Il portale della chiesa matrice di Ortelle

Ortelle, Piazza S.Giorgio, chiesa matrice (ph Antonio Chiarello, autore anche delle altre foto)

 

di Antonio Chiarello

“Ortelle è un paesino di nessuna importanza artistica…”.

Così recitava il De Giorgi nei suoi “Bozzetti di Viaggio”, e più o meno tutti gli scrittori locali e non che fugacemente se ne sono occupati hanno sposato  tale giudizio.

Nonostante abbiano visitato il centro e la sua chiesa matrice, ritenendola opera minore del barocco leccese, forse ben pochi hanno riflettuto sul suo portale.

Pur non potendo competere con altri ben noti portali del Salento, ritengo che il nostro di Ortelle meriti attenzione particolare, perchè, a mio modesto avviso, è un piccolo ”capolavoro nascosto”.

Portale della chiesa matrice

 

Intanto diciamo che è stato realizzato del celebre Placido Buffelli  da  Alessano (27 maggio1635 – 27 gennaio 1693), autore di numerose opere scultoree salentine, tra cui ci limitiamo a citare la chiesa del SS. Crocifisso di Muro Leccese, il cui portale minore è analogo stilisticamente al nostro, e l’altare maggiore della chiesa degli agostiniani di Cursi.

Dopo quest’ultimo centro il Buffelli passa ad Ortelle, dove realizzerà il portale di cui ci interessiamo e l’altare maggiore della stessa chiesa, ultimando i lavori nel 1666, come si legge su due cartigli laterali dei capitelli che inquadrano l’architrave: MDC e LXVI.

particolare di sinistra con una parte della data MDC

 

particolare con la seconda parte della data di realizzazione del portale

 

Ben inserito nel complesso della facciata il portale diventa anche il punto di attrazione principale, anche per le figure scultoree che su di esso sono raffigurate. La parte superiore è sormontata dalla statua del Cristo Redentore, purtroppo mutilo in alcune parti, al quale era inizialmente dedicata la chiesa parrocchiale; ai lati di esso due pinnacoli alquanto elaborati e due angioletti musici seduti agli estremi, uno con l’arpa e l’altro col violino.

particolare con la statua di Cristo redentore tra gli angeli musici

 

 

Di pregio, ma comunque importante per la storia locale, è la formella plurisagomata posta al centro dell’architrave, nella quale vi è una veduta prospettica del paesino, come si vedeva al momento dei lavori, in bassorilievo.

particolare dell’architrave

 

particolare con veduta di Ortelle

 

Vi possiamo riconoscere la chiesa matrice ortellese prima del suo innalzamento ed il vicino menhir, che pare sia stato abbattuto ai primi dell’800. Alla sua sinistra si nota una seconda chiesa con rosone sulla facciata, di minori dimensioni e non più esistente, e degli elementi architettonici turriti, forse resti di una preesistente fortificazione dell’abitato o elementi costitutivi della porta urbica di Ortelle. Arricchiscono la veduta altri edifici rialzati inseriti tra alberi di olivo, cipressi ed un pino. Evidente come il Buffelli abbia ripreso la veduta che era stata già dipinta sulla tela dell’altare della Madonna del Rosario, realizzata nel gennaio 1643 dal neritino Nicola Maria De Tuglie. La pittura rende molto più chiaro lo scenario che si offriva all’ingresso dell’abitato, chiarendo come le due torri fossero collegate ad una cortina muraria, e come appena entrati ci si trovava di fronte il citato menhir, innalzato su dei gradini, come spesso si vede in altri centri del Salento.

Nicola Maria de Tuglie, particolare della tela della Madonna del Rosario con la veduta di Ortelle (1643)

 

La veduta fu poi adottata per stemma comunale dal comune di Ortelle, come in effetti poi è stato formalizzato e come oggi si osserva all’esterno del Municipio.

Stemma di Ortelle sul palazzo municipale

 

Interessanti sono anche gli ornamenti degli stipiti del nostro portale, che richiamano le grottesche, con figure e allegorie di frutta, volatili e animali fantastici che potrebbero rimandare ad un’epoca precedente di alcune delle parti. Se così fosse si può pensare che il Buffelli sia intervenuto su un portale preesistente, che comunque è già visibile sulla veduta del De Tuglie.

decori e ornamenti del portale

 

altri particolari decorativi del portale

 

Lo stato di conservazione della pietra non è dei migliori, nonostante una pulitura sommaria fatta nel 1984 in occasione di lavori di consolidamento.

 

Bibliografia minima

Cosimo De Giorgi, La Provincia di Lecce. Bozzetti di Viaggio, Galatina 1975

Archivio Parrocchiale di Poggiardo, Relazioni delle Visite Pastorali, Visita di Francesco Antonio De Marco del 1674

Archivio Diocesano di Otranto, Notiziario sullo stato della Parrocchia di Ortelle, Caiazzo 1874

D.De Rossi, Storia dei Comuni del Salento, Lecce 1972

A.Foscarini, Artisti Salentini, ms. 329 della Biblioteca Provinciale di Lecce p.33

R.Casciaro, La Scultura, in AA.VV. Il Barocco a Lecce e nel Salento, Roma 1995, p.150.

Il relitto del Travancore

di Luigi Tarantino

Il sette cavalli della piccola imbarcazione diede le ultime sbuffate e si fermò, non poteva avventurarsi oltre quel mare che si increspava fino a formare un banco compatto di spuma. Nicola, dopo aver lanciato l’ancorotto, si allacciò la muta e si lasciò scivolare in quei flutti che sembravano inghiottire ogni cosa. Sulla prua della barchetta Giorgio si allacciava il coltello marino fissandolo bene alla gamba in modo che non scivolasse via. Quel giorno non aveva molta voglia, ma il tuffo improvviso che fece, per vincere la pigrizia, gli diede animo e gli lasciò in corpo una meravigliosa sensazione di volo. Scese sempre più giù in quell’abisso marino che sembrava aprirsi  e poi chiudersi dietro alle sue pinne. Poi rallentò. Giorgio sapeva bene che scendere troppo velocemente non era prudente. D’altro canto Nicola, che si era gettato in acqua prima di lui, era già quasi sul fondale e Giorgio voleva raggiungerlo presto. Diede alcuni colpi di pinne più energici e avanzò di alcuni metri squarciando al centro un banco di pesci che si apriva in una silenziosa esplosione. Nicola si era fermato sul fondo sabbioso poco più avanti e con grandi e lenti gesti chiamava Giorgio che si attardava a fare capriole nell’acqua fredda e limpidissima.

“Che matto.” pensò Nicola togliendosi le pinne per poter assaporare coi piedi nudi  quella sabbia bianchissima. Infine Giorgio giunse sul fondale e si guardò intorno: poco distante vide un ammasso di rocce che si diradavano  e poi assumevano una forma strana, quasi come se volessero indicare una direzione precisa. Giorgio incuriosito seguì le tracce di quei massi e i riflessi di luce filtrata dall’acqua creavano strani colori, mentre agli occhi dell’uomo si presentava un paesaggio quasi irreale. E malgrado s’immergesse ormai da anni,  ogni volta quello spettacolo lo stupiva e gli sembrava sempre diverso, come se lo vedesse per la prima volta.

A pochi metri da loro il relitto si presentò, spettrale.

Il “Travancore” era un piroscafo inglese che nel 1880, a causa della nebbia, aveva urtato uno spuntone di roccia ed era naufragato poco a largo dell’insenatura Acquaviva. Pare che il comandante e il suo vice furono considerati responsabili perché la nave non era stata governata “with proper and seamanlike care”, ovvero con la necessaria accortezza propria degli uomini di mare.

Insenatura Acquaviva

 

Nicola si era fatto indicare da alcuni pescatori locali la posizione del relitto e non fu difficile trovarlo. I fondali in quella zona non superavano i 15 metri. I due rimasero a lungo intorno al vecchio piroscafo, quasi leggendario per gli abitanti del luogo che si erano tramandati per generazioni la vicenda avvenuta circa 140 anni prima. Dopo un po’ i due uomini si ricongiunsero e, fattosi dei segni convenzionali, cominciarono a risalire. Emersero poco distanti dalla barca, che si dondolava in preda ai capricci delle onde.

“Ahhhrf” disse Nicola togliendosi il respiratore.

I due uomini si issarono sulla barca e, fatto ripartire il motore,  si diressero verso la riva, la costeggiarono per un po’, poi, avvistata la piccola insenatura, che qualcuno fantasticava fosse quella del mitico approdo di Enea, vi si infilarono. Alcuni gozzi erano ormeggiati in modo disordinato, i due uomini faticarono a trovare il posto per ormeggiare la loro barca, poi scesero a terra.

Superata la scogliera, si giungeva in una piccola zona alberata, poi un ripido sentiero indicava la direzione da prendere. I due lo seguirono e disegnando ampie curve  salirono lungo il pendìo. Poco lontano si poteva scorgere un casolare col tetto spiovente, i due uomini si voltarono e guardarono verso la barca, che si poteva ancora scorgere tra gli ailanti che ondeggiavano al vento, poi proseguirono e notarono più da vicino la costruzione:  intorno aveva palizzate pitturate di azzurro e persiane socchiuse anch’esse di colore azzurro.

Giorgio tolse la camicia e se la legò in vita, rimanendo con una maglietta chiara.

“Hai caldo eh?” rise Nicola che aveva addosso solo una canottiera; poi andò avanti e sentiva Giorgio un po’ in affanno dietro di lui mentre salivano il pendìo  verso la birreria della quale ora appariva l’insegna scritta a mano.

Dentro non c’era molta luce, il locale era arredato con tavolacci rustici di legno massiccio, si poteva uscire poi su una terrazzina all’ombra di un pergolato che dava l’idea di frescura, i tavoli erano unti  dalle scolature di birra il cui odore si spandeva nell’aria e lasciava un senso di stantìo. Poco distante due uomini erano seduti a un tavolo e chiacchieravano animatamente in inglese mentre gustavano grossi boccali di birra scura; non era raro incontrare inglesi da quelle parti. Da qualche anno infatti alcuni cittadini britannici facoltosi stavano acquistando vecchie case signorili, al fine di passarci l’estate dopo averle ristrutturate. Perfino l’antico convento dei padri conventuali annesso al santuario della Madonna di Costantinopoli, che molti del paese avrebbero voluto pubblico, era caduto in mano loro. E ora era diventato un b&b di lusso.

I due presero posto e sospirarono, quasi grati a loro stessi di potersi finalmente riposare. Al rumore delle sedie mosse una ragazza sbucò dalla stanza accanto e si avvicinò,

“due medie chiare” ordinò Nicola, “per te va bene Giorgio?” chiese,

“certamente” disse Giorgio, “lo sai che mi piace la birra”.

La ragazza rientrò.

“Non c’è niente che superi la bellezza di un fondale marino eh?” disse Nicola “e quello che si prova ogni volta che  ci si immerge è sempre una sensazione nuova, un’ebbrezza che ti rimane addosso e ti fa sentire bene”,

“già” rispose Giorgio “è davvero meraviglioso”.

“Che ne pensi di quello che abbiamo visto in fondo al mare oggi?” Chiese Nicola,

“Beh, non tutti i giorni ci si può trovare di fronte alla storia.” rispose Giorgio,

“Quel Piroscafo –riprese Nicola- proveniva da Alessandria d’Egitto e trasportava la mitica “Valigia delle Indie”,

“Valigia delle Indie? “ ripeté perplesso Giorgio.

La ragazza tornò con passi lenti e con due boccali di birra in mano, li posò sul tavolo e si allontanò rapidamente.

“Non è molto socievole.” disse Giorgio, e la ragazza parve averlo udito arrestandosi per un attimo e poi proseguendo verso l’altra stanza;

“è una ragazza seria” ironizzò Nicola,

“forse è sposata” azzardò  l’amico,

“no, non porta la fede” concluse Nicola.

Ben presto il locale si riempì di gente e la cameriera si perse tra i tavoli e i boccali di birra.

“La Valigia delle Indie -riprese Nicola- era considerata una specie di anello di congiunzione del commercio tra l’Estremo Oriente e l’Europa, in realtà era un mezzo di trasporto privato appartenente alla ‘Peninsular and Oriental Navigation Company’ che collegava le Indie all’Inghilterra senza circumnavigare l’Africa.”

“Interessante” disse Giorgio,

“Vero –riprese Nicola- oltre alla posta, la Valigia delle Indie trasportava anche passeggeri ma soprattutto merci, per lo più cotone, ma anche zucchero, caffè e stoffe varie…”

“Che fine ha fatto il carico”? Chiese Giorgio.

“Per la maggior parte è andato perduto -rispose Nicola- ma pensa che gli abitanti del luogo svegliati nel cuore della notte dal fracasso del naufragio e dai disperati colpi di cannone del Travancore, aiutarono molta gente a mettersi in salvo ma i più scaltri si accaparrarono anche parte della merce”.

“Non è rimasto molto della nave” disse Giorgio.

“In effetti, a quel che ho sentito dire, tutto ciò che si poteva recuperare è stato poi riutilizzato, riciclato in qualche modo. Fu una  gran brutta storia, ma la compagnia era assicurata e l’incidente fu dimenticato in fretta. Non qui però, sai com’è nei piccoli paesi come questo no?  Non accade mai nulla e questo è stato un evento epocale destinato a essere ricordato per decenni. Non solo a Marittima, ma anche nella vicina Castro”.

I due amici rimasero per un po’ in silenzio a bere  e a immaginare visivamente la scena del naufragio, quando il Travancore   uscito fuori rotta a causa dei marosi e della nebbia, si trova di colpo di fronte allo sperone dell’Acquaviva e non può far nulla per evitare la collisione.

Giorgio e Nicola stavano bene, erano amici, sapevano che quel giorno era trascorso e non dovevano fare altro che tornare a casa, ma l’indomani si sarebbero rituffati e avrebbero condiviso ancora i colori del mare.

“Quando devi tornare all’università?” chiese Nicola,

“tra tre giorni,” rispose Giorgio “prenderò l’aereo da Brindisi”.

“Speravo ti fermassi un po’ di più.”

“devo istruirmi” disse Giorgio, “Dio santo Nicola, sarebbe bello andare in giro insieme per i mari delle isole joniche qui di fronte a noi, con soltanto una muta, una maschera, un paio di jeans e un pigiama. E poi fregarsene di tutto il resto”.

“Si, sarebbe bello”, “già”.

Bevvero l’ultimo sorso di birra e rimasero un po’ in silenzio,

Giorgio aveva poggiato la testa all’indietro sulla spalliera della sedia , “ho la testa un po’ intontita.”

“è la birra” disse Nicola “ti ha sempre fatto uno strano effetto”,

“si lo so” disse Giorgio “ne prendiamo ancora?”

“no, meglio di no” rispose Nicola.

“Come sta Elena”? chiese Giorgio risollevando la testa con il mento tra le mani e i gomiti poggiati sul tavolo,

“non c’è male” rispose Nicola distrattamente,

“Ritornerete a stare insieme?”

“penso di si”,

“A Elena non piace il mare, vero?”

“No, credo di no”.

Intanto gli inglesi si alzarono e , dopo aver pagato, uscirono.

“Non vorrei mai essere un inglese” disse Giorgio,

“io si” disse Nicola “forse riuscirei a farmi coinvolgere meno dalle situazioni.”

“forse…” rispose Giorgio. “Glielo diciamo che in fondo a quel mare di fronte a noi c’è il relitto di un piroscafo che portava la loro bandiera?” Ironizzò Giorgio.

“Ma lascia stare Giorgio” rispose Nicola.

“Sarà difficile d’ora in poi tornare a esplorare fondali insieme” disse Giorgio, “dobbiamo andarci!” “va bene”, “certo che ci andremo” tornò a dire Nicola.

Poi uscirono dal locale, Il caldo forte era passato ormai, e il sole era basso sull’orizzonte,

Giorgio si rimise la camicia, Nicola alzò gli occhi tra gli alberi: un gatto bellissimo, grigio e a pelo corto, stava saltando da un ramo all’altro, confuso.

I due uomini ripresero il sentiero in direzione del mare, l’insenatura era di una bellezza struggente, si voltarono un attimo a guardare il sole che stava per tramontare, poi si diressero verso la barca.

 

Nota: Chi volesse approfondire veda Alfredo Quaranta, La valigia delle Indie, ed. Capone.

Fiabe della Terra d’Otranto

Una raccolta di fiabe della Terra d’Otranto curata da Eugenio Imbriani ci arriva dal passato come uno scrigno di preziosi

 

di Giuseppe Corvaglia

Un libro per curiosi, vecchi e giovani, è arrivato in edicola con Quotidiano di Lecce, ma si può acquistare anche sullo store dell’editore Del Grifo. Si tratta di Fiabe e Canti dell’antica Terra d’Otranto, 8,00 euro, pp 221.

L’edizione è stata curata da Eugenio Imbriani, che ci ha abituati alle  “chicche” sempre molto interessanti e ora ci regala questa raccolta, accompagnandola con un bel testo introduttivo che ci conduce nel mondo fantastico evocato da questo libro.

Il libro propone alcuni libretti di fine ‘800 e di inizi ‘900 scritti da Pietro Pellizzari e Giuseppe Gigli che raccolgono fiabe, canti e indovinelli.

Imbriani, nella sua introduzione, ci dice che i materiali sono distribuiti in maniera piuttosto disordinata, ma proprio questo rende la pubblicazione particolare e appassionante, perché la si può leggere nell’ordine dato e si può piluccare, cogliendo di fiore in fiore, senza perderne il senso e la gradevolezza. È  come uno scrigno che contiene gioie preziose e la lettura è come un’avida ricerca che quei tesori ci fa scoprire, godere e ammirare.

Il primo gioiello sono fiabe per lo più note ai Salentini, perché alcune di queste fanno parte di rinomate antologie, da Calvino a De Donno a Bronzini, ma soprattutto perché molti le ricordano, in tutto o in parte, dai racconti dei loro maggiori.

Talune, infatti, emergono dalla memoria, altre si ricordano in parte, come è stato per me per quella del Ciucciu cacazzacchini; altre si incontrano per la prima volta, come per me la fiaba de lu Purgineddhru o quella dei Musceddhri, o ancora quella dei Persi, una banda di scapestrati che conquisterà il tesoro di un Regno con l’arguzia e le qualità di ognuno (uno per tutti e tutti per uno e dire che il capo era considerato un buono a nulla).

Talvolta queste storie sembrano dimenticate e talvolta sembrano nuove, ma sempre sono avvincenti ed edificanti con le loro morali, come si addice alle favole.

Una in particolare mi ha attirato, non solo per ragioni campanilistiche, poiché è ambientata nel mio paese, Spongano, e riferita all’autore da Paolo Emilio Stasi, ma perché descrive la storia di molti meridionali (e non solo), a disagio nella loro terra, avara di risorse, che porta i genitori a privarsi del necessario per mandarli lontano a farsi una posizione o a formarsi per affrontare la vita: la Scola de la Salamanca. (Mi preme chiarire che la fiera o paniri, che la fiaba attribuisce a Spongano, è la Fera de Santu Vitu di Ortelle, ma non è un errore, è che a quei tempi Ortelle e Spongano facevano parte dello stesso Comune).

Tutte le fiabe proposte sono godibili e interessanti; quelle di Pellizzari sono particolarmente preziose perché scritte in un dialetto antico, ma fluido, magico, evocativo e sono corredate anche da una felice traduzione e da note anch’esse puntuali ed efficaci. Sono note che non consentono solo di comprendere il testo, ma spiegano, agli appassionati estimatori del dialetto, l’etimo di molti vocaboli e modi di dire, parti integranti del nostro lessico. Anche le favole di Giusti sono gradevoli e pregevoli, ma sono scritte “solo” in lingua italiana.

 

Altro dono prezioso sono i canti che raccontano storie d’amore puro, d’amore corrisposto e d’amore contrastato, di devozione e di sdegno d’amante.

Molti di questi sono davvero delicati e struggenti, sono pregni di immagini poetiche elevate, da antologia (Conca cilestra d’oru, unica spera/ quannu te nfacci lu sule se scura/ si fatta comu fiuru a primavera,/ sì fatta cu cumpassi e cu misura./ Ca quannu fice tie, bellezza altera,/l’urtimu sforzu fice la Natura), (Ulia cu aggiu l’arte de Virgilio:/ nnanzi le porte toi nnucìa lu mare/ e de li pesci me facìa pupiddhru, /mmenzu lle reti toi vinìa ncappare;/ e de l’aceddhri me facìa cardillu,/Mmenzu lu piettu tou lu nidu a fare/ e sutta l’umbra de lu tou capiddhru / vinìa lu menzugiornu a riposare.) (Porti li musi russi comu cirasa,/ lu culure ci porti è de na rosa;/ quannu camini tie trema la casa/ Pouru amante tou, comu riposa?/ Se pe sorta iddhru vene a casa / vene cu viscia tie, pumu de rosa/ e se pe sorta se chiga e te vasa,/ dapu vasata, te pija pe sposa).

Dalla raccolta di G. Palumbo, tratta dal libro, Coloni imbacuccati in segno di lutto

 

Molto interessanti sono anche altri canti di argomento religioso o narrativo (Na donna me prumise le quattr’ore./ Ieu lu meschinu, me pusi a durmire./ quannu me risbigliai fora nov’ore/pensa se persi tempu allu vestire!/ Nnanti alle porte fui de lu miu amore:/ eccume, beddhra mia, famme trasisire./ Iddhra me disse: va cchianta cicore/ cinc’ama donne no pensa a durmire.) (L’amore m’à rennuttu a malatia;/ m’à rennuttu mme pigliu l’ogliu santu;/m’à rennuttu nnu ramu de paccia,/ quattru medici stane a la miu ccantu./ E lu maggiore medicu dicìa:/ figliu, ci campi, non amare tantu./ e ieu, dintru de mie, rispunnia:/ ieu vogliu amare, e poi o moru o campu ).

In “Uh ci si beddhra”, uno stornello a rime identiche, viene raccontata la storia di due innamorati che cercano un pretesto per vedersi. L’innamorato suggerisce di andare da lui per prendere del fuoco, perché lui ha pietra focaia e acciarino e se la madre dice che la ragazza ha tardato dirà che c’è voluto più tempo per accendere e se si vedono i segni dell’amoreggiare sulle labbra potrà sempre dire che è stata una scintilla. (Uh ci si beddhra! Quantu ulìa tte vasu!/ Pijate na paletta e troa lu focu:/viti ca troi a mie mpuntunatu;/ portu scarda, focile e scettu focu./ Ci mammata te dice ca hai tardatu/ dine ca nu bastai a truare focu./ Se poi te vide lu musu sugatu, / dine ca foe fusciddhra de lu focu.)

Qui il Giusti si “riscatta” e ci propone canti pregevoli in dialetto, come quelli del Pellizzari, e indica pure le diverse aree di provenienza, che vanno da Leuca alla Valle d’Idria. Sono composizioni che talvolta sono arrivate a noi come canti, (Cu l’acqua ci te llavi la matina, Oddiu quantu su erti sti pariti, Sia Beneditu ci fice lu munnu…) o come parti di canti noti (…ci era pintore ieu te dipingeria/ nu litrattu de tie me nn’ìa de fare oppure …lu latte ca te dese la toa mamma/lu teni a mmucca e no lu sputi mai…) che ritroviamo nel repertorio di canti proposti dai tanti gruppi di musica popolare, ma nella maggior parte ci restano come versi, non per questo sono meno musicali e pregevoli.

Proprio il Giusti, che aveva pubblicato le fiabe in italiano per renderle fruibili anche ai non Salentini, ci fa un dono raro, inserendo nel suo libretto una dotta disquisizione del Maggiulli sui dialetti della Terra d’Otranto.

Dalla raccolta di G. Palumbo, tratta dal libro: vecchia di Martano (1907)

 

Ci sono poi degli indovinelli intriganti  e un’antologia di fotografie di Giuseppe Palumbo, il “fotografo in bicicletta”, che ci mostra, con dovizia di particolari, il mondo salentino dei primi anni del secolo scorso, le persone, i mestieri, i luoghi: la vita.

Popolane che attendono il passaggio del corteo nuziale (1907), sempre dall’archivio di G. Palumbo e tratta dal libro

 

Potete così comprendere perché ho paragonato questo libro a uno scrigno che contiene gioielli mirabili e la sua lettura al frugarci dentro per trovare le gioie più belle e rare da conservare nel cuore.

L’addobbo di una via a teorie di archi variopinti (1918-1919), dalla medesima raccolta

 

Qualcuno potrà obiettare che alcune di queste fiabe o di questi indovinelli o di questi canti sono già comparsi in altre raccolte, ma ritrovarli in questa pregevole edizione, è una gradevole occasione per custodirle e per soddisfare la voglia di meraviglia, le tante curiosità che abbiamo, ma anche per rievocare ricordi sopiti dell’infanzia e per meravigliare quel bimbo che, dentro di noi, non si perde, anche quando diventiamo poveri uomini che si credono celebrità e “…san leggere di greco e di latino e scrivon, scrivon e han molte altre virtù…” che non riescono a fermarsi e ad abbandonare “i rei fantasmi” e invece dovrebbero fare un bagno vivificante in questo mondo favoloso.

La mungitura all’ovile (1909), dalla raccolta di G. Palumbo

Filantropia a Francavilla. Giovan Battista Imperiali e il Conservatorio delle Orfane

di Mirko Belfiore

Percorrendo a Francavilla la signorile passeggiata di Corso Umberto I, una delle più importanti arterie cittadine – già via extramurale prima della costruzione delle mura settecentesche – si cela nascosta dietro maestosi lecci, una concreta dimostrazione di quel senso di umanità che la feudalità seppe lasciare alla cittadinanza.

Rimasto nella memoria collettiva come “li munacéddi” e “Orfanotrofio delle Figlie di Sant’Anna”, questo complesso architettonico sito accanto alla seicentesca chiesa di San Nicola, venne istituito come “ricovero alle fanciulle pericolanti nell’onore ed altre persone oneste”.

 

L’istituzione fu promossa per volontà di Giovanni Battista Imperiali, figlio di Michele II primo principe di Francavilla, il quale diede disposizione il 4 dicembre del 1729 di destinare “ducati dodicimila” alla costruzione di un pio complesso e di un Monte di Pietà per i poveri. Raggiunta la maggiore età, il pronipote Michele IV proseguì l’impegno preso dall’avo facendo realizzare sulle fondamenta del precedente edificio, ormai insufficiente alle esigenze della popolazione accresciuta, un plesso più grande ed efficiente inaugurato il 17 settembre del 1757.

Visto il proposito che tutto potesse rimanere un servizio “pubblico”, l’ultimo Principe impose che l’istituzione fosse a conduzione laicale e con governatori indicati solo in parte dalla chiesa, assegnando per il sostentamento della struttura alcune fruttuose proprietà.

Alla già piena legittimazione feudale arrivò anche quella reale, allorché nel 1784 il re di Napoli Ferdinando IV concesse il Regio Assenso ai regolamenti del complesso.

Conclusasi la feudalità, la struttura continuò a godere di molta considerazione presso le famiglie più in vista della città, le quali nei decenni a seguire non mancarono di donare consistenti lasciti e legati. Con il tempo l’amministrazione del Conservatorio arrivò a comprendere anche la direzione dell’Ospedale civile (fondato da Don Dario Camerlengo il 16 settembre 1611) e con il Regio Decreto del 22 luglio 1881 lo stesso poté dotarsi del primo vero statuto che rimase in vigore fino al 1941.

Con l’avvento dell’Unità d’Italia però, vennero meno sia l’autonomia che la prosperità, visto che il quadro di sostentamento cominciò a vacillare a causa di una serie di alienazioni, perdite immobiliari e sottrazioni indebite volte a minare l’interesse pubblico e a favorire gli appetiti di molti.

Dopo complicati passaggi istituzionali e grazie all’operato di uomini e donne che ancora oggi contribuiscono alla sopravvivenza di tutto ciò, le attività proseguono con coraggio e dedizione sotto la sapiente guida del professor Cosimo d’Amone.

Pianta del Conservatorio delle Orfane (Ing. Trinchera – 1824), Collezione Fondazione Giovan Battista Imperiali.

 

Oggi la missione sociale continua con la Fondazione “Giovan Battista Imperiale”, garante del cospicuo patrimonio materiale e immateriale raccolto lungo più di 260 anni di attività, erede di quell’impegno di solidarietà, recentemente riconosciuto dalla Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici e storici della regione Puglia con il vincolo d’interesse culturale.

 

BIBLIOGRAFIA

C. D’Amone, Il Conservatorio delle orfane e la chiesa di San Nicola in Francavillaedizione Ferrarelli & D’Andrea, Francavilla Fontana 2007.

G.B. Pacichelli, Del Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodici province, Parrino e Muzio, Napoli 1703, ristampa anastatica a cura di R. Jurlaro, Forni, Bologna 1999.

V. Ribezzi Petrosillo, F. Clavica, M. Cazzato (a cura di), Guida di Francavilla Fontana. La città dei Principi Imperiali, Congedo editore, Galatina 1995.

P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Lecce 1869, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Bari 1901.

 

La chiesa di S. Michele Arcangelo a Neviano

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, prospetto (ph. F. Suppressa)

 

di Fabrizio Suppressa[1]

L’attuale chiesa matrice intitolata a San Michele Arcangelo fu edificata ab imis fundamentis tra gli anni 1859-1875 in sostituzione dell’antico sacello cinquecentesco costruito, secondo alcune fonti, per volontà del barone Gio. Lorenzo Brayda con il concorso di tutta la popolazione[2].

La volontà della comunità di ingrandire la parrocchiale si attesta già nel 1730, laddove in un documento di “introiti ed esiti” redatto dalla locale Universitas è annotata la voce di 140 ducati riscossi “da sindaci passati pertinenti i medesimi per rifare e ingrandire la Chiesa Madre”[3]. Comunità che, stante il desiderio d’ampliamento, non rinunciava tuttavia ad ornare il tempio, dacché nello stesso documento è registrata la spesa di 50 ducati “per la statua di S. Michele Arcangelo Protettore, fatta venire da Napoli” e 12 ducati per “due fonti di marmo”, provenienti sempre dalla capitale partenopea[4], i quali par di riconoscere in quelli ancora esistenti nell’ingresso laterale dell’attuale parrocchiale.

In ogni caso, le esigue risorse della collettività furono da sempre un problema rilevante per i fedeli, dato che qualche anno prima, durante la visita pastorale di mons. Sanfelice del 1719, il sindaco in carica dovette scusarsi col presule per l’irrisoria offerta di “sei scudi” a motivo della “povertà delle casse comunali”[5].

Simile ristrettezza si riscontrava anche nelle casse della parrocchiale e del locale Capitolo, dato che nel Catasto Onciario del 1743 sono annotati per entrambi i soggetti giuridici la dicitura che le “uscite superano le entrate”.

Le esosità baronali furono per la popolazione un pesante fardello per lo sviluppo del casale, ma con l’abolizione della feudalità decretata tra il 1806 e il 1808 da Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, tutte le giurisdizioni baronali e le relative proventi passarono alla sovranità nazionale. Fu istituita una magistratura particolare, la Commissione Feudale, per dirimere il contezioso tra i baroni e le università (comuni). Infatti, nel corso dei secoli i baroni del Regno di Napoli si erano attribuiti illecitamente il diritto di esigere la decima, oltre che sui prodotti agricoli, anche su attività o consuetudini produttive.

Finalmente con la sentenza del 3 ottobre 1809[6] l’ex barone di Neviano, il principe Cicinelli, fu obbligato tra i vari patti stabiliti dal tribunale ad astenersi nella decima della calce, nel richiedere “6 ducati e 20 grana” a titolo dell’emungimento dell’acqua nei pozzi, a pretendere la prestazione a titolo di erbatica (tassa per gli animali da pascolo). Tuttavia venne assolto dalla restituzione dell’indebito riscosso fino ad allora, e fu stabilita la divisione dei demani tra il principe e il comune, il quale finalmente poté lottizzare i terreni per esser concessi agli abitanti poveri che ne facevano richiesta.

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, vista laterale (ph. F. Suppressa)

 

Ed infatti nell’Ottocento, con le rinnovate condizioni giuridiche ed economiche, si assistette ad un rapido aumento della popolazione dai 700 di inizio XIX secolo ai circa 1800 abitanti registrati all’Unità d’Italia. Significativo a riguardo, un decreto, il n. 5346, emanato il 25 maggio 1839 da Ferdinando II, in cui il sovrano napoletano “nella mira di far divenire l’abitato del comune di Neviano in Terra d’Otranto atto a contenere l’aumentata popolazione del medesimo” autorizza il comune medesimo a cedere a “Donato Cuppone, Pasquale di Oronzo, Angelo Candido, Domenico Blasio e Francesco Colace” i tratti di suolo pubblico da ciascheduno occupati dietro pagamento di un annuo canone[7]. Il decreto inoltre prescriveva che “le nuove case a costruirsi sieno regolarmente piantate, ed abbiano al possibile una certa uniformità e ricorrenza di linee all’esteriore, e non meschini abituri”[8].

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, prospetto, a sinistra lo stemma del vescovo Vetta, a destra quello della comunità di Neviano (ph. F. Suppressa)

 

Pertanto, con queste rinnovate condizioni economiche Neviano necessitava di un tempio più ampio e capace di accogliere tutti i suoi fedeli, e non a caso nel 1847, l’arciprete Giuseppe De Franchis, relazionava alla diocesi di Nardò che la navata è “incapace a contenere non più che il quarto della popolazione”, lamentando contemporaneamente “dell’umido” presente nel vecchio tempio, pur tuttavia concludendo che la sua manutenzione “è piuttosto lodevole”[9].

Il documento fondamentale per ripercorrere l’iter edificatorio della nuova parrocchiale è la relazione dal titolo “Notizie storiche intorno alla riedificazione dell’attuale chiesa parrocchiale di Neviano”, redatta dal parroco mons. Roberto Napoli in occasione della santa visita del 1878 fatta da mons. Michele Mautone, vescovo di Nardò.

Da questa importante dichiarazione si rileva come il promotore dell’intervento fu mons. Luigi Vetta, vescovo della Diocesi di Nardò tra il 1849-1873[10], come tra l’altro ricorda l’iscrizione dedicatoria e lo stemma in facciata. Il Vetta è una figura particolare per il travagliato periodo che precede l’Unità d’Italia, infatti, di dichiarata fede borbonica fu costretto anche all’esilio dalla diocesi neretina per cinque anni all’indomani dell’unificazione della penisola. Vescovo che tuttavia si contraddistinse sul territorio per il mecenatismo ecclesiastico, commissionando opere quali il rifacimento del seminario diocesano e della chiesa matrice di Noha (all’epoca ricadente nella Diocesi di Nardò), anch’essa dedicata a S. Michele Arcangelo.

Nel 1859, essendo parroco don Salvatore Chirivì, si dette inizio ai lavori grazie ad una sovvenzione dell’Amministrazione Diocesana di 400 ducati. Altrettanto interessante è la figura dell’arciprete, sicuramente degli stessi ideali politici del vescovo Vetta, come si può dedurre da un’informativa della Prefettura di Lecce, nella quale è definito “uno schifoso borbonico clericale”, aggiungendo che “non compie operazione che non sia reazionaria. Si è sempre rifiutato a solennizzare le feste nazionali”[11].

Infatti fu inquisito per “complicità nel brigantaggio” avendo fornito denaro tra il 1864-1865 alla banda del brigante Francesco il Funerario[12], lo stesso che assieme a Pasquale Aspina (D’Ospina) e altri, fu colpevole di “eccitare il malcontento contro l’attuale Governo” in Seclì tra il 1861-1862[13].

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, interno negli anni Cinquanta del Novecento (archivio parrocchiale di Neviano

 

Nell’edificazione della chiesa concorse tutta la comunità mediante l’ausilio nel trasporto di acqua e pietre da costruzione, finanche la legna per la realizzazione di “grandi forni calcinatori”, mentre il suolo per l’ampliamento fu donato dalla famiglia Dell’Abate, facoltosi latifondisti della vicina Nardò. Progettista iniziale dell’intervento fu l’ing. Gregorio Nardò da Nardò[14], probabile figura di fiducia del Vetta in quanto artefice dei lavori commissionati dal vescovo sempre per il seminario e nella ricostruzione della parrocchiale di Noha.

Nel 1873, con la morte di mons. Vetta si arrestarono i lavori, giunti ormai a quasi due terzi dell’opera. Dalla relazione risultano essere state realizzate la sacrestia, il cappellone del SS. Sacramento, la crociera e parte della navata fino alla metà delle seconde cappelle. Di questo arresto dei lavori è ancora ben visibile sui prospetti laterali i segni dell’addentellamento della muratura. Tuttavia, con alcune somme lasciate a disposizione dal presule proprio per il completamento dell’opera, poterono proseguire i lavori.

Fu formata una nuova commissione, che includeva ora anche l’autorità municipale, che diede incarico all’ingegnere Quintino Tarantino da Nardò[15] per la redazione di un progetto di completamento e al contempo, con l’apposizione di una nuova tassa comunale, si raccolsero altri fondi per il prosieguo dei lavori.

Con la ripresa dei lavori si procedette alla demolizione dell’antica chiesa cinquecentesca, poiché sul suolo di questa andava costruita l’attuale navata. Intanto nel settembre 1877 si dette inizio alla realizzazione di “tutti i lavori in legno” mediante appalto dei lavori al fabbro-legnaio Salvatore Leucci da Scorrano, su “progetto d’arte” fatto dal perito Michele Rizzo da Alliste. Di tale intervento permane esclusivamente la robusta porta principale della chiesa e il telaio superstite di una vetrata semicircolare della seconda cappella sinistra, visibile solo dall’esterno poiché murata nel 1957. Finalmente il 4 aprile 1878 il nuovo vescovo di Nardò, mons. Michele Mautone, consacrò il novello tempio con rito solenne, come attesta l’epigrafe in facciata, mentre nel 1880 sono commissionate da famiglie locali l’erezione degli altari laterali, come attestano le epigrafi ivi collocate.

Nella seconda metà del Novecento una serie d’interventi ha contribuito a stravolgere lo stile dell’ottocentesca parrocchiale, non tanto in funzione dell’adattamento alle nuove norme del Concilio Vaticano II, quanto ad una costante ricerca di modernità e di materiali in voga. Infatti, come attesta una lapide nei pressi dell’uscita secondaria, i lavori si svolsero nel 1957, essendo arciprete don Salvatore Antonazzo e vescovo mons. Ursi.

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, prospetto su via Pozzi Vecchi nel 1966 (fototeca Briamo, Brindisi)

 

In quest’occasione furono occluse le sei finestre semicircolari delle cappelle laterali, mentre quelle della stessa forma ma di dimensione maggiore della navata vennero modificate fino a diventare rettangolari e leggermente centinate. Similmente furono tamponate una finestra della cupola, una del timpano e due dell’abside. Il risultato fu un tempio snaturato della sua originale impostazione, con una netta diminuzione della luce interna che ne ha reso l’ambiente più scuro e poco contemplativo.

Il pavimento originale, di cui si ignora la consistenza, venne sostituito con una pavimentazione in marmettoni di scaglie di marmo, mentre per le cappelle laterali furono utilizzate comuni mattonelle in cemento. Largo uso di travertino fu adoperato per zoccolature, gradini e rivestimenti, mentre con pittura acrilica fu coperta l’ottocentesca decorazione in finto marmo che decorava le pareti interne della chiesa e delle cappelle, così come testimoniato da foto d’epoca e dai saggi in parte già eseguiti negli anni passati.

Nel 1972, in ossequio alle nuove disposizioni del Concilio Vaticano II, fu modificato il presbiterio mediante la demolizione dell’altare maggiore in pietra leccese, i cui frammenti furono in parte impiegati come decorazione nella recinzione dell’attiguo giardinetto a valle della navata. La cantoria, il coro, l’organo, il pulpito e alcuni arredi sacri, ritenuti antiquati, furono eliminati per dare posto ad un moderno organo elettrico. Tutta l’area presbiteriale e il coro fu rivestita con travertino e ceramica smaltata.

 

La primitiva chiesa cinquecentesca

Sono poche e frammentarie le notizie sull’antica chiesa cinquecentesca di Neviano, cancellata totalmente dall’edificazione dell’attuale parrocchiale. Nella visita pastorale di mons. Bovio del 1580 è descritta come “extra casale” mentre in quella del 1618 di mons. De Franchis è definita “in medio casalis” e “rimpetto la piazza”, accumunate entrambe dalla presenza dell’altare dedicato a S. Michele Arcangelo. Questa distinzione di localizzazione nelle visite pastorali, prima “fuori” dall’abitato e poi “nel mezzo”, ha portato Giovanni Cartanì ad ipotizzare che la primitiva parrocchiale fosse in realtà la cappella della Madonna della Neve esterna all’abitato di Neviano.

Neviano, castello nel 1966 (fototeca Briamo, Brindisi)

 

Personale ipotesi è che in realtà la parrocchiale non si è mai spostata, in quanto la distinzione tra “extra casale” e “in medio casalis”, è dovuta probabilmente alla crescita dell’abitato, la cui popolazione in quel periodo vede un repentino incremento dagli iniziali 11 “fuochi” del 1508 (circa 55 abitanti) ai 65 “fuochi” del 1595 (circa 325 abitanti)[16].

L’originale nucleo abitativo di Neviano doveva inizialmente addensarsi nei pressi del castello che degli Orsini del Balzo, poi con lo sviluppo della popolazione, l’abitato si espanse in maniera lineare verso sud-est lungo il costone roccioso, fino a circondare e superare la chiesa matrice.

Atlante Sallentino del Pacelli con Neviano e la diocesi di Nardò sul finire del Settecento

 

Uno spaccato di vita della parrocchiale si rileva nel testamento redatto il 17 gennaio 1626 dal notaio Sabatino Duca di Neviano[17], quando Isabella Tedesco di Galatone, moglie di Marcello Sinidoro di Neviano, lascia tutti i suoi beni, dopo la morte del marito usufruttario, alla chiesa parrocchiale di Neviano con l’obbligo di fondare una cappella in cui collocare un quadro con l’immagine della S.ma Annunziata. Morto il Sinidoro, il clero locale, composto dall’arciprete don Giov. Angelo Zizzari, don Angelo Bisci, il diacono Camillo Giordano, con il sindaco Giacomo Musticchi, previo assenso del vicario Granafei (atto del 4.12.1650 di notaio de Magistris), vendono un terreno della fu Isabella per 9 ducati ed 1 tarì, i quali vengono consegnati al pittore Giovanni de Tuglie di Galatone in acconto al quadro commissionato da Isabella “con le immagini della Madonna S.ma Annunziata, e Dio padre e degli angeli nella parte superiore”.

Ad un anno dalla morte, il clero di Neviano, in quanto legatario di Isabella, vende un altro immobile per il prezzo di 30 ducati, che verranno consegnati al pittore de Tuglie al fine di completare il dipinto.

Altre scarne notizie sulla parrocchiale possono essere rilevate dalle visite pastorali dei presuli di Nardò. In quella di mons. Sanfelice del 1719 la chiesa è descritta con battistero, sacrestia, torre campanaria, porta maggiore, e infine un altare dedicato S. Oronzo. Quest’ultimo era a carico dell’amministrazione comunale, come si rileva nella visita pastorale di mons. Lettieri.

Dai documenti consultati è pertanto facilmente individuabile l’area di sedime dell’antica parrocchiale, collocata tra il sagrato e la fine delle seconde cappelle laterali, con un orientamento liturgico pressoché coincidente con quello dell’attuale navata. E’ possibile dedurre quanto appena affermato dal fatto che:

  • Nel 1873 alla morte del vescovo Vetta era stata realizzata “la sacrestia, il cappellone del SS. Sacramento, la Crociera (leggi transetto), e parte della navata fino a metà delle seconde cappelle”.
  • Di questa interruzione è ancora visibile il segno degli addentellamenti della muratura sulle facciate laterali.
  • Per tutto il 1874 la chiesa cinquecentesca è ancora in piedi e in funzione, dato che il 13 dicembre 1874 il clero e i fedeli in solenne processione si recarono dalla matrice alla chiesa di S. Giuseppe al fine di traslocare i Sacramenti, il fonte battesimale e quant’altro necessario. A partire da questa data fino al 1878 la chiesa di S. Giuseppe è eletta temporaneamente a chiesa parrocchiale.
  • Nel 1874 secondo la relazione della visita pastorale del 1878 “si cominciò a demolire la vecchia chiesa” sul cui sedime doveva “piantarsi il resto della navata”.
Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, pianta, in rosso è evidenziata la sede della chiesa cinquecentesca (elab. arch. F. Suppressa)

 

Quindi è possibile escludere con certezza documentata che il sito dell’attuale transetto coincidesse con l’antica chiesa, come ipotizzato da molti. E’ inoltre da escludere la presenza di sepolture sotto il pavimento della chiesa, in quanto, alla data di ultimazione della chiesa era già entrato in vigore l’editto di Saint Cloud (1804) che vietava la sepoltura all’interno dei centri abitati (confermato poi nel 1865 dalla Prefettura), nonché per quanto è rilevabile dal registro parrocchiale dei defunti che a partire dal 1838 e fino al 1889 (anno di realizzazione del cimitero attuale) descrive il luogo di sepoltura come la chiesa fuori dall’abitato di S. Maria ad Nives.

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, facciata laterale, particolare dell’innesto della navata, a sinistra la parte edificata fino al 1873, a destra quella tra il 1875 e il 1878 sulla sede dell’antica chiesa cinquecentesca (elab. arch. F. Suppressa)

 

 

Un enigmatico S. Cristoforo sulla facciata laterale

Sulla parete destra della chiesa, adiacente la porta laterale, è presente un grande dipinto murale a secco oramai quasi impercepibile, realizzato nella seconda metà dell’Ottocento, dove è rappresentato San Cristoforo con la classica iconografia desunta dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, ovvero con Gesù Bambino sulle spalle che regge il globo crucifero, bastone e piedi immersi nell’acqua nell’atto di guadare un fiume. Forse a causa delle degradazione della pittura, il soggetto fu replicato in ceramica smaltata al di sopra della porta laterale “per devozione di Mastore” negli anni Settanta del Novecento.

Neviano, chiesa S. Michele Arcangelo, prospetto laterale, rappresentazioni di San Cristoforo (ph F. Suppressa)

 

Questo Santo, uno dei quattordici ausiliatori (ovvero “che recano aiuto”), era invocato in passato come protettore dalla “morte improvvisa”, ed infatti vi era la credenza che chi avesse visto la sua immagine quel giorno non sarebbe morto. Per tale motivo, nel medioevo, era rappresentato all’esterno delle chiese e delle porte cittadine in proporzioni colossali, una tradizione molto viva un tempo specie nei paesi del Nord Europa.

Inoltre San Cristoforo era invocato anche dai pellegrini, viandanti e viaggiatori e questa rappresentazione potrebbe essere il segno che Neviano costituisse in passato una località di passaggio per pellegrini, forse diretti al santuario della Madonna di Leuca, luogo di culto che un tempo richiamava fedeli da tutta l’Europa. Un’ipotesi suffragata anche dal fatto che in un documento di “introiti ed esiti” redatto dall’Università di Neviano nel 1730 è riportata la somma di 62.56 ducati per varie “spese straordinarie” tra cui quelle per “elemosine a pellegrini”[18]. Un fenomeno che si riscontra per tutta l’antica Terra d’Otranto, come a Maruggio, Ginosa, Manduria, Montesardo, Parabita, dove erano presenti istituzioni caritatevoli o ospedali al servizio dei pellegrini.

Maruggio, dipinto di S. Cristoforo (da wikipedia)

 

Note

[1] La presente relazione storico-architettonica è tratta dal progetto di restauro approvato dalla Soprintendenza B.A.P. di Lecce il 06/04/2020.

[2] G. Cartanì, Neviano tra storia e leggenda, Nuova Prhomos, Città di Castello 2015, p. 53.

[3] G. Cartanì, Neviano tra storia e leggenda, cit., p. 265.

[4] G. Cartanì, Neviano tra storia e leggenda, cit., p. 266.

[5] ASDN Visita pastorale di mons. Sanfelice 1719, A/22, f. 108; G. Cartanì, Neviano tra storia e leggenda, cit., p. 98.

[6] S.A., Commissione Feudale di Napoli, Bullettino delle sentenze emanate dalla Suprema commissione per le liti fra i già baroni ed i comuni, n. 10, anno 1809, Tipografia Angelo Trani, Napoli 1809, p. 29-37.

[7] Regno di Napoli, Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie, Anno 1839, Semestre I, Stamperia Reale, Napoli 1839, p. 186-187.

[8] Regno di Napoli, Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie, Anno 1839, Semestre I, Stamperia Reale, Napoli 1839, p. 186-187.

[9] ASDN Corrispondenza tra Neviano e la curia vescovile di Nardò, anno 1847.

[10] Nacque ad Acquaviva Collecroce (CB) nel 1805. Trentaduesimo vescovo di Nardò, nominato dal pontefice Pio IX, in carica dal 20 aprile 1849. Morì a Nardò il 10 febbraio 1873, sepolto nella chiesa di S. Maria Incoronata.

[11] Documento riportato in una ricerca dei ragazzi dal titolo “Sulle nostre strade” della 1° classe della Scuola Media dell’Istituto Comprensivo di Neviano, A.S. 2005/2006.

[12] Archivio Centrale dello Stato, Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, Volume 2, p. 1278.

[13] Archivio Centrale dello Stato, Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, Volume 2, p. 1275.

[14] Gregorio Nardò da Nardò è in realtà un perito agronomo, così come definito nell’Annuario d’Italia (S.A., Annuario d’Italia, Calendario Generale del Regno, 1896, Anno XI, p. 2135). Questi è soprattutto attivo come agrimensore, specie in contenziosi amministrativi sul territorio del comune nativo, come cui vengono commissionati nel 1851 elaborati planimetrici quali la “N. 3. Topografia dell’usurpazione lungo la strada pubblica detta La Pila Nuova” “N. 1. Topografia dell’usurpazione lungo la strada pubblica detta Impestati” , “N. 2. Topografia dell’usurpazione lungo la strada pubblica detta Tarantina in Monte Cafuori”, (ASLe, Consiglio di Intendenza di Terra d’Otranto, Processi del contenzioso amministrativo, busta 37, fasc. 62.8). Mentre nel 1865 produce “Pianta topografica del fondo via di Neviano o Guardia in agro di Aradeo” (ASLe, Tribunale Civile di Terra d’Otranto, Perizie, busta 93, fasc. 587) per un contenzioso di confinazione.

[15][15] Quintino Tarantino è stato un ingegnere e urbanista nato a Nardò nel 1842, formatosi dapprima come matematico presso l’Università di Napoli (1866). Dal 1877 fu incaricato dall’amministrazione comunale del paese natìo per vari interventi urbanistici di espansioni al di fuori del fossato, ormai colmato e trasformata in asse stradale. L’opera per cui è maggiormente riconosciuto è il teatro comunale di Nardò nell’attuale corso Vittorio Emanuele, il cui progetto fu preferito rispetto a quello dell’ingegnere Gregorio Nardò (che lo aveva previsto nell’attuale piazza Salandra), morì a Nardò nel 1919 (D. G. De Pascalis, L’arte di fabbricare e i fabbricatori, Besa, Nardò 2001, pp. 100-101. Nell’ambito del restauro si segnala il progetto del 1867 dell’intera demolizione della cattedrale di Nardò (B. Vetere, Città e monastero: i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Congedo, Galatina 1986, p. 198), cui seguì la “Risposta al voto emesso dal Consiglio superiore dei LL. PP. sul progetto della nuova Cattedrale di Nardò” edita a Lecce nel 1890 per i tipi “Tip. G. Campanella e figlio”, e i lavori di consolidamento della chiesa dei SS. Medici, fuori il centro urbano di Nardò (F. Suppressa, Un continuo cantiere. Sette secoli di vicende della chiesa di Santa Maria del Ponte in Nardò, in La chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Nardò già di Santa Maria del Ponte, a cura di M. Gaballo, Congedo, Galatina 2018, p. 55-74).

[16] Si confronti i dati in: M. A. Visceglia, Territorio feudo e potere locale, Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età Moderna, Napoli, 1988. L’andamento cambia radicalmente nel corso della prima metà del Seicento, dove una crisi generale porta ad una diminuzione del 40% della popolazione, dato che nel 1627 i fuochi passano a 25 (125 abitanti), Neviano quindi subisce il più forte decremento tra i centri di Terra d’Otranto (A. Bulgarelli Lukacs, La popolazione del Regno di Napoli nel primo Seicento (1595-1648), in “Popolazione e Storia” n. 1/2009, p. 105). D’altronde la produzione media di cereali passa dai 600 tomoli degli anni 1585-88 ai 328 tomoli nel biennio 1623-24 (M.A. Visceglia, Rendita feudale e agricoltura in Puglia nella età moderna (XVI-XVIII secolo), in “Società e storia”, n. 9, 1980, p. 547). Nei Relevi presentati alla camera della Sommaria tra la fine del Cinquecento e gli anni ’40 del Seicento Neviano fornisce un reddito di 1571 ducati nel 1616 quasi quanto Parabita o Trepuzzi (M. A. Visceglia, L’azienda signorile in Terra d’Otranto, in “Quaderni storici” vol. 15, n. 43 (1), 1980, pp. 39–60).

[17] G. Cosi, Il notaio e la pandetta, Congedo, Galatina 1992, p. 129.

[18] G. Cartanì, Neviano tra storia e leggenda, Nuova Prhomos, Città di Castello 2015, p. 266.

 Il culto dei caduti in Terra d’Otranto nelle opere di Antonio Bortone

 

L’ombra sua  torna ch’era dipartita[1]

Il culto dei caduti in Terra d’Otranto

nelle opere di Antonio Bortone

              

di Paolo Vincenti*

 

All’indomani della Prima Guerra Mondiale, si avvertiva forte nel Paese l’esigenza di elaborare il lutto e commemorare i tanti eroi caduti per la patria attraverso atti concreti, dimostrazioni plastiche della riconoscenza della nazione nei confronti dei suoi figli perduti. Nacque così il fortunato filone della monumentalistica bellica, incoraggiata dalla politica per scopi propagandistici. Paesi e città di tutta Italia videro fiorire Monumenti ai Caduti. Nelle zone dell’Italia settentrionale, che erano state teatro diretto dell’evento bellico, sorsero Ossari e Sacrari, dato l’altissimo numero di vittime non identificate alle quali sarebbe stato negato il pietoso ufficio della sepoltura da parte dei famigliari. A tutte queste vittime senza nome venne dedicato il grande monumento del Milite Ignoto a Roma, presso l’Altare della Patria[2].

Nel resto d’Italia, sorsero Viali e Parchi della Rimembranza e, soprattutto, Monumenti ai Caduti ad opera sia di enti ed istituzioni che di associazioni laiche e cattoliche, ma anche per iniziativa privata di semplici cittadini che volevano onorare la memoria del proprio congiunto caduto in battaglia, con l’erezione di statue, stele, cippi funerari, targhe e medaglioni.

Il monumento ai caduti saldava, nella sua enorme valenza simbolica, la commemorazione con la celebrazione, la dimensione privata del dolore per la perdita, con quella pubblica del grato riconoscimento da parte della nazione. Attraverso il monumento ai caduti veniva a crearsi una formidabile unione di intenti fra Stato e cittadini, mediante un processo di riappropriazione identitaria che però non tardò a rivelare le proprie discrepanze. Vastissima è ormai l’area degli studi sui monumenti ai caduti della Prima Guerra Mondiale[3].

Abbiamo già sottolineato come questi monumenti, dall’essere espressione di lutto da parte della comunità, si trasformino in esaltazione della vittoria, allorquando del mito dell’eroe morto in guerra si impossessa il regime fascista in cerca di legittimazione per imbastire la sua campagna nazionalista, che aveva bisogno di un simbolo identitario, un puntello ideologico sul quale costruire il consenso[4].

L’iconografia funebre allora divenne iconografia trionfale, come ha ben sottolineato Gian Marco Vidor in Riti e monumenti per i morti della Grande guerra[5].

A partire dal 1918 furono edificati in Italia oltre 12.000 monumenti, commissionati dalle amministrazioni locali, su richiesta della cittadinanza o di comitati appositamente costituiti.

Quanto all’iter legislativo, il 27 dicembre 1922, su proposta del Sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi (Primo Governo Mussolini), è emessa una Circolare che promuove l’attuazione di parchi e viali della Rimembranza. Si tratta della Circolare n. 73 del 27/12/1922 contenente “Norme per i Viali e Parchi della Rimembranza”, pubblicata sul «Bollettino Ufficiale» del Ministero della Pubblica Istruzione n. 52 del 28 dicembre 1922 alle pp. 25-26[6].  La realizzazione dell’iniziativa fu affidata alle “scolaresche d’Italia” alle quali fu chiesto di farsi «iniziatrici di una idea nobilissima e pietosa: quella di creare in ogni città, in ogni paese, in ogni borgata, la Strada o il Parco della Rimembranza. Per ogni caduto nella grande guerra, dovrà essere piantato un albero …»[7].

Con la Legge n. 559 del 21 marzo 1926, i Parchi e Viali della Rimembranza sono dichiarati “pubblici monumenti”. Successivamente, alla “Commissione Nazionale per le Onoranze ai Militari d’Italia e dei Paesi Alleati morti in Guerra”, istituita nel 1919, è affiancato nel 1931 un Commissario di Governo addetto alla «sistemazione definitiva delle salme dei caduti in guerra» e, nel 1935, un Commissario generale straordinario[8].

La monumentalistica celebrativa postbellica si allacciava strettamente a quella risorgimentale, tanto che gli studiosi hanno visto un continuum con la differenza che, nell’iconografia, al monumento equestre, che celebrava gli eroi del Risorgimento, si sostituisce il cippo funerario, la grande stele o la Vittoria Alata.  Queste iconografie erano identificative della storia italiana nel particolare momento che stava vivendo. Vidor, nel suo studio, analizza le diverse tipologie presenti nei soggetti scelti per i monumenti: cippi, lapidi, obelischi, figure femminili, soldati morti, eroi, aquile, ecc., non sulla base di una lettura meramente stilistica ed artistica dei monumenti, bensì sul significato della scelta operata dai comuni italiani, scelta influenzata sicuramente dalla disponibilità economica messa in campo e dalla personalità degli artisti ingaggiati, ma anche dagli intenti dell’ amministrazione: se quello di esaltare la vittoria e l’eroismo dei caduti, o semplicemente quello di ricordare i defunti ed il dolore che la loro scomparsa aveva prodotto nelle famiglie[9]. Questi manufatti hanno avuto la precipua finalità di creare il culto della nazione[10]. In quegli anni, vi fu infatti una vera esplosione di monumenti che portò gli studiosi a parlare di una “statuomania”[11].

Questi luoghi della memoria diventavano in ogni comune e città italiani il centro nevralgico della vita delle comunità; infatti venivano collocati quasi sempre nella piazza o comunque in una posizione centrale come se da questi si irraggiasse la pietas religiosa e l’amor di patria, fidando nella disponibilità dei cittadini a farsi contagiare da quell’aura che dai monumenti promanava. Come spiega Mario Isnenghi[12], questi monumenti affratellano le famiglie nel dolore, e vanno ad occupare i luoghi centrali dei paesi, come le piazze, perché il centro fisico del luogo si identifichi col centro simbolico della sua comunità[13].

È con questi monumenti «che dal 1918 doveva confrontarsi la volontà di celebrare i Caduti della Grande Guerra, volontà che nasceva dalla prassi liturgica dell’Italia postrisorgimentale, ma che in questa circostanza si velava di un sotteso senso di sconfitta, di sacrificio inane per le disattese aspettative dell’esito del conflitto e quindi di quel “consenso postumo” che, pur riconoscendo l’inutilità di quelle morti, tuttavia ne accettava e pretendeva il riscatto attraverso l’esaltazione e il culto della loro memoria. L’elaborazione del primo e così drammatico lutto nazionale dell’Italia unita non poteva che trasformarsi in strumento di consenso politico e nell’impossibilità di celebrare i Caduti per una vittoria del tutto fittizia, di costoro si esaltava l’amor di patria, la dedizione fino alla morte per il bene della nazione, il che a conti fatti significava spostare l’asticella del sacrificio “eroico” risorgimentale del “fare” la patria verso quello del “rivendicare” i diritti patri contro altre nazioni e quindi proiettarsi in quel “mistificante auto celebrazionismo nazionalistico” che sarà proprio, ancor prima della fascistizzazione dello Stato della fine anni Venti, alla costruzione della “memoria politica” di regime: la Grande Guerra veniva trasformata in una vittoria senza se e senza ma, presupposto alle attuali e future ambizioni imperialiste dell’Italia fascista»[14].

Il culto dei caduti in guerra e il desiderio di onorarli, fondamentale e avvertita esigenza nel popolo italiano, con l’avvento del Fascismo, da spontanea aspirazione popolare, ebbero concretizzazione allorquando il regime, in una mirata ed efficace polarizzazione del consenso, indirizzò la propria propaganda all’istituzionalizzazione del ricordo. Fu allora che il culto degli eroi caduti, divenendo precipuo programma di governo, assurse a valore sacrale, dovere civico, vessillo, caposaldo di italianità.

Tornando all’apparato legislativo sulla materia, in tempi recenti, la prima legge ad occuparsene è stata quella del 7 marzo 2001, n.78 ,“Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale”, in base alla quale, all’Art. 1, primo comma, si «riconosce il valore storico e culturale delle vestigia della Prima guerra mondiale», e al secondo comma si promuovono  «la ricognizione, la catalogazione, la manutenzione, il restauro, la gestione e la valorizzazione delle vestigia relative a entrambe le parti del conflitto e in particolare di: forti, fortificazioni permanenti e altri edifici e manufatti militari; fortificazioni campali, trincee, gallerie, camminamenti, strade e sentieri militari; cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli; reperti mobili e cimeli; archivi documentali e fotografici pubblici e privati; ogni altro residuato avente diretta relazione con le operazioni belliche». Questa legge è stata poi recepita nel Decreto legislativo 66/2010 al “Capo VI – Zone monumentali di guerra, patrimonio storico della prima guerra mondiale, sepolcreti di guerra”, e precisamente: «Sezione I- Zone monumentali di guerra, Sezione II- Patrimonio storico della Prima guerra mondiale, Sezione III- Sepolcreti di guerra italiani, Sezione IV- Cimiteri di guerra stranieri in Italia e cimiteri di guerra italiani all’estero» (agli articoli 252-277).

Nel 2012, presso la Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanea (PaBAAC), si è costituito un Comitato tecnico scientifico con il compito di promuovere attività di ricognizione, inventariazione, studi e ricerche sul patrimonio dei monumenti ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Il Comitato ha affidato questo compito all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), cui spettava la redazione del progetto finale e l’attività di raccordo con i vari territori italiani, dove sono presenti i monumenti, e i rispettivi uffici periferici del MiBACT, e inoltre la realizzazione di schede redatte attraverso il Sistema Informativo Generale del Catalogo (SIGE Cweb).

Nel 2017 l’ICCD ha terminato il lavoro di catalogazione dei monumenti, definendo attribuzioni, datazioni e tipologie. Il progetto, denominato “Censimento e catalogazione dei monumenti ai caduti della Grande Guerra, lapidi, viali e parchi della rimembranza” è stato supportato dalle soprintendenze locali come parte integrante delle iniziative per il Centenario della Prima Guerra Mondiale[15].

Su un totale di circa 8100 comuni italiani, sono stati censiti circa 12.000 manufatti, con la redazione di 9457 schede, consultabili on line[16].

Anche nel nostro territorio, all’indomani della guerra, vi fu un enorme fiorire di monumenti ai caduti ed è su questi che vogliamo appuntare la nostra attenzione, rispondendo all’interrogativo alla base del bel saggio di Catherine Brice, Perché studiare (ancora) la monumentalità pubblica[17]. La Terra d’Otranto diede un notevole contributo alla causa. I Militari vittime del conflitto furono 12.331 secondo l’Albo d’oro dei Militari caduti in guerra[18], e come riportato sulla targa, opera di Luigi Guacci, apposta dalla Provincia di Lecce nell’atrio del Palazzo dei Celestini nel 1928[19]. Anche in Terra d’Otranto (nella accezione ampia del termine, comprendente le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto), lo scoprimento e l’inaugurazione delle lapidi furono occasioni solenni, in cui si ritrovavano famigliari, autorità e popolo, nel nome dell’eroe o degli eroi caduti. Intorno ad essi, anche nel Salento, fiorisce una eccezionale pubblicistica ad opera non solo di letterati ma anche di sacerdoti, ufficiali e sottufficiali che hanno partecipato al conflitto, famigliari dei caduti e studiosi locali, i quali producono una enorme messe di contributi a stampa, fra opuscoli commemorativi, discorsi, diari e memoriali di guerra, prose, poesie, rime sparse. La guerra, anche nel nostro territorio, diviene occasione di scrittura, sia nelle dotte analisi degli intellettuali[20] che  nella massa dei non addetti ai lavori e degli illetterati i quali si sentono legittimati a prendere carta e penna[21].

Si assiste ad una vera e propria trasfigurazione dei caduti che diventano eroi, assurgono ad una inattingibile sacertà[22]. Il culto degli eroi gonfia il cuore di grandi e piccoli, alimenta la musa di “poeti laureati” e improvvisatori.

Fra gli artisti che diedero i più grossi contributi alla monumentalistica postbellica, Antonio Bortone, il quale realizzò un discreto numero di opere sul tema in provincia di Lecce, come per esempio i monumenti ai caduti di Parabita, di Ruffano, di Tuglie, di Calimera, oltre a vari busti e targhe commemorative.

Antonio Bortone (1844-1938), insigne scultore originario di Ruffano, dopo la formazione napoletana, si trasferisce a Firenze, divenendo uno dei più ammirati artisti italiani dell’epoca. Basti pensare che a Firenze viene chiamato a lavorare alla facciata di Santa Maria del Fiore, per la quale realizza, tra gli altri, le due statue di Sant’Antonino e San Giacomo Minore (1887) e i due bassorilievi di Michelangelo e Giotto (1887), oppure al Michele di Lando (1895), nella Loggia del Mercato Nuovo. Per quanto riguarda le opere salentine, molte sono quelle degne di menzione, fra le quali: il busto di Giuseppe Garibaldi (1867), in marmo, che si trova presso il Castello Carlo V di Lecce;  i busti in marmo di Giulio Cesare Vanini (1868), di Francesco Milizia (1872), di Antonio Galateo (1873) e di Filippo Briganti (1875), presso la Biblioteca Provinciale N. Bernardini di Lecce; la statua in marmo di Sigismondo Castromediano (1890), che si trova nel Museo omonimo di Lecce, e il Monumento a Sigismondo Castromediano (1903), nella omonima piazzetta leccese; il monumento a Salvatore Trinchese (1907) a Martano; il ritratto di Pietro Cavoti (1912), presso il Convitto Colonna a Galatina; ma soprattutto Il Fanfulla (1877), che gli valse l’appellativo  di “mago salentino dello scalpello”, come lo definì Brizio De Santis, nel basamento dell’opera. Il Fanfulla gli diede fama anche in Francia, poiché all’Esposizione Universale di Parigi nel 1878 ottenne la medaglia di 3° grado. Questo monumento, oggetto pochi anni fa di un intervento di restauro, dopo essere stato a lungo nella Villa Comunale, si trova oggi in Piazza Raimondello Orsini, a Lecce.  Fra le altre opere, a lui si devono il Monumento a Quinto Ennio (1913) a Lecce, Il monumento alla Duchessa Francesca Capece (1900) e quello al patriota Oronzo De Donno a Maglie, e molti altri[23]. Recentemente, da parte dell’estensore di questo articolo è stata attribuita ad Antonio Bortone una statua inedita, in marmo bianco di Carrara, intitolata The Girl Knitting For the Front, che si trova nella cittadina di Christchurch, in Nuova Zelanda e che rientra nella statuaria commemorativa bellica[24].

Quando Bortone tornò a Lecce da Firenze, nel 1893, era uno scultore di grande successo e venne accolto come una gloria, tanto che le commissioni si inseguivano; gli giungevano richieste da enti pubblici e da privati in numero tale che lo costrinsero a lavorare forsennatamente negli ultimi anni della sua vita. Il suo talento gli viene riconosciuto da tutta la stampa locale, altissima era la considerazione di cui godeva lo scultore presso critici e giornalisti, ed anche presso il mondo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia leccese che gli commissionava sovente busti e ritratti. Scrivono di lui il «Corriere Meridionale», il «Propugnatore», «Democrazia», «Fede», la «Voce del Salento», il «Giornale d’Italia», «L’Ordine», «Voce del Sud», ecc.

Dei monumenti ai caduti di Parabita, Ruffano, Tuglie e Calimera si è occupata Maria Lucia Chiuri nel dettagliato saggio Antonio Bortone e i Monumenti ai Caduti per la Patria nel Salento[25].                                 Il monumento di Ruffano è unanimemente ritenuto il più bello. Raffigura la Vittoria Alata, secondo la sua classica iconografia, rappresentata da una donna con leggero chitone, che impugna una tromba in una mano e la corona di alloro nell’altra. Sulla base di marmo, ai quattro lati, sono scolpiti i nomi dei caduti ruffanesi nelle due guerre mondiali. Questa statua, che campeggia al centro di Piazza IV Novembre, è espressione anche dell’amore del Bortone per il suo paese natale, tanto che egli volle farne omaggio[26]. Tuttavia, nonostante l’atto di prodigalità dello scultore, l’iter per la realizzazione della statua fu molto travagliato, come si può evincere dalla cronaca delle vicende amministrative riportata da Ermanno Inguscio e dalla Chiuri sulla base della documentazione archivistica[27]. Infatti, intorno all’opera del Bortone, fortemente voluta dal Podestà dell’epoca, Ottorino Licci, vi erano in paese pareri contrastanti, e forse furono questi alla base delle lentezze burocratiche e della difficoltà di estinguere il debito residuo contratto con il concittadino Giuseppe Pizzolante-Leuzzi, Presidente del comitato promotore, che aveva anticipato la somma per la sistemazione del monumento. Il Podestà Ottorino Licci avvertiva fortemente l’esigenza di un monumento ai caduti a Ruffano, anche per motivi famigliari, avendo perduto in guerra nel 1915 un fratello, Ernesto, al quale a Torrepaduli è pure intitolata una strada. Nella sua Relazione, si può avvertire tutto il rammarico di fronte ai mancati versamenti delle somme promesse nelle sottoscrizioni e al tempo stesso la fiera rivendicazione di non aver minimamente intaccato il bilancio del Comune a seguito dell’opera[28]. La statua è stata recentemente interessata da un intervento di restauro poiché danneggiata a seguito di una rovinosa caduta dovuta al forte vento.

Molto simile a quella ruffanese è la Vittoria Alata per il monumento di Tuglie, che ricalca dappresso la figura allegorica del monumento a Gino Capponi che si trova in Santa Croce a Firenze (1876) e che a sua volta è molto simile al monumento di Mons. Trama (1932), nella Cattedrale di Lecce. La realizzazione del monumento di Tuglie fu molto travagliata fino alla sua inaugurazione nel 1922, nella centrale Piazza Garibaldi[29]. Luigi Scorrano si occupa della statua nel suo articolo  La donna del monumento[30], in cui analizza il particolare della corona che cinge il capo della Vittoria e che raffigura lo stemma civico di Tuglie ed è quindi «allegoria del paese o, meglio, della comunità tugliese che rende un doloroso, benché composto, omaggio ai suoi concittadini caduti sui campi di battaglia». Il monumento di Tuglie è realizzato con un gusto classicheggiante, così come quello di Calimera, realizzato nel 1927, in bronzo e marmo, che all’inizio si trovava su un’ampia esedra che è poi stata rimossa. Questa statua è impreziosita da una palma e da una bandiera. Il comitato che la volle era presieduto da Pasquale Lefons, il quale si rivolse al suo amico Antonio Bortone. Lo scultore si impegnò a realizzarla ma, con la morte del Lefons, le cose si complicarono molto. Dopo svariate vicissitudini, legate a motivazioni di carattere economico, il Monumento ai Caduti venne finalmente inaugurato nel 1930, VIII anno dell’era fascista, in una domenica di giugno, alla presenza del gerarca fascista On. Starace, del prefetto comm. Formica e del Segretario federale della Provincia Cav. Palmentola.  L’orazione venne tenuta dal Senatore Brizio de Sanctis, illustre intellettuale calimerese.

La statua venne consegnata alla devozione dei famigliari dei caduti e all’ammirazione generale ma i debiti contratti dal Comune per la sua realizzazione restarono a lungo insoluti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a causa dell’estremo bisogno di ferro e bronzo dell’industria bellica, la statua calimerese rischiò di essere abbattuta per realizzare cannoni. Molte furono le richieste da parte del regime fascista alle autorità cittadine affinché venisse consegnata la bella Vittoria Alata per essere rottamata, e ciò sarebbe accaduto se nel frattempo non fosse intervenuto un provvedimento governativo a salvare la statua da un triste destino. Vennero però rimossi la catena, le due lastre in bronzo che ricordano i 90 Caduti in guerra Calimeresi, così come la lapide che era posta al lato dell’ingresso del Municipio. Negli anni Quaranta, la statua venne rimossa dalla collocazione iniziale in Piazza Littorio e negli anni Cinquanta risistemata nella nuova Piazza Del Sole, con notevoli interventi di modifica[31]. Una copia della statua di Calimera, riferiva il «Corriere Meridionale» del 17 marzo 1927 venne vista nella fonderia Vignoli dal duca D’Aosta che ne richiese una copia da donare ad un comune della Sardegna[32].

Il monumento di Parabita, posto al centro di un grande parco, era costituito da una statua di donna in bronzo, raffigurante Parabita, nell’atto di appoggiare la mano sinistra sull’ara della stele mentre nella destra reggeva lo stemma civico del paese. Nelle lastre in bronzo, i nomi dei caduti in guerra. Purtroppo la statua non è più esistente poiché durante la Seconda Guerra Mondiale venne fusa per realizzare armi e, dopo la guerra, venne sostituita da due fusti di cannone. Aldo de Bernart pubblica una foto d’epoca in cui si può vedere il monumento originario[33].

Ad A. E. Foscarini si deve invece la pubblicazione del bozzetto in gesso preparatorio del monumento di Parabita il quale, proveniente da collezione privata, è stato poi donato insieme ad altri dello stesso Bortone al Museo di Arte Sacra del leccese Convento di Sant’Antonio a Fulgenzio[34]. Come informa Aldo D’Antico[35], già nel 1919 a Parabita si era costituito un Comitato pro Monumento ai caduti, di cui facevano parte esponenti di spicco della borghesia del luogo, come Carlo Ferrari che lo presiedeva. Il comitato affidò ad Enrico Giannelli e Rocco Serino lo studio tecnico e le proposte da farsi[36]. Questi decisero di affidare l’incarico ad Antonio Bortone il quale aveva già contribuito con preziosi consigli alla realizzazione del Santuario della Madonna della Coltura, amata patrona della città.  Fu soprattutto per intercessione dell’amico Enrico Giannelli, che Bortone accettò l’incarico, firmando il contratto e scegliendo anche il luogo dove allocare l’opera, ovvero il piazzale antistante il santuario della Madonna della Coltura, in prossimità della stazione ferroviaria. Anche a Parabita però si verificano degli intoppi che fanno ritardare l’esecuzione dell’opera, la quale viene consegnata finalmente solo nel 1924[37]. Intorno alla statua, vengono piantumati degli alberi, uno per ogni caduto, come per tutti i parchi delle Rimembranze d’Italia, e inoltre l’aiuola fiorita viene cinta da una pregevole ringhiera realizzata dall’architetto Napoleone Pagliarulo, ideatore del Santuario della Coltura.  La statua di Parabita che regge in mano lo scudo civico campeggia sulla copertina di un numero della rivista «NuovAlba» all’interno della quale de Bernart ritorna sul non più esistente monumento[38]. Come detto, il monumento venne rimosso e il suo bronzo fuso per fabbricare armi[39].

Bortone partecipò anche, sia pure indirettamente, con un proprio contributo, all’asta di beneficenza che fu organizzata a Lecce nel giugno del 1916, quindi in piena guerra mondiale, dal Comitato per l’Assistenza civile. Infatti, in città vi era da mesi una vasta mobilitazione da parte di enti ed istituzioni, per fornire assistenza materiale ai soldati sul fronte e alle loro famiglie in difficoltà economiche. In questa gara di solidarietà si distinsero particolarmente la Provincia di Lecce, l’Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra, il Vescovo Mons. Gennaro Trama e il Sindaco di Lecce, Principe Sebastiano Apostolico Ducas. Vi parteciparono anche l’Istituto delle Marcelline, gli uffici pubblici, i giornali dell’epoca, gli ordini religiosi e tantissimi privati cittadini. Alla Lotteria, organizzata dal Comitato di Assistenza, pervenne un’opera di Bortone, il busto in bronzo di Cicerone, insieme a quelle di altri artisti, come Michele Massari, Agesilao Flora, Paolo Emilio Stasi, che donarono loro quadri, così come fecero Giovanni Lazzaretti, Egidio Lanoce, ecc[40]. Nel 1926, nel Cimitero nuovo di Lecce, si deve sempre al Bortone il monumento al sottotenente Francesco De Simone, morto il 30 giugno 1915 a Podgora di Gorizia, uno dei primi militari salentini a perdere la vita nel conflitto, medaglia d’argento al valore militare, come si legge nella lastra in marmo bianco di Carrara che si trova ai piedi della statua[41]. Al 1926 risale anche l’inaugurazione della grande targa in memoria degli alunni dell’Istituto Tecnico Costa caduti nel conflitto. La targa in marmo reca tutti i nominativi degli studenti, ben 92, dei quali alcuni vennero decorati con medaglia d’argento (8) e con medaglia di bronzo (9). Il testo è scritto dal prof. Brizio De Santis, all’epoca Preside dell’Istituto.

Nel 1924, in occasione del Cinquantenario del prestigioso Collegio Argento, l’istituto dei Gesuiti leccesi, venne scoperta una lapide dedicata a tutti i caduti in guerra ex alunni del Collegio, come riportato da tutti gli organi di stampa dell’epoca. In quella solenne occasione, la salma di Padre Argento, grazie all’opera infaticabile del Rettore P. Giovanni Barrella, venne traslata dal Cimitero di Lecce alla Cappella dell’Istituto e fu anche inaugurato il busto del fondatore, opera di Antonio Bortone, e nel locale d’ingresso venne apposta una targa ricordo con il testo di Brizio De Santis, Preside dell’Istituto Tecnico di Lecce e che già era stato allievo dell’Argento presso il Regio Liceo San Giuseppe[42]. La targa in memoria degli ex allievi venne poi rimossa durante i lavori di trasformazione del Collegio Argento in sede della Biblioteca Provinciale fra la fine degli anni Sessanta del Novecento e i primi anni Settanta. Di essa si perse da allora ogni traccia[43]. Molto probabilmente anche quella targa era opera di Bortone ma non ne abbiamo il riscontro data l’irreperibilità dell’opera. Una nostra visita nei locali sotterranei dell’attuale Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”- dove giacciono diverse lapidi marmoree – si è rivelata infruttuosa.

Bortone venne anche coinvolto, insieme a Eugenio Maccagnani, nella realizzazione del Monumento ai Caduti voluto dall’Amministrazione Comunale di Lecce nell’allora Piazza Libertini (oggi Piazza D’Italia), sostenuto da un Comitato promotore presieduto dal Principe Sebastiano Apostolico Orsini Ducas e inaugurato nel 1928. Tuttavia, il ruffanese rinunciò all’incarico, sicché l’imponente opera venne realizzata dal solo Maccagnani, al quale Bortone non mancò di esprimere vive felicitazioni per il brillante risultato ottenuto. Per altro, Bortone era grande amico del Maccagnani con il quale aveva condiviso gli anni del praticantato a Lecce, quand’erano allievi entrambi del maestro cartapestaio Antonio Maccagnani[44]. La stampa locale, a partire dal «Corriere Meridionale», passando per «La voce del Salento», fino a «L’azione pugliese», diede ampio risalto all’opera[45]. Bortone ammirava, ricambiato, il talento del Maccagnani, di diversi anni più giovane, al di là della rivalità fra i due grandi artisti: rivalità, più presunta che vera, attribuita loro per via della mancata assegnazione al Bortone della realizzazione a Lecce del Monumento al Re Vittorio Emanuele II, nel 1880, affidata invece dal Comitato Promotore, al Maccagnani, il cui bozzetto venne ritenuto più convincente[46].

Nel 1925 Bortone realizza il busto in bronzo del sottotenente Luigi Falco, morto sul Monte Grappa nel 1918, al quale è dedicato anche un cenotafio nel Cimitero Comunale dove è insieme al cugino, il maggiore Carlo Falco, morto durante la Seconda Guerra Mondiale, in Albania nel 1941[47]. Il busto di Luigi Falco appartiene a collezione privata[48].

Nel 1926, nel Palazzo Comunale di Guagnano, al Nostro si deve il busto in bronzo del sottotenente Benedetto Degli Atti, medaglia d’argento al valore militare, appartenente all’8° Reggimento Artiglieria, morto il 19 novembre 1917 sul Monte Grappa[49]. Un altro ritratto in gesso del sottotenente è conservato in collezione privata[50].

All’indomani della caduta del fascismo un moto di generale riprovazione nel Paese per i misfatti del regime finì con il coinvolgere anche i monumenti ai caduti che, nell’immaginario collettivo, vennero identificati con la propaganda fascista. L’ondata di indiscriminato rifiuto nei confronti della monumentalistica bellica iniziò ben prima, ossia già nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quando moltissimi busti e statue in bronzo vennero distrutti, in nome di una equivoca concezione estetica che vedeva in queste opere delle risultanze del pessimo gusto di artisti non accreditati. Come precedentemente scritto, molte opere in bronzo vennero divelte dai loro basamenti e fuse per costruire cannoni, a partire dagli odiati fasci littori che ornavano moltissimi monumenti, per far fronte alla incessante richiesta che proveniva dall’industria bellica. In provincia di Lecce diede molto risalto alla rimozione dei monumenti in bronzo il giornale cattolico «L’Ordine». Venne per esempio distrutto il monumento a Gaetano Brunetti, opera di Eugenio Maccagnani del 1922[51],e stessa sorte toccò alle figure in bronzo del grande Monumento ai Caduti di Lecce del Maccagnani;  per quanto riguarda il nostro Bortone, vennero sottratte le parti in bronzo e l’aquila del Monumento a Quinto Ennio, del 1913, il busto a Cosimo De Giorgi, del 1925, ed altri.

Più in generale, terminata quella perfetta operazione di nation building operata dal regime fascista in Italia, con lo scollamento generale seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale e col tramonto del mito della «nazione armata»[52], ben presto iniziarono ad operare fattori psicologici del tutto diversi rispetto a quelli che avevano animato gli anni caldi dei conflitti;  il diffuso moto di rifiuto del fascismo fece il resto, portando ad un rigetto di simboli, immagini, rituali e insomma di tutto ciò che si identificava col regime. Quelle connessioni che avevano operato fino ad allora si sfilacciarono nel secondo dopoguerra quando «la capacità delle istituzioni statali di governare il lutto collettivo avrebbe perduto efficacia, mentre sarebbero state soprattutto famiglie e associazioni ad essere protagoniste di riti mortuari che non contribuivano più al consolidamento del legame tra cittadini e Stato ma che rinviavano alla maturazione di altre diverse identità collettive. Del resto, le due istituzioni italiane che, operando in stretta simbiosi, avevano tradizionalmente gestito la raffigurazione monumentale della patria e il culto dei caduti erano state la monarchia e l’esercito ma, dopo il 1943, né i Savoia né i militari disponevano più del consenso, del prestigio o degli strumenti culturali adeguati per assolvere efficacemente quel compito»[53]. Sicché, venendo meno lo stretto legame fra commemorazione e patriottismo, declinò inevitabilmente anche il culto dei caduti[54], e la pratica della memoria divenne obsoleta[55].

Sic transit gloria mundi, potremmo concludere, citando i latini, se non fosse che, per i corsi e ricorsi storici di cui disse Vico, affermandosi negli anni a seguire la dimensione privata e, sfrondate le politiche funerarie e commemorative di quella zavorra ideologica che veniva da una parte dalla retorica patriottarda e nazionalista di una certa destra e dall’altra dall’enfasi catto-comunista di una certa sinistra, la memoria è diventata finalmente valore condiviso, patrimonio collettivo.

 

* Società di Storia Patria per la Puglia, paolovincenti71@gmail.com

 

Note

[1] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, IV, v. 72.

[2] B. Tobia, L’Altare della Patria, Bologna, Il Mulino, 1998; L. Cadeddu, La leggenda del soldato sconosciuto all’Altare della Patria, Udine, Gaspari, 2004.

[3] Per limitarsi ai più conosciuti, occorre citare almeno, per i monumenti romani e laziali: Aa.Vv., La memoria perduta. I monumenti ai caduti della Grande Guerra a Roma e nel Lazio, a cura di V. Vidotto, B. Tobia, C. Brice, Roma, Nuova Argos, 1998; per i monumenti liguri: R. Monteleone, P. Saracini, I monumenti italiani ai caduti della Grande Guerra, in La Grande Guerra. Esperienza, Memoria, Immagini, a cura di D. Leoni, C. Zadra, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 631-662; per l’area torinese: C. Canal, La retorica della morte. I monumenti ai caduti della Grande Guerra, in «Rivista di Storia Contemporanea», 4, 1982, pp. 659-669; per l’area trentino tirolese: I monumenti ai caduti della prima guerra mondiale nell’area Trentino tirolese, a cura di G. Isola, Trento, Università degli studi, Dipartimento di scienze filologiche e storiche, 1997. A questi studi fa riferimento, per rivendicare invece al Museo Civico del Risorgimento di Bologna l’unica raccolta che documenta su scala nazionale, e con immagini d’epoca, tutti i monumenti italiani ai caduti della Grande Guerra, G. M. Vidor  in Il “costituendo albo generale dei monumenti”. Studio preliminare della collezione fotografica bolognese dei monumenti ai caduti della Grande Guerra, in Bollettino Del Museo Del Risorgimento, Archiviare la guerra: La Prima Guerra Mondiale attraverso i documenti del Museo del Risorgimento, a cura di M. Gavelli, n.50, Bologna, 2005, pp.109-121 (oggi anche consultabile on line, nella sezione Collezioni Digitali all’indirizzo www.comune.bologna.it/museorisorgimento).

[4] P.Vincenti, Nomina nuda tenemus.La memoria ricomposta dei caduti in guerra attraverso i sacrari. Il caso di un piccolo centro del Sud Salento: Gagliano Del Capo, in «Eunomia- Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali», Anno VIII, n. 2, 2019, pp.317-330.

 

[5] G. M. Vidor, Riti e monumenti per i morti della Grande guerra, in «Studi Tanatologici-Thanatological Studies-Etudes Thanatologiques», n.1, 2005, pp. 139-159.

[6] Si veda: D. Lupi, Parchi e Viali della Rimembranza, Firenze, Bemporad, 1923.

[7] G. Lazzerini, Parchi e viali della rimembranza, in «Bullettino della R. Società Toscana di Orticultura», 4.a Serie, Vol. 8, n. 9/12 (Settembre-Dicembre 1923), pp. 30-32.

[8] Ministero della Difesa – Commissariato generale per le onoranze ai caduti in guerra, Relazione sull’attività del Commissariato generale per le onoranze ai caduti in guerra negli anni 1988-1997, Roma, 1998, pp. 1-3.

[9] G. M. Vidor, Il “costituendo albo generale dei monumenti”. Studio preliminare della collezione fotografica bolognese dei monumenti ai caduti della Grande Guerraop. cit., passim.

[10] Celebrare la nazione. Grandi anniversari e memorie pubbliche nell’Italia contemporanea, a cura di  M. Baioni, F. Conti ,  M.  Ridolfi, Milano, Silvana editoriale, 2012.

[11] M. Agulhon, La «statuomanie» et l’histoire, in «Ethnologiefrançaise», VIII,1978, 1, pp. 143-172, ripubbl. inI’Histoire vagabonde, vol. I, Ethnologieetpolitiquedans la France contemporaine, Paris, Gallimard, 1988, pp. 137-185.

[12] M. Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Bologna, Il Mulino, 2005, pp. 342-348.

[13] S. Bonelli, Gli spazi della memoria. La scelta dei luoghi, in Aa. Vv., La memoria perduta. I monumenti ai caduti della Grande Guerra a Roma e nel Lazio, cit., 1998, pp. 29-37.

[14]A. Migliorati, I Monumenti ai Caduti umbri della Grande Guerra: dalla “religione della patria” risorgimentale alla “religione della Nazione” dell’Italia fascista, in Aa. Vv.,1918-2018 Cento Anni di Memoria Rilievo e catalogazione dei monumenti ai Caduti della Prima Guerra Mondiale in Umbria, a cura di P. Belardi, L. Martini, V. Menchetelli, Università degli studi di Perugia,  Foligno, Il Formichiere, 2018, pp.38-39.

[15] http:// iccd.beniculturali.it/index.php?it/428/progetto-grandeguerra-censimento-dei-monumenti-ai-caduti-della-primaguerra-mondiale;http://www.catalogo.beniculturali. it/sigecSSU_FE/carica PercorsoTematicoPubblicato. action?id=2007&titoloPercorso=censimento%20dei%20 monumenti%20ai%20caduti%20della%20prima%20 guerra%20mondiale

[16] www.iccd.beniculturali.it › SIGECweb › sistema-informativo.

Sull’argomento: R. Lorusso Romito, Il progetto “Grande Guerra” Censimento dei monumenti celebrativi ai caduti. Il contributo della Puglia, in «Dire in Puglia», V/2014, Mibac, Viterbo, BetaGamma Editrice, 2014, pp.117-122.                                                                Nello stesso numero,V. Fasanella,  La Grande Guerra: il lutto e la memoria. La catalogazione dei monumenti ai caduti per recuperare la memoria, pp. 123-126; R. Piccininni, La tutela del patrimonio storico della Grande Guerra e la legge n. 78/2001. Brevi riflessioni, pp.149-152.

[17] C. Brice, Perché studiare (ancora) la monumentalità pubblica, Introduzione a Aa. Vv., La memoria in piazza. Monumenti risorgimentali nelle città lombarde tra identità locale e nazionale, a cura di M. Tesoro, Milano, Effigie, 2012, p.13.

[18] Ministero della Guerra, Militari caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918Albo d’Oro, Vol. XVIII-Puglie, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, Libreria, 1938. Redatto anche da Cosimo De Carlo, nell’Albo d’oro dei caduti di Terra d’Otranto per la Patria, Lecce, Tip. Editrice Salentina, F.lli Spacciante, 1918-1919, voluto dall’editore Francesco Zaccaria Pesce.

[19] V. De Luca, Lecce negli anni della Grande Guerra, Galatina, Editrice Salentina, 2019, p. 136.

[20] F. Martina, Il fascino di Medusa. Per una storia degli intellettuali salentini tra cultura e politica (1848-1964), Fasano, Schena Editore, 1987.

[21] Sulla pubblicistica bellica e post bellica: G. Caramuscio, Stampa e opinione pubblica a Lecce tra provincialismo, nazionalismo ed ecumenismo (1914-18), in «L’Idomeneo – Il Salento e la Grande Guerra. Atti del Seminario di Studi. Lecce, Monastero degli Olivetani, 5 dicembre 2014 », Società Storia Patria per la Puglia, sezione di Lecce, n.18, Università del Salento, Lecce, 2014, pp.51-110; Idem, Elaborare il lutto bellico. Gli opuscoli commemorativi di caduti nel Salento (1915-1923), in «Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali», a. IV , n. 2, 2015, pp. 459-500.

[22] Cfr. C. Briganti, La trasfigurazione dei nostri Eroi sul Mare e sull’Alpe, Lecce, Tip. O. Guido, 1922.

[23] Per una bibliografia sul Bortone, fra i contributi più recenti, si segnalano: I. Laudisa, L’opera di Antonio Bortone, in Aa.Vv., Antonio Bortone, Pro Loco Ruffano, Lecce, Conte Editore, 1988, pp.15-34; A. de Bernart, Antonio Bortone nella stampa periodica salentina, ivi, pp. 37-45; A. Laporta, Rarità bibliografiche: un sonetto dedicato ad Antonio Bortone,ivi, pp.49-51;                                 A. E. Foscarini, Lettere edite ed inedite di Antonio Bortone,ivi, pp.53-67; A. de Bernart, Antonio Bortone e le figure dei suoi monumenti. Nel 150° di sua nascita (1844-1994), in «Bollettino storico di Terra d’Otranto», 4, 1994, pp. 72-78; O. Casto, Bortone a Firenze, in Colloqui 150° Anniversario della nascita di Antonio Bortone. 1844-1994, Pro Loco Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis, 1994, pp. 3-8; A. E. Foscarini, Bozzetti in gesso di Antonio Bortone, ivi, pp.27-28; E. Inguscio, Della “vittoria alata” di Antonio Bortone in Ruffano, in «Il Bardo», Copertino, a. VII, n.2, dicembre 1997, p.13; Idem, La civica amministrazione di Ruffano, 1861-1999, Galatina, Congedo, 1999, p.71; A. de Bernart, Antonio Bortone e la sua casa natale in Ruffano, Amministrazione Comunale Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis, 2004; Idem, La statua della Duchessa Capece nella piazza di Maglie, in «Note di Storia e Cultura salentina», Società Storia Patria Puglia, Sezione di Maglie, n. XVI, Lecce, Argo Editore, 2004, pp.55-56; Idem, I grandi salentini. Antonio Bortone, in «Anxa News», Gallipoli, settembre-ottobre 2008, p.14; Idem, Nel primo centenario del Monumento di Antonio Bortone a Quinto Ennio (Memorabilia 33), Ruffano, Tipografia Inguscio e De Vitis, maggio 2012; P. Vincenti, Dal Fanfulla a Quinto Ennio nel segno di Antonio Bortone, in «Il Filo di Aracne», Galatina, n.3, luglio-settembre 2019, pp.42-43; Idem,  Una statua per Francesca Capece, in «Nova Liberars», Novoli, n.1, 2019, pp.22-26.

[24] P. Vincenti, L’arte commemorativa postbellica. Antonio Bortone da Ruffano e una sua opera inedita, in «L’Idomeneo», Società Storia Patria per la Puglia, sezione di Lecce, n.26 -2018, Università del Salento, Castiglione, Grafiche Giorgiani, 2019, pp.247-282.

[25] M. Chiuri, Antonio Bortone e i Monumenti ai Caduti per la Patria nel Salento, in «Leucadia», Miscellanea storica salentina “Giovanni Cingolani”, III, n.1, 2011, pp.181-213.

[26] E. Inguscio, Della “vittoria alata” di Antonio Bortone in Ruffano,cit., p.13; Idem, La civica amministrazione di Ruffano, 1861-1999, cit, p.71; A. de Bernart, Antonio Bortone e le figure dei suoi monumenti. Nel 150° di sua nascita (1844-1994),cit., pp.72-78.

[27] Cfr.M. Chiuri, Antonio Bortone cit., pp.208-211.

[28] Cfr. E. Inguscio, La civica amministrazione di Ruffano, cit.,pp.71-73. A Ruffano, oltre al Monumento ai caduti, Bortone ha lasciato un suo autoritratto che oggi è conservato presso la sede della Pro Loco, allocata proprio nella cinquecentesca casa dove nell’Ottocento è nato lo scultore.

[29] Cfr. M. Chiuri, Antonio Bortone cit., p.192.

[30] L. Scorrano, La donna del monumento in «Nuovalba», Parabita, n.3, dicembre 2008, pp.6-7.

[31] Cfr. M. Chiuri, Antonio Bortone cit., pp.207-208.

[32] Cfr. I. Laudisa, L’opera di Antonio Bortone, cit., p.34.

[33] A. de Bernart, Note a margine di alcune foto,in   Aa.Vv.,  Noi il tempo le immagini. Album di vita parabitana, Centro di Solidarietà Madonna della Coltura-Italia Nostra sezione di Parabita, Galatina, Editrice Salentina, 1993, p.18.

[34] A. E. Foscarini, Bozzetti in gesso di Antonio Bortone, in Aa.Vv.,Colloqui 150° Anniversario della nascita di Antonio Bortone. 1844-1994, cit., pp.27-28.

[35] A. D’Antico, Il monumento ai caduti e la bella statua di Parabita, in «NuovAlba», Parabita, n.2, luglio 2004, pp.9-11.

[36]  Cfr. M. Chiuri, Antonio Bortone cit., p.165.

[37] Ivi, p.192.

[38] A. de Bernart, Lo stemma civico di Parabita in un’aiuola fiorita, in «NuovAlba», Parabita, n.3, dicembre 2005, p.2.

[39]  Cfr. A. de Bernart, Note a margine di alcune foto, in Noi, il tempo, le immagini cit., p.17.

[40] Cfr. V. De Luca, Lecce cit., pp.179-180.

[41] Ivi, p.72. Su Francesco De Simone, si veda: G. Caramuscio, Il milite noto. Modelli di eroismo bellico in opuscoli commemorativi salentini, in  Aa.Vv., «Colligite fragmenta». Studi in memoria di Mons. Carmine Maci, a cura di Dino Levante, Centro Studi “Mons. C. Maci”, Campi Salentina, Minigraf, 2007, pp.491-496.

[42] Cfr. V. De Luca,“Stringiamoci a coorte siamo pronti alla morte l’Italia chiamò” La Prima guerra mondiale nei monumenti e nelle epigrafi di Lecce, Galatina, Editrice Salentina, 2015, pp.61-64. Si veda: G. Barrella, P. Nicodemo Argento S.I. e il suo “Istituto”, nel primo cinquantenario della fondazione dell’“Istituto Argento” 1874-1924, Lecce, Tip. Masciullo, 1924.

[43] Ivi, p.64.

[44] Cfr. I. Laudisa, L’opera di Antonio Bortone, in Antonio Bortone cit., p.15.

[45] Cfr. V. De Luca, Lecce cit., pp.86-93.

[46] Cfr. I. Laudisa, L’opera di Antonio Bortone, in Antonio Bortone cit., pp.20-21.

[47] Cfr. V. De Luca “Stringiamoci a coorte cit., pp.50.51.

[48] Catalogo, in Antonio Bortone cit., p.170.

[49] Cfr. V. De Luca, Lecce cit., p.72.

[50] Catalogo, in Antonio Bortone cit., pp.170-171.

[51] Bortone era grande amico dell’On.Brunetti. La statua del politico salentino venne spedita a Milano nel 1942 per essere fusa:

  1. De Luca, Lecce cit., p 239.

[52] G. Conti, Il mito della “nazione armata”, in «Storia contemporanea», 6, 1990, pp.1459-1496.

[53] G. Schwarz, Tu mi devi seppellir. Riti funebri e culto nazionale alle origini della Repubblica, Torino, Utet, 2010, p.XIII.

[54]  Cfr. G.L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990.

[55] Cfr.  J. Winter, Il lutto e la memoria, la grande guerra nella storia culturale europea, Bologna, Il Mulino, 1995.

Il soldato ruffanese Rocco Gnoni e le fucilazioni sommarie nella Prima Guerra Mondiale

 

di Paolo Vincenti*

 

Giovani soldati che verranno cancellati dal tempo

e dimenticati come cenere dispersa nel vento

figli di una terra che non vuole più tenerseli  accanto 

cosa rimane dopo un sacrificio inutile

di questa vita già finita in un istante soltanto il mio onore

il bene più importante

(Enrico Ruggeri, Il mio onore)

 

Una dolorosa pagina di storia nazionale, una delle più inquietanti della Prima Guerra Mondiale, è quella delle fucilazioni sommarie, che vide alcune centinaia di soldati morti per repressione interna, ovvero uccisi sul fronte dallo stesso esercito italiano per episodi di insubordinazione o resistenza agli ordini, diserzione o altro ancora. Nella Prima Guerra Mondiale non si moriva solo di fame, di freddo, di stenti, di malattie contratte nelle trincee, o sotto i colpi dell’esercito nemico.

In migliaia di processi sommari a discapito di soldati italiani, mandati alla sbarra per futili motivi, molti di questi soldati con estrema superficialità vennero condannati. Soldati innocenti, con un banale pretesto, venivano accusati di gravi misfatti e passati alle armi, assolvendo alla funzione di capro espiatorio, secondo la più classica concezione di derivazione ebraica.

E anzi se la guerra stessa, secondo l’interpretazione antropologica abbondantemente sviluppata da Renè Girard della violenza fondatrice della nazione, sta alla base della odierna società[1], a maggior ragione, il sacrificio di un drappello di soldati, per giunta giovani, si presenta come una specie di macabra sineddoche, pars pro toto, cioè, della guerra, che è essa stessa sacrificio di massa, secondo Roger Caillois[2].  Le motivazioni spesso addotte dai tribunali erano del seguente tenore: «il tribunale non ritiene di dover concedere le attenuanti generiche nell’interesse della disciplina militare per la necessità che un salutare esempio neutralizzi i frutti della propaganda demoralizzatrice».  Ossia, le condanne venivano comminate anche «in chiave di ammonimento e di prevenzione generale», fedelmente al motto di Mao Zedong  “colpirne uno per educarne cento”, poi fatto proprio dalle Brigate Rosse italiane negli anni del terrorismo. L’arroganza del Generale Cadorna, il senso di sfiducia e di sospetto da parte del Comando Supremo nei confronti dei soldati, generato dalla consapevolezza della palese impreparazione del nostro esercito rispetto alle forze nemiche, portarono alle sanguinose repressioni di militari sui militari. Queste repressioni avvenivano per i più svariati motivi, quali diserzione, comportamenti indisciplinati, atti di autolesionismo. Quello che è peggio è che questi severi provvedimenti venivano lasciati all’arbitrio degli ufficiali sul campo, i quali erano costretti ad assumere delle decisioni fatali senza il giusto discernimento, turbati dalla grave tensione del momento o dal timore di essere essi stessi oggetto di provvedimenti disciplinari per mancato decisionismo. Il tragico conto finale delle fucilazioni è di 750 soldati con processi dei tribunali militari e oltre 300 vittime di giustizia sommaria, come approfondiremo in questa trattazione.

Il problema era anche dovuto alla vetustà della normativa militare italiana in vigore nella Prima Guerra Mondiale. Infatti, il codice penale militare risaliva al 15 febbraio 1870 e questo, a sua volta, riproduceva, con solo lievi modifiche, quello dell’esercito sardo dell’ottobre 1859. Dobbiamo le notizie che riportiamo in questo saggio a due libri fondamentali: Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, di Enzo Forcella e Alberto Montico ne[3], e Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale, di Marco Pluviano e Irene Guerrini[4].

«L’edizione del 1914 del codice penale per l’Esercito del Regno d’Italia prevedeva la pena di morte per un’ampia casistica di reati commessi in tempo di guerra, quali lo sbandamento o l’abbandono di posto in combattimento, il tradimento, la diserzione, lo spionaggio, la rivolta, le vie di fatto contro un superiore, l’insubordinazione in faccia al nemico, la mancata consegna o l’abbandono di posto da parte di vedetta o di sentinella di fronte al nemico; la sollevazione di grida allo scopo di obbligare il comandante a non impegnare un combattimento, a cessare da esso, a retrocedere o arrendersi; inoltre lo spargimento di notizie, lancio di urla per incutere spavento o provocare il disordine nelle truppe, nel principio o nel corso del combattimento. La pena capitale era riservata anche ai comandanti, per reati particolarmente gravi, quali ad esempio la resa di una fortezza senza aver esauriti gli estremi mezzi di difesa e l’abbandono di comando in faccia al nemico»[5].

E l’Italia non era nemmeno la nazione ad avere il codice penale più obsoleto, in quanto, «ad esempio, l’esercito tedesco impiegò nella Grande Guerra il codice penale militare del 20 giugno 1872, mentre quello austro-ungarico risaliva al 1868 (modificato nel 1869 e nel 1873)»[6]. Agli ufficiali era conferito il potere di emanare dei bandi, in base all’articolo 251 del codice penale militare, ai quali tutti dovevano rigidamente attenersi. Tali bandi prevedevano delle norme di comportamento draconiane e delle pene durissime per i trasgressori. Queste pene, poi, data l’ampia facoltà discrezionale dei comminatori, si potevano trasformare in definitive, capitali. Gli inferiori erano tenuti ad ubbidire senza pensare, a dimostrarsi forti, coraggiosi, sprezzanti del pericolo in ogni circostanza.

Si può capire come questi episodi contribuiscano a smontare del tutto i luoghi comuni sulla “guerra gloriosa” che l’enfasi patriottarda ha stratificato per anni nell’immaginario collettivo che sempre si alimenta di esempi edificanti quanto edulcorati. La guerra perde così qualsiasi aura di “guerra giusta”, perde ogni legame con l’aggettivo “grande”, che la pubblicistica le ha cucito addosso, per rivelarsi ai nostri occhi per quello che essa è, cioè guerra, anzi «Guerra! Guerra!», come grida la Norma di Bellini (“guerra, strage, sterminio”), maledetta, come tutte le guerre.

La dura repressione partì da una Circolare del Generale Cadorna che nel maggio 2015 stabiliva: «Il Comando Supremo vuole che, in ogni contingenza di luogo e di tempo, regni sovrana in tutto l’esercito una ferrea disciplina». Per mantenerla, era scritto, «si prevenga con oculatezza e si reprima con inflessibile vigore»[7]. Nel settembre di quell’anno, venne emanata un’altra Circolare, col n. 3525, secondo la quale, al verificarsi di atti di «indisciplina individuale o collettiva nei reparti al fronte», bisognava rispondere con un immediato intervento di repressione, che prevedeva anche la fucilazione, come giustizia sul campo, sommaria, se i sintomi di tale insubordinazione fossero stati gravi[8]. Si lasciava cioè ai militari superiori, ufficiali e Regi Carabinieri, una enorme discrezionalità nelle decisioni da adottare e, in buona sostanza, il diritto di vita e di morte sui loro sottoposti. Se poi non fosse stato il caso di intervenire immediatamente con la condanna capitale, questi atti di insubordinazione sarebbero stati giudicati dai tribunali militari e ad essi deferiti i soldati che se ne fossero resi colpevoli.  «Il superiore ha il sacro diritto e dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Per chiunque riuscisse a sfuggire a questa salutare giustizia sommaria, subentrerà inesorabile quella dei tribunali militari. Ad infamia dei colpevoli e ad esempio per gli altri, le pene capitali verranno eseguite alla presenza di adeguate rappresentanze dei corpi. Anche per chi, vigliaccamente arrendendosi, riuscisse a cader vivo nelle mani del nemico, seguirà immediato il processo in contumacia e la pena di morte avrà esecuzione a guerra finita»: così il testo della Circolare[9].

Facendosi più cruente le fasi della guerra, anche l’autorità statale diventava più stringente e pervasiva; di pari passo con i poteri speciali del Comandante di Stato Maggiore Cadorna, aumentava la severità delle sue disposizioni, mentre veniva quasi esautorato il ruolo del Parlamento. Tutte le funzioni ricaddero progressivamente nella competenza dei tribunali militari e le pratiche autoritarie imposte dalla legislazione di guerra si facevano aberranti. «Al culmine dello sforzo bellico funzionavano complessivamente 117 tribunali militari in Zona di Guerra, marittimi, nel Paese e in Colonia»[10]. Tutto ciò, oltre ad indebolire lo stato democratico, «era funzionale alle sempre più forti pulsioni autoritarie che percorrevano la nazione. Queste, sostenute da larga parte della stampa e in particolare dal Corriere della Sera trovavano nel Generale Cadorna uno dei punti di riferimento più autorevoli»[11]. E non solo gli ufficiali che dovevano mantenere la disciplina venivano costretti ad essere inflessibili con i loro sottoposti, ma anche i giudici dei tribunali militari erano continuamente richiamati ad una maggiore severità nella comminazione delle condanne; il Generale Cadorna riteneva che molti di essi fossero troppo teneri e che la procedura concedesse troppe garanzie ai processati[12]. Al tempo stesso, se gli atti di insubordinazione si erano resi così frequenti, Cadorna era convinto che ciò fosse dipeso proprio dalla debolezza degli ufficiali superiori e poi dei giudici e propose di istituire un maggior numero di tribunali militari con una distribuzione capillare sul territorio, sicché essi, come si può capire, finirono con l’avocare a sé anche le competenze di quelli civili. In pratica, nulla di minimamente rilevante, sia civilmente che penalmente, in Italia, soprattutto nelle zone di guerra, poteva sfuggire alla giustizia militare[13]. Per l’effetto contrario di ogni inasprimento legislativo, però, i reati che si volevano colpire aumentavano. «Dall’analisi di Giorgio Mortara sull’operato della giustizia militare risultò che i reati più frequenti furono: diserzione volontaria per 162.563 casi, indisciplina per 24.601, cupidigia per 16.522, mutilazione volontaria per 15.636, resa o sbandamento per 5.325 e violenza per 3.510»[14].

Anche Bruna Bianchi, nel suo libro La follia e la guerra, riporta i dati dell’Ufficio Statistico del Ministero della Guerra pubblicati da Giorgio Mortara nel 1927, dai quali si evince che «le denunce per renitenza dal 24 maggio 1915 al 2 settembre 1919 furono 470.000 (di cui 370.000 italiani residenti all’estero); le denunce per diserzione furono 189.425», ma indica che «nell’arco del conflitto si conclusero 162.563 processi e furono emesse 101.685 condanne»[15].

Leggere la pubblicistica sulla materia ci fa capire come ai concetti alla base dei reati sopradetti fosse data dai tribunali militari una interpretazione estensiva, su sollecitazione del Generale Cadorna, in modo da colpire quanti più soldati possibile.

Pluviano e Guerrini spiegano come, fra le carte d’archivio, sia avvenuto il fortunoso ritrovamento della Relazione sulle fucilazioni sommarie durante la Prima Guerra Mondiale, redatta nel 1919 dall’Avvocato Generale Militare Donato Antonio Tommasi, sulla quale torneremo. Questa relazione, insieme agli Allegati, ritrovati da Giorgio Rochat (che firma la Prefazione del loro libro) il quale li ha messi a disposizione, hanno costituito la base del volume[16]. Nel mentre gli autori proseguivano nell’indefesso lavoro di ricerca negli archivi, essi hanno presentato una prima ricognizione del loro studio nella relazione Il memoriale Tommasi. Decimazioni ed esecuzioni sommarie durante la Grande Guerra[17]. Prima di questi lavori, le cifre sui fucilati di guerra erano piuttosto vaghe, certamente discordanti. Gli studiosi si barcamenavano fra le cifre fornite dalla politica che indicavano le vittime della giustizia sommaria in poche centinaia e quelle fornite dal giornale socialista «L’Avanti» che parlava di più di 1000 morti. Pluviano e Guerrini si sono invece basati sulla Relazione del Generale Tommasi, integrandola con le risultanze della istituita Commissione d’inchiesta parlamentare del 1919[18], e poi con molte altre fonti emerse durante il lavoro di ricerca, fra queste anche le dichiarazioni dei parlamentari durante i lavori della Commissione.

Fra le varie fonti dirette, una delle più accreditate «è la relazione “Dati di statistica giudiziaria militare” del giugno 1925. Si tratta della statistica delle sentenze e dei procedimenti penali dei tribunali militari presso l’esercito operante e di quelli territoriali fuori e dentro la zona di guerra. Secondo questa relazione, furono comminate nel corso del conflitto 4.028 condanne a morte, delle quali 2.967 in contumacia, 311 non eseguite e 750 eseguite. Di queste ultime, 391 riguardarono il reato di diserzione, 5 la mutilazione volontaria, 164 la resa o sbandamento, 154 atti di indisciplina, 2 la cupidigia, 16 per violenza, 1 per reati sessuali, le rimanenti per reati diversi. Un’altra fonte importante ai fini della quantificazione è una tabella del Reparto disciplina, avanzamento e giustizia militare del Comando Supremo dal titolo “Specchio dei giudizi durante la campagna” datata 24 dicembre 1917 e relativa al periodo giugno 1915 – settembre 1917, conservata presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Tale tabella è importante perché è l’unica a contenere anche il dato dei giudizi sommari: 112, che coincidono in buona parte con quelli riportati da Forcella e Monticone, fino all’agosto 1917. Nel settembre 1919 il ministro della guerra Generale Albricci, in sede parlamentare, ammise 729 condanne a morte eseguite durante tutta la guerra, mentre “le tristi esecuzioni sommarie superano di poco il centinaio”»[19]. Nel maggio-giugno 1916, a seguito dell’offensiva austro-ungarica, il regime disciplinare fu inasprito con l’ordine di ricorrere alle fucilazioni sommarie con ampia libertà, fino a colpire anche gli ufficiali. Dopo lo sfondamento austro-ungarico della nostra resistenza, il Comando Supremo ordinò al comandante delle truppe operanti sull’altopiano di Asiago di prendere le più energiche ed estreme misure: «faccia fucilare, se occorre, immediatamente e senza alcun procedimento, i colpevoli di così enormi scandali, a qualunque grado appartengano. […] L’altopiano di Asiago va mantenuto a qualunque prezzo. Si deve resistere o morire sul posto»[20].  Inoltre, di fronte «alle diserzioni, che sempre più numerose si manifestavano sia presso i reparti schierati in zona di guerra che all’interno, nel dicembre 1916 il Ministero della guerra decise di togliere il sussidio economico ai famigliari dei colpevoli del grave reato, i cui nomi furono pubblicati nei loro comuni natii»[21]. La pena capitale, specie per i soldati che si erano macchiati del reato più grave, la diserzione, avveniva con fucilazione alla schiena. «Altre norme legislative emanate durante la permanenza di Cadorna alla carica di capo di Stato Maggiore dell’Esercito furono il bando del 28 luglio 1915 del Comando Supremo contro la diffusione di notizie sulla guerra e la denigrazione dell’esercito o della guerra stessa ed il decreto luogotenenziale del 19 ottobre 1916 n. 1417 per la repressione dell’autolesionismo»[22].

Di fronte al numero spropositato di esecuzioni, si avvertì l’esigenza di istituire una commissione interna che vagliasse le tante condanne comminate ed i metodi usati nella spregiudicata gestione Cadorna. Questa commissione venne affidata all’Avvocato Generale dello Stato Donato Tommasi, sul modello della già costituita “Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti militari che hanno determinato il ripiegamento al Piave”, comunemente definita “Commissione d’inchiesta su Caporetto”, di nomina regia, istituita nel 1918, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, che era nata in seguito all’ondata di paura e malcontento generatasi dopo la clamorosa sconfitta di Caporetto[23]. Già dalla Commissione d’inchiesta «il ricorso alla decimazione[24] fu stigmatizzato … e definito “provvedimento selvaggio, che nulla può giustificare” tra l’altro per via della pena di morte così ingiustamente comminata a numerosi innocenti»[25].

Il Generale Tommasi[26] stilò una Relazione, in base alla quale i fatti vennero così suddivisi: Esecuzioni sommarie che appaiono giustificate; esecuzioni sommarie che appaiono ingiustificate; esecuzioni sommarie per le quali l’azione penale è improcedibile; esecuzioni sommarie per le quali manca nei rapporti ogni elemento di giudizio[27]. Dei vari tipi, riportiamo alcuni esempi.

Per le esecuzioni sommarie giustificate: Brigata Messina, 93°reggimento, 30 giugno 1915, numero imprecisato di vittime, diserzione in complotto al nemico; Brigata Verona, 85° reggimento, 31 ottobre 1915. 1 fucilato. Abbandono del posto in faccia al nemico; Brigata Acqui, 18° reggimento, 22 aprile 1916. 3 fucilati, rivolta; Brigata Ancona, 69° reggimento, 13 giugno 1916. 3 fucilati. Sbandamento e mancata possibile difesa: Brigata Pavia, 27° reggimento, 11 novembre 1916. 1 fucilato. Insubordinazione e omicidio; Brigata Verona, 85° reggimento, 6 agosto 1916. 1 fucilato. Abbandono del posto e rifiuto di obbedienza in presenza del nemico: Brigata Catanzaro, 141° e 142° reggimento, 16 luglio 1917, 28 fucilati, rivolta. Per le esecuzioni sommarie ingiustificate: Brigata Ravenna, 38° reggimento, 21- 22 marzo 1917, 7 fucilati, rivolta. Per le esecuzioni sommarie per le quali l’azione penale è improcedibile: Brigata Salerno, 89° reggimento, 2 luglio 1916, numero imprecisato di morti. Diserzione al nemico, 3 luglio 1916, 8 fucilati, istigazione alla diserzione. Per le esecuzioni sommarie per le quali manca ogni elemento di giudizio nei rapporti e documenti esaminati: Brigata Catanzaro, 141°reggimento, 27 maggio 1916, Altipiano d’Asiago, 12 fucilati, sbandamento di fronte al nemico; Brigata Lazio, 131° reggimento, 15 giugno 1916, basso Isonzo, 1 fucilato, minacce e vie di fatto o rifiuto di obbedienza; 14° reggimento Bersaglieri, XL battaglione,16 giugno 1916, Altipiano d’Asiago, 4 fucilati, sbandamento; 5° reggimento Genio, 31°compagnia minatori, 26 luglio 1916, luogo imprecisato, 1 fucilato, vie di fatto a mano armata contro superiore;  XLVII battaglione Bersaglieri, 5 agosto 1916, quota 85 Monfalcone, 3 fucilati, diserzione; Brigata Regina, 9° e 10° reggimento, 13 maggio 1917, vallone di Doberdò, 6 fucilazioni non confermate, diserzione; Brigata Toscana, 77° reggimento, 23 giugno 1917, retrovie di Monfalcone, 2 fucilati, rivolta. Alla fine, “caddero vittime della giustizia sommaria 262.481 soldati e di essi 170.064, cioè il 62%, subirono una condanna. Furono comminati 15.345 ergastoli, dei quali 15.096 per diserzione. Le percentuali sono impressionanti: il 6% dei mobilitati fu rinviato a giudizio e quasi il 4% subì una condanna penale. Dei 262.481 processati, 177.648 passarono dai tribunali dell’esercito operante, mentre gli altri 84.883 furono giudicati dai tribunali territoriali. Sebbene i primi fossero più severi (ritennero colpevole il 66,3% dei processati), anche i tribunali territoriali condannarono il 61,8% dei giudicati”[28].

Fra le vittime della giustizia sommaria, anche un soldato salentino. E veniamo così all’oggetto della nostra trattazione.

Rocco Gnoni, questo il suo nome, era nato a Torrepaduli, frazione di Ruffano, il 6 agosto 1888. Figlio di contadini, Rocco aveva sposato una sua compaesana di nome Giovanna Crudo; il matrimonio fu celebrato l’11 gennaio 1915. Pochi mesi dopo, il 29 maggio 1915, Rocco partì per la guerra, come riportato sul suo foglio matricolare n.31904. Dal foglio matricolare apprendiamo che Rocco Gnoni, di professione contadino, già ritenuto «rivedibile» a causa della «debole costituzione fisica», viene poi arruolato nell’11 Compagnia di Sanità (44° Divisione Sanità) e viene considerato «disperso nel fatto d’armi dell’ottobre 1917»[29].

Dopo quasi due anni di servizio al fronte, Rocco ottenne con ogni probabilità una licenza, durante la quale lui e sua moglie concepirono l’unico figlio, Donato, che venne alla luce il 19 novembre 1917. Gnoni però non poté mai conoscere il bambino, perché morì pochi giorni prima della sua nascita.

Pluviano-Guerrini riportano nel Capitolo «La Relazione Tommasi. Esecuzioni sommarie per le quali manca ogni elemento di giudizio nei rapporti e documenti esaminati»[30], un corpus molto più consistente di esempi. Fra questi, oltre a quelli sopra elencati: Brigata Ivrea, 162° reggimento, 21 febbraio 1917. 2 fucilati. Diserzione; Brigata Palermo, battaglione complementare, 20 maggio 1917. 3 fucilati. Rivolta; e poi 44° sezione di sanità, 4 novembre 1917. 1 fucilato. Accusa sconosciuta. Quest’ultima è quella che a noi interessa, perché il soldato fucilato per motivi sconosciuti è Rocco Gnoni, «un ventinovenne nato a Ruffano, provincia di Lecce. L’ordine di fucilazione fu impartito dal comando della 2°armata il 3 novembre 1917, mentre la ritirata era ancora in corso. L’esecuzione sommaria avvenne presso il Cimitero di Porcia, nel Pordenonese, alle 6.15 del 4 novembre 1917, quando i reparti italiani si apprestavano ad abbandonare la zona. Il plotone di esecuzione era composto da dodici carabinieri della 128° sezione, addetta al comando della 2° armata. La scheda compilata da Tommasi e i documenti allegati non riportano la ragione della condanna, e questo è un fatto di particolare gravità perché la fucilazione avvenne per ordine di un comando d’armata»[31]. Gli autori inoltre riportano in nota che nell’Allegato 40 sono contenute «la lettera di trasmissione del comandante dei carabinieri dell’armata al comando della 2°armata, il processo verbale dell’esecuzione sommaria, a firma del tenente dei carabinieri Nicola Crocesi, comandante del plotone di esecuzione, e l’atto di morte del soldato Gnoni, redatto dal capitano medico Ario Airaghi, sempre il 4 novembre 1917»[32].  Si apre allora una incongruenza nella ricostruzione della vita di Gnoni. L’Albo d’Oro dei caduti della Grande Guerra, infatti, dice di lui che fu disperso in battaglia il 30 ottobre, «nel ripiegamento al Piave», dopo la tragica sconfitta di Caporetto[33].  E anche il foglio matricolare, come già detto, annota «disperso» e «rilasciata dichiarazione di irreperibilità»[34]. Come tale viene ricordato nella targa commemorativa del Monumento ai Caduti del suo paese, la piccola frazione di Torrepaduli. In realtà, egli fu fucilato, come dimostrano inconfutabilmente Pluviano e Guerrini sulla base dei documenti ufficiali. Fu vittima della repressione interna, uno di quei capri espiatori, di cui si diceva all’inizio.

La storia ci insegna che la guerra, come evento straordinario, che sconvolge cioè il regolare procedere del tempo ordinario, frange prassi, codici, norme di comportamento e garanzie. Ogni guerra porta esecuzioni sommarie, decimazioni, pene di morte, e non solo scombina le regole del vivere civile ma sovente calpesta la stessa etica militare. La Prima Guerra Mondiale non fa eccezione: questa fu la grande delusione che già nel 1916 si impossessò dei ragazzi che con entusiasmo e fiducia erano partiti per il fronte.  Nihil novi sub sole è il motto tragicamente fatalistico che si potrebbe trarre. E non meno che appropriato ci appare l’aggettivo fatalistico, se pensiamo che ad una vera e propria roulette russa era affidata la vita di questi soldati, nelle parole del Generale Cadorna: «non vi è altro mezzo idoneo a reprimere reato collettivo che quello della immediata fucilazione dei maggiori responsabili, allorché l’accertamento dei responsabili non è possibile, rimane il diritto e il dovere ai comandanti di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte»[35].

Subito dopo la guerra, ci fu molta confusione sul numero esatto delle vittime di esecuzioni sommarie. Questo numero oscillava fra 109, indicato dall’On. Vito Luciano alla Camera dei Deputati il 19 settembre 1919[36], 152, il numero avanzato dall’Avvocatura generale militare, e più di 1000, come sosteneva il giornale del Partito Socialista «L’Avanti».  Come già detto, Pluviano e Guerrini, utilizzando le due fonti di segno opposto, ossia quella ufficiale della Relazione sulle esecuzioni sommarie del Generale Tommasi e quella non ufficiale e antimilitarista dell’Avanti, integrandole con i tanti documenti rinvenuti nell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (USSME) e dalla memorialistica e dai resoconti di guerra, hanno calcolato questo numero in 750 fucilati[37].

Dopo il conflitto, la Relazione del Generale Tommasi restava la fonte più credibile sui fucilati di guerra, anche se il numero che presenta è in difetto e tende a colpevolizzare esclusivamente il Generale Cadorna facendo credere che col Generale Diaz la situazione fosse cambiata e le esecuzioni del tutto cessate (è invece dimostrato che vi fossero ancora dei casi), ma queste erano le pressioni che Tommasi aveva ricevuto dall’alto. In effetti, il Generale Cadorna nel frattempo era stato sostituito da Diaz.

Tuttavia, il destino della Commissione fu di essere insabbiata, analogamente a quella su Caporetto. Le sue risultanze vennero dimenticate e nessuno degli ufficiali colpevoli fu processato per i delitti commessi.

La linea del Parlamento italiano divenne quella di elogiare e ringraziare l’esercito e i suoi vertici per l’alto eroismo (dando avvio alla magniloquenza propagandistica che caratterizzerà tutto il dopoguerra fascista) e sostanzialmente perdonare i responsabili della carneficina, considerando quanto avvenuto come un male necessario, nonostante l’unica voce dissonante in Parlamento, quella del Partito Socialista, si alzasse contro simile conclusione. Di conseguenza, siffatti crimini contro l’umanità rimasero impuniti e un velo di oblio cadde sulla triste vicenda fino quasi ai giorni nostri[38]. Bisognerà attendere la pubblicazione dei libri di Forcella e Monticone del 1968[39] e di Procacci del 1993[40], basati sull’inchiesta del Generale Tommasi del 1919 fino ad allora segretata, per avere chiarezza. Queste ricerche hanno permesso anche di venire a conoscenza della vera fine del soldato Rocco Gnoni.

Nel 2016 è stato anche organizzato dall’Istituto Comprensivo Statale di Ruffano un incontro dal titolo    “I fucilati per mano amica nella Grande Guerra: verità e riabilitazione. La storia del soldato ruffanese Rocco Gnoni”.  Gli organizzatori di quell’incontro, in primis il prof. Roberto Molentino, referente del progetto “Cento anni fa… la Grande Guerra”, ed i docenti coinvolti, hanno voluto far luce sulle vere cause della morte di questo concittadino. Hanno ricercato il Verbale di esecuzione sommaria del soldato Gnoni Rocco, dal quale risulta che «detto militare venne fucilato il 3 novembre 1917 in Porcia per ordine del Comando della 2° Armata. Non vi è alcun accenno ai fatti che determinarono detto giudizio sommario e pertanto occorrerebbero nuove indagini per poter esaminare se l’ordine del detto Comando fu conforme alla legge». La fucilazione dunque avvenne nei pressi del cimitero di Porcia, paesino in provincia di Pordenone.          «Al soldato Rocco Gnoni furono sparati in due riprese complessivamente 12 colpi di moschetto M.1891, che lo resero all’istante cadavere»[41].  Sempre secondo il verbale, il cadavere del soldato fu seppellito all’interno del Cimitero di Porcia.

Per saperne di più, gli studenti del progetto scolastico coordinati da Molentino hanno intervistato il nipote del soldato, Gino Gnoni, il quale ha detto di essere a conoscenza del fatto, anche se non in grado di provarlo.

Gino ha sostenuto che suo padre, Donato, non voleva ricordare e non parlava mai di ciò che era accaduto a Rocco, anche se provò per tutta la vita sentimenti ostili nei confronti dell’arma dei Carabinieri[42]. Nonna Giovanna, vedova di Rocco, raccontava invece che un reduce le aveva riferito quanto accaduto al marito: sembra che mentre si trovava in un’osteria a rifocillarsi dopo le dure battaglie delle settimane precedenti, fosse stato redarguito da un superiore a cui, forse, rispose in modo irrispettoso. Questo segnò il suo destino.

Quanto scoperto trova un riscontro anche nel libro Nel vortice della grande guerra. Porcia nell’anno dell’invasione di Sergio Bigatton e Angelo Tonizzo, pubblicato dal Comune di Porcia nel 2010[43]. Il volume, incentrato sulla partecipazione della cittadina del Pordenonese alla Prima Guerra Mondiale, riporta nella seconda parte il Discorso pronunciato dal generale Umberto Pastore a Palse per l’inaugurazione del mausoleo ai Caduti in guerra, l’opera di don Francesco Cum Le memorie di un parroco dell’anno dell’invasione, e gli scritti di Antonio Forniz La prima guerra mondiale nei piccoli ricordi di un friulano adolescente. Sono riprodotti inoltre alcuni passi del diario del pittore futurista e scrittore Ardengo Soffici, scritti dal Castello di Porcia, dove soggiornò durante la ritirata di Caporetto. Infine, alcune memorie di Pietro Masutti e di Luigi Del Ben. In Appendice, sono riportati i nomi dei caduti di Porcia. Fra questi caduti non figura Rocco Gnoni, ma gli autori riferiscono un episodio che a Porcia era ben conosciuto e che ci fa chiaramente pensare al Nostro. Parlano della storia-leggenda di un povero soldato giustiziato di cui a Porcia girava insistente la voce, un «soldato italiano fucilato dai suoi al cimitero di Porcia durante la ritirata», individuato dagli autori grazie al ritrovamento di una planimetria del cimitero dove, fra i morti sepolti, viene ricordato anche un «Italiano fucilato»[44]. Ne parla con un fugace cenno il religioso Don Francesco Cum nel suo discorso (stampato a Udine nel 1920), che gli autori riportano nella seconda parte del libro[45].  Uno degli autori, Sergio Bigatton, contattato dagli organizzatori della manifestazione ruffanese, ha affermato che il soldato cui si accenna nel libro è senz’altro Rocco Gnoni. A maggior conferma, l’episodio dell’uccisione di Gnoni si potrebbe ricavare da un’altra fonte, che è il libro di Ardengo Soffici, La ritirata del Friuli. Note di un ufficiale della Seconda Armata[46], in cui il pittore e poeta futurista narra la sua esperienza nella prima guerra mondiale. Nella notte fra il 3 e il 4 novembre, scrive che, mentre era uscito con alcuni compagni a fare due passi nel paese, nel buio più fitto, avvertì dei rumori nei pressi del cimitero e fu attirato dalla luce di una lanterna. Incontrò alcuni uomini, dei carabinieri, e ai loro piedi un uomo morto, che Soffici ed i compagni scambiarono per una donna, in quanto l’uomo era acconciato in abiti femminili, probabilmente per sfuggire ai suoi assalitori. I carabinieri riferirono a Soffici e compagni che il loro superiore aveva ordinato di ammazzare sul posto quell’uomo, e loro avevano eseguito immantinente l’ordine, fucilando il malcapitato. Si trattava di una punizione esemplare. Anche se Soffici non fa il nome di Gnoni, è facile supporre che si tratti di lui[47].

Non sorprenderebbe che il soldato ruffanese si trovasse in un’osteria a sbronzarsi. Il vino e la prostituzione erano fin dall’inizio della guerra i soli due svaghi consentiti ai soldati nella terribilità del momento. Si trattava di svaghi autorizzati o meglio “istituzionalizzati” dalle autorità[48]. Il vino in trincea era un farmaco potentissimo, ne parla anche Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano[49]. Utilizzato in quantità massicce dai soldati per fare fronte alla drammaticità della situazione, esso dava loro sollievo, potenziandone l’audacia e la bellicosità in alcuni casi, fungendo da oppiaceo e quindi anestetizzando la paura e il dolore in altri. Comunque, sia che lo usassero come coadiuvante per darsi forza e coraggio, sia come tranquillante per attutire nei fumi dell’alcol lo shock di un impatto emotivo devastante, tutti i soldati ne diventavano dipendenti. Tanto vero che anche nelle cosiddette Case del soldato[50], circoli ricreativi religiosi, creati dalla chiesa per contrastare le case di tolleranza (e fu una battaglia persa fin dall’inizio di fronte al proliferare delle case chiuse e al massiccio ricorso dei militari al sesso a pagamento), i soldati bevevano[51]. Anzi, una delle voci di spesa più alte negli acquisti delle Case del soldato era proprio quella per il vino, poiché i preti ritenevano che un consumo, sia pure moderato, della bevanda alcolica dovesse comunque essere permesso, anche per contrastare il ricorso alla prostituzione: come dire, si sceglieva il male minore[52]. Mons. Giuseppe Pellizzo, Vescovo di Padova, in una lettera affermava che avevano come unico pensiero quello di svuotare le cantine nei paesi abbandonati ed erano talmente attaccati alla bottiglia che se le montagne fossero state damigiane i soldati le avrebbero custodite meglio, essendo sempre aggrappati ad esse[53]. Questo scritto è anche più importante per quanto il prelato sostiene dopo[54], cioè che proprio a causa dell’ubriachezza, alcuni giorni prima un battaglione aveva rifiutato di andare avanti ed era stata sorteggiata una compagnia e decimata. Importante dappiù, questa lettera di Mons. Pellizzo, per la data in cui viene inviata, ossia il 31 maggio 1916, in un periodo in cui nessuno dei soldati dal fronte osava confessare tale pratica aberrante. L’alcol, dunque, veniva largamente usato nelle trincee e finanche incoraggiato dal Comando supremo. Esso costituiva proprio la benzina dei soldati, come dice Emilio Lussu.Ma poi, fuori dalle trincee, per somma incoerenza, specie con la gestione Cadorna, esso veniva proscritto, quasi demonizzato nelle Circolari del Generale che imponevano ai soldati, negli ambienti civili, assoluta sobrietà ed un severo contegno in ogni circostanza. Gnoni pagò con la vita la sua mancanza di contegno.

Nel 2015, gli Onorevoli Giorgio Zanin e Gian Piero Scanu hanno voluto proporre una legge sulla riabilitazione di questi caduti della prima guerra mondiale. In effetti, nel 2014, nell’ambito delle celebrazioni in occasione del centenario della Grande Guerra, si segnalava l’iniziativa di un gruppo di 50 intellettuali che inviavano un appello al Presidente della Repubblica per la riabilitazione dei soldati fucilati. Essi si costituirono in un Comitato nell’ambito del Ministero della Difesa. All’iniziativa di questo Comitato si unirono i deputati Gian Piero Scanu e Giorgio Zanin, rispettivamente primo firmatario e relatore alla Camera dei Deputati della proposta di legge n. 2741 finalizzata «ad attivare il procedimento per la riabilitazione dei soldati italiani condannati alla pena capitale nel triennio 1915-18, nonché per restituire l’onore militare e riconoscere la dignità di vittime di guerra a quanti furono passati per le armi senza processo con la brutale pratica della decimazione o per esecuzione immediata e diretta da parte dei superiori. Verrà così restituito l’onore militare e la dignità di vittime della guerra a quanti vennero fucilati. Infatti, una volta approvata la legge verranno inseriti nell’Albo d’oro del Commissariato generale per le onoranze I caduti»[55]. Giorgio Zanin venne anche invitato a Ruffano nel già citato Convegno del 2016 e in quell’occasione si è soffermato su questa triste vicenda e ha sottolineato l’alto dovere morale e civile di riaprire una delle pagine più nere della storia d’Italia.

Nella maggior parte dei casi, i sospetti e le accuse di delazione, spionaggio, intelligenza col nemico, diserzione, di cui erano fatti oggetto taluni soldati, rimasero tali, solo frutto di menti paranoiche o soggiogate. Le fucilazioni che ne seguirono furono invece reali, come molta memorialistica conferma e certa stampa dell’epoca andava denunciando. Soprattutto nelle interviste ai reduci, nelle testimonianze orali e in tanti diari pubblicati dopo la guerra, molto vivi e brucianti i ricordi delle esecuzioni sommarie[56]. Non così invece nelle lettere, quelle inviate dal fronte, che erano sottoposte a censura[57].

Alle esecuzioni dei militari, bisogna aggiungere quelle dei civili. Le fonti dimostrano che fin dai primi giorni del conflitto il nostro esercito si macchiò di vari delitti perpetrati a danno delle popolazioni di confine, uccidendo tantissimi abitanti dei territori occupati, con esecuzioni sommarie[58].

Una certa pubblicistica antimilitarista sostiene senza indugio che i veri eroi furono proprio questi, i disertori, i ribelli, i fuoriusciti. Questa pubblicistica porta a sostegno della propria posizione un abolito articolo della Costituzione, per l’esattezza l’articolo 50, poi divenuto articolo 54 che, al secondo comma, poi cassato, recitava: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino»[59]. Ma al di là delle posizioni di un certo pacifismo radicale, tutto l’orientamento dell’opinione pubblica in questi ultimi anni in Italia è stato quello di riabilitare non solo i fucilati di guerra ma anche i renitenti e i disertori, considerati anch’essi vittime della sofferenza procurata dalla guerra. Un articolo pubblicato su «La Repubblica» nel 2014 dà voce al Vescovo Santo Marcianò, Ordinario Militare, il quale parla delle diserzioni come di «un fenomeno che coinvolse tutte le forze in campo, alimentato non tanto dalla paura quanto dalla nostalgia per la famiglia e odio per l’ingiustizia delle autorità militari. Le condanne furono circa centomila. Impossibile sapere con esattezza i fucilati, almeno un migliaio»[60].

Come non vedere, in questi soldati ingiustamente massacrati, come Rocco Gnoni di Ruffano, dei martiri laici? Eroi minori di una beffarda tragicommedia.

Per concludere con le parole di Ardengo Soffici: «sono forse costoro dei vinti, dei disertori, dei rivoltosi, dei traditori? O sono, diciamo la parola, dei vigliacchi? No. Basta vederli. Basta lasciare entrare la loro anima nella nostra. Sono delle vittime. Sono degli incoscienti. Sono degli illusi – e il male non è qui. … il male è nelle radici – il male è laggiù sotto di noi: nell’ignominia di chi divide, di chi baratta, di chi mente, di chi mercanteggia. Di chi abbandona. Il male è dappertutto; ma non è qui. Qui si soffre soltanto. Non è la via dell’infamia, qui. È la via della croce»[61].

* Società di Storia Patria per la Puglia, paolovincenti71@gmail.com

 

Vivamente ringrazio gli amici Francesco Frisullo, che per primo ha fatto luce sulla storia del soldato Rocco Gnoni, e Roberto Molentino, che mi ha messo a disposizione alcune fonti documentarie.

 

Note 

[1] R. Girard, La violenza e il sacro, Milano, Adelphi, 1980.

[2] R. Caillois, L’uomo e il sacro, Torino, Bollati-Boringhieri, 2001.

 

[3] E. Forcella – A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Bari, Laterza,1968, 2° ed. , 2014.

[4] M. Pluviano – I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale, Udine, Gaspari, 2004, p.12.

[5] F. Cappellano, Cadorna e le fucilazioni nell’esercito italiano (1915-1917), p.1, in  www.museodellaguerra.it/wp-content/…/09/annali_23_Cadorna-e-le-fucilazioni.pdf. L’autore si rifà al libro di Forcella e Monticone, Plotone di esecuzione cit.

[6] Ivi, p.36.

[7] Circolare n. 1 Disciplina di Guerra in data 24 maggio 1915, conservato presso l’archivio dell’USSME (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito), repertorio L3, b. 141, fasc. 3, riportato in M. Pluviano e I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie cit., p.36.

[8] Circolare n. 3525 in data 28 settembre 1915, Disciplina di guerra, USSME, Ivi, p.36.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p.14.

[11] Ivi, p.15.

[12] Ivi, p.20.

[13] Ivi, p.21.

[14] Ivi, p.23.

[15] Ministero della Guerra, Ufficio Statistico, Statistica dello sforzo militare italiano nella guerra mondiale. Dati sulla giustizia e disciplina militare, a cura di G. Mortara, Roma, 1927, in B. Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano 1915-1918, Roma, Bulzoni, 2001,

[16] Ivi, pp.1-6. Sulla copertina del libro è raffigurata un’immagine tratta dal film di Francesco Rosi Uomini contro, del 1970, ispirato al romanzo di Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano.

[17] Letta al convegno “Scampare la guerra”, tenuto a Fogliano  Redipuglia nel 1990. Questa relazione è poi confluita nel libro con cui si pubblicarono gli atti: 1914-1918 scampare la guerra : renitenza, autolesionismo, comportamenti individuali e collettivi di fuga e la giustizia militare nella Grande Guerra, a cura di L. Fabi, Ronchi dei Legionari, Centro culturale pubblico polivalente, 1994, pp.63-75. Guerrini – Pluviano sono anche autori di La giustizia militare, in Dizionario storico della Prima Guerra Mondiale, a cura di N. Labanca, Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 137-146.

[18] Commissione d’inchiesta Dall’Isonzo al Piave. 24 ottobre-9 novembre 1917, Roma, Stabilimenti tipografici per l’amministrazione della guerra, 1919. Istituita con R.D.12 gennaio 1918, n.35.

[19] Atti parlamentari, Camera dei Deputati, legislatura XXIV, 1ª sessione, discussioni, tornata del 12 settembre 1919, in                         F. Cappellano, Cadorna e le fucilazioni nell’esercito italiano cit., p.12.

[20] Lettera in data 26 maggio 1916 del capo di Stato Maggiore dell’Esercito al Generale Clemente Lequio – USSME, in Filippo Cappellano, op. cit., p.6.

[21] Circolare n. 32800 in data 28 dicembre 1916, Conseguenze del reato di diserzione, Comando 3ª Armata. Altre conseguenze di legge del reato di diserzione erano: interdizione perpetua dei pubblici uffici, interdizione legale con la perdita di amministrazione dei propri beni, patria podestà, autorità maritale e capacità di fare testamento: fonte USSME, in F. Cappellano, op. cit., p.7.

[22] Ivi, p.11.

[23] M. Pluviano – I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie cit., p.41.

[24] La decimazione, che consisteva nel tirare a sorte il nome dei fucilati,come esempio di estrema disciplina militare inflitta ai soldati era una pratica già conosciuta dai Romani ma fu nella Prima Guerra Mondiale che se ne fece largo uso.

[25] Relazione della Commissione d’inchiesta, Dall’Isonzo al Piave 24 ottobre – 9 novembre 1917, vol. II, Le cause e le responsabilità degli avvenimenti, 1919, in F. Cappellano, op. cit., p.7.

[26] Il giurista Donato Antonio Tommasi (1867-1949), tarantino di nascita, era leccese. Stimato magistrato, durante la guerra ricoprì il ruolo di Avvocato Generale presso il Tribunale supremo di Guerra e di Marina e poi dell’Esercito. Fu parlamentare, eletto nelle file del Partito Popolare, negli anni Venti. Strenuo oppositore del Fascismo, in occasione della Marcia su Roma, redasse il decreto per lo stato d’assedio per conto del Presidente del Consiglio Luigi Facta che venne respinto dal Re Vittorio Emanuele III. Per questo, fu ostracizzato dal regime. Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale e venne ferito dallo scoppio di una bomba lanciata sul centro militare clandestino che dirigeva a Roma, e fu onorato della medaglia d’argento al valor militare: M. Pluviano – I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie cit., p.48.

[27] Ivi, Le fucilazioni sommarie cit., p.47.

[28] Ivi, p.19.

[29]Archivio di Stato di Lecce, Vol. 194, Ruoli matricolari soldati appartenenti alla classe 1890.

[30] M. Pluviano – I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie cit., pp.113-130.

[31] Ivi,p.125.

[32]Ivi, p.129.

[33] Albo d’Oro, Volume XVIII, Puglie, N. 902. Nell’Albo d’Oro, giusta circolare del Ministero della Guerra, 8 giugno 1926, sono inclusi tutti i militari del R. Esercito, della R. Marina, della R. Guardia di Finanza, il cui decesso o scomparsa sia avvenuta per causa di guerra dal 24 maggio 1915 al 20 ottobre 1920, data di pubblicazione della pace.

[34] Archivio di Stato di Lecce Vol. 194, Ruoli matricolari soldati appartenenti alla classe 1890. La dichiarazione di irreperibilità veniva rilasciata dal CIFAG (Centro interministeriale per la formazione degli atti giuridici) di Roma, ora soppresso.

[35] Telegramma circolare nr. 2910 del 1 novembre 1916 del Comando Supremo, in Filippo Cappellano, op.cit., p.7.

[36] M. Pluviano – I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie cit., p.2.

[37] Ivi, pp.2-3.

[38] Ivi,pp.5-6.

[39] E. Forcella- A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Bari, Laterza, 1968 (poi 2014).

[40] G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Roma, Editori Riuniti, 1993. Sulle punizioni esemplari e le fucilazioni anche: A. Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, Milano, Mondadori, 2014, p. 24.

[41] Si veda il Verbale della fucilazione allegato.

[42] Sul ruolo dei Regi Carabinieri: F. Angeletti, Il ruolo dell’arma dei carabinieri durante il primo conflitto mondiale: il fronte interno, in  «Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali», a. IV, n. 2, 2015, pp.371-386.

[43] Nel vortice della grande guerra. Porcia nell’anno dell’invasione. Documenti e memorie sulla prima Guerra mondiale, a cura di S. Bigatton e A. Tonizzo, Pordenone, Sage Print, 2010.

[44] Ivi, pp.39-40.

[45] Ivi, pp.81-107.

[46] A. Soffici, La ritirata del Friuli. Note di un ufficiale della Seconda Armata, Firenze, Vallecchi, 1919.

[47]Ivi, pp.192-193.

[48] Sulle case di tolleranza, si veda E. Franzina, I casini di guerra, Udine, Gaspari, 1999.

[49] E. Lussu, Un anno sull’altopiano,Torino, Einaudi, 1964.

[50] Don G. Minozzi, Ricordi di guerra, Amatrice, Vol. I, 1956.

[51] E. Franzina, I casini di guerra cit., p. 192. Sull’argomento, anche P. Vincenti, Tra vergogna e onore: le prostitute di guerra, in L’officina del sentimento. Voci gesti segni femminili in Terra d’Otranto davanti alla Grande Guerra (1915-1924), a cura di G. Caramuscio, in corso di stampa.

[52] M. Pluviano, Le case del soldato, in «Notiziario dell’Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e provincia», n.36, dicembre 1989, pp.5-88.

[53]I vescovi veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918, a cura di A. Sciottà, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1991, p.73. Mons. Pellizzo, fondatore del giornale cattolico «La difesa del popolo», scrive tra il 1915 e il 1918 ben centocinquantasei lettere a Papa Benedetto XV per informarlo sul drammatico andamento della prima guerra mondiale.

[54] Pubblicato da I. Guerrini – M. Pluviano, in Il memoriale Tommasi. Decimazioni ed esecuzioni sommarie durante la grande guerra, in 1914-1918 scampare la guerra cit., pp.63-75.

[55] Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la Prima guerra mondiale https://www.camera.it › leg18

[56] M. Pluviano – I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie cit., p. 239.

[57]Ivi, p. 240. Le lettere dal fronte avevano degli speciali censori che erano spesso gli ufficiali austriaci e tedeschi, incaricati di leggerle, allo scopo di emendarle da eventuali informazioni poco opportune e pericolose. Fra questi ufficiali, Leo Spitzer, il filologo austriaco al quale si deve il primo studio organico di carattere linguistico sulle lettere dei soldati dal fronte. Leo Spitzer, Lettere di prigionieri di guerra italiani: 1915–1918, a cura di L. Renzi, Torino 1976, nuova ed., Milano 2016. Si veda anche D. Octavian Cepraga, Scritture contadine e censori d’eccezione: le lettere versificate dei soldati romeni della Grande Guerra, in Memorialistica e letteratura della Grande Guerra. Parallelismi e dissonanze Atti del Convegno di studi italo-romeno Padova–Venezia, 8–9 ottobre 2015,a cura di D. Octavian Cepraga, R. Dinu e A. Firţa, Quaderni della Casa Romena di Venezia, XI-2016, Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia, 2016, p.189.

[58] Ivi, pp. 196 -197.

[59] https://www.nascitacostituzione.it/02p1/04t4/054/art054-011.htm

[60] P. Gallori, Grande guerra, l’ordinario Militare: “Riabilitare i disertori come Caduti”, in «La Repubblica», 6 novembre 2014

[61] A. Soffici, op. cit.,p.202.

Ringrazio gli amici Francesco Frisullo, che per primo ha fatto luce sulla storia del soldato Rocco Gnoni, e Roberto Molentino che ha messo a disposizione alcune fonti documentarie.

Luci ed ombre nella partecipazione delle donne salentine alla Prima Guerra Mondiale

      

 

 di Paolo Vincenti*

Molti studi ottimamente prodotti negli ultimi anni sulla partecipazione delle donne alla Prima Guerra Mondiale hanno dimostrato come il loro impegno nella Grande Guerra in tutta Italia sia stato ampio e variegato. Da questi studi è emerso un universo femminile quasi prismatico, se solo si superano i consunti stereotipi che stancamente si tramandano. Oltre ai settori più tradizionali e conosciuti, infatti, come quello delle infermiere e delle crocerossine, vi furono moltissimi campi di applicazione in cui le donne riversarono il proprio ingegno, la costanza, la versatilità. La loro partecipazione fu legata prima di tutto all’assistenzialismo, sia di matrice cattolica che laica. Soprattutto le donne di estrazione aristocratica ed alto borghese incoraggiarono la nascita di associazioni di beneficenza, che si prendessero cura dei soldati impegnati al fronte, attraverso donazioni, raccolte fondi, invio di beni di prima necessità, quali generi alimentari, indumenti caldi, medicine. L’area del volontariato in cui maggiormente si esplicò la beneficenza legale, anche nel Salento, fu quella sanitaria, nello specifico della Croce Rossa. Molte furono le infermiere salentine che partirono per le zone di guerra[1].

Un ruolo rivestito dalle donne durante la guerra che merita ulteriori approfondimenti è quello delle madrine di guerra, le quali si prendevano cura di alcuni soldati, adottandoli per tutta la durata del conflitto. Inizialmente le madrine di guerra provenivano dall’alta società, ovvero dai ceti aristocratici, ma successivamente furono anche le ragazze del popolo a farsi madrine e avviare una corrispondenza epistolare con i soldati sul fronte; non di rado, queste frequentazioni si trasformavano in fidanzamenti e quindi matrimoni quando i soldati riuscivano a ritornare vivi dal campo di battaglia[2]. Molto note sono le figure di madrine di guerra al Nord, poco invece nel Sud e nello specifico nel nostro Salento. Queste donne, anche conosciute come “Dame di carità”, operavano nell’ambito dell’associazionismo cattolico e si facevano promotrici di iniziative benefiche a favore dei soldati feriti sul fronte e mutilati, e ancor di più degli orfani e delle vedove di guerra.

Al di fuori dei ruoli classici di maternage, sui quali torneremo nel corso di questo contributo, molte furono le donne impegnate nelle professioni intellettuali, come insegnanti, scrittrici e giornaliste. Fra queste ultime, una particolare menzione meritano le giornaliste di guerra[3]. Nel Salento, svariate furono le donne intellettuali che vissero in primo piano l’età della Prima Guerra Mondiale. Tutte sono state oggetto di approfonditi studi e dunque di esse faremo solo una rapidissima carrellata. Fra le altre, possiamo citare: la professoressa Giulia Lucrezi Palumbo (1876-1956)[4], Giulia Poso (1879-1963)[5], Maria Luigia Quintieri (1881-1973)[6], Maddalena Santoro (1884-1944)[7], Oronzina Quercia Tanzarella(1887-1940)[8], Maria Panese Tanzarella (1888-1981)[9], Maria Rosaria Filieri (1895-1944)[10] e, inoltre, Magda Roncella (1882-1939)[11].          La partecipazione delle donne alla Grande Guerra costituisce un determinato filone di studi che ha visto nell’esperienza del primo conflitto mondiale il momento storico che determinò un concreto passo verso l’emancipazione femminile. In effetti, le donne dovettero fare di necessità virtù. Esse rivestirono ruoli di supplenza degli uomini. In assenza dei loro compagni, che avevano lasciato abbandonate le campagne, divennero contadine. In città, entrarono anche nell’industria pesante, metallurgica, meccanica,operando in campi di applicazione eminentemente maschili. «Nel 1918 le donne costituivano il 25 per cento della manodopera negli stabilimenti ausiliari di Torino, il 31 per cento in quelli di Milano, l’11 per cento in quelli di Genova, e rispettivamente il 16, il 22 e il 20 per cento in quelli non ausiliari delle stesse città», scrive Antonio Gibelli in La grande guerra degli italiani 1915-1918. «In complesso negli stabilimenti ausiliari le donne occupate erano circa 80 mila alla fine del 1916, salirono a 140 mila nel 1917, per toccare il massimo di quasi 200 mila alla fine della guerra»[12].  Oltre a sostituirsi agli uomini, le donne ebbero anche ruoli attivi. Non solo operaie, ma anche portalettere, autiste di mezzi pubblici, telegrafiste, impiegate negli Uffici notizie per le famiglie dei militari[13]. Impegnate anche direttamente sul fronte, come le Portatrici carniche, la più conosciuta delle quali è Maria Plozner Mentil, unica donna a cui sia stata intitolata una caserma in Italia[14]. Queste donne portavano beni di conforto e rifornimenti ai soldati sul fronte. Dai paesi circonvicini esse si arrampicavano sulla montagna fino ad arrivare in prima linea esponendosi al rischio mortale[15].  «La Grande Guerra sperimenta la duttilità e l’elasticità che le donne hanno sempre messo a disposizione delle mutevoli occasioni di lavoro che via via si presentavano o che, abilmente, riuscivano ad accaparrarsi»[16].Tutto ciò, nonostante «la diffidenza degli uomini che percepivano come un’usurpazione quell’intraprendenza femminile, quasi un sovvertimento dell’ordine naturale e un attentato alla moralità»[17]. La guerra portò ad una insperata emancipazione femminile dacché lavori che fino ad allora erano esclusiva prerogativa del genere maschile divennero, per il precipitare degli eventi, accessibili alle donne. Di pari passo con l’emancipazione però andava lo sfruttamento, essendo i salari delle donne comunque inferiori e le ore lavorative maggiori. Se non appartenenti alle classi sociali più agiate e quindi ammesse alle professioni intellettuali, come quella della maestra, al più come sarte e ricamatrici, per le donne delle classi sociali meno abbienti non vi era alternativa al duro lavoro dei campi, nel quale esse profondevano ogni energia senza nessuna protezione sociale o legislativa.

Soprattutto in città, nelle attività impiegatizie o ancor peggio nelle fabbriche, alle donne venivano destinate le mansioni più umili, spesso degradanti. Vi è infatti una nutrita schiera di studiosi che tende a smontare la ottimistica teoria dell’emancipazione femminile durante gli anni della Grande Guerra, e considera invece le donne comunque relegate in ruoli di secondo piano, anche in settori di più immediato protagonismo, come appunto quelli che stiamo trattando. Secondo questa scuola di pensiero, cioè, le donne non riuscirono neppure in un simile contesto ad uscire da schemi fissi, da un ruolo tradizionale che le vuole vittime di un cliché[18]. Anzi, secondo questi studiosi, la guerra diventa vieppiù fattore demarcatore delle discriminazioni di genere, mettendo impietosamente in risalto quanto la donna sia diversa dall’uomo, per esempio nella forza fisica, con riferimento alla strage, alla violenza, al sangue, teatri dai quali ella si tiene convenientemente lontana. «Anche quando si mobilitano a sostegno della guerra le donne lo fanno a partire dalla loro estraneità di genere alla guerra. Sia che assistano feriti e mutilati, sia che si occupino di forme di assistenza sociale alle famiglie dei combattenti, sia che si impegnino nella propaganda di guerra, le donne vivono la guerra come un evento cui si sentono estranee e di cui conoscono esclusivamente gli effetti nefasti», scrive Augusta Molinari[19].

Vi era, prima, una quantità di donnine carine, eleganti, ben vestite, ben inguantate, ben calzate, scintillanti di gioielli, abituate a non occuparsi che dei propri vestiti e della propria pettinatura, o tutt’al più, di teatri e di ricevimenti, abituate ad essere carezzate, viziate, adulate pei loro bei vestiti, per la loro bellezza e per la loro frivolezza. Vi era una quantità ancor più grande di buone mamme, di brave massaie, avvezze a non pensare che alla casa, al marito e ai figli; care, dolci covatrici il cui orizzonte si limitava, ingenuamente e divinamente, all’orlo del nido. Vi era una quantità molto minore – per fortuna, gridavano gli uomini! – di donne “intellettuali” che si occupavano dei problemi della vita femminile, parlavano nei congressi, scrivevano nei giornali, reclamavano diritti, fra la cortese, sottilmente ironica disattenzione maschile. Vi era poi                        un’ enorme massa di donne povere, popolane, operaie, piccole impiegate, contadine, avvezze a subire senza contrasto il dominio maschile, ad offrire umilmente, in caso di bisogno, il proprio aiuto alla gestione domestica, con un lavoro poco considerato, e miseramente pagato. Su tutto ciò, d’improvviso, s’è spiegato il rosso baleno della guerra; e tutto ciò si è mutato, prodigiosamente».

Questa lunga citazione riportata da Giovanna Bino[20] ci sembra significativa.

Le crocerossine avevano comunque bisogno dell’autorizzazione paterna (o di un membro maschile della famiglia) per poter partire.  Alcuni medici, per esempio, non permettevano alle infermiere di entrare nella sala chirurgica, ma le relegavano a mansioni secondarie come quella di assistenza e di pulizia delle sale. Emblematico della diffidenza maschile nei confronti della partecipazione delle donne alla guerra è quanto scrive Gida Rossi, in un gustoso passaggio del suo libro, che riportiamo:

 

Però – povere donne! – quante ne sono state dette contro di noi! Anche noi abbiamo combattuto una ben aspra battaglia e non contro l’Austria soltanto. Pur stimandoci una per una, e far le debite eccezioni, fu moda per certi signori uomini dir male di tutte, fare di un caso tutti i casi, di una leggerezza tutte le leggerezze, di una colpa un numero infinito di colpe. Sintomatico un articolo apparso con tanto di firma sul Carlino del 5 febbraio 1916; e senza che il Carlino lo facesse seguire da un qualsiasi commento: segno evidente che esso rappresentava l’opinione pubblica del giornale. Taccio il nome dell’autore per rispetto a sua madre. L’articolo “L’altra faccia” tra molte parole diceva così: «La massa delle donne è assente o inerte. La donna, quando ha fatto una mezz’ora di calza al giorno, comperato un biglietto per una lotteria di beneficenza e ha versato una lacrimuccia sulla carneficina della guerra, ha la coscienza di aver mirabilmente assolto il suo compito. Dotate di una concezione realistica della vita, esse non vedono aldilà della salute del figliuolo e biasimano la guerra solo perché mette in pericolo una persona amata, o l’agiatezza in cui sono use… Il concetto di Patria o di Nazione è troppo vasto per tali anguste fronti (!!). Sono un po’ come certi insetti, per cui la sola ragione di vivere è un atto d’amore… Le vere apostole sono rare: poche elette, o asessuali per età o per struttura. Le femmine possono essere delle persone e non delle personalità». E finiva con una freddura: «La guerra è lunga, ma in compenso le sottane della donna diventan sempre più corte». C’era da schiaffeggiarlo! Ma si trattava di un medico e mobilitato per giunta. Stava, è vero, a parecchi chilometri dalla zona d’operazione, ma era mobilitato e poteva dire cavallerescamente tutti gli improperi che voleva. Risposi indignata. Il Carlino, cavalleresco due volte anche lui, non volle pubblicare l’articolo. Pubblicò il Giornale del Mattino. Ferveva allora più che mai tutta quella molteplice opera femminile, che, ora, a tanti anni di distanza, pare ancora più portentosa, e abbondava il materiale fra le mani da gettare in faccia all’impudente. Ed ebbi almeno la soddisfazione di sapere che le signore di Bologna, indignate anch’esse, chiusero le porte in faccia al cavaliere[21].

 

E tuttavia «la Grande Guerra degli uomini aveva ormai infranto l’universo femminile; dalle agiate alle popolane, dalle istruite alle analfabete, le donne si trovarono negli spazi pubblici fino ad allora “maschili”; tutte furono coinvolte da un evento che ne ridisegnò ruoli e percorsi nella scena economica, sociale e politica. Se la borghese, non spinta al lavoro dalla necessità materiale, si impose per ottenere l’accesso all’istruzione e alle professioni, al suffragio e al riconoscimento dei propri diritti in quanto persona, la lavoratrice fu per lo stato “risorsa femminile” confinata tra i campi e le fabbriche»[22].

Protraendosi poi il conflitto, e venendo a mancare i mezzi di sussistenza, nella grave crisi che l’economia di guerra aveva necessariamente procurato, le donne furono capaci di inscenare plateali manifestazioni di ribellione, un acceso spirito antimilitarista le portò in tutta Italia a manifestare, violando secolari tabù, a favore della pace e per la fine della guerra[23].

Anche nel Salento, le sommosse e le manifestazioni dettate dalla fame e dall’indigenza coinvolsero diversi Comuni della provincia di Lecce[24], oltre al capoluogo, come testimonia il bel libro di Salvatore Coppola, Pane!…Pace!,[25]. Queste agitazioni sono tutte documentate nelle carte dell’Archivio Storico di Lecce. Si soffermano sull’argomento, Liliana Bruno e Daniela Ragusa[26]. Attraverso queste carte si è documentato Salvatore Coppola poiché negli archivi locali vi era una assoluta mancanza di evidenze, e non solo nelle prefetture e sottoprefetture (nonostante la rilevanza penale degli accadimenti) ma anche nella stampa locale. Nei giornali dell’epoca, nessuna notizia, ciò al fine di stendere un velo di silenzio sulle sedizioni per non accendere gli animi e fomentare ulteriori disordini. Vi era, infatti, una precisa volontà da parte dello Stato non solo di reprimere le sommosse, ma anche di farle passare sotto silenzio, di non dare voce alle protagoniste di quelle agitazioni. Lo spiega molto bene Coppola, il quale, in un recente saggio, informa su come si sia documentato per la compilazione del libro. Infatti, non essendoci, come detto, nei fondi archivistici locali e nazionali, «praticamente traccia di manifestazioni di protesta per il pane e contro la guerra di cui furono protagoniste in Terra d’Otranto le donne», egli ha dovuto utilizzare come fonti «i fondi giudiziari dell’Archivio di Stato di Lecce e dell’Archivio Centrale dello Stato che ci testimoniano di un ampio movimento di lotta e di protesta che ha avviato il processo di abbattimento delle barriere domestiche delle donne salentine». Approfondisce poi la sua indagine per testimoniarci «quanto quelle manifestazioni siano state spontanee e quanto abbiano influito sulle stesse le organizzazioni socialiste (neutraliste e pacifiste) e le parrocchie (legate al messaggio di pace del Vaticano). Quello che appare assodato è che le donne riuscirono ad appropriarsi di un ruolo di presenza attiva sul territorio che fino ad allora non avevano mai avuto, avviando così la lotta per la propria emancipazione»[27].

Ricostruire la storia delle rivendicazioni femminili negli anni della Grande Guerra, almeno dal punto di vista documentale, mancando testimonianze scritte delle protagoniste di quei sommovimenti, è un compito meritorio e diremmo un dovere civile dello storico impegnato sul campo. Far emergere questi episodi di microstoria contribuisce ad ampliare le nostre conoscenze sulla ricezione del grande evento bellico da parte delle classi subalterne. Oltre ai diari e alle lettere e cartoline dal fronte dei soldati impegnati in trincea (che hanno dato vita alla sterminata produzione della memorialistica di guerra, oggetto negli ultimi anni di crescente attenzione da parte degli studi di settore[28]), la storia della partecipazione popolare alla guerra si arricchisce anche delle ricostruzioni prodotte dagli studi di genere. «La storia di genere», per seguire le parole dello studioso Coppola, «favorisce un’attenzione sempre crescente verso la “storia dal basso”, ovvero verso la storia di quanti, negli anni di guerra, sono stati soggetti attivi e partecipativi, anche se per molti anni emarginati nel racconto del “grande evento”. La loro è la guerra di quanti, vivendo all’interno del “fronte interno”, sono stati protagonisti attivi che, grazie ad una metodologia storiografica basata su quella che comunemente è indicata come “prospettiva dal basso” o, per utilizzare un termine caro al mondo accademico, “approccio microanalitico”, emergono con il vissuto di mogli, figlie, madri e sorelle lontane dal fronte e protagoniste della Storia in una regione periferica e marginale come il Salento»[29].

Dunque, il Salento negli anni della Grande Guerra fu interessato da un generale fenomeno di mobilitazione che coinvolse a più livelli la società della Terra d’Otranto.Nella città di Lecce, principale presidio ospedaliero fu il nosocomio della Croce Rossa Italiana, allocato nel 1915 nel grande ospedale civico inaugurato due anni prima, e dove presero servizio le Dame della Croce Rossa, come apprendiamo da Valentino De Luca, che riporta tutte le informazioni tratte dalla stampa locale dell’epoca[30]. A questo ospedale si aggiungevano altri due ospedali di riserva della Marina Militare, allocati nell’Istituto Argento dei Gesuiti e nell’Istituto Vittorio Emanuele II diretto dalle Marcelline. In particolare, il presidio del Collegio Argento ebbe anche tre sottosezioni: una nel Seminario diocesano, una nell’Edificio scolastico De Amicis e un’altra nell’ex Convento di Sant’Antonio dei Padri Osservanti dell’ordine dei Minori, divenuta Infermeria Presidiaria cittadina[31]. A questi nosocomi si aggiunse l’Ospedale di riserva contumaciale allocato nell’Istituto Palmieri, che divenne struttura sanitaria di primo sgombero, dove cioè venivano ricevuti i feriti che provenivano dall’Albania e dalla Macedonia, i quali stazionavano in questo presidio per un periodo limitato, in osservazione, prima di essere trasferiti altrove[32]. Per completare il quadro dell’offerta sanitaria leccese, occorre aggiungere l’Ospedale civile già menzionato, l’Ospedale militare di Santa Rosa, successivamente divenuto Distretto militare “Pico”, l’Ospedale del Manicomio. Nello stesso 1915 vi fu la visita di alcune Dame della Croce Rossa presso l’Ospedale della Croce Rossa cittadina, ma anche nell’Ospedale del Collegio Argento e in quello dell’Educandato delle Marcelline[33]. L’Ospedale della Croce Rossa, in particolare, divenne un’eccellenza nazionale tanto che nel luglio 1915 la stessa Duchessa D’Aosta, Elena D’Orleans, Ispettrice Generale della Croce Rossa, venne a Lecce per visitare i tre ospedali militari, ricevuta con tutti gli onori dalle massime autorità cittadine, come la stampa dell’epoca non mancò di sottolineare[34]. Le Dame della Croce Rossa, le Dame di carità, le socie dell’Unione femminile cattolica, le suore Marcelline[35] e le Suore D’Ivrea furono le grandi protagoniste della assistenza medica e sanitaria leccese nella prima fase, quella più acuta, della guerra, sotto il vigile comando del Generale medico Marcelliano Tommasi[36]. All’Ospedale climatico di Santa Rosa, in cui venivano curati i tubercolitici, prestavano invece servizio le Suore Riparatrici provenienti da Napoli[37]. Quanto alle donne civili prevalentemente appartenenti all’alta borghesia, le quali in vario modo si prodigavano per alleviare le sofferenze dei soldati malati, emergono alcuni nomi, come quelli di Titina Lopez y Royo e Maria Pranzo, dame della Croce Rossa, Giuseppina Lala, la soprano Marisa Laudisa, alcune delle quali animatrici dei numerosi “trattenimenti”, ossia feste di beneficenza e cerimonie di gala che servivano a raccogliere fondi[38]. Alcune di queste serate memorabili si tennero nel Teatro Apollo, molte nel Politeama e anche nella sala Dante Alighieri dell’Istituto tecnico Oronzo Costa.

Alle donne testé citate, occorre aggiungere tutte le infermiere che prestavano servizio anche nell’Ospedale civile e le assistenti del Pronto Soccorso della Stazione. Quando infatti iniziarono ad arrivare a Lecce i treni ospedale con i primi feriti e malati, che poi si fecero sempre più numerosi fino a poter parlare di una vera invasione, tutte queste donne costituivano l’avanguardia dell’assistenza sanitaria, si potrebbe dire “la prima linea”, o con un termine moderno “il front office”, esponendo se stesse a gravi rischi e perfino alla morte; si pensi al grande contagio della spagnola che coinvolse anche Lecce e che nel 1918 toccò la sua fase più acuta. Un notevole contributo diede l’Istituto dei Ciechi diretto da Anna Antonacci che per alcuni periodi, per esempio durante le feste natalizie, si impegnava, come molte famiglie leccesi, ad ospitare alcuni soldati degli Ospedali militari. L’Istituto dei ciechi partecipò alla Commissione Provinciale per la lana del soldato, costituitasi a Lecce, come in tutta Italia, con lo scopo di fornire ai militari impegnati sul fronte degli indumenti caldi con cui affrontare i rigori dell’inverno, specie nelle zone di montagna dove più pungente era il freddo. Il Comitato realizzò attraverso le signore e signorine che vi aderirono, molti chili di lana, sia grezza che lavorata, che serviva a produrre gli indumenti per i soldati[39]. Le Dame di Carità inviavano sul fronte anche berretti, guanti, maglie, panciere, calzettoni, panciotti, tutti realizzati a mano. Questi indumenti venivano spediti dai vari Comitati per la lana al Comitato centrale, che si occupava poi di smistarli direttamente nelle zone di guerra. Chi non poteva lavorare a maglia inviava dei denari che sarebbero stati spesi per acquistare la lana. Al Comitato centrale di Milano affluirono da tutti i comuni d’Italia giubbe, mutande, maglie, sciarpe, scarpe, ed anche scaldarancio per la raccolta dei quali si costituì un apposito Comitato a Torino[40]. A Lecce, nell’ambito del Comitato per la lana, fu particolarmente attiva nell’invio di scaldarancio la signora Antonietta Reale[41]. La città fu fra le prime d’Italia nella produzione di indumenti di lana, cui lavorava alacremente un numero cospicuo di operaie stipendiate[42], accanto alle quali prestavano servizio molte a titolo gratuito, come le Dame di Carità;  Il Comitato per la lana era animato dalla giornalista Emilia Macor, alias Bernardini (1865-1926), moglie di Nicola Bernardini, uno dei più attivi giornalisti salentini, direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce. Definita “la Matilde Serao del giornalismo leccese”, fu presente, soprattutto sulla rivista «La provincia di Lecce», diretta dal marito, con numerosissimi articoli di vario genere[43].  Un altro nome di donna molto attiva nell’ambito della scuola e della formazione è quello di Maria Luceri De Matteis, vice Preside della Scuola Magistrale Niccolò Tommaseo, alla quale venne affidata la guida della scuola per analfabeti, all’interno dell’Ospedale militare delle Marcelline. De Matteis, la più anziana maestra leccese, esponente del movimento cattolico, stimatissima in città, assunse l’impegno gratuitamente[44]. La beneficenza leccese e salentina fu molto attiva soprattutto con i già citati “trattenimenti” al Teatro Apollo, con la devoluzione dell’incasso delle serate alla causa dei soldati feriti; in particolare, era destinato alla Croce Rossa il ricavato della vendita delle cartoline che distribuivano alcune canzonettiste (sarebbe interessante conoscerne i nomi) a margine delle rappresentazioni teatrali.

A titolo gratuito prestavano servizio le ragazze impiegate all’Ufficio Informazioni. Infatti, come in tutta Italia, anche a Lecce venne costituita una sezione dell’Ufficio per le notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, nel giugno 1915, di cui fu Presidente Elisa Daniele Zaccaro[45]. A seguito della vasta eco dell’efficienza dei suoi presidi ospedalieri militari, a Lecce giunsero personalità di spicco della politica nazionale ed estera, persino i rappresentanti della Croce Rossa americana, tutti invariabilmente ricevuti dal Vescovo Mons. Gennaro Trama e dal Sindaco, il Principe Sebastiano Apostolico Ducas, ovvero le più alte personalità, civili e religiose, della società leccese[46].

Le nostrane crocerossine si prodigavano in tutti i modi, tanto da essere considerate delle eroine. «Vestite nel loro costume di prammatica e calzate di immacolate scarpette di pelle, le crocerossine si dimostrarono all’altezza del loro compito, svolgendo un importante ruolo nelle corsie di ospedale, supportando l’opera dei medici a servizio degli infermi. “Militi gentili”, affratellate da un sentimento di grande amore e pietà, le infermiere volontarie della Croce Rossa di Taranto dettero prova di grande coraggio, competenza ed estremo sacrificio..». Così scrive Maria Alfonzetti nel suo saggio “Per la Patria”: il contributo delle donne alla Grande Guerra[47], in cui si occupa dell’opera della scrittrice crocerossina Delia Jannelli, Per la Patria[48].

Alla Croce Rossa si deve anche un’importante opera di mediazione nella spinosa questione dei prigionieri di guerra, intervenendo pure in Terra d’Otranto per portare a termine diversi scambi di prigionieri fra i vari Stati in guerra[49].

Come si può capire, la situazione di emergenza provocò molto disagio, in città, sia all’istituto delle Marcelline, le quali dovettero trasferirsi in altra sede, per l’esattezza a San Cesario, per continuare a svolgere le lezioni, sia al Liceo Palmieri, dove le lezioni vennero del tutto sospese. Del resto, la presenza degli ospedali contumaciali creava un grande allarmismo anche presso l’opinione pubblica per il rischio di temute infezioni ed epidemie[50]. Un’altra benemerita salentina fu la signora Eugenia Zagaria, che costituì il Comitato per la raccolta dell’oro[51]. Questa iniziativa si collocava in quella più ampia del Prestito Nazionale, anche detto Prestito della Vittoria, ossia la sottoscrizione promossa dal Governo di titoli emessi per il Prestito di guerra, aventi un tasso di interesse molto basso e quindi popolare. L’idea della Zagaria di raccogliere oro da destinare all’erario, che potesse essere fuso per la causa, trovò immediati consensi e la raccolta di monili d’oro e d’argento di tutte le fogge fu davvero consistente. La stampa locale diede ampio risalto al Comitato “Pro oro alla Patria”: tutte le offerte con l’indicazione del loro valore nominale in denaro venivano versate alla Delegazione del Tesoro di Lecce[52].

Anche a Lecce e provincia dunque emerge un eccezionale protagonismo femminile nella temperie storica che il Paese stava attraversando. Le donne sono attive in svariati campi e il loro protagonismo sembra incontrastato in quello della beneficenza. Tuttavia permane un radicato atteggiamento sciovinista se addirittura interviene un provvedimento governativo per frenare le spese voluttuarie, ovvero di lusso, a favore di una condotta di vita più morigerata nel rispetto del grave periodo storico che l’Italia stava attraversando. La norma non menzionava le donne, ma era palese lo spirito che informava il provvedimento, se tutti i commenti giornalistici all’iniziativa, in provincia di Lecce, si rivolgevano direttamente ad esse[53].    Si pensi ad alcuni articoli del giornale cattolico «L ‘Ordine», organo della Diocesi di Lecce che nasce per ispirazione del Vescovo Trama e nel periodo in analisi è diretto da Don Pasquale Micelli[54], che invitava costantemente le donne ad assumere atteggiamenti consoni al loro status e ad imitare fra le mura domestiche la vita severa che il soldato conduceva sul fronte[55]. Le rimproverava chiaramente della loro vanità nell’ ostentare gioielli e vestiti alla moda, addirittura auspicando la gogna per quelle donne che, dimostrandosi abbagliate dal lusso, disonoravano le loro famiglie e screditavano il sacrificio dei loro parenti, fidanzati, mariti o fratelli, impegnati sul fronte[56]. In altre occasioni il settimanale «L’Ordine» critica le donne, condannando il loro spirito di emulazione nei confronti degli uomini. Esse, questo l’assunto del giornale, assumendo ruoli ed atteggiamenti maschili, perdono il carattere precipuo della loro natura, quasi si disumanizzano, e ciò le porta a censurabili derive come il materialismo e l’ateismo[57].

D’altro canto, specchio della situazione di ancora eccessiva marginalizzazione della donna è lo scarso accesso alle professioni intellettuali e in particolare a quelle scientifiche.  Le donne, quando riescono a superare quella soglia e ad entrare nel mondo delle professioni, devono misurarsi con inveterati pregiudizi maschili che albergano perfino in uomini di scienza che, a cagione della loro formazione, dovrebbero dimostrare apertura mentale e invece si rivelano ottusi e conformisti.  Ci dà un preciso spaccato del clima di imperante maschilismo che regnava in quegli anni Ennio De Simone, in un suo recente contributo, in cui si occupa dell’accesso delle donne all’istruzione superiore, ancora bassissimo, e della marginalizzazione delle pochissime donne scienziate che in quel tempo il Meridione d’Italia poteva contare[58]. Questo gap non colmato testimonia la difficoltà delle donne pur talentuose ad imporsi nei più svariati ambiti della società. Tuttavia, se si può tracciare un bilancio a consuntivo della nostra trattazione, questo vede sicuramente una netta demarcazione nell’ambito del protagonismo femminile salentino fra le donne appartenenti alle classi sociali più alte, in ispecie le intellettuali, le quali ebbero tutte dopo la guerra brillanti occasioni di carriera nei più svariati ambiti, e le appartenenti alle classi sociali meno abbienti, ossia le umili contadine e lavoratrici che dovranno scontare ancora a lungo la propria atavica condizione di subalternità. Luci ed ombre insomma, ed il nostro non può che essere un bilancio parziale che vuole sollecitare altri studiosi affinché producano ulteriori approfondimenti.

 

* Società di Storia Patria per la Puglia, paolovincenti71@gmail.com

 

Note

[1]La Croce Rossa fu fondata nel 1864 a Milano e il primo Presidente fu il dott. Cesare Castiglioni. Al 1908 si fa risalire la nascita ufficiale del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, comunemente dette Crocerossine, anche se l’attività delle “dame della Croce Rossa” ha inizio già nella seconda metà dell’Ottocento ed un primo abbozzo di definizione formale dei compiti e della struttura del gruppo risale al 1888. Le Crocerossine italiane alla vigilia della Grande Guerra erano già 4.000 e dopo il conflitto giunsero ad 8.000 unità, secondo alcuni calcoli perfino a 10.000. Sulla storia della Croce Rossa, si veda: A. Frezza, Storia della Croce Rossa Italiana, Firenze, Poligrafo Fiorentino,1956; Storia della Croce Rossa Italiana dalla nascita al 1914, a cura di C. Cipolla e P. Vanni, Vol. I, Saggi – Vol. II  Documenti, Milano, Franco Angeli, 2013; Donne al fronte. Le Infermiere Volontarie nella Grande Guerra, a cura di S. Bartoloni, Roma, Jouvence, 1998; Le crocerossine nella Grande Guerra, a cura di P. Scandaletti e G. Variola, Udine, Gaspari, 2008; Accanto agli eroi. Diario della Duchessa d’Aosta. 1: maggio 1915 – giugno 1916, a cura di A. Gradenigo e P. Gaspari, Prefazione di Amedeo Di Savoia, Udine, Gaspari, 2016. Per il Salento: T. Barba Bernardini D’Arnesano, La Croce Rossa a Lecce. La sezione femminile, Lecce, Grifo, 2013.

[2] Sulle madrine di guerra: S. Bortoloni, L’associazionismo femminile nella prima guerra mondiale e la mobilitazione per l’assistenza civile e la propaganda, in Donna lombarda, 1860-1945, a cura di A. Gigli Marchetti e N. Torcellan, Milano, Franco Angeli, 1991, pp.65-91; A. Molinari, La buona signora e i poveri soldati. Lettere a una madrina di guerra (1915-1918), Torino, Scriptorium,1998 .

[3] Sul ruolo delle donne nel giornalismo di guerra: Aa.Vv.,Scrittrici/giornaliste. Giornaliste/scrittrici, Atti del convegno: Scritture di donne tra letteratura e giornalismo, Bari 29 novembre – 1 dicembre 2007, a cura di A. Chemello e V. Zaccaro, Università di Bari, 2011; A.  Buttafuoco Cronache femminili. Temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall’Unità al fascismo, Università di Siena, Dipartimento di studi storico-sociali e filosofici, 1988. Per il Salento, con riferimento alla pubblicistica bellica e post bellica: G. Caramuscio, Stampa e opinione pubblica a Lecce tra provincialismo, nazionalismo ed ecumenismo (1914-18), in «L’Idomeneo – Il Salento e la Grande Guerra. Atti del Seminario di Studi. Lecce, Monastero degli Olivetani, 5 dicembre 2014 », Società Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce, n.18, Università del Salento, Lecce, 2014, pp.51-110; Idem, Il milite noto. Modelli di eroismo bellico in opuscoli commemorativi salentini, in Aa. Vv.,“Colligite fragmenta”. Studi in memoria di Mons. Carmine Maci, a cura di D. Levante, Campi Salentina, Minigraf, 2007, pp.487-516; Idem, Elaborare il lutto bellico. Gli opuscoli commemorativi di caduti nel Salento (1915-1923), in «Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali», a. IV, n. 2, 2015, pp. 459-500.

[4] Su Giulia Lucrezi Palumbo si vedano: A.  Invitto, Biografia intellettuale di Giulia Lucrezi Palumbo. Tesi di Laurea, Università di Lecce, Facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 2004-2005; G. Caramuscio, Giulia Lucrezi-Palumbo: soggettività femminile e cultura tra Risorgimento e Guerra fredda (1876-1956), in «L’Idomeneo – Storie di donne», Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Lecce, n.8, Galatina, Panico, 2005, pp. 117-156; Idem, L’officina del sentimento. Parola pubblica e scrittura privata di donne salentine negli anni della Grande Guerra. Giulia Lucrezi Palumbo dopo la pace di Versailles, in «Controcanto»,  Alessano, a. V, n.3, 2009, pp. 6-9; R. Basso, La prima professoressa salentina Giulia Lucrezi Palumbo (1876-1956), in Oltre il segno. Donne e scritture nel Salento (sec.XV-XX), a cura di R.  Basso, Copertino, Lupo, 2012, pp.200-203; G. Caramuscio-P. Morciano, La voce leccese della Patria: Giulia Lucrezi Palumbo, in L’officina del sentimento. Voci gesti segni femminili in Terra d’Otranto davanti alla Grande Guerra (1915-1924), a cura di G. Caramuscio, in corso di stampa.

[5] Su di lei, tra gli altri: M. C. Guadalupi, Giulia, Brindisi, Tip.Ragione,1964; R. Basso, La sfida della professione, il richiamo del privato Giulia Poso, in Oltre il segno cit.., pp.204-214.

[6] Per Maria Luigia Quintieri si rimanda a: M. G. Calogiuri, “Colla ragione come col cuore”. Autrici meridionali tra modernità e tradizione, Lecce, Milella, 2008, pp.73-111; Eadem, Impegno educativo e milizia politica Maria Luigia Quintieri (1881-1973), in Oltre il segno. cit., pp.216-221;

[7] Su Maddalena Santoro ha scritto D. De Donno, Intellettuali e fascismo. Un percorso al femminile. Maddalena Santoro (1884-1944), in «Ricerche Storiche», n.2, Lecce, 2010, pp.349-372; Eadem, Saper soffrire, saper amare, saper piacere Maddalena Santoro (1884-1944), in Oltre il segno. cit., pp.230-241; Eadem , Maddalena Santoro e la guerra, in L’officina del sentimento cit.

[8] Su di lei hanno scritto: R. Basso, Stili di emancipazione, Lecce, Argo, 1999, pp. 41-81; Eadem, Le scritture di Oronzina Tanzarella (Ostuni 1887-Roma 1940), in Aa.Vv., Il filo di Arianna. Materiali per un repertorio della bibliografia femminile salentina (sec.XVIII-XX),a cura di  R. Basso e M. Forcina, Lecce, Milella, 2003, pp.109-126; Eadem, Vestale della scuola pubblica Oronzina Quercia Tanzarella(1887-1940), in Oltre il segno. cit., pp.242-247; P. Morciano, La guerra antiretorica di Oronzina Quercia Tanzarella, in L’officina del sentimento cit.

[9] Sulla Tanzarella si possono consultare: K. Di Rocco, Maria Panese Tanzarella. Attivista cattolica nell’Italia fascista, in «Parola e storia», a. I, n. I, 2007, pp.59-77; Eadem , Militanza cattolica,in Oltre il segno. cit., pp.248-253.

[10] Sulla Filieri si veda: M. R. Filieri, Oltre la scuola, la parola pubblica, in Oltre il segno. cit., pp.254-259; G. Caramuscio, L’officina del sentimento. Parola pubblica e scrittura privata di donne salentine negli anni della Grande Guerra. Maria Rosaria Filieri e il lutto femminile, in «Controcanto», Alessano, a. IV, n.4, 2008, pp.9-11; M. R. Filieri, Maria Rosaria Filieri dalla pietas alla celebrazione, in L’officina del sentimento cit.

[11] Per la Roncella si rinvia a: G. Caramuscio, L’officina del sentimento. Parola pubblica e scrittura privata di donne salentine negli anni della Grande Guerra. Magda Roncella dopo Caporetto, in «Controcanto», Alessano, a. V, n.1, 2009, pp.11-13; Idem, Come fiammelle nell’ombra. Magda Roncella dopo Caporetto, in L’officina del sentimento cit.

[12] A. Gibelli, La Grande Guerra degli Italiani, Milano, Bur, 2009, p.193.

[13] E. Schiavon, Interventiste nella Grande Guerra. Assistenza, propaganda, lotta per i diritti a Milano e in Italia (1911-1919), Firenze-Milano, Le Monnier, 2015; La Grande Guerra delle italiane. Mobilitazione, diritti, trasformazioni, a cura di S. Bortoloni, Roma, Viella, 2015.

[14] R. Rossini – E. Meliadò, Le donne nella Grande Guerra 1915-18. Le portatrici carniche e venete, gli angeli delle trincee, Mantova, Sometti, 2017.

[15] M. Faraone,“Un po’ di polenta, un pezzettino di formaggio e una bottiglia d’acqua, perché sorgenti lassù non ci sono”: intervista con Lindo Unfer, «recuperante» e direttore del museo della grande guerra di Timau in «Quaderni di Studi Interculturali» Rivista semestrale a cura di Mediterránea, n. 2, 2015, pp. 22-30.

[16] G. Bino, Le fragili braccia muliebri, un miracolo di energia, in «Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali», a. IV, n. 2, 2015, p.502.

[17] A. Gibelli, La Grande Guerra cit., p. 193.

[18] Tanto vero che, quando nell’esasperazione portata dalla guerra molte donne in tutta Italia crearono agitazioni e sommosse contro il governo affamatore (come vedremo più avanti), oggetto delle loro vibranti proteste furono non solo bersagli maschili, ma anche femminili, nello specifico le madrine di guerra e le donne appartenenti all’alta borghesia, viste come parte del sistema e della retorica patriottica maschile.

[19] A. Molinari, Donne e ruoli femminili nell’Italia della Grande Guerra, Milano, Selene Edizioni, 2008, p.15.

[20] Haydée (pseudonimo di Ida Finzi), La Grande Guerra delle donne, in «Illustrazione Italiana», 20 maggio 1917, cit. in G. Bino,  Le fragili braccia muliebri, un miracolo di energia cit., pp.503-504.

[21] G. Rossi,  Da ieri a oggi: (le memorie di una vecchia zitella), Bologna, 1934. Trascrizione a cura di L.  Barchetti, in Le donne nella guerra, pp.1-2. https://www.storiaememoriadibologna.it/crocerossine-nella-grande-guerra-896-evento

[22] G. Bino, Le fragili braccia muliebri, un miracolo di energia cit., p.505.

[23] S. Soldani, Donne senza pace. Esperienze di lavoro, di lotta, di vita tra guerra e dopoguerra (1915-1920) in «Annali dell’Istituto Alcide Cervi»,  n.13, 1991, pp.11-56; G. Procacci, La protesta delle donne delle campagne in tempo di guerra, Ivi, pp.37-86; E. Guerra, Il dilemma della pace. Femministe e pacifiste sulla scena internazionale, Roma, Viella, 2014; G. Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella grande guerra, Roma, Bulzoni, 1999.

[24] Uno su tutti, Tricase: E.  Morciano, Guerra e pane. La rivolta delle donne tricasine durante la prima guerra mondiale, in «Il volantino», settimanale cittadino di Tricase, n. 37/2015, pp. 4-5 e n. 38/2015, p. 3.

[25] S. Coppola, Pane!…Pace!, il grido di protesta delle donne salentine negli anni della Grande Guerra, Castiglione D’Otranto, Giorgiani Editore, 2017. Del libro è stata realizzata una riduzione teatrale dall’associazione ruffanese “Voce alle donne”, con Chiamate. Donne tra amore e guerra, a cura di Fulvia Liquori e Ippazia Annesi.

[26] L. Bruno – D. Ragusa, Vogliamo gli uomini nostri… basta il sangue versato. Sommosse di donne salentine per il pane negli anni della Grande Guerra, in «Dire in Puglia», V/2014, Mibac, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia, Viterbo, BetaGamma Editrice, 2014, pp. 107-112. Il numero della rivista è interamente dedicato alla Prima Guerra Mondiale.

[27] S. Coppola, Grande Guerra e storia di genere, in «L’Idomeneo. La Grande Guerra e i Vent’anni de L’Idomeneo», Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Lecce, n.26-2018, Università del Salento, Lecce, 2018, p.85.

[28] A. Gibelli, La Grande Guerra. Storie di gente comune:1914-1919, Roma-Bari, Laterza, 2014.

[29] S. Coppola, Grande Guerra e storia di genere, cit., pp. 92-93.

[30] V. De Luca, Lecce negli anni della Grande Guerra, Galatina, Editrice Salentina, 2019, pp.75 ss.

[31] Ivi, pp.79-80.

[32] Ivi, p.86.

[33] Ivi, p.81.

[34] Ivi, p.82.

[35] Sulla storia delle Marcelline, si vedano, fra gli altri: O.  Colangeli, Istituto Marcelline. Notizie storiche, in «La Zagaglia», n.35, Lecce, 1967, pp.306-322; V. De Luca, Le suore “Marcelline” di Lecce e l’ospedale militare di riserva nell’Educandato “Vittorio Emanuele II”, in  La Grande Guerra in Terra D’Otranto. Un progetto di Public History, a cura di G. Iurlano, L. Ingrosso, L. Marulli, Monteroni di Lecce, Edizioni Esperidi, 2018, pp.313-324.

[36] V. De Luca, Lecce cit., p.84.

[37]Ivi, p.118.

[38]Ivi, pp.104-105.

[39]Ivi, p.141.

[40] Si rimanda a: L. Marrella, Fiocchi di lana e scaldarancio. Microstorie per una lettura del ventennio fascista, Manduria, Barbieri Selvaggi Editori, 2018.

[41] V. De Luca, Lecce cit., p.143.

[42] Ivi, p.146.

[43] Su di lei, si vedano almeno: A.  Pellegrino, Una personalità da scandagliare: Emilia Bernardini Macor(1865-1926) redattrice e giornalista, in Il filo di Arianna. Materiali per un repertorio della bibliografia femminile salentina (sec.XVIII-XX),a cura di  R. Basso e M. Forcina, Lecce, Milella, 2003, pp.127-139; Eadem, Cronista di moda e di costume, in  Oltre il segno cit.,  pp.192-199; Eadem , Emilia Bernardini Macor. Cronista di moda e di costume, Galatina, Congedo, 2006.

[44] V. De Luca,  Lecce cit., p.93. Su Maria Luceri De Matteis, fra gli altri: R. Basso, Donne e giornali. La Rappresentazione del femminile nelle pagine di alcuni periodici salentini (1884-1943), in «Studi salentini», n. LXXXIV-LXXXV, 2007-2008;                  G. Caramuscio, Virtuosi ed operosi. Modelli educativi e pratiche didattiche nella scuola salentina tra  Ottocento e Novecento, in «L’Idomeneo», Società Storia Patria Sezione Lecce, n.6-2004, Lecce, Grifo Editore, 2004, pp.81-127; D.  Levante, Maria De Matteis Luceri, insegnante e scrittrice salentina tra Otto e Novecento. Primo approccio, in Humanitas et civitas, Studi in memoria di Luigi Crudo, a cura di G.  Caramuscio e F. De Paola, Società Storia Patria Sezione Lecce, Galatina, Edipan, 2010, pp. 79-100.

[45] Ivi, pp.72-73.  «L’Ufficio Centrale aveva la sede principale a Bologna, città dove era nato, e il suo scopo primario era quello di regolare e coordinare tutta la complessa macchina che legava Sezioni e Sottosezioni impartendo le disposizioni di carattere generale. Inoltre, doveva corrispondere con le Autorità militari mobilitate e territoriali e con le Autorità civili, riceveva dai Cappellani militari l’elenco dei militari degenti negli ospedali mobilitati e trasmetteva gli estratti a Sezioni e Sottosezioni interessate, e formava uno schedario relativo a tutti i militari di cui giungesse notizia»: E. Erioli, L’“ufficio per le notizie alle famiglie dei militari”: una grande storia di volontariato femminile bolognese, in Bollettino Del Museo Del Risorgimento, Archiviare la guerra: La Prima Guerra Mondiale attraverso i documenti del Museo del Risorgimento, a cura di M. Gavelli, n.50, Bologna, 2005, p.80.

[46] Interessante, per ricostruire il clima nel quale si viveva in quegli anni, leggere le lettere pastorali inviate dal Vescovo Trama, così come dai suoi colleghi di Terra D’Otranto, quali Tommaso Valeri, arcivescovo di Brindisi e Ostuni, Agostino Laera, vescovo di Castellaneta, Gaetano Müller di Gallipoli, Nicola Giannattasio di Nardò, Carlo Giuseppe Cecchini e poi Orazio Mazzella, arcivescovi di Taranto (Lettere Pastorali dei Vescovi di Terra d’Otranto, a cura di D. Del Prete, Roma, Herder Editrice,1999, pp. 11 e sgg.), ad eccezione di Luigi Pugliese, vescovo di Ugento, che non inviò lettere ma alcune Notificazioni al clero e al popolo:  E. Morciano, La “Grande Guerra” nelle carte dell’archivio Storico Diocesano di Ugento, in «Bollettino Diocesano S. Maria de Finibus Terrae Atti ufficiali e attività pastorali della Diocesi di Ugento – S. M. di Leuca»,  a cura di Mons. Salvatore Palese, a. LXXXI – n. 2, Luglio-Dicembre 2018, p.807.

[47] M. Alfonzetti, “Per la Patria”: il contributo delle donne alla Grande Guerra, in «Dire in Puglia»,V/2014, Mibac, Viterbo, BetaGamma Editrice, 2014, p.113,

[48] D. Jannelli, Per la Patria, 24 maggio 1915-24 maggio 1919, Taranto, Tip. Arcivescovile, 1923 (Ristampa Edita, 2014). Sulla Jannelli (1887-?), tra gli altri, G. Caramuscio, Parola pubblica e scrittura privata di donne salentine negli anni della Grande Guerra. Il diario di Delia Jannelli crocerossina, in «Controcanto», Alessano, a.VI, n.2, 2010, pp.12-15; Idem, Anche noi soldati. Le memorie di Delia Jannelli crocerossina di Taranto, in L’officina del sentimento cit.

[49] C. E. Marseglia, Prigionieri austro-ungarici in Terra d’Otranto, in «L’Idomeneo – Il Salento e la Grande Guerra. Atti del Seminario di Studi. Lecce, Monastero degli Olivetani, 5 dicembre 2014 », cit., pp.141-156. Sui prigionieri di guerra: G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.

[50]  V. De Luca, Lecce cit., p.153.

[51]  Sulla raccolta di oro: G. Lucrezi  Palumbo, Oro a la patria: discorso a le alunne de la Regia Scuola Normale di Lecce: 11 maggio 1917, Lecce, Tip. Editrice Salentina F.lli Spacciante, 1917.

[52]  V. De Luca, Lecce cit., pp.183-184. Sul prestito della vittoria: M. De Matteis, Tutti per la patria. Tutto per la grande Italia. Conferenza tenuta a Specchia, per la Propaganda del Prestito della Vittoria e per incarico dell’ ill.mo sig. R. Provveditore agli Studi dott. Gaetano Boglio, il 6 marzo 1916, Matino, Tip. D.Siena, 1916; G. Doria, Il prestito nazionale della vittoria, Ostuni, Tip. G. Tamborrino, 1916.

[53] G. Caramuscio, Stampa e opinione pubblica a Lecce tra provincialismo, nazionalismo ed ecumenismo (1914-18), in «L’Idomeneo – Il Salento e la Grande Guerra. Atti del Seminario di Studi. Lecce, Monastero degli Olivetani, 5 dicembre 2014 », cit., p. 85.

[54]  E. Bambi, La stampa salentina nel periodo fascista, Manduria, Lacaita, 1981, pp.145-146.

[55] G. Caramuscio, Stampa e opinione pubblica a Lecce tra provincialismo, cit., p.97.

[56] Ivi, pp.100-101.

[57] Ivi, p. 104. A proposito de «L’Ordine» e più in generale della pubblicistica salentina nel periodo bellico, si vedano: G. Pisanò, Da “Fede” a “Vedetta”: cultura e ideologia nella stampa periodica salentina del ventennio fascista, in Idem, Studi di italianistica fra Salento e Italia secc. XV-XX, Galatina, Edizioni Panico, 2012, pp.113-146; V. Serio, Il giornalismo cattolico salentino davanti alla Grande Guerra: L’Ordine 1914-18, in Nei giardini del passato. Studi in memoria di Michele Paone a dieci anni dalla scomparsa (2000-2010), a cura di P. I.  D’ancona e M. Spedicato, Monastero di S. Maria della Consolazione, PP. Cistercensi di Martano, XII, Lecce, Edizioni Grifo, 2011, pp. 617-638; G.  Caramuscio, La religiosità della guerra. Tradizione cattolica e linguaggi della Nazione nel Salento prefascista (1911-1924), in Ministerium pauperum. Omaggio a mons. Salvatore Palese, a cura di M.  Spedicato, XVII, Lecce, Edizioni Grifo, 2013, pp. 149-188. Fra le intellettuali salentine, occorre citare anche la giornalista Emma Fiocco (1899-1984), allieva di Giulia Lucrezi e Giulia Poso, esponente dell’associazionismo femminile cattolico, che proprio su  «L’Ordine» scrisse diversi articoli durante il periodo della guerra: R. Basso, Donne e giornali. La Rappresentazione del femminile nelle pagine di alcuni periodici salentini (1884-1943), in «Studi salentini», n. LXXXIV-LXXXV, 2007-2008.

[58] E. De Simone,  La Scienza col volto di donna. Figure poco note e dimenticate di studiose salentine, in Aa.Vv., La Compagnia della Storia. Omaggio a Mario Spedicato, Tomo II, Luoghi, figure, linguaggi del Salento moderno e contemporaneo, a cura di        G. Caramuscio, F. Dandolo, G. Sabatini, Società Storia Patria per la Puglia, Sezione Lecce, «Quaderni de L’Idomeneo», Lecce, Grifo, 2019, pp.875-912.

 

100 anni per il Comune di Melissano

di Fernando Scozzi

 

14 aprile 1921 – 14 aprile 2021 

Cento anni fa la Frazione Melissano diventava Comune, ma l’autonomia amministrativa non poteva risolvere i problemi causati dalla carenza di risorse economiche e dalla scarsa coesione sociale

 

Le vicende storiche di Melissano possono essere paragonate alle vicissitudini  dell’ultimo pulcino della nidiata che, per essere più debole degli altri, non ha la forza per pretendere la sua porzione di cibo e quindi deve accontentarsi degli avanzi. Di conseguenza, cresce più debole e questo suo handicap lo segna per tutta la vita. Il paragone è utile per comprendere la storia di Melissano, ultimo “arrivato” fra i paesi limitrofi, tanto è vero che il feudo melissanese fu separato da quello di Casarano ed assegnato al cavaliere Romeo Piex solo nel 1269, periodo in cui la maggior parte dei paesi di Terra d’Otranto erano già strutturati.

Per il nuovo feudo furono ritagliati solo 1250 ettari, confinanti  con il feudo di Ugento (che di ettari ne contava quasi 10.000) e con i territori di Matino, Racale, Taviano e Casarano dalla cui serra le acque piovane, scendendo a valle, formavano vasti acquitrini. Tutto ciò rese difficile l’insediamento umano che avvenne con grande ritardo rispetto ai paesi limitrofi e, per giunta, fu interrotto nel 1412, quando il casale fu abbandonato  prima che le milizie di Giacomo Caldora, al servizio della regina Giovanna di Napoli, scendessero nel Salento per distruggere i possedimenti degli Orsini del Balzo, fra cui Melissano.

Così, il feudo ritornò nelle sue condizioni originarie e fu ripopolato con difficoltà tanto che solo alla fine del 1500 risulta abitato da un centinaio di “bracciali”. Costoro, dovevano comunque misurarsi con le problematiche del primo periodo di vita del casale, aggravate dall’ulteriore ritardo con il quale Melissano ricominciava la sua storia.  Fra l’altro, mentre nei paesi limitrofi la presenza dei proprietari dei feudi trainava in qualche modo lo sviluppo dei territori, il marchese di Specchia e signore di Melissano, Don Andrea Gonzaga, risiedeva nel capoluogo del marchesato e l’unico motivo di interesse per il casale era quello della riscossione delle decime.

L’antico stemma civico di Melissano raffigurato nella ex-chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova

 

La situazione migliorò con i De Franchis (acquirenti del feudo melissanese nel 1618) che, comunque, preferirono abitare a Taviano dove, anche con il ricavato dei balzelli imposti ai melissanesi contribuivano allo sviluppo del capoluogo. Il casale, invece, languiva nelle sue condizioni misere originarie. Ma lo scarto fra Melissano e gli altri paesi  si aggravò ulteriormente quando l’olivicoltura, attività non confacente alle caratteristiche pedologiche della maggior parte dei terreni melissanesi,  divenne la principale fonte di reddito della Terra d’Otranto.  Cosicchè, mentre i feudi degli altri paesi si coprivano di uliveti e la commercializzazione dell’olio lampante determinava la formazione di una classe di proprietari terrieri e di commercianti interessati allo sviluppo urbanistico dei propri luoghi di residenza, Melissano, ancora agli inizi del 1800,  aveva più l’aspetto di una grande masseria che di un paese: pochi vicoli ricalcanti gli antichi sentieri campestri, un grappolo di casupole affacciate sulla campagna, la chiesa parrocchiale ed una casa a due piani, di proprietà del feudatario, che agli occhi dei melissanesi sembrava un castello. D’altronde, il tessuto urbano esprimeva la povertà dei 500 abitanti che si dedicavano ad un’agricoltura di sussistenza, fra carenze alimentari ed epidemie ricorrenti.

Melissano, anni Cinquanta – Piazza del Mercato Vecchio (foto Velotti)

 

La situazione peggiorò nel decennio francese quando Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione amministrativa del Regno di Napoli sulla base del modello francese e con decreto reale n. 922 del 1811 stabilì, fra l’altro, che il borgo Melissano, non avendo i requisiti per l’autonomia amministrativa, doveva essere aggregato al Comune di Taviano.

Le conseguenze dell’unione furono gravissime per lo sviluppo economico e sociale del paese perché i melissanesi dovettero attendere ben 110 anni per ottenere l’autonomia amministrativa. C’era una sola strada per uscire da questa situazione di subalternità e fu tentata nel 1850 quando ”i naturali di Melissano chiesero di separarsi dal Comune di Taviano per reggersi in isolata amministrazione”.

Il paese contava in quel periodo 981 abitanti, ma per esercitare l’elettorato attivo e passivo era necessario avere una rendita imponibile annua di almeno 12 ducati, per cui gli eleggibili si riducevano a sole 35 unità. Inoltre, le entrate comunali raggiungevano appena la somma di  307 ducati, importo insufficiente per fronteggiare le spese del nuovo Comune. Il Consiglio di Intendenza, quindi, respinse la richiesta proprio per l’estrema povertà del paese che, per molti aspetti, non era ancora uscito dalle nebbie del medioevo.

Melissano negli anni Cinquanta (foto Velotti)

 

Il monotono scorrere del tempo fu rotto dagli eventi che nel 1860 condussero il Mezzogiorno all’unificazione nazionale,  ma anche in questa occasione (come dalle riforme del periodo francese) i melissanesi non trassero alcun giovamento perché la politica accentratrice dello Stato Unitario comportò la chiusura dell’Ufficio dello Stato Civile, dell’Ufficio di Conciliazione e perfino della farmacia. Ormai, solo la Parrocchia rimaneva a testimoniare l’esistenza della Frazione.

Tuttavia, l’identità melissanese, fattasi strada fin dall’inizio degli anni Settanta, andava sempre più consolidandosi in relazione alla disponibilità di  risorse economiche provenienti dalla viticoltura. La grande espansione della superficie vitata si ebbe allorchè i vigneti francesi furono devastati dalla fillossera e quindi la forte richiesta di vini da taglio proveniente d’oltralpe indusse gli agrari pugliesi a procedere rapidamente a nuovi impianti, dissodando vaste aree boscose o incolte e sfruttando l’enorme forza-lavoro dei braccianti.

Melissano non rimase estranea a questa rivoluzione colturale tanto è vero che proprio quei terreni inidonei alla olivicoltura, furono coperti da vigneti e  divennero il principale fattore di ricchezza del paese. Lo sviluppo della viticoltura favorì, fra l’altro, la formazione di un gruppo di piccoli e medi proprietari terrieri indispensabile per la crescita della Frazione. Contemporaneamente, si aprirono nuove possibilità di lavoro per contadini, artigiani e commercianti che si trasferirono a Melissano dai paesi limitrofi e dal Capo di Leuca contribuendo ad uno straordinario aumento del numero degli abitanti ed alla costituzione di una classe bracciantile che caratterizzerà per lunghi anni le vicende socio-economiche di  Melissano.

Melissano, anni Novanta del secolo scorso. Vigneti in località “Franze” (Foto F. Scozzi)

 

Lo sviluppo della viticoltura determinò importanti conseguenze anche a livello amministrativo perchè all’insofferenza per il trattamento ricevuto dal Comune di Taviano, si aggiunse la diversificazione degli interessi economici fra le due Comunità. Tutto ciò spinse i viticoltori melissanesi ad intensificare i rapporti commerciali con Casarano (centro vitivinicolo fra i più importanti della provincia) ed a chiedere la separazione da Taviano.  Quindi,  dal 31 dicembre dello stesso anno, la Frazione Melissano veniva aggregata al Comune di Casarano.

Alla fine del XIX secolo, dunque, l’economia di Melissano era in pieno sviluppo, tanto è vero che fu possibile iniziare la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, simbolo della fede operosa dei melissanesi. Ma il relativo benessere e l’eterogeneità della maggior parte della popolazione (proveniente da paesi diversi e quindi priva di una storia comune) contribuirono all’acuirsi di una serie di problematiche che impedirono  l’ulteriore crescita economica e sociale del paese. La divisione della comunità trovava la sua massima espressione nel gruppo consiliare melissanese e ciò consentiva al Comune di Casarano di rinviare la realizzazione di opere pubbliche indispensabili per la civile convivenza nella Frazione: orologio pubblico, ufficio postale, edificio scolastico, viabilità interna, ecc….

Le difficoltà aumentarono nel secolo successivo quando la Comunità melissanese andò sempre più differenziandosi al suo interno con la costituzione di due fazioni capeggiate, rispettivamente, dal prof. Luigi Corvaglia e dall’avv. Felice Panico.

L’avv. Felice Panico, primo sindaco di Melissano

 

Lo scontro assunse toni molto aspri e fu alimentato non solo dalle critiche che il Corvaglia avanzava nei confronti del Panico (referente del Comune nella Frazione) ma anche da rancori personali e familiari. Questa situazione di sostanziale equilibrio delle forze impedì l’ulteriore sviluppo della comunità melissanese che non volle riconoscersi in un leader in grado di portare avanti le esigenze del paese che contava, ormai, 3.000 abitanti. Anche per questo, si erano create le condizioni previste dalla legge per la concessione dell’autonomia amministrativa alla Frazione che fu sancita dalla legge n. 496 del 14 aprile 1921.

Doveva essere l’occasione per recuperare il tempo perduto in decenni di dipendenza amministrativa, ma il nuovo Comune nasceva con un debito di L. 4.000 nei confronti di Casarano, con la necessità di retribuire gli impiegati e di costituire al completo l’ufficio comunale senza che fosse previsto alcun aiuto finanziario da parte dello Stato.

In quel periodo, le entrate dei Comuni provenivano quasi esclusivamente dalla sovrimposta sui terreni; ma Melissano poteva riscuotere ben poco, considerato che il suo feudo era costituito da soli 1250 ettari, compreso l’abitato. Pertanto, l’autonomia amministrativa aumentò le difficoltà che avevano caratterizzato la storia della comunità melissanese fin dalle origini. Soprattutto per questo, i nuovi amministratori, compresi i fratelli Corvaglia (che fino a pochi mesi prima avevano assunto un ruolo progressista nella comunità) rigettarono in blocco le proposte del commissario prefettizio, avv. Edoardo Poli, il quale “aveva sognato di trasformare una povera borgata campestre in una capitale” solo per aver fatto progettare l’edificio scolastico ed il macello pubblico e per avere assunto due netturbini. D’altronde, per i consiglieri comunali la gestione della cosa pubblica melissanese consisteva soltanto nel “coprire le esigenze imprescindibili per il regolare funzionamento dei pubblici uffici”.

Su queste premesse si realizzò un’effimera unità fra gli antichi avversari e quindi la maggior parte dei consiglieri comunali elessero primo sindaco di Melissano l’avv. Felice Panico, mentre i fratelli Luigi e Michelangelo Corvaglia furono eletti assessori. Tutti d’accordo, quindi,  ma solo per pochi mesi perché la riproposizione dei contrasti fra il Sindaco e l’assessore Luigi Corvaglia causarono lo scioglimento del Consiglio Comunale e la nomina di un Commissario prefettizio. In realtà, l’autonomia amministrativa aveva accentuato gli antichi problemi della comunità melissanese che riemersero con maggiore evidenza negli anni Cinquanta e Sessanta, quando lo sviluppo economico fu reso possibile soprattutto per le rimesse degli emigranti, mentre la divisione sociale trovò nuove motivazioni dallo scontro fra i partiti politici.

Oggi, la situazione sociale ed economica del paese è così cambiata che sembrano trascorsi secoli da quel 1921: la viticoltura è ormai un ricordo del passato, la popolazione diminuisce, l’economia del paese trova gran parte delle risorse negli interventi previdenziali ed assistenziali.  Tuttavia, è importante ricordare, perché dalla conoscenza delle vicende del passato possiamo trovare nuovi stimoli per rinsaldare il senso di appartenenza alla Comunità.

 

Palazzo Romano-Moschettini a Neviano

facciata del palazzo

 

di Alessandra Moschettini

E’ la più importante dimora signorile di Neviano. In accoglimento di un ricorso a suo tempo presentato dall’attuale proprietario Dott. Giuseppe Moschettini al Ministero competente, finalizzato a tutelare e valorizzare il palazzo in oggetto, considerato che, l’immobile costituito da varie particelle catastali intestate al medesimo proprietario possedeva tutti i requisiti di legge, come riferito dal Quotidiano di Lecce, articolo del 14/12/1989, curato da Gino Anchora: “Quel palazzo è un gioiello ma per il Comune non esiste”, con D.M. del 30/10/1990 emesso dal Ministro per i Beni Culturali e Ambientali On.le Facchiano, fu riconosciuto di particolare pregio storico-nazionale. Col tempo il Palazzo, è stato ripreso in ricerche di alunni delle Scuole Elementari e Medie di Neviano, in un libro intitolato “Neviano”, edito nel 1989 dalla Banca Popolare Pugliese, dal sopra citato servizio giornalistico del “Quotidiano di Lecce” e successivamente richiamato in programmi televisivi curati da TeleRama e da TeleNorba.

 

ll Decreto in oggetto, fu preceduto da una lettera allo stesso ricorrente inviata in data 11/10/1990 dal Dott. Paolo Carini Capo della Segreteria del Ministro per i Beni Culturali e Ambientali, che nella fattispecie recita: “Caro signor Moschettini, facendo seguito alla Sua del 15/09/1990 inoltrata all’On. le Ministro relativa al Palazzo Romano in Neviano, Le comunico che la Soprintendenza Beni A.A.A. e S. di Bari ha ravvisato l’opportunità di sottoporre a vincolo detto immobile e, pertanto, ha trasmesso all’Ufficio Centrale per i Beni A.A.A. e S. la relativa documentazione per la predisposizione del decreto di vincolo”.

 

ll Dott.Moschettini, discende dalla religiosissima, intellettuale e nobile famiglia di Martano, riportata alla voce “Martano” dal Marchese Giacomo Arditi nella “Corografia Storico e Fisica di Terra d’Otranto”, 1879.[1]

Il suddetto immobile è ubicato in Piazza Vittorio Emanuele, risale al XVI secolo. Il portone di ingresso è sormontato dallo stemma dell’originario proprietario, il Marchese Dott.Antonio Romano, anch’egli citato, insieme al primogenito figlio Dott.Salvatore da cui Giuseppe Moschettini discende per affinità, da Giacomo Arditi a pag.404 del libro sopra riportato. Sia il Marchese Antonio Romano che il figlio Salvatore, di professione entrambi Medici-Chirurghi, in epoca più recente sono stati ripresi a pag.204 nel libro intitolato “Neviano” (Edizioni Nuova Prhomos, 2015), da Don Giovanni Cartanì parroco presso la Chiesa diocesana di Nardò-Gallipoli, che attesta: “Il Palazzo, all’origine, fu dimora dell’illustre Antonio Romano che si distinse per cultura e umanità. Antonio Romano, nel 1817, pubblicò un trattato agrario sulla coltivazione della patata… . Antonio ebbe un figlio, di nome Salvatore, che fu filosofo, medico, botanico e agronomo, valente quanto il padre e forse anche più di lui.

 

il marchese Antonio Romano

 

Sul fronte dell’immobile spicca un portale sormontato da un balcone a linee spezzate al centro del quale è chiaramente visibile lo stemma della famiglia Romano, consistente in uno scudo sullo sfondo del quale figurano un cavallo, una croce e tre stelle”.

stemma della famiglia Romano

 

Il Marchese Antonio Romano morì nel 1819 e fu seppellito nella Chiesa di San Michele Arcangelo, in Neviano, come riportato nella dichiarazione di morte dal Curato d’epoca Arciprete Achille Perillo, che scrive testualmente: “Corpus eius sepultum fuit in hac Parochiali Ecclesia”.

 

dichiarazione di morte di Antonio Romano

 

Sulla porta di ingresso della cappella si trova ancora oggi la scritta: “Qui non si gode immunità”, residuo storico di un antico privilegio riservato ai luoghi di culto pubblico, in forza del quale se una persona si nascondeva in quella Chiesa non poteva essere perseguitata o arrestata, perché il tempio, come luogo pubblico, era considerato extra-territoriale. Nel Palazzo sono state custodite in una teca, sino ai primi del 1950, le spoglie di San Valeriano Martire tramandate dai Romano nel corso dei secoli da eredi a successori. In punto di morte le spoglie del Santo furono poi donate alla Chiesa di San Michele Arcangelo da Cristina Grassi, dama di carità presso la Parrocchia locale.

All’interno del palazzo in oggetto, analogamente a quanto all’epoca presente nei palazzi Moschettini di Martano, insiste una vasta biblioteca contenente centinaia di testi antichi di vario genere: letteratura, storia, medicina, giurisprudenza e sacri, che documentano l’estrazione intellettuale delle famiglie avvicendatesi nel tempo alla conduzione del palazzo, riscontrate dai diplomi di laurea intestati ai medesimi titolari.

La predetta documentazione libraria, pertanto, rappresenta una valida testimonianza storico-culturale a riguardo dell’elevata volontà di studi espressa da famiglie appartenenti ad elevati ceti nobiliari, volta ad affermarsi anche in campo intellettuale. Di conseguenza, vari antenati, rivestirono  incarichi di grande prestigio c/o le istituzioni pubbliche da cui dipendevano.

Dalla lettura di un testo in possesso del Dott. Giuseppe Moschettini, a proposito delle origini di siffatta famiglia, si legge, quanto dall’ autore del presente atto al momento si ritiene di voler rendere noto: “La famiglia suddetta è da secoli numerata tra le più antiche famiglie dei primi gentiluomini di Martano ed ha la sua origine da molti savi, e probi dottori di Leggi; e taluno ancora della famiglia istessa è stato impiegato pure nei passati tempi con decoro alla Milizia….. . Ognuno dunque, che sia di buon senso fornito, ha da riputare senza meno, che la famiglia suddetta sin da molto tempo prima era di Nobile Genìa, e dotata di ben proprie commodità, dacché sin da duecentocinquanta, e più anni indietro, ha dato all’ umana società dei dottori. Si sa, che l’uomini di tali Privileggi dotati sono stati sempre da tutte le Leggi ascritti nella classe dei Nobili”.

A riscontro e riconoscimento del valore intellettuale, dimostrato in vari settori dalle famiglie Romano-Moschettini nel corso dei secoli, le stesse come sopra premesso, furono citate da Giacomo Arditi nel libro edito nel 1879.

A seguito di non facili ricerche effettuate nel corso del tempo dallo stesso Dott. Moschettini Giuseppe, nei riguardi del Dott. Cosimo Moschettini di Martano (1746-1820), fratello del dante causa Giuseppe da cui il medesimo scrivente discende, si è appreso, che l’avo in oggetto, si laureò a soli 22 anni in Medicina e Chirurgia a Napoli, divenendo col tempo Prof. di Medicina c/o lo stesso ateneo, fu anche filosofo e quindi uno dei più grandi scienziati mondiali in agraria, con pubblicazione di vari saggi in materia riportati anche dal Prof. Ennio De Simone nel testo intitolato al Dott. Cosimo Moschettini, edizioni Del Grifo-Lecce, 1997. Cosimo Moschettini è stato anche citato dal Parroco Don Giovanni Cartanì nel libro intitolato: “Neviano”, edizioni NUOVAPRHOMOS, 2015.

 

Una lettera inviata dal Dott. Cosimo Moschettini ad uno dei più grandi scienziati di medicina pro-tempore specialista in fisiologia è conservata c/o un notissimo museo di una capitale europea.

In considerazione, quindi, della prestigiosa carriera a suo tempo intrapresa, il Dott. Cosimo Moschettini, a cui le amministrazioni comunali pro-tempore di Martano e di Casarano, intestarono nei rispettivi paesi delle strade a suo nome, riportata e documentata anche da: biblioteca – Accademia dei Georgofili[2] , Atti della società pontaniana di Napoli[3] , Cosimo Moschettini scienziati italiani[4], l’ avo in oggetto, risulta iscritto c/o numerose Accademia e quindi socio dell’Accademia dei Georgofili di Firenze, dell’Accademia Pontaniana di Napoli, dell’Accademia delle scienze, della Reale Accademia di incoraggiamento di Napoli, dell’ Accademia di Montpellier e della società economica agraria di Zara, della economica di Spalato e della georgica de’ castelli di Traù in Dalmazia.

Annualmente, inoltre, nel mese di ottobre in Martano, si svolge la “Sagra della volia cazzata” promossa dall’Associazione culturale “Cosimo Moschettini”.

In epoca più recente, il Dott. Giuseppe Moschettini (1876-1946), figlio del Dott. Ettore Moschettini medico-chirurgo in Martano e proprietario di palazzo Andrichi-Moschettini[5] trasferitosi a Neviano esercitò per circa 40 anni la professione di medico-chirurgo. Per tale ragione e per meriti acquisiti durante l’esercizio della sua professione, gli Amministratori comunali pro-tempore, considerato che il suddetto medico ha dimostrato di possedere meriti professionali non comuni, espressero nella delibera c.c. n. 14 del 1908 un voto di lode e di plauso per l’opera intelligente e laboriosa prestata nel Comune.

Inoltre, avendo partecipato ad entrambi i conflitti mondiali col grado di capitano medico, fu insignito di medaglia dall’allora Ministro della guerra Benito Mussolini.

riconoscimento del Comune di Neviano a G. Moschettini

 

Medaglia al Valore a G. Moschettini

 

Sul retro del Palazzo si articola un ampio giardino con rampe di accesso ai piani superiori e alle terrazze. Nel giardino figurano due grandi nicchie affrescate da maestranze locali, una di esse raffigura la Pietà su uno sfondo paesaggistico; in alto si nota una schiera di cherubini e ai lati, la gloria dei Santi.

La “Pietà” nel giardino monumentale

 

particolare del giardino monumentale

Colonnato ne giardino

 

altra veduta del giardino

 

Note

[1] www.salentoviaggi.it

[2] www.georgofili.it:ricerca

[3] book.google.com

[4] amp.it.google-info.org e  book.google.it

[5] it.m.wikipedia.org

Tutino e la Madonna delle Grazie

di Fabrizio Cazzato
Nonostante tutto….il paese è in festa!
Un po’sottotono, con cautela, con disagio e con la paura del contagio che tutti noi avvertiamo, sono iniziati i festeggiamenti in onore della patrona – titolare della nostra Comunità di TUTINO, la Madonna delle Grazie, che nella settimana dopo Pasqua, da diversi secoli, ininterrottamente si svolgono con grande fermento e devozione.
Certamente non potrà essere come negli anni passati e speriamo che non sia come un lontano ricordo, ma ci auguriamo invece che presto tutto torni alla normalità, affinchè possiamo esprimere al meglio i nostri momenti essenziali della festa: fede e gioia le cui convivenze trovano il loro momento celebrativo.
La gara della cuccagna che si teneva negli anni passati
Perché la nostra festa esprime da sempre una devozione antica, profonda e gioiosa, radicata nella vita delle nostre famiglie e di quanti condividono con noi questo momento comunitario importante.
Perciò custodiamola, non lasciamo che questo tempo che ci ha messo tutti alla prova si permetta di cancellare tutto ciò che abbiamo ricevuto, custodito e valorizzato. L’ augurio più sincero va a tutti noi per vivere in pieno questi giorni di giubilo senza dimenticare chi, per tanti motivi, non potrà farne parte o non è più tra noi.
Nonostante tutto…è festa!!!
Buona festa della Madonna delle Grazie ai Tutinari residenti e lontani, ai devoti e a quanti ne portano il nome.

Gesuiti salentini in America (II parte)

di Francesco Frisullo e Paolo Vincenti

 

Le vicende risorgimentali costrinsero a più riprese i gesuiti alla fuga dall’Italia. In particolare, i gesuiti salentini, che interessano da vicino la nostra disamina, dopo aver vagato tra i collegi di Malta, Spagna, Francia, presero la via dell’America.

Occorre dire che l’ordine dei gesuiti risulta ab imis vocato ai viaggi e alle esplorazioni delle terre lontane. I figli di Ignazio più degli altri confratelli si rivelano cittadini del mondo, essi fin dal Cinquecento si disperdono per i cinque continenti e si spingono verso le terre selvagge con l’obiettivo di evangelizzare i popoli.

Tra i primi gesuiti italiani che dovettero lasciare l’Italia alla volta degli Stati Uniti troviamo Giuseppe Bixio (1819-1889) fratello del più noto Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi. Nel 1844 giunse negli Stati Uniti, nei territori delle Montagne Rocciose, il gesuita Michele Gil Accolti (1807-1878) che molte voci dicono erroneamente nato a Copertino, Lecce, ma che è in realtà originario di Conversano[1]. Gil Accolti nel 1851 a Santa Clara (California) fonda l’omonima Università che oggi si presenta come “The Jesuit University in Silicon Valley”, nel cui cimitero riposano anche i resti di Vito Carrozzini, missionario originario di Soleto. Una storia lunga e proficua, dunque, quella delle missioni gesuitiche italiane nel Nuovo Continente[2].

 

Vito Carrozzini

Nasce a Soleto (Lecce), il 15 agosto 1838. Entra nel collegio dei Gesuiti a Napoli il 22 dicembre 1857[3], all’età di 20 anni. Il suo esempio viene seguito un anno dopo da uno dei suoi fratelli, Vincenzo. Quando scoppiò la rivoluzione nel regno di Napoli, le case e i collegi dei gesuiti furono chiusi ed i frati dispersi in altre Province della Società.  Carrozzini fu inviato a Balaguer, in Spagna, insieme al fratello, per seguire il corso di filosofia[4]. Nell’autunno del 1863, per ordine dei Superiori, partirono in missione[5].  Tra il 1854 e il 1868, a più riprese i gesuiti vennero cacciati dalla Spagna e a parziale compensazione il governo iberico consentì l’insediamento della Compagnia nelle Antille. Nel 1852, per volere della regina Isabella II, era stato fondato il Colegio de Belén, a L’Avana.  Vito e Vincenzo Carrozzini partirono dunque da Balaguer per Porto Rico. Arrivati a L’Avana, furono costretti a sbarcare, poiché Vincenzo era gravemente ammalato e prossimo alla morte. A malincuore, Padre Vito riprese il viaggio alla volta di Porto Rico, lasciando il fratello, che morì tre o quattro giorni dopo. A Porto Rico, Carrozzini insegnò un anno grammatica e quattro anni scienze naturali.  Fu molto ligio al dovere di insegnante pur non trascurando la missione apostolica. A causa dei pochi mezzi per ventilare la stanza nella quale viveva, inalò una grande quantità di gas nocivo che gli procurò la malattia cardiaca che, qualche anno dopo, lo portò alla morte. Nel 1868 fu richiamato in Spagna per avviare lo studio di teologia, nella città di Leon. Si trasferì però subito a Laval, dove passò quattro anni nello studio di teologia.

Ripartì per l’America nel 1873[6]. Dopo una breve permanenza a Porto Rico, venne inviato nel Nuovo Messico e nel Colorado. Tra estremi sacrifici, portò avanti con zelo la sua attività, pur afflitto da difficoltà respiratorie. Per visitare la vasta comunità cattolica presente in quel territorio doveva percorrere molte miglia nella sconfinata e selvaggia distesa che si estendeva da Las Animas a Trinidad, costretto spesso a passare la notte all’aria aperta, senza bere né mangiare. Carrozzini lavorò molto anche a San Miguel, a Las Vegas, nelle città di La Junta e Pueblo, senza risparmiare energie. Di lui ci parla, unica fonte italiana, Padre Barrella[7]. Quando le sue condizioni di salute peggiorarono, venne mandato nel clima più mite della California, per potersi ritemprare. Giunse nel mese di giugno 1876 a Santa Clara, California, sede dell’omonima università fondata nel 1851 dai gesuiti. Qui morì per complicazioni polmonari a 39 anni, dopo 19 trascorsi nella Compagnia di Gesù[8]. Oltre alle scienze naturali, egli aveva un talento particolare per la pittura. Il ritratto di Sant’Ignazio, custodito nella sala ricreativa dei Padri del Woodstock College[9], è opera sua, così come molte altre pitture presenti nelle missioni che aveva frequentato. Il profilo di Padre Carrozzini è tratto da una importante fonte gesuitica americana, le Woodstock Letters[10]

 

Giovanni Guida

Nasce a Nola nel 1828, si trasferisce con tutta la famiglia a Lecce. Qui fu influenzato dalla presenza del collegio /convitto gesuitico lupiense, retto da Carlo Maria Turri dal 1839, e infatti ben presto maturò la vocazione di entrare nella Compagnia di Gesù e prendere i voti[11]. Il 15 giugno 1843, a quindici anni, fu ricevuto nel noviziato di Sorrento[12]. Studia teologia e filosofia a Napoli e viaggia in Italia, in Francia e in Belgio. Inizia l’insegnamento a Benevento, ma soffre problemi di salute, infatti è colpito da una infermità polmonare che lo costringe ad abbandonare la cattedra. Viene ordinato sacerdote nel settembre 1854. La professione dei voti ebbe luogo il 15 agosto 1862. Ristabilitosi in salute, ben presto si trasferisce negli Stati Uniti, a Georgetown, Washington, dove tiene lezioni di teologia presso la Georgetown University, fondata nel 1789 e diretta dalla Compagnia di Gesù dal 1851 fino ad oggi, e poi a Boston, presso il Boston College, fondato nel 1863 dai gesuiti.  Quando era a Georgetown, Padre Guida fu protagonista di un episodio davvero singolare che portò il suo nome agli onori delle cronache. Per un fortuito quanto rocambolesco scambio di persona, egli venne infatti ritenuto l’assassino del Presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln. Venne così arrestato, prima che l’equivoco fosse risolto. Le cronache locali si impadronirono di quell’episodio e intorno ad esso fiorirono delle leggende, dovute alle diverse versioni che la vulgata attribuiva all’accaduto. In particolare, l’episodio alimentò la nota leggenda nera per la quale più volte nella storia la Compagnia è stata accusata di regicidio, accusa che viene dai sentimenti anticattolici all’epoca largamente presenti nella società europea. Sta di fatto che Padre Guida passò dagli altari alla galera per una caso che oggi definiremmo di malagiustizia. Probabilmente, a determinare la sua incriminazione fu la notevolissima somiglianza con John Wilkes Booth, un famoso attore di teatro che era a capo di una larga cospirazione contro il Presidente Lincoln e che fu l’esecutore materiale dell’omicidio. Lincoln venne colpito il 14 aprile, mentre assisteva ad uno spettacolo al Ford’s Theatre di Washington durante le fasi conclusive della guerra di secessione americana, e morì la mattina successiva, 15 aprile. Guida, interrogato ed esaminato da un ufficiale non fu in grado di scagionarsi e venne quindi detenuto fino a quando non fu rintracciato il vero criminale.

Chiamato dal vescovo Machebeuf, di Denver, giunse in Colorado nell’agosto 1879, quando iniziò la sua missione. Fra mille difficoltà e ostacoli, fondò la Parrocchia del Sacro Cuore e, durante i diciannove anni del suo missionariato, eresse molte altre chiese nella diocesi. Nel 1890, costruì una scuola e una residenza per le suore. Insegnò filosofia e teologia alla Georgetown University. Cultore dei classici antichi, parlava fluentemente inglese, francese e spagnolo, oltre alla sua lingua madre. Pur ammalatosi, nel luglio del 1896, Padre Guida fu nominato Rettore del Sacred Heart College di Denver. Nell’ottobre 1898, venne richiamato a Napoli per diventare rettore del nuovo scolasticato a Posillipo.  Nel 1902, tornò a Denver, dove rimase fino alla sua morte. Il 15 giugno 1918, festeggiò il settantacinquesimo anniversario del suo ingresso nella Compagnia e il 23 maggio 1919 passò a miglior vita. La Messa funebre venne celebrata nella sua adorata Chiesa del Sacro Cuore[14].

 

Alessandro Leone

Su Padre Alessandro Leone sappiamo che nasce a Scorrano, Lecce, il 28 dicembre 1838. Entra nella Compagnia di Gesù il 26 ottobre 1855[15] e nel 1870 viene inviato nella Missione del New Mexico e del Colorado. Durante gli anni del suo missionariato, fu indefesso nell’opera apostolica e spese tutto sé stesso nell’evangelizzare e convertire i messicani al Cristianesimo. Le fonti americane lo descrivono come uno di più zelanti gesuiti nell’instancabile opera a difesa della fede. Appena giunto in America, viene mandato nelle parrocchie di Albuquerque, La Junta, Trinidad e Isleta. Percorre lunghe distanze a cavallo per visitare i suoi parrocchiani, accontentandosi di pasti frugali e ricoveri di fortuna. Muore ad Albuquerque, la sera del 26 luglio 1913[16]. Di lui ci ha lasciato un  ritratto Rosa Maria Segale, ovvero Suor Blandina (1850-1894), proveniente da Cincinnati (Ohio) ma originaria di Genova, appartenente all’ordine delle Suore di Carità, missionaria a Trinidad, tra il Colorado e il Nuovo Messico, che riportò i suoi ricordi in un prezioso diario più volte ripubblicato[17].

 

Salvatore Personè

Su Padre Salvatore Personè, uno dei pionieri della missione nel New Mexico-Colorado, disponiamo di molte informazioni. Nacque ad Ostuni, nel 1833, ultimo di una famiglia di otto figli, sette ragazzi e una ragazza. Dei ragazzi, tre divennero religiosi: Raffaello, teatino; Carlo e Salvatore, gesuiti. Frequentò il Regio Liceo San Giuseppe a Lecce e poi entrò nel Collegio Argento sempre a Lecce. A vent’anni decise di accompagnare suo fratello Carlo (di due anni più grande[18]) a Napoli, dove entrò nel noviziato, il 14 novembre 1853. A Napoli, Padre Personè, oltre al suo insegnamento, iniziò a predicare nelle diverse chiese, inclusa la Cattedrale. La sua naturale eloquenza attirava grandi folle di fedeli. Quando nel 1860 i gesuiti vennero espulsi dal regno, la maggior parte dei membri dispersi raggiunse la Francia e gli scolastici continuarono i loro studi a Vais, il collegio della provincia di Tolosa. Salvatore in breve tempo padroneggiò facilmente il francese; così, anche da studente, accompagnava l’eminente moralista padre Gury a svolgere le missioni nelle città circostanti. Dopo la sua ordinazione, il 14 giugno 1865, ritornò in Italia e frequentò molte residenze della Campania e della Basilicata. Intenzionato a prendere i voti, quand’era al terzo anno di prova, venne raggiunto dall’ordine di imbarcarsi per l’America in compagnia di altri fratelli. Lungo la costa occidentale della Francia (la guerra franco-prussiana imperversava), procedendo con cautela da una città all’altra, la nave raggiunse Brest, da dove salpò per gli Stati Uniti.  Giunto a Frederick, nel Maryland, dopo molto tempo e con grande fatica poté riprendere il viaggio che lo portò ad Albuquerque, nel New Mexico, allora quartier generale della missione. Fu lì, il 26 novembre 1871, che prese i suoi ultimi voti.  Si recò a Conejos, in Colorado, e fu il primo gesuita a giungere in quella città. Richiamato a Las Vegas, nel New Mexico, dove era stata avviata la Revista Catolica, divenne superiore della residenza. Da quel momento, coprì la maggior parte del Nuovo Messico nelle sue escursioni apostoliche, predicando in quasi tutti gli insediamenti del territorio. Fu spesso anche in Messico. Quando venne aperto il Collegio di Las Vegas, divenne il suo primo rettore, il 4 novembre 1878.  Poiché i mezzi di comunicazione e di trasporto erano scarsi, doveva abbastanza frequentemente prendere il posto degli insegnanti assenti e impossibilitati a raggiungere la missione, per permettere agli studenti di non perdere le lezioni. Nonostante queste difficoltà, il Collegio si sviluppò e prosperò, i ragazzi erano numerosi, si mantenevano elevati standard di studio e la città era orgogliosa della sua sede di apprendimento.

Nel 1883 Padre Personè lasciò la presidenza a Padre Pantanella mentre tornava ad Albuquerque come superiore. Questa disposizione, tuttavia, non durò a lungo. Verso la fine del 1884 a Padre Pantanella fu affidato il compito di aprire un nuovo collegio a Morrison, vicino Denver, e Padre Personè tornò a Las Vegas e vi rimase fino a quando i collegi di Las Vegas e Morrison furono fusi nel Sacred Heart College (ora Regis College) di Denver. Dal 1892 al 1902, fu superiore a Trinidad, in Colorado. Nel 1902 venne richiamato in Italia e nominato rettore del Collegio di Lecce. Fu nel Salento che subì il primo attacco di reumatismi infiammatori, un disturbo dal quale non si riprese mai più. Su consiglio dei medici tornò in America, la terra che amava. Del resto, come riferisce Barrella, a Lecce non era molto apprezzato[19] e questo fatto rafforzò il suo proposito di abbandonare l’Italia. Per qualche tempo governò a Las Vegas, fino a quando nel 1908 assunse ancora una volta la direzione della residenza di Trinidad.  Qui si adoperò per la costruzione di una nuova e più grande casa della missione, benedetta dal vescovo di Denver l’11 febbraio 1912[20].

Padre Personè, soprannominato dai nativi americani “il Nemico della tristezza”[21], era costretto a lunghi soggiorni in ospedale. La sua memoria divenne compromessa e i suoi occhi si indebolirono; aveva ormai ottant’anni. Il 20 dicembre 1922, entrò per l’ultima volta in ospedale. Morì il 30 dicembre dello stesso anno. Al suo funerale, presieduto dal reverendo vicario generale della diocesi di Denver, parteciparono non solo i cattolici, ma anche i protestanti e gli ebrei e vi fu un grandissimo concorso di popolo[22].

 

Note

[1] Su Accolti si veda Voce, a cura di G. McKevitt, in Diccionario histórico de la Compañía de Jesús (4 volúmenes) biográfico-temático, a cura di Charles E.O’Neill e Joaquín María Domínguez, Universidad Pontificia Comillas, Madrid, Insititutum Historicum Societatis Iesu, Roma, 2001, p. 63 (del pdf); Voce, a cura di Pietro Pirri, in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 1, 1960 (on line).

[2] Per la precisione storica, i primi gesuiti arrivarono in America nel 1566. Per la storia della Compagnia di Gesù nel Nord America si rinvia a Raymond A. Schroth, S.J., The American Jesuits A History, New York, University Press, 2007. Un’opera monumentale sulla presenza dei gesuiti italiani in America con molti riferimenti anche ai missionari citati in questo contributo è: Gerard McKevitt, Brokers of Culture Italian jesuits in the American West 1848-1919, Stanford University Press, Stanford, California, 2007, passim.

[3] Catalogo Provinciae Neapolitanae, 1859, p.53.

[4] Catalogus Provinciae Hispanie, 1861, p. 36.

[5] Antonio López de Santa Anna, Los Jesuítas en Puerto Rico de 1858-1886 contribución a la historia general de la educación en Puerto Rico Santander, España : [Sal Terrae], 1958, p.161: “P. Carrozzini Vicente-Scol. . . . 1863-1865 e P. Carrozzini Vito-Scol 1863- 1868”.

[6] Catalogus Provinciae Merylandiae 1873, p.8. Precisamente, nel noviziato di Frederick Maryland risulta: “Patres Tertiae Probationis  Vitus  Carrozzini”.

[7] Giovanni Barrella, La Compagnia di Gesù nelle Puglie 1574-1767. 1835-1940, a cura dell’Istituto Argento, Lecce, Tip. Editrice Salentina, 1941, p.133.

[8] Jack Mitchell, S.J., Necrology of the California province of the Society of Jesus 1845-2008, p. 80.

[9] Il Woodstock College venne inaugurato nel 1869 e primo rettore fu il gesuita napoletano Angelo Paresce (1817-1879). Ha operato fino al 1975.

[10] Woodstock Letters, Volume VI, Number 2, 1 May 1877, pp. 124-129.

[11] Catalogus Provinciae Neapolitanae 1839, p. 18.

[12] Catalogus Provinciae Neapolitanae 1844, p. 23.

[13] https://www.jesuit.ie/news/the-assassins-lookalike/

[14] Preziosa fonte per la conoscenza di questa figura sono le Woodstock Letters, Volume XLIX, Number 1, 1 February 1920, pp. 122-126. Le pubblicazioni delle Woodstock Letters vanno dal 1872 al 1969, per un totale di 98 volumi.

[15] Catalogus Provinciae Neapolitanae 1856, p.17.

[16] Woodstock Letters, Volume XLIII, Number 1, 1 February 1914, p.99.

[17] Suor Blandina una suora italiana nel West, a cura di Valentina Fortichiari, Vicenza, Neri Pozza Editore, 1996, pp.200-201.

[18] Carlo Pesonè è stato missionario in America dal 1831 al 1916:  Voce Salvatore Personè, a cura di  T. Steele, in  Diccionario, cit., p. 6404.

[19] Giovanni Barrella, La Compagnia di Gesù, cit., pp. 34-35.

[20] Father Persone 50 Years Priest to Sing Jubilee Mass at Trinidad; Founder of Sacred Heart College, in «Denver Catholic Register», Vol. IX, n.45, June 11, 1914, pp.1, 4.

[21] Suor Blandina una suora italiana nel West, cit., p.198.

[22] Woodstock Letters, Volume LIII, Number 3, 1 October 1924, pp.387-390. Inoltre si veda J. Manuel Espinosa, The Neapolitan Jesuits on the Colorado Frontier, 1868-1919, in «The Colorado Magazine», Vol. XV, Denver, Colo., March, 1938, n.2,  p. 68 (l’articolo cita anche Alessandro Leone); Voce, a cura di  T. Steele, in  Diccionario, cit. Questa fonte indica che Salvatore fu addirittura ad Albuquerque (1883-1884) presidente della prima compagnia petrolifera del New Mexico.

 

Per la prima parte vedi:

Gesuiti salentini in America – Fondazione Terra D’Otranto

Il presente del verbo ‘essere’

di Giammarco Simone

Analogamente a quanto fatto con il verbo ‘avere’, adesso l’attenzione si sposta sul verbo ‘essere’. Anche qui, la diversità linguistica del dialetto salentino è oggetto di analisi, in quanto esistono varie forme verbali dipendenti dalla zona geografica di riferimento. Per questo studio, ricorre la Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti (1966) del linguista G. Rolhfs. Sulla base delle sue considerazioni, propongo di seguito un elenco delle persone del presente indicativo del verbo essere e la relativa spiegazione:

  • 1°pers. sing: suntu/sontu//: la forma verbale è un caso di confusione. Mi spiego: se dovessimo dire che suntu/sontu derivano dalla 1° pers. sing. del verbo latino esse, che ha dato nel latino volgare *essere, dovremmo pronunciare sugnu, come nel siciliano, in quanto essa proviene sì dalla 1°pers.sing. latina che era sum. Tuttavia, la forma verbale del nostro dialetto non si origina da sum, bensì da sunt, cioè la 3° pers. plur. del verbo latino. Per questa ragione, come vedremo in seguito, la 1°pers. sing. e la 3°pers.plur. coincidono (jo suntu/sontu; iddhri suntu/sontu). Per quanto riguarda l’utilizzo delle varie forme, si può dire che suntu, con la sua corrispettiva forma abbreviata , si usa in tutto il Salento, fatta eccezione dei paesi limitrofi a Nardò e nel brindisino dove si utilizza la forma sontu e quella abbreviata che si ritrova anche in tutte le parlate del Meridione.
  • 2°pers.sing: sinti/si: in linea generale, la forma dialettale deriva dal latino es, che probabilmente ha dato *sees nel latino volgare. Tuttavia, nel Salento si può anche osservare la forma sinti, la quale è il risultato di un adattamento su sontu. Anche per la 2° pers. sing. l’uso di si è piuttosto generalizzato, in quanto è una forma ricorrente in tutti i dialetti meridionali. La forma riadattata sinti sembra essere più rara, anche se nel neretino e nei territori di Galatone ed Aradeo è attestata (cce si scemu!/ cce sinti scemu!).
  • 3°pers.sing: è/ete: la forma più attestata è senza dubbio è, anche per l’analogia con la lingua italiana. Tuttavia, la forma ete presuppone un piccolo chiarimento. Questa forma deriverebbe dall’antico italiano edè formatosi dal latino quid est > ched’è. Rolhfs (1966) ce ne parla in riferimento ai dialetti settentrionali toscani, ad alcuni marchigiani e al romanesco, dove la 3° pers. sing. è proprio edè. Nel dialetto salentino, si sarebbe poi avuto un suono dentale in t al posto di d ed un arretramento dell’accento, da cui la forma ète. In ogni modo, si tratta di una forma anch’essa abbastanza generalizzata in tutto il Salento.
  • 1°pers.plur: simu: non esistono altre forme per esprimere la 1° pers. plur. Interessante, però, è sapere che la sua origine si deve al *simus volgare, proveniente a sua volta dal sumus
  • 2° pers. plur: siti: anche per questa persona esiste una sola forma. Per quanto riguarda la sua possibile origine, si potrebbe pensare ad un antico latino volgare in *setis che sostituì la forma classica estis.
  • 3° pers. plur: suntu/sontu//so: come anticipato precedentemente, la 1° pers. sing. e la 3° pers. plur. sono uguali, così come le zone dove vengono utilizzate.

All’interno del discorso sul verbo essere, c’è da palare di un fatto curioso: l’utilizzo alla 3°pers.sing. della forma bbè/bbete. In questo caso, siamo davanti ad un fenomeno fonologico[1] che prevede l’aggiunta di un elemento non etimologico, in questo caso la consonante b, per armonizzare il suono e renderlo più facile da pronunciare. Questo raddoppiamento è presente, come vedremo anche in futuri interventi, nell’imperfetto (bbera) e nel congiuntivo (bbessa).

Una personale osservazione del nostro modo di parlare mi porta a dire che l’uso di bbè/bbete è più frequente con la negazione nu (nu bbè/bbete filu ca no mi piace; nu bbè/bbete calanteria quista; nu bbè/bbete iddhru lu problema) e quando il verbo essere è preceduto da una parola terminante in e/u o dalla congiunzione e (ce bbè beddhru; nu bbè degnu cu bbessa fijusa; ca d’energia pulita nci nnè tanta e bbè tutta utilizzabile).  La zone in cui si registra l’uso di bb è quella del Salento centrale, con Lecce e i paesi limitrofi al nord.

Ben diversa, invece, è la situazione in altre parti del Salento come Nardò, Copertino Aradeo, Galatone, Galatina, Gallipoli, Scorrano, Spongano, ecc. In queste zone si tende a pronunciare gg/ggh/ddh. Ad esempio: cce ggè? /cce gghiè? /cci ddhrè? /cce ggè successu? /cce gghiè successu? /cci ddhrè successu?

Se per la consonante b gli studi permettono una facile interpretazione puramente fonologica, lo stesso non si può dire sull’origine di gg/ggh/ddhr. Gli studi fatti da Rolhfs (1966) sono certamente fondamentali per poter capire come si siano svolti i fatti o quanto meno per poter formulare delle ipotesi. Infatti, egli osserva il ghe presente nei dialetti settentrionali della Liguria, Lombardia, Emilia e Veneto. In questi vernacoli, l’avverbio di tempo e di luogo ghe, originatosi dall’hic latino, accompagna il verbo ‘avere’ e sostituisce gli avverbi ci/vi della lingua italiana. Nonostante ciò, Rolhfs attesta anche la sua presenza in compagnia del verbo ‘essere’, con il significato equivalente all’italiano c’è . A tal proposito, riporto una frase scritta nel 1592, dell’allora sindaco di Lecce d’origine veneziana, Pietro Mocinego, il quale parlando di Lecce affermava: “Non ghe se al mondo cità più bea[2], dove ghe >ci e se > è.

Dunque, mi verrebbe da formulare due ipotesi: che sia un lascito dei dialetti settentrionali nel Meridione o, piuttosto, si tratta di un fenomeno linguistico evolutosi in parallelo sia nei vernacoli settentrionali sia in quelli meridionali.

In riferimento alla prima ipotesi, direi che, dal punto di vista storico, precisamente intorno al 1482, la penisola salentina fu territorio di conquista da parte della Repubblica Veneziana e che, negli anni successivi, proprio per la sua importanza strategica nel Mar Adriatico e Mediterraneo si produssero numerose guerre di predominio territoriale contro i francesi che di tanto in tanto occupavano le terre italiane. In questo caso, come già espresso nel mio primo intervento sul “Vocalismo e consonantismo del dialetto salentino”, la storia è una utile alleata per poter rispondere a quelle che sono le domande e i dubbi di tipo linguistico, in quanto la formazione del lessico e le modificazioni delle parlate di un territorio possono avere come causa scatenante proprio il passato storico e le eventuali dominazioni susseguitesi nel corso dei secoli, in quanto portatrici di innovazioni e lasciti linguistici. Tuttavia, l’ipotesi storica credo che qui sia un po’ forzosa, soprattutto perché non ho prove certe di una possibile eredità linguistica diretta dei dialetti settentrionali sul salentino.

Per quanto riguarda, invece, la seconda ipotesi, la teoria di un’evoluzione in parallelo nei due vernacoli appare alquanto più probabile soprattutto se pensiamo che le forme gg/ggh/ddh sono presenti nel dialetto salentino sia alla 3° pers. sing. dell’indicativo ma anche nell’imperfetto (ggera/ gghiera/ddhera) e nel congiuntivo (ddheggia/ eggia ecc.). Secondo una ricostruzione, tali forme potrebbero provenire da hic + est latino, da cui si è avuta un’evoluzione fonetica e grafica che ha portato l’avverbio hic a trasformarsi in ghe, a perdere la sua funzione grammaticale di avverbio e unirsi al verbo essere[3]. Ciò si vede in cce gghè beddhru, dove ghe ha perso la sua funzione avverbiale. L’unico esempio dove l’avverbio si è mantenuto è nella domanda cce gghè? dove ghe ha significato di “adesso, in questo momento”, proprio come in italiano che c’è?

Anche per questa forma come già detto per quelle del leccese, da una mia osservazione posso affermare che il loro uso è più frequente con la negazione no e quando il verbo essere è preceduto da una parola che termina in e/u o congiunzione e.

Per concludere, abbiamo visto come anche il verbo ‘essere’ possiede alcune caratteristiche meritevoli di approfondimenti. Personalmente, ritengo molto importante soffermarsi a pensare sul perché e sul come della nostra lingua, in quanto essa è capace di raccontare storia, fenomeni, cause e ragioni che difficilmente riusciremmo a sapere se non ci fermassimo ad osservare.

 

Note

[1]Pròtesi o pròstesi.

[2] Rucco N., Greco C. “Uci salentine”, Galatina, 1992.

[3] Bertocci, D., Damonte, F. “Distribuzione e morfologia dei congiuntivi in alcune varietà salentine”, 2007.

 

Per il verbo avere nel dialetto salentino vedi qui:

Dialetto salentino. Il presente del verbo “avere” – Fondazione Terra D’Otranto

Giuseppe Mangionello. Scultore – Pittore

immagine da https://www.galleriarecta.it
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di Paolo Vincenti

Qualche tempo fa, il caro amico Massimiliano Cesari, insegnante e storico dell’arte, mi donò un libriccino chiedendomi di farne buon uso. “Giuseppe Mangionello. Scultore- Pittore”, edito da Erreci (Maglie 2017) di Pino Refolo, esce grazie al contributo dell’Amministrazione Comunale di Maglie e della Fondazione Francesca Capece. Esso lumeggia sulla figura di un artista molto importante del passato magliese, immeritatamente caduto nell’oblio ed ora riportato alla luce da Refolo, grazie anche all’ incontro di presentazione seguito all’uscita del libro e tenutosi presso la Biblioteca Comunale di Maglie, il 24 novembre 2017, relatori Tina Cesari e Antonio Puce.  Il personaggio Giuseppe Mangione, in arte Mangionello, è strettamente legato alla biografia dello stesso autore, Refolo, il quale fin da quand’era giovane studente si è interessato di questa figura, scrivendone su una pubblicazione degli anni Sessanta, “Nuovo Studente Magliese”, e poi successivamente su “Tempo d’oggi”, negli anni Settanta, pubblicazioni importanti entrambe, se si vuole ricostruire una storia dell’editoria magliese del secondo Novecento. Pino Refolo è stato, dal 1973 al 1977, redattore di “Tempo d’Oggi”; dal 1978  di “Realtà salentina”, dal 1982 fino al 2015, ha diretto “ Nuovo Spazio”; dal 1991 al 1993, ha diretto la rivista letteraria “Titivillus”, fondata da Antonio Verri. Con la sua piccola casa editrice, Edizioni Erreci, ha pubblicato molte opere, alcune delle quali a sua stessa cura.

“Giuseppe Mangionello o della sfortuna di un artista”, titolava Refolo il suo saggio su “Nuovo studente magliese” (n.3, giugno 1961) e “Tempo d’oggi” (anno III, n.6, 25.03.1976), ora riproposti nel libro in parola, ponendo l’accento sulle alterne vicende di questo artista, la cui vita fu travagliata da dispiaceri e malumori, in quanto si sentiva, forse a ragione, ostracizzato dalla sua città. Nato nel 1861, pur provenendo da una famiglia molto povera, poté studiare con il maestro Paolo Emilio Stasi, insegnante di disegno al Convitto Ginnasio Capece, e poi con Giuseppe Bottazzi a Diso. E frequentò anche la Scuola di Belle Arti a Torino. Completò gli studi a Napoli con il maestro  Mancini.  Queste scarne notizie biografiche forse lasciano il tempo che trovano se non vengono menzionate alcune sue opere, certamente più conosciute del loro autore. A Roma, in particolare, eseguì il busto di Giovanni Barracco, nell’omonimo museo di arte antica, i busti di Domenico Piva e Giuseppe Rosi sul colle del Gianicolo, le decorazioni di alcune fontane a Valle Giulia, il monumento bronzeo a G. Magnaghi, nel cimitero del Verano. Fra le sue opere salentine, i dipinti “Apparizione della Vergine ai Santi Fondatori Ordine Servi  Maria”, 1880 e “ San Filippo Benzi” 1880, che si trovano  a Maglie nella chiesa di Santa Addolorata, i due busti raffiguranti l’agronomo Gaetano Stella (1888) e l’architetto e matematico Luigi Scarambone (1889) nella Villa “Garibaldi”di Lecce, il Monumento sepolcrale di Michela Tamborino nella chiesa di S. Maria della Scala, a Maglie, ecc. Nel 1938, Mangionello venne ricoverato a Roma per un problema agli occhi che poi lo portò alla morte.

Significativa è nella sua carriera la mancata realizzazione della statua di Francesca Capece, che venne invece realizzata dal mio illustre concittadino Antonio Bortone. Ne parlarono anche Teodoro Pellegrino, in “Un dimenticato scultore salentino. Il Mangionello. Nel centenario della sua nascita”, pubblicato su “Voce del sud” del 23.12.1961, e Antonio Erriquez in “Giuseppe Mangionello scultore pittore architetto”, Editrice salentina 1969, riportati dal Refolo. Mangionello aveva ogni buon motivo per aspettarsi che la commissione della statua di Francesca Capece fosse assegnata a lui, non solo per chiari meriti artistici ma soprattutto per ragioni di concittadinanza. Non mancò mai di rilevare quanto la mancata assegnazione fosse per lui ragione di rammarico, avendo egli nel cuore i meriti e la fama della grande benefattrice, la nobildonna Francesca, per la quale, come tutti i magliesi, nutriva affetto sincero.

Infatti Mangionello realizzò di sua iniziativa un progetto per il monumento, tanto fervida era in lui l’aspettativa, che però andò delusa. Il Consiglio Comunale di Maglie, su sollecitazione di un Comitato cittadino presieduto da Alessandro De Donno, decise di affidare l’incarico a Bortone, il quale lo portò a compimento in maniera egregia. Dubbi sorgevano soltanto sul posizionamento della statua. Alessandro De Donno, un nome importante nella bibliografia magliese (era stato il fiduciario della Duchessa), chiedeva che la statua, della quale possedeva già nel suo palazzo un bozzetto in gesso realizzato dallo stesso Bortone, fosse allocata nella centrale piazza di fronte al Municipio, mentre alcuni cittadini ritenevano più giusto che questa fosse nell’atrio del Liceo Capece.

Un altro De Donno, Raffaele, chiedeva che questa fosse allocata nella piazzetta retrostante il Liceo, riservando la piazza centrale al monumento ad Oronzio De Donno, anche questo monumento indifferibile, nei voti del proponente. Prevalse invece la scelta del Comitato cittadino e la statua della Capece venne sistemata di fronte al Municipio, mentre nella piazzetta che a lei è intitolata, trovò posto la statua di Oronzio De Donno, anch’essa opera del Bortone, sebbene questa anomalia toponomastica ingeneri ancora oggi non poca confusione nei visitatori. Lo stesso Mangionello, pur riconoscendo l’elevata qualità dell’opera dello scultore ruffanese, al quale era legato da stima profonda e ricambiata, riteneva che la statua, date le sue ridotte dimensioni, sarebbe stata meglio posizionata nell’atrio del Liceo, mentre in quella grande piazza avrebbe avuto maggior presenza scenica la sua, mai realizzata. Mangionello si sentiva escluso, insomma, e non mancò di far sentire la proprie rimostranze in più occasioni a quella città che sembrava sorda al suo richiamo. Facile a questo punto, per i biografi del Mangionello, riportare l’abusato aforisma nemo propheta in patria. Stessa delusione ebbe, lo scultore magliese, per la mancata realizzazione a Roma di un monumento a Benedetto Brin; in questo caso seguì un lungo strascico giudiziario che logorò psicologicamente l’artista. Il libro riporta anche un intervento dello scultore Achille Cofano, il quale ha realizzato un busto del Mangionello in terracotta.  Certo Giuseppe Mangionello, recensito in numerose antologie artistiche e cataloghi, aveva un pessimo carattere e non sgomitava per farsi largo, essendo tendenzialmente schivo.

Inoltre, a Maglie, scontò alcune sue posizioni politiche non in linea, ma ciò non giustifica il fatto che dopo le ricordate pubblicazioni di Refolo, nessuno più si sia interessato di lui, in un arco di tempo così lungo. Non è mai stato fatto uno studio rigoroso sulla sua vita e sulla sua opera, non sono stati mai emendati errori ed incertezze che anche su quest’ultima pubblicazione pesano, sebbene si tratti di un’opera solo divulgativa. Anzi, onore al merito di chi l’ha compilata.

Rocco Cataldi, poeta dialettale parabitano

di Paolo Vincenti

Parabbita è chiantata su n’artura / e se standicchia janca cu lle vie / te menzu monte finu a lla npianura / tra fiche, ficalindie e tra l’ulie /”. Quando questi versi furono pubblicati, il loro autore, Rocco Cataldi, non era ancora diventato il poeta dialettale parabitano da tutti riconosciuto e apprezzato.

Questi versi, infatti, dedicati alla città di Parabita, facevano parte della prima raccolta di Cataldi, Rrobba Noscia, pubblicata nel 1949 con l’editrice Bruzia di Castrovillari, con Prefazione di Francesco Russo.  A quel tempo, la poesia dialettale era considerata poco più che un passatempo per improvvisati poeti popolari o peggio popolareschi, nonostante la letteratura salentina avesse già espresso nomi importanti della poesia vernacolare, fra fine Ottocento e inizio Novecento.

Dopo questa prima raccolta di poesie, ne sarebbero venute altre, molto importanti, a corollario di una carriera letteraria che seguì di pari passo la vita e di una vita che entrava  con onestà e sincerità nelle poesie. “E quandu  ‘u cielu e l’arria se sculura, / se sente lu rintoccu t’’a campana / te la Matonna Santa t’’a Cutura /e la burrasca prestu se ‘lluntana / E a mmenzu a ccinca tice l’Ave Maria / nci suntu jeu cu la famija mia/”. Rocco Cataldi era nato a Parabita il 9 gennaio 1927.

Maestro elementare a Matino, Lecce, Racale e Parabita, dove era diventato una vera istituzione, nel 1985 era stato insignito dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”.  Dopo Robba noscia, pubblicò  Storria t’à Madonna t’à Cutura (Paiano Galatina, 1950), poi ripubblicata dall’Adovos di Parabita, nel 1987, con Prefazione di Padre Giuseppe Perrotta. Nel 1956, diede alle stampe Riflessi opachi (Gastaldi Milano) e, dopo una lunga pausa, Lu Ggiudizziu  ‘niversale (Adovos Parabita, 1975), con Prefazione di Aldo D’Antico. Uno dei temi ricorrenti nella sua poetica era il mondo degli umili, quella civiltà contadina alla quale si sentiva profondamente radicato e dalla quale mai volle staccarsi, rivendicandone orgogliosamente l’appartenenza in tutti i suoi scritti. Una civiltà contadina che era, però, al suo crepuscolo e questo determinava in Cataldi un senso di profonda amarezza. Il filo che lo teneva legato a quel mondo in dissoluzione era quello della memoria, del ricordo del buon tempo antico, un tempo fatto di semplicità di gesti e di parole, un tempo in cui bisognava certo tirare la cinghia per andare avanti, ma in cui vi era una genuinità di sentimenti ed una bontà di intenti che, con l’avanzare dei nuovi tempi,  Cataldi temeva fossero irrimediabilmente compromessi. Di qui, l’amaro sfogo contro le brutture e la tristezza dei tempi.

La scelta del dialetto come mezzo espressivo aveva proprio questa valenza, quasi di una battaglia civile in difesa di quei principi di cui la sua storia è sempre maestra. Dice bene Aldo D’Antico, che difende questa scelta di Cataldi rifiutando l’etichetta, che per un certo tempo gli fu appiccicata addosso, di poeta nostalgico, ripiegato su se stesso;  invece, come afferma nella Prefazione al libro  Lu Ggiudizziu  ‘niversale : “scrivere in dialetto non significa soltanto usare la sintassi popolare, ma assumere, quale categoria di ricerca e di espressione, l’anima del popolo, la sua saggezza antica, la sua astuzia proverbiale, la sua inarrestabile dinamica storica, sociale e politica […] Il dialetto, frutto di un’elaborazione linguistica secolare e paziente. .. è uno dei pochi mezzi ‘puri’ rimasti al poeta per esprimere la sua disapprovazione, la sua contestazione, la sua inquietudine [… ] Il linguaggio dialettale ha il potere di scarnificare il contenuto poetico, di renderlo essenziale, di ridurlo a parola; opera cioè una costruzione semantica fondamentale: riconduce il suono a significato culturale, ridando alla parola in sé tutto il suo potenziale espressivo.

E’ in questa visione che il dialetto diventa strumento di rivoluzione linguistica, perché avvicina il lettore al libro, ritenuto elemento di discriminazione fra la cultura ufficiale, quella degli intellettuali, e la cultura popolare, quella degli altri.” Quella di Cataldi, secondo Antonio Errico, è “poesia costruita sulle macerie di miti e deità che come ogni mito ed ogni deità esistono finchè esiste l’uomo che ci crede” (Introduzione a Arretu ‘lla nuveja nc’è lu sule). Nel 1977, venne pubblicato Pale te ficalindie dalla Editrice Salentina di Galatina, con Prefazione di Donato Valli. Nel 1982, è la volta di  Li sonni te li pòviri (Congedo Editore), con Prefazione di Luciano Graziuso, e nel 1988, venne pubblicato dal “Laboratorio” di Aldo D’antico A rretu ‘lla nuveja nc’è llu sule, con Introduzione di Antonio Errico. A proposito della poesia dialettale di Rocco Cataldi, Donato Valli, nel numero della rivista “NuovAlba”  dell’aprile 2005, tracciando un profilo dell’amico perduto, precisa il posto in cui si colloca Cataldi nel panorama della poesia dialettale in generale. Spiega Valli: “nell’ambito di quella che Croce chiamava poesia dialettale ‘riflessa’, esistono almeno due livelli: uno è quello della poesia dialettale dotta (è il caso del poeta di Ceglie Messapico, Pietro Gatti e del poeta magliese Nicola De Donno), l’altro è quello dei poeti che rimangono legati, nella lingua e nei contenuti, alla matrice originaria di una popolarità sentimentale ed espressiva (ed è il caso di Cataldi)”.

Nel 1989, fu pubblicato A passu t’ommu (Congedo), introdotto e commentato da Gino Pisanò. Nel 1996 poi, uscì Culacchi, con Prefazione di Gino Pisanò, e il ricavato della vendita di questo libro, dedicato “Ai buoni perché si mantengano tali; agli altri perché lo diventino”, stampato in numero limitato di copie, il poeta volle che fosse devoluto a favore dell’erigendo monumento a Padre Pio, a Parabita, realizzato grazie soprattutto alla forte religiosità dello stesso Cataldi. L’ultimo libro, del 2000, è Parole terra terra (Congedo editore), con Prefazione di Donato Valli e note esegetiche di Gino Pisanò. A questo, bisogna aggiungere tutte le poesie scritte su cartoncini, per i suoi allievi, nelle più svariate occasioni dell’anno scolastico, come il Natale, la Pasqua, la festa della mamma, la festa del papà, sempre amorevolmente illustrate da Mario Cala e che ancora oggi si trovano in molte case dei parabitani che sono stati allievi del Maestro Rocco. “Rocco Cataldi- Mario Cala” era diventato, negli anni, quasi un marchio di fabbrica: “la penna e il pennello”, come lo stesso Cala afferma in un commosso ricordo dell’amico sulla rivista “NuovAlba”(aprile 2005). E proprio quel materiale eterogeneo che egli aveva prodotto negli anni del suo insegnamento scolastico andò a comporre l’ultimo libro, pubblicato postumo, cioè  Mirando al cuore (Adovos Parabita, 2005),  con commento di Mario Bracci, Prefazione di Mario Cala e Presentazione di Aldo D’Antico. Questo libro, che può essere considerato il testamento morale di Cataldi, è una raccolta di componimenti d’occasione (45, per l’esattezza), cioè poesie scritte dall’autore in più di quarant’anni. Il poeta aveva deciso di raccogliere insieme tutto questo materiale e pubblicarlo, dedicando l’opera all’amico Raffaele Ravenna che, insieme a lui, aveva collaborato alla realizzazione del monumento a Padre Pio da Pietralcina, in Parabita. Sua intenzione era quella di donare tutti i diritti editoriali all’Associazione dei Donatori di Sangue, della quale faceva parte e alla quale, se negli ultimi anni non aveva più potuto contribuire con la donazione per problemi di salute, non faceva mai mancare la propria adesione convinta, con dimostrazioni di grande affetto e sensibilità, come ricorda, in una breve nota introduttiva del libro, Massimo Crusi, Presidente dell’Adovos Parabita. Quasi tutte le poesie presenti in Mirando al cuore nascono da un felice sodalizio: quello di Cataldi con Mario Bracci, che in questo libro cura il commento alle poesie.

La collaborazione Cataldi -Bracci era cominciata sul giornalino scolastico “Il Pierino”, nato nel 1971 e continuato fino al 1995, come ricorda Mario Cala nella sua nota introduttiva. Il maestro Mario Bracci preparava il giornalino ciclostilato, che usciva una volta l’anno, appunto in occasione del Natale, salvo che vi fossero altre circostanze importanti che meritassero un’altra uscita. Cataldi scriveva le poesie e poi si rivolgeva a Mario Cala per preparare qualche disegnino che corredasse i componimenti poetici. Rocco Cataldi morì nel 2004, dopo una carriera lunga e fortunata all’insegna di quei valori, radicati nella società contadina, a cui, come detto, egli apparteneva. Nel 2010 è stata ripubblicata dal Laboratorio Editore la prima raccolta di Cataldi, Rrobba noscia, nella sua versione originale, con una nuova prefazione di Aldo D’Antico. Possiamo quindi rileggere “ A lli furesi”, “Basta ca è fiuru” “’A furtuna”, “’A verità” “La ‘ngurdizia” “Lu faticante e lu camasciu” “Lu scarparu”, e tanti altri testi suggestivi, costruiti su una sintassi semplice ed emozionale.  A distanza di tanti anni si scopre quanto queste liriche siano attuali e dense di significato. Ciò perché Rocco Cataldi  è ormai diventato un “classico”, ossia un punto di riferimento nella produzione letteraria  salentina del secondo Novecento.

Gesuiti salentini in America

di Francesco Frisullo e Paolo Vincenti

 

È stato recentemente pubblicato, a cura di Paolo Vincenti, A Maggior Gloria di Dio. I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi: da Radio Vaticana allo Sri Lanka[1].

Il libro ripercorre la vita e la carriera di due straordinari personaggi, entrambi gesuiti e originari della città di Matino: Padre Antonio, tecnico e scienziato, e Padre Angelo, missionario in Sri Lanka e operatore di pace. Nel saggio di Francesco Frisullo e Paolo Vincenti, intitolato La Lunga Vita di Padre Antonio Stefanizzi, gesuita scienziato, ricostruiamo il profilo bio-bibliografico di Padre Antonio.

Egli è scomparso il 4 ottobre 2020 a Roma all’età di 102 anni, di cui ben 87 vissuti nella Compagnia di Gesù. La stampa nazionale ha dato grande risalto alla notizia della sua scomparsa.

Era nato il 18 settembre 1917 appunto a Matino in una famiglia numerosa, composta di sette figli, dei quali due, Antonio ed Angelo, indossano l’abito di Sant’Ignazio, e una sorella, Agata, nata nel 1924, diventa suora dell’ordine di Nostra Signora del Cenacolo (è morta a Torino nel 2017).  Aveva fatto studi umanistici ma anche scientifici, tanto vero che nel 1949 si trasferisce per un corso di perfezionamento negli Stati Uniti e precisamente a New York, alla Fordham University, tenuta dai Gesuiti. Negli USA segue i corsi tenuti dal professor Victor Hess, premio Nobel quale scopritore dei raggi cosmici. Nella nostra ricerca abbiamo trovato svariate fonti a stampa americane che parlano di Padre Antonio. Insegna matematica e fisica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e il 24 marzo 1953 viene nominato Direttore della Radio Vaticana.

Come Direttore di Radio Vaticana, toccò proprio a lui sovrintendere anche tecnicamente il 15 agosto del 1954 alla prima trasmissione radiofonica della preghiera dell’Angelus da parte di un Papa. Da allora, Padre Antonio ha conosciuto tutti i Papi che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro. Nel gennaio del 1959 Papa Giovanni XXIII annuncia il Concilio Vaticano II e nel novembre dello stesso anno istituisce la Commissione sui “Mezzi moderni di apostolato”, con il compito di analizzare il ruolo dei moderni mezzi di comunicazione e la loro valenza pastorale, e della Commissione, guidata dal Gesuita Enrico Baragli, fa parte anche Padre Antonio. Ha non solo contribuito tecnicamente alla diffusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, ma ne è stato attore in prima persona.

Come esperto di tecnica radiofonica e di telecomunicazioni satellitari, Padre Antonio partecipa a Washington, in rappresentanza della Santa Sede, all’avvio nel 1964 dell’Intelsat (International Telecommunications Satellite Consortium), la prima organizzazione intergovernativa mondiale per lo sviluppo e la gestione delle telecomunicazioni via satellite, di cui la Città del Vaticano era uno degli 11 Stati fondatori. Nell’ottobre 1965, nella storica visita che Paolo VI compie negli Usa tenendo il suo discorso all’ONU, Stefanizzi fa parte del seguito papale. Nel saggio si sottolinea anche dell’importante ruolo svolto da Radio Vaticana sotto la sua direzione negli anni della Guerra Fredda, quando è stata di fatto l’unico strumento che è riuscito a rompere la cortina di ferro; il messaggio del Papa giungeva attraverso l’etere alla cosiddetta “Chiesa del Silenzio”, che ha continuato a operare in quegli anni con grandi sacrifici e con spirito di martirio nell’Europa comunista. Padre Stefanizzi contribuì anche all’organizzazione e all’ampliamento della grande stazione radiofonica cattolica installata a Manila, nelle Filippine, denominata Radio Veritas, con la missione di far risuonare la voce cattolica nelle Filippine, in Giappone, Cina, Indonesia e in tutto il Sud- Est Asiatico.

Molto intensa anche l’attività culturale di Padre Antonio, ricostruita nella bibliografia che segue il saggio. In particolare egli è assiduo collaboratore della rivista «La Civiltà Cattolica», è autore del libro, Le nuove tecnologie di comunicazione. Valutazioni e prospettive (1983), ed escono a sua cura diverse pubblicazioni edite da Radio Vaticana durante gli anni della sua direzione. Egli era studioso e al contempo conduttore radiofonico, sulla scia di Guglielmo Marconi(1874-1937), che si può considerare il fondatore di Radio Vaticana insieme a Padre Giuseppe Gianfranceschi (1875-1934), che ne fu il primo direttore. Fu anche membro del Consiglio di Amministrazione del CTV (Centro Televisivo Vaticano) fino al 1997, quando riceve una bella lettera gratulatoria da Papa Giovanni Paolo II. Viene messo in congedo nel 2010 e come già detto scompare nel 2020. Nel saggio si ripercorre anche il suo rapporto con la città di Matino soprattutto grazie alla testimonianza di Don Giorgio Crusafio.

Come visto, dunque, il gesuita matinese ebbe una proficua esperienza di studio in America. Nel saggio intitolato Gesuiti salentini in America, di cui nel precedente numero di «Controcanto» abbiamo proposto la prima parte, prendendo spunto dal viaggio di Padre Antonio nel Nuovo Continente, si offre una rapida carrellata di gesuiti salentini che lo hanno preceduto nella missione degli Stati Uniti.

 

Eugenio Vetromile

Nato a Gallipoli nel 1819, entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1840 nel Collegio di Sorrento, fu un importante personaggio, dotato di grandissima cultura e forte spirito di intraprendenza[2]. Studioso di antropologia, etnologia e di linguistica, si imbarcò nel 1845 per l’America. Fu per tre anni alla Georgetown University di Washington e, divenuto prete nel 1848, venne inviato in missione nel Maryland[3]. Successivamente fu inviato nel Maine dove venne a contatto con la tribù indiana degli Abenaki ai quali dedicò i suoi studi confluiti nella sua opera The Abnakis and Their History[4]. Dal 1858 al 1859 ebbe l’incarico di professore di filosofia, chimica e astronomia all’Holy Cross College di Worcester, nel Massachussetts[5]. Dal 1859 fu trasferito al Loyola College di Baltimora nel Maryland ma, desideroso di ritornare fra gli indiani del Maine e vedendo che questo non gli era consentito, nel 1866 lasciò la Compagnia di Gesù, per essere incardinato nella diocesi di Portland. Poté così tornare in terra di missione e continuare a coltivare i suoi interessi di studio, ovvero gli usi e costumi degli Abnaki. Appassionato di musica, pubblicò anche diversi libri in lingua abnaki su canti e musica sacri. Addirittura fu autore di un dizionario della lingua abnaki, redatto fra il 1855 e il 1875, che coronava i suoi puntigliosi studi filologici e che venne molto apprezzato dagli esperti e gli valse la fama di essere uno dei più accreditati conoscitori degli indiani d’America. Di questo erudito missionario ha tracciato un completo profilo Aldo Magagnino[6]. Vetromile svolse un ruolo di pacificatore tra le tribù degli indiani e tra gli indiani e i coloni[7]. Adattò il calendario per i cristiani abnaki[8].  Fece il giro del mondo. Nel 1876, riporta la stampa locale, il Rev. Eugene Vetromile, che negli ultimi otto anni è stato sacerdote delle Chiese cattoliche del Parte orientale e di Pembroke […] ha rassegnato le dimissioni dall’incarico pastorale con l’intenzione di fare un giro intorno al mondo”[9] Viaggiò in Europa, fu in Inghilterra, in Francia, in Belgio, in Italia, a Roma, Milano, Pisa, Napoli e naturalmente a Lecce. A Gallipoli rivide la sua famiglia. Si imbarcò da Brindisi, dove arrivava la linea ferroviaria Peninsular-Express ( 1870-1914 )  che connetteva Londra con il porto brindisino e da dove salpavano le navi della famosa Valigia delle Indie, per Alessandria d’Egitto; poi fu al Cairo e si imbarcò per i luoghi santi: fu in Palestina, a Gerusalemme, e poi in Libano, in Siria, nelle isole dell’Egeo, in Grecia, ecc. Visitò le Hawaii, le Figi, addirittura la Nuova Caledonia. Poi la Nuova Zelanda, la Cina, Singapore, l’India, l’Australia. Dopo venticinque anni di servizio nella diocesi di Portland, ottenne il permesso di ritornare in Italia. Una volta giunto a Gallipoli fu colto prematuramente dalla morte nel 1881.  La notizia della sua morte in America ebbe ampio risalto dalla stampa[10]. La strada su cui sorgeva la chiesa St. Mary a Biddeford nel Maine, dove Vetromile è stato parroco dal 1854 al 1858, fu intitolata fino al 1920 “Vetromile Street”[11].

 

Donato Maria Gasparri

Nasce il 26 aprile 1834 a Biccari (Foggia), fa l’ingresso in Compagnia il 19 ottobre 1850. Insegna retorica presso la Residenza di Maglie, oggi Liceo Capece, dal 1857 al 1858. Dopo un breve permanenza a Laval, nel 1868 s’imbarca per l’America, dove fonda le missioni del Colorado. I gesuiti, che i nativi indiani chiamavano già dal XVI secolo “black robe”, ossia “veste nera”[12], si mossero di pari passo con lo spostamento delle frontiera americana, seguendo il tracciato della Santa Fe Trial, la ferrovia che andava unendo gli ex territori messicani agli atri stati federali.  Dello sconfinato e mitico Far West, i gesuiti possono essere annoverati fra i pionieri.  Nel 1877 Gasparri fonda, e ne è il primo rettore, insieme a Padre Personè, il collegio di Las Vegas[13], il che fa di lui un precursore dell’educazione cattolica. Uomo di ampia cultura, tanto che i nativi americani, destinatari primi dell’apostolato missionario, lo definivano “Enciclopedia vivente”[14], Gasparri operò in vari ambiti intellettuali. Egli fondò la stampa cattolica nel New Mexico ed è stato il primo direttore dell’importante periodico La Revista Católica in spagnolo (1875-1962), che si può definire l’equivalente americano della «Civiltà Cattolica»[15].

 

Note

[1] A Maggior Gloria di Dio. I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi: da Radio Vaticana allo Sri Lanka, a cura di Paolo Vincenti, Associazione Autori Matinesi, Centro Studi Aldo Bello, Matino, Tip. San Giorgio, 2020.

[2] Catalogus Provinciae Neapolitane, 1847, p. 46.

[3] Catalogus Provinciae Merilandiae, 1849, p. 14.

[4] Eugenio Vetromile, The Abnakis and Their History, James B. Kirker, New York, 1866.

[5] Catalogue of the Officers and Students of College of Holy Cross, Worcester, Mass., for the Academic Year, 1858-59, s.n.

[6] Aldo Magagnino, Eugenio Vetromile, patriarca degli Abnaki, in Rev. Eugenio Vetromile IHS da Gallipoli, Gli indiani Pellerossa Abnaki e la loro storia, a cura di Aldo Magagnino, Galatina, Congedo, 2015, pp.5-47. Su di lui anche Luigi Giungato, Eugenio Vetromile, il gesuita gallipolino, “patriarca degli indiani”, in «Anxa news», n. 1-2, gennaio-febbraio 2011, p.9; Voce, a cura di V. A. Lapomarda, in Diccionario cit., p.8169.

[7] Nicholas N. Smith, Wabanaki Chief-Making and Cultural Change, in Papers of The Thirty-Fifth Algonquian Conference, a cura di H.C. Wolfart, Winnipeg: University of Manitoba Press, 2004, pp. 389-405. Si veda anche Paolo Poponessi, Mission. I Gesuiti tra gli indiani del West, Rimini, Il cerchio, 2010, p.55.

[8] Carlo J. Krieger, Native Penobscot and European missionary time concepts, in Papers of the 19th

 Algonquian Conference, a cura di William Cowan, Ottawa: Carleton University, 1988, pp. 103-110.

https://ojs.library.carleton.ca/index.php/ALGQP/article/view/977/861.  Dello stesso autore si veda Culture Change in the Making: Some Examples of How a Catholic Missionary Changed Micmac Religion, in «American Studies International», Vol. 40, No. 2 (June 2002), pp. 37-56.

[9] «The Catholic Telegraph», Cincinnati Ohio, 14 settembre 1876, p. 2.

[10]  «The Catholic Telegraph», Cincinnati Ohio, 20 ottobre 1881, p. 1. 

[11] Vincent A. Lapomarda S.J., The Jesuit Heritage in New England , Worcester MA., Jesuits of Holy Cross College, 1977, p.22.

[12] Catherine Randal, Black robes and buckskin. A selection from the Jesuit Relations, New York, Fordham University Pres, 2011.

[13] Voce, a cura di T. Steele, in Diccionario cit., p. 3388. Giovanni Barrella, La Compagnia di Gesù cit., p.133.

[14] Suor Blandina una suora italiana nel West, cit., p.198.

[15] Donato Maria Gasparri Le Missioni del Nuovo Messico, in Francesco Durante, Italo Americana Storia e letteratura degli Italiani negli Stati Uniti 1776-1880, Milano Arnaldo Mondadori, 2001, pp. 671-679. Inoltre, Suor Blandina una suora italiana nel West, cit., pp.198-199; Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi Gli italiani che nell’800 fecero fortuna nel West americano, Milano, RCS edizione Il Giornale, 2003, pp. 214-218.

 

Sull’argomento vedi anche:

Libri| I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi – Fondazione Terra D’Otranto

 

Il salentino padre Antonio Stefanizzi della Compagnia di Gesù, classe 1917 – Fondazione Terra D’Otranto

 

Il Monumento ai Caduti di Casarano. Cronaca di un restauro

foto da http://www.iuncturae.eu

 

di Paolo Vincenti

 

“Il Monumento ai Caduti di Casarano. Cenni storici-Restauro (2015-2016)”, a cura di Fabio D’Astore, per l’Editrice Salentina (2017), documenta una importante iniziativa, vale a dire la restituzione alla città di Casarano del suo monumento simbolo, la Vittoria Alata, che da molti anni versava in uno stato di incuria che mortificava il bronzeo e lapideo monumento, ma di più il suo alto valore simbolico. Sicché un gruppo di volenterosi cittadini ha deciso di prendere in mano la situazione e, costituitosi in Comitato, grazie all’aiuto di alcuni sponsor (uno in particolare, Assicurazioni Vittoria, si è rivelato determinate per il buon esito dell’operazione) è riuscito a riportare la Vittoria Alata all’antico splendore. Le tappe di questo faticoso e paziente lavoro sono documentate dall’agile libretto che riporta in copertina proprio l’immagine del Monumento ai Caduti, appunto la Vittoria Alata, che così restaurata ora vive una seconda giovinezza. Il libro fa parte della collana di studi “I Quaderni di Kèfalas e Acindino”, diretta da Luigi Marrella, appassionato studioso di storia patria. In effetti, il monumento era già stato oggetto di studio proprio da parte del Marrella che con “I percorsi della Vittoria. Casarano, uno scultore un monumento” (Barbieri 1997) inaugurava la collana in parola.  Fu negli anni Venti del Novecento che un comitato spontaneo di cittadini si costituì a Casarano e commissionò allo scultore Renato Brozzi la statua oggetto del libro, come spiega, nella sua Introduzione, il curatore Fabio D’Astore. Renato Brozzi (1885-1963) era scultore di grande fama, addirittura collaboratore di Gabriele D’annunzio, sicché fu motivo di onore per Casarano avvalersi dell’opera di un così quotato artista.

Realizzata alla fine del 1927, la statua fu inaugurata nel 1929, per onorare degnamente i caduti della Grande Guerra, i cui nomi sono riportati da Luigi Marrella in Appendice al volume “I percorsi della Vittoria”.  La struttura si compone di due parti: il piedistallo e la statua. La statua riproduce la Vittoria Alata, secondo il noto modello della Nike di Samotracia, cui si ispirarono altri artisti nella realizzazione di questo genere di monumento, fra i quali il salentino Antonio Bortone, artefice della analoga statua di Ruffano, di quella di Martano e di tante altre.

La statua del Brozzi appariva deteriorata, a causa del tempo edace e della disattenzione degli uomini. Dunque il nuovo Comitato, formato da Fabio D’Astore, Alessandro De Lorenzi, Martino Nicolazzo, Giuseppe Rausa e Luigi Marrella, si è prefissato l’obbiettivo di salvaguardarla e per questo ha chiesto un parere tecnico ed una scheda di restauro alla ditta LMR di Casarano, di Lucia Anna Margari, poi artefice del restauro. Dopo la ricerca dei fondi necessari all’intervento, incoraggiati dalla generosità di tanti cittadini e della già citata Assicurazione Vittoria, agenzia di Casarano, i promotori hanno dato avvio ai lavori, sotto la supervisione della Sovrintendenza e sotto la direzione tecnica della professoressa Rosanna Lerede, docente di Restauro presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce e dell’architetto Anna Rita Fersurella, non prima di aver ottenuto il placet dell’Amministrazione Comunale di Casarano, proprietaria del Monumento. La statua è allocata nella centrale Piazza Garibaldi, presso la Villetta Comunale intitolata a William Ingrosso. A seguito del lavoro di restauro, nell’ottobre 2016, con una pubblica cerimonia, il Monumento è stato riconsegnato alla città dal Comitato, fra la gioia dei convenuti e la comprensibile soddisfazione dei promotori. Nel libro, dopo alcuni cenni storici forniti da Luigi Marrella, che riprende i dati della sua primeva pubblicazione, viene riportato anche il qualificato intervento di Luigi Scorrano, noto critico letterario e dantista, in occasione della presentazione del libro “ I Percorsi della Vittoria”, il 3 dicembre 1998 presso il Circolo degli amici di Casarano.

Si passa poi alla sezione più tecnica del libro. Vengono riportati: uno “Studio diagnostico preliminare all’intervento di manutenzione della statua” a cura di Davide Melica, le schede tecniche e analitiche, la Relazione specialistica di Lucia Anna Margari che passa in esame tutto l’intervento di restauro, e un’Appendice documentaria che se faticosa per i non addetti ai lavori è comunque testimonianza importante da lasciare alla posterità. Seguono l’elenco dei contributori alla raccolta fondi e il Manifesto finale del Comitato; il tutto corredato da un notevole apparato fotografico. Un volume “di servizio”, ma considerevole per la comunità casaranese e per gli appassionati di cose salentine.

Ed è significativo che proprio con questo contributo, la collana “I quaderni di kèfalas e Acindino”, che si è aperta col libro di Marrella che lumeggiava sullo stesso tema, raggiunga i vent’anni di pubblicazioni. Non manca di sottolinearlo il curatore, il quale in una Nota a inizio volume, scrive:  “ Da quel lontano 1997 abbiamo pubblicato – con il presente – dodici lavori, con una media di circa un’uscita ogni due anni. Il lettore troverà in IV di copertina l’elenco completo degli studi. Non ci sembra un risultato di poco conto ed un obiettivo facile da conseguire; soprattutto se si tiene conto dei due criteri guida assunti fin dall’inizio: un rigoroso approccio scientifico ai vari argomenti e la rinuncia a qualsiasi forma di municipalismo e provincialismo, attraverso la ricerca costante di una contestualizzazione storico-critica dei microfenomeni studiati. A questo, si aggiunga uno sforzo tendente a presentare i vari studi – nei limiti del possibile – in una veste editoriale di qualità, talvolta con spunti di eleganza.” Non ci resta che rivolgere gli auguri alla collana e al suo direttore acciocché possa continuare a produrre contributi di qualità, come quello su cui ci siamo testé intrattenuti.

Surbo e la sua “Madonna vestita d’Oro”

Surbo e la sua “Madonna vestita d’Oro”: un patrimonio di fede e tradizioni

Il Martedì dell’Ottava di Pasqua, Surbo festeggia la Madonna di Loreto, sua celeste Patrona

di Vincenza Musardo Talò

 

La Puglia, da sempre terra di incontro di luminose civiltà e naturale avanporta dell’Oriente, fin dal sec. XV vanta una consolidata tradizione del culto della Madonna di Loreto e dell’insigne reliquia della Santa Casa. In aggiunta, per il suo essere fin dall’alto medioevo meta di pellegrinaggio verso i numerosi santuari regionali (quello micaelico in primis) e luogo di raduno dei crociati in partenza per la Terra Santa, questa regione ha veicolato in numerosi centri demici del suo esteso territorio il suggestivo narrato della traslazione lauretana e dato testimonianza degli eventi prodigiosi ad essa afferenti. E così, più insistentemente lungo la costa adriatica (divenuta una sorta di baluardo contro i turchi frontalieri, soprattutto a partire dai fatti di Otranto del 1480), dalla Terra di Capitanata all’estremo lembo della Terra d’Otranto, da subito essa ha documentato momenti altissimi di devozione. Numerosi sono i santuari, gli altari di parrocchie o le cappelle urbane e rurali che riferiscono della dedicatio alla Vergine di Loreto, la cui diffusione non appare condizionata da mirate scelte insediative, tanto la rete di simili luoghi di culto mostra una sorta di omogeneità sull’intero territorio regionale, sia pure con una insistenza lungo i litorali dell’Adriatico, da Manfredonia a Santa Maria di Leuca. Il fenomeno cultuale tra i secoli XV e XVII si lega anche a una fioritura dei rituali del pellegrinaggio da parte dei devoti pugliesi.

Di tanto è dato sapere dai Registri dei Doni, conservati presso l’Archivio storico del Santuario lauretano, in cui si attesta un nutrito elenco di doni votivi, offerti dai pellegrini di Puglia o inviati da noti membri delle famiglie feudatarie del tempo, non escluse le commende dei cavalieri di Malta o le Domus dei templari, sommamente devoti alla Madonna di Loreto.

Tralasciando, per ovvi motivi, un più esteso e puntuale tracciato storico delle vicende pugliesi legate a tale indirizzo devozionale, ecco che nel primo Seicento, nei pressi dell’attigua cinta muraria a borea di Lecce, si origina il culto della Vergine di Loreto, praticato da quanti vivevano nel minuscolo casale di Surbo (suburbum), per secoli casale de corpore della città di Lecce.

Un culto che poi si è radicato e alimentato nel tempo; già nel 1724, è attestato che fosse il clero di Surbo e non quello di Lecce a festeggiare, il Martedì dopo Pasqua, presso il vicino santuario di S. Maria di Arurìo, la Gran Madre di Dio venerata non più sotto l’antico titolo di S. Maria di Aurìo ma come S. Maria di Loreto.

 

Invece, per quel che attiene il titolo di patrona, pare che la comunità di Surbo abbia preso a invocare il suo patrocinio a partire dal 1838. Non a caso la sua prima solenne celebrazione nel casale di Surbo, si tenne all’indomani della ricomposizione di una contesa, sorta nel 1837 tra il clero della parrocchia di S. Maria del Popolo di Surbo e quello della Chiesa di S. Maria della Porta di Lecce (per inciso, proprio quest’anno ricorre il 180.mo anniversario di quella storica, prima festa della Vergine lauretana a Surbo).

Tuttavia, per trovare l’incipit di tale devozione dei surbini, bisogna rifarsi alla tradizione locale, la quale riferisce di un prodigioso rinvenimento in un fondo vicino alla chiesa di Santa Maria (sec. XI), ubicata nel diruto casale medievale di Aurìo, nato dopo l’arrivo di una comunità di monaci basiliani e spopolatosi intorno al sec. XVI. Il toponimo Aurìo rimanda al termine greco layrion, laura (proprio dei tanti minuscoli cenobi bizantini del Salento greco) e compare per la prima volta in un diploma di epoca normanna, quando nel 1180, Tancredi d’Altavilla ne fa donazione al monastero benedettino dei Santi Niccolò e Cataldo di Lecce.

Stando alla tradizione, ai primi del ‘600, proprio in un fondo limitrofo alla chiesa di S. Maria di Aurìo, un contadino di Surbo rinvenne, in un tronco cavo d’ulivo, una piccola statua in legno scuro, che effigiava una Madonna in apparenza priva delle braccia, col divino Infante. Senza indugio, l’uomo lasciò la campagna e tornò in paese, portando la statua nella chiesa matrice di S. Maria del Popolo, dove accorsero i fedeli, toccati da quell’evento straordinario. Ma con grande sconcerto del popolo, il giorno seguente il prezioso simulacro era scomparso, per poi essere ritrovato nel medesimo luogo, da cui era stato asportato il giorno precedente.

Da subito, le fattezze di quel simulacro richiamarono nei fedeli surbini una certa somiglianza con la Vergine lauretana, giù venerata in tutto il Salento. Ma a Surbo, il culto della Madonna di Loreto nasce – a dire di alcuni studiosi – dalla somiglianza e dalla commistione fonetica tra layrion e Loreto, generando così la successiva assimilazione del culto della Madonna di Aurìo a favore di quello della Madonna lauretana, pur mantenendone la festa nella data antica, il Martedì dopo Pasqua. Tanto, in considerazione del fatto che nel casale basiliano di Aurìo, secondo il Sinassario bizantino, la festa della Madonna cadeva il Martedì dell’Ottava di Pasqua. E parimenti i devoti di Surbo vollero mantenere – e mantengono – in quella data la festa della Madonna di Loreto, che nel tempo si è denominata “Madonna vestita d’Oro”.

Pur tenendo in debito conto queste ipotesi, da parte mia, invece, depongo a favore di un dato più probante, afferente al già consolidato culto lauretano nella cristianissima Lecce del primo ‘600, sotto la cui amministrazione municipale cadeva pure il casale di Surbo. Tra i suoi trenta conventi, erano attivi due monasteri di donne claustrali, che andavano sotto il titolo di Santa Maria di Loreto: quello delle Carmelitane scalze, fondato sul finire del ‘500, e l’altro più tardo delle Cappuccine francescane. In aggiunta, l’influenza devozionale che arrivava da Lecce e l’opera di un qualche zelante predicatore venuto a Surbo, potrebbero aver concorso più verosimilmente a mutare l’antico indirizzo del culto mariano di Aurìo in quello della Vergine di Loreto, di cui vi è traccia materiale anche nei seicenteschi Registri dei Battezzati della Matrice, col dato certo dell’imposizione alle nuove nate del nome Auritana, Auretana, Lauretana e Lauria.

E sempre intorno alla metà del ‘600 o appena dopo è da datarsi una anonima tela, conservata presso la chiesa della Madonna di Loreto in Surbo, il cui tema iconografico tratta del miracolo della traslazione della Santa Casa. Il dipinto, visionato da P. Giuseppe Santarelli – come riferisce O. Scalinci – è da ritenersi posteriore al 1638, anno in cui il re di Francia Luigi XIII donò alla Vergine del Santuario di Loreto una preziosa corona, simile a quella effigiata nella tela di Surbo; mentre in precedenza, la Vergine esibiva una corona a forma di triregno, donata nel 1498 dai devoti di Recanati e che compare sulle teste della Vergine e del Bambino di Loreto fino al 1642.

Ma è dal 1838, che a Surbo partono i primi festeggiamenti della Madonna di Loreto, curati dalla erigenda Confraternita della Beata Maria Vergine Lauretana, che fin dal ‘700 si era embrionalmente costituita con un gruppo di devoti, un Corpo morale. Questa viene giuridicamente istituita nel 1858, con il Regio placet di Ferdinando II, re di Napoli e approvata con la bolla dell’ordinario di Lecce, mons. Nicola Caputo, in data 22 maggio del 1858. Primo priore fu Pietro P. Paladini. In aggiunta, nel 1860, sempre con decreto di Francesco II, viene ordinato al Comune di Surbo di concedere gratuitamente alla Congrega della SS. Vergine di Loreto, un suolo pubblico, destinato all’ampliamento della chiesa-oratorio, che portava il medesimo titolo. Questo periferico edificio di culto, già dedicato a S. Stefano, è attestato fin dal 1610 nei verbali di Santa Visita di mons. Scipione Spina, vescovo di Lecce. Più volte chiusa e poi riaperta al culto, nell’Ottocento perde l’antica intitolatio e prende il titolo mariano. Tanto è certificato nel 1882, quando l’ordinario diocesano, mons. Luigi Zola, visita la chiesa, che si presenta con due altari: quello centrale dedicata alla Madonna di Loreto e l’altro, in cornu Epistulae, dedicato a S. Stefano, primo titolare della chiesa. Al suo interno si custodiva l’antica statua della Madonna bruna e la tela del ‘600, raffigurante il viaggio – da Nazareth a Loreto – della Santa Casa. La Vergine e il Bambino, incoronati, mostrano fattezze celestiali; la Madre appare vestita di un abito rosso con decori dorati e preziosi ricami floreali. Dopo la reale approvazione giuridica del 1858, la locale Confraternita mariana prenderà in custodia detta chiesa, in cui fissa anche il suo oratorio.

In questo luogo sacro abita la statua della bella Madonna vestita d’Oro. E a tal proposito va detto che questa è una riproduzione della statua storica del ‘600, che ebbe in sorte quella di bruciare, quasi un comune destino con quella lauretana, la quale venne pure distrutta nel 1921 da un incendio. Si era negli anni dolorosi della prima guerra mondiale e per l’insistenza di tante famiglie, che avevano i loro cari al fronte, la statua venne tolta dalla teca dell’altare ed esposta alla devozione dei fedeli. La presenza abnorme di candele e lumi votivi fu la causa dell’incendio che distrusse la venerata icona. La riproduzione di un primo manufatto non simigliante a quello distrutto, portò a una seconda statua, bella come l’antica ma di colore chiaro, come oggi è dato osservare. Non una foto rimane a ricordare le fattezze della statua delle origini; pare che una devota avesse messo in salvo sola una manina del Bambinello, che poi custodì sotto campana, ma di cui oggi non vi è traccia.

Venendo all’oggi, caleidoscopica e ricca di rituali segnici è la festa della Madonna vestita d’Oro, che si tiene, ab antiquo il Martedì dell’Ottava di Pasqua, una data simbolica, ricca di riferimenti storici, di fede e di consolidate tradizioni.

I festeggiamenti si aprono il Lunedì dell’Angelo con la spettacolare fòcara serotina, un rito che mi ricorda i falò lauretani della notte del 10 dicembre, accesi a memoria della Venuta della Vergine a Loreto. Nel passato, erano i confratelli che andavano alla questua della legna e accendevano il falò sullo spazio antistante la chiesa, ancora fuori dal centro urbano. Poi, prima dell’alba del Martedì (alle ore tre), i confratelli e alcune pie donne o delle religiose (perché mai avrebbero potuto farlo le mani di uomini), compiono il devoto rito della vestizione della Vergine e del Bambino, che si mostrano integralmente coperti del corredo di monili, mentre la presenza di alcuni carabinieri vigila il prezioso cofanetto degli ori votivi, ogni anno più ricco, perché segno di una consolidata e continua donazione dei devoti.

Dopo il rito quasi privato della vestizione, all’Angelus mattutino, la chiesa della Madonna di Loreto si apre dinanzi a una folla di fedeli in attesa di entrare e rivedere, dopo un anno, la Madonna vestita d’Oro. Con l’arrivo del vescovo, salutata da spari di mortaretti, inni e ovazioni corali e la musica delle bande, ha inizio la processione. Alla folla, alle autorità cittadine e alla Congrega, si uniscono i bambini “vestiti”, le donne devote – scalze e con un cero – che pubblicamente esprimono alla Vergine il loro bisogno di una grazia o di una intercessione; e non mancano segni o gesti di commossa pietà popolare. In questo particolare momento della giornata (bello o brutto che sia il tempo prima e dopo la processione), da sempre, quasi un prodigio, i surbini hanno testimoniato la presenza del sole, che mostra la straordinaria bellezza della Gran Madre di Dio, adorna di una sorta di dalmatica luccicante, fatta di ori, perle e pietre preziose di vario colore. Portata poi nella Chiesa parrocchiale, prima e dopo la celebrazione eucaristica, la Vergine riceve il filiale omaggio del popolo tutto; quindi, la sera del Mercoledì, giorno riservato ai festeggiamenti civili, la statua viene riportata nella sua Chiesa, dove si ripete il rito inverso a quello della vestizione. I confratelli, deposti in luogo sicuro gli ori della loro Madonna, pensano già alla festa dell’anno dopo.

Un ultima riflessione ci viene dal considerare il caso raro, se non unico, della spettacolare dote di gioielli votivi posseduta dalla Madonna lauretana di Surbo. Per noi resta un esempio il Gesù Bambino dell’Aracoeli a Roma (miseramente trafugato) o l’esempio di altre madonne dotate, ma mai in maniera tale da ricoprirle integramente e tanto riccamente di preziosi come la Madonna surbina.

E’ da credere che tali donativi debbano riferirsi a simbolismi profondamente stratificati nell’immaginario collettivo. Oltre che tributi di ringraziamento, questi – e a me sembra essere il caso di Surbo – sono fondamentalmente chiara manifestazione di una forma di preghiera materializzata, quasi il desiderio di ognuno e di tutti di accorciare le distanze col sacro, calandosi in un rapporto ravvicinato, di devozione diretta con la divinità stessa, tanto è forte il senso di intima appartenenza, a cui pure non è estraneo, ma non preminente, il rito dell’ex voto. Dunque, per il popolo di Surbo, simile corredo di preziosi donativi sarebbe il segno di un (conscio o inconscio) desiderio individuale e corale di stretta e materiale vicinanza con la sua Madonna.

Un atteggiamento collettivo che trova la sua legittima e più alta espressione nella continuità del suo prezioso e delicato omaggio alla Patrona, che si rende visibile nella plurisecolare devozione e soprattutto nella festa più attesa e più bella dell’anno. Ed è questo il momento in cui la devota Surbo condivide, rafforza e rivive i miti antichi delle sue radici, della sua storia e della sua granitica identità comunitaria civile e religiosa insieme.

Libri| La Scuola e l’Arte. Scritti per Bartolomeo Lacerenza (1940-2019)

La Scuola e l’Arte. Scritti per Bartolomeo Lacerenza (1940-2019)

a cura di Marcello Gaballo, prefazione di Antonio Bini

Mario Congedo Editore, 2021

 

Una collettanea di studi dedicati a Bartolomeo Lacerenza (Monopoli, 1940 – 2019), già dirigente di Istituti d’Arte, poi Licei artistici, curata da Marcello Gaballo.
Contiene numerosi saggi inediti, prevalentemente di storia dell’arte, che riguardano soprattutto le città pugliesi di Galatina, Monopoli e Nardò, dove ha vissuto ed operato il dedicatario, per il cui nome è inserita un’ampia raccolta di raffigurazioni del santo.
Edito da Mario Congedo di Galatina (Lecce) il volume, in quarto, è riccamente illustrato, di circa 350 pagine, con inserti a colori, rilegato in brossura e con alette, dodicesimo dei supplementi della prestigiosa Collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli.
Pregevoli le incisioni riprodotte, conservate nella Casanatense di Roma, e le miniature dell’Estense di Modena, ma non da meno sono le diverse pale d’altare poco note e presenti in remoti luoghi italiani.
L’edizione offre altresì immagini e foto di luoghi pugliesi, a corredo dei saggi, molte delle quali poco note al pubblico e di notevole arricchimento per la storia dell’arte italiana.

 

Indice
p. 5 ANTONIO BINI, Meuccio ovvero della scuola, dell’arte, della persona
9 RAFFAELLA LACERENZA, Ex abundantia cordis…
13 FULVIO RIZZO, Bartolomeo Lacerenza e la scuola del territorio Conoscere, curare, valorizzare il patrimonio culturale
17 DON SANTINO BOVE BALESTRA, Il preside, l’amico, il docente, il
pioniere
19 STEFANIA COLAFRANCESCHI, San Bartolomeo tra arte e devozione
49 DOMENICA SPECCHIA, Lineamenti storico-artistici delle architetture
nella città di Galatina nei secoli
65 ANTONELLA PERRONE, L’attività di Giovanni Maria Tarantino presso
la chiesa dei Battenti di Galatina. Appunti di cantiere
81 MICHELE PIRRELLI, Monopoli e il Salento: contatti dal Quattrocento
all’Ottocento
95 DOMENICO L. GIACOVELLI, L’epilogo “monopolitano” della sede di
Mottola e l’infelice sorte del suo palazzo vescovile
107 ARMANDO POLITO, Camillo Querno, l’Arcipoeta di Monopoli alla
corte di Leone X
121 RUGGIERO DORONZO, La giovinezza di “Alessandro Franzino [Fracanzano] Veronese” e l’Assunzione della Vergine a Monopoli
139 CLAUDIO ERMOGENE DEL MEDICO, La reale confraternita del SS. Sacramento di Monopoli e la particolare devozione all’Eucarestia degli
Acquaviva d’Aragona in Puglia
149 MARINO CARINGELLA, Addenda a Fabrizio Fullone, pittore martinese
del ‘600
171 MARCELLO GABALLO, San Bartolomeo dei Marra. Una chiesetta e
una tela secentesche nel cuore della città di Nardò
201 MICHELE MARTELLA, Due opere restaurate dell’oratorio dell’Annunziata di Castelspina di Alessandria
207 FABRIZIO SUPPRESSA, Nardò e i suoi campanili. Tra arte, storia e architettura
221 MARCELLO GABALLO – ALESSIO PALUMBO, La vigilia della rivolta:
Giovanni Granafei e le lotte di potere nella Nardò ante 1647

235 RUGGIERO DORONZO, Per Marianna Elmo. Il San Giovanni Battista
nel deserto a Nardò
243 MARCELLO GABALLO, Tra granai e dimore storiche nel 1600. Inventario dei possedimenti della nobildonna copertinese Elisabetta Ventura, vedova di Giovan Pietro Valentino
265 ARMANDO POLITO, Una “biblioteca” giuridica del 1600 in casa del
copertinese barone Valentino
283 MIRKO BELFIORE, Il sisma del 1743 in Terra d’Otranto nelle testimonianze dirette tra Nardò e Francavilla Fontana
297 PIETRO DE FLORIO, La pittura en plein air di Arturo Santo (1921-
1989)
305 BARTOLOMEO LACERENZA, I cromatismi di Petrelli
309 BARTOLOMEO LACERENZA, La coerenza temporale e ambientale di
Gianfranco Russo
315 BARTOLOMEO LACERENZA, Recuperato a Monopoli un dramma pastorale di Marco Gatti, letterato e riformatore dell’istruzione pubblica nel Regno delle Due Sicilie

Gli Imperiali e l’arte. Uno studio sul collezionismo in Terra d’Otranto

Castello-Residenza Imperiali, Francavilla Fontana (Foto Alessandro Rodia)

 

di Mirko Belfiore

L’edificio che più di tutti testimonia il potere degli Imperiale nel Salento è sicuramente il Castello-residenza di Francavilla, sede di una delle corte fra le più vivaci dell’area. Sopravvissuto alla caduta del potere feudale e divenuto fra il XIX e il XX secolo, sede del potere civile, Esso è stato recentemente sottoposto a un importante progetto di recupero. Ristrutturato nelle linee architettoniche quanto negli ambienti interni, ciò che si sta delineando per questo edificio è un nuovo ruolo da protagonista come contenitore culturale cittadino, progetto che ha avuto come prima tappa la realizzazione del polo museale archeologico del MAFF.

Il visitatore che percorre queste stanze rimane piacevolmente entusiasmato dalla vista di una moltitudine di elementi che nel corso dell’età moderna hanno portato questo complesso a trasformarsi da rocca fortilizia cinquecentesca a dimora nobiliare: la Sala del camino, il loggiato barocco, l’importante atrio d’ingresso con l’elegante scalone monumentale, l’imponente ballatoio interno, gli affreschi della cappella gentilizia e il caratteristico fossato, antico luogo di “delizie” floreali.

Si volesse trovare il lato negativo nell’analisi delle opportunità offerte da questo interessante luogo, unico nel suo genere anche per il contesto in cui si trova, questo lo possiamo riscontrare nella totale assenza di quelle testimonianze artistiche, arredi o suppellettili che durante i secoli XVII e XVIII, si disponevano nei diversi vani e di cui oggi poco o nulla è rimasto.

La prova che all’interno di questo edificio fosse presente un cospicuo numero di manufatti, anche di un certo valore e fattura, non è il risultato di ricostruzioni a posteriori o ipotesi azzardate, ma è l’esito di un’analisi approfondita di alcuni degli inventari notarili fatti redigere dai principiali membri di Casa Imperiali. In queste importanti carte ritroviamo una consistente lista di oggetti d’arte, opere cartacee e mobilio di pregio, tutti facenti parte di un’importante collezione creata durante i due secoli di governo della famiglia in Terra d’Otranto e disposta non solo in questo luogo ma in altre residenze di proprietà.

Tramite la lettura di questi elenchi possiamo comprendere non solo l’entità del patrimonio immobiliare che la famiglia accumulò, successivamente vittima di smembramenti e dispersioni, ma cogliere anche importanti informazioni sul gusto e sulle scelte di indirizzo artistico che essi perseguirono. A seconda delle opportunità presentatesi, Essi poterono accaparrarsi capolavori provenienti da tutt’Italia, chiamare a servizio maestranze provenienti dalla madre patria genovese, servirsi dell’operato di artisti di grido della scena napoletana o romana, contesti che fra l’altro ben conoscevano, o impiegare artisti facenti parte della vivace scuola pittorica locale, creatasi all’ombra del loro mecenatismo.

Prima di avventurarci nella lettura dei numerosi inventari di Casa Imperiale a noi pervenuti, argomento dei prossimi articoli, trovo illuminante fare chiarezza sulle dinamiche che hanno portato alla realizzazione di queste interessanti raccolte.

Lo studiolo di Federico da Monetefeltro a Urbino (XV secolo)

Decifrare in poche righe il “mestiere” del collezionista non è un proprio un compito facile, visto che lo stesso rimane un percorso affascinante e dai mille risvolti, che nella scena italiana trova numerosissimi spunti e approfondimenti. Tentando di tracciare alcune linee guida, possiamo rimandare alla seconda metà del Quattrocento, durante quel periodo passato alla storia come il Rinascimento, il punto di svolta per la nascita di alcune delle più famose collezioni d’arte.

Tutto ebbe inizio nelle dimore principesche di alcune città del Nord Italia, sedi di corti sfarzose, e dove uomini e donne di alta caratura, amanti di qualsiasi tipo di espressione artistica, fecero realizzare dei piccoli ambienti privati: gli studioli o camerini. Quivi, immersi fra volte affrescate o arredamenti dai pregevoli intarsi lignei, si trovavano gelosamente custoditi un numero impressionante di manufatti: dipinti, sculture, opere in porcellana, gemme preziose, monete antiche e tutto ciò che incuriosiva o accarezzava la curiosità del nobile proprietario. Questo era un luogo intimo e riservato, perfetta sintesi dello status, del carattere personale e degli interessi del committente e dove lo stesso poteva coltivare le proprie passioni nei momenti di riflessione dalle fatiche del quotidiano. Fra i più celebrati ricordiamo quello di Federico di Montefeltro a Urbino, Isabella d’Este a Mantova, Francesco I de’ Medici a Firenze e Alfonso I d’Este a Ferrara. Tutto ciò, naturalmente, era a uso e consumo esclusivo del proprietario di casa, il quale poteva decidere di aprire la visita di questo luogo alla sua cerchia ristretta o consentire visite a personaggi di una certa importanza e di passaggio come potenti, diplomatici o ecclesiasti. Con la realizzazione di questi spazi si delinea un vero e proprio passaggio di consegne fra l’ambiente monastico, fino allora principale tenutario di tutto ciò che era sapere e arte, a quello umanistico, nuovo luogo di sviluppo e proliferazione del clima intellettuale dell’epoca.

Questo percorso vide un decisivo sviluppo nel periodo a cavallo del XVI e del XVII secolo, quando quel piccolo spazio andò a trasformarsi in un ambiente più ampio, più sontuoso e aperto al pubblico: la galleria. Si decise che l’espressione artistica doveva diventare anche e soprattutto esaltazione del potere raggiunto, dove il padrone di casa, nobile o arricchito che fosse, potesse mettere in mostra i propri “muscoli” ostentando la ricchezza, il ruolo politico e il livello del bagaglio di conoscenze culturali e filosofiche raggiunte.

In Italia, gli esempi di questo genere si sprecano. Non si possono non conoscere le vicende di corti principesche dagli echi leggendari come quelle sviluppatesi a Mantova con i Gonzaga, a Ferrara con gli Estensi, a Milano con gli Sforza, a Firenze con i Medici e a Roma con i vari papi saliti al potere, dove artisti dai nomi celebri vennero protetti da mecenati altrettanto celebri come Lorenzo il Magnifico, Vincenzo I e Ferdinando Gonzaga, papa Giulio II o Ludovico il Moro. Questi personaggi ben conoscevano il massaggio che questo genere di opere veicolava, tale da poter garantire una più rapida ascesa nel consenso.

Questa trasposizione di valori avvenne più velocemente e in maniera più diffusa nell’ambito dell’Italia centro-settentrionale, rimanendo inizialmente più anonimo nel contesto meridionale. Persino in un centro importante come Napoli, una città fra le più grandi e popolose dell’epoca, capitale del Regno sia in età angioina che in quella aragonese, non si rintraccia una collezione regia valevole di questo nome. Questa mancanza si rifletteva sicuramente sulle nobiltà partenopea quanto su quella sparsa nelle province periferiche, le quali senza un modello da imitare, non si posero mai il problema o l’obiettivo di realizzare tali raccolte, con tutti i risvolti poc’anzi elencati. Sia chiaro, non che mancassero uomini di cultura, mecenati o artisti di grido, ma la “febbre” del collezionismo mancava ancora di quella spinta che arriverà solo fra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento.

Ciò che scaturì in questo frangente fu una sorta di scontro fra le numerose sollecitazioni esterne e la nascita di una specificità culturale, dibattito che ebbe come risultato l’esplosione di una vera e propria stagione artistica, carica di novità e originalità. Il punto di non ritorno può essere fatto risalire alla diffusione delle disposizioni scaturite dal Concilio di Trento e dal successivo movimento controriformato, evento epocale che dalla seconda metà del XVI secolo ebbe un’influenza diffusa in tutti i campi dello scibile umano. Tutto ciò si tradusse in arte in quella esperienza culturale passata alla storia come Barocco e della quale sempre Napoli fu una delle massime interpreti.

Concilio di Trento, incisione (1545-1563)

 

Al sorgere del XVI secolo, il Regno di Napoli era entrato ufficialmente a far parte dei domini spagnoli, e con l’istituzione del Vicereame, tutto il Meridione si ritrovò inserito nel composito Sistema imperiale iberico. Questa nuova condizione non si tradusse in una completa subordinazione alla Spagna asburgica, grazie anche al governo di alcune figure di rilievo come il Viceré Don Pedro de Toledo che contribuì alla diffusione di una certa vivacità in tutti i campi, fra i quali la cultura.

Ritratto di Don Pedro Álvarez de Toledo con le insegne dell’Ordine di Santiago(Tiziano Vecellio, 1542, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek)

 

L’influenza dell’autorità spagnola, la Controriforma e la massiccia affluenza di genti straniere (fiamminghi, castigliani, toscani e soprattutto genovesi) spostarono sempre di più il baricentro della tradizione partenopea verso una soluzione molto più internazionale. In campo artistico fu paradossalmente sotto una dominazione come quella iberica, che la città conobbe un periodo di ricchezza e prosperità. Questa venne contraddistinta da una maturazione artistica senza precedenti che sfociò in un linguaggio riconoscibile in architettura, nelle decorazioni marmoree, negli stucchi e anche in pittura, grazie alla nascita di una maniera raffinata e fastosa che ben si sposò con l’animo passionale partenopeo. Volendo cogliere gli effetti scatenanti di questa nuova stagione, si possono identificare due eventi nodali.

Le sette opere di Misericordia (Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, 1606-1607, olio su tela, Napoli, Quadreria del Pio Monte della Misericordia)

 

In primis, tutto l’ambiente partenopeo venne sconvolto dall’energia cupa e dall’estremo naturalismo dell’artista lombardo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, presenza che diede un ulteriore spinta alle trasformazioni già in atto. Questi, in fuga da Roma per l’omicidio del rivale Ranuccio Tomassoni da Terni, si rifugiò a Napoli in due occasioni, nei bienni 1606-1607 e 1609-1610, venendo assoldato da committenze partenopee per la realizzazione di alcuni dipinti, vista la grande fama di artista rivoluzionario e dannato.

Ritratto del Cardinale Filomarino (Giovan Battista Calandra, 1642, olio su tela, Napoli, Chiesa dei Santi Apostoli)

 

Il secondo grande contributo lo possiamo ricondurre alla comparsa in città di alcune figure di notevole carisma come il Cardinale Ascanio Filomarino, potentissimo vescovo di Napoli dal 1641 al 1666 e il fiammingo Gaspar de Roomer. Il primo fu un riconosciuto protettore delle arti e facoltoso collezionista, mentre il secondo era un ricchissimo mercante giunto a Napoli da Anversa nel 1634, e proprietario di una notevole raccolta di dipinti che annoverava più di 1500 tele. A tutto ciò va aggiunta la fervente attività dei vari ordini mendicanti, figli dell’azione controriformata e attivi in città già dalla fine del XVI secolo.

Queste circostanze diedero l’opportunità ai pittori locali, in alcuni casi già tecnicamente validi, di poter essere presi in considerazione in misura maggiore dalla committenza napoletana. Quest’ultima, naturalmente, non smise mai di accaparrarsi i servigi artistici di maestri provenienti da lontano come Guido Reni (documentato in città nel 1612 e nel 1621-22), Domenichino (presente in città fra il 1631 e il 1641 per dipingere la Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo) e Lanfranco (attivo a Napoli fra il 1634 e il 1646), o di accaparrarsi testimonianze pittoriche di artisti stranieri fiamminghi quotati come il Rubens o il Van Dick. Essa incominciò a prendere in considerazione gli artisti della scuola locale, i quali avevano dimostrato di aver maturato una nuova maniera pronta a rispondere alle loro esigenze.

Il Paradiso, particolare della cupola (Domenichino, Giovanni Lanfranco, pittura a fresco, 1630-1643, Napoli, Real cappela del Tesoro di San Gennaro)

 

Questa azione congiunta diede una spinta rivoluzionaria, tale da alimentare quella splendida stagione artistica che contraddistinguerà Napoli durante tutto il Seicento e buona parte del Settecento e che non si limitò ad essere solamente una copia del caravaggismo e dei suoi interpreti più importanti, ma che possedeva la forza di trasformarsi in una fucina creativa molto prolifica. Fra gli artisti che per primi reinterpretarono la lezione caravaggesca troviamo i nomi di Battistello Caracciolo, Artemisia Gentileschi, Jusepe de Ribera, Belisario Corenzio e per i quali venne coniato il termine di “tenebrosi”, epiteto assegnatogli per il potente iperrealismo e l’uso di toni cupi e pacati. Se l’arrivo del Merisi fu l’ascendente sugli artisti della prima metà del secolo, i restanti cinquanta furono condizionati dai traumi della grande peste del 1656, tragico evento che decimò violentemente la popolazione napoletana. Le reazioni a questo avvenimento fecero emergere una decisa avversione al precedente realismo, soluzioni che portarono all’utilizzo di quell’acceso cromatismo di derivazione veneta che andò a illuminare a giorno i colori tenebrosi e gli sfondi scuri delle realizzazioni precedenti. Gli artisti protagonisti e principi di questa stagione furono sicuramente: Luca Giordano e Francesco Solimena, senza dimenticare Mattia Preti e Paolo de Matteis.

Rappresentazione della peste del 1616 (Carlo Coppola, XVII secolo, olio su tela, Napoli, Museo di San Martino)

 

Nella capitale partenopea si diffuse quella carica innovativa che oltre a trovare terreno fertile in città, seppe diffondersi capillarmente nelle aree periferiche del regno che, rotte le prime resistenze, non fecero altro che uniformarsi alla nuova tendenza. Ai confini di questo fenomeno emerse nella sua particolarità il territorio salentino, dove si svilupperà una cultura figurativa che coinvolgerà tutte le arti maggiori e che prese il nome di “Barocco leccese”.

L’ambiente pugliese, molto tradizionalista, rimase inizialmente arroccato sulle proprie tradizioni tardomanieriste di ambito veneto, vere e uniche protagoniste dei primi vent’anni Seicento, favorite dalla presenza continua e costante, soprattutto nelle aree del barese e del brindisino, di quei mercanti veneti in viaggio da e verso la Serenissima. Il punto di svolta arriva nel terzo decennio, allorquando incomincerà a farsi spazio la spinta incontenibile del nuovo gusto napoletano, il quale decreterà con le sue novità una vera e propria rivoluzione.

Annunciazione (Artemisia Gentileschi, 1630, olio su tela, Napoli, Museo di Capodimonte)

 

Basta elencare le numerose testimonianze dirette di tutti i dipinti che con abbondanza giunsero in Puglia dalle botteghe di pittori affermati e attivi a Napoli come Pacecco de Rosa, Andrea Vaccaro e Jusepe de Ribera, tendenza che continuerà durante tutto il Settecento con le opere di Luca Giordano, Francesco Solimena e Mattia Preti. In aggiunta a ciò, vanno registrati i soggiorni di artisti che a Napoli si formeranno ma che in Puglia troveranno importanti committenze come: Paolo Finoglio a Conversano, Francesco Guarini a Gravina e Cesare Fracanzano a Barletta. Infine, il meglio della pittura pugliese attiva più o meno stabilmente nella regione, fu totalmente influenzata dalla maniera napoletana. Questa tendenza fu incrementata dal fenomeno cosiddetto degli “artisti vicari” e che portò molti artisti delle provincie a spostarsi verso Napoli per apprendere uno stile affermato e prestigioso. Questi poi, ritornando nei luoghi d’origine, diffusero il nuovo “verbo” accaparrandosi le committenze della nobiltà locale desiderosa dei lori servigi.

Il giudizio di Salomone (Francesco Solimena, 1707, olio su tela, collezione privata)

 

Ciò fu possibile in maniera evidente in Puglia, dove la nobiltà trovava negli artisti locali una risorsa a buon mercato e molto più incline ad accontentare i propri voleri e i propri capricci.

In Terra d’Otranto e a Francavilla in particolare, gli esempi più rilevanti sono da ricondurre ad alcuni artisti: Domenico Antonio Carella, presente in numerosi centri del barese, del brindisino e del tarantino, Ludovico delli Guanti e la sua bottega, molto attivo a Francavilla, i fratelli Bianchi di Manduria o i maestri cartapestai Pinca e Zingaropoli.

Questa specie di “provincializzazione” o riduzione allo standard napoletano non deve essere letta come una discesa a un livello inferiore perché, mediante il tramite partenopeo, la cultura figurativa pugliese si spostò verso: “una scena ben più ampia e organica di quella alto adriatica e greco bizantina, permeata ancora da influenze lombarde e toscane tutto sommato minori che per decenni erano stati i principali stimoli esterni di differenziazione e di originalità rispetto alle restanti aree meridionali fino a tutto lo stesso periodo umanistico” (G.Galasso).

Basilica di Santa Croce a Lecce, particolare del rosone, massimo esempio del barocco leccese.

 

Tutto ciò fu possibile perché la feudalità pugliese non ricevette dall’autorità spagnola duri colpi come nelle altre zone del Meridione. Anzi, antiche e nuove famiglie come gli Acquaviva di Conversano, gli Orsini di Gravina, i Carafa d’Andria e i Caracciolo di Martina Franca, insieme agli Imperiali di Francavilla, raggiunsero proprio nel XVII secolo, il culmine della loro fortuna. Essi incrementarono il loro collezionismo privato commissionando cicli pittorici e creando consistenti quadrerie da inserire nei sontuosi palazzi di proprietà. Questi dovevano essere arredati secondo una vera e propria parata ufficiale, tanto da assomigliare palesemente alle fastose dimore partenopee, sia che questi si trovassero nella provincia più sperduta quanto nella centralissima Napoli.

Carlo e Ubaldo richiamano Rinaldo ai propri doveri, ciclo sulla Gerusalemme Liberata (Paolo Finoglio,, olio su tela, 1640-43. Conversano, pinacoteca del castello)

 

Collezioni sterminate che avevano una collocazione ben precisa, e che nel caso degli Imperiali erano disseminate lungo le numerose proprietà di famiglia, dal nucleo feudale francavillese fino ai palazzi di Latiano, Manduria o Avetrana, senza dimenticare le dimore stagionali di Massafra, Carovigno e Mesagne, tutti luoghi dove questi manufatti era disposti con attenzione e cura e che proprio tramite la lettura degli inventari notarili possiamo tentare a riordinare.

(Continua)

Palazzo Imperiali-Filotico di Manduria e Palazzo Imperiali di Latiano

 

BIBLIOGRAFIA

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Regione Salento: la notte delle convergenze parallele

di Nazareno Valente

 

Come visto, a conclusione dell’animata discussione del 18 dicembre 1946, la seconda Sottocommissione aveva deciso l’avvio d’una consultazione delle regioni interessate alle cosiddette nuove proposte. A tale scopo, il 1° gennaio 1947 Saragat, presidente dell’Assemblea Costituente, trasmette una circolare ai Comuni, alle Provincie ed alle Camere di Commercio chiedendo il loro parere ed i loro desiderata sulla costituzione delle nuove regioni del Friuli, Molise, Emilia-Appenninica o Emilia-Lunense, come più spesso veniva chiamata, (comprendente le province di Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza e La Spezia), Emilia e Romagna (comprendente le province di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), Salento.

Quasi contestualmente ci fu un avvenimento politico di grande portata che avrebbe modificato i rapporti di forza nell’ambito della Costituente e le relative alleanze. Il 9 gennaio 1947 avviene infatti la scissione dei socialisti democratici dal PSIUP, e quindi dagli esponenti socialisti più favorevoli ad un’azione comune con i comunisti. Questo rese ancor più isolato il deputato Stampacchia, firmatario della proposta del Salento, all’interno del proprio gruppo e ne limitò ancor più gli spazi di manovra.

Il 1° febbraio 1947 la Commissione dei 75, in seduta plenaria, prese di nuovo in esame la questione delle nuove regioni.

Non erano ancora pervenute molte risposte alla nota di Saragat che ne giustificassero l’analisi, tuttavia la questione era stata sollevata  dal deputato Grieco il quale aveva presentato un emendamento che stabiliva il riconoscimento unicamente delle regioni «secondo la tradizionale ripartizione geografica dell’Italia». Il che, in altri termine, era chiedere che il Friuli, il Molise, il Salento e l’Emilia-Lunense fossero depennate dall’elenco delle regioni da costituire.

Ora va ricordato che Grieco era stato eletto nelle liste del PCI nella circoscrizione salentina, grazie ad i voti ottenuti soprattutto a Brindisi e Taranto e che, oltre a non essere salentino, non s’era mai interessato più di tanto dei problemi del Salento.

Era evidente che il deputato si attenesse alla strategia imposta dal PCI, partito in linea di principio sinceramente preoccupato che si costituissero troppe regioni, ma, nel concreto, ben più angosciato che l’istituzione dell’Emilia-Lunense finisse per creare un forte dissenso nel resto della regione che, in quel periodo, costituiva il suo principale bacino di voti. Lo si capisce dal successivo intervento di Nilde Iotti (PCI) la quale, premesso che «non vuole neppure esaminare i casi delle Regioni del Friuli e del Salento che non conosce», si sofferma ad evidenziare la scarsa validità del progetto riguardante l’Emilia-Lunense..

Certo non esiste controprova, ma la sensazione è che, se la Commissione avesse respinto l’inserimento dell’Emilia-Lunense, probabilmente le altre proposte non avrebbero sollevato grossi brontolii. E, quindi, per il Salento sarebbe stata cosa fatta.

I firmatari della proposta salentina probabilmente non ebbero la stessa percezione, oppure pensarono che il tenere uniti gli interessi di tutti i proponenti le diverse nuove regione fosse la migliore garanzia per far giungere in porto la loro proposta. E a conforto di questa loro strategia, va sottolineato che gli esponenti della DC erano in genere desiderosi di mantenersi equidistati da tutte le richieste, nel senso che erano propensi ad accettarle oppure a cassarle tutte. Lo si comprende dall’intervento di Aldo Moro (DC) il quale, per non «dar motivo  a sospetti di simpatie per una Regione o per l’altra» propone di rinviare ogni decisione a quando si sarebbero acquisite le risultanze dell’indagine in corso presso le comunità interessate alle nuove istituzioni.

Naturalmente Moro, con questa sua proposta, intendeva implicitamente salvaguardare gli interessi di Bari — città designata quale capoluogo della Puglia e poco propensa a perder il controllo del Salento — e prendere tempo in modo da verificare se c’era la possibilità di trovare un accordo con i comunisti. Comunque sia, il suo intervento portò ad approvare il seguente ordine del giorno firmato, oltre che dallo stesso Moro, da Molè (democrazia del Lavoro), Targetti (Psiup) e — guarda il caso —  Nilde Iotti (PCI): «La Commissione dei 75, preso in esame il problema della istituzione delle nuove Regioni già approvate dalla seconda Sottocommissione, considerato che sono in corso accertamenti presso gli organi locali delle popolazioni interessate, sospende ogni decisione in merito, riservandosi di riprendere in esame il problema non appena in possesso degli ulteriori necessari elementi di giudizio».

Il rinvio sembrava ininfluente, eppure ebbe una conseguenza per nulla banale: la Commissione dei 75, conclusa la riunione del 31 gennaio, presentò il progetto di Costituzione all’Assemblea Costituente, la quale ne ritenne questo l’atto conclusivo. Considerò così esaurito il compito assegnato alla Commissione dei 75 e stabilì che le sue prerogative fossero assunte dal Comitato dei 18 che, avendo concretamente redatto il progetto, avrebbe potuto interloquire con maggior profitto con l’Assemblea Costituente.

Quindi fu il Comitato dei 18 ad essere incaricato di esaminare la documentazione che sarebbe giunta dagli organi locali delle zone interessate alle nuove regioni e, soprattutto, di decidere in merito. Considerato che in questo Comitato, c’erano Grieco, Togliatti e Moro, tutti potenzialmente ostili alla costituzione del Salento, c’era di che mettersi in apprensione. Tuttavia Codacci Pisanelli e Stampacchia, principali sostenitori del Salento, avevano validi motivi per non preoccuparsi: nel Comitato di redazione c’era Giuseppe Grassi, anch’egli firmatario della proposta e personaggio di tale spessore da dare le più ampie assicurazioni che nessuno avrebbe osato tentare dei colpi di mano, lui presente.

Le cose, però, presero una piega diversa e questa decisione si tramutò in un vero e proprio de profundis per le aspirazioni salentine. Il 31 maggio dello stesso anno Giuseppe Grassi dovette infatti dimettersi da componente del Comitato di redazione, in quanto chiamato a svolgere l’incarico di Guardasigilli nel IV governo De Gasperi, e così il Salento rimase senza difesa, in balia dei componenti contrari presenti nel Comitato.

Intanto, pochi giorni prima, il 27 maggio 1947, l’Assemblea Costituente aveva iniziato l’esame del Titolo V riguardante le autonomie locali. Sin dalle prime battute si ebbe la sensazione che le tendenze si fossero del tutto modificate e le province, sino ad allora ritenute inutili, tornarono a divenire all’improvviso necessarie. Il perché lo spiega il deputato Grieco: era una mossa strategica, il mantenere «in vita la Provincia farà cadere molte richieste giunteci da varie parti, per mettere in piedi le piccole Regioni».

In pratica, un primo passo per indebolire le proposte delle nuove regioni. Passo che si completò qualche giorno dopo (27 giugno), quando il comma già in precedenza approvato con la ripartizione della Repubblica «in Regioni e Comuni» venne così riformulato: «La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni».

Le province ritornano a far quindi parte dell’ordinamento.

Questa decisione fa perdere al Salento uno dei suoi sostenitori: il deputato leccese Cicerone il quale, contrario alle regioni e favorevole alle province, aveva inizialmente appoggiato il progetto della regione Salento solo perché le province erano state ridimensionate. Ora, il riportarle al loro ruolo originario, aveva fatto venir meno il motivo del suo appoggio.

A depotenziare ulteriormente le nuove proposte, fu presa, sempre nella stessa giornata del 27 giugno, la decisione di approvare l’autonomia speciale per il Friuli Venezia Giulia, che viveva momenti di particolare difficoltà, visti gli attriti con il governo jugoslavo.

In pratica il Molise, il Salento e L’Emilia-Lunense finirono per rimanere sempre più sole.

Pur tuttavia è quest’ultima regione ad essere il vero pomo della discordia. I comunisti non possono accettare che sia costituita: rappresenterebbe una sconfitta politica troppo cocente e dolorosa. I democristiani tuttavia la tengono in vita, almeno sino a quando non si voglia far decadere anche le altre nuove proposte. Come riferito, il loro obiettivo era di farle passano tutte o di non farne passare nessuna.

Quando l’Assemblea arriva a discutere finalmente sull’autonomia regionale è ormai estate avanzata e il deputato Fuschini, democristiano componente del Comitato dei 18, chiede il rinvio della discussione: «l’Assemblea è stanca del lungo lavoro fatto — credo che questa discussione, la quale riscalderà gli animi — perché si difendono interessi ritenuti legittimi per molti sensi — debba essere fatta in una situazione di quiete spirituale ed anche fisica». Il Comitato stesso aderisce compatto alla proposta Fuschini «allo scopo di evitare, in questo scorcio di lavori, una affrettata e non completa disamina del problema».

Se ne ritorna così a discutere il 29 ottobre 1947, quando il presidente Terracini, ricordato il rinvio deciso in luglio, fa leggere l’elenco delle regioni da costituirsi. Sorprendentemente, però, la lista risulta modificata rispetto a quella approntata dalla Commissione dei 75. Non compaiono infatti più il Salento e L’Emilia-Lunense mentre il Molise, la cui proposta nessuno osteggiava, viene inserita nella regione Abruzzi e Molise.

Cos’era successo?

Difficile dirlo con sicurezza: il Comitato dei 18 non verbalizzava le proprie sedute, affermando che lo faceva per garantire maggiore sollecitudine, a somiglianza dei padri fondatori degli Stati Uniti. Non risultano pertanto documentati i motivi che indussero il Comitato a depennare tutte le nuove regioni proposte.

Tuttavia essi sono facilmente desumibili, soprattutto leggendo gli interventi di chi, nella seduta pubblica della Costituente, difese a spada tratta questa poco democratica cancellazione.

Codacci Pisanelli, nel tentativo di non fare approvare l’elenco proposto dal Comitato, presentò insieme ad altri deputati un ordine del giorno – con primo firmatario De Martino – in cui si chiedeva di rinviare alla legge ordinaria (quindi in tempi successivi alla fase costituzionale) «il compito di determinare il numero delle Regioni, il loro nome, le rispettive delimitazioni territoriali ed i capoluoghi».

Come contromossa cinque componenti del comitato, tra i quali Grieco ed un altro esponente del PCI, proposero, con il pretesto che non si perdesse tempo a discutere sull’elenco nominale, che fossero costituite le sole «Regioni storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni ufficiali statistiche». Il che comportava l’automatica cancellazione del Salento mai contemplato nelle Pubblicazioni statistiche ufficiali, come per altro il Molise e l’Emilia-Lunense.

Codacci Pisanelli pose a questo punto una questione di carattere pregiudiziale in quanto, a giusta ragione, riteneva che non rientrava nei poteri del Comitato dei 18 di modificare l’elenco già approvato dalla Commissione dei 75. Tuttavia, malgrado altri deputati appoggiassero la sua richiesta, il presidente Terracini (PCI) non ritenne di prenderla in considerazione. Non la pose pertanto in esame e tantomeno in votazione, lasciando che si discutessero unicamente i due ordini del giorno presentati da De Martino e Grieco.

Intervenne a questo punto Moro che preannunciò il suo e l’appoggio del gruppo democristiano all’ordine del giorno Grieco.

La discussione a questo punto si infiammò e si protrasse sino all’ora di cena, senza che si trovasse un accordo. Fu richiesto un rinvio ma la DC ed il PCI si dichiararono contrari, perché, a loro dire, il momento politico imponeva che si giungesse con urgenza ad una decisione. In definitiva, dopo aver rimandato per mesi la questione, la consideravano all’improvviso talmente urgente da non accettare neppure un differimento di pochi giorni. Così riuscirono a far riprendere la seduta la sera stessa alle ore 21.35.

Alla ripresa dei lavori, gli esponenti della DC e del PCI, richiamando i motivi d’urgenza che rendevano improcrastinabile l’adozione dell’ordinamento regionale, posero la pregiudiziale sulla proposta De Martino. Infatti, a loro dire, questo ordine del giorno, differendo l’adozione delle regioni ad un momento successivo a quello costituzionale, rendeva di fatto inutili le decisioni già assunte in merito dall’Assemblea. In tal senso si espresse Piccioni, segretario politico della DC, il quale chiese espressamente che fosse posta ai voti la pregiudiziale sull’ordine del giorno De Martino.

A nulla servirono le proteste di chi sottolineava che non potevano esserci regioni “storico-tradizionali”, per il semplice motivo che esse non avevano mai fatto parte dell’ordinamento statale, e che erano la semplice espressione burocratica adottata a fini statistici. Né approdò a nulla l’intervento molto critico di Stampacchia il quale fece notare che quella «delle Regioni tradizionali e storiche, è una bella trovata, una fantasia di quanti vogliono soffocare» le aspirazioni popolari. Stampacchia fece pure presente che la cancellazione dall’elenco del Salento, del Molise e dell’Emilia-Lunense era stata compiuta «motu proprio» dal Comitato dei 18, neppure in una seduta ufficiale appositamente convocata ma «ad opera di quattro o cinque che si sono visti nel pomeriggio del 27 luglio di quest’anno».

A Stampacchia replicò con fermezza Togliatti il quale concluse il suo intervento dichiarando in maniera perentoria: «Vogliamo avere le Regioni costituite sulla base delle nostre decisioni nel più breve termine possibile: questa è la nostra aspirazione». Schierandosi così a favore della pregiudiziale Piccioni, che di fatto fu in definitiva sostenuta dalla DC, dal PCI e dai socialisti riformisti.

Posta in votazione a scrutinio segreto, la pregiudiziale fu approvata con 221 voti favorevoli ed 88 contrari. Saltava così l’ordine del giorno che avrebbe consentito di ridiscutere l’istituzione del Salento in una sede diversa da quella costituzionale, e rimaneva da votare solo quello proposto da Grieco che toglieva, invece, ogni speranza alla costituzione della regione salentina.

In conclusione, dopo un vano tentativo di Grassi di far rinviare la decisione ad altro momento, quand’era ormai notte fonda, l’ordine del giorno Grieco fu anch’esso posto in votazione a scrutinio segreto ed approvato con 203 voti favorevoli e 83 contrari.

Si approvò così la costituzione delle sole «Regioni storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni ufficiali statistiche» ed il Salento rimase escluso in maniera definitiva.

Detto che, dei 556 componenti della Costituente, solo 286 avevano resistito sino alle prime luci dell’alba per decidere in merito, va anche sottolineato che, ironia della sorte, tanta fretta servì a nulla: le regioni rimasero bloccate per più di vent’anni e solo negli anni settanta riuscirono a vedere la luce. La fretta si dimostrò invece funzionale all’accordo tra democristiani e comunisti, che, visti i tanti disaccordi esistenti su altri aspetti costituzionali, non avrebbe potuto reggere per troppo tempo. Evidente, inoltre, che fosse passata la linea democristiana del tutti o nessuno, alla quale i comunisti s’erano dovuti adeguare, pur di non vedere costituita l’osteggiata Emilia Lunense. E non fu questa una scelta indolore perché la stragrande parte dei costituenti riconosceva le buone ragione sia storiche, sia tradizionali del Molise a non essere inserito con gli Abruzzi. Non a caso, per tacitare anche chi all’interno della DC e del PCI trovava assurda la bocciatura della proposta molisana, fu prevista una corsia preferenziale che avrebbe consentito il futuro distacco del Molise dagli Abruzzi. Possibilità che appunto si concretizzò qualche anno dopo (1963).

Nessuna ciambella di salvataggio fu invece prevista per il Salento che, quindi, finì per essere l’unica vittima dell’accordo che rappresentò il primo esempio tangibile della politica delle “convergenze parallele” tanto cara agli esponenti della sinistra DC. Ciò detto, non si può  tuttavia tacere che la proposta era di per sé debole, non godendo dell’unanime consenso delle cittadinanze coinvolte.

Codacci Pisanelli, nel presentarla, si dimostrò lungimirante nel prevedere che le aspirazioni di sviluppo del porto di Brindisi sarebbero state mortificate dalle esigenze del porto di Bari che, inevitabilmente, avrebbe fatto sempre la parte del leone nella destinazione di fondi e di risorse. Lo sottolineò più volte, nella speranza di coinvolgere i deputati eletti grazie ai voti dei Brindisini, vale a dire Caiati, Lagravinese e Ayroldi.

I suoi tentativi si dimostrarono vani.

I tre politici “brindisini” si guardarono bene dal farsi coinvolgere e rimasero alla finestra, senza mai intervenire, in un senso o nell’altro, nel corso del lungo dibattito. Per cui il sospetto che il loro elettorato, e quindi i Brindisini che li sostenevano, non dovessero nutrire particolare interesse per la questione, è più che legittimo. D’altra parte quale fosse la predisposizione delle autorità cittadine per la proposta, la si può desumere dai risultati del sondaggio effettuato dalla Commissione dei 75.

Il Salento ottenne il plebiscito delle comunità leccesi (73 voti favorevoli ed 1 voto contrario) mentre tiepide si mostrarono quelle brindisine (7 voti a favore, 7 contrari e 6 Comuni che non risposero nemmeno) e le Tarantine (8 a favore, 8 contrari e 3 mancate risposte).

C’è infine da ricordare che la Deputazione provinciale brindisina dapprima espressasi a favore della regione Salento, dopo poco, al termine d’un convegno sul tema “Ente Provincia ed Ente Regione”, si pronunciò contro l’istituzione dell’ente regione, perché favorevole al potenziamento dell’ente provincia.

In definitiva, le autorità brindisine e tarantine non seppero con chi schierarsi, temendo forse ancor più il predominio di Lecce che quello di Bari.

Queste prese di posizione non certo favorevoli andrebbero magari ricordate, quando periodicamente si torna a discutere del Salento o del Grande Salento, ripercorrendo quei giorni in cui non si seppe sfruttare una situazione davvero propizia.

Certo l’accordo tra democristiani e comunisti pesò molto sul fallimento del progetto ma ci sono buoni motivi per credere che tale intesa non si sarebbe neppure realizzata, se le autorità ed i politici salentini avessero manifestato un appoggio appena solidale all’iniziativa.

(2 – fine)

Perla prima parte clicca qui:
https://www.fondazioneterradotranto.it/2021/03/20/regione-salento-un-sogno-durato-lo-spazio-duna-sera/

Regione Salento: un sogno durato lo spazio d’una sera

di Nazareno Valente

 

Con telegramma del 18 dicembre 1946, il deputato Vito Mario Stampacchia comunicava con esultanza al sindaco di Brindisi, Francesco Lazzaro, che la sottocommissione costituente aveva deliberato l’istituzione della Regione Salento.

Dal tono del telegramma sembrava che fosse ormai cosa fatta, invece così non era, tanto è vero che, nel prosieguo dell’iter, la proposta si arenò o, per essere più precisi, fu fatta sparire, perché depennata dall’elenco.

In conclusione, non se ne fece nulla.

Ciò che avvenne si tinge in effetti di giallo. Un giallo tuttora da risolvere, considerato che l’assassino rimane avvolto nell’ombra. Certo si conosce l’organismo che, al momento opportuno, tolse la Regione Salento dall’elenco, ma è avvolto nel mistero chi fu il reale mandante di questa decisione. C’è però qualche sospetto, ed i più sono propensi a credere che fu Aldo Moro, allora deputato della Costituente, l’autore dell’intervento che mortificò le aspirazioni della nuova regione.

In effetti, tutti gli indizi fanno credere che Aldo Moro non fu estraneo ai fatti, anzi ne fu uno dei più ragguardevoli artefici. Ma non certo il solo. Né forse quello principale. Ci furono varie circostanze sfavorevoli che tramarono contro il progetto ma, in maniera preponderante, pesò sulla decisione la dura posizione assunta a riguardo da un’altra forza politica, che Moro sfruttò per salvaguardare gli interessi dell’elettorato barese.

Almeno questo a mio parere; parere maturato dopo attenta lettura dei verbali dei vari organismi della Costituente che deliberarono sull’autonomia regionale.

Per poterci capire qualcosa è necessario ritornare a quei tempi e ricostruire la situazione politica d’allora e le modalità con cui l’organo costituente decise di operare.

In merito a quest’ultimo punto, l’Assemblea Costituente si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946, senza che il governo avesse in precedenza elaborato un progetto di Costituzione. Ciò rese necessario che fosse preliminarmente definito un progetto organico ed articolato da sottoporre poi alla discussione delle sedute pubbliche dell’Assemblea. Per questo motivo la Costituente nominò al proprio interno una “Commissione per la Costituzione”, incaricata di redigere uno schema che l’Assemblea avrebbe poi valutato articolo per articolo. Tale commissione, composta da 75 deputati della Costituente in modo da rispecchiarne la composizione partitica, prevedeva al proprio interno tre rappresentanti eletti nella circoscrizione salentina Lecce-Brindisi-Taranto, vale a dire Giuseppe Codacci Pisanelli (Democrazia Cristiana, nel seguito DC), Giuseppe Grassi (Unione Democratica Nazionale, che accorpava centristi e liberali) e Ruggero Grieco (Partito Comunista Italiano, PCI), oltre ad altri personaggi politici di spicco, quali, ad esempio, Nilde Iotti e Palmiro Togliatti del PCI e Aldo Moro della DC.

Nella prima riunione del 20 luglio la Commissione dei 75 si suddivise in tre sottocommissioni, ciascuna incaricata di definire il testo riguardante specifici argomenti istituzionali. La trattazione dell’autonomia regionale toccò alla seconda Sottocommissione che iniziò ad esaminare una prima bozza redatta da un gruppo di lavoro di dieci suoi componenti coordinati dal deputato Ambrosini (DC).

Sin dall’inizio dei lavori sorsero non banali conflitti di competenza tra le varie sottocommissioni, per cui la Commissione dei 75 decise la costituzione di un comitato di 18 suoi componenti, incaricato di esaminare i testi prodotti dalle tre sottocommissioni e di compilare un progetto organico ed unitario. Questo comitato fu chiamato “Comitato di redazione” o anche “Comitato dei 18” e tra i suoi componenti comprese, tra gli altri, Giuseppe Grassi e Ruggero Grieco eletti nella circoscrizione salentina, Aldo Moro e Palmiro Togliatti, come già riportato esponenti di rilievo dei partiti allora maggioritari, vale a dire la DC ed il PCI.

La situazione politica era infatti condizionata da questi due partiti di largo seguito. Il PCI poteva contare sull’appoggio dei socialisti, presentatisi alla consultazione avendo messo d’accordo le varie anime del partito, da quella più moderata a quella più radicale. La sigla stessa (PSIUP, Partito Socialista di Unità Proletaria) esprimeva però una qual certa preponderanza della corrente vicina alle posizioni comuniste. Il rapporto di forza era così quasi equamente controbilanciato: la DC aveva 207 dei 556 seggi disponibili, il PCI ed il PSIUP, rispettivamente 104 e 115, e, quindi, nel totale 219 seggi. Ciascuno di questi due blocchi cercò naturalmente di far prevalere il proprio indirizzo.

Come detto il governo non aveva fornito alcuno schema sul decentramento dei poteri dello Stato, tuttavia per questioni di opportunità un paio di settimane prima che si costituisse la Repubblica, i moti di separatismo avviati in Sicilia avevano fatto già decidere la costituzione della regione Sicilia. In aggiunta, nel settembre 1946, a seguito dell’accordo De Gasperi-Gruber, fu costituita la regione autonoma Trentino-Alto Adige. Come dire che, sebbene l’ordinamento statale non prevedesse neppure l’esistenza delle Regioni, ma solo quella delle Province e dei Comuni, erano già state costituite due regioni, e in più ad ordinamento autonomo. Di fatto le regioni, che sino ad allora erano esistite solo come entità statistiche di rilevazione, furono introdotte nell’organizzazione statale prescindendo da un qualsiasi preliminare giudizio di merito dell’organo preposto alla stesura della Costituzione. In definitiva la Costituente si trovò di fronte ad un fatto compiuto: il riconoscimento che la Regione fosse uno degli enti locali attraverso cui si sviluppasse l’articolazione autonomistica dello Stato, che fino ad allora s’era incentrato sui soli Comuni e Province.

Proprio su questo versante s’innescò la contrapposizione tra le diverse tendenze politiche dei due principali partiti del tempo.

Sulla definizione della regione si scontrarono quindi concezioni politiche e culturali diverse, già delineate in età liberale e nel periodo fascista ed in linea con il processo di trasformazione della società avviato nel corso della Resistenza.

Se i cattolici consideravano la regione uno strumento per superare un impianto fortemente gerarchico e centralistico e per meglio rappresentare gli interessi emergenti dal territorio, le sinistre manifestavano, invece, ferma avversione alla realizzazioni di troppe regioni che potessero minare l’unità dello Stato. Alla fin fine si cercò quindi una via di mezzo facendo prevalere le ragioni politiche contingenti rispetto ad un augurato effettivo rinnovamento. Per altro tutti sembrarono inizialmente propensi a prevedere l’istituzione delle regioni, ed in tal senso furono tutti d’accordo, tranne un deputato,  previa però abolizione – o quanto meno ridimensionamento giuridico – delle province.

Sicché già dal 14 novembre 1946 la seconda sottocommissione approva che «Il territorio della Repubblica è ripartito in Regioni e Comuni. La Provincia è una circoscrizione amministrativa di decentramento regionale». In definitiva la Provincia, da sede di decentramento dell’amministrazione statale, viene declassata a circoscrizione amministrativa di decentramento regionale. Il che condizionò le successive discussione, in quanto tra Comune e Regione pareva a taluni mancare un ente intermedio, e spostò il problema dalla pura e semplice istituzione delle regioni alla loro composizione territoriale nelle quali si cercava di recuperare la persa autonomia provinciale.

Come già riportato, sino ad allora il termine “regione” non era mai stato definito in termini istituzionali, ma solo ai fini statistici e, a tale scopo, utilizzato per la prima volta nell’Annuario statistico italiano del 1912. Era pertanto una ripartizione dello Stato che, pur tenendo conto delle tradizioni storico-geografiche, obbediva in prevalenza ad un criterio burocratico di suddivisione. Cosa questa riscontrabile, ad esempio, nel non considerare a sé stanti la Valle d’Aosta ed il Friuli, inserite per questioni quantitative rispettivamente nel Piemonte e nel Friuli, oppure nel non nominare neppure la Romagna, inclusa anonima nell’Emilia. Ma anche desumibile in alcune denominazioni scelte: tipico il plurale, “Puglie”, adottato per la nostra regione, probabilmente ad indicare un accorpamento di zone con tradizioni non certo del tutto omogenee.

Pur tuttavia, come vedremo, nella discussione il criterio statistico divenne, soprattutto quando convenne, pure storico-geografico e richiamato da chi – non del tutto a torto – temendo che il fiorire delle richieste regionalistiche potesse frantumare l’unità del paese appena conquistata con la guerra di liberazione, preferì il rigido mantenimento delle suddivisioni regionali stabilite dai demografi. Fatte naturalmente salve le eccezioni dovute a ragioni di opportunità politica.

In ogni caso, il declassamento della Provincia fece lievitare il numero di proposte di istituzioni di regioni che s’aggiungevano a quelle previste dagli annuari statistici, che per la cronaca allora erano le seguenti: Piemonte, Lombardia, Venezia Tridentina (Trentino-Alto Adige), Veneto, Venezia Giulia, Liguria, Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi e Molise, Campania, Lucania, Puglie, Calabrie, Sardegna e Sicilia.

Così, tra le tante, alla seconda sottocommissione arrivò anche la proposta d’istituzione della Regione Salento.

Ne fu relatore Codacci Pisanelli (DC), incaricato dalla sottocommissione stessa di riferire anche sulla proposta della Regioni Daunia.

Nella seduta pomeridiana del 16 dicembre 1946 ed in quella antimeridiana del giorno successivo, Codacci Pisanelli illustrò la proposta della regione salentina, non nascondendo di essere uno dei sette deputati della circoscrizione di Lecce, Brindisi e Lecce firmatari dell’istanza. Sebbene ne nominasse poi, oltre sé, solo altri cinque, vale a dire Beniamino De Maria (DC), Vincenzo Cicerone (Blocco Nazionale delle Libertà, d’ispirazione monarchica), Giuseppe Grassi (liberale), Luigi Vallone (liberale), Vito Mario Stampacchia (socialista), le successive votazioni avvenute in Assemblea evidenziarono che il settimo era Antonio Gabrieli (DC).

Erano in pratica quasi tutti deputati votati in prevalenza a Lecce, tranne proprio Stampacchia, eletto grazie ai voti ottenuti per quasi il 95% a Brindisi e Taranto. Degli altri eletti nella stessa circoscrizione salentina ci fu chi mantenne sempre le distanze dalla proposta — Alfonso Motolese (DC), Italo Giulio Caiati (DC), Giuseppe Ayroldi (Blocco Nazionale delle Libertà) e Pasquale Lagravinese (Blocco Nazionale delle Libertà) — senza però manifestare neppure dissenso, e chi, Ruggero Greco (PCI), la osteggiò in maniera palese, ma non dalle primissime battute.

La proposta tuttavia nacque in parte debole, sottoscritta com’era dai soli deputati leccesi, ma, almeno in prima istanza, godeva del vantaggio di non essere osteggiata dai democristiani e di non sollevare troppe critiche tra i comunisti. Il fatto che fosse stata sottoscritta da Codacci Pisanelli la salvaguardava da eventuali attacchi in massa dei democristiani eletti nelle circoscrizioni diverse da quella di Bari; l’appoggio incondizionato di Stampacchia serviva invece a smussare l’opposizione ideologica delle sinistre in genere e dei comunisti in particolare.

Infatti unica tra le proposte  presentate ottenne anche l’espressione favorevole del deputato comunista Nobile, che per l’occasione si disallineò dalle posizioni di principio del suo partito, tanto da essere ripreso in maniera evidente da Terracini (PCI) il quale per l’appunto, riguardo tale intervento, osservò «che esso è in contrasto con quanto, in altre occasioni, lo stesso onorevole Nobile ha affermato a proposito delle varie disposizioni contenute nel progetto sulle autonomie locali».

La reprimenda servirà a far rientrare tra i ranghi il deputato Nobile che, al momento della votazione della proposta, a scanso di equivoci, dichiarerà espressamente di volersi astenere. Spontanea o meno che sia stata questa astensione, la proposta non sollevò se non l’opposizione d’un paio di deputati e la contrarietà di principio di Terracini (PCI). Per cui la seconda sottocommissione della Commissione dei 75 approvò l’istituzione della regione Salento, senza che fossero sollevati rilevanti ostacoli.

I primi problemi di fondo emergono però nel corso della stessa seduta, quando s’inizia a discutere la proposta di «costituire la Regione della Romagna e la Regione emiliano-appenninica» che, di fatto, significava spaccare in due l’Emilia e Romagna. Nel dettaglio s’intendeva unire la Lunigiana ed il porto di La Spezia alle province di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, costituendo la Regione denominata a volte Emiliana-Lunense, altre Emilia-Appeninica, mentre le province di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì avrebbero costituito la regione Emilia e Romagna.

La proposta della Regione Emiliana-Lunense trovò favorevoli gli esponenti democristiani e fortemente contrari i comunisti che tentarono in tutti i modi di far rinviare la proposta senza però riuscirci. Dopo animata discussione, venne infatti approvata.

Il giorno successivo, 18 dicembre, esaurita la discussione su tutte le nuove proposte, risultano approvate le seguenti regioni: «Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli, Liguria, Emilia-Appenninica, Emilia e Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzi, Molise, Campania, Puglia, Salento, Lucania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta».

A questo punto però si ravvisa necessario che sulle nuove proposte (vale a dire Molise, Salento, Emilia-Appeninica, Emilia e Romagna, Friuli) venga acquisito il parere alle amministrazioni comunali e provinciali interessate.

Sicché la seconda Sottocommissione, nell’approvare l’elenco delle regioni, «esprime il voto che le sue delibere relative alla costituzione di nuove Regioni… vengano comunicate ai Comuni, alle Deputazioni provinciali ed alle Camere di commercio delle Regioni nelle quali le Regioni costituende sono attualmente comprese, perché, volendo, esprimano su tali delibere il loro voto».

Poiché comunque i suddetti pareri non sono vincolanti, la costituzione della Regione salentina non pare debba correre soverchi pericoli, tant’è che uno dei proponenti, il deputato Stampacchia, è così certo della buona riuscita dell’iniziativa da darne comunicazione a tutte le autorità interessate la sera stessa del 18 dicembre.

(1 – continua)

 

 

Raffigurazioni di San Giuseppe a Tutino di Tricase

di Fabrizio Cazzato

 

A TE O BEATO GIUSEPPE

…stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi imploriamo il tuo patrocinio insieme con quello della tua santissima sposa…

Questa ricorrente preghiera è una delle più antiche e più belle dedicate a San Giuseppe che spesso molti di noi hanno recitato in chiesa o ascoltato dalle nostre nonne e riportata su moltissimi libri di preghiera.

Quest’anno la Chiesa, per volere del Santo Padre Francesco, con lettera apostolica Patris Corde, ha voluto dedicare alla sua figura un periodo speciale di indulgenza plenaria fino all’8 dicembre c.a., in concomitanza del 150° anniversario della proclamazione di Patrono Universale della Chiesa avvenuta l’8 dicembre del 1870 dalle mani di Papa Pio IX.

Giuseppe, dall’ebraico Yosèf (che significa “accresciuto da Dio”), era un discendente della stirpe di David; accettò la maternità divina di Maria e rispose alla chiamata del Signore. Di lui abbiamo poche notizie storiche e a tratti lacunose. Sappiamo che svolgeva principalmente il lavoro di falegname nella sua bottega di Nazareth; la sua vita nascosta si svolse all’ombra del figlio Gesù e rivelò spirito di fedeltà, di povertà e di umiltà , ma soprattutto rappresentò il simbolo dell’accettazione della fede. L’evangelista Matteo, rivelando la divinità di Cristo e la missione di Maria, pose l’accento su Giuseppe chiamato ad essere consapevole collaboratore del mistero di Dio che si fece uomo. Fu definito ” Uomo giusto”.

Protegge i falegnami, i lavoratori, i papà e i moribondi. Dichiarato patrono della Chiesa Universale da Pio IX l’8 dicembre 1870, è festeggiato il 19 marzo e il 1° maggio. In suo onore, soprattutto a partire dagli inizi dell’800 sorsero sotto il suo patrocinio chiese, altari, corporazioni, confraternite ed associazioni. La larga diffusione del suo culto permise anche una vastissima produzione di immagini di piccolo e grande formato e quella di manufatti e statue di diversi materiali e grandezza. In particolare quelle in cartapesta leccese destinate alle Chiese, ai pii sodalizi e per l’uso devozionale domestico (santi in campana) e non v’è chiesa al mondo che non abbia un altare, una statua o un’immagine a Lui dedicata.

Nella città di Tricase è ampiamente raffigurato nei luoghi di culto in varie sembianze, così come nella chiesa parrocchiale di Tutino il Santo è venerato presso l’altare a lui dedicato e raffigurato in una statua realizzata negli anni ’30 del secolo scorso dal maestro cartapestaio Antonio Febbraro da Taurisano (1885- 1965) per devozione di Addolorata Alfarano di Tutino.

L’impostazione iconografica ricalca principalmente i lineamenti classici rilevati quasi in tutte le immagini che si conoscono tranne qualche variante. Rappresentato quasi sempre in una posizione statica, insieme al Bambin Gesù che sorregge tra le braccia per il suo ruolo che ebbe di padre putativo, dal volto di uomo maturo, capelli folti ondulati e barba ricciuta, tunica color violaceo, mantello color senape e un virgulto di mandorlo fiorito.

Un’opera di discreta fattura restaurata nel 1997 nella bottega dei F.lli Gallucci di Lecce è attualmente conservata in una nicchia a muro nella sagrestia della chiesa parrocchiale e si presenta in buone condizioni.

San Giuseppe, statua in cartapesta, chiesa Madre di Tutino

 

L’ altare del Santo, del XVIII sec., privo di ornamenti architettonici si presenta nella sua classica semplicità; ha una mensa con due bassi dossali dai quali si innalzano due colonne in pietra leccese lisce con base e capitelli corinzi che sorreggono a loro volta un architrave sul quale è riportato il nome del benefattore, Francesco Saverio Forte, e l’anno di dedicazione, 1838.

Completano lo schema semplice e lineare dell’altare la piccola tela della Madonna del Carmine posta in alto tra due volute fogliate e quella al centro del Santo della prima metà del XIX sec. di ignoto autore, nella quale predomina la scena con Giuseppe seduto su una panca di legno, con sguardo intenso che sembra rivolto agli astanti, vestito con tunica color turchese e mantello color senape con effetti chiaroscurali, i piedi calzati da sandali. Sulle ginocchia sorregge il piccolo Gesù seduto su due cuscini ricamati, che con affettuosità sembra regalare una carezza al padre, mentre ai suoi piedi una cesta in vimini colma degli attrezzi di falegname identifica la sua mansione terrena; al lato della panca un libro chiuso alludendo a quello della Bibbia. Sul tavolo bardato da una tovaglia bianca con ampio merletto un angelo ha donato a Giuseppe un serto di fiori disposti su un vassoio, mentre sullo sfondo da una finestra si intravede un paesaggio collinare non del tutto locale.

Un drappeggio semiaperto sulla sua sinistra colma l’ambientazione domestica e dal quale due cherubini si sporgono delicatamente ad osservare la scena.

Recentemente, dai test eseguiti con alcune aperture stratigrafiche, si è potuto verificare che, sottostanti gli strati di calce, sono presenti le decorazioni originali dell’altare che in un prossimo futuro ci auguriamo vengano riportate in luce.

Libri| Al mercato dell’usato

 

LA RIATTUALIZZAZIONE DEL MITO

NELLA SCRITTURA DI PAOLO VINCENTI

di Patrizia Morciano

 

Un cofanetto elegante e prezioso si potrebbe definire la raccolta di Paolo Vincenti; la si potrebbe paragonare a uno di quegli scrigni di epoche passate che si ritrovano in qualche vecchia soffitta aristocratica; lo stesso titolo, Al mercato dell’usato, può far pensare a quelle chicche d’antan che solo in certi marchés aux puces si ha la fortuna di rinvenire. E tuttavia, a pensarci bene, queste immagini metaforiche non sono proprio adatte ad esprimerne l’impressione e i caratteri complessivi.  Sì, perché non c’è niente che sappia di passato, di antico tout court nella raccolta di Paolo Vincenti, e il titolo si addice solo all’operazione esteriore di recupero di testi già in parte pubblicati, nonché ai liberi adattamenti da autori classici, l’Euripide delle Baccanti in primis, sparsi qua e là.

È invece proprio la rielaborazione della classicità il marchio originale di questi versi che rivitalizzano il patrimonio culturale classico, facendone sentire la forza e il fascino imperituri. A cominciare dalla figura di Dioniso, dominante nella sezione centrale, La bottega del rigattiere, che reca significativamente il sottotitolo Il tempo di Dioniso: il dio dell’ebbrezza vitale, che allontana gli affanni «quando nel convito […] giunga lo stillante splendore del grappolo» (Euripide, primo stasimo delle Baccanti), è celebrato in versi che, pur pieni di citazioni dotte che mostrano la cultura classica dell’autore, fanno cogliere l’assorbimento da parte sua del senso ultimo di miti e riti di quell’antica religiosità mediterranea.

Valga per tutti un solo esempio, Dyonisos, che apre la sezione: «Nato da un fulmine/ figlio del Cielo/ proteggi la mia sera/ e dammi il buon vino/ alto bello e biondo/ fanciullo divino/ addolcisci la sera/ con questo cielo sereno/ scuoti il tuo tirso/ due volte nato/e fai stillare/ il succo prelibato/ hai viaggiato a lungo/ e ora sei arrivato/ coi tuoi riccioli d’oro/ e con la nebride rivestito/ […]». A questo andrebbero aggiunti tutti gli altri testi che hanno per protagonista il dio, nei quali l’autore ha saputo far ricorso ad artifici metrico-ritmici capaci di riprodurre nei suoi versi il ritmo “bacchico” di quelli greci.

Ma l’operazione di Paolo Vincenti è ancora più raffinata di quanto possa apparire ad una prima lettura. A volte, infatti, l’autore fonde insieme più echi classici: è il caso di Notte dionisiaca, in cui nell’invito a non parlare di risse o di guerra nell’ora serale del simposio e al ragazzo a mescere il vino, da bere “tutto d’un fiato come i Traci”, si insinua, in un contesto complessivo di rievocazioni euripidee, il ricordo di versi oraziani (dall’ode I, 18: Quis post vina gravem militiam aut pauperiem crepat?/ Quis non te potius, Bacche pater, teque, decens Venus?/, all’ode II, 7: Non ego sanius bacchabor Edonis, fino all’ode II, 19, che celebra l’epifania del dio e l’inevitabile canto, da parte del poeta, di Thyadas/ vinique fontem lactis et uberes/ […] rivos, ovvero quelle Menadi e fonti di vino e ruscelli abbondanti di latte che sono le immagini anche della poesia di Paolo Vincenti).

E non ci sono solo Euripide e Orazio: c’è il “meglio” della tradizione letteraria greca e romana. Ci sono Alcmane (in Paraclausítyron), Alceo e Archiloco (in Ai vecchi tempi, rivitalizzazione dei Carmina Burana medievali, anche grazie a questi innesti). E c’è il Catullo del carme 5 (Vivamus, mea Lesbia, atque amemus), quasi per caso individuabile verso la fine nella buriana (tanto per citare una parola cara al “dionisiaco” autore e diverse volte presente nella raccolta) espressiva di E tricche ballacche.

Ci sono persino rielaborazioni personali di motivi e generi greci come quello della “sfraghís”, la firma/sigillo che il poeta poneva all’interno dei suoi testi (si legga, appunto Sfraghís: «[voglio porre un sigillo/ su questa nostra storia/ […]/ per battere il tempo che passa/ fra numeri fortunati e numeri perdenti/ un sigillo, firmato Paolo Vincenti]»).

Anche le cosiddette investiture poetiche di memoria classica ed ellenistica non mancano e, anzi, degli originali conservano il fascino delle ambientazioni naturali che qui, ovviamente, sono quelle salentine: si legga l’ironica e colta Il cielo dei poeti: «Io conosco metafore ardite e metonimie prepotenti,/ che mi battono qui dietro i denti/ “E si può sapere dove le hai trovate, Colturo?”/ Mentre un giorno aravo la mia terra, la zappa batteva su qualcosa di duro;/ io mi sono messo a scavare, ed ho scavato, ho scavato,/ alla fine un tesoretto ho trovato/ Quale gioia di fronte a quelle parole, / bellissime, sfavillanti al sole;/ perdinci, ho pensato, ora il mio capo potrò coronare/ di un lauro salentino, con brillanti parole,/ ed entrare in quel circolo esclusivo dove/ bisogna sciacquarsi la bocca prima di parlare;/ ora finalmente potrò pubblicare/ tutti gli scritti nei miei cassetti a maturare/ […]».

E questo ci fa andare per un attimo allo stile complessivo dei testi che, per quanto scritti in tempi diversi, ci sembra lascino cogliere facilmente la tendenza stilistica predominante in Paolo Vincenti, quella di mescolare alto e basso, volgarismi e aulicismi: valgano come esempio la rima nOTTE: migNOTTE di Canti e ri-canti(orfici) o quel “che cazzo devo stare qui a pensare” di E tricche ballacche, così intrisa, per il resto, di echi catulliani e classici in genere.

Grande protagonista, accanto a Dioniso, è ovviamente il tempo, come l’autore stesso nota nella Premessa. E non poteva essere diversamente per un cultore dei classici greci e latini che sullo scorrere inesorabile del tempo hanno saputo imbastire i loro testi più belli e malinconici. E come in quelli, anche nel Nostro, i motivi simposiali e dionisiaci si intrecciano spesso con quello del tempo, dato che il vino è il «farmaco celeste» che può sedare, sia pure per poco, gli affanni della nostra finitudine. Si potrebbe dire, in più, che il tempo è quasi un’ossessione nella raccolta, come il lettore può giudicare dalla frequenza con cui la parola «tempo» ritorna nei testi o negli stessi titoli e sottotitoli delle sezioni. Nell’ultima, in particolare, il motivo si infittisce e diventa preponderante (si leggano O del tempo ritrovatoYpó Mnémata (mi ricordo, sì mi ricordo)Quando il tempo…Memento), ma è molto presente anche nella prima, con testi come Tempo 1 e ½Tempo ¾ e Questo tempo (non sopporto), atto d’accusa, quest’ultimo, anche contro il tempo affannato dell’homo oeconomicus della moderna civiltà borghese.

L’operazione culturale di Paolo Vincenti in questa raccolta è sicuramente molto più complessa di quanto fin qui si è detto. La filigrana elegante dei suoi testi è ottenuta, per esempio, anche intrecciando i fili della tradizione letteraria moderna e contemporanea (in Ypó Mnémata, per esempio, si sente, come in sottotraccia, l’eco del Montale de La casa dei doganieri, mentre il D’Annunzio de La pioggia nel pineto è chiaramente evocato in Sera). E si avverte anche la volontà di interpretare il fenomeno del tarantismo alla luce della religiosità dionisiaca e mediterranea, secondo le tendenze dell’antropologia più accreditata (si legga Morsi e ri-morsi nell’ultima sezione). Il lettore colto coglierà tutte queste implicazioni intellettuali. Ciò che è importante dire, a nostro avviso, è che tutti questi echi e questi apporti si fondono in poesia nuova, vitale come la linfa antica che li ha generati e allevati.

Osvaldo Giannì e la poesia popolare salentina

di Paolo Vincenti

Studioso competente quanto umile, seppe interpretare il proprio operare culturale come un servizio, nel senso più alto e nobile del termine. Non cercava le luci della ribalta, era uomo estraneo a certi protagonismi, del tutto immune alle lusinghe che l’ambiente letterario sa dispensare ai suoi protagonisti. Parliamo del professor Osvaldo Giannì, a sette anni dalla sua scomparsa.

Nato nel 1937, si era laureato in Lettere Classiche nel 1963 presso l’Università di Bari. Chiari e ben delineati i suoi interessi di studio fin dall’inizio: la lingua e la poesia dialettale salentina, in particolare tavianese. La figura di Orazio Testarotta accompagna la sua carriera. Ancor di più, quella di Sebastiano Causo, tanto che la sua bibliografia si apre e si chiude con questo nome: ne scrive su “Nuovi Orientamenti” nel 1978 e su “Presenza Taurisanese” nel 2010.  Apprezzato docente, ha insegnato per una vita Lettere, nel Ginnasio del Liceo Classico “Dante Alighieri” di Casarano.

Si coniugano in lui l’amore per la propria terra, il paesello che non abbandonò mai, e la cura filologica dello studioso di rango, che volle salvare dall’oblio il vasto repertorio delle voci popolari del suo paese, quei poeti e prosatori dialettali che dovevano essere ai suoi occhi custodi del mos maiorum. All’acribia dello studioso si univa la semplicità dell’uomo, in un connubio che anche nei periodi più duri della malattia non ebbe a dissolversi. Vecchia scuola, padroneggiava la lingua italiana con una scrittura bella, chiara, lontana da manierismi e astrusità.  È morto nel gennaio del 2012.

Del poeta salentino Orazio Testarotta (1870-1964), alias Oronzo Miggiano, autore dialettale, cieco dalla nascita, originale interprete di una poesia bozzettistico-satirica, che è filone creativo scarsamente coltivato nel corso del Novecento, Giannì è stato il principale promoter. Ha analizzato tutto il corpus delle liriche del poeta tavianese, scrivendone su riviste e anche in volume, in una delle sue pubblicazioni più importanti nel 1997[1].

Nel libro, con Presentazione di Lorenzo Ria e Prefazione di Donato Valli, Sebastiano Causo aveva tradotto le poesie in italiano. Giannì amava l’arguzia, il brio, la sagacia, l’irriverenza della poesia di Testarotta, insomma quell’ italum acetum, di cui parlavano i latini, che intride le più importanti composizioni satiriche della nostra letteratura, connotando versi e prose dei suoi rappresentanti più originali e genuini. Infatti, come scrive Giannì nell’Introduzione del suo libro, “I versi di Orazio Testarotta, pur uniformandosi letterariamente alla Stilistica e Metrica della poesia in lingua (nelle strutture compositive, nel sistema metrico e nelle figure metriche, ecc.) restano sempre satira di costume: non riflettono mai petrarchismi, romanticismi o ermetismi di sorta, anzi, idealmente contrapponendosi a tali “climi” e nozioni, e formule stilistiche, si configurano come ultima prova ed esperienza di versificazione dialettale veracemente popolare, cioè a dire realistico-burlesca. Restando l’isolato rappresentante del bozzettismo e del ‘favolismo’ satirico, 0razio Testarotta costituisce, dal dopoguerra ad oggi, nell’interno della poesia dialettale un contrappunto, ossia una ideale testimonianza di ‘opposizione’, di poesia ‘forte’, oggettiva, plastica, che rimane legata alla grande tradizione realistica, che ammette ancora una fraterna e complice consonanza coi lettori: protagonista, infatti, nell’arte di Testarotta, è il popolo, ravvisato nella multiformità dei suoi atteggiamenti mentali e nelle variegate manifestazioni del suo modus vivendi; protagonista è l’ambiente ‘paesano’ salentino (urbano e giammai paesaggistico) di cui tutta l’opera di Testarotta ci restituisce una mirabile ed esemplare oleografia (l’oleografia di un mondo popolare e piccolo-borghese).”

E quella opposizione forte, oggettiva, Giannì doveva amare, negli echi della poesia del suo concittadino, forse per un piacere intellettuale verso il duttile e variegato sistema espressivo utilizzato dal poeta, forse ancora, per unità di intenti, quella salace ironia, sorniona e sorridente, di cui egli stesso era portatore, fors’anche, se non sicuramente, per un interesse filologico, di studioso, verso quella lingua che riteneva la progenitrice della lingua italiana di cui egli era insegnante. Al Testarotta venne anche intitolato un concorso di poesia dialettale nel suo paese, a cui Giannì dedicò il libro L’incontro – 3° concorso di poesia dialettale salentina – Premio Orazio Testarotta – Testi.[2]

Chi lo ha conosciuto, ha per lui parole di affetto e stima. Lo ricorda come un uomo molto colto ed un gran conversatore, il professor Antonio Lupo, già suo collega presso il Liceo “Dante Alighieri” di Casarano e poi anche Preside dello stesso Liceo. La figlia, Irene Giannì, che col padre condivide la professione di insegnante, mi dice: “Ricordo che ha amato moltissimo la poesia di Testarotta, lo faceva ridere di gusto e pensare, in un commisto di serio e faceto, che un po’ gli assomigliava.  Mio padre amava ridere e scherzare e spesso gli riusciva anche bene. E ricordo che rideva molto ‘con gli occhi’: potevi capire come e quando sarebbe insorto il sorriso semplicemente osservando il modo in cui i suoi occhi si assottigliassero poco prima che esplodesse fragorosa la risata. Certo, non aveva un carattere perfetto, sapeva arrabbiarsi e fare arrabbiare, rimproverare e farsi rimproverare, ma questo rientra nella normale considerazione delle cose. L’immagine o le immagini più autentiche che ci siano mai state di lui, per me, sono le caricature che colleghi, amici, o alunni hanno disegnato di lui: lui era così come appariva in quelle immagini…un tipo ironico e scherzoso”.

Con “A sporta picciulara” – testi dialettali tavianesi in versi e prosa dell’ultimo Novecento,[3] Giannì intendeva sostenere una meritoria operazione di recupero e salvataggio del dialetto tavianese, colto nella parlata viva, nell’interagire quotidiano fra i nativi dialettali del secolo scorso, prima che questo enorme portato culturale, oltre che linguistico, andasse perduto del tutto, a causa della sopravanzante modernità. La sua, dunque, una vera e propria battaglia di valenza civile a difesa di quello che gli studiosi definiscono patrimonio demo-etno-antropologico di un popolo, al declino di un’era, come ultima testimonianza di una tramontante civiltà a cui Giannì evidentemente affidava i propri sentimenti di accorata nostalgia. Questo, sosteneva Giannì, era quanto egli stesso aveva tentato di fare con il volume sul Testarotta, e quanto cercava ancora di fare con questa raccolta di versi e prose in dialetto tavianese del Novecento di autori sconosciuti e fino ad allora mai pubblicati. A sporta picciulara, in dialetto, è un contenitore di gran capienza, come vuole essere appunto il libro, che raccoglie tanti materiali diversi.  Un’ode alla lingua dei nostri avi, insomma, messa a duro repentaglio dallo scorrere inesorabile del tempo e dalle innovazioni tecnologiche che esso porta con sé, primo fra tutte l’odierna comunicazione di massa.

Un’operazione che, al di là dell’intento del curatore di cristallizzare la lingua, rende il dialetto ancora caldo e palpitante di accenti e vibrazioni e moti dell’anima, che le nuove generazioni, inconsapevoli di tanta ricchezza, non riescono a cogliere.  Ma Giannì, con fermezza quasi tranchant, credeva nella necessità di congelare la lingua degli avi – parlava senza mezze misure di “ipostatizzazione linguistica” –il che, secondo me, comportava inevitabilmente anche una adesione sentimentale, sia pure malcelata, a quel mondo primigenio, per chi come lui si faceva laudator temporis acti, difensore del tempo che fu, inevitabilmente diffidente verso le innovazioni. Quello che infatti ci consegna l’opera di Giannì è uno spaccato della parlata popolare dell’ultimo Novecento, prima che questa mutasse in quella sorta di pastiche, ibridazione, quale è oggi la lingua dialettale, anche nella parlata dei più anziani, poiché troppe suggestioni, il linguaggio dei media in primis, ormai la condizionano, la snaturano, la meticciano.

Questa selezione di testi, invece, era per Giannì importante, nella sua immediatezza e genuinità, a maggior ragione in quanto anche i più noti poeti dialettali del Novecento che hanno scritto in dialetto non possono definirsi poeti dialettali, poiché hanno utilizzato un dialetto colto, raffinato, letterario, e ben pochi sono stati i poeti dialettali veri e propri, fra i quali citava il parabitano Rocco Cataldi. E al Cataldi, Giannì era unito proprio dall’amore per Orazio Testarotta. Da piccolo, Cataldi aveva conosciuto il poeta dialettale di Taviano, il quale lo ospitava volentieri nella sua casa, dove viveva solo;  un giorno, Testarotta ascoltò alcune composizioni di Rocco, che aveva trovato il coraggio di leggergliele e, dopo un lungo silenzio(come ricorda lo stesso Cataldi in un aneddoto raccontato sulla rivista “NuovAlba”[4]), il poeta disse: “E bravu lu scettu” e lo incoraggiò a continuare sulla strada intrapresa: quella frase divenne il titolo di una poesia di Cataldi dedicata proprio al Testarotta. In effetti, come spiega Donato Valli, “nell’ambito di quella che Croce chiamava poesia dialettale ‘riflessa’, esistono almeno due livelli: uno è quello della poesia dialettale dotta (è il caso del poeta di Ceglie Messapico, Pietro Gatti e del poeta magliese Nicola De Donno), l’altro è quello dei poeti che rimangono legati, nella lingua e nei contenuti, alla matrice originaria di una popolarità sentimentale ed espressiva (ed è il caso di Cataldi)”[5].

E questo filone popolaresco della poesia e della prosa, è quello riportato alla luce da Giannì, nel senso di una produzione che muove da colori, umori e sapori che sono radicati nel popolo. Come afferma Aldo D’Antico, “scrivere in dialetto non significa soltanto usare la sintassi popolare, ma assumere, quale categoria di ricerca e di espressione, l’anima del popolo, la sua saggezza antica, la sua astuzia proverbiale, la sua inarrestabile dinamica storica, sociale e politica… Il dialetto, frutto di un’elaborazione linguistica secolare e paziente … è uno dei pochi mezzi ‘puri’ rimasti al poeta per esprimere la sua disapprovazione, la sua contestazione, la sua inquietudine… Il linguaggio dialettale ha il potere di scarnificare il contenuto poetico, di renderlo essenziale, di ridurlo a parola; opera cioè una costruzione semantica fondamentale: riconduce il suono a significato culturale, ridando alla parola in sé tutto il suo potenziale espressivo.”[6]

Di Orazio Testarotta, ovvero Oronzo Miggiano, Giannì ha scritto anche su «Note di Storia e Cultura Salentina»[7]. Alla lingua degli avi, egli era talmente legato che spesso ne parlava anche ai suoi allievi, condendo le lezioni di italiano latino e greco con divertenti battute in dialetto.

L’altra figura relativa agli studi di Giannì è quella di Sebastiano Causo, poeta nativo di Taviano ma vissuto a Taranto. Intellettuale molto raffinato, per quanto appartato e schivo, eccellente poeta, aveva pubblicato circa venti libri. Era legato a Giannì (che ne traccia un commosso ricordo sulla rivista “Presenza Taurisanese”[8]) da sentimenti di personale amicizia prima che di collaborazione culturale: aveva spesso tradotto in lingua italiana le poesie dialettali studiate da Giannì.

 

Negli ultimi anni, quando ormai la malattia stava prendendo il sopravvento, Giannì ha collaborato con il periodico “La Piazza”, edito nel suo comune di Taviano. “Viveva appartato, in solitudine”, mi dice lo storico Vittorio Zacchino, “specie negli ultimi anni, che sono stati rattristati dai problemi di salute, ma era persona amabile, generosa e molto disponibile nei confronti degli amici e dei colleghi”.  È ancora Irene Giannì a parlare: “la sua eredità morale coincide con la sua professione di docente, che ha svolto con correttezza e passione per quarant’anni: i suoi allievi, dai primi d’inizio carriera agli ultimi, sono i testimoni più autentici, a mio avviso, del suo lavoro, perché ancora lo ricordano e per come lo ricordano. Questa è l’eredità che mio padre ha lasciato anche alle sue nipotine, che amava tanto”. “Uno studioso serio e rigoroso”, dice di lui lo storico dell’arte Mario Cazzato, “ci fornì una preziosa collaborazione quando con Antonio Costantini e Vittorio Zacchino, stavamo lavorando al libro su Taviano”[9].

Se penso alla sua carriera, mi vengono in mente i versi di Virgilio, nelle Georgiche, “Laudato ingentia rura, exiguum colito” (Libro II, vv.412-413), cioè, “loda il campo grande (l’insegnamento dei classici greci e latini, nella sua carriera di insegnante) e coltiva il piccolo (i suoi studi sulla letteratura locale)”. Questo ha fatto Giannì, si parva licet componere magnis, unire alto e basso, in una operazione meritoria, per la quale vale serbargli grato ricordo.

 

Bibliografia diacronica degli scritti di Osvaldo Giannì.

 

La riforma nella scuola media secondaria di primo grado, in «18° Meridiano – periodico Indipendente», Lecce, marzo 1965, p. 8.

Sebastiano Causo –parte prima, in «Nuovi Orientamenti», a. IX, n. 48, genn-febb. 1978, Lecce, pp. 13-19.

Sebastiano Causo – parte seconda, in «Nuovi Orientamenti», a. IX, n. 49-50, marzo-giug. 1978 , Lecce, pp. 49-57.

Appunti di lettura su “Questa mia sera” – Poesie di Renato Ungaro (Gabrieli editore, Roma 1978) – parte prima, in «Nuovi Orientamenti», a. X, marzo-giug. 1979, n. 55-56, Lecce, pp. 21-33.

Appunti di lettura su “Questa mia sera” – Poesie di Renato Ungaro – parte seconda, in  «Nuovi Orientamenti», a. X, luglio-agos. 1979, n. 57, Lecce, pp. 3-7.

Un’ispirazione tesa a scoprire l’ultima ragione, recensione a Rosario Nichelini, Il fiore del nostro inverno – Poesie, Napoli 1979, in «Nuovi Orientamenti», a. XI, genn-febb. 1980, n. 60, Lecce, pp. 5-7.

Visioni ed echi di esperienza vissuta, recensione a Rosario Nichelini, Diario della memoria felice – Poesia, Napoli 1982, in «Nuovi Orientamenti», a. XIV, genn-febb. 1983, n. 78, Lecce, pp. 23-24.

L’incontro – 3° concorso di poesia dialettale salentina – Premio Orazio Testarotta – Testi,  a cura di Osvaldo Giannì, Taviano, Graphosette Tipografia srl, 1984.

Ironia in forma di versi, in «Quotidiano di Lecce», a. VI, n. 192, 14 aprile 1984, pp. 16-17.

Postfazione  in Giorgio Primiceri, Divagazioni – poesie in dialetto, Matino, Tipografia San Giorgio, 1985.

Alberto Gatti, Felix – poesie, in «Nuovi Orientamenti», a. XX, nov-dic. 1989, n. 117, Lecce, pp. 35-40.

Homo artifex salutis suae (un contributo d’incentivazione), in «Bollettino d’Informazione SNALS», Lecce, 1990 .                                                                                                                                     Le satire di Orazio Testarotta, in «Apulia», Banca Popolare Pugliese, n.1, marzo 1995, Matino, pp.113-123.                                                                                                                                                        Uomo e terra nelle poesie di Sebastiano Causo, in «Presenza Taurisanese», lugl-agos. 1995, Taurisano, pp.8-9.

Orazio Testarotta, poeta dialettale tavianese, in «Note di Storia e Cultura Salentina», Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Maglie-Otranto, vol. VII, 1995, Lecce, Argo editore, pp. 231-246.

Augusto Fonseca-Jugoslavia, Jugoslavia, in «Presenza Taurisanese», agos-settem. 1996, Taurisano, pp. 6-7.                                                                                                                                

Le Opere di Orazio Testarotta – testi editi ed inediti, a cura di Osvaldo Giannì, Galatina, Congedo editore,1996.

Contributi per una bibliografia di studiosi salentini dell’ultima generazione – parte prima, in « Note di Storia e Cultura Salentina», vol. IX, 1997, Lecce, Argo editore, pp. 121-149.

Contributi per una bibliografia di studiosi salentini dell’ultima generazione – parte seconda, in « Note di Storia e Cultura Salentina», voll. X-XI, 1998/1999, Lecce, Argo editore,  pp. 189-205.

L’antologia de «L’Albero» di Comi, recensione a Gino Pisanò, L’Albero, Bompiani, Milano, 1999, in «Presenza Taurisanese», a. XIX, ott.-nov. 1999, Taurisano, pp. 7-8.

Poesie di Sebastiano Causo, in «Presenza Taurisanese», genn-febb. 2000, n. 12, Taurisano, p. 15.

Auguri letterari a Mario Marti, in «Presenza Taurisanese», nov. 2000, Taurisano, p. 5.

Stagioni dell’anno e stagioni dell’anima nella poesia di Sebastiano Causo, in «Presenza Taurisanese», sett-ott. 2001, n. 155, Taurisano, pp. 10-11.

Le poesie di Sebastiano Causo, in «Note di Storia e Cultura Salentina», vol. XIV, 2002, Lecce, Argo editore, pp. 199-232 .

Recensione a Naom Chomsky, in «Quaderni di Nuovo Spartaco», Casa Amata s.r.l., n. 1, stampe, Taviano, 2003, pp. 1-20.

Recensione a James Hillman, Il potere – come usarlo con intelligenza, in «Quaderni di Nuovo Spartaco», Casa Amata s.r.l., n. 2, stampe Taviano, 2004, pp. 1-24.

Un’operazione di salvataggio della parlata popolare di un comune salentino (Taviano) non ancora documentata, nell’archivio storico locale, relativamente all’ultimo Novecento, in «Note di Storia e Cultura Salentina», vol. XVI, 2004, Lecce, Argo editore, pp. 291-307.

A sporta picciulara – testi dialettali tavianesi in versi e prosa dell’ultimo Novecento, a cura di Osvaldo Giannì, Taviano, Grafema Tipografia, 2004.

 Nota introduttiva, in Roberto Leopizzi, Varie, eventuali ed affini – Spilla la parte, Taviano, Grafema Tipografia, 2006, pp. 59-61.

Vero o falso? Improbabilea proposito di un inedito di Orazio Testarotta (“Me ne strafotto”), in «La Piazza», n. 5, ott. 2006, Taviano, Grafema Tipografia, pp. 18-19.

L’importanza della Poesia oggi – un contributo d’incentivazione, «La Piazza», n. 8, dic. 2007, Grafema Tipografia, Taviano

Nota introduttiva in Giuliano D’Elena, Poesie (Parole di carne), Taviano, Grafema Tipografia, 2007

Appunti di lettura su “La leggenda di domani” di Maria Corti (Manni, Lecce 2007), in «La Piazza», n. 9, febbr. 2008, Taviano, Grafema Tipografia, pp. 12-15.

Se n’è andato per sempre – Sebastiano Causo poeta e scrittore salentino, in «Presenza Taurisanese», a. XXVIII, n. 232, lug-agos. 2010, Taurisano, p. 7.

 

Note

[1] Osvaldo Giannì, Le Opere di Orazio Testarotta – testi editi ed inediti, Galatina, Congedo editore, 1997.

[2] Osvaldo Giannì, L’incontro – 3° concorso di poesia dialettale salentina – Premio Orazio Testarotta – Testi,  Taviano, Graphosette Tipografia srl, 1983.

[3] Osvaldo Giannì ,“A sporta picciulara” – testi dialettali tavianesi in versi e prosa dell’ultimo Novecento,  Taviano, Grafema Tipografia,2004.

[4] Rocco Cataldi, Il poeta e la sua terra, in «NuovAlba», numero unico, Parabita, aprile 2001, pp.14-15.

[5] Donato Valli, Sul filo dei ricordi: piccola storia di un’amicizia, in «NuovAlba»,  n.1, Parabita, aprile 2005, pp.8-9.

[6] Aldo D’antico, Prefazione, in Rocco Cataldi, “Lu Ggiudizziu  ‘niversale”, Adovos Parabita, Tipografia Martignano,1975.

[7] Osvaldo Giannì, Orazio Testarotta, poeta dialettale tavianese, in «Note di Storia e Cultura Salentina», Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Maglie, vol. VII, 1995, Lecce, Argo editore, pp. 231-246.

[8] Osvaldo Giannì, Se n’è andato per sempre – Sebastiano Causo poeta e scrittore salentino, in «Presenza Taurisanese», a. XXVIII, n. 232, Taurisano, luglio-agosto 2010, p. 7.

[9] A. Costantini – V. Zacchino – M. Cazzato, Taviano storia arte e territorio, Galatina, Grafiche Panico, 2005, recensito dalla stessa IRENE GIANNÌ, in «Note di Storia e Cultura Salentina», Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Maglie, vol. XVII, 2006, Lecce, Argo editore, pp.343-346.

 

L’Abate de Saint-Non e il suo viaggio nel Sud

UN ABATE MOLTO INTRAPRENDENTE E LA GENESI

DI UN’OPERA FAMOSA, AI PRIMORDI DELLA

PROMOZIONE TERRITORIALE E TURISTICA

di Paolo Vincenti

 

Fra le opere di viaggiatori francesi, un posto importante merita il Voyage pittoresque ou Description des royaumes de Naples et de Sicile dell’Abate Jean-Claude Richard de Saint-Non, una delle più citate nelle bibliografie, dalla travagliata gestazione. Si tratta di un caposaldo della letteratura odeporica di tutti i tempi. Per contestualizzare l’argomento, diciamo che l’esperienza del Saint Non rientra in quel fenomeno di costume che viene definito Grand Tour. Con questa espressione si indica il viaggio di istruzione e di formazione, ma anche di divertimento e di svago, che le élites europee intraprendevano attraverso l’Europa fra Settecento e Ottocento. Protagonisti del Grand Tour, quegli intellettuali che erano imbevuti di cultura classica e dunque desideravano venire in Italia, alla fonte di quella enorme ricchezza culturale che dal nostro Paese si era irradiata in tutta Europa.

Per i rappresentanti dell’aristocrazia francese, inglese, tedesca, il viaggio in Italia si presentava come un’esperienza irrinunciabile, un must, come si direbbe oggi, per i rampolli delle più altolocate famiglie, indispensabile per completare la propria formazione. Essi vedevano nell’Italia la culla dell’arte e per esteso della civiltà mediterranea. E si mettevano in viaggio non solo i giovani, ma anche diplomatici, filosofi, collezionisti, romanzieri, poeti, artisti.[1] Quando vengono avviati gli scavi archeologici a Pompei ed Ercolano, sotto il Re Carlo di Borbone nel 1748, il Grand Tour riceve un ulteriore incremento.

Ciò dà origine ad una sterminata produzione, fatta di epistolari, diari, reportages di viaggio, romanzi, poesie. Su questa produzione è tornata la pubblicistica meridionale e salentina, almeno a partire dagli anni Settanta del Novecento, con traduzioni, riproduzioni, nuove pubblicazioni, edizioni anche pregiate, abbellite da imponenti apparti iconografici, un profluvio di iniziative editoriali insomma, che ha portato a parlare di un vero e proprio fenomeno di moda, su cui si interrogava già nel 1987 Teodoro Sacamardi, il quale proponeva una distinzione in quattro gruppi della letteratura di viaggio, e precisamente: “manuali e guide, resoconti di scoperte e viaggi di studio, racconti di viaggio, romanzi e novelle di argomento odeporico.”[2]

L’abate era un uomo di straordinaria cultura e un personaggio eclettico: erudito, pittore, secondo alcune fonti anche musicista, scrittore ed editore, con una grande passione per l’arte e per la storia[3].  In particolare egli disegnava con la tecnica dell’acquaforte. Veniva da una famiglia aristocratica parigina ed entrò anche nel parlamento francese. Scelse la carriera religiosa, divenendo appunto abate.

Viaggiò in Inghilterra, sempre inseguito dalla sua curiosità intellettuale. Sapeva trarre copie da pitture famose e farne molte riproduzioni. Grande mecenate, Saint Non fu amico di pittori, architetti, poeti, filosofi, oltre che di uomini politici. Da illuminista, spirito del suo tempo, egli aderì alla Rivoluzione Francese di cui però non vide la fine. Quando si trovò a lavorare al Voyage pitoresque, chiamò tutti quei pittori che già stimava e dei quali possedeva a casa diverse opere: Fragonard, al quale era legato da amicizia fraterna, e che realizzò anche il suo ritratto che oggi si trova al Louvre di Parigi, e poi Robert, Chatelet, Callot, Boucher e Delafosse, grande esperto dell’arte dell’acquatinta (alcuni ne attribuiscono a lui l’invenzione), arte che Saint Non amava molto e nella quale giunse ad eccellere.

Con Benjiamin Delaborde progettò una grande opera divisa in due parti, una dedicata alla Svizzera e una all’Italia, da pubblicare in un unico libro. Ma i progetti iniziali cambiarono, a causa di un parziale fallimento della prima uscita dell’opera. L’Abate di Saint Non fu in Italia fra il 1759 e il 1761. Fra i suoi collaboratori, Jean Louis Desprez, pittore e architetto, in Italia dal 1777 al 1784, prima di essere chiamato in Svezia alla corte del Re Gustavo III, dove rimase per il resto della vita. A lui si devono i bellissimi acquerelli che illustrano il Voyage del Saint Non[4].

Se all’inizio della spedizione, il Desprez era piuttosto in ombra fra gli illustri collaboratori del Saint Non, anche perché non si trovava a proprio agio nel circolo culturale napoletano che ruotava intorno all’abate, seppe successivamente mettersi in luce, specie dopo gli acquerelli degli scavi di Ercolano e Pompei, nonché farsi apprezzare dal suo committente, man mano che dalla Puglia gli inviava i propri lavori. Di tutti i suoi magnifici disegni, particolarmente degni di nota sono quelli che riproducono monumenti oggi non più esistenti, come la Madonna di Santa Croce di Barletta, l’antico assetto della Cattedrale di Trani, quello della Piazza Sant’Oronzo di Lecce[5].

Di quest’ultima, per esempio, nel libro vengono riportate due versioni: una che riproduce una piazza molto ariosa nella quale troneggia la statua di Sant’Oronzo, con le statue e la balaustra alla base della colonna che oggi non esistono più, così come i portici, la statua di Filippo II e il Palazzo della Bagliva, non più esistenti[6]; nell’altra (entrambe si trovano presso il Museo Nazionale di Stoccolma) si vede una folla tumultuante, non è ben chiaro se a festa o per qualche agitazione popolare.[7] Certamente questa seconda Piazza Sant’Oronzo è stata realizzata molti anni dopo la prima.

Paolo Agostino Vetrugno suppone che la folla esulti intorno ad un corteo di carrozze per il passaggio del Re Ferdinando IV da Lecce nel 1797, quando il sovrano venne in Puglia per le nozze del figlio Francesco.[8] “Anche il Sovrano”, scrive Stefania Dabbico, “può considerarsi un viaggiatore straniero – al pari di Berkeley[9]  o Von Riedesel[10]– non avendo egli mai prima del 1797 visitato di persona questa parte del regno”[11].  Il Desprez cioè sarebbe tornato in Italia molti anni dopo per continuare a disegnare. Se è così, anche le altre due vedute della Piazza di Sant’Oronzo di cui riferisce Vetrugno nello stesso articolo, “datate orientativamente a dopo il 1778”[12] sarebbero da postdatare verso il 1797 o 1798, e diverrebbero un significativo documento del clima leccese (i disegni riproducono delle processioni che si svolgono nel Vescovado di Lecce) alla vigilia della Rivoluzione Napoletana del 1799. Purtroppo questi disegni non trovarono posto nell’opera di Saint Non, nemmeno i primi, certamente databili al 1778, e sono oggi sparsi in raccolte pubbliche e private in Inghilterra, Francia, Austria, naturalmente Svezia, e Italia. Molto belle, per esempio, le vedute di Maglie, “Mallie”, di “Solleto”, col Campanile voluto da Raimondello Orsini del Balzo, di Lecce, con la Chiesa del Carmine sullo sfondo, e del Seminario di Brindisi, anche se il disegno in realtà corrisponde al Palazzo Montenegro, sul porto, e non al Palazzo Arcivescovile, dove tuttora sono situati il Seminario e la Biblioteca, opera dell’architetto Mauro Manieri di Nardò.

La collaborazione più importante di Saint Non, per quanto gravida di spiacevoli conseguenze, fu quella con Vivant Denon (1747-1825), autore di buona parte dei testi del libro, pittore di talento, egittologo e diplomatico in Russia, Svezia, Svizzera e a Napoli. Egli fu autore del fondamentale Voyage dans la Haute  e direttore del Louvre sotto Napoleone, che seguì nella campagna d’Egitto.[13] Il motivo per cui Denon si ritrovò fra gli autori del Voyage si deve al fatto che Saint Non, nel suo viaggio in Italia, si era fermato a Napoli e non conosceva le altre regioni meridionali. Affidò dunque a Dominique Vivant Denon l’incarico di compiere il viaggio alla volta di Sicilia, Calabria, Puglia. Questi riportò le sue annotazioni di viaggio, o come si diceva allora “impressioni”, che però l’abate non recepì in toto ma volle rimaneggiare e adattare a quello che era il suo precostituito disegno, soprattutto per conciliare il testo con le immagini realizzate da lui stesso e dai numerosi collaboratori. Fu così che Saint Non venne accusato di plagio da Denon, sebbene egli fosse il committente dell’opera e quindi in pieno diritto di utilizzare il materiale che aveva profumatamente pagato. Bisogna infatti aggiungere che lo sforzo finanziario sostenuto per la realizzazione dell’opera fu notevole, in ispecie dopo il primo insuccesso dell’iniziativa editoriale e le ingarbugliate vicende burocratiche che ne seguirono. Vediamo di ricostruirle. L’abbé de Saint Non teneva una corrispondenza per un giornale francese, il Journal de Politique et de Littèrature, anche se essa in buona parte rimase inedita. Questo diario del suo soggiorno in Italia, è stato pubblicato soltanto nel 1986[14]. Dopo alcuni anni dal suo ritorno in Francia, si creò l’occasione di pubblicare un libro interamente dedicato al viaggio in Italia. Tuttavia, essendosi Saint Non fermato a Napoli, si rivolse a Dominique Vivant Denon, come già visto. Durante il soggiorno in Italia, Saint Non realizza una serie di acqueforti. Egli, pur essendo un autodidatta, si era specializzato in questa tecnica ed aveva una produzione davvero copiosa. Tuttavia l’abate era accompagnato da pittori professionisti, come Robert, Angò, Fragonard, ai quali chiede di disegnare tutte le località che andavano visitando. Al ritorno in Francia poi, Saint Non realizzò delle acqueforti basandosi sugli originali dei pittori, specie quelli di Fragonard. Nel 1776, comincia a nascere in lui l’idea dell’ambizioso progetto del Voyage. Fu l’editore Benjamin de Laborde (1734-1794), compositore e storico della musica, uno degli uomini più influenti della corte di Luigi XV, a proporre all’abate di pubblicare una grande storia dell’Italia e della Svizzera, in un libro, riccamente illustrato, che doveva rappresentare una grande novità in questo genere di pubblicistica. Si poneva il problema del finanziamento dell’opera. E nel 1776 viene lanciata sul giornale Mercure de France l’offerta di sottoscrizione ai lettori. Inizialmente, l’opera doveva comporsi di sei volumi complessivi, uno dedicato alla Svizzera e cinque all’Italia, con 200 illustrazioni cadauno, da pubblicare in fascicoli mensili contenenti ciascuno 12 incisioni nell’arco di 18 mesi. Molti furono i sottoscrittori, in effetti, anche nella famiglia reale. I promotori dell’impresa a quel punto erano Laborde, l’Abbè e il di lui fratello, Louis Richard de La Bretèche, con la seguente divisione dei compiti: a Laborde la responsabilità della parte scritta e ai fratelli Richard quella della parte artistica.  A Louis de La Breteche poi spettava il finanziamento di metà dell’opera. Ognuno dei curatori dunque ingaggia la propria equipe e i rispettivi gruppi di lavoro si mettono all’opera, anche se, all’inizio del 1777, i primi fascicoli pubblicati sulla Svizzera non riscuotono il successo sperato; questo porta ad un drastico cambiamento di programma. Si decide cioè di continuare con la pubblicazione di un’opera dedicata soltanto all’Italia e con la sola cura di Saint Non.  Denon fornisce il materiale scritto sui posti non visitati dall’abate e tutte le illustrazioni del viaggio, che Saint Non collaziona e redige. Saint Non a sua volta, a Parigi, continua freneticamente il lavoro servendosi dei disegni realizzati da altri collaboratori prontamente assoldati, come Cassas, Vernet e Bertaux.  A questo punto, vi è un ulteriore cambiamento di programma, nel senso che il progetto editoriale si restringe alla sola Italia Meridionale. Viene dunque comunicato ai lettori e sottoscrittori che, nonostante il titolo dell’opera, l’Italia del Nord sarebbe rimasta esclusa dalla trattazione. Ciò ovviamente per ragioni finanziarie. Già all’uscita del primo fascicolo, le incomprensioni con Laborde erano tali che l’editore decise di ritirarsi dal progetto e l’abate dovette accollarsi l’intero onere dell’impresa. Vennero ricercati con grande fatica altri finanziatori. Intanto, Saint Non redigeva i testi che Denon inviava dall’Italia Meridionale.

Nonostante le ingarbugliate vicende, il risultato finale dell’opera fu notevole. Il Voyage viene pubblicato in 4 tomi e diviso in 5 grandi volumi in-folio, fra il 1781 e il 1786.

Il primo tomo è interamente dedicato a Napoli. Saint Non è prima di tutto colpito dall’arte e quindi riserva alla pittura, alla scultura e all’architettura la maggiore attenzione, anche per i suoi interessi personali di pittore e curatore d’arte; un posto importante è occupato dall’antropologia, ossia dall’osservazione degli usi e costumi del popolo napoletano. Importanza viene riservata anche al Vesuvio e quindi alla storia naturale. In questo, il Saint Non era influenzato senz’altro dal circolo culturale vicino alla corte borbonica che egli frequentava e che vedeva fra i principali promotori l’ambasciatore inglese William Hamilton, accreditato vulcanologo. Saint Non, da erudito e appassionato della civiltà classica, non può non riportare nelle sue descrizioni anche quanto dicono gli autori greci e latini e quindi la storia dei luoghi. Il tutto corredato dalle stupende vedute dei pittori, in primis Desprez. Il secondo tomo è dedicato alla Campania e agli scavi di Ercolano e Pompei, che in quel momento suscitavano l’interesse appassionato della comunità scientifica europea. Il terzo tomo è dedicato alla Magna Grecia. Si descrivono i monumenti di Puglia, Basilicata e Calabria, le colonne, le monete e le antiche vestigia della civiltà classica. Il quarto tomo è dedicato alla Sicilia. Dalla descrizione di Saint Non emerge buona parte della civiltà di Terra d’Otranto negli anni della dominazione borbonica. Più specificamente, nel terzo tomo, dedicato alla Magna Grecia, vi è la descrizione del viaggio da Napoli a Barletta (passando per Benevento, Lucera, Siponto, Manfredonia, Monte Sant’Angelo), da Canne a Polignano (passando per Canosa, Trani, Bisceglie, Bari, Mola e l’abbazia di San Vito), da Polignano a Gallipoli, attraverso la Terra d’Otranto (passando da Brindisi, Squinzano, Lecce, Soleto e Otranto), infine da Taranto sino ad Eraclea, passando per Metaponto, Bernalda e Policoro, e giù fino alla Sicilia. Nel nostro territorio, l’autore si sofferma sul Castello di Brindisi, sul Chiostro dei Domenicani di Lecce, e poi Maglie, Otranto, fino al Tallone d’Italia. Nel primo volume, vi sono 47 tavole numerate e 7 non numerate, nel secondo 83 tavole numerate, nel terzo 100 numerate, nel quarto 104 numerate, nel quinto 33 numerate. Le pagine sulla Puglia occupano il terzo tomo, da pag.11 a pag.77. Dopo la prima edizione principe, se ne contano tante altre. Nel 1972, esce la prima edizione italiana curata da Franco Silvestri, con testo a fronte dell’originale, con 29 disegni di Desprez e 42 tavole riguardanti la Puglia; nel 1977 esce la seconda edizione, già citata. Nel 1993, l’opera viene pubblicata anche da Fulvia Fiorino.[15]

Come detto, però, la collaborazione con Denon sfociò in una denuncia di plagio. Alla base di questo inconveniente fu la rottura fra l’Abbè e il primo editore dell’opera, Benjamin de Laborde. Denon, forse sobillato dall’editore (deluso e amareggiato per essere stato escluso dal progetto), accusò Saint Non di essersi appropriato dei suoi testi, senza citarlo come autore, sebbene queste fossero le precise condizioni contrattuali sottoscritte dallo stesso Denon.

Ma ora lasciamo un momento il Saint Non per occuparci di un altro viaggiatore del Settecento nelle nostre contrade. L’inglese Henry Swinburne (1743–1803) pubblicò la sua opera Travels in the Two Sicilies by Henry Swinburne in the Years 1777, 1778, and 1779, in due volumi nel 1783-85, con una successiva edizione nel 1790, sul suo viaggio fatto in Calabria, Sicilia e Puglia tra il 1777 e il 1779. Il primo volume include cenni storici sul Regno di Napoli, tabelle riguardanti le dinastie, le monete, le unità di misura, le strade, le rotte e una descrizione geografica dei territori. Nel secondo volume, si sofferma sul territorio pugliese e, quel che ci interessa più da vicino, su Terra d’Otranto.  Nel suo viaggio era assieme alla moglie Martha Baker. L’opera è un documento veritiero della realtà delle province meridionali del Settecento, perché tratta di testimonianze raccolte sul campo dall’autore, si potrebbe dire in presa diretta. Di particolare interesse, il suo disappunto di fronte al barocco leccese e a quello che ne è il monumento simbolo, la Chiesa di Santa Croce, che derubrica a pessimo esempio di commistione fra stili diversi. Lo Swinburne detesta la città di Lecce e la sua architettura, però racconta gli aneddoti, le leggende, le tradizioni e le curiosità che raccoglie parlando con la gente del luogo.[16]

Nella prima traduzione in francese dell’opera, nelle note, viene riportato proprio il diario di viaggio di Denon, prima ancora che questo fosse pubblicato da Saint Non, ossia dal legittimo proprietario. Le traduttrici francesi erano Mademoiselle de Kéralio e Madame de La Borde. Lo conferma lo stesso autore nella Prefazione alla seconda edizione: “Due signore hanno onorato il mio lavoro con traduzioni in francese: una è Mademoiselle de Kéralio, una stimata scrittrice di biografie; mentre l’altra è Madame de La Borde, l’amabile e compita moglie di un Fermier-General, ultimo cameriere personale di Luigi XV. La sua versione è elegante e stampata in uno stile molto bello da Didot. Suo marito, che ha pubblicato una storia della musica di grande valore, ha aggiunto due volumi di note per correggere le mie mancanze, dove credeva di averne trovate e per spiegare più dettagliatamente molti punti relativi alla storia, alla chimica e alla musica, che erano stati solo toccati. Ho adottato le sue correzioni dove le ho ritenute giuste e ho aggiunto le informazioni che ho ricevuto sulle Due Sicilie dopo la pubblicazione della prima edizione”.[17] Il marito della Laborde altri non è che il già citato editore Benjamin, il quale non si fece scrupoli di pubblicare il materiale inedito di Denon senza l’autorizzazione del legittimo proprietario. Il fatto che la responsabile dell’opera fosse Madame de Laborde, non cambia la sostanza delle cose. Ma c’è di più. In questo contesto si inserisce anche la figura del Canonico Annibale De Leo, Vescovo di Brindisi (1739-1814).[18]

Infatti, Laborde, quando era ancora coinvolto nel progetto editoriale del Voyage, invia una lettera al Canonico De Leo il 2 agosto 1779. La lettera, che si trova presso la Biblioteca arcivescovile di Brindisi, viene pubblicata per la prima volta da Franco Silvestri (a lui segnalata dall’allora bibliotecario della “De Leo”, Rosario Jurlaro), nella sua edizione del Voyage Pittoresque.[19] In questa lettera, Laborde chiede al canonico De Leo di inserire un suo saggio su Brindisi all’interno dell’opera di Saint Non. Dalla lettera si rileva il fatto che Delaborde nel 1779 non solo era ancora coinvolto nella realizzazione dell’opera, ma anzi la riteneva interamente sua, o almeno, a sé stesso la accreditava nella missiva al presule brindisino, al quale chiedeva anche un’opera sulla “Vita di Pacuvio”, di cui il Denon gli aveva parlato.[20]Questo dimostra che l’impianto originale del Voyage doveva essere diverso e avvicinarsi di più ad un’opera collettiva, una raccolta di saggi di studiosi locali sul territorio dell’Italia Meridionale. Forse anche a questo cambio di impostazione si devono le divergenze fra il vero autore Saint Non e l’editore “millantatore” Delaborde. Non c’è la risposta di De Leo, così come all’interno dell’opera dell’abate francese non compare il saggio dello storico brindisino. Ciò ha portato gli studiosi a credere che in realtà De Leo avesse opposto un diniego alla richiesta di Laborde.[21]

L’opera su Brindisi venne pubblicata autonomamente nel 1843.[22] Vito Guerriero, il curatore dell’opera, che trova il manoscritto ancora inedito presso la Biblioteca e lo pubblica, spiega nell’Introduzione: “Si sapeva comunemente e con certezza, che il signor De la Borde, gentiluomo di Camera di Luigi XVI, ed autore del Viaggio pittoresco d’Italia, capitato in Brindisi, ebbe premura di trattare col prelato De Leo, come letterato di gran rinomanza. Tra le altre cose di cui si parlò nelle dotte lor conferenze, cadde discorso sopra una memoria inedita del detto De Leo, portante il titolo testè enunziato. L’importanza del soggetto mosse il signor De la Borde a chiederne la lettura, della quale gentilmente accordatagli fu invaghito in maniera che, come in attestazione di stima, pregò il De Leo ad essergli compiacente di dargli quello autografo, sulla parola di onore di farlo stampare in Parigi nel suo ritornarvi… la Memoria però, o per la morte di costui o per gli sconvolgimenti da lui trovati in Francia nel suo ritorno, non fu mai stampata né mai se ne potè sapere il destino”.[23] Non è però vero che De Leo non spedì mai l’opera al Delaborde. In realtà, il francese dovette di questa venire in possesso. Infatti, Petra Lamers ci fa sapere dove andò a finire.[24]. Il Laborde inserì alcuni estratti dell’opera di De Leo proprio nelle note sulla traduzione francese di Travels in the Two Sicilies di Swinburne, curata dalla moglie, per l’esattezza nel volume 2 da pag.249 a pag.262, dove si parla di Brindisi.[25] Ma nella descrizione e storia del porto di Brindisi, l’editore non fa riferimento al canonico De Leo. Ciò dimostra la abituale scorrettezza del Laborde, a tutto vantaggio dell’Abbè, la cui opera supera il confronto con quella di Swinburne, anche perché diverso è l’intento. Scrive Franco Silvestri :“l’Inglese fa del suo libro una guida per i turisti eruditi, lo correda di scarse, scadenti e scialbe incisioni e di molte tariffe, orari di poste, elenchi di pesci, molluschi, prodotti del suolo, entrate doganali e dazi; il Saint Non vuole un libro che nessun viaggiatore potrà mai portarsi appresso, con i suoi grandi cinque volumi in folio del peso complessivo di circa mezzo quintale, e che vuol essere una summa di arte, di storia, di ricerche archeologiche, ed immagini preziosamente incise e stampate: lo spirito colto, raffinato, avido di bellezza del viaggio in Italia dei Francesi, è in evidente contrapposizione allo spirito pratico del Grand Tour inglese.”[26]

Pochi anni prima del Nostro, un altro abate del Settecento aveva raggiunto l’Italia: l’Abbè Jèrome  Richard,  che scrisse un’opera in sei volumi, Description historique et critique de l’Italie.[27]

 

Ma se torniamo ora al Desprez, come abbiamo visto, non tutti i disegni realizzati trovarono collocazione nell’opera di Saint Non, anche se sono bellissimi e costituiscono la vera attrazione per chi sfoglia il libro.[28] I disegni di Desprez trovarono varie destinazioni, anche come fonti iconografiche dalla reale fabbrica di ceramiche di Capodimonte, Napoli, che riprodusse nei suoi pregiati monili diverse immagini del Voyage pittoresque, fra cui quella di Squinzano. Così pure l’immagine di Maglie, per l’esattezza della sua Chiesa e della Colonna di Santa Maria delle Grazie, venne ripresa nei famosi vasi inglesi della tipologia flow blue di Ironstone, prodotti dalla fabbrica di Staffordshire, in epoca vittoriana. L’immagine di Maglie, e forse anche di altri scorci del Salento, è stata quindi veicolata nel mondo attraverso le raffinate porcellane inglesi. La scoperta si deve allo storico Cosimo Giannuzzi.[29]

Più in generale, possiamo constatare come l’opera del nostro intraprendente abate abbia avuto svariate e impensabili ramificazioni, ed il nostro Salento abbia trovato attraverso di essa uno straordinario veicolo di diffusione in Europa, quando ancora la promozione territoriale turistica era qualcosa di sconosciuto alle nostre latitudini.

 

Note

[1] Si vedano fra gli altri, Cesare De Seta, L’Italia nello specchio del Grand Tour, in “Storia d’Italia”, 5, Torino, Einaudi, 1982, pp.127-263 e Giovanna Scianatico, Scrittura di Viaggio. Le terre dell’Adriatico, Bari, Palomar, 2007.

[2] Teodoro Scamardi, La Puglia nella letteratura di viaggio tedesca. Riedesel- Stolberg-Gregorovius, Lecce, Milella, 1987, p. 11.

[3] Sull’Abate di Saint Non e sul Voyage, i testi consultati sono: Franco Silvestri, Viaggio pittoresco nella Puglia del Settecento: dal Voyage pittoresque, ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile, Milano-Roma, Carlo Bestetti Edizioni d’arte, 1977; Petra  Lamers, Il viaggio nel Sud del’Abbè de Saint-Non, Presentazione di Pierre Rosemberg, Napoli, Electa, 1992;Jean Claude Richard De Saint-Non, Viaggio Pittoresco, a cura di Raffaele Gaetano, Soveria Mannelli, Rubbettino 2009; Jean Claude Richard De Saint-Non in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, ad vocem.

[4]Su Jean Louis Desprez, fra gli altri: Jean Louis Desprez, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, ad vocem; Franco Silvestri, Viaggio pittoresco nella Puglia del Settecento: dal Voyage pittoresque, ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile, Milano-Roma, Carlo Bestetti Edizioni d’arte, 1977, pp.37-60; Jean Louis Desprez, in Fulvia Fiorino, Viaggiatori francesi in Puglia dal Quattrocento al Settecento, Vol.VII, Fasano, Schena, 1993, pp.241-334.

[5] Franco Silvestri, op.cit., p.44.

[6] Ivi, p.47.

[7] Ivi, p.48-49.

[8] Paolo Agostino Vetrugno, Testimonianze pittoriche attorno alla rivoluzione del ’99, in “L’Idomeneo. La Rivoluzione del 1799 e il Salento. Atti del Convegno di Studi Lecce – Lucugnano, 14 – 15 maggio 1999”, n.2, 1999, Soc. Storia Patria Puglia Sezione di Lecce, Lecce, Edizioni Panico, 2000, p.136.

[9] George Berkeley filosofo inglese (1685-1753), fu uno dei primi viaggiatori stranieri ad arrivare in Puglia nel 1717.

[10] Johann Hermann von Riedesel, barone di Eisenbach (1740-1785), uno dei più importanti viaggiatori tedeschi, nelle nostre contrade nel 1767.

[11] Stefania Dabbico, Il Salento di fine Settecento negli scritti dei viaggiatori stranieri, in “L’Idomeneo. La Rivoluzione del 1799 e il Salento. Atti del Convegno di Studi Lecce – Lucugnano, 14 – 15 maggio 1999”, n.2, 1999, Soc. Storia Patria Puglia sezione di Lecce, Lecce, Edizioni Panico, 2000, p.48.

[12] Paolo Agostino Vetrugno, op.cit., p.136 e pubblicati, sia pure con un errore nella fonte, in Marcello Fagiolo e Vincenzo Cazzato, Le città nella storia d’Italia, Lecce-Bari, 1984, p.224, nota 12, fig.138 (ma 139), e in Cosimo Damiano Fonseca, L’“Atletica penitenziale”: alle origini della religiosità e della ritualità barocca in Puglia, in AA. VV.,La Puglia tra Barocco  e Rococò, Milano, Electa,1982, p.326, fig.421.

[13] Su Dominique Vivant Denon, fra gli altri:  Vivant Denon, in  Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, ad vocem; Franco Silvestri, Viaggio pittoresco nella Puglia del Settecento cit., pp.31-33; Dominique Vivant Denon,  Lettere inedite a Isabella Teotochi Albrizzi, introduzione e note di Mario Dal Corso, Padova, Centro Stampa Palazzo Maldura, 1979 (poi Padova, Alfasessanta, 1990); Idem, Viaggio a Palermo, traduzione di Laura Mascoli, introduzione di Carlo Ruta, Palermo, Edi.bi.si., 2000; Idem, Viaggio nel regno di Napoli, 1777-1778, traduzione e commento di Teresa Leone, Napoli, Paparo edizioni, 2001; Idem, Calabria felix, traduzione di Antonio Coltellaro, Catanzaro, Rubbettino 2002; Idem, Bonaparte in Egitto. Due cronache tra illuminismo e Islam, scelta e commento di Mammoud Hussein, traduzione di Vito Bianco, Roma, Manifestolibri, 2007.

[14] Jean Honoré Fragonard – Jean Claude Richard De Saint Non, Panopticon italiano. Un diario di viaggio ritrovato.1759-1761, a cura di Pierre Rosemberg, con la collaborazione di Barbara Brejon De Lavergnee, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1986.

[15] Fulvia Fiorino, Viaggiatori francesi in Puglia dal Quattrocento al Settecento, Volume VII, Fasano, Schena, 1993, pp.113-219.

[16] Sull’opera di Swinburne, si vedano: Angela Cecere, Viaggiatori inglesi in Puglia nel Settecento, Fasano, Schena, 1989, pp. 37 e segg.; Eadem, La Puglia nei diari di viaggio di H. Swinburne, Crauford Tait Ramage, Norman Douglas, in “Annali della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bari”, Terza serie, 1989 -90/X, Fasano, 1993; una delle più recenti pubblicazioni è: Henry Swinburne, Viaggio Nel Regno Delle Due Sicilie negli Anni 1777, 1778 e 1779 (Sezioni XVII-XXXV) Viaggio da Napoli a Taranto, Traduzione e Introduzione a cura di Lorena Carbonara, Edizioni Digitali Del Cisva, 2010 (on line).

[17] Henry Swinburne, Viaggio Nel Regno Delle Due Sicilie negli Anni 1777, 1778 e 1779 (Sezioni XVII-XXXV) Viaggio da Napoli a Taranto, Traduzione e Introduzione a cura di Lorena Carbonara, Edizioni Digitali Del Cisva, 2010, p.12 (on line).

[18] Su De Leo, fra gli altri, Rosario Jurlaro, Annibale De Leo nella storia della storiografia italiana, in “Ricerche e Studi”, a cura di Gabriele Marzano, n.1, 1964, Fasano, 1964, pp.29-30; G. Liberati, Annibale De Leo e la cultura del ‘700 in Brindisi, in “Brundisi Res”, n.II, 1970, pp. 17-18; Giacomo Perrino, Annibale De Leo teologo, storico, pastore, in “Brundisii res”, n.VII, 1975, p.289; Salvatore Palese, Seminari di Terra d’Otranto tra rivoluzione e restaurazione, in Aa.Vv., Terra d’Otranto in età moderna. Fonti e ricerche di storia religiosa e sociale, a cura di Bruno Pellegrino, Galatina, Congedo, 1984, pp.121 e sgg..

[19] Franco Silvestri, op.cit., p.61.  Il Voyage Pittoresque curato da Silvestri, edito la prima volta nel 1972, riproduce solo il tomo terzo che contiene il “Viaggio pittoresco della Magna Grecia”, suddiviso in 4 capitoli, con traduzione italiana e testo francese a fronte in stampa anastatica. Si veda anche Petra Lamers, op.cit., p.33.

[20] Il riferimento è a Delle memorie di M. Pacuvio antichissimo poeta tragico dissertazione di Annibale de Leo, Napoli, nella Stamperia Raimondiana, 1763, unica opera pubblicata in vita dal Vescovo di Brindisi.

[21] Franco Silvestri, op.cit., p. 62.

[22] Annibale De Leo, Dell’antichissima Città di Brindisi e Suo Celebre Porto. Memoria inedita di Annibale De Leo. Seguita da un articolo storico de’vescovi di quella chiesa compilato da Vito Guerriero Primicerio della Cattedrale della stessa Chiesa, per ordine dell’attuale Arcivescovo D.Diego Planeta come dalla pagina seguente, Napoli, dalla Stamperia della società Filomatea, 1846. Poi ripubblicato in ristampa anastatica in Idem, Dell’antichissima Città di Brindisi e Suo Celebre Porto, a cura di Rosario Jurlaro, Bologna, Forni, 1984.

[23] Annibale De Leo, op.cit., p. IV, riportata anche in Franco Silvestri, op.cit., p. 62.  Il porto di Brindisi ritorna ancora nell’opera pittorica di un altro viaggiatore straniero, val bene Jacob Philipp Hackert (1737-1807), con I porti delle Due Sicilie (prima versione stampata a Napoli nel 1792). Hackert era pittore di corte del re Ferdinando IV e in questa veste fu in Italia con molti incarichi come quello di supervisionare il trasferimento della collezione Farnese da Roma a Napoli. Ma l’incarico più prestigioso che ricevette dal re Ferdinando IV fu la commissione del famoso ciclo di dipinti raffiguranti i porti del Regno di Napoli. Le numerose vedute dei porti si articolano in tre gruppi suddivisi tra le vedute campane, pugliesi, calabresi e siciliane. Per eseguire i disegni preparatori, si recò in Puglia e in Campania. La serie comprende 17 quadri e si trova ancora oggi custodita presso la Reggia di Caserta, massima realizzazione artistica voluta dal Re Carlo di Borbone; vi sono raffigurati esattamente i porti di Taranto, Brindisi, Manfredonia, Barletta, Trani, Bisceglie, Monopoli, Gallipoli, Otranto. Su Jacob Philipp Hackert, si veda: Philipp Hackert, Dodici porti del Regno di Napoli, a cura di M. Vocino, Napoli, Montanino, 1980; Atanasio Mozzillo, Gli approdi del Sud. I porti del regno visti da Philipp Hackert (1789-1793), Cavallino, Capone, 1989.

[24] Petra Lamers, op.cit., p.58.

[25] Ivi, p.36.

[26] Franco Silvestri, op.cit., p.19.

[27] Rosanna Cioffi, Due francesi in viaggio a Napoli. L’Abbé Jérôme Richard e il Marquis de Sade nella Cappella Sansevero, in La Campania e il Grand Tour. Immagini, luoghi e racconti di viaggio, a cura di R. Cioffi, S. Martelli, I. Cecere, G. Brevetti, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2015, pp. 329-340, e Rosanna Cioffi, Storia e critica d’arte nel secolo dei Lumi. Cochin, Richard e Sade in viaggio a Napoli, in Intra et Extra Moenia. Sguardi sulla città fra antico e moderno, a cura di R. Cioffi, G. Pignatelli, Napoli, Giannini Editore, 2014, pp. 27-34. A Fulvia Fiorino e Giovanni Dotoli si deve la pubblicazione della meritoria collana edita da Schena sui viaggiatori stranieri nei secoli. Per l’esattezza: Dotoli-Fiorino, Viaggiatori Francesi in Puglia nell’Ottocento, Vol.I, 1985; Viaggiatori Francesi in Puglia nell’Ottocento, Vol.II, 1986; Viaggiatori Francesi in Puglia nell’Ottocento, Vol.III, 1987; Viaggiatori Francesi in Puglia nell’Ottocento, Vol.IV, 1989; Viaggiatori francesi in Puglia nel Primo Novecento, Vol. V, 1988; Fiorino, Viaggiatori francesi in Puglia dal Quattrocento al Settecento, Vol.VI,1993; Fiorino, Viaggiatori francesi in Puglia dal Quattrocento al Settecento, Vol.VII, 1993; Dotoli-Fiorino, Viaggiatori Francesi in Puglia nell’Ottocento, Vol.VIII, 1999.

[28] La Fiorino pubblica anche del Desprez tutti i suoi disegni noti realizzati sulla Puglia. Fulvia Fiorino, op. cit., pp. 241-334.

[29]Cosimo Giannuzzi, La veduta settecentesca di Maglie nella ceramica. Dal “Voyage pittoresque” del Saint Non alla ceramica Ironstone, Maglie, Erreci Edizioni, 2007.

 

Vedi anche:

Il centro storico di Maglie nei paesi nordici europei – Fondazione Terra D’Otranto

Brindisi: il Seminario* in un disegno di Desprez – Fondazione Terra D’Otranto

Lecce, piazza S. Oronzo in un disegno della fine del XVIII secolo – Fondazione Terra D’Otranto

La veduta settecentesca di Maglie nella ceramica – Fondazione Terra D’Otranto

 

Dialetto salentino. Il presente del verbo “avere”

di Giammarco Simone

Il dialetto salentino ammette una diversità linguistica molto interessante da studiare e da conoscere, la quale si riflette non solo sulle parole e il loro significato ma anche su alcuni aspetti linguistici meno presi in considerazione ma sui quali è utile spenderci alcune riflessioni. Stiamo parlando delle forme verbali. In questo breve intervento, nato dalla curiosità di una parlante salentino, si presenteranno, a mo’ di linea guida, quelle che sono le varie forme del presente indicativo del verbo ‘avere’ nelle diverse zone geografiche del Salento. Fondamentale per orientarsi all’interno del complesso panorama linguistico è il libro Grammatica Storica della lingua italiana e dei suoi dialetti (1969) di Gerhard Rolhfs, importantissimo linguista e filologo tedesco a cui si devono la maggior parte degli studi sui dialetti italiani. Detto ciò, iniziamo col vedere quali sono le forme verbali del presente indicativo del verbo ‘avere’:

  • 1°pers. sing: àggiu (it. io ho): questa forma proviene dal latino volgare *ajo che a sua volta ha generato la forma aggio presente nella lingua italiana utilizzata da Dante e Petrarca.
  • 2° pers. sing: ài/à (it. tu hai): sembra derivare dalla forma del latino volgare *as, proveniente a sua volta dal latino HABES. Generalmente, si tende ad utilizzare la forma ridotta à, anche se si possono trovare casi con la forma ài in tutto il Salento, soprattutto nel leccese e nel gallipolino (es. m’ài dittu; m’à dittu).
  • 3°pers. sing: à /àe / àve (it. egli/ella ha): la forma à sarebbe l’abbreviazione della forma volgare *at, proveniente da HABET latino. Inoltre, sia àe che àve sono forme piene derivante da HABET e sono presenti anche nella lingua utilizzata da Dante, Petrarca e Tasso. La forma à è quella più utilizzata, ciò dovuto, forse, alla somiglianza con forma italiana ha (es. cè à ffattu Giovanni?). Tuttavia, nel leccese e nei paesi come Leverano, Copertino, Galatone e Galatina si utilizza anche la forma àe (es. no àe dittu Giovanni ca…). Da non confondere però l’uso di (es. nu bè dittu Giovanni ca…). In questo caso, la forma è del verbo ‘essere’ che molto spesso nei dialetti, soprattutto quando si usa in funzione di ausiliare, si confonde con il verbo ‘avere’. Per quanto riguarda il gallipolino, ma in generale in tutto il Salento meridionale, si tende ad utilizzare la forma àve (es. cè ave fattu Giovanni?;  no ave dittu Giovanni ca…).
  • 1°pers. plur: aìmu/ìmu/àmu (it. noi abbiamo): la forma aìmu proviene dal latino HABEMUS. E’ una forma che generalmente si tende ad ascoltare nel Salento centrale e meridionale assieme alla sua forma ridotta àmu (es. cè aìmu ffattu o cè àmu ffattu?). Per quanto riguarda la forma ìmu è più diffusa nel neretino (es. ìmu ffattu?).
  • 2°pers. plur: aìti/ìti/àti (it. voi avete): la forma aìti proviene dal latino HABETIS è presente in alcune parlate del brindisino e convive con la equivalente forma ridotta àti nel leccese (es. cè aìti fattu?; cè àti fattu?). Tuttavia, la forma ìti sembra essere più ricorrente nel neretino e nel Salento merdionale (es. cè ìti fattu?).
  • 3°pers plurale: ànu/àne/ònu (it. essi/esse hanno): le forme provengono da un’antica base volgare *avunt > *aunt. Anche qui, ànu si presta ad un più diffuso uso nel leccese, (es. ànu dittu), la forma àne è tipica del Salento meridionale (es. àne dittu), mentre la forma ònu è diffusa in quel di Nardò (es. ònu dittu).

Avendo fornito una panoramica delle diverse forme del verbo ‘avere’, risalta all’occhio che la sua funzione è principalmente quella di ausiliare utilizzato per la formazione del passato prossimo (es it. ho fatto > aggiu fattu). Infatti, per esprimere il significato di ‘possesso’ in tutte le sue sfumature, il dialetto salentino non usa il verbo ‘avere’ bensì si tende ad utilizzare il verbo ‘tenere’ (es. ho un’automobile > tegnu na mmachina; ho la febbre > tegnu la free).

Inoltre, è interessante sapere che il passato prossimo non è un tempo verbale tipico del dialetto salentino, in quanto esso si compone solo del presente, dell’imperfetto e del passato remoto seppur con alcune forme molto remote di congiuntivo. La presenza del passato prossimo, quindi, si deve all’influenza della lingua italiana sul dialetto.

Infine, un’altra curiosità riguardante il verbo ‘avere’ sono le forme “ndàggiundài/ndàndà/ndàe/ndàvendaìmu/ndàmu/ndìmu ndàiti/ndìti/ndàtindònu/ndànu”, con la relativa mutazione del nesso consonantico nd in nn in alcune parti del Salento che dà nnàggiunnài/nnànnà/nnàe/nnàvennàimu/nnàmu/nnìmunnàiti/nnìti/nnàtinnònu/nnànu.  Queste forme si compongono dall’avverbio di luogo e di tempo con funzione anche di pronome ndi, proveniente dal latino INDE che a sua volta ha dato ne in italiano, e dal verbo ‘avere’. Come anche sottolinea Rolhfs (1969), il ne si è diffuso in tutta la penisola italiana, perciò per l’influenza dell’italiano sulle parlate regionali, popolari e sui dialetti, si tende a dire ‘no ndàggiu free; ndài cirase?’ che sarebbe l’equivalente in italiano di ‘non ne ho febbre; hai ciliegie?. In questo caso, è importante sottolineare che il verbo ‘avere’, oltre ad accettare il nesso ne, abbia acquistato anche il significato italiano di ‘possedere’.

Conclusioni

Questo piccolo approfondimento consente di inquadrare e capire quali sono le diverse sfumature delle forme verbali del presente dell’indicativo del verbo ‘avere’ nei territori salentini. Inoltre, tali riflessioni linguistiche sono utili per dare spiegazioni alle molteplici domande e dubbi riguardanti le origini del nostro modo di parlare (come ad esempio le forme ndàggiu, ndài, ecc…) permettendo così di analizzare anche gli aspetti più piccoli del dialetto salentino.

Ubi maior minor cessat

di Armando Polito

Sarebbe bello se il detto latino non trovasse il suo corrispettivo nell’italiano Il pesce grande mangia quello piccolo e questo non trovasse conferma nella realtà fisica, politica, economica e finanziaria popolata da metaforici squali d’ogni tipo. Sarebbe bello se a farsi da parte fosse il più grande sì, ma quello che lo è per competenza, lungimiranza, onestà, anche intellettuale, e altruismo; o, quanto meno, fosse meno condizionato dall’interesse personale e più rispettoso delle istituzioni. Queste banali riflessioni mi sono state suggerite dall’incontro fortuito con un dettaglio del frontespizio di un manoscritto seicentesco (Arch.Cap.S.Pietro.H.96) custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Di seguito lo riproduco trascrivendone il titolo con lo scioglimento delle abbreviazioni e traducendolo.

ALEXANDRO VII PONTIFICI OPT(IMO) MAX(IMO)

FRANCISCO EPISCOPO PORTUENSI CARDINALE BARBERINO S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE)  VICECANCELL(ARI)O SACROSANCTAE BASILICAE PRINCIPIS AP(OS)TO(LOR(UM) ALMAE URBIS ARCHIPRESBYTERO

 JOSEPHI BALDUINI INSTRUMENTA AUTENTICA ALTARIUM CONSECRATIONUM, ET ALIORUM

([Essendo] Alessandro VII pontefice ottimo massimo, il cardinale di santa romana chiesa Francesco Barberini vescovo di Porto vicecancelliere della sacrosanta basilica del principe degli apostoli, arciprete dell’alma città [qui cui sono] gli atti autentici delle consacrazioni degli altari e di altre cose).

I dati emergenti dal frontespizio consentono di collocare il manoscritto entro confini temporali piuttosto precisi. Alessandro VII fu papa dal 1655 fino alla morte, che avvenne nel 1667; Francesco Barberino fu vescovo di Porto Porto e Santa Rufina dal 165 al 1666, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa dal 1632 al 1679, arciprete della Basilica di San Pietro in Vaticano dal 1633 al 1667. Di Giuseppe Balduini, notaio nell’archivio della basilica di S. Pietro è notizia in Giovanni Pietro Chattard, Nuova descrizione del Vaticano o sia della sacrosanta basilica di S. Pietro, Eredi Barbiellini, Roma, tomo I, p. 84, nota 1. Ne consegue che il manoscritto andrebbe datato tra il 1655 e il 1667. Senonché nell’estremo margine inferiore si nota, di altra mano An. 1655-1689. In effetti le due date corrispondono a quelle del primo e dell’ultimo atto incluso, il che fa supporre che dalla morte di Alessandro VI vi si continuò a registrare gli atti lasciando inalterato il titolo che si legge nel frontespizio.

Passo ora al dettaglio che mi ha fatto ricordare l’adagio latino. Lo presento di seguito ingrandito per facilitarne la lettura.

Mi sarei aspettato di vedere lo stemma del papa in carica, del quale mi ero già occupato in  https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/10/lo-stemma-di-fabio-chigi-vescovo-fantasma-di-nardo-e-poi-papa-celebrato-in-versi/.

Lo scudo, invece, presenta la veronica e ai lati di questa le due chiavi in posizione verticale. Mancando riferimenti individuali ad Alessandro VII l’unica supposizione possibile era che lo stemma riguardasse qualcosa superiore allo stesso papa. E che poteva essere questo qualcosa, se non la stessa istituzione della basilica? La conferma mi è venuta dallo stemma che si nota apposto proprio sulla facciata della fabbrica.

L’unica differenza è data dalla presenza dell’iscrizione R. F. S. P. (Reverenda Fabbrica di S. Pietro) al posto della veronica. Si può ben dire che, almeno in questo caso, il maior (l’istituzione) ha fatto mettere da parte il minor Iil papa), secondo quanto, senza farmi illusioni, ho auspicato all’inizio.

Comunque, per evitare che qualcuno pensi che io mi ritenga uno stinco di santo, chiudo con una confessione: il post è nato in parte dal desiderio di partecipare a chi ama queste cose il ritrovamento, ma soprattutto da un’esigenza opposta, cioè egoistica: sapere da chi nel settore è esperto se gli è capitato do incontrare come stemma della basilica questo, qualcuno somigliante o eventuali altre varianti.

Messapia: era davvero una terra tra due mari?

di Nazareno Valente

 

A quei tempi – V secolo a.C. – il termine βιβλιοθήκη (bibliotheche) non indicava ancora il luogo per la conservazione e la consultazione dei libri, ma semplicemente la cassa (θήκη) per la custodia dei rotoli di papiri (βιβλίων). Però c’erano già i banchi (βιβλιοθῆκαι, bibliotekai) dei venditori di libri (βιβλιοπώλης, bibliopoles) che fungevano da librerie e assicuravano il commercio dei rotoli e dei codici1, ed anche a commercializzare gli inediti degli autori più alla moda2.

C’era quindi già un mercato librario attivo.

 

Tuttavia il modo migliore per gli scrittori di diffondere i propri scritti – e procurarsi al tempo stesso di che vivere – non era di vederli “stampati”3 quanto piuttosto quello di declamarli pubblicamente. A livelli prosaici, questo consentiva di farsi un nome e di trovare impiego negli staff dei politici del tempo, alla stregua degli attuali scrittori ombra, o, per dirla all’anglosassone, dei ghostwriter. Con la sostanziale differenza che le relative spese erano a carico del politico che li assoldava, e non del contribuente. A livelli più spirituali, invece, voleva dire guadagnarsi un pezzo di eternità e garantire alla propria opera d’essere riconosciuta anche quando sarebbe stata recitata da altri.

Qualunque fosse il fine ultimo, un po’ tutti vi indulgevano, pure scrittori di spessore, come ad esempio lo storico Erodoto, nella cui opera sono con facilità riconoscibili gli intermezzi da lui usati per interloquire con chi l’ascoltava, allo scopo di integrare o spiegare meglio l’argomento in quel momento trattato. Intermezzi talmente tipici e rinomati che quando si parla di παρενθήκη (parenthéche), vale a dire digressioni, il pensiero corre in maniera automatica a lui.

Ed è appunto in un paio di queste digressioni che la terra salentina ed i suoi abitanti fanno per la prima volta capolino sul grande scenario della storiografia.

Nel primo passo, Erodoto si limita a caratterizzare l’area geografica della penisola salentina, indicando che essa è la parte estrema della Iapigia («Ἰηπυγίης») limitata dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος»)4. Nel secondo fornisce una genesi della popolazione che vi risiede.

Racconta infatti che i cretesi, per vendicare la morte del loro re Minosse, avevano fatto una spedizione in Sicilia senza però ottenere alcun risultato concreto. Al ritorno, sorpresi da una tempesta mentre si trovavano presso la costa Iapigia, erano stati scagliati sulla terraferma dove, essendosi spezzate le navi e vista svanita la possibilità di ritornare in patria, si videro costretti a rimanere. Qui fondarono «Ὑρία» (Hyrie probabilmente l’attuale Oria) e vi si stabilirono, subendo una grande trasformazione. Infatti non solo cambiarono nome – tramutandosi da Cretesi in Iapigi Messapi –  ma anche d’habitat, divenendo continentali da isolani che erano5.

Il passo, denso di messaggi  impliciti, e per certi versi oscuri per i non contemporanei, meriterebbe un’analisi ben più specifica di quella che sarà fatta in questa sede. Per l’occasione ci soffermeremo infatti ai soli spunti d’interesse per il tema trattato. In particolare sulla “nascita” di questo nuovo gruppo etnico (i Messapi) che raccoglie sì l’eredità cretese ma che, al tempo stesso, si differenzia del tutto dalle sue originarie condizioni sociali.

Emerge dalle parole di Erodoto la cosiddetta tradizione ionica, e in specie ateniese, desiderosa di valorizzare il mondo calabro (ricordo che Calabria era la denominazione geografica che gli autoctoni davano all’attuale penisola salentina) in funzione antitarantina, assegnandole origini cretesi. Infatti i Calabri si opponevano alle mire espansionistiche di Taranto, colonia lacedemone e quindi emanazione di Sparta, acerrima rivale di Atene. Lo storico fa proprio questo mito perché ateniese di residenza e, in aggiunta, turino d’adozione6, sia pure con cautela premettendo alle sue argomentazioni un allusivo “si dice” («λέγεται» léghetai).

Se si aggiunge che Thurii, la città di cui Erodoto aveva acquisito la cittadinanza, e nella cui agorà si era con ogni probabilità lasciato andare a quella divagazione, era legata da saldi patti con Brindisi, anch’essa nemica di Taranto, si comprende come mai lo storico non avrebbe potuto che sostenere una simile causa, anche nel  dubbio. Dubbi che a tale proposito non hanno gli studiosi moderni, quasi compatti a relegare il racconto tra le leggende, dando per certa l’origine illirica della popolazione messapica.

Detto che non mi sentirei di precludere che, in un periodo arcaico, il mondo egeo abbia potuto anch’esso contribuire alla genesi dei Messapi, il racconto testimonia comunque un aspetto di particolare rilievo. Agli occhi dei Greci, per lo meno quelli d’estrazione ionica, gli Iapigi Messapi godevano d’una posizione di evidente privilegio: rispetto ai tanti barbari con cui i coloni elleni si relazionavano, essi potevano vantare antiche (e civili) origini in quanto discendenti dei Cretesi di Minosse. Privilegio questo non certo di poco conto, se si considera che solo i celebrati Etruschi – anch’essi accreditati di origini egee orientali (Lidia) – ne potevano ostentare uno simile. In altre parole, al tempo di Erodoto, i Messapi erano una delle poche popolazioni non greche fornite dai Greci stessi d’una qualche patente di nobiltà.

Altro aspetto rimarchevole è che l’etnico Messapi («Messapioi»), assegnato da Erodoto al consistente gruppo cretese che s’era integrato con gli Iapigi7, è di matrice greca. Ne è prova la constatazione che il termine è utilizzato in maniera quasi esclusiva dalle fonti greche e che quelle latine l’adoperano molto raramente8. E trova conforto  pure nel fatto che la denominazione geografica corrispondente, Messapia («Messapίa»), sia dichiarata in maniera esplicita di origine greca da parte di Strabone («Gli Elleni la chiamano Messapίa»9). In aggiunta, come meglio vedremo, i due termini («Messapioi» e «Messapίa») avevano ampia diffusione negli etnici e nei toponimi del mondo greco. Il sovrapporre nomi di propria fattura a quelli preesistenti dei nativi rientrava nelle strategie cui i Greci ricorrevano per sminuire i loro interlocutori e condizionarli al loro metro di giudizio.

Al contrario gli indigeni chiamavano la penisola Calabria e sé stessi Calabri o Salentini, a seconda delle zone in cui risiedevano10 e – pare proprio – che non gradissero neppure un po’ le denominazioni d’origine greca. Non a caso, i Romani, sempre molto attenti a non turbare la suscettibilità delle popolazioni a loro soggette, misero al bando coronimi ed etnici coniati dagli Elleni e ripristinarono quelli originari. Sicché, nelle fonti latine, già poco propense all’uso della terminologia greca, dalla seconda meta del III secolo a.C. scompaiano del tutto le denominazioni Messapia e Messapi, a beneficio delle voci locali (Calabria, Calabri, Sallentini)

La domanda che ci si pone spesso è come mai i Greci scelsero proprio quei termini per caratterizzare l’attuale penisola salentina ed i suoi abitanti. Un quesito, questo, che incuriosiva anche gli autori antichi.

Di certo erano nomi abbastanza noti al mondo greco, essendo già ampiamente diffusi nelle loro regioni d’origine.

Senza farne un elenco completo, menzioniamo quelli più ricorrenti e significativi.

In Beozia esisteva una piccola catena montuosa chiamata Messapio, di cui ci dà nota Pausania ponendola a sinistra dell’Euripo – che è lo stretto tratto di mare Egeo che separa la Beozia dall’isola di Eubea – ai cui piedi c’era la città di Antedone11 distante una decina di chilometri da Calcide posta sull’altra sponda dell’Eubea.

Strabone ce ne dà menzione riferendo che, nel territorio di Antedone, si trova il monte Messapio aggiungendo l’importante notizia che esso «trae nome da Messapo che, passato in Iapigia, dette a questa contrada il nome di Messapia»12.

Pure Stefano Bizantino13 e Fozio14 – che di fatto lo copia – parlando dello stesso monte, lo collocano in apparenza in maniera errata in Eubea, confermando che aveva preso nome da Messapo «quello che si trasferì in Italia».

C’è quindi una certa sostanziale concordanza tra le fonti, sia pure, come vedremo meglio in seguito, con qualche variante di dettaglio. Parrebbe pertanto che sulla questione non ci fossero forti dubbi, tanto è vero che anche l’autorità di Plinio il Vecchio sostiene una simile ipotesi, riportando che «i Greci la chiamarono Messapia dal nome d’un condottiero» («Graeci Messapiam a duce appellavere»)15. In definitiva tutti d’accordo che Messapia traeva nome da un condottiero, in genere ritenuto proveniente dalla Beozia dove risultava già eponimo d’una piccola catena montuosa.

Pur tuttavia questa tesi non soddisfa gli studiosi, e vedremo poi perché.

Acquisisce così in alternativa spazio una proposta moderna la quale  prevede «che i Greci intendessero il nome Messápioi, per etimologia popolare, come ‘quelli tra i due mari’»16 e per Messapía «quella che sta in mezzo (tra due mari)»17. Il fascino della nuova ipotesi è tale che, sebbene ritenuta dagli studiosi non dimostrabile, visto che non si conosce l’etimologia della parola, essa prende sempre più piede nella cronachistica. A tal punto che si dà ormai per scontato che Messapia  significhi «terra tra i due mari», ed in tale veste fa bella mostra nella pubblicistica locale.

Ma la potenza delle suggestioni non modifica l’attendibilità delle affermazioni: più che non dimostrabile, una simile teoria è  improbabile, se non proprio impossibile.

E vediamo perché.

Abbiamo già appurato che il termine Messapi appare per la prima volta nelle fonti letterarie del V secolo a.C.  per mano di Erodoto, ma è verosimile che esso fosse di tradizione più antica, collegabile al periodo precoloniale di fine IX secolo a.C. oppure coloniale del secolo immediatamente successivo. Nel primo caso, furono con ogni probabilità gli Eubei a coniarlo, quando ancora, come racconta Plutarco18, potevano disporre dell’isola di «Kérkyra» (l’attuale Corfù) controllando le rotte per l’occidente; nel secondo all’arrivo dei Lacedemoni con la fondazione di Taranto. In entrambi i casi in un periodo in cui non ci si è ancora emancipati da una visione della terra a forma d’un disco, come lo scudo di Achille descritto da Omero, costruito appunto ad immagine del disco terrestre.

Nell’epica greca arcaica la Terra è concepita priva di profondità e circondata da Oceano, da dove sorgono e dove tramontano il sole e gli altri pianeti. In pratica si dovette attendere  Anassimandro, e quindi il VI secolo a.C., per avere una Terra che, senza il sostegno di Atlante, potesse galleggiare autonoma nello spazio ed essere rappresentata graficamente, in maniera per quel che si sa molto approssimativa. Questo per ricordare che, a differenza nostra, cui basta consultare una cartina per distinguere un mare da un altro o vedere la configurazione d’una costa, a quei tempi non si poteva ricorrere ad aiuti del genere. Tutto ciò comporta una difformità di prospettiva tra un qualsiasi lettore moderno ed un viaggiatore di epoca antica. Punti di vista e percezioni la cui lontananza è difficile da colmare e da comprendere, perché basati su configurazioni geografiche del tutto differenti e, quindi, su un diverso modo d’intendere i luoghi.

I navigatori del IX secolo a.C. non avevano strumenti di navigazione e neppure portolani e peripli che codificavano le rotte e le distanze. Il loro bagaglio conoscitivo aveva una chiara impronta pratica – alimentato dalle esperienze fatte di persona o trasmesse dalla tradizione marinara – che però presupponeva sensibilità e doti innate, oltre a conoscenze astronomiche legate alla posizioni delle stelle. Chi prendeva il mare si trovava così ad affrontare molto spesso situazioni inconsuete ed impreviste, risolvibili solo grazie alla perizia affinata con l’esercizio ripetuto ed alla capacità di sapersi orientare guardando il cielo, unica mappa disponibile, e di sapere prevedere come poteva volgere il vento. Sopperivano alla manualistica assente con doti sviluppate con il tempo e con notizie raccolte sugli itinerari da percorrere, tipo: distanza tra un promontorio e l’altro o tra due approdi;  gioco delle correnti; eventuale pericolosità dei fondali costieri. La navigazione avveniva infatti in genere lungo le coste (cabotaggio) e, solo se non si poteva fare altrimenti, si affrontava il mare aperto.

Certo, quando gli Eubei  si inoltrarono lungo le coste tirreniche ed adriatiche, facendo quindi rotta verso l’occidente, questo non era «ζόφος» (zófos, oscuro) come ai tempi di Ulisse19 ma, ugualmente,  pieno di incognite e di pericoli. Pure i riferimenti erano diversi da quelli attuali e l’Adriatico stesso, oltre ad avere un differente idronimo, era percepito in maniera particolare.

 

Intanto l’Adriatico non era vissuto come un mare vero e proprio (thálassa). Al massimo lo si considerava un mare di passaggio tra due terre («πόντος», pόntos) ma, molto più spesso, era ritenuto un golfo («kόlpos»). Inoltre i Greci, stentavano a crederlo un bacino unico e pensavano fosse composto da due distinti golfi che occupavano rispettivamente la parte più remota – il nostro Alto Adriatico – e quella più prossima alle loro coste – il Medio e Basso Adriatico.

In epoca arcaica il tratto settentrionale dell’Adriatico era chiamato dai Greci golfo di Crono20, perché il dio Crono rappresentava in sé uno spazio remoto collocato ad occidente oppure nelle estreme contrade a nord. Quindi Crono, in quanto collegabile ad una distesa marina occidentale e settentrionale rispetto al mare Ionio che solcava le coste greche. In seguito divenne golfo di Rea che, essendo moglie di Crono, richiamava probabilmente lo stesso concetto. Infine assunse la denominazione di «Adrías», Adriatico.

Come fosse chiamato il tratto di mare che bagnava le coste della penisola salentina, ci viene svelato da Eschilo21 che, narrando la storia di Io, la donna amata da Zeus e tramutata da Era in giovenca, lo denomina «Iónios kolpos» (golfo Ionio). Quest’ultimo nome serviva anche ad identificare genericamente tutto l’attuale Adriatico ma in maniera specifica e più spesso indicava solo l’Adriatico centro-meridionale.

In definitiva la parte settentrionale aveva una doppia nomenclatura – golfo Ionio o Adriatico – mentre quella centro-meridionale golfo Ionio. Quindi ai tempi in cui gli Eubei commerciavano nell’Adriatico, oppure quando fu fondata la colonia di Taranto, il mare che bagnava la costa orientale della Iapigia era chiamato Ionio; non Adriatico.

E tale termine fu adoperata sino a tutto il V secolo a.C., vale a dire pure ai tempi in cui scriveva Erodoto che, come visto, fu il primo a fare menzione della Messapia. Infatti, parlando di Apollonia22, lo storico precisa che è una città appunto situata sul golfo Ionio, perché quel tratto di mare non aveva ancora assunto il nome di Adriatico.

Solo nel secolo successivo, e molto lentamente, il nome che aveva contraddistinto solo la parte settentrionale del mare – «Adrías» –  prese ad identificare anche la restante parte di golfo, e “nacque” così l’Adriatico che tutti conosciamo. Non a caso nel Periplo dello Pseudo-Scilace23 – databile al IV secolo a.C. – l’autore,  dopo aver parlato indifferentemente di Ionio e di Adriatico, per timore di confondere il lettore, precisa che, quando parla di Ionio («Iónios») o di Adriatico («Adrías»), sta discorrendo dello stesso mare. Ed il geografo Strabone, ancora secoli dopo continuava ad affermare che il golfo Ionio e l’Adriatico hanno la stessa imboccatura (il canale d’Otranto), solo che il nome Ionio viene attribuito alla prima parte del mare e quello di Adriatico per la parte interna fino al più lontano recesso. Per poi concludere che, al suo tempo, quest’ultimo, a differenza del passato, era ormai il nome dell’intero mare24.

Morale della favola, quando tra il IX ed il V secolo a.C. fu coniato il termine Messapia, la penisola salentina non era considerata dai Greci bagnata da due mari distinti ma da un unico mare. E questo mare quand’era considerato nel suo complesso, compresi  quindi entrambi gli attuali bacini adriatico e ionico e quello al di sotto del Bruzio (la moderna Calabria), veniva chiamato dagli scoliasti mar Ionio d’Italia («Iónios pélagos tes Italías25»), per non confonderlo con il mar Ionio greco. Di conseguenza, Messapia non poteva voler dire “terra che si trova tra due mari” per il semplice motivo che, allora, si riteneva che entrambe le coste della penisola salentina fossero bagnate da un solo mare, appunto lo Ionio.

Occorre rilevare che non era una mera questione formale, derivante dai diversi idronimi utilizzati; all’opposto riguardava un aspetto sostanziale. Alla base c’era un’errata valutazione dell’estensione della penisola salentina e, in particolare, del suo orientamento che la faceva credere disposta in modo tale da non creare due distinti bacini. Da questa rappresentazione falsata derivava la convinzione che fosse contornata da un unico mare.

 

Lo lascia intendere Polibio, uno degli storici più attenti e stimati, che ancora nel II secolo a.C.  dichiarava che l’Italia aveva  una configurazione triangolare («τριγωνοειδοῦς») con base le Alpi e per vertice il capo Cocinto26, attuale punta Stilo. Tale schematizzazione faceva quindi prevedere che tutte le terre ad oriente di Cocinto, e quindi anche la Messapia, fossero necessariamente solcate da un solo mare, e questo a prescindere dalle denominazioni geografiche in uso. E successivamente pure Strabone, sebbene conscio che l’Italia non fosse assimilabile ad un triangolo, in quanto – come evidenziava – la parte centro-meridionale  «termina con due punte che s’inoltrano l’uno verso lo stretto di Sicilia e l’altro al capo Iapigio», la percepiva tuttavia «racchiusa dall’Adriatico da una parte; dal mar Tirreno dall’altra»27. Come dire che, mentre prima le coste salentine erano pensate bagnate dal solo Ionio, successivamente furono considerate solcate dal solo Adriatico.

La sostanza rimaneva in ogni caso sempre la stessa. Agli occhi degli antichi il Salento non si trovava tra due mari.

Di conseguenza, la fascinosa soluzione di “terra  tra due mari” non è neppure proponibile, essendo essa del tutto anacronistica, basata, com’è, su convenzioni e convincimenti posteriori a quando il termine fu coniato.

Scartata così un’ipotesi, perché di fatto irrealistica, occorre verificare se è possibile confezionarne una quantomeno plausibile.

È quanto si cercherà di fare nel prossimo incontro.

(1 – continua)

 

Note

[1] C’erano due formati di libro: il rotolo ed il codice. Il rotolo era costituito da fogli incollati l’uno all’altro in successione; il codice (utilizzato nelle sue prime apparizioni  per memorizzare leggi e decreti e non opere letterarie) aveva una struttura a pagine sfogliabili da destra a sinistra e, in alcuni casi, dal basso verso l’alto.

2 Anassagora fu il primo autore ad essere commercializzato.

3 Chiaro che Gutemberg era di là da venire e c’era necessità d’uno scriba, un copista tra l’altro dotato di conoscenze specifiche, il βιβλιαγράφος (bibliagráfos), il quale – pare –  era pagato profumatamente.

4 ERODOTO (V secolo a.C.), Storie, IV 99.

5 ERODOTO, cit., VII 170.

6 Erodoto partecipò alla fondazione di  Thurii, colonia di ispirazione ateniese, nel precedente sito di Sybaris in Magna Grecia, acquisendone quindi la cittadinanza. In precedenza aveva soggiornato per anni ad Atene.

7 Nella gran parte dei testi ricorre la raffigurazione dei Messapi come suddivisione degli Iapigi: la tradizione maggiormente accolta prevede la ripartizione degli Iapigi in Dauni, Peuceti e Messapi.

8 Per quello che ho potuto appurare, nelle fonti latine fanno eccezione  i Fasti e LIVIO (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Dalla fondazione di Roma, VIII 24, 4.

9 STRABONE (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, VI 3, 1.

10 N. VALENTE, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, in “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, anno V, n. 6-7, Nardò 2018,  p. 104.

11 PAUSANIA (II secolo d.C.), Pariegesi della Grecia, IX 22, 5.

12 STRABONE, IX 2, 13

13 STEFANO BIZANTINO (VI secolo d.C. –…), Ethnica, voce “Messápion”.

14 FOZIO (IX secolo d.C.), Bibliotheke, voce “Messápion”.

15 PLINIO IL VECCHIO (I secolo d.C.),  Storia Naturale, III 11, 99.

16 Cfr. C. DE SIMONE, Gli studi recenti sulla lingua messapica, in AA.VV., Italia Omnium Terrarum Parens, Milano 1989, p. 651.

17 G. NENCI, Per una definizione della Ίαπυγία, ASNP, S. Ill, VIII, 1978, p. 47.

18 PLUTARCO (I secolo d,C. – II secolo d.C.), Questioni Greche, 11.

19 OMERO, Odissea, IX 26.

20 APOLLONIO RODIO (III secolo a.C.), Le Argoutiche, IV 327.

21 ESCHILO (VI secolo a.C. – V secolo a.C.), Prometeo incatenato, 837-840.

22 ERODOTO, Cit., IX 92, 3.

23 PSEUDO-SCILACE (forse IV secolo a.c.), par. 27.

24 STRABONE, Cit., VII 5, 8-9.

25 Scolii ad APOLLONIO RODIO, Cit., Frg. 4, 308. Si noti che nel suo complesso lo Ionio diventa pélagos, vale a dire “mare aperto”.

26 POLIBIO (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Storie, II 14, 4 – 5.

27 STRABONE, Cit., V 1, 3.

Dialetti salentini: “bisunìe” e “cònsulu”

di Armando Polito

Entrambe le voci designano il pranzo che i vicini di casa, amici o parenti mandano alla famiglia del defunto nel giorno del funerale. Esse, se testimoniano il senso di solidarietà della nostra gente, non sono però territorialmente scambiabili nell’uso, in quanto sopravvivono (per quanto tempo ancora?…) in aree diverse e il fenomeno è strettamente connesso con il loro etimo: greco per la prima, latino per la seconda.

Per bisunie illuminante è lo studio delle varianti (prisunìa, brisunia, prisunìe, brisunìe, bresunìe, parmasia, parasonno, parasomìa). tutte deformazioni del greco παρόψημα (leggi paròpsema=manicaretto), composto da παρά (leggi parà=presso) e ὄψημα (leggi òpsema=companatico, specialmente carne). In tutta evidenza bisunìe è la variante più spinta e non escluderei per essa un’ulteriore “corruzione” per incrocio con bisogni, mentre la più vicina all’etimo appare parasomìa.

Cònsulu corrisponde, con retrazione dell’accento (sistole),  all’italiano consòlo (da consolare, che è dal latino consolari), voce obsoleta soppiantata da consolazione, come confermano i siciliani cùnsulu ( o cunsulatu (a Palermo) e consòlu a Siracusa.

Chiudo con una considerazione che può sembrare, nella sua conclusione, cinica, irrispettosa e in parte contraddittoria col sentimento di solidarietà di cui ho detto all’inizio:  molto probabilmente l’usanza è legata alla pratica antichissima di porre alimenti accanto al defunto nella tomba; solo che col passare del tempo s’è capito che il morto è morto, meglio pensare ai vivi …

 

Intervista a Mariangela Ta’: cronaca di una rigenerazione

a cura di Alessio Palumbo

Mariangela Ta’ è una giovane artista galatinese, ritornata da poco tempo nella sua città natia, dopo una lunga esperienza romana ed alcune importanti attività internazionali. Iniziata la sua attività da autodidatta, ha improntato stile e tecnica, fatto di colori puri in cui le superfici sono separate da pennellate più o meno nette, poco sfumate, sul modello di pittori quali Frida Kahlo, Paul Gauguin ed Henri Rousseau.

 

Nel 2018 ha partecipato al simposio artistico, Dunart, tenutosi a Bratislava, un’esperienza che le ha permesso di studiare l’approccio di alcuni artisti ungheresi e slovacchi. Da allora, quella che l’artista ha definito una vera e propria “rigenerazione”, ha subito un’accelerazione, portandola a produrre nuovi lavori esposti presso alcune piccole gallerie del centro di Roma, a partecipare ad alcune mostre collettive fino alla sua prima personale nel 2018.

Pur nelle diverse latitudini, il Salento, riprodotto in una dimensione onirica, surreale e quasi magica, costituisce il soggetto principale delle sue opere. Tipicamente salentini sono gli stessi colori dei suoi quadri: cromie  accese e brillanti, come quelle dell’opera Metamorfosi, il cui soggetto è Aracne, una donna che si trasforma in ragno in mezzo ai campi, immersa in una natura dai colori impazziti.

Ecco la nostra intervista:

Le sue opere hanno chiari legami, nella tecnica e nei cromatismi, con i quadri di Frida Kahlo e Paul Gauguin, tuttavia è l’esperienza di Bratislava ad aver costituito, a suo dire, una “rigenerazione”. Ci descriva in cosa si è concretizzato, dal punto di vista artistico, questo passaggio dal Messico e dai Mari del Sud, alla fredda Europa centro-orientale.

Quando parlo di rigenerazione mi riferisco a un mio momento spirituale di rinascita avvenuto tramite l’arte e ancora in fase di evoluzione, il tutto reso possibile dalla pittura e non dal vissuto in una nazione. Posso affermare di essere una grande amante dei viaggi e, in quanto tale, cerco di trarre il più possibile energie positive e familiari ogni volta che viaggio all’estero.

Sicuramente mi sento più vicina ai paesi caldi ed esotici, ma il ricordo delle persone incontrate in Slovacchia non suscita in me alcuna sensazione di freddezza, essendo stata accolta come una di famiglia. La partecipazione al simposio Dunart è stata per me di particolare rilevanza perché mi ha permesso di osservare, per la prima volta, un gruppo di artisti all’opera con i loro lavori, confrontandomi con diversi punti di vista.

 

 

Il Salento, terra del rimorso, con i paesaggi assolati, i miti ancestrali, è tra i suoi soggetti preferiti: sono suggestioni nate sin da subito nella sua opera o si tratta del prodotto di un’evoluzione nella ricerca?

 Le prime opere da me realizzate non credo siano di ispirazione puramente salentina, piuttosto un incontro tra gusto spagnolo e ispirazione salentina. Sicuramente il fascino per l’aspetto magico e la luminosità dei colori sono strettamente legati alle mie origini; proprio ora ho in progetto una collezione ispirata al tema del ritorno alle origini, qualcosa che rappresenti il mio paese, Galatina. Mi piacerebbe fosse un modo per ricordare il Salento di una volta, alcuni miei familiari che purtroppo non ci sono più, un modo per tornare e apprezzare la semplicità della vita.

 

Soffermiamoci su questo ritorno a Galatina: dopo l’esperienza romana e all’estero, è per lei la chiusura di un cerchio o una semplice pausa prima di nuove esperienze artistiche?

Parlando di un cerchio, altro non può venirmi in mente che l’immagine di un ciclo che si chiude solo apparentemente: in realtà gira all’infinito. Una volta il concetto del tempo, il cerchio di cui parliamo, mi preoccupava spesso, ora posso dire che ogni chiusura può essere considerata una tappa, la vita un viaggio che si rigenera e ci mette di fronte a prospettive sempre nuove. Galatina rappresenta un punto fermo nella mia vita, insieme ad alcune persone che resteranno sempre tali e hanno scelto di camminare insieme a me a prescindere dagli spazi.

 

L’arte del costruire nel Salento. La squadratura dei conci di tufo

 

di Mario Colomba

Nel Medio Evo, era diffusa la convinzione che la capacità di lavorare la pietra da taglio fosse un dono divino. Per questo agli scalpellini era consentito uno speciale status socio-politico di particolare privilegio che, per esempio consentiva loro di spostarsi con notevole libertà anche nell’attraversamento di frontiere di stati diversi.

In effetti, specialmente agli occhi dei non addetti, aveva qualcosa di magico il risultato finale di un concio ben squadrato, realizzato partendo da quello abbastanza irregolare e quasi informe proveniente dalla cava.

La squadratura dei conci di tufo, insieme allo spegnimento della calce viva in zolle, costituiva l’operazione preliminare per l’avviamento del cantiere.

I conci di tufo provenienti dalle cave, venivano lavorati dagli squadratori (‘mmannare) che agivano solitamente in coppia. il numero minimo di due (in coppia affiatata che chiacchierando, anche di fatti personali, riuscivano a superare meglio la monotonia ripetitiva del lavoro) era necessario per l’aiuto reciproco che si prestavano nel caricare e scaricare i conci dal banco.

I conci lavorati da ciascun squadratore dovevano essere accatastati in un piliere separato; ciò, per due ordini di motivi:

      • perché il maestro potesse controllare la produttività del singolo;
      • perché le abitudini personali nel taglio dell’assetto del concio (lieve sottosquadro di alcuni mm.) dovevano essere note al muratore (la cucchiara ) che ne teneva conto nell’effettuarne la messa in opera.

     

  • Già nell’osservare l’esecuzione di questa operazione preliminare (predisposizione del banco) fatta dallo squadratore avventizio, l’occhio esperto del maestro riusciva a ricavare utili informazioni sulla capacità professionale del soggetto. Così come, il maestro difficilmente sbagliava nell’individuare l’abilità di una cucchiara o di una ‘mmannara osservando semplicemente il modo di impugnare i ferri del mestiere. La predisposizione del banco poteva già essere un’operazione discriminatoria nel senso che, uno squadratore che non era in grado di assicurare la necessaria stabilità del banco, che doveva essere ben fermo e non subire spostamenti sotto i colpi della mannaia, non era in grado di ottenere la precisione e la qualità del risultato richiesti. I conci, scaricati in cantiere dal tràino, venivano squadrati, scelti e selezionati in base alle caratteristiche della pietra ed alla tipologia di lavorazione (purpitagno, curescia, cantone, tuttuno, ecc.) e accatastati in pilieri separati, prima di essere utilizzati per la posa in opera. Per contenere al massimo la fatica e lo sforzo fisico, lo squadratore trasportava il concio grezzo, prelevandolo dalla massa scaricata dal traino proveniente dalla cava, facendolo rotolare in posizione quasi verticale, sugli spigoli della testa, per poi sollevarlo solo in prossimità del banco, sul quale veniva collocato per la lavorazione. da dove, quando era squadrato, veniva prelevato, col suo aiuto, dal manovale che lo portava sulla linea.
  • Preliminarmente, nel concio da cm. 20 di spessore disposto orizzontalmente sul banco, veniva regolarizzata, disponendola in posizione verticale, la migliore delle due superfici maggiori (minori, nei conci da cm. 30 di spessore) che diventava la faccia (la facce), cioè la superficie di riferimento. in questa operazione veniva usata con destrezza la parte lunga dello squadro metallico, impugnato con la mano sinistra, per definire l’entità e la posizione delle irregolarità da eliminare con l’uso della mannara. Successivamente, si disponeva la faccia in piano, rivolta verso l’alto e si procedeva, con l’uso dello squadro, a tagliare ad angolo retto, prima l’assetto e poi l’altra faccia parallela, detta taglia, con una staggia (tagghia) della dimensione di 25 cm. la faccia posteriore detta “dietro” (tretu) veniva tagliata per metà rivolgendo verso l’alto, prima l’assetto (assiettu) e poi, per l’altra metà, la taglia (tagghia), senza l’uso dello squadro; si aveva così il concio “perpedagno“  (purpitagno).

  • Nel caso di impiego nella costruzione di muraglie, cioè di muri a doppio paramento, i conci non venivano squadrati sulla faccia posteriore e venivano detti dialettalmente “curescie” (cioè cinture). Per queste si impiegavano i conci di spessore insufficiente per essere lavorati a “perpedagno”, mentre per il nucleo centrale di murature a notevole spessore, a più di due teste, si impiegavano i conci “cacciati a tagghia” cioè lavorati solo per definirne l’altezza (la taglia) poiché le facce non erano viste.
    La squadratura del concio avveniva con l’uso della mannaia, dello quadro metallico e della tagghia e con le seguenti modalità:
    Nei cantieri più importanti c’era un numero rilevante di squadratori che fornivano direttamente alla cucchiara i   conci squadrati da murare o i pezzi speciali.
    Il concio da squadrare veniva disposto orizzontalmente in bilico sulla testa del concio di banco e parzialmente a sbalzo di qualche centimetro per consentirne il taglio con la mannaia fino al bordo inferiore.
    Il banco (in dialetto ancu – da cui ncaddhrarescaddhrare cioè mettere o togliere dal banco) era costituito da un concio di tufo disposto in piedi, in posizione verticale e, quando il suolo lo permetteva, parzialmente infisso nel suolo per alcuni centimetri. Generalmente, se disponibile, era costituito da un “pizzotto”, affiancato alla base da un secondo concio più corto, disposto disteso (sul lato sinistro) per aumentare la stabilità del primo e su cui venivano saltuariamente appoggiati gli attrezzi che di volta in volta non venivano utilizzati nel corso della lavorazione (il metro, la tagghia, lo squadro metallico ).Prima di iniziare l’operazione della squadratura del concio, veniva posta particolare cura nella predisposizione del banco sul quale doveva essere appoggiato il concio da squadrare.
  • Altre tipologie particolari erano rappresentate da:- i “cantoni” cioè i conci angolari, scelti tra i più integri, nei quali, una delle teste veniva lavorata con l’uso dello squadro sia in verticale che in orizzontale.
  • – Le legature (tuttuni o legatore) di lunghezza pari allo spessore delle murature a doppio paramento, che venivano tagliate a misura e lavorate solo sulle teste e sugli assetti ma non sulle facce.
  • – i riattati o riatticati, perimetrali ai vani finestra, analoghi ai precedenti ma sagomati con mazzetta e battuta, con o senza sguincio e, a volte con risalto di
  • cornice sporgente.

La qualità della muratura era fortemente condizionata dalla precisione della squadratura dei conci. L’integrità degli spigoli condizionava la larghezza della stilatura e rasatura dei comenti che doveva essere quanto più stretta possibile, mentre il parallelismo degli assetti ne condizionava l’elegante linearità orizzontale senza ondeggiamenti.

Le pietre di lamia o di gliama tonde e quadre erano i conci utilizzati per la costruzione delle volte murarie. le p.d.l. tonde o quelle quadre erano, normalmente, ottenute segando per metà i pezzotti dello spessore di cm.30. Questa operazione si otteneva con l’uso del “sirracchiu” che veniva azionato da due persone disposte di fronte che generavano il movimento alternativo dell’attrezzo, partendo dalla testa del pezzotto disposto in posizione verticale.

Le p.d.l. tonde, che venivano impiegate nella realizzazione della calotta della volta, venivano lavorate sulla faccia asportando longitudinalmente un piccolo spessore di materiale crescente da zero, in corrispondenza del bordo della testa, fino a cm 1,5 al centro del concio, lasciando inalterato il profilo rettangolare delle teste.

Le p.d.l. quadre, che venivano utilizzate nella costruzione delle “formate” delle volte, venivano lavorate sulla faccia asportando trasversalmente un piccolo spessore di materiale crescente da zero fino a cm 1,5 al centro del concio, perciò lasciando inalterato il profilo degli assetti laterali.

Le appese, che venivano preparate da squadratori esperti che le montavano a secco, a piè d’opera, per verificarne preventivamente la perfetta stereotomia e gli incastri con gli incroci delle murature perimetrali dei vani da coprire.

Particolare abilità e qualificazione era richiesta poi dalle lavorazioni speciali per la realizzazione di conci scorniciati o addirittura scolpiti con tutte le difficoltà portate da una pietra – l’arenaria – non sempre omogenea come la pietra leccese e, talvolta, con la presenza di catene – strati di calcare duro e compatto all’interno del concio – che spesso ne provocavano la irreparabile rottura.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Manduria-

 

C’era comunque, alla base di tutto, un lavoro di squadra, una sinergia, che consentiva spesso senza l’uso del linguaggio la realizzazione di manufatti di pregio semplicemente ripetendo con cura e diligenza gesti e operazioni le cui modalità erano state tramandate da secoli praticamente senza alcuna variazione.

I pochi termini, generalmente dialettali, che venivano impiegati erano sufficienti per trasmettere le informazioni necessarie al conseguimento del risultato. Basta citare per questo, l’uso della mezza croce; sorta di falso squadro costituito da due vergelle di ferro (25X3) della lunghezza di circa 30-35 cm. incernierati ad una estremità, che veniva adoperata per segnare sulla faccia della p.d.l. rivolta verso l’alto, la traccia dell’inclinazione del taglio cioè serviva per determinare il verso del taglio delle teste sinistre o destre delle p.d.l. tonde; il comando era “a nnanzi” (avanti, davanti a sè) per le destre e “fore” (fuori, all’esterno) per le sinistre. Comando che veniva dato oralmente al manovale il quale, scendendo dall’impalcatura di servizio posta all’altezza delle appese, portava fisicamente la mezza croce, impostata dal muratore, allo squadratore che la riportava sul concio da sagomare, cioè per modellare la testa della p.d.l.. secondo il comando ricevuto.

L’attaccamento diretto al risultato finale era molto diffuso specialmente da parte dello squadratore che intravedeva nel concio che stava squadrando, unica fonte del suo reddito, le sue stesse personali possibilità di sopravvivenza ed anche per questo ci metteva, con la dovuta sollecitudine richiesta dalla produttività, tutta la cura e la precisione di cui era capace attirando l’attenzione del maestro che ne valutava la capacità e la produttività. La delicatezza, con cui il concio squadrato veniva accatastato nel piliere personale per evitare “sgrugnature” degli spigoli, rappresentava una sorta di affettuoso distacco, come il commiato da una propria creatura che viene considerata con spirito di compiacimento e come attestato della propria abilità.

Non era infrequente che venisse verificato da parte dei committenti più esigenti, perfino l’integrità interna del singolo concio squadrato che, se percosso con un sasso non emetteva un suono metallico ma un tonfo sordo, rivelava la presenza di fratture interne e quindi era da scartare.

 

Per le parti precedenti vedi qui:

L’arte del costruire nel Salento. I materiali da costruzione

Scatta e crepa Scinnaru!

 

di Marino Miccoli

Mia nonna materna Addolorata Polimeno, macellaia o meglio uccéra a Spongano sin dai primi anni del ‘900, era un vero e proprio archivio di cultura e saggezza popolare, che aveva recepito e poi tramandato oralmente ai suoi discendenti.

Tra i tanti stornelli e culacchi che mi ha narrato in dialetto sponganese ve ne era uno in cui ha spiegato il motivo per cui febbraio è il mese più corto dell’anno.

Con piacere mi accingo a raccontarvelo su questo lodevole sito “Terra d’Otranto” che dei proverbi e delle tradizioni popolari del Salento è un pregevole scrigno, e per questo ringrazio dell’impegno profuso da tutti coloro che lo alimentano e lo tengono in vita. Un pensiero riconoscente lo dedico al mio concittadino sponganese Giuseppe Corvaglia, per la sua instancabile quanto preziosa attività di autentico appassionato delle tradizioni popolari del Salento.
In origine, quando il mese di gennaio disponeva di solo 29 giorni, mentre febbraio era composto da 30 giorni, vi fu una vecchia pecoraia che proprio l’ultimo giorno di gennaio, al ritorno dal pascolo e subito dopo aver ricoverato le pecore del suo gregge nthrà lli curti, ebbe ad esclamare ad alta voce: “scatta e crepa scinnaru ca le pecure mei l’aggiu trasute de lu quadaru!”.

Lu quadaru era quel varco realizzato nel muretto a secco di recinzione dei fondi, che consentiva agli animali di entrarvi e uscirne.
Gennaio nell’udire l’invettiva di quella vecchia che gli aveva augurato di morire al più presto, fu molto amareggiato e si sedette per terra, in disparte, deluso ed offeso. Suo fratello febbraio lo vide così preso dallo sconforto e avvicinatosi gliene chiese la causa.
E no sai frate meu… nà vecchia pecurara, invece cu ringrazia Diu pe lu maletiempiu ca non aggiu purtatu st’annu, m’aje castimatu… cu scattu e cu crepu m’aje dittu… e sai percène? Ca su rrivatu alla fine de lu mese senza cu li more a iddhra mancu nà pecura!”
Febbraio mosso a compassione dal dolore del fratello gli rispose: “Statte scuscitatu frate meu ca te lu mprestu ieu nu giurnu… cusine crai li faci vidire tie a ddhrà vecchia discraziata ca t’aje castimatu!”
NU GIURNU NE LU MPRESTAU E NU GIURNU NE LU RRUBBAU… e fu così che gennaio nei due giorni seguenti ebbe la possibilità e la forza di scatenare una bufera di vento e neve con cui sterminò tutte le pecore di quella vecchia irriconoscente e maldicente. Questa vedendo tutti i suoi animali uccisi dal maltempo cadde a terra tramortita e se chianciu tutti li morti soi.
Da allora febbraio “FERBARU” rimase con 28 giorni ed ebbe a dolersi del comportamento di suo fratello gennaio “SCINNARU”, che con furbizia approfittò della sua bontà e compassione per aumentare i suoi giorni; per questo motivo con delusione esclamò: SE LI GIURNI MEI LI TINIA TUTTI, FACIA QUAJAR LU MIERU A NTHRA’ LE UTTI.

Il racconto degli ultimi giorni a Napoli di Francesco II, il re sulla via della beatificazione*

di Michele Eugenio Di Carlo

Su Francesco II, l’ultimo re di Napoli, si aprono le vie della beatificazione. É una notizia che non mi sorprende, avendo passato gli ultimi anni a studiare attentamente la storia della fine del Regno delle Due Sicilie e, naturalmente, le vite dei protagonisti centrali di questo periodo storico tra i quali spiccano inevitabilmente Ferdinando II e lo stesso Francesco II.

Ai fini del processo di beatificazione di Francesco II, sicuramente non risulterà irrilevante il modo in cui lasciò Napoli, cercando di affrancarla dalla guerra e dalla distruzione, lasciando nei forti migliaia di soldati non per difendere la dinastia dei Borbone, ma affinché il passaggio di consegna a Garibaldi avvenisse nella serenità più assoluta, senza scontri e senza vittime.

Eccovi il racconto degli ultimi giorni di Francesco a Napoli, tratto dal mio recente testo “Sud da Borbone a brigante”.

 

Nemmeno un anno dopo essere salito al trono, dopo infinite traversie, Francesco II vedeva il proprio Regno invaso militarmente a tradimento da Giuseppe Garibaldi con un’impresa sostenuta segretamente da inglesi e sabaudi, in palese violazione del diritto internazionale.

La mattina del 3 settembre del 1860, assolutamente cosciente di essere circondato da traditori a cui aveva concesso spazi enormi, Francesco II prese la sofferta decisione di lasciare Napoli e di arretrare la linea difensiva contro l’avanzata garibaldina tra le fortezze di Gaeta e di Capua, nell’area compresa tra il Volturno e il Garigliano.

Tomba di Maria Cristina di Savoia in Santa Chiara a Napoli (foto Di Carlo)

 

Secondo lo scrittore Raffaele De Cesare, il Re aveva seguito i consigli dell’Austria e del comandante dell’Esercito pontificio Louis Juchault de Lamorcière[1], ma erano in tanti ad aver sconsigliato Francesco II di mettersi al comando delle truppe lungo la linea difensiva tra Salerno ed Eboli.

Secondo altri Francesco II non avrebbe dovuto lasciare Napoli, ma combattere e magari morire. Non avrebbe dovuto dar conto alla stampa filo-unitaria a cui aveva concesso una libertà mal ripagata, né al vociare di esuli cavourriani e mazziniani a cui aveva concesso l’amnistia, né ai suoi ministri costituzionali al potere contro la sua stessa dinastia reale. Francesco II avrebbe invece dovuto alzare lo sguardo «nelle cose dei cittadini, nelle capanne de’ contadini, nelle tende de’ soldati», per ascoltare con commozione i «singhiozzi di milioni di sudditi, spaventati dalla imminente ruina infinita». Secondo questa tesi Francesco II avrebbe dovuto ripercorrere all’inverso i passi compiuti fino al 24 giugno: sospendere la Costituzione, proclamare lo stato d’assedio, bloccare la stampa cavourriana e mazziniana, espellere stranieri e esuli, mandare sotto processo i ministri infedeli, giudicare gli ufficiali dell’Esercito e della Marina che avevano provocato le sconfitte, eliminare i camorristi infiltrati dai suoi nemici nel corpo di Polizia, ripristinare le guardie urbane, riavvicinare i tanti fedeli sudditi allontanati dalle amministrazioni centrali e periferiche. Era questo l’unico metodo per respingere i nemici interni ed esterni e salvare con la dinastia il Sud dall’invasione in atto e dalla colonizzazione che ne sarebbe derivata.

Ma Francesco II era pur sempre il «figlio della Santa» (la madre, Maria Cristina, sarà beatificata nel 2014): più che il suo regno in terra, sperava in un piccolo e modesto posto in quello dei cieli.

Alle quattro di pomeriggio del 5 dicembre, Francesco II comunicava al Consiglio di Stato la sua decisione di lasciare Napoli per Gaeta, chiedendo al ministro degli Esteri Giacomo De Martino di preparare una lettera di protesta indirizzata alle Potenze europee.

 

L’ambasciatore inglese Henry Elliot, pur essendo un acerrimo nemico della dinastia dei Borbone, oltre che uomo di fiducia dei ministri John Russel e lord Henry John Temple di Palmerston che avevano avuto un ruolo determinante nella fine del Regno delle Due Sicilie, rimase colpito, al pari del collega francese Anatole Brenier e degli stessi ministri costituzionali del governo napoletano che stavano tradendo il loro mandato e la patria, della pacatezza, della compostezza, della risolutezza con la quale, «salvando la Corona» e Napoli dalla distruzione, Francesco II subiva le più gravi umiliazioni personali.

Tanto che quel giorno stesso la voce di Elliot sembrò levarsi a difesa di Francesco II e contro i traditori di Corte e gli stessi liberali: «È impossibile descrivere l’odiosa esibizione di piccineria, ingratitudine, vigliaccheria e d’ogni altra infima qualità che è stata fatta in questi ultimi giorni»[ii].


Castello S. Elmo a Napoli (foto Di Carlo)

 

Come scritto nel Proclama Reale, Francesco II lasciava in città parte delle forze militari, circa 6 mila uomini con il compito non di difendere la dinastia, ma di proteggere l’incolumità di Napoli.

Giovedì 6 settembre, una splendida giornata di fine estate, nelle prime ore del pomeriggio il Re riceveva il saluto dei ministri e dei direttori rivolgendosi loro in maniera cortese, come d’abitudine.

Francesco II al fianco della splendida Maria Sofia lasciava Napoli senza neppure prelevare i suoi beni personali che finirono nelle mani untuose della nuova autorità e che non gli verranno mai restituiti.

Anche gli ambasciatori stranieri si presentarono a salutare il Re in partenza, persino Brenier ed Elliot, non il piemontese Salvatore Pes di Villamarina. D’altronde, De Martino aveva poco prima inoltrato l’atto di protesta nel quale il Piemonte veniva ritenuto il principale responsabile dell’invasione del Regno; un atto che terminava con l’impegno di difendere il Regno fuori le mura della Capitale e con parole solenni: «forti sui nostri dritti fondati sulla storia, sui patti internazionali e sul diritto pubblico europeo», la protesta si estendeva «contro tutti gli atti finora consumati» e con la ferma volontà di conservarla alla storia «come un monumento di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all’usurpazione»[iii].

Tranne Brenier ed Elliot, e naturalmente Villamarina, gli ambasciatori ricevettero disposizioni di trasferire a Gaeta gli uffici diplomatici. La Spagna dispose affinché Francesco II fosse scortato con due navi spagnole.

Elliot non rinunciò a criticare apertamente il comportamento assunto da Vittorio Emanuele II e da Napoleone III, durante l’avanzata garibaldina sul suolo napoletano[iv]. Nelle frasi di Elliot apparve evidente l’ammissione che la stessa propaganda, servita ad infangare i Borbone, era stata del tutto strumentale al fine di isolare una dinastia reale che si era rifiutata di sottostare alla forza delle Potenze dominanti dell’epoca.

In perfetto orario, alle diciotto, il Messaggero, scortato da due navi spagnole, salpava dal porto di Napoli. Come profetizzato dal vecchio generale Raffaele Carrascosa, Francesco II non sarebbe mai più tornato a Napoli. La flotta napoletana, già abbondantemente compromessa con l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano e l’ambasciatore piemontese Villamarina, si rifiutava di seguire il proprio re, ad eccezione della Partenope che raggiungeva Gaeta.

Con l’uscita da Napoli di Francesco II finiva il Regno delle Due Sicilie; tra Capua e Gaeta iniziava una lunga e coraggiosa lotta che avrebbe restituito l’onore perduto in Sicilia e in Calabria all’Esercito Reale e alla dinastia borbonica.

Il processo di beatificazione di Francesco II finalmente toglierà il velo oscuro sulla vera storia del nostro processo di unificazione, che può essere declinato proprio con le parole dell’ultimo re delle Due Sicilie, aventi il significato profondo «… di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all’usurpazione».

 

*Tratto dal testo “Sud da Borbone a brigante” di Michele Eugenio Di Carlo

 

Note

[1] R. DE CESARE (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, cit., p. 460.

[ii] H. ACTON, Gli ultimi borboni di Napoli (1825-1861), cit., pp. 551-552.

[iii] Ivi, pp. 471-472.

[iv] Ivi, pp. 471- 472.

 

Dialetti salentini: ‘ddumare

di Armando Polito

fiammifero

Usato col significato di accendere, nasce per aferesi da un precedente addumare, che ha l’esatto corrispondente formale nell’italiano letterario allumare usato col significato di illuminare, rischiarare) e nel regionale centrale con quello di guardare. Per completezza va ricordato che in italiano esiste anche l’omografo allumare, usato col significato di trattare con allume, con etimo evidentemente diverso da quello della nostra voce, come apparirà chiaro da quanto seguirà.

Allumare nasce dal francese allumer, a sua volta da un latino volgare *adluminare, composto dalla preposizione ad+*luminare, del quale nel latino medioevale è attestato il participio passato luminatus. Evidente, poi, che tutto è dal latino classico lumen, da cui il nostro lume. L’italiano illuminare, invece, è direttamente dal latino classico illuminare. composto da in+*luminare.

Il francese allumer trova la sua più antica attestazione col significato di incendiare intorno al 1100, in quello di accendere il fuoco per rischiarare nel 1119, in quello di eccitare, infiammare i sensi nel 11641.

Per quanto riguarda, invece, allumare le più antiche attestazioni che sono riuscito a reperire risalgono al XIII secolo:

Giacomo da Lentini, Poesie, I, 24-26: Foc’aio al cor non credo mai si stingua;/anzi si pur alluma:/perché non mi consuma?3

Bonagiunta Orbicciani: E sono stanco e lasso;/meo foco non alluma,/ma quanto più ci afanno/men s’apprende.4

Giacomo da Lentini: anti, si pur alluma5E allumo dentro e sforzo in far semblanza6; ma Amor m’à sì allumato7; mi conforti e m’allumi8; e sempre alluma sua clarita spera9. Nello stesso autore compare anche alluminareIo che t’alluminai10.

Per il secolo successivo:

Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XX, 1: Quando colui che tutto ‘l mondo alluma.   Per gli autori che seguono, anch’essi del XIV secolo, il testo è tratto da Ludovico Frati, Le rime del codice isoldino2, Romagnoli-Dall’Acqua, Bologna, 1913.

Giannotto Calogrosso di Salerno, Cantilena per Donna Nicolosa de Sanutis di Bologna, I, 7: Altra non è che allumi il nostro mondo.

Francesco Petrarca, Canti per Cicco di Ascoli, I, 1: Tu sei il grande Ascholan che ‘l mondo allumi.

Antonio De Lerro di Forlì, Canti e cantilene, I, 29: Alluma, priego, ormai l’ingrata mente.

I, 102: In ogni parte ove ‘l mio cuor alluma. XV, 2: Che col tuo bel parlar il mondo allummi. XVIII, 13: Perché no allumi tu mia vita obscura?

Giovanni Boccaccio, Amorosa visione, : e più nel cor sentia ‘l foco allumarsi.

Il francesismo non fu disdegnato nemmeno successivamente:

Torquato Tasso (XVI secolo), Gerusalemme Liberata, LXXIV, 6: Que’ pochi, a cui la mente il vero alluma.

Matteo Maria Bandello (XVI secolo), LXXVIII, 12: Febo, ch’allumi il mondo, e questa mia. LXXXVI, 10: ch’alluma e scalda il mondo freddo e cieco. CXL, 10: e quando casca, e alluma il ciel la luna. CLXXIX, 32: non fanno il corso, n’alluman la notte. CLXXX, 9: non vuo’ ch’altrui splendor mai più m’allume? CLXXXII, 36: che potrebbe allumar l’oscuro inferno. CCXXXIII, 98: e tu (la tua mercé) gl’allum’ il core e 157: e tu (la tua mercé) gl’allum’ il core. CCXXXIX, 7: per allumar le tenebrose menti.

Non deve meravigliare in ‘ddumare il passaggio –l->-d-, fenomeno antico presente, per esempio, in sedano, che è dal greco σέλινον (leggi sèlinon) e, nella sequenza inversa (-d->-l-), in Ulisse, che è dal latino Ulìxes, a sua volta dal greco Ὀδυσσέυς (leggi Odiussèus)  e in lacrima,  che è dall’omonimo latino, a sua volta dal greco δάκρυμα (leggi dàcriuma).  Aggiungo che per quanto riguarda sedano la l originaria è stata recuperata dal romanesco sèllero, dal sardo sèllere, dal ligure sello, dal lombardo selar,   dall’emiliano e romagnolo serral/seler e , fuori d’Italia, dall’inglese celery e dal francese céleri. Non è finita: chi, a prima vista, direbbe che sedano e prezzemolo sono parenti non solo botanicamente ma anche etimologicamente? Tutto apparirà chiaro se si pensa che prezzemolo non è altro che la deformazione, attraverso un latino volgare *petrosèmolu(m), del classico petrosèlinu(m), a sua volta dal greco πετροσέλινον (leggi petrosèlinon), composto da πέτρα (leggi petra=pietra) e dal già citato σέλινον.

 

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1 https://www.cnrtl.fr/etymologie/allumer

2 Da Giuseppe Isoldi, nome del proprietario, letterato del XVIII secolo. S’ignora la data del manoscritto che il Crescimbeni definisce bellissimo codice di carta in quarto assai antico contenente molti Poeti antichi, e da me chiamato il Codice Isoldiano (Istoria della volgar poesia, Antonio De Rossi, Roma, 1714, introduzione, s. p.)

3 Testo tratto dall’edizione Bulzoni, Roma, 1979.

4 Testo tratto da Guido Zaccagnini- Amos Parducci, Rimatori siculo-toscani del Dugento, Laterza, Bari, 1915. I versi appartengono alla canzone Avegna che partensa.

5 Canzone Madonna vi voglio, v. 25.

6 Canzone Amor che lungiamente m’ài menato, v. 40.

7 Canzone Ancor che l’aigua per lo foco lassi, v. 13.

8 Membrando ciò c’Amore, v. 60.

9 Canzone Come lo sol che tal’ altura passa, v. 2.

10 Canzone La mia amorosa mente, v. 54.

Il castello di Francavilla (quarta ed ultima parte)

di Mirko Belfiore

I numerosi vani del piano nobile si dispongono intorno all’ambiente più importante di tutto l’edificio: la Sala del Camino. Una sontuosa volta a padiglione coperta interamente da un affresco del 1928, opera dell’artista napoletano G. Vollono, lo stesso già presente nella chiesa dei Padri Liguorini di Francavilla, si profila lungo tutto l’ampio soffitto, poggiandosi su diciotto pennacchi e altrettanti peducci. L’unicità della superficie sta nella ricca decorazione a foglie d’oro che riesce a fondere la raffinatezza degli elementi a finto stucco (intrecciati, decorazioni a ovoli o a foglie d’acanto, rosette, conchiglie, araldi, putti, animali mitologici) e la luminosità del prezioso metallo, il tutto inserito nelle ampie quadrature della parte centrale e dei pennacchi.

Sala del camino (Foto Alessandro Rodia)

 

Al centro, un gruppo di figure di suggestione classicheggiante, riprese dal Pantheon greco, ci propongono il dio Apollo posto alla guida del carro alato tirato da quattro cavalli e un gruppo di splendide Muse, le quali cantando e danzando festeggiano il trionfo della luce sulle tenebre. In epoca moderna questo grande ambiente doveva essere la sala di rappresentanza dove il Principe feudatario dava udienza e dove si svolgeva buona parte della vita di corte.

Sala del camino, Trionfo di Apollo (G. Vollono, XX secolo, affresco) (Foto Alessandro Rodia)

 

Lungo le pareti si inseriscono tre interessanti manufatti, superstiti di quel lusso che in passato si diffondeva in tutta la residenza. Da una parte notiamo un raffinatissimo caminetto seicentesco scolpito in pietra leccese e risalente probabilmente allo stesso periodo del succitato loggiato posto sul lato Est della residenza. Al centro campeggia lo stemma bipartito degli Imperiale-Spinola sormontato da una corona, araldo che permette di inserire l’opera in un intervallo di tempo che va dal 1576 al 1623, periodo che coinvolge le signorie di Michele I e Davide II, rispettivamente consorti di Maddalena Spinola e Veronica Spinola. Il camino è stato realizzato con profili a “padiglione” ed è caratterizzato da una facies riccamente decorata con motivi fitoformi e zooformi che riprendono pedissequamente gli ornamenti già osservati nei frontoni e negli stipiti del ballatoio. Balzano subito all’occhio le due figure femminili poste di profilo e riproducenti le Arpie, divinità della mitologia greca, che insieme alla pigna posta in alto concorrono a sostenere lo scomparto centrale posto a mo’ di gonfalone. Quest’ultimo è delineato nei contorni da un nastro decorato a foglie d’acanto che a sua volta contorna il massiccio blasone centrale e sul quale si sovrappongono un pugno di melograni, allegoria di abbondanza e fecondità. Il tutto poggia su un ampio frontone sempre racchiuso fra due mensole su cui campeggiano nuovamente gli stemmi della famiglia Imperiale e Spinola e dove trovano posto due uccelli dalle forme fantastiche che si allungano nel tentativo di abbeverarsi verso un ampio bacile, nel quale vi è immersa una figura maschile.

Camino monumentale (Foto Alessandro Rodia)

 

Dall’altro lato troviamo un imponente dipinto incassato nella parete e riproducente l’Ultima Cena, opera proveniente dal refettorio dell’ex complesso scolopico di San Sebastiano. La sua presenza in questa sala è spiegabile con il fatto che la stessa fu qui trasportata dopo la soppressione del suddetto plesso conventuale, avvenimento intercorso durante il periodo della dominazione napoleonica (XIX secolo) diventando, come tanti altri manufatti, parte dell’arredo del castello e quindi proprietà dell’amministrazione civica francavillese. Per la tematica affrontata e per l’impostazione prospettica ricercata, l’intera opera ruota attorno alla figura di Gesù Cristo e al momento in cui lo stesso Figlio di Dio annuncia l’istituzione dell’Eucarestia. Il Cristo è avvolto in un panno color blu oltremare che insieme al rosso porpora dell’enorme drappo posto a coronamento del dipinto rimanda all’iconografia mariana. Sulla testa del Cristo, un gruppo di puttini stringe in mano spighe di grano e grappoli d’uva, altra metafora riferibile al corpo e al sangue di Cristo. I Dodici Apostoli prendono posto lungo tutto il perimetro della ricca tavola imbandita, la quale è illuminata dalla fioca luce di alcune candele e su cui sono disposte stoviglie e un succulento agnello arrosto, a sua volta simbolo del sacrificio. Gli stessi astanti sono disposti a gruppi di tre ad eccezione di due figure in particolare, San Giovanni Evangelista accovacciato vicino al Cristo e Giuda Iscariota, in primo piano, il quale tenta di nascondersi alla vista del Messia e oltre a essere indicato da uno dei suoi compagni, stringe fra le mani il famoso sacchetto con i trenta denari, prova del suo tradimento. All’intenso cromatismo in chiave veneta, in cui seppe discretamente cimentarsi l’autore ancora ignoto (forse Diego Oronzo Bianco) bisogna sovrapporre l’uso un po’ scolastico della prospettiva che per lo meno è resa con più ampio respiro grazie dall’introduzione dei due punti di fuga. Il primo si apre sull’angolo sinistro e presenta una balconata affollata mentre dall’altro lato una piccola cucina si apre fra stoviglie e vivande e vede un paio di serve indaffarate nella preparazione dei pasti.

Sala del camino, Ultima cena (Anonimo, XVII secolo, olio su tela) (foto Alessandro Rodia)

 

A queste due opere artistiche va aggiunta la pregevole specchiera posta sopra un massiccio arredamento dalle tinte corvine con alcuni fregi ripresi dalla decorazioni del vicino caminetto e un enorme stemma della città di Francavilla incastonato nel pavimento: D’argento, all’albero di ulivo con la chioma verde e con il tronco al naturale, nodrito a metà altezza nella campagna di verde, attraversante, la campagna caricata dalle lettere maiuscole F e V, una a sinistra, l’altra a destra, di nero.

Da segnalare, fra i vari ambienti di passaggio ormai svuotati degli antichi arredi, la Sala di San Carlo (in ricordo del cardinale milanese Carlo Borromeo, già feudatario della città), ambiente che in passato ospitava l’ufficio del Sindaco e che in precedenza poteva essere ricondotta a una delle camere da letto dei Principi proprietari. Ad essa aggiungiamo la Sala dedicata ad Antonio Mogavero, insigne musicista e compositore francavillese, attivo presso la corte degli Asburgo di Spagna a cui è dedicata un’epigrafe posta su una delle pareti. In passato in questa sala furono allestiti gli scranni in legno volti a ospitare il Consiglio Comunale, periodo in cui venne realizzato anche l’elegante soffitto a cassettoni donato da Gildo Palazzo (XX secolo) e dove recentemente è stata aggiunta una particolare lavorazione del pavimento con impresse le note dello spartito dell’Inno alla Gioia di Beethoven.

Sala Mogavero (foto Alessandro Rodia)

 

Dell’antico arredo pittorico sono sopravvissuti due imponenti ritratti di famiglia riproducenti Andrea I e Michele III Imperiale, ora in pessimo stato di conservazione e necessitanti di urgenti restauri, piccola testimonianza di ciò che doveva essere l’immensa quadreria di famiglia. Questi dipinti fanno parte dell’attuale pinacoteca oggi conservata nel castello ma non ancora esposta e che nei decenni è stata ampliata con tele proveniente in buona parte sempre dal dissolto ex collegio ferdinandeo degli Scolopi e quindi estranee all’originario arredo del palazzo. Intorno agli anni Cinquanta del XX secolo, il Comune decise di restaurare questi dipinti affidando l’incarico allo scultore Sergio Sportelli. Le opere d’arte erano quarantuno: trentanove a olio su tela e due su legno. Di tutto ciò nulla può ricondurre alla fastosa collezione pittorica della famiglia visto che l’unico gruppo di opere risalenti all’originale quadreria e ancora presente in Terra d’Otranto, si trova conservato nella pinacoteca di palazzo Imperiale di Latiano.

Ritratto di Andrea I Imperiali (Anonimo, XVIII secolo, olio su tela, Francavilla Fontana) (Foto Alessandro Rodia)

 

Questi frammenti non possono assolutamente restituire il fasto artistico che questa residenza doveva restituire all’ospite che, calcando queste sale, rimaneva estasiato dal lusso e dalla magnificenza raggiunta dai feudatari genovesi. Solo tramite l’inventario del 1735, pubblicato dallo studioso Michele Paone, ci si può proiettare nel ricco arredo che oltre all’edificio francavillese abbelliva gli ambienti delle altre residenze pugliesi: …esse in questi descrittivi inventari, riacquistano spessore e consistenza, umore, forme e colori; ritroviamo, in una parola, la loro antica realtà, […], il canto del luminoso passato.

Percorrendo il secondo piano si possono trovare molti locali realizzati in un secondo tempo rispetto alla struttura sei-settecentesca e dove in alcuni di questi trovava sede l’Istituto professionale per il Commercio con le aule degli studenti e le sale dei professori, poi traslocato in altra sede. Su questo livello si dispongono luoghi poco accessibili come la galleria di sentinella posta fra primo e secondo piano e la scala a chiocciola che permetteva di percorrere l’interno di una delle torri angolari.

Sala del Consiglio comunale, particolare della decorazione (Foto Alessandro Rodia)

 

Dopo i recenti restauri, quivi hanno trovato sede gli organi dell’amministrazione comunale, i quali si riuniscono in una nuova sala consiliare posizionata all’altezza dell’antica merlatura. Infine, un’imponente sala di rappresentanza detta del “lampadario”, usata per riunione e convegni, presenta un enorme lampadario realizzato con una luminaria, chiaro omaggio alla una delle tradizioni della città.

In conclusione, un’altra prova tangibile del clima culturale che pervase la residenza durante gli anni più felici è sicuramente il Teatro di corte fatto costruire nel 1716 da Michele III, grande appassionato dell’arte teatrale, di cui il nipote Michele IV fu degno erede. Sito a pochi passi dall’ingresso principale, lo stesso era probabilmente raggiungibile dai piani nobili della residenza tramite un collegamento architettonico oggi scomparso.

Teatro di corte, facciata con portale d’ingresso(Foto Alessandro Rodia)

 

Il teatro, all’esterno, si presenta come un cubo di forma squadrata senza particolari evidenze decorative, se non per un portale d’ingresso contraddistinto da un’arcata a tutto sesto, sorretta da due gruppi di semicolonne e caratterizzata da due file di pietre bugnate. L’interno, ormai privato delle antiche installazioni come il palco e lo scenario che secondo il Palumbo furono eseguiti dai maestri Giuseppe Mottisi e Pietro Pappadà di Cataldo è articolato in un lungo corridoio organizzato su due quote differenti.

Nel 1780, di questo luogo, il visitatore di origine inglese Henry Swinburne, in viaggio lungo le terre del Regno delle Due Sicilie e ospite del Principe Michele IV, ci ha lasciato un’interessante testimonianza del clima che si poteva respirare. Invitato a partecipare a una rappresentazione dell’opera Giuditta e Oloferne, lo stesso rimase molto sorpreso quando al momento della morte di Oloferne, ucciso da Giuditta tramite decapitazione, il pubblico scoppiò in fragorose ovazioni rivolte all’attore che aveva appena compiuto il cruento gesto, sottolineando il pieno e totale coinvolgimento della platea per l’opera rappresentata.

Teatro di corte, interno (Foto Alessandro Rodia)

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Per la prima parte:

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Per la seconda parte:

Il castello di Francavilla (seconda parte)

Per la terza parte:

Il castello di Francavilla (terza parte)

Il castello di Francavilla (terza parte)

Cortile interno, panoramica (Foto Alessandro Rodia).

 

di Mirko Belfiore

 

Al cortile interno si accede tramite un androne d’ingresso con volta a botte, disposto a pianta quadrata e completamente scoperto. Quest’ultimo è perimetrato da un porticato irregolare contraddistinto da colonne di ordine dorico-toscano (con echino intagliato a ovuli e frecce) che sorreggono archi a tutto sesto nei lati nord e sud e a sesto ribassato nei lati est e ovest, complessità costruttiva che ribadisce ulteriormente la stratificazione architettonica e gli aggiornamenti intercorsi fra Seicento e Settecento. Ponendoci al centro dell’atrio e alzando lo sguardo è possibile vedere il campanile a vela dell’antica cappella di Santa Maria delle Grazie, della quale recentemente sono stati riscoperti alcuni affreschi.

Cappella gentilizia Santa Maria delle Grazie (Anonimo, XVII-XVIII secolo, affresco) (Foto Alessandro Rodia)

 

Quest’ultimi sono stati rinvenuti in un punto di passaggio posto in corrispondenza del lato di levante e riportati alla luce dopo i lavori di scrostamento dei vecchi intonaci presenti sulle pareti e sui soffitti. Anche se lo stato di degrado degli affreschi è notevole, i lavori di ripristino ci hanno riconsegnato un altro di quegli ambienti di cui si era persa memoria.

Cappella gentilizia Santa Maria delle Grazie, particolare della volta (Anonimo, XVII-XVIII secolo, affresco) (Foto Alessandro Rodia)

 

Le notizie sulla cappella gentilizia sono poche e discontinue, ma per la sua realizzazione si rimanda a un lasso di tempo che può essere indicato fra la prima metà del XVII secolo, al tempo del governo di Michele II, e gli anni Venti del XVIII secolo, quando Michele III fece ampliare l’ambiente; persistono comunque dubbi che rimandano alla possibilità di un’esecuzione ancora più tarda della struttura.

Da una prima analisi si possono intuire i dettagli di ogni singola figura rappresentata, l’eleganza con cui le stesse campeggiano sulle pareti e i raffinati riquadri in cui vanno a inserirsi. Al centro della volta si erge in tutta la sua forza il Cristo Pantocratore, immerso in una mandorla di luce retta da quattro angeli con le ali spiegate; il tutto contraddistinto da un acceso cromatismo che rimanda, forse, a esperienze di matrice veneta dell’autore. La scelta dell’icona religiosa non è estranea al territorio circostante perché figlia di una cultura bizantina, di cui ne è rimasta una forte tradizione in Terra d’Otranto.

Lungo le pareti, posizionati a mezza altezza e diffusi lungo le pareti a coronamento di tutto il perimetro troviamo otto figure, di cui due collocate ai lati del varco d’accesso. Le stesse si inseriscono in scomparti dalle arcate a tutto sesto, evidenziati da quadrature dalle linee schematiche e dalle decorazioni a foglie d’acanto. Ogni personaggio che vi trova posto è avvolto da uno sfondo blu notte o rosso vermiglio, è posto di profilo ed è avvolto da tuniche di diversa fattura.

Ogni figura è riconoscibile oltre che dall’iconografia canonica anche per alcune intestazioni poste sui capi. A destra e a sinistra dell’entrata, come a volerli posizionare ai lati del Cristo, possiamo riconoscere gli apostoli Pietro e Paolo, martiri romani che ci riportano alla radice della fede cristiana. Nelle mani del primo ritroviamo le Chiavi del cielo, simbolo della Chiesa universale e del ruolo di Vicario che lo stesso ebbe agli albori della storia della Chiesa e un libro, simbolo per eccellenza della sapienza. Al secondo, invece, vanno ricondotte la folta barba nera, la spada rivolta verso il basso, simbolo del martirio che lo stesso subì perché non cittadino romano e un altro libro.

Proseguendo sulla parete Nord troviamo San Sebastiano, martirizzato due volte dall’imperatore Diocleziano, davanti a cui si profila San Rocco, rappresentato con abito da pellegrino e con la mano che indica le piaghe della peste. I due Santi sono molto celebrati nella fede cattolica perché spesso venivano invocati proprio contro il Terribile morbo che in varie epoche flagellò la penisola italiana con milioni di morti.

Proseguendo nella lettura e poste sempre in maniera speculare possiamo individuare due figure femminili: Santa Caterina d’Alessandria e Santa Lucia. La prima, in parte, è riconoscibile per i dettagli principeschi come l’elegante vestito e la corona posta sul capo, attributi che ne testimoniano le origini nobili, mentre per la seconda si nota subito la coppa che la stessa regge in mano e dove si raccolgono due occhi. Questo attributo insieme alla lampada e al cero rimandano al nome latino Lux, luce, particolari che per secoli hanno posto la Santa a protezione di coloro che pativano malanni alla vista.

La terza e ultima coppia ci propone due dei più importanti uomini della storia della Chiesa: Sant’Antonio da Padova e San Francesco d’Assisi. I due ebbero modo di conoscersi durante la prima metà del XIII secolo e per questo motivo vengono spesso rappresentati assieme. Il primo, di cui si fatica la lettura iconografica, si intuisce per l’intestazione ancora presente mentre il secondo è facilmente riconoscibile per il saio indossato, le stigmate e la chierica.

In relazione a questo piccolo gioiello bisogna menzionare un’altra interessante testimonianza che ci porta a calcare i pavimenti della chiesa Matrice. Entrando nel luogo di culto e percorrendo la navata meridionale fino all’altezza del transetto si colloca un altare oggi dedicato a Sant’Anna ma che in passato era proprio sistemato nella suddetta cappella. Questo manufatto si caratterizza di marmi policromi, intarsi di varia fattura e stucchi dalle forme sinuose in cui sembrano riunirsi forme rinascimentali quanto baroccheggianti ma che al centro campeggia, per l’appunto, l’emblema della famiglia Imperiale.

Fonte pedobattista e scalone monumentale (Foto Vanessa Nacci)

 

Posta in un angolo del cortile troviamo l’antico fonte battesimale “pedobattista” databile al XVI secolo, fatta probabilmente realizzare dall’arciprete Matteo Giovanni del Preite e originariamente situata nell’antica primitiva chiesa Matrice. L’oggetto è posto su uno stelo di dubbia provenienza e denota alcune manomissioni successive alla sua realizzazione. La conca è contraddistinta lungo tutto il perimetro lapideo da un fregio scolpito dove si alternano dieci delfini e motivi floreali di discreta fattura, interrotti al centro da uno stemma bipartito con inserite le parole NE QUERELA.

Dall’ampio cortile prende avvio l’importante scalone monumentale, sul progettista della quale gli studiosi dibattono ancora oggi. Certa è invece la realizzazione, sicuramente attribuibile all’operato del Manieri che in quel periodo lavorava per gli Imperiale nel palazzo di Casalnuovo (Manduria) dove vi è uno scalone d’onore molto simile a questo. Alcuni studiosi non sottovalutano il ruolo dell’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice, il quale non fu certamente l’artefice della progettazione della rampa ma ebbe comunque un’influenza non indifferente sul Manieri. Lo studioso Bernardo De Dominici, invece, tramanda con sicurezza il nome dell’artista napoletano, affermazione che può essere supportata da un disegno emerso dal fondo Imperiale dell’Archivio di Stato di Napoli e che presenta un prospetto acquerellato ed eseguito su cartoncino (c. 416).

Acquerello scalone monumentale (Fondo Imperiali, XVIII secolo, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato).

 

Il disegno è molto accurato e prevede la costruzione di una prima rampa che si divide in due e prosegue fine a un vano coperto, inserita all’interno di un portico a tre arcate con volta a sesto ribassato e colonne binate. Altri invece, come il Clavica, sostengono con fermezza l’attribuzione al Manieri, ponendo l’accento sull’analisi degli elementi strutturali del progetto. La mancanza di soluzioni ardite e scenografiche, tipiche dell’artista partenopeo, fa propendere verso il maestro leccese, il quale forse avrebbe potuto prendere in esame un’oramai irreperibile modellino in legno dello scalone monumentale inviato da Napoli a Michele III stesso ma che sicuramente ripropose nell’architettura francavillese elementi stilistici riscontrabili in altre sue opere come l’androne del Palazzo Imperiale di Manduria o il portico del Seminario di Brindisi.

Scalone monumentale, rampa d’accesso (Foto Alessandro Rodia)

 

Le doppie rampe in cui si divide lo scalone sono coperte da pregevoli volte a stella, a loro volta rette da paraste addossate alle pareti e pilastri che si aprono sul ballatoio. Su quest’ultimo, completamente scoperto, si affacciano i numerosi varchi d’ingresso del primo piano nobile, tutti finemente ornati da alcuni fregi molto simili a quelli cinquecenteschi della facciata principale. Le aperture si distribuiscono lungo tutto il perimetro con un ordine alternato e sono contornate da ghirlande d’alloro e righe di ovuli di radice classica a cui si affiancano ampi frontoni racchiusi fra due mensole, tutti caratterizzati da intrecci a foglie d’acanto tranne che per quello in cui ritroviamo la succitata epigrafe latina di Michele III.

Ballatoio primo piano nobile (Foto Alessandro Rodia)

 

Le grandi finestre rettangolari quanto i piccoli pertugi di forma quadrata posti a mezza altezza e corrispondenti ai piani ammezzati presentano interessanti cornici dai vari ornamenti fitoformi, ampi frontoni decorati con il medesimo ricamo a foglie d’acanto o eleganti rosette. Una menzione particolare la riserviamo a uno di questi bassorilievi, in cui campeggiano due splendidi pavoni posti l’uno davanti all’altro e impegnati a beccare una pigna, gruppetto che rimanda al più famoso Pignone dei Musei Vaticani. A concludere, un po’ isolato ma dalle forme imponenti, troviamo un altro stemma degli Imperiale, racchiuso in un rettangolo dall’elegante cornice e impreziosito da alcune volute.

Ballatoio primo piano nobile, particolare del campanile a vela (Foto Vanessa Nacci)

 

(continua)

Per la prima parte:

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Per la seconda parte:

Il castello di Francavilla (seconda parte)

Ricordo di Leandro Ghinelli

di Paolo Vincenti

 

Docente, letterato, scultore. Leandro Ghinelli (1925-2015), nato a Firenze ma salentino d’adozione, è stato un intellettuale poliedrico, multiversato, di quelli che forse a cagione di una enorme inventiva e della eterogeneità dell’ispirazione, a volte mancano di grandissimi riconoscimenti. Infatti, egli, pur appartenendo cronologicamente alla generazione del dopoguerra, non può essere assimilato a nessuna corrente artistica salentina o categoria letteraria ben definita, secondo il concetto inteso da Oreste Macrì di comune matrice archetipica, ideologica, metodologica, ambientale e amicale.

Se cioè dovessimo seguire la teoria generazionale formulata dal grande critico letterario (che compì al contrario il percorso di Ghinelli: da Maglie a Firenze), potremmo dire che in quel milieu che connota studiosi e artisti di una certa temperie culturale Ghinelli non rientra. Questo è sicuramente un vantaggio, perché per lui, come per altri oriundi salentini, non si corre il rischio di chiusura provinciale, più chiaramente di quel vieto provincialismo che condiziona gli studi di certi eruditi troppo autoreferenziali, né, di converso, di stucchevole, quasi estatica, acritica ammirazione per il territorio che sovente irrora l’ispirazione dei visitatori stranieri.

Ghinelli cioè si pone a metà via, fra l’amore unito alla gratitudine per questa terra che lo aveva accolto, e la consapevolezza dei suoi (di essa) limiti; lontano, sia nell’espressione artistica che in quella letteraria, dalla maniera, intendendo con questo termine tutto ciò che di specioso, affettato, ridondante, scontato, venga prodotto dalla gonfiezza del cuore.

Insegnava italiano e storia nelle scuole superiori. Per tutta la carriera, produzione artistica e scrittura hanno proceduto di pari passo, similmente ad altri suoi illustri colleghi come Vincenzo Ciardo, Lino Paolo Suppressa, Lionello Mandorino.

Fra le prime realizzazioni, vanno segnalati svariati ritratti in terracotta e bronzo: Leopardi (1963), Beethoven (1963), Paolo VI (1963), Petrarca (1964), Manzoni (1964), Verdi (1964), Dante (1965), D’Annunzio (1968), Pirandello (1968).

Importante, per Ghinelli, fornire una contestualizzazione teoretica alle proprie produzioni. L’autore cioè tiene a delineare i principi del suo orientamento artistico, “che non si esaurisce nell’abilità manuale di un raffinato mestiere, né tanto meno nella invenzione del nuovo a tutti i costi, ma coinvolge la meditazione sui fini e sui valori dell’esistenza umana.” [1]

Nel saggio Scultura. Il ritratto, scrive: “proprio la consapevolezza estetica dello scultore e la sua maturità di stile, di pensiero e di cultura lo rendono capace di realizzazioni d’arte che non sono semplici esecuzioni manuali o pedanti ripetizioni di modelli stereotipati, i quali possono ben rientrare in un canale di scuola antica o moderna, ma non fanno Arte, se non c’è l’Artista.”[2]

Negli anni Settanta, realizza sculture come la Maternità (1973), la Danzatrice (1977), l’Approccio (1977), Il volo (1977), la Creazione (1983), sempre con una costante attenzione all’interiorità dei personaggi ritratti, con una vereconda tensione verso l’armonia delle forme, un’armonia pacificatrice degli umani contrasti, di quel disorientante caos della vita moderna dal quale l’autore si dichiarava confuso, destabilizzato. E basta guardare le aeree linee delle sue sculture, le loro morbide volute, appena mutuate dall’arte classica ma al tempo stesso moderne, per rendersene conto.

Non ci sono, nelle forme stilizzate di Ghinelli, asprezze, stacchi improvvisi, ma soffici rotondità; come scrive Donato Valli “le opere di Leandro Ghinelli portano il segno di una istintiva gioia creatrice; l’imperante verticalismo che caratterizza in maniera decisa tutta la sua produzione più significativa è in effetti la traduzione concreta di un’ascesi che è insieme fiducia di comunicazione nel duplice livello della umana solidarietà e della divina ansia; è, cioè, volontà espressa di innalzamento spirituale, di speranza per sé e per gli altri, gioia di illuminazione attraverso la materia plasmata…”[3].

Una ragione superiore è la fede, intimamente vissuta dall’autore, che si esprime in quel verticalismo, di cui parlava Valli, che emblematizza l’ansia di ascesi di Ghinelli, la sua esigenza di mettersi in contato con il divino; e infatti le sue opere sono “caste nel loro ascetismo”, come scrive Giuseppina De Giosa, e “i suoi nudi levigati ed ariosi nella loro leggerezza quasi impalpabile”[4].

Nel 1980, realizza il busto bronzeo di Papa Giovanni Paolo II, poi collocato, nel gennaio del 1999, nel Duomo di Lecce in onore del Vescovo Cosmo Francesco Ruppi, nel decennale del suo episcopato.

Scrive Gigi Montonato su “Presenza Taurisanese” che “il Ghinelli ha colto Giovanni Paolo II in un atteggiamento di grande e intensa meditazione. Nel volto del Papa, teso nella concentrazione e nella preghiera, sono visibili i segni di una profonda sofferenza ma anche di una smisurata fede”. Quella di ritrattista diventa ben presto un’attività febbrile per la quale si rincorrono le commissioni da parte dei più disparati enti pubblici e privati.

Realizza il monumento al tenore Tito Schipa, collocato nella Villa Comunale di Lecce, nel 1980, i busti dedicati a Enrico Fermi, per l’ I.T.I.S. E.Fermi di Lecce, 1981, e a Grazia Deledda, per l’I.T.F.S di Lecce, nel 1985, il busto a Oronzo Massari nel 1983 e a Pietro Lecciso nel 1986, entrambi per il Tribunale di Lecce, quello a Padre Filippo Ciotta, che si trova nell’Istituto Calasanzio di Campi Salentina, 1984, quello a Enrico Mattei, nell’I.T.I.S. E.Mattei di Maglie, 1991. Si avverte lo sforzo di dare spirito, oltre che corpo, alla materia; nel tracciato che segue il suo modellare la scultura si piega all’ artefice solo quando questi riesca a imprimerle quel soffio, sappia trasfondere nell’opera il messaggio che vuole comunicare. Se questo messaggio è sostenuto da fermo volere, da incessante ricerca, il modellato dinamizzato da una sapiente resa plastica, l’opera, da artigianato, mera esecuzione, riceve quel fiat che la fa diventare arte, per la quale non sarà mai pronunciato invano il motto oraziano dell’ “exegi monumentum aere perennius”.

Negli anni, Ghinelli tiene moltissime mostre e riceve numerosi riconoscimenti.

Nel frattempo scrive poesie, racconti[5] e pubblica diversi libri. Nella scrittura, fin dagli esordi, la cifra stilistica che lo caratterizza è quella dell’ironia, che è però un’arma spuntata, cioè si stempera nel sarcasmo, nella leggerezza, raramente nel velato cinismo, se è vero che una vena giocosa percorre sottilmente tutta la sua produzione. La sua ironia non è una fiamma al calor bianco, come quella dei motteggiatori latini, per intenderci, né quella salace, irridente, di un Aretino. Ghinelli non è spirito maledico, la sua è poesia fresca che trova nei modi del suo apparente disimpegno il terreno coltivabile, l’humus insomma, per la sua creatività.

Nel 1999 pubblica Pensieri e riflessioni,[6] con Presentazioni di Aldo Vallone, Giovanni Invitto, Salvatore Valitutti e Enzo Marcianò, e con una Nota dell’autore, Cenni sul mio metodo, che ribadisce l’urgenza per Ghinelli di scritti di metodologia, come già accaduto con Il posto dell’ arte nella civiltá tecnologica, nella rivista “La Zagaglia”[7]  e poi con Perché si fanno ritratti, in “Espresso Sud”[8].

Il libro Pensieri e riflessioni raccoglie una serie di osservazioni critiche, a mo’ di diario, scritte dall’autore nell’arco temporale 1971-1987, alcuni delle quali piccoli saggi filosofici. Nel 2010 pubblica E apparve la donna, raccolta di poesie, in parte già edite su riviste[9]. Ma Ghinelli è anche un raffinato critico letterario: si legga la sua dottissima esegesi della raccolta di poesie Segni nostri, di Donato Moro[10], o quella di Una vita in versi di Lucio Romano[11], o ancora del poema Gerusalemme di Lidia Caputo[12].

“Scultore raffinato e poeta di profonda sensibilità, Leandro Ghinelli è sicuramente l’espressione di un inedito umanesimo che sa cogliere ed esternare gli aspetti più intimi, delicati e veri dell’animo e della vita”, scrive Mario De Marco, in ringraziamento per il dono di una piccola testa in terracotta di Michelangelo[13]. Nel 2007, viene inaugurato nel cortile di Palazzo Adorno a Lecce il busto di Aldo Moro – con una epigrafe commemorativa scritta da Giovanni Pellegrino -, frutto di un percorso cominciato nel 2004 quando il Nostro realizzò un piccolo busto in terracotta dell’illustre statista assassinato dalle Brigate Rosse, che allo scultore stava particolarmente a cuore.

Quella semplice opera, presentata a Maglie nel 2004, colpì molto l’On. Francesco Rausa, che si fece promotore presso la Provincia di Lecce, allora presieduta dal Sen. Pellegrino, dell’esigenza di realizzare un’opera più imponente dedicata al politico di origini magliesi. Dopo un certo iter burocratico, si giunse alla realizzazione del grande busto in bronzo e alla sua consegna alla Provincia di Lecce da parte di un commosso e grato Ghinelli. L’opera riscosse unanime approvazione ed anche il consenso dell’On. Giacinto Urso, dell’On. Giorgio De Giuseppe, e della critica specializzata, perché la statua esprime al meglio la figura dell’On. Moro, e quella “pensosità malinconica tipica del grande statista”, come scrisse Angelo Centonze in “Note di storia e cultura salentina”[14]. Soprattutto, questa statua costituiva un punto di concordia, come scrisse Gigi Montonato in “Presenza Taurisanese” [15], facendo riferimento alle polemiche che hanno accompagnato la realizzazione di altre statue ad Aldo Moro, come quella di Maglie che raffigura il leader della Democrazia Cristiana con “L’Unità” sotto il braccio, oppure quella di Acquarica del Capo che venne addirittura vandalizzata.

Negli anni Duemila, Ghinelli realizza i busti di Gerolamo Comi, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Ennio Bonea. Nel 2013 esce Canti della vigilia (poesie), per le Edizioni di “Presenza Taurisanese”[16], una raccolta di poesie voluta e curata da Gigi Montonato, che raccoglie insieme componimenti poetici già editi. Negli ultimi anni, infatti, Ghinelli pubblica moltissime poesie su riviste come “Il Galatino”, “Presenza”, “Note di storia e cultura salentina” e on line su “www.culturasalentina.it”.

Sulla copertina del libro, un’opera dello stesso Ghinelli: “Le tre Grazie Madri”. Poesie che vivono in una dimensione sospesa, quasi rarefatta, queste, sempre sottese di un lirismo soffuso, ma sorrette da una conoscenza dei mezzi tecnici, gli strumenti del versificare, di cui la robusta formazione classica fornisce padronanza all’autore. E ancora, nel 2014, pubblica Disincanti (Versi), sempre nelle edizioni di “Presenza Taurisanese”[17].

Questa silloge, quasi a bilanciare l’impegno e l’intimismo della precedente, si compagina di poesiole più leggere, scherzose, bagatelle o “nugae”, come le definisce il curatore Gigi Montonato, che firma la Presentazione del libro. In quest’ultima opera, la vena giocosa dell’autore si esplica ben al di là e a dispetto dei suoi novant’anni di età, nei modi di un colto divertimento, come di chi giunto sulla soglia dei disincanti, appunto, non esita a mettere in berta e burletta il mondo e le sue storture e sceglie per far questo un linguaggio piano, scorrevole, che si avvale di versi liberi, con immagini tratte da quel mondo favolistico da cui più volte ha preso ispirazione. Ai componimenti, si accompagnano le opere in terracotta dello stesso autore, ritratte in calce agli scritti, come per un ultimo sinestetico messaggio di arte e scrittura compagne alla mèta.

 

Note

[1] Dalla sua Pagina on line.

[2] Leandro Ghinelli, Scultura. Il ritratto, in “Contributi”, Soc. Storia Patria per la Puglia sezione Maglie, n.3-4, 1987, p.63.

[3] Donato Valli, Motivi ispiratori di Leandro Ghinelli, scultore, in “Sallentum”, E.P.T. Lecce, n.VI, 1983, pp.204-205.

[4]Giuseppina De Giosa, L’arte di Leandro Ghinelli, in “Il Secolo d’Italia”, 2 Giugno 1983.

[5] Leandro Ghinelli, Due vampire bionde, in “Note di storia e cultura salentina”, Soc. Storia Patria Puglia, sezione Maglie, n.VII, Lecce, Argo,1995, pp.279-286. Idem, Vino frizzante, Ivi, n. VIII, Lecce, Argo, 1996, p.36. Idem, Uno sguardo al cammino della storia, Ivi, n.IX, Lecce, Argo ,1997, pp.335ss. Idem, Lo scampanio del mondo nuovo, Ivi, n.XV, Lecce, Argo, 2003, pp.453-456. Idem, Ridiculez, Ivi, n. XVIII, Lecce, Argo, 2006, pp.253-258.

[6] Idem, Pensieri e riflessioni, Lecce, Argo Editore, 1999.

[7] Idem, Il posto dell’arte nella civiltà tecnologica, in “La Zagaglia”, n.42, Lecce, 1969, pp.184-196.

[8]Idem, Perché si fanno ritratti, in “Espresso Sud”, Aradeo, maggio 1985, p.17.

[9] Idem, E apparve la donna, Bari, Laterza Editore, 2010.

[10] Idem, Uno studio sulla poesia di Donato Moro, in “Note di storia e cultura salentina”, Soc. Storia Patria sezione Maglie, n. X-XI, Lecce, Argo, 1998-99, pp.213-256.

[11]Idem, Una vita in versi” di Lucio Romano, Ivi, n.XIII, Lecce, Argo, 2001, pp.189-196.

[12] Idem, Gerusalemme, un dramma di coinvolgente attualità di Lidia Caputo, Ivi, n.XVI, Lecce, Argo, 2004, pp.375-378.

[13]Mario De Marco, La scultura e l’arte di Leandro Ghinelli, Ivi, n.XVII, Lecce, Argo, 2006, p.341.

[14] Angelo Centonze, Un’opera del maestro Leandro Ghinelli nel Palazzo Adorno di Lecce, Ivi, n. XIX, Lecce, Argo,2007-2008, pp.186-187.

[15] Gigi Montonato, Il busto di Aldo Moro dello scultore Leandro Ginelli, in “Presenza Taurisanese”, n.203, Taurisano, giugno-luglio 2007, p.12, dove è riportato anche uno scritto esplicativo dello stesso scultore.

[16] Leandro Ghinelli, Canti della vigilia (poesie), I Quaderni del Brogliaccio, Edizioni di “Presenza Taurisanese”, Taurisano, n.10, marzo 2013.

[17] Idem, Disincanti (Versi), I Quaderni del Brogliaccio, Edizioni di “Presenza Taurisanese”, Taurisano, n.12, aprile 2014.

Il castello di Francavilla (seconda parte)

di Mirko Belfiore

Nel 1739, l’ultimo principe di Francavilla Michele IV Junior apportò le modifiche più tarde, facendo demolire delle botteghe addossate lungo il perimetro Nord e alcune colonne che reggevano un pergolato posizionato dinanzi al portone d’ingresso e commissionando, infine, quell’elegante balaustra che ancora oggi cinge il fossato.

Alla morte di questi nel 1782, il palazzo fu incamerato tra i beni del Regno demanio nonostante che il Principe avesse nominato erede il cugino di terzo grado Vincenzo, marchese di Latiano. Dopo una lunga vertenza con il Regio Fisco, Vincenzo ottenne solo i beni mobili presenti nel palazzo (arredamenti, libreria, mobili, gioielli e le attrezzature del teatro) e il titolo di Principe di Francavilla. L’edificio rimase inutilizzato e abbandonato a sé stesso fino al 1821 quando divenne proprietà del Comune, il quale si occupò di ripristinare gli spazi interni apportando modifiche che in parte privarono la struttura di molti degli elementi originari.

Oggi lo ritroviamo in tutta la sua magnificenza grazie ai recenti restauri che oltre a preservarne le forme di età moderna ne ha ripristinato il valore di massimo emblema della città, assieme alla Chiesa matrice. A tutto ciò si è aggiunta una posizione di primo piano nella nuova politica di valorizzazione turistica che vede lo stesso assumere il ruolo non solo di contenitore culturale (allestimento del MAFF, il Museo archeologico di Francavilla Fontana) ma anche come punto di partenza per la riscoperta della storia della città e del suo centro storico.

1 Castello-Residenza Imperiali, Francavilla Fontana (Foto Alessandro Rodia)

 

Analizzandolo dal punto di vista architettonico, il complesso si sviluppa su tre piani distribuiti in maniera asimmetrica, con una stretta relazione fra le strutture murarie preesistenti e gli elementi ornamentali tipici del periodo Barocco.

Facciata sud con portale d’ingresso (Foto Vanessa Nacci)

 

Tutta la linea esterna è scandita da due linee marcapiano che si sviluppano lungo i quattro lati della struttura e che sono conclusi in alto da una possente merlatura guelfa e in basso da una muraglia a scarpa. La decorazione a dentelli rinascimentali e quella ad archetti concorrono insieme alle incorniciature aggettanti delle finestre del primo piano a vivacizzare la facies di tutto il prospetto, sfumando il ricordo dell’antica fortezza quattro-cinquecentesca.

Ai quattro angoli dell’edificio si collocano quattro stemmi araldici riproducenti un’aquila con le ali spiegate, sormontati da una corona e sorretti da mascheroni tufacei diversi per ogni spigolo, testimoni della proprietà della famiglia Imperiale.

Araldo della famiglia Imperiali posto sull’angolo sud-est (Foto Vanessa Nacci)

 

L’edificio è inserito in un ampio e profondo fossato che da una funzione difensiva si è evoluto in una piccola oasi floreale fatta realizzare fra il XVII e XVIII secolo e che al mutare delle stagioni si impreziosisce di un cromatismo unico.

La residenza nobiliare ha due varchi d’accesso: uno sul lato meridionale posto su via del Municipio e uno secondario sito sul lato settentrionale e prospiciente via Barbaro Forleo. L’ingresso principale si apre su un elegante slargo a forma ovoidale, preceduto da due possenti colonne barocche e che introduce il visitatore al ponte di pietra, sostituto dell’antico ponte levatoio in legno.

Portale d’ingresso lato sud, particolare (Foto Vanessa Nacci)

 

Lo splendido portale che adorna il varco d’ingresso è racchiuso fra due colonne con capitelli compositi ed è ornato da un cornicione a tutto sesto fortemente aggettante che accoglie un raffinato encarpo con foglie d’alloro, due rosette e, in chiave di volta, lo stemma degli Imperiale.

Portale d’ingresso facciata nord, particolare (Foto Vanessa Nacci)

 

Più sobrio ma non per questo meno raffinato è il portale sito sul lato opposto, introdotto sempre da due imponenti colonne barocche e sormontato da una balconata in ferro dal profilo a petto d’oca che secondo Fulgenzio Clavica e Regina Poso, ricalca in parte il disegno di Mauro Manieri per l’accesso del Seminario di Brindisi e per il palazzo Imperiale poi Filotico di Manduria.

Loggiato barocco facciata est (Foto Alessandro Rodia)

 

La facciata orientale collocata su Corso Umberto I è contraddistinta da una splendida loggia seicentesca in pietra locale e da molti attribuita a Pietro Antonio Pugliese, maestro scalpellino di Nardò, cresciuto nella bottega di Francesco Antonio Zimbalo e autore, fra il 1614 e il 1615, del magnifico altare di San Francesco di Paola collocato nella Basilica di Santa Croce a Lecce. Il manufatto si inserisce in posizione rientrante rispetto alle parti aggettanti ed è composto da quattro arcate, le quali risultano scandite da coppie di semicolonne quadrate con arcate a tutto sesto a cui si aggiungono quattro timpani spezzati di forma triangolare e altrettante finestre.

Nella parte sommitale troviamo una ricca trabeazione recante bassorilievi riproducenti grappoli d’uva e foglie di vite, colture rilevanti per la produzione agricola dell’area, oggi come allora. A questa si unisce un’estesa decorazione con soggetti di natura zooformi e fitoformi che in maniera uniforme si dipana lungo tutta la superficie del loggiato: la foglia di palma sezionata verticalmente e racchiusa da caulicoli, il motivo dei viticci che si avvolgono sinuosi intorno al fusto delle colonne e le rosette che in maniera geometrica si dispongono lungo le arcate. Questi particolari sottolineano l’esperienza del Pugliese per un gusto tutto leccese che non può che risalire agli insegnamenti dello Zimbalo e del Riccardi. Infine, un’elegante balaustra composta da colonnine di gusto classico e pilastrini squadrati – uno dei quali, al centro, accoglie lo stemma degli Imperiale – poggia naturalmente su una fila di mensoloni robusti, di cui ritroviamo corrispondenze con i ballatoi di alcuni palazzi di Oria, Manduria e nella stessa Francavilla (Palazzo Giannuzzi-Carissimo).

Loggiato barocco facciata est, particolare (Foto Alessandro Rodia)

 

Durante i lavori di ripristino sono stati riscoperti una serie di ambienti ormai dimenticati e posti sotto l’attuale piano di calpestio. Tramite un passaggio posto lungo il lato occidentale del fossato si può ancora accedere a quelli che erano gli antichi locali che ospitavano le stalle e le rispettive mangiatoie dei cavalli. Sempre a questo livello ma sul lato opposto un medesimo ingresso introduce ad altri locali, probabile luogo di stoccaggio per le derrate alimentari poi divenuti in tempi recenti carceri mandamentali. Qui si conservano mercanzie di vario genere, una fra tutte il sale proveniente dalle saline presenti a Torre Columena (nei pressi di Avetrana) e di proprietà della famiglia Imperiale.

Locali stalle con mangiatoie, lato ovest piano interrato (Foto Alessandro Rodia)

 

Locali Magazzini, lato est piano interrato (Foto Alessandro Rodia)

 

Per la prima parte:

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Libri| Il sermone

di Paolo Vincenti

 

L’ora della messa, l’immagine raffigurata nella copertina del libro, acquerellata dal disegnatore Piero Pascali, rende icasticamente il senso di questo romanzo uscito dalla penna di Pino Spagnolo e forbitamente intitolato Il sermone.

Il racconto è ambientato in un Sud immaginario, copia carbone del nostro Meridione d’Italia, in un piccolo paese che diventa metafora del mondo: un mondo di violenze e soprusi, di sommovimenti carsici e di scoperte angherie, di cinismo e corruzione. Strumentale alla narrazione è l’epifania di questo mondo ostile, popolato da disperati, derelitti, spregiudicati affaristi, poveri Cristi degli anni Duemila; di un Sud dove, nonostante secoli di storia e di lotte civili, continua a dominare la legge del più forte, una sottocultura vischiosa che tutti involve nella sua fatale pania. Nel romanzo, tema di fondo è il motto primum vivere, che polarizza tutti i personaggi in campo, nemmeno mai sfiorati dal deinde philosophari che completa l’assioma latino di antica memoria, perché troppo presi a gestire un hic et nunc di quanto mai precaria quotidianità.

Pino Spagnolo, dotato di una buona cultura di base, è evidentemente tributario ai grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, soprattutto i siciliani, come Pirandello, Sciascia, Consolo, che hanno costituito le sue letture privilegiate, e si accosta, dal punto di vista del modo letterario, a quel metodo di “mimetica inferiore” teorizzato da Northrop Frye che consiste nel creare un “effetto di reale”, per dirla con Roland Barthes (nella sua argomentata pretesa di scardinare il realismo del romanzo), che produce sicuro rispecchiamento nel lettore medio (inteso in una accezione puramente connotativa del termine), nel quale lo stesso autore si riconosce. Vanno ascritti a suo merito l’assenza di qualsiasi ridondanza o barocchismo e la scarsa tendenza ad abbandonarsi alla contemplazione estatica del paesaggio, che, anzi, non compare, se non ridotto negli intermezzi della testura narrativa, fra le varie scene. Così la trama, sapientemente orchestrata, si dipana in uno “stile di cose”, diremmo, se non sapessimo di abusare di una definizione data da Pirandello alla scrittura di Verga, in contrapposizione allo“stile di parole” di quella di D’Annunzio, comunque lontana da qualsiasi psicologismo di sveviana memoria.

Si tratta di un romanzo centrifugo, animato da una miriade di personaggi appena tratteggiati dalla penna del loro creatore – l’unica vicenda di più consistente compiutezza è quella di Padre Santino Vantaggiato e del doppio Vescovo – in una polifonia tragicomica che ricorda La giostra di William Somerset Maugham, che però è un romanzo calato nell’Inghilterra vittoriana del tardo Ottocento, dalle connotazioni tipicamente borghesi, mentre questo di Spagnolo riflette gli umori di ambienti basso proletari e sclerotizzati di una società “gattopardesca”, ferma in una immobilità senza soluzione, divorata da una sorta di inerzia, quasi abulia, nella quale, proprio come nella lezione del famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia perché non cambi nulla.

In quell’inframondo che è il paesino in cui si tiene il sermone del titolo, in corpore vili, potremmo dire, ecco concatenarsi vicende e situazioni slabbrate, squallide, banali, che si intrecciano, pur mantenendo la propria individualità di nuclei tematici a sé stanti ma tangenti quello del doppio/ falso Vescovo che apre e chiude la fabula.

Una visione certamente non pacificata della realtà, tutt’altro che utopica, informa la trama del romanzo, che ha un forte ancoraggio all’esperienza biografica dell’autore, con una analisi spietata della società odierna, fatta oggetto di descrizione cruda, straniante, in certi punti addirittura disturbante, latamente surreale (come conferma la massima epigrafata in esergo); la realtà, cioè, viene dissezionata anche nei suoi dettagli più prosastici, fino a sconfinare, in rare occasioni, nel grottesco. L’autore si rivela così ottimo osservatore del mondo e degli uomini. E se fa una breve irruzione l’elemento metafisico e fantastico, verso la chiusura del racconto, prima dell’agnizione finale, ciò non toglie che la narrazione si mantenga sempre fedele al dato oggettivo.

Nell’opera, il narratore è extradiegetico, cioè esterno alla storia, si limita a raccontare, disponendo i personaggi e i dialoghi lungo l’asse inclinato della fiction. La sua scrittura è piana e regolare, del tutto godibile.

Come già detto, Spagnolo conosce bene la realtà che racconta, sembra che ne sia partecipe. Il suo potrebbe definirsi un realismo della coscienza, come è stato detto per Grazia Deledda, solo che la materialità del vivere quotidiano non è spiritualizzata, come nella grande scrittrice sarda, non è riscattata da alcuna forza superiore, trascendente, non v’è alcun disegno che possa ordinarla verso un fine di progresso. Rimane la visione sconsolata di un mondo aduggiato, inaridito, in queste pagine di Spagnolo, che tuttavia ci sanno regalare, attraverso i loro quadretti di genere, momenti di brio e di sana ilarità.

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