Gianserio Strafella «farnesiano»: l’eredità michelangiolesca a Roma tra Perin del Vaga, Daniele da Volterra e Francesco Salviati
di Santo Venerdì Patella
1.1 Oltre l’ambiente napoletano: la centralità dell’Urbe nella genesi strafelliana
La figura di Gianserio Strafella (ca. 1520 – 1573) è stata tradizionalmente inquadrata più entro le dinamiche artistiche del Viceregno che in quelle dell’Urbe, rintracciando le radici della sua cultura figurativa nell’orbita della scuola napoletana. In quest’ottica, la storiografia ha spesso accostato la sua produzione al linguaggio artistico di maestri quali Giorgio Vasari, Marco Cardisco, Marco Pino, Pedro Rubiales (il Roviale Spagnolo), Pietro Negroni e altri.
A mio avviso, la qualità “farnesiana” e romana delle sue opere, anche se solo in parte già ipotizzata, richiede di indagare maggiormente questa prospettiva.
Strafella non è un artista che si muove dalla provincia verso la capitale del Regno per aggiornarsi, come lecitamente ipotizzato in passato, ma un pittore che sceglie il confronto diretto con Roma come sede primaria della sua formazione.
In questa nuova chiave di lettura, Napoli non rappresenta il traguardo formativo, bensì il riflesso di un linguaggio già acquisito nell’Urbe: un luogo di incontro con colleghi che, come lui, avevano vissuto l’esperienza dei grandi cantieri farnesiani. Napoli, dunque, non è la sorgente dello stile di Strafella (che pure può aver frequentato), ma la piazza dove egli ritrova quei modelli d’élite appresi direttamente nei laboratori romani.
1.2 Relazioni professionali e circolazione dei modelli tra l’Urbe e i cantieri farnesiani
In questo scenario, la figura di Gianserio Strafella va inserita nel fitto tessuto di relazioni professionali che animava l’Urbe negli anni Quaranta del Cinquecento. È in questo momento che i grandi cantieri farnesiani vedevano operare, spesso fianco a fianco, personalità del calibro di Perino Bonaccorsi, detto Perin del Vaga, Daniele Ricciarelli, noto come Daniele da Volterra, e Francesco de Rossi, detto il Salviati. Si tratta di un contesto d’eccellenza in cui circolavano modelli e competenze di altissimo livello, come dimostrano i lavori di Perino nella Sala Paolina in Castel Sant’Angelo (1545-1547), di Daniele a Trinità dei Monti per la Deposizione (1545 ca.) e del cantiere parallelo della Cappella Marciac (1540-1548), sempre a Trinità dei Monti, del pittore lionese Guillaume Bonoyseau.
Sebbene Strafella sia stato talvolta indicato enfaticamente come allievo diretto di Raffaello e Michelangelo nella storiografia locale, tale affermazione, pur avendo un fondamento, va più correttamente inquadrata nel contatto con i loro principali eredi stilistici (quali Perino e il Volterra) . Trovandosi a Roma, egli ebbe certamente modo di studiare i capolavori dei due grandi maestri dal vivo e non è da escludere l’affascinante ipotesi che possa aver incrociato o conosciuto personalmente lo stesso Michelangelo, all’epoca un’autentica celebrità e figura centrale dei cantieri romani.
A questo medesimo ambiente appartenevano gli artisti (che vengono a lui spesso associati) come Marco Pino e Pedro Rubiales (il Roviale Spagnolo), quest’ultimo attivo con Vasari nella Sala dei Cento Giorni (1546), con i quali Strafella ebbe in comune il bagaglio tecnico e figurativo della Maniera prima che questi si trasferissero a Napoli.
A conferma di una carriera già avviata, un atto notarile del 16 settembre 1546 documenta la sua presenza a Copertino per questioni ereditarie; tuttavia, la stringente attualità dei modelli farnesiani che continuerà a citare nelle opere successive suggerisce che questo rientro non interruppe i suoi contatti con l’Urbe, ipotizzando anzi ulteriori soggiorni romani o una circolazione costante di disegni e bozzetti tra la capitale e il Salento (è verosimile che lo Strafella possa aver favorito l’invio a Roma del giovane conterraneo Matteo Perez d’Aleccio, 1547-1628, agendo come mediatore per il suo inserimento nei circuiti michelangioleschi. A tal proposito, è significativo che il suo primo biografo Carel van Mander, a Roma tra il 1574 e il 1577, lo definisse “siciliano” sulla base di informazioni raccolte direttamente in loco: un appellativo che probabilmente derivava dalla comune radice linguistica tra il dialetto salentino e quello isolano, percepiti come affini nell’ambiente romano dell’epoca).
In questo orizzonte si giustifica anche l’affinità con Pietro Negroni, con il quale lo Strafella condivide una peculiare schiettezza esecutiva, a tratti quasi naïf. Tale cifra stilistica dimostra una comune volontà di tradurre il sofisticato plasticismo romano in un linguaggio più immediato e di forte impatto comunicativo, tipico di quegli artisti che operarono la mediazione tra il centro dell’Urbe, Napoli e le realtà del Mezzogiorno. Il dialogo tra Strafella e i suoi colleghi non va dunque letto come una gerarchia di influenze, ma come un confronto artistico che attingeva alla medesima sorgente: il grande laboratorio.
1.3 Aspetti tecnici e operativi: la gestione dei materiali di bottega
Proprio la condivisione di questo clima sperimentale con i maestri già citati — Perin del Vaga, Francesco Salviati e Daniele da Volterra — conferma lo Strafella come un pittore che ha potuto avere accesso ai materiali delle botteghe: cartoni, spolveri e bozzetti. La sua capacità di orchestrare complessi cicli decorativi indica che egli visse dall’interno la realtà dei grandi cantieri farnesiani nel momento del loro massimo splendore tecnico e organizzativo.
All’interno di tali ambiti lo Strafella dovette distinguersi più per la perizia di decoratore e colorista che per l’invenzione anatomica pura: la sua partecipazione sembra essersi concentrata sulla sapiente orchestrazione delle partiture geometriche, sulla realizzazione di panneggi e sulla resa cromatica, lasciando trasparire una formazione tecnica più legata alla gestione dei cartoni e degli apparati ornamentali che alla ricerca sperimentale sul nudo umano.
Questo bagaglio di competenze gli permise di rientrare nel Salento con una professionalità superiore, capace di soddisfare le ambizioni della nobiltà locale — come i Castriota e gli Squarciafico. In questo senso, lo Strafella in patria non si pone tanto come un imitatore di modelli altrui, ma come un “magister” che padroneggia i segreti del mestiere appresi nel cuore pulsante della produzione artistica cinquecentesca, traducendo quel linguaggio d’élite in una cifra stilistica originale e di forte impatto comunicativo.
Parte 2: Perin del Vaga: strategie compositive e decorative nello Strafella
Il rapporto tra Gianserio Strafella e Perin del Vaga (1501-1547) non si esaurisce in una semplice ammirazione formale, ma si configura come l’assimilazione di una metodologia di lavoro tipica della bottega post-Sacco di Roma. In quel periodo, il laboratorio di Perino divenne il fulcro di un nuovo canone estetico capace di fondere la grazia di Raffaello con la potenza di Michelangelo.
Strafella dimostra di aver vissuto dall’interno questo clima, avendo interiorizzato i processi operativi del laboratorio periniano e copiando direttamente le opere già eseguite, ciò lo accomuna a figure come Girolamo Siciolante da Sermoneta, formatosi sotto il magistero del Vaga.


Nei Santi Gregorio Magno e Gerolamo (assieme ai Santi Pietro e Paolo, di cui parleremo innanzi), del 1555 [figg. n. 1 A e B], realizzati per la chiesa di Santa Maria ad Nives a Copertino, il pittore riutilizza le invenzioni che Perino aveva creato per la Cappella del Crocefisso in San Marcello al Corso a Roma tra il 1525 e il 1527 [figg. 2 e 3].


L’operazione compiuta dallo Strafella non è una copia visiva, ma un ribaltamento dei disegni preparatori periniani dei Santi Evangelisti Marco e Giovanni, che vengono sapientemente adattati alle nuove figure agiografiche.
Lo stesso cartone ed espediente viene utilizzato anche per realizzare la figura del San Marco Evangelista (1568 ca.) per l’omonima cappella nel Castello di Copertino [fig. n. 4], dove il ribaltamento sull’asse verticale conferma una precisa abitudine operativa.

Anche i restanti Evangelisti affrescati sulla volta della Cappella di San Marco risuonano comunque di quelli di Perin del Vaga e Daniele da Volterra a Roma. Non dimentichiamo di inserire nella stessa temperie anche i superstiti affreschi di Palazzo Adorno a Lecce.
La maturità di questo legame con i modelli periniani trova la sua massima espressione nell’architettura sacra e nella grande decorazione. Nella volta della Cappella di San Marco del Castello di Copertino, eseguita tra il 1568 e il 1569 [fig. n. 5], lo Strafella riecheggia lo schema a compartimenti geometrici che si possono ammirare nelle varie sale farnesiane di Castel Sant’Angelo (1542-1548) — in particolare quelli della Sala Paolina e del Corridoio Pompeiano [figg. n. 6 e 7]— e nelle decorazioni simili che si ritrovano nella già citata Cappella Marciac in Trinità dei Monti [fig. n. 8 e 9]. Tale aderenza formale dimostra l’interiorizzazione di una precisa grammatica ornamentale — composta da ovali, quadrati, finti marmi, girali d’acanto, ecc. — codificata dal maestro attraverso l’uso di soluzioni cromatiche analoghe.





Parallelamente, nella Trinità di Lecce [fig. n. 10], attualmente nella basilica di Santa Croce, l’artista affronta il tema del “Trono di Grazia” richiamandosi al bozzetto di Perino per San Marcello al Corso (1527 ca.) raffigurante Dio Padre e i quattro Evangelisti [fig. n. 11], attualmente conservato a Berlino, Staatliche Museen.


In quest’opera, la figura di Dio Padre appare simile a tali studi, mentre l’impalcatura compositiva trae spunto da alcune incisioni di area periniana di Giorgio Ghisi, come nel caso delle stampe raffiguranti Nettuno fra due cavalli marini e Venere e Vulcano [figg. n.12 e 13]; si confronti il corpo di Nettuno con quello del Cristo strafelliano e i putti intorno a Venere e Vulcano. Sono vicine a questo gusto anche le stampe di Giulio Bonasone. Questi spunti sono anche i medesimi che si ritrovano nella Resurrezione (1545 ca.) di Palazzo Ricci Sacchetti a Roma — di Bonoyseau che si ispira al Salviati [fig. n. 14] — e nella stessa Trinità dello Strafella; si noti la medesima resa anatomica del Cristo in entrambe le opere.



3.1 Il rapporto con Daniele da Volterra: la Madonna di Costantinopoli di Gallipoli
Il fulcro stilistico della Madonna di Costantinopoli di Gallipoli [fig. n. 15] risiede nella sua dipendenza dalla Pala di Ulignano, Volterra, Museo Diocesano [fig. n. 16] (e dal relativo bozzetto preparatorio) realizzati da Daniele da Volterra (1509-1566), nel 1545. Quest’opera, a sua volta, traeva ispirazione dalla tela di Perin del Vaga raffigurante la Madonna con Bambino e i Santi Francesco, Giuseppe e Domenico (1534-1536 ca.) [fig. n. 17] — già in San Francesco di Castelletto a Genova — ai cui bozzetti e studi grafici preparatori ebbe accesso diretto lo stesso Volterra e, probabilmente, lo Strafella durante la sua permanenza nell’Urbe.



Un dato storico, questo, di eccezionale rilievo, avvalora l’ipotesi di un contatto diretto: la Pala di Ulignano e il bozzetto rimasero pressoché ignoti alla critica fino agli anni Sessanta del Novecento. Tale circostanza esclude che lo Strafella possa aver attinto a una fama mediata dell’opera; al contrario, egli ne assimila la grammatica formale e cromatica presso il Ricciarelli.
L’artista salentino non riproduce l’intera composizione in modo pedissequo, ma ne recepisce la solidità monumentale e, soprattutto, l’ovale del volto della Vergine, caratterizzato da una bellezza severa e statuaria. Un’analisi attenta rivela che la resa delle guance, la conduzione degli sfumati e la fisionomia sono quelle della Madonna volterrana, confermando l’appropriazione di quel senso di “pietrosità” michelangiolesca. L’accesso a un simile modello suggerisce che lo Strafella abbia, con ogni probabilità, studiato da vicino la stesura cromatica del prototipo volterrano, documento indispensabile per riproporne similmente la gamma tonale.
3.2 La tecnica del ribaltamento e l’anatomia del Bambino Gesù
L’indipendenza inventiva dello Strafella si manifesta attraverso l’uso del ribaltamento — tecnica da lui adottata spesso — applicato lungo l’asse verticale per riconfigurare il modello secondo le proprie esigenze compositive. Nel caso della Madonna gallipolina, il pittore ripropone una posizione delle gambe e un andamento del panneggio molto simili a quelli della Pala di Ulignano, citando dettagli anatomici come il piede sinistro.
Tuttavia, egli sceglie di ribaltare specularmente il busto della Vergine, operazione che tradisce una padronanza nella rielaborazione dei modelli grafici originali. Al contrario, mantiene una fedeltà quasi assoluta nella figura del Bambino Gesù, di cui riprende le anatomie, la torsione plastica e l’incrocio delle gambe. Il confronto con il modello di Daniele da Volterra permette allo Strafella di raggiungere un’opera che, pur prendendo spunto da fonti romane “riservate”, mantiene una propria, originale autonomia d’invenzione e una straordinaria forza comunicativa, seppur attenuato dallo stato conservativo dell’opera.

3.3 La “Deposizione” del 1571 e il rapporto con Trinità dei Monti
Il dialogo con Daniele da Volterra prosegue nella Deposizione del 1571 [fig. n. 18] (Copertino, Chiesa Collegiata), dove lo Strafella non copia un unico modello, ma seziona e ricompone le invenzioni dei grandi maestri. Per la porzione sinistra del dipinto, l’artista guarda alla celebre Discesa dalla croce (1545 ca.) di Trinità dei Monti [fig. n. 19], con un riferimento riscontrabile nelle figure che sorreggono il corpo di Cristo, già indagato dalla critica.

Tuttavia, l’analisi suggerisce una conoscenza ancora più profonda della genesi michelangiolesca del tema: lo Strafella sembra aver avuto accesso ai bozzetti preparatori di Michelangelo (forse tramite il Ricciarelli?) — come quello della Deposizione, oggi conservato al Teylers Museum di Haarlem [fig. n. 20]— rifacendosi parzialmente all’invenzione del Cristo accasciato e sostenuto direttamente da un uomo: un dettaglio che conferisce alla scena una tensione plastica superiore. Il legame con tale cantiere non si esaurisce dunque nel debito verso il Volterra: la cultura dello Strafella sembra nutrirsi dell’intero clima decorativo della chiesa, includendo le suggestioni della Cappella Marciac e il linguaggio di Guillaume Bonoyseau. Questa sintesi di diverse “mani” attive nell’Urbe dimostra come egli fosse un attento studioso del “pensiero” di Michelangelo, comune denominatore per le ricerche sia del Volterra che del Salviati.

Parte 4: Il dialogo con Francesco Salviati: modelli grafici e soluzioni formali
L’influenza di Francesco Salviati (1510-1563) rappresenta il terzo pilastro nella costruzione del linguaggio di Strafella.
Un punto cruciale di questa connessione risiede nella tela della Madonna di Costantinopoli tra i Santi Michele Arcangelo e Caterina d’Alessandria [fig. n. 21], datata 17 febbraio 1564.

In quest’opera, conservata a Lecce, chiesa di San Francesco di Paola, la figura di Santa Caterina d’Alessandria richiama la posa di un apostolo nell’affresco della Pentecoste [fig. n. 22], dipinto dal Salviati sulla volta absidale della cappella del Margravio nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma (1530-1550) e copiato in un disegno attribuito a Daniele da Volterra [fig. n. 23].


La figura del San Michele Arcangelo, invece, è accostabile formalmente a quella del medesimo santo dipinta nella Sala della Biblioteca in Castel Sant’Angelo da Luzio Luzi e dalla bottega di Perin del Vaga tra il 1545 e il 1546 circa [fig. n. 24].

A questo medesimo orizzonte appartiene il confronto con Guillaume Bonoyseau (attivo dal 1531 – morto entro il marzo 1547), esponente della cerchia salviatesca e autore del ciclo della Cappella Marciac. La Santa Caterina [fig. n. 25] presente nella cappella di San Marco a Copertino (1568-1569) rivela tangenze stilistiche con la Sibilla Tiburtina del lionese [fig. n. 26]: Strafella ne mutua l’impostazione monumentale da “statua vivente” e una gestione scultorea dei volumi che traduce la tridimensionalità del marmo in chiaroscuro pittorico utilizzando le medesime tonalità. La resa fisionomica dell’ovale facciale conferma una consuetudine tecnica maturata a stretto contatto con i modelli dei maestri sinora citati. Risulta probabile che lo Strafella abbia assimilato tali modelli attraverso la circolazione del repertorio grafico della cerchia, o derivandoli direttamente da una copia dal vivo come spesso poteva capitare.



Questa circolazione di modelli è rappresentata anche dal già citato Girolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1575), allievo di Perin del Vaga, che utilizza nelle sue opere un impianto artistico simile a quello dello Strafella, come nella Pala di Valvisciolo (1541), nella Madonna col Bambino e santi [figg. n. 27 A e B] per la Basilica di San Martino a Bologna (1548) e in quella per la chiesa di San Gregorio Illuminatore ad Ancona (1570).
In tal senso, appare significativo il parallelismo tra il Bambin Gesù della tela di Gallipoli [fig. n. 25] e quello della Sacra Famiglia di recente comparsa sul mercato antiquario, con attribuzioni oscillanti tra il Siciolante, Orazio Samacchini e Ercole Procaccini il Vecchio [fig. n. 28]; tale coincidenza ribadisce la piena appartenenza dello Strafella a quella koiné figurativa propria della cerchia farnesiana. Lo Strafella dimostra di appartenere a questo medesimo clima culturale, condividendo con il Siciolante non solo le fonti grafiche, ma anche una sensibilità affine nelle cromie cangianti e nel modo di panneggiare — a tratti “accartocciato” — seppur sempre declinata con il proprio stile peculiare.

Il dialogo con il Salviati emerge con forza anche nella Deposizione del 1571 [fig. n. 18] (Copertino, Chiesa Collegiata), dove lo Strafella opera una sintesi tra i diversi maestri romani.
Se per il lato sinistro guarda al Volterra [fig. n. 19] e per il Cristo parzialmente a Michelangelo [fig. n. 20], per altre due figure poste alla destra del Cristo egli si rifà alla Deposizione dalla Croce [fig. n. 29], realizzata dal Salviati per la cappella Medici nel 1547-1548.

Un ulteriore dettaglio iconografico che funge da “firma” del suo aggiornamento sull’Urbe è la figura di una delle Marie accanto a Cristo con le mani congiunte, quasi identica alla Maria dipinta dal Salviati nell’affresco della Deposizione [fig. n. 30] di Santa Maria dell’Anima (1549-50). Inserendosi in questo solco, lo Strafella dimostra di saper ricomporre in un’unica sintesi le diverse declinazioni della Maniera romana, risalendo direttamente — come già osservato per il foglio di Haarlem — alla fonte progettuale dei bozzetti michelangioleschi.

Parte 5: La “lezione del marmo”: volumetria scultorea e scenografia architettonica
L’evoluzione stilistica dello Strafella non si limita al confronto con la pittura, ma trova un pilastro fondamentale nella “lezione del marmo”, ovvero nell’impatto della scultura romana sulla sua resa volumetrica. Il punto di riferimento principale non è, in questo caso, un dipinto, ma l’architettura sacra della Cappella Cesi nella chiesa di Santa Maria della Pace a Roma (1524-1550), dove lo scultore Vincenzo de’ Rossi realizzò le statue dei Profeti e degli Apostoli.
Strafella dimostra di aver studiato queste figure per la loro “presenza fisica” nello spazio, traducendo la tridimensionalità della scultura in chiaroscuro pittorico per creare un effetto di quasi trompe-l’œil, capace di impressionare i fedeli e la committenza per la sua potenza tattile. In particolare, nei due Apostoli Pietro e Paolo [fig. n. 31] di Copertino del 1555, realizzati per la chiesa di Santa Maria ad Nives, è già risaputo dalla critica che il San Paolo sia stato ripreso quasi fedelmente dal modello marmoreo del de Rossi [fig. n. 32].
Per la figura di San Pietro, invece, si riscontrano affinità formali con un disegno tratto da Francesco Salviati, assegnato a un autore anonimo, che in questa sede si ipotizza possa appartenere alla cerchia di Perin del Vaga, conservato presso la National Gallery of Art di Washington [fig. n. 33]. In queste opere, come per i già descritti Santi Gregorio Magno e Gerolamo, Strafella adotta una linea netta e tagliente, quasi incisoria, atta a delimitare masse corporee pesanti.




Questo legame filologico con i cantieri romani si estende alla progettazione monumentale del Castello di Copertino (Cappella di San Marco). Il confronto visivo tra i monumenti funebri della Cappella Cesi a Roma e quelli della Cappella Squarciafico rivela una “regia artistica” comune, guidata verosimilmente dallo stesso Strafella.
L’elemento più evidente è l’adozione delle sfingi come supporto dei sarcofagi: nella Cappella Cesi esse sono opera di Vincenzo de’ Rossi, con ornati di Simone Mosca [fig. n. 34], mentre a Copertino viene riproposto lo stesso schema decorativo, utilizzando anche dei leoni e adoperando la pietra leccese.

Sebbene la mano dello scultore locale, identificato come Lupo Antonio Russo da Gallipoli, risulti più robusta e meno raffinata di quella ammirata nella Cappella Cesi, l’idea progettuale di sollevare l’arca funebre su creature simboliche poste su alti plinti rimane identica. Anche la forma del sarcofago nel Castello di Copertino, con il suo profilo a vasca e la curvatura della parte inferiore, ricalca il modello Cesi [fig. n. 35].

Strafella operò in questo cantiere in un clima intellettualmente fecondo; agendo come coordinatore tra pittura, architettura e scultura.
In questo contesto, lo Strafella non trascura l’innesto vasariano: oltre ai cantieri già citati di Castel Sant’Angelo e Trinità dei Monti, egli guarda anche ai modelli della Sala dei Cento Giorni (1546) nel Palazzo della Cancelleria a Roma, filtrando il linguaggio decorativo farnesiano attraverso quella sintesi monumentale che caratterizzerà la sua piena maturità.
Parte 6: Geometrie corali e schemi simmetrici: il confronto con Polidoro da Lanciano
L’analisi del linguaggio di Strafella non può prescindere dal confronto — che può sembrare azzardato, ma che rivela interessanti affinità nell’organizzazione delle scene corali — con Polidoro da Lanciano (1515 ca. – 1565). Un caso esemplare è rappresentato dalla Pentecoste (Lecce, cappella ex Ospedale Santo Spirito), realizzata dallo Strafella intorno al 1563 ca [fig. n. 36]. Il confronto visivo con la versione di Polidoro del 1545 [fig. n. 37] mostra tangenze significative. È probabile che Polidoro abbia tratto ispirazione dalla prima redazione della Pentecoste; stando alla testimonianza del Vasari, Tiziano la dipinse nel 1541 per la chiesa di Santo Spirito in Isola, prima che venisse sostituita dalla versione definitiva oggi conservata presso la Basilica della Salute. Ciò suggerisce che entrambi gli artisti possano aver attinto a una fonte comune, considerando che, allo stato attuale delle ricerche, non si hanno prove di un soggiorno di Strafella a Venezia.


Le analogie più stringenti si concentrano esclusivamente nella porzione “terrena” delle composizioni, dove Strafella ricalca l’idea di Polidoro nel modo di “affollare” lo spazio dietro il trono per creare profondità senza sottrarre centralità alla figura di Maria. In entrambi i dipinti, la Vergine è collocata esattamente al centro, seduta in posizione sopraelevata su una breve gradinata che funge da asse simmetrico dell’intera scena. Le figure in primo piano, con i primi quattro apostoli che occupano il proscenio in pose dinamiche, due da un lato e due dall’altro (chinate e in piedi), seguono uno schema distributivo quasi sovrapponibile.
Tuttavia, nonostante questa comune “regia” della scena, Strafella mantiene la propria autonomia espressiva adottando scelte cromatiche, panneggi e trattamenti delle luci figli della propria specifica sensibilità. Sebbene lo stato di conservazione dell’opera non permetta di cogliere appieno ogni dettaglio, la similitudine nell’impianto compositivo rimane un dato di un certo interesse.
Questa capacità di sintesi permette di tracciare un bilancio dell’incidenza dei grandi maestri sul catalogo strafelliano. Se Perin del Vaga fornisce la metodologia dei grandi cantieri e Daniele da Volterra una certa severità e “pietrosità”, lo Strafella si conferma un artista capace di sezionare e ricomporre le invenzioni dell’Urbe. La sua opera non è mai una copia pedissequa, ma un montaggio consapevole che trasforma la pittura in un’esperienza volumetrica e tattile, rispondendo alle ambizioni della committenza legata ai circoli aristocratici e religiosi salentini.
Parte 7: Oltre il maestro: la “Scuola-Bottega” e la persistenza dei modelli romani nel territorio salentino
Un passaggio cruciale per la corretta definizione del catalogo di Gianserio Strafella riguarda la necessaria “pulizia” filologica di alcune opere storicamente a lui attribuite, come nel caso della Pietà della Chiesa dei Carmelitani di Nardò [fig. n. 38].


L’opera, contesa tra lo Strafella e Antonio Donato D’Orlando, trova oggi una definitiva collocazione grazie all’individuazione della fonte iconografica nell’incisione di Aegidius Sadeler (1570-1629) [fig. n. 39]. Poiché tale bulino è datato 1588 e lo Strafella morì nel 1573, la sua mano è categoricamente esclusa e anche io propendo ad attribuirla al D’Orlando; con ciò, confermando come la circolazione di stampe fiamminghe abbia alimentato la generazione successiva di maestri locali tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo.
L’eredità artistica dello Strafella prosegue invece a Muro Leccese, dove la Madonna delle Grazie e committenti (1591 ca.), un tempo tela principale della omonima e demolita chiesa di famiglia, si configura come un montaggio consapevole di prototipi del maestro [fig. n. 40].

L’opera mutua dalla Trinità di Lecce la struttura delle nubi, la resa delle anime purganti e la plasticità dei putti; dalla Madonna di Costantinopoli di Gallipoli riprende quasi letteralmente le creature angeliche che reggono la corona, mentre la Madonna con Bambino richiama sia la Madonna di Costantinopoli tra i Santi Michele Arcangelo e Caterina d’Alessandria sia la Madonna di Costantinopoli gallipolina.
La stessa tela della Madonna delle Grazie e committenti, attualmente nella chiesa conventuale di Santo Spirito dei Domenicani, fu commissionata da Luigi (Aloisio) De Magistris e sua moglie Massimala Rizza nel 1591 ca.; essa testimonia la continuità professionale di una bottega che, circa vent’anni dopo la morte di Gianserio, ne manteneva vivo il linguaggio. La statura di magister di Gianserio trova riscontro nel termine “Magistri” con cui venivano appellati lui e i suoi fratelli, come Francesco, suo tutore testamentario.
La tesi di una continuità familiare è avvalorata dai legami di sangue: Luigi De Magistris, ricco murese, ebbe per eredi i nipoti Don Gian Pietro e Gian Luigi (Aloisio) Strafella, figli di una sua figlia che aveva sposato uno Strafella di Copertino (ipotizzo intorno al 1590). In questo intreccio, la figura di Preciosa Strafella, figlia di Gianserio e definita “magnifica” già nel 1580, rimane un pilastro cronologico fondamentale.
La produzione di Muro Leccese rappresenta dunque l’anello di congiunzione cruciale della “Maniera semplificata”, consolidando il legame tra la tradizione dello Strafella e la committenza dei De Magistris attraverso la successione degli eredi, probabili parenti di Gianserio Strafella. Pertanto, quest’opera è l’unica attualmente nota che si può assegnare, con sicurezza indiziaria, alla probabile scuola e bottega dello Strafella.
Molto vicine al fare di questa “scuola-bottega” sono i dipinti della Santa Maria di Costantinopoli tra i santi Eligio e Lucia a Ruffano e la Madonna con Bambino e Santi nella chiesa dell’Annunziata a Sanarica [fig. n. 41 e 42]; si può ipotizzare che tali opere siano il riflesso di prototipi strafelliani non più esistenti.


Conclusione
L’analisi condotta evidenzia come l’esperienza di Gianserio Strafella non sia stata una ricezione passiva, ma una consapevole mediazione dei modelli romani legati ai cantieri farnesiani. Attraverso la sua bottega, l’artista ha saputo declinare il linguaggio dell’Urbe nel contesto salentino, suggerendo una revisione del tradizionale baricentro critico gravitante quasi esclusivamente su Napoli. Tale prospettiva non nega gli scambi con il Vicereame, ma mette in luce la complessità di un percorso che ha reso il quadrante salentino un centro di ricezione aggiornato sulla “Maniera moderna”. In questo senso, lo Strafella eleva il profilo qualitativo della produzione locale attraverso un dialogo diretto con la capitale pontificia.
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Fonti archivistiche
Archivio Storico Parrocchiale (ASP), Maria SS. Annunziata, Muro Leccese.






















































































































(CARMINARE, incantare, irretire con canti magici, in francese charmer. Glossario arabo-latino camino, canto. Papias: Diciamo carminare o da questo si dice poiché si credeva che coloro che cantavano quelle cose fossero dementi. Colui che intonò un canto malefico nelle leggi delle dodici tavole in Plinio, libro 18 capitolo 2. Intonare canti disse anche Lampridio in Giuliano. Marcello Empirico capitolo 8: Colui che sarà stato incantato perfino ad occhi chiusi. E nel capitolo 15: Farai l’incantesimo alle ghiandole al mattino. Incmarro di Reims in Il divorzo di Lotario e Tetberga: Certi indossavano anche vesti magiche o ne erano coperti. Raimondo d’Aguillers in Storia di Gerusalemme: Mentre due donne volevano fare l’incantesimo ad una pietraia delle nostre, una pietra staccatasi violentemente travolse le donne ammaliatrici con tre fanciulli. Di quest’arte soprattutto si servirono e ancora si servono nel curare le ferite, quanto infelicemente lo insegna quel segue. Lettera di perdono nell’anno 1387 in Registro 131 Archivio regio 142: Il supplicante colpì il detto Nepueu con un solo colpo … e il detto colpo incantato da parole soltanto, senza altra medicina o guarigione il detto Nepueu passò dalla vita alla morte. Altre nell’anno 1411 dal Registro 176 carta 233: Tutti guerreggiarono eccetto quell’Etienne, che fece trattare con incantesimi la ferita che aveva sulla testa senza cercarvi altro rimedio. Infine altre nell’anno 1457 nel Registro 189carta 157: Il quale inglese si fece, come si disse, incantare da un arciere franco etc. Charmegneresse, maga, in lettera di perdono nell’anno 1402 dal Registro 157 carta 254: Il detto Enrico chiamò la detta donna puttana, ladra e maga),













































































































































