L’arte di Gianserio Strafella, mediazione dei modelli romani farnesiani

Gianserio Strafella «farnesiano»: l’eredità michelangiolesca a Roma tra Perin del Vaga, Daniele da Volterra e Francesco Salviati

 

di Santo Venerdì Patella

 

1.1 Oltre l’ambiente napoletano: la centralità dell’Urbe nella genesi strafelliana

La figura di Gianserio Strafella (ca. 1520 – 1573) è stata tradizionalmente inquadrata più entro le dinamiche artistiche del Viceregno che in quelle dell’Urbe, rintracciando le radici della sua cultura figurativa nell’orbita della scuola napoletana. In quest’ottica, la storiografia ha spesso accostato la sua produzione al linguaggio artistico di maestri quali Giorgio Vasari, Marco Cardisco, Marco Pino, Pedro Rubiales (il Roviale Spagnolo), Pietro Negroni e altri.

A mio avviso, la qualità “farnesiana” e romana delle sue opere, anche se solo in parte già ipotizzata, richiede di indagare maggiormente questa prospettiva.

Strafella non è un artista che si muove dalla provincia verso la capitale del Regno per aggiornarsi, come lecitamente ipotizzato in passato, ma un pittore che sceglie il confronto diretto con Roma come sede primaria della sua formazione.

In questa nuova chiave di lettura, Napoli non rappresenta il traguardo formativo, bensì il riflesso di un linguaggio già acquisito nell’Urbe: un luogo di incontro con colleghi che, come lui, avevano vissuto l’esperienza dei grandi cantieri farnesiani. Napoli, dunque, non è la sorgente dello stile di Strafella (che pure può aver frequentato), ma la piazza dove egli ritrova quei modelli d’élite appresi direttamente nei laboratori romani.

 

1.2 Relazioni professionali e circolazione dei modelli tra l’Urbe e i cantieri farnesiani

In questo scenario, la figura di Gianserio Strafella va inserita nel fitto tessuto di relazioni professionali che animava l’Urbe negli anni Quaranta del Cinquecento. È in questo momento che i grandi cantieri farnesiani vedevano operare, spesso fianco a fianco, personalità del calibro di Perino Bonaccorsi, detto Perin del Vaga, Daniele Ricciarelli, noto come Daniele da Volterra, e Francesco de Rossi, detto il Salviati. Si tratta di un contesto d’eccellenza in cui circolavano modelli e competenze di altissimo livello, come dimostrano i lavori di Perino nella Sala Paolina in Castel Sant’Angelo (1545-1547), di Daniele a Trinità dei Monti per la Deposizione (1545 ca.) e del cantiere parallelo della Cappella Marciac (1540-1548), sempre a Trinità dei Monti, del pittore lionese Guillaume Bonoyseau.

Sebbene Strafella sia stato talvolta indicato enfaticamente come allievo diretto di Raffaello e Michelangelo nella storiografia locale, tale affermazione, pur avendo un fondamento, va più correttamente inquadrata nel contatto con i loro principali eredi stilistici (quali Perino e il Volterra) . Trovandosi a Roma, egli ebbe certamente modo di studiare i capolavori dei due grandi maestri dal vivo e non è da escludere l’affascinante ipotesi che possa aver incrociato o conosciuto personalmente lo stesso Michelangelo, all’epoca un’autentica celebrità e figura centrale dei cantieri romani.

A questo medesimo ambiente appartenevano gli artisti (che vengono a lui spesso associati) come Marco Pino e Pedro Rubiales (il Roviale Spagnolo), quest’ultimo attivo con Vasari nella Sala dei Cento Giorni (1546), con i quali Strafella ebbe in comune il bagaglio tecnico e figurativo della Maniera prima che questi si trasferissero a Napoli.

A conferma di una carriera già avviata, un atto notarile del 16 settembre 1546 documenta la sua presenza a Copertino per questioni ereditarie; tuttavia, la stringente attualità dei modelli farnesiani che continuerà a citare nelle opere successive suggerisce che questo rientro non interruppe i suoi contatti con l’Urbe, ipotizzando anzi ulteriori soggiorni romani o una circolazione costante di disegni e bozzetti tra la capitale e il Salento (è verosimile che lo Strafella possa aver favorito l’invio a Roma del giovane conterraneo Matteo Perez d’Aleccio, 1547-1628, agendo come mediatore per il suo inserimento nei circuiti michelangioleschi. A tal proposito, è significativo che il suo primo biografo Carel van Mander, a Roma tra il 1574 e il 1577, lo definisse “siciliano” sulla base di informazioni raccolte direttamente in loco: un appellativo che probabilmente derivava dalla comune radice linguistica tra il dialetto salentino e quello isolano, percepiti come affini nell’ambiente romano dell’epoca).

In questo orizzonte si giustifica anche l’affinità con Pietro Negroni, con il quale lo Strafella condivide una peculiare schiettezza esecutiva, a tratti quasi naïf. Tale cifra stilistica dimostra una comune volontà di tradurre il sofisticato plasticismo romano in un linguaggio più immediato e di forte impatto comunicativo, tipico di quegli artisti che operarono la mediazione tra il centro dell’Urbe, Napoli e le realtà del Mezzogiorno. Il dialogo tra Strafella e i suoi colleghi non va dunque letto come una gerarchia di influenze, ma come un confronto artistico che attingeva alla medesima sorgente: il grande laboratorio.

 

1.3 Aspetti tecnici e operativi: la gestione dei materiali di bottega

Proprio la condivisione di questo clima sperimentale con i maestri già citati — Perin del Vaga, Francesco Salviati e Daniele da Volterra — conferma lo Strafella come un pittore che ha potuto avere accesso ai materiali delle botteghe: cartoni, spolveri e bozzetti. La sua capacità di orchestrare complessi cicli decorativi indica che egli visse dall’interno la realtà dei grandi cantieri farnesiani nel momento del loro massimo splendore tecnico e organizzativo.

All’interno di tali ambiti lo Strafella dovette distinguersi più per la perizia di decoratore e colorista che per l’invenzione anatomica pura: la sua partecipazione sembra essersi concentrata sulla sapiente orchestrazione delle partiture geometriche, sulla realizzazione di panneggi e sulla resa cromatica, lasciando trasparire una formazione tecnica più legata alla gestione dei cartoni e degli apparati ornamentali che alla ricerca sperimentale sul nudo umano.

Questo bagaglio di competenze gli permise di rientrare nel Salento con una professionalità superiore, capace di soddisfare le ambizioni della nobiltà locale — come i Castriota e gli Squarciafico. In questo senso, lo Strafella in patria non si pone tanto come un imitatore di modelli altrui, ma come un “magister” che padroneggia i segreti del mestiere appresi nel cuore pulsante della produzione artistica cinquecentesca, traducendo quel linguaggio d’élite in una cifra stilistica originale e di forte impatto comunicativo.

 

Parte 2: Perin del Vaga: strategie compositive e decorative nello Strafella

Il rapporto tra Gianserio Strafella e Perin del Vaga (1501-1547) non si esaurisce in una semplice ammirazione formale, ma si configura come l’assimilazione di una metodologia di lavoro tipica della bottega post-Sacco di Roma. In quel periodo, il laboratorio di Perino divenne il fulcro di un nuovo canone estetico capace di fondere la grazia di Raffaello con la potenza di Michelangelo.

Strafella dimostra di aver vissuto dall’interno questo clima, avendo interiorizzato i processi operativi del laboratorio periniano e copiando direttamente le opere già eseguite, ciò lo accomuna a figure come Girolamo Siciolante da Sermoneta, formatosi sotto il magistero del Vaga.

fig. 1 A

 

fig. 1 B

 

Nei Santi Gregorio Magno e Gerolamo (assieme ai Santi Pietro e Paolo, di cui parleremo innanzi), del 1555 [figg. n. 1 A e B], realizzati per la chiesa di Santa Maria ad Nives a Copertino, il pittore riutilizza le invenzioni che Perino aveva creato per la Cappella del Crocefisso in San Marcello al Corso a Roma tra il 1525 e il 1527 [figg. 2 e 3].

fig. 2

 

Fig, 3

 

L’operazione compiuta dallo Strafella non è una copia visiva, ma un ribaltamento dei disegni preparatori periniani dei Santi Evangelisti Marco e Giovanni, che vengono sapientemente adattati alle nuove figure agiografiche.

Lo stesso cartone ed espediente viene utilizzato anche per realizzare la figura del San Marco Evangelista (1568 ca.) per l’omonima cappella nel Castello di Copertino [fig. n. 4], dove il ribaltamento sull’asse verticale conferma una precisa abitudine operativa.

Fig. 4

 

Anche i restanti Evangelisti affrescati sulla volta della Cappella di San Marco risuonano comunque di quelli di Perin del Vaga e Daniele da Volterra a Roma. Non dimentichiamo di inserire nella stessa temperie anche i superstiti affreschi di Palazzo Adorno a Lecce.

La maturità di questo legame con i modelli periniani trova la sua massima espressione nell’architettura sacra e nella grande decorazione. Nella volta della Cappella di San Marco del Castello di Copertino, eseguita tra il 1568 e il 1569 [fig. n. 5], lo Strafella riecheggia lo schema a compartimenti geometrici che si possono ammirare nelle varie sale farnesiane di Castel Sant’Angelo (1542-1548) — in particolare quelli della Sala Paolina e del Corridoio Pompeiano [figg. n. 6 e 7]— e nelle decorazioni simili che si ritrovano nella già citata Cappella Marciac in Trinità dei Monti [fig. n. 8 e 9]. Tale aderenza formale dimostra l’interiorizzazione di una precisa grammatica ornamentale — composta da ovali, quadrati, finti marmi, girali d’acanto, ecc. — codificata dal maestro attraverso l’uso di soluzioni cromatiche analoghe.

Gianserio Strafella
Fig. 5

 

Fig. 6

 

Fig. 7

 

Fig. 8

 

Fig. 9

 

Parallelamente, nella Trinità di Lecce [fig. n. 10], attualmente nella basilica di Santa Croce, l’artista affronta il tema del “Trono di Grazia” richiamandosi al bozzetto di Perino per San Marcello al Corso (1527 ca.) raffigurante Dio Padre e i quattro Evangelisti [fig. n. 11], attualmente conservato a Berlino, Staatliche Museen.

Fig. 10

 

Fig. 11

 

In quest’opera, la figura di Dio Padre appare simile a tali studi, mentre l’impalcatura compositiva trae spunto da alcune incisioni di area periniana di Giorgio Ghisi, come nel caso delle stampe raffiguranti Nettuno fra due cavalli marini e Venere e Vulcano [figg. n.12 e 13]; si confronti il corpo di Nettuno con quello del Cristo strafelliano e i putti intorno a Venere e Vulcano. Sono vicine a questo gusto anche le stampe di Giulio Bonasone. Questi spunti sono anche i medesimi che si ritrovano nella Resurrezione (1545 ca.) di Palazzo Ricci Sacchetti a Roma — di Bonoyseau che si ispira al Salviati [fig. n. 14] — e nella stessa Trinità dello Strafella; si noti la medesima resa anatomica del Cristo in entrambe le opere.

Fig. 12

 

Fig, 13

 

Fig. 14

 

3.1 Il rapporto con Daniele da Volterra: la Madonna di Costantinopoli di Gallipoli

Il fulcro stilistico della Madonna di Costantinopoli di Gallipoli [fig. n. 15] risiede nella sua dipendenza dalla Pala di Ulignano, Volterra, Museo Diocesano [fig. n. 16] (e dal relativo bozzetto preparatorio) realizzati da Daniele da Volterra (1509-1566), nel 1545. Quest’opera, a sua volta, traeva ispirazione dalla tela di Perin del Vaga raffigurante la Madonna con Bambino e i Santi Francesco, Giuseppe e Domenico (1534-1536 ca.) [fig. n. 17] — già in San Francesco di Castelletto a Genova — ai cui bozzetti e studi grafici preparatori ebbe accesso diretto lo stesso Volterra e, probabilmente, lo Strafella durante la sua permanenza nell’Urbe.

Fig. 15

 

Fig. 16

 

Fig. 17

 

Un dato storico, questo, di eccezionale rilievo, avvalora l’ipotesi di un contatto diretto: la Pala di Ulignano e il bozzetto rimasero pressoché ignoti alla critica fino agli anni Sessanta del Novecento. Tale circostanza esclude che lo Strafella possa aver attinto a una fama mediata dell’opera; al contrario, egli ne assimila la grammatica formale e cromatica presso il Ricciarelli.

L’artista salentino non riproduce l’intera composizione in modo pedissequo, ma ne recepisce la solidità monumentale e, soprattutto, l’ovale del volto della Vergine, caratterizzato da una bellezza severa e statuaria. Un’analisi attenta rivela che la resa delle guance, la conduzione degli sfumati e la fisionomia sono quelle della Madonna volterrana, confermando l’appropriazione di quel senso di “pietrosità” michelangiolesca. L’accesso a un simile modello suggerisce che lo Strafella abbia, con ogni probabilità, studiato da vicino la stesura cromatica del prototipo volterrano, documento indispensabile per riproporne similmente la gamma tonale.

 

3.2 La tecnica del ribaltamento e l’anatomia del Bambino Gesù

L’indipendenza inventiva dello Strafella si manifesta attraverso l’uso del ribaltamento — tecnica da lui adottata spesso — applicato lungo l’asse verticale per riconfigurare il modello secondo le proprie esigenze compositive. Nel caso della Madonna gallipolina, il pittore ripropone una posizione delle gambe e un andamento del panneggio molto simili a quelli della Pala di Ulignano, citando dettagli anatomici come il piede sinistro.

Tuttavia, egli sceglie di ribaltare specularmente il busto della Vergine, operazione che tradisce una padronanza nella rielaborazione dei modelli grafici originali. Al contrario, mantiene una fedeltà quasi assoluta nella figura del Bambino Gesù, di cui riprende le anatomie, la torsione plastica e l’incrocio delle gambe. Il confronto con il modello di Daniele da Volterra permette allo Strafella di raggiungere un’opera che, pur prendendo spunto da fonti romane “riservate”, mantiene una propria, originale autonomia d’invenzione e una straordinaria forza comunicativa, seppur attenuato dallo stato conservativo dell’opera.

 

Fig. 18

 

3.3 La “Deposizione” del 1571 e il rapporto con Trinità dei Monti 

Il dialogo con Daniele da Volterra prosegue nella Deposizione del 1571 [fig. n. 18] (Copertino, Chiesa Collegiata), dove lo Strafella non copia un unico modello, ma seziona e ricompone le invenzioni dei grandi maestri. Per la porzione sinistra del dipinto, l’artista guarda alla celebre Discesa dalla croce (1545 ca.) di Trinità dei Monti [fig. n. 19], con un riferimento riscontrabile nelle figure che sorreggono il corpo di Cristo, già indagato dalla critica.

Fig. 19

 

Tuttavia, l’analisi suggerisce una conoscenza ancora più profonda della genesi michelangiolesca del tema: lo Strafella sembra aver avuto accesso ai bozzetti preparatori di Michelangelo (forse tramite il Ricciarelli?) — come quello della Deposizione, oggi conservato al Teylers Museum di Haarlem [fig. n. 20]— rifacendosi parzialmente all’invenzione del Cristo accasciato e sostenuto direttamente da un uomo: un dettaglio che conferisce alla scena una tensione plastica superiore. Il legame con tale cantiere non si esaurisce dunque nel debito verso il Volterra: la cultura dello Strafella sembra nutrirsi dell’intero clima decorativo della chiesa, includendo le suggestioni della Cappella Marciac e il linguaggio di Guillaume Bonoyseau. Questa sintesi di diverse “mani” attive nell’Urbe dimostra come egli fosse un attento studioso del “pensiero” di Michelangelo, comune denominatore per le ricerche sia del Volterra che del Salviati.

Fig. 20

 

 

Parte 4: Il dialogo con Francesco Salviati: modelli grafici e soluzioni formali 

L’influenza di Francesco Salviati (1510-1563) rappresenta il terzo pilastro nella costruzione del linguaggio di Strafella.

Un punto cruciale di questa connessione risiede nella tela della Madonna di Costantinopoli tra i Santi Michele Arcangelo e Caterina d’Alessandria [fig. n. 21], datata 17 febbraio 1564.

Fig. 21

 

In quest’opera, conservata a Lecce, chiesa di San Francesco di Paola, la figura di Santa Caterina d’Alessandria richiama la posa di un apostolo nell’affresco della Pentecoste [fig. n. 22], dipinto dal Salviati sulla volta absidale della cappella del Margravio nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma (1530-1550) e copiato in un disegno attribuito a Daniele da Volterra [fig. n. 23].

Fig. 22

 

Fig. 23

 

La figura del San Michele Arcangelo, invece, è accostabile formalmente a quella del medesimo santo dipinta nella Sala della Biblioteca in Castel Sant’Angelo da Luzio Luzi e dalla bottega di Perin del Vaga tra il 1545 e il 1546 circa [fig. n. 24].

Fig. 24

 

A questo medesimo orizzonte appartiene il confronto con Guillaume Bonoyseau (attivo dal 1531 – morto entro il marzo 1547), esponente della cerchia salviatesca e autore del ciclo della Cappella Marciac. La Santa Caterina [fig. n. 25] presente nella cappella di San Marco a Copertino (1568-1569) rivela tangenze stilistiche con la Sibilla Tiburtina del lionese [fig. n. 26]: Strafella ne mutua l’impostazione monumentale da “statua vivente” e una gestione scultorea dei volumi che traduce la tridimensionalità del marmo in chiaroscuro pittorico utilizzando le medesime tonalità. La resa fisionomica dell’ovale facciale conferma una consuetudine tecnica maturata a stretto contatto con i modelli dei maestri sinora citati. Risulta probabile che lo Strafella abbia assimilato tali modelli attraverso la circolazione del repertorio grafico della cerchia, o derivandoli direttamente da una copia dal vivo come spesso poteva capitare.

Fig. 26

 

Fig. 27a

 

Fig. 27b

 

Questa circolazione di modelli è rappresentata anche dal già citato Girolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1575), allievo di Perin del Vaga, che utilizza nelle sue opere un impianto artistico simile a quello dello Strafella, come nella Pala di Valvisciolo (1541), nella Madonna col Bambino e santi [figg. n. 27 A e B] per la Basilica di San Martino a Bologna (1548) e in quella per la chiesa di San Gregorio Illuminatore ad Ancona (1570).

In tal senso, appare significativo il parallelismo tra il Bambin Gesù della tela di Gallipoli [fig. n. 25] e quello della Sacra Famiglia di recente comparsa sul mercato antiquario, con attribuzioni oscillanti tra il Siciolante, Orazio Samacchini e Ercole Procaccini il Vecchio [fig. n. 28]; tale coincidenza ribadisce la piena appartenenza dello Strafella a quella koiné figurativa propria della cerchia farnesiana.  Lo Strafella dimostra di appartenere a questo medesimo clima culturale, condividendo con il Siciolante non solo le fonti grafiche, ma anche una sensibilità affine nelle cromie cangianti e nel modo di panneggiare — a tratti “accartocciato” — seppur sempre declinata con il proprio stile peculiare.

Fig. 28

 

Il dialogo con il Salviati emerge con forza anche nella Deposizione del 1571 [fig. n. 18] (Copertino, Chiesa Collegiata), dove lo Strafella opera una sintesi tra i diversi maestri romani.

Se per il lato sinistro guarda al Volterra [fig. n. 19] e per il Cristo parzialmente a Michelangelo [fig. n. 20], per altre due figure poste alla destra del Cristo egli si rifà alla Deposizione dalla Croce [fig. n. 29], realizzata dal Salviati per la cappella Medici nel 1547-1548.

Fig. 29

 

Un ulteriore dettaglio iconografico che funge da “firma” del suo aggiornamento sull’Urbe è la figura di una delle Marie accanto a Cristo con le mani congiunte, quasi identica alla Maria dipinta dal Salviati nell’affresco della Deposizione [fig. n. 30] di Santa Maria dell’Anima (1549-50).  Inserendosi in questo solco, lo Strafella dimostra di saper ricomporre in un’unica sintesi le diverse declinazioni della Maniera romana, risalendo direttamente — come già osservato per il foglio di Haarlem — alla fonte progettuale dei bozzetti michelangioleschi.

Fig. 30

 

 

Parte 5: La “lezione del marmo”: volumetria scultorea e scenografia architettonica 

L’evoluzione stilistica dello Strafella non si limita al confronto con la pittura, ma trova un pilastro fondamentale nella “lezione del marmo”, ovvero nell’impatto della scultura romana sulla sua resa volumetrica. Il punto di riferimento principale non è, in questo caso, un dipinto, ma l’architettura sacra della Cappella Cesi nella chiesa di Santa Maria della Pace a Roma (1524-1550), dove lo scultore Vincenzo de’ Rossi realizzò le statue dei Profeti e degli Apostoli.

Strafella dimostra di aver studiato queste figure per la loro “presenza fisica” nello spazio, traducendo la tridimensionalità della scultura in chiaroscuro pittorico per creare un effetto di quasi trompe-l’œil, capace di impressionare i fedeli e la committenza per la sua potenza tattile. In particolare, nei due Apostoli Pietro e Paolo [fig. n. 31] di Copertino del 1555, realizzati per la chiesa di Santa Maria ad Nives, è già risaputo dalla critica che il San Paolo sia stato ripreso quasi fedelmente dal modello marmoreo del de Rossi  [fig. n. 32].

Per la figura di San Pietro, invece, si riscontrano affinità formali con un disegno tratto da Francesco Salviati, assegnato a un autore anonimo, che in questa sede si ipotizza possa appartenere alla cerchia di Perin del Vaga, conservato presso la National Gallery of Art di Washington [fig. n. 33]. In queste opere, come per i già descritti Santi Gregorio Magno e Gerolamo, Strafella adotta una linea netta e tagliente, quasi incisoria, atta a delimitare masse corporee pesanti.

Fig. 31a

 

Fig. 31b

 

Fig. 32

 

Fig. 33

 

Questo legame filologico con i cantieri romani si estende alla progettazione monumentale del Castello di Copertino (Cappella di San Marco). Il confronto visivo tra i monumenti funebri della Cappella Cesi a Roma e quelli della Cappella Squarciafico rivela una “regia artistica” comune, guidata verosimilmente dallo stesso Strafella.

L’elemento più evidente è l’adozione delle sfingi come supporto dei sarcofagi: nella Cappella Cesi esse sono opera di Vincenzo de’ Rossi, con ornati di Simone Mosca [fig. n. 34], mentre a Copertino viene riproposto lo stesso schema decorativo, utilizzando anche dei leoni e adoperando la pietra leccese.

Fig. 34

 

Sebbene la mano dello scultore locale, identificato come Lupo Antonio Russo da Gallipoli, risulti più robusta e meno raffinata di quella ammirata nella Cappella Cesi, l’idea progettuale di sollevare l’arca funebre su creature simboliche poste su alti plinti rimane identica. Anche la forma del sarcofago nel Castello di Copertino, con il suo profilo a vasca e la curvatura della parte inferiore, ricalca il modello Cesi [fig. n. 35].

Fig. 35

 

Strafella operò in questo cantiere in un clima intellettualmente fecondo; agendo come coordinatore tra pittura, architettura e scultura.

In questo contesto, lo Strafella non trascura l’innesto vasariano: oltre ai cantieri già citati di Castel Sant’Angelo e Trinità dei Monti, egli guarda anche ai modelli della Sala dei Cento Giorni (1546) nel Palazzo della Cancelleria a Roma, filtrando il linguaggio decorativo farnesiano attraverso quella sintesi monumentale che caratterizzerà la sua piena maturità.

 

Parte 6: Geometrie corali e schemi simmetrici: il confronto con Polidoro da Lanciano 

L’analisi del linguaggio di Strafella non può prescindere dal confronto — che può sembrare azzardato, ma che rivela interessanti affinità nell’organizzazione delle scene corali — con Polidoro da Lanciano (1515 ca. – 1565).  Un caso esemplare è rappresentato dalla Pentecoste (Lecce, cappella ex Ospedale Santo Spirito), realizzata dallo Strafella intorno al 1563 ca [fig. n. 36]. Il confronto visivo con la versione di Polidoro del 1545 [fig. n. 37] mostra tangenze significative. È probabile che Polidoro abbia tratto ispirazione dalla prima redazione della Pentecoste; stando alla testimonianza del Vasari, Tiziano la dipinse nel 1541 per la chiesa di Santo Spirito in Isola, prima che venisse sostituita dalla versione definitiva oggi conservata presso la Basilica della Salute. Ciò suggerisce che entrambi gli artisti possano aver attinto a una fonte comune, considerando che, allo stato attuale delle ricerche, non si hanno prove di un soggiorno di Strafella a Venezia.

Fig. 36

 

Fig. 37

 

Le analogie più stringenti si concentrano esclusivamente nella porzione “terrena” delle composizioni, dove Strafella ricalca l’idea di Polidoro nel modo di “affollare” lo spazio dietro il trono per creare profondità senza sottrarre centralità alla figura di Maria. In entrambi i dipinti, la Vergine è collocata esattamente al centro, seduta in posizione sopraelevata su una breve gradinata che funge da asse simmetrico dell’intera scena. Le figure in primo piano, con i primi quattro apostoli che occupano il proscenio in pose dinamiche, due da un lato e due dall’altro (chinate e in piedi), seguono uno schema distributivo quasi sovrapponibile.

Tuttavia, nonostante questa comune “regia” della scena, Strafella mantiene la propria autonomia espressiva adottando scelte cromatiche, panneggi e trattamenti delle luci figli della propria specifica sensibilità. Sebbene lo stato di conservazione dell’opera non permetta di cogliere appieno ogni dettaglio, la similitudine nell’impianto compositivo rimane un dato di un certo interesse.

Questa capacità di sintesi permette di tracciare un bilancio dell’incidenza dei grandi maestri sul catalogo strafelliano. Se Perin del Vaga fornisce la metodologia dei grandi cantieri e Daniele da Volterra una certa severità e “pietrosità”, lo Strafella si conferma un artista capace di sezionare e ricomporre le invenzioni dell’Urbe. La sua opera non è mai una copia pedissequa, ma un montaggio consapevole che trasforma la pittura in un’esperienza volumetrica e tattile, rispondendo alle ambizioni della committenza legata ai circoli aristocratici e religiosi salentini.

 

Parte 7: Oltre il maestro: la “Scuola-Bottega” e la persistenza dei modelli romani nel territorio salentino

Un passaggio cruciale per la corretta definizione del catalogo di Gianserio Strafella riguarda la necessaria “pulizia” filologica di alcune opere storicamente a lui attribuite, come nel caso della Pietà della Chiesa dei Carmelitani di Nardò [fig. n. 38].

Fig. 38

 

Fig. 39

 

L’opera, contesa tra lo Strafella e Antonio Donato D’Orlando, trova oggi una definitiva collocazione grazie all’individuazione della fonte iconografica nell’incisione di Aegidius Sadeler (1570-1629) [fig. n. 39]. Poiché tale bulino è datato 1588 e lo Strafella morì nel 1573, la sua mano è categoricamente esclusa e anche io propendo ad attribuirla al D’Orlando; con ciò, confermando come la circolazione di stampe fiamminghe abbia alimentato la generazione successiva di maestri locali tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo.

L’eredità artistica dello Strafella prosegue invece a Muro Leccese, dove la Madonna delle Grazie e committenti (1591 ca.), un tempo tela principale della omonima e demolita chiesa di famiglia, si configura come un montaggio consapevole di prototipi del maestro [fig. n. 40].

Fig. 40

 

L’opera mutua dalla Trinità di Lecce la struttura delle nubi, la resa delle anime purganti e la plasticità dei putti; dalla Madonna di Costantinopoli di Gallipoli riprende quasi letteralmente le creature angeliche che reggono la corona, mentre la Madonna con Bambino richiama sia la Madonna di Costantinopoli tra i Santi Michele Arcangelo e Caterina d’Alessandria sia la Madonna di Costantinopoli gallipolina.

La stessa tela della Madonna delle Grazie e committenti, attualmente nella chiesa conventuale di Santo Spirito dei Domenicani, fu commissionata da Luigi (Aloisio) De Magistris e sua moglie Massimala Rizza nel 1591 ca.; essa testimonia la continuità professionale di una bottega che, circa vent’anni dopo la morte di Gianserio, ne manteneva vivo il linguaggio. La statura di magister di Gianserio trova riscontro nel termine “Magistri” con cui venivano appellati lui e i suoi fratelli, come Francesco, suo tutore testamentario.

La tesi di una continuità familiare è avvalorata dai legami di sangue: Luigi De Magistris, ricco murese, ebbe per eredi i nipoti Don Gian Pietro e Gian Luigi (Aloisio) Strafella, figli di una sua figlia che aveva sposato uno Strafella di Copertino (ipotizzo intorno al 1590). In questo intreccio, la figura di Preciosa Strafella, figlia di Gianserio e definita “magnifica” già nel 1580, rimane un pilastro cronologico fondamentale.

La produzione di Muro Leccese rappresenta dunque l’anello di congiunzione cruciale della “Maniera semplificata”, consolidando il legame tra la tradizione dello Strafella e la committenza dei De Magistris attraverso la successione degli eredi, probabili parenti di Gianserio Strafella. Pertanto, quest’opera è l’unica attualmente nota che si può assegnare, con sicurezza indiziaria, alla probabile scuola e bottega dello Strafella.

Molto vicine al fare di questa “scuola-bottega” sono i dipinti della Santa Maria di Costantinopoli tra i santi Eligio e Lucia a Ruffano e la Madonna con Bambino e Santi nella chiesa dell’Annunziata a Sanarica [fig. n. 41 e 42]; si può ipotizzare che tali opere siano il riflesso di prototipi strafelliani non più esistenti.

Fig. 41

 

Fig. 42

 

Conclusione

L’analisi condotta evidenzia come l’esperienza di Gianserio Strafella non sia stata una ricezione passiva, ma una consapevole mediazione dei modelli romani legati ai cantieri farnesiani. Attraverso la sua bottega, l’artista ha saputo declinare il linguaggio dell’Urbe nel contesto salentino, suggerendo una revisione del tradizionale baricentro critico gravitante quasi esclusivamente su Napoli. Tale prospettiva non nega gli scambi con il Vicereame, ma mette in luce la complessità di un percorso che ha reso il quadrante salentino un centro di ricezione aggiornato sulla “Maniera moderna”. In questo senso, lo Strafella eleva il profilo qualitativo della produzione locale attraverso un dialogo diretto con la capitale pontificia.

 

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Fonti archivistiche

Archivio Storico Parrocchiale (ASP), Maria SS. Annunziata, Muro Leccese.

Lecce. Il monumento a Quinto Ennio

Immagine d’epoca: Archivio Fotografico Nicola Magi.

 

di Giovanna Falco

Il 24 febbraio è ricorso l’anniversario dell’inaugurazione, avvenuta nel 1913 in piazza Sant’Oronzo a Lecce, del monumento a Quinto Ennio[i] di Antonio Bortone[ii]: la stele posta recentemente al centro di via Sacro Regio Consiglio.

Nel 1913 la collocazione in piazza fu considerata un vero e proprio evento: ne scrissero vari giornali dell’epoca, dal Corriere Meridionale a La Democrazia, dalla Rivista Storica Salentina alla Rassegna pugliese di scienze lettere ed arti[iii].

«All’angolo dell’Anfiteatro Romano che sta di fronte al Palazzo della Banca d’Italia, è stato finalmente collocato il ricordo marmoreo a Quinto Ennio, l’illustre poeta della latinità, onore delle nostre contrade.»[iv], «per lodevole iniziativa del comitato locale della Dante Alighieri»[v]. «Un antico dovere imponeva ai leccesi di rendere degna onoranza al nome di colui, che – dopo la conquista di Taranto e della Penisola Salentina – portò nel seno dell’agreste e violenta civiltà di Roma il sentimento dell’arte e della bellezza greca; e Giuseppe Pellegrino e gli altri pochi – che, insieme a lui, tengono sempre desto il culto delle memorie avite, e vagheggiano l’alba di un’intellettuale rinascenza di questa vezzosa Atene della Puglia –  hanno finalmente assolto il compito sacro.»[vi].

Immagine d’epoca con persone: Archivio Fotografico Nicola Magi.

 

Il monumento a Quinto Ennio, scrive Ferruccio Guerrieri, era «piccolo di mole, se vogliamo e semplice quanto mai nella forma, ma di grande valore artistico e particolarmente ammirevole pel suo significato»[vii].

L’opera fu commissionata ad Antonio Bortone, «vanto e orgoglio di questa Provincia – il quale oltre ad essere uno scultore di sommo e incontrastato valore, è un colto e profondo letterato, un poeta dell’arte, uno storico e uno studioso come pochi artisti lo sono»[viii]. L’artista «dopo di avere studiato l’Arte e il tempo di Q. Ennio, in un monumentino svelto e semplice – con tenua spesa, come sempre, si da capire appena per la materia prima – ha regalato a Lecce (auspice la “Dante Alighieri”) un vero gioiello di architettura, elegante, simbolico, pieno di ispirazione, completo e perfetto nell’insieme»[ix].

Bortone «non avendo potuto trovare né in Roma né altrove un’effige antica del grande poeta calabro, elogiato da Cicerone, da Silio, da Ovidio, da Lucrezio, ecc. ideò invece un monumento allegorico. E questo, per il luogo dove è situato, risponde egregiamente al vicino monumento, unico nella Puglia, all’Anfiteatro romano»[x].

De Giorgi illustrò minuziosamente quello che riteneva il monumento «più bello, certamente il più originale, tra quelli innalzati in questi ultimi anni in onore di illustri o di insigni contemporanei»[xi]:

«Su di un blocco piramidale di calcare bianco di Trani, che sorge sopra una base sagomata, torreggia un’aquila latina che solleva fieramente in alto la testa, quasi in atto di minaccia, ed ha le ali semi-aperte. Poggia sopra un fascio da littori e stringe nervosamente fra i suoi artigli uno scudo ovale, sul quale in caratteri d’oro è scritto il motto RVDIAE, la patria di Ennio. Sotto il fascio vi è un papiro che in parte è ripiegato, in parte si svolge obliquamente sul blocco piramidale.

Particolare del monumento a Sigismondo Castromediano

 

Su questo papiro si leggono alcuni versi allusivi al Poeta; e questi spiegano chiaramente a chi è indirizzato il monumento. In alto leggiamo un verso attribuito da Cicerone ad Ennio, nel quale questi indica la sua patria:

Nos sumu’ Romani qui fuvimus ante Rudini

Indi seguono in basso tre versi di Lucrezio, nei quali accenna alla teoria della metempsicosi cantata da Ennio; è poi fa l’elogio di lui che pel primo colse sull’ameno Elicone (il monte sacro alle Muse) una corona di lauro immarcescibile, e con versi che non morranno mai salì in grande fama tra tutte le genti italiche:

Ennius, ut noster cecinit, qui premus amoeno

Detulit ex Helicone perenni fronde coronam

Per gentes Italas hominum quae clara cluerent.

Nella base che regge il blocco piramidale lo scultore effigiò gli emblemi della commedia e della tragedia, allusivi anche questi, per chi sa comprenderli, a colui che fu il creatore della tragedia romana e della romana epopea.»[xii].

Si può avere un’idea della raffinatezza dell’opera, non solo osservando le foto sgranate d’epoca, ma anche l’aquila posta sulla base posteriore del monumento a Sigismondo Castromediano commissionato dal sindaco Giuseppe Pellegrino nel 1898 e inaugurato nel 1905[xiii], ubicato nella piazzetta omonima. Qui Antonio Bortone interpreta  «la Gloria» tramite  «un’aquila che lascia cadere la catena di forzato sul blasone dell’antico casato dei duchi di Limburg»[xiv].

Il monumento a Quinto Ennio era parte dell’arredo urbano della piazza atto a valorizzare la porzione dell’anfiteatro romano, riportata alla luce da Cosimo De Giorgi a partire dal 1900. A luglio del 1910 De Giorgi informava dalle pagine di Apulia: «sono ormai compiuti i lavori di enucleamento e di sistemazione di un intero settore di questo Anfiteatro, a partire dal portico esterno sino all’arena, della quale abbiamo messo in luce circa 45 mq. Tutto il settore è stato cinto da una ringhiera di ferro e vi si accede dalla Piazzetta Anfiteatro la quale fronteggia il Palazzo della Banca d’Italia»[xv]. Era stato deciso, infatti, di riportare alla luce solo una minima parte del monumento romano, per non stravolgere l’assetto della piazza[xvi]. Fu stabilito di collocare il piccolo monumento nell’angolo interno della ‘L’ formata dal settore dell’anfiteatro «fra piazza Vittorio Emanuele e piazza S. Oronzo, allo sbocco della via G. Verdi, in prossimità della Banca d’Italia» perché aveva «come sfondo l’imponente mole degli archi dell’anfiteatro romano»[xvii].

Com’è noto l’assetto di piazza Sant’Oronzo rimase immutato per una ventina di anni, sino a quando è stato deciso di riportare alla luce i resti dell’anfiteatro tutt’ora visibili. I lavori si protrassero all’incirca dal 1936 al 1940 e cancellarono l’invaso dell’antica piazza, di cui rimangono, lo slargo a ridosso dell’anfiteatro che ospita il Sedile e la colonna di Sant’Oronzo, il tratto viario antistante alla chiesa di Santa Maria delle Grazie – intitolato nel 2001 ad Ernesto Alvino – e quello che congiunge via Vito Fazzi a via Verdi e a via Regio Sacro Consiglio, con la nicchia che ospitava il monumento.

La rientranza fu realizzata nel primo quinquennio degli anni Quaranta, quando l’anfiteatro fu cinto dalla balaustra in pietra e alla fine di via Verdi si decise di lasciare nella sede storica il monumento di Bortone,  nonostante, presumibilmente, fosse già spoglio dalla maggior parte delle componenti bronzee, a causa delle varie normative emanate tra il 1939[xviii] e il 1941, che imponevano il recupero del materiale metallico per sostenere l’industria bellica[xix]. A Lecce il recupero del materiale era in corso nel maggio del 1941[xx].

A differenza di tanti manufatti demoliti totalmente, si decise di conservare la: «base sagomata, che regge il blocco piramidale» del monumento a Quinto Ennio e il «festone, di bronzo anch’esso, con alcuni tipi di maschere tragiche dell’antichità»[xxi], mantenendo in parte il significato allegorico ideato da Antonio Bortone.

Il monumento, dunque, oltre a continuare ad essere un omaggio a Quinto Ennio e ad indicare ai posteri il primo settore dell’anfiteatro riportato alla luce, all’epoca fu considerato parte integrante dell’arredo urbano della piazza dei primi del Novecento, alla stessa stregua della colonna di Sant’Oronzo, collocata nei pressi del non più esistente sito originario e inaugurata il 23 agosto 1945[xxii].

Nell’ultimo ottantennio si è persa memoria del suo significato e del perché fosse posto in quella rientranza all’apparenza secondaria, nonostante fosse il punto focale da chi giungeva sia da piazza Vittorio Emanuele, sia da via Fazzi: privo di un pannello informativo, al monumento era stata addossata una cabina dell’Enel (attualmente rimossa).

In occasione del rifacimento del basolato, che ha comportato anche la rimozione del marciapiede dov’era collocato, il 3 febbraio 2025 il monumento è stato smontato[xxiii] e gli organi preposti alla sua tutela hanno deciso di trasferirlo al centro di via Sacro Regio Consiglio. L’8 febbraio ha avuto luogo l’inaugurazione ufficiale[xxiv]: «La scelta di spostare la stele», intitolata a Quinto Ennio «è tesa come sottolinea il sindaco Adriana Poli Bortone, a celebrarne la grandezza nella maniera più giusta e al tempo stesso la romanità della città di Lecce»[xxv].

In onore al solo Quinto Ennio, inoltre, è stata applicata direttamente sulla base del monumento una targa patinata di ruggine, poi rimossa[xxvi], che recitava:

Città di Lecce a Quinto Ennio (Rudiae 239 a.C. – Roma 169 a.C.). Padre della letteratura latina, poeta sublime, versatile, scrittore drammaturgo, autore di opere immortali, tra cui gli “Annales”, storia di Roma redatta in versi, decantata da Lucrezio, Orazio e Cicerone. Lecce riconoscente pose nell’ottobre 2025. Il Sindaco Sen. Adriana Poli Bortone. “Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini”.

 

* Queste note sono il frutto della rielaborazione e approfondimento di due post pubblicati nel 2020 sulla pagina Facebook Scorci di Lecce. Parole e immagini, amministrata dalla sottoscritta.

 

Note

[i] Per un esaustivo profilo di Quinto Ennio cfr. A. Sanasi, Quinto Ennio, alter Homerus, tra Lecce e Roma, in Quinto Ennio, alter Homerus, tra Lecce e Roma – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto  27/09/2012.

[ii] Tra i vari studi relativi all’operato dello scultore ruffanese, il più recente è quello di Paolo Vincenti (P. Vincenti, Per un breve profilo artistico di Antonio Bortone, in Per un breve profilo artistico di Antonio Bortone – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto 01/05/2025).

[iii] Cfr. C. De Giorgi, Il monumento a Quinto Ennio in Piazza S. Oronzo. Al direttore del «Corriere Meridionale», in Corriere Meridionale, 27 febbraio 1913, a. XXIV, n. 9; Un ricordo a Q. Ennio, in La Democrazia, a. XIV, Lecce 1 marzo 1913, n. 8; Piccole note d’arte e di storia. Il monumento ad Ennio, in Rivista Storica Salentina, a. VIII, Gennaio-Febbraio 1913, Num. 1-2, p. 57; F. Guerrieri, Il monumento a Q. Ennio, in Rassegna pugliese di scienze lettere ed arti, Aprile 1913, a. XXX, vol. XXVIII, n. 4, pp. 137-138.

[iv] Il monumento ad Ennio cit. , p. 57.

[v] F. Guerrieri, op. cit., p. 138.

[vi] Un ricordo a Q. Ennio cit.

[vii] F. Guerrieri,  op. cit.,  p. 137. Anche Guerrieri, nel suo articolo corredato da fotografie, illustra accuratamente il monumento.

[viii] Il monumento ad Ennio cit. , p. 57

[ix] Ibidem.

[x] C. De Giorgi, Il monumento a Quinto Ennio in Piazza S. Oronzo…  cit.

[xi] Ibidem.

[xii] Ibidem.

[xiii] Cfr. G. Falco, Lecce. Il monumento a Sigismondo Castromediano, in fondazioneterrradotranto.it 17/09/2012.

[xiv] P. Vincenti, Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello, in Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto 18/09/2012 (già pubblicato il 30 dicembre 2010 su Spigolature Salentine).

[xv] C. De Giorgi, I marmi del Podium nell’Anfiteatro romano di Lecce, in Apulia, a. 1. Fasc. 2, pp. 240-243: p. 243. La ringhiera in ferro, opera dell’ingegnere comunale Andrea Gatto, fu realizzata nel 1907 (Cfr. A. Mantovano, Il cuore civico e mercantile della città: Piazza S. Oronzo a Lecce, in A. Mantovano, La colonna e la città. Appunti sul linguaggio architettonico e spazio urbano nel barocco di Terra d’Otranto, San Cesario di Lecce 2011, pp. 125-152: p. 139.

[xvi] Cfr. A. Mantovano,, op. cit.,  pp. 143-44.

[xvii] F. Guerrieri , op. cit.,  p. 137,

[xviii]  A causa della requisizione del bronzo, probabilmente, a Lecce fu accantonata l’idea di realizzare in bronzo dorato la nuova statua da collocare sulla colonna in piazza Sant’Oronzo «fusa con poca spesa, che il bronzo per la fusione, si troverebbe sul posto. C’è in deposito certi busti in bronzo di… antica e dubbia fama… che hanno preso o dovrebbero prendere il… via.» ([xviii] L’Ordine: corriere salentino, 10 giugno 1939, a. 34, fasc. 29, p. 3).

[xix] Per notizie esaustive sull’argomento Cfr. L. Bosio, Bronzo alla Memoria, bronzo alla Patria. Dall’edificazione alla rimozione, storia di monumenti ai caduti tra le due guerre, in movio.beniculturali.it; I monumenti ai Caduti e le trasformazioni subite durante la Seconda guerra mondiale, in onoreaicaduti.it, 20 febbraio 2025.

[xx] «La rimozione dei monumenti in bronzo. Tempo fa, su diversi giornali, venne fatta la proposta di rimuovere i monumenti in bronzo innalzati nei Comuni d’Italia per onorare i Caduti. E poiché nella generalità, si tratta di opere che, salvo rare eccezioni, con l’arte non hanno alcuna parentela e spesso sono addirittura delle cose di pessimo gusto, la proposta incontrò la unanime approvazione. Ora possiamo informare che la raccolta di quei monumenti in bronzo è già iniziata. Naturalmente vi saranno delle eccezioni, a giudizio di commissioni di artisti; ma queste saranno pochissime. In luogo dei monumenti saranno innalzati ricordi più degni nei bei marmi onde è ricca la nostra terra. In proposito sono state date disposizioni superiori alle quali ottempereranno tutti i Comuni del Regno. La raccolta avverrà a richiesta dell’Ente per la distribuzione dei rottami e in base alle capacità di assorbimento che il bronzo di tale monumenti devono trasformare in via elettrolitica. Noi vedremo bene che vengano tolti anche alcuni monumenti in bronzo che sono superflui. Nella nostra città ad esempio se ne potrebbero raccogliere parecchi.» (L’Ordine: corriere salentino, 17 maggio 1941, a. 36, fasc. 20). Nel corso del 1941, infatti, era stato dato mandato ai Prefetti, affiancati dalle Soprintendenze e dalle sedi locali dell’Associazione Nazionale Combattenti, di stilare elenchi dei monumenti in bronzo da fondere, da inviare al Ministero dell’Educazione Nazionale, per il parere definitivo. All’Ente Nazionale Distribuzione Rottami – Endirot fu affidato il compito di inoltrare le richieste di consegna del materiale alle fonderie (Cfr. L. Bosio, op. cit.).

[xxi] F. Guerrieri , op. cit.,  p. 137.

[xxii] «I festeggiamenti a S. Oronzo […] Le celebrazioni ebbero inizio il 23 con l’inaugurazione della Colonna nella massima piazza della città. Presenti gli Arcivescovi di Otranto, di Trani e di Brindisi, il Vescovo di Ugento, il Prefetto, il Sindaco, il Rev.mo Capitolo Cattedrale e molte altre autorità, S. E. Mons. Costa, nostro Vescovo, benedisse la Statua del Santo restaurata. Indi l’immensa folla cantò l’Ave Oronti, e poi Mons. Vescovo tenne un elevatissimo discorso di circostanza a cui seguirono nobil parole del Sindaco Barone Personè.» (L’Ordine: corriere salentino,1 settembre 1945,  a. 40, fasc. 32, p. 2)

[xxiii] Come constatato personalmente.

[xxiv] «Domani sabato 8 febbraio alle 10,30, il monumento commemorativo dedicato al poeta e drammaturgo Quinto Ennio, figlio di Rudiae, verrà inaugurato nella piazzetta antistante l’ingresso alla Banca d’Italia – via Sacro Regio Consiglio – proprio davanti a quello che è stato e sarà l’accesso turistico all’anfiteatro romano» (Lecce. Inaugurazione stele in onore di Quinto Ennio, in lecceoggi.com, 7 febbraio 2025).

[xxv] P. Fanigliulo, Lecce, ricollocata la stele di Quinto Ennio, in antennasud.com, 8 febbraio 2025.

[xxvi] La targa è stata rimossa a metà febbraio, perché ha causato colature di ruggine sulla pietra di Trani, che rischiavano di arrecare danni irrimediabili al monumento.

Emilia Bernardini Macor (1865-1926), provvida ed emancipata pioniera del giornalismo leccese*

di Elsa Martinelli

 

Sentì sopra ogni altro l’amore per la Famiglia e per la Patria

e portò nel Giornalismo leccese una nota personale di signorile energia,

di grande gentilezza, di fede, di bontà.

 

Ritratto di Emilia Bernardini Macor del pittore Geremia Re (Leverano, 1894-Lecce, 1950).

 

In un’epoca in cui l’affermazione femminile era ancora relegata quasi esclusivamente all’interno della famiglia, all’educazione e alla crescita dei figli, una donna di esemplari costumi e di eletta cultura, quale fu Emilia Bernardini Macor[1] (Lecce, 14 mag. 1865-20 set. 1926), seppe imporsi nel settore del giornalismo salentino e distinguersi, a vario titolo, nella cerchia delle relazioni sociali del tempo.

Il padre, Carlo Macor,[2] era un ingegnere ferroviario di origini venete, figura nobilissima di patriota, fervente mazziniano. Perseguitato dalle autorità asburgiche fu costretto ad allontanarsi dalla sua Venezia e a viaggiare a lungo nei paesi dell’Europa orientale (Romania, Turchia, Siria), dove realizzò importanti opere: ponti sul Danubio e sul Bosforo, una ferrovia tra Costantinopoli e Smirne. Malgrado la sua condizione di fuoruscito, Carlo Macor riuscì a mantenere sempre rapporti di corrispondenza con gli illustri patrioti Giuseppe Mazzini, Maurizio Quadrio e Giuseppe Garibaldi, tenendo viva tra i profughi la fiamma dell’italianità.

La madre di Emilia Macor, Caterina Ruffo, era torinese.

Emilia aveva due sorelle e un fratello: la primogenita Maria Caterina, la sorella minore Augusta Caterina e il fratello Italo. In virtù delle idealità liberal-democratiche del padre, dei suoi frequenti trasferimenti all’estero e delle diverse dislocazioni dell’intera famiglia, la loro formazione non fu convenzionale, ma “irregolare” quanto all’ordine degli studi e cosmopolita per esperienze e lingue apprese (francese, inglese e turco).

Per indole e per educazione le “sorelle turche” erano fanciulle sicure e spigliate, come nel ricordo del giornalista-poeta Francesco Marangi[3] (pseud. Gamiran):

«Danzavano, danzavano le giovanissime figliole dell’ing. Macor, nei vasti saloni della Prefettura di Lecce. Venivano dal Bosforo ed avevano il misterioso fascino dell’esoticità orientale, ma non erano belle; non erano belle ma avevano nella danza e nel portamento la soavità, la grazia, la lievezza delle farfalle bianche dalle piccole teste d’oro, e di bianco solevano vestirsi le bionde fanciulle, che avevano lo spirito inesauribile e pertinace dei folletti; gentili sempre e talvolta caustiche, non mai rimanevano senza rispondere, né mai mute ad imbarazzanti aggressioni. Nelle sale le prime che si notavano erano le sorelle Macor; quelle che più parlavano, che più ridevano, che più pungevano, erano le sorelle turche, come da noi si chiamavano».[4]

Emilia Macor fu una donna intelligente, volitiva ed emancipata, aggraziata nei modi e nel portamento, instancabile e generosa, piena di vita e d’energia, d’ingegno acuto e spirito virile. Conobbe da ragazza il sacrificio, le rinunce, l’esilio amaro (ebbe sempre nostalgia del suo magico Bosforo). Temprò il suo carattere a una ferrea educazione, nella fermezza del pensiero e della fede, nell’aspirazione a cose nobili e sublimi.

A 22 anni sposò il giovane avvocato Nicola Bernardini[5] (Lecce, 4 ott. 1860-27 set. 1927), ardente carducciano che svolgeva parallelamente un’intensa attività giornalistica, con il quale mise al mondo cinque figli: Carlo, Giorgio, Luciano, Alfredo e Ugo.

Già redattrice per il Corriere Meridionale (settimanale fondato nel 1890 da Arturo Foscarini, ma diretto da Nicola Bernardini), sul quale curò la rubrica “Punti, appunti e … puntini”, Emilia Macor passò poi a lavorare per il settimanale La Provincia di Lecce (fondato da don Nicola nel 1896), a stretto contatto con il consorte, condividendone la direzione. Sulle colonne di questo periodico scrisse per un trentennio (1896-1926) con lo pseudonimo Ermacora, tenendo rubriche di cronaca mondana, di moda e costume dai titoli emblematici, come “Di piatto, di taglio, di punta”.

Nel giornale, sin dall’inizio, Emilia fu tutto: amministratrice, cassiera, redattrice. L’amica Emira Tamborrini, che firmava con le sole iniziali i suoi brevi articoli (sia sulla Provincia di Lecce sia sul settimanale cattolico L’Ordine), ce ne restituisce un affettuoso fermo immagine:

«La ricordo ancora al suo posto di lavoro, sotto la lampada verde, forte ausilio al consorte nelle lunghe e malinconiche serate invernali come negli afosi pomeriggi d’estate, alle prese coi molteplici manoscritti, preoccupata se l’articolo di fondo non era compilato, lieta quando io portavo alla paginetta delle sue Farfalle un pensiero delicato per un’amica comune».[6]

 

Donna Emilia accettava manoscritti e ne censurava, ne richiedeva di urgenza agli amici, richiamava i redattori tramite biglietti, lettere e ambasciate tutti elettricità e minacce, scritti densi di fulmini, di collere, di furie. Mentre si occupava della stesura del giornale era solita fumare il sigaro toscano, vibrando come una convulsa tra il lavoro redazionale e gli strilli dei suoi figli: Carlo, il primogenito, era particolarmente vivace e irrequieto, primeggiando nelle impertinenze che non lasciò neppure quando divenne un bravo ragioniere.

Si diceva che Nicola Bernardini fosse calmo e pacato, di una serenità olimpica, imperturbabile anche quando la volta delle stanze minacciava di crollare per le invettive lanciate dalla assai risoluta consorte. Emilia, invece, era impulsiva, determinata, pungente, mai a corto di parole. Quando interveniva per sedare gli animi in famiglia, don Nicola era solito ripetere una tipica frase: «Adesso vengo, Emilia e li ammazziamo». Frase tanto ricorrente da figurare nella chiusa di un sonetto in vernacolo leccese, dal titolo Infanticidio,[7] a firma di Gamiran, il quale amò fissare in versi un vivido quadretto domestico e lavorativo della coppia:

 

Infanticidio
                   [donna Emilia] – Ma si propriu nu diaulu, t’aggiu datu
 

 

lu prucinella e siecuti a ritare!

cittu nu picchi, cittu, ca scattare

te pueti cu stu chiantu scunsulatu!

 

Ce àutru t’aggiu dare, l’ha già scasciatu

l’organettu ci t’ia fattu ccattare,

ddurmisci e nu me fare nquietare,

cittu, ddurmisci, cittu, ndemuniatu.

 

E tie, Nicola, statte… jata a tie

sta sienti quai, sta bidi st’assassini

mpacciscu se cussine secutamu!

 

Maledittu giurnale! jeni a quai

e lassa quiddu diaulu de taulu!

                 [don Nicola] – Mo, Emilia, mo, mo vengo e l’ammazziamo.

 

La Provincia di Lecce si pubblicava già da tre anni quando il 18 giugno 1899 aprì (rapsodicamente prima, con continuità poi) una finestra informativa sulle novità in fatto di abbigliamento femminile e maschile, per passare dalla moda ai modi di vivere in famiglia e in società. La rubrica si intitolava genericamente “Cronaca mondana”, ma dal 1° giugno 1902 prese il titolo più suggestivo di “Farfalle erranti”.[8]

La scrittura di Ermacora fu caratterizzata da uno stile spigliato, arguto, brioso e accattivante che le permise di diventare assai popolare tra i lettori leccesi. I suoi “stelloncini” suscitarono l’ammirazione dei contemporanei i quali li paragonarono ai celebri “mosconi” pungenti di Matilde Serao sul quotidiano Il Mattino di Napoli (fondato nel 1892 da Edoardo Scarfoglio e da Matilde Serao, sua consorte).[9]

Nelle sue rubriche Ermacora trattò di mondanità e bel vivere. Le serate a teatro e la società salentina davano occasioni di note e commenti di cronaca rosa. Narrò la moda del tempo, gli spettacoli della Filodrammatica, le rappresentazioni al Teatro Paisiello o la lirica al Teatro Politeama, i balli nei saloni delle famiglie della nobiltà o della buona borghesia cittadina (i Palmieri, i Falco, i Gorgoni, i Marcucci, i Massa, i Bernardini-Marrese, i Tafuri, i Galluccio etc.), soprattutto durante il Carnevale e la Pasqua, i matrimoni, i battesimi e tutte le occasioni mondane.

Donna Emilia diede suggerimenti su come vivere in famiglia e in società e offrì alle signore della media borghesia leccese, sensibili ai richiami della moda e dei gusti estetici nazionali, consigli sulle toilette del momento con l’indicazione di tempi, modi e riti da tenere nelle diverse occasioni, nelle quali “apparire con tatto e misura”.

Nella prima metà del secolo la quotidianità femminile e lo stile d’abbigliamento si erano andati via via trasformando, modernizzandosi grazie all’uso della tecnologia, anche se continuò a permanere un’indiscussa sudditanza della moda italiana rispetto a quella francese nell’uso frequentissimo di vocaboli d’oltralpe, quali boutique o démodé o altri, che si ritrovano di frequente anche nelle rubriche a firma di Ermacora.

Emilia Bernardini era solita frequentare il laboratorio leccese di Modisteria delle Sorelle Santorufo,[10] Maddalena e la sorella minore Lucia. La Macor nutriva particolare stima circa i gusti delle due titolari, soprattutto in materia di cappelli, e non ne faceva mistero, avendo tessuto le loro lodi sulle colonne delle “Farfalle erranti”.[11]

Giornalista emancipata e brillante, intransigente con i propri princìpi, donna Emilia fu capace di raccontare tutte le vanità: quelle dell’arte e dei salotti. Con le sue rubriche sovraneggiò su un territorio di pertinenza delle donne: moda, modelli d’abito, stoffe, velette, nastri, ricami, merletti, velluti, pellicce, cappelli, guanti, foggia delle maniche, altezza delle gonne, bellezza, galateo, economia domestica, feste e cerimonie familiari, socialità.

La sua è stata una figura giornalistica moderna e indipendente, caratteristiche che le consentirono di creare un rapporto di empatia con i lettori, al di là di qualsiasi colorazione politica. Fu sempre fedele alla promessa di non parlar d’altro e di voler essere «estranea sempre alle quisquiglie politiche e ai pettegolezzi amministrativi».[12]

Donna Emilia riceveva il mercoledì nel salotto del proprio palazzo, sito a metà strada tra Porta Napoli e il Convento delle Benedettine, al civico 27 di via delle Bombarde. La base operativa del giornale era invece al palazzo dei conti di Lecce (ora palazzo De Franchis), una vera fucina d’inferno.

Ermacora non scrisse solo di moda e costume, di fasti e nefasti avvenimenti mondani, ma affrontò argomenti sensibili quali la “missione” della donna, il divorzio, il voto. Emilia Bernardini credeva nell’emancipazione delle donne e nel riconoscimento dei loro diritti, sostenendo che dovessero essere libere di lottare al fianco degli uomini per il benessere proprio e dell’umanità intera.[13] Nel 1904 si pose la seguente domanda:

«Come volete che l’uomo si attacchi ad una donna, che pensa all’eguaglianza dei sessi, che studi legge o medicina, che discute di politica, che prende parte a comizi, quando essa non riuscirà a sollevarlo dalla miseria morale, dalle torture inevitabili oggi che la vita è una lotta, oggi che tutto è vizio e turpitudine? L’uomo ha bisogno di chi sappia comprenderlo, amarlo, di chi lo conforti, lo incoraggi: l’uomo è assetato di amore, dell’amore vero che scuote e sublima, dell’amore che infonde energia, che ispira la mente, che vivifica il cuore: l’amore puro della famiglia».[14]

Nel suo articolo La donna e il voto, nel sostenere i benefici sociali che sarebbero derivati dal riconoscimento del diritto di voto alle donne (sull’esempio di nazioni più civili) concluse: «Emancipiamo dunque la donna, diamo ad essa i suoi diritti, liberiamola dall’incoscienza che molte volte l’opprime e permettiamo che per il benessere suo e dell’umanità intera, essa lotti al fianco degli uomini. Il mondo certo migliorerà».[15]

Nel luglio del 1921 si compiacque, con partecipata vicinanza, dei successi della leccese Bianca Barletti, prima salentina laureata in medicina:

«[…] Per la prima volta si ha in Lecce una laureata in medicina, e, dato il singolare valore della dottoressa, l’avvenire di lei si annuncia addirittura splendido. La cura dei bambini e delle donne, è materia che si presta specialmente per una donna dedicatasi con amore agli studi difficili della scienza medica, sicché noi abbiamo a compiacerci vivamente con la signorina Barletti per lo speciale ramo a cui, ha volto la sua attività e il suo ingegno, ed a lei auguriamo di tutto cuore che possa trarre dall’opera sua le più grandi soddisfazioni».[16]

 

Emilia Bernardini si rivolse alle donne per proporre alle nuove generazioni modelli culturali e comportamentali che uscissero dallo stereotipo della femmina meridionale schiava del marito, spettatrice, più che attrice, oltre i confini della dimora familiare.

Nel suo Decalogo della buona moglie[17] fornì loro i seguenti consigli:

1) Guardati dalla prima contesa con tuo marito, ma se ciò avviene, troncala subito, è molto meglio che se ne uscissi vittoriosa.

2) Non dimenticare che sei maritata ad un uomo e non ad un santo, acciocché non ti sorprendano le sue imperfezioni.

3) Non tormentarlo ogni momento per denaro, ma cerca di sopperire a tutto con la somma che egli ti assegna.

4) Se tuo marito non possedesse un cuore, egli è fuor dubbio fornito di uno stomaco, perciò tu farai bene a preparargli cibi buoni e sani, per acquistarti il di lui favore.

5) Di quando in quando, non sempre, lascia a lui l’ultima parola, ciò lo metterà di buon umore e a te non nocerà punto.

6) Leggi, oltre agli annunci di nascita, di matrimonio, di morte, anche gli articoli dei giornali. Sii informata di ciò che succede nel mondo, così fornirai a tuo marito occasioni di poter parlare in casa degli avvenimenti senza che egli vada ad informarsene.

7) Anche in contesa, sii sempre gentile con lui. Ricordati che tu lo vedevi di buon occhio quando era tuo fidanzato: ora non lo guardare con occhio torvo.

8) Lascia talvolta che egli sostenga di saperne di più di te; egli avrà coscienza della propria dignità e sarà bene che tu ceda qualche volta per dimostrare che non sei infallibile.

9) Sii verso tuo marito un’amica, perché egli sia un uomo prudente; se non lo è, cerca allora di elevarlo a tuo amico; innalzati, ma non abbassarti a lui.

10) Stima i parenti di tuo marito, se non riesci ad amarli, e soprattutto sua madre; egli l’amò molto tempo prima di te.

Emilia Bernardini fu mecenate e talent scout ante litteram, scopritrice di talenti e sostenitrice delle arti. Intuì le doti vocali del giovane Tito Schipa, che divenne poi leggendario tenore di grazia, fornendogli il sostegno e l’incoraggiamento necessari per proseguire la sua carriera musicale, aiutandolo a superare le difficoltà e a raggiungere i suoi obiettivi. Per finanziare gli studi musicali a Milano del giovane tenore organizzò per lui un concerto nella Sala Dante in Lecce, in data 22 giugno 1908.

«Ai tempi dell’adolescenza di Tito, Emilia Bernardini era l’animatrice indefessa di tutte le attività sociali di Lecce. Forte del peso della sua penna e di una classe innata, dettava legge in fatto di arte e costume, era insomma un genio delle pubbliche relazioni. Quando gli amici di Tito cominciarono a chiedersi che fare per mettere il ragazzo in grado di spiccare il volo e abbandonare la provincia, fu lei a por fine ai lambiccamenti dei vari [maestri] Gerunda, Blasi, D’Elia, e a suggerire un concerto. Uno dei tanti di beneficenza che non si stancava mai di organizzare? No. Cioè sì, beneficenza, ma a favore di chi cantava, per una volta. Con l’incasso Tito avrebbe potuto acquistare un biglietto per Milano […]».[18]

Schipa fu estremamente grato ai suoi benefattori, anche per l’esito “felicissimo” di quel concerto,[19] come in una lettera che inviò al direttore del Corriere meridionale in data 24 giugno 1908:

«[…] Sentirei però di essere un po’ ingrato se, in modo specialissimo, non manifestassi le mie più vive azioni di grazie ai miei due più grandi benefattori: la signora Emilia Bernardini-Macor ed il mio maestro Alceste Gerunda. Essi con vero affetto paterno, triplicandosi in attività e sacrificando non pochi interessi personali, hanno saputo oltre che spingermi avanti con tutti i mezzi, accaparrarmi per la mia serata quel numeroso concorso di elettissimo pubblico che tutti hanno notato e che io non speravo data la pochezza dei meriti miei. Grazie, mia gentile Signora e mio buon Maestro! serberò di voi eterno e grato ricordo, e se la fortuna non mi sarà avversa, m’auguro di potermi, col tempo, rendere degno del vostro affetto e degno ancora della stima dei miei concittadini e della fiducia che hanno in me riposta».[20]

 

Emilia Bernardini e Tito Schipa furono sempre legati da un rapporto speciale. Schipa ricambiò l’affetto e la stima della gentildonna, tanto che alla morte di lei (nel 1926) inviò ai funerali una corona di fiori con una dedica assai commovente: “Alla mia seconda madre”.

Come nelle parole di chi la conobbe da vicino, Emilia Bernardini fu una donna particolarmente generosa e attenta alle necessità dei bisognosi. A riprova di tale sua attitudine si riportano alcuni tra i numerosi autorevoli attestati di stima e commozione che giunsero alla stampa alla notizia della sua dipartita.

L’eclettico avvocato Alessandro Criscuolo,[21] Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati per oltre un ventennio: «Ora palese, ora non vista, ella sacrò le virili energie dell’anima eletta ad opere di bene per gli umili, per la carità e l’amore umano, nei giorni trionfali della patria e in quelli dell’epicedio».[22]

Flaminio Javicoli,[23] direttore didattico della scuola “Cesare Battisti” di Lecce: «Sorrideva di soddisfazione, quando piedini nudi venivano calzati nei rigidi inverni, o quando si largivano libri gratuiti ed altre forme di assistenza ai piccoli diseredati della fortuna da lei tanto raccomandati…».[24]

Carlo Rubichi,[25] fondatore della sezione locale della Croce Rossa a Lecce: «Fare la carità era un bisogno del suo gran cuore, virtù ereditata dal suo indimenticabile padre. “Che peccato non poter fare di più”. Era questa una sua frase abituale, e chi gliela ha intesa ripetere tante e tante volte, non la dimenticherà mai».[26]

Emilia Bernardini amò Lecce e fu profondamente amata dai leccesi. Il giorno della scomparsa, a soli 61 anni, la stampa e l’intera cittadinanza la piansero con tanta tristezza nel cuore. Dopo la sua morte le furono dedicate diverse pubblicazioni commemorative raccolte nel numero speciale di celebrazioni in hora mortis del settimanale La Provincia di Lecce (3 ottobre 1926), con articoli e testimonianze sulla sua vita e sulla sua opera. Tra tutti gli attestati di cordoglio provenienti da varie personalità della cultura e della politica del tempo,[27] si riportano i versi di un sonetto[28] a firma di Giulio Pedone,[29] quale estremo accorato saluto alla stimata giornalista leccese:

 

A Donna Emilia Bernardini Macor
 

Come fantasma lieve tu passasti,

Nobile spirto di gentili sensi;

Ne’ brevi istanti gli occhi su levasti

A chi ti cinse con affetti immensi.

 

E ti seguiva il pianto poi che amasti

Dei figli cari cui tu sempre pensi

Dagli alti mondi più lucenti e vasti,

Di Lecce il vanto con divoti assensi.

 

Non più farfalle vellutate e bianche,

Farfalle erranti di sereni auguri

Su verdi steli poseranno stanche.

 

Mistiche voci d’infinito ardore

Te, donna Emilia, con accenti puri

Beata inviteranno al primo Amore.

 

 

Bibliografia

BASSO ROSANNA (a cura di), Oltre il segno. Donne e scritture nel Salento (secc. XV-XX), Copertino, Lupo, 2012.

BASSO ROSANNA (a cura di), Salentine. Regine, sante, nobili, borghesi e popolane. Una terra, cento storie, Lecce, Edizioni Grifo, 2022.

Corriere meridionale, 25 giu. 1908.

DE MARCO MARIO, Carlo Macòr, veneto cittadino del mondo, naturalizzato leccese, “Brogliaccio Salentino”, 2017, n. 291.

PELLEGRINO ANNALISA, Emilia Bernardini Macor. Cronista di moda e di costume, Galatina, Congedo, 2006.

PELLEGRINO ANNALISA, Una personalità da scandagliare. Emilia Bernardini Macor (1865-1926) redattrice e giornalista, in Il filo di Arianna. Materiali per un Repertorio della bibliografia femminile salentina (secc. XVIII-XX), a cura di Rosanna Basso e Marisa Forcina, Lecce, Milella, 2003, pp. 127-139.

Provincia di Lecce (La), 5 lug. 1896; 18 giu. 1899; 29 set. 1901; 9 feb. 1902; 5 ott. 1902; 25 set. 1904; 18 dic. 1904; 22 gen. 1905; 9 dic. 1906; 28 giu. 1908; 6 mar. 1910; 24 lug. 1921; 3 ott. 1926.

SCHIPA TITO JR., Tito Schipa, Lecce, Argo, 2004.

 

       * Il presente profilo biografico di Emilia Bernardini Macor è stato concepito nell’ambito di un laboratorio teatrale, dal titolo Fimmine – Donne del Salento tra Vita e Resistenza: voci ritrovate che tornano a camminare, tenutosi a Lecce tra settembre e dicembre del 2025. Per la brochure del progetto, a cura di Improvvisart, si veda: <https://www.improvvisart.com/brochure/Fimmine_storie_sm.pdf>. Il medaglione storico è stato inizialmente elaborato in funzione della stesura di un originale canovaccio teatrale per la messa in scena site-specific del personaggio storico studiato in quel contesto. Ho avuto il piacere di approfondire la vita e l’opera di questa pioniera del giornalismo leccese e di interpretarne la figura, in costume d’epoca, nella restituzione pubblica del laboratorio (tenutasi in data 11 dic. 2025, nel Teatrino del Convitto Palmieri in Lecce), affiancata sul palco da Roberta Epifani, a sua volta nel ruolo di una sua immaginaria amica redattrice. Per ulteriori materiali (immagini/video), si vedano i canali ufficiali social di Improvvisart.

 

Note

[1] Alla figura di Emilia Bernardini Macor sono stati dedicati vari studi: ANNALISA PELLEGRINO, Una personalità da scandagliare. Emilia Bernardini Macor (1865-1926) redattrice e giornalista, in Il filo di Arianna. Materiali per un Repertorio della bibliografia femminile salentina (secc. XVIII-XX), a cura di Rosanna Basso e Marisa Forcina, Lecce, Milella, 2003, pp. 127-139; EAD., Emilia Bernardini Macor cronista di moda e di costume, Galatina, Congedo, 2006; ROSANNA BASSO (a cura di), Oltre il segno. Donne e scritture nel Salento (secc. XV-XX), Copertino, Lupo, 2012, pp. 192-199; EAD. (a cura di), Salentine. Regine, sante, nobili, borghesi e popolane. Una terra, cento storie, Lecce, Edizioni Grifo, 2022, pp. 185-188.

      [2] Per il quale si veda MARIO DE MARCO, Carlo Macòr, veneto cittadino del mondo, naturalizzato leccese, in “Brogliaccio Salentino”, 2017, n. 291, p. 12.

       [3] Francesco Marangi (Lecce, 1864-1939), noto anche con lo pseudonimo Gamiran, fu autore di un solo libro di poesie, intitolato Lu Pettaci (1889), dal nome del rione “più leccese di Lecce”.

       [4] Cfr. L’Emilia, nel settimanale La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 3.

       [5] Avvocato, giornalista e collezionista, Nicola Bernardini diresse la Biblioteca Provinciale di Lecce dal 1902 fino alla morte. La Biblioteca, oggi a lui intitolata, fu fondata il 20 marzo 1863. Tale importante giacimento culturale cittadino, che oggi accoglie un patrimonio librario di circa 120.000 documenti di diverse epoche, si sviluppa in quello che già fu il Convitto del Reale Collegio dei Gesuiti. Il complesso architettonico mostra un possente colonnato dorico e un sobrio prospetto neoclassico, con il timpano che include uno degli orologi sincroni realizzati dal vescovo-scienziato leccese Giuseppe Candido, il quale portò fama ai concittadini all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1867. L’orologio è incorniciato da una coppia di delfini con in bocca la mezzaluna, simbolo della Provincia di Terra d’Otranto.

      [6] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 3.

       [7] Ivi, 5 lug. 1896, p. 2.

       [8] L’espressione “farfalle erranti” descrive quella tipologia di farfalle (come gli esperidi), dal volo rapido e a salti, difficili da seguire nei loro frequenti spostamenti, ma più facilmente osservabili al tramonto quando si posano immobili sui fili d’erba. Sono spesso di piccole dimensioni e possono avere colori arancione, marrone, giallo o grigio, a volte con macchie bianche.

       [9] Matilde Serao tenne la rubrica “Api, mosconi e vespe” con lo pseudonimo Gibus.

    [10] Laboratorio ubicato nell’area delle “quattro spezierie”, al civico 55 del centrale corso Vittorio Emanuele II, sul quale si affacciavano anche le vetrine del brindisino Antonio Poso, meglio noto come “il sarto parigino”. Nel 1886 Maddalena e Lucia Santorufo aprirono a Lecce un laboratorio di sartoria e modisteria che divenne presto un importante punto di riferimento per tutte le donne del Salento attente alla cura del dettaglio, all’esclusività dei tessuti e alla perfezione del taglio personalizzato. Fin da subito l’attività delle due modiste divenne assai rinomata, dando lavoro a decine di dipendenti, apprendiste e commessi alla vendita. Le sorelle Santorufo curarono con passione e lungimiranza anche il marketing promozionale attraverso la pubblicità sui giornali, organizzando periodicamente attesissime sfilate di moda, inviando a domicilio delle clienti i commessi con i campionari delle novità, per un ricavo di centinaia di ordinazioni. Nei primi anni del Novecento parteciparono ad alcune esposizioni nazionali e internazionali, portando le loro creazioni fino a Parigi. Furono note anche per il cospicuo assortimento di cappelli per signora.

      [11] La Provincia di Lecce, 5 ott. 1902, p. 2; 18 dic. 1904, p. 1.

     [12] Ivi, 18 giu. 1899, p. 2.

     [13] Circa i temi femministi si vedano alcuni suoi interventi sulle colonne del settimanale La Provincia di Lecce, tra i quali gli stelloncini in data 29 set. 1901 o 9 feb. 1902.

     [14] Ivi, 25 set. 1904, p. 2.

      [15] Ivi, 6 mar. 1910, p. 1 e sg.

     [16] Ivi, 24 lug. 1921, p. 2.

     [17] Ivi, 22 gen. 1905, p. 2.

       [18] Cfr. Tito Schipa Jr., Tito Schipa, Lecce, Argo, 2004, p. 49.

       [19] Per alcuni resoconti della serata musicale, si vedano le cronache locali. Corriere meridionale, 25 giu. 1908, p. 1: «[…] Le due parti del programma vennero svolte con ammirevole valentia, che suscitò applausi fragorosissimi alla fine di ogni esecuzione e fece trascorrere all’uditorio due ore davvero piacevoli in quell’ambiente di arte e di signorilità»; La Provincia di Lecce, 28 giu. 1908, p. 3: «[…] Tito Schipa cantò Giunto sul passo estremo del Mefistofale di Boito e due motivi bellissimi di musica moderna, con la sua voce così bella, dal timbro limpido, carezzevole, e che lascia sempre in chi l’ascolta il desiderio di riudirla. E noi speriamo appunto di riudirlo tenore perfetto e di gran fama; noi speriamo che gli applausi che oggi l’eletto pubblico leccese gli ha prodigato, siano confermati in avvenire dagli applausi del pubblico dei maggiori teatri».

         [20] Corriere meridionale, 25 giu. 1908, p. 1.

       [21] Alessandro Criscuolo fu una delle principali figure dell’avvocatura penalista jonica tra ’800 e ’900. La sua lunga attività forense è testimoniata da un ricchissimo patrimonio costituito da libri, saggi e scritti vari a sua firma, attraverso i quali è possibile conoscere il suo eclettismo culturale. Egli incarnò a pieno i caratteri dell’avvocato ottocentesco che affiancava allo studio del diritto la passione per la storia, la poesia e la letteratura.

         [22] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 2.

       [23] Personalità di rilievo nel panorama pedagogico del suo tempo, Flaminio Javicoli fu un prolifico autore di manuali scolastici e testi di supporto per l’istruzione elementare, pubblicati a livello nazionale.

       [24] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 2.

       [25] Carlo Rubichi fu esponente di spicco di un’importante famiglia leccese. Suo fratello Francesco, avvocato di gran fama, noto come “il Principe del Foro”, fu anche deputato al Parlamento. Un altro suo fratello, Eugenio (detto Richel), fu un celebre umorista.

       [26] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 4.

       [27] Oltre ai mesti pensieri delle persone amiche sopra riportati si possono ricordare quelli di Oberdan Leone, Giulia Palumbo, Amilcare Foscarini, Ernesto Alvino, Giovanni Pellegrino, Sebastiano Apostolico Orsini, Gaetano della Noce, don Guglielmo Paladini, don Antonio Agrimi, Egidio Reale et alii.

        [28] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 5.

       [29] Autore salentino (Patù/Le) del quale ricordiamo, almeno, l’inno Le Madri d’Italia e In Festo Apostolorum Petri et Pauli, entrambi pubblicati nel 1934.

Giuseppe Desa, il Santo di Copertino nelle agiografie settecentesche

“S. Giuseppe da Copertino in levitazione”, incisione prima metà del settecento (coll. privata).

 

di Gilberto Spagnolo

“Impari il lettore da Giuseppe ad esser semplice di cuore

ad amare Gesù per la Vergine,

a patire le persecuzioni per la giustizia,

ad essere obbediente, ad esser povero, a ben vivere per ben morire”

Francesco Galliani

 

Finalmente mantengo l’impegno assunto con il caro amico Giovanni Greco, scrivendo queste brevi note su S. Giuseppe da Copertino, unico Santo leccese storicamente documentato, Santo che non era né dotto né studioso (tanto da essere considerato il più “illetterato dei Santi”), ma che paradossalmente è il protettore degli studenti e degli esaminandi (oltre che dell’aviazione cattolica anglosassone e dei paracadutisti della NATO per le famose “levitazioni”).

Carlo Stasi nelle sue “testimonianze e aneddoti” sul Santo di Copertino ricorda infatti che “dovendosi fare monaco ed essendo assolutamente ignorante ed umile (si faceva chiamare “frate Asino”) aveva imparato a memoria solo una pagina di un intero libro e l’esaminatore gli chiese proprio quello, così lui poté farsi monaco”.

Fu comunque per il suo misticismo che il vescovo di Castro, Giovanni Battista Deti, senza nemmeno aver sostenuto gli esami lo consacrò sacerdote nell’anno 1628 esattamente a Poggiardo, comune che con quello di Copertino proprio in questi giorni ha onorato il “protettore degli studenti” con un sentito “gemellaggio” che ha coinvolto anche gli alunni delle scuole dei propri istituti comprensivi (per Copertino il n. 3). Le scuole di questi istituti, infatti, hanno promosso un interessante progetto didattico che ha portato alla realizzazione del “calendario Iosefino 2002”, calendario in cui sono raffigurati pagina per pagina, la biografia del Santo, la descrizione dei miracoli e i disegni sul protettore degli studenti.

Sollevato all’onor degli Altari, e al titolo di Beato dal regnante sommo Pontefice Benedetto XIV con suo Apostolico Breve de’ XX Febraro M.DCC.LIII” e canonizzato il 16 luglio 1767 da Clemente XIII, incredibilmente però nel nostro Salento la devozione e il culto per questo Santo sono ancora oggi non abbastanza forti o, perlomeno, al pari di quella per i santi provenienti sì da tutto il mondo cristiano ma dei quali, molto spesso, non si hanno neanche prove documentali certe. Eppure, come ha giustamente e opportunamente evidenziato Carlo Stasi “quello che la gente non sa è che nel XVII secolo San Giuseppe da Copertino era venerato dalla gente con la stessa passione con cui oggi si venera Padre Pio. Folle di imploranti circondavano i luoghi dove lui viveva recluso ed aspettavano i suoi miracoli. Ed in molte cose la sua vita assomiglia a quella di Padre Pio: dall’umiltà della nascita alla persecuzione delle autorità ecclesiastiche, alla reclusione nel convento e, invece delle stimmate, le “croci vive” (specie di stimmate a forma di croce) e le levitazioni. Già, quando andava in estasi, si sollevava da terra, ed ecco perché il “santo che vola” è anche il protettore dell’aviazione statunitense”.

Testimonianze inequivocabili di questa grandissima fama, sono le innumerevoli “biografie” scritte su di lui in diversi periodi da numerosi autori, a partire dalla “Vita del Servo di Dio fra Giuseppe da Copertino” (Palermo 1678) di Roberto Nuti (che fu anche testimone oculare di molti fatti narrati) a quelle settecentesche e ottocentesche (dell’Ottocento ricordiamo, ad esempio, quella di G. I. Montanari, Vita e Miracoli di San Giuseppe da Copertino) fino alle opere a noi contemporanee come quella scritta da padre Gustavo Parisciani, da padre Bonaventura Popolizio e da altri.

Ed in quest’ambito (anche prendendo spunto da uno studio di Maria Antonietta Epifani sulla figura del santo attraverso una delle tante biografie), proprio “per restituire nella giusta dimensione l’immagine di Giuseppe, sottraendolo al terreno della dimenticanza” vanno chiaramente collocate le schede dei testi che qui di seguito si pubblicano, riguardanti alcune importanti e poco conosciute edizioni settecentesche (“agiografie che tendono a far radicare il culto del santo”) sulla sua vita e acquisite sul mercato dell’antiquariato.

A questo gruppo sono anche aggiunte altre due edizioni censite su alcuni cataloghi antiquari, un “Officio” e “L’indulgenza plenaria” inserita nel Decreto del Pontefice Benedetto Papa XIV in relazione alla causa di Beatificazione e Canonizzazione formata con Autorità Apostolica in Nardò (le altre, come si sa, furono fatte in Assisi e in Osimo dove visse).

Le agiografie, tutte settecentesche, sono datate alcune 1753 (anno in cui S. Giuseppe fu beatificato), altre riportano il 1767 anno in cui Clemente XIII lo canonizzò; tutte, comunque, sostanzialmente apportarono qualcosa di nuovo. Di particolare importanza infine, a mio avviso, sono le “lettere dedicatorie” in quanto preziose e, indubbiamente, sincere testimonianze di come la fama del “Santo dei Voli” avesse oltrepassato ormai anche i confini nazionali. Si veda ad esempio l’edizione di Livorno, testo in cui si rivela la grande venerazione dell’Augustissima Casa d’Austria “che non seppe contenersi dal non procurargliene a replicate instanze dalla Sede Apostolica l’onore degli Altari, ed il pubblico culto”.

 

 

Agiografia stampata a Livorno presso Antonio Santini e Compagni nel 1753. Frontespizio (coll. privata).

 

VITA / DEL BEATO / GIUSEPPE / DI COPERTINO

Dell’ordine de’ Minori Conventuali / di S. Francesco / DEDICATA / ALL’ALTEZZA SERENISSIMA / DI GIUSEPPE / ARCIDUCA D’AUSTRIA / (fregio tipografico) IN LIVORNO MDCCLIII / Presso ANTONIO SANTINI, e COMPAGNI / Con licenza de’ Superiori.

Cm. 20 x 15 pp. (15) 315. Perg. Coeva, titolo calligrafico al dorso e nervi. Capilettera incisi e fregi intercalati nel testo. Novoli, biblioteca privata.

A pp. V-IX interessante lettera dedicatoria di Fra Paolo Antonio Agelli Inquisitore datata Firenze 1 Marzo 1753. A p. XI “Lo Stampatore a chi legge” che rileva “L’ultimo Capitolo della Parte seconda contiene ventidue tra grazie e miracoli di cui come più recenti non poté il Bernino adornare la sua storia; tutti però sono con gran fedeltà ricavati da monumenti autentici degni di fede. Vivi Felice”.

 

Agiografia stampata a Napoli nel 1753 e dedicata alla Principessa di Belmonte. Frontespizio (coll. privata).

 

Prima pagina della lettera Dedicatoria a D. Anna Francesca Ravaschiero principessa di Bel-monte, nell’Agiografia stampata a Napoli nel 1753.

 

COMPENDIO / DELLA / VITA, VIRTU’, E MIRACOLI / DEL / B. GIUSEPPE / DI COPERTINO / Sacerdote Professo dell’Ordine de’ Minori / Conventuali di S. Francesco / (Fregio Tipografico) / IN NAPOLI MDCCLIII / Presso Giuseppe Raimondi / CON LICENZA DE’ SUPERIORI /

Cm. 21 x 13 pp. (4) (2) (4) 100. Pergamena coeva, capilettera incisi e fregi intercalati nel testo. Novoli, biblioteca privata.

A pp. I-IV Lettera dedicatoria a D. ANNA FRANCESCA PINELLI RAVASCHIERO

Principessa del S.R.I., e di Belmonte Duchessa dell’Acerenza, Marchesa di Galatone, S. Vincenzo, Contessa di Cupertino, Signora delle Terre di Veglie, Leverano, Santo Pietro ecc.

A p. V lettera dello Stampatore.

A p. VII Indice.

Questa copia rintracciata probabilmente è un “unicum”, perché per una svista dello stampatore sono ulteriormente ripetute le pagine a partire dal frontespizio fino all’Indice delle Note marginali del Presente Compendio. Altro pregio di quest’opera è la pubblicazione, in allegato, del Decreto del Papa Benedetto XIV del 1752 relativamente alla causa di beatificazione e canonizzazione tenutasi in Nardò.

Agiografia stampata a Roma da Giovanni Zempel nel 1767. Frontespizio (coll. privata).

 

Incisione fuori testo di Angeletti e Bombelli nell’Agiografia stampata a Roma da Giovanni Zempel nel 1767 (coll. privata).

 

COMPENDIO / DELLA / Vita, Virtu’, e Miracoli / DI / S. GIUSEPPE / DI COPERTINO / Sacerdote Professo dell’Ordine de’ Minori / Conventuali di S. Francesco / DEDICATO / ALLA SANTITA’ DI N. S. PAPA / CLEMENTE XIII (fregio tipografico). in Roma MDCCLXVII/ Per Giovanni Zempel presso Monte Giordano / Con licenza de’ Superiori.

Cm. 24,5 x 18 pp. (12) (6) (1) 119. Pergamena coeva, capilettera incisi e fregi intercalati nel testo. Titolo in oro al dorso e nervi. Fregi in Oro sui risvolti di copertina. Novoli, biblioteca privata.

  1. pp. I-XII Lettera dedicatoria di Fr. DOMENICO ANDREA ROSSI Ministro Generale de’ Minori Conventuali F. P.

A pp. XIII-XVIII Indice.

A p. XIX Imprimatur di Fr. Thomas Augustinus Ricchinius.

Edizione di pregio arricchita da una splendida incisione di Angeletti e Bombelli, datata 1767 e raffigurante S. Giuseppe mentre effettua una levitazione alzandosi in aria davanti al papa Urbano VIII.

È certamente una delle copie che i Frati Minori fecero stampare in occasione delle solennità religiose che si svolsero in Roma, previste con decreti pontifici ed organizzate in occasione della canonizzazione avvenuta il 16 luglio 1767 durante appunto il pontificato di Clemente XIII.

Grazie ad alcuni importanti documenti coevi, provenienti dall’archivio dell’Ordine Capitolino presso la Chiesa dei SS. Apostoli e rintracciati da Giovanni Greco, sappiamo infatti che “Per l’occasione, ai torchi di Giovanni Zempel, fu affidata la stampa di duemila esemplari del compendio della vita del beato Giuseppe, composti da 17 fogli l’uno e la tiratura di cento esemplari del decreto di canonizzazione. Ottocento in tutto furono le copie rilegate da Giovan Battista Aldega, di cui duecento in carta fina e seicento in carta ordinaria. Altre trecento copie furono rilegate con carta pecora da Domenico Rosario. Mentre seicento in tutto furono quelle rilegate in cartone e affidate in parti uguali ad Agostino Palombi e Antonio Bernardini”. Dagli stessi documenti sappiamo anche che Pietro Bombelli eseguì su un grande foglio di rame la raffigurazione del Beato in estasi con ratto della Crocifissione del SS.mo Sagramento, incisione che fu trasferita sullo stendardo di raso bianco alto quattro palmi e fornito dal mercante Luigi Fantastici. Il pittore Pietro Angeletti eseguì invece alcuni dipinti, oltre ad una grande tela raffigurante l’immagine del Santo.

 

COMPENDIO / DELLA/ Vita, Virtù e Miracoli / DI / S. GIUSEPPE / DI COPERTINO / Sacerdote Professo dell’Ordine de’ Minori / Conventuali di S. Francesco/ ecc. ecc.

Cm. 21 x 15 pp. (12) (6) (1) 119. Copertina ottocentesca. Titolo in oro al dorso. Novoli, biblioteca privata.

Stessa edizione come la precedente ma di formato molto più piccolo e più semplice nella veste tipografica, nonché priva dell’incisione di Angeletti e Bombelli del 1767. Come risulta dall’ex-libris posto sul frontespizio era appartenuta “ad Bibliothecam S. Francisci Corneti”.

 

COMPENDIO / DELLA / Vita del beato / GIUSEPPE / Da COPERTINO / Sacerdote dell’Ordine de’ PP. Minori / Conventuali di S. Francesco / Dedicato / all’ill. e rev. mons. NICOLA MANCIFORTE / vescovo di ANCONA e vescovo eco; d’UMANA / Venezia, senza indicazione tip., MDCCLIV.

Edizione in 16°, pp. 31, più una tavola in antiporta raffigurante il Santo in una levitazione. Edizione inserita nel catalogo “ANTICHITA’ MAGNANET” di Siena (cat. n. 59 – anno 2000).

 

D. BERNINO, Vita del Ven. Padre Fr. Giuseppe da Copertino De’ Minori Conventuali, stampata a Roma per Ludovico Tinassi, e Girolamo Mainardi nel 1722. Frontespizio (coll. privata).

 

Incisione del Santo in levitazione inserita nell’edizione stampata a Roma nel 1722.

 

BERNINO DOMENICO / Vita del padre fr. Giuseppe da Copertino de’ minori conventuali / beatificato dalla santità di n. s. papa Benedetto XIV / con suo decreto delli 4 ottobre 1752 descritta da D. B. e dal medesimo / ancor vivente dedicata alla santità di n. s. Innocenzo XIII. / Nuova ediz. nella quale si aggiungono alcuni miracoli operati dal Signor Iddio ad intercessione del beato dopo la morte dell’Autore / fino al tempo della di lui beatificazione. /

In Venezia, appr. G. B. Recurti MDCCLIII

Edizione in 8°, pp. (12) 262 (2) più una tavola fuori testo con incisione del Santo. Pergamena coeva, titolo calligrafico al dorso e nervi.

Edizione inserita nel catalogo “ANTICHITA’ MAGNANET” di Siena (Cat. n. 60 anno 2000).

La prima edizione del Bernino fu stampata sempre da Giovan Battista Recurti a Venezia nel 1726.

 

Officio in Die XVIII Septembris./ in Festo/ S. Josephi A Cupertino/ Confessoris / Ordinis Mi-norum S. Francisci Conventualium./ MISSA (coll. privata).

 

DIE XVIII SEPTEMBRIS / IN FESTO / S. JOSEPHI A CUPERTINO / CONFESSORIS / ORDINIS MINORUM S. FRANCISCI CONVENTUALIUM / MISSA / DECRETUM / URBIS, ET ORBIS / Die 8 Augusti MDCCLXIX.

(In fine) ROMAE Ex Typographia Rev. Camerae Apostolicae MDCCLXIX.

Et denuò NEAPOLI ex Typographia Novelli de Bonis Typographi Archiepiscopalis.

 

“Indulgenza Plenaria” per la solennità della Beatificazione Del Ven. Servo di Dio Giuseppe Di Copertino nella Basilica Vaticana il 24 febbrajo 1753 (coll. privata).

 

INDULGENZA / PLENARIA/ Per la Solennità / DELLA BEATIFICAZIONE / Del Ven. Servo di Dio / GIUSEPPE / Di COPERTINO/ nella Basilica Vaticana il di 24 Febbraio 1753 / Fr. Gio: Antonio per la misericordia di Dio / Vescovo di Frascati della S.R.C. Card. / Guadagni della Santità di Nostro / Signore Vicario Generale /. L’indulgenza è inserita nel decreto del Pontefice Benedetto Papa XIV in relazione alla causa di Beatificazione e Canonizzazione formata con Autorità Apostolica in Nardò (le altre furono fatte in Assisi e in Osimo dove visse).

 

 

In Il Castello. Studi di storia copertinese in memoria di Fernando Verdesca, Associazione Pro Loco Copertino 2001 e in G. Spagnolo, Memorie antiche di Novoli. La storia, le storie, gli ingegni, i luoghi, la tradizione. Pagine sparse di storia civica, pp. 583-588, Novoli 2024.

Acquatinta incisa da Giovanni Wenzel nel 1830 ca. raffigurante una levitazione di S. Giuseppe da Copertino (coll. privata).

 

 

Riferimenti bibliografici

P. Bonaventura M. Popolizio, Vita di San Giuseppe da Copertino, Bari 1982.

B. Da Lama, Cronica dei minori osservanti riformati, Lecce 1713-14.

M.A. Epifani, L’estasi di un semplice. Note in margine ad una biografia del settecento su S. Giuseppe da Copertino, in “L’Idomeneo”, n. 1, Lecce 1998, pp. 325-334.

F. Galliani, San Giuseppe da Copertino, Roma 1830.

G. Greco, Le solennità religiose in Roma per la canonizzazione di S. Giuseppe, in “Il Bardo”, a. X n. 2, Dicembre 2000, p. 5.

A. Laporta, Un miracolo salicese di S. Giuseppe da Copertino, in “Quaderno di ricerca. Costumi e storia del Salento”, giugno 1988, pp. 67-70.

R. Nuti, Vita del servo di Dio P. F. Giuseppe da Copertino, nell’Ordine dei Minori Conventuali, Palermo 1678.

G. Parisciani, San Giuseppe da Copertino alla luce dei nuovi documenti, Osimo 1963.

C. Stasi, Testimonianze e aneddoti sul Santo di Copertino capace di sollevarsi in volo. Onorato anche in California, in “Quotidiano”, 16 settembre 2000, p. 9 (Cultura e Spettacoli).

L. Tasselli, Antichità di Leuca, Lecce 1693.

P.A. Vetrugno, Per un’iconografia di San Giuseppe da Copertino, in “Lu Lampiune”, a XIII, n. 1, Lecce 1997, pp. 139-148.

V. Zacchino, Religiosità e tradizione nelle poesie di S. Giuseppe da Copertino, Copertino 1993.

Frontespizio di un’opera sulla vita di S. Giuseppe da Copertino non stampata in Italia e datata 1695 (coll. privata).

 

Antiporta del testo stampato nel 1695.

Raffaele Caretta: tre capolavori in cartapesta leccese nella chiesa matrice di Diso

 

Alla cara e sempre viva memoria del prof. Filippo Giacomo Cerfeda,

 amico e compagno di tanti studi, ricerche e pubblicazioni.

Con fraterno cuore.

 

di Gianluigi Lazzari

Raffaele Caretta può, a giusto titolo, essere annoverato tra i più grandi scultori della tecnica in cartapesta leccese, assieme a Giuseppe Manzo, Achille De Lucrezis, Antonio Maccagnani, Oronzino ed Andrea Longo, Giuseppe ed Aristide Malecore, Andrea De Pascalis, Salvatore Saquegna, Carmelo e Salvatore Bruno, Luigi Guacci ecc.

Le sue opere sono presenti in tutto il mondo, in luoghi pubblici ed in collezioni private. Anche la stupenda chiesa matrice “Santi Filippo e Giacomo” di Diso ne conserva tre, tutte di altissimo livello tecnico ed artistico.

Secondo le fonti bibliografiche e documentarie Raffaele Caretta nacque a Lecce il 18 febbraio 1871 e fu allievo dapprima di Antonio Maccagnani, ed in seguito, allievo e capo giovane nella bottega di Giuseppe Manzo, la quale si trovava a Lecce in via Paladini, alle spalle del Duomo, in un locale annesso al palazzo del conte Ludovico Romano. In questa bottega lavorò sino al 1895 circa, quando, dopo la morte di Andrea De Pascalis, che lavorava con il Manzo, spinto anche dal maestro, aprì il suo laboratorio in piazzetta Panzera ed in seguito, come a me testimoniato in una audio intervista (1997) dal maestro Antonuccio Lazzari (1911-2003), di Castro, grande costruttore di pupi e presepi in cartapesta per oltre un cinquantennio, in via dei Sotterranei, nelle vicinanze della Basilica di “San Giovanni Battista” detta anche della “Madonna del Rosario”.

Maestro Antonuccio era solito chiamare il maestro Caretta, che lo aveva conosciuto, “u professore Carretta”, e con lo stesso titolo chiamava anche il maestro Manzo, verso i quali maestri lui aveva una particolarissima “venerazione”, considerandoli appunto i più grandi.

Il maestro nel 1898 ricevette la medaglia d’argento sia all’Esposizione internazionale di Torino sia a quella di Roma. Nel 1901 ricevette, sempre a Roma, all’esposizione mondiale, la medaglia d’oro, la croce al merito e un gran premio d’onore.

Dal 1900 al 1909 partecipò alle esposizioni di Parigi, Bordeaux, Firenze e Livorno, e alle esposizioni di Venezia e Milano ricevette altre onorificenze.

In seguito fu anche nominato, come il suo maestro Manzo, Cavaliere pro ecclesia e pontifice. Per questo motivo in molte sue opere, come il gruppo di Sant’Antonio da Padova in Diso, si firma “Cav. Raffaele Caretta”.

Morì a Lecce il 17 giugno 1950.

Le opere di questo immenso maestro che si conservano nella splendida chiesa matrice di Diso sono in tutto tre, di cui una firmata e fortunatamente mai ridipinta. Le altre, purtroppo, risultano tutte ridipinte e quindi mancanti, ad oggi, degli eccellenti cromatismi del maestro. In assenza di documenti e di un restauro tecnico scientifico queste ultime possono essere solo attribuibili per comparazione stilistica con altre opere del maestro.

 

-GRUPPO SANT’ANTONIO DA PADOVA CON BAMBINELLO ED ANGIOLETTI-

L’opera in cartapesta policromata misura, esclusa la base processionale in legno, di base cm 60×68, e d’altezza cm. 175. Essa risulta firmata in basso a destra sulla nuvola di base in cartapesta, a caratteri rossi, “Cav. Caretta Raff.

La data e la committente invece la ricaviamo sia da una iscrizione sulla base lignea che da una iscrizione in ramiera posta sull’anta di chiusura dello stipo contenente la stessa. Questa iscrizione riporta: “A divozione Vincenza Chetri-Bucci -1923”.

 

-STATUA DEL SACRO CUORE DI GESU’-

L’opera in cartapesta policromata misura, esclusa la base processionale in legno, di base cm 60 x 55, e d’altezza cm. 185.

Essendo stata ridipinta, probabilmente più volte, e non restaurata scientificamente, non ha tracce, al momento, di iscrizioni e di firma. Si attribuisce al Caretta per comparazioni stilistiche con altre opere del genere dello stesso autore presenti nella Cattedrale di Castro, dove, certificato, si conserva anche un “Sacro Cuore” di magnifica fattura e molto simile a questo di Diso. Da una iscrizione posta sull’anta dello stipo della stessa statua ricaviamo sia l’anno che i committenti: “Per devozione coniugi Fortunato-Vittoria Carrozzo- anno 1924”.

 

-GESU’ BAMBINO-

Questa dolcissima statuina in cartapesta policromata misura cm 21 x cm 45 (larghezza e lunghezza massima). Essa si presenta ridipinta e senza iscrizioni e firme. Si attribuisce al Caretta per comparazioni stilistiche con gli angioletti e il Gesù bambino del gruppo di Sant’Antonio del medesimo autore nella stessa chiesa matrice e con altre opere del maestro.

 

Le opere di questo immenso maestro hanno, come quelle del Manzo e di altri grandi maestri, una dolcezza infinita, un pathos delicato, e comunicano in un sentimento di maestà i veri valori cristiani: la verità, la semplicità e la bellezza.

Un grazie particolare al mio caro amico prof. Filippo Giacomo Cerfeda, di Diso, il quale, in tempi non sospetti, mi chiese di occuparmi delle opere in cartapesta della chiesa matrice di Diso. Alla sua memoria è dedicato questo lavoro.

Ringrazio il carissimo don Adelino Martella, al cui impegno si deve oggi il ritorno della chiesa matrice “Santi Filippo e Giacomo” di Diso agli antichi valori del suo splendore, al punto da dover essere annoverata nel suo complesso tra i Beni più importanti del patrimonio storico-artistico italiano ed europeo. Lo ringrazio per il prezioso dono della più che ventennale amicizia e per avermi sempre favorito e sostenuto nelle tante operazioni di studio e ricerca.

Un fraterno grazie va anche al mio amico Fernando Bevilacqua, maestro nell’arte fotografica, con il quale da tanti anni giriamo il Salento per cogliere e raccontare delle bellezze e la bellezza di questa nostra terra. Nelle foto di queste opere di Raffaele Caretta ha saputo cogliere e comunicare a tutti la poesia delle stesse.

Non per ultimo ringrazio il mio amico e maestro prof. Giovanni Giangreco, che, con don Adelino, ha saputo restituire ai posteri la meravigliosa chiesa dei Santi di Diso e non solo.

 

 

Breve nota bibliografica e di riferimento

-Enzo Rossi, Raffaele Caretta (1871-1950), in: La Zagaglia, rassegna di scienze, lettere ed arti, n. 23, settembre 1964;

-Caterina Ragusa, Guida alla cartapesta leccese, a cura di Mario Cazzato, Galatina, Congedo editore, 1993;

-Giovanni Giangreco, La cartapesta leccese, inedito, Scorrano 1998;

-Giovanni Giangreco, Pino De Nuzzo, La statuaria sacra in cartapesta nell’area di Casarano, Parabita, C.R.S.E.C. edizioni, 1999, rist. 2004;

-Gianluigi Lazzari, Il poeta della cartapesta: Giuseppe Manzo tra Supersano e Castro, Castiglione, Le Stanzie editore, 2019;

-Adelino Martella, Chiesa parrocchiale Santi Apostoli Filippo e Giacomo -Diso, Castiglione, Grafiche Giorgiani editore, 1993.  

19 giugno 1639: la segnalazione di un ritrovamento archeologico fatta da Fabio Chigi, vescovo di Nardò e un comodissimo riscontro

di Armando Polito

In sequenza: Alessandro VII in un ritratto di autore ignoto (National Gallery for Foreign Art di Sofia); frontespizio di Obelisci Aegyptiaci interpretatio; Atanasio Kircher in un’incisione di Cornelis Bloemaert (Germanisches Nationalmuseum di Norimberga)

 

di Armando Polito

Chi, neritino, è già balzato dalla sedia dando sfogo ad un incontenibile entusiasmo frutto di comprensibile ma spesso accecante orgoglio campanilistico, si rimetta a sedere per soddisfare. eventualmente, solo la curiosità che spero sia rimasta dopo le aspettative così drasticamente ridimensionate. D’altra parte solo per eccesso di ingenuità si poteva credere nel miracolo non certo di un ritrovamento di un manufatto antico a Nardò ma della sua segnalazione da parte di uno che, nonostante ne fosse stato vescovo dal 1635 al 1652, Nardò la vide solo su qualche mappa, impegnato com’era, vero e proprio Mastropasqua ante litteram, una serie impressionante di incarichi. Il titolo, tuttavia, lo sbandierò finché non lo poté sostituire con quello, ben più importante ed unico, di sommo Pontefice, cosa che avvenne quando, dimessosi da vescovo, divenne nel 1655 papa col nome di Alessandro VII.

E a questo punto si inserisce il coprotagonista di questa vicenda, il poliedrico studioso tedesco Atanasio Kircher, famoso soprattutto per i suoi studi sui geroglifici, con un metodo di lettura che allora sembrava avveniristico, oggi considerato, invece, di nessuna rilevanza scientifica.  Non fa meraviglia, perciò, che a tale argomento si riferisce la parte preponderante delle sue pubblicazioni con un numero impressionante di titoli, tra cui Ad Alexandrum VII. Pont. Max. obelisci Aegyptiaci nuper inter Isaei Romani rudera effossi Athanasi Kircheri e Soc. Iesu interpretatio ieroglyphica, Ex typographia Varesii, Romae, 1666.

Nei lunghi titoli dell’epoca il nome del dedicatario di solito seguiva quello del dedicatore.

Qui si nota il contrario (Ad Alessandro VII pontefice massimo l’interpretazione geroglifica dell’obelisco egizio recentemente portato alla luce tra i ruderi del tempio di Iside romana Atanasio Kircher gesuita) e, con un pizzico di malizia si può anche sospettare che il Kircher abbia atteso che il Chigi fosse diventato abbondantemente papa per dedicargli la sua opera, nella quale, tuttavia registra la segnalazione fattagli molti anni prima dal vescovo.

Prima di passare ad esaminare dettagliatamente questa parte, riproduco l’antiporta (di seguito riprodotta) posta dopo il frontespizio anziché prima, confermando quanto per quello rilevato, come mostrano le scritte dei cartigli, che riporto in unica sequenza :  ALEXANDRO BEAT.MO PATRI PONT(IFICI) MAX(IMO) ATHAN(ASIUS) KIRCH(ERUS) D(ONO) D(EDIT) OBELISCUM AEGYPTIACUM (Ad Alessandro beatissimo padre Pontefice massimo Atanasio Kircher diede in dono l’obelisco egizio).

 

Le pp. 125-128 danno ragione della dedica.

(Statua geroglifica  che si vede nel foro della città di Arignano1 ed è la sola di quelle divinità che chiamano apotropaiche2 o averrunce3  oppure anche Mesite4  o geni mediatori.

Arignano o Orignano, che molti interpretano anche come Ara di Giano, è una città antichissima alle radici del monte Soratte, sito distante da Roma 24 miglia, nel cui foro si vede una statua di pietra di Paro che chiamano anche basalto, lavorata con cura, inginocchiata nella posa, per quanto riguarda questo aspetto non diversa, se fai un po’ di attenzione, da quella della farnesiana, con un’altezza di cinque o sei palmi se aggiungi la testa che è stata tolta; per l’offesa del tempo mutila di molte parti; tiene nelle mani una statua inserita in un quadrangolo, da due lati stipata di piccole icone prive della testa; davanti, indietro, da destra e sinistra mostra un’abbondante quantità di geroglifici distribuita in più colonne, come è evidente dal disegno in basso. Nota. lettore, che la testa di questa statua, che manca, deve essere del tutto simile alla testa della statua farnesiana, come appare evidente da altre simili. Questa testimonianza egizia l’ha svelata tempo fa al mondo letterario per primo quel grande Fabio Chigi mentre, passando per questa città, era diretto in Germania per assolvere all’incarico di nunzio apostolico; e lui ora grazie alla divina provvidenza papa Alessandro VII fa le veci di Cristo in terra. Questi ebbe sempre l’animo teso  come a salvare dalla rovina nascoste testimonianze di antichità, a seguire le fatiche delle altre grandi cose. Così pure, informato sul detto monumento, vi andò e dopo averlo sottoposto ad un esame accurati, con quella prontezza d’ingegno per la quale è autorevole e con solerzia tanto abilmente lo descrisse che anche sotto questo punto di vista mostrò quale prima o poi fosse destinato ad essere e quanto avrebbe giovato alla Città e al mondo con l’acutezza e la forza del suo giudizio nelle decisioni. Per la verità, lettore, perché tu riconosca che la cosa sta così, opportunamente ho pensato di allegare qui a memoria della posterità, insieme con  la statua qui  incisa su rame, la lettera con la quale sulla detta statua con parole certamente poche ma piene di competenza delle cose da giudicare, non disdegnò di ricorrere alla mia indegna persona che allora sudava sulla interpretazione dei geroglifici. A dire il vero, sebbene in passato, informato sulla statua, passando per il luogo l’abbia disegnata nel miglior modo possibile, perché essa fosse disegnata di nuovo quanto più fedelmente possibile, assegnato l’incarico, fu inviato Giuseppe Petruccio, giovane di pronto ingegno, validissimo studente di teologia (al quale si offrì come precettore l’illustrissimo abate Filippo Muzio, alla cui famiglia Arignano è soggetta), che con la solita diligenza la disegnò fedelissimamente con tutti i geroglifici, come si vede nella seguente figura. Segue la lettera.

Al molto reverendo padre gesuita Atanasio Kircher Fabio Chigi vescovo di Nardò rivolge un grande saluto.

Son partito da Roma il giorno 16 e in nottata sono giunto alla città di Rignano, che è sotto il dominio dell”eccellentissimo principe Borghese (ora del duca Muzio) a 21 miglia dalla Città. Vi ho trovato una statua antichissima, sebbene non integra, di un uomo che siede, di pietra nera, se non mi sbaglio, e che sostiene due piccole figure e tutt’intorno contrassegnato da arcani segni, quali tu, eruditissimo uomo, indaghi e scorgi in ciascuna delle piramidi. La ritengo opera egizia e piena di molta erudizione; perciò ho voluto segnalarlo a te perché prima o poi vada sul luogo e da lì ne tragga una grande possibilità di scrivere i tuoi dottissimi tuoi volumi che prepari. Cluento5, 19 giugno 1639)

­­
Chiudo con la riproduzione della tavola contenente il disegno della statua e la trascrizione e traduzione delle due didascalie. Per quanto riguarda i geroglifici il Kircher, dunque, non perviene ad una vera e propria lettura ma ad una generica interpretazione in funzione apotropaica, come aveva anticipato nel titolo del libro e nelle pagine di testo che abbiamo visto. I geroglifici dovranno attendere il ritrovamento della stele di Rosetta nel 1799 e gli studi di Jean-François Champollion per essere svegliati dal loro sonno millenario.

In alto a sinistra: Huiusmodi caput statuae fuisse impositum ex aliis similibus statuis colligitur (Si deduce cher una testa di tal fatta sia stata posta alla statua da altre statue simili)

In alto a destra: Statua Aegyptia in foro oppidi Arignani visenda, sub quadruplici situ, antico, postico, dextro, sinistro expressa (Statua egizia visibile nel foro della città di Arignano rappresentata in quadruplice prospettiva: anteriore, posteriore, destra, sinistra)             

_____________

1 Oggi Rignano Flaminio.

2 Dal greco ἀποτρέπειν (leggi apotrèpein)=allontanare.

3 Da Averrucus (a sua volta da arrùncere=allontanare), divinità romana che stornava i pericoli.

4 Dal greco μεσίτης (leggi mesìtes)=intermediario.

5 Antico nome (dall’omonimo fiume) dell’odierna Civitanova Marche).

Gallipoli, isola musicale del Salento: memoria, identità e futuro nelle pagine di Enrico Tricarico

 

di Marcello Gaballo

Stretta tra il Salento e le acque dello Ionio, Gallipoli non è soltanto una città di pietra dorata e di orizzonti marini: è, come dimostra con forza questo volume, una comunità che da secoli affida alla musica una parte essenziale della propria identità. Le glorie musicali di Gallipoli, del maestro Enrico Tricarico, si impone come un’opera ampia, documentata e appassionata, capace di restituire alla “Città Bella” il suo ruolo di protagonista nella storia musicale del Mezzogiorno.

Il libro prende le mosse da una testimonianza preziosa: un antifonario del 1515 custodito nella cattedrale di Sant’Agata, dove il canto gregoriano si intreccia con le suggestioni del rito greco. Da questo nucleo originario si dipana un itinerario sonoro che attraversa i secoli, dal Rinascimento al Barocco, dall’illuminato Settecento al Romanticismo, fino al Novecento e alla contemporaneità. Non si tratta di una semplice rassegna di nomi o di eventi, ma della ricostruzione di un tessuto vivo, in cui la musica accompagna la vita religiosa, civile e popolare della città.

Particolarmente significativo è l’ampio spazio dedicato all’oratorio sacro, che collega Gallipoli ai grandi centri musicali europei, da Roma a Vienna, e che trova interpreti di rilievo come Crispino Pasanisi, Nicola Caputi e altri protagonisti del XVIII secolo. L’attenzione ai manoscritti, alle biblioteche private — come quella di Bartolomeo Ravenna — e alle partiture conservate nelle chiese e negli archivi locali conferisce al volume una solida base documentaria.

Accanto ai maestri e ai compositori, il libro valorizza figure spesso trascurate: canonici cantori, direttori di banda, artigiani della musica, confraternite, cantanti delle sacre rappresentazioni, fino ai protagonisti della vita musicale novecentesca e contemporanea. La narrazione si apre così anche al folklore, alle pastorali gallipoline, ai mandolini, alla radio, ai teatri cittadini e al celebre Premio Barocco, componendo un quadro variegato e coerente. La musica emerge come linguaggio condiviso, capace di unire sacro e profano, tradizione e innovazione.

L’impianto dell’opera è arricchito da strumenti di grande utilità: cronotassi dei vescovi, dei parroci, dei sindaci, indici, fonti archivistiche e bibliografia, che rendono il volume non solo una lettura coinvolgente, ma anche un riferimento per studiosi e ricercatori.

Ma la vera novità editoriale — e uno degli elementi di maggiore importanza culturale — è rappresentata dall’inserimento del QR code con l’indice delle partiture musicali: circa 650 pagine di spartiti, dalle antiche pastorali alle composizioni di autori gallipolini, fino al repertorio devozionale ancora vivo nelle celebrazioni locali, rese accessibili in formato digitale. Non si tratta di un semplice apparato accessorio, ma di una scelta che segna un passaggio decisivo: la memoria musicale non resta confinata alla pagina stampata, bensì torna ad essere eseguibile, fruibile, condivisibile. È un patrimonio che può essere studiato, ma anche cantato e suonato; non soltanto contemplato, ma restituito alla comunità.

In un tempo in cui molti archivi musicali locali rischiano l’oblio, questa integrazione tra volume cartaceo e risorse digitali rappresenta un modello virtuoso di tutela e valorizzazione. L’indice delle partiture, consultabile tramite QR code, consente un accesso immediato e democratico a materiali altrimenti difficilmente reperibili, aprendo nuove prospettive per la ricerca, l’esecuzione e la divulgazione.

Le glorie musicali di Gallipoli è dunque più di una storia della musica locale: è un atto d’amore verso una comunità e verso la sua identità sonora. Un’opera che invita a rileggere la storia della città attraverso le sue note e che affida alle nuove generazioni un’eredità preziosa, resa oggi più viva che mai grazie all’incontro tra tradizione e innovazione.

L’Autore Enrico Tricarico

Indice

Introduzione di Mons. Gianni Piero De Santis p. 9
Prefazione di Dinko Fabris p. 11
Premessa dell’autore p. 13
Cronotassi dei vescovi della Diocesi di Gallipoli p. 15
Cronotassi dei parroci della Cattedrale di Sant’Agata p. 17
Cronologia dei sindaci di Gallipoli p. 18
Gallipoli, un’isola musicale p. 23
I canonici cantori della Cattedrale p. 24
Gli antichi fasti p. 33
Giuseppe Tricarico p. 38
L’oratorio tra Roma, Vienna e Gallipoli p. 45
La falce della morte, al cielo è ponte p. 48
L’oratorio nella stagione barocca p. 54
Le glorie musicali nel XVIII secolo p. 58
Bonaventura Tricarico p. 72
Crispino Pasanisi p. 77
Nicola Caputi p. 81
Giuseppe Chiriatti p. 84
I manoscritti musicali della biblioteca di Bartolomeo Ravenna p. 89
La musica celata p. 94
Giovanni Paisiello e l’eterno legame con Gallipoli p. 97
Gli artigiani della musica p. 100
Le pastorali gallipoline p. 109
Gaetano Briganti p. 138
Ercole Panico e la banda di Gallipoli p. 143
Vincenzo Alemanno p. 155
Giovanni Monticchio p. 168
Francesco Luigi Bianco p. 189
Stabat, frottole, preludi e marce a Maria Ss.ma Addolorata p. 198
Stabat Mater di Enrico Tricarico p. 212
Cronologia delle sacre rappresentazioni a Maria Ss.ma Addolorata p. 214
Cantanti delle sacre rappresentazioni a Maria Ss.ma Addolorata p. 219
Cronologia dei priori della confraternita del Carmine p. 219
Raffaele De Somma, la Banda del Popolo e la Banda Municipale p. 220
Francesco, Enrico e Giorgio Zullino, musicisti gallipolini a cavallo del XX secolo p. 233
Alfredo Dongiovanni p. 235
Angelo Schirinzi p. 244
Luigi Provenzano p. 255
Gino Metti p. 259
Dal plettro all’etere: mandolini, folklore, canzoni e radio p. 263
Architetture del sogno: i teatri di Gallipoli p. 284
Il Premio Barocco p. 293
Libretto oratorio a Sant’Agata (Crispino Pasanisi, 1736) – incompleto p. 299
Libretto oratorio a San Francesco di Paola (Celestino Greco, 1738) p. 312
Libretto oratorio Per l’aspettazione del Divin Parto (Nicola Caputi, 1744) p. 325
Libretto oratorio Il trionfo della virtù (Crispino Pasanisi, 1947) p. 340
Libretto oratorio a Sant’Agata (Nicola Caputi, 1752) p. 348
Libretto oratorio a Sant’Agata (Giuseppe Di Majo, 1752 e Nicola Brancaccio, 1768) p. 372
QR code e indice partiture musicali p. 393
Indice dei nomi p. 396
Fonti archivistiche p. 401
Bibliografia p. 402

La mitra di San Giovanni Elemosiniere in un originale stile tutto casaranese

 

di Fabio Cavallo e Rocco Severino De Micheli

 

Fig 1-l’attuale simulacro in legno di S. Giovanni Elemosiniere – scuola napoletana del 1700

 

Nell’iconografia occidentale San Giovanni Elemosiniere non è mai raffigurato con la mitra “bicorne” come quella in uso da circa tre secoli in Casarano, di cui è patrono principale, bensì con quella di tipo latino, ossia con due punte se vista lateralmente.

Vediamo alcuni esempi:

 

Fig 2 – Ante 1699 – San Giovanni Elemosiniere con i poveri – disegno su carta cm. 29×41 – Musei civici di Pavia
San Giovanni elemosiniere, ambito italiano – Opere e oggetti d’arte – Lombardia Beni Culturali

 

La scena si svolge in un interno, dove San Giovanni, adagiato su una sedia, volge la sua attenzione ad un piccolo gruppo di mendicanti facendo loro l’elemosina. Nella parte alta della composizione possiamo scorgere la Vergine col Bambino e due angeli che sorreggono la mitra (indicata con la freccia rossa) e il pastorale, simboli della dignità episcopale.

Fig 3 – Stampa da dipinto di Tiziano Vecellio conservata presso l’Accademia di Venezia Dorsoduro (dal web)

 

Fig 4 – Dipinto di San Giovanni Elemosiniere presso il National Museum of Fine Arts a La Valletta (Mattia Preti) (dal web)

 

 

Fig 5- Colonna del 1760  di San Giovanni Elemosiniere, particolare – Morciano di Leuca

 

 

Fig 6 – Cavallino (LE) , chiesa Parrocchiale altare eretto nel 1703 dal marchese Castromediano, al protettore della sua famiglia.
Si noti la mitra latina tenuta da un angelo

 

 

Fig 7 – Pala di san Giovanni Elemosiniere a Venezia (Bragora), un assistente ha in mano la mitra latina e così anche l’angelo in marmo

 

Fig 8 – Santino di San Giovanni Elemosiniere – ‘700 (dal web)

 

 

Fig 9 – Santino di San Giovanni Elemosiniere – ‘700 (del duca D’Aquino?) (dal web)

 

Prendiamo lo spunto dai due suesposti santini, trovati sul web, per un inciso sul duca di Casarano Giacomo D’Aquino, noto come grande devoto al santo.

Pertanto, pubblichiamo la lettera (fig 10), datata 1 aprile 1782, con la quale il sacerdote don Felice Lezzi, intessendone le lodi, fa menzione della stampa di moltissime immagini di san Giovanni, commissionata dal nobile.

 

Fig 10 – Testo della lettera di don Felice Lezzi al duca D’Aquino tratta dal libro di don Raffaele Martina “Vita di S. Giovanni Elemosiniere” – 1986

 

Torniamo all’argomento principale esaminando la statua lignea napoletana del Settecento, oggi simulacro processionale. In essa, rileviamo che proprio per i paramenti indossati, quale il piviale e le chiroteche, strutture lignee fisse di stampo latino, la mitra non poteva che essere verosimilmente anch’essa dello stesso stile, seppure la sagomatura della capigliatura (fig 12) ben si adattava all’applicazione di un copricapo mobile dell’uno o dell’altro tipo.

Fig 11- Simulacro del ‘700 di S. Giovanni Elemosiniere momentaneamente a capo scoperto

 

Fig 12 – Simulacro di San Giovanni Elemosiniere, particolare della testa

 

Perché dunque l’insolita forma “bicorne” della mitra?

Dopo aver valutato alcune motivazioni, ci siamo focalizzati su una in particolare:

La tela custodita nello studio del parroco di Maria SS. Annunziata di Casarano, oggetto di un nostro recente articolo, crediamo abbia generato, tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, un equivoco iconografico.

https://www.fondazioneterradotranto.it/2026/02/10/un-equivoco-iconografico-settecentesco-a-casarano/

Nel dipinto, il sommo sacerdote Simeone, raffigurato con mitra “bicorne”, caratteristica delle figure ieratiche del Vecchio Testamento, nel mentre accoglie la piccola Maria, nell’episodio della “Presentazione al Tempio” (1), sarebbe stato scambiato per san Giovanni Elemosiniere. Da quell’equivoco sarebbe scaturita la trasformazione del copricapo del santo, fino ad allora rappresentato con la mitra vescovile latina (pentagono irregolare a punte centrali) in forma “bicorne”, nonostante a Casarano fossero già presenti diverse immagini del patrono con il copricapo di stampo latino; tra queste:

  • due statue in pietra leccese: una del 1712 sul frontone della chiesa madre e l’altra del 1719 sull’altare dedicato al santo, entrambe con mitra a punta centrale, arricchita da un elemento simile a un diadema;
Fig13- statua del 1712 ca. in pietra sul frontone

 

fig 14- statua del 1719 in pietra sull’altare

 

  • una piccola statua in pietra a mezzo busto, nota come quella dei “panitteddhri”, la cui mitra originaria, in tempi relativamente recenti, fu modificata rendendola “ bicorne”;

 

Fig 15- Statuina in pietra di S. Giovanni Elemosiniere, con la mitra latina modificata – chiesa madre

 

  • una piccola statua in pietra a mezzo busto proveniente dalla donazione del barone De Donatis, oggi nella chiesa del Cuore Immacolato di Maria;
fig 16- statuina in pietra di S. Giovanni Elemosiniere – chiesa Cuore Immacolato di Maria

 

  • un telero di Oronzo Tiso (1729-1800) posto nel coro della chiesa madre, che raffigura il santo mentre distribuisce elemosine;
Fig 17 – Il telero del Tiso nella chiesa madre

 

 

  • un affresco settecentesco in un cortile privato del centro storico, dove san Giovanni è raffigurato mentre distribuisce del pane ad alcuni poveri;

 

Fig 18 – San Giovanni che distribuisce del pane ai poveri – cortile privato

 

 

 

Fig 19 -Particolare del vassoio con i pani

Va ricordato che, nell’iconografia dell’area greco-ortodossa, i santi, compreso il nostro, sono quasi sempre raffigurati a capo scoperto o, al massimo, con dei copricapo simili a una tiara (fig 23), mentre nell’area cattolico-romana portano regolarmente la mitra vescovile latina,

Fig 20 – San Giovanni Elemosiniere dell’area greco-ortodossa (dal web)

 

Ci siamo chiesti chi poteva essere stato a introdurre l’uso del nuovo copricapo, la risposta pensiamo di averla trovata esaminando la seguente immagine calcografica in cui compare la mitra “bicorne”:

Fig 21 – Calcografia di anonimo di S. Giovanni E. con responsorio – fine 1700 inizi 1800 –(si ringrazia il sig. Cosimo Damiano Toma)

 

La figura consiste in una stampa calcografica (cm. 20 x 26,5), conservata da privati, ricavata da un’incisione su rame e commissionata dal nobile Tommaso Zuccaro (2). L’immagine riporta il “Responsorio”, risalente alla metà del Settecento ed è attribuito allo stesso don Felice Lezzi, oltre a presentare un’annotazione che attesta la devozione del committente. Nel testo centrale (fig 22) leggiamo che l’immagine è stata copiata da un “autographo graeco”, inteso della Graecia, “ad vivum expressa”, cioè in modo fedele da un modello preesistente. Ma quale?

 

Fig 22 – particolare della didascalia

 

A nostro parere, lo Zuccaro, conoscitore della devozione al santo, da parte dei fedeli dell’area greco-ortodossa, avrà visionato qualche immagine o icona magari simile a quella di fig. 23 e, in fase di committenza della sua calcografia, ha ritenuto far comporre la scena riprendendo alcuni elementi caratteristici della iconografia vescovile greco-ortodossa: il seggio, l’epigonation (3) e l’omophorion (4), ma aggiungendo alcuni poveri  riceventi l’elemosina. E’ in questa composizione grafica che egli ha ritenuto di adottare il copricapo arcaico “bicorne”, ricavato dalla tela sopra citata credendo che il santo ivi raffigurato fosse San Giovanni Elemosiniere.

(Si noti la somiglianza del trono, dell’epigonation (rombo rosso sul ginocchio dx) e dell’ omophorion, elementi presenti nella calcografia),

 

Fig 23 – San Giovanni Elemosiniere – pittore ignoto cretese-veneziano del XVII sec. (Museo Mandralisca di Cefalù)

 

La stampa calcografica sopra descritta è stato il discrimine nell’utilizzo della mitra nella nuova forma “bicorne” al posto di quella originaria latina.

Da quel momento in poi si è utilizzata la mitra “bicorne” per le nuove raffigurazioni  casaranesi di san Giovanni Elemosiniere, eccone alcune:

  • un dipinto su tavola, successivamente applicato a un paravento usato nella chiesa di San Domenico, ma proveniente dalla chiesa madre;
Fig 24 – Il dipinto su tavola (1750-1799) applicato sul paravento
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1600194965

 

  • la statua lapidea, posta sulla colonna in piazza eretta nel 1850 da Michele Rizzo (5),questa, più di ogni altra raffigurazione, ha consolidato definitivamente l’adozione della mitra “bicorne”, al punto che, per tutti quanti, è impensabile immaginare il patrono casaranese con un copricapo diverso.
Fig 25 – 1850 Michele Rizzo – La statua di san Giovanni Elemosiniere nella piazza omonima

 

  • il santino ricavato da un dipinto di Antonio Toma riproducente fedelmente la calcografia di cui innanzi.
Fig 26 – Antonio Toma – santino (epoca moderna)

 

 

In sintesi:

  • Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento un probabile errore interpretativo di una tela avrebbe trasformato l’iconografia di san Giovanni Elemosiniere modificando la conformazione della mitra.
  • La mitra, originariamente latina, divenne bicuspide con punte frontali a “corna”.
  • La stampa commissionata da Tommaso Zuccaro diffuse nel popolo questa nuova immagine.
  • Con la statua sulla colonna del 1850 la variante fu definitivamente consolidata.

Conclusione:

  • L’iconografia casaranese di San Giovanni Elemosiniere, con la sua singolare mitra “bicorne”, rappresenta una rarità nel panorama raffigurativo legato ai santi del Nuovo Testamento.

 

Note:

  1. L’episodio è narrato nel Protovangelo apocrifo di Giacomo.
  2. Tommaso Zuccaro nato nel 1752 e morto il 3.11.1832, figlio di Pietro Antonio da Nardò e di Angela Antonia de Pandis da Casarano. Sposò Donata Gongolicchio di Specchia. Egli fu sindaco di Casarano dal 1777 al 1779, uomo pio, fu colui che, nel 1820, fece restaurare l’altare dello Spirito Santo in chiesa madre.
  3. L’epigonation, (“sopra il ginocchio”) è un paramento liturgico tipico del rito bizantino, utilizzato nelle Chiese ortodosse e cattoliche di rito orientale. Consiste in un panno rigido a forma di rombo, solitamente ricamato, appeso alla cintura sul lato destro del ginocchio di vescovi, archimandriti e alcuni presbiteri come segno di distinzione onorifica. Simboleggia la Spada dello Spirito ovvero la Parola di Dio (da Treccani),
  4. Omophorion, paramento liturgico episcopale proprio delle Chiese ortodosse e cattoliche di rito bizantino, simile al pallio occidentale.
  5. Michele Rizzo, scultore, nato a Casarano nel 1831 e morto ad Alliste nel 1918, figlio di Policarpio e di Rosa Margarito, rimasto vedovo senza prole nel 1875, poco tempo dopo si fece sacerdote svolgendo la sua missione a Collepasso e ad Alliste.

La Festa di Santa Cristina di Gallipoli riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale della Regione Puglia

foto Lino Rosponi

 

La Festa Patronale di Santa Cristina Vergine e Martire, “angelo tutelare” della città di Gallipoli, affonda le proprie radici nel culto sviluppatosi a partire dal 1867, anno in cui la comunità gallipolina riconobbe nella santa un segno di protezione durante la drammatica epidemia di colera. Da allora, la devozione è rimasta viva e ininterrotta presso la chiesa di Santa Maria della Purità, sede dell’omonima confraternita, che accolse nello stesso anno la statua in cartapesta di Santa Cristina, opera dello scultore leccese Achille De Lucrezi, tuttora oggetto di profonda venerazione popolare. Nella stessa chiesa sono custodite anche diverse reliquie della Santa, che rafforzano il legame spirituale e identitario con la comunità cittadina.

È attorno a questo luogo e a questa immagine sacra che si struttura il cuore religioso della festa, oggi ufficialmente inserita nell’Inventario Regionale del Patrimonio Culturale Immateriale della Puglia, ai sensi dell’art. 2 della Convenzione UNESCO del 2003, nel settore delle consuetudini sociali, eventi rituali e festivi.

I festeggiamenti religiosi prendono avvio con la novena in preparazione alla solennità, le cui celebrazioni eucaristiche sono presiedute a turno dai sacerdoti della città e animate dai cori parrocchiali e diocesani, in un clima di intensa partecipazione spirituale che coinvolge l’intera comunità ecclesiale. Il cammino culmina con la partecipata processione cittadina del 23 luglio e con la Messa solenne del 24 luglio, cuore della celebrazione liturgica, alla quale prendono parte il Sindaco e l’Amministrazione civica con il gonfalone della Città, le Autorità civili e militari, le confraternite e le associazioni religiose cittadine, in un segno visibile di unità tra dimensione religiosa e identità civile.

immaginetta devozionale

 

Il 25 luglio è invece dedicato alla Messa di ringraziamento, che conclude il ciclo devozionale e rinnova il legame spirituale tra Santa Cristina e la città di Gallipoli.

Nell’ambito delle celebrazioni non mancano, tuttavia, momenti di concreta attenzione alla carità, con iniziative rivolte ai bisognosi e agli ammalati, nel solco della tradizione cristiana che unisce alla solennità del culto l’esercizio della solidarietà e della vicinanza fraterna.

Accanto ai riti religiosi, la festa si sviluppa in un articolato programma di eventi civili che coinvolge l’intera comunità e ne manifesta la vivacità culturale e sociale. Il 23 luglio è accompagnato da luminarie artistiche, bande musicali e manifestazioni popolari che animano le vie della città, creando un clima di festa condivisa. Il 24 luglio, giorno tradizionalmente noto come “della steddha”, è caratterizzato dalla storica cuccagna a mare, evento riconosciuto dal CONI, che si svolge nello scenario suggestivo del Seno del Canneto. I festeggiamenti si concludono il 25 luglio con il tradizionale spettacolo pirotecnico sul mare, uno dei momenti più attesi e partecipati dalla cittadinanza.

Durante l’intero periodo della festa si svolgono inoltre iniziative culturali, spettacoli e momenti di valorizzazione del patrimonio storico, artistico e immateriale della città, a conferma del profondo intreccio tra fede, tradizione e identità civile.

L’inserimento della Festa di Santa Cristina nell’Inventario Regionale rappresenta un riconoscimento di grande rilievo per Gallipoli. Soddisfazione è stata espressa dal parroco della Cattedrale, mons. Piero De Santis, da don Antonio Pedaci, che ha seguito con particolare impegno l’iter per il riconoscimento, nonché dal Comitato Festa e dalla Confraternita di Santa Maria della Purità, che da anni custodiscono e trasmettono una tradizione religiosa e popolare profondamente radicata nella storia cittadina.

 

Per la storia dell’editoria salentina del ‘600

«DELL’ORAZIONI E SERMONI DELL’AVVENTO»

DEL TIPOGRAFO PIETRO MICHELI

 

di Gilberto Spagnolo

 

Il tempo coi libri non si perde mai

(Giuseppe Galasso)

 All’amico Elio con affetto

  

Con la pubblicazione, nel 1631, dei Cannina di Filippo Formoso, avvocato di Torre S. Susanna, opera dedicata al signore del suo paese il Principe Giovanni Antonio Albricci Farnese che precedette di poco il famoso Tancredi di A. Grandi, il tipografo Pietro Micheli, nato a Dole in Borgogna, introduceva ufficialmente la stampa nella città di Lecce, ottenendo per tale servizio «casa franca» nonché particolari privilegi per se stesso e per i suoi familiari1. È noto che già verso la fine del ‘500 nel Salento si cominciarono a stampare dei libri e precisamente a Copertino grazie alla tipografia stabile impiantata nel 1583 da Giovanni Bernardino Desa (il primo libro stampato furono i Successi del Marziano)2.

CONSTITUTIONES EDITAE IN DIOCESANA SYNODO ANDRIENSI, Cupertini, Apud Io. Bernardinum Desam M.D.LXXXIIII, Frontespizio (coll. privata).

 

Ma è soprattutto ed esclusivamente con il Micheli che si ha (come ha sottolineato A. Laporta nel suo saggio su La stampa in Terra d’Otranto fra Sei e Settecento) «(la) stagione aurea della stampa salentina, di questo fenomeno così in crescita e così importante da determinare pesantemente lo svolgimento e il progresso di gran parte della cultura di questa periferica provincia per tutto il ‘600 e il ‘700»3, periodo questo il cui inizio è ipotizzato dallo stesso Laporta in «una sorta di scambio di testimone» tra il Desa e il medesimo Micheli.

P. EPIFANI, La lira venosina, appresso Pietro Micheli, Lecce 1688. Frontespizio (biblioteca Provinciale N. Bernardini di Lecce).

 

L’arte tipografica del Micheli, formatosi alla scuola del tipografo romano Lorenzo Valeri, esercitata nel capoluogo salentino fino al 1688 (anno in cui pubblicò la LIRA VENOSINA / IN CANTO ITALIANO / cioè / ORATIO VOLGARIZZATO del poeta salicese Epifani Pietrantonio)4 è testimoniata da quasi 250 titoli (nonché da oltre 80 altre edizioni segnalate da più parti e mai ritrovate) e si esaurì «quasi naturalmente passando prima alla vedova e poi ai suoi eredi proprio negli ultimi anni del secolo», spianando nel contempo la strada al chierico coniugato Tommaso Mazzei che iniziò proprio la sua attività ristampando alcune opere del Micheli5. Gli «Heredi di Pietro Micheli», a quanto oggi risulta, iniziarono la propria attività a partire dal 1690 con la pubblicazione dell’opuscolo filosofico-teologico del celestino Bernardo de Rojas ovvero il Bellerophon […], continuandola poi fino al 1696, anno in cui si registrano le ultime opere a stampa del Biancone (Lecce Festante), del Bonelli (Il cacciatore fatto preda), del Della Marra (La Caccia Evangelica) e del Ramirez (Quaestio Moralis, ecc.)6.

Su tale cospicua produzione tipografica, che costituisce certamente un momento cruciale dell’arte tipografica pugliese, l’enorme ed esauriente lavoro di ricerca compiuto da Gianfranco Scrimieri e pubblicato nel 1974 sotto il titolo di Annali di Pietro Micheli7 resta il contributo fondamentale, un’opera indubbiamente di grande pregio in quanto attraverso un lavoro minuzioso e capillare sulla catalogazione e reperimento delle varie edizioni micheliane, nonché sui documenti d’archivio, dà un’ampia informazione sulla vita e sulla complessa attività del tipografo di origini francesi, già attivo a Bari prima di trasferirsi definitivamente nel capoluogo salentino8. Uno studio, comunque, come ebbe a precisare lo stesso Scrimieri (e come in effetti è stato), non definitivo e suscettibile di ulteriori scoperte e ritrovamenti bibliografici9.

La ricerca sulla storia della tipografia del Micheli e più ampiamente salentina, è stata, infatti, poi ulteriormente arricchita dai contributi di A. Laporta10, E. Pindinelli11, M. T. Tafuri di Melignano12, di M. Paone13, di E. Panarese14, di G. Spagnolo15, e più recentemente dagli eccellenti studi di A. De Meo16, contributi che hanno consentito infatti di catalogare altre opere sconosciute stampate dal Micheli «fortunati e casuali ritrovamenti» di nuove edizioni nelle biblioteche pubbliche e, soprattutto, private di Terra d’Otranto.

C. VALIO, Teatro morale e poetico sopra le opere di P. VIRGILIO MARONE, in Bari appresso Pietro Micheli e Gaidone, 1630. Frontespizio (coll. privata).

 

A. GRANDI, Il Tancredi, appresso Pietro Micheli Borgognone, Lecce 1632 (coll. privata).

 

Sulla base di queste sintetiche note introduttive (necessarie per evidenziare l’importanza di «una figura di primo piano della cultura salentina seicentesca») e proprio a conferma che «i privati possessori» (come ha dimostrato Elio Pindinelli)17 possono consentire un ulteriore recupero di altri esemplari, segnaliamo qui di seguito un’altra opera a stampa completamente sconosciuta del Borgognone, un altro tassello alla ancora «incompleta e slegata storia della tipografia pugliese». L’opera in 4° (cm 19×14), pur essendo purtroppo mutila del frontespizio, del «colophon» e di alcune pagine (non sappiamo quante) sia iniziali che finali (inizia dalla pagina contrassegnata dalla cifra araba 1 e si interrompe alla pagina contrassegnata dalla cifra araba 200) è attribuibile senza alcun dubbio ai torchi del Micheli grazie ai numerosi e inconfondibili capilettera (ben 9, uno per ogni capitolo) e ai diversi fregi (sei in tutto, di cui uno non conosciuto) contenuti nel testo e che sono quelli usati nella sua tipografia. Questa edizione (di una certa importanza data la presenza di tanti capilettera e fregi), probabilmente una sorta di manuale ad uso dei predicatori, di cui non conosciamo l’autore, contiene le seguenti prose

 

Alle pp. 1-21: NELLA PRIMA/ DOMENICA/ DELL’AVVENTO/ DEL SIGNORE./

Alle pp. 22-50: NELLA SOLLENNITA (sic)/ DELL’IMMACOLATA/ CONCEZZIONE (sic) DELLA GRAN MADRE DI DIO/

Alle pp. 51-78: NELLA II/ DOMENICA/ DELL’AVVENTO/ DEL SIGNORE./

Alle pp. 79-101: NELLA III/ DOMENICA/ DEL’AVVENTO/ DEL SIGNORE./

Alle pp. 102-122: NELLA/ SOLLENNITA (sic) / DEL GLORIOSO APOSTOLO/ SAN TOMASO (sic)./

Alle pp. 123-145: NELLA IV/ DOMENICA/ DELL’AVVENTO/ DEL SIGNORE./

Alle pp. 146-169: NELL’ALTISSIMA/ SOLLENNITA (sic)/ DEL GRAN NATALE./ DI CRISTO.

Alle pp. 170-186: NELLA SOLLENNITA (sic)/ DEL GLORIOSO/ SAN STEFANO PROTOMARTIRE./

Alle pp. 187-200: NELLA SOLLENNITA (sic)/ DEL GLORIOSO APOSTOLO/ SAN GIOVANNI EVANGELISTA

 

Le stesse prose sono introdotte dai capilettera A (ripetuta tre volte), C, F (in due forme diverse), I, N e V.

Pagina di apertura del VII capitolo (pp. 146-169).

 

Pagina di apertura dell’VIII capitolo (pp. 170-186).

 

Fregio di chiusura del capitolo NELLA IV/ DOMENICA/ DELL’AVVENTO/ DEL SIGNORE/ (pp. 123-145).

 

Capilettera e fregi utilizzati nel testo. Questo caratteristico fregio (l’ultimo a piè di pagina) è spesso inserito in chiusura ai Canti del Tancredi (1632).

 

Capilettera e fregi utilizzati nel testo.

 

L’esemplare, come appare dalla nota di possesso vergata nella pagina bianca che precede il I capitolo, apparteneva al dotto sacerdote Noè Summonte che fu arciprete di Tricase dal 1840 al 189118. La stessa nota evidenzia il possibile titolo dell’opera: «Dell’Orazioni e Sermoni dell’Avvento ad uso di D. Noè Summonte 1828».

Il libro (per la freschezza e la qualità tipografica è da collocarsi negli anni centrali della sua attività) che non risulta censito sia nell’opera dello Scrimieri sia negli studi successivi, sapientemente recuperato dal mago del restauro librario che risponde al nome di Giuseppe De Filippis del Laboratorio Codex19, fino agli anni 50 del secolo scorso è appartenuto agli eredi di Noè Summonte, passando poi ad un collezionista leccese che recentemente lo ha immesso nel circuito dell’antiquariato librario20.

Nota di possesso dell’arciprete Noè Summonte.

 

 

In Aa. Vv., Stvdia Hvmanitatis. Scritti in onore di Elio Dimitri, a cura di Dino Levante, Barbieri Selvaggi Editori, Manduria 2010.

“Illustriss.a Eccell. Sig la fedelissima Città di Lecce espone a V.E. come restò servita farle gratia posser introdurre la stampa in essa” (dal Tancredi di A. Grandi, Lecce, 1632).

 

Note

1 G. Scrimieri, Annali di Pietro Micheli tipografo in Puglia nel 1600, Galatina, Editrice Salentina, 1976, p. XIV.

2 Cfr. R. Jurlaro, Nota sulla protostampa salentina dei Desa di Copertino (1580-1597), in Studi offerti a Roberto Ridolfi direttore de la Bibliofilia, Firenze, 1973, pp. 305-320; A. De Meo, Note biografiche di Bernardino Desa, ovvero ipotesi di un incontro con Pietro Micheli, in Salento arte e storia, Gallipoli, 1987, pp. 109-116; Id., La stampa e la diffusione del libro a Lecce e dintorni dal Cinquecento alla metà dell’Ottocento, Lecce, Milella, 2006, pp. 9-19; B. F. Perrone, Una scheda per gli annali tipografici di Giovan Bernardino Desa e per gli “Statuti Provinciali dell’Osservanza Francescana del 1585”, in Momenti e figure di Storia Pugliese Studi in memoria di Michele Viterbo, vol. I, Galatina, Congedo, 1981, pp. 235-253; D. E. Rhodes, The early bibliography of southem Italy IV Copertino, in “La Bibliofilia”, LVII, 1955, 1, pp. 39-41; G. Greco, Copertino. La Stamperia e Giovan Bernardino Desa, Copertino, 1993.

3 A. Laporta, Saggi di Storia del Libro, Lecce, Ed. del Grifo, 1994, p. 7.

4 G. Scrimieri, Annali, cit., p. XXXVII.

5 A Laporta: Saggi, cit. p. 15; E. Pindinelli, Sconosciute edizioni del Borgognone Pietro Micheli, “Nuovi Orientamenti”, XX, marzo-giugno. 1989, 113 -114, p. 11.

6 G. Scrimieri, Annali, cit., p. XXXVIII e p. 244.

7 G. Scrimieri, Annali, cit.; cfr. anche dello stesso autore Introduzione a Pietro Micheli tipografo del 1600 (con Bibliografia), in “La Zagaglia” XVI, 1974, 63-64, pp. 3-2; Il ‘600 tipografico a Lecce, in “Atti del Congresso Internazionale di Studi sull’età del Viceregno”, Bari, 1977; A. De Meo, La Stampa, cit., pp. 21-28 (cap. II, Dall’ultimo Micheli alla vendita della tipografia).

8 G. Scrimieri, Annali, cit., pp. XI-XIV.

9 G. Scrimieri, Introduzione, cit., p. 7.

10 A. Laporta, Saggi, cit. pp. 7-29 (La stampa in Terra d’Otranto fra Sei e Settecento); Id., Introduzione a I. A. Ferrari, Apologia Paradossica della città di Lecce, Lecce, Capone, 1977, p. XII.

11 E. Pindinelli, Sconosciute edizioni, cit., pp. 11-20.

12 M. T. Tafuri di Melignano, Materiali tipografici pugliesi. Una miscellanea per la chiesa di Brindisi nella Biblioteca “De Leo”, in “Brundisii Res”, XIII, 1981, pp. 111-119; Id., La Biblioteca vescovile di Nardò, in “Curia Vescovile di Nardò”, Bollettino Ufficiale, XXXIII, 1984, 1, p. 78.

13 M. Paone, Lecce Segreta, Galatina, Ed. Salentina, 1992, pp. 31-34, 35-36; Id., Incisori Leccesi del Seicento, Galatina, Congedo, 1974, p. 25.

14 E. Panarese (a cura di), Una ricerca nella scuola dell’obbligo (Visita alla “Biblioteca Piccinno” di Maglie), Maglie, Erreci Edizioni, 1990, pp. 44-46.

15 G. Spagnolo, Un poeta salicese del ‘600: Epifani Pietrantonio, in “Quaderno di Ricerca. Costumi e storia del Salento”, Galatina, Panico, marzo 1986, pp. 47-62; Id., Una sconosciuta edizione leccese (1664) del tipografo Pietro Micheli, in “lu Lampiune”, X, dicembre 1994, 3, ed. Del Grifo, Lecce, pp. 5-9; Id., Per la storia dell’editoria salentina del ‘600: l’ultimo Micheli?, in “Il Bardo”, XV, dicembre 2005, 3, Copertino, p. 7.

16 Valga in particolare il suo recente volume (che raccoglie i diversi saggi già pubblicati sulla storia della tipografia salentina) La Stampa e la diffusione del libro a Lecce e dintorni dal Cinquecento alla metà dell’Ottocento, cit., pp. 9-28.

17 E. Pindinelli, Sconosciute edizioni, cit., p. 11. Alla catalogazione delle opere del Micheli un contributo importante è stato dato anche da E. Dimitri con la segnalazione (Libreria Messapica, catalogo n. 5, Manduria, autunno 1976, p. 3) del rarissimo poemetto di Tommaso D’Aquino (stampato nel 1684) e il libretto (altrettanto raro) dell’arciprete manduriano Castorio Sorano (stampato nel 1669).

18 S. Palese – M. Barba (a cura di), La seconda Chiesa Matrice di Tricase nel Sei-Settecento, Galatina, Congedo, 2001, pp. 103 e 105 (Cronotassi degli Arcipreti e dei Parroci della chiesa matrice di Tricase). Nell’‘800 si susseguirono a Tricase tre arcipreti: Vito Antonucci (1822-1839), Noè Summonte (1840-1891), Pietro dell’Abate (1892-1914). Da Ermenegilda Summonte, sorella dell’arciprete di Tricase, nacque Francesco Monastero Summonte fondatore e direttore del giornale ottocentesco magliese “La Pialla”. Francesco prese il cognome Summonte dallo zio che si occupò della sua prima educazione scolastica (cfr. V. Cazzetta, Monastero Summonte e “La Pialla”. Un’esperienza di giornalismo in Provincia di Lecce, Lecce, Manni, 1999, p. 5. Dell’arciprete Noè Summonte (che si interessò di letteratura e di storiografia), è rimasto l’opuscolo: Che dopo la bandizione del Vangelo è un pregiudizio antiumanitario ed anticattolico la distinzione di paesano e di forastiero, Lecce, Tip. Antonio Del Vecchio, 1873 e un canto pubblicato nel primo numero della sua “La Pialla” del 3 settembre 1893 (ivi p. 46 alla nota 1. Trattasi del Canto dei Mietitori sulla Marina serra di Tricase, pubblicato successivamente a Maglie nel 1894 con un breve cenno monografico su Tricase). Si veda anche il documentato saggio cli N. G. De Donno, Francesco Monastero Summonte, “La Pialla” e le Società di Mutuo Soccorso, in “Note di Storia e cultura salentina”, V, Galatina, Congedo, 1991, pp. 283-284 (secondo il De Donno, il poème italien inviato dal Monastero a Bismarck nel 1877 insieme con un disegno, dei quali venne ringraziato per il tramite dell’Ambasciata, era di don Noè).

19 La copertina posticcia era rinforzata da diverse carte manoscritte pressoché illeggibili tra cui il frammento di una lettera coeva alla nota di possesso (forse dello stesso Summonte) datata Gallipoli 25 settembre 1828.

20 Ad ulteriore dimostrazione che il lavoro di ricerca su questo primo editore leccese sia ancora ben lontano dall’essere completato, segnalo un’altra sconosciuta edizione apparsa sul Catalogo n. 125 della Libreria Antiquaria Gutenberg di Milano contrassegnata con il numero 184, e così descritta: “OCHOA Y SAMANIEGO FRANZISCO, Arismetica Guarisma, en la qual se muestra El uso manual de la siete reglas maestras de faber hazer todas las quese reduzen a cuenta, con la variedad que ay hazerse Contratazion Mercantil de compras, Y ventas de mercadurias en varios Reynos, y Provinzias de Europa, Asia, Africa, Remisiones de dinero de monedas en ellos, Fundazion de banco, Negoziazion de el., Dividido en quatro partes, Lecce, Pedro Micheli, y Nicolao Francisco Russo, 1644. In 4°, (mm. 200×160) ottima pergamena coeva con titoli manoscritti sul dorso, pagg. 12 + 493 + 1. Edizione originale, di insigne rarità, si conosce l’esistenza di un solo esemplare al mondo, presso la Columbia University. Opera di economia fondamentale, che diede origine alle banche pubbliche, spiegandone il loro funzionamento nella gestione del denaro, ogni fase è spiegata in dettaglio, l’opera si riferisce alle banche pubbliche di tutto il mondo. Tale è la rarità di questa opera che risulta sconosciuta a Einaudi e alle bibliografie consultate. Splendido esemplare freschissimo (B406). In 4°, (mm. 220×160), very good coeva] parchment with hand script titles on the back, pages 12 + 493 + 1. First edition, very rare, it is know only one copy in the world, care of Columbia University. Essential work about economy, it gives origin to modern public banks, explaning their functioning in money management. It’s so rare that result disowned to consulted bibliographies. Perfect and splendid copy (B406). Quotazione € 19.000,00”.

OCHOAY Y SAMANIEGO FRANZISCO, Arismetica Guarisma, edizione di Pietro Micheli e Nicola Francesco Russo, 1644. Frontespizio (Libreria Antiquaria Gutemberg).

 

Cento rintocchi di campana per quel 20 febbraio 1743 a Nardò

Discorso letto il 20 febbraio 2026 in piazza Salandra, prima dei 100 rintocchi di campana

tutte le foto sono di Pierpaolo Ingusci

 

di Daniela Bove*

 

Autorità religiose e civili,
Cari Concittadini,

a nome del Sindaco e dell’intera Amministrazione comunale vi rivolgo un saluto rispettoso e riconoscente. Un saluto che desidero estendere a tutti voi qui presenti, perché la vostra partecipazione testimonia quanto sia viva e condivisa la volontà di custodire la memoria della nostra Città.

Il 20 febbraio 1743 è una data che ha segnato in modo profondo e indelebile la storia di Nardò. In quel giorno la città fu sconvolta da un terremoto violentissimo, il più terribile che la memoria dell’epoca ricordasse. Le cronache parlano di un vento impetuoso, di un cielo divenuto rossastro, della terra che ondeggiava come mare in tempesta. In pochi minuti, case, chiese, monasteri e luoghi pubblici crollarono, lasciando dietro di sé macerie e dolore.

Il Libro dei Morti della Cattedrale registra 112 vittime certe. Uomini, donne, bambini. Non numeri, ma volti e storie. Famiglie spezzate, vite semplici travolte all’improvviso.

I danni furono immensi. Le stime dell’epoca parlano di centinaia di migliaia di ducati, una cifra enorme se si considera che un bracciante agricolo guadagnava appena 30 ducati l’anno. Crollarono chiese e monasteri: il convento di San Francesco di Paola, parti dei monasteri di Santa Teresa e Santa Chiara, le chiese del Carmine, dei Cappuccini e dell’Incoronata. Il Vescovado risultò gravemente compromesso. La Cattedrale riportò lesioni diffuse e il campanile precipitò in parte. Quello di San Domenico fu giudicato in larga misura da demolire. Anche le carceri del Sedile cedettero, provocando la morte di sette detenuti.

Eppure, tra le macerie e lo smarrimento, Nardò trovò la forza di reagire. Con enormi sacrifici, accendendo mutui per finanziare la ricostruzione, grazie anche al sostegno giunto da città vicine come Lecce e dai signori del territorio, la comunità seppe rimettersi in piedi, animata da una determinazione che non si lasciò piegare dalla tragedia.

In quel clima di paura, il popolo riconobbe un segno di speranza nel gesto della statua di Gregorio Armeno, allora come oggi collocata sul Sedile in questa piazza. Fu vista muoversi e volgere la mano verso ponente, da dove sembrava giungere il flagello. La mitra cadde dal capo, ma la mano rimase aperta, quasi a trattenere la furia del vento e della distruzione. Quel gesto fu interpretato come un segno di protezione. Da allora, il 20 febbraio è anche giorno di gratitudine verso il nostro Santo Patrono, Illuminatore dell’Armenia.

Ma questa commemorazione non è soltanto un atto di devozione o un semplice richiamo al passato. È, prima di tutto, un impegno civile.

L’Amministrazione comunale, insieme alla cittadinanza, non intende lasciare che il 20 febbraio 1743 resti una data relegata nei documenti d’archivio. Sentiamo il dovere di mantenerne viva la memoria, di promuovere momenti di riflessione e di approfondimento, come quello di questa sera, perché gli eventi che hanno segnato in modo così profondo la nostra comunità devono entrare stabilmente nella coscienza collettiva.

Come Consigliere delegato, avverto personalmente la responsabilità di farmi interprete di questo impegno: ricordare non per riaprire ferite, ma per rafforzare la consapevolezza di ciò che siamo. Una città che conosce la propria storia è una città più forte, più unita, più capace di affrontare le sfide del presente.

Oggi non ricordiamo soltanto una tragedia. Ricordiamo una comunità ferita ma non spezzata. Ricordiamo la sofferenza, ma anche la rinascita. Ricordiamo che la Nardò che oggi viviamo è anche frutto di quella ricostruzione, di quel dolore trasformato in determinazione e speranza.

Alle 112 vittime del 20 febbraio 1743 va il nostro silenzio rispettoso.
Alla Nardò che seppe risorgere va la nostra gratitudine.
A noi, oggi, spetta il compito di custodire questa memoria e di trasmetterla, con responsabilità e amore, alle generazioni che verranno.

La lampada accesa, preceduta dal labaro cittadino, viene portata in Cattedrale dalla consigliera Daniela Bove. Alla sua destra il parroco della Cattedrale mons. Giuliano Santantonio, il consigliere Gabriele Mangione e il vice Comandante dei VV.UU. Gaetano Congedo; a sinistra il presidente del Comitato Feste Luigi Parisi; alle spalle il Comandante dei CC. di Nardò

 

…per essere deposta davanti al busto di San Gregorio

 

 

* Consigliere delegato ai rapporti con gli Enti ecclesiastici del Comune di Nardò

Il Salento in un contratto di nolo marittimo del XIV secolo

di Armando Polito

Le linee tratteggiate indicano: la bianca l’andata da Durazzo a Ragusa; la gialla il ritorno da Ragusa a Durazzo; l’arancione l’andata da Durazzo a Brindisi e la verde da Brindisi a San Cataldo

 

di Armando Polito

Nelle ricostruzioni storiche un atto notarile è spesso l’unica fonte congenitamente affidabile, indenne dai rischi di interpretazioni di parte, se non di manipolazioni o totali falsificazioni, ai quali sono soggette tutte le altre. L’atto notarile, dunque, è come la fotografia più fedele possibile di un momento della storia, dalla quale emergono fatti, situazioni, consuetudini, sentimenti, dati genealogici, onomastici, toponomastici e linguistici. Probabilmente tutto questo è il sostrato che da sempre ha conferito al notaio prestigio sociale e riconoscimento economico.

Per non slittare su un tema scivoloso che coinvolgerebbe più categorie professionali, mi limito, nonostante tutto, ad esprimere il mio ringraziamento, anche se destinato a restare inascoltato, allo scrivano Piero de Çorçi di Sebenico, che il 18 novembre 1350 rese di pubblico dominio sulla piazza di Durazzo, col concorso di una folla variegata, un contratto di nolo marittimo1 stipulato quasi un mese prima, per la precisione il 23 settembre, davanti a Francesco Archom notaio e cancelliere del comune di Ragusa2 (città della Croazia, da non confondere con l’omonima siciliana), tra Pasche (Pasquale) de Cuno di Ragusa, patrono (comandante) di una condura (nave da carico; per l’etimo vedi più avanti il commento al testo dell’atto), con equipaggio anch’esso ragusano, dell’armatore Marino de Goç e Ilia Pelegriino (Elia Pellegrino) de Çara (di Zara). Come spesso accade, mi sono imbattuto in questo documento per puro caso, mentre ero impegnato in tutt’altra ricerca.

Mi è sembrato, però, degno di essere portato all’altrui conoscenza per i luoghi del Salento che vi compaiono, cioè Brandicio (Brindisi), Leçi (Lecce) e San Cataldo, ma anche per alcuni aspetti espressivi. Il testo, infatti, mostra movenze stilistiche e lessicali dialettali di ambito veneziano, cui certamente non sono estranei i rapporti tra la terra di origine dello scrivano (Sebenico) e la repubblica di Venezia.

Di seguito l’atto come risulta pubblicato in Acta et diplomata res Albaniae mediae aetatis illustrantia. Vol. II, Annos 1344-1406 continens / collegerunt et digesserunt Dr. Ludovicus de Thallóczy, Dr. Constantinus Jireček et Dr. Emilianus de Sufflay, v. II (annos 1344-1406, Typis Adolphi Holzhausen, Vindobonae, 1913-1918; a seguire e a chiudere, la versione in italiano, non indispensabile per la comprensione ma necessaria per l’aggiunta delle note di commento,.

pp. 23-24

In nome di Dio amen. Correndo l’anno 1350 quarta induzione dall’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, il giorno 18 del mese di novembre in Durazzo. Davanti a tutte persone in carne ed ossa, gente di città e contadini, conti, balivi, consoli, giudici e mercanti, davanti ai quali avviene la presente scrittura, a tutti sia pubblico e manifesto come io Pasquale de Cuno di Ragusa, comandante di una condura3 di due alberi, chiamata Santi Nicola e Giuliano, la quale è al presente nel porto di Durazzo, la quale è del signor Marino de Gos  compagni cittadini di Ragusa, sia noleggiata al signor Elia Pellegrino di Zara, abitante a Ragusa, con questa modalità e condizione: io detto Pasquale, se non adesso con la detta condura viaggio a questa Ragusa e a Ragusa scaricherò non cambiando alcuna rotta da Ragusa, ma più presto che potrò con la detta condura sopra menzionata tornerò a Durazzo a caricare vasellame ed altre merci del detto noleggiatore e, con l’aiuto di Dio caricata la nave di sotto e di sopra, con l’aiuto di Dio andrò a Brindisi3 a scaricare e sistemare4 il vasellame e si avrà notizia dal noleggiatore Elia. Se avrà accaparrato il carico, io Pasquale caricherò a Brindisi e se il detto Elia non avrà accaparrato a Brindisi, che io Pasquale son tenuto andare a San Cataldo, cioè a Lecce e là il detto Elia de darmi il mio carico  entro quindici giorni salvo impedimento in tutto e, se detto Elia non mi pagasse, per questo rimanga che debba pagare cinque ducati al giorno. E questo al prezzo di 135 ducati per tutta la rotta fatta da Durazzo fino alla fine del viaggio sotto e sopra coperta. ma se il detto Elia avesse qualche passeggero quella metà del nolo dei venuti sia della condura, l’altra vada al noleggiatore. E a partire da lì qui il detto Elia avrà caricato, deve venire a  Durazzo e scaricare con quello che detto Elia mi avrà caricato e spedito dalla Puglia. Parimenti io Pasquale prometto di aspettare il detto signor Elia circa il nolo che abbiamo detto di sopra finché il detto Elia non vende la mercanzia e questo con patto espresso.

Parimenti io Pasquale soprascritto comandante prometto a te Elia e tu Elia noleggiatore a me Pasquale, una parte all’altra. di attendere ed osservare nei riguardi dell’altra sotto pena di cento ducati d’oro e d’ogni danno ed interesse, qualsiasi parte contravvenga; questa pena venga a vantaggio di colui che non avrà contravvenuto ai detti patti.

Parimenti se io Pasquale se vorrò mettere là in Puglia il terzo del carico di vino, quello possa mettere in detto viaggio e si devono togliere dal nolo quarantacinque ducati, cioè il terzo che voi Elia mi dovete dare. E io Piero Corsi di Sebenico, scrivano4 della detta condura, ho scritto questo noleggio per volontà di entrambe le parti, così del padrone signor Pasquale de Cuno di Ragusa come del signor Elia Pellegrino di Zara, abitante in Ragusa, nostro noleggiatore. E a cautela e sicurezza del detto noleggiato, per volontà del detto comandante sia data la copia del detto contratto di noleggio e patti al detto signor Elia, noleggiatore, come io scrivano5 io Piero de Sorsi di Sebenico, come contiene, che sono scrivano della detta condura. Fatto in Ragusa nel piccolo consiglio al suono della campana.

Questa scrittura appare su una carta scritta da Francesco de Archo notaio e cancelliere del comune di Ragusa il 1350, terza indizione, il giorno 23 settembre in Ragusa.

_________________

1 Ad essere rigorosi, quel marittimo sarebbe una tautologia perché noleggiare (da cui noleggio) deriva da nolo e questo dal latino nàulun (=prezzo del trasporto per mare), a sua volta dal greco ναῦλον (leggi nàulon), che è da ναῦς (leggi nàus=nave). Tutto ciò dimostra l’antica importanza del mare nei rapporti umani, anche se connessi, almeno all’inizio, esclusivamente con l’eonomia e per nulla col significato più alto di umanità, voce in sostanza obsoleta ma formalmente vitalissima, usata con spudorata ipocrisia per sciacquarci la bocca a mo’ di narcotico collutorio. Il profitto, quello teso all’accumulo e alla creazione di nuovi bisogni e non alla doverosa, anzitutto per chi detiene il potere, soddisfazione di quelli ancora definiti, sempre ipocritamente, primari, questo virus poteva dal mare, catalizzatore di un fenomeno cui la terraferma stava ormai troppo stretta, non tornarci per completare la sua opera esiziale? E così nolo, noleggiare e noleggio hanno assunto per estensione il significato attuale ed obbligato me, per quello che può servire, a stilare questa lunga nota dolente anche per chi ideologicamente cieco, e non sono certo io, ancora si illude che sia più o meno facile, come in un gioco enigmistico, risolvere il tutto col passaggio (o ripassaggio a seconda dei punti di vista) dal CONSUMISMO al COMUNISMO, per quanto riveduto e … politicamente corretto, grazie all’anagramma e alla soppressione di una S, perché due, per quanto separate avrebbero potuto evocare in coppia un ignominioso acronimo (per i più giovani: SS), col rischio di nostalgici sospettosi equivoci.

2 Sulla sua storia marinara vedi Giuseppe Gelcich, Delle istituzioni marittime e sanitarie della repubblica di Ragusa, Stabilimento tipografico di L. Herrmanstorfer, Trieste, 1882.

3 Dal greco bizantino κονδοῦρα (leggi condura), femminile sostantivato dell’aggettivo κονδοῦρος (leggi condùros)= breve, composto da κονός (leggi contòs)=corto, piccolo e οὐρά (leggi urà)=coda. Con riferimento alla Croazia più interna a ricordarne l’assenza del suo uso, la condura è nominata da Costantino VII Flavio detto il Porfirogenito nel suo Πρὸς τὸν ἴδιον υἱὸν Ῥωμανόν (più conosciuto col titolo latino De adminostrando imperio) , cap. XXXI: Ὅτι ἡ μεγάλη Χρωβατία, ἡ καὶ ἄσπρη ἐπονομαζομένη, ἀβάπτιστος τυγχάνει μέχρι τῆς σήμερον, καθὼς καὶ οἱ πλησιάζοντες αὐτὴν Σέρβλοι. Ὀλιγώτερον δὲ καβαλλαρικὸν ἐκβάλλουσιν, ὁμοίως καὶ πεζικὸν παρὰ τὴν βαπτισμένην Χρωβατίαν, ὡς συνεχέστερον πραιδευόμενοι παρά τε τῶν Φράγγων καὶ Τούρκων καὶ Πατζινακιτῶν. Ἀλλ´ οὐδὲ σαγήνας κέκτηνται, οὔτε κονδούρας, οὔτε ἐμπορευτικὰ πλοῖα, ὡς μήκοθεν οὔσης τῆς θαλάσσης· ἀπὸ γὰρ τῶν ἐκεῖσε μέχρι τῆς θαλάσσης ὁδός ἐστιν ἡμερῶν λʹ. Ἡ δὲ θάλασσα, εἰς ἣν διὰ τῶν λʹ ἡμερῶν κατέρχονται, ἐστὶν ἡ λεγομένη σκοτεινή.

(La grande Croazia, chiamata anche bianca, è senza battesimo (cioè pagana) fino ad oggi, come pure i Serbi che le stanno vicini. Dispongono di meno cavalieri come anche di fanti rispetto alla Croazia battezzata perché più frequentemente saccheggiati e dai Franchi e dai Turchi e dai Peceneghi. Ma non hanno reti da pesca né condure né navi mercantili,  essendo il mare lontano; da quei territori fino al mare c’è un viaggio di trenta giorni e il mare al quale giungono dopo trenta giorni è detto tenebroso)

4 Nell’originale conçare, che ha il suo corrispettivo italiano in conciare (coi derivato concia e concio) e, per i dialetti meridionali nel siciliano conzare (=preparare) e, con la prostesi della preposizione ad, nel napoletano acconzà e nel salentino   +‘ccunzare (con i derivati cuènzu, per designare un attrezzo da pesca, per il quale, in particolare, vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/22/cuenzu-suoi-insospettabili-fratelli/), consa, sinonimi di malta e cuèzzettu (pezzo di tufo squadrato a parallelepipedo, diminutivo del già detto italiano concio) e, con sostituzione di in ad ad ed assunzione di significato esclusivamente negativo, il derivato verbo con valore frequentativo ‘ncuzzittare (allestire qualcosa di spiacevole ai danni di uno, appioppare). Per completare l’iter etimologico: conciare è da un latino *comptiare, secondo una collaudata tecnica di formazione, da comptus, participio passato di còmere=acconciare, mettere in ordine.

5 Brandicio nell’originale. Col punto esclamativo, e non è il solo, il trascrittore del manoscritto stigmatizza la deformazione, lasciandosene sfuggire ben altre. Proprio la toponomastica, poi, spesso registra varianti cronologicamente conviventi. Questo Brandicio appare come il padre di Brandici (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/12/23/brandici-ritorna-a-brindisi-una-rarissima-veduta-cinquecentesca-presentata-alla-citta/), probabilmente solo una tappa, con giusto riconoscimento a Vito Ruggiero, protagonista di un’esaltante avventura, guidata da passione, perseveranza, sacrificio e acribia, vissuta e raccontata in Brandici: la più antica e rara mappa di Brindisi, che Brindisi non conosce, A soese dell’autore, Lecce, 2024.ùù

5 Lo scrivano marittimo era l’uffiziale delegato dal governo ad invigilare sull’esatto adempimento di quanto veniva prescritto dalla legge; era lo scribano incaricato del disbrigo dek conti di bordo, dell’evidenza delle persone e delle cose di bordo; la persona senza la quale nessun poteva salpare da Ragusa (Delle istituzioni …, op. cit., p. 12).

Parabita, riapre al culto la chiesa del Crocifisso (San Pasquale)

di Marcello Gaballo

Alla periferia nord-occidentale di Parabita, lungo la strada per Tuglie e in prossimità dell’attuale cimitero monumentale, si erge il complesso dell’ex convento degli Alcantarini con l’annessa chiesa del Santissimo Crocifisso, meglio conosciuta come chiesa di San Pasquale. È un luogo che intreccia spiritualità, arte e memoria civile, testimone di una significativa stagione della storia religiosa salentina.

Gli Alcantarini, o Frati Minori Scalzi, riforma dell’Ordine francescano nata in Spagna nel XVI secolo per impulso di san Pietro d’Alcantara, si distinguevano per l’austerità della vita, la povertà radicale e l’intensa predicazione.

A Parabita giunsero nel 1726, chiamati dall’Università cittadina, dal clero secolare e dai tutori del giovane duca Giuseppe Ferrari. Superate le iniziali resistenze di altre comunità mendicanti del territorio, il convento, articolato su due piani, e la chiesa, furono completati intorno al 1731. Il legame con la famiglia ducale fu stretto e contribuì al consolidamento della presenza alcantarina, che divenne punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità locale.

La chiesa si presenta con un impianto a navata unica coperta da volta a lunette, secondo una linearità architettonica sobria e funzionale alla predicazione, in piena sintonia con l’ideale francescano. Lo spazio, armonico ed essenziale, conduce naturalmente verso il presbiterio, dove si impone l’altare maggiore tardo barocco in pietra leccese. Quattro colonne tortili finemente scolpite incorniciano l’affresco del Santissimo Crocifisso, copia dell’immagine venerata a Galatone, centro di forte devozione nel Salento.

Sul lato sinistro dell’aula si apre un ambiente laterale con due altari e una grande nicchia monumentale che custodisce un presepe settecentesco di scuola napoletana, voluto dal duca Giuseppe Ferrari. La scenografia, realizzata in roccia marina e pietra leccese, accoglie statuine in gran parte in cartapesta, offrendo una delle testimonianze più suggestive dell’arte presepiale nel territorio. Completano il patrimonio artistico simulacri lignei e in cartapesta, l’antico organo, la statua dell’Ecce Homo e quella di Santa Filomena. Dallo stesso ambiente si accede alla cappella della Madonna del Pozzo, con pavimento maiolicato ottocentesco e simbolismi mariani che richiamano la tradizione del santuario di Capurso, centro spirituale di riferimento per gli Alcantarini in Puglia.

A testimonianza della vivacità culturale del convento va ricordata anche l’antica biblioteca alcantarina, vero tesoro di studio e spiritualità. Il fondo librario parabitano è stato riconosciuto come «bene storico di particolare rilevanza» dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e Basilicata, oggi custodito presso la casa canonica della Parrocchia San Giovanni Battista. La biblioteca conta attualmente 570 volumi editi tra il 1491 e il 1830: un incunabolo, 19 cinquecentine, 78 seicentine, 433 settecentine e 40 ottocentine. Un patrimonio di straordinario interesse, specchio della formazione teologica e spirituale dei religiosi e della circolazione libraria nel Mezzogiorno d’Italia tra età moderna e contemporanea (il fondo è stato oggetto di uno studio analitico e di una accurata catalogazione da parte di Laura Stefanelli, che ne ha pubblicato i risultati nel volume La biblioteca degli Alcantarini di Parabita (Congedo Editore).

Dopo quasi tre secoli di storia, la chiesa è stata interessata da un importante intervento di restauro. Chiusa al culto il 2 febbraio 2025, è stata oggetto di un complessivo intervento conservativo reso possibile grazie ai fondi del PNRR – Missione 1 “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Turismo”, Componente C3 “Turismo e Cultura 4.0”, Investimento 2.4 – sotto la regia della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto, per conto del Ministero dell’Interno. I lavori, diretti dal Soprintendente Arch. Antonio Zunno e dalla Responsabile del Procedimento Dott.ssa Giovanna De Stradis, in sinergia con i rappresentanti del Ministero dell’Interno – Prefettura di Lecce, sono stati affidati alla ditta IMPREGIVA di Napoli ed eseguiti dalla ditta Ludovico Restauri di Matino.

L’intervento non si è limitato al consolidamento strutturale e al risanamento delle superfici, ma ha interessato in maniera puntuale anche l’altare maggiore e i paramenti murari interni del catino absidale, restituendo all’edificio una profondità cromatica e iconografica rimasta celata per lungo tempo. La rimozione degli scialbi postumi ha infatti riportato alla luce le cromie originarie e ha consentito di individuare due distinte edizioni pittoriche, testimonianza delle diverse fasi decorative della chiesa.

La più antica, collocata in corrispondenza dell’altare maggiore e dell’arcata trionfale, è realizzata con la tecnica del mezzo fresco e rivela un impianto decorativo sobrio ma raffinato, coerente con l’impianto settecentesco dell’edificio. Le tonalità recuperate, calde e armoniche, valorizzano l’architettura del presbiterio e dialogano con la plasticità dell’altare barocco in pietra leccese.

Successiva è invece l’edizione pittorica eseguita a tempera, di cui restano brani significativi di un più ampio ciclo figurativo. Al centro del catino absidale è emersa la scena di San Francesco con Dante, Giotto e Cristoforo Colombo, iconografia di grande interesse culturale oltre che religioso, che sottolinea l’influsso spirituale e civile del Poverello di Assisi nella storia italiana.

Sulla parete destra è riapparsa la scena di San Francesco che consegna gli scapolari e il librario, richiamo alla dimensione normativa e spirituale dell’Ordine; sulla sinistra, San Francesco che riceve le stimmate, episodio centrale della mistica francescana. Nelle ogive sono affiorati inoltre i resti di figure di santi e beati, oggi solo parzialmente leggibili, che contribuivano a comporre un articolato programma iconografico.

Queste scoperte, di notevole rilievo storico-artistico, non solo arricchiscono la conoscenza dell’edificio, ma restituiscono alla comunità un patrimonio figurativo che illumina la spiritualità alcantarina e offre nuove prospettive di studio sulla storia decorativa del complesso.

Venerdì 13 febbraio 2026, alle ore 18.30, S.E. Rev.ma Mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò-Gallipoli, presiederà la Solenne Concelebrazione Eucaristica per la riapertura al culto della chiesa, bene appartenente al Fondo Edifici di Culto (FEC). Durante l’anno di chiusura, le celebrazioni sono state ospitate presso la Chiesa Matrice, Parrocchia di San Giovanni Battista, alla quale va il ringraziamento della comunità.

La restituzione della Chiesa del SS.mo Crocifisso alla città non è soltanto il compimento di un intervento tecnico, ma il recupero di un luogo identitario, profondamente radicato nella devozione confraternale e nella memoria collettiva. Un ritorno alla vita piena, nel segno della continuità tra storia, fede e futuro.

Grande è la soddisfazione della Confraternita di San Luigi, che sin dalla sua costituzione ha in questa chiesa la propria sede e che nel tempo ne ha custodito con amore e dedizione il decoro e la vitalità spirituale. Il Priore, Rocco Margarito, esprime profonda gratitudine per il traguardo raggiunto, sottolineando come la riapertura rappresenti non solo la restituzione di un edificio, ma il ritorno alla piena vita di un luogo caro alla devozione confraternale e all’intera comunità parabitana.

Analoga soddisfazione viene manifestata dal Padre Spirituale della Confraternita e Arciprete di Parabita, don Santino Bove Balestra, che con costante impegno si è prodigato per il recupero e il restauro dell’edificio, seguendone con attenzione le diverse fasi e sostenendo con determinazione il percorso che ha condotto alla sua riapertura. Per entrambi, questo momento segna l’inizio di una nuova stagione di fede e di rinnovato entusiasmo pastorale attorno a un luogo che torna ad essere casa di preghiera e segno vivo di appartenenza comunitaria.

“Chi è suor Antonia Antoglietta”. La clarissa che nel 1635 sfidò il vicario Granafei

lo stemma francescano nella chiesa di Santa Chiara di Nardò

 

di Marcello Gaballo

Nel clima esasperato e cupo che aleggia sul monastero di Santa Chiara di Nardò negli anni Trenta del Seicento, la voce indignata di una singola monaca riesce a farsi spazio tra le righe della corrispondenza privata destinata al vescovo Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII) per denunciare soprusi, imposizioni e abusi che si consumavano dietro le mura della clausura.

È suor Antonia Dell’Antoglietta a scrivere, con toni misurati ma taglienti, una lettera riservata datata 6 maggio 1636, oggi conservata nella poderosa raccolta epistolare della Biblioteca Apostolica Vaticana.

In essa, la religiosa si rivolge direttamente al vescovo, aggirando deliberatamente il vicario Giovanni Granafei, al centro di gravi accuse da parte di molte monache del tempo, come si evince anche dall’accorato appello scritto pochi mesi dopo dalla badessa Caterina Sambiasi.

La monaca Dell’Antoglietta denuncia un sistema di potere inaccettabile, fondato su abusi quotidiani e continue ingerenze: “gli aggravi di quello Sig. Vicario che quotidianamente va rinnovando sempre cose nove et aggravii”.

Le parole scelte non sono casuali: “cose nove”, cioè innovazioni non richieste, imposte senza consultazione e vissute come autentiche violenze alla stabilità del convento; “aggravii”, che sottintendono tanto il peso spirituale quanto il disagio pratico e psicologico che le monache subivano da tempo.

La lettera era accompagnata da un memoriale, probabilmente ben articolato, in cui suor Antonia aveva elencato, con metodo, tutti gli abusi commessi dal Granafei, nella speranza che il vescovo, seppur lontano da Nardò, intervenisse in modo diretto e risolutivo.

Tra le richieste più significative, vi è quella di poter disporre di un confessore più adatto alla delicatezza della vita spirituale claustrale: “più di matura età et più di lettere”. L’affermazione lascia intuire che il confessore imposto fosse un giovane inesperto, forse privo della preparazione teologica o della levatura morale necessarie a svolgere quel compito nel contesto rigoroso della clausura.

Ma è nelle ultime righe che suor Antonia lascia affiorare il proprio risentimento personale, insieme a una nota sottilmente minacciosa: “mi ha dispiaciuto che mio padre et fratelli stanno in casa in Francavilla lontano da tante miglia, che à detto Sig. Vicario l’haveria saputo à dire chi è S. Antonia Antoglietta”.

La frase è tagliente, amara, e cela un rimprovero preciso: se i suoi familiari fossero stati vicini, il vicario non avrebbe osato tanto.

È un monito lanciato senza veli, in cui la monaca rivendica il proprio nome, la propria dignità e la protezione implicita della propria famiglia, che da Francavilla, troppo lontana per intervenire, non può far valere il proprio peso.

Quel “chi è S. Antonia Antoglietta” diventa così il grido d’orgoglio di una donna colta, consapevole, determinata a non subire in silenzio l’ingiustizia. In controluce, si coglie l’immagine di un monastero lacerato, in cui i conflitti non erano solo spirituali o amministrativi, ma toccavano le fibre più intime delle relazioni comunitarie, con monache costrette a difendere non solo la regola, ma la propria stessa identità. L’appello di suor Antonia, insieme a quello della badessa Sambiasi, costituisce un documento vibrante e umano di quella resistenza silenziosa e spesso dimenticata che le religiose seppero opporre a un potere clericale maschile arrogante e predatorio.

Entrambe le lettere, oggi riemerse dal fondo della raccolta Chigi, restituiscono voce e volto a un monastero che seppe, nel buio del Seicento, alzare la testa e forse reclamare giustizia.

Un equivoco iconografico settecentesco a Casarano

Un equivoco iconografico settecentesco a Casarano: dalla falsa identificazione di San Giovanni Elemosiniere alla Presentazione di Maria al Tempio

 

di Rocco Severino De Micheli e Fabio Cavallo

 

 

Un dipinto settecentesco di autore anonimo, oggi custodito nello studio del parroco della chiesa di Maria SS. Annunziata a Casarano, è attualmente registrato nel Catalogo generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194928, cronologia 1750-1799) con l’attribuzione iconografica a San Giovanni Elemosiniere.

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1600194928


L’opera, tuttavia, presenta evidenti incongruenze interpretative che rendono tale identificazione poco sostenibile sul piano storico-artistico.

L’osservazione diretta della scena raffigurata consente infatti di riconoscere con chiarezza un episodio ben diverso: la Presentazione di Maria al Tempio da parte dei genitori Gioacchino e Anna, secondo una tradizione iconografica ampiamente attestata e facilmente riconoscibile, derivata dai Vangeli apocrifi. La composizione, articolata attorno alla figura del sacerdote e a quattro personaggi disposti al suo cospetto, è ulteriormente qualificata dalla presenza di una schiera di angioletti, elemento che sottolinea la sacralità dell’evento e che esclude con certezza la possibilità di identificare le figure come pellegrini, mendicanti o poveri, come vorrebbe invece l’iconografia tradizionale di san Giovanni Elemosiniere.

Proprio questa discrepanza tra il dato iconografico e l’attribuzione ufficiale ha attirato la nostra attenzione, inducendoci a interrogarci sia sulle ragioni che hanno condotto a un’errata identificazione del soggetto, sia sul contesto di committenza della tela, suggerito dalla presenza, nell’angolo inferiore destro, di un articolato stemma gentilizio. Da tali interrogativi prende avvio la presente analisi, che intende chiarire l’equivoco iconografico e ricondurre l’opera al suo corretto significato storico e devozionale.

L’attribuzione, infatti, appare poco convincente, poiché il dipinto raffigura chiaramente la scena della Presentazione di Maria al Tempio da parte dei genitori Gioacchino e Anna, secondo un’iconografia ben nota e facilmente riconoscibile (1).

Tentiamo di dare la risposta a due domande:

  • Come mai il soggetto del dipinto è stato attribuito a San Giovanni Elemosiniere?

A nostro parere, l’errata attribuzione del soggetto a san Giovanni Elemosiniere con i poveri, anziché all’evento, narrato dai vangeli apocrifi, della presentazione di Maria al tempio da parte dei suoi genitori,  è da imputare proprio al sacerdote (Simeone il Vecchio?) che, con la consueta mitria bicuspide, ha generato una confusione interpretativa.

In effetti, nella memoria collettiva casaranese, risalente secondo noi a non prima della metà del 1700, S. Giovanni è visto e conosciuto con il copricapo a due punte, pertanto, come non pensare, a San Giovanni Elemosiniere che, nella sua vita, ha accolto numerose frotte di mendicanti, poveri ed indigenti facendo loro l’elemosina?

Ritorneremo sull’argomento quando tratteremo dell’insolito copricapo del santo che rappresenta, ancora oggi, un vero unicum nel panorama iconografico dei santi del Nuovo Testamento..

 

  • Chi è stato il committente della tela in argomento?

Il quadro presenta uno stemma gentilizio all’angolo basso a destra, normalmente le tele corredate da uno stemma di famiglia sono destinate ad essere donate ed esposte al pubblico, quindi, risolvendo a chi appartiene l’arma, potremmo scoprire chi è il committente/donante.

Stemma ducale presente nel quadro

 

E’ uno scudo bipartito sormontato da una corona ducale.

La parte di sinistra (colore rosso) ci indica che si tratta, inequivocabilmente, dello stemma degli Aquino, ricchissima famiglia napoletana di mercanti, inserita nel 1637 nella nobiltà napoletana dei Caramanico.
Essi, dopo aver cambiato il cognome in D’Aquino, furono i signori di Casarano a partire da quell’anno con il titolo di Duca.

L’Armerista di Amilcare Foscarini del 1927, a pag. 30, tra l’altro, ci descrive il loro stemma:

“Inquartato: nel 1. e 4. bandato d’oro e di rosso; nel 2. e 3. spaccato d’argento e di rosso al leone nell’uno e nell’altro”.
Questa è la cronotassi che siamo riusciti a ricostruire, sfogliando diverse fonti, dei duchi D’Aquino, fermandoci alla duchessa Giulia D’Aquino, sia perché i D’Aquino ancor prima ritornarono a risiedere in Napoli, sia perché le informazioni oltre quel periodo non erano utili alla nostra indagine.

 

1° Duca dal 10.11.1637

Don Matteo senior

Sposato il 27-2-1629 con Giovanna Carafa, figlia di Girolamo dei Conti di Molise, Patrizio Napoletano (moto il 18-8-1687).

 

2° Duca dal 1643

Don Antonio (morto a Casarano 22-11-1681)

Sposato il 1-3-1663 con Giovanna del Tufo, figlia di Ascanio 1° Marchese di Matino e della Nobile Antonia Guarini

 

3° Duca dal 1681

Don Matteo junior

Sposato il 1-6-1680 con Giulia Basurto, figlia di Don Francesco 3° Duca di Alliste e di Antonia Beltrano dei Conti  di Mesagne

 

4° Duca dal 1704

Don Giacinto nato il 25.4.1682 e morto a maggio del 1730

In data 17-11-1723 vendette, mantenendone il titolo, il ducato di Casarano e la terra di Casaranello.

Sposato il 2-1-1712 con Giulia Belli, (morta a marzo 1768) figlia di Cesare e di Raimondina Lubelli

 

5° Duca dal 1740

Don Giacomo (naro a Napoli il 7.6.1718 e morto il 26.10.1788),

Sposato nel 1762 con l’austriaca  Giuseppina Mitrovic o Mitrovich (nata nel 1725ca. – morta ?) con la quale convisse sino al 1764;

Risposato il 15-3-1780 con Beatrice Sersale, figlia del Marchese Onofrio, Patrizio Napoletano e figlia di Lucrezia Capuano, già vedova di Don Giuseppe Domenico Gallone 5° Principe di Tricase.

 

6° Duca dal 1788

Don Emanuele (nato nel 1717 e morto il 10.10.1794)

Sposato il 18.5.1785 con Doristella Messanelli dei Normanni, figlia di Giuseppe Marchese di Latiano e figlia di Gaetana Pallavicini

 

7° Duca dal 1794

Don Antonio (nato a Casarano 22.7.1786 e morto il 21.8.1832)

Celibe

 

8°Duca (duchessa) dal 1832

Donna Giulia D’Aquino (nata il 4.10.1792 e morta il 25.12.1854),

Sposata il 4.10.1820 con Filippo Santomango.

 

La parte destra dello stemma (colore bianco) raffigurante una testa di bue avente in bocca un fascio di grano e in alto la stella di Betlemme (con 8 punte) è senza dubbio della consorte di uno dei duchi D’Aquino.

Comprendere a chi fosse appartenuta questa parte di stemma è stato un vero grattacapo. Abbiamo proceduto per esclusione associando ad ogni duca la propria consorte (1-Carafa, 2-del Tufo, 3-Basurto, 4-Belli, 5-Mitrovic, 5bis-Sersale e 6-Messanelli).

Considerato che le consorti dei duchi 1, 2, 3, 5bis, e 6, hanno un proprio stemma che è completamente diverso da quello in esame, rimangono  solo due coppie compatibili, la 4 e la 5.

  • La coppia 4 è quella formata da Giacinto D’Aquino e Giulia Belli, infatti, sul già citato libro di Foscarini, a pag. 42, viene descritta l’arma di donna Giulia Belli, sposa del 4° duca don Giacinto D’Aquino : “D’argento alla testa di bue di prospetto, tenente in bocca un ramoscello d’ulivo di verde; nel capo uno scudo triangolare d’azzurro caricato di una stella di sei raggi del campo”.
    Ci troviamo, in questo caso, con uno stemma molto simile, ma con varianti di colore e di contenuto (ramoscello di ulivo verde, scudo triangolare d’azzurro e stella a 6 punte).
  • La coppia 5 quella formata da Giacomo D’Aquino e Giuseppina Mitrovic è compatibile per il solo fatto che della Mitrovic non si conosce il suo eventuale stemma.
    Ci soffermiamo su questa coppia.

Giacomo era figlio di Giacinto e di Giulia Belli e nel 1762 circa si sposò con la nobildonna Giuseppina Mitrovic che due fonti dicono essere austriaca:

  • Un atto di battesimo del 24 luglio 1764, consultato nell’archivio della chiesa madre, nel quale compaiono come padrini i coniugi “Ecc. D. Jacopo D’Aquino de Casarano et Ecc. Josepha Mitrovychi terra Austria duchessa Casarani”.

 

 

(atto di battesimo con i coniugi D’Aquino-Mitrovic padrini – archivio chiesa madre)

 

  • Nel libro Centro e Periferia in Terra D’Otranto tra XVI e XVIII secolo, di L. Palumbo e G. Poli, a pag. 138, leggiamo che la Mitrovic arriva a Napoli nel 1762, ma nel 1764 se ne torna a Vienna, sicuramente per i rapporti incrinati, di natura economica, con il marito, il duca Giacomo D’Aquino.

(Quanto al loro matrimonio padre A. Chetry, nel suo IV libro di Spigolature casaranesi, a pag. 36, ipotizza che si siano sposati tra il 1762 e il 1764).

A noi però non torna chiaro il cognome Mitrovic perché ci ha fatto sospettare in una sua origine balcanica, magari moldava, per una coincidente somiglianza dello stemma con quello del Principato di Moldova.

Lo stemma del Principato di Moldova

 

Non escludiamo anche che il marito gli avesse confezionato di sana pianta uno stemma conformandolo a quello della propria madre, donna Giulia Belli, a tal proposito, per far comprendere che non è un’ipotesi proprio peregrina, vogliamo ricordare che don Matteo D’Aquino (1713-1791), arcidiacono e fratello di Giacomo, creò uno stemma ducale tutto suo, completamente diverso da quello familiare, e lo fece installare, tuttora visibile, nella chiesa dell’Immacolata nell’anno 1760.

In definitiva, occorre capire quale delle due coppie sia stata la committente:

  • se la committente fu la coppia Giacinto D’Aquino-Giulia Belli, sposati nel 1712, ma conviventi sino alla morte del duca, avvenuta nel 1730, la committenza della tela è potuta avvenire soltanto dal 1712 al 1730, quindi in un periodo antecedente a quello che il Catalogo generale dei Beni Culturali indica come possibile sua datazione (1750-1799).

Anche se non è da escludere che la tela possa essere stata donata alla chiesa subito dopo la sua costruzione (1712) e comunque non oltre il 1730.

  • se la committente fu la coppia Giacomo D’Aquino-Giuseppina Mitrovic, sposati nel 1762, ma conviventi sino al 1764, la committenza della tela è potuta avvenire soltanto in questo biennio, periodo perfettamente compatibile con il range temporale indicato nel predetto Catalogo generale dei Beni Culturali.

Ci rendiamo conto che entrambe le coppie hanno il requisito per essere indicate come committenti/donanti,  pertanto, per mancanza di fonti adeguate, al momento i punti fermi sono due:

  • il soggetto del quadro non è San Giovanni Elemosiniere, ma l’episodio della presentazione di Maria al Tempio.
  • il donante la tela è uno dei duchi D’Aquino (Giacinto o Giacomo) insieme alla propria moglie.

Note

  1. Su questa ipotesi si era già espresso in tal senso, il compianto Arch. Pino De Nuzzo sul suo sito web.

3 febbraio. Festa di San Biagio nella chiesa di Santa Teresa a Nardò

Nardò, 3 febbraio 2026 – Festa di San Biagio nella chiesa di Santa Teresa: una tradizione secolare che parla ai più piccoli

 

Si rinnova anche quest’anno, nella chiesa di Santa Teresa a Nardò, la tradizionale e molto sentita festa di San Biagio, vescovo e martire, che il 3 febbraio richiama da secoli numerosissimi fedeli per il rito della benedizione della gola, segno di protezione e affidamento, particolarmente caro alle famiglie e ai bambini.

Come da antica consuetudine, il sacerdote impartirà la benedizione incrociando due candele sul collo dei fedeli, rievocando un gesto che affonda le sue radici nella devozione popolare e nella fiducia nell’intercessione del santo, invocato come protettore della salute della gola e della vita.

Accanto a questo rito tanto atteso e partecipato, l’edizione 2026 presenta una significativa novità rivolta ai più piccoli. Considerato il grande numero di bambini che ogni anno vengono accompagnati dai genitori per ricevere la benedizione, la locale Confraternita del SS. Sacramento ha voluto affiancare al gesto liturgico un’iniziativa di carattere educativo e pastorale: a tutti i bambini presenti sarà infatti distribuito gratuitamente un libretto illustrato, insieme a una candela.

 

Il sussidio, dal titolo San Biagio a Nardò: storia, miracoli e devozione per i più piccoli, è una pubblicazione interamente a colori, realizzata in collaborazione con la Diocesi di Nardò-Gallipoli e con la Città di Nardò, a testimonianza della sinergia tra comunità ecclesiale e istituzioni civili nella valorizzazione delle tradizioni religiose cittadine.

Il libretto è arricchito dalla presentazione di S.E. Mons. Fernando Filograna, Vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli, e da quella dell’avv. Daniela Bove, Consigliere delegato ai rapporti con gli enti ecclesiastici della Città di Nardò. I disegni sono di Roberta Lisi, mentre le fotografie sono di Lino Rosponi, contribuendo a rendere il volume particolarmente curato anche sotto il profilo grafico e visivo.

Attraverso un linguaggio semplice e narrativo, la vita di San Biagio, medico armeno, vescovo e martire, viene raccontata ai bambini come una fiaba, per aiutarli a comprendere il significato della festa e del rito della benedizione della gola, che si rinnova ogni anno il 3 febbraio con l’uso delle due candele incrociate.

Nel corso della mattinata, il momento liturgico sarà arricchito anche dalla partecipazione di alcune classi delle scuole elementari, che prenderanno parte al rito accompagnati dagli insegnanti, vivendo così un’esperienza di conoscenza, fede e tradizione profondamente radicata nella storia della città.

Con questa iniziativa, la locale Confraternita del SS. Sacramento intende non solo custodire una tradizione secolare molto cara alla città, ma anche trasmetterne il valore alle nuove generazioni, aiutando bambini e famiglie a vivere la festa di San Biagio non come semplice consuetudine o gesto folklorico, ma come autentico momento di fede e di preghiera.

La festa di San Biagio a Nardò si conferma così, ancora una volta, un appuntamento capace di unire devozione, memoria storica e attenzione pastorale, nel segno di una tradizione viva che continua a parlare al presente.

Santu Lasi. Il culto di San Biagio a Novoli. Storia e tradizione

di Gilberto Spagnolo

 

 

La tradizione

non è il culto della cenere,

ma la conservazione del fuoco.

Gustavo Mahler

(compositore e direttore d’orchestra

boemo-austriaco)

 

 

Una festa semplicemente grandiosa e straordinaria si è svolta recentemente a Novoli, piccolo comune salentino, in onore del patrono S. Antonio Abate. Festa che affonda le sue radici nel profondo legame che da secoli lega il Santo anacoreta ed egiziano ai Novolesi ed al senso d’identità e di appartenenza dell’intera comunità. “La focara. Radici di fuoco” è il titolo infatti che ha caratterizzato lo scopo e l’essenza dei festeggiamenti che si sono svolti dal 7 (giorno d’inizio della novena) fino al 25 gennaio “giornata del ringraziamento”, toccante cerimonia in cui il simulacro del Santo viene ricollocato nella sua antica edicola nel santuario a lui intitolato. La “focara”, eretta su un terrapieno in Piazza Tito Schipa (20 m. di diametro x 20 m. di altezza) “monumento d’ingegneria agraria” (come viene definito), costruito con decine di migliaia di fascine di tralci di vite secchi (“le sarmente”), ricavati dalla rimonda dei vigneti nelle campagne della zona (“parco del negroamaro”) e riposti uno sull’altro con cura ed attenzione nel rispetto delle antiche tecniche edificatorie che si tramandano da generazione in generazione, si è inesorabilmente consumata con una spettacolare accensione avvenuta nello scorso 16 gennaio e ammirata da migliaia e migliaia di Salentini e forestieri.

Novoli, chiesa di Sant’Antonio Abate, “cerimonia del ringraziamento”. Il simulacro del Santo viene ricollocato nella sua edicola.

 

Ma il fuoco “non si è spento” e continua ancora a caratterizzare la vita del comune novolese con la devozione ad un altro importante santo, ovvero a S. Biagio, il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore) invocato per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione delle malattie della gola.

La ragione della devozione dei Novolesi anche per questo santo (Santu Lasi, termine dialettale con cui viene ricordato) è da ricondurre, a nostro avviso, all’influenza bizantina nel mezzogiorno italiano. Tipicamente bizantina infatti è la devozione a S. Antonio Abate e bizantine sono anche quelle per San Nicola, Santo Stefano, Sant’Andrea e appunto San Biagio, santi ai quali i Novolesi hanno dedicato nel corso dei secoli delle chiese.

Testimonianza significativa e preziosa di questa antica influenza e venerazione è infatti anche la Madonna di Costantinopoli di cui si conserva a tutt’oggi un pregevole affresco collocato cronologicamente nei primi decenni del secolo XIV nella chiesa dell’Immacolata, affresco in cui si nota una componente bizantina sia nell’impostazione che nella figurazione.

S. Biagio in una litografia ottocentesca (coll. privata).

 

Dai verbali delle visite pastorali sappiamo che il corpo originario della chiesa di S. Biagio che sorge in Via Pendino, fu costruito intorno al 1645 circa a devozione di don Pietro Spagnolo, cantore della chiesa parrocchiale e con le offerte dei fedeli.

In realtà all’epoca si trattava di una minuscola cappella che due secoli dopo si presentava in precarie condizioni soprattutto per l’umidità, tanto che non era più possibile effettuare i sacri riti religiosi (“rovinata dall’umidità […] sospesa ed abbandonata”).

La sua prima descrizione è comunque del 1648 (anno in cui viene effettuata la visita pastorale dal vescovo Pappacoda), ma le effettive informazioni sulla sua costruzione sono riportate in realtà (e in questo caso è singolare) nei verbali delle visite pastorali del 1640 e del 1642 nella sua parte relativa alla descrizione della chiesa di Sant’Antonio Abate.

L’edificio, infatti, in quegli anni era un piccolo tempietto (“olim sacellum”) in fase di ricostruzione con le offerte dei fedeli (nel 1642 non era ancora terminato) e possedeva oltre all’altare maggiore un altro altare che era in pessime condizioni dedicato proprio a S. Biagio. L’altare inoltre aveva un’immagine del Santo che doveva essere trasferita nella nuova cappella a conclusione dei relativi lavori.

Successivamente, nel 1886, i sacerdoti D. Luigi Francioso e Salvatore Parlangeli decisero di far radere al suolo quella esistente per ricostruirne un’altra con mezzi propri e con qualche offerta dei fedeli. I lavori si protrassero sino agli inizi del secolo scorso e la Civica Amministrazione non mancò di erogare suoi contributi nel 1904.

Novoli, chiesa di S. Biagio, interni (foto P. Caricato).

 

La chiesa (così la descrive Mario De Marco) realizzata come oggi la troviamo (è descritta nel 1921 dal vescovo di Lecce Mons. Gennaro Trama) presenta una semplice facciata che riecheggia alcuni motivi neoclassici e che è scandita da quattro paraste con semplice capitello. Al sobrio portale si accede salendo tre gradini e sopra di esso un finestrone circolare e più in alto si scorge il modesto fastigio. Degno di nota è il coronamento a dentelli che separa l’ordine inferiore da quello superiore.

All’interno è presente un solo altare e pochi arredi sacri. Vi è comunque una statua a grandezza naturale di S. Biagio in cartapesta restaurata dal cartapestaio Achille De Lucrezi di Lecce (qualche anno dopo la visita di Gennaro Trama) e soprattutto la grande pala d’altare di notevole valore artistico del pittore gallipolino Giulio Pagliano (1882-1932).

Novoli, chiesa di S. Biagio. La statua in cartapesta del Santo restaurata dal cartapestaio Achille De Lucrezi.

 

La pala raffigura “S. Biagio e S. Vito che, inginocchiati rivolgono oranti lo sguardo verso l’alto dove la Vergine è tra due Angeli che le porgono fiori. Sullo sfondo del dipinto appare un centro abitato che è certamente Novoli” e accanto alla firma di Paiano la data 1908.

Novoli, chiesa di S. Biagio, la grande pala d’altare del pittore gallipolino Giulio Pagliano (1882-1932) (foto P. Caricato).

 

Particolare dello sfondo della pala d’altare in cui appare il centro abitato di Novoli (foto P. Caricato).

 

Particolare della pala d’altare in cui compare la firma del pittore gallipolino Pagliano e la data 1908 (foto P. Caricato).

 

 

Al culto di S. Biagio a Novoli, come in altri centri salentini, è legata anche la tradizione delle “focareddre”, ovvero piccoli falò rionali e suggestivi. Antonio Politi le ricorda e così le descrive nelle belle pagine del suo libro “C’era una volta a Novoli. Religiosità popolare”; “[…] Controvento, poi, si procede all’accensione. La grande fiammata si fa strada tra il fumo acre e le fasciddre trasformando quel mucchio di legna in un ideale grandissimo cero a degna conclusione della ‘nturciata. Tutti ammirano estasiati quello spettacolo, sempre uguale e sempre diverso; i ragazzi ripassano con la mente ogni mossa fatta dai grandi nelle varie fasi di costruzione. Per qualche giorno il fuoco alimenterà scarfalietti, limmure e cardarelle, finché tutto sarà ridotto a un mucchio di cenere. Il rito – Fòcara, iniziato in estate, avrà il suo epilogo annuale il tre febbraio, quando in tutti i quartieri li strei, specie quelli che hanno pijatu pinneddre, che già si sentono adolescenti, ingaggeranno un’ideale gara nell’innalzare focarèddre che saranno accese, spesso con l’ausilio di una batteria, al passaggio della statua di Santu Lasi”.

Ricordo anch’io ancora nitidamente e come se fosse ieri questa gara, anche se son passati più di sessant’anni; la ricerca spasmodica e festosa delle fascine nelle campagne (con qualche rischio e qualche rimprovero) per la costruzione della focareddra in Via XXIV maggio e non molto lontano dalla scuola elementare di Via dei Caduti.

Tradizione di antica memoria dunque, quasi come propaggine e corollario della grande focara eretta in onore di S. Antonio Abate, alla quale però con l’andare del tempo non si è più data continuità e oggi quasi ormai scomparsa del tutto, lasciando sopravvivere solo iniziative rionali sporadiche o di privati cittadini. Diversi anni fa la focara di S. Biagio fu costruita davanti alla chiesa dell’Immacolata, luogo suggestivo e simbolico, essendo l’Immacolata la chiesa più antica di Novoli.

Altra iniziativa è stata quella fatta dall’Associazione “Le donne della focara” nel 2020, organizzata in collaborazione con il comitato festa Sant’Antonio Abate e la Pro Loco di Novoli. La focara di San Biagio in quell’anno fu costruita e accesa l’8 febbraio in Piazza Tito Schipa e in cima ad essa fu posto il quadro di San Biagio. Altra focara dedicata a Santu Lasi fu costruita infine nel rione alle spalle della stessa Piazza Tito Schipa, in un terreno che costeggia Via Montale e Via Carducci con il coinvolgimento ovviamente di tutta la popolazione novolese.

Costruzione della focara di S. Biagio davanti alla chiesa dell’Immacolata di Novoli (foto P. Caricato).

 

La focara di S. Biagio ultimata prima dell’accensione (foto P. Caricato).

 

La focara di S. Biagio all’imbrunire (foto P. Caricato).

 

La focara di S. Biagio realizzata nel rione alle spalle di Piazza T. Schipa tra Via Montale e Via Carducci (foto P. Caricato).

 

Riferimenti bibliografici essenziali

P. De Leo, S. Antonio eremita protettore di Novoli. Note e documenti, Editrice Salentina, Galatina 1971.

M. De Marco, Storia di Novoli. Testi e documenti, Centro Studi Mario De Marco, 2024.

S. Epifani, La terra sull’altare. Chiese e cappelle novolesi in età moderna attraverso le visite pastorali. Note-regesti-documenti, Tomo I, youcanprint 2018.

O. Mazzotta, Novoli (1806-1931), Bibliotheca Minima, Novoli MCXXC. L’autore, a proposito della chiesa di S. Biagio, riporta il seguente episodio, richiamato nelle visite pastorali: “Nella chiesa si installò una nuova congregazione promossa da d. Luigi Francioso, d. Salvatore Parlangeli e d. Pasquale De Matteis. Forse per un certo antagonismo avevano deciso di intitolarla al ss. Cuore di Maria, come quella eretta nella Matrice. Il Vicario capitolare così rispondeva alla richiesta dei suddetti sacerdoti: «(…) bene che sorgano confraternite e si ecciti in questi nostri tempi infelici il culto della Vergine, ma due confraternite con lo stesso titolo no». La confraternita, costituita il 3 luglio 1868, prese il nome di Madonna dei Fiori. Risolto il problema del titolo, spuntò quello della statua. La Congregazione della Madonna dei Fiori voleva avere una propria statua e voleva farla tale e quale a quella esistente. La cosa non piacque al sindaco P. Longo che invitò il Vicario capitolare ad intervenire «per non far succedere la seconda edizione delle due madonne di Carmiano». Il vicario dispose che la statua fosse una sola e venisse usata dalle due congreghe” (p. 119). E in effetti a Carmiano, com’è noto, per la presenza di due statue dell’Immacolata, la popolazione tutta si divise in due fazioni che per cinque anni si contrapposero dando luogo a episodi di fanatismo e intolleranza, sfiorando finanche la lotta sanguinosa.

G. Paticchia, Carmiano ha un volto, Lecce 1985 (per le due statue dell’Immacolata, pp. 185-193).

A. Politi, C’era una volta a Novoli. Religiosità popolare, Società di Storia Patria per la Puglia sezione di Novoli “O. Parlangeli”, Vol. I, il Parametro Editore 2000, contributo dal titolo “Focare e focareddre”. San Biagio è chiamato “Santu Lasi” nel Salento “a causa della naturale evoluzione fonetica del dialetto locale e dell’influenza delle parole greco-bizantine presenti in passato nel territorio. Il nome, trasformato da “Blasius” in latino, si è italianizzato in Biagio, ma nel vernacolo salentino ha subito rotacismi e accorciamenti trasformandosi in Lasi o Lasiu” (https:www.Aloverview.it).

G. Spagnolo, Il fuoco sacro. Tradizione e culto di S. Antonio Abate a Novoli e nel Salento, III edizione, Fondazione Focara di Novoli, Agm-Artigrafiche Marino 2017.

Dialetti salentini: “carmare”, ovvero la storia di un equivoco etimologico

di Armando Polito

 

San Paolo morso dalla vipera. Fa parte di una serie di tavole pubblicate da Philippe Galle in Acta apostolorum, Anversa, 1582. Come si legge in basso a sinistra, questa  fu incisa da Hendrix Goltzius su disegno di  Johannes Stradanus (latinizzazione di Jan Van der Straet, italianizzato poi in Giovanni Stradano). Della didascalia dirò alla fine.

 

San Paolo, incisione di Giulio Bonasone (attivo a Bologna e a Roma dal 1531 al 1574) su disegno di Perin del Vaga  (soprannome di Piero di Giovanni Bonaccorsi (1501-1547).

 

Si definiscono omofoni quei vocaboli che hanno medesima forma ma etimo e significato differenti. Talora, però, complici la forma e l’arbitrario adattamento del significato della voce più usata, s’ingenera un equivoco etimologico duro a morire.

Emblematico è il caso di carmatu che nel nostro dialetto è  il participio passato di carmare, esatto corrispondente dell’italiano calmarre, che è da calma, a sua volta dal greco καῦμα, leggi càum= calore del sole).

Ma carmatu è in uso al plurale pure nel nesso li carmati ti santu Paulu, a designare coloro che nella tradizione popolare erano in grado di guarire dal morso della vipera, avendo ereditato tale potere da san Paolo, che, secondo un episodio biblico, a Malta sarebbe stato morso da una vipera  senza conseguenze; nell’immaginario collettivo, sulla scorta di una fuorviata plausibilità semantica, quel carmati è stato interpretato come calmati, tranquillizzati, al limite guariti, con un’inspiegabile passaggio da un protagonismo passivo ad uno attivo.

A quanto ne so, l’equivoco dovette durare a lungo pure tra gli studiosi, se il primo a porre il problema fu Vincenzo Dorsa in La tradizione greco-latina nei dialetti della Calabria citeriore, Migliaccio, Cosenza, 1876, p. 40.

 

In appena due righe in più rispetto alle proverbiali quattro l’autore ha spianato la via ad altri che non si degneranno di citarlo. Prima di presentarli, faccio presente che ciurmare è dal francese charmer (=affascinare, incantare ), a sua volta da charme (=fascino), che è dal latino carmen (=poesia, incantesimo).

Luigi Maria Personè, Etimologie neritine in Giambattista Basile, anno VI, n. 11 del 15 novembre 1888, p. 86

Luigi Accattatis, Vocabolario del dialetto calabrese (casalino-apriglianese), Patitucci, Castrovillari, 1895

La Calabria: rivista di letteratura polare, n. 3, febbraio 1900,  Tipografia Passafaro, Monteleone, p. 23

Gerhard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Verlag der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, München, 1959 (edizioe italiana Congedo, Galatina, 1976)

 

Chi si interessa del dialetto salentino sa bene che il vocabolario del Rohlfs resta a tutt’oggi un imprescindibile testo di riferimento. Sorprende, però, il trattamento del lemma che di seguito riproduco  con gli altri coinvolti, operazione indispensabile per motivare la mia perplessità.

Lo studioso tedesco di regola,  giustamente, non propone etimo quando la voce dialettale e quella italiana coincidono (a parte le normali differenze fonetiche), come è nei lemmi che ho evidenziato con la sottolineatura, tutti connessi con calmare. Il secondo carmare, invece, non reca etimo; eppure tra questo e l’italiano incantare sembra correre un abisso.

I due lemmi, in quanto distinti, fanno capire che per il Rohlfs sono due omofoni e per questo aventi etimo diverso. Da notare ancora che in tutti i lemmi riportati non compare, come regolarmente avviene per la stragrande maggioranza  degli altri, l’abbreviazione del nome  della località in cui la forma è in uso e registrata sul campo ma una sigla composta da una lettera maiuscola  seguita da un numero, cosa che avviene quando la voce è stata ricavata da un testo a stampa.

Per il carmare che ci interessa leggiamo L9, corrispondente, come si rileva dal repertorio degli autori utilizzati, alle Etimologie neritine di Luigi Maria Personè pubblicate nella rivista napoletana Giambattista Basile dal 15 novembre 1888 al 15 marzo 1889. Tra i lemmi proprio del primo contributo (anno VI, n.,11, p. 86) si legge quanto prima, per rispettare l’ordine cronologico, ho già riprodotto.

Dopo aver detto, e non lo faccio certo per stupido campanilismo, che la scheda del neritino, tra tutte quelle citate in questo excursus finalizzato ad esaminare un etimo a partire dalla primigenia paternità della sua individuazione, brilla per accuratezza analitica, ritorno al Rohlfs per chiarire che la  mia perplessità nasce dal fatto che il grande filologo cita il neritino riportandone solo il sinonimo italiano (incantare) e non l’etimo (carmen), che invece è riportato per il lemma  brindisino  carmisciare, che di carmare è forma intensiva con l’aggiunta del suffisso –isciare, che è dal latino –idiare, a sua volta dal greco –ίζω (leggi –izo).   

Giulietta Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, Laterza, Bari, 1994. Un intero capitololo (leggibile in in https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/30/origine-e-discendenza-dei-carmati-ti-santu-paulu/ ) è dedicato ai carmati ti santu Paulu. Il dominante interesse antropologico non trascura il riferimento etimologico, ma nulla aggiunge alle conoscez pregresse..

Pur con la pedanteria dell’ultimo arrivato intendo farlo io, mettendomi nei panni del lettore comune, quello di una volta, che non nascondeva la sua diffidenza quando i conti non tornavano in quel che aveva letto. Tutti gli autori qui scomodati fanno derivare da carmen  carmu e da questo carmare.  Il primo passaggio è corretto, il secondo va invertito per le ragioni che seguono. Carmen fa parte di una cospicua serie di sostantivi tutti neutri e  terminanti in –men, che derivano, con vari adattamenti fonetici, da  un verbo. Ne seguono alcuni esempi.

agmen (=schiera) da àgere (=condurre)

certamen (=gara) da certare (=gareggiare)

flumen (=fiume) da flùere (=scorrere)

fragmen (=frammento) da fràngere (=fare a a pezzi)

legumen (=legume) da lègere (=raccogliere)

lumen (=luce) da lucère (=brillare) attraverso un precedente *lucmen

semen (=seme) da sèrere (=seminare) attraverso un precedente *sermen

regimen (=governo) da règere (=regggere)

sagmen (=zolla di erba consacrata) da sacrare (=consacrare)

tegmen (=copertura) da tègere (=coprire)

volumen (=rotolo) da vòlvere (=avvolgere)

Il nostro carmen deriva da cànere (=cantare, celebrare, predire) per dissimilazione di *canmen e perciò carmu (regolarizzazione dell’italiano carme per adattamento meridionale alla desinenza dei nomi maschili, come il napoletano sciummo rispetto a fiume, che è da flumen) deriva da carmare e non viceversa.

Per dimostrare poi l’assoluta appartenenza di  carme e cantare alla stessa famiglia, debbo scomodare un’atra tecnica di formazione delle parole, in uso già nel latino arcaico, che vede ancora protagonista il verbo che, però non si accoppia, come nel caso precedente, con un suffisso ma utilizza una forma del suo paradigma per dare vita  ad un atro verbo con variazioni di significato a volte quasi impercettibili, a volte più profonde ma non tanto da rendere irriconoscibile il significato di partenza. Anche qui alcuni esempi con l’intero paradigma per rendere più agevole la comprensione del fenomeno.

capio capis cepi captum càpere (=prendere): da captum si è formato capto captas captavi captatum captare (=cercare di prendere)

pello pellis pèpuli pulsum pèllere (=premere): da pulsum si è formato pulso pulsas pulsavi pulsatum pulsare  (=pulsare)

Così per cano canis cècini cantum cànere (=cantare, celebrare, predire) da cantum si è formato canto cantas cantavi cantatum cantare (=pronunciare formule magiche) e da questo, con la prostesi della preposizione in, incanto incantas incantavi incatatum incantare (=incantare).

Non posso poi omettere di dire che parecchi dei nomi in –men (nati, come abbiamo visto, di verbi) hanno dato vita, a loro volta, a verbi in uso alcuni già  nel latino classico, altri in quello tardo e medioevale. Per i primi ricito semen//sèminis, dal cui tema (semin-) è nato sèmino sèminas seminavi seminatum seminare; tra i secondi c’è proprio carmen,/càrminis, dal cui tema (carmin-) è nato càrmino carminas carminavi carminatum carmiare1 dal quale l’italiano carminare, che nella medicina del passato indicava l’azione del favorire l’espulsione dei gas intestinali e di lenire il dolore da essi provocato (ritorna il fuorviante concetto del calmare …) e l’aggettivo di uso corrente carminativo.1

A conclusione di questa passeggiata filologica credo, sulla scorta dei dati emersi, che carmati e carmisciari salentini siano voce importata (attraverso un percorso secolare, anzi millenario, da Malta a risalire  in Sicilia prima  e poi sul continente?), poiché non mi risulta che in Salento sia in uso carmu, voce calabrese parallela al siciliano  ciarmu, lemma il cui  trattamento mostro insieme con quello di ciarmari, come  si legge in Antonino Traina , Nuovo vocabolario siciliano-italiano, Pedone-Lauriel, Palermo, 1868.

 


Viene confermata, sia pure attraverso i francesi charmer e charmer, l’etimo da carmen. Ma, a riprova della diffusione dell’equivoco  al quale questo post è dedicato, ecco cosa si  legge a pochi anni di distanza in Sebastiano Macaluso Storaci, Nuovo vocabolario siciliano-italiano e italiano-siciliano , Norcia, Siracusa, 1876 su i ciarauli, gli omologhi  siciliani dei carmati calabresi e salentini.

Al di là dell’etimo reale, che resta incerto (l’opinione più corrente  è che derivi dalla famiglia Cirauli di Palazzolo, per antonomasia da nome proprio  a comune, com’è stato per Cicerone e, con esiti meno … elevati, per Vespasiano) il cerretani usato nella definizione fa quanto meno sospettare che l’autore  abbia  potuto pensare  ad un’associazione etimologica con ciarla.

Questo processo, per così dire, di imbastardimento col passaggio dell’esercizio di poteri, reali o presunti che fossero fin dall’inizio …, da un numero presumibilmente ristretto di iniziati ad uno più ampio di soggetti che, come gli attuali professionisti del cosiddetto occulto, campavano a spese della credulità popolare o della disperazione del singolo, è delineato da Corrado Avolio in Canti di Noto, Zammit,  Noto, 1875, pp. 314-316.

 

ll ritratto dei ciarauli  fatto dall’Avolio, a tratti sarcastico, può sembrare frutto dello scetticismo  di un intellettuale della fine dell’Ottocento, ma mi pare che un sentimento analogo emani da una delle tavole raccolte in Di Bologna le arti per via d’Annnibale Caracci disegnate, intagliate, et offerte al grande, et alto Nettuno Gigante Signore della Piazza di Bologna da Giuseppe M. Mittelli, Giovanni Giacomo Rossi, Roma, 1660,  con la  quale mi piace chiudere,  sottolineando la carica icastica di quell’Anatomico facondo con cui nella didascalia in quattro endecasillabi (Costui, che d’angue, e vipere pungenti/vuol far dell’Anatomico facondo,/sol mostra  su l’autentiche paenti/i priilegio d’ingannare il Mondo) viene definito il ciarlatano che con arie da medico va in giro a vendere improbabili antidoti.

A quasi ottanta  anni di distanza un abisso separa questa immagine quasi caricaturale da quelle iniziali, sulla prima delle quali, come avevo promesso, ritorno per analizzarne la didascalia. Anche questa è in versi, ma latini, decisamente più confacenti alla gravità del tema ma anche ad un pubblico culturalmente, e non solo, elitario. I quattro esametri, che  possono essere considerati come una pericope (passo estratto per l’esegesi) grafica, recitano: Pelleret ut Paulus crescentia frigora membris/contulerat sarmenta focis, cui vipera dextram/dente petit frustra, cuius de fomite crescens/est accensa fides, fidei quoque sensibus ardor (Paolo, per difendersi dal freddo crescente per le membra, aveva portato dei sarmenti per accendere il fuoco; una vipera gli morse la destra invano: da quell’esca fu accesa una fede crescente e  l’ardore per il sentimento della fede).

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1 Per dare un’Idea dell’ampio campo semantico occupato nel tempo da carminare, riproduco, traducendolo, il lemme come è trattato nel glossario del Du Cange.

 

(CARMINARE, incantare, irretire con canti magici, in francese charmer.  Glossario arabo-latino camino, canto. Papias: Diciamo carminare o da questo si dice poiché si credeva che coloro che cantavano quelle cose fossero dementi. Colui che intonò un canto malefico nelle leggi delle dodici tavole in Plinio, libro 18 capitolo 2. Intonare canti disse anche Lampridio in Giuliano. Marcello Empirico capitolo 8: Colui che sarà stato incantato perfino ad occhi chiusi. E nel capitolo 15: Farai l’incantesimo alle ghiandole al mattino. Incmarro di Reims in Il divorzo di Lotario e Tetberga: Certi indossavano anche vesti magiche o ne erano coperti. Raimondo d’Aguillers in Storia di Gerusalemme: Mentre due donne volevano fare l’incantesimo ad una pietraia delle nostre, una pietra staccatasi violentemente travolse le donne ammaliatrici con tre fanciulli. Di quest’arte soprattutto  si servirono e ancora si servono nel curare le ferite, quanto infelicemente lo insegna quel segue. Lettera di perdono nell’anno 1387 in Registro 131 Archivio regio  142: Il supplicante colpì il detto Nepueu con un solo colpo … e il detto colpo incantato da parole soltanto, senza altra medicina o guarigione il detto  Nepueu passò dalla vita alla morte. Altre nell’anno 1411 dal Registro 176 carta 233: Tutti guerreggiarono eccetto quell’Etienne, che fece trattare con  incantesimi la ferita che aveva sulla testa senza cercarvi altro rimedio. Infine altre nell’anno 1457 nel Registro 189carta 157: Il quale inglese si fece, come si disse, incantare da un arciere franco etc.  Charmegneresse, maga, in lettera di perdono nell’anno 1402 dal Registro 157 carta 254: Il detto Enrico chiamò la detta donna puttana, ladra e maga),

Nobiltà, devozione e organi a canne: gli Acquaviva d’Aragona tra Atri, Conversano e Nardò

di Marcello Gaballo

 

Claudio Ermogene Del Medico, Testimoni di arte organaria nelle città degli Acquaviva d’Aragona,  Quaderni di Arte Organaria in Terra di Bari, n. 7, Alberobello, A.G.A. Arti Grafiche Alberobello, 2026

 

 

Testimoni di arte organaria nelle città degli Acquaviva d’Aragona si inserisce con naturale continuità in un percorso di ricerca ormai consolidato, riportando alla luce un patrimonio sonoro spesso trascurato e mostrando come la famiglia Acquaviva abbia influenzato le scelte culturali e artistiche nei centri del suo dominio.

Con questo settimo quaderno, Claudio Ermogene Del Medico rafforza una collana che si distingue per chiarezza, rigore e per la capacità di restituire dignità storica a un settore della ricerca spesso marginale.

Il volume si colloca nel solco degli studi recenti che hanno rivalutato le cosiddette “arti minori” – e in particolare l’organaria – come strumenti preziosi per comprendere i legami tra potere, devozione e vita materiale nell’Italia di antico regime. Ma l’opera va oltre la semplice descrizione tecnica degli organi: offre una lettura attenta e articolata della committenza nobiliare, delle pratiche liturgiche e delle dinamiche locali, mostrando come la lunga presenza degli Acquaviva d’Aragona abbia lasciato un’impronta concreta e duratura nella storia culturale dei loro centri.

Il merito principale del lavoro risiede nella scelta di assumere la famiglia Acquaviva non come mero sfondo genealogico, ma come vero e proprio soggetto storico, capace di orientare, direttamente o indirettamente, la diffusione e la qualità della produzione organaria tra Abruzzo e Terra d’Otranto.

Attraverso un’analisi delle fonti archivistiche, delle testimonianze materiali superstiti e della tradizione storiografica, Del Medico restituisce alla committenza nobiliare il suo ruolo di cerniera tra esigenze liturgiche, rappresentazione del prestigio dinastico e costruzione di un linguaggio sonoro coerente con l’ideologia del potere.

In questo quadro, l’organo a canne emerge non soltanto come strumento musicale, ma come oggetto simbolico, fortemente carico di significati. La sua collocazione negli spazi ecclesiali, la qualità dei materiali impiegati, la scelta degli organari e persino le soluzioni decorative delle casse diventano indicatori di una precisa volontà di autorappresentazione.

Particolarmente riuscita è la sezione dedicata ai poli di Atri e Conversano, letti non come realtà isolate, ma come nodi di una rete culturale e politica più ampia.

Di particolare interesse è l’inserimento di Nardò nel discorso complessivo, un centro per il quale le fonti documentarie specifiche risultano relativamente scarne e frammentarie, ma non per questo meno significative, soprattutto considerando il ruolo strategico della città all’interno dei domini acquaviviani.

Il percorso si apre con Belisario I Acquaviva d’Aragona, figlio di Giulio Antonio I, al quale nel 1497 fu assegnata la contea di Nardò, poi elevata a ducato. Umanista raffinato e letterato coltissimo, Belisario mostrò un’attenzione costante verso la “sua” città, promuovendo un clima culturale vivace, testimoniato anche dall’istituzione dell’Accademia del Lauro. In tale contesto, la diffusione dell’arte organaria nelle chiese neritine può essere letta come parte di un più ampio progetto di qualificazione liturgica e simbolica degli spazi sacri, che trova riscontri evidenti a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento, con la presenza in città di organari di primo piano come Giovanni Martino d’Orta, Francesco Tondo e Orfeo Torres da Copertino, fino alla realizzazione dell’organo secentesco della cattedrale neritina, opera di Giacomo Antonio Montedoro da Poggiardo e del figlio Lorenzo, del quale mi sono interessato lo scorso anno.

Questo orientamento trova una prosecuzione significativa nell’azione del figlio Gian Battista Acquaviva d’Aragona, vescovo di Nardò dal 1536 per oltre trent’anni. La sua guida pastorale, solida e continuativa, si riflette anche nell’attenzione verso la musica liturgica quale strumento di decoro e di edificazione spirituale. Emblematico è l’acquisto, nel 1543, di un organo da parte dei presbiteri della collegiata di Copertino dall’organaro napoletano Nicolò Aspelli, probabilmente favorito proprio dall’intermediazione del vescovo, legato da vincoli di parentela al signore di Noci, dove l’Aspelli soggiornava. L’episodio mostra come la rete familiare e istituzionale degli Acquaviva operasse da canale privilegiato di circolazione di modelli artistici e musicali all’interno della diocesi neritina.

La lunga durata di questa sensibilità dinastica emerge con particolare chiarezza nel profilo di Agnese Acquaviva d’Aragona, discendente dei cadetti dei duchi di Nardò e badessa del monastero di Santa Chiara alla fine del Seicento. Nata nel 1653 e professa nel cenobio neretino, Agnese fu protagonista del profondo rinnovamento della chiesa monastica, culminato nella decisione di sostituire il vecchio organo. Eletta badessa nel 1699, si fece carico personalmente di una parte rilevante della spesa per il nuovo strumento, destinando 71 ducati di tasca propria, a fronte di un contributo assai più modesto della comunità per la sola cassa lignea. L’organo, ultimato nel 1702 e attribuito a Eligio Chircher da Gallipoli, venne collocato sulla fastosa cantoria in cornu Epistulae.

Una menzione a parte merita Gian Girolamo II Acquaviva d’Aragona, figlio di Giulio I, conte di Conversano, e di Caterina Acquaviva d’Aragona, duchessa di Nardò, la cui memoria è profondamente segnata nella città neritina. Da Nardò traeva gran parte delle sue entrate, ma vi riservò ben poche attenzioni, aggravandone le condizioni con soprusi e angherie che lasciarono un segno duraturo nella memoria storica locale, culminando negli eventi del 20 agosto 1647: sei ecclesiastici furono trucidati e numerosi cittadini neritini deportati e incarcerati a Conversano, dove molti persero la vita. Questi episodi, documentati e tramandati dalla tradizione, consolidano l’immagine del conte a Nardò come simbolo di tirannia e violenza, responsabile di una repressione sistematica che colpì clero, popolazione e istituzioni civili.

Diversa appare invece la sua relazione con Conversano, centro verso il quale Gian Girolamo II concentrò i propri interessi politici, artistici e rappresentativi. Qui promosse abbellimenti del castello e della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, arricchendoli con opere pittoriche di pregio, e favorì la musica come elemento distintivo della corte, contribuendo a definire un’immagine di signoria colta e aggiornata.

Dal punto di vista metodologico, il volume si distingue per l’equilibrio tra rigore documentario e chiarezza espositiva. L’autore evita consapevolmente una lettura meramente tecnica dell’organo, collocando costantemente strumenti, committenze e maestranze all’interno del loro contesto storico, sociale e religioso.

 

Titoli della collana

  • I perduti organi a canne della città di Putignano. Documenti inediti (2024)
  • Una dinastia di organari pugliesi del XVII secolo: gli Spinelli di Noicattaro (2024)
  • Antiche memorie di arte organaria a Monopoli (2025)
  • Storie di organi a canne nella città di Conversano (2025)
  • L’organaro Orfeo Torres da Copertino fra Terra d’Otranto e Terra di Bari (2025)
  • Organari napoletani in Puglia tra XV e XVI secolo (2025)
  • Testimoni di arte organaria nelle città degli Acquaviva d’Aragona (2026)

Una nuova targa per Armando Perotti a Castro

di Gianluigi Lazzari
Il “Comitato Armando Perotti Castromarina”, ha fatto dono alla Città di Castro, in data 7 agosto 2025, della nuova targa marmorea per Piazza Armando Perotti.
A conclusione delle iniziative promosse in concordanza tra il Comitato ed i Comuni di Castro e Cassano delle Murge, in occasione dell’anno centenario dalla morte (1924-2024) del grande Poeta ed erudito pugliese, la stessa targa è stata poi scoperta ed inaugurata nel pomeriggio del 7 settembre 2025.
Questa data è stata volutamente scelta per fare memoria che il 7 settembre del 1924, come riportano le fonti letterarie, venne scoperta l’epigrafe che sta sulla casa abitata dal Poeta a Castro dal 1900 al 1910 nel vico Tempio della Minerva, e venne poi intestata la piazza.
Inoltre va ricordato che la scelta del 7 settembre, in quella come anche in questa occasione non è casuale, e ce ne da testimonianza Pasquale de Lorentiis nella sua orazione:
“Ne ‘LA MORTE’ -ultimo dei canti del Poeta su Castro- è celebrato un episodio eroico di questa ‘scolta del mare’, la giornata della sua più grande sventura e della sua più grande gloria, di cui ricorse ieri il trecentoquarantanovesimo anniversario”.
E si fa riferimento al 7 settembre 1575, quando Castro subì l’ultima e più terribile incursione turca, la città incendiata ed in seguito abbandonata, la popolazione sterminata quasi del tutto.
Nel pomeriggio del 7 settembre 2025 il sindaco ed il presidente del consiglio comunale dei ragazzi di Castro hanno provveduto allo scoprimento della nuova targa marmorea.
La presenza della dott. Bianca Stefania Simonetti (presidente del consiglio del comune di Cassano delle Murge); dell’avv. Pietro Consiglio (della famiglia Perotti/Consiglio); del prefetto dott. Nicola Prete; di tutte le nostre autorità cittadine e di tanti bambini e popolazione di Castro, hanno certamente dato maggiore lustro all’intera manifestazione che è poi proseguita nel castello aragonese.
La targa, realizzata artisticamente in marmo dal maestro Mauro Capraro, di Castro, che ha anche curato il fissaggio con pregiate borchie in bronzo, recita così:
PIAZZA 
ARMANDO PEROTTI
POETA DI PUGLIA
(1865 – 1924)

 

Sulla figura del poeta leggi qui:

Ricordiamo il poeta Armando Perotti – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

Armando Perotti (1865-1924): fermare parvenze fugaci in non mortali rime – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

Zinzulusa: una grotta e un toponimo tra fantasia e realtà (2/2) – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

 

A Novoli S. Antonio Abate giunse da Tricarico

S. Antonio Abate in una maiolica settecentesca (coll. G. Spagnolo).

 

di Gilberto Spagnolo

Nel corso dell’anno, molte sono le “feste del fuoco” che si svolgono nei vari comuni salentini. La più famosa è certamente quella di Novoli, nei giorni 16 – 17 – 18 gennaio, per la ricorrenza di S. Antonio Abate patrono della cittadina1.

Grazie agli importantissimi documenti, rintracciati dallo studioso Pietro De Leo nell’Archivio della Curia Vescovile di Lecce ed editi per la prima volta nel 19712, si sa che verso la fine del gennaio del 1664, l’Università e il clero della Terra di Novoli chiesero al vescovo di allora, mons. Luigi Pappacoda, l’assenso affinché S. Antonio Abate diventasse loro protettore.

I Novolesi, lo avevano scelto “per particolare Padrone, Protettore et Advocato” perché (si legge testualmente nel documento) “[…] l’intercessione del quale Santo tutta la detta Terra ne riceve gratie infinite, particolarmente in occasioni di molte case incendiate, con la sola invocatione del detto Santo detta Terra n’ha esperimentato effetti meravigliosi con esserne subito cessati l’incendij, che potrebbero evidentemente far danno di molta considerazione così anco in molte altre occasioni d’infermità gravissime e d’armature di fuoco, che nel giorno della festa di detto Santo da molte persone devote di detta Terra si sono sparate, e crepate in mano di quelli senza riceverne nocumento alcuno essendosi visto il pericolo evidente di restarne offesi; et essendo tanta la devozione del popolo di detta Terra e di concorso ogni giorno di tutti li luochi convicini in detta Chiesa, e per le tante obligationi che si devono da detta Terra a detto Santo […]”3.

Il 28 gennaio del 1664, il vescovo concesse l’assenso canonico alla supplica dell’Università e del clero e dichiarò S. Antonio Abate suo protettore4, esattamente due anni dopo la conclusione dei lavori (iniziati nel 1640) che avevano trasformato il tempietto votivo preesistente (l’olim sacellum) nella ecclesia Sancti Antonii grazie alle elemosine dei fedeli5.

Ma, come ha potuto accertare Oronzo Mazzotta, la Sacra Congregazione dei Riti diede comunque il suo assenso (che non era stato concesso, non si sa per quali ragioni) solo oltre settant’anni dopo, esattamente il 3 agosto 1737, in seguito ad una nuova richiesta da parte del popolo e del Clero novolese.

La Curia di Lecce rese esecutivo il decreto della Congregazione il 23 agosto dello stesso anno. In seguito alla proclamazione ufficiale, il 17 gennaio a Novoli diventò giorno festivo a tutti gli effetti e pertanto valido per le pubblicazioni matrimoniali6.

Da allora la “festa del fuoco” in onore del taumaturgo è cresciuta sempre di più, diventando famosa non solo nel Salento e nella nostra regione ma anche a livello nazionale7.

S. Antonio Abate in una litografia ottocentesca (coll. F. Cosma).

 

Se l’ufficializzazione del culto, come si è visto, appartiene a tempi abbastanza remoti, l’acquisizione invece della “reliquia” del santo che nei giorni di festa viene esposta e venerata, è abbastanza recente. Essa giunse a Novoli da Tricarico, paese in provincia di Matera, precisamente il 27 luglio del 1924, segnando così una bella pagina della storia di Novoli e una solenne manifestazione dell’amore di ogni Novolese per “il guardiano del fuoco”.

Tale avvenimento (indubbiamente oggi poco noto ai Novolesi stessi), fu descritto in occasione del 25° anniversario della traslazione delle reliquie dal sacerdote Oronzo Madaro nel 1949, in un rarissimo numero del bollettino parrocchiale “Santuario di S. Antonio Abate” il cui direttore era l’allora parroco del santuario stesso, sac. Francesco De Tommasi8.

Oronzo Madaro narra che nell’inverno del 1924 don Carlo Pellegrino si era recato a Tricarico, con altri sacerdoti per una sacra missione. Dopo qualche giorno, il Pellegrino scrisse una lettera annunziando che nella Cattedrale di Tricarico vi erano dunque due urne ricchissime di argento, dono di un cardinale, con reliquie in una di S. Polito martire, patrono di Tricarico, e, nell’altra, di S. Antonio Abate9. La notizia fece fremere di gioia i Novolesi e subito fu formulata una supplica per il Vescovo di Tricarico, in cui lo si pregava, insieme al Capitolo di quella cattedrale, di concedere a Novoli una reliquia di S. Antonio Abate. Alla supplica, avvalorata dalla commendatizia di Mons. G. Trama, seguì una risposta affermativa e così, verso la fine di febbraio, Don Carlo Pellegrino e Don Giovanni Madaro, rettore del santuario, si recarono a Tricarico per ricevere la reliquia in consegna. L’urna preziosa fu immediatamente prelevata dal tesoro della Cattedrale per essere esposta nella cappella privata del Vescovo “che dissuggellò l’urna, ne trasse la reliquia, la collocò in un cofanetto di cristallo con il documento di autenticità firmato e suggellato”10.

Quando la reliquia giunse a Lecce fu posta nell’attuale e ricchissimo reliquiario d’argento di stile gotico; autenticata ancora dal sigillo di Mons. Trama, essa rimase nell’Oratorio del Palazzo Vescovile di Lecce sino al 27 luglio, quarta domenica, ovvero giorno fissato per la solenne traslazione che fu effettuata con un treno speciale.

Oronzo Madaro ricorda che sul piazzale della stazione Mons. Francesco Greco dette un caloroso saluto a nome di tutto il popolo Novolese; quindi si svolse la processione solenne alla quale parteciparono i due Vescovi Mons. Trama e Mons. Delle Nocche, Vescovo di Tricarico, un numeroso gruppo di canonici, di Parroci e di Sacerdoti della diocesi, il Clero novolese, i PP. Passionisti, tutte le Confraternite, il Consiglio Comunale al gran completo con il sindaco, tutte le autorità civili e militari, le associazioni con labari e bandiere. Furono percorse le vie con i canti e gli applausi del popolo novolese e dei forestieri che facevano ala al passaggio”11.

La grande folla dei Novolesi in Piazzale Stazione per l’arrivo delle reliquie con “un treno speciale” nel 1924 (coll. G. Spagnolo).

 

L’arrivo delle reliquie del Santo da Tricarico a Novoli nel 1924 (coll. G. Spagnolo).

 

La grande folla dei Novolesi in Piazza S. Antonio Abate per l’arrivo delle reliquie del Santo nel 1924 (coll. G. Spagnolo).

 

Piazza S. Antonio Abate nel giorno della festa (primi anni 20, coll. L. Mazzotta).

 

La reliquia fu posata su un altare su cui si contemplava il simulacro del Santo Patrono, sovrastato da una grande baldacchino eretto sul sagrato della chiesa. Poiché il santuario era incapace a contenere il popolo, mons. G. Trama celebrò la messa all’aperto e tenne anche la Sacra Ordinazione di alcuni seminaristi Novolesi. La S. Reliquia fu poi esposta sull’altare maggiore e la festa religiosa continuò ancora per tre giorni. Vi furono così numerosi pellegrinaggi, ricevuti col suono delle campane e con il saluto di alcuni sacerdoti novolesi, dai paesi vicini. Questi ebbero inizio nel pomeriggio della stessa domenica con Carmiano, Magliano e Trepuzzi, mentre negli altri giorni, sino a giovedì, si successero quelli di Campi, Squinzano, Salice, Veglie, Arnesano e Monteroni, tutti guidati dai rispettivi parroci.

Piazza S. Antonio Abate il 27 luglio del 1924 con il grande baldacchino (ricordato da Oronzo Madaro) che sovrasta l’altare su cui venne esposta ai fedeli la reliquia del Santo Patrono (coll. G. Spagnolo).

 

La processione con “i sugghi” (grandi candelotti di cera) in Via S. Antonio negli anni ’20 (coll. G. Spagnolo).

 

Dopo queste giornate di preghiera e di festa, la S. Reliquia fu custodita nel cappellone del Santo, nella bella nicchia di marmo che tuttora si ammira. Contemporaneamente nella chiesa fu murata una lapide marmorea con parole dettate dallo stesso Madaro, che ricordavano l’avvenimento e i nomi del Vescovo di Tricarico donatore della reliquia e quello di Mons. Trama che si era prodigato per ottenerla e che era stato presente alla solenne celebrazione12.

Oronzo Madaro, concludeva infine la sua rievocazione-testimonianza, rivolgendo un affettuoso pensiero ad alcuni dei protagonisti che nel momento in cui scriveva non c’erano più, dal Vescovo Mons. Trama all’Arciprete Mons. Greco da Don Carlo Pellegrino al Sindaco del tempo Cav. Tarantini, associando anche la gratitudine per il sacerdote che fu l’artefice principale del grande avvenimento che segnò una memorabile data della storia novolese13.

 

In “Lu Lampiune”, Ed. Grifo, Lecce, dicembre 1988 e in G. Spagnolo, Memorie antiche di Novoli. La storia, le storie, gli ingegni, i luoghi, la tradizione. Pagine sparse di storia civica, pp. 395-400, Novoli 2024.

Il reliquiario d’argento di stile gotico con la reliquia di S. Antonio Abate giunta da Tricarico (immaginetta devozionale, coll. G. Spagnolo).

 

Novoli, Santuario di S. Antonio Abate, cartolina viaggiata da Novoli a Castellamare di Stabia il 14.9.1924 (coll. G. Spagnolo).

 

Note

1 In onore di S. Antonio Abate, il 17 gennaio, centinaia di “focare” ardono nei vari comuni del Salento. Quello per antonomasia è appunto la “focara” di Novoli costruita con circa trentamila fascine di legna, ovvero tralci di vite messi a seccare e legati a mucchietti, disposti poi uno sull’altro, incastrati uno nell’altro, secondo tecniche che si tramandano di padre in figlio, fino a raggiungere un’altezza di 20 metri su una base di un diametro di 15 (misure queste dell’edizione scorsa). Ma il rito del fuoco nel Salento non è riservato solo a S. Antonio Abate. Per S. Lucia infatti si accendono le fòcare nel comune di Sternatia; per la notte di Natale a Tricase e dintorni; poi S. Biagio in vari comuni e in particolare a Calimera dove l’antica festa di S. Biagio era un tempo la festa dei “craunari”, cioè dei carbonai; il 17 febbraio a Cutrofiano nell’anniversario di un terremoto senza gravi danni e in ringraziamento del protettore S. Antonio di Padova; nei comuni intorno a Ugento ardono i fuochi in onore di S. Giuseppe; tra Natale e Capodanno ricorre la festa del fuoco a Zollino, in cui la ricorrenza del 17 febbraio viene anticipata di circa 20 giorni e completamente laicizzata; infine, anche in piena estate il 13 giugno a Calimera i “fuochi” ardono per S. Antonio di Padova (Cfr., C. Pellegrino, Le focare, il valore di un rito, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17-1-1986).

La “Focara” alla fine dell’800 davanti al Santuario (coll. G. Spagnolo).

 

La “Focara” nel 1909” davanti al santuario (coll. L. Mazzotta).

 

La “Focara” negli anni ’20 (coll. G. Spagnolo).

 

2 P.D.L. (Pietro De Leo), S. Antonio Eremita, protettore di Novoli, note e documenti, Galatina 1971.

3 Archivio Curia Vescovile Lecce, Novoli, Instrumenta miscellanea, s. sig., in

P.D.L. (Pietro De Leo), op. cit., documento n. III, p. 21. Il sindaco (Andrea di Marso Ricciato), gli Uditori, gli Ordinati e gli Eletti di reggimento della terra di Novoli, con il consenso del Luogotenente della stessa terra, Domenico Saracino, avevano già deliberato in tal senso il 20 dello stesso mese, mentre il Capitolo giorno 22 (Ivi, documenti n. I e II, pp. 14-20).

5 Archivio Curia Vescovile Lecce, Visite Pastorali, v. 8, ff. 152v-153r. Si tratta della prima visita pastorale di mons. Luigi Pappacoda (1639-1670) in cui si registra la ricognizione canonica della nuova Ecclesia S (anc) ti Antonii in via di costruzione sul tempietto votivo preesistente: “… olim sacellum nunc ampliatum…” (in P.D.L. (Pietro De Leo), op. cit., documento n. V, p. 26); “… et fuitex elemosinis fidefium constructa… (Ivi, documento n. VII, p. 28. S. Visita del 3 giugno 1662 di Mons. L. Pappacoda.

6 Cfr., O. Mazzotta, Novoli nei secoli XVII-XVIII, Novoli 1986, pp. 148-149.

7 La rivista “PM” di Arnoldo Mondadori Editore, la ricorda nel suo “1986. Gli appuntamenti da non mancare” a cura di Monica Mascheroni, pp. 19-20. Se ne parla anche in un recente saggio dello studioso di storia delle religioni e di simbolismo A. Cattabiani, Sotto il velo di un Santo. Sant’Antonio e i suoi misteri, pubblicato nella prestigiosa rivista “Abstracta. Curiosità della cultura e cultura della curiosità”, Roma, gennaio 1988, a. III, n. 22, pp. 51-57.

A Novoli, i giorni di festeggiamento in onore del Santo, sono ricchi di celebrazioni religiose e civili: la benedizione degli animali e degli autoveicoli, la processione con la reliquia e il simulacro del taumaturgo, la bengalata sul piazzale antistante il santuario, più comunemente conosciuta con il termine “la strascina”, la suggestiva accensione della “focara “, le gare dei fuochi pirotecnici. Decine di migliaia di forestieri accorrono da tutto il Salento occupando permanentemente la chiesa di S. Antonio Abate e tutte le vie di accesso al santuario o ritrovandosi appunto intorno all’enorme falò, che consumandosi offre uno spettacolo unico mentre il chiarore delle sue fiamme e delle sue “fasciddre” che si alzano nel cielo è visibile da tutti i paesi circostanti.

8 O. Madaro, Per il 25° anniversario della traslazione delle Reliquie di S. Antonio Abate (1924-1949), in “Santuario di S. Antonio Abate in Novoli. Bollettino Parrocchiale”, a. V, n. 7-8, luglio-agosto 1949, pp. 1-3.

9 A Tricarico la festa di S. Antonio Abate significa anche inizio di Carnevale. La mattina del 17 gennaio infatti, come vuole la tradizione, alle prime luci dell’alba si radunano nella piazza principale del paese tante maschere, fra le quali spiccano sopratutto quelle delle “vacche” e dei “tori”. La vacca è rappresentata da “Mutandoni di lana e corpetto chiari, un fazzolettone colorato in vita, cappello a falde larghi in testa, con veletta chiara per coprire il viso e tanti nastri colorati che scendono dal capello”. Il toro invece è simboleggiato da “un costume completamente nero e da un cappello dal quale si dipartono solo nastrini rossi”. Le due maschere si distinguono poi per il campanaccio che è più lungo per il toro, appena fuoriuscente quella della vacca. Le figure del carnevale di Tricarico, in realtà simboleggiano la transumanza ed è per questo che insieme a loro vi sono anche pastori, massari, guardie campestri asini (veri) e un calesse con il conte e la contessa, unica donna del gruppo.

Dopo il raduno in piazza il corteo si reca alla periferia del paese, sull’Appia verso Potenza, dove si trova la chiesa di S. Antonio Abate. Il corteo fa quindi tre giri intorno al tempio per “purificarsi” e poi si assiste alla messa, durante la quale si benedicono gli animali. Al termine della cerimonia religiosa inizia il giro per le vie del paese annunziando l’inizio del Carnevale (Cfr., I fuochi di S. Antonio: è carnevale, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17-1-1986, p. 10 – Le notizie su Tricarico sono di Vicenzo De Lillo). È interessante notare che un rito simile (i tre giri intorno al tempio con gli animali come a Tricarico) risulta già praticarsi, agli inizi del 1800, dai monaci della “Chiesa Badiale di S. Antonio di Vienna. In un saggio storico sugli ordini cavallereschi si legge infatti: “La Chiesa Badiale di S. Antonio di Vienna volgarmente detta S. Antuono è Commenda Costantiniana. (…). È a tutti notissimo e pur dimostrato dall’Engenio, dal Summonte e da altri autori, che Giovanna I° fondata avesse quella Chiesa e casa, coll’autorità del Pontefice Gregorio XI, circa l’anno 1371, e che fu conceduta a’ monaci del Tau’ di S. Antonio di Vienna, coll’obbligo di dovervi mantenere uno spedale pe’ lebbrosi; ma per giusti motivi ne’ tempi appresso dismessi i monaci, fu il pio luogo ridotto in Abbadia, e dato in Commenda coll’obbligo dello spedale, e l’Abbate Commendatario a’ tempi che vivea lo stesso Engenio, verso l’anno 1623, godeva un’annua rendita di quattromila scudi, e riconosceva per suo capo il Gran Maestro dell’Ordine di Vienna. Manteneva per lo culto divino in questa chiesa otto sacerdoti e quattro chierici, e lo spedale pe’ poveri bruciati di fuoco, detto volgarmente di S. Antuono. Il solo atto religioso, da moltissimi anni introdotto ed oggi si esercita nel giorno festivo del Santo, è quello di menar tre volte in giro attorno dell’Edifizio e nell’atrio della chiesa, cavalli, somari, muli, ed ogni altro animale da fatica, lasciando limosina per la chiesa medesima (Saggio storico degli Ordini Cavallereschi Antichi e Moderni estinti ed esistenti istituiti nel Regno delle Due Sicilie sotto le varie dinastie con annotazioni storiografiche e tavole incise in rame di Raffaele Ruo, in Napoli, nella stamperia della Società Filomatica, 1832, pp. 47-48, arch. priv. M. Rossi – Novoli.

10 O. Madaro, Per 25° cit., p. 2.

11 Ivi.

12 Già all’epoca in cui scriveva, la lapide marmorea (come afferma lo stesso Madaro) non c’era più e il sacerdote auspicava “che sarebbe tempo che rivedesse la luce in questa ricorrenza venticinquennale” (p. 3). Le reliquie del santo, furono trasferite eccetto un braccio, sulla fine del quattordicesimo secolo nella Badia Montmajour les Arles, ove sono rimaste fino al nove gennaio 1491; dopo furono trasportate di nuovo e deposte nella Chiesa parrocchiale di S. Giuliano d’Arles, ove sono ancora rinchiuse in un bel reliquiario d’argento (v. in questo stesso testo Albano Butler, S. Antonio Patriarca e i Cenobiti).

13 Dal 1983, don Franco Frassanito, attuale parroco del santuario di S. Antonio Abate, ha voluto ricordare solennemente quell’avvenimento. Da quell’anno infatti nella quarta domenica di luglio, le reliquie vengono portate in processione ed esposte.

Focara 2026. Mattina del 16 gennaio, “la cerimonia della Bardatura” (foto G. Spagnolo).

 

Accensione “Focara 2026” (foto G. Spagnolo).

 

Accensione “Focara 2026” (foto G. Spagnolo).

La notte del fulmine: Nardò e il miracolo della Vergine (1815)

Interno della cattedrale di Nardò (foto Raffele Puce)

 

di Marcello Gaballo

 

La notte del 22 gennaio 1815 rimase impressa nella memoria della città di Nardò come una di quelle in cui la natura si abbatte con tutta la sua furia e insieme lascia spazio al racconto del prodigio. Erano le quattro del mattino quando dal ponente si scagliarono due fulmini, figli di un temporale cupo e minaccioso, che colpirono in pieno il campanile della Cattedrale.

La saetta, penetrando all’interno della sagrestia, andò a urtare contro lo stipone della tesoreria che custodiva, tra l’altro, la settecentesca statua d’argento della Vergine Immacolata (oggi esposta nel Museo Diocesano).

L’impatto fu tale da ridurre in schegge il rivestimento ligneo, eppure la statua rimase illesa, come se il metallo prezioso fosse stato immune al fuoco che per natura avrebbe dovuto liquefarlo.

La mattina seguente la città era ancora percorsa da un sentimento di sgomento misto a gratitudine. Alcuni devoti, convinti che la Madonna avesse deviato su di sé i fulmini destinati a distruggere Nardò, proposero un triduo di ringraziamento. Nei giorni 23, 24 e 25 gennaio la Cattedrale si riempì di popolo, in un clima di commozione che divenne testimonianza collettiva di fede e di riconoscenza verso la Vergine, considerata protettrice e scudo della città.

Ma la vicenda non si esaurì con la preghiera. Terminata la funzione del 25, prevalse la preoccupazione che il campanile, già gravemente lesionato, potesse crollare da un momento all’altro. Per precauzione si decise di trasferire la statua miracolata in un luogo sicuro. La scelta si rivelò provvidenziale: quella stessa notte, verso l’una, le prime pietre cominciarono a staccarsi, e alle quattro del mattino – esattamente ventiquattr’ore dopo la caduta dei fulmini – l’intera struttura cedette fino a metà della sua altezza, precipitando una massa enorme di materiale proprio nel punto in cui poco prima si trovava la statua.

Il crollo travolse parte del presbiterio e devastò la zona adiacente, ma lasciò intatto l’altare maggiore al centro del quale era collocata la settecentesca statua in legno policromo della Vergine Assunta. Anche questo particolare contribuì a rafforzare la percezione di una protezione soprannaturale, quasi un secondo miracolo a suggellare l’intera vicenda.

Le conseguenze pratiche furono pesanti: il campanile, distrutto per metà, rese necessaria una lunga e impegnativa ricostruzione che gravò sulle finanze della Chiesa e della comunità. Per anni i fedeli videro svettare solo la parte superstite della torre, monca e ferita, simbolo visibile di quella notte di terrore e insieme della grazia ricevuta. I lavori di consolidamento e rifacimento si protrassero a lungo, tra difficoltà economiche e tentativi di restituire dignità e sicurezza all’edificio sacro.

Da allora quell’episodio entrò a far parte della memoria religiosa e civile di Nardò, ricordato come segno della protezione speciale della Vergine nei momenti in cui la natura e la sorte sembravano accanirsi contro la comunità. Una notte di tempesta, dunque, si trasformò in un racconto di salvezza, destinato a superare il tempo e a rafforzare il legame dei neritini con la loro Cattedrale e con le due immagini mariane che, in modi diversi, sembrarono vegliare sulla città.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Street Art ma non solo. Il percorso di Kabo

 

di Gianluca Fedele

Ho incontrato Gabriele Quarta, in arte Kabo, nella sua Monteroni di Lecce, in un luogo che è già racconto prima ancora di diventare studio. Mi ha accolto nel suo spazio di lavoro, ricavato là dove un tempo batteva un’antica fucina: un posto in cui il ferro veniva forgiato dal fuoco e dal gesto del nonno fabbro, e che oggi continua a plasmare arte attraverso le immagini, le visioni e le ombre del brillante nipote.
Entrare nel suo studio significa attraversare una soglia temporale, dove la memoria artigiana si intreccia con l’urgenza contemporanea dell’arte, inclusa la più moderna street art. Gli spazi conservano ancora incudini, martelli e altri utensili da lavoro, ma solo come monito della fatica di cui deve tenere conto l’artista quando si pone l’obiettivo della perfezione.
È da questo spazio carico di storia e immaginazione che nasce il dialogo con Gabriele Quarta: un confronto sul suo percorso artistico, sul rapporto con un territorio non sempre fertile per l’arte, sul senso profondo di dipingere nel proprio tempo senza l’angoscia dell’immortalità, consacrato piuttosto all’idea d’essere fatti di materia e pensiero deperibile.

 

Gabriele, in questo posto si comprende quanto la creatività ti scorra nelle vene, ma quando hai deciso che sarebbe stata la tua strada?
Difficile indicare di preciso il quando, credo di averlo sempre saputo dentro di me.
L’ho scoperto e confermato quando l’adolescenza bussava alla mia porta e con lei anche tanti problemi familiari, mi sentivo arrabbiato e solo nonostante l’amore della mia famiglia, e in quel periodo smisi di disegnare solo per divertirmi e iniziai a dipingere nel buio e del buio.
Fu come conoscere un amico che non mi avrebbe mai abbandonato e sempre compreso.

Qual è stato il tuo percorso di studi?
Ho frequentato prima il liceo artistico a Lecce, spostatomi a Milano ho fatto poi l’Accademia di Belle Arti di Brera con tanti sacrifici e soddisfazioni. Ma oltre l’Accademia parallelamente studiavo la Street art e la filosofia, ed entrambe le discipline mi hanno portato a fare un percorso non comune a tutti gli altri, sviluppando una sensibilità diversa e un rapporto intenso con quello che poi avrei inteso comunicare attraverso l’arte.

 

Hai scelto di farti chiamare Kabo per indicare la tua identità artistica e connotare la tua produzione, che valore ha questo pseudonimo per te?
Il nome anagrafico lo scelgono per te, e il fatto di scegliere il mio nome è una presa di posizione che include anche una responsabilità riguardo chi sono e cosa faccio.
La mia Tag è tutto ciò che ho fatto fino a ora, senza alcun aiuto o favoritismo.
Questo è il valore che ha.

La Street art ha fatto emergere tue raffinate doti figurative e le ha messe a disposizione di un pubblico vastissimo come solo l’arte urbana può fare. Avverti questa responsabilità?
Assolutamente sì! È indiscutibile che la “Street art” stia vivendo la sua epoca d’oro, ma paradossalmente il suo limite sta proprio nel fatto che sia diventato un fenomeno socio-culturale di massa. Ciò che intendo dire e che se da un lato è soddisfacente l’aspetto remunerativo e una sfida tecnica continua, dall’altro ha snaturato la sua “mission” ossia comunicare alla gente comune, al popolo, in modo diretto, spontaneo, semplice. Tante opere che vedo in giro su commissione per me sono solo mero ornamento.
Siqueiros Orozco e Rivera da pittori da cavalletto qual erano, andarono su muro per fare la rivoluzione con l’arte, per comunicare qualcosa di importante e non per marketing o pubblicità.
E di artisti che abbracciano valori di questo tipo ce ne sono troppo pochi.

 

Per mantenere vivo il senso dell’arte pensi sia necessario trovare una sintesi tra commissione e messaggio, tra decoro urbano e ispirazione?
Certo, credo che sia fondamentale, almeno per come l’intendo io.
L’artista è come un medium, ossia media tra una parte e l’altra, in un certo senso apre gli occhi pur tenendoli chiusi.
Ma senza una solidità economica non si può continuare a farla l’arte, non si potrebbe continuare la propria ricerca ed evolvere. Perciò uno dei conflitti maggiori per molti writers è rappresentato proprio dal “compromesso”. Alcuni cedono e si snaturano fino a perdere persino sé stessi, e io lo so bene perché ci sono andato vicino. Altri lottano per esporsi e valorizzare valorizzandosi. Questa è la nostra realtà.

L’artista riesce a vedere oltre e mette in campo tutta l’empatia di cui è capace con il committente per esporre al meglio la propria visione. La soddisfazione di entrambi è già parte del successo.

 

Ma allora la Street art è libera e spontanea o dobbiamo intenderla soggetta a forme di limitazione?
Bella domanda! Diciamo che negli anni il fenomeno del muralismo si è fortunatamente normalizzato e anche i cittadini hanno imparato a conviverci considerando i murales una forma d’arte. Questa evoluzione ci ha consentito di esprimerci su muro senza essere additati come vandali. Ecco, c’è più tolleranza.
Forse il vero problema non riguarda tanto i “limiti” imposti, ma è l’artista stesso che accettando ogni commissione senza opporsi ha offerto di sé l’immagine di una stampante senza cervello, quando nella realtà è un essere sensibile la cui idea si incarna nella sua opera.
Ribadisco quindi che una delle soluzioni al fenomeno della censura sia quello di aprire una finestra di dialogo serio e costruttivo col committente dell’opera.
In questo contesto il compito dell’artista è quello di indottrinare le amministrazioni pubbliche: se uno ha sempre mangiato pasta al sugo e conosce solo quella come può riconoscere il valore di una frisa, prima deve assaggiarla nel posto giusto e nel momento giusto e con gli ingredienti giusti, e l’artista è colui che fa in modo che tutti questi elementi coincidano.
Dal canto mio col tempo ho imparato a non accettare lavori che non rispettassero chi sono, nonostante magari le difficoltà economiche e le insicurezze, perché fare arte vuol dire anche riconoscere il valore della magia e capire che il piano materiale e quello spirituale valgono allo stesso modo. Se non coincidono l’uno annienta l’altro.

 

Naturalmente non ci sono solo murales a corredo della tua attività. C’è un simbolo, un soggetto o un elemento visivo che senti particolarmente tuo e che ritorna spesso nelle tue opere personali?
Ce ne sono stati diversi in base ai periodi. In passato il mio archetipo era lo smile felice nella prigione, ed era estremamente ricorrente e mimetizzato.
Poi con gli anni è diventato una chiave nascosta che non sempre si riesce a trovare, anche perché l’attenzione nell’arte è una qualità indispensabile.
Riguardo la mia produzione contemporanea non aggiungo dettagli altrimenti sfuma il piacere della ricerca.

 

Ho notato che lavori spesso su supporti recuperati, diciamo così. È l’arte che restituisce loro dignità o sono loro che nobilitano il tuo lavoro?
Sono stato quel pezzo di ferro arrugginito, sono stato quel pannello di legno umido, sono stato quel mobile ammuffito. La società mi ha sempre visto come un pezzo da buttare e non riconosceva il mio valore. Questa consapevolezza mi ha portato a cercare la bellezza dove la massa non guarda, attratta com’è verso la luce folgorante della perfezione.
Io amo sbagliare e il valore che ha la mia arte parte da come guardo le cose e come le nobilito.
Se ci riesco con la ruggine riesco persino con me stesso.

 

 

Qual è l’opera a cui sei maggiormente legato?
Ogni opera per me è come un figlio, un pezzo di anima.
Non ce n’è una in particolare ma ogni particolare di ciascun’opera contiene qualcosa di importante per me.
Non faccio ornamenti, se li facessi forse significherebbe che delle mie opere m’importerebbe solo il livello tecnico. Alla fine ogni opera è come un emozione, non ce ne sta una più importante e una meno, ognuna ha qualcosa da dire, basta saperle ascoltare con gli occhi e l’anima.

 

Che obiettivi ti sei prefissato per il nuovo anno?

Passeggiare di più nella natura, continuare a leggere e a scrivere i miei racconti e in modo spontaneo coltivare le mie opere.
Forse farò la mia prima personale a fine anno e sto lavorando a fuoco lento per mettere in ordine ogni sfaccettatura della mia anima.
Sara come un film di Lars Von Trier.
Per quanto riguarda i muri farò solo quello che mi piace e accetterò solo commissioni che sono nelle mie corde e rispettino la mia anima. Il resto non lo spoilero.

Il Santo e il diavolo. “La tentazione di S. Antonio abate” di Michel Jean Sedaine

di Gilberto Spagnolo

 

Nella vita straordinaria di Sant’Antonio, consumata al servizio di Dio, la lotta contro il diavolo, rappresenta la tappa essenziale.

Considerato dalla tradizione popolare vincitore del male, guaritore dell’herpes zoster, padrone del fuoco e custode dell’inferno, S. Antonio Abate è certamente tra i Santi più popolari dell’antichità, per le sue “eroiche virtù” e il suo grande “esempio di fede”, doti che volle dimostrare a tutta l’umanità sia attraverso “la sua vita religiosa” che per mezzo della “sua vita eremitica”.

Una testimonianza attendibile e degna di fede sulla sua vita e sul suo insegnamento è contenuta nella Vita Sancti Antonii Abbatis scritta (nel 357, secondo alcuni nel 365-373 secondo altri) da Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria che era stato suo discepolo in gioventù.

Questa vita di Sant’Antonio, la cui autenticità è ormai indiscussa, ha fissato poi anche gli aspetti e i caratteri più frequenti della letteratura agiografica monastica esercitando una grande influenza soprattutto in Occidente. Ebbe, infatti, a scrivere Atanasio: “Antonio acquisì la sua fama non con i suoi scritti né con la sapienza di questo mondo o con un’arte qualunque, ma unicamente con il suo servizio a Dio”.

Nella vita straordinaria di S. Antonio, consumata solo ed esclusivamente al servizio di Dio, la lotta contro “il Diavolo e le sue tentazioni” rappresenta la tappa e l’esperienza più drammatica e impareggiabile, perché dal demonio fu quotidianamente angosciato e perché essa fu condotta nel deserto, luogo che nella tradizione ebraica ha una doppia valenza: è il luogo della purificazione e dell’incontro con Dio, ma è anche il luogo in cui l’uomo è appunto messo alla prova, mediante la tentazione, dal diavolo.

Diavolo, dal greco diabolos significa etimologicamente “colui che disunisce”; ed infatti scopo della tentazione è proprio quello di condurre l’uomo ad allontanarsi da Dio, come ben sa Antonio che, incitando i demoni ad attaccarlo, esclama: “Non sfuggo ai vostri colpi. Anche se me ne darete ancora, io non mi separerò dall’amore per Cristo”.

Atanasio dedica ben venti paragrafi alle tentazioni di Sant’Antonio, il quale già a vent’anni fu tentato dal demonio in modo indiretto. A volte gli inviava pensieri sconvenienti nella speranza di distoglierlo dalle pratiche ascetiche appena intraprese ed altre volte si trasformava assumendo sembianze tanto mostruose e diverse. “In verità confessa Antonio io vorrei ora tacere, né continuare il mio discorso, contento di quanto già vi ho detto. Ma affinché non crediate che io vi ho raccontato molte cose temerariamente, e sappiate invece che quanto vi ho detto è vero perché da me sperimentato anche a costo di apparire insipiente, per vostro amore e vostra esortazione, non per mia volontà (Dio che mi ascolta conosce la sincerità del mio cuore) voglio ancora annunziarvi le tentazioni del demonio da me provate… Tutte le volte che venivano a chiamarmi beato io li maledicevo nel nome del Signore. Quando mi predicevano che il fiume stava per straripare rispondevo: che importa a voi? Qualche volta essi si avvicinarono con minacce, armati come soldati, di armi d’ogni genere e mi circondavano. Altre volte mi riempirono la casa di cavalli, fiere e serpenti.. mi scuotevano la cella orrendamente ed io, fermo, pregavo con la mente. Ritornavano (sotto forma di leoni, orsi, leopardi, tori, aspidi, scorpioni) strepitando, sibilando, saltando; quando mi vedevano prostrato a salmeggiare si mettevano a lamentarsi e a piangere quasi come se morissero; io rendevo gloria a Dio che smorzava il loro furore e ne abbatteva l’audacia” (At. XXXIX).

Il diavolo, bisogna dire comunque, non sempre assumeva forme mostruose per aggredire Antonio, ma spesso usava che quelle di un’amabile donna, della quale, imitava le movenze cercando di “turbarlo” in tutti i modi. Questo è confermato nelle Vitae Patrum, antica raccolta agiografica che riunisce Le vite dei Santi Padri del deserto, in cui appunto si narra che il diavolo faceva apparire ad Antonio di notte forme di bellissime donne in atteggiamenti lascivi.

 

 

A quest’ultimo e particolare aspetto della vita di S. Antonio Abate, si ispirò anche lo scrittore francese Michel – Jean – Sedaine, nato e morto a Parigi (1719-1797). Fece il mestiere di scalpellino; l’architetto David colpito dalla sua intelligenza e dalle sue attitudini, lo protesse e gli facilitò l’ingresso nel mondo delle lettere. Più tardi, per riconoscenza, Sedaine sceglierà come proprio figlio, il piccolo figlio del suo protettore che divenne il celebre pittore David.

Poeta ed autore drammatico, Sedaine, scrisse delle commedie, di cui la migliore è il “Filosofo senza l’istruzione” e delle opere comiche delle quali Gretry e Monsigny composero la musica. Sedaine è considerato anche il creatore dell’opera comica. Le sue opere più celebri di questo genere sono Rose e Riccardo Cuor di Leone. Morì il 17 maggio 1797.

Sedaine scrisse e pubblicò anche in forma anonima un libretto dal titolo “La tentation de Saint Antoine, ornèe de figures et musique” che tratta appunto delle tentazioni di Sant’Antonio in Egitto e della trasformazione del demonio in “sembianze femminili.

 

A parte la sua eccezionale rarità l’opera in francese è un piccolo capolavoro editoriale perché al testo venne aggiunto, da parte di un compositore anonimo, anche la musica (con parole), costituita da diverse arie con meravigliose illustrazioni (bellissime incisioni in rame) molte delle quali descrivono scene demoniache e, soprattutto, erotiche, realizzate da Francois Roland Elluin (1743-1810). La prima edizione apparve a Parigi, ma come se fosse stata stampata a Londra (per comprensibili ragioni), in 8°, nel 1781. Altre edizioni si ebbero nel 1782, nel 1784 e nel 1786, portando sempre “Londra” come falso luogo di stampa, mentre in realtà erano state realizzate a Parigi. In una collezione privata è conservata un’altra edizione totalmente sconosciuta e che è quella da cui abbiamo tratto alcune delle splendide incisioni che qui abbiamo pubblicato (naturalmente quelle meno scandalistiche).

Essa è certamente un “unicum” perché è una ristampa in facsimile fatta su “carta imperiale del Giappone” e in rocalcografia, dell’edizione del 1784. Stampata in tiratura limitata ed esclusivamente per i bibliofili, è stata realizzata a Zurigo “dall’Imprimerie von Castelberg et ftls”. La tentazione di S. Antonio di Sedaine, inoltre, nelle sue varie edizioni, compare sempre (ad eccezione di quella del 1782 apparsa recentemente sul mercato antiquario-catalogo Gutemberg 96/2002) accompagnato da un altro testo di letteratura erotica ancora più intrigante e cioè a “le pot-pourri de loth, ornèe de figures et musique” il cui autore sarebbe invece P. Lalleman o Poisinet.

 

 

 

 

 

 

In conclusione è opportuno considerare che Sedaine è stato, probabilmente, il più importante librettista d’opera comica alla fine del XVIII secolo. Infatti ricoprì un ruolo determinante nella trasformazione di quel genere a partire da come era durante la metà del secolo (dominato da Favart) alla maturità operativa dopo la rivoluzione. La grande rarità di questo suo libro, perciò, (i cui esemplari sono assolutamente introvabili) è da attribuirsi anche “allo spirito satirico” di un testo di “letteratura erotica” che la fa ricercare dai curiosi e, per ovvi motivi, “distruggere dai Religiosi.

 

 

In “Le Fasciddre te la Focara”, Anno 44 – 17 Gennaio 2006 e in G. Spagnolo, Il fuoco sacro. Tradizione e culto di S. Antonio Abate a Novoli e nel Salento, Fondazione Focara di Novoli, terza edizione, dicembre 2017.

  

Riferimenti bibliografici essenziali

F. Matitti, Il diavolo nelle tentazioni di S. Antonio Abate, “Abstracta, a. IV, n. 36, Aprile 1989.

A. Saba, S. Antonio Abate, Perinetti Casoni Ed., Milano 1945.

A. Cattabiani, Sant’Antonio e i suoi misteri, “Abstracta”, a. III, n. 22, Gennaio 1988.

SANCTI ATHANASII MAGNI, OMNIA QUAE EXTANT OPERA, Parijus apud Laurentium Sonnium, MCDVIII.

Jacopo da Varagine, La leggenda aurea, Alba 1938.

G. Spagnolo, Il fuoco sacro, tradizione e culto di S. Antonio a Novoli e nel Salento, Alezio 1998.

E. Cavallaro, Arte Storia e leggenda nella figura di Sant’Antonio Abate nella tradizione, nell’arte e nella memoria, Ozzano Emilia (BO) 2001.

M. De Pascalis, S. Antonio Abate: culto e iconografia nell’arcidiocesi di Lecce, tesi di laurea anno acc. 2002/2003.

M. Cazzato, Addenda Antoniana, “Lu furgularu”, a. II, 17 Gennaio 2005.

Su Wikipedia, infine, è riportato il ritratto del drammaturgo francese Michel J. Sedaine (che si legò tra l’altro con D’Alembert, con Favart e soprattutto con Diderot) in una pregevole incisione di Pierre Charles Levesque (1736-1812).

 

Il mistero di Rudiae ovvero un possibile falso storico

di Nazareno Valente

 

Tra Settecento ed Ottocento la questione alimentò vivaci discussioni coinvolgendo rinomati storici e semplici cronisti.

Motivo del contendere: Rudiae, località celebre tra i cultori delle antichità per aver dato nel lontano 239 a.C. i natali a Quinto Ennio — autore a cui senza esitazione Cicerone assegnava la palma di sommo poeta epico della latinità1 — che sembrava svanita nel nulla. Si era d’accordo solo su un punto che questa scomparsa cittadina si trovasse in quella regione che i Greci chiamavano Messapia, ma che i nostri antichi concittadini denominavano insieme ai Romani Calabria, e noi moderni Salento. L’effettiva collocazione era oggetto invece di discussioni senza fine: c’era chi affermava che Rudiae avesse sede tra Ceglie ed Oria; chi vicina ad Ostuni; chi dalle parti di Carovigno; chi prossima a Grottaglie ed, infine, chi alle porte di Lecce. In pratica ciascuno tirava acqua ai resti archeologici che si trovavano nei pressi della propria città, rendendo difficile ogni possibile soluzione.

Ad un certo punto però due opinioni presero il sopravvento: quella che indirizzava al sito archeologico di Pezza Petrosa, nel comune di Villa Castelli nei pressi della provinciale che porta a Grottaglie, e quella che preferiva i resti di Rugge posti di fatto nella periferia di Lecce e distanti dal centro abitato non più di tre km. Finì così per essere una specie di derby tra Grottaglie e Lecce e, come tutte le stracittadine, il cimento si svolse a colpi di ricostruzioni storiche con articoli sempre meno accademici e sempre più polemici, oltre che  pungenti nei confronti del convincimento altrui. Quando ormai si era prossimi alle offese, riuscì a tacitare tutti — più che a metterli d’accordo — un mostro sacro dell’epoca, la cui opinione non poteva essere certo messa in discussione da anonimi studiosi. Si trattava di Theodor Mommsen, a buona ragione ritenuto il maggiore classicista del XIX secolo, il quale sostenne, sulla base del ritrovamento di un’epigrafe dalle parti di Monteroni di Lecce che dava testimonianza della presenza in quei pressi di un “municipio rudino”, che Rudiae non poteva che identificarsi con i resti archeologici siti in località Rugge, sulla strada che va verso San Pietro in Lama. Un parere così autorevole fu sufficiente e, da quel momento in poi, l’opinione di Mommsen divenne un punto fermo che nessuno osò più mettere in dubbio, a parte qualche mugugno, però sempre più flebile, di chi continuava a pensarla diversamente.

La cosa sembrava così scontata — e lo è tuttora, basterebbe interrogare l’AI per rendersene conto — che anch’io, in genere portato a mettere tutto in discussione, mi adeguai collocando Rudiae accanto a Lecce2.

Ora, però, mi pento d’averlo fatto.

Il convincimento che Mommsen fosse nel giusto ha incominciato a vacillare quando sono andato dietro ad una curiosa nota redatta da un traduttore della “Geografia” di Strabone, storico e geografo attivo tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. Per la precisione la nota lamentava errori di calcolo fatti da Strabone nel computo della lunghezza del periplo della penisola salentina, proprio mentre si soffermava a parlare di Rudiae3. Per deformazione professionale — sono pur sempre uno statistico, sebbene appassionato di storia — non c’è nulla che stimoli la mia attenzione più dei numeri. Così, andando dietro agli ipotetici errori di Strabone, ho scoperto che Mommsen non aveva risolto nulla, anzi aveva assunto per buona la soluzione forse meno credibile. Questo almeno sulla base di quel poco che c’è rimasto delle fonti letterarie antiche che trattano di Ennio, di Rudiae e delle questioni ad essi inerenti.

Riesaminiamo pertanto insieme gli indizi giunti sino a noi partendo dallo scenario entro cui si svolge questa nostra storia.

 

Quando nacque Ennio, l’allora Calabria (figura n. 1) era stata conquistata dai romani da circa trent’anni ed era abitata dai Calabri (zona 1) stanziati lungo la costa adriatica e nel centro della costa ionica; dai  Sallentini (zona 2) dimoranti nel sud della costa ionica; dai Greci di Taranto (zona 3) nel nord-ovest ed infine (zona 4) dai Latini della colonia di Brindisi; Brindisi che in precedenza era stata Calabra. Nella cartina ritroviamo le principali località del tempo e Rudiae collocata lì dove ipotizzato da Mommsen.

Per meglio collegare quanto diremo successivamente, è utile ricordare che strutturalmente Roma aveva imposto alle città conquistate due diversi regimi istituzionali.

A Brindisi aveva dedotto una colonia latina, che serviva sia per controllare i territori appena conquistati, sia per diffondere nel tempo la latinità in tutta la regione. Le colonie latine, da non confondere come concetto con quelle ottocentesche che erano tutt’altra entità, pur essendo strettamente collegate a Roma, godevano di un’ampia autonomia avendo propri organi e battendo  moneta. I coloni erano per lo più Romani che avevano rinunciato alla cittadinanza romana, acquisendo quella latina, ma anche Latini e gente del posto che aveva accettato la nuova forma di governo. Quindi Brindisi aveva una popolazione mista, composta da Romani, Latini e Brindisini tutti però in possesso della cittadinanza latina e la cui lingua ufficiale era conseguentemente il latino.

Con tutte le altre città dell’allora Calabria, compresa Taranto, Roma aveva invece stipulato un foedus (un accordo, e per questo motivo, erano dette città federate) in forza del quale le varie comunità potevano adottare autonome forme di governo, mantenendo la propria lingua ed i propri costumi originari, ma private della possibilità di svolgere una propria politica estera. Era pertanto Roma che, a nome delle città federate, trattava con ogni altro Stato regolandone qualsiasi rapporto. In altre parole questo voleva dire che stabiliva Roma se le comunità dovessero essere in pace o in guerra con gli altri stati e quindi quali fossero i loro amici e quali i nemici. Al pari delle colonie latine, quando Roma lo richiedeva, le città federate erano obbligate a fornire propri contingenti militari strutturati in reparti ausiliari ben distinti dalle legioni romani, anche riguardo ai simboli ed ai gradi adottati.

In definitiva, ai tempi di Ennio, le comunità continuavano ad usare le proprie lingue originarie, il greco i Tarantini ed il messapico4 le città calabre e sallentine. L’unica eccezione era costituita da Brindisi che, in quanto colonia di diritto latino, aveva adottato la lingua dei conquistatori, vale a dire il latino.

Il diverso stato giuridico comportò inoltre che Brindisi, proprio perché più strettamente legata all’Urbe, fosse favorita in ogni modo rispetto alle altre comunità e, con il tempo, assunse una posizione di evidente e netto predominio nella zona. Il porto di Taranto, che sino all’arrivo dei Romani era stato il centro favorito dai traffici provenienti dalla Grecia, in parte decadde e subì la crescita di quello brindisino che lo soppiantò divenendo il polo quasi esclusivo dei commerci con l’Oriente. Da Brindisi incominciarono a passare persone, merci ed idee facendola divenire una delle più rinomate metropoli del futuro impero, mentre Taranto ed il resto del mondo salentino subivano un evidente ridimensionamento. In più Brindisi, grazie alla sua latinità, poteva trattare con Roma in posizione privilegiata rispetto alle altre città che invece, sebbene formalmente alleate, erano di fatto costrette a subire uno stato di palese sudditanza.

Passando a Ennio si è certi che fosse nato a Rudiae: lo attestano praticamente tutti gli autori antichi che si soffermano su questo aspetto. Cicerone lo chiama «uomo di Rudiae» («Rudinum hominem»5), mentre Silio Italico, Strabone e Mela6 lo affermano più o meno esplicitamente.

L’unico a non essere d’accordo è san Girolamo che lo dice tarantino7. Tuttavia san Girolamo lo dichiara in una traduzione per sua stessa ammissione alquanto libera del “Chronicon” di Eusebio di Cesarea, forse equivocando su un’espressione di Svetonio. Lo storico del periodo imperiale riportava infatti nella sua opera che Ennio era mezzo greco8, ma l’affermava nel senso che, pur non essendo il greco la sua lingua madre, lo conosceva talmente alla perfezione da insegnarlo. Ed è per altro lo stesso Girolamo a riportare in una parte successiva del suo medesimo scritto che le ossa del poeta furono traslate a Rudiae9, e non a Taranto, come sarebbe avvenuto se vi fosse nato. In aggiunta è Ennio stesso che rivendica origini calabre, ritenendosi discendente del re Messapo10 e a far sapere che era nato a Rudiae11. Per cui della sua parola non possiamo certo dubitare.

Allo stesso modo si può dare per scontato che Rudiae si trovasse nell’allora Calabria: lo affermano Ovidio12, le annotazioni di Servio ai versi di Orazio13, Strabone14 e Silio Italico che per altro precisa che furono i Calabri a «mandarlo dalla loro ispida terra»15. Il che serve a chiarire che Rudiae era – o era stato – un insediamento calabro e non sallentino.

Maggiori informazioni sulla collocazione di Rudiae ci sono state fornite invece da quattro autori che scrivono in periodi molto diversi tra loro e che, per questo, elenco in ordine cronologico: Strabone, Pomponio Mela, Plinio il Vecchio e Claudio Tolomeo.

Strabone, il più vicino ad Ennio, scrive su Rudiae nella sua “Geografia” all’incirca verso il 20 d.C. usando però con ogni probabilità come fonte Artemidoro, la cui opera scritta qualche decennio prima è andata perduta, e descrivendo quindi una situazione ben anteriore ai suoi tempi e di fatto precedente all’avvento delle regioni augustee.

Va a questo punto premesso che, come qualsiasi autore antico, anche Strabone va interpretato per quello che dice ma, mi verrebbe da dire, soprattutto nei suoi silenzi. Come capita infatti in scritti recenti, anche in antichità si omettevano le informazioni ritenute scontate. Tanto per intenderci, se dovessimo raccontare di un viaggio fatto ad esempio da Otranto a Brindisi — vale a dire tra due città che si trovano sul mare e sulla stessa costa — non preciseremmo certo che per compierlo abbiamo seguito una via terrestre, per il semplice motivo che lo diamo per sottinteso. Mentre, se avessimo preso un traghetto e seguito la via di mare, lo avremmo reso esplicito. Ai tempi di Artemidoro e Strabone era esattamente il contrario: i viaggi per mare erano quelli più usuali per cui per andare da Otranto a Brindisi era implicito che si sarebbe seguita la via marittima, e la precisazione sarebbe stata fornita solo se fosse stata seguita la via di terra.

Si deve poi tenere presente che allora non c’erano carte geografiche come le nostre ma solo itinerari, in cui le località erano elencate mano a mano che si raggiungevano nel senso della percorrenza inizialmente scelta. Per questo nel descrivere un’isola o una penisola i geografi utilizzavano per lo più il periplo, mentre per gli altri territori seguivano un itinerario in una direzione prefissata, ad esempio da nord a sud o da sud a nord.

Non a caso, per descrivere la penisola salentina, Strabone usa per l’appunto il periplo ed elenca così i vari tragitti che devono essere percorsi per completarlo, fornendo di volta in volta la loro lunghezza ed omettendo il mezzo usato se si seguiva la via usuale, vale a dire quella marittima.

Per inciso, Strabone ci fa sapere che Rudiae è una città greca — intendendo con tale specificazione che era di origine arcaica, com’era nella tradizione degli autori greci di considerare le più antiche città calabre di fondazione cretese — e che è collocata nell’entroterra16. Poi, fornita l’informazione che il periplo della penisola salentina misura 1400 stadi17, inizia a percorrerlo partendo da Taranto. Ecco pertanto la descrizione del suo viaggio limitato alle parti di nostro interesse (figura n. 2): «Compiendo il periplo da Taranto verso Brindisi s’incontra dopo 600 stadi il piccolo centro di Baris, ora chiamato Veretum, che si trova alla punta del territorio salentino… Di lì a Leuca c’è una distanza di ottanta stadi… Da Leuca alla cittadina di Otranto sono 150 stadi; di là a Brindisi 400»18. Nel compiere questo itinerario precisa che da Taranto a Baris «è molto più comodo il percorso terrestre»19 sottintendendo in tal modo che negli altri tragitti, si segue un percorso marittimo, compreso quindi quello da Otranto a Brindisi.

A questo punto Strabone inserisce una digressione riguardante l’isola di Sason che «si trova a mezza strada tra l’Epiro e Brindisi»20 affermando che, a volte, da Sason, invece di andare direttamente a Brindisi, «si piega a sinistra sino ad Otranto da dove, atteso il vento favorevole, si prosegue sino ai porti di Brindisi»  («διόπερ οἱ μὴ δυνάμενοι κρατεῖν τῆς εὐθυπλοίας καταίρουσιν ἐν ἀριστερᾷ ἐκ τοῦ Σάσωνος πρὸς τὸν Ὑδροῦντα, ἐντεῦθεν δὲ τηρήσαντες φορὸν πνεῦμα προσέχουσι τοῖς μὲν Βρεντεσίνων λιμέσιν»21).

Il passo successivo («ἐκβάντες δὲ πεζεύουσι συντομώτερον ἐπὶ Ῥοδιῶν πόλεως Ἑλληνίδος, ἐξ ἧς ἦν ὁ ποιητὴς Ἔννιος») viene formalmente tradotto in due modi diversi22.

In quello che trova maggiori sostenitori si prosegue così: «Oppure, sbarcati [a Otranto], vi si giunge [a Brindisi] per una via più breve che passa per Rudiae, città greca della quale era originario il poeta Ennio». Mentre altri, traducono in quest’altra maniera: «E, una volta sbarcati qui [a Brindisi], procedono a piedi per una via alquanto breve verso Rudiae, città greca della quale era originario il poeta Ennio».

Nel primo caso, Rudiae verrebbe a trovarsi tra Otranto e Brindisi — e quindi nella collocazione prevista dal Mommsen — e, non a caso, è la traduzione preferita da chi identifica Rudiae con i resti archeologici di Rugge. Mentre nel secondo caso, Rudiae verrebbe a trovarsi dopo Brindisi e, quindi — dichiarano i sostenitori dell’ipotesi Pezza Petrosa — sulla strada che va verso Taranto.

Nel primo caso però ci si basa sull’ipotesi che il tragitto terrestre che passa per Rudiae sia più breve di quello marittimo indicato in precedenza. Cosa che però contrasta con la realtà. E basta guardare la cartina per constatare che è addirittura il contrario.

Di fatto anche attualmente il percorso stradale da Otranto a Brindisi è, sia pure non di molto, superiore a quello marittimo. Figuriamoci in antichità in cui i sentieri, in presenza di ostacoli naturali, erano costretti ad aggirarli e non a scavalcarli come le moderne strade consentono, allungando di conseguenza il percorso, mentre i tragitti marini erano più brevi, perché la stazza dei navigli era tale che consentiva di tenersi vicini alla costa e di compiere un arco di curva meno ampio.

La traduzione che pone Rudiae sulla via che va da Otranto a Brindisi è pertanto del tutto irrealistica. Ne consegue che Rudiae non può che essere posizionata dopo Brindisi, ma, a mio giudizio, non, come vorrebbero i fautori di Pezza Petrosa, sulla via che va verso Taranto, quanto piuttosto su quella che va verso il nord. Mi induce a crederlo proprio il presunto errore di conteggio che il traduttore imputa a Strabone.

 

Vediamo pertanto quale sarebbe questo errore di calcolo.

Come già riportato, Strabone ha premesso che il periplo è di 1400 stadi. Mentre il traduttore, nel sommare le distanze dei vari tragitti indicati, ottiene giustamente: 600 + 80 + 150 + 400, vale a dire 1230 stadi. Per cui lamenta una differenza di 170 stadi che ritiene dovuta alla circostanza che Strabone abbia sbagliato a fare la somma.

Il traduttore però perviene a questa conclusione presupponendo che il periplo sia stato di fatto completato giungendo a Brindisi. Ma così non può essere per il semplice motivo che Brindisi non era certo la località più a nord della Calabria e che il periplo in effetti si conclude a Rudiae, che non a caso Strabone inserisce nell’ultimo tragitto. Di conseguenza, a mio avviso, i 170 stadi mancanti non sono altro che la distanza che intercorreva da Brindisi a Rudiae.

Fosse così, Rudiae non troverebbe collocazione né accanto a Lecce, né ad ovest di Brindisi, nei pressi di Grottaglie, ma a nord nell’entroterra, alla distanza di 170 stadi (all’incirca 30 km) da Brindisi, presumibilmente nella porzione della Valle d’Itria che faceva da confine tra  la colonia di Brindisi ed il territorio dei Peuceti, popolazione questa che risiedeva nell’attuale provincia di Bari23. E dal momento che la prima città peuceta che s’incontrava passato il confine era Egnazia, tra questa città e Brindisi.

Questa la mia ipotesi che, in quanto tale, va necessariamente verificata con tutti gli altri dati in nostro possesso per poterle assegnare  una qualche credibilità.

Iniziamo con Ovidio, il quale scrive: « Ennio meritò, sebbene nato tra le alture calabre, di essere sepolto vicino a te, grande Scipione» («Ennius emeruit, calabris in montibus ortus / contiguus poni, Scipio magne, tibi»24). Di là dell’ammirazione che traspare da questi versi, si evince in maniera chiara che Ennio era nato in una zona della  Calabria in cui erano presenti alture. Di conseguenza da questo punto di vista appare più verosimile una località della Valle d’Itria che una cittadina di pianura come Rugge.

Ancor più significativo il passo in cui Gellio ricorda che «Ennio diceva di avere tre anime in quanto parlava greco, osco e latino» («Ennius tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret»25). Dal che emerge in maniera evidente come Rudiae si trovasse ai confini di tre mondi: quello greco identificato da Taranto; quello osco parlato anche dalla gente peuceta e quello latino rappresentato in quel particolare momento storico dalla colonia brindisina. Si noti poi che l’unica lingua, ovvero l’unica anima, di cui non affermava di essere in possesso era proprio quella messapica identificabile con Rugge.

Ancora una volta la zona della Valle d’Itria s’intona molto più di Rugge, che non aveva significativi contatti con i Peuceti e che in aggiunta non aveva ancora nulla di latino.

Che la vera natura di Ennio fosse poi quella latina lo certifica tutta la sua produzione letteraria, Svetonio che lo dichiara, come già riportato, mezzo greco ed anche un passo poco considerato di Silio Italico che, nel ricordare la partecipazione del poeta alla seconda guerra punica, afferma che «combatteva nelle prime file, la destra onorata della latina vite» («Miscebat primas acies, Latiaeque superbum / Vitis adornabat dextram decus»26).

Ora abbiamo già riportato che, quando Roma era impegnata in un conflitto bellico, le città federate e le colonie latine fornivano contingenti militari che operavano in reparti ausiliari ben distinti da quelli romani. Ebbene, se Rudiae avesse avuto una collocazione prossima a Lecce, Ennio avrebbe combattuto in un reparto calabro. Nel passo di Silio Italico si desume invece in maniera incontrovertibile che Ennio faceva parte di un contingente latino. La vite latina era infatti una tipica insegna dei reparti latini, indossata da chi aveva il grado di centurione. Inevitabile conclusione: il reparto in cui militava il poeta, essendo latino, non poteva che essere quello messo a disposizione dalla colonia di Brindisi.

Se non bastasse, mettendo insieme le testimonianze di Plinio il Vecchio27 e di san Girolamo28, si viene a sapere che la sorella di Ennio risiedeva stabilmente a Brindisi dove infatti nacque il figlio Marco Pacuvio, altra gloria latina. Grazie al drammaturgo Pompilio,  allievo di Marco Pacuvio, apprendiamo che questi era a sua volta allievo di Ennio («Pacui discipulus dicor; porro is fuit <Enni>»29). Il che induce a credere che, per fare da maestro a Pacuvio, anche Ennio dovesse risiedere a Brindisi e che magari Rudiae facesse addirittura parte del territorio della colonia brindisina, se il trasferirsi da una località all’altra era così usuale.

Tornando alla possibile collocazione di Rudiae, anche Pomponio Mela, un paio di decenni dopo Strabone, testimonia che la patria di Ennio si trovava a nord di Brindisi, ai confini con la terra dei Peuceti. Nella sua descrizione che utilizza un itinerario che va da nord a sud afferma infatti: “Dopo vi sono Bari, Egnazia e Rudiae, celebre per il suo cittadino Ennio, e già in Calabria Brindisi, Valesio e Lecce”. Come dire che anche per Mela Rudiae era posizionata tra Brindisi ed Egnazia («post Barium et Gnatia et Ennio cive nobiles Rudiae, et iam in Calabria  Brundisium, Valetium, Lupiae… »30).

Lo stesso vale pure per Plinio il Vecchio che scrive mezzo secolo dopo Strabone: «Confinante con Brindisi è il territorio dei Pedicoli [Peuceti]… Le città dei Pedicoli sono Rudiae, Gnatia e Bari…» («Brundisio conterminus Poediculorum ager… Poediculorum oppida Rudiae, Gnatia, Barium…»31). In altre parole, a nord di Brindisi, c’era Rudiae, poi Egnazia ed infine Bari.

Queste due testimonianze, che in maniera inequivocabile collocano Rudiae tra Brindisi ed Egnazia, sono state ritenute non attinenti da Mommsen, in quanto riportano che Rudiae era situata nella terra dei Pedicoli e non in quella dei Calabri. Per cui, ad avviso dell’illustre studioso, Mela e Plinio il Vecchio stanno parlando di un’altra Rudiae. Peccato che Mommsen non abbia tenuto presente che i due autori, nel fare le loro descrizioni, utilizzavano la nuova configurazione geografica conseguente alle regioni augustee. Queste ultime accorpavano infatti le località per scopi prettamente statistici, quali ad esempio la raccolta dei voti dati dalle comunità sui progetti di legge e l’effettuazione delle leve militari, e tenevano poco in conto gli aspetti etnici. Per questo motivo c’erano comunità calabre inserite insieme a quelle peucete che conseguentemente venivano classificate per tali. Questo fluttuare da una zona amministrativa all’altra delle località di confine è un fenomeno per altro riscontrabile anche in tempi più recenti. Si pensi per esemplificare a Fasano e Cisternino che, all’istituzione nel 1927 della provincia di Brindisi, divennero località brindisine da baresi che erano state in precedenza. Non per questo vengono considerate due Fasano o due Cisternino distinte. Evidente quindi che Strabone, Mela e Plinio parlano della stessa Rudiae solo che, scrivendo in tempi diversi, la inseriscono in contesti i cui riferimenti geografici sono in una qual certa misura differenti.

La Ῥουδία (Roudìa) descritta da Tolomeo è invece in effetti altra località rispetto a Rudiae, visto che è collocata a nord di Nardò ed è dichiarata esplicitamente sallentina, e non calabra32. D’altra parte Tolomeo scrive circa un secolo dopo Mela, quando la nostra Rudiae è un villaggio che va scomparendo, tanto è vero che, decenni prima, Silio Italico la dice degna di essere citata solo per aver dato i natali ad Ennio («Nunc Rudiae solo memorabile nomen alunmo»33). Come dire che già nel I secolo era ridotta ad un modesto vicus. Tuttavia, quest’ultima affermazione di Silio Italico si accorda poco con l’epigrafe su cui Mommsen si è basato per ipotizzare che Rugge era l’antica Rudiae. L’epigrafe testimonierebbe infatti in maniera chiara che la patria di Ennio, al tempo dell’imperatore Adriano, e quindi nel II secolo, non era un vicus ma un municipio.

Di questa epigrafe tutte le opere riportano il testo, senza però mai mostrarla. Lo ha fatto Armando Polito in un articolo pubblicato nel 2014 sul sito della Fondazione Terra d’Otranto34. Ebbene nella foto fatta da Corrado Notario (figura n. 3) si può notare innanzitutto che l’epigrafe ha affrontato bene il tempo, in quanto non dimostra neppure alla lontana gli anni posseduti. La si direbbe vecchia di appena qualche secolo, mentre ne dovrebbe avere alle spalle più di diciannove.

Non solo, racconta una storia alquanto inverosimile: quella del rudino Marco Tuccio Ceriale, figlio di un liberto, che, pur avendo avuto una vita terrena breve, era riuscito nell’impresa di ottenere tutta una serie di riconoscimenti difficilmente raggiungibili anche da un rampollo di nobile ed antica schiatta.

Elenchiamoli: cavaliere (e qui siamo nel campo del possibile) fornito di cavallo pubblico, un onore che in genere solo le famiglie di cavalierato secolare potevano vantare; patrono del municipio, quando nella stragrande dei casi lo divenivano esponenti influenti delle città più in vista, Roma in particolare; quadrumviro edile di Rudiae e parimenti edile di Brindisi. Ora per quello che si sa, a Brindisi potevano concorrere a diventare quadrumviri edili solo i Brindisini. Dal momento che Marco Tuccio era Rudino e di un altro municipio, avrebbe potuto risiedere a Brindisi solo in qualità di incola, termine questo con cui si designava il forestiero che otteneva la possibilità di dimorare in un municipio diverso da quello di origine. Ebbene tale status non consentiva in linea di principio l’accesso alle più alte cariche municipali a cui comunque si perveniva alla fine di una lunga carriera politica e non certo in giovane età. Mentre Marco Tuccio lo era diventato addirittura in due diversi municipi, uno dei quali quello molto prestigioso di Brindisi, pur essendo figlio di un liberto ed in aggiunta da forestiero. Serve poi osservare che di fatto Tuccio, nell’assumere incarichi pubblici, ha dovuto violare una delle regole maggiormente seguite, vale a dire quella che non consentiva di fare al tempo stesso attività commerciale, cui si dedicavano i cavalieri, e carriera politica.

Passando poi alla confezione in sé, lo stile calligrafico del testo e la cattiva gestione dello spazio dell’epigrafe, con righe di troppa ineguale grandezza tra loro, fanno pensare a mani e menti diverse da quelle di un artigiano e di un erudito del II secolo. Senza contare che il municipium in pieno rigoglio che vorrebbe rappresentare contrasta con la modesta consistenza della Rudiae descritta, come già rilevato, da Silio Italico. In tal senso va sottolineato che pure altri ben più consistenti reperti archeologici lasciano presagire una Rugge ricca e piena di risorse, tanto da potersi permettere l’edificazione in epoca traianea di un anfiteatro in grado di ospitare circa 8.000 spettatori, che contraddice in maniera evidente con la modestia accertata della Rudiae dello stesso periodo.

In definitiva, data l’inaffidabilità dell’epigrafe conservata a Monteroni di Lecce35, non c’è nessuna traccia che pone in collegamento Rugge con la Rudiae di Ennio: brano di autore antico o tardoantico; documento o reperto archeologico che sia. In questa totale assenza di prove che sostengano l’ipotesi che viene data per scontata da tempo, non si può non dare credito alle fonti letterarie antiche e a tutti gli altri indizi già elencati e a mettersi a verificare la possibilità che Rudiae fosse collocata in realtà da tutt’altra parte. In particolare, come ipotizzo, in Valle d’Itria a nord-ovest di Brindisi.

Se non c’è traccia di Rugge in nessuna fonte letteraria antica, così non è in periodo medievale. Guidone, un cronista del XII secolo, ne parla sia pure di sfuggita chiamandola Ruge.  L’opera di Guidone, in genere poco valutata, è infatti l’unica che, dopo essersi soffermata a parlare di Lictia (Lecce), dà nota che «congiunta ad essa si riconosce la città di Ruge» («Cui coniuncta civitas Ruge dignoscitur»36). Non solo, nel capoverso successivo, Guidone parla anche di Ennio dichiarando che era nato a Taranto37, perpetuando così l’errore di san Gerolamo ma facendoci nel contempo comprendere che neppure nel XII secolo Rugge veniva creduta la Rudiae di Ennio.

Una simile ipotesi fece capolino per la prima volta nel De situ Iapygiae, dove Antonio De Ferrariis, meglio conosciuto con il nome accademico di Galateo, proprio contestando l’affermazione di Guidone sulla nascita di Ennio a Taranto, così conclude: «Io so solo questo per certo perché lo deduco per supposizione basandomi anche sulle iscrizioni incise sulle pietre, che questa città è Rudiae, quella che si trova vicino a Lecce dove nacque il poeta Quinto Ennio»  («Hoc tantum habeto a me, quod coniectura, et lapidum inscriptionibus compertum habeto, has esse Rhudias, quae. Lupiis conterminae sunt, et in quibus natus est Q. Ennius Poeta»38).

Quali fossero state le sue congetture e, soprattutto, a quali iscrizioni egli si riferisse non è dato di sapere, pertanto bisogna fidarsi delle sue sole parole. Ed allo stesso modo, caduto ora l’avallo dell’epigrafe di Monteroni di Lecce, occorrerebbe fare atto di fede per continuare a credere all’ipotesi del Mommsen che la Rudiae di Ennio è da identificarsi con Rugge.

 

In aggiunta rientra tra i misteri la circostanza che, sinora, nessuno abbia sollevato dubbi sull’autenticità dell’epigrafe e ci sia voluto un dilettante, quale mi reputo, per richiamare l’attenzione su un reperto già in sé sospetto e che solleva più di un dubbio sia per il suo contenuto, sia per come è stato confezionato.

Un altro mistero è costituito dalla stessa Rugge. Per quanto a mio avviso non abbia dato i natali a Quinto Ennio, resta pur sempre un sito di notevole importanza archeologica. In particolare desta stupore come due comunità di quella entità, come Rugge e Lupiae, abbiano potuto coesistere nel II secolo d.C. indipendenti l’una dall’altra, pur trovandosi a stretto contatto e, in tal senso, violando un principio per certi versi assoluto che prevedeva che ciascuna città avesse l’uso esclusivo delle zone adiacenti.

Per quanto del tutto ipotetica, e tutta da verificare, una soluzione potrebbe esserci.

Occorre tuttavia ritornare indietro nel tempo quando Ennio da centurione combatteva nelle file della colonia latina di Brindisi contro Annibale.

Riavvolgiamo il nastro sino al 218 a.C. nel mentre l’arrivo e gli iniziali successi del Cartaginese riaccendono le aspirazioni di indipendenza di quasi tutte le ex colonie greche e di molti popoli italici i quali, convinti che i Romani stiano ormai per soccombere, defezionano schierandosi con i Punici. Tra i defezionisti è presente sicuramente Taranto e, per quanto mai chiarito quali, altri centri dell’allora Calabria. Livio li indica con disprezzo città insignificanti («ignobiles urbes»39), senza lasciar capire se il tono usato fosse per minimizzare l’accaduto oppure per rimarcare il loro infedele comportamento.  È invece certo che Brindisi rimase fedele a Roma e si oppose con forza ad Annibale, tanto da essere espressamente citata tra le diciotto colonie il cui aiuto aveva consentito di far restare saldo il dominio romano. Altro dato certo è che l’Urbe, ripreso il controllo della situazione, si vendicò del torto subito e usò la mano pesante nei riguardi degli alleati che avevano violato i patti, imponendo clausole ancor più restrittive nei foedera stipulati. In particolare Taranto si vide costretta a cedere parte del suo territorio. Sicché, a nord della città, in una zona strategica dell’antica periferia greca che dava diretto accesso al porto del Mar Piccolo, Roma fondò nel 123 a.C. Neptunia, una colonia di diritto romano con l’intento di attuare un controllo più diffuso sulla cittadina ionica.

Evidente che pure gli altri centri defezionisti dovettero cedere parte del proprio territorio e, anche in questi casi, nelle zone di maggior prestigio Roma dovette attuare delle forme di controllo che di fatto crearono due comunità istituzionalmente distinte, pur se a stretto contatto, come accaduto a Taranto. Di fatto la coesistenza di Rugge e Lupiae è del tutto simile a quella storicamente accertata tra Neptunia e Taranto. Sicché, sebbene dell’istituzione di Rugge non sia rimasta traccia, la s’intravede nella sua collocazione così vicina a Lupiae ma allo stesso tempo distinta, tanto da prevedere all’interno di un abitato contiguo la presenza di distinte aree pubbliche, oltre al possesso di un proprio anfiteatro. Evidente che allo stato attuale questa rimane un’ipotesi basata solo su indizi, che però servirebbe a chiarire molti aspetti sinora rimasti oscuri e a conferire a Rugge una propria luce.

A tal proposito, sarebbe inoltre il caso di rilevare che nel corso del II secolo a.C. furono fatte numerose assegnazioni di terra divenuta pubblica, a seguito delle confische prima citate. Il che fa presupporre che le comunità di lingua messapica dissidenti siano state in numero considerevole e che, all’arrivo di Annibale, il processo di romanizzazione di quelle contrade fosse appena agli inizi. Che Lupiae abbia partecipato alla rivolta oppure no conta pertanto relativamente, il quadro che emerge fa comunque presagire un mondo messapico in aperto conflitto con quello romano. C’è pertanto da credere che una simile comunità, ancora legata alla propria lingua ed alle proprie tradizioni, non fosse in grado di esprimere al proprio interno lo scrittore che sarebbe poi divenuto il sommo poeta epico latino («summum epicum poetam»40).  In altre parole, appare del tutto inverosimile una ricostruzione che faccia nascere Ennio in una zona che, oltre a non far parte della comunità latina, era con ogni probabilità addirittura ostile ad essa.

C’è da considerare infine che, se da un’auspicabile verifica compiuta da professionisti del settore dovessero risultare fondati i miei sospetti sulla modernità dell’epigrafe conservata a Monteroni di Lecce, più che di un’errata interpretazione, si tratterebbe di una vera e propria falsificazione settecentesca, che, sebbene non fatta a regola d’arte, è riuscita in ogni caso a farla franca per tutto questo tempo.

 

Note

[1] «Itaque licet dicere et Ennium summum epicum poetam», cicerone,  De optimo genere oratorum, 2.

2 Nazareno Valente, Brindisi Sconosciuta, Claudio Grenzi Editore, Foggia 1993, p. 17.

3 (a cura di) Nicola Biffi, L’Italia di Strabone : testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988, p. 350.

4 Che ci fosse percezione di una specifica lingua messapica è testimoniato da Strabone che usa appunto l’espressione «Μεσσαπίᾳ γλώττῃ» strabone, geografia, VI 3, 6.

5 Cicerone, Pro Archia, 22.

6 Silio Italico, Punica, XII 396-397; Strabone, Geografia, VI 3, 5; Pomponio Mela, Chorographia, 66.

7 Gerolamo, Chronicon, 240 a.C.

8 Svetonio, De grammaticis et rhetoribus, 1, 1-2.

9 Gerolamo, Chronicon, 168 a.C.

10  Servio, In Vergilii Aeneida, VII 691. Per quanto i Greci chiamassero spesso Messapi anche i Sallentini, erano ai Calabri che si riferivano con tale etnico, e gli autori latini riservavano il termine Messapi ai soli Calabri.

11 Nos sumus Romani, qui fuimus ante Rudini» («Noi che un tempo fummo cittadini di Rudiae, siamo ora cittadini Romani»)  ennio, Annali, XVIII.

12 Ovidio, Ars amatoria, III 409.

13 Servio, Acronis commentarium in Horatium Flaccum, Carmina IV VIII, 20.

14 Strabone, Geografia, VI 3, 5.

15 Silio Italico, Punica, XII 396-397.

16 Strabone, Geografia, VI 3, 5-6.

17 Ibidem, VI 3, 1. Lo stadio era l’unità di misura adottato in Grecia e variava all’incirca tra i 177m ed i 185m.

18 Ibidem, VI 3, 5.

19 Ibidem.

20 Ibidem.

21 Ibidem.

22 Ibidem.

23 Con ogni probabilità la colonia latina aveva un territorio più ampio dell’attuale provincia di Brindisi: ce lo fa credere la circostanza che Locorotondo faccia parte della diocesi di Ostuni. Le diocesi infatti ricalcavano in genere le precedenti ripartizioni romane.

24 Ovidio, Ars amatoria, III 409-410

25 Gellio, Notti attiche, XVII 17, 1.

26 Silio Italico, Punica, XII 394-395.

27 Plinio il vecchio, Naturalis Historia, XXXV 7, 19.

28 Gerolamo, Chronicon, 154 a.C.

29 PompilIo, Epigrammi, Apud Varrone, Satire Menippee, fr. 356 B.

30 Pomponio Mela, Chorographia, II 66.

31 Plinio il vecchio, Naturalis Historia, III 11, 102.

32 Tolomeo, Geografia, III 1, 67.

33 Silio Italico, Punica, XII 397.

34 Armando Polito, L’epigrafe di Rudie, ovvero CIL, IX, 23: un maquillage ben riuscito, però…, Fondazione Terra d’Otranto, 2014.

35 Per quel che so, non è mai stata verificata l’antichità dell’epigrafe, né si conoscono i motivi per cui non sia conservata presso un archivio pubblico.

36 Guidone, Geographia, 28.

37 Ibidem, 29.

38 Galateo, De situ Iapygiae, 14 7.

39 Livio, Dalla fondazione di Roma, XXV 1, 1.

40 Cicerone,  De optimo genere oratorum, 2.

Dialetti salentini: “spilu” e la sua travagliata storia etimologica

di Armando Polito

Nessuna acquisizione scientifica può essere considerato definitivo e perfino un dato ritenuto incontrovertibile è passibile di revisione e, in non pochi casi, di confutazione, col risultato di sconfessare l’ipotesi in base ad esso formulata. A questa debolezza è forse proprio l’etimologia fra tutte le discipline a pagare il conto più salato, tant’è che ancora oggi innumerevoli sono le voci per le quali l’etimo rimane incerto o, addirittura, ignoto. Sotto questo punto di vista spilu rappresenta, come vedremo, un caso emblematico, con il quale si sono confrontati nel tempo non pochi, avanzando proposte che saranno passate in rassegna,  analizzate e discusse con osservazioni fatte da un dilettante come il sottoiscritto, che, però, gradirebbe il riscontro, soprattutto se negativo, di chi è più competente di lui.

A quanto ne so, prima di Gerhard Rohfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976,  nessuno si era occupato di questa voce. La partenza da lui, perciò, autorevolezza dello studioso a parte, risulta obbligatoria. Di seguito il trattamento dei lemmi interessati.

 

Sostanzialmente il Rohlfs propone come comune denominatore la voce primitiva filo, connesso con filare, da millenni attività esclusivamente femminile e di enorme importanza non solo in ambito domestico. Da filare nasce sfilare (con s– intensiva) e spilu (bambagia filata) del penultimo lemma.

Emergerebbe cosi la suggestiva metafora del desiderio che strugge incessantemente come fa il fuso con la bambagia e non c’è bisogno di arrivare alle estreme conseguenze con sfilacciare. Ma un maestro come lo studioso tedesco non poteva correre il rischio di restare avviluppato da questo gomitolo, illudendosi di aver trovato il bandolo della matassa … e di tutto ciò è dimostrazione il punto interrogativo che accompagna sfilu del primo lemma. Questo commento vuole essere un omaggio all’umiltà che solo i veramente grandi hanno, a differenza della tracotante sicurezza di tanti che ignorano tra i segni di interpunzione il punto interrogativo, tra gli avverbi forse e tra i modi verbali il condizionale.

E dopo il Rohlfs? In ordine cronologico passerò in rassegna le altre proposte etimologiche delle quali sono a conoscenza. Commenterò anche queste, riservando ad un altro post la disamina delle risposte che la troppo osannata e poco demonizzata IA appare in grado di dare, almeno per il momento, ad essere, sempre secondo la mia modestissima opinione, generosi e ottimisti.

Giuseppe Presicce, Dizionario di dialetto e civiltà salentina, s. n., s. l., 2023. Segue la scheda tratta dalla versione digitalizzata disponibile in rete (https://www.dialettosalentino.it/a_1.html).

L’autore conosceva l’opera del Rohlfs che spesso cita nel trattare altri lemmi. Stranamente qui non lo fa, anche se, in base alle premesse metodologiche che ho espresso poco sopra, apprezzo quell’ipotizziamo, anche se l’etimo proposto non mi pare inattaccabile. A preliminare beneficio di chi non ha sufficiente dimestichezza con siffatta disciplina ricordo che un etimo per essere almeno attendibile deve mostrare congruenza semantica e fonetica. Spiculu(m) è sul piano semantico ineccepibile, su quello fonetico totalmente incompatibile per il motivo che segue.

La sincope di regola coinvolge una vocale atona (latino dòmina>*domna>italiano, per assimilazione, donna), mai un’intera sillaba. Apparente eccezione, fra le altre, è il salentino caddhu<italiano cavallo<latino caballu(m), dove la lenizione prima e la caduta poi hanno coinvolto non una vocale ma la consonante v, che nel salentino è soggetta a farsi molto male nella caduta … fino a morire, anche in posizione iniziale, cioè per aferesi (latino valere>italiano valere>salentino alire). In spiculu(m) per sincope poteva cadere solo la u, non l’intera sillaba cu. Ciò avrebbe comportato la trafila spìculu(m)>*spiclum>italiano spicchio>salentino spicchiu, come in auris>aurìcula>*aurìcla>italiano orecchio>salentino ‘recchia. Se, dunque, spilu non può essere figlio di spiculu(m) per il fatto che dopo la sincope di –u- l’esito del restante –clu– è –cchiu-, quale diversa paternità va individuata? Mi pare di intravvederlo nel latino medioevale spìnulu(m), accusativo di spìnulus1, variante maschile del classico spìnula, che a sua volta è diminutivo di spina.

La trafila perciò sarebbe: spìnulu(m)>*spinlu>spilu

Questa sequenza, per mediare il linguaggio della genetica,  di dna filologico intravvisto, però, mostra una compatibilità molto elevata ma non al 100% e questo per colpa di una –l– in meno. Il gruppo –nl-, infatti, sarebbe dovuto passare a –ll– per assimilazione, com’è avvenuto nell’italiano spillo e nel salentino spillu. Sarebbe gratuito, in quanto indocumentabile con altri casi, supporre che –nl– sia passato a –l– per facilitare la pronuncia ed altrettanto lo sarebbe ipotizzare un successivo scempiamento –ll->-l– giustificandolo come dovuto ad esigenze di differenziazione e, dunque, di specializzazione semantica col doppio passaggio metonimico dal concreto/causa (spina) all’astratto/effetto (voglia pungente). A volte  una variane o, addirittura, un sinonimo, anche di altri dialetti, può gettare luce o, al contrario, rendere ancor più consistenti le ombre che avvolgono certi etimi. A tal proposito, prima di continuare la rassegna, non posso trascurare spinnu, che nel siciliano e nel calabrese è l’esatto corrispondente del salentino spilu, come attesta quanto di seguito riproduco e commento volta per volta.

Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, Reale stamperia, Palermo, 1795 ai lemmi spinnu e spinnari.

A parte le parole e locuzioni latine (percupere=desiderare molto, desideerio flagrare=ardere dal desiderio, exoptare=desiderare oltre misura, pene contabescere prae nimio desiderio=languire per un eccessivo desiderio) funzionali al titolo del vocabolario e in linea con l’uso erudito settecentesco, sul piano  strettamente etimologico viene citato un P. M. S. che nel’elenco delle abbreviazioni relative agli autori utilizzati è sciolto in Francesco Pasqualino Manuscritto. Non so se Vincenzo abbia citato Francesco per fare piacere ad un suo probabile parente o per non assumersi la responsabilità di un lemma che, tradotto dal latino suona: “Spinnari, quasi venir meno per l’eccessivo desiderio di mangiare qualcosa etc. È proprio il verbo greco πινάω pinao, sono affamato o meglio desidero, bramo, composto con la preposizione ex  le cui veci fa la s iniziale, così da significare chiaramente morire dal desiderio”.

Faccio notare anzitutto che il buon Vincenzo dal manoscritto ha letto malamete e trascritto πινάω pinao (che significa sono sudicio) per il corretto πεινάω, peinao (che significa sono affamato e, per traslato, ho vivo desiderio di qualcosa). Quanto alle componenti, poi, individuate dal buon Francesco, va detto che appare come insolita fusione quella di  una preposizione latina con un nome greco.

Luigi Accattatis, Vocabolario calabrese-italiano, Patitucci, Castrovillari, 1895

 

Spes (che in latino significa speranza) ha una labile giustificazione sul piano semantico (si spera sempre di ottenere ciò che si desidera ardentemente), nessuna su quello fonetico. Nonostante la pessima qualità di stampa proprio in quel punto, l’alternativa greca sarebbe da decifrare in πεῖνα (leggi pèina) che significa fame. Viene quindi ripreso l’etimo del Pasqualino espresso nella forma verbale (πεινάω, peinao) e perciò valgono le osservazioni prima fatte su di esso.

Giacomo De Gregorio, Contributi all’etimologia e lessicografia romanxa con ispeciale considerazione ai vernacoli siciliani, in  Studi glottiligici italiani, Loescher,Torino,1899, v. I, p.139.

Qui, dopo la contestazione della voce greca del precedente autore, si collega spinnu con penare, giustificando –nn- come avente funzione di distinzione rispetto a spinari. Proprio quest’ultimo, a mio avviso, mette in gioco non pena ma spina. E penso al latino medioevale spìnulus. Di seguito il lemma come riportato dal Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis,Favre, Niort, 1886.

((SPINULUS, lo stesso che Spinula. Bernardo Scolastico di Angers in Miracoli di Santa Fidi anno 1500 circa tra gli approvati tomo 2 della nuova Storia Occitanica colonna 6: La medesima santa (Fide) sembrava cercare insistentemente in silenzio una fibbia di oro artisticamente realizzata che come in latino è chiamata sphinx, volgarmente spinulus)

Una trafila più lineare rispetto al coinvolgimento di pena sarebbe:   spìnulu(m)>per sincope spinlu(m)>per assimilazione progressiva>spinnu.

Riprendo la carrellata su spilu, interrotta dalla parentesi dedicata a spinnu, con i concittadini Enrico Carmine Ciarfera e Mario Mennonna, Il vulgare neritino. Vocabolario etimologico del dialetto di Nardò, Congedo, Galatina, 2020.

Speudo è trascrizione del verbo greco σπεύδω (leggi spèudo)=darsi da fare. Bisognerebbe spiegare non tanto come un verbo greco avrebbe generato nel dialetto salentino un sostantivo mancante nella lingua d’origine, quanto il pasaggio d->-l-.

Mi permetto di derogare all’ordine cronologico fin qui seguito con Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990.

Non vi è proposta etimologica, ma spilu, metafora di voglia cutanea, mi evoca la credenza popolare secondo la quale nel neonato essa sarebbe l’effetto di una voglia alimentare non soddisfatta dalla madre durante la gestazione. Ciò mi obbliga a riesumare, con beneficio di autoinventario, una proposta che avanzai più di dieci anni fa (https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/27/lu-spilu-la-voglia/).

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ma quella rohlfsiana rimane la più limpida. E, se la risposta più semplice spesso non è quella corretta e il caso può ingenerare suggestioni nella cui trappola è umano cadere, il greco σπίλος (leggi spilos)=macchia, allora da me messo in campo, non ha certo la pretesa di costituire la risposta definitiva, nonostante l’impressionante congruenza fonetica, pur se quella semantica appare tirata per i capelli.

 

N.B. A chi mi ha seguito fin qui chiedo scusa per averlo costretto a sorbirsi la lettura integrale del testo per comprendere il senso delle tre immagini di testa. È un miserabile, ormai trito espediente per attirare l’attenzione, ma, se lo fanno i divulgatori di vaglia e ancor più quelli di solo grido, non vedo perché non dovrebbe farlo una schiappa.

La statua del Cristo morto di Raffaele Caretta nella cattedrale di Castro

di Gianluigi Lazzari

Anni fa, quando ero responsabile con nomina arcivescovile dell’archivio parrocchiale della nostra Cattedrale, durante le mie solitarie ricerche e studi mi imbattei in questo documento del 4 aprile 1932.

Esso è a firma dell’economo spirituale don Beniamino Plenteda da Castrignano dei Greci, che poi dopo la morte di don Gabriele Ciullo, diverrà parroco di Castro dal 1935 al 1937.
Questo documento importantissimo riguarda la commissione della statua del Cristo morto, che veneriamo a Castro, al maestro Raffaele Caretta, da parte della committente Signora Eugenia Lazzari (donna ‘Ggenia, moglie di don Vincenzo Lazzari).
Raffaele Caretta è tra i grandi maestri della cartapesta leccese, formatosi presso il laboratorio del maestro Giuseppe Manzo, e poi, prima dell’apertura della sua bottega, divenuto dello stesso laboratorio capogiovane.
Le opere di quest’altro gigante della cartapesta, come quelle del Manzo, sono presenti, come è certificato dai miei studi, in tutto il mondo.
Noi a Castro conserviamo dello stesso maestro oltre al Cristo morto anche un imponente e splendido Sacro Cuore di Gesù del 1924, commissionato dalla Signora Chiarina Lazzari, mamma di donna Cecilia e di di donna Eugenia.
Il documento in questione indirizzato alla Curia arcivescovile, recita così:
“Castro, 4 febbraio 1932
Carissimo don Luigi
Rimetto fotografia del Cristo morto  che la Signora Eugenia Lazzari vuole donare alla Chiesa di Castro, della quale statua Castro è completamente sprovvista. L’immagine è a grandezza naturale.
Il Signor Caretta ha mandato solo la fotografia che rimetto. La Signora Lazzari vuol sapere quanto deve mandare per l’approvazione del progetto.
Con distinti saluti
Sacerdote Beniamino Plenteda
Economo Spirituale.
———–
Otranto, 25 febbraio 1932
Si approva purché non vi siano angeli o putti attorno alla statua.
Canonico Luigi Mariano Presidente;
Calò Vincenzo;
+frate Cornelio Sebastiano Cuccarollo Arcivescovo (ed altri)”.
Come potete vedere, documento importantissimo per la Storia dell’ arte e della scultura in cartapesta leccese a Castro e nel mondo.
Questo statua, per come mi testimoniò maestro Antonuccio Lazzari nella famosa intervista che gli feci nel 1997, non era in origine distesa, ma su un monticello, e doveva essere molto simile a quella del Manzo che sta a Supersano. Al punto che aveva un’urna grande. Negli anni ’60 venne portata presso la bottega di Antonio Malecore a Lecce (che qualche danno lo ha fatto) e questo maestro provvide -secondo la testimonianza di maestro Antonuccio- a tagliarla nella zona del perizoma e a togliere tutta quella montagna su cui poggiavano busto e testa, per poi distenderla e ridipingerla per come oggi la vediamo.
Poi fu ridipinta altre volte.
Insomma: un’ opera sfigurata, ma che conserva ancora i tratti originali e meravigliosi del maestro Caretta.
Speriamo che venga ora scientificamente restaurata, anche se alcuni danni, purtroppo, rimarranno.
La cartapesta e le sculture in cartapesta sono un patrimonio inestimabile di Castro e della nostra Storia, di tutta Terra d’Otranto, conosciuta ed apprezzata anche per questa arte in tutto il mondo.
E non mi stancherò mai di predicarlo.
Ma c’è tanta ignoranza ancora e non conoscenza.
Perciò studiate piuttosto che chiaccherare!
E che le Istituzioni religiose e civili si impegnino in progetti culturali di conoscenza e sviluppo.

San Francesco e il “il miracolo del pane” in un’edizione leccese (1754) del tipografo Domenico Viverito

Subiaco. Monastero benedettino del Sacro Speco, “Frater Franciscus” uno dei primi ritratti di Francesco datato 1222 (Diario dell’arte, I ritratti medievali di S. Francesco, www.finestresullarte.info).

 

di Gilberto Spagnolo

Nel 1930, Primaldo Coco pubblicava a Taranto presso Ettore e Alberto Cressati, il primo volume della sua rara e documentata opera “I Francescani nel Salento”. Tra i tanti capitoli che compongono il testo, uno tra i più interessanti è certamente quello che raccoglie le varie “tradizioni e leggende” sulla venuta di S. Francesco d’Assisi in Puglia, con particolare riferimento ad alcuni centri della provincia salentina, come Taranto, Brindisi, Lecce, Nardò, Gallipoli, Otranto, ecc1.

S. Francesco di Assisi (litografia ottocentesca, M. Villani Napoli, coll. privata).

 

Numerose sono quelle che riguardano il nostro capoluogo tanto che lo stesso studioso ebbe a scrivere “a Lecce il Padre S. Francesco pare sia realmente stato, ma la memoria è molto infiorata di leggenda2 .

Una delle più dettagliate e suggestive è “il miracolo del pane” avvenuto nel 1219, che interessò la nobile famiglia dei “Pirrone” (Perrone) antichissimi patrizi leccesi, che il De Simone attesta come discendenti mitici del protovescovo leccese Oronzo (e il cui palazzo era ubicato vicino alla porta detta di S. Biagio “nell’isola che dal loro cognome traeva denominazione e prestigio”)3, miracolo testimoniato da un’iscrizione riportata dallo stesso Coco a conclusione della narrazione.

La facciata del palazzo dei “Pirrone” in Via dei Pirrone (che va dalla chiesa di S. Matteo a Porta S. Biagio) con al centro scolpito un angelo discendente dal cielo recando in mano un pezzo di pane visibile anche oggi.

 

L’autore, rifacendosi alla lapide marmorea che fu posta a perpetua memoria dell’avvenimento sull’arco del portone del palazzo narra quanto segue:

A Lecce, dove era stato accolto con stima e devozione ammirabile dall’intera popolazione, Francesco volle continuare quella vita di mortificazioni e di spregio questuando per le vie della Città il pane per i Religiosi che avea stabiliti nel Convento di S. Giuliano.

Una volta, trovandosi a bussare alla porta del fastoso Palazzo Pirrone,  famiglia nobile, pia e generosa avvenne di essere benignato di una vista celestiale che riempì di consolazione l’animo suo e tutta la generosa famiglia. Egli adunque bussò e fu aperto immantinente; detto il saluto a lui famigliare Pace e Bene, chiese, con tutta l’unzione sacra dell’umiltà l’elemosina di un tozzo di pane. La persona che gli aveva aperto la porta si scusò con ogni buona maniera che in quel momento non se ne trovava in casa nemmeno un briciolo; e chiuse senz’altro. Il Santo per nulla conturbato, bussò e chiese per la seconda e terza volta l’elemosina per i suoi figli diletti. Questa, confusa e costernata di non poterlo accontentare, non sapeva in qual modo licenziarsi da un povero troppo dissimile dagli altri poveri; ed obbedì ancora una volta ai segreti impulsi del cuore ritornando a visitare la custodia del pane. Quale stupore non fu per lei e per tutta la casa quando la trovò piena e fumante di quel pane gustosissimo chiamato, volgarmente “pollicastro”! Un angelo era intervenuto a premiare l’umiltà dell’uno e la carità degli altri. La gioia, per questo fatto meraviglioso, si estese a tutta la casa come se fosse, disceso dalle sfere celesti nuovo sole di letizia! Nel consegnare il pane al Santo Poverello pareva che tutti fossero in preda a nuova, sovrumana allegria, ed egli nel ricevere l’offerta alzò gli occhi sereni esclamando: Ecco quanto è buono ed amabile il Signore! Egli che governa gli augelletti del campo non ha voluto che soffrissero i servi che lo amano e che lo pregano! E rivolto alla famiglia devota, che lo circondava di affetto disse: Siate benedetti dal Cielo e da me poverello. Iddio ha veduto la vostra bontà; ha pesate le vostre angustie, ed è venuto in soccorso con l’opera delle Sue misericordie! Io pregherò sempre per voi; il mio spirito aleggerà sempre nella vostra stirpe, e godrete il privilegio di riposare dopo morti all’ombra della Chiesa ufficiata dai miei figli spirituali! E così fu. La serafica benedizione passò, come pegno di pace e di felicità, nella famiglia Pirrone di generazione in generazione, che si mantenne devotissima ai figli di S. Francesco.

Sull’arco del portone del palazzo fu posta a perpetua memoria una lapide marmorea con questa scritta:

Pater Franciscus De Assisio

Novae Religionis Fundator

Quaeritans Pro Fratribus Huc Venit

Tunc Panis Non Erat In Domo

Secundo Et Tertio Quaesivit Et Statim

Rotundus Panis Dittus Patria Lingua

Pollicastrus, Grate Olens, Et Fumans

Inventus Est De Coelo Missus

Viso Miraculo Tota Domus Laetata  Est

Et Subito Alessander Pyrronus P. P.

Cum Uxore Aurelia De Claromonte,

Filiabus Et Filiis Aeaco, Leonardo

Ludovico, Stephano Olympia, Et

Laudamia Descenderunt, Et

Reverenter Santo Patri Pollicastrum

Obtulere. Franciscus Capto Pane,

Ecce Dixit, Quomodo In Indigentia

Filis Suis Deus Visitat Annonam

Et Hoc Dicto, Benedixit Omnes

Et Pro Ipsis Et Descendentibus Eorum

Semper Orare, Et In Ecclesia Sui Conventus

Sepulchrum Eis Dare

Promittens Discessit.

Evenit Hoc. A.D. mccxix

Anno Vero Sequenti In Hoc Lapide Miraculumu

Isculpere Fecit Et Angelum De Coelo Panem

Ipsum Terentem In Faciem

Domus Ponere Curavit Idem Alexander,

Qui, In Hoc Anno Mccxx

De Regimine Civitatis Est Primus Et Domino

Ligavit Suis Posteris, Ut Semper Habitarent In Ea4.

 

A sostegno del singolare avvenimento indica in nota, come fonte, il testo di un certo “P. Gregorio Pio Milesio, Pro vindicanda etc. Appendice vol. II, p. 259” (testualmente così riportata).

Frontespizio del II volume dell’opera del padre Gregorio Pio Milesio.

 

Testo dell’iscrizione pubblicata in Appendice al tomo II dell’opera del padre Gregorio Pio Milesio.

 

La casuale consultazione di questo volume presso una biblioteca privata, ha ora consentito non solo di documentare ulteriormente questo episodio ma anche (e soprattutto) di incrementare quantitativamente la produzione di uno dei tipografi leccesi più rappresentativi del XVIII secolo. Nella sua metodica indagine scientifica fatta negli archivi (specialmente ecclesiastici) il padre P. Coco aveva infatti, a proposito di questa fonte, omesso un elemento certamente oggi per noi interessante e cioè che l’opera in 2 volumi del frate Gregorio Pio Milesio era stata stampata proprio a Lecce negli anni 1752/1754 dal tipografo Domenico Viverito, indicato da A. Laporta (che da tempo cura un’indagine al riguardo), come “il più attivo e il più intrigante per la inconsueta qualità contenutistica dei suoi prodotti tipografici5.

È bene ricordare che di questa opera si conoscono solo altri 2 esemplari: il primo è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Lecce (segnalata dal Laporta)6 e l’altro, invece presso la Biblioteca Piccinno di Maglie (segnalata da Emilio Panarese nella sua “Ricerca nella scuola dell’Obbligo”)7.

Frontespizio del I volume dell’opera del padre Gregorio Pio Milesio.

 

Fregi e capilettera contenuti nel testo

 

In questo nostro fortunato ritrovamento, ciò che va posto soprattutto nel giusto rilievo è che il secondo tomo dell’opera riporta (a conclusione e in appendice) il testo completo dell’iscrizione pubblicata dal Coco, introdotta da una nota esplicativa da cui si evince che la stessa era stata scolpita un tempo sulla porta della casa di “D. Domenico Pyrrhonii” e in quell’anno “in huisce conventus Archivio servatur” (“è conservata nell’archivio di questo convento” ovvero in quello di S. Francesco, luogo in cui l’autore ha vergato la maggior parte delle sue lettere e in particolare l’Appendice epistolare (datata “Licit: Ex Con: S. Francesco Decimo Kal. Majas 1753”) che precede il testo dell’iscrizione).

Va altresì specificato che il fatto miracoloso è pubblicato in chiusura al tomo secondo in quanto è richiamato dall’autore alla pag. 185, allorquando egli cita un altro illustre componente di questa nobile famiglia “… D. Raphaelis Pyrrhonii”, indicato come “exculti Viri, ex optimis inter Lycienses” (uomo onorato, tra i migliori dei Leccesi) e (continuando a tradurre) “che si dedica a rendere un ottimo servizio a Maria Vergine, i cui più lontani antenati resero un ottimo servizio al nostro serafico patriarca (cioè S. Francesco) mentre approdava dalla Siria sulle coste italiche, il cielo stesso sigillando la loro devozione religiosa con insoliti prodigi” (l’asterisco rimanda poi all’iscrizione citata). Un’ultima annotazione va fatta per segnalare infine che Raffaele e Domenico Pirrone, personaggi indubbiamente di un certo rilievo a quell’epoca, figurano tra gli autori della rarissima raccolta di sonetti curata da D. Oronzo Procacci e stampata dallo stesso Viverito nel 1757, sonetti fatti in lode del padre D. Francesco Del Tufo e dedicati al marchese di Matino e Lavello8.

 

Da “Lu Lampiune” Anno XI . n. 1,2, 1995, Edizioni Del Grifo, pp. 5-8.

 

Insegna dell’Ordine Francescano.

 

NOTE

1 A. Primaldo Coco, I Francescani nel Salento, vol. I, Taranto 1930, pp. 9-35.

2 Ivi, p. 23.

3 L.G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti, a cura di N. Vacca, Lecce 1964, pp. 312-313. Si veda anche M. Cazzato, Spiritualità Barocca al tempo del vescovo Pappacoda, in “…in Praesepio”, Lecce 1993, pp. 13. Sul palazzo avevano fatto apporre “una statua di S. Oronzo a mezzo busto” con un’iscrizione mutilata (riportata dallo stesso De Simone) e attualmente dispersa.

Il miracolo del lupo di Gubbio, disegno a colori di Monestier (particolare di cartolina d’epoca pubblicitaria non viaggiata anni 30).

 

4 A. Primaldo Coco, op. cit., pp. 24-26. Per comodità del lettore trascrivo qui di seguito la relativa traduzione: “Padre Francesco di Assisi. Il fondatore della nuova religione chiedendo (l’elemosina) per i fratelli giunse qui. Allora il pane non c’era in casa: chiese per la seconda e per la terza volta, e subito venne trovato, mandato dal cielo, un pane rotondo, chiamato nella lingua locale Pollicastro, che profumava gradevolmente e fumava. Visto il miracolo tutta la casa fu allietata e subito Alessandro Pirroni P. P. con la moglie Aurelia di Chiaromonte, con le figlie e i figli, Iaco, Leonardo, Ludovico, Stefano, Olimpia e Laudomia vennero, e offrirono con riverenza al Santo Padre il Pollicastro: Francesco, preso il pane, disse: «Ecco come Dio mandò il cibo ai suoi figli nell’indigenza». Detto questo, benedisse tutti e se ne andò promettendo di pregare sempre per gli stessi e per i loro discendenti, e di dare a loro un sepolcro nella chiesa del suo convento. Avvenne questo nell’anno del Signore 1219. In verità nell’anno successivo fece scolpire in una lapide questo miracolo, e, nella facciata della casa curò di porre un angelo che portava dal cielo il pane lo stesso Alessandro, il quale in questo anno 1220 è il primo del governo della città e donò (lett. unì) la casa ai suoi posteri, affinché abitassero sempre in essa. Il De Simone non fa alcun riferimento a quest’iscrizione. Ricorda invece l’episodio riportando testualmente ciò che aveva scritto N. Fatalò nella sua “La serie dei Vescovi di Lecce”, ms. 37 della Biblioteca Provinciale di Lecce. Si veda anche M. Paone, Palazzi di Lecce, Lecce 1978, p. 123, a proposito della sua nota su “Palazzo Perrone (Via dei Perrone, n. 14)”, dove viene raccontato sinteticamente il fatto miracoloso. Un elemento importante che lo stesso Paone chiarisce riguarda il tipo di pane “mandato dal cielo” detto dal padre Milesio il “Pollicastro” che in vernacolo corrisponde al “puddicasciu” ovvero la “pagnottella di pane di grano, confezionata in casa e cotta al forno insieme alle “fresedde”, ma non biscottata come queste” (cfr. A. Garrisi, Dizionario Leccese-Italiano, volume secondo N-Z, Cavallino 1990, p. 546). La lapide fu poi tolta e conservata nell’archivio del convento di S. Francesco della Scarpa (cfr. G. Paladini, Guida storica e documenti di toponomastica locale, Editrice Salentina, Lecce 1952, p. 276.

Assisi. Basilica superiore di San Francesco. Giotto, Presepe di Greccio, affresco 1295-1299 circa (Federico Giannini, Ilaria Baratta, Finestre sull’Arte, Il presepe di Greccio di San Francesco secondo Giotto).

 

5 A. Laporta, Saggi di Storia del Libro, Lecce 1994, p. 81.

6 Idem, Settecento tipografico leccese (note per la storia dell’arte della stampa a Lecce nel ‘700) in Momenti e figure di Storia pugliese. Studi in memoria di Michele Viterbo (Peucezio), vol. II, Galatina 1981, pp. 123 e 124 (sono riportate le caratteristiche tipografiche di entrambi i volumi, Voll. XXI, c. 309).

7 E. Panarese (a cura di), Una ricerca nella scuola dell’obbligo. Visita alla “Biblioteca Piccinno” di Maglie, Maglie 1990, pp. 54-55.

In appendice viene schedato però solo il I volume di cui si pubblica anche il relativo frontespizio a p. 54.

8 L’opera, appartenente alla biblioteca privata di E. Pindinelli è stata segnalata dallo stesso studioso nel suo Settecento Tipografico Leccese (19 schede per un repertorio delle edizioni), estratto da “Nuovi Orientamenti Oggi”, n. 98, Gallipoli settembre-ottobre 1986, pp. 11-12. Quest’edizione riveste particolare importanza in quanto viene riportato un sonetto in dialetto leccese dello stesso Procacci che dovrebbe essere in assoluto “il primo testo pubblicato per le stampe e tra i più antichi conosciuti”.

Si ringraziano, per la collaborazione prestata, M. Antonietta Garrapa, M. Cazzato, M. Rossi.

«Alla ricerca del corpo di suor Chiara D’Amato». Tentativi, memorie e prodigi attorno alla Serva di Dio

di Marcello Gaballo

Il recente riavvio della causa di beatificazione di suor Chiara D’Amato – al secolo Isabella, dei duchi di Seclì – ha riacceso l’interesse verso la figura mistica della clarissa neritina, morta in fama di santità il 7 luglio 1693 e da subito oggetto di grande venerazione.

La sua vita, segnata da estasi, visioni, profezìe, digiuni severi e fenomeni mistici analoghi a quelli di san Giuseppe da Copertino, portò già il vescovo Orazio Fortunato ad avviare un primo processo informativo, rimasto però incompiuto. Tra gli elementi che alimentarono la devozione e la fama sanctitatis vi fu anche un prodigio singolare: l’assenza del cuore nel corpo riesumato pochi anni dopo la morte, fatto che impressionò profondamente la comunità religiosa e civile.

In questo clima di intensa venerazione, e nella convinzione che il corpo della monaca fosse un “tesoro” spirituale da onorare, nei secoli successivi furono compiuti diversi tentativi per rintracciare le sue spoglie, la cui collocazione divenne incerta dopo il trasferimento ordinato dal vescovo Fortunato dalla sepoltura comune alla cosiddetta “sepoltura vecchia”, poi detta Carnara. Un prezioso verbale conservato nella Visita pastorale di mons. Ricciardi offre una testimonianza diretta di questi ripetuti tentativi, avvenuti tra il 1821 e il 1829.

I tentativi del 1821

Nel 1821, durante la visita pastorale del vescovo Leopoldo Corigliano, si decise di procedere alla ricerca della salma. Il 29 aprile il presule entrò nella clausura per ricevere l’obbedienza delle religiose; la ricerca fu fissata per il giorno seguente. Durante la notte intercorse un tremuoto, evento che le suore interpretarono con timore. Il 30 aprile si aprì la Carnara, ma non si trovò alcuna traccia della cassa né del corpo, nonostante alcune religiose affermassero di averlo visto anni prima, accanto alla cassa della consorella Agnese Acquaviva, anch’ella morta in fama di santità.

Il 2 maggio il vescovo fece nuove verifiche nella sepoltura comune, ma ancora senza risultati. Si decise di riprendere le ricerche l’indomani, ma nella notte precedente – alle cinque del mattino – le religiose vicine alla Carnara avvertirono un nuovo tremuoto accompagnato da uno strepito. Il giorno seguente si riaprì il vano, si rimossero ossa e materiale, ma nuovamente senza alcun esito.

Le ricerche del 1829

Otto anni dopo, nel settembre 1829, il vescovo Salvatore Lettieri volle personalmente riprendere le ricerche. Dopo aver celebrato la Messa dello Spirito Santo, entrò nella clausura accompagnato da due canonici deputati alla causa, dal cancelliere e dal vicario. Si aprì ancora la Carnara, senza trovare nulla. Si passò quindi alla sepoltura comune, dove vennero compiute nuove osservazioni.

Il 7 settembre la Carnara fu nuovamente riaperta: venne alla luce un passaggio verso un’altra sepoltura antica, che fu ispezionata fino al fondo, ma tutto risultò vano. Il 9 settembre venne riaperta la sepoltura comune e si esaminarono con attenzione muri e pavimenti. Si scavò persino un canale nel muro che collegava la sepoltura vecchia alla chiesa antica, allora adibita a magazzino del grano. Nessun indizio apparve. Il giorno seguente si svuotò completamente la Carnara dalle ossa, si osservò ogni dettaglio, ma ancora una volta “Dio non volle benignarci di farci trovare un tanto Tesoro”, come conclude con rammarico la firma finale del verbale, datata 14 aprile 1890 e attribuita alla clarissa suor Maria Rachele Grassi.

Il documento restituisce la misura della devozione che, nei secoli, ha accompagnato la memoria di suor Chiara D’Amato. Le ricerche, pur infruttuose, testimoniano quanto la comunità religiosa abbia continuato a percepire il corpo della Serva di Dio come un segno e una presenza viva, tanto da volerlo rintracciare anche dopo decenni, confidando che una nuova scoperta potesse contribuire alla sua canonizzazione.

Nell’ottica della causa oggi riaperta, questi verbali costituiscono un tassello significativo della lunga storia di culto attorno alla clarissa neritina: raccontano una fede semplice e insieme tenace, che ha attraversato i secoli, e mostrano come la memoria delle sue virtù e dei suoi fenomeni mistici fosse rimasta vivissima molto tempo dopo la sua morte.

In attesa che l’iter canonico prosegua secondo le norme ecclesiastiche, queste pagine antiche confermano che il nome di suor Chiara non è mai stato dimenticato e che la sua fama di santità ha continuato a parlare alla comunità, chiedendo di essere custodita e tramandata.

La scomunica ai frati domenicani di Nardò (1610): un episodio dimenticato della storia cittadina

particolare della facciata della chiesa di San Domenico a Nardò

 

di Marcello Gaballo

 

L’episodio della scomunica ai frati domenicani di Nardò del 1610 è rimasto finora del tutto estraneo alla storiografia locale. Eppure, si tratta di un fatto di grande rilievo, perché investe non un convento marginale, ma il complesso domenicano situato nel cuore stesso della città, accanto alla piazza centrale, dove i frati erano stabiliti sin dal XIV secolo.

La scoperta e la pubblicazione di questo documento aggiunge un tassello nuovo alla storia religiosa neritina, mostrando come le tensioni tra vescovo e ordini mendicanti abbiano inciso in profondità sulla vita ecclesiale e civile, e apre nuove piste di ricerca per la ricostruzione delle dinamiche di potere e di devozione nella Nardò del Seicento.

All’inizio del XVII secolo, la vita religiosa di Nardò fu turbata da un episodio che ben riflette le tensioni, frequenti nel Regno di Napoli, tra i vescovi diocesani e gli ordini religiosi.

Un atto notarile del 30 gennaio 1610, conservato presso l’Archivio di Stato di Lecce, documenta la vicenda che coinvolse i frati domenicani del convento di San Domenico, colpiti da scomunica ed interdetto dal vescovo di Nardò mons. Lelio Landi.

Le cause del provvedimento non vengono esplicitamente chiarite nel testo, ma il contesto storico consente di ipotizzare diverse motivazioni.

Anzitutto, vi erano i ricorrenti conflitti di giurisdizione: i domenicani, come altri ordini mendicanti, godevano di privilegi pontifici che li autorizzavano a predicare, confessare e amministrare i sacramenti senza il controllo diretto del vescovo. Tali prerogative spesso urtavano con la volontà degli ordinari diocesani di riaffermare la propria autorità pastorale, soprattutto dopo il Concilio di Trento. Non meno rilevanti erano le questioni economiche, legate alle decime, alle offerte e alle sepolture: quando le famiglie nobili o le confraternite preferivano il convento per i propri riti e la propria memoria, le chiese cittadine vedevano ridursi risorse e prestigio. Infine, non si possono escludere motivi personali e politici, poiché i conventi erano centri di potere e influenza nella vita cittadina, e la personalità di Landi, vescovo noto per fermezza e rigore, poteva aver acuito contrasti già accesi.

Il documento ci porta dentro le stanze del palazzo episcopale, dove, alla presenza di giudici e testimoni, mons. Landi fa leggere una lettera giunta da mons. Giovanni Falces, arcivescovo di Brindisi (in carica dal 4 luglio 1605 fino alla morte nel 1636). Lo scritto, redatto in parte in spagnolo, tradisce un tono insieme affettuoso e deciso, segno della necessità di intervenire per comporre una vertenza che rischiava di turbare non solo i religiosi, ma l’intera città. L’arcivescovo dichiara la sua stima personale per Landi, ma lo invita esplicitamente a porre fine a una situazione che non poteva protrarsi:

«…supplicarle come chi lo ama di tutto cuore per il servizio di Dio, per la quiete di Vostra Signoria e la pace di tutti, che prima si tolgano i cartelli di scomunica e di interdetto dai padri e dal convento dei padri domenicani di costì, e liberare il padre che tenete in prigione…»

Quelle parole ci rivelano l’asprezza del conflitto: i frati non solo erano stati colpiti da censure gravissime, ma uno di loro era stato addirittura incarcerato. La scomunica e l’interdetto erano infatti tra le pene più dure nella disciplina della Chiesa, poiché comportavano l’esclusione dalla vita sacramentale e la sospensione delle celebrazioni pubbliche. L’umiliazione era accresciuta dall’affissione dei cartelli — i cosiddetti ceduloni — sulle porte della chiesa e in luoghi pubblici, perché tutti conoscessero la condanna.

L’atto notarile conserva i nomi di chi era stato colpito: fra Pietro Romano, priore; fra Cosmo di Ceglie, sottopriore; fra Geronimo Gratioso di Bari e fra Pietro Martire di Nardò, tutti appartenenti all’Ordine di San Domenico. Non conosciamo le accuse precise, poiché il documento si limita a parlare delle “cause contenute nell’informazione contro di loro”, ma la dinamica appare tipica delle controversie diocesane di quegli anni, in cui le ragioni spirituali si mescolavano a interessi concreti e alla difesa delle competenze.

Alla fine, per compiacere l’arcivescovo Falces, il vescovo di Nardò decise di allentare la tensione.

L’atto riporta che «semo remasti contenti che il cedulone dell’interdetto posto alla chiesa di Santo Domenico di Nardò et al popolo di questa città, et li ceduloni dell’excomunica contro i frati… si levino dalli predetti lochi dove sono stati affissati». Tuttavia, la formula aggiunta rivela la prudenza e la diffidenza di Landi: la revoca non era definitiva, ma concessa “cum reincidentia… ad nostrum beneplacitum”, cioè con possibilità di ripristinare le censure a suo piacimento.

Il documento, rogato dal notaio alla presenza di giudici e abati, suggella così una tregua fragile, un compromesso più che una soluzione. Del resto, casi analoghi si verificarono in molte altre diocesi del Regno: a Lecce, il vescovo Luigi Pappacoda si scontrò con i frati Predicatori per il controllo delle prediche quaresimali; a Napoli, i conventi domenicani e i collegi gesuitici entrarono più volte in conflitto con l’arcivescovo; in Terra di Bari alcuni conventi furono interdetti a causa di controversie patrimoniali e di disobbedienza ai decreti sinodali. Nardò, dunque, non fu un’eccezione, ma un tassello di un quadro più vasto, in cui i vescovi post-tridentini cercavano di riaffermare l’autorità ordinaria contro i privilegi di cui godevano gli ordini mendicanti.

La vicenda del 1610 ci restituisce l’immagine di una Chiesa attraversata da tensioni sottili, in cui le pene spirituali erano anche strumenti di governo e i conventi diventavano centri di potere contrapposti all’episcopio.

La rimozione dei cartelli di scomunica e interdetto, più che un gesto di riconciliazione, fu dunque un atto politico per ridare pace alla città e salvaguardare l’onore dei religiosi, senza intaccare però la prerogativa del vescovo di intervenire di nuovo.

Dietro le solenni architetture barocche e le devozioni popolari che caratterizzano ancora oggi la memoria del convento di San Domenico, si intravede così la trama nascosta di conflitti, negoziazioni e alleanze che segnarono profondamente la vita religiosa di Nardò nel Seicento.

L’ipogeo a cellette dei frati cappuccini di Alessano

di Pierluigi Cazzato

Nel territorio alessanese si conservano ancora numerosi esempi di grotte, naturali o artificiali, utilizzate dall’uomo in diverse epoche e per i più svariati scopi: si va dalla tomba a grotticella di Montesardo (età del bronzo)1, passando attraverso il villaggio rupestre di Macurano (Medioevo)2, fino ad arrivare ai 36 frantoi ipogei costruiti a partire dal XV/XVI secolo3, solo per citare i casi più noti. Tra le innumerevoli cavità presenti ad Alessano e dintorni, del tutto peculiare appare l’ipogeo che si trova nei pressi del convento dei frati minori cappuccini. Grazie all’ospitalità dei francescani, di recente ho avuto la possibilità di visitare questo caratteristico e suggestivo ambiente sotterraneo che, a mio modesto parere, merita di essere conosciuto e valorizzato.

ingresso principale

 

La grotta in questione è localizzata nel piccolo parco situato di fronte al convento. L’entrata, posta sul lato est, è costituita da una scalinata che scende per circa 5 m sotto il livello stradale; un altro ingresso, sempre provvisto di scalinata in conci di tufo, si trova sul lato opposto.

L’ipogeo ha pianta sub-rettangolare (circa 20 m x 10 m) con un grande pilastro a sorreggere la volta, le sue pareti sono quasi interamente ricoperte da piccole cellette quadrangolari (solo un lato corto del vano ne è del tutto privo) scavate nel banco di calcarenite assai friabile.

Le cellette sono disposte su file per lo più regolari ed hanno dimensioni non standardizzate, quelle che si trovano nelle file prossime al soffitto sono più piccole rispetto a quelle delle file inferiori; alcune cellette risultano parzialmente interrate segno che l’antico piano di calpestio della grotta è ricoperto da uno spesso strato di terra.

Sul soffitto si trova una grande apertura (oggi chiusa da una tettoia in plexiglass), una seconda apertura è stata creata per la realizzazione di un pozzo.

Il vasto ambiente sotterraneo viene comunemente identificato come un frantoio4 ma in verità esso non presenta nessuna delle caratteristiche principali di questo tipo di struttura: assenti sono la macina e le mangiatoie per gli animali da tiro. Un confronto con altri ipogei simili che si trovano nel Salento, invece, suggerisce che si tratti di un impianto produttivo di tutt’altro genere.

parete orientale, pozzo

 

Iniziamo la nostra rassegna proprio dal feudo alessanese: a poco più di un chilometro dall’ipogeo dei cappuccini viene segnalato una piccola cavità provvista di cellette, ubicata all’interno della masseria fortificata di Macurano, che viene interpretata come una colombaia5.

Un altro ambiente sotterraneo con queste caratteristiche si trova nei pressi del casale medievale di Spiggiano (Presicce). Si tratta di una struttura a forma trapezoidale profonda 4/5 metri le cui pareti sono interamente ricoperte di nicchie. Essa è posta esattamente sotto la torre colombaia di epoca rinascimentale e con ogni probabilità aveva la stessa funzione della struttura sovrastante sebbene sia stata realizzata e utilizzata in epoca precedente6.

A Tiggiano, nei pressi della masseria fortificata di Catti (o Gatta) viene segnalato un “colombaio a pozzo, scavato sotto il livello del terreno, totalmente aperto, con nicchie per i colombi scavate sulle pareti al pari di una scala per la discesa”; il fondo in cui si trovava la cavità prende il significativo nome di palummaru (termine che nel dialetto salentino indica la colombaia) mentre l’adiacente masseria è conosciuta anche con l’appellativo di Palombaro7.

Spostandoci nell’agro di Ugento, esattamente in località Cupa, nei pressi dell’omonimo villaggio rupestre, incontriamo la così detta “Grotta di Polifemo”, un’ampia grotta a pianta ovale con le caratteristiche cellette (oltre un centinaio) scavate lungo tutte le pareti e una grande apertura sul soffitto; anche questo ipogeo viene interpretato come un colombaio8.

All’interno del medesimo insediamento in rupe s’incontra un ulteriore ipogeo scavato nel costone roccioso e con una copertura in blocchi di tufo. Sul lato occidentale dell’edificio si trovano 60 cellette, o loculi, quadrangolari disposte su 5 file, tutte intonacate e di dimensioni standardizzate; il singolare edificio è stato interpretato in passato come un colombarium funerario di epoca tardo romana, ma alcune caratteristiche della struttura rendono più plausibile che si tratti di un apiario ipogeo9.

Nel territorio di Otranto si contano diverse ipogei a cellette: quello di “Masseria Torre Pinta” formato da un lungo corridoio (30 m circa) che conduce ad una stanza circolare collegata ad altri tre ambienti voltati a botte, le pareti di tutti i vani sono ricoperte da nicchie quadrangolari, come a Spiggiano, sull’ipogeo è stata costruita una torre colombaia di epoca più tarda10; a poca distanza dal precedente troviamo un altro ipogeo a cellette, ubicato all’interno del villaggio rupestre della Valle delle Memorie, anch’esso interpretabile come colombaio11; nella Valle dell’Idro invece si trova una “piccionaia a muro” costituita da una parete rocciosa su cui sono state scavate sei file di nicchie quadrangolari12; nei pressi di masseria Santa Barbara è localizzato un altro ipogeo caratterizzato da due vani circolari con nicchie destinate all’allevamento di piccioni13. Nel tarantino sono documentati due altri casi: a Massafra la così detta “Farmacia del Mago Greguro“, vasto ipogeo con cellette situato nella Gravina di Madonna della Scala (secondo la tradizione orale la grotta era abitata da un mago/guaritore che conservava le sue erbe officinali negli incavi scavati sulle pareti, tuttavia anche questa struttura, secondo gli studiosi, era probabilmente adibita a piccionaia); a Grottaglie, nella Gravina di Riggio, un’ampia sala scavata nella parete della gravina abbastanza simile alla grotta precedente14.

ingresso occidentale

 

Da un raffronto con i casi elencati, appare plausibile che anche l’ipogeo di Alessano sia stato usato, almeno per un certo periodo di tempo, come colombaio. Alcune caratteristiche della struttura avvalorano questa ipotesi: la grande apertura sul soffitto della grotta che consentiva ai colombi di uscire verso l’esterno; le cellette scolpite in modo rozzo e irregolare molto simili a quelle della “Grotta di Polifemo” di Ugento15; la presenza sulle pareti di piccoli fori idonei ad alloggiare i trespoli con funzione di posatoi al servizio dei piccioni. La grotta dei cappuccini è stata, dunque, utilizzata per la colombicoltura, tuttavia la sua destinazione d’uso è sicuramente cambiata nel corso del tempo, ciò risulta evidente dalle modifiche strutturali che ha subito: la sistemazione dei due ingressi con scalinate in conci di tufo appare piuttosto recente come anche la trivellazione del pozzo; inoltre si nota come diverse cellette siano state parzialmente distrutte con colpi di piccone. Alcuni di questi lavori sono probabilmente da mettere in relazione con la data 1899 graffita su una delle pareti.

parete occidentale

 

Il colombo, o piccione, (Columba livia) è stato il primo volatile addomesticato dall’uomo, la sua domesticazione avvenne probabilmente in Medio Oriente o in Egitto, nei primi insediamenti umani di carattere stabile. Sin da quando l’uomo ha cominciato a praticare l’agricoltura, i colombi sono stati allevati per la loro carne, per scopi rituali (sacrifici animali e pratiche di divinazione) o semplicemente per diletto.

Nell’Antico Egitto i colombi erano già rappresentati nei geroglifici e nelle tavolette della V dinastia (2550-2350 a. C.). Di colombi domestici si parla anche nell’Antico (Genesi, Levitico) e nel Nuovo Testamento (alla nascita di Gesù, la sua famiglia offrì in sacrificio una coppia di colombi, Luca 2:24). In Siria, e in diverse altre aree del Mediterraneo, il colombo era considerato sacro, mentre in Grecia si allevava già al tempo di Omero.

La colombicoltura ebbe vasta diffusione nel mondo ellenistico e soprattutto in quello romano. Diversi scrittori latini trattano dell’argomento: Varrone, Columella, Palladio e Plinio. Attraverso questi autori sappiamo che, in epoca romana, l’allevamento dei colombi era molto redditizio e che esistevano piccionaie le quali potevano ospitare sino a 5000 volatili16.

nicchie

 

La pratica di allevare i colombi in grotte o cavità artificiali è molto antica, basti pensare che sia il colombo selvatico occidentale (Columba livia) sia il colombo selvatico orientale (Columba livia rupestris) in natura nidificano regolarmente sulle falesie rocciose, sia costiere che interne, e negli anfratti e grotte che si aprono su di esse. I primi esempi databili con una certa sicurezza sono dislocati in Medio Oriente (Palestina, Giordania, Iraq); nel sito di ‘Ain al-Baida (Giordania), per esempio, è stato indagato un colombaio a pozzo, interamente scavato nella tenera roccia calcarea, caratterizzato da circa trecento nicchie destinate ad alloggiare i colombi; tale struttura viene datata tra VIII e VI secolo a. C. sulla base della ceramica rinvenuta durante lo scavo archeologico17.

In Italia i colombai (o colombaie) rupestri sono abbastanza diffusi seppur ancora poco studiati. Oltre che in Puglia, sono attestati nella Sicilia centrale (Enna, Calascibetta), in Basilicata (Matera), nell’appennino emiliano e soprattutto nel Lazio settentrionale (Viterbo, Tarquinia, Orte, ecc…)18. In genere essi si trovano in prossimità di insediamenti rupestri di età medievale19 “il che potrebbe ragionevolmente far supporre che la loro realizzazione sia avvenuta in quell’epoca”20.

Di certo l’allevamento dei colombi ha avuto un ruolo importante nell’economia medievale. La carne di piccione garantiva un elevato apporto calorico e proteico anche alle classi sociali più povere; inoltre il guano prodotto nelle colombaie era un prezioso fertilizzante agricolo.

Sempre nelle colombaie, in condizioni di elevata umidità e scarsa ventilazione unita all’accumulo di guano, si formava il salnitro (o nitrato di potassio), che veniva raccolto e utilizzato come conservante per gli alimenti e a partire dal XV secolo come componente della polvere da sparo. Ampiamente attestati durante il Medioevo, i colombai in rupe sono rimasti in uso ben oltre il XVIII secolo, fin quasi all’ età contemporanea21.

Anche ad Alessano l’allevamento dei colombi è stata sicuramente un’attività molto praticata, anche se mancano le attestazioni per l’età medievale. Alla periferia settentrionale del paese è ancora in piedi una torre colombaia di probabile età rinascimentale e nel vicino centro di Montesardo fino al secolo scorso erano ancora visibili addirittura tre torri destinate alla colombicoltura22. Appare così evidente che l’allevamento dei piccioni non era una pratica marginale nell’economia della zona.

Graffito

 

Per quanto riguarda l’ipogeo alessanese, non abbiamo certezze circa la sua datazione, però è facile constatare che, nel Salento, diversi colombai in grotta sono stati costruiti nei pressi di abitati medievali abbandonati in età moderna: la cavità di Macurano, probabilmente pertinente all’omonimo villaggio rupestre; quella di Spiggiano, anch’esso casale di epoca medievale; quella di masseria Gatta, nei pressi del casale abbandonato di Movigliano; la “Grotta di Polifemo”, nel villaggio rupestre della Cupa. Una datazione di queste strutture all’età medievale appare dunque ragionevole.

Tuttavia alcuni di questi ipogei potrebbero essere stati realizzati in epoca precedente: il colombaio di Spiggiano, ad esempio, sorge nei pressi di un insediamento rurale di età romana e al suo interno è stata rinvenuta della ceramica della stessa epoca23; a masseria Gatta l’ipogeo è ubicato nelle vicinanze (una cinquantina di metri) di un’area di frammenti fittili di età romana imperiale. Non è da escludere, dunque, la possibilità che la realizzazione del colombaio di Alessano risalga al periodo romano imperiale o al Tardo Antico.

Nella speranza che in futuro un’indagine più approfondita riesca a chiarire meglio la datazione e l’utilizzo del colombaio in grotta dei frati cappuccini, ci auguriamo che esso possa essere tutelato e debitamente valorizzato come una delle poche testimonianze architettoniche, seppur “in negativo”, che ci restano dell’Alessano medievale.

Censimento dei trappeti

 

Articolo comparso su Controcanto, Periodico di Informazione Culturale, anno XXI, numero 4, Alessano Dicembre 2025.

 

Note

1 D. Ammassari, Carta archeologica del territorio a sud di Alessano I.G.M. 223 I SE) e analisi strutturale della chiesa di Santa Barbara a Montesardo, Tesi di laurea in Topografia Antica, Lecce anno academico 2005-2006, p.24.

2 C. D. Fonseca, A. R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta, Gli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Galatina (Le), 1969, pp. 49-51; M. Sammarco, M. Parise, G. P. Donno, S. Inguscio, E. Rossi, Il sistema rupestre di località Macurano presso Montesardo (Lecce, Puglia), Atti VI Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali – Napoli, 30 maggio – 2 giugno 2008, Opera Ipogea 1/2 – 2008; S. Calò, Paesaggio di pietra. Gli insediamenti rupestri delle Serre Salentine, Roma 2015, pp. 101-108.

3 Censimento ed ubicazione dei trappeti a grotta, delibera della giunta comunale n° 379 del 20.08.1997, allegato n° 2: Ubicazione planimetrica, a cura di G. Grande Musio, N. Pacella, R. Puce. Da notare che tra i trappeti censiti si contano solo 2 costruzioni sub divo rispetto alle 36 in grotta.

4 Esso viene indicato come “trappeto a grotta di Giuseppe Sangiovanni” nel censimento dei frantoi alessanesi (vedi nota 3).

5 Purtroppo non mi è stato possibile visitare il luogo, tuttavia una foto di questa struttura è visibile sul sito Salento a colory (https://www.salentoacolory.it/macurano-tracce-di-storia-al-capo-di-leuca/).

6 S. Calò, E. Santucci, Hypogea with niches of southern Apulia. Examples of rural economy in medieval cave settlements of Salento, in Hypogea 2017, Proceedings of International Congress of speleology in Artificial Cavities, Cappadocia 6/8 Marzo 2017, pp. 22-23. Un ampio repertorio fotografico di questa struttura si trova online: https://www.salentoacolory.it/lipogeo-villaggio-medievale-spiggiano/.

7 G. De Francesco, Tiggiano a memoria, appunti per la storia del paese, Castiglione (Le) 2020, pp. 58-59. Tracce dell’allevamento dei colombi si trovano anche all’interno della masseria, dove sulla parete di un caseggiato di servizio ci sono le caratteristiche nicchie destinate ad ospitare i volatili.

8 S. Calò, op. cit., pp. 90-98; S. Calò, E. Santucci, op. cit., p. 22. Anche le foto di questo ipogeo si trovano sul web: https://www.salentoacolory.it/il-villaggio-rupestre-di-ugento/.

9 S. Calò, op. cit., pp. 96-98; S. Calò, E. Santucci, op. cit., pp. 25-27. Tutte le cellette di questa grotta hanno sul fondo un piccolo foro, il così detto “foro di volo”, che consentiva alle api di uscire all’esterno, inoltre l’ipogeo era esposto al sole ma riparato dalle precipitazioni e dal vento, quindi doveva essere abbastanza asciutto e protetto dalle escursioni termiche.

10 S. Calò, E. Santucci, op. cit., pp. 23-24.

11 Ibidem, p. 24.

12 Ibidem, p. 25.

13 Ibidem, p. 25. Anche per gli ipogei otrantini si trova un ampio repertorio fotografico alla pagina web: https://www.salentoacolory.it/lenigma-delle-costruzioni-cellette/.

14 Vedi: https://www.salentoacolory.it/lenigma-delle-costruzioni-cellette/. In realtà in provincia di Taranto sono segnalati numerosi colombai rupestri a Laterza, Castellaneta, Crispiano, Grottaglie e Massafra (cfr. S. Calò, E. Santucci, op. cit., p. 21.

15 Inoltre la disposizione delle nicchie in file ravvicinate invalida l’ipotesi che si tratti di una struttura di tipo funerario; cellette così accostate e file tanto serrate non lasciano spazio ad alcuna manifestazione tangibile della pietà umana, fatto che non trova raffronti con l’organizzazione interna dei monumenti funerari (colombaria) che si conoscono.

16 R. Kakish, Evidence for dove breeding in the Iron Age: a newly discovered dovecote at ‘Ain al-Baida/ ‘Amman, in Jordan Journal for History and Archaeology, vol. VI, n° 3, University of Jordan 2012, pp. 186-188; S. Quilici Gigli, Colombari e colombaie nell’Etruria rupestre, in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, serie III, anno IV, Roma 1981, pp. 110-111. Nel mondo romano i colombi venivano allevati principalmente per scopi alimentari e per il guano usato come fertilizzante, ma Varrone (De re rustica) e Plinio (Naturalis historia) ci informano che molti romani li allevavano per diletto e alcuni impazzivano per l’amore verso i colombi tanto da spendere cifre esorbitanti per assicurarsi gli esemplari più belli e con il pedigree migliore.

17 R. Kakish, op. cit., pp. 175-186.

18 S. Quilici Gigli, op. cit., pp. 106-175; G. Moscatelli, G. Mazzuoli, Dove volano i colombi, in “Archeo” n° 474, Agosto 2024, pp. 48-63; C. Bonanno, S. A. Cugno, Colombaie rupestri nella Sicilia centrale: nuove proposte di interpretazione, in Nelle terre dei Sicani, Atti del Convegno di studi sulla Sicilia Antica, a cura di S. Modeo, S. D’Angelo, S. Chiara, Caltanissetta 2022, p. 193.

19 Di solito si trovavano in aree poco urbanizzate e poco frequentate per evitare che la presenza umana recasse disturbo agli uccelli, infatti se disturbato il colombo tende ad allontanarsi e cambiare il luogo della cova.

20 G. Moscatelli, G. Mazzuoli, op. cit., p. 61.

21 Ibidem, pp. 61-62.

22 M. Bonfrate, Torri colombaie a Montesardo, articolo disponibile online su: https://www.fondazioneterradotranto.it/2024/01/04/torri-colombaie-a-montesardo/.

23 S. Calò, E. Santucci, op. cit., p. 23. Le pareti di questo ipogeo sono rivestite di calce per impedire la scalata ai predatori (topi e serpenti) proprio come raccomanda l’autore latino Columella.

La letterina sotto il piatto e il Natale d’altri tempi

Commovente letterina realizzata in proprio dallo stesso autore dedicata a Gesù Bambino. Non datata ma primissimi anni del 900

 

 

di Gilberto Spagnolo

Caro Gesù Bambino…”, così iniziavo (lo ricordo ancora perfettamente) “la mia letterina di Natale” di tanti e tanti anni fa, scrivendola negli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze. Il tempo degli auguri di allora, ben altro tempo (non certamente quello della pandemia e del Covid di oggi), era affidato soprattutto, oltre che alla tradizionale poesia da recitare durante il pranzo o la cena natalizia, alla carta (e non al computer) e ai pensieri racchiusi in una busta.

Nascosta furtivamente sotto il piatto, la letterina sembrava brillare con le sue semplici parole; parole scritte con grande emozione e con la supervisione della nostra maestra in una piccola aula di scuola elementare (la mia scuola era ubicata presso un istituto religioso di antica tradizione poi dismesso). La letterina doveva essere scelta con la massima cura ed era soprattutto estremamente importante che fosse non solo bellissima ma anche vergata con diligente calligrafia, poiché doveva contenere tutti i nostri buoni propositi, tutti i nostri desideri di un anno.

Letterina di Natale dedicata ai genitori. Non datata (ma prima metà del 900)

 

Si doveva fare bella figura con i nostri genitori non per ottenere dei regali ma per manifestare il nostro grande affetto e ringraziarli. In quelle lettere (preziose testimonianze di un passato in cui gli auguri erano veramente autentici e sinceri) si scrivevano tante cose belle e buone, si facevano tante promesse, come quelle di essere sempre bravi, di studiare molto e sempre, di rispettare ed amare i nonni, gli zii e tutti i parenti ma soprattutto di “ubbidire alla mamma e al papà”).

Il lungo elenco si ripeteva poi di anno in anno con grande forza evocativa e tenerezza perché ci consentiva di ricevere qualche spicciolo da utilizzare subito in altri desideri. Più specificatamente e per approfondire l’argomento è sufficiente leggere il bel saggio di Elisabetta Gulli Grigioni dal titolo Letterine di Natale. Festosi ma complessi documenti infantili, molto utile e significativo per le notizie storiche in esso contenute, pubblicato nel 1994 a Venezia e rintracciato sulla rivista per collezionisti e antiquari “CHARTA” del novembre-dicembre 1994. In esso si scopre che la “letterina di Natale” è stato un fenomeno finanche europeo ed è testimoniabile nel 1731, anno in cui è stata scritta quella che sembra la più antica letterina ad Amburgo dove è conservata come isolato esempio nell’Altomar Museum.

Nel lavoro della Grigioni, questo particolare tipo di corrispondenza (da noi si farà anche per gli auguri a Pasqua) viene definita come “un festoso documento composto da un foglio, generalmente doppio, di carta decorata e da un messaggio augurale manoscritto. Era diretta, secondo una consuetudine legata dapprima agli auguri per il nuovo anno e poi trasferita al Natale, ai genitori (meno frequentemente ai nonni, a qualche zio o alla madrina) dai figli bambini, di solito in quell’età che coincide con il periodo di frequenza della scuola elementare. Diffusa in molte parti d’Europa e documentabile già nella prima metà del settecento, l’usanza si è progressivamente indebolita nel corso della seconda metà del novecento”.

dedicata al papà. Datata 1939

 

Altre informazioni non meno importanti e interessanti si ricavano, sempre nello studio della ricercatrice Grigioni, in merito alla decorazione della carta (di solito a righe corrispondente ai vari gradi della scuola elementare appunto) che poteva essere direttamente realizzata sul foglio “con tecniche di stampa  legate alla moda dell’epoca in cui la letterina è stata scritta, come la cromolitografia o la doratura in rilievo mediante matrice per la seconda metà dell’ottocento e per i primi decenni del novecento; spesso era ulteriormente arricchita con l’applicazione di particolari ornamenti: figurine in cromolitografia a tema natalizio o floreale frequentemente ‘a sorpresa’ minuscoli palloncini di carta velina a nido d’ape, speciali polveri di mica o di vetro, altri elementi polimaterici o manufatti uguali a quelli utilizzati anche nella decorazione delle cartoline o delle immaginette devozionali”.

Oltre alle caratteristiche tecniche e ai materiali usati (che testimoniano una particolare abilità compositiva e grafica di impostazione scolastica) un altro aspetto ritenuto fondamentale delle letterine di Natale (nel nostro caso quelle di produzione italiana) è il loro alto valore pedagogico e la loro potenzialità documentaria, caratteristiche queste che si rivelano nell’essere in sostanza “un genuino documento di maturazione morale e affettiva, capace nel contempo di creare magiche atmosfere che illuminano e riscaldano il cuore degli inverni tra l’ottocento e il novecento. Scrittura e immagine infatti si fondono in esse e, inevitabilmente, nella spontaneità del messaggio degli Auguri dei piccoli autori, nel loro pentimento per gli errori commessi durante l’anno, nella promessa di migliorarsi e nell’augurio di una vita lunga e felice.

dedicata alla nonna. Datata 1931

 

dedicata agli zii. Datata 1931

 

La componente esclusivamente di carattere “religioso”, riveste infine un ruolo determinante e imprescindibile in prospettiva antropologica e sociologica proprio per la stessa natura del messaggio scritto in tale prodotto scolastico e per i suoi saldi e intensi legami con la stessa tradizione popolare. Per il suo eccezionale valore documentario trasversale, questo particolare tipo di corrispondenza oggi è diventato oltre che argomento di studio anche un particolare oggetto da collezione (bellissima in questo senso la mostra “Mamma e babbo carissimi” organizzata presso la biblioteca Classense di Ravenna nel 2018/2019 con la collezione di Vittorio Pranzini) tanto da interessare il collezionista di carte da lettera decorate, il collezionista di figurine in cromolitografia, il collezionista di immagini sacre, nonché gli studiosi della comunicazione epistolare.

Nel corso di questi ultimi anni perciò, per il loro straordinario fascino e poiché rappresentano un particolare momento della mia infanzia, ho iniziato a raccoglierle, recuperandone un buon numero di esemplari che sono dei veri e propri “piccoli capolavori”. Ognuna di esse infatti (a corredo del testo si pubblicano i bellissimi frontespizi di alcune di esse) è un pezzo unico sia per la decorazione scelta, sia per la grafia, il suo contenuto e la firma.

Letterina di Natale dedicata allo zio. Datata 25 dicembre 1936

 

Letterina di Natale dedicata alla zia. Datata 25 dicembre 1936

 

Le letterine raccolte, esemplari esclusivamente italiani, sono state scritte in un arco temporale che va dai primi del novecento fino alla metà degli anni Cinquanta (esattamente Natale 1957), da piccoli autori in particolare delle province  di Brindisi e Taranto (oltre che di Lecce e altre zone) e sono dirette ai genitori, ai nonni, alla nonna, al papà, agli zii o recando sul frontespizio semplicemente la scritta Buon Natale,  rivelandoci così, nello stesso tempo, alcuni aspetti dell’epoca e del contesto socio-educativo in cui sono nate. Molto toccante è quella, ad esempio, scritta nel 1939 da Maria Teresa (per la sua scrittura incerta, probabilmente una bambina di prima elementare) per il papà che si trova in Albania a combattere e che spera che ritorni sano e salvo e vittorioso (molte le annotazioni anche della moglie su ogni punto libero della lettera conservata in una busta “censurata” e dal cui timbro postale è ricavabile la data di arrivo).

Letterina di Natale dedicata al papà «che è lontano a combattere per la patria». Non datata (ma prima metà del 900)

 

Letterina di Natale dedicata ai nonni. Datata 24 dicembre 1940

 

Le carte utilizzate sono per la maggior parte arricchite e decorate con l’applicazione di vistose e bellissime cornici dorate o traforate a punzoni simili a un pizzo, ornate e impreziosite da splendide immagini religiose in cromolitografia tridimensionale (che si aprono con una fettuccia) come Gesù Bambino, la Sacra Famiglia, la stella di Betlemme, angioletti, fiori, scene della Natività. I testi ovviamente sono simili ma esaurienti come contenuto, molto semplici, scritti con penna, pennino e calamaio e differenziandosi solo nella calligrafia che ci fa capire se il piccolo autore è “alle prime armi” o di “navigata esperienza scolastica”.

Letterina di Natale dedicata alla mamma. Non datata (ma primi anni del 900)

 

Letterina di Natale dedicata ai nonni. Datata 25 dicembre 1928

 

Letterina di Natale dedicata al babbo. Datata 25 dicembre 1932

 

Pare di vederli realmente con il loro visino, seduti composti nei banchi con spalliera di una volta, mentre ci si chiede quale sia stato il corso della loro vita, quale sia stato il loro destino, i loro successi, le loro gioie e le loro delusioni. In conclusione, questo Natale si avvicina, mesto e surreale, ma nonostante tutto emozionandoci ancora una volta. Come la letterina scritta dal “piccolo Gigi” (un bambino probabilmente di quinta elementare) a Gesù Bambino che si riporta integralmente qui di seguito, che spalanca le porte del tempo e dei miei più cari e lontani ricordi.

Natale 1957

Caro Gesù Bambino
Tu che ascolti le preghiere di tutti; ascolta le mie
e, Ti prego, esaudiscile, perché questa volta sono
sincere.
Fa’ che diventi più buono per la gioia dei miei
Genitori.
Fa’ che diventi più studioso e sostienimi durante
I miei esami.
Guarda con amore i più poveri e fa’ che ad essi
non manchi un focolare e un dolcetto.
Con le tue manine sfiora la mia fronte,
e da babbo e mamma mia allontana ogni
dolore, fa’ che in casa mia
regni la pace e la felicità.
Sono certo che mi accontenterai perché
Tu sei tanto buono e io ti voglio
Bene.
Benedici, o Gesù, I miei genitori, i miei
Parenti e tutti coloro che mi amano;
dà ad essi lunga vita. Benedici
anche il tuo piccolo

Gigi

Letterina di Natale del «piccolo Gigi» dedicata a Gesù Bambino. Datata Natale 1957

 

In “spazioapertosalento.it”, 8 dicembre 2021 e in G. Spagnolo, Memorie antiche di Novoli. La storia, le storie, gli ingegni, i luoghi, la tradizione. Pagine sparse di storia civica, pp. 567-570, Novoli 2024.

 

Memorial Sergio Licci. Un viaggio nell’anima artistica del Salento

Autoritratto 2014 – 60×40 cm olio su tela

Dal 21 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026, Ruffano rende omaggio a uno dei suoi figli più sensibili e schivi con la mostra Memorial Sergio Licci, allestita nel centro storico, in piazza San Francesco n. 2, negli spazi di Palazzo Riccardo. L’inaugurazione è avvenuta domenica 21 dicembre alle ore 17:00, in un’atmosfera che unisce la suggestione delle festività natalizie al raccoglimento della memoria.

L’esposizione propone al pubblico circa 170 opere che attraversano l’intero arco creativo di Sergio Licci (Ruffano, 1952), pittore per vocazione e instancabile sperimentatore di linguaggi. Oli, acquerelli, carboncini, sbalzi d’argento, riproduzioni e icone sacre compongono un percorso ampio e articolato, capace di restituire la complessità di una ricerca artistica mai statica, ma sempre coerente nella profondità dello sguardo.

Acque e Terre 2022 – 80×150 cm olio su tela

 

Roma, Villa Borghese 2009 – 40×30 cm olio su tela

Al centro della produzione di Licci vi è il paesaggio salentino, osservato e indagato con attenzione quasi amorosa. Le sue tele colgono le mille sfumature della natura circostante, dai campi assolati alle architetture rurali, dai cieli mutevoli ai dettagli apparentemente marginali, che nelle sue mani diventano segni carichi di senso. Accanto a questo filone privilegiato, l’artista ha coltivato con eguale rigore l’attività di ritrattista e quella, più rara e colta, di riproduttore di soggetti tratti dal patrimonio artistico medievale e rinascimentale italiano, affrontati con rispetto filologico e sensibilità pittorica.

L’arte di Sergio Licci ha saputo eternare immagini e memorie del Salento, sublimando il particolare fino a renderlo universale. Le sue opere parlano un linguaggio accessibile e insieme profondo, capace di suscitare emozione e di condurre l’osservatore verso una dimensione quasi catartica, dove il visibile diventa tramite dell’interiorità.

Il Memorial Sergio Licci non è soltanto una retrospettiva, ma anche un’occasione per riscoprire l’uomo oltre l’artista: una figura riservata, lontana dai riflettori, profondamente legata alla sua terra e alle sue tradizioni. Un vero “poeta della tela”, capace di muoversi in una foresta di simboli e di restituire, attraverso la pittura, le dolcezze più intime dello spirito e dei sensi.

La mostra sarà visitabile nei giorni 21, 23, 25, 26 e 28 dicembre 2025, e 1°, 4 e 6 gennaio 2026, dalle ore 17:00 alle ore 21:00. Un appuntamento significativo per Ruffano e per tutto il territorio, che invita a entrare in dialogo con un patrimonio artistico e umano di grande valore, custodito nella memoria e ora nuovamente condiviso con la comunità.

Ruffano, Via Piccinni 2020 – 50×40 cm olio su tela

 

Bambino con l’anguria 1991 – 80×60 cm olio su tela

 

Il pescatore distratto 2002 – 80×70 cm olio su tela

Il Presepio artistico del Sacro Cuore di Gesù a Nardò: cinquant’anni di arte, fede e tradizione

 

di Marcello Gaballo

Il presepe in cartapesta custodito nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Nardò si presenta oggi come una delle espressioni più alte e significative della tradizione presepiale salentina contemporanea. Nato nel 1975 e cresciuto lungo un arco di quasi cinquant’anni, questo complesso scultoreo rappresenta un raro esempio di continuità artistica, spirituale e comunitaria, capace di coniugare la grande tradizione della cartapesta leccese con una profonda aderenza al linguaggio simbolico del Natale cristiano.

Il nucleo originario del presepe prende forma grazie all’intuizione e alla sensibilità di don Salvatore Leonardo, parroco del Sacro Cuore, che volle dotare la propria comunità di un presepe capace di parlare al cuore dei fedeli e di tradurre in immagini il mistero dell’Incarnazione. Per questo incaricò Antonio Malecore (1922–2021), maestro cartapestaio leccese e ultimo erede di una bottega storica celebre a livello nazionale, la cui produzione artistica ha segnato profondamente il Novecento pugliese. Malecore seppe dare vita a figure di straordinaria intensità espressiva, caratterizzate da volti morbidi, gesti misurati, panneggi fluidi e una naturalezza che restituisce pienamente l’umanità dei personaggi evangelici.

il presepio realizzato nel 2023

 

Il presepe del Sacro Cuore si inserisce nel solco della tradizione inaugurata da san Francesco d’Assisi a Greccio, quando il Santo volle “vedere con gli occhi del cuore” la povertà e la semplicità della Natività. In Salento, questo desiderio di rendere visibile e tangibile il mistero del Natale ha trovato nella cartapesta uno dei suoi linguaggi privilegiati: un materiale povero, ma nobilitato nei secoli dalla sapienza di artigiani e artisti capaci di trasformarlo in autentica opera d’arte.

Anno dopo anno, il presepe è cresciuto mantenendo una sorprendente coerenza narrativa e stilistica. Oggi il gruppo si compone di sedici figure a tutto tondo, di notevoli dimensioni – alcune raggiungono i 120 centimetri – che dialogano tra loro in un impianto unitario e armonico. Pastori, angeli, offerenti e personaggi del popolo sono resi con una forza narrativa che coinvolge il visitatore e lo introduce in un racconto corale, nel quale ogni gesto e ogni sguardo concorrono a rivelare il senso profondo della Natività.

una delle edizioni del presepio di circa 40 anni fa

 

una delle prime edizioni del presepio, con le statue che di anno in anno venivano realizzate da Antonio Malecore

 

Accanto alle statue, un ruolo essenziale è svolto dalla scenografia, curata con dedizione dalla confraternita e dalla comunità parrocchiale. Ogni anno l’allestimento viene rinnovato con inventiva, utilizzando materiali di recupero – antichi tufi, pietre dismesse, ceppi di vite modellati, muschi raccolti nelle cave – per creare ambientazioni che richiamano il paesaggio salentino e, al tempo stesso, evocano la Betlemme evangelica. Ne nasce uno spazio suggestivo, capace di coniugare memoria del territorio e dimensione simbolica, trasformando il presepe in un appuntamento atteso e condiviso, non solo come opera d’arte ma come esperienza comunitaria e devozionale.

Negli ultimi anni, il complesso presepiale si è ulteriormente arricchito grazie all’intervento di Davide Di Vetta, che tra il 2022 e il 2024 ha realizzato nuove figure in cartapesta policroma, pienamente integrate nel linguaggio stilistico di Antonio Malecore. Questo dialogo tra generazioni di artisti ha contribuito a rinnovare la vitalità dell’opera, senza alterarne l’equilibrio originario, confermando il presepe come organismo vivo, in continua crescita.

pastore, cartapesta di Davide Di Vetta (2024) (foto Lino Rosponi)

 

Per l’elevato valore artistico e per il forte significato culturale e identitario riconosciuto anche dall’Associazione Nazionale dei Presepisti Italiani, la Città di Nardò ha conferito al complesso il titolo di “Presepe Artistico della Città”. In occasione del cinquantesimo anniversario dalla fondazione, tale riconoscimento sarà ufficialmente suggellato con la consegna di una targa nella serata del 25 dicembre, a conclusione delle celebrazioni natalizie, alla presenza delle autorità civili e religiose.

L’iniziativa è stata promossa per interessamento del Consigliere Delegato ai rapporti con gli Enti Ecclesiastici della Città di Nardò, Daniela Bove, che ha voluto valorizzare un’opera capace di unire arte, fede e identità collettiva, riconoscendone il ruolo centrale nella memoria e nella vita spirituale della comunità neritina.

Il presepe del Sacro Cuore di Gesù a Nardò si conferma così non solo come un capolavoro della cartapesta salentina, ma come un segno tangibile di una devozione che da mezzo secolo continua a rinnovarsi, offrendo ai fedeli e ai visitatori un luogo di contemplazione, di bellezza e di autentico stupore davanti al mistero del Natale.

scorcio dell’edizione del 2023 con i magi e due pastori (foto Lino Rosponi)

 

A suggellare questo importante traguardo si inserisce la pubblicazione Antonio Malecore e il Presepio di Nardò. Linguaggi della tradizione, di Stefania Colafranceschi, che ripercorre la genesi del presepe, l’eredità artistica di Malecore e il ruolo determinante della committenza parrocchiale. Il volume si propone come un itinerario tra arte, fede e tradizione, restituendo al lettore la consapevolezza di trovarsi di fronte a un patrimonio unico, radicato nella storia e ancora sorprendentemente vivo. Interamente a colori e riccamente illustrato, offre un’ampia documentazione fotografica e un approfondimento scientifico sull’opera e sul suo autore. L’iniziativa editoriale è stata resa possibile per interessamento dell’Amministrazione Comunale, che ha inteso affiancare al riconoscimento ufficiale del presepio anche uno strumento duraturo di valorizzazione, studio e divulgazione di un patrimonio artistico e devozionale ormai entrato a pieno titolo nella storia culturale della città.

L’edizione è disponibile presso la parrocchia.

 

Brandici ritorna a Brindisi: una rarissima veduta cinquecentesca presentata alla città

 

Un evento di straordinario rilievo culturale e storico si terrà a Brindisi il prossimo 27 dicembre alle ore 18, nella Sala Colonna di Palazzo Nervegna, dove l’ingegnere Vito Ruggiero presenterà pubblicamente la rarissima carta cinquecentesca Brandici attraverso una riproduzione. Si tratta della più antica rappresentazione topografica a stampa di Brindisi e del suo porto, un documento di eccezionale valore storico-documentale, noto finora in un unico esemplare.

La xilografia, di ambiente veneziano, risale alla prima metà del XVI secolo ed è datata 1538, come recita il cartiglio inciso in alto a sinistra: EL VER SITO DI BRANDICI IM PUGLIA, stampata in Venezia per Francesco Librar Dala Speranza. L’autore, identificato come Francesco di Tommaso di Salò, è figura attiva nel vivace panorama editoriale veneziano del Cinquecento, contemporaneo di incisori come Matteo Pagano e Giovanni Andrea Vavassore.

La scoperta di Brandici è il frutto di una lunga e appassionata indagine condotta da Vito Ruggiero, che da anni studia la cartografia storica di Brindisi con particolare attenzione al suo porto, elemento identitario indissolubile della città. Fino a poco più di un anno fa, la veduta era del tutto sconosciuta alla storiografia brindisina e pugliese, mai citata in testi locali né apparsa in precedenti repertori italiani. Solo nel 2024, grazie alla pubblicazione monografica Brandici, la carta è entrata pienamente nel dibattito scientifico nazionale.

 

La vicenda del ritrovamento ha contorni quasi romanzeschi. La stampa faceva parte di una raccolta frammentaria di dodici mappe cinquecentesche, rinvenuta nel 1987 al mercato antiquario di Arezzo dallo studioso e antiquario ungherese Tibor Szathmáry, che per primo ne diede notizia nel 1992 sulla rivista Cartographica Hungarica. Quelle tavole, probabilmente smembrate da un antico atlante per essere vendute singolarmente, pratica purtroppo diffusa nel Novecento, comprendevano rarissime vedute di città europee, tutte riconducibili a incisori veneziani del XVI secolo.

Dopo varie vicissitudini collezionistiche, la carta di Brindisi entrò nella raccolta del celebre collezionista e politico tedesco Fritz Hellwig, per poi riapparire sul mercato antiquario nel 2019, in una vendita della casa d’aste Reiss & Sohn, dopo la sua morte. Parallelamente, la sua importanza scientifica veniva sancita dall’inclusione nel monumentale repertorio Cartografia e topografia italiana del XVI secolo (2018), curato da Stefano Bifolco e Fabrizio Ronca, considerato oggi il nuovo punto di riferimento internazionale per la cartografia cinquecentesca.

La veduta Brandici non è solo la più antica iconografia di Brindisi: è anche una testimonianza preziosa della percezione strategica e urbana della città nel pieno Rinascimento, quando il suo porto costituiva un nodo fondamentale nei traffici mediterranei. Proprio per questo, la presentazione  di questa immagine a Brindisi assume un significato profondo, restituendo alla comunità un tassello essenziale della propria memoria visiva.

Nel corso dell’incontro del 27 dicembre, Vito Ruggiero racconterà al pubblico la storia del ritrovamento, le ricerche bibliografiche, le vicende collezionistiche e il lungo viaggio della mappa attraverso i secoli, offrendo uno sguardo affascinante sul mondo della cartografia antica e sul lavoro paziente dello studioso-ricercatore.

Un appuntamento imperdibile per studiosi, appassionati di storia, cittadini e per chiunque voglia riscoprire Brindisi attraverso l’immagine più antica che la rappresenti: una città che, ancora una volta, si riconosce nel suo porto e nella forza della propria storia.

Dal Campo Profughi di Tricase Porto a Steyr: la lettera del 1946 che racconta un pezzo di storia europea

di Andrea Micaletto

Una semplice lettera datata 10 dicembre 1946, oggi conservata nei National Archives degli Stati Uniti, apre una finestra straordinaria sul destino di una famiglia europea travolta dalla Seconda Guerra mondiale. Il documento — classificato per decenni e declassificato nel 1978 — porta l’intestazione dell’U.S. Army – Civil Censorship Division, Group “A”, APO 205, uno degli uffici di censura e controllo più sensibili dell’immediato dopoguerra.

Dietro quelle pagine ingiallite emerge un intreccio complesso e drammatico: una casa in Austria sospesa tra confisca e ricostruzione, due genitori profughi trasferiti nel Salento, un figlio che scrive dalla zona americana di Francoforte, e un passato segnato da arresti, internamento, tassazioni discriminatorie e spoliazioni patrimoniali.

La lettera chiarisce subito un punto fondamentale: i genitori del mittente non si trovano in Austria, bensì nel Campo UNRRA n. 39 di Tricase Porto, nel Salento. Questo campo profughi, attivo tra il 1944 e il 1947, era uno dei numerosi Temporary Displaced Persons Camps organizzati dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) per far fronte ai milioni di rifugiati, sopravvissuti e sfollati di un’Europa devastata. A differenza dei grandi campi allestiti in ex caserme o baraccamenti, il Campo 39 di Tricase Porto era diffuso in ville private e palazzine signorili del piccolo borgo costiero, requisiti dalle autorità alleate. Questi edifici, affacciati sulla scogliera e sulla piccola insenatura del porto, furono adattati a dormitori, mense, uffici e infermerie.

Il campo ospitò famiglie provenienti da tutta Europa — in particolare dall’Europa centrale, dai Balcani e dall’Austria — spesso persone che avevano perso tutto: case, documenti, beni, e talvolta persino la nazionalità. Era amministrato dall’UNRRA con il supporto delle autorità militari alleate e articolato in settore alloggi, settore sanitario (dove si curavano tifo, malaria, dissenteria e malnutrizione), settore amministrativo, cucine e distribuzione viveri, uffici per documenti, ricongiungimenti familiari e richieste di rimpatrio. Per molti rappresentò una tappa intermedia verso il ritorno in Austria, Polonia, Jugoslavia, Ungheria o Germania; per altri, un punto di passaggio in vista dell’emigrazione verso Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia o America Latina.

Nel dopoguerra, Tricase Porto, minuscolo borgo marinaro del Basso Salento, si ritrovò così al centro della geografia umanitaria internazionale. Le testimonianze d’epoca parlano di lingue diverse udite per strada, di bambini austriaci e polacchi che giocavano sul molo, di corsi di alfabetizzazione improvvisati, di una piccola scuola interna e della distribuzione quotidiana di viveri UNRRA — latte in polvere, scatolame, vestiti. In questo contesto di accoglienza e precarietà, i genitori menzionati nella lettera vivevano in condizioni particolarmente fragili: il documento riferisce che erano malati, debilitati dal tifo e dalla malaria, e del tutto impossibilitati a seguire le questioni burocratiche e patrimoniali legate alla loro casa in Austria.

È su questo sfondo umano e storico che si colloca la vicenda della famiglia Skalla. Heinrich Skalla era un commerciante che gestiva un negozio di articoli misti — generi alimentari, abbigliamento, tessuti e accessori per il letto — situato in Sierninger Straße 39 a Steyr. Oltre alla sua attività commerciale, era una figura di spicco della comunità ebraica locale, dove ricopriva il ruolo di leader della Chewra Kadischa, la società ebraica di sepoltura.

I documenti degli Arolsen Archives permettono di retrodatare con precisione l’inizio della tragedia. Un documento di incarcerazione relativo a Heinrich Skalla lo registra con Häftlingsnummer 27345 ed è classificato nella sezione: Incarceration Documents / Camps and Ghettos / Dachau Concentration Camp. L’indicazione “Unterlassung Datum: 22 dicembre 1938” segnala la cessazione della detenzione, collocando la sua prigionia nel campo di concentramento di Dachau immediatamente dopo la Notte dei Cristalli. Come per migliaia di uomini ebrei austriaci e tedeschi, l’internamento fu seguito dal rilascio condizionato, spesso subordinato all’impegno di abbandonare il paese. Questo passaggio segna la frattura definitiva tra la vita precedente — stabile, radicata, con una casa e un’attività commerciale — e l’inizio dell’esilio.

Il figlio Hans Skalla (anche indicato come Johann/Hans), nato a Steyr nel 1916, frequentò il ginnasio nella città natale e si iscrisse poi alla Facoltà di Medicina dell’Università di Vienna. Anche per lui le leggi razziali furono decisive: fu espulso dall’università, costretto a interrompere gli studi e a fronteggiare difficoltà nel recupero delle tasse universitarie già versate. In seguito risulta residente nella zona americana di Francoforte, prima di emigrare nel Regno Unito.

La famiglia Skalla, compresi i figli Johann (Hans) e Margarete, aveva vissuto a Steyr nella casa di famiglia in Sierninger Straße 39, immobile di proprietà dal 1893, nello stesso edificio che ospitava il negozio di Heinrich.

Il cuore della lettera del 10 dicembre 1946 riguarda proprio questo immobile. Hans Skalla, scrivendo in un momento in cui i genitori erano fisicamente e amministrativamente impossibilitati ad agire, si rivolge alle autorità militari alleate chiedendo verifiche essenziali:

– se la casa esista ancora;

– se sia stata danneggiata;

– se i mobili siano rimasti o siano stati requisiti;

– chi abbia incassato gli affitti durante gli anni di guerra;

– se esista una gestione fiduciaria e da chi sia stata esercitata.

Chiede inoltre la possibilità di nominare un fiduciario privato, per tutelare la proprietà di famiglia e prevenire ulteriori irregolarità.

La lettera cita anche una cifra precisa: 30.000–40.000 scellini sottratti nel 1938. È quasi certo che si tratti di confische legate alla Reichsfluchtsteuer, trasformata dal regime nazista in uno strumento sistematico di persecuzione economica contro ebrei e oppositori. Un’analisi economica consente di stimare che tale somma corrisponderebbe oggi a oltre centocinquantamila euro, indicando una perdita patrimoniale gravissima per la famiglia.

I documenti successivi completano il quadro dell’esilio. Una scheda degli Arolsen Archives registra Heinrich Skalla come profugo assistito dall’UNRRA, con passaggi tra Egitto, Italia e Tricase (IT 39), fino alla migrazione verso l’Inghilterra. Un modulo dell’American Joint Distribution Committee (AJDC), datato 4 dicembre 1947, precisa infine che Heinrich Skalla lasciò Roma il 5 luglio 1947, viaggiando in treno via Parigi e diretto in Inghilterra, confermando il suo inserimento nei circuiti internazionali di assistenza ebraica del dopoguerra.

La forza di questa lettera e dei documenti che la circondano sta nella loro geografia umana: i genitori a Tricase Porto, profughi malati in un campo UNRRA; il figlio a Francoforte, nella zona americana di occupazione; la casa a Steyr, segnata da confische, affitti opachi e gestione forzata. È un filo che unisce Salento, Germania, Austria, Francia e Regno Unito, e che restituisce tutta la complessità del dopoguerra europeo: vite spezzate, proprietà da recuperare, identità da ricostruire.

La lettera del 10 dicembre 1946, rimasta per anni negli archivi americani, racconta molto più di una vicenda familiare. Racconta un’Europa ferita che prova a rialzarsi. Il campo di Dachau nel 1938, il Campo 39 di Tricase Porto, le confische economiche, la casa di Steyr, la burocrazia alleata e il viaggio di un figlio che tenta di proteggere ciò che resta della propria famiglia emergono come tasselli di un’unica storia. Una storia che, a distanza di quasi ottant’anni, continua a parlare con straordinaria potenza storica e umana.

 

 

 

 

il retro della precedente foto

 

 

il retro della precedente foto

 

In questo contesto si inseriscono anche gli eventi di Santa Maria di Leuca, che nel febbraio del 1946 divenne uno dei luoghi simbolo delle tensioni legate all’emigrazione ebraica nel dopoguerra. La località pugliese ospitava numerosi profughi ebrei, provenienti in gran parte dall’Europa centro-orientale, in attesa di una soluzione definitiva al loro destino.

Il 27 febbraio 1946 una commissione anglo-americana, composta da rappresentanti britannici e statunitensi, tra cui un ex ambasciatore in Palestina, fece visita ai centri di accoglienza della zona. L’obiettivo era valutare la possibilità di avviare una emigrazione graduale verso la Palestina per gli ebrei presenti a Santa Maria di Leuca, Tricase, Santa Cesarea Terme e Santa Maria al Bagno. La visita suscitò grandi aspettative tra i profughi, che vedevano in essa una possibile svolta dopo anni di persecuzioni e di guerra.

Poco dopo l’arrivo della commissione, circa mille persone inscenarono una manifestazione a Santa Maria di Leuca, chiedendo con forza l’emigrazione immediata in Palestina. Secondo il rapporto, la protesta non fu spontanea ma organizzata, e sarebbe stata promossa dai fratelli Zivic (Fona, Solose e Chaim), attivi nella mobilitazione della comunità. L’episodio testimonia il clima di urgenza e determinazione che animava i profughi ebrei in Italia nel primo dopoguerra, nonché il ruolo del Mezzogiorno come snodo cruciale delle rotte migratorie verso il Mediterraneo orientale.

Le informazioni relative a questi eventi provengono da un rapporto riservato delle autorità di controllo alleate, classificato all’epoca come Secret Control (U.S. Only) e successivamente desecretato, che — come gli altri documenti utilizzati in questo articolo — è conservato presso i National Archives. Redatto nel 1946 dagli apparati di controllo anglo-americani, il rapporto era destinato a monitorare la presenza dei profughi ebrei in Italia e le dinamiche legate all’emigrazione verso la Palestina, offrendo oggi una preziosa testimonianza del punto di vista istituzionale e di intelligence dell’epoca.

Libri| La Chiesa dei Miracoli e altre storie

Faggiano. Il prossimo 21 dicembre, alle ore 17:00, la cittadinanza sarà chiamata a raccolta non per una semplice presentazione, ma per accogliere un mosaico di voci e gesti che attraverso l’autore Floriano Cartanì e il suo libro restituiscono il senso di appartenenza. A portare i saluti istituzionali saranno lo stesso Sindaco Antonio Cardea insieme all’Assessore alla Cultura Piero Grassi: un segno tangibile questo che la politica locale riconosce il valore di un libro come strumento di coesione e di intima Cultura. L’accoglienza sarà invece affidata ad Angelo Zanzanella, già Presidente della locale associazione per le Tradizioni Popolari, vero e proprio custode di un patrimonio che non si misura in cifre ma in emozioni tramandate e che tutt’ora riescono a sopravvivere nel territorio.

L’evento, patrocinato dal Comune di Faggiano, si svolgerà nella suggestiva cornice della saletta principale dell’associazione di cui sopra, sita in via V. Emanuele n. 56 (ex municipio), trasformata per l’occasione in palcoscenico di un incontro che intreccia mirabilmente letteratura con la musica.

Il volume di Cartanì, già molto apprezzato in diverse presentazioni precedenti per la sua intensità narrativa, propone un mosaico di racconti che affondano nelle atmosfere delle province jonico-salentine, come potrebbe essere la stessa Faggiano. Lo stile di questo autore, già apprezzato giornalista, è tanto sobrio quanto incisivo, avendo la capacità di restituire voce a storie dimenticate, in grado di parlare al cuore del presente e di riflettere l’universalità della provincia italiana. Mistero, radici, fede popolare e un pizzico di avventura, si intrecciano in pagine che esplorano l’animo umano, le sue fragilità e speranze, offrendo uno spaccato di un Sud ancora animato da spiritualità e devozione.

A dialogare con l’autore sarà ancora una volta Maria Antonietta Lagioia, che guiderà il pubblico presente in un confronto con Cartanì che si preannuncia ricco di suggestioni e approfondimenti. La serata sarà inoltre impreziosita dalle letture sceneggiate tratte dal testo del libro, curate dalla Comunità CulturAmic@ di Monteiasi, che interpreterà alcuni brani del libro con intensità teatrale.

L’incontro sarà accompagnato dalle note musicali di Arcangelo Conzo, che sosterrà i canti di Salvatore e Piero Conte, creando un intreccio di linguaggi capace di coinvolgere mente e cuore dei presenti.

L’invito è rivolto a tutti e tutte, con ingresso gratuito a partire dalle 16:45: start ore 17:00.

Il cibo delle feste. Fra pìttule e purciddhuzzi, la cucina natalizia salentina del passato

 

di Paolo Vincenti

Il cibo è un fatto di cultura, la cultura dei popoli. Si tratta di una cultura straordinariamente simbolica perché essa varia a seconda delle tradizioni locali, della religione, del territorio, delle mode, persino delle ideologie politiche. Con il gusto[1] cambia anche il modo di cucinare i cibi, il modo di mangiarli e quello di presentarli[2]. Nella cucina, così come per l’umanità, il vero spartiacque fu la scoperta del fuoco e la sua domesticazione. Ciò portava ad un’altra fondamentale distinzione, quella fra il crudo e il cotto[3].  Per tutto il Medioevo, i cibi venivano cotti al fuoco nel camino, allo spiedo o al paiolo. Come spiega Tullio Gregory, la cucina allo spiedo era quella di cui godeva il signore, che aveva a disposizione uno stuolo di servi che potevano anche seguire i tempi di cottura, mentre il contadino usava il paiolo in pietra o in rame, o la pignatta di terracotta, nella quale metteva il cibo lasciandolo cuocere a fuoco lento, mentre lui si recava in campagna, perché questa pratica non richiedeva manodopera[4]. La condizione economica e la classe sociale costituivano un fattore determinante nella cucina medievale non solo nei giorni ordinari ma anche in quelli festivi e nelle occasioni più speciali come le nozze: si pensi alla differenza fra i sontuosi banchetti nuziali dati dalle classi nobiliari e dai regnanti e i frugali banchetti delle nozze contadine.

Così almeno fino al Cinquecento, quando vi fu l’invenzione dei fornelli orizzontali nei quali si potevano regolare i fuochi, con un notevole cambio di paradigma culturale e anche economico[5].

Nell’ambito della cucina del passato, si avvertiva molto più marcatamente la differenza fra il tempo ordinario e quello straordinario, fra i giorni feriali e quelli festivi. Sotto le feste, la cucina assumeva un ruolo più importante e simbolico rispetto al resto dell’anno.

Il mese di dicembre, il “decimo mese” dell’antico calendario giuliano, è caratterizzato da innumerevoli feste, tanto da essere definito il “mese santo” per eccellenza, a partire dal 6 dicembre, festa di San Nicola, passando per le ricorrenze della Madonna Immacolata, 8 dicembre, e di Santa Lucia, 13 dicembre, fino a giungere al 25 e 26, Natale e Santo Stefano.

Certamente i dolci più popolari del periodo natalizio in tutta Italia sono il panettone ed il pandoro, legati all’idea stessa del Natale nell’immaginario collettivo. Ma, per venire al Salento, fino a pochi anni fa, qui da noi si osservavano rigorosamente le tradizioni decembrine, fatte di fede e folklore, storia e leggende. Oggi queste abitudini sono quasi del tutto scomparse, sopravvivono in poche famiglie ancora legate ai vecchi costumi tramandati di generazione in generazione. Facciamo allora un salto nel passato, con un piede nel presente.

 

Già dalla festa dell’Immacolata, si gustavano le pittule, secondo il detto: te la Mmaculata, la prima pittulata. La prima tradizione che incontriamo dunque è il digiuno del giorno della vigilia, quando si mangiano solo le pucce, che sono un pane di formato ridotto, simile a quello dei panini, preparato con lo stesso impasto ma più diluito nell’acqua per dare una maggiore morbidezza[6]. Cotta nel forno di legno, la puccia contiene le ulive nere appena colte perché con il loro sapore abbastanza aspro esse rimandano alla penitenza tipica di questo giorno, anche se oggi le ulive compaiono sempre più spesso denocciolate. Se vogliamo abbozzare una ricerca etimologica sul termine, per Fanciullo, il romanzo *vuccia si propone come anello mancante fra il salentino romanzo puccia e il latino buccellātum, da buccella, nel senso di “morso” o “boccone”, termine con cui i latini indicavano un dolce realizzato con acqua, semola o fiore di farina e dalla forma circolare, con un buco al centro a forma di ciambella[7]. Dal buccellātum discenderebbe il buccellato, dolce natalizio siciliano, esattamente palermitano, a forma di ciambella, che secondo alcuni potrebbe essere l’antenato del panettone e del pandoro settentrionali o, almeno, il loro controcanto meridionale[8]. Riguardo a buccellato, come crostata, a ciambella, o come corona di panini (buccellatum = in origine “biscotto, galletta”), Antonio Romano mi segnala il rimando a LEI (< buccella ‘panino’) [9], e al REW (Dizionario etimologico romanzo)[10].

     Per tornare alle pittule o pittole, una delle specialità salentine maggiormente conosciute in tutta Italia, queste croccanti frittelle, anche dette pettole, ottime se mangiate calde appena tolte dall’olio bollente, possono essere semplici oppure con pomodori, cipolla, capperi, olive nere e a volte anche peperoncino, oppure con cavolfiore o cime di rape lesse, o ancora baccalà lesso o pezzetti di acciughe. Mentre la preparazione delle pittule è abbastanza lunga, i tempi di cottura sono invece brevissimi e così quelli della degustazione perché, come detto, le pittule vanno mangiate bollenti, appena pronte. Questa facilità di esecuzione ha dato vita al detto “E cce sso’, pèttule?”, per intendere qualcosa che non si può svolgere in un batter d’occhio ma richiede tempi di esecuzione più lunghi e meditati.

Alle pittule rustiche, dette alla pizzaiola, ottenute friggendo la semplice pasta lievitata, si aggiungono quelle dolci, quando esse, dopo essere state fritte, vengono cosparse di miele o inzuppate nel vincotto[11]. Una possibile derivazione etimologica può essere da pitta, termine dialettale salentino (dal latino pitta) per indicare la focaccia di patate (pitta te patate)[12]. Il Rohlfs per pittula, “frittella”, rimanda a pèttula o pèttola[13] per la quale scrive: “specie di frittella di pasta cosparsa di miele passata nell’olio bollente, usata nelle feste di Natale”, e rimanda a pitta[14], “focaccia”, termine che  fa derivare dal greco pitta o pissa che significa pece[15], da non confondere, ammonisce Polito, con il termine pizza perché “questa voce deriva dal latino medioevale pizza, sinonimo del classico placenta=focaccia; pizza, a sua volta, è dal gotico o longobardo *pizzo (nel tedesco antico pizzo/bizzo=boccone di pane, da bizan=mordere) diffusosi nei dialetti italiani, specialmente in quello napoletano (da cui in italiano e in altre lingue moderne). Non deve sorprendere il significato originario di placenta, anche perché quest’ultima nel significato attuale deriva proprio dal latino placènta(m)=focaccia, a sua volta dal greco plakùnta, accusativo maschile dell’aggettivo plakùs/plakùsa/plakùv=piatto, di forma schiacciata e, sottintendendo artos=pagnotta, focaccia. Conclusione: tra pitta e pizza non c’è alcun rapporto di parentela”[16]. Comunemente viene fatto il rapporto fra “pizza e un suo presunto antenato*apicia, cioè pietanza tipica del celebre Marcus Gavius Apicius (autore del De Re Coquinaria del I sec. d.C)”[17].

In realtà, «le cose non stanno in modo così chiaro», scrive Antonio Romano, «come testimoniano i recenti contributi di F. Fanciullo[18], M. Alinei[19] e J. Kramer[20], che si dissociano da DEI pizza[21] e VDS [22], inclini ad accogliere l’ipotesi di una continuazione dall’antico PLACENTA PICEA ‘panetto di pece’. A turbare le acque intervengono, infatti, da un lato il centrosettentrionale pinsa/pinza e dall’altro il mer. pitta che indicano focacce non del tutto dissimili. E questo senza disturbare le altre pizze salentine (pizza può designare gergalmente il ‘membro virile’ e, metaforicamente, l’oloturia, pizza de/te/ti mare). La soluzione accolta oggi più comunemente (cfr. DELI[23]) è quella di Princi Braccini[24] che collega le varie forme a un’origine gotica *bĭt- per le forme con -t e longobardo *bĭzz-/*pĭzz- per le forme con -z.; a.a.ted. ha infatti bĭzzo/pĭzzo per ‘morso, boccone, pezzo di pane, focaccia’. Semplificando, anche il GRADIT propone “1565; lat. med. pizza(m)[25], dal got. o long. *pizzo, ted. ant. bizzo, pizzo ‘boccone, pezzo di pane’, der. di bizan ‘mordere’, passato nei dialetti italiani, spec. nel napol. pizza, da cui si è diffuso in it. e in altre lingue moderne”. Come osserva Johannes Kramer (2015)[26], questa soluzione non spiega però la parentela con pitta, che potrebbe avere la stessa origine di voci germaniche legate al nutrimento – si pensi a ingl. food/feed e ted. Futter – (con f– < p-), ma presenta una dispersione in aree poco o per niente germanizzate, com’è infatti l’area essenzialmente mediterranea di diffusione attuale di queste voci. Manno[27] riporta al greco bizantino pitta ‘pizza, focaccia’ senza null’altro aggiungere e tratta pìttula senza nessuna proposta etimologica (v. §34). Per queste voci, una “etimologia senza etimo” può infatti condurci sicuramente a gr. mod. πίτα ‘focaccia’ e da lì al gr. Biz.[28], ma pitta e pizza sembrano trovare una buona corrispondenza nelle voci pítta e píssa che in greco pare si alternassero liberamente per ‘pece’[29]. Senza dimenticare grico pizzo ‘panino ovale’ e leccese pizzu ‘focaccia con olive cipolle e pomodori, schiacciata cotta sotto la cenere’, Fanciullo[30]propone il rifiuto di tutte le soluzioni tradizionali (PLACENTA PICTA < PINGERE; ‘panetto di pece’ < gr. pítta/píssa (v. sopra); gr. πηκτέ, var. di una forma flessa di πηχτός ‘(latte) cagliato’; lat. *pettia; “gr. pētítēs pane di crusca < pétea crusca”) e, così come fa M. Alinei nei suoi scritti, prende parzialmente le distanze dal pur apprezzato contributo di Princi Braccini (1979): si tratterebbe sì di un prestito germanico diretto in certe aree, ma di un germanismo mediato dal romanzo in altre, o un prestito di ritorno dal greco in altre ancora (il nostro pitta). Come segnalano le fonti citate, voci simili, con -t-, compaiono in tutti i Balcani, oltre che in turco e in ebraico. Si tratta di una diffusione così ampia che solo una lingua di prestigio come il latino può aver garantito a un rusticismo di origine germanica[31] che si dev’essere incontrato con un ebraismo (o comunque semitismo), diffuso dal cristianesimo, che parte dalla radice p-t-t ‘sbriciolare, sminuzzare’, operazione preliminare all’impasto, allo spianamento, alla cottura e alla consumazione cui si riferirebbero le potenziali forme concorrenti.

Ancora più decisi sembrano Alinei e Nissam (2007)[32] che sostengono un’origine siriaca e aramaica (in una regione da cui ancora oggi vengono diverse apprezzate qualità di pane). L’antica radice semitica patt-/pitt- testimonia quindi un tipo di macinazione del grano che si sarebbe diffuso dalla “Mezzaluna fertile” già con la prima migrazione neolitica»[33].

Sarei tentato di riferire la leggenda popolare legata all’origine di queste frittelle[34] che vuole che una massaia distratta e un po’ pettegola, dopo aver impastato la farina per fare il pane e messa a lievitare, presa dalle chiacchiere con una vicina, lasciasse intanto a casa l’impasto andare a male, ma non voglio dilungarmi oltre su questo argomento non solo perché ci sono ancora altre voci che intendo trattare ma soprattutto per non commettere fallo (posto che non lo abbia fin qui fatto) ed incorrere negli strali di Antonio Romano, il quale, già a proposito dei cecamariti che trattavo in un  precedente libro, scriveva che “le fonti disponibili non sono sufficienti per chiarire la considerevole variazione delle usanze da paese a paese. Senza considerare ricette tipiche di altre regioni (Lazio o Abruzzo) associate a questa suggestiva designazione, già nel natio Salento, infatti, si confrontano almeno due distinte tradizioni: quella della pastella di farina e quella del pane raffermo. Ciò che a Ruffano o Casarano è scurdijata condivide molti ingredienti con quello che a Sogliano, Seclì o Cursi è cecamariti (VDS), lasciando che in alcune località del Capo di Leuca a questa voce si associ un diverso preparato.

 

Offrendosi come sostituto al pane raffermo, il frettoloso impasto di farina si presta meglio a una delle interpretazioni della voce proposta nella scheda”[35]. E tuttavia non criticava la parzialità della mia scheda considerando che l’intento dell’articolo era ben diverso (il tema socio-giuridico-culturale dell’adulterio). Invece per un altro pezzo, legato alla “rava e alla fava”, Romano, che pure firmava la Prefazione del libro, aborrendo il malvezzo di “consultare opere di sconosciuti, dopo le etimologie pre-scientifiche di Isidoro di Siviglia” e di riportare “alla luce le fantasticherie ascientifiche di altri autori, spesso non-specialisti …quando gli sproloqui di alcune fonti (im)popolari non vengono poi opportunamente corredati di commenti che riconducano la trattazione sul terreno delle conoscenze consolidate”, diffidando dai “pericoli di un’editoria fai-da-te (tipica di blog, di siti personali o di associazioni ciarlatane)” e dal “fare affidamento, senza adeguata verifica su fonti più accreditate, a siti come stackexchange o focus online[36],  dimostrava implicitamente di non condividere “la riesumazione delle credenze medievali di Beniamino da Tudela”, da me operata nel saggio a proposito del termine Apulia.

“Secondo Tudela[37] il nome Puglia deriverebbe da Pul, un nome biblico che compare in Isaia (66, 19), come mitica terra in cui un giorno Dio avrebbe inviato i suoi messaggeri. Tudela si rifaceva all’opera ebraica Sefer Yosefon in cui personaggi e nomi biblici vengono trasferiti nella storia di Roma, d’Italia e di altre regioni d’Europa[38]. Tuttavia alcuni commentatori di Tudela, come Benito Arias Montano e Costantino l’Empereur, lessero pol, fava, facendo derivare il nome Puglia dall’abbondanza delle fave che caratterizzerebbe questa regione[39]”: così si legge nell’articolo[40]. Ma, rintuzzava Romano: «per non attribuire credito a “ipotesi etimologiche” farlocche avrei ad esempio circostanziato e riposizionato l’origine del nome Apulia con l’aggiunta di un’appendice di testimonianze degli ultimi secoli e con una sensibilità più vicina ai nostri tempi»[41].

In verità, l’intento dichiarato dell’articolo era quello di riportare solo la notizia sfiziosa, la chicca, “con cui si vorrebbe dar la baia al lettore provveduto”. In ogni caso, è chiaro che da secoli l’etimologia di Apulia è un fatto certo per gli studiosi e cioè che sia dovuta al passaggio da greco Iapygia al latino Apulia[42].

Tradizionalmente è dal giorno dell’Immacolata che nelle case le famiglie usavano ed usano tuttora allestire il presepe e l’albero di Natale.

 

Insieme alle pucce e ai taraddhi, questi ultimi biscotti croccanti dolci o salati a forma di ciambella, fra le ricette salentine di questo periodo, i tradizionali caranciuli, dei bastoncini grossi quanto un dito, tagliati a tocchetti, avviluppati di miele e cosparsi con cannella e confettini. Il termine caranciuli deriva dalla voce dialettale con cui si indicava il ricciolo di capelli sulla fronte[43].

 

Ancora, per la gioia del palato di grandi e piccoli, i purciddhuzzi, così chiamati perché essi hanno la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini. Molto simili agli struffoli napoletani, se ne differenziano perché nell’impasto non sono presenti le uova. I purciddhuzzi sono a base di semola; preparati appunto nell’olio sfumato, condito con bucce di mandarino e un po’ di anice per aromatizzare l’impasto, vengono estratti dalla pasta con un coltello e, in tanti tocchetti, versati nell’olio bollente, quindi amalgamati con il miele; estratti dalla frittura, vengono decorati con confettini, anisini, cannella, pinoli, ecc[44]. Per Rohlfs, la voce purcidduzzi indica “una specie di frittura natalizia dalla forma di gnocchetti o di sassolini sui quali si cosparge il miele”, e rinvia alla voce  purcieddu, ovvero “pezzettini di pasta tagliati a muso di porco, che dopo fritti s’intridono di miele”[45]. Oltre alla derivazione da porcus e quindi legata al musetto del porcellino, un’altra derivazione, secondo la Barletta, è quella che lega il nome alla tecnica di preparazione “che è l’imitazione di quella difensiva del piccolo crostaceo, di forma ovale ed allungato (simile ad un pezzettino di pasta), color grigio e comunissimo nelle case e negli orti”[46]. Si tratta del vermicoculu, spesso oggetto di gioco dei bambini. «L’asello od onisco volgarmente è detto (anche in Francia) “porcellino” di terra o di Sant’Antonio. Tale piccolo crostaceo-isotopo, se toccato, si ravvolge presentando, sul dorso, scanalature simili a quelle che il pettine produce sui pezzettini di pasta ravvolti. Il termine, dunque, fa riferimento al “porcellino-onisco” quando non si debba intendere il diminutivo del composto pirros-killes, che significa “asello di farina”»[47].  L’etimo, secondo altri, deriverebbe dalla Ciprea lurida, “una bellissima conchiglia tondeggiante, appellata in vari idiomi pugliesi appunto purciddhuzzi, che montata in argento veniva utilizzata come amuleto portafortuna. La credenza voleva che questa conchiglia, legata alla caviglia del bambino, lo avrebbe aiutato a crescere in salute come il porcello di Sant’Antonio”[48]. Al porco questi dolcetti sono comunque legati se nel passato si diceva che dovessero essere consumati al massimo entro il giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), protettore appunto dei maiali[49].  Certo quelle che stiamo riportando sono solo delle ipotesi ed anche sul fatto che la ricetta sia di derivazione persiana, come pare, portata dagli Arabi in Spagna e poi dagli Spagnoli in Puglia, non ci sono risultanze certe.

 

Le carteddhate sono fritte nell’olio (meno di quello dei purciddhuzzi) e cosparse di miele oppure di vincotto. Secondo la tradizione esse furono servite nel 1518 in occasione del banchetto di nozze di Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia che a Napoli nel Castel Capuano sposava il re di Polonia Sigismondo I, probabilmente chiamate “cartellate” per la loro tipica croccantezza che ricordava quella del cartoccio. Altra forma dialettale è infatti ‘ncarteddhate. La pasta viene scanalata, ossia lavorata e poi si manipola lungamente cu llu minaturu, “il mattarello”; si crea una grande sfoglia di pasta che con lo sperone (una piccola ruota di bronzo dentata) viene tagliata a strisce larghe 5-6 cm e lunghe 10-15 cm.  Una volta fritte, le carteddhate vengono poste in un grande vassoio insieme ai purciddhuzzi[50]. Il termine, secondo il Rohlfs, deriva dal siciliano cartèddha=cesta, per la forma che rassomiglia ad un intreccio[51]. Secondo Polito, la derivazione è «dallo spagnolo  cartìlla, diminutivo  di  carta=carta, dal  latino  charta(m), dal greco chartes=papiro (in italiano cartiglio, con la stessa etimologia, indica il rotolo di carta parzialmente svolto, scolpito o dipinto, usato come elemento decorativo specialmente nei secoli XVII e XVIII); d’altra parte lo stesso Rohlfs nel terzo volume del suo Vocabolario mostra di propendere, anche se non chiaramente, per questa seconda ipotesi: “piuttosto cartellate, cioè sfoglie di pasta, insieme di fogli di carta, di pasta dolce”»[52].

In passato erano presenti nel periodo natalizio anche gli anisetti, dei piccoli e policromi confetti, simili a chicchi di grano. Tutti “dolci semplici, poverissimi”, scrive Massimo Vaglio, “ma che intrinsecamente offrono un senso di famigliarità, dolci che con muta eloquenza, materializzano l’amore di qualche famigliare che con pazienza e dedizione li prepara per tutti gli altri”[53].

 

Un vero must è ancor oggi il pesce di pasta di mandorla, realizzazione prettamente artigianale, ossia fatta in casa dalle capaci massaie salentine, che richiamava il Cristo, rappresentato nell’iconografia cristiana dei primi secoli con il simbolo del pesce, che molto spesso compariva nelle catacombe dove si rifugiavano i cristiani perseguitati. Questo dolce può avere anche la forma di agnello, u pecureddhu, ma quest’ultima è più sfruttata durante il periodo pasquale. L’arte della pasta di mandorla è un’eccellenza salentina, molto famosi i dolci delle pasticcerie leccesi. Fra i più rinomati, quelli delle monache benedettine del monastero di San Giovanni Evangelista che, secondo Vaglio, sono stati modello per i tanti pasticceri leccesi che si sono specializzati in questi prodotti. La ricetta originale risale al 1680 ed è della badessa Anna Fumarola, considerata l’inventrice della pasta di mandorla[54]. Si è perduta invece la memoria del rosoliu, un liquore zuccheroso fatto in casa che suggellava l’abbondantissimo cenone della vigilia.

 

Tipica delle feste è anche la cupeta, un croccante fatto di mandorle e zucchero e aroma alla vaniglia, Essa si presenta di colore nero, con mandorle intere, bianco, con mandorle pelate, oppure marroncino-rosa, con mandorle pelate e tritate[55]. Oppure può essere fatto con frutta secca, sesamo e cosparso di miele. Secondo Rohlfs, cupeta, dal siciliano cubbàita deriva dall’arabo qubbaita[56]. Secondo Antonio Romano, il termine cubbàita ha sicuramente un legame con l’arabo soprattutto per via dell’impasto con frutta secca, sesamo e miele[57]. Tuttavia Romano, che rimanda anche alla voce cubbàita in DEDI[58], specifica che «L’originale ar. qubayṭ (nient’affatto ‘mandorlato’, come riportano alcuni siti) sopravvive solo nei ricordi della pasticceria araba dei Paesi del Golfo Persico: il resto del mondo arabo ignora oggi questa parola (preferendone altre che menzionano esplicitamente il sesamo o le mandorle). La radice etimologica della voce, in quello spazio linguistico, infatti, non è più trasparente: non è affatto facile ricondurla alle mandorle o altra frutta secca. Fino al XIX sec. soltanto il persiano, non l’arabo, conservava voci simili: troviamo kubītah ‘a sweetmeat’ che in Steingass 1012-4 si associano ad ar. qubaiṭā e qubaiṭā’ ‘a white sweetmeat’ (p. 954)[59]. Sappiamo inoltre che un filologo iracheno della scuola grammaticale di Kufa, Ibn al-Aˁrābī (Sāmarrā’, 760-846 ca.) usava la radice verbale qbṭ col significato ‘riunire, mischiare qualcosa con le mani’[60]. Questa dunque l’origine accertata: da ‘impastare, mescolare’. Il salentino cupeta, distante foneticamente da queste ultime voci (soprattutto per via dell’esito con /p/, assente in arabo), indica un dolce non gommoso, ma croccante, che presenta anche una ricetta diversa, di mandorle e zucchero (e scorza di limone) sconosciuto anche alle tradizioni turche e greche. La possibilità di una distinta mediazione da altre lingue del Mediterraneo e del Medioriente sollecita ricerche più approfondite che rimedino alla facilità con cui è stata ritenuta finora l’associazione immediata di questa voce con le forme arabe»[61].

 

Altro dolce delle feste, non solo natalizie, sono i mostaccioli, detti in dialetto scajozzi o scagliozzi[62] o anche mustazzoli, che sono romboidali, fatti di mandorle e ricoperti di cioccolata o di glassa. Il termine mostacciolo è “diminutivo del latino mustàceu(m)=torta di farina, mosto, formaggio, anice e foglie di alloro”[63]. Polito riporta la ricetta tramandata da Catone (III-II sec. a. C.), nel De agricultura, 122: «Mustaceos sic facito. Farinae siligineae modium unum musto conspargito. Anesum, cuminum, adipis p(ondo) II, casei libram, et de virga lauri deradito, eodem addito. Et ubi definxeris, lauri folia subtus addito cum coques (Prepara così i mostaccioli: cospargi di mosto un moggio di fior di farina. Aggiungivi anice, cumino, due libbre di strutto, una libbra di formaggio, raschia la corteccia da uno stelo di alloro e aggiungi pure essa. E quando avrai modellato il tutto aggiungi sotto foglie di alloro e cuocilo). Come si vede, nella ricetta di Catone gli ingredienti più in vista sono il mosto (che dà il nome al preparato) e l’alloro. A quest’ultimo componente è legato il detto di Cicerone (Ad Atticum, V, 20, 4): laureolam in mustaceo quarere (cercare una coroncina di alloro in un mostacciolo, cioè la gloria in un’impresa frivola). Giovenale (Satire, VI, 200-204) poi ci fa intuire che questa sorta di focaccia veniva inviata a parenti ed amici nel giorno delle nozze: Si tibi legitimis pactam iunctamque tabellis/non es amaturus, ducendi nulla videtur/caussa; nec est quare coenam et mustacea perdas, labente officio, crudis donanda… (Se non hai intenzione di amare colei che è stata promessa e congiunta a te con regolare contratto, non c’è nessun motivo per sposarla; né c’è motivo per cui tu perda il pranzo e i mostaccioli da donare a persone crudeli se il dovere è venuto meno…)»[64]. Sull’ associazione mustaccioli-mosto non è d’accordo Romano. «Pur mantenendo l’idea che il mosto fosse usato originariamente come ingrediente, non si può escludere che queste voci siano legate al baffo e alla tracce di glassa scura (mosto, caramello o cioccolato) che restano sulle labbra del goloso degustatore di queste dolcezze (dove purtroppo approdano anche gli indesiderati mustazzuni).

C’è però un’altra voce molto vicina e molto produttiva (quasi una Wanderwort di tutto questo spazio linguistico) ed è màstice. Il mastice è una gomma che si ottiene dalla resina del lentisco (Pistacia lentiscus, sal. restincu) ed è ancora oggi alla base di diversi prodotti alimentari locali delle isole greche (vini e liquori resinati come il μαστίχα, sciroppi come l’υποβρύχιο)[65]. Questa voce è molto simile per accentazione ad alcune forme coniugate di salentino musticare/masticare. Gli anziani della mia famiglia dicevano infatti mustìcu/mastìcu e non màsticu come si sente dire oggi per influenza dell’italiano.

Come si vede, anche in questo caso, oltre all’interessante oscillazione vocalica, le voci salentine conservano le antiche condizioni in cui l’accentazione latina riproduceva quella che si conserva ancora in greco. Gr.a. μαστίχη si fa derivare dal v. μαστιχάω ‘digrignare i denti’ (da μάσταξ ‘mandibola’) che, attraverso vari passaggi, dà anche ar. muṣṭakā. A questo punto pensiamo però a mustazzu alla cui base c’è gr.a. μύσταξ ‘labbro superiore (m.)’, voce dorica e laconica per μάσταξ (f.) Da questo si è avuto gr. biz. μουστάκιον lat. med. mustācium, il baffo, che appartiene alla mascella. Ora, sono molto noti casi di passaggio di significato (per metonimia, cioè per contatto) e in questo caso tanto mandibola quanto mascella, entrambe legate dalla masticazione, sarebbero riconducibili a due forme greche che differiscono solo per un suono vocalico (guarda caso quello delle varianti salentine mustìcu/mastìcu). […] La masticazione, dunque, e molte designazioni delle parti della bocca coinvolte, sembrano…dipendere dalla sostanza gommosa di una pianta che impegnava in queste attività. Di queste lontane origini sono testimoni le forme coniugate del verbo salentino per ‘masticare’, portatrici d’importanti elementi utili per la ricostruzione etimologica di voci di più ampia diffusione. Alla luce di queste considerazioni, della produttività delle basi analizzate e degli inequivocabili passaggi metonimici osservati, si potrebbe quindi anche rivedere l’etimologia data comunemente per il più comune nome che contraddistingue i nostri prelibati mustazzoli (nella cui designazione e nella cui preparazione il mosto potrebbe essere rientrato solo per fatalità)»[66].

A me sembra particolarmente interessante l’associazione con mustazzu, “labbro superiore, baffo” che nell’italiano medio diventa mostaccio/mostacchio. Infatti, specifica ancora Romano: «Per riprendere un tema sul quale mi attardo spesso, cercando di convincere i cultori locali che non è sempre nelle voci straniere che bisogna cercare l’origine delle nostre, faccio notare come anche in questo caso, proprio al contrario da quanto si crede popolarmente, è il fr. moustache ‘baffo’ che (come l’it. mustacchio) dipende da voci di origine greca circolate a partire da dialetti italoromanzi meridionali (che dànno oggi napoletano mustaccio o salentino mustazzu[67].

Il termine scajozzi, potrebbe derivare da “scaglia”, per intendere il modo grossolano con cui sono tagliati, appunto a scaglie, o da scàja, termine dialettale con cui si indica il rivestimento del chicco di grano o la pula, ossia quel residuo della trebbiatura dei cereali che si deposita sui cereali stessi e che deve essere eliminato e costituisce poi il foraggio degli animali; il termine indica anche quel terriccio che si trova all’interno dei tronchi e che viene usato come concime, il cui colore marrone scuro potrebbe richiamare quello degli scajozzi. Un’altra etimologia potrebbe far riferimento, come scaglie, “alla loro disposizione in scaglioni (quasi un terrazzamento) nel piatto”[68].

Il cenone della vigilia di Natale aveva un carattere purificatorio, almeno fin quando ci si è creduto, perciò molte delizie che allietavano questa cena o anche il pranzo di Natale avevano un valore simbolico: per esempio, il torrone ed i dolci fatti con mandorle e nocciole si credeva, in passato, che avrebbero garantito la nascita della prole e la fecondità della terra; così, per chi ci crede ancora, l’uva passa dei panettoni è augurio di ricchezza, proprio come le lenticchie mangiate il primo dell’anno.

La sera della vigilia di Natale si mangiavano i vermiceddhi al sugo di baccalà: questo piatto nel Salento era anche chiamato spiganarda al baccalà[69]. I bambini non amavano tanto questo cibo per il cattivo olezzo che promana.

Invece dei vermicelli, alcuni usavano i passaricchi col baccalà, oggi maggiormente utilizzati con le cozze. Oggi il baccalà è divenuto “di moda”. “Forse per nessun altro cibo è successa questa metamorfosi, adesso il baccalà è rinomato e ricercato. Anni addietro era il cibo dei poveri e presenziava appunto nella ‘spicanarda’ e nelle ‘pittule’ oltre che essere cucinato e servito col sughetto o con le patate, dopo averlo tenuto a bagno per tre giorni, cambiando di frequente l’acqua… nel giro di pochi anni è passato da cibo dei poveri a scelta dei Vip. Con relativo aumento del prezzo”, scrive Raffaele Polo [70].

Nel cenone (l’accrescitivo esprime bene l’idea dell’abbondanza di questo pasto), inoltre, il capitone arrostito o fritto, la verdura, i finocchi, accompagnati dalle pucce con le olive nere, la melagrana portafortuna e naturalmente le pittule. Vero che, come per il baccalà, oggi le pittule si trovano in tutti i periodi dell’anno, servite da ristoranti e agriturismo anche ad agosto perché molto amate dai turisti stranieri sicché hanno perso il tradizionale valore natalizio.

In passato era tradizione che la cena fosse composta di nove oppure tredici pietanze. Tutta la famiglia si dava convegno intorno alla tavola imbandita con il tovagliato delle feste nella sala principale della casa in cui troneggiavano il presepe e l’albero. A dominare il colore rosso, atavicamente ritenuto portafortuna.

Verso la mezzanotte, terminata la cena, si accorreva alla messa di Natale annunciata dal suono delle campane per tutto il paese, anche se alcuni preferivano restare a casa e partecipare alla messa del 25. In ogni caso, quando tutti erano riuniti intorno al presepe, spettava al componente più piccolo della famiglia deporre la statuina del Bambin Gesù nella culla al centro della grotta mentre gli astanti intonavano il canto Tu scendi dalle stelle, canzone composta nel 1754 da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori[71]. Nel presepe accanto ai pupi erano posti anche piccoli doni, soprattutto frutta, che erano chiamati benaditti, perché idealmente benedetti da Gesù Bambino[72]. Intanto dalla strada proveniva il suono dei mortaretti, i tricchi tracchi, ossia dei petardi che, come avviene ancora oggi, venivano fatti esplodere in segno di gioia[73].

Nel pranzo del giorno di Natale, oltre alla tipica lasagna al forno, non poteva mancare l’agnello con le patate al forno e inoltre i capellini in brodo, le uova, le rape lesse o nfucate, il baccalà, fritto o cucinato, le pucce e, come dolci, i purciddhuzzi o le carteddhate e il pesce di pasta di mandorla, oltre naturalmente al panettone o pandoro. A completare il pranzo festivo, in passato, prima o dopo il caffè, il liquore di anice (l’anisetta). Il numero delle pietanze, sempre di nove o di tredici.

 

Un altro dolcetto adatto al periodo erano le pitteddhe, a base di farina, alcool, vino bianco e buccia di arancia grattugiata. Dall’impasto si ricavavano delle sfoglie molto sottili da cui si ritagliavano dei dischetti che venivano farciti con marmellata d’uva[74].

Come si diceva dianzi, le tradizioni contadine del passato oggi stanno scomparendo ma non del tutto: i cibi si ripropongono sotto altra veste. Dopo il lungo periodo medievale di “magra”, con il Cinquecento, soprattutto grazie ai fornelli orizzontali e alle scoperte geografiche e i grandi viaggi di esplorazione che portavano in Europa nuove specialità dall’Oriente e dalle Americhe, la cucina divenne in generale più grassa, e quella dei nobili più opulenta, artificiosa, ricoperta con ogni tipo di spezie e di aromi d’oltreoceano che in qualche modo coprivano la sua vera essenza, ne occultavano il sapore più autentico e naturale. La letteratura ci fa capire come l’attenzione per la cucina si esaltasse nel Rinascimento. Pensiamo solo al pittore Arcimboldo e alla sua opera Imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno (oggi conservato nel castello di Skokloster in Svezia) o ancor di più al famosissimo Ortolano (nel Museo civico Ala Ponzone di Cremona). Per tutti i secoli Seicento, Settecento, Ottocento, la differenza fra poveri e ricchi era determinata proprio dal mangiare: i più poveri erano magri mentre i signori erano grassi, anzi spesso andavano soggetti a numerose malattie dovute alla loro pinguedine. Ancora nel Novecento, la cultura contadina a cui erano legate le classi subalterne, rendeva, fra i nostri antenati, i lavoratori della terra magrissimi, emaciati, filiformi, mentre gli esponenti dell’aristocrazia terriera e poi industriale rosei e paffuti. Ai nostri giorni succede esattamente il contrario. “Oggi il grasso è un tipo che non sa mangiare”, scrive Gianni Mura, “un poveraccio, uno di cui non ci si può fidare, un peso sociale perché più esposto a malattie. E dunque essere magri è un segno di benessere, di salute, di cultura, di responsabilità”[75]. “La grande abbuffata”, per citare il film di Marco Ferreri del 1973, è una cosa da cafoni. Caricare i carrelli della spesa al supermercato fino all’inverosimile rivela immantinente la classe sociale di chi fa la spesa, oltre al grado di “nzallaggine” come si usa dire in salentino per chi è rozzo, inelegante. Lu nzallu, esponente delle classi più basse, si rimpinza di schifezze da junk food. Chi è cool, cioè fa tendenza, compra poco e presta attenzione alla dieta e ai trigliceridi: il top manager, l’influencer è l’arbiter elegantiae di oggi, le modelle, lo sportivo, l’imprenditore di successo i nuovi direttori del gusto,

È scoppiata la moda del mangiar bene, un profluvio di ricettari, libri, trasmissioni televisive si occupano del mangiar sano e a chilometro zero, seguendo il motto “più sani più belli”. Nascono associazioni culturali con questa “missione”. Contro il fast food, ovvero la cucina globale diffusa in tutto il mondo dai MacDonald’s, oggi si sta imponendo lo slow food, un movimento d’opinione che valorizza le diversità del cibo contro la standardizzazione del gusto portata dalla globalizzazione. Ecco i paradossi della storia.

Oggi i cibi della cucina contadina sono stati riscoperti dagli chef stellati e si sono imposti, pur nelle svariate rivisitazioni, nelle trattorie e nei ristoranti e vengono offerti ai turisti e ai salentini a prezzi molto alti. Insomma, i cibi dei poveri oggi sono mangiati dai ricchi mentre i poveri, specie nei giorni di festa, mangiano quel che una volta mangiavano i ricchi.

“Siamo ciò che mangiamo”, per restare a Ludwig Feuerbach?  In ogni caso, la cucina è la chiave di lettura per capire un periodo storico.

 

Note

     [1] Cfr. J.-L. Flandrin, Il gusto e la necessità, Milano, Il Saggiatore, 1994.

     [2] Cfr. G. Marchesi, L. Vercelloni, La tavola imbandita. Storia estetica della cucina, Roma-Bari, Laterza, 2001.

     [3] Su questa distinzione si veda il fondamentale saggio di C. Lévi Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1998.

     [4] Intervista a Tullio Gregory, in A. Gnoli, All’improbabile sushi preferisco il cappone, in «La Repubblica», 24 dicembre 2004, p. 38.

     [5] Ibidem. Cfr. O. Redon – F. Sabban – S. Serventi, A tavola nel Medioevo con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia, Prefazione di G. Duby. Traduzione di M.C. Salemi Cardini, Bari-Roma, Laterza, 2000.

     [6] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Volume secondo N-Z, Galatina, Congedo, 1976, p. 507.

     [7] F. Fanciullo, Saperi e sapori mediterranei: lessico dell’alimentazione e peculiarità etimologiche del grecanico (e altro ancora)”, in Saperi e sapori mediterranei. La cultura dell’alimentazione e i suoi riflessi linguistici (Atti del Convegno Internazionale, Napoli, 13-16 ottobre 1999), a cura di D. Silvestri, A. Marra, I. Pinto, Napoli, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, Quaderni di AIΩN (Nuova Serie-3), II vol., 2002, p. 230; inoltre F. Fanciullo, Etimologie dellItalo-romània, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2002, p. 121.

     [8] Ma questa fonte non è verificabile.

     [9] Lessico Etimologico Italiano, a cura di Max Pfister, Wolfgang Schweickard, Wiesbaden, Reichert Verlag, 1979, VII, coll.1361-1367.

     [10] Romanisches Etymologisches Wörterbuch, a cura di Wilhelm Meyer-Lübke, Heidelberg, Winter, 1935 (3a ed.), alle schede 1359, 1360 e 1361.

     [11] R. Barletta, Natale nel Salento “Il Natale nel folklore salentino” viaggio nella memoria, I libri di Qui Salento, Lecce, AGM, 2003 pp. 15-17.

     [12] A. Romano, Vocabolario del dialetto di Parabita, Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, p. 124.

     [13] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Volume secondo N-Z, cit., p. 488.

     [14] Ivi, pp. 470-471.

     [15] Ivi, p. 487. Riportato anche da A. Polito, Ecco i “dolci” natalizi del Salento!, in www.fondazioneterradotranto.eu, https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/07/ecco-i-dolci-natalizi-del-salento/ , che continua: “per l’insigne studioso, inoltre, pèttula per traslato ha dato vita alla identica voce che indicava uno dei due lembi posteriori della camicia di un tempo. Si può facilissimamente constatare come il greco pitta/pissa non potesse andar meglio dal punto di vista fonetico ma appare piuttosto traballante da quello semantico (anche se il pensiero vola subito alle olive nere, ingrediente fondamentale della nostra pitta rustica), da cui, credo, il dubbio dello stesso studioso tedesco”.

     [16]A. Polito, Ecco i “dolci” natalizi del Salento!, cit., nota 2.

     [17] A. Romano, Vocabolario italo-salentino. Strati di un lessico in evoluzione, Soc. Storia Patria Puglia, sezione di Lecce, Presentazione di Mario Spedicato, Prefazione di p. Giovan Battista Mancarella, Postfazioni di Edoardo Winspeare e Luigi Ratano, Castiglione, Giorgiani Editore, 2020, p. 59. Cfr. anche Lessico Etimologico Italiano, a cura di Max Pfister, Wolfgang Schweickard, cit., III, 1-29, cit. in A. Romano, Vocabolario italo-salentino. Strati di un lessico in evoluzione, cit., p. 136.

     [18] F. Fanciullo e P. Fornaro, Apicio heuretes eponimo della pizza?, in «Bollettino dell’ALI», n. 26, 2002, pp. 57-63; F. Fanciullo, Etimologie dellItalo-romània, cit., entrambi in A. Romano, Vocabolario italo-salentino. Strati di un lessico in evoluzione, cit., p. 135.

     [19] M. Alinei, E. Nissan, L’etimologia semitica dell’it. pizza e dei suoi corradicali est-europei, turchi, e dell’area semitica levantina, in «Quaderni di Semantica», n. XXVIII/1, 2007, pp. 117-136, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 131.

     [20] Tra gli altri, J. Kramer, Das balkanische Wanderwort pitta ‘Blätterteiggebäck’, in Th. Kahl, P.M. Kreuter e Chr. Vogel, Culinaria Balcanica, Berlin, Frank & Timme, 2015, pp. 39-54, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 136.

     [21] C. Battisti e G. Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, Firenze, Barbera, 1950-57, 5 voll., alla voce pizza, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 134.

     [22] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra dOtranto), München, Verlag der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, 1956-1961 (edizione tedesca), p. 489, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 140.

     [23] M. Cortelazzo e P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1979-1988, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 134.

     [24] G. Princi Braccini, Etimo germanico e itinerario italiano di pizza, in «Archivio Glottologico Italiano», n. 64, 1979, pp. 42-89, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 139.

     [25] T. De Mauro, Grande dizionario italiano delluso, Torino, UTET, 2002, 8 voll., p. 997, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 136.

     [26] J. Kramer, Das balkanische Wanderwort pitta ‘Blätterteiggebäck’, in Th. Kahl, P.M. Kreuter e Chr. Vogel, Culinaria Balcanica, cit.

     [27] Fernando Manno, Etimologie del dialetto salentino, in «La Voce del Sud» (16 luglio 1955 – 1 settembre 1956), 3 marzo 1956, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p.137. (Cfr. A. Romano, Le etimologie salentine di Fernando Manno (1955-1956), in «Studi Linguistici Salentini», n. 36, 2016, pp. 81-101).

     [28] Romanisches Etymologisches Wörterbuch, a cura di Wilhelm Meyer-Lübke, cit., scheda 6546, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 139; P. Salamac, Contributi vari, in Salento. Monografia, a cura di Giovan Battista Mancarella, Lecce, Del Grifo, 1998, p. 239, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p.140.

     [29] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra dOtranto), cit., p. 487; A. Nocentini, Etimologico, Firenze, Le Monnier, 2010, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 138; Cfr. J. Kramer, Das balkanische Wanderwort pitta ‘Blätterteiggebäck’, cit.

     [30] F. Fanciullo, Etimologie dellItalo-romània, cit., pp. 118-121.

     [31] F. Fanciullo e P. Fornaro, Apicio heuretes eponimo della pizza?, cit., p. 58, e F. Fanciullo, Etimologie dellItalo-romània, cit., p. 121.

     [32] M. Alinei, E. Nissan, L’etimologia semitica dell’it. pizza e dei suoi corradicali est-europei, turchi, e dell’area semitica levantina, in «Quaderni di Semantica», n. XXVIII/1, 2007,  pp. 117-136, in A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., p. 131.

     [33] A. Romano, Vocabolario italo-salentino, cit., scheda VII, pizza – spicciare – pìttula – murtaru e pistaturu, pp. 59-60.

     [34] Per altro condivisa con i cecamariti: P. Vincenti, Dai cecamariti un elogio dell’adulterio, in Idem, Gran Varietà, Prefazioni di Antonio Romano e Eugenio Imbriani, Postfazione di Maria Antonietta Epifani, Tuglie, Agave Edizioni, 2024, pp. 58-67.

     [35] A. Romano, Vertendō Discēs. Spigolature in tono simulatamente scherzoso, in P. Vincenti, Gran Varietà, cit., pp. 4-5.

     [36] A. Romano, Vertendō Discēs. Spigolature in tono simulatamente scherzoso, cit., p. 6.

     [37] L’opera di Benjamin di Tudela (1130-1173), Sefer ha-Masa’ot, ovvero Il libro dei viaggi, è considerata la prima relazione di viaggio di un europeo in Asia, dunque precedente a quella di Marco Polo, per questo molto importante per gli studiosi. Una delle versioni più recenti dell’opera di Tudela, che ha avuto una enorme fortuna critica nei secoli, è: Binyamin da Tudela, Itinerario (Sefer massa‘ot), a cura di Giulio Busi, Firenze, Giuntina, 2018.

       [38] C. Colafemmina, L’itinerario pugliese di Beniamino da Tudela, in «Archivio Storico Pugliese», 28, 1975, p. 84. Lo stesso Colafemmina però in nota precisa: “Da notare che la lezione Pul del testo ebraico di Isaia viene dai critici corretta in Put sulla scorta di alcuni mss greci e della Vetus Latina. Put indicava una regione molto probabilmente situata sulla costa africana del Mar Rosso. Pul era anche il secondo nome di Tiglat Pileser III, re di Assiria (745-727 a. C. Cf. 2 Re 15, 19, 1 Cron 5, 26)”. Ivi, p. 84, nota 10. Su Beniamino da Tudela, si rinvia a: P. Vincenti, Beniamino di Tudela, un viaggiatore ebreo nel XII secolo, e la sua opera. Per una breve storia di Otranto in età bizantina e normanno-sveva, in Non omnis moriar. Studi in memoria di Giacomo Filippo Cerfeda, a cura di Mario Spedicato, Società Storia Patria Puglia, sezione Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2024, pp. 61-92.

     [39] Ivi, p. 84, nota 11.

     [40] P. Vincenti, La rava e la fava, in Gran Varietà, cit., pp. 26-27.

     [41] Così Antonio Romano, Vertendō Discēs. Spigolature in tono simulatamente scherzoso, cit., p. 6, che pure riconosceva all’autore che “al primo argomento trattato, L’ùngulu, ovvero il baccello della fava verde, … ha dedicato una fruttuosa ricerca bibliografica che gli ha permesso anche di sviluppare una dotta comparazione tra diverse ipotesi etimologiche”: Ivi, p. 5.

     [42] Romano rinvia al suo Vocabolario italo-salentino – 157-161 (Apulia – spunẓali – rungulare – spìngula – caforchia/cafurchiu), in «Il Nostro giornale», Supersano, a. XLVII, n. 98 – luglio 2023, pp. 66-67, ma la bibliografia da riportare sarebbe vastissima.

     [43] A. Romano, Vocabolario del dialetto di Parabita, cit., p. 34. Il termine e la ricetta dei caranciuli sono attestati a Ruffano e in genere nel Basso Salento, mentre una netta preferenza per i purciddhuzzi si registra nel medio e alto Salento.

     [44] R. Barletta, Natale nel Salento “Il Natale nel folklore salentino” viaggio nella memoria, cit., p. 36.

     [45] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Volume secondo, cit., p. 515.

     [46] R. Barletta, Natale nel Salento “Il Natale nel folklore salentino” viaggio nella memoria, cit., p. 36.

     [47] Ibidem.

     [48] M. Vaglio, I caratteristici dolci salentini del Natale: purciddhuzzi e cartiddhate, in www.Fondazioneterradotranto.eu,  https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/12/91600/

     [49] R. Barletta, Natale nel Salento “Il Natale nel folklore salentino” viaggio nella memoria, cit., p. 35. Non a caso, a Novoli nel passato si usava disfare il presepe proprio il giorno di sant’Antonio Abate, quando il santo patrono viene festeggiato con una spettacolare Focara oggi famosa in tutt’Italia. M. De Marco, Il presepe novolese tra il dopoguerra ed oggi, in Natale In Dai luoghi della memoria al tempo della riflessione Raccolta di contributi e testimonianze, a cura di Ass. Italia Nostra, Centro di Solidarietà “Madonna della Coltura”, Confraternita San Luigi, Ass. Donatori del Sangue “F. Greco”, Parabita, dicembre 1997, pp. 28-29.

     [50] R. Barletta, Natale nel Salento “Il Natale nel folklore salentino” viaggio nella memoria, cit., pp. 36-37.

     [51] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Volume Primo A-M, cit., p. 117.

     [52] A. Polito, Ecco i “dolci” natalizi del Salento!, in www.fondazioneterradotranto.eu, cit.

     [53] M. Vaglio, I caratteristici dolci salentini del Natale: purciddhuzzi e cartiddhate, in www.fondazioneterradotranto.eu, cit.

     [54] Riportata da M. Vaglio, Ricette e segreti dei dolci del Salento, I libri di Qui Salento, Lecce, Guitar Edizioni, 2006, p. 41, che fornisce la ricetta dell’agnello o pesce di pasta di mandorla, a p. 42.

     [55] Ivi, p. 40. Di Massimo Vaglio, I Piatti delle Feste. Santi, Pittule e Cazzateddhre, I libri di Qui Salento, Guitar Edizioni, Lecce, 2002.

     [56] G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Volume Primo, cit., p. 190.

     [57] A. Romano, Tre schede lessicali nel campo dei dolciumi tradizionali salentini:cupeta, candallini e mustazzoli, in «Il Nostro Giornale», Supersano, a. XLVIII, n. 100, luglio 2024, p. 72.

     [58] Dizionario etimologico dei dialetti italiani, a cura di M. Cortelazzo e C. Marcato, Torino, UTET, 1998.

     [59] F.J. Steingass, A Comprehensive Persian-English Dictionary, Londra, Routledge & Kegan Paul,

1892 (5a ed. 1963), in A. Romano, Tre schede lessicali nel campo dei dolciumi tradizionali salentini:cupeta, candallini e mustazzoli, cit., p. 73.

     [60] “Nel monumentale Lisān al-ˁArab di Ibn Manẓūr (ed. de Il Cairo: Dār al-Maˁārif, 1976, vol. II, p. 3514), si elencano quattro nomi derivanti da questo verbo che indicano un dolce accostato a al-nāṭif uno ‘zucchero/dolce candito e gommoso’ (oggi la parola è usata per indicare il marshmallow!). Questi quattro nomi, nell’ordine, sono al-qubbāṭ, al-qubbayṭ, al-qubbayṭā e al-qubayṭāˀ. Alla stessa radice verbale si associano poi altri significati che hanno a che fare con la designazione dei copti (al-Qibṭ) e che non sembrano legati ai primi”: A. Romano, Tre schede lessicali nel campo dei dolciumi tradizionali salentini:cupeta, candallini e mustazzoli, cit., p. 75, nota 3 .

     [61] A. Romano, Tre schede lessicali nel campo dei dolciumi tradizionali salentini:cupeta, candallini e mustazzoli, cit., p. 72.

     [62] Da non confondere con gli scagliozzi di polenta fritta che, nati a Foggia, sono divenuti tipici della cucina napoletana e campana in genere.

     [63] A. Polito, Ecco i “dolci” natalizi del Salento!, in www.fondazioneterradotranto.eu, cit.

     [64] Ivi, nota 4.

     [65] Annota Romano: Se anche qualcuno non si è mai imbattuto nell’usanza di masticare il mastice, antesignano dei chewing-gum, può averne magari reminiscenze letterarie da un classico delle letture per i giovani del Novecento, I ragazzi della via Pal di Ferenc Molnár, dove il mastice, la gomma da masticare, era elemento simbolico di un club all’interno della classe frequentata da questi ragazzi”. A. Romano, Tre schede lessicali nel campo dei dolciumi tradizionali salentini:cupeta, candallini e mustazzoli, cit., p. 74, nota 12.

     [66] A. Romano, Tre schede lessicali nel campo dei dolciumi tradizionali salentini:cupeta, candallini e mustazzoli, cit., p. 73.

     [67] Ivi, p. 74, nota 11.

     [68] A. Polito, Ecco i “dolci” natalizi del Salento!, cit., nota 4.

     [69] Per non appesantire questo articolo già abbastanza corposo, si differisce la ricerca su questo piatto e sul termine così insolito ad una prossima puntata.

     [70] R. Polo, Come eravamo. La metamorfosi del baccalà, in www.Leccecronaca.it, https://www.leccecronaca.it/index.php/2023/01/12/c-6/

     [71] Cfr. M. Spedicato, Un’attribuzione controversa. La nenia natalizia “Tu scendi dalle stelle”, in «E vieni in una grotta». Ripartendo da Greccio (1223-2023). Atti del Convegno di Studi, Lecce- Salone dell’Episcopio 16 dicembre 2023, a cura di Mario Spedicato e Paolo Agostino Vetrugno, Soc. Storia Patria Puglia, sezione di Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2024, pp. 91-102.

     [72] R. Barletta, Natale nel Salento “Il Natale nel folklore salentino” viaggio nella memoria, cit., p. 34.

     [73] A. E. Foscarini, Natale nelle antiche tradizioni salentine, in Natale In Dai luoghi della memoria al tempo della riflessione Raccolta di contributi e testimonianze, a cura di Ass. Italia Nostra, Centro di Solidarietà “Madonna della Coltura”, Confraternita San Luigi, Ass. Donatori del Sangue “F. Greco”, Parabita, dicembre 1995, pp. 24-25.

     [74] R. Barletta, A Parabita e dintorni Natale vuol dire…, in Natale In, cit., dicembre 1995, p. 28.

     [75] G. Mura, Quando al mondo non c’era lo chef, in «La Repubblica», 24 dicembre 2004, p. 39.

Dialetti salentini: “ggh’è”

di Armando Polito

Se la seconda parte della locuzione (è) è chiaramente la terza persona singolare del presente indicativo tale quale quello italiano, è la prima (ggh’) a porre problemi, a cominciare  dall’identificazione del fonema, sicuramente una vocale, che ha subito l’elisione. Appare improbabile che uno dei teorici candidati (ggha/gghe/gghi/ggho/gghu) sia un’interiezione o di una di quelle forme espresssiive tipiche dei fumetti, come grrr, sob, gasp, gulp e simili. Un aiuto può essere trovato allargando l’indagine all’unico nesso in cui questa misteriosa particella compare. Ciò avviene solo in  espressioni del tipo Cce ggh’è ca sta ffaci? (Che stai facendo?) o Cce gh’è bbeddhu! (Quanto è bello!). Tuttavia la traduzione in italiano appena riportata non aiuta ad individuare la sua marca grammaticale.

Se, però, ricorro alla traduzione letterale (l’unica, in tutte le lingue, in grado di cogliere tutti gli aspetti grammaticali e le più sottili sfumature semantiche), comincio a vedere un po’ di luce: Che … è che stai facendo?; Che (=quanto) … è bello! A colmare la lacuna dei puntini può intervenire solo quello (o quella cosa). È ciò che per via induttiva mi aiuta ad individuarne l’origine e ad escludere  non solo la precedente ipotesi fumettistica ma anche qualsiasi funzione eufonica. L’ulteriore conferma e il dettaglio dirimente vengono dalla constatazione già fatta che a ggh’ segue sempre una voce del verbo essere iniziante per e-: in pratica la terza persona singolare dell’indicativo presente (è), passato prossimo (è statu), imperfetto (era) e trapassato prossimo (era statu).  Emerge così che il suo esatto corrispondente italiano è gli, presente nella letteratura delle origini, tanto in prosa che in poesia1, vivo e vegeto anche nei secoli successivi.

Gli è dal latino illud, neutro di ille, che  in italiano ha dato egli e nel salentino iddhu. Rispetto a iddhu si rileva che ggh’ (da gghi) presenta un esito diverso, modellato sul tipo di scaglie>scagghe, maglie>magghe e simili.

Sarebbe azzardato supporre che questo diverso esito abbia una funzione distintiva rispetto al maschile iddhu, perché significherebbe attribuire al dialetto una raffinatezza grammaticale che neppure un suo innamorato come me si sente di accreditargli; più probabile perciò è che ggh’è, fra l’altro presente in molti dialetti da nord a sud, sia un ricalco dall’italiano gli è. Sembra tenersi fuori il corrispondente napoletano che d’è?, per il quale non mi pare fuori luogo mettere in campo il latino quid est?, con la d di quid che, non potendo conservarsi come consonante finale di una parola, ha finito per assumere un’autonoma funzione eufonica, ipotesi per la quale andrebbe  cercata conferma in altri casi; ma in questo sarebbe indispensabile l’aiuto di qualche eventuale lettore napoletano.

___________

1 Due soli esempi: … dicovi che gli è la più bella cosa del mondo a vedere (Marco Polo, Il milione); E quando vita per morte s’acquista/gli è gioioso il morire (Cino da Pistoia, dalla canzone La dolce vista e ‘l bel guardo soave).

Tra libri e ricordi. Rarità bibliografiche salentine dal 1558 al 1858

di Gilberto Spagnolo

 

Sono stato in una moltitudine di forme

Prima di assumere una forma congeniale.

Sono stato una spada snella e screziata.

Lo crederò, quando sarà evidente,

Sono stato una goccia nell’aria,

Sono stato la stella più spenta,

Sono stato una parola tra le lettere,

Sono stato un libro.

               Poesia gallese del VI secolo1

È una fervida passione, inarrestabile e incontenibile, il “collezionare” (e in questa circostanza esclusivamente libri) con un ritmo particolare che ha soprattutto una perfetta corrispondenza con la propria vita. È certamente il “racconto” e il “viaggio” di una non comune sensibilità, la consacrazione di una storia che da personale diventa nello stesso tempo un bene collettivo. In tutto ciò, il collezionista è l’opposto dell’antiquario perché “non cede ma raccoglie, e non per sé ma perché resti memoria di sé… Perché non si trova ciò che si cerca, ma si cerca ciò che si trova seguendo il caso e il destino”2.

Lo scrittore Alberto Manguel (saggista, traduttore e critico), direttore per alcuni anni della Biblioteca Nazionale Argentina, ha scritto una bellissima elegia su quello che viene definito “amore per i libri” e che qui vale la pena evidenziare. “Il fatto – si legge sul retro della sopraccoperta di “Vivere con i libri” – è che i libri raccontano una storia. Non solo quella che c’è scritta dentro (che a volte non è nemmeno la più importante) ma quella che si portano dietro. Perché ogni Biblioteca è un luogo di memoria: sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l’abbiamo comprato, la persona che ce lo consigliò, il piccolo o grande dolore che quella lettura ha saputo lenire. Una libreria è una collezione di malinconie e di gioie, un repertorio di persone amate o dimenticate, un tributo alla speranza (o all’illusione) che quell’inerme massa di carta possa in qualche modo restituirci l’immagine degli individui che siamo3.

Ritrovo perfettamente in queste parole le mie esperienze di vita professionale fatte a Lima, Barcellona, Venezia; perciò credo mi accomunino queste emozioni con Alfredo Calabrese, emozioni che alimentano una passione intensa e a volte avventurosa e che caratterizzano questo amore intramontabile per i libri, nella convinzione che ogni Biblioteca è appunto un archivio privilegiato di memoria e non di reliquie di vite perdute, consci che “il fine non è averle, ma salvarle, proteggerle, tenerle in un recinto i cui confini sono quelli della scoperta, del gusto, della conoscenza4.

Conservo ancora oggi come se fosse ieri e come un ricordo indelebile, il momento in cui mi accolse nella sua straordinaria biblioteca/Museo, in un giorno di quell’anno (1988) in cui con altri amici (alcuni molto cari non ci sono più) realizzammo la pubblicazione “LI PAMPAUDDRI” e la 1° Rassegna di cose del passato novolese. La rassegna era dedicata a Enzo Maria Ramondini, “avvocato valoroso e probo” che con i suoi studi e la sua attività, con l’Associazione Amici dell’Arneo e poi con la creazione del Gruppo di Studi A. Mattei volle portare a compimento un programma di ricerche sulla Storia di Novoli e del Salento realizzando così una biblioteca, una fototeca su Novoli, sul Salento e Terra d’Otranto. Ramondini risvegliò soprattutto allora in molti giovani novolesi l’amore per la ricerca e avvertì tra l’altro l’esigenza di riscoprire le radici autentiche della cultura e della civiltà meridionale e Salentina in particolare5.

Quel giorno ebbi improvvisamente la sensazione di essere catapultato in un altro mondo senza spazi e senza tempo: libri dappertutto, un’infinità, spiccavano con i loro dorsi e con le loro pregiate rilegature, in un disordine irregolare ma curato, formatosi gradualmente secondo la logica del collezionista che con perseveranza ha accumulato nel tempo gli oggetti senza preoccuparsi di dar loro una collocazione sistematica.

Probabilmente fu anche quell’incontro a segnare la mia passione “umanistica” di questi quarant’anni dedicati alla ricerca e principalmente ai libri. Inizialmente infatti fui spinto da un piacere diciamo culturale ma poi ho provato un forte desiderio di avere e conservare i testi che incontravo (perché “d’incontro” si tratta) cercando nel contempo di focalizzare l’attenzione sull’area salentina e ovviamente anche sul mio luogo di nascita.

Era inevitabile perciò scrivere per tale occasione queste pagine e dedicare al caro amico Alfredo Calabrese il presente contributo. Esso, in sintesi, vuole essere infatti semplicemente un percorso cronologico-bibliografico fra i libri (con note essenziali di approfondimento), libri di indubbia importanza, alcuni particolarmente rari o non conosciuti e appartenenti alla mia raccolta privata (tra questi anche le opere di autori di Campi Salentina come Rapanà e Rosati), che mettono in luce aspetti per certi versi anche inediti sia sul piano tipografico che su quello contenutistico dei singoli e vari autori salentini e che possono aprire ad ulteriori indagini sulla storia della stampa leccese.

Sono libri però non “on-line”, “immateriali”, ma di solida presenza nella forma, dimensione, consistenza, nella loro rara e unica bellezza. Altre occasioni e collaborazioni nel tempo hanno mantenuto a distanza di anni questa amicizia. Tra l’altro, in quell’incontro, in un reciproco scambio – e di questo gliene sarò sempre grato – ho potuto acquisire nella mia collezione una foto che ritengo essere la più antica sulla costruzione della “focara di Novoli. Oggi perciò sono ben felice di lasciare questa mia testimonianza fra “libri e ricordi. Essa vuole essere sul piano simbolico un “ritrovarsi nella memoria”, un felice ritorno a quella “collettiva, a quella memoria che ha un valore una fisionomia certamente “immortale”.

 

 

2. A. Galateo, Liber De Situ Elementorum, 1588, frontespizio.

 

ANTONIO DE FERRARIIS DETTO IL GALATEO

ANTONII / GALATEI LICIEN/ SIS PHILOSOPHI ET MEDICI/ DOCTISSIMI QUI AETA – Te magni Pontani vixit, liber de/ SITV ELEMEN – TORUM. / Reliqua versa pagina indicat. / BASILEAE, PER PETRVM PERNAM. / M. D. LVIII. / INDEX RERVM ET/ Verborum in hoc opusculo/ contentorum/ Errata sic corrigito. / Prior numerus paginam, posterior versum/ indicat.

cm 9,5 x 15, pp. 143

Note

Il libro, formando un volume unico con la sua legatura piena in pergamena originale, è unito all’edizione contraffatta dell’opera fondamentale di Antonio de Ferrariis detto il Galateo, ovvero il “De situ Japygiae” nella sua prima edizione curata da Giov. Bernardino Bonifacio nel 1558, con altri opuscoli, a Basilea per i tipi del Perna6.

 

CESARE RAHO

DE/ ELOQUENTIAE/ LAVDIBVS CAESARIS/ RAHI ALEXANEN – SIS PHILOSOPHI/ ORATIO NEAPOLI/ Apud Horatium Salvianum/ M. D. LXXVII/

cm 11 x 15 – pp. 26

Note

Una particolarità di quest’opera estremamente rara, quasi sconosciuta agli studi documentari, del filosofo di Alessano, sono anche le pagine in apertura dedicate a Scipione Delli Monti, militare e poeta, “celebre guerriero” figlio di Giovanbattista marchese di Corigliano7.

 

SUCCESSI DELL’ARMATA TURCHESCA (1480)

SVCCESSI/ DELL’ARMATA/ TVRCHESCA/ NELLA CITTA’ D’OTRANTO/ NELL’ANNO M. CCCCLXXX. / Progressi dell’Essercito & d’Armata. Condottaui da Alfonso Duca di Calabria; scritti in Lingua Latina da/ Antonio Ferrarijs detto il Galateo, Proto – medico del Regno, & Medico del Serenissimo Ferrante, Rè di Napoli. / ET TRADOTTI IN LINGVA VOLGARE PER L’ABBATE/ Gio. Michele Martiano d’Otranto, Dottore in Iure Canonico. / All’Illustrissimo, & Eccellentissimo Signor/ MARINO CARACCIOLO DVCA DELLA TRIPALD A./ IN NAPOLI, Appresso Lazzaro Scorriggio. MDCXII. / Ad instanza di Pietro Antonio Rega Libraro. /

cm 16,5 x 23, p. 95.

Note

Seconda edizione della rarissima operetta dei “Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto” nell’anno MCCCCLXXX dell’Abate Giovanni Michele Martiano apparsi a stampa “nell’editio princeps” per i tipi di Giovanni Bernardino Desa a Copertino nel 1583 ovvero primo libro messo a stampa dal primo tipografo di Terra d’Otranto8.

 

GIOVAN BATTISTA CRISPO

VITA/ DI/ GIACOPO/ SANNAZZARO / Descritta/ DA GIO. BATTISTA CRISPO,/ da Gallipoli./ Di nuovo ristampata, & accresciuta./ IN ROMA, Presso à Luigi Zannetti. 1593,/ Et in NAPOLI, Per Lazaro Scorigio. 1633.

cm 10,5 x 16, pp. 64

Note

Nato a Gallipoli, Giovan Battista Crispo fu filosofo e letterato. Trasferendosi a Napoli per studiare si fece prete. Sotto la guida di Giovan Tommaso Giannuzzi, Francesco Mazzucci e Giovanni Antonio Pisano studiò letteratura, medicina e matematica e cosmografia. Angelo di Costanzo lo volle come precettore dei suoi nipoti. Nel frontespizio dell’opera è inciso in rame un ritratto dello stesso Sannazaro. La lettera dedicatoria del Crispo è rivolta all’Ill. S. Aldo Mannucci ed è datata Roma (dove morì) 1 Agosto 1593.

 

1. G. Battista, Le giornate accademiche, 1673, antiporta.

 

GIUSEPPE BATTISTA

LE/ GIORNATE/ ACCADEMICHE,/ PROSE/ DI GIVSEPPE/ BATTISTA, DEDICATE/ All’Illustris., e Eccell. Sig./ FRANCESCO/ MARINO/ CARACCIOLO/ PRINCIPE D’AVELLINO, &. C. VENETIA,/ Presso Combi & la Noù, M. DC. LXXIII , / Con licenza de’ Superiorj, e Privilegio.

cm 8 x 15, pp. 315

Note

Giuseppe Battista (1610-1675) nato a Grottaglie (TA) da Cesare e Macedonia Fasano, fu poeta, agiografo e letterato. Divenuto sacerdote si trasferì volontariamente a Napoli per sottrarsi al suo feudatario. L’opera è corredata da una bella antiporta incisa in rame ed è divisa in due parti. Il libro si chiude con “alcune poesie in lode dell’Autore”.

 

Distinto Ragguaglio, Tommaso Mazzei, Lecce 1719, frontespizio.

 

 

FABRIZIO PIGNATELLI

DISTINTO RAGGUAGLIO/ DEL POMPOSO RICEVIMENTO, E FESTE NELL’ARRIVO / DELL’ILLVSTRISSIMO MONSIGNOR VESCOVO/ D. FABRIZIO/ PIGNATELLI/ INDIRIZZATO ALL’ECCELLENTISS. SIGNOR CONTE/ GALASSO/ AMBASCIADORE PER S. C. C. MAESTA’/ PRESSO SVA SANTITA’ IN ROMA/ Dalla Illustrissima. E Fedelissima Città di/ LECCE/ Il di 24. Aprile MDCCXIX./ LECCE per Tommaso Mazzei Stampadore della medesima Città./ CON LICENZA DE’ SVPERIORI./

cm 14 x 19,5, pp. 17

Note

È la narrazione viva e fedele di tutti i solennissimi festeggiamenti civili e religiosi fatti in Lecce per il solenne ritorno del Vescovo Fabrizio Pignatelli il 24 Aprile del 1719, dopo 8 anni d’Interdetto, dal 1711 al 1719, lanciato contro la città e la diocesi di Lecce. L’Interdetto “non fu una semplice protesta dell’autorità spirituale ritenutasi offesa dal Governo laico cittadino, ma la manifestazione vera ed evidente di una guerra contro i mille privilegi di una classe”9.

 

Pompa Accademica, Mazzei, Lecce 1721.

 

POMPA ACCADEMICA

POMPA ACCADEMICA/ CELEBRATA NEL DI PRIMO D’OTTOBRE/ NATALE/ DELL’AUGUSTISSIMO IMPERADORE/ CARLO VI/ RE DI SPAGNA/ PER L’ANNO MDCCXXI/ NELLA SALA DEL CASTELLO DI LECCE DA/ D. MAGIN DE VILES/ PRESIDE DI QVESTA PROVINCIA/ CONSAGRATA ALL’EMINENTIS. PRINCIPE/ MICHELE FEDERICO DEL TITOLO DI S. SABRINA PRETE CARDIN./ DE’ CONTI D’ALTHANN./

Vescovo di Vaccia, Libero Barone di Goldburg, e Murflecten Consigliere/ intimo presentemente di S. M. C:, e C Comprotettore della Germania, de’/Regni, delle Provincie, e de’ Dominj Ereditarj della Casa d’Austria e Ministro Plenipotenziario alla S. Sede Appostolica./ IN LECCE dalla Nuova Stampa del Mazzei 1721./ Con licenza de’ Superiori.

cm 20,5 x 25,5, pp. 68

Note

È certamente una delle più belle edizioni uscita dai torchi di Tommaso Mazzei, in formato grande in carta raffinata, che Raccoglie “un’Accademia di letterati” e “il tributo delle loro muse” per festeggiare “lo di Natale dell’Augustissimo nostro Imperatore Carlo VI”. Vi figurano molti nobili di Lecce e Provincia e molti Accademici degli Spioni, dei Trasformati e degli Speculatori, tra i quali Errico Enriquez Principe di Squinzano, Marcello Filomarini dei Duchi della Torre, Antonio Filomarini dei Duchi di Cutrofiano, Agostino Solazzo De’ Principi di Lequile, Francesco Maria Tresca, Mauro Manieri, Gio. Battista Marescallo, Barone di S. Ligorio, Ignazio Viva Barone di Specchia Rosa ecc.

 

S. Pansuti, La Sofonisba, Napoli 1726, antiporta.

 

SAVERIO PANSUTI

La/ SOFONISBA/ TRAGEDIA/ DI SAVERIO PANSUTI/ CONSECRATA/ ALL’ILLUSTRISSIMA SIGNORA/ D. MARINA/ DELLA TORRE/ Marchesa di Novoli, Baronessa/ di Carignani & c./ IN NAPOLI MDCCXXVI./ Presso Domenico – Antonio, e Niccolò Parrino/ Con Licenza de’ Superiori/

cm 12 x 17, pp. 91

Note

I Carignani tennero Novoli per 92 anni e furono gli ultimi signori del luogo sino alla soppressione della feudalità applicata nel Salento nel mese di agosto del 1806. Quest’opera del letterato napoletano Saverio Pansuti è dedicata alla duchessa Marina della Torre madre di Felice e moglie di Francesco Carignani cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano. La tragedia inoltre è impreziosita da una pregevole antiporta incisa in rame10.

 

C. Rollo, De Corporum Motu, Venezia 1750, frontespizio.

 

CELESTINO ROLLO

DE CORPORUM/ MOTU/ RECTILINEO, ET CURVILINEO/ in mediis non resistentibus/ LIBRI DUO:/ AUCTORE/ D. COELESTINO ROLLO/ CONGREGATIONIS COELESTINORUM/ ORDINIS S. BENEDICTI/ Abbate, & Bononiensis Scientiarum Academiae Socio./ VENETIIS,/ Apud PETRUM BASSALEAM./ MDCCL./ SUPERIORUM PERMISSU./

cm 13 x 19,5, pp. 236 + 3 Errata Corrige + 15 Tavole più volte ripiegate.

Note

La complessa ed erudita opera del matematico leccese (1697 – 1755) che insegnò presso l’Università di Pisa dove tenne Cattedra dal 1744 al 1758 morendo a Firenze, è illustrata da ben XV grandi tavole d’ordine matematico più volte ripiegate.

 

Poesie toscane e latine, Camerino 1754. Ritratto di Errico Enriquez Principe di Squinzano.

 

ERRICO ENRIQUEZ

POESIE/ TOSCANE, E LATINE/ PER LA PROMOZIONE ALLA Sacra PORPORA/ DELL’EMINENTISSIMO, E REVERENDISSIMO PRINCIPE/ IL SignOR CARDINALE/ ARRIGO ENRIQUEZ/ PRINCIPE DI SQUINZANO/ PROTETTORE DELLA CITTA’, E DUCATO / DI CAMERINO/ In CAMERINO 1754. Nella Stamperia del Gabrielli/ CON LICENZA DE SUPERIORI.

cm 18 x 24, pp. 218, XLIV

Note

L’opera contiene un bellissimo ritratto inciso in rame dell’Enriquez (170l-l756); Nunzio Apostolico presso la Corte di Spagna, investito della Porpora Cardinalizia, poeta figlio di Giovanni Enriquez terzo Principe di Squinzano e di Cecilia Minutolo, che “la regia augustissima origin trae, discendendo Egli da D. Alfonso Enriquez figlio di D. Federico Infante di Castiglia, Gran Maestro dell’Ordine di S. Jacopo e figlio dell’Invittissimo Re Alfonso Undicesimo” (dalla Prefazione di Sebastiano Francesco Valentini).

 

GIUSEPPE NAYMO

INSTITUTIONES CIVILES/ SACRATISSIMI PRINCIPI/ JUSTINIANI/ compendioso carmine comprehensae PER REV. SACERDOTEM/ D. JOSEPHUM NAYMO/ Archipresbyterum Terrae Rugiani in Capite/ Salentino/ Cum notis e jusdem: & dicatae meritis Il./ lustrissimi, ac Reverendissimi Domini/ D. MARCELLI CUSANO/ ARCHIEPISCOPI PANORMITANI, & c,/ VENETIIS, MDCCLVIII/ TYPIS MARCELLINI PIOTTI/ In vico S. Moysis sub signo S. Philippi Neri./ SUPERIORUM PERMISSU./

cm 12 x 18, pp. 80

Note

Opera rarissima del dotto Arcipresbitero di Ruggiano, frazione di Salve, nato a S. Giovanni di Gerace (Reggio Calabria) il 1° giugno del 1688 e morto a Ruggiano il 21 settembre del 1762. Del Naymo si conoscono solo i Carmina Varia pubblicati a Lecce presso l’officina tipografica di Domenico Viverito nel 1758 con il lungo poema in versi “Belli Hydruntini etc.” dedicato all’eccidio di Otranto e conservato presso la Biblioteca Provinciale di Lecce. Quest’opera, unico esemplare conosciuto, è una versione in verso latino delle Istituzioni Civili di Giustiniano11.

 

PADRI MINIMI Dl LECCE

S. FRANCESCO DI PAOLA./ NELLA CORTE DI FRANCIA./ COMPONIMENTO DRAMMATICO / Da cantarsi nel di Festivo di detto Anno/ Nella Chiesa de’ PP. Minimi di Lecce/ In questo Anno 1758./ Da’ Medesimi Dedicato/ A SUA ECCELLENZA/ IL SIG. D. GIAMBATTISTA/ PROTONOBILISSIMO/ PRINCIPE DI MUCO & c./ In Lecce nella Stamperia di Domenico Viverito/ Con licenza de’ Superiori/

cm 15 x 21, pp. 31

Note

L’opera fu stampata per gratitudine verso il Principe di Muro dai Padri del Collegio dei Minimi di Lecce. La poesia è del “M.R.P.P. Pascalemaria Freda lettor Giubilato dell’Ordine de’ Minimi”. La musica è del Cherico Signor Celestino Greco Maestro della “Vescovil Cappella di Lecce”. “Interlocutori”: Giovanni Golia, Angelo Buonerba, Francesco Pascolino, Domenico Tornese, Francesco Mongelli. L’azione fu rappresentata nella “Real Villa di Plessis presso Tours”.

 

C. Cominale, Historia Physico Epidemiae Neapolitanae, Napoli 1764, frontespizio.

 

CELESTINO COMINALE

HISTORIA/ PHYSICO-MEDICA/ EPIDEMIAE NEAPOLITANAE/ AN. M. DCC. LXIV/ OPERA AC STUDIO/ CAELESTINI COMINALE/ IN /REGIO ARCHI-GYMNASIO NEAPOLITANO/ PHILOSOPHIAE, ET MATHESEOS PROFESSORIS/ ELUCUBRATA./ NEAPOLI M. DCC. LXIV./ VULGANDI IMPETRATA VENIA/ EXCUDEBAT FRANCISCUS MORELLUS/.

cm 21 x 28, pp. XVI, 208

Note

Opera rarissima del medico nato in Uggiano (29 Ottobre 1722 ed ivi morto nel 1785) divenuto celebre perché osò sfidare lo scienziato inglese Newton criticandone fortemente le sue dottrine nell’opera Anti-Newtonianismi in quattro tomi pubblicati da Benedetto Gessari a Napoli nel 1754, nel 1756, nel 1769 e nel 1770. In questa storia fisico-medica dell’epidemia napoletana del 1764, il Cominale (professore anche di filosofia e matematica nel Regio Archiginnasio napoletano) “parte per parte espone, con metodo, veramente felice, tutto ciò che può servire alla storia del male, delle cagioni, de’ Sintomi, della cura ed altro, che richiedesi a provenir sì fatti morbi contagiosi, ed epidemici, come lo furono in Napoli in quell’anno ben degno di eterna reminiscenza” (come ebbe a scrivere Giovan Battista De Tommasi di Gallipoli nel profilo biografico per l’opera monumentale Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo IX, Gervasi 1822). Questo esemplare è in splendida rilegatura in pergamena coeva con piatti decorati finemente al centro.

 

Lettera autografa di Pietro Metastasio a Baldassarre Papadia, Vienna 16 agosto 1770

 

BALDASSARRE PAPADIA (EGLOGHE PASTORALI)

EGLOGHE PASTORALI/ DI/ BALDASSARRE PAPADIA/ NAPOLI/ 1770/

cm 21 x 28, pp. 43 (senza indicazione del tipografo)

Note

L’esemplare di quest’opera del Papadia è in marocchino rosso cartonato con piatti decorati in oro, una bordura rettangolare di fiori e foglie stilizzate sempre in oro anche sul dorso e uno grande a secco al centro della copertina sia anteriore che posteriore. La copia, che non riporta l’indicazione del tipografo che l’ha stampata, è sicuramente quella appartenuta allo stesso Papadia. In fine infatti, fa corpo unico con le Egloghe una preziosa lettera autografa dell’Abate Pietro Metastasio “all’Autore” datata Vienna l6 Agosto 1770, in cui lo ringrazia per avergliene mandata una copia e soprattutto per averlo ricordato a conclusione come “il grande ARTINO –De’ più egregi Pastori onore, e lume…” (Artino è il nome del Metastasio tra gli Arcadì).

 

Inno per la recuperata salute di Don Carlo De Marco, Roma 1772, frontespizio.

 

CARLO DE MARCO

Per la ricuperata salute/ di sua eccellenza il Signor/ Don Carlo / de marco/ segretario di stato/ per gli affari di grazia, di giustizia,/ ed ecclesiastici/ di sua maesta’/ delle due sicilie/ inno/ di F. B. M. D. L. C./ in roma MDCCLXXII./ nella stamperia di pallade/ con licenza de’ superiori./

cm 19 x 24, pp. XXVIII

Note

Capolavoro tipografico” dedicato al giureconsulto nato a Brindisi, Carlo De Marco che tra l’altro abolì il Santo Ufficio in Sicilia con editto del 16 marzo 1782 e che fu decorato da Ferdinando IV dell’Ordine di San Gennaro. L’opera è tutta illustrata in ogni pagina da splendide incisioni a colori e si apre con un sonetto di Romualdo DE STERLICH Marchese di Cermignano “a Sua Eccellenza il Signor D. Michelle Imperiale Principe di Francavilla”.

 

COSIMO MOSCHETTINI

DELLA BRUSCA/ MALATTIA DEGLI ULIVI/ DI TERRA D’OTRANTO/ SUA NATURA, CAGIONI, EFFETTI & C./ DISSERTAZIONE/ DI/ COSIMO MOSCHETTINI/ PROFESSORE DI MEDICINA, E FILOSOFIA,/ ACCADEMICO & C./ Felix, qui potuit rerum cognoscere/caussas./ NAPOLI MDCCLXXVII./ Per VINCENZO MAZZOLA-VOCOLA./ Regio Impressore./ Con licenza de’ Superiori.

cm 11,5 x 17,5, pp. 94

Note

Dopo aver pubblicato a Napoli nel 1769 la sua prima opera dal titolo De Causis Morborum, il celebre medico e agronomo Cosimo Moschettini (Martano l747-1820) iniziò il suo percorso di importanti e preziosi studi di agronomia, dando alle stampe la rarissima “dissertazionesulla Brusca che è quella malattia de’ nostri Ulivi, per cui mezzo ammortendosi, e presso a poco seccandosi le più rigorose, e verdeggianti frondi delle volte col loro più tenero stelo, si staccano da questo, cadono, restando l’albero bruscato”. Forse premonizzando funesti “tempi futuri” scrive ancora il Moschettini nella sua prefazione: “Il fenomeno della Brusca merita l’attenzione d’ogni buon cittadino; poiché, se ben si riflette, ella è un morbo, che interesa per la miglior parte dipende la miseria d’una presso a poco intiera Provincia”. L’opera infine è dedicata A sua eccellenza/ il signor/ D. sebastiano gadaleta/ Marchese di Martano, Signore di Calimera, Barone di Binetto, Feudatario di Galpi ecc.

 

BALDASSARRE PAPADIA (CANZONI)

Agli egregi signori/ fratelli terres/ sopra/ il S. Natale/ canzone/ del dottor/ D. Baldassarre papadia./ Napoli 1785

cm 14 x 20, pp. 4 (senza indicazione del tipografo).

Note

Questa “canzone” e tutte le seguenti, stampate in carta azzurrina, del letterato galatinese (in corrispondenza epistolare con il Metastasio), conosciuto soprattutto per le “Vite di uomini illustri salentini” (Napoli 1806) sono singolarmente unite in due volumi contenenti altre opere varie, rilegati in splendida pergamena.

 

Canzone di Baldassarre Papadia composta in morte dell’Abate Pierantonio Serassi, 1791, frontespizio.

 

Baldassarre Papadia

Al signor abate/ pierantONIO SERASSI/ PER LA VITA DA LUI COMPOSTA/ DI/ TORQUATO TASSO/ CANZONE/ DEL DOTTOR/ BALDASSAR PAPADIA/ A ROMA/ Nella Stamperia Salomoni alla piazza di S. Ignacio/ Con Licenza de’ Superiori/ MDCCXC./

cm 14 x 20, pp. VI

 

BALDASSARRE PAPADIA

ALL’INCLITA/ CITTA’ DI BERGAMO/ IN MORTE/ DELL’ABATE/ PIERANTONIO SERASSI/ CANZONE/ DEL DOTTOR/ BALDASSAR PAPADIA/ A ROMA/ Nella Stamperia Salomoni alla piazza di S. Ignacio/ Con Licenza de’ Superiori/ MDCCXCI/

cm 14 x 20, pp. VIII

 

BALDASSARRE PAPADIA

IN LODE DEL CAVALIER SIGNOR ABATE/ GIROLAMO TIRABOSCHI/ PER LA DI LUI STORIA/ DELLA/ LETTERATURA ITALIANA./ CANZONE/ DI BALDASSAR PAPADIA/ NAPOLI 1799.

cm 14 x 20 pp. 4 (senza indicazione del tipografo)

 

FRANCESCO ANTONIO ASTORE

IN SOLLEMINI/ SS. APOSTOLORUM/ PETRI ET PAULLI/ FESTO DIE XXIX. JUNII MDCCLXXXV./FRANCISCI ANTONII ASTORE/ NEAPOLITANI./

cm 11 x 18, pp. 8 (senza luogo e anno di stampa, ma 1785)

Note

Il letterato Francesco Antonio Astore nacque a Casarano da Andrea e Domenica Cezza. Studiò letteratura e filosofia nel seminario di Lecce sotto la guida di Giovanni Cocchiara. Trasferitosi a Napoli fu tra i discepoli del Genovesi. Nel 1799 fu tra i patrioti che proclamarono la Repubbica Partenopea; “ma conclusasi in quei giorni, cadde insieme a tanti altri sul patibolo per l’efferatezza di Carolina d’Austria”. Quest’opera dell’Astore, inserita insieme ad altre opere di altri autori in un volume in pergamena “Opuscoli Vari”, è sconosciuta alla Bibliografia su di lui.

 

ANTONIO PIGNATELLI

FESTEGGIANDOSI/ LA TRASLAZIONE/ DEL SANGUE/ DEL/ GLORIOSO/ MARTIRE/ S. GENNARO/ DAL NOBILE SEDILE DI NIDO/ NEL DI 5 MAGGIO 1787/ CANTATA/ DI ANTONIO PIGNATELLI/ Marchese di Galatone/ IN NAPOLI MDCCLXXXVII./ PRESSO GENNARO MIGLIACCIO/ STAMPATORE DELL’ECCELL. CITTA’./

cm 19 x 24, pp. XIX

Note

Interlocutori: “La fede, la gloria, la religione. Coro di Virtù seguaci della fede. Coro di Genj celesti seguaci della religione. La musica è del Signor Giovanni Paesiello Maestro di Cappella Napolitano all’attuale servizio delle LL. MM. In qualità di compositore”. Alla “cantata” seguono le XIII inscrizioni/ di salvatore grimaldi/ Socio della Reale Accademia delle S. e B. L. ed “Accademico Estruco12.

 

EPIFANIA DEGLI DEI

LA/ EPIFANIA DEGLI DEI/ APPO GLI ANTICHI./

Senza indicazione di luogo e anno di stampa ma Napoli Raffaele Porcelli 1788.

cm 14,5 x 21,5, pp. 96

Note

Il libro è “una dissertazione di antica Teologia intorno all’Epifania de’ numi ed agli effetti di quella”. E contiene, di Michele Arditi (1746-1838, di Presicce, giureconsulto, archeologo, letterato, marchese di Castelvetere) tutte le lettere che egli scrisse all’avvocato fiscale D. Saverio Mattei suo vecchio amico, e le sue dotte risposte in occasione della pubblicazione del I tomo dei suoi Paralipomeni per le stampe di Raffaele Porcelli e che lo stesso editore ebbe cura di raccogliere insieme e pubblicarle in un volume con questo titolo. Molto interessanti sono all’interno alcuni riferimenti dell’Arditi al Galateo nelle lettere inviate da Presicce il 28 febbraio 1788 e il 6 maggio 1788 (e che si riportano in nota). Altri riferimenti importanti sono anche quelli a Francesco Serao “già nostro Protomedico di chiara fama, dum fata, Deusque sinebant… dell’ampia sua erudizione” e al marchese Giuseppe Palmieri che “mi ha mandato in dono la ristampa delle sue Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli13.

 

PASQUALE CAFARO

ELOGIO/ DI/ PASQUALE CAFARO/ MAESTRO DI CAPPELLA/ NAPOLETANO/ AEQUA lege necessitas/ sortitur Insignes & imos./ Horat. Lib. III. Od. I/ MDCCLXXXVIII

cm 11 x 17,5, p. 22

Note

L’elogio di Pasquale Cafaro (1706-1787), musicista galatinese, allievo del celebre maestro Leonardo Leo suo paesano, è scritto dal Canonico Giovanni De Silva De’ Marchesi della Banditella ed è dedicato “All’Egregio Patrizio D. ANTONIO DI GENNARO Duca di Belforte, Principe di Cantalupo Marchese di S. Massimo ecc. ecc.” L’elogio è sconosciuto alla bibliografia su di lui.

 

N. Favale, Le notti partenopee, Napoli 1792, frontespizio.

 

NICOLA FAVALE

LE NOTTI PARTENOPEE/ SAGGIO/ SU’ I MATRIMONJ,/ E/ SULLA EDUCAZIONE DE’ FIGLI/ DEL DOTTOR/ NICOLA FAVALE/ ACCADEMICO DEL GIGLIO D’ ORO/ OSSIA DEGLI SPECULATORI,/ IN LECCE./ NAPOLI MDCCXCII./ Presso ONOFRIO ZAMBRAJA./ Con licenza de’ Superiori./

cm 12,5 x 19,5, pp. 126.

Note

Questa rarissima e interessante operetta sui matrimoni e sull’educazione dei figli del letterato originario di Taviano (della sua produzione si conosce solo questa citata dal Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto) è dedicata a S. E. Il Signor Marchese D. Saverio Gimonetti, Segretario di Stato per il dipartimento di Grazia e Giustizia per sua maestà Ferdinando IV. Re delle due Sicilie. Come si legge nell’Avviso al lettore “L’autore ha intitolato questa operetta Notti Partenopee ad imitazione di Gellio, e di Young, i quali perché anche scrissero in Varie Notti le lor’ Opere, le intitolarono il primo Notti Attiche dal tempo, e dal luogo, ove scrisse, il secondo Notti dal tempo, e dal nome dello stesso Autore”.

 

ORONZO RAPANA’

ORONTII RAPANA’/ CL. REG. SCHOL. PIARUM/ PHILOSOPHIAE ET MATHESEOS PROFESSORIS/ INSTITUTIONES/ PHILOSOPHIAE RATIONALIS, ET/ METAPHYSICAE/ MATHEMATICA METHODO EXORNATAE./ TOMUS I, II, III./ NEAPOLI MDCCXCIV./ SUPERIORUM FACULTATE/

cm 11 x 18, pp. 134; cm 11 x 18, pp. 148; cm 11 x 18, pp.184

Note

Oronzo Rapanà (1760-1842), nato a Campi Salentina da Fedele e Bonaventura Petrucci, fu filosofo e matematico. Insegnò teologia a Benevento e fu scelto da Francesco Banditi, cardinale e arcivescovo di quella città, quale “Esaminatore Sinodale”.

 

T. Monticelli, Del Trattamento delle Api in Favignana, Napoli 1807 (Tavola).

 

TEODORO MONTICELLI

DEL TRATTAMENTO/ DELLE API/ IN FAVIGNANA/ SAGGIO/ DI TEODORO MONTICELLI/ PROFESSORE PUBLICO, E SOCIO DELLA R./ SOCIETA’ DI NAPOLI, E DI ALTRE/ ACCADEMIE D’ITALIA./ NAPOLI 1807/ PRESSO VINCENZO ORSINO/ Con pubblica Facoltà./

cm 13,5 x 22,5, pp. 147 (e una tavola).

Note

È una delle opere più rare del mineralogista nato a Brindisi (1759-1845), scritta in solitudine allorquando fu relegato nell’isola di Favignana dopo essere stato coinvolto nel “turbine politico” del 1799 che trascinò sul patibolo tutta la scienza e l’intelligenza del napoletano14.

 

SAN PANTALEONE

COMPENDIO/ DELLA VITA DEL POTENTISSIMO MARTIRE/ DI/ GESU’ CRISTO/ S. PANTALEONE/ PROTETTORE DELLA TERRA DI MARTIGNANO/ PROVINCIA DI OTRANTO,/ ESTRATTO DALLE MEMORIE DE’ BOLLANDISTI/ E DATO ALLE STAMPE PER DIVOZIONE /DE’/ FEDELI DIVOTI./ NAPOLI/ DALLA TIPOGRAFIA CHIANESE./ 1815/

cm 17 x 22, pp. 39.

Note

“Senonchè tra gli innumerabili luoghi del mondo cattolico, risputar non si dee men fortunata l’avventurosa terra di Martignano, ove, secondo la tradizione, per mano di un divoto Greco soldato, pervenuta l’immagine miracolosa del Gran Martire S. Pantaleone, qui volle far pompa de’ suoi prodigi nel tempio a lui consagrato” (pag. 33). Molto interessanti, da questo passo, tutte le pagine successive con la descrizione della devozione popolare e dei miracoli, in particolare quello accaduto nel 1757.

 

LUCA ROSATI

INTERESSE MORALE E POLITICO/ DELL’UMANITA’/ PER LA CAUSA DEL CRISTIANESIMO/ OSSIA/ FELICITA’ DERIVATA ALLE NAZIONI/ DALLA RELIGIONE DI CRISTO./ Del Canonico Luca Rosati./ Tomo I, II, III/ NAPOLI 1832/ DALLA STAMPERIA MOSINO

cm 15 x 22,5, pp. 347, 328, 276.

Note

Luca Rosati (1781-1859) nato a Campi S. da Giuseppe Antonio ed Irene Piccoli, compì gli studi sotto la guida dei PP. Delle scuole Pie. Consacrato sacerdote, si dedicò alla predicazione e con predilezione all’insegnamento della filosofia e della teologia.

 

ACCADEMIA DI BELLE LETTERE E D’ARTI

GLI UOMINI ILLUSTRI/ IN LETTERE ED ARMI/ DELLA CITTA’ DI LECCE/ ACCADEMIA/ DI BELLE LETTERE E D’ARTI/ CHE IL REAL COLLEGIO SALENTINO/ DIRETTO DAI PP. DELLA COMPAGNIA DI GESU’/ OFFRE AL PUBBLICO/ IL GIORNO 29 di Settembre 1842/ dedicata/ A. S. E. IL SIGNOR D. ALESSIO SANTOSTEFANO/ MARCHESE DELLA CERDA/ Intendente della Japigia./ in BARI presso i Fratelli Cannone 1842/

cm 13 x 20, pp. 36

Note

Il volumetto stampato per iniziativa dei Padri Gesuiti del Collegio Salentino è diviso in due parti. La prima parte è dedicata ai “letterati”. Sono compresi, con brevi profili biografici Roberto Caracciolo, Scipione Ammirato, Giuseppe Palmieri, Iacopo Antonio Ferrari, Ascanio Grandi. La seconda parte ai “Guerrieri. Vi figurano: Ruggiero Guarino, Carlo Palladino, Mariotto Bozzicorsi, Giordano Personè, Orlando Maramonte, Leonardo Prato, Alessio Santostefano marchese della Cerda e intendente della Iapigia. Una terza parte è dedicata alle “Belle ARTI” (Calligrafia, Disegno, Pitture ad olio, ad Acquerello colorato, musica con la partecipazione, tra i tanti, di Filippo Bacile, Luigi Maggiulli, Vincenzo Romano ecc.).

 

O.G. Costa, Pianta del Fonte di Manduria e suo Antro, 1844 (Tavola I).

 

O.G. Costa, Spaccato del Fonte di Manduria e suo Antro, 1844 (Tavola II).

 

ORONZO GABRIELE COSTA

ILLUSTRAZIONE / DEL FONTE DI MANDURIA/ NEL SALENTINO / DEL PR. O-G. COSTA/ LETTA NELLA TORNATA DE’ 18 Dicembre 1842/ Dell’Accademia Pontaniana./ NAPOLI/ Da’ Torchi del Tramater/ 1844/

cm 22,5 x 26, pp. 12 (2 Tavole).

Note

Questa importantissima relazione del Costa, descrive in maniera dettagliata il Fonte Pliniano di Manduria ed è in particolare illustrata da due grandi tavole incise in rame: 1. Pianta del Fonte di Manduria e suo Antro; 2. Spaccato del Fonte di Manduria e suo Antro.

 

E. Vetromile, Indian Good Book, New York, 1858.

 

EUGENIO VETROMILE

INDIAN/ GOOD BOOK,/ MADE BY/ EUGENE VETROMILE, S. J.,/ INDIAN PATRIARCH/ FOR THE BENEFIT OF THE PENOBSCOT, PASSAMAQUODDY,/ ST. JOHN’S, MICMAC,/ AND OTHER TRIBES OF/ THE ABNAKI INDIANS./ THIS YEAR/ ONE THOUSAND EIGHT HUNDRED AND FIFTY-EIGHT./ OLD-TOWN INDIAN VILLAGE, AND BANGOR/ THIRD EDITION./ NEW YORK: / EDWARD DUNIGAN & BROTHER,/ (JAMES B. KIRKER,)/ 371 BROADWAY./ 1858

cm 12 x 16, pp. 586.

Note

Padre Eugenio Vetromile (Gallipoli 22 gennaio 1819-23 Agosto 1881), gesuita gallipolino “patriarca degli indiani” fu fervente missionario tra gli indiani Abnaki del Maine nel nord-est degli Stati Uniti. Vetromile fu un erudito linguista, archeologo, etmologo, intrepido viaggiatore e membro di alcune delle più auguste istituzioni accademiche americane e autore di numerosi volumi tra cui: The Abnakis and their History or Historical Notices on the Aborigenes of Acadia (1866), tradotta da Aldo Magagnino, stampata con le edizioni Congedo nel 2015, Travel in Europe, Egypt, Arabia Petre, Palestine and Syria (1871), sande awikhigan (1876), A tour in Both Hemispheres; or aound the word (1880). L’edizione che qui si presenta è la terza dopo le prime due del 1856 e 1857. Una nuova edizione fu fatta nel 1860 con il titolo Noble Bible such as appened Gret-Truths15. Il libro che qui si riporta è ricchissimo di illustrazioni litografiche a colori, con superba legatura coeva di colore rosso, con titoli in oro sul dorso, tagli dorati, piatti decorati da bordure sempre in oro con al centro degli stessi impresse sempre in oro grandi immagini religiose (la Vergine, la Croce, il Risorto).

 

In “Rassegna Storica del Mezzogiorno”, n. 4 – 2020, Studi in onore di Alfredo Calabrese, Organo della “Società Storica di Terra d’Otranto, pp. 489-514, CYMK, Alezio 2020.

 

Note

1 In A. Manguel, Vivere con i libri. Un’elegia e dieci disgressioni, traduzione di Duccio Sacchi, Torino, Einaudi, p. 66.

2 V. Sgarbi, Vivere per collezionare e collezionare per vivere, in “Il Giornale, XLVII, 2020, 26, 2 febbraio 2020, p. 32.

3 A. Manguel, Vivere con i libri, cit., retro della sovraccoperta.

4 V. Sgarbi, Vivere per collezionare, cit., p. 32.

5 Aa. Vv., Li “PAMPAUDDRl”. Rassegna di cose del passato novolese, Novoli, Il Parametro editore, 1988, in particolare pp. 7-8, 15-20, un volumetto che raccoglie una rassegna di cultura popolare a lui dedicata, con contributi di Corrado Lorenzo (Prefazione), Enzo Potì, Alfredo Calabrese, Gilberto Spagnolo, Antonio Catamo e Fernando Sebaste. Del “Gruppo A. Mattei” facevano parte Fernando Sebaste, Ugo De Luca, Mario Rossi, Tiziana Mele, Fernando Petrachi, Maurizio Toraldo, Gino Mele e chi scrive Ogni componente del gruppo disponeva di una tessera personale illustrata dallo stemma della famiglia Mattei (ricavato da S. Mazzella, Descrizione del Regno di Napoli), disegnata sul frontespizio da Tiziana Mele, corredata all’interno da alcune notizie su Alessandro II Mattei, l’umanista e mecenate, ricordato da Girolamo Marciano nella sua Descrizione di Terra d’Otranto. Nel dicembre del 1977 il gruppo di studi coordinato dal Ramondini pubblicava Novoli di Lecce. Fatti e misfatti dalle origini sino ad oggi (Tip. Rizzo), primo lavoro storico preparatorio su Novoli. Sul Ramondini (che in precedenza era stato anche il Direttore del primo giornale umoristico novolese “La Focara” pubblicato nel 1947). Cfr., anche, G. Spagnolo, Un inedito di Enzo Maria Ramondini sulla storia di Novoli. Le cappelle suburbane, in “Lu Lampiune”, IV, 2, Lecce, agosto 1988, pp. 75-82 e D.M. Toraldo, Enzo Maria Ramondini leader intellettuale salentino, in “Lu Puzzu te la Matonna”, IX, 21 luglio 2002, pp. 38-39.

6 Per la bibliografia su queste edizioni del “De situ Japygiae”, cfr. N. Vacca, Noterelle galateane, Lecce, R. Tipografia Editrice Salentina 1943, pp. 41-44; R. Jurlaro, Galateo contraffatto. Nota sulle edizioni del “De situ Japygiae” di A. De Ferrariis, estratto dagli “Studi di storia pugliese in onore di Nicola Vacca”, Galatina, Mario Congedo Editore, 1971, pp. 273-285.

7 Cfr. F. Casotti-S. Castromediano-L. De Simone-L. Maggiulli, Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto, Prefazioni di G. Donno, D. Valli, E. Bonea, A. Laporta, a cura di Gianni Donno, Alessandro Antonucci, Loredana Pellè, Manduria Piero Lacaita Editore, 1999, p. 153. Da questo Dizionario e daIla Biografia Degli Uomini Illustri Salentini (Lecce, Ed. del Grifo 1990, con presentazione di Alessandro Laporta) ovvero dalla ristampa dei 70 profili biografati e contenuti nell’opera Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli (Napoli, Gervasi, 1814-1822) sono tratti anche, degli autori citati tutti i riferimenti biografici successivi.

8 Cfr. A. Laporta, Due libri importanti della biblioteca di Enzo Carlino. Martiano e Marciano, in Libri parole biblioteche. Studi in onore di Lorenzo Carlino, a cura di Rosario Jurlaro e Alessandro Laporta, presentazione di Mario Spedicato, Lecce, Ed. Grifo, 2016, pp. 256-272.

9 Cfr. G. Guerrieri, Un Interdetto contro la città e la diocesi di Lecce (1711-1719), Lecce, Tipografia Cooperativa, 1898, pp. 5-19.

10 G. Spagnolo, I Carignani, signori di Novoli, fra mecenatismo artistico e mecenatismo letterario, in “Lu Puzzu te la Matonna”, VI, 18 luglio 1999, pp. 19-21.

11 Id., Una sconosciuta opera del reverendo Don Giuseppe Naymo, le istituzioni civili di Giustiniano, in “Annu Novu Salvevecchiu”, XVI, Dicembre 2006, pp. 110-119.

12 Il marchese Antonio Pignatelli sposò nel 1721 Anna Francesca Pinelli. Nel 1733 “fece coniare in Vienna uno zecchino d’oro che sul recto aveva lo scudo di famiglia tre pignate nere su fondo d’oro e, sul verso, la sua effigie. Generale a 30 anni, Antonio Pignatelli ch’era nato nel 1703 compromise la sua fulgida carriera nella Battaglia di Bitonto del 1734 dove l’esercito imperiale da lui guidato fu sbaragliato dagli spagnoli del Conte di Montemar cfr. V. Zacchino, Galatone Antica Medievale Moderna. Origine e sviluppo di una comunità Meridionale, Galatina Congedo Ed., 1990, pp. 227-228).

13 Scrive testualmente Michele Arditi: “Ed ecco che mi vengo in necessità di deporre di mano la penna, e di trasferirmi in Lecce rapidamente, ove mi chiamano ordini autorevoli del Re signor nostro. A lui si era da me rappresentato sulla fine del passato Gennajo, né senza giusta indignazione di animo, come i PP. Domenicani di S. Giovanni, nel restaurar che fecero questi anni addietro la loro chiesa, avevano rimossa dall’antico sito e gettata in luogo oscuro ed ignobile l’iscrizion sepolcrale di Antonio Galateo. Immediate ha degnato S. M di significarmi con carta del dì, del mese stante il suo regal gradimento per la premura, che si era da me mostrata, di vendicar dall’obblivione la memoria del piu illustre uomo per avventura, il quale, dopo rinate in Italia le lettere, sia uscito dalla regione de’ Salentini. Quinci è venuto anche ad ingiungermi, che dovessi prontamente associarmi col Preside (è questi il Commendator Marulli, alla cui vigilanza la provincia dee pace e tranquillità, ed alla cui cortesia e soavità di costumi io debbo in particolan e dovrò sempre animo grato) affinchè di concerto con essolui proccurassi, che la inscrizione suddetta fosse di nuovo collocata in chiesa, e in nobile luogo e decente” (lettera del 28 Febbrajo 1788). E ancora: … si punissero gli ignoranti. Qual’è mai questa pena? Udiamola da Antonio Galateo già singolare ornamento della mia region Salentina, la raccolta delle cui opere manoscritte da me intrapresa (è già qualche tempo) anche qui ho potuto condurre innanzi; in guisa che mi trovo esser oggi possessore di presso a quaranta pezzi non piu stampati, i quali ho tutta la fìducia di pubblicare in breve una colle memorie della sua vita. Il Galateo dunque in lettera, ch’è appresso di me, scrivendo a’ fratelli Giovanni ed Alfonso Castrioti, così lor dice: Interrogatus Socrates, quam puenum luere vellet, si vinceretur; eam, inquit, quae ignorantibus debetur; ut discam, quae nescio” (lettcra del 6 Maggio 1788).

14 Sulla figura del Monticelli consultare G. C. Grimaldi, Elogio del Commendatore Teodoro Monticelli, Segretario Perpetuo della Reale Accademia delle Scienze, Napoli, Dalla Stamperia Reale, 1845, pp. 1-2 4. L’elogio fu letto dal Grimaldi, presidente dell’Accademia medesima nella tornata straordinaria del 16 novembre 1845, dopo la sua morte.

15 E. Pindinelli, Eugenio Vetromile Patriarca degli Indiani, in Id., Gallipoli. Fatti personaggi e monumenti della nostra storia, Edizioni Centro Attività Turistico-Culturali, Gallipoli, 1984, pp. 79-120.

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