Il drago araldico: dai bestiari medievali alle armi delle casate Trane e Protonobilissimo

di Marcello Semeraro

Il drago è, insieme all‘aquila, il solo “animale” che appartiene all’emblematica di tutti i paesi e di tutti i tempi. La seguente ricerca, scevra da qualunque pretesa di esaustività, si propone di individuare il ruolo che questo mostro leggendario ebbe nello specifico ambito araldico, con una particolare attenzione alla Terra d’Otranto.

IL DRAGO IN ARALDICA

Nell’araldica europea il drago è la creatura più instabile e polimorfa del blasone. Bipede o quadrupede, alato o attero, monocefalo o bicipite, il drago araldico è una figura chimerica ibrida che prende in prestito le sue parti da vari animali: dai rettili (il corpo e la coda), dall’aquila (le zampe e gli artigli), dal pipistrello (le ali), dal leone (talvolte le zampe), dall’uomo o dalla capra (la barba e talora anche la testa), dal pesce (talvolta la coda), dal grifo (le orecchie) e dal coccodrillo. Questa sua natura instabile e composita si ritrova, del resto, anche nei bestiari medievali, quella particolare categoria di manoscritti che descrivono le proprietà delle bestie per ricavarne significati morali e religiosi e che, com’è noto, esercitarono un’influenza notevole sull’arte, sull’iconografia e sulla stessa araldica (figg. 1 e 2).

Fig. 1. Il drago, animale reale per gli uomini del medioevo, è la creatura più instabile e composita della zoologia del bestiari. Esso è il risultato della fusione in una sola creatura di tradizioni più antiche, bibliche, orientali, grego-romane e germaniche. Nasce in Etiopia, in India e in “Barbaria” ed è il più grande dei serpenti, da cui si differenzia per avere le zampe, almeno due. E’ terribile, rumoroso, viscoso, ha un odore mefitico, un alito pestilenziale e la sua carne è disgustosa. Dalle orecchie e dalla bocca escono fiamme distruttive. Ma la sua grande forza risiede nella coda, che soffoca e distrugge tutto ciò che stritola. Ha paura di una sola cosa, il fulmine. E’ una creatura diabolica, il simbolo del Male. Londra, British Library, Harley MS 3244 (ca. 1255-65), fol. 59r.
Fig. 1. Il drago, animale reale per gli uomini del medioevo, è la creatura più instabile e composita della zoologia del bestiari. Esso è il risultato della fusione in una sola creatura di tradizioni più antiche, bibliche, orientali, grego-romane e germaniche. Nasce in Etiopia, in India e in “Barbaria” ed è il più grande dei serpenti, da cui si differenzia per avere le zampe, almeno due. E’ terribile, rumoroso, viscoso, ha un odore mefitico, un alito pestilenziale e la sua carne è disgustosa. Dalle orecchie e dalla bocca escono fiamme distruttive. Ma la sua grande forza risiede nella coda, che soffoca e distrugge tutto ciò che stritola. Ha paura di una sola cosa, il fulmine. E’ una creatura diabolica, il simbolo del Male. Londra, British Library, Harley MS 3244 (ca. 1255-65), fol. 59r.

 

Fig. 2. Drago che combatte con un elefante, suo nemico mortale. La miniatura è tratta dal Bestiario di Aberdeen. Aberdeen, The Aberdeen University Library, ms. 24 (ca. 1195-1200), fol. 65v.
Fig. 2. Drago che combatte con un elefante, suo nemico mortale. La miniatura è tratta dal Bestiario di Aberdeen. Aberdeen, The Aberdeen University Library, ms. 24 (ca. 1195-1200), fol. 65v.

 

Per gli autori dei bestiari e, più in generale, per la cultura medievale europea – memore delle tradizioni bibliche – nessun drago è positivo. È una creatura diabolica, il simbolo del Male e sconfiggerla è un’impresa che possono compiere solo certi santi, come Giorgio (fig. 3), Michele, Marta e Margherita, o certi eroi leggendari (Tristano, Artù, Sigfrido). In araldica il drago si rappresenta generalmente rampante, con il corpo munito di scaglie, testa allungata, fauci spalancate, lingua sporgente a forma di dardo, ali di pipistrello, due o quattro zampe, con la coda aguzza, spesso acciambellata e terminante a dardo (fig. 4).

Fig. 3. William Bruges, Re d’armi della Giarrettiera, vestito con un tabarro alle le armi reali inglesi, inginocchiato di fronte a San Giorgio che trafigge il drago. Bruges Garter Book, Londra, British Library, Stowe MS 594 (ca. 1430- 1440), fol. 5v.
Fig. 3. William Bruges, Re d’armi della Giarrettiera, vestito con un tabarro alle le armi reali inglesi, inginocchiato di fronte a San Giorgio che trafigge il drago. Bruges Garter Book, Londra, British Library, Stowe MS 594 (ca. 1430- 1440), fol. 5v.

 

Fig. 4. Arma della famiglia Borghese, col capo dell’Impero. Raccolta Ceramelli Papiani, Firenze, Archivio di Stato, fasc. 894.
Fig. 4. Arma della famiglia Borghese, col capo dell’Impero. Raccolta Ceramelli Papiani, Firenze, Archivio di Stato, fasc. 894.

 

Raramente è rappresentato in atto di vomitare fiamme. Cronologicamente, i più antichi esemplari di scudi recanti draghi sono quelli ricamati su alcune scene dell’arazzo di Bayeux, il celebre manufatto tessile realizzato intorno al 1080, probabilmente nel sud dell’Inghilterra, su richiesta di Oddone, vescovo di Bayeux e fratellastro del re Guglielmo, per celebrare la conquista normanna dell’Inghilterra (fig. 5). Ma è soprattutto nell’araldica immaginaria – una moda che a partire dalla fine del XII secolo si diffuse parallelamente alla diffusione delle armi vere e proprie – che questo animale leggendario godette di una certa popolarità. La fantasia degli artisti galoppò e furono attribuiti stemmi recanti draghi a certi personaggi del ciclo arturiano (Uther Pendragon, Ariohan di Sassonia, Brehus, Calinan, Seguran, ecc.) e, addirittura, a figure bibliche come Giosuè e Giuda Maccabeo (fig. 6). Nel stemmi d’invenzione, tuttavia, la fortuna di questa figura è legata soprattutto alla sua funzione peggiorativa.

Fig. 5. Scudo normanno pre-araldico con drago. Arazzo di Bayeux (ca. 1080)
Fig. 5. Scudo normanno pre-araldico con drago. Arazzo di Bayeux (ca. 1080)

 

Fig. 6. Scudo di Giuda Maccabeo pendente da un alberello. I nove Prodi (ca. 1416-1420), Manta (Cuneo), castello.
Fig. 6. Scudo di Giuda Maccabeo pendente da un alberello. I nove Prodi (ca. 1416-1420), Manta (Cuneo), castello.

 

Nel bestiario del Diavolo e dei nemici della cristianità il drago occupa infatti il primo posto, tanto che neI secoli XIII e XIV divenne l’emblema degli eretici e dei capi musulmani. Ciò nonostante, nel blasone vero e proprio il suo indice di frequenza è piuttosto basso, mentre in epoca moderna prevale il suo uso come figura parlante. Non di rado il drago compare anche quale ornamento esterno dello scudo, sia come supporto, sia, soprattutto, come cimiero. Celebri sono i cimieri innalzati, a partire dal XIV secolo, dai sovrani aragonesi e portoghesi, cimieri che, per motivi ereditari, ricomparvero qualche secolo dopo sulle armi di Filippo II di Spagna e dei suoi successori: in Terra d’Otranto se ne conserva ancora qualche traccia (fig. 7).

Fig. 7. Mesagne, Porta Nuova, stemma di Filippo III di Spagna con triplice cimiero: i due laterali raffigurano i draghi aragonese e portoghese, mentre quello centrale il cimiero parlante di Castiglia.
Fig. 7. Mesagne, Porta Nuova, stemma di Filippo III di Spagna con triplice cimiero: i due laterali raffigurano i draghi aragonese e portoghese, mentre quello centrale il cimiero parlante di Castiglia.

 

IL DRAGO NEL BLASONE DI TERRA D’OTRANTO

Valutare l’indice di frequenza del drago nel blasone delle famiglie nobili e notabili di Terra d’Otranto non è un’operazione facile. Malgrado la grande quantità di manufatti araldici di cui è ricco il territorio, mancano infatti repertori completi e aggiornati in grado di offrire un quadro d’insieme del fenomeno e i pochissimi stemmari a disposizione dello studioso presentano non poche lacune. La migliore raccolta pubblicata finora, sebbene imperfetta e parziale, resta ancora l’Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, opera pubblicata agli inizi del Novecento da Amilcare Foscarini. Nell’Armerista il drago ha un indice di frequenza bassissimo. Statisticamente, tra i quattrocentoquaranta blasoni censiti dal Foscarini, solo due hanno un drago, ossia lo 0,45% del totale. Gli stemmi appartengono alle famiglie Trane (o Trani) e Protonobilissimo.

I primi, originari di Trani e conosciuti dapprima come Gaza, presero in seguito il cognome dal toponimo d’origine. In Terra d’Otranto ebbero i feudi di Guardigliano, Tutino, Lucugnano, Montesano, Tiggiano, Torrepaduli, Specchiapreti, Scorrano, Martano, Calimera e Corigliano. Foscarini attribuisce loro un blasone acromo avente “un drago alato e rivoltato, mirante una stella di sei raggi e sostenente con la branca sinistra una testa di toro” (fig. 8).

Fig. 8. Ugento, Museo diocesano, stemma della famiglia Trane
Fig. 8. Ugento, Museo diocesano, stemma della famiglia Trane

 

Quanto ai Protonobilissimo, furono un’antica schiatta attestata sin da XIII secolo. La famiglia, di origini amalfitane, passò dapprima a Sorrento e da lì a Napoli, dove fu aggregata al seggio di Capuana. Conosciuti anche come Faccipecora (fig. 9), si suddivisero in vari rami. In Terra d’Otranto possedettero i feudi di Brongo, Palagiano, Leporano, Roca, Mottola, Specchiapreti e Muro Leccese, concesso nel 1438 dal principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini a Florimonte Protonobilissimo ed in seguito (1723) elevato a principato. Il Mazzella, il Foscarini, il Crollalanza e il Rietstap assegnano ai Protonobilissimo uno scudo “di rosso, al drago alato d’oro” (fig. 10).

Fig. 9. Arma dei Faccipecora, incisione tratta da C. Borrelli, Difesa della nobilta napoletana scritta in latino dal P. Carlo Borrelli C. R. M. contro il libro di Francesco Elio Marchesi, volgarizata dal P. Abbate Ferdinando Ughelli, Roma 1655, p. 121
Fig. 9. Arma dei Faccipecora, incisione tratta da C. Borrelli, Difesa della nobilta napoletana scritta in latino dal P. Carlo Borrelli C. R. M. contro il libro di Francesco Elio Marchesi, volgarizata dal P. Abbate Ferdinando Ughelli, Roma 1655, p. 121

 

Fig. 10 .Stemma Protonobilissimo, incisione tratta da S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, p. 639
Fig. 10 .Stemma Protonobilissimo, incisione tratta da S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, p. 639

 

Tuttavia, l’analisi di un frammento di piatto stemmato, conservato presso il Museo del Palazzo del Principe di Muro Leccese, dimostra che il ramo murese dei Protonobilissimo caricò il drago d’oro non su un campo di rosso, ma d’azzurro (fig. 11).

Fig. 11. Muro Leccese, Museo del Palazzo del Principe, frammento di piatto con arma dei Protonobilissimo.
Fig. 11. Muro Leccese, Museo del Palazzo del Principe, frammento di piatto con arma dei Protonobilissimo.

 

Recuperato durante gli scavi nel Palazzo del Principe e databile alla fine del XVI secolo, questo frammento ceramico è una fonte araldica di primaria importanza perché contiene dati che furono controllati direttamente dalla committenza. Tale considerazione ci permette di affermare che la diversità del colore del campo che si osserva nei due blasoni dei Protonobilissimo poc’anzi descritti è legata a esigenze di brisura di linea. Con questo termine si intende un’alterazione dello stemma originale, operata per distinguere i vari rami di una stessa famiglia. L’uso delle brisure, particolarmente diffuso nell’araldica del regno di Napoli, si espresse attraverso varie modalità, fra cui la modificazione degli smalti dello scudo, ottenuta invertendo gli smalti del campo e della figura principale, oppure cambiandone solo uno, come si vede nello stemma del Protonobilissimo di Muro. Per differenziarsi, infatti, essi modificarono l’arma tradizionale “di rosso, al drago d’oro”, mutando in azzurro il colore della superficie dello scudo. In ogni caso, quale che sia la brisura impiegata dai Protonobilissimo, il drago, animale “totemico” della casata, rimase sempre d’oro.

 

BIBLIOGRAFIA

– G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890.

– A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903 (rist. anast. Sala Bolognese, Arnaldo Forni, 1978).

– E. Noya di Bitetto, Blasonario generale di Terra di Bari, Mola di Bari 1912 (rist. anast. Sala Bolognese, Arnaldo Forni, 1981).

– M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012.

– M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

– J. B. Rietstap, Armorial général précédé d’un dictionnaire des termes du blazon, 2 voll., Gouda 1884-1887.

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (3/3).

di Armando Polito

Debbo confessare che il giudizio del copertinese Giovanni Battista Fulino (L’autore è quel fra Diego de Lequile, che sotto i piedi del niente, ò perde affatto l’essere di buono scrittore, ò è manco del nulla in bene scrivere) riportato quando, nella puntata precedente, ho citato la prima pubblicazione del Tafuro, mi ha lasciato piuttosto perplesso, anche perché bene in vista nel frontespizio del suo libro.  Chi non avrebbe pensato, come io ho fatto, alla rabbia dettata dall’invidia per un concorrente? Mi è sembrato strano, però, che anche il giudizio del Lezzi (Grande strepito nel passato Secolo fece il P. Diego da Lequile, e nel suo Ordine de’ Riformati di S. Francesco, e nella corte austriaca, e in Roma,e colla Predicazione, e con parecchi Libri pubblicati, i quali però sono andati tutti a perir nell’obblio), decantato dal trascorrere del tempo, ne fosse la conferma. Non sono un esperto di teologia ma la lettura, per quanto frettolosa (all’inizio è stata più attenta, poi è diventata pallosa …), delle opere del Tafuro di argomento strettamente teologico mi ha dato la conferma di quei giudizi impietosi. Risparmio al lettore quello maturato dopo la lettura (anch’essa frettolosa dopo un po’ …) delle opere encomiastiche, in cui spicca il già citato scimmiottamento virgiliano Enea>Iulo>gens Iulia, con l’aggiunta dell’ultima tappa, cioè la casa austriaca. Fossi stato io l’arciduca dedicatario o uno dei cortigiani e, voglio rovinarmi, uno dei più umili sudditi sufficientemente acculturato, mi sarei sentito offeso … A proposito della gens Iulia e sul mio ferreo convincimento che la vera nobiltà, come la vera competenza, non si basa sui titoli, evito di riproporre qui un aneddoto familiare che chiunque abbia interessa potrà leggere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/03/mia-madre-e-orazio/.

Rem tene, verba sequentur è la citazione d’esordio utilizzata due puntate fa. Credo che il Tafuro ne sconfessi la validità assoluta, nonostante qualcuno, probabilmente suggestionato solo dalla quantità della sua produzione, lo ammirasse senza beneficio d’inventario …1

Insomma il nostro apparterrebbe a quella categoria di persone dalla parlantina facile che, a seconda degli interlocutori, riesce a mascherare la pochezza dei contenuti. Se da un lato, poi, come abbiamo visto, sembra vergognarsi del suo paese d’origine, dall’altro, sublime narcisistica contraddizione, accetta il Diego Lequile che si legge in alcuni frontespizi e in alcune epistole a lui indirizzate (vedi nota 1). Sarebbe  come se Giuseppe Faiella avesse scelto a suo tempo come pseudonimo non Peppino di Capri, ma Peppino Capri.

E io? Il mi limito ad adattare la prima parte della sentenza latina sostituendo rem tene=possiedi l’argomento con argumentum pone=esibisci la prova (incontrovertibile, cioè non passibile, pur nei limiti dell’umana capacità, di interpretazioni ambigue o, peggio, diametralmente opposte). Spero di esserci riuscito. Quanto al verba sequentur, lascio il giudizio, qualunque esso sia,  al lettore.

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1 Riporto alcune lettere indirizzategli da un nobile, sfegatato, ma anche, forse, narcisisticamente opportunista, suo ammiratore da Delle lettere del sig. Giovanni Francesco Loredano nobile veneto … raccolte da  Henrico Giblet, parte II, Appresso li Guerigli, Venezia, 1661, pp. 45-50, 56, 279, 287 e 484:

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/25/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-23/

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (2/3)

 

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (2/3)

di Armando Polito

Nella parte di manoscritto esaminata nella precedente puntata il Lezzi registra, per quanto riguarda le opere del Tafuro, sei titoli, ai quali il De Leo ne aggiunge uno.  Tenendo conto della diffusione della stampa nel secolo XVII, della la tiratura che per le opere specialistiche si suppone ancora oggi limitata, degli strumenti di ricerca limitati, e comunque, molto laboriosi, ai tempi del Lezzi e del De Leo, tutto ciò appare prodigioso1 e mi chiedo cosa sarebbero stati in grado di fare studiosi del loro calibro se avessero potuto fruire dei mezzi moderni, in primis la rete, con l’aiuto della quale illustrerò più estesamente ed integrerò il loro elenco. Seguirò l’ordine cronologico di pubblicazione.
1) Sentenze di S. Antonio di Padova disposte in proposizioni quadragesimali da F. Diego da Lequile Minorita della più stretta osservanza serafica, Cavallo, Napoli, 1646 (https://books.google.it/books?id=82o67g3Dtg0C&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

Curioso è il fatto che, come si legge nel frontespizio, il testo fu pubblicato a spese del M(olto) R(everend)o D(on) Giovanni Battista Fulino da Copertino Dottor di S(acra) T(eologia) e paroco di S. Giovanni à Porta di NapolI, il quale nello stesso anno, presso lo stesso editore e sempre a sue spese pubblicò Avvento con le proposizioni di S. Antonio di Padova. L’autore è quel fra Diego de Lequile, che sotto i piedi del niente, ò perde affatto l’essere di buono scrittore, ò è manco del nulla in bene scrivere. Un salentino che stronca un salentino rifacendosi alla teoria aristotelica ricordata da me ricordata all’inizio della prima parte.

2) La vite mariana di S. Antonio di Padova, Micheli, Lecce, 1648

3) L’ epenodoro del p. Tafuro Academico Sconosciuto nell’annuncio di buon Capo Danno all’ill.mo et ecc.mo signore il sig. D. Gio. Girolamo Acquaviva D’Aragona conte di Conversano, duca delle Noci, di Nardò, Micheli, Lecce, 1649

Epenodoro è neologismo  composto da due parole greche: ἔπαινος (leggi èpainos)=lode, approvazione e δῶρον=(leggi doron)dono. In greco, però, oltre ad ἔπαινος sostantivo esiste anche il suo quasi omografo ed omofono (cambia solo l’accento, l’etimo è lo stesso) aggettivo ἐπαινός/ἐπαινή/ἐπαινόν (leggi epainós/epainé/epainón)=terribile, terrificante (non a caso, al femminile, era l’appellativo di Persefone). Il significato dell’aggettivo deriva da quello del sostantivo attraverso una trafila concettuale basata sull’assunto che è prudente lodare o approvare il detentore del potere e che il terrore è l’arma principale di quest’ultimo. Tuttavia non riesco nemmeno di sospettare che il Tafuro, così vicino, come vedremo, a poteri ben più grandi di quelli cittadini, fosse consapevole dell’ambiguità etimologica di un termine che, invece, metterei le mani sul fuoco, ha utilizzato col valore semantico positivo creando un termine che non mi risulta usato da altri. 

Academico Sconosciuto: anche per quanto detto a proposito di epenodoro mi pare impossibile sospettare un pizzico di umiltà non tanto in academico (in cui lo scempiamento di c è dovuto ad un latinismo, visto che accademia deriva dal latino academia) quanto in Sconosciuto (ne è una spia l’iniziale maiuscola, nonostante l’uso spropositato che se ne faceva nel XVII secolo); l’Accademia degli Sconosciuti, però, era stata fondata a Guastalla dall’abate Giuseppe Negri e dal conte Alessandro Pegolotti nel 1724. Dunque, quando essa nasceva, Diego era passato da tempo a miglior vita. E allora?

In Giovanni Battista Spada, Giardino de gli epiteti, traslati et aggiunti poetici italiani, Erede di Vittorio Benacci,  Bologna, 1648, s. p. è nominato un poeta Girolamo Prioli con il soprannome di accademico sconosciuto. Non è l’unico, considerando,   nostante a sconosciuto si aggiunga unito, i frontespizi,  che seguono, di due volumi encomistici, appartenenti, cioè, al filone prediletto dal Tafuro.

Credo si possa legittimamente sospettare, dunque, uno scimmiottamento, sia pur parziale, da parte di Diego, on tanto del Prioli quanto dell’autore di questi due volumi, dei quali, forse, aveva letto non il solo titolo.

4) Novo quaresimale ripieno di pensieri, e concetti eruditi con tutti li Sabbati delle prediche di Maria N. Signora, Storti, Venezia, 1650

5) L’Anna rappresentata; overo, La grazia, e la bellezza in teatro guerregianti, festegianti, trionfanti. Con la sua prosa nel fine [da] Lequile, Agricola, Innsbruk, 1651

6) L’ arciduca d’Austria Fernando-Carlo conte regnante del Tirolo: ouero Panegirici poetici in sua lode con le lor prose politiche: con un essatto racconto delle opinioni piu ò meno famose intorno l’augustissima casa d’Austria. Opera dedicata alla S(ua) c(esarea) M(aestà) di Ferdinando III Austriaco Augusto composta dal F. Diego Lequile R(iformato) di S(an) F(rancesco) T(eologo) Predicatore e Cronista Arciducale, in Anversa nella  Officina Plantiniana, 1653

Alla fine della dedica, quasi si vergognasse della città d’origine, si spaccia per napoletano:

7) Il santo di Padova, Agricola, Innsbruck, 1654. Di seguito il frontespizio e due tavole che lo corredano.

8) Sanctus magnus Nicolaus Myrae episcopus, Agricola, Innsbruck, 1654

9) Relazione delle principali curiosità di questo contado del Tirolo,  Wagner, Innsbruck,  1655

 

Alla fine della relazione le pagine 398-409 contengono il resoconto delle opere pubblicate e di quelle destinate ad esserlo e questa sorta di stacco pubblicitario si conclude con queste parole:

10) Festivus adventus virginis Christina, Wag, Innsbruck, 1655

11) Collectaneae P. Lequilis de omnibus Austriis rebus sub unico ac felicissimo pietatis symbolo septies varieque auspicatus,  Agricola, Innsbruck, 1656

Visto il tema e il dedicatario, il volume non poteva non essere impreziosito dall’antiporta di seguito riprodotta, con la sua pomposa didascalia costituita da due distici elegiaci, con il primo verso del primo citato da Virgilio (Eneide, I, 33).                                                                                                                                    

Tantae molis erat Romanam condere gentem ,/unde Leone potens Austria origo fuit./Ars divina facit, reverenter Mundus honorat,/persequitur Satan, servat ab hoste Deus (Di tanta mole era fondare la gente romana,donde fu l’Austria potente per il leone Il mondo l’onora, Satana la perseguita. Dio la salva dal nemico.

La citazione del verso dell’Eneide non è casuale e la presunta trafila virgiliana Enea>gens Iulia>Augusto  qui si arricchisce dell’ultimo passaggio; l’Austria, con la celebrazione poetica della didascalia, quella grafica del dettaglio in alto al centro e quella, per così dire, teorica, di un passo che a p. 141 del suo volume Diego cita da Cornelio Vitignano, Vera geneaologia e discendenza dell’augustissima ed invittissima prosapia d’Austria …,  Carlini e Pace, Napoli, 1599:

E, ad integrare definitivamente tutto ciò con una sintesi visiva, alcune tavole di formato ridotto, in pratica una serie di slides (a me questo modo di procedere solo per convincere e suggestionare gli altri e fare infuriare pochi, tra cui il sottoscritto,   mi ricorda qualcuno …):

Chiudo la disamina di questo volume riportando le altre tre tavole a pagina intera:


Austria dum trina PIETATIS imagine visa/septem cum stellis Herculis Hydra perit. Altera victa cadit, dum victrix altera surgit/exprimit ac Orbi quidquid in Orbe beat (L’Austria vista con una triplice immagine della Pietà con sette stelle,mentre l’Idra di Ercole perisce. L’una cade vinta mentre l’altra vincitrice si solleva ed esprime al mondo tutto ciò che nel mondo bea).

Nobile et antiquum AUSTRIADUM quae prodit imago,/haec Genus, horrendum comprimit alma caput./Ac pede colla simul multorum inimica potenter/ calcat, et in stirpes unica Sole micat (La nobile ed antica stirpe drgli Austriadi, che quest’immagine mostra, calpesta benefica un orrendo capo. E nello stesso tempo nemica di molti col piede preme potentemente i colli e unica tra le stirpi brilla al sole).

Hic Pietatis honos fulgens sculptura triumphans/AUSTRIACA, ingenuos pandit in Orbe Toros./Quae laqueos FORTUNA pares fecundior,/attulit. Europae splendida iuga trahens? (Qui l’onore della pietà fulgida scultura austriaca che trionfa spiega nel mondo nobili letti nuziali. Quale destino più favorevole portò mai all’Europa pari legami, conducendo splendidi gioghi?).

12)  Colossus angelicus, Austriacus, siue Austriae sobolis admiranda moles apocalypsea, religione constans, maiestata rara, matrimoniis ingens. Item Austriacae pietatis per felicissima coniugia, et omnia Catholica connubia in unico CXVII. interfecti Colubris reciso capite triplex triumphus, nouo apparatu exhibitus a F. Didaco, de Lequile, atque ab eodem ad Catholicum Regem  Philippum IV missum, ad quem auctor alterum etiam sui laboris Gentilitium consecrans, varia modo una cum insigni historia de Christina Suetiae Regina scribit, duplici iacta eicone, super qua nonnulla, haud quidem spernenda commentantur, Oenipontui, excudebat Hyeronimus Agricola, 1659 Superiorum permissu

Questo volume può essere considerato la riedizione rinnovata del precedente, con le stesse tavole ed una diversa disposizione dei capitoli.
13) Il santo di Padova dall’estrema Spagna all’estrema Italia epiche narratiue del Lequile a cinque gran monarchi per mezzo di cinque reverendissime eminenze, Dragondelli, Roma, 1662

 

14) Il santo di Padova dicerie miscellanee del Lequile sopra le sue epiche narrative, Dragondelli, Roma, 1662

 

15) Hierarchia Franciscana in quatuor facies historicè distributa, Dragondelli, Roma, 1664

Questo frontespizio ci offre una nota biografica dall’improbabile sfumatura di modestia con con Minimo inter Minores S. Francisci Transiberini de Urbe coenobita (Monaco minimo tra i Minori di San Francesco di Roma). È il convento di San Francesco a Ripa, passato ai Riformati nel  1579.  Il volume è corredato della tavola di seguito riprodotta.

3

16)  Franciscus ter legislator evangelicus, Ercole, Roma, 1667

 

Anche qui, come nel precedente volume, quasi a ridimensionare quel monaco minore tra i Minori , la nota biografica data da Ord(inario) Hist(oriae) ad S(anctum) Franc(iscum) Transt(iberinum)=ordinario di storia presso (il convento di) S. Francesco trasteverino (alias il già visto S. Francesco a Ripa).

17) Relatio historica huius reformationis Sancti Nicolai -1647. Il manoscritto di quest’opera fu ritrovato nei primi anni ’70 da padre Benigno Perrone nell’archivio del collegio francescano irlandese di S. Isidoro a Roma e da lui  pubblicato per i tipi di Edizioni del Grifo a Lecce nel 2004.

Nella prossima ed ultima puntata trarrò le conclusioni.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/30/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-33/

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1 Tanto più che un autore quasi contemporaneo registra solo due titoli: Nicolò Toppi, Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 1678, p. 70:

La baia ed il porto di Brindisi fotografati da Hackert

di Nazareno Valente

 

Jakob Philipp Hackert, più noto come Filippo Hackert, è comunemente indicato come uno dei più importanti paesaggisti in attività tra il XVIII e XIX secolo. La maggior parte della sua vita artistica la consumò per lo più a Napoli, dove era stato nominato primo Pittore di Paesi, Cacce e Marine alla corte di re Ferdinando IV di Borbone, che gli affidò vari incarichi tra i quali quello di dipingere i porti del regno.

Era la primavera del 1788 quando Hackert iniziò il viaggio che lo avrebbe tenuto impegnato alcuni mesi nella visita delle tre estreme province orientali, vale a dire Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto, per eseguire i disegni preparatori dei porti lì situati. Nacquero così le 17 pregevoli vedute tuttora conservate presso la reggia di Caserta.

Uno dei primi quadri della serie – per la precisione, il secondo – riguardò Brindisi, la cui Baja e Porto, realizzata nel 1789 come annotato in calce al dipinto stesso, verrà da noi esaminata, non già da un punto di vista artistico, ma per il suo possibile valore topografico. Infatti uno dei pregi generalmente riconosciuto ad Hackert è la maestria con cui sapeva tradurre un paesaggio in una struttura grafica corrispondente alla realtà. In altre parole i suoi paesaggi possono essere considerati per certi versi delle fotografie e, proprio per questo, ci avventuriamo in un percorso mai imboccato prima: riconoscere e dare un nome ai diversi particolari del dipinto, così da riscoprire anche ciò che la memoria comune non ha saputo conservare. Per rendere più agevole il compito del lettore, faremo costante riferimento al dipinto (figura n. 1) in cui i diversi luoghi identificati sono stati contrassegnati con un apposito numero.

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  1. Castello Aragonese o Alfonsino o Rosso con il vicino Forte a mare.

Se ne vuole qui indicare la sola presenza, considerato che, grazie ai tanti studi pubblicati, la storia della struttura è talmente nota da rendere superflua ogni possibile annotazione.

 

  1. Cala delle Navi.

Dopo gli splendori del periodo romano ed i buoni momenti normanno-svevi e angioini, Brindisi visse periodi bui, in cui l’unico mezzo di difesa della città parve quello di isolarla dal mondo, ostruendo il canale che metteva in comunicazione il porto interno con quello esterno e abbandonando il tutto alla più totale incuria. Sicché i seni interni – le cui sembianze erano accostabili più ad una palude che ad una distesa di mare – potevano essere attraversati solo da barche dal modesto pescaggio. L’unico porto utilizzabile rimase quindi quello esterno e la Cala delle Navi, che si trovava sulla costa Guacina poco lontana dalle Fontanelle, ne costituiva l’approdo più affidabile. Ed è appunto in direzione della Cala delle Navi che si dirigono i velieri d’una certa stazza disegnati da Hackert.

Sia pure in maniera anonima, la Cala delle Navi è stata rappresentata graficamente per la prima volta nella pianta del Blaeu1 del XVII secolo (figura n. 2) e il relativo ormeggio era espressamente indicato nella cartografia del tempo. Il toponimo ebbe quindi ampia diffusione e fu comunemente utilizzato nei secoli successivi, sino a quando, all’incirca nella seconda metà del XIX secolo, con la messa in piena funzione del porto interno, lo scalo non andò in disuso; in seguito finì nel dimenticatoio tanto da non trovare menzione neppure negli scritti degli storici locali.

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  1. Canale Borbonico.

Una decina d’anni prima del viaggio di Hackert, Ferdinando IV aveva inviato a Brindisi il tenente colonnello Andrea Pigonati con il compito di provvedere finalmente alla bonifica ed alla riapertura del porto interno. I lavori si svolsero tra il 1776 ed il 1778 e s’incentrarono principalmente nella realizzazione d’un canale, che potesse consentire ai velieri di accedere nei due seni del porto interno, e nel colmare le varie paludi che rendevano l’aria della città malsana.

Pigonati chiamò il canale scavato Borbonico mentre ai moli, che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto preservarlo dall’interrimento, lasciò il compito di protrarre la memoria dei sovrani denominando Carolino, quello di ponente, e Ferdinando, quello di levante. Purtroppo, dopo breve tempo, i lavori si dimostrarono del tutto insufficienti e, quando Hackert visitò la città, la situazione del porto era nuovamente precaria, tanto da giustificare l’avvio di nuovi interventi.

 

  1. Canale Angioino.

Prima dei lavori del Pigonati, era questo l’antico canale di collegamento tra i due porti. L’incuria a cui era stato abbandonato l’aveva reso poco agibile con conseguenti gravi limitazioni nelle possibilità di accesso al porto interno che, proprio a causa dell’inadeguato ricambio delle acque, presentava chiazze di maleodoranti paludi in gran parte della sua estensione. Con molto probabilità, quando Hackert lo ritraeva, i bassi fondali lo avevano reso ormai del tutto impraticabile.

È comunemente ritenuto opera degli angioini, sebbene non pare disponibile alcuna fonte o documentazione che lo attesti.

 

  1. Isola Angioina.

A seguito dell’intervento del Pigonati, il porto interno e quello esterno furono collegati con il nuovo canale Borbonico che, unitamente al preesistente canale Angioino, finì per formare un’isola di modesta ampiezza la quale conferì al bacino di collegamento una caratteristica forma ad Y che permase nello scenario del porto brindisino per oltre settant’anni.

A cominciare dal disegno (figura n. 3) che il Pigonati inserì in appendice al resoconto ufficiale dei lavori2, l’isola appare in tutte le successive mappe pubblicate in quel tempo, lasciata però – per quello che s’è potuto constatare – sempre nel più completo anonimato. Bisogna infatti scartabellare i vari progetti presentati per la bonifica del porto per venire a conoscenza che essa era identificata come isola Angioina.

È pertanto del tutto comprensibile che l’isoletta sia di fatto scomparsa dalla memoria collettiva; un po’ meno che non trovi spazio, se non di sfuggita e al pari di un’entità sconosciuta, nelle cronache cittadine, a dispetto del rilievo avuto per la funzionalità del porto. Dalla lettura dei progetti appena menzionati appare appunto evidente che la presenza dell’isola Angioina creava grossi problemi alla navigabilità del bacino ed al flusso e riflusso delle maree. E non a caso, come meglio vedremo in seguito, se ne decise dapprima l’abbassamento e poi la completa rimozione.

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  1. Le Torrette.

Sulle opposte sponde del vecchio canale Angioino c’erano due torrette che gli angioini stessi avevano fatto costruire nel 1279 per impedire che la città fosse attaccata dalla parte del mare. La più grande, fabbricata sulla riva di ponente, era collegata all’altra torretta con una catena che, in caso di bisogno, un congegno tendeva in modo da precludere l’accesso al porto interno.

Con il passare del tempo simili metodi di difesa divennero anacronistici e le due torri subirono successivi riadattamenti, tant’è che il Pigonati, all’iniziò dei suoi lavori, attesta ancora l’esistenza della maggiore – risistemata però per alloggiare le guardie della dogana – ed i soli «avanzi»3 di quella costruita a levante.

Il dipinto di Hackert avvalora le affermazioni del Pigonati presentando a ponente quella divenuta dogana e, sulla riva opposta, una base cilindrica nella quale si potrebbero identificare gli avanzi dell’altra torretta. Tale testimonianza grafica serve inoltre a confutare le critiche che l’Ascoli espresse sui lavori compiuti da Pigonati proprio riguardanti le torrette.

Afferma infatti l’Ascoli che il Pigonati, nel fabbricare il molo a ponente del canale, trovatosi in difficoltà per la penuria di materiale, «impiegò le pietre estratte dalla diruta casa della Torretta fabbricata dagli Angioini»4. Smentito in ciò dalla stesso interessato, il quale nelle sue memorie precisa d’aver sopperito alla bisogna ordinando di <cavar pietre dall’isoletta»5, vale a dire dall’isola Angioina, e, come appena riportato, dal dettaglio del dipinto. E poi prosegue: «Di questa torretta rimasero le fondamenta che aperto il canale, furono interamente ricoperta dalle acque, formarono col tempo una secca abbastanza estesa, chiamata secca Angioina»6. In definitiva, a detta dell’Ascoli, la secca, che sarebbe divenuta fonte di gravi alterazioni per l’agibilità del porto brindisino, era diretta conseguenza di uno dei tanti errori compiuti dal Pigonati, a cui doveva quindi addebitarsi anche questo ulteriore guasto.

Se l’accusa fosse passata sotto silenzio, la questione non avrebbe avuto rilievo alcuno. Il problema è che, invece, tutti i successivi autori, ritenendola credibile, l’hanno propagata sino a farla passare per una delle tante verità incontrovertibili.

Eppure, a guardare il dipinto, sembrerebbe discutibile che il canale scavato dal Pigonati abbia potuto influire più di tanto sul flusso delle acque nel canale Angioino, sulla cui sponda di levante, come sappiamo, si trovava la diruta torretta. Hackert non vi disegna infatti neppure una piccola barca in transito, a esemplificazione del fatto che il canale Angioino continuava ad avere un fondale bassissimo ed era di fatto impraticabile. Se poi consideriamo che, di lì a breve, pure il nuovo canale Borbonico avrebbe incominciato ad insabbiarsi limitando ancor più il flusso delle maree, verrebbe da presumere proprio il contrario, cioè a dire che in quella zona gli allagamenti erano in effetti impossibili.

Ma di là dalle congetture, ci sono i documenti a smentire le affermazioni dell’Ascoli.

La cartografia della seconda metà del XIX secolo ha infatti rappresentato in maniera chiara la situazione che s’era creata nel porto brindisino ed è pertanto sufficiente esaminare una qualsiasi pianta dell’epoca per ricavare che la secca Angioina, oltre ad essere molto estesa, si trovava proprio nel punto in cui sino a poco tempo prima era posizionata l’isola Angioina con i suoi bassi fondali.

Ed è quanto emerge in tutta la sua evidenza in un particolare del Piano generale del porto di Brindisi7 del 1866 (figura n. 4): la secca angioina ha due lati ampi più di cento metri ciascuno ed è disegnata proprio dove una volta c’era l’isoletta.

Appare a questo punto ovvio che le fondamenta di una torretta alta pochi metri non avrebbero mai potuto generare una secca di simile sviluppo, la cui origine era molto più semplicemente dovuta ai lavori per l’abbassamento dell’isola Angioina iniziati formalmente nel 18428 e conclusisi attorno al 1860. È infatti nelle mappe di quegli anni che la secca Angioina incominciò a prendere il posto dell’omonima isoletta.

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Di tali lavori si può trovare traccia, oltre che nelle fonti letterarie, anche nella documentazione ufficiale, tipo la relazione del Giordano per il porto di Bari, dove l’autore cita espressamente la proposta per il «profondamento dell’isola Angioina, sino alla profondità di palmi 8»9.

Scavata quindi sino a restare poco al di sotto della superficie del mare, l’isola Angioina non poteva che trasformarsi in secca. Con buona pace della bizzarra versione dell’Ascoli, che ancor oggi trova unanime accoglimento10.

 

  1. Il Barcaturo oppure molo di collegamento con l’isola Angioina.

Non molto lontano dalle Colonne Romane, a sud di quello che era il palazzo Cocotò, c’era un «ponte di legno detto Barcaturo o Cavalcaturo»11 che il Vacca ritiene di riconoscere nel pontile raffigurato da Hackert.

Abbinamento plausibile, se non ci fosse un attracco (7a), disegnato proprio di fronte sull’isola Angioina, che sembra strettamente collegato con questo pontile, mentre è certo che il molo di collegamento con il Barcaturo (il cosiddetto Sbarcaturo) si trovava su un’altra costa, quella di Posillipo sul Casale.

In ogni caso l’ipotesi è suggestiva poiché il Barcaturo fa parte della storia brindisina associato com’è con la festività dell’8 settembre, occasione della Natività di Maria. Il protocollo della festa ci racconta infatti che i pellegrini iniziavano il loro tragitto dal Barcaturo e, utilizzando il servizio di barche arcivescovili, chiamate imbarcaturo o varcatoro di Santa Maria, si portavano sulla riva opposta del porto. Sbarcati sullo Sbarcaturo, s’incamminavano lungo un percorso che toccava la chiesetta del Cristo del Passo, dove si raccoglievano in preghiera, prima di proseguire per la loro meta ultima, vale a dire la chiesa di Santa Maria del Casale.

C’è pero da osservare che il Barcaturo si trovava alquanto più a nord e, quindi, anche contando sulla rinomata precisione di Hackert, sarei più propenso a credere che questo pontile venisse utilizzato come collegamento con l’isola, soprattutto per le merci da scaricare o caricare sui velieri ancorati nella Cala delle Navi.

Anche la stessa barca disegnata da Hackert lo lascia intendere. Si tratta infatti di una chiatta che i brindisini chiamavano lontro, dal basso pescaggio e dalla forma piatta (in questo caso allargata) che ricorda le famose caudicarie impiegate dai romani per il trasporto fluviale mediante un sistema di alaggio. Lo si nota pure dagli scalmi presenti a poppa e a prua, ed invece assenti ai lati dove comunemente trovano posto i remi12, la qual cosa chiarisce che l’imbarcazione era trainata a braccia con l’aiuto di una fune tesa tra questo e il corrispondente pontile dipinto sull’isola.

D’altra parte era del tutto usuale, nei porti pugliesi con i fondali bassi o interriti, che le navi restassero ancorate al largo e che le operazioni di carico fossero svolte con barchette dallo scarso pescaggio, molto simili a quelle ancora in uso sui fiumi13.

 

  1. Il molo di porta Reale.

Era uno dei punti più caratteristici della città, dove avveniva il caricamento dell’olio contenuto in botti di legno.

Il ponte si trovava appena usciti da porta Reale, nei cui pressi c’erano pure «le Pile di misura Regia de’ caricamenti dell’olio… e costituiva il luogo più puzzolente del porto»14.

Per tutto il periodo in cui il porto interno era interrito le botti di olio erano qui collocate su barche per poi essere trasportate sino alla Cala delle Navi dov’erano infine trasbordate sui bastimenti. Quando i lavori di Pigonati ne consentirono la riapertura, fu per i brindisini un avvenimento vedere le navi arrivare sin sul molo di porta Reale per caricare direttamente le botti di olio, «con gran risparmio de’ negozianti»15.

Fu questo il primo evidente beneficio derivante dalla riapertura del porto interno e fu accolto dalla cittadinanza con molto entusiasmo. Peccato, però, che di lì a poco i problemi riemersero e, proprio mentre Hackert tracciava i primi schizzi, era già in programma un nuovo intervento di bonifica.

In effetti quasi tutti i porti meridionali vivevano in quel periodo un momento difficile, eppure è questo un aspetto che non si coglie nei dipinti di Hackert. Il porto di Brindisi sembra anzi in piena attività e la gente vi passeggia serena, come se non vi fossero problemi di navigazione per i velieri e di frequentazione per le persone. Il che contrasta alquanto con la situazione critica attestata dalle fonti e dai tipici visitatori impegnati in un Grand Tour.

Hackert tanto fedele e minuzioso nel riprodurre le coste, le insenature, i moli ed ogni altro elemento del paesaggio, appare al contrario alquanto fantasioso nel cogliere gli aspetti della vita quotidiana. E, d’altra parte, quale primo Pittore alla corte borbonica non poteva certo rappresentare la realtà nuda e cruda così com’era, soprattutto se sgradita, ma doveva giocoforza abbellirla e renderla in qualche modo funzionale agli interessi propagandistici del datore di lavoro.

 

1 W. J. Blaeu, Pianta, tratta da: Nicola Vacca, Brindisi ignorata, Vecchi & C. Editori, Trani, 1954, Ristampa anastatica, CCIAA di Brindisi, Fasano, 1969, pp. 168-169.

2 A. Pigonati, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando IV, Michele Morelli, Napoli, 1781, Tav. II.

3 A. Pigonati, Cit., p. 12.

4 F. Ascoli, La storia di Brindisi, Forni Editore, Sala Bolognese, 1981, ristampa dell’edizione Malvolti, Rimini, 1886, p. 367.

5 A. Pigonati, Cit., p. 72.

6 F. Ascoli, Cit., p. 367.

7 L. balatri, Piano generale del porto di Brindisi, 1866, Maps, Huntington Digital Library, Huntington Rare Books, Sir Richard Francis Burton Map Collection.

8 S.  Morelli, Brindisi e Ferdinando II o il passato, il presente e l’avvenire di Brindisi, Del Vecchio, Lecce, 1848, p. 118.

9 L. Giordano, Intorno alla struttura di un nuovo porto in Bari, Fratelli Cannone, Bari, 1853, p. 26.

10 Si citano per tutti: F.A. Cafiero, La città di Brindisi all’apertura del canale Pigonati, in Brundisii res, Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1969, p. 54 e G. Perri, Brindisi nel contesto della storia, Lulu.com 2016, pp. 72 e 105.

11  N. Vacca, Cit., p. 309.

12 La paternità dell’affermazione sugli scalmi è di Andrea Nicolau che la formulò nel corso di una chiacchierata su Facebook.

13 Nel periodo in cui il porto interno era inaccessibile alle barche d’una certa stazza, i lontri più comunemente usati dai brindisini erano molto simili alle canoe e, quindi, con una configurazione ben più limitata di quello raffigurato da Hackert.

14 Pigonati, Cit., p. 23.

15 P. Cagnes – N. Scalese, Cronaca dei sindaci di Brindisi (1529 – 1787), A cura di R. Jurlaro, Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1978, p. 459.

 

Vino su tela. L’arte enoica di Arianna Greco

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di Arianna Greco

“Amor che move il sole e l’altre stelle”, frase che segna la fine del paradiso dantesco e che ben si adegua a descrivere, invece, il mio inizio. Sì, perché l’idea di usare il vino al posto dei colori nasce proprio da un “amore”, pur continuando ora senza di esso. O, forse, esso c’è ancora ma ha assunto altre forme, altri volti e altre grandezze.

Ma devo fare un passo indietro per raccontare quell’incipit a cui, in fondo, devo tanto.

2012… per me il vino altro non era che un semplicissimo “alimento”, in vendita presso enoteche o supermercati in modo indifferenziato. Una bottiglia valeva l’altra, non guardavo nemmeno che vitigno fosse. Ma, soprattutto, non lo bevevo.

La mia vita privata però ha avuto la fortuna di iniziare un percorso con un uomo la cui quotidianità, ironia della sorte, era incentrata proprio sul vino: per passione e per lavoro. Due mondi lontani i nostri che ho cercato di avvicinare interessandomi a quel “liquido odoroso”, come lo definisce Sandro Sangiorgi, egregio scrittore enoico. Degustazioni, letture di manuali, incontri e scambi d’opinione con addetti ai lavori, tutto parlava di vino. Ma a quel punto i miei “amori” erano due: da sempre quello per la pittura e, da poco, l’amore per quell’uomo. Come fare nostro quel suo mondo? Come avvicinarmi a lui? Attraverso la sua passione, il vino. Ma dovevo filtrarlo attraverso ciò che ero io e per questo motivo ho colto, durante una degustazione, l’elemento che più si confaceva a me: l’esame visivo con le sfumature che si evidenziano, quel rosso rubino con venature granata o a volte violacee, quel rosso porpora, quel rosa cerasuolo…perché allora non cercare di carpire proprio questo aspetto? E così l’idea di intingere il pennello nel vino! Da sola, a Bari nel silenzio di una piccola camera. Certo che a pensarci ora mi vengono i brividi, ora che sono alla vigilia dell’ennesimo evento in cui le mie opere saranno in mostra in Russia, a San Pietroburgo e tra qualche giorno ci sarà la quarta proiezione italiana del film-documentario “Vino su tela. L’Arte Enoica di Arianna Greco”. Un salto enorme che copre un arco di tempo limitato, appena quattro anni. Ma procediamo con ordine e torniamo a quella prima tela. Una piccola tela, appena 30×40 cm. Una donna assorta nei propri pensieri, seno nudo, capelli raccolti e calice pieno in mano, intenta ad osservare quel vino che sapeva essere unico compagno di confidenze. Ricordo che andai ad acquistare appositamente la bottiglia nel supermercato di fronte casa e scelsi un Primitivo di Manduria di un’azienda sconosciuta. Intingevo il pennello e lo posavo sulla tela creando un lago sanguigno per terra…ma quasi subito la sorpresa: il vino a contatto con l’aria si ossida molto più rapidamente di come farebbe in barrique o in bottiglia. Così quel rosso violaceo stava cambiando colore davanti ai miei occhi, piano piano. A distanza di qualche giorno la differenza era già visibile e aumentava nel corso del tempo. Da viola ad arancione! Lì ho capito che dovevo continuare a sperimentare perché quel divenire mi affascinava.

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Ho avuto fortuna fin da subito, fin da quella piccola prima tela che, oggi, è la copertina di un libro “L’amore è come un bicchiere di vino rosso” di F. Biolchini, regista teatrale nonché coregista di Pippo Franco ed è inserita nel “Manuale della Storia Italica” del prof. Franco Niedda Crispo. Dopo la prima …una seconda, una terza tela…ma cambiando vitigno. Dopo il Primitivo di Manduria è stata la volta del Negroamaro e del Nero di Troia, ancora una volta una sorta di preludio a ciò che sarebbe stato: di lì a qualche mese infatti lo scrittore grossetano Andrea Zanfi mi avrebbe chiesto di realizzare la copertina del suo lavoro sulla Puglia Enoica, un manuale in cui racchiudeva la storia di trentanove importanti aziende pugliesi divise in tre sezioni, Primitivo, Negroamaro e Nero di Troia! Proprio i primi tre vitigni da me scelti e gli stessi che poi ho personificato nella copertina de “Le Puglie, storie di Terre e vini”. A quel punto è stato un susseguirsi di vicende. Dopo circa un mese da quell’inizio, la prima richiesta da parte del direttore di un museo, il Piero Taruffi di Bagnoregio (VT). Il dott. Verzaro, da buon sommelier mi chiedeva di realizzare quella che sarebbe stata l’opera simbolo del museo stesso per un intero anno, in un filone che aveva visto in precedenza nomi quali Enzo Naso, autore dei poster della Mille Miglia e di casa Ferrari. E così è stato. A quello ha fatto seguito il museo di Pulcinella in Campania dove ora son presenti mie opere assieme, addirittura, a disegni del Tiepolo e del quale, con cerimonia ufficiale, sono stata nominata “Ambasciatrice nel Mondo”. Sempre in quel primo anno la richiesta di essere presente con una mostra personale a Firenze presso Palazzo Bartolini Salimbeni in occasione di Wine Town, ospite dell’azienda della famiglia Ferragamo e di realizzare un’opera per loro. È nato così “Il Bacco di Arianna”!

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I libri con mia copertina son passati presto da due a cinque e tra questi mi piace ricordare “Isolina, il momento perfetto” scritto da Gianni Mauro, artista eclettico che ha calcato il palco di Sanremo con Rino Gaetano, ha scritto brani per Gabriella Ferri e altri grandi della musica italiana e che ha voluto onorarmi dedicandomi il suo libro.

Dai libri alle etichette per bottiglie di vino: da “Il Capriccio della Marchesa”, un Fiano da invecchiamento, all’opera per 1312 magnum di Taurasi di Villa Raiano, “Il Lotto del Presidente”. Da “Daidalos”, un Moscato di Trani, a “Ligia”, una birra artigianale fermentata con mosto d’uva; fino ad arrivare all’etichetta di uno zibibbo calabro di prossima uscita.

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Mi aspettavo tutto questo turbinio? Decisamente no, ma ne sono entusiasta. Mi è servito a crescere, a comprendere che bisogna credere in sé stessi e nelle proprie passioni anche se queste sembrano ben lontane dal concreto. L’Arte vien vista, anche nella mia famiglia, come un qualcosa in più, un non-lavoro. Per tale motivo io non ho frequentato né un liceo artistico né un’accademia. La mia formazione è stata diversa, liceo classico prima, Odontoiatria e Protesi Dentaria poi. L’Arte poteva esserci ma…in parallelo. Però ora, per me, quel binario parallelo sta diventando il binario principale.

Non mi son fermata alla Puglia né tantomeno all’Italia. L’anno successivo a quello d’inizio è stata la volta del mio primo “live” di pittura col vino ad Hong Kong. Nel frattempo avevo iniziato a prendere confidenza con i live, notando quanto la gente fosse incredula e curiosa nel vedermi reggere un calice in cui vari pennelli facevano bella mostra di sé. Alla fine i live ad Hong Kong sono stati quattro: l’occasione era rappresentata dalla presentazione di una linea cosmetica a base di Barolo. I polifenoli delle uve a bacca rossa sono antiossidanti e antiradicali liberi quindi ottimi ingredienti per prodotti di bellezza: nove prodotti, dall’antietà alla crema schiarente per pelli asiatiche, dal latte detergente al fitoestratto lenitivo e nove mie opere dipinte con Barolo che facevano da testimonial per la linea cosmetica. Un successo inaspettato replicato poi a Milano per la Settimana della Moda presso Chateau Monfort. Addirittura un uomo veniva ogni giorno a trovarmi lì (ad Hong Kong) per osservarmi dipingere e portarmi suoi regali, da monete d’oro a collezioni di banconote, ad una collana di perle! Forse il vino fece il suo effetto, inebriandolo!

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Intanto i giorni avanzavano e io cercavo di “classificare” cromaticamente le opere. Notavo che nel corso del tempo il Negroamaro tendeva ad assumere il color marrone mentre la Barbera aveva cromaticità differenti a seconda del produttore: una Barbera prodotta sul Gargano mi dava color rosso mattone mentre una Barbera prodotta in Piemonte tendeva al grigio. Ad un certo punto mi sono chiesta cosa potesse accadere ad un vino invecchiato. Avevo fino ad allora usato vini relativamente giovani, al massimo con cinque o sei anni di imbottigliamento. Mi son recata allora presso un rigattiere dove, in vetrina, avevo intravisto diverse bottiglie…un Barolo del 1976, un Salice Salentino del 1964, un Dolcetto delle Langhe del 1981, un altro Barolo del 1979…ho comprato tutto! La prima ad essere aperta è stata la bottiglia del 1976: aveva un odore strano, diverso dal solito, un odore che non ho più dimenticato da allora. Ma, soprattutto, aveva un colore che a me piaceva. Era ocre e difficilmente bagnava la tela. Ma l’ho lasciato riposare per giorni su quel supporto finché non è stato assorbito. L’opera ottenuta è stata “Come mi vuoi” e raffigurava una donna stesa, nuda anche lei e anche lei intenta a riflettere, a pancia in giù, con ai piedi una sola scarpa col tacco. Il titolo, come in ogni mio dipinto, nasceva da una canzone. Un giorno mi chiamano al telefono “Scusi, cerco Arianna Greco”, “mi dica” rispondo, “è proprio lei?”, “sì, con chi parlo?”, “sono Simona e in questo momento mi sto tatuando sulla schiena un suo dipinto…”…era proprio “Come mi vuoi”. Ovviamente ho conosciuto Simona, una sommelier e donna del vino di Manduria dove gestisce, insieme al compagno Andrea, uno splendido ristorante il cui menù, non a caso, riporta in copertina una mia opera “Incondizionatamente”. Perché la vita non ha condizioni. Non accetta mezze misure.

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Così la mia sperimentazione continuava e mi son ritrovata ad essere presente in due tesi di laurea. La prima del dott. Jean Pierre Mellone del 2013 “Il mito della velocità”, in cui si discuteva della mia opera per il museo Taruffi. La seconda, di quest’anno, il 2016, “Le molteplici identità socio-culturali del vino: uno sguardo antropologico” della dott.ssa Cristina Ranieri – Università degli Studi di Milano Bicocca, incentrata sul “vino” che da semplice alimento diviene soggetto dotato di una propria agency. Di pochi giorni fa è la richiesta di un’altra ragazza, mia concittadina, laureanda in Conservazione dei Beni Culturali e che mi ha chiesto di essere l’oggetto della sua tesi! Non posso ricevere onore più grande.

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Sto cercando di perfezionare la mia tecnica e di aumentare la plasticità dei corpi che dipingo. Vorrei che l’espressività delle mie donne riuscisse a non passare inosservata. Non a caso i miei soggetti son principalmente donne. Mi piacciono i volti tristi o eccitati e i corpi che si intrecciano e si contorcono. Ultimamente sto inserendo anche parti di quadro non complete, con angoli non dipinti in cui il vino segna semplicemente dei rivoli colando giù. Mi piace l’idea del divenire, dell’incompletezza in contrapposizione con la precisione del tratto nelle altre parti della tela. Così sono nati “Omnia” e altri dipinti esposti a San Pietroburgo già a marzo di quest’anno presso lo State Hermitage Official Hotel in St Petersburg in occasione del secondo Golden Tour di cui sono stata ospite. La prima volta in Russia è stata nel 2015, a Mosca, dove ho realizzato due opere live in giorni successivi tenendo tre master class organizzati da Andrea Sarasso per importatori e stampa russa di settore. Un’esperienza incredibile…mi ritrovavo ad avere interpreti personali italiano-russo, a firmare autografi, a parlare di vino davanti ad addetti al settore, a far dipingere spiegando loro cosa fosse la pittura col vino e perché applicarlo in un modo o in un altro. Ho notato tanto interesse ed ho conosciuto, addirittura, una donna che aveva prenotato la presenza lì al master class tenuto da ma perché mi seguiva da ben tre anni, dal primo articolo sulla stampa russa!

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Non solo Russia….i miei live e la mia arte hanno fatto tappa anche in Brasile, a San Paolo, per Encontro de Vinhos, la fiera mondiale dei vini che fa tappa in sette città brasiliane, da Rio de Janeiro a Curitiba, a Campinas con evento principale a San Paolo. Il direttivo dell’organizzazione, capeggiato dal giornalista Beto Duarte che ha realizzato più di duecento documentari per la TV brasiliana, ha deciso per il 2016 di affidare ad un’artista internazionale l’incarico di realizzare l’immagine ufficiale dell’evento: e quell’artista sono proprio io! All’inizio non volevo crederci… però ho ideato e dipinto l’opera cercando di portare avanti le mie radici e la mia Terra. Per tale motivo ho scelto due vitigni importanti: Primitivo di Manduria e Salice Salentino quindi, ancora una volta, il mio Primitivo e il mio Negroamaro. L’opera è stata presentata sia in Italia che a San Paolo per la TV nazionale brasiliana e sempre in quell’occasione ho dipinto live con vini brasiliani. Tanto calore, tanto entusiasmo e tanta “italianità” che mi hanno fatto innamorare del Brasile!

Ovviamente le opere dipinte col vino hanno un loro “segreto”: il colore tenderebbe col passare del tempo a venir meno, per tale motivo un’azienda ha ideato appositamente sia un fissativo che un isolante che, applicati, permettono al vino di evolvere assumendo le proprie tonalità ma di bloccarsi e di persistere ad evoluzione avvenuta. Un segreto…che rimarrà tale.

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Grazie a tutto questo mio “girovagare”, a questo tentativo di far conoscere i colori della mia terra, è arrivato un premio importante. Nel corso di questi quattro anni ho ricevuto altri riconoscimenti ma, a mio avviso, quello che ritirerò in Croazia il prossimo novembre ha una valenza di cui a stento mi capacito: in occasione del 34^ European Award for the Tourism nell’ambito del 19th International Tour Film Festival, riceverò l’importante riconoscimento internazionale di Benemerita del Turismo Culturale. Il prestigioso riconoscimento è destinato a coloro che si sono distinti nel comparto del turismo ai vari livelli ed ha avuto per il passato varie personalità come il francese Paul Bocuse e l’italiano Gualtiero Marchesi per la gastronomia; il regista italo-polacco Zanussi e Franco Zeffirelli per i documentari turistici.

Son stati quattro anni intensi e il quotidiano lo è altrettanto. Ad oggi mi ritrovo a programmare un live in Siberia oltre ad altri appuntamenti nostrani come il Primitivo Jazz Festival, il Castro Wine Festival, il Premio Terre del Negroamaro al fianco di ospiti che prima vedevo solo sullo schermo o di cui leggevo online.

A volte leggere “ospite d’eccezione di questa edizione è l’Artista internazionale Arianna Greco…” non mi sembra vero. La strada che devo percorrere però è lunga e tortuosa ma, come recitano le parole che ho tatuato sulla mia pelle, “one life, one chance” e io mi impegnerò per dare il massimo.

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Pubblicato su “Il delfino e la mezzaluna”, nn. 4-5 – 2016

Teatro a Galatone. Attrattori di Armonia

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di Tore Scuro

Prosegue a Galatone “Attrattori di Armonia. Preludio di stagione”, rassegna teatrale a cura della Compagnia Salvatore Della Villa, che, sino al 3 gennaio, tra Teatro comunale, Frantoio del Palazzo Marchesale e Castello di Fulcignano, proporrà spettacoli, workshop, attività di formazione del pubblico e matinée per le scuole, direzione artistica di Salvatore Della Villa, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Galatone e il patrocinio della Provincia di Lecce.

Info e prenotazioni: 327.9860420 (Compagnia Salvatore Della Villa) e 0833.864941 (Ufficio Cultura del Comune di Galatone: dal lunedì al venerdì ore 9-13).

Mercoledì 23 novembre (ore 20.45, ingresso 5 euro), al Teatro comunale, il Teatro della Fede metterà in scena “Confiteor” di Giovanni Testori, con Giuseppe Calamunci Manitta e Giovanna Semeraro, regia Alfredo Traversa. La tragedia di Rino, incestuoso fratricida e assassino che confessa rabbiosamente i propri delitti e il proprio calvario di espiazione attraverso l’abiezione del carcere, fino alla morte liberatrice, dopo una vita vissuta come condanna alla violenza e al non senso. Rino, uccidendo il fratello minorato, scende nel più spaventoso degli inferi e percorre fino in fondo la strada maledetta tracciata dalla sua predestinazione.

Sabato 26 novembre (ore 20.45, ingresso 5 euro), sempre al Teatro comunale, la Fondazione Giuliano Accomazzo proporrà “Antigone” di Vittorio Alfieri con Daniela Placci, Marco Viecca, Rossana Peraccio, Eros Emmanuil Papadakis, regia Marco Viecca. Antigone contrappone in modo mirabile le necessità della ragion di stato a quelle della logica umana: il sentimento è calpestato, utilizzato, soffocato, al servizio delle necessità di Tebe e strumentalmente utilizzato dal tiranno. Il Re Creonte è mosso da una fredda logica di tutela dello stato e dalla necessità di mantenere saldo il potere, non solo per sé stesso ma anche nella prospettiva della futura leadership del figlio. Sono questi gli obiettivi eminenti, più di quelli di odio e disprezzo nei confronti della famiglia di Antigone, che lo rendono crudele.

Domenica 27 novembre (ore 18, ingresso 3 euro), nel Frantoio del Palazzo Marchesale, approderà “Vox Poetica” di Salvatore Della Villa, con architetture sonore Gianluigi Antonaci, improvvisazioni coreografiche Silvia De Maggio e Roberta Refolo. Partitura cromatica di poesia e suono, che si aprono in un accordo fino a divenire concerto. L’idea di fondo è la tensione al sublime, inseguito in un continuo gioco di pulsioni ricercate nei testi, nella timbrica, nelle armonie e nelle sonorità del corpo che, come Vox, diventa sublime ed estatica cassa di risonanza.

La rassegna “Attrattori di Armonia. Preludio di stagione” è realizzata nell’ambito del Programma Regionale di Spettacolo dal Vivo per la valorizzazione delle Risorse Culturali ed Ambientali della Puglia 2016 affidato dalla Regione Puglia al Teatro Pubblico Pugliese e finanziato dal Fondo di sviluppo e coesione FSC 2007-2013 – APQ rafforzato “Beni ed attività culturali”.

Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013)

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di Alessandra Peluso

La poesia ha una verità estrinseca, è cromatica, si eleva al caleidoscopio della vita con l’umana bellezza di chi la scrive, ne parla, la comunica magari davanti ad un caffè proprio come era solito fare il nostro Antonio L. Verri (Caprarica di Lecce, 1949-1993).

Sulla scia indicata dal Verri, oggi si offre a testimonianza Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), l’antologia poetica curata da Salvatore Francesco Lattarulo (Stilo Editore).

È un prezioso libello da leggere, contemplare, amare, da diffondere e poi custodire gelosamente. La cura di Salvatore Francesco Lattarulo è di grandissimo valore perché crede che la poesia abbia un senso, un significato che deve essere diffuso ovunque, deve insinuarsi e raggiungere le zone più impervie e imperscrutabili della mente umana.

«Tutti devono saperne di poesia», sembra un imperativo categorico che Lattarulo pone; tutti devono conoscere, indistintamente dall’amare o odiare, ma conoscere i propri poeti e – la terra pugliese – di poeti ne ha da invidiare. Così come è necessario sapere della loro storia che è insita nel “Dna” del territorio pugliese.

A cominciare da Antonio L. Verri che nel corso della sua vita dedica la stessa alla poesia in un altalenarsi sfuggente e quasi simbiotico, un’esigenza parlare di poesia per il poeta di Caprarica non certo roba di «poetine e poetini» come diceva lui. Non è una questione provinciale.

Da Marino Piazzolla, Luigi Fallacara, a Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, a Girolamo Comi descritto come «figura-ponte che permette di collegare le due zone contigue della Puglia, l’idruntina e la barese, in un itinerario che qui si snoda a rovescio rispetto all’ordine sequenziale degli autori antologizzati del volume, procedendo dal Capo al Gargano, dal mare alla montagna». (p. 25).

Verso levante è un pullulare di poeti che hanno tessuto le trame della storia della poesia pugliese, terra che si affaccia dove sorge il sole, a Levante appunto, che abbraccia i paesi del Mediterraneo caldi, solari, solitari, deliranti, discordanti in un ritmo contraddittorio eppur meraviglioso. Come polline hanno seminato i loro versi i nostri padri della poesia pugliese fino a generare figli desiderosi, ingordi di poesia come Lino Angiuli, Emilio Coco, Salvatore Toma, Antonio L. Verri: «Aspetto il pane quotidiano / delle tue parole / nate dal canto delle rose. / Aspetto il sussurro della tua voce / dall’intrico di chiome d’ulivi». (Grazia Stella Elia, p. 93). E ancora: «Quatti quatti / come randagi gatti / con due versi in tasca / frangemmo il muro / della notte / e del dolore». (Daniele Giancane, p. 123).

Poeti che hanno cantato la vita in poesia, per necessità, per mestiere – come afferma Rina Durante – con fatica hanno cercato di raccontare la verità di tutti e hanno raggiunto il loro scopo egregiamente, forse purtroppo di questa bontà somma non sono stati ripagati da tutti gli italiani allo stesso modo.

C’è tuttavia chi ancora oggi fortunatamente parla di poesia, la fa, la vive come si propone di fare con un progetto ambizioso e rischioso, probabile soggetto-oggetto di critiche insulse e pregiudi- zievoli, come spesso accade in terra pugliese, Lattarulo con questa antologia poetica dà voce a padri, figli e nipoti, permettendo di vivere e rivivere la Poesia con la P maiuscola.

Il lettore non può saltare alcun verso, né può permettersi di leggere scorrendo rapidamente, rischierebbe di soffocare, sì, perché i versi qui riportati comprendono tre generazioni di poeti dal nord della Puglia sino al lembo più a sud, il Salento, e impongono una doverosa attenzione, meditazione, contemplazione del verso, per far sì che si possa sentire l’odore della poesia, godersela, calarsi in versi vissuti sofferti, raccontati con fatica.

«Torniamo a casa stinti dall’inedia. / Nel cavo di una sedia. / Attorno al cavo cranio / un fascio di particolare compone / un tronco senza nome. Il corpo estraneo». (Enzo Mansueto, p. 173). Mentre «La gente s’ammazza / per la strada senza motivo. / Mi restano 4 gomme da masticare che si trasformano nella mia / bocca / in serpenti dalle bizzarre circonferenze». (Stefano Donno, p. 185).

E questo è solo un assaggio che dà il senso di come l’intera antologia poetica Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), a cura di Salvatore Francesco Lattarulo sia da non perdere perché ognuno di noi possa conoscere la poesia delle nostre generazioni, possa tutelarla e trasmetterla orgogliosamente alle future con la stessa intensità, amore e sofferenza che è stata scritta e vissuta dagli uomini-poeti.

 

  • pubblicato su “Il filo di Aracne”

Sedere e potere

di Armando Polito

 

Domenica scorsa a Che tempo che fa è intervenuto il primo amministratore del nostro Paese; scrivo Paese con l’iniziale maiuscola solo perché qualcuno non pensi, anche se cambia solo l’aspetto territorial-dimensionale, che l’amministratore sia il sindaco di Nardò, con il nostro riferito solo ai miei concittadini.

Approfitto, perciò, della popolarità che questo blog si è conquistato anche oltre i confini della Terra d’Otranto per condividere una mia brevissima riflessione sull’ultima performance di colui che viene considerato un mago della comunicazione, affermando preliminarmente, senza mezzi termini,  che ci sono i maghi perché ci sono i creduloni.

Egli non può fare a meno di ricorrere ogni volta al gioco di parola che, riconosciamolo, fa il suo bell’effetto su chi ascolta, e suscita tanta, tanta simpatia, tant’è che Crozza, per quanto bravo, non poteva fare a meno di non stigmatizzare questo dettaglio nelle sue imitazioni.

Questa volta, dopo l’incidente di cultura umanista per cultura umanistica (nel corso dell’illustrazione dei punti cardinali della sua Buona scuola!) il nostro ha affermato che Potere è un verbo, non un sostantivo!

Ora non si pensi che questa sorta di ripasso grammaticale sia nelle intenzioni la compensazione parziale ed autorevole dei danni culturali che la Buona scuola sta producendo, completando, per la verità, un’operazione iniziata qualche decennio fa. Chi conosce la grammatica sarà rimasto sbalordito dalla banalità dell’affermazione e chi non la conosce sarà rimasto solamente sbalordito e si sarà precipitato ad annotarla in attesa di fare un figurone  sfruttandola su Facebook …

A qualche conoscitore della grammatica, però, sarà sfuggito il probabile (sottolineo probabile …) significato profondo della frase, giocato sul fatto che il sostantivo prevede solo il genere ed il numero, mentre il verbo, oltre al tempo ed al modo, anche le persone. La frase, perciò, sottenderebbe uno slancio democratico, anche se, come al solito, arriviamo in ritardo, essendo un ricalco del Yes We Can di Obama …

Non voglio minimamente perdere tempo con la reale o presunta democraticità dello slancio e mi avvio a concludere.

Va ricordato che potere, come qualsiasi altro verbo, può assumere un valore sostantivato se preceduto dall’articolo, ma il presunto significato profondo della frase andrebbe riconosciuto concretamente (prima di tutto a livello legislativo, cominciando dalla famigerata riforma della Costituzione) anche a sedere. Ma sedere, come verbo è riservato a pochi (fra poco manco eletti …) dalle chiappe dorate e che abbandonano una poltrona solo per assidersi su un’altra più prestigiosa; e sempre sedere, però come sostantivo, vale, invece, per tutti gli altri accomunati da un destino riassumibile in una metafora tanto amara da far rimpiangere anche l’immagine pornografica da cui ha avuto origine …

P. S. Qualcuno potrebbe osservare che il titolo poteva essere Potere e sedere. Già, ma anche io debbo tutelare i miei interessi (?): con l’antipolitica galoppante, chi sarebbe andato a leggere oltre? Sedere, invece …

Teatro| A Galatone la rassegna “Attrattori di Armonia”

le foto sono fornite dalla cooperativa Coolclub, ufficio stampa di Lecce
le foto sono fornite dalla cooperativa Coolclub, ufficio stampa di Lecce

 

di Tore Scuro

Al via a Galatone “Attrattori di Armonia. Preludio di stagione”, rassegna teatrale a cura della Compagnia Salvatore Della Villa, che, dal 17 novembre al 3 gennaio, tra il Teatro Comunale, il Frantoio del Palazzo Marchesale e il Castello di Fulcignano, proporrà spettacoli, workshop, attività di formazione del pubblico e matinée per le scuole.

Diretta dall’attore e regista Salvatore Della Villa, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Galatone e con il patrocinio della Provincia di Lecce, la rassegna rientra tra le attività del Programma Regionale di Spettacolo dal Vivo per la valorizzazione delle Risorse Culturali ed Ambientali della Puglia 2016 affidato dalla Regione Puglia al Teatro Pubblico Pugliese e finanziato dal Fondo di sviluppo e coesione FSC 2007-2013 – APQ rafforzato “Beni ed attività culturali”.

le foto sono fornite dalla cooperativa Coolclub, ufficio stampa di Lecce
le foto sono fornite dalla cooperativa Coolclub, ufficio stampa di Lecce

 

Tra gli ospiti Teatrodanza Duende, Simone Franco, Teatro della Fede, la Fondazione Giuliano Accomazzo, Officina Chinaski/Sounday, Enrico Lo Verso. “Attrattori di Armonia” prevede inoltre alcuni Matinée dedicati alle scuole e attività di formazione del pubblico.

Dal 5 al 9 dicembre (ore 18-20) nel Teatro Comunale spazio al workshop di formazione attoriale con Marina Polla de Luca, autrice, interprete e regista.

In programma anche il laboratorio teatrale per bambini e ragazzi “Il gioco dei quattro cantoni”, gli incontri (post spettacolo) con alcune delle compagnie ospiti coordinati da Domenica Muci e le prove aperte dello spettacolo Caligola.

Info e prenotazioni: 327.9860420 (Compagnia Salvatore Della Villa),e 0833.864941 (Ufficio Cultura del Comune di Galatone: dal lunedì al venerdì ore 9-13).

La programmazione prenderà il via giovedì 17 novembre (ore 20.45, ingresso 5 euro) al Teatro Comunale con Salvatore Della Villa, che metterà in scena “Il Grigio” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, musiche originali di Gianluigi Antonaci e video a cura di Andrea Federico. Uno dei testi più applauditi dell’attore e cantautore milanese, un monologo in cui il protagonista in una sua ipotetica e rigeneratrice pace domestica dovrà affrontare l’astuzia e la malvagità di un ospite inaspettato e indesiderato, “Il Grigio”, che lo metterà alla prova nel profondo della sua esistenza, fra trappole e inganni, in un duello comico e paradossale che farà luce sulla solitudine e sui sentimenti dell’uomo.

Sabato 19 novembre (ore 20.45, ingresso 5 euro), sempre al Teatro Comunale, il Teatrodanza Duende proporrà “Lacrime”, ideato coreografato e diretto da Enza Curto (in scena con Claudia Proto e Francesca Stomeo). “Lacrime” è un racconto sul vissuto di donne: bambine, adolescenti, spose, vittime; dove la crescita, lo stupore, la gioia, l’illusione lasciano il posto alla violenza ed al dolore, racconta anche dell’omertà di alcune donne nell’occultare la violenza subita tra le mura domestiche pur di “dimostrare” una falsa serenità che non turbi la quotidianità familiare; ma è soprattutto un inno alla forza del “rinascere” per continuare, ancora con più forza, il proprio cammino.

Domenica 20 novembre (ore 11, ingresso gratuito) al Castello di Fulcignano, l’attore, artista e regista Simone Franco sarà ospite della rassegna con “Dietro il paesaggio”, un omaggio al poeta Andrea Zanzotto. La performance trae origine dall’antica Arte Zen di disporre ritualmente le pietre in equilibrio, al fine di trarre benefici ed energie per il singolo e per la comunità. Tramite l’utilizzo di pietre raccolte nel territorio ospitante, si intende realizzare sculture temporanee site specific per re-indirizzare le percezioni dei Fabbricanti e dello spettatore, nel paesaggio e nel contesto armonico ricreato.

 

Musei di Puglia| Convegno Internazionale di Studi dedicato ad Antonio Cassiano

La fitta presenza di musei su tutto il territorio pugliese, alcuni di nuova istituzione, impone una riflessione su numerosi problemi di gestione e di dialogo col territorio, oltre che di rapporti con il mondo della ricerca, con le imprese, con i giovani laureati e con il turismo. Si avverte la necessità di un coordinamento e di una risposta alle nuove esigenze di fruizione, ma al tempo stesso la necessità di individuare e preservare i valori irrinunciabili della storia.
Per affrontare queste tematiche e discutere sulla “Identità, ruolo, mission e gestione dei musei della Puglia, nel confronto con la realtà italiana ed europea, in vista della creazione del sistema museale regionale” si terrà il Convegno Internazionale di Studi dedicato ad Antonio Cassiano, Direttore del Museo provinciale “Sigismondo Castromediano”.
La giornate di studi si apriranno a Bari il 17 novembre dalle ore 09.30 presso la sede della Fondazione Puglia (Via Venezia 13, Bari) e si chiuderanno a Lecce il giorno seguente, 18 novembre, presso  l’Auditorium del Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano” con l’inizio dei lavori dalle ore 09.00.
Qui potete scaricare la locandina con il programma:

 

Una specialità orticola salentina. Le rape e le sue ricette

 

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di Massimo Vaglio

Le “Rape salentine” (Brassica rapa subsp. sylvestris var. esculenta), omologhe delle baresi “Cime di Rapa”, gustose rappresentanti della famiglia delle Brassicaceae o Crociferae, costituiscono una specialità orticola pressoché esclusivamente italiana e in particolare meridionale. Infatti, le sue numerose varietà orticole vengono coltivate in Puglia e in Campania, seguite a distanza il Lazio, ove la loro odierna e piuttosto ampia diffusione, discende da una più recente contaminazione culturale.

Questi gustosi ortaggi rientrano infatti nella schiera di quei prodotti con più forte connotazione identitaria, sono evidentemente, una di quelle specialità di cui gli emigranti soffrono maggiormente la mancanza, ragion per cui le cime di rapa vengono coltivate anche in numerosi distretti statunitensi e australiani ove è maggiore la presenza di datate comunità italiane.

Allo stesso modo, le comunità salentine presenti in Germania e Svizzera se le fanno puntualmente recapitare a mezzo corriere, insieme al Negroamaro ai lampascioni e al caffè Quarta, una predilezione che diviene quasi una dipendenza e che non conosce differenze di ceto, se è vero, come è vero, che persino il segretario del partito fascista Achille Starace non mancava mai di farsele recapitare in quel di Roma e le faceva puntualmente coltivare persino nel giardino della sua dimora romana.

Non se ne conosce l’origine, comunque, senza paura di essere tacciati di campanilismo, possiamo affermare che le selezioni effettuate dall’orticoltore salentino hanno fatto raggiungere a questo ortaggio una perfezione mai eguagliata in altri contesti. La Cima di rapa, è una pianta di origine ignota ma certamente mediterranea che si differenzia dalla rapa comunemente detta per il ciclo annuale e la radice fittonante non ingrossata. All’inizio si sviluppa una rosetta di foglie allungate provviste di picciolo, irregolarmente lobate e dentate, glabre o poco pelose. Dopo un breve periodo di tempo variabile a seconda della precocità della cultivar emette uno scapo fiorale carnoso e molto ramificato con i racemi ossia le infiorescenze serrate, ombrelliformi che vengono raccolte prima dell’apertura dei fiori che sono di colore giallo oro. L’attitudine al ricaccio permette di fare più raccolte nel corso del ciclo.

I fiori e la biologia fiorale, sono simili a quelli della rapa vera e propria (Brassica rapa subsp. Rapa), da cui la nostra potrebbe essere stata derivata. Infatti, la rapa propriamente detta, è un ortaggio originario del nord Europa, di cui, come è noto, viene utilizzata la radice globosa, in genere di colore biancastro o a seconda delle varietà, che sono svariate, più o meno variegata di rosso, la polpa di colore bianca o giallognola è croccante e di gusto dolciastro, la sua presenza è di rigore nella classica giardiniera e nelle cosiddette insalatine capricciose.

Vengono estirpate in diversi periodi dell’anno, ma essendo molto resistenti al freddo nelle zone di produzione costituiscono un tipico ortaggio vernino. Vennero introdotte nella penisola dai Romani, e per la loro facile e produttiva coltivazione, divennero, secondo quanto riportato dallo storico Plinio, il terzo prodotto in assoluto più coltivato dopo il frumento e la vite, nonché elemento base della dieta, utilizzato, però come alimento dozzinale, destinato soprattutto all’alimentazione degli schiavi, dei ceti meno abbienti e come foraggio per il bestiame. Dobbiamo aspettare il Medioevo perché questo ortaggio venga, per così dire, riabilitato per merito di presunte proprietà afrodisiache, ed essere così finalmente universalmente accettato e ammannito anche sulle tavole dei nobili.

Probabilmente, per quanto riguarda la Puglia, il consumo di queste rape, alimento principe dei popoli nordici, ovvero dei cosiddetti barbari, suonava un po’ come abdicazione della cultura locale, di nobile derivazione magnogreca, all’imbarbarimento, ragion per cui, forse anche un po’ inconsapevolmente, fu iniziata una progressiva opera di selezione, tendente ad ottenere un incremento della parte aerea di queste piante a scapito della porzione sotterranea.

Si era così iniziata, la selezione della “Rapacàula”, ossia di una rapa con caratteri più tendenti verso il congenere cavolo che verso quelli della progenitrice rapa. A testimonianza di ciò, anello intermedio di questa lunga opera di selezione è rimasta la cosiddetta “Rapestre”, “Lapistra” o “Rapa ti Massaria” , un’ antica varietà di cima di rapa, un tempo intensamente coltivata nel Salento e oggi sul filo dell’estinzione, che presenta appunto la radice ingrossata, e per tale ragione, sino ad un recente passato veniva intensamente coltivata presso tutte le masserie ad indirizzo zootecnico con il duplice scopo di fornire alimento agli uomini tramite la parte aerea e foraggio per il bestiame attraverso le grosse e appetite radici.

Le varietà orticole, o più propriamente gli ecotipi, ricordano nella denominazione le località ove sono stati selezionati, oppure ove sono oggetto di coltivazione: Cima di rapa Cassanese, Rapa Riccia di San Marzano, Rapacàula di Galatina, oppure la lunghezza del ciclo vegetativo (Quarantina, Sessantina, Novantina, Natalina, Marzatica) oppure ancora derivano dalla combinazioni tra i due caratteri (Quarantina di Otranto, Novantina di Nardò, Tardiva di Fasano, Aprile di Carovigno).

Le varietà precoci impiegano 80 giorni dalla semina alla fioritura (es. Quarantina) quelle più tardive (es. Cima di rapa di aprile, Maggiaiola di Sala Consilina) 190-200 giorni. L’altezza della pianta è di norma proporzionale alla lunghezza del ciclo di crescita: le popolazioni precoci sono generalmente di taglia bassa mentre le tardive sono un po’ più alte.

Questo umile ortaggio non richiede grandi cure e non richiede terreni particolarmente fertili e profondi, è infatti una di quelle colture poco esigenti che un tempo venivano classificate come: “uertu te chiesura” onde distinguerle da colture più esigenti cui dovevano essere destinate le “ciardine” ossia i fertili, e sovente irrigui orti suburbani. Per cui, qualunque campo, anche se costituito da terreno poco profondo e ricco di scheletro, purché ben drenato ovvero non soggetto a ristagni idrici e blandamente concimato si presta proficuamente a questa coltura. Si semina a partire dall’estate, a spaglio, direttamente in pieno campo, oppure si trapiantano le piantine prodotte in appositi semenzai approntati sempre in estate o all’inizio dell’autunno.

Nel Salento, tale incombenza viene ricordata da un antico detto:

Male, a queddhra rapa ca ti acostu nu n’è nata,

e ci no è nata, armenu cu si troa siminata

Il trapianto lo si esegue generalmente alla distanza di 30 cm tra le file e 30 cm sulla fila, mettendo così a dimora circa 11 piante per metro quadrato. La pianta nella prima fase vegetativa emette una rosetta basale di foglie, mentre in fase riproduttiva sviluppa steli terminanti in infiorescenze tenere e carnose. La raccolta è scalare, e si esegue a seconda della precocità e della lunghezza del ciclo dell’ecotipo, a partire dall’autunno, oppure, può iniziare in inverno o nella successiva primavera e si esegue recidendo le infiorescenze con lo stelo fino all’inserzione delle infiorescenze laterali, con tutte le foglie annesse.

L’apertura dei fiori, che può essere accelerata da un andamento climatico mite o influenzato dalla prevalenza di venti sciroccali, deprezza notevolmente la qualità del prodotto, che viene in questo caso scarsamente apprezzato. La succitata attitudine al ricaccio, permette di fare più raccolte nel corso del ciclo, sempre che, non ostacolata da un andamento climatico fortemente umido o piovoso che può provocare la marcescenza delle piante.

La Rapacàula salentina, ha mediamente un basso valore calorico, 25 kcal su 100 g. La sua composizione chimica media presenta circa il 92% di acqua, 2,9% di proteine, 0,3% di lipidi, 2% di carboidrati e 2,9% di fibra, è ricca di ferro, calcio, fosforo, vitamina C, A, B2, possiede un buon contenuto di polifenoli ed è un naturale disintossicante per l’organismo e infine, importanti studi la accreditano come potenziale coadiuvante nelle cure anticancro.

Rape ‘nfucate

Mondate le cime di rapa, asportando la parte più dura e fibrosa, fate imbiondire leggermente due spicchi d’aglio in una casseruola con olio di frantoio ed unite le cimette ben mondate e lavate, salate, coprite e abbassate la fiamma in modo che queste cuociano, per quanto possibile, “con la loro stessa acqua”, aggiungendo solo se occorre qualche mestolo d’acqua; potrete ottenere un gusto piccante aggiungendo del peperoncino. Se vorrete invece ottenere un gusto meno marcato potrete lessare precedentemente le cime di rapa sino a metà cottura.

 

Pane cuèttu cu li rape

Questo antico piatto pastorale, ha come la più nota, acqua e sale inequivocabilmente una stretta analogia con lo spagnolo gazpacho, un altro probabile retaggio quindi della lunga denominazione spagnola, anche se è difficile uscire dal campo delle ipotesi. E’ una cosa certa invece che questa minestra di pane ha costituito da tempo immemorabile il principale piatto invernale per i pastori e i braccianti durante la loro permanenza nelle masserie, lontano dalle proprie case, proprio come per i loro omologhi spagnoli appunto il gazpacho . La versione base era costituita da pane, acqua e olio, ma a seconda della stagione rientravano nella sua preparazione gli ingredienti più vari: ortaggi, verdure, erbe spontanee e oggi si contano decine di varianti, alcune delle quali prevedono anche l’inserimento di uova. Il tipo di pane occorrente è naturalmente quello salentino di grano duro, che deve essere piuttosto raffermo. Mettete in una pentola poco più di mezzo litro di acqua per commensale, quindi, sempre per ogni porzione, mezza cipolla, qualche oliva nera e una manciata di cime di rapa, completate con peperoncino, qualche foglia di alloro e un giro di ottimo olio di frantoio, salate, portate ad ebollizione e lasciate cuocere il tutto per una ventina di minuti. Ponete le fette di pane rappreso in singoli piatti fondi, versatevi sopra questo rustico saporito brodo con tutte le verdure, completate con un altro filo d’olio e coprite con un altro piatto. Lasciate riposare per qualche minuto prima di consumare.

 

Scarfatu

Questo nutriente quanto gustoso piatto costituiva sin ad un paio di generazioni fa la colazione quotidiana per i contadini salentini, veniva velocemente preparato tutte le mattine utilizzando i le rimanenze di legumi e di verdure dei pasti principali del giorno precedente. Mettete a bagno la sera prima i ceci e fagioli. Accomodateli in una pignatta di terra cotta, copriteli d’acqua fredda e cuoceteli possibilmente al fuoco del camino. Aggiungere altra acqua calda durante la cottura perché i legumi devono rimanere sempre coperti. A metà cottura schiumate e aggiungere sedano, pomodori, alloro, cipolla o cipollotti, olio extravergine d’oliva e aggiustate di sale. Nel frattempo, mondate, lavate le rape e lessatele a parte. Completata la cottura dei legumi, aggiungete le rape lessate ed infine “dei tocchetti di pane salentino di grano duro raffermo o di pane raffermo fritto dorato in olio di frantoio. Portate il tutto nuovamente a bollore e, trascorsi una decina di minuti, servite.

 

Orecchiette con le cime di rapa

Per sei porzioni occorrono mezzo chilo di orecchiette ed un chilo di cime di rapa al netto degli scarti.

Mettete abbondante acqua in una capace pentola e quando arriva a bollore calate le cime di rapa e salate; quando queste saranno a metà cottura calate le orecchiette. Nel frattempo mettete ad imbiondire in una padellina 3-4 spicchi d’aglio in un bicchiere scarso d’olio extra vergine d’oliva e non appena questi saranno imbionditi spegnete la fiamma e aggiungete 4-5 acciughe sotto sale diliscate. Scolate le orecchiette con le rape ponetele in una zuppiere e versatevi sopra il contenuto della padellina, mescolate bene, e servite. A piacere potrete aggiungere pepe o peperoncino

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (1/3).

di Armando Polito

Alla fine saranno chiare, almeno lo spero, le motivazioni che mi hanno indotto alla composizione del titolo di questo post in cui non ho fatto mancare nulla, nemmeno l’accento su prìncipi. Tuttavia è proprio dalle parole che voglio iniziare, e lo faccio con la massima latina attribuita a Catone il censore (III-II secolo a. C.) rem tene, verba sequentur (conosci l’argomento, le parole seguiranno!). A distanza di più di un secolo Cicerone esprimerà un concetto analogo (De oratore, III, 125): Rerum enim copia verborum copiam gignit (infatti la ricchezza degli argomenti genera quella delle parole). Pur essendo un nemico dichiarato dell’ipse dixit, questa volta, dopo le perplessità di natura pratica, non ideale,  espresse in un altro post sull’altra massima ciceroniana relativa alla storia maestra di vita (una volta tanto non riporto il link; chi ha interesse sfrutti il motore interno di ricerca), debbo dire che io non sto né con Catone né con Cicerone ma con l’ipse, che, poi, è il più vecchio. Il suo pensiero sull’argomento (Retorica, III, 1) si può sintetizzare così: la conoscenza dell’argomento dev’essere supportato dall’abilità nell’esporlo; in altri termini: la parlantina, la dialettica, l’arguzia sono elementi fondamentali per esaltare la propria conoscenza di un argomento e renderne partecipi gli altri, prima di convincerli …. L’ideale sarebbe possedere l’una (conoscenza) e l’altra (abilità espositiva), ma non sempre è così, anzi, quasi mai e in questi casi la forma asfalta (per usare un termine di moda in questi ultimi tempi) la sostanza. Basti pensare all’esito dei recenti duelli tra costituzionalisti di chiara fama e politici rampanti che riescono, con un semplice gioco di parola, ad essere anche arrapanti nei confronti di una popolazione avviata da tempo sulla strada che porta all’ignoranza totale. Lo stesso vale per certi autori dalla produzione sterminata, autori di ogni tempo, dei quali propiro il tempo è stato sempre (e lo stesso vale per gli incantatori di folle) il giudice inesorabile. Era indispensabile che io facessi questa breve premessa perché fosse progressivamente più nitida la conoscenza che oggi faremo insieme del frate del titolo.

Biografia ed opere

Il primo passo nell’approccio ad un autore consiste nel fornire essenziali note biografiche e, per chi ha interessi e capacità di pura divulgazione, compilare una scheda con un adeguato copia-incolla dai testi più disparati, si spera affidabili. Nel nostro caso vano sarebbe cercare notizie sul nostro nelle opere di prima, fondamentale consultazione in casi del genere: nulla di nulla si trova in Domenico De Angelis (Le vite de’ letterati salentini (parte prima, s. n. Firenze, 1710; parte seconda, Raillard, Napoli, 1713)  né in Giovanni Bernardino Tafuri (Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli , Mosca, Napoli, 1744-1770) né nei 15 volumi della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, usciti per i tipi di Gervasi a Napoli dal 1814 al 1830.

Al momento, a quanto ne so, la biografia più completa di Diego Tafuro è quella di Giambattista Lezzi. Fa parte, insieme con altre vite di letterati salentini, del manoscritto autografo  ms D/5 custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. Chiunque può avere informazioni sul documento all’indirizzo http://www.europeana.eu/portal/it/record/2048088/CNMD0000209711.html?q=giambattista+lezzi

e leggerlo nella versione digitale all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209711.html?q=giambattista+lezzi.

Sul Lezzi ed il De Leo segnalo: http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Brundisii%20Res/1971/Articoli/Giovanni%20Battista%20Lezzi%20Primo%20Bibliotecario%20della%20De%20Leo%20e%20Biografo%20Salentino.pdf.

Nel manoscritto la biografia del nostro va da p. 507 a p. 510. Ogni pagina comprende due colonne di scrittura, una di pugno del Lezzi (all’epoca bibliotecario della biblioteca arcivescovile), l’altra con le integrazioni di pugno del De Leo (fondatore della biblioteca che porta il suo nome). Dal link prima segnalato riproduco le pagine che ci interessano facendo seguire volta per volta ad ogni pagina originale la mia trascrizione, occasione che ho sfruttato per aggiungere qualche nota.

p. 507

p. 508

p. 509

p. 510

(CONTINUA)

Per la seconda parte:

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/30/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-33/ 

Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Particolare del ritratto di Giuliano Sangiorgi
Particolare del ritratto di Giuliano Sangiorgi

 

di Gianluca Fedele

 

La prima volta che vidi Paola Rizzo all’opera fu nel 2011 sulla “liama” della “Vinotecheria Musicale Vite”, un luogo nel centro storico di Nardò che purtroppo oggi non esiste più. La pittrice, durante un’estemporanea, dipingeva un ulivo accompagnata dalle note della canzone “Arbulu te ulie” del cantautore tugliese Mino De Santis. Conservo ancora dei bellissimi ricordi di quella serata e quando ho ritrovato Paola è stata una tra le prime cose che ci siamo raccontati. Ciò che colpisce della sua arte è la fedeltà dell’immagine, caratteristica che si esprime al massimo attraverso i ritratti realizzati con grafite; un osservatore poco attento ai dettagli infatti troverebbe veramente arduo distinguere un’opera frutto della sua maestria rispetto a un’immagine fotografica.

Anche se piena di impegni l’artista mi concede volentieri un paio d’ore di un sabato mattina e quando la raggiungo nella sua abitazione immersa nelle campagne di Sannicola (LE) è divertente scoprire che aveva completamente scordato il nostro appuntamento. Ad accogliermi ci sono tre cucciolotti vivaci che ci terranno compagnia durante tutta la chiacchierata.

 

D.:

Guardandomi intorno vedo finalmente dal vivo le opere che avevo potuto apprezzare solo sul web. Mi stupisce la varietà degli stili e della tecnica, indice di una elevata capacità espressiva: da quanto tempo dipingi?

 

R.:

Le mie prime e precoci attrazioni nei confronti della grafica risalgono ai tempi delle scuole elementari. Ricordo che all’epoca omaggiai una mia insegnante regalandole un intero blocco di disegni; a quei tempi disegnavo perlopiù il mondo nel quale ogni bimba di quell’età ama immergersi, abitato naturalmente dalle beniamine dei cartoni animati. Nel percorso scolastico ho poi incoraggiato questa propensione per il disegno frequentando il liceo artistico, nonostante mio padre non fosse particolarmente felice della scelta che mi avviavo a compiere; anche perché comportava il doversi spostare da Galatina, la mia città, a Lecce per studiare. A convincerlo ci pensò un nostro parente che, dopo aver visto un mio dipinto, lo esortò a tal punto da farlo cedere. Dopo il diploma ho proseguito intraprendendo l’Accademia delle Belle Arti, sempre a Lecce. Successivamente ho approfondito la mia esperienza con il restauro e da poco mi sono catapultata anche nel settore del make up che in questo momento mi completa artisticamente.

Omaggio ad Adolphe Sax
Omaggio ad Adolphe Sax

 

D.:

A proposito di make up, ho visto che collabori spesso nei set cinematografici: dov’è che si trova il punto di congiunzione tra le polveri del trucco sulla pelle e la grafite sul foglio di carta?

 

R.:

Si, sono stata su importanti set di cortometraggi, shooting fotografici, spot, quelli dei videoclip sono la mia passione, soprattutto quando incontrano il mio stesso gusto musicale. Paolo Conte, Carmen Consoli, Eros Ramazzotti, Daniele Silvestri, Carolina Marquez, Sud Sound System, Boomdabash e J-Ax per citarne alcuni. Iniziamo col dire che personalmente considero il make up al pari di una qualsiasi altra forma d’arte e che per essere make up artist è certamente necessario possedere una non trascurabile manualità tecnica e conoscenza dell’anatomia umana. L’interesse per questa nuova attività è stato quasi fisiologico, oltre che voluto, poiché da sempre nutro una profonda attrazione nei confronti dei volti, oggetto di tante mie opere, per cui ora che mi trovo a utilizzare la pelle come supporto vivente del disegno, si è concretizzata ancora di più questa sinergia.

C’è da aggiungere anche un altro aspetto, che è quello prettamente legato al mio percorso di studi, in quanto la conoscenza delle tecniche di lavorazione della creta, acquisita già ai tempi del liceo, mi ha consentito di perfezionare abilità manuali necessarie al fine di operare anche con prodotti del make up per gli effetti speciali.

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D.:

Sempre sfogliando il tuo profilo Facebook mi è capitato di osservare diverse fotografie di te all’opera in set di film d’azione o horror, intenta nel ricreare ferite e lacerazioni: c’è una predisposizione da parte tua per questi generi?

 

R.:

Assolutamente no! Non riesco nemmeno a vederli i film dell’orrore. Io poi ho una grande paura del sangue e per un taglio mi è anche capitato di svenire, figuriamoci. Però sul set so scindere bene la realtà dalla finzione e quando riproduco un taglio alla trachea o il foro di un proiettile, nonostante mi impegni a rendere l’effetto conclusivo assai realistico, non ho alcuna impressione perché so bene di cosa è fatto.

Gianluca Fedele e Paola Rizzo
Gianluca Fedele e Paola Rizzo

 

D.:

Ora vorrei che mi parlassi degli ulivi, anch’essi importantissimi soggetti della tua produzione: da dove scaturisce il bisogno di dipingerli?

 

R.:

Per ben quindici anni ho dipinto tele che avevano come protagonisti indiscussi gli alberi d’ulivo. Una dipendenza quasi ancestrale tra me e quest’albero considerato da molti un nume tutelare del luogo. Ho visto nell’albero d’ulivo un soggetto nel quale io stessa mi sono spesso identificata.

Tocchi di pennelli sulla tela e gli ulivi in campi di natura isolati, in cammino a passo lento, sospesi in volo, in abbandono, vittoriosi dopo una lunga battaglia. C’è un legame intimo con questa pianta ed è quel forte richiamo che amo assecondare.

Ricordo che da bambina adoravo trascorrere del tempo arrampicata sui rami più alti di questi autorevoli padroni delle nostre campagne, forse per quello resta il sogno di possedere una casa sull’albero.

Ho percorso un quindicinale con accanto questo amabile compagno, l’ulivo. Con esso sono cambiate varie stagioni creative, senza tralasciare neppure l’interminabile parentesi legata al fenomeno della xylella che, come tutti, non mi ha assolutamente colta indifferente.

Forse ho già detto tutto, forse è solo una pausa, forse sono in piena profonda crisi d’identità, fatto sta che mi sono fermata con questa produzione. Le mie energie sono convogliate nel campo del trucco, del cinema e degli effetti speciali. Sono appagata.

 

D.:

Ritieni che la tua capacità di riprodurre fedelmente volti e figure sia una dote anacronistica al giorno d’oggi, in un’epoca nella quale la duplicazione delle immagini è facilitata dalla diffusione della tecnologia?

 

R.:

No, assolutamente. Molti artisti, anche famosi, lo fanno. Credo che ogni artista debba esprimere il proprio pensiero attraverso il mezzo che gli viene più congeniale. Personalmente sperimento tanto e ho attraversato anche momenti di grafica informale , ma è col figurativo che do il meglio di me.

Grafite è Musica. Ritratto matita su carta di Nandu Popu
Grafite è Musica. Ritratto matita su carta di Nandu Popu

D.:

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirata?

 

R.:

Sarò controtendenza ma penso di essere stata ispirata da artisti musicali più che di altro genere.

In ogni caso, tutta la storia dell’arte è fonte di ispirazione, sicuramente Giovanni Segantini e le sue opere mi hanno influenzata per certo periodo, benché la mia tecnica differisca completamente dalla sua.

Un artista che mi lascia a bocca aperta è Roberto Ferri, profondamente ispirato dai pittori del barocco, in particolare Caravaggio, ed altri antichi maestri del Romanticismo, dell’Accademismo e del Simbolismo, quali: David, Ingres, Girodet, Gericault, Gleyre, Bouguereau, Moreau, Redon, Rops, ed altri. Un contemporaneo capace di dimostrare che, persino al giorno d’oggi, il figurativo guidato dalla mano di un genio è sempre vincente.

 

D.:

In che modo la musica contagia la tua arte?

 

R.:

La musica sfiora l’anima ed è questo il presupposto da cui bisogna partire. Un compositore che non mi stanco mai di ascoltare, ad esempio, è Ludovico Einaudi al quale ho anche realizzato un ritratto che ora è in suo possesso. Come con lui, ho lasciato traccia di grafite nelle abitazioni di artisti di fama internazionale come Bay-C, Giuliano Sangiorgi, Terron Fabio. Mi lascio accarezzare i sensi da qualsiasi genere musicale: da Chopin ai Pink Floyd, senza alcuna discriminazione.

Gli artisti che vedi ritratti gli incontrati personalmente e con loro ho innanzitutto stabilito un contatto. Il primo ad essere ritratto fu Terron Fabio, da quella commissione la mia matita non ha smesso di tracciare su carta l’anima di questi artisti. Poi fu la volta di Giuliano Sangiorgi che volevo conoscere assolutamente, Caparezza, Luca Aquino e Nandu Popu dei Sud Sound System e tanti altri.

Volti come quello di Nandu Popu, mi hanno particolarmente ispirata e appassionata in quanto sul suo viso leggo la stessa forza di un albero di ulivo; non a caso da anni si batte come me e tanti altri nella tutela di questo albero che è natura vivente e non morta.

E’ divertente ascoltare i commenti, durante le mostre, degli spettatori che leggono nei tratti della mia grafite l’anima nel soggetto ritratto.

Un’opera invece che per le dimensioni mi ha portata ad avere un approccio ancora più intimo con la grafite plasmandola con i polpastrelli delle dita, consumandoli quasi, è quella concepita ed esposta a Lecce nella splendida cornice dell’accademia delle belle arti nel 2014 e ispirata ad Adolphe Sax: un sassofono e le mani dell’artista in atto di pigiar tasti per creare musica. Un enorme manifesto di chiaroscuri dalle dimensioni 200 x 150.

Nella stessa occasione Attilio Berni esponeva alcuni pezzi della sua più grande e importante collezione di sassofoni al mondo nella mostra Saxophobia.

 

D.:

Ti segue qualche galleria d’arte?

 

R.:

Francamente non ho dei rapporti particolarmente idilliaci con i galleristi e critici d’arte anzi, posso raccontare di un’esperienza con un noto truffatore che fingendosi critico mi ha sottratto due opere e del denaro.

So comunque che il successo di un artista e la sua notorietà passano anche attraverso quei meccanismi di commercio ma per il momento non sono predisposta per questo tipo di scelta e dunque dipingo soltanto per me stessa.

 

D.:

Oltre agli ulivi e ai ritratti ci sono altri soggetti ai quali ti ispiri o altre tematiche?

 

R.:

Mi è capitato di realizzare su commissione dei dipinti di arte sacra.

 

D.:

E tu sei credente?

 

R.:

Sono credente. Esistono vicende della vita in cui ho percepito la presenza di qualcuno che c’è sempre accanto a noi. Quella voce è presenza eterea che ci guida e ci sorregge nel duro cammino che è la vita. Non sono una praticante ma credo che gli angeli esistano. L’ho dipinto il mio Angelo Custode, inconsciamente ma l’ho dipinto.

Vi racconto un piccolo aneddoto: avevo realizzato un dipinto raffigurante la figura di un angelo il quale era improvvisamente scaturito da una esigenza intima e profonda, non da una commissione. Era un esperimento, si è rivelato essere un segnate tangibile e un messaggio di luce d’anima. Ho infatti scoperto durante la sua esecuzione di avere un carcinoma al seno. Dopo essere rientrata da Modena, a seguito dell’operazione – la prima e mi auguro l’ultima della mia vita – ho avuto modo di rimanere a tu per tu col mio dipinto ed è stato in quel momento che ho notato con meraviglia che la mia tavolozza di colori si era arricchita di una tonalità mai mescolata prima: lo sfondo verde che non avevo mai usato prima, aveva lo stesso tono dei camici indossati dai medici nella sala operatoria. La sua mano era posata sul seno destro corrispondente al seno operato.

Credo che se non fossi stata guidata da una mano angelica forse non avrei mai scoperto lo strano nodulo e di conseguenza non sarei qui a parlarne.

Le dita erano aperte sul numero tre, come a simboleggiare la mia età, trent’anni appena compiuti.

È rimasto incompiuto per molto tempo, l’ho ultimato qualche anno dopo e ora è luce d’anima. Non ho avuto bisogno di altri segnali.

 

D.:

Credi sia utile fare arte oggi?

 

R.:

L’arte è un potente mezzo espressivo. La storia dell’arte ci insegna come grandi artisti hanno denunciato la realtà mediante espressione artistica. Ma quella la ritengo una missione per pochi. Allo stato attuale, attraverso un periodo di confusione, dovuta alla mancanza di certezze e le tendenze della società mi destabilizzano. Il senso di impotenza di fronte ai poteri forti, padroni della comunicazione e di ogni mercato, rende il mio disagio insopportabile e per questa ragione faccio arte solo per me stessa, senza ipotesi né aspettative altrui.

 

D.:

L’essere donna secondo te indebolisce il messaggio che tenti di lanciare?

 

R.:

Sicuramente non sono agevolata in questo ma non demordo. È proprio attraverso l’arte che voglio riscattare la figura della donna. Ricordo che quando ero a Noha (LE), il paesino nel quale ho avuto per quindici anni il mio primo atelier di pittura, in molti mi scrutavano con aria perplessa e ironica, non riuscendo a comprendere il senso del mio lavoro. Soltanto ora che sono andata via forse qualcuno mi rimpiange.

L'Infinito - Olio su tela
L’Infinito – Olio su tela

 

D.:

Cosa dovrebbe accadere perché tu riacquistassi fiducia nel mondo?

 

R.:

Ci vorrebbe un miracolo! Un mondo senza il male.

Consapevole che questo sia un irraggiungibile sogno traggo fiducia e forza da ciò che mi fa vivere serenamente. Mi accontento di continuare a fare arte.

Amo questa casa nel bosco e non mi faccio mancare l’affetto dei miei cari, dei nipoti, degli amici veri e degli amici a quattro zampe. Per ora tutto in solitudine.

L’amore che aspetto e che tarda ad arrivare troverà in ogni caso una donna forte che ama la vita e la natura.

 

Pubblicato su “Il delfino e la mezzaluna” n°4-5 (2016)

Il Salento e il Vesuvio: una poesia di Pellegrino Scardino di San Cesario di Lecce.

di Armando Polito

Il grande Vico ci ha insegnato che la storia si ripete, ma ogni volta  lo schema, collaudato da millenni e che fa della massima ciceroniana historia magistra vitae etc. un’utopia bellissima, presenta dettagli nuovi. Per esempio: la fuga dei cervelli non è un fenomeno che si nota ora per la prima volta; solo che il trascorrere del tempo, con le sue implicazioni di ogni tipo, in primis quelle politico-amministrative, ha fatto sì che il fenomeno attualmente riguardi tutti i cervelli della penisola, mentre in passato (sono coinvolti nella fattispecie i secoli XVI-XVIII) esso coinvolgeva  solo quelli dell’estremo sud costretti a trasferirsi a Napoli o a Roma, per vedere il loro talento emergere, essere riconosciuto e valorizzato. In particolare la schiera  dei salentini  che a Napoli fecero fortuna e che, grazie alla loro coraggiosa scelta (non è mai facile allontanarsi dagli affetti natii), non sono rimasti anonimi ma si sono mostrati personaggi di spicco nella cultura del tempo, è corposissima e di più di uno ho avuto occasione di trattare su questo blog. Prendendo in considerazione Napoli è risaputo che la città si identifica ancora oggi nel mondo con la triade Vesuvio, pizza e mandolino. Sarò banale, ma ho citato tre ingredienti del corteggiamento amoroso di un tempo, cioé i tre elementi che potevano dare un aiutone nel fare breccia in un cuore e, almeno per i maschi, non solo in quello … La vita frenetica di oggi ci costringe a non perdere tempo nemmeno in questo tipo di conquista e così si tende subito, da una parte e dall’altra, a passare subito al dunque (non c’è bisogno di dare definizione dettagliata  del valore sostantivato di questo che nativamente è un avverbio …), saltando la contemplazione di un elemento esterno accattivante (qui leggi Vesuvio, ma può essere un tramonto, una scogliera, un albero, un animale perfino un sasso …) prima, la classica cena a lume di candela (leggi pizza) poi e, infine,   la culla sensuale e preludente di un ballo lento (leggi mandolino).

Non fa perciò meraviglia che il Vesuvio costituisse nella letteratura amorosa1 del passato un topos, metafora quasi fatale di un cuore innamorato. Questa condizione mette a dura prova la caratteristica fondamentale di qualsiasi opera d’arte, cioé l’originalità e nel nostro caso in particolare non si può sfuggire, neppure volendolo, a quella che sembra una scelta obbligata, cioé l’utilizzo, tra tante figure retoriche, della similitudine. Così nella produzione poetica amorosa che utilizza quest’immagine non è dato cogliere, a mio avviso, nulla di particolarmente caratterizzante, se non qualche guizzo formale, soprattutto, e non poteva essere altrimenti, in quella di epoca barocca.

E proprio a tale periodo risale la poesia di oggi, quella di un salentino di cui mi sono ripetutamente già occupato su questo blog (segnalo un solo link, il più recente, dal quale si potrà risalire agli altri: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/31/pellegrino-scardino-san-cesario-lecce-la-tarantata/).

La riporto da Peregrini Scardini epigrammatum centuria, Vitale, Napoli, 1603; a fronte la mia traduzione e in calce qualche nota di commento.

In cinque distici elegiaci si consuma la celebrazione di un amore forse non corrisposto (ma lo si può immaginare pure semplicemente lontano) con la consueta similitudine iniziale che nel suo sviluppo si rivela immediatamente per contrapposizione e che alla fine passa da un sentimento di partecipe fratellanza a quello di una dichiarata invidia. L’unico guizzo formale (un vero e proprio gioco di parole) sarebbe potuto essere plagis, dativo plurale di plaga. Se il fascino della parola poetica consiste nella sua ambiguità, la migliore occasione a tale scopo è offerta dagli omofoni (per i non addetti ai lavori: parole che hanno la stessa forma ma significato ed etimo diversi). Di plaga in latino ne abbiamo ben tre: uno significa colpo, percossa, l’altro zona, regione, l’ultimo rete, laccio. Anche il meno dotato di fantasia comprende come i concetti di colpo  e di laccio ben si adattino a quello di amore (basta pensare a colpo di fulmine e lacci d’amore); eppure l’autore sembra essersi negato  questa possibilità accoppiando plagis con l’aggettivo superis  in una locuzione che inequivocabilmente nell’uso comune (attenzione a comune!) assume sempre il significato che in traduzione sono stato costretto a privilegiare (parallelo al sublimis nubibus riferito al vulcano), nonostante per l’innamorato anche uno schiaffo molto energico e qualsiasi limitazione della sua libertà  possano essere superi. Comunque,  il pregio maggiore del componimento, se non l’unico, secondo me sta proprio nella brevità; e questo mio giudizio, per quel che può valere, non equivale necessariamente ad una stroncatura …

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1 Per il taglio del post sono obbligato a dire qui che il vulcanismo  anche come fenomeno scientifico non fu estraneo alla cultura salentina, in particolare neretina,  anche se quest’ultima con riferimento  alla zona dei Campi Flegrei (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/26/marco-antonio-delli-falconi-di-nardo-tiene-a-battesimo-il-monte-nuovo/). E per la descrizione poetica, sempre salentina,  di un’eruzione del Vesuvio, quella devastante del 1631 (qui la metafora amorosa non c’entra), rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/.

Periferie. Confini visibili e non visibili della città di Taranto

ph Tore Scuro
ph Tore Scuro

 

di Tore Scuro

Dritto al cuore del problema. Nell’ambito del “Programma regionale di spettacolo dal vivo per la valorizzazione delle risorse culturali ed ambientali della Puglia – 2016”, il Crest promuove la stagione 2016/17 di “Periferie”, che aprirà la sua settima edizione con un convegno dal titolo “Periferie. Confini visibili e non visibili della città di Taranto”. Nelle intenzioni degli organizzatori questa giornata, sabato 12 novembre, alle ore 9 nell’ex Convento di San Francesco (Università degli Studi di Bari), in via Duomo, vuole essere un momento di approfondimento della difficile situazione urbanistica, paesaggistica e sociale del territorio tarantino che si riflette in una frantumazione della comunità e dei processi identitari dei cittadini. Molteplici le adesioni al convegno pervenute, che assicurano interventi capaci di dare un contributo sostanziale alla lettura del presente e alle ipotesi di sviluppo futuro della difficile realtà cittadina.

Hamlet travestie (ph Lucia Baldini)
Hamlet travestie (ph Lucia Baldini)

 

Sempre sabato 12 novembre, alle ore 21 al TaTÀ di Taranto, la compagnia Punta Corsara presenterà lo spettacolo teatrale “Hamlet travestie”, da John Poole e Antonio Petito a William Shakespeare, di Emanuele Valenti e Gianni Vastarella, regia Emanuele Valenti. Un Amleto partenopeo che, dalla riscrittura burlesque settecentesca di John Poole, passando per il Don Fausto di Antonio Petito, si lascia raccontare dalle paure, dai dubbi e dal tormento del suo omonimo shakespeariano per portare in scena la storia di una famiglia popolare che vive a Napoli, tra casa e lavoro, colpita dalla morte improvvisa del padre. Una farsa amara e ironica che rielabora la tradizione napoletana senza tradire le suggestioni e il disagio di un Amleto, figlio senza padre, di una società che non gli appartiene. La compagnia Punta Corsara è nata e lavora tutt’oggi a Scampia, luogo periferico di Napoli conosciuto, purtroppo, per vicende legate alla criminalità. È fra i gruppi teatrali emergenti del panorama nazionale proprio grazie alla qualità del lavoro, all’abilità nel coinvolgere giovani attori del territorio e alla capacità di mescolare il vissuto quotidiano alle storie che racconta. In scena Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella.

Radiodervish
Radiodervish

Venerdì 2 dicembre, alle ore 21 all’auditorium di via Deledda ai Tamburi, andrà in scena “Café Jerusalem”, il nuovo reading teatrale e musicale dei Radiodervish. Uno spettacolo dove viene data voce e suono ai ricordi di un mondo che ha vissuto una travolgente trasformazione intorno alla metà del secolo scorso nella città di Gerusalemme. Entrando nella dimensione del café mediorientale, ci si rivela il carattere multiculturale di una città dove tradizione e modernità si confrontano e dove, grazie alla presenza dei racconti degli Hakawati, i cantastorie che animavano i caffè di Gerusalemme, si entra facilmente in dimensioni fiabesche e surreali parallele. Canzoni e brani strumentali si alternano in un affresco impressionistico ispirato ad un testo ambientato nella città contesa concepito da Paola Caridi, scrittrice e giornalista che ha vissuto a Gerusalemme per più di dieci anni. Sul palco Nabil Salameh (voce, buzuki, percussioni, recitazione), Michele Lobaccaro (chitarra, basso, cori, recitazione) e Alessandro Pipino (tastiere, fisarmonica, cori).

La partecipazione al convegno è libera. Per assistere agli spettacoli, il biglietto intero è di 15 euro, il ridotto 10 euro (under 30, over 65 e gruppi di 10 persone) e 8 euro (studenti universitari, previa presentazione del libretto). Info: 099.4725780.

LO STEMMA DEL PALAZZO BASILE DI FRANCAVILLA FONTANA: UN CURIOSO CASO DI ARMA PARLANTE

di Marcello Semeraro

PREMESSA

Uno degli aspetti più interessanti ricavabili dallo studio del blasone delle famiglie storiche francavillesi – notabili o nobili che siano, il confine spesso è molto labile – è lo stretto rapporto che intercorre fra araldica e antroponimia. Ci riferiamo, in particolare, a quella tipologia di armi che recano una o più figure che richiamano il nome del titolare e che gli araldisti chiamano, non a caso, parlanti. Classificarle non è facile. Grossomodo si può dire che la relazione che si stabilisce tra le figure dello scudo e il cognome può essere di tipo diretto (armi parlanti dirette), allusivo (armi parlanti allusive), oppure può articolarsi su un gioco di parole (armi parlanti per gioco di parole). Considerate dagli araldisti dell’Ancien Régime meno nobili e meno antiche, queste armi esistono in realtà sin dalla nascita dell’araldica e furono adoperate da dinastie di grande importanza.

Basti pensare ai sovrani di Castiglia e León, che a partire dalla seconda metà del XII portarono uno scudo raffigurante un castello e un leone, ai conti di Bar, che innalzarono due branzini (bar) addossanti, oppure, per restare in ambito italiano, ai Colonna (una colonna), ai Della Rovere (una rovere), ai Della Scala (una scala), ecc. L’indice di frequenza di questa categoria di armi è molto elevato, sia nell’araldica gentilizia che in quella civica. Si calcola che circa un 20% di armi medievali siano qualificabili come parlanti. Ma questa percentuale è destinata a crescere alla fine del Medioevo e in epoca moderna, grazie soprattutto alla diffusione che esse ebbero fra i non nobili e fra le comunità. D’altra parte, se ci pensiamo bene, l’impiego di figure parlanti è il procedimento più semplice per crearsi uno stemma.

Ma veniamo all’araldica francavillese – i cui usi, è bene ricordalo, si iscrivono nel più ampio quadro dell’araldica del Regno di Napoli – e al suo rapporto con l’antroponimia familiare. Dallo studio degli esemplari araldici di cui è disseminato il centro storico francavillese emerge chiaramente che le famiglie nobili e notabili che fecero uso di armi parlanti adoperarono varie formule per rappresentare la relazione fra le figure dello scudo e il nomen gentilizio. Manca lo spazio per approfondire la questione. In questa sede ci limitiamo a dire che il rapporto fra il significante (la figura) e il significato (il cognome) può costruirsi su una o più figure associate fra loro e svilupparsi in modo diretto (un cane per i Caniglia, ad esempio), allusivo (come nello stemma dei Carissimo, raffigurante un cuore sormontato da tre stelle) o attraverso un gioco di parole, come nel caso dello stemma oggetto di questo studio. Si tratta, comunque, di un corpus molto interessante di stemmi che ci auguriamo divenga oggetto di uno studio organico che sia in grado di offrire una visione d’insieme del fenomeno, così da valutarne meglio la portata.

 

LO STEMMA DELLA FAMIGLIA BASILE

Fra gli esempi più curiosi di armi parlanti riscontrabili nel blasone francavillese, un posto di primo piano spetta sicuramente allo scudo innalzato dalla famiglia Basile. L’insegna è scolpita al di sopra dell’elegante portale con fornice ad arco a tutto sesto che nobilità la facciata dell’omonimo palazzo (oggi di Castri) ubicato in via Roma, l’antica via Carmine (fig. 1).

Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).
Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).

 

La costruzione del palazzo risale alla fine del XVIII secolo, datazione che viene confermata anche dall’analisi stilistica del manufatto araldico. La composizione, di fattezze tipicamente settecentesche, reca uno scudo perale con contorno a cartoccio, timbrato da un elmo aperto, graticolato e posto in terza, ornato di svolazzi e cimato da una corona nobiliare.

Per quanto riguarda il contenuto blasonico, la composizione presenta varie figure, delle quali hanno una natura parlante che si evince solo da un’attenta analisi dell’iconografia araldica. Lo scudo raffigura, infatti, un basilisco (il mostruoso gallo serpentiforme con il corpo intriso di veleno, capace di uccidere con il solo sguardo), ardito su una pianura erbosa, tenente con la zampa destra un vaso nodrente una pianta di basilico, accompagnato nel cantone sinistro del capo da una cometa ondeggiante in sbarra e attraversato da una banda diminuita e abbassata rispetto alla sua posizione ordinaria (figg. 2, 3 e 4).

Fig. 2. Francavilla Fontana, via Roma, palazzo Basile (ora di Castri), particolare dello stemma.
Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).

 

Fig. 3. Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. E’ sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). E’ il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63v.
Fig. 3. Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. E’ sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). E’ il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63v.

 

Fig. 4. Stemma parlante della famiglia Basilicò (da V. Palazzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, tav. XVIII, n° 11).
Fig. 4. Stemma parlante della famiglia Basilicò (da V. Palazzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, tav. XVIII, n° 11).

 

Come si vede dal blasone, la relazione fra le figure parlanti e il nome di famiglia è di tipo indiretto e si ottiene associando nello scudo due figure diverse che richiamano il cognome attraverso un gioco di parole (Basile/basilisco/basilico). Ma questa relazione nasconde anche una comune radice etimologica, giacché sia la forma cognominale Basile (come vedremo più avanti), sia i lemmi basilisco (gr. βασιλίσκος, lat. basiliscus, “piccolo re”) e basilico (gr. βασιλικόν, lat. basilicum, “pianta regale”) derivano da βασιλεύς (lat. basileus), nome che nell’antica Grecia designava il re. Tuttavia, questa connotazione parlante dello stemma Basile non è stata colta né dagli studiosi di storia locale che se ne sono occupati, né dagli araldisti che ne hanno fornito il blasone.

Lo storico francavillase Pietro Palumbo, ad esempio, in una pagina della sua celebre Storia di Francavilla nella quale descrive l’arma Basile, scambia erroneamente il basilisco per un “gallo coronato” e la pianta di basilico per dei “fiori”. Lo stesso dicasi per un araldista attento come Edgardo Noya di Bitetto, che nel suo Blasonario generale di Terra di Bari assegna ai Basile, nobili di Molfetta e originari di Bisceglie, uno scudo d’azzurro, al gallo d’oro, crestato e barbato di rosso, ardito su una pianura erbosa al naturale, mostruoso con la coda attorcigliata di serpe, tenente con la zampa destra un vaso d’oro, ansato con mazzo di fiori, al naturale, nudrito nel vaso; alla banda di rosso attraversante. Il blasone riportato dal Noya di Bitetto, che differisce da quello francavillese per l’assenza della cometa, ha tuttavia il merito di restituire allo stemma Basile la sua cromia originaria. Cosa non di poco conto se si pensa che, contrariamente a quanto doveva essere in origine, il manufatto scolpito sul portale d’ingresso del palazzo di via Roma si presenta oggi acromo. Assodata l’origine parlante dello stemma in esame, resta da sciogliere una questione: è stato il nome a generare l’arma o viceversa?

Benché manchi un repertorio cronologico-figurativo attraverso cui poter studiare l’origine e l’evoluzione della suddetta insegna, ci sentiamo di poter rispondere a questa domanda mettendo in campo considerazioni di natura etimologica e antroponimica.

Il gentilizio Basile è la cognominizzazione del nome Basilio, continuazione del latino Basilius – che a sua volta è l’adattamento del personale greco Βασίλειος, che propriamente significa regale – affermatosi in Italia già in epoca altomedievale soprattutto per il prestigio e il culto di San Basilio il Grande di Cesarea, vissuto nel IV secolo d.C. Essendo il nome di famiglia derivato da un nome proprio, è lecito quindi pensare che sia stato il cognome a precedere lo stemma parlante, non il contrario. Del resto l’impiego di figure parlanti era il modo più semplice che ebbe questa famiglia per dotarsi di uno stemma gentilizio.

Un analogo procedimento di trasformazione grafica del nome, d’altronde, si riscontra anche altrove, sia dentro che fuori lo scudo: la famiglia siciliana Basilicò, ad esempio, porta un vaso nodrente una pianta di basilico (fig. 4.); i napoletani Basile, un basilisco su un monte di tre cime all’italiana (fig. 6); la città di Basilea, sempre un basilisco, ma impiegato come supporto parlante all’esterno dello scudo (fig. 5).

Fig. 5. Basilisco che fa da supporto all’arma civica di Basilea. Stampa del XVI secolo, archivio personale dell’araldista Ottfried Neubecker.
Fig. 5. Basilisco che fa da supporto all’arma civica di Basilea. Stampa del XVI secolo, archivio personale dell’araldista Ottfried Neubecker.

 

Fig. 6. Arma dei Basile di Napoli (da V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1935, suppl. 1°, p. 302).
Fig. 6. Arma dei Basile di Napoli (da V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1935, suppl. 1°, p. 302).

 

Sulle origini della famiglia Basile di Francavilla poco si sa. Le informazioni tramandate dagli storici locali sono parziali e lacunose e i non pochi casi di omonimia rendono la ricerca più difficoltosa. Tuttavia, lo stemma in esame è uno dei quei casi in cui l’araldica diventa un prezioso ausilio della genealogia, permettendo, in base al blasone, di distinguere o accomunare le famiglie omonime. Il Palumbo vuole i Basile originari di Martina Franca, ma sulla base del comune blasone dobbiamo ritenere che appartenessero allo stesso ceppo dei Basile “originari di Bisceglie” di cui parla il Noya di Bitetto. Ulteriori ricerche, miranti all’individuazione di un solido aggancio genealogico, fornirebbero alla nostra tesi i necessari riscontri. Come gli altri palazzi presenti in via Roma, l’edificio sulla cui facciata è collocato lo stemma fa parte del sistema dei palazzi signorili costruiti a seguito della sistemazione urbanistica voluta dai principi Imperiali nel XVIII secolo. Vera e propria firma della committenza, l’arma in questione è una testimonianza importante che si iscrive nel più vasto ambito dei sistemi di rappresentazione dei segni d’identità di cui si servirono le maggiori famiglie francavillesi parallelamente all’affermazione e al consolidamento del proprio status, in un lasso di tempo che va dal XVI al XVIII secolo. Si tratta di un linguaggio importante, poco investigato ma ricco di contenuti e di implicazioni su più fronti (storia della mentalità, gusti e tendende artistiche dell’epoca, modi di presentarsi al pubblico, ecc.) che ci auguriamo sia fatto presto oggetto di uno studio specifico. Nonostante il cambio di proprietà e i rimaneggiamenti cui è stato sottoposto il palazzo in questione nel corso del tempo, l’arma innalzata dai proprietari originari (non sappiamo esattamente da chi all’interno della famiglia) è ancora lì a perpetuarne la memoria e a tirare fuori molti fili rossi di una storia a lungo trascurata dai cultori di memorie patrie.

 

Bibliografia

– E. De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Milano 1978.

– G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890.

– E. Noya di Bitetto, Blasonario generale di Terra di Bari, Bologna : A. Forni, 1981.

– P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Bologna : A. Forni, 1974.

– M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012.

– M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

– V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R° Governo d’Italia. Compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, Milano 1928-1935.

Nardò e il Vesuvio: anno più, anno meno …

di Armando Polito

Tra le fonti della storia di Nardò è da annoverare il Libro d’annali de successi  accatuti nella Città di Nardò. notati da Don Gio. Battista Biscozzo di detta Città. Quest’opera rientra nel filone delle cronache locali e copre il periodo che va dal 1° novembre 1632 al 2 settembre 1656. A chi fosse interessato a sapere nel dettaglio come l’opera è giunta fino a noi segnalo G. B. Biscozzi e il suo “Libro d’Annali”  di Nicola Vacca, in Rinascenza salentina, anno IV, n. 4, Pinto, Lecce, 1936 (http://www.emerotecadigitalesalentina.it/file/912#page/1/mode/1up). In appendice allo stesso numero della rivista lo stesso interessato troverà il testo del Biscozzo pubblicato dal Vacca (per la prima parte: http://www.emerotecadigitalesalentina.it/file/910#page/20/mode/1up; per la seconda http://www.emerotecadigitalesalentina.it/file/911#page/1/mode/1up). Qui basti dire che il manoscritto autografo è andato perduto, ma di esso restano alcune copie di epoca posteriore, da una delle quali il Vacca trasse il testo da lui pubblicato.

 

A p. 8 si legge:

Un’eruzione dagli effetti così spettacolari non può essere che quella, devastante,  del  Vesuvio, avvenuta il 16 dicembre del 1631. Se è assolutamente plausibile che le ceneri siano piovute a quasi una settimana dal catastrofico  evento ed assolutamente credibile il dettaglio del loro arrivo a Costantinopoli1, non è assolutamente pensabile che lo stesso fenomeno sia avvenuto a distanza di circa un anno e una settimana dall’eruzione.

Un evento così tragico trovò un’eco immediata, prolungatasi poi negli anni successivi, nella produzione letteraria e scientifica. Sterminato è, in particolare per questo secondo filone, il numero di ragguagli e relazioni, la cui attendibilità trova conforto nell’autorevolezza dei personaggi e nella loro contemporaneità.

Mi limito a riportare solo la testimonianza di Giulio Cesare Braccini che all’evento dedicò due scritti. Il primo ha per  titolo Relazione dell’incendio fattosi nel Vesuuio alli 16 di decembre 1631. Scritta dal signor abbate Giulio Cesare Braccini da Giouiano di Lucca, in una lettera diretta all’eminentissimo card. Girolamo Colonna, Roncagliolo Napoli, 1631.

Del secondo  riproduco il frontespizio e la parte che ci interessa, tratta da p. 36:

Tra un testimone probabilmente oculare (Braccini) e un altro che quasi sicuramente non lo fu (Biscozzo), a chi dareste più credito? Senz’altro al primo. Come spiegare, allora la data riportata nella cronaca neretina?

A me vengono in mente le seguenti ipotesi e sarei felice se qualche lettore ne correggesse qualcuna o ne integrasse la serie:

1) Può essere successo che il copista abbia letto l’originale 1631 come 1632. Bisognerebbe immaginare, però, che tale errore sia stato ripetuto per tutti gli eventi attribuiti al 1632 ma che nella copia madre (a maggior ragione nel perduto autografo) erano registrati per il 1631. La cronaca originale, perciò, sarebbe iniziata dal 1631 e non ci sarebbe niente di strano che essa poi saltasse il 1632 passando al 1633, perché nulla è registrato pure per gli anni 1634, 1637, 1640, 1641, 1642, 1644, 1645, mentre la cronaca diventa più dettagliata, si direbbe giornaliera, a partire dal 1647.

2) Non è da escludere che l’errore sia nativo, che cioè il Biscozzo abbia intrufolato nel 1632 l’evento dell’anno precedente a causa del ricordo cronologicamente impreciso  di un evento relativamente lontano (essendo nato nel 1613, alla data dell’eruzione aveva 18 anni), che, per quanto sconvolgente, era stato, se non rimosso, almeno elaborato.

3) Non credo che sia sufficiente questo benedetto 1632 per giungere alla conclusione, in parte esiziale per tanti studi sulla storia di Nardò che hanno tenuto in conto questa fonte, che la cronaca stessa sarebbe un falso.

__________

1 A parte la decisiva testimonianza esibita successivamente, il Vesuvio aveva dato almeno un’analoga prova della sua potenza:

CARLO SIGONIO (1520-1584)

Caroli Sigonii Historiarum de occidentali imperio libri XX, Wechel, Hanoviae, 1618, pagg. 146 e 280.

Libro XIV:

Anno 472 Vesuvius mons in Campania intimis aestuans ignibus viscera exusta evomuit, nocturnisque in die tenebris incumbentibus, omnem Europam minuto cinere cooperuit. Itaque eius portenti memoriam annuam Constantinopolitani in-stituerunt 8 Idus Novembris. Ea re Leo Imperator exterritus urbe excessit atque ad S. Mamantem consedit.

(Nell’anno 472 il monte Vesuvio in Campania ribollendo di fuochi interni vomitò le bruciate viscere e, mentre tenebre notturne incombevano sul giorno, ricoprì di sottile cenere tutta l’Europa. Così i cittadini di Costantinopoli istituirono la com-memorazione di quel prodigio il 6 novembre202. Per quel fatto l’imperatore Leone si allontanò dalla città e si stabilì presso [la basilica di] S. Mamante)

Per completezza (e per dare a Cesare quel che è di Cesare …) va detto che il Sigonio ricalca pari pari MARCELLINO COMES (V-VI secolo d. C.), Chronicon (in Migne, Patrologia Latina, vol. 51):

  1. C. 472. Ind. X, Marciano et Festo coss. Vesuvius mons Campaniae torridus intestinis ignibus aestuans exusta evomuit viscera, nocturnisque in die tenebris incumbentibus, omnem Europae faciem minuto contexit pulvere. Hujus metuendi memoriam cineris Byzantii annue celebrant VIII idus Novemb.

(Anno di Cristo 472. Decima indizione, sotto i consoli Marciano e Festo il monte Ve-suvio in Campania incandescente di fuochi interni vomitò le viscere bruciate e men-tre notturne tenebre incombevano di giorno ricoprì tutta la superficie dell’Europa di minuta polvere. Bisanzio celebra il ricordo di questa temibile cenere ogni anno il 6 novembre)

 

 

Teatro| “favole&TAmburi”

I Musicanti di Brema (ph Fabiola Chierici)
I Musicanti di Brema (ph Fabiola Chierici)

 

Tore Scuro

Piccoli spettatori, grandi fiabe. Nell’ambito del “Programma regionale di spettacolo dal vivo per la valorizzazione delle risorse culturali ed ambientali della Puglia – 2016”, il Crest presenta la nona stagione di “favole&TAmburi”, la rassegna dedicata all’intera famiglia. Una programmazione domenicale al TaTÀ che non mancherà di emozionare, entusiasmare ed educare al senso del bello, in una struttura sempre più accogliente che i bambini e le famiglie iniziano a sentire ormai come casa propria e la scuola riconosce come un presidio complementare al lavoro educativo svolto quotidianamente. Dal 6 novembre al 2 aprile 2017, saranno proposti dieci spettacoli di grande cura e ricchezza di linguaggi, prodotti da importanti compagnie nazionali. Sipario alle ore 18, ma già un’ora prima lo staff dello Junior TaTÀ sarà ad attendere il giovane pubblico, coinvolgendolo in “Aspettando… gioco”, una spensierata e qualificata animazione ludica. Invariati i costi dell’abbonamento (50 euro per dieci spettacoli) e del biglietto singolo (6 euro). Avviata domenica scorsa in occasione dell’evento TaTÀBUM, la campagna abbonamenti si concluderà domenica 6 novembre, direttamente al botteghino dell’auditorium di via Deledda, al quartiere Tamburi di Taranto (dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle 13, il mercoledì e il venerdì dalle 16 alle 19). Info: 099.4707948.

Ahia! (ph Punes)
Ahia! (ph Punes)

Inaugurerà la rassegna, il 6 novembre, Teatri di Bari con “Ahia!”, testo e regia Damiano Nirchio, con Lucia Zotti/Monica Contini e Raffaele Scarimboli/Michele Stella. Un’anziana donna racconta dell’essere bambini, della difficoltà, dei piccoli come dei grandi, di attraversare tutto ciò che non è piacevole. Ma soprattutto racconta la gioia della vita. Seguirà, il 27 novembre, Catalyst con “I Musicanti di Brema”, concerto-spettacolo liberamente ispirato all’opera dei Fratelli Grimm, regia e interpretazione Riccardo Rombi, in scena con i Camillocromo. Sei musicisti-animali irrompono nel Teatro dell’Opera di Brema, dove uno scorbutico direttore d’orchestra sta aspettando l’arrivo della grande orchestra della città per eseguire la famosa opera “Mein Lieben Bremen”. Ma la sua attesa si rivela presto vana. Ultimo titolo del 2016, giovedì 8 dicembre, sarà “La bottega dei giocattoli”, testo e regia Sandra Novellino e Delia De Marco, con Delia De Marco, Valentina Elia, Giuseppe Marzio, produzione Crest. La storia accade in una bottega di giocattoli alla vigilia di Natale, una bottega magica in cui i giocattoli parlano e vivono nottetempo come le persone, riconoscendo come amici particolari e da ammettere nella loro vita segreta quelle persone giovani di cuore, desiderose e disponibili a giocare sempre. Come i bambini.

Per festeggiare la Befana, venerdì 6 gennaio, la “prima” nazionale della nuova produzione del Crest “Biancaneve, la vera storia”, testo e regia Michelangelo Campanale, con Catia Caramia, Maria Pascale e Luigi Tagliente. Cucciolo, il più piccolo dei sette fratelli-nani, racconta la storia della bellissima ragazzina che provò a fargli da mamma, una bambina così dolce e tanto sola, con una mamma così vanitosa da preferirle la compagnia di uno specchio. Lo spettacolo porterà per mano i bambini dietro le quinte della fiaba tanto conosciuta per scoprire dove prendono forma e vita i sentimenti e le azioni dei personaggi. Il 22 gennaio sarà la volta di Koreja con “Hansel e Gretel. Mangiadisk” di Francesco Niccolini, regia Enzo Toma, con Alessandra Crocco, Carlo Durante e Silvia Ricciardelli. Due fratelli, ormai adulti, tornano nella vecchia casa delle vacanze, da una nonna che sta per lasciarli. In quella casa magica di quando erano piccoli vivono vecchie paure ed emozioni che rischiavano d’aver perso per sempre. Il 5 febbraio Armamaxa Teatro metterà in scena “La regina delle nevi”, dalla fiaba di H. C. Andersen, regia Enrico Messina, con Giuseppe Ciciriello, Deianira Dragone e Piero Santoro. La fiaba più bella e complessa dello scrittore danese racconta dell’amicizia tenera e strettissima tra due ragazzini, Gerda e Kay. E di come la piccola Gerda, resasi conto della “perdita” del suo caro e amato compagno di giochi tra le rose del loro piccolo giardino, sia pronta a mettersi in cammino per cercarlo. Il 19 febbraio Kuziba Teatro proporrà “Vassilissa e la Babaracca”, regia Raffaella Giancipoli, con Bruno Soriato e Annabella Tedone. A volte, il fuoco può essere pericoloso, e fa paura, ma fa più paura il buio, restare da soli, perdersi nel bosco. Vassilissa però non è sola nel bosco: ha con sé la bambola che le ha regalato la mamma e, se imparerà a nutrirla e ad ascoltarla, riuscirà a conquistare il fuoco perduto.

La volata di fine stagione sarà tirata, il 5 marzo, da Teatro Pirata con “Robinson Crusoe. L’avventura”, regia Simone Guerro, con Silvano Fiordelmondo e Francesco Mattioni. Un giovane inglese lotta contro tutti gli ostacoli che la vita gli presenta per conquistare il suo sogno più grande: essere un marinaio ed esplorare il mondo. Ci riuscirà, ma come in ogni impresa grandiosa, il prezzo da pagare sarà enorme, gli imprevisti moltissimi e la ricompensa immensa: essere un uomo libero. Seguirà, il 19 marzo, I Teatrini con “Le favole della saggezza” di Giovanna Facciolo, con Adele Amato de Serpis e Melania Balsamo, percussioni dal vivo Dario Mennella. Ogni favola di Esopo o di Fedro presenta una situazione semplice, comprensibile in ogni luogo e in ogni tempo e quasi sempre è traducibile in un proverbio: c’è il furbo, l’ingenuo, il potente prepotente, l’umile, l’ipocrita adulatore, lo sciocco, il previdente, l’arrogante, il presuntuoso, il povero innocente. Concluderà la rassegna, il 2 aprile, Stilema con “I brutti anatroccoli”, liberamente ispirato alla fiaba di H. C. Andersen, di e con Silvano Antonelli. Tra papere con gli occhiali, strumenti musicali, divertenti e poetiche suggestioni, lo spettacolo cerca di emozionare intorno all’idea che tutti, ma proprio tutti, possano cercare di rendere la propria debolezza una forza. Da qualsiasi punto si parta e in qualsiasi condizione ci si senta

il culto dei Santi presso il popolo salentino

di Giuseppe Corvaglia

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, part. Altare di S. Giovanni Elemosiniere (ph Maura Lucia Sorrone)

I Santi nel Salento fanno parte di esso, della sua cultura, dei suoi sapori, dei suoi colori, delle sensazioni che evocano, insomma, per citare Marti e Spedicato, di quella piccola Patria di cui si sentono parte i Salentini, nativi o adottivi.

L’idea di scrivere dei santi ha un po’ meravigliato mia madre e, forse, anche molti amici che mi conoscono come uomo di scienza e sufficientemente laico. Questa idea prescinde la fede e la devozione, che afferiscono alla sfera prettamente personale, e nasce dal fatto che conoscere la loro storia , per quanto talvolta fantasiosa e incredibile, ti fa comprendere la rappresentazione che di essi viene fatta e può aiutare a comprendere le ragioni di alcune forme devozionali.

Qualcuno potrebbe pensare che le loro storie sono spesso poco storiche e scientifiche, ma al di là di supplizi più o meno truculenti, resta sempre l’atto di grande fede, per chi crede, ma anche di libertà che caratterizza tutti: la libertà di amare Dio e il Prossimo rinunciando ai propri beni alla propria vita e alla propria libertà.

Pittori e artisti li rappresentano con dei simboli che si riferiscono al loro martirio e alla loro vita e noi, conoscendone la vita e le gesta, possiamo riconoscerli in una cattedrale, in una edicola, in una chiesetta di campagna o in un museo o anche solo in una casa.

Apprezzare l’arte è una delle cose più belle della vita e per farlo occorre sapere e capire.

Mi viene in mente un episodio che riportava mio padre: un esperto di banda e melomane ascoltava la Traviata in piazza. Un signore si avvicinò e, conoscendo la sua fama gli disse:« Maestro cosa suonano?» Lui lo guardò perplesso e poi disse, scuotendo la testa: «Se la senti e non la capisci se ti dico la sai?»

Così per l’arte sacra, ma anche per le rappresentazioni mitologiche: se le storie non le sai non puoi capire le immagini anche se qualcuno ti dice chi è il personaggio e se non comprendi non puoi godere a pieno l’arte.

eligio

Sant’Eligio (Santu Liggiu o Sant’Alòi) 1 dicembre
Sant’Eligio (Santu Liggiu o Sant’Alòi) era un santo molto venerato nel Salento, soprattutto dai contadini che avevano un cavallo, una mucca o un mulo o un asino.

La ragione sta nel fatto che questo santo, orefice prima di diventare consigliere del Re, monaco e poi Vescovo, avrebbe riattaccato la zampa rotta di un cavallo, come si vede in dipinti nella chiesa di Santa Marina a Muro e nella cripta della Madonna della Crutta a Ortelle.

Veniva citato dai contadini che, nei casi disperati, erano soliti dire “Santu Liggiu ne azza i fierri” volendo dire che se un Santo capace di tali imprese raccoglieva i ferri del mestiere per andarsene non c’era proprio rimedio.

In caso di malattia della bestia i contadini facevano fare all’animale il giro di alcune cappelle, ove era effigiato il Santo. Una di queste era la cappella di San Vito e la Madonna della Crutta a Ortelle.

Santa Marina 17 luglio
Santa Marina di Antiochia in Pisidia era figlia di un sacerdote pagano. Dopo la morte della madre, il padre la affidò a una nutrice che praticava il cristianesimo e la educò ai principi della nuova religione. La stessa Santa è nota anche con il nome di Margherita. Con questo nome compare in una nota preghiera:

Santa Margherita,

si bella e si pulita,

do’ ancili ammenzu a casa,

doi nthra lu lettu,

la Madonna la portu ampettu,

Gesù Cristu an capitale,

Lu Nimicu cu se pozza scunfunnare.

Fusci, fusci, Tantaziune,

ca su fija de Maria,

ca la Madonna m’aje prumisu

ca me daje lu paradisu ,

se no osci crai

quannu moriu me lu dai.

Marina, dicevamo, si era convertita; quando il padre lo scoprì la cacciò via e la riaccolse la sua nutrice. La fanciulla, anche se povera, era bellissima e la notò il governatore di quei posti che voleva sposarla. Marina, però, rifiutò e fu imprigionata. In prigione fu tentata dal demonio che le si presentò sotto forma di dragone e la inghiottì viva. Lei non si perse d’animo e gli squarciò la pancia con la croce, uscendone viva. Fu poi ancora seviziata e infine decapitata.

La bellezza del suo volto e il bel colorito la facevano invocare, perché preservasse e guarisse dall’ittero (mal di fegato) e dal pallore (anemia) mentre il fatto di essere uscita dalla pancia del drago, la fece invocare per le partorienti. L’ittero anticamente veniva chiamato male dell’arco, poiché si riteneva un cattivo influsso dell’arcobaleno e i fedeli compravano dei nastrini colorati, le zagarelle, le strofinavano sulla statua della santa e poi sul viso proprio e dei bambini per poter avere sempre un colorito sano.

In alcuni dipinti la croce nella mano della santa è diventato un martello che simboleggia la pazienza e la perseveranza.

A Ruggiano chi andava in pellegrinaggio a Santa Marina si fermava e urinava nei pressi di un arco, come un atto di purificazione, recitando la formula

Arcu bell’arcu

bellu pintu e bellu fattu,

ci te vide e no te saluta,

de culure cu tramuta.

Ieu te vitti e te salutai,

lu culure no persi mai. (o te culure ne guadagnai)

Qualcuno aggiunge:

Santa Marina, ca an Paradisu stai,

famme na grazia ca la potenza l’hai,

fammela prestu e no ntardare

ca sinti Santa ca la pote fare.

Santa Marina viene invocata anche contro l’emicrania e contro le maldicenze, ma in questo caso si confonde con un’altra Santa, santa Marina di Bitinia, che visse come monaco in un convento e fu accusata di essere il padre di un bambino e per questo allontanata col figlio dal convento. Accettò la punizione finché fu riaccolta nel convento in punto di morte. Quando, dopo morta, i monaci andarono a lavare il corpo, per prepararlo alla sepoltura, scoprirono il segreto del monaco Marino, che aveva accettato tutte le bugie in silenzio fino a morirne.

San Giorgio
san giorgio

San Giorgio era un soldato, cavaliere originario della Cappadocia.

Un giorno, passando da Silene in Libia (ma per altri da Berito, l’attuale Beirut, in Libano), vide una fanciulla atterrita sulla riva di uno stagno.

Gli abitanti di quel posto erano terrorizzati da un dragone orribile che viveva in quello stagno e ogni tanto ne usciva per uccidere animali o persone che incontrava.

Si era arrivati ad offrire del bestiame, ma questo non bastò, per cui si decise di immolare un fanciullo o una fanciulla, scelti a sorte fra i giovani della città.

Quel giorno era toccato alla figlia del Re. Giorgio, che passava, la vide e aspettò la bestia, la tramortì e la portò vicino alle mura della città dove la uccise fra il tripudio della gente che si convertì al cristianesimo.

La vicenda è propriamente simbolica dove il cavaliere è la Chiesa e il dragone il paganesimo e il male.

Anche il nome, Giorgio, vuol dire in greco uomo che coltiva la terra è significativo. Il martire è stato uno dei santi più presenti nella tradizione orientale e perciò il suo culto fu molto diffuso dai monaci basiliani. Secondo la tradizione fu decapitato in Palestina. A Ortelle viene invocato contro la malaria.

S. Vito   2° e 3° domenica di ottobre
Calimera_Cappella_San_Vito

S. Vito, giovinetto siciliano di Mazzara del Vallo, venne martirizzato a Roma, con la nutrice Crescenza e il pedagogo Modesto, che lo avevano educato alla cristianità, per ordine dell’Imperatore dopo che il Santi aveva salvato proprio il figlio dell’Imperatore stesso posseduto dai demoni.

Viene raffigurato con uno o due cani perché protegge dalle bestie inferocite, in particolare protegge dalla rabbia, poiché la leggenda vuole che sia stato gettato in una fossa con delle bestie feroci che però lo risparmiarono.

Viene invocato anche per il ballo di San Vito o Corea, una malattia neurologica che porta i soggetti affetti a fare dei movimenti involontari, ampi e bruschi soprattutto con gli arti come se fossero una danza. Il patrocinio fa riferimento alla vita del Santo quando si cercò di sedurlo tramite delle avvenenti danzatrici che, coi loro corpi splendidi e le loro movenze seducenti, avrebbero dovuto farlo rinunciare alla fede. Il Santo capì e mise nelle scarpe dei chiodini che lo tormentavano scacciando la tentazione.

Una particolare protezione veniva chiesta contro i licantropi o lupi mannari cioè quelle persone che in concomitanza con alcune fasi lunari si trasformano in creature belluine.

Le persone capaci di dominarle si chiamavano “Manure de Santu Vitu”.

S. Oronzo   26 agosto
FIG.2. Lecce. Cattedrale. S.Oronzo (G.A

S. Oronzo è uno dei primi martiri del Salento. Patrizio leccese, pagano, mentre si divertiva andando a caccia, incontrò un uomo lacero che si chiamava Giusto e che veniva da Corinto, mandato da S. Paolo, che lo convertì.

Si racconta anche che, una volta convertito, sia andato a Corinto a trovare San Paolo che lo nominò vescovo di Lecce. Scoperto, fu perseguitato e si rifugiò prima in una grotta di Ostuni e poi in Turi, dove fu catturato e riportato a Lecce.

Qui fu portato fuori dalla città e decapitato. I resti furono lasciati alla mercè delle intemperie e delle bestie, ma furono poi raccolti da una pia donna e divennero meta di pellegrinaggio. Sul luogo del martirio, detto Capu de Santu Ronzu, fu edificata una chiesa.

La storia di Sant’Oronzo è a dir poco particolare: non se ne trova traccia nel Martirologio, ma la storia viene riferita da un monaco visionario calabrese, sollecitato dal Vescovo Luigi Pappacoda, che, attraverso le sue visioni, fa ritrovare le reliquie del Santo nel 1500.

Il momento è particolare, la penisola Salentina ha conosciuto la tragedia della conquista ottomana con il suo strascico di morti, prigionia, crudeltà e la fede inizia a vacillare. In questo periodo viene nominato vescovo Pappacoda che governa la città disciplinando il clero, cercando di stimolare la spiritualità dei leccesi e incentivando gli ordini religiosi a costruire nuove chiese: così nascono le splendide chiese che oggi ammiriamo.

Oronzo era un santo locale non di origine greca e si prestava bene, secondo i canoni del Concilio di Trento, a ricoprire il ruolo del patrono.

Santa Vittoria     8 agosto   23 dicembre
Santa Vittoria fu una giovane fanciulla di famiglia nobile romana che era stata promessa in sposa ad un altro rampollo della nobiltà: Eugenio. Fu educata al cristianesimo dalla cugina Anatolia e si convertì decidendo di dedicare la sua vita e la sua persona a Gesù. Eugenio, d’accordo con il fidanzato di Anatolia, decise di separarle e le inviarono nei loro possedimenti in campagna, ma a nulla valse il sopruso: entrambe furono ancora più salde. Anzi Vittoria operò anche dei prodigi, come allontanare un dragone che affliggeva la zona di Trebula nella Sabina dove stava, e cominciò a fare apostolato fra le fanciulle del luogo, per la qual cosa oggi viene considerata la protettrice della gioventù femminile di Azione Cattolica.

Denunciata al pontefice del Campidoglio, venne obbligata a offrire sacrifici a Diana e al suo fermo rifiuto venne uccisa con la spada.

Nel Salento viene festeggiata a Spongano.

S. Donato   7 agosto
San Donato Vescovo di Arezzo fu martirizzato con decapitazione il 7 agosto del 362 sotto Diocleziano. Viene rappresentato con un calice, perché fra i suoi prodigi è riferito che, mentre celebrava messa e distribuiva il vino consacrato in un calice di cristallo, entrarono dei pagani che ruppero il calice. Il Santo ne ricompose i frammenti e continuò a distribuire la comunione. Viene anche rappresentato con dei libri e con un bambino esanime fra le braccia della madre, riferimento a un altro episodio della sua vita quando libera dai demoni.

Fu decapitato e viene invocato a protezione del mal di testa e, soprattutto a Montesano Salentino, per l’epilessia, detto dagli antichi male sacro.

Nei giorni della festa del Santo la statua viene portata dalla chiesa al santuario a lui dedicato. Qui in passato restavano con lui gli epilettici giorno e notte che pregavano, ma anche parlavano e gridavano in un rapporto diretto (qualcuno raccontava di dialogare proprio con il santo e magari inveiva anche contro o lo implorava di farlo guarire). Gli stessi epilettici durante la processione camminavano all’indietro non potendo staccare lo sguardo dal volto del Santo. La base della statua era adornata da basilico.

La suggestione era massima ed era rinforzata dagli stessi epilettici.

Santa Lucia   13 dicembre
Santalucia

Il culto di Santa Lucia era molto diffuso in tutto il Salento.

Santa Lucia era una bellissima fanciulla che era stata promessa in sposa. Fu educata al cristianesimo, ma decise di dedicarsi anima e corpo a Gesù, dopo un pellegrinaggio a Catania sulla tomba di sant’Agata della quale ebbe una visione. Vendette i suoi beni e li donò ai poveri. Il fidanzato, per farla desistere, la denunciò e venne martirizzata con la spada. La leggenda vuole anche che prima di ucciderla, le siano stati cavati gli occhi e da questo episodio deriva il suo patronato sulla vista e il raffigurarla con gli occhi in una ciotola.

La sua festa arriva il 13 dicembre quando si avvicina il Natale e si comincia a pensare alle feste, ma si è ancora in Avvento. Importanti sono le fiere che si tengono nel suo giorno a Lecce (che poi prosegue fino a Natale con la vendita dei pupi del Presepe) e a Scorrano dove fra le altre cose si fa provvista di fichi secchi e di stoccafisso.

S. Rocco     16 agosto
San Rocco

S. Rocco era un santo molto venerato nel Salento, ma se vogliamo anche in tutto il mondo. Nato a Montpellier decise di andare in pellegrinaggio a Roma. Nel suo viaggio a Roma si imbattè nella peste. Capì che la carità non poteva essere solo di parole e, mentre tornava da Roma, si prestò a curare gli appestati. Si ammalò e decise di ritirarsi in un eremo per non contagiare nessuno. Si trovava in una grotta presso Piacenza e lo andava a trovare un cagnolino che rubava un pane alla mensa del suo padrone e glielo portava leccandogli la piaga. Un giorno il padrone lo seguì, scoprì Rocco e lo portò a casa aiutandolo a guarire. Guarito, si incamminò verso Montpellier, ma a Voghera fu arrestato con l’accusa di essere una spia e imprigionato per 5 anni senza nemmeno essere riconosciuto dal governatore di quei luoghi che era lo zio. Alla sua morte venne riconosciuto per un difetto del corpo: una sorta di angioma a forma di croce che Rocco aveva da quando era nato sul fianco sinistro (come pure viene cantato nel responsorio: Ave Roque santissime,/ nobili nate sanguine,/ crucis signate schemate/ sinistro tuo latere).

Inizialmente invocato contro la peste, fu poi invocato a protezione di ogni tipo di piaga. Infatti nella società contadina dei tempi passati, in assenza di antibiotici, era facile che una ferita procurata nei campi potesse infettarsi e cronicizzare oppure portasse a conseguenze ancora più gravi. Viene rappresentato come un pellegrino con un bastone e la borraccia, una mantellina con la conchiglia di Compostella, detta Capasanta, e un cane con un pane in bocca.

San Nicola  6 dicembre 9 maggio
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La figura di San Nicola è molto diffusa nel mondo occidentale, ma soprattutto in Puglia e nel Salento, sia per la presenza e l’opera dei monaci basiliani, sia per l’influenza che aveva su questi territori il Catapano bizantino che stava a Bari dove c’erano le sue reliquie, trafugate da Mira in Asia minore, ad opera di una compagnia di marinai baresi.

Questo rinforzò la fama che aveva fin lì accompagnato il santo venerato sia il 6 dicembre, ma soprattutto in Puglia il 9 di maggio memoria dell’arrivo delle sue reliquie a Bari.

Nato a Patara, in Asia minore, presto si trasferì a Mira dove si avvicinò al Cristianesimo e dove, ancora giovane, venne eletto vescovo di quella città . L’epoca delle prime persecuzioni era finita e Costantino, con l’editto di Milano, aveva sancito la libertà di culto per i cristiani.

Lui fece il vescovo con grande energia rispettato dal popolo e dalle autorità che lo invitarono a dare giudizi preziosi anche in sede conciliare, come nel Concilio di Nicea, quando affrontò l’eretico Ario che negava la natura divina di Gesù.

Viene rappresentato con il pallio, il pastorale   e il vangelo in mano per la sapienza mostrata nel contrastare gli eretici, ma anche con tre palle d’oro, tre bambini in una tinozza o con un mattone che brucia che si riferisce a un miracolo operato durante il concilio di Nicea. Per spiegare la trinità Nicola prese un mattone che conteneva in origine terra, fuoco e acqua, ma che ora era altro dei tre elementi. Il mattone prese a bruciare e a gocciolare acqua e alla fine rimase terra secca.

Le tre palle d’oro sono la semplificazione di tre borse di monete d’oro che Nicola donò a un padre nobile, caduto in disgrazia, il quale, non avendo i soldi per il matrimonio e la dote delle figlie, le voleva avviare alla prostituzione. Nicola gettò in casa un sacchetto con le monete impedendo che la figlia grande si prostituisse e consentendo il suo matrimonio. Fece così altre due volte salvando anche le altre due sorelle, ma la terza volta il padre, che stava nascosto, lo scoprì.

I tre bambini si riferiscono a un altro prodigio operato dal santo a cui un oste presentò un piatto di carne. Il Santo non volle toccarne e chiese all’oste di portarlo dove teneva quelle carni. Una volta vicino alla tinozza della salamoia il Santo pregò e dalla tinozza emersero tre bambini che l’oste aveva ucciso e le cui carni venivano servite agli avventori. Questo episodio, leggendario, potrebbe essere influenzato da un altro più storico quando Nicola si adoperò per salvare tre uomini condannati a morte ingiustamente.

Comunque la generosità verso le fanciulle, la protezione verso i bambini e una vita svolta a proteggere attivamente il suo popolo hanno fatto sì che si generasse nell’immaginario collettivo la figura di Santa Klaus (contrattura nordica del latino Nicolaus), il nostro Babbo Natale che porta doni ai bambini. L’abito rosso e il cappuccio non sono altro che riferimento ai paramenti vescovili così come il colletto bianco un riferimento al pallio.

San Pantaleone o Pantaleo   27 luglio
San Pantaleone era un medico anargiro di Nicomedia. Medico brillante (aveva curato anche il figlio dell’Imperatore) un giorno si convertì al cristianesimo, vendette le sue sostanze e le distribuì ai poveri, curando tutti senza compenso. Per questo venne osteggiato dai suoi colleghi e denunciato come Cristiano all’Imperatore per la qual cosa fu lungamente torturato e poi ucciso.

Viene raffigurato legato ad un albero secco, mentre viene seviziato con il fuoco e i flagelli, o vicino a una vasca perché subì anche la tortura dell’annegamento. La leggenda tramanda che l’albero a cui il santo era legato, benché secco, si ricoprì di frutti. Le sevizie non convinsero il Santo ad abiurare e fu martirizzato.

Nel Salento si festeggia a Martignano, ma il suo culto era molto diffuso nella provincia.

San Lazzaro
Lazzaro era uno dei migliori amici di Gesù. Viveva a Betania, con le due sorelle Marta e Maria.

Il Vangelo ci narra di come Lazzaro fosse morto. Gesù si recò al sepolcro, fece togliere la pietra che ne chiudeva l’entrata e chiamò Lazzaro, il quale uscì vivo dal sepolcro, ancora avvolto nelle bende funebri. Dopo la morte e resurrezione di Gesù venne preso di mira dal sinedrio che voleva cancellare le opere compiute dal Messia e dovette partirsene dalla Palestina.

Secondo la Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, Lazzaro andò a predicare in Francia con le sue sorelle e lì divenne il primo vescovo di Marsiglia.

Invece secondo la tradizione orientale, Lazzaro divenne vescovo di Cipro e durò nell’episcopato per circa un trentennio. A supporto di questa versione, nell’anno 890 fu ritrovata una lapide con l’iscrizione “Lazzaro, l’amico di Cristo”. Successivamente le reliquie furono traslate a Costantinopoli e quindi in Francia dai Crociati. Nel 1972 sotto l’altare della chiesa di Larnaca fu rinvenuta un’arca di marmo, contenente resti umani, che si ritengono quelli di Lazzaro. Secondo quest’ipotesi, il trasferimento delle reliquie a Costantinopoli fu soltanto parziale.

Nel Salento viene venerato in pochi luoghi come una parrocchia di Lecce città, ma ci sono immagini sue anche in altre chiese. Tuttavia viene citato in prossimità della Pasqua. In questo periodo gruppi di contadini, dotati di strumenti musicali e buone voci, giravano per le case o per le masserie in una sorte di folkloristica questua da cui ricevevano prodotti della terra detta, appunto, “Lu Santu Lazzaru”. Queste rustiche compagnie musicali andavano in giro con un ramo di ulivo dove venivano attaccate figurine e nastrini colorati (zagarelle) cantando la storia di Cristo e concludendo che Santu Lazzaru, che risorse, oggi sarà Cristo che risorgerà a Pasqua.

Viene rappresentato come Vescovo.

Il San Lazzaro povero, straccione e spesso rappresentato con dei cani è il Lazzaro, mendicante, che viveva fuori dalla casa del ricco epulone implorando di ricevere le briciole del suo desco, ricevendone insulti e umiliazioni. Quando sarà in paradiso, nel grembo di Abramo, il giovane, maleducato e cattivo, patirà le pene dell’inferno e implorerà un conforto da Lazzaro che, stando fra i beati, non potrà dargli.

Santi Cosma e Damiano 26- 27 settembre
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Santi Cosma e Damiano, conosciuti come Santi Medici, erano medici anargiri che curavano senza compenso.

Originari dell’Arabia o della Siria, svolsero la loro opera in Turchia. Prima di approcciarsi a un malato pregavano intensamente e poi svolgevano la loro opera. La leggenda racconta di un loro contrasto dovuto al fatto che Cosimo avesse accettato 3 uova da una donna che aveva curato. Il fatto amareggiò Damiano che dispose di non essere sepolto accanto al fratello. Scoperti cristiani furono processati e martirizzati. Mentre ci si stava disponendo a seppellirli, lontano uno dall’altro, un cammello parlò e disse che Cosimo aveva accettato quelle uova solo per non umiliare la donna e furono uniti nella sepoltura.

Vengono rappresentati con in mano dei balsamari   per gli unguenti e delle cassette per i ferri chirurgici.

Nel Salento il loro culto è molto sentito e in passato erano diffusi anche i nomi Medico e Medica.

San Vitale  28 aprile
Sposato con Santa Valeria, era padre dei santi Gervasio e Protasio.

Vitale, soldato romano, accompagnò un magistrato a Ravenna dove assistette alla condanna a morte per Cristianesimo di Ursicino. Lui incoraggiò il martire che andava al supplizio e, dopo la morte , lo seppellì.

Denunciato come cristiano venne condannato a essere sepolto vivo da pietre e terra. Così accadde e quel sepolcro, che era stato patibolo, divenne luogo di culto, tanto che quando venne la moglie Valeria a riprendersi le spoglie del caro, trovò l’opposizione dei Ravennati.

Di ritorno, la santa donna troverà un gruppo di fanatici pagani che al suo rifiuto a sacrificare al dio Silvano, faranno seguire una punizione fatta di bastonate che ridurranno in fin di vita la donna che spirerà qualche giorno dopo a Milano.

I figli Gervasio e Protasio erano anche essi cristiani e vissero facendo del bene finché non furono uccisi nelle persecuzioni. I corpi furono ritrovati ai tempi di Sant’Ambrogio e vicino al loro capo vi era un libretto che raccontava la loro storia e quella dei loro genitori. Sul luogo del loro ritrovamento nacque una basilica.

San Giuseppe da Copertino   18 settembre
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Giuseppe Maria Desa nacque ai primi del ‘600, in un momento di grandi difficoltà della famiglia e vide la luce in una stalla del suo paese, Copertino, adattata a casa. Il padre, abile artigiano, aveva sposato una donna benestante ed era uomo di fiducia dei Signori di Copertino, ma si ritrovò povero e morì ancora giovane per aver garantito per mille scudi un amico che fallì.

La povera vedova e i figli vissero anni durissimi; Giuseppe faceva il garzone e non riusciva a imparare un mestiere e in paese lo chiamavano “Ucchipertu/Boccaperta” per la sua abituale distrazione; dovette pure lasciare la scuola per una brutta piaga che lo afflisse per 5 anni e guarì per intercessione della Madonna delle Grazie. Questo accrebbe la sua fervida devozione mariana.

Il creditore del padre aveva ottenuto dal Tribunale che Giuseppe, unico figlio maschio di Felice e Franceschina, una volta raggiunta la maggiore età, fosse obbligato a lavorare senza paga fino a saldare il debito del defunto genitore. L’unico modo per sottrarsi a quella che sarebbe stata una vera e propria schiavitù era diventare sacerdote o frate, ma Giuseppe non era istruito e non poteva ambire perciò al sacerdozio. Cercò quindi di entrare in un convento e a 17 anni bussò alla porta dei Frati Francescani Conventuali, nel convento detto della ‘Grottella’, a due passi da Copertino, dove un suo zio era stato padre Guardiano, ma dopo un periodo di prova fu mandato via, “per la sua poca letteratura, per semplicità ed ignoranza”. Passò allora ai Francescani Riformati e poi ai Cappuccini di Martina Franca, ma la distrazione, l’inettitudine e le estasi gli facevano fare veri e propri danni, per questo fu mandato a casa dove non venne bene accolto.

Fu solo grazie all’interessamento dello zio e dopo molte insistenze che riuscì a farsi accettare di nuovo dai Conventuali della ‘Grottella’. I frati, informati della sua situazione e della condanna del Tribunale, presero a cuore la situazione e lo ammisero nella comunità, prima come oblato, poi come terziario e finalmente come fratello laico.

Addetto ai lavori pesanti e alla cura della mula del convento, Giuseppe ben presto espresse il desiderio di diventare sacerdote e lo divenne per situazioni a dir poco prodigiose. Nonostante gli sforzi era rimasto ignorante, ma negli esami accaddero cose incredibili: in uno il vescovo gli chiese l’unica cosa che sapesse e nel secondo, il vescovo, dopo aver visto una grande preparazione nei primi studenti interrogati, decise di promuovere tutti, anche San Giuseppe.

Si definiva fratel Asino, ma riusciva a parlare di teologia in maniera semplice ed efficace anche con persone di elevata cultura, perché possedeva il dono della scienza infusa, sapeva essere sapiente nel dare consigli ed era molto ricercato dentro e fuori del suo Ordine, nonostante che si definisse “il frate più ignorante dell’Ordine Francescano”.

Un’altra sua caratteristica erano le estasi e i voli durante queste.

In effetti volava nell’aria come un uccello, il fatto storico è che questi fenomeni sono avvenuti in presenza di tanta gente stupefatta. Proprio la presenza intorno a lui di tanto popolo costituì un problema per i suoi Superiori, che lo mandarono in vari conventi dell’Italia Centrale, proprio per distogliere da lui l’attenzione del popolo, che sempre più numeroso accorreva a vedere il santo francescano. Di lui si interessò l’Inquisizione di Napoli, che lo convocò per capire di che si trattasse e proprio davanti ai giudici, Giuseppe ebbe un’estasi; la Congregazione romana del Santo Uffizio alla presenza del papa Urbano VIII, lo assolse dall’accusa di abuso della credulità popolare e lo confinò in un luogo isolato, lontano da Copertino e sotto sorveglianza del tribunale. Fu mandato da un convento all’altro: a Roma, Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone e infine ad Osimo (Ancona) dove morì il 18 settembre 1663 a 60 anni.

Mia nonna Rosa nel rosario pregava San Tommaso d’Aquino, professore alla Sorbona, e San Giuseppe da Copertino che infondessero nelle nostre menti intelligenza e buon senso o con lo studio, come nel caso del domenicano, o senza studio, come era accaduto al francescano salentino; a lui si rivolgono gli studenti prima degli esami, specie coloro che si rendono conto dei propri limiti.

S. Antonio da Padova 13 giugno
Figura 6. G. A. Colicci, SantÔÇÖAntonio da Padova, 1736 Lequile (Le)

Antonio nacque a Lisbona (Portogallo) nel 1195, battezzato come Fernando, ebbe la sua prima formazione in una famiglia cristiana, importata a Lisbona dopo che fu liberata dai musulmani. Studiò alla scuola della cattedrale e li sbocciò la sua vocazione religiosa. Ancora adolescente entrò negli agostiniani prima a Lisbona e poi a Coimbra. Li ricevette una completa formazione religiosa e teologica, grazie alle sue doti: una grande pietà e una fervida intelligenza.

Nel 1220 venne a sapere di alcuni francescani che erano stati uccisi in Marocco mentre cercavano di evangelizzare quelle genti e decise di entrare nell’Ordine francescano, mutando il suo nome originario, Fernando, in Antonio. Quando riuscì, partì per il Marocco, lì si ammalò e si reimbarcò per ritornare in patria, ma delle tempeste marine lo portarono in Sicilia, dove fu curato nel convento francescano di Messina. Qui venne a conoscenza del Capitolo generale dei francescani, che avrebbe avuto luogo ad Assisi, nella Pentecoste di quel 1221 e vi partecipò. Vide san Francesco, ma non si fece conoscere. Frate Graziano, ministro provinciale della Romagna, lo accolse nella sua compagnia   e lo destinò al romitorio di Montepaolo dove Antonio visse la regola dell’eremita francescano.

Un giorno, in occasione di un’ordinazione sacerdotale celebrata a Forlí, dovette, per obbedienza, tenere un discorso e mostrò doti di eloquenza e preparazione teologica eccellenti tanto da essere destinato a diventare predicatore, docente e ministro dell’Ordine. Dalla Romagna propriamente detta la sua predicazione si allargò all’Italia superiore e alla Francia meridionale.

In seguito il suo compito principale fu l’insegnamento della Teologia ai frati minori nelle scuole di Bologna e di Montpellier, primo docente di Teologia francescana.

Alla fine arrivarono gli incarichi di responsabilità come custode della provincia di Limoges e poi come ministro provinciale della provincia di Romagna, che si estendeva allora anche a tutta l’Italia settentrionale, ma sfatto dalle fatiche e dall’idropisia, nel luglio del 1230 ottenne d’essere liberato da ogni incarico e di ritirarsi a Padova nel convento di Santa Maria Madre del Signore dove morì il 13 giugno 1231. Il suo corpo per espressa sua volontà restò a Padova; fu canonizzato neanche un anno dopo la sua morte e sette secoli dopo papa Pio XII lo proclamò “Dottore della Chiesa”.

Viene rappresentato con il Bambino Gesù per le estasi che più volte ha vissuto, con dei libri, simbolo degli studi e della sua sapienza, e un giglio simbolo di purezza.

Nel Salento si prega con questa preghiera:

Sant’Antoniu meu bidegnu

Tuttu chinu de santità

Tridici grazie fai lu giurnu,

fammene una per carità.

Fammela prestu e non tardare

Ca tie si santu ca me la poti fare,

Tie sì santu mannatu de Diu

Fammela prestu sant’antoniu miu.

Arcangeli S. Michele, San Gabriele e San Raffaele
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Gli Arcangeli sono i sette spiriti che stanno al cospetto del trono di Dio, sono coloro che godono della luce del suo volto e ne ascoltano la voce. Di questi ne conosciamo tre, per riferimenti biblici che li riguardano: Michele, Gabriele e Raffaele.

Michele (in ebraico Chi è come Dio?) è l’arcangelo che combattè contro Lucifero e tutti gli altri angeli che si erano rivoltati contro Dio e li allontanò dal Paradiso confinandoli nell’inferno.

Altri appellativi di questo arcangelo che interviene nella lotta contro il male sono : difensore degli amici di Dio e protettore del suo popolo. Viene raffigurato come un giovane gagliardo con la spada in mano e, talvolta con armatura, mentre sottomette il demonio.

Gabriele (Forza di Dio) è colui che spesso porta dei messaggi di Dio all’uomo. Lui   rivela a Daniele i segreti del piano di Dio, annunzia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista ed è lui che annuncia a Maria che da lei nascerà Gesù.

Secondo i musulmani è sempre Gabriele a dettare il corano a Maometto.

Viene raffigurato, generalmente, mentre incontra Maria a Nazareth.

Raffaele (Dio guarisce) è l’arcangelo che   talvolta scendeva nella piscina di Betzaida e agitava le acque, concedendo la guarigione dalle malattie a chi vi si immergeva, ma è soprattutto la guida che scende in terra dopo le preghiere di Tobi e accompagna il figlio Tobiolo a riscuotere un credito in Media, l’attuale Iran. Lì guarirà Sara che è tormentata dal diavolo Asmodeo e che poi si unirà in matrimonio con Tobiolo. Mentre fanno ritorno, Tobi, che si sente vicino alla morte ed ormai è cieco, chiede la grazia al Signore di rivedere per una ultima volta il figlio prima di morire. Raffaele allora dice a Tobiolo di tuffarsi nel fiume e prendere un grosso pesce che troverà. I viaggiatori mangeranno il pesce, ma conserveranno, su indicazione di Raffaele, le interiora che poi spalmate sugli occhi di Tobi gli faranno riacquistare la vista e rivedere il figlio e la nuora.

San Raffaele è raffigurato mentre accompagna un ragazzo che porta un pesce. Questo lo differenzia dall’Angelo custode pure raffigurato mentre guida un bambino, talvolta schiacciando il diavolo tentatore.

San Giuseppe Patriarca.
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Giuseppe è un uomo giusto, della stirpe di Davide, che sposa Maria e che, quando scopre che è incinta vorrebbe ripudiarla, ma poi accetterà di tenerla con sé e farà da padre putativo a Gesù.

Viene considerato Patriarca (πατήρ αρχή il padre dell’inizio di una vita nuova, di una nuova generazione) perché dalla sua famiglia nascerà un popolo nuovo.

Viene raffigurato come un uomo attempato che tiene in braccio il bambino Gesù e si appoggia a un bastone fiorito.

Il bastone fiorito si riferisce a un prodigio riferito dai vangeli apocrifi. Il sacerdote Zaccaria aveva infatti ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, vissuta per nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi celibi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso ne avrebbe poi fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto. Fiorì il bastone di Giuseppe, della stirpe di Davide, e accettò di prendere in sposa Maria, nonostante la differenza di età. In seguito, sapendo che era incinta, pensò di ripudiarla, ma, dopo una visione angelica, non lo fece e crebbe Gesù.

La sua festa fino a non molto tempo fa era festa di precetto e festa civile (fino al 1977); in molti paesi del Salento è rimasta una festa rilevante. Alcuni devoti in suo onore fanno un pranzo, la Tavolata di San Giuseppe, dove gli invitati rappresentano la Sacra Famiglia e altri Santi. Gli invitati mangiano le portate, tutte di magro poiché ci si trova in Quaresima, e devono portarsi a casa i resti del pasto. Altri devoti distribuiscono la caratteristica pasta (massa e ciciri o ciceri e tria) o anche del pane benedetto.

 

Pellegrino Scardino di San Cesario di Lecce e la tarantata

di Armando Polito

C’è chi, ed io sono tra questi, rivendica anche alla poesia una capacità di conoscenza di regola attribuita solo alla scienza;  e questo, se fosse vero, sarebbe più che sufficiente  per liquidare in un attimo come insensata ogni contrapposizione tra le due culture. In particolare, sul fenomeno del tarantismo  credo di aver tentato di provarlo in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/25/anche-questanno-la-notte-della-taranta-e-andata-ma-non-rinuncio-a-dire-la-mia-il-tarantismo-ovvero-laddove-la-poesia-arrivo-prima-della-scienza/. Le testimonianze allora addotte  non vantavano la paternità di autori del nostro territorio ed erano in prosa.

Oggi sottopongo all’attenzione del lettore una poesia di un salentino doc, del quale il lettore ha già letto il nome nel titolo. Di quest’autore abbastanza prolifico mi sono già occupato per un’altra questione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/. Ho segnalato il link non per vanitoso compiacimento ma per dare un’idea dello spessore del personaggio che può vantare un cospicuo numero di pubblicazioni, anche se in prevalenza di natura encomiastica  Di seguito l’elenco completo delle opere da lui pubblicate:

Vaticinium Tiberis ad urbem Romam de Sixto Quinto pontificem maximum, Zanetti, Roma, 1589.

De illustrissimo ac reverendissimo d. Scipione Spina Lupiensium pontifice creato Peregrini Scardini Sancaesariensis carmen, Cacchio, Napoli, 1591.

In admodum reuerendum d. Petrum Antonium De Ponte Congr. clericum regularem theologum, et concionatorem destrissimum, elogia, Guerilio, Venezia, 1599.

Oratio habita Lupiis in funere Hispaniarum, et Indiarum regis catholici Philippi II, Carlino & Pace, Napoli, Neapoli, 1599.

Peregrini Scardini Sancticaesariensis epigrammatum centuria, Vitale, Napoli,1603

Discorso intorno l’antichità e sito della fedelissima città di Lecce, Pace, Bari, 1607.

Sonetti di Peregrino Scardino al molto illustre signor Gioseppe Cicala di Lecce, Gargano & Nucci, Napoli, 1609.

Del terzultimo titolo riproduco il frontespizio

e il testo della poesia (in distici elegiaci) che è a p. 107, con la mia traduzione a fronte

2

Capito? – Certamente! – direte. Ma io intendevo dire (senza alcuna velleità poetica per via delle rime)  – Avete capito come il nostro salentino Pellegrino Scardino aveva capito tutto, anticipando di 359 anni Ernesto De Martino? -.

Alezio e la palma che, forse, non c’è più

di Armando Polito

Ciò che sto per dire sarebbe valido per qualsiasi nostra città o cittadina ma il caso ha voluto che oggi la protagonista fosse Alezio, grazie alle due foto, sovrapponibili, che seguono, la prima risalente, credo, agli anni ’60, la seconda tratta ed adattata da GoogleMaps. In esse appaiono riprese via Cavour e Piazza Regina Margherita.

 

Temo che, per farla completa, manchi una foto recente e, per colmare questa eventuale lacuna, confido nell’aiuto di qualche lettore locale. Nel frattempo motiverò le ragioni della mia non documentata (e mi auguro che rimanga tale) paura.

Per farla breve:  la palma che si vede nella seconda foto è rimasta vittima anch’essa del  famigerato punteruolo rosso, cioè, in ultima analisi, della  globalizzazione?  Se è così non sarà morta, forse, invano, a patto che si abbia il tempo per una riflessione semplice e banale ma, paradossalmente,  imprenscindibile, proprio perché scontata e, dunque, apparentemente non degna d’attenzione.  Già, la globalizzazione inventata non da qualche vegetale o da qualcuna delle cosiddette bestie, ma dal peggiore degli animali, cioè dall’uomo, che nella sua immensa ipocrisia, pensa di giustificare il fenomeno nascondendo il concetto concreto del profitto dietro quello astratto di fratellanza, guardandosi bene dal tradurre quest’ultimo in fatti concreti, giacché è proprio la sua depravata ed ipocrita astrattezza che lo rende compatibile col profitto.

La globalizzazione e l’esportazione della democrazia mi appaiono come la versione moderna di fenomeni antichi come la colonizzazione e l’evangelizzazione (in quest’ultimo caso di popoli cosiddetti primitivi ma in molti casi più civili di noi e dai quali, se non avessimo provocato la loro integrazione e in non pochi casi la loro estinzione, avremmo avuto molto da imparare, con un semplice, fugace contatto ispirato, e condotto, unicamente dalla voglia di conoscere l’altro). Solo che questa volta la diffusione planetaria rischia di concludersi, se non si cambia rotta al più presto, con la distruzione del pianeta  e di ogni specie vivente, compresa la nostra.

E per evitare tutto questo, magari, c’è chi in Italia pensa (e, forse, forte del suo cognome, l’avrà pure dichiarato ma me lo sono perso …) che basti un semplice sì all’imminente referendum …

Maruggio: una colonna e una stampa

di Armando Polito

Comincio dalla colonna, che, secondo quanto leggo in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Maruggio) sarebbe (il condizionale è mio perché manca qualsiasi riferimento ad ubno straccio di fonte),  tutto ciò che rimane dell’antica Cappella della Misericordia, edificata nel 1744, quasi di fronte alla Chiesa Madre , per volere di Costantino Chigi, allora commendatore di Maruggio.

(immagine e dettaglio  tratti ed adattati da GoogleMaps)

 

Il titolo di commendatore aveva a quei tempi una valenza ben diversa da quella di oggi per alcuni sostanziali motivi, sui quali mi piace soffermarmi. Era un beneficio  concesso a un cavaliere di un ordine cavalleresco militare, oggi è un semplice riconoscimento  concesso  ad un cittadino distintosi in un’attività particolare.  Allora poteva pure capitare che la commenda toccasse a qualche militare indegno (oggi si direbbe un criminale di guerra), oggi molto spesso si scopre, dopo qualche tempo, che il beneficiario era, solo per fare un esempio, un evasore fiscale … Qualche volta l’etimologia ha in sé qualcosa di premonitorio: commendatore è da commendare  (sinonimo di approvare o raccomandare) e questo dalla stessa voce latina commendare (con gli stessi significati che oggi ha la voce italiana), formata da cum=insieme e mandare=inviare. Sorge spontanea la domanda: Cosa o chi si inviava, insieme con chi o con che cosa e, infine, a chi? Comincio dall’ultimo, che è il più facile e che è l’anello forte della catena: il potente di turno. Cosa si inviava era la lettera contenente i meriti del candidato al beneficio; poi, siccome abbondare è meglio, è presumibile che in qualche caso il latore della missiva (chi si inviava) fosse anch’esso un personaggio importante, meglio ancora se ancora più importante del destinatario. Riassumendo: si mandava  (la lettera) con (qualcuno) o si mandava (qualcuno) con (la lettera). Nel primo caso con ha un valore strumentale, nel secondo di unione. Tuttavia, dato per scontato che la lettera dovesse essere inviata non tramite posta elettronica, potrò essere tacciato di furbizia dicendo che il complemento di unione poteva essere costituito da un bel regalo di fulminante impatto psicologico condizionante? E questa volta verrebbe fuori: mandare (la lettera con qualcuno)  con (un regalo-acconto). Avrete notato come in tutta questa disquisizione la parola merito è assente; eppure, il primo significato della voce latina era proprio quella di approvare, cioè di riconoscere il giusto o il valido.

Non è finita. Commendatore è dal latino commendatore(m) che vuol dire protettore, si suppone di certi valori o, dato per scontato che anch’egli lo faccia,  delle persone che per quei valori hanno rispetto. Questo spiega perché commendatore, quando ci saremmo aspettato che il destinatario della commenda (questo era il nome tecnico del beneficio) si chiamasse commendato o commendatario. Comunque, commendato o commendatore o commendatario che sia, le sue responsabilità non erano di poco conto e investivano tanto la sfera temporale che quella religiosa: nominava il capitano (poi governatore) della collettività  per l’amministrazione della giustizia e le altre funzioni legate all’ordine pubblico, sceglieva gli amministratori locali tra quelli designati dal popolo; nominava il vicario generale, l’arciprete della Chiesa Madre e i cappellani delle altre chiese, nonché il sostituto (luogotenente) del capitano in caso di sua assenza. Il commendatore, perciò, doveva essere persona capace, dotata di “fiuto” e provata dirittura, una sorta  di meritevole (per via dell’esempio dato) paladino del merito. Mi vien da pensare, per contrasto, ai tanti commendati di oggi (e anche ai commendanti …) che continuano a fregiarsi del titolo (per quel che vale … ma per certi personaggi ogni titolo costituisce metaforicamente la pietra del proverbio salentino ogni ppetra azza parete=ogni pietra leva il muro; quello del fumo con cui annebbiano la vista degli ingenui) pur essendo stati condannati penalmente una o più volte. Lascio a chi legge ogni ulteriore considerazione … in merito.

Preferisco, infatti, tornare al passato, nonostante le sue ombre non dovute certo soltanto al trascorrere del tempo …,, proprio con Costantino Chigi. Già il cognome è tutto un programma, trattandosi di una delle più potenti casate; e poi, a proposito di … programma e di potere (che oggi non è certo sinonimo di potenza, come autorità non lo è di autorevolezza) basta pensare a Palazzo Chigi …

Non molte sono le notizie che son riuscito, nel breve tempo di due o tre giorni,  a reperire su di lui, a parte, nella scheda di Maruggio su Wikipedia al link segnalato, l’intervallo di tempo (1733-1774) in cui sarebbe stato commendatore della cittadina salentina.

Comincio dalle fonti letterarie:
Lo scuoprimento di Giuseppe a’ fratelli rappresentato nelle vacanze del Carnevale 1721 da’ Signori Convittori delle camere Piccole del nobil Collegio Tolomei, dedicata  all’Illustrissimo  Signor Marchese  Vincenzo Riccardi, Stamperia del Pubblico, Siena, 1721, s. p. :

 

Il Sentiero della gloria. Accademia di Lettere, e d’Armi dedicata Alla Serenissima Altezza Elettorale di Massimiliano, Duca dell’Alta e Bassa Baviera, etc. Conte Palatino  etc. Elettore del Sacro Romano Imperio da’ Signori Convittori del Nobil Collegio Tolomei di Siena, Stamperia del Pubblico, Siena, 1722, p. 9:

 

Tributi d’onore prestati alla Memoria dell’Altezza Reale di Cosimo III Granduca di Toscana Accademia d’Armi e di Lettere tenuta da’ Signori Convittori del Nobil Collegio Tolomei e da essi dedicata all’Altezza Reale  del Gran Duca Giovanni Gastone,  Stamperia del Pubblico, Siena, 1724, p. 27:


Catalogo della Biblioteca del sagro militar ordine di S. Giovanni Gerosolimitano oggi detto di Malta compilato da Fra Francesco Paolo De Smitmer, Commendatore dello stesso Ordine, e Canonico della Chiesa Metropolitana di Vienna in Austria, s. n., s. l. 1781, p. 80:

Se le prime tre testimonianze sono riferibili agli anni giovanili di Costantino in quanto convittore del Collegio dei Tolomei  e in esse il titolo di cavaliere è una costante che sottintende gerosolimitano (nell’ordine potevano essere accolti anche minori, come più avanti documenterò), l’ultima non solo ha lasciato il titolo dell’unica opera, pur rimasta manoscritta, conosciuta del nostro3, ma  attesta inequivocabilmente la sua appartenenza ai cavalieri di Malta, nel cui ordine era entrato nel 1719.4

E lo conferma, aggiungendo altri preziosi dettagli,  l’epigrafe (oggi traslata e murata nel portico De Cateniano a Brindisi) del 1572 che ricorda la ricostruzione della chiesa di San Giovanni, sempre a Brindisi, distrutta dal terremoto del 20 febbraio 1743:

TEMPLUM HOC PRAECURSORE  MAGNO HIEROSOLYMITANO  DICATUM VETUSTATE AC TERRAEMOTU COLLAPSUM SUPPELECTILIBUS SACRIS ETIAM VIDUATUM FR COSTANTINUS CHISIUS EX MARCHIONIBUS MONTORUS EQUES HIEROSOLYMITANUS ET IAM PRAEFECTUS TRIREMIBUS  CAMERAEQUE MAGISTRALIS TERRAE MARUBII NULLIUS COMMENDATARIUS UT BRUNDUSINORUM VOTIBUS ANNUERET NON ALIO UT PAR ERAT SED CENSU SUO RESTAURAVIT COLUIT ORNAVIT A. D. 1752

(Questo tempio, dedicato al grande precursore gerosolimitano1 , crollato per l’età e per il terremoto, privato pure dei sacri arredi, Costantino Chigi dei marchesi di Montorio, cavaliere gerosolimitano e già prefetto alle triremi e commendatario della Camera magistrale2 di Maruggio terra di nessuno, per accondiscendere al desiderio dei Brindisini non a spese altrui, come sarebbe stato in suo potere fare, ma sue, ricostruì,  curò, ornò nell’anno del Signore 1752).

Apprendiamo dall’epigrafe che alla data del 1752 il nostro da tempo (già) era prefetto alle triremi;  Quel generico già può assumere connotati cronologici più precisi sulla scorta di quanto (Capitano di Galera) è riportato nel Ruolo generale de’ Cavalieri gerosolimitani  (compilazione fatta da Bartolomeo Del Pozzo fino al 1689. integrata da Roberto Solaro fino al 1713 e con un’ultima aggiunta, senza il nome dell’autore, fino al 1738), Mairesse, Torino, 1738, p. 292:

Dunque, alla data del 1738 il nostro era già Capitano di galera, grado che ritengo senza dubbio equivalente al Praefectus triremibus dell’iscrizione). Ho voluto,inoltre,  riportare buona parte dell’intera pagina perché di minore età risultano essere molti inclusi nell’elenco dei cavalieri gerosolimitani, come prima abbiamo visto anche per il convittore cavaliere Costantino, che era entrato nell’Ordine nel 17195.

Nulla si oppone, dunque, a credere che nel 1744, un anno dopo il ricordato terremoto proprio il commendatario  Costantino abbia riedificato a Maruggio  la Cappella della Misericordia inglobando la colonna superstite del vecchio tempio,  ma, come ho detto all’inizio, per il crisma della certezza è necessario un riscontro documentale (una visita pastorale, un’epigrafe, una memoria contenuta in una cronaca dell’epoca, o simili).

È, dopo quello della la colonna,  è il momento  della stampa, un’incisione di Freicenet su disegno di Jean Barbault (1718-1762), custodita nell’Istituto Max Planck a Firenze. La didascalia  è divisa in tre sezioni. Quella a sinistra reca il titolo: Veduta della Piazza di Spagna  1 Fontana detta la Barcaccia, Architettura del Cavalier Bernino  2 Scalinata, che conduce sul Monte PIncio  3 Chiesa della SS. Trinità de’ Monti  4 Collegio de Propaganda Fide   5 Strada Paolina. La centrale contiene la dedica da parte degli editori:  ALL’ILLUSTRISSIMO SIGNORE IL SIG. CAVALIERE FRA’ COSTANTINO CHIGI  Commendatore della gran commenda di Maruggio ec. ec. Da Suoi Umiliss. Devotiss. Obligatiss. Servitori Bouchard e Gravier. Nella sezione a destra si legge la traduzione in francese del testo della prima: Vue de la Place d’Espagne  1 Fontaine appelée la Barcaccia, Architecture du cavalier Bernin   2 Scalier qui conduit  sue le mont Pincius  3 Eglise de la SS. Trinité sur le dit mont  4 College de Propaganda Fide  5 Rue Paoline

__________

1 Ordine religioso cavalleresco istituito nel secolo XI sotto la protezione di san Giovanni di Gerusalemme, denominato in seguito Ordine dei Cavalieri di Rodi e attualmente dei Cavalieri di Malta.

2 Sulle prerogative della Camera magistrale vedi Codice del sacro ordine gerosolimitano, Stamperia del palazzo di S. A. E. per fra’ Giovanni Mullia suo stampatore, Malta, 1782, pagina 329 e seguenti.

3 Brevi cenni biografici su Marcantonio Zondadari, ma senza alcun riferimento alla sua biografia manoscritta del nostro, sono in Notizie di alcuni Cavalieri  del sacro Ordine Gerosolimitano  illustri per Lettere e per Belle Arti raccolte dal Marchese di Villarosa, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli,  1841, p. 346; Costantino, inoltre, non compare tra i cavalieri ricordati in quest’opera. Il suo nome compare, invece, con quello di altri membri della sua famiglia,senza cenno alcuno,però, alla commenda di Maruggio,  in

4 Francesco Bonazzi, Elenco dei cavalieri del S. M. Ordine di san Giovanni di Gerusalemme ricevuti nella veneranda lingua d’Italia dalla fondazione dell’Ordine ai nostri giorni, parte seconda (dal 1714 al 1907), Libreria Detken & Rocholl, Napoli, 1907, p. 48:


La data del  1719 è confermata, con indicazione anche di altri dati importanti come l’anno di nascita, in Ruolo delli Cavalieri Cappellani Conventuali, e serventi d’armi ricevuti nella veneranda lingua italiana della sacra religione gerosolimitana e distinti nelli rispettivi priorati, Stamperia del Palazzo di S. A. E. per Fra Giovanni  Mallia suo Stampatore, Malta, 1789, p. 3:

Dalla scheda apprendiamo pure, in conformità con la spiegazione delle abbreviazioni date nella pagina precedente,  che al momento della ricezione era Paggio (Pa.) mentre Frate (F.) allude al fatto che era professo,cioè aveva preso i voti. Nell’ultima colonna  Commendatore (Comm.) Priorato di Venezia (V.) e 24 è il numero progressivo della carica, secondo quanto riportato a p. 45:

In testa l’indicazione toponomastica della commenda , nella seconda colonna la motivazione (Cabimento, voce di origine portoghese che significa opportunità, convenienza)  del conferimento della carica, nella terza la data del conferimento.

5 I Cavalieri di Malta governarono Maruggio dal 1317 (il primo commendatore fu Nicola De Pandis) al 1801 (l’ultimo fu Giuseppe Caracciolo).

Teatro| Al via la rassegna “Ci vuole un fiore”

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Teatro del Buratto (ph ’ufficio stampa Coolclub di Lecce, che cura la promozione)

 

di Tore Scuro

Esiti finali. Da lunedì 24 ottobre al Teatro di Novoli è cominciata la residenza del Teatro del Buratto, storica compagnia milanese, una tra le realtà più importanti e longeve del teatro per l’infanzia e la gioventù in Italia. Dopo una settimana di prove e incontri aperti, domenica 30 ottobre, sabato 5 e domenica 6 novembre vanno in scena gli spettacoli finali con gli allievi del corso biennale di formazione professionale, promosso nel Salento dal teatro stabile di innovazione. Il progetto – finanziato dal Dipartimento della Gioventù (Presidenza del Consiglio dei Ministri), nell’ambito dell’avviso “Giovani per il sociale” – ha avuto avvio quasi due anni fa con la collaborazione del Comune di Melissano e dei Comuni dell’Ambito di Zona di Gallipoli (Gallipoli, Alezio, Alliste, Melissano, Racale, Sannicola, Taviano, Tuglie) e nelle fasi conclusive è approdato a Novoli, in collaborazione con le compagnie Factory e Principio Attivo teatro. Info: 340.3769613 – 327.7372824 – 320.0119048.

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Fly Butterfly (ph ’ufficio stampa Coolclub di Lecce, che cura la promozione)

 

Il programma della residenza prevede una serie di appuntamenti con spettacoli rivolti alle famiglie, a giovani e adulti, ma anche specifici momenti riservati ai bambini delle scuole del territorio.
 Gli spettacoli, inseriti nella rassegna “Ci vuole un fiore”, sono una riproposta di storici titoli di repertorio del Teatro stabile di innovazione (“La lavagna fantastica”, “Fly Butterfly”, “Pierino e il lupo… in città”, “Manomaiah”), affidati ora a una nuova generazione di artisti che, con provenienze diverse (artistiche, teatrali, universitarie) si sono ritrovati nelle suggestioni e opportunità del teatro di figura e del teatro ragazzi. Attorno a queste proposte i giovani allievi under 35 hanno deciso di indirizzare nuove fasi del proprio percorso professionale e di crescita personale, impegnandosi e condividendo con Il Teatro del Buratto questo lungo periodo di formazione su tecniche linguaggi e modi del “fare teatro”, come professione, inclusione e soprattutto passione. La messa in scena di questi spettacoli finali è stata curata dagli stessi “maestri” del Teatro del Buratto, in particolare Nadia Milani (docente di teatro su nero e di figura) e Franco Spadavecchia (direttore del corso), che si sono alternati con altri colleghi e docenti, per lo più professionisti anch’essi under 35, consolidando la prospettiva di uno scambio di competenze e il rinnovamento intergenerazionale in ambito artistico per lo sviluppo di questi specifici linguaggi del teatro. In scena si alterneranno Roberta Carizzolo, Maria Luisa Carrozzo, Kirbj Coppola, Alessia De Blasi, Cristian De Paulis, Laura Giannoccaro, Elisabetta Guerrieri, Simone Maci, Michela Marrazzi, Maria Grazia Marrocco, Manuela Melissano, Valentina Piccolo che hanno portato a termine il  lungo percorso formativo (1300 ore in 22 mesi).

Il programma degli spettacoli prenderà il via domenica 30 ottobre (ore 17.30, biglietto 5 euro, età consigliata 5/10 anni) con “La lavagna fantastica”, per la regia di Renata Coluccini, con Simone Maci, Roberta Carizzolo, Kirbj Coppola, Michela Marrazzi, Laura Giannoccaro e Valentina Piccolo. Un’aula vuota dopo che è suonata la campanella, la cattedra, i banchi e il buco nero di una lavagna che diviene un quadro perfetto per l’animazione di oggetti e personaggi. Sabato 5 novembre (ore 20.30, biglietto 5 euro, età consigliata oltre 12 anni), dopo la presentazione del percorso di formazione, appuntamento con “Fly Butterfly”, per la regia di Stefano Monti ,con Kirbj Coppola, Laura Giannoccaro, Simone Maci, Maria Luisa Carrozzo, Michela Marrazzi, Valentina Piccolo, Gianni Mantesi (voce recitante), Mauro Casappa (musica). Butterfly ha la virtù di possedere un’anima bambina capace d’incantarsi. Entra per la prima volta in un luogo magico, che altro non è se non un teatro e ne rimane affascinata. Domenica 6 novembre (ore 17.30, biglietto 5 euro, età consigliata da 4 a 8 anni) “Pierino e il lupo… in città”, con musiche di Sergej Prokof’ev, la consulenza psicopedagogica di Maria Rosa Pantuso e i disegni di Guido Manuli. In scena Maria Luisa Carrozzo, Alessia De Blasi, Cristian De Paulis, Elisabetta Guerrieri, Maria Grazia Marrocco, Manuela Melissano. Si tratta della versione moderna della favola originale, calata nel quotidiano e ambientata in una qualunque periferia di una qualunque città. Due gli spettacoli riservati alle scuole (ingresso gratuito). Oltre a “La lavagna fantastica), “Manomaniaha” (età consigliata dai 3 ai 7 anni), con Roberta Carizzolo, Alessia De Blasi, Cristian De Paulis, Maria Grazia Marrocco, Manuela Melissano. Mani che si toccano, si scoprono, imparano a conoscere la propria forma; mani che entrano in relazione con lo spazio, incontrano altre mani, si cercano, iniziano ad esprimersi, a comunicare; mani che si imbattono in altri oggetti, li toccano, ci giocano, se li contendono arrivando a scontrarsi.

Da Tricase a Genova, ma solo sulla carta …

di Armando Polito

Topi, tarme, vandali, maniaci e non, incendi, guerre:  sono stati e sono ancora questi  i nemici delle biblioteche tradizionali. L’avvento dell’elettronica e dell’informatica sembrava garantire  con la digitalizzazione la trasmissione ai posteri della parte preponderante del patrimonio culturale dell’Umanità e, come già per il libro tradizionale il numero di copie era direttamente proporzionale alle possibilità maggiori o minori che se ne conservasse la sua fisicità, così il backup sembrò la panacea per tutte, o quasi,  le possibili malattie informatiche, dal crack improvviso di una memoria di massa ad un attacco virale più o meno grave, fino allo stupro di un hacker. Finora le difese o i sistemi di ripristino messi in atto dai grandi siti hanno in qualche modo funzionato, ma ultimamente parecchi di loro sono stati letteralmente messi in ginocchio con l’espediente più banale ed apparentemente innocuo: quello del sovraccarico degli accessi, che sembra quasi una lezione a chi si vanta di avere giornalmente un numero iperbolico di contatti …

L’unico rimedio sembra essere il potenziamento del proprio sistema (che, però, dipende da altri cui è strettamente connesso) in una corsa senza fine agli armamenti in cui il nemico è favorito, credo, dalla creazione automatica degli accessi ed il suo antagonista  sfavorito soprattutto dal fatto che non può attuare lo stesso sistema all’incontrario, cioè consentendo gli accessi solo fino a poco prima della soglia di saturazione, perché (penso ai siti commerciali) sarebbe come darsi con la zappa sui piedi e l’effetto sugli esclusi sarebbe devastante sul piano economico non solo nell’immediato ma anche in prospettiva, se si pensa all’importanza dell’immagine.

Qualcosa del genere dev’essere successo per il documento che fortunatamente avevo salvato qualche mese fa e che oggi propongo. L’avevo trovato al link http://www.san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-oggetto-digitale?pid=san.dl.TERRITORI:IMG-00461223 ove compariva (e ancora compare) la sua miniatura e da dove si accedeva ad un altro link al momento in cui scrivo irraggiungibile (dopo alcuni secondi di speranzoso caricamento …). L’immagine (cliccandoci sopra col tasto sinistro si vedrà ingrandita) è una planimetria del porto di Tricase databile tra la fine del secolo XIX e gli inizi del  XX, custodita nell’Archivio di Stato di Genova.

Trascrivo i nomi che vi si leggono nella speranza che qualche lettore tricasino ci dia ulteriori ragguagli:

bagno Verris (molto probabilmente da leggereVeris)

proprietà dell’Abate

Strada comunale per Tricase

Cisterna

proprietà Pisanolli (molto probabilmente da leggere Pisanelli)

proprietà Panese Deodato

sottopassaggio

E, per finire, l’aspetto attuale del sito in un’immagine, più o meno sovrapponibile alla vecchia planimetria, tratta, come al solito, da GoogleMaps.

Quale focolaio di Xylella fa più paura?

Xylella time …

di Piero Sumerano

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

Il focolaio di xylella a Ostuni fa paura ? Fa più paura di quello di Oria? Di Torchiarolo, di San Donaci, di Trepuzzi, di Squinzano, di Veglie o di Gallipoli?
Fa più paura perché è più vicino alla terra di Bari?
L’olivicoltura della Puglia ha lo stesso valore da Santa M. Di Leuca fino a Serracapriola . Un valore sociale, economico, storico, paesaggistico, cultuale e naturalistico a prescindere se parla di terra del Salento, di Bari, delle Murge o della Daunia ! Qualcuno forse si aspettava, o peggio ancora, si aspetta che il batterio della Xylella f. si possa fermare da solo come se niente fosse? O che possa essere curato ?
O possa essere circoscritto solo al Salento ?
Che lasciare gli alberi infetti al loro posto per puro spirito patriottico non avrebbe avuto conseguenze ?
No! No! Niente di tutto questo !
La questione è ben più complessa di, come alcuni pseudo esperti o sedicenti tecnici ecologi e chi più ne ha più ne metta, vogliono farla apparire! Nessuno ha capito che siamo difronte alla più grande e catastrofica epidemia che si possa immaginare.
La malattia viaggia!! Il suo vettore fa l’autostoppista e nascondendosi nelle macchine, furgoni e camion provenienti dalle zone infette conquista nuovi territori.
Oggi la malattia la scopriamo a Ostuni; ma chissà dove sia potuta arrivare ! Forse già é al nord Italia con qualche sputacchina che innocentemente si è posata fra le fessura delle auto dei tantissimi turisti che hanno affollato l’estate salentina 2016. O magari è già scesa nelle regioni joniche.
Oggi c’è gente che parla e professa senza la più elementare competenza in materia e senza avere ben impresse negli occhi e nella mente le immagini apocalittiche degli olivi millenari della provincia di Lecce e di parte di quella di Brindisi ridotti a muti scheletri. Oggi c’è gente, purtroppo, che specula sulla vicenda Xylella solo per meri scopi di notorietà mediatica magari da spendere in qualche prossima tornata elettorale ( è già successo ) Oggi ancora c’è DISINFORMAZIONE !!! Una disinformazione quasi voluta e pilotata per creare scalpore, confusione e fare scoop mediatici! Giornalismo di basso profilo che tenta di distogliere l’attenzione dal vero problema: la morte degli olivi e la morte della nostra economia con tutto ciò che ne consegue!
In occasione del nuovo focolaio di Ostuni, leggere ancora una volta, su testate giornalistiche di portata nazionale che dietro tutto questo c’è l’ombra di qualche lobby speculatrice con chissà quali interessi di edilizia turistica sinceramente mi fa cadere le braccia ! Distogliere l’attenzione dal vero problema ( ripeto la morte certa degli olivi monumentali), per lanciare insinuazioni mentre si intervista il gestore della stazione di servizio dove é stata trovata la pianta infetta, mi sembra davvero inqualificabile. Sarebbe stato più giusto e più professionale descrivere il problema ed esortate tutti, ognuno per la propria parte, ad attivarsi per attuare tutte le pratiche per cercare di contrastare l’epidemia!
La colpa di tutto questo ?
Di tutti noi sicuramente . Di tutti quelli che a vario titolo hanno ostacolato una norma europea e la legge nazionale in materia di organismi da quarantena ( che forse andava migliorata per essere applicata ad una specie come l’olivo ) . Dei ricorsi accettati dal TAR e dei sequestri che hanno rallentato, intralciato e persino bloccato l’iter che il Servizio Fitosanitario era chiamato a svolgere! Ognuno di noi si faccia un esame di coscienza; semprechè ognuno di noi ne abbia una !!

L’avventura di Cleonimo e la presunta inesistenza del promontorio brindisino

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di Nazareno Valente

Come altri condottieri greci, anche Cleonimo, spartano di stirpe reale, giunge nella penisola salentina su pressante richiesta dei Tarantini, in quel periodo in aperto conflitto con i Lucani (fine IV secolo a.C.)1. Il suo intervento, il cui obiettivo dichiarato è quello di venire in aiuto della colonia lacedemone, non è però del tutto privo di personali mire di conquista, e forse questo tramuta l’iniziale sostegno in manifesto dissenso. Infatti, in breve, i Tarantini gli si ribellano e, sostenuti anche dai Messapi, lo obbligano a salpare ed a tornarsene a Corcira2.

Cleonimo intraprende a questo punto una nuova incursione che lo porta sull’alto Adriatico, dove però non ha migliore fortuna, in quanto gli abitanti di Padova gli infliggono una sonora sconfitta e lo fanno desistere da ogni ulteriore tentativo di scorreria3. Ed è proprio l’inizio di questa seconda parte della sua avventura4 — più in particolare l’incipit del passo di Livio che la racconta — che vorremmo qui prendere in considerazione.

Narra infatti Livio che «Circumvectus inde Brundisii promunturium, medioque sinu Hadriatico ventis latus…»5, vale a dire che, doppiato il promontorio di Brindisi, Cleonimo fu spinto dai venti in mezzo all’Adriatico.

Ora gli storici assegnano poca fiducia a questo luogo di Livio, in forza d’una presunta inesistenza del promontorio brindisino6. Scrive infatti Braccesi: «Il porto di Brindisi non è delimitato né a nord né a sud da promontorio alcuno; anzi si apre inaspettatamente sulla linea di costa… quasi celandosi allo sguardo del navigante… Quindi, poiché Cleonimo si imbarca fuggitivo da una regione bimare, come il Salento, è assai probabile che Livio designi qui per estensione come promunturium Brundisii il Capo Iapigio»7.

In effetti il porto di Brindisi, com’è attualmente, non presenta evidenti promontori, quanto meno nelle immediate vicinanze; tuttavia, ai tempi di Livio, la situazione era alquanto diversa.

Già la città di per sé stessa giace su un basso promontorio, con le sue colline posizionate a nord e a sud che si protendono sul mare, ma quel che più è interessante è che, nelle immediate vicinanze del canale d’accesso al porto interno, ci sono dalla parte del ramo di ponente la Costa Guacina ed a levante la Punta Le Terrare, il cui paesaggio costiero ha subito notevoli trasformazioni nel corso dei secoli.

La Punta Le Terrare in particolare è un sito indigeno dell’Età del Bronzo e quindi, per elemento caratterizzante, sorgeva con molta probabilità su un promontorio o un’altura comunque consistente. D’altra parte questa sua caratteristica, già richiamata nel nome, viene tuttora ricordata tant’è che l’autorità portuale nel proprio sito parla esplicitamente nei cenni storici di “promontorio” di Punta Le Terrare8; peculiarità per altro evidenziata anche in studi scientifici9. E tutto questo a prescindere dal ritiro della linea di costa e dall’innalzamento del livello del mare determinatisi con il trascorrere del tempo10.

Analoghi processi naturali hanno coinvolto la Costa Guacina che ha subito in aggiunta non banali lavori di sterro necessari a portarla a livello del mare, in quanto destinata agli inizi del secolo scorso a stazione per idrovolanti, per necessità militari.

Occorre poi ricordare le opere succedutesi nel corso degli ultimi quasi trecento anni per il risanamento del porto che hanno anch’esse ulteriormente modificato la situazione in maniera tale che, non a caso, una loro narrazione fa riemergere l’ormai dimenticato «promontorio su cui sorge la città»11. Quindi, anche in giorni non troppo lontani dai nostri, la costa brindisina non si presentava affatto piatta ma proponeva collinette che, pur non ritenute degne d’essere messe in evidenza dai cartografi, giustificavano in ogni caso l’utilizzo d’un simile termine e rendevano ben visibile l’insenatura del porto ai naviganti. A maggior ragione, per le considerazioni già fatte, doveva esserlo ai tempi in cui scriveva Livio, quando lo scenario che si manifestava agli occhi d’un viaggiatore proponeva coste con pendii ancor più accentuati12.

Non credo a questo punto che vi sia motivo per non dare fiducia allo storico patavino e per non riconoscere che Cleonimo abbia effettivamente superato le coste brindisine, e non, come ora ritenuto, altro promontorio.

E c’è un’altra considerazione che spingerebbe a sostenere una tale ipotesi.

Ciò che dapprima appariva incoerente – e che di fatto mi ha incuriosito – era che Cleonimo, dopo aver doppiato il supposto Capo di Santa Maria di Leuca, fosse stato sospinto dai venti addirittura nel mezzo dell’Adriatico; evenienza questa alquanto strana, considerata la posizione del summenzionato luogo. Se invece supponiamo che Livio abbia voluto effettivamente indicare la costa brindisina, anche questa eventuale inesattezza verrebbe a cadere, ed il passo non conterrebbe due sviste consecutive in poco più d’una riga.

 

NOTE

1 Diodoro, Biblioteca Storica, XX 104, 1-2.

2 Diodoro, cit., XX 105, 1-3.

3 Livio, Dalla fondazione di Roma, X 2, 1-4.

4 Invito chi fosse interessato ai dettagli a consultare l. Braccesi, L’avventura di Cleonimo, Esedra, Padova, 1990.

5 Livio, Cit., X 2, 4.

6 Braccesi, Cit., p.31; f. grelle – m. silvestini, La Puglia nel mondo romano: storia d’una periferia., Edipuglia, Santo Spirito, 2013, p. 47.

7 Braccesi, Cit., p.31.

8 http://ww.portodibrindisi.it/1/id_29/Cenni-storici.asp

9 Auriemma, Salentum a Salo, Congedo, Galatina, 2004, p. 111.

10 Auriemma, cit., pp. 22-30.

11 Palma, la grande guerra nell’Archivio di Stato di Lecce e negli archivi storici comunali,in L’Idomeneo, n.18, Il Salento e la Grande Guerra. Atti del seminario di studi, Lecce, 2014, p. 37.

12 Va pure evidenziato che appena a nord di Brindisi s’eleva Torre Guaceto il cui promontorio, unitamente alle tre isolette antistanti ed alle due di Apani, costituiva in antico un’unica linea costiera di non banale rilievo.

 

Novoli: che fine ha fatto il Bambino?

di Armando Polito

Il  titolo di  oggi sembra una rivisitazione salentina del film Che fine ha fatto Baby Jane? del  1991. L’inziale maiuscola di Bambino, però, ci fa capire che la parola in questione è un nome proprio. E, allora, si tratta del trafugamento di qualche statua o pittura da qualche chiesa di Novoli? Dico subito che il divino non c’entra, ma il di vino sì …

Joseph De Rovasenda, Essai d’une ampelographie universelle p. 30, Coulet Montpellier e Delahaye & Lecrosnier, Paris, 1881 p. 30:

 

Se l’abbreviazione Bic. è ampiamente sciolta e definita sufficientemente  nello stesso testo (Bicocca. Località situata a Verzuolo, distretto di Saluzzo, dove si trova la collezione di viti dell’autore. Le uve di questa collezione e di molte altre saranno descritte ulteriormente, in gran parte, nel corso dell’opera, e classificate), qualcosa in più va detto su Mend., abbreviazione di Mendola. Antonio Mendola, nato a Favara (Girgenti) nel 1827 ed ivi morto nel 1908, di nobili origini (barone), ebbe come interesse principale quello della viticoltura, tant’è che impiantò nelle sue terre vitigni di ogni parte del mondo. Il primo catalogo di tale collezione fu da lui pubblicato nel 1868 in appendice al periodico Il coltivatore di Casalmonferrato. Consapevole del collegamento tra produzione vinicola e tecnica enologica, inventò la parola ampelenologia (dal greco àmpelos=vite+òinos=vino+logos=studio).

Colgo l’occasione del Bambino di Novoli per riportare dallo stesso libro le parti riguardanti vitigni salentini. Così a p. 18 leggo:

a p. 4:

 

a p. 138:

7

 

A proposito di Negro amaro: la prima attestazione del nome datata al 1887 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/04/negro-amaro-la-parola-alla-storia/) va, dunque, retrodatata al 1881.

a p. 13:

 

Qui compare una generica indicazione di provenienza (Province meridionali dell’Italia) ma ho ritenuto opportuno riportare la scheda per via delle varianti Bambino/Bombino/Bommino.

Ma siamo sicuri che debbano veramente essere considerate varianti? E la parola di partenza è Bombino (diventato poi per assimilazione Bommino) con riferimento alla forma degli acini o ad una particolare predilezione per loro delle api1? E Bambino, infine, è deformazione di Bombino o voce autonoma?

Oggi mi sento già ubriaco senza aver assaggiato neppure un goccio di vino …, perciò passo la parola ai competenti e sobri.

_______

1 Dal glossario del Du Cange riporto un lemma  che mi ha fatto pensare a tale ipotesi:

(BOMBUM, Sorbello. Glossario  glossa ad Isidoro.  Rispetto a questa voce Grevio: Il sorbello è un brodetto o qualsiasi liquido che viene succhiato: dagli scrittori del basso latino è detto anche sorbizio. Niente dunque per bombum. Indovinino altri più svegli che cosa significhi tutto questo).

Non pretendo certo di collocarmi tra i candidati più svegli, però mi meraviglio che un filologo del calibro del Grevio (1632-1703), pur nei limiti della filologia del suo tempo, non abbia colto il rapporto tra le api, il loro ronzio [in greco è βόμβος  (leggi bombos; vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/15/quella-bizzarra-terracotta-dal-collo-stretto/)] e il sorbire il succo dell’acino, bollando la glossa come incongruente.

Lo stesso glossario poco dopo:

(BOMBIRE o BOMBILARE, si dice delle api che mangiano il bombo …)

 

Nell’autunno salentino, lenzuola sopra la terra rossa

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di Rocco Boccadamo

In gergo comune, la gente suole definire “teli o reti” gli utili accessori o suppellettili impiegati nell’ambito e ai fini della raccolta delle olive.

A me, però, viene in mente, non a caso, di appellarli “lenzuola”.

Il riferimento attiene a una realtà operativa concreta, non solo vigente lungo queste amene plaghe del basso Salento, ma estesa all’intera Puglia e, in generale, a tutte le altre regioni, aree e, ho motivo di ritenere, anche Nazioni, dove esistono uliveti e si pone, quindi, il compito e l’obiettivo di ricavarne i preziosi frutti nella maniera migliore, sia dal punto di vista quantitativo, che sotto l’aspetto della qualità.

Si tratta di sottili strati a quadratini stretti, dai quattro lati uguali oppure, talora, in forma di rettangolo, di superficie variabile, in ogni caso almeno pari a quella corrispondente alle chiome dei singoli alberi dalle foglie color argenteo, taluni dei quali veri e propri monumenti che presuppongono, pertanto, teli o reti di dimensioni ragguardevoli o da sistemarsi in coppia ai loro piedi.

Gli accessori in discorso sono fatti di materiali plastici o similari, mentre i loro colori si alternano dall’avorio al beige chiaro, al verde intenso e al marrone, così da formare, talvolta, sequenze di pseudo tappeti policromi senza soluzione di continuità.

Ponendo l’accento, come premessa introduttiva, sull’estrema utilità di questi supporti agricoli, come cercherò di spiegare meglio più avanti, mi sembra anche il caso di rimarcare che il loro posizionamento sotto gli ulivi non avviene per semplice e libera caduta dal cielo, comportando, bensì, una non indifferente fatica, specie se il lavoro è compiuto da una sola persona.

Schiena ricurva, sforzi di braccia e gambe, paziente avvolgimento degli aggeggi intorno ai tronchi e, infine, ricerca di tantissimi ciottoli o piccole pietre, da poggiare sui lati dei teli, per evitare che il vento  li scompagini o li ripieghi.

Accennavo, prima, al prezioso scopo dell’impiego di tali accessori: in sintesi, grazie ad essi, le olive che cadono naturalmente o sotto l’effetto di abbacchiatori a batteria o di macchinari scuotitori sui tronchi, non si pongono a diretto contatto delle zolle, che possono, com’è noto, contenere sali, concimi, sostanze tossiche e altre impurità e, in tal modo, nei piccoli frutti ovali, la genuinità e la sanità degli elementi organolettici, le proprietà nutritive e le sensazioni gustative vengono sostanzialmente salvaguardate.

A questo punto, mette conto di annotare che i teli o reti esistono e si utilizzano  appena da alcuni decenni, mentre, in precedenza, si era fermi a modalità di raccolta delle olive di tutt’altro genere:   una per una o quasi,  mediante velocissimi movimenti delle dita delle mani e loro custodia in appositi sacchetti di tela (pusceddri) che si tenevano legati davanti al corpo, ovvero con ripetute ramazzate dei frutti giacenti sul terreno e la formazione di apprezzabili mucchi, riposti poi, a manciate, nei sacchi o in altri contenitori.

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In sfida ai miei quindici lustri di età, conservo viva l’immagine di compaesani, specialmente compaesane, intenti a siffatti metodi di raccolta, negli anni quaranta/cinquanta dello scorso secolo, un lavoro che iniziava di primo mattino e terminava al tramonto, con un brevissimo intervallo per la consumazione di una frisella, condita con pomodori, accompagnata da un sorso d’acqua e, se e quando c’era, da un dito di vino.

Al paese, per altro, non esistevano grandi estensioni di uliveto, tali da assicurare un lavoro, ancorché stagionale, a molti, erano prevalenti le piccole proprietà frazionate, certamente non bastevoli e, di conseguenza, alle scene di siffatte attività in loco si aggiungevano quelle delle partenze di folti gruppi di concittadini, soprattutto donne, di età dai dodici a sessantacinque/settanta anni, che lasciavano Marittima per raggiungere il fieu (feudo, volendo riferirsi a una grande coltivazione ad uliveto) in qualche paese distante, in genere del tarantino o brindisino, dove trovare occupazione per un discreto periodo.

Dette trasferte, unite a quelle per la coltivazione del tabacco nelle pianure lucane, rappresentavano gli strumenti o fonti di reddito a che  le famiglie avessero modo di edificare una casa nuova (frabbicu) per i figli maschi o di preparare il corredo per le figlie femmine.

Anche il giorno d’oggi, per la verità e soprattutto per essere realisti, non tutti i proprietari di terreni a uliveto, piccoli o grandi che siano, si possono permettere di adoperare, o semplicemente vi ricorrono,  i teli o reti o le lenzuola come a me piace appellarli.

Coloro che non lo fanno, si preoccupano unicamente di ripulire le aree sottostanti agli alberi, per poi scopare i frutti caduti e sottoporli, quindi, a una cernita attraverso setacci manuali o meccanici. Certamente, in cotale guisa, il risultato sul piano della qualità dell’olio emerge radicalmente differente.

E però, richiamando l’immagine allegorica delle lenzuola e andando con i miei capelli bianchi ad antichi ricordi correlati, in particolare inerenti alle stagioni passate, anche in casa, anche riguardo ai letti, al riposo e al sonno, taluni, o per scarsità di risorse finanziarie o sulla scia di abitudini radicate, facevano a meno delle lenzuola, spesso materialmente mancanti, avvalendosi invece di semplici e spartani giacigli, riparandosi, d’inverno, dal freddo, sotto umili coperte o zinzuliere, nella migliore delle ipotesi, attraverso le imbottite, i piumoni di una volta, contenenti all’interno fiocchi di bambagia.

Scorrono i tempi, si succedono, come in questo periodo, le stagioni autunnali, sulla scena agreste e paesana dominano gli stupendi e maestosi ulivi e la raccolta dei loro irrinunciabili frutti.

La scena è allietata e colorata, non tanto dalla policromia dei teli o reti o lenzuola, quanto dalla sfumatura rosso vivo dei corbezzoli che giungono a maturazione esattamente nella presente fase dell’anno e dalla macchia, di eguale ma più tenue tonalità, che spicca sul petto di simpatici uccellini, i pettirossi, ghiotti e grandi piluccatori, guarda caso,  sia di olive sia di corbezzoli.

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A proposito di immagini e rimembranze di molti calendari fa intorno alla raccolta delle olive,  mi viene spontaneo focalizzare un flash sulle particolari unità di misura di tali prodotti, contenitori metallici in forma cilindrica di varia capacità: il tomolo (tumminu) corrispondente a 55,54 litri attuali, il picciolo (picciulu) pari a 27 litri all’incirca, lo stoppello (stuppeddru) che conteneva circa 6,8 litri. Vi era inoltre una differenza tra recipiente colmo, raso e pieno: nel primo caso “la materia di cui era stato riempito sopravanzava su di esso in forma rotondeggiante a mo’ di cupola; nel secondo, la materia era al pari degli orli in tutta la sua superficie; nel terzo caso, nel recipiente sarebbe potuta entrare ancora qualcosa di più”.

Gli attrezzi in discorso sono da un bel po’ andati completamente in disuso e rappresentano ormai unicamente un flebile ricordo nel sentire e nella mente degli anziani.

Da ultimo, mi sovviene una località, Monteruga, situata in un triangolo di confine tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto, posta precisamente fra San Pancrazio Salentino e Torre Lapillo, avente una storia particolare: nel corso di cinquanta/sessanta anni, durante il secolo scorso, era un vero e proprio piccolo paese, con una comunità stanziale, la chiesetta e finanche una caserma, popolato in buona parte da famiglie provenienti dal basso Salento.

Successivamente,  fra il 1970 e il 1980,  poco per volta,  Monteruga  è purtroppo rimasta miseramente disabitata,  al punto da ridursi a niente più che una località fantasma.

 

20 ottobre 2016

Rocco Boccadamo

Lecce

Email: rocco_boccadamo@alice.it

 

12 allegati

Tante ricette salentine per fare le polpette

polpette

di Massimo Vaglio

Polpette di cavallo

Le polpette di cavallo, per il loro gusto marcato, sono state particolarmente apprezzate come accompagnamento al vino, il che, ne ha fatto uno degli stuzzichini principe delle cosiddette “putee te mieru” , ovvero delle tradizionali bettole salentine con mescita. La carne equina, normalmente derivata da tagli secondari, deve essere stata passata due volte al tritacarne munito di trafila fine, per ogni chilo di carne unite duecento grammi di pangrattato, centocinquanta grammi di formaggio Gavoi o pecorino locale piccante grattugiato e 5-6 uova. Prezzemolo, pepe nero macinato e due-tre spicchi d’aglio completano il novero degli ingredienti.

Amalgamate diligentemente tutti gli ingredienti, aggiungendo sale se necessario. Formate delle polpette, della grandezza massima di una noce, friggetele in abbondante olio di frantoio ben caldo. Estraendole non appena avranno acquisito una bella colorazione oro bruciato.

 

Polpette di carciofi    

Prendete una decina di carciofi, nettateli per bene e lessateli in acqua salata, quindi dopo averli ben sgocciolati passateli al passa verdure incorporate alla purea due etti di formaggio Gavoi grattugiato, altrettanto pangrattato, tre o quattro uova, una manciatina di prezzemolo tritato, pepe e sale. Amalgamate bene il composto, formate delle polpette, passatele nella farina, poi nell’uovo sbattuto, infine nel pangrattato e friggetele in abbondante olio. Si possono gustare tali ben calde oppure dopo averle passate per una ventina di minuti in una blanda salsa di pomodoro alla cipolla.

 

Polpette di melanzane  

In modo analogo alla precedente ricetta, potete preparare delle polpette utilizzando delle melanzane al posto dei carciofi.

 

Polpette di lampascioni

Ad un chilogrammo di lampascioni ben lessati e diligentemente schiacciati, con l’ausilio di una forchetta, amalgamate: quattro-cinque uova, duecento grammi di pangrattato, centocinquanta grammi di pecorino di Gavoi piccante grattugiato, due-tre spicchi d’aglio tritati, prezzemolo tritato e pepe nero macinato al momento. Formate delle polpette, passatele nella farina, poi nell’uovo sbattuto, infine nel pangrattato e friggetele in abbondante olio, estratele quando avranno acquisito una bella colorazione bruno dorata e servitele ben calde.

 

Polpette di baccalà

700-800 grammi di baccalà già ammollato, 250 grammi di mollica di pane, 5 uova, ½ litro di passata di pomodoro, olio extravergine d’oliva, 2-3 spicchi d’aglio, farina 00, pangrattato, prezzemolo, pepe nero,sale.

Lessate il baccalà preventivamente bagnato, sgocciolatelo, spinatelo, spellatelo e tritatelo molto finemente. Unite al baccalà tritato della mollica di pane bagnata nel latte e ben strizzata , tre uova, prezzemolo tritato molto finemente e pepe nero macinato al momento. Formate le polpette, passatele nella farina 00, poi nell’uovo battuto e nel pane grattugiato ed infine friggetele in abbondante olio da frittura sino a quando non avranno acquisito una bella colorazione dorata. Preparate un blando sughetto facendo riscaldare in un filo di ottimo olio extravergine d’oliva gli spicchi d’aglio ed aggiungendo la passata di pomodoro ed un mazzetto di prezzemolo. Dopo averlo fatto cuocere un po’ calate le polpette e allungate con acqua sino a ricoprirle. Qualche minuto di permanenza, da quando inizierà l’ebollizione, in questo sughetto e le potrete servire cosparse di prezzemolo tritato.

 

Polpette di sarde

Ingr. : 1 kg di sarde, 150 g di pangrattato, 100 g di pecorino grattugiato, 3 uova, mezzo bicchiere di latte, 2-3 spicchi d’aglio, prezzemolo, pepe nero, sale.

Squamate, decapitate, eviscerate e diliscate accuratamente le sarde. Risciacquatele, tritatele e unite la polpa ottenuta a tutti gli altri ingredienti. Impastate accuratamente il tutto quindi formate le polpette e friggetele in abbondante olio da frittura bollente. Estraetele dall’olio quando avranno acquisito una bella colorazione dorata tendente al bruno, ponetene a perdere l’unto sopra un foglio di carta assorbente e servitele ancora ben calde.

 

Polpette di grano stompato e sarde

Ingr. : 1 kg di sarde, 200 g di grano perlato, 5-6 uova, 150 g di Gavoi o pecorino locale grattugiato, pangrattato, 2 spicchi d’aglio, 2 pizzichi di maggiorana, 1 pizzico di pepe nero, prezzemolo, sale.

Lessate il grano perlato sino a renderlo sufficientemente tenero, condizione denunciata dalla rottura delle cariossidi stesse, a fine cottura salatelo, scolatelo e lasciatelo raffreddare. Squamate, decapitate e diliscate del sarde che devono essere freschissime e tritatele minutamente su di un tagliere lavorando diligentemente con la lama di un trinciante. Unitele al grano insieme alle uova al formaggio e a tutti gli altri ingrediendi. Formate infine delle polpette della grandezza di una noce, rotolatele nel pangrattato e friggetele in abbondante olio da frittura ben caldo sino a farle acquisire la canonica doratura.

 

Purpette di chinza

Polpette di gattuccio

Il gattuccio, parente stretto del più blasonato palombo, costituisce nelle nostre acque il più piccolo rappresentante della famiglia degli squali. Pesci importanti nella cucina sarda ove sono protagonisti della famosa “burrida”, famoso piatto della cucina cagliaritana, sono invece di interesse marginale in Puglia ove vengono pescati quasi esclusivamente con le reti a strascico, a notevole profondità, e vengono venduti a poco prezzo, generalmente già spellati, operazione indispensabile qualunque debba essere la loro preparazione. Il loro sapore è ottimo ricordando quello della polpa di granchio. Si prestano egregiamente ad essere fritti a tocchetti e rientrano nel novero dei pesci utilizzabili nelle zuppe. Condizione essenziale qualunque debba essere la loro preparazione è che siano pesci freschissimi , essendo le loro carni , come d’altronde anche quelle degli altri squali facilmente deperibili.

Lessate i gattucci preventivamente spellati in acqua regolarmente salata, eliminate loro la colonna vertebrale e spappolate accuratamente le carni con l’ausilio di una forchetta. Per sei- settecento grammi di polpa aggiungete 200 grammi di pangrattato, 80 grammi di formaggio pecorino piccante grattugiato (particolarmente indicato il Gavoi), prezzemolo tritato, pepe nero macinato al momento e quattro o cinque uova, amalgamate il tutto accuratamente, formate le polpette della grandezza di una noce, passatele nella farina e friggetele in buon olio da frittura bollente sino a quando avranno acquisito una invitante colorazione bruno dorata. Possono essere gustate tali, ancora calde e croccanti, oppure dopo averle fatte cuocere per una ventina di minuti in un blando sughetto di pomodoro aromatizzato con aglio e prezzemolo.

 

Polpette di polpo

Ingr. : 800 grammi di polpo, 150 grammi di canestrato pugliese grattugiato, 200 grammi di pangrattato, 4 uova, 1 spicchio d’aglio, la scorza di un limone grattugiata, prezzemolo, pepe nero.

Per questa preparazione sono senz’altro da preferire i grossi polpi poiché il tritato che ne deriva ha una maggiore consistenza ed anche il gusto ne guadagna. Per rendere più agevole l’operazione di tritatura prendete il polpo per la sacca e calatelo e cacciatelo per qualche minuto da una pentola contenente acqua in ebollizione, quindi lasciatelo raffreddare, fatelo a pezzi e procedete a tritarlo con un comune tritacarne, anche manuale, con il quale otterrete un risultato nettamente migliore se alternerete ad ogni pezzo di polpo un pezzetto di pane secco. Amalgamate al polpo tritato il formaggio, le uova, il pangrattato, la scorza di limone, lo spicchio d’aglio e il prezzemolo tritati e un pizzico di pepe nero macinato al momento. A questo punto procedete a formare delle polpette, passatele nella farina, poi nell’uovo sbattuto, infine nel pangrattato e friggetele in abbondate olio da frittura ben caldo. Quando avranno acquisito una bella colorazione dorata ritiratele e ponetele sopra un foglio di carta a perdere l’unto in eccesso. Le polpette di polpo, si possono gustare semplicemente fritte accompagnandole con un’insalata di rucola di campo e pomodorini sia dopo averle passate in una blanda salsa di pomodoro alla cipolla.

 

Polpette di caciocavallo

Ingr. : 250 g di caciocavallo stagionato, 200 g di pane raffermo, prezzemolo, 4-5 uova a seconda della grossezza, olio per friggere, poca farina bianca, noce moscata, pepe, sale fino.

Mettete in una terrina il formaggio, il pane grattugiato, una buona presa di prezzemolo tritato, un pizzico di noce moscata e di pepe nero appena macinato, sale q.b. e amalgamate il tutto unendo tre uova.Versate il composto che deve risultare piuttosto sodo, sulla spianatoia infarinata; dividetelo in 2 o 3 parti e tate dei cilindretti grossi quanto un pollice.Tagliateli quindi a pezzi di circa tre centimetri ricavate delle palline e schiacciatele ricavandone delle polpette alte circa 1 centimetro. Passate le polpette nella farina poi nell’uovo battuto con un po’ di sale e friggetele in abbondante olio da frittura ben caldo. Scolatele ben dorate e ponetele man mano su dei fogli di carta assorbente onde perdano l’unto in eccesso. Servitele ben calde.

La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra. La base area di Brindisi

Ottobre, 25, martedì. Inizio ore 17.30. Accoglienza 17.15 

XI Convegno Nazionale di Studi e Ricerca Storica

La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra

V sessione. La base area di Brindisi 

Brindisi. Sala Regia del Grande Albergo Internazionale

“Il solo diritto, o piuttosto il solo dovere che ci spetta, è di non perdere mai la consapevolezza della feroce stupidità a cui l’uomo può discendere trattando l’altro uomo come materia di strazio o spettacolo di spasimi, a suo utile o a sua dilettazione”.

Benedetto Croce

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La sezione di Brindisi della  Società di Storia Patria per  la Puglia,  in uno con Rotary Club Brindisi e Società Storica di Terra d’Otranto, con l’adesione e la collaborazione di Assoarma Brindisi, ha organizzato un ciclo d’incontri sul tema: “Brindisi e  la Grande Guerra “. L’itinerario di studi è suddiviso in tre panels: politico, militare e di relazioni internazionali. Dopo l’incontro introduttivo dello scorso 15 ottobre 2014 è seguito l’altro del 13 maggio 2015 in cui si è proposto di ripensare, in maniera critica,  il periodo della neutralità italiana, ricollocandolo a pieno titolo nella storia della prima guerra mondiale e esaminando i vari aspetti che caratterizzarono l’Italia dalla dichiarazione di neutralità all’intervento in guerra. Il 22 settembre 2015 sono state ricostruite le cause che portarono all’affondamento, nel porto di Brindisi, della corazzata “Benedetto Brin” il 27 settembre 1915.

Il I aprile 2016 il focus è stato rivolto alla grande operazione di salvataggio dell’esercito serbo, trasferito dai porti albanesi a Brindisi. Molteplici i riferimenti: al sistema politico italiano, con particolare riferimento a vertici istituzionali, forze parlamentari e politiche, correnti d’opinione, stampa e associazionismo; alla situazione delle forze armate italiane alla vigilia del conflitto, preparazione militare, mobilitazione industriale, esercito e opinione pubblica; alla neutralità italiana e al peso del suo intervento militare nel sistema delle alleanze e nella considerazione delle principali potenze belligeranti. Particolarissimo interesse ha, per quel che concerne Brindisi, la complessiva strategia navale italiana; il ruolo del porto si configura quale essenziale nel momento in cui l’Italia, scendendo in guerra a fianco dell’Intesa, deve affrontare il pericolo costituito dalla flotta austroungarica, alla fonda nei sicuri porti adriatici della sponda balcanica.

Un capitolo poco noto è quello riferito alla guerra aerea che ebbe in Brindisi un riferimento essenziale. L’esercito italiano iniziò il conflitto con una sessantina di aeroplani, quasi tutti di tipo antiquato e di costruzione francese, o realizzati su licenza, e tre dirigibili La marina, che si era dotata di una componente aerea nel 1913, aveva in linea quindici idrovolanti e due dirigibiliL’aviazione austro-ungarica aveva una settantina di aeroplani con caratteristiche tecniche avanzate. I compiti iniziali furono ricognizione a vista e fotografica su prime linee e  retrovie, oltre all’osservazione e all’aggiustamento del tiro d’artiglieria.

Lo sviluppo della tecnica aeronautica durante la guerra ebbe immense ripercussioni in campo civile negli anni venti. Le fabbriche, nella loro riconversione all’economia civile, non dimenticarono le innovazioni ottenute per scopi bellici e le modificarono per adeguarle a un impiego pacifico. In questo modo l’aviazione civile si affermò sia nel trasporto passeggeri sia in quello merci.

 

Indirizzi di saluto

Salvatore Munafò

Presidente Rotary Club, Brindisi

 

Domenico Urgesi

Presidente della Società Storica di Terra d’Otranto

 

Interventi

Giuseppe Genghi

Presidente AssoArma Brindisi

Esame dei rapporti di volo scritti dai piloti della Stazione Aeronautica di Brindisi al rientro da una missione di guerra

 

Giuseppe Teodoro Andriani

Società di Storia Patria per la Puglia

La Stazione Aeronautica di Brindisi nella Prima Guerra Mondiale

 

Conclusioni

Giacomo Carito

Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Coordina e introduce i lavori

Antonio Mario Caputo

Società di Storia Patria per la Puglia

 

Organizzazione

Rotary Club – Brindisi

Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Brindisi

Società Storica di Terra d’Otranto

Adesioni

AssoArma, Brindisi

 

Partner:    Prefettura di Brindisi; Marina Militare Italiana (Brigata Marina San Marco); Archivio di Stato, Brindisi.

Sponsor: Grande Albergo Internazionale, Brindisi

 

A questa intrapresa culturale la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha concesso, in data 13.3.2015, l’uso del logo ufficiale del Centenario della Prima Guerra Mondiale;   le manifestazioni sono comprese nel calendario ufficiale pubblicato in http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/brindisi-e-la-grande-guerra-dalla-neutralita-allintervento e   rientrano  nel calendario concordato con la Prefettura di Brindisi.

Notizie inedite su Matteo Tafuri (1492-1584). Nuove rivelazioni da un manoscritto seicentesco

M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola. Proprietà L. Galante
M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola.
Proprietà L. Galante

 

di Luigi Galante*

In una pagina famosa della sua Galatina letterata, pubblicata nel 1709, Alessandro Tommaso Arcudi dà una notizia, e tutti la ricordiamo, su Matteo Tafuri; ed è una notizia tanto celebre, quanto, come sempre per il Tafuri, controversa. Cosa scrive Arcudi? Egli ricorda “Conservavasi nella mia casa (degli Arcudi) la sua (di Gio. Tommaso Cavazza) Calvarie; insieme con quella del tanto nominato, e famoso al mondo Matteo Tafuro di Soleto, ma nell’anno 1672 a tempo ch’io facevo l’anno del noviziato, la vedova mia madre per alcuni timori e scrupoli feminili, fecele ambedue secretamente gettare nel publico cimiterio: non sapendo di che grand’uomini erano quelle, e di che bella memoria alla nostra casa”[1].

Molti studiosi si sono interrogati sul significato di questa ambigua parola: ‘calvarie’, perché quello che sembra il significato del termine più vicino al tempo in cui Arcudi viveva è indubbiamente ‘teschio’. Però certamente è sempre sembrato in qualche modo preoccupante che in una casa privata si conservassero dei teschi anche se appartenuti ad uomini illustri del passato; senza poi voler considerare la difficile compatibilità di questa conservazione con le regole della religione cattolica della quale Arcudi, dotto domenicano, era severo custode. Sicché è del tutto comprensibile che alcuni studiosi abbiano interpretato la parola ‘calvarie’ in modo diverso, ed abbiano sostenuto, non senza argomentazioni e riscontri, che il significato reale intendesse alludere invece a studi o scritti. Questa è stata l’opinione di esperti accreditati del mondo tafuriano e, a tacere di altri, ricordo il compianto Prof. Giovanni Papuli e la sua allieva Luana Rizzo[2]. Soltanto Luigi Manni, tra gli studiosi recenti, ha sostenuto con forte determinazione che per ‘calvarie’ non poteva che intendersi il teschio.[3]

Come stanno davvero le cose? Ancora una volta il dilemma è svelato da una inedita pagina del Galatinese Pietro Cavoti (1819/1890) che ci dà,oltre a questa rivelazione, una serie di sconosciuti particolari sulla sepoltura del Tafuri e, incredibile a dirsi, anche sulle vicende successive delle sue spoglie mortali. Facciamogli allora comunicare le notizie preziose che egli nelle sue peregrinazioni per la provincia, lesse in un antico manoscritto della famiglia Carrozzini, che oggi è probabilmente perduto, ma che nel 1884 si conservava a Soleto presso il canonico Giuseppe Manca il quale lo mise cortesemente a disposizione del Cavoti.

Ricordo dei fatti storici di Soleto da un manoscritto della Fam. Carrozzini. Matteo Tafuro morì il dì 18 novembre 1584, fu seppellito nella cappella di S. Lorenzo delli Tafuri a mano destra sotto l’immagine della Madonna con Nostro Signore. Furono tolte le ossa del filosofo di Soleto per volontà della Famiglia Carrozzini e deposte nel Monastero di S. Nicola in Soleto dentro una cassetta di legno con l’arme dei Tafuro. Vollero donare il teschio di questo insigne, alla famiglia Arcudi di Galatina. Alcuni frammenti dei suoi abiti consumati dal tempo e dai vermi, conservansi come reliquie da questa onorabile famiglia Carrozzini di Soleto. Notizie avute dal canonico Manca di Soleto. Conservasi detto manoscritto in casa sua. Mi mostrò il manoscritto per una mia visita il dì 26 ottobre 1884 per l’acquisto di alcune monete antiche trovate nell’agro di Soleto[4].

L’inclinazione del Manca a collezionare ed acquistare monete antiche, è confermata da una lettera dell’anno successivo, che il canonico scrive a Cavoti:  “Mio amatissimo Pietro. Ho visto le nove monete; pare appartengono al numero delle sessantatrè trovate qui. Sono greche e buone.… Se per vostro conto volete farne l’acquisto di qualcuna, preferite quella di Velia, cioè l’unica in cui si trovansi un leone, oppure qualcuna di Napoli scegliendola tra quelle che portano il bue a faccia umana barbato, le altre scartatele tutte, ma cercate di dar la preferenza a quella di Velia, che potreste pagarla £ 1:50 non più. Qui si son trovate molte altre, e nell’istesso luogo; basta ne parleremo. Vostro affezionatissimo amico e sempre Giuseppe canonico Manca[5].

Insomma, grazie al cimelio che Pietro Cavoti ci ha consegnato, e che è una ennesima riprova di quanto prezioso sia lo studio delle sue carte superstiti nel Museo galatinese, possiamo oggi dire non solo che Luigi Manni ha avuto, a sua tempo, la giusta intuizione, ma possiamo anche conoscere con esattezza il luogo della sepoltura originaria del Tafuri ; (cioè nella chiesa S. di Lorenzo dei Tafuri, e successivamente in S Nicola, oggi scomparse) e così combinando queste notizie con quelle di Arcudi , possiamo anche definire il destino finale del teschio tafuriano. C’è poi tra le cose da notare una data di morte: quella del 18 novembre 1584, che è a me pare, perfettamente bencredibile, perché contraddice, è vero, quella tradizionale divulgata da Girolamo Marciano (al 13 giugno 1582), ma è perfettamente compatibile con i dubbi di quanti hanno notato che nelle opere di Gian Michele Marziano (1583) e di Francesco Scarpa (1584), il Tafuri sembra essere considerato vivente[6].

Non mi parrebbe completo chiudere questo articolo, se non ricordassi anche il contributo iconografico importantissimo che Cavoti ha dato alla scuola tafuriana, non solo copiando da vari luoghi, e conservando per noi le immagini che io ho edito di Matteo Tafuri, ma anche quelle, sempre edite da me, di Sergio Stiso, suo predecessore, e dei suoi allievi, Cavazza, Scarpa e forse Lorenzo Mongiò. Perciò mi pare opportuno pubblicare qui due immagini cavotiane di altri due uomini legati forse al mondo tafuriano, e cioè quella di Giovan Paolo Vernaleone junior e di Stefano Corimba.

Infine aggiungo a complemento del ritratto molto importante del Galateo che ho pubblicato mesi fa insieme a quelli del Galatino,[7] anche il disegno cavotiano di un famoso amico galatinese del Galateo, Girolamo Ingenuo, che Cavoti copiò in casa della famiglia Tanza, da un originale che tutto lascia supporre essere perduto. Ma nelle carte cavotiane c’è di più: un ritratto di G.B. del Tufo8, che è poi il destinatario del famoso pronostico tafuriano che attende ancora di essere edito.

 

[1] A. T. Arcudi, Galatina Letterata (ristampa anastatica), Aradeo, 1993, pag. 49

[2] L. Rizzo, Umanesimo e rinascimento in terra d’Otranto: il platonismo di Matteo Tafuri, Galatina, 2000, pag 121

[3] L. Manni, La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP, pag 113

[4] Il documento cavotiano è conservato presso il Museo Civico di Galatina, come tutti i ritratti riportati in queste pagine, comprese quelle nel saggio del Prof. G. Vallone, eccetto l’immagine tratta dal ms. Vat. lat. 6046. Essi sono di esclusiva proprietà del Comune di Galatina-Museo Cavoti. Per la riproduzione parziale o integrale delle immagini qui riprodotte, è vietata qualunque riproduzione senza autorizzazione scritta al Comune di Galatina, nonchè la richiesta di citazione dell’autore. Ringrazio l’Assessore alla Cultura di Galatina Prof.ssa Daniela Vantaggiato, che mi ha autorizzato alla pubblicazione.

[5] Lettera scritta dal canonico Manca di Soleto al Cavoti l’8 ottobre 1885. Cfr. L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati, , Galatina, 2007, EdiPan, pag. 76.

[6] G. Vallone, Restauri Salentini, in BSTO, Galatina, 1-1991 nota 14, pag. 155.

[7] L. Galante, Iconografia del Galatino, in Studi Salentini, LXXXV/2009-2010, pp. 75-88.

8  “Per un approfondimento sulla famiglia del Tufo vedi, L.  Manni La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP,”

 

Pubblicato su “Il Filo di Aracne”.

Non essendo in possesso di autorizzazioni alla pubblicazione non abbiamo potuto riproporre le tavole citate nel testo

Viaggio nel Salento. Le torri costiere

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Torre Colimena

 

di Mauro De Sica*

Per la sua posizione geografica strategicamente importante, il Salento è stato da sempre considerato la principale porta verso l’Oriente e dall’Oriente. Infatti, nel corso dei secoli, il territorio salentino è stato terra di transito per l’Italia settentrionale e l’Europa, ma anche viceversa. Non si dimentichi che alcuni contingenti delle varie crociate partivano dai porti di Brindisi e Otranto.

Il continuo flusso di genti non si è mai interrotto, prova ne sia che dal 1992 sino a primi anni del 2000 i salentini hanno assistito, quasi impotenti, a sbarchi considerevoli di albanesi in cerca di lavoro. Oggi quel flusso di migranti, come tutti sanno, si è spostato a Lampedusa, Siracusa, Crotone ed altre località meridionali.

Va anche ricordato che il Salento ha subito nel corso dei secoli numerose invasioni e scorrerie da parte di pirati albanesi, turchi, saraceni, mori ecc.,che saccheggiavano le popolazioni rivierasche (soprattutto nel basso Adriatico), portando via monili d’oro e d’argento, preziosi arredi e quant’altro avesse un certo valore.Venivano catturati giovani aitanti per essere venduti come schiavi nei mercati orientali o anche destinati al “remo” delle galee. Nel caso in cui i rapiti appartenessero a famiglie facoltose, per il loro riscatto era richiesta una consistente somma di denaro.

Per ovviare alle continue scorribande, molte popolazioni preferirono abbandonare i villaggi costieri e rifugiarsi nell’entroterra a 5-6 chilometri di distanza dal mare, dove un attacco saraceno sarebbe stato meno probabile. Ovviamente i sovrani delle varie epoche, allarmati dalla grave situazione, tentarono in ogni modo di arginare il fenomeno piratesco, ergendo rudimentali costruzioni di avvistamento, poste in luoghi sopraelevati rispetto alle marine, per segnalare con fuochi, fumi o suoni acuti l’imminente pericolo. Le costruzioni erano situate a non molta distanza tra di loro per consentire in breve tempo la comunicazione visiva o acustica dell’avvistamento di imbarcazioni piratesche. I primi ad edificare costruzioni di riparo e di sorveglianza furono i Romani, senza però ottenere grandi risultati. Anche durante la dominazione bizantina, normanna, sveva, angioina e aragonese furono costruite diverse torri, prevalentemente a pianta quadrata, con basamento a scarpa e terrazza sommitale demarcata da merlature con delle feritoie sulle pareti.

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Torre Squillace

 

L’organizzazione difensiva di queste costruzioni si dimostrò spesse volte inadeguata nei confronti delle incursioni di pirati, che erano diventati un vero incubo per le popolazioni salentine rivierasche.

All’inizio del XVI secolo le torri assunsero una forma generalmente a pianta circolare, con basamento a scarpa e con l’ingresso sopraelevato, accessibile mediante una rampa di scale munita di ponte levatoio. Questo sistema, molto più sicuro dei precedenti, garantiva una certa protezione al personale che vi abitava.

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Torre Puntapenne – Brindisi

Grazie alle tante nuove costruzioni e grazie agli espropri delle torri private, fu finalmente ultimata la lunga catena di torri costiere nel basso Adriatico e nello Ionio salentino. La guarnigione di ciascuna torre fu affidata a militari spagnoli, molto esperti in materia di avvistamenti e di resistenza ai saccheggi.

Alla fine del ’500 in tutto il Regno di Napoli si contavano ben 400 torri, rispettivamente disposte a distanza variabile dai due ai cinque chilometri e distribuite con adeguati criteri logistici lungo la costa.

Nel Salento troviamo circa 80 tra torri di avvistamento e fortini costieri, alcuni dei quali sono giunti quasi intatti sino ai giorni nostri, molti altri invece non sono riusciti a sopravvivere al tempo e all’incuria dell’uomo, altri ancora sono addirittura scomparsi. Va comunque osservato che il disfacimento di alcune torri è da attribuire soprattutto alla trascuratezza delle varie municipalità d’appartenenza, le quali, oltre ad utilizzare materiali di scarsa qualità nella loro costruzione, non provvedevano ad eseguire i periodici lavori di manutenzione e di consolidamento. Come dire che, anche a quelle epoche, la corruzione nella realizzazione e nella gestione di importanti opere pubbliche era viva e si faceva sentire.

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Torre Suda
  • pubblicato su “Il Filo di Aracne”

Salento a tavola. Polpette e polpettoni

di Massimo  Vaglio

Per una polpettata per sei persone occorrono 700 grammi di carne di manzo macinata due volte, 200 grammi di mollica di pane raffermo, una manciatina di prezzemolo tritato, 150 grammi di pecorino sardo tipo Gavoi*, oppure, a seconda dei gusti, 150 grammi di pecorino locale stagionato o 200 grammi di parmigiano grattugiato 4-5 uova, sale e pepe nero macinato al momento.

Ammollate bene la mollica, strizzatela e mescolatela alla carne macinata in una capace terrina, aggiungete il prezzemolo, il formaggio, il sale, il pepe e le uova. Impastate amalgamando bene il tutto, ricavate tante piccole porzioni quanto più omogenee possibile; e sagomatele arrotondandole con le palme delle mani quindi friggetele un po’ alla volta in una padella con abbondante olio di frantoio. Appena avranno superato il colore dorato, divenendo quasi brune, toglietele dalla padella e mettetele su della carta assorbente. Si possono consumare tali, oppure dopo averle passate in una salsa di pomodoro molto diluita a base di cipolla e fatte sobbollire una decina di minuti; in questo modo acquisiscono un sapore eccellente e lo conferiscono anche al sugo che può essere utilizzato per condire maccheroni fatti in casa che si servono incoronati delle stesse polpette e innevati di formaggio.

Per l’impasto dei polpettoni procedete nello stesso modo, dopodiché dividete il composto in sei porzioni, foggiate i polpettoni nella forma caratteristica e riempiteli a piacere di uova sode a fettine, mortadella di Bologna e caciocavallo, oppure di salame di Mugnano e caciocavallo o mozzarella. Friggeteli sino a color bruno, passateli in salsa di pomodoro e serviteli ben caldi.

 

*in molte ricette di cucina salentina, anzi come caratterizzante di molte ricette salentine rientra, il cosiddetto formaggio Gavoi, (dall’omonima cittadina del Nuorese), si tratta di una particolare tipologia di Fiore Sardo prodotto, secondo un particolare protocollo, pressoché esclusivamente per il mercato salentino, ove da tempo immemorabile, viene esportato, tanto che in Sardegna, risulterà persino molto difficile reperirlo. Prodotto con latte di ovino nella zona del Nuorese, Si presenta in forme di circa quattro chili dalla particolare forma a scalzo tondeggiante. Crosta nero antracite non edibile. Pasta dura bianca, con occhiatura minuta, rada o quasi assente, sapore caratteristicamente aromatico più o meno piccante a seconda della stagionatura Dal gusto inconfondibile, viene apprezzato soprattutto per il suo aroma molto intenso e particolarissimo.

Salento: niente futuro, ma tanti avverbi di tempo …

di Armando Polito

Qualche settimana fa (per la storia il 19 settembre) l’amico Massimo Vaglio in un post sul suo profilo Facebook così scriveva:  Crai, puscrai, puscriddhri, puscriddhrinu, puscriddhrozzi; niente male per un dialetto (quello di Nardò) che non coniuga i verbi al futuro!!!

E, probabilmente a causa di un commento che esprimeva, se non incredulità, meraviglia, il buon Massimo ha ritenuto opportuno documentare anche il passato con ieri, nusterza e nustirzignu.

Cominciamo dal futuro, ignoto, come ci ricorda Massimo, alla nostra coniugazione e il cui concetto è affidato all’avverbio temporale che accompagna il presente (crai parlu: alla lettera domani parlo). Su tale assenza rinvio il lettore al post di Gianni Ferraris in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/02/in-salento-manca-il-futuro/, dove, fra l’altro, nel mio commento il lettore troverà un sinteticissimo tentativo di interpretazione antropologica (!) di tale fenomeno.

In un commento al post di Massimo un lettore (si dice il peccato, non il nome del peccatore …) mi chiamava in causa per un eventuale approfondimento. Ho già iniziato qui ed al già detto aggiungo solo note etimologiche, che, poi, credo fossero quelle richiestemi.

crai: dal latino cras (=domani). La i finale probabilmente è dovuta ad analogia con mai, che è dal latino magis. Da Cras in latino è derivato l’aggettivo cràstinus/a/um =del giorno dopo, da cui l’italiano letterario cràstino (Dante, Paradiso. XX, 54: fa crastino  là giù de l’odïerno) e il derivato composto verbale procrastinare.

puscrai: da pus– (dal latino post=dopo)+crai. Corrisponde all’italiano posdomani o dopodomani.

puscriddhi: da post+cras+illud, alla lettera dopo domani quello (altro). L’taliano è costretto ad usare tre parole (fra due giorni), per cui vien da dire che il salentino, almeno in questo, fa concorrenza all’inglese …

puscriddhignu: da puscriddhi+il suffisso anche e soprattutto psicologicamente attenuativo (come in asprigno rispetto ad aspro), perché la scadenza diventa meno impellente (tant’è che è pià facile dimenticarsene …). In italiano si continua con l’espediente precedente e si dice fra tre giorni.

puscriddhuzzi: da puscriddhi+un suffisso diminutivo (come in italiano animale>animaluccio) con effetto attenuativo ancora più spinto di quello della voce precedente.

Non si deve pensare, tuttavia, che crai e puscrai siano esclusivi del nostro dialetto, perché crai è attestato non solo in parecchi poeti anonimi appartenenti alla scuola siciliana (XII-XIII), ma anche in altri autori delle origini appartenenti ad ambito fiorentino: Guittone d’Arezzo (XIII secolo): ma no lasciava già per ciò lo  crai; Jacopone da Todi (XIII-XIV secolo): attènnite a noi,ché ‘l farim crai.

Una serie quasi completa come quella salentina compare in Luigi Pulci (XV secolo), Morgante,  XXVII, 55, 4:  crai e poscrai e poscrigno e  posquacchera, in cui poscrigno e posquacchera sembrano formazioni legate al carattere giocoso dell’opera.

Passo ora agli avverbi del passato, soprassedendo su ieri che ha la stessa etimologia della voce italiana: dal latino heri, non senza aggiungere (e meno male che dovevo soprassedere! …), anche se non rientra nella dimensione temporale qui trattata, che anche osce (come il corrispondente italiano oggi) è dal latino hodie (a sua volta da hoc die=in questo giorno).

nusterza: dal latino nudius (=è ora il giorno, a sua volta composto da nunc=ora+dius per dies=giorno)+tertia=terza (dies in latino può essere maschile o femminile; qui è femminile, percio tertia, a differenza del latino classico dove è maschile e la locuzione è nudius tertius). In italiano alla lettera, contando anche il giorno di partenza com’era la regola per i latini, il tutto va tradotto ora (è) il terzo giorno. Tale significato letterale,però, non si adatta all’uso corrente di misurare il tempo, per cui nusterza è, partendo da ieri e non da oggi e procedendo a ritroso,  non il terzo ma il secondo giorno e corrisponde all’italiano  l’altro ieri o ier l’altro o due giorni fa.

nustirzignu: da nusterza+il suffisso di cui sì è detto a proposito di puscriddignu. Corrisponde,perciò, a tre giorni fa.

Mi auguro che  il niente futuro del titolo si riduca solo al campo grammaticale, senza l’intervento (non in questo campo nel quale annegherebbero miseramente …) di personaggi come Flavio Briatore, perché il suo futuro futuro  non vale una cicca, secondo me, del nostro attuale niente futuro. Pure il suo nome anagrammato dà questo responso, che per essere capito non ha bisogno dell’intervento della Sibilla: Oliveti? Farò bar!

Lecce, piazza S. Oronzo in un disegno della fine del XVIII secolo

di Armando Polito

A chi, come me, è un cibernauta incallito sarà tante volte capitato di sentire il bisogno di rilassarsi, prima di spegnere il pc, concludendo una sessione di lavoro (io lo chiamo così, anche se non mi fa guadagnare un centesimo), caratterizzata da una ricerca in rete mirata (anche se spesso ravvivata proficuamente dalla scelta di parole-chiave a prima vista destinate all’insuccesso), con un’ultima disordinata scorreria dando in pasto al motore di ricerca la prima parola che viene in mente. Succede pure che in questa situazione ci si imbatta in qualcosa di interessante e che, data la stanchezza, si spenga il pc prima di annotare il prezioso link. Niente di drammatico se prima di togliere gli alimenti giornalieri al nostro prezioso strumento non abbiamo avuto l’infelice idea di purgarlo eliminando la cronologia. Fortunatamente questo non è successo con l’immagine di testa, un disegno  custodito nel Museo nazionale di Svezia, dal cui sito (http://emp-web-22.zetcom.ch/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=47787&) l’ho tratta. Grazie alle informazioni contenute nella scheda ho appreso che l’autore non è Pinco Pallino e nemmeno Pallone Gonfiato, ma, nientepopodimeno, il grande Jean Louis Desprez (1743-1804). La stessa scheda mi fa sapere che del disegno si è occupato Nils G. Wollin in Desprez en Italie, dessins topographiques et d’architecture, décors de théâtre et compositions romantiques, exécutés 1777-1784, J. Kroon. Malmö, 1935, fig. 68. Purtroppo l’OPAC mi segnala che il libro è consultabile solo nella Biblioteca comunale centrale di Milano e nella Biblioteca nazionale di S. Luca a Roma. Ho detto peccato, perché, consultandolo,  avremmo avuto non solo la certezza che non si tratta di una semplice attribuzione ma, probabilmente, qualche dato in più. Com’è noto i disegni del Desprez vennero utilizzati da Jean-Claude Richard de Saint-Non (1727-1791) per le tavole del suo Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de SIcilie, Clousier, Parigi, 1781-1786. Tuttavia nella parte del terzo tomo dedicata alla Terra d’Otranto sono presenti  tavole dedicate a Gallipoli (una), Manduria (una), Soleto (una), Squinzano (una) Maglie (una), Taranto (due) e Brindisi (due). Per Lecce compare solo una tavola raffigurante il chiostro dei Domenicani e solo quelle di Gallipoli, Soleto (Soletta nella didascalia) e Squinzano recano come nome del disegnatore quello del Desprez.  Non so quanto il saggio di Wollin aiuti ad individuare o ad intuire i motivi che spinsero il Saint-Non a non utilizzare il disegno del Desprez. Ammettendo che lo conoscesse, una ragione del mancato utilizzo potrebbe risiedere nella difficoltà di trasferirlo sul rame a causa della sua densità, soprattutto nella parte inferiore, rispetto al disegno del soggetto prima citato, cui fu affidato il compito di rappresentare Lecce. E questo spiegherebbe l’assenza, a quanto ne so, di stampe derivate. Piazza S. Oronzo, comunque, dopo il disegno del Desprez, che molto probabilmente ne costituisce la rappresentazione più antica1, ebbe occasione di rifarsi ampiamente nel secolo successivo, come si può vedere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/.

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1 Nella seconda parte Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, opera di  Giovanni Battista Pacichelli (1541-1695), uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703,  tra le pp. 176 e 177 reca inserita la veduta di Lecce che di seguito riproduco e dalla quale ho tratto il successivo dettaglio della piazza, che non presenta, a parte la diversa cura rappresentativa dei particolari (dovuta, secondo me, non solo al minor spazio a disposizione ma soprattutto  ad una stereotipa simbologia delle fabbriche), sostanziali differenze rispetto al disegno del Desprez, posteriore di più di settanta anni.

 

Per la descrizione pacichelliana di Lecce e di Piazza S. Oronzo in particolare vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Salento a tavola. “Li spicaluri” (i Sugarelli)

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di Massimo Vaglio

I sugarelli (Trachurus spp.) sono pesci marini pelagici della famiglia dei Carangidi, ottimi nuotatori popolano la colonna d’acqua alle più varie profondità. Nel Mediterraneo, come nelle acque del Salento vivono tre diverse specie: Trachurus trachurus, Tracurus mediterraneus e Trachurus picturatus, tutte tre le specie sono molto simili tra di loro per cui distinguibili solo da veri esperti, peraltro hanno in comune tutte le caratteristiche più salienti, ossia: il corpo affusolato di colore blu verdognolo sul dorso, fianchi argentei con riflessi giallo iridescenti che sfumano verso il bianco nella zona ventrale, scaglie piccolissime e lungo i fianchi presentano una linea laterale dotata di caratteristici scudetti cornei, una peculiarità che rende questi pesci inconfondibili. Il muso è appuntito, con mascelle prominenti e la bocca è larga con gli angoli rivolti verso il basso. Gli occhi sono piuttosto grandi e dotati di palpebre trasparenti. Tutte le tre specie presentano inoltre una piccola macchia nera in corrispondenza dell’opercolo.

La lunghezza massima si aggira intorno ai 40-50 centimetri. I giovani esemplari recano una colorazione grigio argentato con riflessi verdognoli. Molto comuni nel Mar Mediterraneo, si trovano pure nell’Oceano Atlantico nord-orientale dall’Islanda al Senegal, comprese le isole del Capo Verde, mentre loro presenza è più limitata nel Mar Nero. Sono state censite due popolazioni principali, una nel Mare del Nord e un’altra nell’Atlantico orientale al largo del Portogallo che viene attivamente insidiata dalla locale flotta peschereccia soprattutto per la produzione di farina di pesce.

Come tutti i pesci azzurri, hanno abitudini prettamente gregarie, e si riuniscono in grandi banchi nelle acque costiere, dove si nutrono di crostacei, cefalopodi e piccoli pesci. I giovanissimi esemplari, si riuniscono in branchi sotto l’ombrello di grosse meduse, soprattutto della bellissima Rhizostoma pulmo, sotto il quale trovano riparo e protezione senza subire alcun danno, in quanto immuni dal veleno dei suoi organi urticanti.

Nelle acque profonde dei mari del Salento questi pesci vengono abbondantemente catturati con le reti a strascico per tutto l’arco dell’anno, anche se soprattutto in primavera la loro presenza diviene molto consistente anche nelle acque costiere dove divengono preda di vari sistemi di pesca, da quella notturna praticata dalle cosiddette “lampare” con il cosiddetto cianciolo, a quella con le lenze praticata dai numerosissimi pescatori dilettanti locali.

Dal punto di vista gastronomico, il sugarello che nel Salento viene appellato spicaluru o traulu, in linea con quanto avviene nel resto d’Italia è molto sottovalutato. Infatti, a dispetto della bassa quotazione commerciale, le sue carni sono magre, saporite e dall’elevato valore nutrizionale per il contenuto di proteine di elevato valore biologico, ove il contenuto degli acidi grassi omega-3 è prevalente rispetto agli altri acidi grassi. Inoltre, circostanza assolutamente non trascurabile, sono certamente fra le più delicate e digeribili fra quelle della maggior parte degli altri pesci azzurri.

Infatti, a differenza dello sgombro e del lanzardo che risultano indigesti ai più, i sugarelli previa una semplice lessatura possono essere consumati anche da anziani e bambini. Si tratta di pesci molto versatili che si prestano alle preparazioni più disparate, ottime anche alla griglia, al forno, al cartoccio e in umido mentre in passato, soprattutto a Castro, gli esemplari più piccoli chiamati zazarieddhri, venivano persino conservati sotto sale alla stregua delle sarde. Ultimamente in occasione di incontri con i pescatori di diverse marinerie del Salento mi era stata segnalata la comparsa di un’insolita specie ittica, una cosiddetta specie aliena ritenuta dagli stessa una sorta di ibrido tra il sugarello e la ricciola. La cosa mi ha intrigato e non poco, quando finalmente ho avuto modo di trovare e di acquistare alcuni di questi pesci, presso il mercato ittico di Taranto, appena sbarcati da un peschereccio praticante la pesca a strascico. Nello stesso mercato mi venne riferito che da qualche mese la cattura di questa specie era più o meno costante. Il pesce in questione, era chiaramente un carangide e mi è bastato compiere una piccola ricerca per verificare che, come sospettavo non era un ibrido, bensì una specie ben definita, presente in alcune aree del Mediterraneo anche se molto rara e che risponde al nome di carango mediterraneo ossia Caranx crysos.

A conferma della rarità, si conosce una sola denominazione dialettale: “sauru ‘mpiriale”, attribuita a questo pesce a Messina, dove la cattura di questa specie è stata comunque sempre piuttosto sporadica. Questo carangide, si distingue dal sugarello per avere il corpo più alto, più arcuato dorsalmente, più compresso lateralmente e coperto di squame piccolissime. Sui fianchi presenta sempre degli scudetti ossei, ma molto più piccoli. La pinna caudale è forcuta con i lobi acuti.  Le pinne pettorali sono falcate ed acuminate e la colorazione è grigio verde con iridescenze dorate sul dorso e  bianco argenteo sui fianchi. Sull’opercolo superiore presenta una piccola macchia nerastra. In Italia, sino agli attuali sconfinamenti questa specie veniva segnalata seppure come accidentale solo a Palermo, Messina, Napoli e Genova. Comunque, il suo arrivo nelle acque salentine, salvo essere una preoccupante conferma di un incalzante riscaldamento climatico, è positiva dal punto di vista gastronomico, in quanto, a differenza di tante altre specie aliene di incerta qualità organolettica il carango mediterraneo ha carni a dir poco squisite.

Sugarelli con le olive

Ingr. : un chilo e mezzo di sugarelli, 250 grammi di olive verdi snocciolate, vino bianco secco, olio di frantoio, aglio, origano, prezzemolo, sale.

Squamate ed eviscerate dei sugarelli di 3-400 grammi cadauno, ponete nel ventre di ognuno qualche rametto di prezzemolo e qualche lamella di aglio, allineateli in una teglia con un filo d’olio sul fondo, unite le olive snocciolate, versate un bicchiere di vino bianco secco, cospargeteli con origano e sale eponeteli nel forno riscaldato a 190 °C sino a cottura:

Sformato di sugarelli e patate

Squamate, eviscerate, risciacquate, rimuovete gli scudetti e sfilettate dei sugarelli freschissimi. Preparate un composto aromatico unendo a del pangrattato, formaggio semipiccante grattugiato, un trito di origano, prezzemolo ed aglio, pepe nero e sale. Ungete una teglia di ottimo olio di frantoio; sistematevi uno strato di patate tagliate a fettine; sistemate sopra a queste un leggero strato di pomodorini affettati; i filetti di pesce e cospargete il tutto con il composto aromatico. Spruzzate la superficie con acqua, irroratela con dell’altro olio e ponete in forno a 180°C per una quindicina di minuti e comunque sino a quando la superficie si presenterà di un’invitante colorazione dorata.

 

Sugarelli al cartoccio

Squamate ed eviscerate dei sugarelli da porzione, adagiatene ognuno su di un foglio di alluminio insieme a tre-quattro cozze, cospargete il tutto con un filo d’olio di frantoio, unite una presina di pomodorini maturi triturati, un pizzico di origano fresco, uno di prezzemolo tritato, uno di sale, e uno di pepe nero macinato al momento. Infine spruzzate blandamente di vino bianco secco, richiudete i fogli in modo da formare dei cartocci ben sigillati, poneteli su di una placca da forno e infornateli a 200 °C per una ventina di minuti. Servite i cartocci in tavola, ancora chiusi.

Sugarelli in umido

Pulite, nel modo descritto nella ricetta precedente, quattro-cinque sugarelli freschissimi del peso complessivo di un chilo e mezzo. Preparate un trito con una cipolla di media grandezza, una costa di sedano, due – tre spicchi d’aglio, un ciuffetto di prezzemolo, un peperoncino e fatelo soffriggere in mezzo bicchiere di ottimo olio di frantoio. Quando il trito avrà preso colore aggiungete 500 grammi di pomodori freschi tagliuzzati o se preferite l’equivalente di pelati triturati, un paio di bicchieri d’acqua, portate ad ebollizione, aggiustate di sale, unite il pesce, lasciate cuocere per una ventina di minuti e servite ben caldo.

Sugarelli in padella

Squamate, eviscerate e allineate in un’ampia padella dei sugarelli di medie dimensioni, versatevi mezzo bicchiere di olio, un bicchiere di aceto bianco di vino, cospargete di sale e pepe nero e ponete la padella coperta sul fuoco. Fate cuocere a fiamma allegra sino alla completa evaporazione dell’aceto, avendo cura di girare il pesce almeno una volta.

Sugo di sugarello

Ingr. : 2-3 sugarelli per complessivi 6-700 grammi, una melanzana, 250 grammi di pomodori rossi o pelati, mezzo bicchiere di vino bianco secco, 2 spicchi d’aglio, olio di frantoio, prezzemolo, menta, peperoncino, sale.

Squamate, eviscerate, lavate, rimuovete gli scudetti e sfilettate i sugarelli. Tagliate i filetti a trancetti. Friggete la melanzana tagliata a dadini, e quando questi saranno ben dorati toglieteli e poneteli a cedere l’unto su di un foglio di carta assorbente. Versate in una padella un filo d’olio e fate imbiondire leggermente gli spicchi d’aglio, eliminateli e unite i trancetti di pesce, rosolateli, sfumateli con il vino bianco e aggiungete i pomodori privati dei semi e delle bucce, le melanzane precedentemente fritte, prezzemolo tritato, e peperoncino. Cuocete sino a quando non vedrete affiorare l’olio in superficie e completate con un po’ di foglioline di menta. Utilizzate il sugo per condire delle casarecce artigianali o dei tradizionali pizzarieddhri fatti a casa e serviteli cosparsi con un supplemento di foglioline di menta.

 

Non c’è salentino che non le mangi

                polpette

di Massimo Vaglio

La polpetta è nata sicuramente per la necessità, nelle famiglie numerose di un tempo, di allungare, con ingredienti “meno nobili o costosi ”, le scarse quantità di carne che l’austerità dei tempi imponeva. Carni, che oltretutto, almeno per quanto riguardava i ceti popolari, non erano quasi mai di prima qualità, ma dure e tigliose in quanto quasi sempre derivate da animali da lavoro a fine carriera, per cui la macinatura era uno dei pochi espedienti per renderle più grate e appetibili. Ben presto, però, le polpette si sono fatte largo ed hanno acquisito una dignità propria tanto da uscire dal menu dei poveri per entrare anche in quello delle famiglie agiate, superando i non pochi iniziali pregiudizi. Una piena riabilitazione della polpetta avvenne però solo successivamente con l’invenzione del polpettone, in cui quello che si risparmiava in carne poteva essere tranquillamente speso per gli ingredienti del ripieno, mettendo al riparo da accuse di tirchieria e nobilitando uno dei piatti di carne sicuramente più gustosi e universalmente graditi. Quindi, la polpetta per antonomasia e quella di carne, ma la fantasia e la proverbiale frugalità delle massaie salentine hanno saputo sostituire la carne con dei validi succedanei, creando tutta una serie di varianti il più delle volte vegetali, ma anche delle sfiziosissime polpette a base di pesci poveri e altri prodotti del mare.

A rendere le polpette salentine di qualunque derivazione siano particolarmente gustose è la “Reazione di Maillard” attivata empiricamente dalla indispensabile frittura delle stesse sino a far acquisire loro una marcata colorazione bruna. Infatti, quando cocendo un cibo “imbrunisce” quasi sempre è opera di questa reazione, che avviene ad alte temperature, tra i 140°C e i 180 °C, dall’interazione degli amminoacidi delle proteine con gli zuccheri. La si può sperimentare già friggendo delle patatine, oppure cuocendo del pane o dei biscotti e ovviamente le nostre polpette, il gusto aumenterà proporzionalmente al grado di doratura della superficie degli alimenti. Una condizione assolutamente necessaria perchè avvenga la Reazione di Maillard, è che la temperatura raggiunga almeno i 140 °C. Nel caso delle nostre polpette la temperatura dell’olio di frittura deve essere non inferiore a 170-180 °C in tal modo l’imbrunimento sarà rapido e la formazione della crosticina avverrà solo sulla superficie delle polpette lasciando al contempo le stesse morbide, infatti all’interno delle polpette è sempre presente dell’acqua che impedisce loro di superare i 100 °C.

 

Alessandro Tommaso Arcudi di Galatina, il wikipediano ante litteram …

di Armando Polito

Le precedenti immagini sono tratte da http://www.unigalatina.it/attachments/article/687/Alessandro%20Tommaso%20Arcudi.jpg; per saperne di più su questi ritratti invito il lettore a prendere visione al link segnalato di un interessantissimo post a firma di Luigi Galante con nota di lettura di Giancarlo Vallone.

 

Non è raro incontrare in Wikipedia nelle schede relative ai toponimi una sezione apposita in cui sono elencati con i loro dati essenziali i personaggi famosi che hanno onorato un luogo con la loro nascita o coni rapporti con esso intercorsi. Il wikipediano del titolo è da intendersi con riferimento non all’utente ma al collaboratore.

Se la tecnologia digitale e la relativa cultura  fossero esistite qualche secolo fa, Tommaso Alessandro Arcudi  sarebbe stato un ottimo compilatore della scheda relativa a Galatina (allora si chiamava S. Pietro in Galatina), dov’era nato nel 1665. E, tra l’altro, gli sarebbe bastato sintetizzare quanto aveva registrato in Galatina letterata uscita per i tipi di Giovan Battista Celle a Genova nel 1709. Di seguito il frontespizio tratto da  http://digital.onb.ac.at/OnbViewer/viewer.faces?doc=ABO_%2BZ204638008, dove l’opera è integralmente leggibile.

 

Immediata simpatia ha suscitato, almeno in me, quell’Autore dell’Anatomia de gl’Ipocriti sotto nome anagrammatico di Candido Malasorte Ussaro. La prima parte del titolo può sembrare un abile espediente pubblicitario (simile all’attuale reduce da una trionfale tournée in America) della sua precedente pubblicazione (Anatomia degl’Ipocriti Opera utilissima a’ predicatori evangelici; illustrata con varie, e peregrine interpretazioni di Sacri Testi à confusione dell’Ipocrisia d’Oggidì uscita per i tipi di Girolamo Albrizzi  a Venezia  nel  1699).


Il lettore noterà che anche in questo secondo frontespizio è ripetuta la seconda parte del titolo del primo, in cui compare solo l’anagramma. Non credo che l’assenza del vero nome qui sia legato a timore di rappresaglie1, anche perché la presenza nella pubblicazione del 1709 del nome vero e del suo anagramma ribadisce, secondo me, la fedeltà al suo coraggioso pensiero. Non credo nemmeno che lo stesso anagramma faccia soltanto parte di quel gioco di parola così caro agli accademici ed al gusto in generale del periodo barocco2 e spiego perché. Alessandro Tommaso Arcudi anagrammato può dare anche, tra i più allusivi,  narrami modulo scassa dote o narrami de modulo scassato o modulo scosta da sè marrani. Alessandro, invece, ne scelse uno in cui Candido è interpretabile nello stesso tempo come nome proprio e come aggettivo e Malasorte come cognome, insieme allusivi alla punizione di un puro. Ussaro, infine, mi ha giocato un brutto scherzo. In un primo momento,infatti, mi era parso che avesse la la stessa funzione che il cognomen aveva nei tria nomina dei Romani, per lo più legato ad una caratteristica fisica o morale; e qui, visto che gli ussari erano soldati appartenenti a speciali reparti di cavalleria leggera, in un primo momento avevo pensato che  Ussaro sostanzialmente fosse sinonimo di soldato  speciale. Insomma, un anagramma, se volete, un po’ presuntuoso (ma l’autoironia riscatta anche la presunzione, reale o … presunta) ma non certo millantatore. A smentire la mia interpretazione iniziale, poi, anche se la funzione di cognomen rimane, e a riprova che la fantasia in qualsiasi indagine è indispensabile ma pericolosissima quando un’ipotesi non trova conforto in nessun dato che abbia  la valenza, se non di prova, almeno di indizio, sono intervenute le stesse parole dell’Arcudi che  nella sua opera polemica così giustifica la sua scelta:  L’ipocrisia opera sempre dietro una maschera, ed io la combatterò mascherandomi anch’io; contro gl’ipocriti sarò tutto “Candido”, esponendomi di conseguenza ad ogni “Malasorte”, onde mi occorre la pazienza di un “Ussaro”, quella di Giobbe cioè, che fuit de terra Hus (Giob., I, 1: “Vir erat in terra Hus, nomine Job, et erat vir ille simplex, et rectus ac timens Deum”3). Così la mia ipotesi dell’impeto cavalleresco è miseramente annegata nel concetto di pazienza messo in campo dallo stesso autore.

Chi ha interesse a conoscere i personaggi presentati in Galatina letterata non ha che da leggere il libro o, in caso di ricerca selettiva, consultare i due indici alfabetici. Va da sé che la consultazione dell’opera è fondamentale per chiunque abbia intenzione di avere lo spaccato letterario di Galatina fino ai tempi dell’autore o semplicemente di aggiornare la scheda virtuale che l’Arcudi stilò molto prima dell’avvento della realtà virtuale …

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1 Esse pure ci furono, tant’è che a causa di questo pamphlet contro i Gesuiti  (sul cui conto  l’autore nella parte introduttiva  così si esprimeva: Ho molto abominato quelle persone, e massime ecclesiastiche e regolari, che dovendo secondo il debito dell’ufficio sepelirsi nella ritiratezza dell’operazioni e de’ studi, consumano scioperatamente il tempo nelle sessioni delle botteghe e delle porte, ne’ circoli de’ cortili, ne’ passeggi delle piazze, nelle visite di feminelle, lacerando l’altrui fama, e la propria anima contaminando), i superiori lo “esiliarono” nel convento di Andrano dove rimase fino alla morte.

2 In questo l’Arcudi va considerato un vero specialista. Infatti nella Galleria di Minerva (una sorta di miscellanea di novità editoriali) edita da Girolamo Albrizi a Venezia) del 1696 fu pubblicato un saggio dal titolo Miniera dell’argutezze scoperta dal signor Silvio Arcudi, ed illustrata dal Padre Alessandro Tomaso Arcudi sui Pronipote, de’ Predicatori (pp. 297-306). Se è impossibile individuare quanto è di Silvio e quanto di Alessandro, è certo che l’illustrazione è degna della miniera, come può controllare chi lo voglia all’indirizzo  http://digital.onb.ac.at/OnbViewer/viewer.faces?doc=ABO_%2BZ164590208. A p. 396, in coda alla Miniera …, lo stesso editore dava notizia che era in fase di stampa l’Anatomia degli ipocriti e ne forniva una sorta di recensione anticipata.

3 Nella terra di Hus vi era un uomo, di nome Giobbe, e quell’uomo era semplice e retto e timoroso di Dio.

Un bagno ottobrino, tra onde d’umanità

marittima castello

di Rocco Boccadamo

Anche per me, sebbene sia ancora portato a sperare in qualche giornata a venire eccezionale – cioè a dire se non propriamente calda, almeno tiepida e senza vento – si è sostanzialmente compiuto il tempo delle immersioni nell’accattivante e tonificante mare del Basso Salento.

Tuttavia, ieri, sono stato protagonista e beneficiario, in pratica ho goduto, di un’immersione di tutt’altro genere, e, però, devo riconoscere, non meno coinvolgente: un bagno tra persone.

Per eseguire un piccolo esame, di quelli di verifica e controllo cui periodicamente si sottopongono i “ragazzi di ieri”, i quali, come è noto, nella stragrande maggioranza, devono rinunziare al sonno notturno di un’unica ininterrotta durata, ho raggiunto il poliambulatorio del presidio ospedaliero più vicino.

Sostando nell’astanteria nelle more che si accendesse il numerino del mio turno, ovviamente in vicinanza e quasi a contatto di vista e udito rispetto a una piccola folla di pazienti, ho  inconsapevolmente e, però, attivamente convissuto con una lunga e variegata sequenza di ricordi, riflessioni e suggestioni.

Innanzitutto mi si è affacciata l’immagine, rimasta particolarmente impressa nella mente e dentro, di due famosi e conosciuti protagonisti del cinema italiano, Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi, nella scena di un’intervista sul piccolo schermo, nel corso della quale e alla domanda di come si snodasse la loro vita privata e famigliare, col sorriso sulle labbra e con semplicità e naturalezza, facevano cenno proprio a determinate impellenze che spezzavano l’arco del loro riposo. In ciò, evidentemente, affatto divi, anzi comuni mortali.

Nella platea dei presenti nella sala poliambulatoriale, invero, ho scorto una sola figura dal volto conosciuto, il marittimese Paolo F., che, in un attimo, ho rivisto bambino, mentre, ora, si presenta con una folta capigliatura di colore bianchissimo, fratello minore di un mio coetaneo e compagno di scuola.

In stagioni ormai molto lontane, le nostre rispettive famiglie d’origine erano particolarmente vicine, dato il forte legame d’amicizia esistente fra i due “capi”, mio padre e il genitore di Paolo, purtroppo andatosene prematuramente, nemmeno quarantenne.

Ieri, durante l’attesa analoga alla mia, Paolo, in questo periodo domiciliato in una località contermine a Marittima, era intento a discutere con un compaesano, nella comune veste di membri del Comitato festa cittadino, in merito alla scaletta delle realizzazioni e manifestazioni – luminarie, bande musicali, processione, fuochi d’artificio – connesse con la celebrazione annuale, giusto in questi giorni, della Madonna del Rosario, protettrice del loro luogo di abitazione.

Arriva, intanto, nel salone una ragazza, assai aggraziata di suo, che, ad ogni modo, si pone in evidenza soprattutto per via di un imponente pancione: di sicuro, quindi, è prossima al parto.

La giovane, facendo a meno di rispettare il turno grazie a una positiva e civile prassi ormai consolidatasi, si porta direttamente allo sportello, al fine di disbrigare le proprie occorrenze.

Confesso che, per il mio sentire, la vista di una donna che sta per mettere al mondo una nuova vita è sempre motivo di gioia e ammirazione.

Una signora di mezza età, invece, presentatasi davanti all’impiegata addetta e a una domanda di quest’ultima, declama ad alta voce di abitare nella cittadina di Alessano, in via Carlo Alberto n. 68.

Nell’udire il nome di tale località, io non resisto a volare col pensiero in direzione di una speciale e amata figura del mondo cattolico e religioso, don Tonino Bello, in vita vescovo di Molfetta e Presidente di Pax Christi, adesso in odore di santità.

Don Tonino era originario proprio di Alessano e le sue spoglie riposano nel locale cimitero, al centro di un piccolo e infiorato giardino, meta di folti gruppi di visitatori e devoti estimatori che arrivano finanche dall’estero.

Strana coincidenza, l’ennesima delle mie, una volta concluso il  piccolo esame e lasciato l’ospedale, percorsi in macchina pochi metri, incrocio il furgone di una ditta di lavori idraulici, con sede sempre in Alessano e con denominazione, riportante il cognome del titolare, guarda un po’, Bello, lo stesso di don Tonino.

toninobello

Le sopra accennate persone, con correlati accostamenti, sono indubbiamente quelle che più marcatamente mi hanno suscitato riflessioni e suggestioni, ma, per fedele completezza, devo dire che, attraverso il rapido soffermarmi nel passare in rassegna il loro viso e il loro guardo, mi è rimasto qualcosa, un segno, di tutte indistintamente le persone presenti.

Come se si fossero accesi dentro di me piccoli fuochi d’interesse e, soprattutto, illuminanti, anche se non chiaramente descrivibili.

Insomma, pure in assenza del mare trasparente, il mio bagno di ieri mi ha fatto bene.

Mentre vado buttando giù queste note, odo chiaramente il crepitio, con saltuari più sonori rimbombi, dei fuochi pirotecnici, protrattisi per circa un’ora e mezza, sparati nella vicina località, nell’ambito dei festeggiamenti in onore della Patrona, Madonna di Pompei.

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