Lutrinu e lustrinu: Nardò chiama, Napoli risponde; si spera …

di Armando Polito

 

foto di Massimo Vaglio
foto di Massimo Vaglio

 

Se qualcuno mi avesse chiesto di dare un sottotitolo, avrei senz’altro proposto: La scientificità dei salentini e la scientificità/fantasia dei napoletani. Subito dopo, però, avrei aggiunto di non prenderlo/prendermi alla lettera, almeno per quanto riguarda la presunta nostra scientificità, visto che nessuno oserebbe mettere in dubbio la fantasia dei napoletani. Il mio (vivo a Nardò, provincia di Lecce) non è un sintomo di masochismo né un involontario darsi con la zappa sui piedi; è semplicemente il riconoscimento di un indiscusso pregio altrui e di uno nostro probabilmente tutto da dimostrare.

Ad ogni modo, se qualcuno alla fine della lettura volesse prendermi a pesci in faccia, lo faccia con un buon numero di esemplari della specie riprodotta nell’immagine di testa e della quale mi affretto a fornire la scheda con i dati essenziali.

 

Nome scientifico: Pagellus erythrinus L. 1758

Famiglia: Sparidae

Genere: pagellus

Nome comune: Pagello fragolino

Nome in dialetto salentino: lutrinu

 

Passerò ora in rassegna le singole voci delle cinque sezioni della scheda.

1)  Nome scientifico: Pagellus erythrinus L. 1758

Parecchie voci del latino scientifico sono di formazione moderna. Così, chi andasse a cercare pagellus su qualsiasi vocabolario di latino, resterebbe deluso. Troverebbe come lemma più vicino pagella=foglio, che, insieme con pagina (da cui la voce italiana) è da pàngere=conficcare. Per comprendere il rapporto tra il verbo ed i due sostantivi bisogna sapere che Plinio (I secolo d. C.) ci attesta che i romani chiamavano pagina il pergolato di viti, la cui forma per lo più rettangolare evocava la colonna di scrittura. Se è evidente che questa metafora, come tutte, è un omaggio alla fantasia, altrettanto lo è che tra il nostro pagellus (il pesce) e il pagella del vocabolario non c’è alcun rapporto, anche scatenandoci con i voli più arditi  e volendo, magari, ipotizzare pagellus come il maschio della pagina o come diminutivo di pagus=villaggio …

L’attestazione più antica da me conosciuta di pagellus è in un documento del 1488  (in M. Ménard, Histoire civile, ecclésiastique et litteraire de la ville de Nismes, Chaubert-Herissant, Parigi, 1753, p. 47 della parte documentaria).

(E in primo luogo i consiglieri di detto signore pagarono a ciascun pescivendolo chiamato la Borni per 84 libbre di pesci, tanto pagelli, orate, muggini, in ragione …)

Pagellus, sì è  detto, non può essere, per motivi semantici,  diminutivo di pagus, eppure quel suo suffisso -ellus è chiaramente diminutivo, come avviene in anellus (da cui l’italiano anello)=anellino, diminutivo di anus (ca cui l’italiano ano)=cerchio, anello, ano. Ma se non è pagus il termine primitivo, quale sarà? Esso è pager1, variante di pagrus, a sua volta di phagrus, che è trascrizione del greco φἁγρος (leggi fagros) designante un pesce vorace, come denota il suo stesso nome, che è connesso con il verbo φαγέω (leggi faghèo)=mangiare, divorare ed è anche il nome della cote che, come si sa, è la pietra per affilare.

A chi dovesse obiettare che il tema di ager, essendo il suo genitivo agri, è agr– e, quindi, il diminutivo dovrebbe essere pagrellus, faccio solo l’esempio di sacellum=recinto sacro, diminutivo di sacrum (neutro di sacer=sacro), il cui genitivo è sacri e.dunque, con un tema sacr-. ci saremmo atteso un sacrellum.

Erythrinus è trascrizione del greco έρυθρῖνος (leggi eriutrìnos) designante un pesce di problematica identificazione ma dal caratteristico colore rosso, dal momento che la voce deriva da ἐρυθρός=rosso. Nel latino classico la forma è erythinus2, trascrizione del greco έρυθῖνος  (leggi eriuthinos) variante del ricordato έρυθρῖνος.

L. è abbreviazione di Linnaeus, latinizzazione del cognome di Carl von Linné, il naturalista svedese padre della moderna classificazione degli organismi viventi tramite la nomenclatura binomiale.

1758 è la data della decima a edizione del Systema Naturae  (la prima, per i tipi di De Groot era uscita ad Amsterdam nel 1735) pubblicata per i tipi di Salvio a Stoccolma, nella quale il nome venne registrato per la prima volta.

 

2) Famiglia: Sparidae

 La voce è da sparus=sparo, trascrizione del greco ςπάρος (leggi sparos). Nessun allarme, lo sparo è un pesce e il dialetto salentino ne usa il diminutivo (spariòlu) per designare il Diplodus  anularis.3  Da notare come alla radice di sparus (spar-) è stato aggiunto il suffisso patronimico (-idae) di origine greca, che calza perfettamente visto che la voce designa la famiglia. Debbo rendere partecipe il lettore di un’amara considerazione fornendo un dato di agevolissimo controllo: mentre su qualsiasi dizionario troverà registrato uno sparo (colpo di arma da fuoco) ben distinto da sparo (nome del pesce), se in Google digita sparo per trovare il pesce dovrà selezionare alla fine della pagina l’opzione sparo pesce in ricerche correlate a sparo; se inizialmente anziché selezionare tutti opta per immagini, potrà pure consumare il tasto sinistro e la rotella del mouse per avanzare nella visione ma non incontrerà ombra di pesce. Se, invece, digita sparus e poi seleziona sempre immagini il suo monitor questa volta diventerà una sorta di acquario densamente popolato. Doppia prova digitale non solo della consacrazione della nostra aggressività (che moralmente si colloca infinitamente più in basso rispetto a quella delle cosiddette bestie, che la utilizzano solo per difendersi o sfamarsi e non si servono di strumenti diversi da quelli forniti loro da madre Natura) ma pure della nostra ignoranza (nella fattispecie del latino) … che finisce per coinvolgere (e non poteva essere altrimenti) anche il motore di ricerca che, evidentemente, ignora lo sparo (il pesce) come immagine. La colpa, naturalmente, non è del motore di ricerca ma di chi ne ha progettato l’algoritmo. Tutto questo non succede digitando (tanto con l’opzione tutti che con immaginisparaglione, altro nome del nostro pesce, pur essendo chiarissimamente “sparaglione” derivato da sparo, accrescitivo cui si giunge attraverso un aggettivale *sparalio.

 

3) Genere: pagellus

Per pagellus vai al n. 1.

 

4)  Nome comune: Pagello fragolino

Per pagello vai al n. 1. Fragolino è chiaramente diminutivo da fragola, con riferimento, anche qui, al suo colore. Fragola è voce latina medioevale. diminutivo di fraga, femminile singolare derivato dal cambiamento di genere e numero del classico fraga, neutro plurale. Il lettore non si lasci ingannare da una certa somiglianza fonetica che c’è tra fagra e il φἁγρος (leggi fagros) ricordato al n. 1, perché tra loro non c’è alcun rapporto.

 

5) Nome in dialetto salentino: lutrinu

La voce è da erytrinu(m), accusativo dell’erythrinus del n. 1 del n. 1, attraverso la seguente trafila: erythrinu(m)>rythrinu(m), per aferesi>lytrinu (passaggio r->l-)>lutrinu.     

Se dovessimo italianizzare lutrinu, verrebbe fuori lutrino e il bello è che a parola esiste in italiano, ma non indica il pesce. Ecco  risultati che si ottengono digitando in Google lutrino.

1) http://www.dizionario-italiano.it/dizionario-italiano.php?parola=lutrino

Ogni mammifero della sottofamiglia dei Lutrini. Ne fa parte la lontra europea (Lutra lutra, L. 1758)

Aggiungo che per il latino medioevale il glossario del Du Cange registra il lemma Lutrinus rinviando a Luter2  (varianti ne sono lutra, da cui l’italiano lontra, lutria e lutrius. Per brevità riproduco solo la parte iniziale che contiene la definizione, ponendo a fronte  la mia traduzione e qualche nota.

2) http://dizionari.repubblica.it/italiano.php?stato=nt

Spiacenti, la ricerca non ha prodotto nessun risultato

 

3) http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/LUTRINO/

La tua ricerca per lutrino non ha prodotto risultati in nessun documento

 

4) http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/ (edizione on line del Sabatini-Coletti)

Parola non trovata

 

5) http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx (dal Gabrielli)

La parola che hai cercato ha 1 significato. Lutreola [lu-trè-o-la] s.f.

ZOOL Piccolo mammifero dei Mustelidi (Musteola lutreola), carnivoro, abile nuotatore, dalla pelliccia bruno-scura sul dorso e bruno-grigia sul ventre, che vive nelle regioni ricche d’acqua dell’Europa nord-orientale e dell’Asia settentrionale. SIN. visone europeo. 

Evidente che la risposta data è similare a 1 e conforme anche al lutèola registrato nel De Mauro (in cui lutrino è assente) con la definizione di piccolo mammifero (Mustela lutreola) diffuso nelle zone ricche d’acqua dell’Europa centrosettentrionale e dell’Asia settentrionale, particolarmente ricercato per la sua pellicia morbida e setosa di colore bruno scuro.

 

6) http://www.sapere.it/sapere/dizionari.html (Dal De Agostini)

Hai trovato 0 risultati per “lutrino”

 

7) https://dizionario.internazionale.it/cerca/lutrino

Non ho trovato occorrenze per lutrino. Lo stesso registra luteola ma con questa definizione: 1499; dal lat. lutĕŏla(m), femm. di luteolus “giallognolo”, der. di lutum “erba guada”.

 

8) http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=lustrino

Nessun risultato per lutrino forse cercavi: lustrino

 

9) http://www.accademiadellacrusca.it/it/search/apachesolr_search/lutrino

Forse cercavi neutrino

 

L’aggiunta etimologica che ho fatto alla definizione n. 1 rende ragione della totale assenza di rapporti tra lutrinu e lutrino, come mostra anche la differenza abissale tra le due specie.

Non così per lutrino, voce dialettale napoletana della quale riproduco il lemma come appare in Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, A spese dell’autore, Napoli, 1873.

E, restando sempre nell’ambito del dialetto, ecco quanto si legge in  Domenico Ludovico De Vincentiis ( Vocabolario del dialetto tarantino in corrispondenza della lingua italiana, Salvatore Latronico & figlio, Taranto, 1873):


A questo punto chiedo l’aiuto di qualche amico napoletano non solo per la conferma del lutrino del D’Ambra ma anche di quanto si legge nel Dizionario De Mauro nell’ultima parte (l’ho evidenziata in rosso) del lemma lustrino, che riproduco integralmente.

Vedo in lustrino, più che una deformazione di lutrino, il frutto di un incrocio, in cui recita il ruolo di protagonista la livrea del nostro pesce.

Se tale conferma dovesse verificarsi, sarebbe ulteriormente confermata pure la fantasia del sottotitolo, mentre la nostra scientificità resterebbe basata sull’erythrinus adottato da Linneo, ma lutrinu potrebbe essere nato prima dell’adozione scientifica dello svedese. E, paradossalmente, sarebbe stata la scienza a ricorrere involontariamente ad una parola che già aveva trovato ospitalità popolare.

P. S. Sarà gradita la comunicazione del nome che lo stesso pesce ha a qualsiasi latitudine (forse sto esagerando …). Volta per volta seguirà l’etimo, se ce l’avrò fatta a individuarlo …

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1 Phager in Plinio, Naturalis historia, XXXII, 53  e in Ovidio, Halieutica, 107 ((… rutilus phager  ...=il rosseggiante pagro).

2 Plinio, Naturalis historia, IX, 23 e 77; Ovidio, Halieutica, 104 (… caeruleaque rubens erythinus in unda= e il’eritrino rosseggiante nell’onda cerulea).

3 Oltre al dialettale spariòlu appare ancor più evidentemente diminutivo di sparus lo sparùlus attestato in Ovidio, Halieutica, 106 (et super aurata sparulus cervice refulgens= e il piccolo ssaro che risplende sopra con la sua testa dorata).  

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (3/3)

di Armando Polito

La rappresentazione grafica completa più antica  della favola di Piramo e Tisbe che io conosca è nel foglio 47r di un manoscritto del 1289 custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (Ms. lat. 15158).

A testimonianza della popolarità ininterrotta nel tempo della favola va detto, facendo un balzo indietro di parecchi secoli, che molti affreschi pompeiani (nelle immagini quelli più leggibili, almeno fino ad ora …) ci hanno restituito una sua rappresentazione fedele al racconto ovidiano; il primo e il secondo dalla Casa della Venere in bikini, alias Casa di Massimo (I, 11, 6.7), il terzo dalla Casa di Lucrezio Frontone (V, 4, 11), il quarto dalla Casa di Ottavio Quartione, alias di Loreto Tiburtino (II, 2, 2).

Del mito, però, esiste anche una versione greca, forse più antica ma attestata, non senza dubbi di attribuzione, da un  autore successivo, e di secoli, ad Ovidio, cioè da Nicolao Sofista, V secolo d. C.: Tisbe e Piramo avevano lo stesso reciproco desiderio. Gli innamorati si unirono: la ragazza restata incinta e nel tentativo di nascondere l’accaduto si uccide; il giovane appresolo si abbandona allo stesso destino e gli dei mossi a compassione per l’accaduto trasformarono entrambi in acqua e Piramo divenuto fiume scorre attraverso le terre della Cilicia. Tisbe è divenuta una fonte e in questo fiume getta le sue acque1

 

In una Moneta di Valeriano I (253-260) rinvenuta a Mopso, città della Cilicia (parte meridionale della penisola anatolica): al retto, busto drappeggiato dell’imperatore con testa coronata; legenda: AYT·K·OYAΛΕΡΙΑΟC·CE (da sciogliere in ΑYΓOYCTOC KAICAP CEBACTOC=Augusto Cesare Venerabile).

Al verso: il dio-fiume Piramo adagiato su un ponte a cinque campate all’interno delle quali è composta la legenda ΔΩΡΕΑ=dono; in basso legenda ΠΥΡΑΜΟC=Piramo; in alto legenda AΔΡ ΜΟΠΕΑ  ΤΩΝ (da risolvere in AΔΡOTHC ΜΟΠΕΑΤΩΝ)=forza degli abitanti di Mopso.

 

Nel gruppo di immagini che segue le prime due riproducono due dettagli di un mosaico datato al II-III secolo d. C. rinvenuto nella Casa del Portico a Seleucia, la terza quello di un mosaico datato al III secolo d. C. rinvenuto, sempre a Seleucia, nella Casa di Cilicia. Piramo e Tisbe, rispettivamente nella prima e nella seconda, e Piramo nella terza esibiscono un copricapo costituito da un serto di foglie acquatiche.

Passo ora ad un mosaico datato al III-IV secolo d. C. e rinvenuto nella Casa di Dioniso a Pafo nell’isola di Cipro; esso mostra, secondo me, la fusione fra le due versioni, quella greca e quella romana, del mito.

La postura di Piramo, infatti, è quella tipica del dio fluviale, completata dall’anfora su cui poggia il braccio sinistro e dalla quale si riversa un liquido scuro che si direbbe sangue (vino non direi …), mentre sotto l’ascella, sempre sinistra, spunta una canna palustre, le cui foglie, inoltre, compongono il copricapo già rilevato nei mosaici precedenti. Nella destra stringe una cornucopia da cui sembrano traboccare quelli che si direbbero grappoli di uva più che sorosi di gelso. Appartiene, invece, all’iconografia romana il leopardo che, però, sostituisce la leonessa originale. Manca la drammaticità e, direi, la truculenza dell’iconografia romana ed a questo contribuisce non solo la raffigurazione di Piramo ma anche quella di Tisbe colta nel momento in cui scopre Piramo morente e non in quello in cui ha già dato esito alla sua volontà di farla finita. Del tutto normale, poi, sulle rispettive teste, la scarna didascalia costituita dal nome dei protagonisti (ΘΙCΒΗ e ΠΥΡΑΜΟC).

Ogni mito contiene sempre un fondo di verità e la favola di Piramo e Tisbe con la metamorfosi dell’albero (dettaglio presente solo in Ovidio) confermerebbe l’origine orientale del gelso bianco (Morus alba L.), specie che non compare nella letteratura scientifica greca o latina, ove si parla solo del gelso nero (Morus nigra L.) e del rovo (Rubus fruticosus L.).

Non a caso tutte le essenze appena indicate con il loro nome scientifico, nonché il lampone (Rubus Idaeus L.) hanno in comune il dominio (Eukaryotes), la divisione (Magnoliopsides), l’ordine (Urticales) e la famiglia (Moraceae).

Certamente, però, non si può fugare il dubbio che la metamorfosi ovidiana del gelso sia un’invenzione poetica (i frutti del gelso non hanno da subito la colorazione che assumono quando sono maturi), la quale piacque a tal punto che a distanza di quasi 1500 anni il napoletano Jacopo Sannazaro la rielaborò nell’elegia In morum candidam (Al gelso bianco), in cui la protagonista, la naiade Morinna (nome scelto certamente non a caso …), a Baia viene trasformata in un gelso biancoper sfuggire (solita storia …), rallentata nella sua corsa da una tempesta di grandine e pioggia (alla fine il poeta le amplifica in  nives=nevi), alla libidine di un essere che, secondo me non senza ironia, viene chiamato semideusque caper semicaperque deus (e semidio capro e capro semidio).

Per tornare ad Ovidio: secondo il Keithalla base del racconto ci sarebbe un gioco di parole che coinvolge in una sorta di ammucchiata paronomastica (questa definizione è mia) le voci morus=gelso, mora=indugio, amor=amore, mors=morte. L’osservazione è suggestiva ma credo che tutto sia dovuto al caso perché è difficile immaginare che un versificatore abilissimo come Ovidiosi sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di utilizzare pure l’aggettivo morus/mora/morum=pazzo  nella forma maschile morus (che nulla ha a che fare col morus sostantivo precedente) riferito a Piramo e/o in quella femminile mora (nulla a che fare col precedente sostantivo) riferito a Tisbe. E se per morus/mora/morum mi si può obiettare che la voce è attestata solo in Plauto (III-II secolo a. C.), che probabilmente era di uso popolare e, comunque, obsoleta (e da tempo) a  quasi due secoli di distanza, Ovidio avrebbe potuto utilizzare pure uno dei casi di mos/moris=abitudine, carattere, volontà, capriccio.

Ho già detto che nessun autore greco o latino parla del gelso bianco, ma la produzione della seta dal baco è già nota in Aristotele:  Poi da un grande verme, che ha come corna e differisce dagli altri, c’è dapprima, col cambiamento del verme, un bruco, poi un baco, da questo una crisalide e cambia tutte queste forme in sei mesi. Da questo animale alcune donne sciolgono i bozzoli dipanandoli e poi tessono.5

Ciò fa pensare che anche nel mondo greco i bachi si nutrissero delle foglie sì del gelso, ma di quello nero; e un passo di Piero de’ Crescenzi (1233-1320)  autorizza a supporre che ciò sia continuato per lungo tempo anche in Occidente dopo l’introduzione del baco da seta: Grande danno inoltre subisce il gelso fino ad ostacolare la crescita sua e dei suoi frutti tanto da renderli del tutto inutilizzabili se vengono spogliati delle loro foglie e soprattutto se non sono lasciate quelle che in essi si trovano alla sommità dei rametti o, ancora peggio, se le stesse cime vengono raccolte con le foglie, come spesso inopportunamente fanno esagerando le donne, quando le raccolgono come cibo dei vermi poiché esse sono ottimo cibo per loro. Sono raccolte non appena i vermi sono nati fino a che non smettono di mangiare e cominciano a compiere la loro opera. Il frutto poi mostra la maturazione con la nerezza e con la tenerezza.6

Come siano andate effettivamente le cose e come finiranno i gelsi dell’Incoronata, la stessa chiesa e l’immondo scheletro di calcestruzzo che oscenamente fa loro compagnia nessuno può dirlo. Mi illudo solo che chiunque si sia imbattuto in queste righe, passandoci vicino, dedichi alla riflessione qualche secondo in più rispetto al tempo che la frenetica e superficiale vita di oggi usualmente ci concede.  Non sono un credente, almeno nel senso corrente del termine, ma mi piace, comunque, immaginare che un salentino, Roberto Malerba, l’uomo che sussurrava ai gelsi, scomparso poco più di due anni fa e forse troppo presto dimenticato, in barba al mito, alla scienza, alla storia, alla tecnologia, ai giochi di parola consapevoli o meno e ai limiti di ognuno di noi, ora lo sa e, magari, difenderà, insieme con gli altri, i gelsi dell’Incoronata e le innumerevoli nostre bellezze, almeno quelle superstiti, più di quanto non abbia già fatto, egregiamente, durante la sua troppo breve avventura terrena.

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/17/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi/

 

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Progymnasmata, II, 9, in Rhetores Graeci, a cura di Cristiano Walz,  v. I, F. Didot, Parigi, 1832, pag. 271: Θίσβη καὶ Πὑραμος τὴν ἴσον πρὸς ἀλλήλους ἐκέκτηντο πόθον. Ἐρῶντες δὲ ἐπλησίαζον· κύουσα δὲ ἡ παῖς καὶ τὸ γεγονὸς πειρωμένη λαθεῖν ἀναιρεῖ μὲν ἑαυτὴν, μαθῶν δὲ ὁ νέος παραπλησίαν ὑφίσταται τύχην, καὶ θεοὶ τὸ συμβὰν ἐλεήσαντες εἰς ὕδωρ.  Ἄμφω μετέστησαν, καὶ ποταμὸς μὲν γεγονὼς ὁ Πὑραμος διαῤῥέει τοὺς Κίλικαϛ, πηγὴ δὲ ἡ Θίσβη, καὶ παρὰ τοῦτον ποιεῖται τὰς ἐκβολάς.

Due ricordi più sintetici della metamorfosi idrica di Piramo e Tisbe ma anteriori rispetto a Nicolao,  sono  in Imerio di Bitinia  (IV secolo d. C.): Orationes, I, 11: Εἰ ἔδει καὶ ποταμῶν ἔργα συνάπτειν τῷ γάμῳ, ὕμνετο ἄν ἐκ τούτων ὁ γάμος. Ποταμῷ μὲν τῷ γείτονι προξενεῖ Θίσβην τὴν γείτονα, ἥν καὶ ἐκ κόρης εἰς ὕδωρ ἀμείβει, καὶ τηρεῖ μέχρι ναμάτων τὸν ἔρωτα, εἰς ταυτὸν ἄγων τῆς τε ἐρωμένης καὶ τοῦ νυμφίου τὰ ῥεύματα (Se fosse necessario applicare le vicende dei fiumi alle nozze, anche le nozze potrebbero essere da loro celebrate. Ciò avvicina al vicino fiume la vicina Tisbe che pure lei da fanciulla diventa acqua e custodisce l’amore fino alle sorgenti congiungendo in una stessa cosa il corso e dell’innamorata e dello sposo); ancora nello Pseudo Clemente (IV secolo), Recognitiones, X. 26, del testo originale in greco rimangono solo pochi frammenti e la traduzione fatta nel secolo successivo da Rufino di Aquileia:…Thysbem apud Ciliciam in fontem et Pyramum inibi in fluvium resolutos … ( … mutati Tisbe in Cilicia in fonte e nello stesso posto Piramo in fiume …); infine, in Nonno di Panopoli (V secolo d. C.), Dionisiache, XII, 84-85: Θίσβη δ’ὑγρὸν ὕδωρ καὶ Πὑραμος, ἥλικες ἄμφω,/ἀλλήλους ποθέοντες … (Tisbe acqua fresca al pari di Piramo,  ambedue giovani reciprocamente innamorati …). Per completezza cito le altre fonti: Lattanzio Palcido (IV secolo), Narrationes fabularum Ovidianarum, IV, 3: Pyramus et Thisbe urbis Babyloniae, quam Semiramis regina muro cinxerat, et aetate et forma pares, cum in propinquo habitarent, rima parietis et conloquii et amoris initia inter se pignerati sunt. Constituerunt itaque, ut a matutino ad monumentum Nini regis sub arborem morum convenirent ad amorem. Et cum celerius sub lucem Thisbe, nacta occasionem, ad destinatum locum venisset, conspectu leaenae exterrita abiecto amictu in silvam refugit. At fera a recenti praeda cum ad fontem vicinum tumulo sitiens decurreret, relictam vestem cruento ore laceravit. Post cuius discessum Pyramus cum eundem venisset locum et amictum sanguine adspersum invenisset, existimans a fera consumptam, ferro se sub arbore interfecit. Deinde Thisbe deposito metu, cum eundem fuisset reversa locum et conperisset, se causam mortis adolescentis exstitisse, itaque, ne diutius dolori superesset, eodem ferro se traiecit. Quorum cruore morus arbor adspersa, quia foedissimi spectaculi fuerat inspectrix, poma, quae gerebat alba, in conscium vertit colorem (Piramo e Tisbe della città di Babilonia, che la regina Semiramide aveva cinto di un muro, pari di età e bellezza, abitando vicini, si assicurarono lo sviluppo iniziale del loro amore e dello scambio delle loro parole  parole grazie ad una fessura  della parete. E così stabilirono un incontro d’amore di primo mattino presso la tomba del re Nino sotto un albero di gelso. E Tisbe, sfruttando l’opportunità, essendo arrivata prima sul far dell’alba al luogo stabilito, atterrita alla vista di una leonessa, lasciato cadere il velo, si rifugiò nel bosco. Ma la belva in preda alla sete, correndo dalla preda appena incontrata verso una fonte vicina alla tomba lacerò con la bocca insanguinata il velo abbandonato. Piramo, essendo giunto nel medesimo luogo ed aver trovato il velo insanguinato, credendo che la ragazza fosse stata divorata dalla belva, si uccise con la spada sotto l’albero. Poco dopo Tisbe, deposta la paura, essendo ritornata sul medesimo posto ed avendo scoperto di essere stata la causa della morte del giovane, così, per non sopravvivere troppo a lungo al dolore, si trafisse con la stessa spada. L’albero di gelso cosparso del loro sangue, poiché era stato spettatore dell’orrenda scena, mutò i frutti, che portava bianchi, in un colore che ricordasse la disgrazia).

2 Ecco il momento culminante nei versi 55-60: Fitque arbor subito. Morum dixere priores/et de Morinna nil nisi nomen habet:/pes in radice, in frondes ivere capilli,/ et quae nunc cortex caerula vestis erat./Brachia sunt rami, sed quae nitidissima poma,/quas male vitasti, Nimpha, fuere nives. (E all’istante diventa albero. Gelso lo chiamarono gli antichi e di Corinna nulla ha se non  il nome: il piede divenne radice, i capelli si trasformarono in fronde e quella che ora è corteccia era una veste azzurra. Le braccia sono rami ma, o ninfa, furono le nevi che  non riuscisti a superare quei bianchissimi frutti).

3 A. M. Keith, Etymological Wordplay in Ovid’s ‘Pyramus and Thisbe, in The classical Quarterly, LI, n. 1, 2001, pp. 309-312.

4 Di se stesso così dice senza falsa modestia (Tristia, IV, 10, 26): Et quod temptabam dicere versus erat (E ciò che tentavo di dire era verso).

De historia animalium, V, 19, 551:  Ἐκ δέ τινος σκώληκος μεγάλου, ὅς ἔχει οἷον κέρατα καὶ διαφέρει τῶν ἄλλων, γίνεται πρῶτον μὲν μεταβαλόντος τοῦ σκώληκος κάμπη, ἔπειτα βομβύλιος, ἐκ δὲ τούτου νεκύδαλος· ἐν ἕξ δὲ μησὶ μεταβάλλει ταύτας τὰς μορφὰς πάσας. Ἐκ δὲ τούτου τοῦ ζῴου καὶ τὰ βομβύκια ἀναλύουσι τῶν γυναικῶν τινὲς ἀναπηνιζόμεναι, κἄπειτα ὑφαίνουσιν.

6 Dell’agricoltura, V, 14; cito dall’edizione De omnibus agriculturae partibus et de plantarum et animalium generibus, 1548,  s, n., s. l., pag. 151: Accidit praeterea nocumentum magnum moro, ut eius impediatur augmentum et fructibus eius, ut omnino inutiles fiant, si suis foliis spolientur et maxime si non fuerint quae in summitatibus sunt ramusculorum in eis relicta, vel, quod peius est, si sint ipsae summitates cum frondibus collectae, ut saepe importunae nimium faciunt mulieres cum eas proptere escas vermium colligunt, quae vermibus sunt optimus cibus. Colliguntur statim cum vermes nati fuerint usque quo a cibo desistunt et incipiunt opus facere. Fructus autem cum sua nigredine et teneritudine maturitatem fatetur.

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (2/3)

di Armando Polito

Due tavole distinte, invece, illustrano il tema in un’edizione uscita per i tipi di Giovanni di Tornes a Lione nel 1559.


Le due tavole che seguono sono dell’incisore tedesco Virgil Solis (1514-1562), a corredo di un’edizione delle Metamorfosi a cura di Johannes Posth (1537-1597) uscita per i tipi di Corvino, Feyrabent ed eredi Galli a Francoforte nel 1563. Sono le stesse tavole dell’edizione di Lione del 1559 con un’inversione speculare.

Le due successive, dell’incisore italiano Antonio Tempesta (1555-1630), sono a corredo di un’edizione dell’opera ovidiana pubblicata a spese di Pietro de Iode ad Anversa nel 1606

Nella tavola che segue, a corredo di un’edizione uscita per i tipi di Le Mire e Basan a Parigi nel 1770, la presenza di altri personaggi mitologici è ridimensionata dal primo piano riservato ai nostri due giovani.

Se la presenza di una rappresentazione grafica della favola appare scontata in un’edizione delle Metamorfosi, una prova della sua popolarità è data dal fatto che essa compare pure nel frontespizio di volumi (di seguito un esempio del 1537) il cui argomento nulla ha a che fare col poeta latino e con la stessa favola.

La celebrazione di questa  tragica storia d’amore  non poteva certo mancare in un genere letterario che ebbe enorme diffusione nei secoli XVI-XVII, la cui produzione è costituita sostanzialmente da una serie di schede ognuna delle quali con un testo e la relativa immagine tratta un argomento di natura morale.  Di seguito quella presente nel Thronus cupidinis, di anonimo, uscito nella terza edizione per i tipi di Guglielmo Giansonio ad Amsterdam nel 1620.

Innumerevoli le stampe sciolte. Qualche esempio, a cominciare da un’incisione del 1505 di Marcantonio Raimondi, custodita nella Biblioteca nazionale di Francia.

È la volta di un’incisione di Lucas van Leyden del 1514 che integra con il suicidio di Tisbe la già vista rappresentazione sintetica di Georges Wickram.

Di seguito una xilografia del 1528 di Heinrich Aldegrever (Monaco, Staatliche Graphische Sammlung) e due dipinti di Gregorio Pagani (1558-1605) custoditi, rispettivamente, a Firenze nella Galleria degli Uffizi e a Bibbiena nel Palazzo comunale.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/19/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-33/  

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (1/3)

di Armando Polito

Quando ci lascia una persona cara è quasi d’obbligo l’uso dell’espressione che nel titolo si legge dopo i due punti. In fondo, forse, è anche un modo per esorcizzare l’idea della morte affidando al ricordo i tratti, anche somatici, più belli del defunto. Per i più sensibili questo vale anche se la perdita coinvolge un animale o un vegetale. Per questo, pur non ritenendomi particolarmente sensibile, la morte avvenuta qualche giorno fa dei secolari alberi di gelso dell’Incoronata di Nardò a causa di un incendio, mi ha profondamente turbato. A memoria di una bellezza (quanto più è antica più dovrebbe essere degna di attenzione, cura e buoni sentimenti, ma, purtroppo, non è così …) irrimediabilmente perduta propongo, senza l’aggiunta di foto dello sfacelo,  Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’incoronata a Nardò apparso poco meno di un anno fa (agosto 2016) sui nn. 4-5, ppg. 145.165, de Il delfino e la mezzaluna, la rivista, per chi non lo sapesse, della fondazione. Con ulteriore amarezza debbo far notare che nulla ha potuto da lassù nemmeno Roberto Malerba (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/24/roberto-malerba-luomo-che-sussurrava-alle-piante-e-amava-i-gelsi/), che io, da credente nella Natura, avevo invocato, alla fine del lavoro, come nume tutelare anche dei nostri gelsi.

Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:

tra Beatrice e te è questo muro”.            

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che ‘l gelso diventò vermiglio.

(Dante, Purgatorio, XXVII, 34-39)

 

I toponimi sono per lo più legati ad una caratteristica fisica del territorio o al nome di uno dei possessori o a un dettaglio importante, che può essere un albero o un monumento. Non si sottrae a questa legge Nardò e ne fornisco un esempio per ogni caso: Li Patuli (Le Paludi, zona soggetta ad alluvioni), Li Cafari (masseria e terre della famiglia Cafaro), Lu Pepe (zona oggi integrata completamente nell’abitato ma in passato appena al di fuori delle antiche mura, caratterizzata dalla presenza di un esemplare gigantesco di albero di pepe; per le marine ricorderò Lu Frascone, quasi certamente da un gigantesco cespuglio di frasca), L’Incoronata (dalla presenza dell’omonima chiesa).

Voglio soffermarmi su quest’ultimo toponimo per dire che, se non fosse stata portata a compimento proprio nell’ultimo anno del XVI secolo la costruzione della chiesa dedicata a Santa Maria Coronata, forse questa zona oggi periferica dell’abitato di Nardò avrebbe avuto lo stesso destino del Pepe o del Frascone, si sarebbe chiamata, cioè, Li Zezzi (I gelsi), per la presenza di numerosi, maestosi alberi di gelso che, dislocati ai margini di quello che prima era un tratturo e ora una strada asfaltata, hanno deliziato con i loro frutti intere generazioni di fruitori abusivi (violazione di proprietà privata …) di ogni età.

Mi auguro che il loro verde e la loro spettacolare bellezza allietino le generazioni che verranno e non subiscano lo stesso destino della chiesa, in perenne restauro, e dell’obbrobrio costituito dallo scheletro dell’edificio che era destinato ad essere la nuova sede del Municipio e che, invece, rimane una delle tante opere incompiute senza colpevole, di cui la penisola è cosparsa.

In attesa di tempi migliori, anche esteticamente, rispetto a quelli testimoniati nella foto che, come le due precedenti, è di Corrado Notario e Caterina Polito, consoliamoci facendo un tuffo in un passato già in parte evocato dai versi danteschi citati all’inizio.

La mitologia ci ha tramandato innumerevoli storie di sesso   e d’amore in cui la metamorfosi in essenza vegetale costituisce il momento culminante; esso può essere liberatorio, come nel caso di Dafne trasformata in alloro per sfuggire alla libidine di Apollo o consolatorio come nel caso di Calamo e Carpo, rinati, rispettivamente, come canna palustre e come frutto di varie specie dopo che il primo aveva chiesto a Giove di farlo morire perché non in grado di sopportare il dolore derivante dalla morte del secondo per annegamento.

Il repertorio più organico di queste trasformazioni che simboleggiano, al pari della metempsicosi e parzialmente della concezione cristiana dell’al di là, un modo per esorcizzare l’idea della morte intesa non come passaggio ma come momento inesorabilmente definitivo di annullamento, trova la sua celebrazione poetica nelle Metamorfosi di Ovidio (43 a. C.-18 d. C.).

I versi 55-166 del quarto libro contengono la storia di Piramo e Tisbe, che mi piace riportare integralmente nella mia traduzione. La metamorfosi qui assume connotati non usuali, perché coinvolge una specie vegetale e potrebbe far pensare ad una sorta di passaggio da una varietà all’altra di un albero già esistente.

Piramo e Tisbe, uno il più bello dei giovani, l’altra preferita alle fanciulle che l’Oriente ebbe abitarono case vicine, dove si dice che Semiramide avesse cinto l’alta città con mura di mattoni cotti. La vicinanza rese possibile la conoscenza e i primi approcci: col tempo crebbe l’amore. E si sarebbero uniti in matrimonio, ma i loro padri lo vietarono. Ciò che non poterono impedire, ambedue ardevano nell’animo di eguale amore reciproco. Nessuno lo sa: parlano a cenni e segni, e il fuoco più viene nascosto, più, nascosto, divampa. Era solcato da una sottile fessura formatasi da tempo il muro in comune tra le due abitazioni. Quel difetto da nessuno notato per secoli (cosa non vede l’amore?) voi innamorati lo vedeste per primi e faceste strada alle vostre voci; e sicure attraverso esso solevano passare le vostre dolcezze con minimo mormorio. Spesso, dove si erano soffermati Tisbe di qua, Piramo di là, e a vicenda era stato captato l’anelito della loro bocca, dicevano: – O muro invidioso, perché ostacoli gli innamorati? Cosa ti costerebbe lasciarci unire con tutto il corpo o, se questo è troppo, aprirti per poterci scambiare un bacio? Né siamo ingrati: riconosciamo di esserti debitori, ché alle parole è stato dato di giungere alle orecchie amiche -. Pronunciate invano queste parole in un posto diverso, sul far della notte si salutarono e diedero ognuno alla parte sua di muro baci destinati a non incontrarsi. L’aurora seguente aveva rimosso i fuochi notturni e il sole con i raggi aveva asciugato le erbe coperte di brina: si trovarono al solito posto. Allora con un piccolo mormorio lamentatisi a lungo stabiliscono che nella notte silenziosa inganneranno i custodi e tenteranno di varcare la porta e, usciti da casa, di allontanarsi dalla città e, per non perdersi vagando nell’aperta campagna, di trovarsi presso la tomba di Nino e di nascondersi all’ombra di un albero. C’era lì un albero, di candidi frutti ricchissimo un alto gelso, vicino ad una fresca sorgente. Sono d’accordo. E la luce, che pareva andarsene troppo lenta, scende sulle acque e da esse la notte va via. Nelle tenebre l’astuta Tisbe, aperta la porta, esce fuori, inganna i suoi ed a volto coperto giunge al sepolcro e siede sotto l’albero convenuto. La rendeva coraggiosa l’amore. Ecco, viene da una recente strage di buoi  una leonessa con le fauci ancora spumeggianti per placare la sete nell’acqua della vicina sorgente. Sotto i raggi della luna da lontano la babilonese Tisbe la vede e con passo timoroso fugge verso un oscuro antro e mentre fugge lascia per terra il velo scivolatole dalle spalle. Quando la feroce leonessa placò la sete con molta acqua, tornando nelle selve dilaniò con la bocca sporca di sangue il leggero tessuto che aveva trovato per caso senza la ragazza. Uscito più tardi, Piramo scorse nell’alta polvere le orme inconfondibili della fiera e sbiancò in volto. Quando poi trovò pure la veste macchiata di sangue, disse: – Una sola notte condannerà a morte due innamorati. Di noi lei fu la più degna di lunga vita, la mia anima è colpevole: io, o sventurata, ti ho uccisa, io che ti spinsi a venire di notte in luoghi pieni di paura e non venni qui per primo. Dilaniate il mio corpo e col feroce morso divorate lo scellerato cuore, o leoni, qualunque di voi abiti sotto questa rupe. Ma è del vigliacco desiderare questa morte -. Raccoglie il velo di Tisbe e lo porta con sé sotto l’ombra dell’albero convenuto; e, quando versò lacrime e diede baci alla cara veste, disse: – Accogli ora anche il fiotto del mio sangue! -. Si piantò nel ventre il pugnale che aveva al fianco, non ci fu indugio, morente lo estrasse dalla ribollente ferita. Quando giacque supino a terra il sangue schizzò in alto non diversamente da un tubo per un difetto del piombo si spacca e da un foro sottile stridente molta acqua proietta e con colpi sferza l’aria. I frutti dell’albero per lo spruzzo del sangue in nero mutano il loro aspetto e la radice bagnata di sangue tinge di colore purpureo le more che pendono. Ecco, ancora impaurita, per non deludere l’innamorato essa ritorna e con gli occhi e col cuore cerca il giovane, è impaziente di raccontargli che pericoli ha evitato. E come gli occhi riconoscono il luogo e la forma nell’albero, così la rende incerta il colore del frutto: dubita che sia quello. Mentre il dubbio l’assale, tremando vede spasimare sul suolo insanguinato un corpo, ritrae il piede e mostrando un volto più pallido del bosso rabbrividisce come il mare che trema quando è sfiorato da una leggera brezza. Ma dopo che, indugiato, riconobbe il suo amore, percuote tra gli alti gemiti le membra innocenti e, scompigliati i capelli e abbracciato il corpo amato, colmò le ferite di lacrime e al sangue il pianto mescolò e fissando gli occhi sul gelido volto esclamò: – Piramo, quale sventura ti ha strappato a me? Piramo, rispondi!. La tua carissima Tisbe ti chiama; ascoltami e solleva il volto inerte! -. Al nome di Tisbe gli occhi ormai gravati dalla morte Piramo sollevò e dopo averla vista li richiuse. Dopo che lei riconobbe la sua veste e vide il pugnale privo del fodero d’avorio, disse: – La tua mano e l’amore ti hanno perso, o infelice. Pure io ho mano forte per ciò solo, pure io ho l’amore: ed esso  mi darà la forza per uccidermi. Seguirò la tua morte e si dirà che della tua morte sono stata causa e compagna; e tu che alla morte, ahimé, da me sola potevi essere tolto, neppure dalla morte potrai essermi tolto. Perciò allora non siate insensibili alla preghiera di entrambi, o molto infelici genitori mio e suoi, affinché coloro che un amore sicuro, che l’ora estrema unì non impediate che siano composti nello stesso sepolcro. Ma tu, albero, che con i rami lo sventurato corpo di uno solo ora ricopri, sii destinato subito a coprirne due, conserva un segno della disgrazia e pure paràti a lutto sempre conserva i frutti, ricordo di un sangue gemello! -. Disse e, volto il pugnale sotto l’estremità del petto, si lasciò cadere sulla lama che era ancora calda di sangue. La preghiera tuttavia toccò gli dei, toccò i genitori: infatti nel frutto, quand’è maturo, il colore è nero e ciò che resta del rogo riposa in un’unica urna1

L’opera di Ovidio ha goduto nei secoli di un’ininterrotta fortuna, come dimostra il numero incalcolabile di edizioni che nel tempo si sono susseguite, tra cui spiccano, già da quando l’immagine non aveva assunto l’attuale importanza, quelle illustrate. Di alcune delle più antiche riproduco la tavola relativa al nostro tema.

Comincio da un manoscritto. Il codice Bodmer 49, custodito presso l’omonima fondazione a Cologny in Francia, datato al 1460 circa, contiene l’Épître d’Othéa, opera scritta da Christin de Pisan intorno al 1400. Il foglio 59r contiene la miniatura di seguito riprodotta.

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Secondo il mio punto di vista tra tutte quelle che qui saranno mostrate questa è la tavola più sintetica, efficace e perfino ironica tra tutte quelle che seguiranno. Basta guardare la postura della leonessa che sembra guardare con soddisfazione l’epilogo della triste storia, quasi il sipario calasse con lei che usurpa il ruolo di protagonista ai due umani e la cui coda eretta sembra celebrare l’eccitante trionfo.

Nel 1474 usciva ad Ulm per i tipi di Zainer la traduzione in tedesco del  De claris mulieribus del Boccaccio ad opera di Heinrich Steinhöwe e non poteva mancare una tavola dedicata a Tisbe ed al suo compagno di sventura.

La tavola che segue è tratta da un incunabolo uscito per i tipi di Mansion a  Bruges nel 1484 e custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Qui ad ogni piano prospettico ne corrisponde uno cronologico, la cui lettura procede, com’era naturale, dallo sfondo al primo piano; così nel primo, davanti alle torri di Babilonia, Tisbe si nasconde dalla leonessa dietro un masso, nel secondo, vicina a Piramo morente, con la sinistra s’infila la spada nel petto.

Di seguito una tavola tratta da Niccolò degli Agostini, Tutti gli libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral in verso vulgar con le sue allegorie in prosa, Venezia, Zoppino, 1522.

Da notare la rappresentazione sintetica dei due momenti: nel primo semiquadro la fuga di Tisbe, nel secondo il suicidio, una tecnica che anticipa quasi la ripresa cinematografica come veniva effettuata su pellicola prima che subentrassero la registrazione magnetica prima e quella digitale poi.

La rappresentazione, invece, è più scarna ed elementare e lascia alla sola leonessa che si allontana il compito di riassumere l’antefatto nella tavola a corredo dell’edizione dello stesso autore uscita per i tipi di Bindoni a Milano nel 1538.

La sinteticità è spinta al massimo, invece, un’edizione tedesca con incisioni di Georges Wickram, uscita per i tipi di Schöffer a Magonza nel 1551.

 La tavola ritrae Tisbe nel momento in cui scopre Piramo morente, mentre la leonessa, che con un comportamento improbabile si allontana, allude alla precedente fuga della ragazza.

Per la seconda parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/17/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/19/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-33/

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1 Pyramus et Thisbe, iuvenum pulcherrimus alter,/altera, quas oriens habuit, praelata puellis,/contiguas tenuere domos, ubi dicitur altam/coctilibus muris cinxisse Semiramis urbem./Notitiam primosque gradus vicinia fecit:/tempore crevit amor. Taedae quoque iure coissent:/sed vetuere patres. Quod non potuere vetare,/ex aequo captis ardebant mentibus ambo./Conscius omnis abest: nutu signisque loquuntur,/quoque magis tegitur, tectus magis aestuat ignis./Fissus erat tenui rima, quam duxerat olim,/cum fieret paries domui communis utrique./Id vitium nulli per saecula longa notatum/(quid non sentit amor?) primi vidistis amantes,/et vocis fecistis iter; tutaeque per illud/murmure blanditiae minimo transire solebant./Saepe, ubi constiterant hinc Thisbe, Pyramus illinc,/inque vices fuerat captatus anhelitus oris,/“Invide” dicebant “paries, quid amantibus obstas?/Quantum erat, ut sineres toto nos corpore iungi,/aut hoc si nimium est, vel ad oscula danda pateres?/Nec sumus ingrati: tibi nos debere fatemur,/quod datus est verbis ad amicas transitus aures”./Talia diversa nequiquam sede locuti/sub noctem dixere ”Vale!” partique dedere/oscula quisque suae non pervenientia contra./Postera nocturnos aurora removerat ignes,/solque pruinosas radiis siccaverat herbas:/ad solitum coiere locum. Tum murmure parvo/multa prius questi, statuunt, ut nocte silenti/fallere custodes foribusque excedere temptent,/cumque domo exierint, urbis quoque tecta relinquant;/neve sit errandum lato spatiantibus arvo,/conveniant ad busta Nini lateantque sub umbra/arboris. Arbor ibi, niveis uberrima pomis/ardua morus, erat, gelido contermina fonti./Pacta placent. Et lux, tarde discedere visa,/praecipitatur aquis, et aquis nox exit ab isdem./Callida per tenebras versato cardine Thisbe/egreditur fallitque suos, adopertaque vultum/pervenit ad tumulum, dictaque sub arbore sedit./Audacem faciebat amor. Venit ecce recenti/caede leaena boum spumantes oblita rictus,/depositura sitim vicini fontis in unda./Quam procul ad lunae radios Babylonia Thisbe/vidit et obscurum timido pede fugit in antrum,/dumque fugit, tergo velamina lapsa reliquit./Ut lea saeva sitim multa conpescuit unda,/dum redit in silvas, inventos forte sine ipsa/ore cruentato tenues laniavit amictus./Serius egressus vestigia vidit in alto/pulvere certa ferae totoque expalluit ore/Pyramus: ut vero vestem quoque sanguine tinctam/repperit, “una duos” inquit “nox perdet amantes./E quibus illa fuit longa dignissima vita,/nostra nocens anima est: ego te, miseranda, peremi,/in loca plena metus qui iussi nocte venires,/nec prior huc veni. Nostrum divellite corpus,/et scelerata fero consumite viscera morsu,/o quicumque sub hac habitatis rupe, leones./Sed timidi est optare necem.” Velamina Thisbes/tollit et ad pactae secum fert arboris umbram;/ utque dedit notae lacrimas, dedit oscula vesti,/“accipe nunc” inquit “nostri quoque sanguinis haustus!”./ Quoque erat accinctus, demisit in ilia ferrum,/nec mora, ferventi moriens e vulnere traxit./Ut iacuit resupinus humo  cruor emicat alte,/non aliter quam cum vitiato fistula plumbo/scinditur et tenui stridente foramine longas/eiaculatur aquas atque ictibus aera rumpit./Arborei fetus adspergine caedis in atram/vertuntur faciem, madefactaque sanguine radix/purpureo tingit pendentia mora colore./Ecce, metu nondum posito, ne fallat amantem,/illa redit iuvenemque oculis animoque requirit,/quantaque vitarit narrare pericula gestit./Utque locum et visa cognoscit in arbore formam,/sic facit incertam pomi color: haeret, an haec sit./Dum dubitat, tremebunda videt pulsare cruentum/membra solum, retroque pedem tulit, oraque buxo/pallidiora gerens exhorruit aequoris instar,/quod tremit, exigua cum summum stringitur aura./Sed postquam remorata suos cognovit amores,/percutit indignos claro plangore lacertos,/et laniata comas amplexaque corpus amatum/vulnera supplevit lacrimis fletumque cruori/miscuit et gelidis in vultibus oscula figen/“Pyrame” clamavit “quis te mihi casus ademit?/Pyrame, responde: tua te carissima Thisbe/ nominat: exaudi vultusque attolle iacentes!”./Ad nomen Thisbes oculos iam morte gravatos/Pyramus erexit, visaque recondidit illa./Quae postquam vestemque suam cognovit et ense/vidit ebur vacuum, “tua te manus” inquit “amorque/perdidit, infelix. Est et mihi fortis in unum/hoc manus, est et amor: dabit hic in vulnera vires./Persequar exstinctum letique miserrima dicar/causa comesque tui; quique a me morte revelli/heu sola poteras, poteris nec morte revelli./Hoc tamen amborum verbis estote rogati,/o multum miseri meus illiusque parentes,/ut quos certus amor, quos hora novissima iunxit,/componi tumulo non invideatis eodem./ At tu quae ramis arbor miserabile corpus/nunc tegis unius, mox es tectura duorum,/signa tene caedis pullosque et luctibus aptos/semper habe fetus, gemini monimenta cruoris!”./Dixit, et aptato pectus mucrone sub imum/incubuit ferro, quod adhuc a caede tepebat./Vota tamen tetigere deos, tetigere parentes:/nam color in pomo est, ubi permaturuit, ater,/quodque rogis superest, una requiescit in urna.

La scandìa (il rossore improvviso in volto)

Leonardo-da-Vinci-Dama-con-lermellino-Cracovia-Czartoryski-Museum-©-bpk-Scala

di Armando Polito

La voce di oggi fa parte della lunga serie di parole obsolete perché il tempo con il suo inevitabile  cambiamento di usi e costumi ha fatto fuori l’oggetto, il fenomeno, addirittura il sentimento che quella parola significava. Dio, per chi ci crede, non  voglia che fra poco diventino obsolete parole come rispetto, fratellanza, bontà, onestà, merito, pace, dopo che il diavolo, sempre per chi ci crede, ha cancellato anche dal volto dei più giovani quel sano rossore che era sintomo di pudore, sostituendolo con quello insano derivante, magari, dall’abuso di alcol!

Scandia dalle nostre parti indicava non solo l’effetto del pudore (per arrossire era sufficiente, per non dire del sesso, la consapevolezza fulminea di una bugia, magari innocente; oggi non basta la contezza, quando e se arriva …, di aver ucciso un essere vivente, fosse anche una delle cosiddette bestie, ma anche di una reazione fisica dovuta ad  altri motivi psicologici,  climatici o  … climaterici. In quest’ultimo caso si trattava della  caldana o vampata di calore, ho detto si trattava perché affliggeva le donne in menopausa, oggi non più. non tanto perché la menopausa femminile è scomparsa (questione di tempo e pure quella …) ma sono scomparse le scandie con l’adozione della TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva), che non sarà immediatamente tos …sica ma che, com’è noto, aumenta il rischio di tumore al seno.

Tutti i salmi finiscono con il  gloria e un post di questo tipo non può che finire con l’etimo. Si sa che la fiamma ha un colore diverso a seconda della temperatura. Così, per prendere in considerazione solo ciò che ci serve,  a quella rosso sangue  corrisponde una temperatura di 585 °C, alla bianca di 1205 °C. Non a caso candido deriva dal latino càndidu(m), a sua volta da candère=essere bianco, risplendere, essere infuocato. Candère, poi, ha generato dei composti con la prostesi (protesi e prostata hanno lo stesso etimo, ma non è qui il casi di approfondire) di una preposizione e con con l’epitesi del suffisso incoativo. Sono nati così incandèscere=diventare candido, arroventarsi (il cui participio presente ha dato l’italiano incandescente), ed excandèscere=prendere fuoco, accendersi d’ira (a quest’ultimo significato è legato il nostro escandescenza, derivante dal participio presente neutro plurale che è excandescentia,  per lo più usato al plurale nella locuzione dare in escandescenze).

Di candère non sono attestati nel latino classico altri composti simili, nemmeno  formati solo con la prostesi di una preposizione e senza suffisso incoativo;  per esempio, e per usare le stesse preposizioni prima messe in campo (in ed ex), non sono attestati incandère ed excandère. Non esiste, però, solo il latino classico, c’è, anzi c’era, anche quello parlato, alla cui conoscenza ci aiutano non solo gli antichi grammatici che ce ne hanno tramandato qualche esempio ma anche testimonianze concrete, materiali, come i graffiti pompeiani.

E proprio da un *excandère, pur non attestato nemmeno da queste fonti, dev’essere derivato, proprio come tante voci ricostruite dai linguisti induttivamente e registrate con l’asterisco iniziale, il nostro scandìa.

Spezzoni di vita salentina all’insegna del tabacco

 tabacco3

 di Rocco Boccadamo

Antefatto. Qualche giorno fa, mi è casualmente capitato di visionare, sul computer, un vecchio video in bianco e nero, realizzato dalla RAI nel 1953, dedicato alla coltivazione e alla lavorazione del tabacco nel Salento, a cura del mitico giornalista e inviato Ugo Zatterin, inconfondibile la sua voce, e comprensivo di una serie d’interviste ad abitanti, soprattutto donne, del Capo di Leuca.

Documento, a dir poco emozionante per uno come me, ragazzo di ieri dai radi capelli bianchi e soprattutto, in piccolo, già diretto spettatore, se non protagonista, di antiche sequenze di vita contadina, autentiche pagine di civiltà e di storia, scritte, con matita e tratti di dura fatica, dalla gente di questo Sud.

Ciò, accanto al ricordo ancora fresco delle vicende appena successive alla seconda guerra mondiale e, specialmente, della fase in cui si poneva inarrestabilmente avvio a una grande, radicale riscossa o rivincita.

Una mutazione, tale ultimo evento, affatto effimera e di facciata, accompagnata e enfatizzata, al solito, da proclami e discorsi di non disinteressati rappresentanti del popolo nelle istituzioni, di qualsivoglia schieramento, bensì reale, concreta, solida, progressiva, tanto da toccare, in un pugno di stagioni, sì o no un decennio, l’impensabile traguardo, riconosciuto al nostro Paese anche a livello internazionale, del cosiddetto e però autentico miracolo economico.

E, si badi bene, a ulteriore merito degli attori, all’epoca nessun regalo, nessuna congiuntura favorevole, nessuna fase di tassi o cambi o prezzi delle materie prime favorevoli, nessun influsso, insomma, di condizioni propiziatorie, cadute dall’alto o dal contesto globale.

Unicamente, un’immensa marea d’impegno civile e sociale, frutto di singole personali gocce di sudore, di fatiche intense e immani, d’impegno inconsueto, indescrivibile, una cascata di volontà e dedizione che non conosceva confini, né di orario lavorativo, né di luoghi, né di settori.

Per restare al tema narrativo odierno, il tabacco si appalesava con le sue diffusissime e onnipresenti gallerie di filari, esse stesse intrise di una forza naturale prodigiosamente eccezionale. Giacché i modesti germogli o piantine ricollocati dai vivai nel grembo delle rosse e/o di colore grigio bruno zolle, crescevano, si elevavano sino a raggiungere, talora, l’altezza delle creature umane, uomini, donne, anziani, ragazzi, ragazzini, adolescenti, uno schieramento senza età e senza tempo che accudiva le piantagioni con amore, a modo suo appassionato, dedicandosi, sperando e, nello stesso tempo, emanando interminabili rosari di stille di sudore.

La storia, o avventura, della coltivazione del tabacco, vengono a mente le sue varietà Erzegovina, Perustizza, Xanti yakà, prendeva abbrivio con l’assegnazione, da parte dei Monopoli di Stato, di un’area prestabilita su cui si poteva piantare, più o meno piccola, quando non sacrificata, a seconda delle dimensioni delle proprietà agricole dei richiedenti. Concessione diretta, oppure, nel caso di messa a dimora colturale da svolgersi in regime di mezzadria, indiretta, con la relativa pratica espletata, in tale ipotesi, a cura di grossi proprietari o latifondisti che, a loro volta, trasferivano i permessi ai loro coloni.

A seguire, la semina, con relativi vivai o ruddre contraddistinti anche dalla sistemazione, sui cordoli perimetrali di fertile terra concimata, di centinaia o migliaia di piantine di lattuga (insalata), che successivamente, per, alcuni mesi, avrebbero rappresentato un non trascurabile contributo per la gamma di pietanze delle povere mense contadine.

Poi, la piantagione vera e propria, la zappettatura e, finalmente, il graduale raccolto, partendo, giorno dopo giorno o a brevi intervalli, dalle foglie più basse rispetto al terreno (1^, 2^, 3^, 4^, 5^ raccolta).

Intanto si susseguivano le stagioni, arrivando ad abbracciare, fra semina e raccolto, una buona metà del calendario, ovvero l’arco da fine gennaio ai primi di agosto.

Non sembri retorica, ma, con nostalgia ed emozione, si potrebbe fare un accostamento approssimativo rispetto all’umana gestazione. In fondo, così come dal seme dei padri e dal grembo femminile si attendeva, come tuttora si attende, lo sbocciare e l’arrivo di una creatura sana e bella, parimenti dalla semina del tabacco si aspettava, con fiducia e ansia, il germoglio e la crescita di piante/foglie belle, sane, forti e fruttuose.

Un vero e proprio impegno a doppia ripresa, sempre all’insegna della fatica, consisteva nello stacco, di buon mattino, immediatamente dopo l’alba, delle foglie verdi e ancora umide di rugiada  dagli steli delle piante, badando a rispettare rigorosamente la platea dei filari; quindi, da metà mattinata, nell’infilaggio delle medesime in lunghe, piccole lance (cuceddre) per la formazione di pesanti file/assemblaggi, che, appese man mano a rudimentali telai  in legno (talaretti o tanaretti), sarebbero state a lungo fatte essiccare sotto il sole.

Non senza saltuari interventi delle persone accudenti, sotto forma di corse sfrenate, di fronte a pericoli o imminenza di acquazzoni, onde trasportare le anzidette attrezzature e i preziosi contenuti al coperto di capannoni o rifugi rurali.

Una volta, il prodotto, divenuto secco, con le file si formavano i chiuppi, per rendere l’idea una specie di grossi caschi di banane, tenuti appesi, per un’ulteriore maturazione o stagionatura del tabacco, ai soffitti dei locali.

E, alla fine, lo stivaggio del tutto in grosse casse di legno e la loro consegna, per la lavorazione finale delle foglie, alle “manifatture” o magazzini, in genere gestiti, dietro concessione da parte dei citati Monopoli di Stato, a cura di operatori abbienti, soprattutto proprietari terrieri, dei vari paesi.

All’interno dei magazzini, le donne, in certi casi a partire dalla giovanissima età e sino a raggiungere ragguardevoli carichi di primavere, dopo le fatiche richieste dalla coltivazione e dall’infilaggio delle foglie verdi, riprendevano a lavorare a giornata per due/tre mesi all’anno.

Così, fra una stagione del tabacco e la successiva, si procreavano figli, si stipulavano fidanzamenti e celebravano matrimoni, grazie anche ai nuovi “frabbichi” (case di abitazione), per i giovani maschi, e ai corredi, per le femmine, realizzati proprio mediante i sudati profitti che era dato di trarre dalla coltivazione e vendita del tabacco.

La scenografia dell’attività in parola era anch’essa ambivalente, nel senso che, talora, l’ambientazione rimaneva totalmente circoscritta in loco, nei paesi e nelle campagne del Salento, mentre, in altri e diffusi casi, si spandeva su plaghe distaccate e distanti, a partire dagli ultimi territori verso sud ovest della provincia di Taranto, sino a una lunga sequenza di località del Materano.

Nel secondo contesto, avevano luogo, mercé l’ausilio di grosse autovetture noleggiate con conducente, vere e proprie migrazioni temporanee di numerosi interi nuclei famigliari: dalla mente di chi scrive, giammai si cancellerà l’immagine delle considerevoli partenze di compaesani marittimesi, per il tabacco, nelle primissime ore del 29 aprile, il giorno immediatamente successivo alla festa patronale di S. Vitale.

Riprendendo l’antefatto al primo rigo delle presenti note, nel documentario di Zatterin, le sequenze erano girate interamente dalle mie parti.

Sennonché, ieri, nel compiere un viaggio in auto con i miei famigliari per una breve vacanza sul Tirreno, è stato per me come veder girare ancora un analogo documento, improntato a nostalgia e amore per il sano tempo lontano, che tanto mi ha dato e lasciato e, perciò, mi è fortemente caro.

Ciò, scivolando lungo la statale 106 Ionica e i primi tratti della 653 Sinnica, e scorrendo e leggendo le indicazioni segnaletiche di Castellaneta, Ginosa, Metaponto, Marconia, Scanzano, Bernalda, Marconia, Pisticci, Casinello, Policoro, Montalbano Ionico e via dicendo.

Non erano, almeno per il mio sentire, meri appellativi di paesi e contrade. Invece, generavano l’effetto di immagini palpitanti, con attori, non importa se in ruoli di protagonisti o di comparse, identificantisi nella mia gente di ieri e, in fondo, in me stesso.

 

Giovan Battista Crispo di Gallipoli e due plagiari

di Armando Polito

Nel diritto romano si definiva plagiarius colui che si rendeva colpevole di plagium, cioè del furto dello schiavo altrui. Che la cosa fosse disdicevole lo dichiara la stessa etimologia, essendo derivato plagium dal greco πλάγιον (leggi plàghion) che come aggettivo neitro sostantivato significa cosa obliqua, inclinata e, in senso figurato, cosa non retta, equivoca, insidiosa. Fu Marziale (Epigrammata, I, 52) ad aggiungere al significato giuridico di plagiarius quello che oggi diremmo di ladro di proprietà intellettuale. Data la sua brevità riporto il testo integrale, con la mia traduzione,  del componimento in cui il personaggio fu immortalato:

Commendo tibi, Quintiane, nostros,/nostros dicere si tamen libellos/possum, quos recitat tuus poeta):/si de servitio gravi queruntur,/adsertor venias satisque praestes,/et, cum se dominum vocabit ille,/dicas esse meos manuque missos./Hoc si terque quaterque clamitaris,/impones plagiario pudorem.

(Ti raccomando, o Quintiliano, i miei opuscoletti, se tuttavia posso dire miei quelli che recita il tuo poeta); se essi si lamentano di una pesante schiavitù, venga tu come difensore e a sufficienza garantisca e quando quello se ne dichiarerà il padrone dica che sono miei e non asserviti. Se dirai queso a voce alta, costringerai il plagiario a vergognarsi).

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ed ha finito per annacquare, con gli altri, anche questo reato, tant’è che nel 1981 esso, riferito alla riduzione in stato di totale soggezione psicologica di una persona da parte di un’altra, fu cancellato dal codice penale con la sentenza n. 96 della Corte costituzionale. Rimane reato, invece, il plagio inteso come violazione dei diritti d’autore, con sanzioni civili e penali. La tecnologia digitale ha reso più facile e meno costoso che in passato soddisfare la tentazione di spacciare come frutto del proprio ingegno quello che, invece, è dell’altrui. E il fenomeno si presenta in forma estremamente variegata: si va dalla riproduzione brutalmente fedele di brani più o meno lunghi, viziata dal difetto capitale del mancato uso delle virgolette o di altro espediente grafico atto ad evitare l’inganno, a quella che prevede il camuffamento con una spruzzatina di sinonimi a sostituire in ordine sparso qualche parola, alla più sofisticata che prevede l’utilizzo della parafrasi. Si comprende bene come quest’ultima sia la più faticosa ma anche l’unica in grado d’ingannare anche i più sofisticati motori di ricerca. Insomma, paradossalmente, il modernissimo copia-incolla sta all’antichissima parafrasi come, in alcuni interventi,  il bisturi al laser …

C’è da sperare, comunque, che la facilità con cui la moderna tecnologia consente già oggi di individuare rapidamente scopiazzamenti di ogni tipo scoraggi i plagiari che si erano illusi di aver trovato la pacchia proprio nell’agevolante tentazione che quella stessa tecnologia offriva loro nel commettere il peccato.

Nei secoli passati i colpevoli potevano contare sulla limitatissima diffusione delle opere a stampa e della cultura in genere, il che rendeva meno diffuso il riscontro o volontario o casuale del lettore e il conseguente mascheramento di plagi parziali o totali. In riferimento al Salento, per quanto riguarda il plagio parziale, ho già fornito un esempio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Oggi, più che di un plagio totale, parlerò di quello che può essere definito un plagio editoriale.

Nel 1593 il gallipolino Giovan Battista Crispo (1550 circa-1598 circa), del quale mi sono già occupato  in più di un’occasione (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/13/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-12/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/), pubblicava il canzoniere del napoletano Ascanio Pignatelli (1550-1601) per i tipi dell’editore Giovanni Tommaso Todino1 a Napoli.

L’opera si apre con la dedica, già annunziata nel frontespizio e nello stesso evocata dallo stemma Sangro, All’illustrissimo et eccellentissimo Signor Paolo di Sangro Prencipe di Sansevero. In essa, forte del giudizio espresso da intenditori di poesia del valore delle rime del Pignatelli, ritiene giusto fargliene omaggio. Segue l’avvertimento al lettore, in cui il Crispo, dopo aver ricordato la modestia dell’autore che fino a quel momento ne aveva impedito la pubblicazione, così continua: perché non si veggano le sue compositionui, si come di mano in mano, trasportate, oltre dalla prima sua penna, anco di senso, & di parole: & sonovi hoggimai tanti sonetti dispersi, che quasi pochi ne restano nel proprio originale: di che essendone io stato buona parte cagione, per haverglimi di continuo l’istesso Signor Ascanio confidati nelle mani, nè havendo io potuto usar discortesia alla richieſta di molti, i quali & di presenza, & per lettere potevano comandarlomi, perciò pareva che foſſe à me richiesto di provedere al danno, che tuttavia l’isteſſe compositioni dal cortese mio errore hanno ricevuto, & di anteporre alla volontà dell’Autore, la stima di lui medesimo. Laonde fattone una raccolta quanto ho potuto interamente corretta, deliberai col mandarle fuori, prevenire l’ultimo assalto della sua ricusa.

Dopo la dedica, della quale ho riportato la parte che ci interessava, si leggono i soliti componimenti elogiativi. Sono 2 sonetti, il primo a firma di  Fra’ Giulio Caraffa, il secondo di Pier Antonio Caracciolo. Le pp. 1-10 contengono i sonetti I-XX, le pp. 11-15 la canzone I, le pp. 16-25 i sonetti XXI-XL, le pp. 26-29 la canzone II, le pp. 29-42 i sonetti XLI-LXVII, le pp. 43-45 la canzone III,  le pp. 46-52  i sonetti LXVIII-LXXX, le pp. 52-59 la canzone IV, le pp. 59-81 i sonetti LXXXI-CXXV. Le pp. 82-86 contengono altri dieci sonetti elogiativi a firma di Ascanio Piccolomini (due), Scipion Bargagli, Verginio Turamini, Giovanni Battista D’Alessandro, Paolo Pacelli, Ascanio Ramirez, Pietro Antonio Corfuto, Giovanni Battista Marino e Fabritio Marotta.

Le pp. 87-94 ospitano l’indice e la 94 in calce gli errata corrige. L’ultima pagina, non numerata, contiene l’imprimatur e il colophon, che riproduco di seguito.

Il lettore comprenderà dopo la descrizione quasi maniacale della struttura della pubblicazione, che potrà leggere, esercitando, quindi, il suo personale controllo, all’indirizzo https://books.google.it/books?id=3e74ZdQ0U30C&pg=PA31&dq=rime+di+ascanio+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjXqsr2g5LUAhUBIsAKHaFaAC8Q6AEIRzAI#v=onepage&q=rime%20di%20ascanio%20pignatelli&f=false.

Esattamente dieci anni dopo (il Pignatelli era morto da due anni) usciva un’altra edizione.

Il filologo questa volta è Cesare Campana2, come si evince dalla dedica Al molto illustre Signore, il Sig. Conte Sforza Bissaro. Vi si legge fra l’altro: Le Rime del Sig. Ascanio Pignatelli, Cavaliere Napolitano di candidi, & incorrotti costumi, non meno che di acuto ingegno, di gran sapere, mentr’egli visse poterono a pena gustarsi dal mondo, molto più vago essend’egli di avanzarsi continuamente nell’opere pregiate, che di aprirsi quell’ampia porta, ch’era in suo potere alla gloria del mondo. Aspettossi alcuni anni, sperandosi che sì giudizioso padre, con maggior carità si portasse verso le sue nobili creature, di quali poche, quasi per altrui pietù, si eran vedute comparer’alla luce. Ma mentre s’attendeva di loro pomposa mostra, e che l’autore volesse guardar al beneficio universale, egli, già di grand’età, se ne volò a miglior vita, lasciando il mondo nel medesimo desiderio di gustare à sazietà l’abbondanza de suoi pretiosi frutti; de’ quali anche si mostrava maggior carestia in questi paesi, da che in Napoli pur n’era pubblicata una parte. Trovandomeneio dunque alcuni, non anchor veduti, ho voluto aggiungerli agli altri e farli ristamparein quella forma, che possa ciascuno sempre haverne appresso …   

Sintetizzo anche qui la struttura del libro, cui il lettore potrà accedere in https://books.google.it/books?id=g-QGougSvbcC&pg=PA50&dq=Cesare+campana+rime+di+ascanio+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjokICIiJLUAhULIcAKHS8yDsEQ6AEIKjAB#v=onepage&q=Cesare%20campana%20rime%20di%20ascanio%20pignatelli&f=false.

Alle pp. 1-10 i sonetti I-XX, alle pp. 11-14 la canzone I, alle pp. 15-26 i sonetti XXI-XLIV, alle pp. 27-29 la canzone II, alle pp. 30- 43 i sonetti XLV-LXXI, alle pp. 44-45 canzone III, alle pp. 46-52 i sonetti LXXII-LXXXIV, alle pp. 52-58 la canzone IV, alle pp. 58-80 i sonetti LXXXV-CXXIX, alle pp. 81-87 i dieci sonetti elogiativi dell’edizione Crispo, riportati nello stesso ordine. Alle p. 88-97 gli indici.

Se Antonio Bulifon avesse atteso ancora un anno, la sua edizione del canzoniere del Pignatelli sarebbe uscita esattamente un secolo dopo quella del Crispo. Chissà, però, se avrebbe sfruttato la ricorrenza per ricordare il pioniere gallipolino, visto che nella dedica né altrove viene mai citato, nonostante anche lui mostri di tenerne presente la pubblicazione. Il lettore potrà effettuare anche qui il controllo in https://books.google.it/books?id=hR9DjeMQYykC&pg=PP19&dq=bulifon+rime+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjDgbn9lJLUAhXMJcAKHecsDGgQ6AEILzAD#v=onepage&q=bulifon%20rime%20pignatelli&f=false.

Dal frontespizio il lettore noterà che il Bulifon compare prima nelle vesti di filologo (di nuovo date in luce da Antonio Bulifon) e,nella consueta posizione in calce, come editore vero e proprio (in Napoli presso Antonio Bulifon). Di origini francesi, attivo a Napoli, il Bulifon (1649-1707) fu senz’altro uno dei più famosi e prolifici editori del suo tempo. Il suo legame con Napoli è evidente nella sirena campeggiante nella sua marca editoriale col motto NON SEMPRE NUOCE. E poi, per non farsi mancare nulla …, , in basso al centro (li ho evidenziati con la circonferenza bianca) la doppia croce con il suo monogramma.

Questa, delineata sinteticamente, la struttura della pubblicazione: alle pp. 1- 11 sonetti I-XX, alle pp. 12-15 la canzone I, alle pp. 16-25 i sonetti XXI-XL, alle pp. 26-28 la canzone II, alle pp. 29-42 i sonetti XLI-LXVII, alle pp. 43-45 la canzone III, alle pp. 46- 52 i sonetti LXVIII-LXXX, alle pp. 53-58 la canzone IV, alle pp. 59-81 i sonetti LXXX-CXXV, alle pp. 82-96 i dieci sonetti elogiativi nella sequenza già vista nel Crispo e nel Campana; segue l’indice in nove pagine non numerate. L’ultima pagina, anch’essa non numerata, reca l’imprimatur, anzi il reimprimatur cioè si ristampi,

 

In un secolo la tecnica di stampa si era senz’altro affinata e i mezzi economici del Bulifon erano certamente notevoli; tuttavia l’edizione ricalca pedissequamente quella del Campana e l’unica differenza rispetto a questa ed a quella del Crispo, che ormai possiamo definire come l’editio princeps, è rappresentata dalla tavola dell’antiporta (di seguito riprodotta) e, subito dopo la dedica a Domenico Giudice, da un avviso che nella parte finale incorpora la notizie biografiche sul Pignatelli tratte da Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli di Carlo De Lellis uscito per i tipi degli Eredi di Roncagliolo a Napoli nel 1671.

Provo a leggerla dall’alto in basso.  Nel cartiglio il titolo dell’opera. Poi la Fama con fattezze che ricordano più modelli tardo-rinascimentali che barocchi (non è certamente il mostro alato descritto da Virgilio nei versi 173-188 del libro IV dell’Eneide).Alla sua destra (evidenziato in bianco) un putto alato regge sulle spalle lo stemma della famiglia Pignatelli ed un altro alla  sinistra (evidenziato in rosso) quello della famiglia Giudice. La dea sembra quasi delicatamente aiutare a reggere la sua tromba un giovane nudo dal viso femmineo, alla cui sinistra si nota la rappresentazione divinizzata del fiume Sebeto (evidenziato in giallo) e a destra una figura bambinesca dallo strano copricapo che suona un violino (evidenziato in verde)3.

In conclusione: oggi Cesare Campana (fra l’altro nato dieci anni prima del Crispo, dunque perfettamente in grado, se avesse voluto e potuto. di bruciarlo sul tempo) sicuramente sarebbe stato accusato di plagio, anche se probabilmente all’epoca nemmeno il dedicatario si accorse che gli era stato fatto una sorta di regalo riciclato o, tanto la sostanza non cambia, contraffatto. Se la sarebbe cavata forse il Bulifon per trascorsi limiti temporali dalla prima edizione. Rimane, comunque, consegnata alla storia la disonestà quantomeno intellettuale di entrambi per non aver fatto il minimo cenno al nome del gallipolino ed al suo lavoro che pure, come ho ampiamente provato, mostrano di conoscere. E il testo di Ascanio Pignatelli non poteva essere considerato come quello di un autore classico latino o greco, cioé quasi terra di nessuno e, perciò, di tutti, soggetto a multiple rivendicazioni di paternità editoriale.

___________

1 Si servì della stamperia dello Stigliola, come si legge in questo frontespizio e in quelli, anch’essi del 1593, di Discorso di Guglielmo Guilleo Alemanno sopra i fatti di Annibale, nel quale dimostrandosi lui essere stato nel valor delle arme superiore a tutti gli altri capitani, si discriue generalmente l’vfficio di perfetto capitano. Tradotto nella volgar lingua dal Signor Giacomo Mauro, 1593 e di Discorso del signor Giacomo Mauro, nel quale oltre la notitia che s’ha di molte belle cose mai piu udite, si proua con l’autorità delle sacre lettere, e di molti santi dotti huomini, e giureconsulti, quanto sia piu degna la donna dell’huomo, e di quanta piu illustre nobiltà et eccellenza dalla natura dotata. La stamperia Stigliola fu condotta da Nicola Antonio sostituito dal figlio (secondo alcuni fratello) Felice nei due anni (1505-1597) che trascorse in carcere. Prima della pubblicazione del Crispo era apparso isolato solo qualche sonetto del Pignatelli: per esempio il n. CXXII (in risposta ad un sonetto di Benedetto Dell’Uva) nella raccolta curata dal mesagnese Scipione Ammirato  Scipione Ammirato Parte delle rime di Benedetto Dell’Uva, Gioovanbattista Attendolo, et Cammillo Pellegrino, Sermartelli, Firenze, 1584, p. 48.

2 Cesare Campana (1540-1606), aquilano, detto il Vario Olimpico presso lo stesso editore aveva pubblicato nel 1595 Assedio e racquisto d’Anuersa, fatto dal sereniss. Alessandro Farnese prencipe di Parma, &c. Luogotenente, gouernatore, e capitan generale ne’ Paesi Bassi, del catholico, e potentissimo Filippo secondo re di Spagna. Historia di Cesare Campana, diuisa in due libri. Con una breue narratione delle cose avvenute in Fiandra, dall’anno 1566 fin al 1584, che cominciò detto assedio; e con l’arbore de’ conti di Fiandra. Innumerevoli le opere poetiche e, prevalentemente, storiche pubblicate presso altri editori.

3 Superfluo dire quanto sarebbe gradita l’integrazione delle identificazioni mancanti grazie alla competenza, che io non ho. di qualche lettore.

L’antica casa Carcioffa di Manduria e il suo stemma

di Marcello Semeraro

Fra gli stemmi più curiosi che si possono osservare nel centro storico di Manduria, un posto di primo piano spetta sicuramente a quello della famiglia Carcioffa, antica casata di origine albanese, oggi estinta.

L’arma si trova scolpita sulla facciata dell’edificio sito al civico n° 15 di Piazza Plinio ed è racchiusa da uno scudo ovale, con contorno a cartoccio (nella parte superiore) e a foglie di acanto (in quella inferiore), ornato da nastri accollanti e svolazzanti (fig. 1).

 

Fig. 1 - Manduria, casa Carcioffa, particolare dello stemma murato sulla facciata
Fig. 1 – Manduria, casa Carcioffa, particolare dello stemma murato sulla facciata

 

Il manufatto, diversamente da quanto dovette essere in origine, si presenta oggi acromo e costituisce l’unica attestazione a noi nota del blasone di questa antica famiglia. All’interno dello scudo è rappresentata una pianta di carciofo, gambuta e fiorita di sette pezzi, sostenuta da due leoncini controrampanti; il tutto è posto su un terreno e accompagnato, nei cantoni destro e sinistro del capo, da due stelle di otto raggi. L’araldista riconosce subito che si tratta di un caso di stemma parlante, una particolare tipologia di arma, cioè, che contiene raffigurazioni che alludono (direttamente o indirettamente) al nome di famiglia.

Nel caso specifico, la relazione che si stabilisce fra la figura principale dello scudo e il cognome (ovvero fra il significante e il significato) è talmente diretta da risultare chiara e comprensibile anche a chi sia digiuno di cose araldiche. Cronologicamente parlando, l’esemplare litico è databile alla prima metà del Seicento e presenta, nella tipologia di scudo e nei suoi ornamenti esterni, delle affinità stilistiche con altri manufatti coevi, come ad esempio l’arma della baronessa Filippa di Cosenza, visibile all’interno della chiesa di San Giovanni Battista di Oria e realizzata, come recita la sottostante epigrafe, nel 1613, ovvero quasi tre secoli dopo la sua morte (1348).

Seicentesca è, del resto, la stessa casa Carcioffa, un edificio che ricalca una tipologia costruttiva che proprio in quel secolo si sviluppò a Casalnuovo (l’antico nome di Manduria) durante la signoria degli Imperiali. Come abbiamo già accennato, la famiglia Carcioffa è di origine albanese e come tale viene annoverata nel Librone Magno delle famiglie manduriane, il celebre manoscritto iniziato nel 1572 dall’arciprete della Collegiata Lupo Donato Bruno, sulla cui attendibilità non sussistono dubbi (figg. 2 e 3).

Fig. 2 - Note genealogiche sulla famiglia Carcioffa. Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 806v.
Fig. 2 – Note genealogiche sulla famiglia Carcioffa. Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 806v.

 

Fig. 3 – Frontespizio stemmato del Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 3r. La pluralità di insegne disegnate e acquerellate mette in scena la gerarchia dei poteri (religiosi e laici) esistenti all’epoca della compilazione del manoscritto (1572): il papa Gregorio XIII (in alto a sinistra), il re di Napoli Filippo II di Spagna (in alto a destra), l’arcivescovo di Oria Bernardino Figueroa (in basso a sinistra), il feudatario Davide Imperiali (in basso a destra). Al centro, lo stemma dell’Universitas, in alto quello del Capitolo della Collegiata di Manduria e in basso, quello dell’arciprete Lupo Donato Bruno.
Fig. 3 – Frontespizio stemmato del Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 3r. La pluralità di insegne disegnate e acquerellate mette in scena la gerarchia dei poteri (religiosi e laici) esistenti all’epoca della compilazione del manoscritto (1572): il papa Gregorio XIII (in alto a sinistra), il re di Napoli Filippo II di Spagna (in alto a destra), l’arcivescovo di Oria Bernardino Figueroa (in basso a sinistra), il feudatario Davide Imperiali (in basso a destra). Al centro, lo stemma dell’Universitas, in alto quello del Capitolo della Collegiata di Manduria e in basso, quello dell’arciprete Lupo Donato Bruno.

È noto che il fenomeno dell’immigrazione albanese, iniziato nella seconda metà del ‘400 a seguito della caduta dell’Impero bizantino (1453), interessò una vasta area del tarantino ed ebbe una presenza significativa anche nella stessa Manduria.

 

Fra le famiglie manduriane di sicura origine albanese ricordiamo i Bianca, i Biasca, i Greca, i Magiatica, i Masculorum, i Piccinni, i Pellegrina, gli Sbavaglia e gli stessi Carcioffa.

Grazie agli studi condotti da Benedetto Fontana su documenti d’archivio, sappiamo quest’ultima famiglia ebbe una forma cognominale molto variabile fra i secoli XVI e XVII. Nel Libro dei Battezzati e negli Status Animarum, infatti, i Carcioffa sono indicati anche come “Fercata” (LB 1579), “Forcata alias Carcioffo” (LB 1584), “Scarcioppola” (SA 1665) e “Schiaccioppola” (SA 1693).

Se le origini di questa famiglia sono note, non altrettanto si può dire invece della sua supposta “nobiltà”. Secondo Pietro Brunetti, essa sarebbe provata proprio dall’uso dello stemma, “segno che tra gli immigrati vi furono anche famiglie nobili o, col tempo, divenute tali”. Si tratta, tuttavia, di un’affermazione priva di fondamento, che si basa su una percezione errata, ma purtroppo molto diffusa, del fenomeno araldico: la limitazione alla sola classe nobile del diritto allo stemma.

La realtà è invece un’altra: in nessuna parte dell’Europa occidentale, in nessun momento storico, l’uso dello stemma è stato appannaggio di una sola classe sociale. Ogni individuo, ogni famiglia, ogni gruppo è sempre stato libero di adottare un proprio stemma e di farne un uso privato, a condizione di non usurpare quelli altrui.

Le rare restrizioni documentate – che tuttavia restarono spesso lettera morta – hanno riguardato semmai l’uso pubblico delle armi, ma queste limitazioni non hanno mai interessato il Regno di Napoli, dove non è possibile rinvenire alcuna specifica regolamentazione in tal senso. In Terra d’Otranto, in particolare, sono numerosi gli esempi di armi appartenenti a famiglie borghesi o notabili che dir si voglia.

Del resto, il principio della libera assunzione degli stemmi fu enunciato già nel XIV dall’insigne giurista Bartolo da Sassoferrato, il quale nel suo trattato De insigniis et armis, assegnando all’arma una funzione simile a quella del nome, a tal proposito così scrisse: “[…] sicut enim nomina inventa sunt ad cognoscendum homines [… ] ita etiam ista insignia ad hoc inventa sunt […]”. Quanto ai Carcioffa, essi non raggiunsero mai nessuno status nobiliare, ma furono sicuramente una famiglia borghese e agiata. Tutto ciò non gli impedì affatto di dotarsi di un’insegna araldica e di impiegare, al momento della scelta, il procedimento più facile per crearsene una: l’arma parlante. Così facendo, aderirono a una pratica emblematica molto diffusa nell’araldica europea, il cui indice di frequenza, pari a circa il 20% degli stemmi medievali, crebbe ancora di più in epoca moderna, quando numerose famiglie non nobili e comunità fecero uso di insegne.

Quello delle armi parlanti, del resto, fu un fenomeno ben noto a Manduria. Ne cito qualche esempio, tratto dal saggio di Nino Palumbo Araldica civica e cenni storici dei comuni di Terra Jonica: una candela (Candeloro), un calice (Coppola), un leone (De Leonardis e Leo), un fagiano (Fasano), un ferro di cavallo (Ferri), una fontana (Fontana), quattro X (Quaranta), ecc.

La figura principale che campeggia nello scudo in esame – la pianta di carciofo, figura rarissima nelle armi – conferma, inoltre, una tendenza specifica che caratterizza l’araldica non nobile rispetto a quella nobile, vale a dire una maggiore diversificazione nel repertorio delle figure utilizzate. Gli studi di Michel Pastoureau hanno dimostrato come tale repertorio comprenda un maggior numero di oggetti della vita quotidiana, strumenti vari e figure vegetali, come quella che appare nell’arme Carcioffa.

Ora, agli occhi dell’osservatore moderno un emblema come può apparire burlesco e peggiorativo, ma occorre sottolineare che così facendo si incorre nell’anacronismo, il cancro della ricerca storica. Allo storico dei segni, invece, tale stemma appare per quello che è, ovvero un autentico documento di storia culturale e sociale, che, come tale, va compreso e contestualizzato. All’epoca, la famiglia era fiera di esibire il proprio emblema araldico, tanto che, nel pieno dello sviluppo urbanistico di Casalnuovo nel XVII secolo, decise di collocarlo non su un posto qualsiasi, ma sulla facciata della propria abitazione, con la triplice funzione di segno di riconoscimento, marchio di proprietà e motivo ornamentale.

Ancora oggi, dopo quattro secoli, lo stemma campeggia su questo antico edificio e si accompagna al motto di famiglia, CONSTANTIA ET LABORE, inciso sull’architrave della sottostante finestra, che risuona come una dichiarazione programmatica di intenti, un’ideale di vita che si beffa del trascorrere del tempo e delle mode. “Le blason est la clef de l’histoire“, disse Gérard de Nerval: mi piace concludere così queste brevi note.

 

Bibliografia

  1. Brunetti, Manduria, tra storia e leggenda. Dalle origini ai giorni nostri, Manduria 2007.
  2. Fontana, Le famiglie di Manduria dal XV secolo al 1930. Capostipiti, provenienza, uomini illustri, Manduria 2015.
  3. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, rist. anast. Bologna 1978.
  4. Greco, Immigrazione di albanesi e levantini in Manduria desunta dal Librone Magno, in “Rinascenza Salentina”, 8 (1940), pp. 208-220.
  5. Palumbo, Araldica civica e cenni storici dei comuni di terra jonica: genealogie ed armi di feudatari e di casate estinte e viventi, Manduria-Bari-Roma 1989.
  6. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.
  7. Pastoureau, Une écriture en images: les armoiries parlantes, in “Extrême-Orient Extrême-Occident”, 30 (2008), pp. 187-198.

Roccamora, ovvero il vino come storia e cultura

di Armando Polito

Paghi uno e prendi due. Pare che la formula  abbia un certo successo e mi auguro che valga oggi pure per me, tanto più che è tutto gratuito, non solo il titolo ma pure il sottotitolo, che potrebbe essere  Giovanni Domenico Roccamora, un neretino  professore alla Sapienza, ma pure il vino non scherza …

Non ho avuto il tempo e meno ancora la voglia per una ricerca in rete che mi autorizzasse a cambiare l’un del sottotitolo con un il quasi antonomastico. Il tentativo sarebbe stato, forse,  fruttuoso ma certamente non motivo di ulteriore orgoglio scoprire, magari,  che Pinco Pallino di Nardò (ma il discorso vale per ogni lembo di questo nostro digraziato paese) in tempi recenti è stato, e magari lo è ancora, titolare di una delle tante cattedre inventate dalla politica per alimentare il suo clientelismo o per sdebitarsi a consenso ottenuto

Il merito e la competenza, ormai, salvo eccezioni sempre più rare, appartengono al passato , nel quale uno che ha i miei anni ogni tanto è obbligato a fare un salutare bagno, per non rovinarsi il poco tempo che gli resta.

Il personaggio neretino del passato di cui mi occuperò oggi è Giovanni Domenico Roccamora. Se provate a digitarlo integralmente  in un qualsiasi motore di ricerca otterrete più di un link da consultare, chi digiterà il solo cognome avrà una caterva di collegamenti che conducono ad un vino prodotto da una nota cantina di Nardò. L’etichetta, non quella della bottiglia …, però, mi obbliga a tornare al vino alla fine e ad occuparmi ora del personaggio.

Siccome le immagini, a saperle leggere,  sono più eloquenti di mille parole, in assenza di ritratti del nostro, riporto i frontespizi delle sue opere.

Tutte le pubblicazioni del neretino sono piuttosto rare. Per questa in particolare  l’OPAC ne registra la presenza di soli sette esemplari nelle biblioteche italiane, di cui uno nella Biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” di Nardò. Non ho avuto il tempo di leggere questo come gli altri testi qui presentati e, quindi, non sono in grado di dare un giudizio, anche per mancanza di competenza specifica. Tuttavia debbo confessare che mi sarebbe piaciuto  capire se la nobiltà evocata è quella dell’animo oppure, come temo (credo che da questo punto di vista allora, come ora, le condizioni economiche fossero determinanti  per potersi acculturare …),  la blasonata. Tuttavia la rete mi ha dato l’opportunità di sfogliarlo rapidamente e di notare, quanto meno, l’indubbio pregio tipografico per la presenza di incisioni, anche se, a differenza di quelle che, come vedremo, sono a corredo di opere successive, sono anonime.

Quella che segue è l’antiporta, che rappresenta Minerva nel suo studio con alcuni ferri del mestiere sparsi sul tavolo ed altri collocati in una specie di libreria alle sue spalle.

Appeso al muro uno stemma nobiliare sul quale tornerò fra poco.

Al  frontespizio già visto segue quest’immagine.

Nel drappo/cartiglio retto dall’angelo si legge Tua lege hic nomina (leggi qui il tuo destino), Se fosse riferito al libro non avrei avuto  remore a dire che il Roccamora era un grandissimo presuntuoso. Qui (l’Illuminismo ancora è lontano , ma ancora più lontana la riabilitazione di Galileo  …) ha voluto solo dire che i due prodotti più cospicui dell’uomo, cioé la scienza (vedi la serie di triangoli inserita nello scudo di destra, simile a quello presente nell’antiporta) e il potere (i due scudi, appunto, entrambi con corone marchesali) debbono essere illuminati dalla sovrintendenza divina. Una curiosità: il timbro che si vede in basso a sinistra (anche in basso a destra nel frontespizio) reca la dicitura ALESSANDRINA, cioè il ricordo della sua appartenenza alla biblioteca dello Studium Urbis (il primo nucleo della Sapienza) fondata nel 1667 dal papa  Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi), che era stato vescovo, sia pur fantasma (vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/10/lo-stemma-di-fabio-chigi-vescovo-fantasma-di-nardo-e-poi-papa-celebrato-in-versi/ ) di Nardò. Il testo è del 1668; dunque, a riprova dell’autorevolezza del suo autore, il libro dovette entrarvi molto presto, forse l’anno stesso della sua uscita. Infine, quasi a conforto della componente fideistica apparentemente, per quanto dirò,  paradossale , in lege hic nomina sento un’eco del virgiliano (Eneide, II, 691) da deinde auxilium, pater, atque haec omina firma (quindi, o padre [Giove], aiutaci e garantisci questo destino). Ho detto che le due corone sono marchesali; aggiungo che lo stemma di sinistra (dunque anche quello che compare nel frontespizio) è quello della famiglia Costaguti, come conferma la dedica del libro Marchioni munificentissimo Io. Baptistae Costaguto (Al generosissimo marchese Giovanni Battista Costaguti). E in calce alla dedica al marchese, che era anche cardinale (immagine tratta da http://www.araldicavaticana.com/cx135.htm)

quasi la replica sincreticamente aggiornata (i tre scaglioni dello scudo sono scomparsi, ma le tre stelle ora sono sorrette dai tre angeli) dell’immagine precedente:

Da notare la ripetizione quasi ossessiva di quest’immagine all’inizio della trattazione vera e propria, alle  pagine 143, 149, 204 (dopo l’indice della prima parte), 306, 402 (alla fine del secondo indice, in pratica del  libro)

Quanto detto finora m’induce a pensare che lo scudo di destra vuole essere quasi un’allusiva reductio ad minimum (un triangolo isolato,serie sottostante di triangoli concentrici, che evocano gli scaglioni, tutti con i vertici sormontati da stelle). Insomma, un adattamento certamente arbitrario che consente di affermare senza mezzi termini, coerentemente d’altra parte, con buona pace di Galileo, con la cultura dominante, il primato della fede sulla ragione. A parte altre immagini minori con funzione puramente decorativa (le solite composizioni  nastriformi o floreali) e quelle tecniche relative alle dimostrazioni geometriche, nel volume compaiono le seguenti due che non credo abbiano un particolare significato:

alle pp. 2, 69, 145, 193, 265 (prima dell’indice della prima parte), 308

a p. 304

Prima di chiudere il discorso su questa prima opera  propongo in visione comparata lasciando al lettore ogni conclusione la testa del Costaguti tratta dal ritratto, quella presente nello stemma dell’antiporta e la testa del terzo angelo (ben diversa da quella degli altri due, non solo per la posizione frontale) a sinistra netta tavola che segue al frontespizio.

Passo alla seconda opera.

Per quanto riguarda le immagini, oltre quelle tecniche di natura astronomica, compaiono gli stessi  motivi decorativi e la stessa  immagine col cavallo dell’opera precedente a p. 41, 124 e 198.Tuttavia il dettaglio più interessante mi pare essere il tratto finale, in pratica la firma, di una delle tante dichiarazioni di apprezzamento dell’opera all’inizio della stessa riportate, in cui si legge:

Intriga non poco Assist(ens?) et Galil(ei?) discipul(us) ma il tempo incalza.

Questa è l’opera più corposa del Roccamora, uscita in 4 tomi (nelle immagini il frontespizio del primo e dell’ultimo) dal  1668 al 1684. Essa è ancora più rara della precedente, ma è motivo di orgoglio ricordare che un esemplare è custodito nella Biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò ed è quello la cui versione digitale, l’unica, è presente in rete. Oltretutto il pregio editoriale è esaltato dalla presenza di tavole, alcune delle quali sono  firmate da nomi prestigiosi. Mi pare doveroso, e non è un freddo, ammiccante e prostituente, furbesco  tributo all’attuale civiltà dell’immagine se ritengo opportuno soffermarmi su questa componente. riprendendole dalla predetta versione digitalizzata.

Nell’immagine che segue l’antiporta che credo fosse  comune a tutti i tomi, anche se nell’esemplare indicato è assente nel  primo e nel secondo tomo, il che mi spinge a sospettare che sia stata sottratta, perché è difficile credere che autore ed editore avrebbero pensato bene di eliminarla negli ultimi due volumi con il rame già pronto (a meno che questo non fosse andato perduto).

                                                                                                                                        Mi limito a dire che il primo piano è dominato da Giovanni apostolo ed evangelista  che scrive su un libro, il secondo da Dio che regge un rotolo spiegato con la scritta IESUS (dettaglio a seguire).

Tutto il resto sarà chiaro leggendo ciò che risulta scritto nel libro (di seguito il dettaglio ruotato di 90° per facilitare la lettura dello scritto)

Apoc(alipsis) c(apitulum) 5  n. 1

Vidi librum scriptum intus, et foris, signatum sigillis septem.

  1. 3

Et nemo poterat aperire librum

  1. ?

Dignus es Domine accipere librum et aperire signacula eius.

 

Si tratta di un estratto di alcuni paragrafi del libro V dell’Apocalisse che di seguito riporto integralmente con le parti presenti nel libro sottolineate.

5.1: Et vidi in dextera sedentis supra thronum, librum scriptum intus et foris, signatum sigillis septem.

5.2: Et vidi angelum fortem, prædicantem voce magna: Quis est dignus aperire librum, et solvere signacula ejus?

5.3: Et nemo poterat neque in cælo, neque in terra, neque subtus terram aperire librum, neque respicere illum.

5.4: Et ego flebam multum, quoniam nemo dignus inventus est aperire librum, nec videre eum.

5.5: Et unus de senioribus dixit mihi: Ne fleveris: ecce vicit leo de tribu Juda, radix David, aperire librum, et solvere septem signacula ejus.

5.6 Et vidi: et ecce in medio throni et quatuor animalium, et in medio seniorum, Agnum stantem tamquam occisum, habentem cornua septem, et oculos septem: qui sunt septem spiritus Dei, missi in omnem terram.

5.7: Et venit: et accepit de dextera sedentis in throno librum.

5.8: Et cum aperuisset librum, quatuor animalia, et viginti quatuor seniores ceciderunt coram Agno, habentes singuli citharas, et phialas aureas plenas odoramentorum, quæ sunt orationes sanctorum.

5.9: Et cantabant canticum novum, dicentes: Dignus es, Domine, accipere librum, et aperire signacula ejus. quoniam occisus es, et redemisti nos Deo in sanguine tuo ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione:.

 

  1. 1: E vidi nella destra di uno che sedeva sul trono un libro scritto dentro e fuori, segnato con sette sigilli.
  2. 2: E vidi un forte angelo che a gran voce esclamava: -Chi è degno di aprire il libro e sciogliere i suoi sigilli?-
  3. 3: E nessuno poteva né in cielo né in terra né sotto terra aprire il libro né guardarlo.
  4. 4: Ed io piangevo molto perché nessuno fu trovato degno di aprire il libro né di guardarlo.

5.5: Ed uno dei vecchi mi disse: – Non piangere; ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide per aprire il libro e sciogliere i sette sigilli.

  1. 6: E guardai ed ecco tra il trono e quattro esseri viventi e i vecchi un agnello immobile come se fosse stato immolato, che aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio inviati per tutta la terra.

5.7: E venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

5.8: E, avendo egli aperto il libro, i quattro esseri viventi  e i ventiquattro vecchi si prostrarono davanti all’agnello ciascuno con una cetra e una coppa di oro piena di profumi, che sono le preghiere dei santi.

5.9: E intonavano un nuovo cantico dicendo: –Tu sei degno, o Signore, di prendere il libro e di aprire i suoi sigilli poiché sei stato ucciso e nel tuo sangue ci hai riacquistati a Dio da ogni tribù, lingua, popolo, nazione

In basso a sinistra si legge

Clemens Maiolus Ferrar(ensis) del(ineavit)

Clemente Maioli Ferrarese ha disegnato

Clemente Maioli, documentato a Roma tra il 1634 e il 1673, fu allievo di Giovan Franceso Romanelli (1610-1662), le cui opere più volte copiò e con il quale eseguì  gli affreschi del sottarco nella cappella Celsi ai Santi Domenico e Sisto in Roma. Per noi è particolarmente interessante il fatto che sua è la decorazione del salone della Biblioteca Alessandrina alla Sapienza con raffigurazione del Trionfo della Religione.

immagine tratta da http://www.adnkronos.com/2015/04/30/per-barocco-roma-apre-battenti-fabbrica-della-sapienza-che-celebra-borromini_1Zd0XFfJlFbLhSm4qSTKbK.html

Torno alla nostra tavola. In basso a destra si legge

Vallet sculp(sit)

Vallet incise

Guillaume Vallet,  1632-1704, incisore parigino, ebbe nei  temi religiosi (con tavole a corredo di libri dello stesso genere) e nei ritratti i suoi soggetti.

Giovanni Domenico fu certamente della famiglia Roccamora il più famoso del suo tempo, data la sua notorietà ben estesa oltre i limiti locali. Così non fu, invece, omonimia permettendo, per Giulio Cesare, del quale nulla sapremmo se non ce ne avesse lasciato una curiosa memoria Giovanni Battista Biscozzi, un cronista contemporaneo, nel suo Libro d’annali de’ successi accatuti (sic!) nella Città di Nardò.

Cito dall’edizione sulla quale il lettore che lo desideri potrà trovare ampia informazione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/03/nardo-vesuvio-anno-piu-anno-meno/, mentre sul quadro generale in cui si colloca questa testimonianza gli sarà utile quanto a suo tempo riportai in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/18/le-pasquinate-di-nardo/:

 A dì primo Novembre 1632, fu fatto un cartello a tutto il Governo, ed altri aderenti del Patrone, e sono li sotto scritti: … Dr. Giuglio Cesare Roccamora, consultore della Città: nosce te ipsum quomodo cecidisti lucifer, cum mane oriebaris.

Riporto dall’ultimo link citato quanto nell’occasione ebbi a dire:

Mi pare evidente  come  al Roccamora si rimproveri una sorta di tradimento delle aspettative popolari a favore del potere costituito. Di ben altra pasta risulta essere, invece, un altro della stessa famiglia, l’abate Donato Antonio: 

A 19 Agosto 1647, furono pigliati carcerati, l’Abate Gio: Filippo de Nuccio, l’Abate Donato Antonio Roccamora, nobili, Dr. Abate Benedetto Trono, Dr. Abate Gio: Carlo Colucci, Francesco Maria Gabbellone, e il cherico Domenico Gabellone Fratelli, D. Giovanni Giorgino, Stefano Gabellone, Fratello dell’anzidetto Gabelloni, tutti questo stevano uniti in casa delli detti Gabelloni per sicurtà, mentre in detta casa steva il Tenente della Compagnia, e detto Tenente li piglò carcerati in poder suo, tutti questi furono che nella falsa informazione presa, che erano stati i fomentatori alla ribellione, e alla congiura contro l’aderenti del Sig. Conte ; vetendo questo, molti del Popolo incominciarono ad uscire della città, andando per diversi luochi, ma la maggior parte in Gallipoli. 

La sua permanenza in carcere durò poche ore  perché

A 20 agosto 1647, fu tagliata la testa al Dr. Abate Gio. Carlo Colucci, d’anni 47; al Dr. Abate Benedetto Trono d’anni 70; Arciprete Gio. Filippo Muccio, di anni 42; Abate Donato Antonio Roccamora, di anni 53; D. Francesco Maria Gabellone di anni 40; cherico Domenico Gabellone d’anni 37; prima furono archibugiati, e poi tagliate le teste, detto fatto fu dietro il convento di S. Francesco di Paola, e in quell’istante si vide oscurarsi l’aria in tal modo, che non si vedevano l’uno con l’altro, e finito che ebero tal carneficina, l’oscurità si risolse in pioggia così abondante, che era quasi un diluvio, detti sfortunati preti, dacchè uscirono dal castello dove stavano carcerati, sino all’hora della loro morte, non mancavano di salmegiare, e dire diverse orazzioni, dandosi animo l’un con l’altro, e dicendo da continuo, Pater ignosce illis quia nesciunt quid  faciunt, tra li quali D. Francesco Maria Gaballone, non cessò mai di dire, concepzio tua Dei genitris Virgo gaudium annunciavit universo Mundo, e doppo morto anche flebilmente risentiva dire dette parole, questo fatto fu ad hore diecinnove; nell’istessa notte fu ammazzato il Barone Pietrantonio Sambiasi a pugnalate, essendo questo d’anni 37, morto che fu l’appesero per piede alle furche mezzo della Piazza, e le teste delli preti, furono posto su il Sedile, e li corpi de medesimi distesi nella piazza attorno le furche.

Nella stessa cronaca il conte di Nardò il 12 dicembre 1654 dispone un sequestro a danno della famiglia  Collucci dei seguenti beni: Una casa consistente in quanto necessita, vicino la chiesa di S. Giovanni attaccate le case di Anibale Roccamora

Qui Anibale Roccamora funge solo da riferimento di confine ma poco più avanti un altro esponente della famiglia è soggetto passivo di sequestro:

A D. Caterina Roccamora : sacco dato nella casa dell’Abate Roccamora, di valore docati 400 di mobili, il trappeto, e giardino preso dal sig. conte.

Le orecchie cominciano a rimbombarmi delle rimostranze di qualche lettore più amante del vino che della storia e della teologia. Lo accontento subito ancora con un’immagine, quella dell’agognata bottiglia, prodotta dalla stessa cantina di Nardò, creatrice di un’altra etichetta legata alla nostra storia, Nauna,  sulla quale ho avuto già occasione di dire la mia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/).

Tutto quanto fin qui detto non sarà scorso come acqua fresca se almeno al momento di stapparne una ci sarà un attimo di riflessione, anche se alla fine di questa pappardella debbo precisare che Roccamora non è in riferimento al professore universitario ma agli sfortunati protagonisti di quel periodo piuttosto buio della storia di Nardò. Mi auguro solo che a qualcuno non venga in mente un’etichetta Il guercio di Puglia

 

Lu pasulu (il fagiolo): non solo un legume

di Armando Polito

È tipico della parola poetica la magica capacità di superare le barriere spaziali e temporali in cui essa nell’uso comune e quotidiano si dibatte. Purtroppo con l’istruzione e la cultura  sempre più in decadenza si corre il rischio di veder spacciato per creatività l’uso improprio, quando non colpevolmente arbitrario, di una parola per un’altra, visto che l’ignoranza dilagante  ha compromesso  l’esigenza fondamentale per il vivere comune  di attribuire ad ogni parola se non un significato rigidamente univoco almeno una gamma semantica ampia quanto si voglia, ma pur sempre circoscritta ad alcune categorie concettuali.

in qualsiasi campo per comunicare è indispensabile usare lo stesso codice e solo l’artista , che dei singoli segni conosce vita, morte e miracoli, è l’unico che ha il diritto e quasi la missione-dovere di violarlo. Ed è dagli esiti felici o infelici di questo provvidenziale reato che emerge la sua grandezza, che è direttamente proporzionale al tasso di originalità e alle modalità della sua gestione.

Senza scomodare, però, i poeti, qualcosa di simile avviene nell’uso comune con parole per le quali valgono più definizioni, tutte, comunque, legate fra loro e aggiuntesi col tempo al significato originario, di solito unico e legato al concreto.

 

Il caso di fagiolo sotto questo punto di vista appare emblematico e, siccome il discorso teorico fin qui fatto vale per l’italiano  (come per qualsiasi altra lingua) e per il dialetto, il nostro esame sarà condotto su un doppio binario.

Per quanto riguarda la voce italiana riporto evidenziato col riquadro rosso il lemma così com’è trattato nel Vocabolario Treccani on line.

Visto il significato di partenza, è proprio il caso di dire che la pianta ha dato buoni frutti. Anche in passato, però, non era stata da meno,                 anzi quello presente è un patrimonio in gran parte ereditato.  In greco ϕάσηλος (leggi fàselos) significava non solo fagiolo ma anche battello, barca (bisogna pensare alla forma del baccello),  mentre il quasi gemello φασήολος (leggi fasèolos) appare usato solo nel senso primitivo. Lo stesso avviene in latino per con quelle che in pratica sono la trascrizione delle corrispondenti parole greche:  phasèlus (fagiolo o barca) e phasèolus (fagiolo).

E il significato traslato di imbarcazione per phaselus trova la sua consacrazione poetica in Catullo1 e in Virgilio2, rievocata dal carducciano faselo (Odi barbare, I, XV, 28) e dal panziniano  fasello (Pagine dell’alba, p. 161 dell’edizione Mondadori del 1942).

Passiamo ora al dialettale pasulu, che, ancor più fedelmente della voce italiana, mostra la sua origine da phasèolu(m) col passaggio in testa dall’aspirata (ph-) alla sorda (p) e –eo->-u- attraverso un passaggio intermedio –eo->-o-, come si nota in pasola (specie di oliva grossa e tonda).

Il ϕάσηλος/ φασήολος greco e il phaselus/phaseolus latino messi in campo per l’etimologia sembrano un anacronismo rispetto al fatto, notorio, che il fagiolo comune (Phaseolus vulgaris L.) venne introdotto con la scoperta dell’America. Nell’immagine che segue una delle varietà attuali più diffsuse: il Borlotto.

Vero, ma esso soppiantò quasi completamente l’antica specie di origine africana (Vigna unguiculata L.) conosciuta nel mondo greco e romano. Ed essa resiste ancora oggi dalle nostre parti (se altrove non so) e ha il nome di pasuli cu l’uècchiu   (fagioli con l’occhio).

Per quanto riguarda i significati, a parte, naturalmente, quello botanico primitivo e la pasola prima ricordata, il plurale (pasuli) indica  anche, come in italiano, i testicoli del gallo. Curioso vedere come nel composto spasulatu la s– è sì privativa ma non, come qualcuno potrebbe pensare, attribuendo alla voce il significato di evirato. I pasuli di cui si parla qui non sono quelli del gallo, ma, ancora una volta, il nostro legume diventato (forse per somiglianza di forma con alcune gemme, più che con le monete metalliche, se non  direttamente per il suo rilievo economivo antico) sinonimo di denaro. Curioso anche il fatto che l’altro legume, il pisello, al plurale (pisieddhi) è usato anch’esso come sinonimo di soldi ma non esiste una voce spisieddhatu  gemella di spasulatu)  E così spasulatu è quello che in italiano diremmo poveraccio o, con una circollocuzione, chi sta al verde; da non confondere con i vegani o con chi, daltonico, distratto o imbranato, blocca il traffico al semaforo suscitando l’ira di automobilisti certamente non daltonici ma abituati a passare col rosso o , bene che vada, quando manca un millesimo di secondo , Formula1 docet …, allo spegnimento del giallo …

E chiudo con il proverbio Ci si anta sulu no mbale nnu pasulu (Chi si vanta da solo non vale un fagiolo). Non riesco a decidere se  qui pasulu è da intendersi come il vegetale (con uno solo che ci fai?) oppure come il dettaglio anatomico del pollo quasi confuso con l’analogo dell’uomo o come entrambi . Potenza creativa delle metafore ingenuamente ambigue della civiltà contadina!

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1 Carmina, IV

2 Georgicon libri, IV, 289

Antonio De Ferrariis Galateo. Convegno di Studi

Convegno di studi

Antonio De Ferrariis Galateo
L’Erasmo di Terra d’Otranto
a cinquecento anni dalla morte
(1517-2017)
 
che si terrà a Lecce presso l’ex Monastero degli Olivetani nella Sala Chirico.
I lavori inizieranno giovedì 31 maggio prossimo alle ore 16,30 con l’indirizzo di saluto del Magnifico Rettore dell’Università del Salento Vincenzo Zara e proseguiranno come da programma allegato suddiviso in tre sessioni fino al 1 giugno.
Scarica qui il programma:

Canisciare e cagnisciare, ovvero quando basta una g a fare la differenza

di Armando Polito

Chi non conosce il gioco enigmistico della zeppa? Grazie a lei, per  esempio, è facile passare dall’astronomia alla gastronomia, dal canone al cannone, da amando ad Armando, da matto a Matteo. La superfetazione di regola è caratterizzata da assenza di rapporti etimologici o semantici tra la parola di partenza  e, dopo la sua cura ingrassante, quella di arrivo. Dico di regola, ma non mancano le eccezioni, sia pure solo di rilievo semantico, e lascio al lettore decidere  qual è quella più inquietante tra gli ultimi due degli esempi addotti …

Le due parole del dialetto salentino che campeggiano nel titolo non si sottraggono alla regola  e ci accingiamo a scoprire perché.

Canisciare

I moderni ferri da stiro, con i i loro avveniristici (quando funzionano  e se non esplodono …)  sistemi di controllo della temperatura e del suo adeguamento al colore e al tipo di tessuto da stirare, hanno azzerato quel rischio di ingiallimento (nei casi migliori …) della stoffa (soprattutto quella bianca) chec era sempre in agguato quando il ferro da stiro era un pesante contenitore  in ghisa dalla forma di una barca a fondo piatto. in cui  i pezzi di carbone incandescente avevano la funzione di riscaldarne la base.; sicché allora anche l’olfatto aveva la sua primaria importanza nella stiratura, anche se quando si avvertiva una vaga puzza di bruciato il macello per lo più era già avvenuto …

Faccio notare la maggiore economia della voce dialettale nell’esprimere un concetto che in italiano richiederebbe la circollocuzione lasciare ingiallire il tessuto per distrazione o imperizia a causa del calore eccessivo. Purtroppo lo stesso concetto non è riuscito a trasferire dalla lingua ai fatti il protagonista della vignetta.

* Ti sta costando cara la cura del ferro che il medico ti ha prescritto in combutta con tua moglie …

 

Nè varrà a rivalutarlo l’etimologia che ora vi propone …

Per il Rohlfs canisciare è “da un latino volgare *canidiare, dal greco καπνίζω=faccio fumo”.  La proposta, peraltro formulata in modo non dubitativo, mi pare poco convincente  sul piano fonetico perché non è chiaro come dal primo segmento di καπνίζω (leggi capnizo), cioé  καπνί- (leggi capni-) si sia arrivati a cani– di *canidiare; mi sarei aspettato, per assimilazione (e non per strana sincope) canni-. Nulla da eccepire, invece, sul secondo componente, cioé –izo (leggi –izo) che, attraverso il latino volgare –idiare, ha dato vita all’italiano  -eggiare di maneggiare, corteggiare , etc, etc. Va detto, però che, se questo suffisso è di lontana origine greca, non lo è sempre il primo segmento della parola che lo esibisce. Faccio l’esempio di manisciare=sbrigarsi, darsi da fare; esso suppone un latino volgare *manidiare in cui il primo segmento è manus=mano, che non è certamente parola di origine  greca. Insomma: il latino volgare avrebbe aggiunto (nella stragrande maggioranza dei casi) il suffisso greco a parole non necessariamente di origine greca. Ci sono pure casi in cui la parola greca è passata tal quale in latino: è il caso di caminus (da cui il nostro camino) che è dal greco κάμινος (leggi càminos). Per quanto finqui detto mi pare più plausibile ipotizzareper la nostra voce la seguete trafila: *caminidiare>*caminisciare>canisciare  (per sincope dal precedente), anche perché i rapporti tra κάμινος e κάπνος (leggi capnos)=fumo sono tutt’altro che certi.

 

Cagnisciare
Per questa voce il Rohlfs si limita a dare il significato,che è quello di aborrire, avere a schifo.  Mentre per canisciare  mancava  il corrispondente italiano, qui invece esso è, almeno dal punto di vista formale, cagneggiare, attestato da  Benedetto Varchi (1503-1565) nel suo  L’Ercolano:” … e quei bravoni o bravacci che fanno il giorno su per le piazze, e si mangiano le lastre e vogliono far paura altrui coll’andare e colle bestemmie, facendo il viso dell’arme, si dicono cagneggiarla o fare il crudele“. Tale significato continua  edulcorato nella locuzione italiana guardare in cagnesco, che, tuttavia semanticamente ancora non coRrisponde alL’esatto significato della voce dialettale,nella quale si manifesta ancor più edulcorato, pur chiarendone l’etimologia di base, che è dalla parola cane assunta ancora una volta dalla presunzione umana a simbolo di ostile negatività. E l’effetto è sempre quello: tenersi lontano da qualcosa che per noi costituisce, se non un pericolo, un motivo di fastidio, non solo fisico ma anche psicologico, com’è capitato al mio gatto …

 

*Fanno schifo e per un gatto come me il colmo è cagnisciarle. Mi stai facendo venire una crisi dì identità.

Nardò, il Conservatorio di S. Maria della Purità, ovvero quando l’assistenza era amore e non uno squallido affare

di Armando Polito

Probabilmente tutti quelli della mia età appaiono come laudatores temporis acti (chiedo scusa a chi conosce il latino, ma sono costretto a tradurre a beneficio di tutti gli altri, che non credo numerosi …: lodatori del tempo trascorso), dinosauri nostalgici del passato al quale guardano con il telescopio, mentre utilizzano il microscopio per analizzare e poi stigmatizzare da moralisti arretrati tutto ciò che dei tempi correnti non garba loro. Non sono, però, tanto ingenuo da ritenere che la dirittura morale sia stata lo splendido, esclusivo appannaggio delle passate generazioni e che tutto oggi sia manifestazione di luridume interiore. So benissimo pure che oggi vengono alla luce con più facilità certe miserie che prima restavano nascoste, non solo quelle private, personali,  ma anche le pubbliche, istituzionali. E non basta sciacquarsi la bocca con la parola trasparenza, se essa serve solo ad alimentare, con ammiccamento degli stessi mass media, tv in primis, da una parte curiosità di tipo voyeuristico, dall’altra la stessa lotta politica che è al servizio della democrazia solo se obbedisce ai canoni dell’onestà, quella intellettuale compresa, del rispetto reciproco e della verità. Non bisogna fare di ogni erba un fascio (tante sono, per esempio, le associazioni di volontariato al di sopra di ogni sospetto, alle quali dovrebbe andare la nostra gratitudine e che avremmo il dovere di sostenere e difendere, se è necessario anche con rabbioso trasporto d’amore)  ma nemmeno concludere sconsolatamente: tanto è stato sempre così. Faccio presente che la corruzione e la furbizia sono come le malattie infettive, per le quali la profilassi è fondamentale e nei casi più gravi prevede la necessità di evitare qualsiasi contatto diretto, senza adeguata protezione, anche per medici ed infermieri, col soggetto infetto. A mio avviso questa metaforica epidemia, che in passato colpiva soggetti isolati o gruppi sparuti, nel nostro paese è diventata endemia, come attestano le cronache giornaliere, anche se ognuno di noi è innocente fino a condanna definitiva … E poi anche quest’ultima si scontra con l’incertezza che benevola e benefica aleggia sulla durata effettiva della pena inflitta. E così anche laddove va buca con la presunzione d’innocenza, si mette vergognosamente in campo la favoletta del carcere che deve rieducare e redimere. Solo che qualcuno dovrebbe spiegarci come ciò può avvenire con il sovraffollamento che già di per sé rappresenta una violazione della dignità personale. Da qui, per risolvere genialmente il problema, leggi sempre più a tutela di chi delinque e periodici decreti per sfoltire la popolazione carceraria. Io ormai sono troppo vecchio per cambiar rotta ma, se avessi qualche decennio di meno. non so se sarei in grado di non adeguarmi (non mi mancherebbe, credo, l’intelligenza per farlo senza eccessivi rischi …) all’umiliazione continua del merito, della competenza  e dell’onestà, da cui la cultura, quella autentica,  non può mai prescindere, pur negli inevitabili cambiamenti che il trascorrere del tempo, forse fortunatamente, comporta.

Per provare tutto questo, dopo aver lapidariamente ricordato l’inquietante quadro che sta emergendo a margine dell’inverecondo traffico prima e collocamento poi di migliaia di poveri cristi, senza per questo trascurare l’ospizio-lager che ogni tanto assurge al disonore della cronaca, farò un salto cronologico fino a giungere al 1710, cioé all’anno di istituzione a Nardò, da parte del suo vescovo Antonio Sanfelice, del Conservatorio di Santa Maria della Purità.


JESU CHRISTO SACRATUM VIRGINUM SPONSO/IN HONOREM VIRGINIS PURISSIMAE/ANTONIUS SANFELICIUS EPISCOPUS/A FUNDAMENTIS EREXIT/ANNO MDCCXXII2

(Consacrato a Gesù Cristo sposo delle vergini. In onore della purissima Vergine il vescovo Antonio Sanfelice lo eresse dalle fondamenta nell’anno 1722)

Il tempo coinvolge, con quello degli uomini, anche il destino di ciò (dicono …) che lo distingue dagli altri animali: la parola. E così oggi per conservatorio i vocabolari registrano i significati di (cito dal De Mauro) : 1) istituto di istruzione musicale suddiviso in vari insegnamenti (tecniche vocali e strumentali, composizione, direzione d’orchestra e sim.) di durata variabile dai 5 ai 10 anni, un tempo funzionante come collegio 2) collegio femminile tenuto da religiose; educandato 3) ricovero per poveri, anziani, donne o bambini.

Gli ultimi due significati sono registrati come obsoleti e proprio il terzo era quello che agli inizi del XVII secolo aveva il nostro.

Sulla storia della fondazione sua e dell’annessa chiesa rinvio al post di Marcello Gaballo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/03/il-conservatorio-della-purita-a-nardo-e-il-vescovo-antonio-sanfelice/), del quale questo mio scritto vuol essere una modestissima integrazione. Essa non ci sarebbe stata se, come spesso capita, nel corso di un’altra ricerca, non mi fossi imbattuto proprio in qiella sorta di regolamento per il buon funzionamento del conservatorio, redatto dal vescovo in persona, recante il titolo Viva Giesù  Istruzzioni, e regole per le vergini del Conservatorio di Santa Maria della Purità eretto in Nardò l’anno MDCCX approvate nel sinodo diocesano del MDCCXX, stampato per i tipi di Domenico Viverito a Lecce nel 1720. Chiunque lo desideri può leggerlo integralmente all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ALEKE000268

Nel frontespizio potrebbe suscitare meraviglia prima Giesù e poi istruzzioni; e qualche insegnante allergico (probabilmente per sembrare all’avanguardia o per ignoranza …) al rispetto delle regole grammaticali  (in questo caso in particolare dell’ortografia) potrebbe essere tentato di sfruttare l’occasione per predicare la tolleranza di certe infrazioni o, peggio ancora, l’insegnante non abituato a chiedersi il perché di certi errori (reali o presunti) per dare dell’ignorante al Sanfelice o, addirittura, per mettere sarcasticamente in dubbio l’efficienza educativa (a partire dall’istruzione in senso stretto) del suo istituto. Per quanto riguarda Giesù mi limito a riportare solo due frontespizi (avrei potuto esibirne migliaia) più o meno coevi (ma Giesù è forma attestata fin dal XV secolo), in cui ho evidenziato con una sottolineatura la voce incriminata1.

Pure per istruzzioni potrei esibire migliaia di documenti, ma credo che basti il frontespizio che segue e dire che, come per Giesù siamo di fronte a quella che potrebbe essere definita, in bocca  all’insegnante di cui sopra,  non un’incriminazione ma una calunnia grammaticale2.

Subito dopo il titolo si legge una citazione tratta dalla lettera di S. Girolamo ad Eustochio, avente come tema la custodia delle vergini: Haec omnia, quae digessimus. dura videbuntur ei, qui non amat Christum (Tutto ciò che ho trattato sembrerà crudele a chi non ama Cristo). Un inno alla disciplina e al sacrificio da intonare alla luce della religiosità, concetti che oggi godono di scarso credito o, comunque, di insufficiente applicazione concreta,  nel mondo religioso (in quello istituzionale ed in quello dei credenti) come in quello laico (atei, cosiddetti, compresi); il quale difetto, sia chiaro, non è solo della religione cattolica.
Così mi piace riprodurre dal vivo, delle norme dettate per la vita comunitaria, quelle legate a gesti quotidiani di significato non religioso in senso stretto, ma che dalla sana religiosità traggono ispirazione: Le pp. 204-211 riguardano la figura dell’infermiera.

 

 

La p. 16 è occupata da un’incisione raffigurante la Madonna della Purità. Sarebbe interessante tentare di individuare il modello probabilmente seguito, anche perché mi pare una nota originale, rispetto a rappresentazioni più o meno coeve, lo sfondo costituito da un paesaggio che più terreno non poteva essere.

Lascio ad altri più competenti di me che abbiano tempo e voglia di rispondere a questa domanda ma non posso fare a meno di chiudere con una considerazioni che qualcuno riterrà materialistica. Non potevo,, cioè, non sottolineare la rarità dell’opera, della quale l’Opac registra l’esistenza di un solo esemplare custodito nella biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò, che è, poi, quello digitalizzato, come mostra l’etichetta sul dorso. La destinazione locale quasi sicuramente limitò il numero di copie stampate ma è indubbio che quest’unico esemplare sopravvissuto che si conosca di quello che sarebbe improprio chiamare opuscolo (consta di 252 pagine) è particolarmente prezioso sotto un duplice profilo, quello storico e storiografico propriamente detto e quello bibliografico-antiquario.4

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1 A torto, perché Iesu(m) ha dato nell’immediato Giesù come iam ha dato già, Iove(m) ha dato Giove e iustu(m) ha dato giusto. Poi in –ie– la i è scomparsa, cosa che non è potuta avvenire in ia-, io– e iu-, dove la caduta avrebbe determinato una grave alterazione del suono.

2 La z in italiano è esito per lo più di un originario gruppo latino –ti– seguito da vocale: otiu(m)>ozio. Laddove tale gruppo era preceduto dalla consonante c l’esito all’origine fu –zz-: factione(m)>fazzione; instructionem>istruzzione. E non mancano esempi, per analogia, pure di ozzio.

3 Nella trascrizione che si legge in Emilio Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di Marcello Gaballo, Mario Congedo editore, Galatina, 1999, p. 183 risulta omesso SACRATUM ed aggiunto DOMINI.

4) Nell’inventario dei beni del vescovo Salvatore Lettieri redatto dopo la sua morte avvenuta il 6 ottobre 1839 dal notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) in data 30 novembre 1839 a carta 1261v. tra i libri è citato genericamente e senza precisi riferimenti bibliografici (non è l’unico caso) un testo dal titolo Regole per il conservatorio di Nardò, con annessa valutazione di grana dieci. Potrebbe essere una seconda copia del nostro, ma, se tale è, è impossibile dire che fine abbia fatto.

La carzittella (lo stoppino)

di Armando Polito

 

Operazione nostalgia può essere nemmeno tanto pomposamente definito questo post, come, d’altra parte, tanti miei precedenti. Segno ineluttabile del trascorrere del tempo ma anche malinconico ricordo di sentimenti evocati da un oggetto di uso abituale nel passato e che, in questo modo, perde la sua banalità e, in più di un caso, acquista una preziosità che mai ha avuto, non solo di natura economica, ma anche come testimonianza e, dunque, fonte, per conoscere la nostra storia. Solo per questo i musei dovrebbero essere al centro della vita culturale, specialmente per un paese come il nostro, la cui tradizione culturale è oggetto di ammirazione per tutto il mondo. Sembra, invece, che chi ci governa abbia recepito esclusivamente il significato deteriore della locuzione oggetto da museo, comunemente usata per indicare qualcosa di obsoleto ed inutile.  E magari qualcuno considererà pure i collezionisti come psicopatici alla ricerca di cianfrusaglie, una sorta di feticisti delle memoria. Eppure, se non ci fossero loro, la ricostruzione della nostra storia sarebbe più difficoltosa ed incompleta. Non a caso parecchie collezioni sono entrate, entrano ed entreranno a far parte dei musei nazionali realizzando, così,   una sorta di travaso culturale dal privato al pubblico. E, paradossalmente, bisogna essere grati a quegli eredi che, magari per quattro soldi, si disfanno (o disfano, la cui legittimità, ormai, è stata consacrata dall’uso …) di qualcosa che altrimenti sarebbe finito in discarica. Salvo, poi, rimpiangere il vecchio macinino della nonna quando l’interruzione prolungata dell’erogazione dell’energia elettrica rende inutilizzabile non solo la tradizionale caffettiera (ammesso che in casa ce ne sia una) ma anche l’avveniristico gioiello per fare il caffè che, se non è in cialde, andrebbe macinato sul momento  e con quella gradazione ottimale per il cui raggiungimento è stato necessario fare esperimenti per almeno due settimane, dopo le quali, finalmente, salvo che la macchina non faccia, proprio come i pc, quei capricci apparentemente inspiegabili che spesso giustifichiamo negli umani …

Probabilmente se mia zia a suo tempo non avesse fatto piazza pulita di tutti i lumi a petrolio allora in uso non appena la campana (calotta di vetro) per un motivo o per un altro si rompeva, oggi rientrerei nella sottocategoria dei feticisti parziali della memoria, cioè di quei collezionisti che sono costretti ad accontentarsi di oggetti antichi mancanti di qualche pezzo; oppure sfrutterei la reta alla ricerca spasmodica del pezzo, originale,  mancante …

Meglio così, forse, perché oggi dopo la campana non avrei potuto mettere in campo la carzittella., vale a dire quella parte del lume costituita da un tessuto che, imbevendosi del petrolio contenuto nel serbatoio sottostante, consentiva, dopo l’asportazione provvisoria della campana, l’accensione con l’aiuto dell’amico fiammifero . E gli zolfanelli di un tempo, a differenza di quelli di oggi,  non sbagliavano in colpo, perché, forse, contenendo più fosforo, erano più intelligenti …

Sentendo carzittella il pensiero vola subi to alla carza (garza)  e alla ricostruzione della seguente trafila: carza>*carzetta>carzittella, in base alla quale alla nostra voce, diminutivo di diminutivo, dovremmo attribuire la qualifica parentale di nipote di carza. Io credo, invece, tenendo presente che la carzittella ha una struttura tubolare simile a quella di un calzino privo della parte inferiore, che suo padre sia cazzettu (corrispondente all’italiano calzetto, di basso uso rispetto a calzino) secondo la trafila: cazzu (che, però, generalmente al plurale indica i pantaloni; da non confondere con l’omofono in cui la doppia z, non a caso …,ha un suono più duro …)>cazzettu>*carzettu  (dissimilazione forse per incrocio con carza)>*carzettella (diminutivo con cambio di genere)>carzittella.

A dimostrazione che anche nel dialetto (poteva essere altrimenti?) l’obsolescenza di un oggetto comporta la scomparsa non solo della relativa parola ma di tutto il mondo che vi ruota attorno mi piace ricordare il suo uso eufemistico nella locuzione no mmi rumpire la carzittella, corrispondente all’italiano non mi rompere le scatole; alla lettera, però, il riferimento, più che alle metaforiche scatole, è a qualcosa di annesso, di cui ho detto qualche rigo fa a proposito della doppia z

Pirchisciatu o pirchisciata (lentigginoso o lentigginosa)? Ci penso io!

di Armando Polito

Le lentiggini affliggono (mi vien quasi da ridere, pensando alle vere sofferenze,  nell’usare questo verbo) le persone con capelli rossi o biondi e la stessa frequenza del fenomeno dovrebbe far capire che non si tratta di un difetto. Tuttavia, secondo me, non bisogna neppure esagerare nel senso opposto, cioé farsele dipingere quando se ne è privi, come, d’altra parte, succede con i nei.

Comunque, nel caso che, uomini, donne o altro che voi siate, le lentiggini per voi costituiscono un problema, ci sono qui io a liberarvene per sempre. Dovete solo seguire alla lettera i miei consigli.

Il primo è quello di non trascurare nulla, a partire dal nome e, ti pareva …, dalla sua etimologia. Lentigginoso/a derivano, e questa è la prima grande scoperta, da lentiggine, che è dal latino lentigine(m), a sua volta da lens che significava sempre lenticchia . Dall’accusativo di questo lens (lentem) è derivato il nostro lente (per evidentissima analogia di forma, ma si tratta di un passaggio moderno, visto che in latino quella che noi chiamiamo lente era detta, genericamente, vitrum) e dal suo diminutivo lenticula il nostro lenticchia e dall’aggettivo  lenticularis il nostro lenticolare. Va detto per completezza che in latino esiste pure l’omofono lens, dal cui accusativo, lendine(m) è derivato l’italiano lendine, cioé il nome dell’uovo del pidocchio; ma qui siamo veramente in presenza di qualcosa che è più di un difetto.

Per proseguire sulla nostra strada debbo ricordare che si definisce omeopatia l’ indirizzo terapeutico secondo cui le varie patologie sono curabili somministrando ai malati, in dosi minime, quegli stessi farmaci che, se somministrati a individui sani, provocherebbero in essi sintomi analoghi a quelli da curare (citazione dal vocabolario De Mauro). Tutti, o quasi, sanno che tale teoria fu formulata nella prima metà del XIX secolo dal tedesco Samuel Hanneman e che perdura nei suoi confronti lo scetticismo della medicina ufficiale. Non essendo all’altezza per intervenire nel dibattito, dico solo che per me il primo omeopata della storia fu Mitridate (I secolo a. C.-I secolo d. C.), il mitico re del Ponto che, secondo la testimonianza di Appiano (Storia romana, XVI, 111)1, Cassio Dione (Storia romana, XXXVII.13)2 e Marziale (Epigrammi, V, 76)3,  era diventato immune a vari veleni ingerendone volta per volta piccole dosi (credo che la storia sarebbe cambiata se ne avesse ingerito, magari per sbaglio di un servo,  un cocktail …).

Non mi meraviglierei se già qualcuno, sfruttando i principi omeopatici, abbia prodotto e messo in commercio qualche estratto a base di lenticchia che, regolarmente usato per applicazione topica o per ingerimento, magari dopo un ciclo  di tre confezioni alla modica cifra di cinquanta euro ciascuna, cancellerà le lentiggini, come si vede chiaramente dalla foto relativa al prima e al dopo in cui compare,rispettivamente, la solita bonazza bionda tutta efelidizzata4 e la stessa modella senza più una lentiggine ma con una capigliatura bruna, il che fa pensare ad un’imperdonabile svista dell’agenzia pubblicitaria e che quella di prima fosse posticcia …

Io non mi reputo da meno quanto a fantasia; tuttavia finora non ho raccolto nulla, forse perché nel mio stesso modo di esprimermi c’è qualcosa che mi tradisce e, quindi, nessuno ci casca, come, a suo tempo avvenne per i lampascioni (http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/22/il-lampascione-in-quattro-puntate-4/).

Siccome, però, la speranza è l’ultima a morire, oggi voglio fare un ultimo tentativo, sfruttando anch’io la teoria omeopatica. Però, come prima ho sviscerato lentigginoso/a, lo stesso devo fare ora con pirchisciatu/a.  La voce appare come participio passato di un *pirchisciare e quest’ultimo  presenta il suffisso intensivo -isciare; per chi fosse così perverso da volerne approfondire la conoscenza segnalo il link http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/22/un-relitto-greco-in-latino-in-italiano-e-in-neretino/.

– Certi pesci! – dirà a questo punto qualcuno, ispirato  pure dalle due immagini tratte da Wikipedia. Rispondo prima che l’esclamazione isolata diventi un canto corale,  di messa in dubbio delle mie facoltà mentali più che di protesta …

L’intensivo *pirchisciare suppone un *pirchiare, a sua volta dal latino medioevale  pèrchia, che è dal classico perca=pesce persico.  Perchia è nome salentino di due pesci appartenenti alla famiglia dei Serranidi: lo sciarrano (Serranus Scriba L.) e il sacchetto (Serranus hepatus L.).; quelli, appunto, della foto.

Ora tutto sarà più chiaro e sarà chiaro pure che, prima di prendere le persone a pesci in faccia, è bene lasciarle cominciare a parlare, proseguire e concludere.

Non mi rimane che presentare la mia proposta omeopatica che avevo annunziato e della quale probabilmente i lettori superstiti si erano già scordati. Nell’immagine che segue la confezione nella sua veste definitiva per dieci applicazioni (trattamento completo): è già disponibile al modico prezzo di 150 euro iva esclusa;  per il suo eventuale aumento assumere informazioni presso gli organi competenti).

Chi fosse interessato a partecipare a questa che promette di essere la startup del secolo non abbia paura. Saremo in una botte di ferro (anche se il vasetto è di vetro), come attestano le due etichette: quella anteriore con il suo STOPPIRCHISCIAT , per il quale in caso di difficoltà invocheremo non la lettura del cliente (STOP PIRCHISCIAT) da lui interpretata come Stop alle lentiggini, ma quella autentica, la nostra, neretina con una punta di barese (STO PPIRCHISCIAT), da interpretare come Sono rimasto lentigginoso …; quella posteriore, poi, non ja bisogno di alcun commento.

Ho, però, la sensazione, pur confusa, di aver sbagliato qualcosa, come a suo tempo fu per i lampascioni, alla cui metaforica rottura non voglio dare ulteriormente il mio contributo, per cui finisco qui.

La viabilità di un tempo e la sua coeva terminologia, con l’immancabile sguardo al presente

fig-3-strada-rurale-che-fiancheggia-a-nord-est-il-sito-di-cellino

di Armando Polito

Era la lontana estate dei miei primi nove o dieci anni quando rimasi folgorato pure io, ma non sulla via di Damasco, anche se di via sempre si trattava.  Un vicino di villeggiatura nel descrivere in dialetto (e in che, sennò, in inglese?) le meraviglie di una strada che aveva percorso col suo biroccio qualche giorno prima, usò una  locuzione che io conoscevo sì, ma con diverso significato: totta smartata. Se si fosse trattato di una pentola, tutto sarebbe stato chiaro (tutta smaltata), ma la stranezza di smaltata riferito ad una strada sarebbe rimasta per me un mistero se, allontanatosi il vicino, mio padre, nei cui occhi avevo colto qualche minuto prima un sorriso tra l’affascinato e il compassionevole, svelò a metà, cioé solo per quanto riguardava la compassione, il mistero: il vicino aveva deformato asfaltata in smaltata. Avrei dovuto attendere qualche decennio per comprendere l’altra metà dell’espressione di mio padre e che, poi, è quella prevalente che mi spinge a ricercare il motivo dell’errore in cui chiunque, anche il più acculturato, può incorrere. Nel nostro caso la deformazione operata dal vicino era indotta da quattro  fattori: a) la relativa novità di asfaltata, la cui connessa tecnologia era di applicazione recente1 e, dunque, poco diffusa, specialmente dalle nostre parti; b) la difficoltà di pronunziare correttamente una parola nuova; c) la parziale omofonia;  d) una certa congruenza semantica che dà vita ad una metafora. Questo miscuglio deve aver partorito, con un’interazione fulminea (oggi diremmo in tempo reale) tra i suoi ingredienti, quello smaltata, i cui involontari esiti poetici erano stati senza dubbio alla base del momentaneo fascino che la parola aveva esercitato su mio padre. E debbo dire che la creatura (non sapremo mai se il vicino ne era stato il padre) crebbe regolarmente, se ebbi occasione di risentirla, anche a qualche anno di distanza, dalla bocca di altri.

Vai a spiegare tutto questo a chi crede di risolvere i problemi di tutti (i suoi non so …) con i giochi di parole e ha fatto del verbo asfaltare il suo grido di battaglia …

Oggi ciascuno vuole asfaltare chi non la pensa come lui (magari anche quello; il buon Benito ai suoi tempi, se non si fosse fatto fotografare in vesti di mietitore, avrebbe usato il verbo mietere e, poveretto, forse fu pure costretto a non usare falciare per la parziale omofonia tra falce e fascio …) e, tutti presi dall’asfaltatura metaforica, coloro che hanno il potere e il dovere di farlo, trascurano quella letterale o, nei casi in cui se ne occupano, bene che vada, complici regole burocratiche che spesso si direbbero scritte da psicopatici, avallano lavori che a distanza di poco tempo, con inconvenienti di ogni genere, rivelano la loro virtualità (mai una parola primitiva, virtù nel nostro caso, fece fine peggiore …), cioé la loro esistenza solo sulla carta …

Certamente questo non succedeva all’epoca delle prime asfaltature e il mantello stradale si manteneva efficiente per parecchi anni. Poi l’industrializzazione  trionfalmente selvaggia , la stupratrice frenesia costruttiva, il progresso tecnologico ciecamente asservito al profitto immediato e ad ogni costo, il tutto supportato in malafede,ormai di regola, da ricattatorie velleità occupazionali tutte da dimostrare, non solo hanno eroso, alterato, distrutto il paesaggio sostituendo alla perfetta grafia della natura inverecondi sgorbi umani ma hanno sottratto pure territorio all’agricoltura (per la nostra regione Ilva, solare e sviluppo turistico alla Briatore docent).

Oltretutto, se pensi a creare il nuovo (autostrade, circonvallazioni, viadotti, bretelle, svincoli, rotatorie, etc. etc.) e non curi il già fatto, quest’ultimo è condannato, in assenza di manutenzione, alla fatiscenza, con tutte le conseguenze che il fenomeno porta con sé, non escluso il rapido deterioramento pure del nuovo patrimonio sovradimensionato rispetto alle risorse disponibili per la sua gestione. E, appunto, oggi, anziché manutenere l’esistente (cosa che di per sé sarebbe una grande opera) si preferisce realizzare il nuovo, possibilmente di grandi dimensioni (il ponte sullo stretto ne è l’esempio più eclatante; peccato che ogni volta che si programma la sua realizzazione misteriosamente tutto si ferma alla fase progettuale, inizio dello sperpero del pubblico denaro in quanto, finché e se ci sarà mai l’inizio dei lavori, quel progetto dovrà essere aggiornato o rifatto, naturalmente con costi aggiuntivi per il contribuente e con beneficio dei soliti noti) perché la potenziale incertezza dei tempi di realizzazione loro connessa diventa fisiologica, a lavori avviati,  a causa (o grazie a? dipende dai punti di vista …) contratti e gare dì appalto fatte con i piedi e con controlli in cui poi si scopre che i controllari coincidevano con i controllandi (e, infatti, siccome corrompere se stessi non è reato, quando mai potremo sperare di vedere in galera  qualcuno di questi autentici geni sì, ma dell’imbroglio e di quella metaforica attività militare che si chiama conflitto di interessi?

C’è da meravigliarsi, perciò, passando dal macroscopico al microscopico, se anche in pieno centro abitato  gli utenti di una via, pedoni inclusi, debbono fare, a Nardò come altrove, lo slalom tra le buche e tentare pure di memorizzare il percorso per non finirvi dentro quando la pioggia renderà pressoché invisibile l’insidia ?

Quelle buche  nel dialetto locale si chiamano sottamanu. La voce trova il suo esatto corrispondente, formale e semantico, nell’italiano sottomano che, come avverbio è sinonimo di a disposizione o di nascosto e nella scherma indica il modo di portare il colpo con la mano che  impugna l’arma ad altezza inferiore rispetto alla spalla, oppure  nella pallacanestro, il passaggio o tiro in corsa eseguito tenendo la palla sulla mano aperta; come sostantivo indica la cartellina che si tiene sulla scrivania come appoggio per il foglio su cui si scrive e come custodia per fogli, buste e simili, oppure la somma di denaro offerta in cambio di favori e agevolazioni, specialmente illecite o, come si dice oggi, penalmente rilevanti. È evidente come il significato dialettale di sottamanu legato alla viabilità sia connesso al di nascosto sinonimo di sottomano; la parola dialettale non include, rispetto a sottomano,  i significati tecnici legati allo sport, che nei nostri tempi la fa da padrone per gli enormi interessi economici che muove, ma, in compenso, è usato pure per indicare il fenomeno di corruttela ricordato dall’ultima definizione della voce italiana. E tra buche più o meno visibili e bustarelle nascoste il cerchio (altro che giglio! Povera Firenze, non potevi sceglierti come simbolo un fiore simbolo di zozzeria? …) magico si chiude … Rimane il dettaglio dell’occultamento, presente anche a livello sessuale in mano morta, coinvolgente la mano, quella stessa, poveretta pure lei!, chiamata a rimediarvi, ahimé con esiti poco duraturi, con mani pulite .mi vien da ridere se non fosse tragico, e, bene che vada con la consueta mancanza di trasparenza, in manutenere (la voce è dal latino  manu tenere=tenere con la mano), senza mettere in campo uno dei tanti esempi di strumenti educativi di un  tempo (discutibilissimi per il mio modo di pensare, ma sfido chiunque a dimostrare che fossero in grado di produrre i danni devastanti garantiti da certi atteggiamenti genitoriali e sociali (anche legislativi e giuridici di oggi) la famigerata manu longa (mano lunga) che dal buio del pozzo sarebbe stata pronta a ghermire il bambino imprudente che si fosse affacciato pericolosamente al suo parapetto.

Se la crisi economica non avesse rallentato il processo di cementificazione e, dunque, anche di asfaltizzazione del territorio, mentre le buche delle strade asfaltate sarebbero comunque rimaste, progressivemente avremmo assistito alla scomparsa prima delle carrareddhe2 (sentieri, viottoli) e poi pure delle cazzatore3 (i due solchi lasciati dalle ruote di un veicolo, traino in primis). Cosa succederà nel lungo termine è difficile pronosticare. C’è solo da augurarsi che l’uscita dal tunnel, da troppo tempo attesa, non crei un nuovo miracolo economico che, non opportunamente pilotato per il bene comune,  a cominciare dall’ambiente, potrebbe provocare l stesse conseguenze della cattiva gestione di tutti quelli che nella storia si sono avvicendati. Se così non fosse avremmo definitivamente la conferma del biblico nihil sub sole novum (niente di nuovo sotto il sole) al quale, in rapporto al tema di oggi, dovremmo affiancare il pubblico (nel senso di relativo ai lavori pubblici) nihil sub solo novum (niente di nuovo sotto il suolo) …

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1 Anche se gli idrocarburi erano conosciuti da molto tempo (vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/03/la-puglia-olio-o-petrolio/), come mostra la stessa etimologia di asfalto: dal latino tardo asphaltu(m), a sua volta dal greco ἄσφαλτος (leggi àsfaltos)=asfalto, bitume, pece.

2 Carrareddha è  dimutivo  di un inusitato *(via) carrara=(via) carraia, destinata ai carri. E per le formiche che, pur nel loro piccolo, oltre che incazzarsi, si muovono, c’è, carisciola per indicare la loro fila o anche il piccolo sentiero che si forma dopo il loro passaggio, nonché per traslato la traccia lasciata dallo sversamento di un liquido o dall’effondersi di un profumo.

3 Cazzatora è da cazzare=schiacciare, probabilmente per assimilazione dallo spagnolo calzar, a sua volta dal latino medioevale calceare=stipare e questo dal classico calceus=scarpa.

Nardò: la “Montagna spaccata” com’era nel 1778 e com’è oggi

di Armando Polito

Il 12 maggio u. s. il signor Luigi Congedo, commentando su Facebook un mio articolo postato da Marcello Gaballo e che era già uscito il 12/11/2015 su questo blog (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/), scriveva:

Sono quasi certo che il primo acqurello della serie e’ la montagna spaccata prima che fosse modificata per aprirvi la strada – sulla destra si vede la torre dell’alto lido e piu a destra la serra che precipita infatti dalla strada statale gallipoli taranto fino a lido conciglie – non ho dubbi….

E come non condividere la sua opinione, di fronte alla schiacciante sovrapponibilità dei due profili, come mostrano le due immagini (la prima ripresa dal mio post, la seconda è quella allegata dal sig. Congedo nel suo commento) che di seguito ho accostato per consentire a tutti un agevole controllo comparativo?

Pur complimentandomi con l’autore della scoperta, non posso però fare a meno di un’osservazione di carattere generale più volte replicata. Non gli si può certo rimproverare di aver postato il suo commento su Facebook e non direttamente sul blog della fondazione in calce al mio articolo, perché non avrebbe potuto allegare la foto recente. Tuttavia rivolgo ancora una volta a tutti i lettori la preghiera, se è possibile e qualora il commento sia solo testuale (per gli eventuali allegati a supporto basta fare riferimento ad essi e sarà cura della redazione far sapere come renderli pubblici), di collocarlo in coda al post volta per volta interessato nella sua sede nativa (il blog della fondazione), laddove, oltretutto, chiunque è obbligato ad andare per leggerlo. Comprendo che digitare i pochi dati richiesti può essere fastidioso, mentre in Facebook tutto è automatico, ma un po’ di fastidio val bene il non correre il rischio di perdere qualcosa di estremamente interessante, come in questo caso.   Oltretutto il mio controllo di Facebook è piuttosto saltuario e, ora parlo egoisticamente, se è mancata o mancherà la mia risposta o la mia replica a qualche osservazione, magari  non proprio benevola, ciò è e sarà da imputare soltanto a mancata lettura. Ora vi lascio perché debbo precipitarmi su Facebook per apporre il mio “mi piace”, cosa che qualche minuto fa mi ero scordato di fare …

 

La scappatora (il ritaglio di tempo libero)

di Armando Polito

Il titolo ha messo impietosamente in risalto col nesso tempo libero un fenomeno che oggi come non mai dovrebbe vivere la sua trionfale esplosione. Si dice, infatti, che il lavoro manca; e il tempo di cui parliamo da che cosa dev’essere inteso libero se non dal lavoro? Bisognerebbe, però, secondo me tener distinti i due concetti di lavoro e di occupazione, non necessariamente correlati a tal punto da essere considerati sinonimi. Come si spiega, infatti, che da un anno mi sto dannando l’animo con alcuni lavori di manutenzione della mia abitazione (lavori non di poco conto, dunque finanziariamente rilevanti), nel senso che ben tre imprese invitate a fornirmi un preventivo, dopo avermi assicurato che avrebbero provveduto a breve, non si sono fatte più vive? Eppure nessuno avanza soldi da me e sono il tipo che sono disponibile a saldare il conto a meno di un’ora dalla conclusione dei lavori.

Mi son lasciato prendere ancora una volta la mano dalle mie vicende personali  che, come tutte quelle di questo tipo, possono interessare al più chi ne ha vissute di simili. La mia voglia di essere da un lato concreto e dall’altro di dare un taglio “universalizzante” ai miei scritti (manco fossero poesia …!) mi ha sempre esposto a questo rischio costringendomi, dopo lo straripamento, a rientrare nell’alveo. E l’alveo di oggi è rappresentato dalla parola scappatora. Tuttavia, per non rientrarvi troppo rapidamente e nello stesso tempo per fornirne un esempio d’uso dopo che il suo significato l’ho già chiarito, mi chiedo: è mai possibile che il titolare di ciascuna impresa di cui sopra non abbia trovato una scappatora per recapitarmi il suo preventivo?

Comunque sia, continuando con l’esame della nostra voce, va detto che il suo corrispondente formale italiano è scappatoia, come per mangiatora lo è mangiatoia; ma mentre in quest’ultimo esempio la corrispondenza semantica è perfetta, lo stesso non succede nel nostro caso, avendo assunto scappatoia una valenza quasi furbesca. Ad onor del vero va detto che il costume si evolve, per cui oggi se, per fare un esempio, hai bisogno di un idraulico e questi da te contattato, ti dice itimu ci trou nna scappatora (vediamo se trovo un attimo di tempo) vuol dire semplicemente che la sua prestazione sarà da secondo lavoro e che questo sarà ancora più in nero (cioé senza fattura) di quanto, molto probabilmente, sarebbe stato se fosse stato il primo …E poi, anche se dovesse incappare in qualche guaio tributario, ci sarà sempre il bravo commercialista che, sfruttando a dovere leggi specifiche scritte, come tutte ormai, con i piedi, gli offrirà la scappatoia alla sua scappatora

Ciò che è certo è che scappatora è da scappare, formato da s– privativa e da cappa, per cui alla lettera scappare vuol dire liberarsi della cappa (che sempre un intralcio è), azione preliminare rispetto alla fuga.

La cosa curiosa, ma le parole sono piene di esiti curiosi, è che quando l’idraulico di prima, sempre lui, poveretto! …),  annunzia alla cliente con sua grande gioia sta scappu! (sto venendo!) non è, a cauda della traduzione, ineccepibile, che ne ho dato,  la conclusione tanto precoce da precedere pure l’inizio …, di un’avventura diventata, a torto o a ragione, un topos coinvolgente anche il postino e il ragazzo delle consegne), ma solo l’annunzio di una fuga, si spera immediata, dal lavoro in cui era impegnato in quel momento e la contemporanea corsa sfrenata verso un rubinetto capriccioso bisognoso del suo intervento; anche perché chi lo ha chiamato, e questo dettaglio gli fa enormemente comodo ,  non capisce un tubo …

Poi sappiamo come va a finire: dal fatidico sta scappu! trascorrono più giorni senza che si veda nessuno e più mesi nel caso in cui sia stato detto itimu ci trou nna scappatora

NNARGIARE (marinare la scuola): due ipotesi etimologiche

di Armando Polito

Come tutte le cose proibite l’azione espressa da nnargiare ai miei tempi aveva una valenza tutta particolare: da un lato la paura per le conseguenze, a scuola e in famiglia, che ne potevano derivare, dall’altro il piacere di sottrarsi a quella gran rottura di scatole che era pur sempre la scuola, per cui il girovagare, da soli o in compagnia, risultava più gratificante che partecipare a una lezione, volevo dire ascoltare una lezione; e credo che proprio per questo la lezione fosse (e probabilmente è rimasta …) una gran rottura dei nominati contenitori. E il maschilismo pure linguistico allora (e oggi?) imperante sanciva la menzogna  che almeno le ragazze ne fossero immuni …

A me il nemmeno tanto sottile piacere della nnargiatura  è stato negato perché quella carabiniera di mia madre mi ha accompagnato in classe (non lasciandomi al portone …) fino al primo liceo e anche mio padre riusciva a mantenere periodici contatti con i miei insegnanti nonostante le oggettive difficoltà: essendo ferroviere doveva sacrificare per incontrarsi con loro  un poco del tempo destinato al riposo dopo il turno di notte.

Con quel servizio di controllo così efficiente ho dovuto aspettare il primo liceo per realizzare la possibilità teorica di nnargiare, ma, ormai, l’imprinting (fa senso, vero?, leggere a così poca distanza l’uno dall’altro un vocabolo così antico ed uno così moderno) ricevuto mi aveva immunizzato da qualsiasi peccaminosa tentazione. E così le mie uniche  nnargiature furono quelle, per così dire, istituzionali, cioè propiziate dagli scioperi studenteschi che allora cominciavano a verificarsi: di fronte ad una classe con un solo alunno, io appunto, il preside non poteva far altro che convocare un genitore per prelevarlo.

E oggi? Preferisco tacere (dico solo che si è passati da un eccesso all’altro, ma le lezioni probabilmente son rimaste una gran rottura di scatole, con la differenza che la rottura di allora qualche risultato lo ha dato, quella di oggi …) o, meglio,  continuare a parlare del passato, perché a questa fase temporale è, inevitabilmente, legata ogni etimologia.
Ecco cosa ne pensa il maestro di tutti coloro che abbiano intenzione di occuparsi di questo: il Rohlfs.

 

La voce nnargiare risulta raccolta sul campo (l=Lecce; posso, però, assicurare che essa è in uso anche a Nardò), oltre che attestata letterariamente: L6= Fernando Manno, Dizionario del dialetto salentino leccese (manoscritto  stilato dal 1929 al 1932); (L)21=Francesco d’Elia, Vita ed opere di Giuseppe De Dominicis (Capitano Black. Poesie edite ed inedite, Lecce, 1926. Per nnargiatura, invece, la sola attestazione letteraria (L6).

Per il Rohlfs,inoltre, l’etimo di nnargiare (e, si deduce, del derivato nnargiatura sarebbe gergale, cioé in uso esclusivo  in un determinato ambiente (in questo caso quello studentesco). In questo caso, però, trattandosi di una voce dialettale, la ricerca etimologica si complica rispetto agli altri linguaggi definiti settoriali; tant’è che egli non avanza nessunna proposta etimologica, come se per ogni voce gergale (o per la maggior parte di esse) non esistesse etimo; anche se è più complicato individuarlo (infatti etimo incerto è nei dizionari una costante una costante per la maggior parte delle voci gergali)  proprio per il ristretto numero, almeno all’inizio, di utenti e per lo stesso utilizzo riservato  a pochi, quasi da setta segreta.

Probabilmente scoraggiato da quanto letto nel Rohlfs, Antonio Garrisi nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino (Le), 1990 tratta il lemma nel modo che segue:

“nnargiare tr. e intr.; pres. nnàrgiu, ecc.; impf. nnargiàa, ecc.; p. rem. nnargiài, ecc.; pp. nnargiatu. Marinare disertando i propri còmpiti: me ene biri cu nnàrgiu la fatìa mi viene voglia di marinare il lavoro. DE D.  L’angelieddi nnargiànu la lezione / e lle pinne ca aìanu se sçiucànu.”. Nulla di più se non la riproduzione  del testo del De Dominicis.

Si ricollega al Rohlfs pure Giuseppe Presicce autore del pregevole Il dialetto Salentino come si parla a Scorrano consultabile solo in rete (http://www.dialettosalentino.it/i.html), dove il lemma si presenta così trattato.

Non vorrei che quanto sto per dire fosse interpretato come il velleitario tentativo di proseguire (tanto meno portare a termine) il cammino partendo dal punto in cui gli altri si sono fermati, proponendo, addirittura (ma non esiste il senso della misura?) già nel titolo due ipotetiche soluzioni.

Prima ipotesi

Connessione con il greco ἀνέργεια (leggi anèrgheia)=inattività, a sua volta connesso con l’aggettivo ἄνεργος/ἄνεργον (leggi ànergos/ànergon)=inattivo, composto da -ἀ con valore privativo+ –ν– eufonico +ἕργον (leggi ergon)=lavoro.

Seconda ipotesi

Connessione con il verbo greco ἀνέργω (leggi anergo) o ἀνείργω (leggi anèirgo)=far indietreggiare, respingere, distogliere, che è composto da ἀνά (leggi anà)=sopra+εἴργω=chiudere fuori, tenere lontano.

In entrambe le ipotesi l’aferesi di – (leggi a-) spiegherebbe l’nn- di nnargiare, raddoppiamento che sarebbe di compenso e non di natura espressiva.

Il concetto base di allontanamento si conserva pure nel prima ricordato sciopero, che è deverbale da scioperare, a sua volta da ex=lontano da+operare=occuparsi di qualcosa. E mi piace ricordare che ai miei compagni scioperanti, cui il preside aveva obiettato che lo sciopero era riservato ai soli lavoratori, suggerii di ribattere la volta successiva che la loro attività di studenti era assimilabile al lavoro evocato da opera e che di quella, intesa nel senso più nobile, non potevano essere considerate protagoniste solo la componente direttiva, l’amministrativa  e la docente. A modo mio mi sdebitavo una volta per tutte del piacere che il loro sacrificio mi aveva procurato (anche se non immediato, perché allora il telefono, almeno in casa mia, il bidello non era Pietro Mennea e mia madre non sarebbe venuta a prendermi a meno di mezz’ora dal fattaccio.

A pensarci bene chissà che carrierona avrei fatto come sindacalista ! E pure voi non sareste incorsi nella disgrazia di leggermi …

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

di Armando Polito

Sfruttando la segnalazione fattami qualche tempo fa dal lettore Fabio (ne approfitto per osservare che non guasterebbe far conoscere pure il cognome …) nel suo commento ad un mio recente post (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/26/taranto-comera-circa-500-anni/) aggiungo un altro tassello alla serie delle carte nautiche in precedenza passate in rassegna1. A dire il vero di questa me ne ero già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/)  ma, essendomene reso conto (in poco più di due anni, ad una certa età, il rincoglionimento galoppa …) quando già questo post era pronto, ho deciso di proporlo così com’è lasciando al lettore di contaminare le due versioni con le poche, reciproche integrazioni che esse mostrano.

ananso: Egnazia. Nel dettaglio che segue, tratto dalla carta  Puglia piana, Terra di Barri, Terra di Otranto, Calabria et Basilicata del Mercatore (1589) si legge Anazzo.

 

Ecco l’evoluzione del toponimo dalla forma più antica all’attuale: Gnatia2  [Orazio (I secolo a, C.), Sermones, I, 5, 97]; Ἐγνατία (leggi Egnatìa) [Strabone (I secolo a. C-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3]; Gnatia [Pomponio Mela (I secolo), Corographia, II, 66]; Gnatia [Plinio (I secolo), Naturalis historia (I secolo), II, 102 e 107];Ἐγνατία (leggi Egnatìa) [Tolomeo (II secolo), Geographia, III, 13]; Gnatiae [Imperatoris Antonini Augusti itinerarium (III secolo), 115]; Gnatiae [Tabula Peutingerriana, (prima redazione IV secolo), VI, 5]; Ignatia [Anonimo Ravennate (VII secolo), Cosmographia, VI, 1]; Augnatium [Guidone (inizi XII secolo), Geographica, 27-29].

L’Anazzo di Mercatore appare come la traduzione dell’Augnatium di Guidone,mentre la forma attuale riprende l’*Egnatia ipotizzata per Orazio, E in in Francesco Maria Pratilli, Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Giovanni di Simone, Napoli, 1745, p. 146 si legge: Nel luogo ddove fu la distrutta città di Egnazia v’ha di presente sulla marina una torre, che chiamano di Agnazzo.

brindi: Brindisi

castro: Castro

cavo lovo: da notare, anzitutto, cavo per capo (se non fosse che l’autore della carta, Jacopo Russo, era messinese, l’avremmo definito un retaggio del dialetto veneziano) e lovo per l’ovo. Nel dettaglio che segue, tratto dalla carta del Mercatore citata per ananso. si legge  C(apo) del ovo.


Nel dettaglio che segue, tratto da Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente data in luce da Domenico De Rossi (1714) il toponimo è T(orre) del Capo dell’ovo. Oggi il toponimo è Torre dell’Ovo.

cavo Santa Maria: Capo di S.Maria di Leuca. Per cavo vale quanto detto per il toponimo precedente.

flumi tara: fiume Tara. Come nel cavo per capo  dei due precedenti toponimi poteva essere ravvisato, stranamente, un venezianismo,  qui flumi, con la sua terminazione in –i, tradisce l’origine siciliana del cartografo.

galipolli: Gallipoli

gaucito: Guaceto

Huxento: Ugento

otranto: Otranto

petrolla: ?

roca: Roca

lalechi: Lecce

Taranto: Taranto

vilanova: Villanova

________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

2 Ritengo, però, che sia trascrizione della successiva voce greca: Ἐγνατία>Egnatia e con aferesi per esigenze metriche, Gnatia.

 

Il nostro dialetto. STUTARE (SPEGNERE)

di Armando Polito

* Pensa piuttosto a chiamare i pompieri!

 

Chi ha un’idea distorta del dialetto, considerato pregiudizievolmente inferiore alla lingua nazionale, probabilmente avrà un sussulto sentendomi affermare che stutare è, linguisticamente parlando,  un nobile decaduto, vittima del tempo e dell’uso. Lo confermano, infatti, i dizionari, in cui non è qualificato come voce regionale, volgare o gergale ma obsoleta (addirittura nel vocabolario Treccani on line, in cui il lemma è puntualmente registrato, manca pure quest’ultima qualifica).

Sulla “nobiltà” di stutare, voce non esclusivamente “meridionale” credo sia sufficientemente eloquente quanto segue:

Iacopone da Todi (XIII secolo), Laude, LXX, 86): … cà ‘l tuo plagner me  stuta

Brunetto Latini (XIII secolo), La rettorica, I, 2 E 10:  … a stutare molte battaglie …

Guittone d’Arezzo (XIII secolo), Trattato d’amore, CCXLVIII, 12: … che per nulla copia si  stuta  fiore

Cino da Pistoia (XIII-XIV secolo), Rime, LXXXVIII, 22 (edizione dell’Itituto editoriale italiano, Milano, 1862): … e la cui vita a più a più si stuta

Giovanni Boccaccio (XIV secolo), Amorosa visione, VI, 10-12: … tra me dicendo: Deh, perché il foco/di Lachesis per Antropos si stuta/ in uomo sì eccellente e dura poco?” e Filocolo, II: … anzi che più s’accenda il fuoco, providamente pensate di stutarlo …

In altri autori toscani della letteratura delle origini, che qui per brevità non riporto, ricorre la variante astutare. La voce ebbe scarsa fortuna, tant’è che non son riuscito a trovare nessuna attestazione per i secoli successivi e lo stesso Vocabolario della Crusca registra il lemma solo nelle sue prime quattro edizioni (1612, 1623, 1691, 1729-1738) con due (Cino da Pistoia e Boccaccio)degli esempi datati che prima ho riportato.

La locuzione nel dialetto salentino, vista nei suoi significati diacronici,  è stutare lu fuecu (spegnere il fuoco del camino o di un incendio), stutare la candela (spegnere la candela), stutare lu lume (spegnere il lume a petrolio); poi, con la diffusione dell’energia elettrica, stuta la luce (premi l’interruttore per spegnere la luce della lampadina), stuta lu furnu (spegni il forno).

A questo punto chi è abituato a leggermi si sarà meravigliato perché sto tardando a dare l’etimo di stutare, ma  alla fine sarà chiaro quanto questa premessa fosse imprenscindibile. Mi pare, però, opportuno e doveroso cominciare dal maestro riconosciuto: il Rohlfs. Ecco come il lemma è trattato nel suo Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976:

Non mi lascia perplesso *extutare (voce latina ricostruita), ma quel guardare il fuoco coprendolo. Infatti questa definizione che oso definire sibillina, sembra tirare in campo contemporaneamente come secondo componente di extutare i verbi tueri (o tuere), che significa guardare) e tutari  che significa proteggere.

Prima di entrare nel merito dell’appunto è necessario dire qualcosa in più su questi due verbi.

Tueri è un verbo deponente (ha cioè forma passiva ma significato attivo) e il suo paradigma è tueor/tueris/tuitus sum/tueri. La sua variante tuere, invece, presenta forma e, naturalmente, pure significato, attivi e il suo paradigma è tueo/tues/tuere. Il lettore anche digiuno di latino noterà che nel paradigma di quest’ultimo manca al terzo posto quello che nel primo verbo è tuitus sum (cioè il perfetto, corrispondente al nostro passato prossimo o remoto). Ora è intuitivo che non esiste forma passiva di un verbo senza la sua forma attiva, perché è lo stesso concetto di passivo che nasce da quello attivo. E che tuere (forma e significati attivi) sia più antico di tueri (forma passiva ma significato attivo) lo mostra il fatto che tueri compare con significato passivo in due autori cronologicamente molto distanti tra loro: Vitruvio (I secolo a. C.) e Papiniano (II-III secolo d. C.). in altre parole nei verbi deponenti è legittimo supporre che all’origine avessero un significato passivo e che col passare del tempo abbiano assunto quello attivo, salvo, come abbiamo visto, in qualche autore.

Tutto ciò fa ritenere che tuere prima di essere soppiantato dal figlio tueri avesse anche lui se non la terza voce paradigmatica (perfetto), almeno la quarta prevista per i verbi di forma attiva  (detta supino) e che questa dovesse essere *tuitum, come si deduce dal tuitus che compare nel perfetto di tueri. Parente strettissimo di *tuitus è l’aggettivo tutus/tuta/tutum (che significa sicuro) come mostra tutus sum, cioè la variante di perfetto di tueri presente in Livio(I secolo a. C.-I secolo d. C.); il femminile tuta ha dato vita all’analoga  voce italiana, così come tutela, mentre da tutor è il nostro tutore.

E da tutus è nato prima tuto/tutas/tutare, che vuol dire proteggere, difendere e poi tutor/tutaris/tutatus sum/tutari  che significa vegliare su, proteggere e, in senso riflessivo, difendersi da, allontanare. Da notare, di passaggio, che anche tutare come tuere appare difettivo di perfetto e supino ma che quest’ultimo, analogamente a quanto rilevato in tueri  sarebbe stato tutatum, come mostra il tutatus sum di tutari.

Alla fine di questo lungo ragionamento mi pare di poter concludere che non è il caso di dannarsi l’anima per elucubrazioni fonetiche e tantomeno semantiche e che si può bypassare la diplomazia la del Rohfs che nella sua definizione unisce i due concetti, etimologicamente parlando, paralleli, come ho dimostrato, di guardare (tueri) e di coprire (tutare) sinonimo di proteggere, dicendo che che extutare è composto dalla preposizione ex (con regolarissimo esito in s– nel nostro stutare) con valore privativo e tutare, sicché lo stutare non è altro che privare il fuoco della vigilanza indispensabile perché esso non si spenga e, se si pensa alla sacralità del fuoco e alle Vestali, la definizione sembra affondare le radici in un atto blasfemo …

Se la definizione del Rohlfs non appariva troppo chiara, decisamente strano appare ciò che si legge nel Dizionario De Mauro al lemma stutare a proposito della sua etimologia: extutare, compostodi  ex- con valore intensivo, e tutari “estinguere”.

Come è conciliabile in tutari il significato attribuitogli di estinguere con quello di proteggere, cosa che ha costretto, fra l’altro, a dare alla preposizione ex un valore intensivo e non privativo? Quest’ultimo dettaglio è secondario perché in teoria ex col suo esito s– può avere valore privativo come in sbarbare, sbucciare, squagliareetc., etc., oppure intensivo, come in sbattere, spossare, strombazzare, etc. etc.  Ciò che appare strano è il significato di estinguere attribuito a tutari; il che ricorda tanto l’antica, sarcastica  locuzione neretina ti ògghiu tantu bbene ca ti cciu (ti voglio tanto bene che ti uccido), che oggi potrebbe essere tranquillamente messa in relazione, privata del suo significato sarcastico ma altrettanto drammatica, con l’eutanasia o messa in campo da qualche avvocato a corto di argomenti oltre che non aggiornato sull’evoluzione dei costumi, a difesa del cliente reo di aver ucciso il partner colpevole di averlo lasciato.

Il De Mauro evidentemente ha seguito l’opinione di alcuni filologi (REW 9018) che mettono in relazione con tutari il francese tuer, che significa uccidere, e l’italiano antico attutare (da cui l’attuale attutire) attraverso la filiera concettuale (sembra un climax ascendente) proteggere da >attutire il pericolo>eliminare il pericolo>eliminare l’autore del pericolo>uccidere. A parte la rocambolesca filiera che ho dovuto mettere in campo c’è da chiedersi, sul piano fonetico, che fine abbia fatto la seconda t di tutari, che apparirebbe aspirata solo nel catalano atuhir.

Comunque stiano le cose, mezzanotte è passata da un pezzo e, almeno per me,  è ttiempu cu stutu lu compiuter e cu vvo mmi corcu (tempo di spegnere il computer e di andarmi a coricare) …

Salento: la sua estrema parte sud-orientale in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

Il lettore avrà subito notato che rispetto alle precedenti puntate (per ognuna troverà in calce il relativo link) nel titolo non compare più aragonese e che XVI, con riferimento alla datazione, ha sostituito XV. Questi due correlati cambiamenti apportati pure a ciascun post precedente, sono dovuti a dati incontrovertibili emersi man mano che procedeva l’esame dei singoli dettagli. Dopo questa esplorazione preliminare ulteriori approfondimenti consentiranno sicuramente di determinare un range ristretto a pochi decenni del secolo appena indicato. 

Alessano: oggi Alessano.

Aquarica del Capo: oggi Acquarica del Capo.

Arilliano: oggi Arigliano, frazione di Galliano del Capo.

Barbarano: oggi Barbarano del Capo.

Campo Saracino: il riferimento è sicuramente ad uno stanziamento di Saraceni nella zona. Lo stesso toponimo ricorre in un’altre sezione della stessa carta nelle vicinanze di Agropoli (vedi Fernando La Greca e Vladimiri Valerio, Paesaggio antico e medioevale nella mappe aragonesi di Giovanni Pontano, Le Terre  del Principato Citra, Edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, Salerno (SA), 2008, pp. 106-107 e Pietro Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, Edizioni di storia e letteratura v. I, Roma,  1982, p. 459.

Caprarica: oggi Caprarica del Capo.

Casale delle imbriachelle: nella carte del XVII secolo compare solo la torre. A seguire dettagli dallo Janssonius e dal Bulifon.

Nell’Atlante Rizzi-Zannoni diventa Torre del Marchiello.

Casall[uccio?] dei (?) Barde (?): attendo notizie.

Castriniano del Capo: oggi Castrignano del Capo.

Corsano grande: oggi Corsano. Il grande rimane nella Torre di specchia grande ed essa sarebbe quella rappresentata sulla carta?. Tuttavia in Raffaele Mastriani, Tipografia Plautina, Napoli, 1838, p. 185, si legge:  Esposizione della legge del 19 giugno 1826 sulle dogane del Regno delle sue SicilieTorre Corsano ossia Monte lungo (vedi Montelongo).

[?] di Pali: oggi Torre Pali.

Drutiano (?): oggi Tutino? Attendo notizie.

Galliano: oggi Gagliano del Capo.

Juliano: oggi Giuliano, frazione di Castrignano del Capo.

la molinella: attendo notizie.

leuca […]: nonostante la lacuna credo che la dicitura faccia parte dei tre elementi toponomastici con cui è indicato il territorio di Leuca (gli altri due sono Terra di S. Maria de fine mundi e Porto.

Leverano: non è l’attuale Leverano (la dislocazione di quest’ultima è ben diversa). Non so che rapporto ci sia con la Leverano che compare nel distretto governativo di Alessano in Bollettino delle leggi del Regno di Napoli Anno 1807, tomo I, Fonderia reale, Napoli, 1813, p.68 (https://books.google.it/books?id=jaVDAAAAcAAJ&pg=PA68&dq=specchia+leverano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiV9KKJy9bSAhUEVRQKHe99DVE4ChDoAQgdMAE#v=onepage&q&f=false).

Lissiano: vedi Tigiano.

Masanto: Torre de Morciano o di Mafanto nelle carte del XVII secolo (di seguito dettaglio da Hondius).  

Misciano: oggi Miggiano.

Monte longo: oggi Montelongo è il nome della falesia su cui sorgeva l’omonima torre oggi non più esistente. Vedi Corsano grande.

Monte Sardo: oggi Montesardo, frazione di Alessano.

Morciano: oggi Morciano di Leuca.

Navallie: oggi Novaglie. Nella carta è rappresentata la Torre di porto Novaglie.

Ortitiano: attendo notizie.

Panico: attendo notizie.

Patu: oggi Patù.

Pedaccio: attendo notizie.

Porto: oggi Porto turistico marina di Leuca; vedi leuca […].

Presice: oggi Presicce.

Prom(ontorio) Iapygio: oggi Capo di S. Maria di Leuca.

Roggiano: oggi Ruggiano, frazione di Salve.

ruine di Bereto: sono i resti, ancora oggi visibili, della messapica Vereto.

S[…..]: ?

Salignano: oggi Salignano, frazione di Castrignano del Capo

Salve: oggi Salve

Specchia del Corno: oggi Specchia del Corno, in territorio di Ugento.

Specchia di preite: oggi Specchia.

S.ta Euphemia: oggi è un rione di Tricase, con l’omonima chiesa dedicata, qppunto, a S. Eufemia di Calcedonia.

S.ta Maria di Bereto: oggi Chiesa della Madonna di Vereto.

S.ta Tecla: attendo notizie.

S.to Dana: oggi S. Dana, frazione di Gagliano del Capo

S.to Floro (?): attendo notizie.

S.to Januario: nella mappa a destra sulla costa è rappresentata una torre. Potrebbe essere quella, non più esistente, di Montelungo (vedi Montelongo), della quale si sa che venne edificata (su una preesistente?) nel 1584.

Taurisano pic(cola) dir(uta): oggi Taurisano; tuttavia sorprende nella carta l’assenza di Taurisano grande, in contrapposizione a Taurisano piccola.

Terra di S.ta Maria de fine mundi: vedi leuca […]. De fine mundi sembra ancora più pretenzioso del più noto de finibus terrae. Quanto a Terra Girolamo Morciano in Antichità di Leuca …, opera citata nelle puntate precedenti, a p. 259, riferendosi al periodo immediatamente successivo alla liberazione di Otranto dopo l’occupazione turca del 1480, così scrive: E Ferdinando Rè, che non cedeva in nulla alla divotione grande, che professava suo Padre Alfonso à questa Beata Vergine non solo somministrò ognui favore all’opra di nuovo ristoro della Chiesa di Santa Maria de finibus Terrae, come havevan fatto dopò i Mori, i Normanni, ma stabilì di più, ed accrebbe queklli poderi, ò Terre, che havevano dato i Normanni, ed i Conti di Alessano ad honor di Santa Maria di Leuca, e del suo Sacro Tempio in servitio de’ Vescovi, che lo servono. Onde fra gli altri motivi, per questo di vedono quasi tutti i poderi, ò territori di Castrignano, ed anche quelli di Pato obligati per la decima di certi frutti al Tempio di S. Maria di Leuca.  

Tigiano: oggi Tiggiano. Nel suo territorio sorge la Torre Nasparo o Naspre (rappresentata sulla carta) che in passato, fra le altre denominazioni, ebbe pure quella di Figiano, Lizzano, Lissiano. Quest’ultima potrebbe riferirsi al lissiano che compare poco più a nord nella carta e che potrebbe essere propiro il casale che dette il vecchio nome alla torre.

Torre antica: attendo notizie.
Torre piana: Torre di Plane nelle carte del XVII secolo (di seguito dettaglio di quella del Bulifon).

 

e Torre di Palane nella carta Rizzi-Zannone.

 

Torrione vecchio: Torre Vecchia nella carta Rizzi-Zannone.

Tri casso: oggi Tricase.

Villa di S.ta Maria: oggi S.ta Maria di Leuca del Belvedere o Leuca piccola?:attendo notizie.

Termina qui la rassegna degli spezzoni della carta a mia disposizione. Ringrazio  per i loro contributi tutti i lettori, anche perché non mi attendevo un simile riscontro, con commenti puntuali ad ogni puntata. Debbo, però, notare che nel mese e mezzo quasi intercorrente tra la pubblicazione della penultima e quella di oggi nessuno si è più fatto vivo, nemmeno per rimproverarmi per il ritardo nell’adempimento di quanto annunziato, secondo la più raffinata tecnica pubblicitaria televisiva …

Lascerò trascorrere qualche mese, ma non oltre la fine dell’estate, nella speranza che per i toponimi rimasti non identificati e per qualche precisazione o correzione sugli altri compaiano ulteriori commenti, per i casi più difficili o controversi  possibilmente con la citazione delle fonti, per fare la differenza rispetto ad una rozza raccolta di dati, qual è quella fin qui svolta. Solo così si potrà pensare ad un lavoro, sia pure di taglio quasi esclusivamente toponomastico,  più degno della preziosità di questa rappresentazione della Terra d’Otranto, previa richiesta alla Biblioteca Nazionale di Francia di una copia digitale in alta definizione e dell’autorizzazione alla pubblicazione. Ribadisco nel congedarmi, spero provvisoriamente, dall’argomento, il mio grazie più profondo al professor Fernando La Greca, senza la generosità del quale questa avventura non avrebbe avuto mai inizio.

 

Per gli altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

Rudie e le sue epigrafi funerarie

di Armando Polito

L’inizio, penserà qualcuno, non è dei più incoraggianti, a causa del funerarie sbattuto nel titolo senza un brandello di eufemistico velo. Faccia, se crede, il gesto apotropaico più efficace secondo l’opinione corrente  e se, dopo il tocco e ritocco (per citare l’immenso Totò …) delle scatole ritiene che la loro rottura rimanga un rischio troppo elevato, si dedichi ad altre letture.

Per tutti gli altri (dovessero essere, come temo, non più di due …) è d’obbligo una premessa. Sarò breve; e non vorrei che questa locuzione famigerata, portando a termine la strage iniziata brillantemente con funerarie,  mi privasse pure dei due lettori superstiti che per eccesso avevo ipotizzato in un accesso di presunzione …).

Il presente scritto non ha la pretesa di formulare alcuna ipotesi di natura scientifica (come, d’altra parte, fa capire l’esordio degno di un politico di razza; non dico, con riferimento all’una ed all’altra, chi e quale)  né tantomeno di fornire uno spaccato, sia pur limitato ad alcuni aspetti, di una comunità del passato, né una valenza statistica, che sarebbe improponibile a causa della disomogeneità cronologica dei dati a disposizione e della parziale o assente contestualizzazione di molti di loro. Questi ultimi sono offerti dalle epigrafi funerarie (comprese quelle incerte in questa loro qualifica perché mutile proprio nello spazio in cui molto probabilmente erano indicati gli anni di vita) rinvenute a Rudie o, almeno, così registrate nei repertori specializzati, anche come perdute. A tal proposito credo che nell’anno 2017 sarebbe ora di ovviare una volta per tutte all’attuale frammentazione, compilare un unico repertorio  (suddiviso in quante sezioni si ritenga opportuno) anche e soprattutto in formato digitale, con foto di ciascuna epigrafe qualora non sia andata perduta o prima che lo diventi …, e rendere obbligatoria a livello internazionale la registrazione di ogni futuro ritrovamento solo in quest’ultimo ed unico catalogo, la cui versione digitale consentirebbe un aggiornamento continuo e poco costoso per il carrozzone europeo, perché dovrebbe essere l’Europa a farsi carico di tutto in maniera sistematicamente definitiva e non con iniziative frammentarie come finora è stato,  prima che la stessa cosa venga in mente a qualche istituzione, pubblica o privata, americana, giapponese o cinese …

E non si mettano in mezzo, idiotamente in questo caso, i concetti di sovranità nazionale, libertà della ricerca e della pubblicazione, se il fine ultimo è non il profitto ma la diffusione della cultura e, in questo caso la fruizione gratuita, ribadisco gratuita, di un repertorio o catalogo digitale,  alias, per usare il linguaggio corrente, banca di dati.1

Il numero non imponente delle epigrafi rudine2 mi ha consentito di presentarle in singole schede, per le quali mi sono avvalso dell’utilizzo incrociato di EDCS3 , di EDH4 e di EDR5. Io ho aggiunto di mio la traduzione e le note di commento.

Per chi non volesse sorbirsi la loro lettura sequenziale, ma partecipare più direttamente all’afflato umano che una semplice iscrizione sepolcrale può trasmettere anche con pochissime parole, segnalo la testimonianza della vita più breve (n. 18) e, per contrasto, di quella più longeva maschile (n. 21) e femminile (n. 24), nonché del pericolo incombente sulle spalle di qualche traduttore di ultima generazione (e ancor più di quelli che fra poco usciranno dal liceo classico senza aver tradotto una riga di latino …), vittima inconsapevole di un dissacrante (visto l’ambiente funerario …) equivoco  … (n. 7). E non mancano i casi unici di ricorrenza onomastica (nn. 8, 11, 16, 19, 25, 26 e 32) e di nobilitazione poetica (n. 6).

Particolarmente interessante è poi, a mio avviso, la prevalenza di soprannomi (cognomina) di origine greca (in teoria denoterebbero raffinatezza culturale), anche se il fenomeno è ricorrente nel mondo servile in tutta la romanità; e, a proposito di mondo servile,  la prevalente presenza di un solo elemento onomastico denota la prevalente passata appartenenza a questa classe sociale dei defunti delle epigrafi rudine. Non mancano, d’altra parte, testimonianze relative a pezzi grossi (1, 28, 29 e 33). Ma, per saperne di più (non è un nobile ricatto …), le schede, in ogni caso, andrebbero lette una ad una …

prova

_____________

1 In tal senso Italia Epigrafica Digitale, IV (Febbraio 2017), Regio II. Apulia et Calabria, integralmente consultabile in http://ojs.uniroma1.it/index.php/ied/issue/view/IED%204, costituisce una lodevole iniziativa che, pur non risolvendo il problema di un catalogo unico, tenta una raccolta organica dei dati sparsi in vari repertori aggiungendo informazioni sullo stato dell’epigrsafe (integra, mutila, frammentata, frammento, perduta), sulla sua datazione in base alle risultanze paleografiche, sul nome del luogo di ritrovamento e di attuale conservazione, sulla datazione approssimata in base alle risultanze paleografiche Invito caldamente il lettore a leggere a tal proposito  l’introduzione di Silvio Panciera e soprattutto le sue riflessioni illuminate e lungimiranti sul diritto d’autore.

2 Le rimanenti, prevalentemente onorarie, sono la minoranza: EDR104907, EDR104908 (di essa, catalogata nel CIL IX col n. 23) mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/01/lepigrafe-di-rudie-ovvero-cil-ix-23-un-maquillage-ben-riuscito-pero/), EDR 104911 (di essa, catalogata nel CIL IX col n. 21, mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/), Ne restano pochissime altre, il cui stato di frammentarietà impedisce di deciderne la funzione. Tra queste ultime io collocherei prudenzialmente anche l’ultima rinvenuta nel corso degli ultimi scavi dell’anfiteatro e pubblicata in Rudiae e il suo teatro, a cura di Francesco D’Andria, Comune di Lecce, 2016. Nell’opuscolo appena indicato a p. 45 è scritto che una prima lettura dell’epigrafe (Aster Filippini) permette di leggere il nome di Otacilia Secundilla, cioé lo stesso personaggio  di EDR104911. A p. 18, poi, quasi la consacrante conferma della lettura: “… la lastra si marmo che attribuisce ad Otacilia Secundilla, una ricca signora …”. Sarebbe stato meglio usare un “probabilmente” o “forse” in più e meglio ancora pubblicare nell’opuscolo l’epigrafe ricostruita con i suoi pochi frammenti e con le ipotetiche integrazioni lasciando al lettore appena appena smaliziato la possibilità di farsi un’opinione circa la sua quanto meno discutibile compatibilità, o, in un certo senso, gemellaggio, con EDR104911. Il metodo deduttivo dal quale, comunque, in alcune fasi non si può prescindere, nasconde delle insidie e stimola suggestioni che con la scienza hanno poco da spartire. Non vorrei che con questa nostra epigrafe (magari esibita con la presunta gemella) succedesse ciò che è successo con  un’epigrafe attica (IG I3 67) probabilmente della prima metà del V secolo a. C. giuntaci in condizioni pietose, che da L. Braccesi è stata ipoteticamente, sottolineo ipoteticamente, collegata col rinnovo del trattato di “antica amicizia” tra Messapi e Ateniesi di cui parla Tucidide (VII, 33, 3-4), con l’introduzione del nome di Artas a riempire una delle numerose lacune. L’ipotesi del Braccesi, ripresa da S. Cataldi, non è stata accolta dagli studiosi successivi, tant’è che essa (ex IG I2 53) è stata registrata nella nuova collocazione con cui l’ho citata nella forma di seguito riprodotta, in cui il nome di Artas non va ad integrare alcuna lacuna.

Ricordando a chi non ha dimestichezza con queste cose che le lettere non incluse in parentesi quadre (58) sono le sole superstiti e che le rimanenti  (181) sono integrazioni, anche il più ingenuo dei lettori può rendersi conto dell’attendibilità di qualsiasi testo ricostruito partendo da una base così lacunosa.  Basterebbe un minimo di fantasia o il condizionamento dovuto alla necessità di provare in qualche modo la bontà di una mia ipotesi perché pure io ci intrufoli qualsiasi cosa.

Mi pare che nemmeno una delle testimonianze addotte autorizzi a far pensare, scientificamente parlando,  ad un’amicizia, in senso restrittivo, militare (in una parola, alleanza) o in senso lato (comunione di sentimenti) tra Pericle ed Artas, esibiti più volte come sicuri (cioè come tali qualificati dalle fonti) amici nelle presentazioni, anche scolastiche, fatte da Fernando Sammarco della sua saga dedicata al messapo. Sarebbe un secondo delitto se a qualcuno venisse in mente l’idea, campanilistica o promozionale …, di fare altrettanto con Otacilla Secundilla, visto che con Artas è bastata un’epigrafe che sembra reduce da uno scontro frontale e che della nostra, invece, avremmo, oltre a qualcosa di simile, anche un’attestazione indiscutibile, pur emersa da un’epigrafe andata perduta.

3 Acronimo di Epigraphik-Datenbank  Clauss/Slaby  (http://db.edcs.eu/epigr/epi.php?s_sprache=it).

4 Acronimo di Epigraphische Datenbank Heidelberg (http://edh-www.adw.uni-heidelberg.de/home).

5 Acronimo di Epigraphic Database Roma (http://www.edr-edr.it/edr_programmi/res_complex_comune.php?lang=it&ver=simp).

 

Lecce, piazza S. Oronzo e un’altra incisione ottocentesca

di Armando Polito

Quando mi si chiede quale, secondo me, è ciò che contraddistingue un genio (da quello artistico in generre allo scientifico) dai mortali comuni, la risposta a bruciapelo, senza bisogno di cercarlo, nell’uovo, è lapidaria: l’originalità. In tempi in cui la globalizzazione ha massificato, omogeneizzato ed omologato l’umanità ed in cui l’imperativo dominante è quello del tutto e subito e il fine principale, se non unico, il profitto ad ogni costo, la purezza dell’originalità tende ad essere contaminata più che mai dalla scarsa onestà intellettuale e, nei casi peggiori, dalla sua totale assenza. Non mancano le operazioni di piccolo cabotaggio, quali appaiono ai miei occhi tante tesi di laurea o di dottorato di ricerca frutto di frenetici copia-incolla o, nei casi meno appariscenti, di elementari parafrasi, squallido mezzuccio per non sobbarcarsi alla fatica del virgolettato … Questo deleterio fenomeno, tuttavia, non è nuovo e ho avuto in questo blog più di un’occasione per stigmatizzarlo. Emblematico, a tal proposito, per il campo squisitamente letterario, l’esempio che ho portato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Tutti i nodi, tuttavia, prima o poi vengono al pettine e oggi più facilmente e rapidamente grazie proprio allo stesso strumento che ne ha reso possibile il confezionamento: il pc. Il post di oggi, anche se riguarda il campo figurativo, ne è la dimostrazione e costituisce  l’integrazione, probabilmente provvisoria, di uno precedente sullo stesso tema (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/).

A beneficio dei lettori più pigri riproduco le due immagini mostrate nel link appena segnalato. La prima fu    pubblicata da Audot padre in L’Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l’Isola d’Elba, la Sardegna, Malta, l’isola di Calipso, ecc., Pomba, Torino, 1835, tomo II.

La seconda è tratta dalla rivista settimanale  L’omnibus Pittoresco, Napoli, anno I, n. 50 del 23 febbraio 1839, pag. 415 (http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AMIL0132098_184488&teca=MagTeca+-+ICCU).

Passo all’immagine di oggi. Nel  1843 usciva per i tipi dell’editore Parente a Napoli Collezione di novanta vedute della città e Regno di Napoli. Tra le novanta vedute quattro sono dedicate ad altrettante città della Terra d’Otranto (Brindisi, Lecce, Otranto e Taranto). Riproduco la tavola LXXXIX dal testo appena citato. integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=TpnLGRkuxpsC&printsec=frontcover&dq=colleziuone+di+novanta+vedute+della+citt%C3%A0+e+regno+di+napoli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjG8aPr4rzTAhXhAsAKHe6yC7UQ6AEIJTAA#v=onepage&q=colleziuone%20di%20novanta%20vedute%20della%20citt%C3%A0%20e%20regno%20di%20napoli&f=false.

Per Aubert e Segoni rinvio al precedente post. Alessandro Moschetti, secondo quanto si legge in Giovanna Sapori e Sonia Amadio, Il mercato delle stampe a Roma, XVI-XIX secolo,  Libro Co. Italia, 2008, p. 334, morì nel 1845, aveva la bottega a Roma  in via Bocca  di Leone, 63 e fu incisore di architetture. Gran parte delle incisioni della Collezione di novanta …, op. cit. reca il suo nome. Aggiungo che sua è anche l’incisione della Carta corografica dello Stato Pontificio indicante le dogane, i posti armati dalla truppa di finanza, le strade doganali, la fascia bimiliare di divieto …, su disegno di G. Spinetti,  stampata a Roma (non compare il nome dell’editore) nel 1838 ed attualmente custodita nella Biblioteca Casanatense a Roma.

Lascio al lettore lo stesso gioco enigmistico dello Scopri le differenze a suo tempo ricordato e mi pongo, estendendola a Moschetti, la stessa domanda: possono tre artisti della loro fama, per giunta pressoché contemporanei, differenziarsi sostanzialmente nel trattamento delle nuvole?

E chiudo questo post con le stesse parole del precedente: E la caccia continua …

Taranto, com’era circa 500 anni fa

di Armando Polito

Chi trova un amico, recita il proverbio, trova un tesoro; io qualche giorno fa ho trovato una mappa che è un tesoro, anche se non è una mappa del tesoro. Il lettore che non abbia deciso di abbandonarmi comprenderà alla fine  le motivazioni dell’uso di questo gioco di parole che lì per lì può sembrare insulso, uno di quelli, tanto per intenderci, sfruttati a mo’ di slogan da un politico che in questo campo può fare a gara con chiunque e il cui nome è già una gare …nzia o, fate voi, una ga … renzi … a.

L’ho trovata, la mappa, sul sito della Biblioteca Universitaria Estense di Modena, da cui l’ho riprodotta (http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/geo/i-mo-beu-c.g.a.6.a.pdf). Lì compare come datata al XV-XVI secolo ma, sulla scorta del commento che farò alla didascalia n. 3, credo senz’ombra di dubbio che la datazione debba essere collocata non prima del XVI.

Consiglio al lettore che volesse analizzarla di persona e controllare le osservazioni che farò di scaricarla dal link appena indicato; per gli altri più pigri di natura oppure solo nell’acquisizione delle competenze elementari per poter sfruttare gli strumenti, quelli informatici nel nostro caso, che la tecnologia ci mette quasi giornalmente a disposizione, volta per volta, prima di trascrivere e commentare il testo delle didascalie (nell’immagine di testa le ho numerate; purtroppo alcune di loro sono monche a causa della rifilatura dei margine superiore, inferiore e sinistro del supporto) ne proporrò, ingrandito, il dettaglio relativo, in qualche caso ruotandolo pure  opportunamente per renderne più agevole la lettura.

Anticipatamente esprimo la solita gratitudine a chi vorrà correggere col suo commento i tutt’altro che improbabili errori e proporre una o più  integrazioni. La mappa dovrebbe essere stata studiata da Giuseppe Carlo  Speziale in Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Giuseppe Laterza & figli, Bari, 1930 e successivamente da Franco Porsia e Mario Scionti in Taranto, Laterza,  Roma, 1989.  Sarò grato a chiunque, avendo la possibilità di leggerlo, vorrà renderci partecipi di quanto vi troverà, fosse solo con esclusivo riferimento alla lettura delle didascalie1.

1

MARE PICOLO (oggi Mar Piccolo)

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2

Larghezaa del mare piccolo miglia quatro b in am[piezac (?)]/nel qual puonod stare sicurissime infinite  galeree []/perchef gira 13 miglia, nel qual mare Ha[nnibale g]/condusse le barche sopra li carri, passando [per la (?)]/citah come etiami  fece el gran Capitano, g[onzalo (?)]/obsediando l il Figliolo  di re Fedrigo m

a larghezza

b quattro

c ho preferito la probabile lettura integrativa ampieza e non ampiezza per coerenza col precedente largheza.

d possono

e galee

f perché

g nel 212 a. C. Annibale, facendo leva sul malcontento dei Tarantini per la dominazione romana, entrò in città ed annientò il presidio romano, secoNdo quanto estesamente riportato da Polibio (II secolo a. C.) nel libro VIII delle sue Storie.

h città

i anche

l assediando

m  Fedrigo è Federico I (re di Napoli dal 1452 al 1504), il suo Figliolo Ferdinando duca di Calabria e il gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. La didascalia fa cenno all’occupazione del Regno di Napoli nel 1501 da parte delle truppe alleate di Luigi XII re di Francia e di Ferdinando il cattolico re di Spagna. In quell’occasione Ferdinando si trovava a Taranto, che fu assediata dalle forze spagnole al comando di Gonzalo Fernandez. Questa didascalia è importante per la datazione della carta, che non può essere anteriore al 1501; anzi il fece ci suggerisce che da quell’evento era passato almeno più di un decennio.

____________________

3

Questo fosso fu tagliato dal duca di Calabria alaa venuta de’ Turchi ad O[tranto]/et fece la citab in Isola turando el mare per la fossa (?) quale […]/per l’intrata di una galea col paramento disteso et ha 19 pa[lmi]/di alteza di aqua et hà la currente del ? et rifi[]/per strumento a molti molini ? li duy ponti di legno/sono ne le mani del Castillanoc di modo che nullo homod puoe entrare et uscire de la terra, senza volunta f de’ pr[edetti (?)]

a alla

b città

c castellano

d nessun uomo

e può

f volontà

_______________________

4

Porto delaa/cita b optimoc   

a della

b città

c ottimo

_____________________

5

Ponte di legno fondato sopra pilastri/per el quale passa uno (?) aquitrino (?)

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6

Ponte antiquo, ma/chiamato Torre a mare/[… di]stante da Taranto 24 miglia

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7

Intrata bona

______________________

8

Capo Rondinelloa

a oggi Punta Rondinella

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9

S. Nicola

_____________________

10

Sotto questa isolaa puonob star galere c/ma puonob essere offese da lartigliaria d/delae cittadella perche f  la sumitag de lae/torre soverchiah capo rotondoi

a S. Nicola (vedi didascalia precedente)

b possono

c galee

d dall’artiglieria

e della

f perché

g sommità

h sovrasta, supera

i oggi Capo S. Vito

_____________________

11

Capo rotondoa

a oggi Capo S. Vito (vedi didascalia precedente)

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12

da questa parte ea tutab spiagiac  bassa

citadellad

fonte

citadellac

questa parte de la citae ea tutab scopulosaf

a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

________________________

13

S. Antonio

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14

 a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

_______________________

15

Si vede anchoraa questa fossa antiquab dec Tarento d vechioe

a ancora

b antica

c di

d Taranto

e vecchia

_______________________

16

Porto bellissimo

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17

Distantiaa deb  unoc miglio e mezod

a distanza

b di

c un

d mezzo

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18

Ponente

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19

distantiaa fino alab terra di quatroc miglia/e questo mare ed Porto per havere bonof/? per vasellig grossi ma galere/ puonoh star per el Temporalei

a distanza

b alla

c quattro

d è

e aver

f buono

g vascelli

h possono

i tempesta

__________________________

20

ramontana

__________________________

21

Levante

__________________________

22

 


locoa  per fare la fortezab 

a luogo

b fortezza

La didascalia qui ha una valenza premonitoria perché, con  quella che oggi con termine tecnico si direbbe destinazione d’uso, precorre la costruzione del Forte de Laclos voluta da Napoleone Bonaparte verso la fine del XVIII secolo. Vedi sull’argomento anche il recente post http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/19/taranto-pierre-ambroise-francois-choderlos-de-laclos-damnatio-memoriae-riuscita-solo-meta/.

 

 

 

Da Marittima: zolle di storie e di ricordi, nel solco della tradizione

processione-di-san-vitale

di Rocco Boccadamo

Nella piccola località che mi ha dato i natali, non sono, invero, molte le ricorrenze che riescono a preservarsi di là dal tempo, senza sostanziali scalfitture, e cui, insomma, di generazione  in generazione, si continua immancabilmente ad annettere un substrato di valore e d’importanza, soprattutto sul piano ideale e morale, cercando, altresì, a ogni singola cadenza, di inquadrarle in una cornice di adeguata visibilità e solennità.

Al primo posto, fra esse, si colloca la festa del Patrono, S. Vitale martire, che si svolge annualmente, per secolare tradizione, il 28 aprile.

E ciò, giacché non v’è marittimese che, a prescindere dalla cifra della sua personale fede religiosa e relativa concreta pratica, non si senta legato al Protettore, milanese d’origine, milite cavaliere nelle schiere dell’imperatore romano Nerone, a un certo punto della sua vita convertitosi al cristianesimo e, quindi, per quest’ultima scelta da lui considerata irrinunciabile, costretto ad affrontare e subire il martirio.

Vitale ebbe per sposa Valeria, che lo rese padre di due figli, Gervasio e Protasio: e, però, qui mette conto di rimarcare non tanto la composizione del focolare domestico del Santo, quanto la circostanza particolare che tutte e tre le persone care al capo famiglia fecero la sua medesima, gloriosa fine.

Sullo specifico tema, mi piace rammentare un episodio, diciamo così, moderno, marginale ma in certo qual modo indicativo, capitatomi, anzi, in fondo, da me promosso, un paio d’anni fa, in occasione di una breve puntata nel capoluogo lombardo per rivedere i figli e i nipotini ivi residenti.

Era di pomeriggio e a un certo punto, dopo un giro insieme nel vicino Museo della Scienza e della Tecnica, mi trovavo con Andrea in zona S. Ambrogio e, lì, il piccolo, teneva a indicarmi l’Istituto presso il quale sarebbe andato a frequentare le Scuole elementari.

Sennonché, parallelamente, a me, ebbe ad accendersi una lucina nella mente, dopo di che afferrai per mano Andrea, chiedendogli di starmi sul passo sino all’interno della contermine, omonima Basilica e, precisamente, sin dopo l’altare.

Il nipotino mi veniva dietro in silenzio, dando però a vedere di essere un po’ stupito di tale itinerario.

Arrivati a destinazione, indirizzai il suo sguardo e la sua attenzione su due figure di scheletri, rivestiti di paramenti sacri, che giacevano in un’urna di vetro illuminata e in bella vista sotto l’altare, sussurrandogli che quei resti appartenevano ai Santi fratelli Gervasio e Protasio, figli di S. Vitale, protettore di Marittima, paesello dei nonni paterni e luogo di una parte delle sue vacanze estive al mare.

Andrea strabuzzò gli occhi, incantato, e proferì un sostenuto: ”Ma, come, nonno…! Che mi stai dicendo? Si tratta proprio dei resti veri di due Santi?”.

Naturalmente, fu intensa la scena del racconto del piccolo ai genitori, alla nonna e, il giorno seguente, ai cuginetti.

In  seno a passate narrazioni e rievocazioni, mi è già occorso di intrattenermi intorno alle celebrazioni in onore di S. Vitale e, fra l’altro, di porre in risalto che, dal punto di vista stagionale e specialmente del clima, l’evento, per consuetudine radicata, segnava, nel sentir comune dei marittimesi, una sorta di spartiacque fra l’inverno compreso il marzo capriccioso da un lato e la bella stagione dall’altro.

A suffragio di ciò, il 28 aprile coincideva anche, nella maggior parte delle mura domestiche del paesello, con l’introduzione del riposino pomeridiano, evento, per la verità, affatto gradito da noi ragazzi.

Che l’estate fosse non lontana, era confermato da un’ulteriore, puntuale circostanza.

Il Comitato festa ingaggiava, ogni anno, due Complessi Bandistici, che diffondevano le loro sinfonie, sia seguendo la processione lungo le vie del paese con il simulacro del Patrono, sia esibendosi schierati sull’apposita “cassa armonica”, autentica selva di luminarie, allestita nella piazza.

marittima2

Orbene gruppi di “bandisti”, specialmente se provenienti dall’entroterra e da località montane e, perciò, normalmente più fredde, subito dopo mezzogiorno e in attesa di riprendere le loro prestazioni, si recavano a piedi da Marittima all’insenatura “Acquaviva”, transitando giusto davanti all’abitazione dei miei genitori, per fare o prendere il primo bagno.

Così andavano, di solito, le cose sul piano meteorologico; nondimeno, ogni tanto, accadeva qualche eccezione.

Guarda caso, in questo periodo del 2017, alla vigilia o quasi di S. Vitale, in queste plaghe salentine, il clima è, se non precisamente freddo, fresco assai, il mattino e la sera le temperature segnano 7-8 gradi. Di conseguenza, ci si meraviglia, dimostrando tuttavia di aver memoria corta.

Mi spiego. Correva il 1961, io avevo appena compiuto vent’anni, dall’estate precedente ero fidanzato con A. e da pochi mesi avevo preso a lavorare a Taranto, dove anche A. risiedeva con la sua famiglia.

Per quella festa di S. Vitale, così come ci fu il mio ritorno a Marittima, i miei genitori invitarono e si proposero di ospitare anche A.

Successe, purtroppo, che, la sera del 28, nonostante il calore emanato dalle sfarzose luminarie, in giro, sulla strada centrale del paese, percorso d’elezione delle passeggiate, su e giù, dei ragazzi e delle ragazze, ma anche degli adulti, e, parimenti, nella piazza dove campeggiava la cassa armonica su cui si esibivano a turno le bande musicali, spirava un’arietta se non proprio fredda, fresca e non da poco.

Rammento che A., la quale, qualche tempo prima, aveva avuto problemi di salute, per prudenza indossava un cappottino sopra il vestito e, tuttavia, sia lei, sia mia madre, all’epoca quarantaquattrenne, sua compagna di passeggiata nell’ambito della festa, a un certo momento avvertirono il bisogno di non trattenersi oltre all’aperto e pensarono di chiedere ospitalità alla famiglia di E. F. che abitava esattamente in piazza, tra la cassa armonica e la Chiesa Madre.

I padroni di quella casa si dimostrarono lietissimi di accogliere le due donne, tra loro e la mia famiglia, a parte i legami di compaesani, esistevano anche quelli di compari e comari, poiché un figlio di E.F, A. detto U., era stato, nel 1948 o 1949, mio padrino di Cresima.

E qui, pure su tale punto ho già avuto modo di riferire, quando si diventa compari, si rimane tali per sempre.

Non venga da sorridere, il mio padrino (o nunnu) U.F. regalò a me  figlioccio (o sciuscettu) una banconota da 500 lire italiane, accompagnando la consegna del dono con la frase: “Ecco, con questi soldi, potrai comprarti un paio di pantaloncini”.

Per chiudere la parentesi, devo ricordare che, tra padrino e figlioccio, a contare non è davvero l’entità del regalo intercorso, bensì l’intensità del sentimento che viene a instaurarsi fra le due figure.

Per dire, compare U., una quarantina d’anni dopo, già sposato e padre di due figlie arrivate alla maggiore età, in un’occasione, incontrandomi insieme con la primogenita, oltre che salutarmi e farmi salutare dalla figlia, ebbe a raccomandare a quest’ultima: “Senti, quando, un giorno, io non ci sarò più, ricordati che, per qualsiasi cosa, potrai fare affidamento su questa persona, ti rivolgerai a lui”.

Anche ora, U. se n’è andato da un bel pezzo, la sua figliola in discorso mi dà sempre segno di considerazione, rispetto e amicizia, un particolare, a mio avviso, bello e positivo.

Il capo famiglia E.F., esile e di statura medio bassa, si distingueva, pure in vecchiaia, per il suo incedere di buona lena, dava quasi l’impressione di muovere lesti i propri passi, magari a piedi scalzi, con piacere; io, sin da piccolo, me lo godevo quando transitava davanti a casa mia per portarsi dal paese a un suo fondo agricolo situato luogo la litoranea fra l’Acquaviva e la Marina dell’Aia.

Ritornando ad A. e alla mia, allora giovane, mamma, stettero bene insieme, per qualche ora, all’interno dell’abitazione di E.F., avendo agio, dal 1° piano, di osservare i compaesani numerosi nella piazza sottostante per la festa, come pure di ascoltare le arie eseguite dalle Bande musicali che si alternavano sulla cassa armonica.

Dal punto di vista dello svolgimento materiale, adesso, ovviamente, la festa di S. Vitale è profondamente cambiata, in linea, del resto, con i radicali mutamenti verificatisi, nei decenni, su scala generale.

Nondimeno, la ricorrenza mantiene il suo tradizionale valore e significato e seguita a essere sentita anche nell’animo dei marittimesi del terzo millennio.

 

Libri| Onironauti, di Davide Caputo

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Due anni dopo “Maturando”, libro d’esordio nel 2015, Davide Caputo, 20enne studente salentino all’Università di Parma, pubblica il suo nuovo libro, “Onironauti”. Sul finire del 2015 usciva “Maturando”, un breve libro composto da tre racconti e una dozzina di poesie incentrati sul tema del crescere e dell’approcciarsi alla vita. Quasi due anni dopo il suo esordio letterario, Davide Caputo, che nel frattempo si è trasferito dal Salento a Parma per studiare beni artistici e dello spettacolo, pubblica “Onironauti”.
Il libro, ancora composto da una sezione in prosa e una in versi, affronta il tema dei sogni e dei diversi modi in cui ognuno di noi può cercare di inseguirli.
Sia Maturando che Onironauti sono corredati da una prefazione scritta dal poeta-pittore sannicolese Franco Ventura.
Davide Caputo: nasce a Gallipoli (LE) il 18 ottobre 1996. Si diploma al liceo classico Q.Ennio di Gallipoli nel 2015. Nello stesso anno, a dicembre, pubblica il suo primo libro, “Maturando”. È finalista, a Roma, della XXVII edizione del premio G.G.Belli e della XVI edizione del premio nazionale letterario Nobildonna Maria Santoro, entrambi organizzati dal Centro Culturale G.G. Belli di Roma. Nel 2016 si trasferisce a Parma per proseguire gli studi universitari. A febbraio del 2017 è uno dei venti finalisti della XXX edizione del premio “San Valentino… innamorati a Camogli” a Camogli (GE). A marzo del 2017 pubblica “Onironauti”, il suo secondo libro.

Taranto e Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos: una damnatio memoriae riuscita solo a metà

di Armando Polito

Sul fenomeno tutto umano cui la locuzione latina del titolo dà il nome ho avuto molteplici occasioni di esprimere la mia opinione e questa volta non segnalerò nemmeno un post al riguardo perché essa emergerà, mi auguro senza equivoci, dalla lettura di questo.

Oltre alla locuzione latina nel titolo spicca anche un onomastico chiaramente francese e non è difficile capire che è lui al centro della storia, di una storia risalente a poco più di due secoli fa. Ogni evento storico ha, come in un film, un protagonista, dei comprimari, un’ambientazione, chiedo scusa, volevo dire una location …

Siamo a Taranto nel 1803 e muore nel convento di S. Francesco d’Assisi per dissenteria e malaria  il generale d’artiglieria Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, al quale Napoleone in persona aveva affidato la conduzione della fortezza fatta erigere sull’isola di S. Paolo alla fine del XVIII secoloe  che ancora oggi reca il suo nome. Al suo interno viera stato sepolto avendo rifiutato i conforti religiosi. Molto probabilmente il generale quand’era in vita non avrebbe potuto immaginare posto migliore per i suoi resti, come un pilota automobilistico forse sognerebbe non tanto di morire in gara, cioé sul campo di battaglia, quanto di essere sepolto sigillato nell’abitacolo del bolide compagno più o meno affidabile di tante avventure …

Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon
Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon

 

Comunque stiano le cose attinenti alla sfera della morte, ammesso per assurdo che qualche forma di coscienza sopravviva, la immaginata soddisfazione del generale durò poco, perché alla caduta di Napoleone nel 1815 i tarantini per odio contro i francesi distrussero la sua tomba e non è difficile immaginare che i suoi resti, mai più ritrovati, siano stati gettati in mare.

Non sono riuscito a reperire rappresentazioni della fortezza risalenti a quell’epoca, ma posso fornire una documentazione del prima e del dopo.

Le immagini che seguono  riguardano un dettaglio di una mappa di Taranto conservata nella Biblioteca Universitaria Estense a Modena e datata al XV-XVI secolo. Io credo, invece, sulla scorta di osservazioni interne che farò quando a breve la presenterò integralmente su questo blog, che non possa essere anteriore al XVI secolo. Attraverso un progressivo ingrandimento giungo alla lettura della didascalia che mostra l’antica vocazione del sito per quanto riguarda quella che oggi si chiama destinazione d’uso.

Nell’immagine successiva (tratta da http://www.bebmuseo.it/app/webroot/wp/wp-content/uploads/2015/05/isole_cheradi.jpg) la vista aerea dello stato attuale del sito.

 

La storia rigurgita di episodi in cui l’odio, più o meno comprensibile, si manifesta con la distruzione dei simboli di un potere (una statua, uno stemma, un intero fabbricato, etc.) o con la profanazione e successiva distruzione dei resti del nemico di turno. Tutto ciò per me è comprensibile ma non giustificabile, perché la progressiva ignoranza del passato, avanzante grazie pure alla distruzione delle sue memorie e all’affievolimento fino all’estinzione della loro valenza monitoria, non può che propiziare il ripetersi proprio di quegli eventi che si è pensato di rimuovere per sempre dalla coscienza mediante la semplice cancellazione di oggetti. E così cadiamo sempre nell’eterna contraddizione tra il dire e il fare, tra il concreto e l’astratto, facendo prevalere l’uno o l’altro seguendo l’impulso emotivo del momento.

Qualche volta, tuttavia, la damnatio memoriae (anche quella, come nel nostro caso, spicciola, in un certo senso popolare, cioé non programmata dalle istituzioni) si ritorce contro coloro che l’hanno attuata. Nel nostro caso non dipende da una riabilitazione politica del personaggio, ma dal suo spessore. Pierre-Ambroise-François, infatti, non fu solo un militare, fu un artista, appartenne, cioé, a quella privilegiata categoria in grado di mettere tutti d’accordo con i suoi più validi rappresentanti.  Il suo romanzo epistolare Les liaisons dangereuses (Le relazioni pericolose), uscito ad Amsterdam (manca il nome dell’editore) in due volumi, il primo (diviso in quattro parti) nel 1782, il secondo nel 1787, è considerato, e da tempo, come uno dei classici della letteratura non solo francese ma mondiale.

La arta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi,n. 12845), con l'incipit del romanzo
La carta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi, n. 12845), con l’incipit del romanzo

 

I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione
I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione

 

Al lettore non sarà sfuggita la presenza nei frontespizi dei puntini di sospensione (direi di vigliaccheria, e dopo spiegherò perché) che accompagnano il nome dell’autore C[hoderlos] de L[aclos] e risparmiano M. (abbreviazione di Monsieur=Signor), innocuo per la sua scontata genericità e la preposizione de, il cui valore compromettente è relativo, direi nullo …

Il fatto è che, al tempo in cui uscì, il romanzo venne considerato altamente immorale e fautore di corruzione e nello stesso tempo, per così dire, diffamatorio, anche se in realtà esso  offriva uno spaccato della classe nobiliare del XVIII secolo, insomma, costituiva più una denunzia che, a seconda dei punti di vista,  un’istigazione al peccato o una calunniosa offesa. L’ipocrisia della morale (quella formale …) di ogni tempo ispirò il poco coraggioso (specialmente per un generale …) espediente dei puntini, mentre nell’avvertimento iniziale l’editore (totalmente anonimo, lui …) si affanna più volte a sottolineare il carattere, a parer suo, fittizio delle lettere …

Bisognerà  attendere il 1869 per incontrare un’edizione senza le mutande messe al nome dell’autore, anche se potrebbe sussistere una finalità mimetizzante in Delaclos per De Laclos.

Il tempo è il migliore giustiziere e, come s’è detto, l’opera è da tempo considerata un classico.

Si definisce classico, si sa, qualsiasi prodotto che riesca a valicare i confini del suo tempo, in esso riconoscibilissimi, e sia destinato ad una perenne attualità; insomma una sorta di prodigio, come può essere tutto ciò che è del suo tempo e insieme di ogni tempo. E il romanzo del nostro non si sottrae a questa regola, tant’è che, al di là di un numero spaventoso di edizioni, è stato oggetto di numerosissimi adattamenti teatrali e di altrettanto numerose  trasposizioni cinematografiche, a partire da quella del 1959 che ebbe come regista Roger Vadim e come interpreti principali  Gerard Philipe, Jeanne Moreau ed Annette Stroyberg;  i miei coetanei alle prese con le prime tempeste ormonali la ricorderanno certamente, ma solo attraverso la locandina, essendo il film stravietato …

 

Nel chiudere ritengo opportuno correggere il damnatio memoriae riuscita solo a metà del titolo con damnatio memoriae totalmente fallita. Il gesto dei profanatori è già stato dimenticato, forse, dalla storia, è qualcosa di morto, il nome del dannato, al contrario,è estremamente vivo e come tutto ciò che riguarda lo spirito, destinato a durare più di un oggetto, sia esso un sepolcro (quello del generale nel nostro caso) o, come mostrano le immagini di chiusura tratte da http://www.geheugenvannederland.nl/en, un poster sul tema, il primo del 1887, il secondo del 1990

Fuori Tempo Massimo: quattro libri d’arte

Fuori Tempo Massimo: quattro libri d’arte sul sociale e sulla società

dell’artista salentina Paola Scialpi

 

Fondo Verri di Lecce, via Santa Maria del Paradiso 8

dal 21 al 25 aprile 2017

Inaugurazione 21 aprile 2017 ore 19,30

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“Mare: una storia da riscrivere”,” Ombre “,” Donne”;” Fuori tempo massimo” sono i quattro libri d’arte creati dall’artista Paola Scialpi. Un’ interessante e stimolante avventura, carica di impegno per il sociale, per l’artista salentina che si è voluta cimentare in una creazione  del tutto nuova per il suo percorso artistico. I libri racchiudono in una ventina di pagine immagini dipinte e racconti, totalmente inediti e scritti a mano, che narrano il contenuto di storie talvolta ai margini talvolta alla deriva. Il primo dedicato ai migranti, è stato accolto con sincera condivisione spirituale e vicinanza umana da Papa Francesco a cui l’artista ha fatto dono di una copia. Il libro  che parla di migranti, contiene oltre alle immagini un racconto molto toccante.

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Il secondo “Ombre” esprime con immagini e racconti la vita dei senza tetto e della vecchiaia in solitudine.

DONNE-Pagina-15-def

Il terzo “Donne” si riferisce a molte situazioni, tutte al femminile, e contiene oltre ad un racconto scritto dall’artista anche piccoli componimenti di poetesse contemporanee.

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Il quarto ” Fuori tempo massimo “rappresenta invece gli eventi atmosferici e geologici che l’uomo deve affrontare sempre più frequentemente. I libri sono opere uniche nate dalla sensibilità di un’artista che ha da sempre utilizzato la sua arte per denunciare o comunque per inviare messaggi di critica e di riflessione sulla nostra contemporaneità sempre più complessa e sempre più sfuggente.

 

I libri saranno esposti al Fondo Verri di Lecce via Santa Maria del Paradiso dal 21 al 25 aprile 2017. Inaugurazione 21 aprile 2017 ore 19,30.

L’età normanna in Puglia. L’età di Tancredi

normanni

21 aprile 2017. Sala convegni dell’Hotel Palazzo Virgilio

VI Incontro di studi su L’età normanna in Puglia. L’età di Tancredi 

I sessione

 “Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi Re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni”.

 (William Shakespeare, Amleto)

 

Il 1189, morendo Guglielmo il Buono senza figli, incurante del giuramento prestato e dei diritti di successione di Costanza d’Altavilla, una parte della nobiltà siciliana elesse il conte Tancredi di Lecce nuovo re. Questi poté imporre il suo dominio solo al prezzo di numerose campagne militari a danno di nemici interni es esterni. Dopo che una prima spedizione di conquista di Enrico VI era naufragata il 1191 alle porte di Napoli, che era stata fortificata, il papato sfruttò il momento favorevole imponendo a Tancredi, in cambio del proprio riconoscimento, il concordato di Gravina (1192) che annullava la posizione privilegiata del re di Sicilia negli affari di carattere politico-ecclesiastico. Enrico VI, da poco incoronato imperatore, aveva rivendicato, a giustificazione della campagna militare contro Tancredi, per la prima volta un antiquum ius imperii come fondamento giuridico della sua spedizione di conquista contro il regno normanno; ancor più importante del diritto di successione della moglie Costanza, il sovrano lo considerava la motivazione decisiva del suo intervento. Durante il suo regno dovette contrastare le rivendicazioni anche  del re inglese Riccardo Cuor di Leone che, come cognato di Guglielmo II, accampava diritti sul Regno di Sicilia. Tancredi tacitò il sovrano inglese con forti somme di denaro e. cercò di rafforzare la propria posizione facendo sposare in Brindisi il figlio Ruggero con Irene, figlia dell’imperatore di Costantinopoli Isacco Angelo. La diplomazia bizantina, favorì il matrimonio con il chiaro scopo di evitare  l’integrazione del regno di Sicilia nell’impero tedesco.

Scrive con efficace ma non sempre precisa sintesi Riccardo di San Germano che il 1191 “Re Tancredi, passando dalla Sicilia nella Puglia, tenuta una solenne adunanza a Termoli, si reca nell’Abruzzo, assedia il conte Rinaldo e lo costringe a passare di nuovo sotto il suo potere; e di qui, recandosi a Brindisi, dà in sposa la figlia di Isacco, imperatore di Costantinopoli, cioè Urania, al figlio Ruggero, suo secondogenito. E celebrate solennemente le nozze a Brindisi e qui coronato re suo figlio, il soprannominato re se ne tornò in Sicilia trionfante e glorioso “.

Il riferimento è a Ruggero, nato il 1175, figlio primogenito di Tancredi d’Altavilla (1139-1194); nominato duca di Puglia il 1189, per essere designato a successore del padre, salito al trono in quell’anno. Nell’agosto 1192 nella Cattedrale di Brindisi sposò Irene Angelo (1180-1208), figlia dell’imperatore bizantino Isacco II Angelo: in occasione delle nozze il padre fece restaurare il fonte grande sull’Appia, sui rialti del seno di ponente del porto di Brindisi, ancor oggi denominata Fontana Tancredi. Il giovane Ruggero prese in mano le redini del regno, al fianco del padre ma il 24 dicembre 1193, all’età di 18 anni, morì. Al suo posto Tancredi avrebbe designato re di Sicilia il figlio minore, Guglielmo, di soli 9 anni. Lo stesso Tancredi morì poco dopo, il 20 febbraio 1194, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Condizioni estremamente favorevoli determinarono perciò il successo del secondo tentativo di conquista intrapreso da Enrico VI il 1194:; senza incontrare particolari resistenze, l’imperatore alla fine di novembre fece il suo ingresso a Palermo e il giorno di Natale fu incoronato re di Sicilia.  Irene Angelo, vedova di Ruggero, fu da lui designata come moglie del fratello Filippo di Svevia.

 

Indirizzi di saluto
CORRADO NICOLA DE BERNART Presidente Rotary Club Brindisi Appia Antica
ANGELA CARLUCCIO Sindaco di Brindisi
Coordina e introduce i lavori
CRISTIAN GUZZO Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi
Interventi
PAUL ARTHUR, MARISA TINELLI Università del Salento Le fortificazioni normanne di Lecce
GIUSEPPE MARZANO Società di Storia Patria per la Puglia Un inedito riferimento per il tracciato dell’Appia Traiana a sud di Brindisi
DARIO STOMATI Rotary Club Brindisi Appia Antica Il fonte grande o di Tancredi
Nel corso dell’incontro sarà presentato il volume L’età normanna in Puglia. Mito e ragione, Atti del III convegno di studi normanni, Brindisi. Hotel Palazzo Virgilio, 23 aprile 2015-

Organizzazione:

Rotary Club Brindisi Appia Antica,

Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi

Patrocinio

Comune di Brindisi

normanni convegno

Pasquetta e Pascareddha

di Armando Polito

* Traduzione dal gattese in dialetto neretino e da questo in italiano:

– Armeno osce pensa cu mmangi, cu bbivi e ccu ti stai cittu! –

– Almeno oggi pensa a mangiare, a bere e a startene zitto!

 

Si pensa sempre al cibo, tanto che, ormai, più che un rito comunitario, come l’antico simposio, sembra esser diventato un’ossessione con atteggiamenti contrasti e altalenanti, quando si è più o meno “normali” e neppure ancora obesi, tra atteggiamenti, pur non non patologici, anoressici e bulimici.

Una volta, inoltre, un pranzo o una cena sancivano l’inizio di un rapporto, meglio a lume di candela, nonostante quest’ultima fosse a doppio taglio, perché da un lato poteva rendere difficilmente visibile  nella donna (e in chi, sennò? …) qualche piccolo difetto che il trucco di allora non era in grado di compensare in modo soddisfacente, dall’altro perché i barbaglii di quella flebile luce creavano il seducente effetto del vedo-non vedo, considerato in questi nostri strani tempi quasi una perversione sessuale …

Oggi la colazione, il pranzo e la cena si sono inoltre arricchite dell’appendice di lavoro. Non avrei nulla da dire se molte di loro non fossero state e continuassero ad essere, come le cronache giudiziarie mostrano,  l’occasione per affaristi  intrallazzatori, corruttori, corrotti, millantatori compagni e camerati (per essere sintetico e non far torto a nessun partito …) di merende, insomma per  il cancro di questi paese , l’occasione per procurarsi lavoro per sé e per i loro compari sottraendolo alle persone oneste.

E tra i blog impazzano quelli che si occupano di gastronomia, mentre dalla mattina alla sera spuntano sullo schermo televisivo come funghi, , è il caso di dire, serie interamente dedicate all’argomento . Insomma, le feste pasquali sono finite, ma la festa (siamo in Italia …) continua. Auguriamoci solo che qualcuno di quei signori (il non virfolettato serve, paradossalmnte, ad accrescere il sarcasmo) prima nominati non ce faccia; perché potrebbe essere quella definitiva.

Chi si aspettava dal titolo qualche favoletta buonista e melensa sulla festa di oggi e melensa o, magari, una statistica provvisoria del tipo di panino di maggior successo consumato da qualche poveraccio o del ristorante che hanno fatto il pieno, sarà rimasto deluso. Se continua a leggermi perderà il suo tempo, perché ho intenzione di continuare sulla stessa cifra. Però, prima che decida di chiudere questa finestra e di aprire la porta del frigorifero …, gli chiedo se ha mai riflettuto sulla differenza tra le due parole Pasquetta e Pascareddha. Ammesso (in qualche caso per assurdo …) che voglia ancora dedicarmi un attimo della sua attenzione, mi dirà, risentito come colui che si sente calunniato, che Pascareddha è il corrispondente salentino dell’italiano Pasquetta e che sono diminutivi Pasquetta di Pasqua e Pascareddha di Pasca.  Già lo vedo involarsi verso il frigorifero prima ancora che io dica: – Già, ma se la corrispondenza fosse stata formalmente (sul significato non si discute) perfetta, Pasca avrebbe dovuto generare Paschetta -.

Mentre il grande filologo è tutto preso dall’imbarazzo della scelta per realizzare il suo spuntino, con i pochi rimasti a seguirmi proverò a soddisfare ben altro appetito.

Se, dunque, Pascaredha non è il perfetto corrispondente di Pasquetta, come starebbe la cosa? Il fatto è che la nostra voce dialettale ha seguito una diversa tecnica di formazione E questa è un’altra prova della creatività del dialetto. Pascareddha, infatti, è sì diminutivo, ma non direttamente, di Pasca, bensì di un intermediario aggettivale, *Pascale, secondo la trafila Pasca>*pascale>+pascaleddha>Pascareddha.

È la stessa trafila di fesca>*fescale>*fiscale>*fiscaleddha>fiscareddha (per i non salentini segnalo la nota 2 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/29/la-furficicchia-e-leuropa/).

E con fesca e fiscareddha mi accorgo di essere inciampato  anch’io in un sasso di quel campo alimentare che all’inizio avevo stigmatizzato senza pietà. Però, ho un’attenuante: impazzisco per i formaggi, odio la ricotta. Comunque sia, è un bene che a quest’ora il tizio del frigorifero sarà preda di una provvidenziale (per me) pennichella …

Pasqua in una miniatura del XV secolo

di Armando Polito

L’1mmagine riproduce  il foglio 1r di un codice del XV secolo contenente il testo del Vespro miniato da Cristoforo Maiorana e custodito nella biblioteca dell’Università di Valencia (http://weblioteca.uv.es/cgi/view7.pl?sesion=2017041208341014319&source=uv_ms_0391&div=5). Il Maiorana miniò  fra l’altro un codice realizzato per Anfrea Matteo III Acquaviva, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia (Latin 2082); purtroppo, non ho alcun dato per affermare che anche quello cui faccio riferimento oggi abbia avuto lo stesso destinatario. Lo posso solo ritenere probabile è questo è un buon pretesto per accampare un ipotetico legame, sia pure indiretto, con la Terra d’Otranto, in cui quella famiglia ebbe un ruolo di primissimo piano.

Il lettore più acculturato mi perdonerà ora la parte che segue, destinata soprattutto ai più giovani, parecchi dei quali, non per colpa loro, ignorano anche il significato attuale di miiniatura, che designa la riproduzione in scala ridotta di un qualsiasi oggetto (per un edificio o un paesaggio il suo sinonimo è modellino o  plastico). E il derivato miniaturizzazione trova nei nostri tempi l’esempio più appariscente (anche se, a ben pensarci, per vedere i dettagli bisognerebbe ricorrere al microscopio …) nei circuiti integrati che, tra l’altro, hanno trasformato quegli armadi che un tempo erano i pc in oggetti che stanno in un taschino.

Ma miniatura all’origine, quando i pc non erano neppure roba da fantascienza, indicavano l’arte e la tecnica di ornare, decorare, illustrare oggetti, in primis l’antenato del libro, cioé il codice.Miniatura deriva da miniato, participio passato di miniare, secondo una tecnica di formazione molto usata  che sfrutta il participio passato di un verbo, come per colto>colltura e coltura, fatto> fattura, chiuso>chiusura, etc. etc.

Miniare, a sua volta, deriva da minio, il colore che fin dall’antichità e poi nel medioevo era il più usato in questo tipo di decorazione. Insomma, il concetto dominante oggi di riduzione dimensionale non ha nulla a che fare con termini come minore o mignon,

È intuitivo che la miniatura accresceva enormemente il valore del codice, non solo perché richiedeva l’intervento di veri e propri artisti (e quindi la lievitazione dei costi) ma anche perché l’importanza dell’immagine, oggi fondamentale, anche allora non era trascurabile. Essa era, perciò, riservata a quella che oggi diremmo edizione di lusso. L’avvento della stampa a partire dalla metà del XV secolo decretò inesorabilmente la fine della miniatura, anche se le prime edizioni ricalcavano la stessa struttura dei codici (compresa la numerazione di quelle che poi sarebbero state le pagine con un numero progressivo preceduto da f(oglio) e seguito da r(etto) per la prima facciata, da v(erso) per la seconda. E, laddove la fedeltà all’originale si spingeva al massimo, le nuove miniature venivano realizzate partendo da un’incisione su lastra di rame.

Ancora oggi, in tempi in cui le acrobazie grafiche (magari realizzate con un software …) ci bombardano,  i nostri occhi restano ammaliati dall’apparente semplicità delle antiche miniature e qualcuno proverà le stesse emozioni  che suscita una pittura naïf.

Quanto fin qui detto non vuole condizionare nessuno, è solo il mio omaggio personale e laico ad un evento religioso (e ad sua espressione artistica) che invita, comunque, a riflettere anche chi, come me, di ogni religione ha un concetto , per restare terminologicamente in tema, poco ortodosso …

E dopo l’immagine di testa, il cui testo recita in alto (sono le parole iniziali dell’antifona che nel Vespro precede il salmo 109) In die resurrectionis domi/ni nostri iesu christi: adventus dii (Nel giorno della resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo: l’avvento del dio) e in basso Angelus autem domini descendit de celo et accedens revolvit lapidem: et  sedebat super …(Poi l’angelo del Signore scese dal cielo e avvicinandosi fece scivolare la pietra; e sedeva su di essa …), chiudo  con un’operazione che ha il sapore dell’ossimoro, la figura retorica che più efficacemente rappresenta la contraddittorietà della nostra natura, cioè  l’ingrandimento della miniatura.

Ah, quasi quasi me ne dimenticavo: comunque sia, buona Pasqua!

Dal Salento: fra i ricordi e il presente, i segni di uno speciale dopo “Coena”

Giotto_-_Scrovegni_-_-30-_-_Washing_of_Feet

di Rocco Boccadamo

Secondo il calendario liturgico della Chiesa Cattolica, fra i riti della settimana che precede la Pasqua, come pure nel radicato sentire dei credenti e/o praticanti, spicca e si rinnova puntualmente la rievocazione del “Giovedì Santo”.

Le relative cerimonie religiose, com’è noto, culminano con la celebrazione della Messa denominata “in coena Domini” e, in particolare, con la Lavanda, per opera dell’officiante (dal Sommo Pontefice, sino al più umile parroco di montagna), dei piedi di dodici persone, di qualsiasi età o sesso o censo, che vogliono simboleggiare le figure dei Discepoli, riuniti a tavola accanto al Maestro, per l’ultimo pasto insieme prima del suo sacrificio sul Calvario.

Dopo di che, la pisside, contenente i segni sacramentali del corpo di Cristo, rimane esposta sino al giorno successivo, per l’adorazione da parte dei fedeli.

SEPOLCRI-1

A proposito del precipuo rito di detta ostensione, una volta si parlava di “sepolcro”, mentre, adesso, vige la definizione, semplicemente, di luogo di presentazione solenne del simbolo di Cristo, sempre vivente.

Con l’ormai cospicuo passare delle stagioni, nella mente del ragazzo di ieri, è venuta ad allestirsi una vera e propria galleria, vie più ricca, d’immagini del “sepolcro” o “luogo”, come meglio piaccia appellarlo, incominciando dai tempi dell’infanzia e dell’incipiente giovinezza nel paesello natio e giungendo all’attuale dimora nella Capitale del barocco.

E, così, per citare sul tema, dopo Marittima, a seguire in scansione temporale, Taranto, Messina, Squinzano, Napoli, Imperia, Catania, Monza, Roma, Milano e Lecce.

Eccettuato il riferimento alla località d’origine, dove era, ed è, aperta in via permanente al culto solo la Chiesa matrice, in tutte le altre città, in concomitanza con la sera del Giovedì Santo, è venuto a presentarsi il costume della visita a più chiese, in numero sempre dispari, e, di riflesso, l’occasione di scoprire e ammirare una considerevole serie di siti o luoghi o angoli del genere in discorso.

Da quelli assolutamente semplici per fattura, esponenti soprattutto vasi con tenere piante di lino o di grano, a quelli sontuosi ed eleganti, insomma di realizzazione in certo qual modo artistica.

Avevo addosso venti primavere, quando a Taranto, ho intrapreso i miei giri per le visite ai “sepolcri” e, però, seguito a compierli anche adesso, che mi trovo a quota settantasei, con le gambe e le ginocchia ovviamente un tantino arrugginite, ma, tuttavia, sembra, idonee a permettermi ancora la scarpinata, ispirata a devozione, di alcuni chilometri.

Anche ieri, dopo aver assistito ai riti nella Parrocchia del quartiere dove abito, mi sono messo in cammino, per circa un’ora e mezza, nella sera incalzante.

Di buona lena, ho raggiunto altri quattro luoghi sacri della città, che mi astengo dal citare nominativamente, giacché, nella circostanza, rappresentano grani, identici, del medesimo rosario di fede personale.

A ogni tappa, come dicevo all’inizio, l’approccio con un’immagine, anzi cornice, differente dal punto di vista dell’estetica e dei segni o simboli.

Nella prima sosta, mi si è parata innanzi agli occhi la scena di una piccola barca di legno, in parte ricoperta da mucchi di reti da pesca e recante in bella mostra, adagiati fra poppa e prua, una coppia di remi.

Una semplice idea di mare, insomma, un habitat a me specialmente familiare e caro, in cui ho pensato di individuare tre altrettanto semplici significati.

L’imbarcazione, alla stregua di simbolo, oggi purtroppo dall’impatto sovente tragico, e comunque anello di fratellanza, con il mondo che fra le onde lavora e, inoltre, s’avventura in viaggi, affrontandone i rischi e i pericoli, alla ricerca di una vita migliore.

Le reti, segno di speranza in risultati e traguardi positivi, i remi, infine, come arnesi e presupposti di buona volontà e d’impegno.

Nel secondo luogo, accanto al semplice tabernacolo, ho scorto alcune pagnotte, una serie di rametti d’ulivo e una giara con la scritta “offerte per i poveri”: non v’è dubbio, formule, pure queste, tutte di estrema concretezza ed essenzialità, anche alla luce delle caratteristiche tradizionali e naturali di questa terra, messaggi veramente espressivi e indicativi.

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Nella successiva chiesa, ho riscontrato la presenza di alcune focacce di grano, bianche, al naturale.

Nell’ultimo luogo visitato, invece, mi ha colpito un semicerchio di lanterne accese e, però, dalle fiammelle tenui, forse a voler suggerire sobrietà e umiltà, sentimenti che, anche in seno alle comunità avanzate e in parallelo alle più moderne tecnologie, v’è da pensare che non guastino.

Di fronte alle lanterne, la raffigurazione di un pozzo con abbinato flusso d’acqua incessante.

Nel percorrere il tratto di strada per il rientro a casa, quasi senza avvedermi del traffico circostante e della presenza, in pizzerie o ristoranti o pub, di persone intente a mangiare la cena o uno spuntino similmente a un giorno qualunque, ho rivisitato la sequenza del mio cammino, sentendomi, dentro, pieno e appagato, per aver vissuto, a modo mio e come sempre, l’esperienza dei riti conclusivi del Giovedì Santo, con lo speciale dopo “Coena” per finale.

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Pasqua di cento anni fa

di Armando Polito

L’immagine (tratta da  http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200198/BibliographicResource_3000052891029_source.html?q=pasqua) è costituita da quattro vignette tragicamente satiriche di Amos Scorzon, veneziano di nascita ma attivo a Roma come uno dei più famosi caricaturisti dell’inizio del secolo XX.  Dico tragicamente satiriche perché l’ironia, anzi il sarcasmo, cerca di stemperare la drammaticità del momento (è in atto la prima guerra mondiale).

Così, i simboli tipici della Pasqua trovano nelle prime tre vignette la loro amara trasfigurazione in strumenti di morte: nell’olivo le foglie hanno la forma di altrettante spade, la colomba è diventata un aereo che ha appena sganciato una bomba, le uova hanno assunto l’aspetto di tre proiettili di cannone. La quarta, forse la meno amara di tutte, è improntata al patriottismo perché la nota gastronomica, il salame, è impersonata da un soldato austriaco.

Certo, dopo cento anni esatti non c’è in atto una guerra mondiale propriamente detta e la distanza geografica da innumerevoli focolai bellici, pur essendo oggi irrisoria o quasi, è la comoda dimensione in cui annega l’indifferenza di un’umanità che dimostra di non aver appreso nulla dalla storia, tenacemente ed egoisticamente abbarbicata al suo presente, senza lungimiranza e, a lungo andare, senza un futuro degno di essere vissuto.

Rimane solo il lampo di luce dell’arte nelle sue molteplici manifestazioni, tra le quali la vignetta satirica è quella che più lapidariamente riesce catarticamente, apparentemente dissacrando, a  consacrare, anzi a risacrare.

Non c’è nemmeno un aggancio con la Terra d’Otranto, ma l’universalità del problema e l’occasione del centenario della festività mi hanno indotto a rendere partecipi i lettori di un documento trovato in rete per puro caso, questa volta, come, d’altra parte, non di rado succede.

Su quella bici di Rocco…

bici

SU QUELLA BICI DI ROCCO BOCCADAMO E …DI COME ABBIAMO PEDALATO QUANDO POI FINALMENTE È ARRIVATA

di Vanni Greco

Mi domando spesso se le attese deluse (come per “la bici desiderata e non avuta” di Rocco Boccadamo) (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/08/92481/) di noi ragazzi e adolescenti di qualche tempo fa, che hanno dovuto fare i conti con padri poco disposti ad assecondare richieste di beni non strettamente necessari, e madri impegnate a rimodulare con affetto e con successo la frustrazione del figlio e l’intransigenza del marito, siano state utili allo sviluppo della personalità e della capacità di coltivare speranze e progetti per la vita adulta che avessero più probabilità di essere realizzati. Se la necessità di dover spesso rinunciare e quasi sempre accettare il rinvio del bene giudicato superfluo, abbia favorito una distanza dalle pulsioni dell’istinto e maggiore equilibrio e stabilità nei confronti dell’alternarsi di vittorie e sconfitte che, senza eccezioni, segnano la vita di ogni essere umano.
O se, invece, la limitata soddisfazione di tutti i bisogni che esprimeva quell’età abbia rappresentato un limite allo sviluppo della capacità di sognare e di realizzare, con la spinta creativa che li accompagnava, un progetto di vita radicalmente migliore per sé e per gli altri.
Oppure ancora, se quelle rinunce abbiano garantito un accumulo tale di energia che, una volta approdati all’autonomia personale e professionale, si sarebbe liberata in capacità di cambiamento della propria parte di mondo e con esiti decisamente positivi ed oggettivamente apprezzabili.

A distanza di alcuni decenni, il tentativo di fare un bilancio della propria vita credo non aiuti molto nella ricerca di risposte a queste domande, perché non è mai agevole prender le misure reali di ciò che è stato, dei successi e delle sconfitte e ricondurli a meriti ed errori propri, dei propri genitori o di chi ha avuto un ruolo importante nella nostra vita. E senza nemmeno scomodare il “caso”, benigno o meno, che pure entra in misura determinante negli eventi umani.
Si tratta di domande che mi sembra mantengano tutta la propria legittimità anche di questi tempi che pare abbiano abbandonato del tutto il modello nel quale molti della mia generazione e delle precedenti sono cresciuti, e dal quale ne hanno preso talmente le distanze da risultare, forse, agli antipodi. L’impressione, infatti, è che oggi il genitore debba e voglia assecondare qualunque richiesta dei figli. Mi domando se ciò accada per reazione alla propria esperienza adolescenziale, se per saggia consapevolezza sugli effetti dell’uno o dell’altro modello oppure ancora se dipenda dal bisogno degli odierni genitori di evitare qualunque ostacolo alla continua ricerca della propria felicità individuale; una ricerca che l’attenzione e l’impegno verso i figli rischia di compromettere e che risulti, quindi, più facile facendosi sostituire da beni materiali in abbondanza che possano opportunamente distrarre e tenere occupati i figli.
Un ribaltamento, ammesso che corrisponda alla realtà, che rischia di indurre quelli come noi, che pure portano ancora qualche cicatrice del passato, a riversare giudizi talvolta pesanti sulle nuove generazioni di genitori e figli; e che, nel migliore dei casi, alimenta l’inquietudine per il loro futuro che appare senza sbocchi e senza speranza.
Giudizi e paure che ritornano, di generazione in generazione. E, ogni volta, l’ultima generazione di giudici ed osservatori sembra convincersi o teme d’essere la penultima nel computo totale.
È, dunque, davvero a rischio, ogni volta per colpa delle nuove generazioni, il regolare processo di sviluppo e di benessere che continua da alcuni millenni o, secondo altre letture, la storia delle nostre tutto sommato giovani democrazie?

Comincio a dubitare che i giudici più severi in realtà siano gli stessi che, nel pieno delle loro forze, sopravvalutavano o nemmeno s’interrogavano sul valore del proprio contributo al miglioramento del mondo, preferendo puntare il dito sui loro contemporanei, responsabili di tutti i mali.
Mentre, gli osservatori realmente più angosciati forse confondono il destino dell’intero mondo con la crescente, ma non ancora ben riconosciuta paura di chi si avvicina alla propria uscita individuale dal mondo; proiettando così sulle nuove generazioni un destino che è solo personale.

E se, invece, finché c’è ancora tempo, provassimo a fare e, soprattutto, a fare meglio di quanto non abbiamo fatto finora?

O, in alternativa, lasciare responsabilmente il campo a chi, magari sorprendendoci, potrebbe fare meglio, anche molto meglio di noi.

Una statua del cartapestaio leccese Giuseppe Manzo in provincia di Catania

Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)
Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)

di Antonio A. M. Zappalà

Pasqua 1922 – Pasqua 2017! Cosa lega le due ricorrenze? Apparentemente nulla o meglio soltanto la coincidenza dello stesso giorno, il 16 aprile. Ma per la comunità di Biancavilla, in provincia di Catania, questa data segna un felice anniversario da ricordare.

Sono trascorsi infatti 95 anni da quando è presente la statua della Madonna Annunziata protagonista insieme al Cristo Risorto e all’Arcangelo Gabriele della sacra rappresentazione de ‘a Paci che avviene ogni anno la Domenica di Pasqua a Biancavilla. È mezzogiorno quando, in un tripudio di un popolo in festa in piazza Collegiata prima e in piazza Annunziata poi, dinanzi la chiesa Madre “Santa Maria dell’Elemosina” avviene l’incontro tra il Cristo Risorto e la Vergine Maria, nell’esultanza dell’Angelo. Questa è ‘a Paci.

Antonio Alessandro Marino Zappalà - 'a Paci (1)

Anche se il termine può sembrare strano, sebbene tra la Madonna e il Cristo certamente non ci sia stato alcun litigio da preludere uno scambio di pace, probabilmente è stato tramandato sino ai nostri giorni per trasmettere il vero significato della Pasqua, ovvero, un augurio di pace e con la cancellazione di tutti i rancori e le inimicizie.

Protagonisti della sacra rappresentazione biancavillese, sono tre statue: quella del Cristo Risorto portata a spalla dai confrati dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento che indossano la cappa bianca e la mozzetta di colore rosso; quella della Vergine Maria portata a spalla dai componenti dell’Arciconfraternita dell’Annunziata, caratterizzati dalla mozzetta di colore celeste e quella dell’Angelo portata anch’essa a spalla da cittadini non appartenenti a nessuna confraternita.

A distanza di 95 anni la redazione di Video Star, emittente televisiva locale, è riuscita a risalire a colui che ha realizzato la statua della Madonna Annunziata sino ad oggi sconosciuto alla comunità. La redazione è entrata in possesso di documenti storici che hanno permesso di ricostruire l’iter che portò l’artista Giuseppe Manzo a realizzare il simulacro che oggi si vede in processione.

Era il marzo del 1922, quando l’allora rettore della chiesa Annunziata, il canonico Antonino Distefano, commissionò la nuova statua poichè gli antichi simulacri risultavano ormai non idonei alla sacra rappresentazione pasquale a causa dell’usura del tempo.

Antonio Alessandro Marino Zappalà - 'a Paci (2)

La statua della Madonna fu realizzata dalla ditta “Arturo Troso” di Lecce fondata nel 1902, che la spedì per mezzo ferrovia, il 22 marzo del 1922. Nella lettera di accompagnamento scritta dal Arturo Troso si legge: ”Son sicuro quindi che il lavoro sarà di piena soddisfazione sua, dell’illustrissimo signor Sindaco e di tutta l’intera popolazione, essendo stato eseguito con diligente cura e scrupolosità”. Inoltre, in allegato, accludeva la fattura con la descrizione della statua: alta 1 metro e 80 centimetri, lavorata in cartapesta con occhi di cristallo di Germania e decorazioni, una raggiera, per una spesa totale di 845 lire compreso l’imballaggio.

Nella bottega di Arturo Troso lavorava su commissione l’artista Giuseppe Manzo, di fama internazionale con una carriera densa di lavori e riconoscimenti. E fu proprio lui a realizzare fattivamente la statua della Madonna Annunziata.

Nel 1943, dopo la morte di Giuseppe Manzo, la sua bottega continuò ad operare per merito del figlio e del nipote fino al dicembre 1959, anno in cui, la storica fucina della cartapesta in via Paladini, chiuse per sempre i battenti.

Oggi sia la bottega del maestro Manzo che quella della ditta Troso non esistono più e quest’arte semplice e paziente della cartapesta a Lecce resta solo un ricordo. Nel corso degli anni ad essere interessato di restauro è stato tutto il gruppo statuario protagonista della Pasqua a Biancavilla. Nel gennaio del 1993, il professore Salvatore Mazzone, si è occupato del restauro del volto della Madonna Annunziata che si presentava danneggiato a causa del tradizionale contatto con il Cristo Risorto come avviene ogni anno. Altro intervento da parte del maestro Antonino Vaccaielli sull’intero simulacro della Vergine Maria è stato fatto nel 2003.

‘A Paci! Una manifestazione che a distanza di tempo si ripete anno dopo anno a Biancavilla, immutata nei decenni, grazie ai protagonisti sin qui narrati e che hanno lasciato in eredità un gesto d’amore nel segno della continuità alle generazioni future.

Antonio Alessandro Marino Zappalà - 'a Paci (3)

https://www.youtube.com/watch?v=bypZ1KvFrfo&feature=youtu.be

Su Giuseppe Manzo vedi i nostri articoli:

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (prima parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (seconda parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (terza parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quarta parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quinta e ultima parte)

 

Da Maglie, ricordo di una bici tanto desiderata

bici

Da Maglie, ricordo di una bici, tanto desiderata e, però, non avuta

 di Rocco Boccadamo

Stamani, per il disbrigo di una pratica, mi trovavo a Maglie, la signorile cittadina del medio Salento che, fra l’altro, come è noto, ha dato i natali al compianto statista Aldo Moro.

Nel percorrere lentamente in auto una vecchia stradina del centro storico, dalle case basse sovente abbellite da ameni cortili, sono stato d’un tratto colpito da un’insegna di carattere commerciale in grande stampatello, recitante “RESTI”. In corrispondenza, invero, si stagliavano un paio di grigie saracinesche abbassate e, quindi, mute.

Tuttavia, quelle cinque lettere del cartello, in un baleno, andavano prodigiosamente a scatenare nella mia mente un piccolo indicativo ricordo, lontano e, insieme, vivo e guizzante, incentrato su un preciso e determinato episodio risalente, si pensi un po’, alla metà dello scorso secolo.

Correva l’anno 1953, io ero in prima media e, senza volermi esaltare, sul piano del profitto scolastico me la cavavo bene.

Nel paesello natio di Marittima, frequentavo, allora era normale, un’ampia cerchia di amici, coetanei o quasi, e, fra essi, ve n’era uno, D.A., più grandicello rispetto a me, che ammiravo e, anzi, invidiavo per una particolare ragione.

Mosca bianca nel gruppo, egli possedeva una bicicletta, non proprio da adulti, ma nemmeno mini, vale a dire del genere usato da qualche raro bimbetto; insomma, il suo, era un velocipede di dimensioni mediane (a cominciare dalla circonferenza delle ruote), ma, nello stesso tempo,  in tutto attrezzato e completo come se si trattasse di un’autentica bicicletta, sicché gli consentiva di scorrazzare di gran corsa per le vie della località e, talora, anche, di convincere le ragazzine a sedersi sulla canna.

Per rendere più efficacemente l’idea, mi viene di tirar fuori l’immagine di un letto: come c’è quello a due piazze o matrimoniale, c’è quello a una piazza o lettino ed esiste pure il modello a una piazza e mezzo. Ecco, la bici di D. si potrebbe accostare al concetto dimensionale di “una piazza e mezzo”.

Da parte mia, saltuariamente, convincevo il fortunato amico a cedermela per un giretto, beninteso solo per pochi minuti, e, in quei momenti, andavo letteralmente in sollucchero.

Di riflesso, non perdevo occasione per mettere in croce i miei genitori, affinché comprassero un mezzo a due ruote, magari usato, per me o, quanto meno, da adoperare alternativamente con i miei fratelli.

Loro replicavano che ciò non era fattibile, le misurate risorse finanziarie famigliari non potevano essere destinate a un acquisto della specie e, poi, osservavano che ero ancora piccolo. In fondo, loro cercavano di prendere tempo, io, nondimeno, li martellavo senza sosta.

Concentrato su tale obiettivo, rammentando che, in occasione dell’andata a Maglie per gli esami d’ammissione avevo scorto un grande negozio di vendita, guarda caso, di biciclette, non mi feci scappare lo spunto di una missione, nella cittadina, di mia madre, mio padre, la nonna materna Lucia, lo zio Toto e la sua promessa sposa Maria, per l’acquisto di vestiti, scarpe e altri accessori, in vista, esattamente, del matrimonio dei predetti zii Toto e Maria.

Aggregatomi, dovetti inizialmente sorbirmi i passaggi dai Magazzini Candido e dai vari negozi Puzzovio, Santese e De Giorgi; dopo, invece, convinsi il gruppo ad accompagnarmi in quella stradina citata in apertura, dove era ubicato l’esercizio di vendita di biciclette.

Lì, mi soffermai a girare a lungo, divorando con gli occhi i bellissimi modelli esposti, ma… i prezzi erano letteralmente inabbordabili.

Purtroppo, l’azienda non trattava bici usate e, alla fine, quindi, restai a bocca asciutta.

Mi toccò, di conseguenza, attendere l’estate dell’anno successivo per veder soddisfatto il mio sogno: in casa, arrivò una seconda bicicletta usata per noi ragazzi, intanto che quella preesistente serviva a mio padre per andare e tonare dall’ufficio.

La prima escursione che compii gongolante ebbe come meta la Marina di Andrano, dove s’inaugurava l’impianto elettrico, al posto delle vecchie lampade a acetilene, nella chiesetta dedicata alla Madonna.

Un amico magliese, mi ha appena riferito che la ditta Resti, che di generazione in generazione andava vendendo biciclette, ha chiuso da circa un decennio; della sua realtà, sopravvive, però, quell’insegna in grande stampatello che ha ispirato, al ragazzo di ieri, la rievocazione della presente, semplice e minuscola antica storia.

Michele Gaballo: in una scultura la sintesi della vita

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=en&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_36698
immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=en&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_36698

 

Ho esercitato la professione più bella del mondo, cioé quella dell’insegnante e sono orgoglioso, nel fare il suo bilancio, di aver appreso dai miei allievi, anche da quei pochi che per colpa mia non conseguivano, sempre secondo il mio giudizio, risultati soddisfacenti, più di quanto io sia stato in grado di trasmettere loro. Se così non fosse stato, non sarei stato in grado, oggi, di scrivere queste poche note. Tuttavia, se per assurdo mi fosse concesso di vivere una seconda vita, forse preferirei essere un artista, per creare la bellezza, non per commentarla, come oggi, indegnamente, mi accingo a fare. Lascio giudicare al lettore quanto mi sia lasciato trascinare dalla passione campanilistica, visto che l’autore del busto in gesso è un neretino, lo scultore Michele Gaballo (1896-1946), che lo realizzò nel 1935, cinque anni dopo la Fontana del toro, forse l’opera sua più conosciuta, perché bene in vista in piazza Salandra, ragione, evidentemente, non sufficiente per garantirne il decoro, oltre che la conservazione, con periodiche operazioni di pulizia …

Il busto, invece, è in una condizione più protetta, ma, paradossalmente, meno adatta ad una sua fruizione diretta, nonostante questa sia diventata solo auspicabile (siamo diventati un popolo che si pasce di auspici …), anche per ciò che quotidianamente è sotto i nostri occhi, per un’insensibilità dilagante, frutto di un imbarbarimento di cultura e valori solo in parte giustificato dal ritmo forsennato della vita di oggi, tutta dedita al presente, senza sguardi al passato e proiezioni nel futuro. Esso, infatti, è custodito nella quinta sala a destra del Convento dell’Immacolata a Galatina. Ignoro totalmente le ragioni di questa sua collocazione e non so neppure se le sembianze ritratte sono quelle di un personaggio reale o fittizio. Sarò grato a chiunque sia in grado di dare notizie al proposito, ma, secondo me, ciò che dirò varrebbe comunque in un caso (personaggio fittizio) o nell’altro (personaggio reale). Ho definito la scultura sintesi della vita perché a mio parere riassume in sé tutte le sue fasi meno la nascita, che, paradossalmente, è la meno importante, se non è il preludio di tappe scandite più o meno costantemente da quei comportamenti e connessi sentimenti che, forse presuntuosamente, consideriamo come il crisma che distingue l’umanità dalla bestialità.

Solo l’arte è in grado di riscattare tutta la negatività che è racchiusa nella parola ambiguità, anzi, sotto questo punto di vista, credo che tutta l’arte, quella vera, sia ambigua. E per questo è in grado di suscitare in chi sa leggerla sentimenti comuni e nello stesso tempo reazioni individuali, condizioni indispensabili, credo, per la sua universalità ed attualità.

Qui l’età non è perfettamente decifrabile ma potrebbe essere collocata in quello che Dante chiama mezzo del cammin di nostra vita, poco più o poco meno. L’atteggiamento si direbbe assorto, pensoso  ma nello stesso tempo sofferto, doloroso, quasi ai limiti di una voglia di reagire che ancora non è diventata (e forse mai diventerà) rassegnazione e resa. E il dettaglio degli occhi chiusi ne fa quasi una maschera funeraria, in cui l’impronta dell’ultimo sguardo (quello che precede la morte) resta fissato a coincidere quasi con il primo (quello della nascita). Il tutto espresso con una nitidezza formale che nulla concede al dettaglio retorico, antica e modernissima nello stesso tempo; insomma, quello che si definisce un classico.

La confraternita dell’Immacolata di Supersano

Foto 1: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Facciata (ph Angelo De Pascali).
Foto 1: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Facciata (ph Angelo De Pasca

 

TRA STORIA E DEVOZIONE

La confraternita dell’Immacolata di Supersano

di Fabrizio Mariano

La ricerca storica è sempre affascinante, soprattutto quando l’oggetto di studio è la propria terra, le radici, la cultura e le tradizioni che formano il bagaglio di crescita di ciascuno. In questo caso la passione per la ricerca mi ha spinto a indagare tutto ciò che permettesse di ricostruire la storia relativa alla Confraternita “Maria SS. Immacolata” di Supersano. Un lavoro affascinante, ma arduo, soprattutto per la carenza di fonti documentarie e iconografiche, che nel tempo sono state smarrite, anche per incuranza.

In questo lavoro, il primo più approfondito relativo alla congregazione laica di Supersano e non certo esaustivo, cercherò di delineare a grandi linee gli eventi principali che hanno caratterizzato la storia di questi sodalizi, in generale, e le tappe fondamentali che hanno caratterizzato la nascita e l’evoluzione della confraternita di Supersano, con le poche fonti a disposizione, grazie alle quali è stato possibile aggiungere alcuni tasselli, non ancora messe in luce.

Prima di addentrarci nel vivo della questione, il lavoro necessita una panoramica generale che inquadri i motivi e l’evoluzione che portano all’esistenza di queste associazioni di laici.

Prima di tutto va precisato che la comunità cristiana è, per sua stessa natura, una fraternità[1]. Basti pensare all’immagine paolina del corpus[2], che invita ciascuno ad essere come il corpo che, all’unisono, canta l’unità e le differenze. Nel corso della storia, nella società civile, l’uomo si è sempre aggregato, si pensi alle corporazioni. Anche nella Chiesa prendono forma le aggregazioni laicali e, tra esse, le confraternite: nobili, notabili e contadini si associano, accomunati dalla stessa preghiera, dagli stessi ideali. Sono gruppi che nascono col fine di servire la Chiesa e l’uomo, evitando ogni rivalità. Verso la fine del Medioevo, tra il XII e il XIII secolo, è sempre più forte il desiderio dei fedeli di identificarsi in uno status proprio, che si differisca da quello dei chierici o degli ordini religiosi. I capisaldi che caratterizzano il movimento confraternale, nella seconda metà del XIII secolo, sono: la valorizzazione della madre chiesa, l’espansione della devozione a Maria, le preghiere per i defunti, l’attività assistenziale. Si tratta, in questo caso, di una confraternita mariana, dedicata all’Immacolata, il cui culto, nello specifico, si diffonde in tutta Italia a partire già dal XIII secolo, ad opera dei Francescani, ardenti sostenitori di questo Dogma, asserito, poi, in forma solenne nel 1854 da Pio IX[3].

Nei secoli XIV e XV, in Europa, il movimento delle confraternite accentua l’attenzione verso attività di mutua assistenza e di carità, mentre in Italia si conserva, ancora, la prevalente caratteristica devozionale[4].

Foto 2: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Madonna col bambino (olio su tela).
Foto 2: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Madonna col bambino (olio su tela).

Il XVI secolo può essere considerato uno spartiacque nell’esperienza confraternale. Lo scenario cambia totalmente con l’avvento della riforma luterana. Le confraternite, sostenute dal clero e dai religiosi, contestano apertamente le tesi di Lutero e il ritorno ad usi religiosi tradizionali, ritenuti devianti. In collaborazione con le parrocchie, contribuiscono al rinnovamento del cristianesimo promosso dal Concilio Tridentino, riorganizzano il culto e attivano una proficua presenza nelle istituzioni sociali. Lo stesso Concilio, poi, nel 1562 sancisce il diritto dell’autorità ecclesiastica di visitare e controllare i bilanci amministrativi di ospedali, confraternite ed enti caritativi. La stessa esistenza dei pii sodalizi è determinata solo dall’autorità ecclesiastica, che ne decreta l’erezione. I confrati si impegnano a diffondere la dottrina cristiana, il culto Eucaristico e del santo titolare e organizzano la carità nella forma di promozione umana. Si ha una sorta di innovazione, rispetto al passato. Le confraternite, ridisegnate dalle nuove direttive del Concilio di Trento, partecipano al rinnovamento spirituale e potenziano il servizio educativo e caritativo. Esse divengono palestre di vita cristiana, capaci di educare la coscienza e il comportamento delle persone. Lo stesso servizio caritativo si apre a tutte le necessità della società. Inseriti nella Chiesa e nel mondo, questi sodalizi, raggiungono il loro massimo splendore, offrendo un sostegno protettivo che avvolge la persona.

Molto spesso, nel corso della ricerca, si ha la pretesa di ricercare una data incontrovertibile sulla fondazione di una confraternita. Si tratta, però, in molti casi, di tradizioni orali non documentabili. Pertanto, l’unica vera data a cui far risalire la nascita di un pio sodalizio è quella in cui l’autorità ecclesiastica ne ha decretato l’istituzione come tale, nel caso in cui si custodissero i manoscritti. Per la confraternita di Supersano non è stato facile rintracciare fonti e testimonianze, di ogni genere. Questa difficoltà è accentuata a causa dell’abbattimento dell’antico edificio sacro che ospitava i confrati, avvenuto nel 1968, per lasciare spazio all’attuale fabbrica. Un’importante perdita a livello architettonico, che dava valore al territorio. Si pensi che, la fonte documentaria più antica, la Visita pastorale del 1711 di mons. Tommaso De Rossi, vicario capitolare della diocesi di Ugento, riporta queste informazioni: “Attualmente – la chiesa – è molto pericolosa[5]. Si può dire, dunque, che la vecchia chiesa risaliva, presumibilmente, al XVI-XVII secolo. Si comprende bene come, conseguenza immediata è lo smarrimento di numerose suppellettili e fonti documentarie e iconografiche, forse anche per incuranza.

Attualmente, i documenti più antichi, che attestano la presenza confraternale a Supersano e ne regolano l’esistenza, non sono molti. Si può tracciare un filo conduttore che ne possa ricostruire la storia per sommi capi, grazie alle informazioni custodite nell’Archivio Storico Diocesano, nell’Archivio di Stato di Napoli e di Lecce.

Interessante è, a questo proposito, tutta la politica che ruota attorno alla questione del cosiddetto “regio assenso”, e che ha prodotto una certa mole di documentazione, permettendo di ricomporre i tasselli principali della storia dei pii sodalizi. Si tratta di una discussione che mantiene i toni accesi per tutto il XVIII – XIX secolo e consente di conoscere la composizione, l’organizzazione e la devozione delle congregazioni laicali. Le prime controversie si hanno con le disposizioni regie del regno borbonico, negli anni 1753-1761, e che, con un fare anticlericale, furono determinanti per decretare l’allontanamento dei chierici dalla vita confraternale, reminiscenza delle disposizioni del Concilio tridentino. Considerevole, a proposito, è il Concordato stipulato tra Carlo III e Benedetto XIV, nel 1741, secondo il quale i vescovi, e i chierici in genere, si sarebbero interessati solo dell’ambito spirituale, nominando un revisore dei conti, come delegato. L’amministrazione temporale, ora, è sotto il controllo di un tribunale misto e la revisione può essere ritenuta conclusa con il versamento di un tributo, ad opera di un giudice, laico o ecclesiastico, a scadenza annuale[6].

Risolutivi, per la vita confraternale, sono i successivi rescritti regi che regolano questi aspetti, dalla seconda metà del XVIII secolo e per tutto il XIX, e resi ancor più incisivi con il Concordato stipulato nel Congresso di Vienna, nel 1818. Tre di questi, in modo particolare, puntualizzano la restrizione, se non l’allontanamento definitivo degli ecclesiastici, dagli affari delle associazioni pie[7].

Si chiede, dunque, un riconoscimento legittimo, senza il quale le pie aggregazioni già esistenti non possono restare in vita. Solo un decreto regio può approvarne gli statuti e l’esistenza. Seguono numerosi rescritti che sollecitano i ritardatari, tanto che tra il 1776 e 1777, nella diocesi ugentina solo 13 confraternite chiedono ed ottengono il riconoscimento regio, seppur già esistenti, tra cui la confraternita di Supersano.

Seppur abbastanza antica, la confraternita dell’Immacolata comincia a comparire negli atti, perché legittima, a partire dal 31 giugno 1777. L’atto che ne dichiara la fondazione è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, oltre al quale è custodito il primo statuto del pio sodalizio[8].

Il controllo e l’ispezione non svaniscono nel nulla, anzi, sono sempre più accentuati sotto il regno borbonico. Nell’arco del 1800, altri mandati regi mirano a controllare lo stato e l’operato delle Opere Pie. Ripercorrendo queste vicende, riemerge alla luce un tassello importante che ha costituito la storia delle congregazioni laicali a Supersano, e che tutti hanno finora ignorato. Nel 1823, con l’arrivo del nuovo Intendente della Provincia di Terra d’Otranto, si avvia la caccia alle “Congregazioni di Pia Istituzione degenerate in adunanze poco religiose, indecenti e con qualche reminiscenza settaria”, richiesta nel febbraio 1825 dal Ministro e Real Segretario di Stato della Polizia Generale di Napoli. L’Intendente sig. Dei Marchesi riceve un rescritto del Sotto Intendente del Circondario di Gallipoli, che attesta lo stato delle congregazioni e confraternite esistenti nel distretto di Gallipoli. Scorrendo il lungo elenco balza all’occhio Supersano che, al 3 settembre 1825 ha due Confraternite: “Della Concezione” – tuttora esistente – e “S. Maria delle Grazie”. Nessuno ha mai parlato dell’esistenza di questo secondo sodalizio, probabilmente soppresso per decadenza o carenza di iscrizioni con il secondo mandato regio, nel 1861, con l’unità d’Italia. Si tratta sicuramente, come spesso accadeva in quel periodo, di una congregazione come quella dell’Immacolata, che si preoccupava di opere caritative e culto religioso, con un’unica differenza, l’assenza di una sede, quale l’edificio sacro.

Si può dunque attestare l’antica devozione mariana che contraddistingue i fedeli di Supersano.

Si tratta di uno stile di vita, questo delle Confraternite, che è manifestato ed espresso dalle insegne e dagli abiti di cui si rivestono i soci. Il camice, che ricorda il saio dei frati è inteso come veste battesimale che richiama il pellegrinaggio della vita cristiana sulle orme di Cristo. Il cingolo è un cordone che richiama le funi con cui fu legato Cristo, anticamente infatti aveva dei flagelli legati alle estremità e veniva usato pubblicamente in segno di penitenza. La mozzetta o mantellina ricorda al confratello che si è rivestito di Cristo e sottomesso a lui.

L’obiettivo è quello di completare questo lavoro di ricerca già iniziato da tempo, in una forma ampliata che possa raccontare nello specifico i tratti salienti di questa pia associazione, affinché tutti possano beneficiare di questo grande patrimonio culturale.

Foto 3: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Altare maggiore, Immacolata Concezione della B. V. Maria con S. Antonio e S. Francesco (bassorilievo in cartapesta policroma, XVIII - XIX secolo).
Foto 3: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Altare maggiore, Immacolata Concezione della B. V. Maria con S. Antonio e S. Francesco (bassorilievo in cartapesta policroma, XVIII – XIX secolo).

 

[1] At 2, 42-47.

[2] Rm 12, 4-5.

[3] Cfr. Pius IX, Ineffabilis Deus: definizione dell’immacolato concepimento della B. V. Maria, Osservatore Romano, Città del Vaticano, 2004.

[4] Cfr. Giuseppina Gasparini De Sandre, Confraternite e campagna, in Marina Gazzini (a cura di), Studi Confraternali: orientamenti, problemi, testimonianze, Firenze Unifersity Press, Firenze, 2009.

[5] Archivio Diocesano di Ugento (ADU), Visite, 1, Visitatio pastoralis habita pro universa diocesi Uxentina a R.mo D.no D. Thoma necnon Vicario Generali Ecclesiae Cathedralis Uxentinae. A. D. MDCCXI.

[6] Cfr. Salvatore Palese, Le confraternite laicali della diocesi di Ugento nell’epoca moderna, in «Archivio Storico Pugliese» (XXVIII), 1975, p. 154.

[7] I Rescritti regi sono quelli del 21 luglio 1753, del 3 ottobre 1761, del 3 agosto 1762. Cfr. Vito Giliberti, Polizia Ecclesiastica del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1845, p. 135.

[8] Cfr. Archivio di Stato di Napoli, Cappellano Maggiore, fascicolo 22, busta 1199.

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