Ubi maior minor cessat

di Armando Polito

Sarebbe bello se il detto latino non trovasse il suo corrispettivo nell’italiano Il pesce grande mangia quello piccolo e questo non trovasse conferma nella realtà fisica, politica, economica e finanziaria popolata da metaforici squali d’ogni tipo. Sarebbe bello se a farsi da parte fosse il più grande sì, ma quello che lo è per competenza, lungimiranza, onestà, anche intellettuale, e altruismo; o, quanto meno, fosse meno condizionato dall’interesse personale e più rispettoso delle istituzioni. Queste banali riflessioni mi sono state suggerite dall’incontro fortuito con un dettaglio del frontespizio di un manoscritto seicentesco (Arch.Cap.S.Pietro.H.96) custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Di seguito lo riproduco trascrivendone il titolo con lo scioglimento delle abbreviazioni e traducendolo.

ALEXANDRO VII PONTIFICI OPT(IMO) MAX(IMO)

FRANCISCO EPISCOPO PORTUENSI CARDINALE BARBERINO S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE)  VICECANCELL(ARI)O SACROSANCTAE BASILICAE PRINCIPIS AP(OS)TO(LOR(UM) ALMAE URBIS ARCHIPRESBYTERO

 JOSEPHI BALDUINI INSTRUMENTA AUTENTICA ALTARIUM CONSECRATIONUM, ET ALIORUM

([Essendo] Alessandro VII pontefice ottimo massimo, il cardinale di santa romana chiesa Francesco Barberini vescovo di Porto vicecancelliere della sacrosanta basilica del principe degli apostoli, arciprete dell’alma città [qui cui sono] gli atti autentici delle consacrazioni degli altari e di altre cose).

I dati emergenti dal frontespizio consentono di collocare il manoscritto entro confini temporali piuttosto precisi. Alessandro VII fu papa dal 1655 fino alla morte, che avvenne nel 1667; Francesco Barberino fu vescovo di Porto Porto e Santa Rufina dal 165 al 1666, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa dal 1632 al 1679, arciprete della Basilica di San Pietro in Vaticano dal 1633 al 1667. Di Giuseppe Balduini, notaio nell’archivio della basilica di S. Pietro è notizia in Giovanni Pietro Chattard, Nuova descrizione del Vaticano o sia della sacrosanta basilica di S. Pietro, Eredi Barbiellini, Roma, tomo I, p. 84, nota 1. Ne consegue che il manoscritto andrebbe datato tra il 1655 e il 1667. Senonché nell’estremo margine inferiore si nota, di altra mano An. 1655-1689. In effetti le due date corrispondono a quelle del primo e dell’ultimo atto incluso, il che fa supporre che dalla morte di Alessandro VI vi si continuò a registrare gli atti lasciando inalterato il titolo che si legge nel frontespizio.

Passo ora al dettaglio che mi ha fatto ricordare l’adagio latino. Lo presento di seguito ingrandito per facilitarne la lettura.

Mi sarei aspettato di vedere lo stemma del papa in carica, del quale mi ero già occupato in  https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/10/lo-stemma-di-fabio-chigi-vescovo-fantasma-di-nardo-e-poi-papa-celebrato-in-versi/.

Lo scudo, invece, presenta la veronica e ai lati di questa le due chiavi in posizione verticale. Mancando riferimenti individuali ad Alessandro VII l’unica supposizione possibile era che lo stemma riguardasse qualcosa superiore allo stesso papa. E che poteva essere questo qualcosa, se non la stessa istituzione della basilica? La conferma mi è venuta dallo stemma che si nota apposto proprio sulla facciata della fabbrica.

L’unica differenza è data dalla presenza dell’iscrizione R. F. S. P. (Reverenda Fabbrica di S. Pietro) al posto della veronica. Si può ben dire che, almeno in questo caso, il maior (l’istituzione) ha fatto mettere da parte il minor Iil papa), secondo quanto, senza farmi illusioni, ho auspicato all’inizio.

Comunque, per evitare che qualcuno pensi che io mi ritenga uno stinco di santo, chiudo con una confessione: il post è nato in parte dal desiderio di partecipare a chi ama queste cose il ritrovamento, ma soprattutto da un’esigenza opposta, cioè egoistica: sapere da chi nel settore è esperto se gli è capitato do incontrare come stemma della basilica questo, qualcuno somigliante o eventuali altre varianti.

Messapia: era davvero una terra tra due mari?

di Nazareno Valente

 

A quei tempi – V secolo a.C. – il termine βιβλιοθήκη (bibliotheche) non indicava ancora il luogo per la conservazione e la consultazione dei libri, ma semplicemente la cassa (θήκη) per la custodia dei rotoli di papiri (βιβλίων). Però c’erano già i banchi (βιβλιοθῆκαι, bibliotekai) dei venditori di libri (βιβλιοπώλης, bibliopoles) che fungevano da librerie e assicuravano il commercio dei rotoli e dei codici1, ed anche a commercializzare gli inediti degli autori più alla moda2.

C’era quindi già un mercato librario attivo.

 

Tuttavia il modo migliore per gli scrittori di diffondere i propri scritti – e procurarsi al tempo stesso di che vivere – non era di vederli “stampati”3 quanto piuttosto quello di declamarli pubblicamente. A livelli prosaici, questo consentiva di farsi un nome e di trovare impiego negli staff dei politici del tempo, alla stregua degli attuali scrittori ombra, o, per dirla all’anglosassone, dei ghostwriter. Con la sostanziale differenza che le relative spese erano a carico del politico che li assoldava, e non del contribuente. A livelli più spirituali, invece, voleva dire guadagnarsi un pezzo di eternità e garantire alla propria opera d’essere riconosciuta anche quando sarebbe stata recitata da altri.

Qualunque fosse il fine ultimo, un po’ tutti vi indulgevano, pure scrittori di spessore, come ad esempio lo storico Erodoto, nella cui opera sono con facilità riconoscibili gli intermezzi da lui usati per interloquire con chi l’ascoltava, allo scopo di integrare o spiegare meglio l’argomento in quel momento trattato. Intermezzi talmente tipici e rinomati che quando si parla di παρενθήκη (parenthéche), vale a dire digressioni, il pensiero corre in maniera automatica a lui.

Ed è appunto in un paio di queste digressioni che la terra salentina ed i suoi abitanti fanno per la prima volta capolino sul grande scenario della storiografia.

Nel primo passo, Erodoto si limita a caratterizzare l’area geografica della penisola salentina, indicando che essa è la parte estrema della Iapigia («Ἰηπυγίης») limitata dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος»)4. Nel secondo fornisce una genesi della popolazione che vi risiede.

Racconta infatti che i cretesi, per vendicare la morte del loro re Minosse, avevano fatto una spedizione in Sicilia senza però ottenere alcun risultato concreto. Al ritorno, sorpresi da una tempesta mentre si trovavano presso la costa Iapigia, erano stati scagliati sulla terraferma dove, essendosi spezzate le navi e vista svanita la possibilità di ritornare in patria, si videro costretti a rimanere. Qui fondarono «Ὑρία» (Hyrie probabilmente l’attuale Oria) e vi si stabilirono, subendo una grande trasformazione. Infatti non solo cambiarono nome – tramutandosi da Cretesi in Iapigi Messapi –  ma anche d’habitat, divenendo continentali da isolani che erano5.

Il passo, denso di messaggi  impliciti, e per certi versi oscuri per i non contemporanei, meriterebbe un’analisi ben più specifica di quella che sarà fatta in questa sede. Per l’occasione ci soffermeremo infatti ai soli spunti d’interesse per il tema trattato. In particolare sulla “nascita” di questo nuovo gruppo etnico (i Messapi) che raccoglie sì l’eredità cretese ma che, al tempo stesso, si differenzia del tutto dalle sue originarie condizioni sociali.

Emerge dalle parole di Erodoto la cosiddetta tradizione ionica, e in specie ateniese, desiderosa di valorizzare il mondo calabro (ricordo che Calabria era la denominazione geografica che gli autoctoni davano all’attuale penisola salentina) in funzione antitarantina, assegnandole origini cretesi. Infatti i Calabri si opponevano alle mire espansionistiche di Taranto, colonia lacedemone e quindi emanazione di Sparta, acerrima rivale di Atene. Lo storico fa proprio questo mito perché ateniese di residenza e, in aggiunta, turino d’adozione6, sia pure con cautela premettendo alle sue argomentazioni un allusivo “si dice” («λέγεται» léghetai).

Se si aggiunge che Thurii, la città di cui Erodoto aveva acquisito la cittadinanza, e nella cui agorà si era con ogni probabilità lasciato andare a quella divagazione, era legata da saldi patti con Brindisi, anch’essa nemica di Taranto, si comprende come mai lo storico non avrebbe potuto che sostenere una simile causa, anche nel  dubbio. Dubbi che a tale proposito non hanno gli studiosi moderni, quasi compatti a relegare il racconto tra le leggende, dando per certa l’origine illirica della popolazione messapica.

Detto che non mi sentirei di precludere che, in un periodo arcaico, il mondo egeo abbia potuto anch’esso contribuire alla genesi dei Messapi, il racconto testimonia comunque un aspetto di particolare rilievo. Agli occhi dei Greci, per lo meno quelli d’estrazione ionica, gli Iapigi Messapi godevano d’una posizione di evidente privilegio: rispetto ai tanti barbari con cui i coloni elleni si relazionavano, essi potevano vantare antiche (e civili) origini in quanto discendenti dei Cretesi di Minosse. Privilegio questo non certo di poco conto, se si considera che solo i celebrati Etruschi – anch’essi accreditati di origini egee orientali (Lidia) – ne potevano ostentare uno simile. In altre parole, al tempo di Erodoto, i Messapi erano una delle poche popolazioni non greche fornite dai Greci stessi d’una qualche patente di nobiltà.

Altro aspetto rimarchevole è che l’etnico Messapi («Messapioi»), assegnato da Erodoto al consistente gruppo cretese che s’era integrato con gli Iapigi7, è di matrice greca. Ne è prova la constatazione che il termine è utilizzato in maniera quasi esclusiva dalle fonti greche e che quelle latine l’adoperano molto raramente8. E trova conforto  pure nel fatto che la denominazione geografica corrispondente, Messapia («Messapίa»), sia dichiarata in maniera esplicita di origine greca da parte di Strabone («Gli Elleni la chiamano Messapίa»9). In aggiunta, come meglio vedremo, i due termini («Messapioi» e «Messapίa») avevano ampia diffusione negli etnici e nei toponimi del mondo greco. Il sovrapporre nomi di propria fattura a quelli preesistenti dei nativi rientrava nelle strategie cui i Greci ricorrevano per sminuire i loro interlocutori e condizionarli al loro metro di giudizio.

Al contrario gli indigeni chiamavano la penisola Calabria e sé stessi Calabri o Salentini, a seconda delle zone in cui risiedevano10 e – pare proprio – che non gradissero neppure un po’ le denominazioni d’origine greca. Non a caso, i Romani, sempre molto attenti a non turbare la suscettibilità delle popolazioni a loro soggette, misero al bando coronimi ed etnici coniati dagli Elleni e ripristinarono quelli originari. Sicché, nelle fonti latine, già poco propense all’uso della terminologia greca, dalla seconda meta del III secolo a.C. scompaiano del tutto le denominazioni Messapia e Messapi, a beneficio delle voci locali (Calabria, Calabri, Sallentini)

La domanda che ci si pone spesso è come mai i Greci scelsero proprio quei termini per caratterizzare l’attuale penisola salentina ed i suoi abitanti. Un quesito, questo, che incuriosiva anche gli autori antichi.

Di certo erano nomi abbastanza noti al mondo greco, essendo già ampiamente diffusi nelle loro regioni d’origine.

Senza farne un elenco completo, menzioniamo quelli più ricorrenti e significativi.

In Beozia esisteva una piccola catena montuosa chiamata Messapio, di cui ci dà nota Pausania ponendola a sinistra dell’Euripo – che è lo stretto tratto di mare Egeo che separa la Beozia dall’isola di Eubea – ai cui piedi c’era la città di Antedone11 distante una decina di chilometri da Calcide posta sull’altra sponda dell’Eubea.

Strabone ce ne dà menzione riferendo che, nel territorio di Antedone, si trova il monte Messapio aggiungendo l’importante notizia che esso «trae nome da Messapo che, passato in Iapigia, dette a questa contrada il nome di Messapia»12.

Pure Stefano Bizantino13 e Fozio14 – che di fatto lo copia – parlando dello stesso monte, lo collocano in apparenza in maniera errata in Eubea, confermando che aveva preso nome da Messapo «quello che si trasferì in Italia».

C’è quindi una certa sostanziale concordanza tra le fonti, sia pure, come vedremo meglio in seguito, con qualche variante di dettaglio. Parrebbe pertanto che sulla questione non ci fossero forti dubbi, tanto è vero che anche l’autorità di Plinio il Vecchio sostiene una simile ipotesi, riportando che «i Greci la chiamarono Messapia dal nome d’un condottiero» («Graeci Messapiam a duce appellavere»)15. In definitiva tutti d’accordo che Messapia traeva nome da un condottiero, in genere ritenuto proveniente dalla Beozia dove risultava già eponimo d’una piccola catena montuosa.

Pur tuttavia questa tesi non soddisfa gli studiosi, e vedremo poi perché.

Acquisisce così in alternativa spazio una proposta moderna la quale  prevede «che i Greci intendessero il nome Messápioi, per etimologia popolare, come ‘quelli tra i due mari’»16 e per Messapía «quella che sta in mezzo (tra due mari)»17. Il fascino della nuova ipotesi è tale che, sebbene ritenuta dagli studiosi non dimostrabile, visto che non si conosce l’etimologia della parola, essa prende sempre più piede nella cronachistica. A tal punto che si dà ormai per scontato che Messapia  significhi «terra tra i due mari», ed in tale veste fa bella mostra nella pubblicistica locale.

Ma la potenza delle suggestioni non modifica l’attendibilità delle affermazioni: più che non dimostrabile, una simile teoria è  improbabile, se non proprio impossibile.

E vediamo perché.

Abbiamo già appurato che il termine Messapi appare per la prima volta nelle fonti letterarie del V secolo a.C.  per mano di Erodoto, ma è verosimile che esso fosse di tradizione più antica, collegabile al periodo precoloniale di fine IX secolo a.C. oppure coloniale del secolo immediatamente successivo. Nel primo caso, furono con ogni probabilità gli Eubei a coniarlo, quando ancora, come racconta Plutarco18, potevano disporre dell’isola di «Kérkyra» (l’attuale Corfù) controllando le rotte per l’occidente; nel secondo all’arrivo dei Lacedemoni con la fondazione di Taranto. In entrambi i casi in un periodo in cui non ci si è ancora emancipati da una visione della terra a forma d’un disco, come lo scudo di Achille descritto da Omero, costruito appunto ad immagine del disco terrestre.

Nell’epica greca arcaica la Terra è concepita priva di profondità e circondata da Oceano, da dove sorgono e dove tramontano il sole e gli altri pianeti. In pratica si dovette attendere  Anassimandro, e quindi il VI secolo a.C., per avere una Terra che, senza il sostegno di Atlante, potesse galleggiare autonoma nello spazio ed essere rappresentata graficamente, in maniera per quel che si sa molto approssimativa. Questo per ricordare che, a differenza nostra, cui basta consultare una cartina per distinguere un mare da un altro o vedere la configurazione d’una costa, a quei tempi non si poteva ricorrere ad aiuti del genere. Tutto ciò comporta una difformità di prospettiva tra un qualsiasi lettore moderno ed un viaggiatore di epoca antica. Punti di vista e percezioni la cui lontananza è difficile da colmare e da comprendere, perché basati su configurazioni geografiche del tutto differenti e, quindi, su un diverso modo d’intendere i luoghi.

I navigatori del IX secolo a.C. non avevano strumenti di navigazione e neppure portolani e peripli che codificavano le rotte e le distanze. Il loro bagaglio conoscitivo aveva una chiara impronta pratica – alimentato dalle esperienze fatte di persona o trasmesse dalla tradizione marinara – che però presupponeva sensibilità e doti innate, oltre a conoscenze astronomiche legate alla posizioni delle stelle. Chi prendeva il mare si trovava così ad affrontare molto spesso situazioni inconsuete ed impreviste, risolvibili solo grazie alla perizia affinata con l’esercizio ripetuto ed alla capacità di sapersi orientare guardando il cielo, unica mappa disponibile, e di sapere prevedere come poteva volgere il vento. Sopperivano alla manualistica assente con doti sviluppate con il tempo e con notizie raccolte sugli itinerari da percorrere, tipo: distanza tra un promontorio e l’altro o tra due approdi;  gioco delle correnti; eventuale pericolosità dei fondali costieri. La navigazione avveniva infatti in genere lungo le coste (cabotaggio) e, solo se non si poteva fare altrimenti, si affrontava il mare aperto.

Certo, quando gli Eubei  si inoltrarono lungo le coste tirreniche ed adriatiche, facendo quindi rotta verso l’occidente, questo non era «ζόφος» (zófos, oscuro) come ai tempi di Ulisse19 ma, ugualmente,  pieno di incognite e di pericoli. Pure i riferimenti erano diversi da quelli attuali e l’Adriatico stesso, oltre ad avere un differente idronimo, era percepito in maniera particolare.

 

Intanto l’Adriatico non era vissuto come un mare vero e proprio (thálassa). Al massimo lo si considerava un mare di passaggio tra due terre («πόντος», pόntos) ma, molto più spesso, era ritenuto un golfo («kόlpos»). Inoltre i Greci, stentavano a crederlo un bacino unico e pensavano fosse composto da due distinti golfi che occupavano rispettivamente la parte più remota – il nostro Alto Adriatico – e quella più prossima alle loro coste – il Medio e Basso Adriatico.

In epoca arcaica il tratto settentrionale dell’Adriatico era chiamato dai Greci golfo di Crono20, perché il dio Crono rappresentava in sé uno spazio remoto collocato ad occidente oppure nelle estreme contrade a nord. Quindi Crono, in quanto collegabile ad una distesa marina occidentale e settentrionale rispetto al mare Ionio che solcava le coste greche. In seguito divenne golfo di Rea che, essendo moglie di Crono, richiamava probabilmente lo stesso concetto. Infine assunse la denominazione di «Adrías», Adriatico.

Come fosse chiamato il tratto di mare che bagnava le coste della penisola salentina, ci viene svelato da Eschilo21 che, narrando la storia di Io, la donna amata da Zeus e tramutata da Era in giovenca, lo denomina «Iónios kolpos» (golfo Ionio). Quest’ultimo nome serviva anche ad identificare genericamente tutto l’attuale Adriatico ma in maniera specifica e più spesso indicava solo l’Adriatico centro-meridionale.

In definitiva la parte settentrionale aveva una doppia nomenclatura – golfo Ionio o Adriatico – mentre quella centro-meridionale golfo Ionio. Quindi ai tempi in cui gli Eubei commerciavano nell’Adriatico, oppure quando fu fondata la colonia di Taranto, il mare che bagnava la costa orientale della Iapigia era chiamato Ionio; non Adriatico.

E tale termine fu adoperata sino a tutto il V secolo a.C., vale a dire pure ai tempi in cui scriveva Erodoto che, come visto, fu il primo a fare menzione della Messapia. Infatti, parlando di Apollonia22, lo storico precisa che è una città appunto situata sul golfo Ionio, perché quel tratto di mare non aveva ancora assunto il nome di Adriatico.

Solo nel secolo successivo, e molto lentamente, il nome che aveva contraddistinto solo la parte settentrionale del mare – «Adrías» –  prese ad identificare anche la restante parte di golfo, e “nacque” così l’Adriatico che tutti conosciamo. Non a caso nel Periplo dello Pseudo-Scilace23 – databile al IV secolo a.C. – l’autore,  dopo aver parlato indifferentemente di Ionio e di Adriatico, per timore di confondere il lettore, precisa che, quando parla di Ionio («Iónios») o di Adriatico («Adrías»), sta discorrendo dello stesso mare. Ed il geografo Strabone, ancora secoli dopo continuava ad affermare che il golfo Ionio e l’Adriatico hanno la stessa imboccatura (il canale d’Otranto), solo che il nome Ionio viene attribuito alla prima parte del mare e quello di Adriatico per la parte interna fino al più lontano recesso. Per poi concludere che, al suo tempo, quest’ultimo, a differenza del passato, era ormai il nome dell’intero mare24.

Morale della favola, quando tra il IX ed il V secolo a.C. fu coniato il termine Messapia, la penisola salentina non era considerata dai Greci bagnata da due mari distinti ma da un unico mare. E questo mare quand’era considerato nel suo complesso, compresi  quindi entrambi gli attuali bacini adriatico e ionico e quello al di sotto del Bruzio (la moderna Calabria), veniva chiamato dagli scoliasti mar Ionio d’Italia («Iónios pélagos tes Italías25»), per non confonderlo con il mar Ionio greco. Di conseguenza, Messapia non poteva voler dire “terra che si trova tra due mari” per il semplice motivo che, allora, si riteneva che entrambe le coste della penisola salentina fossero bagnate da un solo mare, appunto lo Ionio.

Occorre rilevare che non era una mera questione formale, derivante dai diversi idronimi utilizzati; all’opposto riguardava un aspetto sostanziale. Alla base c’era un’errata valutazione dell’estensione della penisola salentina e, in particolare, del suo orientamento che la faceva credere disposta in modo tale da non creare due distinti bacini. Da questa rappresentazione falsata derivava la convinzione che fosse contornata da un unico mare.

 

Lo lascia intendere Polibio, uno degli storici più attenti e stimati, che ancora nel II secolo a.C.  dichiarava che l’Italia aveva  una configurazione triangolare («τριγωνοειδοῦς») con base le Alpi e per vertice il capo Cocinto26, attuale punta Stilo. Tale schematizzazione faceva quindi prevedere che tutte le terre ad oriente di Cocinto, e quindi anche la Messapia, fossero necessariamente solcate da un solo mare, e questo a prescindere dalle denominazioni geografiche in uso. E successivamente pure Strabone, sebbene conscio che l’Italia non fosse assimilabile ad un triangolo, in quanto – come evidenziava – la parte centro-meridionale  «termina con due punte che s’inoltrano l’uno verso lo stretto di Sicilia e l’altro al capo Iapigio», la percepiva tuttavia «racchiusa dall’Adriatico da una parte; dal mar Tirreno dall’altra»27. Come dire che, mentre prima le coste salentine erano pensate bagnate dal solo Ionio, successivamente furono considerate solcate dal solo Adriatico.

La sostanza rimaneva in ogni caso sempre la stessa. Agli occhi degli antichi il Salento non si trovava tra due mari.

Di conseguenza, la fascinosa soluzione di “terra  tra due mari” non è neppure proponibile, essendo essa del tutto anacronistica, basata, com’è, su convenzioni e convincimenti posteriori a quando il termine fu coniato.

Scartata così un’ipotesi, perché di fatto irrealistica, occorre verificare se è possibile confezionarne una quantomeno plausibile.

È quanto si cercherà di fare nel prossimo incontro.

(1 – continua)

 

Note

[1] C’erano due formati di libro: il rotolo ed il codice. Il rotolo era costituito da fogli incollati l’uno all’altro in successione; il codice (utilizzato nelle sue prime apparizioni  per memorizzare leggi e decreti e non opere letterarie) aveva una struttura a pagine sfogliabili da destra a sinistra e, in alcuni casi, dal basso verso l’alto.

2 Anassagora fu il primo autore ad essere commercializzato.

3 Chiaro che Gutemberg era di là da venire e c’era necessità d’uno scriba, un copista tra l’altro dotato di conoscenze specifiche, il βιβλιαγράφος (bibliagráfos), il quale – pare –  era pagato profumatamente.

4 ERODOTO (V secolo a.C.), Storie, IV 99.

5 ERODOTO, cit., VII 170.

6 Erodoto partecipò alla fondazione di  Thurii, colonia di ispirazione ateniese, nel precedente sito di Sybaris in Magna Grecia, acquisendone quindi la cittadinanza. In precedenza aveva soggiornato per anni ad Atene.

7 Nella gran parte dei testi ricorre la raffigurazione dei Messapi come suddivisione degli Iapigi: la tradizione maggiormente accolta prevede la ripartizione degli Iapigi in Dauni, Peuceti e Messapi.

8 Per quello che ho potuto appurare, nelle fonti latine fanno eccezione  i Fasti e LIVIO (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Dalla fondazione di Roma, VIII 24, 4.

9 STRABONE (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, VI 3, 1.

10 N. VALENTE, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, in “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, anno V, n. 6-7, Nardò 2018,  p. 104.

11 PAUSANIA (II secolo d.C.), Pariegesi della Grecia, IX 22, 5.

12 STRABONE, IX 2, 13

13 STEFANO BIZANTINO (VI secolo d.C. –…), Ethnica, voce “Messápion”.

14 FOZIO (IX secolo d.C.), Bibliotheke, voce “Messápion”.

15 PLINIO IL VECCHIO (I secolo d.C.),  Storia Naturale, III 11, 99.

16 Cfr. C. DE SIMONE, Gli studi recenti sulla lingua messapica, in AA.VV., Italia Omnium Terrarum Parens, Milano 1989, p. 651.

17 G. NENCI, Per una definizione della Ίαπυγία, ASNP, S. Ill, VIII, 1978, p. 47.

18 PLUTARCO (I secolo d,C. – II secolo d.C.), Questioni Greche, 11.

19 OMERO, Odissea, IX 26.

20 APOLLONIO RODIO (III secolo a.C.), Le Argoutiche, IV 327.

21 ESCHILO (VI secolo a.C. – V secolo a.C.), Prometeo incatenato, 837-840.

22 ERODOTO, Cit., IX 92, 3.

23 PSEUDO-SCILACE (forse IV secolo a.c.), par. 27.

24 STRABONE, Cit., VII 5, 8-9.

25 Scolii ad APOLLONIO RODIO, Cit., Frg. 4, 308. Si noti che nel suo complesso lo Ionio diventa pélagos, vale a dire “mare aperto”.

26 POLIBIO (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Storie, II 14, 4 – 5.

27 STRABONE, Cit., V 1, 3.

Dialetti salentini: “bisunìe” e “cònsulu”

di Armando Polito

Entrambe le voci designano il pranzo che i vicini di casa, amici o parenti mandano alla famiglia del defunto nel giorno del funerale. Esse, se testimoniano il senso di solidarietà della nostra gente, non sono però territorialmente scambiabili nell’uso, in quanto sopravvivono (per quanto tempo ancora?…) in aree diverse e il fenomeno è strettamente connesso con il loro etimo: greco per la prima, latino per la seconda.

Per bisunie illuminante è lo studio delle varianti (prisunìa, brisunia, prisunìe, brisunìe, bresunìe, parmasia, parasonno, parasomìa). tutte deformazioni del greco παρόψημα (leggi paròpsema=manicaretto), composto da παρά (leggi parà=presso) e ὄψημα (leggi òpsema=companatico, specialmente carne). In tutta evidenza bisunìe è la variante più spinta e non escluderei per essa un’ulteriore “corruzione” per incrocio con bisogni, mentre la più vicina all’etimo appare parasomìa.

Cònsulu corrisponde, con retrazione dell’accento (sistole),  all’italiano consòlo (da consolare, che è dal latino consolari), voce obsoleta soppiantata da consolazione, come confermano i siciliani cùnsulu ( o cunsulatu (a Palermo) e consòlu a Siracusa.

Chiudo con una considerazione che può sembrare, nella sua conclusione, cinica, irrispettosa e in parte contraddittoria col sentimento di solidarietà di cui ho detto all’inizio:  molto probabilmente l’usanza è legata alla pratica antichissima di porre alimenti accanto al defunto nella tomba; solo che col passare del tempo s’è capito che il morto è morto, meglio pensare ai vivi …

 

Intervista a Mariangela Ta’: cronaca di una rigenerazione

a cura di Alessio Palumbo

Mariangela Ta’ è una giovane artista galatinese, ritornata da poco tempo nella sua città natia, dopo una lunga esperienza romana ed alcune importanti attività internazionali. Iniziata la sua attività da autodidatta, ha improntato stile e tecnica, fatto di colori puri in cui le superfici sono separate da pennellate più o meno nette, poco sfumate, sul modello di pittori quali Frida Kahlo, Paul Gauguin ed Henri Rousseau.

 

Nel 2018 ha partecipato al simposio artistico, Dunart, tenutosi a Bratislava, un’esperienza che le ha permesso di studiare l’approccio di alcuni artisti ungheresi e slovacchi. Da allora, quella che l’artista ha definito una vera e propria “rigenerazione”, ha subito un’accelerazione, portandola a produrre nuovi lavori esposti presso alcune piccole gallerie del centro di Roma, a partecipare ad alcune mostre collettive fino alla sua prima personale nel 2018.

Pur nelle diverse latitudini, il Salento, riprodotto in una dimensione onirica, surreale e quasi magica, costituisce il soggetto principale delle sue opere. Tipicamente salentini sono gli stessi colori dei suoi quadri: cromie  accese e brillanti, come quelle dell’opera Metamorfosi, il cui soggetto è Aracne, una donna che si trasforma in ragno in mezzo ai campi, immersa in una natura dai colori impazziti.

Ecco la nostra intervista:

Le sue opere hanno chiari legami, nella tecnica e nei cromatismi, con i quadri di Frida Kahlo e Paul Gauguin, tuttavia è l’esperienza di Bratislava ad aver costituito, a suo dire, una “rigenerazione”. Ci descriva in cosa si è concretizzato, dal punto di vista artistico, questo passaggio dal Messico e dai Mari del Sud, alla fredda Europa centro-orientale.

Quando parlo di rigenerazione mi riferisco a un mio momento spirituale di rinascita avvenuto tramite l’arte e ancora in fase di evoluzione, il tutto reso possibile dalla pittura e non dal vissuto in una nazione. Posso affermare di essere una grande amante dei viaggi e, in quanto tale, cerco di trarre il più possibile energie positive e familiari ogni volta che viaggio all’estero.

Sicuramente mi sento più vicina ai paesi caldi ed esotici, ma il ricordo delle persone incontrate in Slovacchia non suscita in me alcuna sensazione di freddezza, essendo stata accolta come una di famiglia. La partecipazione al simposio Dunart è stata per me di particolare rilevanza perché mi ha permesso di osservare, per la prima volta, un gruppo di artisti all’opera con i loro lavori, confrontandomi con diversi punti di vista.

 

 

Il Salento, terra del rimorso, con i paesaggi assolati, i miti ancestrali, è tra i suoi soggetti preferiti: sono suggestioni nate sin da subito nella sua opera o si tratta del prodotto di un’evoluzione nella ricerca?

 Le prime opere da me realizzate non credo siano di ispirazione puramente salentina, piuttosto un incontro tra gusto spagnolo e ispirazione salentina. Sicuramente il fascino per l’aspetto magico e la luminosità dei colori sono strettamente legati alle mie origini; proprio ora ho in progetto una collezione ispirata al tema del ritorno alle origini, qualcosa che rappresenti il mio paese, Galatina. Mi piacerebbe fosse un modo per ricordare il Salento di una volta, alcuni miei familiari che purtroppo non ci sono più, un modo per tornare e apprezzare la semplicità della vita.

 

Soffermiamoci su questo ritorno a Galatina: dopo l’esperienza romana e all’estero, è per lei la chiusura di un cerchio o una semplice pausa prima di nuove esperienze artistiche?

Parlando di un cerchio, altro non può venirmi in mente che l’immagine di un ciclo che si chiude solo apparentemente: in realtà gira all’infinito. Una volta il concetto del tempo, il cerchio di cui parliamo, mi preoccupava spesso, ora posso dire che ogni chiusura può essere considerata una tappa, la vita un viaggio che si rigenera e ci mette di fronte a prospettive sempre nuove. Galatina rappresenta un punto fermo nella mia vita, insieme ad alcune persone che resteranno sempre tali e hanno scelto di camminare insieme a me a prescindere dagli spazi.

 

L’arte del costruire nel Salento. La squadratura dei conci di tufo

 

di Mario Colomba

Nel Medio Evo, era diffusa la convinzione che la capacità di lavorare la pietra da taglio fosse un dono divino. Per questo agli scalpellini era consentito uno speciale status socio-politico di particolare privilegio che, per esempio consentiva loro di spostarsi con notevole libertà anche nell’attraversamento di frontiere di stati diversi.

In effetti, specialmente agli occhi dei non addetti, aveva qualcosa di magico il risultato finale di un concio ben squadrato, realizzato partendo da quello abbastanza irregolare e quasi informe proveniente dalla cava.

La squadratura dei conci di tufo, insieme allo spegnimento della calce viva in zolle, costituiva l’operazione preliminare per l’avviamento del cantiere.

I conci di tufo provenienti dalle cave, venivano lavorati dagli squadratori (‘mmannare) che agivano solitamente in coppia. il numero minimo di due (in coppia affiatata che chiacchierando, anche di fatti personali, riuscivano a superare meglio la monotonia ripetitiva del lavoro) era necessario per l’aiuto reciproco che si prestavano nel caricare e scaricare i conci dal banco.

I conci lavorati da ciascun squadratore dovevano essere accatastati in un piliere separato; ciò, per due ordini di motivi:

      • perché il maestro potesse controllare la produttività del singolo;
      • perché le abitudini personali nel taglio dell’assetto del concio (lieve sottosquadro di alcuni mm.) dovevano essere note al muratore (la cucchiara ) che ne teneva conto nell’effettuarne la messa in opera.

     

  • Già nell’osservare l’esecuzione di questa operazione preliminare (predisposizione del banco) fatta dallo squadratore avventizio, l’occhio esperto del maestro riusciva a ricavare utili informazioni sulla capacità professionale del soggetto. Così come, il maestro difficilmente sbagliava nell’individuare l’abilità di una cucchiara o di una ‘mmannara osservando semplicemente il modo di impugnare i ferri del mestiere. La predisposizione del banco poteva già essere un’operazione discriminatoria nel senso che, uno squadratore che non era in grado di assicurare la necessaria stabilità del banco, che doveva essere ben fermo e non subire spostamenti sotto i colpi della mannaia, non era in grado di ottenere la precisione e la qualità del risultato richiesti. I conci, scaricati in cantiere dal tràino, venivano squadrati, scelti e selezionati in base alle caratteristiche della pietra ed alla tipologia di lavorazione (purpitagno, curescia, cantone, tuttuno, ecc.) e accatastati in pilieri separati, prima di essere utilizzati per la posa in opera. Per contenere al massimo la fatica e lo sforzo fisico, lo squadratore trasportava il concio grezzo, prelevandolo dalla massa scaricata dal traino proveniente dalla cava, facendolo rotolare in posizione quasi verticale, sugli spigoli della testa, per poi sollevarlo solo in prossimità del banco, sul quale veniva collocato per la lavorazione. da dove, quando era squadrato, veniva prelevato, col suo aiuto, dal manovale che lo portava sulla linea.
  • Preliminarmente, nel concio da cm. 20 di spessore disposto orizzontalmente sul banco, veniva regolarizzata, disponendola in posizione verticale, la migliore delle due superfici maggiori (minori, nei conci da cm. 30 di spessore) che diventava la faccia (la facce), cioè la superficie di riferimento. in questa operazione veniva usata con destrezza la parte lunga dello squadro metallico, impugnato con la mano sinistra, per definire l’entità e la posizione delle irregolarità da eliminare con l’uso della mannara. Successivamente, si disponeva la faccia in piano, rivolta verso l’alto e si procedeva, con l’uso dello squadro, a tagliare ad angolo retto, prima l’assetto e poi l’altra faccia parallela, detta taglia, con una staggia (tagghia) della dimensione di 25 cm. la faccia posteriore detta “dietro” (tretu) veniva tagliata per metà rivolgendo verso l’alto, prima l’assetto (assiettu) e poi, per l’altra metà, la taglia (tagghia), senza l’uso dello squadro; si aveva così il concio “perpedagno“  (purpitagno).

  • Nel caso di impiego nella costruzione di muraglie, cioè di muri a doppio paramento, i conci non venivano squadrati sulla faccia posteriore e venivano detti dialettalmente “curescie” (cioè cinture). Per queste si impiegavano i conci di spessore insufficiente per essere lavorati a “perpedagno”, mentre per il nucleo centrale di murature a notevole spessore, a più di due teste, si impiegavano i conci “cacciati a tagghia” cioè lavorati solo per definirne l’altezza (la taglia) poiché le facce non erano viste.
    La squadratura del concio avveniva con l’uso della mannaia, dello quadro metallico e della tagghia e con le seguenti modalità:
    Nei cantieri più importanti c’era un numero rilevante di squadratori che fornivano direttamente alla cucchiara i   conci squadrati da murare o i pezzi speciali.
    Il concio da squadrare veniva disposto orizzontalmente in bilico sulla testa del concio di banco e parzialmente a sbalzo di qualche centimetro per consentirne il taglio con la mannaia fino al bordo inferiore.
    Il banco (in dialetto ancu – da cui ncaddhrarescaddhrare cioè mettere o togliere dal banco) era costituito da un concio di tufo disposto in piedi, in posizione verticale e, quando il suolo lo permetteva, parzialmente infisso nel suolo per alcuni centimetri. Generalmente, se disponibile, era costituito da un “pizzotto”, affiancato alla base da un secondo concio più corto, disposto disteso (sul lato sinistro) per aumentare la stabilità del primo e su cui venivano saltuariamente appoggiati gli attrezzi che di volta in volta non venivano utilizzati nel corso della lavorazione (il metro, la tagghia, lo squadro metallico ).Prima di iniziare l’operazione della squadratura del concio, veniva posta particolare cura nella predisposizione del banco sul quale doveva essere appoggiato il concio da squadrare.
  • Altre tipologie particolari erano rappresentate da:- i “cantoni” cioè i conci angolari, scelti tra i più integri, nei quali, una delle teste veniva lavorata con l’uso dello squadro sia in verticale che in orizzontale.
  • – Le legature (tuttuni o legatore) di lunghezza pari allo spessore delle murature a doppio paramento, che venivano tagliate a misura e lavorate solo sulle teste e sugli assetti ma non sulle facce.
  • – i riattati o riatticati, perimetrali ai vani finestra, analoghi ai precedenti ma sagomati con mazzetta e battuta, con o senza sguincio e, a volte con risalto di
  • cornice sporgente.

La qualità della muratura era fortemente condizionata dalla precisione della squadratura dei conci. L’integrità degli spigoli condizionava la larghezza della stilatura e rasatura dei comenti che doveva essere quanto più stretta possibile, mentre il parallelismo degli assetti ne condizionava l’elegante linearità orizzontale senza ondeggiamenti.

Le pietre di lamia o di gliama tonde e quadre erano i conci utilizzati per la costruzione delle volte murarie. le p.d.l. tonde o quelle quadre erano, normalmente, ottenute segando per metà i pezzotti dello spessore di cm.30. Questa operazione si otteneva con l’uso del “sirracchiu” che veniva azionato da due persone disposte di fronte che generavano il movimento alternativo dell’attrezzo, partendo dalla testa del pezzotto disposto in posizione verticale.

Le p.d.l. tonde, che venivano impiegate nella realizzazione della calotta della volta, venivano lavorate sulla faccia asportando longitudinalmente un piccolo spessore di materiale crescente da zero, in corrispondenza del bordo della testa, fino a cm 1,5 al centro del concio, lasciando inalterato il profilo rettangolare delle teste.

Le p.d.l. quadre, che venivano utilizzate nella costruzione delle “formate” delle volte, venivano lavorate sulla faccia asportando trasversalmente un piccolo spessore di materiale crescente da zero fino a cm 1,5 al centro del concio, perciò lasciando inalterato il profilo degli assetti laterali.

Le appese, che venivano preparate da squadratori esperti che le montavano a secco, a piè d’opera, per verificarne preventivamente la perfetta stereotomia e gli incastri con gli incroci delle murature perimetrali dei vani da coprire.

Particolare abilità e qualificazione era richiesta poi dalle lavorazioni speciali per la realizzazione di conci scorniciati o addirittura scolpiti con tutte le difficoltà portate da una pietra – l’arenaria – non sempre omogenea come la pietra leccese e, talvolta, con la presenza di catene – strati di calcare duro e compatto all’interno del concio – che spesso ne provocavano la irreparabile rottura.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Manduria-

 

C’era comunque, alla base di tutto, un lavoro di squadra, una sinergia, che consentiva spesso senza l’uso del linguaggio la realizzazione di manufatti di pregio semplicemente ripetendo con cura e diligenza gesti e operazioni le cui modalità erano state tramandate da secoli praticamente senza alcuna variazione.

I pochi termini, generalmente dialettali, che venivano impiegati erano sufficienti per trasmettere le informazioni necessarie al conseguimento del risultato. Basta citare per questo, l’uso della mezza croce; sorta di falso squadro costituito da due vergelle di ferro (25X3) della lunghezza di circa 30-35 cm. incernierati ad una estremità, che veniva adoperata per segnare sulla faccia della p.d.l. rivolta verso l’alto, la traccia dell’inclinazione del taglio cioè serviva per determinare il verso del taglio delle teste sinistre o destre delle p.d.l. tonde; il comando era “a nnanzi” (avanti, davanti a sè) per le destre e “fore” (fuori, all’esterno) per le sinistre. Comando che veniva dato oralmente al manovale il quale, scendendo dall’impalcatura di servizio posta all’altezza delle appese, portava fisicamente la mezza croce, impostata dal muratore, allo squadratore che la riportava sul concio da sagomare, cioè per modellare la testa della p.d.l.. secondo il comando ricevuto.

L’attaccamento diretto al risultato finale era molto diffuso specialmente da parte dello squadratore che intravedeva nel concio che stava squadrando, unica fonte del suo reddito, le sue stesse personali possibilità di sopravvivenza ed anche per questo ci metteva, con la dovuta sollecitudine richiesta dalla produttività, tutta la cura e la precisione di cui era capace attirando l’attenzione del maestro che ne valutava la capacità e la produttività. La delicatezza, con cui il concio squadrato veniva accatastato nel piliere personale per evitare “sgrugnature” degli spigoli, rappresentava una sorta di affettuoso distacco, come il commiato da una propria creatura che viene considerata con spirito di compiacimento e come attestato della propria abilità.

Non era infrequente che venisse verificato da parte dei committenti più esigenti, perfino l’integrità interna del singolo concio squadrato che, se percosso con un sasso non emetteva un suono metallico ma un tonfo sordo, rivelava la presenza di fratture interne e quindi era da scartare.

 

Per le parti precedenti vedi qui:

L’arte del costruire nel Salento. I materiali da costruzione

Scatta e crepa Scinnaru!

 

di Marino Miccoli

Mia nonna materna Addolorata Polimeno, macellaia o meglio uccéra a Spongano sin dai primi anni del ‘900, era un vero e proprio archivio di cultura e saggezza popolare, che aveva recepito e poi tramandato oralmente ai suoi discendenti.

Tra i tanti stornelli e culacchi che mi ha narrato in dialetto sponganese ve ne era uno in cui ha spiegato il motivo per cui febbraio è il mese più corto dell’anno.

Con piacere mi accingo a raccontarvelo su questo lodevole sito “Terra d’Otranto” che dei proverbi e delle tradizioni popolari del Salento è un pregevole scrigno, e per questo ringrazio dell’impegno profuso da tutti coloro che lo alimentano e lo tengono in vita. Un pensiero riconoscente lo dedico al mio concittadino sponganese Giuseppe Corvaglia, per la sua instancabile quanto preziosa attività di autentico appassionato delle tradizioni popolari del Salento.
In origine, quando il mese di gennaio disponeva di solo 29 giorni, mentre febbraio era composto da 30 giorni, vi fu una vecchia pecoraia che proprio l’ultimo giorno di gennaio, al ritorno dal pascolo e subito dopo aver ricoverato le pecore del suo gregge nthrà lli curti, ebbe ad esclamare ad alta voce: “scatta e crepa scinnaru ca le pecure mei l’aggiu trasute de lu quadaru!”.

Lu quadaru era quel varco realizzato nel muretto a secco di recinzione dei fondi, che consentiva agli animali di entrarvi e uscirne.
Gennaio nell’udire l’invettiva di quella vecchia che gli aveva augurato di morire al più presto, fu molto amareggiato e si sedette per terra, in disparte, deluso ed offeso. Suo fratello febbraio lo vide così preso dallo sconforto e avvicinatosi gliene chiese la causa.
E no sai frate meu… nà vecchia pecurara, invece cu ringrazia Diu pe lu maletiempiu ca non aggiu purtatu st’annu, m’aje castimatu… cu scattu e cu crepu m’aje dittu… e sai percène? Ca su rrivatu alla fine de lu mese senza cu li more a iddhra mancu nà pecura!”
Febbraio mosso a compassione dal dolore del fratello gli rispose: “Statte scuscitatu frate meu ca te lu mprestu ieu nu giurnu… cusine crai li faci vidire tie a ddhrà vecchia discraziata ca t’aje castimatu!”
NU GIURNU NE LU MPRESTAU E NU GIURNU NE LU RRUBBAU… e fu così che gennaio nei due giorni seguenti ebbe la possibilità e la forza di scatenare una bufera di vento e neve con cui sterminò tutte le pecore di quella vecchia irriconoscente e maldicente. Questa vedendo tutti i suoi animali uccisi dal maltempo cadde a terra tramortita e se chianciu tutti li morti soi.
Da allora febbraio “FERBARU” rimase con 28 giorni ed ebbe a dolersi del comportamento di suo fratello gennaio “SCINNARU”, che con furbizia approfittò della sua bontà e compassione per aumentare i suoi giorni; per questo motivo con delusione esclamò: SE LI GIURNI MEI LI TINIA TUTTI, FACIA QUAJAR LU MIERU A NTHRA’ LE UTTI.

Il racconto degli ultimi giorni a Napoli di Francesco II, il re sulla via della beatificazione*

di Michele Eugenio Di Carlo

Su Francesco II, l’ultimo re di Napoli, si aprono le vie della beatificazione. É una notizia che non mi sorprende, avendo passato gli ultimi anni a studiare attentamente la storia della fine del Regno delle Due Sicilie e, naturalmente, le vite dei protagonisti centrali di questo periodo storico tra i quali spiccano inevitabilmente Ferdinando II e lo stesso Francesco II.

Ai fini del processo di beatificazione di Francesco II, sicuramente non risulterà irrilevante il modo in cui lasciò Napoli, cercando di affrancarla dalla guerra e dalla distruzione, lasciando nei forti migliaia di soldati non per difendere la dinastia dei Borbone, ma affinché il passaggio di consegna a Garibaldi avvenisse nella serenità più assoluta, senza scontri e senza vittime.

Eccovi il racconto degli ultimi giorni di Francesco a Napoli, tratto dal mio recente testo “Sud da Borbone a brigante”.

 

Nemmeno un anno dopo essere salito al trono, dopo infinite traversie, Francesco II vedeva il proprio Regno invaso militarmente a tradimento da Giuseppe Garibaldi con un’impresa sostenuta segretamente da inglesi e sabaudi, in palese violazione del diritto internazionale.

La mattina del 3 settembre del 1860, assolutamente cosciente di essere circondato da traditori a cui aveva concesso spazi enormi, Francesco II prese la sofferta decisione di lasciare Napoli e di arretrare la linea difensiva contro l’avanzata garibaldina tra le fortezze di Gaeta e di Capua, nell’area compresa tra il Volturno e il Garigliano.

Tomba di Maria Cristina di Savoia in Santa Chiara a Napoli (foto Di Carlo)

 

Secondo lo scrittore Raffaele De Cesare, il Re aveva seguito i consigli dell’Austria e del comandante dell’Esercito pontificio Louis Juchault de Lamorcière[1], ma erano in tanti ad aver sconsigliato Francesco II di mettersi al comando delle truppe lungo la linea difensiva tra Salerno ed Eboli.

Secondo altri Francesco II non avrebbe dovuto lasciare Napoli, ma combattere e magari morire. Non avrebbe dovuto dar conto alla stampa filo-unitaria a cui aveva concesso una libertà mal ripagata, né al vociare di esuli cavourriani e mazziniani a cui aveva concesso l’amnistia, né ai suoi ministri costituzionali al potere contro la sua stessa dinastia reale. Francesco II avrebbe invece dovuto alzare lo sguardo «nelle cose dei cittadini, nelle capanne de’ contadini, nelle tende de’ soldati», per ascoltare con commozione i «singhiozzi di milioni di sudditi, spaventati dalla imminente ruina infinita». Secondo questa tesi Francesco II avrebbe dovuto ripercorrere all’inverso i passi compiuti fino al 24 giugno: sospendere la Costituzione, proclamare lo stato d’assedio, bloccare la stampa cavourriana e mazziniana, espellere stranieri e esuli, mandare sotto processo i ministri infedeli, giudicare gli ufficiali dell’Esercito e della Marina che avevano provocato le sconfitte, eliminare i camorristi infiltrati dai suoi nemici nel corpo di Polizia, ripristinare le guardie urbane, riavvicinare i tanti fedeli sudditi allontanati dalle amministrazioni centrali e periferiche. Era questo l’unico metodo per respingere i nemici interni ed esterni e salvare con la dinastia il Sud dall’invasione in atto e dalla colonizzazione che ne sarebbe derivata.

Ma Francesco II era pur sempre il «figlio della Santa» (la madre, Maria Cristina, sarà beatificata nel 2014): più che il suo regno in terra, sperava in un piccolo e modesto posto in quello dei cieli.

Alle quattro di pomeriggio del 5 dicembre, Francesco II comunicava al Consiglio di Stato la sua decisione di lasciare Napoli per Gaeta, chiedendo al ministro degli Esteri Giacomo De Martino di preparare una lettera di protesta indirizzata alle Potenze europee.

 

L’ambasciatore inglese Henry Elliot, pur essendo un acerrimo nemico della dinastia dei Borbone, oltre che uomo di fiducia dei ministri John Russel e lord Henry John Temple di Palmerston che avevano avuto un ruolo determinante nella fine del Regno delle Due Sicilie, rimase colpito, al pari del collega francese Anatole Brenier e degli stessi ministri costituzionali del governo napoletano che stavano tradendo il loro mandato e la patria, della pacatezza, della compostezza, della risolutezza con la quale, «salvando la Corona» e Napoli dalla distruzione, Francesco II subiva le più gravi umiliazioni personali.

Tanto che quel giorno stesso la voce di Elliot sembrò levarsi a difesa di Francesco II e contro i traditori di Corte e gli stessi liberali: «È impossibile descrivere l’odiosa esibizione di piccineria, ingratitudine, vigliaccheria e d’ogni altra infima qualità che è stata fatta in questi ultimi giorni»[ii].


Castello S. Elmo a Napoli (foto Di Carlo)

 

Come scritto nel Proclama Reale, Francesco II lasciava in città parte delle forze militari, circa 6 mila uomini con il compito non di difendere la dinastia, ma di proteggere l’incolumità di Napoli.

Giovedì 6 settembre, una splendida giornata di fine estate, nelle prime ore del pomeriggio il Re riceveva il saluto dei ministri e dei direttori rivolgendosi loro in maniera cortese, come d’abitudine.

Francesco II al fianco della splendida Maria Sofia lasciava Napoli senza neppure prelevare i suoi beni personali che finirono nelle mani untuose della nuova autorità e che non gli verranno mai restituiti.

Anche gli ambasciatori stranieri si presentarono a salutare il Re in partenza, persino Brenier ed Elliot, non il piemontese Salvatore Pes di Villamarina. D’altronde, De Martino aveva poco prima inoltrato l’atto di protesta nel quale il Piemonte veniva ritenuto il principale responsabile dell’invasione del Regno; un atto che terminava con l’impegno di difendere il Regno fuori le mura della Capitale e con parole solenni: «forti sui nostri dritti fondati sulla storia, sui patti internazionali e sul diritto pubblico europeo», la protesta si estendeva «contro tutti gli atti finora consumati» e con la ferma volontà di conservarla alla storia «come un monumento di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all’usurpazione»[iii].

Tranne Brenier ed Elliot, e naturalmente Villamarina, gli ambasciatori ricevettero disposizioni di trasferire a Gaeta gli uffici diplomatici. La Spagna dispose affinché Francesco II fosse scortato con due navi spagnole.

Elliot non rinunciò a criticare apertamente il comportamento assunto da Vittorio Emanuele II e da Napoleone III, durante l’avanzata garibaldina sul suolo napoletano[iv]. Nelle frasi di Elliot apparve evidente l’ammissione che la stessa propaganda, servita ad infangare i Borbone, era stata del tutto strumentale al fine di isolare una dinastia reale che si era rifiutata di sottostare alla forza delle Potenze dominanti dell’epoca.

In perfetto orario, alle diciotto, il Messaggero, scortato da due navi spagnole, salpava dal porto di Napoli. Come profetizzato dal vecchio generale Raffaele Carrascosa, Francesco II non sarebbe mai più tornato a Napoli. La flotta napoletana, già abbondantemente compromessa con l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano e l’ambasciatore piemontese Villamarina, si rifiutava di seguire il proprio re, ad eccezione della Partenope che raggiungeva Gaeta.

Con l’uscita da Napoli di Francesco II finiva il Regno delle Due Sicilie; tra Capua e Gaeta iniziava una lunga e coraggiosa lotta che avrebbe restituito l’onore perduto in Sicilia e in Calabria all’Esercito Reale e alla dinastia borbonica.

Il processo di beatificazione di Francesco II finalmente toglierà il velo oscuro sulla vera storia del nostro processo di unificazione, che può essere declinato proprio con le parole dell’ultimo re delle Due Sicilie, aventi il significato profondo «… di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all’usurpazione».

 

*Tratto dal testo “Sud da Borbone a brigante” di Michele Eugenio Di Carlo

 

Note

[1] R. DE CESARE (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, cit., p. 460.

[ii] H. ACTON, Gli ultimi borboni di Napoli (1825-1861), cit., pp. 551-552.

[iii] Ivi, pp. 471-472.

[iv] Ivi, pp. 471- 472.

 

Dialetti salentini: ‘ddumare

di Armando Polito

fiammifero

Usato col significato di accendere, nasce per aferesi da un precedente addumare, che ha l’esatto corrispondente formale nell’italiano letterario allumare usato col significato di illuminare, rischiarare) e nel regionale centrale con quello di guardare. Per completezza va ricordato che in italiano esiste anche l’omografo allumare, usato col significato di trattare con allume, con etimo evidentemente diverso da quello della nostra voce, come apparirà chiaro da quanto seguirà.

Allumare nasce dal francese allumer, a sua volta da un latino volgare *adluminare, composto dalla preposizione ad+*luminare, del quale nel latino medioevale è attestato il participio passato luminatus. Evidente, poi, che tutto è dal latino classico lumen, da cui il nostro lume. L’italiano illuminare, invece, è direttamente dal latino classico illuminare. composto da in+*luminare.

Il francese allumer trova la sua più antica attestazione col significato di incendiare intorno al 1100, in quello di accendere il fuoco per rischiarare nel 1119, in quello di eccitare, infiammare i sensi nel 11641.

Per quanto riguarda, invece, allumare le più antiche attestazioni che sono riuscito a reperire risalgono al XIII secolo:

Giacomo da Lentini, Poesie, I, 24-26: Foc’aio al cor non credo mai si stingua;/anzi si pur alluma:/perché non mi consuma?3

Bonagiunta Orbicciani: E sono stanco e lasso;/meo foco non alluma,/ma quanto più ci afanno/men s’apprende.4

Giacomo da Lentini: anti, si pur alluma5E allumo dentro e sforzo in far semblanza6; ma Amor m’à sì allumato7; mi conforti e m’allumi8; e sempre alluma sua clarita spera9. Nello stesso autore compare anche alluminareIo che t’alluminai10.

Per il secolo successivo:

Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XX, 1: Quando colui che tutto ‘l mondo alluma.   Per gli autori che seguono, anch’essi del XIV secolo, il testo è tratto da Ludovico Frati, Le rime del codice isoldino2, Romagnoli-Dall’Acqua, Bologna, 1913.

Giannotto Calogrosso di Salerno, Cantilena per Donna Nicolosa de Sanutis di Bologna, I, 7: Altra non è che allumi il nostro mondo.

Francesco Petrarca, Canti per Cicco di Ascoli, I, 1: Tu sei il grande Ascholan che ‘l mondo allumi.

Antonio De Lerro di Forlì, Canti e cantilene, I, 29: Alluma, priego, ormai l’ingrata mente.

I, 102: In ogni parte ove ‘l mio cuor alluma. XV, 2: Che col tuo bel parlar il mondo allummi. XVIII, 13: Perché no allumi tu mia vita obscura?

Giovanni Boccaccio, Amorosa visione, : e più nel cor sentia ‘l foco allumarsi.

Il francesismo non fu disdegnato nemmeno successivamente:

Torquato Tasso (XVI secolo), Gerusalemme Liberata, LXXIV, 6: Que’ pochi, a cui la mente il vero alluma.

Matteo Maria Bandello (XVI secolo), LXXVIII, 12: Febo, ch’allumi il mondo, e questa mia. LXXXVI, 10: ch’alluma e scalda il mondo freddo e cieco. CXL, 10: e quando casca, e alluma il ciel la luna. CLXXIX, 32: non fanno il corso, n’alluman la notte. CLXXX, 9: non vuo’ ch’altrui splendor mai più m’allume? CLXXXII, 36: che potrebbe allumar l’oscuro inferno. CCXXXIII, 98: e tu (la tua mercé) gl’allum’ il core e 157: e tu (la tua mercé) gl’allum’ il core. CCXXXIX, 7: per allumar le tenebrose menti.

Non deve meravigliare in ‘ddumare il passaggio –l->-d-, fenomeno antico presente, per esempio, in sedano, che è dal greco σέλινον (leggi sèlinon) e, nella sequenza inversa (-d->-l-), in Ulisse, che è dal latino Ulìxes, a sua volta dal greco Ὀδυσσέυς (leggi Odiussèus)  e in lacrima,  che è dall’omonimo latino, a sua volta dal greco δάκρυμα (leggi dàcriuma).  Aggiungo che per quanto riguarda sedano la l originaria è stata recuperata dal romanesco sèllero, dal sardo sèllere, dal ligure sello, dal lombardo selar,   dall’emiliano e romagnolo serral/seler e , fuori d’Italia, dall’inglese celery e dal francese céleri. Non è finita: chi, a prima vista, direbbe che sedano e prezzemolo sono parenti non solo botanicamente ma anche etimologicamente? Tutto apparirà chiaro se si pensa che prezzemolo non è altro che la deformazione, attraverso un latino volgare *petrosèmolu(m), del classico petrosèlinu(m), a sua volta dal greco πετροσέλινον (leggi petrosèlinon), composto da πέτρα (leggi petra=pietra) e dal già citato σέλινον.

 

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1 https://www.cnrtl.fr/etymologie/allumer

2 Da Giuseppe Isoldi, nome del proprietario, letterato del XVIII secolo. S’ignora la data del manoscritto che il Crescimbeni definisce bellissimo codice di carta in quarto assai antico contenente molti Poeti antichi, e da me chiamato il Codice Isoldiano (Istoria della volgar poesia, Antonio De Rossi, Roma, 1714, introduzione, s. p.)

3 Testo tratto dall’edizione Bulzoni, Roma, 1979.

4 Testo tratto da Guido Zaccagnini- Amos Parducci, Rimatori siculo-toscani del Dugento, Laterza, Bari, 1915. I versi appartengono alla canzone Avegna che partensa.

5 Canzone Madonna vi voglio, v. 25.

6 Canzone Amor che lungiamente m’ài menato, v. 40.

7 Canzone Ancor che l’aigua per lo foco lassi, v. 13.

8 Membrando ciò c’Amore, v. 60.

9 Canzone Come lo sol che tal’ altura passa, v. 2.

10 Canzone La mia amorosa mente, v. 54.

Il castello di Francavilla (quarta ed ultima parte)

di Mirko Belfiore

I numerosi vani del piano nobile si dispongono intorno all’ambiente più importante di tutto l’edificio: la Sala del Camino. Una sontuosa volta a padiglione coperta interamente da un affresco del 1928, opera dell’artista napoletano G. Vollono, lo stesso già presente nella chiesa dei Padri Liguorini di Francavilla, si profila lungo tutto l’ampio soffitto, poggiandosi su diciotto pennacchi e altrettanti peducci. L’unicità della superficie sta nella ricca decorazione a foglie d’oro che riesce a fondere la raffinatezza degli elementi a finto stucco (intrecciati, decorazioni a ovoli o a foglie d’acanto, rosette, conchiglie, araldi, putti, animali mitologici) e la luminosità del prezioso metallo, il tutto inserito nelle ampie quadrature della parte centrale e dei pennacchi.

Sala del camino (Foto Alessandro Rodia)

 

Al centro, un gruppo di figure di suggestione classicheggiante, riprese dal Pantheon greco, ci propongono il dio Apollo posto alla guida del carro alato tirato da quattro cavalli e un gruppo di splendide Muse, le quali cantando e danzando festeggiano il trionfo della luce sulle tenebre. In epoca moderna questo grande ambiente doveva essere la sala di rappresentanza dove il Principe feudatario dava udienza e dove si svolgeva buona parte della vita di corte.

Sala del camino, Trionfo di Apollo (G. Vollono, XX secolo, affresco) (Foto Alessandro Rodia)

 

Lungo le pareti si inseriscono tre interessanti manufatti, superstiti di quel lusso che in passato si diffondeva in tutta la residenza. Da una parte notiamo un raffinatissimo caminetto seicentesco scolpito in pietra leccese e risalente probabilmente allo stesso periodo del succitato loggiato posto sul lato Est della residenza. Al centro campeggia lo stemma bipartito degli Imperiale-Spinola sormontato da una corona, araldo che permette di inserire l’opera in un intervallo di tempo che va dal 1576 al 1623, periodo che coinvolge le signorie di Michele I e Davide II, rispettivamente consorti di Maddalena Spinola e Veronica Spinola. Il camino è stato realizzato con profili a “padiglione” ed è caratterizzato da una facies riccamente decorata con motivi fitoformi e zooformi che riprendono pedissequamente gli ornamenti già osservati nei frontoni e negli stipiti del ballatoio. Balzano subito all’occhio le due figure femminili poste di profilo e riproducenti le Arpie, divinità della mitologia greca, che insieme alla pigna posta in alto concorrono a sostenere lo scomparto centrale posto a mo’ di gonfalone. Quest’ultimo è delineato nei contorni da un nastro decorato a foglie d’acanto che a sua volta contorna il massiccio blasone centrale e sul quale si sovrappongono un pugno di melograni, allegoria di abbondanza e fecondità. Il tutto poggia su un ampio frontone sempre racchiuso fra due mensole su cui campeggiano nuovamente gli stemmi della famiglia Imperiale e Spinola e dove trovano posto due uccelli dalle forme fantastiche che si allungano nel tentativo di abbeverarsi verso un ampio bacile, nel quale vi è immersa una figura maschile.

Camino monumentale (Foto Alessandro Rodia)

 

Dall’altro lato troviamo un imponente dipinto incassato nella parete e riproducente l’Ultima Cena, opera proveniente dal refettorio dell’ex complesso scolopico di San Sebastiano. La sua presenza in questa sala è spiegabile con il fatto che la stessa fu qui trasportata dopo la soppressione del suddetto plesso conventuale, avvenimento intercorso durante il periodo della dominazione napoleonica (XIX secolo) diventando, come tanti altri manufatti, parte dell’arredo del castello e quindi proprietà dell’amministrazione civica francavillese. Per la tematica affrontata e per l’impostazione prospettica ricercata, l’intera opera ruota attorno alla figura di Gesù Cristo e al momento in cui lo stesso Figlio di Dio annuncia l’istituzione dell’Eucarestia. Il Cristo è avvolto in un panno color blu oltremare che insieme al rosso porpora dell’enorme drappo posto a coronamento del dipinto rimanda all’iconografia mariana. Sulla testa del Cristo, un gruppo di puttini stringe in mano spighe di grano e grappoli d’uva, altra metafora riferibile al corpo e al sangue di Cristo. I Dodici Apostoli prendono posto lungo tutto il perimetro della ricca tavola imbandita, la quale è illuminata dalla fioca luce di alcune candele e su cui sono disposte stoviglie e un succulento agnello arrosto, a sua volta simbolo del sacrificio. Gli stessi astanti sono disposti a gruppi di tre ad eccezione di due figure in particolare, San Giovanni Evangelista accovacciato vicino al Cristo e Giuda Iscariota, in primo piano, il quale tenta di nascondersi alla vista del Messia e oltre a essere indicato da uno dei suoi compagni, stringe fra le mani il famoso sacchetto con i trenta denari, prova del suo tradimento. All’intenso cromatismo in chiave veneta, in cui seppe discretamente cimentarsi l’autore ancora ignoto (forse Diego Oronzo Bianco) bisogna sovrapporre l’uso un po’ scolastico della prospettiva che per lo meno è resa con più ampio respiro grazie dall’introduzione dei due punti di fuga. Il primo si apre sull’angolo sinistro e presenta una balconata affollata mentre dall’altro lato una piccola cucina si apre fra stoviglie e vivande e vede un paio di serve indaffarate nella preparazione dei pasti.

Sala del camino, Ultima cena (Anonimo, XVII secolo, olio su tela) (foto Alessandro Rodia)

 

A queste due opere artistiche va aggiunta la pregevole specchiera posta sopra un massiccio arredamento dalle tinte corvine con alcuni fregi ripresi dalla decorazioni del vicino caminetto e un enorme stemma della città di Francavilla incastonato nel pavimento: D’argento, all’albero di ulivo con la chioma verde e con il tronco al naturale, nodrito a metà altezza nella campagna di verde, attraversante, la campagna caricata dalle lettere maiuscole F e V, una a sinistra, l’altra a destra, di nero.

Da segnalare, fra i vari ambienti di passaggio ormai svuotati degli antichi arredi, la Sala di San Carlo (in ricordo del cardinale milanese Carlo Borromeo, già feudatario della città), ambiente che in passato ospitava l’ufficio del Sindaco e che in precedenza poteva essere ricondotta a una delle camere da letto dei Principi proprietari. Ad essa aggiungiamo la Sala dedicata ad Antonio Mogavero, insigne musicista e compositore francavillese, attivo presso la corte degli Asburgo di Spagna a cui è dedicata un’epigrafe posta su una delle pareti. In passato in questa sala furono allestiti gli scranni in legno volti a ospitare il Consiglio Comunale, periodo in cui venne realizzato anche l’elegante soffitto a cassettoni donato da Gildo Palazzo (XX secolo) e dove recentemente è stata aggiunta una particolare lavorazione del pavimento con impresse le note dello spartito dell’Inno alla Gioia di Beethoven.

Sala Mogavero (foto Alessandro Rodia)

 

Dell’antico arredo pittorico sono sopravvissuti due imponenti ritratti di famiglia riproducenti Andrea I e Michele III Imperiale, ora in pessimo stato di conservazione e necessitanti di urgenti restauri, piccola testimonianza di ciò che doveva essere l’immensa quadreria di famiglia. Questi dipinti fanno parte dell’attuale pinacoteca oggi conservata nel castello ma non ancora esposta e che nei decenni è stata ampliata con tele proveniente in buona parte sempre dal dissolto ex collegio ferdinandeo degli Scolopi e quindi estranee all’originario arredo del palazzo. Intorno agli anni Cinquanta del XX secolo, il Comune decise di restaurare questi dipinti affidando l’incarico allo scultore Sergio Sportelli. Le opere d’arte erano quarantuno: trentanove a olio su tela e due su legno. Di tutto ciò nulla può ricondurre alla fastosa collezione pittorica della famiglia visto che l’unico gruppo di opere risalenti all’originale quadreria e ancora presente in Terra d’Otranto, si trova conservato nella pinacoteca di palazzo Imperiale di Latiano.

Ritratto di Andrea I Imperiali (Anonimo, XVIII secolo, olio su tela, Francavilla Fontana) (Foto Alessandro Rodia)

 

Questi frammenti non possono assolutamente restituire il fasto artistico che questa residenza doveva restituire all’ospite che, calcando queste sale, rimaneva estasiato dal lusso e dalla magnificenza raggiunta dai feudatari genovesi. Solo tramite l’inventario del 1735, pubblicato dallo studioso Michele Paone, ci si può proiettare nel ricco arredo che oltre all’edificio francavillese abbelliva gli ambienti delle altre residenze pugliesi: …esse in questi descrittivi inventari, riacquistano spessore e consistenza, umore, forme e colori; ritroviamo, in una parola, la loro antica realtà, […], il canto del luminoso passato.

Percorrendo il secondo piano si possono trovare molti locali realizzati in un secondo tempo rispetto alla struttura sei-settecentesca e dove in alcuni di questi trovava sede l’Istituto professionale per il Commercio con le aule degli studenti e le sale dei professori, poi traslocato in altra sede. Su questo livello si dispongono luoghi poco accessibili come la galleria di sentinella posta fra primo e secondo piano e la scala a chiocciola che permetteva di percorrere l’interno di una delle torri angolari.

Sala del Consiglio comunale, particolare della decorazione (Foto Alessandro Rodia)

 

Dopo i recenti restauri, quivi hanno trovato sede gli organi dell’amministrazione comunale, i quali si riuniscono in una nuova sala consiliare posizionata all’altezza dell’antica merlatura. Infine, un’imponente sala di rappresentanza detta del “lampadario”, usata per riunione e convegni, presenta un enorme lampadario realizzato con una luminaria, chiaro omaggio alla una delle tradizioni della città.

In conclusione, un’altra prova tangibile del clima culturale che pervase la residenza durante gli anni più felici è sicuramente il Teatro di corte fatto costruire nel 1716 da Michele III, grande appassionato dell’arte teatrale, di cui il nipote Michele IV fu degno erede. Sito a pochi passi dall’ingresso principale, lo stesso era probabilmente raggiungibile dai piani nobili della residenza tramite un collegamento architettonico oggi scomparso.

Teatro di corte, facciata con portale d’ingresso(Foto Alessandro Rodia)

 

Il teatro, all’esterno, si presenta come un cubo di forma squadrata senza particolari evidenze decorative, se non per un portale d’ingresso contraddistinto da un’arcata a tutto sesto, sorretta da due gruppi di semicolonne e caratterizzata da due file di pietre bugnate. L’interno, ormai privato delle antiche installazioni come il palco e lo scenario che secondo il Palumbo furono eseguiti dai maestri Giuseppe Mottisi e Pietro Pappadà di Cataldo è articolato in un lungo corridoio organizzato su due quote differenti.

Nel 1780, di questo luogo, il visitatore di origine inglese Henry Swinburne, in viaggio lungo le terre del Regno delle Due Sicilie e ospite del Principe Michele IV, ci ha lasciato un’interessante testimonianza del clima che si poteva respirare. Invitato a partecipare a una rappresentazione dell’opera Giuditta e Oloferne, lo stesso rimase molto sorpreso quando al momento della morte di Oloferne, ucciso da Giuditta tramite decapitazione, il pubblico scoppiò in fragorose ovazioni rivolte all’attore che aveva appena compiuto il cruento gesto, sottolineando il pieno e totale coinvolgimento della platea per l’opera rappresentata.

Teatro di corte, interno (Foto Alessandro Rodia)

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Basile V., Gli Imperiali in terra d’Otranto. Architettura e trasformazione urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Congedo editore, Galatina 2008.

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Clavica F. e R. Jurlaro, Francavilla Fontana, Mondadori Electa, Milano 2007.

Coco A.P., Francavilla Fontana nella luce della storia, Taranto 1941, ristampa fotomeccanica Galatina 1988

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Rodia A., Castello Imperiali di Francavilla Fontana, visita al castello. Storia, leggende, immagini, Locorotondo editore, Mesagne 2017.

Per la prima parte:

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Per la seconda parte:

Il castello di Francavilla (seconda parte)

Per la terza parte:

Il castello di Francavilla (terza parte)

Il castello di Francavilla (terza parte)

Cortile interno, panoramica (Foto Alessandro Rodia).

 

di Mirko Belfiore

 

Al cortile interno si accede tramite un androne d’ingresso con volta a botte, disposto a pianta quadrata e completamente scoperto. Quest’ultimo è perimetrato da un porticato irregolare contraddistinto da colonne di ordine dorico-toscano (con echino intagliato a ovuli e frecce) che sorreggono archi a tutto sesto nei lati nord e sud e a sesto ribassato nei lati est e ovest, complessità costruttiva che ribadisce ulteriormente la stratificazione architettonica e gli aggiornamenti intercorsi fra Seicento e Settecento. Ponendoci al centro dell’atrio e alzando lo sguardo è possibile vedere il campanile a vela dell’antica cappella di Santa Maria delle Grazie, della quale recentemente sono stati riscoperti alcuni affreschi.

Cappella gentilizia Santa Maria delle Grazie (Anonimo, XVII-XVIII secolo, affresco) (Foto Alessandro Rodia)

 

Quest’ultimi sono stati rinvenuti in un punto di passaggio posto in corrispondenza del lato di levante e riportati alla luce dopo i lavori di scrostamento dei vecchi intonaci presenti sulle pareti e sui soffitti. Anche se lo stato di degrado degli affreschi è notevole, i lavori di ripristino ci hanno riconsegnato un altro di quegli ambienti di cui si era persa memoria.

Cappella gentilizia Santa Maria delle Grazie, particolare della volta (Anonimo, XVII-XVIII secolo, affresco) (Foto Alessandro Rodia)

 

Le notizie sulla cappella gentilizia sono poche e discontinue, ma per la sua realizzazione si rimanda a un lasso di tempo che può essere indicato fra la prima metà del XVII secolo, al tempo del governo di Michele II, e gli anni Venti del XVIII secolo, quando Michele III fece ampliare l’ambiente; persistono comunque dubbi che rimandano alla possibilità di un’esecuzione ancora più tarda della struttura.

Da una prima analisi si possono intuire i dettagli di ogni singola figura rappresentata, l’eleganza con cui le stesse campeggiano sulle pareti e i raffinati riquadri in cui vanno a inserirsi. Al centro della volta si erge in tutta la sua forza il Cristo Pantocratore, immerso in una mandorla di luce retta da quattro angeli con le ali spiegate; il tutto contraddistinto da un acceso cromatismo che rimanda, forse, a esperienze di matrice veneta dell’autore. La scelta dell’icona religiosa non è estranea al territorio circostante perché figlia di una cultura bizantina, di cui ne è rimasta una forte tradizione in Terra d’Otranto.

Lungo le pareti, posizionati a mezza altezza e diffusi lungo le pareti a coronamento di tutto il perimetro troviamo otto figure, di cui due collocate ai lati del varco d’accesso. Le stesse si inseriscono in scomparti dalle arcate a tutto sesto, evidenziati da quadrature dalle linee schematiche e dalle decorazioni a foglie d’acanto. Ogni personaggio che vi trova posto è avvolto da uno sfondo blu notte o rosso vermiglio, è posto di profilo ed è avvolto da tuniche di diversa fattura.

Ogni figura è riconoscibile oltre che dall’iconografia canonica anche per alcune intestazioni poste sui capi. A destra e a sinistra dell’entrata, come a volerli posizionare ai lati del Cristo, possiamo riconoscere gli apostoli Pietro e Paolo, martiri romani che ci riportano alla radice della fede cristiana. Nelle mani del primo ritroviamo le Chiavi del cielo, simbolo della Chiesa universale e del ruolo di Vicario che lo stesso ebbe agli albori della storia della Chiesa e un libro, simbolo per eccellenza della sapienza. Al secondo, invece, vanno ricondotte la folta barba nera, la spada rivolta verso il basso, simbolo del martirio che lo stesso subì perché non cittadino romano e un altro libro.

Proseguendo sulla parete Nord troviamo San Sebastiano, martirizzato due volte dall’imperatore Diocleziano, davanti a cui si profila San Rocco, rappresentato con abito da pellegrino e con la mano che indica le piaghe della peste. I due Santi sono molto celebrati nella fede cattolica perché spesso venivano invocati proprio contro il Terribile morbo che in varie epoche flagellò la penisola italiana con milioni di morti.

Proseguendo nella lettura e poste sempre in maniera speculare possiamo individuare due figure femminili: Santa Caterina d’Alessandria e Santa Lucia. La prima, in parte, è riconoscibile per i dettagli principeschi come l’elegante vestito e la corona posta sul capo, attributi che ne testimoniano le origini nobili, mentre per la seconda si nota subito la coppa che la stessa regge in mano e dove si raccolgono due occhi. Questo attributo insieme alla lampada e al cero rimandano al nome latino Lux, luce, particolari che per secoli hanno posto la Santa a protezione di coloro che pativano malanni alla vista.

La terza e ultima coppia ci propone due dei più importanti uomini della storia della Chiesa: Sant’Antonio da Padova e San Francesco d’Assisi. I due ebbero modo di conoscersi durante la prima metà del XIII secolo e per questo motivo vengono spesso rappresentati assieme. Il primo, di cui si fatica la lettura iconografica, si intuisce per l’intestazione ancora presente mentre il secondo è facilmente riconoscibile per il saio indossato, le stigmate e la chierica.

In relazione a questo piccolo gioiello bisogna menzionare un’altra interessante testimonianza che ci porta a calcare i pavimenti della chiesa Matrice. Entrando nel luogo di culto e percorrendo la navata meridionale fino all’altezza del transetto si colloca un altare oggi dedicato a Sant’Anna ma che in passato era proprio sistemato nella suddetta cappella. Questo manufatto si caratterizza di marmi policromi, intarsi di varia fattura e stucchi dalle forme sinuose in cui sembrano riunirsi forme rinascimentali quanto baroccheggianti ma che al centro campeggia, per l’appunto, l’emblema della famiglia Imperiale.

Fonte pedobattista e scalone monumentale (Foto Vanessa Nacci)

 

Posta in un angolo del cortile troviamo l’antico fonte battesimale “pedobattista” databile al XVI secolo, fatta probabilmente realizzare dall’arciprete Matteo Giovanni del Preite e originariamente situata nell’antica primitiva chiesa Matrice. L’oggetto è posto su uno stelo di dubbia provenienza e denota alcune manomissioni successive alla sua realizzazione. La conca è contraddistinta lungo tutto il perimetro lapideo da un fregio scolpito dove si alternano dieci delfini e motivi floreali di discreta fattura, interrotti al centro da uno stemma bipartito con inserite le parole NE QUERELA.

Dall’ampio cortile prende avvio l’importante scalone monumentale, sul progettista della quale gli studiosi dibattono ancora oggi. Certa è invece la realizzazione, sicuramente attribuibile all’operato del Manieri che in quel periodo lavorava per gli Imperiale nel palazzo di Casalnuovo (Manduria) dove vi è uno scalone d’onore molto simile a questo. Alcuni studiosi non sottovalutano il ruolo dell’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice, il quale non fu certamente l’artefice della progettazione della rampa ma ebbe comunque un’influenza non indifferente sul Manieri. Lo studioso Bernardo De Dominici, invece, tramanda con sicurezza il nome dell’artista napoletano, affermazione che può essere supportata da un disegno emerso dal fondo Imperiale dell’Archivio di Stato di Napoli e che presenta un prospetto acquerellato ed eseguito su cartoncino (c. 416).

Acquerello scalone monumentale (Fondo Imperiali, XVIII secolo, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato).

 

Il disegno è molto accurato e prevede la costruzione di una prima rampa che si divide in due e prosegue fine a un vano coperto, inserita all’interno di un portico a tre arcate con volta a sesto ribassato e colonne binate. Altri invece, come il Clavica, sostengono con fermezza l’attribuzione al Manieri, ponendo l’accento sull’analisi degli elementi strutturali del progetto. La mancanza di soluzioni ardite e scenografiche, tipiche dell’artista partenopeo, fa propendere verso il maestro leccese, il quale forse avrebbe potuto prendere in esame un’oramai irreperibile modellino in legno dello scalone monumentale inviato da Napoli a Michele III stesso ma che sicuramente ripropose nell’architettura francavillese elementi stilistici riscontrabili in altre sue opere come l’androne del Palazzo Imperiale di Manduria o il portico del Seminario di Brindisi.

Scalone monumentale, rampa d’accesso (Foto Alessandro Rodia)

 

Le doppie rampe in cui si divide lo scalone sono coperte da pregevoli volte a stella, a loro volta rette da paraste addossate alle pareti e pilastri che si aprono sul ballatoio. Su quest’ultimo, completamente scoperto, si affacciano i numerosi varchi d’ingresso del primo piano nobile, tutti finemente ornati da alcuni fregi molto simili a quelli cinquecenteschi della facciata principale. Le aperture si distribuiscono lungo tutto il perimetro con un ordine alternato e sono contornate da ghirlande d’alloro e righe di ovuli di radice classica a cui si affiancano ampi frontoni racchiusi fra due mensole, tutti caratterizzati da intrecci a foglie d’acanto tranne che per quello in cui ritroviamo la succitata epigrafe latina di Michele III.

Ballatoio primo piano nobile (Foto Alessandro Rodia)

 

Le grandi finestre rettangolari quanto i piccoli pertugi di forma quadrata posti a mezza altezza e corrispondenti ai piani ammezzati presentano interessanti cornici dai vari ornamenti fitoformi, ampi frontoni decorati con il medesimo ricamo a foglie d’acanto o eleganti rosette. Una menzione particolare la riserviamo a uno di questi bassorilievi, in cui campeggiano due splendidi pavoni posti l’uno davanti all’altro e impegnati a beccare una pigna, gruppetto che rimanda al più famoso Pignone dei Musei Vaticani. A concludere, un po’ isolato ma dalle forme imponenti, troviamo un altro stemma degli Imperiale, racchiuso in un rettangolo dall’elegante cornice e impreziosito da alcune volute.

Ballatoio primo piano nobile, particolare del campanile a vela (Foto Vanessa Nacci)

 

(continua)

Per la prima parte:

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Per la seconda parte:

Il castello di Francavilla (seconda parte)

Ricordo di Leandro Ghinelli

di Paolo Vincenti

 

Docente, letterato, scultore. Leandro Ghinelli (1925-2015), nato a Firenze ma salentino d’adozione, è stato un intellettuale poliedrico, multiversato, di quelli che forse a cagione di una enorme inventiva e della eterogeneità dell’ispirazione, a volte mancano di grandissimi riconoscimenti. Infatti, egli, pur appartenendo cronologicamente alla generazione del dopoguerra, non può essere assimilato a nessuna corrente artistica salentina o categoria letteraria ben definita, secondo il concetto inteso da Oreste Macrì di comune matrice archetipica, ideologica, metodologica, ambientale e amicale.

Se cioè dovessimo seguire la teoria generazionale formulata dal grande critico letterario (che compì al contrario il percorso di Ghinelli: da Maglie a Firenze), potremmo dire che in quel milieu che connota studiosi e artisti di una certa temperie culturale Ghinelli non rientra. Questo è sicuramente un vantaggio, perché per lui, come per altri oriundi salentini, non si corre il rischio di chiusura provinciale, più chiaramente di quel vieto provincialismo che condiziona gli studi di certi eruditi troppo autoreferenziali, né, di converso, di stucchevole, quasi estatica, acritica ammirazione per il territorio che sovente irrora l’ispirazione dei visitatori stranieri.

Ghinelli cioè si pone a metà via, fra l’amore unito alla gratitudine per questa terra che lo aveva accolto, e la consapevolezza dei suoi (di essa) limiti; lontano, sia nell’espressione artistica che in quella letteraria, dalla maniera, intendendo con questo termine tutto ciò che di specioso, affettato, ridondante, scontato, venga prodotto dalla gonfiezza del cuore.

Insegnava italiano e storia nelle scuole superiori. Per tutta la carriera, produzione artistica e scrittura hanno proceduto di pari passo, similmente ad altri suoi illustri colleghi come Vincenzo Ciardo, Lino Paolo Suppressa, Lionello Mandorino.

Fra le prime realizzazioni, vanno segnalati svariati ritratti in terracotta e bronzo: Leopardi (1963), Beethoven (1963), Paolo VI (1963), Petrarca (1964), Manzoni (1964), Verdi (1964), Dante (1965), D’Annunzio (1968), Pirandello (1968).

Importante, per Ghinelli, fornire una contestualizzazione teoretica alle proprie produzioni. L’autore cioè tiene a delineare i principi del suo orientamento artistico, “che non si esaurisce nell’abilità manuale di un raffinato mestiere, né tanto meno nella invenzione del nuovo a tutti i costi, ma coinvolge la meditazione sui fini e sui valori dell’esistenza umana.” [1]

Nel saggio Scultura. Il ritratto, scrive: “proprio la consapevolezza estetica dello scultore e la sua maturità di stile, di pensiero e di cultura lo rendono capace di realizzazioni d’arte che non sono semplici esecuzioni manuali o pedanti ripetizioni di modelli stereotipati, i quali possono ben rientrare in un canale di scuola antica o moderna, ma non fanno Arte, se non c’è l’Artista.”[2]

Negli anni Settanta, realizza sculture come la Maternità (1973), la Danzatrice (1977), l’Approccio (1977), Il volo (1977), la Creazione (1983), sempre con una costante attenzione all’interiorità dei personaggi ritratti, con una vereconda tensione verso l’armonia delle forme, un’armonia pacificatrice degli umani contrasti, di quel disorientante caos della vita moderna dal quale l’autore si dichiarava confuso, destabilizzato. E basta guardare le aeree linee delle sue sculture, le loro morbide volute, appena mutuate dall’arte classica ma al tempo stesso moderne, per rendersene conto.

Non ci sono, nelle forme stilizzate di Ghinelli, asprezze, stacchi improvvisi, ma soffici rotondità; come scrive Donato Valli “le opere di Leandro Ghinelli portano il segno di una istintiva gioia creatrice; l’imperante verticalismo che caratterizza in maniera decisa tutta la sua produzione più significativa è in effetti la traduzione concreta di un’ascesi che è insieme fiducia di comunicazione nel duplice livello della umana solidarietà e della divina ansia; è, cioè, volontà espressa di innalzamento spirituale, di speranza per sé e per gli altri, gioia di illuminazione attraverso la materia plasmata…”[3].

Una ragione superiore è la fede, intimamente vissuta dall’autore, che si esprime in quel verticalismo, di cui parlava Valli, che emblematizza l’ansia di ascesi di Ghinelli, la sua esigenza di mettersi in contato con il divino; e infatti le sue opere sono “caste nel loro ascetismo”, come scrive Giuseppina De Giosa, e “i suoi nudi levigati ed ariosi nella loro leggerezza quasi impalpabile”[4].

Nel 1980, realizza il busto bronzeo di Papa Giovanni Paolo II, poi collocato, nel gennaio del 1999, nel Duomo di Lecce in onore del Vescovo Cosmo Francesco Ruppi, nel decennale del suo episcopato.

Scrive Gigi Montonato su “Presenza Taurisanese” che “il Ghinelli ha colto Giovanni Paolo II in un atteggiamento di grande e intensa meditazione. Nel volto del Papa, teso nella concentrazione e nella preghiera, sono visibili i segni di una profonda sofferenza ma anche di una smisurata fede”. Quella di ritrattista diventa ben presto un’attività febbrile per la quale si rincorrono le commissioni da parte dei più disparati enti pubblici e privati.

Realizza il monumento al tenore Tito Schipa, collocato nella Villa Comunale di Lecce, nel 1980, i busti dedicati a Enrico Fermi, per l’ I.T.I.S. E.Fermi di Lecce, 1981, e a Grazia Deledda, per l’I.T.F.S di Lecce, nel 1985, il busto a Oronzo Massari nel 1983 e a Pietro Lecciso nel 1986, entrambi per il Tribunale di Lecce, quello a Padre Filippo Ciotta, che si trova nell’Istituto Calasanzio di Campi Salentina, 1984, quello a Enrico Mattei, nell’I.T.I.S. E.Mattei di Maglie, 1991. Si avverte lo sforzo di dare spirito, oltre che corpo, alla materia; nel tracciato che segue il suo modellare la scultura si piega all’ artefice solo quando questi riesca a imprimerle quel soffio, sappia trasfondere nell’opera il messaggio che vuole comunicare. Se questo messaggio è sostenuto da fermo volere, da incessante ricerca, il modellato dinamizzato da una sapiente resa plastica, l’opera, da artigianato, mera esecuzione, riceve quel fiat che la fa diventare arte, per la quale non sarà mai pronunciato invano il motto oraziano dell’ “exegi monumentum aere perennius”.

Negli anni, Ghinelli tiene moltissime mostre e riceve numerosi riconoscimenti.

Nel frattempo scrive poesie, racconti[5] e pubblica diversi libri. Nella scrittura, fin dagli esordi, la cifra stilistica che lo caratterizza è quella dell’ironia, che è però un’arma spuntata, cioè si stempera nel sarcasmo, nella leggerezza, raramente nel velato cinismo, se è vero che una vena giocosa percorre sottilmente tutta la sua produzione. La sua ironia non è una fiamma al calor bianco, come quella dei motteggiatori latini, per intenderci, né quella salace, irridente, di un Aretino. Ghinelli non è spirito maledico, la sua è poesia fresca che trova nei modi del suo apparente disimpegno il terreno coltivabile, l’humus insomma, per la sua creatività.

Nel 1999 pubblica Pensieri e riflessioni,[6] con Presentazioni di Aldo Vallone, Giovanni Invitto, Salvatore Valitutti e Enzo Marcianò, e con una Nota dell’autore, Cenni sul mio metodo, che ribadisce l’urgenza per Ghinelli di scritti di metodologia, come già accaduto con Il posto dell’ arte nella civiltá tecnologica, nella rivista “La Zagaglia”[7]  e poi con Perché si fanno ritratti, in “Espresso Sud”[8].

Il libro Pensieri e riflessioni raccoglie una serie di osservazioni critiche, a mo’ di diario, scritte dall’autore nell’arco temporale 1971-1987, alcuni delle quali piccoli saggi filosofici. Nel 2010 pubblica E apparve la donna, raccolta di poesie, in parte già edite su riviste[9]. Ma Ghinelli è anche un raffinato critico letterario: si legga la sua dottissima esegesi della raccolta di poesie Segni nostri, di Donato Moro[10], o quella di Una vita in versi di Lucio Romano[11], o ancora del poema Gerusalemme di Lidia Caputo[12].

“Scultore raffinato e poeta di profonda sensibilità, Leandro Ghinelli è sicuramente l’espressione di un inedito umanesimo che sa cogliere ed esternare gli aspetti più intimi, delicati e veri dell’animo e della vita”, scrive Mario De Marco, in ringraziamento per il dono di una piccola testa in terracotta di Michelangelo[13]. Nel 2007, viene inaugurato nel cortile di Palazzo Adorno a Lecce il busto di Aldo Moro – con una epigrafe commemorativa scritta da Giovanni Pellegrino -, frutto di un percorso cominciato nel 2004 quando il Nostro realizzò un piccolo busto in terracotta dell’illustre statista assassinato dalle Brigate Rosse, che allo scultore stava particolarmente a cuore.

Quella semplice opera, presentata a Maglie nel 2004, colpì molto l’On. Francesco Rausa, che si fece promotore presso la Provincia di Lecce, allora presieduta dal Sen. Pellegrino, dell’esigenza di realizzare un’opera più imponente dedicata al politico di origini magliesi. Dopo un certo iter burocratico, si giunse alla realizzazione del grande busto in bronzo e alla sua consegna alla Provincia di Lecce da parte di un commosso e grato Ghinelli. L’opera riscosse unanime approvazione ed anche il consenso dell’On. Giacinto Urso, dell’On. Giorgio De Giuseppe, e della critica specializzata, perché la statua esprime al meglio la figura dell’On. Moro, e quella “pensosità malinconica tipica del grande statista”, come scrisse Angelo Centonze in “Note di storia e cultura salentina”[14]. Soprattutto, questa statua costituiva un punto di concordia, come scrisse Gigi Montonato in “Presenza Taurisanese” [15], facendo riferimento alle polemiche che hanno accompagnato la realizzazione di altre statue ad Aldo Moro, come quella di Maglie che raffigura il leader della Democrazia Cristiana con “L’Unità” sotto il braccio, oppure quella di Acquarica del Capo che venne addirittura vandalizzata.

Negli anni Duemila, Ghinelli realizza i busti di Gerolamo Comi, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Ennio Bonea. Nel 2013 esce Canti della vigilia (poesie), per le Edizioni di “Presenza Taurisanese”[16], una raccolta di poesie voluta e curata da Gigi Montonato, che raccoglie insieme componimenti poetici già editi. Negli ultimi anni, infatti, Ghinelli pubblica moltissime poesie su riviste come “Il Galatino”, “Presenza”, “Note di storia e cultura salentina” e on line su “www.culturasalentina.it”.

Sulla copertina del libro, un’opera dello stesso Ghinelli: “Le tre Grazie Madri”. Poesie che vivono in una dimensione sospesa, quasi rarefatta, queste, sempre sottese di un lirismo soffuso, ma sorrette da una conoscenza dei mezzi tecnici, gli strumenti del versificare, di cui la robusta formazione classica fornisce padronanza all’autore. E ancora, nel 2014, pubblica Disincanti (Versi), sempre nelle edizioni di “Presenza Taurisanese”[17].

Questa silloge, quasi a bilanciare l’impegno e l’intimismo della precedente, si compagina di poesiole più leggere, scherzose, bagatelle o “nugae”, come le definisce il curatore Gigi Montonato, che firma la Presentazione del libro. In quest’ultima opera, la vena giocosa dell’autore si esplica ben al di là e a dispetto dei suoi novant’anni di età, nei modi di un colto divertimento, come di chi giunto sulla soglia dei disincanti, appunto, non esita a mettere in berta e burletta il mondo e le sue storture e sceglie per far questo un linguaggio piano, scorrevole, che si avvale di versi liberi, con immagini tratte da quel mondo favolistico da cui più volte ha preso ispirazione. Ai componimenti, si accompagnano le opere in terracotta dello stesso autore, ritratte in calce agli scritti, come per un ultimo sinestetico messaggio di arte e scrittura compagne alla mèta.

 

Note

[1] Dalla sua Pagina on line.

[2] Leandro Ghinelli, Scultura. Il ritratto, in “Contributi”, Soc. Storia Patria per la Puglia sezione Maglie, n.3-4, 1987, p.63.

[3] Donato Valli, Motivi ispiratori di Leandro Ghinelli, scultore, in “Sallentum”, E.P.T. Lecce, n.VI, 1983, pp.204-205.

[4]Giuseppina De Giosa, L’arte di Leandro Ghinelli, in “Il Secolo d’Italia”, 2 Giugno 1983.

[5] Leandro Ghinelli, Due vampire bionde, in “Note di storia e cultura salentina”, Soc. Storia Patria Puglia, sezione Maglie, n.VII, Lecce, Argo,1995, pp.279-286. Idem, Vino frizzante, Ivi, n. VIII, Lecce, Argo, 1996, p.36. Idem, Uno sguardo al cammino della storia, Ivi, n.IX, Lecce, Argo ,1997, pp.335ss. Idem, Lo scampanio del mondo nuovo, Ivi, n.XV, Lecce, Argo, 2003, pp.453-456. Idem, Ridiculez, Ivi, n. XVIII, Lecce, Argo, 2006, pp.253-258.

[6] Idem, Pensieri e riflessioni, Lecce, Argo Editore, 1999.

[7] Idem, Il posto dell’arte nella civiltà tecnologica, in “La Zagaglia”, n.42, Lecce, 1969, pp.184-196.

[8]Idem, Perché si fanno ritratti, in “Espresso Sud”, Aradeo, maggio 1985, p.17.

[9] Idem, E apparve la donna, Bari, Laterza Editore, 2010.

[10] Idem, Uno studio sulla poesia di Donato Moro, in “Note di storia e cultura salentina”, Soc. Storia Patria sezione Maglie, n. X-XI, Lecce, Argo, 1998-99, pp.213-256.

[11]Idem, Una vita in versi” di Lucio Romano, Ivi, n.XIII, Lecce, Argo, 2001, pp.189-196.

[12] Idem, Gerusalemme, un dramma di coinvolgente attualità di Lidia Caputo, Ivi, n.XVI, Lecce, Argo, 2004, pp.375-378.

[13]Mario De Marco, La scultura e l’arte di Leandro Ghinelli, Ivi, n.XVII, Lecce, Argo, 2006, p.341.

[14] Angelo Centonze, Un’opera del maestro Leandro Ghinelli nel Palazzo Adorno di Lecce, Ivi, n. XIX, Lecce, Argo,2007-2008, pp.186-187.

[15] Gigi Montonato, Il busto di Aldo Moro dello scultore Leandro Ginelli, in “Presenza Taurisanese”, n.203, Taurisano, giugno-luglio 2007, p.12, dove è riportato anche uno scritto esplicativo dello stesso scultore.

[16] Leandro Ghinelli, Canti della vigilia (poesie), I Quaderni del Brogliaccio, Edizioni di “Presenza Taurisanese”, Taurisano, n.10, marzo 2013.

[17] Idem, Disincanti (Versi), I Quaderni del Brogliaccio, Edizioni di “Presenza Taurisanese”, Taurisano, n.12, aprile 2014.

Il castello di Francavilla (seconda parte)

di Mirko Belfiore

Nel 1739, l’ultimo principe di Francavilla Michele IV Junior apportò le modifiche più tarde, facendo demolire delle botteghe addossate lungo il perimetro Nord e alcune colonne che reggevano un pergolato posizionato dinanzi al portone d’ingresso e commissionando, infine, quell’elegante balaustra che ancora oggi cinge il fossato.

Alla morte di questi nel 1782, il palazzo fu incamerato tra i beni del Regno demanio nonostante che il Principe avesse nominato erede il cugino di terzo grado Vincenzo, marchese di Latiano. Dopo una lunga vertenza con il Regio Fisco, Vincenzo ottenne solo i beni mobili presenti nel palazzo (arredamenti, libreria, mobili, gioielli e le attrezzature del teatro) e il titolo di Principe di Francavilla. L’edificio rimase inutilizzato e abbandonato a sé stesso fino al 1821 quando divenne proprietà del Comune, il quale si occupò di ripristinare gli spazi interni apportando modifiche che in parte privarono la struttura di molti degli elementi originari.

Oggi lo ritroviamo in tutta la sua magnificenza grazie ai recenti restauri che oltre a preservarne le forme di età moderna ne ha ripristinato il valore di massimo emblema della città, assieme alla Chiesa matrice. A tutto ciò si è aggiunta una posizione di primo piano nella nuova politica di valorizzazione turistica che vede lo stesso assumere il ruolo non solo di contenitore culturale (allestimento del MAFF, il Museo archeologico di Francavilla Fontana) ma anche come punto di partenza per la riscoperta della storia della città e del suo centro storico.

1 Castello-Residenza Imperiali, Francavilla Fontana (Foto Alessandro Rodia)

 

Analizzandolo dal punto di vista architettonico, il complesso si sviluppa su tre piani distribuiti in maniera asimmetrica, con una stretta relazione fra le strutture murarie preesistenti e gli elementi ornamentali tipici del periodo Barocco.

Facciata sud con portale d’ingresso (Foto Vanessa Nacci)

 

Tutta la linea esterna è scandita da due linee marcapiano che si sviluppano lungo i quattro lati della struttura e che sono conclusi in alto da una possente merlatura guelfa e in basso da una muraglia a scarpa. La decorazione a dentelli rinascimentali e quella ad archetti concorrono insieme alle incorniciature aggettanti delle finestre del primo piano a vivacizzare la facies di tutto il prospetto, sfumando il ricordo dell’antica fortezza quattro-cinquecentesca.

Ai quattro angoli dell’edificio si collocano quattro stemmi araldici riproducenti un’aquila con le ali spiegate, sormontati da una corona e sorretti da mascheroni tufacei diversi per ogni spigolo, testimoni della proprietà della famiglia Imperiale.

Araldo della famiglia Imperiali posto sull’angolo sud-est (Foto Vanessa Nacci)

 

L’edificio è inserito in un ampio e profondo fossato che da una funzione difensiva si è evoluto in una piccola oasi floreale fatta realizzare fra il XVII e XVIII secolo e che al mutare delle stagioni si impreziosisce di un cromatismo unico.

La residenza nobiliare ha due varchi d’accesso: uno sul lato meridionale posto su via del Municipio e uno secondario sito sul lato settentrionale e prospiciente via Barbaro Forleo. L’ingresso principale si apre su un elegante slargo a forma ovoidale, preceduto da due possenti colonne barocche e che introduce il visitatore al ponte di pietra, sostituto dell’antico ponte levatoio in legno.

Portale d’ingresso lato sud, particolare (Foto Vanessa Nacci)

 

Lo splendido portale che adorna il varco d’ingresso è racchiuso fra due colonne con capitelli compositi ed è ornato da un cornicione a tutto sesto fortemente aggettante che accoglie un raffinato encarpo con foglie d’alloro, due rosette e, in chiave di volta, lo stemma degli Imperiale.

Portale d’ingresso facciata nord, particolare (Foto Vanessa Nacci)

 

Più sobrio ma non per questo meno raffinato è il portale sito sul lato opposto, introdotto sempre da due imponenti colonne barocche e sormontato da una balconata in ferro dal profilo a petto d’oca che secondo Fulgenzio Clavica e Regina Poso, ricalca in parte il disegno di Mauro Manieri per l’accesso del Seminario di Brindisi e per il palazzo Imperiale poi Filotico di Manduria.

Loggiato barocco facciata est (Foto Alessandro Rodia)

 

La facciata orientale collocata su Corso Umberto I è contraddistinta da una splendida loggia seicentesca in pietra locale e da molti attribuita a Pietro Antonio Pugliese, maestro scalpellino di Nardò, cresciuto nella bottega di Francesco Antonio Zimbalo e autore, fra il 1614 e il 1615, del magnifico altare di San Francesco di Paola collocato nella Basilica di Santa Croce a Lecce. Il manufatto si inserisce in posizione rientrante rispetto alle parti aggettanti ed è composto da quattro arcate, le quali risultano scandite da coppie di semicolonne quadrate con arcate a tutto sesto a cui si aggiungono quattro timpani spezzati di forma triangolare e altrettante finestre.

Nella parte sommitale troviamo una ricca trabeazione recante bassorilievi riproducenti grappoli d’uva e foglie di vite, colture rilevanti per la produzione agricola dell’area, oggi come allora. A questa si unisce un’estesa decorazione con soggetti di natura zooformi e fitoformi che in maniera uniforme si dipana lungo tutta la superficie del loggiato: la foglia di palma sezionata verticalmente e racchiusa da caulicoli, il motivo dei viticci che si avvolgono sinuosi intorno al fusto delle colonne e le rosette che in maniera geometrica si dispongono lungo le arcate. Questi particolari sottolineano l’esperienza del Pugliese per un gusto tutto leccese che non può che risalire agli insegnamenti dello Zimbalo e del Riccardi. Infine, un’elegante balaustra composta da colonnine di gusto classico e pilastrini squadrati – uno dei quali, al centro, accoglie lo stemma degli Imperiale – poggia naturalmente su una fila di mensoloni robusti, di cui ritroviamo corrispondenze con i ballatoi di alcuni palazzi di Oria, Manduria e nella stessa Francavilla (Palazzo Giannuzzi-Carissimo).

Loggiato barocco facciata est, particolare (Foto Alessandro Rodia)

 

Durante i lavori di ripristino sono stati riscoperti una serie di ambienti ormai dimenticati e posti sotto l’attuale piano di calpestio. Tramite un passaggio posto lungo il lato occidentale del fossato si può ancora accedere a quelli che erano gli antichi locali che ospitavano le stalle e le rispettive mangiatoie dei cavalli. Sempre a questo livello ma sul lato opposto un medesimo ingresso introduce ad altri locali, probabile luogo di stoccaggio per le derrate alimentari poi divenuti in tempi recenti carceri mandamentali. Qui si conservano mercanzie di vario genere, una fra tutte il sale proveniente dalle saline presenti a Torre Columena (nei pressi di Avetrana) e di proprietà della famiglia Imperiale.

Locali stalle con mangiatoie, lato ovest piano interrato (Foto Alessandro Rodia)

 

Locali Magazzini, lato est piano interrato (Foto Alessandro Rodia)

 

Per la prima parte:

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Libri| Il sermone

di Paolo Vincenti

 

L’ora della messa, l’immagine raffigurata nella copertina del libro, acquerellata dal disegnatore Piero Pascali, rende icasticamente il senso di questo romanzo uscito dalla penna di Pino Spagnolo e forbitamente intitolato Il sermone.

Il racconto è ambientato in un Sud immaginario, copia carbone del nostro Meridione d’Italia, in un piccolo paese che diventa metafora del mondo: un mondo di violenze e soprusi, di sommovimenti carsici e di scoperte angherie, di cinismo e corruzione. Strumentale alla narrazione è l’epifania di questo mondo ostile, popolato da disperati, derelitti, spregiudicati affaristi, poveri Cristi degli anni Duemila; di un Sud dove, nonostante secoli di storia e di lotte civili, continua a dominare la legge del più forte, una sottocultura vischiosa che tutti involve nella sua fatale pania. Nel romanzo, tema di fondo è il motto primum vivere, che polarizza tutti i personaggi in campo, nemmeno mai sfiorati dal deinde philosophari che completa l’assioma latino di antica memoria, perché troppo presi a gestire un hic et nunc di quanto mai precaria quotidianità.

Pino Spagnolo, dotato di una buona cultura di base, è evidentemente tributario ai grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, soprattutto i siciliani, come Pirandello, Sciascia, Consolo, che hanno costituito le sue letture privilegiate, e si accosta, dal punto di vista del modo letterario, a quel metodo di “mimetica inferiore” teorizzato da Northrop Frye che consiste nel creare un “effetto di reale”, per dirla con Roland Barthes (nella sua argomentata pretesa di scardinare il realismo del romanzo), che produce sicuro rispecchiamento nel lettore medio (inteso in una accezione puramente connotativa del termine), nel quale lo stesso autore si riconosce. Vanno ascritti a suo merito l’assenza di qualsiasi ridondanza o barocchismo e la scarsa tendenza ad abbandonarsi alla contemplazione estatica del paesaggio, che, anzi, non compare, se non ridotto negli intermezzi della testura narrativa, fra le varie scene. Così la trama, sapientemente orchestrata, si dipana in uno “stile di cose”, diremmo, se non sapessimo di abusare di una definizione data da Pirandello alla scrittura di Verga, in contrapposizione allo“stile di parole” di quella di D’Annunzio, comunque lontana da qualsiasi psicologismo di sveviana memoria.

Si tratta di un romanzo centrifugo, animato da una miriade di personaggi appena tratteggiati dalla penna del loro creatore – l’unica vicenda di più consistente compiutezza è quella di Padre Santino Vantaggiato e del doppio Vescovo – in una polifonia tragicomica che ricorda La giostra di William Somerset Maugham, che però è un romanzo calato nell’Inghilterra vittoriana del tardo Ottocento, dalle connotazioni tipicamente borghesi, mentre questo di Spagnolo riflette gli umori di ambienti basso proletari e sclerotizzati di una società “gattopardesca”, ferma in una immobilità senza soluzione, divorata da una sorta di inerzia, quasi abulia, nella quale, proprio come nella lezione del famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia perché non cambi nulla.

In quell’inframondo che è il paesino in cui si tiene il sermone del titolo, in corpore vili, potremmo dire, ecco concatenarsi vicende e situazioni slabbrate, squallide, banali, che si intrecciano, pur mantenendo la propria individualità di nuclei tematici a sé stanti ma tangenti quello del doppio/ falso Vescovo che apre e chiude la fabula.

Una visione certamente non pacificata della realtà, tutt’altro che utopica, informa la trama del romanzo, che ha un forte ancoraggio all’esperienza biografica dell’autore, con una analisi spietata della società odierna, fatta oggetto di descrizione cruda, straniante, in certi punti addirittura disturbante, latamente surreale (come conferma la massima epigrafata in esergo); la realtà, cioè, viene dissezionata anche nei suoi dettagli più prosastici, fino a sconfinare, in rare occasioni, nel grottesco. L’autore si rivela così ottimo osservatore del mondo e degli uomini. E se fa una breve irruzione l’elemento metafisico e fantastico, verso la chiusura del racconto, prima dell’agnizione finale, ciò non toglie che la narrazione si mantenga sempre fedele al dato oggettivo.

Nell’opera, il narratore è extradiegetico, cioè esterno alla storia, si limita a raccontare, disponendo i personaggi e i dialoghi lungo l’asse inclinato della fiction. La sua scrittura è piana e regolare, del tutto godibile.

Come già detto, Spagnolo conosce bene la realtà che racconta, sembra che ne sia partecipe. Il suo potrebbe definirsi un realismo della coscienza, come è stato detto per Grazia Deledda, solo che la materialità del vivere quotidiano non è spiritualizzata, come nella grande scrittrice sarda, non è riscattata da alcuna forza superiore, trascendente, non v’è alcun disegno che possa ordinarla verso un fine di progresso. Rimane la visione sconsolata di un mondo aduggiato, inaridito, in queste pagine di Spagnolo, che tuttavia ci sanno regalare, attraverso i loro quadretti di genere, momenti di brio e di sana ilarità.

La “murteddra” (il mirto)

 

di Rocco Boccadamo

 

Intanto che prosegue il soggiorno alla “Pasturizza” di Marittima, in tal modo confidando in una migliore tutela dal rischio Covid, ecco un’altra tappa di passi del ragazzo di ieri, a contatto, invero gradevole e tonificante, con gli elementi naturali a portata di mano e di vista, tutto d’intorno, lungo il cammino.

Fra i variopinti e vivi colori di una serie di minuscole infiorescenze, talora fazzoletti di prato ai piedi di una pianta d’ulivo o di ficodindia, quest’oggi gli occhi si sono posati, specialmente, su alcuni ramoscelli di “murteddra” (in italiano, mirto), con, pendenti, piccolissimi frutti (bacche) tondeggianti, chiamati analogamente, seppure al plurale, “murteddre” e simili ai più conosciuti – e apprezzati anche da palati fini – mirtilli, che si trovano nei boschi in aree di montagna e, in stagioni remote, sono stati raccolti anche da chi scrive.

Così, la memoria è volata a quando, ragazzini, io e i miei compagni, nei momenti liberi da impegni scolastici, scorrazzavamo per le campagne marittimesi verso il mare e ci soffermavano accanto agli arbusti di “murteddra”, declamando e ripetendoci in cantilena un breve detto popolare:

De a ‘Mmaculata, a murteddra è maturata,

“ pe’ Natale sape comu u pane.

Facile la traduzione:

“ L’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, i frutti della murteddra sono maturi,

“ per Natale, sono squisiti, hanno il sapor del pane (a voler dire che, in passato, quando c’era il pane, c’era tutto).

Un motto antico ma, e ben vedere, in fondo, valido anche adesso.

°   °   °

Ovviamente, durante la camminata di stamani, all’obiettivo del mio smartphone non potevano sfuggire le inquadrature di sogno dell’Acquaviva e di Castro.

Libri| Storia di una stella

 

di Paolo Vincenti

 

Rino Duma, Presidente del Circolo Culturale Athena, nonché direttore della nota rivista galatinese Il filo di Aracne, ha pubblicato svariate opere, fra le quali i romanzi La falce di luna ( Edipan, 2004), La scatola dei sogni (Edipan, 2008), La donna dei lumi ( Lupo Editore, 2011). Lo avevamo lasciato con La Taranta. Il dialetto galatinese (ovvero la lingua del popolo), pubblicata dall’Editrice Salentina (2016), una raccolta di commedie, poesie, proverbi, modi di dire, soprannomi, filastrocche, indovinelli, ed altro, in dialetto galatinese.

Attivo operatore culturale, Duma è stato relatore in molte conferenze di carattere storico, soprattutto sul tema del Risorgimento italiano. Tuttavia, c’è un’altra passione che costella la sua vita, ed è quella per il calcio. Una passione tanto forte che lo ha portato a cimentarsi in una impresa editoriale che non esiteremmo a definire “titanica”, ovvero quella di condensare in un volume 100 anni di storia del calcio galatinese. Storia di una stella. U.S. Pro Italia Galatina-U.S. Galatina 1917-2017 (Editrice Salentina, 2018) è la sua ultima pubblicazione, con l’impaginazione e la cura grafica di Salvatore Chiffi. La stella del titolo e che campeggia sulla maglia dei due giocatori ritratti nella bellissima immagine di copertina è quella della Pro Italia, la squadra del cuore di Rino Duma, della quale, ora più che mai, è considerato il tifoso numero 1, come attesta nella Presentazione del libro Adriano Margiotta. E a ben vedere, il “prof.”, come tutti amano chiamarlo, si è reso benemerito del calcio cittadino, avendo voluto sostenere da solo il faticosissimo impegno di consegnare ai posteri un volume così ponderoso, per festeggiare il centenario della fondazione della Pro Italia Galatina.

Ha motivo di rivendicare con orgoglio i propri meriti, lo stesso autore, che nella Prefazione, scrive: <<ho speso un anno e mezzo nell’indagare, rovistare, scoprire, appuntare, collegare, assemblare, ritoccare, definire e, finalmente, concludere. La mia è stata una vita di clausura condotta nella biblioteca “Pietro Siciliani” di Galatina nella torrida estate del 2016. Ogni giorno e per diversi mesi, dalle 8.30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, puntualmente presente in quella “casa del silenzio”, a sfogliare giornali e riviste>>.

Davvero uno sforzo meritevole del nostro plauso, quello di ricomporre il puzzle che era la storia della squadra di calcio. Duma cita le preziose fonti della stampa locale alle quali ha attinto – in primis “Il Nuovo Cittadino”, “Il Corriere di Galatina”, “Il Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Il Galatino”, “Galatina sport”- e ringrazia i suoi informatori, per la consulenza fornita su schemi di gioco, giocatori, formazioni delle squadre, compagine sociale, allenatori, presidenti, episodi vari di una lunga storia agonistica. Notevole anche l’archivio personale dell’autore, studioso di lungo corso e aduso allo scavo erudito e alla ricerca storica. È chiaro che la ricostruzione della carriera di una squadra di calcio non possa essere sostenuta solo dal rigore scientifico dello studioso, ma debba essere in più vivificata dall’amore del tifoso, che Duma non fa nulla per nascondere ma anzi palesa ad ogni rigo del suo libro.

La narrazione si svolge come un racconto, cui fornisce attrattiva quell’alone di leggenda che da sempre circonda le imprese agonistiche dei grandi protagonisti dello sport, le cui gesta sono state immortalate dalle più prestigiose firme del giornalismo sportivo, uno su tutti il grande Gianni Brera. Nel volume di Duma, all’intrinseco valore documentale si unisce la componente del ricordo e quindi della nostalgia, aspersa fra le pagine di questo gradevole album di vita calcistica, che potremmo definire generazionale.

Il castello di Francavilla Fontana (prima parte)

Castello-Residenza Imperiali, Francavilla Fontana (Foto Alessandro Rodia)

 

di Mirko Belfiore

Il nucleo originario dell’imponente struttura fu commissionato intorno al 1455 da Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto, con un ordine perentorio, stringente, che imponeva ai francavillesi la continuazione delle mura concesse da Filippo d’Angiò, più un castello merlato da sostenere qualsiasi assedio.

Base torre fortificata sita sul lato ovest del pian terreno (Foto Alessandro Rodia)

 

L’Orsini si assicurò la proprietà di Francavilla tramite uno scambio di casali con la famiglia Dell’Antoglietta, titolari del feudo da più di un secolo, perché alla ricerca di un punto strategico fortificato lungo la via Appia fra le città di Taranto e Brindisi.

Secondo lo storico locale Piero Palumbo, la struttura: non doveva servire per dimora del feudatario ma come centro di difesa… e quindi: “fu costituito da una torre quadrata, robusta, severa e merlata con uno stanzone per alloggio dei soldati e un ampio fossato scavato tutt’intorno, valicabile a mezzo di un ponte levatoio. A questa prima fase costruttiva ne succedette un’altra, intercorsa durante la prima metà del XVI secolo, quando divenne feudatario di Francavilla l’umanista e poeta Giovanni Bernardino Bonifacio, il quale: volle allargare con altre due torri, con altri stanzoni e con un fossato più ampio perché ne fosse impedita l’entrata, consegnando al complesso quella pianta rettangolare che ancora oggi la contraddistingue”.

L’identificazione di queste fasi realizzative è stata resa possibile grazie ai recenti restauri (anni 2000) e a una nuova e più approfondita lettura degli elementi stilistici e strutturali, i quali hanno evidenziato i segni inequivocabili di una stratificazione architettonica costante fin dal primo Rinascimento.

Le due porzioni perimetrali risalenti alle antiche torri fortificate sono emerse in due aree distinte; la prima è sita nei locali del pianterreno, lato levante, dove si può osservare una muraglia massiccia con pietre squadrate e profili a scarpata mentre la seconda si trova a ponente del secondo piano ed è contraddistinta da un bugnato tufaceo e una decorazione a beccatelli.

Da ciò possiamo dedurre l’imponenza dei torrioni difensivi inseriti ai lati della struttura originaria e in seguito incorporati nei rifacimenti sei-settecenteschi. Se a tutto ciò, infine, uniamo la planimetria a forma rettangolare, i basamenti a scarpata dei perimetri esterni e il grande fossato, possiamo concludere che siamo di fronte a caratteristiche che rimandano inequivocabilmente alle tipologie militari di molti dei castelli del Regno di Napoli realizzati fra il XV e il XVI secolo, uno fra tutti, Castel dell’Ovo.

Castel dell’Ovo, Napoli

 

Dopo alcuni anni di quiescenza, il punto di svolta nella storia dell’edificio si ebbe verso la fine del XVI secolo, quando la borgata di Francavilla fu scelta come residenza feudale da Michele I, membro della famiglia di origine genovese degli Imperiale e figlio di Davide I, suo padre e primo feudatario, il quale acquistò il feudo in Terra d’Otranto l’otto marzo del 1575, senza mai risiedervi.

Michele giunse da Genova nel 1593 accompagnato dalla moglie Maddalena Spinola e dai numerosi figli e secondo il Palumbo, dopo essersi insediato nella fortezza: arredò una splendida abitazione nel Castello, con armigeri, cortigiani ed amici. Suo nipote Michele II, divenuto Principe di Francavilla nel 1639, rimodernò e ampliò ulteriormente una parte del complesso per destinarla a propria abitazione, iniziando così a porre le prime sostanziose modifiche.

Primo piano nobile, planimetria

 

L’architettura dell’antico castello conserverà il suo aspetto fortificato fin quando Michele III Senior non decise di trasformarlo in una vera e propria residenza nobiliare, a cavallo dei secoli XVII e XVIII. A testimonianza di questa radicale trasformazione è l’incisione posta sul frontone di una delle porte del primo piano nobile, posta sul lato est del ballatoio: MICHEL IMPERIALIS ANDREA ET PELINAE FILIUS / INSTAURAVIT AUXIT ET ORNAVIT, iscrizione che mette in connessione gli interventi dello stesso con l’antenato Michele II.

Questi ultimi lavori di rinnovamento sottolineano inequivocabilmente quella ricerca ostentativa che coinvolse molte delle casate nobiliari presenti del Regno di Napoli, le quali nei loro possedimenti si prodigarono per sostituire la vecchia immagine guerriera con una che potesse testimoniare la magnificenza e la forza economica raggiunta, resa in primis tramite l’edificazione di residenze di lusso che potessero gareggiare con quelle della capitale partenopea. Ancora molte, però, sono le difficoltà che si riscontrano nelle attribuzioni di queste ristrutturazioni, sia per la fase progettuale che per quella realizzativa.

Il Palumbo, nel suo libro, afferma senza particolare precisione che il progetto sia potuto giungere dall’ambiente romano. La storiografia più recente invece, propende per una progettazione ideata in toto dall’architetto di origine leccese Mauro Manieri, molto attivo nelle commissioni architettoniche dalla famiglia Imperiale.

Probabilmente la verità sta nel mezzo. Confrontando alcuni disegni di Filippo Barigioni, artista riferimento per il Cardinale Giuseppe Renato Imperiale, membro illustre della famiglia a Roma, con alcune sue opere architettoniche tutt’ora esistenti, gli studiosi Regina Poso e Giacinto Urso hanno pensato allo stesso come progettista almeno per alcuni elementi quali: “la pianta quadrata, il portale racchiuso tra due colonne e il balcone che sovrasta il portale, sottolineando di come in altre sezioni come il vano scale, la sagomatura a orecchio delle porte e il balcone in ferro sovrastante il portale posto sul lato settentrionale, si possano riscontrare i segni concreti dell’operato del Manieri”.

 

La ricerca pittorica di Roberta Fracella

di Paolo Vincenti

 

Le forme geometriche sono la ricorrente nelle pitture materiche di Roberta Fracella, di Nardò. Il cerchio è leit motiv di tutta la sua produzione. Il cerchio, simbolo antichissimo e presente in tutte le culture e religioni, rappresenta la perfezione; esso indica armonia, che è il fulcro del pensiero filosofico di Pitagora, la legge cosmica che regola la nascita e la morte di tutte le cose.

Da queste figure geometriche, spaziali, parte la ricerca pittorica della Fracella, si dipanano come fili di una matassa le sue esplorazioni del mondo, caratterizzate sempre da un elemento monocromatico, il bianco, che riesce quasi ad abbacinarci dal punto di osservazione in cui il nostro occhio si fonde con le tele. Studiare la semiotica della sua arte visiva, cioè comprendere cosa questi quadri vogliano significare, trattandosi di arte informale, non è agevole, poiché la pittura di Roberta non rientra né nel figurativo né nel puramente astratto. Vi è, in queste opere di tecnica mista, una commistione fra pittura e scultura, secondo l’insegnamento delle avanguardie storiche e del loro messaggio fortemente provocatorio. La sua pittura può essere definita “informale” per il tipo di materiali utilizzati, ma per quanto riguarda il contenuto è vicina all’astrattismo che fa uso di forme geometriche e di rigore matematico. Se tuttavia occorre guardare e riguardare queste opere per comprenderne a pieno il messaggio o almeno tentare un tracciato di senso, è vero di converso che non è arte di un momento, che questa pittura riesce a stratificarsi, a durare. Le sue tele sembrano i singoli episodi di una narrazione artistica che è partita in sordina da alcuni anni ma che solo recentemente si è rivelata al pubblico, a dispetto di remore, incertezze e fors’anche di una certa ritrosia o più semplicemente riserbo nutriti dall’artista. E allora ci lasciamo incantare da opere come Il cerchio del mondo, Il cerchio come numero, Bolle di vita, La ruota della vita, simmetrie, Big Bang o anche quelle che compongono il ciclo “L’Arché”.

“Le tele della Fracella”, scrive Domenica Specchia, “vanno osservate, sentite, indagate con attenzione. Oltre la particolarità del significato, a volte ermetico, si apre un mondo di riflessione, che è sicuramente la ricchezza maggiore che l’artifex riversa nelle sue originali creazioni[1]. Attraverso l’utilizzo dei materiali, infatti, Roberta esprime la propria concezione del mondo. Il bianco simboleggia la luce, elemento fondante e ancora di salvezza dal buio delle tenebre e della morte. È come se con il total white l’artista voglia celebrare l’esplosione della vita stessa, il ribaltamento delle due note categorie nicciane di apollineo e dionisiaco. Nell’antifigurativismo dei suoi quadri, segue solo la voce della propria interiorità. Molto convincente peraltro è il mix tra forma e contenuto, il perfetto bilanciamento fra immanenza, data dalla matericità delle sue opere, e trascendenza, data dal messaggio o almeno dall’anelito che la anima. Ché non c’è un approdo, uno sbocco compiuto per adesso, ma piuttosto una spinta, un vagheggiamento, nel gesto pittorico e nella sua ricerca di comunicazione.

A ben guardare, si scorgono un’aspirazione, un desiderio, in direzione di una armonica comunione fra la modernità dei tempi odierni, che la Fracella, donna di oggi, vive a pieno, e il messaggio antico e universale che viene dagli elementi archetipici che utilizza nei dipinti, e che ci invita alla riflessione, con un richiamo che non si può rifiutare, che ammalia, come il canto delle sirene.

 

[1] Domenica Specchia, La realtà nell’astrazione formale, in Roberta Fracella, Catalogo, s.d.

Libri| Rapsodie leccesi

Prefazione di Paolo Vincenti

 

Se l’arte è rivendicazione di una verità certo diversa rispetto a quella della conoscenza sensibile, intellettuale o del comune sentire, il suo contrappunto è l’attraversamento di quell’ampia zona del vagheggiamento, il tentativo di appropriarsi dell’inaspettato, l’evento capace di spezzare il continuum temporale con le sue convinzioni “dovute a una deviazione mentale scambiante il male per il bene di cui non ci si è accorti e che, durando, alla fine paradossalmente convince”, come scrive l’Autore. Mario Franchini, medico radiologo in pensione, per molti anni Primario di Radiologia presso l’ospedale “S. Giuseppe di Copertino”, ha sempre unito all’arte ippocratica l’amore per le belle lettere. In particolare, ha pubblicato, nel 2005, Japigia. Uno Stato sovrano del IV secolo a.C., (Capone Editore), una consistente opera in due volumi, in cui trattava la storia del nostro territorio con un approccio certo singolare, ossia non quello accademico dello storico supportato da fonti scientifiche, ma quello del letterato liberamente ispirato. Ha poi pubblicato, sempre con l’editore Capone, nel 2006 l’opera Affinché e nel 2008 Sette.

Questo lavoro del dottor Franchini, epigono di una lunga schiera di medici umanisti di cui è costellata la storia letteraria italiana e nello specifico salentina, è una testimonianza letteraria sui generis, dai riecheggiamenti oracolari, una rielaborazione di materiale umano, fatto di aneddoti, ricordi, riflessioni, raccolto durante l’arco della vita, e riletto attraverso una libera associazione di idee, dove l’io lascia spazio al subconscio nella ricerca di una verità altra, che prescinda da quel gioco di interpretazioni consolidate, rese persuasive e interiorizzate dall’Über-Ich freudiano, nella sua eterna contrapposizione con le forze inconsce che sfuggono alla coscienza. L’intento è una sperimentazione letteraria, che adotta la tecnica della scrittura automatica, molto vicina a quella della corrente del surrealismo, in cui il mondo razionale dell’artista viene messo tra parentesi, sospeso, in una sorta di epochè scettica, per dare spazio alla libera creatività scaturente dall’inconscio.

In questo flusso di episodi, concetti, idee, a volte anche distanti tra loro, l’Autore cerca quella sovversione prospettico-interpretativa della realtà, prendendo a modello l’artista greco Fidia, come egli stesso scrive nella Prolessi: “Invocare i Santi Numi appunto per stabilire causa ed effetto per rendersi conto del fenomeno e correggere la condotta come fece Fidia che aumentò all’uopo l’altezza delle colonne del centro del Partenone, curvandole pure, affinché sembrassero eguali e dritte da lontano. Senza tale accorgimento infatti ne sarebbe derivata turba prospettica dovuta all’illusione ottica abbassante le colonne stesse in quel punto. E c’è da dire che ciò accade regolarmente per cui si segue lo stesso criterio, quello cioè di mettere ragazze di maggiore statura al centro, nella disposizione della fila in frontale delle ballerine sul Palco Scenico.” Un linguaggio metapoetico, il suo, con una sintassi franta da una fitta ragnatela di puntini di sospensione come a voler allungare ad libitum il detto, legandolo idealmente al non detto, frasi composte da una sola parola e parole composte da una sola sillaba, punti interrogativi ed esclamativi, larghissimo uso di segni di interpunzione. A dare basamento ai racconti sono eventi reali – la Belle Epoque, il Fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, il dopoguerra-, e luoghi reali – Lecce, Tuglie, Carmiano, Novoli, il Salento in genere -, sui quali si innesta l’invenzione letteraria.

Il contenuto di questo volume non è un mero divertissement, ma uno sforzo di sottrarre il concetto di verità all’esclusivo dominio del già dato, persino di quel sensus communis che il Vico vuole legato all’eloquentia, connessa all’idea di un sapere retorico, e alla phronesis, intesa come sapere pratico, legato ad una certa idea di bene riconosciuta dalla comunità. E qui il cerchio si chiude.

Una scrittura, insomma, coraggiosa e scevra da pregiudizi, che si pone l’obiettivo di liberare la visione del mondo dell’Autore e di condurlo fino alle soglie di una domanda fondativa del senso profondo di ciò che siamo, in quanto insieme di eventi e ricordi correlati. E in questo “esercito mobile di metafore, metonimie, antropomorfismi”, come scriveva Nietzsche, “in breve una somma di relazioni umane, che sono state sublimate, tradotte, abbellite poeticamente e retoricamente, […]le verità sono illusioni, delle quali si è dimenticato che appunto non sono che illusioni, metafore, che si sono consumate e hanno perduto di forza, monete che hanno perduto la loro immagine e che quindi vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete”.

Parafrasando il filosofo tedesco, potremmo allora dire che quello dell’Autore sia un tentativo, ben riuscito, di rimonetizzare quel metallo, in cui troppo spesso abbiamo trasformato le nostre convinzioni e il nostro vissuto.

Dialetti salentini: gliòne, tàccari e asche

di Armando Polito

È tempo, per chi ha la fortuna di avere un camino, di fare la provvista di legna da ardere, anche se i capricci meteorologici figli del cambiamento climatico ci costringeranno a breve a tenerlo spento in inverno e, forse, qualche giorno acceso in estate. Questo post non sarebbe nato, se non avessi letto sul suo profilo facebook (https://www.facebook.com/ciccio.danieli/videos/3625181364210008) quello di Francesco Danieli, che ha frequentato qualche lustro fa il ginnasio di Nardò al tempo in cui io vi insegnavo già da alcuni decenni. Non è stato mio allievo, ma ho potuto apprezzarne la vivacità intellettiva, manifestantesi, fra l’altro, già allora con uno spiccato senso dell’autoironia, quando più di una volta ha trascorso parte dell’intervallo nella mia classe. Oggi, perciò, mi è particolarmente gradito integrare la sua lezione estemporanea e en plein air utilizzando, senza il suo permesso due fotogrammi tratti dal suo video (cosa non grave finché il loro utilizzo non è per fare soldi, non necessariamente per ricatto) e con altre voci emerse nei commenti. Chi mi conosce, avrà già capito che da me ascolterà la solita musica, vale a dire leggerà qualche nota etimologica sulle voci dialettali presenti nel titolo. Quando la musica, quella vera, non piace, oggi basta premere il tasto “MUTE” (è inglese, e questa volta, essendo una voce di origine onomatopeica, non scomoderò né l’aggettivo latino mutus/muta/mutum (=muto) né il verbo greco μύω (=mi calmo, mi chiudo, sto in silenzio); quando, poi, non piace quella metaforica, come nel nostro caso, basta un clic …

gliòne/lìune/lèune/lìvene sono tutte varianti (non sto a specificare il territorio, comunque salentino, in cui ognuna di esse è usata) e indicano la legna da ardere in generale (tocca ffazzu la pruista ti li glione=mi tocca fare la provvista della legna). Le tre voci sono il frutto di una commistione non rara tra genere e numero; e mi spiego meglio partendo dall’italiano legna. Esso è dal latino ligna, plurale di lignum (che ha dato vita a legno. Non a caso, infatti, legno è maschile singolare e legna femminile, sempre singolare, ma con valore collettivo. Le voci dialettali, perciò, sono tutte plurali (li gliòne/li lìune/li lèune) e non esiste il singolare (la gliòne/la liune/la lèune) avendo adattato al plurale il ligna latino, cambiandogli la desinenza -a tipica dei nomi della prima declinazione (ma lignum, di cui ligna, come detto prima, è il plurale, di declinazione appartiene alla seconda) in -e.

 

tàccaru  è forma aggettivale dal germanico tak (=ramo); è in uso anche il diminutivo taccarièddhu (nella foto parzialmente animata dalla mano).

asca (àschia a Gallipoli) è dal latino medioevale ascla [la forma gallipolina presenta l’esito fonetico- cl->-chi– più normale, come succede, per esempio, in chiaro che è da claru(m)]. Ascla, a sua volta è, per sincope, dal latino, sempre medioevale, àscula (=frammento; da esso deriva il diminutivo salentino asculeddha), il quale è forma dissimilata di assula, che è (sembra il gioco delle scatole cinesi adottato dalle società per evadere il fisco; questo gioco giova alla singola società ma non a quella nel suo insieme, il nostro, invece, anzi quello della filologia giova, o dovrebbe giovare, a tutti …), e siamo giunti finalmente alla meta (che poi è il principio …)!, diminutivo del latino classico axis (da cui il nostro asse)=pezzo di legno, tavola.

cugnatu è l’ascia, strumento un tempo indispensabile per ricavare le asche (oggi il pezzo di tronco e i rami più grossi vengono scissi meccanicamente). Con questo attrezzo vostro cognato non ha nulla a che fare, anche se ve ne ha fornito uno con il filo rovinato, perché la voce è dall’aggettivo latino cuneatu(m)=a forma di cuneo.

E, come dicevano i latini, de hoc satis o, come ama particolarmente dire un politico (il nome? Si dice il peccato, non il peccatore: posso solo dire che è di sesso femminile) con arcaismo volutamente (?) esibito, detto questo, mi taccio

Poeti per Ruffano

di Paolo Vincenti

Ruffano: il suo paesaggio viene cantato in poesia da vari rimatori fra Ottocento e Novecento. I suoi “colli ridenti”, la pace e la salubrità dell’aria del suo verde poggio, la collina della Madonna della Serra, attirano spiriti pensosi in cerca di silenzio e ispirazione. Fra questi, Carmelo Arnisi, a cui la Pro Loco di Ruffano nel 2003 ha dedicato un elegante volume che lumeggia la figura di questo maestro elementare vissuto fra Ottocento e Novecento .
Questi i delicati versi del poeta: “O del villaggio mio colli ridenti, / sparsi d’ulivi scintillanti al sole;/ o d’aria pura libere correnti /profumate di timo e di viole;/ o boschetti dai verdi allacciamenti /dove l’augelli intessono carole;/ come son dolci i vostri allettamenti, / come son dolci le vostre parole!/ e chi potrà mai dir quali favori/ voi concedete a l’uom, quali ricchezze?/ il vino ai vecchi, a le fanciulle i fiori, / a tutti il pane che la vita allieta…/ e quanti sogni poi, quante dolcezze / serbate pel mio cuore di poeta!/” .
La collina della Madonna della Serra di Ruffano attrae anche studiosi che la frequentano per i loro interessi eruditi: fra questi il grande scienziato Cosimo De Giorgi, che ammira “il suo paesaggio davvero pittoresco” e la sua “flora così ridente e rigogliosa” che “conforta l’occhio dell’artista” . Così anche Raffaele Marti, che tratta del Bosco Belvedere, enorme riserva di caccia che un tempo occupava le aree di svariati comuni del medio Salento, a partire da Ruffano e Supersano ; in tempi più recenti, Aldo de Bernart e Mario Cazzato hanno descritto le caratteristiche orografiche, storiche e artistiche del poggio ruffanese .
Il fratello di Raffaele Marti, il poeta Luigi, anche se non cita Ruffano, ne canta i lieti colli in un delizioso bozzetto nella sua opera Il Salento, in cui dipinge lo spettacolo del paesaggio della Iapigia estrema con il tocco del pittore. “Salve Japigia estrema! Ah non per anche / l’improbo ferro strusse i tuoi boscheti / Piniferi! Le cime ancor non stanche / del Belvedere tuo, de’ tuoi querceti!/ Spettacol nuovo, a chi per queste franche / aure trascorre, rimirar su i lieti / colli, dal piano rampicanti e bianche, / le tue borgate uscir da gli uliveti!/ Spettacol molle i tuoi cieli orientali!/ e tra le piante, al lume delle stelle, / le tue marine tremolari innanti, / sonare i campi d’opere rurali / e di muggito d’animali, belle / fanciulle l’opre accompagnare a i canti! /” .
Ma c’è anche un poeta non ruffanese che scrive delle campagne ridenti e dei sentieri odorosi di una Ruffano da cartolina, ritratta in una immagine idealizzata dal suo occhio sensibile. È Leonardo Mascello, “un poeta di passaggio da Ruffano nei primi del Novecento”, scrive Aldo de Bernart ,  che riporta anche alcuni versi del componimento di Mascello dedicato a Ruffano: “O paesetto raccolto sul poggio, / coronato di verde in giro, in giro, / sotto un cielo di perle e di zaffiro, / che, al tramonto, s’incende e divien roggio;/ o campagne ridenti, o praterie / odoranti di timo e di mortella;/ o sentieri dei monti, o pia cappella /erma e perduta ne le grige ombrie/ degli ulivi sul colle della Serra;/ o del padule pallidi acquitrini, / molli canali e torpidi pollini, / quanta tristezza ora per voi m’afferra!/  (“Nostalgia”).  Versi semplici e cantabili, nei quali si può riconoscere una chiara descrizione della collina di Ruffano.
Ma chi era questo poeta di passaggio da Ruffano? In realtà, egli fu sacerdote della Parrocchia Natività Beata Vergine Maria dal 1903 al 1907, precedendo Don Francesco Fiorito, al quale è dedicata la lirica.  Una prima scarna biografia è disponibile in rete, sul sito del Comune di Castrignano dei Greci, il suo paese nativo. È riportato: «Leonardo Mascello, poeta e sacerdote, nacque a Castrignano dei Greci nel 1877 e morì ad Olinda in Brasile dove insegnò lingua e letteratura italiana.» . Interessante, ma poco. Allora consultiamo il libro di Angiolino Cotardo, Castrignano dei Greci, che riporta in aperura la lirica di Leonardo Mascello, “Paese natio” dedicata a Castrignano dei Greci, ma non dice sul poeta se non le stesse note biografiche riportate nel sito, specificando che la lirica “Paese natio…” è contenuta nel suo libro di poesie Foglie al vento pubblicato ad Olinda nel 1910 . Reperiamo il libro di Leonardo Mascello presso la Biblioteca Comunale “Piccinno” di Maglie e all’interno è scritto che esso è stato pubblicato in Belgio . Il volumetto è dedicato dall’autore a “Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Dom Luiz Raymundo Da Silva Britto Vescovo di Olinda”, al quale indirizza anche parole di gratitudine, invero gonfie di retorica, nella sua Introduzione. Scorrendo le pagine del libro, diviso in varie sezioni, ritroviamo la lirica “Paese Natio”, nella sezione Voci del tempo lontano, mentre la lirica “Nostalgia”, dedicata a Ruffano, si trova nella sezione Il poema della tristezza. Seguiamo ancora i versi del poeta. “Ora che sarò da voi sempre lontano / o paesetto, o fertile campagna, / da voi mi giunge voce che si lagna, / a cui risponde un mio rimpianto vano./”. E più avanti: “Lo so, querci ospitali e risonanti / al vento con fragore di cascate;/ lo so che i sogni miei più non cullate/ con l’ombre che da voi scendon giganti, / a vespro, sulla via che fiancheggiate;/ mentre in alto, garrendosi fra loro, / saettando lo spazio e i cieli d’oro/ le rondini s’inseguon disperate./ Addio, luoghi ridenti, addio colline, / da cui lo spirto si slanciava in alto / in un empito effreno, in un assalto, / d’ideali e di cose ardue e divine!/ Addio per sempre, o sogni di bellezza;/ addio per sempre! ora l’ombra s’aduna/ greve sul cor. Ne l’ombra, tacita, una / piange perdutamente: la tristezza!/”.  Un quadretto di genere, nello stile bozzettistico che caratterizza la sua musa. Si avverte la nostalgia di abbandonare il paese che lo aveva visto parroco, dove probabilmente egli si era trovato bene, ma i toni di accorata mestizia con i quali si rivolge al paesaggio intorno, nella consapevolezza di non più rivederlo, fra chiari echi del manzoniano “addio ai monti” dei Promessi Sposi, ci fanno intuire che i motivi dell’abbandono non furono felici. Probabilmente essi sono da ricercare nella vita privata del sacerdote, nella quale a noi non è dato di entrare. Sta di fatto che proprio da Ruffano egli partì per il Brasile, risoluto a non tornare più in Italia. E in Brasile, come già detto, insegnò lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Uomo di vasta cultura, compose opere di teologia e filosofia morale, sulle quali occorrerebbe far luce per ricostruire interamente la sua bibliografia.
Un poeta tardo novecentesco è Aniceto Inguscio, originario di Torrepaduli, Padre Spirituale della Confraternita B.M. Vergine del Carmine e SS. Trinità di Ruffano, di cui riferisce Ermanno Inguscio, che riporta il suo testo poetico “Alla Beata Vergine della Serra”: “Salve chiesetta, / che sul solitario colle sorgi / e della via della valle i passegger, /che frettolosamente vanno, / guardi./ Al sorgere e al tramontar / coi suoi rai ti bacia il sole, / e, di color di porpora, / le mura tue colora. / Dal piccol campanil / che man sacrilega, / dell’unico bronzo lo vedovò, / mai un dondolar d’una preghiera./ Sol dal fitto e verdeggiante bosco, / che dai tuoi piedi discende a valle, / pien d’ulivi, d’aranci e peri, / musici uccelli, tra i verdi rami / volano cantando a te/” . “La poesia è tratta dalla silloge Frammenti di vita, pubblicata a Ruffano nel 1995. E con questi versi senza pretese del prelato di campagna concludiamo la nostra rassegna.

Caro alle Muse: Luigi Marti da Ruffano a Pallanza

Pietro Marti

di Paolo Vincenti

 

Il poeta salentino Luigi Marti nasce nel 1855 a Ruffano da Pietro ed Elena Manno. La sua era una famiglia della media borghesia delle professioni ma tuttavia indigente a causa dell’alto numero dei suoi componenti. Dovevano infatti pesare non poco sul magro bilancio famigliare quindici figli, come apprendiamo da alcune memorie inedite di Pietro Marti(1863-1933)[1], l’ultimo e il più noto dei suoi fratelli. Pietro infatti fu storico e giornalista, fondò e diresse molte riviste letterarie, ad alcune delle quali collaborò lo stesso Luigi. Esperto di arte e di archeologia, fu Direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini”di Lecce e nonno del famoso poeta Vittorio Bodini[2].

Altri fratelli furono: Donato, il primogenito, Giuseppe, Francesco Antonio, nato nel 1856, Maria Domenica Addolorata, nel 1858, Caterina, Raffaele, nato nel 1859, Pietro Efrem (che morì dopo 3 mesi) nel 1861. La loro fu una famiglia di letterati, a partire da Giuseppe, per il quale Pietro Marti, nelle sue memorie, ha parole di grande lusinga ed ammirazione, sebbene le condizioni di estrema povertà impedirono anche a lui di spiccare il volo verso la gloria artistica. Alfredo Calabrese, Le memorie di Pietro Marti cit., p.33.

Luigi trascorre gli anni della fanciullezza a Ruffano proprio sotto la guida del fratello maggiore Giuseppe, che però scompare prematuramente. A lui il poeta era molto legato, tanto da dedicargli la sua opera Un eco dal Villaggio. Dopo lo smembramento della famiglia (Pietro e Raffaele, per esempio, vennero condotti a Lecce in un orfanotrofio), Luigi, insieme ad Antonio e altri fratelli, si trasferisce a Maglie per gli studi ginnasiali presso il Liceo Capece e poi a Lecce presso il Liceo Palmieri, nel cui Convitto entra con la qualifica di “Prefetto di Camerata”[3], dove consegue il titolo di Dottore in Lettere. Oltre all’amore per la storia e lo scavo erudito, ha una notevole inclinazione per le arti visive, in particolare per il disegno, che però non estrinseca se non in bozzetti che restano manoscritti e nelle illustrazioni di alcune sue opere, arabescate da ornati e volute e piccoli quadrettini. L’amore per il disegno però si riflette nelle sue composizioni poetiche e nei romanzi, in cui si avverte una potenza espressiva che ha la stessa forza del colore sulle tavole pittoriche, specie nelle descrizioni paesaggistiche e degli spettacoli della natura, come dalla critica del tempo gli viene unanimemente riconosciuto. I suoi principali referenti letterari sono il Foscolo e il Carducci.

Maestro elementare a Lecce, con i fratelli Pietro e Raffaele fonda nel capoluogo nel 1884 una scuola privata, che era uno dei due ginnasi privati leccesi insieme a quello del Collegio Argento[4].

Nel 1880 pubblica una delle sue opere più apprezzate e conosciute: Un eco dal villaggio[5]. Quest’opera viene positivamente recensita dallo Stampacchia, da Nicola Bortone, ecc.  “In quei versi freme l’animo e l’ingegno di un giovane, che sente profondamente gli affanni del proletariato, e li rende in una forma, alcune volte, rude, ma sempre efficace e solenne”, scrive La Direzione (probabilmente il fratello Pietro Marti) nelle note biografiche del libro Il Salento[6]. L’opera è dedicata “alla memoria di mio fratello Giuseppe morto giovanissimo vissuto a bastanza per conoscere e patire”. Raccoglie poesie di alto impegno civile, in cui l’autore affronta temi come le raccomandazioni, i debiti contratti con gli usurai (“L’obligazione”), la prostituzione minorile, le sperequazioni della giustizia che si dimostra debole con i forti e forte con i deboli (“Ladro di campagna”), il riposo del contadino (“Il villano”). Nell’Introduzione, “A chi legge”, scritta dallo stesso autore, Marti fornisce dei cenni esegetici della propria poesia, alla quale è dedicata la liminare lirica della raccolta (“Alla Poesia”).

Egli è anche un apprezzato giornalista ed assidua è la sua collaborazione ai giornali diretti dal fratello Pietro Marti; in particolare la sua firma compare spesso su “La Voce del Salento”, insieme a quella dell’altro fratello, Raffaele, storico e scienziato, col quale condivide gli interessi eruditi[7]. La musa della poesia invece lo accomuna al fratello Antonio, autore di pregevoli opere liriche[8]. Nel1889, pubblica La Verde Apulia[9]. Nella raccolta, che si compagina di dodici sonetti, insieme ai versi, sono presenti molte note archeologiche, geografiche e storiche, sui luoghi che via via i componimenti toccano, e inoltre disegni illustrativi di mano dello stesso autore, sicché questo libro può essere considerato una summa del talento e delle conoscenze del Nostro. Canta di Leuca e del suo Faro, di Otranto, “Niobe delle città marittime”, di Maglie, dove erano sepolti un fratello ed il padre, di Lecce, “l’Atene delle Puglie”, di Brindisi, con le sue vestigia romane e il suo porto a testa di cervo, di Taranto, di Gallipoli, “molle Sirena’ del mar Jonio”, dei grandi personaggi che hanno illustrato il Salento, come il Galateo, Liborio Romano, Giuseppe Pisanelli. Sono versi che dai critici vengono accostati al Byron e al Foscolo per la loro vigoria ed icasticità.

Nel 1889 pubblica un’altra raccolta poetica, intitolata Liriche[10]. Nella prima pagina è riportato il titolo della Prima sezione, ovvero Odi (Strofe libere), con alcuni versi in epigrafe tratti dalle “Egloghe”(IV) di Virgilio: paulo maiora canamus. Si tratta di componimenti di carattere civile, dall’intonazione sostenuta, che si rivolgono ai principali protagonisti della scena pubblica italiana dell’epoca, a cominciare da Umberto I di Savoia, cui è dedicata l’esordiale lirica, occasionata dall’epidemia di colera che si verificò nel 1884, passando per Victor Hugò (“Nel giorno della sua morte”), Garibaldi (in “Monumento a Caprera. Visione”), e Giosuè Carducci, cui è dedicata “Per i caduti in Africa”. Seguono liriche di argomento salentino, dedicate a Castro, ai Martiri di Otranto, et alia.  Si apre poi la seconda sezione, Sonetti, fra i cui versi compaiono ancora personaggi di spicco dell’Italia postrisorgimentale, Garibaldi, Giuseppe Libertini, Giovanni Prati, ma anche personaggi ai quali l’autore si sente evidentemente consentaneo, come Giulio Cesare Vanini, che omaggia con due poesie, Antonio De Ferrariis Galateo, Liborio Romano e Giuseppe Pisanelli.

Accanto alle opere poetiche, produce opere di erudizione varia e disparati argomenti, come Ricordi delle conferenze del R. Provveditore agli Studi Francesco Bruni sulla Ginnastica Educativa, stampata a Lanciano, presso Rocco Carraba, nel 1881, in cui riprende le conferenze tenute dal Provveditore agli Studi della Provincia di Lecce Bruni, che in apertura di libro gli scrive una lettera gratulatoria.  Fra le altre opere: Umberto I di Savoia, che è una lunga lirica al Sovrano (nella copia conservata presso la Biblioteca Provinciale di Lecce, sulla prima pagina è scritta una dedica, di mano dell’autore: “Al chiarissimo Dottore Gaetano Tanzarella per stima ed affetto”)[11]; e poi ancora A Vittor Hugò[12], L’Africa a Giosuè Carducci[13], Manfredi nella Storia e nella Commedia dell’Alighieri,[14]Umberto I e la Verde Apulia[15], Manfredi nella Divina Commedia: Conferenza[16], Bonaparte e la Francia: nella mente e nelle opere di Ugo Foscolo[17]. Per motivi di insegnamento da Lecce si trasferisce a Pallanza, in provincia di Novara, dove si sposa e comunque non interrompe la sua attività letteraria.

 Nel 1891 esce Un secolo di patriottismo[18]. Nel 1896 è la volta di Il Salento. Poemetto lirico[19]. Questa sua fatica letteraria è pubblicata nella collana “Il Salotto Biblioteca tascabile”, edita da Salvatore Mazzolino e diretta da Pietro Marti, il quale in Appendice scrive delle Annotazioni in cui commenta i vari sonetti con approfondimenti storici e cenni di critica letteraria. Si tratta di un excursus storico sull’antico Salento, scritto in versi: l’autore tocca le città di Lecce, Brindisi, Taranto, Otranto, evocando le antiche vestigia e la gloriosa storia di queste città, e non mancano riferimenti a personaggi illustri del passato quali Vanini, Liborio Romano e Galateo.

Nel 1902 pubblica il poema Dalle valli alle vette Cantiche[20]. La copia conservata presso la Biblioteca Provinciale di Lecce, reca sull’antiporta una dedica autografa dell’autore a Cosimo De Giorgi, mentre la dedica a stampa recita: “A te che mi aleggi d’ intorno”. In epigrafe, subito dopo la dedica, è scritto: “Ho cercato alla profonda quiete delle valli, alla pura sublimità de le vette, il vigore necessario a spogliarmi delle vecchie consuetudini ed aprir l’anima a la nuova fede. Nelle Cantiche che pubblico, si riflette, con le impressioni della natura e della vita, il divenire della mia coscienza”. E la raccolta infatti si apre con “La mia arte”, quasi manifesto programmatico della poetica dell’autore. Il poema è diviso in sezioni: Valle Ossola, Valle Anzasca, Pestarena, Macugnaga, Ascensione, Tra i ghiacci, Valle del Mastellone, Riti e costumi, Valle Canobina, Emigrazioni, Valle Diveria, Ancora in alto, Inno alla natura, per un totale di 68 liriche.

Altre opere creative sono: Conflitto d’anime (Romanzo) e Verso Roma (Nuove cantiche), sulle quali non abbiamo ottenuto ancora riscontri. Inoltre scrive Orazioni, Discorsi, articoli, pubblicati in riviste e volumi miscellanei.

Da Pallanza, per motivi di lavoro, si trasferisce a Salerno, dove muore prematuramente all’età di 56 anni[21]. Questo, appena tracciato, è solo un primo parziale profilo bio-bibliografico del poeta di origine ruffanese, in attesa di ulteriori doverosi approfondimenti.

 

Note

[1] Alfredo Calabrese, Le memorie di Pietro Marti, in “Lu lampiune” n.1 Lecce, Grifo, 1992, pp.27-34.

[2] Sulla figura dell’erudito Pietro Marti (1863-1933) esiste una cospicua bibliografia. Tra gli altri: Carlo Villani, Scrittori ed artisti pugliesi antichi, moderni e contemporanei, Trani, Vallecchi, 1904, p.578 (nuova edizione Napoli, Morano, 1920, pp-137-138); Domenico Giusto, Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi (dalla Rivoluzione Francese alla rivoluzione fascista), Bari, Società Editrice Tipografica, 1929, pp.187-188; Aldo de Bernart, Nel I centenario della nascita di Pietro Marti, in “La Zagaglia”, Lecce, n. 21, 1964, pp.63-64; Pasquale Sorrenti, Repertorio bibliografico degli scrittori pugliesi contemporanei, Bari, Savarese, 1976, pp.375-376; Ermanno Inguscio, La civica amministrazione di Ruffano (1861-1999). Profilo storico, Galatina, Congedo, 1999, pp.174-175; Paolo Vincenti, Pietro Marti da Ruffano, in “NuovAlba”, dicembre 2005, Parabita, 2005, pp-17-18; Aldo de Bernart, In margine alla figura di Pietro Marti, in “NuovAlba”, aprile 2006, Parabita, 2006, p.15; Ermanno Inguscio, Vanini nel pensiero di Pietro Marti, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia, sezione di Maglie, n. XX, Lecce, Argo, 2009, pp.137-148;Idem, Pietro Marti direttore di giornali, in “Terra di Leuca. Rivista bimensile d’informazione, storia, cultura e politica”, Tricase, Iride Edizioni, a. VII, n. 39, 2010, p. 6; Idem, L’attività giornalistica di Pietro Marti, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia, sezione di Maglie, n. XXI, Lecce, Argo, 2010-2011, pp.227-234;Idem, Il giornalista Pietro Marti, in “Terra di Leuca. Rivista bimensile d’informazione, storia, cultura e politica”, Tricase, Iride Edizioni, a.VIII, n.40, 2011, p.7;Idem, Liborio Romano e le ragioni del Sud nel periodo postunitario. Il contributo di Pietro Marti sul patriota salentino, in “Risorgimento e Mezzogiorno. Rassegna di studi storici”, n.43-44, dicembre 2011, Bari, Levante, pp.147-161; Idem, Pietro Marti e la cultura salentina. Apologia di Liborio Romano, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia, sezione di Maglie, n. XXII, Lecce, Grifo,2012, pp.164-185; Aldo de Bernart, Cenni sulla figura di Pietro Marti da Ruffano, Memorabilia 35, Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis,2012; Ermanno Inguscio, Pietro Marti, il giornalista, il conferenziere, il polemista, in “Note di Storia e Cultura Salentina”, Società Storia Patria Puglia, sezione di Maglie, n. XXIII, Lecce, Argo, 2013, pp.40-58; Idem, Pietro Marti (1863-1933) Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto, a cura di Marcello Gaballo, Fondazione Terra D’Otranto, Nardò, Tip. Biesse, 2013.

[3] Aldo de Bernart, Il Salento nella poesia di Luigi Marti, in “Nuovi Orientamenti”, Gallipoli, marzo-aprile 1984, n.85, p.25.

[4]Ermanno Inguscio, Pietro Marti (1863-1933) Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto, a cura di Marcello Gaballo, Fondazione Terra D’Otranto, Nardò, Tip. Biesse, 2013, p.34.

 

[5] Luigi Marti, Un eco dal villaggio, Lecce, Tip. Scipione Ammirato, 1880.

[6] Luigi Marti, Il Salento. Poemetto lirico, Taranto, Mazzolino, 1896, p. 4.

[7] Raffaele Marti (1859-1945) fu autore di moltissime opere, quali: Foglie sparse, Taranto, Tip. Spagnolo, 1907; Gli acari o piaghe sociali. Dramma in quattro atti e cinque quadri, Lecce, Tip. Conte, 1913; Le coste del Salento Viaggio illustrativo, Lecce, Tip. Vincenzo Conte, 1924; Lecce e suoi dintorni. Borgo Piave, S. Cataldo, Acaia, Merine, S. Donato, S. Cesario ecc., Lecce Tip. Gius. Guido, 1925. L’estremo Salento, Lecce, Stabil. Tipografico F.Scorrano e co., 1931. Su Raffaele si rinvia a Paolo Vincenti, Un letterato salentino da riscoprire: Raffaele Marti in “Il Nostro Giornale”, Supersano, giugno 2019, pp.41-43.

[8] Fra le opere di Antonio Marti (1856-1935): Povere foglie, Lecce Tip. Editrice Sociale- Carlino, Marti e Cibaria, 1891, e Scritti vari –Novelle e Viaggi, Intra,Tipografia Bertolotti Paolo e Francesco,1893.

 

[9] Luigi Marti, La Verde Apulia Lecce, Stab. Scipione Ammirato, 1885.

[10] Idem, Liriche, Lecce Tip. Garibaldi, 1889.

[11] Idem, Umberto I di Savoia, Lecce, Editrice Salentina, 1884.

[12] Idem, A Vittor Hugò, Lecce, Editrice Salentina, 1885.

[13]Idem, L’Africa a Giosuè Carducci Lecce, Stab Tipografico Italiano, 1887.

[14] Idem, Manfredi nella Storia e nella Commedia dell’Alighieri Lecce, Tipografia Salentina, 1887.

[15] Idem, Umberto I e la Verde Apulia, Lecce, Editrice Salentina, 1889.

[16] Idem, Manfredi nella Divina Commedia: Conferenza, Lazzaretti, 1889.

[17] Idem, Bonaparte e la Francia: nella mente e nelle opere di Ugo Foscolo, Pallanza, Tipografia Verzellini,1892

[18] Idem, Un secolo di patriottismo, Pallanza, Tipografia Verzellini, 1891.

[19] Idem, Il Salento. Poemetto lirico, Taranto, Mazzolino, 1896.

[20] Idem, Dalle valli alle vette Cantiche, Milano, La Poligrafica, 1902.

[21] Aldo de Bernart, op.cit.,p. 26.

 

Accademie salentine. Storia di un Problema Accademico

Frammenti di cultura letteraria pugliese del primo Settecento

 

di Marzia Mola

 

Raccolta di varie Accademie è un congruo nucleo di fogli vergati a mano conservato presso la biblioteca arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi. La predisposizione alla ricerca, che induce filologi e studiosi a operare sugli aspetti storico letterari di un testo, ha comportato il rinvenimento delle varie sedute accademiche menzionate nel manoscritto in questione.

Tenute a San Vito dei Normanni durante la seconda metà del millesettecento, alcune di esse sono state analizzate brillantemente da diversi cultori pugliesi, ma è risaputo che un codice cela sempre il suo motivo recondito. È tuttavia noto ai più che i protagonisti delle suddette siano stati nobili salentini e non solo; essi, in una Puglia in cui già avanzavano le nuove tendenze culturali dell’epoca, facevano poesia per divertissement, di modo che svagandosi giungessero a conquistare la forma più vera e autentica della conoscenza.

Elemento distintivo degli incontri accademici è l’assenza di una sede fissa, ci si spostava da un cortile a un aranceto, da un sagrato alla stanza di un palazzo.

Entrando nel vivo di una seduta tipo, si evince che ogni riunione cominciava con i saluti e gli omaggi dell’epoca, proseguendo con la nomina per alzata di mano del Principe d’Accademia, sodale deputato a rivelare il tema della serata. Dalle carte emergono i più svariati argomenti che lo rendono uno spicilegio ovvero una raccolta di pagine scelte: fede, gloria, conversione, tirannide, ma anche “come resistere ai vezzi delle donne”, “l’allegrezza distrugge l’uomo?” e via discorrendo.

Le pagine svelano anche la teatralità di questi momenti, nei quali si interveniva con produzioni personali, improvvisando o recitando componimenti d’occasione. I generi adoperati erano il sonetto, il madrigale, la favola pastorale, l’elogio, scritti e recitati in diverse lingue: latino, italiano e dialetto napoletano e salentino.

Segue l’analisi di una serata accademica, tenuta presso l’abitazione privata di Fabio Marchese di Belprato, principe di San Vito degli Schiavoni, tenuta il 5 novembre 1730.

PROBLEMA ACCADEMICO

“Qual renda più glorioso un principe l’uso dell’esatta Giustizia, o quello della Clemenza.”

“ Tenuto in Casa dell’eccellentissimo Sign. Principe di S.Vito il 5 novembre giorno di domenica nell’anno 1730 dall’intervento dell’illustrissimo Cono Luchino del Verme Vescovo di Ostuni ad ora prima. ”

La suddetta raccolta si svolge in una serata autunnale, nel giorno di Domenica 5 novembre 1730. Non è stato semplice risalire all’orario dell’incontro, dato che, per indicarlo, colui che ha steso il testo ha pensato di trascrivere solo la formula “ad ora prima”. Consultando l’antico sistema di trascrizione delle ore, si è giunti alla conclusione che, il computo delle ore notturne aveva inizio dopo il tramonto del sole; i sodali quindi, si erano riuniti un’ora dopo il tramonto. Dunque se nel mese di novembre il sole tramonta intorno alle ore sedici, l’espressione “ad ora prima” la si traduce con l’intervallo di tempo tra le diciassette e le diciotto. Il Principe d’Accademia, Petrina, sottolinea la presenza in serata dell’Illustrissimo Vescovo di Ostuni Cono Luchino Del Verme, il quale interviene eseguendo un madrigale e sonetti vari. Personalità conosciutissima ai sodali per i suoi interessi teatrali e letterari, Del Verme è l’unico che durante la serata si esprime in latino, senza ricorrere ai dialetti, che permeano lo scenario. Il presule probabilmente conosceva poco il dialetto ostunese, date le sue origini napoletane, ancor meno quello sanvitese o leccese.

Alla presentazione iniziale segue una introduzione, nella quale Petrina si presenta al pubblico partecipante.

INTRODUZIONE

“Eccomi di bel nuovo o virtuosissimi accademici, Corona di Letterati, prescelto a far da Principe in ciò che ora dovran concedersi in maggioranza di gloria, in un soggetto, che nascerli dall’usu d’un esatta giustizia o da quello della clemenza.”

Così dà inizio all’orazione e pone l’accento sul fatto che nuovamente, sia stato scelto a presiedere un’adunanza di cultori, alla quale, probabilmente vi hanno preso parte colleghi già conosciuti in passato. Definiti “virtuosissimi” per il loro talento, sono incoronati alla maniera in cui, come le lettere insegnano, ai poeti e agli eroi era donato l’alloro. In virtù delle loro competenze letterarie essi dovranno ragionare insieme per poi esprimersi in un giudizio finale. I benemeriti sono chiamati a decidere qual è il comportamento che un principe deve adottare per essere giudicato glorioso: l’uso di una esatta giustizia o della clemenza?

“Ampia materia invero che sarà la pietra paragona il crivello per sentirne da lui ben conosciuti competitori, che sonovi a canto l’ingegnosa difesa.”

L’argomento vasto che sarà messa al vaglio, cioè a giudizio, deve essere ben valutato da tutti, che comparando le due attitudini del buon Principe, dovranno, in maniera oggettiva e sulla base di argomentazioni fondate, portare a difesa l’una o l’altra predisposizione regale. Il corifeo si serve della metafora della pietra di paragone per spiegare ai competitori che, avrebbero dovuto dimostrare la validità del loro responso, nella maniera più oggettiva possibile, come la pietra di paragone verifica la purezza dell’oro. Solo con questo metodo, il confronto, sarà il mezzo dal quale si arriverà ad un giudizio finale.

“Non vi bastò di d’avermi sperimentato insufficiente a carica cosi importante allora quando meritai l’onere stesso (sebbene mal impiegate) di decidere qual fu la maggior costanza del Campione di Lucania, parlar intento del nostro glorioso S. Vito.”

Petrina, per sottolineare la sua costante partecipazione alle riunioni letterarie, cenna ad un altro momento topico della sua esperienza accademica passata; si tratta di una serata in cui egli invitò i giudici a riflettere sulla figura di S. Vito martire.

  1. Vito, era un siciliano figlio di pagani che venne torturato perché non rinnegava la propria fede cristiana; incarcerato e liberato miracolosamente da un angelo si sarebbe recato in Lucania. Perciò l’accademico lo denomina campione di Lucania, per via della costanza che il santo dimostrò nella continua lotta al paganesimo che poi lo rese martire e quindi campione di fede cristiana. Egli difatti nel 303, in Lucania subì il martirio. Il termine nostro, che indica il santo, è utilizzato, perché gli abitanti di S. Vito, nonostante le origini siciliane del martire, lo hanno accolto, metaforicamente, come cittadino.

“Se niente pentiti contenti siete tra scegliermi or ora a proporvi qual sia la maggior gloria d’un Principe quella che risulta dall’uso di un’esatta giustizia o da quello della clemenza. Problema in cui si pesa la giustizia e la clemenza doti ambedue gloriose in un Principe Cattolico;”

L’interprete deduce che se è stato invitato, ancora una volta, a sovrintendere la riunione, è chiaro che gli argomenti vagliati nelle precedenti sedute, sono stati ben accolti. Allo stesso modo sarà gradito il tema che deliberato la sera del 5 novembre. Egli rimarca il concetto con il quale guadagnerà l’attenzione dei partecipanti: per essere reputato glorioso un principe deve esercitare con oggettività e incorruttibilità la giustizia nei confronti del suo popolo o lasciarsi sopraffare dalla pietà ed essere clemente?

“egli però visiera calata chiuderà gli occhi all’altrui lagrime e peserà le colpe per punirle, a misura sarà giusto, se non terrà le orecchie coverte dalle celate perché ascoltar possa i lamenti di chi lo priega, sarà clemente.”

Quindi come deve comportarsi un principe cattolico? Se egli non si lascerà impietosire, e porrà un velo sugli occhi quando vedrà qualcuno piangere e pregare affinché non sia punito, eserciterà la giustizia. Se invece egli non terrà le orecchie coperte, e si soffermerà ad ascoltare ogni supplica che, giunge dai miseri al suo orecchio, sarà clemente. L’argomento su cui i sodali sono chiamati a rispondere non è semplice: chi può decidere se l’uso della giustizia rende un uomo virtuoso? Chi stabilisce che un re sia degno di stima perché assolve ogni comportamento umano? Se un sovrano è clemente è ingiusto? È anche l’ingiustizia una virtù? Per rispondere ai quesiti, si chiamano in causa i classici, il primo menzionato è Aristotele che, probabilmente nella Politica, elevò l’ingiustizia al rango di virtù. Dalle parole del moderatore emerge che se un principe è ingiusto, perché adotta la clemenza e quindi si lascia corrompere dalle parole e dai comportamenti dei sudditi è comunque un uomo virtuoso perché assecondandoli, dà voce alle leggi non scritte, reprimendo se stesso e mettendo da parte i suoi doveri di monarca. La sua virtù, consiste quindi nel reprimere i princìpi nobili, nei confronti dei quali è ingiusto, e dar voce alle leggi del cuore. In conclusione l’ingiustizia è anch’essa una virtù. A contrastare questa tesi viene chiamato in causa Gregorio Magno assertore del principio di giustizia. Egli ritiene che un re deve sempre coltivare la giustizia perché solo in questo modo può essere considerato il migliore. L’esempio di sovrano è qui, quello di un uomo che dall’alto giudica e si esprime nelle sue azioni, in maniera razionale, tralasciando le passioni e i sentimenti, che sono nemici acerrimi del suo equilibrio mentale. Ma un re facendosi portavoce di giustizia ed esercitandola senza pietà, non concentra tutta la sua energia in un esercizio violento? E non è la violenza essa stessa anche una passione? Allora un principe dovrebbe essere mite, governare arginando le passioni sia positive che negative e agire con umanità. Ma la mitezza è sinonimo di non violenza?

Petrina cita Seneca che, si fa portavoce della visione di un principe mite, il quale regge il potere ricorrendo alla pratica della non violenza. Ma un principe assertore della mitezza può essere considerato giusto? O nella mitezza si nasconde un principio di tolleranza che lo rende clemente? L’introduzione si conclude con gli ultimi due esempi:

“Ma la giustizia al dir di Cicerone è il Sole in un Principe e tutte l’altre sue lodevoli azioni non sono che un di lei piccol raggio. Ella è la base dove s’alzanoj trofei gloriosi, ed eroica azione, senza la quale niente altro vi è di lodabile.”

La citazione di Cicerone, che si fa promotore del concetto di giustizia, legittima che la morale nobile deve prevalere in un principe degno di lode. Il compito di un sovrano decoroso è quello di far splendere il Sole, il sole della Giustizia, che illumina lo stato. Uno stato è rispettabile solo se il suo monarca, attraverso la luce del sole, irradia le menti del popolo educandolo al dovere morale della giustizia, dalla quale hanno origine le altre sue lodevoli azioni.

I virtuosissimi sono chiamati a esporre le proprie riflessioni, ed affiorano moltissimi pensieri a riguardo: Chi può decidere se l’uso della giustizia rende un uomo virtuoso? Il Principe d’Accademia chiude infine la seduta, compendiando i pensieri di tutti: “Questi motivi che riguardano la gloria del principe serviranno di base alle nostre nobili idee, e conchiudenti ragioni”.

Il nonno in gabbia

 

di Nazareno Valente

Anche a noi statistici capita a volte di essere in disaccordo e di discutere vivacemente, dando magari significati diversi – oppure differente enfasi – al valore ottenuto. Abbiamo, in ogni caso, dei termini di paragone invalicabili: possiamo tirare la coperta quanto vogliamo, ma, alla fin fine, le quattro operazioni fondamentali dovranno pur sempre dare il medesimo risultato.

Cosa che, invece, dobbiamo constatarlo amaramente, non avviene tra i virologi, quando parlano dell’oggetto della nostra ossessione, vale a dire il temuto Covid-19, malattia che ha fatto prepotente ingresso ormai da mesi nelle nostre case.

Più che a discussioni, si assiste a dei veri e propri scontri. Ad un muro contro muro che non ha come obiettivo quello di arrivare a capirci qualcosa, quanto piuttosto ad avere più banalmente ragione. Dopo nove mesi di parole, alzi la mano chi ha oggi le idee meno confuse sull’epidemia, rispetto a quando ne siamo venuti per la prima volta a conoscenza. Di fronte ad un problema globale si finisce per dare risposte parziali e specifiche, che di fatto non affrontano il problema nella sua complessità. Oppure ci affidiamo a panacee di comodo inventate lì per lì – una per tutte quella dei banchi a rotelle, utilissimi ad avvicinare, ma inutili, se non controproducenti, se si vuole distanziare.

Comunque sia, il tema è caldo, e consente spicchi di notorietà, e la cosa più curiosa è che più la si spara grossa, più si diventa famosi.

Pensate agli illustri personaggi che hanno preso fischi per fiaschi. Proprio perché sbugiardati dalla realtà sono diventati quasi più famosi di Ronaldo e Messi.

Nei meccanismi complessi – e sempre più misteriosi – con cui abbiamo a che fare, c’è anche questo su cui forse indagare: se l’azzecchi, hai una notorietà che dura lo spazio del momento; se prendi una cantonata molto significativa, raggiungi, se non proprio l’eternità, ben più duratura fama.

Sarà per questo che si gioca sempre più al rialzo.

Qualche giorno fa un importante personaggio dell’apparato istituzionale suggeriva di prendere tempo su una eventuale decisione di lockdown delle strutture produttive, magari indagando prima su possibili chiusure differenziate. Ed in queste, si collocava la possibilità di “separare” gli anziani. Lo diceva con un certo disagio, anche perché fa parte della compagine politica, almeno in teoria, più sensibile al destino dei deboli.

Ma à la guerre comme à la guerre: tutto va accettato per interessi superiori, anche il sacrificio di una parte della popolazione. Ciò rilevato, il noto politico non diceva nulla di nuovo ma finiva per riprendere una soluzione che fa sempre più proseliti.

Come al solito tutto è nato con le migliori intenzioni di questo mondo – proteggere i più deboli – l’evoluzione, però, gli sta facendo cambiare rotta.

Radicalizzando, si potrebbe dire che l’iniziale “protezione” sta sempre più assumendo le sembianze d’una quasi emarginazione, da perseguire a tutti i costi.

Così l’invito ragionevole ad esentare gli anziani da certe incombenze quotidiane, tipo, la spesa, da delegare piuttosto ai giovani della famiglia, sta diventando un divieto ad entrare nei supermercati oppure ad occupare le strade. In conclusione, se non proprio un ghetto, qualcosa di simile è ormai scritto nel loro futuro.

Naturalmente il discorso non è nudo e crudo come lo metto giù io. È molto meno naif, e più sofisticato. Non per nulla si appoggia pure alla scienza.

 

L’analisi dei dati sui decessi per Covid -19 delinea un aspetto evidente: chi appartiene alle fasce di età più avanzata ha maggiori probabilità di non farcela, se colpito dalla malattia. Da qui scatta l’operazione che vuole “separare” queste categorie più deboli isolandole in un qualche modo dal resto del mondo.

Senza entrare nei particolari tecnici delle varie proposte fatte, soffermiamoci su quegli studi che hanno attirato le maggiori attenzioni.

Iniziamo con il pregevole lavoro dei professori Favero, Ichino e Rustichini i quali, partendo dal dato incontestabile dei maggiori rischi corsi dagli anziani rispetto alle fasce in età lavorativa, scolare e prescolare, suggeriscono l’isolamento degli anziani stessi in strutture attrezzate con adeguati servizi di assistenza. Allo scopo propongono l’utilizzo dei numerosi alberghi, attualmente vuoti, e dei ristoranti, ora senza clienti. In questo modo si prenderebbero due piccioni con una fava: ridurre il contagio che potrebbe colpire gli anziani e, al tempo stesso, sovvenzionare il settore turistico, strategico per il nostro Paese.

In definitiva, per scongiurare un nuovo lockdown, poco sopportabile da un punto di vista economico e psicologico, i tre economisti invitano esplicitamente il governo a rendere obbligatoria, quando possibile, la separazione tra giovani e anziani. Solo così, a loro avviso, il Paese potrà sopravvivere, “salvando il tessuto produttivo e al tempo stesso proteggendo l’unica parte della popolazione che davvero corre rischi rilevanti per via del Covid-19: gli ultra-50enni” (si veda “Separare giovani e anziani per scongiurare il lockdown”, sito de Il Foglio, ilfoglio.it/economia/).

L’interesse del Paese, prima di tutto. Concordo. Però i tre illustri economisti dimenticano quattro aspetti in effetti sostanziali.

1) Il messaggio, secondo il quale, l’epidemia falcia i nonni e lascia indisturbati i giovani è, da un punto di vista statistico, una balla colossale. Basterebbe dare un’occhiata ai dati Istat degli anni scorsi per accorgersi che la mortalità causata dal Covid -19 è simile a qualsiasi altra causa di morte. In altre parole, la percentuale dei nonni che non ce l’hanno fatta in questo ambito è del tutto simile a quella che non ce la fa per qualsiasi altra malattia.

2) Concentrare persone fragili potrebbe avere lo stesso effetto che si è avuto con le residenze sanitarie assistenziali, vale a dire aumentare la mortalità, invece di farla diminuire.

3) Lo stress sul sistema ospedaliero non deriva da chi soccombe alla malattia con più facilità ma da chi occupa le corsie ospedaliere per più tempo. Pertanto il fatto che il 90% dei morti per Covid-19 abbiano più di 50 anni, non vuol dire che questa categoria occupa i reparti di terapia intensiva per il 90%, come ipotizzano gli autori. Avessimo dati statistici su questo argomento, forse scopriremmo che sono i più coriacei ad averle utilizzate in prevalenza.

4) In Italia gli ultra-50enni sono il 44,70% della popolazione totale. Non so immaginare quanti alberghi e personale servano per poterli isolare in maniera adeguata.

Sempre nell’ottica di minimizzare i costi economici dell’epidemia, s’è inserito un lavoro dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (si veda nel sito dell’Ispi ispionline.it/it/pubblicazione/) il quale ipotizza un lockdown selettivo per classi d’età.

Anche questo studio parte dalla statistica relativa alla mortalità per Covid-19 la quale rende noto che più dell’98% dei morti fa parte della fascia d’età oltre i 50 anni e da un report della regione Lombardia il quale, per uno specifico e limitatissimo periodo, riscontra che le terapie intensive furono occupate per la loro metà da persone con più di 63 anni.

In base a calcoli – che vi risparmio, anche perché rimasti nei passaggi cruciali nella penna dell’autore – si afferma che, senza isolamento, sarebbe destinato a soccombere lo 0,76% della popolazione; isolando gli ultra-80enni lo 0,39% (quindi quasi la metà); isolando gli ultra-70enni lo 0,2 e così di seguito tanto da arrivare allo 0,02%, se l’isolamento interessasse tutti gli ultra-50enni. In definitiva, con questa soluzione si potrebbero salvare dal 50 al 98% delle persone che, in caso contrario, sarebbero destinate a morire a seguito della pandemia.

Quale questa miracolosa soluzione?

Appunto l’isolamento selettivo degli anziani, questa volta però non concentrato negli alberghi ma “diffuso” sul territorio. In altre parole nella propria abitazione.

Ora se rileggete il tutto, vi accorgerete che, le statistiche ufficiali consentono di ricavare che il 98% dei morti per Covid-19 fa parte della fascia d’età oltre i 50 anni; lo studio Ispi ipotizza che attuando un isolamento “selettivo e diffuso” della stessa classe d’età, si salverebbe il 98% delle persone, destinate al contrario a morire.

Come si può notare, si parla sempre della stessa quota del 98%. Detta in altri termini, la stessa percentuale di ultra-50enni sinora morti per l’epidemia, si salveranno, non si sa come, nelle cosiddetta seconda ondata, grazie alla salvifica bacchetta magica costituita dal segregare in casa gli anziani.

In definitiva sarà sufficiente metterli ben bene appartati, magari in soffitta, perché non se ne contagi neppure uno.

A questo punto, viene alla mente il professor Brusaferro, quando raccontava che i morti per Covid-19 avevano dalle 3 alle 4 patologie pregresse, facendo capire che, in pratica, erano destinati ad abbandonarci di lì a poco, a prescindere dall’infezione. Scopriamo ora che, sarebbe bastato un isolamento “selettivo e diffuso” per renderli arzilli e forti. Tetragoni anche al peggior colpo della ria sorte.

Ebbene, da un punto di vista statistico, diffidavo delle parole del professor Brusaferro, che utilizzava un campione non rappresentativo della popolazione (si veda sulla questione fondazioneterradotranto.it/2020/04/22/coronavirus-le-storie-dellorso/), ma ancor più mi lascia perplesso lo studio Ispi, che usa un campione ancor meno impiegabile per trarre conclusioni dotate d’un minimo d’affidabilità.

D’accordo che si debbano indagare strategie diverse del lockdown totale, per minimizzare i costi dell’epidemia, e che, allo stesso modo, vada cercata ogni via per limitare la pressione sul sistema sanitario. In questa ottica, tutto può essere messo in discussione e valutato, anche la proposta più imbarazzante

Però non credo che lo stressare i numeri possa portare a risultati davvero utili.

Salvo forse ai superiori interessi.

Ai quali anche i numeri – se del caso – debbono piegarsi.

Nardò: il Maestro Amilcare Vernich e il suo addio alla scuola

di Armando Polito

Non vorrei essere accusato di uso privato di un blog che si occupa di cultura, dunque, in un certo senso, di emulare ciò che sembra avvenire molto frequentemente da un po’ di tempo sulle reti televisive nazionali e non, dove personaggi più o meno noti (loro …) approfittano del mezzo pubblico per metterci al corrente di dettagli personali in una crescente orgia di sindrome autoreferenziale.

Certo, Amilcare Vernich è stato il mio Maestro (spiegherò dopo perché qui, come nel titolo e dopo, lo scrivo con l’iniziale maiuscola) delle Scuole Elementari (in questo caso, invece, le iniziali maiuscole le spiego subito: mi piace scrivere così pensando al passato, mentre oggi mi pare eccessivo pure per università, e assolutamente non per colpa di chi esercita il mestiere più bello del mondo …).

Certo, nella foto di testa compaio pure io e gli unici compagni che dopo tanti anni ho riconosciuto, cioè Salvatore Calabrese ed Adelchi Vergari (se qualcun altro si riconosce, mi farà piacere esserne informato).

Certo … fino ad ora ho parlato solo di me alla faccia di quanto stigmatizzato all’inizio, ma prima di tacere, una premessa (si salvi chi può …) è necessaria, non, a quanto potrebbe sembrare, a mia discolpa.

Il dottore Tarcisio Vernich, padre di Amilcare, è uno dei lettori di questo blog (vedi, per esempio, https://www.fondazioneterradotranto.it/tag/amilcare-vernich/) ed ha pensato di farmi cosa gradita inviandomi qualche giorno fa alcune delle foto custodite dal padre. Allora il digitale non era nemmeno fantascienza, però era un rito obbligato che ogni classe immortalasse la fine dell’anno scolastico con una foto affidata al talento ed all’attrezzatura di un fotografo professionista (all’epoca gli unici studi fotografici erano Mauro (la foto è sua) e Mazzarella (specializzato nei ritratti e nella ripresa del paesaggio). Insieme con la foto Tarcisio mi ha fatto pervenire anche una poesia in dialetto neritino del padre1, al quale cedo, finalmente, la parola riservandomi l’onore, forse immeritato, di aggiungere di mio (e ti pareva …) la traduzione a fronte e qualche nota in calce, operazione indispensabile dato che non tutti i termini dialettali hanno l’esatto corrispondente, formale e semantico, in italiano e per alcuni di loro nemmeno una lunga circonlocuzione è in grado di renderne efficacemente la poeticità.

Da notare nella prima strofa l’alternanza chiastica di concordanze tra ulitate (con anime), ndacquata (con spica), ncurmata (con spica) e crissciùte (con anime), a sottolineare lo stretto legame tra il tutto (spica, metafora di scuola) e le singole componenti umane (anime). Il resto, volta per volta, sarà sottolineato nelle note.

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1 Non so se sia inedita, ma so che, purtroppo, non esiste una raccolta organica. A parte numerosi suoi contributi apparsi sulla stampa locale (cito, per esempio:  Pippi Cardone, Maestro di Cappella  e  Musica e Musicisti Neretini in un’intervista di Amilcare Vernich al Maestro Egidio Schirosi, Maestro di Cappella della Cattedrale nel periodico  La Voce di Nardò, 1987 e 1981, nonché Dalla gavetta del Purgatorio nacque un grande artista: Michele Gaballo, in Artisti neritini, collana di cultura neritina (diretta da Antonio Martano), a cura del Circolo cittadino di Nardò, Nardò, 1993, pp. 27-29), due sue poesie, sempre in vernacolo (Pumitori ti iernu, pumitori ti prèndula del 20 febbraio 1990  e Evviva Santu Martinu! dell’11 novembre 1991), sono nel calendario Terra noscia realizzato dalla IV B dell’Istituto Tecnico “Ezio Vanoni” di Nardò per l’anno scolastico 2017-2018 a cura di Diana Rizzello (http://www.istitutovanoninardo.gov.it/ivn/wp-content/uploads/2016/12/calendario2.pdf).

2 Efficace metafora a sottolineare come una classe, pur essendo un organismo unitario (spiga), è pur sempre formata da entità individuali strettamente connesse, come i chicchi di grano nella spiga. La metafora continuerà nella seconda strofa per spegnersi lentamente nella terza.

3 Per ulitate vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/02/22/quando-il-rohlfs-sbaglio-nel-voltare-e-volo-fuori-pista-forse/

4 Dal latino adaquata (participio passato di adaquare, che è da ad+forma verbale da aqua) con aferesi, raddoppiamento di compensazione e dissimilazione (trafila: adaquare>‘ddacquare>ndacquare.

5 Nell’originale miessi, potente metonimia: il nome del prodotto (le messi) invece del mese.

6 Dal latino area.

7 L’originale ndi è dal latino inde=di là.

8 L’originale muddhrìculi è, con cambio di genere per sottolineare il passaggio metaforico dalla cosa inanimata alla persona, di muddhrìcule, plurale di muddhrica (corrispondente all’italiano mollica). Vale la pena notare come la metafora è perfettamente in linea con quella già vista della spiga.

9 l’originale ardhieddhru è per aferesi da vardhieddhru, diminutivo di varda, che, come l’italiano fardo è dall’arabo farḍ=carico del cammello. Se il precedente bardare non fosse da barda (armatura del cavallo da battaglia), a sua volta dall’arabo barda῾a, saremmo stati in presenza di una figura etimologica.

10 Nell’immaginario collettivo di allora la riga era solo un asse di legno, normale strumento educativo con cui mettere … in riga con un adeguato numero di palmate lo scolaro reo di comportamento scorretto o risposta sbagliata. Oggi, invece, ci sono per un nonnulla le spedizioni punitive dei genitori, con i risultati, anche sociali, che tutti facciamo finta di non vedere.

11 A parte le virgolette, da notare l’iniziale maiuscola, a sottolineare l’importanza, anche metaforica dei Maestri, senza tuttavia, ombra di compiacimento narcisistico ma con la consapevolezza della responsabilità e della dignità che il ruolo esige. Mi vien, perciò, da ridere quando qualcuno ha bisogno di sfoderare titoli magari solo per presentarsi e ancor più, nella fattispecie, quegli educatori che preferiscono, non per modestia ma per ignoranza, farsi chiamare insegnanti o professori e non maestri (sia pure con l’iniziale minuscola …), mentre si inorgoglirebbero se, una volta datisi alla politica, diventassero ministri, ignorando che ministro è dal latino ministru(m), a sua volta composto da minus=meno e da –ter, suffisso comparativo che indica il confronto tra due, per cui la voce latina non a caso significa servo (con tutto il rispetto per quest’ultimo); va da sè che maestro è da magistru(m), composto da magis=più e dal suffisso comparativo di cui si è appena detto.

12 Detto parallelo nella sostanza al napoletano Mazz’ e panell’ fanne ‘e figli bell, panell’ senza mazz fann e’ figl pazz.

13 Mette duramente alla prova chi non sa rispondere. L’immagine è tratta dal gioco del tresette dove un giocatore può calare una carta battendo un colpo sul tavolo e dicendo busso, il che equivale a chiedere al proprio compagno di rispondere giocando la carta più alta dello stesso seme. La mezza tragedia, o quasi, è non solo quando non si ha la carta più alta, ma, addirittura, nessuna dello stesso seme.

14 Nell’originale nnòtica, da nnuticare=fa sentire un nodo alla gola , che è da un latino *nodicare, a sua volta da nodus=nodo. La tecnica di formazione col suffisso -icare è la stessa che ha portato, per esempio, da barba a barbicare.

15 Nell’originale nzùccaru la n– è per influsso del verbo ‘nzuccarare (inzuccherare) attraverso il processo inverso che porta dal sostantivo al verbo (zucchero>zuccherare) e credo pure che  non sia estranea a quest’uso popolare la sua presenza nelle nota cantilena natalizia Bambieddhu ‘nzuccaratu.

16 L’originale bròtissi (deformazione del latino prosit=giovi) a Lecce si presenta nella variante bròsitti, più fedele all’originale; la forma neritina rispetto alla leccese presenta una metatesi (-tissi<-sitti) che, negli oscuri meandri psicologici messi in moto dall’ignoranza (lo dico senza disprezzo), potrebbe essere stata indotta anche da brotu (=brodo), come mi è rimasta impresso un greco scatti in pace per requiescat in pace ascoltato anni fa da una vecchierella.

17 Nell’originale siri, plurale di sire, che è dal francese sire, a sua volta dal latino senior, comparativo di senex=vecchio. Tenendo presente quest’ultimo riferimento all’età ed al fatto che pure in italiano sire è stato l’appellativo con cui ci si rivolgeva al sovrano, si può comprendere il rispetto un tempo riservato al genitore (sia pure, almeno formalmente, a quello di sesso maschile …).

18 Nell’originale cannaliri, plurale collettivo usato per lo più al posto del singolare cannalire che è da canna (col significato metaforico di gola) con doppio suffisso (il primo aggettivale): canna>cannale>cannalire.

19 Nell’originale ddifriscu=refrigerio, deverbale da ddifriscare, secondo la trafila friscu (=fresco)>addifriscare (protesi delle due preposizioni ad e de e assunzione del suffisso verbale)>ddifriscare (aferesi). Da notare che l’orinario nesso ddifriscu, Signore  nella pronuncia popolare è così rapido da aver soppresso la virgola che precede il vocativo. Da qui la mia resa con grazie, della cui infelicità sono perfettamente consapevole, poiché sarebbe stato più fedele (ma troppo lungo) il riposo dopo la fatica finalmente è arrivato.

Libri| Sud da Borbone a Brigante

di Pino Aprile

 

Questo è un libro importante e molto ben fatto. Il suo valore consiste nella chiarezza dell’esposizione, nella puntualità (pignoleria, direi) del richiamo alle fonti e nell’intelligenza della scelta dei brani da confrontare e che riescono a riassumere molto. Insomma, sarebbe da segnalare e leggere solo perché un buon libro lo merita.

Invece, il maggior pregio di questo volume (senza nulla togliere all’autore) è in una domanda: perché un lavoro serio come questo non lo abbiamo da tempo immemorabile a cura di titolari di cattedra di storia? Perché il raffronto con quel che scrivevano autori “dalla parte dei vinti” è stato (salvo poche, tardive e lodevoli eccezioni) scartato a priori? Perché la versione degli sconfitti, da Giacinto de’ Sivo (“Storia delle Due Sicilie”), a Raffaele De Cesare (“La fine di un Regno”) è stata irrisa, ritenuta inattendibile per definizione, perché portatrice del presunto risentimento dei vinti che potrebbe deformare i fatti.

Così, la “buona storia” è la versione dei vincitori, che narra come necessaria per un alto fine una invasione senza dichiarazione di guerra, tace di paesi rasi al suolo, di rappresaglie con migliaia di morti, centinaia di migliaia di incarcerati e deportati senza accusa, processo e condanna. Quando chi compie queste cose non vince, ma perde, si parla di crimini di guerra. I fatti e i modi sono sempre quelli nel percorso dell’umanità, cambia il modo di raccontarli: un passo avanti verso una più alta civiltà, nella versione dei vincitori, un delitto in quella dei vinti.

Così, la storia ufficiale finisce per giustificare le cose come sono andate, perché così “dovevano” andare e il racconto attribuisce ai protagonisti un disegno chiaro a loro e, a posteriori, a tutti (salvo botte di sincerità quale quella di Oliver Cromwell, che quando gli chiesero come avesse costruito le basi della potenza britannica, rispose, più o meno, che nessuno va così lontano come chi non sa dove sta andando). Mentre il racconto dei vinti avviene attraverso l’arte: la letteratura (“I viceré” di Federico De Roberto, “La conquista del Sud” di Carlo Alianello, “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa…), la musica (basterebbe “Brigante se more” di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò), la pittura (si pensi a Goya, a Picasso con Guernica…).

Di Carlo riprende la voce inascoltata dei vinti (e molti ce ne sarebbero da aggiungere, dal duca di Maddaloni, unitarista deluso, costretto a scrivere sotto lo pseudonimo di Ausonio Vero, all’anonimo autore dell’imperdibile “Pro domo mea”, che io stesso scoprii essere Vincenzo degli Uberti, grande intellettuale e ingegnere unitarista ferito e ridotto al silenzio) e analizza le cose che raccontano. Lo fa affiancando alle loro opere quelle degli storici ufficiali, come detto. Con il risultato, senza alcuna forzatura, che i vinti dissero la verità. Si può discutere del dettaglio, come sempre, ma meritavano ascolto e considerazione.

Per più di qualcuno non è una sorpresa. Basterebbe ricordare quanto pubblicato, con dovizia di documentazione e indubitabile adesione ai principi risorgimentali, dal professor Umberto Levra (docente di storia risorgimentale all’Università di Torino; presidente dell’associazione degli storici risorgimentali; presidente del Museo del Risorgimento italiano) sul fine della Società di Storia Patria voluta dai Savoia nel 1830 e governata in modo ferreo, almeno sino al 1920, da due-tre famiglie: riscrivere di volta in volta la storia per adeguarla alle politiche sabaude; distruggere i documenti compromettenti, rendere inaccessibili altri. E ancor oggi, stando a quanto affermato da Alessandro Barbero sul dovere degli storici (e non solo), i sabaudisti (questo il nome in cui si riconoscono quei custodi dei fatti nostri) devono mirare a formare uno spirito nazionale più che dirci cosa accadde davvero. Tanto che sia Levra che il colonnello Cesare Cesari, direttore degli Archivi militari, autore di una importante storia del Brigantaggio pubblicata un secolo fa, scrivono che i documenti così “patriotticamente” distrutti sono talmente tanti, che non si potrà mai più ricostruire come andarono veramente le cose. Cesari specifica che il danno maggiore è proprio la sparizione di testimonianze e carte parlanti dei vinti.

Eppure, quello che fu prodotto e divulgato in quegli anni bui, da contemporanei (pur fra tante difficoltà: persecuzioni, processi, esilio, sparizione di opere pronte alla stampa, distruzione di tipografie), è stato accantonato.

E non lo meritava.

Alcuni storici di professione, da Roberto Martucci (“L’invenzione dell’unità d’Italia”) a Eugenio Di Rienzo (“Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee”, pur con un successivo rifacimento al ribasso, poco comprensibile), a John A. Davis (“Napoli e Napoleone. L’Italia meridionale nelle rivoluzioni europee 1780-1860”) ne avevano già dato atto; e tracce possono trovarsi in tanti altri, storici e no, da Paolo Mieli a Carlo Azeglio Ciampi. Ma l’opera di Michele Eugenio Di Carlo è sistematica, onestamente distaccata, senza timori di “sembrare” squilibrata, quindi preconcetta, in un senso o nell’altro.

Un lavoro che sarà di aiuto a quanti, senza pregiudizi, o persino avendone, vorranno guardare con la distanza del tempo quegli avvenimenti. Sarebbe ora, perché fu allora, mentre si fingeva di unificarlo, che il Paese venne diviso fra un Nord acchiappatutto e un Sud ridotto a colonia, con la nascita, a mano armata, della Questione meridionale.

Se lo si volesse unire, bisognerebbe ripartire da dove il filo, anche della verità, fu spezzato.

Il libro di Di Carlo è molto utile.

 

P.S.: il testo è immediatamente disponibile sia in formato cartaceo che e-book al seguente link:

https://www.amazon.it/SUD-BORBONE-BRIGANTE-Sicilie-prefazione/dp/B08LG194QR/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=sud%20da%20borbone%20a%20brigante&qid=1603442453&s=books&sr=1-1&fbclid=IwAR34k2DtATvFgejru9wAZRvOb_qGczdAG-ASOMha9NXdhMiBklnbo9gYl2Q

La scomparsa di don Antonio Minerba ad Alezio

di Ermanno Inguscio

 

Grande sconcerto in tre Comunità salentine: Alezio, Casarano ed Aradeo per l’improvvisa scomparsa del cinquantatreenne don Antonio Minerba. Egli era stato parroco ad Alezio per nove anni nella comunità dell’Addolorata. A Casarano aveva diretto la parrocchia del Sacro Cuore per un decennio, dal 2002 al 2012. Aradeo gli aveva dato i natali nel 1967, dove ancora vivono i suoi genitori, che in quel giorno nefasto dell’arresto cardiaco, lo aspettavano per il pranzo.

Cordoglio immenso è stato espresso da tutte le organizzazioni cattoliche locali, specie quelle giovanili, ma anche delle END e dei Cursillos, e dai sindaci di Alezio Barone, di Casarano De Nuzzo , di Aradeo Arcuti. Tempo tiranno. Ho fatto appena in tempo ad apprezzarne le doti umane e di coinvolgimento nella nona edizione delle Notti di San Rocco (16-18 ottobre 2020), dove mi aveva voluto come relatore, che un sms di Marcello Gaballo, ricevuto davanti al Castello angioino di Gallipoli, me ne ha annunciato la morte, avvenuta il 22 ottobre 2020.

Dopo i deliziosi fuochi pirotecnici di san Rocco di quest’anno in compagnia di don Antonio, ci eravamo lasciati con l’impegno di presenziare a qualche sua celebrazione liturgica presso il Santuario della Madonna della Lizza. Ma su quel sagrato, parrocchiani, amici e parenti, qualche giorno fa, sono state invece celebrate soltanto le sue esequie, alla presenza di mons. Filograna, presule della Diocesi di Nardò-Gallipoli.

In un suo biglietto autografo di ringraziamento, a conclusione della serata rocchina San Rocco e la devozione nel Salento, il 16 ottobre scorso, che conservo gelosamente, così scriveva don Antonio: “Un grande grazie nell’aver condiviso non solo quello che appartiene alla tua cultura, ma ne siamo convinti, al tuo cuore e alla tua vita: l’amore per San Rocco… Grazie di cuore per la tua presenza, per le tue parole e per aver scosso dentro di noi il desiderio di una vera devozione”.

La sua scomparsa, per tutti e per me in particolare, è stata un fulmine a ciel sereno ed ha risvegliato quell’antico dolore di quando, studente liceale, mi è occorso di perdere due altri maestri di vita, preti salesiani di don Bosco, il trentaseienne don P. Pugliese, professore di greco, calabrese di Tropea, e il quarantacinquenne don A. Ruocco, professore di religione, lucano di Rionero in Vulture. Con quelli, almeno, avevo trascorso molto più tempo, avevo condiviso studi, sport, attività teatrali e del tempo libero, ma il tempo datomi dal destino per apprezzare l’umanità e le profonde doti pastorali di don Antonio Minerba, è stato veramente dono di un avaro.

A noi tutti non resta che tenerne sempre impressa la figura nel cuore, con un quotidiano ricordo nella preghiera e con un amicale abbraccio ai suoi due genitori che, prima di noi, lo hanno amato e purtroppo, prematuramente perso.

 

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (terza parte)

Veduta di Oria (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato)

 

di Mirko Belfiore

 

Le numerose residenze risultano interessanti anche per lo studio delle fasi progettuali intercorse per la loro realizzazione che videro all’opera diverse maestranze. In primis il leccese Mauro Manieri, consulente di fiducia degli Imperiale, presente in buona parte delle fabbriche commissionate dalla dinastia.

A questi vanno aggiunti alcune interessanti figure come il romano Filippo Barigioni, stretto collaboratore del Cardinale Giuseppe Renato e il napoletano Ferdinando Sanfelice, affermato architetto sulla scena partenopea.

L’incrociarsi di questi tre nomi, nelle occasioni offerte dal programma di opere pubbliche e di gestione del patrimonio culturale varato dagli Imperiale durante i due secoli di governo è il dato più significativo di questa fase tarda del Barocco pugliese.

Anche se la cronica carenza di documenti non ha consentito sinora di distribuire con decisione la responsabilità per la progettazione e l’edificazione di una buona parte di questi palazzi, resta fondamentale l’opportunità verificatasi da questo incontro, inserito in un ambiente dove si rintraccia un orientamento culturale che fa da ponte fra Barocco e Neoclassico ma, allo stesso tempo, radicato ancora nel Manierismo e suggestionato da spunti Rococò.

Il nome del Manieri è presente in tutte le fabbriche più importanti come la residenza urbana di Francavilla e la Collegiata, il castello di Manduria o il palazzo di Latiano, a dimostrazione del fatto che in questo artista i feudatari trovavano piena fiducia per l’espressione del proprio gusto e dei propri desideri. Il possibile incontro con il Sanfelice viene ipotizzato dal De Dominici, il quale afferma che, durante il soggiorno giovanile a Napoli del Manieri o la presenza del napoletano a Nardò per le progettazioni di alcuni edifici sacri durante i primi decenni del Settecento presso il fratello vescovo Antonio (o, come afferma il Cantone, la presenza simultanea dei due nella fabbrica della Cattedrale di Salerno), possano essere stato il momento in cui essi abbiano potuto scambiare idee e suggerimenti.

Naturalmente, in queste occasioni, il Sanfelice aveva la parte del maestro vista l’età più tarda mentre al Manieri toccava la parte dell’interlocutore, in un ruolo tutt’altro che provinciale.

In questo sodalizio architettonico resta ancora da quantificare l’inserimento di una figura affermata come quella del Barigioni, il quale come architetto aveva grande credito presso il Cardinale Giuseppe Renato e che con molta probabilità fu il progettista del disegno a pianta centrale della Chiesa Matrice di Francavilla, disegno realizzato in occasione della ricostruzione dell’edificio dopo il terremoto del 1743.

Negli articoli successivi verranno presentate le varie residenze della famiglia Imperiale disseminate in terra d’Otranto e analizzate attraverso piccoli excursus storico-artistici e architettonici.

(continua)

Antica carta geografica della Terra d’Otranto (Antonio Zatta , 1774, disegno su carta, 405 x 308 mm, Venezia)

 

BIBLIOGRAFIA

V. Basile, Gli Imperiali in terra d’Otranto. Architettura e trasformazione urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Congedo editore, Galatina 2008.

V. Pacelli, Giovanfrancesco de Rosa detto Pacecco de Rosa, Paparo Edizioni, Napoli 2008.

F. Clavica e R. Jurlaro, Francavilla Fontana, Mondadori Electa, Milano 2007.

B. Croce, Un paradiso abitato da diavoli, Napoli 1891, edizione a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano 2006.

A. Cassiano, Note sul collezionismo, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, collana “il Barocco in Italia”, De Luca editori d’Arte, Roma 1995.

P. Leone de Castris, Lecce picciol Napoli, la Puglia, il Salento e la pittura napoletana dei secoli d’oro, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, collana “il Barocco in Italia”, De Luca editori d’Arte, Roma 1995.

L. Galante, La pittura, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, De Luca editori d’Arte, collana “il Barocco in Italia”, Roma 1995.

M. Vinci, Spigolature sul Castello di Mesagne nel secolo XVIII-XX, in “Lu Lampiune”, anno VII, Mesagne 1991 n°1.

R. Poso, F. Clavica, Francavilla Fontana. Architettura e Immagini, Congedo editore, Galatina 1990.

A.P. Coco, Francavilla Fontana nella luce della storia, Taranto 1941, ristampa fotomeccanica Galatina 1988

C. D’Amone, Storia illustrata di Francavilla Fontana, sesto fascicolo, Francavilla Fontana 1988.

M.A. Visceglia, Territorio Feudo e Potere Locale, Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età Moderna, Coll. L’altra Europa, Guida Editore, Napoli 1988.

M. Paone, Inventari dei Palazzi del Principato di Francavilla (1735), Ed. Tipografica, Bari 1987.

M. Martucci, Carte topografiche di Francavilla Fontana, Oria e Casalnuovo del 1643 e documenti cartografici del principato Imperiali del secolo XVII, S.E.F., Francavilla Fontana 1986.

V. Cazzato, Architettura ed effimero nel Barocco leccese, in Barocco romano e Barocco italiano: il teatro, l’effimero, l’allegoria, a cura di M. Fagiolo e M.L. Madonna, Gangemi Editore, Roma-Reggio Calabria, 1985.

M. Pasculli Ferrara, Arte napoletana in Puglia dal XVI al XVIII secolo, Schena editore, Fasano 1983.

G. Galasso, Puglia tra provincializzazione e modernità (sec. XVI-XVIII), in “La Puglia tra barocco e rococò”, Electa, Milano 1982.

M. Manieri Elia, Architettura barocca, in “La puglia tra barocco e rococò”, Electa, Milano 1982.

A. Gambardella, Architettura e Committenza nello Stato pontificio tra Barocco e Rococò: un amministratore illuminato: Giuseppe Renato Imperiali, Napoli 1979.

M.A. Visceglia, Lavoro a domicilio e manifattura nel XVIII e XIX secolo: produzione, lavorazione e distribuzione del cotone in Terra d’Otranto, in Studi sulla società meridionale, Napoli 1978.

A. Foscarini, Armerista e notiziario delle Famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra D’Otranto (oggi province di Lecce, Brindisi e Taranto) estinte e viventi, edizioni A. Forni, Bologna 1971.

L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, editori Vincenzo Manfredi e Giovanni de Bonis, Napoli 1797-1805, ristampa anastatica Bologna 1969-1971, libro IV.

P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Lecce 1869, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Bari 1901.

 

Per la prima parte:

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (prima parte)

Per la seconda parte:

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (seconda parte)

Scipione Puzzovivo di Nardò: frammenti

di Armando Polito

Come ben sanno gli addetti ai lavori, si definisce tradizione indiretta la trasmissione di un testo del passato, facente parte di un testo mai pubblicato o andato perduto. In parole povere si tratta di citazioni, impossibile dire se a memoria o meno,  riportate da autori successivi. Possono essere brevi (più spesso è così) che lunghe ed è cura dei filologi raccogliere i frammenti relativi ad una o più opere dello stesso autore in un unico corpo, in pratica un’antologia in cui il compilatore sarebbe stato ben felice di inserire il maggior numero possibile di brani, nella quale non ha voce la sua scelta ma la maggiore o minore ampiezza delle fonti, cioé degli autori citanti.

Se il fenomeno coinvolge tutti i secoli passati, difficilmente si porrà per quelli attuali (e, probabilmente, futuri), in cui il desiderio di esibirsi e di conservare memoria di sé contrasta con una sincera consapevolezza dei propri limiti, il cui ricordo non converrebbe lasciare all’eventuale residuo spirito critico di qualche postero. E se anche molti autori del passato avrebbero fatto probabilmente meglio a ridurre la loro prolificità, per non pochi c’è il rimpianto per un talento che avrebbe meritato un ben diverso destino, alimentato da quel poco che di loro si sa e da qualche frammento che della loro produzione  è rimasto.

Di entrambi i filoni, relativamente alla sfuggente figura del Pozzovivo, fornisco in sequenza gli unici dati a me noti:

1) Pietro Angelo Spera, De nobilitate professorum Grammaticae, et Humanitatis utriusque linguae, Francesco Savio, Napoli,  1641, p. 365:

Scipione Pozzovivo salentino di Nardò, nel quale non mediocremente risplendettero le luci dei filosofi greci, in patria per non pochi anni precettore dei figli dei primi (cittadini) e poeta pregevolissimo in lingua latina  e  toscana, venne infine a Napoli, dove tra persone come lui raggiunse un posto di condizione non inferiore.

2) Giovanni Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò, in Opere di Angelo, Stefano,  Bartolomeo,  Bonaventura,  Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1848, v. I, pp. 333-334 (cito da questa edizione, ma il primo dei due libri di cui consta quest’opera di Giovanni Bernardino era uscito nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Venezia, Zane, pp. 1-315:

Extat MS. apud Jo. Bernardinum Tafuri=Il manoscritto si trova presso Bernardino Tafuri (sulla perdita di tale manoscritto vedi la nota 2 del brano xuccessivo).

pp. 487-488:

In rapporto a questo secondo brano sono doverose le seguenti precisazioni: 

a) sulla sua fine ecco cosa si legge in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, s. n., Napoli, 1804, tomo VII, p. 10:

b) Credo che il Succinto ragguaglio del sito della Città di Nardò sia una variante di Descrizione della città di Nardò che si legge in 2). Un’ulteriore variante dovrebbe essere il Notizia dell’antichissima città di Nardò, e sua Chiesa Vescovile che si legge in  Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico …, op. cit. p. 10, insieme con l’informazione la quale rimase manoscritta, e fu involata dalla casa de’  signori Tafuri  (credo che qui involata non stia nel significato specifico di rubata ma in quello generico di volata via, scomparsa).

c) L’epigramma latino a p. 104 della raccolta del Grandi non è di Scipione Puzzovivo ma di Stefano Catalano, letterato nato a Gallipoli nel 1553 ed ivi morto nel 1620. Nella biografia che di lui scrisse Giambattista de Tomasi di Gallipoli, inserita nel settimo tomo della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli uscito per i tipi di Gervasi a Napoli nel 1820 sono ricordati i seguenti titoli, tutti rimasti manoscritti ed andati perduti: De origine urbis Callipolis (opera dedicata all’amico e concittadino Giambattista Crispo), Descrizione della città di Gallipoli, Vita di Giambattista Crispo.

d) Il libro che il Tafuri cita nella nota 2 e che recherebbe un epigramma del Puzzovivo in onore di Scipione Spina (che fu vescovo di Lecce dal 1591 al 1639) è, com’era facile ipotizzare, quasi irreperibile e l’OPAC segnala l’esistenza di un solo esemplare custodito nella Biblioteca Provinciale Nicola Bernardini a Lecce. Impossibilitato a muovermi agevolmente, lascio ad altri il compito di consultarlo e di integrare, se si riterrà opportuno, questo post. In compenso, però, ne ho trovato un altro , che più avanti commenterò, a p. 8 di Peregrini Scardini Sancticaesariensis epigrammatum centuria, Vitale, Napoli,1603 (come si vede è lo stesso autore del libro dedicato  al vescovo Spina):

Su Pellegrino  Scardino di San Cesario vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/.

3) Giovanni Bernardino Tafuri, Serie degli scrittori nati nel Regno di Napoli cominciando dal secolo V fino al secolo XVI, in Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, 1738, Tomo XVI, pp. 184-185:

… [L’accademia del Lauro] …

4) Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Severini, Napoli, 1753, tomo III, parte III, p. 4:

5) Giambattista Pollidori, De falsa defectione Neritine civitatis ad Venetos regnante Ferdinando I ,  in Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, a cura di Angelo Calogerà, Occhi, Venezia, 1739, tomo XIX, p. 225:

Scipione Puzzovivo Seniora coetaneo del  Marcianob  nel libro che ha il titolo ….

a E il Puzzovivo Iunior  molto probabilmente è lo Scipione Puzzovivo menzionato più volte (ma il testo non dà la certezza che si tratti della stessa persona, dal momento che l’omonimia è sempre in agguato anche in sussistenza di compatibilità cronologica) nel Libro d’annali de successi accaduti nella città di Nardò, notati da D. Gio. Battista Biscozzo di detta Città (cito dal testo edito da Nicola Vacca in Rinascenza salentina, anno IV (1936), n. 4:

A 22 Febraro 1646, andarono carcerati in Napoli, Notaro Alessandro Campilongo, Giandonato Ri, Scipione Puzzovivo, Nobile, e otto altre persone del popolo, per imposture fatteli dal Sig. Conte.

A 13 detto [Gennaio 1654] venne ordine dalla Regia agiunta fatta in Napoli, per la morte del D.r Mario Antonio Puzzovivo, che si conferiscanp, il Sindaco del Popolo,Gio. Donato Ri, e Scipione Puzzovivo, figlio del morto Puzzovivo, ordinando nella Regia Udienza di Lecce,che gli sia data quella gente che è di bisogno per la strada, e che possano andare con armi proibite.

A 20 detto [Gennaio 1654] partì per Napoli Scipione Puzzovivo, per la detta chiamatapartì solo senza il Sindaco del Popolo, havendolo portato sino a Conversano Gio. Ferrante de Noha, suo cugino, di là fu provvisto dal Sig. D. Tommaso Acquaviva di cavalcatura e denaro.

A 5 Marzo 1654 furono chiamati da venti persone dal detto Auditore, esamenandoli se il D.r Mario Antonio Puzzovivo era agente in Napoli della città di Nardò, e se avesse inimicizia con il Patrone, se fusse ammazzato, se Gio. Ferrante de Noha havesse portato  Scipione Puzzovivo in Conversano quando fu chiamato da S. E., se avessero inteso, che Mariantonio Puzzovivo fusse stato annazzato in Napoli, ad istanza del sig. duca delli Noci.   

A 16 Giugno 1654 fu carcerato Gio. Tommaso Sabatino per haver andato per servitore a Gio. Ferrante de Noha, e Scipione Puzzovivo, quando andarono a Conversano, acciò testifica che detto Puzzovivo, quando andò in Napoli chiamato da S. E., andò da Conversano, e negozziò con D.Tommaso Acquaviva.   

b Girolamo Marciano (1571-1628), autore di Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto, opera pubblicata postuma per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855.

Alla data del 1739, dunque, il manoscritto del Puzzovivo ancora esisteva prima di fare la fine di cui si parla, come abbiamo visto,  nella nota 2 relativa al secondo brano del n. 3.

 

6) Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1752, tomo III, parte I, p. 378:

7) Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1752, tomo III, parte II, p. 23:

 

È giunto ora il momento di riportare, enucleati,  tutti i frammenti che le fonti (tra parentesi tonde il numero relativo) appena passate in rassegna mi hanno consentito di individuare.

Frammenti della Descrizione della città di Nardò:

(2) Nardò una delle città più cospicue della Salentina provincia, o s’ave riguiardo all’antichità della sua origine, vantando i popoli Coni per suoi fondatori, o all’eccellenza del suo sito, vedendosi piantata in una amena, e fertile pianura, e sotto d’un Cielo Benigno, o alla nobiltà degli abitanti, potendo andar gonfia, ed altiera sopra d’ogn’altra del Regno di Napoli , vantando, oltre molti nobili, ventiquattro Baroni di Feudi.

(4) L’Amore costante, La Tirannide abbattuta, ovvero la crudeltà di Tiridate vinta dalla costanza di S.Gregorio Armeno, L’Erminia  (Titoli delle opere sceniche di  Raimondo De Vito).

(5) Sotto Ferdinando I d’Aragona patisce ancora molti danni, per la batteria, et assalto fattali dal Campo Venitiano dopo la presa di Gallipoli.

(6) Visse in questo tempo in qualità d’ottimo, ed esperto Medico Gregorio Muci, a cui da più parti concorreva la gente, o di persona, o con lettere per avere di lui la direzione nelle proprie infermità, ed indisposizioni, e quasi di continuo era fuori di casa chiamato ora in un luogo, ora in un altro. E se la Natura gli fu assai proprizia acciò lasciasse parti ben degni delsuo vivace, e spiritoso ingegno, avendo composte molte opere mediche, e filosofiche, delle quali solamente corre per le mani di tutti un suo dotto parere intorno il cavar sangue alle donne gravide, gli fu molto avara a provvederlo di figliuoli  non ostante d’esser stato ammogliato con Prudenzia Filieri. Gregorii Mucii Medici Neritini Opus Practicis perutile. De Vena sectioni in utero gerenti adversus negantes huiusmodi auxilium pro cautione ab Abortu. Neapoli apud Joannem Sulerbachium 1544 in 4°.

Sui dubbi che suscita il titolo del Muci tramandato dal Tafuri vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/06/gregorio-muci-medico-nardo-del-xvi-secolo-suo-libro-fantasma/

(7) L’antica, e nobile Famiglia Longo s’estinse in Alberigo, il quale siccome per la suua gran dottrina apportò somma gloria, e riputazione alla sua Patria,ed al suo Casato, così per amor della verità, e per difesa degl’Amici mancò miseramente di vivere in Roma da un colpo di Archibugio.

Frammento della commedia in endecasillabi sdruccioli Fortunio:

(2) Così vengo or più pronto a te medesimo/per dedicar la mia nuova Comedia.( Questa, è pur ver, fu parte di quel carcere,/ch’io già provai per le colpe imputatemi,/  e Tu per tormi da man de’ Satelliti,/che mi volean straziar per non requiescere/volesti mai finché me render libero/non vedesti da que’ lacci corporei,/onde legata fu per sempre l’anima.

Epigrammi

(3) Quae fuerant Lauri Phoebo sacra pascua quondam/Musarum cultrix Infima turba colit./Aruerant herbis, Cytisi vel flore carentes/saltus,nec Cantum qui daret, ullus erat./Contulit illa atavis felicia serta Camoenis/vaticinor nostris gloria maior erit./At modo quae gaudet Vatum Turba infima dici/certabit, Phoebo tum decus omne feret. 

Quelli che un tempo erano stati pascoli di alloro sacri a Febo (ora) li cura la schiera Infimaa adoratrice delle Muse. Erano inariditi a causa delle erbe, le balze prive pure del fiore del citiso e non c’era chi intonasse alcun canto. Essab ha recato alle antenate Camenec ricche corone. Annunzio: per i nostri ci sarà gloria maggiore. Ed ora quella schiera di poeti che gode a chiamarsi infima gareggerà, tributerà allora a Febo ogni onore.

 

a L’Accademia degli Infimi (per la storia di quest’accademia, sorta sulle cenwri di quella del Lauro, vedi Notizie delle accademie istituite nelle provincie napolitane, in Archivio storico per le province napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli, 1878, pp. 293 e seguenti).

b L’accademia.

c Nome romano delle Muse; molto probabilmente connesso con cànere=cantare e carmen=canto.

 

In quest’epigramma composto da distici elegiaci colgo una dichiarazione di modestia, forse anche troppo ostentata, anche se abilmente, attraverso la ripetizione nel secondo e nel penultimo verso (simmetria strutturale)  dell’accoppiamento delle parole infima e turba con inversione chiastica (Infima turba/Turba infima) e grammaticale in una sottile inversione dei ruoli: nella prima sequenza turba con iniziale minuscola, nome comune con significato iniziale notoriamente dispregiativo  ed Infima con iniziale maiuscola (nome proprio dell’accademia); il contrario nella seconda, dove Turba esprime una sorta di già avvenuta nobilitazione, prontamente ridimensionata, però, da infima abbassatosi ad aggettivo dal significato non certo esaltante. Tuttavia va detto che a p. 55 del tomo II dell’edizione della Istoria uscita per i tipi di Mosca a Napoli nel 1748  in testa al componimento si legge AD SCIPIONEM PUTEVIVUM e, poco prima, che l’autore è Tommaso Colucci di Galatone; insomma, dedicante e dedicatario risultano invertiti e buon senso vuole che l’ultima versione sia quella corretta.

(2,  nota d) Ardua res epigramma solet Scardine videri/nec multis unum saepe placere potest./Namque alii verba, et flores sectantur amoenos,/hic pondus rerum, scommatis ille salem,/fabula nonnullis arridet, priscaque multis/historia in laudem ritè retorta virum./Sed benè cunctorum retines tu corda libello/hoc decies claudens carmina dena tuo/queis neque verborum flores, nec copia rerum,/nec doctrinae laus nec charis ulla deest.

O Scardino, l’epigramma suole sembrare cosa difficile e a molti spesso può non piacere una sola cosa. Infatti alcuni amano le parole e i piacevoli fiori di eloquenza, questi l’importanza degli argomenti, quegli il sale del detto faceto, a parecchi piace la favola ed a molti la storia antica giustamente rivolta a lode degli uomini. Ma tu avvinci felicemente i cuori di tutti includendo in questo tuo opuscolo cento canti ai quali non mancano né fior di parole né abbondanza di argomenti né lode della dottrina né alcuna grazia.

Da notare queis, forma arcaica  per quibus, che ha la funzione di conferire solennità più che obbedire ad esigenze metriche.

Della serie dei componimenti elogiativi posti nella parte iniziale dell’opera di Ferdinando Epifanio Theoremata medica et philosophica, Balliono, Venezia, 1640 fa parte un epigramma del nostro formato da tre distici elegiaci, preceduto dall’intestazione Scipionis Puteivivi u(triusque) i(uris) d(octor) hexastichon ad auctorem: Nec melius quisquam te, Ferdinande, medetur/quos mala vis ferri, vel mala febris agit,/Nec facile invenias, doceat qui rectius artes;/quarum mille locos explicat iste liber./Ad te igitur veniat quicumque aud doctus haberi,/aut fieri sanus cum ratione velit.

(Esastico di Scipione Puzzovivo dottore di entrambi i diritti all’autore:  Nessuno meglio di te, Ferdinando, cura coloro che agita la maligna violenza della spada o una febbre maligna e non si potrebbe trovare facilmente chi insegnui più correttamente queste arti, delle quali questo libro spiega mille punti. Da te dunque venga chiunque voglia o essere considerato dotto o diventare sano con serietà scientifica).

Nella presentazione, ormai datata (http://www.lavocedinardo.it/bacheca3-03/ripresa0503-1.htm), di una sua imminente pubblicazione di una storia di Nardò del XVII Giancarlo De Pascalis così scriveva: … Il resto della storia prosegue segnalando le personalità di spicco nell’ambito culturale della città: in particolare sono da rilevare le presenze di Scipione Puzzovivo (che molti studiosi ritenevano non essere affatto vissuto ma pure invenzione storica del Tafuri) …

Non mi è stato possibile fino ad ora leggere tale documento (estremi della pubblicazione in http://www.storiadellacitta.it/associati%20CV/de%20pascalis.pdf:  Nardò nel Seicento: un manoscritto inedito di Girolamo de Falconibus, nella rivista “NERETUM – Annuario della Società di Storia Patria – Sez. di Nardò”, Congedo, Galatina 2003) e, quindi, non sono in grado di dire cosa eventualmente  aggiunga a queste note la parte dedicata al nostro Scipione, né conosco i nomi di coloro che, forse un po’ troppo frettolosamente condizionati dal vizietto della falsificazione notoriamente caro al Tafuri, hanno pensato che fosse un personaggio fittizio. Per fugare definitivamente questo dubbio credo, visto  che l’epigramma 3, per quanto detto, molto probabilmente andrebbe escluso dalla produzione del nostro, basti  il 2, nota d “ospitato” da Pellegrino Scardino proprio all’inizio della sua centuria. Ho detto ospitato, ma avrei fatto meglio a scrivere esibito, insieme con altri tre, rispettivamente di Giovanni Alfonso Massaro, Filippo Antonio Leone e Francesco Mauro, secondo la consuetudine, abbastanza frequente nella letteratura encomistica di quel tempo, di far precedere l’opera da recensioni poetiche di personaggi di una certa notorietà. L’epigramma in questione, inoltre, testimonia, da parte di Scipione, di un certo mantenimento di contatti  con l’ambiente culturale salentino.

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (seconda parte)

Veduta di Manduria (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato).

 

di Mirko Belfiore

 

In questi insediamenti gli Imperiale seppero lasciare un’impronta del loro operato con risultati artistici oggi ancora apprezzabili e che corrispondono, in parte, a quel “consumo ostentativo” di cui tutta l’area salentina ne fu caratterizzata in molti dei suoi centri più prestigiosi.

Una delle particolarità principali di quest’area sta proprio nel fatto che i profitti di un’agricoltura fortemente commercializzata, basti pensare alla produzione olearia o vinicola, venivano reinvestiti in una “nuova visione feudal-aristocratica della vita” che andò affermandosi a cavallo fra Seicento e Settecento, quando vengono ridisegnate le nuove residenze nelle città e i castelli si ingentiliscono con arredi e decorazioni.

Qui emerge con una certa consistenza una gusto nuovo nell’adibire a palazzo gli antichi manieri fortificati, già usanza in passato, ma che divenne un metodo ancora più in voga presso l’aristocrazia, fra il XVI e il XVII secolo. Le grandi famiglie nobiliari sentono il bisogno di vivere in maniera più consona alla propria condizione e se in principio si accontentano di far restaurare gli antichi manieri, ormai provati da numerosi assalti, terremoti e dall’usura degli anni, ora commissionano restauri sostanziosi che trasformano le strutture in un ibrido fra castello e palazzo.

stemma del casato genovese degli Imperiale

 

Nell’elenco degli aristocratici stilati dal Labrot, fra coloro che nelle varie parti del Regno adottano questa soluzione, compaiono gli stessi Imperiale. Effettivamente gli stessi lasciarono traccia oltre che a Francavilla anche nelle altre dimore usate periodicamente per caccia o villeggiatura (Avetrana, Carovigno, Massafra, Latiano, etc.) seguendo il gusto dell’epoca e traducendo l’immagine lussuosa degli edifici napoletani nelle proprie residenze con interessanti risultati artistici di cui possiamo farci un’idea anche tramite l’analisi degli inventari pervenuteci.

Un progetto concretizzatosi anche alla luce di quei rapporti con Napoli dove i più importanti feudatari avevano residenza stabile e da dove giungeva in periferia un modello che poteva essere replicato. In ambito pittorico, per esempio, la frequentazione diretta delle botteghe napoletane dei grandi artisti poteva tradursi nell’acquisto sia di quadri opera del pittore affermato quanto dei più bravi allievi presenti, con la possibilità di splendere qualcosa in meno.

D’altro canto, e il caso di Domenico Carella e della bottega dei Delli Guanti a Francavilla ha fatto scuola, la strategia di valorizzare gli stessi pittori locali salentini, i quali avevano avuto modo di formarsi a Napoli nelle stesse botteghe, poteva restituire opere d’arte dalla resa più che discreta e al passo con i grandi nomi della scuola napoletana.

Tutto ciò si tradusse in un collezionismo dai risvolti multipli, inteso sia come scelta ponderata e consapevole, finalizzata all’acquisto di opere legate da una tendenza o da un filo coerente quanto alla semplice realizzazione di ricche quadrerie, dove spesso le scelte se non erano casuali, erano dettate da oscillanti motivi di moda, convenienza, gusto e, probabilmente, anche da assembramenti ereditari.

Il più importante di questi elenchi di opere riguardante gli Imperiale è sicuramente quello redatto nel 1735 per conto di Michelle III. La lista ben ci delinea la cospicua collezione d’arte di proprietà del nobiluomo, la quale era costituita da più di 400 pezzi fra opere d’arte di ogni genere e oggettistica di pregevole fattura.

Nella sezione “quadri diversi” molte delle tele rimandano ai grandi nomi della scuola veneta, molto apprezzata, e replicata anche sotto forma di copie dagli originali (come in uso all’epoca) come il Veronese, il Tiziano, il Bassano e il Salviati di cui la Terra d’Otranto come buona parte della costa adriatica fu terra d’approdo per la folta presenza di mercanti veneziani. In aggiunta troviamo i grandi artisti napoletani come il Solimena, il Giordano, il de Matteis, il Pacecco de Rosa o Jusepe de Ribera e una piccolissima sezione dedicata agli esponenti della scuola romagnola come il Guido Reni.

Di questa celebrata collezione sappiamo che il nipote Michele IV Juniore la trasferì in blocco a Napoli presso palazzo Cellamare, sontuosa dimora napoletana sita in via delle Chiae, e di proprietà della nobildonna Costanza Eleonora Giudice, vedova di Giovan Francesco, affittata fin dal 1755 dall’Imperiale per una cospicua somma di ducati. Di questa collezione, alla morte del Principe, sappiamo che venne smembrata e in parte venduta dagli eredi, nella fattispecie dal cugino Vincenzo Imperiale e di cui una piccolissima parte possiamo ancora ritrovarla nel nucleo principale della pinacoteca di palazzo Imperiale a Latiano.

(continua)

 

Per la prima parte:

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (prima parte)

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (prima parte)

Veduta di Francavilla (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato)

 

di Mirko Belfiore

 

In Terra d’Otranto l’estensione dei possedimenti feudali durante l’età moderna raramente raggiunse dimensioni paragonabili a quelle godute nelle altre province del regno di Napoli, con una significativa eccezione rappresentata dalla signoria degli Imperiale, principi di Francavilla e marchesi d’Oria e Casalnuovo.

Tramite un’attenta e oculata strategia di compravendite, quest’ultimi seppero realizzare una delle aree di potere fra le più estese del Meridione, secondo alcune stime il quarto per ordine di grandezza. In origine fu David “eroe della battaglia dei tre Imperi”, giovane orfano di Andrea Imperiale, il quale dopo aver liquidato le pendenze con gli altri rami della famiglia a Genova e stipulato con il demanio spagnolo un pactum de retrovendendo, entrò in possesso delle terre di Oria, Francavilla e Casalnuovo insieme ai feudi di Paretalto, San Vito, li Mauri, Motunato e Comunale in aggiunta ai casali di San Giorgio ed Erchie.

Si tratta dunque, ed è qui che troviamo la rarità della vicenda, di un passaggio immediato all’investimento feudale senza le trafile militari dei Grimaldi e dei Doria o burocratiche degli Squarciafico, da parte di un figlio di banchieri che divenuto soldato e proprietario di galee si presenta dinanzi al Vicerè Cardinal Granvelle, esclusivamente per acquistarsi una proprietà. L’atto fu redatto il 18 marzo 1572 e il Re di Spagna Filippo II rinunciò ai diritti su quest’area per una cifra di poco inferiore ai cinquantamila ducati, un deposito di centoventicinquemila ducati per il feudo di Oria e uno di quattromila per la dogana di Puglia concedendo all’Imperiale il titolo di Marchese mentre in compensazione a una vecchia concessione, lo stesso David riconobbe al precedente feudatario il Cardinale Federico Borromeo una somma di dieci mila ducati.

Con questa operazione finanziaria, David garantì per sé e i suoi successori una sicura rendita economica su cui fondare la fortuna della dinastia e un punto di partenza per proseguire nel progetto di allargamento dei confini del feudo. Poco tempo dopo, durante la prima metà del XVIII secolo, il nipote Carlo incrementò i possedimenti familiari tramite l’acquisto del feudo di Latiano (1641), baronia che non rimase a lungo nelle sue mani perché la rivendette al fratello Giovan Battista (1654) e da cui prese vita uno dei rami cadetti.

3. Ritratto di Michele III Imperiali Seniore (Anonimo, XVIII secolo, olio su tela, Francavilla Fontana, Castello-residenza).

 

Michele II, quarto Marchese d’Oria e primo Principe di Francavilla, portò avanti il progetto acquistando la cittadina di Massafra (1661) mentre a Michele III seniore si deve l’acquisizione dei feudi di Avetrana (1666), Maruggio, Sava, Modunato e Uggiano Montefusco (1715) e, qualche anno più tardi, delle terre di Carovigno e Serranova (1736). Agli Imperiale di Latiano, infine, si deve nel 1791 l’acquisto del feudo di Mesagne.

Tutti questi possedimenti riconfluirono nel Demanio alla morte senza eredi di Michele IV juniore (1782) il quale lasciò i suoi averi al cugino di terzo grado Vincenzo il quale da subito dovette affrontare in tribunale il Regio Fisco e quel Bernardo Tanucci, ministro delle finanze, intenzionato a eliminare quanto più possibile quella schiera di baronati locali ancora presenti nel Regno delle Due Sicilie e che secondo la sua visione impedivano pieno controllo territoriale al potere centrale di Napoli sulle province più periferiche come quella della Terra d’Otranto.

(continua)

Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (II parte)

Pubblichiamo i brani conclusivi dell’Introduzione alla Messapographia sive Historia Messapiae

 

di Domenico Urgesi

Le fonti di Diego

[…]

Le fonti basilari di Diego sono anzitutto quelle classiche: gli storici greci, Erodoto, Strabone, Pausania, da lui citati sia direttamente che attraverso le riletture umanistiche; allo stesso modo si avvale di Plinio, Virgilio e Festo. Copiosi sono i richiami da autori umanistici; Leandro Alberti e Gabriele Barrio sono suoi punti di riferimento, specialmente nel libro I della Historia Messapiae, come anche Lamberto Ortensio e Biondo Flavio. Non mancano Pontano, Facio, Sabellico, D’Alessandro, anche se in maniera un po’ defilata.

Le fonti della classicità greca e latina ricorrono specialmente nei primi due Libri. Notevole, per la trattazione dell’epoca romana, sembra anche il ricorso alla Historia Augusta, altra opera enciclopedica i cui estensori sono citati e/o parafrasati.

Continui e insistenti i riferimenti agli umanisti salentini, soprattutto Antonio De Ferrariis detto il Galateo il cui Liber de Situ Iapygiae (1558) viene citato molto spesso oltre che parafrasato; nei suoi confronti, il nostro riconosce continuamente un’autorevolezza indiscussa, attestata anche dal corografo Abrahamus Ortelius, che ne stampa un brano nella carta geografica della Apulia quae olim Iapygia inserita nel supplemento (1573) all’atlante Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato più volte ad Anversa a partire dal 1570; è lo stesso brano che Diego commenta nella parte iniziale del suo ms., quella dedicata alla descrizione naturalistica della Iapygia. All’autorevolezza corografica dello stesso Ortelius, Diego si richiama più volte.

Un posto speciale occupa Virgilio[1], sulla scia della lettura fattane da umanisti quali Biondo Flavio e Lamberto Ortensio, ma soprattutto da Auctores di età romana imperiale come Servio Mario Onorato, privilegiato mentore di Diego, di Giunio Valerio Probo, e di Ambrogio Teodosio Macrobio (il quale aveva contribuito a rendere l’opera virgiliana enciclopedica e a diffonderla enormemente). Molto verosimilmente, questi autori che avevano fatto di Virgilio uno dei massimi “sapienti” dello scibile umano mitologico, storico, religioso e filosofico, agli occhi di Diego legittimano la validità storica della mitologia classica. Accanto ad essi, però, non è da sottovalutare l’influenza dell’umanista Natale Conti, la cui Mythologiae sive explicationes fabularum libri X ebbe numerose edizioni tra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600[2]. Sembra mutuata proprio dal Conti, ampiamente citato da Diego, il suo forte richiamo alla mitologia; come per l’umanista, i miti pagani sono completamente assorbiti da Diego all’interno della sua assoluta fede cristiana, alla quale sono ricondotti.

Epifanio Ferdinando

 

Tra i Salentini, oltre al De Ferrariis, molto citato è l’amico e collega del padre Epifanio, Girolamo Marciano (1571-1628); sono anche conosciuti e citati, elencandoli qui in ordine cronologico, Antonello Coniger (XV-XVI sec.), Quinto Mario Corrado (1508-1575) e Iacopo Antonio Ferrari (1507-1588), come pure Giovan Battista Casmirio (XVI sec.) e Giulio Cesare Infantino (1581-1636), la cui opera (a noi nota come Lecce sacra) è citata come “Sacrarum Lupiarum”. Varie volte Diego attesta le sue affermazioni con l’autorevolezza del padre Epifanio.

Ad eccezione della Lecce sacra, pubblicata nel 1634, le opere di Marciano, Coniger, Casmirio e Ferrari, rimasero inedite per lungo tempo; ma, evidentemente, Diego ne possedeva (o, almeno, ne aveva letto) i manoscritti circolanti al suo tempo. L’elenco in ordine cronologico può essere utile: la cronaca del Coniger (Recoglimento de più scartafi de certe cronache moderneet antiche de più coseet rinuate le cose socesse in questa Provincia de Terra d’Otranto), databile al 1512, circolò manoscritta fino al 1700; la lettera del Corrado (Ad Cives Uritanos Oratio) è datata al 1561; la Epistola apologetica del Casmirio[3], databile al 1567, è stata pubblicata solo recentemente[4], ma circolava ms. ai tempi dell’autore; l’Apologia paradossica della città di Lecce del Ferrari (opera ultimata nel 1586[5] ma, benché pubblicata soltanto nel 1707 in Lecce, anch’essa era nota ai contemporanei essendo circolata ms.); la già citata opera (s.d., ma ante 1628) del Moricino (1558-1628), ms. ben noto ai tempi dei Ferdinando e che troverà solo nel 1674 la necessità di essere pubblicata (ma plagiata) dal Della Monaca; la Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto[6] (s.d., ma ante 1628) del Marciano, anch’essa circolata ms. ai suoi tempi. Sul Marciano, in particolare, bisogna rilevare che questo autore è continuamente citato e parafrasato da Diego, a volte esplicitamente, ma più spesso implicitamente.

Innumerevoli i richiami, quasi sempre espliciti, a Giovanni Giovine, Giovanni Antonio Summonte, Marino Freccia, Pandolfo Collenuccio, dalle cui opere Diego attinge notizie e considerazioni in continuazione; meno citati Tommaso Costo e Angelo Di Costanzo. In un’ottica comparativa, alla luce delle notevoli differenze ideologiche e di impostazione storiografica, nonché della loro differente dipendenza dal loro specifico contesto politico, sarebbe da approfondire quanto di codesti Auctores Diego condividesse, e fino a qual punto. Anche perché Collenuccio, Di Costanzo, Costo, Summonte, Freccia, ecc., sono i capostipiti di varie tendenze (filo-angioina, filo-aragonese, antispagnola) che saranno proposte tra XV e XVIII secolo, sulla cui fortuna utilissime sono le considerazioni di autorevoli studiosi quali Aurelio Musi[7] e Antonio Lerra[8] (che qui accenniamo solamente).

Peraltro, un altro illustre studioso, Angelantonio Spagnoletti, sottolinea che «… la ricostruzione della memoria municipale nel Regno di Napoli è organizzata su elementi facilmente riconducibili ad un unico modello: la fondazione eroica e leggendaria della città, la vita del santo protettore, il rinvenimento miracoloso del suo corpo, la costellazione di chiese e di edifici sacri, la cronotassi episcopale…»[9].

Questi autorevoli studiosi hanno, dunque, messo in evidenza il trasferimento agli storici-cronisti-storiografi locali di temi e modelli afferenti ai capostipiti napoletani, quali l’insistenza sui miti di fondazione di origine greco-romana, il tema della fedeltà, la dinamica del potere locale, il peso dell’agiografia, l’emergenza dell’antispagnolismo[10].

Troviamo questi temi in Diego Ferdinando, ma in una miscela del tutto particolare, in cui non sembra prevalere nessuna delle tendenze citate; insistente è, invece, il tema delle origini (incentrato sui Messapi) insieme a quello agiografico (incentrato su S. Eleuterio). La dinamica del potere è accennata nel ricordo della vicenda del pallio, ma soprattutto nel richiamo meticoloso ai privilegi[11] che Mesagne aveva ereditato dai sovrani angioino-durazzeschi, puntualmente elencati da Diego, teso a rivendicare alla propria patria l’antico status di città demaniale.

Ricorre spesso l’utilizzo di fonti ecclesiastiche come Eusebio di Cesarea e Lattanzio, il Venerabile Beda, S. Epifanio, Henschenius, ma soprattutto S. Agostino (il Doctor Gratiae), un epigono del quale, il monaco agostiniano Jacopo Filippo Foresti alias Eremitano, occupa un posto privilegiato nella narrazione del Ferdinando. Ma occorre aggiungere anche un’altra considerazione, più generale e complessiva: dalla narrazione di Diego emerge una Puglia incessantemente battuta da eserciti stranieri e da sciagure naturali; una narrazione che sembra ricalcare l’impianto degli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio, altro suo Auctor prediletto; considerazione che emerge da un sommario confronto tra l’intitolazione di alcuni capitoli del Baronio e di Diego e che meriterebbe, forse, un maggiore approfondimento. Il Martirologio del Baronio (presumibilmente nell’edizione del 1620), in particolare, fu la sua fonte privilegiata per attestare il martirio di S. Eleuterio a Mesagne; e Diego gli rimase fedele anche dopo la revisione fattane nel 1630 da Urbano VIII. Bisogna, però, notare che il Martirologio Urbaniano non chiuse definitivamente la questione del martirio di S. Eleuterio; tant’è che, ancora nel 1660, troviamo affermata, sebbene in maniera critica, la versione del martirio mesagnese in un Martirologio Agostiniano[12].

[…]

Altro autore utilizzato da Diego fu Cieco da Forlì, alias Cristoforo Scanello, autore di una Chronicha universale della fidelissima, et antiqua regione di Magna Grecia, overo Iapigia divisa in tre parti, cioè di Terra di Otranto, Terra di Bari et Puglia Piana, stampata a Venezia nel 1575. La cronaca pugliese dello Scanello ebbe notevole successo, ma fu ritenuta poco autorevole già dagli studiosi dei secoli seguenti; la sua credibilità fu definitivamente demolita nel 1892 da Ludovico Pepe[13].

[…]

Per il periodo angioino-aragonese e quello del Viceregno, Diego si avvale del Summonte, del Giovine, di Paolo di Tarsia, di Paolo Giovio ed altri (compreso il Mannarino), ma soprattutto dei protocolli notarili, dei Tavolari, del “libro dei privilegi[14], conservato in Archivio” come dice lo stesso Diego (ossia il cosidetto “Libro Rosso”), dai quali trae e mette in risalto i numerosi e preziosi diritti concessi specialmente dagli Angioini, dai Durazzeschi e poi da Ferrante e suoi successori.

Nei due capitoli finora ignoti (Sepulchra ed Inscriptiones), i riferimenti sono soprattutto a Luciano di Samosata e ai Manuzio, Paolo e Aldo il Giovane. Nel capitolo sulle epigrafi mesagnesi, Diego espone quelle tramandate sia dal padre Epifanio che da lui viste, e si cimenta nella interpretazione del loro significato, anche per spiegare le incongruenze tra alcune versioni. In verità, alcune epigrafi erano state già pubblicate da Aldo il giovane, sulla base di comunicazioni inviate ai Manuzio da Quinto Mario Corrado (e da Giovanni Antonio Paglia), molto prima che se ne occupassero sia Epifanio che Diego Ferdinando. La vicenda ingenerò un po’ di confusione, poi perpetuata fino a Diego; un nostro supplemento di indagine[15] ha consentito di ricostruirne in parte i contorni (ma ne diamo un accenno nel relativo commento a pié di pagina, nella traduzione).

Uno sguardo particolare merita la polemica insistente (ma espressa cortesemente) che Diego propone nei confronti di Giovanni Maria Moricino[16], l’autore dell’opera Dell’Antichità e vicissitudine della città di Brindisi. Opera di Giovanni Maria Moricino, filosofo e medico dell’istessa città, descritta dalla di lei origine sino all’anno 1604. Una copia di tale opera, di cui l’originale fu disperso, è custodita in Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi: ms. D/12, trascrizione datata al 1761. Essa fu pubblicata nel 1674 dal plagiario Andrea Della Monaca col titolo Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi.

Il Moricino era un medico e filosofo discendente da famiglia veneta, nato nel 1558, morto nel 1628; nel periodo 1604-1605 ricoprì la carica di Sindaco a Brindisi, mentre nel 1613 vi risultava Auditore[17]. Oltre che a Brindisi, visse anche in Mesagne, dove insegnò retorica, logica e geometria a Epifanio Ferdinando; molto probabile, quindi, che una copia del ms. del Moricino fosse stata nelle disponibilità della famiglia Ferdinando. Evidentemente, per poterlo contestare, Diego ne leggeva il manoscritto; e, ad onor del vero, in molti casi ne riconosceva la piena validità. Perché, allora, questa polemica? Quasi certamente, la possiamo capire leggendo ciò che Moricino scrive a carta 16v del suo citato ms.:

[…] Nel che non posso fare di non ridere la vana pretendenza di coloro che pretendono Misagne, picciola Terricciola distante da Brindisi otto miglia, esser Messapia Regia de’ Re Messeni e Capo de Salentini…

[…]

Il contenuto dell’opera

Anzitutto, il confronto storiografico di Diego con la bibliografia e gli studi storici di oggi sarebbe impari; pertanto, nell’edizione critica ci siamo limitati a segnalare gli studi e le ricerche storiche ed archeologiche più autorevoli. Risulta molto più proficuo, invece, metterlo a confronto con la bibliografia dei suoi tempi, sia per capire quali, e di quale tipo, fossero le sue fonti, sia per mettersi in sintonia col suo modo di pensare.

Un breve accenno (ma l’argomento meriterebbe un discorso a parte) alla forma linguistica del codice 1655: il latino di Diego è fatto di lunghissimi periodi, spesso scoordinati, circonvoluti, “torrenziali”, colmi di termini abbreviati; si ha l’impressione di leggere un “racconto orale”; e, forse, l’uso sfrenato delle abbreviazioni, alcune delle quali sembrano inventate proprio da lui, tanto sono inusuali e ardite, è funzionale all’incalzare del racconto. La traduzione ha cercato di essere fedele non solo nella lettera, ma anche nello stile, al testo dell’autore; ma, soprattutto, ha cercato di rendere pienamente il significato di ciò che Diego intendeva esprimere. Compiti non semplici, tant’è che soltanto dopo essere entrati in sintonia con il suo pensiero, è stato possibile individuare i sinonimi più adatti a rispecchiarlo. È utile, mi pare, segnalare l’utilizzo (non eccessivo, tutto sommato) di termini ed espressioni dialettali e pure in volgare, quali “vuttisciana”, “girator di paese”, “porta picciola”, “de corpo a corpo”, “adaquatione”, “porta nova”, “porta di Rusci”, etc., che è oggetto di uno studio in corso di stampa[18]. Interessanti, anche, le numerose varianti latine e vernacole del nome di Mesagne.

Ciò premesso, riassumere quest’opera in poche frasi è impresa titanica, se non risibile. A mio modesto parere, tuttavia, qualche breve considerazione sul suo contenuto è necessaria, per potercisi orientare. Se quello che abbiamo prima appena accennato è l’orizzonte culturale nel quale si muove Diego, sembra di poter affermare che il suo è un terreno piuttosto campanilistico, benché supportato da una vastissima erudizione. Ma, d’altronde, il campanilismo del Ferdinando non è poi tanto esagerato, se solo si mette la sua opera a confronto con quelle (del ‘500 e ‘600) di altre città meridionali, in particolar modo quelle calabresi ricordate da Francesco Campennì[19], in cui sembrano persistere le antiche contrapposizioni tra le varie colonie magnogreche, che riemergono più o meno consapevolmente addirittura in epoca seicentesca: si vedano, in particolare, le contrapposte storie municipali di Cosenza, Crotone e Vibo Valentia[20]. Nel nostro caso, la contrapposizione è quasi a tutto campo, pur in forme erudite, tra la (presunta) centralità mitologica e religiosa di Mesagne e le circostanti città.

In realtà, quello che Diego esplora e approfondisce è un terreno che in area salentina era stato già solcato dal Casmirio, dal Ferrari, dal Moricino, dal Marciano.

Come per costoro, anche il Ferdinando si ispira sostanzialmente ad una linea storiografica che, nel Mezzogiorno, parte dal Galateo e fa il paio con il De antiquitate et situ Calabriae (1571) di Gabriele Barrio. Le vicende dei popoli italici precedenti la civiltà romana sono lette dagli studiosi ed eruditi locali vissuti tra umanesimo ed età moderna, come il fenomeno culturale che fornisce gli specifici caratteri identitari costitutivi di una “nazione”. Così, Diego fonda l’identità della sua città, Mesagne, sulle memorie della “nazione messapica”, che tenta di definire, descrivere ed illustrare sulla base delle fonti di cui poteva disporre, quelle letterarie innanzitutto; a queste aggiunge, poi, le scarne fonti archeologiche che andavano emergendo nel periodo burrascoso del primo ‘600.

[…]

Diversamente dal Mannarino, è del tutto assente, in Diego, qualsiasi intento encomiastico di signori o feudatari coevi o passati; e, mentre Mannarino esalta la Misagne felix, in Diego risulta vano cercare un minimo accenno alla Mesagne reale dei suoi tempi, fatta eccezione per i ritrovamenti archeologici. La celebrazione di Mesagne era, per il primo, funzionale alla benevolenza (per sé e per la città) del feudatario Giovanni Antonio Albricci; mentre per Diego sembra fine a sé stessa, funzionale alla dimostrazione della magnificenza di Mesagne nei confronti di chicchessia.

[…]

Tuttavia, benché scarna, l’attenzione di Diego ai suddetti temi indica (e conferma) la consapevolezza, negli osservatori seicenteschi, dell’autonomia riconosciuta alle autorità comunali di Terra d’Otranto dai sovrani angioini e aragonesi e non da quelli spagnoli (nel sistema neo-feudale), come è stato messo in evidenza da vari recenti studi[21]. Probabilmente, non è senza motivo la puntualità archivistica che a tratti ritroviamo in questa Messapographia: sarà da illuminare nel quadro delle dispute e delle alleanze che sorsero tra l’Università di Mesagne, il potere baronale, quello ecclesiastico e quello Vicereale, un campo di ricerca che merita di essere ulteriormente e sistematicamente solcato[22].

L’intento programmatico, che oggi definiremmo ideologico, di Diego non è dichiarato (ma ce n’era bisogno?); tuttavia, rifulgono chiaramente due obiettivi: ─dimostrare che Mesagne fosse stata Messapia capitale dei Messapi; ─dimostrare altresì una forte preminenza cristiana di Messapia-Mesagne, in quanto sede del martirio di S. Eleuterio, posto cronologicamente nell’anno 121 d.C., secondo i ragionamenti logici di Diego. Da ciò derivano le due caratteristiche fondamentali di quest’opera: la valorizzazione della “nazione messapica” e l’apologia di S. Eleuterio, confluenti entrambe nella grandezza di Mesagne. Mentre rispetto al secondo punto, l’accostamento della storia cittadina a quella del santo patrono non è una caratteristica rara né in Terra d’Otranto, né in tutto il Mezzogiorno, riguardo al primo punto, invece, Diego è l’unico scrittore di storia municipale, nel Seicento salentino, ad illuminare la propria città sulla base di una storiografia messapica.

 

Diego Ferdinando e il Patronato di S. Eleuterio

Tali impostazioni risultano oggi plasticamente erronee; ma non erano assolutamente errate per Diego, e neanche per i suoi contemporanei, se è vero che nei documenti notarili ed ecclesiastici del suo tempo, Mesagne veniva indicata come Messapia (e ciò, in verità, fin dalla metà circa del ‘500). E Messapia veniva, pure, indicata la città nella epigrafe[23] incisa sul frontone del primo ordine della Chiesa Matrice riedificata, che reca la data del 1653. E le statue di S. Eleuterio, con Anzia e Corebo, erano e sono scolpite sul portale maggiore di detta chiesa (ma con un S. Eleuterio stranamente simile alla classica iconografia di S. Oronzo). Se, oggi, l’apologia di S. Eleuterio non ha più alcun senso, non era così nella mentalità (1655) dell’autore mesagnese; ma non era così, evidentemente, anche per i fedeli mesagnesi. Messapia e S. Eleuterio erano strettamente vincolati a costituire la base identitaria dei mesagnesi, come avvenuto in molte altre città salentine[24]. Erano così vincolati, che le statue dei tre Santi furono poste sul portale maggiore, affianco alla epigrafe inneggiante a Messapia, col Santo Eleuterio centrale e imponente, nonostante che la nuova chiesa, appena riedificata, fosse stata intitolata ad Ognissanti, mentre prima era intitolata ai tre Santi, come dice lo stesso Diego in questo ms., e come sarà poi ricordato (nel 1744) dall’Arciprete Moranza (vedi appresso).

Sul culto mesagnese di S. Eleuterio vi sono precedenti studi, ai quali rinviamo[25]. Ma questa, finora ignorata, insistenza di Diego sul presunto martirio mesagnese di S. Eleuterio apre nuovi squarci. Il legame che Diego stabilisce tra la Città ed il “suo” martire sembra ricondurre all’importanza della “parentela” col santo martire, dalla quale deriverebbe una concittadinanza (ossia parentela col sacro)[26] che da sola sarebbe bastata a dare sicurezza e preminenza alla città di Mesagne.

[…]

Da alcune carte nell’Archivio Capitolare di Mesagne, anzi, possiamo forse capire le motivazioni più profonde alla base della lunga dissertazione su S. Eleuterio. Sappiamo che Diego, divenuto sacerdote dopo la morte della consorte, fu accolto nel Capitolo nel 1648[27]. Mentre la nuova chiesa era in costruzione (essendo crollata il 31 gennaio 1649), fu perorata – su iniziativa della Civica Università – l’attribuzione effettiva del patronato alla Madonna del Carmine. Cosicché il 30 aprile 1651, il Capitolo della Chiesa Collegiata, «come in virtù del decreto et Bolla di Papa Urbano di felice memoria», preso atto che la Civica Università di Mesagne aveva «pigliato ed accettato ad Avvocata et Protettrice la gloriosa Vergine Santa Maria del Carmine acciò a suo tempo se ne celebri et solennizzi la festa in conformità di quello che s’ordina nelli detti Decreti pontifici», diede il proprio «consenso a quanto da detta Università era stato conchiuso […] nemine discrepante [corsivo nostro]»[28]. […]

Peraltro, rispetto ad altre Conclusioni Capitolari, questa sembra piuttosto sbrigativa, e il Capitolo, dal numero dei partecipanti – per essere un evento eccezionale – non sembra neanche molto affollato: solo una trentina sui circa 50 titolari. Sembrerebbe quasi che i religiosi capitolari non fossero molto entusiasti. Comunque, tra i Preti, Canonici e Presbiteri partecipanti a detta riunione del Capitolo mancava proprio Diego Ferdinando. Sorge il dubbio che la sua assenza non fosse casuale; che, cioè, Diego non condividesse l’operazione e non avesse partecipato per “motivi di opportunità”.

[…]

Tale dubbio è corroborato da un’altra Conclusione capitolare[29], in cui risulta che, nel mese di aprile del 1660, nel Capitolo (presenti, questa volta, oltre 50 religiosi) si discusse, fra l’altro, una precedente proposta di Diego, che fu accolta:

[il R.do Bartolomeo Leonardo Sasso…] Inoltre propone che il Dr. Fisico D. Diego Ferdinando per rinovare la venerazione de’ Nostri S(an)ti Eleuterio, Corebbo et Antea ne havea fatto fare un Quadro Grande, e desiderava che detto R.do capitolo gli concedesse una cappella per collocarlo, offerendo ducati 100 di capitale a detto Capitolo con obligo di messe e desiderava ancora che l’istesso R.do Capitolo insieme con l’Univ.(ersi)tà comparissero nella Sagra Congregazione in Roma per ottenere che detti s(an)ti ci siano concessi per Compadroni con la Beatissima vergine del Carmine e da tutti parimente fu concluso che citra preiudicium dell’altre concessioni di cappelle che si faranno per essere detto Sig. D. Diego benemerito di Capitali si concedesse detta Cappella [— —] se gli darà l’assenzo di Mons. Ill.mo Arcivescovo e che per l’avvenire non s’intenda con ciò fatto pregiudizio nelle concessioni che si faranno con sì poca somma e gli fu concessa la Cappella all’incontro di quella dov’è collocato il Quadro del S.(acro) Monte che è la 3a à man dritta in ord(in)e nell’entrare dalla Porta Magg(io)re della Chiesa et andare al Presbiterio e che si supplicasse in Roma per ottenere la d(ett)a Compadronanza a spese del med(esi)mo Sig. D. Diego.

Con questa decisione, dunque, fu accolta l’istanza di Diego di dedicare un altare a S. Eleuterio, come anche quella di chiedere alla sacra Congregazione dei Riti che Eleuterio, Antea e Corebo fossero elevati a Compatroni della Città, insieme con la Madonna del Carmine. Curiosamente, però, – sia detto per inciso – una precedente Conclusione Capitolare del 1658 ci informa che il Capitolo aveva accettato anche la nuova proposta dell’Università di proporre S. Oronzo quale protettore di Mesagne[30]. […]

Quanto all’istanza di Diego, non sappiamo se, e come, si sviluppò la perorazione della Compadronanza, ma l’altare di S. Eleuterio fu effettivamente realizzato, come risulta dalla Santa Visita svolta dall’Arcivescovo di Brindisi Francesco d’Estrada[31], che lo ispezionò il 18 ottobre 1660. Esso risulta pure nell’elenco degli altari dichiarati dall’Arciprete Antonio Moranza nel 1744, nella sua relazione consegnata all’Arcivescovo Antonino Sersale durante la Santa Visita[32]:

[…] L’altare di S. Eleuterio martire è della famiglia Ferdinandi, oggi ne tiene possesso il di loro erede il reverendo D. Diego cantore Baccone che ha il pensiero di provederlo di sacre suppellettili.

[…]

Tirando le somme, possiamo affermare che, per Diego Ferdinando, la magnificenza di Mesagne è soprattutto fondata sia sulle antiche (ma pretese) glorie messapiche che su quelle, religiose, dei proto-martiri Eleuterio, Antia e Corebo. Diego ritrova tali glorie nelle fonti letterarie, nei monumenti, nei documenti; i quali tutti attestano, nella sua concezione, che la magnificenza di Mesagne risaliva a ben prima della vendita della Terra di Misagne ai baroni (Beltrano nel 1522, Albricci nel 1591, De Angelis nel 1646). Sembra proprio questo il filo conduttore di tutta l’opera, sebbene non esplicitamente dichiarato.

[…] In conclusione, questa Historia Messapiae è una vera e propria miniera; scavandola ne possono venir fuori sassi, scorie, ma anche molti gioielli (e sono tanti). A tal proposito, segnalo soltanto alcuni brani interessanti:

Un gioco dei fanciulli con le monete

[carta 23r] «… Da ciò l’antica usanza dei fanciulli, ed il gioco di lanciare in alto i denari, e di presagire la sorte scegliendo o “testa” o “Nave”, genera in noi non poca fiducia nell’antichità. La moneta così contrassegnata, [come dice] Macrobio nel primo libro, capitolo 7 dei Saturnali, anche oggi è avvertita nel gioco dei dadi, quando i fanciulli, gettando in alto i denari, esclamano “Testa” o “Nave” in un gioco [che è] testimone dell’antichità».

L’Artopticus: La “frisa” ai tempi di Diego

[95v] «… quello che noi [chiamiamo] Arton, gli stessi Romani lo denominano Pane. Da ciò Artopta in Plinio nel libro 18, cap. 11, o Artopta in Plauto, [vocabolo] con cui chiamavano la donna fornaia, o il vasellame in cui veniva cotto il pane abbrustolito detto Artopticus».

La Vuttisciana

[carta 135v] «Da ciò [gli eruditi] sembrano spiegare la ragione di quella parola [vedi in appresso Vuttisciana], di cui ci serviamo non solo in Messapia, ma in tutta la Regione; vale a dire il giorno in cui non ci asteniamo per nulla dalle attività, poiché Giano, sia che fosse istruito da Saturno che accolse come ospite, oppure che fosse animato dal suo stesso genio e dalla [sua] saggezza, fu promotore dell’[attività] di piantare e seminare, e coltivare i campi {la ragione}, ed insegnò gli altri lavori per il vantaggio degli uomini, e per la coltivazione della terra. Perciò il giorno, in cui si fanno tutte queste cose, veniva chiamato Vuttisciana, vale a dire, “giorno di Giano”, o “ritratto [la personificazione] di Giano”.»

Il primo stemma di Mesagne

[carta 136v] «Inoltre, si vedrà l’effigie del Sole posta tra le spighe di frumento e scolpita su una pietra quadrata in una delle torri che, dal lato Meridionale, racchiudono le mura della nostra Città; e le spighe, poste sotto il Sole da entrambe le parti, che – si pensa – [siano] tra gli antichi simboli di Messapia [Mesagne], vogliono significare che anticamente i Messapi adoravano il Sole.»

Il castello Orsiniano di Mesagne

[205v] «Giovanni Antonio del Balzo Orsini […] A Mesagne, in verità, presso cui era solito recarsi spesso per via dell’aria più salubre e per diletto, costruì una Fortezza o grande Torre nei pressi del Castello vecchio [Castrum vetus] …».

[167v] «E, da una cerchia più grande, forse di tre miglia (da cui prima era recinta) fu ristretta ad una di un miglio, trincerata da fossati, mura, torri e munita di una Fortezza nel lato Boreale ed occidentale. Di questa Fortezza (che era chiamata Castello Vecchio [vetus Castrum]), la parte boreale, subìta la forza del tempo, crollò, ed il Principe dell’Avetrana volle abbattere negli anni passati <1630> la parte occidentale, in verità provvista di archi e fornici…».

Le distruzioni di Mesagne

[117r] «Soprattutto le Città di Messapia [Mesagne] e di Oria, che [si trovano] in mezzo all’Istmo tra Brindisi e Taranto, furono prese con la forza da Annibale e nel contempo date alle fiamme» [nel 212-211 a.C.];

[152v] Totila nel 547;

[166r] I Saraceni nel 914;

[239r-240r] I Francesi nel 1528-29.

Il contributo dei Mesagnesi alla difesa di Otranto dai Turchi, nel 1480

[222v] «Durante questa guerra, inoltre, che fu combattutta {da parte loro} contro i Turchi per riconquistare Otranto, i Cittadini di Mesagne pagarono cento fanti col pubblico denaro; e per i Viveri dell’Esercito inviarono molti moggi di farina, botti di vino e moltissimi animali, come leggiamo in alcune lettere Regie, che i Mesagnesi conservano. In esse, come dicono, il Re ordinò che i Cittadini di Mesagne non venissero afflitti da pagamenti straordinari, poiché [avevano dato] tutte queste cose di cui sopra …. [4 puntini di sospensione] <si vedano le lettere Regie in Archivio e se ne riportino esempi>».

Da rilevare, infine, il ricorso frequente all’etimologia (latina e greca), tanto per rafforzare i concetti espressi e/o argomentarli più compiutamente (emblematico il caso testé accennato di vuttisciana), quanto – invece – per escludere o confutare ipotesi e interpretazioni ritenute erronee. Ancora una volta, il nostro si avvale, per quelle che considera vere e proprie dimostrazioni, della letteratura specifica accreditata ai suoi tempi, tra cui Isidoro di Siviglia e Aldo Manuzio il Giovane (oltre che della propria vastissima erudizione). Sono spunti suggestivi, ovviamente; ma anche su questo specifico aspetto dell’opera di Diego Ferdinando, non c’è che da auspicare l’attenzione e il giudizio degli specialisti.

[…]

 

Note

[1] Sulla ricezione di Virgilio in ambito meridionale, cfr. almeno F. Tateo, Virgilio nella cultura umanistica del Mezzogiorno d’Italia, in Atti del Convegno Virgiliano di Brindisi nel bimillenario della morte (Brindisi 15-18 ottobre 1981), Università di Perugia 1983.

[2] Cfr. almeno, V. Costa, Natale Conti e la divulgazione della mitologia classica in Europa tra Cinquecento e Seicento, in Ricerche di antichità e tradizione classica (a c. di E. Lanzillotta), Tored 2004, pp. 257sgg.

[3] Ms. D/8 in Bib. “A. De Leo” (Brindisi).

[4] Iohannis Baptistae Casmirii, Epistola apologetica ad Quintum Marium Corradum, (a cura di R. Sernicola), edizioni Edisai, 2017.

[5] A. Laporta, Introduzione, in I. A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce, Cavallino, Capone 1977, p. XIV.

[6] Ms. D/3, in Bib. “A. De Leo” (Brindisi).

[7] A. Musi, Storie “nazionali” e storie locali, in Il libro e la piazza. Le storie locali dei Regni di Napoli e di Sicilia in età moderna, Manduria, Lacaita, 2004, pp. 13 sgg.

[8] A. Lerra, Un genere di lunga durata. Le descrizioni del Regno di Napoli, ivi, pp. 27 sgg.

[9] A. Spagnoletti, Ceti dirigenti e costruzione dell’identità urbana nelle città pugliesi tra XVI e XVII secolo, in A. Musi, Le città del Mezzogiorno nell’età moderna, Napoli 2001, p. 37.

[10] Vedi soprattutto Musi, Storie “nazionali” e storie locali, in Il libro e la piazza…, cit., p. 20.

[11] Alcuni si sono fortunatamente salvati e si possono apprezzare in Storia e fonti scritte: Mesagne tra i secoli XV e XVIII: Documenti della Biblioteca Comunale «Ugo Granafei» (a c. di F. Magistrale, M. Cannataro, P. Cordasco, C. Drago, C. Gattagrisi, S. Magistrale), Fasano, Schena Editore, 2001.

[12] Vedi Martyrologium Romanum Illustratum Sive Tabulae Ecclesiasticae Geographicis tabulis et notis historicis explicatae…, Authore RP Augustino Lubin Augustiniano…, Lutetiae Parisiorum…, 1660, p. 180.

[13] L. Pepe, Il Cieco da Forli, cronista e poeta del secolo XVI, Napoli, Tip. dell’Accademia reale delle scienze, 1892.

[14] Il rif. è alla raccolta dei documenti, ovvero Libro Rosso, in cui erano trascritte le concessioni, esenzioni, etc., statuite dai Regnanti in favore delle città demaniali. Quello di Lecce, ad esempio, fu pubblicato da Pier Fausto Palumbo in due volumi, nel 1997 e ‘98. Quello di Mesagne, invece, fu disperso, o distrutto, e non ha avuto la fortuna di essere tramandato.

[15] D. Urgesi, Epigrafi latine da Mesagne nelle opere di Aldo Manuzio il giovane, in corso di stampa.

[16] Il medico-filosofo G. M. Moricino (1560-1628) era stato, per tre anni, insegnante di Epifanio Ferdinando per le materie di Retorica, Logica e Geometria. Vedi Profilo, Vie, piazze, vichi e corti…, cit., p. 243; R. Jurlaro, Prefazione, in Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Rist. An. Bologna, Forni, 1972 dell’ed. Lecce, Pietro Micheli, 1674.

Per la sua bio-bibliografia, cfr. anzitutto Biblioteca Napoletana, et apparato a gli huomini illustri in lettere di Napoli, e del Regno, delle famiglie, terre, città, e religioni, che sono nello stesso Regno. Dalle loro origini per tutto l’anno 1678. Opera del Dottor Nicolo Toppi Patritio di Chieti, in Napoli, appresso Antonio Bulifon All’insegna della Sirena, 1678, p. 349. Inoltre, cfr. almeno E. Pedio, Il manoscritto di Giovanni Maria Moricino e la Storia di Brindisi del P. della Monaca, in «Rivista Storica Salentina», VI, 1904, pp. 364-74; Dizionario biografico degli uomini illustri [ma chiari] di Terra d’Otranto, cit., pp. 375-76; R. Jurlaro, Prefazione, in Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima …, cit; G. Jacovelli, Medici letterati brindisini tra 1500 e 1600, in «Brundisii Res», XV (1983), pp. 40-42.

[17] P. Cagnes – N. Scalese, Cronaca dei Sindaci di Brindisi, 1529-1787 (a cura di R. Jurlaro), Brindisi, Ed. Amici della «A. De Leo», 1978, p. 75 e p. 87.

[18] F. Scalera, Dialettismi e volgarismi nella Messapographia di Diego Ferdinando.

[19] F. Campennì, Le storie di città: lignaggio e territorio, in Il libro e la piazza…, cit., pp. 69 sgg.

[20] Ivi, pp. 87-93.

[21] Sull’argomento, vedi anzitutto M. A. Visceglia, Territorio, feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed età moderna, Napoli 1988, pp. 199 sgg., con la sua ampia bibliografia.

[22] Segnaliamo che una prima, fertile, incursione in codesto campo fu compiuta da Luigi greco, in Storia di Mesagne in età barocca, vol. I: I sindaci, l’università, i feudatari, Fasano 2000.

[23] Emendata dagli errori del lapicida, così recita: IN HONOREM SANCTORUM OMNIUM COLLAPSUM MESSAPIA RESTITUIT MDCLIII.

[24] Cfr., in proposito, M. Spedicato, L’identità plurima: i santi patroni nel Salento moderno e contemporaneo, in «L’Idomeneo» n. 10 (2008), pp. 145 sgg.; Id., Santi patroni e identità civiche nel Salento moderno e contemporaneo, Galatina 2009, pp. 9-18.

[25] F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927; G. Antonucci, Il martirio di S. Eleuterio, in Curiosità storiche mesagnesi, Bergamo 1929; L. Scoditti, S. Eleuterio e Mesagne (datt.), 1957; D. Urgesi, Una correzione all’iconografia mesagnese: Eleuterio, Anzia e Corebo non furono martirizzati a Mesagne, in Studi Salentini, LXX (1993).

[26] Interessanti, in merito, le considerazioni di F. Campennì, Le storie di città: lignaggio e territorio, cit., p. 102.

[27] Cfr., per tutti, Profilo, Vie, Piazze…, cit., p. 95.

[28] Archivio Capitolare di Mesagne, Conclusioni Capitolari, Cartella R/2, anno 1651, 30 aprile; v. anche A. C. Leopardi, Il Carmine nella realtà mesagnese, Bari 1979, pp. 70-71; e T. Cavallo, Il Santuario della Vergine SS. del Carmelo e i Padri Carmelitani nella storia di Mesagne, Fasano 1992, p. 74.

[29] A. C. M., Conclusioni Capitolari, ivi, anno 1660, 10 aprile.

[30] Ivi, anno 1658, 6 ottobre.

[31] L. Greco, in Storia di Mesagne in età barocca, vol. III: L’architettura sacra nella storia e nell’arte, Fasano 2001, p. 273.

[32] Ivi, p. 296.

 

Per la prima parte leggi qui:

Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (I parte)

Alezio e “Le notti di San Rocco”


Antonio Maccagnani, San Rocco, statua in cartapesta conservata nella parrocchia di S. Giovanni Battista a Parabita (foto Matteo Minelli)

 

di Ermanno Inguscio

Alezio, l’antica “Villa Picciotti” rivive oggi, come da molti decenni della sua storia, la magìa delle “Tre Notti di San Rocco” e la riproposizione delle antiche “fiere della Lizza” e quella d’autunno (o “di San Rocco”).

La manifestazione di quest’anno prevede l’ evento culturale-religioso che coinvolgerà gli abitanti della cittadina e di tutto il circondario con la tradizionale “fiera di San Rocco”. Essa è attestata ad Alezio sin dal XVIII secolo e un tempo nota come “fiera autunnale”. Oggi, come accennato, le due antiche fiere ( una della Vergine della Pietà e l’altra, quella di S. Maria della Purità) vengono accomunate nella seconda domenica di ottobre. La fiera di San Rocco ricade così in ottobre, soltanto perché in agosto prevale la fiera della Lizza, presso il famoso Santuario. E ciò sebbene san Rocco sia compatrono della città di Alezio e sia anche secondo protettore della stessa Diocesi di Nardò-Gallipoli.

Allietati dalle prime ore del mattino dalle note della Banda “Città di Castellana Grotte”, i suoi abitanti attendono di ascoltare con nuovo entusiasmo la grande “Salva” di botti di domenica 18 ottobre prossimo. In serata, alle 19,30, una grandiosa “fiaccolata” illuminerà la terrazza adiacente il Santuario.

Nel programma religioso-culturale, approntato per tutti i parrocchiani dal sapiente don Antonio Minerva si succederanno nell’ordine, dal 15 al 17 ottobre 2020, tre suggestive serate culturali sul tema della carità, chiamate “Le Notti di San Rocco”.

Venerdì 15, alle ore 19,00, per il tema “San Rocco, il santo della fraternità”, don Lucio Greco illustrerà l’Enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco. Ad Ermanno Inguscio, storico e critico letterario, è stato affidato il compito, nella serata di venerdì 16, di esporre all’uditorio le caratteristiche della devozione al Santo di Montpellier nel Salento. Riflessioni sullo stretto il rapporto tra eventi epidemici (peste, tifo, colera), nati spesso nei porti commerciali della Puglia, e il ricorso al Santo; sarà fatto cenno al complesso stato degli studi agiografici (M. Fliche), al concetto di protettorato, ai “cammini dei pellegrini”, alla diffusione del culto nei Paesi d’Europa e d’Oltreoceano, all’attualità della pandemia in corso del covid-19, alla simbologia classica del culto rocchino e alle attività svolte nei Convegni Internazionali di Montpellier, di Lisbona, di Venezia, di Madrid. Sabato 17, sul tema “San Rocco, il Santo della Carità”, il relatore don Giuseppe Venneri, direttore della Charitas diocesana di Nardò-Gallipoli, nel parlare dei segni della carità nella chiesa diocesana, presenta anche l’APP. TUCUM, strumento con cui supportare azioni operose sul territorio.

Nella mattinata di domenica 18, la solenne Messa in piazza registrerà la presenza del presule diocesano, il vescovo mons. Fernando Filograna. Una comunità in festa, dunque, con il rispetto di tutti gli accorgimenti e le regole anti corona virus, approntati dalle Autorità comunali e dal parroco don Antonio, in un tempo pandemico che quest’anno ha colpito nel mondo 38 milioni di persone (e quasi un milione di morti) in ogni continente e sotto ogni cielo. Oggi ognuno pensa ai progressi della medicina e il comune “sentiment” si orienta allo spuntare di un vaccino liberatorio.

La speranza scatenata dalla ricerca scientifica che ipotizza oltre cento vaccini di prevenzione entro il 2021, non sarà certo in contrasto con la fede nella potenza dell’aiuto sovrannaturale di un Santo, come San Rocco, che per secoli, nel bacino del Mediterraneo, ha più volte salvato intere comunità dalle periodiche pandemie che si presentano sul globo. Un augurio che scienza e taumaturgia, in tempo di covid-19, siano in grado di ristabilire salute pubblica e la ripresa della normalità di relazioni e della stessa economia.

Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (I parte)

Mesagne

Dall’edizione critica della Messapographia sive Historia Messapiae, ms. databile al 1655, recentemente pubblicata da Domenico Urgesi, con la collaborazione di Francesco Scalera, si riportano ampi stralci dell’introduzione.

 

L’inedito codice 1655 della Messapographia sive Historia Messapiae

di Diego Ferdinando: note introduttive 

di Domenico Urgesi

 

Nel panorama storiografico salentino, la storia di Mesagne acquista rilevanza pubblica negli anni ‘40 e ’50 dell’800, con vari articoli pubblicati su «Poliorama pittoresco» da F. D. P. Demitri[1], che vi pubblicò:

  1. Illustri salentini: Epifanio Ferdinando il Vecchio, («Poliorama pittoresco», 1844, pp. 269-70), corredato da una litografia del medico-filosofo;
  2. Mesagne (Ibidem, pp. 355-56 e pp. 371 sgg.), in cui furono anche pubblicate le famose litografie Veduta di Mesagne dalla parte di Occidente e Veduta di Mesagne dalla parte di Oriente, realizzate dal pittore mesagnese Antonio Criscuolo;
  3. Cenno biografico di Giovan Francesco Maya Materdona, (Ivi, 1850, pp. 269-70), corredato da un ritratto del poeta.

Sullo stesso periodico, nel 1858, al tramonto dell’età borbonica, pubblicò Antonio Profilo fu Tommaso[2]:

  1. Teresa dello Diago (Ivi, 1858, pp. 117-18);
  2. Sull’Accademia degli Affumicati di Mesagne, ai miei giovinetti concittadini (Ibidem, pp. 213 sgg.);
  3. La chiesa di Mater Domini in Mesagne (Ibidem, pp. 409-10).

La storiografia mesagnese ebbe un nuovo impulso negli anni ’70, successivi all’unificazione dell’Italia, quando Antonio Profilo[3], giovane e promettente esponente della destra storica locale, fu chiamato da Salvatore Grande a contribuire alla “Collana degli scrittori di Terra d’Otranto”. Fu un’impresa che vide la partecipazione dei più grandi intellettuali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano, Francesco Casotti, Luigi Maggiulli, Pietro Palumbo, Cosimo De Giorgi, Luigi Giuseppe De Simone, e molti altri, con lo scopo di portare alla ribalta della nazione italiana la cultura salentina, nel timore che l’unificazione appena compiuta avrebbe ridotto l’importanza di Lecce e della sua Provincia. In quell’ambito, che è stato definito “ideologia della salentinità”[4], la destra storica salentina ritenne necessario rivendicare l’alto valore della cultura di questo territorio, sia per sventare il pericolo di emarginazione culturale, quanto per limitare gli effetti della subordinazione al nuovo regime.

In quella temperie vide, così, la luce l’opera La Messapografia ovvero Memorie istoriche di Mesagne in Provincia di Lecce per l’avvocato Antonio Profilo fu Tommaso,

[…]

coerentemente all’impostazione del cenacolo culturale succitato, il Profilo dedica una particolare attenzione al ruolo dei Normanni nel territorio salentino e, in esso, di quello mesagnese (non dimenticando – però – i benefici ricevuti da angioini e aragonesi). All’interno del progetto cultural-politico del Grande, teso a rivendicare la dignità storica del tacco d’Italia, dunque, ebbe pubblica dignità la storiografia mesagnese messapografica, che fino ad allora era stata sotterranea, perlopiù inedita.

Infatti, le fonti più note della letteratura storiografica mesagnese sono quelle dovute alla famiglia dei Ferdinando, che si richiamano alla storia dei Messapi e ne adoperano il nome per dare il titolo alle loro opere: […]

La Messapographia di Epifanio Ferdinando

[…]

Nel contenuto, diversamente dalle opere scientifiche, l’Antiqua Messapographia di Epifanio appare soltanto un insieme di brevi trattazioni, benché la materia sia ben strutturata in capitoli concepiti in una sequenza cronologica che abbraccia la colonizzazione della Puglia da parte dei suoi mitici fondatori. La cronologia generale è esplicitamente ecclesiastica, anzi biblica. Epifanio, richiamando esplicitamente i calcoli eseguiti da Eusebio di Cesarea, ma anche Isidoro, Origene, Lattanzio, S. Agostino, etc. (e tuttavia non tutti concordi), stabilisce la creazione del mondo nell’anno 5199 prima della nascita di Cristo; e quest’ultima dopo 2957 anni dal Diluvio Universale, 2015 da Abramo, 1510 da Mosè, 752 dalla fondazione di Roma. Notevoli riflessioni si possono fare su codesto interessante aspetto, ma non è questa la sede opportuna; basti osservare che è la stessa cronologia accettata implicitamente dal figlio Diego che, in merito, nella sua Historia Messapiae, fa riferimento soprattutto al monaco agostiniano Eremitano.

Sembra opportuno, invece, sottolineare che Epifanio nei primi 15 capitoli (circa 114 pagine mss. su 166) si sofferma ad esaminare le vicende mitiche della regione Messapia e delle sue principali città, tra cui Brindisi, Oria, Taranto, Otranto, Lupiae e Rudiae, soprattutto in relazione a Mesagne e al suo presunto fondatore Messapo. […] il suo schema sembra quello già codificato da Biondo Flavio, poi seguito dal Galateo, e da molti altri corografi, come è stato rilevato da illustri studiosi quali Francesco Tateo e Domenico Defilippis[5].

[…]

Esula dal presente lavoro una puntuale comparazione tra le due opere; che sarà utile, comunque, e auspicabile; dal confronto, ne potrebbe venire meglio illuminata l’opera dei due Ferdinando. Intanto, possiamo dire che Diego trae sicuramente spunto dalla Messapographia del padre Epifanio, ma molto se ne distacca.

 

Breve biografia di Diego Ferdinando

Volgiamoci allora alla ms. Historia Messapiae di Diego Ferdinando, non senza aver fatto qualche accenno alla sua vita.

Diego nacque nel 1611, morì (giusto il liber mortuorum) il 14 maggio 1662[6]. Come il padre, studiò medicina. Il Profilo[7] ci dice che:

“Diego, chiamato anche Carlo Luigi, nato a 16 novembre 1611, fece i primi studi in patria sotto la direzione del sacerdote mesagnese Giacinto Monaco dottore di leggi ed egregio predicatore e filosofo […]

Fu dottore medico non inferiore al padre, storico, poeta ed ottimo teologo. Mortagli Margherita Geofilo sua moglie, indossò l’abito talare, addivenne prete e fu accettato nel 1648 nel grembo di questo Capitolo […] tutta volta continuò ad esercitare la sua professione sino ai 13 maggio 1662, giorno di sua morte.

[…] Oltre non pochi lavori in medicina, rimasti inediti ed ora dispersi, scrisse più ampiamente del padre la sua Historia Messapiae che divise in sei libri compresi in due tomi. Meritò gli elogi di non pochi letterati suoi coetanei per questo libro che a parere dei medesimi avrebbe desiderato la pubblica luce […]”

Diego raccolse, quindi, l’eredità storiografica della paterna Antiqua Messapographia, la sviluppò ed elaborò un’opera molto più corposa e approfondita, pur conservando – sostanzialmente – l’impianto “messapografico” paterno. Il Profilo la accredita semplicemente del titolo Historia Messapiae. La Bib. “De Leo” ne possiede una trascrizione eseguita in data imprecisata (ma, presumibilmente, non molto dopo quella di Epifanio) da Ortensio De Leo[8], con il titolo MESSAPOGRAPHIA / SIVE / HISTORIA / MESSAPIAE / Auctore / DIDACO FERDINANDO / Medico et Philosopho / Messapiensi; essa risulta costituita da 4 libri, non 6 come dice il Profilo.

Il titolo Historia Messapiae è accennato anche dal figlio di Diego, Epifanio il giovane, nei succinti cenni biografici che ne tracciò, unitamente a molti altri personaggi mesagnesi, in un’inedita opera in più volumi, databile al 1702, laddove scrive[9]:

“Carlo Afrodisio, per divozione detto Diego, fù D. Medico, e marito di Margarita Gionfalo, doppo la morte della quale, divenuto sacerdote, morì nel 1662 in concetto di huomo pio […].

Fù Diego Medico famoso a suo tempo, ed [vari puntini di sospensione] per lo suo sapere, ché per la bontà di vita. Fù egli Poeta ed Istorico; e lasciò molti manuscritti di Medicina, ed un libro della Storia della sua Padria, che da me si conservano. […]”

Pertanto, è plausibile che il titolo che accennò il figlio Epifanio (Storia della sua Padria), non corrisponda ad altro che alla Historia Messapiae. Codesto stesso titolo è riferito anche nelle annotazioni (non autografe) all’opera di G. B. Lezzi[10] – ms. D/5 della citata Bib. “De Leo” databile all’ultimo quarto del secolo XVIII – dalle quali apprendiamo, fra l’altro, che[11]:

“Ferdinando Diego, detto anche Carlo per sua devozione, nato in Mesagne 16 Nov. 1611. […] Fu, dice il di lui figlio, Diego medico famoso a suo tempo, e per il suo sapere, che per la bontà di vita. Fu egli Poeta ed Istorico, e copiò molti mss. di Medicina, ed un libro dell’istoria della sua Patria, che da me si conservano. Questa storia della sua Patria ha per titolo: Messapographia sive Historia Messapiae Auctore Didaco Ferdinando Medico et Philosopho Messapiense. È divisa in 4 libri, ed è scritta con maggior eleganza ma anche con maggior prolissità che quella di Suo Padre, i quali ci han conservate molte buone notizie, ma molte favole anche adottano che non trovano così facile lo smaltimento. Non vi sono di lui alcune opere alla stampa, se non un’Ode in versi toscani con una breve Orazione agli Accademici di Mesagne in morte di Caterina sua figlia nelle composizioni funebri per essa Caterina pubblicate in Lecce nel 1659 […]. Di costui parla con lode il De Angelis nella vita di Epifanio suo Padre c. 220 e c. 230 […].”

Anche qui, dunque, leggiamo che l’opera di Diego è costituita da 4 libri, non 6. Vedremo, tuttavia, che l’inizio di un quinto libro fu effettivamente elaborato da Diego.

[…]

 

La Messapographia sive Historia Messapiae di Diego Ferdinando

Questa premessa è stata necessaria per stabilire il titolo; e poi per affrontare la descrizione di un corposo esemplare manoscritto della Messapographia sive Historia Messapiae di Diego Ferdinando, finora poco noto. È scritto interamente in latino, con alcune espressioni in greco, qualche termine vernacolare che emerge di tanto in tanto (di alcuni dei quali viene spiegata l’etimologia; ad es. vuttisciana), qualche brano in volgare.

E sulla scelta linguistica del Ferdinando, bisognerà considerarne le cause sia nel clima post-tridentino teso a ripristinare la supremazia morale della cristianità anche mediante il latino[12], quanto nella ricezione e nella persistenza di tali dettami in «…una regione il cui volgare non ha alcuna tradizione letteraria, dove il latino rappresenta per tradizione l’unica lingua colta…»[13]. Infine, non bisognerà tacere della indole personale di Diego, fattosi sacerdote nel 1648, profondo estimatore di S. Eleuterio e ardente partigiano del suo martirio nel territorio mesagnese, agguerrito sostenitore della indipendenza dei Messapi e della superiorità – tra di essi – della città di Mesagne-Messapia. Il latino era, perciò, la lingua necessaria per un’impresa così ambiziosa, probabilmente anche sulla scia del Galateo, verso il quale dimostra una riverenza assoluta. Tanto è per lui evidente l’equiparazione Mesagne-Messapia, che Diego, riferendosi ad un passo del Galateo in cui si fa menzione delle scaramucce franco-spagnole nei pressi di Mesania[14], non si fa scrupolo di equiparare il termine Mesania con Messapia (ossia Mesagne), senza porsi affatto il problema se Mesania potesse avere un significato diverso da Messapia.

[…] sin dall’inizio, balzava agli occhi l’ipotesi che questo codice fosse l’originale, ossia l’opera autentica ed autografa di Diego Ferdinando. Per averne la certezza assoluta, ovviamente, sarebbe stato necessario disporre di una grafia attribuibile senza dubbio a lui; ma, fino a un momento prima della stampa, nonostante le assidue ricerche svolte, essa mancava. Tuttavia, sulla base di ragionevoli considerazioni, sono sempre stato convinto che questo codice non poteva che essere stato scritto di suo pugno; e, in questa affermazione, mi confortava la perizia grafica eseguita da Giuseppe Giordano su varie pagine del manoscritto.

Ora, poco prima di andare in stampa, con la lettura fortuita (grazie a Francesco Scalera) di un articolo online firmato da Marcello Gaballo e Armando Polito, in cui è stato pubblicato un autografo di Diego, quella che era soltanto una ragionevole ipotesi è divenuta una certezza. Si tratta di un certificato medico scritto e sottoscritto da Diego Ferdinando in data 13 agosto 1657, inerente lo stato di grave malattia dell’Abate Guglielmo Massa di Nardò, il quale dimorava a Mesagne in quel periodo. Il documento è stato ritrovato da Marcello Gaballo nell’Archivio Storico della Diocesi di Nardò-Gallipoli, nell’ambito di un progetto di ricerca molto ampio in corso di stampa; lo ringrazio per averci autorizzato ad utilizzarlo in questa sede.

Il supplemento di Perizia eseguita da Giuseppe Giordano attesta inconfutabilmente che la grafia del codice 1655 è la stessa del certificato medico e, quindi, sgombra il campo da ogni dubbio.

Molto nota e citata è, invece, la copia custodita presso la Biblioteca “De Leo”, già menzionata; per semplicità, d’ora in avanti “copia De Leo”; poco nota è – fortunatamente, direi – una copia custodita presso la Biblioteca “U. Granafei” di Mesagne; la possiamo definire, quindi, “copia Granafei”. Le esamineremo, entrambe, più avanti.

 

Descrizione fisica del codice inedito.

Il ms. è costituito complessivamente da 258 carte non numerate. In questo numero è compreso un fascicolo di Sepulchra ed Inscriptiones Messapiae (di carte 4 + 11, cucite insieme con filo di cotone ab antiquo), non legato in volume; vi sono comprese anche 4 carte sciolte, ma delle stesse dimensioni delle altre. Pertanto, risultano legate in volume soltanto 239 carte. Delle 4 carte sciolte, due di esse (la 178 e la 233), dopo attento esame, è stato possibile collazionarle al testo, e numerarle in sequenza coerente ad esso; le altre due sembrano “foglietti volanti” di appunti presi per aggiungere delle glosse o per ulteriori verifiche ed approfondimenti: le abbiamo, perciò, poste in fondo, coi nn. 257 e 258, oltretutto in linea con l’ordine cronologico.

In conclusione, abbiamo: un volume di 241 carte rilegate, più un fascicolo sciolto di 15 cc., più 2 cc. sciolte.

[…]

Il sommario

[…]

Le epigrafi

[…]

La datazione

Il codice di cui parliamo non ha data esplicita, di conclusione o di elaborazione; vi sono soltanto due date nel testo, che fanno riferimento ad avvenimenti testimoniati dall’autore; una è il 1653, nel cap. VIII del libro IV, indicato come «anno elapso» («anno passato») in cui comparivano resti di mura riutilizzati per costruire il campanile della chiesa di San Francesco, attualmente intitolata all’Immacolata; l’altra, nel cap. Sepulchra, al verso della carta 242, fa riferimento al ritrovamento di una antica tomba «nostris diebus repertum, anno scilicet 1655» («rinvenuta ai nostri giorni, ossia nell’anno 1655»).

Il fascicolo Sepulchra ed Inscriptiones Messapiae si ricollega chiaramente al capitolo sugli “epitaffi” (cap. IV del libro IV), di cui sembra essere un completo rifacimento e ampliamento, prossimo a prenderne il posto nella versione che Diego avrebbe voluto ultimare. Non essendoci, in tutto il ms., altre date più recenti, si può assumere il 1655 come terminus post quem, vale a dire come “data prima della quale non può essere stato ultimato”; anche se, data la mole e la complessità, è molto verosimile che Diego avesse cominciato a scrivere l’opera parecchi anni prima.

Queste sono le differenze essenziali tra il nostro codice finora poco noto e le altre due copie finora conosciute. Per tutte queste caratteristiche formali e calligrafiche questo ms., oltre ad essere copia autentica, è il codice originale dell’opera di Diego Ferdinando, ossia il ms. più rispettoso delle sue intenzioni. Pertanto, sembra opportuno definirlo, con la datazione, “codice originale 1655”.

 

Altri esemplari noti

1-La “copia De Leo”.

Della Messapographia di Diego Ferdinando, oggi sono note due copie pubbliche. Una presso la Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi; la definiamo, quindi, “copia De Leo”.

[…]

2-La “copia Granafei”.

Un’altra copia è presente, in fotocopie, nella Biblioteca “U. Granafei” di Mesagne; la possiamo definire, quindi, “copia Granafei”.

[…]

Da questa succinta disamina, ne consegue che la “copia Granafei” è uno zibaldone, la cui sequenza rispetto al codice 1655, come anche l’intitolazione dei capitoli, risulta fortemente arbitraria; e corrotto ne risulta il testo, in molti termini non interpretati correttamente; presenta, inoltre, alcune lacune di testo e vari periodi riscritti dall’ignoto copista a suo piacimento.

Notevoli sono le differenze di contenuto fra i tre esemplari. La “copia De Leo” – pur con molte lacune e distorsioni – è abbastanza fedele al codice 1655. La “copia Granafei”, invece, se ne discosta moltissimo; per cui, possiamo definirla altamente priva di compatibilità con il codice 1655; in conclusione, una falsa Historia Messapiae.

Altre copie circolate

Secondo A. Profilo, circolavano diverse copie della Messapographia di Diego, già lui vivente; […]

Alla luce delle precedenti considerazioni, si può meglio contestualizzare l’opera messapografica di Antonio Profilo. Si può escludere, anzitutto, la derivazione diretta della Messapografia del Profilo dal codice 1655; mentre è evidente la somiglianza della Messapografia di Profilo con la “copia Granafei”, sia nell’impianto generale che nella sequenza dei capitoli; […] Ciò non toglie che, comunque, l’opera del Profilo, prodotta nel quadro ideologico della salentinità[15], sia stata sviluppata in maniera originale e con l’utilizzo di studi ulteriori rispetto al Ferdinando. L’esame filologico e storiografico della Messapografia del Profilo, e della filiazione diretta o mediata da Diego Ferdinando, merita un approfondimento, ma esula dal presente lavoro.

 

 

Note

[1] Questo personaggio potrebbe essere lo zio materno di Antonio Profilo, ossia Demitri Francesco; vedi D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne. Politica e cultura in un comune salentino del secondo Ottocento, in A. Profilo, Vie, piazze, vichi e corti di Mesagne: ragione della loro nuova denominazione, Schena Editore, 1993, (rist. an. dell’ed. Ostuni, Tamborrino, 1894), pp. XII, 398.

[2] Ivi, pp. XIV-XV.

[3] Per l’inquadramento della figura del Profilo, v. D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne…, cit.

[4] Cfr. soprattutto F. Martina, Il fascino di Medusa: per una storia degli intellettuali salentini tra cultura e politica (1848-1964), Fasano 1987, pp. 41 sgg. Ma v. anche M. M. Rizzo, Introduzione, in aa.vv., Storia di Lecce dall’unità al secondo dopoguerra, Roma-Bari 1992, p. 11; e D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne…, cit., pp. XX sgg.

[5] Si segnala, almeno, F. Tateo, La storiografia umanistica nel Mezzogiorno d’Italia, in La storiografia umanistica, I [vol.] (Atti del Convegno internazionale di studi, Messina 22-25 ottobre 1987), Messina, Editrice Sicania 1992; D. Defilippis, La descrizione della Iapigia di Antonio Galateo, in A. De Ferrariis (Galateo), La Iapigia (Liber de situ Iapygiae), Galatina, Congedo Editore, 2005.

[6] Cfr. Liber mortuorum ab anno SS. Iubilei 1650 usque ad annum 1671, c. 55r, in Archivio Capitolare di Mesagne.

[7] Vie, piazze, vichi e corti, cit., pp. 94-5; a p. 95 Profilo parla dei sei libri, ripetendo un’affermazione già fatta nel 1870, in Messapografia ovvero Memorie…, 1870, cit., p. V.

[8] (O. De Leo), Messapographia sive Historia Messapiae Auctore Didaco Ferdinando Medico et Philosopho Messapiensi, in Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” (Brindisi), fondo Manoscritti, ms. D/14, unità codicologica 1.

[9] E. Ferdinando (il giovane), Delle fameglie di Mesagne, ms. 1702, presso biblioteca privata. Cfr. anche D. Urgesi, Alle origini della letteratura storica mesagnese…, in Studi storici su Mesagne e il suo territorio, cit.

[10] Giovan Battista Lezzi nacque a Casarano il 1754, dove si spense il 1832. Frate cappuccino, insegnò nel Seminario di Oria, dove collaborò con il vescovo Alessandro Maria Calefati nel riordino e conservazione di numerosi manoscritti. Fu poi chiamato dall’arcivescovo Annibale De Leo come primo bibliotecario della omonima Biblioteca; e con lui collaborò alla compilazione di molte opere, tra le quali il Codice diplomatico brindisino. Morì il 1832. Per ulteriori notizie, cfr. almeno, A. Stano Stampacchia, Giovanni Battista Lezzi, primo bibliotecario della Biblioteca “De Leo” e biografo salentino, in «Brundisii Res», III (1971), pp. 57 sgg.

[11] G. B. Lezzi, Vite degli scrittori salentini, in Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” (Brindisi), fondo Manoscritti, ms. D/5, p. 405.

[12] Cfr. A. Vallone, Tempi e temi dell’opera di Q. M. Corrado, in Quinto Mario Corrado: umanista salentino del ‘500 (a cura di D. Palazzo), Galatina, Congedo Editore, 1978, in particolare pp. 29 sgg.

[13] F. Tateo, Quinto Mario Corrado umanista, in Quinto Mario Corrado: umanista salentino…, cit., p. 114.

[14] Cfr. A. De Ferrariis (Galateo), Liber de Situ Japygiae, Basilea 1558, p. 67; idem nell’ed. napoletana del 1624, p. 63.

[15] Vedi, soprattutto, F. Martina, Il fascino di Medusa…, cit.; M. M. Rizzo, Introduzione…, cit.

Libri| Messapographia sive Historia Messapiae

La Società Storica di Terra d’Otranto sta continuando l’opera di pubblicazione delle fonti e dei documenti inediti, nella sua apposita collana, nella quale ha trovato spazio un inedito di Diego Ferdinando. L’edizione critica della Messapographia sive Historia Messapiae, ms. databile al 1655, è stata recentemente pubblicata da Domenico Urgesi, con la collaborazione di Francesco Scalera.

Mesagne

Si tratta di un volume in formato 31×22, di pagine 550 complessive. Questo il contenuto ovvero il piano dell’opera:

 

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quinta)

La pace brindisina: l’illusione di un’epoca d’oro

di Nazareno Valente

 

Era dai tempi di Tiberio e Gaio Gracco che Roma si trovava coinvolta in sanguinosi conflitti interni che avevano alla lunga stremato le istituzioni repubblicane riducendole simili a simulacri, privati ormai delle caratteristiche e delle funzioni originarie. Il Senato, un tempo sua massima espressione, era svilito ad un ruolo secondario, di fatto di supporto a chi, con l’aiuto delle milizie, imponeva di volta in volta la legge del più forte. Le trattative che si svolsero a Brindisi nell’autunno del 40 a.C. ne certificarono l’avvenuta emarginazione. Al tavolo dei negoziati sedevano Mecenate, uomo di spicco dell’entourage di Ottaviano, Asinio Pollione, scelto da Antonio più per la caratura che per essere un suo uomo di fiducia, e Cocceio Nerva, che manteneva buoni rapporti con entrambi i triunviri e che fungeva da mediatore. Nessun esponente del senato era presente alle consultazioni, sintomo appunto evidente di come tale consesso fosse fuori dai giochi. E neppure l’altro triunviro, Lepido, fu rappresentato: s’accontentava di stare a galla, preoccupato solo di mantenere l’Africa, allora importante per l’approvvigionamento alimentare dell’Urbe. In definitiva la «res» da pubblica era divenuta una faccenda privata a due. Con ogni probabilità di questa situazione politica non si aveva una perfetta percezione e, di conseguenza, tutto il mondo romano guardava con speranza a Brindisi: le trattative s’erano aperte sotto i migliori auspici e sussistevano tutti i presupposti perché, ricomposto il dissidio, ci si avviasse ad un periodo di pace.

E tutto questo avveniva grazie all’improvvisa morte di una donna; avvenimento questo su cui serve soffermarsi, non solo per questioni narrative.

Fulvia, dopo aver lasciato Brindisi, si era incontrata ad Atene con il marito Antonio che, irritato con lei per i problemi che gli creava con Ottaviano, l’aveva redarguita in malo modo abbandonandola poi a Sicione per iniziare l’avventura che l’avrebbe portato di fronte alle mura sbarrate della nostra città. Amareggiata dalle parole di Antonio, Fulvia s’era ammalata, sino a spegnersi addirittura per il dispiacere. Questa almeno la versione di Appiano e Dione, concordi nel far morire, come un’eroina d’un romanzo d’appendice, l’aristocratica che in altre parti dei loro scritti dipingono con un cuore duro come la pietra. Per quanto un così repentino cambio di attitudini desti stupore, nessuno espresse il sospetto che le cose fossero state aggiustate da una qualche previdente manina. Eppure Fulvia non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per togliere il disturbo: invisa ad Ottaviano e, al tempo stesso, un peso per Antonio, sia per ragioni sentimentali (Cleopatra ormai occupava ogni possibile spazio), sia per questioni politiche per tutte le tensioni che gli procurava con il rivale di triunvirato. Tant’è che Dione riassume la situazione, sottolineando come il tragico evento avesse di fatto appianato ogni cosa: «Appena giunse la notizia, i due deposero le armi e vennero ad un accordo». Cocceio aveva infatti preso la palla al balzo per far rappacificare i due: «ora che Fulvia era stata tolta di mezzo», non c’erano altri apprezzabili motivi di contrasto. Commento quest’ultimo di Appiano, che non avrebbe potuto essere più esplicito. La scomparsa della matrona, oltre ad aver sottratto i nostri concittadini ad un assedio cruento, aveva liberato il campo ad un’intesa che, nelle aspettative, avrebbe dovuto garantire la pace per lungo tempo.

Sicché già nel mese di ottobre le trattative si chiusero nel migliore dei modi e la riconciliazione fu bell’e conclusa. Agli effetti pratici, il triunvirato venne riconfermato, e fatta eccezione per l’Africa lasciata a Lepido, i due si spartirono il resto del mondo romano: ad Ottaviano andarono tutte le province occidentali e ad Antonio quelle orientali. Stabilirono inoltre, tanto per suonare il de profundis per le istituzioni repubblicane, che «quando non desideravano essere consoli loro stessi, lo fossero a turno i loro amici». Per suggellare il patto, si decise infine che Ottavia, sorella di Ottaviano, appena rimasta vedova, sposasse Antonio, anch’egli — come visto — fresco vedovo, realizzando in tal modo pure un saldo rapporto di parentela. Così, quando di fronte alle truppe ed ai nostri concittadini Ottaviano ed Antonio, riconciliati, si abbracciarono, «le acclamazioni furono incessanti per tutto il giorno e per l’intera notte». All’accordo seguì, com’era allora consuetudine, un momento conviviale e «negli accampamenti di Brindisi si svolse un banchetto» dove, mentre Ottaviano si comportò come da tradizione romana, Antonio mostrò la sua propensione per il mondo orientale assumendo l’atteggiamento tipico degli egiziani. In definitiva i due rappresentavano ormai mondi diversi, e pure questo pareva un motivo valido per rendere solido il patto.

Brindisi fu pertanto partecipe d’un evento che i contemporanei vissero come epocale perché unanimemente ritenuto l’inizio di in’epoca d’oro che avrebbe assicurato prosperità e sicurezza. Ed era un pensiero accarezzato non solo dalla gente comune ma anche nei circoli aristocratici ed in quelli letterari. Lo stesso Virgilio gli dedicò l’ecloga IV, incentrata sulla nascita di un «puer» — il cui avvento avrebbe dovuto portare il mondo, dopo quella mitica, nella seconda età dell’oro e che, invece, d’allora in avanti, ha solo turbato il sonno di generazioni di studiosi incapaci d’individuare in maniera incontrovertibile chi fosse il nascituro. Il clima festoso che accompagnò le nozze di Ottavia ed Antonio, svoltesi di lì a poco a Roma, incoraggiò sempre più le attese.

 

La luna di miele ebbe però breve durata. Sia per gli sposi, sia per i successivi avvenimenti che misero a nudo le crepe d’un accordo di fatto di facciata e in fondo propagandistico. Sesto Pompeo, tenuto fuori dalle trattative, bloccò con la sua flotta i rifornimenti, creando panico e carestia nell’Urbe; in aggiunta Ottaviano ed Antonio trovarono altri motivi per scoprirsi in disaccordo. Ne andò di mezzo pure Virgilio che aveva osato dedicare l’ecloga citata ad Asinio Pollione, allora suo probabile patrono avendolo aiutato a mantenere le proprietà paterne che avrebbero dovuto essere espropriate. La cosa non era piaciuta per niente al futuro Augusto che detestava Asinio quasi quanto disprezzava Antonio e che, da quel momento in poi, volle leggere in anticipo i lavori del mantovano, per censurarlo, se occorreva. Come avvenne nel IV libro delle Georgiche dove il poeta fu costretto a togliere l’elogio di Cornelio Gallo, caduto in disgrazia per presunta attività sovversiva.

L’ecloga IV, dedicata alla pace di Brindisi, delude anche noi Brindisini per il fatto che Virgilio non volle, nemmeno in quella circostanza, riservare alla nostra città il sia pur minimo accenno. Ancora una volta il sommo poeta latino dimostrava di non amare le metropoli troppo caotiche e piene di vita, com’erano allora Roma e Brindisi, e di preferire di gran lunga i sobborghi ben più tranquilli di Napoli da cui di fatto si staccò in rare circostanze.

Andò invece molto meglio ai nostri antenati che — occorre sottolinearlo — nei conflitti sapevano scegliere bene da che parte stare e perfino in questa occasione puntarono sul cavallo vincente. Ottaviano, parecchio riconoscente per l’aiuto ricevuto, fece infatti avviare piani di risistemazioni urbanistica che resero ancor più ricca Brindisi, in più gratificata dal privilegio di ospitare — unica città insieme all’Urbe — un arco in onore di Ottaviano per la vittoria conseguita ad Azio. Sebbene non sia possibile entrare nei dettagli, né risalire alle dislocazioni delle varie iniziative edilizie, le fonti epigrafiche certificano la ristrutturazione del foro e della nostra acropoli, vale a dire la collinetta dove ora è collocata la Colonna romana, confermando la rilevanza delle opere d’architettura urbana compiute in epoca augustea.

Anche se la realtà si mostrò diversa, il «foedus brundusinum» fu un avvenimento che più di tanti altri fece sperare in un periodo di pace duratura. Agli effetti pratici fu solo un punto di svolta negli equilibri politici: esautorato il senato, Ottaviano prese il sopravvento mentre Marco Antonio iniziò la sua parabola discendente. Gli autori attribuiscono il declino di Antonio alla vicinanza di Cleopatra, dando così un’interpretazione basata su un troppo sfruttato stereotipo di genere. Sarei piuttosto propenso a credere che la sua stella si offuscò proprio perché gli vennero meno i consigli di Fulvia.

Privato delle doti politiche e strategiche dell’aristocratica romana, dimostratasi in grado di tener testa ai più prestigiosi uomini del tempo in settori allora ritenuti di esclusivo appannaggio della natura maschile, non seppe più reggere il confronto con Ottaviano, a questo punto destinato a realizzare i sogni del padre adottivo di ripristino delle insegne reali.

(5 – fine)

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

per la parte terza:

https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/09/24/quando-brindisi-saluto-il-nuovo-cesare-parte-terza/

per la quarta parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quarta)

Libri| Pagine d’oro e d’argento. Studi in ricordo di Sergio Torsello

 

PREFAZIONE

di Mario Spedicato

 

Affascinante, ricca e variegata è stata la vicenda intellettuale di Sergio Torsello.

Raffinato cultore di storia locale con una spiccata vocazione civile, ha privato troppo presto la comunità degli studiosi e degli appassionati di storia delle sue approfondite ricerche e della sua visione di cultura come strumento di emancipazione e di progresso per la società.

Questa iniziativa scientifico-editoriale rappresenta l’omaggio che la Storia Patria di Lecce, da me presieduta, e l’Amministrazione Comunale di Alessano intendono tributare alla memoria di uno dei protagonisti del panorama culturale salentino. Il volume raccoglie contributi riconducibili a una pluralità di indirizzi di ricerca coerente con la peculiarità del suo profilo versatile e teso a uno scandaglio fine e minuzioso nel mare magnum degli studi storici. Sorprende ancora scoprire le innumerevoli strade della conoscenza che egli ha esplorato, i pregiati testi che ha riportato alla luce, la fertile letteratura che prodotto. È un lavoro che merita di continuare a trovare prosecuzione anche al di là dei confini salentini.

Personalmente, devo al compianto Antonio Caloro la conoscenza di Sergio. Mi fu presentato in occasione della presentazione di un volume su Alessano, tenuta nel palazzo Legari nel lontano 1999. Da allora è nato un sodalizio che ha elaborato e prodotto una serie di volumi attraverso i quali si è consolidata un’amicizia che è durata fino alla loro morte, ma che invero continua ancora sul piano della memoria e della gratitudine.

La passione per il passato della propria cittadina accomuna le biografie di Caloro e Torsello, insieme al solerte impegno per la ricerca delle fonti, all’elegante gusto per l’erudizione e al premuroso assillo per la ricostruzione bibliografica.

Tutto ciò entra a far parte di un approccio e di un metodo che Torsello rivela anche in altri temi a lui congeniali che ha saputo declinare con il medesimo rigore, per esempio quelli del tarantismo e della tradizione etnografica salentina, come emerge chiaramente dal profilo bio-bibliografico tracciato da Manuel De Carli e Paolo Vincenti.

Il suo nome è indissolubilmente legato alle attività di consulente scientifico dell’Istituto “Diego Carpitella” e di direttore artistico del festival itinerante “La Notte della Taranta”: esperienze intense che lo hanno segnato intellettualmente, ma anche fisicamente, fiaccandolo soprattutto nei mesi estivi particolarmente pesanti per gli appuntamenti programmati, dovendo conciliare con la consueta dedizione il lavoro quotidiano di responsabile del settore culturale del Comune di Alessano e quello, ancora più gravoso, di organizzatore dell’evento musicale di fine agosto, preceduto e accompagnato da workshop, attività editoriali, divulgazione del repertorio etnografico e altri impegni legati alla ricerca di settore e alla formazione.

Dobbiamo alla sua attiva collaborazione se in questi ultimi anni la storia di Alessano e del Salento si è potuta arricchire di ricerche inedite. Devo anche a Sergio se sono riuscito a omaggiare ancora in vita Antonio Caloro con un volume di studi in suo onore che raccoglie una serie di saggi di storia e di cultura salentina, senza trascurare la comunità alessanese.

Sergio, data la giovane età, meritava altre chances per dimostrare e confermare le sue enormi potenzialità di studio, testimoniate in alcuni spunti presenti in questo volume, che vuole essere un doveroso riconoscimento per quello che ha fatto: esso mira a ravvivare e a perpetuarne la memoria e fornisce agli studiosi e agli appassionati un’ulteriore chiave di lettura utile ad approfondire temi sempre nuovi che un’opera aperta come la sua riesce a disvelare.

            

INDICE

11 Presentazione

Francesca Torsello

 

13 Prefazione

Mario Spedicato

 

15 Sergio Torsello (1965-2015). Note bio-bibliografiche

Manuel De Carli, Paolo Vincenti

 

UN INTELLETTUALE TRA CULTURA POPOLARE E MICROSTORIA

27 Il contributo di Sergio Torsello alla renaissance salentina del primo quindicennio del 2000

Francesco Attanasi

 

43 In ricordo di un caro amico: Sergio Torsello

Francesco Accogli

 

51 Di Sergio Torsello, del suo amore per la cultura popolare

Maurizio Nocera

 

55 Una conversazione con Sergio Torsello sull’uso pubblico della cultura popolare

Vincenzo Santoro

 

68 Ricordo di Sergio Torsello e del suo impegno per la cultura alessanese

Raimondo Massaro

 

73 Maria Brandon Albini e Ugo Baglivo nelle pagine di Sergio Torsello

Maria Antonietta Bondanese

 

78 Sergio Torsello: la memoria che resta

Cristina Martinelli

 

86 La collaborazione di Sergio Torsello con la rivista «Annu Novu Salve Vecchiu»

Paolo Vincenti

 

CULTURA E SOCIETÀ IN TERRA D’OTRANTO

95 Ossequi e scambi librari tra Napoli e Terra d’Otranto. Le lettere inedite di Pietro Napoli Signorelli a Giacinto D’Elia

Andrea Torsello

 

103 Umanesimo e filosofia in Terra d’Otranto. A proposito di alcune lettere di Quinto Mario Corrado

Luana Rizzo

 

113 Gerhard Cerull, pittore a Finibusterrae, terra delle piante incantate

Antonio Lupo

 

121 Appunti e segnalazioni sul cognome “Torsello”

Antonio Ippazio Piscopello

 

126 Alessano al tempo degli Angioini

Francesco De Paola

 

139 Da caput conteale a periferia urbana. Alessano nella prima Età moderna

Mario Spedicato

 

148 L’alessanese mons. Francesco Antonio Duca vescovo di Castro, in due atti notarili inediti del 1795

Filippo Giacomo Cerfeda

 

SCIENZE, MUSICA E TARANTISMO

171 Elementi di demonologia nelle opere di Giovan Battista Della Porta e Giulio Cesare Vanini

Donato Verardi

 

180 “Andiamo errati, andiamo errati”. Sabatino de Ursis e la Questione dei riti cinesi nel nome di Dio (1610-1639)

Francesco Frisullo, Paolo Vincenti

 

199 Dissertazioni mediche sul ballo di san Vito, 1675-1875: una proposta di lettura

Alessandro Arcangeli

 

212 Fra Storia e Antropologia. Alcune osservazioni sugli illuministi e sui giacobini davanti al mondo magico

Giuseppe Caramuscio

 

220 Per un aggiornamento della bibliografia di Cosimo De Giorgi

Ennio De Simone

 

243 Identity flows. Fotografia, identità, narrazioni della contemporaneità

Maria Chiara Spagnolo, Luigi Spedicato

 

256 Moduli ritmico-melodici nella trasmissione orale del metro salentino tradizionale

Antonio Romano

 

269 Barbieri-musicisti nell’Italia del Quattro e Cinquecento

Camilla Cavicchi

 

282 Banchetti musicali

Maria Antonietta Epifani

 

303 “Viva viva eternamente”. Quattro villanesche ‘salentine’ per la vittoria sui turchi

Luisa Cosi

 

325 Gli strumenti musicali del tarantismo nella trattatistica gesuita d’età barocca

Daniela Rota

 

337 Wolferd Senguerd (1646-1724), la storia naturale e la specificità pugliese del tarantismo

Manuel De Carli

 

351 Seguendo le tracce del tarantismo spagnolo: casi medici di tarantismo nel XIX secolo

Pilar Leon Sanz

 

374 Nancy, Dora e lo sguardo isterico

Gabriele Mina

 

380 Animali fantastici (e dove trovarne)

Eugenio Imbriani

 

390 Tarantismo en Aragón. La Jota: la otra Tarantela

Manuela Adamo

locandina 7 settembre 2020

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quarta)

Brindisi salvata da Fulvia, l’antimodello romano

di Nazareno Valente

 

Per buona sorte dei nostri concittadini, Marco Antonio si accontentava, per il momento, di utilizzare le macchine d’assalto per qualche schermaglia dimostrativa. Desiderava incutere timore e guadagnare alla sua causa i veterani che militavano nelle fila di Ottaviano, sfruttando il credito acquisito a Filippi quando li aveva guidati contro i cesaricidi. E mancò poco che ci riuscisse. Fu solo il potere suggestivo del nome di Cesare che convinse i legionari a non disertare: per quanto propendessero per Antonio non se la sentivano di tradire il figlio adottivo del loro antico generale.

Qualche defezione ci fu ma non tale da sovvertire la situazione delle forze in campo, che più passava il tempo e più poneva Antonio in condizioni di svantaggio, stretto com’era tra i Brindisini assediati ed i contrattaccanti. Aleggiava però in entrambi gli schieramenti l’intenzione di conciliare i propri capi. E, una sera, alcuni legionari di Antonio, avvicinatisi al vallo presidiato da Ottaviano, si misero a rimproverare i commilitoni d’un tempo di combattere chi aveva salvato loro la vita a Filippi. In risposta si sentirono accusare d’essere venuti a Brindisi per portare la guerra, dopo essersi conciliati con il nemico comune. Oltre a scambiarsi reciproche critiche, i due schieramenti manifestarono il comune proposito di non voler combattere tentando, se possibile, di trovare un accordo. Analoga avversione al conflitto manifestavano la popolazione brindisina ed i centurioni, i quali pensarono bene di coinvolgere un personaggio di prestigio al di sopra delle parti.

Amico al tempo stesso di Ottaviano e di Antonio, Lucio Cocceio Nerva, come già in passato, fu disponibile anche questa volta a fare da paciere. Incontrò separatamente i due rivali; riportò le loro lamentele e le loro reciproche scuse, cercando in tutti i modi di attenuare i motivi del dissidio. Per quanto riguardava la questione spinosa della chiusura delle porte della nostra città, ad Antonio che si lagnava per essere stato escluso «come un nemico», Ottaviano fece rispondere che lui non c’entrava nulla: erano stati i Brindisini a prendere la decisione insieme al tribuno che era presso di loro.

Non è però facile crederci, se si ricorda che Ottaviano pianificava ogni cosa e non amava improvvisare, neppure nelle occasioni più banali. «Persino con la moglie Livia» — ci informa il biografo Sveronio — «non s’intratteneva mai su argomenti importanti senza aver preso prima degli appunti che scorreva, mentre parlava, per non dire né più, né meno, del necessario» Per cui sembra difficile che in una circostanza così delicata, che poteva scatenare una guerra civile, si sia invece rimesso alla volontà dei Brindisini e di un suo tribuno, senza nemmeno interferire. Per cui, di là dalle sue parole di circostanza, il mistero su come e perché si decise di tenere Antonio fuori da Brindisi resta del tutto insoluto.

Anche se le attività belliche erano state sospese, le consultazioni di Cocceio andavano per le lunghe ed i Brindisini rimanevano sui carboni ardenti con tutte quelle macchine d’assedio pronte ad entrare in azione. Il problema era che i due triunviri, timorosi di perdere la faccia di fronte all’opinione pubblica, continuavano a scaricare sull’altro ogni responsabilità dichiarandosi del tutto esenti da colpe. La condizione di stallo si sarebbe protratta per chissà quanto tempo se la fortuna, il caso oppure una mano misteriosa non avesse dato una spinta al destino offrendo un’imprevista soluzione al problema.

A Sicione era infatti morta Fulvia, la moglie di Marco Antonio, che, come abbiamo già visto, sfruttando i malumori dei proprietari terrieri espropriati e dei senatori di parte repubblicana, aveva battagliato con Ottaviano uscendone però sconfitta a Perugia. Per spiegarci come mai la morte d’una donna abbia potuto compiere un miracolo del genere, è necessario soffermarsi su alcuni aspetti specifici della società romana.

Era la primavera del 40 a.C. quando Fulvia, scortata da tremila cavalieri, giungeva fuggiasca a Brindisi, dove nella rada l’attendevano cinque navi da guerra per condurla ad Atene. Fu forse questa l’unica occasione in cui i nostri concittadini la poterono ammirare: era una donna molto chiacchierata per i suoi comportamenti «extra mores», ovvero contrari ai costumi tradizionali, che l’avevano resa tristemente famosa. Velleio Patercolo, un contemporaneo di Ottaviano, scrisse di lei che «di donna non aveva altro che il corpo», rimarcando nella maniera più brutale i lati riprovevoli che rendevano Fulvia una figura inquietante, un esempio in negativo. La società romana assegnava infatti ad una donna un ruolo ben preciso, che già l’onomastica per certi aspetti chiariva. A differenza degli uomini di riguardo, il cui nome si articolava su tre elementi, alle matrone romane ne veniva attribuito uno solo: la forma al femminile del gentilizio paterno, e quindi del «nomen» (il nostro cognome) del padre. Come conseguenza il nome di una nobildonna rimandava in maniera indubbia alla famiglia di appartenenza; sicché una qualsiasi Fulvia non poteva che essere figlia di un Fulvio, così come chi si chiamava Ottavia aveva un padre il cui «nomen» era per forza Ottavio.

Certo erano previste delle varianti che però non alteravano lo schema. A volte si usavano dei vezzeggiativi — la figlia di Cicerone, che di cognome faceva Tullio, era stata ad esempio chiamata Tulliola, invece che Tullia — oppure, in presenza di più figlie femmine, si ricorreva a degli aggettivi per distinguerle: «maior e minor» (maggiore e minore) e, nelle rare famiglie numerose, addirittura ai numeri ordinali. Quindi le matrone erano di fatto individuate con la «gens» di appartenenza e non avevano un prenome che le identificasse all’interno del gruppo familiare, quasi non dovessero avere una propria identità personale.

Tanto per capire che area tirava, basterà menzionare che era opinione ricorrente che una nobildonna non dovesse mai far parlare di sé. Il «pudor» (la riservatezza) doveva infatti conformare la sua condotta, soprattutto riguardo a questioni di esclusiva competenza del sesso forte, quali ad esempio le attività militari e politiche. Il canovaccio prevedeva poi che una matrona, degna di tal nome, dovesse essere «pulchra» (dotata di alte virtù interiori); «pia» (rispettosa dei familiari); «univira» (coniugata, possibilmente, una volta sola); «casta» (parca nei rapporti sessuali, limitati al solo ambito matrimoniale); «fecunda» (in grado di concepire); «pudica» (moderata); «tacita» (silenziosa) e «domiseda» (casalinga). In pratica più di una santa. Per fortuna tutto ciò valeva solo sulla carta; nella realtà, già nella tarda repubblica, le matrone s’erano ritagliate legittimamente un proprio spazio che andava ben oltre i teorici canoni indicati. Si poteva pertanto scantonare, però bisognava farlo con garbo, salvando le apparenze, se non si voleva incorrere nella generale riprovazione. C’erano così non poche aristocratiche che, senza ricoprire cariche pubbliche, si rendevano protagoniste d’un ruolo politico importante, ma lo facevano dietro le quinte, in sordina e senza darlo troppo a vedere.

Fulvia invece non voleva restare nell’ombra: faceva politica alla luce del sole e desiderava essere coinvolta anche nelle questioni militari. E tutto ciò destava scandalo e indignazione anche negli autori meno prevenuti. «Donna che con la spada al fianco si mostrava virile nella guerra», sentenzia sconvolto Floro, che pure non era un bacchettone. Morale della favola, le medesime doti, magnificate in un uomo, diventavano esecrabili se possedute da una donna.

Comprensibile pertanto la sorpresa dei Brindisini quando Fulvia sopraggiunse alla testa della cavalleria: in un porto se ne vedevano di tutti i colori ma mai, a loro memoria, una donna che comandava a bacchetta anche gli ufficiali di più alto grado. La osservarono partire e nessuno si sarebbe immaginato che la sua tragica fine avrebbe voluto dire la fortuna per Brindisi.

Cocceio, che abbiamo lasciato occupato in consultazioni separate con Ottaviano ed Antonio, aveva infatti sfruttato la fortuita ed improvvisa morte di Fulvia per addebitare a lei tutte le cause del conflitto. E questo faceva buon gioco ad entrambi i triunviri: Antonio veniva prosciolto da ogni accusa a spese della moglie; Ottaviano era giustificato a fare con lui una nuova alleanza. Con questo escamotage, Cocceio riuscì così a convincere i due rivali a interrompere le ostilità ed a comporre la faccenda per via diplomatica.

Mentre i nostri concittadini vedevano con gioia smontati gli apparati bellici posti di fronte alle mura, Cocceio convocava Asinio Pollione e Mecenate, rispettivamente rappresentanti di Antonio ed Ottaviano, per trattare con essi gli accordi di pace.

A Brindisi doveva pertanto decidersi il futuro assetto del mondo.

 

(4 – Continua)

 

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

 

per la parte terza:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte terza)

 

Libri| Pagine d’oro e d’argento. Studi in ricordo di Sergio Torsello

Poche settimane fa, ha trovato approdo editoriale, Pagine d’oro e d’argento. Studi in ricordo di Sergio Torsello, a cura di Manuel De Carli e Paolo Vincenti, Calimera, Kurumuny Edizioni, 2020. Il prezioso volume, voluto dalla Società Storia Patria Sezione Lecce, è il frutto di un lungo lavoro da parte dei curatori De Carli e Vincenti, che hanno coinvolto ben 32 autori, provenienti da ambiti diversi, accademici e non accademici, ciascuno dei quali contribuisce nel proprio campo di ricerca ad approfondire uno dei tanti aspetti del sapere in cui si è esplicata la variegata carriera intellettuale di Sergio Torsello (1965-2015), giornalista, letterato, esperto di antropologia culturale e ricercatore attento e scrupoloso, mosso da insaziabile sete di conoscenza. Questa iniziativa scientifico-editoriale, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Alessano, intende tributare un doveroso riconoscimento alla sua incancellabile memoria.

Il volume sarà presentato la sera del 28 settembre 2020, presso Palazzo Legari ad Alessano, alle ore 19.00, alla presenza dei curatori Manuel De Carli e Paolo Vincenti. Dopo i Saluti della Sindaca di Alessano, Francesca Torsello, del giovane ricercatore Andrea Torsello, in rappresentanza della famiglia di Sergio, e di Mario Spedicato, Presidente della Società di Storia Patria di Lecce, prenderà la parola Federico Imperato, dell’Università degli Studi di Bari, che relazionerà sul libro.

 

locandina 7 settembre 2020

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte terza)

Quando i Brindisini sbarrarono le porte a Marco Antonio

di Nazareno Valente

 

La sanguinosa decimazione di Brindisi divenne un esempio della durezza e degli atti eversivi compiuti da Marco Antonio, che Ottaviano aleggiò come un’ombra tra i contenuti della sua propaganda orientata a denigrare il rivale. E per quanto sia un episodio in genere trascurato dagli storici moderni, e del tutto ignorato dalla cronachistica locale, fu ritenuto all’epoca un tema di grande rilievo. Lo testimoniano gli epitomatori dell’opera liviana, che utilizzano le poche righe riassuntive degli avvenimenti di quel tragico autunno (44 a.C.) appunto per narrare la crudeltà di Antonio ed il conseguente atteggiamento ostile delle quattro legioni macedoniche, due delle quali defezionarono in blocco: «Le legioni Quarta e Marzia volsero le insegne da Antonio a Cesare [Ottaviano]; poi anche parecchi altri, per la crudeltà di M. Antonio, che massacrava nei propri accampamenti di qua e di là quanti gli erano sospetti, passarono a Cesare». Nonostante questa levata di scudi, è il caso di sottolineare che Antonio era formalmente dalla parte della legalità: da console era tenuto a mantenere ad ogni costo la disciplina dell’esercito. Ottaviano, invece, essendo un «privatus» (privato cittadino), non avrebbe potuto assoldare truppe, né tantomeno indurre alla ribellione le milizie assegnate ad un magistrato. Eppure la situazione era tale che il Senato accettava tali illegalità per esclusivo interesse politico, nella speranza che il giovane Cesare — ritenuto manovrabile — potesse contenere lo strapotere del ben più pericolo Antonio. Era però un calcolo destinato a rivelarsi errato: sotto l’apparente atteggiamento di salvaguardia delle istituzioni repubblicane, Ottaviano mascherava un proposito addirittura opposto e la volontà di sovvertirle per creare un potere personale. A livello più generale, occorre poi aggiungere che la lotta politica non era condotta in difesa di specifici ideali sociali, quanto piuttosto per dare supremazia alle singole fazioni politiche e, in particolare, ai loro leader.

L’episodio di Brindisi ufficializzò inoltre il conflitto, all’interno dei cesariani, tra Ottaviano ed Antonio; scontro che ebbe fasi alterne e che incluse pure periodi di pieno accordo. Fu in un clima di adesione politica che i due vendicarono l’assassinio di Cesare sconfiggendo i congiurati; conclusero, insieme a Lepido, gli accordi del secondo triunvirato; decisero le liste di proscrizione che includevano, non solo chi aveva partecipato alla congiura, ma anche nemici personali che si voleva eliminare. Fu quest’ultima un’operazione ben più spietata della decimazione di Brindisi, che portò, tra l’altro, all’esecuzione di Cicerone — che il futuro Augusto non difese, pur avendone goduto il sostegno — e a quella di altri illustri personaggi che con le idi di marzo non avevano nulla da spartire.

 

La resistenza repubblicana non era stata però del tutto domata e all’inizio dell’estate del 40 a.C. proprio un proscritto, Domizio Enobarbo, compiva scorrerie sull’Adriatico e, dopo aver preso Siponto, si dirigeva minaccioso verso il nostro porto. In maniera sorprendente, date le alleanze allora in vigore, lungo il tragitto si unì a lui Marco Antonio, proveniente dall’Oriente.

Per spiegare il perché di questo ribaltamento di campo, è necessario riannodare un po’ il filo della narrazione.

Dopo la sconfitta dei cesaricidi a Filippi (42 a.C.), i triunviri si erano divise le province del dominio romano: ad Antonio era toccata la Gallia e l’Oriente; a Lepido l’Africa; tutto il resto ad Ottaviano, che aveva anche il predominio sull’Italia, rimasta formalmente fuori dalla spartizione, non essendo una provincia. Le residue speranze repubblicane erano invece tutte riposte in Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, che con la sua flotta dominava di fatto il Tirreno, e in parte l’Adriatico, creando quindi grossi problemi ad Ottaviano, il quale aveva già altre gatte da pelare. Uscito alquanto ridimensionato dal conflitto con i congiurati, risolto soprattutto grazie alla sagacia militare di Antonio, aveva perso parte del consenso dell’esercito che si mostrava più disposto a seguire il rivale, ritenendolo a ragione il vero vincitore dello scontro. C’era poi il problema dei premi promessi ai legionari: Antonio s’era fatto carico di raccogliere le somme per i donativi; Augusto quello di acquistare le terre da distribuire. Ma, mentre Antonio non aveva avuto eccessiva difficoltà a raccogliere le somme necessarie, Ottaviano si trovò ben presto in crisi, per le tensioni sociali create dagli espropri compiuti per acquisire le terre. Ad aggravare la situazione c’erano poi Lucio Antonio e Fulvia, rispettivamente fratello e moglie di Marco Antonio, che lo contrastavano in ogni modo. Soprattutto il primo sfruttava la carica di console per ostacolare le confische e per strumentalizzare il malcontento diffuso tra gli Italici dell’Etruria e del Centro, aiutato in ciò dalla cognata, che forse era la vera mente del complotto. Spinta, a detta degli storici, da questioni di cuore, Fulvia utilizzava il suo acume politico per accentuare i contrasti con l’obiettivo d’indurre il marito, che in Oriente subiva il fascino della bella Cleopatra, a rientrare in Italia. Il conflitto che ne seguì — la cosiddetta guerra di Perugia — fu però risolto in maniera sbrigativa, e sanguinosa, da Ottaviano (inizio 40 a.C.).

Marco Antonio non aveva preso posizione ma, dopo poco, fu costretto a farlo quando, per circostanze fortuite, si vide sottratta la Gallia, assegnata con le truppe lì stanziate ad Ottaviano. Proprio per ristabilire la situazione, aveva preso accordi con Sesto Pompeo e, unitosi a Enobarbo, faceva pertanto rotta verso Brindisi.

Venuto a conoscenza delle intenzioni bellicose del rivale, Ottaviano non poté fare altro che raccogliere le milizie e incamminarsi per via terra verso la stessa destinazione. Ed era ancora lontano, quando Marco Antonio giunse nelle nostre contrade, trovando però con sorpresa le mura della città sbarrate: negli accordi, l’Italia non faceva parte dei domini di nessuno dei triunviri e non poteva quindi essere soggetta a blocchi del genere.

Chi decise la serrata, è un mistero tuttora irrisolto. A Brindisi si trovavano cinque coorti di Ottaviano, ed Antonio attribuì al rivale il sopruso subito; Appiano, però, nel suo resoconto, è esplicito nell’indicare che furono i Brindisini a «chiudere le porte». In effetti in città erano ancora evidenti i segni dei disastri compiuti da Cesare e Pompeo, quando pochi anni prima se l’erano contesa, ed era del tutto comprensibile che i nostri concittadini non volessero replicare un’esperienza così rovinosa. Appare però allo stesso tempo improbabile che la cittadinanza abbia potuto decidere in tutta autonomia, e contro la volontà dei legionari presenti.

Con tutta probabilità la verità è nel mezzo: i legionari ed i Brindisini si trovarono d’accordo nel vietare l’accesso ad Antonio con il pretesto che assieme a lui c’era un proscritto, Enobarbo, che non poteva entrare in città. Antonio lo considerò, in ogni caso, un atto ostile e «bloccò con un fossato ed una palizzata l’istmo della città» dando così l’avvio al bellum brundusinum, quarta guerra civile dall’assassinio di Cesare.

In tale occasione, lo storico Appiano ci ha lasciato in dono una preziosa descrizione, unica nel suo genere, facendoci intravedere la dislocazione dell’agglomerato brindisino. Egli racconta che l’abitato era collocato su una penisola «di fronte ad un porto a forma di luna e che non era possibile per chi provenisse dalla via di terra di avanzare verso la collinetta», se qualcuno avesse chiuso l’istmo che rappresentava l’unico possibile accesso. In pratica, a suo dire, l’abitato si concentrava per lo più su una lingua di terra, prospiciente il porto interno, in posizione elevata.

Antonio, che conosce la città, avendola presieduta qualche anno prima (48 a.C.), procede a fortificare l’istmo con un fossato e con un muro difensivo, garantendosi così da eventuali contrattacchi. Blocca poi tutt’intorno anche il porto esterno «e le isole che sono in esso, disponendo molti posti di guardia». In pratica rende difficile qualsiasi operazione di soccorso, tanto è vero che il futuro Augusto, pur disponendo di forze di gran lunga superiori, «trovando Brindisi bloccata, non può fare altro che accamparsi nei pressi ed attendere gli eventi».

Gli accorgimenti adottati consentono ad Antonio di tenere agevolmente la posizione e di allestire le macchine belliche necessarie per assalire i nostri concittadini, «con grande imbarazzo di Cesare [Ottaviano] che non era in grado di difenderli». La sue doti militare sono talmente superiori che, pur in una situazione di evidente inferiorità, si permette addirittura il lusso d’intercettare e di sbaragliare un reggimento di cavalleria mandato in soccorso della nostra città assediata.

Ai Brindisini non restano quindi che le proprie forze per difendersi dalle macchine d’assalto, ormai lì pronte ad entrare in azione.

(3 – continua)

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

 

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

Una violenta ed insolita decimazione

di Nazareno Valente

 

La volta scorsa ci siamo lasciati sottolineando la fretta del futuro Augusto che, anticipando i tempi e l’iter giuridico previsto, assunse subito il nome di Cesare, suo padre adottivo, senza attendere l’approvazione dei comizi curiati dove avrebbe dovuto tenere un discorso solenne («contio»). Una simile premura aveva chiari intendimenti politici — precisava sin da subito che era lui l’erede politico di Cesare, e non Antonio — ma pure motivazioni di carattere sociale.

La società romana era sì pragmatica, come i più raccontano, ma al tempo stesso sensibile ai pedigree, ed il nome, per l’appunto, raccontava della posizione sociale posseduta da ciascuno. E, proprio in quel secolo denso di sconvolgimenti e di aspre lotte, s’era consolidata la possibilità di derivare il ceto e la classe sociale dal meccanismo di composizione del nome, ormai basato sulla classica formula dei «tria nomina» (tre nomi). Di per sé, già l’avere tre nomi era indicativo dei quarti di nobiltà goduti, perché, di solito, i comuni mortali non ne potevano esibire più di due e le signore dovevano addirittura farne bastare uno. Per chiarire tali aspetti, è indispensabile dare un minimo d’informazione sulle principali regole strutturali dell’onomastica romana. Esse prevedevano che il nome fosse composto da un «praenomen», un «nomen» ed un eventuale «cognomen». Il «praenomen» (letteralmente, ciò che è prima del nome) aveva la stessa funzione del nostro nome di battesimo e, quindi, caratterizzava un individuo all’interno d’una famiglia, senza implicazioni di altro genere. Il «nomen» era invece il centro del sistema onomastico latino in quanto indicava il «nomen gentilicium» (nome gentilizio) e precisava l’appartenenza di un individuo ad una ben precisa «gens» (la gente ovvero la famiglia d’origine). Comparabile al nostro cognome, esso dava però in aggiunta specifiche indicazioni sul gruppo familiare di provenienza. Dal momento che i nomi di battesimo erano all’incirca una trentina ed i gentilizi in numero comunque contenuto, per evitare i troppi casi di omonimia, si ricorse a identificare gli individui di riguardo con un soprannome, cioè il «cognomen» (letteralmente, ciò che accompagna il nome) che, a lungo andare, diventò ereditario servendo così a distinguere i diversi rami d’una stessa gente d’origine. L’aspetto curioso è che la maggior parte dei «cognomina» metteva in evidenza un difetto e non una virtù, come per altro si usa tuttora con le persone d’un certo peso politico: si pensi a chi è stato soprannominato “mortadella” oppure “il bibitaro” per comprendere il perché di questo vezzo peggiorativo.

Passando, per semplificare, a qualche esempio pratico, Caio Giulio Cesare identificava un appartenente all’illustre gente Giulia, ramo dei Cesari; Cesare che, per la cronaca, voleva dire “peloso”. Oppure, Lucio Valerio Flacco: celeberrima gente Valeria, ramo dei Flacci, caratterizzato quindi dall’avere “le orecchie penzoloni”.

Il futuro Augusto, prima dell’adozione, si chiamava Gaio Ottavio, ed a parte che la famiglia Ottavia non era patrizia ma di censo equestre, non aveva un «cognomen» neppure consolidato — tant’è che c’era chi diceva fosse Turino e chi Cepias — chiaro indice che faceva solo da poco parte dell’élite romana. Sicché aveva anche motivazioni sociali ad assumere quanto prima i tre nomi del padre adottivo, e farsi pertanto chiamare Gaio Giulio Cesare. Ad essere precisi, in questi casi, per ricordare la famiglia d’origine, l’adottato aggiungeva un «agnomen» (letteralmente, ciò che si unisce ad un nome) costituito dalla forma aggettivale in “-anus” del gentilizio posseduto. Per cui avrebbe dovuto a rigore chiamarsi Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Tuttavia, per accentuare il distacco dalle proprie origini, il nostro Gaio Ottavio non inserì mai tale quarto elemento. Malgrado ciò, per gli avversari — che, fino al completamento dell’iter legale, avevano continuato a chiamarlo Ottavio — divenne, esaurite le formalità di rito, ugualmente Ottaviano, tanto per precisare e rendere note le sue origini equestri. E, ironia della sorte, malgrado fosse lontano dai suoi desideri, fu chiamato Ottaviano anche dagli storici, sebbene solo per consentire al lettore di non confonderlo con il padre adottivo.

È quindi a Brindisi che l’erede assunse il nome di Gaio Giulio Cesare, senza attendere che fosse ratificata la legittimità dell’adozione. E lo fece in un contesto militare, acclamato dai Brindisini e dalle truppe lì stanziate. Fu quindi nella nostra città che il futuro Augusto iniziò ad usufruire dell’impatto suggestivo del nome acquisito, sfruttato poi per coagulare su di sé il consenso dei tanti sostenitori cesariani. Tutto ciò non servì a scalfire l’opinione dei suoi avversari, i quali continuarono a ritenerlo politicamente inoffensivo, data la giovane età. Capirono però di lì a poco che stavano commettendo un grosso errore di valutazione, come un episodio, ancora una volta capitato nella nostra città, rese loro evidente.

Pochi mesi dopo le idi di marzo, agli inizi di ottobre del 44 a.C., Antonio raggiungeva Brindisi. Ha l’incarico di prendere il comando delle quattro legioni dell’esercito stanziato in Macedonia che, per l’annullamento della spedizione partica, erano state fatte rientrare nella nostra città, e di condurle in Cisalpina. Ha brigato non poco per ottenerne la guida, fiducioso che il loro apporto possa favorirlo nella contesa per la successione politica a Cesare. Ma le attese vanno subito deluse. C’è un clima di velata contestazione che serpeggia tra le fila dei legionari, mentre il console prende la parola per salutarli. Il motivo è presto detto: sono tutti veterani fedeli a Cesare ed imputano ad Antonio di non averne vendicato l’uccisione, scendendo in più a patti con i congiurati. In realtà l’accusa non è del tutto giustificata, perché Antonio non era nelle condizioni ideali per poter intraprendere un’azione di forza contro i cesaricidi, inizialmente sostenuti sia dal Senato, sia da gran parte della popolazione.

L’insoddisfazione della truppa, pur in parte spontanea, è però per lo più causata dalle trame di Cesare Ottaviano che, qualche giorni prima, aveva inviato a Brindisi suoi emissari proprio allo scopo di sobillare i legionari offrendo loro pure del denaro. L’opera di corruzione conta innanzitutto sull’appoggio dei centurioni che, avendo in passato soggiornato ad Apollonia, hanno avuto modo di familiarizzare con Ottaviano e che, in aggiunta, grazie al grado e all’esperienza posseduti, godono d’un buon ascendente sul resto della milizia.

In un primo momento, Antonio cerca di placare la contestazione con le buone, garantendo a ciascuno un soldo di cento denari; ma il donativo, invece di calmare i soldati, ne aumenta ancor più il risentimento, perché si vocifera che Ottaviano abbia promesso un compenso cinque volte superiore. Poi, riconosciute le tracce della corruzione ottavianea, reagisce con sdegno: accusa i legionari di irriconoscenza e, soprattutto, di non aver smascherato gli uomini che, per conto d’un «giovanetto precipitoso» (così definisce Ottaviano), avevano tentato di corromperli. Il dissenso s’inasprisce e, a detta dello storico Appiano, i soldati «alle sue espressioni irose rispondono intensificando le grida e abbandonandolo». A questo punto, per ricondurre la truppa all’obbedienza, al console non restano che le maniere forti.

Negli eserciti romani si teneva memoria del comportamento di ciascuno; per questo Antonio chiede ai tribuni, suoi luogotenenti, d’indicare i più turbolenti e, tra questi, secondo la regola militare della decimazione, ne trae a sorte uno su dieci per mandarli a morte. In genere però la decimazione interessava i soldati semplici; nella circostanza, invece, coinvolge in modo rilevante anche i centurioni, molto considerati dall’opinione pubblica. Ottaviano può così sfruttare l’episodio per incentivare la diserzione che infatti interessò due delle quattro legioni macedoniche che, in maniera del tutto illegale, decisero di passare in blocco ai suoi ordini.

La durezza riservata ai centurioni fu pure utilizzata da Cicerone che, nella sua celebre III Filippica, accusò Antonio d’essere quell’uomo malvagio che a Brindisi aveva fatto massacrare, nella casa che l’ospitava, «il fior dei centurioni, il cui sangue, mentre spiravano ai suoi piedi, era andato a schizzare fin sul volto della moglie». Si trattò quindi d’un evento che, sebbene sconosciuto ai più, destò grande scalpore: a Brindisi era stata compiuta un’azione eversiva in quanto contraria ai principi sanciti dal «mos maiorum», vale a dire dalle consuetudini e dalla tradizione romana.

Meno di nicchia l’episodio che si narrerà la prossima volta quando, sempre nella nostra città, i due contendenti cercarono di trovare un accordo che ponesse fine al loro dissidio.

(2 – continua)

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