Iscrizioni latine a Spongano. Quando le epigrafi raccontano la storia.

INTERVISTA di Donato Nuzzaci a Giuseppe Corvaglia, Filippo G. Cerfeda, Giorgio Tarantino, autori del libro: ISCRIZIONI LATINE A SPONGANO

 

di Donato Nuzzaci

 

Come è nato il progetto di raccogliere le iscrizioni latine a Spongano?

Giuseppe C.: l’idea è nata tantissimi anni fa e si era arenata. Negli ultimi tempi l’Associazione Panara Antica ha pensato di riprendere un’iniziativa del passato e ridare vita a una Collana, “Nuove note di storia locale”, che riprende una vecchia iniziativa dell’Amministrazione comunale. Questo libro sulle iscrizioni latine ci è sembrato il viatico migliore per partire.

In questa prospettiva ci siamo ritrovati e abbiamo lavorato alacremente senza farci spaventare dai problemi di ognuno e dalle distanze: io a Loano, Filippo a Padova e Gino a Spongano, un triangolo dal perimetro di centinaia di chilometri.

È chiaro che la tecnologia ci ha aiutato molto: trent’anni fa questi supporti ce li saremmo sognati. D’altra parte, questa intervista stessa la stiamo realizzando con un incontro a distanza…

 

Quante iscrizioni avete raccolto?

Gino T.: Sono più di 70 iscrizioni raccolte in 58 schede corredate da 160 foto.  Ogni scheda riporta il testo, la data, la traduzione, la collocazione e ne racconta la storia e il significato o anche dettagli e particolarità raccolte attraverso i documenti e le testimonianze orali dirette.

Epigrafe Torre dell’orologio già Sedile

 

Che senso ha oggi scrivere un libro sulle epigrafi latine?

Giuseppe C.: Meglio di quanto potremmo dire noi ha scritto Salvatore Rizzello nella prefazione dicendo: “…proporre un libro sulle iscrizioni latine non è un’operazione anacronistica, ma una “missione” che ha un triplice merito: far emergere il percorso carsico della storia e la continuità della conoscenza comune nei mutamenti generazionali, mettere in luce il sottile legame con altre comunità, anche molto lontane, di profonde radici identitarie, farci riconoscere per ciò che realmente siamo, viandanti nel tempo su sentieri tracciati e già percorsi.”

 

Di solito, dove venivano collocate le iscrizioni?

Gino T.: Ne abbiamo trovate in diversi posti scolpite, segnate sulle facciate e all’interno di case, chiese e luoghi sacri, in edifici privati e pubblici, su muri o su dipinti, una addirittura su una scultura d’arte moderna.

 

E i proprietari hanno collaborato al progetto di raccolta delle iscrizioni?

Gino T.: Abbiamo sempre trovato disponibilità da parte di tutti che non hanno esitato a fornirci informazioni, dati e notizie, ma abbiamo riscontrato anche la disponibilità di amici che si sono messi a disposizione. Per esempio, un amico ci aveva detto che c’era una epigrafe su Palazzo Stasi (Arcana tua et aliena tace) e io sono andato a cercarla, anche con una certa insistenza e quasi irritando il proprietario. Poi un giorno un altro amico va in farmacia, alza gli occhi e vede l’epigrafe che stava nel palazzo di fianco al palazzo Stasi dove la stavamo cercando.

Come puoi vedere senza la collaborazione di tutti questo libro non avremmo potuto realizzarlo.

 

Qual è stata l’iscrizione che più vi ha colpito tra tutte?

Giuseppe C.: Potrei dire “Arcana tua et aliena tace”, posta sulla facciata di un palazzo in via Diso, perché è un modo elegante per suggerire di farsi gli affari propri e penso che potrei parlare a nome di tutti e tre gli autori, ma a parte questa mi ha colpito molto l’epigrafe posta sul lato ovest della torre dell’orologio di Spongano che è una dedica mariana ed è ricomparsa dopo i restauri di qualche anno fa e già oggi si sta perdendo di nuovo per gli agenti atmosferici. Ci fa capire che il recupero delle testimonianze non è una cosa rinviabile perché può andare perduto facilmente. La stessa cosa possiamo osservare per alcune formelle del timpano del Calvario.

Arcana tua et aliena tace

 

Filippo, qual è stata l’iscrizione che ti ha interessato particolarmente?

Filippo G. C.: Molte iscrizioni hanno suscitato interesse e curiosità, ma in particolare una iscrizione mi ha coinvolto particolarmente: quella collocata sul palazzo della famiglia Marzo, oggi palazzo Polimeno.

Nella iscrizione l’aggettivo MARTIUM è un attributo di EMBLEMA che è neutro.

Con la sua traduzione vediamo la volontà di opposizione tra 2 stemmi gentilizi diversi: l’Ancora (simbolo di attività legata al mare o cognome di un’altra famiglia) e la Palma simbolo della vittoria (specie in battaglia perché Marte è il dio della guerra). Quindi la Palma è simbolo/ornamento di Marte, marziale e, per associazione di idee, dei Marzo, visto che vuole essere l’arme della famiglia Marzo.

 

Forse una competizione con un’altra famiglia di Spongano?

Epigrafe di Palazzo Marzo ora Polimeno

 

Gino, qual è stata l’iscrizione che ti è rimasta più impressa?

Gino T.: Dobbiamo dire che le epigrafi raccolte ci sono piaciute tutte e tutte hanno suscitato un vivo interesse in noi. Ogni epigrafe è stata una scoperta sia per informazioni che ritrovavamo, sia per il ritorno a maneggiare il latino che nel caso mio e di Giuseppe non si basava su una frequentazione consueta.

A me poi è piaciuta molto quella di Casina Stasi, “Pusilla domus…” perché esprime manifestamente il senso di ospitalità, di giorno e di notte, verso persone a cui si tiene molto ed evoca uno dei valori più belli che ci siano: l’amicizia. La casa, per quanto piccola è a disposizione degli amici, con generosità e affetto. Un motto che mi sentirei di fare mio.

Epigrafe Casina Stasi

 

Filippo, perché venivano realizzate queste epigrafi-iscrizioni?

Filippo G.C.: Un’epigrafe è un manifesto: dichiara una scelta di vita, una filosofia. Può essere anche ostentazione di ricchezza; a volte appare quasi come un comizio contro avversari veri o presunti; oppure è una preghiera, o una maledizione: è tante cose.

Nel momento in cui si edificava la casa o il palazzo, la massima che il proprietario voleva scolpita sull’architrave equivaleva ad un blasone di nobiltà intellettuale e morale, un blasone che diventava uno stimolo categorico a bene operare per sé e per i propri discendenti, per i vicini, per i parenti, per coloro che di là passavano e la leggevano, per la propria e le future generazioni. Essa aveva un valore assoluto in quanto nasceva da una profonda convinzione e da lunga esperienza di vita vissuta.

Le società del passato amavano ostentare il sapere, e non solo, ma anche il “fare”. Tutte le opere di misericordia materiale, le pie istituzioni, a vantaggio dei poveri, orfani, vedove e maritande: tutto ciò veniva “inciso su pietra”, come a perpetuare nei secoli la presenza e l’esistenza di quelle generazioni.

 

Gino, chi erano – di solito – i committenti?

Gino T.: Sicuramente nobili, borghesi e benestanti, ma anche la popolazione, attraverso il Comune e la Chiesa, per fissare nel tempo un evento importante per la comunità.

Quindi le iscrizioni spesso esaltavano nobili o possidenti, giammai singoli cittadini, vero? Oppure vescovi o uomini di chiesa, o ancora riportavano passi di testi religiosi particolarmente significativi?

Gino T.: Non sempre erano celebrative di nobili. Ricordo una iscrizione in lingua italiana su un vaso scolpito del cimitero che celebrava una bimba, figlia di un artigiano, morta prematuramente che esprimeva il dolore dei genitori. (“A GRAZIA RIZZELLO I GENITORI” “a soli tre anni ti perdemmo, chi ne consolerà”)

Inoltre, ne abbiamo trovata una che diceva MOLIRE UT MOLAM che poteva essere addirittura uno slogan pubblicitario di un frantoio o di un mulino.

Epigrafe chiesa madre

 

Filippo, qual è la differenza tra epigrafi e araldica? Entrambi possono o potevano andare spesso a braccetto?

Filippo G. C.: L’epigrafe è una iscrizione scolpita su pietra o vergata a mano mentre l’araldica è una disciplina, una materia specifica che studia gli stemmi e i blasoni nobiliari o vescovili. Quasi sempre negli edifici pubblici o residenze nobiliari le epigrafi erano sempre accompagnate con il blasone di famiglia, con lo stemma gentilizio o nobiliare che ostentava ricchezza e affermazione sociale. Soprattutto sugli altari o sui dipinti la presenza dello stemma di famiglia era indicativa della committenza della stessa opera d’arte.

 

Quali erano le funzioni delle iscrizioni?

Gino T.: Potevano avere una funzione informativa, didascalica, ma anche morale, dove l’epigrafe diventava un monito per il lettore.

Tuttavia, non mancava fra gli scopi anche quello di un tributo alla memoria di personaggi particolarmente importanti ed amati dalla collettività.

 

Quale tipo di pietra veniva usata?

Giuseppe C.: La pietra poteva essere la più diversa anche se la maggior parte veniva vergata su pietra locale, ma epigrafi si trovano su marmo e anche su tela o targhe di metallo o scritte su stucco o su intonaco.

 

La lingua latina era capita dal popolo oppure erano messaggi per le persone colte e pochi eletti?

Giuseppe C.: Il popolo non comprendeva la lingua latina, anche nelle preghiere spesso le ripeteva senza comprenderne il senso e addirittura nel ripeterle le corrompeva con elementi di dialetto o di volgare.

Il messaggio delle epigrafi era un messaggio solenne e autorevole e doveva servirsi della lingua istituzionale perché doveva essere tramandato a futura memoria.

 

Si può affermare che le iscrizioni erano i manifesti, i giornali o i “social network” del passato? E viceversa gli attuali social possono avere la funzione delle iscrizioni del passato?

Giuseppe C.: Il messaggio dei social network vuole dare visibilità a chi lo scrive, ma non dà l’eternità per via del fatto che i messaggi arrivano dappertutto, magari hanno una risonanza maggiore, ma sono effimeri, mentre l’epigrafe era destinata a perpetuarsi ben oltre la vita di chi l’aveva scritta. Pensa all’epigrafe per antonomasia, la scritta che Dante trova sulla porta dell’inferno “…io etterna duro…” ecco quello era lo scopo dell’epigrafe, i post dei social va ancora bene se durano qualche giorno.

 

Come mai oggi si realizzano sempre meno iscrizioni durature?

Giuseppe C.: Non direi. Pensiamo ai murales o alle iscrizioni dei writers che usano l’italiano, l’inglese, talvolta un loro lessico particolare e criptico… anche la strofa di una canzone o il verso di una poesia può diventare una epigrafe nell’ambito di un murales. Anche loro hanno una loro ragione e una loro efficacia comunicativa e anche quelle possono durare per sempre o per lungo tempo.

Si potrebbe fare un paragone tra le iscrizioni del passato e i tatuaggi sulla pelle?

Anche i tatuaggi sono un messaggio forte e inequivocabile, a volte esplicito ed a volte criptico, che riguarda la persona che lo porta e fa parte della sua identità, ma non è destinato a durare nel tempo, ma dura soltanto per la durata della vita di chi lo porta.

 

Come mai sono piuttosto rare le iscrizioni in lingua italiana? Ne esistono in lingua dialettale?

Giuseppe C.: Io credo che epigrafi in italiano ce ne siano tantissime. Pensa ai monumenti, alle lapidi dei cimiteri, alle lapidi commemorative… Abbiamo poi esempi di epigrafi in volgare anche molto antichi come quella di Minervino del 1473 (COMO LU LIONE ET[E] LO RE DELLA NIMALI CUSI MENERBINO ET[E]LO RE DE LI CASALI A.D. MCCCCLXXIII regnante Rege Ferdinamdos) e il distico di Corigliano d’Otranto del primo ventennio del ‘500 (HUMILE /SO/ ELLHUMELTA / MABBASTA/ DRACON/ DEVE(N)TARO/ SALCHU(N)/ ME/ TASTA), sono certamente le prime due testimonianze epigrafiche volgari più antiche del Salento.

Il dialetto non è usuale, ma anche quello viene usato, io stesso, per l’epigrafe della tomba di mio padre ho usato il dialetto sponganese.

 

Filippo, qual è la funzione delle iscrizioni nelle chiese e nei luoghi sacri come, ad esempio, nel Calvario di Spongano?

Filippo G. C.: Le iscrizioni nelle chiese o all’interno delle cappelle, pubbliche o private, quasi sempre mettevano in evidenza i diritti di patronato laicale (Jus patronatus laicorum) delle famiglie più influenti e cospicue, oppure le committenze. Le chiese parrocchiali e confraternali erano costruite publico sumptu (con denaro dei cittadini) e con la loro fatica e sacrificio: tutto ciò veniva “inciso su pietra”, perché Scripta manent, come a perpetuare nei secoli la presenza e l’esistenza di quelle generazioni.

La simbolicità del Calvario di Spongano (a forma di tempio circolare) ci dice che il cielo e la terra sono collegati con questo Calvario, dove Dio si è abbassato fino alla morte per risollevare l’uomo fino al cielo. Inoltre, nel Calvario, ci sono altri due elementi che fanno di questo monumento un’autentica mistagogia ecclesiale, che introduce chi vi legge, nella comprensione più profonda del mistero stesso di Cristo; questi due elementi sono le epigrafi e le icone.

Nella tradizione della Chiesa cattolica i gesti dei sacramenti si esprimono “per ritus et preces”. Per “ritus”, ossia gesti simbolici, possiamo intendere le icone, mentre per “preces” possiamo qualificare le epigrafi.

Cupola interna del Calvario

 

Come continua oggi e come continuerà la tradizione delle iscrizioni in questa epoca di “social” dove sempre meno si lasciano segni scritti tradizionali e sempre più emergono rappresentazioni nella realtà internettiana, virtuale?

Giuseppe C.: La rete sarà la principale destinataria dei messaggi, ma credo che l’epigrafi non smetteranno mai di esistere, certo, non in latino, con modalità diverse, ma resisteranno perché chi passa da un luogo ricordi una persona, un evento, una lezione.

 

Cosa ha lasciato a voi tre questa esperienza?

Gino T.: Abbiamo imparato che è possibile lavorare in équipe anche in questo ambito. Lavorando insieme con pazienza e tenacia, mettendo in comune le proprie competenze e le risorse, rinunciando alle gelosie e agli interessi personali, un’idea è diventata un progetto fatto e finito che ha raggiunto uno scopo nobile, quello di offrire la conoscenza agli altri.

Abbiamo imparato che la lontananza fisica viene azzerata dalla tecnologia e la vicinanza dello spirito conta davvero, che chiedendo per scopi buoni, le porte si aprono e gli amici ci sono. Infine, abbiamo scoperto che lavorando si cresce e si può raggiungere una sana soddisfazione.

 

Avrete occasione di incontrare il pubblico? Quando?

Gino T.: Domenica 14 agosto 2022 nella bella cornice di Parco Rini a Spongano io e Giuseppe dialogheremo con Salvatore Rizzello dell’Università del Salento, e Dario Vincenti presidente della Società di Storia Patria Sezione Sud Salento “N.G. De Donno”. Filippo, che sarà assente, manderà un messaggio per i lettori.

 

Quale potrebbe essere l’iscrizione latina adatta per questo vostro libro?

Giuseppe C.: DONEC FERETRUM SEMPER DISCIMUS… AC FORTASSE ETIAM POSTEA , fino alla bara sempre si impara… e forse anche dopo.

 

Intervista a cura di Donato Nuzzaci

Agosto 2022

 

Il porto di Brindisi: una storia sconosciuta (terza parte)

di Nazareno Valente

 

  1. Il tentativo risolutivo.

Ci si è soffermati un bel po’ sull’argomento riguardante l’orientamento del canale fatto da Pigonati, sperando così di non lasciare più spazio alla fantasiosa tesi, cara ad Ascoli, che lo considerava il principio scatenante dell’interrimento, quasi che, trovata la direzione ideale, tutto si sarebbe d’incanto aggiustato. E, sebbene possa sembrare strano, numerose sono le cronache locali le quali affermano tuttora che questa modifica risolse il problema dell’insabbiamento del porto interno di Brindisi, a volte favoleggiando addirittura sull’anno preciso in cui si azzeccò l’angolazione esatta del canale. Per quanto su questo specifico punto, non ci sia accordo: c’è chi racconta che capitò nel 1847 e chi propende per il 1856, tirando per forza ad indovinare, considerato che un simile fausto evento non è mai capitato.

Nella realtà, s’è potuto constatare che, se presumibilmente nel 1843 un esperimento un tal senso fu fatto da Albino Mayo, esso si risolse in un fiasco: modificato l’orientamento nel modo che si riteneva giusto, il canale continuò ad insabbiarsi né più, né meno, di come accadeva prima.

Tra le altre cose, l’ipotesi sull’errata direzione del canale che Ferrando Ascoli formulò nell’ultimo ventennio del XIX secolo, già alla fine del secolo precedente godeva d’un credito molto limitato, considerato che sin da allora si cercava di percorrere altre vie. Non è un caso che Pollio aveva pensato di far ricorso ad un molo per attenuare gli effetti dei venti da sud-est, ritenendo quindi che l’orientamento del canale non fosse certo la causa principale e che le origini dell’insabbiamento fossero dovute alla cosiddetta corrente “littoranea”, come con doppia “t” veniva allora chiamato tale fenomeno negli ambienti specialistici. Nello specifico neppure la trovata ideata da Pollio, rimasta per altro pura teoria e mai realizzata nel concreto, avrebbe risolto il problema, ma il principio andava per certi versi nel senso giusto: il canale andava in un qualche modo tutelato. Bisognava però capire bene da cosa.

In definitiva, però, tra gli addetti ai lavori prevaleva ormai l’opinione che l’interrimento fosse dovuto alla corrente litoranea e che, di conseguenza, bisognasse proteggere il canale da un simile effetto. Semplificando al massimo le cose, vediamo cosa s’intendeva per corrente litoranea.

Intanto, per capirsi meglio si dia un’occhiata ad una delle mappe già fornita per caratterizzare il porto brindisino, in modo d’avere un’idea precisa di com’era strutturato a quei tempi.

Si noterà come l’isola di Sant’Andrea fosse un’isola a tutti gli effetti, non essendo ancora collegata alla terraferma con una diga. In aggiunta non aveva tutti quei moli che da essa adesso si dipartono, così come non c’era una diga che collegava le Pedagne a Capo Bianco e neppure tutto quel cemento che ricopre Costa Morena. In queste condizioni avveniva che tutti i flutti del settore compreso tra Nord-Ovest e Nord-Est, passando per Nord, irrompevano nel porto attraverso la Bocca di Puglia (ora chiusa dalla diga) e per l’apertura tra l’isola di Sant’Andrea e le Pedagne. Ebbene gli studi fatti nel periodo borbonico si basavano sul concetto che la corrente litoranea, spostandosi lungo il litorale a Ponente dell’ingresso del golfo brindisino, raccoglieva lungo il suo percorso detriti, sabbia e materia d’ogni genere che poi introduceva nel porto e sospingeva verso l’imboccatura del canale, proprio a causa dei flutti prima menzionati. Tuttavia poiché la costa a Ponente del porto esterno è composta prevalentemente da roccia bassa non facilmente friabile, era poco probabile che il materiale raccolto e convogliato all’interno fosse di tale entità da creare gli interrimenti rilevati. Pertanto questa teoria era in effetti priva di reale fondamento, tuttavia, essendo ritenuta quella corretta, le eventuali soluzioni si cercavano sempre nel suo ambito, e tutti i vari insuccessi collezionati erano dovuti a questo preconcetto.

A lungo andare, invece di considerare sbagliata la teoria su cui si basavano i progetti, si diffuse la sensazione, divenuta sempre più certezza, che era l’impresa in sé, vale a dire il non fare insabbiare il canale, ad essere impossibile. Per questo motivo tutti i principali ingegneri dell’epoca, che avevano fatto studi o progetti sul porto brindisino, erano convinti dell’inutilità di fare ulteriori tentativi, in quanto ritenevano impossibile che si potesse ristabilire la navigabilità dei suoi seni interni. In altre parole, non c’era  soluzione al problema: qualunque cosa si fosse fatta, il canale era in maniera ineludibile destinato ad ostruirsi. Salvo non si volessero fare periodiche pulizie del canale, il porto interno non sarebbe stato in grado di andare oltre il piccolo cabotaggio.

Con l’annessione del regno di Napoli al regno d’Italia, la questione del porto di Brindisi fu ripresa in esame e, sebbene si fosse ormai tutti persuasi che non ci fossero speranze per il porto interno, l’allora ministro Ubaldino Peruzzi decise ugualmente di fare un’ultima prova coinvolgendo nel progetto un ingegnere francese, Victor Poirel, residente in Toscana, che godeva di buona fama per aver diretto con successo i lavori di ricostruzione del porto di Livorno. Poirel fu così incaricato, con dispaccio del 15 maggio 1861, di «proporre i lavori occorrenti per ristabilire il porto di Brindisi lasciato in abbandono». Nel disimpegno di questo problematico compito, l’ingegnere francese chiese ed ottenne di essere coadiuvato da un ingegnere aretino del Corpo del Genio Civile, Tommaso Mati, che era già stato suo primo aiutante nelle opere per il porto di Livorno.

È utile a questo punto ritornare per qualche altro istante sulla configurazione all’epoca posseduta dal porto brindisino, utilizzando la relazione della commissione costituita dalla Camera dei deputati che, tra il 1861 ed 1862,  analizzò il progetto di restaurazione, in sede di predisposizione del disegno di legge.

«Nella provincia di Terra d’Otranto, quasi all’imboccatura dell’Adriatico, fra la punta di Penna ed il Capo Cavallo si apre un vasto golfo, in mezzo del quale un ampio profondo seno conterminato dalla punta di Mater Domini e dal Capo Bianco, in parte difeso dalle isolette denominate le Petagne e dall’isola, ove sorge il Forte di Mare, forma il gran porto esterno di Brindisi, ossia la rada. Il fondo del seno restringendosi tra le falde de’ colli soprastanti, si parte in due rami, o seni minori, i quali contornando una punta di terra, su cui ergesi la città, ed inoltrandosi sino allo sbocco di due valli, costituiscono il vasto porto interno». Dopo aver fornito lo scenario in cui era collocato il porto brindisino, la commissione riferì sugli aspetti tecnici. Si viene così a sapere che, a quel tempo, il porto esterno aveva una profondità dai 7 ai 18 metri in tutta la sua estensione e nella porzione del lato occidentale, denominata “Cala delle Navi”, poteva dare sicuro ricetto a moltissime navi di qualsiasi grandezza, anche quando erano in atto i fortunali. Nel porto interno il seno di ponente aveva una profondità dai 6 agli 8 metri nei trequarti della sua estensione, per degradare nella restante parte sino agli 0,5 metri, in prossimità delle spiagge; il seno di Levante aveva, invece, una profondità dai 4 ai 5 metri per metà della sua estensione e per l’altra metà da 1 a 3,5 metri. Il canale di comunicazione tra porto interno e rada (o, come diremmo noi, porto medio) aveva a sua volta una profondità dai 3 ai 4 metri, però decrescenti verso la foce, e queste pur limitate profondità si avevano «solo nel mezzo a guisa d’un solco tortuoso, che rende malagevole la navigazione sin delle più piccole navi». Quindi lo stato del canale rendeva precaria la comunicazione tra rada e porto interno e precludeva la navigazione e gli ormeggi in quest’ultimo. Le navi erano così costrette ad ormeggiare nel porto esterno, dove avrebbero potuto accedere in teoria da tre ingressi. Il primo a ponente dell’isola di Sant’Andrea, tra la stessa isola e la punta di Materdomini, denominata come sappiamo Bocca di Puglia; il secondo, a levante, tra Forte a Mare e le Pedagne ed il terzo dal Passaggio dei Trapanelli, tra le Pedagne e Capo Bianco. Tuttavia quest’ultimo accesso era di difficile transito sia per le scogliere che vi si addensavano, sia per l’ampia secca allora esistente che s’incontrava superata la sua imboccatura. L’ingresso per la Bocca di Puglia creava a sua volta grossi problemi, quando spiravano forti venti da sud, ed inoltre era di difficile transito per i bastimenti d’una certa stazza, sia per la strettezza, sia perché poco profondo. Di fatto l’unico ingresso agevole era quello tra Forte a Mare e le Pedagne che, in più, era talmente largo da «potervisi anche volteggiare».

 

La pianta della rada e del porto di brindisi del 1863 (figura n. 5) fornisce un utile riferimento visivo dei possibili accessi al porto esterno, delle secche esistenti, e dello stato in cui l’ultimo tentativo borbonico avevano lasciato il canale di comunicazione. Più che un canale aveva le sembianze d’un imbuto (figura n. 6) — si riteneva infatti che i detriti depositativi dalla corrente litoranea sarebbero defluiti con maggiore facilità, grazie alla ristrettezza dell’imboccatura — con un fondale che solo in alcuni punti raggiungeva i 5 metri e con ancora l’esistenza della secca angioina, che rendeva ancor più difficile la navigabilità in ingresso nel porto interno.

Il fallimento dell’ultimo grande progetto in cui i funzionari borbonici avevano dilapidato una cifra considerevole, senza ottenere in riscontro risultato alcuno, aveva lasciato un senso d’impotenza soprattutto nei tecnici napoletani che avevano partecipato al tentativo, convinti, come già s’è detto, che il porto interno doveva considerarsi perso per la grande navigazione. Sicché a Poirel e Mati, che erano andati a Napoli per acquisire il loro parere, oltre a prendere possesso della documentazione dei tentativi fatti in precedenza, non poterono che ribadire il loro convincimento, vale a dire che non c’era modo di evitare che il canale di comunicazione s’insabbiasse.

Se ne stava persuadendo pure Poirel, molto meno Mati che, essendo l’aiutante, aveva dovuto sobbarcarsi il lavoro di riordinare ed esaminare tutti documenti ed i rilievi idrografici esistenti nell’archivio napoletano sul porto di Brindisi, e s’era quindi potuto fare un’idea più precisa di come stavano le cose. In poche parole l’opinione dei tecnici riprendeva, come già accennato, quella di Afan de Rivera: per loro bisognava abbandonare i seni interni, o al più  ridurli a bacini di commercio per piccole imbarcazioni, e creare, ex novo, un comodo porto commerciale nel seno esterno, nel quale avrebbe potuto trovare spazio pure una rada o un avamporto. Mati invece, già dall’esame delle carte idrografiche, s’era persuaso del contrario: c’era una possibile soluzione al problema, per altro neppure tanto sofisticata, e si poteva  evitare l’interrimento del canale, ristabilendo quindi la piena funzionalità dei seni interni, che lui trovava «bellissimi». Tuttavia si astenne, in quella sede, dal fare obiezioni, ritenendo necessario innanzitutto studiare di persona il porto analizzzandone «il regime della costa esterna, nonché quella della lingua di terra nella quale apresi il canale di comunicazione fra il seno esterno e quegl’interni; canale soggetto a continui e rilevanti interrimenti».

Mentre Poirel e Mati aspettavano che un piroscafo della regia marina arrivasse a Napoli per trasportarli a Brindisi, l’ingegnere francese si ammalò gravemente e la missione fu sospesa. Mati rientrò così a Livorno con tutta la documentazione raccolta sul porto di Brindisi, certo che la questione non sarebbe stata ripresa prima della guarigione del suo diretto superiore. Ma, per fortuna del futuro del nostro porto, così non avvenne. Il ministro Ubaldino Peruzzi, impaziente che la questione del porto di Brindisi fosse definita in breve tempo, considerandola di estrema urgenza  per i futuri risvolti commerciali con l’Oriente, non volle attendere che Poirel si riprendesse. Così, con decreto del 17 luglio 1861, incaricò Mati di studiare la situazione e di «presentare, entro breve termine, un progetto di massima». Come dire che si sovvertivano tutte le gerarchie: la direzione veniva data ad un aiutante il cui grado era inferiore alla maggior parte degli ingegneri con cui avrebbe avuto a che fare. Questo creò malumori e pose Mati in una situazione di disagio sin dall’inizio di questo suo estemporaneo incarico.

Sulla nave che da Livorno lo portava a Napoli, Mati incontrò il barone Nisco, parlamentare del regno, il quale, sapendo dell’incarico affidatogli, dopo avergli parlato a lungo delle vicende del porto di Brindisi e di tutto il denaro che s’era sprecato invano, lo invitò, appena giunti a Napoli, a partecipare ad una riunione dei principali ingegneri napoletani che lui aveva di proposito organizzato. La riunione avvenne e fu per Mati scoraggiante, sia per le difficoltà che gli venivano esposte, essendo la gran parte dei suoi interlocutori contraria che un tentativo fosse effettuato, sia per il fatto che tutti i convenuti erano ingegneri capo oppure ispettori mentre lui era un semplice ingegnere ordinario di prima classe. Quelli, che in questa particolare circostanza erano dei semplici interlocutori, sarebbero divenuti al momento opportuno suoi giudici, considerato che per l’alto ruolo ricoperto avrebbero sicuramente fatto parte della commissione incaricata di valutare il suo progetto. Dal loro attuale atteggiamento, comprese sin da subito l’opposizione che avrebbe incontrato, qualunque fossero state le sue proposte.

Mati giunse alfine a Brindisi in agosto con un piroscafo francese, noleggiato dal governo italiano per raccogliere gli sbandati dell’esercito napoletano, che ormeggiò nel porto esterno nella Cala delle Navi, quindi poco distante dal canale e poté subito rendersi conto che i fondali limitrofi erano talmente interriti da «non permettere il passaggio che di piccole barche». Constatò inoltre che ben pochi porti, e forse nessuno del Mediterraneo, erano stati favoriti dalla «natura come quello di Brindisi» che quindi, messo in condizione di funzionare a pieno regime, era attrezzato con i suoi seni interni e quello esterno «a soddisfare a qualunque siasi esigenza del commercio e della navigazione». Per il resto, gli furono sufficienti una ventina di giorni per confermare la convinzione, già formatasi a Napoli, che non vi sarebbero state soverchie difficoltà per far sì che il porto di Brindisi tornasse perfettamente in funzione.

Gli scandagli fatti e gli accurati esami delle coste esterne ed interne del golfo, soprattutto la costa Guacina e la costa Morena, rispettivamente a ponente ed a levante del porto esterno, gli avevano fatto comprendere quali erano le cause dell’interrimento cui erano soggetti il canale e le zone limitrofe. Le summenzionate coste presentavano infatti manifesti indizi di grandi corrosioni antiche e recenti che facevano comprendere come i «potenti interrimenti» fossero dovuti «quasi esclusivamente dalle avvertite corrosioni e che bastava impedire queste per rendere possibile la conservazione dei fondali del porto esterno, nel canale di comunicazione con i seni interni e nelle zone più prossime al detto canale». Di fatto Mati aveva constatato che la costa Guacina e, soprattutto, la costa Morena, essendo composte di incrostazioni «arenarie conchilifere, commiste a strati di terra», erano soggette «a progressiva soluzione e a corrosioni continue» creando dei depositi sia a nord-ovest, sia a nord-est del canale. Per questo andavano protette con un «rivestimento» per evitare questo fenomeno di corrosione continua: la costa Morena con scogliera  alla base di tutto il tratto tra Fiume Grande e Fiume Piccolo e analogamente la costa Guacina per un buon tratto a partire dalla sponda occidentale del canale.  Inoltre ad ulteriore protezione della bocca del canale, e sempre per garantirsi da depositi di materiale in prossimità della foce, il Mati prevedeva che dalla punta più sporgente della Costa Morena, a destra di Fiume Piccolo, fosse edificata una diga che avanzasse verso nord per circa 500 metri. Appurò infine che il contributo ambientale negativo dato dalle vallate di Ponte Grande e Ponte Piccolo ai seni interni era limitato e comunque tale da poter essere tenuto a freno con «periodiche escavazioni».

In definitiva, oltre alle soluzioni specifiche previste per evitare che il canale si ostruisse, creando di conseguenza estese paludi nei seni interni, e che altre parti della rada s’insabbiassero, il progetto di Mati riorganizzava complessivamente il porto in modo da poterlo porre in competizione con i principali porti nel commercio con l’Oriente. In prima battuta, vista la necessità che lo scalo fosse funzionale in concomitanza con l’apertura del canale di Suez, il progetto prevedeva l’esecuzione dei lavori più urgenti. Pertanto, alfine di liberare dagli interrimenti il canale, il porto interno e la rada, e per difendere la rada, o porto esterno, dai venti, il Mati progettava per l’immediato futuro, oltre a proteggere le coste Guacina e Morena dai fenomeni di erosione, i seguenti lavori:

  1. di chiudere con una diga la Bocca di Puglia, in modo da impedire la formazione di depositi fatti dai venti dominanti da nord-ovest; inizialmente la diga sarebbe stata costituita da una semplice gettata e, in seguito, munita di coronamento, banchine e muri di difesa;
  2. di costruire altre due dighe, la prima lunga 400 metri con inizio la punta del telegrafo di Forte a Mare e direzione mezzogiorno scirocco (SSE); la seconda, già prima descritta, con inizio la punta più sporgente della costa Morena, così che le testate incontrandosi con la direzione di greco-levante (ENE) difendessero la rada dai venti di traversia; anche in questo caso inizialmente si sarebbe trattato di semplici gettate;
  3. riaprire il canale di comunicazione tra porto esterno e porto interno, corredandolo da entrambi i lati da robusti muri di sponda ed alla profondità di 10 metri, in modo che la sua minore larghezza alla foce non fosse inferiore agli 80 metri e che s’allargasse con curve regolari sino ad unirsi con i muri di sponda del porto interno;
  4. di distruggere le varie secche;
  5. di costruire banchine sia nel porto interno, sia nella rada.

Le dighe proposte avrebbero creato un avamporto, come si diceva allora, ben protetto dai venti e dalle correnti, dove con sicurezza, ed in alternativa ai seni interni, avrebbero potuto trovare ricovero i bastimenti che non avessero avuto necessità di inoltrarsi sino alle banchine del porto interno. Di fatto adesso è lo spazio che contraddistingue il porto medio, dove vengono in prevalenza svolte le attività portuali. Oltre a questo scopo, avrebbero concorso anch’esse a preservare le coste dai fenomeni di erosione.

Operando in questo modo Mati assicurava che si poteva porre riparo ai problemi sino ad allora evidenziati dell’interrimento e dell’impaludamento nei due seni interni, portando allo stesso tempo beneficio alla situazione ambientale della città.

Cosa che, a lavori appena abbozzati, avvenne.

Fu quindi l’ingegnere Tommaso Mati a risolvere i problemi del nostro porto, e noi Brindisini dovremmo serbarne ricordo, dandogli così merito del futuro meno problematico cui, grazie al suo progetto, andò incontro la città. Depistati però dalle fantasie cronachistiche, è già tanto se sappiamo che egli sia mai esistito.

In definitiva, la soluzione era stata finalmente trovata, e non era legata all’orientamento del canale oppure alla corrente litoranea, quanto piuttosto al regime delle coste e delle spiagge. Iniziava però a quel punto la parte difficile del percorso, perché bisognava ottenere il consenso delle autorità.

Come Mati aveva temuto, il suo progetto, presentato il 25 novembre 1861, fece arricciare il naso a più d’un ingegnere. A manifestare il maggiore dissenso erano soprattutto quelli che, nel passato regime, s’erano interessati della questione senza riuscire a venirne a capo. Fortuna volle che in quel lasso di tempo fosse divenuto ministro dei lavori pubblici Luigi Federico Menabrea — ritenuto dai più un retrogrado ma che studiava da sé i progetti e non si lasciava suggestionare dalle opinioni altrui — il quale, invece, trovò valido il documento presentato da Mati.

Altra circostanza fortunata fu che, proprio al momento opportuno, si schierò a favore del progetto di restaurazione del porto un personaggio allora di grande influenza per i suoi trascorsi militari: il generale Bixio. Se per il porto interno di Brindisi non fu intonato il de profundis, molto si deve all’ingegnere Tommaso Mati che trovò la soluzione tecnica al problema dell’interrimento del canale di comunicazione. Ma non piccolo merito ebbero, come meglio si vedrà nel prosieguo, i generali Luigi Federico Menabrea e Nino Bixio.

 

  1. Lo scontro parlamentare sul progetto Mati.

Allegato agli atti parlamenti, un prezioso disegno inedito (figura n. 7)  riassume con chiarezza come il progetto di restaurazione del porto brindisino presentato da Mati intendesse realizzare un avamporto, delimitato dalla diga tra Materdomini e l’isola di Sant’Andrea e dai due moli rispettivamente da edificarsi da Forte a Mare, con direzione mezzogiorno scirocco (SSE), e dalla costa Morena con direzione tramontana (nord). La diga ed i moli  summenzionati avrebbero inoltre coadiuvato le scogliere “salvaripa” delle coste Morena e Guacina nel proteggere la foce ed il canale di comunicazione da futuri interrimenti, consentendo così l’accesso di qualsiasi tipo di bastimento nel porto interno.

Era un progetto per certi versi rivoluzionario che proprio per questo sollevò da più parti critiche d’ogni genere. Le disapprovazioni più numerose riguardavano i due moli che, pur avendo il pregio di rendere l’avamporto più protetto dai venti, rischiavano tuttavia di renderlo di più difficile accesso per le navi a vela. Qualcuno temeva inoltre che  il molo di costa Morena avrebbe potuto essere esso stesso una causa d’insabbiamento del canale e non già uno strumento idoneo a prevenirlo. Tali considerazioni traevano in genere spunto dal fatto che a quei tempi  la navigazione a vapore non s’era ancora del tutto imposta, e molti dei “vecchi” ammiragli erano più avvezzi  alla navigazione a vela, la quale non amava gli ostacoli ed il dover fare manovre per superare strettoie, come quella prevista tra i due moli, soprattutto quando non si godeva del favore del vento.

C’era però un’altra necessità che in quel periodo era sorta con la nascita del nuovo regno: quella di un’adeguata difesa marittima. Occorre infatti ricordare che a quel tempo le coste adriatiche erano sotto la minaccia dell’allora tradizionale nemico, l’Austria, che aveva le sue basi sull’altra sponda e che estendeva il suo dominio ancora su tutto il Triveneto. E questa minaccia era resa ancor più inquietante dal fatto che, proprio l’uso del vapore, consentiva lo spostamento rapido di notevoli contingenti di truppe e che la sponda italiana dell’Adriatico era, con l’eccezione di Ancona, sguarnita di basi navali che potessero difenderla. Gli Austriaci, ben più attrezzati, avrebbero pertanto potuto senza eccessivo sforzo attaccare il Basso Adriatico, del tutto indifeso, e costituire in breve tempo una testa di ponte, poi difficile da scacciare. Per questo motivo la marina militare aveva pensato di rafforzare la difesa marittima creando altre basi, e gli unici porti attrezzati per ospitarle erano allora Manfredonia e, soprattutto, Brindisi. Il nostro porto era particolarmente favorito perché i suoi seni interni avrebbero potuto permettere di ormeggiare in acque tranquille, proprio ciò di cui le navi corazzate a vapore, ancora del tutto sperimentali, avevano maggiormente bisogno. Sicché la marina militare, avendo interesse all’uso del porto interno brindisino, avrebbe preferito che i soldi fossero stati spesi per il suo potenziamento piuttosto che per evitare l’interrimento del canale, cui si sperava in un qualche modo di ovviare senza però adottare il sistema alquanto oneroso di scogliere e di moli proposto da Mati. A tutti i mugugni si aggiunse il parere sfavorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici che, a quel punto, sembrò sancire la fine anticipata del progetto.

Il ministro Menabrea, però, pur non essendoci l’assenso del Consiglio superiore dei lavori pubblici, ottenne ugualmente dal re l’autorizzazione a presentare al parlamento il progetto di legge che prevedeva lo stanziamento di 6 milioni «per i lavori più urgenti di ristorazione del porto di Brindisi», da effettuarsi tra il 1864 ed il 1869, secondo quanto previsto dal progetto Mati.

Con tanti spifferi che facevano temere il peggio, il progetto approdò così alla Camera dei deputati il giorno 22 luglio 1863, avendo almeno acquisito, sia pure con qualche distinguo, il parere favorevole della commissione incaricata dell’esame preliminare del disegno di legge proposto. La commissione, ricordata con il nome del suo relatore, Devincenzi, sottolineava a ragione che era necessario pensare anche alle infrastrutture — la cui mancanza comportò appunto che lo scalo brindisino con il tempo finì per perdere peso rispetto a Marsiglia, che si riappropriò così del ruolo di capofila nei viaggi per l’Oriente — e ad un’azione più incisiva riguardo la bonifica dell’entroterra brindisino, per migliorare le condizioni ambientali della città.

Sin dall’inizio della discussione si poté comprendere che non spiravano certo venti favorevoli. A sfavore parlò soprattutto il contrammiraglio Napoleone Scrugli, in buona parte perché ancora legato alla navigazione a vela, un po’ perché, per il ruolo ricoperto, non poteva esimersi dal farsi portavoce delle esigenze della marina militare. La proposta era da lui ritenuta non solo inadeguata ma addirittura deleteria, tanto da fargli prevedere a chiare lettere che avrebbe portato il porto brindisino alla sua definitiva rovina. Propugnatore della teoria della corrente litorale, di cui abbiamo già fatto cenno la volta scorsa, egli così argomentava: «Questa corrente [litoranea] diviene più forte allo spirare dei venti di tramontana», appunto come avveniva all’ingresso della Bocca di Puglia, ed «è impossibile allontanare la torba che la corrente seco porta, quindi non si eviteranno i suoi sedimenti se non rispettando o promuovendo possibilmente il suo ordinario corso». In pratica, per garantirsi dall’interrimento, il contrammiraglio riteneva fosse sufficiente allargare il canale, quasi a farlo sparire, e «darsi inoltre alla bocca interna del canale una minore ampiezza, onde le acque acquistassero in quel punto maggiore velocità. Egli è per sua natura evidente che le acque medesime, una volta entrate nel porto, debbano, reagendo, sortirvi, e quindi in quel punto egual forza riacquisterebbe nel riflusso la corrente nel riportar fuori quelle arene che seco dapprima conduceva… [così] da lasciare il canale sempre scevro da interrimento, e quindi non ostruito l’adito al porto». Mentre, a sua detta, la proposta di Mati, chiudendo la Bocca di Puglia, creava maggiori complicazioni. In aggiunta, la previsione dei due grandi moli avrebbe lasciato una via di accesso così «angusta e difficile che le arene per rigurgito di corrente vadino a depositarsi lì nei porti ove le acque restano nella massima quiete e senza affatto moto». Pertanto, impedire che la corrente faccia il suo corso e che la «torba una volta gettata sulla costa non possa essere dalla corrente medesima ricacciata, che ne avverra? che l’interrimento ne sarà l’effetto». Infatti, a suo giudizio, le correnti «non trovando più la Bocca di Puglia» avrebbero portato nel porto interno «tutte le torbe e tutto il materiale» che poi, sopraggiunta la calma, le acque avrebbero deposto con la conseguenza di insabbiare  «in pochissimi anni il vostro porto». Quindi il progetto Mati non solo creava ostacolo alla navigazione ma rischiava di ostruire ancor più il canale. In conclusione, Scrugli proponeva che la Camera sospendesse «qualunque progetto pel porto esterno di Brindisi», concedendo i soli «fondi necessari ai lavori pel porto interno e canale di comunicazione».

In pratica, sarebbe stato come continuare a non affrontare il problema dell’interrimento alla fonte e consegnarsi ad un nuovo fallimento. Malgrado ciò, l’intervento di Scrugli fece in un qualche modo  presa sui deputati, mettendo in imbarazzo anche chi era inizialmente favorevole alla proposta. Suggestionato dalle sue vivaci critiche c’era già chi invitava alla prudenza ritenendo meglio, prima d’iniziare i lavori, di consultare «una commissione composta da uomini di mare, e soprattutto di persone del luogo» per verificare la bontà della soluzione proposta. Sicché, insieme a qualche preannuncio di voto negativo, sembrava farsi spazio il rischio di un possibile rinvio che avrebbe comportato un pericoloso stop del progetto. Fu a questo punto che intervenne il generale Bixio il quale con molta decisione espresse totale apprezzamento al piano predisposto da Mati, dando così una significativa svolta all’andamento della discussione.

Sin dalle prime battute si schierò a favore dei proponenti e della commissione istruttoria, dei cui consigli sulle bonifiche e sulle infrastrutture si dichiarò in totale sintonia. Riguardo alle obiezioni di Scrugli trovava corretta la sua analisi condotta «da un punto di vista che potrebbe dirsi marittimo, ma nel senso nautico come un tempo poteva intendersi, cioè dal punto di vista della sola marina a vela». Le sue argomentazioni erano però basate su un concetto, a suo avviso, «ristretto» e «del tempo passato» mentre il porto di Brindisi, così come pensato da Mati, si rivolgeva al futuro ed alle navi in rotta per l’Oriente, quindi ad una navigazione  fatta esclusivamente «a vapore ed a vapore misto», dove la vela non avrebbe più trovato spazio. Per questo Scrugli era in errore: «Brindisi sarà un gran porto per la marina a vapore e lo sarà secondario per quello a vela». Di conseguenza, rispetto al passato, «è necessario che il porto interno di Brindisi abbia un avamporto»;  un avamporto con  «i vantaggi della rada senza gl’inconvenienti dei porti, che abbia dunque superficie vasta, acque tranquille, facilità all’imbarco e sbarco di passeggeri». In questo modo i «vapori della Compagnia peninsulare» la cui stazza raggiungeva «le tre mila tonnellate» e una lunghezza media «da 80 a 100 metri» non sarebbero stati in ogni caso costretti «a penetrare all’interno del porto». In altre parole, «l’avamporto e l’insieme dei lavori proposti per il porto di Brindisi risponde ai bisogni ed alle necessità generali che si vogliono in un porto di vera importanza commerciale», in quanto il porto interno avrebbe potuto ricevere qualunque bastimento e vi sarebbe stato spazio «per lo stabilimento dei magazzini». I timori del contrammiraglio Scrugli erano quindi infondati, in quanto: «Ci sarà dunque profondità d’acqua, sicurezza, facilità di sbarco, facilità di approdo, facilità di partenza. Quali vantaggi si possono desiderare maggiori? Se non che l’onorevole Scrugli, il quale, se non ha preso di mira la marina a vapore, ha potuto avere in vista quella a vela, si dà fastidio che col progetto presente venga chiusa la bocca di Puglia, per cui i bastimenti a vela correrebbero pericolo con certi venti, e sarebbe più difficile l’entrare nel porto». Dopo aver poi ricordato che i porti inglesi erano strutturati nel medesimo modo perché ormai nell’ottica d’una marineria indirizzata alla navigazione a vapore, Bixio lanciava un’altra frecciatina nei riguardi del contrammiraglio, sottolineando che anche per una nave a vela non ci sarebbero state difficoltà ad entrare nel porto di Brindisi, salvo per chi conta d’avere «sempre il vento in poppa» oppure a non «aprir gli occhi».

Bixio trovò poi modo di stuzzicare Scrugli anche sulla menzionata teoria della corrente litorale: «egli ha voluto entrare nella questione delle correnti, questione che io reputo molto scabrosa. Né vale il citare autorità, perché in quanto ad autorità a tale riguardo ne troviamo per tutte le opinioni». In ogni caso, «il ragionamento dell’onorevole Scrugli non ha, a mio modo di vedere, alcun fondamento, e che perciò si debba respingere l’ordine del giorno da lui proposto». Allo stesso modo andavano respinte tutte le obiezioni fatte da altri parlamentari sulle questioni finanziarie. Infine, così Bixio concluse il suo intervento: «Il mio voto è che l’impianto del porto di Brindisi si faccia nel miglior modo e prontamente».

Come ebbe modo di sottolineare lo stenografo, il suo intervento riscosse «vivi segni di approvazione».

Il successivo intervento stizzito di Scrugli ebbe poco effetto. Invitò nuovamente a sospendere i lavori: «questi lavori così grandiosi nei quali si buttano a mare tanti denari senza ritrarne nessun utile; sospendeteli per ora. Una commissione che voi ordinerete, composta di tutte le branche dello scibile, marini, ingegneri, gente del luogo, questa giudicherà con cognizione di causa il progetto del Mati». Nel frattempo si sarebbe potuto pensare al canale, allargandolo sino ai 100 metri da lui proposti. Ribadiva che diga e moli avrebbero avuto l’effetto opposto a quello desiderato e cercò, forse con troppa eccessiva foga, di instillare il dubbio che il progetto presentato era del tutto inutile: «sinché della sua bontà non siate convinti, perché, Dio buono, volete gittare immense somme inutilmente? Pur qualche dubbio vi deve scendere nell’animo. Calcolatemi un uomo da nulla; ma infine più volte ho navigato in quei mari, e quando vi dico: badate che voi sbagliate, queste parole debbono almeno farvi restar alquanto in dubbio».

In effetti i 6 milioni di lire in gioco erano allora una cifra enorme e, su questo spesa  invero fuori dell’ordinario, Scrugli puntò per mettere sul chi vive coloro che l’ascoltavano e indurli così alla cautela. Tuttavia, accentuando troppo i toni, ottenne l’effetto opposto: invece di spaventare, suscitò ilarità, quest’ultima evidenziata dallo stenografo, a commento della fine del discorso di Scrugli.

Prese a questo punto la parola il ministro Menabrea il quale sottolineò che, a seguire il consiglio dell’onorevole Scrugli, si sarebbe ricaduti negli stessi errori commessi nel passato. Pigonati, Pollio, Mayo e tutti gli altri avevano fallito appunto perché avevano pensato al canale, alla sua larghezza ed al suo orientamento, senza preoccuparsi di quello che avveniva nella rada e di quale fosse lo stato delle coste. Per questo tutti quei lavori erano risultati inutili in quanto, avevano scavato e rivangato il canale, senza adottare preliminarmente nessun accorgimento per tutelare le coste dalla corrosione, ed i problemi d’insabbiamento si erano prontamente riproposti. Neppure con l’ultimo tentativo, per il quale solo dal 1852 al 1861 s’erano spesi l’equivalente di 4 milioni di lire, si era riusciti ad ottenere risultati concreti ed il porto di Brindisi si trovava «in condizioni peggiori di quel che fosse quando furono iniziati i primi lavori. Ora, signori, ciò che vi propone l’onorevole Scrugli non è né più né meno che quello che fu tentato per ben tre o quattro volte e che riuscì così malamente e cagionò inutilmente enormi spese».

Spiegò poi che la diga ed i moli previsti dal progetto Mati dovevano essere edificati prima di dar mano ai lavori sul canale, perché essi stessi aiutavano, insieme alle scogliere, a proteggere la costa Guacina e la costa Morena dai flutti e dai venti, in modo da non subire quei processi di corrosione che creavano depositi di materiale, causa principale dell’interrimento. Infatti «la massima parte delle materie sono trasportate all’interno del porto verso la bocca di Puglia, e che di più le onde le quali corrodono la costa Guacina provengono da questa bocca di Puglia». Ed era evidente «che la prima idea fu quella di chiudere questa bocca. Inoltre vi sono anche le materie provenienti da corrosione della costa Morena, le quali sono portate da altri venti ed anche dalle onde. Se è perciò anche necessario d’impedire che le materie provenienti da questa corrosione siano portate alla bocca del porto interno, ne nasce la convenienza di formare anche quel molo che si attacca alla costa Morena e si estende dal sud al nord». In definitiva bisognava prima proteggere la rada dal trasporto di materiale che avevano sino ad allora prodotto l’interrimento. «Una volta che questi lavori saranno terminati, si potrà poi procedere nell’ordine inverso da quello proposto dall’onorevole Scrugli, perché si avrà allora la sicurezza che i lavori di scavo non saranno più compromessi dai depositi provenienti da queste correnti». Fece presente poi che «queste conseguenze non sono basate sopra un semplice ragionamento, ma sui risultati» e sull’esperienza data dagli errori passati: il progetto che veniva presentato alla Camera «non lo fu a caso, ma formò esso l’oggetto di lunghi studi». Assicurò infine che le bonifiche sarebbero state trattate «simultaneamente alla questione del porto».

Alla fine della discussione, la Camera, dopo aver respinto l’ordine del giorno presentato da Scrugli, approvò il progetto di legge relativo al porto di Brindisi con 148 voti favorevoli e 52 contrari.

C’è da ricordare che il fenomeno di erosione cui era soggetta la costa Guacina era già stato rilevato dalla commissione costituita nel 1834 dal re Ferdinando II, che aveva anche previsto la costruzione di «una scogliera atta a garentire la parte più esposta della costa Guacino [ndr. Guacina], a sinistra della rada». Ed anche quella che interessava la costa Morena era a piena conoscenza degli ingegneri dell’epoca borbonica, tanto che Luigi Giordano nel suo progetto per il porto di Bari, riporta che la parte dell’anzidetta costa che si trova tra Fiume Piccolo e Fiume Grande «ha per lunghi tratti una scarpa verso il mare quasi verticale, di più o men notevole altezza, composta di terra, bolo, e tufo carpino, disposti per lunghi e spessi strati; una sì fatta scarpa così pronunziata della costa, è normale alla direzione dei venti boreali, che la pongono in franamento continuo». Tuttavia nei lavori eseguiti dal 1842 al 1860 non era stato previsto nulla per proteggere la costa Morena da questo franamento continuo che depositava il materiale che poi causava l’ostruzione del canale Pigonati. Quindi, sebbene l’erosione cui erano soggette le coste a ponente ed a levante del canale fossero state individuate, esse non furono ritenute la causa principale dell’interrimento del canale, tant’è vero che Giordano, dopo averne parlato, sottolineava che il problema dell’approdo brindisino è l’impossibilità di mantenere la profondità «data alle acque del canale di comunicazione tra lo stesso porto e la rada». Concludendo poi che «la qual cosa si otterrà sicuramente, se sarà possibile d’impedire gli interrimenti nella rada stessa, o piuttosto di spiegare le cagioni onde essi derivano». È del tutto evidente quindi che, per i tecnici borbonici, le erosioni delle due coste non spiegavano «le cagioni» dell’interrimento, forse perché continuavano a dare maggior rilievo alla corrente litoranea ed ai sedimenti portati alle estremità dei seni dalle vallate di Ponte Grande e Ponte Piccolo.

Va dato pertanto merito a Tommaso Mati d’aver considerato che la corrente litoranea non poteva avere da sola la forza di convogliare materiale a sufficienza per insabbiare il canale e tantomeno poteva esserne causa «il tributo di torbide» arrecato dalle vallate di Ponte Grande e di Ponte Piccolo. In merito a queste ultime, era bastato rilevare che gli scandagli nel seno di Ponente dapprima crescevano per poi degradare andando verso la bocca del canale, per desumere che l’interrimento del canale non poteva derivare dal materiale che i torrenti scaricavano nei seni interni perché, nel caso, sarebbe avvenuto l’opposto. E d’aver di conseguenza compreso che il problema era causato dalle erosioni cui sottostavano la costa Guacina e, soprattutto, la costa Morena e che bastava, tramite scogliere e moli, proteggerle dai flutti e dalle correnti per risolvere il problema. L’immagine, “Porto di Brindisi rilevato nell’anno 1872” (figura n. 8), mostra appunto le due scogliere edificate a protezione delle coste per evitare che fossero erose creando quei depositi di materiale che poi ostruivano il canale.

Dopo ottant’anni e più di tentativi falliti, Mati riuscì finalmente, avendone compreso le cause, ad impedire che il canale continuasse ad insabbiarsi. Se quindi il porto di Brindisi poteva voltare pagina ed avere un futuro diverso fu tutto merito dell’ingegnere aretino.

Ironia della sorte, nei racconti sul porto brindisino, è già tanto se Mati viene citato en passant: storici e cronisti locali in genere lo ignorano. Figuriamoci a dargli il merito per aver risolto un problema che, ad un certo punto, sembrava senza possibile soluzione.

Così come per la favola dell’errato orientamento del canale, anche in questa circostanza non poco peso ha avuto la fervida fantasia di Ferrando Ascoli il quale trovò assurdo il sistema di moli previsto da Mati, tanto da rivolgersi a lui con un beffardo: «perdoni il signor ingegnere», mentre ne criticava il piano progettato. E qui in effetti siamo all’assurdo: Mati aveva disegnato il porto di Brindisi con cinquant’anni di anticipo rispetto a quello che avrebbero poi fatto le autorità militari in previsione delle operazioni belliche della grande guerra, ed il marino Ferrando Ascoli trovava modo di bacchettarlo.

C’è sempre un motivo a tutto.

E forse si deve a questo strano giudizio d’un cronista poco documentato — oltre a chi, leggendolo, l’ha copiato passivamente prendendo tutto per oro colato — se Tommaso Mati è rimasto per i Brindisini un perfetto sconosciuto.

(3 – fine)

 

Riferimenti bibliografici

 

  1. Il tentativo risolutivo.

Camera dei Deputati, “Relazione della commissione relativa alla ristorazione del porto di Brindisi”, sessione 1861-62.

(A cura di R. SALVESTRINI), op. cit.

  1. Lo scontro parlamentare sul progetto Mati.

Camera dei deputati, “Tornata del 22 luglio 1863”, sessione del 1863.

Camera dei deputati, “Tornata del 23 luglio 1863”, sessione del 1863.

GIORDANO L., op. cit.

 

 Per la prima parte clicca qui:

Il porto di Brindisi: una storia sconosciuta (prima parte) – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

 Per la seconda parte clicca qui:

Il porto di Brindisi: una storia sconosciuta (seconda parte) – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

 

 

 

 

 Una campagna elettorale nella Ugento della seconda metà del XIX secolo

Una campagna elettorale nella Ugento della seconda metà del XIX secolo molto simile alle campagne elettorali dei nostri tempi

 

di Fernando Scozzi

Mi capita di leggere un opuscolo1 scritto da Niccola Vischi  (Trani, 1849 – Napoli, 1914) uno dei più illustri avvocati italiani, deputato e poi senatore a vita. E’ la pubblicazione dell’arringa pronunciata “Pei Signori Colosso Luigi, Massimo e Adolfo”, rispettivamente padre e figli, imputati di avere minacciato alcuni elettori allo scopo di indurli a votare per i candidati della loro lista. Le elezioni sono quelle per il rinnovo di un quinto dei consiglieri comunali, tenutesi ad Ugento il 31 luglio 1882.2 Al  partito di Vito Pezzulla, sindaco in carica, si contrappone il partito dei  Colosso che risulta vincitore delle elezioni.

La prima pagina dell’opuscolo dell’avv. Vischi

 

Che cosa fanno gli amici del Pezzulla dopo la sconfitta? Si oppongono alla convalida degli eletti;  ma il ricorso viene respinto. “A questo punto – secondo l’avv. Vischi –  il sindaco cerca di gittare un grido di allarme e rivolgendosi al magistrato inquirente scrive: A disimpegno dei miei doveri, quale Autorità locale di pubblica sicurezza ed ufficiale governativo vedomi nell’obbligo e nell’interesse della giustizia, di porgere quei lumi che portano allo scovrimento dei fatti ed indicando dodici testimoni denunzia alcune situazioni che secondo lui devono costituire i capi di accusa contro i signori Luigi, Adolfo e Massimo Colosso, Giovanni Rovito, Vincenzo Milone e Carmine Rizzo.” A conferma delle sue accuse, il  sindaco scrive: “ Colgo di poi questa opportunità per far conoscere alla Giustizia come gli elettori Vito Molle, Vito Congedi, Basile Lorenzo, Luigi Fiorito, Salvatore Ponzo, Luigi Santacroce, tutti di Ugento, mi dichiararono che i signori padre e figli Colosso, nonché il principe d’Amore Francesco ripetute fiate li minacciarono che ove non dessero il voto a seconda dei loro desideri, siccome si trovano, come si trovavano, fittuari e colòni di proprietà loro, li avrebbero scacciati a viva forza il giorno dopo la elezione; anzi, il primo dei nominati, Vito Molle, aggiungeva di essere stato minacciato di revolverata. Mi consta, poi – continuava il Sindaco – che dalla minacce passarono alle blandizie e vennero corrotti chi con pranzi, chi con denari, chi con generi”.

Panorama di Ugento. Acquerello di Cosimo De Giorgi (1882).

 

Le indagini sono affidate ad un delegato di pubblica sicurezza, il quale nella sua relazione al sottoprefetto di Gallipoli sottolinea “lo stato di eccessiva esaltazione in cui i partiti si contendono il potere amministrativo in Ugento”. Ciò nonostante  i Colosso sono rinviati a giudizio.

I primi a deporre sono Lorenzo Basile, Vito Molle, Luigi Fiorito ed altri, i quali negano di avere ricevuto minacce dai Colosso.  E d’altronde,  anche se le minacce ci fossero effettivamente state, potevano costoro testimoniare contro i loro “padroni?” Successivamente, depongono altri testimoni definiti dall’avv. Vischi come “i dodici apostoli” del Sindaco che hanno il compito speciale di asserire i fatti e la missione generale di avvalorare i detti degli altri con le parole anch’io ho inteso a dire, etc… .  Tra costoro – secondo il Vischi – abbiamo il vero capo partito nella persona di Donato Piccinno che si presenta con i suoi due figli: Oronzo, (assessore spodestato dal partito dei Colosso) e Giuseppe, definito violento e prepotente. In seconda linea vengono Salvatore Moro3 , maestro della scuola elementare della frazione Gemini, Ambrogio Rizzo, medico condotto (del quale i Colosso vogliono il licenziamento) e Paolo Andrioli, esattore delle imposte. Tutti  tre, essendo dipendenti comunali, sono dalla parte del sindaco, al quale  devono la nomina.  In terza linea – continua l’avv. Vischi –  vengono gli agenti dell’ultima classe, quelli che nei partiti hanno la missione di sbraitare, correre, encomiare, calunniare, sempre facendo da eco, e lavorando poco di coscienza e di mente, molto di gambe, di polmoni e di fiele, e tutto ciò per l’unica soddisfazione di sentirsi dire bravi ad ogni loro racconto di eccessi compiuti, nonché l’altra di potere esclamare: abbiamo vinto noi. Poveri iloti del ceto elettorale! Esercitano anch’essi in questa maniera la loro sovranità!…”

Insomma,  è la  descrizione di una campagna elettorale di 140 anni fa che, per molti aspetti, è uguale alle contese elettorali dei nostri tempi. Infatti, come non paragonare Donato Piccinno (definito  dal Vischi il vero capo del partito del Sindaco) ai tanti personaggi che, pur non scendendo in campo in prima persona, manovrano dietro le quinte e poi ottengono un posto di assessore per  un loro parente? Ed i “poveri iloti” di quel periodo non sono i “galoppini” contemporanei  che,  alla stessa maniera, sbraitano, calunniano, corrono di qua e di là…? Il discorso non cambia per i dipendenti comunali, che si comportano come la maggior parte degli impiegati, sempre pronti ad interpretare la volontà del Capo allo scopo di ottenere una promozione. E poi vengono i Colosso, il cui potere economico insieme a quello dei Rovito (con i quali sono imparentati) pervade la società ugentina del XIX secolo. Per questi è quasi un gioco vincere le elezioni  avendo dalla loro parte uno stuolo di affittuari, di colòni, di inquilini e di debitori ben disposti a  votare la lista dei Colosso pur di non avere altri problemi oltre a quelli dovuti alla povertà.  In un certo senso, è una sorta di voto di scambio, come quello che, in molti casi, si consuma tra elettori e candidati di tutte le campagne elettorali: cambiano i tempi, cambiano i protagonisti, ma ci sarà sempre chi sfrutterà i bisogni economici degli elettori, le loro convinzioni ideologiche, la loro fede religiosa per conquistare o mantenere il potere.

Ma torniamo al processo contro i Colosso ed all’arringa dell’avv. Vischi il quale, dopo aver ribaltato le accuse affermando che sono gli amici del Pezzulla ad essere “rei di broglio elettorale”, invoca l’assoluzione dei suoi assistiti, “distintissimi gentiluomini”, non per “insufficienza di prove” (come chiede il Procuratore del Re) ma per inesistenza del reato, giacchè l’influenza e le pressioni  non possono essere confuse con le minacce”.

E il sindaco Pezzulla? Il suo destino politico è segnato perché l’anno successivo si vota per il rinnovo dell’altro quinto dei consiglieri comunali e vince ancora una volta la lista dei Colosso. Il Pezzulla non ha più l’appoggio della maggioranza dei consiglieri comunali e quindi si dimette. Al suo posto si insedia un regio delegato straordinario;  poi il Re nomina Sindaco il principe Francesco d’Amore: i baroni Colosso (almeno in quel periodo)  non sono lusingati dall’umile carica di Sindaco di Ugento.

Antico stemma del Comune di Ugento

 

—————–

(1) L’opuscolo è datato Trani, 29 agosto 1883

(2) La legge elettorale n. 2248 del 20.3.1865 prevedeva che i consigli comunali si rinnovassero, ogni anno,  di un quinto dei loro componenti. Le operazioni di voto si svolgevano nel seguente modo: gli elettori si riunivano nella sala della votazione; quindi, il presidente del seggio elettorale chiamava ciascun elettore nell’ordine della sua iscrizione nella lista. Trascorsa un’ora dal termine del primo appello, si procedeva  ad una seconda chiama degli elettori che non avevano votato. Per essere elettore occorreva avere compiuto il 21° anno di età, godere dei diritti civili e pagare un certo tributo rapportato alla classe del Comune. Le donne non erano ammesse al voto. La Giunta veniva eletta dal Consiglio Comunale, mentre il Sindaco, nominato dal Re fra i consiglieri comunali, durava in carica tre anni.  Il Comune di Ugento, nel 1882, aveva una popolazione superiore a 3.000 abitanti e quindi il Consiglio era composto da 20 consiglieri.

(3) Salvatore Moro, originario di Galatina e maestro elementare a Gemini (frazione di Ugento)  era il nonno dell’ on. Aldo Moro. In quel periodo, i maestri della Scuola Elementare venivano nominati dal Consiglio Comunale essendo l’istruzione primaria di competenza del Comune.

 

Il porto di Brindisi: una storia sconosciuta (seconda parte)

di Nazareno Valente

 

  1. La polemica su cosa fare del porto interno di Brindisi

 

Inizialmente, oberato dai debiti contratti per riconquistare il regno, Ferdinando IV, divenuto poi Ferdinando I con la costituzione nel 1816 del regno delle Due Sicilie, non era certo nelle condizioni economiche per poter varare nuove iniziative per i porti. La situazione si aggravò anche a causa della carestia del 1817 e delle incertezze politiche che fecero seguito ai moti del 1820-21. Solo al tempo di Francesco I ci fu la possibilità di avviare quantomeno l’attività progettuale che interessò però altri porti pugliesi, quelli di Bari e di Gallipoli. Brindisi ripiombò così nelle tragiche condizioni del periodo antecedente i lavori di Pigonati, quando solo le barchette riuscivano a fatica a superare il canale e l’aria insalubre mieteva vittime a decine. Per lenire le difficoltà del momento, fu mandato nel 1828 l’ingegnere Lorenzo Turco con l’incarico di progettare un intervento di spurgo generale del bacino. Come ebbe però poi a lamentarsi Francesco Antonio Monticelli, nella “Terza memoria in difesa della città e del porto di Brindisi”, l’operazione fu fatta parzialmente tant’è che nel 1833, a cinque anni dall’inizio, erano stati spesi solo 5.600 ducati dei 13.000 promessi. Ciò nonostante si era potuto scavare in parte il canale — che il Monticelli, forse riprendendo una consuetudine popolare, chiamava ormai canale Pigonati — portandolo ad una profondità di 10-12 palmi (tra 2,65 e 3,15 metri circa) «onde vi passano i legni di 100 a 120 tonnellate; e prima non dava passaggio che a piccole barche». Il finanziamento infatti era stato con ogni probabilità bloccato su consiglio di Giuliano de Fazio, ispettore generale del Corpo di Ponti e Strade, il quale riteneva che l’aria malsana fosse una componente ineliminabile e congenita della città e che era quindi inutile compiervi lavori di ogni tipo. A sostegno di questa sua strana tesi riportava brani di Cesare e di Cicerone che s’erano soffermati brevemente a parlare del clima brindisino. In effetti, de Fazio era tanto innamorato delle proprie idee — o forse era solo malafede — da forzare quello che i due illustri personaggi dell’antica Roma avevano nella realtà riferito in merito. Per questo, si dichiarava in definitiva apertamente contrario a sprecare del denaro per risanare il porto di Brindisi in quanto, qualsiasi lavoro fosse stato compiuto, non avrebbe comunque potuto risolvere i problemi cronici della città. In questa mistificazione dei fatti, volta a mandare avanti il suo progetto su Gallipoli e ad affossare quello alternativo su Brindisi, l’ispettore generale trovava buon gioco sia all’interno della deputazione provinciale, che come lui riteneva più conveniente appoggiare la posizione del porto di Gallipoli che gestiva un fiorente traffico dell’olio, sia all’interno del Corpo di Ponti e Strade il cui direttore, Carlo Afan de Rivera, condivideva nella sostanza le sue idee. Certo Afan de Rivera era meno categorico, tuttavia riteneva che per il bene di Brindisi era meglio spostare tutte le principali attività portuali nel porto esterno, rendendo disponibile il porto interno alla navigazione di piccolo cabotaggio.

Contro questa soluzione si schierarono i Brindisini Giovanni Monticelli, sostenuto dallo zio Teodoro Monticelli insigne vulcanologo, Benedetto Marzolla e, con particolare verve, il barone Francesco Antonio Monticelli, appoggiati in ciò da liberi studiosi e, per certi versi, dagli ingegneri del Genio militare che si opponevano in linea di principio alle idee innovative di de Fazio ritenendole a giusta ragione poco sicure. Occorre ricordare che il progetto su Brindisi fu il classico compromesso ideato su due piedi da Afan de Rivera tra la posizione estrema di chi voleva che Brindisi fosse abbandonata — si narra che i suoi residenti avrebbero dovuto trasferirsi a Mesagne, anche se non ho trovato alcun documento ufficiale che avvalori una simile ipotesi — e quella dei Brindisini che volevano rimanere a Brindisi e vedere riaperti i seni interni alla navigazione di tutti i tipi di bastimenti. Per cui, da un punto di vista teorico, soprattutto Francesco Antonio Monticelli ne mise facilmente a nudo tutte le pecche. Ciò nonostante l’ascendente di cui godevano i due dirigenti del Corpo di Ponti e Strade e la posizione contraria a Brindisi assunta dalla deputazione provinciale sembrava rendere la partita quasi dagli esiti scontati. Quando la disputa diventò particolarmente accesa e le parti in campo si scambiavano reciproche accuse ed offese, rasentando lo scontro fisico, fortuna volle che l’astro del de Fazio si eclissasse dall’oggi al domani. Aveva infatti voluto fare di testa sua nella sistemazione della Riviera di Chiaia, contravvenendo a precise disposizioni del sovrano che, venutolo a sapere, lo destituì sui due piedi da ogni incarico. S’aggiunse che incominciava a girare il progetto dell’apertura del canale di Suez, che avrebbe posto il porto di Brindisi in una posizione di privilegio nei commerci con l’Oriente. Questi eventi fecero forse pendere la bilancia a favore dei nostri concittadini e la Consulta generale «riconobbe — a detta di Ascoli — fondato e giusto l’allarme dei Brindisini». Poco dopo, il 10 novembre 1834, con rescritto reale, Ferdinando II nominava una commissione incaricata di recarsi a Brindisi, di valutare la situazione e di redigere un progetto definitivo «il più utile sotto il triplice aspetto politico, militare e commerciale».

Occorre a questo punto ricordare che, dopo il ritorno dei Borbone, l’onere delle spese riguardanti le principali opere pubbliche non erano più a carico del tesoro statale ma delle casse provinciali e del comune interessato. La decisione di Ferdinando II sollevò pertanto vibrate proteste, non solo da parte di Afan de Rivera e dei principali dirigenti del Corpo di Ponti e Strade, ma pure della deputazione provinciale che, invece, avrebbe voluto avviare i lavori per il porto di Gallipoli la cui richiesta era stata avanzata sin dal 1831. Per questo, Ferdinando II stesso nell’aprile del 1835 si recò a Brindisi per convincere l’intendente e i dirigenti provinciali e locali dell’importanza dell’operazione che avrebbe avuto favorevoli riscontri commerciali per tutta la provincia. A quanto racconta Ascoli i Brindisini «lo accolsero trionfalmente» e «con la città addobbata a festa»; non è, invece, dato di conoscere quale fu l’atteggiamento dei dirigenti provinciali che, però, con ogni probabilità cercarono in tutti i modi di bloccare l’iniziativa. Non a caso, la commissione presentò il progetto al re il 15 marzo 1836 ma il Consiglio di Stato l’approvò solo dopo ben sei anni nel luglio del 1842 ed il re con decreto reale del 27 agosto 1842.

 

  1. Il grande progetto fallito nel nulla

 

Il progetto conteneva un programma ben articolato che interveniva su tutti gli aspetti nevralgici del porto di Brindisi: orientamento del canale e sua profondità, da portare a 32 palmi (8,50 metri); eliminazione dell’isola Angioina dandole, insieme al canale Angioino, una profondità di 18 palmi; escavazione dei Seni di Ponente e di Levante, in cui avrebbero dovuto trovare posto rispettivamente il porto militare e quello commerciale, bonifica di Ponte Grande e di Ponte Piccolo e dei luoghi paludosi; costruzione di una scogliera per garantire dalle frane la parte più esposta della costa Guacina e di tre fari nel porto. Un progetto quindi imponente, come la spesa prevista di 336.000 ducati a totale carico della Provincia di Terra d’Otranto e del Comune di Brindisi, così ripartita: porto 287.000 ducati; bonifiche 31.000 ducati; spese varie 18.000 ducati.

Per quanto riguarda l’orientamento del canale, Ascoli ci fa sapere che la commissione prevedeva «un angolo di  11° 15’ verso nord con quello di Pigonati» e quindi in direzione “quarto di greco verso levante”, come dire con un angolo verso nord di circa 51°, considerato che quello scavato da Pigonati, diretto verso greco-levante, formava con ogni probabilità un angolo con il nord di circa 62°.

I lavori ebbero effettivo inizio nel dicembre del 1842 sotto la direzione di Albino Mayo, tenente colonnello del Corpo del Genio. Sebbene non lo si sottolinei mai, fu questa la peggiore esperienza tra tutti i tentativi fatti di restaurare il porto brindisino: i lavori andarono avanti a rilento, le spese lievitarono in maniera esponenziale e non si approdò praticamente a nulla. Uno dei limito più ricorrente fu che si iniziassero tanti diversi lavori senza però portarli mai a termine. Avvenne così anche per i primi due impegni a cui Mayo si dedicò, vale a dire scavare il canale dandogli maggiore profondità ed un diverso orientamento e procedere all’abbassamento dell’isola Angioina che creava difficoltà al deflusso delle acque ed al transito delle imbarcazioni.

L’isola fu fatta sparire dalla vista dei Brindisini ma, lasciata non si sa bene perché a pelo d’acqua, creò la secca Angioina che dava problemi di navigazione all’ingresso del porto interno ancora nel 1867, quando fu finalmente distrutta. Contestualmente si iniziò a scavare il canale dandogli una diversa direzione. Su quest’ultimo aspetto non sapremmo nulla, se non fosse per la testimonianza di Domenico Cervati, capitano del Corpo del Genio Idraulico, che cita l’evento nel suo “Per la stabile ristaurazione del porto di Brindisi” del 1843, in quanto convinto che per superare il problema dell’insabbiamento bisognasse intervenire sulla forma del canale e non sulla sua direzione. Per questo, per evidenziarne l’inutilità, riferiva sul nuovo orientamento dato al canale da Mayo che differiva da quello adottato da Pigonati di 9° verso nord. Come dire che formava un angolo di circa 53° gradi con il nord e che quindi era indirizzato all’incirca verso greco, direzione che a detta dei presunti consigli dei marini e dei pescatori brindisini richiamati dall’Ascoli, avrebbe dovuto proteggere il canale, oltre che dalle traversie, anche dall’insabbiamento. A cose fatte, si appurò invece che, variato l’orientamento, il canale continuava ugualmente ad insabbiarsi. Né più, né meno, di prima.

Quindi divenne un fatto accertato che l’interrimento della foce non aveva nulla a che fare con l’orientamento scelto da Pigonati nel tracciare il canale. Da quel che Cervati lascia intendere,  mentre lui scrive — siamo con ogni probabilità agli inizi del 1843, nel momento stesso in cui Mayo variava l’orientamento del canale — si era ormai tutti convinti che le cause dell’interrimento andavano ricercate altrove.

In senso generale, il progetto diretto da Albino Mayo era talmente imponente che c’erano tutte le condizioni per credere che il porto di Brindisi sarebbe stato restituito ai suoi antichi splendori. L’euforia però si tramutò presto in delusione, quando ci si accorse che i lavori venivano fatti in maniera disordinata, aprendo tanti fronti e senza arrivare a concludere mai niente. Insoddisfazione del tutto scontata, se si pensa che in quel “grande” progetto i Brindisini avevano riposto le loro migliori speranze per un futuro meno problematico e impegnato parte dei loro risparmi, autotassandosi per raccogliere i 2.000 ducati all’anno necessari per finanziarlo. E senza contare che i negozianti della città si erano sottoposti ad una sovraimposta «di carlini due a soma sulla estrazione degli olii» raccogliendo nel corso degli anni «una somma di circa 130 mila ducati».  Lo scontento divenne acredine quando con il passare del tempo fu evidente che, sebbene fosse stata costituita la “Deputazione speciale del porto e della bonifica di Brindisi”, incaricata di vigilare sull’esecuzione dell’opera, i lavori erano del tutto fuori controllo. Una, o più mani anonime, mandarono così alle stampe un pamphlet dal titolo chilometrico, “Sulle opere del porto di Brindisi eseguite sotto la direzione del tenente colonnello Albino Mayo”, in cui si accusava senza mezzi termini il direttore dei lavori e gran parte di coloro che erano impegnati nell’opera di fare la cresta, ed anche di peggio.

Lasciando da parte le accuse dei Brindisini, vediamo cosa raccontava la documentazione dell’epoca. Almeno sino al 1847, le fonti ufficiali si mantengono sul generico e negli Annali civili del regno delle Due Sicilie di quegli anni non ci si dilunga più di tanto sulle opere fatte a Brindisi. In quello del 1844 si riporta che le opere «procedono innanzi senza interruzione» preannunciando con troppo ottimismo che la città a breve «potrà riacquistare maggiore importanza e maggior lustro di quella che godeva per lo passato». Anche nel 1845 ci si mantiene sul vago, ma sempre improntato alla visione rosea, e si riferisce che le opere sono «condotte con alacrità, essendosi adoprati nel medesimo tempo a nettarlo tre cavafanghi a vapore e due sandali, oltre un quarto battello a vapore addetto a trasportare le sabbie raccolte fuori le Petagne». L’alacrità è tale che, pur essendosi a metà anno, sono già stati spesi le tre rate annuali della provincia (complessivi 128.000 ducati) e le tre annualità  del finanziamento del comune di Brindisi (in totale 6.000 ducati), tanto che la Deputazione speciale del porto di Brindisi suggeriva, in attesa delle successive rate e per mantenere la stessa celerità, di chiedere addirittura un prestito alla «cassa di sconto». Sempre sulla stessa linea il commento del 1846 in cui si annota che «ferve l’opera», in maniera talmente ardente che, nei primi quattro mesi di quell’anno, sono già stati spesi circa 20.000 ducati e complessivamente nei tre anni 160.000 ducati. Forse, essendosi esauriti gli aggettivi per indicare la velocità con cui le opere avanzavano, nessuna menzione è fatta nel 1847, quando la pubblicazione degli “Annali” viene sospesa insieme ai lavori a causa dei moti del 1848.

Di là dell’enfasi — con ogni probabilità era lo stesso Mayo a redigere questi brevi e generici sunti — in tutto questo tempo non si ha riscontro di nessun lavoro completato, sebbene risulti a consuntivo che, a fine 1847, siano stati già spesi 300.000 ducati dei 336.000 concessi. Il caso a questo punto vuole che Mayo muoia all’improvviso nel maggio del 1848 e che il sottintendente del distretto di Brindisi, Benedetto Stragazzi, sia incaricato, con ogni probabilità su richiesta della direzione subentrante, preoccupata di dover essere chiamata a rispondere delle malefatte sin lì compiute, di verificare lo stato dei lavori. A Stragazzi basta poco per constatare la gravità della situazione e di riferire nel 1849 all’intendente le innumerevoli irregolarità di vario genere commesse. Contestualmente il sottintendente trasmette copia dell’anzidetta relazione a Napoli accompagnandola da una nota in cui si comprende che, subito dopo la morte di Mayo, era stato mandato a Brindisi con il compito specifico di esaminare l’andamento dei lavori. Per questo manifesta senza nessuna titubanza il suo giudizio: «L’opera della bonifica di questo porto è grandiosa e forma la gloria del nostro sovrano che tante generose cure vi ha prodigato; ma, schiettamente posso assicurarvi, ch’è stata malamente eseguita, e perciò han tradito la sua augusta fiducia. Credetemi, me ne piange il cuore nel vedere tanto denaro e tempo malamente barattato con poco risultato, e ciò per poco accorgimento degli agenti a cui è stata affidata». Nel proseguo della lettera il sottintendente consigliava la formazione di una commissione incaricata di valutare se proseguire con il progetto in atto e, in ogni caso, lasciava trasparire che non intendeva seguire più la questione, perché aveva preso una piega difficilmente modificabile. Non a caso, un anno dopo, come richiesto, Stragazzi fu nominato sottintendente a Gerace e, poco prima di lui, fu trasferito anche l’ingegnere Vincenzo Fergola che era subentrato nella direzione dei lavori a Mayo.

Nel frattempo le spese calcolate ad agosto del 1848 erano pari a 415.056 ducati, quindi già superiori al finanziamento inizialmente previsto e, molto benignamente, anche le fonti ufficiali lamentavano che non era stato completato nemmeno un terzo dei lavori programmati. Di finito «il solo fuoco di porto sul Forte di mare», quindi un faro, acceso il 20 gennaio 1844, neppure basato sulle più recenti tecniche ma sull’antico sistema dei riverberi a lume fisso, la cui installazione rese necessario l’acquisto di due lampade di supporto per renderlo maggiormente visibile e del rinnovo del cupolino, spese queste ultime non preventivate e che comportarono una spesa aggiuntiva di 1.297 ducati. Per il resto erano stati iniziati, senza portarli a termine i seguenti lavori: scavo dei rami interni, solo parzialmente e senza aver raggiunto in nessuna zona la profondità fissata; riduzione ad imbuto con modifica dell’orientamento del canale di comunicazione, senza però aver raggiunto la profondità fissata e senza aver ottenuto nessun risultato per evitare che s’insabbiasse; abbassamento solo a pelo d’acqua dell’isola Angioina; edificazione parziale della scogliera a protezione della costa Guacina; bonifica di alcune paludi dei due rami del porto interno e di una piccolissima parte di Fiume Piccolo; edificazione di parte della banchina del porto interno. In più si annotava che molte delle opere non erano state neppure fatte nel migliore dei modi.

Vista la situazione, il suggerimento del sottintendente non poteva che essere accolto e nello stesso 1849 fu nominata una commissione la quale valutò che, per completare il progetto condotto sino ad allora in maniera deficitaria, sarebbero stati necessari altri 820.000 ducati. Considerato l’elevato importo, la commissione proponeva in alternativa di completare solo i lavori che consentivano di non rendere del tutto inutile quanto già fatto, conseguendo nel contempo risultati sufficientemente apprezzabili. Proponeva pertanto di scavare: il canale sino a raggiungere i 32 palmi di profondità previsti nel progetto; la secca creata dall’isola Angioina sino ad una profondità di 8 palmi;  il seno di Levante sino ad una profondità di 6 palmi. Di proseguire poi nella bonifica dei due seni interni e di Fiume Piccolo e nella edificazione di alcune banchine e della scogliera a protezione della costa Guacina. In questo modo si sarebbe potuto rendere navigabile il canale a tutti i tipi di bastimenti, riunendo il porto mercantile a quello militare nel seno di Ponente, ed ottenere migliori condizioni ambientali a seguito della bonifica delle valli e dei seni interni. In questo modo la spesa si riduceva a 222.000 ducati.

La proposta alternativa della commissione fu accolta con una novità riguardante le quote a carico dei fondi della deputazione provinciale e del comune, le quali risultarono pari rispettivamente a 15.000 e a 1.200 ducati annui, mentre il completamento annuale di 15.280 ducati gravava ora sulla Tesoreria generale. In pratica l’insuccesso del tenente colonnello Mayo aveva posto le autorità provinciali in una posizione sempre più critica riguardo al progetto, mentre permaneva l’interesse del governo che, pur di proseguire la restaurazione del porto di Brindisi, aveva deciso straordinariamente di farsi carico di parte della spesa, sempre nella certezza di sfruttare le possibilità commerciali derivanti in futuro dall’apertura del canale di Suez. Tuttavia per un certo tempo, furono fatti solo interventi di routine, in attesa che la direzione generale di Ponti e Strade redigesse i progetti esecutivi. Concluso questo iter ci si accorse che la spesa in realtà era di gran lunga superiore a quella preventivata dalla commissione e che necessitavano invece 396.519 ducati. In seguito, la spesa lievitò ancor più, sia perché a quelle cifre gli appalti  andarono deserti, sia per altri non precisati motivi, sino a superare il mezzo milione di ducati. Per l’approvazione dei progetti definitivi ci vollero pertanto ulteriori passaggi — tre ministeriali e quattro rescritti tra il 1854 ed 1857 — così solo al 17 gennaio 1856 furono ripresi «i nuovi e grandiosi lavori… con molta pompa», come sottolineavano con ironia le stesse fonti ufficiali, con l’obiettivo di bonificare del tutto «l’aere di Brindisi, spurgato il minor seno orientale, e ridotto per ora l’altro di ponente a porto militare e mercantile».

Nel frattempo però anche l’interesse del sovrano s’era affievolito. Parallelamente alla restaurazione del porto era infatti andato avanti il progetto per la strada ferrata che avrebbe dovuto unire Napoli a Brindisi, per accelerare il trasporto delle merci del regno sino al terminale di comunicazione con l’Oriente. Ed in tal senso c’era già stato nel 1852 un accordo di massima con i Rothschild per la linea ferroviaria Napoli-Brindisi, che saltò proprio al momento della stipula per un diverbio sul miglio da adottarsi nel contratto: i Rothschild ritenevano si parlasse del miglio inglese, mentre il ministro dei Borbone si riferiva a quello napoletano. In seguito, la concessione della costruzione e dell’esercizio della stessa linea ferroviaria fu accordata a Melisurgo ma, dopo l’inaugurazione dei lavori del marzo del 1856, il progetto abortì malamente. Nella visione dei Borbone le ferrovie dovevano unire la capitale Napoli alle altre città del regno e non entrare in un sistema “aperto” al mondo, come desiderato dai maggiori investitori che, quindi, non sottoscrissero le azioni emesse da Melisurgo per la ferrovia delle Puglie, che rimase di conseguenza a corto di finanziamenti e dovette interrompere i lavori. Il blocco della costruzione della linea ferroviaria rese inutile una celere restaurazione del porto Brindisino che, quindi, dal 1857 rimase in una specie di limbo.

Sicché nel 1858, per quanto il barone Carlo Sozi Carafa, intendente della provincia di Terra d’Otranto, magnificasse gli effetti delle opere compiute per il porto di Brindisi, l’aspetto sostanziale era, come lui stesso riconosceva, che «i legni di grossa portata» non potevano tuttora entrare nel porto interno perché poco profondo «e dovendo rimanersi nello esterno, soggiacciono a molti disaggî, e dispendî pei caricamenti e scaricamenti». Quindi, ancora a quella data, il porto interno era usato solo per il piccolo cabotaggio e le navi mercantili dovevano ormeggiare ed essere caricati tuttora nel porto esterno. Sino alla caduta della dinastia Borbone, la situazione non si modificò più, rimanendo di fatto congelata. Lo testimonia un prezioso documento in cui il ministro dei Lavori pubblici del regno, Raffaele Carrascosa, evidenzia come i ritardi nell’esecuzione delle opere nei porti fossero diretta conseguenza del meccanismo di ripartizione di spesa adottato: «Imperocché facendoseli il Comune a sue spese, gli è facile ispirarsi a’ soli consigli del proprio vantaggio, e non a quelli dell’universale». In definitiva il ministro, nel sottolineare che la gestione decentrata dei lavori, affidata  a deputazioni speciali sotto la superiore vigilanza degli intendenti e delle deputazioni provinciali, soggiaceva a forme di pressione locale che potevano ritardare «il libero e spedito corso delle opere medesime», ne chiedeva la centralizzazione. Negli esempi dei ritardi e dei disservizi che un simile sistema comportava, il ministro elencava anche il caso del porto di Brindisi le cui opere, bloccate da tempo, solo «ora appunto cominciano ad eseguirsi», lasciando così trasparire che si era ancora in alto mare.

Naturalmente, si fosse potuta sentire la campana delle intendenze e delle deputazioni provinciali, si sarebbero ascoltate lamentele di segno opposto, che avrebbero attribuito l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi ai lacci e laccioli imposti dall’apparato centrale. In definita, i soliti palleggiamenti che bisogna sorbirsi anche ai nostri giorni, che lasciano però trasparire che, chiunque avesse più o meno responsabilità dell’accaduto, erano le norme amministrative con cui venivano gestite le opere a condizionare in maniera prevalente i risultati, in aggiunta ad un difficile rapporto tra apparato centrale e periferico,

Comunque stessero davvero le cose, siamo ormai nel 1859 inoltrato e, chi di competenza, non ritenne neppure fosse il caso di inoltrare la relazione del ministro al sovrano, la cui attenzione non poteva essere distolta dagli avvenimenti, ben più pressanti ed importanti, ormai all’orizzonte.

Ed è questo, in epoca borbonica, l’ultimo importante appunto ufficiale sul porto di Brindisi che, oltre a chiarire che permanevano le ormai croniche disfunzioni, fornisce anche una possibile chiave di lettura  per comprendere i motivi degli innumerevoli fallimenti collezionati dai vari tentativi compiuti in quasi un secolo: non erano mancati i buoni progetti o le idee, era l’esecuzione che difettava sia per le lungaggini burocratiche, sia per gli interessi di parte che condizionavano ogni aspetto della questione. In effetti, la deputazione provinciale di Terra d’Otranto non era mai stata molto convinta della necessità della restaurazione del porto brindisino e più volta aveva espresso la sua preferenza per il porto di Gallipoli. Come al solito, interessavano più i vantaggi conseguibili a breve di quelli ottenibili nel lungo periodo: usando una frase trita si preferiva un uovo oggi piuttosto che una gallina in futuro. In definitiva, il fervore delle proposte non aveva mai trovato riscontro nelle esecuzioni. Naufragò così anche l’ultimo tentativo della dinastia Borbone di dare nuova vita al porto brindisino. Di tutto l’imponente progetto si riuscì a completare solo le torri dove ospitare i fari di Punta Penne e delle Pedagne, ed il faro di Forte a Mare. Un bilancio davvero mortificante per diciotto anni di lavori costati in aggiunta un patrimonio che, oltre a lasciare il canale con un fondale per lo più inferiore a quelli scavati da Pigonati e Pollio, non aveva nemmeno risolto i problemi principali, tra i quali quello, sempre più impellente, dell’interrimento. Pertanto, perché il canale non s’insabbiasse del tutto venivano fatte pulizie periodiche con cavafanghi a vapore, ciò malgrado il porto interno era interdetto alla navigazione. Sicché, ancora nel 1861, le imbarcazioni ormeggiavano nel porto esterno perché il canale ed i fondali limitrofi erano talmente interriti da «non permettere il passaggio che di piccole barche». Una commissione parlamentare istituita in quegli anni, riferiva in aggiunta che sempre nel 1861 il canale aveva una profondità dai 3 ai 4 metri, però decrescenti verso la foce, pertanto il canale lasciato in eredità dall’amministrazione borbonica aveva un fondale inferiore a quello scavato da Pigonati. Tenuto conto che, nei quasi novant’anni intercorsi tra il primo e l’ultimo progetti dei Borbone, la stazza dei navigli era decisamente aumentata, si può ricavare che Pigonati aveva fatto decisamente meglio. E con una spesa  di più di dieci volte inferiore.

 

  1. Una storia raccontata in maniera diversa.

 

Malgrado l’intendente provinciale di Terra d’Otranto ed il ministro dei Lavori pubblici del regno di Napoli dichiaravano che l’ultimo progetto condotto dalla loro amministrazione non aveva restituito al porto interno di Brindisi neppure una accettabile funzionalità, visto che i problemi dell’interrimento della foce permanevano, ci sono narrazioni che rappresentano uno scenario del tutto differente.

Ad esempio Giacomo Carito, parlando dei lavori avviati inizialmente sotto la direzione di Albino Mayo e proseguiti fino alle soglie dell’unità d’Italia, afferma che «di fatto i Savoia  troveranno il porto di Brindisi già completamente restaurato ed abile ad ospitare grandi navi di linea». Peccato che lo storico non avvalori in nessun modo questa sua  affermazione che contrasta anche con la documentazione di parte borbonica che, pur avendone tutto l’interesse, fornisce un quadro molto meno roseo delle condizioni dello scalo brindisino nel momento del passaggio da un regno all’altro. In effetti anche in un altro intervento lo stesso storico  aveva dato per scontato che le attività portuali si fossero da tempo normalizzate  affermando che «i grandi piroscafi del Lloyd austriaco entrano in porto già negli anni Quaranta dell’Ottocento con i lavori di Albino Mayo, diretti da Albino Mayo,… già nel 46-47 i piroscafi del Lloyd, che erano grandi unità navali, riescono ad entrare nel porto interno». Quindi, secondo Carito, che anche in questa occasione non supporta la notizia data con nessun riferimento documentale, già dal 1846 o dal 1847, grazie ai lavori di Albino Mayo, il porto interno era accessibile. Eppure il sottintendente del distretto di Brindisi, Benedetto Stragazzi,  nel 1849 raccontava tutt’altra realtà al sovrano e, così, gli stessi rapporti della commissione di nomina regia oppure quello dell’ingegnere Giordano del 1853 presentavano uno scenario del tutto opposto, senza contare le già richiamate relazioni dell’intendente di Terra d’Otranto del 1858 e del ministro dei Lavori pubblici del 1859.

Vero, come narra Carito, che le navi del Lloyd austriaco erano grandi unità navali e che in quegli anni era stato istituito un servizio che, partendo da Trieste, transitava da Brindisi un paio di volte al mese, prima di raggiungere le città del Mediterraneo orientale. La documentazione disponibile, però, non consente in nessun modo di ipotizzare che tali navi gettassero l’ancora nel porto interno, anzi, all’opposto, chiarisce che, come tutti gli altri bastimenti, erano obbligate ad ancorare in quello esterno — per la precisione nella zona dell’attuale porto medio — visto il limitato fondale del canale di comunicazione e la secca angioina che non permetteva l’ingresso se non ai soli piccoli natanti. D’altra parte questa circostanza è avvalorata dalle testimonianze dei viaggiatori. Ad esempio, Wilhelm Vischer, un docente svizzero di lingua e letteratura greca, di passaggio da Brindisi il 16 marzo 1853 con un vapore del Lloyd austriaco, annota: «Alle cinque della sera ci ancorammo vicino Brindisi», quindi non a Brindisi ma “vicino” Brindisi. Poi, dopo aver decantato l’antica Brundusium, precisa: «Il porto interno, spazioso e ben protetto, è infatti ora insabbiato (ist versandet) e accessibile soltanto ad alcune piccole imbarcazioni. Quelle più grandi devono rimanere in quello esterno, più esposto al vento, sul cui lato nord si trova una fortezza con il faro e il telegrafo». Per quanto riguarda l’affermazione di Carito più di carattere generale che i Savoia avevano trovato «il porto di Brindisi già completamente restaurato ed abile ad ospitare grandi navi di linea», oltre ai documenti ufficiali in precedenza già riportati, serve anche dare un’occhiata ad una testimonianza locale.

Nel 1861 un gruppo di “Cittadini di Brindisi”, in risposta alla circolare del consigliere del dicastero dei Lavori Pubblici che invitava le autorità, ed anche i privati cittadini, «a dar notizie delle opere pubbliche fatte o a farsi nelle provincie», richiede proprio che siano una volta per tutte completati i lavori sul porto di Brindisi. I Brindisini, con ogni probabilità negozianti ed imprenditori, in quanto approfondisco spesso gli aspetti finanziari delle questioni trattate, lamentano infatti come il porto di Brindisi sia ben lontano dall’essere «completamente restaurato», come giudicato da  Carito. Anzi c’è ancora tanto da fare:  «è una di quelle opere cominciate sin dal 1842, e che sin ora non sapremmo dire se a metà o anche a terza parte condotta». Per quanto poi riguarda gli aspetti specifici, il documento indugia sui vari problemi ancora rimasti irrisolti, in particolare il porto interno che «è quello in cui son da praticare i restauri in massima parte progettati» e, soprattutto il canale «scopo vitale di quell’impresa» in cui l’intervento è miseramente fallito in quanto non si è «risoluto il gran problema di non farne più interrire il canale». Dal momento che questo ormai «sembra problema troppo arduo e di difficile soluzione», i cittadini chiedevano quantomeno che «finalmente si stabilisca rigorosamente l’annuo mantenimento, e propriamente lo sfangamento di quel “piccolo” deposito di materiali trasportati, che annualmente si forma nel canale, e che si accumula di anno in anno in guisa da chiudere nuovamente l’entrata». Quindi non solo non si era risolto il problema dell’interrimento — che i Brindisini non ardivano neanche più a sperare che fosse risolto — ma non era stata neppure fatta una normale manutenzione. Per cui, salvo che i Brindisini dell’epoca non siano stati degli autolesionisti visionari che chiedevano d’intervenire lì dove non ce n’era nessun bisogno, occorre convenire che, al momento dell’annessione del regno di Napoli, il porto di Brindisi era tutto fuorché l’essere «già completamente restaurato ed abile ad ospitare grandi navi di linea».

In conclusione, a differenza di quanto affermato da Carito, quando i Savoia si sostituirono ai Borbone, il porto brindisino era ancora in balia dei soliti difetti e non risultava neppure lontanamente attrezzato per affrontare la competizione che l’apertura del canale di Suez avrebbe innescato. Difetti, in aggiunta, dai più ritenuti ormai cronici e impossibili da risolvere. Certo il canale non era una palude quasi solidificata d’una volta, e almeno le barchette lo attraversavano in agilità. Nemmeno l’aria era quella mefitica dell’epoca di metà XVIII secolo, o del primo trentennio del secolo successivo, ma non era ancora a livelli sufficientemente buoni, e chi poteva si teneva lontano da Brindisi.

Come fece anche l’ingegnere che risolse alfine il problema dell’interrimento del canale, il quale pose come condizione per accettare la destinazione brindisina, di non dovervi risiedere. Preoccupato di mettere a repentaglio la salute dei suoi familiari e la propria, preferì piuttosto stare a Lecce e destinarsi ogni santo giorno alla vita del pendolare.

Cosa  disagevole pure ai giorni nostri.

Figuriamoci con le ferrovie appena nate di centocinquanta e più anni fa.

                                                             (2 – continua)

 

Riferimenti bibliografici

 

  1. La polemica su cosa fare del porto interno di Brindisi

F.A. MONTICELLI, “Terza memoria della città e de’ porti di Brindisi, Gabinetto bibliografico e tipografico”, Napoli 1833.

  1. ASCOLI, op. cit.
  2. Il grande progetto fallito nel nulla
  3. ASCOLI, op. cit.
  4. CERVATI,“Per la stabile ristaurazione del porto di Brindisi”, Tipografia del Filiatre-Sebezio, Napoli 1843.

Alcuni cittadini di Brindisi, “Opere nel porto di Brindisi”, Brindisi 1861.

ANONIMO, “Sulle opere del porto di Brindisi eseguite sotto la direzione del tenente colonnello Albino Mayo”, Brindisi s.d.

Annali civili del regno delle Due Sicilie, volume XXXV, Real ministero di stato degli affari interni, Napoli 1844.

Annali civili del regno delle Due Sicilie, volume XXXVIII, Real ministero di stato degli affari interni, Napoli 1845.

Annali civili del regno delle Due Sicilie, volume XLI, Real ministero di stato degli affari interni, Napoli 1846.

L. GIORDANO, “Intorno alla struttura di un nuovo porto in Bari: memoria premessa al progetto di arte”, Tipografia Cannone, Bari 1853.

A cura di R. JURLARO, “Cronaca dei sindaci di Brindisi (vol. II, 1787 – 1860)”, Edizioni Amici della “A. de Leo”, Brindisi 2001.

Annali civili del regno delle Due Sicilie, volume LX, Real ministero di stato degli affari interni, Napoli 1857.

C. SOZI CARAFA, “Discorso per inaugurare le sessioni del consiglio provinciale nel dì 1° maggio 1852”, Lecce 1852.

Ministero e Real Segreteria di Stato de’ Lavori Pubblici,  “Relazione sullo stato dei porti e dei fari del regno di Napoli”, in a cura di G. SIMONCINI, “Sopra i porti di mare (Regno di Napoli)”, volume II, L.S. Olschki,  Firenze 1994.

F. MERCURIO, “Le ferrovie e il Mezzogiorno: i vincoli ‘morali’ e le gerarchie territoriali (1839-1905)”, In “Meridiana”, n. 19, Nobiltà, gennaio 1994.

C. SOZI CARAFA, “Discorso per inaugurare le sessioni del consiglio provinciale nel dì 6 maggio 1858”, Lecce 1858.

A cura di R. SALVESTRINI, “Lo zibaldone di casa Mati”, Montaione.net.

Camera dei Deputati, “Relazione della commissione relativa alla ristorazione del porto di Brindisi”, sessione 1861-62.

 

8. Una storia raccontata in maniera diversa.

G. CARITO, “Gli interventi sul porto: pillole di storia”, History Digital Library https://www.youtube.com/watch?v=r9-vy1ZvTRQ

Brindisi, s.d.

W. VISCHER, “Erinnerungen und Eindrücke aus Griechenland”, Schweighauser, Basel 1857.

A cura di R. JURLARO, op. cit.

Alcuni cittadini di Brindisi, op. cit.

 

Per la prima parte clicca qui:

Il porto di Brindisi: una storia sconosciuta (prima parte) – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

 

Il porto di Brindisi: una storia sconosciuta (prima parte)

di Nazareno Valente

 

  1. La supplica dell’arcivescovo al sovrano

 

«Sono già tre anni che per volontà dell’Augusto Genitore della M.V. Monarca delle Spagne che Dio sempre feliciti, essendomi stato concesso il governo della Chiesa Metropolitana di Brindisi, quando nella medesima mi condussi per quanto le forze mie debolmente il permettevano la Pastorale cura del Mio gregge intrapresi».

Questo l’incipit della lettera con cui nel 1762 Domenico Rovegno, arcivescovo di Brindisi, si rivolge a Ferdinando IV re di Napoli per chiedergli di intervenire e porre rimedio alla drammatica situazione in cui versavano a quel tempo il porto e la città di Brindisi. Per ordine dei medici, l’arcivescovo si trova in convalescenza a Napoli, tuttavia il suo desiderio è di ritornare dal suo  «gregge» e per questo comunica che sta per ripartire per Brindisi con la consapevolezza, però, di «andare incontro alla morte». Il motivo della sua malattia «altro non è stato, che l’aere infetto della stessa città» che, «per la divisata cagione», è destinata alla rovina «se dalla M.V. non saranno presi gli opportuni rimedi». Gli abitanti sono infatti «oppressi da pericolose infermità, ed atterriti dalle mortalità continue, rilevandosi chiaramente da’ libri parrocchiali, che il numero dei morti in ogni anno è doppio di quello dei nati». E sarebbe già spopolata da tempo se, «mantenendo la città de’ singolari privilegi», non avesse potuto accogliere abitanti provenienti da altre zone. Il privilegio citato dall’arcivescovo riguardava l’esonero da qualunque gravame o vincolo feudale accordato a chi risiedeva a Brindisi per almeno cinque anni. Era questo il marchingegno utilizzato da secoli per mantenere in vita le zone depresse: piuttosto che intervenire sulla causa, si  concedevano bonus che, come al solito, erano un modo come un altro per rendersi graditi e lasciare però le cose inalterate.

L’arcivescovo passa poi a parlare della causa di questa tragica condizione: «la materia» che si è andata addensando nella «bocca del porto interiore» per cui «le acque del medesimo son ridotte a segno, che il necessario flusso gli manca» e questo aveva originato estese paludi nei seni interni che disseminavano puzza e morte. Il che creava problemi anche di carattere economico: «La negoziazione del mare poi è oltremodo difficile, poiché alla bocca del porto interiore non possono accostare i legni grossi da carico, e l’imbarco dell’oglio, e d’altre derrate non può farsi che in due miglia di distanza dalla città, caricandosi prima su piccole barchette, che incagliando talora nello stretto, bisogna con grande stento tirar fuori con le funi, e per tal motivo un porto tanto rinomato si vede oggi abbandonato da tutti».

A questo punto l’arcivescovo faceva poi presente che questa condizione difficile vissuta dalla città di Brindisi avrebbe sollecitato le attenzioni de «l’Augusto Genitore Vostro», che sicuramente sarebbe intervenuto per aggiustare le cose, come aveva fatto per i porti di Taranto e Crotone, «se ei non fosse andato a dimostrare la sua paterna Pietà a’ regni più ampî»1. Per questo si rivolgeva a lui: «animato dalla clemenza della M.V. in nome del mio povero gregge umilmente la supplico ordinare gli espedienti più propri per l’apertura del porto predetto».

Per meglio comprendere la supplica di Rovegno — ma pure per inquadrare nel miglior modo possibile gli argomenti che saranno in seguito trattati — è il caso di vedere a questo punto la struttura del porto di Brindisi, aiutandoci con una carta del Settecento (figura n. 1).

Carte particulière de la rade et du port de Brindisy avec les plans de la ville et chateaux situez dans le golfe de Venize au sud entre Berlette et Osrante Settecento

 

Come si può notare il porto si snoda in un golfo nel cui punto più interno, su un basso promontorio, si erge la città, la quale è quasi del tutto abbracciata dal porto interno che rappresenta il luogo storico dove avvenivano in antichità le principali attività portuali. Il porto interno ha due seni, quello di Ponente, molto più esteso, e quello di Levante, e, tramite un canale, si trova in comunicazione con la rada, o porto esterno2, la quale risulta a sua volta protetta dall’Isola di Sant’Andrea e dal piccolo arcipelago delle Pedagne.

In pratica, l’arcivescovo, considerato che l’ostruzione del canale  non consentiva il ricambio delle acque ed ai navigli di accedere al porto interno, chiedeva al sovrano d’intervenire per ovviare a questo grosso inconveniente che causava danni ambientali e finanziari di ampia portata, in quanto creava malaria e disagio alle attività commerciali. E, per quanto lo riguardava, fu facile profeta: ritornato a Brindisi il 22 dicembre 1762, si riammalò e di lì a poco, entrato in agonia, morì nell’ottobre del 1763. Seguiva così la sorte del suo predecessore, Giovanni Angelo de Ciocchis, cui l’aria malsana aveva provocato una paralisi del lato sinistro del corpo che l’aveva costretto a dimettersi e, dopo breve tempo, a morire. Per le stesse cause epidemiche, i reggimenti Virz e Giudi di stanza a Brindisi subirono delle vere e proprie falcidie e parecchi dei loro soldati morirono nelle estati del 1763, 1764, 1766 e 1767; manifestazioni evidenti di condizioni ambientali davvero devastanti.

Nel versante economico-commerciale era quello un periodo di profondi cambiamenti, dovuti alla cosiddetta prima rivoluzione industriale, che coinvolgevano pure il settore dei trasporti. Sicché, dopo essere rimasti per tempo immemorabile in ombra, i porti del Mediterraneo stavano riassumendo nuovamente grande importanza. Da un punto di vista tecnologico, il ritorno di fiamma lo si doveva in particolare alle innovazioni navali già intervenute ed a quelle che ormai si preannunciavano nei rudimentali esperimenti che si stavano conducendo sulle macchine a vapore. Per quanto la vela non fosse stata ancora soppiantata dalla propulsione a vapore, i vascelli avevano sostituito dal Seicento i galeoni e con la scoperta dell’America lo sviluppo, che sino ad allora era sempre passato per il Mediterraneo, aveva spostato il suo asse nel Nord Europa. L’importanza dei porti mediterranei era divenuta sempre più marginale ed anche questo aspetto aveva concorso all’incuria in cui tutti i porti del regno erano stati abbandonati. Grazie al declino dell’impero ottomano e della potenza navale veneziana, s’era modificato pure lo scenario politico, sicché il mare Adriatico tornava ad essere controllabile da chi ne deteneva le coste ed il Mediterraneo si riapriva ai traffici. Ed una prima avvisaglia del vuoto di potere creatosi fu dato da Ragusa, importante città mercantile della Dalmazia, che, lasciato il patronato veneziano, richiese di porsi sotto il protettorato del regno di Napoli, accentuando così le mire del sovrano Borbone di subentrare alla Serenissima nel dominio delle rotte dell’Adriatico. C’erano pertanto interessi di varia natura: sanitari, commerciali e, sia pure sorti per ultimi, ma non ultimi, politici che invogliarono ad accelerare i tempi per sfruttare il momento propizio per un rilancio in grande stile del regno.

Di là dai propositi di rinnovamento, però, i porti del regno erano in condizioni per lo più vicini al collasso e risultavano in generale inadatti alle nuove necessità mercantili e militari, privi com’erano delle più essenziali infrastrutture e delle condizioni ambientali adeguate. Bisognava pertanto sopperire ad un periodo di abbandono, che s’era prolungato troppo nel tempo, ed imporre un cambio di passo e di mentalità non sempre facili da acquisire in tempi brevi.

Brindisi, insieme a Taranto, era uno dei pochi porti naturali la cui collocazione strategica andava sfruttata se si desiderava assumere una posizione di rilievo nel Mediterraneo. Per questo l’amministrazione borbonica ritenne di giocare molte delle sue carte sullo scalo brindisino nell’intento di riportarlo agli antichi splendori. Sicché, dopo aver per un certo tempo tergiversato alla richiesta dell’arcivescovo, nel 1775 il sovrano incaricò l’ingegnere Andrea Pigonati, direttore del Genio militare, di progettare la riapertura del porto interno brindisino.

Fu questo il primo di tre vani tentativi compiuti in quasi novant’anni dal governo borbonico, finché il regno di Napoli non fu annesso al regno d’Italia. Dopo Pigonati, toccò all’architetto idraulico Carlo Pollio e, successivamente, al tenente colonnello del Corpo del Genio, Albino Mayo, di non riuscire ad evitare che il canale, ripulito,  non si insabbiasse di nuovo. In pratica, malgrado si sprecarono ingenti risorse, non si ovviò all’interrimento del canale che continuò a creare problemi di malaria e di navigabilità.

La soluzione così fu trovata solo ad unità d’Italia avvenuta anche se, a sentire i cronisti e gli storici soprattutto brindisini, le cose sono andate diversamente da come io ora sto qui a raccontarvi. Sicché, nei resoconti storici su questo specifico punto, è raccontata invece una felice conclusione, collocandola sia pure in maniera vaga tra il 1845 ed il 1856, variando l’anno a seconda delle intuizioni e della fantasia dei singoli autori. In ogni caso, tuttavia, a dar credito alle anzidette versioni, l’epilogo e la soluzione all’interrimento del canale si ebbe sempre prima dell’avvento dei Savoia, e quindi nel periodo di amministrazione borbonica. Mentre la documentazione ufficiale non lascia dubbi in merito e chiarisce, in maniera inequivocabile, che il problema fu risolto solo dopo il 1861, grazie al progetto presentato in quell’anno da un ingegnere aretino, di cui già è tanto se si ha consapevolezza della sua esistenza.

Quindi quello che sarebbe potuto diventare un eroe, in quanto nella mia trasposizione dei fatti fu in grado con la sua trovata di dare un consistente impulso al futuro della città di Brindisi, è rimasto sino ad oggi un perfetto sconosciuto agli stessi Brindisini.

Per questo, la storia di come si riuscì a superare l’interrimento del canale e della foce del porto brindisino merita d’essere trattata una volta di più perché, per come è stata raccontata sinora, non pare che si siano ben compresi i motivi che causavano un simile fenomeno.

 

  1. Il tentativo di Pigonati

 

Parlando del tentativo fatto dall’ingegnere siracusano, una premessa è d’obbligo. La cronachistica brindisina ha fatto di lui il tipico capro espiatorio, tant’è che non c’è colpa consumata in quel periodo che non gli sia stata con faciloneria attribuita. C’entrasse o no con i successivi problemi cui andò incontro il porto, poco importava; tutto fu riversato nella direzione di Pigonati, scelto appunto come vittima espiatoria dei peccati commessi in città, anche per questioni che niente avevano a che fare con il canale e lo scalo. Tra i tanti difetti che gli vengono addossati non si può, però, certo includere l’indolenza, per il semplice motivo che i fatti testimoniano, almeno su questo aspetto, un dinamismo apprezzabile o, quanto meno, insolito per un dirigente statale. Ricevuto l’incarico l’8 luglio 1775, il 13 dello stesso mese si pose in viaggio per Brindisi che raggiunge dopo quattro giorni e notti di viaggio; quindi in un tempo notevole per le strade ed i mezzi di trasporto d’allora. Compiuto un meticoloso ed approfondito sopralluogo, il 20 luglio ripartì per la volta di Napoli, giungendovi dopo un’altra veloce scarpinata il 24 dello stesso mese e, nemmeno dopo un mese, il 15 agosto, fu in grado di consegnare il progetto dettagliato, comprensivo di disegni, fabbisogni e analisi delle spese. L’assenso del re arrivò invece con la dovuta calma cinque mesi appresso, il 27 gennaio 1776, dopo essere transitato nei vari uffici della burocrazia borbonica, insieme all’invito ad iniziare i lavori. Questi, incominciati a tamburo battente, si conclusero il 26 novembre 1778 con la cerimonia di consegna ufficiale del porto a «l’ingegnere del dettaglio, Pietro Galdo, alfiere del corpo del Genio», vale a dire al funzionario che seguiva l’esecuzione puntuale dei lavori. In definitiva, in meno di tre anni Pigonati portò a termine tutte le opere programmate. Cosa questa di non poco conto, se si considera che il suo fu il primo progetto sui porti dell’epoca borbonica ad essere completato senza interruzioni o rallentamenti in corso d’opera, senza modifiche e senza aumento di spesa: un vero e proprio record, conseguito lavorando, se occorreva, anche nelle feste comandate.

La proposta accolta dal re prevedeva la realizzazione di un canale, che mettesse in comunicazione il porto interno, ridotto ad un «lago stagnante, al mare del porto esteriore», arginandolo con strutture di sostegno realizzate con pali lignei a sezione rotonda, dotati di un’estremità a punta per l’infissione in profondità nel terreno, e fascine.  Il canale sarebbe stato prolungato con due moli della stessa materia protesi verso il porto esterno in modo da formare «angoli acuti colle spiaggie, acciò trattenuto avessero le arene, ed alghe, che per costa entrar potevano nella bocca del canale». In succinto, contemplava l’apertura di un nuovo canale e la costruzione in esso di due moli diretti verso la rada, con lo scopo di limitare l’ingresso di alghe e terra e, di conseguenza, di prevenire l’insabbiamento.

Il progetto prevedeva inoltre la bonifica della palude delle Torrette, che era nei pressi della foce del canale, e di quella di Porta Lecce o di Ponte Piccolo, che si trovava all’estremità del seno di Levante,  mentre non era nel preventivo la bonifica della  palude di Ponte Grande, collocata nell’estremità del seno di Ponente. Così, ciò «che doveva farsi» per il «riaprimento del porto», fu fatto: «un canale, che ha unito il porto interiore, col porto esteriore»; «due moli nella direzione del canale stesso», oltre a colmare «le paludi laterali al luogo dove si è formato il gran canale, non meno che la palude detta Porta di Lecce».

Nelle sue “memorie”, Pigonati si dilunga, su un aspetto interessante, vale a dire la profondità massima da dare al canale, chiarendo sin da subito che non era stata una sua scelta. Il canale doveva infatti essere progettato per garantire il passaggio di bastimenti mercantili «che pescano al più palmi 16 di acqua, che era il fondo maggiore che il re voleva si desse» al canale. Quindi la profondità del canale, non troppo superiore ai 16 palmi (poco più di 4 metri, considerato che il palmo napoletano allora era pari a 0,2636 metri), derivava da un’esplicita volontà del re e, in quanto tale, dettata da motivi non indagabili «da’ laici della ragion di stato». Come dire che essendo lui un tecnico non voleva discutere le scelte politiche o quantomeno non poteva opporsi. Si adeguava, ma con poca convinzione, ed il suo disaccordo, sia pure velato da frasi di circostanza, traspare in più di un’occasione: avesse potuto, avrebbe portato la profondità a 30 palmi (circa 8 metri). In ogni caso, a lavori ultimati la profondità era, per questioni tecniche, di 19 palmi, ovvero poco più di 5 metri.

 

Il particolare del disegno “Prospetto orientale della città di Brindisi” (figura n. 2), allegato alla memoria redatta da Pigonati, consente di vedere qual era la situazione al termine dei lavori. Come si può rilevare dalla figura, il nuovo canale tracciato da Pigonati (n. 1) e ciò che rimaneva del preesistente canale (n. 2) conferivano al bacino di collegamento una caratteristica forma ad Y con la creazione di un’isoletta (n. 5), che rimase nello scenario del porto interno per una settantina d’anni. Il nuovo canale, a cui fu assegnato il nome di Borbonico, incrociava il vecchio, chiamato Angioino, all’altezza di dove iniziavano i due moli che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto preservarlo dall’interrimento e perpetuare al tempo stesso la memoria dei sovrani. Infatti anche ai moli Pigonati attribuì un nome: Carolino, quello di ponente (n. 3) — ricordiamo che la moglie del re si chiamava Maria Carolina — lungo 210 metri; Ferdinando, quello di levante (n. 4) lungo 148 metri, che però furono poi modificati, non si sa da chi e perché, in molo di san Carlo e di san Vito. La preservazione del canale Angioino non era stata prevista da Pigonati per il transito ma al solo fine di agevolare lo scorrimento delle acque e non sconvolgere il naturale flusso delle correnti. In pratica era stato solo ripulito ed aveva quindi un fondale basso per altro intervallato, dove cambiava direzione, da un rialto (n. 6) che lo rendeva impraticabile anche alle barchette. In quel canale, Pigonati aveva anche accarezzato l’idea di coltivarvi le «chiocciole nere», vale a dire le cozze di Taranto. A tale scopo, aveva fatto pure venire da Taranto un esperto, certo Diego Portolano, il quale aveva fissato «quattro luoghi addetti per piantare i pali di Pino selvaggio, acciò ivi, come è di natura delle Chiocciole, si attaccasse d’intorno il seme». Uno dei posti prestabiliti era appunto nei bassi fondali del canale Angioino; gli altri in punti imprecisati del porto interno. Il progetto del vivaio, che aveva pure ottenuto l’assenso del sovrano, non doveva tuttavia essere visto di buon occhio «per causa dell’odio, che  molti conservano per le novità», considerò amaramente il nostro ingegnere.

I lavori suscitarono dapprima apprensione in parte della cittadinanza la quale — a detta di Pigonati — temeva che «il riaprimento del porto, ed il coprimento della palude dovesse cagionare l’ultimo loro sterminio per la ragione, che le acque richiamate dall’esteriore del porto per comunicazione di canale, tutta dovessero sommergere la città, come in un nuovo diluvio». Poi, con l’andar del tempo, attirarono una sempre crescente curiosità ed aspettativa e, nell’ultimo anno dei lavori, il 18 giugno 1778, i Brindisini poterono fare la processione del «Cavallo bianco» passando per la marina tra gli spari «di vari legni ch’erano già approdati nel porto interiore». Qui, allo stupore dei nostri concittadini, si unì quello del Pigonati per l’originalità della cerimonia che apprezzò senza riserve: «o è l’unica, eccettuando Roma, o è la più distinta nel mondo». Pochi giorni dopo, il 26 giugno, una nave olandese, la Giovane Andriana, arrivò sino al molo per caricare olio. A memoria non se n’era vista una così grande neppure nel porto esterno, sicché «così osservata sull’ultima riva del porto interiore, cagionò a tutti un sorprendente piacere, giacché sino a tal punto li lontri erano stati i legni maggiori».

Certo sono parole del Pigonati il quale, raccontando della meraviglia dei Brindisini di fronte al nuovo canale, l’avrà pure accentuata per magnificare ancor più la sua creatura, come un qualsiasi oste è portato a fare con il vino che ha prodotto. Tuttavia, in questo caso, la soddisfazione per i risultati raggiunti la si coglie anche dal versante del cliente, vale a dire da una fonte brindisina, la “Cronaca dei sindaci di Brindisi”. Dalla “Cronaca” si ricava infatti che «Alla fine di marzo 1778, han principiato a caricare sul molo della porta Reale i bastimenti l’oglio, ed il primo fu padrone Francesco Alloj con gran risparmî de’ negozianti, frutto dell’apertura del canale». Ma risultati apprezzabili si evidenziano, oltre che dall’apertura del canale, anche dai lavori di bonifica. Infatti, «dal signor direttore del porto, d. Andrea Pigonati, furo fatte otturare di terre tutte quelli paludi fuori la porta di Lecce, e la chiesa nominata del Ponte, avendone avuto grande utile per l’aria la città, e specialmente quelli padri domenicani del Crocifisso, che non hanno avuto più nell’està malatie secondo il solito, ma sono stati sempre bene». L’euforia è quindi tale che, quando «il capo mastro muratore Giuseppe di Simone… metté l’ultima pietra al fabbrico» sono presenti i Brindisini di maggior prestigio e «gran popolo» e la conclusione dei lavori si svolge «con gran rumore e strepito de voci che gridavano tutti, viva il re». Così pure la partenza del Pigonati è per la “Cronaca” un avvenimento da ricordare: «il giorno 30 [novembre] se ne partì il direttore d. Andrea Pigonati per la volta di Napoli, portando le piante del gran canale alla maestà del re». Nell’inverno successivo, particolarmente rigido e con frequenti nevicate, il porto attira ancora l’attenzione della “Cronaca” che annota con compiacimento e soddisfazione: «per le gran tempeste sortite nel mese di febbraro, e marzo si è veduto il porto interiore pieno di bastimenti grossi sino al numero di ventiquattro; cosa veramente da vedersi». Pure i maggiori detrattori di Pigonati dovettero riconoscere che i miglioramenti dovuti alla sua opera erano tangibili: la mortalità era diminuita e le attività commerciali avevano ripreso vigore. Anche la vita materiale evidenziava indiscutibili sviluppi positivi. In breve, il “gran canale”, lungo 492 metri e largo all’imboccatura esterna 48,80 metri ed a quella interna 42,75 metri, aveva aperto il cuore dei Brindisini alla speranza.

Gli odori pestilenziali, le paludi, le malattie sembravano preoccupazioni tutte superate e ormai lasciate dietro le spalle.

Invece erano dietro l’angolo.

Pronte a rifare capolino.

 

  1. Il tentativo di Pollio.

 

Per quel che è dato di sapere, al 10 agosto 1781, quindi a quasi due anni dalla conclusione dei lavori, la creatura del Pigonati continuava a funzionare com’era nelle aspettative di tutti. Poi una serie di circostanze sfortunate fece sì che non si svolgesse nessun lavoro di manutenzione sul canale e questo ritornò ad ostruirsi. Sicché nel giro di pochi anni si ricrearono le tragiche condizioni d’una volta, come sottolineò  Carlo Ulisse De Salis Marschlins, viaggiatore di passaggio da Brindisi nel 1789, avendo trovato il porto interno «inaccessibile e l’aria così mefitica come lo erano prima dei lavori» di Pigonati.

Con la situazione che precipitava, la cittadinanza si appellò di nuovo al re, il quale doveva essere davvero interessato alle sorti della nostra città, se intervenne ancora una volta prontamente, incaricando di un secondo radicale intervento l’architetto idraulico Carlo Pollio, «determinato — come ebbe modo di precisare nelle sue “Determinazioni per lo porto di Brindisi” — a procurare per ogni verso la conservazione del celebre porto di Brindisi, e a facilitare in quella guisa all’industria, ed al commercio nazionale una nuova, e molto apprezzabile risorsa.

I più importanti interventi assegnati al coordinamento di Pollio riguardavano: l’allargamento del canale da portarsi nella parte esterna sino a 200 palmi (53 metri) e a 160 palmi (poco più di 42 metri) nella parte interna; l’aumento della profondità del canale sino a 25 palmi (6,60 metri); il prolungamento di altri 200 palmi dei due moli di san Carlo e di san Vito; la bonifica di entrambe le due paludi di Ponte Grande e di Ponte Piccolo, e non di una sola di esse come avvenuto per il progetto di Pigonati; la costruzione di grandi fossi per la sistemazione delle «materie più consistenti», provenienti dai «corsi immondi» e dagli «scoli della città», da rimuovere periodicamente in modo che non finissero in mare; la riapertura dei canali di collegamento con il mare delle «due lagune, denominate ora Fiume grande e Fiume piccolo» facendo in modo di deviare altrove gli scoli ed i «torrenti più torbidi che v’imboccano».

Non esiste una solida documentazione ufficiale sui lavori effettivamente fatti dal Pollio, che ricevette l’incarico verso il 1789 e dovette chiuderli all’incirca nove anni dopo, probabilmente per ragioni di forza maggiore, quando le tensioni del regno con la Francia erano ormai al culmine e non perché s’erano conclusi. Se ne hanno così notizie sparse per lo più da fonti diverse da quelle borboniche.

La principale, di fattura francese databile tra il 1806 ed il 1810, non è altro che il rifacimento dei disegni, “Topografia della città e porti di Brindisi” e “Prospetto della città di Brindisi”, predisposti da Pigonati per la sua “memoria”, aggiornati con l’indicazione dei lavori eseguiti da Pollio sino al 1794 circa. Dalla “Topografia” (Figura n. 3) si deduce che Pollio scavò il canale Borbonico negli anni 1791 e 1792, dilatandolo per cento palmi napoletani, e che pulì quello angioino nel 1793, munendolo forse di due «scogliere». Dal Prospetto si ricava che la profondità del canale era stata riportata nel 1791 tra i 16 ed i 17 palmi — accanto a questa informazione venne però annotato : «Adesso il Canale Borbonico è diverso ma di 11 palmi al più» — e la collocazione degli edifici della Sanità, «il nuovo lazzaretto principiato al 1791 [e] terminato da poco» e dell’Arsenale, «fatto al 1791», strutture queste posizionate dalle parti dell’ex stazione marittima e dei Giardinetti. Pollio aveva infatti operato molto per dotare il porto delle necessarie infrastrutture, quali appunto gli uffici della deputazione di sanità, che volle chiamare lazzaretto, e l’arsenale.

Dal resoconto fatto dal “Giornale letterario di Napoli”, in occasione del passaggio a Brindisi del re Ferdinando IV nella primavera del 1797, si ricava inoltre che il canale aveva una larghezza di 200 palmi ed una lunghezza di 1.800 palmi (475 metri); che erano stati «asciugati gli stagni e colmati i bassi fondi» di Ponte Grande e Ponte Piccolo, dove era stata tracciata una strada «di un miglio e più» dalla Porta di Lecce sino a quella di «Napoli» (vale a dire Porta Mesagne); che era stata edificata «l’altra grande strada della Mena [l’attuale corso Garibaldi e corso Roma sino all’incrocio con via Conserva], che prima era ingombra di tutte le acque di scolo della città, e che oggi per canali sotterranei, laterali all’istessa strada, vanno a deporsi in ampi recipienti». Queste vasche depuratrici anche delle acque piovane erano state piazzate una «innanzi al palazzo Montenegro» e l’altra accanto alla salita che «dalla strada della Marina porta alla piazza delle Colonne».

In definitiva un bel po’ di lavori, alcuni anche criticati dallo stesso re, ad esempio l’edificio della Sanità, che tuttavia non risolvevano il problema principale  dell’insabbiamento del canale.

Quasi certamente — almeno questa è la mia opinione — Pollio non poté completare tutti gli interventi che aveva in mente di fare per la situazione politica che s’andava maturando. Lo sconcerto provocato dalla rivoluzione francese e, in particolare, dall’esecuzione di Maria Antonietta, sorella della regina Maria Carolina, i timori per le evidenti mire espansionistiche dei Francesi e, non ultima, la mancanza di liquidità conseguente alle notevoli spese per il riarmo, resero necessaria l’interruzione di ogni attività di ammodernamento dei porti, delle vie marittime più in generale, e della rete stradale.

 

  1. I Francesi pensano di riattivare il porto interno

 

Abbandonato nuovamente a sé stesso, il canale ricominciò ad insabbiarsi ed il suo stato, insieme a quello del porto interno a cui avrebbe dovuto dare accesso, fu valutato una decina di anni dopo dai Francesi, subentrati momentaneamente alla dinastia borbonica. Gli intendimenti dei nuovi dominatori erano di utilizzare il porto di Brindisi per scopi militari più che commerciali, visto il blocco continentale imposto dall’Inghilterra alla Francia proprio nel 1806, anno del loro insediamento a Napoli.

Dopo un’analisi preliminare incentrata sulla sussistenza delle condizioni adeguate per riattivare lo scalo di Brindisi — la cui documentazione s’è appena utilizzata per avere più dettagli sulle opere realizzate dal Pollio — nel 1810 il generale Campredon affidò al tenente colonnello del Genio Vincenzo Tironi (o Tirone, come appare in altri documenti) il compito di redigere una relazione anche «sul bonificamento del Porto della Città di Brindisi» nell’ottica di un suo possibile utilizzo per scopi militari.

Nel dettagliato rapporto presentato, Tironi dichiarò la configurazione dello scalo idonea ad accogliere in piena sicurezza bastimenti di ogni tipo. Riscontrava però i soliti limiti: insalubrità dell’aria, periodico ammasso di alghe e di sabbia, presenza di paludi, accentuate nelle estremità dei seni di Ponente e di Levante che rendevano la zona economicamente depressa. Forniva poi alcuni particolari sulla situazione del porto, da lui ritenuto ormai in stato di totale abbandono dal 1799: il canale di comunicazione con la rada era profondo all’imboccatura solo sette palmi ed era destinato ad insabbiarsi sempre più, tanto che, nel giro di due anni, prevedeva avrebbe nuovamente precluso l’accesso a qualsiasi bastimento; molte banchine laterali dovevano essere aggiustate e le paludi s’erano riformate in molte zone del bacino interno. Il seno di Ponente aveva ancora acque in buona parte «sempre vive» e profonde, mentre in quello di Levante il fondo era diminuito e le alghe venivano imputridite dai raggi del sole.

Tironi esaminò pure i lavori fatti in precedenza da Pigonati e Pollio, mostrandosi molto critico per le due banchine, giudicate mal edificate e, soprattutto, per i moli di prolungamento che, costruiti per  preservare il canale da ostruzioni, avevano finito per modificare la linea costiera accentuando il ristagno di alghe e sabbia e dando così origine a nuove formazioni paludose. Dava invece un giudizio decisamente positivo al sopraelevamento della strada Carolina e alla edificazione di una fogna sotterranea, compiute da Pollio. Anche se, secondo lui, sarebbe stato meglio se la strada fosse stata lastricata e se non fossero stati adottati i recipienti per bloccare e depurare le acque torbide della città, poco pratici ad essere gestiti oltre che costosi.

In particolare sui lavori svolti da Pigonati, Tironi riconosce un difetto di fondo nelle scarse risorse finanziare poste a sua disposizione ma pure suoi significativi errori commessi in sede di progettazione, tra i quali quello di maggior peso per il risultato finale era a suo dire costituito dall’orientamento “greco-levante” dato al canale, che di fatto facilitava l’interrimento, a differenza della direzione “greco” che lui riteneva più favorevole. A tal proposito, occorre precisare che questo presunto errore di Pigonati sarebbe tutto da provare, non essendo per niente pacifico che la direzione greco-levante favorisse l’interrimento rispetto a quella verso greco, come affermava Tironi, e, ancor più da provare, che l’orientamento del canale fosse in sé tanto influente da essere la causa scatenante dell’insabbiamento. Pur tuttavia questo concetto è divenuto un tema caro alla cronachistica che ne ha fatto la bandiera delle sue argomentazioni per screditare le capacità dell’ingegnere siracusano e, più in generale, l’intervento da lui compiuto per la riapertura del porto interno brindisino.

Ma soprattutto, come si vedrà, per cambiare la storia ed individuare quale causa dell’interrimento l’orientamento dato al canale.

 

  1. Come si depista la realtà

 

Il primo a ricamarci su fu Ferrando Ascoli che, in forza dell’essersi proclamato un “marino”, fu molto categorico nell’affermare che «Pigonati commetteva uno sbaglio tecnicamente grosso nel fare l’imboccatura del canale rivolta a greco-levante». Avrebbe dovuto invece orientarla nella direzione «di greco, cioè nella direzione di Forte a Mare, per metterla al riparo da ogni traversia e da ogni interrimento». E, per avvalorare  la sua tesi, l’Ascoli introduce un argomento divenuto con il passare del tempo un must, asserendo in maniera perentoria che, se Pigonati «avesse interrogato i marini e i pescatori locali», si sarebbe convinto che «i tempi cattivi da greco-levante costituiscono la “traversia”,  l’unica traversia del porto esterno» e, di conseguenza, non sarebbe incorso — sempre a suo parere — nel grave errore di scegliere proprio quell’orientamento per il canale.

In effetti parecchi cronisti e storici locali hanno modificato sostanzialmente la sparata del “marino”: quella che per l’Ascoli era una mancanza di umiltà, nel non aver voluto sentire l’opinione di chi aveva una solida conoscenza pratica, per loro s‘è tramutata in vera e propria arroganza, in quanto nei loro racconti i Brindisini avevano cercato più e più volte di avvertire Pigonati dell’errore che stava compiendo a scegliere la direzione greco-levante in luogo di quella verso greco, ma invano, lui aveva fatto con alterigia spallucce perseverando nell’abbaglio.

Ora dubito che i marini ed i pescatori brindisini del tempo si siano messi a pontificare sulle direzioni più utili per evitare l’insabbiamento, ma, a parte questo, il ritenere che il fenomeno dell’interrimento potesse essere risolto con la pratica esperienza della navigazione e della pesca, o analizzando soltanto la direzione delle traversie, come fatto dall’Ascoli, appare una banalizzazione eccessiva d’un problema all’opposto molto complesso su cui in genere pesano ben altri fattori, quali, solo per citare i più evidenti, l’effetto dei venti sulle coste e la composizione delle coste stesse.

Certo, in linea teorica aveva ragione Tironi, se il canale di comunicazione con il porto esterno avesse avuto la direzione nord-est (greco), avrebbe potuto fruire della protezione dalle correnti dall’isola di Sant’Andrea, cosa che non avveniva avendolo Pigonati indirizzato verso est-nord-est (greco-levante). Una diversa angolazione volta a greco avrebbe quindi di certo salvaguardato il canale dalle correnti ma non era del tutto scontato, come affermava Ascoli, che l’avrebbe tutelato anche dall’insabbiamento, in quanto, all’atto pratico, non era per niente conseguente che i detriti e la sabbia, responsabili dell’interrimento del canale, seguissero la stessa direzione delle traversie. Ed in effetti, scopriremo che l’insabbiamento del canale del porto di Brindisi era dovuto a ben altri fattori. La stranezza è che quando Ferrando Ascoli riprende la critica fatta da Tironi a Pigonati essa era ormai da una ventina di anni destituita di ogni fondamento, visto che nel frattempo il problema era stato risolto, e non certo perché il canale era stato diversamente orientato ma agendo appunto su altri  aspetti del problema. E stranezza ancor maggior che è tuttora convinzione comune che Ascoli avesse tutte le ragione del mondo ad accusare Pigonati d’aver sbagliato i calcoli e che il canale s’insabbiasse a causa dell’orientamento che lui gli aveva dato3.

Radicalizzando tale discorso, c’è chi arriva addirittura ad affermare che l’insabbiamento abbia avuto origine proprio dagli errori commessi da Pigonati e che, prima dei suoi lavori, nel porto interno arrivavano navigli d’ogni tipo perché non era interrito4. Vedremo, ma in un altro intervento, che non fu Pigonati, con i suoi errori, a far insabbiare la foce del porto interno per il semplice motivo che l’interrimento era dovuto a cause naturali, e non allo scavare il canale in un modo piuttosto che in un altro. Senza contare che vi sono documenti e testimonianze a iosa che attestano che l’interrimento era preesistente a Pigonati, almeno dal Seicento.

In realtà Pigonati fallì, al pari di tutti gli altri che realizzarono analoghi tentativi nel periodo borbonico per non aver capito quali erano le ragioni che creavano l’interrimento della foce che, come vedremo in seguito, erano dovute appunto a cause del tutto naturali che prescindevano da possibili errori di carattere tecnico. Rispetto a tutti gli altri interventi preunitari, quello di Pigonati, ebbe piuttosto il pregio quantomeno di indicare la via: in fondo fece scavare lui quel canale che, per quanto parecchio criticato, rappresentò l’embrione del definitivo canale Pigonati e che fece in aggiunta comprendere che, con i dovuti aggiustamenti, la città avrebbe potuto sconfiggere la malaria ed avere un futuro migliore. In aggiunta il suo progetto fu quello del periodo borbonico di gran lunga meno oneroso e l’unico ad essere stato almeno completato.

Comunque sia, dopo Pigonati, anche Pollio fallì nell’intento e nemmeno con Tironi, almeno a considerare la sua dettagliata relazione, sussistevano i presupposti per risolvere alla fonte i problemi d’insabbiamento del canale. Era quindi destinato a fallire pure il tentativo francese, se la mancanza di tempo non ne avesse tarpato le ali sin dall’inizio, e, come si vedrà,  naufragò ancor più miseramente pure quello attuato dopo il ritorno della dinastia Borbone, che pure era sostenuto da un impiego ingente di risorse.

(1 – continua)

 

 Note

1 Carlo di Borbone abdicò nel 1759 a favore del figlio Ferdinando per succedere sul trono di Spagna.

 2 Attualmente c’è un porto interno che è lo stesso di quello indicato nella mappa di riferimento, un porto medio dove si svolgono le principali attività portuali ed un porto esterno. Gli attuali porto medio e porto esterno costituivano in antichità la rada e successivamente, quando il porto interno non consentiva più l’accesso ai bastimenti, incominciò ad essere chiamato anche porto “esteriore” (esterno).

3 In tal senso, ad esempio, G. PERRI, “Brindisi nel contesto della storia”, Lulu.com, 2019, p. 106: «Pigonati, agendo con buona dose d’ignoranza nonché di arroganza, aveva commesso il grossolano errore di orientare l’imboccatura del canale a greco-levante e quel grave errore d’ingegneria finì per vanificare l’ingente sforzo» e G. MEMBOLA, “Le vicende del canale d’ingresso al porto interno“, Tutto Brindisi n. 39, marzo 2012: «Ma l’evidente errore di calcolo commesso dell’ingegnere nel progettare l’imbocco del porto, orientandolo a greco-levante proprio a direzione delle correnti marine predominanti, causò nel giro di pochi anni il progressivo intasamento dell’apertura e la conseguente ricomparsa delle malattie malariche».

4 G. CARITO, intervento nel webinar della presentazione del libro di G. PERRI: “Pagine di storia brindisina”, vol. II, Ottobre 2021, https://www.youtube.com/watch?v=sLyVzlJvPVI

 

Riferimenti bibliografici

  1. La supplica dell’arcivescovo al sovrano

Manoscritto ms_L1, “Miscellanearum Tomus I”, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. de Leo”, Brindisi.

  1. Il tentativo di Pigonati
  2. PIGONATI, “Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando IV”, Michele Morelli, Napoli 1781.
  3. CAGNES – N. SCALESE, “Cronaca dei sindaci di Brindisi (1529 – 1787)”, A cura di R. Jurlaro, Amici della “A. De Leo”,

Brindisi, 1978.

  1. Il tentativo di Pollio

Dispaccio inviato da G. Acton al sotto intendente di Brindisi, Nicola Vivenzio, il 20 ottobre 1789, riportato in “Determinazioni di Sua Maestà il Re Nostro Signore per lo porto di Brindisi”, Napoli, 1790 (Biblioteca Nazionale di Napoli).

Giornale letterario di Napoli”, volume LXXVI, giugno 1797, Michele Morelli, Napoli 1797, p. 98.

ASCOLI, “La storia di Brindisi”, Forni editore, Sala Bolognese 1981.

4. I Francesi pensano di riattivare il porto interno

Rapporto del Tenente Colonnello del Genio Tirone al Sig. Generale di Divisione Campredon, Comandante in Capo il Corpo del Genio, sul “Bonificamento del Porto della Città di Brindisi, dei terreni che l’avvicinano, e su di uno Stabilimento in questa Città di un Bagno per custodia di duemila Condannati”, Brindisi, 17 marzo 1811, BNN, Manoscritti, Biblioteca Provinciale, n. 19.

5. Come si depista la realtà

F. ASCOLI, op. cit.

G. PERRI, “Brindisi nel contesto della storia”, Lulu.com, 2019.

G. MEMBOLA, “Le vicende del canale d’ingresso al porto interno“, Tutto Brindisi n. 39, marzo 2012.

G. CARITO, intervento webinar della presentazione del libro di G. PERRI: “Pagine di storia brindisina”, vol. II, Ottobre 2021, https://www.youtube.com/watch?v=sLyVzlJvPVI

Marco De Mirto, nuovo spazio espositivo a Lecce

Nella splendida cornice di Piazzetta Leonardo Prato, si inaugura un nuovo spazio espositivo ad opera del pittore leccese Marco De Mirto.
Dotato di straordinario e precoce talento, si forma all’Istituto delle Arti della sua città natale, l’artista vanta partecipazioni in musei prestigiosissimi come il Louvre di Parigi e la Carsten’s Gallery di Miami, riuscendo a conquistare con successo il mercato americano ed il collezionismo nordeuropeo.
Le sue produzioni pittoriche sono fortemente influenzate dal Rinascimento italiano e la metafisica figurativa, anche attraverso l’utilizzo di olii e tempere ad uovo ottenute secondo tecniche antichissime, mai immutate nel tempo. Gli esperti del settore definiscono il suo stile “Realismo Magico” per la capacità di creare vere e proprie scenografie su tela introducendo elementi pagani, misti ad iconografie religiose reinterpretate in modo squisitamente personale. Quella di De Mirto è un’affascinante cosmogonia popolata da personaggi legati al mito greco e alla tradizione cristiano-barocca: ecco quindi comparire sulla tela Giove trasformato in aquila, Diana Cacciatrice, giovani fauni dei boschi, animali esotici come archetipi manichei, altari sacri, omaggi all’opera lirica Italiana e molto altro ancora da scoprire di persona.”
L’eclissi di Venere, acrilico su tela (60×70 cm)
Aperto al pubblico tutti i giorni fino a Settembre 2022
info e contatti: 320 198 8979 – marco.demirto@gmail.com
Facebook: Marco De Mirto Painter
Instagram: marco_de_mirto

Libri| Francesco e Federico, due giganti allo specchio

 

Introduzione di Ruggero Doronzo

 

Con questo volume Vito Telesca torna ad approfondire ulteriormente quanto aveva già esaminato nella prima edizione di Francesco e Federico, due giganti allo specchio e Il sogno orientale. Se nel primo volume l’Autore colloca le sue ricerche in uno spazio mediterraneo, col quale si era dedicato a esaminare l’ascesa e gli incontri di Federico II e di Francesco, così diversi negli intenti perseguiti che trovarono nella figura del sultano al-Malik al-Kamil un punto di incontro, nel secondo circoscriveva il raggio di azione all’estrema propaggine della Puglia, il Salento. Qui, ma il discorso vale un po’ per l’intera regione, la posizione strategica aveva favorito le relazioni con tutto il bacino medio-orientale in quanto la Puglia ha per secoli rappresentato il naturale ponte fra Occidente e Oriente, tappa obbligata per quanti erano diretti in Terrasanta e per quelli che dopo aver reso omaggio ai luoghi di Gesù facevano ritorno a casa. In viaggio verso l’Oriente, dalla Puglia si salpava dai maggiori porti (Barletta, Trani, Molfetta, Bari, Monopoli, Brindisi, Gallipoli) e, a ritroso, in essi si approdava, così come era possibile attraversare l’Adriatico mediante la cosiddetta via Egnatia, dal nome dell’antica città, già centro dei Messapi, nei pressi di Savelletri di Fasano. Al tempo dei Romani soprattutto, il porto di Egnatia era adoperato per raggiungere l’antica via di comunicazione della Repubblica romana che congiungeva l’Adriatico con l’Egeo e il mar Nero.

Realizzata a partire dal 146 a.C. per volontà del proconsole di Macedonia Gneo Egnazio, la via Egnatia, giunti sulla sponda opposta della Puglia, toccava importanti centri (per ricordare i più importanti) come Dyrrachium (Durazzo), Lychnidos (Ohird), Edessa, Tessalonica, Filippi sino ad arrivare a Costantinopoli.

Va da sé che per tutto il Medioevo essa rappresentò uno dei maggiori collegamenti fra Occidente e Oriente, attraversata da mercanti, crociati, uomini diplomatici, religiosi e pellegrini. Fra questi ultimi sicuramente va ricordato san Francesco, sul quale Vito Telesca torna a scrivere partendo dalle fonti agiografiche redatte da Tommaso da Celano subito dopo la sua morte, il 5 ottobre 1226.

Tommaso da Celano fu autore di due versioni della biografia di san Francesco, la prima composta entro il 1229, la seconda scritta fra il 1232 e il 1239. Esse, come la critica ha messo da tempo in luce (C. Frugoni, Francesco e l’invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Torino 1996, con bibliografia; A. Vauchez, Francesco D’Assisi. Tra storia e memoria, Torino 2010; F. Cardini, Francesco d’Assisi, Milano 2020, con bibliografia) furono sostituite dal racconto agiografico redatto da Bonaventura da Bagnoregio, destinato a diventare la biografia ufficiale di Francesco. Nonostante ciò gli scritti di Tommaso da Celano, cui si aggiunge il Trattato dei miracoli, continuarono a rappresentare le fonti da cui desumere ispirazione per quanto riguarda la raffigurazione in pittura dei miracoli compiuti dal santo, in un’area che grossomodo abbraccia la Toscana, l’Umbria, le Marche e il Lazio e, per l’Italia meridionale, la Campania, la Puglia e la Basilicata.

L’Autore con questo volume indaga le vicende storiche che seguirono subito dopo la morte di san Francesco e che in Italia vedevano ormai l’ascesa di Federico II, figlio di Enrico VI, eletto nel 1215 e incoronato nel 1220. Preoccupato di rinsaldare il controllo sul Regno di Sicilia, Federico II rimandò per alcuni anni la crociata in Terrasanta, che, a seguito della caduta di Gerusalemme, era fra le priorità dei pontefici. Salpato nel 1227 dal porto di Brindisi fu costretto a rientrare subitissimo a causa di un’epidemia esplosa sulla flotta e ciò portò papa Gregorio IX a scomunicarlo.

Come si anticipava, Federico II aveva incontrato il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, il medesimo che qualche anno prima Francesco aveva raggiunto per convincerlo, ma invano, alla conversione degli infedeli. Federico II intavolò col sultano delle trattative diplomatiche che gli fruttarono la cessione da parte dei musulmani di una parte di Gerusalemme, nonché un’area di transito sino al porto di Acri. Tale incontro, durante il quale il dialogo si sostituiva per la prima volta alla guerra, portò Federico a essere accusato di miscredenza. Quando fece ritorno in Italia, l’imperatore diede avvio alle operazioni militari contro i comuni lombardi, ottenendo una nuova scomunica nel 1239.

Telesca indaga la fitta trama socio-politica che si sviluppa nel terzo e nel quarto decennio del Duecento sottolineando come per il pontefice Gregorio IX san Francesco, emblema della cristianità, fu in più occasioni contrapposto alla figura di Federico II. Se l’imperatore, scomunicato una terza volta nel 1245 dal successore di Gregorio IX, Innocenzo IV, veniva indebolito sempre più, il culto nei confronti di san Francesco cresceva e si diramava in Italia centro meridionale, non solo grazie alla politica papale di propaganda e alla predicazione dei frati, che ormai si dirigevano in più parti della penisola, ma soprattutto a seguito del ricordo di un passaggio diretto del santo di Assisi sulle strade pugliesi.

Questo porta l’Autore a soffermarsi e a esaminare i luoghi presso cui san Francesco si sarebbe recato durante il suo viaggio verso la Terrasanta e di quelli che dovette eventualmente visitare al suo ritorno: vengono così ricordati importanti luoghi della cristianità pugliesi presso cui la tradizione ricorda la presenza del santo di Assisi, come per esempio il santuario micaelico di Monte Sant’Angelo.

Il libro di Telesca, seguendo tale pista di indagine, offre allora la possibilità di fare il punto della situazione sull’arrivo dei primi Francescani in Italia meridionale e della diffusione delle prime immagini di sapore francescano. Questa disamina, infatti, non esula così dal trattare anche le testimonianze pittoriche nel quadro storico-artistico generale dei secoli XIII e XVI limitatamente alla Puglia e alla Basilicata.

In tale contesto si inserisce il capitolo intitolato Presenza francescana nell’arte in Puglia e Basilicata tra XIII e XVI secolo a firma di chi scrive, nel quale sono tornato su temi di cui mi sono già occupato (R. Doronzo, La chiesa di San Donato a Ripacandida. Storia e arte di un santuario lucano dimenticato, Bari 2018; R. Doronzo, Fonti per la Regio Vulturis. Arte e devozione nella Terra di Ripacandida, Bari 2019; R. Doronzo, M. Pasculli Ferrara, La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, Bari 2019), allargando però l’area di indagine in particolar modo in Capitanata, in Terra di Bari e, ancora una volta, in territorio lucano, in cui i cicli pittorici presenti (soprattutto in edifici legati all’Ordine francescano) presentano soluzioni figurative dove vengono coniugati gli stilemi più diversi maturatisi all’interno delle tradizioni regionali e soluzioni che rimandano più nello specifico alla cultura figurativa ‘adriatica’, non prescindendo da alcune iconografie codificate da Giotto nella basilica superiore di Assisi. Faccio specifico riferimento all’episodio delle Stimmate di san Francesco, di cui Giotto traduce in immagine quanto narrato da Bonaventura da Bagnoregio nella sua Legenda Maior, composta fra il 1260 e il 1263. La medesima iconografia si ritrova sia nella basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina (Lecce), in cui modelli e caratteri di provenienza napoletana si legano in una contaminatio di alto valore con quelli derivanti dalle aree marchigiana e veneta[1], e sia nella chiesa di San Donato a Ripacandida.

Se a Galatina numerose figure dei cicli pittorici (Storie dell’Apocalisse sulle pareti della prima campata, Storie veterotestamentarie sulle pareti della seconda, Storie di Gesù su quelle della terza e Storie della vita di santa Caterina d’Alessandria su quelle del presbiterio) eseguite dal 1391 al 1406 (anno della morte di Raimondello del Balzo Orsini, cui è legata la fondazione della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria) e, soprattutto, fra il 1415 e il 1446 (anno in cui morì la munifica committente Maria d’Enghien Bienne)[2], instaurano uno stretto dialogo col versante artistico adriatico a cavallo fra XIV e XV secolo[3], a Ripacandida una tale iconografia poté essere conosciuta nella zona del Vulture mediante la circolazione di tavole e codici miniati che viaggiavano assieme a monaci e religiosi lungo i principali tratturi che collegavano i centri pugliesi a quelli lucani. All’episodio raffigurato nella chiesa lucana prende parte anche frate Elia, il quale divulgò la notizia della presenza delle stimmate sul corpo di Francesco al momento della morte.

Tornando alle pagine a firma di Vito Telesca, lo studioso cerca di far luce sugli eventi che portarono Elia a seguire vie che spesso si incrociarono con quelle perseguite da Federico II e la lettura, chiara e scorrevole, rende il contenuto avvincente sia per gli addetti ai lavori che per gli appassionati di storia religiosa.

 

Note

[1] Rammento che G.B. Cavalcaselle, J.A. Crowe, Storia della pittura in Italia dal secolo II al secolo XVI, vol. IV, Firenze 1900, pp. 326-327, individuavano all’interno della basilica galatinese il veneziano Caterino.

[2] M. Pasculli Ferrara, R. Doronzo, La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, Bari 2019, con bibliografia precedente.

[3] Sulla cultura veneta in genere negli affreschi galatinesi si veda A. Cucciniello, Galatina, Basilica di Santa Caterina d’Alessandria. D’agli intendenti ammirata. La decorazione pittorica, in S. Ortese, Pittura tardogotica nel Salento, Galatina 2014, pp. 3-71, in part. p. 43.

Giuseppe Lisi. Il profumo del tempo

Accademia di Belle Arti di Lecce, Galleria dell’Accademia | via Libertini 
29 giugno ore 11

Mostra a cura di Lucia Ghionna

Catalogo a cura di Gianluca Russo – edizioni Il Raggio Verde
Si inaugura il 29 giugno, ore 11, nella Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Lecce “Il profumo del tempo” mostra personale dell’artista Giuseppe Lisi.
Una mostra, curata da Lucia Ghionna e accompagnata dal catalogo a cura di Gianluca Russo per i tipi de Il Raggio Verde edizioni, che suggella la conclusione dell’attività didattica di Giuseppe Lisi, che  ritorna nel luogo che lo ha visto formare intere generazioni di studenti iscritti alla Cattedra di Decorazione da lui diretta per quarant’anni.
«Giuseppe Lisi  – si legge nella presentazione firmata da Nicola Ciraci e Nunzio Fiore rispettivamente Presidente e Direttore dell’Accademia di Belle Arti – ha guidato con passione lo sviluppo di numerosi studenti sia negli aspetti creativi, sia in quelli produttivi, elementi imprescindibili del percorso formativo dei giovani artisti.»
E non solo riservata ai giovani studenti dell’Accademia, ma aperta al grande pubblico saranno  fruibili le opere de  “Il profumo del tempo” che, dal 29 giugno al 6 luglio 2022 (con ingresso libero dalle 10 alle 17), trovano spazio nella Galleria dell’Accademia. In mostra una selezione di lavori che coprono un arco di tempo che va dalle prime opere del 1979 fino alle ultime inedite del 2021.
Un titolo – che è anche quello del catalogo monografico – che suggerisce la cifra espressiva di Giuseppe Lisi che ha messo al centro della sua ricerca artistica la Natura nel senso più alto e poetico del termine con l’intento di fermarne l’essenza, di catturarne colori, forme e profumi per preservarne il ricordo.
«Le opere di Giuseppe Lisi  – scrive Gianluca Russo curatore del catalogo – sono caratterizzate da una forte complementarietà, nonostante siano state realizzate tra il 1979 e il 2021 e con svariate tecniche espressive: dalla pittura alla grafica, alla cartapesta, alla fotografia, all’installazione. Si sviluppano da un’attenta indagine e successiva riflessione sulla natura e sui ricordi ad essa collegati. Ne scaturisce un segno poetico e gestuale impresso dall’autore su carta e in seguito su tela, segno che conserva la sua freschezza nel passaggio dalle superfici cartacee di piccole dimensioni alle tele decisamente più imponenti. In quest’ultime, seguire il percorso-racconto impresso dal pennino, risulta complesso, tanto da rendere gratificante smarrirsi tra le loro intricate trame. Lo stesso segno invade il supporto tridimensionale nelle pitto-sculture in cartapesta, dove le maglie della natura prendono il sopravvento esaltandone la superficie.»
Non solo carta e tele. La cartapesta, materiale povero che si intreccia con la storia e l’identità culturale della sua terra, diventa mezzo espressivo che si piega alla creatività dell’artista che con i suoi totem, le sculture intitolate “Profumi di Macchia Mediterranea”, continua la sua indagine sulla natura e sui luoghi della sua terra che inevitabilmente è anche un racconto che scava nel passato e nella memoria anche quando l’artista, cambia registro espressivo, realizza fotografie, installazioni e le dia-installazioni facendo coincidere lo spazio dell’opera con quello del fruitore.
«In tutto il suo lavoro – scrive ancora Russo – è evidente la necessità di sperimentare tecniche e linguaggi e, allo stesso tempo, aggrapparsi ai propri ricordi, alla quotidianità, al territorio e alle sue peculiarità. Nonostante la presenza di una bulimia culturale diretta verso un uso sfrenato delle nuove tecnologie, Giuseppe Lisi rimane concentrato nel ricercare i dettagli che la natura, instancabile, gli propone; convinto che ci siano ancora profumi e colori da scoprire e dei quali nutrirsi per poi essere rivelati sul supporto creativo.»
La monografia che sarà presentata in occasione dell’apertura della mostra è il racconto del percorso artistico di Giuseppe Lisi e si conclude con i testi critici e le testimonianze letterarie e un apparato  fotografico, in bianco e nero, che documenta il suo passaggio nell’Accademia di Belle Arti di Lecce come artista e docente del corso di Decorazione.
Notizie biografiche
Giuseppe Lisi nasce a Nardò (LE) il 18 febbraio 1954. In giovane età si appassiona alla fotografia frequentando il laboratorio di un suo familiare; attratto dalla natura desolata e incontaminata dei litorali salentini di un trentennio addietro effettua i suoi primi scatti e intanto si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Diplomatosi in decorazione seguendo i corsi dei maestri Raffaele Spizzico, Mimmo Conenna e Rocco Coronese inizia la sua attività artistica partecipando a collettive e personali in Italia e all’estero. Pur non trascurando gli ambienti artistici locali (con Corrado Lorenzo si interessa ad esempio alla poesia visiva che, nata negli anni settanta del ‘900 ad opera del gruppo 70, ha l’intento di polemizzare e demistificare, attraverso la combinazione parola-immagine, la società consumistica) sente la necessità di confrontarsi con quanto accade in ambito nazionale; vive quindi tra Roma, Firenze e Venezia, città delle quali ha uno studio oltre quello di Nardò. Nel capoluogo veneto è nominato docente di Tecniche dell’Incisione presso la locale Accademia di Belle Arti, carica che ricopre fino a al 1995 quando diviene titolare della Prima Cattedra di Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Lecce.
I referenti della sua ricerca sono la memoria e la natura dei luoghi della sua terra; in una serie di pitto-sculture (Profumi di macchia mediterranea, Danza la luna nella sterpaglia) la loro rievocazione è affidata alla cartapesta che, plasmata e dipinta con colori acrilici, assume le forme vegetali del brullo, arso ed assetato Salento. Natura e memoria, costantemente presenti in tutti i suoi lavori, permeano anche disegni e dia installazioni; con queste ultime l’artista salentino è tornato all’utilizzo della fotografa, punto di partenza del suo interesse verso il mondo dell’arte. Giuseppe Lisi vive e lavora a Nardò.

A Brindisi non ci si va e non ci si ferma, si arriva e si parte

Porto di Brindisi: piroscafo della Valigia delle Indie – 1905

 

Brindisi: città ‘al limite’ e ‘città ‘limes

da meta ideale d’ogni fuga a frontiera verso l’immaginario

 

di Gianfranco Perri

Parecchi anni fa scrissi di Buenos Aires1 e raccontai di quella bella e interessante città sudamericana che in più occasioni ho avuto il piacere di visitare, sia per lavoro che per diletto. Il contesto di quel mio scritto mi portò a tentare un improbabile parallelismo tra Buenos Aires e Brindisi, che feci, in realtà, per segnalare una specifica ed in apparenza incongruente differenza tra le due città, pur entrambe portuali e pur entrambe – in senso geografico – estreme: Brindisi, con il suo porto intagliato presso l’estremità del tacco dello stivale italico propenso a sudest nel Mediterraneo a mo’ di spartiacque tra i due mari Adriatico e Ionio e Buenos Aires, con il suo porto anch’esso situato prossimo ad una estremità geografica, addirittura la punta dell’intero continente americano, propensa a sud a mo’ di spartiacque tra i due oceani Atlantico e Pacifico.

Ebbene, mente Buenos Aires è, in apparente pieno rispetto della logica, un luogo estremo dal quale non si passa, ma al quale si arriva di proposito, per fermarsi – non si va a Buenos Aires per poi proseguire il viaggio, o ci si ferma o si torna indietro – a Brindisi, invece, normalmente e storicamente parlando, non ci si va, non ci si ferma, a Brindisi si arriva e da Brindisi si parte.

Quale sarà, allora, la ragione di tale sostanziale differenza? Ebbene, la spiegazione è semplice e va ricercata nel fatto che, pur essendo geograficamente entrambe città luoghi ‘al limite’, solamente Brindisi è – anche – luogo ‘di limes’, cioè ‘di frontiera’: di separazione ossia tra due entità e, nel caso specifico, nientemeno che tra due mondi, Occidente e Oriente. Ed è proprio a tale singolarità, a tale doppia peculiarità, che Brindisi deve gran parte – nel bene e nel male – della sua plurimillenaria storia nonché della sua indiscussa fama nel mondo: essere una città di frontiera è attributo abbastanza comune, ma essere allo stesso tempo città sita all’estremo di una propaggine geografica, di fatto continentale, è invece attributo decisamente singolare, forse unico.

Molto probabilmente lo aveva ben scoperto anche Ernest Hemingway quando nel suo famoso ‘Addio alle armi’, nel dialogo tra Frederic – il giovane tenente medico volontario americano, protagonista del romanzo – e Gino, ufficiale medico italiano incontrato nelle retrovie del fronte del Carso, tra Gorizia e Caporetto nell’autunno del 1917, fa dire al secondo: «Tu cosa faresti se avessi una frontiera fatta di montagne?» E Frederic risponde: «Una volta gli austriaci venivano sempre bastonati nel Quadrilatero attorno a Verona, li lasciavano scendere in pianura e li bastonavano lì.» E Gino: «Ma i vincitori erano francesi, in casa d’altri è più facile risolvere i problemi militari.» E Frederic: «E già, quando si tratta del tuo paese non lo puoi usare così scientificamente.» E Gino: «Eppure i russi l’hanno fatto, per intrappolare Napoleone.» E Frederic: «Sì, ma quelli avevano un paese veramente enorme, se in Italia tentaste di ritirarvi per intrappolare Napoleone, vi ritrovereste a Brindisi! …» Quindi, come a voler significare “in Italia, il luogo più remoto dove si potrebbe pensar di andare per fuggire da un nemico, è Brindisi: un luogo sito all’estremo geografico ed in più, luogo di frontiera”.

Qualcuno ha finanche avanzato la suggestiva idea che Hemingway in quel suo romanzo scritto nel 1928 abbia prefigurato per Brindisi – città limite e città limes – la meta della fuga del re nel ’43 per da lì, come fecero i russi dalla Siberia con Napoleone, attendere pazientemente la ritirata degli invasori: intrigante l’ipotesi della prefigurazione e, comunque, una citazione certamente premonitrice.

Del resto, già ben prima del ’43, praticamente da sempre nel corso della storia, a Brindisi erano fuggiti – se pur con fughe dalle cause e dagli esiti dissimili – veramente in tanti: a cominciare da Falanto, Spartaco, Cicerone, Pompeo, per solo citare i primi tra quelli divenuti famosi, e via via molti altri. E anche proprio subito prima e subito dopo quel ’43 si registrarono alcune tra le più eclatanti fughe a Brindisi, con tanti arrivi e tante partenze: a cominciare dall’inverno del 1915-1916 con il biblico esodo dell’esercito serbo – con più di 270.000 tra soldati serbi, re Pietro I di Serbia e re Nicola I di Montenegro inclusi, profughi e prigionieri austroungarici – e continuando, nel 1945, con il continuo affluire a Brindisi dei profughi giuliani, fiumani, dalmati, e quindi degli ebrei che venivano dall’Europa orientale e dall’Africa settentrionale. E poi ancora, solo trenta anni fa nel 1991, con l’impressionante arrivo in massa di varie decine di migliaia di Albanesi.

E tra i primi fuggitivi a Brindisi sopra citati, vissuti prima di Cristo, e gli ultimi giunti in fuga a Brindisi, vissuti sul finire del secondo millennio, quanti altri più o meno famosi ce ne furono? Sarebbe certamente troppo lungo e troppo arduo poterli menzionare e pertanto: meglio rinunziare a farlo. Solamente provo ad accennare a quanto accadde a Brindisi, sempre in relazione a fughe arrivi e partenze, nel bel mezzo dei due estremi epocali sopra indicati, già entrato cioè il secondo millennio, nell’epopea delle crociate, fin dalla prima – nel 1100 Goffredo, signore normanno di Brindisi, accoglie i reduci della prima crociata e sposa sua figlia Sibilla al reduce Roberto Courteheuse, duca di Normandia, sfarzosamente dotandola grazie alle ricchezze che aveva accumulate proprio in Brindisi2 – e lo faccio alimentando il mio racconto con parte di quanto richiamato da Rosanna Alaggio in un suo interessante articolo sulle frontiere nell’occidente medievale3.

Risultano numerose, per tutta la durata del fenomeno crociato, le attestazioni di spostamenti che assegnano al porto di Brindisi il ruolo di terminale di scambio per le armate al seguito di alcuni dei più importanti membri dell’aristocrazia d’Oltralpe, oltre che di alcuni sovrani europei di ritorno da Gerusalemme, di dignitari e di alti prelati – forse mai si era verificata un’affluenza numericamente paragonabile a quella che la spedizione federiciana del 1227, la sesta crociata, riuscì a coinvolgere. Per tutti quei tempi, tra la fine dell’XI secolo e il XIV infatti, numerose testimonianze pervenute attribuiscono a Brindisi una importante funzione negli spostamenti degli eserciti cristiani per e dalla Terra Santa, che comportarono un gran numero di transiti, imbarchi e sbarchi, anche di nobili, dignitari e membri delle più importanti dinastie regnanti europee con il loro seguito armato, o comunque di soggetti spesso rappresentanti di istituzioni aventi a diversi livelli rapporti – compresi intricati legami familiari – con la monarchia normanno-sveva, cui Brindisi apparteneva.

L’eco delle loro imprese, diffusa in tutta Europa dai tanti racconti dei protagonisti e dai resoconti di cronisti che molte volte erano loro stessi membri delle spedizioni, contribuì in buona misura a consolidare nella coscienza collettiva della civiltà occidentale la percezione di Brindisi quale avamposto di una frontiera, e non solo in termini meramente geografici. Brindisi inoltre, allo stesso tempo, con il suo porto divenne base strategica fondamentale per tutti i principali potenti ordini monastico cavallereschi, quali giovanniti teutonici e templari: vi svernavano le flotte dei monaci guerrieri e mentre nei cantieri navali si dava corso alle necessarie riparazioni, in città si producevano contatti e incontri tra personaggi di prim’ordine, provenienti da tutta Europa e dal vicino e lontano Oriente.

Rosanna Alaggio riferisce del grandissimo numero di citazioni ricevute dalla città di Brindisi proprio a proposito della sua duplice condizione di ‘città estrema’ e di ‘città limes’: “Brindisi si trova menzionata in diciotto opere, tra romanzi e cronache redatte in antico francese e in altre lingue romanze, e in ben ventiquattro Chanson de Geste.” E anche se i rimandi a Brindisi nella maggioranza dei casi sono citati in relazione a postazioni di transito e d’imbarco per le imprese crociate di protagonisti eroici e temerari, spesso sono utilizzati anche come termine di riferimento per voler esplicitamente esprimere per quella Brindisi “la dimensione di una distanza ai limiti del raggiungibile e del conosciuto”. Un’immagine che non necessariamente derivava da una conoscenza diretta, ma che piuttosto risentiva dell’influenza di proiezioni fantastiche e che per tal motivo in certi casi aggiungeva alla realtà accenti suggestivi di una dimensione addirittura esotica, enfatizzando i parametri che ne mettevano maggiormente in risalto le caratteristiche proprie di una terra di frontiera – la Puglia – elaborata dall’immaginario collettivo come limite estremo di un’intera civiltà: il luogo della separazione che diventava anche momento di coesistenza tra il reale, la consuetudine e l’ideale:

«Nel Galeran de Brertagne l’eroina protagonista è descritta come la più bella che si possa trovare fino a Brindisi, e nel Tournoi Chauvency viene fatta menzione di un uomo come il migliore che possa esistere fino a Brindisi. Nell’Ugo Capeto si cita Brindisi per ben tre volte: non è possibile trovare cavalieri valenti come Beuve de Tarse fino al porto di Brindisi; un figlio di Brabante si vanta dell’opulenza della casa di suo padre che non ha pari in tutta la Francia e neppure a Brindisi; e, infine, lo stesso Hugo Capeto è un cavaliere che non ha pari fino al porto di Brindisi. Nel Le Batard de Bouillon la regina Margalie è la più bella che esiste fino al porto di Brindisi. Nell’Enfances Renier il porto di Brindisi è menzionato come riferimento per esprimere una distanza enorme. Nel Lion de Bourges si fa riferimento all’oro di Brindisi. Nel Garin de Loheren un elmo di notevole fattura proviene da Brindisi. Nell’Elie de Sant Gilles Brindisi è una città pagana. L’Ipodemon è ambientato nella Brindisi medievale. E Brindisi, infine, nel Roman du Chastelain de Coucy et de la dame de Fayel, viene scelta come città in cui si spegne e viene seppellito il Castellano de Coucy, verosimilmente Guy de Ponciaus, morto in Terra Santa al seguito di Riccardo Cuor di Leone: un’ambientazione, quella a Brindisi, privilegiata per la descrizione della morte di un valoroso cavaliere cristiano al ritorno dalla Terra Santa.»3

Riavvicinandosi poi, a poco a poco ai tempi nostri, si scopre che tra fine 800 e inizi 900, proprio mentre si inaugurava il canale di Suez, da Brindisi il visionario professor Sapeto e l’ammiraglio Acton il 12 ottobre 1869 salpavano verso la baia di Assab in Eritrea, muovendo il primo passo dell’avventura coloniale italiana, e poco dopo «…con lo scalo dei grandi piroscafi della Valigia delle Indie, Brindisi ritorna nell’immaginario europeo non più, come era stato nei secoli immediatamente precedenti, quale limes della cristianità innanzi al turco, ma nuovamente quale porta verso l’esotico. Fogg, per compiere il suo Giro del mondo in ottanta giorni è verso Brindisi che deve muovere, come del resto lo fanno anche molti personaggi creati da Agata Christie o da Gide. Sulle banchine del porto per mesi, prima d’essere coattivamente rimpatriato, s’aggirò Rimbaud [in realtà non vi giunse perché in camino da Milano a Brindisi, nel 1875, fu colto da un’insolazione che gli impedì raggiungere la meta]. E qui sarebbe sbarcato Tagore che riconobbe in una appena intravista ragazza di Brindisi il volto giovane dell’Europa. Finanche Emilio Salgari, l’idea del suo oriente immaginario è possibile l’abbia colta a Brindisi, capolinea, con Venezia, dell’unica tratta di mare che si sa da lui percorsa. La storia della città, del resto, può riassumersi in quella delle fortune del suo porto e intendersi nel più generale quadro di riferimento offerto dall’evoluzione dei rapporti fra gli stati rivieraschi del Mediterraneo e dei grandi itinerari saldanti Europa, Africa e Asia.»4

Ed eccomi di ritorno al mio articolo su Buenos Aires; iniziava con queste esatte parole:

«Caro direttore Gianmarco, nel mio andare per il mondo avrò incontrato forse un centinaio, e anzi molte più, di persone che di fronte alla mia affermazione di essere di Brindisi rispondendo alla naturale domanda che tra conoscenti circostanziali ci si scambia sul rispettivo luogo di provenienza, mi hanno replicato con decisione: certo Brindisi, io la conosco, ci son stato per andare in… ‘oriente’ via mare, un bellissimo porto!»1

Naturalmente quel mio “andare per il mio mondo” si riferiva ad anni che ormai son trascorsi da parecchio, quanto meno, naturalmente, ad anni precedenti la data – 2011 – dell’articolo. Anni, comunque, in cui non imperversavano ancora i voli low cost, anni in cui per andare dall’Europa in Oriente, in Grecia, Albania, Turchia, Egitto, India, eccetera, generalmente si ‘prendeva’ una nave e molto spesso la si prendeva proprio da Brindisi.

E adesso? Certo, Brindisi continua ad esistere nella sua posizione geografica di sempre, quindi di ‘città al limite’. Ma continua ad essere città limes? Probabilmente sempre meno, in un mondo che sembra voler tendere, pur tra tanti ostacoli, all’eliminazione delle frontiere, anche se per ancora un po’ ci si dovrà accontentare d’averne solo spostato più in là alcune avendone eliminato alcune altre: Dubrovnik, Durazzo, Vallona, Corfù, Pireo e tanti altri posti per Brindisi non sono più dall’altro lato del limes. Un percorso ancora lungo e accidentato che sull’altra sponda del limes vede tuttora rimaste la Turchia, l’Egitto, l’India, eccetera. In entrambi i casi però, si tratta pur sempre di luoghi, vicini o lontani che siano, che oggi di fatto si raggiungono tutti con l’aereo. E anche se Brindisi ha il suo bell’aeroporto, non è assolutamente la stessa cosa!

Porto di Brindisi: – 1910

 

Dubito fortemente – con un poco di malinconia – che i miei figli, e ancor più i miei nipoti, al comunicare le loro origini brindisine ad un qualche interlocutore incontrato circostanzialmente, si possano sentir rispondere: “Ah! Brindisi, io la conosco, ci son stato per andare a…” Ma, magari e spero, mi sbaglio.

Porto di Brindisi: faro isola Traversa delle Pedagne – costruito nel 1859

 

BIBLIOGRAFIA

  • Perri Gianfranco Brindisi, perla in un pianeta di bellezze – Senzacolonne dell’11 novembre 2011
  • Ordericus Vitalis Historia Ecclesiastica – Patrologia Latina, Parigi 1835
  • Rosanna Alaggio “Finis est Europae contra meridiem” Immagini da una frontiera dell’Occidente medievale – Incontri di studio del Mæs, 2005

Una pelike attica nel Museo Sigismondo Castromediano di Lecce

di Pietro De Florio

 

Introduzione

Il mondo greco antico ha sempre esercitato un importante influsso culturale e commerciale nel Salento. Un segno tangibile sono gli acquisti, da parte delle aristocrazie messapiche, di splendidi  vasi attici classici, provenienti da Atene1.

Il vasellame attico in genere era a figure nere (dal VII sec. a.C.), cioè dipinto con una vernice nero – brillante sul fondo rosso della terracotta e con i particolari ottenuti a graffito, lasciando affiorare il rosso cotto della creta. Si otteneva una specie di pittura piatta, lineare con figure viste di profilo2.

Nel V secolo cambia il procedimento. Si dipingeva tutto il vaso di nero brillante, lasciando scoperta in rosso la silhouette, e all’interno degli spazi rossi i particolari venivano delicatamente tratteggiati con un sottile pennellino intriso di nero. Un segno nero tracciato su rosso viene meglio percepito, quindi si ottiene una pittura fluida raffinata e analitica, grazie anche all’arte di veri artisti come Psiace, Eutimide, Duride, il Pittore di Chicago (N.d.A.) e altri.

Esiste anche la tipologia dei vasi bianchi privi di campiture cromatiche definite; la decorazione, dal contorno libero, viene fatta a punta di pennello, richiamando suggestioni plastiche3.

Nel Museo di Lecce è possibile ammirare la bellissima pelike attica a figure rosse (inventario n. 573) attribuita al Pittore di Chicago, della seconda metà del V sec. a.C., sulla quale sono raffigurati, da un lato A l’episodio mitologico di Polinice che offre a Erifile la collana di Armonia, e dall’altro B una donna che si volge a parlare con un efebo, cioè un adolescente appena entrato nella pubertà. Le scene sono delimitate in alto da una decorazione di palmette a ventaglio e in basso da una fascia a meandro cadenzata da rettangoli (Figg. 1,2).

Figura 1

 

Figura 2

 

Il Mito

A Tebe sta per compiersi la maledizione di Edipo4 sui figli Etèocle, che significa “della vera fama”, e Polinice, cioè “l’uomo dalle molte contese”5.

I due dopo aver scacciato il loro padre re di Tebe, stabilirono che avrebbero regnato un anno ciascuno. Ma Etèocle finito il suo turno di regno non volle cedere il trono a Polinice. Allora questo chiese aiuto a suo suocero Adrasto re di Argo e fratello di Erifile. Si formò una coalizione di sette re (per quante erano le porte di Tebe), pronta a marciare contro Etéocle. Ma uno di questi, il re Anfiarao marito di Erifile, non aderì dalla spedizione di Adrasto e, come scrive Kerény, “egli la sconsigliava poiché, sebbene fosse un valoroso guerriero, aveva anche quelle qualità degli esseri connessi al mondo sotterraneo [… ] per cui conosceva il futuro. Sapeva che sarebbe morto nella guerra contro Tebe”, perciò si nascose; soltanto sua moglie Erifile sapeva dove fosse. “Polinice si recò quindi da lei. Un dipinto vascolare famoso ce lo rappresenta mentre va dalla bella Erifile in veste di pellegrino –  tra i due sta una gru, parente del cigno – e prendendo la collana di Armonia dalla scatola dei gioielli, induce in tentazione la giovane donna. Ella tradisce il marito e gli ordina di obbedire ad Adrasto”.

D’altro canto Erifile era già intervenuta in passato in qualità di paciere nelle controversie tra il proprio fratello e suo marito. I due probabilmente si sarebbero uccisi, pertanto giurarono d’ora in avanti di rispettare sempre il giudizio di Erifile. “Anfiarao l’indovino, pur sapendo della corruzione, andò comunque in guerra, ordinando ai suoi figli di uccidere la madre, qualora non fosse ritornato”6.

Va ricordato, inoltre, che la collana d’oro fabbricata da Efesto dava un irresistibile fascino a chi la portava ed Erifile, timorosa di perdere le propria bellezza, ne anelava il possesso.  Il monile apparteneva ad Armonia (ava di Erifile) figlia di Afrodite e di Ares. Fu sua madre a donargliela, quando andò in sposa a Cadmo, fondatore di Tebe, e da suo figlio Polidoro nacque la sventurata stirpe di Edipo.

Intanto la guerra contro Tebe finì in una carneficina, si salvò solo Adrasto, la città non venne espugnata, mentre Polinice ed Eteocle si scannarono a vicenda7.

 

La Descrizione

Sul lato A (Fig. 1), si vede Polinice barbuto, indossa una corta tunica stretta alla vita decorata con animali selvaggi e fiori stilizzati (rosette) e un laccio legato alla caviglia destra. Mediante la mano del braccio sinistro, coperto parzialmente dalla clamide pendente, regge una scatola portagioie da cui ha appena tratto la collana di armonia (dipinta di bianco) e con l’altra  mano fa penzolare davanti agli occhi della donna il monile.

Costui è armato di spada sostenuta dal balteo di cui si intravede l’elsa e, sul capo, porta l’elmo a calotta8 quali segnali che rimandano all’imminente guerra. All’immagine larvata di guerriero,  fa da contrasto la succinta veste di pellegrino e il lungo bastone di appoggio, quasi a dissimulare le proprie intenzioni, con un dono apparentemente disinteressato. Tra Polinice ed Erifile è presente una gru9 che, oltre ad essere una cesura compositiva, probabilmente nel suo significato iconologico, rappresenta la vigilanza, secondo una vecchia leggenda citata da Aristotele nella Storia degli animali (9,10). Un animale che al minimo rumore si sveglia, pertanto è sempre vigile e attento. Quindi l’attenzione dev’essere rivolta a quello che sta per accadere: la debolezza morale, la vanità umana, l’apparire, il fascino delle cose materiali e la brama del loro possesso, possono spingere a compiere le azioni più sconsiderate (giacchè Erifile sapeva delle profetiche doti del marito e, quindi, come sarebbe andata a finire)  (Figg. 3, 4).

Figura 3
Figura 4

 

Frontalmente si vede Erifile con la testa di profilo rivolta a Polinice, mentre i suoi occhi fissano il monile, verso il quale distende la mano, l’altro braccio, invece, si accosta il fianco del corpo. Indossa l’apotygma allacciata da fibule su entrambe le spalle, sotto il peplo dorico orlato di nero e il capo ingentilito da un semplice chignon e da sottili nastri. In alto in prossimità delle teste si leggono i nomi dei due protagonisti10.

Sul lato B della pelike si vede frontalmente una giovane donna con chitone,  himation e una banda ornamentale intorno al capo, voltandosi guarda un efebo anche questo indossa l’himation, lasciando scoperto quasi tutto il petto. Ha la testa cinta da una fine tenia bianca, sta fermo con le gambe incrociate, puntellandosi con un lungo bastone bitorzoluto, posto sotto l’ascella sinistra. Una scritta incomprensibile è posta tra le due figure11 (Fig.2). Ci sarebbe da riflettere sui due episodi figurati del vaso (A, B): da una parte l’inganno, la corruzione e, infine la guerra, dall’altra, invece la semplice reciproca attrazione tra giovani, una specie di rapporto paleofreudiano thanatos ed eros.

Per la prossemica rimane aperta la posizione dei due protagonisti nella scena mitologica, cioè l’uno a lusingare e l’altra a lasciarsi convincere. Infatti i piedi di Polinice sono rivolti verso Erifile mente quelli di costei sono visti frontalmente, solo la testa si gira verso l’uomo. In uno spazio reale e relazionale i due personaggi sarebbero più o meno uno accanto all’altra (sarebbe una prossemica aggressiva, se fossero di fronte), con un punto in comune a terra dato da due linee immaginarie che, rispettivamente,  partendo dai piedi dei due protagonisti vanno a formare sul terreno un angolo di circa 90 gradi; ciò indicherebbe un comportamento condiviso o di complicità12 (Fig. 6).

Figura 5. In basso fig. 6

Infatti la prossemica indica che la distanza personale (di relazione, per la stretta di mano, interazione ecc.), tra due individui  varia tra i 45 – 120 cm., quindi  osservando le braccia protese dei due personaggi e le loro teste (anche per l’efebo e la giovane donna sull’altra faccia del vaso) si intuirebbe questa “vicinanza”13, sebbene entrambi i busti arretrino, per la convessità della superficie vascolare. Si nota un clima di reciproca connivenza, il collo e la testa della donna sono inclinati verso l’uomo denotando l’interesse per la collana di Armonia, infatti la mano istintivamente si apre sollevandosi, anche il capo e il petto di Polinice si protendono in avanti come spinti dalla rigidità della gamba sinistra, mentre con la mano destra, le offre il seducente monile (Figg. 1,3)

In definitiva si potrebbe dire che nei due protagonisti (lato A), la determinazione interessata del donare e la brama edonistica del ricevere si traducano in espressioni corporee.

 

Ornamentazione e Stile

Gli episodi figurativi riprodotti sul vaso sono delimitati in alto da un elegante fregio a palmette interrotto solo dall’innesto delle due anse e, in basso, da una fascia decorativa con motivi a meandro, limitatamente alla base delle figure umane, insomma dal geometrico astratto in basso, si passa al vegetale stilizzato in alto.

In genere la bordura vegetale nei vasi attici a figure rosse risente dei motivi egizi, cirenaici e roditoti, caratterizzati da petali, boccioli, fiori o frutti a forma di pera, che sono disposti in coronamenti tripartiti, sostenuti da tralci schematici14. Riguardo alla pelike leccese il tralcio (come in altri esemplari analoghi), alla base a volute, sviluppa un regolare e sinuoso percorso, incorniciando e avvolgendo in eleganti ventagli, gruppi di palmette, intervallati da residui stilizzati tripartiti di fiori di loto,  boccioli o calici, ossia i residui stilistici della tipologia anzidetta più antica15 (Figg. 7,8)

figura 7

 

figura 8

 

In basso sotto i piedi delle figure scorre un nastro decorativo in sequenze di riquadri geometrici a meandro, interrotti ogni cinque, quattro o tre volte da rettangoli crociati, nel tipico stile della decorazione geometrica –  astratta a banda articolata in linee spezzate16. Su questo vaso, come in altri della stessa specie e periodo, si hanno due tendenze ornamentali: una ritmico – iterativa stilizzata, potenzialmente figurativa con elementi vegetali e un’altra geometrico – astratta con una propensione integralmente antifigurativa17. Tuttavia i due orientamenti quello di derivazione protostorica astratto e l’altro naturalistico tendente all’organico non sono incompatibili18, anzi coesistono nella pelike leccese: il meandro sta insieme alle palmette e allo schema dei boccioli (Figg. 7, 8, 9, 10).

figura 9

 

figura 10

 

Dunque il tralcio nel periodo classico si libera dalle rigidità lineari più antiche, diviene un fluido segno ornamentale ed anche elemento iconologico di raccordo tra corpo fittile e ansa. Il tralcio nella pelike del Museo di Lecce, assume anche il compito di evidenziare i due punti di contatto, tra il corpo del vaso e le anse, quale indicazione di continuità19. Alla base delle anse il disegno a palmette viene simmetricamente suddiviso in due ventagli di coronamento, separati da altrettanti tralci a volute contrapposte che formano una specie di innesto per l’elemento vegetale (Figg. 11, 20). A tal proposito Worringer vede nel tralcio ondulato a volute la geometria che si trasforma in forza elastica viva e naturale, lasciando immaginare l’alternativa figurativa e organica20. Infatti le palmette, nella pelike volgono delicatamente verso i lati, rispetto alla foglia centrale, secondo lo schema della palmetta traboccante già studiata da Riegl21 (Figg.8, 10).

figura 11

 

La pelike 570 è stata attribuita al Pittore di Chicago22, cioè un ceramografo attivo pressappoco dopo la metà del V secolo a.C. esponente di quella “classicità più consapevole e matura”23. Il disegno è dettagliato, grazie al fine tratto grafico che annota particolari e gesti,  come nella tunica di Polinice o nell’istintiva mano protesa di Erifile (Figg. 1, 2, 3, 5, 8). Un sapiente equilibrio si nota tra la linea analitica di contorno esaltata dal rosso sul nero (e i bianchi della collana e fascette sul capo di Erifile) e il suggerimento delle masse plastiche rese dal controllo formale dei panneggi e dai vividi dettagli (ciuffi di barba, riccioli, acconciature, bordature ecc.), rendendo le superfici vive e delicate.

È lo stile del “temperamento lirico” del Pittore di Chicago che “si esprime in effetti con maggior compiutezza in un mondo di figure femminili”24: Erifile con delicatezza distende il braccio, quasi aspettando che l’uomo lasci cadere il monile nella sua mano, il tutto nella elegante descrizione del gesto sospeso, sottolineato da una snella, ma incisiva linea di contorno. Una grazia compositiva ribadita dalle pieghe parallele e dalla mossa orlatura del peplo di Erifile a cui corrisponde frontalmente il panneggio della clamide pendente dal braccio dell’uomo (Figg. 11, 12).

figura 12

 

Sul versante B, si nota analoga elasticità plastica, le due figure giovanili (donna e uomo) si guardano, lei pare quasi che si sia per un attimo fermata e volge lo sguardo indietro in direzione del ragazzo appoggiato a un lungo bastone obliquo, come posto in una specie di diagonale, quasi a controbilanciare l’attrazione reciproca degli sguardi (Figg. 2, 13, 14, 15, 16)

figura 13

 

figura 14

 

figura 15

 

Se l’arte classica rinuncia allo spazio per privilegiare la corporeità intrinseca delle singole figure o cose (come nelle volumetrie di Polinice, Erifile, dell’efebo e della giovane donna) a scapito di unità pittoriche coerenti25, nella pelike leccese il pittore, tuttavia, ha la premura di presentare un racconto figurato e dinamico facendo assumere importanza anche agli spazi, per così dire negativi, cioè ai neri tra le figure rosse.

Cioè, se gli spazi neri, in entrambi i lati (A, B), fossero stati troppo ampi avrebbero svilito l’importanza delle figure, ma con la presenza della gru, dei bastoni, della collana e delle braccia protese, i neri si riducono e si alternano gradevolmente con i rossi delle figure (Figg.1,2)

Il vaso consiste in un oggetto tridimensionale e, quindi, le figure dipinte seguono la superficie convessa: le teste si piegano, le braccia si estendono nello spazio e le masse si espandono 26, ma simultaneamente tendono a sottrarsi alla tridimensionalità, a vantaggio della superficie piana.

È questa che crea individualità e irrelatività, evitando il fluire ingannevole delle forme nello spazio, preferendo le estensioni geometriche lineari28. Ciò, nel vaso, si vede nell’assenza di scorcio, nei volti visti profilo, negli occhi mai rappresentati insieme frontalmente, di braccia e gambe come se muovessero sullo stesso piano. Spetta a drappeggi e ai piedi visti in alzato a completare la visione, lasciando immaginare il senso della profondità. Quindi nella pelike leccese si fondono i due poli estetici dell’arte classica: il naturalismo realistico empatico di apertura al mondo e l’aspetto geometrico astratto – stilizzato (di derivazione Dipylon), segno di stabilità e misura, oltre la  relatività del mondo esterno29.Tutto ciò si è notato, sia nell’ornamentazione astratta geometrica del meandro – labirinto e nella stilizzazione floreale, sia nel dispiegamento in piano della forma (vitale) umana (Figg. 1,2, 9,10).

figura 16

 

figura 17

 

La Forma

Nella pelike leccese si può cogliere il rapporto tra superficie e forma, cioè l’insieme strutturato delle decorazioni astratte e figurative. Gli ornamenti geometrici e vegetali stilizzati, se per un verso evidenziano o isolano gli episodi narrativi posti al centro del vaso, dall’altro e contestualmente uniscono la totalità iconica in forma conglobata estensiva. Vale a dire, i tralci e le palmette (superfici) si collegano con la geometria zig zag degli orli e pieghe sulla tunica di Polinice (forma), come il motivo a meandro (superficie) viene colto nella iniziale potenzialità formale di avviluppo, nell’himation (forma) dell’efebo (Figg. 18, 19) e, si potrebbe proseguire, con altri parallelismi configurativi, tra il momento astratto e quello figurativo.

figura 18

 

figura 19

 

Quindi, rispetto ad altri esemplari di vasi, è possibile notare il giusto equilibrio decorativo e formale che elimina dissonanze o elementi di separatezza, inoltre la semplicità e il rigore dello stile attico, non eccede nel decorativismo, non affolla o complica lo spazio pittorico, producendo quella pienezza da horror vacui 30, com’ è possibile notare in alcuni esemplari del IV sec. di ceramica apula e italiota.

Dunque il vaso si dà come forma e unità, possiede, stando a Simmel, una propria entità in sé conchiusa, rispetto allo spazio fluttuante intorno; un oggetto qualsiasi o un utensile, invece, si troverebbero in correlazione con il contesto esterno, insomma l’opera d’arte “ha reciso ogni legame con l’esterno e si accontenta di fondere i propri elementi in unità autarchica”31.

Ma un vaso, oltre a essere in alcuni casi, un’opera d’arte con un’esistenza separata, è anche un oggetto utilizzabile nella quotidianità. Esiste comunque un punto di contatto tra il mondo ideale dell’arte quale ritaglio di spazio “autarchico” e il mondo esterno collegato nelle anse che si protendono nel mondo, ma al tempo stesso rientrano nella sfera estetica dell’opera. Insomma la manipolazione esterna del versare, riempire, somministrare, inclinare, sollevare ecc. passa attraverso l’ansa e contestualmente il vaso quale “forma artistica che, indifferente al mondo esterno, rivendica l’ansa per sé”32. Quindi all’ansa spetta un compito estetico e pratico, essendo una specie di ponte tra idea e materia. Le pelikai attiche generalmente possiedono anse poco pronunciate rispetto all’ampia globosità strutturale, in quella leccese le anse procedono dal vaso come se vi fossero ancora incorporate, sembrerebbero già in origine inglobate nell’unità del manufatto, come in una scultura dove viene tolta la materia in eccesso33.

Nelle pelikai le anse appartengono al corpo ceramico, non si tratta di applicazioni aggiunte dalle forme dissonanti o irregolari, sono delle impugnature connaturate nel vaso, come membra umane facenti parte di un corpo, svolgendo una piena intesa formale33. Nell’opera leccese la convessità dell’organismo prosegue nelle anse, perché queste vanno a riempire la concavità tra spalla e collo del vaso, in una sorta di bilanciamento volumetrico. Allora l’ansa soggiunge Simmel “appartiene a un’altra provincia dell’essere, mentre al contempo l’omogeneità del materiale preserva la coerenza del tutto”34 ed è quello che pare coincidere nel modello leccese (Figg. 1,2).

I vari caratteri estetico – pratici sono nessi di “co-appartenenza” e “compresenza simultanea” tra il dentro e il fuori, cioè il mondo esterno maneggiante l’ansa entra nell’opera, consentendone l’utilizzo pratico fondendosi nella totalità estetica35. Il discorso metaforico di Simmel sta a significare che l’arte, pur rimanendo un fenomeno formale e visibile, non rinuncia ad essere ponte o ansa, cioè strumento di comunicazione.

Per concludere, vale la pena citare Tatarkiewicz, quando sostiene che nell’arte greca, anche per le arti cosiddette minori, compresa la ceramica, prevalgono le semplici figure geometriche, cioè il triangolo, il quadrato, il rettangolo e il cerchio36.

A tal proposito lo studioso riporta le ricerche degli americani Jay Hambidge e Lacey Davis Caskey37 i quali individuano nella forma dei vasi greci proto classici e classici proporzioni fisse. Spesso alcuni crateri rientrano in un quadrato cioè nel rapporto 1:1, oppure altri vasi: pelike, anfore, olpe, lèkythos ecc. si potrebbero perimetrare entro rettangoli aurei, vale a dire nel rapporto 1:0,61838.

La Pelike leccese è alta cm. 41 e ha un diametro alla bocca di 20 cm. e dalle foto è possibile dedurre il diametro tra pancia e spalla di cm. 27 circa. Quindi, cercando di comprendere se il vaso rientra nella proporzione aurea, semplificando si sono riportate le suddette misure (altezza e diametro massimo) in scala 1/5, per tracciare un rettangolo di cm. 8,2 x 5,4. Se si costruisce geometricamente con riga, squadra e compasso un altro rettangolo aureo sul lato maggiore (altezza pelike) di cm. 8,2 cm., si avrà nel lato minore la misura di cm.5. Quindi si potrebbe dire che il rettangolo aureo rilevato (cm. 8,2 x 5) risulta sovrapponibile a quello perimetrale e reale della pelike, con uno scarto di circa 4 mm. in meno (in scala), quindi l’ipotesi di Caskey verrebbe, per approssimazione, confermata, almeno per il modello preso in considerazione (Figg. 21, 22).

figura 20

 

figura 21-22

 

Note

1Dinu Adamesteanu, La Colonizzazione Greca in Puglia, in  La Puglia dal Paleolitico al Tardoromano, presentaz. C.D. Fonseca,  Electa,  Milano, 1979, p. 273

2 Giulio Carlo Argan, Storia dell’Arte Italiana, vol. I, Sansoni, Firenze, 1980, p. 108.

3 Ivi, pp. 108 – 109. Cfr. anche Martin Robertson, La Ceramica attica e le sue derivazioni, in Ceramica, EUA, Venezia – Roma, 1958 – 1986, Vol. III, pp. 320 – 325

4 Costui è il responsabile involontario, sia della morte del padre, sia del rapporto incestuoso con la madre. Disprezzato dai figli Eteocle e Polinice, li maledice, così questi “avrebbero dovuto dividere tra loro con il ferro l’eredità paterna” e uccidersi a vicenda sprofondando insieme negli inferi (Kàroly Kerény, Gli Dei gli eroi della Grecia (1958),  traduz. Vanda Tedeschi, Il Saggiatore, Milano, p. 333, da Sofocle Edipo a Colono 1375)

5 K. Kerény, op. cit. p. 509

6 Ivi, 511 – 512

7 Alcune fonti riguardo la vicenda mitologica: Igino, Fabula, 69, 70 e 73; Euripide, Le Fenicie, 105 e sgg., 408 e sgg. e 409 Le Supplici 132 e sgg. I Sette a Tebe, 375 e sgg.; Omero, Odissea XI 326 e segg. XV 247; Sofocle, Edipo a Colono 1316, Elettra 836 e sgg. ed Erifile, Edipo a Colono 1316; Diodoro Siculo IV 65 5 e sgg. IV 65 7 -9; Apollodoro I  9 17, III 6 1, III 6  4; Pausania, V 17 7 e sgg., IX 41 2, X10.3; Pindaro  Nemea, Argomento. (per approfondire la bibliografia, in parte riportata: Robert Graves, Miti Greci (1955), presentaz. Umberto Albini, traduz. Elisa Morpurgo, Longanesi Cde, Milano, 1986, pp. 347 – 384)

8 Mario Bernardini, I Vasi attici del Museo Provinciale di Lecce (1965), Congedo Editore Galatina, 1981, pp. 52 – 55. Centro Ricerche Arte Classica Università di Oxford, archivio Beazley: www.beazley.ox.ac.uk/XDB/ASP/recordDetails.asp?id=FEBB9664-89F2-4A41-9F1E-5708986055EC&noResults=&recordCount=&databaseID=&search=  e, in particolare www.beazley.ox.ac.uk/XDB/ASP/browseCVARecord.asp?id={FEBB9664-89F2-4A41-9F1E-5708986055EC}&startRef=&x=1&newwindow=true

9 O forse si tratterebbe di un airone, come sostiene Chiara Terranova, in Amphiaraos Chthonios betwen Greeks, Etruscans an  Apulians, in Accademic Journal of Interdisciplinary Studies, MCSER Publishing, Rome Italy, vol 4, n. 1, March, 2015, p. 500

10 M. Bernardini, op. cit. e Centro Ricerche Arte Classica Università di Oxford, archivio Beazley, op. cit

11 Ibidem

12 Allan e Barbara Pease, Perché mentiamo con gli occhi e ci vergogniamo con i piedi? (2004), traduz. Francesca Tissoni, RCS Mondolibri, Milano 2005, pp. 269 – 270. Scrivono gli autori: “Per evitare di essere considerati aggressivi, negli incontri amichevoli ci poniamo l’uno a 45 gradi rispetto all’altro, in modo da formare un angolo di 90 gradi […]. Dall’angolo così ottenuto si deduce che stiamo probabilmente conversando in modo non aggressivo e, visto il processo di imitazione in atto, dimostrando di possedere il medesimo status. La configurazione a triangolo, inoltre, invita un’eventuale terza persona a unirsi ai due”. D’altro canto anche tra gli animali quando non si vuole attaccare, l’uno si pone accanto all’altro, come fanno per esempio i cani.

13 James Borg, Il Linguaggio del corpo (2008), traduz. Simonetta Bertoncini, Tecniche Nuove, Milano, 2012, p. 157

14 Alois Riegl, Problemi di Stile (1893), traduz. Marco Pacor, prefaz. Carlo Arturo Quintavalle, Feltrinelli, Milano, 1963, p. 191

15 Ivi, p. 196 – 197

16 Eugenio Battisti, Repertorio Esemplificato dei Motivi, in Ornato, in EUA, vol. X, Venezia – Roma, 1958 – 1986, p. 260 – 272, fig. 23

17 Eugenio Battisti, Le Civiltà con prevalente espressione artistico mimetico – rappresentativa e l’autonoma dell’ornato, in Ornato, op. cit. p. 258

18 Ibidem

19 A. Riegl, op. cit. pp. 197 – 200

20 Wilhelm Worringer, Astrazione e Empatia (1908),  a cura di Andrea Pinotti, traduz. Elena De Angeli, Einaudi, Torino, 2008, pp. 73 – 74

21 A. Riegl, op. cit. pp. 209 – 210

22 John Beazley, Attic read figure- vase painters, Oxford, 1963, pp. 629, 1662, in M. Bernardini, op. cit. p. 55. Cfr. altra bibliografia riportata

23 Treccani.it/enciclopedia dell’arte antica/Pittore di Chicago/ di E Paribeni_1959. Cfr. Gisela M. A. Richter, Attici e Beotici Centri e Tradizioni, EUA vol. II, 1958 – 1986, p. 165

24 Ibidem

25Erwin Panofsky, La Prospettiva come Forma Simbolica (1927),traduz. Enrico Filippini, Asthetica Abscondita, Milano, 2013, pp. 25 – 26.

26 Adolf Von Hildebrand, Il Problema della Forma nell’Arte Figurativa (1893), a cura di A. Pinotti, F. Scrivano, Aestetica, Palermo, 2001, p. 37

28Cfr. Wilhelm Worringer, Astrazione e Empatia (1908), a cura di Andrea Pinotti, traduz. Elena De Angeli, Einaudi, Torino, 2008, pp. 44, 84

29 Ivi, pp. 24, 70 – 73

30 Paolo Enrico Arias, La Pittura vascolare, in Magna Grecia, arte e artigianato,  Cassa di Risparmio di Puglia, Electa, Milano, 1990, pp. 200 – 213

31Georg Simmel, L’Ansa del Vaso. Saggi di Estetica (1919), in G. Simmel Stile Moderno, a cura di Barbara   Carnevali e Andrea Pinotti, traduz. Francesco Peri, Einaudi, Torino, 2020, p. 306

32 Ivi, p. 307

33 Ivi, p. 308

33 Ivi, p. 310

34 Ivi, p. 310

35 Ivi, p. 313

36Wladyslaw. Tatarkiewicz, Storia dell’Estetica vol. I, L’Estetica Antica, (1970), traduz. Giorgina Fubini, Einaudi, Torino, 1979, pp. 85 – 87

37 Lacey Davis Caskey, Geometry of Greek Vases, Boston, 1922, in W. Tatarkiewicz, op. cit. p.85

38 W. Tatarkiewicz, op. cit. p.86

 

Libri| Nativitatis Imago

Nativitatis Imago. San Giuseppe nel ciclo natalizio. Il Santo Natale dal XVI al XX secolo, a cura di Vincenza Musardo Talò, Barbieri Edizioni, Manduria, ill., pp. 272 

 

 

dalla prefazione di Vincenza Musardo Talò

… Trattasi di rare incisioni, preziosi santini, suggestive cartoline, ricercati biglietti natalizi, magici presepi di carta e quant’altro, utile non solo all’evento, ma anche a celebrare e far rivivere negli incavi della memoria di ognuno, antichi rituali segnici, propri di un’infanzia mai dimenticata e che sempre ritornano nella festa più bella e più attesa dell’anno.

E per meglio legittimare un simile happening del sacro popolare e lasciarne testimonianza, ecco il Catalogo, Nativitatis Imago, accostato per i tipi della Barbieri Edizioni.

È un Catalogo cercato da cultori e studiosi dei santini d’epoca, innamorati dell’elegia devozionale della Notte Santa così come veicolata e liricamente trasposta sullo scorrere di tali immagini del Mistero del Natale. Da ormai un secolo, l’antropologia religiosa in particolar le osserva – sul piano fenomenologico – quali ineludibili fonti e documenti della pietà popolare nel succedersi dei secoli, soprattutto a partire dall’immediato postridentino, con il loro rilancio, voluto dai padri conciliari.

Dunque, venendo all’oggi, veramente speciale e imperdibile sarà – per cultori e collezionisti di santini – il Catalogo di questo Natale, per almeno due essenziali considerazioni: in primis, il suo essere un prezioso ed elegante contenitore (tra incisioni, santini e altre carte di devozione) di oltre quattrocento pezzi da collezione, molti dei quali stimati come rari o introvabili esemplari. Stampati in ogni parte dell’Europa cristiana e liberamente circolando per le strade della loro storia, lunga almeno cinque secoli, i santini soprattutto sono osservati e studiati dalla iconografia e dalla iconologia sacra quali radici e testimoni di devozioni e culti lontani soprattutto privati, domestici. Erano angoli di Paradiso su cui l’animo semplice del devoto trasferiva i segni di una fede incrollabile e la certezza del patrocinio speciale del Cielo, allocato su quel minuscolo pezzo di carta, ritenuto come il più potente dei talismani.

La seconda ma più incisiva considerazione è l’aver stimolato – questo 2021 due volte Anno Santo – esperti e accreditati studiosi del santino a indagare un tema iconografico, aperto su due fronti: San Giuseppe nel ciclo natalizio e l’iconografia della Vergine di Loreto, celeste patrona degli Aeronauti.

Infatti, a chiamare a tanto l’impegno dell’AICIS, vi è stata la straordinaria concomitanza, nella storia della Chiesa, di due eventi speciali, per primo la Lettera Apostolica Patris Corde del Santo Padre Francesco, tesa a celebrare il 150.mo del Decreto Quemadmodum Deus, con cui, nel 1870, Pio IX proclamava San Giuseppe “Patrono della Chiesa universale”.

In secondo luogo, ecco la Lettera Pastorale, che il 14 agosto 2019, vigilia dell’Assunta, indice il Giubileo lauretano, Chiamati a volare Alto. L’occasione di questo ulteriore dono della Chiesa è il Centenario della proclamazione della Vergine di Loreto, quale patrona degli Aeronauti (8 dicembre 2019-10 dicembre 2020). Fu il papa Benedetto XV, il 24 marzo 1920, a dichiarare la Gran Madre di Dio, Signora di Loreto “Patrona principale presso Dio di tutti gli aeronauti”. Questo straordinario evento, che il Santo Padre ha promulgato per un altro anno ancora, fino al 10 dicembre del 2021, stante il doloroso permanere della pandemia, è stato poi graziosamente arricchito dall’inserimento nelle Litanie Lauretane di tre nuove invocazioni, di tre speciali altri titoli alla Vergine di Loreto: Mater Misericordiae, Mater Spei e Solacium migrantium.

Per tutto questo, in ultima analisi, è d’obbligo rimarcare l’alta valenza dei due Giubilei straordinari, che si sommano nella mistica visione della Sacra Famiglia, quale modello universale dei valori più belli del vivere quotidiano fra le mura domestiche, di cui è “icona” la Santa Casa di Nazaret-Loreto.

Infatti, l’AICIS ha voluto celebrare anche il Giubileo lauretano, accogliendo nella sua Mostra natalizia incisioni e santini d’epoca sull’umile Casa di Nazaret-Loreto, testimone del trascorrere dei giorni della divina Trinità terrena. Sono santini dalle connotazioni proprie dell’iconografia devozionale lauretana, così come è nata e si è evoluta nel tempo. Parimenti ha voluto fare l’editore Barbieri, ampliando con tale tema la portata iconografica generale del Catalogo. Non posso tacere, poi, la preziosa presenza dei quattordici saggi di studio, per i quali mi è d’obbligo ringraziare gli Autori. Ognuno di loro ha saputo offrire un personale e inedito contributo alla storia e alle diverse valenze culturali e artistiche del santino, quivi indagato in ossequio alle liturgie giubilari che ci hanno accompagnato e sorretto lungo questo secondo anno, dominato dal maleficio pandemico e carico di incertezze e delle buie paure del domani…

 

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Palazzo Imperiale tra i rolli di Genova

Rolli days, strade e palazzi di Genova.

 

di Mirko Belfiore

Partiamo dall’inizio. Che cosa sono i Rolli Days? Sono delle giornate in cui Genova apre al mondo i suoi luoghi più rappresentativi, orgogliosa e trionfale, testimoni diretti di quel momento storico aureo, che lo studioso Fernand Braudel definì: El Siglo de los genoveses.

Nel corso del XVI secolo e nei primi decenni del XVII secolo, la Repubblica di San Giorgio acquisì un peso specifico sempre più rilevante all’interno delle complesse dinamiche del mercato finanziario europeo, influenzando le economie dei regni più importanti del Vecchio Continente. Di conseguenza, molti furono gli ospiti illustri che si recarono in Liguria per tessere rapporti con l’influente oligarchia genovese. Ed è proprio in corrispondenza di queste occasioni che si creò la necessità di come accogliere degnamente questi personaggi, vista la mancanza di un luogo ufficiale adatto a questo scopo.

Fu proprio per questo motivo che il Senato della Repubblica, l’8 novembre del 1576, approvò un decreto che istituiva una lista (i cosiddetti ruoli o “rolli”), dove vi venivano inserite tutte le dimore più sontuose della città e al nobile proprietario che veniva estratto a sorte si assegnava l’obbligo di accogliere l’autorità di turno, con decoro e a seconda della posizione da esso ricoperta; un sistema magistralmente sintetizzato dalle parole dello storico Ennio Poleggi, il quale definì Genova: “una reggia repubblicana diffusa”.

Stemmario dell’Albergo della famiglia Imperiale olim Tartaro

 

Fra queste numerose “case” di proprietà del facoltoso patriziato locale (più di un centinaio, e di cui una buona parte oggi è riconosciuto come patrimonio Unesco) ritroviamo anche il nominativo di palazzo Imperiale, iscritto nel bussolo di I classe fin dal 1576 e presente anche nelle successive liste: 1588 (III classe), 1599 (I classe), 1614 (I classe) e 1664 (II classe).

Dove si posiziona il palazzo? Il palazzo lo ritroviamo inserito nella parte più antica del centro storico, un’enorme babele di vie e vicoli che ancora oggi caratterizza la città.

Con la sua imponente mole e una splendida facciata tripartita decorata secondo tre stili diversi: a bugnato, ad affresco e con stucchi, si erge in tutta la sua bellezza nella cosiddetta area del Campetto, l’antico campus fabrorum.

Scorcio di Via di Scurreria con la facciata di palazzo Imperiale

 

Fu costruito fra il 1555 e il 1560 e fu commissionato al celebre architetto Giovan Battista Castello detto il Bergamasco, dal ricco uomo d’affari e proprietario di un “banco” fra i più remunerativi della città: Vincenzo Imperiale olim Tartaro. Nel 1580 il figlio Gio. Giacomo Imperiale, abilissimo uomo d’affari, subentrò nella proprietà del palazzo e oltre a saper ereditare la profonda cultura del padre, portò avanti la sua sfolgorante carriera politica, raggiungendo il seggio dogale fra il 1619-1621: massima carica istituzionale genovese. Egli, inoltre, si renderà protagonista di numerose trasformazioni architettoniche di tutte quelle che erano le proprietà del casato, extramoenia (Villa Imperiale-Scassi di Sampierdarena fra le tante) e intramoenia.

Si impegnò ad aumentare il ruolo di rappresentanza dello slargo del Campetto costruendo una nuova ala dell’edificio patronale, a cui sia aggiunse un vero e proprio progetto immobiliare ad ampio respiro. Acquistò un gruppo di edifici di epoca medievale prospicenti il portale d’ingresso e dopo averne demolito una parte, fece aprire nel 1584 un elegante asse viario (attuale Via di Scurreria, già Via Imperiale), che mise in collegamento la domus con la piazza antistante la Cattedrale di San Lorenzo, decorando tutti i palazzi che vi si affacciavano con affreschi e nuove linee architettoniche.

Palazzo Imperiale, particolare della facciata tripartita e del portale monumentale.

 

A conclusione di questo percorso, sintesi perfetta dell’uomo d’affari e del politico impegnato, troviamo quella figura che più di tutti seppe rappresentare la grande parabola di successo di Casa Imperiale: Gian Vincenzo. Raffinato collezionista d’arte e celebre letterato, fu educato fin dai primi vagiti alla “doppia vita” di uomo di finanza e di cultura. Percorse tutte le tappe del “corsus honorum”, arrivando a occupare nel 1625, lo scranno di senatore della Repubblica.

Fu mecenate, stimato poeta e infaticabile viaggiatore, riconosciuto anche per la sua innovativa produzione letteraria, talmente rilevante che lo pose all’attenzione degli ambienti culturali più importanti dell’epoca (le accademie dei Mutoli, degli Addormentati, dei Gelati, degli Intrepidi, etc.), circoli letterali dove ebbe l’opportunità di conoscere e confrontarsi con le principali menti dell’epoca come Gabriello Chiabrera, Angelo Grillo e Ansaldo Cebà.

Ritratto di Gian Vincenzo Imperiale (Anton Van Dick, olio su tela, circa 1626, Bruxelles, Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique)

 

Fu protettore di molti artisti e pittori, i quali gravitarono presso la sua corte, non solo per le enormi possibilità economiche, ma anche e soprattutto perché in lui riconoscevano quella sconfinata cultura che seppe alimentare fino alla fine dei suoi giorni. A celebrazione di questo percorso familiare, lo stesso fece porre nel 1629, su una delle pareti del primo piano del palazzo, una lapide dedicatoria che ancora scolpita nel marmo recita: il palazzo fu eretto dall’ “Avo” Vincenzo, ampliato da “Padre” Giò. Giacomo e decorato da tutti con pitture, statue e libri.  Un vero e proprio manifesto programmatico che sintetizza la forte unione di intenti che unì i tre membri e di cui la dimora rappresenta uno dei massimi esempi.

Lapide dedicatoria in marmo del 1629, posta al primo piano di palazzo Imperiale.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Rossi A., R. Santamaria, Superbe carte: I Rolli dei Palazzo di Genova, Paginaria edizioni, Polignano a Mare 2018.

Montanari G., Palazzo Imperiale di Campetto in Genova, Aguaplano, Passignano sul Trasimeno 2017.

Poleggi E., L’invenzione dei rolli: Genova, città di palazzi, Skira, Milano 2004.

Poleggi E., Una reggia repubblicana: atlante dei palazzi di Genova 1576-1663, Allemandi, Torino 1998.

Grendi E., La repubblica aristocratica dei Genovesi. Politica, carità e commercio fra Cinque e Seicento, Il Mulino, Torino 1987.

Martinoni R., Gian Vincenzo Imperiale politico, letterato e collezionista genovese del Seicento, Antenore editore, Padova 1983.

Monte Magalastro tra Sava e Torricella

RESTI ARCHEOLOGICI, RICERCHE, DOCUMENTAZIONE E FONTI STORICHE

 

di Gianfranco Mele

Monte Magalastro si trova tra l’agro di Sava e quello di Torricella, a 96 mt. sul livello del mare. Dalla sommità dell’altura è possibile dominare con lo sguardo un’ampia fetta del panorama circostante, compresi il comune di Torricella e la zona costiera.

Gli studi intorno a questo sito (benchè non siano mai stati condotti veri e propri scavi archeologici ma soltanto indagini in superficie) riferiscono di significative presenze in epoca neolitica, greca o messapica, romana, bizantina.

Una veduta dall’altura di Magalastro

 

   UN CONTINUUM INSEDIATIVO DALLA PREISTORIA ALL’EPOCA ROMANA

Mario Annoscia, nel Notiziario Topografico Pugliese del 1978, individua in questo sito, da rinvenimenti in superficie, resti di materiali di varie epoche a partire da quella preistorica. Ritiene inoltre di identificare alcuni blocchi tufacei come resti di una fortificazione classica. L’Annoscia riferisce di  “diversi blocchi tufacei di forma parallelepipeda” sulla parte più alta della collina, che è circondata da un antico muro a secco. Ritrova ritrova inoltre nell’area i seguenti materiali: due schegge di ossidiana, numerosi frammenti di coppi e tegole, frammenti di unguentari del periodo ellenistico, frammenti di parete di vaso a vernice nera baccellato, un frammento di ciotola a vernice nera ellenistica, un frammento di parete di skyphos a figure rosse con motivo a volute, numerosissimi frammenti di vasi a vernice nera, acromi, da fuoco, d’impasto, due opercoli frammentati, fondi e pareti di ceramica grigia, un piccolo peso da telaio piramidale, alcune bocche e puntali d’anfore, una testina femminile confrontabile con i tipi della coroplastica tarantina.[1]

Monte Magalastro, Frammento di testina (fig. a) e frammento di parete di vaso (fig.b), foto Mario Annoscia

 

In area Magalastro, come si è anticipato,  purtroppo non risultano essere stati effettuate campagne di scavo archeologiche, a discapito di frequenti incursioni da parte di tombaroli. Tuttavia Paride Tarentini esplora meticolosamente il sito in superficie, rinvenendo una serie di materiali assai interessanti. I suoi studi rilevano la presenza di un insediamento neolitico, di presenze nelle età del rame, del bronzo e del ferro, di epoca greca (o messapica), di epoca romana.

Rispetto all’epoca neolitica il Tarentini segnala e offre documentazione fotografica circa  ritrovamenti superficiali di  “intonaci argillosi di capanna; industria litica su selce, ossidiana e pietra dura levigata, sparute ceramiche, frammenti vascolari ad impasto grossolano bruno e/o nerastro”.[2]

Per quanto riguarda l’ “epoca greca”, il Tarentini documenta la presenza di “frammenti ceramici e grandi blocchi squadrati in pietra carparo […], numerosissimi resti di coppi e tegole (alcune dipinte di rosso/bruno)”. Vi intravede perciò un insediamento di significativa consistenza, comprensivo di un sepolcreto e di un luogo di culto. Le funzioni sepolcrali e cultuali del sito sono confermate dalla presenza di “lastre tombali spezzate, resti ossei” e  ”vasetti miniaturistici, frammenti di statuette votive”. Il Tarentini inquadra cronologicamente questo insediamento tra il VI-V ed il  IV-III sec. a.C. , evidenziando la presenza rara  di “cocci a figure nere”, quella sporadica di cocci “a figure rosse” e quella prevalente di frammenti “a vernice nera con sovraddipintura tipo “Gnathia””.[3]

Monte Magalastro, frammento di vaso a figure nere e terracotta figurata (foto P. Tarentini)

 

Le tracce di frequentazioni e/o insediamenti di epoca romana sono documentate dai ritrovamenti, sempre del Tarentini, di ceramiche a pasta grigia (II-I sec. a.C.) e di un frammento in terra sigillata italica (I sec. d.C.).[4]

L’area archeologica di monte Magalastro è circondata da muri a secco, che sembrano perimetrare l’altura a mò di protezione. Il Tarentini, in accordo con l’Annoscia, ipotizza la presenza di un avamposto militare fortificato greco (phourion), a difesa dei confini della chora tarantina.[5] Questa ipotesi si allinea ad una serie di interpretazioni avanzate da storici e archeologi che vedono in una serie di siti (gli stessi che   molto più tardi faranno parte del limite orientale della diocesi medievale di Taranto), delle zone strategiche di confine della Magna Grecia, sviluppatesi durante la terza fase di espansione della Chora tarantina (VI sec. a.C.): si assisterebbe, così,  alla comparsa, a ridosso dei centri messapici, di una serie di siti rurali, luoghi di culto e villaggi fortificati.[6]

Tuttavia il fatto che questi luoghi fossero caratterizzati dalla presenza di divinità di frontiera (ovvero di divinità molto venerate anche dalla popolazione messapica) e che vi fosse la compresenza di elementi, sia votivi (terrecotte, vasellame) che architettonici rapportabili sia ad area magnogreca che messapica (e/o frutto di influenze, interazioni e scambi), può far pensare anche ad un dominio e possesso del territorio costantemente messapico e non già, a un dato momento storico, magnogreco (cosa della quale ad esempio è convinto lo studioso francavillese Cesare Teofilato, che intravede in Agliano, altro insediamento di confine nelle vicinanze di Magalastro, una cittadella messapica avamposto dei siti di Sava e Manduria).[7]

Perciò, benchè alcuni studiosi siano propensi per una caratterizzazione magnogreca di questi siti, altri si dimostrano più cauti, o li identificano come interni al confine messapico pur se caratterizzati da influenze  tarantine (proprio in quanto disposti a ridosso immediato della zona tarantina e quindi più suscettibili di rapporti di scambio e interazioni). A sostenere questo tipo di tesi, ad esempio, è il Mancarella, che intravede nei territori di Monacizzo e Torricella siti messapici “a influenza tarantina,  con necropoli a ceramica indigena e ceramica greca”.[8]

Lo Stazio invece mostra più cautela, scrivendo: “si ha l’impressione, in queste località, di essere in una zona di confine tra l’ambiente greco e quello indigeno e questa impressione è confermata dalla presenza di numerose cinte murarie relative a piccoli, ma ben fortificati centri, di cui però la mancata esplorazione non consente di precisare a quale dei due ambienti appartenessero”.[9]  D’altro canto, studi recenti  dimostrano come tra il IV ed il III sec. a.C. In ambito messapico si assista ad un proliferare di strutture del tipo torre, che permettono il controllo del territorio, e sono funzionali ad una serie di necessità: non solo di tipo difensivo-militare, ma anche di gestione delle risorse agricole (controllo e prevenzione dei furti di derrate), trasmissione di informazioni a distanza e “in rete” con altre strutture simili, adunate religiose e politiche, allestimenti di fiere e mercati. Il Mastronuzzi in particolare, elenca una serie di torri di età messapica con funzioni analoghe: la torre di Giuggianello, la torre sita presso la località Specchia Giovannella in Francavilla Fontana, la torre nei pressi della masseria Asciulo a Latiano,  la torre di monte Masciulo a Maruggio.[10]

I siti antichi di monte S. Petronilla (1), monte Celidonia (2), monte Magalastro (3), monte Masciulo (4), Monacizzo (5), Casabianca (6), nel contesto degli avamposti fortificati (phrouria) di epoca greca (qudrato pieno) ipotizzati a confine della chora tarantina (pianta  rielaborata da P. TARENTINI, in “Monacizzo, un antico centro magno-greco e medievale a sud-est di Taranto (Reg. Puglia, 2006, pag. 113),  e tratta da F.G. LO PORTO, “Testimonianze archeologiche della’espansione tarantina in età arcaica”, in “Taras”, X, 1, 1990,  tav. XXXV

 

MAGALASTRO E “IL PARETONE”

Questa località è parte integrante dell’antico confine che, attraverso i resti di un lungo ed imponente “parete grosso”, divideva il territorio di Taranto dalla Foresta Oritana: ciò è testimoniato in una serie di inventari (che partono dal XV secolo) redatti per chiarire detti confinamenti. Così, nel 1434 gli esiti di un accertamento disposto dal principe Giovanni Antonio del Balzo Orsini  sono raccolti in una relazione di Francesco de Ayello. Il Del Balzo Orsini, d’accordo con gli orietani e per risolvere una controversia tra i due territori, aveva difatti nominato una commissione composta da Ciccarello de Montefuscolo, consigliere dell’Orsini stesso, Roberto de Monteroni di Lecce, capitano di Taranto, e Ludovico di Urbino, capitano di Oria. Questa commissione si recò personalmente in visita ai territori delimitanti i confini, insieme ad una serie di testimoni (sindaci e uomini probi). Nella relazione finale si legge:

Li quali terreni, fini et dispartimenti incominciano dallo lito dello mare dove descende il fiume chiamato Borraco, et sale per lo detto fiume in una chiesa chiamata Santo Nicola vicina al detto fiume et ascende per un loco chiamato Le Fontanelle, da quelle piglia lo parete grosso et sale sopra lo monte chiamato Torre di Magalastro, dove sonno fatte tre para di curti; et da la discende per lo detto parete grosso in verso lo casale di Pasano, dove in parte dello parete detto è stato roinato, et in parte è più avante seguendo sale in verso lo casale de Agliano incluso lo terreno tarentino, et piglia sopra la rupa della Serra, la quale è verso Oriente, et per detta serra vene ad uno antichissimo edifico chiamato Lo Castello di Santo Marzano dove sono certe quantità d’arbori di termiti; et da questo passa per sopra il monte della Concha…”[11]  (sin qui la parte che ci interessa ai fini di questo articolo).

Dopo la ricognizione del 1434, ne ritroviamo altre datate 1452, 1464, 1489, 1528, 1562, 1570, 1669; tutte le varie descrizioni confinarie coincidono, e alcune di esse aggiungono altri particolari circa le località interessate.[12]

Il “Paretone” che attraversa l’agro di Sava è stato identificato in passato da alcuni come una muraglia eretta dai magnogreci tarantini a protezione della chora,[13] da altri come una muraglia confinaria eretta dai Messapi,[14] per poi giungere, con le tesi del Profilo del 1875, ad essere considerato un “Limes bizantino”[15] (ma lo stesso Profilo in precedenza, nel 1870, lo aveva identificato come costruito ai tempi degli scontri tra tarantini e messapi).[16]

Recentemente, studi dell’archeologo Stranieri hanno datato la costruzione del tratto di “paretone” savese tra la fine del VII e l’ultimo quarto del IX sec., ma l’interpretazione dell’archeologo è che la sua funzione doveva essere di protezione delle colture e delle abitazioni su scala locale, escludendo una funzione propriamente militare (datosi anche il fatto che, sempre a parere dello studioso, non vi sono tracce di continuità della costruzione, neanche remota, nei lembi di terra più caratterizzati da calcare argilloso: ove avese avuto funzione militare, invece, “non sarebbe stato difficile estenderlo anche sulle lenti tutto sommato non molto estese di calcare argilloso, a nord e a sud”).[17]  Detto muro, secondo lo Stranieri, fu costruito o nel periodo della conquista longobarda, oppure tra l’840 e l’880 al periodo dell’occupazione musulmana di Taranto.[18]

Fra coloro che citano Magalastro come attraversato dal cosiddetto Limes Bizantino, Primaldo Coco:

“… Cominciava questa grande muraglia dalle vicinanze di Otranto, città eminentemente bizantina e, costeggiando la via Appia Traiana, si protraeva sino alle vicinanze della distrutta Valesio, solcando il territorio di Mesagne e di Oria: prima di toccare Aliano volgeva verso mezzogiorno, continuava verso Pasano ed il feudo di Magalastro, ove se ne riscontrano tuttora non pochi avanzi, e finiva in riva al mare. Onde l’attuale territorio di Sava ne era diviso quasi per metà, tenendone i Greci la maggior parte, che comprendeva anche il territorio su cui sorge oggi il paese.[19]

Seguono, a più di mezzo secolo di distanza dagli scritti del Coco, gli studi di Gaetano Pichierri, lo storico locale che più di ogni altro ha studiato e  ispezionato il paretone  savese e il suo tragitto. Stando a quanto riportato dal  Pichierri, intorno al 1975 si intravedono ancora i resti del cosiddetto Limitone dei Greci sul monte Magalastro: lo storico savese difatti scrive che “sono avanzati gli strati più bassi”, e che “quelli più alti sono stati asportati per essere cotti in una fornace di calce che si trova nei pressi”.[20] Dal passo sopra riportato del Coco, si evince invece che intorno al 1915 la muraglia che attraversava Magalastro conservava un tratto più visibile e meglio conservato.  

L’ipotesi di Annoscia riguardo i blocchi tufacei in cima a monte Magalastro, identificati come resti di una torre, è ripresa anche dal Pichierri (nello stesso numero del Notiziario Topografico), che sottolinea come in alcuni documenti medievali è riportato come toponimo della località Torre Magalastro.[21] Il Pichierri mette in correlazione lo stesso Limitone con detta torre, ipotizzando che essa ebbe utilizzo come posto di guardia bizantino.

In un altro scritto del 1989 il Pichierri riferisce di un ritrovamento di monete angioine del 1339, avvenuto nel 1952 sull’altura di Magalastro.[22] Più precisamente, come vediamo appresso, si tratta di una località immediatamente confinante con quella propriamente denominata Magalastro. Il ritrovamento risale agli anni 1953-1954, periodo in cui il proprietario di un oliveto fece portare via dal suo terreno le pietre del Limitone (che furono poi utilizzate per la sistemazione della strada Litoranea Jonica Salentina): i lavori furono realizzati con l’impiego di moderni (a quel tempo) mezzi meccanici, e fu rinvenuto un vasetto d’argilla pieno di monete d’argento che andarono disperse. A distanza di anni il Pichierri riuscì a recuperarne alcune. Si trattava di monete battute da Roberto D’Angiò nel 1309-1343. La località esatta del rinvenimento era la contrada Morfitta[23] (nella quale, peraltro, erano state rinvenute anche tombe del II-IV secolo a.C., contenenti ceramiche di Gnathia.[24]

Le monete angioine rinvenute in contrada Morfitta, nei pressi di Magalastro

 

Secondo il Pichierri, il “Paretone” che attraversava Morfitta e Magalastro è la continuazione del paretone (a tutt’oggi ancora visibile) che insiste per un lungo tratto nelle contrade Camarda e Curti di l’Oru; da queste contrade giungeva, attraversandola, verso la attuale provinciale Sava-Lizzano e a pochi metri dal Santuario di Pasano.

Sul monte Magalastro, secondo i vari studiosi del passato, terminava il percorso rettilineo del Paretone, che da lì svoltava ad est. La svolta compiuta era direzionata verso la località dell’agro di Sava detta proprio Lu Paritoni, nella quale è ancora presente una masseria semidiroccata che prende il nome dalla contrada stessa.

Sul presunto tracciato del vecchio confine, prima di raggiungere Borraco, dai paraggi della Masseria Paritoni la muraglia discendeva verso le località SS. Trinità (in agro di Torricella) e S. Chiara, per raggiungere poi contrada Tremola e risalire attraversando il monte Maciulo[25] nei pressi di Maruggio. Da lì, attraversava una serie di contrade maruggesi (Olivaro, Fontanelle, San Nicola) per giungere al fiume Borraco. [26]

Monte Masciulo, monte Magalastro e S.M. di Pasano in una carta dell’Atlante geografico del Regno di Napoli (fg. 21, 1788-1812). Il cosiddetto Paretone attraversava questi  siti.

 

  IPOTESI SUL TOPONIMO

Per ciò che concerne il toponimo, il Ribezzo nelle sue Nuove ricerche per il Corpus inscriptionum Messapicarum  pone  il confine fra la Taranto magnogreca e la Manduria dei messapi, proprio all’altezza del Monte Magalastro, e fa inoltre derivare il nome Magalastro da un greco Μεγαλάστρον, senza fornire ulteriori spiegazioni.[27] La cosa interessante dello scritto del Ribezzo  è senz’altro il riferimento ad un sito di confine, cosa della quale abbiamo già parlato in precedenza. L’ipotesi della derivazione da  mεγαλάστρον pare invece discutibile, oltre che indimostrata.

Una mia vecchia supposizione, coerente con i riferimenti all’epoca greca o messapica del sito, era: Magalastro da Μεγάλαρτος. Quest’ultimo è un epiteto di Demetra. In onore di Demetra Megalartos (Demetra dai grandi pani) si istituivano feste dette Megalartia, a quanto sembra presenti anche in Messapia, e in questo caso dedicate, secondo alcune fonti, più che altro ad Arthas, re dei Messapi.[28]  Se Magalastro non è una deformazione di Malacastro, questa potrebbe restare una ipotesi valida (tuttavia, come vediamo più avanti, Malacastro-Malacastra-Malacastrum ricorre come toponimo in diverse località e sta ad indicare una altura con presenza di fortificazione)..  

Una serie di ipotesi (le più plausibili, peraltro) stabiliscono una derivazione legata al termine castra o castrum. Il Pichierri stesso, fa riferimento al Kάστρον bizantino, una fortificazione  eretta a scopo difensivo. Tale riferimento è dovuto al fatto che, come si è già detto,  in alcuni documenti, anziché Magalastro si ritrova Malagastro, Malacastro.

Il termine castra, o  castrum (“campo fortificato”, “fortificazione”) è tipico del periodo romano, ma continua ad essere comune e molto presente nella documentazione medievale, sebbene spesso sostituito da castellum. Specificamente,  castrum  si riferisce ad un quartiere o ad un recinto con fortificazione al cui interno sono raggruppate abitazioni ed altri dispositivi annessi, mentre castellum designa l’edificio il cui elemento più significativo è la torre (turrem), che domina l’ambiente e costituisce l’elemento difensivo più importante della fortificazione.[29]

Toponimi come Mamacastrum e Malacastrum si ritrovano  applicati a fortificazioni del medioevo spagnolo, come risulta da uno studio  di J. Medina.[30] In un altro ancor più dettagliato studio, che analizza detti toponimi (più una varietà di altri similari, tra cui Malagastre e Montmagastre) e relativi siti, si evidenzia come i toponimi derivanti dalla presenza di un apparato difensivo siano ricorrenti vista l’importanza che nei secoli questo tipo di elementi difensivi hanno avuto nella formazione e nella successiva organizzazione del  territorio,  e quindi la capacità deittica che questi dispositivi hanno sul paesaggio.[31] In questo genere di toponomastica, inoltre, ricorrono sempre, strettamente legati tra loro dal punto di vista formale e semantico, i nomi castro, castello, torre[32]  (abbiamo già evidenziato come il toponimo del sito di cui ci stiamo occupando sia anche “Torre di Magalastro” o “Torre di Malagastro”).

Tra le comunità spagnole  de La Rioja, Navarra, Catalogna, ricorrono toponimi “di origine castrale” come Bono Castro, Malacastro, Malagastre, Momegastre, Montmagastre, Ojacastro, Punicastro, Santa Maria de Montmagastrell.[33]

Il toponimo Momegastre corrisponde al castello di Momegastre, che sorge su una collina vicino a Peralta de la Sal. In alcuni documenti detto sito è riportato come Mamacastro. Montmagastre  è nei pressi di Artesa de Segre, in Catalogna, e il toponimo è riferito sia ad un monte che ad un villaggio medievale là situato.[34] Nei paraggi (Foradada) è presente anche il toponimo Malagastre, dovuto alla presenza di una antica fortificazione (conosciuta anche come “La Torreta”). Il sito è detto anche “Castro Malagastre”. Santa Maria de Montmagastrell, in origine facente parte di un enclave annesso a Montmagastre, deve la seconda parte del nome al diminutivo originale magastrellum. Nei pressi di  Anzánigo (Alto Gállego, Huesca), è presente Malacastro e il toponimo designa una altitudine di 1079 metri.[35]

L’autore di questo studio, Valenciano, in accordo con Federico Villar, fa risalire “Mal”, la prima parte del nome composto, alla radice indoeuropea *melh (“venir fuori”, “salire”, “apparire”, “mostrarsi”, “risaltare”, “elevarsi”), in riferimento appunto alla conformazione dei luoghi in cui è utilizzato il toponimo, osservando inoltre che il repertorio delle località  in cui è presente la radice * mal- include solo montagne, fiumi e isole, e che laddove presente, questa parte del toponimo, appare sempre legata ad alture o superfici sopraelevate. Conclude dunque che i dispositivi militari costruiti sulla sommità di questi  siti  ebbero come riferimento un antichissimo appellativo mal-, forse instauratosi  come toponimo molto prima che le fortezze fossero costruite.[36]

Altre interpretazioni invece propongono una derivazione dal cognomen latino Malus,[37] mentre appare piuttosto arzigogolata l’ipotesi del Pichierri, che in quel suffisso “mala” del Malagastro savese intravede una derivazione da un appellativo dato a Guglielmo I re dei Normanni, detto appunto “il malo”, nel cui periodo dovette avvenire, sempre secondo il Pichierri, un riutilizzo del vecchio forte bizantino con conseguente attribuzione ai Normanni.[38]

Tornando alla lista dei toponimi similari, e concludendo la relativa rassegna, in Albania ritroviamo  Mallakastër (detto anche Mallakastra, Malacastra).[39] Questo toponimo indica un comune e una regione collinare nella contea di Fier).[40]

Se dunque il toponimo Magalastro assegnato a questo sito nei pressi di Sava ha origine nel medioevo bizantino, ne esce rafforzata l’ipotesi di una presenza militare bizantina proprio lungo quel confine designato come “limes” e perciò si ribalta l’idea di un muro confinario costruito esclusivamente a protezione delle colture.

 

RIASSUNTO E CONCLUSIONI

L’ area di Magalastro, di proprietà privata, è segnata sulla Carta dei Beni Culturali Pugliesi come interessata da una “cinta di fortificazione di età ellenistica”. In effetti, si ritrovano tracce di presenze che vanno dal neolitico all’epoca medievale, attraversando le epoche magnogreco-messapica e quella romana. Il sito ed il complesso fortificato sembrano  aver subito nelle diverse epoche riutilizzi e rifacimenti, ma la torre (della quale rimangono pochi resti, consistenti in blocchi tufacei sparsi) sarebbe parte integrante di detta fortificazione e può essere identificata come simile e con analoghe funzioni ad una serie di strutture di età messapica situate in diverse località del Salento.

L’ altura risulta attualmente raggiungibile dalla strada provinciale Sava-Torricella, come dalla strada di proprietà Arneo attraversando la contrada Morfitta.

Resta sconcertante il fatto che non siano state mai intraprese serie campagne di scavo in quest’area, vista non solo la serie di reperti affioranti (testimoniata, tra l’altro dai ritrovamenti pubblicati dal Tarentini), visto il ritrovamento in passato del tesoretto angioino fotografato dal Pichierri, e vista l’importanza strategica, sottolineata da più studiosi, che il sito doveva avere in quanto centro di avvistamento e zona confinaria in diverse epoche storiche: di più, una ricognizione di questo genere avrebbe permesso probabilmente di cogliere  notizie più precise ed attendibili circa l’espansione reale della chora tarantina, l’organizzazione e il confine della Messapia, così come di raccogliere ulteriori elementi atti a ricostruire l’organizzazione e le caratteristiche del territorio in epoca bizantina.

 

Note

[1]    Mario Annoscia, Sava, monte Magalastro. Resti preistorici e fortificazione classica, in: Giovanni Uggeri (a cura di), “Notiziario Topografico Pugliese I, Contributi per la Carta Archeologia e per il Censimento dei Beni Culturali”, Brindisi, 1978, pag. 151. Dalla foto che ci offre Annoscia pubblicata sul Notiziario, il frammento di testina risulta poco identificabile, ma l’autore riferisce che è “priva del volto, ma si riconoscono chiaramente la capigliatura, la fronte e parte del viso”.

[2]    Paride Tarentini, Torricella. Itinerari storico-archeologici a sud-est di Taranto, Museo Civico di Lizzano,Quattrocolori studio grafico,  luglio 2018, pag. 14

[3]    Ibidem

[4]    Paride Tarentini, op. cit., pag. 15

[5]    Ibidem

[6]    Luigi Finocchietti, Il distretto tarantino in età greca, in “Workshop di archeologia classica. Paesaggi, costruzioni, reperti”, Annuario internazionale, Serra Editore, 6, 2009,  pp. 68-69

[7]    Cesare Teofilato, Segnalazioni archeologiche pugliesi – Allianum,  Il Gazzettino – Eco di Foggia e della Provincia – Anno (24) 7- n. 38, sabato, 21 settembre 1935 Anno XIII

[8]    Giovanbattista Mancarella, Storia linguistica del Salento, in  “L’Idomeneo”, n. 19, 2015, pag. 21; vedi anche Attilio Stazio, La documentazione archeologica in Puglia, in “La città e il suo territorio”, Atti del VII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, 1969, pp. 265-285

[9]    Attilio Stazio, op. cit., pag. 272

[10]  Giovanni Mastronuzzi, Una “torre” di età ellenistica presso Giuggianello – Puglia meridionale, The Journal Fasti Online Documents e Researchs, 2018, 423, pp. 1-15. Sul sito di monte Maciulo situato a non molta distanza da quello di Magalastro, si veda Gianfranco Mele, Monte Maciulo in agro di maruggio e località viciniori. Tracciati storico-archeologici, La Voce di Maruggio, sito web, luglio 2020 https://www.lavocedimaruggio.it/wp/monte-maciulo-in-agro-di-maruggio-e-localita-viciniori-tracciati-storico-archeologici.html

[11]  Il testo integrale della ricognizione confinaria del 1434 è riportato in  Giovangualberto Carducci,  I confini del territorio di Taranto tra basso Medioevo ed età moderna, Mandese Editore, 1993, pp. 114-118

[12]  Ciò che risulta chiaro dai vari inventari è  il fatto che un “paretone” o “parete grosso” si incontra almeno dal 1434 e da località Le Fontanelle (in agro di Maruggio),  prosegue verso monte Maciulo (questa specifica del tracciato la si ritrova in una delle descrizioni più dettagliate, quella del 1669), attraversa monte Magalastro, prosegue verso Pasano, Agliano, Ripa della Serra, il  “Castello di San Marzano”, il monte della Conca e funge da strumento atto a rilevare i confini tra il territorio tarantino e quello oritano. Dalla zona tra il “Castello di San Marzano” (che non è  da identificarsi in una costruzione del centro storico, ma in uno scomparso edificio in contrada Chiese Vecchie), e monte della Conca, il percorso confinario della città di Taranto cambia rispetto a quello individuato come percorso del cosiddetto Limes Bizantino: il primo difatti ruota circolarmente nell’ambito di un territorio che si estende intorno alla città, il secondo, stando alle ricostruzioni dei vari storici salentini che ne han parlato, passava a sud di Francavilla e Oria per proseguire verso Mesagne fino ad Otranto.

[13]  Joanis Juvenis, De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna , 8, Salviano, Napoli, 1859, pp. 43-44

[14]  Per una rassegna delle varie tesi si veda Giovanni Stranieri, Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del “limitone dei greci”,  Archeologia Medievale, XXVII, 2000, pp. 333-355

[15]  Antonio Profilo, La messapografia, ovvero memorie istoriche di Mesagne in provincia di Lecce, Tipografia Editrice Salentina,  1875, pp. 7-8

[16]  Antonio Profilo, La messapografia, ovvero memorie istoriche di Mesagne in provincia di Lecce, 1870,  pp. 115-116

[17]  Giovanni Stranieri, Sistemi insediativi, sistemi agrari e territori del Salento settentrionale (IV-XV sec.),  in Giuliano Volpe (a cura di), Storia e archeologia globale dei paesaggi rurali in Italia fra tardoantico e medioevo, Insulae Diomedeae, 34, Edipuglia, 2018, Pag. 331

[18]  Ibidem

[19]  Primaldo Coco, Cenni Storici di Sava, Stab. Tipografico Giurdigniano, LE, 1915, pag. 19

[20]  Gaetano Pichierri, Il Limitone dei Greci nel Territorio di Sava, in “Omaggio a Sava”, opera postuma a cura di V. Musardo Talò, Edizioni Del Grifo, 1994,  pp. 55-56. Lo scritto appare per la prima volta in “ Cenacolo”, V-VI (1975-76), Società di Storia Patria per la Puglia sez. di Taranto, pp. 23-29. La fornace cui il Pichierri si riferisce è la cosiddetta “Carcara”, abbandonata da circa mezzo secolo e i cui resti sono ancora visibili nei pressi della provinciale Sava-Torricella

[21]  Gaetano Pichierri, Sava, il “Limitone dei Greci”, in: Giovanni Uggeri (a cura di), “Notiziario Topografico Pugliese I, Contributi per la Carta Archeologia e per il Censimento dei Beni Culturali”, Brindisi, 1978, pp. 152-154,   vedi anche Giovangualberto Carducci,  I confini del territorio di taranto tra basso Medioevo ed età moderna, Mandese Editore, 1993, pag. 63 e pag. 116

[22]  Gaetano Pichierri, Altre notizie sul Limitone dei Greci nell’agro di Sava, inedito 1989, pubblicato postumo in: Vincenza Musardo Talò (a cura di), Gaetano Pichierri – Omaggio a Sava, Del Grifo Ed., LE, 1994, pp. 66-69

[23]  Il Pichierri ipotizza un toponimo grecanico per Morfitta, precisando però che non riesce a rintracciare altri toponimi di confronto. (PP 242-243). In realtà esiste un toponimo confrontabile ed è quello di Molfetta, detta Melficta nel periodo medievale (a partire dal XI sec. circa) e fino almeno al 1500. Proprio (o almeno) intorno al 1500 pare sia ricorrente l’utilizzo anche di Morfitta per designare questa cittadella ( Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, 1561, pag. 243).

[24]  Gaetano Pichierri, Il “Limitone dei Greci” nel territorio di Sava, in: Vincenza Musardo Talò (a cura di), Gaetano Pichierri – Omaggio a Sava, Del Grifo Ed., Lecce, 1994, pag. 55 (l’articolo era già apparso nella rivista “Cenacolo” V-VI, Società di Soria Patria per la Puglia, Sez. di Taranto, 1975-76, pp. 23-29)

[25]  Vedi: Gianfranco Mele, Monte Maciulo in agro di Maruggio e località viciniori. Tracciati storico-archeologici, La Voce di Maruggio, sito web, luglio 2020 https://www.lavocedimaruggio.it/wp/monte-maciulo-in-agro-di-maruggio-e-localita-viciniori-tracciati-storico-archeologici.html

[26]  Giovan Giovine scrive  che dopo il fiume Borraco e la (oggi scomparsa) chiesetta di S.Nicola, si giunge nella zona della cappelletta di San Marco d’Olivaro, “attraversando un oliveto selvatico e un grande muro costruito con sassi e macigni di mole straordinaria, dove, mediante un passaggio si sale sul crinale di un colle che si leva a sinistra e subito dopo sul monte Malagastro disseminato di folti olivi selvatici” (Joanis Juvenis, De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna , Salviano, Napoli, 1859)

[27]  Francesco Ribezzo, Nuove ricerche per il Corpus inscriptionum Messapicarum, Roma, 1944, pag. 31. Probabilmente il Ribezzo intendeva da un composto di  μεγάλη (grande) + ἀστηρ, ἂστρον (astro, stella, costellazione). N.B. non ho potuto reperire di prima mano il testo del Ribezzo, e quindi traggo le informazioni citate in questo articolo da: Maria Teresa Laporta, Oscilla con epigrafi greche, in Quaderni del Museo archeologico F. Ribezzo di Brindisi, 9, 1976, pag. 83, nota 2

[28]  Andrea Rubbi, Dizionario di antichità sacre e profane, pubbliche e private, civili e militari, Tomo decimoquinto, Tipografia Curti, Venezia, 1805, Pag. 73; vedi anche Fernando Sammarco,  Arthas il Grande Eghemón ton Messapion, Il Pensiero Mediterraneo, Rivista Culturale online, aprile 2020. In entrambi i casi si fa riferimento ad uno scritto di Eustazio.

[29]  Marcelino Cortés Valenciano, Una peculiar serie toponìmica sobre castĕllum, castrum en el nordeste peninsular, Alazet, 26, 2014, pag. 19

[30]  Julio Medina Font, La formación política del Principado de Cataluña, siglos X-XII, Facultad de Derecho de la Universidad Complutense de Madrid,  1976, pp. 157-158

[31]  Marcelino  Cortés Valenciano, op. cit., pag. 18

[32]  Ibidem

[33]  Con caratteristiche simili, Aracastillo, Carocastillo, Cercastiel, Dicastillo, Serracastillo, Turdicastillo, Uncastillo. Carocastillo e Uncastillo sono detti anche rispettivamente Carocastro e Unocastro.

[34]  Marcelino Cortés Valenciano, op. cit., pag. 33

[35]  Marcelino Cortés Valenciano, op. cit., pag. 31

[36]  Marcelino Cortés Valenciano, op. cit., pag. 32

[37]  Ibidem

[38]  “I Bizantini presero in prestito dai Romani il termine castra perchè più diretto a rendere il significato di “forte, fortezza” […] L’aggiunta di mala dovette avvenire all’arrivo dei Normanni che avevano occupato altri castra nell’Italia meridionale.  […] Ad aver operato sul termine toponomastico vi è da pensare al nome di Guglielmo I, poiché questo re normanno è stato tramandato da certa storiografia con l’appellativo di “malo”. Costui fu qui di casa nel 1156, nelle azioni militari di Brindisi che portarono alla sconfitta dell’esercito e della flotta dei Bizantini” (Gaetano Pichierri, Altre notizie per una più sicura ubicazione del  Limitone dei Greci nel territorio di Sava, inedito gennaio 1989, pubblicato postumo in: Vincenza Musardo Talò (a cura di), Gaetano Pichierri – Omaggio a Sava, Del Grifo Ed., LE, 1994, pp. 74-75).

[39]  Secondo alcune interpretazioni, l’albanese Mal kashtër (montagna di paglia/pagliaio) deriverebbe da Mallakastra, voce di matrice pelasgica. Traggo questa informazione da: Elton Varfi, Parole derivate dalla lingua pelasgico-albanese, http://eltonvarfi.blogspot.com/2009/06/parole-derivate-dalla-lingua-pelasgico.html . L’autore cita come fone un libro pubblicato nel 1975 dall’ Istituto Linguistico Svedese , Webster’s New Twentieth Century Dictionary, Unabridged Second Edition, De Luxe Color, William Collins and World Publishing Co., Inc.

[40]  Oltre al toponimo e alla conformazione collinare, questo sito, che è divenuto sede di  un parco archeologico, ha curiosamente in comune con il Magalastro/Malagastro savese (e le adiacenti località Morfitta e Agliano) la presenza di ceramiche arcaiche, classiche, tardo classiche, ellenistiche, dell’antica Roma, del medioevo.  Al di là di ciò, a questo punto si potrebbe anche ipotizzare una origine albanese del toponimo (e in sostituzione di uno più antico), affermatasi nel XV secolo, quando vi fu una consistente migrazione albanese in zona, compreso il territorio savese: tuttavia se Magalastro è già citato e dunque attestato come toponimo in un documento del 1434 e l’ondata migratoria nel territorio invece avviene non prima del 1460, questa ipotesi non può essere accettabile ( cfr. Gianfranco Mele, Gli albanesi a Sava tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo. Studi, fonti storiche e contraddizioni sulla loro presenza e influenza nella cittadina jonico-salentina e nella ripopolazione del casale, La Voce di maruggio, sito web, marzo 2019).

Architettura della pietà popolare. I Calvari nel Salento

 

di Marcello Gaballo

Bruno Perretti, Calvari. Architettura della pietà popolare nell’area ionico-salentina, presentazione di Francesca Talò, Manduria, Barbieri Selvaggi, 2011 (271 pp., 26 cm).

 

Seppur datato al 2011, edito da Barbieri Selvaggi di Manduria, il volume di Bruno Perretti, Calvari. Architettura della pietà popolare nell’area ionico-salentina, resta fondamentale per la conoscenza e lo studio di queste caratteristiche costruzioni presenti nel Salento, realizzate tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, a torto poco considerate e ingiustamente relegate tra i cosiddetti beni culturali “minori”.

Rimandano al nome del monte su cui Cristo fu crocifisso e comprendono scene della Passione con vari personaggi e simboli ad essa collegati e quasi in tutti, al centro, domina la Crocifissione.

Sono tanti i centri che ancora possono disporne, anche se molti trascurati e in deplorevoli condizioni, venendo meno i committenti e la  memoria delle radici culturali che favorìrono la loro realizzazione con pietra locale da taglio in punti strategici delle cittadine, collocati scenograficamente a lato delle chiese principali o conventi oppure davanti ai cimiteri di un tempo.

“Graziosi santuari urbani, una volta occasione di aggregazione devozionale dell’umile popolo di Dio”. Così li riassume Francesca Talò, che presenta il bel volume, riccamente illustrato con foto a colori, che illustra gli 83 Calvari superstiti censiti dall’Autore nelle tre province di Brindisi (13), Lecce (ben 61) e Taranto (9). Di ognuno di questi viene presentata una scheda descrittiva, con adeguato corredo fotografico, che illustra la tipologia e varietà architettoniche (a tempietto, edicola, portico, esedra, etc.) e le diverse tecniche adoperate da artisti quasi sempre locali, siano essi pittori o scultori.

Sempre la Talò, nella sua ampia e condivisibile premessa del volume, precisa come “Non a caso, nei calvari, pur nella peculiarità propria della loro appartenenza geografica, si rinviene la testimonianza dei tanti segni della trascorsa religiosità popolare, leggibile (nelle tre direzioni di storia-arte-fede) unitamente anche ai rapporti con l’impianto urbanistico, quale contenitore di tali edifici, e tenendo in conto anche le diverse teorie stilistiche di cui si adornavano, perché capaci di raccontare dei fasti o della elementarità economica di quanti si sono fatti committenti di simili beni  del patrimonio sacro cittadino… monumenti che attengono la sfera del vissuto devozionale collettivo, trovano fondamentalmente la loro ragione di essere nel devoto desiderio di rivivere in loco, in maniera concretamente visibile e sperimentabile, le suggestioni della Terra Santa”.

Tra le diverse tipologie di calvari salentini torna molto utile l’approfondimento sul Calvario di Ortelle studiato da Angelo Micello, affrescato da Giuseppe Bottazzi (1821-1890) probabilmente negli ultimi anni della sua attività, “un vero e proprio manierista delle rappresentazioni religiose e dei Calvari in particolare. I tagli, le pose e i colori delle figurazioni del Bottazzi sono replicate per esempio nel Calvario di Montesano Salentino (commissionato nel 1873)”. Realizzò anche quelli di Specchia Preti e Morciano di Leuca (vedi Il Calvario di Ortelle – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it).

Sul Calvario di Spongano ne ha scritto invece Giuseppe Corvaglia (Il Calvario di Spongano sito in contrada Santa Marina – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it).

Purtroppo, come rileva Bruno Perretti, autore di questo utile ed originale censimento, non sempre si ritrovano le firme degli artisti certificati, come sono, oltre a Buttazzo, quelli di Alessandro Bortone (1848-1939) a Diso, Vignacastrisi e Vitigliano; Ciro Cimino a Racale; Agesilao Flora (1863-1952) a Latiano; Giuseppe Villani a Galatina; Ciro Fanigliulo (1881-1969) a Grottaglie e Monteiasi; Giuseppe Renato Greco a Manduria; Giuseppe Vaccaro a Lizzano; Leonardo Perrone a Squinzano; Luigi Giuseppe Martena a Trepuzzi; Nicola Pepe a Tiggiano; Giovanni Moscara a Soleto; don Oreste Paladini a Taurisano; Sebastiano Greco a Seclì.

La settimana santa a Francavilla Fontana

di Mirko Belfiore a colloqio con Antonio Di Castri.

Restando sul tema dei riti della Settimana Santa mi sono reso conto di come potesse essere interessante aggiungere alla mia personale visione da “migrante” il punto di vista di chi questi giorni li ha sempre vissuti in maniera più approfondita.  Mi sono chiesto, chi meglio di un francavillese fatto e cresciuto, può raccontare le esperienze su questo momento liturgico coì pregno di tradizione e storia? Non ho dovuto fare molta strada e mi sono rivolto a una persona a me molto cara, il quale ha aperto il cassetto dei ricordi e si è fatto rivolgere alcune domande:

Carissimo Antonio, come hai vissuto nel tuo percorso di crescita, i riti che conducono verso la Settimana Santa?

Sin da piccoli ci si approccia a questo elemento fondante della cultura cittadina grazie alle istituzioni ecclesiastiche e scolastiche. Nelle prime escursioni della nostra città si coglie l’occasione per visitare i luoghi più simbolici come la chiesa di santa Chiara o della Morte, edificio dove gelosamente si custodiscono le statue dei Misteri. In noi piccoli, la visione di questi oggetti alimentava emozioni controverse, date non solo dallo splendore artistico e dalla carica drammatica ma anche dall’aura di mistero che oggi come allora aleggia intorno a queste opere d’arte. All’approssimarsi del periodo pasquale e insieme ai compagni del catechismo, si faceva qualche piccola vendita clandestina dei rametti di ulivi benedetti durante la Domenica delle Palme, a cui seguitava la frenetica realizzazione “ti lu piattu”, sempre decorato con gioia e orgogliosamente mostrato a tutto il vicinato, riti di passaggio che seppur semplici hanno accompagnato i miei passi verso l’adolescenza.

La folla che attende la partenza della processione

 

i Crociferi con le loro enormi croci in legno mentre percorrono via Roma a Francavilla Fontana (questa e le altre foto del contributo sono di Andrea Turrisi)

 

Da spettatore esterno, come posso comprendere in maniera completa cosa rappresenta per un francavillese vivere questo momento così antico e così fortemente radicato?

Dal mio punto di vista, forse questo è l’unico momento in cui la comunità si riunisce realmente in un atto di purificazione, partecipando a questa performance pubblica. In quei giorni a Francavilla succede qualcosa di inspiegabile, c’è nell’aria un senso di attesa, un momento di stallo che anticipa tutto quello che avverrà. Non è solo l’insieme, ma anche le singole funzioni che rapiscono nella loro carica di fede. Ad esempio, per me, la processione della statua lignea della Madonna dell’Addolorata, la quale disperata e melanconica vaga per la città “in cerca del Figlio” con quegli occhi carichi di disperazione, rappresenta una delle immagini più toccanti. Le attività frenetiche dei giorni successivi restituiscono poi, quel senso di partecipazione e concordia che in molti mesi dell’anno manca. La realizzazione degli addobbi dei Sepolcri, ricchi di colori, manufatti e riempiti dalla fitta selva dei numerosi “piatti”, rimane un vero e proprio momento di concordia.

Una coppia di Pappamusci in preghiera

 

Fra i ricordi che emergono, cosa mi puoi raccontare dei “Pappamusci”, queste figure sinistre e quasi minacciose, che durante il Giovedì e il Venerdì Santo camminano accoppiate lunghe le vie di Francavilla?

Sin da bambini si è sempre spaventati da queste figure piene di mistero. Ricordo la filastrocca che spesso i più grandi ripetevano per intimorirci al loro passaggio, in modo da evitare che disturbassimo il loro atto di penitenza: pappamusci alla squazata, pigghia la mazza e ddalli an capu (pappamusci scalzi, prendi la mazza e daglielo in testa). Il terrore di essere colpito da quei lunghi bastoni, mi portava al silenzio e all’osservazione, unita a quella forma di rispetto che scaturiva al loro battere, usato sia durante il momento del saluto che nell’abbraccio simbolico. Ciò che mi ha sempre affascinato sono proprio questi atti rituali di riguardo, non solo verso il luogo di pellegrinaggio, ma anche verso l’altro fratello penitente, il quale si ritrova nella stessa condizione. C’è ordine in questi atti ma anche tenerezza, sentimenti che traspaiono quando tra di loro si sistemano la mozzetta o il cappello fuori posto, oppure quando un adulto incoraggia il bambino a proseguire nel suo cammino. I pellegrini spesso sono padre e figlio e in questo si può riconoscere un atto di trasmissione della tradizione, simbolo di quel legame che li univa.

Chiesa di Santa Chiara o della Morte, luogo di conservazione delle statue di cartapesta durante l’anno

 

Come può un giovane avvicinarsi a queste cerimonie, così avvolte da una sacralità quasi invalicabile?

Il rito è ancora attuale proprio perché è un atto performativo, codificato, ritmato. Il Venerdì Santo, impressiona per l’atmosfera assordante di silenzio che si può udire in città interrotto solo dal suono della “trenula”. Un suono secco e duro che annuncia nelle chiese e per le vie cittadine la morte di Cristo. Da quel momento in poi, l’interruzione delle attività tutte è d’obbligo e l’unico mormorio incessante che si ode è quello della preparazione dei gruppi statuari sapientemente allestiti all’interno della chiesa della Morte. A pochi passi, si preparano le enormi croci dei “Crociferi”, i quali assemblano con maestria e trepidazione gli oggetti che useranno successivamente. Quando la processione ha inizio i cittadini sono lì presenti. La caccia al posto più favorevole dove osservare il passaggio della processione porta molti a sistemarsi ore prima per individuare il punto migliore, anche sfruttando i balconi di amici e parenti. Questo per avere la migliore visuale possibile dove poter osservare il passaggio lento di quelle opere che in modo straziante restituiscono il dolore del Cristo. Un dolore che viene proiettato su sé stessi soprattutto al passaggio dei crociferi, i quali trascinano il loro pesante peso fra la preghiera e gli umili affanni di fatica per la stanchezza e il peso. Purtroppo, l’evolversi di questo evento cittadino in evento turistico toglie qualcosa a questo momento. Ricordo il silenzio delle folle cittadine al passaggio della processione, ora ci sono flash e chiacchiereccio, perché c’è chi vive quel momento come uno show. Il turista viene, guarda, scatta e va via. Non vive l’esperienza a pieno, non assapora tutti i passaggi che si effettuano per arrivare a quel momento. I giovani probabilmente ora mostrano disinteresse proprio per questo, perché nel momento in cui un atto così viene massificato perde della sua unicità pur nella sua replicabilità. Attenzione, non parlo di nostalgia dei vecchi tempi, perché sicuramente l’esperienza che ho vissuto io è differente da quella che hanno vissuto i miei genitori, i miei nonni. Si chiamano riti della Settimana Santa, non a caso, perché appartengono alla comunità, l’apertura all’ospite è insita nel rito stesso, ma non per questo si deve snaturare la sua funzione sociale e culturale. Il rito è efficace grazie al suo linguaggio semplificato e comprensibile ai tanti. Per questo ci deve essere da parte dei cittadini un interesse nel preservare questi eventi non come un monolite intoccabile, ma renderlo fruibile agli altri con la consapevolezza del valore che esso ha per chi lo vive sin dall’inizio.

Cristo alla colonna (XVIII secolo)

 

Che cosa rimane di tutto ciò, sapendo che quest’anno, dopo due lunghi anni, si tornerà a godere di tutto ciò, riassaporando quel senso di normalità?

Questo è, per i fuorisede come me, il momento del ritrovo, in cui la famiglia si riunisce e vive la Pasqua come un momento di gioia e spensieratezza, in alcuni casi di riappacificazione. A ciò aggiungo la mia personale speranza che si possa ritornare anche a quei momenti fatti di baci e abbracci, gesti che hanno una loro importanza e che stanno alla base di tutto quello che s’è detto sino ad ora. Quando torno a Francavilla e ospito i miei amici, spesso li porto ad osservare le statue, racconto loro quale posizione le stesse hanno nella processione e mi dilungo nella spiegazione delle varie fasi, lasciandoli stupefatti di tutta questa partecipazione. Quando sono solo invece, amo ritagliarmi un momento per andarle a visitare nel silenzio della mia intimità, così da poter godere in pieno della loro bellezza e delle emozioni che da esse scaturiscono. Ritornare a vivere tutti questi frangenti con quella libertà che per due anni ci è stata negata, per me rappresenta un sollievo dell’anima e una speranza che tutto possa riprendere con uno spirito nuovo.

Padre e figlio penitenti

Considerazioni sui riti della settimana santa a Francavilla Fontana

di Mirko Belfiore

Io, figlio di emigrati e cresciuto a Pane e Francaidda, sono parte di quella generazione di francavillesi che per necessità e virtù dovette espatriare in cerca di lavoro, trascorrendo la sua esistenza fra una delle tante città “dell’Alta Italia” e le frequenti discese nel paese natio. Non essendo una condizione così rara, non è difficile far comprendere di cosa parlo e di come ogni occasione fosse perfetta per percorrere la lunga strada che mi separava da Francavilla, viaggiando sul sedile di una macchina, in una cuccetta di un treno o prenotando un posto su un aereo. Cresciuto nel corpo e nello spirito, in me iniziò a farsi spazio un modo più maturo di vedere quella terra così lontana, grazie agli studi, la passione e al sapiente contributo di quelle che sono sempre state le mie fonti inesauribili di tradizioni e aneddoti: i Nonni.

Che cos’era quindi per me Francavilla? Un luogo che rimaneva sconosciuto per buona parte dell’anno, ma che con una semplicità disarmante sapeva regalarti anche per pochi giorni emozioni incredibili.

La sintesi perfetta di questo sentimento si sublima in un intervallo di tempo in particolare, dove quel percorso di fede fatto di tradizioni uniche, “rapisce” la comunità senza distinzioni di età.

I piatti decorati dai bambini che verranno portati in giro per le strade di Francavilla (questa e le altre foto che corredano il presente contributo sono di Andrea Turrisi)

 

Fra le molte possiamo citarne sicuramente alcune, come il piatto utilizzato dai fanciulli per la cerimonia del “Ce ti piace lu piattu mia”, i meravigliosi allestimenti creati all’interno delle chiese per i Sepolcri (Repositori), la commovente vestizione della statua dell’Addolorata, fino a giungere al massimo del coinvolgimento proprio durante le fasi finali del periodo pasquale fra il Giovedì e Venerdì Santo.

La statua della Vergine Addolorata prima e dopo la vestizione (XVIII secolo)

 

Durante il mattino, si possono ancora trovare per le strade o nei pressi dei templi religiosi “li Pappamusci”, parola dall’etimo incerto (gli studiosi ancora oggi si dibattono), che rimanda a quelle coppie di penitenti scalzi che a passo lento compiono il giro delle chiese cittadine per portare a termine il loro tragitto di redenzione.

Queste singolari figure sono abbigliate secondo un’usanza ben precisa: una veste bianca semplice o ricamata, una mantella color panna, un cappello da pellegrino indossato in segno di ossequio e un cappuccio bianco aperto solo all’altezza degli occhi, utilizzato per celare il volto e mantenere l’anonimato più assoluto.

Una coppia di Pappamusci in preghiera

 

Completano questo ricco corredo: il cingolo che li avvolge in vita, simbolo del sacrificio, e il bordone, il bastone del pellegrino con il cui suono il penitente può avvertire del proprio arrivo i fratelli in preghiera.

Secondo una sequenza ritmata che inizia fin dalle prime ore pomeridiane del Giovedì Santo, gli stessi iniziano e concludono il loro circuito partendo dalla chiesa del padri Carmelitani, privilegio ancora oggi testimoniato dallo scapolare color marrone che reca la scritta Decor Carmeli.

Giunti al calar della sera, le funzioni della giornata si concludono con l’uscita in processione dei gruppi statuari dei Misteri, manufatti di cartapesta dalla notevole resa empatica, risultato di un’antica tradizione sette-ottocentesca che a Francavilla e nel Salento fece scuola.

Essi rappresentano figurativamente i momenti cruciali della Passione di Gesù Cristo e vengono portate in spalla dagli appartenenti delle sette confraternite, a cui si aggiungono in coda al corteo le autorità, i gruppi religiosi e i laici. Lungo le vie cittadine, il lento serpentone viene accompagnato dai Crociferi, “Li Pappamusci cu li trai”, i quali al seguito della statua riproducente “La Cascata”, dove il figlio di Dio cede ormai stremato al peso della sua croce, trasportano individualmente e con enorme fatica, una copia in legno dell’emblema del sacrifico.

Statua di Cristo con la canna portata in spalla (XVIII secolo)

 

La processione segue l’itinerario avvolta da due grandi ali di folla e accompagnata da alcuni suoni molto caratteristici: il rumore incessante delle “trenule” che scandiscono i tempi di percorrenza, le malinconiche melodie eseguite dalla gloriosa banda locale e il silenzio assordante della calca, da dove emergono sempre due tipi di fedeli: chi prega rapito nel raccoglimento più totale e chi rimane impressionato dai gesti drammatici e dagli sguardi carichi di “pathos” delle raffigurazioni statuarie.

Le sette confraternite della città abbigliate secondo i colori che le contraddistinguono

 

Ultimate queste giornate ricche di avvenimenti, tutta la cittadinanza ritorna nelle proprie case per trascorrere in famiglia i restanti giorni e per prepararsi a riprendere la strada del ritorno, tutti uniti da quel sentimento di soddisfazione per aver partecipato a qualcosa di unico.

Pane, casu e ònguli è manciata te galantòmmini

di Marino Miccoli

E’ arrivato il tempo della maturazione di un apprezzato legume in baccello che nel nostro amato Salento si degusta quando è ancora tenero, spesso accompagnato deliziosamente con pane e formaggio fresco: le fave. Un noto proverbio infatti recita PANE, CASU E ONGULI E’ MANCIATA DE GALANTOMMINI!

Ma vi scrivo per raccontarvi un divertente  stornello popolare che mia amatissima nonna ADDOLORATA POLIMENO (uccèra di Spongano) ebbe a narrarmi quando ero ancora fanciullo: si intitola LE FAVE E LA MAZZA.

N’cera na’ fiata nu furese ca tinìa nà cisura e tutti l’anni la siminava de fave.
Nu cristianu ca se truvau a passare de nanzi a ddhra cisura, vidennu ca i primi ònguli s’erane chini se girau versu lu furese e li disse: “FAVARAZZA FAVARAZZA, CENTU TUMMINI CU NE FAZZA!”
Lu furese li rispuse: “MOI CA MA L’HAI BENEDITTE, TE NE POI CCUIRE NA RAZZATA CU TE LE PORTI A CASA!” e ddhru cristianu se ne ccose nu picca e poi se ne sciu.
Allu crai, de prima mmane, lu furese turnàu alla cisura e vidennu ca de notte s’erane rrubbate le fave se rraggiàu e disse: “STANOTTE ME CCUCCIU A NTHRA LA PAJARA E SPETTU LI LATRI… LI MOSCIU IEU NA COSA A DHRI DISCRAZIATI!” e cusì fice.
Verso la menzanotte sintìu nu rùsciu  a menzu alla cisura, allora ssìu de la pajara e cittu cittu, musceddhri musceddhri, se vvicinàu allu puntu addhru era ntisu lu rusciu… ncera ddhru cristianu de lu giurnu prima ca portava a ncoddhru doi fisazze.

Quannu spicciau de cuire le fave culle fisazze chine se azzàu tisu a menzu alla cisura e disse:” FAVARAZZA FAVARAZZA, CENTU TUMMINI CU NE FAZZA… E FAZZA O NO FAZZA, ME L’AGGIU CHINA LA FISAZZA!”
Lu furese tuttu de paru li zumpàu de nanzi e cridannu li rispuse: “…E IEU SU NTONI DE RAZZA, MOI LASSI LE FAVE E PROVI LA MAZZA!”

Poi cu lla mazza ca tinìa a mmanu cuminciàu cu bbinchia de mazzate lu latru. Quistu vidennu la male parata llassàu le fisazze chine de fave e se ne fuscìu.

 

Truppe russe a Lecce. Correva l’anno 1799… (III ed ultima parte)

di Davide Elia

Lo sbarco in Salento

Almeno inizialmente, quindi, la flottiglia russo-turca dovette cambiare il piano di sbarco: anziché alla costa di Brindisi, si avvicinò a quella di Lecce, città ormai ritornata saldamente all’obbedienza ai Borbone. Emanuele Buccarelli, reazionario leccese autore di una cronaca di quegli anni, riferisce di una delegazione composta da “due ufficiali moscoviti”, scesi a terra per portare alla città un proclama di re Ferdinando (naturalmente redatto da Micheroux). Essi si intrattennero fino a sera in casa del sindaco e furono informati che dopo soli sei giorni di occupazione Brindisi era stata frettolosamente evacuata dal contingente francese, probabilmente richiamato in Italia settentrionale per essere impiegato in altri scenari bellici. I due russi tornarono per imbarcarsi “al porto di San Cataldo nel quale v’erano quattro grossissime navi di guerra moscovite e turche e queste stavano sette miglie dentro il mare”. Il 18 aprile la spedizione alleata entrò nel porto di Brindisi.

Tuttavia, non tutte le notizie di quel giorno risultarono gradite a Micheroux: l’imbarcazione tripolina, che già poco dopo la partenza da Corfù si era distaccata dal resto della squadra, l’aveva preceduta a Brindisi di un giorno. Trovatala abbandonata dai francesi, aveva saccheggiato la fortezza cittadina e vi aveva issato la bandiera ottomana, confermando le preoccupazioni iniziali per la possibile condotta di quell’equipaggio e per le conseguenze sul morale delle popolazioni pugliesi.

Ad ogni modo, vennero sbarcati 40 russi, 20 napoletani e 10 turchi, che presero possesso del forte. Ben magra guarnigione rispetto alle mirabolanti promesse dei comandanti russo e turco e delle rispettive diplomazie!

Addirittura Sorokin si affrettò tornare subito indietro a Corfù con il pretesto di voler organizzare l’invio di nuovi e più consistenti rinforzi. Micheroux acconsentì a seguirlo solo a patto che anche i tripolini lasciassero la città insieme a loro, per scongiurare l’eventualità di ulteriori spoliazioni.

Non sapevano, Micheroux e Sorokin, che da Corfù era nel frattempo partita un’altra squadra di sei imbarcazioni che condizioni di tempo avverso avevano però costretto a ripararsi a Otranto.

Probabilmente fu da queste navi che sbarcarono i 150 turchi che il 22 aprile giunsero a Lecce. Narra Buccarelli: “Il corpo tutto della nostra città cioè il Sig. Sindaco e tutti li signori deputati per riceverli l’uscirono avanti colle carrozze infino alla Terra di Caballino, d’unita con più soldati a cavallo, portando anche con loro una scelta e sontuosa banda composta di trombe, grancascia, tamburri, fischietti, piattini ed acciarini, quale era cosa bellissima a sentirla. Furono onorevolmente e con amore grande ricevuti da tutto il popolo leccese, che loro ne rimasero confusi. Li fecero poi entrare dalla porta di Rugge e camminare per una buona porzione della città per essere quelli da tutto il popolo veduti e passando dalla Piazza della città nostra si fece fare un lunghissimo sparo di mortari e nell’entrare che fecero nel castello dove s’era situata la di loro residenza, anche si fece lo stesso”. In sostanza, i turchi nemici della fede e secolare minaccia delle popolazioni salentine venivano ora accolti in città tra i festeggiamenti come salvatori della causa del re e della religione cristiana!

Si fece poi un bando perché nessuno dei negozianti locali vendesse sostanze alcoliche ai turchi, i cui comandanti temevano che la propria truppa trasgredisse la relativa prescrizione dell’islam. Timori fondati, peraltro: già il giorno seguente, mentre i due ufficiali turchi più alti in grado facevano insieme al sindaco il giro della città in carrozza gettando monete di rame al popolino, una parte della truppa si disperdeva nelle taverne ad ubriacarsi. I colpevoli, che pare fossero una ventina, vennero condotti al castello e lì incatenati e “bacchettati sotto i piedi” per punizione. L’indomani la stessa delegazione, ancora tra carrozze, fanfare e distribuzione di monetine, venne ricevuta dai canonici del seminario. “Le battuglie di turchi continuamente si vedono camminare per la città, l’istessi sono uomini umani e aggarbati con tutta la gente, innamorati e amantissimi assai dei fiori, che sempre ne vanno pieni”, riferisce il Buccarelli, ancora grato agli occupanti che stavano garantendo l’ordine realista.

Divisa di fante ottomano dei primi dell’800.

 

Da Corfù, dopo essersi abboccato con i due comandanti russo e turco e averne ricevuto le solite strabilianti promesse di rinforzi per il futuro prossimo, Micheroux tornò a Brindisi praticamente con la stessa squadra navale della prima volta, arricchita di un solo ulteriore vascello russo. La flotta, giunta a Brindisi il 31 aprile, si ricongiunse con quella che inizialmente si era riparata a Otranto. Il capitano del presidio lasciato precedentemente in città aveva spedito 30 dei suoi uomini a Lecce “per rallegrare colla loro vista quegli abitanti”.

A Brindisi Micheroux ricevette la visita di Tommaso Luperto, il preside (oggi diremmo prefetto) della provincia di Terra d’Otranto, nominato l’8 marzo precedente da Boccheciampe e De Cesari. Luperto aveva fama di persecutore di giacobini tanto implacabile quanto ottuso. Il preside richiedeva truppe russe da destinare a Lecce, ma Micheroux, che non nutriva né stima né fiducia in questo individuo, si limitò a raccomandargli moderazione nella sua opera di repressione. A Lecce giunsero invece alcune ulteriori decine di turchi, sbarcati in precedenza a Taranto. Giunsero poi anche ambasciatori russi per conferire con Luperto, seguiti, l’indomani, 3 maggio, da 35 soldati di truppa. Fu questo il primo contingente russo a fare ingresso a Lecce: incontro a loro uscì “tutto il corpo dei nostri soldati […] con una bella e soave banda composta di grancassa, tamburri, fischietti, piattini, acciarini e trombe, che facevano una grata melodia; così accompagnati entrarono e camminarono una buona parte della nostra città con un infinito concorso di popolo leccese”. Il 13 maggio giunsero in città alcuni alti ufficiali russi che, ricevuti dal Luperto, furono poi alloggiati nel seminario, dove erano già acquartierati i loro soldati. Il 16 fu la volta di una delegazione di ufficiali turchi, al solito ricevuti con fanfare e grande partecipazione di popolo.

Al di là delle apparenze, è lecito immaginare che fu diverso lo stato d’animo con cui i due contingenti vennero accolti: i russi erano mediamente più disciplinati e risultavano sicuramente più rassicuranti agli occhi delle popolazioni nostrane, se non altro per l’affinità esistente dal punto di vista religioso. Così Micheroux descrisse i soldati moscoviti: “Stature gigantesche, bel disegno di membra, spalle vastissime, fisonomie virili non senza dolcezza. Questi bellissimi uomini sono estremamente sobri, ubbidienti, disciplinati, imperterriti nel combattere, senza la menoma alterazione di animo nel maggior calore dell’azione. Gli ho veduti servire i cannoni; gli ho veduti imbarcarsi per andare all’assalto con quell’istessa pace e serenità di volto che loro è propria. Sembra che possa farsi di loro ciò che si voglia, e basta vederli per accertarsi che non può darsi caso in cui sapessero retrocedere. La loro ubbidienza verso chi li comanda è senza esame. […]. In quanto alla robustezza è tale che sgomenta. […] Dicesi che i soldati russi, lontani dagli occhi dei loro ufficiali, si permettono non già di rubare, ma di chiedere ai cittadini ciò di cui si sentono voglia e bisogno. Ma non ho potuto aver di ciò la pruova, e d’altronde fui assicurato che essendo accusati ai capi, vengon severamente puniti. Il vero si è che in tutte le isole del Levante sono adorati, e che hanno il doppio merito di aver liberati gli abitanti dalla tirannia dei francesi, e di esser loro uno scudo contro la licenza degli albanesi e dei turchi loro alleati”.

 

 

Il 23 maggio, invece, Buccarelli scriveva di continue intemperanze da parte turca: molti soldati circolavano in preda all’ubriachezza, attentando all’onore delle donne in città e all’incolumità degli abitanti delle masserie circostanti. Cinque prostitute locali vennero arrestate per essersi intrattenute con militi turchi ed aver trasmesso loro il “morbo gallico”, ossia la sifilide. La coesistenza dei due contingenti alleati non era sempre pacifica: “Per esser queste due Nazioni moscovita e turca anticoniste tra loro, in ogni poco tempo sortisce qualche piccola briga tanto nella piazza quanto nelle pubbliche strade di questa città”.

Uniformi dell’esercito russo intorno al 1790.

 

Il 26 maggio giunsero in città di altri 40 turchi provenienti da Otranto. Il 30 maggio i soldati russi scortarono la tradizionale processione del Corpus Domini.

Più a nord, l’armata del cardinale Ruffo faceva grandi progressi e, dopo aver risalito la Calabria, dilagava in Lucania. De Cesari raggiunse il cardinale a Matera il 7 maggio e da lì concertarono l’assalto ad Altamura, roccaforte della causa repubblicana. Sulla città sconfitta si scatenò la violenza sanfedista: Altamura venisse barbaramente saccheggiata senza che il cardinale facesse molto per porre un freno alle sue truppe. La coppia reale, da Palermo, si rallegrò e complimentò con Ruffo per l’efferata impresa compiuta. La morsa intorno alla capitale andava stringendosi di giorno in giorno. Il 1° giugno 90 turchi partirono da Lecce alla volta di San Vito degli Schiavi (oggi dei Normanni); in città ne restarono altri 80 circa. Il 3 partirono tutti i russi, diretti a ingrossare le file di un contingente di 450 uomini complessivi da radunare a Manfredonia (al loro seguito era anche Micheroux). Il 16 fu la volta di oltre 100 veterani leccesi, diretti a prendere parte alla presa di Napoli. Non sapevano che questa era già stata riconquistata dai sanfedisti il 13 giugno, poiché la notizia giunse a Lecce solo il 26.

Tela raffigurante l’abbattimento dell’albero della libertà a Napoli in occasione della caduta della Repubblica Napoletana. Si notino le bandiere tricolori blu-rosso-gialle, vessillo della repubblica.

 

Terminò così quel periodo di presenza russa a Lecce (che però, come vedremo, non fu l’ultimo), mentre un contingente di turchi restò a dare man forte a Luperto nella sua caccia senza quartiere ai giacobini. In alcuni frangenti i soldati turchi, anziché garantire l’ordine pubblico, sembrarono fare causa comune con la folla inferocita che, all’occasione, cercava di fare giustizia sommaria di alcuni giacobini arrestati, a stento trattenuta dall’intervento delle milizie locali.

In quell’estate del 1799 continuarono a transitare da Lecce alti ufficiali e diplomatici ottomani: sbarcavano a Otranto e, diretti a Napoli, facevano tappa in città risiedendo nel castello che già ospitava le truppe dei loro connazionali. In occasione dei festeggiamenti per Sant’Oronzo, all’interno del castello vennero allestite delle luminarie sulle quali campeggiavano lo stendardo borbonico e quello ottomano. Il giorno dopo, sempre all’interno del castello, i soldati turchi si cimentarono in una sorta di gioco della cuccagna.

La partenza dei turchi ebbe infine luogo il 16 ottobre: le truppe lasciarono Lecce alla volta di Brindisi, dove si imbarcarono per l’Oriente. Sorprende come il giudizio dell’opinione pubblica nei loro confronti fosse radicalmente mutato rispetto all’epoca del loro arrivo: salutati sulle prime come salvatori dell’ordine sociale e della dinastia, ora nel diario di Buccarelli venivano definiti “bestie”, “inzolenti, senza disciplina, senza cervello e senza raggione”, violentatori di “moltissime oneste donne”, ladri di frutta e di “fronde di tabacco secche per fumare”, sia in città sia nelle campagne circostanti. Oltre a queste ruberie extra, il loro mantenimento ordinario aveva rappresentato già di per sé un notevole carico per la popolazione locale, pare intorno ai 50 ducati al giorno. Buccarelli conclude però che, pur avendo cagionato così terribili disagi, quelle truppe avevano garantito al Salento protezione da “moltissimi mali e guai” ulteriori.

Curiosamente, pare che due “turchi” riuscissero a disertare e a sottrarsi al rimpatrio, poiché in realtà si trattava di due salentini che erano stati rapiti in tenera età e convertiti a forza all’islam. Sfruttarono la ghiotta occasione di essere stati destinati al servizio proprio in Terra d’Otranto per tornare a casa e riacquistare finalmente la libertà. Pare che uno dei due, in particolare, fosse originario di Monteroni e venisse infine battezzato nella Cattedrale di Lecce il 7 giugno 1800.

I mesi invernali a cavallo tra il 1799 e il 1800 furono contraddistinti dalla feroce repressione verso gli esponenti di parte repubblicana e da una situazione di generale miseria: “Li furti si sentono spesso finanche vicino alle porte della città. Il denaro è scarsissimo e la fadica manca”.

 

Ancora truppe russe in città

Il 19 marzo 1800 sbarcarono a Otranto altri 2000 soldati russi. Ancora una volta, i venti non avevano consentito loro lo sbarco a Brindisi. Il 23 marzo fecero il loro ingresso a Lecce, alloggiati tra il castello e diversi monasteri della città. Il quartier generale venne posto presso il convento dei Teresiani Scalzi, edificio che fa ancora bella mostra di sé lungo via Libertini. Il comandante del contingente fu ospite del preside Luperto, mentre Micheroux, che da Napoli era tornato a Brindisi, venne anch’egli a Lecce e fu ospitato dal marchese Palmieri.

Da parte di molti cittadini illustri fu richiesto alle truppe russe di “esibirsi” in esercitazioni militari fuori le mura e questo avvenne il 28 nello “spazio di Santa Maria di Ogni Bene” (quindi nei pressi del convento degli Agostiniani). Per tre ore e mezzo seicento soldati eseguirono le manovre sotto gli sguardi curiosi ed entusiasti di nobili e popolo.

In quegli stessi giorni apparve evidente che tra le truppe russe serpeggiava un’epidemia: da Otranto giunsero una novantina di infermi che, sommati a quanti già si trovavano a Lecce, fecero ascendere a 128 il numero dei soldati moscoviti ricoverati nell’ospedale cittadino. Si cominciarono a contare anche i morti, che furono quattro tra il 29 marzo e il 17 aprile. I funerali venivano officiati nella Chiesa Greca, seguendo un suggestivo rituale descritto nei dettagli da Buccarelli: “La processione era questa. Prima un soldato Moscovita andava avanti, e portava la croce, dopo veniva un chierico che portava l’incenziero in mano; di poi seguivano pontificalmente vestiti il parroco greco ed il loro cappellano, con un altro di loro soldato veterano, il quale portando un libro in mano andava cantando ad alta voce col di loro cappellano, ed il prete greco. Dopo di questi veniva il defonto in una cassa condotta da quattro soldati della sua Nazione, e dopo di questi venivano ad accompagnarlo da circa venti soldati a due a due portando tutti l’armi al funerale, col tamburro e clarinetta tutti scordati. Arrivato in chiesa il cadavere si fecero dalli due sacerdoti greci d’unita col sopraddetto soldato veterano li funerali, e pria di inchiodare la sopra detta cassa del defunto tutti quelli soldati li baggiarono la bocca del defonto; di poi dal cappellano loro li fu sparsa una branca di ferro al defonto, fu inchiodata la cassa, e fu sepolto; in questo atto tutti quanti i soldati fecero la di loro scarica dell’armi e se ne andietero”. Per tutti e quattro i militi morti la sepoltura venne effettuata nella Chiesa Greca di Lecce.

Scena di funerale russo del XIX secolo.

 

Gli sbarchi di russi a Otranto non si fermavano: il 31 marzo giunse a Lecce un altro contingente. A Buccarelli la truppa parve “onorata”, temprata da ferrea disciplina: “l’officiali di essa sono troppo riggidi, e crudeli; anzi barbari ed inumani inclinati troppo alla ferocità; che a ogni frivolissima mancanza di un povero soldato li fanno consegnare 300, ed 800 lignate a spalle ignute, e senza pietà, e carità […]”.

Al tempo stesso le truppe, riunite e riorganizzate, riprendevano velocemente la marcia verso altre mete: il 3 aprile la quasi totalità dei russi lasciò Lecce, chi disse che fossero diretti a Napoli, chi a Palermo. Non si mossero però i 40 infermi ancora ricoverati presso l’ospedale e per assisterli restarono anche un ufficiale, un chirurgo e alcuni uomini di truppa. Una volta ristabilitisi, il 21 luglio quasi tutti ripartirono per Napoli; restarono ancora a Lecce un ufficiale affetto da idropisia e un soldato non ancora guarito, e inoltre il chirurgo e un altro militare addetti alle loro cure. L’ufficiale sarebbe infine morto l’8 agosto.

Furono questi gli ultimi russi ad abbandonare, in un modo o nell’altro, la città. Una presenza che non lasciò ricordi profondi per la sua breve durata e che, in ogni caso, per le popolazioni risultò molto più sopportabile di quella ottomana. Sicuramente suscitarono ammirazione e curiosità l’aspetto di quei militi venuti dal freddo, la loro rigida disciplina e i loro peculiari cerimoniali religiosi.

 

Le occupazioni militari non si fermano…

In quel periodo di guerre e rivoluzioni, non fu quella l’ultima presenza di truppe straniere in Salento. Presto sarebbero tornati i francesi. Potremmo anche concludere qui, dicendo che questa è un’altra storia, ma sarà bene riassumerne anche solo sommariamente gli aspetti principali, per coglierne analogie e differenze con la precedente occupazione russo-turca.

Già alla fine dell’aprile 1801, in seguito alla pace di Firenze tra il re di Napoli e Bonaparte che prevedeva lo stanziamento di truppe francesi a Pescara e in Terra d’Otranto per un anno a spese dei Borboni e l’amnistia per i “rei di Stato” del 1799, sbarcarono a Taranto le prime truppe francesi. L’occupazione francese di Lecce e della sua provincia si protrasse fino a giugno 1802: “L’estorsioni, sevizie, ed oppressioni fatte […] a questa nostra città sono state grandissime e moltissime”, scrive Buccarelli. Ritornarono nuovamente nel luglio 1803, seguiti nel dicembre da “truppa gesarpina e polacca”. “Gesarpina”, ossia cisalpina, designava una milizia proveniente dall’omonima repubblica dell’Italia settentrionale: Buccarelli, con un certo disprezzo, la dice composta da “veneziani, genovesi, romani, siciliani, napoletani, leccesi e di molte altre nazioni, quali nel tempo delle rivoluzioni si son ribellati, quali poi scappati dalla galera, quali dalle carceri, chi per omicidi, chi per furti, ed altri delitti commessi si sono poi rifuggiati per sfuggire il castigo dei loro rispettivi Sovrani sotto la bandiera francese”. Numerosi (svariate centinaia) al seguito dei francesi furono anche i polacchi, che ai cittadini leccesi in quel momento sicuramente ricordarono nell’aspetto gli occupanti russi di pochi anni prima.

Uniformi della Repubblica Cisalpina.

 

Quella seconda occupazione si concluse nell’autunno del 1804, in seguito a un nuovo accordo tra Bonaparte e Ferdinando IV. Presto i francesi sarebbero tornati ancora, questa volta più stabilmente, spodestando il Borbone e governando il Regno di Napoli per dieci anni.

Tornando al presente, e guardando alla nostra regione oggi così pacifica e accogliente, non possiamo non leggere con un certo sollievo e distacco quei fatti, ormai sepolti sotto la polvere dei secoli. Eventi che dipingono un Salento sotto il flagello di divisioni violente, di occupazioni straniere, di saccheggi, di governanti dispotici e di oppressione e miseria. Un quadro desolante che non ci appartiene più, ma che continua ad essere lo scenario quotidiano per le popolazioni inermi travolte dai tanti conflitti che ancora oggi scoppiano in angolo del mondo. Nulla ha imparato l’umanità dalle tragedie del passato e in particolare da quel “Secolo dei Lumi” di cui abbiamo parlato, il secolo in cui Voltaire condannava la guerra come un mostro voluto da “tre o quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi e ministri, il suo scopo principale è “fare tutto il male possibile”.

 

Lecce, Piazza Sant’Oronzo nel 1700

 

Bibliografia essenziale

E. Buccarelli, “Cronache leccesi ossia libro di memorie (1711-1807)” (a cura di N. Vacca), Lecce, 1933

A. Dumas, “I Borboni di Napoli”, Napoli, 1862

B. Maresca, “Il cavaliere Antonio Micheroux nella reazione napoletana del 1799”, Napoli, 1895

P. Palumbo, “Risorgimento Salentino”, Lecce, 1911

Truppe russe a Lecce. Correva l’anno 1799… (II parte)

di Davide Elia

 

Il Salento e la Repubblica

Quali erano stati in Terra d’Otranto gli effetti di tutti quei rivolgimenti? La notizia della proclamazione della repubblica a Napoli giunse a Lecce con la posta dell’8 febbraio. Il giorno dopo fu eretto l’albero della libertà in piazza Sant’Oronzo. In numerosi centri del Salento si ebbero analoghi festeggiamenti e manifestazioni di carattere anti-borbonico.

Lecce, Piazza Sant’Oronzo nel 1700

 

L’infatuazione repubblicana ebbe però vita breve: già l’indomani si erano spase voci di presunti prodigi compiuti da svariate immagini sacre in tutta la provincia, ricondotti dalla credulità popolare ad un moto di disgusto da parte del divino nei confronti del nuovo regime ateo e giacobino. Tra questi, il clamoroso segno dato dalla statua di Sant’Oronzo che, si disse, dall’alto della sua colonna aveva deciso voltarsi sdegnosamente per distogliere lo sguardo dall’albero della libertà. Questo bastò a provocare una sollevazione popolare che abbatté l’albero e ripristinò a Lecce l’obbedienza alla monarchia. Violento fu l’accanimento su coloro che in città erano stati i protagonisti dell’effimera proclamazione della repubblica.

 

Una sceneggiata ben riuscita

In quegli stessi giorni stava iniziando la singolare, per certi versi inverosimile impresa di un gruppo di avventurieri corsi. Una vicenda così grottesca da essere ripresa innumerevoli volte da storici e narratori; pertanto qui ci limiteremo a riassumerne soltanto i contorni principali. Erano sette poco di buono che avevano abbandonato la Corsica, ormai possedimento della Francia rivoluzionaria, per sfuggire alla giustizia e si erano dapprima stabiliti a Napoli, dove avevano abbracciato la causa legittimista. Tra di loro, spiccarono i nomi di Giovan Battista De Cesari, domestico, Francesco Boccheciampe, soldato disertore, e Raimondo Corbara, vagabondo. I sette si erano poi portati in Puglia per scortare fino all’Adriatico due principesse francesi di sangue reale che cercavano un imbarco per Palermo per fuggire dalla rivoluzione. Proprio in Puglia essi decisero di trattenersi in cerca di fortuna. Mentre erano di passaggio a Monteiasi, nacque per la prima volta tra il popolo la diceria che si trattasse di un gruppo di aristocratici. Poco dopo, il 14 febbraio, in una Brindisi in rivolta contro l’effimero governo repubblicano, Corbara venne scambiato per il principe ereditario (il futuro re Francesco I), a causa di una lontana somiglianza. Constatato l’entusiasmo che la presenza del presunto principe aveva suscitato in città e i vantaggi che avrebbe potuto portare alla causa legittimista mettendo a frutto la credulità delle masse, questa sceneggiata fu subito salutata con favore e sostenuta con convinzione dalla fazione realista. L’equivoco fu ulteriormente alimentato stabilendo che Boccheciampe e De Cesari si sarebbero a loro volta fatti passare rispettivamente per il fratello del Re e per il Duca di Sassonia. I corsi si spartirono anche compiti operativi per l’immediato: De Cesari e Boccheciampe, presentandosi con il titolo di “Incaricati di Sua Maestà”, avrebbero agito per il ristabilimento dell’ordine nella provincia, mentre Corbara, per evitare di restare troppo a lungo a Brindisi con il rischio di essere smascherato, si sarebbe recato a Corfù, dove era presente una squadra navale russa, per richiederne l’intervento contro la repubblica.

Imbarcatosi da Otranto il 19 febbraio, il Corbara non raggiunse mai l’altra sponda dell’Adriatico, poiché la sua imbarcazione fu catturata dai pirati barbareschi. Condotto in prigionia, fu infine liberato in Sicilia per intercessione degli inglesi e non prese più parte alle vicende di Terra d’Otranto.

Intanto, Boccheciampe e De Cesari capitanavano la controrivoluzione nel brindisino, reclutando milizie volontarie e intervenendo nei vari centri in cui scoppiavano sommosse popolari avverse alla repubblica. In quei giorni in Puglia non era ancora giunto un solo soldato francese.

 

Russi e Turchi alla presa di Corfù

Dicevamo che Corbara avrebbe voluto raggiungere Corfù per abboccarsi con i russi. In quel momento, l’antica fortezza veneziana dell’isola, ora in mano francese, era infatti assediata dalle forze coalizzate di Russia e Impero Ottomano, le cui squadre navali erano comandate, rispettivamente, dagli ammiragli Ushakov e Kadir bey. Il sultano era in guerra con la Francia poiché questa aveva attaccato l’Egitto, suo possedimento nominale. Per lo zar, invece, il casus belli era stato l’espulsione da Malta dei cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, di cui era formalmente il Gran Maestro, operata da Napoleone di passaggio sulla via dell’Egitto. Il Regno di Napoli aveva sottoscritto un’alleanza con la Russia già nel novembre precedente, e con l’Impero Ottomano a gennaio.

Pianta delle fortificazioni veneziane di Corfù nel 1780..

 

Il 15 febbraio da Palermo era partito per Corfù anche Antonio Micheroux, plenipotenziario di Ferdinando IV, di origini fiamminghe. Era stato incaricato dal sovrano di ottenere l’invio di un contingente russo per sedare possibili rivolte a Messina, la città siciliana maggiormente sospettata di covare malcontento verso la dinastia. Maria Carolina fantasticava l’invio di “almeno 3 mila russi a Messina, e poi gli altri faranno il loro sbarco sia in Puglia o in Calabria”; tuttavia da questi dovevano essere “esclusi i cosacchi, turchi, greci, albanesi non arregimentati”, ritenuti inaffidabili perché pericolosamente indisciplinati. Alle istruzioni che aveva fornito a Micheroux, però, il re aggiungeva che, definito l’accordo per il contingente da destinare a Messina, si sarebbe potuto chiedere ai russi ed anche ai turchi di inviare ulteriori truppe sul continente per combattere i francesi, e in quel caso sarebbe stato sufficiente “un grosso corpo di truppa di qualunque nazione, sia regolata, sia irregolata”. Sarebbe a dire che Ferdinando non badava a scrupoli pur di ottenere la riconquista del regno, incurante di far patire alle popolazioni l’invasione di soldatesche straniere, anche irregolari e pronte al saccheggio, e per di più appartenenti al nemico secolare, il Turco. Ricordiamo che ancora per tutto il secolo XVIII il meridione d’Italia era stato ancora funestato da incursioni piratesche provenienti da basi situate in territori nominalmente soggetti al sultano di Costantinopoli.

Giunto a Corfù, Micheroux dovette mestamente constatare la poca consistenza delle forze alleate che fronteggiavano i 3000 francesi asserragliati sull’isola. Sulle navi erano infatti presenti soltanto 1800 russi e, da parte ottomana, 3000 albanesi. Questi erano sudditi del noto Ali Pascià, governatore di Giannina che sarebbe passato alla storia per la sua ribellione al sultano nel 1820, ma che già in quel 1799 non faceva mistero di preferire una condotta autonoma e addirittura non mancava di manifestare simpatia per i francesi e per le idee di cui erano portatori.

L’ammiraglio russo Ushakov.

 

L’emissario borbonico prese atto delle accuse reciproche degli alleati: i turchi rimproveravano a Ushakov, cui spettava il comando congiunto, una certa inazione; l’ammiraglio russo, di contro, si lagnava per il mancato arrivo di consistenti truppe albanesi di rinforzo, promesse con la consueta leggerezza dagli ottomani. Dopo innumerevoli rinvii, reticenze e reciproci sospetti tra gli alleati, l’assalto a Corfù venne dato il 1° marzo. Un efficace cannoneggiamento dalle navi consentì poi lo sbarco delle truppe, che in breve ottennero la capitolazione della guarnigione francese: mentre i russi combatterono lealmente e risparmiarono i nemici che si arrendevano, le milizie ottomane compirono una carneficina (“mozzano il capo indistintamente ai morti, ai feriti e ai vivi”).

L’atteso sblocco delle operazioni che sarebbe dovuto seguire alla presa di Corfù non fu né immediato, né consistente come sperato. Micheroux si adoperava perché le due flotte si presentassero davanti alle coste pugliesi per infondere coraggio nelle città di fede realista (e in tal senso giungevano a Corfù richieste da comuni pugliesi come Trani, Brindisi, Lecce e Otranto), prima di proseguire alla volta di Messina. Nulla però era ancora deciso allorché Micheroux, il 10 marzo, ripartì per Palermo, dove arrivò il 19 successivo. In Sicilia l’inviato ebbe modo di comprendere che la corte borbonica non era affatto interessata allo sbarco in Salento di truppe turco-russe, che avrebbero dovuto essere unicamente impiegate per la riconquista di Napoli; nessuna rilevanza veniva data alle province pugliesi, per le quali sarebbe bastata un’azione dimostrativa della flotta di fronte alla costa.

A Micheroux, tornato nuovamente a Corfù il 9 aprile, Ushakov fece tuttavia sapere che un trasporto di truppe via mare fino a Napoli sarebbe stato troppo dispendioso e la via più ragionevole da seguire sarebbe stata piuttosto quella di uno sbarco sulle coste pugliesi e una prosecuzione della marcia via terra.

Il 13 aprile partì una squadra navale composta da 5 legni: una corvetta e due fregate russe, una corvetta e un brik tripolino, quest’ultimo praticamente un’imbarcazione pirata e, come tale, “regalo” che Micheroux trovò alquanto indigesto. A bordo, sotto il comando del commodoro Aleksandr Sorokin, erano trasportati 250 soldati russi, un numero non inferiore di marinai e 10 cannoni.

Durante la navigazione, la squadra incrociò un’imbarcazione di emissari otrantini, i quali portarono la notizia della caduta di Brindisi ad opera di una spedizione francese partita da Ancona. Boccheciampe, che aveva guidato la difesa della città, era stato preso prigioniero e da quel momento di lui si persero per sempre le tracce.

(continua)

per la I parte vedi:

Truppe russe a Lecce. Correva l’anno 1799… (I parte) – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

 

Truppe russe a Lecce. Correva l’anno 1799… (I parte)

di Davide Elia

I drammatici eventi delle ultime settimane hanno riportato d’attualità quella “minaccia russa” che da secoli – almeno dai tempi di Pietro il Grande – ha costituito a più riprese una fonte di apprensione per i popoli europei.

Da un lato, per ridimensionare questa preoccupazione, si potrebbe ricordare che per l’Europa occidentale, a conti fatti, la minaccia non è mai giunta a concretizzarsi in un’invasione permanente. Dall’altro, però, occorre tenere presente che l’arrivo di truppe russe in Occidente si è comunque verificato in un paio di occasioni ai tempi delle guerre napoleoniche.

La prima, in occasione della guerra tra la Francia e la seconda coalizione, cui aderirono Austria, Russia, Gran Bretagna, Impero Ottomano, Regno di Napoli e Portogallo, contestualmente alla spedizione di Bonaparte in Egitto. Di quella guerra si ricordano ancora le brillanti vittorie del generale Suvorov al comando dell’armata austro-russa inviata a scacciare i francesi dall’Italia settentrionale nel 1799. La seconda si ebbe quando gli eserciti della sesta coalizione, guidati dello zar Alessandro I in persona, giunsero a occupare Parigi nella primavera del 1814, mentre Napoleone si incamminava verso l’abdicazione e l’esilio all’Isola d’Elba.

L’entrata di Suvorov a Milano nel 1799.

 

I fatti del 1799 investirono in pieno anche il meridione d’Italia, quel regno borbonico che era membro della seconda coalizione e che da essa ricevette un sostanziale apporto per abbattere la Repubblica Napoletana e ristabilire l’“ordine” precedente. In quel frangente storico si verificò il passaggio di truppe russe, e non solo, sul suolo della Puglia e della Terra d’Otranto in particolare.

Proveremo qui a rievocare questa presenza di cui pochi oggi sono al corrente, ma prima occorrerà delineare il contesto storico di quel turbolento fine XVIII secolo.

 

Nasce la Repubblica Napoletana

Negli anni della Rivoluzione Francese, la coppia di sovrani napoletani, Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo, si era dimostrata, com’era naturale aspettarsi, avversa a ogni anelito di rinnovamento ispirato alle idee e agli avvenimenti d’Oltralpe. Essi si ersero apertamente a campioni del legittimismo e dei valori della religione e della tradizione, in una parola di tutto l’apparato dell’ancien régime che pure a Napoli come in molte altre capitali europee sino a pochi anni prima si era cercato di riformare, sia pur con cautela e a fatica.

Dopo che in Italia settentrionale le prime campagne napoleoniche avevano dato origine alle prime “repubbliche sorelle” di quella francese (la più famosa fu quella Cisalpina del 1797), la rivoluzione venne portata dai Francesi anche in casa del Papa. La Repubblica Romana fu proclamata nei primi mesi del 1798, mentre Pio VI veniva tradotto in prigionia. Per Ferdinando IV si prospettava l’occasione di regolare i conti con la rivoluzione, ormai giunta ai confini del suo regno: il 28 novembre 1798 l’esercito borbonico invase il territorio della Repubblica e meno di dieci giorni entrava a Roma con Ferdinando alla sua testa, senza aver incontrato una resistenza di qualche rilievo.

L’occupazione napoletana di Roma, tuttavia, durò meno di una settimana: la controffensiva francese non si fece più attendere e fu così immediata ed efficace che Ferdinando dovette battere in ritirata, che presto divenne una rotta, e infine un tracollo. Il Borbone, rientrato nella sua capitale ormai minacciata dalle truppe del generale francese Championnet, preferì infine rifugiarsi sulla nave dell’ammiraglio Nelson che lo trasportò fino a Palermo. Dopo un breve momento di anarchia contraddistinto dalla lotta tra la fazione realista e quella filo-francese, quest’ultima prevalse e proclamò la repubblica (23 gennaio 1799).

Il cambio di governo avvenuto nella capitale non fu riconosciuto né immediatamente, né uniformemente nelle varie province del regno. L’adesione al nuovo regime si rivelò infatti episodica e frammentaria: molto dipese, in ciascuna località, dal sentimento della popolazione e dall’eventuale presenza di un’élite culturale di fede repubblicana, possibilmente sostenuta dalla presenza di un contingente militare francese. Di certo le plebi si rivelarono spesso ostili alla repubblica e in ogni caso, quale che fosse il bersaglio delle loro sollevazioni, diedero luogo a frequenti esplosioni di violenza incontrollata che destarono, a seconda dei casi, la preoccupazione dell’una o dell’altra parte in lotta.

Dipinto di chiara matrice filoborbonica raffigurante la marcia dell’armata sanfedista, guidata dal cardinale Ruffo a cavallo e protetta dall’alto da Sant’Antonio da Padova.

 

Facendo appello ai valori della religione tanto radicati nelle popolazioni, già l’8 febbraio il cardinale Fabrizio Ruffo cominciò ad organizzare, a partire dai suoi possedimenti in Calabria, l’embrione di quello che sarebbe diventato l’esercito della Santa Fede, l’armata che avrebbe restituito Napoli ai Borboni nel volgere di quattro mesi.

(continua)

Canto di Passione, la settimana santa nella tradizione popolare salentina

CANTO DI PASSIONE

a cura di Enza Pagliara, Dario Muci e Antongiulio Galeandro

 

VENERDI 8 APRILE Chiesa di Sant’Antonio, Nardò ore 20

SABATO 9 APRILE Teatro Comunale, Leverano ore 20

DOMENICA 10 APRILE Chiesa San Michele Arcangelo, Trepuzzi ore 20

 

Eventi organizzati da Nauna Cantieri Musicali in collaborazione con gli Assessorati alla Cultura del Comune di Nardò e Leverano e Don Emanuel Riezzo della parrocchia di San Michele Arcangelo di Trepuzzi

 

L’ idea di uno spettacolo sulla passione è sorta cantando, praticando i canti di tradizione orale. Risulta subito evidente che la poesia popolare raggiunge una delle sue più alte espressioni proprio nelle vicende che narrano la vita e la morte di Cristo. Teatro, canto, poesia mai come in questa vicenda si incarnano una nell’altra. “Canto di Passione” è la visione portata dalle cantrici e dai cantori tradizionali sugli ultimi momenti della vita di Gesù. Un racconto che si srotola tra le parole e le incantazioni, lungo un percorso in cui i testi si rincorrono e si sorpassano in un dinamismo che è a un passo dal silenzio. Lo incontra e subito lo perde.

Nei testi dei canti è possibile guardare, attraverso il proprio sgomento, lo sgomento di Gesù uomo, individuato nell’urlo sulla croce di fronte alla morte. Solo di fronte alla morte. Solo nella sua condizione umana e carnale con la propria responsabilità e tragica consapevolezza.
I canti viventi vengono dal Salento, dalla Puglia, dalla Sicilia, dal Lazio dalla Toscana e dalla Corsica.

“Canto di Passione” è un omaggio alle tante contadine, contadini o semplicemente donne uomini che fino a oggi hanno ricordato, trasmesso, custodito, espresso, urlato, pianto e riso il cantare.

 

 

FORMAZIONE

Enza Pagliara: voce, tamburo

Dario Muci: voce, chitarra

Antongiulio Galeandro: fisarmonica

 

ACCESSO AL CONCERTO
L’accesso avverrà nel rispetto assoluto delle norme anti covid (aggiornate al 1aprile)
Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Apertura porte ore 20.00

 

Contatti:

naunacm@gmail.com

3298483493

 

Sito:

www.nauna.it

 

Social:

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https://www.instagram.com/naunacantieri/

 

“Nauna Cantieri Musicali” è una etichetta indipendente che rievoca l’antica denominazione dell’attuale Santa Maria al Bagno, la bellissima località sullo Ionio, in provincia di Lecce; è nata all’interno dell’omonima associazione culturale con il fine di pubblicare sia documenti etnomusicali e vocali raccolti nell’area salentina, sia opere di riproposta, più complesse, che coniugano la meticolosa cura dei repertori con un progetto artistico originale. Le anime e le voci di questo programma sono Dario Muci ed Enza Pagliara, ricercatori e musicisti ampiamente noti nel panorama della musica popolare, decisi a cercare una nuova direzione in cui orientare il frutto delle indagini sul campo e delle esperienze maturate nella loro attività.

 

Nauna produce nel 2018 “Marea” di Enza Pagliara e Dario Muci, e “Canti narrativi a Nardò” delle Sorelle Gaballo. Nel 2020 pubblica “Suddissimo – Omaggio a M. Salvatore e A. Doriani” e realizza una ricerca sul campo a Otranto, dando vita al Coro Popolare di Terra d’Otranto. Nel 2021 è impegnata alla realizzazione del disco “A te sarò per sempre” di Miro Durante e Pubblica sulle piattaforme digitali i primi due volumi dedicati alla Barberia, la musica delle sale da barba nel Salento. Coo-produce con ZeroNoveNove lo spettacolo in streaming di Enza Pagliara dal titolo Simpatichina e con Moscara Associati e Nostos Produzioni progettano un “viaggio, un documentario e un libro fotografico” dal titolo Sulla via Francigena il cammino degli Asini Dotti.

 

Penisola salentina romana

di Nazareno Valente

Ogni moneta ha facce antitetiche, ciascuna tuttavia legata in maniera inscindibile all’altra ed utile nell’insieme a caratterizzarne il valore. Così anche la rete, tanto ricca di notizie da saper informare su qualsiasi questione si voglia, è duplice e contrapposta, avendo anch’essa il rovescio di questa sua medaglia. Per una naturale questione di copyright, sul web girano infatti per lo più testi ed articoli datati che presentano una preziosa visione di come si siano evolute le conoscenze di uno specifico settore ma che rischiano, se letti senza considerare che moltissima acqua è passata sotto i ponti, di prendere per buoni concetti ed ipotesi ormai vecchi e superati. E ciò risulta particolarmente vero per le antichità, dove i lavori recenti e specialistici consultabili in rete sono quasi del tutto assenti ed abbondano, invece, quelli dei secoli scorsi che, se assorbiti senza spirito critico, rischiano di far aderire a teorie a cui gli studiosi non credono più da tempo.

 

Le teorie obsolete rivitalizzate da Wikipedia

Un significativo riscontro di come si possa essere portatori di posizioni ormai demodé, si ha leggendo alcune schede sull’antichità di Wikipedia nelle quali, ad esempio, è riportato che il Salento faceva parte della Magna Grecia, come si riteneva un paio, ed anche più, di secoli fa, oppure non ci si è neppure aggiornati sul fatto che a Brindisi, conquistata dai Romani,  fu dedotta una colonia latina.

Questo modo antiquato di valutare le cose, si aggiunge a certe inveterate abitudini culturali che fanno fatica a non avere una visione del mondo se non alla talebana. Ovverosia a vederlo o tutto bianco o tutto nero, senza la neppure più lontana parvenza di sfumature di grigio, oppure ripartito tra cattivi, sino all’ultima nascosta piuma, e buoni, in maniera tale da fare persino concorrenza ai santi. Non per niente, qualsiasi cosa facessero i Romani e, soprattutto, i Greci era considerata giusta e sacrosanta; ed ogni loro pur impalpabile vezzo rientrava nel disegno più generale tracciato dall’inviolabile progresso. Sicché, per indicare chi o ciò che era diverso dall’essere greco, s’adoperavano termini negativi, ed ancora adesso si parla di lingue anelleniche, di ambiti anellenici, di popolazioni anelleniche, dove quindi quel che è indigeno è caratterizzato dal fatto di non essere greco.

Sarà per questo spontaneo innamoramento per i popoli alla moda che molti preferirebbero tuttora essere gli epigoni dell’ultimo dei Mohicani, e quindi posizionarsi tra i collaborazionisti — in pratica sentirsi dire che il Salento era Greco trovandosi in Magna Grecia — piuttosto che gli eredi del cattivo Magua il quale, invece, lottò per salvaguardare le proprie radici, come agli effetti pratici fecero i nostri antichi concittadini brindisini ed i Salentini tutti che si opposero con parziale e sostanziale successo alla colonizzazione greca, difendendo la propria identità culturale. Quello stesso successo che, invece, non arrise quando toccò ai Romani di venire a pretendere le nostre terre.

Allo stesso modo, internet e certa parte della cronachistica delle nostre parti trasudano amore per la colonizzazione greca e, di conseguenza, per l’arrivo dell’aquila romana, sicché, se qualcuno volesse informarsi ad esempio sulla cittadinanza romana, scoprirebbe che essa è quasi sempre qualificata per “prestigiosa” o con altra espressione enfatica che rinvia immancabilmente agli stereotipi imposti dal periodo fascista, dove la romanità faceva tendenza. Tanto per ricollegarsi alle teorie, valide nei secoli scorsi, che la rete fa recuperare e, complice la nostra passività nell’analisi, fa credere ancora attuali e degne d’un qualche credito.

 

Non sempre la cittadinanza romana fu ritenuta “prestigiosa”

Se invece di dipendere solo da Wikipedia, si volesse talvolta dare un’occhiatina pure alle opere degli autori antichi, magari qualche dubbio sul prestigio incondizionato posseduto in antichità dalla cittadinanza romana potrebbe sorgere. Ad esempio Livio che, pur essendo un grande estimatore del mondo latino, riferisce un episodio alquanto curioso accaduto nel corso della seconda guerra punica (218-202 a.C.). Annibale sta prendendo il sopravvento, sobillando le città Italiche,  e Roma è in grossa difficoltà, quando  all’assedio di Casilinum (216 a.C.) i Prenestini si rendono protagonisti d’un valoroso gesto di fedeltà alla causa romana, arrendendosi ai Cartaginesi solo dopo aver combattuto sino allo stremo delle forze. Il senato romano per ricompensarli decreta doppio stipendio («Praenestinis militibus senatus Romanus duplex stipendium… decrevit»1) e offre loro la cittadinanza romano per le virtù dimostrate («civitate cum donarentur ob virtutem»2); i Prenestini accettano il denaro, rifiutando però compatti l’altra gratificazione: alla cittadinanza romana preferiscono la propria che, infatti, non ci pensano nemmeno di modificare («non mutaverunt»3). Ed i Prenestini non furono certo gli unici a mostrare poco interesse per un simile dono, tant’è che, a detta di Diodoro Siculo, un Cretese fece anche di peggio. Non solo respinse l’offerta fattagli della cittadinanza romana ma, per sovrappiù,  la derise dichiarando in maniera perentoria che i Cretesi consideravano la cittadinanza romana una solenne baggianata, cui essi preferivano di gran lunga qualcosa di più utile («Πολιτεία, φησί, παρὰ Κρησὶν εὐφημούμενός ἐστι λῆρος. τοξεύομεν γὰρ ἡμεῖς ἐπὶ τὸ κέρδος»4).

Va a questo punto ricordato che i Cretesi erano famosi per la dubbia moralità e per l’attaccamento al soldo, come per altro non si può negare che l’essere Romani comportasse indubbi benefici che rendevano una simile condizione giuridica a volte appetibile. Ma non sempre. E certo non era proprio così, quando l’Urbe intraprese la sua politica espansionistica.

 

Come Roma strutturava le comunità vinte

Inizialmente Roma era solita incorporare i territori dei popoli vinti qualificandoli giuridicamente come ager pubblicus (agro pubblico), vale a dire come suolo appartenente allo Stato da destinare a vari scopi ma che non poteva divenire di proprietà privata, salvo espressa disposizione legislativa. Successivamente adoperò strumenti giuridici che non obbedivano a schemi rigidi ma valutati, caso per caso, in maniera pragmatica secondo gli interessi del momento.

Riguardo al territorio italico che si andava acquisendo, si seguirono fondamentalmente tre vie: l’incorporamento nello Stato romano, dopo aver privato le comunità preesistenti dell’autonomia politica (municipia); l’insediamento di comunità cittadine con la fondazione di una nuova città (coloniae); la stipula di accordi (foedera) che rendevano le comunità preesistenti alleate dell’Urbe entrando esse a far parte d’una specie di stato federativo.

Quest’ultimo era il sistema maggiormente impiegato nel periodo in cui la Calabria — così i nostri antichi corregionali chiamavano la terra da noi denominata  Salento — fu conquistata (266 a.C.) e che fu appunto adoperato per tutte le città salentine le quali infatti stipularono con Roma un accordo (foedus). L’unica eccezione riguardò Brindisi per la quale fu scelta la deduzione di una colonia di diritto latino.

 

Ciascuno dei sistemi indicati aveva vantaggi e svantaggi, inoltre, all’interno dello schema generale, ogni comunità poteva vedersi accordati minori o maggiori benefici. Tutto dipendeva da come si era comportato il popolo conquistato nei confronti dei Romani. In linea di principio, più ci si era opposti alla conquista e maggiori erano gli oneri imposti alla comunità; viceversa chi aveva accettato senza reagire il potere romano, riusciva a spuntare condizioni migliori.

Così, ad esempio, se organizzati in municipia, che dava luogo alla perdita dell’autonomia ma alla concessione della cittadinanza romana, nel primo caso questa la si otteneva svuotata degli effetti politici in quanto senza titolo a votare e ad aspirare alle cariche pubbliche (sine suffragio et iure honorem); nel secondo la si conseguiva a pieno titolo, al pari di un qualsiasi abitante dell’Urbe (cives optimo iure). E certamente la prima, quindi quella priva dei diritti politici, sarebbe stata la formula adottata nei confronti dei nostri antichi corregionali, qualora fossero stati inquadrati nei municipia, per il semplice fatto che non si erano sottomessi senza combattere. D’altra parte anche se avessero ottenuto la cittadinanza a pieno titolo, avrebbero avuto grande difficoltà ad esercitare i diritti politici, visto che si votava a Roma ed un viaggio di andata e ritorno richiedeva quasi un mese per essere completato, e che sarebbero dovuti comunque andare a Roma in occasione dei censimenti predisposti con scadenza quinquennale. Per cui essere organizzati in municipia5, con una cittadinanza limitata in ogni caso nei suoi principali contenuti, avrebbe voluto dire farsi carico dei soli svantaggi derivanti da una simile organizzazione. In pratica, a nessun nostro corregionale sarebbe venuto in mente di diventare allora cittadino romano, per il semplice motivo che un tale stato giuridico avrebbe comportato solo oneri e scarsi benefici pratici. In conclusione il foedus era con ogni probabilità una soluzione di gran lunga migliore.

Ma, come già detto, c’erano diversi tipi di foedera. Gli storici dell’antichità, in genere di parte romana,  qualificano unicamente quelli vantaggiosi con i termini di aequa, come l’accordo stipulato con Napoli; aequissima, quello riguardante Camerino e, aequissimum et prope singulari, cioè a dire particolarmente favorevole di cui aveva fruito Eraclea. Tuttavia, nella loro stragrande maggioranza, tali accordi non erano poi tanto “equi” e salvaguardavano prevalentemente gli interessi romani. Per quanto le fonti narrative non li caratterizzano, ci hanno pensato gli studiosi a parlare di  foedera iniqua, con cui per lo più Roma imponeva un limite alla sovranità delle città conquistate i cui cittadini divenivano così alleati (socii o foederati) dell’Urbe, in condizione però subordinata.

Il foedus nondimeno consentiva alle comunità di conservare la propria cittadinanza, le proprie leggi ed i propri ordinamenti, oltre ad una estesa autonomia di carattere amministrativo-finanziario, essendo loro lasciata l’autorità di battere moneta. Rinunciavano però — e questa era la parte iniqua — a svolgere una propria politica estera (ius belli ac pacis) rimettendosi così del tutto alle decisioni prese in merito dai Romani (servare maiestatem populi Romani). In pratica si acquisivano gli amici dell’Urbe, insieme ai loro nemici e non se ne potevano avere di propri. Nel caso dell’insorgere d’un conflitto, che solo Roma poteva avviare, c’era poi l’obbligo di fornire un contingente di truppe prefissato che operava, in posizione subalterna, nei reparti ausiliari dell’esercito romano.

Erano questi gli accordi più usuali che s’imponevano ai socii, e a queste clausole si conformarono, con le inevitabili varianti del caso quelli firmati dalle città salentine6.

Come già ricordato, l’unica che non si federò con Roma fu Brindisi, dove fu dedotta una colonia di diritto latino. Ed era questa la formula giuridica probabilmente più vantaggiosa a quell’epoca. La città ottenne questa posizione di privilegio, grazie al suo porto ed alla sua collocazione strategica, ma pure per questioni che non è qui il caso d’indagare.

Le colonie, la cui funzione prevalente era di carattere militare, ma pure un modo per diffondere la romanità, erano di due tipi: quelle romane (coloniae civium romanorum), dove chi partecipava conservava la cittadinanza romana, e quelle di diritto latino (coloniae latinae), dove i Romani che vi partecipavano dovevano espressamente richiedere di diventare Latini e registrarvi il proprio nome («qui cives Romani in colonias Latinas proficiscebantur fieri non poterant Latini, nisi erant auctores facti nomenque dederant»7), perdendo così la cittadinanza romana.

Le colonie romane erano dedotte con lo scopo principale di creare dei presidi sulle coste prossime al territorio romano; quelle latine per controllare i punti di maggiore rilevanza strategica in zone da poco conquistate e magari ancora non del tutto pacificate. Le diversità si riflettevano nei rispettivi assetti: i coloni romani, facendo parte d’un presidio cittadino, non potevano allontanarsi dalla colonia, se non per periodi limitati, non erano soggetti alla leva, non potevano emettere moneta ed avevano un’organizzazione istituzionale che si rifaceva a quella dell’Urbe; i coloni latini avevano, al pari dei socii Italici, l’obbligo di fornire un contingente militare quando Roma lo richiedeva, secondo l’elenco dei togati (formula togatorum8, vale a dire degli uomini in età per compiere il servizio militare) e di non stipulare accordi con altre città. Le colonie latine avevano, però, la particolarità di beneficiare di un’ampia autonomia interna che consentiva loro anche l’attività giurisdizionale, oltre all’adozione  d’un proprio statuto, di propri organi ed alla possibilità di battere moneta. Il diritto latino consentiva inoltre di contrarre iustae nuptiae con i cittadini romani (ius connubii, il che garantiva alla prole la fruizione dei diritti civili) e di commerciare con essi (ius commercii, per cui erano titolati a ricorrere al pretore, per tutelare i propri atti negoziali); probabilmente di acquisire la cittadinanza romana previo trasferimento a Roma (ius migrandi) ma con l’obbligo di lasciare nella città d’origine un figlio per non depauperare la colonia; di votare, se ci si trovava in quel momento a Roma, con la tribù che veniva di volta in volta sorteggiata («sitellaque lata est ut sortirentur ubi Latini suffragium ferrent»9). Non consentiva invece, almeno in quel periodo, lo ius honorum, vale a dire la possibilità di concorrere per le magistrature romane. Al pari delle città federate, anche le colonie non potevano svolgere atti di politica estera e avevano l’obbligo di  assistere Roma in qualsiasi attività militare questa intendesse avviare, fornendo, come già riportato, il contingente di truppe richiesto.

Con tutti gli indubbi problemi iniziali che la deduzione a colonia latina comportava sia per i Romani, costretti a rinunciare alla cittadinanza romana in quanto si acquisiva quella latina, sia per i locali, a causa della preliminare ristrutturazione della città che comportava una ridefinizione delle proprietà, essa rappresentava in ogni caso la soluzioni con le migliori prospettive future. Prospettive che Brindisi sfruttò appieno divenendo, proprio grazie alla configurazione giuridica allora adottata, dapprima uno dei più importanti centri della Repubblica romana e poi una delle maggiori metropoli nel periodo imperiale.

Sarà in aggiunta che i Romani non si fidavano troppo dei Tarantini ma il porto di Brindisi soppiantò del tutto quello di Taranto nelle funzioni militari e commerciali, divenendo di fatto il tramite privilegiato per l’Oriente. Taranto seppe però conservare la reputazione di città culturale e divenne un centro residenziale ambito dalle classi intellettuali agiate che vi costruirono case e ville signorili.

In definitiva a Brindisi andò di lusso e non andò male neppure alle altre città salentine: in fondo Roma si atteggiava come il buon pastore che tosa le sue pecore con riguardo, sapendo che, se le scorticasse, sarebbe il primo a perderci. Per questo motivo, ove possibile, i Romani sceglievano il tipo di organizzazione più congeniale agli interessi propri ma anche a quelli della comunità assoggettata.

 

A lungo andare gli alleati divennero sempre più dei sudditi

Questa organizzazione rispettosa delle comunità conquistate andò comunque di lì a poco in crisi e, di conseguenza, le cose incominciarono a cambiare in peggio, soprattutto a causa di una circostanza del tutto straordinaria che si concretizzò una cinquantina di anni dopo, quando Annibale invase l’Italia nell’autunno del 218 a.C.

L’arrivo e gli iniziali successi del Cartaginese riaccesero le aspirazioni di indipendenza di quasi tutte le ex colonie greche e di molti popoli italici i quali, convinti che i Romani stessero ormai per soccombere, defezionarono schierandosi con i Punici. Tra i defezionisti Livio elenca i Campani, gli Atellani, i Calatini, gli Irpini, parte degli Apuli, tutti i Sanniti tranne i Pentri, i Bruzii, i Lucani e, oltre a questi, gli Uzentini e pressoché tutti i Greci della costa, tra i quali i Tarantini («Defecere autem ad Poenos hi populi: Atellani, Calatini, Hirpini, Apulorum pars, Samnites praeter Pentros, Bruttii omnes, Lucani, praeter hos Uzentini, et Graecorum omnis ferme ora, Tarentini…»10). La ribellione di Ugento è però molto incerta, essendo la sua inclusione nella lista dei rivoltosi quasi certamente dovuta ad un errore da parte d’un amanuense che ha sostituito gli Uzentini ai molto più probabili Surrentini, i quali, non a caso, sono indicati in altri manoscritti. Comunque sia, subito dopo, a Taranto s’accodarono altri centri salentini che, però, Livio non specifica indicandoli con disprezzo città insignificanti («Sallentinorum ignobiles urbes»11), senza lasciar capire se il tono usato fosse per minimizzare l’accaduto oppure per rimarcare il loro infedele comportamento.

È invece certo che Brindisi rimase fedele a Roma e si oppose con forza ad Annibale, tanto da essere espressamente citata tra le diciotto colonie il cui aiuto consentì di far restare saldo il dominio romano e che, per questo, ricevettero il plauso ed i ringraziamenti in Senato e presso il popolo («Harum coloniarum subsidio tum imperium populi Romani stetit, iisque gratiae in senatu et apud populum actae»12).

Altra cosa certa è che l’Urbe, passata la buriana, e ripreso il controllo della situazione, si vendicò del torto subito e usò la mano pesante nei riguardi degli alleati che avevano violato i patti, imponendo clausole ancor più restrittive nei foedera stipulati. In particolare Taranto, pur riuscendo ancora una volta a limitare i danni, si vide costretta a cedere parte del suo territorio. Qui, a nord della città, in una zona strategica dell’antica periferia greca che dava diretto accesso al porto del Mar Piccolo, Roma fondò nel 123 a.C., con plebiscito proposto da Caio Gracco, Neptunia, una colonia di diritto romano con l’intento di attuare un controllo più diffuso sulla cittadina ionica.

Allo stesso tempo il possesso della cittadinanza romana incominciò a far maturare benefici economici e fiscali ai suoi possessori, discriminando sempre più gli alleati. E tale disparità di trattamento risaltava con grande evidenza in un’attività, come quella bellica, in cui i Romani e gli alleati operavano fianco a fianco. Pur partecipando attivamente alle azioni militari ed a tutti gli altri obblighi, gli alleati non godevano degli stessi vantaggi goduti dai commilitoni romani, proprio perché non fruivano della medesima cittadinanza. La disuguaglianza s’era andata accentuando già dal 167 a.C. quando, grazie al bottino ottenuto con la terza guerra macedonica, il tributum per mantenere l’esercito non fu più richiesto13 e, pertanto, i cittadini romani iniziarono a godere dell’immunità finanziaria14 mentre i socii e le colonie di diritto latino continuarono a dover sostenere le spese per l’arruolamento delle truppe che fornivano a Roma.

E le sperequazioni non erano solo di carattere monetario riguardando anche altri aspetti. Gli alleati erano ad esempio confinati nei reparti ausiliari, assoggettati a norme capestro, correndo anche il rischio d’essere condannati a morte dal console romano per un qualsiasi atto di insubordinazione, mentre, in analoghe situazioni, il legionario non poteva essere neppure sfiorato dalla frusta. Eppure il loro apporto andava aumentando: alla meta del II secolo a.C. i loro contingenti, uniti alle truppe fornite dalle colonie latine, erano in quantità pari a quello delle legioni romane; verso la fine dello stesso secolo erano addirittura corrispondenti al doppio. Ciononostante, sebbene il peso delle azioni belliche fosse sempre più addossato sugli alleati, questi si vedevano preclusa ogni possibilità di fare carriera nei ranghi dell’esercito romano e di avere al termine della ferma l’assegnazione di terre, come qualsiasi altro veterano romano.

La situazione s’inasprì ulteriormente con l’avvio, alla fine del II secolo a.C., della riforma dell’esercito che aveva come punto qualificante quello di far accedere alla carriera militare i capite censi (i nullatenenti). Una vera e propria rivoluzione in quanto, per la prima volta, le classi più umili si vedevano aperta la via all’arruolamento nell’esercito romano e, quindi, alla possibilità di partecipare al soldo ed ai vitalizi militari. Era questa un’opportunità unica di avanzamento sociale ed economico che, sino ad allora, era stata di esclusivo appannaggio della media borghesia. Tuttavia ne poterono beneficiare solo i cittadini romani, mentre gli Italici si videro preclusa anche questa occasione di sviluppo.

Di fatto, più passava il tempo e più gli alleati italici venivano trattati da sudditi, e questo alla lunga esacerbò gli animi creando una situazione esplosiva.

 

La guerra sociale

A dare fuoco alla miccia, fu un ulteriore episodio compiuto a danno degli alleati: Druso, il tribuno della plebe che aveva proposto di estendere la cittadinanza romana a tutta l’Italia15ad dandam civitatem Italiae»16), venne trovato ucciso il giorno stesso in cui il provvedimento doveva essere votato, proprio per impedire che l’iter legislativo giungesse a compimento. In precedenza anche il console M. Fulvio Flacco (125 a.C.) e poco dopo Gaio Sempronio Gracco avevano proposto invano l’estensione della cittadinanza romana alle città italiche federate ed alle colonie latine. Ma pure in quelle circostanze l’oligarchia romana s’era messa di traverso ostentando le maniere forti.

A questo punto molte delle città federate si resero conto di non avere altra scelta se non quella di prendere le armi e di muovere guerra a Roma.

In pratica, la cittadinanza romana, inizialmente con poche attrattive e quasi vissuta dagli Italici come un limite alla propria autonomia, divenne talmente ambita da spingere all’uso dei mezzi più estremi pur di ottenerla. Iniziò così nel 91 a.C. la sanguinosa rivolta, passata alla storia con il nome di “guerra sociale” perché, ad esservi coinvolti furono principalmente gli italici federati con Roma, i cosiddetti socii di Roma. I municipi che godevano già della cittadinanza romana — e che tra l’altro non avevano un proprio esercito — non avevano infatti  nessun interesse a prendervi parte. E allo stesso modo le colonie latine, con l’eccezione di Venusia, non aderirono alla rivolta e preferirono stare dalla parte dell’Urbe, il che testimonia che il regime giuridico fruito andava loro più che bene. Anche perché — va ricordato — i notabili delle colonie latine erano già stati per certi versi accontentati con la concessione dello ius adipiscendae civitatis Romanae per magistratum che consentiva di acquisire la cittadinanza romana a chi aveva ricoperto una magistratura locale17 e che, quindi, accordava loro questo beneficio per altra via.

Brindisi si schierò pertanto con Roma, e questo fu forse uno dei motivi che consiglio le altre  comunità salentine a fare altrettanto. Fa parte infatti delle fantasie «l’ultima grande ribellione guidata da Taranto nell’80 a.C.»18 di cui ci dà menzione Wikipedia in una delle sue schede più creative. Neppure Taranto osò infatti ribellarsi. Né poteva essere diversamente, considerato che di fatto aveva in casa un presidio romano, la già citata colonia romana Neptunia, pronto ad intervenire senza tante sottigliezze al minimo accenno di sollevazione.

La guerra sociale fu la prima occasione in cui trovò spazio il concetto di “Italia”, sia pur solamente inteso come comunità dei suoi abitanti. Infatti i rivoltosi, sebbene di etnie diverse, si autoidentificarono in questo nome e adottarono come proprio simbolo la figura del vitello/toro associato al nome dell’Italia. E questo emblema fu vissuto in funzione antiromana, come emerge con chiarezza nelle loro emissioni monetali in cui il toro assale e sconfigge la lupa, raffigurazione di Roma.

 

Dopo un anno in cui i risultati sul campo erano stati poco più che mediocri, mentre i dissapori interni, tra chi era favorevole a fare delle concessioni ai rivoltosi e chi considerava tale posizione un modo come un altro per sobillare ancor più gli Italici, aumentavano, comportando una pericolosa instabilità poi sfociata nella guerra civile, i Romani decisero che era meglio venire a più miti consigli. Approvarono pertanto la lex Iulia de civitate latinis (et sociis) danda (90 a.C.) con cui si concedeva la cittadinanza romana, non solo ai Latini ed agli alleati che non avevano preso le armi, ma anche a chi le avesse deposte entro un prefissato termine di tempo.

Questo dissuase le popolazioni incerte dall’entrare in lotta e creò dissensi tra gli stessi insorti.

Usando al tempo stesso carota (altri provvedimenti simili alla lex Iulia) e bastone (la spietata determinazione di Silla) si venne a capo della situazione e, di lì a breve, si riuscì a domare la sollevazione e tutte le popolazioni dell’Italia a sud della regione gallica cisalpina finirono per acquisire la cittadinanza romana.

Brindisi e le altre collettività salentine, che s’erano mantenute fedeli a Roma,  si videro pertanto assegnare la cittadinanza romana già nel 90 a. C. Questo avvenne certo a livello formale, mentre l’effettivo conferimento ebbe luogo solo qualche anno dopo (probabilmente nell’83 a.C.) in quanto, anche ai tempi dei romani, non si era del tutto liberi dalle pratiche burocratiche. Occorreva infatti censire i nuovi cittadini e ascriverli alle tribù esistenti, e questo portava via tempo.

Oltre ad integrare i nuovi cittadini nel corpo civile romano, la concessione della cittadinanza comportava anche il dover riorganizzare le città federate e le colonie latine in municipi, in quanto divenivano territorio romano. Bisognava quindi stabilire quali comunità avevano titolo ad essere elevate al rango municipale e quali a farvi parte in ruolo subordinato. Aspetto questo non certo banale — di cui si parlerà nel prosieguo soffermandosi sulle decisioni prese per le città salentine — perché i nuovi municipi avrebbero fruito di fondi per meglio garantire la loro urbanizzazione quando le altre località rischiavano, come di fatto per lo più avvenne, di essere confinate a restare zone tipicamente rurali. In questa trasformazione, c’era infine da decidere la caratterizzazione istituzionale dei nuovi municipi: magistrature, senati, assemblee cittadine e ripartizione delle relative competenze.

Proprio nell’espletamento di questi adempimenti di così varia natura, l’Urbe cercò di annacquare in una qual certa misura le concessioni fatte e di trarre comunque vantaggio da questa nuova situazione.

 

Eppure non tutti furono contenti di diventare romani

Tutti aspetti importanti, quelli appena enunciati, che per il momento però si tralasceranno per soffermarsi su una avvenimento, per certi versi curioso, a cui in genere non si dà peso e che invece merita d’essere riportato, non fosse altro per avere un quadro più realistico delle diverse posizioni assunte in merito dalle comunità coinvolte.

Come visto, la cittadinanza romana fu accordata a tutti: sia a chi aveva combattuto per ottenerla, sia a chi non l’aveva di fatto neppure richiesta. Questa circostanza viene sempre valutata nel senso che Roma, dopo aver concesso questo alto privilegio a chi aveva avviato la rivolta, non poteva non riconoscerlo anche a chi s’era mantenuto fedele, dando così per scontato che tutte le comunità avessero preferito questo nuovo stato giuridico a quello precedentemente goduto.

In effetti così non fu: alcune città, che non avevano partecipato alla rivolta, avrebbero preferito piuttosto continuare a mantenersi autonome che divenire cittadini romani inquadrati in un municipium. Naturalmente di questo coro dissenziente fecero parte le cittadine che fruivano di foedera o di statuti particolarmente vantaggiosi, tra le quali non è detto che non fosse pure compresa Brindisi.

Spulciando bene le fonti narrative antiche, si scopre infatti che le lamentele ci furono, ed anche accese. Ce ne parla Cicerone facendoci sapere che a riguardo ci fu ampia disputa a Eraclea e a Napoli, perché la gran parte della popolazione preferiva alla cittadinanza romana la libertà garantita dal trattato in precedenza stipulato («In quo magna contentio Heracliensium et Neapolitanorum fuit, cum magna pars in iis civitatibus foederis sui libertatem civitati anteferret»19). Come questa maggioranza sia poi diventata minoranza, visto che alla fine le due città si adeguarono, non è dato di sapere, sebbene sia facile immaginare che Roma abbia attuato qualche fattiva opera di convincimento, soprattutto tra le classi più umili, poco sensibili ai benefici politici concessi dall’autonomia e molto più convinti da quelli pratici conseguibili con la cittadinanza romana. D’altra parte, Cicerone ci parla incidentalmente della questione delle due città, proprio perché rappresentavano i casi più eclatanti, il che fa ragionevolmente presupporre che non furono quelle le sole comunità che espressero dissenso. E, come già riportato, magari anche Brindisi fu tra queste. Le fonti offrono appunto qualche spunto che indurrebbero a credere che la città si conformò alla soluzione imposta da Roma, ma probabilmente non tanto di buon grado.

Primo indizio. In un famoso passo, Cicerone ci racconta che nel 57 a.C., cioè a dire a distanza di quasi trent’anni dalla costituzione del municipium, i Brindisini festeggiavano ancora con grande calore il giorno natale della colonia latina20. Un evidente segno questo di grande nostalgia per il passato coloniale.

Altro indizio. Silla — che non era molto ben disponibile a concedere la cittadinanza romana alle città federate ed alle colonie latine — è nell’ 83 a.C. di ritorno dall’Oriente. Si vocifera che voglia rimettere in discussione i diritti politici già concessi dalla lex Iulia, per cui molte comunità non vogliono aprirgli le porte oppure lo accolgono a muso duro. Eppure sbarca a Brindisi in tutta tranquillità. E non solo, riceve un’accoglienza talmente entusiasta  che, in cambio, si sente in obbligo di gratificare la città dall’esenzione delle tasse («Δεξαμένων δ’ αὐτὸν ἀμαχεὶ τῶν Βρεντεσίων, τοῖσδε μὲν ὕστερον ἔδωκεν ἀτέλειανviene»21).

Un atteggiamento in apparenza strano in chi, aspirando alla cittadinanza, avrebbe dovuto parteggiare per la fazione opposto o, quantomeno, mostrare meno entusiasmo per Silla, ma che rientra nella normalità delle cose, se si pensa che la classe dirigente brindisina aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare dal cambiamento istituzionale. I magistrati locali avevano già ottenuto la cittadinanza romana in forza dello ius adipiscendae civitatis per magistratum e le novità toglievano loro buona parte del potere organizzativo, oltre a vedersi sottratta la possibilità — questione questa non certo di poco conto — di battere moneta, in quanto competenza preclusa ad un municipium.

Ultimo indizio. Ci si è sempre chiesti come mai i Brindisini, che pure erano sempre stati fedeli alleati dell’Urbe, furono gli unici tra i salentini ad essere iscritti nella tribù Maecia, che era allora un modo evidente per isolarli, quasi avessero commesso una qualche colpa. Quale fosse la loro mancanza lo si può forse ricavare dal fatto che nella stessa tribù fu inserita Napoli, vale a dire proprio una delle città che più s’erano opposte ad accettare lo statuto municipale. Il che fa sospettare che pure Brindisi avesse manifestato, più o meno vivacemente, le medesime perplessità, e che, per questo, fosse stata anch’essa in un qual certo modo punita.

Comunque siano andate le cose, c’è motivo per ritenere che un qualche rimpianto per il passato ebbe forse modo di  palesarsi e, al tempo stesso, non fu certo facile per i Brindisini metabolizzare la perdita dell’autonomia che, per quanto formale, rappresentava tuttavia un tratto distintivo della vita cittadina.

In ogni caso, certo è che in quel lontano 83 a.C. la gloriosa colonia di diritto latino di Brindisi chiuse per sempre i battenti.

E, qualunque cosa ne possano pensare gli estimatori della “pregevole” cittadinanza romana, non fu certo un giorno da segnare, come avrebbe detto Catullo, con una piccola pietra più bianca delle altre.

 

I passaggi burocratici per divenire municipium

Come anticipato, Brindisi, Taranto e le altre comunità della Calabria divennero in linea teorica territorio romano nel 90 a. C., tuttavia per la concreta fruizione della cittadinanza romana la lex Iulia prevedeva, oltre alla clausola di non essere in guerra con Roma, quella del fundus fieri. Questa formula, per quanto letteralmente indecifrabile, considerato che la sua traduzione letterale, “farsi fondo”, risulta del tutto incomprensibile, non pone dubbi interpretativi sul perché fosse stata inserita nella norma. Roma si vedeva costretta a concedere ai rivoltosi la cittadinanza romana e, naturalmente, era forzata a farlo anche con le altre città che le erano rimaste fedeli. Tuttavia, da un punto di vista formale, le autorità romane non volevano che fosse considerata come un obbligo cui loro sottostavano, quanto piuttosto una graziosa elargizione da loro fatta alle comunità italiche. In aggiunta, da  un punto di vista sostanziale, tale concessione non poteva essere fatta lasciando in vita i precedenti statuti in quanto, in taluni casi, essi consentivano un’autonomia che rischiava di confliggere con il nuovo tipo di rapporto che si stava venendo ad instaurare. Era evidente che la cittadinanza poteva essere concessa solo se le comunità avessero recepito, preliminarmente ed in toto, il diritto romano rinunciando così al diritto locale. In definitiva, in cambio della cittadinanza, le comunità dovevano preliminarmente aderire alla totalità delle norme municipali e, più in generale, a quelle del diritto romano («iura populi romani»), rinunciando così alla formale autonomia che i trattati precedenti avevano conferito loro. Ed è proprio in tale fase che certamente Napoli ed Eraclea — e forse Brindisi e qualche altra città — tentarono di mantenere i loro antichi privilegi, senza però, come visto, riuscirci.

Dopo l’accettazione del fundus fieri, c’erano poi un paio di passaggi burocratici da superare: il censimento e l’assegnazione ad una delle tribù romane.

Non è dato di sapere quando questi adempimenti siano stati fatti  perché, quasi insieme alla guerra sociale, era scoppiata la guerra civile che vedeva coinvolti Silla da una parte e Mario – e poi Cinna – dall’altra, ed in questo periodo turbolento le fazioni in lotta si alternavano al potere, facendo e disfacendo le cose in così rapida successione da rendere difficile una puntuale datazione dei singoli avvenimenti. C’era infatti un’importante questione da dirimere in via preliminare, vale a dire il peso politico da dare a questi nuovi cittadini. La parte elitaria degli optimates (ottimati, testualmente i migliori) sostenitrice di Silla, non voleva che l’alto numero dei nuovi cittadini facesse prendere loro il sopravvento nelle decisioni politiche; la fazione populares (popolari, in quanto difensori delle istanze del popolo), capeggiata da Mario e Cinna, intendeva invece mettere tutti i cittadini, vecchi e nuovi, sullo stesso piano.

Per comprendere meglio il motivo del contendere, ci si deve soffermare, sia pure semplificando al massimo, sulle sedi e sulle modalità di espressione del potere popolare previste dalla legislazione romana.

I cittadini romani contribuivano alla gestione dello Stato svolgendo funzioni legislative, elettorali e giurisdizionali nelle assemblee (comitia e concilia) le principali delle quali erano, nel periodo trattato, i comitia centuriata (comizi centuriati), i comitia tributa (comizi tributi) ed i concilia plebis (concili della plebe). Nei comizi tributi e nelle assemblee della plebe il popolo era ripartito per tribù, termine questo che non va inteso in senso moderno, come gruppo etnico che costituisce un organismo sociale ben determinato, ma in senso storico che, riguardo alle antichità romane, caratterizzava nello specifico la suddivisione amministrativa e territoriale dello stato romano. Nell’ambito dell’organizzazione amministrativa dell’Urbe, le tribù rappresentavano le circoscrizioni territoriali entro cui venivano ripartiti i cittadini romani per effettuare i censimenti, le leve militari e fissare il relativo tributo22. In seguito, quando con la professionalizzazione dell’esercito le leve non furono più fatte ed il tributo non più richiesto, le tribù finirono per identificarsi con i distretti elettorali per l’esercizio dei diritti politici. Ed era proprio per motivi collegati all’espressione del voto che ogni cittadino romano era allora assegnato ad una tribù.

C’è da aggiungere inoltre che per gli esiti delle votazioni delle assemblee popolari non si teneva conto dei voti espressi dai singoli cittadini ma di quelli espressi dalle tribù, ciascuna considerata nel suo complesso. Infatti le unità votanti non erano i cittadini ma le tribù, sicché si votava per tribù ed il voto della tribù era quello espresso dalla maggioranza dei suoi componenti. In definitiva, dal momento che le tribù previste erano allora 35, bastava che 18 di esse si esprimessero in senso favorevole perché un provvedimento fosse approvato.

Gli Ottimati, in considerazione del numero abbondantemente superiore dei nuovi cittadini rispetto ai veteres cives (vecchi cittadini), temevano che essi avrebbero potuto imporre il proprio volere all’interno delle singole tribù, condizionando a loro favore le votazioni. Per questo, per contenere il loro peso politico li fecero inizialmente distribuire in otto (o, al massimo, dieci23) tribù, per altro soprannumerarie e destinate a votare dopo le altre trentacinque tribù affinché il loro voto risultasse meno influente24. Tale decisione, che creò più d’un malumore, fu però poi modificata dai Popolari che, per garantire uguali diritti a tutti, riuscirono a far approvare che i nuovi cittadini fossero ripartiti in tutte le trentacinque tribù già esistenti. E fu questa la decisione definitiva, adottata presumibilmente non prima dell’83 a.C.

 

I criteri di scelta dei municipia

C’era inoltre un altro problema gestionale di non poco conto da risolvere, vale a dire quali città meritassero d’essere elevare al rango di municipio e quali no. Le comunità da municipalizzare erano infatti diversamente organizzate essendoci, nel vasto territorio degli ex-alleati, insediamenti di differente natura. C’erano zone dove si trovavano stanziamenti aventi già una configurazione da città-stato (ad esempio le aree etrusche e quelle delle ex-colonie greche), in cui la scelta era in pratica obbligata, ed altre (le aree italiche tra le quali quelle della penisola salentina) che avevano rari centri con uno sviluppo urbano equiparabile ad una città e che, pertanto, non potevano per lo più contare su una struttura politico-amministrativa autonoma, tanto da essere considerati delle borgate (vici) o delle semplici compagini rurali (pagi), tra i quali la scelta non era per niente pacifica. Nel primo caso, si trovavano infatti già presenti le strutture fondamentali per ospitare il costituendo municipium; nel secondo, invece occorreva scegliere quali centri dovessero divenire municipio — e, nel contempo, prevedere gli interventi necessari per adattarli alle nuove esigenze — e quali dovessero essere relegati ad un ruolo secondario, inglobati nei costituendi municipi magari come zone rurali che ne avrebbero irrimediabilmente condizionato lo sviluppo futuro. In quest’ultima condizione si trovavano, come già anticipato, le zone italiche e, tra queste, a parte Brindisi e Taranto, le comunità della penisola salentina.

Non esiste documentazione da cui desumere quali siano stati i reali criteri adottati per fare una simile scelta, sebbene si possa  ipotizzare che le località furono valutate in base al livello di urbanizzazione già in atto, all’importanza da tempo acquisita e, come avveniva di solito in queste circostanze, ai comportamenti tenuti in passato nei confronti di Roma.

Non è d’altra parte questo il solo punto oscuro. Restano infatti dibattuti altri aspetti giuridici, tra i quali quello di maggior rilievo riguarda le modalità con cui la riorganizzazione dei territori fu compiuta, in particolare se si cercò di normalizzare i nuovi municipi, imponendo dall’alto un modello statutario, oppure no. In altre parole, se il processo di municipalizzazione avvenne riproducendo, sia pure in scala ridotta, il sistema costituzionale operante nell’Urbe o se avvenne, come accaduto nei periodi precedenti la guerra sociale, lasciando alle singole comunità margini di scelta. Qualunque sia stata la decisione assunta in merito, certo è che, verificando gli effettivi esiti della municipalizzazione, si ha un quadro quasi uniformemente diffuso riguardo alle magistrature di maggior peso e alla composizione dei senati e delle assemblee dei nuovi municipi. Una uniformità che si otterrebbe ben difficilmente per spontanea adesione, e che fa quindi presupporre l’esistenza e la realizzazione d’un piano ben preciso ideato in sede centrale. D’altra parte il fatto stesso della presenza della clausola del fundus fieri, la quale come visto prevedeva la formale accettazione del diritto romano, farebbe propendere per l’adozione di statuti, in un certo qual modo, standardizzati.

Comunque sia andata, vediamo cosa presumibilmente fu deciso per le comunità salentine, cioè a dire quali furono i possibili centri elevati al rango di municipium, le tribù cui essi furono assegnati e quali gli assetti istituzionali assunti.

 

I municipi romani istituiti nella penisola salentina

Nel nord della Calabria, divennero di certo municipi le città di Brindisi, Oria e Taranto, mentre non ottennero tale rango località di pur antica tradizione in quanto decaduti, quali Manduria, Mesagne, Muro Tenente e Valesio. Manduria fece certo parte, insieme a Li Castelli, del municipio di Oria; Mesagne, insieme a Muro Maurizio e Valesio, di quello di Brindisi; dubbia la destinazione di Muro Tenente, che molti ipotizzano aggregata a Brindisi mentre io vedrei piuttosto associata ad Oria. Nel Centro, la scelta cadde su Rudiae e Lecce. Nel Sud, con ogni probabilità, su Nardò, Otranto, Gallipoli, Alezio, Ugento e Vereto.

La ricostruzione da me compiuta si basa sulla consistenza ipotizzabile in base alle ricognizioni archeologiche e all’importanza degli insediamenti desumibile dagli scritti dei geografi e naturalisti dell’antichità, oltre che alla loro collocazione rispetto alla rete viaria del tempo. Se certamente su Brindisi e Taranto non c’è discussione, lo stesso dovrebbe essere per Oria e Rudiae (sia per la consistenza, sia per la posizione), per Nardò e Ugento (in questi casi soprattutto per la consistenza), per Lecce, Alezio e Vereto (in prevalenza per la collocazione). Qualche dubbio ci sarebbe per Gallipoli e Otranto, però posizionate in punti troppo strategici perché i Romani non ne abbiano voluto favorire la crescita prevedendo l’istituzione d’un municipium, magari in un momento immediatamente successivo.

Per quanto riguarda le tribù di assegnazione, è possibile formulare ipotesi certe solo su Brindisi (tribù Maecia), Taranto (Claudia), Rudiae (Fabia), Lecce (Camilia), Gallipoli (Fabia) e Vereto (Fabia). Forse anche Alezio fu aggregata alla tribù Fabia, mentre per Oria, Nardò, Otranto e Ugento non esiste il più lontano indizio di quale possa essere stata la tribù di destinazione. A tali conclusioni portano soprattutto le fonti epigrafiche.

 

Gli organi dei municipia salentini

Passando all’organizzazione statutaria, occorre ricordare che la tradizione repubblicana osteggiava l’uomo solo al comando, sicché l’unico organo monocratico previsto dall’ordinamento romano era il dictator (dittatore), per altro magistratura straordinaria, utilizzata quindi eccezionalmente e per periodi limitati nei soli momenti di grave pericolo. Per il resto la costituzione romana si affidava in maniera esclusiva agli organi collegiali. Per lo stesso motivo i municipi romani non avevano un corrispettivo del nostro sindaco ma un istituto collegiale responsabile della gestione amministrativa della città. Nei municipi salentini il collegio dei massimi magistrati cittadini fu composto da quattro membri (quattuorviri)25, ripartiti in due coppie: i due quattuorviri iure dicundo ed i due quattuorviri aedilicia potestate. La prima coppia aveva un ruolo prioritario, assimilabile a quello svolto a Roma dai consoli.

A questi due magistrati — chiamati per semplicità giusdicenti, perché esercitavano tra le altre funzioni la giurisdizione civile e penale — spettava anche l’eponimia in ambito cittadino, presiedere e convocare il consiglio comunale e le assemblee popolari, sovrintendere alle responsabilità di culto e ad amministrare le finanze comunali. Nell’ambito delle loro prerogative, godevano di un’ampia autonomia organizzativa, però rispondevano personalmente di eventuali problemi di carattere economico e dovevano risarcire il municipio per qualsiasi dissesto finanziario conseguente ad una loro decisioni. Per questo, all’assunzione dell’incarico dovevano versare una cifra consistente, denominata summa honoraria, utile a coprire ammanchi di vario genere. Di conseguenza potevano aspirare ad un simile incarico solo i cittadini particolarmente danarosi.

Anche la seconda coppia, quella dei due quattuorviri aedilicia potestate, doveva essere finanziariamente ben attrezzata. La locuzione aedilicia potestate racchiudeva infatti funzioni riguardanti il mantenimento dell’agibilità delle strade, degli edifici pubblici e dei templi ma pure l’approvvigionamento della città e il garantire una vita pubblica regolata tramite il corpo di polizia urbana. Nello svolgimento di tale incarico non si potevano accampare scuse di bilancio: se una strada era dissestata, bisognava aggiustarla, magari in parte o in toto a proprie spese, e non limitarsi, come avviene ora, a mettere un cartello avvisando di fare attenzione perché la strada è danneggiata.

Dai magistrati si pretendeva la diligentia, vale a dire l’essere scrupolosi nell’adempimento dell’incarico ed un atteggiamento solerte e sincero (sine dolo malo) non fingendo quindi una cosa per poi farne un’altra. Pulizia d’animo che dovevano manifestare sin dal momento in cui proponevano il proprio nome nelle riunioni (contiones) delle assemblee (comitia) popolari, vestiti con una toga sbiancata in modo da essere candida, circostanza questa che diede origine al termine “candidato”.

Da un punto di vista politico, il ruolo dei due quattuorviri iure dicundo era quello più prestigioso e costituiva di fatto l’apice delle cariche magistratuali previste dal cursus honorum (letteralmente, corso degli onori, nel senso di sequenza delle cariche pubbliche) municipale. Ed erano infatti loro a ricoprire, a scadenza quinquennale, il ruolo di quinquennales, cioè a dire di censori, che aveva un valore davvero speciale in antichità, in quanto conferiva il compito di stabilire il “censo” di ciascun cittadino, fissandone così la relativa posizione sociale, ma pure di valutare la loro condotta morale. Una bocciatura da parte dei censori incideva di fatto sul bene allora più tenuto in considerazione, il buon nome, e conduceva inevitabilmente all’emarginazione sociale e politica. La nota censoria, con cui i censori riprendevano un cittadino, era una vera e propria sanzione politica comminata a chi s’era macchiato di comportamenti indegni, che comportava  l’espulsione dal decurionato, dall’ordine equestre e, per il semplice cittadino, dalla tribù.

I quattuorviri duravano in carica un anno ed erano eletti dal populus, composto dai cives  (cittadini di pieno diritto del municipio) e dagli incolae (per lo più forestieri che avevano ottenuto di risiedere nel territorio municipale), ripartiti in distretti politico-amministrativi chiamati curie.

Come gli attuali comuni, anche i municipi salentini prevedevano un organo collegiale di base, assimilabile al nostro consiglio comunale, con funzioni normative, finanziarie e di controllo. A quel tempo un simile ente era denominato ordo decurionum, sicché i consiglieri comunali erano chiamati decuriones o, meno spesso, curiales, perché le loro riunioni avvenivano nelle curie.

Le regole per diventare decuriones erano per certi versi molto più rigide rispetto a quelle attuali per diventare consigliere comunale. L’ufficio era vitalizio e la composizione era decisa dai censori che ogni cinque anni stabilivano, nella cosiddetta lectio senatus (letteralmente, scelta del senato), inserimenti, subentri e decadenze, in base a criteri che tenevano conto del censo, dell’età, della residenza, della onorabilità e della stima goduta dai designabili. Per ambire alla carica di decurione, bisognava infatti godere: dei diritti politici, di un reddito annuale di almeno 100.000 sesterzi (all’incirca 400.000 € attuali) e d’una età non inferiore ai trent’anni. In aggiunta occorreva: essere domiciliati nella città da almeno cinque anni; essersi comportati sempre in maniera inappuntabile e, infine, di non aver mai esercitato mestieri infamanti (in pratica, non aver mai fatto l’attore, il banditore, il tenutario di case di tolleranza, l’impresario di pompe funebri ed il gladiatore). Erano questi i requisiti ritenuti essenziali per accedere e svolgere nel migliore dei modi gli honores, termine con cui venivano appunto caratterizzate le massime magistrature statali, in quanto tali incarichi davano l’onore di adempiere un officium (un obbligo) e non utili monetari o di altra natura. Pertanto, al pari dei quattuorviri, la carica di decurione non comportava l’accredito di assegni mensili o vitalizi ma, al contrario, il dover spesso far fronte di tasca propria a spese di utilità pubblica, fossero esse correnti oppure straordinarie.

Se qualcuno a questo punto avesse modo di chiedere loro chi glielo faceva fare, si sentirebbe rispondere con una semplice parola: existimatio, come dire per la stima ed il credito che tali compiti, svolti nel migliore dei modi, consentivano di ottenere presso i concittadini.

Fare politica ad un certo livello era in definitiva un punto d’onore e, al tempo stesso, motivo di prestigio e di riconoscimento.

 

Note

1 Livio (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Dalla fondazione di Roma, XXIII 20, 2.

2 Ibidem, XXIII 20, 2.

3 Ibidem, XXIII 20, 2.

4 Diiodoro siculo (I secolo a.C.),  Biblioteca Storica, XXXVII 18.

5 Il municipium era in origine una città privata dell’autonomia politica e soggetta ad oneri, come si evince dal termine stesso che riflette la condizione di dover sopportare (capere) obblighi (munera), e rappresentava il sistema organizzativo con cui Roma annetteva un territorio conquistato.

6 Le colonie greche avevano con ogni probabilità maggiore capacità contrattuale delle comunità italiche, sicché riuscivano a strappare condizioni  in genere più vantaggiose. Così almeno avvenne per Taranto rispetto a tutte le altre città salentine, fatta eccezione di Brindisi, dove venne dedotta una colonia.

7 Cicerone (II secolo a.C. – I secolo a.C.),  De domo sua, 77.

8 Nella lex agraria epigrafica del 111 a.C. figura l’antica locuzione «socii nominisve latini, quibus milites ex formula togatorum inperare solent» (gli alleati ossia il nome latino, ai quali [i Romani] comandano di fornire i soldati sulla base della formula dei togati).

9 Livio, Cit., XXV 3, 16.

10 Ibidem, XXII 61, 11-12.

11 Ibidem, XXV 1, 1.

12 Ibidem., XXVII 10, 7-9.

13 Cicerone, De Officiis, II 22, 76. «Paulus tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum» (Emilio Paolo riempì così tanto l’erario di denaro che il bottino d’un solo generale fu sufficiente a porre fine alle tasse).

14 I cittadini romani erano inoltre esentati da qualsiasi imposta fondiaria sui possessi in Italia.

15 In quel periodo s’intendeva per Italia la parte di penisola a sud della regione gallica cisalpina.

16 Velleio patercolo (I secolo a.C.– I secolo d.C.), Historiae Romanae, II 14, 1.

17 Asconio (… – II secolo d.C.), In Pisonem, A.C. CLARK, 1907, p. 3. Incerta la datazione del provvedimento che viene comunque fissata per gli ultimi decenni del II secolo a.C.

18 Per consultare la scheda,  https://it.wikipedia.org/wiki/Salento#Storia (consultata il 23.03.2022).

19 Cicerone, Pro Balbo, VIII 21.

20 Cicerone, Lettere ad Attico, IV 1, 4.

21 Appiano (I secolo d.C. – II secolo d.C.), Le guerre civili, I 9, 79.

22 Non a caso, il termine tributum derivava appunto da tribus.

23 Velleio patercolo, Cit., II 20, 2, parla di otto tribù; appiano, Cit., I 49, di dieci.

24 C’è da rammentare che le tribù non votavano in contemporanea ma in sequenza, sicché c’era il rischio che quelle scelte a votare per prime potessero con il loro voto influenzare le altre. Per evitare ché le fazioni  utilizzassero  l’ordine con cui le tribù votavano per condizionare a proprio favore il voto, da un certo momento in poi si ricorse al sorteggio. S’aggiunge che le votazioni venivano dichiarate concluse quando diciotto tribù s’erano espresse allo stesso modo, essendosi ottenuta la maggioranza prevista.

25 Qualche decennio dopo, a metà circa del I secolo a.C., Taranto adottò, in luogo del quattuorvirato, il duovirato, come testimoniato dall’epigrafe bronzea riportante alcune parti dello statuto tarantino (lex municipii Tarentini).

Libri| La sacrestia di S. Giovanni Battista in Parabita: Il simbolismo nei dipinti

 

 

Il volume di recente pubblicazione: La sacrestia di S. Giovanni Battista in Parabita: Il simbolismo nei dipinti di Annunziata Piccinno[1], che si avvale della presentazione del parroco della stessa chiesa, don Santino Bove Balestra, offre una lettura archetipico-simbolica e storico-letteraria dei dipinti settecenteschi che decorano la volta della sacrestia della chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, collocata nel cuore della città di Parabita.

Il tema trattato costituisce una sorta di guida-base, per un ulteriore approfondimento, che seguirà parallelamente all’opera di restauro conservativo dell’edificio sacro, alla quale anche i preziosi e suggestivi dipinti saranno, a breve, sottoposti.

Il prezioso sussidio è utile a interpretare la simbologia della decorazione pittorica della piccola sacrestia: un’aula di forma rettangolare alla quale si accede dalla porta posta a nord, entrando dalla chiesa. La volta, le lunette e le vele di questo locale sono arricchite da dipinti in stile baroccheggiante. La volta a padiglione a schifo lunettata mette in evidenza il dipinto raffigurante lo stemma di mon. Orazio Fortunato, collocato al centro e contenuto in una cornice rettangolare. Tutto intorno vi sono elementi vegetali, floreali e putti che l’autrice suddivide in 8 gruppi distinti.

Al di sotto della volta in piccole vele sono raffigurati dei putti accanto ad animali ed elementi vegetali. In otto lunette sono effigiate otto marine salentine, delle quali una rimane ignota, caratterizzata solo da una torre costiera.

Ammirare le decorazioni della volta della sacrestia parabitana è emozionate, in quanto tutto quello che passa sotto lo sguardo dell’osservatore suscita molteplici interrogativi. Siamo al centro di una volta in stile barocco veramente singolare, in cui putti in varie pose si susseguono mostrando vari simboli sotto forma di animali, frutta, fiori e ortaggi, tanto da far sussultare e interrogare lo spettatore sul loro effettivo significato. Sono elementi posti lì casualmente oppure essi sono emblema di un qualcosa di “altro” che, ormai lontano nel tempo, oggi riusciamo difficilmente a decifrare?
L’autrice, attraverso lo studio di testi antichi, ne analizza le molteplici simbologie. Appare evidente che il frescante abbia voluto omaggiare il vescovo del tempo: mons. Orazio Fortunato, cui si rifanno anche le otto marine, inserite nelle lunette.

Solo un’attenta lettura del testo permette di valorizzare questi dipinti, per la maggior parte degli studiosi e degli stessi salentini ancora sconosciuti.

 

 

[1] Annunziata Piccinno nata ad Aradeo (LE), laurea in Lettere Moderne (1999)- Università di Lecce; Laurea Triennale e Magistrale in Scienze Religiose, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Lecce. È autrice di: Gli Altari del ‘600-‘700 a Nardò, in Nardò NostraStudi in memoria di don Salvatore Leonardo, Congedo, 2000; Tra etnologia e folclore in Carmine diario di un emigrante a c. di A. Piccinno, Manduria, 2013; Cuore mente attesa speranza. La Parola di Dio negli scritti biblico pastorali di don Giuseppe Sacino (2018) e Viaggio nell’antica diocesi di Nardò: Gli altari dal XVII al XVIII secolo (2021).

 

Il gesuita salentino Francesco Antonio Camassa esperto di arte militare

 

DE RE MILITARI NELLA SPAGNA DI FILIPPO IV: IL GESUITA SALENTINO FRANCESCO ANTONIO CAMASSA

 

di Francesco Frisullo-Paolo Vincenti

ABSTRACT. In the essay, the figure of Francesco Antonio Camassa, a Jesuit from Salento, military engineer and teacher is treated. Born in Lecce in 1588, personal adviser and confessor of the Marquis of Leganès, Governor of Milan, at the height of a brilliant career as a teacher within the Company of Jesus, he was called to Spain to the court of King Philip IV, of whom he became military adviser. Through an accurate bibliographic research, the life and works of Father Camassa, who died in Spain in 1642, are reconstructed.

 

RIASSUNTO. Nel saggio, viene trattata la figura di Francesco Antonio Camassa, gesuita salentino, ingegnere militare e insegnante. Nato a Lecce nel 1588, consigliere personale e confessore del Marchese di Leganès, Governatore di Milano, all’apice di una brillante carriera come docente all’interno della Compagnia di Gesù, viene chiamato in Spagna alla corte del Re Filippo IV, del quale diviene consigliere militare. Attraverso una accurata ricerca bibliografica si ricostruiscono la vita e le opere di Padre Camassa, che muore in Spagna nel 1642.

Filippo IV di Spagna

 

Nel 1633 viene pubblicata a Madrid la Tabla Vniversal para ordenar en cualquiera forma Esquadrones, por el Padre Francisco Antonio Camassa de la Compañia de Iesus, Cathedratico de la Mathematica militar en los Estudios Reales del Colegio Imperial de Madrid, Con licencia en Madrid, por Andrés de Parra. Si tratta di una dissertazione con disegni e calcoli matematici e disegni geometrici circa la disposizione degli squadroni degli eserciti.

Il suo autore è un gesuita originario di Lecce, Francesco Antonio Camassa, ingegnere militare e insegnante, ma soprattutto spirito attivo, marziale, intraprendente. Tre, le tappe fondamentali della vita e della carriera di Camassa: Lecce, Napoli, Madrid. Ma ogni gesuita in quei tempi era cittadino del mondo, specie chi si recava in missione in Oriente o nelle Americhe, lo spirito di avventura e il desiderio di evangelizzare erano consentanei alla natura dei frati.

Camassa è un illustre predecessore di importanti autori che tratteranno di polemologia, fra i quali, non ultimo, il nostro Giuseppe Palmieri, autore delle Riflessioni critiche sull’arte della guerra (1756-1761)[1], opera giustamente famosa che, al pari di quella del Camassa, si occupa di tattica militare. Salvatore Capodieci, in un recente saggio sulla figura del Palmieri, prima di illustrare dettagliatamente l’opera dello studioso martignanese, fa una doverosa distinzione in questo genere di trattatistica fra opere di strategia ed opere di tattica, adducendo ad esempio due illustri riferimenti, forse i più famosi in quest’ambito, ovvero il tedesco Karl Von Clausewitz (1780-1831) e l’italiano Piero Pieri (1893-1979)[2]. L’autore che Capodieci omette, nella sua disamina delle opere degli scrittori militari dall’antichità all’Età Moderna, è proprio Padre Camassa. Non ci sorprende, essendo il gesuita misconosciuto nel Salento. Eppure a lui, Lecce, la sua città, ha intitolato una via.

Di lui scrive Romano Gatto: “Nato a Lecce nel 1588, entrò a far parte della Compagnia nel 1606. Assolse all’intero corso di studi a Napoli. Prima delle matematiche insegnò 2 anni lettere umane, 2 anni filosofia, 2 anni teologia e 2 casi di coscienza. Morì a Saragoza il 30 luglio 1646”[3]. Nel suo libro, Gatto si occupa di tutti gli insegnanti succedutisi alla cattedra di matematica del Collegio dei Gesuiti di Napoli, soffermandosi su alcune figure particolarmente importanti come Hieronimo Hurtado, Georg Feder, Francesco Sangro, Vincenzo Figliucci, Cristoforo Clavio, e poi Giovanni Giacomo Staserio, Scipione Sgambati, ecc. Sebbene l’insegnamento di Camassa durò solo un anno, dal 1631 al 1632, a lui Gatto dedica una scheda nella parte finale del libro, in cui vengono passati in rassegna, in ordine cronologico, tutti i professori di matematica del Collegium Neapolitanum, dal 1589 al 1680[4]. Dalla scheda apprendiamo che Camassa arrivò a Napoli nel 1607 e studiò retorica, logica, fisica, metafisica e teologia. Nel 1620-21 fu inviato come predicatore a Bovino, successivamente ad Atri[5], dove insegnò filosofia dal 1621 al 1624, teologia dal 1624 al 1625, filosofia e casi di coscienza dal 1625 al 1627, e quindi tornò a Napoli destinato alla Casa delle Probazioni. Questa era l’istituzione in cui si completava la formazione dei gesuiti, che iniziava con la “prima probazione”, vale a dire l’ingresso e l’ambientazione, che duravano una dozzina di giorni, e la “seconda probazione”, ovvero il Noviziato, che durava due anni, fasi caratterizzate dalla intensa preghiera e dal severo studio. La “terza probazione” consisteva negli esercizi spirituali, prescritti da Sant’Ignazio di Loyola e dall’uscita dei frati nella società civile, nella quale essi si mettevano a disposizione di enti caritatevoli e dei più bisognosi, unendo il lavoro alla preghiera e allo studio, comunque imprescindibili. Con la “quarta probazione” i frati erano chiamati al quarto voto, oltre a quelli di povertà, castità e ubbidienza già pronunciati, ossia il voto di obbedienza al Papa, con il quale si sottomettevano interamente alla volontà del Sommo Pontefice. Questo quarto voto, come sappiamo specifico della Compagnia di Gesù, completava il cammino spirituale del perfetto gesuita[6].

Camassa divenne consigliere personale e confessore del Marchese di Leganès, Governatore di Milano, che in quel tempo era dominata dagli Spagnoli. Il Marchese di Leganès, Diego Mexía Felipez de Guzmán y Dávila (1580-1655), già Presidente delle Fiandre, si era distinto su vari campi di battaglia guadagnandosi fama e la stima dell’Imperatore della Spagna Filippo IV, che gli aveva affidato nel 1635 la guida del Ducato di Milano. Grande esperto di cose militari, uomo di cultura e mecenate, cugino del potentissimo Primo Ministro, Duca di Olivares, fu coinvolto nella Guerra dei Trent’anni. Collezionista di oggetti d’arte e uomo raffinatissimo, di lui esiste un ritratto, opera di Van Dick. Alla sua corte, a Milano, era circondato da svariati ingegneri militari: fra questi Francesco Antonio Camassa, che era anche il più fidato collaboratore, e che lo seguì nelle imprese belliche della battaglia di Nördlingen, nel1634, e dell’assedio del Piemonte dal 1637. Ma facciamo un passo indietro, tornando a Napoli.

Come detto, nel 1631 a Padre Camassa fu assegnata la cattedra di matematica presso il Collegio Napoletano; succedeva a Giovan Battista Trotta e Orazio Giannini[7].

Tenne la cattedra solo per un anno poiché, segnalato dal Viceré alla corte di Spagna, venne chiamato in quella nazione dalla Compagnia di Gesù su espresso invito del Re Filippo IV. Doveva essere già notevole, dunque, la fama che si era guadagnato a Napoli se gli venne riservata una simile attenzione.

Gatto riporta la lettera inviata dal Generale dell’Ordine Muzio Vitelleschi al Provinciale napoletano il 3 giugno 1632: “Quando V.R. riceverà questa e le sarà accennato dal Viceré che il P.Francesco Antonio Camassa vada in Spagna, come la Maestà Re comanda, V.R. lo manderà obedendo prontissimamente come siamo obbligati con tutta la Compagnia sopra quello che si può spiegare stante i beneficij innumerevoli della maestà sua[8]. Nel 1634, giunse a Madrid, dove entrò agli Estudios Reales de Santo Isidro, che era stato il Collegio di San Isidro dei Gesuiti, trasformato in una vera e propria università nel 1629 per volere del Re Filippo IV e del Primo Ministro Duca di Olivares, nonostante la ferma opposizione di Salamanca, sede della più gloriosa e antica Università di Spagna, che veniva così a perdere il suo primato.

Gli Estudios Reales attirarono una grande quantità di studenti, i rampolli della nobiltà madrilena, e divennero ben presto la scuola di formazione della classe dirigente spagnola. Ciò era dovuto al prestigio degli insegnanti che vi erano chiamati, fra i quali certamente Padre Juan Eusebio Nierenberg, esperto naturalista, ma anche occultista ed esperto di arti magiche[9], i celebri matematici Claude Richard, Padre Isasi e Jean Charles de La Faille, quest’ultimo precettore del Principe Don Juan e ritratto anche da Van Dyck[10], e lo stesso Camassa.

Nel 1634 dunque il Nostro si trasferisce nella nazione iberica e inizia il suo magistero a Madrid. Della sua attività di insegnante in Spagna, scrive Astrain: “Por algunos annos el P.Camassa, italiano, explicò una catedra de ingegneria, sobre todo en suas aplicationes militares[11].

Nel 1637 è a Milano e al seguito delle truppe del Marchese di Leganès[12] nelle operazioni belliche nel Piemonte. Occorre però inquadrare questa battaglia nell’ambito della Guerra dei Trent’anni (1618-1648)[13].

Una guerra, iniziata nella Germania, dominata dagli Asburgo d’Austria, che era una confederazione di stati essenzialmente già divisi dal punto di vista religioso tra luteranesimo e cattolicesimo, allorché si diffuse nel Palatinato Renano il calvinismo, anche ad opera del Principe elettore Federico V. Questo determinò la ferma opposizione sia dei luterani che dei cattolici, in particolare dei Gesuiti, intenzionati a difendere strenuamente le posizioni cattoliche contro l’attacco protestante. Essendo la collocazione geografica del Palatinato Renano molto strategica, situato come era al centro dell’Europa, fra i Paesi Bassi spagnoli e la Francia, questo scatenò gli interessi delle due principali potenze, ovvero della Francia, calvinista, e dell’Impero asburgico, cattolico. Il conflitto prese l’avvio dalla Boemia, con la cosiddetta “defenestrazione di Praga” del maggio 1618, nella prima fase, detta boemo-palatina, e poi si propagò in tutta Europa, coinvolgendo la Francia, la Danimarca, la Svezia. Impossibile in questa sede ripercorrere dettagliatamente le fasi della guerra che mise a ferro e fuoco l’Europa centrale; a noi basti interessarci di una parte di questa guerra, la fase che appunto coinvolse il Piemonte e la Savoia. Il Piemonte era stato annesso alla Savoia del Duca Emanuele Filiberto, in seguito ai tratti di pace di Cateau Cambrésis del 1559. Con la morte di Vittorio Amedeo I, nell’ottobre del 1637, essendo suo figlio maggiore Francesco Giacinto ancora troppo piccolo, venne assunta la reggenza dalla madre, Maria Cristina di Borbone, sorella del re di Francia Luigi XIII. Ella doveva difendersi dalle mire dei fratelli Tommaso e Maurizio di Savoia, legittimi aspiranti al trono, che vennero esiliati fuori dal Piemonte. Con la morte del piccolissimo Francesco Giacinto, la successione al trono passò al fratellino Carlo Emanuele, di appena quattro anni, e a questo punto la reggenza di Maria Cristina appariva messa a rischio. Il Piemonte infatti era del tutto diviso fra i “madamisti”, sostenitori di Maria Cristina, schierati con i Francesi, ed i “principisti”, fedeli ai fratelli Savoia, ossia il principe Tommaso e il cardinal Maurizio, che appoggiavano gli Spagnoli. Nel 1638, Tommaso di Savoia-Carignano si recò a Madrid e prese accordi per l’invasione del Piemonte che, gravitando nell’orbita della Francia, costituiva in effetti una seria minaccia per la Spagna stessa. Così, il Governatore di Milano, il Marchese di Leganès, attaccò la Savoia iniziando il piano di invasione, con la mira di sottomettere anche il Piemonte unendolo alla Lombardia, per creare un vasto stato unitario spagnolo. Dopo avere occupato Breme, poi Vercelli, quindi Palestro, all’inizio del 1639 le truppe lombardo-spagnole entrarono nel Piemonte facendosi strada fino a Torino. Goffredo Casalis, parlando dell’assedio di Vercelli, cita il Camassa, e scrive: “Il P. Camassa, gesuita, che ebbe, durante l’assedio, la carica di primo ingegnere, scelse gli assalimenti, e tracciò una circonvallazione di dieci miglia d’estensione. Gli spagnuoli lavorarono con molto ardore, ed in pochi giorni perfezionarono la circonvallazione; essi aprirono la trincea su tre diversi punti, e portaronsi a trecento passi dalla spianata in un molino, che la guarnigione cercò invano di difendere.[14]. Secondo i piani di battaglia, nell’accordo fra la Spagna ed i due eredi Savoia, il territorio conquistato sarebbe stato diviso in tre parti uguali. L’occupazione spagnola di Breme, città dalla pianta pentagonale fortificata, era importante in quanto la sua posizione strategica per attaccare anche Novara e Pavia, in mano ai Francesi. Caddero le città di Chieri, Moncalieri, Ivrea, Verrua, e infine Chivasso. In seguito, sotto l’attacco concentrico delle truppe guidate da Tommaso di Savoia, quelle del Duca di Leganès, e gli altri battaglioni guidati da don Martín di Aragona e don Juan de Garay, capitolarono le città di Villanova d’Asti, Asti, Pontestura, Moncalvo e Trino.

Alla fine di aprile 1639 iniziò l’assedio di Torino, dove erano di stanza i Francesi. Il Cardinale Richelieu offrì al Principe Tommaso una tregua, cercando un accordo, ma questa fu rifiutata dal Savoia che rimase fedele agli Spagnoli. “Le munizioni da vitto e da guerra mancavano agli assediati, e già ne’primi giorni fu d’uopo di regolarne la distribuzione con molta parsimonia, ed il padre Camassa, gesuita che durante l’assedio ebbe la carica di primo ingegnere, scelse gli assalimenti e tracciò una circonvallazione di dieci miglia di estensione”, scrive Gaudenzio Claretta[15].

L’assedio di Torino fu lungo e difficile, i Francesi erano un avversario duro da battere. Ad agosto, Tommaso di Savoia prese la città e Maria Cristina dovette arrendersi; ma i Francesi tornarono alla carica e ad ottobre si riaprirono le ostilità. Questi, guidati da Enrico di Lorena-Harcourt, inflissero una pesante sconfitta ai Lombardo-Spagnoli a Chieri. “Il tentativo di occupare il Piemonte”, scrive Annalisa Dameri, “riuscito anche se solo per pochi anni, da parte del marchese di Leganés, governatore dello stato di Milano, è documentato oltre che da una serie di lettere inviate a Filippo IV, al conte duca di Olivares e ad altri ufficiali, da un atlante senza firma, ora conservato a Madrid.

Le venti tavole illustrano rilievi e progetti per le cinte urbane delle cittadine occupate da Leganés e dal principe Tommaso nella loro avanzata verso Torino. In alcuni casi i lavori, svolti in pochi mesi, per potenziare ciò che è stato facilmente conquistato, trasformano indelebilmente i perimetri urbani. Al servizio di Leganés vi è sicuramente Prestino ed è ormai dimostrato che il governatore si avvalga, inoltre, della consulenza del padre gesuita Francisco Antonio Camassa, suo confessore e professore di arte fortificatoria al Collegio Imperiale di Madrid”[16].

Nella primavera del 1640, Tommaso di Savoia, sceso nuovamente in campo, venne sconfitto ancora una volta dalle truppe francesi a Casale Monferrato. A questo punto, il Principe decise di giocare il tutto per tutto, attaccando Torino per strapparla ai Francesi che ancora la difendevano strenuamente. Vistosi alle strette, tentò una resa con la speranza di raggiungere un accordo con Enrico di Lorena Harcourt, ma ogni trattativa questa volta fu rifiutata dai Francesi fin quando le truppe lombardo-spagnole vennero del tutto sbaragliate. Il Principe Tommaso, per non soccombere, si ritirò ad Ivrea. Al fine di ottenere delle condizioni più favorevoli iniziò a trattare segretamente con il Cardinale Richelieu, ma i tentativi fallirono quando il Principe, nella primavera del 1641, rinnovò il suo accordo con la Spagna, il che spinse la Francia a scendere nuovamente in campo. Tutte le città piemontesi vennero riprese e al Savoia non restò che scendere a compromessi con l’odiata Cristina di Francia, con la quale stipulò una alleanza che certo lo vedeva sfavorito, perché prima di tutto doveva riconoscere come legittimo erede al trono Carlo Emanuele, e inoltre, con i trattati ufficiali che seguirono (1642), si vide riconosciute solo le piazzeforti di Biella e di Ivrea. Le fortificazioni di tutte queste città coinvolte nella guerra vennero ricostruite sulla base di progetti spagnoli. E questo ci riporta al Camassa.

Il rapporto di Camassa col Leganès, come già visto, è precedente alla invasione del Piemonte e risale alla battaglia di Nordlingen, in Baviera, del 1634[17]. Sul fronte di guerra delle Fiandre prima, e della Germania poi, l’esercito spagnolo era guidato dall’indomito Don Diego Mesya y Guzman. In Germania, al suo seguito erano l’Infante Cardinal Fernando, l’umanista Francesco de Roales, che ne era stato il tutore, per volere del padre Filippo III, Francesco Camassa e Guillen Lombardo, quest’ultimo a capo di un contingente di truppe irlandesi. Questo è quanto riferisce Fabio Troncarelli nel libro La spada e la croce[18], in cui traccia un profilo dell’avventuriero di origini irlandesi William Lamport che era stato allievo di Camassa agli Estudios Reales di Madrid[19].

Il Camassa fornì una preziosa consulenza in questa guerra ai fini della sua vittoriosa risoluzione. In particolare, nella battaglia di Nordlingen, presa d’assalto dalle truppe imperiali il 5 settembre 1634, l’esercito guidato dall’Infante Cardinal rischiava di essere sbaragliato dalle truppe protestanti guidate da Bernardo di Sassonia e rinforzate dalla partecipazione svedese, cioè da uno dei più forti eserciti europei dell’epoca, che aveva sconfitto anche il grande condottiero Wallenstein. Fu proprio grazie alle indicazioni tattiche di Camassa che il Cardinal Fernando poté vincere la guerra, come scrive Fabio Troncarelli[20]. “A chi spetta”, si chiede Troncarelli, “la manovra che risolse brillantemente la battaglia?” Questa non poteva essere merito del Cardinal Fernando, del tutto inesperto di guerra, nè tanto meno dell’Imperatore Ferdinando, se è vero che le truppe asburgiche avevano assediato invano per alcune settimane Nordlingen. Non poteva essere, se non in minima parte, merito del Duca di Lorena, un francese al servizio della Spagna. Il merito, secondo Troncarelli, doveva essere di un ingegnere esperto di tattiche militari, nel contempo fornito di una solida cultura umanistica che gli ricordasse le mirabili imprese degli antichi romani. Questo personaggio non poteva che essere il “Dottor Sottile Camassa”. Solo un astuto gesuita ed il suo allievo Lombardo avrebbero potuto concepire una simile vittoria[21]. “A me pare evidente che solo un personaggio come lo scaltro Camassa, il docente di Re militari, che spiegava con passione Polibio e Vegezio il mattino presto, era in grado di inventare su due piedi la vittoria di Nordlingen. Di ciò abbiamo, del resto, una riprova nelle fonti, che attribuiscono al gesuita un ruolo decisivo nella fortificazione della collina di Albuch. Tali fortificazioni avevano lo scopo di bloccare gli attacchi nemici, mentre la cavalleria aggirava le loro posizioni. Solo un gesuita italiano, forgiato dall’acerrima competizione col diabolico Machiavelli, tanto entusiasta della cavalleria romana, avrebbe osato in quel frangente domandare agli antichi la ragione delle loro azioni…”[22]. E. Charveriat, che lo chiama Camaja, scrive: “le Père Camaja, à élever et à garnir d’artillerie trois retranchements, en forme de demi-lunes, ouverts au nord, et fermés au midi, du côté de l’ennemi, par un mur de trois pieds de haut. Les Bavarois étaient environ sis mille; les Impériaux, douze Mille; les Espagnols, quinze mille; en tout trente-trois mille hommes, dont vingt mille d’infanterie et treize mille de cavalerie: huit mille hommes ennron de plus que les Suédois. L’armée impériale faisait face au midi; l’armée suédoise faisait face au nord.[23].

Camassa riscosse un successo così grande con i suoi consigli militari che una volta tornato in Spagna nel 1635 tenne a Madrid una applaudita conferenza sulle tattiche militari e sulle fortificazioni, alla quale partecipò anche il Re Filippo IV nascosto dietro una grata, a detta di Troncarelli[24], il quale cita anche una preziosa fonte per conoscere meglio la figura di Camassa, ossia una lettera di Bernardo Monanni del 30 giugno 1635 conservata a Firenze[25].

Oltre ad impartire lezioni private de re militari a Filippo IV, fu probabilmente, come riportano alcune fonti, anche precettore dell’erede al trono Baltasar Carlos[26].

La Dameri parla di una relazione tecnica di Giovanni Battista Vertova in viaggio da Malta in Italia. “In visita in Piemonte, dopo Torino (ricevuto a corte da Cristina di Francia), Pinerolo, Felizzano, Vertova nel novembre 1638 è in Alessandria per un incontro tra i massimi esperti di fortificazioni al servizio della Spagna al fine di discutere del nuovo impianto fortificatorio di Malta. Ad Alessandria si riuniscono gli alti comandi spagnoli tra cui Leganés, Camassa, don Francisco de Melos, don Alvaro de Melos, il conte Ferrante Bolognini, don Martin d’Aragona e Juan (Giovanni) de Garay: Camassa ha modo di esprimere un parere tecnico (De Lucca, 2001) «Hebbi con alcuni Ingegneri, et anco con il Padre Gammasa Jesuita, molti discorsi di queste nostre fortificazioni e ne porto meca le memorie in scritto»”[27].

Anche Fernando Rodrìguez De La Flor si sofferma sul Camassa come esperto di tattica militare, citando la sua opera Tabla universal: “La geometría, en un sentido más general, determina toda la polemología, tal y como J. de Beausobre: «La ciencia de la guerra es esencialmente geométrica… La disposición de un batallón y de un escuadrón sobre un frente entero y determinada altura es sólo el resultado de una geometría profunda todavía ignorada» (Commentaires sur les défenses des places, II, París, 1757, p. 307. Cito por M. Foucault, Vigilar y castigar, Madrid, 1982, p. 168). El fragmento citado puede ponerse en relación con toda una serie de obras que ofrecen sistematizaciones de orden geométrico en las disposiciones de las formaciones militares, en lo que se denominaba el «arte de escuadronear», como es el caso del libro de Francisco Antonio Camassa, Tabla universal para ordenar en qualquiera forma Esquadrones. En un sentido, en última instancia también geométrico, Paul Virilio ha estudiado los fenómenos bélicos, y en concreto el de la ubicación de defensas a lo largo de un territorio, como producto de lo que el analista define como ‘perspectiva’, cf. Logistique de la Perception. París,1984”[28].

Nell’opera Cristiano desagravio y retractaciones de Don Guillén Lombardo. Manuscrito novohispano del siglo XVII, a cura di Gonzalo Lizardo, sono riportate diverse lettere di Guillén Lombardo che citano il Camassa[29].

Così come, sempre con riferimento al leggendario Guillén Lombardo, nell’articolo Zorro’ of Wexford?,Gerry Ronan cita ampiamente il Camassa nella biografia del Lamport[30].

Un’altra fonte lo dice anche al seguito di Carlo IV, Duca di Lorena, nella campagna militare di Germania e Francia[31].

Conosciamo svariate lettere di Padre Camassa. All’interno del Memorial Histórico Espanol; Colección de Documentos, Opúsculos y Antigüeda des Madrid, Academia Real de la Historia, Volume XIX, Madrid,1865, si trova la collezione Cartas de algunos pp. de la Compañía de Jesus: sobre los sucesos entre los anos de 1634 y 1648: in quest’opera, troviamo al Tomo VII, una lettera di Camassa alle pp.281-2;  nello stesso Tomo VII, alla p. 493 è riportato l’indice dell’intera collezione:

“Camassa (P. Francisco Antonio), de la C. de J. ; confesor del marqués de Leganés. I 33, 35, 101, 440, 483, 268, 519; sus cartas de Italia, II 28, 91 ; de Valencia , IV 353. V 19. VI 196, 206, 288, 297, 308, 314, 331, 339, 355, 370 (M. Agosto, 1646). VII 329, 345, 360, 361.”

Si tratta di una serie di lettere in cui Camassa riferisce essenzialmente sull’andamento del conflitto bellico.

Padre Camassa è citato da Astrain[32] e da Victor Navarro Brotons[33], il quale, nel paragrafo in cui si occupa del Collegio dei Gesuiti di Madrid, fondato nel 1560 (Los Reales Estudios Del Colegio Imperial De Madrid), scrive: “Junto a della Faille y Richard, [ si riferisce a Jean Charles della Faille e a Claude Richard, primi insegnanti di matematica ] en las primeras décadas de funcionamiento de los Reales Estudios del Colegio Imperial residieron y enseñaron en esta institución, el polaco Alexius Silvius Polonus (1593-ca.l653), el escocés Hugo Sempilius, y el italiano Francisco Antonio Camassa(1588-l646). También enseñó matemáticas y arte militar el jesuita Vasco Francisco Isasi”. E in nota, specifica: “Camassa era de Lecce. Véase Carlos Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, 11 vols., Bruselas, 1890-1900, vol. II, col. 175 y Simón, op.cit. (nota 3), I, p.545[34].

Anche il Diaz si occupa di lui[35], come pure il Sommervogel, già citato da Navarro Brotons, che però lo considera spagnolo[36]. Ampiamente ne tratta il De Lucca[37].

Annalisa Dameri, ricercatrice del Politecnico di Torino, nel saggio già menzionato si occupa del rapporto fra Leganès e Camassa[38] e riporta anche notizie della morte, sebbene in maniera molto nebulosa come per tutta la bibliografia da lei citata. “Il necrologio scritto per la morte di Camassa (ACGRoma, AH, PT, m. 45, necrologia 1557- 1670, c. 206, 4 agosto 1646) ribadisce la vicinanza e la collaborazione con Leganés: il 30 luglio 1646, nella città di Saragozza muore all’età di 57 anni, dopo quarant’anni all’interno della Compagnia di Gesù, colpito da una «calentura maliciosa »”[39].

Nell’opera Il Ciro Politico, Filippo Maria Bonini lo indica come “matematico ed astrologo”[40].

A volte il suo nome viene spagnolizzato in Gamassa, come in  Le voyage du Prince don Fernande Infant d’Espagne, di Diego de Aedo y Gallart[41]. Da citare anche la voce che gli viene dedicata nel Diccionario histórico de la Compañía de Jesús biográfico-temático[42]. Su di lui anche un tesi di laurea nel 2010[43].

Un’ampia scheda gli dedica José Almirante[44], il quale parla di un coinvolgimento del Nostro nella fortificazione delle mura di Sabbioneta e di Saragozza.

Infine, abbiamo scoperto che un’altra opera gli viene attribuita da Giovanni Cinelli Calvoli[45], e cioè: Le stravaganze d’Amor divino:Orazione nella nascita di Cristo composta dal Rev. e Dottor Teologo Francesco Antonio Camassa,1672. Un’opera di teologia, dunque, che mette in risalto la sua figura di pensatore sebbene la data del 1672 non coincida con la data della sua morte nel1642. Probabile sia stata stampata postuma.

Delle brevi considerazioni a conclusione di questo saggio. Può apparire singolare ai nostri occhi la figura di Francesco Antonio, per il suo ruolo di ingegnere militare. Non così doveva essere ai tempi in cui egli visse. Quello della trattatistica militare era un genere letterario fiorente specie nella Spagna del Cinquecento[46], ma non solo: infinita la bibliografia, come abbiamo già visto nel corso della trattazione. Né doveva rappresentare una novità l’appartenenza di Camassa ad un ordine religioso. Anzi, egli si collocava in un percorso già segnato fin dalla nascita della stessa Compagnia di Gesù, affine, per organizzazione e concezione, alla più rigida disciplina del mondo militare, come spiega bene Gianclaudio Civale[47]. Era stato il gesuita Edmond Auger ad aprire la strada, incitando il sovrano di Francia Carlo IX a prendere le armi contro gli ugonotti in quella fase delle guerre di religione che nella seconda metà del Cinquecento insanguinarono la Francia. Nella sua opera[48], Auger spronava con inusitata violenza il sovrano a massacrare senza pietà i nemici della fede, nella convinzione che solo la guerra poteva portare il castigo meritato dagli ugonotti. Era una convinzione condivisa da tutti gesuiti, quella della guerra come giusto flagello di Dio, e della necessità di sterminare eretici ed infedeli per il trionfo della religione cattolica, Ad majorem gloriam Dei, secondo il loro stesso motto. In questo clima, nascevano anche manuali del perfetto soldato cristiano, in cui erano impartite rigide istruzioni ai combattenti per la fede, esemplare l’opera Soldato christiano di Antonio Possevino[49]. Non risulta dunque stridente, almeno ad un primo approccio, l’azione di Camassa con la sua vocazione religiosa. È certo che lo iato fra la spada e la fede fosse saldato dalla causa superiore.

Indagare poi i conflitti di coscienza che alcuni padri potevano patire nel loro impegno militare è materia che ci porterebbe molto lontano dalla tesi di questo contributo.

A noi basti aver diradato le nebbie che avvolgevano la figura di Francisco Antonio Camassa e aver fatto conoscere alla comunità degli studiosi salentini un figlio illustre di questa terra.

 

BIBLIOGRAFIA SU FRANCESCO ANTONIO CAMASSA

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Il Ciro Politico dell’Abbate Filippo Maria Bonini Consultore, e Assistente del Sant’Officio in tutto lo Stato della Repubblica di Genova diviso in due parti all’Altezza Sereniss: e Reverendiss: del Signor Principe Leopoldo Cardinal De Medici. Venetia, 1668 Per Nicolò Pezzana, p.50.

Biblioteca volante di  Gio. Cinelli Calvoli  continuata dal Dottor Dionigi Andrea Sancassani Edizone seconda, in miglior forma ridotta , e di varie aggiunte, ed osservazioni arricchita Tomo secondo Dedicato al reverendissimo Padre Don Alessandro Rossi, Venezia, Giambattista Albrizzi Q.Girolamo,1735, p.34.

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Note

[1]G. Palmieri, Riflessioni Critiche sull’Arte della Guerra, Napoli, 1761, ristampa a cura di Mario Proto, Manduria, Lacaita, 1995.

[2] S. Capodieci, Arte della guerra e innovazioni agricole in Giuseppe Palmieri, in Aa.Vv.,Carlo di Borbone e la “stretta via del riformismo” in Puglia. Atti dell’Incontro di Studio Bari, Brindisi e Lecce, 14-15 e 18 dicembre 2017, a cura di Pasquale Corsi, Società Storia Patria per la Puglia, Bari, 2019, pp. 105-133. Nell’ambito dell’epistemologia, fondamentale è l’opera di V. Ilari, Tra bibliografia ed epistemologia militare. Introduzione allo studio degli scrittori militari italiani dell’età moderna, in «Rivista di Studi Militari», n.1, 2012, pp. 141-170, in cui l’autore “ricostruisce la genesi della prima bibliografia militare italiana, pubblicata a Torino nel 1854 da Mariano d’Ayala (1808-1877), un ufficiale del Genio Napoletano esiliato per ragioni politiche. Questa bibliografia, che include più di 10.000 libri e manoscritti scritti o tradotti in Latino o in Italiano fin dal XV secolo, era basata in parte su precedenti bibliografie generali o di fortificazione (soprattutto quella pubblicata nel 1810 da Luigi Marini), e in parte sulla biblioteca militare raccolta dal Conte Cesare Saluzzo di Monesiglio (ora ‘Fondo Saluzzo’ della Biblioteca Reale di Torino). Lo studio inquadra il lavoro di d’Ayala nella storia della bibliografia militare europea, dal Syntagma de studio militari pubblicato a Roma nel 1637 da Gabriel Naudé, fino alla Bibliografia generale delle bibliografie militari pubblicata nel 1857 dal ben noto bibliotecario Julius Petzholdt (1812-1891)”. Ivi, p.141. Un libro molto interessante sul ruolo dei gesuiti nelle fortificazioni e in generale nelle opere di ingegneria militare, è quello di D. De Lucca, Jesuits and Fortifications: The Contribution of the Jesuits to Military Architecture in the Baroque Age, Brill, Leiden, 2012, nel quale l’autore oltre a passare in rassegna le varie figure di gesuiti presenti accanto a potenti, ai condottieri e ai loro eserciti, che si sono variamente occupati di opere de re militari, e ad illustrare come queste opere venissero fatte rientrare nell’ambito delle discipline matematiche, si sofferma sulla delicatezza del ruolo dei frati ingegneri, nonché sulle loro crisi di coscienza, sui dissidi interiori  e sui dissensi da parte dello stesso ordine gesuita, poiché il loro ruolo era ritenuto incompatibile con la vocazione di un religioso. Si veda: M. Vesco, Ingegneri militari nella Sicilia degli Asburgo: formazione, competenze e carriera di una figura professionale tra Cinque e Seicento, in Aa.Vv., Defensive Architecture of the Mediterranean. XV to XVIII centuries, Vol I, a cura di Pablo Rodríguez-Navarro, Editorial Universitat Politècnica de València, 2015, pp. 223-230. Inoltre: P.Rodríguez-Navarro, Modern age fortifications of the Mediterranean coast Bibliographic guide, Editorial Universitat Politècnica de València, 2015.

[3] R. Gatto, Tra scienza e immaginazione. Le matematiche presso il collegio gesuitico napoletano (1552-1670 ca), Firenze, Olschki,1994, p. 185.

[4] Ivi, pp. 269-270.

[5] Aa.Vv., Alle origini dell’Università dell’Aquila: cultura, università, collegi gesuitici all’inizio dell’età moderna in Italia Meridionale : atti del convegno internazionale di studi promosso dalla Compagnia di Gesù e dall’Università dell’Aquila nel IV centenario dell’istituzione dell’Aquilanum Collegium (1596), L’Aquila, 8-11 novembre 1995, a cura di Filippo Iappelli, Ulderico Parente, Istitutum Historicum Societatis Iesu, Roma, 2000, p. 95.

[6] Per i riferimenti specifici all’ordine dei Gesuiti, si veda: Glossario Gesuitico Guida all’intelligenza dei documenti, a cura di W. Gramatowski S.I., ARSI, Roma,1992, ad vocem.

[7] Il suo nome compare anche fra i “Lettori di matematica” del Collegio di Napoli elencati in un manoscritto di Vincenzo Carafa, databile intorno al 1625, conservato nella BNR (ms Ges.1629) a c.194, che dice: “Lettori di Matematica: Gio. Giac. D’Alessandro, Gio.Giac. Staserio, Gio.Batta Trotta, Gio.Batta Zupo, Francesco Antonio Camassa, Scipione Sgambati, Horatio Giannino, Gio.Batta Galeota”, riportato da R. Gatto, op.cit., pp. 78-79. Si veda anche A. Udias, Profesores de matematicas en los Colegios de la Compania de Espana, 1620-1767, in «Archivum Historicum Societatis Iesu» vol. XXIX, fasc. 157 gennaio-giugno 2010, pp. 3-27, che cita Camassa a p. 25.

[8] Arsi, Neap. 17, c.46v, in R. Gatto, op.cit., p. 185.

[9] Juan Eusebio Nierenberg (1595-1658), autore del libro Curiosa filosofia y tesoro de maravillas, Madrid, Imprimeria del Reymo, 1634, che è solo una delle opere della sua sterminata produzione, che comprende anche le biografie di Sant’Ignazio di Loyola e di San Francesco Borgia. Nell’opera De la hermosura de Dios y su amabilidad por las infinitas perfecciones del Ser divino (1641), coniuga la filosofia platonica con la dottrina cristiana della grazia.

[10] Su Jan Charles della Faille, professore di matematica al Collegio Imperiale di Madrid, si veda la Voce Jean-Charles della Faille 1597-1652, curata da O. Van De Vyver, in Diccionario histórico de la Compañía de Jesús (4 volúmenes) biográfico-temático, a cura di Charles E.O’Neill e Joaquín María Domínguez, Universidad Pontificia Comillas, Madrid, Insititutum Historicum S.I. Roma, 2001, p.2935 (del pdf). Inoltre, O. Van De Vyver S. I., Lettres de J.Ch. Della Faille S. I., Cosmographe du Roi a Madrid, a M. F. Van Langren, cosmographe du Roi a Bruxelles, 1634-1645, in «Archivum Hisoricum Societatis Iesu», XLVI, 1977, pp.73 ss. Vi si riporta una corrispondenza fra l’astronomo e matematico fiammingo Michel Florent van Langren (Langrenius) e della Faille, nella quale è citato più volte Camassa.

[11] A. Astrain, Historia de la Compañia de Jesús en la Asistencia de España, Madrid, Razón y Fe, 1916, Tomo V, p.168, riportato anche da Gatto, op.cit., p. 185. Inoltre A. Udias, op.cit., p. 25.

[12] Sul Leganès, fra gli altri: F. Arroyo Martín, El marqués de Leganés. Apuntes biográficos, in «Espacio, Tiempo y Forma», Serie IV, H. Moderna, t. 15, 2002, pp. 145-185.

[13] Si può fare riferimento a: J. Huxtable Elliot, La Spagna imperiale:1469-1716, Bologna, Il Mulino,1982; Idem, Il miraggio dell’impero.Olivares e la Spagna: dall’apogeo al declino Tradotto da Paola Moretti, introduzione di Giuseppe Galasso, 2 Volumi, Roma, Salerno Editrice, 1991. Con particolare riferimento alla partecipazione dei gesuiti alla guerra dei trent’anni, si veda: R. Bireley, The Jesuits and Thirty Years war: Kings, Courts, and Confessors, Cambridge, University Press, 2009, specificamente al capitolo 6, pp.167-203; J.B. Sánchez, La Compañía de Jesús y la defensa de la monarquía Hispánica, in «Hispania Sacra», LX, 2008, pp. 181-229. Inoltre, La decadenza della Spagna e la Guerra dei Trent’Anni 1610-1648, a cura di J.P.Cooper, Cambridge University Press, Garzanti, 1971.

[14] G. Casalis, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli stati di S. M il Re di Sardegna, Volume XXV G.Maspero, Torino, 1853, p.404.

[15] G. Claretta, Storia della reggenza di Cristina di Francia duchessa di Savoia con annotazioni e documenti inediti, Parte Prima, Stabilimento Civelli Torino,1868, p. 307.

[16] A. Dameri, La difesa di un confine. Le città tra Piemonte e Lombardia nella prima metà del XVII secolo, in Aa.Vv., El dibujante ingeniero al servicio de la monarquía hispánica. siglos XVI-XVIII, a cura di Alicia Cámara Muñoz, Fundación Juanelo Turriano, 2016, pp.284-285.

[17]Sulla guerra di Nordlingen, si veda R. Bireley, The Jesuits and Thirty Years war: Kings, Courts, and Confessors, Cambridge, University Press, 2009, pp.139 e 159.

[18] F. Troncarelli, La spada e la croce, Roma, Salerno Editrice, 1999.

[19] L’irlandese William Lamport spagnolizzò il proprio nome in Guillén Lombardo de Guzmàn, in onore di Gaspar de Guzman, Conte di Olivares. Egli combattè per conto della Spagna nelle Fiandre, accanto al Cardinal Infante Fernando, nella battaglia di Nordlingen, poi a Bruxelles e successivamente ancora in Spagna, dove partecipò nel 1638 alla battaglia di Fuentarabia a capo di un reparto di truppe irlandesi. Nel 1640, il Conte di Olivares lo inviò in Messico a tutelare gli interessi della Corona dai rapaci amministratori spagnoli. Autore di opere in prosa e in versi, accusato di praticare la magia e l’astrologia, fu un personaggio molto controverso. In Messico, dove poté toccare con mano le angherie e le violenze perpetrate dai conquistatori a danno degli Indios, finì al centro di una vasta rete di interessi contrapposti e quindi nelle maglie dell’Inquisizione, che lo tenne in carcere per ben 17 anni fra stenti e torture di ogni genere. Alla fine, venne bruciato sul rogo, nel 1659. Alla figura di Lombardo si è ispirato Vicente Riva Palacio per creare il personaggio di Zorro, diventato ben presto una leggenda, protagonista di una fortunata serie di romanzi, film e telefilm. Si veda anche G. Ronan, The Irish Zorro,The extraordinary adventures of William Lamport (1615-1659), London, Brandon, 2004.

[20] F. Troncarelli, op.cit., p. 167.

[21] Ivi, p.169. Oltre a quella di Camassa, su William Lamport, notevole fu l’influenza che ebbe Juan Eusebio Nierenberg, in quanto esperto di arti magiche: Ivi, p.163.

[22] Ivi, p.170.

[23] E. Charveriat, Histoire de la guerre de trente ans:1618-1648 Periode suedoise et periode francaise:1630-1648 tomo II , E. Plon Parigi, 1878, p.291.

[24] F. Troncarelli, op.cit., p.359. L’autore però dice Camassa nato intorno al 1584, entrato nella Compagnia di Gesù a Napoli nel 1607 e morto nell’agosto del 1646: Ivi, p.357.

[25] Archivio di Stato Mediceo, filza 4960, citata da J. H. Elliot, The Revolt of the Catalans. A study of the Decline of Spain (1598-1640), Cambridge, Univ. Press, 1963, p.582: Ibidem. 

[26]A. Dameri, Progettare le difese: il marchese di Leganés e il padre gesuita Francesco Antonio Camassa, esperto di arte militare, in Aa.Vv., Defensive Architecture of the Mediterranean. XV to XVIII centuries, Vol I, a cura di Pablo Rodríguez-Navarro, Editorial Universitat Politècnica de València, 2015, p.30.

[27] Ivi, p.35.

[28] F. R. De La Flor, La frontera de castilla el fuerte de la concepción y la arquitectura militar del Barroco y la llustración, Diputación de Salamanca, 2003, nota 68, pp.219-220. Sull’argomento si veda anche: A. E. López, Guerra y cultura en la Época Moderna. La tratadística militar hispánica de los siglos XVI y XVII. Autores, libros y lectores, Madrid, Ministerio de Defensa, 2001, p.618. E ancora: J. Patricio Sáiz, El peluquero de la Reina Comunicazione Cambio tecnológico y transferencia de tecnología en España durante los siglos XIX y XX , en el marco del Plan Nacional de Investigación Científica, Desarrollo e Innovación Tecnológica 2004-2007, Ministerio de Educación y Ciencia, Dirección General de Investigación, referencia SEJ2004-03542/ECON, p.14; A. E. López, La edad de oro de la tratadística militar española, in «Don Quijote Revista de Historia militar», I n s t i t u t o d e H i s t o r i a y C u l t u r a m i l i t a r Año LI Núm. Extraordinario Imprenta Ministerio de Defensa Madrid, 2007, pp.101-127, che cita Camassa a p.126.

[29]Cristiano desagravio y retractaciones de Don Guillén Lombardo [manuscrito de 1651] [Archivo General de la Nación], Edición, prólogo, epílogo y notas: Gonzalo Lizardo, Universidad Autónoma de Zacatecas «Francisco García Salinas», 2017, passim.

[30] G. Ronan, Zorro’ of Wexford?,in «The Past The Organ of the Uí Cinsealaigh Historical Society», n. 22, 2000, pp.3-50.

[31] F. Des Robert, in Campagnes de Charles IV duc de Lorraine et de Bar, en Allemagne, en Lorraine et en Franche-Comté, 1634-1638, d’après des documents inédits tirés des archives du Ministère des affaires étrangères, Parigi, 1883, a p.36 dice: “Ce fut le P. Camaja, jésuite, qui dirigea les travaux de défense.

[32] A. Astrain, Historia de la Compañia de Jesús en la Asistencia de España, Madrid, Razón y Fe, 1916, Tomo V, p. 168.

[33] V. Navarro Brotons,  Los Jesuítas y la renovación científica en La España del siglo XVII, in  «Studia Histórica Moderna», Ediciones Universidad de Salamanca, Vol. 14,1996, pp.15-44.

[34]Ivi, p.20. Dello stesso autore, Tradition and Scientific Change in Early Modern Spain: The Role of the Jesuits, in Aa.Vv., Jesuit Science and the Republic of Letters, a cura di Mordechai Feingold, Cambridge, Mass: London : MIT, 2003, p.334. Idem, El Colegio Imperial de Madrid, in Aa.Vv., Momentos y lugares de a ciencia española, siglos XVI-XX, a cura di Antonio Lafuente e Juan Pimentel, Madrid, 2012, on-line: http://hdl.handle.net/10261/63686 pp.51 e 54.

[35] J.S.Díaz, Historia del Colegio Imperial de Madrid: Casa y Colegio de la Compañia de Jesus (1560-1602) Colegio Imperial (1603-1625) Los Reales Estudios (1625-1767), Consejo Superior de Investigaciones Científicas, Instituto de Estudios Madrileños, Madrid,1952, p.545.

[36] Bibliothèque de la Compagnie de Jésus Premiere Partie: Bibliographie, par les pères Augustin et Aloys de Backer; Seconde partie: Histoire, par le pere Auguste Carayon   Nouvelle Èdition  par Carlos Sommervoegel,S.J.,publieè par la Province de Belgique, Bibliographie Tome II Boulanger-Desideri, Bruxelles Oscar Schepens –  Paris Alphonse Picard, 1891, p.575 (ma dell’opera vi sono altre edizioni, come quella del 1898 e quella del 1960).

[37]D. De Lucca, Jesuits and Fortifications: The Contribution of the Jesuits to Military Architecture in the Baroque Age, Brill, Leiden, 2012, Nota 182 a p.143 e pp.141, 143, 144, 145, 210, 220, 230, 231, 260, 309, 329, con informazioni  generali sulla vita e  sull’operato accademico e militare  di Camassa .

[38]A. Dameri, Progettare le difese: il marchese di Leganés e il padre gesuita Francesco Antonio Camassa, esperto di arte militare, in Aa.Vv., Defensive Architecture of the Mediterranean. XV to XVIII centuries, Vol I, a cura di Pablo Rodríguez-Navarro, Editorial Universitat Politècnica de València, 2015, pp.29-36.

[39]Ivi, p.31.

[40] Il Ciro Politico dell’Abbate Filippo Maria Bonini Consultore, e Assistente del Sant’Officio in tutto lo Stato della Repubblica di Genova diviso in due parti all’Altezza Sereniss: e Reverendiss: del Signor Principe  Leopoldo Cardinal De Medici. Venetia, 1668 Per Nicolò Pezzana, p.50.

[41] Le voyage du Prince don Fernande Infant d’Espagne, Cardinal: depuis le douziéme d’Avril de l’an 1632, qu’il partit de Madrit pour Barcelone avec le Roy Philippe IV son frere, julques au jour de fon entreè en la ville de Bruxelles le quatrième du mois de Novembre de l’an 1634 Tradyict de l’Espagnol de Don Diego de Aedo y Gallart…. En Anverse  Jean Crobbaert, 1635, p.126: “Pere Gamassa”. Si vedano inoltre: J. B. Sánchez, La Compañía De Jesús y la defensa de la monarquía hispánica,  in  «Hispania Sacra», LX 121, enero-junio 2008, pp.181-229; F. Arroyo Martìn, El marquès de Leganés. Apuntes biogràficos, in «Espacio, Tiempo y Forma» Serie IV, H.Moderna, t.15,Uned, Madrid, 2002, pp.145-185: Camassa è citato a p.154; Voce Francisco Antonio Camassa, in J. Martìnez Veròn, Arquitectos en Aragòn Diccionario Històrico Volumen II Cabal-Kuhnel, Istituciòn “Fernando El Càtolico”, Saragozza, 2001, p.101.

[42] J. Escalera, Voce Francisco Antonio Camassa, in Diccionario histórico de la Compañía de Jesús (4 volúmenes) biográfico-temático, a cura di Charles E.O’Neill e Joaquín María Domínguez, Universidad Pontificia Comillas, Madrid, Insititutum Historicum S.I. Roma, 2001, p.1356 (del pdf); e anche Idem, alla voce Collegio Imperial de Madrid, Ivi, p.1931, e alla voce Ensenanza Militar, Ivi, p.2752.

[43] El Marquès De Leganès y las artes. Tesis Doctoral di Josè Juan Perez Preciado (Relatore Alfonso E.Pèrez Sànches) Universidad Complutense de Madrid, Facultad de Geografìa e Historia, 2010, passim.

[44] Bibliografía militar de España / por el Excmo. señor José Almirante Madrid: Imp. y Fundición de Manuel Tello, 1876, pp.108-109.

[45] Biblioteca volante di  Gio. Cinelli Calvoli  continuata dal Dottor Dionigi Andrea Sancassani Edizone seconda, in miglior forma ridotta , e di varie aggiunte, ed osservazioni arricchita Tomo secondo Dedicato al reverendissimo Padre Don Alessandro Rossi, Venezia, Giambattista Albrizzi Q.Girolamo, 1735, p.34.

[46] Si vedano A. Espino Lopez, Guerra y Cultura en la Epoca Moderna. La tratadistica militar hispanica en los siglos VXI y XVII. Autores, libros y lectores, Madrid, Ministerio de Defensa, 2001, ed anche F.Gonzalez De Leon, Doctors of the Military Discipline, in Idem, The Road to Rocroi. Class, Culture and Command in the Spanish Army of Flanders, 1567-1659, Leiden, Brill, 2009.

[47] G.Civale, Guerrieri di Cristo Inquisitori, gesuiti e soldati alla battaglia di Lepanto, Milano,Edizioni Unicopli, 2009, p.35.

[48] E. Auger, Le pédagogue d’arms, pour instruire un prince chrétien à bien entreprende et heureusement achever une bonne guerre, pour estre victorieux de tous les ennemis de son Estat et de l’Eglise catholique, Paris, Sebastien Nivelle, 1568.

[49] Soldato christiano con l’instruttione de’ Capi dell’Essercito Catolico composto dal R.P.Antonio Possevino della Compagnia di Giesu, Macerata, Sebastiano Martellini, 1588. Sull’argomento, si veda Vincenzo Lavenia, Tra Cristo e Marte. Disciplina e catechesi del soldato cristiano in età moderna, in Aa.Vv., Dai cantieri della storia liber amicorum per Paolo Prodi, a cura di Giuseppe Olmi e GianPaolo Brizzi, Bologna, Clueb, 2007, pp.37-54.

Libri| La Sho’ah. Il giorno della memoria

AA.VV., “LA SHO’AH. IL GIORNO DELLA MEMORIA”, A CURA DI MAURIZIO NOCERA, S.L. 2019, PP.52.

 

di Paolo Vincenti

Un agile libriccino dal titolo impegnativo: La Sho’ah. Il giorno della memoria, a cura di Maurizio Nocera (gennaio 2019), ci riporta ad una tematica sempre attuale e intimamente avvertita.

La celebrazione del 27 gennaio, in Italia più che altrove, ha costantemente ricevuto grande risonanza, attraverso scuole, enti, associazioni, che si sono fatti promotori di attivazione delle pratiche del ricordo. In Puglia, principale sponsor della Giornata della memoria è stata la rete laterziana dei Presìdi del libro che attraverso le scuole di ogni ordine e grado sparse sul territorio regionale, spesso in collaborazione con le più sensibili associazioni locali, attiva ogni anno svariate celebrazioni, che non si esauriscono in quel solo importante giorno ma abbracciano interamente il mese di gennaio e sconfinano in quello di febbraio, a volte con significative estensioni per tutto l’anno scolastico. Il libro in parola, realizzato con il sostegno del Comitato promotore dell’Unesco di Lecce, si apre con una significativa citazione di Jean Paul Sartre, tratta dall’opera L’antisemitismo.

Maurizio Nocera, noto e prolifico studioso salentino, scrittore, poeta ed alacre operatore culturale, ha voluto pubblicare questo libro, dalla copertina patinata e dalla elegante veste grafica, senza scopo commerciale, con la meritoria intenzione di distribuirlo gratuitamente agli studenti degli Istituti Superiori di secondo grado, destinatari privilegiati, come si diceva sopra, delle iniziative legate alla Sho’ah, un termine ebraico, tratto dalla Bibbia (Isaia 47, 11) che significa “distruzione”, passato ad indicare per estensione l’eccidio degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale (abitualmente ma non del tutto propriamente definito “Olocausto”).

Nel libro viene ospitato un intervento del 1997 di Avram Goldstein Goren (1905-2005), magnate della finanza ebreo romeno e filantropo, vissuto fra la Palestina e l’Italia, testimone della Shoah, che usa parole semplici eppure emblematiche, togliendole dalle sue memorie di deportato pubblicate in due libri di grande successo. Segue poi un poemetto in versi liberi di Maurizio Nocera, dal titolo “Il demonio della morte ad Auschwitz”, di recente composizione.

Nel suo intervento Maurizio Nocera, anche segretario della sezione leccese dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani), ricorda come nella campagna di odio antisemita, la Shoah fu la punta più estrema della programmatica opera di sterminio del popolo ebreo voluta dalla mente criminale di Adolf Hitler. Cionondimeno, grandi furono le responsabilità del regime fascista italiano che seguì il dittatore tedesco nella sua dissennata politica, che sfociò nel progetto di pulizia etnica con l’Olocausto.

La più grande vergogna della politica fascista viene individuata da Nocera nelle leggi razziali promulgate nel 1938 e successivamente nella creazione anche in Italia dei campi di concentramento sul modello dei lager tedeschi. Di questi, il più tristemente noto è quello di Auschwitz-Birkenau, a nord di Cracovia, Polonia, dove vennero uccisi milioni di Ebrei, insieme a Rom e Sinti, e liberato dall’Armata Rossa il 27 gennaio del 1945. Questo giorno successivamente è diventato la Giornata della Memoria, istituito in Italia con una legge del 2000, recepita poi anche dall’Onu, che ha dichiarato il 27 gennaio Giornata mondiale della Memoria.

Questo impegno è stato promosso principalmente dall’Unesco, ovvero l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Scienza, l’Educazione e la Cultura, nata nel 1946 dalla volontà dei Ministri della Cultura dei Paesi alleati. Su questa organizzazione mondiale e sul suo impegno per la cooperazione e la pace nel mondo, si sofferma Pompeo Maritati nel suo intervento all’interno del libro. Lo stesso Maritati, presidente del club Unesco di Lecce, individua le cause di una immane tragedia come l’Olocausto, non solo nella precisa volontà del regime nazista, ma anche nella acquiescenza dei popoli europei, nella loro indifferenza di fronte ad una simile aberrazione. Ciò perché il regime totalitario aveva in qualche modo svuotato la coscienza della gente, fino ad annullare ogni capacità critica, non solo nel popolo minuto, nella massa degli illetterati, ma addirittura negli intellettuali, molti dei quali avallarono incredibilmente le deportazioni di massa e poi il genocidio. L’indifferenza, sostiene Maritati, seguendo le parole di Liliana Segre, fu mortale almeno quanto i lager e le camere a gas. Maritati sottolinea poi come, dopo la fine della guerra, nonostante il famoso processo di Norimberga, molti criminali nazisti la abbiano fatto franca, con la complicità dei governi nazionali, primo fra tutti il governo tedesco, che imbastì dei processi farsa, garantendo la sostanziale immunità dei colpevoli. Ciò che grida vendetta agli occhi del mondo, secondo Maritati, è proprio questa assenza della giustizia di fronte al genocidio degli ebrei e a chi lo operò. Ecco che il giorno della memoria serve allora non solo per ricordare quanto accadde e per commemorare le vittime del nazifascismo, ma anche per stimolare la riflessione e il pensiero critico delle nuove generazioni di fronte agli emergenti totalitarismi e alle persecuzioni che in forme diverse si perpetuano in svariate parti del mondo, a danno di indifese minoranze.

La seconda sezione del libro, “Voci nel vento”, è dedicata ai dipinti di Massimo Marangio, artista salentino che dipinge con la tecnica del bitume su tela. L’autore rappresenta l’inferno del lager nazista attraverso l’esposizione espressionista dei protagonisti di quell’orrore, le vittime della persecuzione, o più che altro, si potrebbe dire, dei loro corpi. Corpi nudi, emaciati, volti scarniti e magri, esili figure pallide che si muovono come fantasmi sul teatro di una tragedia infinita. Persone ed animali, esponenti di un’umanità dolente, deprivata, protagonisti anonimi popolano questi quadri, dalle rese cromatiche forti, e le immagini ci arrivano inquietanti, stranianti. I contorni sono sfumati, ci lasciano percepire solo una massa indistinta di condannati, morti viventi, a volte sotto lo sguardo vitreo dell’ufficiale nazista la cui macabra figura si staglia sulla turba dei senza volto. Massimo Marangio, che insegna presso il Liceo Artistico Ciardo- Pellegrino di Lecce, ha esposto nelle maggiori fiere nazionali ed è originario di San Pietro Vernotico, il paese di Domenico Modugno, al quale ha anche dedicato una mostra nel 2018, “Dipinti pensati su Domenico Modugno e Pierpaolo Pasolini”, curata proprio da Maurizio Nocera. La ricerca storica è alla base delle sue pitture, come si può evincere dai titoli delle varie personali (basti citare, fra le altre: “Balconi a Oriente”, “Testimoni del tempo” “I luoghi della Taranta”, “Arie crepuscolari”). Marangio è un pittore impegnato che non esita a scegliere tematiche di carattere sociale nelle sue opere. Emblematica è questa, presente nel libro, sebbene priva di didascalie e di qualsiasi commento; forse, nell’intenzione dei proponenti, per lasciare che siano le immagini a parlare da sé. Il messaggio arriva forte e chiaro. Ed assolutamente consigliabile è la lettura del libro.

Gli Scolopi a Francavilla Fontana

Chiesa di San Sebastiano (XVIII secolo) (tutte le foto sono dell’Autore)

 

di Mirko Belfiore

Terra di Francavilla, seconda metà del XVII secolo. Giunge in città uno sparuto gruppo di religiosi dell’ordine dei chierici regolari poveri della Madre di Dio, più comunemente conosciuti come i Padri delle scuole pie o ancora più semplicemente come: gli Scolopi.

Cosa portano? Portano una piccola-grande rivoluzione per uno degli insediamenti della terra di Brindisi fra i più dinamici per numero e attività economiche. La prova tangibile di questo evento è ancora oggi riscontrabile lungo l’antico itinerario urbano che da piazza Umberto I conduce verso la chiesa dei Padri cappuccini (Corso Garibaldi): un complesso monastico che comprende l’antico tempio dedicato a San Sebastiano e l’attigua struttura conventuale, dove oggi trova sede la scuola “Vitaliano Bilotta”.

Questa congregazione nacque per iniziativa dello spagnolo Giuseppe Calasanzio (1558-1648) a Roma e nel 1597, sulla grande spinta di rinnovamento che la Chiesa cattolica, sconvolta dai subbugli della Riforma protestante, dovette autoimporsi dalla seconda metà del XVI secolo. Oggi come allora, la contraddistingue uno spirito profondamente cristiano, dove alla massima benedettina: ora et labora e alla visione di una società più democratica ed egualitaria, si unisce la volontà di superare le distinzioni di ceto grazie all’ausilio del mezzo pedagogico per eccellenza: la scuola. Attraverso l’uso di un manifesto formativo nuovo e moderno, costruito ad hoc secondo le attitudini/inclinazioni dello studente, si arriva a un più rapido avvicendamento verso il mondo del lavoro e della società civile.

Quale era il fine di tutto ciò? La volontà era quella di sviluppare un vero e proprio moto di rinnovamento sociale all’interno di una società rigida e complessa come quella seicentesca. Alla luce di questi presupposti, ben si comprende il motivo del perché la famiglia al potere in città, gli Imperiali, decise di esporsi con convinzione in favore degli Scolopi. Il modus operandi dei padri ben si confaceva con il programma istituzionale di intervento che la dinastia intraprese sulla propria cittadinanza, volto a raggiungere il benessere della comunità anche tramite un’evoluzione del contesto sociale. Da non sottovalutare inoltre, di come tutta questa formazione possa aver influito positivamente sull’iniziativa privata di alcune fasce della popolazione, una simbiosi operativa e ideologica: potere feudale – potere religioso – popolazione, da tenere presente nello studio del contesto economico locale.

2 Particolare dello stemma di Casa Imperiali

 

L’intero progetto architettonico venne finanziato dall’Universitas, dalla comunità francavillese e dai Padri delle scuole pie, insieme alle donazioni di Casa Imperiali. Molti furono i membri del gruppo famigliare che parteciparono al progetto e in particolare Don Andrea Imperiali, secondo Principe di Francavilla e primo promotore, il quale una volta morto (25 settembre 1678) dispose l’assegnazione di un legato e la vendita di alcune proprietà. Le disposizioni del nobiluomo vennero messe in atto dalle principesse Brigida e Pellina Grimaldi, rispettivamente madre e moglie, a cui si aggiunse l’apporto del potente fratello Giuseppe Renato Imperiali, allora chierico della Camera Apostolica e futuro Cardinale, il quale incrementò di cinquecento ducati il patrimonio degli Scolopi. Ottenuto il consenso dalla Sede Apostolica (11 settembre 1681), l’Universitas accordò il suo beneplacito agli Scolopi.

Particolari emergono da un atto del 20 gennaio 1682, rogato dal notaio Leonardo Antonio D’Ambrosio di Latiano, il quale ci riporta che i membri dell’ordine giunsero in città: …in numero sei e che scelsero come loro sede il tempio religioso dedicato a San Sebastiano, allora gestito dai pochi sacerdoti rimasti della regola di San Filippo Neri.

Nella veduta del 1643, l’antico sito religioso occupato dai filippini ben si evince nei suoi contorni e grazie alla relazione della visita pastorale del 1565 (Arcivescovo di Brindisi e Oria, Giovanni Carlo Bovio), sappiamo di come la cappella fosse di piccole dimensioni e adornata solo di alcuni altari. Una volta entrati in possesso del plesso, i padri controriformati si impegnarono da subito nell’esecuzione di considerevoli lavori di ampliamento, abbattendo le preesistenze e edificando una nuova chiesa con annesso collegio. Non a caso, il sito divenne un tassello importante del rinnovamento urbano intrapreso dalla famiglia feudale, volto a riordinare il reticolato cittadino in espansione fuori dalle antiche mura del Quattrocento.

3 Lapide che attesta la posa della prima pietra (1696)

 

I lavori iniziarono nel 1696, come attesta una lapide posta sul lato destro esterno della Chiesa: “Funditus erecta / Primo lapide solemniter / benedictu / Die XX Oct. MDCXCVI /”, e durarono fino ai primi anni del XVIII secolo. Ciò ci è testimoniato da varie fonti: dall’abate-viaggiatore Pacichelli che nel 1703 annotò nella sua relazione: …che ancora sontuosamente si stanno fabbricando, dalla Platea del Collegio riferibile agli anni 1682-1710 e dal Libro Maggiore del 1735, dove sono numerose le annotazioni riferibili alle spese sostenute per la fabbrica, senza dimenticare il Palumbo, il quale afferma che nel 1728 fu ultimata la cupola. L’architetto che progettò la chiesa di San Sebastiano fu con certezza fra’ Benedetto Margherita di San Nicolò, ispettore del cantiere dal 1710 al 1723, insigne architetto dell’ordine scolopico e uomo molto stimato dagli Imperiali che lo impiegarono in altri feudi.

Come si presenta l’edificio? La considerevole mole campeggia in un ampio slargo e in facciata mostra forme e linee di chiara matrice barocca: due ordini sovrapposti suddivisi in tre sezioni, finte colonne che poggiano su capitelli dorici, architravi decorati con motivi geometrici, alcune nicchie vuote e un campanile a vela con due monofore contenenti fino a qualche tempo fa le due grandi campane fuse a Gallipoli nel 1747.

4 cupola con decorazione a tasselli

 

La prima evidenza artistica di questo complesso architettonico è sicuramente rappresentata dalla grande cupola, imponente per altezza e diametro, e finemente decorata da una copertura a mosaico costituita da tessere invetriate policrome, che una volta riflessa la luce solare restituiscono quell’incredibile tavolozza di colori dalle nuances brillanti e vivaci, all’epoca vero elemento di novità sia a Francavilla quanto nel territorio salentino.

5 volta con decorazione a stucco

 

L’impianto della chiesa è a navata unica ed è fiancheggiata da tre cappelle per lato inserite entro archi a tutto sesto. Appena superato l’ingresso, si è sopravanzati da una massiccia cantoria contenente uno splendido organo settecentesco, mentre l’abbondanza di luce che filtra dalle finestre delle lunette, illumina l’enorme spazio suddiviso fra l’atrio, l’aula assembleare e la considerevole altezza della cupola. Tutta la superfice è costellata da una decorazione a stucco fitta ma leggera, che coinvolge tutti gli elementi architettonici presenti, ed è esaltata al massimo nei particolari dei due altari dedicati a San Gaetano e a San Elzeario, commissionati dalla succitata Brigida Grimaldi e dalla nobildonna Irene Delfina di Simeana, moglie di Michele III, a sua volta figlio di Andrea I.

6 Altare di San Gaetano Thiene e di sant’Elzeario vescovo (XVIII secolo)

 

Qui esplode la bellezza della manifattura di matrice leccese, quel barocco “esagerato” che ha fatto scuola lungo tutto il territorio pugliese. Le committenze sono attestate dalla presenza dei grandi araldi della famiglia Imperiali, posti sulle arcate dalle cappelle, e dai cartigli marmorei riportanti le epigrafi dedicatorie, dolcemente sostenuti da teneri puttini in stucco. Assistiamo a un incontrollabile esuberanza di decorazioni, fregi e motivi in pietra, i quali con continuità ricoprono copiosamente tutta la superficie degli altari e delle imponenti colonne tortili, con dettagli ripresi sia dal mondo floreale quanto da quello animale, mentre in tutta la loro tenerezza dolci volti dall’aspetto umano fanno capolino dalle sculture in rilievo.

7 Epigrafi dedicatorie che testimoniano le committenze delle principesse Brigida Spinola e Irene Delfina di Simeana (XVIII secolo)

 

8 Particolare della decorazione a rilievo

 

Il patrimonio pittorico della chiesa, seppur in chiave locale, non sfigura al confronto con il resto dell’edificio. Nomi importanti della cultura artistica brindisina e tarantina hanno partecipato all’arricchimento decorativo: la bottega dei Bianchi di Manduria con Diego Oronzo, lavora alle due tele degli altari dove sono raffigurate la Vergine ed il Bambino con san Gaetano da Thiene e la Vergine con i santi Elzeario de Sabran e la beata Delphine de Signe, a cui va aggiunta la tela raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Francesco da Paola e Filippo Neri, risalente al 1723 e un tempo collocata sul lato destro del presbiterio della chiesa. Questa bottega, insieme a quella dei Delli Guanti e del Carella, di cui qui ritroviamo conservate alcune opere, concorrono a rappresentare quel crogiolo di artisti che andò a vivacizzarsi grazie al mecenatismo di Casa Imperiali.

9 Altare di san Roberto con paliotto in legno dipinto

 

Da evidenziare alcuni piccoli gioielli di manifattura leccese come il gruppo scultoreo in cartapesta policroma denominata “la Visitazione” o “la Matonna a doe”, recanti le raffigurazioni statuarie di Maria e di Santa Elisabetta entrambe incinte, o l’altare in legno della cappella dedicata a San Roberto costituto da assi orizzontali dipinte con pregevoli decorazioni a rilievo.

10 la Visitazione con Maria e santa Elisabetta (Ditta De Pascalis e Manzo, gruppo scultoreo policromo in cartapesta, 1892, Francavilla Fontana)

 

11 Madonna col Bambino tra i santi Francesco da Paola e Filippo Neri (Domenico Antonio Carella, XVIII secolo, olio su tela, Francavilla Fontana)

 

Accanto alla chiesa si estende l’ex collegio delle Scuole Pie, struttura che nella sua storia poté fregiarsi della concessione del titolo di Real Collegio Ferdinandeo (6 luglio 1841), all’epoca un vanto per la città, e da cui emersero figure illustri come il Beato Pompilio M. Pirrotta e il Beato Bartolo Longo. Ci troviamo davanti a un edificio a due piani con forma quadrangolare che insieme alla chiesa occupa tutto l’isolato compreso fra via Simeana e via Crispi e che emerge dal contesto per le linee compatte ed eleganti. Gli interni si articolano lungo un corridoio continuo voltato a botte e terminano con la scala d’ingresso principale, costituita da tre rampe e caratterizzata da una inconsueta forma a U.

12 Portale collegio scolopico, particolare del trittico di stemmi (famiglia Imperiali-Grimaldi, Padri Scolopi, Universitas di Francavilla)

 

In facciata si posiziona l’imponente portale a tutto sesto con stipiti a bugnato, sormontato da un trittico di stemmi in pietra, sintesi perfetta di chi in questo progetto ha avuto parte attiva: le famiglie Imperiali e Grimaldi, l’ordine degli Scolopi e infine la città di Francavilla. Un connubio fra potere religioso e potere pubblico, oggi come allora unici custodi di un pezzo di storia a cui è legata un’importante pagina della memoria collettiva e per cui ci si aspetta un destino ben diverso da quello attuale fatto di abbandono e degrado, dove ancora oggi rimangono come assoluti protagonisti sia l’asfissiante burocrazia che la totale mancanza di idee.

13 visuale interna della cupola

 

DOCUMENTI D’ARCHIVIO

A.S.B., Platea degli Scolopi, 1687-1711 e vari Atti Notarili.

A.D.O., Francavilla, aa. 1681-1932, Scuole Pie, permute, cartella 98. I. “della eretione del convento degli Scolopi di Francavilla”.

 

BIBLIOGRAFIA

Balestra D., Gli Imperiali di Francavilla. Ascesa di una famiglia genovese in età moderna, Edipuglia, Bari 2017.

Camarda D., La cultura in Francavilla al tempo degli Scolopi, Locopress, Mesagne 2010.

Basile V., Gli Imperiali in terra d’Otranto. Architettura e trasformazione urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Congedo editore, Galatina 2008.

Galasso G., Storia del Regno di Napoli, Utet edizioni, Vol. II, Torino 2008.

Cremona C., Giuseppe Calasanzio. Vita avventurosa del santo inventore della scuola per tutti, Piemme edizioni Mondadori, Milano 2000.

Pacichelli G.B., Del Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodici province, Parrino e Muzio, Napoli 1703, ristampa anastatica a cura di R. Jurlaro, Forni, Bologna 1999.

Tosti O., L’opera dei nostri fratelli operai nella progettazione e costruzione delle antiche case e chiese scolopiche, in “Archivum Scholarum Piarum”, XVI, Roma 1991.

Poso R. – Clavica F., Francavilla Fontana. Architettura e Immagini, Congedo editore, Galatina 1990.

Visceglia M.A., Territorio Feudo e Potere Locale, Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età Moderna, Coll. L’altra Europa, Guida Editore, Napoli 1988.

Martucci G., Carte topografiche di Francavilla Fontana, Oria e Casalnuovo del 1643 e documenti cartografici del principato Imperiali del secolo XVII, S.E.F., Francavilla Fontana 1986.

D’Elia M., La pittura barocca, in “La Puglia fra Barocco e Rococò”, collana “Civiltà e Cultura di Puglia”, Vol. IV, Mondadori Electa, Milano 1983.

Pasculli Ferrara M., Arte napoletana in Puglia dal XVI al XVIII secolo, Schena editore, Fasano 1983.

Argentina F., Il Real Collegio Ferdinandeo di Francavilla F. (1678-1867), “Annali storici Pugliesi”, IV, 1951, fasc. II, pp. 3-7.

Palumbo P., Storia di Francavilla Fontana, Lecce 1869, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Bari 1901.

Libri| I Santi protettori – Tra storia e racconti

Sbarca nelle librerie una nuova uscita editoriale fresca di questi giorni, si tratta de “I Santi Protettori – Tra Storia e Racconti”, per le edizioni Comunic@re.
Con questo lavoro che vede, tra l’altro, l’esordio del sopra indicato centro culturale jonico come editore, siamo in presenza di un connubio tra due scrittori Arcangelo Conzo e Floriano Cartanì.
Entrambi poliedrici, i due autori si sono incontrati in questa spontanea quanto interessante collaborazione che, alla fine, ha portato a concretizzare nei fatti un loro progetto iniziale.
Nel testo del libro, che vede la cura di Salvatore Conte, è possibile rivivere vari racconti romanzati su alcuni santi, di cui vi è traccia devozionale nel complesso parrocchiale di Carosino. Nell’occasione, inoltre, si è dovuto dare necessariamente spazio anche a una leggere agiografia sulle memorie storiche di tali santi. Quest’ultime, in definitiva, vengono a loro volta usate come prologo ai racconti di che trattasi, insieme a interessanti fotografie di statue che li ritraggono.
Cultura, Scrittura e Arte, si sono quindi unite a rappresentare  non un mero devozionismo  ma una sincera forma di religiosità popolare. E’ infatti noto come dalle parti del Meridione d’Italia e soprattutto della nostra Terra d’Otranto, la venerazione verso i santi è stata spesso accompagnata, oltre che dalla loro memoria classica, anche da racconti popolari e persino da proverbi o piatti di cucina, tanto per fare alcuni esempi.
Insomma, a dirla veramente tutta, la tradizione storica sulla vita dei santi e soprattutto sul loro agire nel quotidiano delle persone, appare quasi sempre essere seguita da una miriade di racconti non sempre effettivamente prodigiosi, ma agli stessi in qualche modo collegati dalla “semplicità” popolare.
Vicende, come si può ben notare nel libro “I Santi Protettori – Tra Storia e Racconti”, che finiscono comunque e inevitabilmente per alimentare la sempreverde cosiddetta vox populi la quale, in certi casi giustifica in altri esalta addirittura, un qualsivoglia evento apparentemente inspiegabile che sembra avere del “soprannaturale”. La Chiesa, da questo punto di vista, continua ad essere assai vigilante.
Inoltre, come suggeriscono metaforicamente gli stessi autori, le persone in generale hanno sempre avuto sete d’infinito nel proprio animo. Ad alcuni è stata fornita un’illuminazione laica ad altri una fede profonda e matura. In entrambi i casi nel testo di questo libro, è stato convenuto alla fine di recuperare la solidarietà tra le persone, molto spesso attraversata da una dimensione religiosa e comunitaria allo stesso tempo.
Sono proprio queste le circostanze prese in considerazione da Arcangelo Conzo e Floriano Cartanì nell’elaborazione del libro “I Santi Protettori – Tra Storia e Racconti” il quale, come sottolineano gli stessi autori, tutto è tranne un mini trattato storico-agiografico né, tantomeno, teologico.

Libri| El italiano, di Arturo Pérez-Reverte

EL ITALIANO’ il romanzo storico dello scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte che racconta con estro gli attacchi a Gibilterra condotti dai ‘Siluri a Lenta Corsa’ discendenti diretti di quei MAS che da Brindisi avevano iniziato la loro serie di successi strepitosi

di Gianfranco Perri

L’anno scorso a settembre ero di nuovo a Madrid, mese perfetto per un soggiorno che definir piacevole sarebbe probabilmente riduttivo. Lo scorso anno poi, grazie – si fa per dire – alla pandemia, il settembre ‘madrilegno’ si è arricchito di un evento generalmente destinato a svolgersi in primavera: la fiera del libro, giunta per l’occasione alla sua ottantesima edizione. Un evento culturalmente – e non solo – importantissimo per la voluminosa e prestigiosa letteratura spagnola, anzi di lingua spagnola, comprendente quindi anche tutta quella, per molti versi interessante, sudamericana. L’anno scorso, nonostante la pandemia, allestita nel magnifico scenario offerto dal ‘Parque El retiro’ ha contato con 320 stands – tra editori, librai, distributori e istituzioni – e si è svolta durante diciassette giorni: dal 10 al 26 settembre, accogliendo l’incredibile numero di 380.000 visitatori, in media più di 22.000 al giorno.

Ebbene, inevitabile – finanche per un visitante distratto – notare, già ai primissimi approcci con gli stands, la presenza discreta ma insistente di un libro dal titolo, per essere in Spagna, un po’ insolito, dalla copertina in bianconero, anzi in bruno-bianconero, con in primo piano una figura d’uomo vestito da palombaro camminando con l’acqua alle ginocchia tenendo la maschera con la mano sinistra e in atteggiamento tra l’assorto e il preoccupato, ma comunque tranquillo e sicuro di sé. Il titolo del libro? «El italiano» di Arturo Pérez-Reverte.

Con quel titolo, naturalmente, non poteva che richiamare d’immediato tutta la mia attenzione, e così, già al secondo stand lo stavo sfogliando, e già al terzo stand lo stavo comprando:

«Ultimi giorni del 1942: Elena, libraia ventisettenne, mentre all’alba passeggia sulla spiaggia vicina alla sua casa in Algeciras – sulla costa spagnola di fronte allo sperone di Gibilterra – s’imbatte nella figura evanescente d’un uomo giovane riverso tra la sabbia e l’acqua, indossando una muta da sommozzatore e dall’inoccultabile espressione ancora svanita. Più o meno conscia di quel che quell’uomo possa essere e possa rappresentare, lo soccorre, ignorando che quella determinazione cambierà la sua vita e che l’amore sarà solo parte di un’avventura molto pericolosa…»

Ovviamente, ho da subito inteso di cosa si parlava; troppi e molto chiari gli indizi in quelle poche righe che, infatti, così proseguivano: «’El italiano’ relata una impressionante storia di amore, mare e guerra. Negli anni 1942 e 1943, durante la Seconda guerra mondiale, incursori subacquei italiani, con una serie di missioni affondarono o danneggiarono seriamente ben quattordici mezzi navali alleati presenti nella base navale di Gibilterra nella baia di Algeciras. In questo romanzo, ispirato a fatti realmente accaduti, sono immaginari solamente alcuni dei personaggi così come alcune delle situazioni.»

Il romanzo – di uno scrittore già di fama notevole in Spagna e già autore di altri numerosi romanzi storici di successo – con le sue quattrocento pagine, lette quasi tutto d’un fiato, mi è piaciuto molto e spero possa essere presto editato anche in lingua italiana affinché molti altri italiani possano, ne son certo, apprezzarlo. È anche il caso di segnalare che ‘El italiano’ è stato il libro più venduto tra le migliaia di libri presenti nella Fiera del libro di Madrid 2021.

Arturo Pérez-Reverte è nato a Cartagena, in Spagna, a fine 1951. È stato giornalista di guerra per più di vent’anni, coprendo da reporter numerosi conflitti armati in Africa, America ed Europa, per giornali, radio e televisione. A Cipro, in Libano, in Eritrea, nel Sahara, alle Falkland, in El Salvador, in Nicaragua, in Ciad, in Libia, in Sudan, in Mozambico, in Angola, nel Golfo, in Tunisia, in Romania, in Croazia e in Bosnia. Con oltre venti milioni di lettori in tutto il mondo, alcuni dei suoi romanzi sono anche stati trasformati in film. I suoi numerosi titoli permangono presenti sugli scaffali bestseller delle librerie, anche oltre i confini spagnoli. Ha ricevuto infatti importanti riconoscimenti letterari internazionali ed è stato tradotto in più di 40 lingue. Oggi si dedica esclusivamente alla letteratura e condivide la sua vita tra letteratura, mare e navigazione: le sue passioni.

Ma torniamo a “El italiano” e facciamolo con parole dell’autore, con alcune delle cose dette in occasione della presentazione di questo suo ultimo romanzo, il 21 settembre 2021, proprio a Gibilterra, sullo scenario del libro, quello di un dramma quasi incredibile e pur verissimo.

« Quando avevo undici anni, mio padre mi portò al cinema a vedere ‘I due nemici’ con David Niven e Alberto Sordi. E all’uscita mi disse: “Non credere che gli italiani fossero tutti come Alberto Sordi nel film; hanno fatto anche cose molto coraggiose” e mi raccontò della X Mas. Perciò ho da sempre voluto scrivere quella storia e così ho continuato per anni ad accumulare documentazione ed ho anche visto qualche “maiale” nei musei di Venezia e La Spezia. Il romanzo è andato maturando per anni nella mia testa, perché un romanziere è ciò che legge, ciò che ricorda e ciò che immagina. Tra le mie letture sull’argomento, il classico ‘Suicide Ships’ di Luis de la Sierra, e i più moderni ‘Le scorribande della Decima flottiglia Mas’ e ‘Platea’ di Esteban Pérez Bolívar. Ricordo anche il film ‘The Silent enemy’ di William Fairchild. E ricordo bene il vecchio coltello di un sommozzatore italiano che un amico giornalista di Gibilterra, Eddie Campello – sì, lo stesso nome che compare nel romanzo – una volta mi mostrò…»

Poi, segnalando verso ovest, verso il mare e Algeciras: « Ecco da dove vennero, nel secondo molo che da qui si può vedere in lontananza era ancorata l’Olterra, il cavallo di Troia, la nave mercantile italiana presumibilmente in riparazione che nascondeva la base dei “maiali” e da cui attraverso una botola partì il gruppo dell’Orsa Maggiore per andare all’attacco. Vennero con i loro siluri come fossero sedili, con l’acqua fino al petto, e quando raggiunsero il varco si immersero per superare le reti di difesa per poi attaccare e affondare alcune delle navi ormeggiate. Immaginate come deve essere stato attraversare quello spazio di mare sporco e pericoloso, di notte, con il freddo e con il nemico in guardia. Bisognava essere di pasta molto speciale – e fu il loro grande vantaggio – per poter fare quelle cose che gli inglesi non si potevano nemmeno immaginare. A Gibilterra affondarono ben quattordici navi alleate e alcuni di quei sommozzatori d’assalto italiani rimasero uccisi. Ebbene, tutto questo è ciò che io ho voluto tradurre in romanzo. Però, le azioni condotte e le circostanze narrate, gli episodi storici raccontati insomma, sono stati la realtà (*). Una realtà così spettacolare da lasciare ognuno stupefatto e, infatti, il mio romanzo è stato anche frutto del mio stupore…

Laggiù c’è anche la spiaggia dove all’inizio della storia, la protagonista – Elena Arbués – trova il sommozzatore – il sottufficiale italiano Teseo Lombardi – steso sulla sabbia: una donna sulla spiaggia, un uomo esausto in tuta di gomma restituito dal mare e una nave in fiamme in lontananza. Elena, donna di grande cultura classica, ha una libreria che si chiama Circe; Teseo, non è il tipico eroe che ha sangue sulle unghie e nella sua memoria, ma, invece, è primitivo, puro, non malevolo, persino ingenuo, non parla e non legge. Ed è, infatti, proprio la protagonista, col suo sguardo allenato alla lettura, in Omero, in Tucidide, in Senofonte, in Virgilio, che fa di lui un eroe. Ed alla fine, lei sarà più audace, eroica, avventurosa di lui…

Nel mio romanzo c’è il Mediterraneo come patria culturale, il luogo da cui provengono gli eroi che son rimasti ben saldi nella nostra testa. La mia storia è un omaggio al Mediterraneo classico, alla cultura della memoria del nostro mare, e una rivendicazione di tutti quegli eroi. Un atto di giustizia per ridare dignità a quegli audaci sommozzatori della X Mas e, per inciso, ai combattenti italiani della seconda guerra mondiale, spesso vituperati e ingiustamente sottovalutati, specialmente dagli anglosassoni, E poi c’è Gibilterra, un confine, e le cose importanti succedono ai confini, dove si trova sempre una grande ricchezza di personaggi e di situazioni, un palinsesto di tante storie ed imprese umane.»

Così, invece, il giornalista Jacinto Antón del quotidiano El Pais intitolò quella presentazione: «Arturo Pérez-Reverte s’immerge con una storia d’amore nella grande avventura dei sommozzatori italiani della seconda guerra mondiale: ‘El italiano’ un romanzo sugli audaci attacchi dei siluri guidati dagli uomini della Decima Flottiglia Mas alla base britannica di Gibilterra. Le gesta belliche dei mitici incursori della X Mas del principe nero Junio Valerio Borghese, un’élite di nuotatori d’assalto, antecedenti italiani dei ‘navy seals americani’ che, cavalcando i loro instabili e pericolosi “maiali” – come chiamavano i loro mezzi di trasporto, le loro armi, i “Siluri a Lenta Corsa” – s’infiltrarono più volte nei porti britannici del Mediterraneo ed affondarono le navi da guerra alleate. Missioni quasi suicide che suscitarono lodi da parte dello stesso Churchill e l’invidia dei tedeschi. Gli attacchi ad Alessandria, a Creta, a Malta e a Gibilterra, rivendicarono per sempre, nonostante i luoghi comuni, gli italiani come guerrieri di prima classe.»

Lo scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, che non disdegna certo la sana polemica, ha anche voluto cogliere l’occasione della presentazione di questo suo recente romanzo per deplorare “la terribile tendenza molto spagnola a non riconoscere il valore dei nemici politici”. Sottolineando in proposito, che “si può riconoscere che Franco è stato un coraggioso comandante della Legione, senza con ciò dover  negare che fosse un sinistro dittatore”.

In Italia, invece, da parte di alcuni si fa anche di peggio: si ha la tendenza a non riconoscere il valore, e finanche a nascondere l’eroismo, di uomini “aprioristicamente e subdolamente” supposti essere nemici “ideologici” sol perché agirono in uniforme militare, durante un periodo storico in cui lo Stato di turno meritò poi di essere esecrato. E gli esempli sono tanti. Non ancora proprio una ‘italian cancel culture’, quanto una specie di ‘damnatio memoriae’.

Arturo Pérez-Reverte: sullo sfondo la baia di Algeciras

 

La motonave “Olterra”

 

L’incursore “Gamma”

 

Due incursori su un SLC

 

 

Dal romanzo alla realtà

Anche se, come del resto è normale e giusto che sia, l’autore ha introdotto alcuni elementi e personaggi immaginari nel suo racconto – “con la certezza che, paradossalmente, la finzione permette penetrare ancor più nell’accaduto che il semplice relato dei fatti” – la realtà storica delle vicende di questo romanzo non è certo rimasta mistificata, anzi, tutt’altro. Le missioni degli intrepidi sommozzatori italiani della X Mas condotte contro la base britannica di Gibilterra furono parecchie, nove per l’esattezza, alcune di esse con esito positivo altre negativo, alcune con caduti e prigionieri altre senza soffrire perdite. Ebbene, furono le ultime tre – la B.G.5 la B.G.6 e la B.G.7 – quelle che, partite dalle viscere della motonave Olterra, se pur intrecciate in una specie di compendio, fanno da sottofondo alle pagine di ‘El italiano’. La B.G.5 fu eseguita nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1942 da sei incursori su tre Siluri a Lenta Corsa – SLC – al comando del Tenente di Vascello Licio Visintini, capo di quella Squadriglia dell’Orsa Maggiore da lui stesso ideata e meticolosamente addestrata al riparo della motonave Olterra da cui partirono i tre “maiali” alla volta della rocca: fu quella la prima,  e l’unica con esito negativo e tragico, delle tre operazioni intraprese dall’Olterra. Seguirono le altre due missioni, condotte rispettivamente l’8 maggio e il 4 agosto 1943, entrambe con tre SLC e con esito positivo: rientro indenne dei rispettivi sei incursori e tre obiettivi colpiti ogni volta per un totale di 42.782 tonnellate di navi nemiche affondate.

Discendenti in primo grado dalla Torpedine Semovente Rossetti, nota come “mignatta” a sua volta variante dei famosi MAS, gli SLC – Siluri a Lenta Corsa – più popolarmente chiamati “maiali”, durante la seconda guerra mondiale portarono a segno numerose azioni contro la flotta alleata, penetrando nelle più importanti basi navali nemiche, strategicamente ubicate nel Mediterraneo. Seguendo quindi le orme di quei MAS che già nella prima guerra mondiale si erano superati in valore e gloria, attaccando e abbattendo la potente flotta austro-ungarica schierata nell’Adriatico, fino ad affondarne anche la nave ammiraglia, la corazzata Szent István il 10 giugno 1918 nell’impresa di Premuda al comando di Luigi Rizzo.

MAS che avevano già portato a segno numerose azioni vincenti: le prime, il 7 e il 26 giugno 1916 con i MAS 5 e 7, che partendo dalla loro base di Brindisi, al comando di Vincenzo Berardinelli e Gennaro Pagano di Melito, penetrarono la rada di Durazzo, affondando il piroscafi austriaci Lokrum e Sarajevo. Poi, nell’Alto Adriatico, nel dicembre del 1917 i MAS 9 e 13, al comando di Luigi Rizzo e Andrea Ferrarini, affondarono nella rada di Trieste la corazzata austro-ungarica Wien e danneggiarono la Budapest. Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918, i tre MAS 94, 95 e 96, con Luigi Rizzo Costanzo Ciano e Gabriele D’Annunzio, penetrarono nella baia di Buccari, a sud di Trieste, per eseguire quella che doveva essere ricordata come la ‘Beffa di Buccari’. Il 13 maggio 1918, di nuovo dalla base di Brindisi, i MAS 99 e 100 comandati da Pagano e Mario Azzi, affondarono il piroscafo austriaco Bregenz. La “mignatta” di Raffaele Rossetti, infine, penetrata al suo comando nel porto di Pola, il 1º novembre 1918 avrebbe affondato la corazzata austriaca Viribus Unitis.

Il Siluro a Lenta Corsa fu ideato dal maggiore Teseo Tesei assieme  al maggiore Elios Toschi: un mezzo subacqueo – prototipo 1936 – che trasportava una carica esplosiva da oltre 200 Kg, in grado di muoversi sottacqua portando a cavallo due operatori subacquei che lo guidavano. Il primo reparto nella Marina militare italiana denominato “Comando dei mezzi d’assalto” venne costituito a La Spezia nel 1938 e il 1º luglio 1939, al comando del capitano di fregata Paolo Aloisi, fu costituita la I Flottiglia MAS il cui nominativo nel 1941 fu cambiato in X Flottiglia MAS. Il sommergibile Ametista, al comando del tenente di vascello Junio Valerio Borghese, venne destinato come trasportatore dei “maiali” inquadrati nella I Flottiglia MAS.

Attacco alla base di Gibilterra

 

Nella base britannica di Gibilterra, all’inizio di dicembre 1942, erano entrate un buon numero di unità della rinnovata squadra navale inglese. Gli Inglesi perciò, erano all’erta e, forti delle conoscenze acquisite sulle metodiche di attacco degli italiani, avevano potenziato le difese nel tentativo di impedire il minareto delle navi. Le reti a protezione del porto e delle navi erano state rafforzate impiegando delle ostruzioni che avevano un lungo imbando che si distendeva sul fondo, esse variavano nel numero, ma non erano mai inferiori a tre e la loro apertura non avveniva mai contemporaneamente. Inoltre, cariche esplosive subacquee venivano lanciate ad intervalli di circa dieci minuti. Riflettori posizionati in punti strategici illuminavano a giorno lo specchio d’acqua interessato. E il tenente di vascello Licio Visintini, comandante della “Squadriglia dell’Orsa Maggiore”, sapeva tutto questo grazie ad un osservatorio sistemato dietro ad un oblò dell’Olterra, da cui, con cronometrica assiduità, spiava tutto ciò che avveniva nella baia e nel porto di fronte, per così imparare le abitudini dei nemici.

I tre equipaggi uscirono con ritardo e separati tra loro per cause banali e per piccole avarie. La coppia Visintini-Magro uscì alle 23.15, procedendo verso le ostruzioni battute dal fascio dei proiettori e sotto gli schianti delle bombe di profondità, lanciate a brevissimi intervalli. Giunse alle ostruzioni e le superò. Un rapporto britannico, diretto all’ufficio storico, riferisce: una coppia entrò nel porto, ma poi perì in seguito ad attacchi di bombe di profondità. Non poteva che essere la coppia Visintini-Magro. La seconda coppia, Manisco-Varini, uscì alle 24.15 e, sempre secondo il rapporto britannico, fu avvistata da una sentinella, illuminata e attaccata dai colpi di un cannone e di bombe di profondità. I due incursori furono recuperati da una nave mercantile e quindi fatti prigionieri. Interrogati i prigionieri, gli inglesi ritennero che fossero giunti con il sommergibile Ambra. La terza coppia, Cella-Leone, anch’essi attardati per alcune avarie, uscirono dall’Olterra alle 01.40, quando l’allarme era già scattato. Solo Cella riuscì a rientrare alla base, mentre andò perso il suo secondo, probabilmente ucciso da una carica, dopo essere stato sbalzato fuori dal seggiolino del suo SLC.

Le operazioni B.G.6 e B.G.7 furono comandate entrambe dal Tenente Ernesto Notari e gli altri cinque incursori partecipanti furono: Vittorio Cella – l’unico che era rientrato dalla B.G.5 – Camillo Tadini, Eusebio Montalenti, Salvatore Mattera e Ario Lazzari – sostituito nella B.G.7 da Andrea Gianoli.

In conclusione, alcune cifre, aride come inevitabilmente lo sono tutte le cifre, ma che in questo caso rendono chiaramente l’idea di quello che, per l’Italia e in particolare per la marina italiana nella seconda guerra mondiale, rappresentarono gli incursori della X Squadriglia Mas e di quale fu il loro professionalismo, il loro coraggio e la loro eroicità:

« I poco più di 200 uomini che servivano nei mezzi d’assalto subacquei e di superficie, affondarono il 38% del naviglio militare nemico distrutto dalla nostra marina militare nella seconda guerra mondiale, ed il 15% di quello mercantile. E ciò avvenne – in numerosi scenari tra cui, Gibilterra, Suda, Malta e Alessandria d’Egitto – con atti di grande valore che furono riconosciuti anche dagli avversari, in particolare dal Primo ministro Winston Churchill nella Camera dei Comuni di quella coraggiosa nazione, che ci fu avversaria, di Gran Bretagna…» [Dal discorso del presidente della Repubblica Francesco Cossiga a La Spezia, 9 giugno 1991]

Più precisamente, furono colpiti mezzi navali nemici per più di 200.000 tonnellate tra cui due navi da battaglia, due incrociatori e un cacciatorpediniere. Furono effettuate 38 operazioni d’assalto e furono impiegati 238 uomini: 20 caduti, 53 prigionieri e 165 rientrati incolumi. Furono assegnate in totale, alcune volte allo stesso militare partecipante a operazioni diverse, 200 medaglie: 50 di bronzo, 117 d’Argento e ben 33 Medaglie d’Oro al Valor Militare.

Libri| San Lorenzo da Brindisi in dialogo con i Luterani

IL COLLOQUIUM CHARITATIVUM E L’IMPEGNO DI P.ALFREDO DI NAPOLI SU SAN LORENZO DA BRINDISI

 

di Paolo Vincenti

Ormai vastissima la bibliografia su San Lorenzo da Brindisi, al secolo Giulio Cesare Russo (Brindisi, 1559-Lisbona, 1619). Beatificato da Pio VI (1783) e canonizzato da Leone XIII (1881), fu proclamato Doctor Apostolicus da Giovanni XXIII (1959) con il breve Celsitudo ex humilitate, confermando il decreto della Congregazione dei Riti del 28 novembre 1958.

Il titolo gli venne conferito per i suoi meriti nell’ambito della esegesi biblica, della teologia e della predicazione. Su tutti, degno di menzione è il lavoro svolto da Arturo M. da Carmignano di Brenta: San Lorenzo da Brindisi, dottore della chiesa universale (1559-1619),[1] soprattutto con riferimento all’Opera Omnia del santo da Brindisi.[2]

Nel 2017, presso la Biblioteca Provinciale dei Cappuccini di Puglia di Bari, si è tenuto il Convegno “Colloquium Charitativum”, sia per celebrare l’anno luterano (2016-2017), che in vista delle commemorazioni per il IV Centenario della morte di San Lorenzo (2019).  Nel 2018 è stato pubblicato, a cura di Alfredo di Napoli, il volume “Colloquium Charitativum”: San Lorenzo da Brindisi in dialogo con i Luterani, che ne riporta gli Atti.[3]

Nel volume, dopo il Discorso inaugurale di Alfredo Marchello,[4]l’Indirizzo di saluto di Ruggiero Doronzo,[5] e l’Introduzione di Alfredo di Napoli,[6] si trova il primo contributo, che è di Francesco Neri, OFM, Docente di Teologia Sistematica presso la Facoltà Teologica Pugliese. Nel suo contributo, San Lorenzo da Brindisi “Doctor Apostolicus”. La teologia al servizio dell’evangelizzazione,[7]l’autore, pur riconoscendo che “su questo Dottore della Chiesa non mancano studi di carattere storico e spirituale”, lamenta che essi siano “sovente carichi di un pregiudizio d’ammirazione e devozione, che però sortiscono l’effetto di rendere san Lorenzo tanto esemplare quanto irraggiungibile e ininfluente. Inoltre proprio lo specifico teologico, per quanto oggetto di approfondimenti settoriali, attende ancora di essere dettagliatamente studiato e sistematicamente divulgato”. Pertanto propone: “Con le nostre pagine, tentiamo di offrire un contributo proprio alla lettura teologica di san Lorenzo da Brindisi.”[8]

Gianluigi Pasquale OFM, Professore incaricato nella Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense, Stato della Città del Vaticano, Docente di Teologia Fondamentale a Milano nella sezione parallela dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» di Venezia, è autore del saggio La Teologia della Storia nella dottrina di san Lorenzo da Brindisi. In un margine di confronto con Martin Lutero.[9] “Questa ricerca si presenta come il primo studio in assoluto che enuclea la «teologia della storia» a partire dall’intera Opera omnia di San Lorenzo da Brindisi. E della stessa punta a evidenziarne l’intrinseca originalità, declinabile in alcuni tratti. Il primo sta nello sforzo, impari, attuato dal Brindisino nell’aver saputo leggere la Sacra Scrittura attraverso una costante lente d’ingrandimento cristologica. Il secondo, di essersi inserito adeguatamente nella tradizione francescana la quale, valorizzando l’atomo della libertà umana per ottenere la salvezza, della stessa privilegia la nerbatura volontaristica, rispetto a quella intellettiva. Nel terzo, Lorenzo da Brindisi esibisce quell’originale capacità di interpretare la storia a partire dai tre attori in essa perennemente coinvolti: Dio, l’uomo e il male, potenza oscura che solo Gesù Cristo potrà debellare. Infine, il Dottore Apostolico evidenzia, ante litteram, lo stigma soteriologico afferente alla storia, sapendo che essa non è un banale transitare di accadimenti, ma utilizza gli stessi per «concedere» a Dio di salvare l’uomo, innalzandolo dal presente verso l’eternità.”[10]

Questo contributo è pure importante perché si dà notizia di un’opera poco conosciuta di San Lorenzo, ovvero il Commentariolum, una sorta di poscritto al Lutheranismi Hypotyposis Martini Lutheri [11]che “è un manoscritto avventuratamente trovato, lacero, nell’anno 1770 da fra’ Giovanni Maria da Bergamo (1705-1773), Cappuccino, Segretario del Reverendissimo Padre Francesco Maria da Bergamo, Predicatore del Sacro Palazzo Apostolico”, come chiarisce l’autore, che cita a suffragio dell’autenticità dell’opera laurenziana, Bonaventura da Coccaglio.[12]

Paolo Cocco OFM, Professore invitato presso la Pontificia Università San Tommaso “Angelicum” di Roma e presso l’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” incorporato alla Pontificia Università Lateranense, è autore di Lorenzo da Brindisi e Martin Luther. Dal conflitto alla comunione?.[13] In questo contributo, analizza la polemica fra Policarpo Leyser e Lorenzo da Brindisi e fra Lorenzo e Martin Luther, preludio al conflitto armato che da lì a poco avrebbe contrapposto i cattolici ai protestanti. Proponimento del Cocco è, seguendo le sue stesse parole, “analizzare lo spessore e il significato del conflitto che Lorenzo da Brindisi ha alimentato nei confronti di Martin Luther e quindi tra cattolici e luterani […] scavare al di sotto del conflitto e sondare se ci sia, al di sotto delle apparenze e delle evenienze storiche, comunione tra Lorenzo e Luther […] cercare di cogliere il messaggio che Lorenzo e Luther possono offrire a noi cristiani del XXI secolo e le istanze che essi possono suggerire e sollecitare, perché sia posta più adeguatamente in rilievo la comunione in Cristo che già sussiste tra noi, perché possa meglio brillare, a gloria di Dio, in questa nostra epoca.”[14]

Angelo Romita, Direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo, diocesi di Bari-Bitonto, è autore del saggio Papa Francesco e i risultati di Lund. La Dichiarazione congiunta cattolico-luterana (31.X.2016),[15]che offre “alcune riflessioni sulla Dichiarazione congiunta cattolico-luterana firmata il 31 ottobre 2016 a Lund (Svezia), […] corredate dalla presentazione di due importanti documenti dottrinali: la citata Dichiarazione congiunta e la ‘Dichiarazione lungo il cammino: Chiesa, Ministero ed Eucaristia’, che contiene le 32 affermazioni teologiche della Commissione per le questioni ecumeniche e interreligiose della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB) e della Chiesa evangelica luterana in America (ELCA).”[16] Alfredo di Napoli, Università del Salento, Consulente scientifico del Convegno, è autore del saggio Dal Conflitto tra san Lorenzo da Brindisi e P. Leyser al Consenso cattolico-luterano (1607-1999.[17] “Attraverso la narrazione di un episodio avvenuto a Praga nel 1607, riguardante la disputa teologica tra san Lorenzo da Brindisi e il luterano Polykarp Leyser, l’articolo propone una rivisitazione delle posizioni teologiche dei protagonisti alla luce dei risultati della Dichiarazione congiunta tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale (Augusta, 1999) per evidenziare le possibili convergenze sulla dottrina della giustificazione tra le due teologie.”[18]Nel saggio, l’autore si chiede: “San Lorenzo da Brindisi: uomo ecumenico?”, e risponde: “La domanda non è retorica. Per dare una risposta bisognerebbe da una parte venir fuori dalle prospettive odierne di “fare ecumenismo”, dall’altra evitare di correre il rischio di “fare irenismo”. Oggi le Chiese cristiane si incontrano, dialogano, organizzano meeting, soprattutto pregano. Non è poco; sappiamo però quanto difficili siano i rapporti di confronto basati sulle riflessioni teologiche. L’azione “ecumenica” di san Lorenzo da Brindisi rivela un proprium e assume il suo significato positivo nella sua stessa definizione di teologo impegnato nella ricerca e nell’affermazione della verità. Egli fu un uomo di incontro e di confronto, base indispensabile del dialogo.”[19] E porta altri esempi di campioni del dialogo e dell’ecumenismo, a partire dallo stesso Valeriano Magni, discepolo di Lorenzo, che nel 1645 a Toruń partecipò al Colloquium Charitativum teologico tra i rappresentanti delle confessioni cristiane convocato da Ladislao IV di Polonia (1632-1648). Ma anche il cardinale veneziano Gasparo Contarini durante la dieta di Ratisbona; e poi i teologi del Cinquecento Albert Pigge, Julius Pflug, Johann Gropper e prima di loro Caetano Tommaso De Vito. “Essi certamente non aderivano all’opinione di Lutero, ma si richiamavano ad Agostino e a Bernardo da Chiaravalle. Mossi da un profondo spirito che oggi possiamo definire “ecumenico” ante litteram, hanno cercato il dialogo senza eccedere nell’irenismo.”[20]

Vi è anche un contributo di Mechthild Lattorf, Pastora della comunità evangelica-luterana di Bari.[21]

Nello stesso libro, dopo le Conclusioni di Mario Spedicato, Università del Salento,[22]viene pubblicato, nella sezione Documenti, il Carteggio sulla disputa teologica tenuta a Praga nel 1607 tra Leyser e san Lorenzo da Brindisi,[23] già edito nella citata opera di Arturo M. da Carmignano di Brenta. Un volume consistente per numero di pagine, ma soprattutto notevole per il denso contenuto di analisi e interpretazione laurenziana.

Un plauso va a Padre Alfredo di Napoli per il suo impegno di infaticabile promoter dell’opera di san Lorenzo. Basti qui citare alcune fra le ultime iniziative che lo hanno visto coinvolto. Prima del libro qui recensito, nel 2016 ha pubblicato La storia si fa preghiera. Litania pro serenissimo rege Maximiliano II contra Turcas (1566),[24] presentato lo stesso anno nel XX Colloquio Laurenziano organizzato dalla Cattedra Laurenziana dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni e dalla Società di Storia Patria per la Puglia-Sezione di Brindisi.

Il libro riporta il testo di una Litania, recitata da Massimiliano II d’Asburgo in occasione della guerra contro i Turchi del 1566 e dedicata a San Lorenzo, che era cappellano militare in Ungheria nel 1601; il testo originale si trova presso l’Archivio di Stato di Vienna.
Nel 2017, ha publicato Secundum Regulam ex Eleemosinis, con Prefazione di Mons. Benigno L.Papa. Molta parte del libro è dedicata a San Lorenzo da Brindisi.[25] L’autore riporta una ponderosa cronologia di fonti bibliografiche edite ed inedite sulla vita e le opere del santo. In particolare modo, sulla partecipazione di Lorenzo alla battaglia di Albareale del 1601, di Napoli pubblica una memoria inedita, contenuta nella Relazione degli avvenimenti occorsi al santo nei paesi transalpini dal 1599 al 1612, ovvero Commentario manuscritto originale fatto per obbedienza dal venerabile servo di Dio il p.Lorenzo da Brindisi, il cui originale autografo è conservato in Archivio Provinciale Cappuccini Milano. Ms.338.

Di Napoli si sofferma sui processi diocesani e di canonizzazione di San Lorenzo, iniziati all’indomani della sua morte, e di alcuni di questi riporta diversi estratti, tutti comunque presenti in A.M Carmignano del Brenta, nel Volume IV/2 della già citata opera. Segue poi le travagliate vicende della beatificazione e della canonizzazione del santo lungo i secoli Settecento e Ottocento, fino ad arrivare alla proclamazione di Dottore della Chiesa universale del 1959.

Nel libro viene anche riportata la summenzionata Litania pro serenissimo rege Maximiliano II contra Turcas di Massimiliano II d’Asburgo, nella doppia versione latina e italiana. Inoltre, un documento, anch’esso inedito, delle monache clarisse del Convento cappuccino di Alessano che dedicano a San Lorenzo da Brindisi la Cronaca della loro fondazione.[26]

 

Note

[1] Arturo M. Da Carmignano Di Brenta, San Lorenzo da Brindisi, dottore della chiesa universale (1559-1619), I-IV/2, Venezia, Curia provinciale dei Frati Minori Cappuccini, 1960-1963.

[2] Questo il titolo completo: S. Laurentii a Brundusio, Opera omnia a Patribus Min. Capuccinis prov. venetae e textu originali nunc primum in lucem edita notisque illustrata, Patavii, Ex Officina Typographica Seminarii, 1928-1956, con la seguente progressione: I. Mariale; II/1-3. Lutheranismi Hypotyposis; III. Explanatio in Genesim; IV. Quadragesimale primum; V/1-3. Quadragesimale secundum; VI. Quadragesimale tertium; VII. Adventus; VIII. Dominicalia; IX. Sanctorale; X/1. Quadragesimale quartum; X/2. Sermones de tempore adiectis opusculis: 1. De rebus Austriae et Bohemiae, 2. De numeris amorosis.

[3] “Colloquium Charitativum”: San Lorenzo Da Brindisi in dialogo con i Luterani Atti del I Convegno di studi storico-ecumenici Bari, 29 aprile 2017, a cura di Alfredo di Napoli, Bari, L’aurora Serafica, 2018.

[4] Alfredo Marchello, Lorenzo da Brindisi: uomo del passato, santo del nostro tempo, in Colloquium Charitativum”: San Lorenzo Da Brindisi in dialogo con i Luterani, cit., pp.XV-XVII.

[5] Ruggiero Doronzo, La Biblioteca Provinciale dei Cappuccini di Puglia e il Colloquium Charitativum, Ivi, pp. XIX-XX.

[6] Alfredo di Napoli, La proposta del ‘Colloquium Charitativum’ nell’Anno Luterano (2017), Ivi, pp. XXI-XXV.

[7] Francesco Neri Ofm, San Lorenzo da Brindisi “Doctor Apostolicus”. La teologia al servizio dell’evangelizzazione, Ivi, pp. 1-19.  Il saggio è stato già pubblicato in Solus amor hic me tenet. Scritti in onore di Salvatore Palese, a cura di L.Lotti, Monopoli (BA), Edizioni Viverein, 2013, pp. 319- 335.

[8] Ivi, p.1. Francesco Neri, è anche autore di San Lorenzo da Brindisi “Doctor Apostolicus”. La teologia al servizio dell’evangelizzazione, in “Italia Francescana” 85, 2010, pp.126-141.

[9] Gianluigi Pasquale Ofm, La Teologia della Storia nella dottrina di san Lorenzo da Brindisi. In un margine di confronto con Martin Lutero, Ivi, pp.21-66.

[10] Ivi, p.21.

[11] S. Laurentii Brundisini, De rebus Austriae et Bohemiae 1599-1612. Commentariolum autographum. Primum evulgavit notisque ac multis monumentis ineditis illustravit p. Eduardus Alenconiensis ejusdem Ordinis Archivo Praefectus, Romae, Apud Curiam Generalitiam, 1910. Sul Commentariolorum, si veda anche A.J.G. Drenas, Lorenzo da Brindisi’s ‘Commentariolum de rebus Austriae et Bohemiae’: an introduction to, and translation of, the Document in English, in “CF”, 85/3-4, 2015, pp. 595-629.

[12] Bonaventura Da Coccaglio, Ristretto istorico della vita, virtù e miracoli del B. Lorenzo da Brindisi, Generale dell’Ordine de’ Cappuccini, Venezia, Ed. Simone Occhi, 1783.  Di Gianluigi Pasquale, si segnala anche La parola dalla Scrittura: l’attualità della teologia in San Lorenzo da Brindisi Dottore della Chiesa, in “Italia Francescana” 85, 2010, pp.249-255.

[13] Paolo Cocco Ofm, Lorenzo da Brindisi e Martin Luther. Dal conflitto alla comunione?, Ivi, pp.67-75.

[14] Ivi, p.67.

[15] Angelo Romita, Papa Francesco e i risultati di Lund. La Dichiarazione congiunta cattolico-luterana (31.X.2016), Ivi, pp.77-83.

[16] Ivi, p.77.

[17] Alfredo di Napoli, Dal Conflitto tra san Lorenzo da Brindisi e P. Leyser al Consenso cattolico-luterano (1607-1999), Ivi, pp.101-134. Questo contributo è stato già pubblicato in “Parola e Storia”, Rivista dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Lorenzo da Brindisi” dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni (Facoltà Teologica Pugliese), 21, a. XI/1, 2017, pp.39-66.

[18] Ivi, p. 101.

[19] Ivi, p.105.

[20] Ivi, p.108.

[21] Mechthild Lattorf, Predigt zum 500. Gedenktag der Reformation Bari 2017, Ivi, pp.135.143.

[22] Mario Spedicato, Conclusioni, Ivi, pp.145-148.

[23] Documenti, Ivi, pp.149-181.

[24] Alfredo di Napoli, La storia si fa preghiera. Litania pro serenissimo rege Maximiliano II contra Turcas (1566), Bari, L’Aurora Serafica, 2016.

[25] Alfredo di Napoli, Secundum Regulam ex Eleemosinis. Il Salento e i suoi frati cappuccini (secoli XVI-XVII), L’Aurora Serafica, Bari, 2017, pp.239-328.

[26] Si veda anche Vincenzo Criscuolo, San Lorenzo da Brindisi e i due monasteri brindisini delle cappuccine “Santa Chiara” e “Santa Maria degli Angeli”, in “Collectanea Franciscana,” 79/1-2, Assisi-Roma, 2009, pp.149-179.

 

Libri| Guida al Grottesco

AA.VV. , GUIDA AL GROTTESCO, A CURA DI CARLO BORDONI E ALESSANDRO SCARSELLA, BOLOGNA, ODOYA, 2017, PP. 287.

di Paolo Vincenti

Il genere letterario della saggistica è in piena salute, come conferma questo libro edito da Odoya: Guida al Grottesco, a cura di Carlo Bordoni e Alessandro Scarsella (Bologna 2017). Il volume è diviso in 17 capitoli, più un’Appendice, firmati da vari autori, compresi i due curatori.

La definizione di grottesco si fa storicamente risalire alla scoperta romana delle grotte nella casa di Nerone, sul Colle Esquilino, e alla definizione di grottesche che ai disegni parietali che le caratterizzavano diede Benvenuto Cellini nel Cinquecento. In queste grotte, che si trovavano sotto la Domus Aurea infatti, erano dipinte strane creature, animali, volatili, vegetali, esseri bizzarri, che in mancanza di categorizzazione vennero definiti grotteschi per via della loro localizzazione. Questo genere artistico si colloca fra il comico ed il tragico.

Il grottesco è tutto ciò che attiene alla ibridazione, alla stranezza, alla irregolarità, tutto ciò che sfugge alla normalità, insomma potremmo dire tutto ciò che è, o appare, anormale. Di contro alla simmetria delle forme classiche, il grottesco dà vita a forme bizzarre, sfuggenti, volutamente esagerate, eccessivamente ingrandite o rimpicciolite; ecco allora che oggetti che amiamo ci appaiono sotto un’altra luce o addirittura i corpi umani ci sembrano ributtanti, osceni, se ingranditi nei loro minimi particolari anatomici, come per esempio dovevano apparire a Gulliver i corpi nudi delle donne giganti nell’opera di Jonhatan Swift.

In altri termini, il grottesco è il deforme, il subnormale, il mostruoso. Deforme è l’aspetto di Tersite, nell’Iliade, le teste degli Ortolani nei quadri di Arcimboldo, smisuratala è la bocca di Gargantua e ancor di più di Pantagruele, in Rabelais, il naso di Cirano, il ventre di Ubu Roi, mostruoso è il volto del Fantasma dell’Opera, dell’Orco cattivo delle favole, di Elephant man al cinema. A dominare è l’iperbole, la voluta enfatizzazione di caratteri fisici o psicologici, la messa in risalto delle funzioni primarie del corpo, come defecare o far minzione, quelle che si è portati a nascondere, l’ostentazione delle parti intime, non a caso chiamate pudenda.

In pittura, nella raffigurazione con la tecnica della condensazione, vengono aggrumati degli elementi per cui diventa incomprensibile, non più riconoscibile la loro funzione originaria, oppure vengono dilatati, allontanati, con lo stesso risultato. Ancora, degli oggetti possono essere decontestualizzati rispetto al loro uso abituale, oppure viene fatta una sostituzione di elementi con altri elementi; il grottesco è un ribaltamento delle forme o rovesciamento, quando per esempio il deretano prenda il posto della testa, o il didietro del corpo venga messo davanti, oppure i piedi girati all’indietro.

Da punto di vista teoretico, il brutto, nella sua identificazione con il grottesco, ha seguito un percorso lungo che, secondo la ricostruzione di Remo Bodei (Le forme del bello, 2003), si potrebbe sintetizzare nelle seguenti tappe. Nella concezione classica, a partire da Platone, il brutto viene condannato radicalmente ed estromesso da qualsiasi considerazione sull’arte. Il brutto, per essere incongruità, disarmonia, scardina il concetto eminentemente classico di bello come proporzione ed eleganza delle forme, e per questo non compare nelle dissertazioni. Come si sa, infatti, la bellezza viene intesa dai classici secondo la triade, appunto platonica, di bello, buono e vero. Il brutto è in questo senso il contrario dell’arte, e questa condanna totale, da Platone giungerà, attraverso Plotino con le sue Enneadi, anche al Medioevo, permeando la teorie estetiche dei secoli fino al Rinascimento.

Il bello nella concezione classica ha una valenza morale, sintetizzata dalla formula greca kaloskaghatòs, e a maggior ragione il brutto, che è indecenza, corruzione morale, non vi rientra. Nel Settecento, che infatti riprende il concetto classico di bellezza come armonia delle forme, pulizia, linearità, il brutto viene ancora estromesso dall’arte neoclassica, di cui uno dei massimi teorizzatori è Lessing con il suo Laoconte, che utilizza come grandiosi esempi della bellezza le statue dell’arte antica.

Dunque, prima di tutto il grottesco rientra nella categoria del brutto, inteso come assenza del bello o come contrapposizione al bello. Inoltre, il grottesco appartiene alla categoria del comico e in particolare al novero del ridicolo, che del comico è una degenerazione. Esso può considerarsi un venir meno dell’ordine formale che caratterizza l’essenza del bello, dunque come disarticolazione, confusione e anche assenza di unità; per esempio, nel corpo umano, si potrebbe pensare ad una scomposizione delle parti, come quella attuata da Hieronimus Bosch nei suoi quadri in cui sezioni del corpo, disaggregate, volutamente esagerate, campeggiano in un caos senza limiti.

Il grottesco utilizza un iperrealismo talmente forte che appare assurdo, o al contrario una incompiutezza quasi astratta; in ogni caso, i suoi elementi nodali rimangono la discrepanza, la smisuratezza, l’anomalia, come informa uno dei suoi massimi teorizzatori che è Michail Bachtin. Questa iperbolicità nel grottesco procura degli effetti di straniamento simili a quelli del comico, che però debordano nel ridicolo, e Bachtin utilizza come caso esemplare il romanzo Gargantua e Pantagruel di Rabelais.  La rappresentazione iperbolica del corpo umano può suscitare il riso, apparire divertente, sia pure nel suo effetto straniante, giocosa, in fin dei conti positiva, come in Rabelais, oppure può essere triste, quando del corpo vengano messe in risalto le funzioni corporali, e in questo caso è attuata in chiave negativa, quasi deprimente, come per esempio avviene in Swift. Il ridicolo è proprio conditio sine qua non del grottesco, fin dalla Commedia d’età classica, analizzata anche da Aristotele nella sua Poetica.

Nell’Ottocento, il brutto entra nelle teorizzazioni estetiche e acquista un suo statuto autonomo, viene considerato come categoria a sé, in termini di contrapposizione e ribaltamento della categoria del bello. Il brutto quindi, come contrario del bello, guadagna una sua dimensione ontologica. La principale teorizzazione in questo senso è quella di Karl Rosenkraz con l’Estetica del brutto del 1853, ma si deve anche a Victor Hugò, il quale espone le sue idee in materia nella Prefazione della tragedia Cromwell, del 1827.  Hugò rappresenta il brutto, nella sua dimensione grottesca, in opere come Notre Dame de Paris, con la famosa figura del gobbo Quasimodo, repellente e deforme, e L’uomo che ride, con la inquietante e sardonica figura di Gwynplaine, ma anche ne I lavoratori del mare, con la orrorifica figura della piovra antropomorfa, e ne Il re si diverte, con la figura dello sciancato gobbo Triboulet che, trasposto in musica da Giuseppe Verdi, diventa Il Rigoletto. Grottesco è il paese di Cuccagna e in generale tutti i mondi alla rovescia partoriti dalla letteratura, come Bengodi, Capinculo, il Paese di Prete Gianni, il Paese di Carnevale, ecc.

Quanto finora sommariamente descritto viene dettagliatamente esposto nel libro che si recensisce. Nel capitolo su “Barocco ed eccesso”, si passa in rassegna l’uso del grottesco nella letteratura inglese d’età elisabettiana e giacobita. Il riferimento è alle opere La duchessa di Amalfi, di Webster, Peccato che sia una puttana, di Jhon Ford o Tito Andronico di Shakespeare, nelle quali sulla componente orrorifica, mutuata direttamente da Seneca, si colloca l’elemento grottesco, in termini di straniamento o paradosso, soprattutto in opere come Re Lear, di cui viene analizzata l’emblematica figura del fool, il buffone di corte, o Macbeth o Troilo e Cressidra. In un altro capitolo del libro, si passano in rassegna le maschere della commedia dell’arte: Arlecchino e Colombina, Pantalone, Rosaura, Brighella, la Gnaga o donna gatto, e il loro rapporto con Venezia.

Uno dei capitoli più interessanti è quello su circo e cinema. Un saggio sul grottesco non può non prendere in considerazione la figura del diavolo nelle infinite sue declinazioni, dai trattati medievali fino alla sua rappresentazione nella letteratura horror e nella cinematografia contemporanee, passando per L’Inferno di Dante, Belfagor di Machiavelli ed il Faust prima marlowiano cinquecentesco, poi goethiano settecentesco, per arrivare ai Faust novecenteschi di Pessoa e di Thomas Mann. Viene trattata anche la Fiaba per poi arrivare al Grand Guignol, che può essere considerato il teatro del grottesco par eccellence. In questo capitolo, viene analizzato un classico del grottesco, ovvero il già citato L’Ubu Roi di Alfred Jarry, rappresentato nel 1896 a Parigi, uno dei testi fondamentali della dissoluzione contemporanea, nelle sue varie declinazioni di Ubu incatenato, Ubu cornuto, Ubu sulla collina e gli altri episodi di una saga al centro della quale troneggia, pantagruelico, Ubu con il suo ventre enorme e la sua fame insaziabile, soprattutto con la sua deformità del fisico che riflette quella dell’animo.

Jarry aveva inventato il personaggio nel suo romanzo Guignol, del 1893, che si può considerare un precursore del genere. Questa forma di teatro, ideata da Oscar Meténier,  rappresenta forse l’estensione più emblematica del grottesco novecentesco, con i  personaggi dei bassifondi cittadini che mette in scena, le puttane, i delinquenti, i derelitti e tutta la vara umanità di scarto della moderna civiltà, grazie agli autori Antona Taverna e Andrè de Lorde, i quali, insieme a molti altri, rappresentano sul palco, con tocco verista, uccisioni e scannamenti, con abbondante uso di strumenti di tortura, armi da taglio e sangue che sgorga a fiotti insozzando gli spettatori della prima fila. Il Grand Guignol è un teatro di avanguardia che attraverso la spettacolarizzazione dell’orrore, della violenza, delle pulsioni più basse di un’umanità criminale e assassina, sulla quale si esercita letterariamente Antonin Artuad, costituisce la punta più estrema del grottesco, che si avvale di tinte forti, contrasti netti, e fa gridare allo scandalo i benpensanti.

E se il grottesco rimanda a tutto ciò che è bizzarro, deforme, spaventevole, quale migliore estrinsecazione dei mostri? Dalla letteratura gotica al fantastico moderno, il libro offre una imperdibile cavalcata attraverso i migliori parti letterari degli autori del terrore.  Così come attraverso i vampiri e gli spettri e i fantasmi. Nella vasta letteratura e nella cinematografia su mostri, vampiri e fantasmi, va da sé che sia facilissimo che si scada nel ridicolo, che l’orrore divenga parodia, demistificazione del genere stesso.

Anche nel genere fantascientifico, il grottesco rappresenta una degenerazione nel senso del suo opposto; dalla fantascienza classica, cioè che si basa sulla scienza e innesta su una base scientifica l’elemento di incredibilità, si passa al grottesco che è invece anti classico, ovvero anti scientifico. In particolare il grottesco riguarda quel sottogenere della fantascienza che è il fantascientifico comico, in cui esso si manifesta più che altro come satirico. In conclusione, Guida al grottesco è un saggio molto denso e ricco di spunti di riflessione erudita.

Sabatino De Ursis e la questione dei riti cinesi nel Nome di Dio (1610-1939)

“ANDIAMO ERRATI, ANDIAMO ERRATI”

SABATINO DE URSIS E LA QUESTIONE DEI RITI CINESI NEL NOME DI DIO (1610-1939).

 

di Francesco Frisullo – Paolo Vincenti

 

ABSTRACT. The work De cognitione Veri Dei apud Litteratos, by the Jesuit from Salento Sabatino de Ursis (1575-1620), a missionary in China, can be considered the starting point of the thorny and secular “Question of rites”, which involved the Church in various several times over, from 1610 to 1939. The work was lost but his arguments were taken up in the drawing up of the Traitè sur quelques points de la religion des chinois by Nicolò Longobardo. The treaty deals with the question of the translation of the word “god” into Chinese, with the compatibility with Catholicism of the Confucian rites attributed to the deceased and Confucius and ultimately with the relationship between Catholicism and Confucianism. Opinions on these subjects were radically divergent, even among the Jesuits themselves, so as to create a profound fracture with all the other religious orders. The treatise by Longobardo, therefore, will not be published by the Jesuitical Society, but by the philosopher Leibniz, in 1701.  

 

RIASSUNTO. L’opera De cognitione Veri Dei apud Litteratos, del gesuita salentino Sabatino de Ursis (1575-1620), missionario in Cina, può essere considerato il punto di partenza della spinosa e secolare “Questione dei riti”, che coinvolse la Chiesa, in varie riprese, dal 1610 al 1939. L’opera fu smarrita ma le sue argomentazioni vennero riprese nella stesura del Traitè sur quelques points de la religion des chinois di Nicolò Longobardo.

Il trattato affronta la questione della traduzione del termine “dio” in cinese, della compatibilità con il cattolicesimo dei riti confuciani tributati ai defunti e a Confucio e in definitiva del rapporto tra Cattolicesimo e Confucianesimo. Le opinioni su tali argomenti erano radicalmente divergenti, anche tra gli stessi gesuiti, tanto da creare una frattura profonda con tutti gli altri ordini religiosi. Il trattato di Longobardo, pertanto, non verrà pubblicato dalla Compagnia di Gesù ma dal filosofo Leibniz, nel 1701.

 

Nel 1618, il gesuita salentino Sabatino de Ursis (1575-1620)[1], missionario in Cina, scrive il De cognitione Veri Dei apud Litteratos, opera smarrita, le cui argomentazioni saranno riprese nella stesura del Traitè sur quelques points de la religion des chinois di Nicolò Longobardo. Il trattato affronta la questione della traduzione del termine “dio” in cinese, della compatibilità con il cattolicesimo dei riti confuciani tributati ai defunti e a Confucio e in definitiva del rapporto tra Cattolicesimo e Confucianesimo. Le opinioni su tali argomenti erano radicalmente divergenti, anche tra gli stessi gesuiti, tanto da creare una frattura profonda con tutti gli altri ordini religiosi. Il trattato di Longobardo, pertanto, non verrà pubblicato dalla Compagnia di Gesù ma dal filosofo Leibniz, nel 1701. Ma procediamo con ordine.

 

“Pigliate da noi”

Tutto parte da Matteo Ricci (1552-1610), il grande evangelizzatore della Cina, matematico, geografo e sinologo. Il carisma di Ricci faceva la sua parte nel guadagnare alla religione cristiana nuovi accoliti in Cina, ma il numero delle conversioni aumentò progressivamente anche grazie ai missionari giunti dopo di lui a rinforzare l’opera cristiana, fra i quali Niccolò Longobardo (1559-1654)[2], che poi sostituì Ricci nella guida della missione. Matteo Ricci, nell’opera Il vero significato del “Signore del Cielo”, redatta con la supervisione del dotto cinese Feng Yingjjng e pubblicata nel 1603, affronta in forma dialogica la questione della compatibilità fra la religione cinese e quella cristiana. Frutto di una lunghissima elaborazione, l’opera di Ricci cerca di dimostrare l’esistenza di un unico e vero Dio, chiamato appunto Signore del Cielo, comune a tutte le religioni e quindi anche al Confucianesimo, alla cui autorità, a partire dai testi più antichi di quella religione, l’autore si appella per dimostrare, alla luce della ragione naturale, l’esistenza di un unico Creatore onnipotente del cielo e della terra. Con grandissima erudizione, Ricci, nel dialogo, che si svolge fra un gesuita europeo ed un dotto cinese, spesso in funzione antibuddista, chiamando in causa i più importanti testi dell’antichità classica, sia delle Sacre Scritture che del Confucianesimo, le concezioni scientifiche acquisite, e dimostrando anche la dottrina dell’immortalità dell’anima, mira a colpire l’immaginario del lettore colto della Cina del suo tempo. “Questo Qualcuno non è altri che il Signore del Cielo che le nostre nazioni occidentali chiamano Deus”, afferma Ricci, con riferimento a Dio[3].

In realtà, fu Michele Ruggieri (1543-1607) il primo a studiare il cinese e a pubblicare un’opera di teologia in quella lingua. Ruggieri fu battistrada e punto di riferimento per Matteo Ricci. Egli diede alle stampe il primo Catechismo in cinese, il Tianzhu shilu (“Vera esposizione del Signore del Cielo”), oltre a molti componimenti poetici che coniugavano la fede cristiana con il buddismo. Il Catechismo di Ruggieri costituiva una prima pionieristica prova di scritto cristiano, destinato poi ad essere sostituito dal nuovo Catechismo, Tianzhu shiyi, pubblicato da Matteo Ricci. Il testo ricciano, che fu inviato nel 1603 al Generale Acquaviva per l’approvazione, ma iniziato a scrivere già dal 1593, emendava gli errori dell’opera di Ruggieri, che infatti venne distrutta per ordine dei superiori Valignano e de Sande.

Ricci sceglie il confucianesimo[4] come dottrina con cui dialogare e rifiuta il Buddismo poiché, se così si può dire, ritiene questo più “concorrenziale” con il Cristianesimo, avendo un suo clero e contenendo numerosi elementi metafisici all’interno delle sue dottrine. Nel contrastare il buddismo, utilizza argomentazioni aristoteliche[5].

Nella sua opera Dell’entrata, sottolinea le somiglianze cultuali fra le due religioni e accusa i buddisti di averle “copiate”, travisandole dal Cristianesimo:“pigliate da noi”, afferma[6].

Se però da un lato rifiuta Buddismo e Taoismo, d’altro canto è costretto a ricorrere spesso alla terminologia buddista quando deve esprimere “la credenza nell’aldilà, l’idea del paradiso e dell’inferno e il celibato, che non sono proprie del Confucianesimo”[7].

Il temine Shangdi, ossia “Sovrano dell’alto”, inteso come espressione del “dio unico”, risale alla dinastia Shang (1766-1122 a.C.), i cui sovrani erano considerati manifestazione terrena della divinità suprema e anello di congiunzione tra il popolo e gli antenati. I Sovrani Shang e i loro successori, per tutta l’epoca imperiale, si attribuiranno l’appellativo “di”, traducibile come “imperatore”.

In epoca Zhou (900- 221 a. C), si volle svincolare la dignità imperiale dal legame dinastico e quindi si passò a esprimere la divinità con “Tian”, “Cielo”. Inoltre, per legittimare il passaggio dinastico, venne formulata la teoria del “Mandato Celeste”  (“Tiān mìng”); la dinastia Shang non godeva più della protezione del Cielo che “ ha  inviato i Zhou  per punirli e  sostituirli  e attuare il Mutamento del Mandato ( Geming)”. Su tali presupposti si fonda ancora oggi la concezione dello stato cinese[8]. Se per la questione di Dio, Ricci poteva fare affidamento sulla tradizione locale, non così facilmente gli fu possibile affrontare il tema dell’anima. Egli si trovò di fronte a maggiori difficoltà poiché, come osserva Corradini, in Cina l’opposizione sostanziale tra anima e corpo era sconosciuta [ …]  Ricci tradusse questa parola con linghun; questa terminologia fu approvata in una conferenza dei missionari gesuiti a Macao nel 1600”[9]. Secondo Etiemble, come tutte le questioni, anche quella dei riti è fondamentalmente un questione “grammairiennes ” (grammaticale): il punto è se i cinesi “venerano” o “adorano” Confucio, il Cielo, gli antenati, e se le manifestazioni tributate siano da considerarsi “riti” o “cerimonie”[10]. I gesuiti, nel loro obbiettivo di infondere il messaggio cristiano, hanno enfatizzato la “religione naturale” dei cinesi che, per l’assenza della Rivelazione divina, ha lasciato spazio alla superstizione e all’idolatria[11]. Ricci ravvisava nei cinesi la presenza di un “monoteismo naturale” o “di un antico monoteismo di cui si è persa la memoria”[12]. Questa posizione verrà messa in discussione dai suoi confratelli durante la conferenza dei missionari a Jiading del 1628, ma sarà ripresa sostanzialmente dai cosiddetti “figuristi” e abbracciata da Kircker e Leibniz, come meglio vedremo[13].

 

Dio, angeli e anima razionale dei Cinesi

Bisogna dire che, a spingere “verso una linea maggiormente compromissoria nei confronti del confucianesimo”, erano anche i letterati convertiti giapponesi e cinesi[14], che chiedevano spesso ai padri gesuiti “di confrontarsi con la cultura locale alle sue stesse condizioni”[15]. Standaert parla proprio di un cristianesimo che è stato “modellato”  dai cinesi  nel XVII secolo e tale è oggi rimasto[16].

Il libro Il vero significato del “Signore del Cielo” procurò a Ricci, inevitabilmente, la forte ostilità del clero buddista e numerosi incidenti anche abbastanza gravi.

Longobardo, successore di Matteo Ricci, dimostra di non approvare la riforma religiosa da quello propugnata. Egli rigetta la soluzione ricciana, ritiene che nessun termine cinese sia “accomodabile” alla parola Dio cristianamente intesa[17]e cerca una translitterazione della stessa in cinese, come fatto dai gesuiti giapponesi con quella lingua: per esempio, Francesco Saverio, all’inizio della sua predicazione, ricorse a termini buddisti per rendere alcuni concetti cristiani ma da subito li abbandonò affidandosi alla traslitterazione delle parole portoghesi[18]. Longobardo, democraticamente, volle coinvolgere tutti i gesuiti cinesi nella questione, chiedendo loro se fosse accettabile il compromesso ricciano fra cristianesimo e confucianesimo o se invece non fosse ritenuta, la religione di Confucio, materialista e tutt’affatto lontana dalla vera spiritualità, caratterizzandosi più che altro come un sistema di pensiero, una elaborazione teorica più vicina alla filosofia che alla teologia. Longobardo mise in dubbio l’efficacia di alcuni termini, come “angeli”, “anima” e soprattutto il nome cinese di “dio”. La stessa posizione fu assunta da de Ursis e Rodriguez, i quali sostenevano che i cinesi non avessero una nozione di dio e che quindi nessun termine adottato nei classici fosse assimilabile al dio dei cristiani[19]. La soluzione della “controversia terminologica”[20] proposta da Longobardo era “dousi” già sperimentata da Ricci ma poi abbandonata, come pure non ebbe successo nel tardo periodo Ming[21].

Vediamo di esaminare attentamente come andarono le cose. Longobardo a Pechino incontra Padre Sabatino de Ursis, “alle prese con i miei stessi scrupoli”, scrive[22], ed esprime i suoi dubbi in un trattato a due mani proprio con de Ursis, che però non ebbe alcuna influenza sulla questione perché restò manoscritto[23].  È del 1617 un trattato di Sabatino de Ursis, non pervenutoci, intitolato de Verbo Xam – ti[24].

Il nuovo Visitatore Valentino Caravallo ordinò di esaminare gli scritti classici delle “Tre sette” cinesi (Confucianesimo, Buddismo e Taoismo) e propose una lista di termini non accettabili nei testi cristiani, ordinando di individuare quelli di cui bisognava servirsi. Tale disposizione venne confermata da Francesco Viera, che diede, altresì, mandato di sottoporre le varie questione ai Mandarini cristiani. Lombardo invia il lavoro dei gesuiti di Pechino a Macao:

gli invia entrambe le cose tramite Padre Sabatino, quando questi con altri nostri Padri fu esiliato a Macao e io e gli altri raccomandai di dire a viva voce molti altri particolari che non scrivevo, facendo assegnamento su di lui come di una persona molto versata in queste materie. Assolse il compito alla perfezione; ma il Padre Visitatore, vedendo che i Padri Pantoja e Banoni (Vagnoni) che erano a Macao avevano un parere diverso dal nostro, reputò che tali controversie non potessero terminare senza che fossero trattate nella forma opportuna. Perciò ordinò ai tre Padri di scrivere ciascuno per suo conto un trattato sull’argomento, e per tenere un metodo fissò loro tre argomenti. Il primo fu Dio; il secondo gli Angeli; e il terzo l’Anima razionale; e li esortò in particolare a cercare se nelle scienze cinesi ci fossero alcunché di rapportabile a queste tre cose perché da ciò dipendeva la risoluzione da prendere sui termini cinesi di cui si poteva servire e su quelli che bisognava rigettare. I tre Padri fecero il loro trattato. I Padri Pantoja e Banoni risposero affermativamente, e cercarono di provare che i cinesi avevano avuto una qualche conoscenza di Dio, degli angeli e dell’anima, che chiamavano Xangti, Tienxin e Ling-hoen. Invece Padre Sabatino rispose negativamente, sostenendo che i cinesi, secondo i principi della loro Filosofia, non hanno conosciuto una sostanza spirituale distinta dalla materia, così come noi la concepiamo, e che di conseguenza non hanno ne conosciuto né Dio né Angeli né l’Anima razionale. Questo parere fu accolto dai Padri del Giappone  che erano a Macao , come il più conforme alla dottrina dei cinesi; poco mancò che il Padre Visitatore non si pronunciasse a favore di Padre Sabatino  […]”[25].

Nel 1618, come detto in apertura di articolo, Sabatino de Ursis scrive il De cognitione Veri Dei apud Litteratos[26]. L’opera fu smarrita ma in buona parte confluì in quella di Longobardo.

Sempre nel 1618, il Visitatore Vieira chiede a Cammillo Costanzo, Luis Naito, João Rodrigues e de Ursis un ulteriore approfondimento sulla questione.

In una lettera del Natale 1618 di Camillo Costanzo al Generale Vittelleschi, il gesuita lascia chiaramente intendere che tali questioni siano già state ampiamente dibattute dai padri giapponesi, arrivando alle stesse conclusione di alcuni gesuiti in Cina, tra cui “Sabbino de Ursi,, il quale quando scriveva di questo in Pechino , et io nel Giappone senza comunicarci sin non poi dicemmo lo stesso”[27]. Molto alta è la considerazione che Costanzo ha di “Padre Sabbatino D’Artis (Ursis) , et altri , i quali sanno bene , chi la setta di Confuso , chi la setta di Xaca ( Budda) , e Roxxio[28].  Infatti, quando João Rodrigues (1561-1633), grande conoscitore della cultura giapponese[29], nel 1615 venne in Cina per affrontare i termini della questione con i “tre Pilastri” (Leone, Paolo e Michele, i tre mandarini cinesi convertiti), a Pechino a fargli da interprete fu proprio de Ursis[30].

Nel repertorio bibliografico sulla questione dei riti scritto dal vice provinciale Giandomenico Gabiani (1623-1694) il 22 settembre 1680 e inviato a Roma, è riportato un trattato del 1614 di de Ursis: “Sabbatino de Ursis super nomine XAMTI Pekini an 1614 elucubratus, in quo explicatur multiplex ejus nominis acceptio apud Sinenses litteratos tum antiquos tum recentiores; ac deum exponitur christianus sensus sub quo in nostrum hominum libris accipitur, ac legittime ponitur pro vero Deo[31].

Gabiani oltre alle “Adnotationes” di de Ursis e agli scritti di Longobardo fa riferimento a un’opera scritta da Sabatino a Macao nel 1618, ovvero “Copiosus tractatus a P. Sabbatino de Ursis Macaensi in urbe anno 1618 ex praescripto P[atr]is Fr[ancisc]i Vieirae Visitatoris latine conscriptus, in quo P. Sabbatinus ita probare contendit Sinenses literatos …”[32]. Lo stesso trattato è citato da Dehergne[33]. In una lettera del 3 ottobre 1620 dal Giappone al Generale Vitteleschi, Camillo Costanzo[34] conferma che la sua posizione sulla questione argomento del dibattito fosse contraria a quanto affermato da Vagnone e in accordo con quella de Ursis:

Come ben lo mostro nell cose della Cina , hoggi tante errate come sono, et io con Padre Sabbatino gli provammo con quattro trattati. E già toccai in questo Padre voglio che sappia Vostro paternità ch’il Padre Sabbatino per la nostra humiltà stando in Macao andò dal Padre Visitatore Francisco Viera dicendogli:Andiamo errati, andiamo errati. Et in segnale di ciò, lo detto Padre gli fece fare un trattato contro il padre Vagnone”[35].

 

Ciò che darà veramente il via alla “Questione dei riti” è lo scandalo provocato dal fatto che i gesuiti consentissero ai cristiani convertiti di celebrare i riti in onore degli antenati e Confucio. Così, nel 1636 tale pratica venne denunciata al vescovo di Manila[36]. Questo è il primo atto della controversia che durerà quasi trecento anni. La liceità dei riti in onore di Confucio e degli antenati era stata affrontata in due Conferenze che i Gesuiti tennero a Macao nel 1603 e 1605[37] e ulteriormente in una conferenza del 1621 sempre a Macao, indetta dal Visitatore Jeronimo Ruiz, che portò alla stesura delle Ordinationes Anno 1621 approbatae in favorem P. Matthaei Ricci[38].

Nel 1623 Longobardo pubblicò le sue teorie nell’opera Responsio brevis super controversias de Xanti [Shangdi], tienxin [Tianshen], linghoen [linghun] alijsque nominibus et terminis Sinicis, ad determinandum qualia eorum uti possint vel non in hac Christianitate, nella quale rigettava il compromesso con la religione confuciana, la cosiddetta accomodatio[39]. Tuttavia, la disputa, piuttosto che essere placata, si rinfocolò e vennero prodotti vari scritti per confutare o avallare le affermazioni di Longobardo[40]. Come osserva Rule, la controversia non è riducibile ad una mera questione speculativa, come invece sostenuto da Dunne[41], ma il vero obiettivo da affrontare era la strategia dell’accomodamento così come declinata da Ricci per la Cina[42]. Ad un certo punto, il nuovo Visitatore, André Palmeiro (1569-1635), poco propenso alla linea ricciana ma preoccupato di mantenere una posizione equilibrata tra le due “fazioni”, per riportare la pace tra i gesuiti cinesi[43], indisse nel 1628 a Jiadiang, nella provincia dello Jiangsu, una conferenza, che trattò ben 38 proposizioni. A coordinare i lavori, oltre a Longobardo, anche Giulio Aleni[44]. Durante la conferenza emersero chiaramente i distinguo tra i vari padri ed inoltre, come evidenzia Feng-Chuan Pan, si confermò la fondamentale diversità tra la visione dei gesuiti, che in quanto cattolica è di tipo trascendentale, e quella dei confuciani, che è di tipo  esistenziale[45].

Questa volta però Longobardo con le sue argomentazioni ebbe il definitivo sopravvento e cosi il Palmeiro nelle Ordinationes Anno 1629 da una parte prescrisse l’uso, sia nei sermoni che nei libri, dei termini Shang di e Tian, dall’altra quello di Tian zhu, per significare l’idea di Dio. Nel 1630 il Generale dell’ordine, Muzio Vittelleschi, dichiarò nulla questa disposizione. Nel 1635, il Vescovo agostiniano di Manila denunciò i gesuiti al Papa, successivamente ritirò la denuncia, ma ciò fu sufficiente per fare allargare i confini della Questione dei Riti, che da quel momento interessava non più solo i gesuiti ma tutta la Chiesa[46].

Del resto, a complicare il quadro degli eventi si aggiunse la nascita di “Propaganda Fide”, con la Costituzione Inscrutabili divinae providentiae di Papa Gregorio XV del 22 giugno 1622[47], e, nel 1658, del MEP, ovvero le “Missions Etrangères de Paris”[48] che posero fine alla condizione di monopolio in cui di fatto operavano i gesuiti in Cina e al protettorato portoghese, in un quadro geo-politico in forte mutamento, soprattutto con l’avanzata nell’area asiatica delle altre grandi potenze europee, in primis l’Olanda. Se mettiamo in conto la nascita della “Compagnia delle Indie Orientali” e un cambio epocale in Cina nel 1644 con la fine dell’era Ming, iniziata nel 1368, e l’inizio dell’era Qing (che si protrarrà fino al 1911)[49], possiamo capire quanto questi eventi abbiano influenzato la questione che stiamo affrontando. Si aggiunga che già dal1631 il monopolio delle missioni dei gesuiti in Cina era di fatto terminato con l’arrivo del primo domenicano, il fiorentino P.Angelo Cocchi[50].

 

Dubbi o proposizioni

È chiaro che la proibizione delle cerimonie in onore degli antenati e di Confucio fosse inaccettabile per i cinesi e infatti l’atteggiamento non “accomodante” dei missionari nuovi arrivati provocò nel 1638 il cosiddetto “Incidente di Fujian” che determinò  l’espulsione degli stessi e una ricca produzione di scritti anticristiani  che  verranno  pubblicati nella raccolta  Poxieji  (1640)[51]. Il bando, tuttavia, non interessò i membri della Compagnia per via della loro fedeltà alla linea di Ricci.

Il 12 settembre 1643 il domenicano Morales giunge a Roma e ottiene il primo decreto di condanna dei riti da Papa Innocenzo X (1645). Nel 1649, Morales ritorna in Cina e  notifica il decreto al Vice Provinciale Diaz, che  ritenne improvvida le decisione canonica “adducendo che  era stata presa parte inaudita[52].  Così venne inviato a Roma nel 1651 il gesuita trentino P. Martino Martini (1614-1661) per perorare la causa dei missionari  ignaziani. Questi presenta a Propaganda Fide quattro Dubbi  o proposizioni, contro le argomentazioni di Morales[53]e una Brevis Relatio[54]. Le argomentazioni portate da Martini furono convincenti, e il 23 marzo 1656 Papa Alessandro VII emanò un decreto che sconfessava quello del predecessore. Morales scrive un nuovo memoriale (1661) all’indirizzo della Sacra Congregazione, che il 13 novembre 1669 si pronuncia a favore del domenicano. Papa Clemente IX conferma il decreto. Nel 1664, alla morte di Morales, nuovo superiore dei Domenicani è lo spagnolo Navarrete[55].

L’opposizione ai riti cinesi non era accettabile da parte dell’Imperatore, le cerimonie in onore degli antenati costituivano uno dei pilastri su cui si fondava il Confucianesimo, sicché nel 1665 tutti i missionari presenti in Cina (15 gesuiti, 3 domenicani e il francescano Caballero) vennero confinati a Canton.

Nella forzata permanenza in quella città, i missionari tennero nel 1667-68 una importante conferenza sulla Questione dei riti, nella quale venne redatta e sottoscritta  una dichiarazione che in 42 punti riaffermava la liceità dei riti. Il documento non fu firmato da Caballero. Proprio in occasione della conferenza di Canton, Navarrete e Caballero entrarono in possesso dello scritto (o degli scritti) di Longobardo[56]e presumibilmente anche di de Ursis[57].

 

Uno scritto che risorge dalle ceneri

E torniamo così allo scritto di Nicola Longobardo che avevamo lasciato.

Come già spiegato, il trattato non venne pubblicato dalla Compagnia di Gesù che riteneva non si potesse affidare alle stampe, anche se ne verranno pubblicati degli stralci da esponenti di altri ordini religiosi in funzione polemica contro i gesuiti. Come riporta Tabaglio, “il libro del Longobardi (viene dato) alle fiamme”[58].

Quest’opera, scritta in portoghese, venne tradotta in latino dal padre minorita Antonio de Sancta Maria o Caballero, nel 1661[59]e successivamente in spagnolo dal frate Domingo Navarrete, nel libro Tratados históricos, políticos, éthicos y religiosos de la monarchia de China, nel 1676[60] che cita espressamente de Ursis, alla p.125[61].

Navarrete il 6 gennaio 1673 era a Roma per esporre i suoi casi a Propaganda Fide e l’anno dopo a Madrid[62]. Il domenicano, a sostegno delle proprie tesi, chiamava in causa i più vecchi missionari tra cui de Ursis[63], ma, come osserva Sisto Rosso[64], ometteva i gesuiti più anziani che erano di parere avverso, primo fra tutti Pantoja, a lungo compagno di de Ursis[65].

L’opera di Longobardo fu tradotta in francese dall’abate de Ciré nel 1701 col titolo Traité sur quelques points de la religion des Chinois, con annotazioni del filosofo  Leibniz.  Nel Preambolo l’autore ricostruisce la tematica della “Questione del Signore del Cielo”[66]. Quest’opera “fu resa nota da G.W. Leibniz nel Journal des sçavants nel 1701 (pp.154-158), ed ebbe un’influenza profonda sul suo pensiero (G.W. Leibniz, Opera omnia, IV, 1, Genève 1768, pp. 89-144), in particolare sulla redazione del Discorso sulla teologia naturale dei Cinesi, molto più di quanto non ne abbiano avuto gli scritti del Ricci”[67].

Leibniz sviluppa meglio queste riflessioni nel Discours sur la théologie naturelle des Chinois, del 1716, in cui viene affrontata più da vicino la tesi dell’ “ateismo” dei cinesi sostenuta da de Ursi-Longobardo. È solo in quell’occasione che Leibniz entra in possesso diretto del Trattato di Longobardo e di quello di Antonio di Santa Maria, per mano di Nicolas Remond, che aveva spedito i due scritti al filosofo tedesco per averne un parere[68]. Contro le affermazioni di de Ursis-Longobardo, Leibniz prendeva posizione in difesa di Ricci ritenendo che nel pensiero cinese fosse presente l’idea di Dio al pari della dottrina cristiana. In una lettera al Bosses (1716), Leibniz sostiene che ancor più dei filosofi greci i cinesi si sono avvicinati alla verità[69].  Egli avrebbe voluto meglio precisare questa sua posizione ma lo colse la morte[70].

Nel De cultu Confucii, scritto prima della Novissima sinnica (1697), il filosofo tedesco riporta la questione della natura dei riti religiosi /civili degli antenati a una dimensione puramente semantica (si quam ejus definitionem Quaeramu )[71]. Come sostiene Piro, per “Leibniz, è possibile che i Cinesi non sappiano essi stessi se i loro culti sono civili o religiosi. […] Le lingue storiche umane sono infatti contrassegnate dall’ambiguità di senso, dalla polisemia. Solo un linguaggio di tipo matematico, una Characteristica Universalis, potrebbe sottrarsi completamente all’ambiguità. Per contro, le formule di un rito sono contrassegnate dall’opposta tendenza ad avere un significato non del tutto esplicitabile”[72].

Leibniz, osserva Etiemble, vedeva nell’accomodamento la capacità di operare una sintesi tra le diverse culture orientale e occidentale[73]. Infine, nel 1748 il Trattato viene pubblicato in versione integrale dal filosofo tedesco[74].

 

“Ex illa die”

Tornando in Cina, al momento in cui avevamo lasciato la nostra narrazione, il 22 marzo 1692, l’imperatore Kangxi (1654 -1722) emanò l’editto di tolleranza con il quale si aprivano ufficialmente le porte all’apostolato missionario[75]. Come osserva Durconet, l’editto era quasi un segno di riconoscenza ai gesuiti per i servizi scientifici, militari e diplomatici resi. L’editto non riconosceva la libertà di professare la religione cristiana né di fare proselitismo e tuttavia la posizione raggiunta a corte da vari gesuiti li fornì di una “copertura politica” anche nei momenti più duri per il cattolicesimo in Cina[76].

Nel 1687, il Papa Innocenzo XII aveva nominato il sacerdote parigino Charles Maigrot vicario apostolico del Fujian. Nel 1693, Maigrot emana il Mandatum seu Edictum, che riporta sette divieti relativi alla controversia dei riti. I gesuiti, non riconoscendo l’autorità di Maigrot, che di fatto sconfessava le disposizioni apostoliche, non vollero osservare i divieti. Maigrot allora inviò a Roma Nicholas Charmot per far approvare comunque il Mandatum[77].

Propaganda Fide riesamina la questione ed emana un nuovo decreto di proibizione, Cum Deus optimus (20 novembre 1704), e intanto invia in Cina Carlo Tommaso Maillard de Tournon (1688-1710), con il mandato segreto di bandire i riti  malabarici e cinesi[78],  gli uni con decreto Inter graviores emesso il 23 giugno 1704 a Pondichéry, gli altri con il decreto Quandoquidem audivimus emesso a Nanchino il 25 gennaio 1707[79].

L’Imperatore Kangxi, che ricevette il legato il 31 dicembre 1705, per nulla persuaso dall’atteggiamento di Tournon[80], anzi molto contrariato dall’opposizione ai riti, fece espellere da Pechino Tournon e relegarlo prima a Canton e poi ai domiciliari a Macao dove morì, in stato di prigionia, nel 1710, prima ancora di ricevere la berretta cardinalizia, che intanto gli era stata conferita a Roma.

Nel 1707, Kangxi impose il cosiddetto piào, ossia il permesso di predicare in Cina  vincolato al giuramento di rispettare  la prassi missionaria di Matteo Ricci[81].

Il Papa Clemente XI, il 19 marzo 1715, emana la costituzione apostolica Ex illa die[82] che impone il rispetto di tutte le precedenti disposizioni che proibivano i riti cinesi, vincolando i missionari al giuramento. L’imperatore Kangxi nel 1716 volle avere dei chiarimenti dal Papa inviando per mano del gesuita torinese Giuseppe Provana il cosiddetto Piao Rosso sottoscritto dai missionari presenti a Pechino. Tuttavia Provana, giunto a Roma, vi rimase e non tornò più in Cina, per sommo disdoro dell’Imperatore[83]che considerò questo un affronto diplomatico[84].

Il Papa inviò solo nel 1720 a Pechino una nuova delegazione, guidata da Carlo Ambrogio Mezzabarba. Questi fece delle concessioni nei confronti di alcuni gesti rituali in precedenza condannati, con le otto Permissioni (1721)[85]. 

Nel 1717, Kangxi  proibisce il proselitismo e la predicazione del cristianesimo. Il figlio, Yongzheng (16781735),che gli successe sul trono, decretò nel 1724 l’espulsione di tutti i missionari (relegati a Canton), eccetto quelli di Pechino, che continuarono ad operare a corte come funzionari[86]. Il provvedimento verrà confermato dall’imperatore Qianlong(1711-1799). Poiché le Permissioni di Mezzabarba non furono unanimemente accettate, la Questione dei riti ebbe una nuova ripresa. Promotore ne fu Carlo Orazio da Castoramo (1643-1755)[87].

Papa Bendetto XIV pubblicò, l’11 luglio 1742, la costituzione apostolica Ex quo singulari, con la quale confermava in maniera definitiva le proibizioni dell’Ex illa die[88].  Ciò determinò la fine della Controversia di riti cinesi, poiché si imponeva il divieto anche della sola ripresa della discussione, pena l’erogazione di provvedimenti canonici[89], e contestualmente si sanciva la non liceità della strategia dell’accomodamento di Ricci. Una decisione storica, che ebbe “conseguenze catastrofiche per il cristianesimo in Cina”, come osserva, sulla scorta di Pastor, Hans Kung[90]. Con la sua definitiva sanzione, Papa Lambertini, proibendo i riti, riduceva ad uno stato di marginalità sociale e al rischio di perseguibilità penale i cinesi convertiti, anche se l’obbiettivo  principale era più estesamente colpire la strategia missionaria dei gesuiti[91].

Una nuova ondata di missionari arriverà in Cina, al seguito degli eserciti europei dopo gli umilianti “Trattati ineguali” del 1842, dopo la “rivolta dell’Oppio” e la “ rivolta dei Boxer” contro i “diavoli stranieri “. Con l’aumento dei neofiti, però, si riproporrà la questione della formazione del clero locale e del rapporto con la millenaria cultura cinese. Il 25 marzo 1935 Propaganda Fide fece richiesta ai vicari apostolici in Cina di nuova documentazione che riavviasse “l’incresciosa” Questione dei riti[92]. La Questione può dirsi conclusa solo nel 1939, coll’emanazione dell’Istruzione Plane compertum, emanata dalla Congregazione di Propaganda della Fede (8 dicembre 1939), che riconosce il caratte­re civile delle cerimonie in onore di Confucio e degli omaggi ai defunti dinanzi alle tavolette funerarie:

“Si approva la partecipazione dei fedeli ai riti in onore di Confucio, sia nelle scuole sia in altri edifici, come pure si accetta la collocazione della sua immagine nelle scuole cattoliche, per il saluto con l’inchino del capo. Si permette la partecipazione passiva alle cerimonie con carattere superstizioso, in caso di necessità. Si riconosce la liceità delle manifestazioni di ossequio civile dinanzi ai defunti e alle tavolette memoriali”[93].

 

Va fatta una riflessione su quanto abbia influito in questo atto di Papa Pio XII il ruolo diplomatico svolto da P. Piero Tacchi Venturi, nel processo di riappacificazione tra Stato Italiano e Santa Sede. Non è un caso che nel 1942 verranno pubblicate dalla Libreria dello Stato le “Fonti Ricciane” di Pasquale D’Elia[94]. Si può dire che in Cina, tra XVII e XVIII secolo, si sia di fatto celebrato un “Concilio Vaticano II” ante litteram, quando in Europa erano ancora freschi di stampa i decreti del Concilio di Trento. Una interessante conclusione ci viene data da Etiemble, il quale evidenzia che se non si è avuta l’europeizzazione della Cina, di converso si è avuta la “sinesizzazione” dell’Europa, alla quale fu proposto, in una maniera distorta, appunto “accomodata”, il Regno di mezzo[95]. L’immagine della Cina, trasmessa dai gesuiti, come quella di un paese meritocratico, governato da filosofi laici[96], ebbe tanto successo in Europa che, paradossalmente, questo finì col ritorcersi contro i suoi stessi proponenti[97]. Cioè, i gesuiti loro malgrado fornirono agli intellettuali illuministi un pretesto per la secolarizzazione dell’Europa. Tra questi, per esempio, il fondatore della scuola fisiocratica Francois Quesnay(1694-1774), soprannominato il “Confucio D’Europa”[98], l’illustre esponente del razionalismo tedesco Christian Wolff[99] e il famoso Voltaire, fra tutti il più accanito detrattore dei gesuiti[100]. In tutti questi autori, ci fu una profonda ammirazione nei confronti del millenario regno cinese. In loro si ritrova il parallelismo “Confucio-Socrate”, veicolato dai gesuiti in Cina, in seguito alla questione dei riti che, al di là dei contenuti propriamente teologici, si rivelò la causa del primo grande confronto interculturale tra i due antichi mondi, un confronto iniziato nel “nome di Dio”.

 

 

Un vivo ringraziamento a P. Robert Danieluk, al dott. Sergio Palagiano e al dott. Mauro Brunello,dell’Archivio Storico dei Gesuiti di Roma,per le preziose indicazioni  nelle  ricerche  in ARSI,  al  personale dell’ Institutum Historicum Societatis Iesu (IHSI), al sign. Antonio Piscopiello, della Biblioteca comunale “A. Caloro” di Alessano, per la solerte disponibilità nell’accogliere le richieste bibliografiche.

 

Note

[1] Per una bibliografia essenziale su de Ursis, si vedano: Vita del P. Carlo Spinola della Compagnia di.Giesù morto per la Santa Fede nel Giappone del p. Fabio Ambrosio Spinola dell’istessa Compagnia all’Illustriss. e Reverendiss. Signore, e Padron Colendissimo, Monsignor Prospero Spinola Digniss. Vicelegato di Bologna, in Roma e in Bologna, per Clemente Ferroni, 1628, p. 165; Dell’Historia della Compagnia di Giesu la Cina terza parte dell’Asia descritta dal P. Daniello Bartoli della medesima Compagnia, Roma, Stamperia del Varese, 1663, passim; P. Couplet, Catalogus Patrum SocietatisJesu qui post obitum S.Francisci Xaverii primo saeculo sive ab anno 1581 usque ad 1681 in Imperio Sinarum Jesu Christi fidem. Propagarunt, Paris 1686, pp.12-13; Menologio di pie memorie d’alcuni religiosi della Compagnia di Gesù raccolte dal Padre Giuseppe Antonio Patrignani della medesima Compagnia e distribuite per quei giorni dell’anno, ne’ quali morirono. Dall’anno 1538. Fino al 1728. Tomo I, che contiene gennajo febbrajo, e marzo, Venezia, Niccolò Pezzana, 1730, pp. 51-52; H. Cordier, L’imprimerie sinoeuropéenne en Chine : bibliographie des ouvrages publiés en Chine par les européens au XVIIe et au XVIIIe siècle / par M. Henri Cordier, Parigi, Imprimerie Nationale, 1901, p. 41 e pp. 51-52; P.Ricci S.J., Relacao escripta pelo seu companheiro P.Sabatino De Ursis S.J. publicacao commemorativa do Terceiro Centenario da sua morte (II de maio de 1910) mandada fazer pela Missao Portoguesa de Macau, Roma, Tipografia Enrico Voghera, 1910; L.Pfister, Notices Biographiques et Bibliographiques sur les Jésuites de l’Ancienne Mission de Chine, Xangai, 1932-1934, pp. 103-105; L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti, Vol.I, Lecce, Gaetano Campanella, 1874, p. 56; Opere storiche del P.Matteo Ricci S.I., a cura di Pietro Tacchi Venturi, Macerata, Tipografia F.Giorgetti, 1913, Volume II, p. 58; G. Barrella, I Gesuiti nel Salento Appunti di storia religiosa da documenti editi ed inediti pubblicati in occasione del III Centenario dalla morte del B. Bernardino Realino apostolo e compatrono di Lecce (1616-1916) Parte prima, Lecce, Tipografia Giurdignano,1918, pp. 71-72; Idem, La Compagnia di Gesù nelle Puglie, 1574-1767, 1835-1940, Lecce, Tipografia Ed. Salentina, 1941, p. 81; Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina scritta da Matteo Ricci S.I. nuovamente edita ampiamente commentata col sussidio di molte fonti inedite delle fonti cinesi da Pasquale M. D’Elia S.I.,Parte II, Libri IV-V, Da Nancian a Pechino (1597-1610-1611), Roma, La Libreria dello Stato,1949, p. 387; G. Ruotolo, Ugento Leuca Alessano Cenni storici e attualità, Siena Cantagalli, 1952, p.7; J.Wicki, Liste der Jesuiten-Indienfahrer:1541–1758, Münster Aschendorff, 1967, pp. 283-284; J. Dehergne S.J., Répertoire des Jésuites de Chine, de 1542 à 1800, Biblioteca Instituti Historici S.I. Volumen n.37, Roma, 1973, p. 75; J. F. Schutte, Monumenta Missionum Societas Iesu, Vol. XXXIV, Missiones Orientales, Monumenta Historica Japoniae I, Textus Catalogorum Japoniae 1549-1654, Roma, 1975, passim; Dictionary of Ming Biography 1368-1644, L.Carrington Goodrich, Editor Chaoyng Fang, Associate Editor, Volume II, M-Z, Columbia University Press, New York and London, 1976,pp. 1331-1332; F. Iappelli, I gesuiti nel Salento 1574 -1767, in «Societas», n.4-5, 1992, p.112; U. Baldini, Saggi sulla cultura della Compagnia di Gesù (secoli XVI-XVIII), Padova, Cleup Editrice, 2000, p. 94; G. Ricciardolo, Oriente e Occidente negli scritti di Matteo Ricci, Napoli, Chirico, 2003, p.164; G. Spagnolo, Xion Sanba. Sabatino de Ursis, un gesuita salentino alla corte di Pechino, in «Il Bardo», a.XX, n.1, Copertino, dicembre 2010, p. 4; ecc.

[2]Su Niccolò o Nicola Longobardo o Longobardi si vedano: Voce, a cura di Elisabetta Corsi, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol.65, 2005, on line,; J.Dehergne S.J., Répertoire des Jésuites de Chine, de 1542 à 1800, Biblioteca Instituti Historici S.I. Volumen n.37, Roma, 1973, pp. 153-154; L.Pfister, Notices biographiques et bibliographiques sur les Jésuites de l’39;ancienne mission de Chine 1552-1773, I, Changhai 1932, n. 32, pp. 58-66; N. Longobardo, Trattato sui terremoti, a cura di  Silvia Toro, Prefazione di Francesca Failla,  Bologna, EDB, 2017.

[3] Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo”, traduzione di Alessandra Chiricosta, Roma, Città del Vaticano, Urbaniana University press, 2006, p. 79.  La traduzione presente in questa edizione è quella del 1607 rivisitata dal dotto cinese Li Zhizao e da questi inserita nella raccolta di libri cristiani Tianxue Chu Han (1629) e tradotta in varie lingue nei paesi asiatici: Ivi, pp. 60-61.

[4] Il Confucianesimo “non contiene niente contro l’essentia della fede Catholica”, afferma Ricci nella sua opera Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, a cura di Maddalena Del Gatto, Prefazione di Filippo Mignini, Milano, Quodlibet, 2015, p. 98.

[5] T. Meynard, Chinese Buddhism and the Threat of Atheism in Seventeenth-Century Europe, in «Buddhist-Christian Studies», Vol. 31, University of Hawai’i Press, 2011, p. 3.

[6] M. Ricci, Dell’entrata cit., nota 3, p. 100.  Questa accusa verrà ripresa anche da Bartoli: “i riti propri di questa legge, tolti dalla Religione Christiana, fondata in que’medefimi tempi da gli Apostoli S.Bartolomeo e S.Tommaso”, afferma, in  Dell’Historia della Compagnia di Giesu La Cina Terza parte dell’Asia descritta dal P. Daniello Bartoli della medesima Compagnia, Roma, Stamperia del Varese, 1663, pp. 126-127.

[7] N.Standaert, Matteo Ricci e la cultura cinese, in Nell’anima della Cina. Saggezza, storia, fede, a cura di Antonio Spadaro, Roma, Ancora- La Civiltà Cattolica, 2017, p. 91.

[8] A. Cheng, Storia del pensiero cinese. Vol.I. Dalle origini allo “studio del Mistero”, Torino, Einaudi, 2000, pp. 36-39.

[9] P. Corradini, La questione dei riti cinesi nei secoli XVII e XVIII, in L’Europa e l’evangelizzazione delle Indie Orientali, a cura di Luciano Vaccaro, Milano, Centro Ambrosiano, 2005, p. 191.

[10] R. Étiemble, Les Jésuites en Chine. La querelle des rites (1552-1773), Collection Archives Julliard, Parigi, 1966, pp. 21-34.

[11] P. Corradini, op.cit., p.188; P. Santangelo, L’impero del Mandato Celeste La Cina nei secoli XIV-XIX, Bari, Laterza,2014, p. 299.

[12] M.Catto, L’ateismo dei cinesi in Matteo Ricci e Niccolò Longobardo, in www.giornalidistoria.net, p. 5.

[13] Ivi, p.9.  Sul Figurismo: Voce, a cura di J.Lopez Gay, in Diccionario histórico de la Compañía de Jesús (4 volúmenes) biográfico-temático, a cura di Charles E. O’Neill e Joaquín María Domínguez, Universidad Pontificia Comillas Madrid 2001, pp. 3058-3059; A. Albanese, La Cina secondo il figurismo di Foucquet (1665-1741) in alcuni documenti dell’epoca, in L’invenzione della Cina Atti dell’VIII Congresso AISC Lecce 26-28 aprile 2001, a cura di Giusi Tamburello, Università del Salento, Galatina, Congedo, 2004,pp. 39-59;  V. Pinot, La Chine et la formation de l’esprit philosophique en Million (1640- 1740), Genève, Slatkine Reprints, 1971, pp. 347-48.

[14] S. Pavone, I Gesuiti dalle origini alla soppressione, Bari, Laterza, 2004, p. 107.

[15] J. Casanova, I gesuiti e la globalizzazione, in «Annali di studi religiosi», n.16, 2015, pp. 11-31; inoltre si veda: J. Ücerler, Christianity and Cultures. Japan & China in Comparison,1543-1644, a cura di M. Antoni e J. Ücerler, Institutum Historicum Societatis Iesu, Roma, 2009.

[16] N. Standaert, Christianity shaped by the Chinese, in The Cambridge History of Christianity: Volume 6, Reform and Expansion 15001660, a cura di R. Po-chia Hsia, Cambridge Univerity Press, 2008, p. 575.

[17] Longobardo “sembra […] che avesse una conoscenza più profonda rispetto allo stesso Ricci, del cinese classico e dei commentari neoconfuciani”, scrive Nicolas Standaert in Matteo Ricci e la cultura Cinese, in Nell’anima della Cina. Saggezza; storia, fede, a cura di Antonio Spadaro, Roma, Ancora-La Civiltà Cattolica, 2017, p. 86.

[18] G. Elison, Deus Destroyed. The image of Christianity in Early Modern Japan, Harvard University Press, 1988, pp. 30-40.

[19] F. Bontinck, La Lutte autour de la Liturgie Chinoise aux XVIIe et XVIIIe Siècles, Publications de l’Université Lovanium de Léopoldville, 1962, p. 60.

[20] G. Criveller, Matteo Ricci Missione e ragione, Bornago, Pimedit, 2010, p. 82.

[21] Ivi, p.83.

[22] Gottfried Wilhem Leibiniz, La Cina. Presentazione di Carlo Sini, Milano, Spirali, 1987, p. 42.

[23] H. Cordier, La Question des rites chinois in «Annales du Musée Guimet  Bibliotèque de vulgarisation  Tomo 41  Conferences Au Musee Guimet 1914», Parigi, 1916,  p.151.

[24]Apostolic Legations to China of the eighteenth century, a cura di Sisto Rosso, South Pasadena, P.D. and Ione Perkins, 1948, p. 93.  Un volume del Settecento sembrerebbe alludere ad un’altra opera ancora di Sabatino: “Così che l’Orsi, ed il Ruiz composero  cadauno separatamente dall’altro, un Trattato, concordemente provando. che li Cinesi principi della loro Filosofia mai conobbero darsi sostanza alcuna distinta dalla materiale”: Giuseppe Maria Tabaglio, Giovanni Battista Benedetti, Baldassare Montecatin, Il disinganno contraposto de un religioso dell’Ordine de’Predicatori alla difesa de’Missionarii Cinesi della Compagnia di Giesù: Et ad un altro libricciuolo Giesuitico intitolato L’esame dell’autorità e[tc] : parte seconda, Colonia, Berges,1701, pp. 130-131.

[25] G. W. Leibiniz, La Cina. Presentazione di Carlo Sini, Milano, Spirali, 1987, pp. 43-44

[26] Apostolic Legations..cit., a cura di  Sisto Rosso, p. 93.

[27] S. De Fiores, Il Beato Camillo Costanzo di Bovalino. Con 17 lettere inedite dal Giappone alla Cina, Milano, Jaca Book, 2000, p. 149.

[28] Ivi, p.166.

[29]Joao Rodrigues è noto con l’appellativo “Tsüzu”, ossia l’“interprete”, perché era l’intermediario tra i giapponesi e i mercanti portoghesi; si deve a lui un dizionario portoghese-giapponese che è anche la prima grammatica giapponese scritta da un occidentale, ossia Arte da lingoa de Iapam, pubblicata a Nagasaki nel 1604: J.E. Moran, The Japanese and the Jesuits. Alessandro Valignano in Sixteenth-Century Japan, Routledge, London and New York, 1993, pp. 178-188.

[30] M. Cooper, Rodrigues the Interpreter An Early Jesuit in Japan and China, Weatherhill, New York and Tokyo, 1974, p. 283.

[31] H. B. Maitre, Un dossier bibliographique de la fin du XVIIe siècle sur la question des termes chinois, in «Recherches de Science Religieuse », n.36, Parigi, 1949, p. 66.

[32] Ivi, p. 67. Possiamo supporre che questo scritto sia il De vera cognizione. Su Gabiani: Voce, a cura di Giuliano Bertuccioli, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 51,1998, on line.

[33] J. Dehergne, R. Malek, Catéchismes et Catéchèse en Chine de 1584 À 1800, in «Monumenta Serica », Vol. 47, 1999, p. 424.

[34] Per Camillo Costanzo (1572-1622), si veda: Voce, a cura di J. López-Gay, in Diccionario cit., p. 2159.

[35] S.De Fiores, Il Beato Camillo Costanzo cit., pp. 173-174. Su Alfonso Vagnone (1566-1640): G. Falato, Tongyou Jiaoyu [educazione dei giovani] (ca. 1632), in Associazione Italiana di Studi Cinesi Atti del XV convegno 2015, a cura di Tommaso Pellin e Giorgio Trentin, Venezia, Libreria Editrice Cafoscarina, 2017, pp. 87-97.

[36] E. Menegon, Christian Loyalists, Spanish Friars, and Holy Virgins in Fujian during the MingQing Transition, in «Monumenta Serica », n. 51, 2003 p .342.

[37]P. Corradini, La questione dei riti cinesi nei secoli XVII e XVIII, in L’Europa l’evangelizzazione delle Indie Orientali, a cura di Luciano Vaccaro, Milano, Centro Ambrosiano, 2005, p. 191.

[38] Apostolic Legations to China of the eighteenth century, a cura di Sisto Rosso, South Pasadena, P.D. and Ione Perkins, 1948, p. 96.

[39] Ivi, pp. 96-97.

[40] Ivi, pp. 99-103.

[41] G. H. Dunne S.J., Generation of Giants The story of the Jesuits in China in the Last Decades of the Ming Dynasty, University of Notre Dame Press, Indiana, 1962, p. 286.

[42] P. A. Rule, KUng-Tzu or Confucius?: The Jesuit Interpretation of Confucianism, tesi Au s t r a l i a n N a t i o n a l U n i v e r s i t y, Canberra 1972, p. 257.

[43]Su Palmeiro si veda: L. M. Brockey, The Visitor André Palmeiro and the Jesuits in Asia,   Belknap Press Harvard, 2014, pp. 218 -245 e  pp. 278-326.

[44]Su Giulio Aleni si veda, fra gli altri: Voce, a cura di Pietro Pirri, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 2, 1960, on line; Giulio Aleni, Vita del Maestro Ricci Xitai del Grande Occidente, a cura di Gianni Criveller, Brescia, Centro Giulio Aleni, 2010; Idem, Geografia dei paesi stranieri alla Cina. Zhifang waiji, Traduzione, introduzione e note di Paolo De Troia. Brescia, Centro Giulio Aleni, 2009; Voce, a cura di B. Luk, in Diccionaro cit., p. 185.

[45] Feng-Chuan Pan, The Chinese-Jesuit metaphysical debate about Ultimacy  https://www.uniroma1.it/it/node/16399.

[46] L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del medio evo: compilata col sussidio dell’Archivio segreto pontificio e di molti altri archivi / Ludovico Pastor ; nuova versione italiana sulla 4. ed. originale del sac. prof. Angelo Mercati Volume XIII: Storia dei papi nel periodo della Restaurazione Cattolica e della Guerra dei Trent’anni: Gregorio XV (1621-1623) ed Urbano VIII (1623-1644), Roma, Desclée e C., 1934, p. 780.

[47]P. Guilday, The Sacred Congregation de Propaganda Fide (1622-1922), in  «The Catholic Historical Review», Vol. 6, n. 4, gennaio 1921, p. 479.

[48] notoriamente avverse ai gesuiti e più vicine alle posizioni gianseniste: S. Pavone, I Gesuiti dalle origini allo loro soppressione, Bari, Laterza, 2004, p. 104.

[49] Sulle Mep, si veda: M. Lunay, G. Moussay, Les Missions étrangères: Trois siècles et demi d’histoire et d’aventure en Asie, Parigi, Librairie Académique Perrin,2008. Su Propaganda Fide si rinvia a: G. Pizzorusso, La congregazione romana “De Propaganda fide” e la duplice fedeltà dei missionari tra monarchie coloniali e universalismo pontificio (XVII secolo), in Librosdelacorte.es Monográfico 1, año 6 (2014)  ISSN 1989-6425.

[50] Su Angelo Cocchi, si veda: Voce, a cura di Giuliano Bertuccioli, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol.26, 1982, on line; I.Vecchi O.P., I primi martiri d’Oriente, in « Dominicus», n.1, gennaio-febbraio 2001, Bologna, p. 4.

[51] E. Menegon, Jesuits, Franciscans, and Dominicans in Fujian,  in “Scholar from the West” GuilioAleni S.J. (1582-1649) and the Dialogue between Christianity and China, a cura di Tiziana Lippiello e Roman Malek, Nettetal Steyler,Verlag, 1997,  p. 222.

[52] G. Borsa, La nascita del mondo moderno in Asia Orientale. La penetrazione europea e la crisi delle società tradizionali in India, Cina e Giappone, Milano, Rizzoli,1977, p. 56.

[53]B. Bolognani, L’Europa scopre il volto della Cina Prima biografia di Martino Martini, in «La natura alpina», Rivista Trimestrale di Aggiornamento e di divulgazione Scientifica, Volume 30 fascicolo 18, Trento, 1979, p. 96.

[54] Brevis Relatio de Numero, Et Qualitate Christianorum apud Sinas Auctore Martino Martinio Tridentino Viceprovinciae Sinensis Procuratore è Societate Iesu Iuxta exemplar Romanum, Coloniae, Apud Ioannem Buseum, 1655. Su Martino Martini, si vedano: J. Sebes, Il ruolo di Martino Martini  nella Controversia dei Riti cinesi, in  Martino Martini  geografo   cartografo   storico teologo  Atti del convegno di Studi internazionali  Provincia autonoma di Trento-Museo Tridentino di scienze naturali, a cura di  Giorgio Melis, Trento, 1983 pp. 445 -471; Voce, a cura di Federico Masini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 71, 2008, on line; G. Criveller, Martino Martini e la controversia dei Riti cinesi, in  Martino Martini, Man of Dialogue, a cura di Luisa M. Paternicò, Claudia von Collani, Riccardo Scartezzini, Università degli studi di Trento, 2016, pp. 199 -220.

[55] H. Cordier, Histoire générale de la Chine et de ses relations avec les pays étrangers. Tome III Librairie Paul Geuthner, Parigi, 1920 pp. 318-332.

[56] G. Criveller, La controversia dei riti cinesi storia di una lunga incomprensione, in «I quaderni del museo », n.23, Milano, 2012, p. 12. Un’altra ricostruzione ci è fornita da D.E. Mungello, Source Malebranche and Chinese Philosophy, in «Journal of the History of Ideas »,Vol. 41, n.4 Oct.-Dec., University of Pennsylvania Press, 1980, nota 23, pp. 558-559

[57]J. Ries, I cristiani e le religioni dagli Atti degli Apostoli al Vaticano II, Milano, Jaca Book, 2006, pp. 352-356. Una raccolta dei documenti dibattuti nella Conferenza è stata data alla stampe in: Acta Cantoniensia authentica: in quibus praxis missionariorum Sinensium Societatis Jesu circa ritus Sinenses approbata est communi consensu patrum Dominicanorum, & Jesuitarum, qui erant in China; atque illorum subscriptione firmata. Nunc primum prodeunt transmissa ex Archivio Romano Societatis Jesu, cum accessione epistolae di. Ludovici de Cice’ (senza indicazioni editoriali ),1700. Una ricca raccolta di atti e documenti sulla controversia dei riti, dal 1646 al 1698, in Giacomo Fatinelli, Historia Cultus Sinensium, seu varia scripta de Cultibus Sinarum, inter Vicarios Apostolicos Gallos aliosque Missionarios, & Patres Societatis Jesucontroversis, oblata Innocentio Tertio Pontifici Maximo ex Sacra Congregationi Em.um Cardinalium dirimendae huic Causae praepositorum: Adjecta Appendice Scriptorum Patrum Societatis Jesu de eadem Controversia. Coloniae, s.t., 1700.

[58]Giuseppe Maria Tabagli, Giovanni Battista Benedetti, Baldassare Montecatin: Il disinganno contraposto de un religioso dell’Ordine de’Predicatori alla difesa de’Missionarii Cinesi della Compagnia di Giesù: Et ad un’altro libricciuolo Giesuitico intitolato L’esame dell’autorità e[tc] : parte seconda Colonia, Berges,1701, pp. 130-131, ma la vicenda, nelle pagine successive, è  ancor meglio  precisata.

[59]Una copia della Responsio “de lusitano idiomata versata in latinum   per fr , Antonio de santa Maria 32 ff datag 1661”, è conservata presso la Biblioteca Casanatese a  Roma,  come riporta E. Menegon, The Casanatense Library (Rome) and its China Materials. A Finding List, in « Sino-Western Cultural Relations Journal », XXII, Waco, TX, USA, 2000, p. 40. Liam Matthew Brockey, in Journey to the East: the Jesuit mission to China, 1579-1724, Cambridge, Belknap Press of Harvard University Press, 2007, p. 133, riferisce di un’altra copia che è una parziale versione dello scritto di Longobardo del 1620 nella nota a commento di questa affermazione: «Santa Maria (forse grazie a Jean Valat) trovò la “Resposta breve” di Longobardo nella residenza di Shandong dei Gesuiti nei primi anni del 1660. Due terzi del trattato erano stati bruciati, ma l’introduzione – una discussione sulla cosmologia cinese e le interviste di Longobardo ai letterati sui termini controversi – era intatta. Santa Maria inviò una traduzione latina ai cardinali della Propaganda Fide, l’organo ecclesiastico romano responsabile degli affari missionari. Questo testo è stato stampato in diverse lingue in Europa dai rivali della Società, eppure i volumi mancavano degli avvertimenti di Longobardo che avvertivano il lettore che i suoi argomenti potevano essere correttamente compresi solo nel contesto degli altri trattati di João Rodrigues, Sabatino de Ursis, Alfonso Vagone e Diego de Pantoja. Per la lettera di Santa Maria, vedi Antonio de Santa Maria ai Cardinali della Propaganda Fide, [Jinan?], 29 marzo 1662, APF Scritture Riferite nei Congressi, Indie Orientali Cina, 1: 23r / v. »: Ivi, p. 444.

Un altro scritto di Longobardo sempre riprodotto da Santa Maria è conservato presso la BNF: https://archivesetmanuscrits.bnf.fr/ark:/12148/cc35020j 

Una copia della Responsio autenticata nel 1662 dal domenicano Juan Bautista Morales  è l’origine del Trattato di Navarrete: M. Catto, L’ateismo dei cinesi in Matteo Ricci e Niccolò Longobardo, in www.giornaledistoria.net, p. 10. Su Antonio di Santa Maria o Caballero si veda: A. Van Den Wyngaert, Sinica franciscana: Vol. 2., Relationes et epistolas fratrum minorum saeculi 16. et 17. / collegit, ad fidem codicum redegit et adnotavit p. Anastasius Van Den Wyngaert, Firenze (Quaracchi) : Tip. Barbera, Alfani e Venturi, 1933, pp. 317-606.

[60]Domingo Navarrete, Tratados históricos, políticos, éthicos y religiosos de la monarchia de China, I, Madrid, 1676.  Il Trattato contiene, alle pp. 246-289, la Respuesta breve sobre las controversias de el Xang  ti …., ossia la traduzione spagnola della Responsio di Longobardo, che, come dichiara Navarrete, si basa sull’originale conservato nell’Archivio di Propaganda Fide di Roma che ne autorizza altresì la pubblicazione: Ivi, p. 245.

Il Trattato, secondo quanto riporta Intorcetta, per mano del gesuita Vallat, venne in possesso di Santa Maria che lo tradusse anche in spagnolo: R.P.Prosperi Intorcetta Societatis Jesu. Testimonium de cultu sinensi, datum anno 1668, Parigi, 1700, p. 227.

La copia di cui parla Intorcetta, riferendo la testimonianza dei padri Francesco de  Ferrari e Adam Shall, è l’unica  salvatasi dalle fiamme ordinate  dai due superiori nel 1649: “igne combusti anno 1649”: R.P. Prosperi Intorcetta. Testimonium cit., p .226.   Come precisa Criveller, si tratta del rapporto di Nicolò Longobardo bocciato dai confratelli nel gennaio1628 in occasione della conferenza di Hángzhōu che si presumeva distrutto, secondo la pratica di cancellare, quando vi fossero, le evidenze dei disaccordi: G. Criveller, La controversia dei riti cinesi storia di una lunga incomprensione, in « I quaderni del museo », n.23, Milano, 2012, p. 12.

La posizione del Bartoli, nella sua opera La Cina del 1663, alle pp. 895-898, è  in difesa delle soluzioni ricciane, contro  ogni oppositore anche interno  alla compagnia stessa; dura, ad esempio, è la sua reprimenda  nei confronti dei gesuiti giapponesi ai quali rimproverava di intervenire su questioni che riguardavano il confucianesimo e non il buddismo che loro conoscevano meglio; né  va dimenticato che la sua stessa opera di “Istorico della Compagnia in lingua volgare”, cioè L’Asia, va considerata come rientrante nelle azioni apologetiche messe in campo dalla Compagnia sotto attacco per la questione dei Riti. Si vedano: W. Yinlan, La Cina di Daniello Bartoli, Roma, Urbaniana University Press, 2014, pp. 33-34; D. Bartoli, L’Asia Istoria della Compagnia di Gesù, a cura di Umberto Grassi, Introduzione di Adriano Prosperi, Contributi di Elisa Frei, Torino, Einaudi, 2019.

Parimenti in un’ottica apologetica va vista la pubblicazione del De Christiana expeditione apud sinas suscepta ab Societate Jesu. Ex P. Matthaei Riccii eiusdem Societatis commentariis Libri V: Ad S.D.N. Paulum V. In Quibus Sinensis Regni mores, leges, atque instituta, & novae illius Ecclesiae difficillima primordia accurate & summa fide describuntur auctore P. Nicolao Trigautio, Belga, ex eadem Societate, Augsburg,1615, che si inserisce nel clima della controversia: G. Ricciardolo, Oriente e Occidente negli scritti di Matteo Ricci, Napoli, Chirico, 2003, pp. 176-194.

[61]Stralci dell’opera di Longobardo, anche in Apologia de padri Domenicani missionarii della China; o pure risposta al libro del padre Le Tellier Giesuita, intitolato difesa de nuovi christiani, e dilucidatione del P. Le Gobien della stessa Compagnia, sopra gli honori, che li Chinesi prestano à Confucio, ed a i morti. Per un religioso dottore, e professore di teologia dell’ordine di S. Domenico, Colonia, Cornelio D’Egmon,1699, p. 206.

[62]Apostolic Legations to China of the eighteenth century, a cura di Sisto Rosso, cit., p.124.

[63] D. Navarrete, Tratados históricos, cit., p.125.

[64] Apostolic Legations to China of the eighteenth century, a cura di Sisto Rosso, cit, p.124.

[65]Zhang Kai, Diego de Pantoja Y China, Editorial Popular, Madrid, 2018, nello specifico pp. 279-329; Diego De Pantoja, Sj (1571-1618) Un puente con La China de los Ming, a cura di Wenceslao Soto Artuñedo Xerión, 2018. Su Diego Pantoja (1571-1618): Voce, a cura di J. Sebes, in Diccionario cit., p. 6147.

[66] Traité Sur Quelques Points De La Religion Des Chinois Par le R.P. Nicolas Longobardi, Ancien supérieur des missions de la Compagnie de Jésus à la Chine  Imprimé à Paris l’an 1701, auquel on a joint quelques remarques de M. G. W. Leibniz.  Si veda: F.Perkins, Leibniz and China: A Commerce of Light, Cambridge University Press, 2004, p. 159

[67] E. Corsi, Niccolò Longobardo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Treccani, 2005, 65, pp. 716-720.

[68] G.W. Leibniz, Lettre sur la philosophie chinoise à M. de Rémond, in Opera Omnia, Tomo IV, Genève, chez Fratres de Tournes, 1768, p.171.  La Parte I contiene altri scritti di Leibniz  sulla  Cina,  le pp. 89-144 contengono il Trattato di Longobardo.

[69] G. W. Leibniz, The Leibniz–Des Bosses Correspondence, a cura di Daniel Garber e Robert C. Sleigh, Jr., Yale University, 2007, p. 359.

[70] M. R. Antognazza, Leibniz una biografia intellettuale, Milano, Hoepli, 2015, pp. 605-606; M. Laerke, On religions, in Leibniz e la cultura enciclopedica, a cura di Massimo Mori, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 265-266. Inoltre, come riporta Franklin Perkins, alla base del Discours sur la théologie naturelle des Chinois (1716) di Leibniz,  ci sono due scritti: Confucius, Sinarum Propaganda Philosophus, sive Scientia Sinensis latina exposito studio et operâ Properi Intorcetta, Christiani Herdtrich, Francisci Rougemont, Philippi Couplet, PP. Soc. Jesu, Parigi 1687,  e il  Trattato di Longobardo: F. Perkins, Leibniz and China: A Commerce of Light, Cambridge University Press, 2004, p. 159. Sul gesuita Intorcetta (1625-1696): F. M. Abbate, Prospsero Intorcetta un gesuita piazzese missionario in Cina, Caltanissetta, Edizioni Lussografica, 2018.

Per una ricchissima raccolta di lettere di Leibniz con i gesuiti missionari in Cina, si veda: G. W. Leibniz, Der Briefwechselmit den Jesuiten in China(1689 – 1714),Herausgegeben und mit einer Einleitung versehen von Rita Widmaier Textherstellung und Ubersetzung von Malte-Ludolf Babin Felix Meiner Verlag  Hamburg, 2006. Secondo Spence, per Leibniz la questione della natura dei riti era un aspetto di secondaria importanza, mentre egli era più interessato ai contenuti  propriamente filosofico-morali del confucianesimo: J. D. Spence, Les Chinois vus par les Occidentaux, de Marco Polo à nos jours, Société et cultures de l’Asie, ‘Université de Montréal, 2000, p. 108.  Per un’approfondita analisi delle influenze della cultura cinese sull’opera e sul pensiero filosofico di Leibniz si rinvia a: D. E. Mungello, Leibniz and Confucianism: The Search for Accord, University Press of Hawaii Honululu, 1977.

[71] I. Klutstein-Rojtrnan, R.J. Zwi Werblowsky, Leibniz: De cultu Confucii civili, in «Studia Leibnitiana», n. 16, 1984, p. 98.

[72]F. Piro, Che cosa è precisamente un ‘culto civile’?Un confronto tra le strategie accomodazionistiche di Intorcetta e Leibniz”, in Prospero Intorcetta S.J.: Un Siculus Platiensis nella Cina del XVII secolo, a cura di Antonino Lo Nardo, Vanessa Victoria Giunta, Giuseppe Portogallo, Fondazione Prospero Intorcetta Cultura Aperta, Piazza Armerina, 2018, pp. 174-184.

[73] R. Eteimble, Conosciamo la Cina? La Cina ieri e oggi, Milano, Il Saggiatore, 1972, p.74. Più recentemente il gesuita sinologo Standaert ha messo in evidenza come il più grande errore fatto dalla Chiesa nel dirimere la Questione dei Riti fu quello di non aver tenuto debitamente conto del parere degli intellettuali cinesi: N. Standaert, Chinese Voices in the Rites Controversy Travelling Books, Community Networks, Intercultural Arguments Bibliotheca Instituti Historici, V. 75, Roma, 2012.

[74] Lettre sur la Philosophie Chinoise à M. de Rémond par Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) Genève, chez Fratres de Tournes, 1748.  La traduzione italiana del Trattato, insieme ad altri scritti di Leibinz sulla Cina, si trova in G. W. Leibiniz, La Cina. Presentazione di Carlo Sini, Milano, Spirali, 1987.

[75] E. Ducornet, La Chiesa e la Cina, Milano, Jaca Book, 2008, p. 32; C. Giraudo, Se Matteo Ricci fosse sbarcato in Madagascar… La sacramentaria del 3° millennio: una tradizione in cerca di traduzione, in L’inculturazione della prassi sacramentaria: una traduzione?, a cura di A. Gasperoni e B. Selene Zorzi, Assisi, Cittadella Editrice, 2012,  p. 93.

[76]J. E. Wills Jr., The World from 1450 to 1700, The Oxford University Press 2009, p. 43.

[77] C. Von Collani, Charles Maigrot’s Role in the Chinese Rites Controversy, in The Chinese Rites Controversy. Its History and Meaning, a cura di David E. Mungello, Monumenta Serica Monograph Serie 33, Steyler Verlag, Nettetal 1994, pp. 149-183.

[78] G. Dell’Oro, Oh quanti mostri si trovano in questo nuovo mondo venuti d’Europa: vita e vicissitudini di un ecclesiastico piemontese tra Roma e Cina: Carlo Tommaso Maillard de Tournon 1668-1710, in «Annali di storia moderna e contemporanea», 1998, anno IV, n. 4 p. 325.

[79]M. Fatica, Il Portogallo, la Santa Sede e la legazione di Carlo Tommaso Maillard de Tournon in India e in Cina (1704-1710), in L’Orientalistica a Napoli. Atti dei convegni internazionali Il Portogallo in Cina e Giappone nei secoli XVI-XVII (Napoli, 12-13 maggio 2014) e Riflessi europei della presenza portoghese in India e nell’Asia orientale (Napoli, 4 maggio 2015), a cura di Rosaria de Marco, Napoli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, 2017, p. 207;

Su de Tournon: Voce, a cura di Giacomo Di Fiore, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 67, 2006, on line.

[80] M. Biffi, Ridefinizione del sinocentrismo come criterio ermeneutico della diplomazia cinese. Modelli teorici, strategie attuative e riferimento alle relazioni con la Santa Sede, Padova, Cedam, 2019, pp. 99-105. Come sottolinea Gagliardi, la  controversia fu gestita da parte  di Roma e Pechino in un clima di “reciproca intransigenza”:  E. Gagliardi,  L’inculturazione del cattolicesimo in Cina da padre Matteo Ricci a Pio XI, in « Cultura e Identità », Anno II, n. 7, settembre -ottobre Roma, 2010, p. 66.

[81] V. Cronin, Il saggio dell’Occidente (1552-1610 ), Milano, Bompiani, 1956, p. 345.

[82]Collectanea S. Congregationis de Propaganda Fide Seu decreta instructiones rescripta pro apostolicis missionibus Vol.I 1622- 1866,  Typographia Polyglotta Roma, 1907, pp. 39-40.

[83] Su Provana, si veda: Voce, a cura di Eugenio Menegon, in Dizionario Biografico degli Italiani,Volume 85, 2016, on line.  G. Criveller, Messaggio dell’imperatore Kangxi a Papa Albani sulla controversia dei riti cinesi, in «L’Osservatorio Romano»,  22/08/ 2109,  p. 4.

[84]F. Vossilla, Artistic diplomacy during and after the Rites Controversy, in Ferdinando Moggi (1684-1761). Architetto e gesuita fiorentino in Cina, a cura di S. U. Baldassarri, C. Cinelli, F. Vossilla, Firenze, Pontecorboli Editore, 2018, p. 25 .

[85] Sostegno Maria Viani, Historia delle cose operate nella China da Monsignor Gio. Ambrogio Mezzabarba, patriarca d’Alessandria, legato apostolico in quell’Impero, Monsù Brianson, Parigi, 1739.

[86] P. Corradini, La Cina  – Storia Universale dei Popoli e delle Civiltà,  Volume XIX, Torino, UTET, 1969 p. 217.

[87] Su Castorano: Voce, a cura di Michela Catto, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 79, 2013, on line; G. Di Fiore, La Legazione Mezzabarba in Cina (1720-1721), Istituto Universitario Orientale, Collana “Matteo Ripa” VII, Napoli, 1989.

[88] Confirmatio, et innovatio constitutionis incipientis: ex illa die: a Clemente papa XI. In causa ritum, seu ceremoniarum Sinensium editaeRomae: ex Typographia reverendae Camerae Apostolicae, 1742.

[89] A. Santini, Cina e Vaticano dallo scontro al dialogo, Roma, Editori riuniti, 2003, p. 49.

[90] H. Kung, J. Ching, Cristianesimo e religiosità cinese, Milano, Mondadori,1988, p. 257.

[91] G. Greco, Benedetto XIV Riforme e conservazione, Roma, Salerno editore, 2011, p. 161.

[92] Storia della Chiesa, Vol.XXIV ( 1846-1965 ), a cura di Josef Metzerl, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo, 1999, p. 111.

[93] Plane compertum est in Orientalium Regionibus nonnullas caeremonias, licet antiquitus cum ethnicis ritibus connexae essent, in Acta Apostolicae Sedis Commentarium Officiale Annus X X X I I- Series  II- Vol. VII; Romae, Tipys  Polyglottis Vaticanis 1940, pp. 24-27.

[94] Tacchi Venturi dal febbraio 1923 riveste il “ ruolo informale di  incaricato d’affari”  della Segreteria di Stato della Santa Sede: G. Sale, La chiesa di Mussolini. I rapporti tra fascismo e religione, Milano, Rizzoli,2011, p. 90. L’11 febbraio 1932, Mussolini  si reca in visita ufficiale in Vaticano e responsabile dei preparativi è proprio Tacchi Venturi, come riporta un altro storico gesuita, Giacomo Martina, in Storia della Compagnia di Gesù in Italia (1984- 1983 ) Brescia, 2003, p. 264. Sul ruolo diplomatico svolto da Tacchi Venturi si rinvia a: S. Palagiano, Pio XI e Pietro Tacchi Venturi SJ, in Pio XI e il suo tempo, Atti del Convegno Desio, 10 Febbraio 2018, a cura di Franco Cajani, in  «I Quaderni della Brianza», anno 498, n.184, 2018, pp. 545 -565; sul suo contributo alle vicende editoriali dell’Enciclopedia Italiana: G.Turi, Il Mecenate il filosofo e il gesuita. L’ «Enciclopedia Italiana » specchio di una nazione, Bologna, Il Mulino, 2002.

[95] R. Etiemble, Conosciamo la Cina ? La Cina ieri e oggi, Milano, Il Saggiatore, 1972, p. 66.

[96]Ivi, pp. 66-67; M. Catto, Atheism: A Word Travelling To and Fro Between Europe and China, in The Rites Controversies in the Early Modern World, a cura di G. Županov e Pierre Antoine Fabre, Brill 2018, pp. 68-88.

[97] J. Wrigth, in I gesuiti storia mito e passione, Roma, Newton Compton, 2005, p. 160, dice: “ La cultura che distrusse la Compagnia doveva la maggior parte dei propri svaghi e mode ai reportage dei missionari gesuiti”.

[98] L. Lanciotti, Che cosa ha veramente detto Confucio, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore,1997 p. 104; V. Pinot, Les physiocrates et la Chine au XVIIIe siècle, in «Revue d’histoire moderne et contemporaine»,tome 8, n.3,1906, pp. 200-214.

[99] F. Marcolungo, La nozione di progresso in Christian Wolff: tra metodo matematico, logica e impegno etico, in Modernità e progresso Due idee guida nella storia del pensiero, a cura di Gregorio Piaia e Iva Manova, Padova, CLEUP, 2014, pp. 99-100; M. Campo, Cristiano Wolff e il razionalismo precritico Vol. 2 Vite e pensiero, Miano 1939, pp. 519-520.

[100] Voltaire, Il secolo di Luigi XIV, 1739,1752, con Saggio di Giovanni Macchia, Introduzione a cura di Enrico Sestan, traduzione Umberto Morra, Torino, Einaudi,1994.

Libri| In Terra d’Otranto tra ‘800 e ‘900

Davide Elia, In Terra d’Otranto tra ‘800 e ‘900. Vicende, personaggi, strade e luoghi da non dimenticare, Roma, 2022, ISBN 979-12-210-0186-0.

 

di Fabrizio Suppressa

Fresco di stampa è il libro di Davide Elia, ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Roma ed appassionato storico salentino, con cui l’autore presenta al pubblico le sue ricerche condotte, oltre che minuziosamente presso i vari archivi storici locali, anche direttamente sul “campo” in sella alla sua fedele bicicletta.

Il libro è composto da quattro episodi sconosciuti di microstoria salentina, avvenuti tra Otto e Novecento, accomunati da una metodologia di ricerca scientifica ed una esposizione, che seppur tecnica, è ampiamente comprensibile a tutti i lettori, grazie anche alle esaustive note a piè di pagina.

Nel primo capitolo l’autore illustra le sue tesi atte a smentire due curiosi falsi storici riportati in molti libri di storia locale e poi rimbalzati sul web: una battaglia risorgimentale combattuta tra Copertino e Nardò e il passaggio in incognito di Giuseppe Garibaldi che avrebbe contribuito ad assegnare il nome ad una remota contrada tra Copertino e Lequile.

Nel secondo capitolo il ricercatore ripercorre il “giallo” del “delitto Corina”, avvenuto a Martano nel 1815, che portò alla sommaria fucilazione di undici persone su ordine del generale inglese Richard Church, già inviato dalla corte di Napoli con il compito di debellare il diffuso fenomeno del brigantaggio in Terra d’Otranto. L’autore ha qui il merito di aver rettificato nomi e circostanze, riportati erroneamente dallo storico Pietro Palumbo nel 1911 nel celebre e corposo libro “Risorgimento Salentino”, poi riedito acriticamente nel 1968.

Prosegue il testo con l’approfondimento di uno sconosciuto “monumento trigonometrico”, ben conservato tra le campagne di Copertino e Galatina e che costituiva uno dei due estremi della cosiddetta “Base di Lecce”, una linea immaginaria ad altissima precisione, propedeutica alla redazione della Carta Topografica del Regno d’Italia pubblicata a partire del 1875.

Infine, nell’ultimo capitolo l’autore, per dovere civico e come promessa a un caro amico, riporta alla luce l’episodio dimenticato della strage ferroviaria del 1944 avvenuta nella sua Copertino, dove il deragliamento del treno proveniente da Nardò causò la morte di otto persone. Un terribile frammento di storia cittadina, purtroppo già rimosso dalla memoria collettiva, avvenuto mentre il resto della Penisola è allo sbando per la guerra civile. Il triste epilogo di questa vicenda, complice il periodo di estrema povertà causato dalla Seconda Guerra Mondiale, è sicuramente il seppellimento completamente nudo di uno dei deceduti, in quanto gli abiti, di buona fattura, furono sottratti furtivamente alla salma. Un episodio, forse già “neorealista”, ma che può essere da stimolo o l’occasione per le Autorità Cittadine per il collocamento di una lapide commemorativa nella locale stazione ferroviaria a memoria delle otto innocenti vittime.

Un libro che pertanto raccoglie un lungo lavoro di ricerca, che pur riassumendo “il frutto di quattro o cinque” curiosità dell’Autore, non rimane confinato nel cassetto, ma è offerto da Davide a tutti gli appassionati di storia del Salento.

 

Il libro è acquistabile contattando l’autore o presso la libreria Trono di Copertino.

Il culto di San Biagio ad Avetrana

processione con la statua di San Biagio ad Avetrana

 

a cura del Comitato Festa Patronale

 

Nel 1118 la contessa Teodora di Lecce decise di costruire una chiesa, dedicata alla Madonna, da donare a suo fratello Goffredo e ai suoi soldati veterani che pattugliavano i confini della contea salentina. 

Ciò contribuì a indicare queste terre come quelle dei “Veterani”, per cui anche la chiesetta costruita dalla contessa prese il titolo di “Santa Maria della Vetrana”, che diede poi il nome al piccolo borgo formatosi intorno. 

Non fu allora difficile ai soldati leccesi diffondere fra gli abitanti la devozione verso il proprio concittadino, San Biagio. 

E così, con le offerte di tutta la popolazione e l’aiuto dei monaci basiliani, che contribuirono ad alimentare la devozione verso questo santo, fu costruita un’altra piccola chiesetta, fornita di tutto l’occorrente per la celebrazione della Santa Messa; e in essa i soldati lasciarono, come dono alla popolazione, una reliquia del santo. 

Tuttavia, a causa delle incursioni dei Saraceni, presto la popolazione dovette abbandonare il piccolo borgo per rifugiarsi dentro le mura del torrione fortificato. Ma la chiesetta di San Biagio non perse la sua importanza e divenne meta giornaliera di pellegrinaggio da parte dei fedeli. 

La statua del santo venerata in Avetrana

 

Passarono i secoli e la vita scorreva tranquilla nel piccolo borgo fortificato della Vetrana quando, improvvisamente, il 20 febbraio 1743, nelle prime ore del pomeriggio un violento terremoto si abbatté sulla città e su tutto il Salento, mietendo inaspettatamente pochissime vittime. 

Le violente scosse fecero crollare la chiesa matrice e parte del Torrione; non vennero risparmiate nemmeno la chiesa costruita secoli prima dalla contessa Teodora e la chiesetta di San Biagio, come del resto buona parte delle abitazioni del paese. 

La popolazione si riversò impaurita per le piazze e lì vide il miracolo: apparve San Biagio, nelle vesti di vescovo glorioso, che appoggiò al suolo il pastorale che aveva tra le mani, fermando le violente scosse e soccorrendo la popolazione che lo pregava incessantemente da secoli. 

Da allora non ci fu casa che non custodisse un’immagine di “Santu Lasi” (come veniva affettuosamente chiamato nel vernacolo locale), in onore del quale ardeva giorno e notte, come segno di gratitudine, una lampada ad olio, che sembrava veicolare poteri curativi. Infatti, quando qualcuno della famiglia aveva a che fare con tosse, laringiti o faringiti, la donna più anziana intingeva le dita in quell’olio e ungeva la gola del malato.

Nella nuova chiesa matrice fu dedicato a San Biagio il primo altare della navata sinistra; fu quindi commissionata una tela che non lo rappresentasse nell’atto di guarire il bambino che soffocava, ma che  ricordasse, a perenne memoria, il patrocinio e la protezione che il santo vescovo elargì a tutta la popolazione avetranese. 

Da quel lontano 1743, ogni anno si rinnova il legame tra gli avetranesi e il loro glorioso patrono San Biagio. E, per ringraziare della particolare protezione concessa, viene organizzata in suo onore una delle feste più belle del Salento.

Luminarie per la festa di San Biagio ad Avetrana

luminarie Avetrana

 

Nardò, San Biagio nella chiesa di Santa Teresa. Si rinnova il rito della benedizione della gola

Nardò. La statua di S. Biagio (1886) venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)

 

Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggia il 20 febbraio, la città di Nardò celebra un altro santo dell’Armenia, Biagio, vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia. Per sua intercessione si rinnova, come ogni anno, l’antichissimo rito della benedizione della gola nella chiesa di Santa Teresa.

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a San Biagio, medico in vita, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola, tanto che tra i diversi miracoli a lui attribuiti si menziona a simbolo quello del salvataggio di un bambino col rischio di soffocamento a causa di una lisca di pesce.

Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, questi ultimi lo vollero designare quale loro protettore. Il corpo fu sepolto nella cattedrale di Sebaste. Nel 732 una parte dei suoi resti mortali furono imbarcati per essere portati a Roma. Una tempesta bloccò il viaggio a Maratea (Potenza), dove i fedeli accolsero le reliquie; lo elessero protettore e ne conservarono parte dei resti (torace) nella basilica sul monte San Biagio (a Carosino, provincia di Taranto, è custodito un pezzo della lingua, chiuso in un’ampolla incastonata in una croce d’oro; a Ostuni si conserva un osso usualmente posto sulla gola di ogni fedele in pellegrinaggio al santuario; nella cattedrale di Ruvo di Puglia si venerano i resti del braccio esposti entro un reliquiario a forma di arto benedicente).

In provincia di Lecce, oltre al culto riservato a Nardò, è nota la devozione degli abitanti di Salve nel cui territorio ricade la masseria e la cappella di Santu Lasi, termine dialettale con cui si designa il santo.

Il motivo dell’antica venerazione nella chiesa di Santa Teresa a Nardò potrebbe ricollegarsi non tanto alla protezione per le comuni malattie delle prime vie aeree, quanto alla grave malattia infettiva della difterite, di cui sono accertate epidemie nel XVII secolo in città e che procurarono non pochi lutti, specie tra i più piccoli, di solito morenti per asfissia.

Non è da escludere che il particolare culto cittadino sia strettamente collegato con la locale famiglia dei baroni Sambiasi, anticamente Sancto Blasio, i cui discendenti fecero realizzare in suo onore ben due chiese.

La prima fu fatta costruire nel 1623 dal barone Giuseppe Sambiasi sull’attuale Via De Pandi, che la istituì con atto notarile del 10 aprile, ad laudem et gloria di S. Biagio, dotandola di 48 ducati di annuo censo. Della chiesa, aperta al culto fino alla metà del secolo XIX, oggi non restano che i muri laterali e parte della volta. I fregi e i decori in pietra leccese sopravvissuti documentano quanto fosse valida dal punto di vista artistico.

L’altra chiesetta, comunemente detta di S. Biagio in Via Lata, per distinguerla dalla precedente, fu edificata nel secolo precedente dalla nobile famiglia Chiodo, nel pittagio San Salvatore.

Pur se non frequentissima, l’iconografia a volte ritrae Biagio come santo guaritore e intercessore, altre ancora nel momento del martirio, più spesso come vescovo, con mitra, pastorale e libro, a mezzo busto o a figura intera.

A Nardò si contano due raffigurazioni scultoree del santo armeno, entrambe in cartapesta policroma. Una certamente proviene da abitazione privata, anche se attualmente custodita nella chiesa di San Giuseppe, forse donata dal proprietario; l’altra è oggetto di venerazione da parte dei fedeli nella chiesa di Santa Teresa e veniva portata in processione il 2 febbraio.

A grandezza naturale, quest’ultima è eccellente cartapesta policroma. Il santo, a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia come nel primo, indossa i paramenti vescovili orientali con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, il classico omoforion (lunga sciarpa ornata di croci). La mano destra rivolta in alto e l’espressione estasiata del bambino indicano che il miracolo è già avvenuto e il santo, pur continuando a fissare il piccolo, sembra congedarsi dopo aver ringraziato il Padre per l’evento miracoloso appena compiuto. Un’iscrizione sul basamento documenta che fu realizzata a spese dei fedeli neritini nell’anno 1888, dal validissimo Antonio Maccagnani (1807-1892) o dal più giovane Achille De Lucrezi (1827-1913). La resa plastica, i particolari assai curati e i tratti somatici delle due figure, ma anche l’equilibrio fra le parti e la posa ieratica del santo, portano a considerare l’opera tra le più qualificate dei migliori cartapestai leccesi.

Il rito della benedizione della gola da parte dei sacerdoti e diaconi viene esercitato il 3 febbraio, sin dalle prime ore e fino a tarda serata, e i festeggiamenti in onore del santo sono preceduti da un triduo, che si tiene nella medesima chiesa di Santa Teresa, per interessamento e cura della confraternita del SS.mo Sacramento.

Per quest’anno, a causa della pandemia, la benedizione sarà collettiva al termine di ognuna delle messe (ore 9,11 e 18.30).

 

 

 

Ritagli di cielo. La pittura di Marcello Torsello

CARDIGLIANO-LA CHIESA-

 

di Paolo Vincenti

È recentemente scomparso Marcello Torsello. “Ritagli di cielo” è il titolo di una mostra pittorica da lui tenuta nel 2010 al Museo Internazionale Mariano di Arte Contemporanea di Alessano, a Borgo Cardigliano di Specchia e a Villa Meridiana di Santa Maria di Leuca, e raccolta in un Catalogo curato dal professor Carlo Franza. L’autore era forse più conosciuto per essere il padre del fotoreporter Gabriele Kash Torsello, all’attenzione delle cronache nazionali e mondiali per il suo rapimento avvenuto in Afghanistan nel 2006 e animatore dell’agenzia fotografica “ProPugliaPhoto”.

Carlo Franza, nella presentazione del Catalogo, spiega che  “le vicende della pittura di Marcello Torsello,[…] lasciano leggere dichiarazioni di attualità, dove passato presente e futuro si svelano intrecciati al filo del desiderio…. Il paesaggio di Torsello se da una parte guarda all’americano Edward Hopper per una sorta di pittura silenziosa, calma, stoica, luminosa e classica, dall’altra si allontana dalle forme e dall’iconicità, per segnalarsi come addirittura svolta astratto-geometrica, per via dei tagli e delle scenografie, per via di certi comignoli sui tetti che sono fortemente evocativi, immagini avvolte nella luce e nell’ombra, addirittura fantasmi dei luoghi…”.

PARLANO LE OMBRE 100X70, ACRILICO SU TELA

 

E’ facile dunque farsi sorprendere da questi dipinti di Torsello, realizzati con la tecnica dell’acrilico, da questi “ritagli di cielo” appunto, in cui leggiamo, tra astrazione e consistenza, quei comignoli su tetti, quei meriggi pallidi e assorti, quelle edicole votive, in un paesaggio marcatamente salentino, su sfondi bianchi e grigi fra i quali si stagliano quel blu e quell’azzurro così poetici.

Una poesia silenziosa, una pittura di colore, emozione incomprimibile, attraverso la quale l’autore realizza il proprio animo.  Marcello Torsello, nato ad Alessano nel 1935, si era dedicato, per motivi professionali, alla tabacchicoltura. Una volta in pensione, aveva deciso di volgersi all’arte seguendo un’antica inclinazione che lo ha portato a dare corpo pittorico ai suoi sogni, ideali, speranze.

LA MASSERIA

 

Nel 2009, a Milano gli è stato conferito dal Circolo della Stampa il Premio delle Arti per la pittura, edizione XXI. Ha tenuto diverse mostre, nel Salento, fra Alessano e Santa Maria di Leuca, e poi Firenze, Roma. Una bella foto dell’autore, in quarta di copertina, ci mostra un volto sereno, seppur scavato dalle rughe, di chi forse ha consapevolezza della finitezza dell’uomo a raffronto dell’eternità dell’arte.

L’iconografia Vaniniana nel tempo: da Antonio Bortone a Donato Minonni

 

di Paolo Vincenti

    

Nell’ambito dell’arte scultorea vaniniana, fra le opere degne di menzione è il busto realizzato nel 1868 dal grande scultore ruffanese, ma fiorentino di adozione, Antonio Bortone(1844-1938). Troppo note la figura e le opere del Bortone per dovercene soffermare in questa sede più del dovuto. Lo scultore Antonio Ippazio Bortone, nato a Ruffano, dopo la formazione napoletana, si trasferisce a Firenze dove raggiunge la gloria, divenendo uno dei più ammirati artisti italiani dell’epoca. Basti pensare che a Firenze viene chiamato a lavorare alla facciata di Santa Maria del Fiore, per la quale realizza, tra gli altri, le due statue di Sant’Antonino e San Giacomo Minore (1887) e i due bassorilievi di Michelangelo e Giotto (1887), oppure al Michele di Lando (1895), nella Loggia del Mercato Nuovo. Per quanto riguarda le opere salentine, molte sono quelle degne di menzione, fra le quali: il busto di Giuseppe Garibaldi (1867), in marmo, che si trova presso il Castello Carlo V di Lecce; i busti in marmo di Francesco Milizia (1872), di Antonio Galateo (1873) e di Filippo Briganti (1875), presso la Biblioteca Provinciale N. Bernardini di Lecce; la statua in marmo di Sigismondo Castromediano (1890), che si trova nel Museo omonimo di Lecce, il Monumento a Sigismondo Castromediano (1903), nella omonima piazzetta leccese; il Monumento a Francesca Capece (1900) a Maglie; il monumento a Salvatore Trinchese (1907) a Martano; il ritratto di Pietro Cavoti (1912), presso il Convitto Colonna a Galatina, ma soprattutto Il Fanfulla (1877), che gli valse l’appellativo  di “mago salentino dello scalpello”, come lo definì Brizio De Santis, nel basamento dell’opera. Il Fanfulla gli diede fama anche in Francia, poiché all’Esposizione Universale di Parigi nel 1878 ottenne la medaglia di 3° grado. Questo monumento, oggetto pochi anni fa di un intervento di restauro, dopo essere stato a lungo nella Villa Comunale, si trova oggi in Piazza Raimondello Orsini, a Lecce[1].

Fu l’Onorevole Gaetano Brunetti[2], all’epoca Presidente della Provincia di Lecce, nonché mecenate dello scultore, a commissionare la realizzazione in marmo di un busto dedicato a Giulio Cesare Vanini,“affidandone l’esecuzione all’esimio scultore Antonio Bortone da Ruffano, dimorante a Firenze”, come scrive Cosimo De Giorgi[3]. Vi è una nota corrispondenza fra il Bortone e il Deputato Brunetti, che per i suoi interessi professionali e politici frequentava Firenze, dove risiedeva anche l’illustre conterraneo. Esistono due lettere di Antonio Bortone a Gaetano Brunetti, una datata 30 settembre 1868 e l’altra 2 gennaio 1869, entrambe da Firenze[4]. Della statua del Bortone è stata da più parti evidenziata la scarsa verisimiglianza all’originale (o ad un presunto originale, che comunque non esiste). Il Bortone infatti, come tutti gli artisti del periodo, si rifece certamente al ritratto di Raffaello Morghen (1758-1833), autore di una delle prime incisioni del filosofo taurisanese, risalente agli inizi dell’Ottocento, nella Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli[5]. Se si vuol ricostruire una iconografia vaniniana filologicamente corretta bisogna però partire almeno dall’incisione anonima del 1685 inserita nel frontespizio del libro di Johann Müller, Atheismus devictus… (Franckfurt,1685), e da quella del 1714, tratta dalla rivista “Neue Bibliothec oder Nachricht und Urtheile von neuen Büchern und allerhand zur Gelehrsamkeit dienenden Sachen”, (n.34, 1714), curata da Nicolaus Hieronymus Gundling, in cui l’autore delle incisioni potrebbe essere Johann Adam Delsenbach. Traggo queste informazioni dal libro di Andrzej Nowicky, Giulio Cesare Vanini (1585-1619) La sua filosofia dell’uomo e delle opere umane[6], una edizione rarissima in possesso del prof. Francesco De Paola (con dedica personale di Nowicky). Dal ritratto del Morghen,[7]dicevamo, si giunge al busto di Bortone.Vanini viene raffigurato con baffi e pizzetto, folta capigliatura, e in un atteggiamento vagamente romantico[8]. Il busto viene conservato presso la Biblioteca Provinciale “N.Bernardini” di Lecce.

Allo stesso modo Vanini è rappresentato nella litografia del Petruzzelli del 1878 per il libro di Raffaele Palumbo, Giulio Cesare Vanini e i suoi tempi [9], riproposta nel volume taurisanese del 1969 sulle celebrazioni per i 350 anni della morte di Vanini[10]. In quest’ultima pubblicazione, alla litografia del Petruzzelli, in basso, è aggiunta la formula del giuramento di Vanini all’atto del conseguimento del titolo di dottore in utroque iure. In realtà, si tratta di un fotomontaggio, ovverosia di due documenti a sé stanti assemblati insieme: infatti la litografia è nel summenzionato volume di Raffaele Palumbo, mentre la formula del giuramento è conservata in Archivio di Stato di Napoli e pubblicata da Francesco De Paola in un suo saggio del 2008[11].

Come nella litografia del Petruzzelli, così Vanini viene ritratto anche in una tela anonima ad olio del 1902 che si trova a Taurisano in una collezione privata[12]. Tutte queste rappresentazioni di Vanini corroborano quella del Bortone. Occorre dire, a maggior difesa dello scultore ruffanese, che egli, su consiglio del Brunetti, si rivolse al Barone Giovanni Casotti e all’erudito Luigi Giuseppe De Simone, per attingere informazioni sul Vanini, prima di apprestarsi alla realizzazione dell’opera. Bortone voleva giustamente documentarsi al meglio. Per questo chiedeva un ritratto, che infine gli fu mandato dal De Simone. Questo ritratto doveva essere quello del Morghen, tolto alla già citata Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, come suppone Francesco De Paola[13]. Allo stesso modo Vanini viene raffigurato da Eugenio Maccagnani (1852-1930) nel busto del 1886 che si trova nella Villa Garibaldi a Lecce, e anche da Ettore Ferrari (1845-1929) nel medaglione che si trova nella base del monumento a Giordano Bruno del 1889, in piazza Campo dei Fiori a Roma[14]. In quest’ultimo monumento, costituito da otto medaglioni che riproducono i ritratti di altrettanti eroi del libero pensiero (Paolo Sarpi, Tommaso Campanella, Pietro Ramo, Aonio Paleario, Michele Serveto, John Wyclif e Jan Hus), nel medaglione che raffigura Vanini è posto anche un ritratto più piccolo di Martin Lutero[15]. Sempre con pizzetto e folta capigliatura Vanini è raffigurato in uno schizzo pubblicato da Cesare Serafini nel 1914[16] e da Martin Zbigniew nel 1976[17]. Bortone era figlio del suo tempo. Come spiega De Paola, “in quei momenti, dominati dal desiderio di sconfiggere il potere temporale del Papato e di riconquistare Roma elevandola al suo giusto rango di capitale d’Italia, la figura del filosofo morto tragicamente e atrocemente a Tolosa per mano (come si riteneva, ma in modo errato) dell’Inquisizione e vittima dell’intolleranza religiosa e dell’oscurantismo scientifico, sembrò, al mazziniano e massone Brunetti, lo strumento più adatto per condurre e inasprire una campagna politica contro lo Stato Pontificio e la religione cattolica, esaltandone non la reale dimensione culturale, bensì solo l’aspetto di vittima della Chiesa cattolica”[18]. Bortone insomma sentiva a sé consentanea la natura del Vanini e ne sposava idealmente la causa. In questo, era certamente influenzato dal suo amico e conterraneo, l’erudito Pietro Marti, giornalista e scrittore, che qualche anno dopo dedicherà proprio al martire di Tolosa il libro Giulio Cesare Vanini[19]. Marti, nel suo elogio del filosofo, definito il “precursore del trasformismo scientifico”, seguendo le parole di Bodini[20], passa in rassegna tutti gli studiosi che avevano severamente contestato il Vanini e quelli che invece lo avevano difeso. Si sofferma lungamente sulle vicende biografiche di Vanini, sulle numerose tappe del suo lungo peregrinare e soprattutto sulle sue opere, approfondendo il pensiero del filosofo, che inquadra nel contesto storico in cui visse e operò. Porta illustri esempi di filosofi del Cinquecento, Seicento, Settecento, per esaltare l’eroismo del taurisanese, e tuttavia non si sottrae a quella visione che erroneamente lo considerava un martire della repressione cristiana, accomunandolo idealmente al grande Giordano Bruno.

Anche da Firenze, intermediario il Brunetti, si voleva erigere un monumento al Vanini, ma questo non fu mai realizzato. Si costituì un comitato, il cui principale animatore era Giuseppe Ferrari, il quale richiedeva a Sigismondo Castromediano il ritratto del Vanini. “Tu solo puoi guidarci […] ti preghiamo di darci un’indicazione che possa condurre lo scalpello”[21], scrive il Ferrari da Firenze al Duca Castromediano, il quale con Casotti, De Simone e Maggiulli era intento alla preparazione del Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto[22].

Quest’opera non si realizzò mai. «Appaiono evidenti i motivi per cui questi spiriti risorgimentali» scrive De Paola, citando Palumbo, «intendevano esaltare la figura e l’opera del Vanini, “ultima vittima della reazione cattolica durante le guerre di religione”: farne lo strumento della lotta contro la chiesa cattolica e arruorarlo nel proprio schieramento nel conflitto per l’unificazione dell’Italia, anche a scapito della verità storica e del reale svolgimento degli avvenimenti biografici del filosofo di Taurisano. […] nulla si sa dei motivi del fallimento di questo tentativo degli spiriti risorgimentali di Firenze di innalzare una statua al Vanini in Taurisano che, come è ben noto, non fu mai realizzata. Ma una qualche attività del gruppo dovette aver luogo, perché effettivamente lo scultore di Ruffano elaborò un bozzetto in gesso di un bel monumento […] che è possibile rinvenire in varie pubblicazioni»[23]. Nowicky dice di essere in possesso di una fotografia del monumento sulla quale è scritta una dedica del Bortone al dott. Nicola Vacca[24].

Facciamo ora un salto temporale per occuparci delle opere dedicate a Vanini da Donato Minonni, scultore e pittore, conterraneo dello stesso Vanini, essendo nato nel 1943 a Taurisano, dove risiede e opera[25].

Minonni lavora con le più svariate tecniche come lo smalto, l’argento, il mosaico vetroso, l’intarsio. Fra le realizzazioni più importanti, occorre segnalare: il Monumento a Padre Pio, in marmo di Carrara, alto m.2.30 a Taurisano, del 1989; la statua di San Francesco d’Assisi in bronzo patinato verde pompeiano, alta 2 metri e 50, che si trova a Gemini di Ugento, voluta dalla Confraternita Maria Ss. Del Rosario nel 1994; la statua di Santa Lucia in legno di cirmolo, realizzata nel 1998,  che si trova a Brindisi, nella chiesa di San Nicola; l’angelo con un’ala sola in marmo bianco di Carrara, a Gallipoli. Bellissima e poetica la scultura “Apollo e Dafne” del 1989, recentemente entrata a far parte di collezione privata. Donato Minonni opera in vari contesti e in più settori dando man forte a quella schiera di pittori, scultori, grafici, designers che con le arti figurative impreziosiscono il nostro Salento. Notevoli le sue realizzazioni all’interno della Fondazione Filograna a Casarano, come la grande fontana centrale ed i giardini, e poi alcune opere in bronzo per il Calzaturificio Filanto di Casarano. Fino a qualche anno fa, suo stretto collaboratore era il figlio Carlo, che ora ha intrapreso nuove strade, essendosi trasferito a Firenze. Una delle realizzazioni in cui è stato impegnato insieme col figlio, è quella del sarcofago della serva di Dio Mirella Solidoro, presso la chiesa taurisanese “Ss. Mm. Maria Goretti e Giovanni Battista”. Un foto-catalogo a stampa della sua produzione riporta le varie fasi dell’opera, dal progetto alla scelta dei blocchi di marmo a Carrara, fino alla lavorazione e posa in opera, con l’inaugurazione finale. Nella stessa chiesa, opera di Minonni sono le grandi e bellissime vetrate realizzate in vetri colorati e grisaglia ad alto fuoco, e poi la recentissima Via Crucis, che adorna le pareti della chiesa, realizzata in vetro con colori ceramici e retroilluminata.

Nell’antropologia del Salento affondano le matrici artistiche del suo fare scultura. Minonni mi spiega come nascono le opere che gli vengono commissionate. La prima fase è quella degli studi preparatori in cui si documenta leggendo tutto ciò che è stato scritto sul soggetto o sul tema che deve essere realizzato, anche con l’ausilio di filmati, ove se ne disponga, documentari e strumenti della nuova tecnologia, come i dvd. Quindi procede ai bozzetti preparatori che sottopone all’attenzione dei committenti  e, dopo il placet degli stessi, passa all’ultima fase, quella della realizzazione vera e propria. Perché ciò avvenga però, deve scoccare la scintilla, ovvero deve arrivare l’ispirazione. In questo caso, alla technè si unisce la theia dynamis, per dirla con Platone, cioè la magia dell’ispirazione che ha sempre qualcosa di divino, che irrompe ed invade l’artista. Una delle opere più imponenti di Minonni è il monumento a Padre Pio in bronzo che si trova a Parabita, voluto da un comitato promotore presieduto dal compianto poeta Rocco Cataldi. Il monumento scultoreo, realizzato da Donato insieme al figlio Carlo, venne inaugurato nel giugno del 2002. L’opera, come spiega lo stesso Minonni, “raffigura un grande tronco di ulivo scavato dagli anni nella secolare ricerca della luce. Dalle vecchie radici, come per miracolo, continuano a spuntare sempre nuovi germogli e ramoscelli. Sembrano mani protese verso il cielo in segno di preghiera, auspici di pace e riconciliazione. Dall’albero, animato da varie figure, emerge il Santo di Pietralcina. La sua mano sinistra si protende porgendo la corona del Rosario a chi la implora, l’altra si alza per benedire due ragazzini intenti a ripetere il rito millenario della piantagione, rimando al culto della Madonna della Coltura di Parabita”[26].  A Rocco Cataldi, per volontà dei vecchi alunni, Minonni ha dedicato un busto ricordo, ovvero una Stele con ritratto in pietra, posizionata nello stesso spiazzo in cui ha luogo il monumento a Padre Pio.

Fra le sue opere, ancora: la stele funeraria con ritratto di Marcello Lezzi a Matino, del 1997; l’Angelo ad ali spiegate, in marmo bianco di Carrara, a Gallipoli, del 2001; il Monumento a Papa Giovanni Paolo II, realizzato in marmo bianco di Carrara, alto 3 metri e 15 e posizionato nella omonima piazzetta a Casarano, nel 2007. Questa statua potrebbe in realtà definirsi un gruppo scultoreo, dati l’alto contenuto simbolico dell’opera e le diverse serie allegoriche tracciate nella materia. Infatti, sulle spalle del Papa, vediamo delle colombe e dei ramoscelli di ulivo che il Santo Padre solleva con la mano destra. In basso, sotto la sua stola, un nido di pace per l’infanzia; ai piedi del santo, troviamo il gruppo di “Solidarietà e Carità”, rappresentate con dei giovani che offrono acqua e cibo ad un denutrito; a sinistra in basso è rappresentata l’ “Accoglienza”, con una barchetta carica di disperati che cerca di guadagnare la riva mentre qualcuno da terra tenta di mettere in salvo un bambino. Nella parte posteriore invece sono rappresentate scene di guerra, i campi di concentramento, le fosse comuni, le deportazioni e il pianto delle madri che genera un mare di lacrime.

Fra le opere più recenti, un busto in marmo di Giosue Carduci, voluto dal Circolo Tennis “G.Verardi” di Taurisano, posizionato nel cortile dell’omonimo edificio scolastico taurisanese e inaugurato nel dicembre del 2011, per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Veniamo dunque alle opere che Minonni ha dedicato a Vanini:

  • Nel 1969 una medaglia ed un busto in occasione del primo convegno di studi sul filosofo taurisanese, a 350 anni dalla morte[27];
  • Sempre nello stesso anno, una versione modificata della statua, in graniglia di marmo di Carrara e cemento grigio, in cui è stata ridotta parte del busto che si presenta con una camicia accollata, e che oggi fa parte di collezione privata;
  • Nel 1985, un Annullo postale realizzato in occasione del 400° anniversario della nascita del filosofo. Nel disegno si riprendono le fattezze dei busti realizzati nel 1969;
  • Nel 1995, una medaglia per il Liceo Scientifico di Casarano, dove Minonni ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte fino al congedo[28];
  • Ancora nel 1995, un busto in bronzo per il Liceo Scientifico di Casarano, che venne intitolato allo stesso Vanini[29];
  • Nel 2017, il busto del 1969, conservato e legato con filo di ferro nell’edificio scolastico Vanini di Taurisano, rifatto per volontà dello stesso Minonni.

A coloro che si soffermano sulla raffigurazione del suo primo Vanini, in abbigliamento da guascone francese (o“alla D’Artagnan”, come si dice comunemente), si potrebbe facilmente obbiettare elencando una serie di statue che ornano il ballatoio del Museo del Louvre, come Giovanni Cassini, Perinaldo (1625-1712), Cartesio (1596-1650), J. Goujon (1510-1572), Pier Corneille (1606-1684), Moliere (1622-1673) che documentano l’abbigliamento tra la fine del ‘500 e i primi del ‘600, epoca in cui visse e morì il filosofo di Taurisano. E per la precisione: Molti infatti hanno sempre pensato che Vanini dovesse indossare il saio dei Carmelitani, ritenendolo quasi un Giordano Bruno minore. Così non è, e basterebbe consultare una minima parte della ormai sterminata bibliografia vaniniana, perché come si sa il pensatore taurisanese fu solo per brevissimo tempo un predicatore[30]. Ma questo è un altro discorso nel quale non mi avventuro, rimandando il lettore ai più ragguardevoli saggi presenti negli Atti. Non si può concludere questa carrellata sull’iconografia vaniniana senza citare l’opera più recente, ovverosia il ritratto di Vanini installato nel 2017 nella centrale Piazza Castello di Taurisano, e comunemente conosciuto come “La maschera”. Questa scultura, che ha suscitato divergenti pareri, è stata realizzata dall’architetto Paolo Prevedini in bronzo e secondo alcuni è ispirata all’opera dello scultore polacco Igor Mittoray.

 

Note

     [1] Per una bibliografia essenziale sullo scultore, si vedano: A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze, 1906, p. 68; E. Giannelli, Artisti napoletani viventi: pittori, scultori ed architetti: opere da loro esposte, vendute e premii ottenuti in esposizioni nazionali ed internazionali, Napoli, Tip. Melfi e Joele, 1916, pp. 520-525; P. Marti, Antonio Bortone e la sua opera, Lecce, 1931; I. Laudisa, L’opera di Antonio Bortone, in Aa.Vv., Antonio Bortone, Pro Loco Ruffano, Lecce, Conte Editore, 1988, pp. 15-34; A. de Bernart, Antonio Bortone nella stampa periodica salentina, Ivi, pp. 37-45; A. Laporta, Rarità bibliografiche: un sonetto dedicato ad Antonio Bortone, Ivi, pp. 49-51; A. E. Foscarini, Lettere edite ed inedite di Antonio Bortone, Ivi, pp. 53-67; A. de Bernart, Antonio Bortone e le figure dei suoi monumenti. Nel 150° di sua nascita (1844-1994), in «Bollettino storico di Terra d’Otranto», n.4, 1994, pp. 72-78; O. Casto, Bortone a Firenze, in Colloqui 150° Anniversario della nascita di Antonio Bortone. 1844-1994, Pro Loco Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis, 1994, pp. 3-8; A. E. Foscarini, Bozzetti in gesso di Antonio Bortone, Ivi, pp.27-28; E. Inguscio, Della “vittoria alata” di Antonio Bortone in Ruffano, in «Il Bardo», Copertino, a. VII, n.2, dicembre 1997, p. 13; A. de Bernart, Antonio Bortone e la sua casa natale in Ruffano, Amministrazione Comunale Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis, 2004; P. Vincenti, L’arte commemorativa postbellica. Antonio Bortone da Ruffano e una sua opera inedita, in «L’Idomeneo», Rivista del Dipartimento di Beni Culturali-Università del Salento, in collaborazione con Società Storia Patria Puglia, Sezione di Lecce, n.26, 2018, Castiglione, Grafiche Giorgiani, 2019, pp. 247-282; Idem, Dal Fanfulla a Quinto Ennio nel segno di Antonio Bortone, in «Il Filo di Aracne», Galatina, n.3, luglio-settembre 2019, pp. 42-43.

     [2] Sull’On. Gaetano Brunetti, avvocato e uomo di vasta cultura, si veda: P. Palumbo, L’on. Gaetano Brunetti e i suoi tempi (1829-1900), Lecce, Tipografia Salentina, 1915.

     [3]  C. De Giorgi, La Provincia di Lecce, Vol. II, Galatina, Congedo, 1975, p. 145.

     [4] Pubblicate da P. Palumbo, L’on. Gaetano Brunetti cit., pp. 334-335, e da A. E. Foscarini, Lettere edite ed inedite di Antonio Bortone, in Aa.Vv., Antonio Bortone, Pro Loco Ruffano, Lecce, Conte Editore, 1988, p. 57.

     [5] Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli ornata de’ loro rispettivi ritratti, compilata da diversi letterati nazionali, Napoli, N. Gervasi, 1817. Si tratta di un’opera monumentale in 15 volumi, usciti dal 1815 al 1830.

     [6] A. Nowicky, Giulio Cesare Vanini (1585-1619) La sua filosofia dell’uomo e delle opere umane, Accademia Polacca delle Scienze, Biblioteca e Centro di Studi a Roma, fascicolo 39, Ossolineum, Wroclaw-Warszawa-Krakòw, 1968, pp. 38- 44. Ringrazio sentitamente il prof. De Paola per avermene permesso la consultazione.

     [7] Il ritratto del Morghen, nella già menzionata Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, è allegato alla biografia di Vanini a cura di Andrea Mazzarella da Cerreto. Ne riferisce A. Nowichy, op.cit., p. 40. Questo ritratto viene pubblicato per la prima volta in ambito salentino da Francesco De Paola in F. De Paola – M. Leopizzi, I documenti originali sui “processi” a Vanini, Fasano, Schena Editore, 2001, p. 15.

     [8] Così è ritratto anche in M. Laval, Le philosophe Uciglio Vanini, in «Mosaique du Midi», 1837-1838, p. 22. Il busto di Bortone viene pubblicato nel libro di Guido Porzio, Antologia vaniniana, Lecce, 1908, prima del frontespizio. Si veda A. Nowicky, op.cit. p. 40.

     [9] R. Palumbo, Giulio Cesare Vanini e i suoi tempi. Cenno biografico-storico corredato di documenti inediti, Napoli, 1878, riportato da A. Nowicky, op.cit. p. 41.

     [10] Amministrazione Comunale di Taurisano, Celebrazioni in onore di Giulio Cesare Vanini. 350° Anniversario della morte, a cura di Antonio Santoro, Francesco De Paola, Luigi Crudo, Prefazione di Aldo de Bernart, Cutrofiano, Panico &Toraldo,1969, p. 8.

     [11] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, busta 171, Folio 43v, in F.  De Paola, Note sui Vanini di Taurisano e sui dottori dell’antica Terra d’Otranto, in Aa.Vv., Filosofia e Storiografia. Studi in onore di Giovanni Papuli, Vol. II – L’età moderna, a cura di S. Ciurlia, E. De Bellis, G. Iaccarino, A. Novembre, A. Paladini, Galatina, Congedo,2008, p. 113.

     [12] Tela in casa del dottor Luigi Ponzi di Taurisano. La nota è in A. Nowicky, op.cit. p. 42.

     [13] F. De Paola, Vanini nel Salento: origine e fine di un’icona anticlericale, in Aa.Vv., Nei giardini del passato. Studi in memoria di Michele Paone, a cura di P. Ilario D’Ancona e Mario Spedicato, Lecce, Edizioni Grifo, 2011, p. 112.

     [14] A. Nowicky, Centralne Kategorie filozofii Vaniniego, Panstwowe Widawnictwo Naukowe, Warszawa 1970, p. 176, fuori testo.

     [15] Sull’argomento, fra gli altri, si veda L. Montonato, Presenze luterane in Giulio Cesare Vanini, in «L’Idomeneo Lutero in Terra d’Otranto. Atti del Convegno di Studi (Lecce, 25,26 ottobre 2017)», Rivista del Dipartimento di Beni Culturali-Università del Salento, in collaborazione con Società Storia Patria Puglia, Sezione di Lecce, n.24-2017, Lecce, 2018, pp. 225-228.

     [16] C. Serafini, Giulio Cesare Vanini, Roma, Editoriale G. Galilei, 1914.

     [17] Uno schizzo pubblicato da A. Nowicky, in Ostatnia noc Vaniniego, Katowice, 1976, p. 183. Lo stesso Nowicky parla di un altro quadro del 1935 conservato nel Museo di Storia della Religione e dell’Ateismo a Leningrado, dipinto da Rada Efimovna Chusid, e di un disegno del 1952, di autore ignoto, nel Circolo Vaniniano di Taranto, probabilmente tratto dal medaglione del monumento di Campo dei Fiori: A. Nowicky, Giulio Cesare Vanini (1585-1619) La sua filosofia dell’uomo e delle opere umane, cit. p. 44.

     [18] F. De Paola, Vanini nel Salento: origine e fine di un’icona anticlericale, cit., p. 110.

     [19] P. Marti, Giulio Cesare Vanini, Lecce, Editrice Leccese, 1907. Su quest’opera, si sofferma E. Inguscio nel suo saggio Vanini nel pensiero di Pietro Marti, in Idem, Pietro Marti (1863-1933) Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto, a cura di Marcello Gaballo, Fondazione Terra D’Otranto, Nardò, Tip. Biesse, 2013, pp.123-134. Marti dedicò anche un saggio all’opera dell’amico scultore: P. Marti, Antonio Bortone e la sua opera, Lecce, 1931.

     [20] V. Bodini, In memoria di Pietro Marti. La vita e l’opera, in «La Voce del Salento», n,11, Lecce, 18 maggio 1933, p. 1.

     [21] Come da lettera riportata da P. Palumbo, op.cit., p. 335. L. M

     [22] Che sarà pubblicato solo nel 1999: F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. M aggiulli, Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto, a cura di Gianni Donno, Alessandra Antonucci, Loredana Pellè, con Prefazioni di Donato Valli, Ennio Bonea e Alessandro Laporta, Manduria, Lacaita, 1999.

     [23] F. De Paola, op.cit., p.113. Il bozzetto in gesso per un monumento a Vanini venne pubblicato da L.Ponzi, Onoranze mancate per Giulio Cesare Vanini, in «La Zagaglia», a. X, n.38, Lecce,1968, p. 12, e poi nel già citato Antonio Bortone, Pro Loco Ruffano, cit., a p. 145.

     [24] A. Nowicky, op. cit. p. 42.

     [25] Si rinvia a P. Vincenti, Fare scultura: Donato Minonni, in «Il Filo di Aracne», Galatina, n.5, novembre-dicembre 2014, pp. 41-43.

     [26] Ivi, p. 42.

     [27] Si veda: Amministrazione Comunale di Taurisano, Celebrazioni in onore di Giulio Cesare Vanini. 350° Anniversario della morte, cit. Interessanti le dichiarazioni dell’autore sulla genesi delle due opere: “Il busto, realizzato con graniglia di marmo di Carrara e cemento bianco da modello in argilla, venne posizionato nella Scuola elementare G.C.Vanini di Taurisano. La mia prima scultura in assoluto”, informa Donato Minonni, “avevo frequentato a Lecce, presso l’Istituto Statale d’Arte G. Pellegrino la sezione Pittura. Ispirandomi al busto di Eugenio Maccagnani, tuttora esistente nella Villa comunale di Lecce, volli interpretare un mio ritratto del Filosofo dandogli un’espressione piuttosto corrucciata e allo stesso tempo determinata a perseguire le proprie idee. In questo caso, come in tantissimi esempi della ritrattistica neoclassica anche il Nostro si presenta privo di abbigliamento. Il modello per la medaglia in gesso, invece, del diametro di 10 cm, venne pubblicato dal prof. Andrzej Nowicky, in un suo libro del 1970”. Il libro a cui fa riferimento Minonni è, A. Nowicky, Centralne Kategorie filozofii Vaniniego, cit., p. 283.

     [28] Si tratta di una medaglia in bronzo dorato, del diametro cm. 5, realizzata in numerosi esemplari per premiare ogni anno l’alunno più meritevole nel corso di studi del Liceo. Rappresenta la medesima immagine del busto in bronzo del filosofo.

     [29] L’opera è stata realizzata con fusione a cera persa, presso la fonderia Bruno Sordini di Milano. Questa l’interpretazione che lo scultore dà all’opera: “In questo caso, una maggiore libertà di interpretazione dell’espressione del volto e della composizione danno una rappresentazione del filosofo che, avvolto dalle fiamme del rogo, conserva la sua espressione pensante ma determinata. I capelli corti isolano la testa dal gioco delle fiamme che avvolgono la sua figura mentre dal basso parte e si avvolge a spirale una forma che si lega al resto della composizione”. Sulla statua si leggono i versi del prof. Francesco Politi, nativo della stessa Taurisano, che cosi recitano: “Di Natura gli arcani anelò con ardore indagare, / lasciò tra le fiamme la vita, / svanì cenere sparso da mani sacrileghe al vento, / ma dell’audace suo spirito i lumi furono albori /alle ansie e alle ricerche dell’età nuova”.

     [30] La letteratura sul Vanini ha sempre presentato il filosofo, sulla base della documentazione esistente in quell’epoca, come un frate carmelitano in fuga dall’ordine e dalla Chiesa cattolica. Ciò è vero solo in parte. Come indiscutibilmente dimostrano i documenti pubblicati nel 1998 da Francesco De Paola, il pensatore salentino ritornò nel mondo cattolico dall’Inghilterra nel 1614, dopo avere ottenuto la dispensa dal suo ordine e il permesso di vivere in “habito di prete secolare”. Si veda: F. De Paola, Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo, con nuovi documenti e testimonianze; introduzione di Giovanni Dotoli, Fasano, Schena Editore, 1998, pp. 220-221 (doc.XX), pp. 221-222 (doc.XXI), p. 223 (doc. XXII), pp. 224-225 (doc.XXIII), da cui risulta il nuovo status di Vanini al suo ritorno dall’esperienza inglese.

Libri| La Baita di Campo Tartano – L’Amore al Tempo della Frana

 

Si intitola La Baita di Campo Tartano – L’Amore al Tempo della Frana (Londra-Roma, Titani Editori, 2022, € 15.00),  l’ultimo lavoro letterario del giornalista-scrittore salentino Antonio Tarsi[1].

La narrazione  si sviluppa intorno a due nuclei fondamentali, la storia d’amore fra due amici di vecchia data, un uomo di chiare origini salentine ed una donna dell’Alta Valtellina, che coincide con la terribile frana che colpi nel luglio del 1987 tutta la Valtellina, una fra le più belle valli alpine, seminando morte, lutti, disastri ambientali e seppellendo un intero paese come sant’Antonio in Morignone.

Il romanzo del copertinese Tarsi si avvale di una cifra  stilistica particolarmente sostenuta e per certi versi simile ad una sequenza cinematografica a montaggio alternato. Da un lato la vicenda d’amore dei due giovani protagonisti, il salentino Federico e la valtellinese Giusy e dall’altro l’allucinante devastazione creata dalla frana. I due all’interno del loro nido d’amore, la piccola Baita Inferno, si ritrovano, loro malgrado, testimoni di una tragedia che semina morte, lutti, disastri ecologici e annientamento di risorse economiche ed ambientali. Nel corso della loro prima notte d’amore, dopo aver percepito i disastri che le frane stavano seminando,  non molto lontane da loro, abbandonato il rifugio che li ospita, spinti da un alto senso di solidarietà, si catapultano nel cuore di una valanga  che aveva già abbattuto l’albergo Gran Baita, bersaglio innocente di un apocalisse  di acqua e fango che non risparmiò nessuno, e vide la morte di tanta gente.

Insomma “La Baita di Campo Tartano”, per i due protagonisti del romanzo di Tarsi, si trasforma in una rosa ricca di spine per un’intera comunità, per un territorio da favola di grande bellezza e per loro stessi, che avevano scelto di vivere nella Val Tartano, la loro piccola storia d’amore.

Nel romanzo amore e morte intrecciano l’eterna vicenda con una natura che si rivela matrigna, non sponte propria, ma sempre con alle spalle le scelte ambientali ed economiche dell’uomo. I due con l’aiuto della protezione civile sono tratti in salvo, scampando cosi ad un probabile destino di morte. Giusy potrà raggiungere, cosi, il suo paesino d’origine dell’Alta Valle, dove probabilmente andrà a vivere con i suoi genitori, considerando virtualmente finito il suo matrimonio. Federico, invece, una volta raggiunta Milano, dopo un breve soggiorno in casa di amici in Calabria, raggiungerà il suo amato Salento, la terra del mare, del sole e del vento, alla ricerca del suo tempo, degli amici di una volta e terra d’origine dei suoi nonni e dei propri genitori.

 

La Baita di Campo Tartano – L’Amore al Tempo della Frana (Londra-Roma, Titani Editori, 2022, € 15.00)

 

[1] Antonio Tarsi, docente di “Materie Letterarie e Storiche”, laurea in “Storia del Cinema”, con una tesi su Paolo e Vittorio Taviani, giornalista pubblicista, membro del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, si occupa di storia e critica del film, teatro e poesia. Tra i suoi lavori Il cinema di Paolo e Vittorio Taviani, Lacaita, Manduria 1978; Film 1966-1986, Milella, Lecce 1985;  Cinema e Sessantotto, Capone, Cavallino-Lecce 1988; La luce filmica e il suo ascolto, in Voci dell’ascolto, a cura di Giuseppe Rizzo, Marietti, Genova 1992; Pupi Avati o della sostenibile leggerezza del film d’autore in Il cinema italiano degli anni  Ottanta… ed emozioni registiche, a cura di Vincenzo Camerino, Manni, Lecce 1992; Il cinema di Krzysztof Kieslowski, Barbieri, Manduria, 1993; San Giuseppe da Copertino nel cinema e nel teatro,  Panico, Galatina 2004; Alla confluenza di due fiumi-Poesie, Tharsys Edizioni, Copertino 2016;  Meraviglie di Fra Lucio da Corsano, Tharsys Edizioni, Copertino 2016; I sogni risorgono all’alba, Tharsys Edizioni, Copertino 2019; L’ANGELO È VOLATO IN ALTO IN ALTO IN ALTO! Omar Enrique Dominique Sivori, Panico Edizioni, Galatina-Tharsys Edizioni, Copertino 2019.

Film-maker indipendente, ha realizzato Da scene di vita politica (1970), Salento-Roma (1973), I pescatori svizzeri (1975), Disabili un problema irrisolto (1983 ), Delitto (1993), Giuseppe Desa (2004).

 

Il “Romanico fiorito” a Lecce. Una sintesi esplicativa e le sue immagini

di Paolo Marzano*

Questa indagine ha lo scopo di riflettere sull’arte di agire dell’uomo, sulla materia. Egli in effetti, ricerca e sperimenta le diverse espressività che il mondo e il corpo consentono, generando con la sua ‘industria’ artistica, delle ‘serie’ di oggetti che soddisfano quelle soluzioni formali capaci di tradurre i suoi bisogni, evidenziando prima di tutto, il grado della tecnologia adottata per produrli ed essenzialmente confermando come sia sempre più appropriato il metodo ‘multidisciplinare’, d’intervento, proprio quando si tratta di analizzare, come in questo caso, il salto che fa passare una forma da un’arte all’altra.

L’oggetto d’arte ha particolari premure nel far rispettare le condizioni del suo uso in un particolare tempo, mediando di continuo la propria autonomia con l’ambiente esterno che lo ingloba e lo considera. Far mutare il progetto della sua identità sia nella forma e sia per l’uso a cui è destinata, è il compito degli ‘artigiani’ che creano e inventano nuovi ‘assoggettamenti’ tra materiali e tra materiali e luoghi. D’altronde tutta una vasta letteratura coglie dettagliatamente quel valore ‘limite’ tra il profilo dell’oggetto e la sua potenziale propagazione nello spazio; la continua e costante dilatazione o contrazione progettuale, permette all’antiquaria di inventare, vivendo di sorprese e interazioni inattese sulla base delle prevedibili mutazioni che quella particolare materia, sollecitata fino al suo limite, può permettere di creare.

E’ il caso di dire che la proprietà di un ‘manufatto’ artigianale (intendendolo anche come architettura o sistema urbano) si possa affermare come risultato della variante di un ‘modello’ che, sapendo ‘usare’ la materia, ne gestisce la grandezza e permette all’oggetto di “ricollocarsi” tra gli schemi conosciuti e di riferimento, ai quali di certo si rifanno i committenti con l’appoggio della migliore esperienza tecnologica. A questo proposito tra i tanti casi che possiamo individuare nella storia delle arti delle “cose” dell’uomo, ricordiamo l’esempio della cornice di coronamento mistilineo tardogotica che, coinvolse diversi materiali; dai gioielli alle suppellettili, dai mobili alle finiture delle pale d’altare, agli apici di edifici, all’arredo liturgico, impreziosendosi di dorature e contemporaneamente venendo “adottata” per diventare il profilo aggiornato, quindi riconoscibile, della “linea/forma” di quel tempo. Un ‘oggetto’ (linea) garante di sofisticate preziosità che dunque ha fatto salti da un’arte all’altra, ripresentandosi tradotto poi, in altre serie con le dovute varianti, per molte facciate di altrettante chiese e palazzi lungo le rotte europee, nelle diverse latitudini.