e la lombarda, e a Minervino Murge, Trani e Ruvo di Puglia (mbandaridde) e nel Barese mbilèmbande).

E allora?

Molte di queste voci dialettali potrebbero aver trovato una sorta di nobilitazione (ammesso, per assurdo, che il dialetto non possa vantare alto lignaggio) nella deformazione dell’italiano mille fanti, la cui più antica attestazione è in Bartolomeo Scappi (1500-1577), cuoco segreto di papa Pio V, come è ben evidenziato nel frontespizio, che di seguito riproduco insieme col ritratto che è all’interno, della sua opera uscita per i tipi di Tramezzino a Venezia nel 1570.

 

Le pagine (sono numerate come nei manoscritti) 55r-55v contengono i capitoli CLXXI dal titolo Per fare una minestra con fior di farina, e pan grattato, volgarmente detta mille fanti & e CLXXII dal titolo Per far mille fanti di fior di farina per conservarlo.

Trascrivo i due testi per rendere più agevole la lettura e il rlevamento di quelle differenze che molto spesso accompagnano ricette con lo stesso nome.

CAPITOLO CLXXI

Piglinosi oncie dieci di fior di farina, et oncie otto di pan grattato, passato per un foratoro, et mescolinosi insieme con la farina, et con un quarto di pepe pesto, et habbianosi quattro rossi d’uove fresche, battute con un bicchiero di acqua fredda, tinta di zafferano, e stendasi essa farina su la tavola, e sbruffasi con l’uove sbattute, mescolandola leggiermente con li coltelli, overo con una paletta di legno, in modo che tal farina venga in ballottine picciole, et le dette ballottine passinosi in una tortiera per un foratoro, overo crivello leggiermente senza porre la mano nel foratoro, et quelle che da se saranno passate nella tortiera, si poneranno su la cenere calda nel modo che si pongono le torte con il coperchio caldo sopra, et lascinosi stare fibche si asciughino, et non havendo coperchio pongonosi nel forno non troppo caldo, et perche tal compositione sempre sarà humida, aspettisi che siano asciutte però non arse, et dapoi cavinosi dalla tortiera, et mettanosi sopra una tavola, percioche come i detti grani saranno all’aere verranno sodi, et rimettanosi in un foratoro ben netto, o in un setaccio chiaro, et setaccisi fuora il farinaccio, et habbiasi apparecchiato brodo grasso che bolla, et pomganovisi dentro essi mille fanti, ogni libra de quali vuole xsei libre di brodo, et quando saranno cotti, servanosi con casciograttato, et cannella sopra. In questo medesimo modo si potrebbeno cuicere con il latte di capra, o con il butiro, o acqua. Si possomo ancho conservar tre o quattro mesi dapoi che son fatti nella tortiera, ma volendo farne quantità, la parte chè rimasta nel foratoro, o nel crivello riponasi su la tavola, e spolverizzisi di farina, et battasi leggiermente con li coltelli, rivoltandola sotto sopra piu volte fib’a tanto che si vedrà, che sia ben battuta, et dapoi nel passarle per lo foratoro, et nel seccarle tengasi il medesimo ordine che si è detto di sopra.     

CAPITOLO CLXXI

Piglisi fior di farina macinata sotto la luna di Agosto, perche è piu durabile, et la quantità sua secondo se ne vorrà fare, stendasi sopra una tavola grande, et larga, habbiasi acqua tepida, mescolata con sale, et con una scopettina di mellica sbruffisi la farina di tale acqua, rivolgendola con la paletta al modo che s’è fatto de gli altri fin a tanto, che tutta sia convertita in granelli grossi come miglio, et dapoi passinosi essi granelli con il crivello sopra un’altra tavola, et faccianosi seccare al sole, facendosi cosi fin’a tanto che sia consumata tutta la farina, et quando saranno asciutti, si crivelleranno per un foratoro minuto, o setaccio chiaro, accioche se n’esca fuora il farinaccio, et si riporranno su la tavola, et si lascieranno stare per un altro dì nel Sole, et dapoi si conserveranno in sacchetti, o in vasi di legno,per tutto l’anno. E volendone fare minestra, con brodo di carne, et con latte tengasi l’ordine delli soprascritti.

Il mille fanti dello Scappi sembrerebbe non lasciare dubbi: si tratterebbe di una similitudine di natura militare, in cui i minuscoli pezzetti di pasta apparirebbero come tanti  (mille in milaffanti, cento nella variante otrantina cettafanti). Ho usato ben due condizionali perché la sfumatura, per così dire, bellica non mi trova d’accordo. A volte, come nelle persone basta un gesto impercettibile per rivelare un sentimento profondo, per le parole è sufficiente un fonema. Credo che nel nostro caso protagonista sia la consonante f. Nelle varianti salentine riportate compare due volte la sequenza consonantica –ff– (millaffanti, milaffanti e mmileffanti) e una volta –nf– (melinfante), ricorrente anche nella voce napoletana (millenfante); la variante otrantina col suo –f- in questo quadro si mostra come un apax.

Rimane il dilemma: –ff– è frutto di quel raddoppiamento espressivo che, particolarmente nella consonante iniziale (e non è questo il nostro caso) del dialetto salentino, geminazione nella fattispecie dovuta al nome composto, come negli italiani soprattutto, soprammobile, sopraggiungere etc. etc.?; e –nf– è frutto della dissimilazione di un originario –ff-? Siccome non riesco a trovare un solo esempio di questa presunta dissimilazione, sono indotto a pensare che, invece, sia –ff– frutto di assimilazione di un originario –nf– e che i protagonisti della metafora non siano i fanti, ma gli infanti. Queste due voci hanno lo stesso etimo e, in particolare, fante deriva per aferesi da infante, che è dal latino infante(m)=muto, puerile, giovane, composto da in privativo e dal participio presente di fari=parlare. Il fante, soldato a piedi, era in origine al servizio del cavaliere (ma il diminutivo fantino rappresenta una sorta di compromesso tra l’uso del caballo 4e la necessità di non affaticarlo col proprio peso, ragion per cui chi lo cavalca di regola è di bassa statura ), concetto di subalternità presente anche in fantesca, mentre quello di giovane sussiste in fantolino e fanciullo (il prmo diminutivo di diminutivo: fante>fàntolo>fantolino; il secondo, con sostituzione di suffisso, da fancello, a sua volta per sincope da fanticello), oltre che nello spagnolo infante e infanta (titolo spettante agli eredi al trono non diretti e nel francese enfant. Per completare il tutto va detto che pure fantoccio in origine era sinonimo di giovane ragazzo e che in seguito ha assunto la valenza dispregiativa prima parziale a designare il burattino, poi totale quando la metafora ha coinvolto il singolo  adulto e perfino lo stato e il governo.

Il precedente dilemma di natura fonetica si complica ora con risvolti storici non di poco conto in un nodo pressoché inestricabile. Se –nf_ e non –ff– è il nesso consonantico originario, per milaffabti va messo in campo il fante, l’infante o l’enfant,  per cui la similitudine sarebbe guerrafondaia (!) o pacifista (?) pacifista, a seconda che l’immagine evocata sia quella dei soldatini oppure quella dei bambini. In un caso o nell’altro c’è il ricorso al concetto del piccolo, presente anche nel nome di due piatti dolci di questo periodo: purciddhuzzi5 e cartiddhate6.

L’interrogativo, poi, presente fin dal titolo ed evocato dalle due immagini di testa [(milaffanti fatti da mia moglie il 24/12/2023 )/Armata di terracotta (III secolo a. c.)] non è stato sciolto, ma l’angoscia del dubbio sia lenita, almeno parzialmente, da quella di coda (fine fatta dai milaffanti della prima il giorno successivo)!

__________

1 Sul sito dell’Accademi della Crusca (https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/pani-di-natale/1387) si legge: … oggi la lessicografia sincronica è concorde nel considerare il termine declinabile: dunque, pandoro al singolare, pandori al plurale. Un po’ di pazienza: basta che per motivi commerciali da  faccia di bronzo nasca (così come per l’originario pan d’oro) un facciadibronzi perché la materia viva il miracolo della sua moltiplicazione nel complemento che da lei prende il nome). E poi, per violentare pure la creatività, quella vera, di De Andrè, prendiamo Bocca di rosa, trasformiamolo in Boccadirosa e lanciamo con questo nome un profumo; non trascorrerà nemmeno una settimana e nasceranno locuzioni del tipi: ho comprato cinque Boccadirose e nel corso dello stesso anno  la lessicografia registrerà con servile acquiescenza Boccadoro al singolare e Boccadori al plurale …

E io, che pensavo di mettendo a Ferr…agni e fuoco i pandori, sto ancora a Baloccarmi (a questo punto l’iniziale maiuscola è d’obbligo).

2 Vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/18/un-antichissimo-piatto-salentino-ciciri-e-ttria/

3 Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, 1789: “Vedi Cuscusu. P. MS. dice: Insubres menafatti appellant farinae inspersione densam granorum congeriem, quasi manu facta sive coacta” (Gli Insubri chiamano menafatti un insieme di grani di farina denso con lo sparpagliamento, quasi fatto o compresso con la mano).

4 Francsco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, Dalla regia stamperia, Milano, 1841: “La nostra è voce antica che leggesi negli Statuti degli offellatori milanesi, a p. 16″. Offellatori è da offella, diminutivo del latino offa=focaccia, boccone. L’indicazione p. 16 indurrebbe a supporre che si tratti di un testo a stampa (purtroppo finora irreperibile in rete) , abche se è più probabile che si tratti di manoscritto, di reperibilità ancora più difficile.

5 Trascrizione di un inusitato italiano porcellucci, plurale diminutivo del diminutivo di porco (porco>porcello>porcelluccio). Non è necessaria molta fantasia per comprendere la similitudine, anche questa, come la maggioranza, tratta dal mondo animale.

6 Trascrizione di un inusitato italiano cartellate. Qui c’è lo zampino della dominazione spagnola che ci ha lasciato, oltre la pessima abitudine di esagerare nell’esibizione di titoli e di iniziali maiuscole, anche il retaggio di molte parole, tra cui cartiglio, a sua volta da cartiglia, che è dallo spagnolo cartilla, diminutivo del latino carta.

Di due nipoti di Pietro Marti tra Lecce e Manduria: Bodini e Dimitri

di Ermanno Inguscio

 

La preziosa programmazione di un Convegno su Pietro Marti nell’aprile 2023, sapientemente suggerita dalla Presidenza della Società “Dante Alighieri” di Casarano, sotto la guida del prof. Fabio D’Astore, e dalla sezione leccese della Società di Storia Patria per la Puglia, presieduta dal prof. Mario Spedicato, proietta chi scrive in una dimensione di tipo numerologico, situazione facilmente aborrita, perché non di rado scagliata nel mondo della pura casualità. L’ anno di grazia 2023 si colloca a 170 anni dalla nascita di Pietro Luigi Marti (16 giugno 1863) e al 90° di sua morte in Lecce (18 aprile 1933). Ma più importante appare il centenario della sua nota rivista “Fede”, fondata nel 1923 nel capoluogo salentino, un’autentica perla tra la quarantina di pubblicazioni in volume prodotti dal docente-giornalista, notate anche dal grande Carducci su “Nuova Rassegna”[1].

La parabola dell’esperienza d’insegnante di Pietro Marti ebbe inizio nel 1880, nella sua città natale, Ruffano, all’età di 17 anni, come riferito in un  vecchio mio volume, edito da Congedo nel 1999[2]. Egli, conseguito il “patentino” per l’insegnamento nel biennio e poi “la patente” per il ruolo nel triennio finale della Scuola Elementare, venne nominato maestro “rurale”, dall’Amministrazione guidata da Pasquale Leuzzi[3].

Tutto ebbe avvio felice sia per la frequentazione culturale della famiglia Marti nella magione dei Leuzzi sia per la stima di quest’ultimo nei confronti  del vecchio funzionario della pretura ruffanese, Pietro senior, grande mazziniano della prima ora. L’esperienza si concluse nel luglio del 1883, quando il sindaco pro tempore Santaloja[4] sospese Marti dall’incarico e dallo stipendio “per essersi allontanato dalla residenza pria della chiusura delle scuole”.

La questione ebbe strascichi spiacevoli con comunicazioni perentorie da parte del Santaloja, che sostituiva il sindaco Leuzzi e ricorsi sino in Consiglio di Stato ad opera dell’interessato. In verità Marti si era recato a Lecce con alcuni suoi fratelli, alla ricerca di una abitazione, per poi fondare nel 1884 un rinomato Istituto Educativo, frequentato da giovani di ogni classe sociale.

Un riferimento netto venne dato a tale vicenda da Alfredo Calabrese, il 3 dicembre 1990, nel presentare sulla rivista “Lu Lampiune” la Cronologia della Penisola salentina in un manoscritto di Pietro Marti[5]. Testo che ho personalmente visionato nella biblioteca privata del nipote, nell’abitazione dello studioso Elio Dimitri, in Manduria, nella frequentazione di due anni e mezzo in quella città prima della sua scomparsa.

Lo stesso Calabrese annotò che dopo appena due anni di intensa attività didattica del Ginnasio leccese, i fratelli Marti furono costretti a chiudere l’istituzione, nel 1886, perché “caduta sotto dittatura faziosa e violenta”. Ma indiscussa dovette essere la fede dei numerosi fratelli Marti, tra cui Luigi, Antonio e Raffaele[6], tanto da far dichiarare al nostro insegnante Pietro, ma ormai proiettato verso il giornalismo speso in tutta la Puglia, che  La missione della Scuola dev’essere sacra e superiore a tutte le passioni personali e politiche… E’ triste per ogni Paese quell’ora in cui si tenta di propinare il veleno della disistima tra discepoli e maestri.

Parole scritte a Manduria, nel 1922, su un volantino a stampa, dal titolo “Per la verità…”[7] contro la sezione fascista di quel centro che aveva attaccato Marti sul funzionamento della Scuola Tecnica, da lui fondata e diretta in quella città per chiamata del locale sindaco.

Sempre negli anni Venti, più precisamente nel marzo del 1921, oltre all’esperienza dirigenziale in campo scolastico a Manduria, di cui si dirà più diffusamente altrove, abbiamo nota, in una conferenza pronunciata nell’Università popolare di San Severo, riportata nella raccolta di un volume a stampa dal titolo Il Dovere civile e Giuseppe Mazzini[8], di un incarico per Marti a direttore delle Scuole Tecniche “Zannotti”[9] di quella città. Ma non abbiamo rinvenuto altri riscontri in proposito.

Allo scoppio del Primo Conflitto mondiale, dopo l’eccidio di Sarajevo, Marti era nel pieno della sua maturità fisica e intellettuale. A Bari, intanto, il 6 gennaio 1914, gli era nato un nipotino, Vittorio Bodini, che poi finirà col coabitare col nonno sotto lo stesso tetto in Lecce, e che farà con lui utile apprendistato.

Vittorio era figlio di Anita Marti e del padre Benedetto, commissario di pubblica sicurezza nel capoluogo barese. Ma questi, minato da cagionevole salute, era scomparso dopo appena tre anni, lasciando alla giovane moglie l’ineluttabilità di convolare in seconde nozze. Al bambino Vittorio mancò sempre il rapporto con la madre e con i quattro fratelli nati dal patrigno; egli si sentì sempre “leccese” per famiglia e formazione, anzi “idruntino”, come osservato da Armando Audoli[10].  Bodini visse così con il nonno Pietro, come ricordato da Oreste Macrì, la “prima” delle sue sette vite, quella dell’infanzia e dell’adolescenza futurista[11].

Immenso fu l’affetto tra nonno Pietro e il nipote Vittorio; grandissimi i precetti etico-morali instillati nel tuttavia, ribelle nipote. Dodici anni dopo, l’8 luglio 1926, dall’altra figlia di Marti, Emma, era nato a Manduria un altro nipotino, Elio Dimitri, che ho avuto la fortuna di conoscere, due anni prima della sua morte (3 febbraio 2016)[12]. Vittorio Bodini ed Elio Dimitri, due nipoti del giornalista Marti. Il primo studiato nei corsi di Letteratura del Novecento, mai conosciuto di persona; il secondo, conosciuto e frequentato dopo che avevo appreso della sua esistenza a Manduria per il tramite di internet[13].

Studioso insigne di storia locale, che più d’una volta mi fece omaggio di qualche sua pubblicazione, come quel noto “Saggio” del 1962[14]. Spesso mi ricordava che anche il nonno Pietro, a lui bambino, regalava sempre qualche suo scritto, ogni volta che di domenica frequentava a Manduria l’abitazione della figlia Emma. Egli aveva un ricordo nettissimo del nonno e della sua notorietà in tutta la Puglia e nell’intera Penisola. Grande era l’amore del nonno per l’unicità di Terra d’Otranto, per gli studi storico-letterari, per le Belle Arti e per i siti archeologici sparsi per il territorio salentino. Tanto che Dimitri mi confidava come sarebbe calato nella tomba l’amato nonno nell’abitazione leccese di Porta San Biagio, in via G.A. Ferrari: tornato zuppo da una missione archeologica nel brindisino, a Egnazia, perché sorpreso da una pioggia torrenziale, fu colpito da una bronco-polmonite letale, che non gli lasciò scampo.  Grande fu l’amore di tutti i nipoti nei confronti di Marti. Lo stesso Bodini, ricordando il nonno sul Supplemento de “La Voce del Salento” del 18 maggio 1933, così scriveva:

 La sua vita di questi ultimi tempi avrei voluto ricostruirla amorosamente attraverso i miei ricordi densi e vivi attraverso le pagine care de “La Voce”, la sua “Voce del Salento”, ultimo suo giornale e mio primo, attraverso le sue ultime pubblicazioni, tante delle cui pagine mi dettava, con la facilità di chi legge. Se questi suoi anni costituiscono tanta parte della mia giovinezza ,io non posso, no, farne la cronaca, in poche comme…[15].

 Al nipote Bodini, Marti spesso rimarcava: Giornalista, Vittorio, non è solo l’autore dell’articolo, ma chi, trascendendolo, lo annulla per fondersi in una individualità più ampia: Il Giornale. Il grande Bodini aveva frequentato una grande scuola di scrittura e di impensabile capacità creativa.

Per il professore-giornalista Pietro Marti, sempre conscio del valore etico-sociale della cultura, scuola, istruzione e giornalismo costituivano dei grandi pilastri su cui si regge una società moderna, nella quale ciascuno può giocarsi formidabili opportunità di successo personale e di sicure ricadute positive sull’intera collettività. Due personaggi in definitiva, quei due nipoti di Pietro Marti, Vittorio Bodini ed Elio Dimitri, che hanno lasciato traccia, ciascuno nel proprio ambito, nel panorama culturale italiano e persino europeo.

 

Note

[1] Delle qualità scrittorie del giovane Pietro Marti ebbe a scrivere Giosué Carducci alla uscita della pubblicazione del salentino de Origine e Fortuna della Coltura salentina (Lecce, Tip. Coop., 1893), su  “Nuova Rassegna”, con gli elogi del grande Vate, di Ruggero Bonghi e di De Gubernatis.

[2] E. INGUSCIO, La Civica Amministrazione di Ruffano (1861-1999). Profilo Storico, 1999, Congedo Ed. pp. 174-75.

[3] La famiglia Marti a Ruffano frequentava il cenacolo politico-culturale della potente famiglia Leuzzi, come riferito dallo stesso Marti nelle sue “Memorie” a proposito del “Battesimo Tricolore” del piccolo Pietro. Cfr. di P. MARTI, Memorie biografiche, 1933, quaderno ms, archivio privato Dimitri, Manduria.

[4] La spiacevole vicenda tra Marti e il vicesindaco Santaloja s’innescò proprio in concomitanza dell’assenza temporanea da Ruffano del Leuzzi, in buone relazioni con i Marti. Santaloja scaricò il proprio livore contro Marti e il Leuzzi, al quale egli aveva portato via una donna della famiglia, fatto maldigerito dai “galantuomini” Leuzzi. Cfr. in Appendice– Sindaci a Ruffano dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, in E. INGUSCIO, La Civica Amministrazione di Ruffano, cit. p. 211.

[5] A. CALABRESE, Cronologia della Penisola Salentina in un manoscritto di Pietro Marti, in “Lu Lampiune”, Lecce, 3 dicembre 1990.

[6] Sulla frenetica attività culturale dei fratelli Marti si vedano anche di E. INGUSCIO, A Ferrara sulle tracce dei Marti. L’attività culturale nel Polesine di Pietro e Raffaele Marti, in “Il Nostro Giornale”, Supersano, 25 dicembre 2019, a. XLIII , n. 91, pp. 42-43; ed anche in Idem, Di due salentini sul Lago Maggiore a fine Ottocento. Antonio e Luigi Marti, in “Il Nostro Giornale”, Supersano, 5 luglio 2020, a. XLIV, n. 92, pp. 54-55.

[7] P. MARTI, Per la Verità…, Volantino a stampa, archivio privato Dimitri, Manduria, 1922

[8] La fede nel mazzinianesimo era ben radicata in casa Marti, se il padre di Pietro, usciere presso l’allora pretura del mandamento di Ruffano, risultava iscritto a “La Giovine Italia” dai primi tempi della sua creazione. E la radice risorgimentale-ottocentesca del giornalista Marti, farà sempre capolino nei suoi scritti e nelle sue conferenze, tenute in Puglia e in tutta Italia. Nel 1921 Marti, invitato dalla Università popolare di San Severo, aveva parlato de Il Dovere Civile e Giuseppe Mazzini. Il testo della conferenza venne poi pubblicata in quella città, presso la tipografia G. Morrico. Di tanto do nota in “Cronotassi bio-bibliografica di Pietro Marti” (Appendice) nel volume, stampato nel 2013, Pietro Marti (1863-1933. Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, 2013, Nardò, Tip. Biesse, pag. 243.

[9] V. BODINI, In memoria di Pietro Marti. La vita… e l’opera, in Supplemento al n. 11 de “la Voce del Salento”, Lecce, 18 maggio 1933. E’ lo stesso Bodini, che nel ricordare la molteplice attività del nonno Pietro in tutta la Puglia nel ruolo di apprezzato conferenziere, riferisce di un incontro culturale nel foggiano e accenna all’incarico a preside dello stesso nelle Scuole “Zannotti”. L’istituzione scolastica ancora oggi esistente con tale denominazione, risulta però essere un Istituto Comprensivo Statale.

[10] A. LEOGRANDE, Il canto della vita. Riflessioni su Vittorio Bodini, Dimensione Font, 29 novembre 2017.

[11] Cfr. E. INGUSCIO, Pietro Marti (1863-1933. Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, 2013, op. cit., pag. 163.

[12] Al sottoscritto è toccato il triste compito di stendere una nota biografica sul grande Dimitri, studioso scomparso nell’inverno del 2016: E. INGUSCIO,  Elio Dimitri, in Archivio Storico Pugliese, Società Storia Patria per la Puglia-Bari, LXIX (2016), pp. 248-349.

[13] La madre dell’ing. Elio DIMITRI, aveva sposato Paolo, impiegato a Manduria nel ruolo del personale scolastico dell’allora Direzione didattica

[14] Conservo con grande amore una copia autografata, la prima tra i tanti omaggi, dI E. DIMITRI, “Saggio di bibliografia Salentina, Quaderni Bibliografici, n. 1, Manduria, Libreria Messapia Editrice, 1962, pp. 70.

[15] V. BODINI, In memoria di Pietro Marti. La vita… e l’opera, in “Supplemento” a “La Voce del Salento”, Lecce, 18 maggio 1933, n. 11, pag. 1

Un cold case ancora aperto: il giallo dei due ritratti di famiglia a Francavilla Fontana

di Mirko Belfiore

Della raccolta pittorica sei-settecentesca di Casa Imperiali abbiamo già avuto modo di discutere in alcune recenti pubblicazioni:  Gli Imperiali e l’arte. Uno studio sul collezionismo in Terra d’Otranto – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

e

La ritrattistica di Casa Imperiali: Andrea I e Michele III Imperiali – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

due sedi dove si è cercato di approfondire un argomento ancora poco investigato e utile a comprendere il modus operandi che alcuni membri perseguirono nel collezionare opere d’arte.

Le modalità di accaparramento, sviluppate secondo il gusto e gli stili allora in voga, furono pressoché due: attingere dalla grande fucina artistica della Napoli vicereale e borbonica o fare leva sulle maestranze locali, “allevate” all’ombra del mecenatismo di famiglia e inviate nella capitale partenopea a imparare la maniera. Un chiaro elemento ostentativo che nelle province periferiche del Regno di Napoli venne coltivato come simbolo di potere, ricchezza e ovviamente cultura, un processo che ebbe come massimo esempio il collezionismo della corte reale napoletana.

Ciò che vogliamo condividere invece in questo articolo è un’indagine attributiva che si è fatta strada dopo le prime ricognizioni effettuate sui ritratti conservati nel castello di Francavilla e in previsione del futuro progetto di restauro.

Le tele al momento dell’analisi preliminare in vista del futuro restauro (foto Mirko Belfiore)

 

Dopo aver calato dagli infissi i due enormi manufatti (220 cm x 150 cm), i presenti rilevarono fin da subito come il tipo di armatura (lo schema che determina il modo di intrecciarsi dei fili dell’ordito con quelli di trama), la struttura dei telai, la modanatura delle cornici e la tecnica pittorica, nel complesso avessero molti punti in comune. Analizzando più nel dettaglio, si è potuto evidenziare come le due grandi tele dipinte con colori ad olio, risultassero suddivise in quattro scomparti rettangolari realizzati in tessuto di juta e cuciti lungo il lato verticale (quattro su quattro) o orizzontale (due su quattro), una tecnica già in uso nelle botteghe della prima metà del 700’, in particolare per i ritratti di grandi dimensioni. Entrambe le superfici pittoriche risultavano inchiodate su un telaio ligneo fisso di tipo semplice provvisto di listelli di rinforzo agli angoli, che insieme alla cornice di colore marrone e dettagli in simil oro (pesantemente ridipinta e rattoppata in alcune parti), rimandavano a una tipologia realizzativa di matrice ottocentesca, che per motivi di gusto o necessità prese il posto dell’intelaiatura originale sicuramente più raffinata.

Particolare del telaio in legno, della cornice e della trama delle tele (foto Mirko Belfiore)

 

Alla luce di tutto questo e ricordando di come la tradizione storiografica giunta a noi ritenga ancora oggi le due tele riconducibili ai feudatari Andrea I e Michele III (quarto e quinto feudatario di Francavilla), l’insieme di alcuni elementi che adesso andremo ad approfondire, concorrono a far emergere alcuni interrogativi, mettendo in discussione una delle due attribuzioni.

Ritratto di Michele III Imperiali (Anonimo, prima metà del XVIII secolo, olio su tela, Francavilla F., castello Imperiali) (foto Mirko Belfiore)

 

Biografia e Iconografia

Se per la tela raffigurante il principe Michele III (1673-1738) sono molti gli indizi iconografici che ne confermano l’attribuzione (primo elemento): il contesto raffigurativo che evidenzia lo status sociale (l’abbigliamento ricco e sfarzoso degli incarichi che lo stesso assunse in vita presso la corte borbonica: Consigliere di Stato, Gran Camerario del Regno, Grandeza de Espagna e Gentiluomo di Camera d’entrata), la forza economica raggiunta dalla famiglia (messa in luce dagli arredi e dall’ambiente aristocratico) e l’innegabile verosimiglianza con gli attuali eredi, per il secondo ritratto raffigurante il nobiluomo ben vestito si aprono gli interrogativi di cui parlavamo prima. La tradizione lo indica come Andrea I, secondo Principe di Francavilla e padre di Michele III, il quale visse fra il 1647 e il 1678 e morì quando il figlio aveva solo cinque anni (secondo elemento). Il personaggio viene rappresentato come un giovane facoltoso, inserito in una complessa ambientazione da cui lo stesso emerge grazie alle luminose nuances del guardaroba, principale evidenza che ne attesta un certo rango. L’indumento in questione prende il nome di velada o giustacuore (terzo elemento) e divenne diffusissimo in Francia verso la fine del Seicento. Successivamente prese piede in tutta la Penisola italiana, da Venezia a Palermo, quando patrizi e borghesi cominciarono a rivaleggiare per farsi realizzare un abito di seta o di velluto dalle precise caratteristiche: aperto sul davanti con ampi bordi e maniche rivoltate, grandi tasche laterali finemente ricamate e slanciato fino all’altezza del ginocchio. In questo lavoro di sartoria, come in molti altri, i maestri del cucito dell’epoca poterono dare sfogo alla loro fantasia, impreziosendone i ricami con cristalli intagliati a imitazione delle pietre preziose o aggiungendo file di bottoni in oro, argento, acciaio brunito o porcellana policroma decorata con fiori o emblema. Il tutto veniva adagiato su una camicia di lino e una camisiola (farsetto di broccato d’oro, d’argento, seta o arabeschi), a cui si aggiungeva uno jabot di pizzo, delle brache (in casimir o nankin) indossate sopra calze bianche di seta, un tabarro (utilizzato solo nei mesi più freddi), scarpe con fibbie e infine un ampio tricorno. Insomma, parliamo di un secolo dove i toni scuri e austeri della moda “alla spagnola” furono sostituiti dai colori accesi e rococò degli habit à la française: il Settecento (quarto elemento).

Ma chi è quindi il secondo uomo (o adolescente) raffigurato?

Se partiamo dal presupposto che sia stato Michele III a commissionare i due dipinti, da questo momento in poi e tenendo presente i quattro elementi di riflessione pocanzi elencati (le conferme iconografiche sul dipinto di Michele III, la giovane età di quest’ultimo alla morte del padre, l’abbigliamento e il Settecento), possiamo ragionare sulle tre diverse ipotesi che emergono dall’incrocio dei dati biografici in nostro possesso, utili a permetterci di provare in via preliminare a dare un volto all’uomo (o all’adolescente) raffigurato nel secondo ritratto incriminato.

Ritratto di Andrea I Imperiali? (Anonimo, prima metà del XVIII secolo, olio su tela, Francavilla F., castello Imperiali) (foto Mirko Belfiore)

 

Ipotesi uno: Andrea I

Michele III fa raffigurare il padre Andrea I (come tradizione vuole).

Quest’ultimo in vita fu un grande benefattore, ma di lui sappiamo veramente poco. Se proviamo a considerare il fatto che il figlio primogenito Michele III abbia voluto omaggiarlo postumo con un abbigliamento settecentesco (anche se Andrea I visse nel secolo precedente), dobbiamo però ammettere che forti sono i dubbi che emergono nell’osservare i lineamenti molto giovanili del soggetto in questione. Difficilmente si poteva pensare di esaltare un avo defunto e di tale importanza raffigurandolo con i tratti di una figura imberbe, contando poi che Andrea I morì a 34 anni, un’età se vogliamo “vegliarda” per quelle che erano le aspettative di vita dell’epoca. Da non escludere a priori, il fatto che fra le proprietà della famiglia ci potesse essere un dipinto di Andrea I fatto realizzato dallo stesso in vita e poi ereditato dai figli, ma di cui fino ad ora non esistono testimonianze di nessun genere.

Un esempio di abito alla francese nel ritratto di Jeronimus Tonneman e figlio (C. Troost, 1736, olio su tela Dublino, Galleria Nazione d’Irlanda).

 

Ipotesi due: Andrea II

Nel ritratto non è raffigurato Andrea I, ma il figlio di Michele Andrea II.

Egli visse fra il 1697 e il 1734 ed ebbe con il padre un rapporto molto burrascoso a causa di due caratteri posti agli estremi. Il primo era austero, iracondo e rigido in quelli che erano i doveri verso l’antica stirpe di cui portava fieramente il nome, mentre per il secondo tutto questo era superfluo, avendo un carattere sensibile e aperto al dialogo, qualità che gli valsero fra le altre cose il rispetto dei suoi sudditi. Se da una parte Andrea cedette nell’accettare le nozze imposte dal padre con la principessa Anna Caracciolo (da cui nacque il 7 luglio del 1719 l’amato erede Michele IV), dall’altra parte fece di tutto per fuggire dalla vita di corte, rifugiandosi a Torino in compagnia della moglie fino alla fine dei suoi giorni.

Particolare del giovane gentiluomo.

 

Ipotesi tre: Michele IV

Perché non pensare che il giovane “adolescente” abbigliato alla francese possa essere invece il caro nipote Michele IV (1719-1782)?

Dopo l’uscita di scena del figlio Andrea II, per Michele III l’erede designato e unica grande speranza per il futuro della dinastia in Terra d’Otranto divenne proprio il nipote prediletto, il quale crebbe come successore delle enormi proprietà quanto del forte sentimento di lignaggio che tanto premeva l’illustre capostipite. Lo stesso Michelino una volta prese le redini feudali fece di tutto per non disattendere le aspettative, aumentando il prestigio della famiglia presso la corte borbonica a Napoli.

Immagine in bianco e nero di un ritratto di Michele IV Imperiali (Anonimo, XVIII secolo, olio su tela, trafugato).

 

Particolare dell’orologio con quadrante sorretto da una coppia di figure antropomorfe.

 

In conclusione e rifuggendo dalla fantomatica e quanto mai inutile “leggenda” del fantasma nel castello, perché non pensare invece che il bellissimo orologio meccanico sorretto da una coppia di figure antropomorfe, che fa bella mostra di sé alla destra della giovane figura, possa essere un chiaro riferimento al tempo che scorre e alla sua ineluttabilità, un passaggio di consegne fra nipote e antenato, entrambi coinvolti nell’impegnativo governo di uno dei feudi fra i più estesi e influenti del Meridione, una vita spesa fra mille onori e oneri.

A voi la riflessione finale per quello che potremmo definire un cold case “senza vittime”, che potrà trovare soluzione grazie a questo attesissimo restauro, che ci auguriamo venga messo in opera il prima possibile dopo anni di progettazioni e viste le precarie condizioni dei due manufatti; un’operazione che avrà il suo massimo compimento con l’attivazione del laboratorio di restauro allestito in quel palazzo che fu il primo palcoscenico della genesi realizzativa delle due opere d’arte. Attendiamo fiduciosi e consci di come tutto ciò possa scrivere una nuova pagina sul patrimonio pittorico diffuso e a volte troppo nascosto della nostra amata Francavilla: in questo caso e ancora una volta la città degli Imperiali.

Un sentito ringraziamento allo studioso Giorgio Martucci, il quale con il suo lavoro di catalogazione delle opere d’arte francavillesi presente sulla rivista Italia Nostra, sezione messapia, ha ispirato quest’articolo.

 

BIBLIOGRAFIA

Balestra D., Gli Imperiali di Francavilla. Ascesa di una famiglia genovese in età moderna, Edipuglia, Bari 2017.

Basile V., Gli Imperiali in terra d’Otranto. Architettura e trasformazione urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Congedo editore, Galatina 2008.

Abbate F., Storia dell’arte nell’Italia meridionale, Donzelli editore, Roma 2002.

Vassaurd M. , La vie quotidienne en Italie au XVIII° siècle (La vita quotidiana in Italia nel Settecento), trad. di Maura Pizzorno per Fabbri editori, Bergamo 1998.

Cassiano A., Note sul collezionismo, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, collana “il Barocco in Italia”, De Luca editori d’Arte, Roma 1995.

Poso R., F. Clavica, Francavilla Fontana. Architettura e Immagini, Congedo editore, Galatina 1990.

Paone M., Inventari dei Palazzi del Principato di Francavilla (1735), Ed. Tipografica, Bari 1987.

Pasculli Ferrara M., Arte napoletana in Puglia dal XVI al XVIII secolo, Schena editore, Fasano 1983.

Galasso G., Puglia tra provincializzazione e modernità (sec. XVI-XVIII), in “La Puglia tra barocco e rococò”, Electa, Milano 1982.

Palumbo P., Storia di Francavilla Fontana, Lecce 1869, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Bari 1901.

Lecce: il giallo del Castello di S. Cataldo

di Armando Polito

Chi si attende una storia di fantasmi e simili, magari con contorno di  fattucchiere, magiche pozioni e sangue umano e non a volontà è solo un allocco che si è lasciato incantare dal titolo e probabilmente non proseguirà nella lettura. Per tutti gli altri preciso che il colore nominato nel titolo riguarda solo la fine che fece il castello del quale mi sono già occupato per altri motivi1.

Riproduco dal secondo link indicato in nota quella che probabilmente è l’immagine più antica (seconda metà del XV secolo) del nostro castello.

 

Rimane, tuttavia, incerta la sua data di nascita, proprio come quella della sua morte, che è il giallo di cui sopra. Già qualche anno fa, nel post segnalato col primo link in nota 1, avevo riportato che in Mariangela Sammarco, Silvia Marchi e Stefano Margiotta, Tra terra e mare: ricerche lungo la costa di S. Cataldo (Lecce)1,  in Rivista di topografia antica diretta da Giovanni Uggeri, XXII, Congedo, 2012, nella nota 61 di p. 128 si legge: distrutta da una mina inglese agli inizi del XIX secolo.

Tale informazione, però, aggiungo oggi, era già comparsa, con le stesse parole e virgole, in Rita Auriemma, Salentum a salo: porti, approdi, rotte e scambi lungo la costa adriatica del Salento, Congedso, Galatina, 2001, p. 156.

Andando, poi, a ritroso nella clonazione (altrimenti non so definirla), si giunge a quello che sembra essere l’originale , che, sempre nella forma già riportata, è in Francesco D’Andria, Lecce romana e il suo teatro, Congedo, Galatina, 1999, p. 119.

Ad ogni buon conto, ed è questa la cosa più eclatante, considerando lo spessore degli autori citati, senza ombrta di fonte.

Noto preliminarmente che il toponimo, unito ad un simbolo inequivocabile,  risulta presente nel foglio 31 dell’Atlante Geografico del Regno di Napoli di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni pubblicato a Napoli dal 1808.

 

E le carte successive? Debbo ad un competente ed assiduo frequentatore di questo blog, che nei suoi gratificanti commenti si firma DrAnvilon, la volontà di approfondire la questione, grazie ad una mappa (Terra d’Otranto, Napoli, 1851 Eseguita sotto la direzione dell’autore B. Marzolla), della quale qualche giorno prima mi aveva fatto pervenire un ritaglio, del quale l’immagine che di seguito riproduco è un dettaglio, pensanco che potesse tornarmi utile per qualche eventuale post di interesse storico-geografico.  E questa è la prima occasione che mi si è presentata. Dal dettaglio si direbbe che alla data del 1851 il castello fosse ancora in piedi.

 

Non è finita, perché in un’altra carta, reperita in rete, dello stesso autore e datata 1859, dalla quale ho tratto il dettaglio che segue, nulla, in riferimento all’oggetto di questa indagine, appare cambiato.

 

Antonio Rizzi Zannoni e Benedetto Mazzolla furono cartografi ufficialmente al servizio del regno e, se per il la carta del primo la data del 1808 attribuita per prudenza al foglio risulta compatibile col  citato distrutta da una mina inglese agli inizi del XIX secolo, lo stesso non può certamente dirsi per le date delle due carte del Mazzolla. Mi pare poco probabile, anche perché non si tratta di mappe storiche che Castello S. Cataldo stia ad indicare solo un mucchio di rovine o che Castello sia da intendersi come Faro, ipotesi, questa, inaccettabile se si pensa che l’attuale faro alla data del 1865 era ancora allo stadio progettuale. E così il giallo del titolo per la soluzione attende un investigatore che non sia quella schiappa del sottoscritto.

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https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

Libri| Statuari, cartapistari e bellisanti

 

Non città santa ma certo popolata da santi, una sorta di Paradiso in terra dove sempre più di sovente era possibile incontrare, appena svoltato l’angolo e come in dialogo tra loro, angeli, santi, madonne. Una folla di immagini tridimensionali prodotte in operose botteghe della cartapesta, con decine e decine di lavoranti, ognuno con la propria specializzazione, e che, nel buio degli interni, sembravano statue d’improvviso animatesi… Così doveva apparire Lecce, “Paradis du rococo” tra Otto e Novecento, a quanti si addentravano nell’ inestricabile groviglio di corti, vicoli, slarghi, piazze.

Fu la cartapesta a rinnovare i fasti della Lecce barocca, riverberandone la notorietà ben oltre i confini europei…
Dopo la piena rivalutazione della scultura in legno tocca ora alla statuaria in cartapesta uscire dall’ invisibilità cui era stata condannata dal silenzio della critica….e accanto alle opere di celebrati autori quali Maccagnani, Manzo, De Lucrezi, Flora, De Pascalis, Caretta, per non citare che alcuni, focalizzare l’ attenzione su nomi poco noti se non del tutto sconosciuti…

Accantonate le semplicistiche pretese di una origine tutta salentina…va senza dubbio individuato in Napoli il ” referente artistico”, la culla della cartapesta che si diffuse nel nostro Sud.
È questo il percorso di un libro che, senza la pretesa dell’ esaustività, intende raccontare, anche con un apparato di immagini di grande impatto, opere, artisti, botteghe. Con uno sguardo anche alle realtà non solo leccesi. È il caso di Molfetta dove la cartapesta assunse forma del tutto autonoma e originale attestandosi su livelli qualitativi e interpretativi di grande rilievo, negli ateliers di Cifariello, Fornari, Binetti; infine del grande scultore temporaneamente ‘prestato’ alla plastica cartacea, nella quale eccelse, Giulio Cozzoli… La produzione nella cittadina adriatica, se mai raggiunse la notorietà di quella “leccese”, pure la surclassò da potersi ben aggettivarsi quale “cartapesta molfettese”…
Ultimata la stampa… A metà gennaio la presentazione del volume,

 

Due preziosi antichi dipinti per il patrimonio di Specchia

di Marcello Gaballo e Giovanni Perdicchia

È recente notizia che il Comune di Specchia ha acquisito due importanti opere pittoriche provenienti dalla collezione dei conti Risolo di Specchia, un tempo esposte nella pregevole quadreria del palazzo marchesale già castello baronale.

Questo grazie all’iniziativa del prof. Giovanni Perdicchia, che per diversi anni ha lavorato alla riscoperta della storia del castello e delle opere artistiche che si trovavano al suo interno, accertando anche l’esistenza della collezione. Dopo il sopralluogo, con la mediazione del professore e con il fondamentale apporto di Stefano Tanisi, si è avuta la possibilità di riportare nel palazzo due delle opere individuate tra le numerose tele che per decenni erano state spostate dal sito originario. Il trasferimento avvenne in un’abitazione privata da parte degli eredi della famiglia che, per il ramo di Specchia, si è estinta nei primi anni ‘80 del secolo scorso con la scomparsa di Gioacchino Risolo e per ultima di Gisella Risolo (+1984).

veduta dall’alto di Specchia (tutte le foto, se non diversmanete specificato, sono di Giovanni Perdicchia)

 

Sempre Specchia, vista dall’alto

 

Ad oggi la consistenza della raccolta originaria, che era esposta in almeno tre dei saloni del palazzo, è impossibile a quantificarsi, non essendosi rinvenuto alcun inventario dei beni mobili, che sicuramente doveva esistere prima dei passaggi di proprietà tra le diverse famiglie che nei secoli si sono succedute.

Si è propensi a credere che la quadreria non sia stata formata dai Risolo, che a Specchia dimorarono solo dal 1810 con Domenico, trattandosi di una raccolta assai vetusta e comprendente opere di elevata qualità che, sulla base delle testimonianze raccolte, risalgono prevalentemente al periodo compreso tra XVII e XVIII secolo.

Più facile pensare ad un nucleo originario voluto dal potente e colto Andrea Gonzaga, che nel 1567 divenne primo marchese di questa Terra, e che vi abitò con la sua corte facendo di Specchia il centro del suo Stato.

La raccolta forse fu poi accresciuta dal nipote Ferrante II, che nel 1589 vendette l’immobile e quanto in esso presente al conte di Lavello Ettore Brayda, che acquisì anche il titolo di marchese di Specchia.

Non è da escludere che nuove acquisizioni furono fatte da Ottavio Trane, IV marchese, cresciuto con il padre alla corte dei Gonzaga, che nel 1599 acquistò dal Brayda il marchesato di Specchia, comprendente anche i feudi di Tiggiano, Montesano e Melissano. Fu Ottavio ad ingrandire il castello con il suo pregevole portale in bugnato, esteso per circa 2500 metri quadrati, con oltre cento stanze, molte delle quali adornate di opere di gran pregio.

Palazzo Protonobilissimo Risolo a Specchia

 

Palazzo Protonobilissimo Risolo a Specchia

 

portale di accesso al Palazzo marchesale

 

Probabilmente contribuì ad accrescere la quadreria sua figlia Margherita (1612-1704), che nel 1633 era andata in sposa a Desiderio Protonobilissimo, barone e poi principe di Muro Leccese. Dai due il palazzo e quanto vi era in esso conservato passò ai figli ed eredi, dei quali ultimo esponente fu Giovan Battista IV, che morì senza eredi nel 1774.

La mancanza di documenti impedisce di formulare certezze sulla consistenza della raccolta, che nel tempo divenne assai pregevole, sulla base di alcune testimonianze raccolte.

In queste stanze, come annotò nel 1888 Cosimo De Giorgi, si ritrovavano dipinti dallo stesso attribuiti ad Annibale Carracci, Giorgio Vasari, Luca Giordano, Aniello Falcone, Cristiano Bader, Francesco Solimena, Paolo De Matteis, Bartolomeo Schedoni, Domenico Brandi: “Questo castello che fronteggia la piazza principale del paese e domina la campagna sottostante dalla parte di oriente, appartiene oggi ai signori Risolo […] però non è più un castello feudale ma un palazzo abitato da gentilissimi signori […] Entriamo ora nel palazzo Marchesale e diamo uno sguardo alla pinacoteca alquanto pregevole”.

Marti invece ne fece menzione nel 1932, limitandosi a scrivere che “nel Castello Palazzo […] si conservano molti quadri di vera importanza artistica”.

La scarsità di notizie sulla consistenza delle opere in esso presenti non aiuta a confermare il giudizio dei due studiosi appena menzionati. Tuttavia, conoscendo le capacità e la fondatezza dei loro studi, non vi è motivo di dubitare che si trattasse di una raccolta notevole, considerato anche il rango e la sensibilità dei possessori e dei loro avi.

Da questa raccolta dunque provengono le tele acquisite poche settimane fa dal Comune di Specchia. Si tratta di due grandi dipinti ad olio su tela, sufficienti a dare un’idea dell’originaria collezione.

Entrambe ritraggono scene trattedalla Bibbia e documentano come i soggetti siano trattati con dettaglio e consapevolezza della narrazione.

Gesù che scaccia i mercanti dal tempio (ph Stefano Tanisi)

 

La prima tela raffigura Gesù che scaccia i mercanti dal tempio (227×168 cm), la seconda Mosè ed il ritorno delle spie (145×196 cm).

Mosè ed il ritorno delle spie, la seconda tela acquisita (ph Stefano Tanisi)

 

Purtroppo i numerosi guasti e perdite di colore impediscono una attenta lettura delle due pregevoli opere.

Sarà dunque l’indispensabile restauro a svelarci quanto ancora non si riesce a leggere e che potrebbe aprire importanti sviluppi nella storia del collezionismo salentino e italiano.

Libri| Un genovese a Gallipoli. La visita pastorale di mons. Pelegro Cibo (1564 – 1567)

 

di Bruno Pellegrino*

 

A mezzo secolo e più dalla fondazione, la Società storica di Terra d’Otranto accoglie nella collana Fonti e Documenti la pubblicazione degli Atti della Visita pastorale del vescovo di Gallipoli Pelegro Cibo, condotta negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio di Trento. Al testo latino, edito con ogni accorgimento filologico e accompagnato dall’utile traduzione a fronte in lingua italiana, Elio Pindinelli premette un denso profilo biografico di mons. Cibo al quale non può non rivolgersi subito l’attenzione del lettore richiamata da titoli come Pelegro Cibo e il mistero della sua morte e La Famiglia Torriglia.

Attraverso una scrupolosa esplorazione di fonti individuate in biblioteche ed archivi pubblici e privati, dalla Città del Vaticano a Genova, da Napoli a Bergamo e Milano, oltre, naturalmente, l’Archivio della curia vescovile di Gallipoli e la Biblioteca del Comune di Gallipoli, della interessante personalità del “genovese a Gallipoli” vengono ricostruiti i movimenti concreti nel corso dell’attività pastorale nella sede affidatagli e vengono percorsi gli importanti precedenti passaggi legati, in un orizzonte di ampissime dimensioni, al processo delle nomine dei vescovi decise in un campo in cui si muove la grande politica imperiale spagnola e la crescente forza economica e finanziaria delle classi egemoni della Repubblica di Genova, dalle quali il vescovo proveniva.

La visita pastorale – è noto – risale ai tempi apostolici ed è del VI secolo la sua presenza quale istituto giuridico nel concilio provinciale di Tarragona del 516, radicata in una pratica ormai consuetudinaria in Italia e da quell’anno in via di consolidamento e diffusione specialmente sotto il pontificato di Gregorio Magno toccando ormai anche la Francia. Dal Decretum di Graziano (1150 circa) in poi si entra nelle compilazioni autentiche, delle quali si hanno attestazioni in alcune diocesi della penisola a partire dal XIII secolo, per diventare un po’ più diffuse nel XIV e più frequenti nel XV, fino a giungere alla decretazione tridentina che va a ricadere su una nuova sensibilità episcopale e sulle esigenze di riforma della chiesa sancite nei canoni del Concilio.

Seguendo questa linea mons. Cibo decreta di iniziare la visita personale e locale per il 2 maggio 1564, “con l’obiettivo dichiarato -annota Pindinelli- di agire per la riforma dei presbiteri, del clero, dei benefici e delle cappellanie, e così per essere informati della loro vita, dei costumi e dell’onestà nonché nel modo in cui sono gestiti e curati da loro i servizi ecclesiastici e i benefici”. Avvertendo che in conseguenza avrebbe corretto e sanzionato gli ignoranti e i negligenti, mentre avrebbe elogiato e promosso coloro che avesse trovato adeguati esperti della vita, onesti, diligenti, degni di lode nel Signore.

L’importanza della documentazione presente negli atti delle visite pastorali ha fatto si che la storiografia tout court, non solo quella specificamente dedita alla storia religiosa, ma quella interessata a ricostruire a tutto tondo la storia della società nella complessità dei vari aspetti, da quello economico a quello demografico, dalla produzione culturale a quella artistica, dalla mentalità alle caratteristiche etnologiche, ha potuto registrare la costituzione di veri e propri centri di ricerca specificamente dedicati proprio alla pubblicazione di questa fonte, per tanti aspetti preziosa.

Del percorso compiuto dagli storici e dai ricercatori attenti a questa fonte già nel 1985 facevano un bilancio Umberto Mazzone e Angelo Turchini pubblicando presso il Mulino Le visite pastorali. Analisi di una fonte, cui fece seguito un fondamentale seminario tenutosi a Trento nell’ottobre 1993 Visite pastorali ed elaborazione dei dati. Esperienze e metodi, i cui atti, curati ancora presso la casa editrice il Mulino da Cecilia Nubola e Angelo Turchini, raccoglievano le esperienze realizzate in materia, anche in dialogo con altre esperienze europee, dal Trentino alla Sicilia, dal Piemonte al Veneto.

In particolare, proprio nel Veneto a Vicenza, nel 1975 era stato fondato “l’Istituto per le Ricerche di Storia Sociale e Religiosa” come prosecuzione e sviluppo del “Centro studi per le fonti della storia della Chiesa nel Veneto”, sorto a Padova nel 1966 presso l’Archivio di Stato, con lo scopo di registrare le visite pastorali dei vescovi veneti, le cui edizioni cominciarono ad apparire in apposita collana fondata da Gabriele De Rosa presso le romane Edizioni di Storia e Letteratura. Mi fu dato di recensirne in “Quaderni storici” del 1970 i primi volumi dedicati alla diocesi di Treviso e di avvicinarmi con sempre maggiore attenzione alle sollecitazioni metodologiche provenienti dal fondamentale Vescovi popolo e magia nel Sud, che nel 1971 lo stesso Gabriele Dc Rosa aveva dedicato alla storia sociale e religiosa delle regioni meridionali italaliane, volume nel quale campeggiava il saggio Problemi religiosi della società meridionale nel Settecento attraverso le visite pastorali di Angelo Anzani.

Già dallo stesso anno 1971, giovane docente nell’ateneo salentino, ritenni mio dovere prestare attenzione all’importante fonte assegnando delle tesi di laurea e coltivando il conseguente necessario dialogo con i responsabili degli archivi delle dieci diocesi facenti parte dell’antica Provincia di Terra d’Otranto, dalla cui unanime disponibilità ottenni che venissero pubblicati nel 1984, nel volume collettaneo Terra d’Otranto in età modema. Fonti e ricerche per la storia religiosa e sociale di Terra d’Otranto, gli inventari sommari degli archivi vescovili ed arcivescovili compresi nei confini nelle tre province ecclesiastiche di Otranto, Brindisi e Taranto.

Ne furono autori ecclesiastici e studiosi illustri da Vittorio Boccadamo (Otranto) a Raffaele De Simone (Lecce), da Vittorio Luigi Piccinno (Gallipoli) a Emilio Mazzarella (Nardò), da Salvatore Palese (Ugento) a Rosario Jurlaro (Brindisi), da Luigi Roma (Ostuni) ad Emanuele Tagliente (Taranto), da Luigi Benvenuto (Oria) a Cosimo Damiano Fonseca (Castellaneta), in quell’anno – 1984 – Magnifico Rettore dell’Università della Basilicata. Fa piacere ricordare che a quella divulgazione delle disponibilità archivistiche seguì, nel 1990, il volume di Vittorio Boccadamo, Terra d’Otranto nel Cinquecento. La visita pastorale dell’achidiocesi di Otranto del 1522.

Comparendo nel citato Terra d’Otranto del 1984, tra le fonti diverse, gli elenchi delle visite pastorali presenti nei singoli archivi, nelle pagine dedicate a Gallipoli, curate da don Vittorio Luigi Piccinno, l’elenco veniva inaugurato dalla visita pastorale di Giovanni Montoya de Cardona del 1660.

Nessuna notizia dunque della visita di mons. Cibo, i cui atti vengono qui pubblicati da Elio Pindinelli, che ha il grande merito di non essersi arreso all’iniziale presa d’atto che la visita risultasse dispersa già alla fine degli anni ’50 del ‘900 e di essersi adoperato a localizzare con esperta e intelligente azione investigativa varie trascrizioni fatte dal canonico Vincenzo Liaci con la collaborazione del canonico Sebastiano Verona giungendo, con un’attenta opera critica di collazione dei vari testi, all’edizione della quale qui il lettore può disporre col valore aggiunto della traduzione a fronte, e dell’apparato documentario inedito relativo alla diocesi e al vescovo Cibo trascritto in appendice.

Ad impreziosire l’opera l’indice analitico di tutte le Chiese e cappelle contenute nella visita e l’indice dei nomi, luoghi e toponimi, che è uno strumento utilissimo per chi persegue gli studi storici.

 

* Professore Emerito di Storia Moderna

Elio Pindinelli, Un genovese a Gallipoli. La visita pastorale di mons. Pelegro Cibo (1564–1567), Società Storica di Terra d’Otranto, Collana “Fonti e Documenti”, pp. 230, in ottavo, con illustraz., stampato da CMYK, Alezio 2023.

 

“Storia del Grande Salento”: passione, sintesi, prospettiva e identità nel libro di Lino De Matteis

di Antonio Errico

 

S’inizia da lontano: da quegli esseri umani che abitavano la penisola salentina prima dei Messapi. Si arriva ai giorni che attraversiamo; anzi, a quelli che attraverseremo. Perché il Grande Salento di cui parla Lino De Matteis nel suo saggio, è un progetto di crescita, una realtà e una condizione storica e geografica e antropologica che si costituisce e si elabora costantemente in relazione a quelle che sono le connotazioni di civiltà delle sue tre province.

Il Grande Salento è una prospettiva. È un’espressione di sintesi, dice Lino De Matteis, che prendendo atto della storia, la ripropone in chiave moderna, rispettosa delle nuove identità provinciali. È una sintesi che alla sua radice, come motivo e come movente, trova una passione per questa terra, una passione e un amore per questa Terra, dice Adelmo Gaetani in una delle introduzioni che corredano il lavoro.

Per De Matteis l’indagine storica si combina con la dimensione emozionale che il rigore del metodo poi controlla e in qualche caso neutralizza. “Storia del Grande Salento” (Edizioni Grifo), è un libro fatto di stratificazioni. Serve a farci comprendere o a farci ricordare, da dove veniamo e quali strade abbiamo percorso, dice Giacinto Urso. Veniamo da un mondo antico e allora è in quel mondo che ruotava attorno alla Terra d’Otranto che, per Fabio Caffio, De Matteis rintraccia il fattore aggregante.

Il libro ribadisce che il passato del Salento è composito, complesso, connotato da una fisionomia meticcia, da elementi ibridi, da una rete di interferenze, da una stratificazione di incognite e di storie in qualche caso ancora non concluse. Dalle contrade del Salento è passata gente d’ogni razza; ha lasciato tombe, parole, misteri, mestieri, piante, riti, poesia, cattedrali, dolmen, menhir. Come ogni passato non è mai incoerente. Ogni fatto ha le sue cause e ogni causa ha le sue ragioni: comprensibili o incomprensibili. Poi il fatto produce un effetto che può essere accettato o rifiutato, condiviso o contrastato. Ma non è mai incoerente.

In ogni espressione di stagione nuova, nella elaborazione di un nuovo pensiero, nelle mutazioni antropologiche che vive, nelle transizioni delle sue culture, nella progettazione del futuro, il Salento si ritrova a confrontarsi con quello che è stato, con la sua storia e la sua tradizione, con i suoi rituali e la sua letteratura, con la genialità e la depressione, con le accademie di monaci sapientissimi e il morso meschino della tarantola, con l’incantesimo delle chiese bizantine e la fatica che la terra ha preteso ma anche con l’abbandono che poi la stessa terra ha subito. Con tutto. Consapevolmente o inconsapevolmente. Ma con l’esclusione assoluta di qualsiasi indifferenza.

De Matteis sa perfettamente che senza una comprensione del passato, senza un recupero originario, del lievito della civiltà, non ci può essere consapevolezza del presente, non ci può essere costruzione del futuro. Alla storia De Matteis attribuisce una valenza fondamentale; al futuro attribuisce una valenza essenziale. La storia è un patrimonio; il futuro una necessità. In questo tempo forse più che in ogni altro tempo. La complessità della globalizzazione impone sinergie per affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita, sostiene Gianfranco Perri.

Il Grande Salento è un’idea sulla quale convergono opinioni diverse, alle volte anche contrastanti, diverse visioni e interpretazioni delle circostanze storiche che hanno determinato l’attuale paesaggio culturale e che delineano un orizzonte di senso. Ma indipendentemente dalla diversa provenienza delle opinioni e anche indipendentemente dalle configurazioni culturali che esse sviluppano, quello che più di ogni altra cosa assume ragione, è il sentimento di appartenenza a questa terra.

Presepi a Casarano

di Fabio Cavallo

Natale, tempo di attesa e di preparazione… attesa per la nascita del Bambin Gesù e preparazione spirituale per la solennità del Natale.

E’ anche tempo di preparazione materiale durante il quale ogni famiglia, ogni comunità si affretta a realizzare addobbi, alberi luminosi, ricette tipiche e, soprattutto, allestire il presepe, simbolo per eccellenza di questa festa religiosa. Nelle nostre comunità, parrocchiali e confraternali, l’organizzazione del presepe rappresenta una sorta di “rituale” aggregativo che, per l’occasione, mette insieme un folto gruppo di persone – tra le più disparate – intente a dar vita alla rappresentazione della Natività, senza alcuna pretesa, consapevoli di tramandare una bella e solida tradizione cristiana. Ed ecco che ci si imbatte in colui che sa modellare la carta roccia, in quello abile a sistemare le lampadine, al falegname, chiamato di proposito ad assemblare tronchi ed assi, all’anziano agricoltore, incaricato di rifornire il presepe dei necessari muschi e licheni per ottenere il più realistico effetto scenico.

La comunità di Casarano non si sottrae da questo clima di trepida preparazione. In tutte le chiese cittadine è allestito un presepe.

Ne prendiamo solo due in esame, quello della Chiesa dell’Annunziata (la Parrocchia Matrice) e quello della chiesa confraternale dell’Immacolata. C’è da premettere che la realizzazione dei presepi nelle chiese casaranesi risale a tempi relativamente recenti, ossia dopo gli anni del Concilio Vaticano II.

In epoca preconciliare era consuetudine esporre solo la statua del Bambinello, poggiandola in una culla, al posto della croce d’altare.

interno Chiesa dell’Annunziata di Casarano

 

Nella chiesa dell’Annunziata da diversi decenni è attivo un apposito gruppo Presepe, che cura tutti gli aspetti organizzativi e logistici per la realizzazione della Natività. Degne di rilievo sono le statue di Maria, San Giuseppe, dell’Angelo, del bue e dell’asinello, realizzate dal noto cartapestaio leccese Antonio Malecore (1922-2021) nei primi anni ‘80 del secolo scorso.

La statuina in gesso del Bambino Gesù, invece, è piuttosto antica, risalente all’Ottocento. Le statue in cartapesta furono realizzate sotto il parrocato di mons. Decio Merico che ebbe la lungimiranza di dotare la parrocchia di queste pregevoli opere.

Allestimento presepe con le statue di Malecore

 

La chiesa dell’Immacolata vanta una più solida tradizione nell’allestimento del presepe. Fu il compianto don Aldo Stefàno, (1967 – 1972), rettore della chiesa e padre spirituale della confraternita, ad introdurre l’usanza di mettere in scena la Natività. Nei primi anni Settanta, le realizzazioni erano estrose, quasi anticonformiste, di chiaro stampo moderno. E’ ancora vivo nella memoria dei confratelli più anziani, il globo terracqueo rotante sul quale sovrastava il Bambinello con le braccia stese mentre dai piedi sgorgava uno zampillo d’acqua che inondava il pianeta, chiara simbologia di purificazione dell’Umanità scaturita dalla Nascita di Gesù.

facciata della chiesa dell’Immacolata a Casarano

 

Tali rappresentazioni attirarono l’attenzione dell’ENAIP di Lecce che in quei tempi organizzava annualmente un concorso provinciale per presepi artigianali. Per ben due volte il presepe dell’Immacolata ottenne il primo premio con assegnazione di una medaglia d’oro. La prematura scomparsa del sacerdote, fortunatamente, non arrestò questa tradizione e si continuò ad approntare il presepe riportandolo nell’alveo di un allestimento più classico e usuale, in cui l’elemento principale era la grotta con la Natività.

Allestimento del presepe nella chiesa dell’Immacolata a Casarano

 

Ancor oggi, alcuni membri della confraternita e del coro liturgico della chiesa si organizzano per predisporre il classico presepe. L’unico manufatto degno di nota è il Gesù Bambino, simile a quello dell’Annunziata, del sec. XIX. Le altre statue sono piuttosto recenti. Ma ciò non toglie la sacralità della rappresentazione che, ogni anno, tocca il cuore, facendo rivivere in piccoli e grandi, il momento della nascita del Signore.

Il presepe nella chiesa dell’Immacolata a Casarano

 

Libri| Opere in cartapesta di Antonio Malecore a Nardò

 

L’artistico Presepio in cartapesta nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Nardò è stato progressivamente realizzato in un ventennio (1978-1998) dal maestro Antonio Malecore (1922-2021), l’ultimo esponente della celebre bottega artigiana ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica.

La qualità di alto profilo delle undici statue che lo formano, mediamente alte più di un metro, fa ritenere il gruppo tra le opere più importanti di Malecore, che per ognuna di esse ha conservato il rigore compositivo e la coerenza stilistica ereditati dai suoi maestri e dallo zio Giuseppe Malecore.

Il merito per il bel Presepio di Nardò, vanto della comunità parrocchiale e della confraternita che ogni anno cura differenti scenografie, spetta a don Salvatore Leonardo (1939-1997), parroco di questa comunità, che aveva notato e apprezzato la particolare qualità esecutiva di Malecore, straordinario nell’infondere tratti di umanizzazione e realismo alle figure presepiali.

La pubblicazione, con l’introduzione di Stefania Colafranceschi dal titolo Il Presepio, universo simbolico nei linguaggi della tradizione, è corredata dalle belle illustrazioni di Lino Rosponi.

E’ un doveroso omaggio di Marcello Gaballo a Malecore e al parroco, per ricordarli e per generare conoscenza e interesse verso questo originale e prezioso manufatto artistico, utile alla narrazione del territorio e soprattutto per rievocare al meglio la lieta Novella, in coincidenza con la commemorazione degli 800 anni del Natale di Greccio (1223-2023), dove San Francesco volle far rivivere  agli astanti la Nascita del Dio incarnato.

Il libro è inserito nella Collana Artefatti di Puglia, dedicata dall’editore all’artiginato artistico regionale e destinata al grande pubblico. Dalla maiolica ai fischietti, dalle oreficerie del Gargano ai carri allegorici, passando per strumenti musicali, luminarie, tele, merletti, ricami e intrecci, ed ora per la cartapesta leccese di Malecore.

In linea con i precedenti titoli, sono pagine da leggere e da sfogliare che diventano repertorio storico ed iconografico della cultura artigianale e delle arti applicate di Puglia, dal periodo arcaico fino all’età moderna e contemporanea.

 

Marcello Gaballo, Opere in cartapesta di Antonio Malecore a Nardò. L’artistico Presepio nella parrocchia del Sacro Cuore, Claudio Grenzi Editore, colore, Foggia 2023.

 

Libri| La cartapesta leccese. Origini e maestri salentini

Caterina Ragusa, a tre decenni dalla pubblicazione della sua ricerca pionieristica sui maestri della cartapesta leccese, ha accettato l’invito dell’editore Claudio Grenzi di ampliare e rivedere il suo lavoro originale.
Questo nuovo volume della collana ‘Artefatti di Puglia’, rappresenta una nuova fase della ricerca, integrata con ulteriori scoperte e una vasta rassegna di opere in cartapesta leccese, molte delle quali mai pubblicate.
Nel contesto della storia millenaria di Lecce, la cartapesta ha svolto un ruolo significativo come forma artistica e artigianale.
Originariamente sviluppata come tecnica decorativa nel XVII secolo, la cartapesta ha trovato terreno fertile nella città grazie alla presenza di maestri artigiani abili e ad una fervente attività artistica. Le opere in cartapesta, spesso utilizzate per decorare chiese, palazzi e ambienti sacri, divennero simbolo della raffinatezza artistica e della maestria artigianale della città del Barocco.
Il confronto tra l’autrice e l’editore, in questo volume, permette di esplorare e apprezzare la cartapesta leccese in una prospettiva contemporanea, offrendo un’ampia panoramica delle opere più significative.
Il testo, ora alleggerito dalla bibliografia ormai consolidata, dialoga con un ricco apparato iconografico che consente alle immagini di coinvolgere il lettore.
Oltre a promuovere la conoscenza delle tradizioni artigianali presso un vasto pubblico, questo libro si pone come una risorsa fondamentale per giovani artigiani e designer rendendo disponibili informazioni e materiali essenziali per sviluppare nuovi progetti, mantenendo viva l’eredità delle antiche tecniche artigianali della cartapesta leccese.
Nell’appendice, inoltre, viene presentata una panoramica sintetica dei più noti maestri cartapestai ancora operanti a Lecce, veri custodi di un patrimonio storico e artistico. Oltre a rappresentare la maestria artigianale, essi incarnano la continuità di un sapere antico che continua a ispirare nuove strade per la promozione del territorio e delle sue tradizioni.

Dialetti salentini: ‘mbile (approfondimento etimologico)

di Armando Polito

Del tema mi ero già occupato in https://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/15/quella-bizzarra-terracotta-dal-collo-stretto/, ma a distanza di più di dieci anni lo riprendo, per una più precisa e  completa documentazione delle fonti. Non è necessario a chi ha interesse a leggermi sfruttare il link appena segnalato, anche perché le osservazioni più salienti di allora risultano qui imglobate.

Secondo il Rohlfs (e questo non l’avevo riportato) ‘mbile deriva dal greco βομβύλιον (leggi bombiùlion), di genere neutro, con lo stesso significato; risulta attestato, però, solo  quello che sembra il suo maschile, cioè βομβύλιος (leggi bombiùlios), che significa calabrone. A parte l’iniziale difficoltà di carattere semantico superabile se si pensa non tanto all’analogia di forma tra il recipiente e l’insetto, ma al rumore che fa il liquido contenuto al momento della sua fuoriuscita [(βομβύλιος è chiaramente da βὸμβος (leggi bombos), voce onomatopeica che indica un rumore sordo, da cui l’italiano bomba e suoi derivati)], sul piano fonetico risulta complicato disegnare la trafila che dal presunto βομβύλιον e dall’attestato βομβύλιος avrebbe portato a ‘mbile. L’una e l’altra difficoltà appaiono inequivocabilmente e definitivamente superate mettendo in campo la variante βομβύλη (leggi bombiùle) attestata dai glossari.

Ecco come la voce è trattata in H. Stefano, Thesaurus Graecae linguae, Londra, Valpiani, 1821-1822, v. III, colonna 2273: βομβύλη, ή. Apis qoddam genus magis obstreperae, quam sint ceterae, ut quidam tradunt. Item poculum quoddam angusti oris (Una specie di ape più rumorosa di quanto siano le altre, come alcuni affermano. Parimenti un bicchiere di bocca stretta).

Ulteriore contributo è dato da un altro glossario (Περὶ τὸ  ἰδιωτικοῦ βίου τῶν ἀρχαίων Ἐλλήνων, N. Filadelfo, Atene, 1873, pp. 18-19: βομβύλιος ή βομβύλη ᾗν δὲ τοῦτο ποτήριον λίαν στενόστομον. Δι’αὐτοῦ τὸ ὕδωρ κατὰ μικρὸν ἐξερχόμενον ἐποίει βόμβον, ἐξ οὗ καὶ βομβύλη τὸ ἀγγεῖον ὠνομάσθην. Ὠμοίαζε δὲ ή βομβύλη πρὸς τὴν νῦν ἐν χρήσει  παρ’ἅπασι βοτὑλιαν, ἧς τινος τὸ  ὄνομα πιθανῶς ἐγένετο ἐκ τ ῆς βομβύλης κατὰ μετάπτωσιν τῶν γραμάτων. (Il βομβύλιος o la βομβύλη: era questo un bicchiere dalla bocca molto stretta. Con questo l’acqua  passando poca per volta produceva un runore sordo, dal quale pure βομβύλη fu chiamato un vaso. La  βομβύλη infatti somigliava alla  βοτὑλια ora in uso, il cui nome venne verosimilmente da βομβύλη attraverso una deformazione delle lettere).

Ecco, dunque, la trafila: βομβύλη>*bombile>*>‘mbile (aferesi; nel Tarantino è in uso  la variante, con assimilazione mb->mm-, ‘mmile e il alcune zone del Leccese e del Brindisino vummile, con il normalissimo passaggio b->v– e la già ricordata assimilazione). Per completezza, infine va detto che l’italiano bòmbola non deriva direttamente dalla voce greca (attraverso un ipotetico intermediario latino *bòmbula) ma è un diminutivo, per dir così, autoctono di bomba.

Nicola Cacudi (Monteroni di Lecce, 26/6/1882-Bari, 8/7/ 1963), da Monteroni di Lecce a Parigi, passando per Bari: appunti per una biografia

di Armando Polito

Di Nicola Cacudi mi sono già occupato su questo blog (https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/29/nicola-e-maria-cacudi-ovvero-una-memoria-sonora-salentina-di-100-anni-fa-fissata-e-custodita-in-francia/) quasi dieci anni fa e, a distanza di tanto tempo, il caso, come già allora, mi ha offerto il destro per un’integrazione di quel lavoro tutto incentrato su una testimonianza sonora. Non sarebbe successo se non mi fossi imbattuto, oziando sul web, in un’affermazione pomposa, come sa esserlo la pubblicità, che mi è apparsa lesiva della verità, anche storic ed ho sentito perciò il bisogno di applicare il principio dell’unicuique suum o del dare, in questo caso restituire, a Cesare, anzi a Nicola, quel che è, forse, di Nicola. In https://journals.openedition.org/studifrancesi/ si legge: “Studi francesi”  fondata da Franco Simone nel 1957, è la più antica e prestigiosa rivista italiana di studi sulla letteratura francese. Pubblica studi storici e critici, testi e documenti inediti finalizzati a una conoscenza sempre più approfondita della civiltà letteraria francese e al rinnovamento delle prospettive critiche.

Non giungo ad affermare che la  Rassegna di studi francesi, fondata e diretta da Nicola dal 1923 al 1940, trimestrale il primo anno, bimestrale nei successivi, organo della sezione pugliese dell’Union  intellectuelle franco-italienne di Parigi, che si avvalse della collaborazione di illustri letterati, filologi e critici italiani e stranieri, abbia tout court  il diritto di vedersi rivendicare, da me poi …, un prestigio, se non maggiore, almeno pari e non affermo nemmeno che essa è la più antica, ma è incontrovertibile che è più antica di Studi francesi.

Archiviato questo dettaglio non indotto, come ben sa chi mi conosce, da risentimenti di natura campanilistica in senso estensivo, continuo con altre testimonianze ed immagini, quasi un quaderno di appunti utili, credo, per chi vorrà cimentarsi in un lavoro ben più colplesso, qual è quello evocato dall’ultima parola del titolo.

Per una ricostruzione della sua carriera:

Bollettino periodico settimanale del Ministero dell’educazione nazionale, anno XV, n. 10, 11 marzo 1937, p. 603 (Dall’Elenco dei professori idonei all’ufficio di preside dei Regi Istituti di istruzione media classica, scientifica e magistrale dal 16 settembre 1936 al 15 settembre 1937Idonei all’ufficio di preside nei regi ginnasi.

Nel n. 20 del 20 maggio 1937 dello stesso bollettino a p. 1333 (Dalla Relazioine della commissione giudicatrice del concorso a professore straordinario alla cattedra di lingua e letteratura francese del Regio Istituto superiore di scienze economiche e commerciali di Venezia (sezione filologica):

Mi lascia perplesso in questo giudizio, che sostanzialmente è una stroncatura, quel possesso pratico della lingua (avrà saputo usare merde! al momento opportuno?) e ancor più quel difetto di spirito critico sia gli smilzi saggi con quel che segue, quasi a confermare il triste nemo propheta in patria, vista la considerazione di cui Nicola godeva proprio nella patria degli autori che, secondo il parere della commissione, aveva trattato smilzamente.1 Come dire, ribaltando la trita locuzione di cui sono intrisi i muri di tutte le aule scolastiche  il ragazzo s’impegna ma non è intelligente

Tornando cronologicamente indietro, ecco il primo contatto di Nicola con Parigi (diploma di studi universitari rilasciato dalla Sorbona). Nell’elenco gli unici cognomi italiani sembrano essere il suo e quello di M. Ungarelli. Da Le matin del 4/6/1914:

La tappa successiva, dieci anni dopo, da Le Petit Comtois  del 18 giugno 1924

(COMUNICATI DIVERSI Facoltà di Lettere- Discussione di tesi. Il signor Cacudi, direttore degli studi francesi a Bari (Italia), discuterà, lunedì 23 giugno 1924, alle ore 11, 30, una tesi in vista del dottorato dell’Università di Besançon. La tesi ha per titolo: “La Fontaine imitateur de B occace”. Questa discussione avrà luogo nell’aula magna della facoltà di Lettere, in via Mégrevand)

E, dopo quasi vent’anni dai primi passi registrati nell’articolo del 1914, a ruoli questa volta invertiti, da Lèclair Comtois del 5/8/1932

(RICEVIMENTO DEGLI ALUNNI STRANIERI DAGLI ALUNNI DI BESANÇON

Giovedì pomeriggio, alle ore 16, nei pressi della sede dei nostri alunni in via Laconée, presentavano una vivace e gioiosa animazione gli alunni di Besançon, con la loro cortesia e la loro amabilità consueta, ricevendo degli alunni stranieri venuti per seguire i corsi estivi delle nostre facoltà. Numerose personalità erano presenti a questa manifestazione che fu tanto affascinante quanto cordiale. Si distinguevano in particolare i Signori: Van Daèle, decano di Lettere, vicepresidente dell’Istituto di Lingua e Civiltà francesi; Maugras, direttore dei corsi; Seignier, segretario delle facoltà; Fournaud, presidente dell’assemblea; Vercier, tesoriere; Piquet, Gallot, Dupré, Cacudi, Beckér, Nicolas, professori …)

Per l’anno successivo, , da  Dépêche républicaine del 28/7/1933

(Besançon. Il signor Cacudi, anche nostro ex allievo, dottore della nostra Università, fondatore e direttore della rivista franco-italiana “Rassegna di studi francesi”, che è al suo decimo anno di vita prospera e conta numerosi lettori in tutti i paesi, il signor Cacudi terrà anche in agosto , come gli anni precedenti, lezioni sempre godibilissime sulla letteratura francese).

Seguono ora le immagini relative alle pubblicazioni, a cominciare da l n. 1 dell’anno XV (1936) della rivista da lui fondata e diretta (come si legge nel sommario, alle pp. 30-46 uno dei suoi abituali contributi).

Tra le sue pubblicazioni alle quali la commissione giudicatrice di cui sopra applicò,  non senza ombra di supponente disprezzo,  l’etichetta di scolastiche (come se un testo destinato ai giovani fosse a priri meno pregevole di un saggio destinato, forse, ad essere letto solo dai non più giovani), spicca quel corso di francese, precoce applicazione del metodo globale (soppiantato solo decenni dopo da quello fonetico), tutt’altro che spregevole, come inequivocabilmente dimostra l’elevatissimo  numero di edizioni2; di seguito quella del 1957 con dedica alla moglie Maria  (A Te, Maria, che il mio insonne lavoro sorreggesti sempre col Tuo sereno profondo amore ed oggi conforti e illumini con la luce del Tuo Spirito eletto).

Delle altre innumerevoli pubblicazioni3 riproduco per brevità solo due frontespizi:

Dieci anni fa, col post all’inizio segnalato, ho potuto ascoltare e far ascoltare la voce di Nicola Cacudi e di sua moglie Maria nella registrazione datata 17/3/1914 (25 anni Maria, 31 Nicola), oggi di Nicola sappiamo qualcosa in più sulla sua carriera, sull’impegno culturale e sulla produzione letteraria, ma non abbiamo nulla che ci restituisca il suo aspetto fisico, anche se per gli uomini di un certo livello (tra gli andati e tra chi, almeno per ora, resta …) questo conta poco. Non so se avrò il tempo di colmare questa lacuna, ma lascio, comunque, una traccia.

Dalla Gazzetta ufficiale della repubblica italiana, a. 107° n. 22 del 7/9/1966:

Non sarebbe bello se da Bari, che a Nicola ha intitolato una via,qualche volenteroso desse notizia, dopo averla acquisita sul campo, e dei 1502 volumi e del ritratto ad olio?

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1 La commissione era composta da Giulio Bertoni (vedi i8l penultimo dato della nota successiva)  della R. Università di Roma (Presidente), Luigi Sorrento dell’Università cattolica<di Milano, Alfredo Schiaffini della R. Università di Genova, Carlo Pellegrini della R. Università di Firenze e Francesco Picco della R. Università di Genova. Il concorso fu vinto da Italo Siciliano, mentre Nicola Cacudi si piazzò al sesto posto su nove concorrenti.

2 Oltre ai saggi nella Rassegna:

Nuovo metodo di lingua francese : testo unico per le scuole medie. Società Editrice Tipografica, Bari, 1931

Nuovo metodo di lingua francese : testo unico per le scuole medie, Società Editrice Tipografica, Bari, 1932

Nuovo metodo di lingua francese : testo unico per le scuole medie, Società Editrice Tipografica, Bari, 1938

Nuovo metodo di lingua francese : fonetica, letture, morfologia, sintassi, lingua : volume unico per l’intero corso di studio, Società Editrice Tipografica, Bari, 1946

Nuovo metodo di lingua francese : volume unico completo per l’intero corso di studio, Società Editrice Tipografica, Bari, 1955 

Nuovo metodo di lingua francese : volume unico per l’intero corso di studio, Società Editrice Tipografica, Bari, 1957 

 Nuovo metodo di lingua francese : volume unico per le scuole di ogni ordin e grado, Tipografia Resta, Bari, 1960

Nuovo metodo di lingua francese : volume unico per le scuole di ogni ordine e grado, Resta, Bari, 1964

3 Alfred De Musset e I suoi canti di dolore, Tipografia A. Trani, 1905

La quistione del metodo nell’insegnamento delle lingue moderne, Paravia & c., Torino, 1906

La révolution au pensionnat: pièce en un acte pour les enfants, Paravia & c., Torino, 1906

La coniugazione dei verbi francesi. Studio analitico per le scuole medie, con l’aggiunta di un dizionarietto dei verbi irregolari, Paravia, Torino, 1907

Le verbe francais dans la proposition et la periode, a l’usage Des ecoles superieures d’Italie, E. Pantaleo & C., Torre del Greco, 1910

Psychologie de deux ames [W. Goethe et H. Foscolo], E. Pantaleo & C., Torre del Greco 1910

Impressions de lecture, Tipografia E. Capelli, Rimini, 1913

La Fontaine imitateur de Boccace, Accolti, Bari, 1924

Alphonse de Lamartine Graziella, Le Monnier, Firenze, 1924, 1931, 1938 e 1964

Molière,  L’avaro, Le Monnier, Firenze, 1926 e 1927

Spunti letterari, Società Editrice Tipografica, Bari, 1931

Gabriel Faure, Società Editrice Tipografica, Bari, 1933

Gabriel Faure, Autunno, Società Editrice Tipografica, Bari, 1933

Il nuovo progetto italo-francese di Codice delle obbligazioni e dei contratti : testo definitivo approvato a Parigi nell’ottobre 1927, anno VI, Società Editrice Tipografica, Bari, 1936

Alexandre Dumas fils. Les idées de madame Aubray, comédie en quatre actes, en prose, Adriatica Editrice, Bari, 1949

Un innamorato dell’Italia: Gabriel Faure, Alfredo Cressa, Bari, 1952

La Biblioteca Estense Universitaria di Modena custodisce (Carerteggio Bertoni, fascicolo Nicola Cacudi) una lettera inviata Il 2/12/1934 da Nicola Cacudi a Giulio Bertoni.

La Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpi di Bari custodisce (Epistolario Fiore, lettera n. 082) inviata  a Nicola Cacudi il 20/6/1950

Il Salento e la sua viabilità principale in tre mappe ottocentesche

di Armando Polito

È scontato il fatto che in una mappa l’abbondanza, la dimensione e la leggibilità dei dettagli sono legati alla seconda cifra del rapporto scalare: quanto più esso è alto, tanto meno la mappa risulta dettagliata. Quelle prese in considerazione solo in una scala che rende impossibile qui una loro riproduzione che sia leggibile, per cui per ognuna di loro all’immagine ridotta seguirà un primo dettaglio relativo alle tre provincie di Terra d’Otranto ed un secondo riguardante il circondario di Nardò.

La prima, dal titolo  Atlante del Regno di Napoli ridotto in 6 fogli per ordine di Sua Maestà Giuseppe Napoleone re di Napoli e Sicilia. L’opera, di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (disgno di Alessandro d’Anna), risalente a data probabilmente non successiva al 1807,  anticipa quella più nota, dello stesso autore, in 31 fogli e con lo stesso dedicatario, la cui pubblicazione iniziò, sempre a Napoli, nel 1808 e terminò nel 1812.

La seconda, pubblicata da Basset a Parigi nel 1822, è di Pierre Lapie.

La terza mappa è, addirittura, in scala 1: 563.000 e questo dato tradisce la sua origine militare. Essa, infatti, è uno dei 21 fogli  (disposti 3 in latitudine e sette in longitudine) disegnati e pubblicati nel 1829 a Vienna dal colonnello austriaco Franz von Weiss (1791-1858).

L’insieme dei fogli occupa una superficie di circa sei m2 e questo fa intuire che anche il foglio che ci riguarda ha dimensioni notevoli, tanto che la sua immagine digitale è un file di oltre 54 MB!. Per questa sua caratteristica sono stato costretto qui a riprodurre il foglio in dimensione ridotta compatibile con quella supportata dal blog, ma ho aggiunto, leggibile, il dettaglio relativo a Nardò ed al suo circondario.

Dialetti salentini … e non solo: pignata o pignatta?

 

di Armando Polito

Non avrei avuto nessun motivo per porre il dilemma se fossi stato disponibile ad accettare come corretta pignatta, a quanto registrano tutti i dizionari. Unica eccezione il GDLI (Grande dizionario della lingua italiana), che al lemma pignata e derivati rinvia a pignatta e derivati, dove all’inizio pignata è riportato tra le forme antiche insieme con pegnata, pegnatta, pigniacta, pigniata e pigniatta). Al di là delle altre considerazioni che via via farò, ricordo che in campo linguistico, volenti o nolenti (e io mi pongo tra questi ultimi), è l’uso che decide la sopravvivenza di un forma su un’altre e in non pochi casi è quella pIù corretta a lasciarci le penne. Ad ogni buon conto, pur rispettando l’autorevolezza di chi senza dubbio ne sa più di me, non ho mai confidato  nell’ipse dixit, locuzione che nel nostro caso, vista l’unanimità di opinioni,  sarebbe opportuno cambiarla in ipsi dixerunt. Tuttavia, anche un povero e sconosciuto ille come me ha il diritto di fare le sue osservazioni; e non è detto che alla fine si levino tanti illi a sostegno del primo ille che osò lanciare la sfida.

Ma procediamo con ordine, cercando di individuare, pur con tutte le riserve del caso, la data di nascita delle due voci, non senza aver detto che nel Dizionario De Mauro per pignatta (pignata, come prima detto non è registrato) si legge av. 1342, il che dovrebbe stare a significare che era quella  la data più antica conosciuta  al momento della pubblicazione (2000) o, per essere generosi, fino a qualche anno prima. Sorprende, però, che un testo lanciato come Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio e compilato in tempi in cui già la ricerca testuale poteva fruire dell’aiuto fondamentale dell’informatica, mostri di ignorare l’esistenza di attestazioni più antiche, molto più antiche e, aggiungo, pubblicate, cioè non ancora disperse in carte antiche e destinate a restare sconosciute per chissà quanto tempo.

Come si sa, l’italiano che oggi parliamo è, in fondo, frutto della lenta evoluzione del latino, arricchita nel tempo da molteplici entrate da altri ambiti culturali. Tuttavia, almeno fino ad oggi, la maggior parte del nostro lessico mostra origini latine e a questo non si sottraggono pignata/pignatta né deve suscitare meraviglia o essere considerato come una riduzione dell’attendibilità delle conclusioni alle quali perverrò,  il fatto che i primi documenti, dei quali riporterò solo i dettagli che ci interessano, sono in latino.

Il primo1 è custodito nell’Archivio pubblico di Bologna (Reg. Gross. v. I, p. 94) ed è un atto del 14 maggio 1200. Nel lungo elenco di oggetti risulta anche pignatam de cupro plenam de ferro extimatam cum ferro … (pignata di rame piena di ferro stimata col ferro ).

Il secondo riguarda un episodio riportato da Fra Salimbene Adami (1221-1288) nella sua Cronica, episodio tanto simpatico che mi piace riportarlo tutto, citandolo dall’edizione che ancora oggi è il testo di riferimento.2

Item tempore illo, procurante ministro, Rex Hungariae misit Assisium magnam cuppam auream, in qua caput beati Francisci honorabiliter servaretur. Cum autem portabatur, et in conventu senesi quodam sero in sacristia ad custodiendum ponetur, quidam fratres, curiositate et levitate ducti, optimum vinum biberunt cum ea, volentes in posterum gloriari quod cum cuppa Regis Hungariae ipsi bibissent. Sed guardianus conventus senensis, qui magnus zelator erat justitiae et honestatis amator, nomine Johannettus, qui etiam de Assisio fuerat oriundus, cum cognovisset haec omnia, praecepit refectorario, qui similiter Johannettus de Belfort dicebatur, ut in sequenti prandio poneret coram quolibet illorum, qui cum cuppa biberat, unam ollam parvulam, nigram et tinctam, quam pignattam dicunt, in quibus oportuit eos bibere, vellent nollent, quatinus si vellent in posterum gloriari  quod cum cuppa regis Hungariae quinque jam biberant, possent similiter recordari quod propter illam culpam cum olla tincta bibissent.  

(Parimenti in quel tempo, per interessamento del ministro il re d’Ungheria mandò ad Assisi una grande coppa di oro perché vi fosse conservata con tutti gli onori la testa del beato Francesco. Però, mentre la si trasportava e per un certo ritardo la si poneva, perché fosse custodita, nel convento di Siena in sagrestia, certi frati, spinti dalla curiosità e dalla leggerezza, bevvero con quella dell’ottimo vino, volendo in seguito vantarsi di aver bevuto proprio loro con la coppa del re d’Ungheria. Ma il guardiano del convento di Siena, che era gran assertore della giustizia ed amante della correttezza, di nome Giovannetto, che era anche oriundo di Assisi, essendo venuto a conoscenza di tutto questo, ordinò all’addetto alla refezione, che similmente era chiamato Giovannetto Belfort, che nel pranzo successivo mettesse davanti a ciascuno di quelli che avevano bevuto con la coppa una piccola pentola1, nera e sporca, che chiamano pignatta, in cui dovevano bere, volenti o nolenti, perché se in futuro avessero voluto vantarsi del fatto che cinque avevano già bevuto con la coppa, del re d’Ungheria, potessero allo stesso modo ricordare che per quella colpa avevano bevuto con una pentola sporca)

Per il momento, dunque, in anzianità, per quanto riguarda le forme latine, pignata (nominativo del pignatam del documento datato 1200) batte largamente pignatta (nominativo del pignattam della Cronica del Salimbene).

E per il volgare, le cose come stanno? Direi allo stesso modo, visto che per pignata la più antica attestazione è in una ricevuta di pagamento di affitto dell’anno 1315.3 e per pignatta nella novella IV de II Trecentonovelle di Franco Sacchetti (1332-1499), che era nato in Croazia ma che visse prevalentemente a Firenze: Son io così dappoco, ch’io non vaglia più d’una pignatta? Ho volutamente precisato l’ambito culturale del Sacchetti, il toscano, come faccio ora per quello del documento del 1200 (l’emiliano) e per quello del 1315, il veneto, mentre un caso a sé stante, di problematica classificazione mi sembra quello del Salimbene, che era nato sì a Parma, ma che si mosse in Emilia, in Toscana, oltre che in Francia.

Quanto fin qui riportato m’indurrebbe a supporre che pignatta sia la correzione toscana del veneto pignata, forma che, però,  risulta presente  nei testi a stampa di ogni argomento (letterario, religioso, scientifico) a partire dal XVI secolo. La cronologia escluderebbe la possibilità che la voce sia entrata con lo spagnolo piñata, che al pari della voce salentina, ma con reciproca autonomia, sembra confermare l’ipotesi di chi propone come etimo il latino medioevale pineata(m)=simile a pigna4, con esito –nea– largamente collaudato nel nostro dialetto (p. e.: staminea>stamegna).

Questo sarebbe sufficiente, forse, per chi si occupa della compilazione dei vocabolari, quanto meno di registrare pignata, anche se con il marchio, ancora quasi infamante, direi forma di razzismo linguistico, di voce regionale, per non dire, poi, di voce meridionale. Non ho nulla contro Dante & C., però continuare a manifestare ossequio  al fiorentino e tollerare, se non favorire, la proliferazione infestante dell’inglese anche quando non c’è nessun motivo per farlo, mi sembra contraddittorio, per non dire stupido. A tal proposito sfido chiunque si occupi, spero seriamente, di queste cose a citarmi un solo testo di culinaria, ripeto, uno solo, in cui compaia pignatta e non, come puntualmente ho rilevato,  pignata.

E la voce evoca o, almeno spero che ancora lo faccia, ambienti, colori, profumi sapori e perfino saperi della nostra terra, in cui la pignata è ancora insostituibile per cuocere, come natura e saggezza antica hanno consigliato da millenni, i legumi, la carne di cavallo  e il polpo, tutti, appunto, a pignatu.

Non deve sorprendere in pignatu il cambio di genere, perché pignato è attestato oltre che in altri autori meno famosi, nel Candelaio di Giordano Bruno, che uscì nel 1582. Bisogna, però, rivendicare al salentino una maggiore creatività per via del diminutivo pignatieḍḍu, che in triplice esemplare celebra il suo trionfo nello stemma parlante della famiglia Pignatelli, con il massimo della coerenza in Iacopo (1625-1698), nato a Grottaglie …

Dalle radici di Terra d’Otranto al Grande Salento

di Lino De Matteis*

Il “Grande Salento” è la proiezione moderna dell’antica Terra d’Otranto, una sintesi lessicale, il cui significato ha solo una valenza geografica, di contenitore delle tre province di Brindisi, Lecce e Taranto, senza alcuna pretesa egemonica, separatista o istitutiva di nuove strutture sovraordinate alle attuali Istituzioni. Eppure si registra una diffusa resistenza anche solo a pronunciare il suo nome, si ha timore a nominarlo, come se questa espressione evocasse chissà quale apocalittica modifica dello status quo, quale piano recondito per sconvolgere gli assetti istituzionali esistenti, quale strategia segreta per sottomettere un capoluogo provinciale a un altro. Riluttanza e ritrosia ingiustificate perché alimentate da errati luoghi comuni e pregiudizi, che impediscono di comprendere il significato vero e profondo di questo toponimo, che, semplicemente, fotografa, riconosce e rispetta la situazione territoriale e amministrativa data, senza volerla cambiare. Un’ingiusta distorsione concettuale e culturale che reclama una piena riabilitazione del significato dell’espressione “Grande Salento”, della sua dignità e del suo genuino spirito unitario.

Ripercorrendo le circostanze storiche della nascita del nome “Grande Salento” e dei contenuti che, sin dall’inizio, gli sono stati attribuiti ed espressi poi costantemente, si comprende che il significato che più lo connota e caratterizza si ritrova nel suo “spirito confederativo”, nel moto unitario, cioè, che, negli ultimi decenni, ha spinto e stimolato le tre province a cercare intese di partenariato e alleanze per il bene e lo sviluppo comune. L’elemento dell’associazionismo confederativo rappresenta, anche, la chiave di volta del passaggio dalle radici della storica Terra d’Otranto al futuro del Grande Salento: se, infatti, l’antica Terra d’Otranto è innegabilmente il collante storico e identitario di questo territorio, lo spirito confederativo del Grande Salento supera la sua natura egemonica, che storicamente ha visto, via via, un centro urbano predominare sugli altri, per lasciare spazio ad accordi, orizzontali e paritari, tra le Istituzioni delle tre province salentine.

Dopo millenni di unità storico-geografica, la penisola salentina è stata divisa dal fascismo, all’inizio del secolo scorso, con la creazione delle province di Brindisi, Lecce e Taranto. Questa tripartizione del territorio ha dato luogo a campanilismi e localismi, che, inevitabilmente, nel tempo, hanno radicato un naturale sentimento di appartenenza di brindisini, leccesi e tarantini alle loro realtà provinciali. Se l’attaccamento alla propria provincia ha portato, talvolta, a esasperare la competitività, se non addirittura a un’ostilità preconcetta verso le realtà vicine, la suddivisione della penisola, tuttavia, non è riuscita a cancellare quel sentimento unitario dei suoi abitanti, sopravvissuto alle vicissitudini della storia e costantemente presente in varie iniziative: dal tentativo di istituire una “Regione Salentina”, all’Assemblea costituente, fino ai numerosi accordi sottoscritti, nell’ultimo quarto di secolo, tra le principali Istituzioni locali. Un sentimento che non scaturisce, solo, dall’appartenenza alle comuni radici storiche ma, anche, dalla consapevolezza di dover affrontare insieme le sfide della modernità e della crescita. La “città polivalente ionico-salentina”, come è stata definita, rappresenta, infatti, la dimensione territoriale ottimale per costruire un sistema di “reti urbane intelligenti”, in grado di competere con le Città metropolitane e ridare al Salento quel ruolo centrale che ha avuto, in passato, nella geopolitica del Mediterraneo.

Dalla tripartizione fascista del territorio a oggi, si sono manifestate e, talvolta, contrapposte nel Salento due tendenze: da una parte, un provincialismo spinto, che ha frenato e impedito la costruzione di una nuova entità istituzionale unitaria; dall’altra, la continua manifestazione della volontà di ritrovare insieme la comune identità delle origini. Due binari che non necessariamente sono destinati a restare paralleli o divergenti, ma che, negli ultimi decenni, sembrano aver trovato una convergenza nelle politiche di partenariato e nell’associazionismo confederativo tra gli enti locali. Vanno in questa direzione, infatti, i diversi protocolli d’intesa sottoscritti, negli ultimi 25 anni, dalle principali Istituzioni delle tre province salentine: quello del 1999, che sancisce ufficialmente la volontà degli enti locali di «rivendicare spazi di federalismo»; quello del 2007, che delinea esplicitamente, per la prima volta, l’idea del “Grande Salento” come «progetto di sviluppo integrato dell’intera area jonico-salentina»; e quello, più recente, del 2020, significativamente denominato “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, che sottolinea la continuità con lo spirito unitario di quell’esperienza storica.

Le distorsioni e i pregiudizi sul “Grande Salento” hanno frenato la prospettiva unitaria, determinando un ostacolo politico e culturale al raggiungimento di intese o alla realizzazione degli accordi già stipulati. La più strampalata e anacronistica motivazione, per esempio, che si sente, ancora oggi, per giustificare la difficoltà di brindisini, leccesi e tarantini di fare squadra comune è la rivalità tra spartani e messapi. Una giustificazione evidentemente pretestuosa, che, nelle pagine seguenti, si prova a dissipare, rileggendo organicamente gli eventi storici che hanno caratterizzato il territorio della penisola salentina, dalla preistoria ai giorni nostri: dai nativi salentini alla Messapia, dalla “Calabria” romana alla Longobardia bizantina, dal Giustizierato normanno di Terra d’Otranto al Principato di Taranto, dalla Provincia di Terra d’Otranto alla Provincia di Lecce e, poi, alle Province di Brindisi, Lecce e Taranto, sino alla frattura socio-economica tra la Taranto dell’Ilva e il “Salento d’amare” e ai più recenti protocolli d’intesa tra le Istituzioni salentine.

Al di là delle legittime opinioni di ciascuno sul passato e sul futuro di questo territorio, c’è un dato di fatto da cui non si può prescindere e che non può essere eluso da alcuno: la penisola salentina, proprio in quanto tale, rappresenta un territorio geograficamente compatto e omogeneo. In passato, già al tempo dell’Impero romano e, ancor più, nel Medioevo, la sua dimensione e conformazione fisica erano considerate ideali per delimitare un’unica area amministrativa, basandosi sul criterio che ci si potesse spostare a cavallo, in giornata, da una parte all’altra del suo territorio. Un criterio che, oggi, fa sorridere, se lo si rapporta ai moderni mezzi di locomozione, che rendono ancora più minuscolo questo fazzoletto di terra, e fanno apparire ancora più incomprensibili le sue divisioni socio-culturali, politiche ed economiche. La geografia fisica di un territorio, quando è così fortemente caratterizzata come la penisola salentina, condiziona e tende a rendere omogenei anche gli aspetti antropici, culturali ed economici: i suoi abitanti, che risiedano sullo Ionio o sull’Adriatico, sono tutti cittadini salentini e la sua storia, per quanto controversa e conflittuale, è tutta Storia del Salento.

Questi appunti non hanno la pretesa di delineare una ricostruzione esaustiva e scientifica, ma intendono suggerire una chiave di lettura, un punto di vista unitario, attraverso l’analisi delle principali vicende storiche, dalle origini ai nostri giorni, che hanno portato alla nascita dell’idea del “Grande Salento”. Spunti da approfondire, dunque, annotati sul taccuino del cronista, che si avventura tra i vicoli della storia. Un’incursione giornalistica, tra archivi, fonti e testimonianze, per rintracciare quel filo d’oro che unisce questo lembo di terra, nel rispetto dei “testi sacri”, che ci hanno lasciato sapienti ed eruditi scrittori, come Antonio De Ferraris (il Galateo), Girolamo Marciano, Giacomo Arditi, Luigi Giuseppe De Simone, Pietro Palumbo, Cosimo De Giorgi, e così via. Quando essi scrivevano di queste contrade, avevano davanti una terra unica, chiamata “Giustizierato di Terra d’Otranto”, “Provincia di Terra d’Otranto” e, poi, “Provincia di Lecce”. Dopo la tripartizione operata dal fascismo, bisognerà attendere, negli anni Ottanta-Novanta, gli “Inserti” curati da Antonio Maglio, e pubblicati dal “Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto”, o la “Storia del Salento” di Luigi Carducci e il mio, più recente, “Il Grande Salento da scoprire”, per ritrovare una proposta editoriale organica, una narrazione che superasse i freddi confini amministrativi delle tre province salentine. E ora questo lavoro, che prova a fare un passo avanti e tentare una sintesi identitaria, non limitandosi a elencazioni analitiche, ma evidenziando e collegando i momenti salienti che hanno caratterizzato storicamente le sorti del territorio. Un atto d’amore per il Salento, tra impegno civile e culturale, per indagarne le origini e rintracciare quel legame che, dalle radici di Terra d’Otranto al Grande Salento, ci unisce a questa terra.

 

*[Dalla Premessa dell’autore al libro “Storia del Grande Salento”]

 

Storia del Grande Salento
Dalle radici di Terra d’Otranto ai cento anni delle Province di Brindisi, Lecce e Taranto
Lino De Matteis

Edizioni Grifo, Luglio 2023, pagg. 240, illustrato

L’opera Il libro si apre con le prefazioni dell’on. Giacinto Urso, del giornalista leccese Adelmo Gaetani, dell’ammiraglio tarantino Fabio Caffio e dello storico brindisino Gianfranco Perri. Dopo la premessa dell’autore “Dalle radici di Terra d’Otranto al Grande Salento”, il libro si compone di quattro parti: l’Età antica (Dai nativi salentini alla Calabria romana), l’Età di mezzo (Dal Thema di Longobardia alla Terra d’Otranto), l’Età Moderna (Dalla Provincia di Lecce a quelle di Taranto e Brindisi) e l’Età contemporanea (Dalla divisione fascista allo spirito confederativo). Alle conclusioni dell’autore “Un progetto confederativo per il Grande Salento” segue un’appendice con l’ultimo protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, sottoscritto, nel 2020, dai sindaci dei tre comuni copoluogo Brindisi, Lecce e Taranto, dai rispettivi presidenti di Provincia e dal rettore dell’Università del Salento. Chiude l’indice dei nomi e una breve bibliografia. Il libro è corredato da una ricca serie di foto e xilografie d’epoca.

Il tema Il Grande Salento è l’erede naturale di Terra d’Otranto, della quale rappresenta oggi la sintesi lessicale, storica e geografica, con una continuità che emerge dalla rilettura degli eventi storici, dalle origini ai giorni nostri. La penisola salentina è sempre stata un’unica regione storico-geografica, divisa dal fascismo con la creazione delle province di Brindisi, Lecce e Taranto. La tripartizione del territorio, se, da una parte, ha alimentato i provincialismi, dall’altra, non è riuscita però a cancellare quel sentimento unitario, che, sopravvissuto alle tortuosità storiche, si è di continuo riproposto, dall’Assemblea costituente ai recenti accordi tra gli Enti locali. Un sentimento che non scaturisce solo dalle comuni radici storiche ma, anche, dalla consapevolezza di dover affrontare insieme le sfide della crescita e della modernità. La “città polivalente ionico-salentina” rappresenta, infatti, la dimensione ottimale per costruire un sistema di “reti urbane intelligenti”, in grado di ridare al Salento quel ruolo centrale che, in passato, ha avuto nel Mediterraneo. Sulle radici di Terra d’Otranto, innegabile collante storico-culturale del territorio, si è innestata la volontà di ritrovare una comune identità attraverso lo spirito confederativo emerso, negli ultimi decenni, con gli accordi di partenariato e la firma dei protocolli d’intesa tra le Istituzioni delle tre Province salentine.

L’autore Lino De Matteis, giornalista e scrittore, direttore della rivista ilGrandeSalento.it. Tra i fondatori del Quotidiano di Lecce Brindisi Taranto, poi Nuovo Quotidiano di Puglia, è stato direttore di Paese Nuovo, caporedattore della Tribuna del Salento e direttore di Progetto. Già collaboratore della Repubblica e dell’Espresso, ha fondato la Glocal Editrice e scritto libri di saggistica e attualità.

 

Nardò: Vora, un toponimo perduto?

di Armando Polito

È destino comune a tutti i toponimi di subire le cosiddette ingiurie del tempo, ma anche in questo caso i pesi e le misure non sempre sono equi. C’è, infatti, quello che si è conservato tale e quale (Roma), quello che è rimasto vittima di mutamenti fonetici più o meno imponenti, ma non tali da renderlo irriconoscibile almeno agli studiosi (Nardò da Neretum, Lecce da Lupiae), quello che già in tempi antichi ha cambiato veste solo parzialmente (Benevento è da Benventum, che prima aveva sostituito Maleventum), quello che, infime (ma la casistica non finisce qui) , è stato soppiantato da un concorrente non sempre sponsorizzato dalla damnatio memoriae.

Credo che nell’elenco già sterminato e che il tempo puntualmente rimpolperà potrebbe essere inserito il Vora del titolo. Per dimostrarlo mi avvarrò inizialmente dello strumento più suggestivo per il suo impatto immediato e che oggi detta legge: l’immagine. Nessuno, però, si aspetta di vedere non dico miniature tratte da qualche manoscritto ma semplici ingiallite foto d’epoca, che molto probabilmente non verranno mai  alla luce, anche perché il fenomeno naturale, più precisamente geologico, in questione è molto diffuso nel nostro territorio, ricco di spunnulate1 e inghiottitoi e la normalità non ha mai fatto notizia, salvo, negli ultimi tempi, quella del male …

I documenti che mi accingo a presentare documenti hanno la loro bella età e, pensando agli strumenti della cartografia moderna tra i quali spiccano le immagini satellitari che ne consentono, volendo, un aggiornamento in tempo reale di un paesaggio globalmente soggetto, ormai, a rapidi cambiamenti, le tavole che riproduco in ordine cronologico e seguite dal dettaglio che ci interessa opportunamente ingrandito.  fanno tenerezza.

Asciugata la lacrimuccia, comincio con la prima, che è Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia La prima è di Giovanni Antonio Magini (1555-1617), pubblicata postuma dal figlio Fabio a Bologna nel 1620, con dedica, come si legge nel cartiglio in basso al centro, All’Ill.mo Sig.re, et Pron2. Coll. mo3 Ludovico Magnani dell’habito4 di S.to  Jago.

 

Ho evidenziato con la sottolineatura tre topomimi. A nord dI Nardò si legge Vora, alla destra di un simbolo inequivocabile, come altrettanto inequivocabile ai fini dell’identificazione è come riferimento posizionale Logliastro5. La posizione corrisponde esattamente all’inghiottitoio oggi denominato ufficialmente Vora del Parlatano6, da sempre nota al popolo col nome di Ora ti li Culucci (dalla masseria Colucci, in prossimità della quale si trova).

Un nome comune, dunque, (vora) qui sembrerebbe diventato per antonomasia un toponimo, cioè un nome proprio. Tale dettaglio, insieme con le dimensioni del simbolo in rapporto alle proporzioni scalari e con la constatazione che le altre numerosissime vore presenti nella tavola sono rappresentate col solo simbolo (con la sola eccezione di un altro Vora che si legge accanto al simbolo a nord ovest di Casalnuovo, l’odierna Manduria), sottolinea  la fama che da sempre questo inghiottitoio ha avuto, tanto da dar vita ad una similitudine popolare nell’espressione mi pari l’ora ti li Culucci (mi sembri la vora dei Colucci), con la quale viene stigmatizzata la voracità di qualcuno che pare inghiottire il cibo senza masticarlo.

E io, che di ghiottonerie linguistiche vado pazzo, posso perdere l’occasione di aprire una breve parentesi di dilettantesca (mi auguro dilettevole per qualche lettore) filologia? L’ora dell’espressione  appena riportata nasce da vora con aferesi  della v, fenomeno più che usuale nel nostro dialetto (valere>alire, vedere>itire; vincere>incìre; voce>oce, etc. etc.). Per le ulteriori considerazioni rinvio alla nota (altrimenti, dove starebbe la brevità della parentesi? …).7

Siamo ora alla seconda tavola: Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia di Jean Blaeu pubblicata ad Amsterdam nel 1648.

Nel cartiglio in basso a  sinistra si legge (il lettore potrà farlo agevolmente con l’immagine che segue) la dedica, sulla quale mi soffermo perché riguarda direttamente Nardò:  ll.mo ac Rev.mo Domino D. FABIO CHISIO  Episcop. Neritonensi, S.mi   D. PP. Innocentii  X, ad tractum Rheni et Infer. Germ. partes, Ordinario, nec  non, ad tractatus generalis pacis Munasterii, extraordinario, cum potestate de latere Legati, Nuncio, Patrono suo colendiss.mo , D. D. D. Joh. Blaeu (All’illustrissimo e Reverendissimo Signore Don Fabio Chigi, Nunzio Ordinario del Santissimo Divino Pontefice Innocenzo X presso il tratto del Reno e le parti inferiori della Germania, nonché straordinario con potestà di legato a latere per i trattati di pace di Münste, suo padrone onorabilissimo  Giovanni Blaeu diede dedicò in dono).

 

Mentre per Fabio Chigi rinvio a quanto indicato in nota 8, ricordo che il Blaeu (per par condicio …) dedicò un’altra sua tavola (Civitas Neritonensis vulgo Nardo) a Girolamo Acquaviva d’Aragona duca di Nardò.

Riprendendo l’esame già iniziato della mappa faccio notare come il titolo sembra plagiato dal Magini, il che non lascia presagire alcuna novità, per quanto in questo tipo di rappresentazione esse siano per natura rare. E infatti …

 

È la volta della terza: Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia di Gerard Valck, pubblicata ad Amsterdam fra il 1670 e il 1690. Anche per questa valgono le considerazioni di scarsa originalità, al meno nel titolo …,  fatte per la precedente.

 

L’osservazione riguardante, comunque, le caratteristiche dimensionale del simbolo, non fa escludere, a mio parere, che esso fosse connesso con il sistema di inghiottitoi di cui il Parlatano fa parte e che, perciò, il avesse una funzione di rappresentazione collettiva. È, infatti difficile immaginare che il sito, fra l’altro ancora oggi non eccessivamente antropizzato, abbia subito uno stravolgimento del suo aspetto e, in particolare, una riduzione della bocca del Parlatano.

È probabile, invece, che in breve tempo il toponimo Vora abbia perse la sua importanza, tant’è che esso è assente nella tavola che il De Rossi pubblicò presso la sua Stamperia alla Pace a Roma nel 1714, nonostante nel cartiglio si legga PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO GIÀ DELINEATA DAL MAGINI E NUOVAMENTE AMPLIATA IN OGNI SUA PARTE SECONDO LO STATO PRESENTE.

 

E Vora, quasi a sancire definitivamente la fine di un toponimo,manca pure nell’Atlante geografico del Regno di Napoli di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni  del 1808, dove, nonostante il rapporto scalare imparagonabile con quello delle tavole precedenti, non si nota neppure il simbolo del nostro inghiottitoio.

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1 https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/29/la-palude-del-capitano-la-donna-malaffare

2 2 Abbreviazione di Padrone.

3 Abbreviazione di Colendissimo (latinismo:=omorabilissimo).

4 Per Ordine.

5 Ogni toponimo va preso con le pinze, nel senso che bisogna tener conto dei fattori che ne possono aver condizionato il rilevamento, tra cui il più importante coinvolge il settore degli informatori che, giocoforza, sono locali e, dunque, soggetti a problemi linguistici che spesso devono fare i conti con l’inttreccio tra forme dotte e popolari. È il caso tutt’altro che isolato, come fra poco vedremo anche con Vora, di Logliastro, frutto dell’agglutinazione dell’articolo, secondo la trafila Ogliastro>l’Ogliastro>Logliastro.

6 Nel 1749 Federico Colucci è proprietario della masseria Colucce, che comprende, oltre l’abitato, alcuni terreni: il pezzo Dell’Arene, del Parlatano, Dell’Otano, delle Ore e la chiusura della Ratta (Archivio di Stato di Lecce, atti del notaio Saverio Felline, anno 1749, cc. 46v-54r). Debbo questa preziosa informazione all’amico Marcello Gaballo. Essa, però, se ha sancito la relativa antichità del toponimo, ha suscitato in me ulteriori interrogativi, non per nulla l’appetito vien mangiando …, circa l’etimo del nostro e dei restanti toponimi. Posso solo avanzare ipotesi destinate a restare tali in assenza di pezze giustificative. Arene potrebbe alludere alle caratteristiche fisiche del terreno, come anche Ore (per vore, secondo quanto si dirà più avanti e soprattutto in nota 7) e lo stesso potrebbe valere per Otano, se è italianizzazione  del dialettale  lòtanu (=terreno fangoso, forma aggettivale dal latino lutum=fango, argilla, che continua nel latino medioevale lutare, che può significare lavare, ma anche il suo opposto, sporcare) attraverso la discrezione dell’articolo (Lotanu>l’Otanu>l’otano). Restano Ratta e, ironia della sorte, proprio Parlatano, per i quali, sempre ipoteticamente, potrebbe essere avanzata un’origine prediale.

7 Questo ha comportato che con l’aggiunta dell’articolo da la vora si è passati a la ora e, infine, a l’ora, in cui ora, anche se si conosce il latino ma si è sbrigativamente superficiali, può essere interpretato come derivante da ore(m), accusativo di os, che significa bocca e che in italiano  ha dato solo la forma aggettivale orale e alla prima parte di composti come oro-faringeo, mentre il denominale orare (=parlare in pubblico, pregare) ha dato vita all’italiano orare e ai suoi derivati (oratore, oratorio, orazione). L’equivoco etimologico potrebbe essere ulteriormente  alimentato, oltre che dall’affinità fonetica tra ore(m) e ora, anche da quella semantica, dal momento che la vora ella sua parte visibile non è altro che una grande, grandissima bocca. Bisognerebbe, però, dimostrare che il latino ore(m) e l’italiano vora sono parenti, il che non è. L’italiano vora, infatti, non nasce da un latino vora(m), che non esiste,  ma è deverbale da vorare, che sempre in latino, ha dato vita a vorago (da cui l’italiano voragine) e vorax (da cui l’italiano vorace). Oltretutto orare comporta sì l’apertura della bocca, ma per un’emissione, mentre vorare coinvolge il concetto esattamente opposto, quello dell’immissione.

8 https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/10/lo-stemma-di-fabio-chigi-vescovo-fantasma-di-nardo-e-poi-papa-celebrato-in-versi/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/12/fabio-chigi-facebook-e-il-motore-di-ricerca-ovvero-quando-lironia-rende-piu-simpatiche-le-persone/

 

 

 

La pittura figurativa è morta? Parola all’artista Mino di Summa

di Mirko Belfiore

Oggi, 19 agosto del 1826,

siamo qui riuniti per celebrare la dipartita della pittura figurativa.

Ne danno il triste annuncio Joseph Nicéphore Niépce

e l’amico Louis-Jacques-Mandé Daguerre,

inconsapevoli assassini.

 

Una sintesi funebre di come l’invenzione del mezzo meccanico abbia cambiato il lungo cammino della pittura figurativa, oramai “liberata” dalla necessità di imitare la realtà circostante: più dell’armatura a tela, più della pittura a olio, più del Concilio di Trento, più della raffigurazione en plein air.

Un colpo al cuore della Grande stagione figurativa (italiana), protagonista indiscussa in Età moderna e nei diversi centri sparsi per lo Stivale: da Milano a Napoli, che a cavallo fra i due secoli vede avvicinarsi inesorabilmente la fine della sua epoca. Ed è proprio in giro per la Penisola, anche a Francavilla Fontana, vivace epicentro in Terra d’Otranto, vuoi per la fine di un’era, vuoi per l’esaurirsi di quella fucina di uomini e di donne, che si spegne quella rinnovata tradizione, ben stimolata dalla ricca committenza, che ha saputo produrre (accidenti se lo ha fatto!) manifatture artistiche di ogni tipo: sacra, profana e sui generis.

Quindi è giusto cedere all’idea che non ci sia proprio più nessuno pronto a rappresentare la verosimiglianza del mondo? Per fortuna non è tutto così tragico.

È giusto che qualcuno inizi a ricredersi, perché se “la realtà delle cose è ancora viva”, Essa continua a battere un colpo ogni volta che se ne presenta l’occasione. Grazie ai numerosi “martelli” – non sto qui a elencarli – che continuano a modellare il proprio pezzo sull’incudine della verità, fra i quali uno in particolare ha trovato il modo di farsi sentire: l’artista Mino di Summa.

Tramonto ad Alimini (Mino di Summa, 2023, olio su tavola)

 

Un po’ come gli artisti vicari pugliesi nei secoli del metodo scientifico e della ragione, che si recavano a imparare la maniera fuori dal loro contesto di origine, Mino di Summa ha sentito l’esigenza di uscire per studiare la G.P.F.I presso la Scuola della Valle di Lazzaro dal maestro Luciano Regoli: la verosimiglianza del soggetto, i rudimenti della tradizione paesaggistica, la sintassi anatomica e prospettica di ciò che circonda l’essere umano.

Apollo e Psiche (Mino di Summa, 2023, olio su tela)

 

Myrtus (Mino di Summa, 2020, olio su tela)

 

E poi, in giro per il mondo (Francia, Germania, Florida, Georgia, Messico) a mostrarne i risultati e al contempo continuare a ricercare il respiro della natura, degli oggetti e della migliore umanità, da riversare nelle sue opere, lasciando una porta aperta affinché l’anima di chi osserva possa entrare a emozionarsi, scoprendo il segreto che si cela oltre la reale realtà.

Ma come diceva Anton Gaudì: L’originalità consiste nel tornare alle origini. Una lezione che sicuramente mai viene dimenticata dal nostro Mino, il quale muove i primi passi nelle arti applicate della Scuola d’arte di Grottaglie, esperienza che affina con sé anche a Roma, presso la Sapienza, trovando sempre conforto nelle forme e nei colori delle origini: un leit motiv che ritroviamo sovente nelle sue immagini.

Le prospettive di Francesca Forleo Brayda, la dolce anatomia del Delli Guanti, il prezioso studio dei colori del Carella, il pathos emotivo del Pinca e dello Zingaropoli, non sono solo esempi conterranei su cui riflettere, ma piccolissimi dogmi artistici da cui trarre la forza della propria personale rilettura e ovunque ci sia spazio: tela, affresco, murales o disegno che sia. D’altronde è questo che impongono le origini, uno sguardo indietro come massima spinta in avanti, sulle ali della tradizione: l’estasi di un abbraccio ultraterreno fra due amanti, l’isolata quiete di uno scorcio del Salento, la simbologia figurativa della macchia mediterranea di una natura morta e lo stupore fanciullesco di una favola vissuta come un viaggio fantastico.

Una storia introspettiva da cui trarre lo scopo di tutta una vita: dipingere la dignità delle umane cose immerse nel meraviglioso panorama del creato.

Dove potersi far catturare da tutto ciò?

Nella città di Lecce, presso la Galleria Maccagnani, sede della Società Operaia, in Corso V. Emanuele II, 56, durante l’inaugurazione di venerdì 1° dicembre ore 18.30 e nei seguenti orari: 10–13 / 17–21 (fino al 10 dicembre).

Cava di Bauxite (Mino di Summa, 2023, olio su tela)

 

La scoperta (Mino di Summa, 2023, olio su tela)

 

 

Biografia dell’artista

Mino di Summa nasce nel 1986, vive e opera a Francavilla Fontana.

Nel 2005 si diploma in Arti Applicate, sezione Decorazione Ceramica, presso l’Istituto Statale d’Arte di Grottaglie. Nel 2012 si laurea in Architettura presso l’Università La Sapienza di Roma.

Allievo del pittore Luciano Regoli, fondatore della Scuola della Valle di Lazzaro presso l’Isola d’Elba, la quale persegue la missione di insegnare e tramandare i valori della Grande Pittura, quella classica figurativa italiana sempre più dimenticata, della quale è orgogliosa sostenitrice.

Alla base della pittura di Mino di Summa vi è lo studio dal vero del soggetto, la consapevolezza che nella natura, negli oggetti e nella figura si celano dei segreti, che un occhio attento può svelare, offrendo all’osservatore un dipinto che va oltre la stessa realtà rappresentata, raggiungendo l’anima di ognuno di noi, emozionandoci, ricordando la semplicità dell’essere umano e dei suoi sentimenti.

Ritornare a meravigliarci davanti a una nuvola, un fiore, lo sguardo di un bambino, cose semplici ma profonde, che rendono dignità all’esistenza dell’essere umano.

Dal 2001 partecipa a molteplici Incontri nazionali e internazionali di arte madonnara, nei quali Mino di Summa trova una dimensione espressiva tale da potersi affermare in prestigiosi festival tenutisi in Francia, Germania, Florida, Georgia, Messico, oltre che in Italia.

Negli ultimi anni ha inoltre partecipato a rassegne di murales in Italia, realizzando opere sulle grandi pareti esterne di edifici pubblici e privati, riscuotendo recensioni positive da diverse riviste di settore.

Mino Di Summa

 

L’Ordine francescano a Francavilla Fontana: il santuario di Maria SS. della Croce

Santuario Maria SS.ma della Croce. (foto Flavio Faggiano)

 

di Mirko Belfiore

 

Nascosta fra le pagine del patrimonio artistico di una città come Francavilla Fontana, esiste una costante a metà strada fra leggenda e fede, che spesso e volentieri ritroviamo nella storia di alcuni dei suoi più importanti siti religiosi. Uno fra tutti, l’antico santuario di Maria Santissima della Croce e l’annesso convento dei frati francescani, un luogo dove arte e architettura si uniscono alla grande vocazione mariana di questa comunità.

Il complesso si colloca sull’antica direttrice sud-est che dalla centralissima piazza Umberto I attraversa ancora oggi il centro storico percorrendo l’attuale via Regina Elena e che dopo aver varcato la porta della Croce, si immette nella scenografica via capitano di Castri, per poi proseguire sul percorso che da Francavilla raggiunge l’antica Hyria.

Una struttura religiosa che ritroviamo ben delineata nella mappatura “a volo di uccello” del 1643, un documento fondamentale per chi come noi vuole comprendere le vicende di un insediamento come quello di Francavilla, all’epoca in forte espansione e dove gli “obiettivi” di sviluppo facevano capo proprio ad alcune delle strutture conventuali sorte durante l’Età moderna.

Veduta di Francavilla in alto a destra, la rappresentazione del Santuario (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato, elaborazione grafica).

 

Diversamente dalle fondazioni dei cappuccini e dei carmelitani, lambite dalla cinta muraria sorta fra il XVII e il XVIII secolo, il santuario manterrà una posizione più isolata rispetto al resto dell’abitato; una particolarità quest’ultima che ci permette di introdurre una delle più conosciute narrazioni fondative della città degli Imperiali.

Facendo un po’ di ordine fra le poche fonti documentaristiche presenti e la forte tradizione popolare, secondo il frate cappuccino padre Giacomo Salinaro esisteva fin dal periodo tardomedievale e nel sito dove oggi si sviluppa il complesso, un’immagine ad affresco di una Theotókos Odigitria: dipinta nel rialto di un muro coperto da un arco, come se fosse una piccola cappella. La presenza di questo modello di immagini non è rara nel nostro contesto – a Francavilla uno dei massimi esempi lo abbiamo con l’effige della Madonna della Fontana – e la dobbiamo considerare come una tipologia iconografica dove si mescolano le influenze artistiche di matrice bizantina e normanna, che del resto in questo territorio trovarono una grande diffusione fra gli casali medievali sparsi lungo l’Ager Uritanus.

Immagine della Vergine della Croce con Bambino (Anonimo, XII-XIII secolo, affresco).

 

La datazione del manufatto in questione viene fatta ricondurre al XII/XIII secolo e secondo lo storico Pietro Palumbo, il luogo della prima fondazione di cui faceva parte l’antica edicola potrebbe risalire alla presenza di un nucleo di monaci benedettini del monastero di Venosa o a una di quelle comunità cenobitiche quivi radicatesi durante la dominazione bizantina, che nel 1081 cedettero la primitiva fondazione ai suddetti monaci. Il piccolo complesso fu poi donato nel 1298 al Sacro Ordine Gerosolimitano e dopo vari passaggi, nel 1480 giunse nelle proprietà dei frati francescani Riformati.

Di certo sappiamo che in questo luogo esisteva una piccola comunità corrispondente all’antico casale di Casalvetere e che secondo la tradizione si raccoglieva intorno al ritratto mariano con il titolo di Sancta Maria de Cruce. D’altronde nella composizione artistica presa in esame, la Madre di Dio viene raffigurata con in braccio Gesù Bambino e nella mano destra stringente una piccola croce, un dettaglio però che fa sorgere ancora oggi alcuni interrogativi: perché se da una parte ne avvalora l’intitolazione, dall’altra alimenta forti dubbi sulla sua effettiva datazione forse non coeva al resto dell’affresco.

Oggi il complesso si presenta come il risultato di un lungo percorso di stratificazione architettonica, che fonda la sua genesi in una leggenda dove il protagonista assoluto è il nobiluomo Francesco Antonio di Roncio o di Ronzo.

Proseguendo nella lettura della cronaca del Salinaro scopriamo che un giorno il nobiluomo, messosi in cammino verso Casalvetere (o la città di Oria) insieme a un servo, fu sorpreso da un tremendo temporale che lo obbligò a riparare nei pressi della suddetta arcata. Lo stesso, ormai completamente cieco, chiese al suo accompagnatore dove avevano trovato rifugio e quest’ultimo gli rispose che si erano messi in salvo proprio nei pressi dell’effige con la Vergine e il Bambinello e che se avesse avuto la volontà di domandare grazia, questo sarebbe stato il momento giusto per farlo. Allora l’uomo preso dall’emozione del momento esclamo: Oh! Madre di Dio, se mi ridarai la vista, io qui in tuo onore ti fabbricherò una chiesa e sarò sempre tuo devoto. Sempre secondo il Salinaro, la Madonna accolse la supplica e ridonò la vista al Di Roncio, il quale ottenuta la grazia si prodigò da subito nell’ordinare la costruzione del nuovo tempio, lavori che proseguirono anche dopo la sua morte.

Fra il 1572-1573 gli eredi portarono avanti il progetto di edificazione, che oltre alla realizzazione della chiesa prevedeva lo sviluppo di un complesso conventuale di discrete dimensioni, tale da poter ospitare una nutrita comunità di frati francescani.

La presenza dell’ordine di San Francesco nella città di Francavilla non è cosa nuova, perché già nei primi decenni del XIV secolo un gruppo di frati aderenti al Primo Ordine fece ingresso in città intorno all’anno 1322, durante la dominazione angioina, fondando una struttura dedicata al loro istitutore e che oggi potremmo ricondurre all’odierna chiesa dedicata a Sant’Alfonso de’ Liguori, meglio conosciuta dai francavillesi come la “chiesa d’oro”.

Lo storico Benigno Perrone sosteneva che ancora nel 1647 presso l’archivio storico del convento, si conservasse il testamento del Di Roncio datato 1572, dove quest’ultimo obbligava i suoi eredi a finanziare l’edificio: colle rendite del suo patrimonio.

L’ignoto architetto cinquecentesco che si occupò della costruzione della chiesa non ricostruì ad fundamentis, ma mantenne l’antica struttura medievale e da cui sviluppò tutto il resto, allestendo una nicchia in cui fu depositata la Sacra Immagine ancora impressa sulla parete originale. La chiesa risultò secondo le parole del cronachista Padre Bernardino da Lama: di cinquanta e più palmi in lunghezza di trenta e più di larghezza, commoda per il concorso di gente.

La facciata è ancora oggi rintracciabile sul lato sud-est dell’edificio e si presenta con un prospetto molto semplice, caratterizzato da una cornice orizzontale a separare il corpo principale dal frontone a tempietto, lesene appena aggettanti, una finestra ad arco (oggi sovrapposta da tre aperture realizzate a posteriori) e un portale tamponato, mentre i tre corpi verticali fanno pensare a un’organizzazione interna un tempo suddivisa in tre navate.

Accanto alla rinnovata chiesa, prese forma la struttura conventuale in cui i padri Osservanti si insediarono nel 1573, pur con qualche difficoltà visti i ritardi sorti durante le prime fasi realizzative.

Secondo sempre Padre Da Lama, infatti, la fabbrica doveva essere realizzata con le rendite ricavate dall’investimento del capitale immobiliare e non con la vendita dei beni, un modus operandi che avrebbe impiegato parecchi anni per raccogliere la somma necessaria alla costruzione di un convento così imponente.

Quindi, prende corpo l’ipotesi che porta al coinvolgimento del nuovo feudatario divenuto in quegli anni signore di Francavilla: David Imperiali, che con molta probabilità garantì i finanziamenti necessari per portare a termine i lavori, mentre i proventi dei beni del Di Roncio vennero utilizzati ad operis structuram, ossia per il completamento della fabbrica già avviata.

L’attenzione rivolta dai nuovi feudatari genovesi verso questa struttura non si limitò a questo, ma vennero messi in opera numerosi lavori di ampliamento (eseguiti tra il XVII e il XVIII secolo) per incrementarne la bellezza e la magnificenza, insieme a un consistente progetto urbanistico volto a collegare quanto più possibile il santuario con il circuito principale della città.

Ai frati della Regolare Osservanza succedettero i francescani Riformati, voluti a Francavilla proprio dal Marchese di Oria, i quali entrarono ufficialmente in città nel 1592. Il nobiluomo inizialmente voleva costruire per loro una nuova casa presso il maniero orsiniano, ma in seguito papa Clemente VIII decise di acconsentire all’avvicendamento dei due ordini con una Breve che: …expulis fratibus de familia observantium, Reformatos introduca, possesso quest’ultimo che venne confermato successivamente nel 1620 da papa Paolo V con apposita Bolla del 21 settembre.

All’edificazione parteciparono anche i frati minoriti, fra i quali esistevano maestri carpentieri, progettisti e scultori, una caratteristica che accelerò i tempi di edificazione e decorazione del complesso.

Santuario Maria SS.ma della Croce, perimetro sud-ovest con particolare della facciata del XVI secolo.

 

Tra il 1615 e il 1620 le prime porzioni del convento a essere innalzate furono quelle poste a est e a sud, contraddistinte nei piani superiori dai dormitori e dagli ampi corridori, mentre lungo i piani inferiori venne inserito il grande vano adibito a refettorio e il monumentale chiostro, quest‘ultimo costituito da un elegante quadriportico a cielo aperto scandito da bassi pilastri su cui poggiano una serie di archi a tutto sesto.

Osservando meglio la struttura, si può subito notare come la stessa segua il rigido ideale francescano. L’impianto quadrato è delimitato da possenti muri, contraddistinti dalla sequenza delle piccole finestre delle celle e dalle monofore dei corridori, il tutto articolato secondo quattro sezioni tutte affacciate lungo il perimetro del chiostro.

Nel 1647 Padre Diego da Lequile nella sua Relatio Historica, così descrive il convento: Domus in educandos novitios semper parata fuit, et ordinata; plusquam 30, et saepe saepius 40 fratrum numerum sustenteat, propter magnum eleemorinarum concursum, quas Fideles, vel ad persolvenda vota, vel ad gratias agendas Beatae Virgini pro Beneficijs collatis elargiuntur.

Durante tutto il Seicento, la grande devozione per la Vergine della Croce trasformò l’area in uno luogo di culto meta di numerosissimi pellegrinaggi, portando i religiosi a decidere di compiere ulteriori ampliamenti per ingrandire la chiesa. Questi lavori furono intrapresi a partire del 1687 e vennero diretti dall’architetto fra Nicolò Melelli da Lequile, che estese la struttura conferendogli l’attuale pianta a croce latina a tre navate, inglobando nel transetto minore l’antica chiesa cinquecentesca con la porzione di muro medievale: …su di una superficie di palmi cento per quaranta di terreno concesso gratuitamente dalla Marchesa di Oria, Pellina Grimaldi, il 21 agosto 1687.

Particolare dello stemma minoritico con due braccia incrociate che rappresentano i due rami fondamentali dell’Ordine, i frati e il terzo ordine dei laici.

 

Nel quadriennio 1702-1705, nuove fasi costruttive porteranno all’ingrandimento della sagrestia e alla costruzione della biblioteca, mentre nel 1732 fu innalzato il grande campanile dalle linee baroccheggianti, arricchito da tre campane fuse a Venezia.

Statua della Vergine della Croce con Bambino (Anonimo napoletano, 1800, scultura in legno e pasta vitrea).

 

Nel 1739 Michele III Imperiali dotò la chiesa a sue spese di un organo fatto costruire a Napoli, un fatto ancora oggi testimoniato da un’epigrafe latina che riporta le seguenti parole: ORGANUM HOC PRO MAJORI DEIPARAE GLORIA EXCELL. MUS D. NUS MICHAEL IMPERIALIS URIAE MARCHIO ET FRANCAVILLAE PRINCEPS, OPTIMUS, MAGNUS, PIUS.

Il 10 maggio del 1744, il Cardinale Giuseppe Renato Imperiali donò alla chiesa un busto reliquiario contenente i resti di San Renato, poi in seguito trafugato, e istituì la processione del santo come ricorrenza religiosa che andava a unirsi alla grande festa per la Madonna della Croce.

Busto reliquiario trafugato di San Renato (Anonimo, XVIII secolo, manifattura in argento).

 

Oltre all’immagine medievale, la Madre di Dio e Gesù Bambino sono raffigurati con una splendida statua vestita, opera del 1800 di autore napoletano rimasto anonimo che la scolpì in legno e pasta vitrea, molto venerata e portata in processione con grande solennità durante la vigilia dell’Ascensione di Nostra Signora.

Solo nel 1749, con l’ultimazione del coro superiore, il plesso si poté definire ultimato in tutte le sue parti.

Fra le varie testimonianze artistiche presenti dobbiamo menzionare il prezioso lavabo seicentesco conservato nella sagrestia e adornato da una trama di piastrelle maiolicate riccamente decorate da motivi geometrici e simbologie francescane, un meraviglioso affresco custodito nella portineria del pian terreno, il quale si dirama lungo tutto il soffitto a botte secondo una quadrettatura con motivi floreali intrecciati e in cui sono inseriti eleganti ottagoni che a loro volta inquadrano prospettive e scene di vita francescana e infine, il Convitto in casa di Simone il Fariseo, affresco dell’artista Giacomo Moha eseguito nel 1722 e conservato nel refettorio, leggibile solo in parte a causa della superficie pittorica oramai molto degradata.

Lavabo in maiolica del XVII secolo. (foto Alessandro Rodia)

 

Il convitto in casa di Simone il Fariseo (Giovanni Moha, 1722, affresco). (foto Alessandro Rodia)

 

Accanto alla dimora conventuale sorge la chiesa seicentesca, la cui facciata risalente al 1910 si rivolge verso nord-ovest. Il prospetto principale è ripartito in tre sezioni da due lesene e termina con un fastigio, il quale si raccorda con le ali laterali tramite due linee concave terminanti con altrettanti pinnacoli e su cui poggiano tre statue: la Vergine Immacolata al centro e ai lati i santi Francesco e Antonio da Padova. Sulla sinistra si posiziona il campanile, anch’esso suddiviso in tre sezioni e inserito nell’intersecazione dei due transetti, dalle linee semplici e in raccordo con il resto dell’edificio.

Santuario Maria SS.ma della Croce, particolare della facciata del 1910.

 

La chiesa si presenta con una pianta longitudinale a tre navate e un soffitto a sezioni con volte a vela intervallate da ampi finestroni, il tutto poggiante su una cornice aggettante a dentelli e ampi pilastri alternati da arcate a tutto sesto.

Santuario Maria SS.ma della Croce, particolare della navata centrale.

 

Santuario Maria SS.ma della Croce, particolare navata sinistra e della navata destra.

 

Fra quest’ultime trova spazio il pulpito ligneo collocato sul secondo pilastro della navata destra e risalente al 1743, realizzato grazie ai proventi ricavati dalla fiera dell’Ascensione, fino agli anni 70’ una delle più importanti fiera-mostra fra quelle che venivano organizzate in Puglia, seconda solo ai poli fieristici di Bari e Foggia, allestita nei pressi del Santuario in concomitanza con l’omonima ricorrenza.

Le due navate laterali sono fiancheggiate da una serie di cappelle, anch’esse coperte da volte a crociera dipinte e completate da due file di tre altari addossati alle pareti: la navata di sinistra con edicole in marmo policromo e stucco, la navata di destra con altari intagliati in legno e finemente decorati.

 

Santuario Maria SS.ma della Croce, coro settecentesco. (foto Alessandro Rodia)

 

Ciò che la distingue dalla chiesa dello Spirito Santo, con cui condivide molti particolari architettonici, è il presbiterio completamente occupato dalla grande composizione in legno dell’altare maggiore, dove si trova conservata l’immagine della Vergine con il Bambino.

A sinistra del transetto e comunicante con il presbiterio per mezzo di due porte troviamo il coro inferiore, un ambiente dove si possono ammirare i preziosi stalli lignei realizzati nel 1724 dai maestri “legnaiuoli”, frutto della grande maestria della stessa comunità dei Riformati. Al piano superiore e perpendicolare a questo ambiente troviamo il coro superiore, il quale viene messo in comunicazione sia con la chiesa che con gli ambienti conventuali tramite grate e accessi di passaggio. Diffuso su tre lati, lo stesso è composto da quaranta stalli e altrettante spalliere impreziosite da pannelli di tela dipinta a olio raffiguranti santi francescani e rappresentazioni della via Crucis: un’altra evidenza compositiva dei frati legnaioli dell’ordine, i quali lo terminarono nel 1749.

Osservando il ricco arredamento decorativo dei vari ambienti, si intuisce subito di come le grandi capacità artistiche dei frati minoriti furono messi al servizio dell’ideale ascetico francescano, tramutandosi in risultati di pregio disseminati lungo tutti gli spazi presenti: gli stalli, gli affreschi e le pitture maiolicate presenti nel convento o i dipinti, le sculture e gli elaborati retabli in legno conservati nella chiesa.

I martiri francescani nel Giappone (Anonimo, 1627, olio su tela)

 

Partendo dall’ingresso principale, ai cui lati e in controfacciata sono esposte due tele: i Martiri francescani nel Giappone (1627) e la Pietà, possiamo identificare nella navata di destra gli altari dedicati a San Diego in pietra, a San Pasquale Baylon e a San Pietro d’Alcantara mentre nella navata sinistra, trovano posto gli altari dedicati a Santa Elisabetta, a Sant’Antonio e a San Francesco e infine, gli altari intagliati del Sacro Cuore e della Madonna della Croce, si posizionano rispettivamente a destra e a sinistra del transetto.

Particolare degli altari di San Pietro d’Alcantara e di San Francesco (XVII secolo).

 

Su tutti, troneggia il ricco retablo in legno dell’altare principale che si erge dal contesto per la sua ricchissima finezza decorativa, databile agli ultimi anni del XVIII secolo e attribuito agli scultori fra’ Diego da Francavilla e fra’ F. Maria da Gallipoli.

Al di sopra della struttura e su di un pannello ligneo, vi è un’iscrizione riguardante l’indulgenza plenaria concessa da papa Clemente XI nel 1719.

Le tre sezioni si presentano come una grande pala d’altare in legno, in conformità con uno stile decorativo di matrice spagnoleggiante. Essa è composta da vari scomparti a rilievo inquadrati entro un’incorniciatura architettonica molto elaborata, formata da colonne e cornici marcapiano e su cui si sovrappongono due file di sculture in legno raffiguranti nel primo settore San Bonaventura da Bagnoregio, San Francesco D’Assisi, San Giacomo della Marca e San Ludovico di Tolosa, mentre nel secondo trovano posto le raffigurazioni di Santa Chiara e Santa Caterina da Bologna, il tutto secondo una complessa composizione eseguita da fra’ Illuminato da Napoli all’inizio del Settecento.

Altare maggiore, retablo del XVII secolo.

 

Al centro e perpendicolari l’una all’altra, si posizionano l’affresco mariano medievale inserito in un’edicola a tempietto, contornata da due fila di semicolonne tortili e un timpano spezzato su cui si adagiano due cherubini, a cui si aggiungono in posizione perpendicolare le due tele riproducenti L’Ascensione di Gesù e Il Perdono d’Assisi.

Un grande apparato architettonico e decorativo che termina alla sommità con l’insegna francescana delle due braccia incrociate davanti alla croce.

Il santuario di Maria SS.ma della Croce è un luogo che rispecchia in toto quella che fu la grande vivacità di Francavilla durante l’Età moderna e le varie vicissitudini che la contraddistinsero, un percorso che inizia simbolicamente con una delle più conosciute tradizioni fondative e a cui si unisce una delle più importanti devozioni mariane della città dopo quella per la Matònna della Fontana. Un sito che per la sua storia, ci racconta non solo di una lunga e complessa evoluzione architettonica, ma ci accompagna in quella che sicuramente è un’importante evidenza del percorso di fede e solidarietà che la regola francescana qui seppe lasciare nella cura delle anime, ancora oggi portata avanti dal piccolo ma vivace nucleo di frati ancora presenti: un vanto e un orgoglio per una comunità come quella francavillese, oggi come allora fortemente legata al culto mariano.

 

BIBLIOGRAFIA

D. Balestra, Gli Imperiali di Francavilla, Ascesa di una famiglia genovese in età moderna, Edipuglia, Bari 2017.

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V. Ribezzi Petrosillo, F. Clavica, M. Cazzato (a cura di), Guida di Francavilla Fontana. La città dei Principi Imperiali, Congedo editore, Galatina 1995.

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B. F. Perrone, Il convento e santuario di S. Maria della Croce in Francavilla Fontana, Tiemme industria grafica, Manduria 1985.

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Biblioteca Diocesana di Oria, G. Salinaro, Origine di Francavilla – Città in terra d’Otranto, copia anastatica manoscritto XIX secolo.

 

Dove non è specificato, le foto sono di Mirko Belfiore.

Il restauro della tela dell’Immacolata della confraternita di Spongano

di Giuseppe Corvaglia

Il 25 novembre il dipinto d’altare della Congrega verrà restituito alla Comunità sponganese restaurato dal professor Erminio Signorini e dalla dottoressa Viviana Nardò.

Ho voluto incontrarli in videochiamata per chiedere alcune notizie in merito all’operazione che segue il restauro pregevole ed eccellente di alcuni medaglioni della navata.

operazioni di restauro della tela

 

La nostra Congrega era dedicata a Santa Maria delle Grazie, ma nel quadro restaurato la Madonna non sembra propriamente una Madre amorevole, quanto, piuttosto, una Madre pronta a lottare per salvare il Figlio che porta in grembo e gli altri figli intesi come tutta l’umanità.

 Prof. Signorini Semmai io la definirei una Madonna degli attributi molteplici: colei che sconfigge il male raffigurato dal drago a sette teste, tema dell’apocalisse come l’appoggiarsi sulla luna, ma anche colei che ha altre doti speciali rappresentate dalle figure che rimandano alle litanie lauretane e sono sempre attributi della Vergine.

Quasi sempre le litanie lauretane sono associate alla Madonna del Rosario, culto che, dopo Lepanto, si diffuse in tutte le chiese, come è noto, e decantano una molteplicità di virtù alcune delle quali sono contenute in quest’opera e la rendono estremamente significativa anche da questo punto di vista.

 

Colpisce infatti nel quadro la rappresentazione iconografica degli attributi della Madonna: Fonte della nostra gioia, Specchio di giustizia, Rosa mistica, Torre della santa città di Davide, Porta del cielo, Rosa mistica…

Prof. Signorini Erano tutti elementi che arricchivano la sua figura ed esprimevano anche i ruoli che la Madonna svolge nei confronti dei fedeli come intermediaria verso Cristo e verso Dio.

 

il dipinto prima del restauro

 

A parte questo aspetto iconografico potete dirci qualcosa di più del restauro? Che tipo di approccio avete attuato?

Prof. Signorini Questo dipinto, come in altri casi che mi è capitato di osservare lavorando e insegnando in Accademia, è stato realizzato all’inizio del ‘600, nelle prime decadi del ‘600, e poi è stato ripreso nel corso dei secoli successivi alla sua realizzazione.

Il restauro dell’opera in questo caso è suggerito semplicemente dalla presenza di una data che indica la ripresa in mano l’opera, avvenuta in un periodo in cui era stato fatto un intervento generale più complesso per quello che riguardava l’architettura, le decorazioni e le caratteristiche che doveva assumere di seguito l’oratorio.

 

Sappiamo, infatti, che nella seconda metà del ‘700 lo scoppio di un fulmine aveva danneggiato gravemente la Congrega, che fu restaurata con importanti modifiche strutturali, con innalzamento della volta con un secondo ordine dove trova posto il rosone a forma di lira che illumina l’altare.

 Prof. Signorini Il quadro però fu tenuto per l’indubbio significato e per questa complessità degli attributi della Vergine proprio perché significativo e conclusivo delle storie della Vergine contenute nei quadri della navata, che si riferiscono proprio della storia della Madonna. Questo dipinto ha una valenza più simbolica e conclude il ciclo pittorico, dando un senso alla vicenda umana della Madonna descritta nei Vangeli e raffigurata nei quadri della navata.

 

Come dire che la Madonna è umanità e vita umana però è anche entità sovrumana e vicinanza alla divinità…

Prof. Signorini E questo viene poi giustificato e rappresentato dall’Assunzione.

Il restauro si presentava diciamo un po’ più complesso proprio perché aveva all’interno queste due date; da un lato quella del Seicento (1653) dall’altro lato le modifiche degli interventi dell’Ottocento (1837), che in questo caso, presentavano, ai nostri occhi, una serie di integrazioni o di correzioni o di coperture di piccole lacune non proprio fatte bene e un indebolimento della forza cromatica di alcuni colori. Questi elementi rappresentano sempre una complessità per chi restaura ,perché, come è plausibile, sono stati eseguiti all’incirca 200 anni fa. Inoltre la diversa età degli interventi presenta una differenziazione rispetto ai colori originali più antichi.

Il legante olio, poi, ha una sua storia specifica dal punto di vista chimico-fisico, che non è il caso di riprendere in questa occasione; quello che avviene è che diventa un materiale di molto più difficile solubilità e questo comporta per noi restauratori di dover intervenire con grande attenzione, anche perché molti di questi ritocchi sono andati a coprire anche la pittura originale che sotto esisteva, esiste e che si è anche, in buona parte, riusciti a recuperare.

Per questo occorre cautela e conoscenza, perché spesso si utilizzano solventi o materiali che possono essere anche “aggressivi”, ed è stata nostra cura cercare di utilizzare materiali che dessero sicurezza e garantissero di non andare ad intaccare i materiali più antichi, quelli dei secoli precedenti.

Questo è stato uno degli ostacoli; poi altre difficoltà erano legate alla stabilità dell’opera, non solo la stabilità degli strati pittorici, ma anche quella legata al sostegno e alla struttura, cioè al telaio, perché anche il telaio era stato fatto con legni non più adeguati, che dovevano essere rinforzati aumentando il numero delle traverse, per assicurarne la stabilità. Soprattutto bisognava correggere un intervento che era stato fatto nella parte sommitale del dipinto, laddove c’è una parte ad arco centinata che si era rotta. Il telaio, sempre nel corso dei secoli, si era danneggiato ed era stato ricostruito con sistemi che non hanno retto poi nel tempo e si sono danneggiati. Per questo si è dovuto far fare un intervento a un professionista specializzato nel recupero e nella costruzione dei telai, dietro nostre indicazioni, per poter realizzare questa stabilità.

Però, oltre a ottenere una stabilità maggiore abbiamo ottenuto di rendere visibili anche alcuni elementi del disegno della pittura che, in occasione della riparazione, per una piega della tela erano rimasti nascosti.

Per esempio, sono più complete le due figure di angioletti che stanno a destra e a sinistra in alto.

 

 

Filippo Cerfeda mi aveva anche parlato di quello che gli aveva detto Viviana dei telai, del rinforzo, del lavoro che avevate fatto sui telai in occasione del restauro degli altri quadri. Non ci dobbiamo dimenticare però che noi siamo uomini del ventunesimo secolo, e che questi lavori li facevano nel ‘600 con mezzi che non erano quelli di cui disponiamo oggi, insomma è già molto che non siano andate completamente perdute.

Prof. Signorini Tante volte nei restauri, per tradizione, i telai, quando sembravano non essere in grado di reggere sufficientemente la tela, venivano eliminati e si sostituivano con telai nuovi.

Per noi il telaio è un documento storico certo e in questo caso Filippo Cerfeda ci è stato di grande aiuto, perché ha trovato i possibili autori di questi telai che, se non ricordo male, avevano fabbricato anche alcuni banchi della chiesa. Anche questo, quindi, è un omaggio a Filippo e alla sua sensibilità, da storico, nel collegare i vari elementi.

Un dipinto su tela non è solo lo strato ultimo di colore ma è un sistema e, se possibile, bisogna salvare il sistema o renderlo più efficiente, se ha perso efficienza.

 

Riguardo al paesaggio che si vede nella parte inferiore, potete dire qualche qualcosa?

Prof. Signorini Il paesaggio nel dipinto serve a dare un piedistallo al mostro a sette teste che si trova in questa parte, perché fa parte della terra, dell’umano.

C’è da dire che questi paesaggi sono spesso dei paesaggi di fantasia; in qualche caso, per particolari situazioni di chiese o di devozioni, magari rappresentano il paesaggio locale, ma in molti casi sono paesaggi costruiti mescolando elementi vari che ha il pittore, diciamo, nella sua mente. Anche su questo abbiamo visto che anche da parte di chi è intervenuto nell’Ottocento sono stati fatti dei rinforzi di colore e dei piccoli aggiustamenti.

Quando questi interventi non danno un arricchimento o non interrompono il disegno non vale la pena di toccarli, anche perché hanno una loro storicità, ma se interrompono la continuità della immagine, pensiamo a un dito di una mano oppure al vestito di un altro Angelo o un’interruzione nell’ala e così via, a questo punto diventano elementi negativi e occorre intervenire per riportare l’originale.

Per quello che riguarda la parte del 1600, molte delle evoluzioni che ha il legante olio per la pittura sono già consolidate; su quelle noi non possiamo intervenire. Magari possiamo interpretarne l’intensità cromatica originaria ma, non disponendo di un documento fotografico, preferiamo lasciare la situazione com’è per il rispetto e la storia del dipinto. Per usare un paragone è come se volessimo eliminare sempre tutte le rughe sui volti.

Il fatto è che è comune che ci siano cambiamenti come la variazione nei valori cromatici della pittura a olio e questi avvengono soprattutto nei primi periodi, nei primi decenni o nel primo secolo di vita  e nel tempo si interviene. Per questo ci siamo trovati di fronte a interventi del passato che si sono fortemente modificati rispetto ai valori cromatici e che sicuramente anche il restauratore dell’800 aveva già incrociato. Comprendiamo quindi che nel tempo sicuramente variazioni ne sono avvenute, però noi, non avendo un documento fotografico, dobbiamo dare fiducia a chi è intervenuto che l’abbia fatto con sensibilità e con adeguata capacità.

 

le due fate alla base della tela

 

Alla fine, siete riusciti a reperire delle notizie riguardo a questo autore che si firma B.P.?

Prof. Signorini Non siamo riusciti. Aspettavamo dei suggerimenti dagli storici dell’arte o dagli ispettori di Soprintendenza, che in genere sono storici dell’arte, ma non è emerso nulla.

Ci auguriamo che il restauro di quest’opera possa stimolare curiosità, promuovere la ricerca e che si arrivi almeno ad avere delle ipotesi

Filippo Cerfeda aveva pensato a chi potesse essere intervenuto nell’Ottocento e ci aveva suggerito di confrontare il quadro con un’altra opera sita in una chiesetta privata a cui, però, purtroppo, nonostante diverse richieste di vederla, non siamo ancora riusciti ad avere accesso.

Volevo fare un’ultima aggiunta riguardo al restauro: quando noi ci muoviamo soprattutto per quella fase, che è la più delicata, della pulitura, dove quello che si toglie non si può rimettere, come invece si può fare se si sostituisce l’asta di un telaio, ed è, quindi, l’unica operazione sicuramente irreversibile, dobbiamo muoverci sempre con cautela e sulla scorta di osservazioni specifiche di tipo ottico, come quelle che utilizzano raggi UV o raggi infrarossi. È importante che l’intervento sia fatto con un’adeguata diagnostica, in questo caso il dottor Melica ci ha molto aiutato con i suoi mezzi tecnologici che integrano sapientemente i nostri test, le nostre provette e garantiscono al trattamento coerenza con i mezzi a disposizione.

Per essere “scientifici” e quindi seguire una disciplina corretta occorre avere competenze e conoscenze, ma anche avere a disposizione tutti i risultati della diagnostica, dell’osservazione o dell’analisi di alcuni piccoli micro-campioni che si raccolgono sull’opera.

 

Quindi avete utilizzato metodiche moderne di diagnostica anche a raggi X?

Prof. Signorini In questo caso non erano necessarie, però abbiamo fatto una osservazione di questi campioni in superficie o in sezione che ci hanno mostrato la stratificazione che c’è nell’opera e identificano tutta una serie di materiali, attraverso micro test che il diagnosta ha fatto sui campioni stessi per indicarci se si tratta di materiali tipo oleoso, come in questo caso, oppure se ci sono proteine, cere o altri materiali applicati sia nella fase di creazione sia nell’intervento di restauro dell’opera, ma consente pure di vedere, per esempio, se ci sono vernici intermedie e cose di questo tipo.

 

Un’ultima domanda: queste operazioni hanno un costo, ma sono necessarie per la storia, per il culto, per la memoria collettiva ma soprattutto per la bellezza, perché una cosa bella è un valore per tutti e noi abbiamo avuto la fortuna di avere una Confraternita intera stimolata dai priori Giacomo Paiano e oggi Fulvio Verardo, che ha dato risalto alla conservazione dei beni materiali, opere d’arte, documenti, strutture… in maniera davvero lodevole, ma senza trascurare la preghiera, la devozione, il culto, veri scopi della società, e tutto fatto con grande zelo. Cosa ne pensa?

Prof. Signorini Ho avuto modo di conoscere i Confratelli e in particolare Giacomo Paiano, all’epoca Priore, che mi parlava di progetti importanti e di piccoli oggetti recuperati, con grande entusiasmo e cura per questo, perché recuperare è importante ma è importantissima la salvaguardia, cioè il cercare di far durare nel tempo più a lungo possibile le opere che ci sono state consegnate e nei Confratelli della Congregazione c’è consapevolezza ed entusiasmo e questa attenzione, questa sensibilità sono pregi rari da trovare. Se ci fosse stata questa sensibilità ovunque molto del patrimonio italiano non sarebbe andato perduto.

 

Una parola anche sull’aspetto estetico

Prof. Signorini Il valore estetico sicuramente c’è. Gli antichi pittori potevano anche essere pittori locali però avevano una loro cultura, facevano riferimenti alle opere di maestri precedenti, anche più grandi. In loro c’era l’idea di fare la cosa bella con l’idea di fare una cosa buona per gli utenti che guardavano all’opera con fede e devozione, ma anche per coloro che non fossero credenti e potevano apprezzare elementi estetici di queste iniziative religiose. Chi verrà dopo vedrà una chiesa più bella, potranno vedere le opere conservate e la nostra missione è di farlo al meglio per farle durare il più possibile pur sapendo che anche i nostri lavori nel tempo andranno incontro all’inevitabile deterioramento.

L’invito che noi facciamo sempre dopo la fine di un restauro è di non accontentarsi del risultato, pure quando sia eccellente, ma di operare per mantenere quel risultato con la manutenzione periodica che a volte vuol dire semplicemente spolverare spesso. Per esempio, in questo caso per tendere le tele sui telai usiamo un sistema in cui l’attaccatura non danneggia il dipinto. Questo, però comporta che si possano creare delle piccole fessure fra la cornici e la tela e lì potrebbero inserirsi polveri, insetti che potrebbero nidificare; impedire che questo avvenga è manutenzione ordinaria che permette alle opere di durare ancora più a lungo

Poi sappiamo quanti danni può fare il deposito di polveri sulle superfici perché nelle polveri c’è di tutto e queste si depositano sulle superfici dei quadri sulle superfici delle pareti delle chiese all’interno e all’esterno per cui nel tempo è vero che ci vorrà il restauro ma occorrerà sempre la manutenzione.

Se ci fosse più manutenzione ci sarebbe meno restauro e danni da restaurare. Per noi sarebbe una bella cosa, ci farebbe molto piacere e potremmo comunque essere chiamati per dare  indicazioni più precise per la manutenzione.

Nuovo telaio con sistemi di supporto integrati

 

opera ultimata

L’antichissimo organo di Grottaglie e Montserrat Torrent i Serra

ALL’ORGANO RINASCIMENTALE DI GROTTAGLIE
IL CONCERTO DI MONTSERRAT TORRENT I SERRA,
ARTISTA DI FAMA INTERNAZIONALE
E DECANA MONDIALE DEGLI ORGANISTI.

Straordinario e prestigioso evento musicale sabato prossimo, 25 novembre 2023, alle ore 19.30, nella Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata, con il concerto che la decana mondiale degli organisti Montserrat Torrent i Serra (Barcellona, 1926) terrà nell’ambito della IV Rassegna Organistica Grottagliese all’organo più antico di Puglia e tra i più antichi d’Italia.
Ne danno notizia con comprensibile emozione il parroco della stessa Chiesa Madre D. Eligio Grimaldi, il dott. Ciro De Vincentis Presidente dalla Pluriassociazione S. Francesco De Geronimo e il Maestro Nunzio Dello Iacovo, Direttore artistico della rassegna giunta alla quarta edizione.
Una rassegna che, nel proporre nomi prestigiosi e famosi, esalta e valorizza uno strumento che costituisce motivo di grande orgoglio non solo per la comunità cittadina, ma per l’intero territorio regionale e nazionale.
La grande artista eseguirà brani appartenenti ad autori dei secoli XVI e XVII: un programma mirato ad esaltare le caratteristiche tecniche e foniche dell’antichissimo strumento che la stessa concertista ha chiesto di poter conoscere e suonare.

 

PROGRAMMA

ANTONIO DE CABEZÓN (1510-1565)
– DISCANTE SOBRE LA PAVANA ITALIANA
– DIFERENCIAS SOBRE LA GALLARDA MILANESA

ANTONIO CARREIRA (1525-1597)
– TIENTO A QUATRO SOBRE O VILLANCICO
– CON QUE LA LAVARE

BERNARDO CLAVIJO DEL CASTILLO (1545-1626)
– TIENTO DE 2° TONO POR GE, SOL, RE, UT

GIOVANNI MARIA TRABACI (CA. 1575-1647)
– PRIMO TONO CON TRE FUGHE
– GAGLIARDA QUARTA A 4 DETTA LA MORENIGNA

FRANCISCO CORREA DE ARAUXO (1584-1654)
– SEGUNDO TIENTO DE QUARTO TONO (N. 16 B4)

JAN PIETERSZOON SWEELINCK (1562-1621)
– MEIN JUNGES LEBEN HAT EIN END

GIOVANNI SALVATORE (1611-1688)
– DUREZZE E LIGATURE
– CANZONE FRANCESE TERZA, DEL PRIMO
– TUONO FINTO
– CAPRICCIO DEL PRIMO TONO

JOAN B. CABANILLES (1644-1712)
– PASACALLES IV DE 4° TONO.
– GALLARDAS V DE 8° TONO.

L’appuntamento da non perdere assolutamente è per sabato 25 novembre 2023, alle ore 19.30, nella Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata, sita a Grottaglie nella storica piazza Regina Margherita.
Ingresso libero.

Tra Fede e Tradizione le confraternite della Diocesi di Nardò- Gallipoli: un lavoro corale

 

di Antonio Epifani

 

“L’originalità del volume è che i curatori si muovono con la delicatezza dell’ape sul fiore, con passione e profondità perchè vivono dentro le confraternite e possono perciò descriverne luoghi e tradizioni con competenza

(dalla presentazione del Vescovo Mons. Fernando Filograna).

 

Interessantissima risulta la recente pubblicazione del testo dal titolo Tra fede e tradizione le Confraternite della Diocesi di Nardò – Gallipoli (Claudio Grenzi editore-Foggia), curato con maestria e in maniera attenta, approfondita e impeccabile da Marcello Gaballo e da Fabio Cavallo. L’opera presenta una varietà tematica stimolante che ha come punto focale la vita, la testimonianza scritta e verbale, le attività delle varie confraternite che da secoli hanno operato e operano sul territorio dell’intera diocesi, forgiando in maniera attenta la vita spirituale e sociale non soltanto dei confrati ma dell’intero territorio su cui manifestano il loro impegno.

L’opera, dopo la presentazione del Vescovo, del Vicario generale e dell’Assistente diocesano per le confraternite, è introdotta dal diacono Luigi Nocita, direttore dell’Ufficio Confraternite dicoesane. Segue un’interessante e approfondita ricerca sul fenomeno confraternale, redatta da Marco Carratta, che ripercorre già a partire dall’Alto Medioevo la storia di queste associazioni che nascono per iniziativa dei religiosi o di singoli individui, con lo scopo di svolgere attività caritatevoli, di amministrare il culto, ma soprattutto per combattere la Riforma Protestante e promuovere gli ideali che nasceranno da una chiesa post – tridentina. Nel secondo saggio, sempre di Carratta, emerge invece la componente politica che in maniera attiva partecipava alla vita della confraternita. Il re quando necessario oltre a dare approvazione ai capitoli che regolavano la vita della confraternita concedeva anche l’assenso alla sua fondazione. E a tal proposito ci propone l’esempio della Confraternita della Ss. Annunziata di Nardò, che nel settembre del 1777 ottenne dal re il regio assenso sulle regole e sulla fondazione.

Significativo risulta il patrimonio architettonico e i beni mobili di grande valore conservati nelle varie chiese confraternali, in massima parte inedito, che è possibile gustare e ammirare attraverso il ricchissimo corredo fotografico che il volume ci propone.

 

Il lavoro di stesura, che ha visto coinvolti tantissimi autori delle singole schede, molti dei quali priori o confratelli, interessa ogni paese della diocesi di Nardò-Gallipoli ed è arricchito anche da alcune significative pagine che tracciano la storia e le vicende delle confraternite ormai estinte, con adeguata e ricca bibliografia. Caso emblematico l’assenza dei sodalizi nella città di Copertino e nel piccolo centro di Seclì. A tal proposito risulta significativa e molto gradita dalla piccola comunità di Seclì, la scelta dell’immagine di copertina (foto Lino Rosponi), che ha come raffigurazione una parte della preziosa tela dell’Allegoria del Corpo e Sangue di Cristo, comunemente conosciuta con il titolo di SS. Sacramento. La parte raffigurata mostra i confrati incappucciati in adorazione che seguono la Croce e  il vessillo dell’omonimo sodalizio agli inizi del XVII sec.  Una tela di Donato Antonio D’Orlando, celebre artista neretino. Sulla quarta di copertina una recente foto, anche questa emblematica, di alcuni confratelli incappucciati che escono in processione da una chiesa di Gallipoli (foto Massimiliano De Giorgi).

 

Tra le tante sorprese che riserva il volume di circa 650 pagine, mi preme sottolineare l’esistenza di una pergamena miniata policroma della Confraternita del Ss. Sacramento di Parabita, con stemma civico e del feudatario dell’epoca, dalla quale si apprende che il cardinale De Cupis, già amministratore apostolico e poi vescovo della diocesi di Nardò, fa trascrivere al notaio Mario Capoccinus la copia legale della lettera apostolica in cui si parla delle indulgenze che papa Paolo III concesse alla Cofraternita del Ss. Sacramento di Roma, e quindi l’estensione dei privilegi al locale sodalizio parabitano. Il culto all’Eucarestia risulta quindi attestato a Parabita, così come in altri paesi della diocesi, soprattutto nel XVI sec.

Dalla lettura il testo appare come uno scrigno che custodisce gelosamente i suoi tesori che vengono rivelati al lettore, che ha il compito di leggere in maniera attenta le varie vicende passate e presenti che hanno caratterizzato la vita delle tante confraternite. Il volume inoltre può essere considerato come un vero e proprio manuale sulla storia dei vari sodalizi e come punto di partenza per ulteriori approfondimenti e studi che vadano ad arricchire il già vasto patrimonio che siamo chiamati a custodire e trasmettere alle generazioni future.

In ultimo è importante sottolineare l’attenzione che i curatori e l’Ufficio Diocesano per le Confraternite hanno avuto nell’elaborare due edizioni, una con copertina cartonata e l’altra con copertina flessibile. di maggiori dimensioni e minor costo, distribuita da pochi giorni da Amazon.

Maestri di scuola a Ruffano fra Ottocento e Novecento

di Paolo Vincenti

 

Come la vicina Taurisano[1], anche Ruffano vanta una serie di maestri elementari fra Ottocento e Novecento, esponenti di quella classe intellettuale che certo faticava a trarre fuori dall’analfabetismo la popolazione, assillata in quel torno di tempo da problematiche più urgenti come la miseria, la mancanza di lavoro e l’alta mortalità per malattia. In questa sede, non ci soffermeremo sul loro ruolo di insegnanti e sulle problematiche connesse all’esercizio della professione,[2] ma piuttosto sulla loro produzione letteraria, nei due secoli presi in esame.

Il primo maestro di cui ci occupiamo è Alfonso Mellusi (1826-1907), biografato da Aldo de Bernart nel bel saggio Un maestro di scuola nella Ruffano ottocentesca –Alfonso Mellusi-[3].  Originario di Ginosa ma proveniente da Alessano, aveva studiato presso il Seminario di Ugento e poi aveva perfezionato la formazione presso il Convento dei Cappuccini di Ruffano. Divenuto sacerdote, fu il primo maestro di scuola a vita (oggi si direbbe insegnante di ruolo) non solo a Ruffano ma nel Salento. “Sacerdote filosofo”, lo definisce de Bernart, “direttore di un corso per la formazione di maestri elementari”,[4] autore nel 1868 di un Catechismo religioso comparato con la storia sacra[5] che de Bernart pubblica in versione integrale nel succitato volume. Si tratta di un’opera sulla didattica dell’insegnamento della religione cattolica, che diede al maestro Mellusi grande prestigio e notorietà, tanto che nel 1900 il Re Umberto I lo nominò Cavaliere della Corona d’Italia.

Ma Ruffano negli stessi anni si dimostrava all’avanguardia anche sotto l’aspetto della parità di genere e dell’emancipazione femminile. Occorre ricordare almeno due nomi di maestre donne a cavallo fra Ottocento e Novecento: Marina Marzo e Angiola Guindani.[6]

Altro maestro di cui ci occupiamo è Carmelo Arnisi (1859-1909).  Oltre ad essere ricordato da Ermanno Inguscionella sua opera La civica amministrazione di Ruffano-Profilo storico[7], è stato al centro di una pubblicazione del 2003, a cura della Pro Loco di Ruffano: Carmelo Arnisi – Un maestro poeta dell’Ottocento, un pregevole volume con tre saggi, di Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, sulla vita e le opere del poeta ruffanese, fino ad allora quasi sconosciuto, nonostante a lui sia a Ruffano intitolata una strada[8].

Nel libro, pubblicato con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Ruffano, Cosimo Conallo, nell’Introduzione, sottolineava come fosse ormai tempo di riscoprire la figura di questo poeta ruffanese, intorno al quale non era mai stato fatto uno studio organico. Nel primo saggio, L’Arnisi e il suo tempo, Aldo de Bernart fa uno spaccato della società, della politica, dell’arte scultorea, pittorica ed architettonica del tempo in cui visse l’Arnisi, e parla delle sue fonti di ispirazione, delle sue frequentazioni con i maggiori protagonisti della cultura salentina dell’epoca, fra i quali il grande Cosimo De Giorgi, con cui egli era in corrispondenza, ed anche con gli esponenti della nobiltà locale, come le famiglie ruffanesi Castriota-Scanderbeg, Pizzolante -Leuzzi, Villani- Licci. <<Ispirandosi alla poesia di Luigi Marti […] che aveva cantato la “Verde Apulia”, l’Arnisi cantò la “Verde Ruffano”, in particolare S.Maria della Serra dove soleva recarsi, pellegrino di fede e d’amore…>>.[9] Il secondo saggio, Carmelo Arnisi (1859-1909) L’uomo il poeta, a cura di Ermanno Inguscio, ripercorre le tappe fondamentali della vita del poeta, la cui salute fu minata fin dalla giovane età da una persistente forma di tosse convulsa; l’infanzia serena trascorsa a Ruffano, presso la casa di Vigna La Corte prima e Casa Quarta, in Via Pisanelli, dopo, il suo lavoro di maestro elementare, l’amore per la cultura, la collaborazione con alcuni giornali dell’epoca, come “Il Corriere meridionale”, diretto da Nicola Bernardini, e la “Cronaca letteraria”, diretta da Giuseppe Petraglione; gli inverni a Ruffano e le estati trascorse a Leuca, ospite nelle ville delle famiglie Daniele, Castriota, Fuortes. Sempre ben disposto nei confronti degli amici, fra i quali il segretario comunale Donato Marti, era invece tagliente e fortemente sarcastico nei confronti degli usurai, che egli definì “vampiri sociali”, degli operatori di banca, “illustri parassiti”, e degli ipocriti. Morì, nel luglio del 1909, spossato da una forma grave di polmonite, a soli 49 anni. Alla sua morte, il giornalista e scrittore Pietro Marti traccia un elogio funebre sul giornale “La Democrazia”.[10] Nel terzo saggio, Sui versi di Carmelo Arnisi, Luigi Scorrano fa una attenta analisi dell’opera “Versi”, unica inedita dell’Arnisi, e dei manoscritti lasciati dal poeta e non pubblicati. Viene fuori il ritratto di un autore che si può ascrivere al filone della poesia sentimentale dell’Ottocento, influenzato da Leopardi, D’Annunzio, Pascoli, Carducci, dei quali trascrive molte poesie. La produzione dell’Arnisi è caratterizzata da toni intimistici, i temi sono gioie familiari, amore deluso, spesso tristezza e ripiegamento su se stesso; è costante, nelle sue liriche, la presenza della morte. Nell’opera non data alle stampe, che il curatore chiama “Versi 2”, per distinguerla da quella a stampa, indicata come “Versi 1”, compaiono altri motivi e fonti di ispirazione, come la natura, l’amor di patria, l’attenzione al sociale, gli scherzi nei confronti degli amici, la filiale devozione per la terra natale, Ruffano. Anche se non vi è una vera e propria connotazione locale nell’opera dell’Arnisi, che voleva evitare la dimensione municipalistica di una caratterizzazione estremamente tipicizzata, emerge comunque la salentinità del poeta e il suo attaccamento al borgo natìo. È stato il maestro Vincenzo Vetruccio il primo a riscoprire Carmelo Arnisi dal momento che, come giustamente rivendica in una sua pubblicazione autoprodotta[11], fu lui che ritrovò il manoscritto dell’Arnisi, Versi, inedito, lo fotocopiò e ne donò una copia al prof. Cosimo Conallo, all’epoca Presidente della Pro Loco, il quale si fece poi promotore della pubblicazione, affidandone l’incarico agli studiosi de Bernart, Inguscio e Scorrano. Nel quadernetto, Vetruccio riporta molte interessanti notizie biografiche e foto sull’Arnisi e sulla Ruffano del tempo in cui visse l’insegnante.

Ed eccoci a Pietro Marti (1863- 1933), il nome più altisonante fra gli intellettuali a cui Ruffano abbia dato i natali.[12]

Dalle svariate fonti in nostro possesso sappiamo che Pietro Marti nasce in una poverissima famiglia ruffanese, ma riesce tuttavia a studiare, tra mille sacrifici, ed a diplomarsi maestro elementare, attività che svolge a Ruffano, nei primi anni. Marti non aveva un carattere facile. Ben presto, i suoi rapporti con l’amministrazione comunale di Ruffano si fecero tesi ed egli, dopo ricorsi e sentenze del Consiglio di Stato, fu mandato ad insegnare a Comacchio. In realtà i motivi del suo esonero furono le arbitrarie assenze dal posto di lavoro. Oltre alle lettere, la sua grande passione è l’arte e l’amore per la sua terra, che lo studioso manifesta in vari modi, nella sua sfaccettata e multiforme attività. Spirito libero, brillante e poliedrico, si dà al giornalismo, fondando e dirigendo molte testate, fra le quali “La Voce del Salento”, “Arte e Storia”, “La Democrazia”, ecc. Il nome di Marti è anche legato alla nascita ed alla diffusione del Futurismo pugliese.  Nel febbraio del 1909, infatti, veniva pubblicato sul prestigioso giornale francese “Le Figarò” il Manifesto del Futurismo, la corrente letteraria fondata da Filippo Tommaso Marinetti. Sulla “Democrazia”, settimanale fondato e diretto da Pietro Marti, il 13 marzo 1909, vale a dire a meno di un mese di distanza dall’apparizione del manifesto Le futurisme sul “Figaro”, veniva pubblicato il “Manifesto politico dei Futuristi”. Ancora, dopo un periodo di parziale oblio del futurismo leccese, nel 1930, a smuovere le acque fu “La Voce del Salento”, nuovo settimanale fondato e diretto da Marti, con un articolo, a firma di Modoni, fortemente critico nei confronti dell’arte futurista. Questo articolo innescò l’effetto contrario rispetto a quello desiderato dal suo autore; vi fu infatti una levata di scudi, da parte degli esponenti del futurismo, in difesa del movimento. Lo stesso Marti, con lo pseudonimo di Ellenio, pur chiamandosi fuori dalla rissa che si era scatenata, esprimeva forti perplessità sulla concezione futurista dell’arte. E tuttavia, da intellettuale aperto e illuminato, pur non in sintonia con le idee dei giovani futuristi, accettava di pubblicare qualsiasi intervento. Si ritrovò così a dare spazio ad un gruppo di giovani artisti leccesi, che si chiamerà “Futurblocco”, capeggiato dall’allora poco più che adolescente Vittorio Bodini, nipote dello stesso Marti, il quale ricorderà sempre il nonno in pagine di grande affetto. Molti i meriti di Marti nell’arte. Da vero talent scout, fece conoscere al grande pubblico i giovani artisti salentini, con l’allestimento di Biennali d’arte a Lecce. Fu Regio Ispettore ai Monumenti della Provincia di Lecce, dal 1923 al 1929, e Direttore della Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” fino alla morte. Oltre ad una biografia di Antonio Bortone, in cui Marti dimostra la propria ammirazione per lo scultore ruffanese,[13] scrisse diverse opere di carattere storico, artistico e letterario. Fra queste, una la dedica proprio al filosofo taurisanese Giulio Cesare Vanini. Al martire di Tolosa, Marti si sentiva molto vicino per indole e temperamento e ne sposava idealmente la causa. Il libro è Giulio Cesare Vanini del 1907.[14] Marti, nel suo elogio del filosofo, definito il “precursore del trasformismo scientifico”, seguendo le parole di Bodini[15], passa in rassegna tutti gli studiosi che avevano severamente contestato il Vanini e quelli che invece lo avevano difeso. Si sofferma lungamente sulle vicende biografiche di Vanini, sulle numerose tappe del suo lungo peregrinare e soprattutto sulle sue opere, approfondendo il pensiero del filosofo, che inquadra nel contesto storico in cui visse e operò. Porta illustri esempi di filosofi del Cinquecento, Seicento, Settecento, per esaltare l’eroismo di Vanini, e tuttavia non si sottrae a quella visione che erroneamente lo considerava un martire della repressione cristiana se non un Giordano Bruno minore. Da citare anche l’opera Nelle terre di Antonio Galateo, [16]che faceva riferimento al grande autore del De situ Iapigiae, l’erudito del Cinquecento Antonio De Ferraris, di Galatone.

In tutto, si conservano circa 40 opere di Marti presso la Biblioteca provinciale di Lecce, che gli costarono molti anni di paziente ricerca, agevolata sicuramente dal suo incarico di Direttore della Biblioteca provinciale, nella quale egli profuse grandissimo impegno e amore per la nobile cultura di cui si sentiva paladino. Per questo, esaminò un numero impressionante di documenti e svolse ricerche sul campo per tutto il corso della sua carriera. Pietro Marti muore il 18 luglio 1933; a lui a Ruffano, è anche intitolata una via.   

 

Note

[1] Si rinvia a Francesco De Paola, Stefano Ciurlia, L’istruzione elementare nella Taurisano del Novecento: esperienza, memoria, immagini, in Aa. Vv., Humanitas et Civitas. Studi in memoria di Luigi Crudo, a cura di Giuseppe Caramuscio e Francesco De Paola, Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, “Quaderni de l’Idomeneo”, Galatina, Edipan, 2010, pp.123-184.

[2] Si veda Aldo de Bernart, Il maestro di scuola nel Salento Borbonico, Tipografia di Matino, 1965.

[3] Aldo de Bernart, Un maestro di scuola nella Ruffano ottocentesca –Alfonso Mellusi, Galatina, Congedo, 1990.

[4] Aldo de Bernart, Carmelo Arnisi e il suo tempo, in Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, Carmelo Arnisi Un maestro poeta dell’Ottocento, Galatina, Congedo, 2003, p17.

[5] Alfonso Mellusi, Catechismo religioso comparato con la storia sacra, Lecce, Tip. Gaetano Campanella, 1868.

[6] Aldo de Bernart, Un maestro di scuola nella Ruffano ottocentesca –Alfonso Mellusi cit., p.10.

[7] Ermanno Inguscio, La civica amministrazione di Ruffano-Profilo storico, Galatina, Congedo,1999, pp.176-179 ed anche Idem, Amici e mecenati in alcune liriche del poeta Carmelo Arnisi (1859-1909), in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria sezione Maglie, n. XII, Lecce, Argo, 2000, pp.193-203.

[8] Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, Carmelo Arnisi – Un maestro poeta dell’Ottocento, Galatina, Congedo, 2003.

[9] Aldo de Bernart, Carmelo Arnisi e il suo tempo, in op.cit., p.19.

[10] Pietro Marti, Lutto nell’arte, in “La Democrazia”, n.27, Lecce, 11 luglio 1909, riportato da Ermanno Inguscio nel suo saggio Carmelo Arnisi (1859-1909) L’uomo il poeta, in Carmelo Arnisi – Un maestro poeta dell’Ottocento cit., p.38, nel quale riporta anche il necrologio dell’Arnisi scritto sul “Corriere Meridionale” dell’8 luglio 1909: Ivi, p.29.

[11] Vincenzo Vetruccio, Carmelo Arnisi (Maestro-poeta/ 1859-1909), s.d..

[12] Sulla figura dell’erudito Pietro Marti (1863-1933), storico, giornalista, conferenziere, illustre concittadino di Ruffano, esiste una cospicua bibliografia. Tra gli altri:

Carlo Villani, Scrittori ed artisti pugliesi antichi, moderni e contemporanei, Trani, Vallecchi, 1904, p.578 (nuova edizione Napoli, Morano, 1920, pp-137-138);  Domenico Giusto, Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi (dalla Rivoluzione Francese alla rivoluzione fascista), Bari, Società Editrice Tipografica, 1929, pp.187-188;  Aldo de Bernart, Nel I centenario della nascita di Pietro Marti, in “La Zagaglia”, Lecce, n. 21, 1964, pp.63-64;  Pasquale Sorrenti, Repertorio bibliografico degli scrittori pugliesi contemporanei, Bari, Savarese, 1976, pp.375-376; Ermanno Inguscio, La civica amministrazione di Ruffano (1861-1999). Profilo storico, Galatina, Congedo, 1999, pp.174-175; Paolo Vincenti, Pietro Marti da Ruffano, in “NuovAlba”, dicembre 2005, Parabita, 2005, pp-17-18; Aldo de Bernart, In margine alla figura di Pietro Marti,  in “NuovAlba”, aprile 2006, Parabita, 2006, p.15;  Ermanno Inguscio, Vanini nel pensiero di Pietro Marti, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia sezione di Maglie, n. XX, Lecce, Argo, 2009, pp.137-148;Idem, Pietro Marti direttore di giornali, in “Terra di Leuca. Rivista bimensile d’informazione, storia, cultura e politica”, Tricase, Iride Edizioni, a. VII, n. 39, 2010, p. 6; Idem, L’attività giornalistica di Pietro Marti, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia sezione di Maglie, n. XXI, Lecce, Argo, 2010-2011, pp.227-234; Idem, Il giornalista Pietro Marti, in “Terra di Leuca. Rivista bimensile d’informazione, storia, cultura e politica”, Tricase, Iride Edizioni, a.VIII, n.40, 2011, p.7; Idem, Liborio Romano e le ragioni del Sud nel periodo postunitario. Il contributo di Pietro Marti sul patriota salentino, in “Risorgimento e Mezzogiorno. Rassegna di studi storici”, n.43-44, dicembre 2011, Bari, Levante, 2011, pp.147-161; Idem, Pietro Marti e la cultura salentina. Apologia di Liborio Romano, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia sezione di Maglie, n. XXII, Lecce, Grifo,2012, pp.164-185; Aldo de Bernart, Cenni sulla figura di Pietro Marti da Ruffano, Memorabilia n.35, Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis,2012; Ermanno Inguscio, Pietro Marti, il giornalista, il conferenziere, il polemista, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia sezione di Maglie, n. XXIII, Lecce, Argo, 2013, pp.40-58; Idem, Pietro Marti (1863-1933) Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto, a cura di Marcello Gaballo, Fondazione Terra D’Otranto, Nardò, Tip. Biesse, 2013.

[13] Pietro Marti, Antonio Bortone e la sua opera, Lecce, 1931.

[14] Pietro Marti, Giulio Cesare Vanini, Lecce, Editrice Leccese, 1907; su quest’opera si sofferma Ermanno Inguscio in Vanini nel pensiero di Pietro Marti, contenuto nel suo libro Pietro Marti (1863-1933) Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto, a cura di Marcello Gaballo, Fondazione Terra D’Otranto, Nardò, Tip. Biesse, 2013, pp.123-134.

[15] Vittorio Bodini, In memoria di Pietro Marti. La vita e l’opera, in “La Voce del Salento”, n,11, Lecce, 18 maggio 1933, p.1.

[16] Pietro Marti, Nelle terre di Antonio Galateo, Lecce, 1930.

Libri| Tra fede e tradizione. Le Confraternite della diocesi di Nardò-Gallipoli. Un volume, tanta Storia

di Nunzia Piccinno

 

La recente novità editoriale Tra fede e tradizione. Le Confraternite della diocesi di Nardò-Gallipoli, a cura di Marcello Gabalo e Fabio Cavallo, è stata pubblicata per i tipi della Claudio Grenzi Editore (ottobrel 2023).

L’opera consta di 645 pagine, cartonata, con sovraccoperta a colori,che riproduce  sul fronte il particolare di una tela, del pittore neritino Donato Antonio D’Orlando (1562/ 1636), raffigurante l’Allegoria del Sangue e del Corpo di Cristo (inizi XVII sec.), conservata nella chiesa matrice di Seclì. Vi compaiono i confratelli incappucciati dell’antica confraternita del Sacramento, i quali, preceduti da un portacroce, sono prostrati in adorazione di Gesù che versa il proprio sangue in un calice sorretto da un angelo. L’abito dei confratelli presenta l’emblema del sodalizio, con il calice e l’ostia.

La scelta di questa immagine esprime in maniera appropriata quanto è contenuto nel poderoso volume, che si apre con il contributo di quattro presentazioni, a firma di importanti figure diocesane (in primis il Vescovo della diocesi di Nardò- Gallipoli, Mons. Fernando Filograna, seguito da Mons. Giuliano Santantonio Vicario generale della diocesi, e Don Giuseppe Casciaro, Assistente spirituale diocesano delle Confraternite). L’Introduzione è a cura di Luigi Nocita, direttore dell’Ufficio Diocesano delle Confraternite.

Il Vescovo esordisce citando un brano dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (nn. 123-126), laddove Papa Francesco sottolinea che la fede incarnata in una cultura trova le sue modalità di trasmissione nelle diverse forme di pietà popolare. Una di queste è quella che si ritrova nella storia delle Confraternite. Il presule elogia il lavoro svolto dai curatori dell’opera, con l’ausilio dei Priori e di vari studiosi, grazie ai quali è venuta alla luce la presente pubblicazione.

L’augurio è quello che anche oggi, epoca caratterizzata da innumerevoli sfide, le Confraternite possano svolgere il prezioso ruolo di “scuole di fede popolare, fucine di santità […]” e sappiano “rispondere”, attraverso un cammino sinodale e missionario, “ai bisogni e alle urgenze del nostro tempo”.

Nel suo intervento Mons. Giuliano Santantonio fa notare come il volume presenti una panoramica del fenomeno confraternale, che pone al centro realtà che non avevano ancora goduto delle “luci della ribalta”. Egli, tuttavia, non esclude il rischio di un inesorabile declino dovuto a pratiche percepite come obsolete e ripetitive, ragion per cui ritiene che vadano recuperate le basilari istanze spirituali e sociali che ne costituiscono la genesi.

Don Giuseppe Casciaro, nel congratularsi per il lavoro svolto, rammenta il percorso pastorale della Chiesa Diocesana a partire dall’insediamento nella sede episcopale diocesana di S. E. Mons. Fernando Filograna.

Il Diacono Prof. Luigi Nocita, denota come numerosi confratelli avvertissero da tempo l’esigenza di conoscere l’origine della propria istituzione e gli sviluppi successivi, pienamente soddisfatti con i testi che si susseguono. L’opera difatti consente di cogliere con uno sguardo d’insieme le varie realtà confraternali della diocesi, quasi sempre differenti nelle tradizioni e nel carisma.

Marco Carratta propone due illuminanti saggi introduttivi. Il primo, Per una storia del fenomeno confraternale, contiene i dati storici relativi a numerose Confraternite, le quali risultano attive già nell’Alto Medioevo, divenendo una componente fondamentale della società nel XIII secolo. Esse sorgono per iniziativa di singoli o sospinte da vari ordini religiosi, i quali, come interpreti delle inquietudini presenti nel popolo dei fedeli, si adoperano per arginare fratture emergenti nel rapporto tra Chiesa e laicato pio. E’ attraverso di esse che nel XVII secolo vengono promossi gli ideali post-tridentini, atti a combattere la Riforma Protestante (Scisma occidentale). Le confraternite hanno svolto attività di assistenza reciproca, di apostolato, invogliando i propri adepti ad atti di devozione e aderenza alla liturgia. Compito del Vescovo era di vigilare su tali organizzazioni laicali, la cui stagione più proficua è quella del secolo XVII. In seguito varie riforme secolari riducono la loro sfera di azione.

Nel secondo saggio, I rapporti tra le istituzioni secolari e confraternite durante il regime borbonico. L’esempio della Confraternita dell’Annunziata e del Carmine di Nardò, Carratta indaga i rapporti tra istituzioni secolari e Confraternite, registrandosi in questo periodo una maggiore incidenza dell’azione del potere politico.

In seguito il libro passa in rassegna le diverse Confraternite (59), trattate singolarmente con propria scheda, raggruppate in ordine alfabetico per ognuno dei Comuni della Diocesi. Si parte da Alezio per finire con Tuglie. Risaltano per ovvi motivi di consistenza numericica le realtà confraternali di Gallipoli e Nardò, i cui sodalizi occupano buona parte delle schede riportate.

Di ogni Comune la prima parte è dedicata alle confraternite tuttora esistenti, le quali vengono descritte a partire dall’anno della fondazione, con il relativo Statuto, le regole adottate, le principali opere artistiche di cui sono in posseso, l’abito usato nelle cerimonie religiose, il gonfalone. Alla fine di ogni scheda viene riportata la composizione dell’attuale Consiglio, in cui vengono elencati il nome del Priore, degli assistenti, dei consiglieri e delle altre cariche sociali, del Padre spirituale, con il numero totale degli iscritti, distinti per sesso (i dati sono aggiornati all’anno 2022).

Il ricco apparato iconografico, in buona parte realizzato da Lino Rosponi, si avvale di numerosi altri fotografi, e attira l’attenzione del lettore per i molteplici aspetti che in buona parte erano sconosciuti o comunque poco noti.

Un vero e proprio repertorio storico d’insieme, supportato dalle ricerche dei tanti studiosi che firmano le schede, molti dei quali priori delle stesse. Senz’altro apprezzabile la completa bibliografia e le fonti di archivio riportate a fine scheda,  utili per chi intende approfondire le tante realtà. Anche i rimandi alle varie opere d’arte commissionate dalle Confraternite si rivelano importanti, aprendo nuovi campi di ricerca.

Con questo volume la storia delle varie confraternite della diocesi di Nardò-Gallipoli, non sarà più un segreto. Ne risulta un testo basilare per chiunque voglia  studiare o soltanto conoscere il mondo confraternale diocesano.

Da segnalare nel ricco apparato iconografico frontespizi di libri confraternali, documenti manoscritti, incisioni, tele, statue, tabernacoli, altari, reliquiari, bastoni di priori, stendardi, tabelle di legno, tronetti eucaristici, ostensori, scapolari, abiti devozionali, repositori. Interessanti anche le foto di processioni e di confratelli, di alcune pratiche di pietà, tant che difficilmente se ne potrebbe rinvenire l’eguale.

Nel volume trovano posto anche le Confraternite ormai estinte, anche queste trattate con altrettanta cura e con ampia documentazione. Si ricava, ad esempio, che due paesi della diocesi (Seclì e Copertino) oggi risultano sprovvisti di queste realtà. Ciò dispiace soprattutto per la città che ha dato i natali al santo dei voli e che un tempo era provvista di numerose Confraternite.

Ma sono tanti gli approfondimenti, tra i quali l’antichissima Confraternita della Misericordia di Nardò, anche questa estinta. Alle “Misericordie” attuali, di recente istituzione ed operanti in alcuni Comuni della Diocesi, è dedicato un apposito capitolo.

In conclusione viene offerta la visione panoramica delle antiche e attuali confraternite, con interesanti statistiche che mostrano i dati riassuntivi e globali relativi al numero degli iscritti, distinti per sesso.

Finalmente, chiunque vorrà informarsi su una qualsiasi confraternita diocesana, avrà a disposizione il testo adatto, indispensabile per ogni membro delle confraternite, per il clero e per gli studiosi della materia.

La Brentesìa: dopo l’arrivo dei colonizzatori (II)

di Nazareno Valente       

Come già sappiamo, i Calabri scacciati da Taranto dai Parteni trovarono rifugio a Brindisi25; mentre nulla s’è detto dei nostri concittadini che si trovavano a sud-ovest di Taranto e che, a prima vista, non sembrerebbero aver lasciato traccia alcuna. Di certo dovettero cedere il passo agli Achei, che precedettero l’arrivo dei Parteni, stabilendosi nel tempo su entrambe le coste dell’attuale Calabria.

In linea teorica si può presupporre che, al pari di quanto fecero altri indigeni depredati dai colonizzatori, molti di loro si spostarono nell’entroterra cercando di riorganizzarsi. La gran parte, però, non volle lasciare del tutto libero il campo agli invasori e, sfruttando le politiche distensive e di coesistenza attuate dai coloni di Sibari nei riguardi dei nativi, riuscì a ritagliarsi un proprio spazio presumibilmente nella Siritide, mantenendo nel contempo un certo legame con la madrepatria. La loro presenza in quella zona la si può intravedere nel concreto nell’alleanza che Brindisi stipulò con i Turini e, soprattutto in un brano molto controverso di Strabone.

Prima di vedere quale, è utile però chiarire il significato che il geografo pontico assegnava agli etnici ed ai coronimi utilizzati. Dagli scritti emerge con chiarezza che per Strabone, Iapigia e Calabria erano di fatto sinonimi tra loro. Quindi, a differenza di tanti altri autori, per lui la Iapigia non era una più vasta regione che conteneva la Calabria, ma s’identificava con essa.  Per quanto riguarda gli etnici, invece, si nota che quando egli parlava degli Iapigi intendeva indistintamente gli abitanti (Calabri e Salentini) della Calabria. Quando la questione riguardava espressamente i Salentini, il geografo usava però lo specifico etnico Salentinoi (Σαλεντῖνοi), mentre, se erano coinvolti i soli Calabri, non si serviva del termine epicorio Kalabroì (Καλαβροὶ), che infatti non usa mai, ma di quello di matrice greca, vale a dire Messapi. Per cui, per Strabone unicamente i Calabri erano propriamente Messapi, mentre i Salentini non lo erano.

 

Ebbene mentre Strabone tratta della decadenza cui era soggetta Taranto, costretta per difendersi dai suoi nemici a ricorrere frequentemente a comandanti forestieri (ξενικοῖς26), Strabone inserisce un’informazione fuori contesto che ha tolto il sonno a parecchi specialisti. Appena finito di narrare i fatti avvenuti attorno al 330 a.C., in cui Alessandro il Molosso, venuto in soccorso di Taranto, era stato destinato all’insuccesso proprio a causa dell’ingratitudine dei Tarantini, introduce infatti all’improvviso un argomento del tutto diverso, affermando : «Essi [i Tarantini] si scontrarono  con i Messapi per il possesso di Eraclea, fruendo dell’aiuto del re dei Dauni e di quello dei Peucezi» («Πρὸς δὲ Μεσσαπίους ἐπολέμησαν περὶ Ἡρακλείας, ἔχοντες συνεργοὺς τόν τε τῶν Δαυνίων καὶ τὸν τῶν Πευκετίων βασιλέα»27).

Senza andare dietro ai diversi dubbi che tormentano gli storici, ci si soffermerà solo su quelli di possibile interesse.

La principale questione controversa è di carattere cronologico, cioè a dire non si è in grado di datare in maniera condivisa questa contesa accesasi tra Tarantini e Messapi per il possesso di Eraclea. Se la si pone al tempo di Alessandro il Molosso, vale a dire tra il 334 ed il 330 a.C., i Messapi (o per dire meglio, i Calabri) sembrano del tutto fuori posto come competitori, dal momento che, come già riferito, con il condottiero epirota avevano stipulato un trattato di pace. Era piuttosto con i Lucani che in quegli anni i Tarantini avevano frequenti attriti, avendo appunto loro strappato Eraclea, proprio grazie all’aiuto di Alessandro il Molosso.

Se invece lo scontro si riferisce ad una data precedente, allora non può che riguardare la fondazione di Eraclea, e quindi un secolo e più prima (444 o 443 a.C.), quando il conflitto sorse tra Taranto e Thurii. Nel tal caso, il coinvolgimento dei Messapi potrebbe essere pensato come di supporto ai Turini con i quali erano, come detto, alleati. Però questa ipotesi solleva un dubbio del tutto spontaneo. Constatato che erano i Turini i maggiori interessati alla questione, non si capisce come mai Strabone non li citasse neppure, mettendo invece in rilievo la partecipazione dei Messapi che, data la lontananza dei loro insediamenti con il teatro dello scontro, non potevano certo essere la forza più consistente in contrasto con i Tarantini.

Come questa, ogni altra possibile collocazione temporale avanzata ha finito per sollevare a sua volta problemi irrisolvibili, sicché i più hanno dovuto amaramente concludere che la notizia data da Strabone non sia del tutto corretta e che di conseguenza necessiti d’essere in parte emendata. Fatto sta che neppure sulle correzioni da apportare si è riusciti a trovare un accordo condiviso, anche perché a sparigliare le carte ed a creare il maggiore imbarazzo è proprio la presenza dei Messapi in una zona non di loro pertinenza. Quello che in definitiva risulta inspiegabile è perché mai i Messapi si fossero lasciati coinvolgere in un conflitto che si svolgeva in un territorio così lontano dal proprio.

Tutto potrebbe risultare più comprensibile se, in linea con l’ipotesi fatta, si accettasse che i Calabri di Brindisi si trovavano in quella zona perché vi dimoravano e che queste azioni belliche rientravano in un più ampio contesto di difesa degli ultimi lembi di terra rimasti in loro possesso, così come facevano in maniera indistinta tutti gli altri italici della zona. In questa ottica, l’episodio narrato da Strabone farebbe pertanto parte dei tentativi compiuti dai Brindisini di frenare l’avanzata tarantina verso Metaponto e  la Siritide e di conservare il territorio in cui erano stati relegati.

Se così è, potremmo ipotizzare che le enclave del passato dominio, o della Brentesìa per usare il vocabolo di Eustazio, si collocavano tra Thurii e Taranto, e questa supposizione, oltre a spiegare i motivi della contesa con i Tarantini per Eraclea, valorizzerebbe pure l’alleanza che i Brindisini avevano stipulato con Thurii che, allo stesso modo, aveva tutto l’interesse che Taranto non estendesse i suoi confini nella Siritide.

Come si può notare l’ipotesi che i Calabri di Brindisi possano essersi insediati ben oltre i confini del Salento prende sempre più corpo, e troverà ancor più avallo dall’esame di un episodio che rese i Calabri ed i Salentini tristemente noti ai colonizzatori greci.

L’aspetto strano è che, in questo caso, gli studiosi sono tutti d’accordo sull’interpretazione da dare alla vicenda, solo che non si sono preoccupati di valutare alcuni aspetti di contorno niente affatto banali.

Si è già avuto modo di narrare l’avvenimento in un’altra occasione dandogli il dovuto rilievo, in quanto, a detta di Erodoto, rappresentava la più grande strage di Greci («φόνος Ἑλληνικὸς μέγιστος») tra tutte quelle di cui si aveva al suo tempo conoscenza28. Lo si riassume di seguito per analizzare i punti di maggiore interesse per il tema trattato.

Racconta Diodoro che tra il 473 ed il 472 a.C. scoppiò in Italia una contesa tra i Tarantini e gli Iapigi, «venuti ad urto per contrasti sorti su zone ai loro confini» («περὶ γὰρ ὁμόρου χώρας ἀμφισβητούντων πρὸς ἀλλήλους»); contrasti che divennero scontri sempre più aspri, sino a sfociare in un aperto conflitto29.

Ora, dal momento che la disputa riguardava zone di confine, è naturale presumere che gli Iapigi maggiormente coinvolti in questo caso fossero i Calabri di Brindisi, il cui territorio confinava appunto con quello dei Tarantini. Ebbene, costretti dall’aggressività dei Parteni, i Brindisini reagirono con tale decisione che in breve tempo, coadiuvati dai Salentini, dai Pedicli e da altri popoli confinanti, approntarono un grande esercito composto da più di 20.000 uomini30 a cui Taranto si preparò ad opporsi alleandosi con i Reggini. La battaglia campale che ne seguì fu violenta e determinò molte vittime in entrambi i campi ma, alla fine, vide prevalere i Brindisini ed i suoi alleati. A questo punto, Diodoro così prosegue: «nella fuga gli sconfitti si separarono in due contingenti, dei quali il primo si ritirò a Taranto e l’altro fuggì verso Reggio. In maniera analoga si divisero anche gli Iapigi: quelli che inseguirono i Tarantini, essendo breve la distanza, fecero grande strage dei nemici; gli altri che s’erano posti all’inseguimento dei Reggini dimostrarono un tale ardore da far pensare che volessero piombare insieme ai fuggitivi a Reggio  per impadronirsi della città» («Τῶν δὲ ἡττηθέντων εἰς δύο μέρη σχισθέντων κατὰ τὴν φυγήν, καὶ τῶν μὲν εἰς Τάραντα τὴν ἀναχώρησιν ποιουμένων, τῶν δὲ εἰς τὸ Ῥήγιον φευγόντων, παραπλησίως τούτοις καὶ οἱ Ἰάπυγες ἐμερίσθησαν. Οἱ μὲν οὖν τοὺς Ταραντίνους διώξαντες ὀλίγου διαστήματος ὄντος πολλοὺς τῶν ἐναντίων ἀνεῖλον, οἱ δὲ τοὺς Ῥηγίνους διώκοντες ἐπὶ τοσοῦτον ἐφιλοτιμήθησαν ὥστε συνεισπεσεῖν τοῖς φεύγουσιν εἰς τὸ Ῥήγιον καὶ τῆς πόλεως κυριεῦσαι»31).

Alla fine Erodoto fa la conta dei morti32: tremila reggini ed ancor più i Tarantini, il cui numero fu talmente alto da non poter neppure essere calcolato.

La cosa qui più interessante da sottolineare è tuttavia un’altra: il racconto di Diodoro offre informazioni di dettaglio di notevole rilievo, meritevoli di un’attenta valutazione non fosse altro per comprendere dove questa battaglia, tanto famosa ma ugualmente rimasta senza nome, abbia potuto avere svolgimento. Va infatti sottolineato che le fonti non sono per nulla esplicite su dove questo epico scontro sia avvenuto, anche se la questione non ha turbato più di tanto gli specialisti, sicuri che la località in questione, seppure sconosciuta, non poteva che trovarsi tra Taranto e Brindisi, apparendo del tutto scontato che quella era l’unica zona di confine tra le due città.

Invece, proprio il resoconto dello storico siciliano, indica in maniera evidente che il terreno dello scontro non possa essere stato quello.

Lo si comprende  in maniera evidente da due aspetti.

Il primo riguarda il coinvolgimento dei Reggini. Sia pure in maniera vaga, il fatto che i Reggini si siano lasciati coinvolgere nella contesa dai Tarantini può già far pensare che le dispute di frontiera non riguardassero solo i confini ad est di Taranto, ma anche di quelli ad ovest ed a sud-ovest della città ionica. Vale a dire una zona che i Reggini avevano tutto l’interesse fosse controllata da una città alleata piuttosto che da una comunità nemica. Il secondo, ben più preciso, è che al momento della disfatta i Tarantini ed i Reggini si separarono, dandosi alla fuga per vie diverse.

Ebbene,tenuto presente che nelle battaglie oplitiche, come quella che si racconta, chi soccombeva aveva tutto l’interesse a mantenere i ranghi più compatti possibile, perché in caso contrario finiva per essere alla mercé di chi aveva preso il sopravvento, non si capisce come mai i Reggini ed i Tarantini si separarono, adottando la peggiore strategia possibile che risultava in realtà un vera e propria scelta suicida. Infatti, se la battaglia è avvenuta come comunemente si crede ad est di Taranto, non c’era motivo che i due contingenti si separassero, essendo l’unica via di fuga possibile proprio quella che avrebbe consentito loro di trovare riparo a Taranto, da dove i Reggini erano in aggiunta costretti a transitare, se volevano poi ritornare a Reggio. Tra le altre cose, in tal caso, non si capisce neppure come abbiano potuto i Brindisini inseguire i Reggini sino a Reggio, visto che per farlo avrebbero dovuto compiere un’impresa impossibile, vale a dire prima conquistare Taranto che si frapponeva al loro inseguimento.

 

Ora, salvo che Diodoro non si sia inventato ogni cosa, la risposta obbligata che si può dare è che lo scontro non avvenne ad est di Taranto ma dalla parte opposta a sud-ovest della città ionica, con ogni probabilità in una località tra Metaponto e Sibari. Questo diverso scenario renderebbe infatti plausibile perché mai i Reggini decisero di separarsi, preferendo fuggire verso la propria città, piuttosto che dirigersi verso Taranto che pure, come detto, si trovava più vicina. Di fatto i due gruppi si separarono perché, per raggiungere ciascuno di loro la propria città, dovevano necessariamente fuggire in direzioni opposte. E furono di conseguenza inseguiti dai Calabri di Brindisi sin sotto le mura delle loro città.

Altra inevitabile conclusione è che nel primo trentennio del V secolo a.C., quando si svolse questo epico scontro, i Brindisini erano ancora stanziati a sud-ovest di Taranto in una non meglio identificata zona della Siritide. In caso contrario, non sarebbero stati in grado di affrontare una battaglia campale di quella portata in luoghi così lontani dai propri insediamenti, privi come sarebbero stati dei necessari rifornimenti.

In conclusione, il racconto dettagliato di Diodoro sull’epilogo della mischia che portò alla più grande strage di Greci rende evidente che la Calabria, la quale ai tempi di Strabone coincideva più o meno con l’attuale Salento, in precedenza, prima dell’arrivo dei coloni greci, si estendeva a nord sino a quasi il fiume Ofanto ed a sud-ovest sino a Crotone. L’arrivo degli Achei ridimensionò questi confini facendoli arretrare sul versante ionico poco a sud di Eraclea; quello dei Parteni privò i possedimenti di Brindisi dapprima del territorio tarantino e  successivamente della Siritide. In questo contesto la fondazione di Eraclea, invano contesa ai Tarantini,  come testimoniato da Strabone, rappresenta l’epilogo della presenza brindisina al di fuori del Salento. Si può quindi datare al 434-433 a.C. la fine del dominio dei calabri di Brindisi nelle zone delle attuali Lucania e Calabria.

 

La fine del dominio brindisino in Siritide

Impossibile avere certezze su come si sviluppò la successiva storia delle popolazioni brindisine rimaste separate dalla madrepatria, non essendo rimasta nelle fonti narrative nessuna loro traccia.

Possono però farsi delle ipotesi.

Con ogni probabilità, dopo la perdita di Eraclea, furono relegati nelle zone più interne e più impervie, dove i coloni greci non riuscivano ad imporre la loro egemonia. Poi si raggrupparono con altre genti scacciate dai Greci oppure, in situazione magari di sudditanza con altre popolazioni indigene, attesero l’arrivo di tempi migliori.

Nel frattempo anche il mondo della Magna Grecia incominciava la sua parabola discendente e le genti italiche, in particolare i Lucani, comparsi sulla scena nel V secolo a.C., passarono all’inizio del secolo successivo al contrattacco. La loro predisposizione alle doti guerresche, esercitate ed educate con rigore simile a quello spartano sin dalla più tenera età, li rendeva particolarmente temibili ed idonei ad esercitare una forte egemonia sulle popolazioni italiche della zona.

Qualche decennio dopo si affacciò sul palcoscenico della storia un altro popolo agguerrito, di cui non si aveva mai avuto prima menzione, i Brettii, la cui genesi fornirà spunti utili per comprendere cosa ne fu dei Brindisini rimasti nel territorio magnogreco.

Tutte queste apparizioni, troppo improvvise per poter essere davvero tali, sono spiegabili solo alla luce di complesse dinamiche di trasformazione sociale e territoriale avvenute tra le popolazioni italiche lì dimoranti. In pratica i Lucani ed i Brettii possono considerarsi le nuove compagini che si sostituivano alle precedenti, dopo averle integrate e modificate sia a livello sociale, sia a livello di dislocazione territoriale. La stessa genesi dei Brettii — quella dei Lucani esula dagli interessi di questo intervento — fornisce l’esempio concreto delle trasformazioni in atto in un mondo sconvolto dalla colonizzazione greca. Per quanto le fonti narrative antiche ci forniscano notizie discordanti in merito, c’è un aspetto che le accomuna nell’indicare che i Brettii facevano inizialmente parte di una società, definibile Lucana, in quanto i Lucani vi esercitavano un evidente predominio.

Se da un punto di vista storiografico i Lucani sono documentati presenti nell’attuale Calabria dal V secolo a.C., quando accolgono i pitagorici scacciati dai Crotoniati, i Brettii lo sono solo dal decennio 360/350 a.C. A detta di Diodoro, che nella sua “Biblioteca” raccoglieva notizie provenienti da più fonti, durante il consolato di M. Popilio Lena e C. Manlio Imperioso (359 a.C.)  «si raccolse in Lucania una moltitudine di gente mista, venuta da ogni dove, la maggior parte servi fuggitivi. Questi all’inizio vissero come predoni, e per l’abitudine a dimorare all’aperto e alle incursioni acquisirono esperienza e pratica nelle attività militari. Perciò, essendo risultati superiori in battaglia ai propri vicini, divennero molto potenti. Dapprima assediarono e misero a sacco la città di Terina, poi, conquistate Ipponio, Thurii e molte altre città, costituirono un assetto politico comune (κοινὴν πολιτείαν). Furono chiamati Brettioi perché erano per lo più schiavi. Infatti gli schiavi fuggitivi erano appunto chiamati Brettioi nella lingua delle genti del luogo»33.

Più stringata, ma anche più circostanziata, la versione fornita da Strabone il quale riferisce che i Brettii avevano ricevuto il nome dai Lucani che così chiamavano i ribelli (ἀποστάται); dapprima erano stati dediti alla pastorizia al servizio dei Lucani e successivamente s’erano resi liberi «quando Dione fece guerra a Dionisio sollevando tutti contro tutti [357-356 a.C.]»34. Il geografo indica poi che la loro metropoli era Cosentia (Cosenza) ed occupavano l’estrema penisola dell’attuale Calabria a sud dell’istmo tra Skylletion ed il golfo di Hipponion (all’incirca dalla costa poco a sud da Catanzaro a Vibo Valentia)35.

In epoca più tarda è da porsi la tradizione che si deve a Pompeo Trogo nell’epitome fatta da Giustino che, dopo aver messo in rilievo il loro coraggio, la loro ricchezza e l’aggressività che li aveva resi particolarmente temibili agli occhi dei popoli vicini, narra la loro origine causata da una banda di cinquanta giovani lucani i quali, ripudiato il rigorose regime militare di stampo spartano con cui erano educati, s’erano uniti per compiere saccheggi a danno dei propri vicini36. Dati i successi, la banda aveva visto gonfiare le proprie fila da una moltitudine di gente diversa finendo per divenire il terrore dell’intera regione, sinché Dionisio, il tiranno di Siracusa, sollecitato dai propri alleati, non aveva tentato di porvi rimedio inviando seicento mercenari africani37. Pure i mercenari però risultarono sconfitti e la loro cittadella conquistata dai rivoltosi, grazie all’aiuto di una donna chiamata Bruzia, dalla quale assunsero il nome di Bruttii. Proprio la cittadella strappata ai mercenari fu il loro primo insediamento ufficiale, divenuto presto asilo di tutti i pastori che vivevano nelle vicinanze38.

Oltre a sottolineare la loro originaria sudditanza dai Lucani, i resoconti mettono in evidenza come il loro peso militare e politico, emerso alla metà del IV secolo a.C., fosse comunque l’esito finale d’un processo iniziato molto tempo prima. Altro aspetto rilevante per i nostri scopi, è anche il rilievo dato all’eterogeneità dei Brettii, alla cui composizione contribuirono popoli diversi. In altre parole i Brettii si formarono a seguito di complesse dinamiche di trasformazione, tra le altre cose proprio nel mentre sparivano dalla scena storica popoli come gli Enotri, gli Ausoni, i Choni ed i rimasugli dei Calabri di Brindisi lì trapiantati.

Per cui non pare troppo azzardato ipotizzare che i Brettii avessero accolto tra le proprie fila la maggior parte di coloro che volevano rivalersi dei soprusi subiti a seguito delle successive ondate di colonizzazione.

C’è una vecchia teoria della illiricità etnica dei Brettii, presupposta dal presunto nome illirico da loro assunto e  da altre convergenze toponomastiche39, che non intendo certo riscoprire se non per evidenziare alcune analogie tra questo popolo e quello dei Brindisini spodestati dagli Achei e dai Tarantini. Il richiamo a tale ormai superata ipotesi è fatto perché l’interpretazione dell’etnico, Βρέττιοι (Brettioi), suggerisce accostamenti degni di nota con Brindisi.

Stefano Bizantino40 parla infatti di un’isola nell’Adriatico, «Βρεττία νῆσος» (l’isola Brettia), a cui i Greci davano un’altra denominazione, l’isola dei cervi («Ἐλαφοῦσσα»), e ribadisce che anche il nome di Brindisi («Βρεντέσιον πόλις») era dovuto alla somiglianza del suo porto con una testa di cervo («βρέντιον γὰρ παρὰ Μεσσαπίοις ἡ τῆς ἐλάφου κεφαλή»), aggiungendo un altro significativo accostamento: il termine Brindisi derivava da Brento, figlio di Eracle, al pari dei Brettii che discendevano da Bretto, anch’egli figlio di Eracle.

Un altro possibile collegamento tra Brindisi ed i Brettii è riscontrabile inoltre in Dionisio d’Alessandria il quale in un breve accenno dei Lucani e dei Brettii41 chiama questi ultimi Βρέντιοι (Brentioi), invece di Βρέττιοι (Brettioi), facendo intendere che l’etnico derivava da βρέντιον (Brention), vale a dire dallo stesso termine usato dai nostri antichi concittadini per indicare la testa di un cervo e da cui, come più volte riportato, originava il nome, Βρεντέσιον (Brentesion), dato dai Greci alla nostra città.

Ora questa preferenza data da Dionisio d’Alessandria alla forma Βρέντιοι, rispetto a Βρέττιοι di origine lucana, non pare del tutto casuale e sembra in aggiunta riferirsi ad una fonte ben più antica. Pertanto sembrerebbe avvalorare ancor più l’ipotesi che i termini Brentioi (Brettii) e Brentesion (Brindisi) abbiano avuto un’origine comune derivando entrambi da brention.

Se tutto ciò è naturalmente poco per sostenere una parentela etnica tra Brettii e Brindisini, è tuttavia non banale se considerata in un’altra ottica.

Si pensi, ad esempio ad altre possibili analogie.

Come i Brettii, la società Calabra della penisola salentina aveva una forte componente dedita alla pastorizia ed un etnico a cui la propaganda denigratoria tarantina assegnava simili connotazioni negative, accostandolo allo stesso modo agli schiavi. Tutti aspetti questi marginali, se la questione viene trattata da un punto di vista etnico, ma interessanti se valutati nel senso di tradizioni comuni.

Tradizioni che si può pensare i Brettii acquisirono nel corso del tempo, avendo accolto tra le proprie file i Brindisini, così come avevano fatto, a memoria di Diodoro e Giustino, con popolazioni di altra etnia. In definitiva non sembra tanto avventato supporre che una significativa componente della società Brettia fosse costituita dai Brindisini prima insediati tra Metaponto e Crotone.

Ed infatti in un passo, anch’esso del tutto trascurato dagli storici, ma del pari chiaro nella sua formulazione, Polibio, nell’elencare i popoli che abitano la costa ionica nel tratto che va da Taranto a Reggio, afferma che, oltre ai Lucani ed ai Brettii ci sono «tuttora dei Calabri» («ἔτι δὲ Καλαβροὶ»)42. Come dire che ancora all’epoca di Polibio, vale a dire nel II secolo a.C., c’erano ancora Brindisini che vivevano nei loro antichi possedimenti della Brentesìa. E la cosa viene comunicata in modo talmente spontaneo e senza darvi enfasi, da lasciar intendere che  fosse del tutto naturale che in quegli anni ci fossero Calabri stanziati lontano dai loro usuali insediamenti.

In definitiva,era una notizia così scontata per un lettore dell’epoca che non c’era neppure bisogno di darle rilievo.

Questa è anche l’ultima traccia lasciata dai Calabri di Brindisi che avevano dovuto subire l’avanzata e la supremazia  dei coloni Greci nel territorio tra Metaponto ed il Bruzio.

La fine dell’organizzazione politica dei Brettii fu repentina al pari della sua costituzione. Già al suo tempo, Strabone poteva affermare che dei Brettii «non sopravvive più nessuna organizzazione politica comune oppure usi comuni, e sono completamente scomparsi lingua, modo di armarsi, di abbigliarsi e ogni altra cosa di questo genere: in definitiva, considerati sia singolarmente, sia nel loro assieme, i loro insediamenti sono del tutto privi di ogni rilevanza»43.

Con i Brettii sparirono anche i Calabri di Brindisi della cui esistenza sarebbe il caso di prendere finalmente consapevolezza, viste le consistenti tracce da loro lasciate sin nel Bruzio.

(2 – fine)

 

Note

25 Giustino, Epitome delle storie filippiche di Pompeo Trogo, III 4, 11-12.

26 Strabone, Geografia, VI 3, 4.

27 Ibidem.

28 Erodoto, Storie, VII 170.

29  Diodoro siculo, Biblioteca storica, XI 52, 1-2.

30 Ibidem, XI 52, 3.

31 Ibidem, XI 52, 4.

32 Erodoto, Storie, VII 170.

33 Diodoro siculo, Biblioteca storica, XVI 15, 1-2.

34 Strabone, Geografia, VI 1, 4.

35 Ibidem, VI 1, 4-5.

36 Giustino, Epitome delle storie filippiche di Pompeo Trogo, XXXIII 1, 3/10.

37 Ibidem, XXXIII 1, 10-11.

38 Ibidem, XXXIII 1, 12.

39 H. Rix, Bruttii, Brundisium und das illyrische Wort für ‘Hirsch’, in Beiträge zur Namenforschung, vol. 5 (1954), pp. 115/129.

40 Stefano Bizantino, Ethnica, voci Brentesion, Brettia e Brettos.

41 Dionisio d’Alessandria (I secolo d.C. – II secolo d.C.), Descriptio orbis, v. 362.

42 Polibio, Storie, X, fr. 1.

43 Strabone, Geografia, VI 1, 2.

 

Per la prima parte:

La Brentesìa: dopo l’arrivo dei colonizzatori (II) – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

 

La Brentesìa: una regione cancellata dal tempo (I)

di Nazareno Valente

 

Quando si nomina un’antica regione si fornisce il suo coronimo e, per rendere più chiaro l’argomento, anche una sua caratterizzazione geografica. Nozioni queste che necessariamente si riferiscono ad un momento specifico e non tengono conto delle possibili evoluzioni intervenute nel corso del tempo. Per questo, quando si parla di periodi il cui intervallo è quantificato in secoli, le indicazioni date rischiano di risultare fuorvianti, in quanto si offre una situazione statica, mentre essa è di fatto soggetta a dinamiche che comportano a volte frequenti modifiche di denominazione ed anche di collocazione geografica. Di conseguenza i termini della questione vanno meglio precisati, anche se questo modo di procedere potrebbe far correre il rischio, almeno inizialmente, d’ingarbugliare ancor più la matassa.

Riferendosi alla penisola salentina, gli autori antichi e tardoantichi utilizzavano nomi diversi: Iapigia, Messapia, Calabria, terra dei Sallentini. L’unico che in antichità non le fu mai attribuito è quello di Salento che, invece, è il coronimo che in tempi moderni ha preso piede, spodestando tutti gli altri. C’è in aggiunta da ricordare che Messapia era il nome imposto dai Greci, Calabria quello che i nostri antichi concittadini s’erano scelto e, infine, terra dei Sallentini quello spesso usato dal mondo latino. Sappiamo inoltre che gli abitanti della Calabria — si preferirà nel prosieguo questo termine originato da una libera scelta dei nostri conterranei, rispetto a quello in genere più usato di Messapia coniato ed imposto da chi desiderava colonizzarli — si ripartivano, a seconda della zona d’insediamento in Calabri e Sallentini.

 

Per quanto riguarda la regione abitata dai Calabri e dai Sallentini, si indica in genere la zona contenuta dall’istmo che unisce la provincia di Taranto a quella di  Brindisi, essendo questa di fatto la delimitazione all’incirca coincidente con quella attuale e con quella fatta da Erodoto nella più antica citazione a noi pervenuta1. Ed in effetti in epoca storica, salvo differenze di marginale entità, la Calabria s’è mantenuta sempre entro tali limiti, come rilevabile dalla maggior parte delle fonti narrative dell’epoca. Ciò non toglie che, in periodi antecedenti, la situazione era con ogni probabilità molto diversa, soprattutto per quanto riguarda gli insediamenti dei Calabri.

Purtroppo l’argomento non ha destato — né desta tuttora — grande curiosità tra gli storici più accreditati, per lo più scoraggiati dalla oggettiva difficoltà di affrontare un discorso del genere per la scarsezza delle fonti utilizzabili, sicché, come logica conseguenza, non si è mai indagato se i Calabri avessero avuto mire diverse dallo stare confinati entro i limiti territoriali già più volte definiti. Ed in effetti sulla questione si ha la disponibilità di pochi frammenti narrativi, in più di difficile interpretazione perché slegati in genere dal contesto, che non sembrano, quindi, a prima vista capaci di fornire un quadro in qualche modo definibile, nemmeno in maniera vaga ed imprecisa.

Ciò nonostante, per quanto limitate e di non univoca interpretazione, le tracce di cui si è in possesso lasciano in ogni caso intravedere realtà talmente interessanti da stimolare ad un loro ulteriore esame, magari con un approccio diverso dal solito e senza i soliti pregiudizi. Per questo si è deciso di affrontare un percorso mai intrapreso prima, se non in maniera embrionale, nell’intento di desumere quantomeno nuovi spunti e nuove informazioni, tutti utili a comprendere meglio l’evoluzione storica delle genti del Salento e, in particolare, dei nostri concittadini Calabri di Brindisi.

Va tenuto infine presente che gli autori latini e quelli greci non utilizzavano una terminologia comune: i primi privilegiavano i coronimi e gli etnici coniati dagli indigeni; i secondi preferivano quelli da loro stessi ideati. Per questo i Latini, riferendosi al Salento attuale, parlavano di Calabria, mentre i Greci di Messapia. In più alcuni autori, obbedendo un po’ alle mode e, soprattutto, alle specificità del proprio tempo, assegnavano agli stessi termini accezioni diverse da quelle canoniche. Ad esempio Livio e Plinio utilizzavano il termine Sallentini in maniera non troppo precisa e, il più delle volte, estesa anche ai Calabri. Per cui, ad esempio, i residenti di Brindisi e di Lupiae (l’attuale Lecce) venivano detti Sallentini, mentre più precisamente erano Calabri. La stessa cosa avveniva nell’uso dell’etnico Messapi, con cui i Greci non sempre identificavano tutti i residenti della nostra terra, ma, in certi casi in prevalenza i soli Calabri. Tali variazioni sul tema andranno sempre tenuti a mente e, se del caso, richiamati, se non si vorrà incorrere in inevitabili incomprensioni.

 

La Calabria prima della fondazione di Taranto

Alla fine del V secolo a.C. la Calabria combaciava a grandi linee con l’attuale Salento, però la sensazione netta è che prima avesse avuto un’estensione decisamente maggiore. Lo si è già potuto intravedere dai miti che prevedono Diomede come fondatore o come avversario di Brindisi. In essi si è infatti rilevato che l’influenza della nostra città arrivava sino a toccare i possedimenti dei Dauni ed addirittura quella degli Apuli, di cui, a dar credito a Trogo era di fatto la città più illustre2. Se si considera che gli Apuli si trovavano a nord dei Dauni, anche se con questi erano a volte confusi, e che, in ogni caso, occupavano le zone del foggiano, questo fa credere che la Calabria faceva allora un tutt’uno con la confinante Peucezia.  Ora, secondo i geografi d’epoca romana, il paese dei Peucezi, o dei Poediculi, a seconda che si segua la terminologia greca oppure epicoria,  si estendeva a nord del territorio di Brindisi, sino al fiume Aufidus (Ofanto)3, il che fa presupporre che l’influenza politica di Brindisi andava ben oltre il Salento, occupando anche l’attuale provincia di Bari, e che la Calabria si estendeva di conseguenza sino a quei luoghi.

Il fatto che in epoca remota la Calabria e la Peucezia fossero un’unica entità geografica, emerge non solo dal compendio dell’opera di Trogo — che, occorre sottolinearlo, insieme ad Asinio Pollione faceva parte della frangia di storici che dava una versione non allineata a quella imposta dal sistema augusteo e diffusa dall’opera di Tito Livio, e per questo più interessata alle tradizioni dei popoli soggiogati dai Romani — ma è per altro confermato da un passo di Dionisio di Alicarnasso troppo spesso trascurato. Narra infatti il retore cario che diciassette generazioni prima della spedizione contro Troia, Enotro abbandonò la Grecia4. Insieme con lui era il fratello Peucezio, il quale, «sbarcata la sua gente dalle parti del promontorio Iapigio, che fu il primo approdo da loro incontrato in Italia, vi si stabilì, ed è da lui che gli abitanti di quella regione sono chiamati Peucezi» («Πευκέτιος μὲν οὖν, ἔνθα τὸ πρῶτον ὡρμίσαντο τῆς Ἰταλίας, ὑπὲρ ἄκρας Ἰαπυγίας ἐκβιβάσας τὸν λεὼν αὐτοῦ καθιδρύεται, καὶ ἀπ’ αὐτοῦ οἱ περὶ ταῦτα τὰ χωρία οἰκοῦντες Πευκέτιοι ἐκλήθησαν»5).

Secondo questa versione, appare pertanto evidente che in epoca mitologica i Greci usavano il coronimo Peucezia per indicare la Puglia centro-meridionale comprendente quindi la Peucezia e la Calabria d’epoca classica. Va inoltre rilevato che in effetti questa testimonianza non è nemmeno unica, essendoci altri scritti, anch’essi trascurati perché ritenuti oscuri dalla critica storica, che propongono una stessa ipotesi. In particolare Liciniano, nell’epitome fatta da Solino, afferma che la Messapia, poi conosciuta come Calabria, aveva tratto origine dal Greco Messapo tuttavia, inizialmente, Peucezio, fratello di Enotro, l’aveva chiamata Peucezia («Liciniano placet a Messapo Graeco Messapiae datam originem, versam postmodum in nomen Calabriae, quam in exordio Oenotri frater Peucetius Peucetiam nominaverat»)6. E pure Plinio il Vecchio, parlando della Calabria, riferisce qualcosa di analogo: «I Greci la chiamarono Messapia da un condottiero e, prima ancora, Peucezia da Peucezio, fratello di Enotro, che si era stabilito nella terra dei Sallentini» («Graeci Messapiam a duce appellavere et ante Peucetiam a Peucetio Oenotri fratre in Sallentino agro»7).

Liciniano e Plinio il Vecchio dettagliano pertanto ancor più il discorso di Dionisio di Alicarnasso rendendo note le dinamiche che avevano interessato le terre dei nostri concittadini, ponendo però in chiaro che il primo nome usato dai Greci per identificarle era stato Peucezia e, solo in seguito, Messapia.

In pratica alla situazione canonica della Iapigia suddivisa in Daunia, Peucezia e Calabria (o Messapia per dirla come i Greci) se ne contrappone una, valida con ogni probabilità prima dell’inizio della colonizzazione greca, nella quale i Peucezi ed i Calabri sono un tutt’uno e, in più, in non buoni rapporti con i Dauni. Ora, considerato che secoli dopo, al tempo di Strabone, come lo stesso autore pone in rilievo8, i popoli dei Peucezi e dei Dauni vivevano in sintonia ormai accomunati in una stessa regione, chiamata Apulia, c’è da ritenere che tali dissidi fossero sorti in precedenza a causa della politica aggressiva dei Brindisini e dei loro tentativi di allargare il proprio raggio d’azione. E che così fosse, vale a dire che i contrasti con i Dauni riguardassero i Calabri e non già i Peucezi, è confermato da un’altra annotazione fatta da Strabone quando riferisce che i Peucezi ed i Dauni s’allearono ai Tarantini, scesi in guerra contro i Messapi9.

Con buoni margini di certezza, si può in definitiva ipotizzare che in un’epoca passata, per le mire brindisine, la Calabria occupava la gran parte della Puglia centro-meridionale e che Brindisi cercava di estendere i propri domini anche nel nord della Puglia.

Il che sarebbe già di per sé innovativo rispetto a quanto si dice comunemente sull’argomento.

Ancor più sorprendente è, tuttavia, ciò che può desumersi da altre fonti narrative sinora dimenticate, le quali lascerebbero in aggiunta intuire che in epoca remota Brindisi avesse esteso i propri domini anche su entrambe le coste della Calabria attuale e che successivamente, sia pure molto ridimensionata dal flusso coloniale acheo e lacedemone, fosse rimasta stanziata in alcune località della Siritide almeno sino all’inizio della seconda metà del V secolo a.C.

Già da altri scritti, che hanno avuto la fortuna di essere ampiamente esaminati, si sono potuti rilevare evidenti segnali che, prima dell’arrivo dei Parteni, la zona di Taranto era abitata da Brindisini. Lo fa sapere in maniera esplicita Strabone ricordando che Brindisi s’era vista  togliere gran parte del suo territorio dai Lacedemoni venuti con Falanto («Ὕστερον δὲ ἡ πόλις βασιλευομένη πολλὴν ἀπέβαλε τῆς χώρας ὑπὸ τῶν μετὰ Φαλάνθου Λακεδαιμονίων»10). Ma anche Trogo, per le parti conservate nel compendio di Giustino, dà una medesima informazione nel momento in cui annota che chi era stato depredato e scacciato dagli invasori tarantini aveva poi trovato riparo a Brindisi11.

Lo testimonia in aggiunta l’antichissima via istmica, utilizzata poi dai Romani per tracciare l’ultimo tratto della via Appia, che univa Taranto a Brindisi, la cui esistenza sarebbe risultata inspiegabile12, se a quel tempo i Brindisini non avessero esercitato una indiscussa egemonia nella zona. Allora non si facevano infatti molte vie, e quelle poche erano tracciate dalle città esclusivamente all’interno del proprio agglomerato, per lo più lontane dalle zone di confine: se Brindisi, prima dell’arrivo dei coloni, ne aveva costruita una sino a Taranto è un palese indice di come poteva disporre a suo piacimento di quelle terre. Per ovvi motivi di sicurezza, nessuna città costruiva di fatto vie in zone che non poteva controllare con certezza.

Ritornando al passo di Strabone c’è da rilevare come il geografo sottolinei che in quella occasione i Brindisini persero gran parte (πολλὴν) del loro territorio. Cosa che fa già pensare all’eventualità che Taranto non fosse l’unico possedimento a cui Brindisi dovette rinunciare a causa dell’arrivo dei coloni. Quali queste terre possano essere state, impossibile dirlo con precisione. Tuttavia una qualche ipotesi è possibile formularla, riesaminando i tanti passi ritenuti impenetrabili e, forse, troppo in fretta messi da parte e scarsamente valorizzati. Senza dubbio tali insediamenti arrivavano addirittura sino nel Bruzio, termine che sarà usato in maniera impropria per indicare la parte meridionale della Calabria attuale, al solo fine di non creare confusioni terminologiche con la Calabria antica. Va infatti ribadito che a quel tempo un simile termine non era stato ancora coniato, in quanto si usava la locuzione ager Bruttius per indicare la terra dei Brettii, solo in tempi successivi definita Bruzio.

 

Le fonti narrative dimenticate e La Brentesía

Sebbene la possibilità di uno sconfinamento degli Iapigi dalle proprie sedi storiche faccia parte degli avvenimenti presi in considerazione dagli storici, la questione è sempre stata presentata in maniera vaga, quasi si trattasse di eventi di scarso rilievo che, semmai accaduti, erano dovuti a circostanze del tutto occasionali o fortuite. Invece non sembra che così sia stato in realtà: lo certificano brani che, per quanto noti, hanno però il difetto di non avere un contesto definibile, neanche da un punto di vista cronologico. In pratica sono notizie che non si sa come collocare nel tempo e nello spazio.

C’è un passo di Strabone, più volte citato ma mai esaminato per quello che potrebbe implicare, che dà memoria dell’insediamento degli Iapigi ben oltre la prima fascia costiera del golfo ionico fino a lambire il Bruzio. Parlando della fondazione di Crotone, Strabone aggiunge appunto senza alcun preambolo: «A dire di Eforo, prima, a Crotone abitavano gli Iapigi» («ᾤκουν δὲ Ἰάπυγες τὸν Κρότωνα πρότερον, ὡς Ἔφορός φησι»13). Riporta quindi l’informazione en passant, ponendola in alternativa alla versione ufficiale, ampiamente accettata da tutti di Crotone colonia degli Achei, quasi che l’annotazione di Eforo fosse solo una lontana congettura. Di primo acchito sembra pertanto una semplice illazione o addirittura una invenzione che πρότερον (próteron), vale a dire prima o forse meglio anticamente,  rispetto all’arrivo degli Achei, Crotone fosse stata abitata dagli Iapigi. E forse proprio per questa sensazione, dovuta a come Strabone presenta la notizia, se l’indicazione data da Eforo è ritenuta  poco attendibile e meritevole d’essere accantonata senza eccessivi scrupoli.

Eppure per certi versi l’affermazione di Eforo trova una sia pure imprecisa conferma in altri autori.

In due frammenti di Ellanico, conservati rispettivamente in Stefano Bizantino14 e Dionisio di Alicarnasso15, viene infatti narrato che gli Ausoni, antichi abitanti della zona, furono costretti a lasciare le proprie terre scacciati dagli Iapigi ed a emigrare in Sicilia. Dal che si può evidentemente desumere che gli Iapigi s’impossessarono delle località abbandonate dagli Ausoni. Ellanico precisa pure quando il fatto avvenne «nella terza generazione prima della guerra di Troia, nel ventiseiesimo anno del sacerdozio di Alcione ad Argo» («τρίτῃ γενεᾷ πρότερον τῶν Τρωικῶν Ἀλκυόνης ἱερωμένης ἐν Ἄργει κατὰ τὸ ἕκτον καὶ εἰκοστὸν ἔτος»16), vale a dire presumibilmente nel  XIII secolo a.C.

In aggiunta lo stesso Strabone menziona, nelle vicinanze di Crotone e del Capo Lacinio17, oggi Capo Colonna, l’esistenza di tre promontori chiamati espressamente Iapigi («τῶν Ἰαπύγων ἄκραι τρεῖς») che non si capisce perché avessero conservato dopo secoli un tale nome, se gli Iapigi non avessero mai vissuto in quei paraggi.

Sebbene queste informazioni abbiano goduto d’una certa fortuna tra gli addetti ai lavori, esse non sono mai state utilizzate per indagare sulle dinamiche cui fu soggetta la società degli Iapigi. Né a maggior ragione lo sono state quelle che godono di poca considerazione perché facenti parte di brani incomprensibili e che la critica ha ritenuto meritevoli d’essere emendate, a causa di ipotetici errori di trascrizione da parte di un qualche amanuense distratto.

Iniziamo da quella che, pur contenendo una notizia di rilievo per la nostra indagine, non è stata neppure mai presa in considerazione.

Tra le tante questioni dibattute dagli storici c’è quella riguardante la Megale Hellas, vale a dire la Magna Grecia, che pone problemi geografici (quali zone essa comprendeva?), cronologici (quando il termine fu coniato?) e di altra svariata natura. Nell’ampia e vivace discussione che ha fatto seguito, viene a volte citato un passo della “Chrestomazie”, un’epitome comprendente molti brani dell’opera di Strabone18, per affermare che la sola area del Capo Lacinio — promontorio distante pochi chilometri da Crotone — sarebbe stata definita Magna Grecia dai discepoli di Pitagora, per il fatto che vi aveva lì soggiornato il loro maestro. E sin qui parrebbe che non ci sia nessun aggancio con il nostro argomento, in quanto si parla espressamente d’un soggiorno avvenuto press’a poco vicino al Capo Lacinio della Brettia, vale a dire del Bruzio («ἐπὶ τὸ Λακίνιον ἄκρον τῆς Βρεττίας»).

Però una noticina fa sapere che, in effetti, il testo originale non riportava «ἄκρον τῆς Βρεττίας» (promontorio della Brettia) ma «ἄκρον τῆς Βρεντεσίας» (promontorio di Brindisi) e poiché Brindisi non si trova vicino al promontorio citato, la lezione Βρεντεσίας (Brentesías) è stata ritenuta un errore del copista e, di conseguenza, emendata senza tante discussioni in Βρεττίας (Brettías).

I Veneti a questo punto potrebbero per certi versi dire che xe pèso el tacòn del buso, letteralmente, è peggio il rammendo del buco, come dire che, nella fattispecie, la correzione appare forse ancor più scorretta dell’errore. Infatti il termine inserito non pare coerente al periodo, vale a dire il VI secolo a.C., in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, per il semplice motivo che se Brindisi, seppur collocata in tutt’altra zona, almeno esisteva,  i Brettii non avevano ancora fatto la loro comparsa nella storia e, di conseguenza, non esisteva ancora una regione chiamata Brettia.

Di là, però, dalla correzione magari inappropriata, appare in effetti strano questo accostamento del Capo Lacinio con Brindisi, anche se andrebbe osservato che il termine emendato, Brentesías, sembrerebbe piuttosto un coronimo, e quindi riferirsi ad una regione più che ad una città. Come se l’autore avesse voluto dire, non tanto un promontorio della città di Brindisi, ma piuttosto della regione brindisina o del brindisino. In ogni caso, Brentesías è un toponimo di cui non si hanno precedenti riscontri e che non è dato di sapere se sia stato coniato al momento dallo sconosciuto compilatore dell’epitome oppure se da lui ripreso da un autore più antico.

Tuttavia, andando a valutare altri riscontri letterari oscuri ci si può imbattere negli “Scoli all’Alessandra di Licofrone” contenenti sviste dello stesso tipo. Vero che si tratta di evidenze letterarie tarde, attribuite come sono ai fratelli Tzetze, grammatici bizantini del XII secolo, tuttavia presenti in commentari di epoca precedente — a volte anche imperiale — per cui sono informazioni antiche o tardo-antiche Ad esempio in uno è affermato «e consacrerà ad Atena Iapigia ovvero Calabra, dea del bottino e della guerra, un cratere bronzeo da Temesa, città della Calabria»19 e come si può notare il vocabolo Iapigia è usato come sinonimo di Calabria, e quindi nell’accezione tipica del periodo antico. In un altro si afferma espressamente che Temesa è città della Iapigia ovvero della Calabria e quindi, in definitiva situata nel Salento.

Sappiamo però che Temesa non si è mai trovata nel Salento, essendo ormai assodato che essa era una città degli Ausoni sul litorale tirrenico della Calabria attuale, proprio nel versante opposto a quello in cui si trovano Capo Colonna ed i tre promontori Iapigi. Se non bastasse, lo stesso errore è contenuto in un altro scolio, dove ancora una volta Temesa è presentata come città dell’antica Calabria20, e non del Bruzio.

L’aspetto curioso è che questa strana dislocazione di Temesa non compare solo negli “Scoli all’Alessandra di Licofrone”, ricorre pure nei commentari all’opera di Omero fatta da Eustazio, arcivescovo di Tessalonica e pubblico professore di eloquenza. Infatti, parlando della Temesa citata appunto da Omero nell’Odissea, il retore ci fa sapere che si tratta della Temesa italica: «Come ora alcuni dicono Brindisi» («Τὸ νῦν ὥς τινές φασι Βρεντέσιον»21). E, poco oltre, utilizza anch’egli il termine usato nelle  “Chrestomazie”, vale a dire «ἡ Βρεντεσία»22 (la Brentesìa), lasciando chiaramente intendere che si riferisce ad una regione; non ad una città.

C’è da sottolineare che ad un lettore moderno Temesa potrebbe risultare del tutto sconosciuta. Così non era invece in antichità. Il fatto stesso che ne avesse addirittura parlato Omero, indicandola meta ambita dai Greci per l’approvvigionamento del rame, l’aveva resa leggendaria, soprattutto tra i letterati, i quali ne facevano motivo di approfondite discussioni. Il dibattito era in particolare incentrato sulla sua collocazione geografica, lasciata vaga da Omero: c’era così chi la considerava una città cipriota e chi la riteneva italica. Detto che alla fine la ricerca storico-archeologica è stata concorde nel riconoscere che l’antica Temesa fosse in Italia, e precisamente tra i fiumi Oliva e Savuto, nella parte centrale della costa tirrenica dell’attuale Calabria, resta il fatto, a prima vista sconcertante, che c’era chi, prevedendola italica, l’accostasse come detto a Brindisi che si trovava in una regione completamente diversa.

Ora a tutti può capitare di sbagliare ma che inciampassero nello stesso banale errore rinomati intellettuali del periodo imperiale, i fratelli Tzetze, ignoti epitomatori e, in aggiunta, celebri retori pare qualcosa di poco credibile. Anche perché, a ben guardare, i più non affermavano che Temesa si trovava in Calabria, nelle vicinanze di Brindisi, ma che essa era, al pari di Brindisi, città Calabra. In definitiva non sembra parlassero del suo posizionamento geografico, che con ogni probabilità davano per scontato fosse il Bruzio, né desideravano identificare l’antica Temesa con la Brindisi del loro tempo ma, con ogni probabilità, solo sottolineare un qualche altro aspetto che collegava le due località.

Quale fosse questo legame, è tutto da stabilire; tuttavia tra le tante risposte possibili una sembra la più plausibile: si considerava Temesa città Calabra perché in tempi remoti essa dipendeva politicamente dai Calabri provenienti da Brindisi. In altre parole, si può ipotizzare che, prima dell’avvento dei coloni achei e lacedemoni, Brindisi avesse esteso i suoi domini sino a Crotone — come per altro ricordato da  Eforo che, nello specifico, aveva parlato più genericamente di una occupazione iapigia della città — e che nel suo territorio era compresa anche la città di Temesa. In definitiva il collegamento tra Temesa e Brindisi era dovuto al fatto che la prima si trovava nella Brentesìa, vale a dire nella zona in cui i Calabri di Brindisi erano egemoni.

Messe così le cose, risulterebbe più comprensibile pure il passo di Strabone, quando menziona i tre promontori Iapigi23 collocati in territorio crotoniate, e quindi Iapigio; si darebbe valore pure ai frammenti di Ellanico, quando narra di una offensiva  verso sud degli Iapigi che avrebbe costretto gli Ausoni a migrare in Sicilia e a lasciare quindi l’uso del loro territorio agli invasori. Consentirebbe infine di ripristinare la lezione Βρεντεσίας, emendata come visto in Βρεττίας. nel passo delle “Chrestomazie” che dichiarava il Capo Lacinio facente parte del territorio brindisino, oltre a chiarire il perché dell’uso di un coronimo per indicare un’entità, Brindisi, a cui non ci si rivolgeva mai considerandola una regione.

Più in generale l’ipotesi formulata — opinabile quanto si vuole ma, viste le premesse, del tutto coerente con esse — non appare per nulla priva di consistenza, anzi è supportata da testimonianze talmente concrete da renderla più che verosimile.

Il riesame dei vari brani rende in definitiva evidente come i Calabri di Brindisi esercitassero una qual certa supremazia all’interno dei gruppi iapigi e, sia pure in modo sfumato, delinea il quadro delle loro eventuali conquiste. Chiarisce inoltre che gli interessi di Brindisi s’erano rivolti non solo a nord dell’istmo che l’univa a Taranto, come si può evincere dai miti di fondazione relativi a Diomede, ma anche oltre la fascia costiera tarantina e la Siritide, sino a toccare i litorali della costa nord del Bruzio, come i passi rivalutati sul Capo Lacinio e su Temesa lascerebbero intuire.

Infine, potrebbe essere letto in questo senso anche il famoso frammento di Varrone, reso noto dalla Pseudo-Probo sulla genesi della nazione salentina, che si riporta per intero perché in parte talmente indefinito che può dare luogo a diverse interpretazioni. «Nel terzo libro delle Antichità umane [Varrone] così riferisce: “Si dice che la nazione Salentina si sia formata a partire da tre luoghi, Creta, l’Illirico, l’Italia. Idomeneo, cacciato in esilio dalla città di Blanda per una sedizione durante la guerra contro i Magnensi, giunse con un folto esercito nell’Illirico presso il re Divitio. Ricevuto da lui un altro esercito, e unitosi in mare, per la analogia delle loro condizioni e dei progetti, con un folto gruppo di profughi locresi, strinse con essi patti di amicizia e si portò a Locri. Essendo stata la città evacuata, per timore di lui, egli la occupò e fondò diverse località tra le quali Uria e la famosissima Castrum Minervae. Divise l’esercito in tre parti e in dodici popoli. Furono chiamati Salentini, perché avevano fatto amicizia in mare» («[Varro] in tertio Rerum Humanarum refert Gentis Salentinae nomen tribus e locis fertur coaluisse, e Creta, Illyrico, Italia. Idomeneus e Creta oppido Blanda pulsus per seditionem bello Magnensium cum grandi manu ad regem Divitium venit ad Illyricum; ab eo item accepta manu cum Locrensibus plerisque profugis in mari coniunctus per similem causam amicitiaque sociatis, Locros appulit. Vacuata eo metu urbe, ibique possedit aliquot oppida et condidit:  in queis Uria et Castrum Mineruae nobilissimum. In tres partes divisa copia in populos duodecim Salentini dicti, quod in salo amicitiam fecerint»24).

Per quanto in maniera vaga anche Varrone offre un quadro diverso da quello usuale, collocando i nostri antichi concittadini fin nella Locride, dove occuparono appunto Locri, questo perché c’era stata comunanza d’intenti anche con un gruppo di profughi Locresi.

Ne consegue che non è azzardato ipotizzare che Brindisi, prima dell’arrivo dei colonizzatori achei e lacedemoni, fosse una delle principali potenze della zona che divenne poi in buona parte greca.

(1 – continua)

 

Note

1 Erodoto, Storie, IV 99, 5.

2 Giustino, Epitome delle storie filippiche di Pompeo Trogo, XII 2, 7; n. valente, Brindisi arcaica: i miti di fondazione e le origini ateniesi, https://www.academia.edu/103297158/Brindisi_arcaica_i_miti_di_fondazione_e_le_origini_ateniesi

3 Tolomeo, Geografia, III 1, 13.

4 Dionisio di Alicarnasso, Antichità Romane, I 11, 2-3.

5 Ibidem, I 11, 4.

6 Granio Liciniano (II secolo d.C. -…), Reliquiae, edidit N. Criniti, Leibzig 1981, apud solino, Collectanea rerum memorabilium, II 12.

7 Plinio il vecchio, Storia Naturale, III 11, 99.

8 Strabone, Geografia, VI 3, 8.

9 Ibidem, VI 3, 4.

10 Ibidem, VI 3, 6.

11 Giustino, Epitome delle storie filippiche di Pompeo Trogo, III 4, 11-12.

12 M. Lombardo, La via istmica Taranto-Brindisi in età arcaica e classica: problemi storici, in Atti: Salento porta d’Italia, Lecce 1989, pp. 167/192.

13 Eforo, fr. 140 Jacoby, apud strabone, Geografia, VI 1, 12.

14 Ellanico (V secolo a.C.), fr. 79a Jacoby, apud stefano bizantino (VI secolo d.C. – …), Ethnica, voce Sikelìa.

15 Ellanico, fr. 79b Jacoby, apud dionisio di alicarnasso, Antichità Romane, I 22, 3.

16 Ibidem.

17 Strabone, Geografia, VI 1, 11.

18 Chrestomazie, VI 281, 6.

19 Tzetze, Scholia in Lycophronis Alexandram, v. 853.

20 Ibidem, 854.

21 Eustazio di Tessalonica (XII secolo d.C.), Commento ad Omero – Odissea, I 185.

22 Ibidem, I 184.

23 Capi Le Castella, Rizzuto e Cimiti.

24 Varrone, Antiquitates rerum humanarum, III fr.VI Mirsch, Apud PS –PROBO,  in Vergilii Bucolica, VI 31.

 

Tra fede e tradizione: un volume sulle Confraternite della diocesi di Nardò-Gallipoli

 

di Alessio Stefàno

Nel noto Dizionario di erudizione storico ecclesiastica di Gaetano Moroni Romano (1842), una “Confraternita” (o Sacrum sodalitiu, Sacra sodalitas) viene definita come «società, e adunanza di persone divote stabilite in alcune chiese, o oratorii per celebrare alcuni esercizi di religione, e di pietà, o per onorare particolarmente un mistero, od un santo, non che per esercitare uffici caritatevoli»[1].

Le Confraternite, per mezzo delle quali «si ricavò gran profitto spirituale da ogni classe di persone, particolarmente dai laici», si distinguono tra loro «per colore, e per la forma dell’abito de’ confrati, pegli statuti e regole che osservano, per le chiese e i cimiteri che hanno, per le processioni e opere di pietà che eseguiscono».

Specie in alcune aree dell’ecumene cristiana occidentale, il fenomeno delle Confraternite risulta ancor oggi molto vivo, e risulta coinvolgere in parte attiva un gran numero di persone, le quali attraverso tali forme di aggregazione ricevono l’opportunità di vivere in maniera più profonda e partecipativa la vita religiosa nella propria comunità. Com’è noto, il Meridione e la Puglia, ma in particolar modo il Salento, rappresentano ancora oggi delle aree in cui tale realtà appare quanto mai diffusa e radicata, e dal fenomeno la stessa Diocesi di Nardò-Gallipoli appare essere tutt’altro che esente. Anzi, si potrebbe dire che ancora oggi, qui più che in altri luoghi, il fenomeno confraternale incide vivacemente nella vita e nelle vicende della comunità ecclesiale locale.

Mosse da tale consapevolezza – ma anche dal fatto che la funzione delle Confraternite oggi si esplica anche nell’ambito della valorizzazione del patrimonio culturale, materiale e immateriale – molte pie associazioni, specie negli ultimi decenni, hanno sentito la preoccupazione di mettere per iscritto la loro storia, con lo scopo di offrire ai propri aderenti ed alle città che le ospitano una realistica ed esaustiva narrazione delle loro origini, nonché delle peculiari forme in cui si andavano a declinare gli aspetti devozionali.

In questa rinnovata temperie di “riscoperta delle origini” mancava tuttavia un’opera organica che andasse a render conto della varietà e della ricchezza di queste associazioni di fedeli che per secoli hanno avuto un forte impatto nella vita religiosa locale. Da qui, l’esigenza di un volume che andasse a racchiudere una qualificata e organica trattazione sulla storia e sulle vicende delle confraternite della diocesi di Nardò-Gallipoli.

L’idea è stata maturata e sviluppata nel corso di ben due anni in seno all’Ufficio Diocesano delle Confraternite, con il plauso e l’incoraggiamento del Vescovo e dell’Ufficio Diocesano per i Beni culturali. Ha preso così avvio un esteso studio, che si è avvalso del contributo di ben 54 autori i quali, con rigore metodologico e attraverso l’ausilio delle fonti conservate negli archivi confraternali, parrocchiali, diocesani e dell’Archivio di Stato di Lecce, si sono preoccupati di ricostruire le vicende di ciascuna delle 55 confraternite presenti nei sedici comuni della diocesi, dalle origini sino ai nostri giorni, studiandone gli indirizzi comuni e le attività prevalenti, l’abito e il gonfalone, le azioni cultuali di rilievo. Particolare attenzione è stata inoltre data al patrimonio artistico custodito nei rispettivi oratori, documentando opere di grande pregio, molte delle quali poco note o del tutto sconosciute.

Dal paziente e corale lavoro, mirabilmente coordinato e curato da Marcello Gaballo e Fabio Cavallo, ha visto la luce un corposo e importante volume – ben 650 pagine! – intitolato “Tra fede e tradizione. Le Confraternite della diocesi di Nardò-Gallipoli”, pubblicato dall’editore Claudio Grenzi di Foggia, ed inserito come quinto numero della Collana “Analecta Nerito Gallipolitana”. Un prodotto di pregio, ricchissimo di illustrazioni e fotografie, appositamente realizzate o messe a disposizione da 24 fotografi, cui si sono affiancati vari collezionisti da ogni parte d’Italia.

Ma l’importanza del volume risiede anche nel fatto che questo costituirà un fondamentale punto di partenza, una tappa obbligata insomma, per ogni studio successivo che voglia occuparsi delle singole Confraternite e del fenomeno nel suo complesso. Con questo studio «si apre insomma un tracciato di ricerca che si presenta assai promettente e che ci si augura che possa appassionare una larga schiera di addetti ai lavori»[2].

Il volume, inoltre, si inserisce senz’altro nella vivace temperie di promozione dello spirito sinodale che la Chiesa dei nostri giorni va riscoprendo, con il recupero, in particolare, di due istanze che stanno alla radice del fenomeno confraternale, ma che restano di assoluta attualità: quella spirituale e quella sociale[3].

Alla fine del suo messaggio introduttivo al libro il Vescovo mons. Fernando Filograna esprime l’auspicio che ancora oggi le Confraternite possano rappresentare «scuole di fede popolare, fucine di santità, luoghi di recupero di identità ed autenticità, bagaglio di tradizioni» e possano rispondere, «con creatività e coraggio, alle urgenze del nostro tempo». E si può dire che sono senz’altro questi gli intenti che hanno portato allo sviluppo della ricerca e alla nascita di questo pregevole volume.

Il libro verrà presentato mercoledì 18 ottobre 2023 a Tuglie, nell’oratorio “Mons. Tramacere”, alle ore 19, da Mons. Domenico Giacovelli, Vicario episcopale per la Cultura della Diocesi di Castellaneta. Modererà Mons. Giuliano Santantonio, Vicario generale della diocesi di Nardò-Gallipoli, mentre i saluti istituzionali e le conclusioni saranno affidate al Vescovo Mons. Fernando Filograna e al Diacono Luigi Nocita, direttore dell’ufficio diocesano per le confraternite.

 

Note

[1] G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica, Vol. XVI, Venezia, Tipografia Emiliana, 1842, pp. 117-ss.

[2] Dalla premessa al volume di Mons. Giuliano Santantonio, Vicario Generale della Diocesi di Nardò- Gallipoli e Direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi.

[3] Ibid.

La rava e la fava

di Paolo Vincenti

La fava -nome tecnico vicia faba – è una pianta leguminosa che dà ottimi frutti, ovvero legumi, molto apprezzati specie alle nostre latitudini. Non tutte le varietà di vicia faba sono alimentari, cioè quella che noi mangiamo è la variante major Harz., con semi grossi, 1000 semi di peso superiore a 1000 grammi, il baccello è lungo 15-25 cm ed è pendulo e di forma appiattita e contiene 5-10 semi[1].

 

Ma perché ci occupiamo di fave? Varie sarebbero le motivazioni dell’articolo. La causa potrebbe essere l’ozio creativo, e sarebbe facile in questo caso rispondere, per via di quelle divagazioni erudite che spesso portano chi scrive a sprecare il tempo in bubbole. Potrebbe essere quella della notizia inedita, l’aneddoto curioso, la “chicca” che non si vede l’ora di divulgare ai pochi e barbogi amici che condividono la stessa amena occupazione pedantesca. A volte, dopo essere stati impegnati nella scrittura di un saggio scientifico con grande dispendio di energie nella ricerca archivistica e bibliografica, ci si vuole alleggerire e per contrasto si passa a dispensare bagatelle di cultura varia, innocenti divertissement, aria fritta insomma, quando la Musa iocosa, per dirla con Ovidio, rivuole la propria parte. E del resto è facile passare da un argomento all’altro per chi si ritrova preda del demone dell’eclettismo: nihil medium est, diceva Orazio nelle Saturae, a qualcuno “manca sempre la misura”, “tutto tutto niente niente”, direbbe Cetto La Qualunque-Antonio Albanese.

La semina delle fave si effettua in autunno o all’inizio dell’inverno, e poi la raccolta si ha in primavera. Nella civiltà contadina del passato le fave costituivano un alimento pregiato e ancora oggi questo legume compare spessissimo sulla tavola dei salentini, cucinato in vari modi, come le fave nette o come il gustosissimo purè preparato con le cicorie e un po’ di olio e divenuto un must per i ristoranti tipici salentini. E già sentiamo il suo inconfondibile profumino suppurare l’ambiente soverchiando quello – che i non addetti ai lavori potrebbero definire nauseabondo – della polvere e della carta rosicchiata dalle tarme. L’ambiente è infatti lo studio nel quale ci troviamo intenti a ponzare questo scritto. Chi ha superato gli “anta” inevitabilmente ritorna con la memoria alle assolate estati di tanti anni fa quando, da ragazzi, si stazionava (alcuni ci vivevano) molto più a lungo nelle campagne e quindi a contatto con quei prodotti che la nostra terra dà in abbondanza. Fra questi, appunto le fave, che noi raccoglievamo direttamente dalla pianta e mangiavamo anche in mezzo all’orto, se la fame era tanta.

Per i salentini la fava è l’ongulu, strano nome per un prodotto così semplice ed elementare. Ne parla Armando Polito in un “gustoso” articolo apparso in rete in cui afferma che «il Rohlfs[2] in forma dubitativa (sarà per via dell’accento?) propone il greco goggýlos=rotondo, riprendendo una precedente ipotesi del Ribezzo[3]. Irene Maria Malecore propone, sempre in forma dubitativa, il latino novùnculus=novellino[4]. Se sul piano fonetico le tre ipotesi mi appaiono plausibili,  è su quello semantico che manifestano qualche debolezza perché l’idea della rotondità è ben più spinta in altri frutti e ho altrettanta difficoltà a capire come mai proprio il nostro baccello sia diventato il simbolo del prodotto novello, anche se la specificazione nell’espressione fae ti ùnguli potrebbe far pensare proprio alla contrapposizione alle fave secche.[…] Parto dalla banale osservazione che il baccello della fava ricorda un artiglio o, pensando ad alcune eccentricità del nostro tempo, l’unghia esibita da alcune donne che evidentemente si sarebbero sentite naturalmente realizzate se fossero nate tigri. Unghia in latino è ùngula, di genere femminile, ma in Plauto (III-II secolo a. C.) è attestato anche un maschile ùngulus (in altri codici unguìculus) col significato di unghia del piede[5]. Pure in Plinio (I secolo d. C.) compare un ùngulus col significato di anello ma con agganci etimologici, anche se piuttosto confusi, al dito […][6]. In Isidoro di Siviglia si legge: “Tra i tipi di anello ci sono l’ungulo, il samotracio, il Tinio. L’ungulo è fornito di gemma ed è chiamato con questo nome perché, come l’unghia aderisce alla carne così la gemma dell’anello all’oro”[7]. Quest’ultimo autore, dunque, rappresenta col suo anello l’anello di congiunzione (potevo rinunciare a questo gioco di parole?…) tra ùngula e ùngulum; ma basta questo per convalidare la mia ipotesi nata dalla semplice osservazione? Non credo, anche perché, sempre riferendomi all’aspetto e restando, grosso modo, nell’ambito della stessa immagine, mi viene in mente che ùngulu potrebbe essere da un latino *ùnculus, diminutivo del classico uncus=uncino (ritorna puntuale, come si vede, l’immagine dell’unghia, dell’artiglio). Questa proposta bypasserebbe le imprecisioni del Ribezzo, il dubbio del Rohlfs e le perplessità nascenti dall’ipotesi della Malecore»[8].

Ma, come suggerisce il titolo, la ragione dell’articolo è quella di raccontare “la rava e la fava”, un modo di dire, più diffuso nel nord Italia, che sta ad indicare una ricerca dei dettagli, ossia della maggiore completezza possibile da parte di chi parla o vuol spiegare qualcosa. Insomma, quella pedanteria, di cui abbiamo detto sopra, che contraddistingue il saputone, il “tuttosalle”, come lo definiva Giovanni Papini, ossia colui che conciona ininterrottamente sui più svariati argomenti e pretende di saperla sempre più lunga di noi e spiegarci tutto[9]. “La rava e la fava”, canta anche Enzo Jannacci (ma in realtà è Paolo Rossi) nella sua canzone I soliti accordi.

 

Se poi volessimo spiegare l’origine di questo modo di dire, il discorso si fa più complicato. Il Dizionario Hoepli on line dice: «Si può supporre derivi dall’immagine di una pianticella descritta in ogni sua parte, dalla radice al frutto; da qui l’idea di partire dalle cose più importanti per arrivare alle minuzie, senza trascurare nemmeno le piccolezze. Per arrivare alla rima con fava si sarebbe trasformata in rava la voce dialettale “rama”, che in molte località sta per “rami”, quindi frasche e fogliame»[10]. Sappiamo che la ravagliatura è una particolare lavorazione del terreno ovvero un’“aratura più profonda dell’ordinario, eseguita con aratri speciali (ravagliatori) che approfondiscono il solco già aperto precedentemente e riportano alla superficie una nuova fetta di terra”[11]. Così sappiamo anche che il termine “ravanare”, che per assonanza è vicinissimo, significa “negli usi colloquiali, rovistare, rimestare creando disordine; usato anche in senso figurato”[12]. “Nel gergo giovanile andare in cerca di partner”, spiega il Dizionario Devoto-Oli[13]. La Treccani la dice “Voce settentrionale di etimologia incerta. Già attestata nel 1924”[14].

In rete, troviamo una citazione dal libro del grande linguista Gianluigi Beccaria, Il mare in un imbuto Dove va la lingua italiana (Torino, Einaudi, 2010): «raccontare la rava e la fava (all’origine l’espressione era un richiamo tipico dei fruttivendoli ambulanti di una volta, che insieme a frutta, verdura, vendevano anche «rape e fave»), vale a dire ‘raccontare di tutto, ogni cosa nei dettagli’, ‘una storia senza fine’. Una volta pronunciato rava, la fava nasce come una eco del significante che precede, e l’insieme del sintagma nel complesso sembrerebbe voler abbracciare, racchiudere specularmente una totalità, voler raccontare appunto ‘di tutto’»[15].

Una supposizione è che “da ravanare che si riferisce ad un metodo complesso di preparazione del terreno per alcune colture, quindi il detto la rava e la fava indica un discorso che parte da una base complessa e si sviluppa addentrandosi minuziosamente nei particolari”[16]. Insomma dalla rava alla fava il passo è lungo, almeno quanto quello dall’Italia settentrionale dove la voce è più attestata, all’Italia meridionale, in cui la fava, specie se unita al formaggio, scaccia tutti i cattivi pensieri, comprese le dotte disquisizioni di illustri dialettologi.

E alla fava sono attribuite l’etimologia del nome Puglia da alcuni commentatori dell’opera di Benjamin di Tudela, un viaggiatore ebreo spagnolo del XII secolo che nelle lunghissime peregrinazioni toccò anche la Puglia e Terra d’Otranto[17]. Secondo Tudela il nome Puglia deriverebbe da Pul, un nome biblico che compare in Isaia (66, 19), come mitica terra in cui un giorno Dio avrebbe inviato i suoi messaggeri. Tudela si rifaceva all’opera ebraica Sefer Yosefon in cui personaggi e nomi biblici vengono trasferiti nella storia di Roma, d’Italia e di altre regioni d’Europa[18]. Tuttavia alcuni commentatori di Tudela, come Benito Arias Montano e Costantino l’Empereur lessero pol, fava, facendo derivare il nome Puglia dall’abbondanza delle fave che caratterizzerebbe questa regione[19]. Ed ecco infine la notizia sfiziosa, con cui si vorrebbe dar la baia al lettore provveduto che se è arrivato fin qui lo ha fatto non per interesse colto ma solo per il gusto malsano di stroncare poi l’articolo appena ne avrà l’occasione.

 

Note

[1] Notizie tratte dalla rete.

[2] Gerard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini, Galatina, Congedo editore, 1976, Vol. II, p.787, in Armando Polito, L’ùngulu, ovvero il baccello della fava verdeL’ùngulu, ovvero il baccello della fava verde – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

[3] Francesco Ribezzo, in «Rivista indo-greco-italica di filologia, lingua, antichità», Napoli, v. 14, 1930, p. 108. Scrive Polito:“il salentino ùngulu=baccello di fava accenna per lo meno a un in conchula…si tratterà dunque, tutt’al più, di greco kogchyle, influenzato per il k in g velare dopo n da greco gòggylos”: Ibidem.

[4] Irene Maria Malecore, Proverbi francavillesi, Firenze, Olschki, 1974, p. 87. “Novùnculus in latino non è attestato, per cui sarebbe stato opportuno far precedere tale voce ricostruita da un asterisco. Oltretutto il passaggio ad ùngulu avrebbe comportato una prima aferesi (vùnculu) e poi la lenizione di v- (che, tuttvia, rimane in alcune varianti: vùnguluvùgnulu)”. Ibidem.

[5] Plauto, Epidichus, v. 623, in Ibidem.

[6] Plinio, Naturalis historia, XXXIII, 4: Ibidem.

[7] Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XIX, 32, 5: Ibidem.

[8] Armando Polito, L’ùngulu, ovvero il baccello della fava verde, cit. Anche nel Dizionario dei dialetti del Capo di Leuca è riportato òngulu per “baccello verde della fava”: Gino Meuli, I Dialetti del Capo di Leuca, Galatina, Grafiche Panico, II Edizione, 2006, p. 191.

[9] Paolo Vincenti, Il saputone, in Idem, Italieni, Nardò, Besa Editore, 2017, pp. 185-186.

[10] Origine di: “La rava e la fava”, https://italian.stackexchange.com/questions/8704/origine-di-la-rava-e-la-fava

[11] Treccani on line, https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/ravagliatura/

[12] Treccani on line, https://www.treccani.it/vocabolario/ravanare_%28Neologismi%29/

[13] Devoto Oli Vocabolario della lingua italiana, a cura di Luca Serianni e Maurizio Trifone, Milano, Mondadori, 2015, p.2296.

[14] Treccani on line, cit.

[15] Origine di: “La rava e la fava” https://italian.stackexchange.com/questions/8704/origine-di-la-rava-e-la-fava

[16] Ibidem.

[17] L’opera di Benjamin di Tudela (1130-1173), Sefer ha-Masa’ot, ovvero Il libro dei viaggi, è considerata la prima relazione di viaggio di un europeo in Asia, dunque precedente a quella di Marco Polo, per questo molto importante per gli studiosi. Una delle versioni più recenti dell’opera di Tudela, che ha avuto una enorme fortuna critica nei secoli, è: Binyamin da Tudela, Itinerario (Sefer massa‘ot), a cura di Giulio Busi, Firenze, Giuntina, 2018.

[18] Cesare Colafemmina, L’itinerario pugliese di Beniamino da Tudela, in «Archivio Storico Pugliese», 28, 1975, p. 84. Lo stesso Colafemmina però in nota precisa: “Da notare che la lezione Pul del testo ebraico di Isaia viene dai critici corretta in Put sulla scorta di alcuni mss greci e della Vetus Latina. Put indicava una regione molto probabilmente situata sulla costa africana del Mar Rosso. Pul era anche il secondo nome di Tiglat Pileser III, re di Assiria (745-727 a. C. Cf. 2 Re 15, 19, 1 Cron 5, 26)”. Ivi, p. 84, nota 10.

[19] Ivi, p.84, nota 11.

 

I miracoli operati dal Crocifisso di Casarano in un libretto del 1688

di Fabio Cavallo

Nel 1688 si verificarono diversi interventi miracolosi e guarigioni, attribuiti ad una immagine affrescata raffigurante la Crocifissione, ritrovata nella Chiesa Madre di Casarano, non l’attuale ma la precedente del sec. XVI. Il resoconto completo dei fatti accaduti fu stilato da un notabile di Casarano, Santo Riccio, notaio e sindaco del paese, il quale depositò presso la Curia vescovile di Nardò un libretto contenente date, luoghi e nomi riferiti agli interventi miracolosi. Padre Antonio Chetry lo rinvenne nei faldoni dell’archivio diocesano e lo pubblicò nelle sue “Spigolature”. Di seguito riporto un adattamento linguistico del documento che, letto così come fu scritto, potrebbe risultare in alcune parti incomprensibile.

 

Libretto dei miracoli operati dal Santissimo Crocifisso di Casarano e compiuti nella Chiesa Matrice di questa città il 27 gennaio 1688 e raccolti dal sottoscritto Santo Riccio, indegno peccatore.

I.M.I. (Gesù, Maria, Giuseppe!)

A lode e gloria di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, della Gloriosa Madre di Dio, la santissima Vergine Maria e di San Giovanni Elemosiniere nostro protettore, il quale, per sua intercessione, a favore del popolo di Casarano e di tutti i devoti, ottenne dall’Altissimo che, martedì 27 gennaio dell’anno 1688, intorno alle ore 18 pomeridiane, all’interno della Chiesa matrice di Casarano, si scoprisse un’immagine del SS. Crocifisso nascosta dietro una tela raffigurante la Passione che stava, da molto tempo, in precario equilibrio. Mosso da zelo il Rev.do Sac. Domenico Antonio Vernaleone del posto, avendo notato la tela prossima a cadere, disse a me, Santo Riccio, notaio e consigliere anziano di Casarano, di provvedere ad accomodare il quadro poiché mi trovavo in chiesa per rimuovere i paramenti utilizzati per la passata festività di San Giovanni Elemosiniere, il 23 gennaio. Mi rivolsi, quindi, ai sagrestani presenti e chiesi loro di prendere una scala per sistemare la tela. Essi mi risposero dicendomi: ”Perché vuoi sistemare quel quadro? Hai già fatto abbastanza organizzando la festa civile di San Giovanni”. Mi affrettai a prendere la scala ma mi precedettero i due sagrestani, Domenico De Paulis (+ 1730) e Tommaso Castrignanò (+18/06/1732), i quali la portarono subito in chiesa. Essendo presenti i signori Alessandro De Giorgi (+26/11/1738) e Antonio D’Astore (+21/06/1692), chiesi loro di aiutare i due sagrestani a sollevare la scala per sistemare la tela che si era staccata dall’altare di circa 15 centimetri. Durante la sistemazione, il quadro cedette dalla parte sinistra, dove era sostenuto da Domenico De Paulis, e questi con stupore mi disse: “Notaio mio, che bella immagine del Crocifisso c’è dietro!”. Tutti notammo l’effige della Crocifissione con Maria Vergine ai piedi ed altre figure, così linde come se fossero state dipinte quel giorno stesso da Mano Divina. Davanti all’immagine scoperta, lo zelante sacerdote Don Domenico Antonio Vernaleone si mise in ginocchio, commosso, e così facemmo anche noi. Implorammo pietà e misericordia per i nostri peccati davanti a quell’affresco, così bello, mai visto in precedenza e decidemmo di non coprirlo più. Nel frattempo la gente accorsa in chiesa per le funzioni notò il dipinto ed iniziò a diffondere la notizia del ritrovamento per tutto il borgo. Molti fedeli giunsero nel tempio chiedendo perdono per i loro peccati. Profondamente impressionato da tale visione, l’arciprete, Don Daniele Calò (+…), accese una piccola lampada davanti l’immagine e tutto il popolo che vi accorreva, iniziò a prelevare l’olio da questa, non con le dita ma inzuppando pezzi di stoffa stracciati delle proprie vesti senza che l’olio stesso diminuisse.

E fra tanto afflusso di fedeli, vi fu un certo Giuseppe Ferilli, il quale mosso da viva fede, andò a casa di Angelo Romano, suo amico, che si trovava allettato da molti mesi per irrigidimento dei nervi motori ed impossibilitato a muoversi, e gli disse: “Sii felice che il SS. Crocifisso, ritrovato dentro la Chiesa Madre ti ha fatto la grazia, vieni con me davanti a quell’immagine”. Angelo Romano gli rispose: “Volesse Iddio farmi camminare!”. Giuseppe replicò: “Se sei impossibilitato, ti porto io in groppa”. Angelo, pieno di speranza, pian piano si alzò dal letto e, appoggiandosi a Giuseppe e alla stampella, raggiunse la chiesa. Arrivati davanti al sagrato, Angelo disse a Giuseppe: “lasciami andare che il SS. Crocifisso mi ha fatto la grazia”. E così, davanti a tutto il popolo, cominciò a camminare in chiesa senza impedimenti, liberandosi della stampella ed inginocchiandosi davanti l’immagine. Chiese perdono dei suoi peccati gridando “Grazie!”. Se ne ritornò a casa, guarito, davanti a tutto il popolo di Casarano. Questo fu il primo miracolo.

Sempre il 27 gennaio.

Anna Mennella di Casarano (+31/01/1727) era affetta, da sei mesi, da continui dolori che le avevano fatto perdere la vista; entrata in chiesa, inginocchiatasi davanti all’immagine del Crocifisso ed implorando la grazia di rivedere, toccatisi gli occhi con l’olio della lampada, riottenne la vista davanti al popolo. Furono così numerosi i fedeli accorsi che circa 100 litri d’olio non sarebbero stati sufficienti per segnarsi la fronte col dito unto. Eppure la piccola lampada, accesa davanti all’immagine, nella quale inzuppavano larghi stracci, non si spense mai né mai venne meno l’olio. Essa arse continuamente tre giorni e tre notti nonostante le grandi folle, provenienti da Casarano e dai paesi limitrofi, continuassero a prelevare l’olio senza mai rabboccarlo. Mi è stato riferito che, dopo i tre giorni, una devota aggiunse del nuovo olio e, dal quel momento, esso cominciò a consumarsi.

Sempre il 27.

Angela Cursano da Casarano, paralizzata da molti mesi da entrambe le braccia e in stato indigente poiché si sosteneva col lavoro della figlia, essendo venuta fiduciosa davanti all’immagine del Crocifisso e toccatasi con l’olio, ottenne la grazia davanti al popolo tant’è che il mattino seguente andò in campagna a raccogliere le olive insieme a sua figlia. Per disposizione dell’arciprete Don Daniele Calò si coprì la miracolosa immagine con un telo ed io venni incaricato a raggiungere Nardò ed incontrare l’illustrissimo Vescovo, Mons. Orazio Fortunato, per relazionare di tutti gli avvenimenti. Fui accompagnato dal Rev.do Don Giuseppe Nicola Gaballone e dal chierico Don Antonio Arnò. Mons. Vescovo, ascoltata la mia relazione, concluse che 200 litri di olio per segnarsi non sarebbero stati sufficienti, dato il forte afflusso di fedeli, eppure la lampada rimase accesa ininterrottamente per tre giorni, ed e questo il maggior miracolo che ha operato il SS. Crocifisso. Dopo questa relazione, Mons. Vescovo delegò il chierico Antonio De Jaco di Felline a prendere informazioni; egli venne a Casarano, indagò sui fatti annotando il tutto. Avendo interrogato Francesco Marrella (+ 20/10/1706) e Scipione Caroppo (+ 21/10/1694), quali persone più anziane di Casarano, chiese loro semmai avessero mai vista l’immagine affrescata del SS. Crocifisso; essi dichiararono di no, aggiungendo quanto fosse bellissima. Ricordavano, invece, che tale affresco era così sbiadito da indurre i vescovi, venuti in visita pastorale, di coprirlo con una tela della Passione dal momento che le figure dipinte non erano più visibili; pertanto la Famiglia De Lentinis, che detiene lo giuspatronato sull’altare, fece dipingere la tela, che è proprio quella che si è tolta. Questi sono i fatti reali così come sono esposti nella relazione del Chierico.

 

29 gennaio.

Margherita Finagrana aveva un ginocchio rotto che le impediva di camminare; con profonda fede si unse con l’olio della lampada ed ottenne la guarigione; Agata Finagrana era affetta da un tumore alla mammella sinistra, si spalmò l’olio e, subito, guarì. Brigida Lezzi, da molti mesi affetta da ulcere della pelle, nonostante i tentativi di cura da parte di molti medici, non era guarita. Si rivolse al SS. Crocifisso implorando perdono per i suoi peccati. Untasi con l’olio, subito ottenne la grazia davanti alla folla presente. La figlia di Francesco De Nuzzo ebbe un attacco epilettico mentre era davanti l’immagine del Crocifisso, subito fu segnata con l’olio e il male la lasciò definitivamente. Domenica Coia di Supersano era ammalata da un anno e mezzo, impossibilitata a parlare; venendo a sapere delle grazie dispensate dal SS. Crocifisso di Casarano, con viva fede partì dal suo paese. A metà del tragitto ottenne la guarigione e ricominciò a parlare. Giunta a Casarano, entrò in chiesa ed iniziò a gridare: ”grazie SS. Crocifisso”. Il popolo ivi presente, incuriosito, domandò quale grazia avesse ricevuta. Ella disse di aver riconquistato l’uso del parlare dopo un anno e mezzo di malattia; si unse con l’olio della lampada e guarì definitivamente. Venne in chiesa Leonardo Marrella, indigente e con menomazioni al braccio, chiese perdono dei suoi peccati davanti alla sacra Immagine del SS. Crocifisso e segnatosi con l’olio ottenne la grazia davanti a tutti.

2 febbraio 1688.

Domenica Felippo di Matino, storpia e immobilizzata in un fondo di letto da settembre scorso, senza speranza di guarigione come affermato dai medici e dal Dottor Onofrio Tafuro di Matino, fu legata su un cavallo e venne trasportata a Casarano; appena arrivata sul sagrato della chiesa disse: “slegatemi perché il SS. Crocifisso mi ha fatto la grazia”. Scesa autonomamente da cavallo, iniziò a camminare per tutta la chiesa davanti ai fedeli presenti e al predetto medico Tafuro, il quale affermò che tale guarigione era attribuibile esclusivamente al Crocifisso. Unta con l’olio della lampada dal Rev.do Don Domenico Antonio Buffello, guarì definitivamente e tornò risanata nel suo paese di Matino. La povera ragazzina Lucrezia Ammassara di Matino di anni sette, sofferente dalla nascita, venne trasportata in un cesto davanti all’immagine; venne segnata con l’olio su tutto il corpo mentre la madre recitava le litanie; giunta all’invocazione “Santa Trinita, unico Dio”, la piccola uscì dalla cesta ed iniziò a camminare per tutto l’altare davanti a tutti. Il genero della “Cocozzella” [sic] era storpio e, davanti al SS. Crocifisso, si unse con l’olio ed ottenne la grazia.

8 febbraio

Lucia Mi di Taviano, menomata da entrambe le mani, venuta davanti alla sacra Immagine, preso l’olio della lampada, guarì. Il povero Domenico Feuli, mentre caricava del ghiaccio dalla neviera con la sua carretta, cadde da essa ed esclamò “SS.Crocifisso aiutami”. I cerchioni delle ruote lo investirono all’altezza delle gambe ma questi rimase illeso grazie alla sua fede. Corse in chiesa e rese grazie al Crocifisso. Nel paese di Supersano, crollò una casa e i detriti caddero sopra l’abitazione vicina in cui dormivano cinque persone. Al rumore del crollo essi esclamarono “SS. Crocifisso di Casarano aiutaci!” uscendone incolumi. Furono liberati dalle macerie insieme al loro somaro. La mattina seguente vennero a Casarano per ringraziare il Crocifisso della grazia ricevuta. Un sacerdote di Tiggiano, affetto da dissenteria da molto tempo, appena giunto nel feudo di Casarano, ottenne la guarigione; entrò in chiesa e rese i dovuti ringraziamenti davanti all’Immagine. Una povera giovine di Gagliano del Capo, gravemente inferma ed abbandonata dai medici, mentre era assistita spiritualmente dai sacerdoti, farfugliò a denti stretti una frase indecifrabile. Essi, credendola in agonia, la invitarono a raccomandarsi alle piaghe di Gesù Cristo. Allora la povera inferma riuscì a gridare ad alta voce: “SS. Crocifisso di Casarano aiutami!”. I sacerdoti chiesero il perché di questa invocazione ed essa dichiarò di aver udito un uomo che parlava del ritrovamento di un miracoloso Crocifisso a Casarano. Aggiunse di doversi recare lì per rendere grazie qualora avesse ricevuto la guarigione. Dopo qualche tempo, essendo risanata completamente, venne a Casarano per il ringraziamento e raccontò tutti i fatti davanti al popolo.

Il chierico Filippo Gioffreda (+ 16/12/1696) essendo precipitato da sei metri di altezza, invocò l’aiuto del SS. Crocifisso e, a vista di tutti, non si fece alcun male. A Carluccio Ferrari di Casarano (+ 24/01/1704) gli scoppiò il fucile tra le mani; invocando il SS. Crocifisso rimase illeso davanti a numerosi testimoni.

Io stesso, ritrovandomi nel borgo di Grottaglie, incontrai una donna, addetta al castello, che mi domandò se avessi con me l’olio del SS. Crocifisso di Casarano in quanto aveva una figlia morente a causa di un aborto. Il feto era morto in grembo ma la donna non era riuscita ad espellerlo non avendo contrazioni spontanee. Diedi l’olio alla madre e la invitai a chiamare un sacerdote per recitare le litanie e far ungere la povera ragazza. Così fece e, mentre il sacerdote invocava la SS. Trinità, subito iniziarono le contrazioni e la ragazza riuscì ad espellere il feto morto riacquistando la salute.

Nel Casale di San Giorgio [Ionico], uno storpio, avendo ricevuto dell’olio del SS. Crocifisso dal Sacerdote Don Mauro Occhiazzo, si unse, ottenne la grazia e venne a Casarano per rendere grazie alla miracolosa immagine.

Moltissimi infermi, affetti da diversi mali, segnatisi con l’olio della lampada, immediatamente ricevevano la grazia davanti al popolo e gli stessi invocavano più volte:”Grazie, grazie Santissimo Crocifisso perché ci hai liberati da molti mali”.

Nicolò Silvestri di Napoli, in servizio presso il palazzo del Sig. Duca, Don Antonio D’Aquino (+22/11/1690), avendo suonato il violino per la festività del Crocifisso, si ammalò gravemente senza speranze di guarigione; chiese grazia al Crocifisso, ottenendola e, come ex voto, fece appendere di fianco alla miracolosa immagine, la cassa da morto che era già pronta per il suo funerale.

Don Antonio Coluccia di Casarano (+19/02/1706), si ammalò di cistite e non poteva orinare nonostante le applicazioni mediche. Segnatosi con l’olio, immediatamente guarì.

 

Nella prima festa del SS. Crocifisso che si fece con una fiera mercatale,  necessitando una certa quantità di farina per preparare la colla con cui rivestire di fogli di carta le mura della città finta di legno, io stesso mi ritrovavo in casa un vaso con dentro circa sette chili di farina. Ebbene, questa farina non venne mai meno, tant’è che il vaso risultava sempre pieno, pur avendo preparato e consumato tre caldaie di colla al giorno per otto dì consecutivi. Sicché un giorno chiesi a mia sorella Caterina (+12/12/1713) come si stesse in farina ed ella prese il vaso e lo mostrò al Rev. Don Giacomo Antonio Costa (+11/06/1718) e a tutti i presenti: il vaso era pieno! Ciò avveniva per grazia del SS. Crocifisso che faceva crescere la farina poiché, a mio giudizio, non sarebbe stato sufficiente oltre mezzo quintale di farina per incollare tanti fogli, lunghi circa due metri e mezzo e alti un metro e mezzo, per non parlare poi di tanti altri pezzi di carta di varie dimensioni. In un altro anno si celebrava la festa del Crocifisso. Nell’ultimo giorno delle festività, quando si stava rappresentando la liberazione della città di Otranto dai Turchi, la finta città di legno, circondata da figuranti vestiti da soldati ed altri mascherati da ottomani, cadde rovinosamente. Tutti i presenti gridarono “SS. Crocifisso aiutali!”. In virtù di questa invocazione nessuno si fece alcun male e tutto ciò per la grazia concessa dal SS. Crocifisso.

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