Voci e locuzioni infantili neretine: CCICCI, A DDHÌ DDHÀ, AN GALÈ, (A)N GONGA, PEPÈ e ‘MBRU ‘MBRU.

di Armando Polito

Tra le scienze l’etimologia è forse quella più aleatoria poiché la formazione delle parole ha seguito strade contorte, incappata in processi spesso incoerenti, in condizionamenti anche psicologici tutt’altro che facili da ricostruire senza il risschio di incorrere in ipotesi fantasiose sì, suggestive, per qualcuno perfino geniali, ma senza uno straccio di prova a conforto. C’è, poi, al suo interno un settore particolarmente complicato che è quello delle voci gergali e di quelle infantili. Le nostre di oggi appartengono a quest’ultimo gruppo e il lettore non prenda per oro colato quello che dirò e, soprattutto, non abbia paura, soprattutto se ha più anni dei miei che sono tanti ma non tantissimi, di esprimere il suo pensiero nella consapevolezza che qualsiasi suggerimento, anche sbagliato, talora è la scintilla che ci fa fare un passo, per quanto piccolo, se non verso il vero, almeno verso il provvisoriamente certo. A riprova di ciò non posso tacere che questo post probabilmente non sarebbe nato se il concittadino Ennio Giannuzzi  non avesse posto il quesito su Facebook il 6 u. s. chiedendo anche, se l’avessi letto, il mio eventuale intervento. Il destino ha voluto che leggessi il suo post dopo pochi minuti dall’inserzione e mi è parso degno di un rilievo non semplicemente, con tutto il rispetto, facebookiano. Ecco perché per la risposta ho scelto questo blog che ormai da parecchio tempo costituisce la mia palestra quasi quotidiana, che, a differenza delle normali palestre (senza per questo demolire il mens sana in corpore sano), consente il proficuo allenamento della nostra parte più nobile, il cervello.

Mi auguro che, per quanto detto, questa pappardella iniziale non venga considerata un mettere le mani avanti o, peggio, il predicozzo di un insegnante in pensione un po’ o tanto o tutto rincoglionito.

Entro in argomento con una piccola premessa (niente paura, il giorno in cui dovessi candidarmi o accettare una candidatura sarebbe quello più triste della mia vita, perché significherebbe che il processo di rincoglionimento di cui sopra è arrivato al capolinea …): anche se probabilmente le parole create dai primi uomini erano di natura onomatopeica (riproducevano, cioè, i rumori sentiti in natura per significare concetti abbastanza vicini al rumore stesso o agli effetti del fenomeno che l’avevano generato), sarebbe semplicistico a mio avviso attribuire al linguaggio infantile sempre e comunque la stessa genesi di quello dell’umanità fanciulla, anche se l’acquisizione del linguaggio nel bambino è inizialmente di natura imitativa. Probabilmente il cervello di ognuno di noi non è alla nascita una tabula rasa, qualcosa di culturale forse è già impresso a livello genetico e costituisce il sostrato su cui s’innesterà l’apporto della famiglia prima e della scuola dopo. A tal proposito va ricordato che anche il sostrato più fertile è destinato a non dare frutti apprezzabili se i coltivatori (genitori prima ed insegnanti poi) sono poco o per niente all’altezza.

A questo punto, prima di essere mandato al diavolo insieme con il mio ispiratore, entro nel cuore dell’argomento e passo in rassegna le voci ricordate da Ennio proponendo per ognuna la mia riflessione etimologica.

CCICCI (carne) Chiara deformazione, con raddoppiamento della consonante iniziale tipica del nostro dialetto e accorciamento con l’eliminazione dell’ultimo fonema, dell’italiano CICCIA, che ha lo stesso etimo di SALSICCIA.che è da un latino *isicia, a sua volta dal classico insicia, neutro plurale di insicium che significa salsiccia o, in genere, carne insaccata. E proprio la parte finale di insicia rivela l’origine del dialettale salciccia, che probabilmente ha subito l’incrocio con sale. Ricordo che, sempre nel dialetto neretino, carne! è l’interiezione privilegiata per esprimere disappunto rispetto a qualcosa di spiacevole che ci viene prospettato. Quest’interiezione è stata da sempre considerata volgare perché rientra metaforicamente in quella categoria di parole che contengono riferimenti a quello che ci consente di esistere e che pure ancora consideriamo come qualcosa di peccaminoso, se non schifoso: il sesso. Insomma,per farla breve, il neretino carne! corrisponde esattamente all’italiano col cazzo!. Ora è vero  che il dialetto è in disuso e che, quindi, è più probabile che un bambino di oggi apprenda dai genitori non CCICCI ma direttamente il nome commerciale  dell’omogeneizzato firmato che la multinazionale di turno ha approntato (in attesa dei precotti e simili …) per lui nel vasetto dalla forma strana e con l’etichetta dai colori sgargianti che, a detta dello psicologo infantile ammanicato, stimolano tanto la sua intelligenza …

Tuttavia, se oggi dovesse capitarvi di sentire un bambino proferire CICCIA! (attenzione al tono, che è importantissimo!) dopo che gli è stato detto di non continuare a fare qualcosa che non ci aggrada (ma a lui sì …), non sta contestando, purtroppo,  l’omogeneizzato firmato ma sta applicando la metafora di cui sopra. Occhio  a quel bambino! Potrebbe essere un genio precoce …

A DDHÌ DDHÀ. (a passeggio, fuori) Semplice traduzione in dialetto, con aggiunta della preposizione a, dell’italiano LÌ LÀ.

AN GALÈ (sulle spalle) Anche qui traduzione in dialetto dell’italiano IN CALESSE, con soppressione della sillaba finale e sostituzione della preposizione in con an (che è da a+in) Non so quanti padri di oggi sarebbero disposti a fungere da calesse e dubito che il nonno esiliato in un ospizio abbia la voglia di farlo in occasione di una delle rare visite del nipotino, ammesso che la presenza dell’artrite o dell’artrosi glielo consenta, nonostante certe pillole facciano miracoli per almeno dodici ore (almeno così assicura la multinazionale che la produce) …

NGONGA (atto del far saltellare il bambino sulle ginocchia). Se degli etimi precedenti sono sicuro, questo va accettato con beneficio d’inventario. Potrebbe essere trascrizione dell’italiano SUL GINOCCHIO (con sostituzione della preposizione articolata sul con in, per cui la n iniziale di ngonga  sarebbe ciò che rimane di an (lo stesso visto in an galè). Per questo mi pare che la scrittura più corretta sarebbe (A)N GONGA. Ne approfitto per dire che ginocchio è dal latino genùculum, variante di genìculum, a sua volta diminutivo di genu, che è dal greco γόνυ )leggi gòniu).

PEPÈ (dolcetto) L’ho lasciato per ultimo, ma non mi vergogno di confessare che le cartucce erano esaurite da tempo, nel senso che fin dall’inizio è stato l’unico a crearmi difficoltà, tant’è che, essendoci ritornato più volte, non son riuscito a cavare il ragno dal buco, cioè la pepè dall’involucro che la nasconde. Non mi convince nemmeno ciò a cui per la disperazione ho pensato, che, cioè, fosse deformazione del napoletano babà (che è, tal quale, dal francese).

Altro che pepè! Chiudo con l’amaro in bocca e, in attesa che qualcuno ci sveli l’arcano, mi permetto di aggiungere alle voci ricordate da Ennio ‘MBRU ‘MBRU o ‘MBRUÈ (acqua, bere). Credo che questa sì sia voce di origine in qualche modo onomatopeica, anche se la deformazione professionale mi costringerebbe a prendere in considerazione il latino imbre(m), accusativo di imber=pioggia o il greco βροχή (leggi brochè) che ha lo stesso significato o il francese boire=bere (dal latino bìbere) deformato nella sua pronuncia (buàr). Se è così, la grafia più esatta sarebbe ‘MBRU ‘MRU (se da imbrem per aferesi di i-, se dalle altre sempre per aferesi di i- appartenente alla preeposizione in che vi è stata aggiunta).

E con questa annotazione indegnamente poliglotta, anzi politoglotta …, saluto chi mi ha fin qui seguito.

Due tele di Giovanni Papagiorgio a Latiano

di Domenico Ble

Due tele presenti a Latiano, una conservata presso Palazzo Imperiali e l’altra nella sagrestia della chiesa di Sant’Antonio, testimoniamo l’attività del pittore Giovanni Papagiorgio, artista per certi versi ancora nascosto nell’ombra nonostante una prolifera produzione pittorica in diverse aree del Salento.

Notizie sul pittore Giovanni Papagiorgio le riporta Massimo Guastella sottolineando lo scarso numero di fonti biografiche e l’incertezza sull’excursus pittorico ipotizzabile solamente attraverso la numerosa produzione costituita da opere autografe e attribuite.

Il pittore era di origini ateniesi, stando all’iscrizione presente all’interno della tela conservata a Latiano e visse ed operò a Manduria, città in cui aveva sposato Perna Durante.

Guastella sulla formazione pittorica riporta: “non è improbabile che nei primi anni del suo soggiorno in Italia, potesse aver fatto tappa a Roma, guardando ai fatti del tardo manierismo zuccaresco che alle innovazioni naturaliste caravaggesche o classiciste carraccesche. Ma anche Napoli poté essere una sua meta, visto che risiedeva il suocero Gioserio Durante e vi si trasferì il primogenito che portava lo stesso nome come il nono materno[1].

Le opere di Giovanni Papagiorgio sono conservate in diverse chiese del Salento: a Manduria nella Collegiata il Cristo e la Vergine in trono; a Brindisi in Santa Maria degli Angeli il Sant’Antonio da Padova e nella cappella del Forte a Mare una Santa Barbara, un San Francesco ed i Santi Cosmo e Damiano; a Oria nella chiesa di San Francesco la tela raffigurante San Francesco da Durazzo [2].

Forse il Papagiorgio a Manduria fondò una bottega a conduzione familiare, questo perché nella chiesa dell’Immacolata a Manduria è conservata la tela raffigurante la Madonna delle Grazie con i Santi Donato e Liborio, firmata “M. GABRIEL PAPAGIORGIU / MANDURIENS / PINGEBAT”, un’opera di Gabriele Papagiorgio, figlio di Giovanni.

A Palazzo Imperiali è conservata la tela raffigurante l’episodio della Conversione di Paolo. L’opera risale al 1641 ed è di Giovanni Papagiorgio, sulla lapide raffigurata nell’opera è presente la firma: “IOANNES PAPAGEORGIVS ATHENIENSIS FACIEBAT A.D. 1641”.

 

Giovanni Papagiorgio, La conversione di Saul, 1641, Latiano, Palazzo Imperiali
Giovanni Papagiorgio, La conversione di Saul, 1641, Latiano, Palazzo Imperiali

 

particolare nella tela, firma dell’autore “IOANNES PAPAGEORGIVS ATHENIENSIS FACIEFAT. AD 1641”.
particolare nella tela, firma dell’autore “IOANNES PAPAGEORGIVS ATHENIENSIS FACIEFAT. AD 1641”.

 

L’opera è menzionata all’interno dell’inventario di Michele IV Imperiali, redatto nel 1735, come “Conversione di San Paolo[3].

La composizione ruota intorno a Paolo, raffigurato disteso per terra, intorno i soldati sono spaventati per quanto accaduto. Il terrore dell’istante viene espresso attraverso i movimenti dei personaggi: i cavalli imbizzarriti, le braccia dei soldati rivolte verso l’alto.

Nell’opera sono presenti due atmosfere contrapposte: a destra e sinistra la scena è movimentata, mentre al centro è tranquilla, questa calma è evidenziata dagli occhi chiusi di Paolo e dalla luce scendente dallo squarcio di cielo centrale in cui è raffigurato il Cristo. Questa divisione mette in evidenza il momento principale della composizione: la conversione.

In secondo e terzo piano il paesaggio campestre, all’apparenza tranquillo, partecipa all’episodio: in alto nel cielo fra le nuvole di colore grigiastro è raffigurato il Cristo circondato da una luce dorata.

L’altra tela, conservata nella sagrestia della chiesa di Sant’Antonio, raffigura Sant’Antonio da Padova e si tratta di un’attribuzione a Giovanni Papagiorgio, vista la somiglianza con una omonima tela del pittore conservata presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli a Brindisi. Anch’essa è collocabile alla metà del XVII secolo.

Questa tela un tempo faceva parte della Quadreria Imperiali, infatti l’opera è menzionata all’interno dell’inventario del Principe Michele IV Imperiali come: “…un altro, alto palmi sette e largo palmi quattro, rappresenta S. Antonio de Padoa, con sua cornice negra profilata d’oro” [4].

Nella tela sant’Antonio è raffigurato per intero, con addosso il saio francescano stretto sopra la vita da una sottile corda. Con la mano destra regge un libro su cui è raffigurato in piedi il Bambino Gesù benedicente, nella mano sinistra tiene il giglio.

In secondo piano sulla destra si intravede un alto basamento su cui è posta una colonna, dietro in profondità fa da sfondo un panorama campestre. In alto al centro dei cherubini rivolgono lo sguardo verso il santo.

Giovanni Papagiorgio (attribuito), Sant’Antonio da Padova, XVII sec., Latiano, chiesa di Sant’Antonio
Giovanni Papagiorgio (attribuito), Sant’Antonio da Padova, XVII sec., Latiano, chiesa di Sant’Antonio

 

[1] M. Guastella, Iconografia Sacra a Manduria. Repertorio delle opere pittoriche (secc. XVI – XX), Barbieri Editore, 2002, Manduria, p. 25.

[2] R. Jurlaro, Storia e cultura dei monumenti brindisini, Galatina, 1976, p. 193

[3] A.S.B. Inventario dei beni mobili dell’ecc.mo don Michele Imperiali esistenti nei castelli di Franvilla Fontana, Caselnuovo, Avetrana, Massafra e Carovigno, 1735. Trascrizione a cura di Francesco Ragione.

[4] A.S.B., Inventario dei beni mobili dell’Ecc.mo don Michele Imperiali esistenti nei castelli di Francavilla Fontana, Caselnuovo, Avetrana, Massafra e Carovigno, 1735, vol. 317. Trascrizione a cura di Francesco Ragione.

Libri| Le elezioni del 1913 nel Collegio di Gallipoli

invito elezioni modificato

Riprendendo il filo del discorso introdotto nel lontano 1974 dal prof. Fabio Grassi e in più occasioni ripreso e in parte mitigato tra gli altri da Donno, Mennonna e Palumbo, l’autore affronta con un eccezionale apparato documentale gli esiti delle elezioni politiche del 1913, che con la sconfitta elettorale di Antonio De Viti De Marco innescò una lunga e feroce polemica politica e giornalistica contro l’utilizzo da parte del socialista Stanislao Senape De Pace del simbolo della croce sulla scheda elettorale.

La puntigliosa ricostruzione dei fatti relativi alle lotte politiche nel collegio di Gallipoli e del ruolo della sinistra gallipolina nel processo di emancipazione delle masse contadine, porta l’autore a ripercorrere, su base documentale, la vicenda relativa alla sospensione del non expedit a favore di Antonio De Viti De Marco, tracciandone le interferenze e le complicità tra il Sottoprefetto di Gallipoli ed i Vescovi di Gallipoli e di Nardò, impegnati come in nessuna altra occasione ad impedire l’accesso alla Camera al candidato socialista.

Ne scaturisce una partecipata difesa delle ragioni del gruppo socialista gallipolino, guidato da Stanislao Senape De Pace, contro le numerose complicità delle istituzioni, della stampa nazionale e dei gruppi di potere locale, tesi ad inficiare i risultati elettorali, a supporto del reclamo avanzato presso la Giunta delle elezioni della Camera da Antonio De Viti De Marco. Ricca l’appendice documentaria in gran parte inedita.

 

E. Pindinelli, Le elezioni del 1913 nel Collegio di Gallipoli. La croce di Stanislao Senape De Pace e la sospensione del non expedit a favore di Antonio De Viti De Marco, Tip. CMYK, Alezio 2017-12-12.

Volume di pp. 95, con la trascrizione in appendice di 16 documenti originali e 28 illustrazioni

invito elezioni

Rocco De Vitis a vent’anni dalla scomparsa

Rocco De Vitis a vent’anni dalla scomparsa

Il medico, l’uomo del popolo, l’umanista

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di Luigi Montonato

Ci sono date che restano memorabili nella memoria collettiva di un paese, sì da segnare nelle conversazioni future un riferimento comune, che fanno appartenenza e identità.

La sera di sabato, 21 ottobre 2017, a Supersano, è una di queste date. Il teatro dell’oratorio “Mons. Antonio De Vitis” era piccolo per contenere tanta gente. Persone di tutte le età. Si era lì convenuti per celebrare un uomo di cui ancora gran parte dei supersanesi ha memoria: il medico Rocco De Vitis, scomparso nel 1997, a 86 anni.

Era, questi, uno di quei personaggi come nei nostri paesi se ne vedevano in passato; un medico taumaturgico, un uomo autorevole e carismatico, in cui la gente riponeva fiducia in tutto e per tutto; benestante quanto bastava per non aver bisogno di nulla; generoso e altruista, tanto da poter dare del suo ai singoli e al paese. Il suo nome, don Rocco, non aveva bisogno d’altro per sapere chi fosse.

Chi lo conobbe, tutto questo lo sa. Per chi non lo conobbe, valgono le sue opere e i ricordi-testimonianza degli altri.

La sua figura di medico, di uomo e di letterato è stata rievocata quest’anno nella ricorrenza del ventennale della sua morte, con due volumi collettanei e due manifestazioni pubbliche; promosse dai famigliari sotto l’egida della Sezione leccese della Società di Storia Patria per la Puglia, di cui è presidente il prof. Mario Spedicato, curatore anche dei due volumi insieme coi professori Franco De Paola e Maria Antonietta Bondanese e conduttore delle due manifestazioni.

La serata di sabato, per presentare il secondo dei due volumi, Rocco De Vitis medico umanista di Supersano, a cura di Maria Antonietta Bondanese e Mario Spedicato (Giorgiani, 2017), non avrebbe potuto iniziare in modo migliore per far passare il messaggio immediatamente comprensivo della ragione celebrativa. I bambini della Classe IV B della Scuola Primaria, uno accanto all’altro sul palco, si passavano il microfono per declamare in maniera stentorea frasi semplici e significare lo scorrere del tempo, il rapporto fra generazioni, l’importanza della memoria: io i nonni ce l’ho…io non ce l’ho…io ho perfino i bisnonni. I nonni, dunque, come veicoli di memoria collettiva. I nipoti come loro continuatori. La manifestazione come tappa memoriale, a segnare un approdo e, augurabilmente, una ripartenza.

Due volumi, due cerimonie; due, perché Rocco De Vitis non è stato solo un medico rispettato e amato dalla sua gente, ma anche un letterato, un uomo di cultura, forse non sufficientemente considerato in vita per i suoi meriti, che furono notevoli, a detta degli studiosi che della sua opera si sono occupati per la circostanza e non solo.

Fra le altre opere ha lasciato un diario di guerra, testimonianza della sua esperienza bellica come ufficiale medico sul fronte albanese nel corso della seconda guerra mondiale, di cui ha parlato sia nel primo che nel secondo volume Remigio Morelli, professore di Storia e Filosofia. Ma il suo impegno letterario maggiore, che ne fa un personaggio di ampiezza assai più grande di quanto non si possa scorgere da un campanile, è la traduzione delle opere di Virgilio: l’Eneide, le Bucoliche e le Georgiche, di cui hanno parlato autorevoli latinisti, fra cui la prof.ssa Maria Elvira Consoli di Unisalento. Un autentico monumento salentino al grande poeta mantovano. Un’opera imponente che sancisce la sua vocazione poetica, il suo grande amore per la classicità, la solida tenuta linguistica e letteraria.

Già prima dell’estate, all’Università, c’era stata la presentazione del primo dei due volumi, Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico e umanista, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese (Grifo, 2017).

I due volumi non si sovrappongono, uno è complemento dell’altro; ma variamente destinati e perciò anche variamente impostati; fanno parte di un unico progetto. Più orientato sui contenuti letterari, pur nel contesto biografico e ambientale, il primo volume raccoglie interventi sull’opera letteraria di De Vitis, scritti da uomini di scuola e di studio, per proporre il personaggio al mondo della scuola e delle lettere, secondo la regola aurea della comunicazione di adeguare temi e linguaggio al destinatario, in questo caso di settore.

Così il secondo volume, Rocco De Vitis medico umanista di Supersano, raccoglie altri contributi, che insistono sulle stesse tematiche ma più brevi e occasionali rispetto a quelli del precedente, e comprendono anche testimonianze famigliari e paesane, dei nipoti e degli alunni della scuola locale, che conferiscono carattere più massmediale. Il volume si salda tematicamente al primo anche perché riprende i testi dei relatori della sua presentazione, come spiegato in apertura da Mario Spedicato.

Più decisamente popolare è stata la manifestazione supersanese perché, rispetto a quella leccese, rivolta ad un pubblico per certi aspetti più virtuale e lontano, ha coinvolto tutto l’universo del De Vitis, usando temi appropriati e toccando corde sentimentali per raggiungere il pubblico reale, vivo e partecipe. Non solo la drammatizzazione iniziale dei ragazzini della scuola elementare, ma anche la testimonianza del Sen. Luigi Pepe, presidente dell’Ordine dei Medici di Lecce; l’intervento del Sindaco di Supersano, dr. Bruno Corrado, medico anche lui; della rappresentante del Comitato salentino della Dante prof.ssa Francesca Giordano e soprattutto di Maria Rosaria De Vitis, figlia del Nostro, che con piglio accattivante ha ricreato atmosfere paesane e famigliari in gustosa affabulazione. Il mondo di Rocco De Vitis era tutto lì, riproposto nel video “Rocco De Vitis medico e umanista di Supersano”, proiettato nella circostanza. C’erano don Oronzo Cosi e Gino De Vitis, il direttore de “Il nostro Giornale”; i ragazzi del laboratorio teatrale “Colpo di scena” di Supersano, diretto da Giuliana De Iaco, e gli alunni dell’Istituto Comprensivo.

Libro e serata leccesi avevano aperto un percorso celebrativo, completato a Supersano, con due formidabili guide: il prof. Mario Spedicato e la prof.ssa Maria Antonietta Bondanese, col concorso della Banca Popolare Pugliese, della federazione leccese dell’Ordine dei Medici, del Dipartimento dei Beni Culturali di Unisalento, della Società di Storia Patria di Lecce, dell’Associazione “Salute Donna” e del Comitato salentino della “Dante Alighieri”.

 

manifesto libri M
manifesto libri M

 

Livio de Filippi e una sua poesia in vernacolo leccese

Particolare natività realizzata in cartapesta da MGrazia Presicce, ph MGrazia Presicce
Particolare Natività realizzata in cartapesta da M. Grazia Presicce

 

di Maria Grazia Presicce

No, non ci può essere Natale senza presepe e così, ogni anno, ripeto, come in una litania, il suo allestimento nella nostra casa, anche ora che i nostri figli hanno creato il loro nido altrove.

Non riesco davvero a rinunciare a quel “culto” iniziato quando, da piccina, il mio sguardo lo intese e l’amò nella casa dei nonni, poi in quella dei miei genitori e dopo nella dimora del cuore, mia e di Lucio.

Davvero no, non c’è Natale senza presepe! Quel simbolo, fatto con poco e con niente, che un tempo univa, affratellava e suggellava patti, pace nelle famiglie e amore tra la gente, sarebbe bello che perpetuasse la sua essenza ancora ed ancora…

Abbiamo bisogno di segni che seguitino a portare armonia colore e calore in quest’umanità smarrita che ha perso il senso della semplicità, dell’armonioso essere, diluendosi in una realtà senza respiro che rincorre fantomatici mondi straripanti, atmosfere luccicanti che non rischiarano, colori artefatti vuoti di stupore che attraggono, disorientano e svaporano…

Non resta nulla nell’animo in una realtà caduca, non rimane l’eco gioioso dell’essere a rinfrancare e sussurrare armonie… e non basta lo scambio argentato di una strenna ad avvalorare gesti, a farci sognare e tremare il cuore di pura emozione …ci vuole calore, sincerità che lo avvalori e ci faccia risvegliare, scuotere dentro e destare poi… in un mondo più giusto.

Legata al Presepe vi presento una bella poesia in vernacolo leccese, anzi come dice l’autore, Livio de Filippi[1], in Rusciaro (la parlata di Porta Rusce, antico rione leccese)

 

Lu presepiu

Farina e citu intra na buatta,

giurnali ecchi intra na cascètta,

li chèi,lu serràcchiu, lu marthièddhu,

le taùle, li culùri, lu pennièddhu.

Cu sti stracuènzi sirma se preparàà,

te la Mmaculàta a fatiare ncignà

E nci mentìa lu core e lu cervièddhu

E ddo semàne te scigghi e frantèddhu.

Ma alla fine te tuttu ddhu lavoru,

nnu presèpiu ca era nnu tesoru!:

lu Castièddhu, li monti, le vallate,

Sali e scindi te centumila strate

Lagu, funtàna, rutte e casicèddhe,

Magi, pastori,cu lle pecurèddhe;

e tanti, tanti pupi nci mentìa

ca l’ia ccattàti te Santa Lucìa.

A centru stia nna Rutta, la cchchiù bella,

cu mpisi susu nn’àngelu e nna stella;

Giuseppu e la Matonna ca preànu

Mentre ca lu Figghiu sta spettànu.

E luintiquàttru, a menzanotte santa,

li amici e la famiglia tutta quanta,

secundu la cchù antica tradizione

la case se girànu a processione,

nnanzi a nnanzi, lu cchiù uagnuncèddhu,

ntra lle manu tenìa lu Mammin ièddhu;

sulle candìle ardìanu le fiammèlle,

tutti cantànu: “scendi dalle stelle!”

Poi nnu sunettu o nna puèsia

Nui recitàmmu nnanti lu Messìa

E mentre ca tecìamu ddhe palòre

Ntra llu piettu nni tremulà lu core

E ppe la commusiòne nne parìa

Ca tuttu lu presèpiu se mmuìa:

scendìanu Magi susu li cammelli,

camenànu pastòri paggi, agnelli,

mmassaricu recòtte, addhìne,òe;

ogne pupu parìa ca se sta mmòe.

Le fimmene te casa, ndaffaràte,

purtànu purceddhùzzi e ncarteddhàte

e poi cu vera deùzione

se ngenucchiànu pè l’adoraziòne.

…….

A notte, nui, cuntiènti, intru lu lièttu

Turmìamu e ni sunnàmmu nn’angiolèttu!

 

TRADUZIONE

Il presepe

Farina e aceto dentro un barattolo,/ giornali vecchi in una cassetta, i chiodi, la sega, il martello,/ le tavole, i colori, il pennello./ Con questi attrezzi mio padre si preparava,/ e il giorno dell’Immacolata a lavorare iniziava/ e ci metteva il cuore e il cervello/ e due settimane di sporco e rumore./ Ma alla fine di tutto questo trambusto,/ allestiva un presepe che era un tesoro!:/ il Castello, i monti, le valli,/ salite e discese da centomila strade,/ lago, fontana, rocce, e casette,/ Magi e pastori con le pecorelle;/

E tante, tante statuine ci metteva/ che aveva comperato alla fiera di Santa Lucia:/

Al centro c’era una roccia, la più bella,/ con appesi un Angelo e una stella;/ S.Giuseppe e la Madonna che pregavano/ mentre aspettavano il loro Figlio./ Il ventiquattro, nella santa mezzanotte/ gli amici e tutta la famiglia/ secondo un’antica tradizione/ giravano per casa in processione;/ in prima fila vi era il più piccino/ che tra le mani teneva Gesù Bambino;/ sulle candele ardevano le fiammelle/ tutti cantavano ; “ tu scendi dalle stelle!”/ dopo un sonetto o una poesia / si recitava davanti al Messia/ e mentre pronunziavamo le parole/ nel petto tremolava il cuore / e per la commozione ci sembrava/ che tutto il presepe si muoveva:/ scendevano i re Magi sui cammelli,/ camminavano pastori, paggi, agnelli,/ massai con ricotte, galline, uova/ ogni statuina sembrava si muovesse./ le donne di casa, indaffarate,/ portavano purciddhuzzi e cartiddhate / e dopo con vera e santa devozione/ ci inginocchiavamo per l’adorazione.

………………..

La notte, noi, contenti, nel letto,/ dormivamo sognando un angioletto!

L. De Filippi

 

 

[1] Livio De Filippi, “ Lecce Folk, poesie in vernacolo” Unione Tipografica Lecce, Aprile 1979, pag. 157

Ugento: una bolla di consegna di 120 anni fa

di Armando Polito

Il tempo ha il potere di valorizzare documenti che al momento in cui vengono prodotti hanno un valore relativo e nei decenni successivi insignificante, tanto da essere buttati via. Qualche volta, però, capita di trovare nel fondo di un cassetto un oggetto, un disegno, una ricevuta, una foto o uno scritto e di resistere alla tentazione di fare pulizia una volta per tutte presi da una sorta di arcano rispetto del passato, col rischio, nell’epoca dell’usa e getta, di essere considerati dei maniaci. Senza quei maniaci non esisterebbe il collezionismo, che, senza scomodare i musei o gli archivi,  spesso offre la possibilità di integrare la conoscenza della storia o di mettere particolarmente a fuoco certi suoi tasselli. Sarà successo così anche al documento che mi appresto a presentare e che ho rinvenuto su ebay (http://www.ebay.it/itm/Ugento-LE-documento-fabbricante-di-botti-1897/251705725463?hash=item3a9ad49217:g:ElYAAOSwosFUWf0Z), dove alla data in cui scrivo (6 dicembre 1017) è in offerta al prezzo di 8 euro. Lì è presentata come un documento riferito a un fabbricante di botti, ma dal contenuto mi pare si tratti non di botti ma di carri (in salentino traìni). Per quanto riguarda le voci tecniche non presumo di aver dato sempre la definizione corretta e per questo confido nell’eventuale correzione da parte di qualche studioso e, senza andare troppo lontano, nell’aiuto del concittadino generale Enrico Ciarfera, che anni fa sottopose alla mia attenzione un suo pregevole lavoro sull’argomento, frutto di ricerche sul campo, quando era ancora possibile trovare il contadino del caso, cioè il carpentiere specializzato.

Ugento, 5 luglio 1897

Consegnato al signor Colosso

1° un traino co caviglie1 9

2°   raggi2 3 di li stesso traino

3° rote spinolate3 e cantate4

più una meza crocera5 e

una martellina6 e di più

le tavole poste alla litera7

2° lavoro 9 luglio 97

La careta crossa de cavigli8 5 più una (una barrato) la cascia de lasso9

e cantate10 e legne

(di mano diversa) 22 luglio 97 in Ugento (segue, indecifrabile, quella che potrebbe essere la firma del consegnatario).

 

Interessante, infine, è il timbro, anche se fa rabbia il fatto che esso non è perfettamente leggibile anche per la deformazione parziale dovuta forse ad impressione non troppo decisa.

 

Riesco a leggere solo, al massimo ingrandimento utile e dopo adeguata rotazione, procedendo dall’alto verso il basso e con più di un dubbio: MARCHESE (?) BIAGIO (?) FABBRICANTE  Nego(ziante?).La ricorrenza non trascurabile del cognome BIANCO sull’elenco telefonico di Ugento mi fa ben sperare in ulteriori, graditissimi sviluppi …

______

1 Nel vocabolario de Rohlfs cavigghia è registrato col significato di ciascuno dei pezzi onde si compone la circonferenza della ruota. Da profano, però, immaginando che il massimo della compattezza sarebbe dato da un numero di questo elemento pari a quello dei raggi (più avanti si dice che questi ultimi sono tre=

2 Per essere i raggi della ruota) nove pezzi mi sembrano decisamente troppi; a meno che tutte le voci relative alle componenti del carro non s’intendano come pezzi sciolti, non montati.

3 Con i raggi Incuneati (spinula=piccola spina) tra la parte periferica e il mozzo.

4 Fornite di cantu, il cerchio di ferro. Cantu è dal latino chantus con lo stesso significato e, estensivamente, quello di ruota. Canthus, poi, è dal greco κανθός (leggi canthòs), sempre con lo stesso significato, ma partendo da quello base di angolo in genere e angolo dell’occhio in particolare. E così è chiaro da dove derivano i nostri canto e cantone.

5 Struttura di rinforzo della litera (vedi nota 8).

6 Meccanismo frenante a ceppi azionato manualmente. La voce dovrebbe essere in rapporto con la forma che ricorda un martello.

In italiano è martinicca, che è fatto derivare dal nome proprio Martino, senza, però, dare alcuna spiegazione. Credo che si possa tranquillamente ipotizzare che sia una variante di martinicchia (attestato nel Marchigiano), da un latino *martinicula. Martello è dal latino tardo martellus, che suppone un precedente *martus probabile variante del classico martus. E a questo punto potrebbero avere la stessa origine martinetto e martinello, fatti derivare anch’essi da Martino.

7 Corrisponde formalmente all’italiano lettiera; qui è il piano di carico del carro (in neretino littera).

8 Al maschile, contro il caviglie precedente.

9 Cassa dell’asse?

10 Riferito a cavigli come se fosse caviglie?. Per cantate vedi nota 4.

11 Ha tutta l’aria di essere un aggettivo ma non riesco a capirne il significato; idem se fosse un sostantivo.

Tra Napoli e Nardò. La guglia dell’Immacolata

Napoli chiama, Nardò risponde![1]

di Giovanni De Cupertinis

 

Napoli – La guglia dell’Immacolata, che domina la piazza del Gesù Nuovo, è uno dei più affascinanti e intriganti monumenti della città. Quella dell’Immacolata è l’ultima delle guglie di Napoli ad esser stata innalzata, la più ardita da un punto di vista architettonico. Si pone fra l’effimera architettura delle macchine di festa di legno e stucco, che il popolo innalzava ed incendiava con i fuochi d’artificio nelle piazze, e l’arredo urbano, inteso come elemento architettonico-scultoreo, per ornare gli spazi urbani, e deve la sua realizzazione all’impegno di un gesuita, padre Francesco Pepe.

Il tutto ebbe inizio quando il re Carlo III di Borbone propose al padre Francesco Pepe, che sovente riceveva le confessioni, di realizzare un’edicola nella piazza antistante,affinché i passanti potessero venerare la Vergine Immacolata, a cui era molto devoto, anche dall’esterno del tempio[2].

Il gesuita prendendo spunto dal desiderio del sovrano propose allo stesso di realizzare al centro della piazza una magnifica guglia con alla sommità un’immagine dell’Immacolata, sul tipo di quelle che qualche tempo prima erano state già realizzate in onore di San Domenico e di di San Gennaro.

Napoli, Piazza del Gesù
Napoli, Piazza del Gesù

 

Per la progettazione della guglia fu organizzato un vero e proprio concorso pubblico ed i modelli dei vari progetti furono esposti nel Palazzo Reale, affinchè il sovrano potesse sceglierne uno. Alla chiamata di padre Pepe parteciparono in tanti: dall’ Astarita al Gioffredo, da di Fiore al de Rossi. Fu preferito il disegno dell’architetto Giuseppe Genoino o Genovino[3], il quale concepì una “macchina” molto più ricca, fortemente ispirata ai carri del Battaglino, senza trascurare la collocazione alla base della stessa delle statue della famiglia reale. Infatti il progetto originario prevedeva la realizzazione, alla base della guglia, delle statue del Re Carlo e della Regina Amalia, che non si riuscì mai a completare[4].

Da subito il Pepe avviò una raccolta di offerte per erigere la monumentale guglia dell’Immacolata, nella piazza antistante la chiesa. Il re voleva offrire i 100.000 ducati necessari per la realizzazione dell’opera, ma padre Pepe riuscì a convincere il sovrano a limitare la sua offerta alla sola esenzione delle tributi relativi al materiale occorrente la sua costruzione, preferendo che la guglia fosse realizzata con le sole offerte del popolo[5].

La prima pietra fu posta dal marchese di Arienzo Lelio Carafa l’8 febbraio del 1746[6]; la direzione dei lavori venne affidata a Giuseppe di Fiore, coadiuvato dal gesuita Filippo D’Amato persona di fiducia del Pepe[7]. L’obelisco fu eretto da di Fiore in un tempo brevissimo, ma non per questo l’opera si rivelò semplice. Il cantiere incontrò più volte degli ostacoli, prima durante gli scavi, dove si era dovuto provvedere alla deviazione di un corso d’acqua sotterraneo, dopo per le proteste del duca Diego Pignatelli di Monteleone, il quale, temeva che l’alta guglia potesse crollare sul suo palazzo in caso di terremoti[8].

Comunque tutto si risolse nel migliore dei modi ed i lavori proseguirono speditamente. Già nel febbraio del 1748 la struttura era conclusa e si iniziò a mettere mano all’apparato scultoreo, dapprima realizzato a stucco e successivamente in marmo, fatta eccezione per la statua della Vergine Immacolata, da realizzare in rame dorato.

A svolgere il lavoro furono chiamati due grandi artisti come Matteo Bottigliero e Francesco Pagano, che realizzeranno nel primo ordine, proprio sopra il basamento, le statue di sant’Ignazio di Loyola, san Francesco Saverio, san Francesco Borgia e san Francesco Regis. Nei quattro bassorilievi posti più in alto sono raffigurati i quattro episodi fondamentali della vita della Vergine Maria: la Natività, l’Annunciazione, la Purificazione e la Coronazione della Vergine. Poco più in alto due medaglioni raffiguranti S. Luigi Gonzaga e S. Stanislao Kostka.

L’apparato scultoreo in marmo fu completato sul finire del 1753 e un anno più tardi, a conclusione di tutti i lavori, fu posizionata sulla sommità della guglia la statua dell’Immacolata, in rame dorato.

La guglia fu inaugurata nel dicembre del 1754, con festeggiamenti che durarono tre giorni, dal 6 all’8 con lo sparo di fuochi d’artificio, musica e un continuo suono di campane e con tanti lumi accesi per tre sere sui balconi e finestre della città[9].

Ogni anno la città di Napoli rende omaggio alla Vergine Maria con l’offerta di un fascio di rose alla statua posta sulla sommità della guglia di piazza del Gesù. E’ un rituale consolidato che si ripete ogni 8 dicembre, giorno in cui la Chiesa celebra appunto l’Immacolata Concezione.

 

Nardò – Collocata in posizione baricentrica nella centralissima piazza Salandra, la guglia dell’Immacolata fu eretta nel 1749[10], con il concorso del popolo neritino, come testimonianza di fede e ringraziamento per Io scampato pericolo dal terribile terremoto del 1743, che causò gravissimi danni all’abitato di Nardò[11].

L’opera è realizzata interamente in carparo, fatta eccezione per le quattro statue in pietra leccese collocate all’altezza del primo ordine, raffiguranti S. Anna, S. Gioacchino, S. Giuseppe con bambino e S. Giovanni Battista[12].

Nardo - la Guglia dell'Immacolata
Nardo – la Guglia dell’Immacolata

 

In cima svetta la splendida statua della Vergine Immacolata, realizzata in marmo bianco poggiante su un globo in bardiglio, opera dallo scultore napoletano Matteo Bottigliero che negli stessi anni lavorava insieme a Francesco Pagano alla decorazione marmorea della guglia dell’Immacolata di Napoli[13].

Che il disegno della guglia dell’Immacolata non sia opera di un semplice scalpellino o del lavoro scrupoloso di un mastro muratore qualunque lo si deduce da una attenta analisi stilistica e da un’accurata lettura dell’impianto planimetrico. Quel che stupisce è soprattutto la sapiente concatenazione di forme ed elementi posizionati ad intervalli regolari, che scandiscono l’armoniosamente i cinque ordini della guglia.

Ad oggi non conosciamo il nome dell’architetto, ma senza dubbio la guglia neritina ha i suoi riferimenti nell’obelisco di san Gennaro eretto nel 1660 da Cosimo Fanzago, nel largo antistante la porta laterale del duomo di Napoli, e soprattutto in quello dell’Immacolata che si stava realizzando negli stessi anni (1746-1754) a Piazza del Gesù Nuovo. La storia della guglia neritina mostra forti analogie ed in qualche modo collegata a quella napoletana.

Fu anch’essa realizzata con le oblazioni del popolo su iniziativa dell’abate Francesco Antonio Giulio che ne commissionò l’opera. Ma a differenza di quella napoletana, la documentazione archivistica riguardo la sua costruzione manca totalmente. Anche le poche notizie in nostro possesso pongono molti dubbi circa la loro attendibilità. Partiamo proprio dalla data del monumento che fino a qualche anno fa era ritenuto, dalla maggior parte degli studiosi, anche sulla scorta di un resoconto scritto del vescovo Luigi Vetta riguardante i festeggiamenti celebrati a Nardò l’8 dicembre 1854[14], di epoca successiva alla guglia napoletana.

Ad allontanare ogni possibilità di individuare una data certa per il monumento fu Francesco Castrignano, che nel 1930 nella sua storia di Nardò̀, senza citare alcuna fonte, scrisse che la guglia era stata eretta nel 1769 sotto il vescovato di Marco Aurelio Petruccelli, su iniziativa dell’abate Francesco Antonio Giulio, come ringraziamento per lo scampato pericolo dal terremoto del 1743[15].

Da quel momento il 1769 sarà indicato erroneamente come anno di costruzione della guglia da tutti gli studiosi che si interesseranno dell’argomento[16]. Come accennato prima, l’autore della guglia è ancora ignoto. Tutte le attribuzioni fatte dai vari studiosi non sono supportate da alcuna analisi o prova documentale.

Partiamo proprio da quella che vuole realizzata dal Giovan Bernardino Genoino, architetto gallipolino, autore della cattedrale di S. Agata, la cui morte però è attestata tra il 1653-55, e quindi subito da scartare visto che per ovvie ragioni anagrafiche non poteva essere l’autore della nostra[17]. Quello che colpisce un questa attribuzione è che a nessun studioso sia venuto in mente di evidenziare la singolare omonimia tra architetto gallipolino e Giuseppe Genoino, autore della guglia napoletana. In assenza di documenti, vista la contemporaneità delle due opere alla luce della nuova datazione, sarebbe stato più credibile immaginarlo anche autore della guglia neritina.

nardò piazza

Altro elemento poco chiaro nella vicenda della guglia neritina è proprio l’identità del committente, che a quanto ci riferisce il Castrignanò fu l’abate Francesco Antonio Giulio[18]. Cercando nella storia della diocesi neritina scritta dal Mazzarella dell’ abate Francesco Antonio Giulio non v’è alcuna traccia, di contro ritroviamo l’omonimo l’abate Pasquale Giulio, assai più noto, che fu vicario capitolare del vescovo A. Sanfelice ( 1708-1736) e di quello successivo F. Carafa (1736-1754)[19].

Alla luce di ciò, non è difficile immaginare che quello di datazione non sia stato l’unico errore commesso dal Castrignanò, e che fu l’abate Pasquale Giulio ad occuparsi di raccogliere le oblazioni dei fedeli e commissionare l’opera.

La retrodatazione di circa vent’anni della guglia neritina rispetto all’anno 1769, ci riporta inoltre a considerare con maggiore insistenza che l’idea di realizzare una guglia dedicata all’Immacolata, collocata nella piazza principale della città, risale agli anni del vescovo Sanfelice.

La riprova può essere data dalla presenza nel Corpus sanfeliciano, conservato presso il Museo di Capodimonte, di un disegno preliminare per la guglia dedicata all’Immacolata[20]. Non è da escludere quindi, che già prima del terremoto del 1743 sia maturata nell’animo del vescovo l’idea di realizzare nel cuore della città un’opera analoga a quella eretta nel 1731 a Bitonto, come ringraziamento per lo scampato pericolo del terremoto[21]. È quindi probabile che il vescovo diede incarico al fratello architetto per realizzare una guglia da elevarsi nella piazza principale della città, dopo aver completato la piazza su cui ancora oggi affacciano il duomo, l’episcopio e il seminario[22].

Il disegno di Capodimonte evidenzia una struttura con sviluppo verticale che presenta nella parte alta elementi architettonici riconducibili alla guglia di S. Domenico del Fanzago, ma a differenza di quest’ultima è sorretta da un alto basamento di forma ottagonale, recante un evidente stemma vescovile, ai cui lati si distinguono due statue non riconoscibili.

In cima una statua della Vergine poggiata su una sfera di marmo, sorretta a da un grande capitello corinzio, raccordato al resto della guglia tramite quattro eleganti volute tipicamente sanfeliciane. Il progetto immaginato dal Sanfelice non fu realizzato, presumibilmente per la sopraggiunta morte del vescovo nel gennaio 1736, ma il disegno appena descritto, anche se espressione di un primo momento progettuale, contiene tutti gli elementi di quella che da li a qualche anno più tardi fu eretta e inaugurata da un altro vescovo napoletano, monsignor Francesco Carafa. Ultimati i lavori della guglia, nel settembre del 1749 giunse da Napoli la statua di marmo dell’Immacolata da collocare in cima all’obelisco realizzata da Matteo Bottigliero.

Fu ricevuta dal vescovo davanti ad una delle porte della città, benedetta e condotta “in trionfo” per le principali strade cittadine, presenti anche tutte le autorità civili e religiose. Giunti nella pubblica piazza completamente illuminata a festa la statua fu posta vicino alla guglia ed intonato il Te Deum in rendimento di grazie. La festa durò fino a notte fonda allietata da musiche con continuo sparo di mortaretti e fuochi d’artificio[23]. Non conosciamo il momento in cui la statua fu effettivamente collocata in cima alla “colonna”, ma possiamo immaginare che avvenne nei giorni seguenti.

Ed è così che il popolo neritino, che da sempre ha creduto che la sua guglia dell’Immacolata collocata al centro della piazza principale fosse di molto posteriore a quella napoletana, si ritrova, come una piacevole sorpresa, completata ben cinque anni prima.

Nardò. Piazza Salandra

Anche la città di Nardò, ogni 8 dicembre, rende omaggio alla Vergine Immacolata ponendo ai piedi della statua posta sulla sommità della guglia un omaggio floreale.

Napoli chiama, Nardò risponde! J

 

Note

[1] Il titolo è un libero adattamento della celebre frase di Luigi Necco giornalista sportivo napoletano.

[2] Il re Carlo III e la regina Amalia Walburga di Sassonia si recarono nella chiesa del Gesù per ammirare la statua d’argento dell’Immacolata fatta realizzare da padre Pepe. In quell’occasione il re avvicinatosi al gesuita gli disse: «Padre Pepe, Maria Santissima Immacolata non deve solamente stare a vista dei fedeli, chiusa in chiesa, ma [deve stare] ancor all’aperto e al pubblico», cit. M. Volpe, I Gesuiti nel Napoletano, Napoli 1915, p. 28.

[3] “…subito diede a farne i disegni, che furono fatti da molti Architetti, cioè da D. Mario Gioffredo da D. Giuseppe Astarita, da D. Giustino Lombardo da D. Ignazio de Blasio da D. Giuseppe Genuino da D. Giuseppe di Fiore Napoletani, e da D. Domenico de Rossi Fiorentino. Se ne fecero ancora dei modelli in piccolo, uno dal Rossi, un altro dal Fiore, ed il terzo dal Fumo, e tutti si presentarono al Re acciocchè scegliesse Egli quello, che più gli piacea e su in fatti scelto per l’appunto quello che presentemente sì vede disegno di D. Giuseppe Genuino; di cui si ha pure una stampa incisa dal Gaultier in due fogli di carta reale”, cfr. P. D’Onofri, Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III Monarca delle Spagne e delle Indie. Nella stamperia di Pietro Perger Napoli, 1791 p. 225-226;

Carlo Celano, Delle notizie del bello, dell’ antico, e del curioso della città di Napoli. Quarta Edizione, Giornata Terza, Napoli 1792, p. 35.

[4] L’incisione della guglia dell’Immacolata con le statue dei regnanti, è presente nel volume di Carlo Celano, Delle notizie del bello, dell’ antico, e del curioso della città di Napoli. Quarta Edizione, Giornata Terza, Napoli 1792, p. 35.

[5] Alta 130 palmi, la guglia costò 80 mila ducati, mentre la statua, con il suo ricco piedistallo di marmi, costò 20 mila ducati. Per entrambe ci furono spontanee oblazioni. Al re Carlo III, che voleva dare il suo contributo, il gesuita dis­se che avrebbe fatto un torto alla Madonna; comunque, accettò la franchigia del ferro, della calce e dei marmi e 600 ducati per la cancellata. M. Volpe, I Gesuiti nel Napoletano, Napoli 1914, vol. 2., p. 36; P. Degli Onofri, Elogio estemporaneo, cit. p. 229.

[6] “Già nel 1976 Teodoro Fittipaldi traeva dal numero 10 di Avvisi dell’8 febbraio 1746 il giorno in cui veniva posta la prima pietra della guglia dell’immacolata, costruita di fronte alla chiesa del Gesù Nuovo di Napoli su iniziativa di padre Francesco Pepe, i cui lavori vennero solennemente iniziati il 1 febbraio di quell’anno; l’interessante documento correggeva così la data erronea del 7 dicembre 1747 dovuta ad un refuso di Pietro degli Onofri che aveva, fino ad allora, rappresentato l’unica fonte per la datazione dell’avvenimento” Cit. U. di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò, “Il Delfino e la mezza luna, Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, maggio 2013 p. 90.

[7] Per padre Pepe era fondamentale che un controllo quotidiano sul cantiere gli venisse garantito da persona di sua provata fiducia sia sul piano professionale che personale: e la figura di fra Filippo d’Amato rispondeva perfettamente a queste esigenze. Fu infatti il gesuita marmoraro che organizzò il cantiere, «approntò tutto, scelse gli operai…» e ogni settimana si presentava al padre Pepe per avere il denaro per pagare le spese. Sta in Gaia Salvatori, Corrado Menzione, Le guglie di Napoli: storia e restauro, Napoli 1985, p. 82.

[8] P. D’Onofri, Elogio estemporaneo, cit. p. 226.

[9] U. di Furia, La statua dell’Immacolata sulla guglia e nella chiesa del Gesù Nuovo in “Napoli Nobilissima”, sesta serie, vol. II, ff. V–VI, settembre–dicembre 2011, p. 234.

[10] L’interessantissimo documento ritrovato dal di Furia corregge definitivamente la datazione della guglia di Nardò, che passa dal 1769 al 1749, anticipando di venti anni la sua costruzione. Cfr. U. di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò, in Il delfino e la mezzaluna, anno II, n. 1, 2013, p. 89-96.

[11] G. De Cupertinis, Architetti e maestranze del XVIII sec.: il caso di Nardò e di altri centri minori del Salento, in L’arte di fabbricare e i fabbricatori – Donato Giancarlo De Pascalis, 2001, pp. 59-63.

[12] Una delle statue presenti sulla guglia è sempre stata erroneamente attribuita a S. Domenico (F. Castrignanò 1930), ma è evidente che si tratta di S. Gioacchino, marito di S. Anna e padre di Maria.

[13] U. di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò, cit. p. 91.

[14] Il Vetta affermava che in quei giorni “Nella piazza principale faceva vaghissima mostra la guglia, che, innalzata molti anni prima, ad imitazione di quella eretta nel largo della trinità maggiore di Napoli, appariva con un bel disegno illuminata, per gran numero di lumi che splendevano in vetri colorati”, cit. E. Mazzarella, Le sede vescovile di Nardò, Galatina 1972, p. 306.

[15] F. Castrignanò, La storia di Nardò esposta succintamente, Galatina 1930, p. 118.

[16]L’errore può essere dovuto ad un refuso da parte di Francesco Castrignano, che indicò come anno di costruzione il 1769 invece di 1749.

[17] Nel saggio l’autore scrive: “Mi  è stato detto in Nardò̀ che esso è opera dell’architetto Giovan Bernardino Genoino di Gallipoli, autore dell’insigne cattedrale di sant’Agata in Gallipoli stessa; ma non ho trovato in documenti scritti una conferma a questa notizia”. Cfr. G. Palumbo, Guglie di stile barocco nella penisola salentina, in Arte Cristiana, vol. XL, n. 1, gennaio 1953, pp. 18–21.

[18] F. Castrignanò, cit., p. 118.

[19] Ab. Pasquale Giulio, dottore nelle due leggi, licenziato in s. Teologia, nacque a Nardò da famiglia patrizia è compì gli studi nel seminario vescovile. Nel 1722 ricevette dal vescovo Sanfelice alcuni benefici ecclesiastici, e nel 1726 fu nominato canonico della Cattedrale. Resasi vacante la sede vescovile il 1° gennaio del 1736, nonostante fosse tra i più giovani canonici, fu eletto vicario capitolare. Il vescovo successivo Carafa, verso la fine del 1747, lo nomino arcidiacono della cattedrale. Dopo la morte del vescovo fu rieletto per la seconda volta vicario capitolare e nel 1754 indisse la sua prima visita pastorale. Sta in E. Mazzarella, cit., pp. 275-276, 269.

[20] Nel Corpus dei disegni sanfeliciani presso Capodimonte è presente il disegno per una guglia tradizionalmente attribuita come guglia di S. Gennaro, ma è evidente che si tratta di una guglia dedicata all’Immacolata; cfr. G. De Cupertinis, Ferdinando Sanfelice architetto a Nardò, in Antonio e Ferdinando Sanfelice: il vescovo e l’architetto a Nardò nel primo Settecento, a cura di M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Lecce 2003, pp. 61–76.

[21] Epigrafe nel monumento dell’Immacolata a Bitonto in memoria del terremoto del 20 marzo 1731, in G. Pasculli, “La storia di Bitonto”, vol.1, pp.308-309; S. Milillo, La Chiesa e le chiese di Bitonto: chiese di Puglia, Ed. Centro ricerche di storia e arte, 2001, p. 6. Il terremoto del 20 marzo del 1731 interessò la Capitanata e il suo centro amministrativo principale, Foggia, che nella realtà del Regno di Napoli rappresentavano un polo di grande importanza per gli equilibri finanziari, economici e politici dello Stato.

[22] G. De Cupertinis, Il rapporto progetto-cantiere negli edifici neritini di Ferdinando Sanfelice, Atti del convegno “Un vescovo, una città” Antonio Sanfelice e Nardò (1708-1736), Feb 2012, pp. 102-122; G. De Cupertinis, Ferdinando Sanfelice e il restauro della Cattedrale di Nardò, in Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò, a cura di Daniela De Lorenzis, Marcello Gaballo, Paolo Giuri, Galatina, 2014, pp 165-166; G. De Cupertinis, Ferdinando Sanfelice architetto a Nardò, cit. pp. 68-75.

[23] L’intera vicenda è tratta da Avvisi, n°42, Napoli 16 settembre 1749, pubblicata integralmente da U. di Furia in Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò, cit. p. 91-92, e che qui riproponiamo: “…Dalla città di Nardò siamo ragguagliati, qualmente erettosi nella Piazza principale di quella un nobile, e magnifico obelisco, in onore della ss. Vergine Immacolata di pure limosine spontaneamente offerte, e non richieste; giunse ivi ultimamente da questa capitale una statua di marmo finissimo di palmi nove della stessa gran Vergine Immacolata, di eccellente scoltura, da mettersi nella cima di detto obelisco. Ricevuta processionalmente in una delle porte della città da Mons. Vescovo D. Francesco Carafa, e da lui Pontificalmente vestito ancor benedetta fu condotta in trionfo per le principali strade riccamente adobbate, seguita dal capitolo, Mansionarj, e clero; coll’intervento ancora degli ordini regolari, di tutto il Magistrato, Nobiltà, e Popolo innumerevole tra le pubbliche acclamazioni, e continovi viva di giubilo, tra le armoniche melodie di ben concertati istrumenti, e tra un continuo sparo di mortaretti, e fuochi artificiali; e giunti nella pubblica Piazza fu depositata la statua vicino all’obelisco, ed intonato il Te Deum in rendimento di grazie si proseguirono le Feste di sparo, ed illuminazioni fino alle molte ore della Notte. Detta statua è stata scolpita da D. Matteo Bottigliero scultore Napolitano”.

Il teologo Maritati di Copertino

copertino-aerea

di Giovanni Greco

 

Percorrendo via Matteotti, nel centro storico di Copertino, si incrocia via Teologo Maritati. Mi sono sempre chiesto perché di questo studioso di teologia si scelse di omettere il nome. Forse perché fu talmente famoso che bastò ricordarlo ai posteri con il solo titolo accademico. E poiché queste figure operano normalmente nelle università, in seminari o scuole pubbliche ho pensato che di lui potessero esserci anche delle pubblicazioni. Le ho cercate, per quanto mi è stato possibile, ma la ricerca è risultata finora infruttuosa.

Non rimaneva che guardare in altre direzioni per saperne di più su questo copertinese che si guadagnò l’onore della toponomastica cittadina. Il suo nome era Vincenzo Maria e fu il quarto di cinque fratelli, figlio del notaio Lazzaro Domenico e di Serafina Margarito, entrambi originari di Nardò.

Nel 1740 la coppia si trasferì a Copertino dove il notaio rogò fino al 1777. Dal loro matrimonio nacque Giuseppe Tommaso Leonardo che fu battezzato per procura l’11marzo 1758 nella chiesa Matrice di Copertino dall’abate Felice Cicala di Nardò. A somministrare il battesimo fu l’arciprete Cataldi.

Il 30 gennaio 1761 nacque Elisabetta Francesca Salesia Marina e il 13 novembre di due anni dopo venne alla luce, Francesco Saverio Leonardo. Il 31 luglio, don Pietrangelo Tumolo battezzo il Nostro. Padrini furono il reverendo don Giuseppe Margarito, rappresentato per procura dall’abate Salvatore Del Prete di Nardò, giusto atto notarile di Tommaso Trotta del 30 luglio. Il 5 marzo 1770, infine, nacque il quinto fratello, Oronzo Maria. Vincenzo Maria Maritati, fu sacerdote e teologo.

Dal 1° dicembre 1812, all’età di 46 anni, fu il secondo arciprete regio della Collegiata di Copertino, carica che conservò fino alla morte sopraggiunta all’età di 73 anni il 16 febbraio 1839. Fu autore di una lunga serie di “Stati di Anime” di Copertino, dal 1823 al 1830, ricca di puntuali annotazioni sul movimento migratorio del paese e sulle “condizioni civili” della popolazione.

Di questi censimenti (otto anni in tutto), oggi non resta che qualche prospetto conservato presso l’archivio della Curia vescovile di Nardò.

Ugento e dintorni in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

 

L,o scarso numero di riscontri suscitati dalla presentazione di alcune parti della Terra d’Otranto così come sono rappresentate in una carta di alcuni secoli fa1 non mi ha dissuaso dal dedicare a Ugento ed al territorio circostante quella che probabilmente è l’ultima puntata della serie. Come per le altre, la toponomastica fungerà da base per  eventuali ulteriori considerazioni. Per rendere più agevole al lettore la fruizione del tutto ho assegnato e segnato sulla carta un numero per ogni toponimo presente replicandolo in dettaglio. Confido nell’aiuto degli studiosi di storia locale per le identificazioni non corrette, mancate o, eventualmente, errate nella lettura.

1) Ussento, oggi Ugento

 

Il dettaglio ingrandito mostra la cinta muraria con due torri, mentre all’interno della città svettano due chiese, Quella a sinistra per chi guarda dovrebbe essere l’antica chiesa gotica distrutta dall’incursione saracena del 1537, sulla quale poi sorse agli inizi del XVIII secolo la cattedrale di S. Maria Assunta. La rappresentazione mi pare sovrapponibile con la tavola di Ugento2, che di seguito riproduco, a corredo del secondo volume de Il Regno di Napoli in prospettiva di Giovan Battista Pacichelli (1641-1695), opera  uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703.

 

2) Casato di Amore


Considerando casato come forma oggi obsoleta per caseggiato, rimane Amore. Se il riferimento è a Pietro Giacomo d’Amore che comprò la città di Ugento nel 16433, mi pare doveroso qualche ripensamento sulla datazione della carta (da spostare ulteriormente, dunque, alla metà del XVII secolo), anche se essa dovesse essere considerata come una sorta di aggiornamento di una più antica,

 

3) Falline, oggi Felline

 

4) Torre di Sansone

Presente, per il territorio di Felline, al n. 49 tra le torri di Terra d’Otranto citate in Enrico Bacco, Il Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Carlino e Vitale, Napoli, 1609.

 

5) Casale di Suda dir(uto)

 

6) il grossa ?

 

7) Torre del Porto

8) Porto di Ugento

 

9) Scopulo detto la Barro


10) Scopulo detto lo Fiorlito

 

11) Punta della Volta

(G. B. Rampoldi, Corografia dell’Italia, Fontana, Milano, 1834v. III, p. 504)

 

12) S.to Joanni, oggi Torre S. Giovanni (credo che l’attuale vicinanza alla costa sia dovuta all’erosione)

 

13) Abinienio ?

 

14) lo Vicale?

Chiudo con la documentazione del mutamento della linea di costa avvenuto fino ai nostri giorni attraverso tre immagini: la prima è tratta dalla nostra carta, la seconda da quella dell’Atlante di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni uscito a Napoli per i tipi della Stamperia reale dal 1789 al 1808, la terza da Google Maps.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

2 Vedi pure http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/03/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1414-ugento/

3 Erasmo Ricca, La nobiltà del Regno delle Due Sicilie, v. iV, parte I, de Pascale, Napoli, 1869.

In ricordo di Girolamo Comi

UN PENSIERO PER RICORDARE GIROLAMO COMI /a 50anni dalla sua scomparsa

Maria Grazia Presicce

comi

La scoperta di un luogo, della sua essenza, dell’armonia nel silenzio delle emozioni… Ecco, per me, è stato questo Lucugnano e in particolare la casa di Girolamo Comi, la conoscenza del suo mondo interiore, degli incanti e dei cieli cui affidava i pensieri…

Devo ammettere che ignoravo l’esistenza di Girolamo, del suo paesino, della sua poetica, della sua casa, del suo giardino, ma appena varcata la soglia e salito le scale mi sono sentita attesa…accolta.

Giravo in silenzio nelle sue stanze, poco lontane voci che non coglievo…solitaria mi muovevo quasi in punta di piedi nella penombra, affascinata, rapita dall’armonia che m’accarezzava il cuore…

Ero sola?… Percepivo un’amabile presenza, uno spirito d’armonia

“ Fulgori chiusi in te – non mai svelati / se non come barlume ed apparenza / d’imponderabili aliti d’essenza / gelosi del mistero in cui son nati / […] vagavo inondata da “Serenità di tutta l’anima e dei sensi […] in cui le mie più pure essenze si riassumono.”[1]

Mi accompagnava e quasi teneva per mano lo spirito armonico di chi quello spazio aveva vissuto e colmato di profonde emozioni, d’intimo fervore che respiravo ovunque lo sguardo s’intratteneva a cogliere segni che avevano infuso senso, anima, armonia e calore a chi da quei luoghi si era allontanato e con amore tornato per abbracciare il suolo il tempo l’eternità

[…] Il tempo non passa: traspare/ in inni d’eterna semenza / nei corpi e nell’iride densa/ d’ogni stagione solare; / […] ed irrompe in fulgori dirotti / nella tenebra dell’elemento/ per sfrangiarne il segreto argento/ in corolle di giorni e di notti.[2]

Grazie Girolamo!

index

[1] G. Comi “ Cantico del tempo e del seme”( 1929-1930) pag. 336

[2] Idem “ pag.35

Uno stemma coniugale nella biblioteca di Manduria

DUE SPOSI, UNO SCUDO: ANALISI E ATTRIBUZIONE DELLO STEMMA CONSERVATO NELLA BIBLIOTECA COMUNALE MARCO GATTI DI MANDURIA

di Marcello Semeraro

Manduria

L’araldica intrattiene stretti rapporti con l’antroponimia. Gli studi di Michel Pastoureau sulle armi parlantisono così chiamate quelle armi che contengono figure che richiamano direttamente o indirettamente il nome della famiglia del possessore dello stemma[1] – dimostrano come in questo particolare ambito gli interessi delle due discipline convergano[2].

Si tratta di una tipologia di armi che esiste sin dalla nascita del sistema araldico nel XII secolo e che costituisce circa il 20% degli stemmi medievali, con un aumento significativo in epoca moderna grazie soprattutto alla diffusione che queste armi ebbero fra i non nobili e le comunità[3].

L’individuazione della natura parlante di uno stemma può talvolta costituire l’unico mezzo che l’araldista ha per riconoscere armi che altrimenti, a causa della lacuna nelle fonti araldiche di un determinato territorio, resterebbero anonime. Istruttivo è il caso dell’esemplare araldico oggetto di questa disamina.

Si tratta di uno stemma litico di grandi dimensioni, privo del suo contesto originario, che giace come pezzo erratico all’ingresso della biblioteca comunale “Marco Gatti” di Manduria (fig. 1).

Non esistono, che io sappia, studi specifici su questa insegna, ma solo descrizioni occasionali e attribuzioni parziali che certamente non aiutano a individuarne committenza, cronologia e provenienza[4]. La presente indagine si propone dunque di colmare questa lacuna, cercando altresì di situare il manufatto nello spazio e nel tempo. Osservando la composizione dello stemma, l’araldista riconosce facilmente all’interno dello scudo ovale e accartocciato[5] un’arma d’alleanza matrimoniale che riunisce, per mezzo di uno scudo partito[6], due insegne araldiche differenti, appartenenti di due persone sposate. Associazione del blasone del marito (posto a destra, sinistra per chi guarda) con quello del padre della sposa (a sinistra, destra per chi guarda) lo scudo partito rappresenta, sin dal XIII secolo, il procedimento più impiegato per indicare due famiglie unite in matrimonio e mostra, in particolare, come una donna sia stata donata da un uomo a un altro uomo.

Dal punto di vista cronologico, la forma dello scudo[7] e lo stile generale della composizione invitano a datare il manufatto in esame a un periodo compreso fra la seconda metà del XVI secolo e gli inizi del XVII.

Nel secondo quarto[8] del partito si riconosce chiaramente l’arma della famiglia Pasanisi[9], dalla quale proviene la sposa: d’azzurro, inquartato da un filetto in croce d’argento: nel 1° e nel 4° un leone d’oro; nel 2° e nel 3° tre anelletti intrecciati del secondo[10].

Se dunque l’identificazione della famiglia di provenienza della moglie non pone problemi, non altrettanto si può dire per quella del marito, rappresentata nella prima parte dello scudo. Il blasone che si vede (troncato: nel 1° tre stelle male ordinate[11]; nel 2° un quadrupede[12] dormiente) costituisce, infatti, un vero e proprio apax che non trova altre attestazioni su stemmari, monumenti o altre testimonianze materiali o narrative.

In casi di questo genere può rivelarsi fruttuoso il ricorso alla genealogia familiare, restringendo ovviamente il campo di ricerca al periodo documentato dalla cronologia dello stemma. Per Manduria, la fonte per eccellenza per questo genere di ricerche è il Libro Magno delle famiglie di Casalnuovo, il celebre manoscritto iniziato dall’arciprete Lupo Donato Bruno nel 1572 e continuato da altri dopo la sua morte, che contiene le genealogie di tutte le famiglie casalnovetane dalla metà del Quattrocento alla fine del Settecento[13].

Ebbene, fra tutte le famiglie i cui membri, fra seconda metà del XVI secolo e gli inizi del XVII, presero in moglie una Pasanisi, solo una può aver portato uno scudo recante un quadrupede rappresentato nell’atto di dormire, posizione, quest’ultima, piuttosto rara nelle armi, tanto da costituire nel caso specifico la chiave di lettura per la decifrazione dell’intero manufatto araldico. Mi riferisco alla famiglia Dormio, di origine mesagnese, definita “nobile” dal Foscarini, diramata a Lecce nel XVII secolo, estinta nel 1883 e titolare di vari feudi in Terra d’Otranto[14].

Sebbene di questa schiatta non sia noto il blasone, l’estrema caratterizzazione della posizione del quadrupede che si vede nel quarto in esame, la sua natura parlante allusiva al cognome (Dormio/animale dormiente) e l’impossibile sovrapposizione con lo stemma di altre casate imparentate con i Pasanisi nel periodo di riferimento contribuiscono a rendere inequivocabile tale l’attribuzione. Dall’esame comparato dei dati provenienti dal Libro Magno e dagli atti notarili emerge che negli anni ottanta del XVI secolo i fratelli Donato Antonio e Alessandro, figli di Francesco Dormio di Mesagne, impalmarono le sorelle Minerva e Pollonia Pasanisi, figlie del notaio Carlo e di Isabella Barbera[15].

Lo stemma partito per alleanza matrimoniale è attribuibile, dunque, a una di queste due coppie. Ci chiediamo, a questo punto, se sia possibile risalire all’edificio sul quale lo stemma era originariamente collocato. Purtroppo la decontestualizzazione del manufatto e l’assenza di informazioni sulle circostanze che ne determinarono il trasferimento in biblioteca non permettono di dare risposte adeguate a questo quesito. Occorre dunque indirizzare la ricerca altrove, segnatamente agli atti notarili.

Una prima verifica effettuata sui regesti dei rogiti del XVI secolo ha offerto, da questo punto di vista, un quadro interessante ma parziale che va necessariamente approfondito attraverso ulteriori e più complete indagini. Le ricerche, in particolare, vanno condotte sia su eventuali beni immobili facenti parte del patrimonio dotale assegnato ai due fratelli mesagnesi, sia su quelli da loro acquisiti per compravendita[16]. Come si vede, il materiale documentario per future e auspicabili investigazioni non manca.

L’attribuzione dello stemma conservato nella biblioteca Marco Gatti pone comunque l’accento sull’importanza dell’araldica come scienza documentaria della storia, in particolare sulla sua utilità nella risoluzione di problemi legati alla committenza e alla cronologia di un determinato manufatto. L’auspicio è che gli storici e gli storici dell’arte ne facciano tesoro!

 

Note

[1] Qualche esempio: una scala per gli Scaligeri, una colonna per i Colonna, tre pignatte per i Pignatelli, un castello per Castiglia, un leone per León, ecc. La relazione parlante che si stabilisce fra le figure dello scudo e il cognome può articolarsi in modo diretto, allusivo o attraverso un gioco di parole.

[2] Cfr. M. Pastoureau, Une écriture en images: les armoiries parlantes, in “Extrême-Orient Extrême-Occident”, 30 (2008), pp. 187-198.

[3] Anche in Terra d’Otranto l’indice di frequenza delle armi parlanti fu particolarmente elevato, Manduria compresa, come dimostrano i seguenti casi: un basilisco per i Basile, una candela per i Candeloro, un calice per i Coppola, un cuore per i Corrado, un leone per i De Leonardis, un fagiano per i Fasano, una fontana per i Fontana, un Gatto per i Gatti, un lupo per i Lupo, un colombo per i Palumbo, ecc. Cfr. N. Palumbo, Araldica civica e cenni storici dei comuni di Terra Jonica, Manduria 1989, pp. 355-362.

[4] Vedi, ad esempio, P. Brunetti, Manduria: tra storia e leggenda, dalle origini ai giorni nostri, Manduria 2007, p. 253. L’autore assegna genericamente lo stemma alla famiglia Pasanisi, ma, come vedremo più avanti, questa attribuzione è vera solo per la seconda parte dell’arma.

[5] Dietro lo scudo si vedono inoltre dei nastri svolazzanti, aventi una semplice funzione decorativa.

[6] Si dice partito lo scudo diviso in due parti uguali da una linea verticale.

[7] Sull’evoluzione della forma dello scudo v. O. Neubecker, Araldica: origini, simboli e significato, Milano 1980, pp. 76-77.

[8] Il quarto (detto anche punto dell’arma) indica ciascuna delle singole armi che, nella loro interezza, compongono stemmi più complessi, purché ognuno di essi rappresenti un’arma separata.

[9] Una delle più importanti e antiche famiglie di Manduria, proveniente da Pasano, antico villaggio costiero in agro di Sava e forse originaria dell’area greco-bizantina. Documentata sin dal XIV secolo con Pietro Pasanisio, la casata (tuttora fiorente) annoverò fra i suoi membri notai, giureconsulti, chierici e sindaci e si imparentò con importanti famiglie feudali come i Montefuscolo, i Luzzi e i dell’Antoglietta. Cfr. B. Fontana, Le famiglie di Manduria dal XV secolo al 1930: capostipiti, provenienza, uomini illustri, Manduria 2005, pp. 153-154.

[10] Lo stemma inquartato dei Pasanisi, del quale esistono varianti soprattutto nella rappresentazione degli smalti, è stato impropriamente blasonato dallo studioso Nino Palumbo come Pasanisi-Dragonetti (cfr. Araldica civica cit., p. 361), dal nome della diramazione omonima generata agli inizi del Settecento dal matrimonio fra Francesco Antonio Pasanisi e Laudonia Dragonetti. L’esame comparato delle testimonianze araldiche superstiti e della genealogia familiare permette invece di affermare che l’uso dell’inquarto è comune a tutti i rami della famiglia, perlomeno sin dal XVI secolo. Istruttivo è, sotto questo profilo, il caso dell’esemplare Pasanisi che appare nel secondo quarto dello scudo partito oggetto di questo studio. Allo stato attuale delle ricerche non è possibile fornire una spiegazione certa circa l’origine dell’arma inquartata innalzata dalla storica famiglia manduriana.

[11] Si dice di più figure uguali fra loro e poste a triangolo, ma con la maggior parte di esse verso la punta dello scudo anziché, come invece avviene di norma, verso il capo.

[12] Utilizzo volutamente il termine quadrupede perché non è stato possibile individuarne l’esatta natura. Potrebbe essere un felino o un cane, ma comunque si tratta di un animale non inquadrabile in una specifica tipologia araldica.

[13] Cfr. Libro Magno delle famiglie di Casalnuovo, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, MS. Rr/1-3; G. Delille, Famiglia e proprietà nel Regno di Napoli (XV-XIX secolo), Torino 1988, p. 207.

[14] A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, rist. anast. Bologna 1978, p. 88.

[15] L’atto di costituzione della dote apportata da Minerva a Donato Antonio fu rogato a Casalnuovo dal notaio Felice Pasanisi l’11 novembre 1581. Il dotante fu Isabella Barbera, madre della futura sposa, in quanto vedova del notaio Carlo Pasanisi. Un altro istrumento, rogato dallo stesso notaio il 22 ottobre 1588, riporta invece i capitoli matrimoniali firmati da Francesco Dormio e Isabella Barbera in occasione delle nozze dei rispettivi figli Alessandro e Pollonia, celebrate nella chiesa matrice di Casalnuovo il giorno dopo. Cfr. M. Alfonzetti, M. Fistetto, I protocolli dei notai di Casalnovo nel Cinquecento: regestazione degli atti notarili dei notai casalnovesi conservati nell’Archivio di Stato di Taranto, Manduria 2003, pp. 212 (n. 14) e 239 (nn. 31, 32). Grazie al Libro Magno (cfr. cc. 487r e 811r) sappiamo inoltre che Donato Antonio e Minerva ebbero tre figli (Teodoro, Giovanni Giacomo e Artemisia) e che altrettanti ne ebbero Alessandro e Pollonia (Francesco Antonio, Anna e Caterina).

[16] L’1 marzo del 1592 Geronimo delli Fiori, di Casalnuovo, vende a Alessandro e Donato Antonio Dormio una casa dotata di un giardino retrostante e di un luogo aperto davanti, sita nel Borgo della Porta Grande, nel luogo detto avante la Porta Grande, per 110 ducati. Il 3 agosto 1592 Antonio Schiavone, di Casalnuovo, vende a Donato Antonio Dormio 10 pezze di vigna, site in Casalnuovo, in località Piterta, ed un clausorio parietato, con dentro una casa, corte, giardino e 30 tomoli di zafferano, sito nello stesso feudo, alla via della Vetrana, per 190 ducati. Il 20 febbraio 1587 Donato De Ugento vende a Donato Antonio Dormio una casa palacciata, sita intus terram Casalis novi, in Plateam pubblicam dicte terre, per 70 ducati. Cfr. Alfonzetti, Fistetto, I protocolli cit., pp. 264 (n. 55), 271 (n. 109) e 320 (n. 253).

Grottaglie. Ritrovata preziosa croce argentea “de notevole artificio”

STRAORDINARIA SORPRESA A GROTTAGLIE

RITROVATA LA GRANDE E SPLENDIDA CROCE D’ALTARE

DELLA CHIESA MADRE RISALENTE AI PRIMI ANNI DEL CINQUECENTO

 

Definita già nei documenti antichi “bellissima” e “de notevole artificio”, è da considerarsi una preziosa e notevole testimonianza di arte argentaria del territorio pugliese

La presentazione nella Chiesa Madre di Grottaglie domenica 3 dicembre 2017 alle ore 19.00 con relazione di Rosario Quaranta e intervento all’organo rinascimentale del maestro Nunzio Dello Iacovo

 

foto Giovanni Quaranta
La grande Croce argentea di Grottaglie (1520 circa). Il Crocifisso tra la Vergine Santa (a destra) e S. Giovanni Evangelista (a sin.) (foto Giovanni Quaranta)

 

Dopo il recente restauro dell’antichissimo organo rinascimentale (il più antico di Puglia e uno dei più antichi d’Italia) e dopo la ricollocazione nell’abside della Chiesa Madre della grande tela seicentesca dell’Annunciazione, sottratta con un’accorta operazione di recupero e restauro a un progressivo deterioramento, Grottaglie “ritrova” un altro importante pezzo della propria storia e della propria cultura: si tratta della grande croce d’altare d’argento, fatta realizzare per la Chiesa Madre grottagliese nei primi decenni del Cinquecento dall’arciprete Francesco Antonio Sammarco e ritenuta dispersa dopo i lavori condotti negli anni Sessanta del secolo scorso.La ricomparsa di questa preziosa croce conferma ed estende nel tempo l’importanza già evidenziata dalla Collegiata grottagliese all’interno dell’arte argentaria grazie al pregevole ostensorio quattrocentesco di Francesco Caputo (di cui si sono occupati storici e critici) e alle artistiche statue d’argento della Madonna della Mutata (1777) e di San Francesco de Geronimo (1894).Si tratta di una grande croce con anima di legno (cm 155×60) rivestita di lamine argentee artisticamente lavorate.Una sua precisa descrizione viene fatta in un documento del 1557, conservato nell’archivio capitolare, di tutti gli oggetti d’oro e d’argento della propria chiesa: una croce con l’anima in legno e con spuntone in ferro battuto inserito in una base lignea, ricoperta di piastre d’argento lavorato a fogliame indorato. Sulla sua parte anteriore, al centro, mostra Gesù Crocifisso con capelli, barba e panno intorno indorato, con corona di spine e diadema d’argento in testa; nel riquadro sopra la sua testa l’iscrizione J.N.R.J. All’estremità destra S. Giovanni, all’angolo sinistro ugualmente, la Madonna. Nella zona superiore un pellicano col becco dorato che sta in un nido con cinque pulcini indorati. Nella zona inferiore la Maddalena con la sua lunga capigliatura indorata e con le mani che sembrano di bronzo. Sulla parte opposta della croce la Madonna in trono con veste, copricapo, camicia, collare e cintura indorati, con nostro Signore in braccio. Ai quattro angoli i quattro Evangelisti con accanto i quattro animali che li simboleggiano e con le mani sui libri aperti, con veste, capelli e barbe indorati. Una croce ornata tutt’intorno con cinquantacinque “ballotte” d’argento poste in quattro fogliette pure d’argento; sette di queste palle sono più grandi delle altre.

La Maddalena ai piedi della croce (foto: Giovanni Quaranta)
La Maddalena ai piedi della croce (foto: Giovanni Quaranta)

 

Alla descrizione si aggiunge anche un giudizio estetico sulle figure che “sono bellissime de relevo”; insomma un’opera “de notabile artificio”.In una successiva descrizione, fatta nella visita pastorale di Mons. Lelio Brancaccio nel 1577, leggiamo anche che “il pomo della stessa croce è di bronzo in quattro parti, delle quali due sono esagonali, cioè quelle medie; quelle estreme sono rotonde con propria cupola. Nelle due superiori sono scolpite dodici immagini degli Apostoli e tutto il pomo è dorato, e nello stesso pomo sono collegate le insegne della casa e della famiglia de Sammarco con le lettere cioè: D. Franciscus Antonius Sammarcus Archipresbyter”.La croce è inserita in una grande base lignea coeva, intagliata e dorata, con i tre piedi a zampe leonine, esprimente al centro lo stemma del Capitolo. Appare comunque evidente che l’opera ha subito nel tempo diversi interventi di rifacimento e di integrazione. La sua datazione, sulla scorta di documentazione d’archivio, si può ragionevolmente fissare attorno al 1520.

Il pellicano
Il pellicano

 

“Abbiamo ritenuto opportuno – dice con un pizzico di emozione e di soddisfazione D. Eligio Grimaldi, parroco della Chiesa Madre grottagliese – condividere con la nostra comunità, ma anche con gli amanti dell’arte e con gli studiosi, l’importanza del ritrovamento di questo prezioso cimelio di indubbio valore religioso, storico e artistico dedicando allo scopo una serata culturale che contribuirà a conoscere e valorizzare ancor di più i tesori del nostro territorio. Un ritrovamento che provvidenzialmente si aggiunge ai tanti e notevoli elementi artistici della nostra Collegiata”.Sarà così possibile ammirare da vicino questa vera e propria opera d’arte nel corso della manifestazione di domenica 3 dicembre, alle ore 19.00, nella Collegiata di Grottaglie. Ad introdurre sarà lo stesso D. Eligio, cui seguirà la relazione del prof. Rosario Quaranta (Una Croce “bellissima” e “de notevole artificio”) al quale appunto è toccata la ventura di “ritrovare” la croce che giaceva dimenticata in un oscuro deposito della Chiesa Madre e di rintracciare anche l’interessante documentazione storica relativa.

San Luca
San Luca

 

Per l’occasione il maestro Nunzio Dello Iacovo farà risuonare la voce dell’organo rinascimentale con un intermezzo musicale che prevede brani di D. Buxtehude (Preludio e fuga in sol magg. BuxWV 162), J. S. Bach (Finale (Toccata) da Pastorella BWV 590), E. Buondonno (Pastorale su motivi tradizionali napoletani).Appuntamento, perciò, da non perdere domenica 3 dicembre 2017 alle ore 19.00, nella chiesa madre collegiata Maria SS.ma Annunziata sita in piazza Regina Margherita a Grottaglie.INVITO presentazione grande croce del primo Cinquecento Chiesa Madre Grottaglie.ppt

Gallipoli antica: dettagli da due pergamene

di Armando Polito

Ancora oggi negli atti notarili riguardanti un bene immobile vengono indicati i confinanti, nonostante i dati catastali, che oggi possono essere aggiornati in tempo reale, con riferimento a fogli e particelle, li rendano quasi superflui, anche ai fini di una ricostruzione delle vicende patrimoniali di un dato bene. Non così per il passato, poiché i soli dati dei confinanti presenti negli atti rendono laboriosa ogni ricostruzione, essendo stata la memoria dei punti di riferimento cancellata, con gli stessi, dal trascorrere inesorabile del tempo.

Così è per alcuni dettagli topografici, toponomastici ed onomastici della Gallipoli medioevale, il cui ricordo emerge, purtroppo indirettamente per quel che subito dopo dirò, da due pergamene greche facenti parte del gruppo delle 18 custodite nell’archivio della curia vescovile di Nardò e che, prelevate dalla biblioteca del seminario nel 1864, risultano irreperibili.

Fortunatamente ne rimane la trascrizione che aveva fatto in tempo ad operare Francesco Trinchera nel Syllabus Graecarum membranarum, Cataneo, Napoli, 1865. Di entrambe ne riporto il testo trascritto, con la mia traduzione a fronte e qualche nota di commento.

La prima pergamena (pp. 520-521), contiene un atto del 1195 con il quale Pellegrina, vedova di Leone Perdicano, e suo figlio Pietro vendono a Barnaba, preposto del monastero di S. Stefano della fonte, una casa posta nella piazza di Cutzubello.

La seconda pergamena (pp. 526-527) contiene un atto del 1203 con cui Donata figlia del defunto Nicola Cateco dona la parte superiore ed inferiore della sua casa a Iacopo priore del monastero di S. Mauro.

Aggiungo ora qualcosa a quanto già rilevato nelle note.

A proposito della torre (ὀ πῦργος τῆς χώρας), nella prima pergamena, quella più antica, la presenza dell’articolo () e il genitivo (τῆς χώρας) fanno pensare che si tratti della torre unica in zona o dell’unica all’epoca esistente. Nella seconda pergamena in πὔργος τῆς πόλεως l’assenza dell’articolo indurrebbe a pensare che si tratti di una delle torri non più, genericamente, del luogo (τῆς χώρας), ma della città (τῆς πόλεως ).

A proposito dei monasteri di S. Stefano della fonte e di S. Mauro  molto probabilmente la prima pergamena per il primo e la seconda per il secondo costituiscono la testimonianza archivistica più antica. Nelle immagini che seguono (la prima tratta da http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/, la seconda da https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g652005-d10541851-Reviews-L_Abbazia_di_San_Mauro-Sannicola_Province_of_Lecce_Puglia.html#photos;geo=652005&detail=10541851&ff=210368578&albumViewMode=hero&aggregationId=101&albumid=101&baseMediaId=210368578&thumbnailMinWidth=50&cnt=30&offset=-1&filter=7&autoplay=) S. Mauro in una mappa del XVI secolo e com’è oggi.

Per chiudere in bruttezza peggio di quanto mi sia riuscito nell’iniziare e nel proseguire, l’ultima nota ha una valenza un po’ autoreferenziale in quanto coinvolge il mio cognome. Nella prima pergamena si legge che la stessa fu scritta  χειρὶ περεγρίνου πολίτου (per mano di Pellegrino Polite). Se avessi tradotto πολίτου (leggi politu) con Polito e non con Polite non avrei fatto un’operazione corretta; e, contro i miei interessi …,  spiego perché: πολίτου è genitivo;  il nominativo  è πολίτης, che come nome comune significa cittadino. La trascrizione in latino del nominativo avrebbe potuto dare polites o polite, quella dell’accusativo politen e in italiano la traduzione sarebbe stata in entrambi i casi, appunto, Polite. Peccato, perché a quei tempi uno scrivano valeva m0lto più di quanto non valga oggi un insegnante, sia pure in pensione …  

_____________

1 Due  sono state già oggetto d’indagine per il toponimo Nardò in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/24/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-22/.

Ostuni e due suoi figli immeritatamente dimenticati: Pietro Vincenti e Francesco Trinchera (2/2)

di Armando Polito
Se di Pietro Vincenti, del quale mi sono occupato nella precedente puntata, c’era da aspettarsi, com’è stato, l’assenza di qualche incisione che riproducesse le sue sembianze, per Francesco Trinchera senior (1810-1874), invece, posteriore di più di due secoli, sorprende che l’unico suo ritratto restatoci sia probabilmente quello eseguito del fotografo  Giacinto Arena, che di seguito riproduco da un estratto a firma di Pier Francesco Palumbo, in rete all’indirizzo http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Studi%20Salentini/1979/fascicoli/Francesco%20Trinchera%201810%201874.pdf, dove il lettore troverà una messe d’informazioni

Purtroppo la foto non è corredata di nessun dato (e nemmeno l’estratto ne contiene), anche se mostra il nome dell’autore, il fotografo Giacomo Arena (1818-1906), che fu attivo a Napoli dal 1860 circa in poi. Inoltre, da questa data e fino al 1870, il suo nome appare unito con quello dei fratelli D’Alessandri. Molto probabilmente, considerando anche l’apparente età del soggetto ritratto,  la foto dovrebbe essere successiva al 1870. A partire da tale data l’Arena indicò sul rovescio delle sue foto l’anno di esecuzione, ma, per quel che s’è detto, nessun controllo è possibile senza l’originale.

Io mi limiterò a riportare qui i frontespizi delle opere reperibili in rete (il che è più che sufficiente a dare un’idea dello spessore del personaggio) ed alcuni contributi minori contenenti dettagli interessanti che via via presenterò, non senza dare ragione del senior che accompagna il nome del nostro (1810-1874=, che non è presente non solo sulla scheda di Wikipedia dedicata ad Ostuni ma in tutta l’enciclopedia della rete, che, invece registra suo nipote, Francesco Trinchera junior appunto (1841-1923), giornalista e politico. Nella parte finale di questo post il riferimento ad una sua opera sarà il pretesto (tuttavia, come si vedrà, imprenscindibile) per una riflessione di natura campanilistica, meno frivola di quanto l’espressione appena usata potrebbe lasciar credere e per segnalare una delle tante storie italiane in cui è difficile dire quanto abbiano inciso l’incuria, l’impruedenza, l’incompetenza e, probabilmente, anche il malaffare …

Il Menicone  del conte Giulio Perticari colla vita dello stesso scritta per Francesco Trinchera, De Marco, Napoli, 1836

 

 

1837 Scene del cholera di Napoli, De Marco, Napoli, 1837

La pubblicazione contiene, insieme con quelli di altri autori, tre contributi del Trinchera: La pentita (pp. 7-18), L’usuraio e la croce di onore (pp. 67-76) e Torno alla nave (pp. 133-141).  


Elogio funebre per D. Pietro Consigli, arcivecovo di Brindisi ed amministratore della chiesa di Ostuni
, De Marco, Napoli, 1840


Salvatore Aula, Compendio delle antichità romane (traduzione dal latino, aggiunte e note di Francesco Trinchera), Batelli, Napoli, 1850

 

 

Corso di economia politica (2 volumi), Tipografia degli artisti A. Pons. & C., Torino, 1854

 

Della genesi filosofica e storica del diritto internazionale e suoi fondamenti, Stamperia della Regia Università, Napoli, 1963

 

Codice aragonese, v. I Cataneo, Napoli, 1866; v. II, p. I Cataneo, Napoli, 1868; v.II, p. II, Cataneo, Napoli, 1870; v. III, Cavaliere, Napoli, 1874

Della vita e delle opere del conte Luigi Cibrario, Stanperia della Regia Università, Napoli, 1870

 

Degli archivi napolitani, Stamperia del Fibreno, Napoli, 1872

 

Schema di una storia dell’econonmia politica, (Estratto dal Vol. IX degli Atti dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche), Stamperia della Regia Università, Napoli, 1873

Studi e bibliografie giuridiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1874 (seconda edizione)

 

Passo ora ai contributi secondari ma contenenti dettagli di particolare interesse documentario.

Nel v.2, n. 4, a. II, 1837, pp. 33-35, del Poliorama pittoresco il Trinchera pubblicò Egnazia ed Ostuni (frammento di un viaggio), corredato in testa della vista panoramica di Ostuni che di seguito riproduco.

Nel v. III, N. 8 (1838-1839, pp. 84-86 dello stesso periodico comparve delnostroun altro bozzetto di viaggio dedicatoa Brindisi con l’immagine che segue.

E nel n. 42 del 24 maggio 1845 dello stesso periodico venne ospitato il necrologio con cui annunciava la morte del fratello Giuseppe; se si vuole una testimonianza privata (qualcuno di rebbe una condivisione facebookiana ante litteram) ma pur sempre un  indiretto riconoscimento della considerazione in cui il nostro era giustamente tenuto.

Ad onor del vero va detto che Ostuni ha onorato degnamente il suo illustre figlio intitolandogli non solo una via ma anche la biblioteca comunale.

 

Siamo così giunti alla nota finale campanilistica e all’ipotetico malaffare, anche se voglio augurarmi che non sia stata la curiosità suscitata da questa parola ad indurre il lettore a sorbirsi quanto finora esposto.

A tale scopo ho lasciato per ultima una delle più importanti pubblicazioni del Trinchera, cioè il Syllabus Graecarum membranarum, Cataneo, Napoli, 1865.

 

Essa raccoglie la trascrizione di antiche pergamene greche e latine (per quelle greche vi è a fronte la traduzione in latino) custodite negli archivi  della Biblioteca reale di Napoli, dei cenobi di Cassino e di Cava, nonché in quello della curia vescovile di Nardò. E qui, col campanilismo,. cominciano  le dolenti note perché proprio le pergamene greche neretine (diciotto secondo una copia, esistente in archivio, del verbale di prelevamento dalla biblioteca del seminario nel 1864, risultano irreperibili). Due di esse furono trascritte, parziale fortuna nella sfortuna, nel Syllabus e sono particolarmente importanti per quanto riguarda il toponimo Nardò e la sua forma tronca contro la piana del Neretum ovidiano (Metamorfosi, XV, 50) e la proparossitona Νήρητον  (leggi Nèreton) di Tolomeo (Geographia, III, 1, 76).

Ecco il dettaglio (tratto da p. 513) della sottoscrizione della prima pergamena, che è del 1134:


(Scritto dalla mano di me chierico Rabdo  e del notaio   … della città di Nardò …. dodicesima indizione  anno 66421)

Da notare l’assenza di accento in νερετου (letture teoriche possibili: nèretu, nerètu e neretù). Il fenomeno è comune  anche a νοταριου, genitivo, evidente prestito dal nominativo latino notarius, che avrebbe dovuto dare νοταρίου(leggi notarìu)  e ad ἰνδικτιωνος, anche questo genitivo, evidente prestito dal nominativo latino indictio (genitivo indictionis) che avrebbe dovuto dare ἰνδικτιῶνος (leggi indictiònos). Non è ipotizzabile che l’estensore del documento avesse l’abitudine di omettere l’accento (circonflesso nel caso di ἰνδικτιωνος e acuto in quello di νερετου) quando esso coinvolge la penultima sillaba, in quanto esso è presente  in casi consimili nel resto della scrittura; meglio nel resto della trascrizione della scrittura e questo amplifica in misura esponenziale il rammarico per la sua perdita, considerando che la moderna epigrafia e filologia in genere di oggi sono sicuramenrte più  raffinate di quelle ottocentesche e che un controllo sull’originale probabilmente avrebbe diradato più di un dubbio.

Non pone problemi, invece, il dettaglio (tratto da p. 531) della seconda pergamena che è del 1227.

(Il giudice Leone da Nardò richiesto per il presente contratto sottoscrisse testimoniando)

Qui compare νερετοῦ  (leggi neretù), sempre genitivo, che suppone un nominativo νερετός (leggi neretòs) o νερετόν (leggi neretòn), da cui sarebbe derivato Nardò, forma, dunque, greca bizantina che avrebbe avuto la prevalenza  sulla latina.

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1 Dalla creazione del mondo, avvenuta, secondo la tradizione bizantina, nel 5509 a. C.

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/20/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-12/

 

 

Ostuni e due suoi figli immeritatamente dimenticati: Pietro Vincenti e Francesco Trinchera (1/2)

di Armando Polito

Non è raro trovare nelle schede di Wikipedia relative a paesi e città una sezione dedicata alle persone legate per qualche motivo al luogo. Così, per quanto riguarda Ostuni (https://it.wikipedia.org/wiki/Ostuni), è riportato il quartetto che segue.

Se è motivo di vanto citare Umberto Veronesi come cittadino onorario e come figli della città Ludovico Pepe e Giovanni Semerano, se qualcuno può cogliere un frivolo compiacimento, legato ai valori dominanti nella nostra epoca nella citazione di Andrea Iaia, io, senza aver nulla contro quest’ultimo, mi mostro scandalizzato per l’assenza dei nomi di Pietro Vincenti e di Francesco Trinchera. Non credo che ciò sia dipeso dalla cronologia (come se questa fosse un criterio di merito per il ricordo) perché se per assurdo ciò potrebbe valere per il Vincenti che visse tra il XVI ed il XVII secolo sarebbe ingiustificabile per il Trinchera, che visse dal 1810 al 1874), vista la presenza del Pepe che morì nel 1901. Peccato, perché la scheda è nelle altre sezioni ben compilata, ma queste due  lacune mi sembrano veramente intollerabili. Lascio a chi ne ha tempo e voglia il compito dell’integrazione, che potrà sfruttare, sia pur sinteticamente per motivi facilmente comprensibili, questo post.

Comincio da Pietro Vincenti (nella foto che segue la freccia evidenzia la targa viaria a lui dedicata).

Fu un famoso giurista e archivista della Real Zecca, funzione che quasi sicuramente non è estranea all’accuratezza ed al rigore che contraddistinguono le sue opere, di ognuna delle quali di seguito riporto il titolo e il frontespizio.
Historia della famiglia Cantelma, Sottile, Napoli, 1604

 

Teatro de gli huomini illustri, che furono Protonotarii nel Regno di Napoli, Sottile, Napoli, 1607

 

Teatro de gli Huomini illustri, che furono grand’Ammiragli  nel Regno di Napoli, Roncagliolo, Napoli, 1618

La parte finale  (pp. 83-108)  del testo di Felice Di Gennaro Historia della famiglia Gennara o’ Ianara dell’illustrissimo Seggio di Porto nella inclita,  fidelissima città di Napoli, cavata dalli regij archivij, antichissime inscrittioni & trattamenti de varij cronisti, Roncagliolo, Napoli, 1623 è una vera e propria appendice documentaria a firma del Vincenti.

 

Nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale  De Leo” di Brindisi è custodito un manoscritto del XVIII secolo  (ms_B/3), copia redatta per conto della famiglia De Leo dall’originale che si conserva presso l’archivio del comune di Ostuni, riguardante benefici e giuspatronati che il Vincenti trasse dall’archivio della Real Zecca. Fu pubblicato da Ludovico Pepe in Il libro rosso della città di Ostuni, Scuola Tipografica editrice Bartolo Longo, Pompei, 1888. In questo manoscritto a carta 45r si trova in aggiunta all’edizione del Pepe un privilegio, secondo me mutilo della parte finale, di Federico II in favore della città di Ostuni.

Cristo vince, Cristo regna X. Federico col favore della clemenza divina imperatore sempre augusto e re di Sicilia, considerando la pura fedeltà e la sincera devozione che tutto il popolo di Ostuni manifestò ai nostri predecessori di e a noi ininterrottamente, con l’innata benignità della nostra maestà accogliamo nel nostro demanio la predetta città di Ostuni volendo per il resto tenere ed avere in perpetuo la stessa città nel demanio nostro e dei nostri eredi; concediamo anche che il popolo di Ostuni goda di quella libertà nei trappetti da possedere tra i beni stabili e tutti quelli mobili che la nostra città di Monopoli è solita avere presso la costa. E il popolo del mare non conosce esperienza perché sulle galee alla nostra maestà possa …    

Chiudo con una nota (è proprio il caso di dire …) leggera augurando all’omonimo (chi potrebbe affermare che non sia discendente del nostro?) musicista ostunese1 una longevità maggiore di quella goduta dal giurista-archivista, in modo che fra duecento anni sia intitolata pure a lui una via, magari periferica, e che la scheda citata di Wikipedia veda, lui vivente, la dovuta, duplice integrazione …

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/24/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-22/

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1 https://sites.google.com/pietrovincenti.com/musica/italiano/bio

Il nuovo film di Giovanni Brancale, «Terre rosse», sul brigantaggio lucano

Le-Terre-Rosse

di Michele Eugenio Di Carlo*

È del tutto evidente agli specialisti che il cinema muto degli inizi del Novecento abbia avuto una inclinazione unicamente celebrativa dell’Italia liberale al potere sin dall’unificazione.

La prova più evidente di questa tendenza quasi pedagogica è il film «La presa di Roma» di Filoteo Alberini, che nel 1905 celebra Crispi e la monarchia sabauda con una rievocazione agiografica che sconfina nel fantastico e nel mitologico. È l’epoca in cui la letteratura risorgimentale si evolve nella sua trascrizione cinematografica.

Su questo periodo, in cui la Destra liberale torna al potere prima con Zanardelli poi con Giolitti, Roberto Balzani, docente di Storia contemporanea dell’Università di Bologna, chiarisce che l’uso propagandistico e celebrativo dell’iconografia risorgimentale ha l’effetto di addomesticare il risorgimento in una visione priva di asperità e polemiche.

Fulvio Orsitto, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale».

È un risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non sfugge all’intellettualità fascista come il cinema sia un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere può efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse.

Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film «1860», diretto da Alessandro Blasetti nel 1934.

Il pericolo concreto e in atto, avvertito dal filosofo tedesco Walter Benjamin, era che la storia e le tradizioni potessero diventare lo strumento della classe dominante, mentre compito dello storico era proprio quello di sottrarre la storia a questo tipo di manipolazione. Un ammonimento che sembra oggi più che mai attuale.

La vera svolta nella cinematografia italiana sull’unificazione d’Italia avviene agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, quando ancora reggeva una visione istituzionalizzata e acritica del processo unitario italiano, suggerita dalle tendenze culturali e ideologiche dei governi democristiani al potere nel Secondo dopoguerra.

Nel 1952 il regista Pietro Germi con il film «Il brigante di Tacca del Lupo» esce dalla retorica a sfondo celebrativo e parla apertamente di un processo unitario nato da una conquista militare dai mille interessi e dai pochi ideali, concretizzatasi dopo una lunga e violenta guerra civile combattuta da militari ritenuti stranieri in un territorio ostile.

Secondo Simone Castaldi, docente di Letteratura moderna e contemporanea e Cinema alla Hofstra University, nonostante la pressante censura democristiana dei primi anni ’50, Germi ha «il coraggio di presentare la lotta contro i briganti non come un’operazione di polizia, ma come una vera e propria guerra civile favorita sia dall’opportunismo dei notabili locali che dalla prepotenza del potere militare sabaudo. Sul fatto che alle radici di questo conflitto risieda non un processo di unificazione ma uno di annessione Germi non lascia dubbi».

Il film di Giovanni Brancale, «Le terre rosse», prodotto dalla Estravagofilm, girato nell’area del Vulture in Basilicata, tra Monticchio, Rionero e Sant’Arcangelo, si inserisce nel filone revisionistico iniziato da Germi nel 1952. È il racconto di una terra umiliata e offesa, che il lucano Rocco Scotellaro con «Contadini del Sud[1]» del 1954, aveva raccontato con una profonda indagine sociologica sul mondo contadino, seguito dal rionerese Vincenzo Buccino con «La mala sorte[2]» del 1963, narrazione di oppressioni, sopraffazioni e violenze nella società di Rionero in Vulture, immutata nonostante l’unità d’Italia.

Il film è tratto dal romanzo «Il rinnegato» scritto dal padre dello regista lucano, lo scrittore Giuseppe Brancale (1925-1979), e ne riproduce fedelmente la realtà storica descritta con l’attenzione rivolta ai vinti, quei briganti che nessuno volle considerare come uomini e donne umiliati e oppressi che cercarono di far sopravvivere le proprie famiglie. Il romanzo si snoda in un percorso temporale che inizia nel 1860 e termina nel 1887 in un piccolo centro della Valle dell’Agri, Migalli, dove un giovane garibaldino fa i conti con la dura realtà sociale ed economica, rimuginando sul fallimento dei suoi ideali risorgimentali.

È il dipinto di una Basilicata dove possiamo ritrovare le sorgenti di un’ identità culturale che nessun velo, per quanto spesso, potrà cancellare.

 

* Socio ordinario della Società di Storia patria per la Puglia

 

[1] R. SCOTELLARO, Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1954. Rocco Scotellaro (Tricarico, 1923 – Portici, 1953), poeta, profondo conoscitore delle drammatiche condizioni contadine, sindaco di Tricarico a 23 anni, arrestato per motivi politici e assolto nel 1950, lascia la politica per dedicarsi all’attività letteraria. Contadini del Sud è un’indagine sociologica attraverso la quale diversi protagonisti raccontano la propria storia di appartenenza al mondo contadino lucano: L’autore vi ripropone le dinamiche sociali tipiche di una cultura in trasformazione. Furono Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria ad interessarsi alla pubblicazione delle opere di Scotellaro che, poco dopo la scomparsa, vinse il Premio Campiello e il Premio San Pellegrino.

[2] V. BUCCINO, La mala sorte, Padova, Rebellato Editore, 1963. Del romanzo di Vincenzo Buccino (Rionero in Vulture, 1929 – Forlì, 2005), dall’ampia valenza storica, politica e sociologica, ambientato nel paese natale dell’autore, Rionero in vulture, il celebre meridionalista Tommaso Fiore ha scritto: «Il romanzo La mala sorte è una vigorosa pittura delle tristi condizioni sociali della sua terra, tradizionalmente arretrata […] Però, quel che più impressiona, è la pittura, parte a parte, della decadenza sociale, dell’oppressione a mezzo dell’imbroglio di legulei, delle sopraffazioni scolastiche e, insomma, della tradizionale violenza di chi, in un modo o nell’altro, domina a ragione e a torto…».

Il Salento delle 28 albe di Nespoli

Paolo Nespoli

di Ermanno Inguscio

                            

Nell’attività spaziale dell’astronauta Paolo Nespoli, cultore esperto di fotografia, compaiono anche spettacolari foto della penisola salentina, di Taranto e del Gargano, che di recente sono state da lui postate sui principali social. Da cinque mesi, e fino al 14 dicembre, egli volteggia in orbita attorno alla Terra, alla velocità di 27.500 Km orari, per la missione VITA con il collega russo Sergey Ryazanisky e l’americano Randy Bresnick. Ventotto albe sul Pianeta, in un solo giorno degli umani, per i tre ospiti della missione spaziale internazionale (ISS). La giornata dell’astronauta milanese, che ben conosce il Salento, oltre all’impegno scientifico della missione, è fatta di diverse emozioni ad ogni alba e di foto mozzafiato scattate dalla cupola della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Dall’alto i problemi sembrano più piccoli, sembra dire l’esperto astronauta anche con il titolo del suo libro. Egli è stato scelto per espletare duecento esperimenti programmati da USA e UE ed altri undici dell’ESA, sempre in condizioni di microgravità. Egli, infatti, astronauta un po’ per merito della scrittrice italoamericana Oriana Fallaci, che in Libano gli aveva suggerito di partecipare alle selezioni aerospaziali, oggi sessantenne, servirà all’ESA per capire gli effetti sui muscoli in assenza di gravità, sugli occhi e testare un giubbotto riempito d’acqua utile per la discesa dell’uomo su Marte. Partito con i colleghi dalla base russa di Baikonur, dopo quaranta giorni di dura permanenza nel deserto kazako, da mesi vive nei tre moduli ASI-NASA, chiamati Leonardo, Raffaello e Donatello, per compiere tutto il semestrale programma di esperimenti, dopo il primo del 2007 (Missione Esperia, una settimana) e quello del 2010 (Missione Magistra, come ingegnere di volo per 159 giorni nello spazio). Importanti con lui nello spazio gli esperimenti di medicina, chimica e fisiologia. Saranno studiati gli effetti antiossidanti nanotecnologici per contrastare i danni dello stress ossidativo in condizioni di prolungata microgravità; sarà approfondito lo studio dei marcatori di stress e come contrastare la perdita di massa ossea nel corpo umano; un grande aiuto vi sarà nella ricerca sulle patologie di tipo tumorale e nervoso e nelle malattie autoimmuni.

con Paolo Nespoli
con Paolo Nespoli

 

Ma l’astronauta italiano, alla sua terza missione spaziale, conosce bene la nostra terra per esserci stato più volte come nel 2008, quando chi scrive, a Maglie e a Poggiardo, ne ha apprezzato le doti di scienza ed umanità insieme a salentini come l’ingegnere aerospaziale Federica Inguscio, oggi responsabile, a Maranello, del settore materiali compositi e fibre di carbonio nella Formula Uno del Cavallino Ferrari. A lei, all’epoca studentessa presso il Politecnico di Milano, Nespoli, nell’incipit del contatto, rimarcò :”Anche tu studi lo spazio e sei tra quei pazzi che, come me ami conoscerne le leggi e violarne i segreti a vantaggio dell’umanità?” Ancora oggi, a qualche passaggio (specie notturno) della navicella sul Salento addormentato tra lo Jonio e l’Adriatico, Nespoli continua a concentrarsi sul suo prezioso lavoro, twittando ogni tanto con i suoi tantissimi amici. E Federica Inguscio, dopo la recente vittoria della Ferrari di Vettel a Interlagos nel Gran Premio di F1 in Brasile, continua a pensare alla bontà del consiglio dato a Nespoli dalla scrittrice Oriana Fallaci a concepire l’idea di fare l’astronauta, dopo esserle stato “angelo”, ma anche personaggio in Insciallah, per i servizi giornalistici dell’Europeo negli insidiosi sobborghi di Beiruth. Nespoli, invece, ad ognuna delle ventotto albe ammirate dalla “cupola” dell’ISS, rivà col pensiero alla Fallaci, sua seconda madre “aerospaziale”.

Lu trappitu (il trappeto/trapeto), ovvero quando il dialetto detta legge

di Armando Polito

Le immagini di testa sono volutamente senza didascalia e per scoprire la ragione bisognerà giungere alla fine, non senza aver letto quello che c’è prima …

In Catone (III-II secolo a. C.), De re rustica, XX, XXII e CXXXVI, trapetum (sostantivo di genere neutro) è l’intera macchina; in  Varrone  (II-I secolo a. C.), De agri cultura, I, 55, trapeta (sostantivo di genere femminile) è la mole di pietra durissima; in Columella (I secolo d. C. ), De re rustica, XII, 50, trapetum  è la pesante trave usata per spremere le olive.

Ecco il lemma TRAPETUM e la variante TRAPITUM come sono registrati nel glossario del Du Cange (la traduzione a fronte è mia).

Preciso che il verbo greco τρἐπω interviene sì, ma in seconda  battuta  perché  *τραπητόν (la voce  non è attestata, ma molto probabilmente  è originaria della Magna Grecia) è da  τραπέω, che significa pigiare l’uva, a sua volta da τρἐπω.

Non è necessario essere filologi quanto meno per intuire che trapetum è il padre dell’attuale trapeto, di cui i vocabolari riportano anche la variante trappeto (che credo sia quella più usata), la cui origine meridionale è nella geminazione di p in un precedente trappetum presente in molte scritture a partire dal XV secolo), a sua volta dal trapetum riportato dal Du Cange. Va da sè che il neretino trappitu è da  trappitum, a sua volta da trapitum.

Trappitum in particolare è attestato in un un atto del 15 febbraio 1428 (Michela Pastore, Le pergamene della Curia e del Capitolo di Nardò, Centro di studi salentini, Lecce, 1964, p. 75), in cui Filippo Sambiasi di Nardò, ordinato l’inventario dei suoi beni, fa testamento lasciando, fra l’altro, trappitum unum turchiacum (un trappeto con torchio).

Sempre per Nardò è attestata la variante tarpetum (senza la geminazione della p ma con metatesi tra->tar-) in un atto del 31 dicembre 1427 (Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò, Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, p. 88: … terciam partem unius tarpeti cum toto apparatu, sit(i)Licii, vicinio ecclesie Sancti Iohannis de  Vetere, iuxta domos Nucii Drimi et Ponagrani  … (la terza parte di un trappeto con tutta l’attrezzatura, sito in Lecce nel vicinio della chiesa di S. Giovanni de Vetere, presso le case di Nuccio Drimo e Penagrano).

E la voce doveva essere  molto diffuso in area meridionale se era già in un atto siciliano del 9 agosto 1351 conservato nell’Archivio di Stato di Palermo (spez. 26 N), sia pur con riferimento alla lavorazione della canna da zucchero: trappitum pulveris zuccari. Nei documenti medioevali raccolti nel Codice diplomatico barese ricorrono tarpetum e tarpitum.  Il che non esclude che la nascita di ognuna delle voci fin qui riportate  sia anteriore, e di molto.

La cronologia dell’uso, pur con tutti i limiti fisiologicamente connessi con tale tipo d’indagine, sembrerebbe, comunque, corroborare l’evoluzione fin qui delineata.

Per quanto riguarda l’italiano, fino alla metà del XVII secolo ricorre trapeto. A titolo d’esempio cito la prima quartina del sonetto LXIII in Leporeambi nominali alle donne et accademie italiane, s. n., s. d. di Ludovico Leporeo (1582-1655): Milla saggia qual dea de l’oliveto/m’ha il cor unto in un punto e m’ha ferito,/e nel suo torchio rigido contrito/con la mola crudel del suo trapeto. Ricordo inoltre che la voce ricorre ripetutamente anche nella locuzione trapeto da cavalli in Giovanni Battista Ramusio, Delle navigationi et viaggi, v.III, Giunti, 1606

La più antica testimonianza di trappeto che ho rinvenuto  appartiene a Onofrio Pugliesi Sbernia, Aritmetica, Bossio, Palermo, 1670. Successivamente a tale data trappetum diventa la forma usata quasi in maniera esclusiva. La pronunzia dialettale sembra aver preso il sopravvento sulla forma filologicamente corretta e non escluderei la spinta decisiva del fattore economico e a tal basti pensare al ruolo di protagonisti  che la Puglia e il Salento in particolare avrebbero avuto in tutta Europa nella produzione e nel commercio dell’olio.  Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia …

Una sintetica storia, invece, con l’occhio rivolto alla tecnologia, è rappresentata visivamente dalle tre immagini di testa che vanno dal I secolo d. C. (Boscoreale, Villa della Pisanella; immagine tratta da https://viaggiart.com/it/boscoreale/luoghi/museo/antiquarium-nazionale-di-boscoreale_13994.html)

ai nostri giorni (immagine tratta da http://www.arsolea.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/ars18.jpg)

passando per il frantoio ipogeo di di Santa Maria a Cerrate (immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Trappeto_(frantoio)#/media/File:Frantoio_Ipogeo.jpg).

Lascio al gusto del lettore decidere qual è l’attrezzatura che presenta il disegno più moderno, direi quasi avveniristico, manco fosse stato studiata, con  cospicui investimenti, nella galleria del vento …

Una corsa in littorina

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di Elio Ria

Prendere il treno, anzi la littorina risvegliava in me ricordi di gioventù. Ma, allora il treno era giocoso e tagliava il paesaggio in alcuni tratti, in altri lo riproduceva nella sua semplicità. Era buio del lunedì 13 novembre, ore 18,35.  Dentro il vagone un’aria strana, pochi passeggeri estraniati, una luce di caverna. Si muoveva su una tratta breve con lentezza e  discontinuità. Tre fermate cariche di tempo e di attesa. Stazioni abbruttite e chiuse, come caserme abbandonate con lucchetti e ferraglie, qualche viaggiatore, alberi e fiori dintorno appassiti. Rimaneva qualche bagliore di luci che filtrava nel buio e null’altro. Non avevo magie da deliziare né occhi per musica di panorama.  Ero in un ‘luogo’ che non era più mio, forse di altri, di nessuno, di qualcuno…

Una corsa in littorina

 

Scripta volant, verba manent. Wikipedia, Valerio Levino e Brindisi

 di Nazareno Valente

 Sino all’adozione del telecomando, l’uso del pollice della mano era limitato a poche funzioni di base, prevalente quella di aiutare le altre dita a prendere qualcosa. Da allora s’incominciò a destinarlo allo zapping e, visto che dava buone prove di sé, lo si adoperò in maniera più massiccia per la compilazione e la trasmissione degli sms, con risultati che rasentano la maestria quando si tratta di giovani utilizzatori. Le nuove tecnologie, in definitiva, impongono pure dei mutamenti nell’impiego dei diversi muscoli, oltre che di mentalità, di abitudini e di modi di pensare.

Di pari passo anche l’approccio alle conoscenze si sta modificando: credo lo si debba ad una informazione sempre più rapida e diffusa, che porta all’istante sulla scena degli avvenimenti, e dalla memoria sempre più corta, che brucia tutto in pochi attimi senza consentire, a momenti, neppure il tempo d’accorgersi di cosa sia effettivamente successo.

In questo clima anche i detti popolari vanno modificandosi.

Le parole, sinonimo un tempo di evanescenza perché volavano via con il vento, adesso, memorizzate nei filmati e riproposte in maniera ossessiva, stanno diventando indistruttibili. Al contrario lo scritto, veicolo in passato pressoché unico di conservazione, appare sempre più inconsistente e volatile, essendo oggetto di modifiche, rielaborazioni e cancellazioni.

È quanto di solito avviene in Internet, soprattutto in quella fonte di apprendimento veloce qual è Wikipedia, che ormai costituisce l’enciclopedia di più diffuso accesso, dove con tagli, variazioni e rimozioni sembra si scontrino le diverse correnti di pensiero desiderose di imporre il proprio punto di vista. Almeno questo si evince dall’approfondita ricerca del professor Massimo Marchiori, i cui risultati possono essere consultati sul suo sito Negapedia.org. Di là dalle faide, ciò che se ne può ricavare è, a mio avviso, l’aleatorietà della cosiddetta enciclopedia libera, troppo condizionata da chi è l’anonimo compilatore di turno

Non è per altro questo l’unico tema che spingerebbe ad essere cauti nell’utilizzo d’uno strumento che, riassumendo in sé certo tutti i pregi della rete ma, nel contempo, pure tutti i suoi peggiori difetti, meriterebbe un approccio critico e non di accettazione incondizionata, come spesso avviene. Per accreditare in un qualche modo queste mie perplessità, affronterò la questione limitando l’esame ad un argomento d’interesse comune – le antichità del nostro Salento – per il quale fornirò esempi di imprecisioni, di informazioni distorte e, addirittura, di vere e proprie bufale (o, dette con linguaggio moderno, fake news) che, per evitare giudizi frettolosi, verranno distribuiti in più interventi.

In questo primo incontro esamineremo la scheda dedicata da Wikipedia a Marco Valerio Levino1, un personaggio storico talmente legato alla colonia latina di Brindisi da meritare la dedica di una via cittadina.

In generale essa appare formalmente ben costruita, in quanto fornisce per tutti gli avvenimenti – elencati però senza curare i necessari collegamenti – gli appropriati riferimenti alle fonti letterarie antiche. Le carenze non riguardano però i fatti, quanto i contesti in cui essi vengono situati.

Siamo negli anni in cui Annibale ha invaso l’Italia ed ha inferto dure sconfitte ai romani. Una soprattutto, quella di Canne (216 a.C.), ha fatto vacillare l’Urbe la cui disfatta per alcuni mesi è sembrata prossima. Passato il primo momento di sconcerto, Roma si sta riorganizzando, ed è proprio qui che Valerio Levino entra in scena.

L’autore della scheda ce lo presenta come «un politico e generale romano», il che è vero però, forse, meritevole della precisazione che in quel periodo le due carriere non erano distinte, com’è attualmente, ma al contrario un tutt’uno. Chi voleva infatti aspirare alle cariche pubbliche, doveva prima fare un determinato numero di campagne militari o di anni di servizio militare, e chi accedeva alle più alte magistrature diveniva di conseguenza titolare anche dell’imperium militiae, vale a dire del comando supremo dell’esercito in tempo di guerra. Di fatto, se non si faceva politica, non si poteva diventare generali; se si era generali, lo si era perché contestualmente statisti di alto rango. Basta scorrere le diverse schede di Wikipedia stessa riguardanti i principali personaggi romani dell’epoca per ricavare che praticamente tutti, avendo rivestito le magistrature maggiori, erano al tempo stesso politici e capi militari.

Ritroviamo poi che Levino «era praetor peregrinorum (si occupava, cioè, degli affari riguardanti gli stranieri presenti a Roma)» e, detto in questo modo, sembra che il pretore peregrino fosse una specie di dottore commercialista che aiutava gli stranieri nei loro affari a Roma. Nulla di tutto ciò.

Occorre premettere che la pretura, istituita nel 367 a.C., era una magistratura a cui venne principalmente affidato il potere, che i romani denominavano iurisdictio, con cui dirimere i contenzioni che sorgevano tra cittadini romani Il pretore, chiamato urbanus perché amministrava la giustizia a Roma, aveva infatti l’incarico, quando si verificava una lite, di appurare che la pretesa del denunciante meritasse tutela giuridica, di individuare conseguentemente il principio di diritto applicabile alla specifica controversia (ius dicere2) ed infine, al termine di questa fase (in iure), di nominare con il consenso delle parti un giudice (iudicem dicebat). Il giudice, che era un privato cittadino, verificava a questo punto i fatti dichiarati dalle parti, raccoglieva le prove e pronunciava la sentenza sulla base dei termini giuridici fissati dal pretore.

In seguito, divenuta Roma una città in cui confluivano genti di diversa nazionalità e non essendo quell’unico pretore più sufficiente ad occuparsi di tutte le vertenze («non sufficiente eo praetore»3), fu creato nel 242 a.C. un altro pretore, chiamato peregrino per il fatto che amministrava per lo più il diritto tra gli stranieri («creatus est et alius praetor, qui peregrinus appellatus est ab eo, quod plerumque inter peregrinos ius dicebat»4). Dal pronome indefinito utilizzato (plerumque), discende che il pretore peregrino, oltre ad impostare i termini delle controversie tra stranieri (inter peregrinos), amministrava anche quelli tra stranieri e cittadini romani (inter peregrinos et cives), vale a dire, in definitiva, quelli in cui fosse coinvolto almeno uno straniero. Non gli era in aggiunta neppure preclusa la competenza sui contenziosi tra romani (inter cives) e, quindi, agiva in analogia e con gli stessi poteri del pretore urbano.

L’istituzione di questa carica conseguì anche dal fatto che al diritto romano era estraneo il principio della territorialità della legge, per cui non poteva applicarsi agli stranieri l’ordinamento riservato ai romani (ius civile) e, di conseguenza, dovevano elaborarsi norme specifiche5 per risolvere eventuali conflitti sorti con i peregrini basandosi per lo più sul complesso delle norme giuridiche comuni a tutti i popoli (ius gentium). Tranne questa possibilità concessa al pretore peregrino di avvalersi di una procedura più snella – che con il passare del tempo finì per essere sostanzialmente adottata anche dal pretore urbano – non c’era altra differenza sostanziale, tant’è che era il sorteggio a stabilire quale dei pretori eletti dovesse esercitare il potere di “esporre il diritto” inter cives e chi inter peregrinos et cives.

Qualche anno dopo, nel 227 a.C., si decise di creare due nuovi pretori con il compito di governare le due prime province istituite, vale a dire la Sicilia e la Sardegna. Ai tempi di Levino venivano pertanto eletti quattro pretori che per il 215 a.C. furono appunto il nostro Marco Valerio Levino, Appio Claudio Pulcro, Quinto Fulvio Flacco e Quinto Mucio Scevola («praetores inde creati M. Valerius Laevinus iterum, Ap. Claudius Pulcher, Q. Fulvius Flaccus, Q. Mucius Scaevola»6). Alle idi di marzo, quando essi entrarono in carica, a Valerio Levino toccò in sorte la giurisdizione peregrina; a Fulvio Flacco quella urbana; a Claudio Pulcro andò la pretura della Sicilia e a Mucio Scevola quella della Sardegna («Praetores Q. Fulvius Flaccus… urbanam, M. Valerius Laevinus peregrinam sortem in iuris dictione habuit; Ap. Claudius Pulcher Siciliam, Q. Mucius Scaevola Sardiniam sortiti sunt»7).

Ma in quel particolare momento risultava preminente contrastare lo strapotere cartaginese nella penisola e, quindi, impiegare le principali risorse nella guerra in atto. Levino non poté così esercitare la pretura peregrina perché destinato in Apulia per presidiarla con milizie provenienti dalla Sicilia («Valerium praetorem in Apuliam ire placuit… cum ex Sicilia legiones venissent, iis potissimum uti ad regionis eius presidium… »8)

Anche Wikipedia annota l’utilizzo di Levino in attività militari motivandolo con il «periodo di grande crisi per la Repubblica» e facendoci però in aggiunta sapere che «tutti i magistrati civili ricevettero comandi militari». Quest’ultima affermazione denota indubbie lacune nelle conoscenze dell’impianto costituzionale romano ed è alquanto sorprendente.

A rigor di termini, la pretura non può infatti dirsi una magistratura civile – e basterebbe considerare i pretori, mandati, come già riportato, a governare le province ed a guidare le legioni lì destinate, per rendersene conto. Il pretore aveva sì, come nei casi di quello urbano e peregrino, prevalenti funzioni giusdicenti ma risultava anche collega, benché dotato di minore autorità, dei consoli (conlega minor) e, di conseguenza, quando costoro erano lontani da Roma, era incaricato della loro sostituzione (imperium domi). In aggiunta era anche titolare dell’imperium militiae e quindi legittimato a comandare l’esercito ed ad assumere tutte le competenze derivanti da questo potere.

Il coinvolgimento nelle attività militare rientrava in conclusione nelle specifiche prerogative della carica, e non era certo conseguente ad un fatto estemporaneo come la semplicistica conclusione a cui perviene l’enciclopedia libera lascerebbe far credere. Sintomatico in tal senso il passo di Livio che, nel narrare il fatto, afferma che neppure ai pretori eletti per esporre il diritto fu concessa l’esenzione del governo militare («ne praetoribus quidem qui ad ius dicendum creati erant vacatio a belli administratione data est»9). Chiarendo così in maniera inequivocabile che alla carica spettavano compiti di carattere militare, dai quali i pretori urbano e peregrino erano comunemente esentati.

Se poi, per semplificare, dovessimo considerare i pretori magistrati civili, dovremmo ritenere tali anche le altre magistrature dell’ordinamento romano, e, da quel tutti usato nella scheda, finiremmo per desumere che anche agli edili ed ai questori sia stato assegnato il comando militare. Cosa che, neppure in quel particolare frangente, è avvenuta.

Gli equivoci sulla figura del pretore peregrino si ampliano analizzando la scheda specifica che Wikipedia pubblica per il pretore romano. In questa10 è infatti possibile leggere che il pretore peregrino si occupava «di amministrare la giustizia nelle campagne». Come dire peregrinus contrapposto ad urbanus e, quindi, se questi stava in città, quello errava nelle campagne.

A parte il fatto che non si capisce perché il pretore peregrino dovesse amministrare la giustizia nelle campagne, quando la gran parte (se non la quasi totalità) degli affari svolti anche dagli stranieri avveniva nell’Urbe, questa visione sembra cozzare con le fonti che non hanno mai indicato differenze sui luoghi in cui i pretori svolgevano le loro funzioni. Al contrario, il pretore urbano e quello peregrino amministravano la giustizia a Roma. Lo riferisce a chiare lettere Livio quando ci riporta che i pretori stabilirono vicino alla pubblica piscina il luogo in cui fissare i tribunali dove, per quell’anno, avrebbero detto il dirittoPraetores quorum iuris dictio erat tribunalia ad Piscinam publicam posuerunt… ibique eo anno ius dictum est»11).

Come in altri casi analoghi, questa versione, proposta da Wikipedia sui presunti luoghi di campagna in cui il pretore peregrino amministrava la giustizia, riecheggia un’ipotesi superata, rinvenuta magari in uno dei tanti vecchi testi la cui copia digitale è disponibile in rete. Ed è un chiaro sintomo di come, con un copia e incolla acritico, si finisca per riportare in vita teorie poco attendibili che il mondo scientifico ha ormai abbandonato da tempo12.

Tornando al nostro Levino, Livio ci fa sapere che gli furono affidate anche 25 navi con le quali pattugliare il litorale tra Brindisi e Taranto («et viginti quinque naves datae quibus oram maritimam inter Brundisium ac Tarentum tutari posset»13. Infatti, temendo colpi di mano da parte di Filippo V di Macedonia che nel frattempo s’era alleato con Annibale, il console Tiberio Sempronio Gracco lo aveva mandato a Brindisi per difendere la costa salentina («Brundisium… misit tuerique oram agri Sallentini»14).

L’anno successivo, nel 214 a.C., Levino non poteva essere nuovamente eletto pretore tuttavia, poiché il suo apporto era necessario, gli fu prorogato l’imperium militiae. Era questa una procedura adottata per consentire a chi aveva incarichi militari di portare a termine le azioni belliche che superavano il limite annuale della carica. In questi casi, l’ordinamento romano prevedeva infatti la possibilità di ricorrere alle promagistrature con cui si prorogavano le funzioni militari ai magistrati in scadenza15. E quindi Levino, pur non rivestendo più la carica di magistrato, poté, in forza della prorogatio imperii, continuare le operazioni militari come propretore16.

In quell’anno talmente difficile per Roma la proroga riguardò tutti quelli che guidavano reparti militari, i quali rimasero così nelle rispettive zone d’influenza («Prorogatum deinde imperium omnibus qui ad exercitus erant iussique in provinciis manere»17). Lo stesso capitò a Levino che si vide rinnovato il comando della flotta di stanza a Brindisi, sempre con l’incarico di vigilare su ogni manovra del re macedone Filippo («M. Valerius ad Brundisium orae maritimae, intentus adversus omnes motus Philippi Macedonum regis»18).

Levino diventò quindi di casa a Brindisi19 al punto da eccitare le fantasie dei più noti cronisti brindisini che confezionarono una vicenda epica di cui non si ha alcun riscontro nelle fonti narrative antiche.

Iniziò Giovanni Maria Moricino20 e, naturalmente, gli andò dietro Andrea Della Monaca21 che, com’è noto, ricopiò quasi fedelmente il suo manoscritto. Anche il canonico Pasquale Camassa (figura n. 1) — per il quale, serve ricordarlo, noi brindisini nutriamo una più che giustificata riconoscenza per quanto egli ha fatto per preservare dalla distruzione più d’un nostro monumento storico e per lo sviluppo culturale della nostra città — riprese, sia pure in maniera più succinta, lo stesso racconto. Papa Pascalinu, come affettuosamente viene ricordato in città, nutriva un amore incondizionato per Brindisi, e ciò lo portava già di per sé ad abbellire la ricca storia cittadina con qualche piccola creazione. Qui usò anche la fantasia altrui riportando l’episodio nel suo libro sulla storia di Brindisi22, il cui intento di sfruttare nel migliore dei modi la fortuna di cui godevano in quel particolare periodo le passate glorie dell’impero romano è del tutto evidente sin dal titolo e dal riferimento contenuto sulla copertina (figura n. 2).

velente

Nel caso specifico il tutto prendeva spunto da un passo di Livio.

Lo storico patavino narra di come Annibale, sulla scia dei successi ottenuti, tenti di attirare nella propria orbita le città salentine. Quando non riesce a farlo con le blandizie o con la forza, lo stratega cartaginese utilizza sotterfugi contando sulla eventuale presenza di quinte colonne nelle comunità. L’espediente gli riesce, ma non del tutto, a Taranto dove, grazie all’aiuto di tredici cospiratori quasi tutti giovani nobili («tredecim fere nobiles iuvenes Tarentini coniuraverunt»23), prende la città, senza però essere in grado di espugnare la rocca, in cui si trincerano i resti del presidio romano ed i tarantini rimasti a loro fedeli. Per questo ripiega su Brindisi sperando di poterla avere per tradimento («ad Brundisium flexit iter, prodi id oppidum ratus»24).

Qui s’inserisce papa Pascalinu per narrare che il propretore Valerio Levino, saputo dell’approssimarsi dell’esercito punico, «raccolti i cittadini a parlamento, ricordò ad essi il grande valore, di cui diedero saggio nella sfortunata giornata di Canne»25 e, tanto per rincarare la dose, anche «l’intrepido coraggio dei brindisini sopravvissuti a quell’orrenda carneficina»26. Rincuorò i timorosi, caso mai ve ne fossero stati, e ricordò che Brindisi, diversamente da Taranto, «si era sempre e costantemente serbata fedele a Roma»27 tanto che «alcuni dei suoi concittadini erano stati dalla Repubblica chiamati ad alte ed onorifiche cariche e magistrature»28. Naturalmente le parole di Levino non potevano che fare breccia nei saldi cuori dei brindisini i quali si prepararono alla difesa con simile ardore che Annibale «desisté dall’impresa»29.

Nella realtà, Brindisi non aveva nessuna necessità di essere stimolata a resistere, vivendo una situazione completamente diversa da quella della città ionica. La politica romana ne favoriva in tutti i modi il porto, il che incrementava in maniera considerevole le attività economiche facendola divenire ricca e rinomata. La condizione di colonia latina le consentiva inoltre di fruire, oltre alla più ampia autonomia interna, anche dei privilegi che il diritto latino comportava. Alla fin fine, i Brindisini avevano tutto l’interesse a stare con l’Urbe lasciando cadere ogni tentativo di Annibale che, peraltro, era uno stratega troppo navigato per sperare, anche lontanamente, di poterla prendere con la forza. Si può pertanto ritenere che i Romani contassero sulla fedeltà di Brindisi, mentre dei Tarantini diffidavano, sospettando da tempo che potessero ribellarsi da un momento all’altro («Cum Tarentinorum defectio iam diu… in suspicione Romanis esset»30).

Significativo infine che la manovra cartaginese per impossessarsi di Brindisi venga liquidata da Livio con poche ed essenziali parole: anche qui Annibale sprecò tempo inutilmente («Ibi quoque cum frustra tereret tempus»31). Lo storico patavino non fa invece alcun cenno all’accorato discorso fatto da Levino, per il semplice motivo che questi si trovava da tutt’altra parte, ed in tutt’altre faccende affaccendato. Annibale decide appunto di ripiegare su Brindisi, subito dopo la battaglia di Herdonea. Siamo di conseguenza nel 212 a.C., allorquando Valerio Levino, propretore in Grecia («imperium… Graecia M. Valerio»32), è già da tempo lontano da Brindisi e di fatto impossibilitato a pungolare lo spirito guerriero dei brindisini.

Come dire che ci troviamo di fronte ad una vera e propria fake news da cui anche i compilatori di Wikipedia, non tenendone conto, hanno preso giustamente le distanze.

Ma ci sono occasioni in cui le bufale storiche non risparmiano neppure l’enciclopedia più letta al mondo. Come vedremo nella prossima puntata.

 

Note

1 Consultabile a questo link https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Valerio_Levino (13.11.2017).

2 Dire il diritto nel senso di esporre (o mostrare) il diritto.

3 Pomponio (… – II secolo d.C.), in Digesti o Pandette dell’imperatore Giustiniano, D.I.2.2.28.

4 Pomponio, Cit., D.I.2.2.28.

5 Il complesso di norme introdotte a seguito di questa attività del pretore peregrino composero lo ius honorarium.

6 Livio (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Dalla fondazione di Roma, XXIII 24, 4.

7 Livio, Cit., XXIII 30, 18.

8 Livio, Cit., XXIII 32, 16.

9 Livio, Cit., XXIII 32, 15.

10 Consultabile a questo link https://it.wikipedia.org/wiki/Pretore_(storia_romana) (13.11.2017).

11Livio, Cit., XXIII 32, 4.

12 Sembrerà strano ma anche la più fantasiosa teoria trova i suoi adepti, a volte del tutto insospettabili.

13 Livio, Cit., XXIII 32, 17.

14 Livio, Cit., XXIII 48, 3.

15 Il ricorso alle promagistrature (propretore e proconsole) iniziò ad essere imponente proprio in occasione della seconda guerra punica; dal secolo successivo la prorogatio imperii fu utilizzata soprattutto per la prosecuzione di azioni militari nelle province. Ai tempi di Silla, quando il consolato e la pretura mantennero solo l’imperium domi, divenendo di fatto magistrature esclusivamente urbane, solo i promagistrati potevano essere a capo delle milizie e governare le province.

16 Il prefisso pro ritengo sia da intendersi nel senso di “a titolo di” o “in qualità di” e non in quello che comunemente diamo in lingua italiano di “al posto di” o “in sostituzione di”.

17Livio, Cit., XXIV 10, 3.

18 Livio, Cit., XXIII 10, 4.

19 Citata più volte da Livio come centro d’azione della flotta guidata dal propretore Levino (livio, Cit., XXIV11,3 e livio, Cit., XXIV 20, 12).

20 G. M. Moricino, Dell’Antichiquità e vicissitudine della Città di Brindisi. Opera di Giovanni Maria Moricino filosofo, e medico dell’istessa città. Descritta dalla di lei origine sino all’anno 1604, Brindisi, Biblioteca pubblica arcivescovile A. De Leo, Manoscritti, ms_D/12, 1760-1761, 104r/107r.

21 A. della Monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Lecce 1674, Pietro Micheli, pp. 199/206.

22 P. Camassa, La romanità di Brindisi attraverso la sua storia e i suoi avanzi monumentali, Brindisi 1934, Tipografia del Commercio di Vincenzo Ragione.

23 Livio, Cit., XXV 8, 3.

24 Livio, Cit., XXV 22, 14.

25 P. Camassa, Cit., p. 24.

26 P. Camassa, Cit., p. 24.

27 P. Camassa, Cit., p. 25.

28 P. Camassa, Cit., p. 25.

29 P. Camassa, Cit., p. 25.

30 Livio, Cit., XXV 7, 10.

31 Livio, Cit., XXV 22, 15.

32 Livio, Cit., XXV 3, 6.

 

In un moderno oleificio

di Maria Grazia Presicce

disegno a matita di Maria Grazia Presicce
disegno a matita dell’autrice

 

Siamo in novembre, periodo di raccolta e molitura delle olive.  Da tempo, desideravo entrare in un oleificio moderno mentre era in funzione per tornare in una realtà che mi è appartenuta da bambina e poter gustare ancora quel mondo e perdermi negli effluvi del luogo, almeno…così immaginavo!

vecchio frantoio a Borgagne
vecchio frantoio a Borgagne (foto dell’autrice)

 

Quest’opportunità è avvenuta per caso e così un mattino, dopo aver comprato dell’olio nello spaccio dell’Oleificio trovando aperto il frantoio, non ho resistito alla voglia di entrare e lasciarmi inondare dalle essenze di quell’atmosfera a me cara. Dapprima ho spiato titubante poi, visto che intorno non c’era anima viva, mi sono addentrata…s’intuiva, comunque che c’era qualcuno: la luce nell’ufficio era accesa.

Nell’ampio e alto stanzone, su un lato del muro, enormi cassoni di olive erano impilati mentre, nei pressi la porta dell’ufficio, stazionavano due cassoni colmi di turgide e nere olive sicuramente scaricate da poco. Sulla superficie. Infatti, alcuni rametti di ulivo verdi rallegravano il nero del raccolto e ne denotavano la freschezza.

foto dell’autrice

 

Continuavo a guardarmi intorno. Sulla sinistra, da un’ampia porta, si stagliavano, in bella mostra, una fila di alti e lucenti serbatoi e tutt’intorno, numerosi bidoni di plastica con appeso un cartellino, parevano in attesa…

foto dell’autrice

Immobile osservavo e provavo a percepire profumi ed essenze quando, finalmente, un signore mi viene incontro – scusate l’intromissione, …volevo semplicemente cogliere le antiche fragranze…mi piaceva immergermi negli antichi profumi …sa, i miei nonni avevano un antico frantoio e lì dentro le sensazioni, il calore, le fragranze si percepivano e quasi le toccavi e t’inondavano silenti…

Mi lascia parlare, poi ci presentiamo. Potremmo avere la stessa età – Eh sì cara signora, quei luoghi, quegli odori non esistono più. Come vedi, qui ora non ci sono “essenze” … è tutto diverso. Una volta, il frantoio, aveva un’anima e calore e colore e cuore… adesso è tutto automatizzato e i profumi sono incapsulati nelle macchine addette alla produzione…è tutto veloce…si fa in fretta, non c’è tempo per penetrarne gli aromi.

Ci guardiamo. Nello sguardo c’è tutto. – Venga! Venga a vedere cos’è oggi il frantoio…

Ci spostiamo. M’introduce in un vasto e aperto ambiente occupato, su ambo i lati, da due marchingegni luccicanti, fissi alla base, che si dispiegano per quasi tutta la lunghezza del locale. Qui il rumore diffuso dei macchinari sovrasta la voce. E’ freddo l’ambiente, non c’è colore, né calore, né profumo…

5

foto dell’autrice

Pur essendoci olive nelle casse e altre olive inghiottite e maciullate dai robot lucenti, non c’è quell’aroma di olio mosto…

Pochi uomini all’interno dell’oleificio; solo due o tre…e bastavano per azionare, revisionare e sorvegliare quegli androidi che, immobili, svolgevano e producevano…

Mi soffermo e ripenso alla fatica di un tempo e rivedo i fisculi pieni di poltiglia di olive e le presse mosse dalle braccia degli uomini che, a turno, s’affaccendavano a spingere e risento il ticchettio dei perni e avverto il colare dell’olio nel tino sotto il canaletto della pressa…

Quanta fatica! E non solo dell’uomo, anche delle bestie… il cavallo che, nel vecchio frantoio dei nonni, girava bendato la grossa macina di pietra…e poi le donne che, nel vento, nel sole, nella pioggia, nel freddo coglievano le olive una ad una. …Vero, altri tempi però…

immagine tratta da http://www.presepioelettronico.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=4508
immagine tratta da http://www.presepioelettronico.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=4508

 

-Di qua, di qua…- l’operatore solerte mi precede mentre continua a spiegare le moderne fasi di lavorazione – qui, in questa vasca sommersa, si versano le olive raccolte e sporche di foglie di terra, di pietruzze e quel nastro convettore poi, le incanala in quella macchina selezionandole, scartando pietre e foglie, convogliandole, rapidamente, in un’altra vasca che le lava.

E davvero non mi pare vero! Sotto i miei occhi, per magia, quelle olive che avevo visto sporche di tutto, si ripulivano e i rimasugli si raccoglievano in contenitore, mentre, più su, le olive sporche di terra si docciavano prima di essere centrifugate riducendosi in una poltiglia densa, lucida e nerastra.

foto dell’autrice

 

Non c’era sosta nel marchingegno. Il ciclo continuava su un rullo mobile che divideva l’olio dal residuo acquoso e finalmente, da un tubo d’acciaio, l’olio, giallo e lucente, fluiva in un bidone di plastica bianca, simile a quelli che sostavano vicino ai serbatoi del primo stanzone.

Guardavo l’olio colare copioso, ma…ancora quel tipico odore di olio mosto non lo coglievo e allora – posso assaggiare? – Allungo un dito e l’ho intingo e finalmente gusto, però… manca qualcosa…e il mio cuore a percepirlo.

foto dell’autrice

 

Manca l’armonioso afflato dell’uomo che quelle olive ha raccolto e portato a macinare…manca la trepida attesa e poi l’assaggio nel luogo del “parto” e della nascita di quel filo d’olio che, una volta, colava sul pane nell’istante che veniva alla luce per essere gustato e valutarne la preziosa bontà…

Proprio così…quel luogo risultava anonimo, mancava la dedizione, il cuore della gente. La molitura delle olive, un tempo era una cerimonia e ogni fase si viveva, penetrava nell’animo e quando, in un unico piatto di olio mosto, la gente che vi lavorava inzuppava il pezzetto di pane, la fragranza penetrava nel cuore e si spandeva sul viso …

E’ vero, ora è tutto semplificato, è vero oggigiorno il lavoro costa meno fatica e va bene così, ma secondo me, nel moderno vivere, c’è un po’ troppa superficialità…

Copertino e un suo figlio marinista: Giuseppe Domenichi Fapane

di Armando Polito

Se, dato il suo cognome …, fosse stato anche un fornaio, del copertinese, probabilmente, sarebbe rimasta più longeva memoria. Eppure, come vedremo, ai suoi tempi godette di una certa considerazione, anche se non ci è dato sapere se, per restare al gioco di parola iniziale, anche lui fu vittima dell’antico adagio Carmina non dant panem1 (La poesia non dà pane). A beneficio dei lettori più giovani, figli della Buona scuola, dico solo (nell’illusione che almeno i più curiosi cedano una volta tanto alla tentazione di usare il loro smartphone per un fine meno banale del solito … ) che marinista non è un titolo onorifico assunto in giovane età in virtù di un cospicuo numero di giorni di lezioni disertate e che non vale neppure come frequentatore assiduo di marine (anche se non è da escludere che almeno una volta il Fapane abbia fatto il bagno nelle acque di S. Isidoro …).

Lasciando da parte le correnti (marine e letterarie …), essere socio di un’accademia nel XVII secolo era per un letterato un fatto scontato come lo è oggi per tanti aderenti a sodalizi più o meno culturali, con la differenza che allora non era certo il pagamento della tassa d’iscrizione la condizione per farne parte.

Molti letterati, poi, aderirono contemporaneamente a più di un’accademia e credo che l’accoglimento della loro domanda costituisse e costituisca  la prova del prestigio di cui godevano.

Giuseppe fu socio dell’accademia neretina degli Infimi, sorta fin dal 1577 sulle ceneri di quella dell’Alloro2, e di quella sorrentina dei Ripercossi, in cui ebbe il nome accademico di Furibondo3. Non sempre le accademia pubblicavano i propri atti, raramente i contributi dei loro soci e lo studioso che voglia conoscerne, almeno parzialmente, la produzione, deve operare ricerche non facili in pubblicazioni collettanee.

Per fortuna le cose stanno diversamente per il copertinese che inserì i suoi contributi all’accademia sorrentina alle pp. 307-310 del penultimo dei sei volumi della sua raccolta di epigrammi dal titolo Castaliae stillulae ducentae quae primum rivulum permissi conficiunt uscita dal 1654 al 16714.

In Antiche memorie del nulla a cura di Carlo Ossola, Edizioni di storia letteraria, Roma, 2007, a p. 91 nota 7 si legge che il Fapane fu autore anche del poema eroico La Beotica, o vero le Beotiche Acclamazioni, Napoli, Mollo, 1667; nonostante le precise indicazioni bibliografiche di questo testo non son riuscito a trovare alcun riscontro nei repertori, OPAC compresa.5 Quest’ultima, invece, del nostro, oltre alla Castaliae stillulae, registra anche, Iberi fulminis scintilla brevia poemata, Pietro Micheli, Lecce, 1654. Superfluo aggiungere che tutti i testi citati sono rarissimi.

Non avrebbe senso ridurre questo post alle poche informazioni fin qui fornite senza presentare qualche assaggio del poeta copertinese.

Comincio con il primo della serie dei suoi contributi accademici pubblicati nel quinto volume delle Castaliae stillulae con, di mio, la traduzione e qualche nota. All’argomento segue un componimento formato da cinque distici elegiaci.

Ad problema in Academia Repercussorum Surrentina vulgatum. Cur in sepulchris maiorum Canis sub pedibus insculpebatur.

Parca ferox tumulat veterum tot corpora Avorum;

gaudet et in tumbis consociare feras.

Cur canis ad tumulum? Vivit nam fama superstes

et bona Virtutis non cinefacta manent.

Inclyta gesta vigent; perimunt non fata vigorem,

quem tibi defuncto dat generosus Honor.

Hinc Canis, Aegyptus facie disculpsit Anubim,

qui bene Mercurius fronte, latrator erat.

Cura igitur Virtutis opus, si marmora curas;

namque tuo vigilat nomine Fama volans.   

 

(Per un problema diffuso nell’accademia sorrentina dei Ripercossi. Perché nei sepolcri degli antenati era scolpito un cane ai piedi.

La feroce Parca seppellisce tanti corpi di vecchi avi e le piace associare animali. Perché il cane presso una sepoltura. In fatti la fama sopravvive ed i beni del valore non restano ridotti in cenere. Le gesta illustri sini piene di vita, il destino non ne annientano il vigore che a te defunto conferisce il generoso onore. Da qui l’Egitto rappresentò Anubi con l’aspetto di cane; colui che opportunamente era Mercurio nell’aspetto era un abbaiatore. Cura dunque l’esercizio della virtù, se hai cura dei monumenti; infatti la fama che vola resta sveglia per la tua reputazione).

 

Oggi, in tempi in cui i concetti di economia e perfino certa ecologia … coincidono largamente con quelli di finanza e profitto subito e per pochi,  fa sorridere più di qualcuno il problema risolto dal copertinese, ma siamo noi in difetto ed è già qualcosa conoscere il sostrato culturale messo in campo dal copertinese, sia pur sintetizzato in due soli passaggi, il primo egizio, il secondo romano. Anubi e Mercurio sono accomunati dall’essere cinocefali, dall’avere, cioè la testa di cane. In entrambi i casi l’uomo-cane (ovvero la divinità con fattezze miste di uomo e di cane) ha la valenza simbolica di tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Statuetta lignea di Anubi risalente al VII secolo a. C. conservata nel Walters Art Museum a Baltimora
Statuetta lignea di Anubi risalente al VII secolo a. C. conservata nel Walters Art Museum a Baltimora
Mercurio Cinocefalo e Arpocrate; tavola tratta da Pietro Santi Bartoli, Museum Odescalchum sive thesaurus antiquarum gemmarum, tomo II, Salomoni, Roma, 1752.
Mercurio Cinocefalo e Arpocrate; tavola tratta da Pietro Santi Bartoli, Museum Odescalchum sive thesaurus antiquarum gemmarum, tomo II, Salomoni, Roma, 1752.

 

Arpocrate era una divinità egizia, figlio di Iside ed Osiride. Anch’esso venne adottato dalla religione greca e romana rappresentando il dio del silenzio, con un dito alla bocca e con un mantello (qui mancante) ricoperto di occhi e di orecchi.

La testimonianza figurativa più suggestiva del gemellaggio Anubi/Mercurio è nell’Hermanubis custodito nei Musei Vaticani (immagine seguente).

Non è azzardato supporre che questo fosse lo sviluppo in chiave religiosa dello sbigottimento provocato dalla mostruosità; non a caso monstrum in latino ha il significato base di portento, prodigio ed è deverbale da monere che significa avvertire, ammonire. Come tanti altri dettagli pagani anche questa scelta rappresentativa passò nel Cristianesimo; basti pensare al san Cristoforo cinocefalo di tanti affreschi bizantini.

San Cristoforo Cinocefalo in affresco custodito nel Museo bizantino e cristiano di Atene
San Cristoforo Cinocefalo in affresco custodito nel Museo bizantino e cristiano di Atene

 

Tornando ora al nostro Giuseppe, va sottolineata la sobrietà stilistica della sua composizione che ben poco concede alle astrusità concettuali (in primis metafore ardita ed in alcuni casi di non immediata comprensione) tanto in voga nella produzione letteraria barocca.

Il 9 marzo del 1675 moriva il letterato grottagliese Giuseppe Battista, per il quale rinvio al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/. Qui mi limito a ricordare che in occasione del triste evento venne pubblicata a Napoli per i tipi di Ludovico Cavallo una raccolta di poesie commemorative dal titolo  Musarum lussus in obitu Iosephi Baptistae, della quale il copertinese fu il curatore nonché l’autore di alcuni componimenti. Di questo volume l’OPAC registra l’esistenza di un solo esemplare custodito presso la Biblioteca Calasanziana a Campi Salentina.

Che la stima fra i due fosse reciproca lo testimoniano due sonetti che il Battista inserì a p.389 di Epicedi eroici, Bologna, Erede di Domenico Barbieri, 1669 e che di seguito riproduco. Il primo è del copertinese, il cui nome  in alcuni repertori è riportato, e qui così si legge, come Giuseppe Domenichi; il secondo, in risposta, del grottagliese.

Ora metto in atto il consueto espediente, cioè la trascrizione, per poter commentare il tutto nelle note  aggiunte.

Il Battista denota in questa risposta, come nelle altre alle poesie della stessa raccolta dedicategli da altri poeti, grande abilità formale e grande facilità di versificazione: utilizza le stesse rime e quasi sempre le stesse parole-rima (uniche eccezioni, per queste ultime, irsuta, canori, rossori e Pegaso. Da notare ancora che nel Battista ricorrono (fenomeno assente nel sonetto del Fapane) ferètro e Pegàso; ciò va considerato, vista l’abilità dell’autore,  come una sottigliezza formale, una vezzosa eleganza e non un espediente per rientrare nei canoni metrici.

Costituiscono poi un’ulteriore testimonianza della reciproca stima due lettere (che qui per brevità non rioroduco) indirizzate dal Battista al Fapane, inserite alle pp. 137 e 161 dell’epistolario del grottagliese pubblicato postumo da suo nipote Simon Antonio per i tipi di Combi e La Noù a Venezia nel 1578.

Ancora: in Notizie di Nobiltà. Lettere di Giuseppe Campanile accademico Umorista e Ozioso, Luc’Antonio di Fusco, Napoli, 1672 (le pagine non sono tutte numerate) del copertinese6 compaiono i contributi che seguono.

Alla fine della dedica della sua opera a Bartolomeo di Capua l’autore riporta, quasi ad avallo della stessa un componimento del copertinese in distici elegiaci. Il Campanile non l’avrebbe pubblicato, insieme con quello in italiani che vedremo più in là se fosse stato scritto da uno qualunque e, d’altra parte, il nostro non lo avrebbe scritto, a sua volta, per uno qualunque. Basti ricordare gli altri titoli del Campanile (visse dal 1630 al 1674): Parte prima delle poesie, Cavallo, Napoli, 1648; Lettera storica, e iuridica, s.n., s. l., 1666; Dialoghi morali dove si detestano le usanze non buone, di questo corrotto Secolo, Agostino di Tomasi, Napoli, 1666; Prose varie, Luc’Antonio di Fusco, Napoli, 1666. Siccome, poi, è meglio abbondare che essere in difetto, ecco prima il suo ritratto a corredo di Notizie di nobiltà.

Quam bene Palladia Phoebique ex arbore germen/praecingit vultus, vir venerande, tuos!/Nam sacra cum teneas Pimplei culmina montis,/teque libenter foveat casta Minerva sinu/iure quidem ingenii tibi sculpsit honores/arbore cum gemina pictor in aere sagax. Antonius Martina

(Quanto bene il germoglio dell’albero di Pallade [l’ulivo] e di Febo [l’alloro] cinge il tuo volto, uomo venerando! Infatti tenendo tu le sacre vette del monte Pimpla e volentieri accogliendoti in seno la casta Minerva, a buon diritto il perspicace pittore incise per te nel rame gli onori gemelli dell’ingegno insieme con i due alberi. Antonio Martina).

A destra, fuori dall’ovale del ritratto e della specie di cartiglio inferiore, si legge il monogramma FP, le cui difficoltà di scioglimento fanno restare sconosciuto il nome dell’incisore, mentre Antonio Martina è l’autore dei versi elogiativi ma nulla sono riuscito a trovare su di lui.

Ecco il primo pezzo del copertinese da Notizie di nobiltà.

ILLUSTRISSIMO, ET EXCELLENTIS. DOMINO BARTHOLOMAEO de Capua, Altavillae Magno Comiti, cui Ioseph Campanile Historias Familiarum dicat, Ioseph Domenichi.

Historias Ioseph texit: priscique triumphos/temporis; et nostrae stemmata Parthenopes./Haec nulli poterat scriptor monumenta dicare,/quam tibi, qui Heroum vincere facta soles./Tu calami et gladii superasti nomine famam;/tu calamo, et gladio tempora clarificas./Hinc Campanilis, pennam dat iure columba;/ut tua7 gesta sones; ut sua scripta canas.

(All’illustrissimo ed eccellentissimo don Bartolomeo di Capua, gran conte di Altavilla, al quale Giuseppe Campanile dedica le Storie di famiglie. Giuseppe Domenichi.

Giuseppe ha intessuto le storie e i trionfi del tempo antico e i titoli nobiliari della nostra Partenope. A nessuno poteva dedicare queste testimonianze se non a te, che sei solito superare le gesta degli eroi. Tu con la tua rinomanza nelle lettere e nelle armi hai superato la fama, tu con la penna e con la spada glorifichi i tempi. Perciò a buon diritto, o Campanile, la colomba dà la penna, affinché tu faccia risuonare le sue gesta e canti i suoi scritti)

A distanza di qualche pagina di questa sorta di dedica alla dedica si legge questo sonetto.

Ancora più avanti (questa volta la pagina reca il n. 133) è riportato l’epigramma in distici elegiaci che il Fapane dedicò a Matteo Cosentini (1632-1902) per la sua elezione a vescovo d’Anglona e Tursi da parte del papa Clemente IX nel 1667.

(L’infula8 che per te, presule, risplende sulla fronte non decora i capelli ma ne è stata decorata. La tua nobiltà è abbastanza nota, abbastanza noto il tuo corredo di virtù ed abbastanza noti i beni del tuo animo. La tua benefica famiglia ha partorito leoni sotto i monti9 e la pianta di Delfi10 ti rende dorata la chioma. Dunque quale sarà ora per te sarà per te il titolo di presule? Come per averlo meritato sei eccellente cosi lo meriti per essere stato eccellente).

Come testimonianza finale del prestigio goduto dal copertinese riporto tre documenti. Il primo è una lettera del 4 marzo 1669 custodita nella Biblioteca Universitaria Genovese ((Ms.E.IV.14) inviata dal poeta marinista Antonio Muscettola (1628-1679) ad Angelico Aprosio (1607-1681) per ringraziarlo dell’invio di un pacco di libri contenente, fra gli altri, la quinta stilla del Domenichi.

 

Il secondo documento è un sonetto a lui dedicato da Baldassarre Pisani, altro marinista, nelle sue Poesie liriche, Pezzana, Venezia, 1676, p. 77.

 

L’ultimo documento è un sonetto-invito di Pietro Casaburi Urries nel suo Le sirene: poesie liriche, Novello De Bonis, Napoli, 1676 v.II, p. 104. Al di là della formalità non solo stilistica che contraddistingue la letteratura di quell’epoca il Casaburi, che in altri componimenti elogia nomi che ho già anuto occasione di citare in questo lavoro (Giuseppe Battista, Antonio Muscettola) avrebbe rivolto il suo invito proprio al copertinese, se non avesse sentito, oltre che ammirazione (Tu, ch’Arpa hai sì chiara) per lui anche una certa affinità spirituale?

 

Giunto al momento di chiudere, pongo a me stesso ad al lettore la seguente domanda: un personaggio di tale spessore non avrebbe meritato, e da tempo, almeno l’intitolazione di una via?

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1 La paternità del desolante adagio latino (del quale, attribuendo a poesia il significato estensivo di arte, la politica ha fatto il suo stendardo) è ignota, anche se in rete e precisamente all’indirizzo http://www.film-review.it/forum/showthread.php?p=2811 viene attribuita criminalmente ad Orazio. Molto probabilmente non è di origine dotta, sarà nata nell’ambiente goliardico  e già in una lettera sa Londra indirizzata al nipote in data 3 giugno 1775 Giuseppe Baretti riportava lo stesso adagio con l’integrazione sed aliquando famem (ma talora fame).

2 Archivio storico per le province mapoletane, anno III, fascicolo I, Stabilimento tipografico Giannini, Napoli, 1878, p. 294.

3 Archivio storico per le province mapoletane, op. cit., p. 310.

4 Il primo volume per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1654; il secondo per i tipi di Luca Antonio Fusco a Napoli nel 1658, il terzo per i tipi di Paolo Frambotti a Padova nel 1659; il quarto per i tipi degli Eredi di Paolo Vigna a Parma nel 1662; il quinto per i tipi di Sermantelli a Firenze nel 1667 e il sesto per i tipi di Ambrogio De Vincentiis a Genova nel 1671.

5 Nicolò Toppi nella sua Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 1678, a p. 394 a proposito di Giuseppe Domenichi (prima, a p. 172, Giuseppe Domenico Fapano) scrive: Tiene prossime da stamparsi I Tronchi di Parnasso, Foresta di poesie Italiane.La Staffetta Capricciosa.Lo Spoglio Poetico, et Istorico. Syrenum Petra Satyricon con molte altre Opere d’eruditione, così Latine, come Toscane. Chissà se almeno uno di questi manoscritti giace ancora da qualche parte.

6 Ma anche di altri letterati salentini, come Gregorio Messere di Mesagne (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/) e il già ricordato Giuseppe Battista.

7 Errore per sua.

8 Nella religione greca e romana era una fascia di lana, simbolo della consacrazione agli dei, che i sacerdoti cingevano attorno al capo e che ornava anche quello delle vittime; qui sta ad indicare ciascuno dei due nastri che pendono dalla mitra vescovile.
9 Subito dopo l’epigramma del nostro il Campanile aggiunge quanto segue.

10 È l’alloro (nell’antichità greco-romana e nel mondo umanistico la sua corona veniva attribuita come simbolo di sapienza, di gloria poetica o di eccellenza atletica), sacro ad Apollo, che a Delfi aveva il suo oracolo.

11 Oltre che essere stato strenuo difensore di Giambattista Marino contro Tommaso Stigliani in molte opere pubblicate con vari pseudonimi, ebbe fittissimi rapporti epistolari con moltissimi esponenti della cultura dell’epoca in tutta Europa e fu il fondatore nel 1648 nella natia Ventimiglia della biblioteca che porta il suo nome.

Il mio San Martino di tanti anni fa

Albert Anker – Passeggiata scolaresca

 

di Alfredo Romano

Qui a Civita Castellana la festa di San Martino non dice nulla: un giorno come un altro. Ma io fremo a questa indifferenza, provo fastidio che il giorno in cui si stappano le botti per dare incominciamento al vino nuovo qui nessuno se ne curi. E ritorno ai giorni della mia infanzia, quando una botte di tre quintali faceva bella mostra di sé in cucina e mio padre se la guardava e se la guardava in attesa del fatidico 11 novembre, data in cui ogni anno si ripeteva il miracolo del mosto trasformato in vino.  E in paese l’aria era di festa, quasi come il giorno di Natale. A tavola apparivano le prime verdure di stagione: le cicore cu quiddhi beddhi schiattuni, li fenucchi ca nduràvanu te anice e che erano la base per i primi assaggi di quel mitico rosato ricavato da uve negramaro che s’attestava come minimo sui 13 gradi. E mio padre non sbagliava mai a fare il vino, collaborava anche mia madre al buon risultato, ed era una gara con i vicini di casa a chi faceva quello più buono. Possedevamo mezzo ettaro di vigna in colonìa in località Rumatizze sulla via per Galatina, la stessa zona dove oggi si trovano le vigne dei Vallone, oggi produttori di eccellenti vini. Benché bambini, mio padre ci coinvolgeva in quel rito del primo assaggio e, sebbene in quantità modica, ci faceva degustare quel vino frutto dei suoi saperi e delle sue fatiche. A distanza di tanti anni, mi porto sempre appresso quell’aria di festa del giorno di San Martino e mi rammarico che qui non possa condividerla con nessuno. In ogni caso, sulla mia tavola non è mai mancato un buon bicchiere di vino, quasi un rito, e mi chiedo sempre: ma come ci si può cibare senza quel prezioso nettare un tempo così caro anche agli dèi? Per non dire del carattere simbolico che riveste nella tradizione cristiana?
Una volta, in Turchia, disponendo di poche lire turche, dovetti scegliere tra mangiare senza vino oppure bere vino senza mangiare: scelsi quest’ultima soluzione. Oh, sarei stato triste tutta la sera altrimenti!

Le scuole elementari di Collemeto

Ma ci fu un San Martino di quando avevo otto anni che me lo ricorderò per tutta la vita. Facevo la seconda elementare. La sera della festa papà aveva invitato degli amici a cena e io e mia madre facevamo la spola tra la cucina e la sala da pranzo servendo il vino ai commensali spillato dalla botte. Insomma fiumi di vino, tanto che mia madre storceva un po’ il naso: «Ca cu banu sse mbriàcanu a casa loru!».

La mattina dopo mi alzai regolarmente per andare a scuola. Mamma mi preparò per colazione una fetta di pane con vino e zucchero, come era d’uso allora. Ma, passando in cucina, la visione della botte ebbe per me l’effetto di una folgorazione. Sarà che la sera prima il chiasso e l’allegria di papà e dei suoi amici mi avevano bellamente impressionato, sarà per qualche altro motivo, sta di fatto che, di nascosto da mia madre, presi un bicchiere, ci spillai il vino dentro e lo bevvi tutto d’un fiato. Non contento, me ne feci un altro: forse volevo emulare papà e i suoi amici della sera prima, chissà. Sta di fatto che, come niente fosse, mi avviai con la mia cartella di cartone a tracolla in direzione della scuola che distava da casa 150 m.
C’è da premettere che da due settimane circa, agli inizi delle lezioni, in classe si svolgeva sempre lo stesso rito. Si dà il caso che la signorina Ada, la bella maestrina che veniva da Lecce, arrivava a scuola a bordo di una fiammante Seicento bianca accompagnata da Enrico, un fusto di fidanzato con tanto di baffi. Questi aveva l’abitudine di entrare in classe con la maestrina (a quei tempi non era cosa strana) e più o meno per un quarto d’ora si divertiva a interrogare noi poveri ragazzi sulle tabelline e altri vari quesiti di aritmetica. Ma se non rispondevi subito, se titubavi con quel solito eeeh… eeeh… non riusciva a godersela. Quando arrivava il mio turno, però, gli rispondevo di botto senza neppure fargli finire la domanda.
«6×9?»  «54».
«Tre dozzine?» «36».
«Cinque dozzine?» «60».
Ecco, con le dozzine se la spassava di più. Sicché, dopo qualche giorno, diventai il suo trastullo, e, appena metteva piede in classe, per prima cosa ordinava: «Si alzi il grande Alfredo! » E io lesto in piedi con le braccia ben stese lungo i fianchi e lo sguardo fisso a mo’ di statua.
Ma quella mattina che mi recavo a scuola, ragazzino di otto anni, con ben due bicchieri di vino in corpo di quel buon rosato di uve negramaro di almeno 13 gradi, era proprio un’altra mattina. Il colore della mia faccia tendeva al rosso porpora e l’incedere era alquanto incerto. Posso solo ricordare che mi recavo a scuola tranquillo tranquillo e chi mi osservava aveva l’impressione di trovarsi di fronte alla faccia di un beato nelle grazie del Signore, tipo san Domenico Savio o, se si vuole, san Giuseppe, il nostro santo dei voli, in estasi a bocca aperta.
Non appena il fusto di fidanzato coi baffi fece ingresso in aula con la bella maestrina, subito ordinò:
«Si alzi il grande Alfredo!». Stavolta non mi levai dal banco di scatto, non allungai le braccia tese sui fianchi, né proiettai lo sguardo su un punto fisso a mo’ di statua.
«Quattro dozzine?».
«Eeeh… eeeh…».
«Beh?, grande Alfredo!… Ma… ».
«Eeeh… eeeh…».
Il fusto di fidanzato coi baffi non credeva ai suoi occhi e volle avvicinarsi per vedere se ero effettivamente io, il grande Alfredo, o chissà chi. Ma, a un passo da me, fu inondato da un effluvio non certo misterioso e, ancora più sconcertante, la mia faccia, piuttosto paonazza, propendeva a un sorriso da ebete. Si abbassò allora per ispezionarmi a un palmo dal naso e, per tutta risposta, mi esibii in un rutto così irrispettoso, che tutta la classe, la maestrina in specie, si voltò a fissarmi incredula.
«Enrico, ma me voi ddici cce sta ssuccete a llu vagnone? Cce, nu’ stae bonu?» chiese la maestrina con apprensione.
«None, Ada, a cquai su’ cose serie: lu vagnone mbriacu vae! Tene nu fiezzu ca nu’ mbòju tte ticu!».
«Madonna mia! L’Alfredo? None, nu’ è pussibile!»
E la maestrina, sgomenta, s’approssimò per rendersi conto di persona. A quel punto, io, ostentando sempre la mia faccia da ebete, quasi per vantarmi biascicai ridendo:
«Signora, m’àggiu bivutu do’ bicchieri te vinu stamatina!».  Svelai così candidamente l’origine del fattaccio.
«Eh, non è più il grande Alfredo!» sentenziò Enrico, il fusto di fidanzato coi baffi nello sgomento generale.
Si può immaginare il trambusto a seguire, con mia madre che, chiamata al riguardo, incredula anche lei, non mi risparmiò la giusta razione di botte e io che non capivo cosa avessi fatto di male, anzi mi giustificavo col dire che la sera prima ia vistu li cristiani a casa nòscia ca s’ìanu sculati na otte te vinu! E allora percé a mie mazzate e a quiddhi none?

E così, da allora, io non fui più il grande Alfredo e il fusto di fidanzato coi baffi non ebbe più piacere di trastullarsi con me, né tanto meno coi miei compagni. Finì col non fare più ingresso in classe con la sua fidanzata: niente più dozzine, né tabelline, né altri strani quesiti da cruciverba.
Con la maestrina che veniva da Lecce ci sentiamo al telefono ogni tanto. Il suo Enrico non c’è più da tanti anni e la maestrina Ada è rimasta sola. Era un uomo brillante e suonava anche il pianoforte. Molti anni più tardi, una volta che andai a trovare a Lecce la mia maestrina, si offrì di cantarmi Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno. Nel  tempo, ci siamo scritti tante lettere con la maestrina e lei è sempre stata orgogliosa di me. A volte, però, anche al telefono, non manca di mettere il dito nella piaga:

«Alfredo, ma lo bevi sempre il vino?».
«Certo, cara maestra, il vino è la mia passione».
«Ah, brutto fetente!»

Mesagne: Luca Antonio Resta, il vescovo e l’Affumicato

di Armando Polito

Una delle via più lunghe ed importanti di Mesagne è intitolata a Luca Antonio Resta. L’omonimia è sempre in agguato e il trascorrere inesorabile del tempo rende sempre più complicato evitare equivoci, soprattutto quando sono coinvolti personaggi del passato sì, ma cronologicamente non così distanti l’uno dall’altro. E la situazione si complica ulteriormente se si pensa al vezzo, molto diffuso, direi comunemente usuale e quasi obbligato, in passato di dare al neonato  lo stesso nome del nonno o, addirittura, del padre. Intanto, però, una prima possibilità di equivoco va eliminata per chi non abbia notato l’iniziale maiuscola di Affumicato, il che esclude qualsiasi amore o, perché no?, odio del vescovo per un particolare tipo di salame o di formaggio. …

Probabilmente a Mesagne i Luca Antonio Resta succedutisi nel tempo sono stati una miriade, ma due di loro si distinsero a tal punto che la memoria del loro nome non rimase nascosta  tra le pieghe di atti notarili o di registri di nascita e di morte. Sotto questo punto di vista, poi, Mesagne appare più favorita rispetto ad altre realtà territoriali. perché un suo figlio illustre, Epifanio Ferdinando junior1,  scrisse l’opera genealogica Delle famiglie mesagnesi in quattro volumi. Il manoscritto, di proprietà della famiglia Cavaliere di Mesagne, costituisce un’autentica miniera per gli studiosi di storia locale. Non ho avuto il privilegio di averne tra le mani neppure una, sia pur parziale, riproduzione digitale e, quindi , non posso andare al di là dell’affermazione generica che sicuramente i due Luca Antonio erano parenti.

Posso, invece, sfruttando altre fonti, collocarli cronologicamente. Comincio dal più anziano, prima arciprete della Collegiata di Mesagne e poi, dal 1565, vescovo di Castro, dal 1578 di Nicotera e dal 1582 fino alla morte, avvenuta nel 1597, di Andria. Al periodo andriese risalgono le opere che di lui ci restano. La prima è Constitutiones editae in diocesana synodo andriensi, Desa, Copertino, 1584

Da notare nel frontespizio lo stemma vescovile del quale dirò tra poco.

Fu autore inoltre di Directorium visitatorum, ac visitandorum cum praxi, et formula generalis visitationis omnium, & quaruncumque ecclesiarum monasteriorum, regularium, monialium, piorum locorum, & personarum, Facciotti, Roma, 1593.2

Di seguito il frontespizio recante lo stemma degli Aldobrandini, essendo l’opera dedicata al papa  Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini (1536-1605).

Al testo dell’imprimatur concesso dal papa e sottoscritto da Vestrius Barbianus segue l’immagine di Luca Antonio, che deve riferirsi, giocoforza, al periodo andriese, cui, d’altra parte, fanno esplicito riferimento il frontespizio e l’imprimatur.

L’immagine precedente ricalca nel dettaglio dello stemma) quella di una lastra collocata nell’episcopio di Andria (di seguito nella foto di S. De Tommaso tratta da http://www.andriarte.it/ChiesaMonache/documenti/Monastero-OrdinationiEtCostitutioni_LAResta1593.html), commemorativa della ricostruzione fatta dal vescovo nel 1582 (anche se sulla lastra si legge, incredibilmente, 1532) del vecchio monastero delle suore  benedettine.

LUCAS ANT(ONIUS) )RESTA/MESSAPIEN(SIS) DEC(ANUS) DOCT(OR)/EP(ISCOP)US ANDRIEN(SIS) A fUNDA(MENTIS) EREXIT/1532 (Luca Antonio Resta dottore decano di Mesagne, vescovo di Andria eresse dalle fondamenta 1532

Nello scudo qui compare il motto CHARITAS, mentre nella stampa si legge CARITAS. E qui s’innesca una polemica antica che già vide contrapposti, pressoché contemporaneamente, due pezzi grossi dell’epoca: il Vico e il Muratori. Il primo nel De constantia philologiae usa charitas in unione a patriae (amor di patria) e nel De constantia philosophiae per la ben nota virtù teologale. In una nota del De uno universi iuris principio et fine uni usa la locuzione caritas sapientis (la manchevolezza del sapiente) e ancora nel De constantia philologiae usa frugis caritas (la mancanza del raccolto); in entrambi i casi è evidente come caritas sia connesso con il verbo carere=mancare3 e come i precedenti charitas vengano connessi con il greco χάρις (leggi charis)=benevolenza.

Contro l’opinione del Vico vi è Il Caritas del suo contemporaneo Ludovico Antonio Muratori ricorrente  nelle citazioni in latino presenti in Della carità cristiana, Soliani, Modena, 1723. Proprio nella prefazione ai lettori il Muratori giustifica la sua scelta e ribadisce la derivazione dal latino  carus, essendo la a di caritas lunga, mentre quella del greco χάρις è breve.

Le ragioni addotte dal Muratori mi appaiono filologicamente ineccepibili e, oltretutto, il passaggio carus>caritas è di una linearità esemplare, associandosi nella tecnica di formazione a fecundus>fecunditas, humilis>humilitas, etc. etc. Altrettanto non si può dire di χάρις>charitas perché, essendo χαριτ– il tema di χάρις (che deriva da *χάριτς con normalissima caduta della dentale davanti al sigma), pure in latino avremmo dovuto avere non charitas ma charis (da *charits), come miles è da *milits.

Non è da escludere, come ipotizzava il Muratori, che la possibilità di equivoco tra caritas=mancanza  (deverbale da carere) e caritas=benevolenza (deaggettivale da carus) abbia indotto all’aggiunta di h nel secondo per una sorta d’influsso paretimologico di χάρις.

Questa epentesi di h sembrerebbe abbastanza datata e nel glossario del Du Cange mi appare sintomatico che al lemma CHARITAS si rinvii a CARITAS, assunto, dunque, come principale). Mi pare particolarmente interessante CARITAS 5, che riporto in formato immagine con la mia tradizione a fronte.

Quanto riportato rende plausibile credere che la confusione, prima concettuale (carità diventa, addirittura il corrispettivo di un donativo con paradossale inversione delle parti: i monaci danno, non ricevono la carità) e poi grafica, risalga all’epoca medioevale. in cui dev’essersi sviluppata in ambienti non molto i acculturati l’epentesi paretimologica di cui ho detto. D’altra parte il processo inverso ha coinvolto charta, che è dal greco χάρτης (leggi chartes) con innumerevoli attestazioni medioevali di carta.

Questa volta, perciò,  non condivido le argomentazioni dell’amico professor Federico La Sala, che pure sento il dovere di citare rinviando il lettore al link http://www.ildialogo.org/filosofia/interventi_1360186035.htm.

Infine c’è da notare che tutti i vocabolari, nessuno escluso4, nonché gli studi etimologici, continuano imperterriti a recare il lemma carità derivato da carus.

Tornando alla pubblicazione del nostro, lo stemma che campeggia in alto a sinistra nel ritratto risulta replicato all’inizio della seconda parte. Nello scudo si notano nell’ordine: una croce maltes5, una stella a otto punte ed un’armatura, oltre al CHARITAS di cui si è estesamente detto.

Il Directorium visitatorum … ebbe un’edizione postuma per gli stessi tipi e col titolo Praxis visitatorum ac visitandorum … nel 1599.

Passo ora all’altro Luca Antonio, all’Affumicato. Riprendendo quanto detto all’inizio sull’iniziale maiuscola e per non rendere troppo seriosa la trattazione, dico che non si hanno notizie di sue malattie curate coi suffumigi e tanto meno di morte dovuta ad intossicazione da fumo di tabacco o sviluppato da qualche incendio. Affumicato è semplicemente perché faceva parte dell’accademia mesagnese degli Affumicati, riconosciuta ufficialmente nel 1671 ma nata certamente prima di tale data.6

Sull’accademia uscirà a breve un post più corposo;  di questo anticipo qui ciò che riguarda il nostro dicendo anzitutto che sull’accademia ben poco sapremmo senza le notizie lasciateci da Antonio Mavaro (1725-1812), giurista e storico locale mesagnese, in un manoscritto (ms. M/4) custodIto nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. Lì il Mavaro, fra l’altro, riporta l’elenco dei 19 soci, dei quali riproduce, da un manoscritto più antico in suo possesso secondo quanto dichiara, anche l’emblema, il motto e lo pseudonimo assunto dal socio in seno all’accademia, non mancando di fornire la sua interpretazione di questi tre dati.

Ecco quanto si riferisce al nostro (dettaglio tratto dalla carta 336r) che nell’elenco compare al n. XIV:

Apprendiamo, così, che il nostro era detto Il tormentato e che il suo motto era Purgatur non comburitur (Viene purificato, non bruciato). Quanto all’emblema il Mavaro a carta 341v così si esprime.

XIV Siegue il Tormentato, col motto Purgatur, non comburitur. Ciocché nel di lui emblema si vede, abbenché  non sia con chiarezza espressato, potrebbe riferirsi all’oro, ò qualche altro metallo simile, che nel crogiuolo si purifica, ma non s’abbrugia).

La conferma dell’interpretazione data dal Mavaro dell’emblema viene dal fatto che il concetto e i vocaboli fondamentali della relativa locuzione erano ben radicati nella cultura del XVII secolo. Un esempio per tutti in Elogium de laudibus, et prerogativis sacrorum liliorum in stemmate Regis Gallorum existentium, Apud Stephanum Colineum, Parisiis, 1608, p. 126: Et iterum aurum in igne positum non comburitur, sed probatur, et purgatur (E d’altra parte l’oro posto sul fuoco non viene bruciato ma viene temprato e viene purificato).

Molto probabilmente, a sua volta è lo sviluppo dell’in fornace ardet palea et purgatur aurum (Nella fornace la paglia viene bruciata, l’oro viene purificato) di Agostino nel suo commento al Salmo 61.

Per dovere di completezza debbo aggiungere che nell’elenco del Mavaro compare un altro rappresentante della famiglia Resta e precisamente al n. XII Francesco detto L’inabile, con il motto Ad fabrilia ineptus (Non adatto a lavori manuali) e per emblema un pezzo di legno inservibile posto sul fuoco.

Ecco quanto al proposito scrive il Mavaro a carta 340r.

(XII L’inabile col motto Ad fabrilia ineptus. Viene nell’emblema espressato un pezzo di legno, posto ak fuoco, volendosi collo stesso significare essere quello inservibile all’Artefice. L’Accademico, che volle dirsi L’inabile, volle per effetto di sua umiltà far presente all’assemblea,ed à quei dotti Accademici che la componeano, che sebbene in quella fosse stato annoverato, pure inabile egli riputavasi à poter produrre colle sue forze cosa di buono.)

Giunto a questo punto, rischio di sbagliare se dico che il Luca Antonio della via è il vescovo (del quale ci resta una pubblicazione e pure il ritratto) e non l’Affumicato, del quale, senza il Mavaro, nulla ci sarebbe pervenuto?

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1 Per restare nel tema dell’omonimia …, era figlio del medico  Diego e nipote di Epifanio, il più famoso dei Ferdinando.

2 Mi sono limitato a riportare i dati essenziali, quelli che, conosciuti, sanciscono,  piaccia o no, lo spessore storico di qualsiasi personaggio. Per altri dettagli secondari rinvio a Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, tomo III, parte IV, Severini, Napoli, 1755, pp. 82-84.

3 Cfr. Livio, Ab Urbe condita libri, II, 12: Obsidio erat nihilominus et frumenti cum summa caritate inopia (C’era non di meno l’assedio e disagio con l’estrema mancanza di frumento). Ne approfitto per ricordare che connesso con carere è pure l’aggettivo carus=caro (in base ad un’elementare regola psicologica ci è più caro ciò che ci manca e in base all’altrettanto elementare principio economico del rapporto inverso tra offerta e domanda, per cui il prezzo è più caro quando il bene non è molto richiesto.

4 C’è da dire, però, che ne conosco uno, illustre, che nel tempo se n’è lavato le mani. È quello della Crusca che nella prima e seconda edizione (1612 e 1623) fa derivare carità da charitas, nella terza (1691) si limita a citare come sinonimo il greco ἀγάπη (leggi agape) in cui l’assenza di coincidenze fonetiche con il presunto charitas e con χάρις la rileverebbe il più superficiale dei lettori. Il lavaggio si completa con la quarta e con la quinta edizione (1729-1738 e 1863-1923) nelle quali non c’è ombra di proposta etimologica.

5 Allusiva, insieme con la stella ad otto punte,  alle benemerenze acquisite nella difesa della cristianità da qualche antenato. Leggo in Mario Vinci, Lucantonio Resta, in I Mesagnesi, a cura di Marcello Ignone, Tipografia Neografica, Mesagne, 1998, p. 131: La sua famiglia, originaria dalla Dalmazia, si stabilì dapprima a Ragusa (dove troviamo il ramo dei Resta di Ragusa) e successivamente alcuni di loro si trasferirono in Mesagne nei primi del 1500 con Mariano Resta. Mariano de Resta arriva in Mesagne nella II metà del XV sec. al seguito di Castriota Scanderbeg).

6 In Pietro Marti, Movimento intellettuale nel Salento, nel secolo XVII, in Fede: rivista quindicinale d’Arte e di Cultura, anno III, n. 5 (15 marzo 1925) in nota a p. 69 si legge che sorse il 1638, per opera di Giovan Matteo Epifanio, che ne fu più volte Principe.

 

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (5/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

STRETTO DI GALLIPOLI

“1) La Serpe dritta su di un altare, ed alla destra il Sole, col motto Jones Xhutidae Chaldaeorum colonia1 2) Ercole colle spoglie del Leone, coll’arco impugnato, e la faretra, col motto Jones Leuternii, et Morgetes2; 3) Ercole nudo stante, a destra la clava, alla sinistra una Cornucopia colla spoglia del Leone. Una piccola vittoria alata lo incorona, col motto Jones Kalii, et Salentini.34

 

 

 

 

Ecco le fonti: Strabone, op. cit., VI, 3: Πολίχνιον καὶ τοῦτο, ἐν ᾧ δείκνυται πηγὴ δυσώδους ὕδατος. Μυθεύουσι δ᾽ ὅτι τοὺς περιλειφθέντας τῶν γιγάντων ἐν τῇ κατὰ Καμπανίαν Φλέγρᾳ Λευτερνίους καλουμένους Ἡρακλῆς ἐξελάσειε, καταφυγόντες δὲ δεῦρο ὑπὸ γῆς περισταλεῖεν, ἐκ δὲ ἰχώρων τοιοῦτον ἴσχοι ῥεῦμα ἡ πηγή· διὰ τοῦτο δὲ καὶ τὴν παραλίαν ταύτην Λευτερνίαν προσαγορεύουσιν  [Anche questa (Leuca) è una piccola città, nella quale si mostra una fonte di acqua puzzolente. Raccontano che Ercole cacciò dei  giganti quelli sopravvissuti a Flegra in Campania, chiamati Leuterni ed essi rifugiatisi qui sotto terra scomparvero; la fonte deriva siffatto flusso dal (loro) sangue marcio; per questo chiamano Leuternia anche questo litorale); VI, 1: Ἀντίοχος δὲ τὸ παλαιὸν ἅπαντα τὸν τόπον τοῦτον οἰκῆσαί φησι Σικελοὺς καὶ Μόργητας, διᾶραι δ᾽ εἰς τὴν Σικελίαν ὕστερον ἐκβληθέντας ὑπὸ τῶν Οἰνωτρῶν. Φασὶ δέ τινες καὶ τὸ Μοργάντιον ἐντεῦθεν τὴν προσηγορίαν ἀπὸ τῶν Μοργήτων ἔχειν. (Antioco dice che anticamente tutto questo luogo [nei pressi di Reggio di Calabria] lo abitarono anticamente i Siculi e i Morgeti, che essi successivamente scacciati dagli Enotri passarono in Sicilia. Alcuni dicono che lì Morganzio prende il nome dai Morgeti).

Dionigi d’Alicarnasso, I, 12: Ἀντίοχος δὲ ὁ Συρακούσιος, συγγραφεὺς πάνυ ἀρχαῖος, ἐν Ἰταλίας οἰκισμῷ τοὺς παλαιοτάτους οἰκήτορας διεξιὼν, ὡς ἕκαστοί τι μέρος αὐτῆς κατεῖχον, Οἰνώτρους λέγει πρώτους τῶν μνημονευομένων ἐν αὐτῇ κατοικῆσαι, εἰπὼν ὧδε· Ἀντίοχος Ξενοφάνεος τάδε συνέγραψε περὶ  b  Ἰταλίης ἐκ τῶν ἀρχαίων λόγων τὰ πιστότατα καὶ σαφέστατα· τὴν γῆν ταύτην, ἥτις νῦν Ἰταλίη καλεῖται, τὸ παλαιὸν εἶχον Οἴνωτροι. Ἔπειτα διεξελθὼν ὃν τρόπον ἐπολιτεύοντο, καὶ ὡς βασιλεὺς ἐν αὐτοῖς Ἰταλὸς ἀνὰ χρόνον ἐγένετο, ἀφ᾽ οὗ μετωνομάσθησαν Ἰταλοί, τούτου δὲ τὴν ἀρχὴν Μόργης διεδέξατο, ἀφ᾽ οὗ Μόργητες ἐκλήθησαν, καὶ ὡς Σικελὸς ἐπιξενωθεὶς Μόργητι ἰδίαν πράττων ἀρχὴν διέστησε τὸ ἔθνος, ἐπιφέρει ταυτί: Οὕτω δὲ Σικελοὶ καὶ Μόργητες ἐγένοντο καὶ Ἰταλίητες ἐόντες Οἴνωτροι (Antioco di Siracusa, scrittore molto antico, esponendo dettagliatamente i più antichi abitanti nella colonizzazione dell’Italia e come ciascuno ne occupava una parte, dice che tra quelli ricordati vi abitarono per primi gli Enotri, esprimendosi così: “Antioco figlio di Senofane compilò sull’Italia queste notizie, le più credibili da dagli antichi scritti; gli Enotri anticamente abitavano questa terra che ora si chiama Italia”. Poi, discorrendo del modo in cui la governavano, anche come Italo un tempo  vi diventasse tra loro re, dal quale furono chiamati Itali, come poi prese il suo potere Morgete dal quale furono chiamati Morgeti e come Sicelo ospite presso Morgete esercitando un potere privato divise il popolo; e aggiunge questo: “Così essendo Enotri divennero e Siculi e Morgeti e Italici”).

Licofrone (IV secolo a. C.), Alessandra, vv. 984-987: Πόλιν δ’ὁμοίαν Ἰλίῳ δυσδαίμονες/δείμαντες, ἀλγυνοῦσι Λαφρίαν κόρην/Σάλπιγγα, δῃώσαντες ἐν ναῷ θεᾶς/τοὺς πρόσθ’ἕδεθλον Ξουθίδας ᾠκηκότας./Γλήναις δ’ἄγαλμα ταῖς ἀναιμάκτοις μύσει,/στυγὴν Ἀχαιῶν εἰς Ἰάονας βλάβην/λεῦσσον, φόνον τ’ἔμφυλον ἀγραύλον λύκων … (Infelici, dopo aver costruito una città simile a Troia, daranno dolore alla vergine Lafria5, la Trombettiera6, uccidendo nel tempio della dea gli Xutidi che abitavano davanti al santuario. La statua abbasserà le palpebre sugli occhi esangui vedendo l’odioso massacro degli Achei sugli Ioni, la strage di consanguinei, atto feroce di lupi …). Dal passo di Licofrone, ambientato a Siri, colonia della Magna Grecia, si deduce l’identità tra Ioni e Xutidi (discendenti di Xuto figlio di Elleno e Orseide e fratello di Eolo).

 

Chiudiamo con una curiosità, quasi sicuramente una mezza bufala, riportata parola per parola allo stesso modo in svariati siti in rete, per cui è impossibile individuare, ammesso che ne valga la pena, anche per l’assenza in molti della data dell’inserimento, da dove è partita: la propaganda borbonica lo fece colorare di nero, in modo che ricordasse un obelisco marmoreo, ma la prima pioggia cancellò ogni traccia del colore. Peccato che nei giornali dell’epoca, da noi consultati tempo fa per altre ricerche, tale ghiotta notizia non compare; e non parliamo di una pubblicazione “ufficiale” o, se preferite “di regime” quale il Giornale di Intendenza della Provincia di Terra d’Otranto, che usciva a Lecce ed i cui numeri fino al 1861 sono custoditi nell’Archivio di Stato della città. Abbiamo detto mezza bufala con riferimento a prima pioggia perché in Palmieri7 si legge: È in forma d’obelisco a quattro facce e in pietra leccese, dipinta ai primi tempi ad olio a colore di pietra del Vesuvio.

Ci piace congedarci da chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui parafrasando un famoso esametro enniano con uno nostro, consapevoli che certo non passerà, come quello, alla storia:

NOS SALENTINI QUI FUIMUS ANTE CRETENSES (Noi Salentini che prima fummo Cretesi).

E speriamo che da lassù il Castromediano e il Vacca, riferendosi solo a noi autori, non ci giudichino, più che Cretesi, cretini, pur consapevolissimi e (e chi più di loro?) del diverso etimo …

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

 

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1 Gli Ioni discendenti di Xuto, colonia dei Caldei. Xuto, personaggio della mitologia greca, padre di Ione (da cui gli Ioni) e Acheo. “Basterà per intender bene il senso del motto analogo al primo emblema di questo Distretto il ricordarsi dell’origine di sopra esposta degli antichi Giapigi. Dessi furono, come si à già detto, i discendenti di Japhet, e propriamente di Javan di lui figlio, i quali furono anche chiamati Xhutidae, perchè Jone fu figlio di Xhuto. La religione di questi nostri primi coloni fu diretta solamente al culto del Sole, e d’Igea figlia di Esculapio, e Dea della salute. Da ciò nacque, che il primo periodo dell’antica storia di questo Distretto venne dai nostri maggiori simboleggiato coll’adorazione del Serpente, e del Sole” (op. cit., pagg. 14-15).

2 Gli Ioni Leuterni e Morgeti. “Dietro la venuta di questi primi popoli Orientali, poichè accadde ancora nel promontorio Salentino l’eccidio dei Giganti, e Lestrigoni, detti Leuternii, e Morgetes, fatto da Ercole Libico, il quale gl’inseguì sino a questo luogo dai Campi Flegrei, da ciò appunto è nata l’idea del loro secondo emblema” (op. cit. ,pag. 15).

3 Gli Ioni Kalii e Salentini. “L’ultimo e più fiorente stato di questa parte della nostra Penisola appartiene al periodo del governo dell’antica Dinastia Cretese sotto Licio Idomeneo; ed è perciò, che fu assunto da cotesti popoli l’emblema di Ercole nudo stante, col motto, Jones Kalii, et Salentini. La Cornucopia, la clava, la spoglia del Leone, e la vittoria alata alludono al natale, ed alle imprese di Ercole, dal quale si gloriavano di discendere i Cretesi Tarantini” (op. cit. pag. 15).

4 Luigi Cepolla, op. cit. pag. 5.

5 Epiteto di Atena.

6 Altro epiteto di Atena ad Argo.

7 Op. cit., p. 306.

Un basilisco cinquecentesco a pochi passi dalla chiesa Matrice di Manduria*

di Marcello Semeraro

La corretta attribuzione di uno stemma anonimo costituisce spesso, in mancanza di altri dati, un elemento decisivo in grado di illuminare il “contesto” su cui esso in origine era collocato. È il caso dell’esemplare murato sulla parete esterna dell’edificio ubicato fra vico Campanile e via Marco Gatti n° 5, a due passi dalla chiesa matrice di Manduria, attualmente adibito a casa canonica (fig. 1).

Fig. 1 - Manduria, edificio di via Marco Gatti n° 5, stemma (foto di Giuseppe D’Angeli)
Fig. 1 – Manduria, edificio di via Marco Gatti n° 5, stemma (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Benché il manufatto in questione si presenti in uno stato di conservazione precario, con vistose abrasioni che ne compromettono la chiara leggibilità, è stato possibile, attraverso l’analisi araldica, risalire perlomeno alla famiglia titolare dello stemma, che è già un bel risultato per chi si occupa di ricerche storiche locali, tanto più che sulle origini dell’edificio su cui è apposta l’insegna le fonti storiografiche sembrano tacere. L’arma in argomento è contenuta in uno scudo col capo sagomato a tre punte; dalla punta centrale spuntano una decorazione fogliacea e un anello sostenuto da un gancio reggi-scudo (fig. 2).

Fig. 2 - Manduria, via Marco Gatti n° 5, particolare dello stemma murato (foto di Giuseppe D’Angeli)
Fig. 2 – Manduria, via Marco Gatti n° 5, particolare dello stemma murato (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Due cartocci ornano il lato sinistro (destro per chi guarda) e la punta dello scudo, mentre dietro di esso appaiono nastri svolazzanti e accollanti. L’intera composizione è racchiusa da una cornice modanata, la cui decorazione originaria risulta tuttavia abrasa. All’interno dello scudo campeggia un basilisco, il mostruoso gallo serpentiforme con il corpo intriso di veleno, capace di uccidere con il solo sguardo[1] (fig. 3).

Fig. 3 - Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. È sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). È il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63r.
Fig. 3 – Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. È sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). È il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63r.

 

Considerato dai bestiari medievali il “re dei serpenti”, il basilisco è tuttavia una figura piuttosto rara nelle armi, che per via della sua natura ibrida viene non di rado confusa con il gallo o il drago. Cronologicamente parlando, il manufatto sembra avere fattezze stilistiche riconducibili al XVI secolo, datazione deducibile sia dalla forma primitiva del cartoccio, sia dallo stile generale dell’intero decoro araldico[2].

Fra le famiglie nobili e notabili di Manduria solo una può aver innalzato uno stemma come questo: i Basile[3], il cui scudo raffigura proprio un basilisco e non un gallo, come erroneamente ha sostenuto lo studioso Bruno Perretti[4]. La presenza di questa creatura mitologica nell’arma in esame si spiega facilmente se si considera la relazione parlante che la figura intrattiene con il cognome: basilisco/Basile[5].

La famiglia è documentata a Casalnuovo sin dalla seconda metà del XV secolo e viene indicata anche come Basili, Di/De Basili o De Basiliis/De Basilijs negli atti notarili, nel Libro dei Battezzati del XVI secolo e nel Librone Magno[6]. Diramatasi anche in Oria, annoverò fra i suoi membri notai, giureconsulti e chierici, come Don Pietro De Basiliis, secondo arciprete di Manduria (1556-1575).

Individuata la committenza dello stemma nella famiglia Basile, resta da spiegare la natura dell’edificio che lo ospita nel periodo in cui fu murato il manufatto araldico. Le poche notizie riportate dalla storiografia locale non aiutano in tal senso, giacché documentano solo i passaggi di proprietà a cui fu sottoposto l’immobile a partire dal XVIII secolo[7].

Occorre dunque interrogare le fonti storiche dirette. Un primo esame condotto sulla regestazione degli atti notarili dei notai casalnovesi del XVI secolo[8], sul Librone Magno[9] e su altri documenti d’archivio (visite pastorali e relazioni delle proprietà capitolari), sebbene non abbia sciolto l’enigma, ha comunque fornito dei dati interessanti che andrebbero approfonditi attraverso successive ricerche. Queste fonti documentano le vicende di una famiglia agiata, imparentata con alcune fra le maggiori famiglie manduriane (come i Pasanisi e i Rosea), titolare di beni immobili e fondiari (alcuni dei quali lasciati al Capitolo della chiesa matrice[10]), nonché di giuspatronati su varie cappelle[11].

L’apposizione dello stemma familiare – segno di riconoscimento, marchio di proprietà e motivo decorativo – si rivela dunque compatibile con lo status sociale e patrimoniale acquisito dalla famiglia nel corso del Cinquecento. Lascio volentieri agli studiosi di storia manduriana la possibilità di sviluppare una pista di ricerca che potrebbe rivelarsi di sicuro interesse per la conoscenza di un tassello dimenticato della storia e dell’architettura locali.

 

*Un ringraziamento particolare va all’artista manduriana Paola Lagamba, che ha sottoposto alla mia attenzione l’esemplare oggetto di questa breve disamina, e a Giuseppe D’Angeli, per le foto che gentilmente mi ha fornito.

[1] Cfr. M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012, pp. 47, 152, 158, 192-193, 195, 241, 249-250.

[2] Sull’evoluzione della forma dello scudo nel XVI secolo v. O. Neubecker, Araldica: origini, simboli e significato, Milano 1980, pp. 76-77; S. TIBERINI, Araldica e storia sociale: possibili esempi perugini tra medioevo ed età moderna, in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria”, CXI (2014), pp. 293-303.

[3] Con questo nome si conoscono varie famiglie, non è chiaro se semplicemente omonime o discendenti da un medesimo ceppo. Per i Basile di Napoli cfr. V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, suppl. 1°, Milano 1935, pp. 302-305; cfr. anche la voce presente nel sito Nobili Napoletani, al seguente indirizzo: http://www.nobili-napoletani.it/Basile.htm. Recentemente, proprio su queste pagine, mi sono occupato della famiglia Basile di Francavilla e del suo stemma scolpito sulla facciata dell’omonimo palazzo: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/04/lo-stemma-del-palazzo-basile-francavilla-fontana-un-curioso-caso arma-parlante/.

[4] Cfr. B. Perretti, Manduria: architettura, arte, società, Manduria 2005, p. 118.

[5] Si chiamano armi parlanti quelle che contengono una o più raffigurazioni che alludono (direttamente o indirettamente) al nome della famiglia: una scala per gli Scaligeri, una Colonna per i Colonna, tre pignatte per i Pignatelli ecc. La relazione parlante può annodarsi anche soltando con una parte del nome, come avviene nello stemma Basile oggetto di questo studio o in quello della città svizzera di Basilea, nel quale il basilisco che allude al nome (basilisk/Basel) viene impiegato come ornamento esterno dello scudo. Si calcola che circa un 20/25% degli stemmi europei sia classificabile come parlante. Cfr. M. Pastoureau, Figures de l’héraldique, Paris 1996, p. 82.

[6] Cfr. B. Fontana, Le famiglie di Manduria dal XV secolo al 1930: capostipiti, provenienza, uomini illustri, Manduria 2005, p. 44.

[7] Cfr. Perretti, Manduria: architettura cit., p. 118.

[8] Cfr. M. Alfonzetti, M. Fistetto, I protocolli dei notai di Casalnovo nel Cinquecento: regestazione degli atti notarili dei notai casalnovesi conservati nell’Archivio di Stato di Taranto, Manduria 2003, alle voci De Basiliis/De Basilijs.

[9] Cfr. Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, MS. Rr/1-3, cc. 27r e 28v.

[10] Cfr. L. Tarentini, Manduria sacra, ovvero Storia di tutte le chiese e cappelle distrutte ed esistenti dei monasteri e congregazioni laicali dalla loro fondazione fino al presente, Manduria 1899, rist. anast. Manduria 1999, p. 17.

[11] ADO, Visita pastorale Mons. Lucio Fornari, 1603-1604, b. 2, consultata in copia fotostatica presso la Biblioteca diocesana di Oria.

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (4/5)

Marcello Gaballo e Armando Polito

DISTRETTO DI BRINDISI

1) “Il Desco e la statua di Bacco con corona convivale, col motto Brundusini Cretenses1; 2) Amore colla cetra, e col motto Brundusini sub Partheniis Tarentinis2 3) Il Delfino, che indossa Taras colla cetra in mano, e col motto Brundusini sub Romanis.34

 

La fonte utilizzata è  Strabone, Geographia, VI, 3, 6: Βρεντέσιον δ᾽ ἐποικῆσαι μὲν λέγονται Κρῆτες οἱ μετὰ Θησέως ἐπελθόντες ἐκ Κνωσσοῦ, εἴθ᾽ οἱ ἐκ τῆς Σικελίας ἀπηρκότες μετὰ τοῦ Ἰάπυγος λέγεται γὰρ ἀμφοτέρωςοὐ συμμεῖναι δέ φασιν αὐτούς, ἀλλ᾽ ἀπελθεῖν εἰς τὴν Βοττιαίαν. Ὕστερον δὲ ἡ πόλις βασιλευομένη πολλὴν ἀπέβαλε τῆς χώρας ὑπὸ τῶν μετὰ Φαλάνθου Λακεδαιμονίων, ὅμως δ᾽ ἐκπεσόντα αὐτὸν ἐκ τοῦ Τάραντος ἐδέξαντο οἱ Βρεντεσῖνοι, καὶ τελευτήσαντα ἠξίωσαν λαμπρᾶς ταφῆς (Dicono che abitarono Brindisi i Cretesi, quelli giunti con Teseo da Cnosso o quelli che si erano allontanati insieme con Iapige dalla Sicilia (si racconta infatti in entrambi i modi); dicono che questi non vi rimasero ma partirono per la Bottiea. Successivamente la città governata da un re perse molto del suo territorio ad opera degli Spartani [venuti] con Falanto, ma i Brindisini lo accolsero ugualmente quando fu cacciato da Taranto e dopo la morte lo onorarono di una splendida tomba).

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

 

 

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1 I Brindisini Cretesi. “…doveva quindi naturalmente avvenire, che la vittoria portasse al vincitore non solamente il vantaggio dell’acquisto delle proprietà reali de’ vinti, ma quello ancora delle loro persone. Quindi l’origine de’ servi addetti alla gleba…Questa specie di servi aveva però alcune leggi favorevoli  alla loro libertà…nella cui esecuzione si dovevano pure osservare alcune pubbliche solennità dopo un certo tempo di servitù definito dalle leggi….di tal genere fu…la nostra famosa Brunda, o Brendais, ossia il convito dei nostri antichi servi indigeni addetti all’agricoltura sotto il dominio de’ Cretesi…Il luogo dunque destinato alla festività…fu la maremma di Brindisi…si è espresso il convito detto Brunda nella lingua Messapia coll’antico Sigma, perchè questa figura si ebbero tutti i Deschi dell’antichità. Si è sormontato ancor questo simbolo colla figura di Bacco, avente nella destra una corona convivale, dappoichè si sà, ch’egli era Conviviorum Deus” (Luigi Cepolla, op. cit., pagg. 11-12).

2 I Brindisini sotto i Parteni di Taranto.”Il lusso,che nella maggior floridezza della repubblica Tarantina s’introdusse in ogni parte del di lei stato fu causa, ch’ella fosse stata sin dall’ora tacciata di mollezza, e di ogni genere d’intemperanza. La città di Brindisi, e di Oria, come quelle che obbedivano ai Tarantini, presero anche a gareggiare con loro nella mollezza, e nel lusso. Quindi è, che gli Oritani assunsero anche per loro emblema Amore colla cetra: questo medesimo emblema fu comune ancora alla Città di Brindisi sino all’epoca de’ Romani” (Luigi Cepolla, op. cit. pagg. 12-13).

3 I Brindisini sotto i Romani. “In tal’epoca [dei Romani] la Città di Brindisi continuò a servirsi dell’istesso originario emblema dei Tarantini Achei, cioè, del Delfino, che indossa [=porta sul dorso] Taras, perchè i Cretesi lo conservarono anch’essi sotto il dominio deì medesimi Achei; e ne scambiò ella solamente nelle mani di Taras il tridente con la cetra per alludere al secondo periodo della sua storia antica, nella quale ebbe essa questo emblema”(Luigi Cepolla, op. cit., pag. 14).

4 Luigi Cepolla, op. cit., pag. 4.

Un dipinto di Paolo De Maio a Latiano

(Fig.1 ) Paolo De Maio, Circoncisione di Nostro Signore, 1751, Latiano, Chiesa del Santissimo Rosario. (Foto concessa da Federica D’Ambrosio)
(Fig.1 ) Paolo De Maio, Circoncisione di Nostro Signore, 1751, Latiano, Chiesa del Santissimo Rosario. (Foto concessa da Federica D’Ambrosio)

 

di Domenico Ble

Una tela del pittore Paolo De Maio, raffigurante la Circoncisione di Nostro Signore, è conservata nella chiesa del Santissimo Rosario a Latiano, edificio, un tempo annesso al convento dei padri Domenicani, edificato alla seconda metà del Cinquecento, rimaneggiata nei secoli successivi.

Gerardo Cappellutti nel suo saggio storico intitolato: l’Ordine Domenicano in Puglia, certifica la presenza dell’ordine domenicano a Latiano ancora nel 1678, riportando: “…La Chiesa ed il Convento che fa corpo con essa si trova sulla strada che va a S. Vito dei Normanni e di là immette nella grande arteria adriatica. Sul portale della facciata, sotto lo stemma dell’Ordine, è scritto a lettere ben visibili: Margaritae semper caritas A. D. MDCLXXVIII…” [1].

Riguardo alla tela non vi è documentazione specifica che certifichi la committenza, ma si può cautamente presumere che siano stati i padri domenicani, presenti nell’annesso convento e titolari della chiesa, a richiedere la pala, su richiesta dell’Arciconfraternita del Santissimo Rosario. Nell’ambito di uno studio sui beni culturali di Latiano compiuto nel 1993, l’opera viene per la prima volta fotografata e attribuita a Paolo De Majo, grazie alla scoperta dell’incisione PAULUS DE MAJO 1751 posta in basso a sinistra nel quadro[2].

Paolo De Maio raffigura la scena sacra della Circoncisione (fig.1), una tradizione ebraica rivolta ai primogeniti di sesso maschile, poiché ogni primo figlio maschio doveva essere consacrato al Signore, il pittore ferma l’evento nel momento in cui sta per avvenire l’azione.

La scena è ambientata in un luogo chiuso: lo si deduce dall’arco a tutto sesto che s’intravede in alto e dal lucernario che cade dal soffitto; sopra un gradino De Maio inserisce i protagonisti dell’evento. Al centro, seduto, l’anziano sacerdote tiene in braccio il bambino Gesù; intorno sei figure partecipano all’avvenimento. A destra con una veste rosa, coperta da un manto celeste, la Vergine Maria guarda il figlio, un po’ più dietro si vede san Giuseppe identificabile dal bastone. A sinistra due giovani con in mano dei candelabri assistono al rituale; in primo piano due uomini, uno inginocchiato con in mano il coltello pronto ad operare la circoncisione, uno che sorregge un vassoio. Al centro della rappresentazione Gesù bambino con le braccia tese e con lo sguardo rivolto verso la madre.

L’opera è ben calibrata nei toni chiaroscurali: lo sguardo dell’osservatore si dirige al centro della tela verso le braccia del bambino, messo in risalto da una luminosità soprannaturale, attraverso il contrasto chiaroscurale la tela appare piuttosto luminosa , con un particolare risalto per la preziosità delle vesti e la plasticità dei corpi. Si viene a creare così un filo diretto con l’esperienza luministica demuriana a cui Paolo De Maio si avvicina.

(Fig. 2) Paolo De Maio, Circoncisione di Nostro Signore, 1771, Chiesa di San Domenico a Barra, Napoli. (Foto pubblicata sul libro di Mario Alberto Pavone, Paolo De Majo, pittura e devozione a Napoli nel secolo dei Lumi)
(Fig. 2) Paolo De Maio, Circoncisione di Nostro Signore, 1771, Chiesa di San Domenico a Barra, Napoli. (Foto pubblicata sul libro di Mario Alberto Pavone, Paolo De Majo, pittura e devozione a Napoli nel secolo dei Lumi)

 

Nel 1772 realizza un’opera con lo stesso soggetto per la chiesa di San Domenico a Barra (fig. 2); confrontando i due dipinti possiamo notare delle differenze strutturali; partendo dall’impostazione spaziale. Il dipinto di Barra rispetto a quello di Latiano ha un’impostazione prospettica monumentale nello sfondo: anche l’organizzazione scenica delle figure è differente, nella tela di Barra la postura dei personaggi cambia, vi è un maggiore ritmo ascensionale e De Maio vi introduce elementi nuovi: l’angelo con l’incensiere e i drappi che scendono dagli angoli. I puttini non sono più collocati a sinistra ma sopra il capo del sacerdote. I personaggi sono semplici, poveri di ornamenti, da qui si deduce che Paolo De Maio ha del tutto abbandonato lo stile baroccheggiante per aderire in pieno a quello neoclassico. La tela del Santissimo Rosario è sicuramente l’esempio che Paolo segue per la realizzazione di quella di San Domenico a Barra (Napoli).

Quest’opera, viene elaborata in un clima culturale orientato al recupero dello stile e dei canoni classicisti del secolo precedente. La tela, non citata da Bernardo De Dominici nelle sue Vite, né da Mario Alberto Pavone nella monografia su De Maio. L’opera rende tuttavia più chiaro quel passaggio centrale che segna la svolta stilistica e pittorica di Paolo De Maio.

 

[1] Gerardo Cappellutti O. P., L’ordine Domenicano in Puglia, C.E.T.I. Editore in Teramo, 1965, cit. p., 34.

[2] Beni Culturali di Latiano, Le chiese e il patrimonio sacro, Vol. III, Biblioteca Comunale di Latiano, 1993, pp. 54-56.

 

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Gerardo Cappellutti O. P., L’ordine Domenicano in Puglia, C.E.T.I. Editore in Teramo, 1965.

Beni Culturali di Latiano, Le chiese e il patrimonio sacro, Vol. III, Biblioteca Comunale di Latiano, 1993.

Mario Alberto Pavone, Paolo De Majo, pittura e devozione a Napoli nel secolo dei Lumi, Società Editrice Napoletana, Napoli, 1977.

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (3/5)

di Armando Polito e Marcello Gaballo

DISTRETTO DI TARANTO

Anche per il distretto di Taranto iniziamo con la descrizione del Cepolla: “1) Il Delfino, che indossa Taras, o Nettuno col tridente, e la Nottola col motto Tarentini Achaei1; 2) L’Aquila colle ali aperte, ed avente negli artigli i fulmini, col motto Tarentini Cretenses2; 3) La clava di Ercole, e l’eroe Falanto a cavallo, col motto Tarentini Parthenii, sive Spartiates3“.4

Come già avvenuto per il distretto di Lecce, non c’è nessun riferimento alla prima iscrizione che si incontra partendo dal basso; da notare l’errore dello scalpellino che ha inciso EH per ET.

 

Per le ultime due sezioni di questo distretto si rimanda alle analoghe del distretto di Lecce.

La commistione tra Achei, Cretesi, Parteni o Spartiati si basa sulle seguenti fonti: Strabone (I secolo a. C.-I d. C.; Antioco da lui citato è del V secolo a. C.), op. cit., VI, 3: Περὶ δὲ τῆς κτίσεως Ἀντίοχος λέγων φησὶν ὅτι τοῦ Μεσσηνιακοῦ πολέμου γενηθέντος οἱ μὴ μετασχόντες Λακεδαιμονίων τῆς στρατείας ἐκρίθησαν δοῦλοι καὶ ὠνομάσθησαν Εἵλωτες, ὅσοις δὲ κατὰ τὴν στρατείαν παῖδες ἐγένοντο, Παρθενίας ἐκάλουν καὶ ἀτίμους ἔκριναν· οἱ δ᾽ οὐκ ἀνασχόμενοι  πολλοὶ δ᾽ ἦσαν)  ἐπεβούλευσαν τοῖς τοῦ δήμου. Αἰσθόμενοι δ᾽ ὑπέπεμψάν τινας, οἳ προσποιήσει φιλίας ἔμελλον ἐξαγγέλλειν τὸν τρόπον τῆς ἐπιβουλῆς. Τούτων δ᾽ ἦν καὶ Φάλανθος, ὅσπερ ἐδόκει προστάτης ὑπάρχειν αὐτῶν, οὐκ ἠρέσκετο δ᾽ ἁπλῶς τοῖς περὶ τῆς βουλῆς ὀνομασθεῖσι. Συνέκειτο μὲν δὴ τοῖς Ὑακινθίοις ἐν τῷ Ἀμυκλαίῳ συντελουμένου τοῦ ἀγῶνος, ἡνίκ᾽ ἂν τὴν κυνῆν περίθηται ὁ Φάλανθος, ποιεῖσθαι τὴν ἐπίθεσιν· γνώριμοι δ᾽ ἦσαν ἀπὸ τῆς κόμης οἱ τοῦ δήμου. Ἐξαγγειλάντων δὲ λάθρᾳ τὰ συγκείμενα τῶν περὶ Φάλανθον καὶ τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος, προελθὼν ὁ κῆρυξ εἶπε μὴ περιθέσθαι κυνῆν Φάλανθον. Οἱ δ᾽ αἰσθόμενοι ὡς μεμηνύκασι τὴν ἐπιβουλὴν οἱ μὲν διεδίδρασκον, οἱ δὲ ἱκέτευον. Κελεύσαντες δ᾽ αὐτοὺς θαρρεῖν φυλακῇ παρέδοσαν, τὸν δὲ Φάλανθον ἔπεμψαν εἰς θεοῦ περὶ ἀποικίας· ὁ δ᾽ ἔχρησε “Σατύριόν τοι δῶκα Τάραντά τε πίονα δῆμον οἰκῆσαι, καὶ πῆμα Ἰαπύγεσσι γενέσθαι”. Ἧκον οὖν σὺν Φαλάνθῳ οἱ Παρθενίαι, καὶ ἐδέξαντο αὐτοὺς οἵ τε βάρβαροι καὶ οἱ Κρῆτες οἱ προκατασχόντες τὸν τόπον. Τούτους δ᾽ εἶναί φασι τοὺς μετὰ Μίνω πλεύσαντας εἰς Σικελίαν, καὶ μετὰ τὴν ἐκείνου τελευτὴν τὴν ἐν Καμικοῖς παρὰ Κωκάλῳ συμβᾶσαν ἀπάραντας ἐκ Σικελίας κατὰ δὲ τὸν ἀνάπλουν δεῦρο παρωσθέντας, ὧν τινὰς ὕστερον πεζῇ περιελθόντας τὸν Ἀδρίαν μέχρι Μακεδονίας Βοττιαίους προσαγορευθῆναι. Ἰάπυγας δὲ λεχθῆναι πάντας φασὶ μέχρι τῆς Δαυνίας ἀπὸ Ἰάπυγος, ὃν ἐκ Κρήσσης γυναικὸς Δαιδάλῳ γενέσθαι φασὶ καὶ ἡγήσασθαι τῶν Κρητῶν· Τάραντα δ᾽ ὠνόμασαν ἀπὸ ἥρωός τινος τὴν πόλιν [Parlando della fondazione (di Taranto) Antioco dice che, finita la guerra messenica, quelli degli Spartani che non avevano partecipato alla spedizione (divenuti) schiavi) furono pure chiamati iloti, chiamavano parteni i loro figli nati durante la spedizione e li ritenevano indegni. Questi non sopportandolo, erano molti, cospirarono contro i rappresentanti del popolo. Questi essendosene accorti, mandarono alcuni che fingendo amicizia avevano il compito di trarre informazioni sul complotto. Tra questi (i congiurati) c’era anche Falanto che sembrava essere il loro capo, anche se non era gradito generalmente a tutti i (congiurati) nominati. Si era stabilito che nel corso delle feste in onore di Apollo Giacinzio mentre la gara si svolgeva nell’Amicleo quando Falanto si fosse messo in testa il cappello l’attacco sarebbe stato scatenato. I rappresentanti del popolo erano riconoscibili dalla  erano riconoscibili dalla capigliatura. Avendo i compagni di Flanto rivelato involontariamente il piano e celebrandosi i giochi, un araldo fattosi avanti disse che Falanto non doveva mettersi il cappello. Accortisi che la congiura era stata scoperta, alcuni fuggirono, altri si misero a supplicare. (I rappresentanti del popolo) dopo aver ordinato loro di farsi coraggio li misero sotto custodia e inviarono Falanto al tempio del dio (Apollo) perché lo consultasse circa il suo esilio da commutare in fondazione di una colonia.Egli (il dio) rispose: – Ti concedo Satyrion e il ricco paese di Taranto e di diventare la rovina per gli Iapigi -. I Parteni dunque andarono con Falanto e li accolsero i barbari e i Cretesi che avevano occupato il luogo. Dicono che fossero quelli  che avevano navigato con Minosse alla volta della Sicilia e che, dopo la sua morte sopraggiunta a Camico alla corte di Cocalo, salpati dalla Sicilia, durante il ritorno capitarono qui; che alcuni di loro poi, avendo percorso a piedi la costa adriatica finio alla macedonia furono chiamati Bottiei. (Dicono che) furono chiamati tutti Iapigi fino alla Daunia da Iapige, il quale sarebbe nato a Dedalo da una donna cretese e che egli abbia guidato i Cretesi. Chiamarono la città Taranto da un eroe).

Lo stesso Strabone ci tramanda poco dopo nello stesso capitolo dello stesso libro la testimonianza di un altro storico del V secolo a. C., Eforo:   Οἱ δὲ σταλέντες κατελάβοντο τοὺς Ἀχαιοὺς πολεμοῦντας τοῖς βαρβάροις, μετασχόντες δὲ τῶν κινδύνων κτίζουσι τὴν Τάραντα [Essi (i Parteni) dopo essere partiti (da Sparta per fondare una colonia) trovarono gli Achei che combattevano con i barbari e condividendo i pericoli fondano Taranto).

Le fonti successive a queste non dicono nulla di diverso: Giustino (II secolo d. C.) nell’Epitome delle Storie Filippiche (l’originale è andato perduto) di Pompeo Trogo (I secolo a. C.-I secolo d. C.): III, 4, 10-18: Itaque nec salutatis matribus, e quarum adulterio infamiam collegisse videbantur, ad sedes inquirendas proficiscuntur; diumque et per varios casus iactati tandem in Italiam deferuntur et occupata arce Tarentinorum, expugnatis veteribus incolis, sedem ibi constituunt. Sed post annos plurimos dux eorum Phalantus per seditionem in exilium proturbatus Brundisium se contulit, quo expulsi sedibus suis veteres Tarentini concesserant. His moriens persuadet ut ossa sua postremasque reliquias conterant et tacite spargi in foro Tarentinorum curent; hoc enim modo recuperare illos patriam suam posse Apollinem Delphis cecinisse. Illi arbitrantes eum in ultionem sui civium fata prodidisse praeceptis paruere. Sed oraculi diversa sententia fuerat. Perpetuitatem enim urbis, non amissionem hoc facto promiserat. Ita ducis exulis consilio et hostium  ministerio possessio Tarentina Partheniis in aeternum fundata, ob cuius benefici memoriam Phalanto divinos honores decrevere [E così (i Parteni) senza neppure salutare le madri dal cui adulterio sembravano aver assunto l’infamia, partono per cercare (nuove) sedi; sballottati a lungo e da varie peripezie finalmente sono sospinti in Italia e qui pongono le loro sedi dopo aver espugnato la rocca dei Tarentini e cacciato i vecchi abitanti. Ma dopo parecchi anni il loro capo Falanto colpito da una condanna all’esilio nel corso di una rivolta si portò a Brindisi, dove si erano rifugiati i Tarentini espulsi dalle loro sedi. In punto di morte li convince a ridurre in polvere le sue ossa e gli ultimi resti e a curare che siano in silenzio sparsi nella piazza dei Tarentini; (dice che) Apollo a Delfi aveva vaticinato che essi in questo modo potevano recuperare la patria. Essi, pensando che per vendicarsi dei suoi cittadini avesse ad inganno svelato l’oracolo, obbedirono all’ordine. Ma diverso era stato il responso dell’oracolo. Con quel gesto infatti aveva promesso il possesso perpetuo, non la perdita della città. E così, grazie alla saggezza del capo esule e alla disponibilità dei Tarentini fondato in eterno il possesso di Taranto per i Parteni, a ricordo di questo beneficio decretarono a Falanto onori divini).

Servio (IV secolo a. C.), Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, III, 551): HERCULEI SI VERA EST FAMA TARENTI  fabula talis est: Lacones et Athenienses diu inter se bella tractarunt et, cum utraque pars adfligeretur, Lacones, quibus iuventus deerat, praeceperunt ut virgines cum quibuscumque concuberent. Factum est ita et cum post sedata bella iuventus incertis parentibus nata et patriae erubesceret et sibi esset obproprio, nam partheniatae dicebantur, accepto duce Phalanto, octavo ab Hercule, profecti sunt, delatique ad breve oppidum Calabriae, quod Taras, Neptuni filius, fabricaverat, id auxerunt et prisco nomine appellaverunt Tarentum (SE È VERA LA FAMA DELL’ERCULEA  TARANTO il mito è questo: I Laconi e gli Ateniesi a lungo furono in guerra e poiché entrambe le parti soffrivano, i Laconi ai quali i giovani erano venuti meno, stabilirono che le vergino giacessero con chiunque. Avvenne così che a guerra finita,  essendo la gioventù nata da padri incerti motivo di vergogna per la patria e di disonore a se stessa, infatti erano chiamati parteniati [alla lettera figli di vergini o, più correttamente, di donne non sposate], accolto come capo Falanto, ottavo discendente di Ercole, partirono e, sospinti verso una piccola città della Calabria, che Taras, figlio di Nettuno, aveva edificato, la ingrandirono e la chiamarono Taranto con l’antico nome).

Per completezza va detto che anche gli Spartani entrarono in contatto con i Tarentini secondo Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Antiquitates Romanae, XIX, 3: Λευκίππῳ τῷ Λακεδαιμονίῳ πυνθανομένῳ ὅπου πεπρωμένον αὐτῷ εἴη κατοικεῖν καὶ τοῖς περὶ αὐτόν, ἔχρησεν ὁ θεὸς πλεῖν μὲν εἰς Ἰταλίαν, γῆν δὲ οἰκίζειν, εἰς ἣν ἂν καταχθέντες ἡμέραν καὶ νύκτα μείνωσι. Καταχθέντος δὲ τοῦ στόλου περὶ Καλλίπολιν ἐπίνειόν τι τῶν Ταραντίνων ἀγασθεὶς τοῦ χωρίου τὴν φύσιν ὁ Λεύκιππος πείθει Ταραντίνους συγχωρῆσαί σφισιν ἡμέραν αὐτόθι καὶ νύκτα ἐναυλίσασθαι.  Ὡς δὲ πλείους ἡμέραι διῆλθον, ἀξιούντων αὐτοὺς ἀπιέναι τῶν Ταραντίνων οὐ προσεῖχεν αὐτοῖς τὸν νοῦν ὁ Λεύκιππος, παρ᾽ ἐκείνων εἰληφέναι λέγων τὴν γῆν καθ᾽ ὁμολογίας εἰς ἡμέραν καὶ νύκτα· ἕως δ᾽ ἂν ᾖ τούτων θάτερον, οὐ μεθήσεσθαι τῆς γῆς. Μαθόντες δὴ παρακεκρουσμένους ἑαυτοὺς οἱ Ταραντῖνοι συγχωροῦσιν αὐτοῖς μένειν (Allo spartano Leucippo, che aveva chiesto dove fosse destinato a lui e ai suoi compagni aver la sede, il dio rispose di navigare verso l’Italia, di abitare una terra in cui una volta sbarcati fossero rimasti un giorno e una notte. Sbarcata la spedizione nei pressi di Gallipoli, uno scalo dei Tarantini, Leucippo, estasiato dalla natura del posto, convince i Tarantini a consentire loro di accamparsi lì un giorno e una notte. Dopo che passarono parecchi giorni e i Tarantini gli chiesero di andar via Leucippo non diede loro retta, dicendo di aver ricevuto  da loro la terra secondo l’accordo per giorno e notte: finché ci fosse stato uno di questi, non avrebbe restituito la terra. I Tarantini, avendo capito di essere stati imbrogliati, permisero loro di restare).

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

 

 

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1 Tarentini Achaei=I Tarentini Achei. “Sotto il nome di Tarentini Achaei debbono intendersi i primi coloni di questa Città, che furono i Noachidi, ossia i discendenti de’ nipoti di Noè, qual fu Taras, ovvero Tiras figlio di Giapeto. Presso tutt’i popoli primitivi della Grecia venne generalmente consacrato questo nome collettivo di Achaei, che significò nel loro linguaggio Aborigini, o senz’alcun capo, e principio, perciocché eglino si gloriavano di esser solamente indigeni del loro paese. L’emblema quindi, che fu sin dal principio da essi adottato, rappresentò bastantemente la loro origine, non che la fosoca posizione di questa Città da essi prima fondata sotto il nome di Taranto” (L. Cepolla, op. cit., pag. 10).

2 Tarentini Cretenses=I Tarentini Cretesi. “La venuta de’ Cretesi in Taranto nacque dall’aver voluto essi vendicare la morte del loro Re Minos accaduta presso Cocalo Re della Sicilia; e fu perciò, che dopo di aver trucidati gli Achei dominatori di Taranto, i Cretesi vi si stabilirono colle loro genti sino alla venuta della colonia condotta da Falanto Spartano. Ecco perché in una dell’antiche Medaglie di detta Città si osserva l’Aquila colle ali aperte, ed avente negli artigli i fulmini. Questo emblema fu proprio de’ Cretesi, come si è osservato di sopra, perché da loro si adorava Giove, a cui dall’antichità fu consacrata l’Aquila” (L. Cepolla, op. cit., pagg. 10-11).

3 Tarentini Spartiates=I Tarentini Spartiati. “L’ultimo periodo dell’antica storia di questa Città si trova essere stato quello della venuta della colonia di Falanto co’ suoi Parteni, ossia Spartani. Quindi è assai facile di dar la ragione dell’emblema rappresentante l’Eroe Falanto a cavallo, e della clava di Ercole; perciocché gli Eraclidi, da’ quali direttamente procedevano gli Spartani, erano i veri discendenti di Ercole” (L. Cepolla, op. cit., pag. 11).

4 L. Cepolla, op. cit., pag. 4.

 

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (2/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

DISTRETTO DI LECCE

1bis

 

Ecco i dettagli citati nell’opuscolo: “1) Minerva progrediente col motto Lycii Japygum ultima colonia1; 2) Il dio Pane, ed il Lupo, col motto Lycii Japygo-Messapii2; 3) L’Aquila, che nasconde la testa tra le nuvole, col motto allusivo Lycii Cretenses et Salentini3″4.

Procederemo ora ad esaminarli uno per uno partendo dal basso e aggiungeremo anche la descrizione di quei dettagli che nell’opuscolo non sono citati.  Faremo così anche con le altre tre facce dedicate agli altri distretti.

“L’Autore vuole ancora, che il pubblico abbia la conoscenza di una sua latina iscrizione, da lui fatta per l’Aguglia medesima, nella quale essa non vedesi scolpita per causa della di lui assenza da Lecce. Egli ben si lusinga di meritarne alcun favorevole suffragio, che vale sempre più di quello, che gli verrebbe dall’opera dello scalpello.

FERDIN. I Siciliarum Regum omnium optumo

  1. F. invicto Augusto

                  Viam hanc Praetoriam,

                                Quod,

Ubi eam fieri concessit, suum etiam sacrum

               nomen commendaverit,

Moxque, ut abs Tarento Neapolim usque

                          sterni jusserat,

Ipsum quoque ad quatuor Salenti regiones

                extendendam permiserit,

Ad perpetuum istius beneficii memoriam servandam,

Qua harum viarum caput occurrit, pyramide

                         a solo excitata,

Cunti5 hujus, populique

Concordibus, gratisque animis consecrarunt.

  1. AE. Chr. MDCCCXXII6

 

Eccone la traduzione linea per linea, nei limiti del possibile:

A Ferdinando I il migliore di tutti i re delle Sicilie,

pio felice invitto Augusto.

Questa via pretoria,

poichè

quando concesse che fosse costruita, anche il suo sacro

nome (le) diede,

e ora, come da Taranto fino a Napoli

aveva disposto che fosse spianata,

che essa pure alle quattro regioni del Salento

venisse estesa permise,

per conservare il perpetuo ricordo di questo beneficio,

dove è posto l’inizio di queste vie, una piramide

essendo stata elevata dal suolo,

tutte le istituzioni e i popoli di questa provincia

consacrarono con animo concorde e grato.

Nell’anno 1822 dell’era di Cristo.

 

Sul monumento, invece, venne incisa quella che all’inizio abbiamo riprodotto e che qui replichiamo.

Traduzione: A Ferdinando I di Borbone molto provvido re del Regno delle Due Sicilie, restauratore della pubblica felicità, poiché diede ordine che la via rotabile da tutti i principi prima intentata, opportunissima per il commercio della provincia otrantina e delle confinanti, fosse spianata e che all’eternità del nome di Augusto fosse consacrata. I cittadini di ogni ordine, gli abitanti del posto ed i vicini, formulati voti augurali per la prosperità del principe e la saldezza della casa augusta, devotissimi alla sua potenza e maestà.

Poiché il Cepolla lamenta che l’iscrizione che aveva preparato non vedesi scolpita, che quella che oggi leggiamo presenta non solo discordanze testuali notevoli ma, soprattutto l’assenza di un dettaglio presente in ogni epigrafe che si rispetti, cioè  la data, bisogna concludere che la stessa fu apposta successivamente all’uscita dell’opuscolo cioè durante o dopo il 1827, a cinque o più anni dalla visita del sovrano (1822), a tre o più dalla sua morte (1 gennaio 1825).  Tutto ciò giustificherebbe l’assenza della data, anche se lo spazio libero del margine inferiore poteva benissimo contenere non una ma due linee, il che non esclude che almeno un rigo sia stato abraso (per vandalismo politico? e quando?), anche perché il dettaglio nella prima immagine anteriore al recente restauro, mostrerebbe, rispetto al secondo successivo al restauro qualche residuo di incisione.

Continuando l’esame della facciata dell’obelisco dedicata al distretto di Lecce incontriamo un’iscrizione non citata nel progetto del Cepolla. È un augurio di buon viaggio per chi è diretto ad Otranto. Alla stessa altezza nelle facce dedicate agli altri distretti leggeremo messaggi analoghi, anche loro, come questo, non citati dal progettista.

 

 

Per questa origine di Lecce dai Lici il Cepolla ha seguito Erodoto (V secolo a. C.) per il quale (Storie, VII, 170): Ὡς δὲ κατὰ Ἰηπυγίην γενέσθαι πλέοντας, ὑπολαβόντα σφέας χειμῶνα μέγαν ἐκβαλεῖν ἐς τὴν γῆν: συναραχθέντων δὲ τῶν πλοίων, οὐδεμίαν γάρ σφι ἔτι κομιδὴν ἐς Κρήτην φαίνεσθαι, ἐνθαῦτα Ὑρίην πόλιν κτίσαντας καταμεῖναί τε καὶ μεταβαλόντας ἀντὶ μὲν Κρητῶν γενέσθαι Ἰήπυγας Μεσσαπίους, ἀντὶ δὲ εἶναι νησιώτας ἠπειρώτας [(Si racconta) che come (i Cretesi) navigando giunsero presso la Iapigia una grande tempesta dopo averli sorpresi li scaraventò a terra; essendosi fracassate le navi non c’era nessuna possibilità per loro di tornare a Creta. Allora, dopo aver fondato la città di Hyrie, restarono passando ad essere, invece di Cretesi, Iapigi Messapi, continentali invece di isolani)].

Per completare il quadro di questa commistione va detto che per Erodoto i Lici provenivano da Creta; op. cit., VII, 92: Λύκιοι δὲ Τερμίλαι ἐκαλέοντο ἐκ Κρήτης γεγονότες, ἐπὶ δὲ Λύκου τοῦ Πανδίονος ἀνδρὸς Ἀθηναίου ἔσχον τὴν ἐπωνυμίην (i Lici originari di Creta si chiamavano Termili ma presero il nome da Lico figlio dell’ateniese Pandione).

Anche se il Cepolla non lo dice espressamente, per lui Lecce è, pure etimologicamente parlando, da Lici). Sull’origine cretese dei Salentini ecco come si esprime Strabone (I secolo a. C.-I d. C.), Geographia, VI, 3: Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν (Dicono che i Salentini sono coloni dei Cretesi).

Questo dettaglio, insieme col successivo, si ripete, come abbiamo già detto, tal quale sulle altre tre facce. Si è pure detto che nell’opuscolo si parla solo di “uva intrecciata con frondi di ulivo”: le spighe di grano, che nel monumento hanno una rilevanza figurativa pari, come si può agevolmente notare, al ramo d’ulivo e al tralcio d’uva, non compaiono.

Anche questo dettaglio, insieme col precedente, si ripete tal quale sulle altre tre facce, riferendosi ad elementi perfettamente comuni ai quattro distretti.

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/  

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/            

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1 Lycii Japygum ultima colonia= I Lici ultima colonia degli Iapigi. “I discendenti di Giapeto rappresentati generalmente da tutti questi popoli [Siri-Egizi, Babilonesi ed Assiri] devono certamente considerarsi come gli autori dell’origine del loro nome collettivo di Giapigi nella prima epoca della civilizzazione dei nostri aborigeni…restò in fine riconosciuta per ultima colonia de’ cosiddetti Giapigi la Città di Lecce…chiara, ed evidente pruova nell’istessa significazione del primo di lei nome, che fu quello di Sybaris, dappoiché secondo il linguaggio Caldeo significa Figli della divinità del Sole. Quindi è ben agevole comprendere la ragione dell’assunto di loro emblema della Dea Minerva progrediente, poiché in siffatta guisa restò abbastanza definito il carattere della loro origine Achea, essendo stata Minerva la prima condottiera delle principali colonie di tali Genti”. (L. Cepolla, op. cit., pagg. 7-8).

2 Lycii Japygo-Messapii=I Lici Iapigo-Messapi. “Il secondo periodo dell’antica storia di questa Città si rinviene facilmente nella politica, e religiosa riunione dei primitivi Giapigi co’ popoli Messapi, ossia cogli altri nostri primi coloni  Arabo-Egizi, giacchè tanto per l’appunto suona letteralmente il nome Messapus. Imperciocché non vi è dubbio, che il culto del Sole fu proprio dei Babilonesi, e degli Assiri, non che degli Arabo-Fenici, e degli Egizi, i quali adorarono la natura sotto tutt’i rapporti della fisica rappresentazione di tutti i di lei effetti; e da ciò avvenne, che fu da loro immaginato il Dio Pane, il quale colla sua figura rappresentava tutto l’ordine della natura” (L. Cepolla, op. cit., pag. 8).

3 Lycii Cretenses et Salentini=I Lici Cretesi Salentini. “L’ultimo periodo dell’antica storia di questa Città…può bene attribuirsi intieramente al glorioso avvenimento del governo della Dinastia Cretese sopra tutta questa Provincia. Licio Idomeneo, tanto per effetto delle sue armi, che per mezzo del matrimonio che contrasse con Evippa figlia di Malennio Re dei Messapi, fondò il suo trono sopra tutti i popoli di questa Penisola…Meritò quindi a buon diritto codesto sì grande avvenimento di esser consacrato all’immortalità coll’emblema di un’Aquila, che innalza la sua testa sopra le nuvole. Si sa, che l’Aquila è sacra a Giove, il quale nacque in Creta sul Monte Ida, onde i Cretesi assunsero per emblema nazionale il divino Augello. Qui ella figura, che vola, e nasconde la testa nelle nuvole per indicar la sublimità dell’origine del prototipo di siffatto emblema, qual fu Giove, padre degli uomini, e degli Dei” (L. Cepolla, op. cit., pag. 8).

4 L. Cepolla, op. cit., pag. 3.

5 Per Cuncti.

6 L. Cepolla, op. cit., pag. 16.

 

Manduria: un’iscrizione, un romanzo storico, un reportage

di Armando Polito


I tre nomi comuni  che nel titolo accompagnano quello della città in cui sono nato risultano collocati in ordine cronologico. Nella trattazione, tuttavia, comincerò dal reportage perché questo mio post non sarebbe stato scritto se non avessi letto ieri quello a firma di Alessandro Romano in Fra le “SCRASCE”  su Facebook. Ad essere pignoli, però, va detto che Alessandro l’aveva già pubblicato il 4 settembre 2015 sul suo blog (http://www.salentoacolory.it/la-chiesa-ipogeo-di-san-pietro-mandurino/), cui, infatti, il post facebookiano rimanda.  Le ragioni di tanta pignoleria cronologica si capiranno fra poco.

Da lì ho tratto la foto dell’epigrafe che, naturalmente, è la protagonista più antica. Di seguito le mie trascrizione e traduzione, nonché qualche nota esplicativa. Per il contesto dell’epigrafe e per tutto il resto rinvio al post di Alessandro.

 

D(EO) O(PTIMO) M(AXIMO)

TEMPLUM HOC VETUSTISSIMUM APOSTOLORUM PRINCIPI SACRUM MANDURIENSIUM PIETATIS NOBILE MONUMENTUM SAECULORUM DECURSU FERE COLLAPSUM IOANNES BAPTISTA LABANCHI URITANUS PRAESUL INCOLATUS SUI HIC ANNO TERTIO RESTAURARI CURAVIT ET SOLEMNI RITU DIVINO CULTUI RESTITUIT DIE ANTIOCHAENAE  CATHEDRAE DICATA ANNI DEI MDCCXXIV

A Dio Ottimo Massimo. Giovanni Battista Labanchi vescovo di Oria1 nel terzo anno di sua residenza qui curò che questo tempio antichissimo  consacrato al principe degli Apostoli, nobile testimonianza della religiosità dei manduriani, quasi crollato per il trascorrere dei secoli, fosse restaurato e con rito solenne lo restituì al culto divino nel giorno dedicato alla cattedra di Antiochia2 dell’anno di Dio 1724

Non c’è nulla di strano che un’epigrafe entri nel tessuto narrativo di un romanzo, tanto più se esso è storico. Nel nostro caso si tratta de Il segreto della cripta messapica di Pietro Francesco Matino, CIESSE Edizioni, 2015. La lettura, per quanto parziale in rete (https://books.google.it/books?id=K99nBwAAQBAJ&pg=PT60&dq=IOANNES+BAPTISTA+LABANCHI&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjb6JC0wv_WAhUGuxQKHcKZDrYQ6AEIJjAA#v=onepage&q=IOANNES%20BAPTISTA%20LABANCHI&f=false) mi consente di precisare che il romanzo risulta stampato nel mese di marzo (esso precede,quindi, di pochi mesi il post di Alessandro; è solo una precisazione di natura cronologica, non avendo il reportage e il romanzo  nulla in comune se non il dettaglio dell’epigrafe) e di riprodurre in formato immagine la trascrizione che vi si legge.

Lascio al lettore scoprire, originale sotto gli occhi, le differenze sulle due tracsrizioni e dare un giudizio sulla maggiore o minore fedeltà dell’una rispetto all’altra. Si tratta, comunque di dettagli di scrittura epigrafica  che non avrebbero comportato alterazione del significato se nel romanzo fosse stata fornita la traduzione.

 

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1 Dal 27 maggio 1720  al 23 luglio 1745.

2 Secondo il Martirologio romano Il 22 febbraio; quello dedicato alla cattedra di Roma il 18 gennaio. Oggi le due commemorazioni avvengono il 22 febbraio.

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (1/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Il ritmo frenetico della vita moderna scandito dall’uso sistematicamente esagerato e controproducente per tutti e per tutto (basta pensare al danno ambientale e alla paradossale perdita di tempo dovuta alle difficoltà di circolazione a causa del numero esorbitante dei veicoli in movimento in un certo tempo e in un certo tragitto) dell’auto ha precluso ogni possibilità di meditare su alcuni aspetti del paesaggio, naturale o no, nonché dell’arredo urbano in cui ad una semplice epigrafe e, nei casi più complessi, ad un vero e proprio monumento era affidato il compito di tramandare una memoria e di risvegliare con essa in chi si trovava a passare (a piedi!) nei paraggi la curiosità e, dunque, la voglia di approfondire e conoscere.

Oggi, per esempio,  un malcapitato obelisco che si trovi al centro di un quadrivio sembra assolvere ad una funzione più tecnica che storico-artistica, quella di consentire l’eliminazione dei semafori, ridotto al rango di una semplice rotatoria a costo zero. Poteva sottrarsi a questa fine l’obelisco di Porta Napoli a Lecce che, in fondo, per quanto si dirà, pur nella dominante valenza commemorativa del potere, aveva fin dalla nascita tutte le caratteristiche di una rotatoria?

Non è fuori luogo, a tal proposito, far notare come l’area gradinata su cui sorgeva il monumento era quadrata (la foto d’epoca è tratta da Giuseppe Gigli, Il tallone d’Italia, I, Lecce e dintorni, n. 61 della serie Italia artistica diretta da Corrado Ricci, Istituto italiano d’arti grafiche editore, Bergamo, 1911; tutte le altre corredanti il testo sono degli autori e di Corrado Notario), mentre quella attuale, esagonale, rivela l’avvenuta mutilazione degli angoli del quadrato originario.

Non sappiamo quando tale mutilazione avvenne. Ricordiamo che il monumento venne realizzato per celebrare la visita a Lecce nel 1822 di Ferdinando I di Borbone1, ma, se tutte le fonti sono concordi nell’attribuire la sua realizzazione allo scultore Vito Carluccio di Muro Leccese, estremamente variabile è il range temporale del periodo di esecuzione (1820-1842).2

Ma già prima il monumento era stato oggetto di “manomissione” se in un trafiletto de Il cittadino leccese del 13 dicembre 1870 si legge, col titolo Senso comune, sottotitolo Decoro e bellezza della città: “Uscendo dalla porta detta di Napoli, v’imbattete in una specie di costruzione che, pel tempo in cui fu fatta, non era poi delle più spregevoli. Vogliamo parlare dell’obelisco, posto nel punto d’intersezione delle due strade che corrono l’una verso Taranto e l’altra intorno della città. Ora noi crediamo che quell’obelisco, quelle mezze colonne stirate ed ornate con vasi di fiori, e quei canapè di pietra leccese che veggonsi collocati simmetricamente, in giro di esso, furono con una spesa non lieve (si figurino!) eseguiti non a solo fine di abbellire e decorare convenientemente quel luogo, ma a qualche altro ancora, che osservando il malvagio stato in cui vediamo ridotto quel quadrivio, non sapremmo ben diffinire; e vorremmo esserne istruiti dalla cortesia di chi non dovrebbe ignorarlo. Attenderemo adunque che il nostro giustissimo desiderio fosse appagato, per dire su quel luogo, e su l’obelisco di porta a Napoli un’ultima parola”.3

Non abbiamo la pretesa con questo modestissimo contributo, che nulla aggiunge a ciò che da sempre è noto a chi di queste cose si interessa per lavoro o per passione, di contenere e tanto meno di invertire una tendenza in atto; non ci auguriamo neppure che, in concreto, un automobilista rallenti in prossimità di questo monumento per lanciare uno sguardo, per quanto fugace, suscitando le ire di chi lo segue e propiziando pure qualche incidente. La nostra fatica non sarebbe stata vana se solo fossimo riusciti attraverso queste poche note ad educare, prima di tutti noi stessi, ad abbandonare, per quanto è possibile, l’inveterata abitudine di considerare non più degno di considerazione ciò che si vede ogni giorno e del quale crediamo di conoscere tutto.

Nella lettura del monumento che ci accingiamo a fare non ci lasceremo sfuggire la fortunata circostanza che il suo stesso progettista4 ce ne ha lasciato, in un opuscoletto5 dal titolo un po’ altisonante, ampia descrizione insieme con l’interpretazione dei singoli dettagli; fortunata circostanza perché così si eviterà il rischio di superfetazione sempre in agguato quando si tenta di commentare qualsiasi manufatto artistico, da una poesia ad una statua,  da una pittura ad una cattedrale o, come nel nostro caso, un obelisco; il che non significa, altrimenti sarebbe plagio, che rinunceremo a riportare le nostre riflessioni, anche perché non di  tutti i dettagli è presente nell’opuscoletto la descrizione e l’interpretazione.

Prima di cominciare, però, dobbiamo segnalare la strana notizia che Pietro Palumbo ci ha lasciato in Storia di Lecce, (citiamo dall’edizione Congedo, Galatina, 1991, 2a ristampa fotomeccanica della prima edizione uscita a Lecce nel 1915 per i tipi dello Stabilimento tipografico Giurdignano, p. 306): In quelle (le facce) dell’obelisco furono messi gli emblemi dei quattro capoluoghi della Provincia e le relative iscrizioni latine furono composte da Monsignor Rosini vescovo di Pozzuoli e dall’Abate don Angelo Antonio Scorti6.

Per comodità espositiva divideremo il monumento in nove parti: un’area a forma di ottagono irregolare (a) articolata, mediante tre gradini su ogni lato in tre piani sull’ultimo dei quali poggia un parallelepipedo a base quadrata (b) che ne regge uno simile ma di dimensioni ridotte  press’a poco della metà (c); segue una base con una cornice convergente all’interno (d) che regge una parte cubica (e) sormontata da una cornice aggettante (f); a seguire un parallelepipedo (g) da cui  si diparte un tronco di piramide (h) sul quale poggia la parte terminale cuspidata (i).

Sulla faccia di c rivolta verso Porta Napoli c’è una lunga iscrizione della quale ci occuperemo più in là.

Sulle quattro facce del cubo (e) è rappresentato lo stemma della Terra d’Otranto (ora della Provincia di Lecce) che mostra un delfino mentre azzanna la mezzaluna7 sul campo dello stemma d’Aragona con i quattro pali originari, però, diventati bande oblique per la diversa postura del delfino,  ma anche per creare una sorta di continuità con le bande delle tre altre consimili raffigurazioni.

Le facce del tronco di piramide si presentano divise in cinque settori, i primi tre dei quali, per ogni faccia, sono dedicati ai quattro distretti dell’antica Terra d’Otranto: Lecce, Gallipoli, Taranto e Brindisi, con un orientamento direzionale  coincidente con quello dei rispettivi percorsi di cui l’obelisco rappresenta contemporaneamente il punto di arrivo da e il punto di partenza per. La decorazione per gli altri due settori di ogni faccia è comune a quella delle altre (dal momento che celebra caratteristiche comuni), perciò verrà riprodotta, più avanti, solo quella del distretto di Lecce.

Di essa così scrive il progettista nel suo opuscolo (op. cit., pag. 3): ”Nella cima della Colonna si deve scolpire l’effigie della Costellazione Celeste, che domina la provincia di Terra d’Otranto, ossia il Leone, il quale deve contenere tutto il suo corpo, compresa anche la coda, ventisette stelle, col motto allusivo Benigno hoc sydere nati. Appresso vi si deve scolpire dell’uva intrecciata con frondi di ulivo, e col motto parimenti allusivo Bacchi, et Minervae munera indigenis propria”. In realtà di stelle ne compaiono otto, dislocate correttamente come mostra il raffronto con la mappa astronomica.

Inoltre, come si vedrà più avanti, le fronde di ulivo saranno accoppiate anche a dei fasci di spighe di grano. Com’è noto, il Leone che, insieme con il Sagittario e l’Ariete è un segno di fuoco, copre il tempo tra il 23 luglio e il 23 agosto e perciò ben si addice a simboleggiare, al di là delle idee di potenza e dominio, il clima della nostra terra e in particolare i frutti che si raccolgono proprio nel periodo prima indicato (il grano) o che in tale periodo vivono una fase fondamentale del loro sviluppo e maturazione (olive e uva). A questa scelta del Cepolla probabilmente non sarà stato estraneo il ricordo della rappresentazione del mese di agosto nel mosaico della cattedrale di Otranto.

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

                                  

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1 Così si legge in Maria Bianca Gallone, Lecce e la sua provincia, Edizioni Sussurro, Lecce, 1968, p. 93; ribadito in Florinda Cordella, Lecce e il Salento, Touring Club Italiano, 2005, p. 25. Questa nota non è presente nella pubblicazione originale ma è stata qui ora aggiunta per presa d’atto di quanto si legge, a firma di Niceta Maggi nel foglio locale Il Bardo, XXIV, 1, Marzo 2015. Di seguito citiamo in grassetto e volta per volta replichiamo in corsivo.

Nel 2015 l’amico Andrea Tondo pubblicò il volume Dal giglio dedi Borbone al Tricolore d’Italia dove fra l’altro dedicò l’Appendice ad una inaspettata “breve cronaca della costruzione dell’Obelisco dedicato al Re Ferdinando I di Borbone che segnava l’inizio della strada Ferdinandiana”. Ebbene, quest’appendice faceva giustizia di molte “leggende” che sul monumento circolavano e purtroppo ancora circolano. Il non aver letto questo fondamentale contributo non ha permesso agli autori di un recente saggio intitolato L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (Il delfino e la mezzaluna n. 3) di cadere sugli stessi errori come, per esempio, quello di credere che l’obelisco stesso fu innalzato per una mai avvenuta visita di Ferdinando I a Lecce: in quegli anni, (dal 1822) il re, com’è noto, aveva ben altri problemi e spesso era per lunghi periodi fuori dal Regno. Comunque sia, il problema non è questo.

Premesso che la mancata involontaria lettura di un fondamentale contributo può capitare a chiunque, un “auspicata” aggiunto a “visita” avrebbe forse aiutato a capire meglio l’incongruenza tra il 1822 presente nell’iscrizione tramandataci dal Cipolla e la sua assenza su quella del monumento (L’autore vuole ancora, che il pubblico abbia la conoscenza di una sua latina iscrizione, da lui fatta per l’aguglia medesima, nella quale essa non vedesi scolpita per causa della di lui assenza da Lecce). In parole povere: è pensabile che un simile monumento fosse realizzato senza l’intento di invitare, anche ad alcuni anni dal suo compimento, l’augusto dedicatario che non si sarebbe certo lasciato sfuggire, secondo un’abitudine inveterata e perseverante fino ai nostri giorni, una simile occasione? Che poi la speranza andò delusa perché il re aveva ben altri problemi che non fossero connessi con una banale diarrea è provato anche dall’assenza della notizia di tale vidita nei giornali dell’epoca.

Nessuno di questi studi, tranne l’accenno che ha fatto V. Cazzato sul catalogo Foggia Capitale. La festa delle arti nel Settecento (1998) ha messo in evidenza l’humus culturale dal quale proviene una proposta artistica del genere: questa è storia, storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet.

Di seguito il recensore si prolunga sull’humus egizio-napoleonico dell’obelisco che non contestiamo minimamente; aggiungiamo solo che esso, fatte le dovute tare stilistiche, non è affatto un fenomeno nuovo ma, tutt’al più, contingente, visti i famosi precedenti, solo per fare qualche esempio, di Sisto V con la sistemazione ad opera del Fontana degli originali egizi Vaticano (1586), Lateranense (1588), Flaminio (1589), di Pio VI  (con la sistemazione dell’originale egizio Montecitorio (1792). E, se gli esempi precedenti possono essere considerati come un recupero archeologico finalizzato alla celebrazione del potere ecclesiastico, l’obelisco carolino di Bitonto (iniziato nel 1736) ne costituisce il … contraltare laico. Insomma, l’humus evocato dal recensore era tanto banale che non ci è parso opportuno farne cenno. Per quanto riguarda, poi, la “storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet”: la tanto vituperata rete, e il suo uso critico, avrebbe consentito al recensore, “belleffatta” a parte, di riportare del padiglione e degli obelischi quanto meno l’olio di Salvatore Fergola (1799-1874) custodito nella Reggia di Caserta, e non l’anonima stampa mancante di qualsiasi indicazione relativa alla fonte. Dubitiamo che essa appartenga a qualche libro antico in vendita, magari, nella sua libreria e lo stesso dubbio formuliamo per l’immagine a corredo dell’articolo su Alberigo Longo, apparso, sempre a sua firma, sullo stesso numero; e, a proposito di numeri,  ci permettiamo di far notare che il simbolo del Bocchi di cui si parla e lì riprodotto non è il n. 147 ma il n. CXLV, come chiunque potrà controllare, sempre scomodando la rete, in https://books.google.it/books?id=JTi4-NPUQAYC&printsec=frontcover&dq=achille+bocchi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwikvOOy2PzWAhVMJcAKHbl1B94Q6AEIJjAA#v=onepage&q=achille%20bocchi&f=false.

E quindi, ogni tanto, bisogna studiare lontano dalla comoda, pigra e sviante postazione del proprio computer.

La raccomandazione finale della maestrina mal si concilia con l’assenza nella sua recensione di qualsiasi riferimento all’humus classico (non è questione di spazio …), ben più profondo ed antico di quello napoleonico orgogliosamente sbandierato; ma sarebbe pretendere troppo da chi probabilmente non conosce né il latino né il greco (tanto meno la storia delle rispettive civiltà), ma col suo belleffatta dimostra di non conoscere nemmeno l’italiano … “. E, a tal proposito, sempre sfruttando la rete, notiamo che belleffatto compare solo in Gian Gasparo Napolitano, Troppo grano sotto la neve, un inverno in Canada, Casa editrice Ceschina, Milano, 1936, p. 359 e in Marina Minghelli, I tossici, Armando Editore, Roma, 2008, p. 172. Non ci risulta che il Napolitano e la Minghelli abbiano acquisito autorevolezza tale da far entrare “belleffato” nel novero dei lemmi registrati anche dal più scadente dei vocabolari. Ci riuscirà il Maggi?   

2 Vedi Mario Falco, Il neo classico a Lecce, in La zagaglia, anno X, N. 38 (giugno 1968), p. 217.

3 Già poco dopo la sua realizzazione il monumento era stato oggetto di “attenzione” politica con manifestazioni vandaliche da parte degli antiborbonici. Sull’argomento vedi Nicola Vacca, I Carbonari e l’obelisco di porta Napoli, in Rinascenza salentina, anno II (1934), pagg. 158-160. Gli autori ringraziano la signora Mariagrazia Presicce per aver fornito la copia fotostatica dell’articolo de Il cittadino leccese.

4 Luigi Cepolla, nato nel 1766 a San Cesario di Lecce, era un avvocato, docente di diritto a Napoli,  con la passione dell’archeologia e dell’epigrafia. Ebbe l’onore di vedere esaminate le sue carte dal Mommsen e nello stesso tempo la sfortuna della stroncatura da parte del maestro tedesco che in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

Il giudizio negativo sull’attendibilità scientifica del Cepolla verrà ribadito successivamente da L. G. De Simone che in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese. Dello stesso parere Luigi Maggiulli e Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere. Il Castromediano ribadirà la stroncatura affinando la mira nella sua Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, p. 23 nota 1: … la sua [dell’obelisco] composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati. Anche se, come tenteremo di dimostrare, indecifrabili stramberie ci pare un po’ esagerato e se la celebrazione della componente cretese poteva forse avvenire in un modo meno prolisso, ci chiediamo, maliziosamente forse, se Coppola invece di Cepolla sia un refuso o una forma originalissima di damnatio memoriae, anche se una coppola vale certamente più di una cipolla …

Pure Nicola Vacca, op. cit. p. 159, era stato poco tenero con lui: Gli emblemi, i simboli dell’obelisco furono ideati ed illustrati stranamente dall’avv. Luici Cepolla.

Quanto ai brevi e pochi opuscoli, oltre la memorietta che citeremo in nota 3: Saggio d’idee filosofiche sopra la quistione più favorita del giorno. Qual è la migliore politica costituzione, Manfredi, Napoli, 1820;  Dissertazione sulla significazione del toro a volto umano usato comunemente per simbolo della Italia, della Sicilia, e di molte altre città greche in alcune loro più antiche medaglie, Nobile, Napoli, 1826; Saggio analitico di varii oggetti di morale, di scienze, di arti, e di bella ed amena letteratura, Chianese, Napoli, 1837; Breve componimento, Fratelli Cannone, Bari, 1841;  Breve cenno fugitivo della storia primitiva di Ugento, s. n., s. l., 1841 (?): Agesilao Milano: Storia del secolo XIX, Giuntini, Catania, 1862.

5 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827. Gli autori ringraziano Giovanna Falco peraverne fornito la copia fotostatica.

6 Carlo Maria Rosini, (1748-1836), vescovo di Pozzuoli dal 1797 fino alla morte, filologo. Ecco le sue benemerenze “laiche”: nel 1787 fu nominato da Ferdinando I titolare della Cattedra di Santa scrittura nella Regia Università di Napoli (in sostituzione di Nicola Ignarra nominato precettore del principe ereditario e poi re Francesco I), nel 1817 Presidente perpetuo della Società Reale Borbonica, nel febbraio 1822 presidente della Reale Biblioteca Borbonica, nel settembre dello stesso anno presidente della Pubblica Istruzione. Sterminata la serie delle sue pubblicazioni tra le quali spicca in campo scientifico Dissertationis isagogicae ad Herculanensium voluminum explanationem, Tipografia Regia, Napoli, 1797 (opera continuata dopo la sua morte dallo Scotti). Angelo Antonio Scotti (e non Scorti, come si legge nel libro del Palumbo) (1786-1845), arcivescovo di Tessalonica (dal 1843 fino alla morte), paleologo. Tra le sue numerose pubblicazioni, oltre la continuazione dell’opera del Rosini : Illustrazione di un vaso italo-greco del museo di mons. arcivescovo di Taranto, Stamperia Regia, Napoli, 1811; Memoria sopra un greco diploma esistente nel grande archivio di Napoli, s. n., s. l., 1813 (?); Dissertazione sopra un antico busto, Tipografia Trani, Napoli, 1815; Dissertazione sopra un antico mezzo busto falsamente attribuito ad Annibale cartaginese, Napoli, Tipografia Trani, 1816; Syllabus membranarum, Stamperia Reale, Napoli, 1824. I due si conoscevano e stimavano reciprocamente, stando a quanto si legge in Prospero De Rosa, Elogio istorico di Monsignor Carlo Rosini vescovo di Pozzuoli, Stamperia Reale, Napoli, 1841 (opera dedicata allo Scotti).

7 Questo elemento venne aggiunto dopo la cacciata dei Turchi (popolazione di cui la mezzaluna costituisce uno dei simboli)  ad opera di Alfonso d’Aragona nel 1481.

 

 

 

Giuliano di Lecce e la tormentata lettura di una sua epigrafe

di Armando Polito

Un grido di dolore si leva ogni tanto, nemmeno unanimemente, dal mondo della cultura per lo sfacelo progressivo del liceo classico perpetrato da burocrati ignoranti, sedicenti esperti al soldo del potere politico che mira a gestire cervelli acritici con abbaglio intermittente di dati ISTAT utilizzati parzialmente per un’interpretazione ad usum delphini di quelli globali, con una spruzzata, un po’ più copiosa in concomitanza di appuntamenti elettorali,  di dosi dopanti che già Giovenale quasi duemila anni fa stigmatizzò con il suo panem et circenses. Per tornare al classico: fra poco si proporrà lo studio del latino e del greco saltando la fase di acquisizione delle fondamentali norme grammaticali che a quel punto, debbo dire giustamente, sarebbe un’inutile perdita di tempo, visto che la meta finale è la lettura dei testi attraverso il riassunto della traduzione in italiano …

Da ex insegnante di queste materie debbo dire che io non sono indenne da colpe e ancora oggi mi tormenta il rimorso per non aver a suo tempo insistito sufficientemente nell’approvazione di mie, e solo mie, proposte in un periodo in cui il ministero competente si sciacquava la bocca raccomandando di privilegiare gli agganci con il territorio. Chissà agli occhi di quanti sarò sembrato un retrogrado e provincialotto quando senza mezzi termini ogni anno dichiaravo la mia disponibilità ad accompagnare i ragazzi solo in visite guidate e non nei viaggi d’istruzione, diventati col tempo viaggi-distruzione!

Si dirà che il nostro patrimonio culturale è tanto ampio che pone l’imbarazzo della scelta. Non mi pare una buona ragione per scegliere mete lontane quando conosciamo, se pure la conosciamo, solo una minima parte di quello che abbiamo in loco o nelle vicinanze più o meno immediate.

Forse sono un ingenuo e pure testardo e rincoglionito se, nonostante tutto, credo ancora oggi che una classe di un liceo classico  salentino, purché preventivamente, tempestivamente e convincentemente preparata, potrebbe non trovare a priori più allettante una gita a Roma piuttosto che, solo per fare un esempio, a Giuliano di Lecce e, per restringere ancor più la meta, lungo la sua via Regina Elena?

Una scelta così mirata sarebbe dettata anche dalla scarsa, direi nulla, dispersività, nello studio grazie alla concentrazione, proprio in quella via, di numerose epigrafi latine. La gita a Giuliano di Lecce (qualcuno rida pure …) rappresenterebbe la prima fase di un lavoro più complesso che, giocoforza, deve partire da dati concreti, materiali, le epigrafi, appunto, da congelare in foto per le quali oggi anche la più economica delle fotocamere digitali garantisce un sufficiente livello di definizione. Se, poi, il docente accompagnatore si porta appresso quella telecamera O fotocamera costata alla scuola una barca di euro e la utilizza in parallelo al lavoro di prima documentazione dei suoi ragazzi, non fa altro che il suo primo dovere; il secondo sarebbe quello di controllare l’esatta ubicazione (leggi numero civico) di ciascuna epigrafe ripresa; il terzo riguarderà, una volta tornati in sede, lo studio dei dati raccolti e la loro sistemazione in una relazione scritta. Nell’ultima fase sarà di aiuto fondamentale l’utilizzo della rete (in sala pc, non con lo smartphone in classe …), quella rete che, se fosse stata utilizzabile al tempo in cui ho insegnato e nell’abbondanza di documenti digitalizzati che solo oggi essa può offrire, avrei perso meno tempo e sarei stato certamente più efficace a spiegare ai ragazzi, per esempio, come certi testi sono giunti fino a noi, che significa collazione dei manoscritti, come il principio obsoleto ma prezioso anche oggi (non per i profitti delle multinazionali …) dell’usa e riusa s’incarni in un palinsesto. Tutto ciò esibendo virtualmente (ma in questi caso il virtuale vale quasi quanto il concreto) l’oggetto da intendere, condizione primaria, nel metodo induttivo, per passare al concetto, dal fenomeno alla regola.

Dopo questo piagnisteo sulle occasioni perse, passo ad altri il ruolo di protagonista fin qui assunto.

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un piacevole (anche per la vista grazie alle immagini, ma non si tratta di donnine più o meno discinte …) reportage (http://www.salentoacolory.it/epigrafi-nel-piccolo-salento-antico/) dal titolo Le sagge epigrafi del Piccolo Salento Antico, uno dei tanti, tutti interessantissimi, postato da Alessandro Romano sul suo blog. Dopo aver detto, è il minimo che possa fare, che, se nessuno ha pensato di conferirgli una laurea honoris causa, il suo blog dovrebbe essere assunto a modello di amore autentico per la propria terra e di corretta divulgazione della sua cultura, passo a lei, cioè all’epigrafe che mi ha ispirato questo post.1 La riproduco nella foto di Alessandro.

Nella didascalia si legge: Qui invece c’è un’esortazione al disprezzo verso la vita oziosa, il lavoro è un rimedio efficace contro la povertà: “Non amare il sonno affinché la povertà non ti opprima. Ciò che hai messo da parte sia di guadagno per l’erede. 1778”.

Quella riportata da Alessandro è la traduzione italiana. E qui scatta in me la deformazione professionale che mi spinge, direi obbliga ad un controllo, questa volta. del testo originale che è in latino e che io leggo così:

ex

Faccio osservare anzitutto che il supporto appare formato da due pezzi coerenti dal punto di vista dello stile e della scrittura epigrafica, nonostante la visibilissima diversa colorazione e l’asimmetricità delle due cornici. Ognuna delle sue parti contiene una citazione tratta dalle sacre scritture. La lettura risulta problematica per la prima linea, della quale, divise in due parti, restano tracce di scrittura nella prima e chiaramente leggibile solo M nella seconda.

Traduzione:

Confrontando la traduzione riprodotta da Alessandro con la mia, è evidente la differenza profonda del messaggio, per quanto saggio in entrambi i casi. Nel primo compare il concetto di povertà, nel secondo quello di bisogno. In latino povertà è paupertas, il bisogno è egestas e fra i due concetti la differenza è notevole perché la povertà comporta almeno il possesso del poco, il bisogno nemmeno quello. Una differenza abissale, poi, riguarda la seconda citazione. Nel primo caso cìè quasi l’invito ad accumulare beni, non per sé, ma per l’erede, strano concetto evangelico di elogio della ricchezza intesa come sistemazione della propria discendenza, quasi proiezione, tutta umana e per questo comprensibilissima, del proprio egoismo nel futuro. Non dico di non lasciare nulla ai figli e sperperare per sé tutto quello che si mette da parte, ma neppure dannarsi l’esistenza solo per loro e non augurarsi che, pur con il dovuto aiuto, si facciano da sé, il che, poi, è il modo migliore peché crescano spiritualmente sani …; nel secondo, invece, l’angoscioso interrogativo se valga la pena dannarsi l’anima per delle ricchezze certamente non traferibili nell’aldià (per chi ci crede, figurarsi per chi non ci crede …).

Se la differenza tra povertà e bisogno poteva apparire come una sottigliezza interpretativa, è la traduzione della seconda parte, tanto differente da quella del testo originale da me letto, che mi ha fatto venire il sospetto che provenisse da una lettura diversa. Sì, ma quale e di chi? Sarebbe come dire: qual è la fonte utilizzata da Alessandro?

La rete consente di scoprire, grazie alla sua disponibilità di una memoria quasi infinita e alla potenza dei motori di ricerca, di trasformare quel cretino velocissimo che è il pc in un formidabile strumento prima di controllo e poi di approfondimento della conoscenza.

Così è bastato solo qualche minuto per individuare la fonte della traduzione riportata e che qui riproduco dal link https://www.facebook.com/Liquilab/posts/1697621753611746:0 (da lì ho tratto pure la foto che segue).

Il post reca la data del 24 giugno 2017. Siccome quello di Alessandro reca la data del 26 dicembre 2016, è evidente è che non può essere stata la fonte, anche se la lettura del testo originale sembra avvicinarsi alla mia, a parte SOMNUM contro SOMNIUM, l’assenza del punto interrogativo dopo ERUNT, la penultima riga totalmente diversa e l’ultima, quella con la data, totalmente ignorata.

Un’ulteriore indagine mi fa approdare ben presto al link http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1986/IV/art/R86IV027.html, dove leggo:

In via Regina Elena, sull’architrave di una porta secondaria, di proprietà Fuortes, si legge: “Noli diligere somnum, ne te egestas opprimat. Quae parasti, cuius erunt lucro sunto. A. D. 1778”. “Non amare il sonno per non essere oppresso dal bisogno. I beni, che hai procurati, siano di guadagno per l’erede”. E’ superfluo notare che in una società preminentemente agricola, in cui il lavoro massacrante, il labar improbus, (almeno per gli humili genere nati) era necessario antidoto contro la miseria, è superfluo, dico, notare che in tale ambiente doveva risuonare, ammonitore e pungolante, l’invito: “Non dormire”. La seconda parte, invece, molto profonda, anche se paternalistica, (ma in quei tempi il tono paternalistico non era scandaloso, com’è oggi talvolta anche il tono paterno), è un avvertimento serio all’erede a considerare un guadagno da custodire gelosamente ciò che formava la sua eredità. Ma in questo mondo “Perpetua vice hominum res mutantur”, con vicenda perenne cambiano le cose degli uomini, perché “Or puoi veder, figliuol, la corta buffa / del ben che sono commessi a la Fortuna” (Dante-inferno, Canto VII; versi 61-62), che “Permuta” a tempo li ben vani / di gente in gente e d’uno in altro sangue, / oltre la difension di senni umani” (verso 79-81). 

L’articolo è a firma di Giovanni Prontera ed in calce si legge Banca Popolare Pugliese Tutti i diritti riservati © 2000. È la stampa dello stesso apparso in data dicembre 1986 in http://www.giulianodilecce.com/giovanni-prontera.php e, tal quale per quanto riguarda la nostra epigrafe, in “LA CAMPANA DEL VILLAGGIO” ed. 29/6/95.”STORIA” (così si legge in http://www.giulianodilecce.com/le-iscrizioni-di-giuliano.php).

Molto probabilmente Giovanni Prontera non potè leggere quanto pubblicato in A. Caloro, M. Monaco, F. Leonio, F. Fersini, Iscrizioni latine del Salento. Paesi del “Capo” di S. Maria di Leuca, Congedo, Galatina, 1998, p. 147.

Il lettore noterà la sostanziale coincidenza della mia lettura con questa, che, finalmente, dice la parola quasi definitiva, a parte quel poco che segue:

a) Non credo che nel 2000 o giù di lì fossero leggibili la D di D(EO) e la O di O(PTIMO). La lettura proposta è deduttiva perchè nelle epigrafi è normale trovare in quella posizione D. O. M. con le tre lettere uniformemente distanziate e nessun elemento, fregio compreso, che crei separazione. Qui bisognerenne immaginare D O a sinistra ed M a destra. Per questo nella mia trascrizione ho optato per il punto interrogativo.

b) Le parentesi quadre, che in epigrafia indicano le lettere illeggibili, non sono coerenti in un dettaglio la cui individuazione lascio al lettore.

Chi mi legge potrebbe pensare: – Ma che bravo ‘sto Polito! -. Se il pensiero è sincero lo invito a far controllare, comunque, da altri competenti quanto e più di me e di lui la fondatezza di quanto ho osservato (ad impedire, dunque, un’ulteriore proliferazione dell’errore, qualunque esso sia, tanto in rete che fuori), non senza aver prima spuntato una lancia a favore non solo di Alessandro, il cui rigore di divulgatore è fuori discussione, ma dello stesso professor Prontera che probabilmente avrebbe letto bene (e tradotto meglio, non fosse altro perché l’interpretazione sbrigativa, per usare un eufemismo, di quel cuius erunt con per l’erede e tutta la dotta consequenziale annotazione di natura sociologica non stanno né in cielo né in terra, e non solo grammaticalmente) se avesse potuto osservare l’epigrafe con un cannocchiale o fruire di una ripresa col teleobiettivo, che allora già esisteva).  Se, invece, il pensiero è sarcastico, evito, per educazione, di aggiungere a questa protesi di periodo ipotetico la relativa apodosi …

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1 Un’altra epigrafe era stata oggetto di studio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (seconda parte)

L'assedio di Brindisi_Figura 2

di Nazareno Valente

1.2 Iacta alea esto: Cesare varca il Rubicone (anno 49 a.C.)

Nel frattempo Cesare non era rimasto inattivo. S’era infatti portato a Ravenna («Ravennae substitit»)19, la città della Cisalpina più vicina al territorio italico, avendo con sé non più di trecento cavalieri e cinquemila opliti («Ἦσαν μὲν οὖν περὶ αὐτὸν οὐ πλείους ἱππέων τριακοσίων καὶ πεντακισχιλίων ὁπλιτῶν»)20 che, appena seppe della decisione del senato, mandò avanti segretamente verso il confine («praemissis confestim clam cohortibus»)21. Poi, per non destare sospetti, partecipò ad uno spettacolo pubblico, esaminò i progetti d’una scuola di gladiatori e, come d’abitudine, pranzò in compagnia.

Solo al tramonto partì a sua volta in gran segreto con una esigua scorta («Dein post solis occasum… occultissimum iter modico comitatu ingressus est»)22 fino a raggiungere in maniera avventurosa il Rubicone, dopo aver vagato a lungo («diu errabundus»)22, essendosi smarrito, alla ricerca della strada giusta.

Sulle rive del piccolo fiume sostò in silenzio ed esitò, riflettendo sulla gravità del gesto audace che stava per compiere («ἔστη σιωπῇ καὶ διεμέλλησεν, αὐτὸς ἄρα πρὸς ἑαυτὸν συλλογιζόμενος τὸ μέγεθος τοῦ τολμήματος»)23; poi, non dando ascolto agli avvertimenti della ragione, stese un velo di fronte al pericolo e gridò ai presenti queste semplici parole in lingua greca: “Si lanci il dado”, e fece passare l’esercito («παρακαλυψάμενος πρὸς τὸ δεινόν, καὶ τοσοῦτον μόνον Ἑλληνιστὶ πρὸς τοὺς παρόντας ἐκβοήσας, “Ἀνερρίφθω κύβος,” διεβίβαζε τὸν στρατόν»)23.

Un breve inciso merita la frase comunemente attribuita in questa circostanza a Cesare, la celeberrima «iacta alea est» (il dado è tratto), per la diffusione di cui gode in ambiti pur non specialistici. Questo perché la stesura conosciuta contiene, con ogni probabilità, un errore causato da un amanuense nella trascrizione del passo in latino di Svetonio24. La frase infatti altro non è che la traduzione d’un verso allora celebre del commediografo Menandro, «νερρίφθω κύβος»25 (si lanci il dado) che il condottiero romano pronunciò per esprimere l’azzardo cui andava incontro nel dare inizio ad un sanguinoso conflitto contro il proprio Paese. Considerato che ἀνερρίφθω è la terza persona dell’imperativo del verbo ἀναρρίπτω, sembra plausibile la correzione di Erasmo26 che introdusse «esto» al posto di «est», proprio perché esprimeva la volontà del condottiero di gettare il dado e non la constatazione d’averlo già lanciato. Per questo motivo l’espressione riportata nel manoscritto di Svetonio parrebbe essere stata «Iacta alea esto» e non la conosciuta «Iacta alea est», da rendere quindi in italiano con si lanci il dado o, forse magari, se si vuole mantenere in vita il verbo utilizzato nell’attuale versione, il dado sia tratto.

Comunque sia, dare l’avvio ad un’impresa così temeraria con neppure una legione al completo (la XIII), e senza neanche attendere le altre due legioni (VIII e XII) che aveva allertato, era certo una mossa arrischiata che poteva avere conseguenze fatali per Cesare, tenuto pure conto che Pompeo, a quel momento, poteva disporre di forze in numero superiore alle sue («Οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τότε πλήθει δυνάμεως ὑπερέβαλλεν ὁ Πομπήϊος τὴν Καίσαρος»)27. Invece, grazie alla imprevedibilità dell’azione ed alla rapidità con cui essa fu condotta, Cesare riuscì ad ottenere risultati che andarono oltre le più ottimistiche previsioni: in poco tempo occupò le posizioni strategiche prossime al confine italico (Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Arezzo, Gubbio e Osimo) e, al tempo stesso, aumentò gli effettivi con i legionari che avevano disertato da Pompeo. A tutto ciò si aggiunse lo sconcerto che serpeggiò in campo avverso alla notizia di quest’attacco improvviso che sembrava incontenibile.

A Roma fu il panico.

I senatori inquieti iniziarono ad assillare Pompeo con proposte e lamentele, creando solo ulteriore disorientamento e minando così sin dall’inizio qualsiasi decisione s’intendesse assumere. Ci fu anche chi espresse aperto dissenso, come Favonio, che lo invitò a battere il piede in terra per farne venir fuori le legioni promesse («Φαώνιος μὲν Πομπήιον ἐπισκώπτων τοῦ ποτὲ λεχθέντος ὑπ’ αὐτοῦ, παρεκάλει τὴν γῆν πατάξαι τῷ ποδὶ»)28, ricordandogli in tal modo con sarcasmo quando si era vantato di poter richiamare numerosi seguaci con un semplice cenno.

A differenza di Cesare, Pompeo non amava avventurarsi in mosse rischiose o condurre una guerra di movimento basata sulla rapidità d’azione. Preferiva le strategie ad ampio respiro che, alla lunga, creavano le condizioni favorevoli a combattere avendo tutti i vantaggi dalla propria parte. Tesseva le sue tele come un ragno, e come un ragno attendeva che gli avversari ci cascassero.

In questo caso, ritenne azzardato difendere Roma. Aveva sì forze superiori, ma troppo eterogenee e poco fidate29; scelse così di attirare Cesare in Oriente, dove poteva contare sul considerevole aiuto di amici e di clienti sicuri, con l’intento di tenerlo lontano dalle sue basi di rifornimento e, con l’andar del tempo, di sfiancarlo in un inseguimento senza soluzione. Era un disegno con buone possibilità di riuscita, se solo si fosse potuto realizzare con pazienza e, soprattutto, senza le insistenze dei senatori, per lo più critici e troppo spesso portati ad imporre la propria diversa e personale tattica.

Decise pertanto di evacuare Roma ed ingiunse ai senatori di seguirlo, avvertendo che avrebbe ritenuto un sostenitore di Cesare chi fosse rimasto indietro («καὶ κελεύσας ἅπαντας ἕπεσθαι αὐτῷ τοὺς ἀπὸ βουλῆς, καὶ προειπὼν ὅτι Καίσαρος ἡγήσεται τὸν ἀπολειφθέντα»)30.

È tra il 17 ed il 18 gennaio che Pompeo lascia Roma, diretto per le città fortificate della Campania e dell’Apulia31, e, anche se nessuno sa quale piano egli abbia per la mente, a posteriori è del tutto scontato presupporre che il suo fine fosse sin dall’inizio quello di giungere quanto prima possibile a Brindisi per poi da lì salpare per l’Oriente. Cicerone, che fa parte del folto gruppo dei senatori che lo segue, è irritato che Pompeo non dica cosa intenda fare e arriva persino a pensare che neppure lui stesso lo sappia («ne ipsum quidem scire puto»)32.

Le idee sono invece chiare e, al momento opportuno, il piano sarà reso noto.

 

19 Svetonio, Cit., XXX 1.

20 Plutarco, Vite parallele: Cesare, XXXII 1. Lo stesso dato è fornito da appiano (I secolo d.C. – II secolo d.C.), Le guerre civili, II 5, 32.

21 Svetonio, Cit., XXXI 1.

22 Svetonio, Cit., XXXI 2.

23 Plutarco, Pompeo. Cit., LX 2.

24 Il dado è tratto, disse («Iacta alea est, inquit»). svetonio, Cit., XXXII 4.

25 Ateneo, (II o III secolo d.C.), I sofisti a banchetto., XIII 8.

26 Erasmo (XV secolo – XVI secolo.), Adagi, 1, 4, 32.

27 Plutarco, Cesare. Cit., XXXIII 6. Pompeo disponeva di due legioni di stanza a Capua, oltre che delle forze arruolate espressamente per contrastare Cesare e di quelle che si trovavano nelle guarnigioni del territorio italico.

28 Apiano, Cit., II 5, 37.

29 Le due legioni, che rappresentavano il nerbo della sua armata in Italia, erano state fino a poco tempo prima al servizio di Cesare e, quindi, non erano del tutto fidate.

30 Plutarco, Pompeo. Cit., LXI 3.

31 Cicerone, Epistole ad Attico, VII 10. In questa lettera del 18 gennaio Cicerone afferma di essere partito da Roma, prima che facesse giorno («ante quam luceret»), lasciando poi intendere che anche Pompeo si fosse avviato lo stesso giorno, oppure il giorno precedente e quindi il 17 gennaio, con destinazione le città fortificate («oppidis») che si trovavano in Campania e nell’Apulia.

32 Cicerone, Cit., VII 12, 1.

 

Per la prima parte:

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (prima parte)

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (prima parte)

L'assedio di Brindisi_Figura 1

di Nazareno Valente

1.1 Sulla riva del Rubicone

Era probabilmente la notte tra il 10 e l’11 gennaio del 49 a.C. quando Giulio Cesare giunse nei pressi del Rubicone, un piccolo fiume sulla cui individuazione da tempo dibattono con scarsi risultati gli storici, e restò incerto sul da farsi intento a valutare cosa sarebbe accaduto se l’avesse superato. Un corso d’acqua del tutto insignificante ma al tempo stesso importante perché segnava il limite del territorio italico; la linea di confine che Cesare, proconsole delle Gallie, non avrebbe potuto valicare con un esercito in armi, senza che una simile trasgressione fosse considerata una esplicita dichiarazione di guerra alla città di Roma.

Per meglio comprendere cosa comportasse una simile scelta e quali fossero i gravi motivi che spinsero Cesare a farla, è bene esaminare, sia pure in maniera semplificata, gli elementi giuridici essenziali su cui si basava l’ordinamento romano.

Al pari del mondo greco, anche quello romano non amava affidare il potere decisionale alla discrezione d’un singolo individuo e questo si rifletteva con la presenza nell’ordinamento istituzionale di tutta una serie di limitazioni giuridiche che riguardavano principalmente lo svolgimento dei più importanti incarichi. Le magistrature erano pertanto soggette ad una serie di vincoli che ne limitavano la durata, le iterazioni e che ne impedivano di norma il cumulo. In definitiva un complesso di regole che creavano un sistema di garanzie e di controlli per evitare derive tiranniche, che tuttavia, viste le ricorrenti tensioni dovute a stati di guerra o a momenti di forte attrito sociale, erano anche soggette a possibili eccezioni e modifiche che ne snaturavano sia pure temporaneamente la struttura.

Il triunvirato imposto da Cesare, Pompeo e Crasso fu di per sé una situazione fuori dalla normalità che causò, appunto, l’adozione di misure straordinarie con le quali i tre uomini politici cercarono di concentrare nelle proprie mani il potere statale, dando continuità agli incarichi istituzionali ricoperti. I triunviri riservarono infatti per sé quelle cariche pubbliche fornite di imperium1 che conferivano il diritto di comando superiore sia di carattere militare, sia di carattere giurisdizionale, garantendosi così la possibilità di arruolare e comandare un esercito e d’incidere sui principali meccanismi legislativi. Non a caso tali magistrature venivano chiamate maiores, anche perché l’imperium conferiva un ulteriore non banale privilegio: chi ne era dotato non poteva essere perseguito nel periodo di svolgimento del mandato, pure a fronte di manifesti abusi compiuti. L’immunità cessava però con l’incarico e, una volta deposto l’imperium, si poteva essere trascinati in giudizio come un qualsiasi cittadino. Era questo l’aspetto che più preoccupava Cesare, ed i motivi traevano origine dalla disinvoltura con cui aveva fino ad allora gestito il potere.

Quando nel 59 a.C. era stato console, s’era difatti comportato in maniera spregiudicata anche nei riguardi del collega di consolato Bibulo, che non aveva esitato a cacciare con le armi dal foro perché gli si era opposto («obnuntiantem collegam armis foro expulit»)2, e in seguito addirittura ad esautorare sicché, per i restanti mesi, amministrò gli affari di stato da solo e nel pieno arbitrio («Unus… omnia in re publica et ad arbitrium administravit»)3. E peggio ancora aveva fatto nei successivi nove anni in cui, fruendo di varie proroghe, era stato proconsole nelle Gallie. Qui la sua smania di conquista l’aveva portato a compiere atti biasimati non solo dai suoi avversari politici ma pure da un commentatore non schierato come Plino, che non aveva dubbi a ritenere i massacri da lui compiuti un grave danno al genere umano («tantam… humani generis iniuriam»)4.

La lunga assenza da Roma concorreva poi a penalizzarlo, anche perché Pompeo, proconsole in province pacificate, poteva farsi sostituire nel comando dai propri legati e dimorare tranquillamente nei pressi dell’Urbs5, dove meglio poteva condizionarne la vita politica. E, se tutto ciò non bastava, si aggiunsero due tragici avvenimenti a rendere ancor più difficile la situazione: la morte della figlia Giulia, data in sposa6 a Pompeo, che faceva cessare il vincolo di parentela instaurato, e la morte di Crasso che, essendo per doti militari il meno titolato dei triunviri, s’era impegnato a garantire la coesione del sodalizio.

Ma il colpo definitivo fu costituito dalla uccisione di Clodio. I tumulti popolari susseguenti spinsero il senato ad adottare nel 52 a.C. un provvedimento senza precedenti che chiariva in maniera esplicita con chi si schierava la classe senatoriale. Pompeo fu infatti nominato console sine collega, formula giuridica mai prima adottata ma evidentemente assimilabile a quella più abituale di dittatore.

Un simile contesto, che rendeva realizzabili le minacce che venivano indirizzate a Cesare e proprio nel momento in cui si sarebbe dovuto presentare da privatus a Roma, non poteva che preoccuparlo. Soprattutto Catone Uticense gliel’aveva giurata e più volte aveva annunciato che l’avrebbe trascinato in giudizio, non appena avesse congedato l’esercito («ac primum exercitum dimisisset»)7. E Cesare, se voleva candidarsi per le elezioni consolari per il 48 a.C., doveva necessariamente presentarsi8 da privato cittadino a Roma nell’estate dell’anno precedente (49 a.C.), rischiando così una denuncia che avrebbe potuto distruggerlo politicamente.

Cesare riuscì allora, tramite i tribuni della plebe a lui favorevoli, a convincere l’intero collegio a proporre un plebiscito che gli attribuiva il privilegio della ratio absentis, vale a dire la concessione di poter partecipare, pur essendo lontano, ai comizi per ottenere il consolato («egit cum tribunis plebis… id potius ad populum ferrent ut absenti sibi, quandoque imperii tempus expleri coepisset, petitio secundi consulatus daretur»)9. Questo gli avrebbe consentito di mantenere l’imperium. e di proteggerlo quindi da possibili imputazioni.

Pompeo non si oppose, però, di lì a poco e sempre nel 52 a.C., presentò una rogatio10 (la lex Pompeia de iure magistratum) che, nel riordinare le magistrature, confermava la necessità della candidatura in praesentia e, quindi, dell’obbligo per i candidati di presentarsi a Roma, senza mantenere in vita l’eccezione prevista per Cesare di cui – si scusò – si era dimenticato («ne Caesarem quidem exciperet per oblivionem»)11. Quando gli amici di Cesare si resero conto dell’errore, protestarono facendo inserire una clausola che teneva conto dei privilegi a lui in precedenza concessi, senza ottenere che essa fosse aggiunta alla legge, in quanto già incisa sul bronzo e archiviata nell’erario («legge iam in aes incisa et in aerarium condita»)12.

L’eccezione prevista dal popolo per Cesare finì per non essere considerata valida, e si discusse più volte in senato sulla necessità di privarlo del comando e di obbligarlo a presentarsi a Roma da privato cittadino, senza tuttavia arrivare ad una decisione per il veto posto dai tribuni della plebe a lui favorevoli13. La rottura era però nell’area e, mentre girava voce che Cesare si stesse ponendo in marcia dalla Gallia Cisalpina con tutte le sue dieci legioni («δέκα τάγματα»)14, al senato pervenne una sua missiva in cui proponeva che tanto lui quanto Pompeo rinunciassero al proconsolato, congedassero le legioni ai loro ordini e si presentassero al popolo, al quale avrebbero reso conto del loro operato («Ἠξίου γὰρ ἀμφοτέρους ἐκβάντας τῶν ἐπαρχιῶν καὶ τὰς στρατιωτικὰς δυνάμεις ἀφέντας ἐπὶ τῷ δήμῳ γενέσθαι καὶ τῶν πεπραγμένων εὐθύνας ὑποσχεῖν»)15.

Questo il senso ma, a detta di Cicerone, Cesare usava nella lettera un tono minaccioso ed aspro («minacis… et acerbas litteras»)16 che offese il senato il quale pensò bene di reagire intimando al proconsole delle Gallie di licenziare le legioni, se non voleva che il suo atteggiamento fosse considerato ostile alla repubblica («Caesar exercitum dimittat; si non faciat, eum adversus rem publicam facturum videri»)17. Cesare non ci pensò nemmeno ad aderire all’invito e, di conseguenza, il 7 gennaio 49 a.C. con senatoconsulto ultimo, che non tenne conto del veto di due tribuni della plebe, il senato dichiarò lo stato di emergenza e, affinché la repubblica non subisse danno, conferì pieni poteri ai magistrati ed ai promagistrati che si trovavano alle porte della città («dent operam consules, praetores, tribuni plebis, quique pro consulibus sint ad urbem, ne quid res publica detrimenti capiat») 18.

In un ordinamento giuridico che assegnava uguale dignità ai diversi organi, proprio perché non si desiderava che ve ne fosse uno che prevalesse, il senatus consultum ultimum rappresentava il modo legittimo per accordare, in presenza di fatti anomali, poteri eccezionali. Di là della formula rituale, nel concreto si affidavano le sorti della città nelle mani del proconsole Pompeo.

 

Note

1 Competeva a consoli, pretori, al dittatore, al magister equitum e, nell’ambito delle singole province, a proconsoli e propretori.

2 Svetonio (I secolo d.C. – II secolo d.C.), Cesare., XX 2.

3 Svetonio, Cit., XX 3.

4 Plinio il Vecchio (I secolo d.C.), Storia Naturale, VII, 25, 92.

5 Chi era investito dell’imperium non poteva oltrepassare la linea del pomerium che contrassegnava il confine sacro dello stato romano, al cui interno non era consentito portare le armi. Per questo Pompeo non poteva risiedere a Roma.

6 Pur se dovuto a convenienza politica, fu un matrimonio felice e Pompeo era molto legato a Giulia.

7 Svetonio, Cit., XXX 3.

8 L’elezione doveva avvenire in praesentia del candidato che, dovendosi presentare a Roma da privato cittadino, doveva conseguentemente deporre l’imperium, considerato che chi ne era investito non poteva entrare nel pomerium,.

9 svetonio, Cit., XXVI 1.

10 Proposta di legge.

11 Svetonio, Cit., XXVIII 2.

12 Svetonio, Cit., XXVIII 2.

13 Pur non essendo magistrati, i tribuni della plebe avevano diritto di intercessio, vale a dire il diritto di veto nei casi di proposte di deliberazione e di legge.

14 Plutarco (I secolo d.C. – II secolo d.C.), Vite parallele: Pompeo, LVIII 6. Le legioni a disposizione di Cesare erano così dislocate: 8 legioni in Gallia Transalpina (di cui 4 in Belgio e 4 tra gli Edui); 1 in Gallia Cisalpina ed 1 in Illirico.

15 Plutarco, Pompeo. Cit., LIX 2.

16 Cicerone (I secolo a.C.), Lettere ai familiari, XVI 11.

17 Cesare (I secolo a.C.), La guerra civile, I 2,6.

18 Cesare, Cit., I 5,3.

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (terza ed ultima parte)

L'assedio di Brindisi_Figura 2

di Nazareno Valente

2.1 Pompeo ripiega su Brindisi (anno 49 a.C.)

È ancora Cicerone — nelle lettere che indirizza all’amico Attico — che svela le intenzioni di Pompeo e delinea l’itinerario successivamente da questi compiuto nel viaggio di avvicinamento a Brindisi.

Nella prima, allega copia della lettera con cui Pompeo, trovandosi il 18 febbraio a Lucera, comunica ai consoli in carica d’aver deciso che, tranne i presidi stabiliti per la Sicilia, i restanti reparti militari devono concentrarsi a Brindisi, per essere poi di lì trasportati con le navi a Durazzo («reliquae copiae omnes brundisium cogerentur et inde navibus Dyrrachium transportarentur»)33. Li esorta pertanto a radunare tutti i contingenti militari possibili e di raggiungerlo quanto prima («Vos hortor ut quodcumque militum contrahere poteritis contrahatis et eodem Brundisium veniatis quam primum»)34.

Ma, come fa notare Cicerone ad Attico in una successiva lettera, a Brindisi confluisce ogni forma di ostilità futura («Brundisi autem omne certamen vertitur huius pr<ox>imi temporis»)35. Vi si dirige infatti anche Cesare, partito da Corfinio nel pomeriggio dello stesso giorno della festa dei Feralia in cui, al mattino, Pompeo s’è allontanato da Canosa («Eodem enim die video Caesarem a Corfinio post meridiem profectum esse, id est Feralibus, quo Canusio mane Pompeium»)36.

Pompeo arriva infine nella città salentina il 25 febbraio ed è sempre Cicerone a farcelo sapere. Il 18 marzo prima si lamenta con Attico di non aver niente da scrivere («Nihil habebam quod scriberem»)37, e poi redige una lunghissima lettera in cui, citando un avvenimento avvenuto il 1° marzo, ricorda en passant che Pompeo era, a quel tempo, a Brindisi già da quattro giorni. («At Kalendas Martias, cum ille quintum iam diem Brundisi esset»)38. Gli effettivi su cui può contare sono trentamila uomini («numerus est hominum milia triginta»)39 oltre a numerose navi che è riuscito ad ottenere («πλοίων εὐπορήσας τοὺς μὲν ὑπάτους εὐθὺς ἐμβιβάσας»)40 probabilmente dagli alleati orientali.

Ma nel frattempo anche Cesare si avvicina, avvalorando così le preoccupazioni di Cicerone. Ora pero può contare su una milizia ben più consistente di quella con cui aveva iniziato l’impresa. Ai veterani della XIII legione si sono uniti quelli della XII e dell’VIII e, durante la marcia, 3 altre legioni sono state costituite ricorrendo a nuove leve ed arruolando chi ha abbandonato i ranghi pompeiani41.

 

 

2.2 Cesare raggiunge Brindisi (anno 49 a.C.)

Cesare giunge a Brindisi il 9 marzo e si accampa davanti alle mura («a. d. VII Idus Martias Brundisium veni; ad murum castra posui»)42, come comunica egli stesso ai suoi agenti Oppio e Balbo,

Pompeo è ancora in città con venti coorti mentre il grosso delle sue truppe è salpato il 4 marzo («a. d. IV nonas Martias»)43 per Durazzo insieme con i due consoli, i tribuni della plebe ed i senatori, sfruttando i venti favorevoli che da quel giorno avevano cominciato a spirare da nord («Ex ea die fuere septemtriones venti»)44. Non è per scopi strategici che Pompeo resta a Brindisi ma per banali cause di forza maggiore: le navi non bastavano a trasbordare tutte le truppe insieme ed è costretto ad attendere il loro ritorno da Durazzo per salpare a sua volta («μέχρις οὗ τὰ πλοῖα ἐπανῆλθε»)45.

Cesare, non essendo in grado di valutare come stiano effettivamente le cose, e temendo che il rivale possa avere l’intenzione di occupare la città per presidiare le rotte del basso adriatico, decide di bloccare l’uscita e le attività del porto («exitus administrationesque Brundisini portus impedire institui»)46. In questo modo, come egli stesso chiarisce al nipote (o pronipote) Quinto Pedio in una lettera poi finita nel carteggio di Cicerone con Attico, vuole obbligare Pompeo a portar via quanto prima le truppe che tiene a Brindisi oppure intrappolarlo («ut aut illum quam primum traicere quod habet Brundisi copiarum cogamus aut exitum prohibeamus»)47.

Che però Pompeo non intenda tenere Brindisi è evidente dalla circostanza che non abbia fatto presidiare i litorali prospicienti il canale di accesso al porto interno, lasciando così del tutto sguarnita la città dalla parte del mare. Sa infatti che Cesare non dispone al momento d’una flotta, per cui ritiene che nell’immediato non possa creare eccessivi problemi per quella via.

Tuttavia Cesare è noto per l’imprevedibilità e, nonostante le incertezze manifestate, ha in realtà tutta l’intenzione di avere uno scontro con il rivale per risolvere entro breve la faccenda. Ne intravede la possibilità in quelle coste che ha preso con facilità e che gli possono consentire, bloccando il canale di comunicazione tra porto interno e porto esterno, di chiudere il rivale in una trappola senza via d’uscita. Solo deve fare in fretta, per non dare il tempo alla flotta di Pompeo di venire in suo soccorso. Per questo dà subito inizio ai lavori di sbarramento del canale.

Dapprima fa gettare massi per creare un terrapieno nel punto in cui l’imboccatura del porto è più stretta ed il mare è poco profondo («Qua fauces erant angustissimae portus, moles atque aggerem ab utraque parte litoris iaciebat, quod his locis erat vadosum mare»)48. Dove la profondità delle acque non può invece reggere un argine, fa collocare, come prolungamento, coppie di zattere quadrate larghe 30 piedi49, tenute ferme da àncore collocate ai quattro angoli in modo che non siano spostate dai flutti («Longius progressus, cum agger altiore aqua contineri non posset, rates duplices quoquoversus pedum XXX e regione molis collocabat. Has quaternis ancoris ex IV angulis destinabat, ne fluctibus moverentur»)50. Congiunge poi a queste zattere altre di pari grandezza ricoperte di terra e di altro materiale per passarci sopra con facilità e accorrervi per la difesa («alias deinceps pari magnitudine rates iungebat. Has terra atque aggere integebat, ne aditus atque incursus ad defendendum impediretur»)51. Come protezione pone sui lati esterni graticci e plutei52A fronte atque ab utroque latere cratibus ac pluteis protegebat»)53; infine, per ogni gruppo di quattro zattere, fa innalzare torri a due piani per difenderle da attacchi con le navi e da tentativi d’incendio («in quarta quaque earum turres binorum tabulatorum excitabat, quo commodius ab impetu navium incendiisque defenderet»)54.

Come vedremo in seguito, lo sbarramento non produsse l’effetto sperato, malgrado ciò l’episodio è tuttora ricordato dai cronisti in quanto è convinzione comune che sia stato la causa principale dei grossi problemi di impaludamento cui andò incontro il porto di Brindisi. Nel periodo di dominazione spagnola, infatti, il porto interno brindisino era più simile ad una palude che ad uno specchio di mare, risultando di fatto inaccessibile ai vascelli. Di tale stato di cose Pigonati, tenente colonnello del Genio dell’esercito borbonico, incaricato di ripristinarne l’agibilità, addossò tutta la colpa a Cesare, dimenticandosi che il porto aveva funzionato senza problemi di sorta per mille e più anni dall’evento narrato55. La cosa singolare è che tale opinione abbia superato i secoli e risulti tuttora diffusa, in aggiunta ingigantita con artifizi narrativi ancor meno credibili, del tipo quello che imputa al condottiero romano l’aver addirittura spianato le colline della fascia costiera per procurarsi i massi necessari a chiudere il canale.

Per altro non è che Pompeo lascia fare senza reagire: a sua volta fa allestire grandi navi da carico, su cui innalza torri a tre piani riempite di macchine da lancio e di ogni genere di proiettili («naves magnas onerarias… adornabat. Ibi turres cum ternis tabulatis erigebat easque multis tormentis et omni genere telorum completas»)56, che poi scaglia contro le opere di sbarramento di Cesare per scompaginare le zattere e disturbare i soldati al lavoro («ad opera Caesaris adpellebat, ut rates perrumperet atque opera disturbaret»)57.

Ci sono così scaramucce quotidiane con attacchi a distanza compiuti con armi da lancio e, proprio quando Cesare è arrivato a metà della sua opera («Prope dimidia parte operis a Caesare effecta»)58, rientrano a Brindisi, rimandate da Durazzo, le navi che hanno lì trasportato la prima parte dell’esercito («naves a consulibus Dyrrachio remissae, quae priorem partem exercitus eo deportaverant, Brundisium revertuntur»)59.

Pompeo può quindi prepararsi a partire. Guardato però con scarso favore dai brindisini.

 

3.1 Pompeo salpa da Brindisi (anno 49 a.C.)

Ora che le navi sono tornate ed i venti sono favorevoli per levare l’ancora, Pompeo non ha motivo di rimanere a Brindisi e così affretta i preparativi. Come riferito da Mazio e da Trebazio a Cicerone, la sera stessa del 17 marzo, giorno del ritorno della flotta da Durazzo, Pompeo lascia Brindisi con tutte le truppe a disposizione («Ante diem XVI Kalendas Apriles cum omnibus copiis quas habuerit profectum esse»)60.

Prima di andarsene, s’è però premunito d’impedire che il nemico possa irrompere in città mentre è in atto la partenza. Dopo aver ordinato ai brindisini di stare calmi nelle loro case («τοὺς δὲ Βρεντεσίνους ἀτρεμεῖν κατ’ οἰκίαν κελεύσας»)61, fa barricare le vie e le piazze; fa scavare fosse in senso trasversale alle vie e vi fa piantare dentro pali e tronchi con la punta aguzza. Poi ricopre i buchi con sottili graticci e terra, livellando il terreno («vicos plateasque inaedificat, fossas transversas viis praeducit atque ibi sudes stipitesque praeacutos defigit. Haec levibus cratibus terraque inaequat»)62. Rende in seguito inagibili le vie d’accesso e le due strade che, al di fuori della cerchia delle mura, conducono al porto sbarrandole con travi molto grandi e bene appuntite, conficcate nel terreno («aditus autem atque itinera duo, quae extra murum ad portum ferebant, maximis defixis trabibus atque eis praeacutis praesepit»)63. Lascia praticabili soltanto due vie delle quali si serve per scendere al mare («καὶ σκολόπων ἐνέπλησε τοὺς στενωποὺς πλὴν δυεῖν, δι’ ὧν ἐπὶ θάλατταν αὐτὸς κατῆλθεν»)64.

Quando ha imbarcato il grosso della truppa sulle navi, fa lanciare un segnale per i soldati che sono di guardia alle mura e questi scendono rapidamente verso il mare, montano a bordo e consentono alla flotta di salpare per la sponda opposta («τοῖς δὲ τὰ τείχη φυλάττουσιν ἐξαίφνης σημεῖον ἄρας καὶ καταδραμόντας ὀξέως ἀναλαβὼν ἀπεπέρασεν»)65.

Pompeo abbandona così Brindisi sul fare della notte.

Cesare comprende dalle mura deserte che il rivale gli sta sfuggendo. Ordina che vengano scalate e poco manca che, nella fretta, i suoi soldati non rimangano vittima dei pali nascosti nelle fosse che Pompeo aveva fatto scavare. Sono i brindisini, schieratisi apertamente a favore di Cesare, ad avvertirlo ed egli evita così di attraversare la città («τῶν δὲ Βρεντεσίνων φρασάντων φυλαττόμενος τὴν πόλιν»)66. Già quando si svolgevano i preparativi della partenza essi avevano incominciato a fare segnalazioni dall’alto dei tetti («ex tectis significabant»)67. Ora li guidano su un percorso più lungo sino a farli giungere incolumi nei pressi del porto («sed moniti a Brundisinis, ut vallum caecum fossasque caveant… et longo itinere ab his circumducti ad portum perveniunt»)68.

Ma, quando vi giungono, è ormai l’alba e le navi di Pompeo sono in mare aperto; Cesare, privo com’è di un qualsiasi supporto navale, non può che guardarle impotente allontanarsi all’orizzonte. Fallisce in questo modo il suo tentativo di avere uno scontro decisivo con il rivale e di annientarlo, quand’egli era ancora a Brindisi, così da porre termine al conflitto già sul suolo italico («Ὁ δ’ οὖν Καῖσαρ σπουδὴν μὲν εἶχε συμμῖξαί τε αὐτῷ, πρὶν ἐκπλεῦσαι, κἀν τῇ Ἰταλίᾳ διαπολεμῆσαι, καταλαβεῖν τε αὐτὸν ἐν τῷ Βρεντεσίῳ ἔτ’ ὄντα»)69.

L’abilità di Pompeo ha avuto in questa circostanza il sopravvento e il mancato scontro va in definitiva tutto a suo vantaggio; non a caso, questo suo ripiegamento dall’Italia sarà ricordato come una delle sue manovre belliche meglio riuscite («Οἱ μὲν οὖν ἄλλοι τοῦ Πομπηΐου τὸν ἀπόπλουν ἐν τοῖς ἀρίστοις τίθενται στρατηγήμασιν»)70.

A Cesare non resta che consolarsi con la cattura di due navi impigliatesi negli sbarramenti costruiti a prezzo di notevoli sforzi («duasque naves cum militibus, quae ad moles Caesaris adhaeserant»)71. Un bottino invero ben misero a fronte dell’impegno profuso nei nove giorni d’assedio, dove ha cercato invano d’impedire la partenza di Pompeo con tutti i mezzi possibili («Hos frustra per omnis moras exitu prohibere conatus»)72.

La delusione che traspare da questo passo di Svetonio è palese, tuttavia la conclusione non è poi tanto lontana: alla fine dell’anno, Cesare ritornerà a Brindisi per attraversare finalmente l’Adriatico e chiudere una volta per tutte i conti con il rivale.

 

Note

33 Cicerone, Cit., VIII 12A, 3.

34 Cicerone, Cit., VIII 12A, 4.

35 Cicerone, Cit., VIII 14, 1.

36 Cicerone, Cit., VIII 14, 1. I Feralia era la festa dedicata agli dèi Mani che si svolgeva il 21 febbraio.

37 Cicerone, Cit., IX 10, 1.

38 Cicerone, Cit., IX 10, 8.

39 Cicerone, Cit., IX 6, 3.

40 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 2.

41 Defezionarono dalle fila di Pompeo, passando con le milizie di Cesare, un numero imprecisato di coorti di Azio Varo (cesare, Cit., I 13, 4), la maggior parte delle dieci coorti di Lentulo Spintere (cesare, Cit., I 15, 3), le sette di Quinto Lucrezio e di Azzio Peligno (cesare, Cit., I 18,4), buona parte delle coorti di Domizio (cesare, Cit., I 23, 5) e le tre di Rutilio Rufo (cesare, Cit., I 24,3). In definitiva circa 26 o 27 coorti, come dire tre legioni scarse, cambiarono di campo. Si ricorda che una legione, composta da 10 coorti, aveva una consistenza ideale di 6000 uomini che, nella realtà, non superava in media le 4500 unità, destinate peraltro a ridursi con il protrarsi dell’evento bellico.

42 Cicerone, Cit., IX 13A, 1.

43 Cicerone, Cit., IX 6, 3

44 Cicerone, Cit., IX 6, 3. Si deve tener presente che il calendario era essenzialmente di carattere lunare sicché c’era una differenza tra calendario e stagioni che comportava uno sfasamento di circa un mese. All’inizio di marzo non si era quasi in primavera ma in inverno inoltrato, stagione questa in cui si evitava, a quei tempi, di affrontare viaggi in mare aperto.

45 Dione (II secolo d.C. – III secolo d.C.), Storia romana, LXI 12, 3.

46 Cesare, Cit., I 25, 4.

47 Cicerone, Cit., IX 14, 1.

48 Cesare, Cit., I 25, 5.

49 Circa dieci metri.

50 Cesare, Cit., I 25, 6-7.

51 Cesare, Cit., I 25, 8.

52 I plutei erano ripari in legno di forma semicircolare o ad angolo retto, montati su tre ruote.

53 Cesare, Cit., I 25, 9.

54 Cesare, Cit., I 25, 10.

55 Pigonati, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando, Michele Morelli, Napoli, 1781. Nella prefazione si può leggere: «Il porto celebre di Brindisi, soffrì nei tempi della Repubblica per l’assedio fatto da Cesare, e per la chiusura di due bracci che turarono l’entrata… il gran male lo produssero que’ bracci».

56 Cesare, Cit., I 26, 1.

57 Cesare, Cit., I 26, 1.

58 Cesare, Cit., I 27, 1.

59 Cesare, Cit., I 27, 1.

60 Cicerone, Cit., IX 15A.

61 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 3.

62 Cesare, Cit., I 27, 3-4.

63 Cesare, Cit., I 27, 4.

64 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 3.

65 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 4.

66 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 4.

67 cesare, Cit., I 28, 2.

68 Cesare, Cit., I 28, 4.

69 Dione, Cit., LXI 12, 1.

70 Plutarco, Pompeo. Cit., LXIII 1.

71 Cesare, Cit., I 28, 4.

72 Svetonio, Cit., XXXIV 2.

Per la prima parte

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (prima parte)

Per la seconda parte:

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (seconda parte)

 

Castrignano dei Greci, Oria, Francavilla e il Principato di Monaco (2/2)

di Armando Polito

La vivacità caratteriale ed espressiva del nostro è confermata pure  da quanto subito dopo fa dire al lettore dal suo stesso libro …

 

Dopo tre facciate dedicate all’imprimatur  è l’autore, questa volta, a rivolgersi al libro con un sonetto.                                                                                                                                                                                

Subito dopo e prima dell’inizio dell’agiografia vera e propria il volume presenta alcuni componimenti in lode dell’autore (è la prassi in libri di quell’epoca). Risparmio al lettore ulteriori trascrizioni e commenti ma non posso fare di riportare l’intestazione di tre di loro.

1)  

2)

 

3) 

 

4) 

 

 

Quanto riportato consente di trarre, oltre le precedenti, altre informazioni interne. In 1 e 3 si legge un Onofrio Guido, in cui Guido potrebbe essere il cognome del nostro autore. Che egli poi godesse di un certo prestigiolo dimostrano i nomi degli autori delle poesie celebrativi, che non sono personaggi qualunque . Per Francesco Prato non è fuori luogo pensare alla nobile famiglia leccese, il cui più famoso rappresentante era stato Leonardo, cavaliere di Rodi, baglivo di Venosa, governatore di Capitanata e Molise, morto in combattimento nel 1511. Sia o non sia parente del famoso cavaliere, il nostro dovrebbe essere il Francesco Prato annoverato tra i soci dell’Accademia leccese dei Trasformati (fondata da Scipione Ammirato nel 1559 e restaurata da Camillo Palma nel 1605)1. Non lasciano dubbi, invece, gli altri e cioè Antonio Martena, Angelo Gorgoni e Padre Bonaventura da S. Pier di Lama. Il Martena fece parte anche lui dell’Accademia leccese dei Trasformati. Il Gorgoni  (†1684) fondò in Galatina nel 1637 l’Accademia dei Risoluti e dopo quella  degli Irrisoluti ; di lui il fratello pubblicò postuma l’opera della quale segue il frontespizio.

Anche questa volta è lo stesso frontespizio a fornirci l’informazione che l’opera è dedicata a Francesco Maria Spinola e  tra i suoi titoli si legge Duca di S. Pietro in Galatina, Conte di Soleto ed utile Signore delle Terre di Borgagne, Noe [oggi Noha], Padulano , Pisanello [questi due ultimi erano casali tra Galatina e Cutrofiano] &c. Inoltre c’è da ricordare che la famiglia Spinola, come la Grimaldi, era originaria di Genova; cpsì il circuito tra la città ligure e il Salento si chiude.

Padre Bonaventura da Lama, infine, pubblicò la Cronica de’ Minori Osservanti Riformati  della provincia di S. Nicolò.

 

A p. 34 si legge:  Nell’anno 1656 à 24 di Giugno, in Gravina fu eletto per Provinciale il P. Onofrio da Corigliano. Si può pensare che personaggi di tale levatura e notorietà ci avrebbero messo la faccia (il Martena e il Gorgoni, addirittura, con due componimenti ciascuno) se avessero considerato un mediocre il nostro autore?

 

Per la prima parte: 

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1 Archivio storico per le provincie napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli, 1878, p. 149.

Castrignano dei Greci, Oria, Francavilla e il Principato di Monaco (1/2)

di Armando Polito

I fili che collegano i protagonisti di qualsiasi storia (intesa anche nel senso più comune e banale di racconto) possono essere spessi, complicati, tenaci; altre volte, ed è questo il nostro caso, sottili, labili, direi occasionali.

Ci portiamo nel XVII secolo e partiamo da Castrignano dei Greci, dove visse Padre Onofrio, del quale nulla sapremmo  senza il frontespizio dell’unica sua opera pervenutaci, reperibile all’indirizzo https://archive.org/details/bub_gb_AiMgxUGR388C, da cui ho tratto le immagini che seguono.

Com’è quasi usuale nei testi a stampa di quell’epoca, il titolo è chilometrico, comprendendo, oltre ai dati cui siamo oggi abituati (nome dell’autore, titolo, nome dell’editore e data di pubblicazione (poi, fra dediche, patrocini, prefazioni, intrafazioni …, postfazioni, poco ci manca che all’interno non compaia anche il colore  preferito dall’autore per le sue mutande), una serie di informazioni, molte delle quali mi hanno consentito di dare il titolo al post.

L’opera: s’inquadra nel filone delle agiografie, particolarmente fertile nel XVII secolo. Di S. Saba ce ne sono parecchi, ma qui il protagonista è S. Saba archimandrita nato a Cesarea in Cappadocia nel 439 e morto nel monastero di Mar Saba, uno dei tanti da lui fondato,  presso Betlemme.

L’autore:  frate francescano, teologo, lettore, predicatore generale (quest’ultimo titolo non veniva conferito a chiunque, presupponendo il possesso di preparazione teologica e capacità dialettica e retorica; nemmeno mi azzardo a formulare giudizi sul teologo, ma sul dialettico e retore addurrò elementi che ne mettono inluce le capacità..

La dedicataria: Brigida Grimaldi, figlia di Pier Francesco e di Aurelia Lomellini Granada, sposò nel 1644 Michele  Imperiali, principe di Francavilla e marchese di Oria.

Lo stemma della dedicataria: quello della famiglia Grimaldi. Ecco  come esso si presenta in alcuni manoscritti conservati presso la Biblioteca Universitaria Estense a Modena.

1) Giacomo Fontana, Insegne di varii prencipi et case illustri d’Italia e altre provincie (1605)

 

2) Angelo Maria da Bologna, Araldo nel quale si vedono delineate e colorite le armi de’ potentati e sovrani d’Europa (inizi del XVIII secolo)

 

3) Anonimo, Cronaca modonese dell’anno 1796 (XIX-XIX secolo)

 

Nell’immagine comparativa che segue lo stemma del frontespizio appare come una via di mezzo tra il n. 5 e quello dell’attuale principato di Monaco.

Dati editoriali: editore Pietro Micheli; luogo di edizione Lecce; anno di edizione 1681.  Pietro Micheli, di origini francesi (era nato in Borgogna nel 1600) fu il primo stampatore autorizzato a Lecce, con monopolio assoluto dal 1631 al 1688, quando l’impresa fu rilevata dagli eredi.

Dopo aver passato in rassegna tutti i dati del frontespizio a giustificazione del titolo che,  come ho detto all’inizio, ho voluto dare al post, mi pare opportuno ritornare all’autore. Doveva essere un bel caratterino, come si deduce dalla dedica, della quale riproduco le pagine originali  con a fronte la trascrizione, espediente per aggiungere le mie note. Anticipando il mio giudizio complessivo dico che le scontate forme di cortesia, i richiami mitologici e  lo stile ampolloso non appaiono come un tributo passivo agli strumenti espressivi tipici dell’età barocca; e tutto questo grazie alla parola a tratti energica ed alle metafore non stucchevolmente ingegnose.

 

CONTINUA

Libri| Alla confluenza di due fiumi – Poesie

1 Alla confluenza di due fiumi- copertina

«Due fiumi –il Tagliamento e il Piave- scorrono sulle strade del sud a denominare il luogo (e il tempo) delle proprie radici, una mesopotamia dell’anima. In queste poesie d’amore e di lontananza l’eccitazione congiunge –attenta o straniata- gli argini e i deserti. La scrittura si fa rappresentazione scenica. E i versi fotogrammi rapidi, movimenti di sequenze filmiche immersi in imprimiture poetiche, che custodiscono un mondo reale e iperbolico- e ferito. Il poeta si abbandona al fluire delle impressioni, delle immagini, delle descrizioni. E i dettagli allargano l’affabulazione, che lo avvolge e incanta-e rattrista» (Giuseppe Rizzo).

Antonio Tarsi, Alla confluenza di due fiumi-Poesie, Tharsys edizioni, giugno 2016, A/5, 132 pp.

 

Antonio Tarsi, docente di “Materie Letterarie e Storiche”, Laurea in “Storia del cinema”, con una tesi su Paolo e Vittorio Taviani, Giornalista Pubblicista, Membro del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, si occupa di Storia e Critica del Film, Teatro e Poesia. Tra i suoi lavori Il cinema di Paolo e Vittorio Taviani, Lacaita, Manduria 1978 ; Film 1966-1986, Milella, Lecce 1985; Cinema e sessantotto, Capone, Cavallino-Lecce 1988; La luce filmica e il suo ascolto, in Voci dell’ascolto, a cura di Giuseppe Rizzo, Marietti, Genova 1992; Pupi Avati o della sostenibile leggerezza del film d’autore in Il cinema italiano degli anni ottanta…ed emozioni registiche, a cura di Vincenzo Camerino, Manni, Lecce 1992 ; Il cinema di Krzysztof Kieslowski, Barbieri, Manduria, 1993 ; San Giuseppe da Copertino nel cinema e nel teatro, Panico, Galatina 2004; Alla confluenza di due fiumi-Poesie, Tharsys Edizioni, Copertino 2016; Meraviglie di Fra Lucio da Corsano, Tharsys Edizioni, Copertino 2016; Film-maker indipendente, ha realizzato Da scene di vita politica ( 1970 ), Salento-Roma ( 1973 ), I pescatori svizzeri ( 1975 ) Disabili un problema irrisolto ( 1983 ), Delitto ( 1993 ), Giuseppe Desa ( 2004 ).

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