La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (1/7): Ostuni e Carovigno

di Armando Polito

Se l’amicizia reale si nutre anche di vicinanza fisica in omaggio al vecchio detto lontano dagli occhi, lontano dal cuore, quella virtuale, paradossalmente, sganciata in un certo senso dal tempo e dallo spazio, purché basata su comuni interessi e, pur nella diversità di alcune opinioni (da quelle religiose a quelle politiche), nel rispetto (che non significa accettazione) dell’altrui modo, qualunque esso sia (purché non delinquenziale …)  di interpretare la vita, può nutrirsi anche della segnalazione di un semplice link.

Per essere concreto: questa serie di contributi non ci sarebbe stata se l’amico, virtuale, napoletano Aniello Langella, titolare di un interessantissimo sito che invito tutti a visitare (http://www.vesuvioweb.com/it/), non mi avesse fornito, come già successo altre volte, la possibilità di entrare in contatto digitale con il testo da cui io ho solo tratto le immagini relative alla nostra terra  Il testo in questione è L’Italia descritta e illustrata Visione cinematografica 3000 fototipie, Sonzogno, Milano, 1909. Si tratta della seconda edizione; la prima era uscita nel 1908, preceduta nel 1907 da un‘edizione speciale per gli abbonati del secolo. Delle 1000 pagine di cui il volume consta, quelle dalla p. 839 alla p. 854.

Laddove ho potuto, per certezza dell’identificazione e facilità di reperimento del materiale necessario, ho accoppiato ad ogni immagine antica la corrispondente contemporanea.

Ricerche di questo tipo vivono dell’apporto di appassionati e studiosi locali: per questo io, che sono di Nardò, sarò grato a chiunque vorrà integrare questo contributo con foto che attestanti lo stato attuale dei luoghi.

OSTUNI: la concattedrale

 

CAROVIGNO: Il castello

 

(CONTINUA)

Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò (3/3: OCCA ARDUTA-UECCHIU TI PESCE)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

OCCA ARDÚTA Stomatite. Occa è dal latino bucca(m)=guancia, poi bocca, con aferesi di b– e passaggio –u->-o-; ardùta è participio passato di ardìre=ardere, dal latino ardère; la voce dialettale, a parte il passaggio –ì->-è- si è mantenuta più fedele, per quanto riguarda l’accento, alla voce originaria latina più dell’italiano àrdere. Vedi anche mpoddhe an bocca.

OLA Nevo congenito, voglia. La variante del Leccese (Aradeo e Cutrofiano) cula consente agevolmente di individuare l’etimo nel latino gula(m)=gola e le varianti vola del Brindisino (Brindisi, Mesagne, Ceglie Messapico, Oria, Ostuni) e vula del Leccese (Alessano, Lucugnano, Martano, Patù, Ruffano, Tiggiano e Tricase) attestano la forma intermedia da cui, per aferesi di v– è nata ola. Vale la pena ricordare che secondo la credenza popolare, la ola (di vino, di caffé, etc. etc.) era la conseguenza della relativa voglia, rimasta insoddisfatta, della gestante. Anche se la scienza ufficiale ha sempre riso di questa circostanza, il fenomeno non è inquadrabile in quella sfera indistinta dei rapporti tra soma e psiche che è alla base delle cosiddette malattie psicosomatiche? Se è così, c’è da aspettarsi una drastica diminuzione del verificarsi del fenomeno, così come è avvenuto, ormai da tempo fino alla totale scomparsa, delle tarantolate?

Naevus cerasus (voglia di ciliegia) e Naevus araneus (voglia di ragno). Da William James Erasmus Wilson, Portraits of diseases of the skin, op. cit. Due esempi, di nevi dovuti, secondo la ricordata credenza popolare il primo ad una voglia alimentare, il secondo alla puntura di un ragno.

 

PANERÍZZU Panereccio o patereccio. Dal basso latino panarìtiu(m), a sua volta dal classico paronýchia (o paronýchia)  greco paronuchìa composto da parà=presso e onux=unghia. Il passaggio dell’originaria –r– greca ad –n– nella voce del basso latino potrebbe essere l’indizio di un incrocio antichissimo con pane, la cui conferma potrebbe essere ravvisata nella terapia che prevedeva, oltre agli empiastri di foglie di malva fresche o secche tenuti in loco per almeno un’ora, anche l’applicazione di pane bagnato.

PANNA Cloasma gravidico. La voce corrisponde all’italiano panna nel significato traslato di pellicola, da panno, perché copre il latte come un panno, che, a sua volta è dal latino pannu(m).

PELLE SCARDE SCARDE Psoriasi. Scarda nel dialetto neretino indica la squama del pesce ed è dal germanico skarda=spaccatura. Per la geminazione nella locuzione del plurale di scarda vedi mpoddhe mpoddhe.

Da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.

 

PIÁCA ‘MBIRMINÓSA Piaga infetta. ‘Mbirminòsa corrisponde all’italiano verminòsa [dal latino verminòsu(m)=corrotto, dal latino tardo vèrmine(m), dal classico vermis] con aggiunta in testa della preposizione in (che ha poi subito l’aferesi di i-) e passaggio v>b, il che ha comportato pure  il passaggio n>m.  

PITÍTA Pipita. Più fedele della voce italiana nell’etimo, che è il latino pituìta(m).  

PITUCCHI Pediculosi del capo. Il plurale del parassita per indicare per sineddoche (parte per il tutto)  l’inconveniente; come l’italiano pidocchio, dal latino tardo pedùculum, diminutivo del classico pedis=pidocchio.

PRUTICÉDDHU Gelone; la voce è una forma diminutiva da prutìre, corrrispondente all’italiano prùdere, da un latino *prùdere, dal classico prurìre. Da notare come la voce neretina appare come un incrocio del classico prurìre, del quale ha conservato l’accento, e di* prùdere, del quale ha assunto la dentale –d– (passata poi a –t-) al posto della –r– presente nella voce classica.  Terapia: immersione della parte interessata nell’ acqua di risulta dei rrupìni (lupini) e della rrupinèlla (lupinella) o in quella di mare; qualcuno rimediava pure bagnando con la propria urina o applicandovi le foglie bollite della sòrula (sorbo) o della lazzalòra (lazzeruolo) oppure strofinandovi le foglie del chiàpparu (cappero) raccolte con la mano sinistra (!).

PRUTÍTU Prurito. Participio passato sostantivato di prutìre, per il quale vedi pruticèddhu.

PUÉRRU Verruca. Come l’italiano porro, dal latino porru(m) di origine preindoeuropea, che, però, indicava solo l’ortaggio. Terapia: si era soliti ungere la verruca col latte ti fica (lattice di fico) ricavato dal frutto non maturo o dalle foglie o  applicarvici una buccia di pomodoro, che si teneva in loco per due o tre giorni con apposita fasciatura; chi aveva più stomaco vi strofinava una cozza nuta (Tandonia Sowerby, Férussac, 1823),  specie di lumaca senza guscio.

Da Max Leidesdorf, Lehrbuch der psychischen Kraukheiten, F. Enke, Erlangen, 1865

 

PUNGITÓRA Puntura di ape o di vespa. Stesso etimo dell’obsoleta voce italiana pungitura, che è da pungere, a sua volta dal latino pùngere. Terapia: prima di tutto estrazione del pungiglione, poi strofinamento della parte con uno spicchio d’aglio o applicazione di  un impasto formato da terra rossa e saliva.

RRANFATÚRA Graffio da unghia. Da rranfàre, a sua volta da ranfa=grinfia, che trova il corrispondente italiano nella voce di basso uso ranfia (zampa artigliata di un animale), dal longobardo *rampf.

(R)RAPPULISCIAMIÉNTU Atrofia cutanea senile. Da rappulisciàre, forma verbale incoativa con infisso –isc– da ràppulu=ruga, diminutivo dell’osoleto italiano rappa=ruga, grinza, a sua volta  dal gotico *rappa=rogna.

RASCIÚLU Orzaiolo. La voce italiana è dal latino tardo hordèolu(m), diminutivo del classico hòrdeum=orzo, per la forma simile a un chicco d’orzo, forse con influsso del tardo varìola=vaiuolo; la voce neretina ha seguito la seguente trafila: hordèolu(m)>*horadèolu(m) (epentesi di –a-)>*radèolu(m) (aferesi di ho-) *radìolu(m) (passaggio –e->-i-)>*radjòlu(m)(passaggio –i->j– e diastole)>*rasciòl(um) (passaggio –dj->-sci-)>rasciùlu (passaggio –o>-u-).

RIU Escoriazione in cui il sangue, coagulandosi, ha già formato la crosta. Per il Rohlfs corrisponde all’italiano letterario rio=malvagio, sfavorevole e ha, naturalmente la stessa etimologia: dal latino reu(m)=colpevole. Appare più probabile, tuttavia, che derivi dal latino rivu(m)=ruscello (dal verbo greco reo=scorrere), pur con riferimento alla fase della fuoruscita del sangue.

ROSSA Rosolia. L’uso di un aggettivo in forma sostantivata legato al sintomo più appariscente della malattia conferisce alla voce quel carattere allusivo che in italiano, per esempio, c’é in la bionda=la birra e in le bionde=le sigarette.

Da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.
Da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.

 

Orticaria, scabbia, scarlattina, rosolia; da Friedrich Eduard Bilz, La nouvelle médication naturelle, Bilz, Parigi, 1898

 

(R)RUSSICAMIÉNTU Eritema da calore. Da rrussicàre, forma verbale frequentativa, con infisso –ic-,  da russu=rosso, dal latino russu(m). Vedi anche mpiccicacchiamièntu.

RUGNA Scabbia umana. Come il corrispondente italiano rogna, da un latino  *rònea(m), variante di arànea= ragnatela. Era difusa la convinzione che la malattia potesse essere causata per aver mangiato troppi rrupìni (lupini). Terapia: unguento di olio d’oliva e trattamento con lo zolfo abitualmente usato per irrorare la vigna.

Da Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, Longman, Hurst, Rees, Orme and Brown, Londra, 1817

 

SCANDÍA Rossore che appare all’improvviso in volto; la voce è da s– (dal latino ex=fuori) e dal verbo candère=essere infuocato.

SCRASCIATÚRA Graffio. Da scràscia=rovo, secondo il Rohlfs  ”da una base preromanica *scaràgia o *scràja”. In realtà va detto che scaragia comparirebbe in un testo latino (traduzione di un originale etrusco)  che Curzio Inghirami dice di avere rinvenuto a Scornello presso Volterra il 9 ottobre 1635 (Etruscarum antiquitatum fragmenta, Francoforte, 1637, pag. 177): Publicam pecuniam, aut sacram si quis abstulerit scaragia morte damnabitur  [Se qualcuno avrà sottratto denaro pubblico o sacro sia condannato a morte col rovo (?)]. Il punto interrogativo posto accanto a rovo in  traduzione era doveroso e perchè non siamo a conoscenza di simile supplizio nel mondo etrusco e perché il testo di cui ci dà notizia l’Inghirami è andato perduto, il che rende impossibile anche datarlo. Nella migliore delle ipotesi potrebbe il traduttore dall’etrusco aver operato una semplice trascrizione in caratteri latini (anche perché si tratta di una locuzione tecnica) e perciò scaragia potrebbe essere di origine etrusca. Poi, come se non bastasse, non è da negare assolutamente, vista la congruenza semantica e fonetica, un rapporto con l’albanese škjer o škjir=strappare (G. Rohlfs, Nuovi scavi linguistici in Magna Grecia, Palermo, 1972, pag. 139. Per finire, la nostra voce è apparsa, pur nella variante del caso, in altro distretto territoriale: scraja=scheggia (Giuseppe Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Bastone, Agnone, 1893, pag. 109; Agnona è una frazione di Carro, comune in provincia di La Spezia). Per il graffio procurato da un’unghia vedi rranfatùra. 

SCUCCULÁTU Affetto da alopecia. Da s– (dal latino ex) estrattiva e còccalu=cranio, dal greco kòkkalos=pinolo, diminutivo di kokkos=chicco, dal quale è il latino coccu(m)=nocciolo del frutto.

 

Ferdinand von Hebra, Atlas der Hautkrankheiten, Imprimerie impériale, 1858-1866, Vienna, 1858-1866

 

SENGA AN FACCE Cicatrice del volto. Senga è deverbale da signàre (dal latino signàre, da signum=segno), con metatesi –gn->-ng– forse per influsso del francese seing=scrittura.

SÉRCHIE Ragadi del seno. Secondo il Rohlfs sèrchia è dal latino saetula(m)=setola; secondo il Garrisi “forse da un incrocio tra i latini saetula e siliqua”. Considerando che silìqua è il baccello dei legumi non si capisce cosa c’entrino quest’ultimo e il precedente saetula. Si propone, perciò, la derivazione deverbale dal latino sarculàre=sarchiare (le ragadi possono essere ben considerate come una sarchiatura del capezzolo). Le sèrchie erano quasi sempre una controindicazione all’ allattamento per il vivo dolore che suscitavano nella donna con la suzione. Si cercava di farle cicatrizzare con il solito olio di oliva o con appositi medicinali. Qualcuno era solito trattare la parte con acqua in cui erano stati bolliti dei semi di mela cotogna.

(S)SANGULITTAMIÉNTU Esito di ferite multiple da taglio. Da ssangulittàre, da *sangulentàre, a sua volta dal latino medioevale sangulèntus, variante di sanguinolèntus; trafila: *sangulentàre>*sangulettàre (assimilazione –nt->-tt-)>*sangulittàre (passaggio –e->-i-)>ssangulittàre (raddoppiamento espressivo di s-).

Terapia: strofinamento sulla ferita della corteccia rossa del tralcio di vite o del baccello della fava verde, il succo di uva (meglio se acerba),  un pizzico di cenere, il velo della cipolla, la linfa del ficodindia, lu llippu1 ti lu lampasciòne (la vischiosità del muscari comosum) o la polpa fresca della pastanàca (carota); piu’ frequente era l’uso di porre la buccia del pomodoro o qualche goccia di aceto o, addirittura, la lingatera (ragnatela), di cui erano ben note le qualita’ emostatiche, mentre gli anziani esperti ricorrevano al seme pulvurulento della irsìcula2, un fungo bianco rotondeggiante, che si dice avesse la capacità di bloccare l’ emorragia e di far guarire piu’ in fretta la ferita;  altra pianta adoperata per bloccare le emorragie era l’erva ti tàgghiu (vulneraria).

SPINNATU Affetto da calvizie. Corrisponde all’italiano spennato, da spennàre, a sua volta da s– estrattiva (dal latino ex=lontano da) e penna [dal latino pinna(m)]. Terapia (particolarmente usata per la caduta stagionale dei capelli): strofinamento sul cuoio capelluto di alcune foglie di ortica cantarìnula (ortica) appena raccolta o lu ‘mpiastru (l’empiastro) ottenuto facendo bollire per dieci minuti foglie e steli della pianta; Si poteva anche usare l’ infuso di bucce di marange (arance amare), ottenuto facendole bollire con la lisciva, con cui si risciacquavano poi i capelli.

STAMPE STAMPE Pitiriasi. Da stampa con la stessa etimologia della voce italiana (da stampàre, a sua volta dal franco *stampon=pestare). Sulla geminazione della voce di base vedi mpoddhe mpoddhe.

Da Thomas Bateman, Delineations … op. cit.

 

TIGNA Tigna. Come si vede, è l’unica voce che coincide con la forma italiana, anche perchè la fonetica d’origine [latino tìnea(m)=tarlo] non lasciava scampo.

UÉCCHIU TI PESCE Tipo di callo caratterizzato da un’ipercheratosi centrale e una zona circostante di eritema che trae il nome dalla somiglianza con l’occhio del pesce. Terapia: uno spicchio d’aglio pestato e tenuto fermo sul callo con un cerotto per due o tre giorni; qualcuno, prima di applicarlo, lo metteva a bagno nell’ olio di oliva caldo.

__________

1 Dal latino lippu(m)=cisposità, connesso con il greco λίπος (lipos)=grasso; lampascione è dal latino medioevale lampagione(m), attestato anche nella variante lampadione(m).

2 Stesso etimo di issica (vedi), di cui è diminutivo; il fungo ha l’aspetto di un piccolo otre; trafila per irsìcula, partendo dal latino : vesica>vesìcula (diminutivo del precedente)>*vessìcula>*essìcula>ersìcula (dissimilazione)>irsìcula.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/04/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-1-3-bruscatura-fuecu-ti-santantoni/

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/09/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-2-3-gnuricamientu-nfucamientu-tii-facce/

 

 

Esposizione personale di Daniele Bianco a Lecce

Daniele Bianco, artista che vive e lavora a Nardò, presenta la sua prima personale a Lecce presso la galleria Labirinti artistici.

Bianco ama esprimersi attraverso il disegno, tecnica privilegiata ancora più della pittura, perché spesso la pittura non può prescindere dal disegno, e in questa occasione Bianco presenta una serie di disegni preparatori per dipinti, che possono essere considerate anche opere finite, e due dipinti.
Nell’arte di Daniele Bianco si ritrova la parte più visionaria e immaginifica della terra salentina, il mare, il barocco, sempre ricorrente, le affascinanti torri che costellano le nostre coste, i simboli, come gli orologi che spesso ritroviamo accanto agli ulivi o a rovine barocche, a simboleggiare il mistero del tempo che scorre, finanche l’ ironia che si cela dietro un linguaggio a volte fumettistico.
La personale di Daniele Bianco è visitabile dall’ 11 al 24 novembre 2018 presso la galleria Labirinti artistici, via Bonifacio 26, Lecce. 

Da Lecce a New York: sei sete su cartone della fine del XVII secolo al Metropolitan Museum of art

di Armando Polito

 

Le ho trovate casualmente in Internet Archive e ho subito pensato che sarebbe stato opportuno divulgarne l’esistenza. Hanno, in base alla scheda che le accompagna, tutte dimensioni diverse (per ogni singola immagine le riporterò in calce alla stessa con l’indirizzo da cui è stata tratta) provengono da Mme. d’ Oliviera, Coudert Brothers (until 1888; to MMA). Le sete, dunque. passarono al museo nel 1888. Non potevo esimermi dal tentare di saperne di più anzitutto di Madame d’Oliviera. Riporto nella mia traduzione (in nota il testo originale) quanto si legge in Emily Wortis Leider, California’s daughter. Gertrude Atherton and her times, Standford University Press, 1991, p. 169: A Rouen sulla cima di una collina alla periferia della città ha trovato la strada per una pensione gestita da Madame d’Oliviera. Altri pensionanti, com’è successo, erano un gruppo di letterati inglesi che aveva persuaso a non affittare mai una casa ad una donna. Gertrude1 insisteva potersi superare la loro obiezione e provvedere a correggerla. Gli inglesi, infatti, erano intimi di Oscar Wilde. È rimasto anonimo in Adventures of a Novelist, ma Reggie Turner2 e Robert Ross3 sono tra loro. Entrambi erano stati con Wilde al tempo del suo arresto ed erano immediatamente fuggiti in Francia; sono rimasti di nuovo con lui dopo il suo rilascio da Reading Gaol4. Reggie Turner aveva “un piccolo reddito che lo liberava dalla necessità di lavorared egli amava l’arte, la letteratura ed il viaggio. Molti dei suoi amici erano luci accecanti nel mondo letterario.” (Adventures p. 277), tra loro quel genio della parodia, Max Beerbohm. Gertrude aveva scritto una recensione de L’ipocrita felice di The Happy Hypocrite per Vanity Fair, che gli aveva fatto piacere. Turner scriveva a Beerbohm da Rouen: Ecco un’autrice di romanzi che soggiorna qui, la signora di nome Gertrude Atherton e lei in persona ha recensito il tuo L’ipocrita felice, … una critica che ti ha fatto tanto piacere. Fortunatamente per me lei rimane nella sua stanza tutto il giorno tranne ai pasti. lei sembra gentile e mostra 35 anni [lei aveva quasi quarant’anni ma entrambi lo scopriremo dopo. È vedova ed ha una figlia in California- È vedova … e ha una figlia in California.5

La dimestichezza di Madame d’Oliviera, grazie alla gestione della pensione a Rouen, con esponenti di spicco del mondo letterario dell’epoca ed in particolare con l’americana Gertrude Atherton getta un po’ di luce sul Coudert Brothers (until 1888; to MMA). Essendo Coudert Brothers uno studio legale newyorkese attivo fin dal 1853, lo scarno dato di provenienza contenuto nella scheda non consente, tuttavia, di capire con chiarezza quante e quali delle sei sete siano passate al museo da madame d’Oliviera e quante e quali dal predetto studio legale e, ad ogni modo, rimangono scoperti due secoli di storia, in altre parole rimangono sconosciuti la vita delle opere in questione dalla fine del XVII secolo fino al 1888 e il percorso completo che le portò da Lecce a New York. Sarebbe interessante reperire altre notizie su questa manifattura non solo per quanto riguarda l’aspetto tecnico di esecuzione (per un profano come me immaginare che tutto nasce da fili di seta cuciti su cartone è come pensare ad una sorta di miracolo) ma anche l’importanza economica che all’epoca tale manifattura aveva e che avrebbe continuato ad avere anche al tempo di Madame d’Oliviera; indicativo a tal riguardo mi pare il fatto che in Annali del Ministero di industria, agricoltura e commercio, anno 1877 vol. 89, Eredi Botta, Roma, p. 132 il regolamento di pubblica mediazione della Camera di commercio di Bari prevedeva per la seta su cartone la percentuale più alta (2,50%).

Le prime due sete hanno come tema la Sacra famiglia.

27.9 x 37.5 cm
https://ia800503.us.archive.org/9/items/mma_the_holy_family_212596/212596.jpg

 

44.5 x 61 cm
https://ia800308.us.archive.org/18/items/mma_the_holy_family_212587/212587.jpg

 

La terza ha come tema un paesaggio e potrebbe essere intitolata vista sul fiume.

43.2 x 59.1 cm
https://archive.org/details/mma_riverview_with_figures_and_bridge_212593

 

La quarta e la quinta sono due scene di caccia, rispettivamente al leone e allo struzzo.

47 x 72.4 cm
https://archive.org/details/mma_lion_hunt_america_212590

 

46.4 x 72.4 cm
https://ia800306.us.archive.org/6/items/mma_ostrich_hunt_africa_212592/212592.jpg

 

La sesta ed ultima  rappresenta un paesaggio rurale.

44.5 x 61 cm
https://archive.org/details/mma_rural_scene_212604

 

________________

1 Gertrude Atherton (1857-1948),  scrittrice californiana.

2 Reggie Turner (1869-1838), scrittore inglese.

3 (1869-1918), critico letterario e giornalista canadese.

4 Carcere inglese nella contea di Berkshire.

5 In Rouen.on the crest of a hill on the outskirts of town, she found her way to a boarding house run by a Madamed’Oliviera. Madame’s otjer boarders, as it happened, were a group of literary Englishmen who had persuaded her never to rent a oom to a woman. Gertrude insisted that she could overcome their objections, and she proved correct. The Englishmen were, in fact, intimates of Oscar Wilde. They remain unnamed in Adventures of a Novelist, but Reggie Turner and Robert Ross were among them. Both had been with  Wilde at the time of his arrest and had immediately fled to France: they again stood by him after his release from Reading Gaol. Reggie Turner had “a small income which relieved him of the necessity of work, and he loved art, literature and travel. Many of his friends were blinding lights in the literary world” (Adventures, p. 277), among them that genius of parody, Max Beerbohm. Gertrude had written a review of Beerbohm’s The Happy Hypocrite for Vanity Fair which had pleased him. Turner wrote to Beerbohm from Rouen: There it an American novelist staying here, Mrs. Gertrude Atherton by name, and she in the person who reviewed your Happy Hypocrite, … a criticism which gave you so much pleasure. Fortunately for me she keeps to her room all day except at meals. She seems nice and 35 [she was almost 40] but I shall find out both later. She is a widow … and has a daughter in California.

Nel Capo di Leuca| Zia Valeria e… dintorni

di Rocco Boccadamo

Secondo consuetudine ormai ultradecennale, domenica, 4 novembre 2018, data coincidente con il centesimo anniversario della fine della Grande Guerra, ho partecipato alla Messa nell’ex cattedrale di Castro, Perla del Salento.

Nella circostanza, meglio dire nella specifica ricorrenza di quel giorno, mi ha favorevolmente colpito una grande tovaglia bianca collocata a copertura dell’altare e recante, sulla superficie tesa di fronte ai fedeli, la seguente frase, a caratteri ben visibili finemente ricamati a mano: Onore ai caduti della 1^ guerra mondiale.

Non c’è che dire, anche nella Casa di Dio un segno di sensibilità verso la Storia.

 

°   °   °

Nei paraggi della mia villetta del mare, esiste un fondo agricolo, purtroppo da tempo incolto, denominato “Aria ‘u Margiotta” (dal cognome di un antico proprietario, il maestro elementare marittimese don Peppino Margiotta, ormai da molti decenni passato a miglior vita).
Il terreno è recintato da un muro di tufi di media altezza, in buono stato di conservazione.
Cosa è successo?

All’interno del fondo devono esistere, verosimilmente, alcune piante, nate spontaneamente, di campanelle color viola.

Ora, il rametto di una di esse è riuscito ad attraversare il sottile interstizio fra un tufo e l’altro, dando vita, fuori dalla recinzione e quindi alla vista dei passanti sulla strada adiacente, ad alcune verdi foglioline e a due bellissime campanelle.

Prodigi della natura.

 

°   °   °

Stamani, come mi capita sempre di fare quando mia moglie vola, per brevi periodi, dai figli e nipotini, ho compiuto un giro nel supermercato vicino a casa, per una serie di minuti acquisti e approvvigionamenti.

Spuntata ed esaurita la relativa nota, mi sono portato in corrispondenza di una delle casse ai fini del pagamento e, ivi, mentre mi accingevo, con l’abbozzo di una prima flessione, a trasferire buste, sacchetti e prodotti, dall’apposito contenitore poggiato a terra, sul ripiano scorrevole verso il registratore contabile, si è verificato un singolare episodio, tanto inedito e insolito, quando indicativo per il mio sentire.

La cliente posizionata in fila alla cassa dietro di me, per la precisione, una signora non giovanissima bensì nella terza età, notando, forse, il mio movimento non propriamente da atleta con muscolatura scattante ed elastica, si è gentilmente e premurosamente offerta – in parte, poi, attuando in concreto l’azione, nonostante i miei ringraziamenti e, in certo qual modo, un cedimento di pudica ritrosia – di effettuare l’operazione di trasbordo merce.

Mi ha dato da pensare, tale accadimento di cronaca spicciola e, in particolare, lungo il cammino di ritorno alla mia abitazione, mi ha conferito lo spunto per pormi un interrogativo, anch’esso di poco conto e, però, rivelatore e sintomatico, per lo meno quanto l’occorso in sé: “Ma io, che coltivo il vezzo di definirmi così, posso ancora chiamarmi e, soprattutto, sono realmente, un ragazzo di ieri? Oppure, si tratta di mera illusione?”.

Sia come sia, non intendo rinunciare a tale, se si vuole bizzarra, autodefinizione e, non fosse altro nel mio intimo, sono determinato ad andare avanti a oltranza, aggrappato a detto ancoraggio e riferimento ideale.

°   °   °

Non mi riesce granché, oggi, di assegnare, alle mie note, un canovaccio di ragionata scorrevolezza, pertinenza e logicità; di ciò, chiedo venia ai potenziali lettori, prendendo, soltanto, la licenza di addurre, a mia scusante, la circostanza che, da circa un anno, mai m’era incolto prima durante i quattro lustri passati, verso in regime di separazione con la penna e la scrittura.

Stato di cose che, man mano che l’arco del “distacco” è andato allungandosi, si è trasformato, in seno alla mia coscienza, in una sorta di patimento e di rimorso morale, come da astinenza.

Questo, credo di poterlo affermare senza finire fuori tema, a dimostrazione che l’esercizio di adoperarsi, aprirsi ed esporsi all’indirizzo degli altri – ossia a dire degli spettatori/interpreti che, insieme con gli elementi e fattori specifici della natura, formano il vero e autentico piccolo grande mondo che circonda ciascuno di noi – mediante frasi e pensieri comunicativi, non importa se di livello e rango umile o elevato,  è valido a sostenere, accompagnare, allargare e, perché no, anche impreziosire, il comune e genuino solco  del nostro percorso esistenziale, del nostro stesso essere, con tutte le variegate sfaccettature, nel suo insieme.

°   °   °

I miei nonni materni, Lucia e Giacomo, erano circondati da sei figli, di cui due maschi e quattro femmine.

Di queste ultime, la più grande, Immacolata, che si sarebbe poi identificata in mia madre, era venuta al mondo tredici anni prima dell’arrivo della più piccola, Valeria.

Tra dette due sorelle, intercorrevano perciò, ovviamente, sentimenti di genuino e intenso affetto, ma anche un certo senso di distacco, tant’è che, ancora adesso, a oltre mezzo secolo dalla scomparsa della mia genitrice, non passa inosservato che zia Valeria parli di lei con rispetto e deferenza: “Immacolata era la mia sorella grande, bastava un suo sguardo per capire, fare o no una determinata cosa, comportarsi bene”.

Valeria era stata battezzata con quell’appellativo, non tanto, com’era allora prassi, per ricordare o rendere omaggio al nome di una famigliare o parente, quanto per devozione verso l’omonima Santa, martire al pari del consorte S. Vitale, protettore di Marittima, anche perchè era nata il 28 aprile, esattamente nel giorno, secondo il Martirologio Romano, della commemorazione dei suddetti Santi.

Valeria, insieme con la sorella appena maggiore Raffaela e i due fratelli, fu presto avviata, già in parallelo alla frequenza delle Elementari, ai lavori agricoli, in aiuto e supporto ai genitori.

Nota di colore e autentico distintivo del legame fra le menzionate ziette e il nipote Rocco, in occasione, ossia a dire all’atto, della venuta al mondo, in casa, delle mie sorelline, prima Rita e dopo Teresa, io, com’era usanza, fui in entrambe le circostanze condotto nell’abitazione dei nonni materni, restandovi a dormire, infilato nel letto a una piazza e mezzo condiviso dalle due giovani donne.

In seguito, man mano che crescevo, perfettamente a conoscenza e aggiornato sui diversi lavori stagionali in campagna, raggiungevo spesso le zie in discorso nei giardini o fondicelli, di proprietà dei nonni o condotti a mezzadria, per dar loro una mano in talune incombenze: ad esempio, attingere l’acqua dal pozzo mediante una carrucola e una coppia di contenitori a forma di barchette, chiamati tragni, e versarla negli annaffiatoi o secchi con cui le giovani bagnavano le piante e gli ortaggi coltivati in due giardini, detti, rispettivamente, “delle signurine” (in quanto di proprietà di due sorelle marittimesi benestanti e non coniugate) e “della riciddra” (argilla), per richiamo alla natura del terreno (appunto, argillosa) che caratterizzava quell’area agricola.

Oppure, mi recavo al “Laricu” (largo), altro terreno, dotato di un ampio capannone, dove nonni e zii coltivavano il tabacco; lì, io collaboravo, sia nella raccolta, di buon mattino, delle preziose foglie, sia, anzi soprattutto, nell’infilzarle, una dietro l’altra, per mezzo di una piccola lancia (cuceddra, in gergo dialettale), formando in tal modo infinite serie d’insiemi sostenuti da fili di spago, posti, poi, a essiccare sotto il sole.

Lavori nei campi, amicizie paesane, pure sparuti e casti amorini, secondo i limiti e i canoni di quelle lontane stagioni, per zia Valeria, la quale era una ragazza di piacevole aspetto, anzi assai carina, di temperamento estroverso e d’innata gentilezza, volto e occhi di solito illuminati dal sorriso.

E, così, un paio di fidanzati (ziti) marittimesi, con i quali però i legami non divennero definitivi, sino a quando la sua aggraziata figura non fu “scoperta”, o adocchiata, in occasione della festa patronale di S. Vitale (erano, in tale circostanza, tradizionali e immancabili le sfilate o gli “strusci” delle ragazze in attesa di maritarsi lungo la via principale del paese, sotto le luci vivide delle luminarie (apparati, in dialetto).

 “Scoperta”, dicevo, da parte e per opera di un giovane forestiero, il quale, una volta scattato il colpo di fulmine, in breve volgere di tempo, decise di andare a casa di zia Valeria per “dichiararsi”.

Si chiamava, Toto (Salvatore) P., era nativo della vicina località di Ortelle, ma, da svariati anni, si trovava arruolato volontario nella Marina Militare, imbarcato sui sommergibili e, all’epoca, già nei ruoli dei sottufficiali con il grado di Secondo Capo.

Da subito, il “fidanzato” diede, invero, l’impressione di essere un giovane a modo e, insieme, il che non guastava, un buon partito. In particolare, si dimostrò profondamente innamorato, letteralmente preso da zia Valeria.

Nel corso del fidanzamento, condizione, per la verità, protrattasi non per molti anni, ebbe a verificarsi un episodio che lasciò il segno fra meraviglia e ammirazione.

In concomitanza con un Natale, credo, Toto, ritornato a casa in licenza, recò in regalo alla fidanzata un elegante cappotto confezionato (appare inimmaginabile, serbo davanti agli occhi i colori e la fantasia della stoffa), da lui sicuramente scorto e scelto in qualche vetrina di Taranto, luogo, dove prestava servizio. Un dono affatto comune, posto che, all’epoca, i regali nel campo dell’abbigliamento consistevano in una determinata metratura di tessuto, in seguito affidata, dal/dalla donatario/a, per la confezione, a un sarto o una sarta del paese.

Correva il periodo di Natale, dicevo sopra, con Valeria che si girava e rigirava fra mani e braccia, si provava, indossandolo a riprese infinite, quel capo, manifestando una gioia da settimo cielo, quasi si sentisse, insomma, con un altro riferimento proverbiale, felice come una Pasqua, per voler dire al massimo livello.

Abbastanza presto, in confronto alle consuetudini locali, i due “colombi”, i quali, del resto, vivevano fisicamente distanti, concordarono e fissarono la data delle nozze, marzo o aprile del 1954.

Favolosa si presentava nelle sue doti di semplicità e bellezza, esaltate dall’abito bianco, zia Valeria, all’altezza pure lo sposo, con indosso, a sua volta, l’elegante divisa militare da cerimonia.

Io contavo solo tredici anni, ma ero in grado di registrare l’intera scena con la precisione e l’abilità di un provetto regista cinematografico.

Dopo il rito religioso nella chiesa parrocchiale di Marittima, protagonisti e invitati, inclusi, ovviamente, i parenti e gli ospiti del neo-marito, via, tutti insieme, a raggiungere la casa degli sposi (il fabbricu nuovo, si diceva in dialetto) a Ortelle.

Anche il rinfresco restò impresso fra gli astanti, non ricalcava i soliti “complimenti” alla buona e spartani (qualche bicchierino di liquori fatti in casa e uno/due dolcetti ordinati a Nena Maroccia) serviti durante i comuni matrimoni marittimesi, ma consisteva in un ricevimento di qualità con una serie di portate gustose, oggi si parlerebbe di catering, commissionato al miglior bar pasticceria di Poggiardo.

Il giorno dopo, i freschi coniugi partirono per il viaggio di nozze (pure questa iniziativa non era comune e diffusa ma rara), nel corso del quale, rammenta il testimone tredicenne, transitarono anche per la località laziale di Alatri, con l’intento di dare un saluto e consegnare i confetti al mio fratello maggiore Antonio, che stava lì, in un convitto dei Padri Scolopi, a frequentare il Ginnasio.

Al ritorno dal viaggio, pur esistendo il fabbricu nuovo di proprietà a Ortelle, prestando, zio Toto, servizio a Taranto, la coppia si trasferì in quella città, in un appartamento in affitto in via Regina Elena, nei pressi della chiesa di S. Francesco di Paola.

Feci in tempo, io, all’età di diciannove anni e mezzo, intraprendendo, a mia volta, l’attività lavorativa giusto nel capoluogo ionico, a render loro visita, intanto che la famiglia, nel breve intervallo trascorso, si era allargata con ben tre figli: R. (figlio), R. (figlia), dai nomi uguali a quelli dei nonni paterni e L. (figlio), il cui appellativo ricordava la nonna materna Lucia, da poco mancata.

Un particolare indicativo: in quegli anni, come prima indicato, i bambini non nascevano in ospedale o in clinica, bensì nell’abitazione dei genitori, nel loro “letto grande” e la puerpera era assistita semplicemente dalla levatrice e, specialmente, dalle donne di famiglia già sposate, perciò zia Valeria, non avendo a Taranto alcun parente, nel dare alla luce i figli, per tutte le tre volte, si spostò sistematicamente a Ortelle.

A un certo punto, ragioni collegate al servizio di zio Toto imposero il trasferimento dell’intero nucleo famigliare ad Augusta, nel sud della Sicilia, e lì, vedi ancora una volta il filo che tiene vivi e lega gli autentici sentimenti affettivi, io e mia moglie Annunziata, sposi nell’aprile 1964, ci recammo in visita, durante il nostro viaggio di nozze.

Non molto tempo dopo, per ovviare ai pesanti e talora ardui spostamenti, zio Toto lasciò la Marina Militare, ottenendo, contestualmente, un impiego civile, sempre in seno all’amministrazione statale, a Como.

Una volta sistematisi lì, lo stesso zio Toto (purtroppo, deceduto quindici anni addietro), zia Valeria e i figli non hanno più lasciato la città lariana.

Tuttavia, Como, in barba alla sua posizione geografica a ridosso del confine, non ebbe a rivelarsi, almeno per me e la mia famiglia, una lontana America, atteso che, pure a noi, per colpa o merito del bancario Rocco, toccò, nel 1978, di andare a risiedere in Lombardia, a Monza, in pratica a due passi dalla casa degli zii.

Ci vedevamo spesso da loro, colpiva, all’ingresso dell’abitazione, in bella mostra, la sciabola da ufficiale del primogenito nostro cugino R., segno di continuità ideale e generazionale, nell’intimo e nel sano orgoglio di zio Toto, memore della medesima “arma” a lui assegnata in dotazione, quando, da militare, aveva conseguito l’avanzamento da Secondo Capo a Maresciallo di Marina.

Zia Valeria e zio Toto hanno così avuto modo di seguire la crescita dei miei figli, Pier Paolo, Imma e Daniele; accadeva, addirittura, che Annunziata ed io, dovendo in qualche circostanza assentarci brevemente da Monza, affidassimo loro i nostri più piccoli, Imma e Daniele, che, ancora adesso, rimembrano le lunghe partite a carte con i gentili e premurosi pro-zii.

Guarda ancora caso, mentre io ero impegnato a Monza, il terzo dei cugini, L., conseguì la maturità; al che, traendo anche spunto dalle buone votazioni da lui riportate, mi offrii di indirizzarlo per l’eventuale assunzione nella mia stessa banca, il che avvenne, in breve volgere di tempo, presso la filiale di Como.

L’ultima volta che mi sono recato sulle rive del Lario risale al giorno delle esequie di zio Toto.

Da allora, zia Valeria, ha inevitabilmente dovuto rinunziare agli annuali viaggi a Ortelle e a Marittima, d’estate, con la Fiat 850 del marito. Intanto, andava vie più avanzando l’età e le sopravveniva, ovviamente, qualche acciacco.

Sono rimasti, con saltuarietà, i contatti telefonici, gli auguri per Natale e Pasqua, l’invio puntuale, alla zia, dei miei libri, da lei letteralmente divorati con estremo piacere, nella contentezza di rivivere luoghi, posti, vicende, volti e racconti, in parte famigliari, conservati nella mente e nel cuore.

Nel dicembre 2017, l’ultimo dei cugini, L., il collega bancario, alla vigilia del cinquantanovesimo compleanno, ha deciso di compiere l’importante passo del matrimonio e, suo più recente atto di rilievo, con decorrenza 1° ottobre 2018, ha scelto di porre fine all’attività lavorativa, scivolando anticipatamente in quiescenza.

In detta, fresca occasione, il cugino ha inteso fare un regalo, graditissimo, a me, a mia moglie e a mia sorella Teresa, una sorpresa completamente inaspettata, scendendo per alcuni giorni a Ortelle e, si capisce, a Marittima, insieme con la moglie Valentyna e la madre, la cara zia Valeria.

Al che, noi salentini ci siamo immediatamente fiondati nel “nido” di Ortelle, l’antico fabbricu degli sposi sulla strada provinciale, che, abitualmente vuoto e silente, agli inizi del mese appena trascorso, per un improvviso prodigio, si presentava con la porta d’ingresso dischiusa.

È scattato un tuffo interiore nello scorgere, dopo tanto tempo, la figura di zia Valeria, insieme con la coppia di famigliari, con il suo solito sorriso e i tratti dolci e immutati – tranne, beninteso, taluni fisiologici aggiornamenti – rispetto alle stagioni lontane.

Portamento eccezionalmente eretto ove si consideri che ha superato gli ottantotto e, come partecipatoci, che le è pure toccato, a più riprese, di affrontare una sequenza di problemi di salute affatto marginali.

Per buona sorte, tali malanni hanno lasciato una sola traccia indicativa e tangibile, ossia a dire saltuari vuoti nella memoria, si, precisamente saltuari, nel senso che, dopo qualche pausa di obnubilazione su eventi e/o figure di persone, le visioni e i ricordi della zia si rifanno nitidi e i discorsi e ragionamenti collegati riecheggiano puntuali e in completa aderenza e attinenza.

In pochi minuti, intrecci intensi di sguardi e parole, quasi un rincorrersi di domande e di risposte. Emozione e commozione, accentuate dall’esserci ritrovati fra quelle pareti, già scenario di un mitico sposalizio.

Dopo il saluto a Ortelle, ho fortemente desiderato che, il giorno successivo, i parenti comaschi fossero ospiti a pranzo nella mia villetta alla “Pasturizza” di Marittima e, in tal modo, sono proseguiti i discorsi e le rievocazioni su stati di cose attuali e, specialmente, su occorsi passati, a completamento del grosso, affettuoso regalo – tengo a sottolineare ancora – da parte degli ospiti giunti da lontano e finalmente rivisti.

Così, che m’è venuto spontaneo di contraccambiare. Nell’arco del pomeriggio e sino al tramonto, ho fatto dunque accomodare i parenti sulla mia autovettura, intraprendendo, in loro compagnia, un percorso di rivisitazione di luoghi e rivitalizzazione di eventi e rimembranze

Il giro è invero iniziato sotto forma di un salto all’indietro di tre quarti di secolo, attraverso, cioè, una veloce visita alla marittimese Anita, coetanea e compagna delle Elementari di zia Valeria: e, qui, colpivano i sorrisi radiosi di due ragazzine di ieri.

Quindi, una serie di sopralluoghi su siti e posti che furono testimoni degli anni giovanili e degli impegni della zia nei lavori agricoli: il fondo dell’Aria, i Munti, il giardino delle Signurine e quello della riciddra, la Marina ‘u civile, il Serrito, dove si prendevano anche i bagni di mare, l’Acquaviva, Torre di Capo Lupo.

Il giro si è concluso con una sosta nella dimora comune di tutti i marittimesi, ombreggiata da cipressi secolari, e la sfilata al cospetto di tanti volti occhieggianti da fotografie impresse su lastre marmoree e/o di comune pietra leccese.

Fra le figure che non ci sono più, mi limito a citare unicamente quelle di mia madre e della nonna Lucia; quest’ultima, genitrice, come annotato in altro capoverso, sia di Immacolata che di Valeria, anche nell’effige del camposanto appare contraddistinta dai suoi capelli bianchi e ricci che rimandano quasi fedelmente alla chioma attuale della sua vivente figlia piccola.

Un’esistenza normale, ordinata e lineare e, però, piena, quella della zia, cui, è chiaro, è espressamente e nominativamente dedicata questa narrazione.

Allo stato, ella va completando il proprio percorso attorniata, oltre che dai figli, anche da cinque nipoti già grandi e, ormai bisnonna, anche da una pronipote.

Nell’atto di accomiatarci (a quel punto, affiorano i suoi menzionati saltuari vuoti di memoria), Valeria mi ha rivolto un interrogativo confidenziale, esclusivo e, insieme, estremamente affettuoso: “Ma, Rocco, dimmi un po’, tu sei figlio di Immacolata, la mia sorella grande, non è vero?”.

E, io, gli occhi accennanti a divenire per un attimo lucidi, mi sono portato dentro, custodendole gelosamente, le sue parole. 

Estate 1942 al Serritu
La protagonista, oggi

Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò (2/3: GNURICAMIENTU-‘NFUCAMIENTU TII FACCE)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

GNURICAMIÉNTU Cianosi. GnuricamIèntu è da gnuricàre=annerire, a sua volta dal latino nigricàre=esser nero, da niger=fosco  

GNURICAMIÉNTU TI SOLE Abbronzatura ed elastosi solare. Per l’etimo di gnuricamièntu vedi il lemma precedente. Terapia: empiastro di prezzemolo. Si coglie l’occasione per ricordare che a natura, fra i tanti rimedi, fornisce anche quelli utili per la pulizia delle pelle, che dai nostri avi la si voleva bianca e lucida, comu queddha ti li signure, ritenendo la pelle scura e abbronzata un segno di popolanità e propria delle contadine. Le nostre nonne raccoglievano la linfa della vigna ancora verde in un vasetto ben pulito, per spalmarlo poi, in modiche quantità, sulle macchie della pelle esposta a lungo al sole cocente; I chicchi ancora verdi dell’ orzo, stemperati nel latte, danno un liquido lattiginoso che veniva utilizzato per togliere le impurita’ delle pelle, rendendola cosi’ piu’ lucente; la lanuggine che riveste la parte interna del baccello delle fave verdi veniva sfregata ogni sera sul viso per ravvivarne il colorito e qualcuno otteneva lo stesso risultato col succo fresco delle minuncèddhe (cocomeri). Ancora: la farina di fave e quattro semi freddi mischiati col latte tiepido rendevano piu’ chiara la pelle, togliendo quelle antiestetiche macchie che si formano dopo l’ esposizione al sole; un ultimo cosmetico si otteneva nel seguente modo: si raccoglieva ed essiccava la pianta della malva in tutte le sue parti e si faceva bollire col decotto di lengua ti cane o lengua ti pècura (piantaggine); col liquido ottenuto si detergeva la pelle macchiata dal sole, che così diventava piu’ chiara e lucida.

GNURICATÚRA Ecchimosi. Per l’etimo vedi gnuricamièntu. Terapia: empiastro di prezzemolo.

INTISCIAMIÉNTU Eczema da freddo. Da intisciàre che corrisponde, con slittamento semantico attivo (screpolare col vento) all’italiano di basso uso venteggiare=tirare vento. Terapia: frizioni serotine con olio d’oliva e cera.

ISSÍCA Vescica, classico esito dei sistemi correttivi di una volta che prevedevano l’uso della curèscia (corregia, cintura dei pantaloni) o, peggio ancora, della ugghina (nerbo di bue), forma aggettivale dal latino medioevale bùbula=bue. Issica, rispetto al corrispondente italiano vescica presenta maggiore fedeltà fonetica, a parte la geminazione di –s-, al latino vesica.

MBRIÁCULA il Rohlfs registra la voce per Squinzano (Le) e Lizzano (Ta) col significato di “infiammazione, gonfiore del dito, giradito”, per San Cesario di Lecce (Le) con quello di neo, voglia e, nel plurale mbriàcule, probabilmente per Brindisi, come testimonianza letteraria tratta dal Libro di Sydrac (codice del XV secolo) nel significato di “vescicole sulla pelle, così dette perché curate dal popolo con zaffi imbevuti di vino”; lo studioso, inoltre, invita ad un confronto “con il calabrese mbriàca, mbriàcula=giradito, dal latino tardo ebriàcus=ubriaco”. Va aggiunto che mbriàcula è, perciò, diminutivo femminile di mbriàcu=ubriaco, corrispondente all’italiano di basso uso imbriàco, che è dal citato latino ebriàcus attraverso la trafila ebriàcu(m)>*ebbriacu(m) (geminazione di –r-)>*embriàcu(m) (dissimilazione –bb>-mb-)>imbriàco (passaggio e->i– e regolarizzazione della desinenza); da quest’ultimo, poi, per aferesi di i– è nato il neretino mbriàcu.

MILUNGIÁNA Bernoccolo. Corrisponde all’italiano melanzana (dall’arabo badinjan, con influsso di mela), in palese uso metaforico. Terapia: simile a quella della cilona (vedi).

MINNÉDDHA Fibroma pendulo. Diminutivo di menna=mammella, voce per la quale il Rohlfs invita ad un confronto “con il siciliano e calabrese minna” (variante, fra l’altro, presente nel Leccese),“ di origine onomatopeica”. Non è da escludere, invece, il legame con la radice indoeuropea men– collegata all’idea di sporgenza, alla base, fra gli altri  del latino mèntula=pene (da cui il salentino mènchia) e adminìculum= puntello (da cui il neritino minnìcculu=capezzolo). Terapia: asportazione domestica che ne prevedeva la recisione tramite rapido strozzamento del peduncolo utilizzando un filo di cotone molto resistente.

 ‘MPICICACCHIAMIÉNTU Eritema da calore. Da ‘mpicicacchiàre, forma semanticamente riduttiva (come, in italiano, bruciacchiare da bruciare) di ‘mpicicàre=rendere nero come la pece, sporcare, composto da in=dentro e *picicàre, verbo denominale con infisso iterativo –ic– da pice (a Nardò pece), dal latino pix=pece, a sua volta dal greco pissa con lo stesso significato.

MPODDHA Bolla più o meno piccola sulla pelle, provocata dalla puntura di un insetto o dallo sfregamento ripetuto della mano contro un oggetto (chi prova ad usare per la prima volta una zappa per un certo periodo di tempo inevitabilmente incorrerà in questo inconveniente). Il Rohlfs non propone nessun etimo, ma c’è da credere che lo abbia fatto per l’assoluta corrispondenza all’italiano ampolla [dal latino ampùlla(m), diminutivo di àmphora, a sua volta dal greco amforèus=anfora, voce composta da amfì=da ambo le parti, intorno e fero=porto (non sapremmo decidere se con riferimento alla sua natura di contenitore privilegiato nello spostamento di merci o alle due anse)]. Da notare nella voce neretina la caduta di a– per aferesi (in tal caso andrebbe più correttamente scritta ‘mpoddha) o più probabilmente per deglutazione perchè scambiata come componente di articolo (*l’ampoddha>la mpoddha>mpoddha).

MPODDHE AN BOCCA Stomatite. Per mpoddhe vedi mpoddha. E’ usata anche la locuzione occa ardùta (vedi).

MPODDHE MPODDHE Pemfigo. Vedi mpoddha; da notare come la geminazione della voce serva ad indicare la pluralità di elementi che compongono il fenomeno, come succede in italiano negli aggettivi per una delle formazioni del superlativo (esempio: lento lento).

‘MPURAGNAMIÉNTU Follicolite purulenta. Da mpuragnìre, da un latino *impuraneàre (formato da in=dentro e *puràneus=purulento, dal classico pus/puris=marciume), da cui *impuragnàre che, a sua volta, con aferesi di i– e cambio di coniugazione con passaggio –a->-i– attraverso una forma intermedia *mpuragnère, ha dato ‘mpuragnìre.

MURÍDDHU Morbillo. Dal latino medioevale morbìllu(m)=piccolo morbo, diminutivo del classico morbus=morbo, con sincope di –b– attraverso una forma intermedia murvìddhu (attestata ad Aradeo).

Esantemi: rosolia, morbillo, scarlattina, erisipela; da Pierre François Olive Rayer, Traité des maladies de la peau, Baillière, Parigi, 1835

 

MURTICÉDDHA Pelle d’oca. Diminutivo di morte (come botticella da botte). La voce era usata per lo più nell’espressione è ppassata la murticèddha (alla lettera è passata la piccola morte) ad indicare l’effetto (la pelle d’oca) di uno spavento non proprio mortale ma nemmeno tanto leggero. Il neretino per indicare la stessa senzazione usa anche la locuzione sta mmi rrìzzicanu li carni=mi si stanno arricciando le carni; rrizzicàre è da rizzu=riccio, probabilmente dal nome dell’animale terrestre o marino, che è dal latino errìciu(m), a sua volta da er/eris.

NECA Candidosi orale o stomatite da Candida. Da nèvica, con sincope di –vi-.

NEU Nevo o neo. Come l’italiano nevo, dal latino naevu(m), con sincope di –v– intervocalica nella voce dialettale e nella corrispondente italiana neo.   

‘NFUCAMIÉNTU TI FACCE Rossore cutaneo da ipertensione. ‘Nfucamièntu è da ‘nfucare, a sua volta da un latino *infocàre (con sostituzione, rispetto al classico offocàre, di ob con in=dentro), con aferesi di i– e passaggio –o->-u-.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/04/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-1-3-bruscatura-fuecu-ti-santantoni/

 

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/15/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-3-3-occa-arduta-uecchiu-ti-pesce/

Il noce tra leggenda, magia e medicina in Terra d’Otranto e altrove


di Gianfranco Mele

  

La pianta del Noce è circondata di miti, leggende e attribuzioni magiche; il riferimento più popolare è certamente quello che lo vede albero prediletto dai sabba delle streghe.

Nelle testimonianze raccolte intorno al fenomeno della stregoneria in Terra d’ Otranto emergono come in altre regioni gli incontri sotto l’albero del noce: è il caso, ad esempio, di quanto documentato negli archivi della Curia di Oria. Grazia Gallero, di Francavilla Fontana, viene iniziata come masciàra da Cinzia la Napoletana detta la pignatara. Nella sua deposizione del 1679, racconta i particolari della iniziazione: dopo essersi unte con l’unguento, Grazia e Cinzia insieme a compagne e compagni masciàri si recano, avvolte da una suggestiva atmosfera evocata dagli effetti dell’unzione dell’unguento, al Ballo (questo il termine con il quale masciàre e masciàri salentini denominavano il cosiddetto sabba). In questo caso, la congrega si dà appuntamento ad un crocevia in Francavilla, “nei pressi dell’Hospitale de Buonfratelli”, per poi recarsi verso un non meglio identificato “Noce di Sobrino”:

Et all’ hora cavalcò ciascheduna di noi, come ancora l’ huomini sopradetti asini negri, et ogn’uno sopra il suo, li quali animali ci portarono per aria, et in poco tempo conforme mi parse tutti arrivassimo in un luoco, che mi disse la napoletana chiamarsi la noce di Sobrino, dove ci era oscuro e doppo comparse una certa luce com’un fuoco, che non faceva luce chiara, ma era bastante a poter conoscere le persone, e vedere quanto si faceva in detto luoco, nel quale viddi una quantità di genere d’huomini, e donne tutti ignudi colli capelli sciolti le donne particolarmente, e viddi e conobbi di nuovo li soprannominati compagni, colli quali eramo partiti di questa terra di Francavilla à cavallo in detti asini negri, et in mezzo stava come in un tribunale seduta una brutta forma d’huomo, con diversi altri intorno in piedi, che mi parvero fatti come le figure delli demonij depinti nel quadro, e chiesa di Sant’Antonio Abbate di questa Terra, e la detta Cinzia mi disse, che quello che sedeva in mezzo era il più grande diavolo e che quell’altri brutti fatti erano tutti diavoli”. [1]

Dalla deposizione di Narda Mingolla del 1722, sempre presso il Tribunale del Santo Officio di Oria, emergono le descrizioni del volo, dell’unguento e del Ballo nei pressi di un albero di noce che in questo caso è quello di Benevento:

Ogni settimana il Giovedi sera e il Martedi veniva il Demonio in forma di Gentiluomo a trovarla per portarla alli Balli, essa si spogliava nuda, e si ungeva con un unguento la pianta delle mani, e delli piedi, e diceva: Demonio adesso è il tempo di portarci sotto la noce di Benevento […] e si metteva a cavallo e volava fino ad un luoco e vedeva visibile il Diavolo. Nel luoco dove andavamo trovavamo tanta gente huomini e donne ballando e giocando et il Diavolo stava sedendo in trono, e noi arrivati li dicevamo buona sera, e ci mettevamo a ballare”. [2]

Nonostante le evidenti distanze geografiche, il Noce di Benevento ricorre nelle registrazioni di testimonianze di svariate località italiane: ad esempio la deposizione di una tal strega Matteuccia processata nel 1428 a Todi riporta che Lucifero, “sotto forma di capro o di mosca“, la trasportava al noce di Benevento o in altri luoghi.[3]

Difficile stabilire se la località di Benevento fosse introdotta da forzature degli inquisitori nelle registrazioni delle deposizioni, o se realmente le persone processate dichiarassero di essersi recate presso il mitico noce campano, immaginario o vero che fosse il loro viaggio verso il magico albero. E’ anche possibile che “Noce di Benevento” fosse genericamente appellato ogni albero di noce sotto il quale si svolgevano gli incontri, a memoria del più noto noce beneventano (la leggenda del noce di Benevento ha origini in tempi remoti, pare risalga addirittura alla tradizione del culto di Diana e/o divinità similari: si narra che nel VII secolo il vescovo Barbato lo fece sradicare nel tentativo di porre fine a pratiche pagane che là continuavano a svolgersi in onore di una qualche dea lunare, ma un altro noce rispuntò nel medesimo sito, e sopravvisse sino al XVII secolo). Di fatto, come già si è accennato, non sempre e non solo il noce di Benevento era considerato luogo prediletto, ma ogni albero di noce situato più o meno in prossimità delle residenze degli appartenenti alle congreghe. Ad esempio, si narra degli incontri di masciàri e masciàre salentini sotto un “Noce del Mulino a Vento” situato in agro di Uggiano La Chiesa[4], ricorre più volte nelle testimonianze del Santo Officio di Oria il “Noce di Sobrino”, altre volte si fa riferimento genericamente ad alberi di noce situati nelle vicinanze dei paesi di provenienza degli “adepti”, o in luoghi non meglio specificati. In alcuni casi il “ballo” avviene semplicemente al crocevia dove la congrega si era dato appuntamento. Il noce ritorna però come luogo privilegiato per le cerimonie stregonesche di ogni parte d’Italia, ed è così che a Roma ci si riuniva in un luogo nel quale anticamente c’era un grande albero di noce, poi sradicato e al posto del quale fu costruita una chiesa per esorcizzare le presenze demoniache del luogo, a Bologna erano individuati diversi alberi di noce sotto i quali si davano appuntamento le streghe, e in Valdinievole si parlava di un noce sotto il quale le streghe andavano a dormire.

Una serie di orazioni stregonesche raccolte tra Soleto, Lecce, Nardò, Otranto e altri paesi salentini, legate al tema del volo magico e del convegno notturno, testimoniano la presenza del noce come luogo prediletto per gi incontri masciàri.[5] Come si può notare, trattasi di varianti della più nota “Unguento, unguento, mandame alla noce de Benevento, supra acqua et supra vento, et supra omne maltempo”:

– “te subbra a parìti, te sotta le scrasce, finca a lu noce te Minimientu” ;

– “te subbra alli scuerpi, te subbra a parìti, sutta lu nuce lu jentu me ‘nnuce” ;

– “de subbra alli scuerpi, de subbra alli parìti, de sutta allu nuce me mina lu jentu” ;

– “sopra acqua sopra vento sopra il noce del mulino a vento, tu che fai la rota rotonda…” ;

– “Sutta l’acqua e sutta lu jentu sutta lu nuce de lu mulinu a jentu

Il mito del noce come luogo prediletto da spiriti, dèmoni e masciàri sopravvive nella tradizione contadina fino ai giorni nostri: l’anziano Noè Giuggia, intervistato da Maurizio Nocera, racconta di una strana e inquietante figura che vien fuori da sotto un albero di noce.[6]

Il frutto del noce a guscio trivalve (detto “a croci” a Grottaglie, “a triangulettu” a Manduria) era utilizzato come amuleto contro il malocchio e come simbolo augurale di fecondità (per questo motivo gli innamorati se lo scambiavano).[7]Li nuci a tre cerchi portanu furtuna”, è un detto leccese.

Il Cattabiani nella sua corposa ricerca su miti, simboli e leggende di fiori e piante ci fornisce altre informazioni rispetto alla noce trivalve:

Nella terra d’Otranto le donne la tenevano in tasca per difendersi dal malocchio e dalle malattie. E guai a romperla per mangiarla! Nei racconti popolari di quella zona era considerata un talismano: bastava gettarne una a terra per far apparire pianure cosparse di rosai, montagne che toccavano le stelle, mari infiniti.[8]

La noce comune, schiacciata, era utilizzata nel territorio salentino per divinazioni (“apri la nuce ca iti la sorte”, “apri il frutto del noce e vedrai la sorte”, interpretata come cattiva se il gheriglio era annerito, buona se era chiaro).[9] Questa usanza dalla quale è ricavato il succitato detto salentino, è ricorrente in diversi luoghi: ad esempio, in Belgio, le ragazze interrogavano le noci durante la festa di san Michele Arcangelo, il 29 settembre, per sapere se si sarebbero sposate.[10]

Il manduriano Michele Greco ci racconta, nella sua opera “Superstizioni, medicamenti popolari, tarantismo” di come i contadini salentini erano convinti che riposare sotto l’ombra del noce fosse dannoso alla salute:

si raccontano dei casi di alcuni che, addormentatisi sotto questi alberi, o non si sono rialzati più o si sono ritrovati dopo il sonno pallidi e smunti come cadaveri e son rimasti malaticci per tutta la vita”.[11]

Nell’ambito della medicina popolare, le foglie di noce erano utilizzate dai nostri contadini come emostatici: usavano fasciarsi con queste le ferite.[12]

L’ “acqua di noce” era un distillato di noci a diversi stadi di maturazione, indicato per gotta, malaria, renella, diarrea, mal di denti, piaghe, epilessia.[13]

Un trattato medico del XIV secolo riporta un impiastro contro il morso dei cani rabbiosi a base di noci, cipolla e sale.

Nella sua opera “Ricettario delle streghe”, il tossicologo Enrico Malizia raccoglie una selezione di antiche ricette da formulari, manoscritti magici e testi esoterici che vanno dal 1400 agli inizi del 1800. Tra le ricette riportate dal Malizia, è presente un elettuario afrodisiaco in cui sono presenti noci ammollite per un giorno nel miele insieme a vari altri ingredienti (foglie di verbena, radici di eringio, conserva di zenzero, decotto in latte di testicoli di gallo, filtrato di pigne di pino di mare macerate nel latte, torta di mandorle, noci ammollite per un giorno nel miele, semi di cipolla). I componenti solidi vanno tritati e fatti sedimentare in un boccale di vetro scuro; quindi va mescolato il tutto e dopo dieci giorni va aggiunto sciroppo di conserva di corteccia di cedro. Un bicchierino dopo i pasti.[14]

Un elettuario per stimolare gli impulsi sessuali è composto di: noci macerate in miele, conserva di satirione, conserva di cedro, pigna macerata in miele, pistacchi fritti per breve tempo in burro, decotto di carne di tartaruga al mughetto, cinnamomo. Mescolare fino ad amalgamare, e aggiungere sciroppo di eringio. Conservare in un vaso di coccio chiuso con pelle di pecora rovesciata. Dopo venti giorni assumerne un cucchiaino a ogni tramonto.[15]

Una ricetta del ‘500 mirata a provocare “il massimo piacere nell’amplesso sessuale“, impiega un olio con il quale ungere i genitali ricavato da noci bollite in olio comune.[16]

Secondo la teoria della segnatura (antichissima credenza secondo la quale parti di una pianta somiglianti ad organi umani servono a curare quegli organi), il mallo verde del frutto di noce assomiglia alla bile dunque la sua essenza può essere impiegata per far uscire la bile, mentre il sale preparato con mallo verde di noce è utile a consumarla. Siccome il gheriglio della noce ricorda invece in modo impressionante il cervello, l’essenza fatta con questo e pestata con il vino rinforza la testa e il cervello. [17]

In ambito mitologico, il noce è legato a Giove, Diana-Artemide, e alla divinità pelasgica Ker, dalla quale Artemide eredita attributi e l’appellativo di “Artemide Cariatide”. Karya in greco antico sta per noce, e il noce è detto “Karya Basilica” (noce regale), da qui anche Iovis glans (ghianda di Giove) e l’attuale nome botanico Juglans regia (Juglans è contrazione di Iovis-glans). Caria è anche una fanciulla trasformata da Dioniso in noce. Il tempio di Artemide Cariatide in Laconia era caratterizzato da colonne scolpite in legno di noce.[18]

Note

[1]Archivio Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie in Francavilla Fontana ai tempi di Monsignor C. Cozzolino, Denuncia contro Nicodemo Salinaro, anno 1679, f. 29 (cit. in M.A. Epifani, Stregatura, Besa Editrice, 2000)

[2]Archivio Curia di Oria, Denuncia di Tommaso Camassa in data 21 settembre 1722 contro Narda Mingolla, perchè posseduta da demonio, f f. 9-10 (cit. in M.A. Epifani, Stregatura, Besa Editrice, 2000)

[3]Gianluca Toro, Sotto tutte le brume sopra tutti i rovi, Nautilus Ed., 2005, pag. 46

[4]Antonio Mele Melanton, Il salento delle leggende. Misteri, prodigi e fantasie nell’antica terra d’Otranto.3 Fondazione Terra d’Otranto, sito web, marzo 2013

[5]Gianfranco Mele, Maurizio Nocera, La Magia nel Salento, Fondo Verri Edizioni, 2018, pp. 70-71

[6]Gianfranco Mele, Maurizio Nocera, op. cit., pp. 162-165

[7]Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta, Fave e favelle. Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro Studi Salentini, Lecce, 2012, pag. 331

[8]Alfredo Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, 1996, rist. 2017, pag. 413

[9]Domenico Nardone et al., op. cit., pp. 331-332

[10]Alfredo Cattabiani, op. cit., pag. 412

[11]Michele Greco, Superstizioni medicamenti popolari tarantismo, manoscritto, 1912, ried. a stampa Filo Editore, 2001, pag. 70

[12]Michele Greco, op. cit., pag. 88

[13]Nardone et al., op. cit., pag. 332

[14] Enrico Malizia, Ricettario delle streghe, Edizioni Mediterranee, 2003, pp. 153-154

[15] Enrico Malizia, op. cit., pp. 154-155

[16] Salvatore Pezzella, Magia delle Erbe, Vol.2, Edizioni Mediterranee, 1993, pag. 103

[17] Alessandro Boella, Antonella Galli (a cura di), Giovanni Tritemio, Il Libro delle Meraviglie, la Lepre Edizioni, 2012, pag. 164

[18]Alfredo Cattabiani, op. cit., pp. 408-412; vedi anche George Hersey, Il significato nascosto della letteratura classica, Mondadori, 2001, pp. 75-77

 

Libri| Rocco De Vitis, medico umanista di Supersano

di Paolo Vincenti

A pochi mesi di distanza dal libro “Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista”, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, (“Quaderni de L’Idomeneo”, Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, Grifo Editore, 2017), esce nello stesso anno 2017 “Rocco De Vitis, medico umanista di Supersano”, a cura di Maria Antonietta Bondanese e Mario Spedicato, per la collana “Cultura e Storia” della Società Storia Patria per la Puglia, sezione Lecce (Giorgiani Editore).

Il libro si pone in continuità con il precedente, ma se quello aveva focalizzato l’attenzione sull’attività di traduttore del dottore De Vitis e quindi più specificamente sulla sua opera, con interventi mirati da parte di valenti professionisti del settore, quest’ultimo privilegia l’uomo De Vitis, ossia a dire la dimensione privata, attraverso contributi da parte di amici, famigliari, colleghi, e insomma tutti coloro che hanno conosciuto il medico nella sua vita quotidiana. Ma si tratta di dimensioni diverse della stessa storia, come scrive nella Presentazione del libro lo stesso Mario Spedicato, e la storia di De Vitis si intreccia con la storia del suo paese, Supersano, che si intreccia a sua volta con la storia del Paese, e scriverne dunque permette di riannodare i fili, ricomporre la trama di quella temperie socio culturale nella quale si colloca la biografia umana e intellettuale di De Vitis. Un libro, questo, che è diretta emanazione di quell’altro, germinazione dovuta alla troppo abbondante mole di scritti che erano pervenuti nella sua redazione. Un libro che nasce dall’esigenza, fortemente sentita dalla famiglia De Vitis, di non mandare perduti tutti quei meteriali che, sia pure alcuni di essi eterogenei e senza i criteri di scientificità che caratterizzano le pubblicazioni universitarie, risultano vieppiù meritevoli di attenzione. Questi contributi, vari per stile, ispirazione e tematica, ma tutti accomunati da un medesimo sentimento nei confronti del dottore De Vitis, sono stati riuniti a compaginare un volume, tributo di affetto e gratitudine per un personaggio come Rocco De Vitis, 1911-1997, medico e traduttore dei classici, che ha davvero lasciato un segno del proprio passaggio.

“Cultore della poesia virgiliana e fine interprete dell’Eneide, egli ha elaborato con ammirevole accuratezza due traduzioni dell’intero poema, pubblicate rispettivamente nel 1982 e nel 1987, con un prezioso ed utile corredo di tavole e letture esplicative”, come scrive la prof.ssa Maria Elvira Consoli nel suo intervento nel libro.

“Il poema è, per certo, funzionale agli scopi politici e propagandistici di Ottaviano Augusto, invece più sinceramente autentica, in quanto  scevra da secondi fini, risulta l’interpretazione che ne ha fornito Rocco De Vitis con la propria traduzione e l’accorto inserimento di letture, come quella del Panareo, chiarificatrici della Stimmung ideologica della prima metà del’900.” Per questo, nella comunità supersanese, il medico umanista vive ancora, alto modello di riferimento, personaggio esemplare e preclaro potremmo dire, nel ricordo di amici e parenti. Non a caso nel libro sono stati inseriti gli interventi dei relatori alla presentazione del volume “Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista”.

In effetti, l’intento di questo secondo libro, proprio come spiega Gigi Montonato nella sua relazione, è “il tramandare ai posteri, come disse Tacito nell’incipit dell’Agricola, imprese e qualità morali degli uomini illustri. Con questi libri, la Società di Storia Patria per la Puglia intende consegnare alla posterità chi con ogni forma di produzione, letteraria artistica scientifica, si è speso, fuori o dentro la professione abituale, per lasciare un buon ricordo di sé attraverso le sue opere. L’oraziano “Non omnis moriar” è il desiderio, confessato o meno, di sopravvivere grazie ad esse. E’, in un certo senso, l’anelito, del tutto laico, di ogni uomo di lettere, di arti, di scienza e di ricerca; quella che il filosofo polacco Andrzej Nowicki, un profondo studioso di Giulio Cesare Vanini e della filosofia italiana del Rinascimento, chiamava “filosofia dell’uomo e delle opere umane”, risalendo al dantesco “come l’uom s’etterna” (Inf., XV, 85).

Raccogliere quell’anelito e dargli corpo con un libro, che sia guida alle sue opere ma nel contempo anche ricordo del suo essere stato, è compito di chi appartiene alla stessa categoria umana, una risposta di solidarietà, a volte anche di pietas e di giustizia, siccome non sempre in vita si dà il giusto riconoscimento ad uomini pur meritevoli.”

Il libro si apre nella prima sezione, “Il dottore De Vitis e l’antica Supralzanum”, con l’intervento di Gino De Vitis, che traccia il profilo biografico di Rocco De Vitis. Gino De Vitis, benemerito operatore culturale, direttore per quarant’anni del foglio supersanese “il Nostro Giornale” (che ha da poco passato le consegne proprio a Maria Bondanese nella direzione), ha certamente titolo per biografare il medico, non solo per esserne stato amico e parente, ma anche per avere ospitato tanti e tanti suoi interventi sul Giornale. Il secondo pezzo è “Un medico umanista”, di Florio Santini, contributo già apparso in “Il Leccio”, nel 1994. Poi, un dotto intervento di Don Oronzo Cosi, Parroco di Supersano, “La cultura come palestra dell’anima”, e quindi il lungo e documentatissimo intervento di Remigio Morelli sull’esperienza del dottore De Vitis sul fronte nella Seconda Guerra Mondiale.

Ancora, un intervento di Michele De Vitis su politica e società; seguono il contributo di Antonio Errico, già apparso su “Il Quotidiano” nel 1987 e la rivista “Caffebuda” nel 1988, e quello di Giorgio Barba, già apparso su “Il Leccio” nel 1995. Il libro è corredato da un apparato fotografico davvero importante, foto della vita del dottor De Vitis e disegni tratti dalle sue opere si alternano alle pagine del libro, creando un maggiore motivo di interesse per il lettore. Luigi Bardoscia si occupa della “eredità intellettuale, morale e culturale di Rocco De Vitis”, mentre Gianpaolo G.Mastropasqua offre un contributo fra letteratura e medicina, tratto dal suo libro “Partita per silenzio e orchestra” (Ed.Lietocolle 2015).

È uno dei più interessanti il saggio di carattere sociologico di Gianfranco Esposito, “L’attualità del pensiero di Rocco De Vitis”. Inizia a questo punto una serie di articoli che riguardano il territorio di Supersano e le sue ricchezze paesaggistiche e culturali. “Supralzanum, Supersano” di Maria Bondanese, che è tratto da un testo già edito dalla stessa, “Supersano. Arte e Tradizione, Scoperta e Conoscenza”, Taurisano, Centro Stampa, 2014, sulla antichissima storia di Supersano; Francesco Tarantino parla dell’albero della manna presente nella campagna di Supersano, delle Vore e del lago di Sombrino, anche attraverso le narrazioni di Rocco De Vitis, e del Bosco di Belvedere, attraverso la pubblicazione di Maria Bondanese, con bellissime foto storiche e contemporanee.

Molto denso il saggio di Stefano Tanisi e Stefano Cortese sul complesso della Cripta e della Madonna della Coelimanna a Supersano, come bibliograficamente dettagliato è quello di Paolo Vincenti sul Mubo, vale a dire il Museo del Bosco. Antonio Elia parla della Chiesetta di San Giuseppe e delle sue opere litiche da lui realizzate per conto del dottor De Vitis. “Memore della cappelletta sul fronte sul monte Golico, che al fronte vedeva ogni sera avvolta dai bagliori dei mortai e delle bombe a mano, agli inizi degli anni Ottanta, edifica la chiesetta di San Giuseppe sulla Serra di Supersano, impreziosita dai dipinti murali di Ezio Sanapo e dalle sculture di Antonio Elia, e che dona poi, assieme al terreno adiacente, alla Parrocchia di Supersano”, scrive Maria Bondanese.

A questo punto, si apre la seconda sezione del libro, intitolata con dei versi tratti dall’Antico Testamento, “Morì lasciando molti rimpianti di sé”. Qui trovano spazio un intervento di Don Gerardo Antonazzo, già Parroco di Supersano e Vescovo di Sora-Cassino-Aquino Pontecorvo, un altro lungo scritto della Bondanese “L’umanesimo cristiano del dottor Rocco De Vitis”, un breve ricordo di Nello Borrelli ed anche di Francesco Tarantini che sottolineano la poliedricità del medico umanista; ancora sul “personaggio” Don Rocco si intrattengono amici come Vittorio Antonazzo, Raffaele Garzia ed anche la figlia Maria Rosaria con “Arriverderci papà”, un pezzo pubblicato su “Il Nostro Giornale” nel 1997. Maria Rosaria apre in effetti la serie dei “familiaria”, che ricordano l’uomo Don Rocco. Wanda, l’altra figlia, con “Dolce nostalgia”, la nuora Nuzza Marini (moglie del figlio Roberto) che dialoga con la prof.ssa Cristina Martinelli, la nipote Paola Bray con “Seneca al telefono”, un’altra nipote Adriana Malorgio con “Zio Rocco…sul filo dei ricordi”, Rosaria Petracca con “don Roccu”, Roberto Bondanese (fratello di Maria) con “So’ rumaste sotte a bbotte mbressiunate” e poi un articolo firmato da tutti i nipoti, Francesco e Chiara Lecci, Giuseppe, Valeria, Antonio e Vincenzo De Vitis, “Carpent tua poma nepotes”.

Scrive Alessandro Laporta, dopo aver passato in rassegna esempi illustri di medici del passato che unirono alla professione l’attività storica ed erudita, come Cosimo De Giorgi, “De Vitis anche lui è un fenomeno, da questo punto di vista, cioè riuscire a conciliare l’esercizio serio della professione di medico con l’hobby, con la passione, con l’amore per la letteratura. Entrambi sono, in un certo senso, allievi, discendenti di un’altra grande figura che è stata chiamata in causa questa sera: cioè Antonio De Ferraris Galateo, che rimane sicuramente un punto di riferimento […] De Vitis è un poeta sommo non solo per il suo libro che contiene poesie, ma per la sua traduzione dell’Eneide, delle Georgiche e Bucoliche, cioè un medico che pensa di prendere un testo poetico della difficoltà di Virgilio e farne una versione poetica, se non è poeta lui ditemi chi è poeta nella nostra letteratura. Io vedo in queste figure non solo una continuità ma una grande passione per l’esercizio letterario, una grande passione per la grande poesia…”.

Nella sezione terza, “Rocco De Vitis e il mondo della scuola”, interventi di insegnanti e alunni dell’istituto Comprensivo scolastico di Supersano e nella quarta sezione, come già detto, gli interventi sul volume “Quando Ippocrate corteggia la Musa”, tenuti in occasione della presentazione presso l’ex Monastero degli Olivetani il 4 maggio 2017, nell’ordine: Luigi Montonato, Eugenio Imbriani, Alessandro Laporta, Maria Elvira Consoli, Maria Bondanese.

Il libro si conclude con l’Indice analitico e l’Indice dei volumi pubblicati nella collana “Cultura e Storia”.

 

Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò (1/3: BRUSCATURA-FUECU TI SANT’ANTONI)*

di Marcello Gaballo e Armando Polito

* Estratto da Il delfino e la mezzaluna, Fondazione Terra d’Otrnto IV nn. 4-5, agosto 2016, pp. 179-193

Da Jean Louis Alibert, Clinique de l’hôpital Saint-Louis ou traité complet des maladies de la peau, Cormon et Blanc, Paris, 1833

 

Premessa

Sono state raccolte le voci e le locuzioni dialettali riferentisi, direttamente o indirettamente, all’argomento indicato nel titolo e, dopo aver a lungo riflettuto, si è deciso, anziché inserirle in una struttura narrativa certamente più accattivante ma più dispersiva e certamente non adatta alla consultazione tipica di un dizionario,  di riportarle in ordine alfabetico unendo ad ogni lemma il corrispondente nome scientifico e/o comune e le relative osservazioni di natura filologica1 e altra. Il che non impedirà al lettore di cogliervi, anche attraverso le terapie anticamente praticate il ricordo della civiltà contadina e dello stretto contatto, diremmo partecipe, affettuoso, diretto ma pieno di rispetto, in qualche caso poetico, nella varietà delle ardite metafore, tra l’uomo e la natura, cosa che raramente è dato di ravvisare nella coeva terminologia scientifica. Di quella dei nostri giorni (pur con il dovuto rispetto per gli evidenti e perciò innegabili, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, progressi della medicina ufficiale) si preferisce non dire…

BRUSCATÚRA Eczema o dermatite.  Da bruscàre, voce per la quale il Rohlfs propone solo un confronto “col toscano bruscàre=abbrustolire”, voce che è da un latino *brusicàre, da *brusiàre probabilmente di origine preindoeuropea; tuttavia, una certa incongruenza semantica (la dermatite non si spinge, di regola, fino all’”abbrustolimento” della pelle) induce a ipotizzare l’etimo da brusca (spazzola per strigliare il cavallo), dal latino tardo bruscu(m)=pungitopo, a sua volta dal classico ruscus. Il toponimo Brusca, indicante una masseria in territorio di Nardò, potrebbe avere la stessa etimologia, connessa con la diffusione in zona dell’arbusto prima indicato, utilizzato per la strigliatura dei cavalli.

Eczema rubrum, da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, Longman, Londra, 1817

 

BRUSCIATÚRA Ustione. Corrisponde all’italiano bruciatura, da bruciare e questo da un latino brusiàre, probabilmente di origine preindoeuropea. Terapia: applicazione della polpa della patata cruda (l’amido del tubero procurava sollievo) o di un empiastro di farina e vino, o di un unguento di olio di oliva e zolfo in polvere abitualmente usato per la vigna, o col sapone fatto in casa, o con un balsamo formato da cera gialla, olio e tuorlo d’uovo; qualcuno bagnava la parte con l’acqua di calce, cioè l’acqua in cui era sedimentata la calce viva. Ancora oggi qualcuno usa spalmare del dentifricio (magari alla menta, per avere la sensazione di freschezza).

Opération après brûlure de la face et du cou (Operazione dopo l’ustione della faccia e del collo), da London medical gazette, Longman, Rees, Orme, Londra, 1848

 

CADDHU Ipercheratosi o callosità. Come l’italiano callo, dal latino callu(m). Per un particolare tipo di callo e per la terapia in generale vedi uècchiu ti pesce.

CANIGGHIÓLA Forfora. Diminutivo di canìgghia=crusca, da un latino *canìlia=cose da cani, neutro plurale sostantivato da *canìlis, dal classico canis=cane; evidente la somiglianza tra la forfora e la crusca, già evidente per i latini per i quali furfur (per lo più usato al plurale) significava forfora oppure crusca.

CARÁNDULA Linfadenite. Deformazione della voce italiana di basso uso glàndula [dal latino glàndula(m), da glans/glandis=ghianda] che è la madre di ghiàndola.Trafila: glàndula>*galàndula (epentesi di –a– come in cancarèna rispetto all’italiano cancrena)>caràndula (passaggi g->c– e l->-r-).

CESTA Cisti. Come la voce italiana, dal latino medioevale cystis/cýstidis=vescica, a sua volta dal greco kustis; in più la terminazione in –a dovuta, più che a regolarizzazione della desinenza, ad un probabile incrocio con cesta [dal latino cista(m), a sua volta dal greco kiste)]; dopo l’incrocio, per evitare confusioni, per indicare il cesto il dialetto ha usato solo cistu [dal latino medioevale cistu(m), dal classico già citato cista], mentre l’italiano ha sviluppato cesta e cesto.

CILÓNA Lipoma, tartaruga. Il corrispondente italiano formale sembrerebbe essere chelone (tartaruga marina), dal latino scientifico Chelòne, dal greco chelòne=tartaruga, da x¡luw (chèlus), con lo stesso significato, forse connesso con kele=tumore. tutto ciò induce a pensare che la voce salentina sia direttamente dal greco chelòne, con  influsso di kele per quanto riguarda l’assenza di aspirazione (cilòna e non chilòna) e, forse, per il significato di lipoma che potrebbe essere stato traslato solo parzialmente per metafora da quello di tartaruga. Terapia: contenimento mediante una moneta mantenuta premuta con bendaggio.

Lipoma pedicolato del tessuto sottocutaneo della gamba e della parte profonda dell’avambraccio; da Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.

 

CRANIÉDDHI Follicolite. Corrisponde all’italiano granello (cranièddhu a Vernole indica il seme dell’uva), diminutivo di grano, dal latino granu(m). Manifestazione meno evidente dello stesso disturbo è quella dei friulìti (vedi). 

ERME SOTTA PELLE Vitiligine. Basta la traduzione italiana: verme sotto pelle.

Da Larousse médical illustré, Larousse, Parigi, 1924

 

FAU Ascesso. Corrisponde, per analogia di forma, con particolare riferimento all’ascesso multiplo, ed etimo all’italiano favo, dal latino favu(m); nella voce dialettale è avvenuta la consueta sincope di –v- intervocalica. Terapia: empiastro di lampascione (muscari comosum) o di fiori e foglie di malva.

Da Pierre Louis Alphée Cazenave, Traité des maladies du cuir chevelu, J. B. Baillière, Parigi, 1850

 

FOCA Orticaria conseguente al contatto con i parassiti del grano. Il Rohlfs invita ad un confronto col “calabrese fucìda=macchia rossa di scottatura  sulle gambe, che risulta da un incrocio del greco foìs=macchia di scottatura col latino focus”. Si ritiene che l’incrocio non valga per la voce neretina che sarebbe direttamente dal latino medioevale foca2, dal classico focus. L’intenso prurito con cui si accompagna veniva sedato con impacchi caldi oppure con bagno in acqua in cui erano state immerse foglie di malva; qualcuno ungeva olio d’ oliva o cospargeva con una lozione ottenuta facendo bollire della cenere di legna in acqua di cisterna.

FREE ALLI MUSI Herpes simplex labialis. Per free vedi friulìti.

FREE TI PILU Mastite. Per free vedi friulìti. Si riteneva causata dalla presenza di qualche pelo nei condotti del latte, tale da impedirne la normale fuoriuscita. In entrambi i casi si ricorreva ad una cura con empiastri di finocchio e cavolo sulla mammella.

FRIULÍTI Follicolite meno evidente dei cranièddhi (vedi). Il Rohlfs non propone nessun etimo, il Garrisi, piuttosto confusamente,  un “incrocio tra latIno fricatus e leccese free e freculare + suffisso diminutivo -ulu”. Si ritiene, dopo aver detto che, inequivocabilmente, –iti è il suffisso tipico delle infiammazioni, che la voce abbia il suo nucleo nel latino febris=febbre; da un diminutivo *febrìola con l’aggiunta del suffisso –iti si passa a febrioliti, da questo, seguendo per febri– il normale sviluppo dialettale [free, da febre(m)>fevre(m)> freve (metatesi a distanza)>free (sincope di –v– intervocalica)] *freeolìti>*freolìti>friulìti.

FRÚNCHIU Foruncolo. Stesso etimo del corrispondente italiano: dal latino furùnculu(m)=tralcio secondario, gemma,  poi foruncolo, diminutivo di fur =ladro (la gemma “sottrae” nutrimento alla pianta, il foruncolo all’organismo); trafila furùnculu(m)>*frùnculu(m) (sincope della prima u)>*frunclu(m) (ancora sincope della terza u originaria diventata nel frattempo seconda)>frùnchiu (passaggio –clu>-chiu).

FUÉCU TI SANT’ANTONI Herpes zoster. La locuzione dialettale (che corrisponde alla popolare italiana Fuoco di Sant’Antonio) è legata secondo alcuni alla tradizione per cui Sant’Antonio era considerato come colui che combatteva il demonio che appariva sotto forma di serpente. Il nome scientifico, infatti, è, per Herpes, dal latino herpes in cui, oltre che erpete, indicava anche (in Plinio) un animale da identificare probabilmente con una specie di serpente; herpes, a sua volta è dal greco herpes con gli stessi significati già indicati per la voce latina, anzi il suo collegamento col verbo serpo=io striscio convaliderebbe l’ipotesi dell’identificazione dell’animale col serpente (la malattia è vista come una sorta di serpente di fuoco che si annida nell’organismo), confermando, ancora una volta, nella locuzione dialettale la commistione di elementi naturalistici e fideistici e, dunque, un livello, più profondo rispetto a quello della scientifica. La seconda parte, zoster, è dal greco zostèr=cintura, zona, fascia. C’è da dire che secondo altri la denominazione è dovuta alla confusione antica della malattia con il più grave ergotismo (intossicazione causata dalla presenza di segale cornuta nelle farine alimentari): nel Nord Europa, dove il pane veniva fatto con la segale, spesso si contraeva questa malattia, dovuta al fungo (ergot) che infettava la segale; tra gli effetti di questa intossicazione vi erano anche le allucinazioni e questo portava la gente a mettere in relazione la malattia con il demonio o con forze maligne, non essendo conosciuta al tempo la causa di queste alterazioni; i malati, recandosi in pellegrinaggio verso i santuari di Sant’Antonio in Italia, man mano che scendevano verso Sud cambiavano alimentazione mangiando pane di grano, e ciò attenuava o eliminava i sintomi dell’intossicazione. Tale effetto veniva attribuito ad un miracolo ad opera di Sant’Antonio. Non a caso l’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne venne istituito nel 1095  a seguito del voto fatto dal nobile Gastone, che aveva avuto un figlio guarito dall’ergotismo, per grazia ricevuta al santuario di Saint Antoine Abbaye, vicino a Vienne, dove all’inizio del millennio un nobile francese, Jocelin de Chateau Neuf, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, aveva portato le spoglie di Antonio abate, avute in dono, pare, dall’imperatore di Costantinopoli. Gli Antoniani all’inizio usavano contro la malattia cospargere le parti malate di vino nel quale erano state immerse le sacre reliquie; successivamente (esaurimento delle reliquie?…), quando fu loro concesso il diritto di allevare maiali che circolavano liberamente nelle città e nei luoghi ove sorgevano i loro conventi, disposizione che risultava necessaria dal momento che i maiali girando in villaggi e città provocavano numerosi danni. L’allevamento vero e proprio, tuttavia, era svolto per conto dei monaci, gratuitamente e per devozione dei contadini i quali, ad opera compiuta ricevevano protezione per se stessi e per i lavori da effettuare durante il ciclo annuale di produzione. Il maiale in questo modo era “sacralizzato” e perdeva la sua connotazione demoniaca, dal momento che diventava il tramite più vicino perché le masse contadine ottenessero rassicurazione e promesse di fecondità e fertilità.  L’iconografia rappresenta il Santo con il bastone tipico degli eremiti, un maiale ai piedi, a simboleggiare il demonio, un campanello e la fiamma. Proprio a causa del simbolo del maiale, S. Antonio divenne in breve il protettore degli animali domestici, mentre la fiamma ricorda la sua capacità di guaritore dell’ergotismo.Terapia: applicazione di empiastri di malva sulle parti interessate. Sull’ antica origine “sacrale” del nome della malattia vale la pena spendere ancora qualche parola: È la malattia alla quale Plinio (I secolo d. C.) ha dedicato il numero maggiore di passi della sua Naturalis historia con la proposta di un numero notevole di differenti terapie, il che è un indizio, se non della sua frequenza e gravità anche ai suoi tempi, certamente della difficoltà di trattarla. Pure a livello di nomenclatura si alterna il singolare ignis sacer (fuoco sacro) (23 ricorrenze) o (con inversione delle componenti) sacer ignis (sacro fuoco) (1 ricorrenza) al plurale ignes sacri (fuochi sacri) (15 ricorrenze) o sacri ignes (sacri fuochi) (2 ricorrenze). Nel brano XXVI,74 (riportato più estesamente in basso) è contenuta in pratica l’etimologia della attuale denominazione scientifica (Herpes zoster): Ignis sacri plura sunt genera, inter quae medium hominem ambiens, qui zoster vocatur, et enecat, si cinxit (Molti sono i tipi di fuoco sacro, tra i quali quello, chiamato zoster, che circonda l’uomo a metà e lo ammazza pure, una volta che lo ha cinto). Il passo, secondo noi, è molto importante perché rappresenta la cerniera tra il concetto di cintura (zoster)  e quello di una  specie di serpente che abbiamo presunto nella prima parte del lavoro alla voce in questione. Va ricordato, infatti, che negli affreschi di Pompei la divinità più raffigurata è il serpente agatodemone (voce greca che alla lettera significa buon demone), protettore del focolare e simbolo di fertilità e che lo stesso Plinio usa la voce herpes nel brano che segue: XXX, 39 Herpes quoque animal a Graecis vocatur, quo praecipue sanantur quaecumque serpunt (Erpes è pure chiamato dai Greci un animale col quale soprattutto si sanano tutte le malattie che serpeggiano): l’animale in questione è  preceduto nel brano dal nome di altri animali (cosses=tarli e terreni=lombrichi) qualificati come vermium genera (specie di vermi), dalle coclearum terrena (lumache di terra) e seguito dal draco (specie di serpente, spesso tenuto come animale domestico). Tutti gli animali citati sono accomunati, in ordine crescente si dimensioni, dall’idea dello strisciare e il misterioso herpes appare come una cosa di mezzo tra un verme (cosses) ed un serpente (draco).  A proposito del serpente, poi, va detto che è abbastanza frequente nel mondo classico la doppia valenza sacrale  favorevole o nefasta dello stesso animale e questa ambiguità verrà ereditata dal mondo cristiano trovando amplissima testimonianza nei bestiari medioevali.

Da William James Erasmus Wilson, Portraits of diseases of the skin, Churcill, Londra, 1855

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/09/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-2-3-gnuricamientu-nfucamientu-tii-facce/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/15/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-3-3-occa-arduta-uecchiu-ti-pesce/

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1 Laddove sono citati il Rohlfs e il Garrisi, le relative etimologie sono state riportate, rispettivamente, dal Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976 e dal Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990; in assenza di indicazione la proposta etimologica  e l’eventuale trafila è da intendersi autonoma.

2 Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883, pag. 531: “FOCA 2 pro Focus. Vide in Camba 3” (Foca 2 per Focus. Vedi in Camba 3). A Camba 3 (op. cit. , pag.39):”Brassiatorum officina, seu locus ubi cerevisia coquitur et conficitur, qui vulgo Brasseriam vel Braxatoriam nuncupamus” [(Laboratorio di birrai o luogo dove si cuoce e prepara la birra, che popolarmente chiamiamo Birreria o Birratoria (chiedo scusa per Birratoria,  espediente per superare l’intraducibilità di Braxatoriam dopo essermi giocato con Brasseriam Birreria Brasseriam)]. Non ci sarebbe da meravigliarsi se l’attuale significato della  voce neretina fosse stato mediato proprio dalla fabbricazione della birra ottenuta, come si sa, per fermentazione del malto e di altri cerali aromatizzati col luppolo, ingredienti che molto probabilmente erano ben noti nel nostro territorio.

 

Libri| Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista

di Paolo Vincenti

Un titolo molto suggestivo, che coniuga in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis: la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente. “QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA. A ROCCO DE VITIS MEDICO UMANISTA”, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017). Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese, ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo un bell’intervento di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall”Eneide”), carico di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP. Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che riemergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione certe figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, scrive il prof. Spedicato: “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”. Rocco De Vitis, “Don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo Pietro Colonna di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico condotto nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ “Eneide” di Virgilio, nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani: le “Bucoliche” e le “Georgiche”, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore. L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali, a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano, che egli aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus. Sucessivamente pubblicò “Soste lungo il cammino”, nel 1991, e “Naufragio a Milano”, nel 1994. Morì nel 1997, ad 86 anni. Di lui, prima della presente opera, si sono interessati, solo per citarne alcuni, Enzo Panareo, che ha scritto la Prefazione della traduzione dell’ “Eneide, Antonio Errico, Giorgio Barba, prefatore del romanzo “Naufragio a Milano”, Florio Santini, Paolo Vincenti, Gino De Vitis, Direttore de “Il Nostro Giornale” (rivista culturale supersanese), il quale, insieme a Maria Bondanese, si è speso moltissimo in questi anni per tramandare la memoria del medico umanista.

Il libro che qui si presenta si apre con una citazione che viene dalla letteratura latina: Homo sum, nihil humani mihi alienum puto, tratto da una commedia di Terenzio. Il primo contributo è di Paolo Vincenti, “Il medico dalla scorza dura. Profilo bio bibliografico di Rocco De Vitis”, che riporta appunto la Bibliografia degli scritti del medico umanista. Segue il contributo di Aldo de Bernart, storico e scrittore parabitano ruffanese, scomparso nel 2013, che fu molto amico del dottor De Vitis. Il contributo di de Bernart è tratto da una manifestazione tenutasi a Supersano nel 2007 in occasione del decennale della scomparsa del medico. Lo scritto di Maria Bondanese, “Il dottore: una vita, una storia che parla di noi”, è il più carico di sentimento e non potrebbe essere altrimenti, essendo la Bondanese, non soltanto nuora di De Vitis, ma la più fervente ammiratrice del medico umanista, la più gelosa custode delle sue memorie. In effetti, se in questi anni è stata tenuta viva la memoria del medico umanista, ciò si ascrive principalmente a merito della dinamica Bondanese. Lo scritto di Maria, con un diverso titolo, era già apparso in “Apulia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese” (Martano editrice), nel dicembre 2007, così come da “Apulia”, stesso numero, proviene l’accorato scritto di Aldo Bello (“Il tarlo dell’umanesimo”), che della rivista matinese era Direttore e la cui prematura scomparsa costituisce un’altra dolorosa perdita per la cultura salentina. Bondanese ricostruisce le drammatiche tappe dell’esperienza fatta al fronte dal dottor De Vitis, rileggendo il suo diario di guerra. Questa testimonianza della Seconda Guerra Mondiale, vissuta in diretta dal protagonista, servì poi da spunto al medico per l’opera “Soste lungo il cammino”. Bondanese si sofferma anche sulle opere maggiori di De Vitis, l’Eneide, le Georgiche e le Bucoliche, e sono riportate belle foto in bianco e nero con gli autografi di De Vitis, gli scenari di guerra che egli toccò nella sua esperienza di soldato, e dei manoscritti della traduzione dell’Eneide. Alla fine del pezzo, troviamo delle foto del Dottore in occasioni pubbliche quali l’inaugurazione della chiesetta di San Giuseppe, nel 1984, sulla Serra supersanese.

Molto significativo, anche per l’alta carica ricoperta dal suo autore, è il testo di Don Gerardo Antonazzo, originario di Supersano e Vescovo di Sora-Cassino-Aquino Pontecorvo: “Nella sapienza del cuore la vera saggezza”. Ma c’è un altro prelato che contribuisce al volume, ed è Don Oronzo Cosi ( con “Una specie in via di estinzione”), non meno caro ai supersanesi, in quanto Parroco del paese. Viene poi ripubblicato un testo di Mario Marti, “Io e Il Nostro Giornale”, indirizzato alla rivista supersanese, appunto “Il Nostro Giornale” (una delle più longeve esperienze editoriali del Salento), nel maggio 1997.

Interessante, il contributo di Carla Addolorata Longo, “Un mirabile lascito di pensiero e di vita”, che si sofferma sulle pubblicazioni di De Vitis trovando spunto nelle tematiche da esse affrontate, per occuparsi anche della nostra attualità più stringente. Matteo Greco, nel suo “Sprofondamenti metropolitani e orizzonti meridionali”, analizza in particolare l’opera “Naufragio a Milano”. “Un’esperienza indimenticabile”, definisce lo scultore Antonio Elia la realizzazione, per conto del Dottor De Vitis, di alcune opere nella Chiesa di San Giuseppe, adornata anche dalle pitture di Ezio Sanapo. Elia illustra le varie fasi di lavorazione, fino alla perfetta conclusione del tutto.

Nella seconda sezione del libro, “L’humus dell’humanitas”, troviamo alcuni contributi che legano l’omaggio a Rocco De Vitis con la conoscenza del territorio, Supersano e il basso Salento. Il primo contributo è “Breve profilo socio-economico del Salento negli anni ’50”, di Gianfranco Esposito; poi “La decorazione nella cripta della Madonna Coelimanna”, di Stefano Cortese, e “Il Santuario della Vergine di Coelimanna in Supersano”, di Stefano Tanisi; seguono “Supersano Torrepaduli Ruffano”, di Vincenzo Vetruccio e “Il dialetto di Supersano”, di Antonio Romano.

I contributi di Cortese, Tanisi e Vetruccio vengono ripresi da una pubblicazione apparsa qualche tempo fa, vertente sul Museo del Bosco, la struttura museale che riproduce le meravigliose caratteristiche del Bosco di Supersano, che viene anche ricordato da Cristina Martinelli nel suo contributo “Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, in cui analizza una poesia del De Vitis, tratta dal libro “Soste lungo il cammino”. Ben documentato, l’intervento di Giuseppe Caramuscio, “La memoria della Scuola come scuola della memoria: Galatina e il suo Liceo Classico”: una storia del prestigioso Liceo Colonna di Galatina, frequentato da Rocco De Vitis e da Mario Marti, fin dai suoi albori nell’Ottocento, con l’arrivo a Galatina dei Padri Scolopi i quali fondarono nel 1854 la prestigiosa istituzione scolastica a lungo vanto della città.

Il denso e articolato saggio, che si pone a metà via fra storia e pedagogia, è ricco, come tutti gli altri contributi, di un poderoso apparato critico e bibliografico. Parimenti interessante, lo scritto di Alessandro Laporta, “Se è lecito al medico esser poeta (Galateo, Meninni, De Giorgi, De Vitis)”, il quale fa una carrellata di dotti ed eruditi del passato che alla medicina erano legati per interesse o professione, dimostrando magistralmente come l’arte ippocratica e quella poetica, scienza e humanitas, come dicevamo all’inizio, rappresentino un forte connubio, di cui è emblematico l’amore riversato dal De Vitis verso entrambe le discipline. Remigio Morelli si occupa della dolorosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale, “Un anno sul fronte greco-albanese”, che vide impegnato Rocco De Vitis, come già ricordato.

Quello di De Vitis va ad unirsi a tanti altri ritratti di salentini illustri che in questi anni la Società di Storia Patria sezione di Lecce ha tracciato nelle sue tre collane. Emerge un amore incondizionato nei confronti della piccola patria da parte di questi suoi figli devoti, non solo studiosi e specialisti delle humanae litterae, ma anche esponenti delle professioni che a vario titolo si sono confrontati con la letteratura, la poesia, il romanzo, i racconti, la memorialistica. Sembra quasi di vederlo, De Vitis, che, spogliatosi dei panni sporchi di ritorno dalla campagna, e indossato l’abito buono, novello Machiavelli de “Le lettere familiari”, penetra “nelle antique corti delli antiqui uomini”, interrogando filosofi, storici e poeti del passato, e “da loro amorevolmente ricevuto”, gli domanda le ragioni delle loro azioni e quelli gli rispondono.

Con la terza sezione del libro, “Vergiliana”, si entra nel vivo dell’opera maggiore di De Vitis, la traduzione dell’Eneide. Questa sezione è una antologia di saggi critici a cura di latinisti che esaminano l’opera devitisiana entrando nel merito di contenuto, stile, traduzione, metodologia. Gli studiosi, che danno a questa sezione del libro un taglio tecnico scientifico, sono: Giovanni Laudizi, con “La traduzione dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche”; Maria Elvira Consoli, con “Dell’Eneide di Rocco De Vitis”; Paola Bray, con “ Quali doni, quali a te mai darò per tale carme?”; Antonio Errico, con “Il traduttore, il suo poema, i segreti del verso”, Maria Francesca Giordano, con “Un segmento di lettura didattica sfogliando le pagine dell’Eneide”; Angela Maria Silvestre, con “La missione di Enea e la traduzione di Rocco De Vitis”; Paolo Agostino Vetrugno, con “Le traduzioni devitisiane di Virgilio tra espressività ed armonia”; Giuseppina Patrizia Morciano, con “L’epicità di Virgilio. Tradizione e traduzione nella lettura di un classico”. La quarta sezione, “Tra storia e letteratura”, riserva spazio a contributi di storia e conoscenza del territorio, in linea con la vocazione della collana editoriale.

Troviamo allora Alessandra Maglie, con “Conflitti e narrazioni nella Terra del Rimorso. Tarantismo ed esperienza mitica secondo Ernesto De Martino”; Maria Antonietta Epifani, con “Maria Manca: la santa di Squinzano”; Sergio Fracasso, con “Il progetto ‘fallito’ dell’Orfanotrofio San Francesco (poi Istituto ‘Margherita di Savoia’) e il problema dell’infanzia abbandonata alle soglie del decennio francese”; Antonio Cataldi, con “ Contributo per una storia dei missionari lazzaristi italiani in Etiopia ed in Eritrea nel periodo coloniale”; Michele Mainardi, con “L’Istituto tecnico di Lecce e l’Orto Agrario”; Arcangelo Salinaro, con “Il letterato Alfredo Mori in Puglia: una caso”; Luigi Scorrano, con “ Con un vescovo di fronte alla guerra e nell’Inferno di Dante”. Dopo l’Indice dei volumi pubblicati, il libro si chiude.

Un’opera imponente, per qualità e mole dei contributi presenti, per la quale dobbiamo essere grati a chi l’ha voluta.

Lorenzo Scupoli (1530-1610) di Otranto e il suo best seller senza tempo

di Armando Polito

Strano mondo il nostro, che si è inventato il disco d’oro per i cantanti che vendono 25.000 copie, di platino per chi ne vende 50.000 e di diamante per chi raggiunge le 500.000. Come se non bastasse il disco, d’oro c’è pure il pallone e, per chiudere adeguatamente, pure la pensione che in moltissimi casi è il riconoscimento di un impegno politico diretto (a rappresentare il più delle volte interessi personali o di consorteria) o indiretto, cioè legato a funzioni o cariche rivestite su designazione politica. Nessun libro, nemmeno di cartone, invece, per i letterati che abbiano venduto un certo numero di copie, anche se il successo di vendita, come succede pure con i prodotti alimentari  o con quelli igienici, non è necessariamente prova di qualità. A dire il vero esiste il Libro d’oro della nobiltà italiana, sul quale, per non perdere tempo, evito di fare riflessioni più o menp in linea con quelle già fatte per le pensioni d’oro.

Ad ogni modo, se esistesse un libro d’oro come lo intendo io, da tale onorificenza non andrebbe escluso Lorenzo Scupoli, degno di fare compagnia agli autori classici che, anche per le stampe e le ristampe, possono essere considerati senza tempo.

Il libro d’oro in questione sarebbe il suo Il combattimento spirituale, opera di edificazione in cui addita gli strumenti per raggiungere la perfezione interiore. Pensando ai nostri tempi così proni all’immagine e alle apparenze c’è da chiedersi quale successo ancor più grande avrebbe riscosso quest’opera se l’autore vi avesse inserito qualche suggerimento per apparire più belli esteriormente …

E, a proposito d’immagine, ecco le poche testimonianze iconografiche che son riuscito a trovare del nostro.

La più datata è una tavola presente in un’edizione de Il combattimento spirituale uscita per i tipi della Stamperia Reale a Parigi nel 1660 con dedica a papa Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, già vescovo di Nardò. Prima della tavola presento il frontespizio.

 

Nel dettaglio in basso a sinistra l nomi del disegnatore e dell’incisore:

N. Loyre delin(eavit) Aig(idius) Rousselet sculp(sit) [N. Loyre disegnò, Egidio Rousselet incise]

Il Rousselet era nato a Parigi nel  1614 e vi morì nel 1686. Non è dato sapere a quali fonti il disegnatore si ispirò per il dettaglio del volto del nostro che di seguito riproduco ingrandito.

SI direbbe che ad esso si rifacciano i successivi ritratti.1

Il primo è a corredo della biografia dello Scupoli a firma di di Domenico De Angelis nel suo  Le vite de’ letterati salentini, Raillard, Napoli, 1713, v. II, pp. 7-18.

Laurentio Scupulo Hydruntino Congr(egationis) ge(neralis) Cleric(o) Regular(i)/Dominicus de Angelis D(ONO) d(EDIT) d(edicavit) [A Lorenzo Scupoli chierico regolare della Congregazione generale Domenico De Angelisin dono diede (e) dedicò]

Il secondo è a corredo di Certamen spirituale (traduzione in latino de Il combattimento spirituale), Rieger, Augusta, 1781

Vera Effigies Venerabilis P(atris) Laurentii Scupuli/Hydruntini Clerici Regularis, qui obiit Neapoli/A(nn)o MDCX [Vera immagine del venerabile padre Lorenzo Scupoli chierico regolare di Otranto, che morì a Napoli nell’anno 1610]

Nel margine inferiore a sinistra Gottfrid Eichler delineavit (disegnò Goffredo Eichler)

e a destra Tobias Lobeck sculp(sit) [Tobia Lobeck incise]

La famiglia Eichler, tedesca, annoverò parecchie generazioni di pittori. Quello della tavola dovrebbe essere Matteo Goffredo (1748-1809 in Pietro Zane, Enciclopedia mertodica critico-ragionata delle belle arti, parte I, v, VIII, Tipografia ducale, Parma, 1821). Nella citata enciclopedia (parte I, v. XII, Tipografia ducale, Parma, 1822) Tobia Lobeck è riportato come attivo nel 1744.

Il terzo è a corredo della biografia del nostro a firma di A. Mazzarella da Cerreto in Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, Gervasi, tomo V, Napoli, 1818.

 

Non mi rimane a questo punto, a dimostrazione dell’assunto iniziale, che riportare le varie edizioni distinte per secolo, comprese le numerose traduzioni (evidenziate con sottolineatura) in latino(, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, inglese e lituano, che attestano lo spessore internazionale dell’opera.

XVI

Gioliti, Venezia, 1589, 1591 e 1593

Ventura, Bergamo, 1593

  1. n., Venezia, 1594

Zanni, Cremona, 1594

Facciotto, Roma, 1594

Sermantelli, Firenze, 1596

Brea, Messina,1598

Sermartelli, Firenze, 1598

Muzio, Roma, 1598

Gioliti, Venezia, 1599

Bordone-Locarno, Milano, 1599

 

XVII

Sermartelli, Firenze, 1600

Belpiero, Cremona, 1603

Longo, Napoli, 1605

Giunti e Ciotti, Venezia, 1609

Stamperia reale, Parigi, 1609 e 1660

Lefuel, Parigi, 1610 (Le combat spirituel)

Gargano-Nucci, Napoli, 1610

Orlandi & Decio Cirillo, Palermo, 1615

Cochi, Bologna, 1607e  1615

Ciotti, Venezia, 1617

Belleri, Douai, 1625 (Pugna spiritualis, Tractatus vere’ aureus: de perfectione vitae christianae, traduzione in latino di Lorich Josocus). Questa traduzione in latino fu ristampata da Martin a Parigi nel 1662.

Combi, Venezia, 1634

Tesor del Monte, Colonia, 1642

De Rossi, Verona, 1652

Costantini, Venezia-Perugia, 1656-1657

Mascardi, Roma, 1657

Le Petit.Parigi, 1657 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Guillaume de Luyne, Parigi, 1658 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Marcher, Parigi, 1658 (dedicato ad Alessandro VII)  traduzione in francese di Olimpo Masotti seguita, pagina per pagina, dal testo  quello originale in italiano)

Stamperia reale, Parigi, 1660

Martin, Parigi, 1662 (Pugna spiritualis. Tractatus vere aureus de perfectione, vitae Christianae, traduzione in latino di Lorich Jodocus. Questa traduzione in latino era stata già stampata da Belleri a Douai nel 1625.  

Stamperia reale, Parigi 1663

Strauber, Vagnon, 1663 e 1667 (Certamen spirituale, traduzione in latino di Carlo Antonio Meazza)

Pezzana, Venezia, 1664

Ignatio de’ Lazari, Roma, 1664-1665

Pezzana, Venezia, 1671

Miloco, Venezia, 1675

Bertier, Parigi, 1676 (Le combat spirituel, traduzopne in francese)

Costa, Lisbona, , 1677 (Combat spiritual, traduzione in spagnolo di Camillo Sanseverino)

Carteron, Lione, 1680, 1681 e 1688 (Le combat spirituel. traduzione in francesae si Olimpo Masotti)

Curti, Venezia, 1681

Tizzoni, Roma, 1682

Vannacci, Roma, 1684-1685

Carteron, Lione, , 1689 (Le combat spirituel, traduzione in francese  di Olimpio Masotti)

Longhi, Bologna, 1694

Noethen, Comia, 1692 (Certamen spirituale, traduzione in latino di Cralo Antonio Meazza)

Pezzana, Venezia, 1695

Villette, Parigi, 1696 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Alexis Du Buc)

Besson, Lione, 1696 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Uannacci,Roma, 1698

Osmont, Parigi, 1698 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Alexis du Buc)

 

XVIII

De Rossi, Roma, 1700

Rossetti, Parma, 1701

Louisa, Venezia, 1703

Pezzana, Venezia, 1703 e 1718

Noethen, Colonia, 1707 (Certamen spirituale, traduzione d Carlo Antonio Meazza)i

Marelli, Milano, 1710

Sibert, Lione, 1711 (Le combat spirituel, traduzione in francese di  di Alexis du Buc)

Eredi Perri, 1713, Roma

Louisa, Ceneda, 1713

Pezzana, Venezia, 1714 e 1722

Schilgen, Vienna, 1722 (Combate espiritual, traduzione in spagnolo di Damian Gonzalez del Cueto)

Comino, Padova, 1724

Salvioni, Roma, 1725

Pezzana, Venezia, 1728

Pezzana, Venezia, 1735

Zempel, Roma, 1736

Comino, Padova, 1737

Pisarri, Bologna, 1739

Salvioni, Roma, 1740

Pezzana, Venezia, 1741

Eredi del Ferri, Roma,1742

Accademia reale, Lisbona (Combate espiritual. traduzione in portoghese di Thomas Begueman)

Remondini, Bassano, 1745, 1746, 1751 , 1763 e 1770

Tevernini, Venezia, 1747 e 1756

Pezzana, Venezia, 1748

Marelli, Milano, 1749

Comino, Padova, 1724

Borsi, Parma, 1756

Ponzone,Torino, 1757

Pezzana, Venezia, 1741 e 1761

Roselli, Napoli, 1759

Occhi, Venezia, 1748 e 1761

Ricca, Torino, 1765

Cstellano-Manfredi, Napoli, 1765

De Trattner, Vienna, 1765 (Le combat spirituel, traduzione in francese diJean Brignon)

Barbiellini, Roma, 1769

Remondini, Venezia, 1770

Pezzana, Venezia, 1773, 1775 e 1776

Brocas, Parigi, 1774 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean Brignon)

  1. G. Le Mercier, Parigi, 1775 (Le combat spirituel, traduzione di Jean Brignon)

Floteront, Nizza, 1776

Peyrasso e Scotto, Pinerolo, 1779

Rieger, Augusta, 1781 (Certamen spirituale, traduzione in latino)

Davico, Torino, 1785

Gatti, Venezia, 1789

Irlandelli, Venezia, 1795

 

XIX

 Haydock, Manchester, 1801 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Pezzana, Venezia, 1807

Rusand, Lione, 1808 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Destefanis, Milano, 1814

Molinari, Venezia, 1816

Eymery, Parigi, 1818 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon

Pickering & C., Dublino, 1818 (The combact spiritual, traduzione in inglese)

Boget, Lione, 1820 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

  1. n., Parigi, 1820 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Petit, Besançon, 1820 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Molinari, Venezia, 1824

Giordano, Napoli, 1825

Montarsolo, Besançon, 1829 (Le combat spirituel, traduzione in francese di di Jean. Brignon

Molinari, Venezia, 1830

Pogliani, Milano, 1830

Dozio, Milano, 1830-1831

Marietti, Milano, 1832

Marietti, Torino, 1833, 1868, 1870, 1880, 1884 e 1890

Fratelli Perisse Parigi, 1835 e 1868 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean  Brignon)

Marietti, Trento, 1835 e 1836

Rousseau, Gand, 1836 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Borel e Bompard, Napoli, 1837

Salviucci, Roma, 1837

  1. n., Napoli, 1837

Stamperia fiiantropica, Napoli, 1837 e 1844

Grazzini, Firenze, 1840

Pirotta, Milano, 1840

Pélagaud e Lesne, Lione. 1840 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean Brignon)

Marietti, Torino, 1843, 1868, 1870 e 1890

Richardson and son, Derby, 1843 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Gilberti, Brescia, 1844

Burns, Lonfra, 1846 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Eredi Botta, Torino, 1851

Gilberti, Brescia, 1851

Festa, Napoli, 1852

Argenio, Napoli, 1853

Oliva, Milano, 1857

Battezzati-Frisiani, Milano, 1857

Frizierio, Verona, 1859

Lyon ; Paris : Perisse freres, 1856 e Mame, Tours,  1857 (Le combat spirituel, traduzione in ftsncese di Jean Brignon)

Le Clere, Parigi, 1860 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Dessain, Mechliniae, 1862 (Pugna spiritualis, traduzione in latino di Olimpio Masotti)

Rossi-Romano, Torino, 1865

Cramoisy, Parigi, 1666 (Combate espirituale, traduzione in spagnolo di Camillo Sanseberino)

Bertola, Piacenza, 1875

Rivingtons, Londra, 1876 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Mame e figli, Tours, 1880 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean Brignon)

Roma, S.C. di Prop. Fide, 1881

Guigoni, Milano, 1886

Calleja, Madrid, 1899 (Combate espiritual, traduzione in spagnolo di Damian Gonzalez Cueto9

 

XX

Marietti, Torino, 1900

Marietti, Torino, 1904

Ghirlanda, Milano, 1906

Kavas, 1908 (Dvasiškoji kova, traduzione in lituano di Antanas Šmulkštys)

Madella, Sesto S. Giovanni, 1912

Marietti. Roma-Torino, 1909, 1916, 1920, 1926 e 1932

Pia società San Paolo,Alba, 1927 e 1930

Pia società San Paolo, Messina, 1935

Roma, Pia Società San Paolo, 1939

S.E.I., Torino, 1941

Marietti, Torino, 1944 e 1948

S.A.S., s. l., 1943

The Newman Press, Usa, 1950 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Edizioni Paoline, Pescara, 1960

Bertoncello, Cittadella, 1974

Mowbrays, Londra-Oxford, 1978 (The spiritual combat, traduzione in inglese di E. Kadloubovsky e G. E. H. Palmer )

Rusconi, Milano, 1985

Edizioni Paoline, Torino, 1992

San Pablo, Madris, 1996 (Combate espiritual, traduzione in spagnolo di Jpsé A.Pérez Sanchez)

Banca Antoniana popolare veneta, Padova, 1997

 

XXI

San Paolo, Cinisello Balsamo, 1994, 2000 e 2005

Ignatius Press, Spiritual combat revisited, San Francisco, 2003

Amicizia cristiana, Chieti, 2007

San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013 e 2015

Scriptoria Books, s. l., 2014 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Le vie della cristianità, EPUB, 2016

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1 In rete ne sono sono reperibili numerosi, purtroppo senza indicazione della fonte. Il più curioso, comunque, rimane quello utiilizzato per la celebrazione del quarto centenario della morte (di seguito lo riproduco da http://www.musicaimmagine.it/lorenzo_scupoli_interna.php?id=1), chiaramente derivato dalla tavola dell’edizione parigina del 1660, con aggiunta della berretta.

 

Nardò. Ultimazione lavori nella chiesa di Santa Teresa

Lunedì 29 ottobre 2018, alle ore 18, nella chiesa di Santa Teresa (Corso Garibaldi) S. E. Mons. Fernando Filograna celebrerà la S. Messa in ringraziamento per l’ultimazione dei lavori di rifacimento dell’impianto elettrico.

Concelebreranno il padre spirituale Mons. Giuliano Santantonio, Don Tommaso Tamborrini e Don Giuseppe Casciaro, già padri spirituali della Confraternita del SS.mo Sacramento. Durante la celebrazione saranno eseguiti canti del coro della Cattedrale di Nardò, diretto da Anna Laterza.

Ricostruzione del palazzo Sambiasi, del monastero e della chiesa di Santa Teresa

 

Dopo la S. Messa, alle ore 19 circa, seguirà “Serata barocca”, un momento musicale offerto dall’Associazione “Seraphicus”.

I canti e le musiche di J.S. Bach, P. Nenna saranno eseguite da:

– Davide Poggiolini, basso; – Emanuele Balsamo, tenore; – Bianca Scategni, contralto; – Federica Scevola, contralto; – Annalaura Cazzato, soprano

– Chiara Rucco, flauto; – Tommaso Reho, pianoforte

 

Martedì 30 ottobre, ore 20.00, nella stessa chiesa di Santa Teresa, la Confraternita del SS.mo Sacramento e l’Associazione Seraphicus invitano al concerto

                                                     Armonie del ‘900

Musiche di Debussy, Granados, Ibert, Rachmaninov

Emanuele Balsamo, Christian Greco, Giorgio Manni, Sara Metafune – pianoforte

Daniele Zazzaro, chitarra; Andrea Carrozzo, sax

Ingresso libero

 

Per le notizie sulla chiesa leggi qui:

Giornate FAI di Primavera. Nardò e la chiesa di Santa Teresa

Dialetti salentini: pisùlu

di Armando Polito

Dopo pèsule, di cui mi sono recentemente occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/10/18/dialetti-salentini-pesule/, era fatale dedicare l’attenzione a pisùlu, perché si tratta di voce completamente di versa, non solo per l’accento che dovrebbe subito mettere in guardia.

Pisùlu è un paracarro in pietra viva collocato in coppia ai due lati di un portone o, da solo, all’angolo di una via. Oggi a Nardò, quando non siano stati eliminati o sostituiti da altri moderni di forma diversa, degli originali sopravvivono pochi esemplari nel centro storico.

Nardò, via De Pandi

Nardò, corso Giuseppe Garibaldi

Nel Presicce la voce è assente.

Nel Rholfs:

Nel Garrisi:

Indipendentemente dal fatto che convenzionalmente quando non vi è accento la parola deve intendersi piana, qui pesùlu non ha nulla a che fare, come mostra chiaramente la stessa definizione, col vocabolo oggi sotto esame. La variante neretina è pisùlu, ma è quella di Galatina (pezùlu) che consente di raffrontarlo con il neogreco πεζούλι (leggi pizùli) che significa blocco di pietra e a Creta indica un basso muro posto davanti alla casa. La voce neogreca è connessa con la classica πέζα (leggi peza) della quale appare come un diminutivo: πέζα che può significare, caviglia, sbarra di timone, orlo, sponda, a sua volta, è connessa con πούς (leggi pus), genitivo ποδός (leggi podòs), che significa piede. Per questo e ancor più per quanto dirò appare totalmente errato l’etimo proposto per questa voce dal Garrisi, anche perché pessulus significa catenaccio e da questo significato dev’essere partito per inventarsi il posto a difesa. Non rimprovero nulla. Nel campo dell’etimologia in particolare ritengo doveroso usare spesso il punto interrogativo, l’avverbio probabilmente e il modo condizionale. Il Garrisi sembra ignorarli non solo in questo lemma ma in tutto il suo dizionario. Essendo molto curioso, però, mi son chiesto, dopo aver individuato il padre di posto a difesa nel significato di catenaccio che pèssulus (la penultima sillaba è breve, quindi va pronunciato in base all’accento che ho appena finito di aggiungere; su questo tornerò a breve) ha in Terenzio1 (II secolo a. C.).

Nel latino medioevale (Glossario del Du Cange):

(1 PESSULUM, Come sopra peslum per gli abitanti di Grenoble volgarmente lou peslou, copertura appesa alla casa, qualsiasi piccola costruzione al di fuori di un muro, sporgente sulla via. Sentenza di Giovanni arcivescovo di Vienna anno 1228 tomo I Storia del delfinato pag. 142: Vogliamo e ordiniamo, tenuto il consiglio dei sapienti, che tutte le costruzioni che sono ed erano al di fuori dei muri presso il santo romano e nelle cappelle e nei posti di cambio sono sotto la giurisdizione del detto baiulo e dei suoi successori in perpetuo. Vedi pestillum e pessile.

2 PESSULUM per pessulus. Glossario latino-francese dal codice regio 7692. pessulum, chiavistello. Vedi sopra clingere 1).

Da notare come il Du Cange ha riportato pessulum in due lemmi distinti, il che significa che non attribuiva loro lo stesso etimo.

Prima di continuare riporto le voci citate nei pezzi precedenti, ad eccezione di Pestillum, per il quale vedi la nota n. 2.

(PESLUM.Archivio di Vendôme anno 1076 carta 321: Ascelino Cotardo ha mantenuto una casa quasi appendice (che volgarmente chiamano peslum, al muro della chiesa, dove riponga i suoi viveri e il vino che ivi abbia messo insieme. [vedi pessulum]).

Rimprovero al Du Cange il rinvio generico a pessulum quando sarebbe stato opportuno essere meno vaghi e rimandare a PESSULUM 1. Alla luce di quanto finora argomentato giungerei alle seguenti conclusioni:

1) Pessulum2 si legge pèssulum, come il pèssulus plautino (del quale lo stesso Du Cange sostiene essere variante di genere maschile).

2) pessulum1 si legge pessùlum, non ha nulla da spartire, etimologicamente parlando, con pessulum2 ed è probabilmente la trascrizione della voce  neogreca prima citata.

(PESSILE o PESSILIS sembra lo stesso che Pessulum ln Gregorio di Turon libro VIII della storia colonna 391: I parenti insieme si avventano contro questi (Guerpino) e lo uccidono dopo averlo circondato nella casa pensile. Questa variante [pessilem] preferisce l’ultima edizione dal codice manoscritto Colbert. Altre leggevano pensilem domum o pensilem domus. Vedi domus pensilis)

(DOMUS PENSILIS Eucherio di Lione nell’episola aò prete Filone: Questo tuttavia chiedo dallo stesso nostro fratello. che apprestasse per noi la casa pensile che gli ordinammo fosse fatta e le lastre. Columella libro 12 disse magazzino pensile un deposito alto e sollevato. Caneram pendente  [camera sospesa] disse Sidonio libro 2 epistola 2. Κρεμάστους περιβόλους [muri sospesi] Palladio in S. Crisostomo cap. 13. Κρέμαστον κῆπον [Manuel Chrysoloras in giardino pensile] in una lettera pubblicata dopo le Origini di Costantiniopoli di Cosino p. 127. Pensiles horti [giardini pensili] aun tempo memorabili a Tebe egizia. In verità domos pensiles [case sospese] chiamò quelle che sono state costruite sui ponti chiamò l’autore della vita di S. Leobino vescovo di Chartres n. 15 su Parigi: Il fuoco cominciò a bruciare le case sospese che erano stete costruite sul ponte)

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1 Heautontimorumenos, atto II, scena ii: Anus foribus obdit pessulum, ad lanam redIt (La vecchia mette il catenaccio alla porta, ritorna a lavorare la lana).

2

(PESTILLUM, per pistillum, strumento col quale si fa a pezzi, si sminuzza qualcosa; pestello per gli italiani, pestle per gli inglesi, Glossario greco-latino: ἀλετρίβανος, pestillum alias pestillus, col quale viene sminuzzato il sale; cylindrus per Senatore libro 12 epistola 24: Nel condurre le saline poi il compito è: invece degli aratri, invece delle falci usate i cilindri. Viene inteso anche come palo di legno: glossario latino-francese: pilus, poil o pestoil. Pilus è quello chesminuzza; pilus è il  capello in fronte. Parimenti: Pistillu, pesteil. Glossario arabo-latino: pessulum, pestum, pestilum. Giovanni di Hocsem in Enrico di Gueldre vescovo Liegi. cap. III: Avendo offeso per venire in soccorso del suo maestro un laico col colpo di un psetello, che è uno di quei bastoni proibiti nella legge di Lione. La storia di Garin: Davanti a lui in guardia vide stare un pestello, col quale soleva punire chi gli era dgradito, etc. [Il romanzo della rosa manoscritto: E vide gelosia che veniva tenendo nella sua mano un pestello. Cronaca di Bertrando del Guesclin manoscritto: L’uno tiene un palo, l’altro una forca aguzza di lance, di pali dei quali qualcuno ricurvo. Altrove: L’uno porta un pestello, l’altro un mortaio.

PESTALLUM Con lo stesso significato. Archivio di Compiègne; Due mortai con i loro pestelli. Pestail in Lettere di condono anno 1390 registro regio carta 174: Tanto s’accrebbe il dibattito che Ingrant prese un pestello e un manico di marra.

PESTELLUM In inventario anno 1342, dall’archivio di S. Vittore di Marsiglia: Un mortaio e un pestello).

Ho relegato in nota PESTILLUM e connessi perché deverbali da pistare (da cui l’italiano pestare). frequentativo di pìnsere=pigiare e quindi non aventi nulla in comune con gli altri del Du Cange, che sono tutti deverbali da pèndere=pesare,. a sua volta connesso con pendère=pendere.

Dialetti salentini: pèsule

di Armando Polito

Pèsule è la variante di Nardò e tutto ciò che dirò vale anche per quella di Lecce (pìsuli) e di Scorrano (pìsule).

Pèsule nell’uso ricorre raddoppiata nella locuzione pèsule pèsule in frasi del tipo pigghiamu stu saccu pèsule pèsule (prendiamo questo sacco sollevandolo di peso). Nonostante l’azione comporti l’uso della forza, la locuzione contiene quasi ula raccomandazione di farlo con circospezione, direi con delicatezza che non esclude la rapidità d’esecuzione, impressione intensificata dalla parola sdrucciola.   Si tratta, come vedremo, di un aggettivo con funzione avverbiale, com’è successo all’italiano piano, soprattutto nella locuzione piano piano. La voce nel Rholfs1 è presente nel lemma pìsuli:

Apparentemente non c’è proposta etimologica, ma, tenendo conto del fatto che ciò avviene abitualmente quando uno dei sinonimi usato nella definizione è il perfetto corrispondente italiano, va considerato il pèsolo più volte ricorrente, anche se non collocato in prima posizione, come, invece, mi sarei aspettato. Pèsolo è voce ormai obsoleta dal latino pènsile(m), su cui a breve tornerò.

Nel Garrisi2:

Non ho mai incontrato in nessuno dei dizionari consultati nella mia vita il ricorso massiccio al fenomeno dell’incrocio come avviene in questo del Garrisi, in cui, fra l’altro non trovano ospitalità il punto interrogativo, né l’asterisco (segno distintivo delle voci ricostruite), né gli avverbi forse o probabilmente, né, per i verbi, il modo condizionale.

Rilevo anzitutto che pisum in latino significa pisello ed è la trascrizione del greco πἱσον (leggi pison) con lo stesso significato. Lascio al lettore giudicare quale rapporto potrebbe esserci tra il pisello e pìsuli. Nelle intenzioni del Garrisi, però, pisum dovrebbe essere voce latina volgare invece del classico pensum; perciò un bell’asterisco avrebbe dovuto precedere sia pisum che il suo diminutivo pisulum.

Si salva, invece, la voce latina pensilis=pensile, pendente, sospeso (deverbale da pèndere3=pesare), dal cui accusativo pensile(m) deriva il nostro pèsule; la perdita di n è dovuta ad incrocio, questa volta sì, con l’italiano peso (che è da pensum, a sua volta da pèndere3).

 Nel Presicce4:

Il pisu proposto dal Presicce (come l’italiano peso dal già ricordato pensum anch’esso deverbale dal citato pèndère) suppone, come già nel Garrisi,  un diminutivo *pìsulu(m)=piccolo peso, che non appare congruente dal punto di vista semantico e nemmeno fonetico, perché ci saremmo aspettato pìsulu (come l’italiano pèsolo) e non pìsule, la cui terminazione, invece, è perfettamente giustificata da pènsile(m).

Spero di essere riuscito a rappresentare efficacemente quanto fin qui detto nel diagramma che segue.

 

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1 Gerard Rholfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.

2 AntonioGarrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990.

3 Pèndere (terza coniugazione) ha il suo gemello, difettivo di alcune forme e che segue la seconda coniugazione, in pendère=pendere.

4 Giuseppe Presicce, Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/a_1.html)

5 Nei mulini, per lo scorrimento dell’acqua. In dialetto neretino il dislivello è detto, con vocabolo derivante sempre dalla radice di  pèndere/pendère, pindìnu.

Giovanni Vincenzo Piccino, sacerdote e poeta leccese del XVII secolo

di Armando Polito

Nell’immagine, tratta ed adattata da Google Maps, ho segnato con la freccia nera l’inizio di via G. Piccini a Lecce. Scorrendo la via dall’inizio alla fine e viceversa ho rilevato la totale inesistenza di qualsiasi tabella viaria, tanto meno con sommaria indicazione (magari il  solo secolo) relativa al personaggio al quale questa via è intitolata. Mi riterrò ampiamente ripagato del tempo dedicato a questo post non da qualche lode, diarroica o stitica che sia, ma, oltre che da fondate osservazioni critiche,  dalla conferma che il G. Piccini della via è proprio il nostro Giovanni Vincenzo Piccino. Io ho solo il sospetto che le cose stiano così e ne dirò le ragioni alla fine (così chi è interessato dovrà leggere il tutto per capirci qualcosa …). Probabilmente essendo la via in questione periferica, il nome le sarà stato assegnato in epoca più o meno relativamente recente, attingendo alla riserva di cittadini leccesi del passato, illustri sì, ma non tanto da aver meritato o da meritare l’sssegnazione di una via più centrale. Se esiste un registro dei verbali della commissione preposta alla toponomastica, un controllo in quelli dell’ultimo cinquantennio potrebbe diradare la nebbia.

Ma ora è tempo di entrare nel cuore dell’argomento.. Confesso che, se non fosse stato per la segnalazione fattami da Fabio Ria nel suo commento ad un mio post di qualche giorno fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/26/dialetti-salentini-spurdacchiamientu/#comment-128428), del poeta appena nominato nel titolo avrei continuato ad ignorarne l’esistenza. Domenico De Angelis nel Catalogo degli Autori che si conterranno nella Prima Parte dell’Istoria de’ Scrittori Salentini posto in coda alla prima parte del suo Le vite de’ letterati salentini, Firenze, s. n., 1710 registra per Lecce Giovanni Vincenzo Piccinno. Si tratta senz’altro del nostro, il cui cognome, come vedremo, compare nel frontespizio di una sua opera nella forma Piccini. L’opera annunziata dal De Angelis non uscì e, quindi, non sapremo mai se in essa avrebbe incluso anche le notizie biografiche che, ammesso che ne avesse, già dovevano essere scarne, visto che ne Le vite … quella del Piccino non compare.

Di lui non fa menzione neppure Giovanni Bernardino Tafuri in Storia degli scrittori nati nel regno di Napoli uscita a Napoli in vari volumi per editori diversi dal 1744 al 1770. Risulta assente pure nella raccolta curata da Domenico Martuscelli Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli uscita in diversi volumi per i tipi di Nicola Gervasi a Napoli dal 1814 al 1822.

Ecco, invece, la scheda a lui relativa come appare in Nicolò Toppi, Biblioteca napoletana, Buliifon, Napoli, 1678, p. 171.

Quella registrata dal Toppi (1607-1681) è la prima pubblicazione del nostro e non c’è da meravigliarsi, con gli strumenti all’epoca disponibili, che manchino le successive. A me, invece, sfruttando la rete, è consentito oggi non solo di citarle ma di riportarne pure i frontespizi (ad eccezione di una risultata irreperibile). SI tratta di libri molto rari, come dimostra l’esiguo numero di esemplari custoditi in pochissime biblioteche. Procederò in ordine cronologico e, opera per opera, mi soffermerò sulle eventuali informazioni interne utili per la ricostruzione di qualche dettaglio biografico.

1)  Ghirlanda di dodici rosari, Baglioni, Venezia, 1609 (due soli esemplari custoditi l’uno, mutilo, nella Biblioteca comunale Fratelli Carnacini a Roncofreddo (FC), l’altro nella Biblioteca Universitaria Alessandrina a Roma.

All’nizio vi è la dedica All’illustrissima Signora la Signora Donna Caterina Acquaviva d’Aragona Contessa di Conversano e Duchessa delle Noci1. All’inizio uno dei pochissimi dettagli biografici: La servitù, e l’obbligo che ‘l Signor Massentio mio fratello tiene con Vostra Signoria Illustrissima m’han più volte sospinto … Scrissi io questi Rosari per mio essercitio mio, e delle Religiose dell’ordine di San Francesco, che nel Monasterio di S. Matteo della mia patria santamente vivono, essendo parecchi anni stato loro Padre spirituale.  In calce: Di Lecce. Il dì che la Vergine Maria andò à visitare Elisabetta. 1608.

Il fratello Massenzio potrebbe essere individuato in quel Massenzio Piccinno (ancora per Piccino?) medico leccese di cui parla il De Angelis in Le vite …, op. cit. p. 222 nella biografia di Epifanio Ferdinando di Mesagne, che era uno dei più famosi medici del regno del XVII secolo

La cronologia non si oppone a ritenere che sia lo stesso personaggio designato da Cesare Prato nel suo testamento2, redatto il 6 aprile 1632 ed aperto dopo la morte dal notaio Giovanni Domenico Salviati il 22 giugno 1635, in cui nominava erede universale l’Ospedale dello Spirito Santo di Lecce e affidava l’amministrazione dell’eredità ad un collegio composto da Leonardo e Giovanni Filippo Prato, Pomponio Guarino, Nicolò Bello, Cesare De Leone, Carlo Lisgara e Massenzio Piccinno. Quest’ultimo compare già come aministratore dell’ospedale e col titolo di artis medicinae doctor in un altro atto del 2 maggio 1596.3  Ad integrazione della testimonianza del De Angelis va ricordato il primo dei titoli (di seguito li riporto tutti) di una miscellanea che Massenzio Piccino pubblicò per i tipi di Longhi a Napoli nel 1628:  Antithesis veteris, et recentis medicinae, seu de usu medicamenti expurgantis in febribus. Ejusdem apologia pro Iacobo Bonauentura Clementis VII pontificis  maximi medico Adversus Marium Zuccarum medicum neapolitanum. De victu Parthenopeo (Contrasto tra la vecchia e la recente medicina o sull’uso di medicamento purgativo nelle febbri. Difesa dello stesso a favore di Iacopo Bonaventura medico del pontefice massimo Clemente VII contro Mario Zuccaro medico napoletano. Il vitto partenopeo). Come autore di questo testo è riportato Massenzio Piccino in Salvatore De Renzi, Storia della medicina un Italia, Tipografia del Filiatre-Sebezio, Napoli, 1846, v. IV, p. 478.

A Massenzio Piccinni è intitolata a Lecce una via, anch’essa periferica, evidenziata dalla freccia nella foto che segue, anch’essa tratta ed adattata da Google Maps. A questo punto Piccinni va aggiunto come variante ai già visti Piccino e Piccinno.

Va rilevato che la Ghirlanda appare come la versione religiosa di un filone laico dal quale sembra aver mediato il titolo. Qualche esempio: Stefano Guazzi, Eredi di Girolamo Bartoli, Ghirlanda della Contessa Angela Bianca Beccaria contesta di Madrigali di diversi Autori, Genova, 1545; Domenico Carrega, La ghirlanda di Pallora, Deuchino, Venezia, 1613; Giovanni Rhò, Ghirlanda di eruditi fiori, Ferroni, Bologna, 1647; Tomasso Martinelli, Ghirlanda di Pindo, Monti, Bologna, 1664.

2) Sacro settenario della b. sempre vergine Maria madre di Dio, che contiene sette spirituali esercitij nelle sette festività, Erede di Damian Zenato, Venezia, 1619 (1 esemplare nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze)

Purtroppo di questo libro in rete c’è solo la digitalizzazione del frontespizio e della pagina iniziale del testo vero e proprio. La lettura della dedica, che sicuramente c’è, avrebbe consentito, forse di assumere qualche altra notizia. Sfruttando il solo frontespizio e tenendo nel dovuto conto le omonimie sempre in agguato, la dedicataria potrebbe essere quell’Aurelia Marescalla di Arnesano che redasse il suo testamento nel 1662, secondo quanto si legge in Gino Giovanni Chirizzi, Arnesano: Vita religiosa e vita popolare di una comunità meridionale (secc. XVI-XX), Congedo, Galatina, 1881, p. 41. Ricordo che i Marescallo (per Marescalla vale quanto si dirà più avanti per Piccina) di Lecce acquistarono il feudo di Arnesano nel 1613.

Anche questo testo si colloca in un collaudato filone per il quale è sufficiente citare Giovanni Paolo Eustachio, Sacro settenario raccolto dalle sante scritture, Carlino, Napoli, 1579 e Carlo Sezza, Settenarii sacri overo meditationi pie. Mascardi, Roma, 1666.

3) La Maddalena ravveduta, Ginammi, Venezia, 1624 (3 esemplari:  Biblioteca Estense Universitaria Modena; Biblioteca Nazionale Centrale, Roma; Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia)

Si tratta del titolo segnalatomi da Fabio Ria e dal quale tutto è partito. Il libro si apre con la consueta dedica all’Illustre Signora e Nipote amatissima, per cui abbiamo la certezza che si tratta di quell’Agnesa Piccina che compare nel frontespizio e che Piccina è un vezzoso adattamento nel genere (come precedentemente per Marescalla) dell’originario cognome, fenomeno ricorrente fino a poco tempo fa pure dalle nostre parti nella lingua popolare. A tal proposito vedi pure nel libro successivo Marescalla.La parte finale della dedica così recita: Priego Dio, che con occhio favorevole riguardi la sterilità di V. S. illustre, e faccia lieti d’un figliolo maschio lei, e ‘l Signor Giulio Cesare Vitale suo consorte; a cui bacio la mano. Di Lecce il dì d’Ogni Santi 1623. Di V. s. Illustre Carissimo Zio. Su Giulio Cesare Vitale tornerò al momento di presentare l’ultima pubblicazione del Piccino. Faccio presente che il tema trattato in quest’opera del Piccino risulta essere estremamente inflazionato, come mostrano i titoli che seguono e che sono solo parte di una serie sterminata: Paolo Silvio, La Maddalena penitente, Carlino & Vitale, Napoli, 1609; Felice Servidio, La Maddalena penitente, Zanobi Pignoni, Firenze, 1616; Benedetto Cinquanta, La Maddalena convertita, Como, Milano,1616; Giovanni Battista Andreini, La Maddalena, Antonio & Ludovico Ossanna: Mantova, 1617; Vincenzo Della Rena, La Maddalena pentita, Zeffi, Pisa, 1627; Giuseppe De Lauro, Madalena romita, Manelfi, Roma, 1645; Ignazio Cumbo, La Maddalena liberata, Baglioni, Venezia, 1673.

4) In Drammaturgia di Lione Allacci accresciuta e continuata fino all’anno MDCCLV, Pasquali, Venezia, 1755, p. 601 è presente la seguente scheda.

A conferma dell’alternanza della forma Piccino/Piccini di cui ho detto all’inizio, ecco come lo stesso titolo appare in Francesco Saverio Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, Agnelli, Milano, 1743, v.

Tuttavia va precisato che la più antica segnalazione di tale titolo è in Libri stampati da Marco Ginammi, che si trova, con chiara finalità pubblicitaria.  alla fine di il Ministro di Stato con il vero uso della politica moderna del Signor De Silhon trasportato dal francese per Mutio Ziccatta, Ginammi, Veneziam, 1639. Da notare il dettaglio relativo al formato (8) contro quello dell’Allacci (4), probabilmente meno affidabile perché il libro contiene aggiunte successive all’Allacci e perché sembra strano che lo stesso editore abbia deciso di adottare due formati diversi per testi similari per contenuto. Il sospetto di errore diventa certezza perché nell’elenco di pubblicazioni dell’editore Ginammi in coda a La Maddalena ravveduta compare 8 e non 4.

Chi legge, non avendo visto la riproduzione del frontespizio, avrà già capito che l’unica opera irreperibile è proprio questa. Almeno un esemplare, però, sarà esistito fino al 1894, visti i riferimenti all’autore ed all’opera nonché la citazione di ampi brani brani in Costantino Nigra e Delfino Orsi, Rappresentazioni popolari in Piemonte. Il Natale in Canavese, L. Roux & C., Torino-Roma, 1894.

p. 28

pp. 44-45

p. 47

p. 69

p. 95

p. 103

. Come le precedenti anche quest’opera fa parte di un filone diffusissimo nel secolo XVII (due soli titoli tra i tanti: Giovanni Battista Calamai, Il parto della Vergine, Cecconcelli, Firenze, 1623; Marco Antonio Perillo, Il parto della Vergine, Roncagliolo, Napoli, 1624) e che ha il suo antesignano nel De partu Virginis di Jacopo Sannazzaro pubblicato nel 1526.

5) La mirra parte prima, Ginami, Venezia, s. d. (un solo esemplare ciascunai: Biblioteca Provinciale Nicola Bernardini Lecce e Biblioteca Comunale di Massafra (1 esemplare).

 

Da notare nel frontespizio di entrambi i volumi Piccini per Piccino (ne ho già detto) e l’editore Ginami invece di Ginammi.che compare nelle altre opere.

Il primo volume si apre, come anticipato nel frontespizio, con la dedica in versi (un sonetto) All’Eterna Maestà di Giesu Christo crocifisso; segue un avviso dell’editore (Lo stampatore a chi legge) particolarmente importante perché ci informa che avea già disegnato l’Autore di porre non senza intollerabile fatica in fronte di ciascun oensiero una sentenza latina della divina Scrittura, in modo tanto acconcio, che con molta vaghezza ne spiccava la rima in quella guisa, che fa la gemma incastrata in oro; ma non essendo piaciuto a superiori questo congiungimento di Scrittura in lingua latina, e di concerto spiegato in rima Toscana, e veggendo l’Autore che i pensieri venivano à perdere quella grazia, e leggiadria, che risultava da’ detti latini se fossero trasportati in lingua volgare, s’è risoluto di mortificarsi … Patienza…

Non sapremo mai se al trauma subito sia dovuto il fatto che del nostro autore non ci è rimasto nulla in latino, neppure un epigramma, nonostante in quei tempi costituisse quasi una moda diffusa tra i letterati.

All’avviso dell’editore, prima del testo vero e proprio, segue un componimento elogiativo di Giulio Cesare Vitale, avvocaro leccese che, come abbiamo detto, aveva sposato sua nipote Agnesa.4

Si tratta di una prassi normale per l’epoca, un po’ quello che oggi si chiama presentazione, questa in prosa, quella in versi (nel nostro caso in italiano, ma sovente in latino o, addirittura, in greco); anzi fa meraviglia che sia stato qui ospitato il solo Vitale, visto che in altri autori un buon numero delle pagine iniziali dell’opera sono riservate ad un numero talora cospicuo di “presentatori”. Non è detto che tutti conoscessero di persona l’autore, ma nel nostro caso ne abbiamo la certezza e, considerato il rapporto di parentela, sia pure acquisito, con l’autore l’elogio appare un fatto di famiglia, oltre che, direi in dialetto neretino, fattu  ‘ccasa (senza le caratteristiche positive cui tale etichetta allude …). Il Vitale, però, si sarebbe dovuto impegnare meglio per l’occasione, anche perché dà prova migliore (anche se non esaltante …) negli altri componomenti che di lui ci sono rmasti: tre sonetti sono in Varii componimenti volgari, e latini, in lode dell’illustre Signor Don Francesco Lanario et Aragona, hora Duca di Carpignano, Cavaliero ell’habito di Calatrava, e del Consiglio di Guerra di Sua Maestà Cattolica ne’ Stati di Fiandra, Governator Generale della Provintia di Terra d’Otranto, c on la potestà ad modum belli, raccolti da Giulio Cesare Grandi, Gentil’huomo di Lecce, Patritio, et Senator Romano, Cirillo, Palermo, 1621, pp. 38-39.

E ancora: in Eustachio D’Afflitto, Memorie degli scrittori del regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli,  1782 a p. 207 si legge che un suo epigramma si trova alla fine di Discorso intorno al Tancredi, Poema eroico del signor Ascanio Grandi, al molto illustre Signor Giovanni Filippo Prato, Lecce, per Pietro Micheli, 1634, opera del Giovanni Pietro D’Alessandro; peccato che essa risulta irreperibile. Probabilmente, però,date le precedenti prove poetiche non abbiamo perso granché per quanto riguarda il Vitale.

Chiudo motivando al dubbio iniziale di natura toponomastica: e se il Piccini che si legge in quest’ultimo frontespizio fosse quello della via con G. che sta per Giovanni e con l’omissione di Vincenzo?

____________

1 PIù avanti. … moglie dell’Illustrissimo Signor Duca Giulio Acquaviva d’Aragona …; Giulio Antonio (2° Duca di Noci, 19° Conte di Conversano, 11° Conte di San Flaviano e Conte di Castellana dal 1607) e Caterina (6° Duchessa di Nardò, figlia ed erede di Don Belisario II Acquaviva d’Aragona 5° Duca di Nardò e di Donna Porzia Pepe dei Duchi di Seclì) erano cugini. Il loro matrimonio avvenne nel 1598.  Lui morì nel 1623, lei nel 1636.

2 Congregazione di Carità di Lecce, O.P., Ospedale dello Spirito Santo, Actus aperturae testamenti inscriptis conditi per quondam R.dum D. Cesarem Prato, 22/06/1635-III, c. 1, b. 2, fasc. 18

3 Archivio di Stato di Lecce, atti notarili 46/9, notaio Paolo Schipa di Lecce, prot. del 08/06/1596-IX, Arrendamentum Sacri Hospitalis Spiritus Sancti litien., c. 108v.

4 Da Tommaso De Santis, Istoria del tumulto di Napoli in Raccolta di tutti i più rinomati Scrittori dell’Historia Generale del Regno di Napoli, tomo VII, Gravier, Napoli, 1769, la scheda nell’indice a p. 382 e il relativo rinvio a p. 104.

 

 

Da Francesco Gaudioso, Famiglia, proprietà e coscienza religiosa nel Mezzogiorno d’Italia: secoli XVI-XIX, Congedo, , Galatina, 2005, p. 129 apprendiamo che il suo testamento fu chiuso e sigillato il 19 marzo 1648 e aperto e pubblicato il 9 maggio 1656 dopo la morte avvenuta il 3 febbraio di quello stesso anno.

BrindisI: l’epigrafe del mercante e i suoi misteri

di Armando Polito

Per una volta tanto rinuncerò al consueto tono colloquiale e tratterò l’argomento per sezioni, nella speranza di essere il più esauriente e chiaro possibile nel minor tempo e nel minor spazio.

NOTIZIE STORICHE

Datata tra la fine del I secolo e l’inizio del secondo, risulta costituita da due parti rinvenute nel porto di Brindisi, La prima nel 1869, la seconda due anni dopo. È registrata in diverse raccolte (CIL, IX, 60; CLE,  1533 e AE, 2005, 161). Dato il luogo del ritrovamento, non è detto che la sua provenienza o la sua meta finale fosse proprio Brindisi, ma questo è un dettaglio sul quale tornerò alla fine. Va ricordato che la prima registrazione in cataloghi (quella nel tomo nono del CIL uscito nel 1883)  fu merito di Giovanni Tarantini (Brindisi 1805-Brindisi 1889) che la trasmise, insieme con altre al Mommsen.

Ecco la scheda tratta dal citato tomo del CIL:

Tuttavia la sua prima pubblicazione era avvenuta nel Bullettino di corrispondenza archeologica, per l’anno 1872, Salviucci, Roma, 1872, p. 30, a cura di Wilhelm Henzen. Mi piace riportare la parte iniziale del suo contributo perché è una testimonianza dell’autorevolezza e dell’acribia dell’archeologo brindisino pronto a riconoscere di aver tratto conclusioni azzardate (però nessuno ne aveva avanzato altre …) al ritrovamento del primo frammento, ma felice di poter formulare il giudizio definitivo, nonché la conferma che nelle piccole e grandi scoperte poca o tanta fortuna non guasta.

Scrive l’Henzen: Il nostro socio corrispondente, sig. arcidiacono Gio. Tarantini direttore della biblioteca di Brindisi, ci scrisse nell’autunno dell’anno scorso: “Nel 1869, partendo da alcuni dati storici, avventurai un’opinione su di quattro versi latini che aveva trovati incisi su di una mezza tavola di marmo che era stata allora estratta dal fondo di questo porto. La mancanza de’ versi precedenti, che trovar si dovevano nell’altra metà superiore della tavola, rendeva ben difficile l’indovinare chi parlasse in quelli versi. Ora debbo confessare che andai ben lungi dal vero nelle mie conghietture. Non poteva allora certamente augurarmi che un giorno tra i milioni di metri cubici di fango e macerie che si estraevano dal porto, avesse potuto rinvenirsi l’altra mezza lapide. Dopo due anni però è avvenuto quel che era affatto fuori delle mie speranze. In questi giorni esaminando alcuni rottami che fortunatamente non erano stati trasportati per esser gittati in alto mare, ho tosto riconosciuto l’altra mezza lapide che, unita alla prima, misura m. 0,65 di altezza e m. 0,5 di largo, e vi ho letto altri otto versi. Ecco ora tutta intiera l’iscrizione …

 

Segue la datazione, stabilita in base alla scrittura, proposta dall’Henzen in collaborazione col collega G. B. De Rossi, da allora unanimemente accettata e che ho indicato all’inizio. W. Henzen, G. B. De Rossi, Georg Kaibel [in calce alla scheda del CIL a destra si legge: recognovit Kaibel (la emendò Kaibel); chiunque può notare, ad onor del vero, come l’emendatio di Kaibel si limitò all’aggiunta della punteggiatura] e, per finire, Theodor Mommsen: un quartetto di luminari di fronte al quale il Tarantini non solo superò brillantemente l’esame ma che con loro avrebbe potuto metter su un bel quintetto …

Attualmente l’epigrafe è custodita nella città in cui fu rinvenuta nel Museo archeologico Ribezzo

TRASCRIZIONE E TRADUZIONE

1   Si non molestum est, hospes, consiste et lege!

2   Navibus velivolis magnum mare saepe cucurri,

3   accessi terras complures. Terminus hicc est

4   quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere.

5   Hic meas deposui curas omnesque labores.

6   Sidera non timeo hic nec nimbos nec mare saevom

7   nec metuo sumptus ne quaestum vincere possit.

8   Alma Fides, tibi ago grates, sanctissima diva:

9   fortuna infracta ter me fessum recreasti;

10 tu digna es quam mortales optent sibi cuncti.

11 Hospes, vive, vale! In sumptum superet tibi semper

12 qua non sprevisti hunc lapidem dignumq(ue) dicasti!

 

Se non ti è di fastidio, o forestiero, fermati e leggi!

Ho corso spesso il grande mare con le navi che volano con le vele,

sono entrato in molte terre. Proprio questo è il punto d’arrivo

che a me che nascevo le Parche un tempo annunziarono.

Qui ho deposto le mie preoccupazioni ed ogni fatica.

Qui non ho paura del clima, né dei temporali, né del mare crudele,

non ho paura neppure che il guadagno non superi le spese.

Fede alimentatrice, santissima dea, rendo a te grazie:

tre volte hai rinfrancato me provato dalla infranta fortuna;

tu sei degna che tutti i mortali  ti desiderino per sé.

Forestiero, vivi e sta’ bene! Ti avanzi sempre qualcosa da spendere,

in quanto non hai disprezzato questa pietra e (le) hai dedicato qualcosa di degno.

OSSERVAZIONI TESTUALI

Va osservata sul piano grammaticale la forma HICC nella linea 3, intermedia tra la normale HIC (che ricorre, come avverbio e non come pronome, alla linea 5) e la rafforzata HICCE.

Sul piano lessicale vanno segnalati alcuni ricalchi letterari, tenendo conto, però, che certi lemmi e certe locuzioni erano di uso corrente.

Linea 1: Si non molestum est, hospes, consiste et lege!

Formula abbastanza frequente,  con alternanza tra hospes (forestiero) e viator (viandante), nelle epigrafi funerarie. Ne fornisco qualche esempio sottolineando la parte che interessa ai fini della trattazione: AE 1996, 00453 (da Lucera): Sic iter hoc felix tibi sit / consiste v(i)ator et me(a) fata / brevi percipe notitia / Propasi fuerat mihi nomen / flore iu(v)entae erepta ex / oc(u)lis morte gravi teneor / nam mihi bis quaternos / aetas compl(e)verat annos / amissa vita lugent ut(e)rque / parens multa queri pos(sis) / si mora grata foret …  (Così questo viaggio ti sia felice, o viandante, e apprendi con poche parole il mio destino. Propasi era stato il mio nome. Mi trovo rapita alla vista dalla pesante morte nel fiore della gioventù. L’età non aveva ancora compiuto per me otto anni. Per la vita perduta piangono entrambi i genitori. Possa tu dolertene molto se la sosta ti fosse gradita …; : CIL II, 3475 (da Cartagena): C(aius) Licinius C(ai) f(ilius) Torax / hospes consiste et Thoracis perlege nomen …(Caio Licinio Torace figlio di Caio. Forestiero, fermati e leggi il nome di Torace …); CIL XI,; RIU-06, 1554a (da Gorsium, in Pannonia): D(is) M(anibus) / tu qui festinas pe/dibus consiste vi/ator et lege quam / [dur]e sit data vita mihi [ … (Agli Dei Mani. Tu, o viandante, che ti affretti ferma il tuo piede e leggi quale dura vita mi è stata data […).

Linea 2: Navibus velivolis magnum mare saepe cucurri

Ogni possibilità di interpretare magnum mare (grande mare) come equivalente di mare magnum, nesso con il quale (oltre a mare nostrum e a mare internum) i Romani indicavano il Mediterraneo, è esclusa dal fatto che con entrambi i nessi l’esametro sarebbe stato perfetto, per cui, se l’autore avesse voluto alludere al Mediterraneo e non al concetto generico della vastità del mare avrebbe senz’altro usato mare magnum. Di seguito le due possibilità di scansione che dimostrano quanto ho appena finito di dire:

Nāvĭbŭs I vēlĭvŏIlīs II māgnūm mărĕ I saepĕ cŭIcūrrī

Nāvĭbŭs I vēlĭvŏIlīs II mărĕ I māgnūm I saepĕ cŭIcūrrī 

Per quanto riguarda navibus velivolis:

Macrobio (V secolo d. C.) in Saturnalia (VI, 5) ci ha tramandato due frammenti di Ennio (III-II secolo a. C.). Il primo è tratto dal libro XIV degli Annales: … quom procul aspiciunt hostes accedere ventis/navibus velivolis(… quando da lontano scorgono i nemici accostarsi grazie al favore del vento con le navi volanti con le vele) ; il secondo dalla tragedia Andromacha: … rapit ex alto naves velivolas(… ghermisce in alto mare  le navi volanti con le vele …) vele..                                                                                             

Lucrezio (I secolo a. C.), De rerum natura, V, 1442: tum mare velivolis florebat navibus ponti (allora la superficie del mare pullulava di navi volanti con le vele).

Cicerone (I secolo a. C.) nel De divinatione I, 31 riporta un frammento di Ennio (III-II secolo a. C.) dalla tragedia Alexander: Iamque mari magno classis cita/texitur; exitium  examen rapit/adveniet fera velivolantibus/navibus, complebit manus litora (E già per il vasto mare una flotta veloce vien costruita; essa trascina uno sciame di disgrazie,  arriverà crudele; un esercito su navi volanti con le vele occuperài nostri lidi). Qui, invece dell’aggettivo velivolus/velivola/velivolum è usata la variante deverbale (participio presente di velivolare) velivolans/velivolantis.

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Epistulae ex Ponto IV, 5, 42: et freta velivolas non habitura rates (e le onde non destinate ad avere le navi che volano con le vele).

Linee 3-4: …. Terminus hicc est/quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere

Orazio, Carmen saeculare, vv. 25-28: Vosque, veraces cecinisse Parcae,/ quod semel dictum est stabilisque rerum/terminus servet, bona iam peractis/iungite fata (E voi, Parche veritiere, avete cantato; perché lo stabile confine delle cose conservi ciò che una sola volta fu detto, aggiungete un destino favorevole a ciò che si è compiuto).

Linea 5: Hic meas deposui curas omnesque labores

Virgilio, Georgiche, IV, 531: Nate, licet tristis animo deponere curas (O figlio, è possibile allontanare dall’animo le tristi preoccupazioni); Ovidio, Rimedi d’amore, 259: Nulla incantatas deponent pectora curas (Nessun cuore allontanerà le incantevoli preoccupazioni);  

Linea 6: Sidera non timeo hic nec nimbos nec mare saevom

Da notare anzitutto la forma arcaica saevom invece della classica saevum, a impreziosire il testo di una patina di antica solennità.

Il nesso mare saevum è ricorrente negli autori latini a partire da Livio Andronico (III secolo a. C.) in un frammento della sua traduzione dell’Odissea: Namque nullum peius macerat humanum/quamde mare saevom (E infatti nulla di peggiore logora l’uomo del mare crudele). Da notare come mare saevum (mare crudele) costituisce uno sviluppo del precedente magnum mare (la crudeltà rende ancor più probabili i rischi legati alla vastità).

Linea 8: Alma Fides, tibi ago grates, sanctissima diva 

Alma Fides è un nesso tipico della produzione colta:

Ennio, citato da Cicerone, nel De officiis, III, 29: O Fides alma apta pinnis … (O alma fede dotata di ali);

Stazio (I secolo d. C.), Tebaide, XI, 98: Tu mihi perplexis quaesitam erroribus ultro/advehis alma fidem, veterisque exordia fati/detegis, assistas operi, tuaque omina firmes (Tu [rivolto alla notte, qui dettaglio astronomico ma che nell’epigrafe potrebbe essersi trasfigurato nell’idea della morte], alma, mi porti nel groviglio delle incertezze la fede richiesta, sveli le origini del vecchio destino, dai aiuto all’opera e confermi tutti i tuoi presagi).

Silio Italico (I secolo d. C.), Punica, VI, 131-132: in egregio cuius sibi pectore sedem/ceperat alma Fides mentemque amplexa tenebat (… nel suo nobile cuore l’alma fede aveva preso posto per sé e dopo aver avvinto la mente la teneva salda).

Ricorre pure in altre epigrafi funerarie (CIL V, p 623,15; CIL IX, 60; CIL XII, 2115; CIL XIII, 3098; AE 1976, 243; AE 1902, 245; EDCS-42700150; EDCS-33900311; EDCS-30300366; EDCS-38700126; EDCS-30200094 E, in particolare, in riferimento alla mercatura, CIL XI, 382:  … hos non imbelli pretio mercatus honores/sed pretio maius detulit alma fides … ( … l’alma fede non recò questi onori della mercatura a buon prezzo ma cosa maggiore del prezzo). Il nesso, poi, diventerà obbligato a partire dal IV secolo, soprattutto con la letteratura cristiana. 

Linea 9: fortuna infracta ter me fessum recreasti

Difficile dire se il riferimento è l’essere sfuggito tre volte ad un naufragio o al fallimento. Fortuna infracta ricorda vagamente Valerio Massimo (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Factorum et dictorum memorabilium libri,  IV, 7: Accedit huc quod infractae fortunae homines magis amicorum studia desiderant (A questo si aggiunge il fatto che gli uomini dal destino infelice desiderano di più le attenzioni degli amici).

STRUTTURA COMPOSITIVA

il testo dell’epigrafe può essere schematicamente suddiviso in tre sezioni: la prima (riga 1) contenente l’invito a fermarsi e a leggere rivolto al passante, la seconda (righe 2-10) contenente la biografia, la terza (righe 11-12) contenente il congedo e il ringraziamento. Mi pare importante rilevare l’andamento circolare del testo, che si apre e chiude con lo stesso concetto (imperniato nella parola-chiave hospes) declinato al futuro nella prima sezione (invito a fermarsi e a leggere) e al passato/presente nella terza (ringraziamento per essersi fermato e aver letto). Per quanto appena detto non condivido minimamente quanto leggo in Antonio La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana, Einaudi, Torino, 1979, p. 48: La chiusa è in tono minore, e può essere ritenuta anche non del tutto degna del bellissimo carme. Se qualche appunto va mosso, esso potrebbe riguardare solo la metrica e precisamente la cesura, peraltro obbligara, del verso 9 che crea una frattura tra la preposizione in e il sumptum da essa retto. Può darsi, però, che lo scarso gradimento del finale per La Penna sia dovuto al carattere materialistico di in sumptum superet tibi semper (ti avanzi sempre qualcosa da spendere); faccio notare, però, come tale verso  sia la ripresa di nec metuo sumptus ne quaestum vincere possit (né temo che la spesa possa superare il guadagno), trasformato, ora che la morte lo ha escluso da ogni rischio, in augurioper chi resta.D’altra parte, cosa poteva augurare un mercante condizionato per definizione, per quanto idealista fosse, dalla legge economica della domanda e dell’offerta? E non voglio azzardarmi ad affermare che quel vive et vale sia stato ispirato per contrasto dall’Ego abeo. Male vive et vale (Io me ne vado. Vivi malamente e addio!) con cui Sicofante (il nome è tutto un programma …)  nella scena II dell’atto IV della commedia Trinummus di Plauto (III-II secolo a. C.) liquida bruscamente Carmide, con cui ha un conto economico in sospeso. Più probabile, invece, il calco da Orazio, Satire, II, 5, 109-110 (è Tiresia che parla ad Odisseo): Sed me/imperiosa trahit Proserpina. Vive valeque! (Ma la dominatrice Proserpina mi trascina [nel regno delle ombre]. Vivi e addio!).

STRUTTURA METRICA

È, a parer mio, quella che rende singolare l’epigrafe. Essa consta, infatti, di dodici versi, dei quali il primo è un senario giambico, i rimanenti esametri. È un dato di fatto che la poesia antica risponde a criteri rigidi, non tanto nella struttura dei singoli versi (in cui lo schema prevede alcune varianti) quanto nella loro alternanza. Mi spiego; a livello scolastico: quando si studiava (oggi non so …) l’Eneide con la sua sequenza di esametri, si acquisiva il dato provvisorio che non ci fosse altro modello compositivo; poi lo studio dei cosiddetti poeti elegiaci faceva capire che accanto ai componimenti costituiti da una sequenza di esametri ve n’erano altri formati da distici elegiaci (esametro+pentametro); quando si passava ad Orazio si scopriva che la varietà compositiva coinvolgeva pure altri tipi di verso. Così l’epodo XVI (si capirà dopo perché ho scelto questo) risulta costituito dall’alternarsi di distici costituiti da un esametro e da un senario giambico. Com’è noto, la liberazione della stessa poesia italiana dalle pastoie della rima prima e della metrica (quella tradizionale) poi risale ad un’epoca relativamente recente. L’unicità della nostra iscrizione riguarda proprio la sua struttura (ripeto: inizlale senario giambico seguito da undici esametri, quasi un misto tra la composizione virgiliana (come ho detto tutta in esametri) e quella del canto indicato di Orazio, ma con l’inversione nell’ordine dei primi due versi (lì esametro+senario giambico, qui  senario giambico+esametro). Questo fenomeno di struttura metricamente composita non è delle epigrafi funerarie (ma dubito, per quanto dirò alla fine, che la nostra lo sia) e, a quanto ne so, la nostra, se lo fosse,  ne costituirebbe l’unico esempio, non facendo testo, perché non presente nella metrica classica, la composizione (però tutta in pentametri, dunque da considerare strutturalmente uniforme, anche se tale sequenza mai s’incontra in letteratura) di CIL IV, 9123 (Nihil durare potest tempore perpetuo/cum bene sol nituit redditur Oceano/decrescit Phoebe quae modo plena fuit/ven[to]rum feritas saepe fit aura l[e]vis).

Nella nostra epigrafe al ritmo più serrato del senario giambico contenente l’invito a fermarsi ed a leggere segue quello più disteso degli esametri, adatto al carattere narrativo del contenuto. Faccio notare, ai fini della caratterizzazione funeraria o meno dell’epigrafe, che la formula rituale del primo verso in altre epigrafi senza dubbio funerarie (vedi sopra nel commento a Linea 1) è costantemente un esametro.

Ecco la scansione del nostro verso:

Sῑ nōn I mŏlēIstum ēst, IIIspēs, cōnIsīste ēt I lěgě

Faccio notare che anche questo verso sarebbe stato un perfetto esametro se l’ultimo piede fosse stato non un dibraco o pirrichio (∪ ∪ ) ma uno spondeo (— ∪) oppure  un trocheo (— ∪), applicando, inoltre, la correptio iambica nel secondo piede (∪—>——).

Per il resto segnalo la consueta sinalefe nei versi 1 (molestum est e siste et),   6 (timeo hic), 8 (tibi ago), 9 (fortuna infracta), 10 (digna es), 11(vale In) e 12 (sprevisti hunc), la sinizesi nel verso 5 (meas)2 e la correptio iambica nel verso 2 (Nāvĭbŭs invece di Nāvĭbūs). 

Di seguito la scansione di tutti i versi.

1   Sī nōn I mŏlēIstum ēst,IIIspēs, cōnIsīste ēt I lege!

2   Nāvĭbŭs I vēlĭvŏllīs IIIgnūm mărĕ I saepĕ cŭIcūrrī,

3  āccēsIsī tērIrās II cōmIplūrēs.ITērmĭnŭs I hīcc ēst

4   quēm mĭhĭ I nāscēnIII quōnIdām PārIcae cĕcĭInērē.

5   Hīc mĕăs I dēpŏsŭIī II Irās ōmInēsquĕ lăIbōrēs.

6   Sīdĕră I  nōn tĭmĕo I hīc II nēc I nīmbōs I nēc mărĕ I saevōm

7   nēc mĕtŭIō sūmIptūs III quaestūm I vīncĕrĕ I pōssĭt.

8   Ālmă FĭIdēs, tĭbi ăIII grāItēs, sāncItīssĭmă I dīvă:

9   fōrtūIna īnfrāIctā II tēr I mē fēsIsūm rĕcrĕIāstī;

10 tū dīgna I ēs II quām I  mōrIllēs II ōpItēnt sĭbĭ I cūnctī.

11 Hōspēs, I vīvĕ, văIle! Īn II sūmpItūm sŭpĕIrēt tĭbĭ I sēmpĕr

12 quā nōn I sprēvīIsti hūnc II lăpĭIdēm dīIgnūmq(uĕ) dīIcāstī!

 

CONCLUSIONI

Si riferiscono, più che altro, a quei suoi misteri presenti nel titolo, concetto, invero, scontato quando si studia una testimonianza non solo del passato ma anche del presente, anche se può far sorgere il sospetto che abbia usato quella  voce per assicurarmi qualche lettore in più, espediente gemello dei titoli sparati dei giornali o, peggio ancora, della spettacolarizzazione che contraddistingue tante trasmissioni televisive di carattere scientifico-divulgativo.

Nel nostro caso il mistero principale riguarda, secondo me, la funzione dell’epigrafe.

Escluderei quella funeraria, almeno nell’immediato, non solo per la disomogeneità metrica ma anche, e soprattutto, perché manca il nome del defunto.1 Ho scritto nell’immediato, nel senso che si può ipotizzare che la lastra non fosse stata ancora collocata al suo posto, ma era in fieri, destinata ad essere completata (notevole è nella parte inferiore lo spazio vuoto rimasto) dopo la morte del mercante (nulla vieta che ne fosse lui direttamente il committente). Credo, poi, eccessivamente campanilistico identificare l’hic (qui) della riga 5 come Brindisi, perché la lastra poteva benissimo essere a bordo di una nave naufragata nel porto di Brindisi ma con destinazione diversa e commissionata da un destinatario che sarebbe morto chissà dove. In alternativa, escludendo, questa volta,  non solo nell’immediato la funzione funeraria, si potrebbe pensare che fosse parte di una sorta di monumento al mercante (così come oggi, per restare a Brindisi,  il monumento  al Marinaio d’Italia), degno di trovare ospitalità in qualsiasi porto, non solo a Brindisi. E la funzione celebrativa finirebbe per confondersi con quella turistico-pubblicitaria, rendendo plausibile, anche grazie alla raffinatezza del testo, che per un compito quasi di rappresentanza fosse stata commissionata non da un privato ma da un’istituzione ufficiale.

Bibliografia

Alessandro Franzoi, Saggezza di mercante, in Rivista di cultura classica e medioevale, vol. 46, n° 2 (Luglio-dicembre 2004), pp. 257-263.

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1 Che, invece, compare in epigrafi senza dubbio funerarie e, fra l’altro,  riconducibili alla sfera del commercio.

Podgorica/Doclea (Dalmazia) AE 1993, 01251 C(aius) Utius Sp(uri) f(ilius) testament(o) / fieri iussit sibi et / P(ublio) Utio [f]ratri suo et Clodia(e) / F[au]stae concubinae suae / mult[a per]agratus ego terraque marique / debit[um re]ddidi in patria nunc situs hic iaceo / stat l[apis e]t nomen vestigia nulla (Caiio Uzio figlio di Spuro ordinò che fosse fatto a ricordo di sé, di Publio Uzio suo fratello e di Clodia Fausta sua concubina. Io dopo aver errato a lungo per ierra e per mare resi il dovuto in patria. Ora giaccio posto qui; ci sono la lapide ed il nome, non c’è nessun resto).

Pescara CIL 09, 03337 L(ucio) Cassio Hermo/doro nauclero / qui erat in colleg(io) / Serapis Salon(itano) per / freta per maria tra/iectus saepe per und(as) / qui non debuerat / obitus remanere / in a(e)tern(o) sed mecum / coniunx si vivere / nolueras at Styga / perpetua vel rate / funerea utinam / tecu(m) comitata / fuissem Ulpia Candi/da domu Salon(itana) co(n)i(ugi) / b(ene) m(erenti) p(osuit (All’armatore Lucio Cassio Ermodoro che era nel collegio di Serapide a Salona. Sballottato per gorghi, per mari, spesso tra le onde che non sarebbe dovuto morire in eterno ma con me compagno se tu non avevi voluto vivere. Piuttosto avesse voluto il cielo che io fossi stata accompagnata con te dallo stige o dalla barca funerea! Ulpia Candida di famiglia di Salona pose al marito benemerito).

2 Ma si può considerare pure la presenza di correptio iambica (mĕās>mĕăs). Nella scansione che segue si è privilegiata questa soluzione, non essendo possibile rappresentarle entrambe contemporaneamente. Se si fosse privilegiata la sinizesi nello schema non avremmo avuto mĕăs bisillabo ma unica sillaba lunga).

Filippo Lopez y Royo e il restauro del suo ritratto

di Armando Polito

immagine tratta da https://www.tp24.it/2018/03/09/rubriche/filippo-lopez-royo-vicere-rivoluzione-restaurazione/118497

 

Vi siete mai chiesti cosa penserebbe un personaggio più o meno importante del passato vedendo (per chi crede nell’aldilà forse è possibile …) il suo ritratto eseguito, magari, quando non era più in vita? E la domanda è ancora più intrigante quando a più o meno notevole distanza di anni la propria immagine viene curata dalle offese del tempo ad opera di un proprio discendente?

Quanto appena detto si adatta perfettamente a Filippo Lopez y Royo nato a Monteroni di Lecce nel 1728, duca di Taurisano, vescovo di Nola dal 1768 al 1793, arcivescovo di Palermo e Monreale dal 1793 al 1801 e presidente del regno di Sicilia dal 1795 al 1798. Morì a Napoli nel 1811. I dati appena riportati bastano ed avanzano per farsi un’idea dello spessore anche politico del personaggio. A chi volesse approfondire quest’aspetto, per un primo approccio può tornare utile la scheda presente in http://www.treccani.it/enciclopedia/lopez-y-royo-filippo_%28Dizionario-Biografico%29/.

Nell’immagine che segue, tratta ed elaborata da https://www.deamoneta.com/auctions/view/226/59, lo stemma vescovile di Filippo (lo scudo è quello di famiglia:  Troncato: nel primo d’azzurro a due lupi d’oro passanti l’uno sull’altro; nel secondo di azzurro a cinque gru d’argento con la loro vigilanza d’oro diposte 2, 1, 2).come appare in un documento del 1775.

Del 1770, invece, è lo stemma di Michele (fratello di Filippo), terzo duca di Taurisano posto sul portale del palazzo ducale di Taurisano (immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g2155146-i38710064-Taurisano_Province_of_Lecce_Puglia.html#38709922).

MICHAEL LOPEZ Y ROYO/TERTIUS DUX/TAURISANI/A(NNO) D(OMINI) 1770

(Michele Lopez y Royo terzo duca di Taurisano nell’anno del Signore 1770)

Do ora seguito al titolo ed introduco i protagonisti. Il primo è un oggetto, cioè il ritratto, riprodotto nell’immagine di testa, che è custodito nel palazzo arcivescovile di Palermo.L a didascalia recita:

EXC(ELLENTISSI)MUS ET REV(ERENDISSI)MUS D(OMINUS) PHILIPPUS LOPEZ Y ROYO EX/DUCIBUS tAURISANI,/ ORDINIS CLERICORUM REGULARIUM,/ORDINIS CONSTATINIANI, HIEROSOLYMITANI ET INSIGNIS/SANCTI IANUARII EQUES, REGNI HUIUS SICILIAE PER TRIEN/NIUM PRAESES, AB EPISCOPATU NOLANO TRANSLATUS AD/HANC METROPOLITANAM ECCLESIAM DIE XX IUNII ANNO MDCCXCIII

(L’eccellentissimo e reverendissimo Don Filippo Lopez y Royo dei duchi di Taurisano, dell’ordine dei chierici regolari, dell’ordine costantiniano, gerosolimitano e insigne cavaliere di S. Gennaro, governatore di questo regno di Sicilia per un triennio, trasferito dall’episcopato nolano a questa chiesa metropolitana il 20 giugno 1793)

Il secondo è una persona, cioè Flaminia Lopez y Royo (nelle immagini che seguono tratte da https://fondazionesambuca.org/it/eventi_progetti/scheda.php?id=91&per=&st=&k=Flaminia-Lopez-Royo-Taurisano-Restauro,%20discendente%20di%20Filippo. È l’autrice del restauro operato nel 2014 in un laboratorio creato appositamente nell’oratorio di San Lorenzo a Palermo.

 

Il cantiere era aperto al pubblico e, anche se qualche malizioso può vederci l’abile sfruttamento della tendenza voyeuristica presente in ognuno di noi (non è cosa di ogni giorno vedere un restauratore alle prese con un oggetto che lo coinvolge emotivamente più di ogni altro,  quasi un chirurgo che abbia per paziente il padre o il nonno), ben vengano simili iniziative certamente più proficue di tante altre spettacolarizzazioni dell’arte …

 

Le chiese di campagna, testimonianze da tutelare, risorse da valorizzare

chiesetta di Tutino innevata (2017) (foto di Fabrizio Cazzato)

Le chiese di campagna

testimonianze da tutelare, risorse da valorizzare

CONCORSO FOTOGRAFICO 2018

PROMOSSO DA ITALIA NOSTRA – SEZIONE SUD SALENTO

 

Nell’ambito della 20a edizione di “IDENTITA’ Salentina-FESTIVAL PER LA CULTURA DEL TERRITORIO “, che si svolgerà dal 4 al 20 ottobre 2018, è indetto il Concorso fotografico a premi denominato “Le chiese di campagna: testimonianze da tutelare, risorse da valorizzare” con cui si intende coinvolgere cittadini, studiosi del territorio e appassionati della fotografia al fine di porre all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni competenti la necessità di tutelare e valorizzare il patrimonio storico, architettonico, paesaggistico e identitario costituito dalle numerosissime chiese rurali presenti nel territorio salentino.

REGOLAMENTO DEL CONCORSO

  • FINALITA’

 

Con tale iniziativa la Sezione Sud Salento di Italia Nostra intende proseguire la propria attività verso la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico presente nel paesaggio rurale salentino, specificatamente da quello costituito dalle chiese di campagna presenti in provincia di Lecce, quale testimonianze identitaria ma anche come opportunità per promuoverne il restauro, la conservazione e la valorizzazione di un diffuso e variegato patrimonio a rischio di degrado.

Una documentazione fotografica riservata a questi aspetti può costituire una valida e propositiva integrazione degli studi già avviati dai ricercatori e dai cultori della storia locale ed un utile docu-mentazione sui vari aspetti inerenti tali beni da approfondire e divulgare in appositi convegni, seminari, pubblicazioni e mostre.

 

  • OBIETTIVI

 

Il Concorso ha l’obiettivo di raccogliere immagini fotografiche attuali e storiche rappresentative delle chiese rurali presenti in tutti i Comuni della provincia di Lecce identificando il contesto in cui sono ubicate e documentandone gli aspetti architettonici,artistici e paesaggistici, nonché eventuali detrattori, unitamente ai dati essenzialie agli aspetti correlati alle storie locali.

Le foto pervenute saranno oggetto di esposizione o proiezione nel corso della 20a edizione di IDENTITA’ Salentina e in successive manifestazioni aventi identico carattere e finalità.

 

Scarica qui il bando:

ItaliaNostraSudSalento-RegolamentoConcorsoFotografico2018

ItaliaNostraSudSalento-ProrogaConcorsoFotografico2018

Libri| Quando Ippocrate corteggia la Musa

di Paolo Vincenti

Il 4 maggio 2017, nella Sala Chirico degli Olivetani dell’Università del Salento, è stato presentato il volume “QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA” dedicato al Dott. Rocco DE VITIS, medico e umanista, per i vent’anni della sua scomparsa. Ha coordinato il Prof. Mario Spedicato, Presidente della sezione di Lecce della Società di Storia Patria; sono intervenuti i proff. Luigi Montonato, Alessandro Laporta, Eugenio Imbriani; ha concluso la prof.ssa Maria Antonietta Bondanese.

 

Un titolo molto suggestivo, che coniuga in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis: la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente. “QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA. A ROCCO DE VITIS MEDICO UMANISTA”, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017).

Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese, ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo un bel contributo di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall”Eneide”), carico di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP. Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che riemergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione certe figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, scrive il prof. Spedicato: “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”.

Rocco De Vitis, “Don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo Pietro Colonna di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico condotto nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ “Eneide” di Virgilio, nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani: le “Bucoliche” e le “Georgiche”, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore. L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali, a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano, che egli aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus.

Successivamente pubblicò “Soste lungo il cammino”, nel 1991, e “Naufragio a Milano”, nel 1994. Morì nel 1997, ad 86 anni. Di lui, prima della presente opera, si sono interessati, solo per citarne alcuni, Enzo Panareo, che ha scritto la Prefazione della traduzione dell’ “Eneide, Antonio Errico, Giorgio Barba, prefatore del romanzo “Naufragio a Milano”, Florio Santini, Paolo Vincenti, Gino De Vitis, Direttore de “Il Nostro Giornale” (rivista culturale supersanese), il quale, insieme a Maria Bondanese, si è speso moltissimo in questi anni per tramandare la memoria del medico umanista.

Il libro che qui si presenta si apre con una citazione che viene dalla letteratura latina: Homo sum, nihil humani mihi alienum puto, tratto da una commedia di Terenzio. Il primo contributo è di Paolo Vincenti, “Il medico dalla scorza dura. Profilo bio bibliografico di Rocco De Vitis”, che riporta appunto la Bibliografia degli scritti del medico umanista. Segue il contributo di Aldo de Bernart, storico e scrittore parabitano ruffanese, scomparso nel 2013, che fu molto amico del dottor De Vitis. Il contributo di de Bernart è tratto da una manifestazione tenutasi a Supersano nel 2007 in occasione del decennale della scomparsa del medico.

Lo scritto di Maria Bondanese, “Il dottore: una vita, una storia che parla di noi”, è il più carico di sentimento e non potrebbe essere, altrimenti essendo la Bondanese, non soltanto nuora di De Vitis, ma la più fervente ammiratrice del medico umanista, la più gelosa custode delle sue memorie. In effetti, se in questi anni è stata tenuta viva la memoria del medico umanista, ciò si ascrive principalmente a merito della dinamica Bondanese. Lo scritto di Maria, con un diverso titolo, era già apparso in “Apulia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese” (Martano editrice), nel dicembre 2007, così come da “Apulia”, stesso numero, proviene l’accorato scritto di Aldo Bello (“Il tarlo dell’umanesimo”), che della rivista matinese era Direttore e la cui prematura scomparsa costituisce un’altra dolorosa perdita per la cultura salentina. Bondanese ricostruisce le drammatiche tappe dell’esperienza fatta al fronte dal dottor De Vitis, rileggendo il suo diario di guerra.

Questa testimonianza della Seconda Guerra Mondiale, vissuta in diretta dal protagonista, servì poi da spunto al medico per l’opera “Soste lungo il cammino”. Bondanese si sofferma anche sulle opere maggiori di De Vitis, l’Eneide, le Georgiche e le Bucoliche, e sono riportate belle foto in bianco e nero con gli autografi di De Vitis, gli scenari di guerra che egli toccò nella sua esperienza di soldato, e dei manoscritti della traduzione dell’Eneide. Alla fine del pezzo, troviamo delle foto del Dottore in occasioni pubbliche quali l’ inaugurazione della chiesetta di San Giuseppe, nel 1984, sulla Serra supersanese. Molto significativo, anche per l’alta carica ricoperta dal suo autore, è il testo di Don Gerardo Antonazzo, originario di Supersano e Vescovo di Sora-Cassino-Aquino Pontecorvo: “Nella sapienza del cuore la vera saggezza”. Ma c’è un altro prelato che contribuisce al volume, ed è Don Oronzo Cosi ( con “Una specie in via di estinzione”), non meno caro ai supersanesi, in quanto Parroco del paese. Viene poi ripubblicato un testo di Mario Marti, “Io e Il Nostro Giornale”, indirizzato alla rivista supersanese, appunto “Il Nostro Giornale” (una delle più longeve esperienze editoriali del Salento), datato maggio 1997. Interessante, il contributo di Carla Addolorata Longo, “Un mirabile lascito di pensiero e di vita”, che si sofferma sulle pubblicazioni di De Vitis trovando spunto nelle tematiche da esse affrontate, per occuparsi anche della nostra attualità più stringente.

Matteo Greco, nel suo “Sprofondamenti metropolitani e orizzonti meridionali”, analizza in particolare l’opera “Naufragio a Milano”. “Un’esperienza indimenticabile”, definisce lo scultore Antonio Elia la realizzazione, per conto del Dottor De Vitis, di alcune opere nella Chiesa di San Giuseppe, adornata anche dalle pitture di Ezio Sanapo. Elia illustra le varie fasi di lavorazione, fino alla perfetta conclusione del tutto. Nella seconda sezione del libro, “L’humus dell’humanitas”, troviamo alcuni contributi che legano l’omaggio a Rocco De Vitis con la conoscenza del suo territorio, Supersano e il basso Salento.

Il primo contributo è “Breve profilo socio-economico del Salento negli anni ’50”, di Gianfranco Esposito; poi “La decorazione nella cripta della Madonna Coelimanna”, di Stefano Cortese, e “Il Santuario della Vergine di Coelimanna in Supersano”, di Stefano Tanisi; seguono “Supersano Torrepaduli Ruffano”, di Vincenzo Vetruccio e “Il dialetto di Supersano”, di Antonio Romano. In particolare, i contributi di Cortese, Tanisi e Vetruccio vengono ripresi da una pubblicazione apparsa qualche tempo fa, vertente sul Museo del Bosco, la struttura museale che riproduce le meravigliose caratteristiche del Bosco di Supersano, che viene anche ricordato da Cristina Martinelli nel suo contributo “Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, in cui analizza una poesia del De Vitis, tratta dal libro “Soste lungo il cammino”. Ben documentato, l’intervento di Giuseppe Caramuscio, “La memoria della Scuola come scuola della memoria: Galatina e il suo Liceo Classico”: una storia del prestigioso Liceo Colonna di Galatina, frequentato da Rocco De Vitis e da Mario Marti, fin dai suoi albori nell’Ottocento, con l’arrivo a Galatina dei Padri Scolopi i quali fondarono nel 1854 la prestigiosa istituzione scolastica a lungo vanto della città. Il denso e articolato saggio, che si pone a metà via fra storia e pedagogia, è ricco, come tutti gli altri contributi, di un poderoso apparato critico e bibliografico. Parimenti interessante, lo scritto di Alessandro Laporta, “Se è lecito al medico esser poeta (Galateo, Meninni, De Giorgi, De Vitis)”, il quale fa una carrellata di dotti ed eruditi del passato che alla medicina erano legati per interesse o professione, dimostrando magistralmente come l’arte ippocratica e quella poetica, scienza e humanitas, come dicevamo all’inizio, rappresentino un forte connubio, di cui è emblematico l’amore riversato dal De Vitis verso entrambe le discipline.

Remigio Morelli si occupa della dolorosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale, “Un anno sul fronte greco-albanese”, che vide impegnato Rocco De Vitis, come già ricordato.

Quello di De Vitis va ad unirsi a tanti altri ritratti di salentini illustri che in questi anni la Società di Storia Patria sezione di Lecce ha tracciato nelle sue tre collane. Emerge un amore incondizionato nei confronti della piccola patria da parte di questi suoi figli devoti, non solo studiosi e specialisti delle humanae litterae, ma anche esponenti delle professioni più disparate che a vario titolo si sono confrontati con la letteratura, la poesia, il romanzo, i racconti, la memorialistica. Sembra quasi di vederlo, De Vitis, che, spogliatosi dei panni sporchi di ritorno dalla campagna, e indossato l’abito buono, novello Machiavelli de “Le lettere familiari”, penetra “nelle antique corti delli antiqui uomini”, interrogando filosofi, storici e poeti del passato, e “da loro amorevolmente ricevuto”, gli domanda le ragioni delle loro azioni e quelli gli rispondono.

Con la terza sezione del libro, “Vergiliana”, si entra nel vivo dell’opera maggiore di De Vitis, la traduzione dell’Eneide. Questa sezione è una antologia di saggi critici a cura di latinisti che esaminano l’opera devitisiana entrando nel merito di contenuto, stile, traduzione, metodologia. Gli studiosi, che danno a questa sezione del libro un taglio tecnico scientifico, sono: Giovanni Laudizi, con “La traduzione dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche”; Maria Elvira Consoli, con “Dell’Eneide di Rocco De Vitis”; Paola Bray, con “ Quali doni, quali a te mai darò per tale carme?”; Antonio Errico, con “Il traduttore, il suo poema, i segreti del verso”, Maria Francesca Giordano, con “Un segmento di lettura didattica sfogliando le pagine dell’Eneide”; Angela Maria Silvestre, con “La missione di Enea e la traduzione di Rocco De Vitis”; Paolo Agostino Vetrugno, con “Le traduzioni devitisiane di Virgilio tra espressività ed armonia”; Giuseppina Patrizia Morciano, con “L’epicità di Virgilio.

Tradizione e traduzione nella lettura di un classico”. La quarta sezione, “Tra storia e letteratura”, riserva spazio a contributi di storia e conoscenza del territorio, in linea con la vocazione della collana editoriale. Troviamo allora Alessandra Maglie, con “Conflitti e narrazioni nella Terra del Rimorso. Tarantismo ed esperienza mitica secondo Ernesto De Martino”; Maria Antonietta Epifani, con “Maria Manca: la santa di Squinzano”; Sergio Fracasso, con “Il progetto ‘fallito’ dell’Orfanotrofio San Francesco (poi Istituto ‘Margherita di Savoia’) e il problema dell’infanzia abbandonata alle soglie del decennio francese”; Antonio Cataldi, con “ Contributo per una storia dei missionari lazzaristi italiani in Etiopia ed in Eritrea nel periodo coloniale”; Michele Mainardi, con “L’Istituto tecnico di Lecce e l’Orto Agrario”; Arcangelo Salinaro, con “Il letterato Alfredo Mori in Puglia: una caso”; Luigi Scorrano, con “ Con un vescovo di fronte alla guerra e nell’Inferno di Dante”. Dopo l’Indice dei volumi pubblicati, il libro si chiude. Un’opera imponente, per qualità e mole dei contributi presenti, per la quale dobbiamo essere grati a chi l’ha voluta.

Dialetti salentini: spurdacchiamientu

di Armando Polito

Mi piace riportare la definizione della parola e le riflessioni su di essa fatte da Pasquale Chuirivì nel suo Con decenza parlando, Kurumuny, Calimera, 2010, p. 106:

Se la voce fosse stata presente nel Rholfs, recentemente scomodato senza successo per picusia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/10/dialetti-salentini-picusia/), mi sarei limitato a riportare fedelmente la sua eventuale proposta etimologica.

Gli altri autori citati nello stesso post (Garrisi, Presicce), però, questa volta dicono, soprattutto il Presicce, la loro.

Comincio dal Garrisi che al lemma sburdacchaiere rimanda a spurdacchiare, così trattato:

Appare evidente come spurdacchiamientu derivi da spurdacchiare, secondo la collaudata tecnica di formazione che ha portato, solo per fare uno degli infiniti  esempi restando nell’ambito dialettale, da sintire a sentimentu.

Il problema, però, è: da dove deriva spurdacchiare? Premetto che la voce dev’essere di formazione relativamente recente, perché per il Rholfs, nel cui vocabolario, come ho detto, non è registrata, sarebbe stato uno scherzo proporre l’etimo che di seguito esplicito.

Forse inconsapevolmente l’amico Pasquale nell’italianizzazione spordacchiamento ha fornito la soluzione del problema. Infatti credo di non sbagliare affermando che il padre di tutto è bordo. Da bordo è nato bordare (cingere con un orlo) e il suo opposto sbordare (privare dell’orlo,  ma anche traboccare).

A questo punto passo alla trafila completa, che contempla passaggi fonetici da manuale: sbordare>*sbordacchiare (come in italiano da ridere a ridacchiare, da spennare a spennacchiare, da vivere a vivacchiare, etc. etc., ma con il suffisso –acchiare che ha quasi totalmente perso la funzione riduttiva che mostra in italiano)>spurdacchiare>spurdacchiamientu.

Ma prima di me tutto ciò l’aveva detto (ne ho preso atto solo nel corso della ricerca quando già avevo formulato la mia ipotesi, lo giuro!) il Presicce al lemma sburdacchiare.

 

Il tutto non vi ricorda, soprattutto tenendo conto della definizione di Pasquale, il recente gioco di parola (Renzi, a modo molto suo …, docet), anima della locuzione sfioreremo il disavanzo, non lo sforeremo? Riuscirà chi ci governa a risolvere i nostri problemi rinunciando a mangiarsi una semplice vocale?

Il Canzoniere Grecanico Salentino

Tutto arriva per chi sa aspettare. Il Canzoniere Grecanico Salentino a Loano al Festival Nazionale della Musica Tradizionale Italiana delle Rigenerazioni

 

di Giuseppe Corvaglia

Tutto arriva per chi sa aspettare, anche il Canzoniere Grecanico Salentino.

Da anni seguo il Festival Nazionale della musica tradizionale italiana e da anni mi aspettavo venisse a questa manifestazione un gruppo di rango della musica popolare salentina.

Quest’anno, il 26 luglio, nel festival dedicato alle RIGENERAZIONI, diretto da Jacopo Tomatis che, dopo 17 anni, riceve il testimone da John Vignola, ecco che partecipa il CGS che è proprio esempio di un gruppo “rigenerato” dalle nuove generazioni: Mauro, figlio di Daniele Durante, ed Emanuele, figlio di Roberto Licci, che hanno rinnovato il gruppo non solo anagraficamente, ma anche musicalmente.

A rendere questo evento particolarmente prezioso e unico è stata la presenza di Roberto Licci (Daniele Durante era assente perché impegnato a Melpignano come Direttore artistico della Notte della Taranta) non come reliquia, ma come parte del gruppo e in quel gruppo scatenato ed entusiasta il vecchio leone si è integrato a meraviglia.

Il pezzo forte era il concerto serale che, opportunamente, è stato spostato in Piazza Italia dal Giardino del Principe, dove tanti spettatori possono stare comodamente seduti, ma non è propriamente adatto per un concerto di musica popolare salentina dove una buona parte di canti, che sono Pizziche, ti induce naturalmente alla danza, nel Salento direbbero ”te scazzica”, ed è una esperienza che se non la danzi, godi solo a metà.

Tuttavia, per gli estimatori, un momento particolarmente interessante è stato l’incontro delle 18,30 sotto le palme dei Giardini Nassiriya dove il giornalista Ciro De Rosa ha condotto protagonisti vecchi e nuovi nel racconto di una vicenda artistica e umana complessa che dura dal 1975, ma è davvero degna di essere conosciuta.

 

Ciro De Rosa,Roberto Licci, Mauro Durante ed Emanuele Licci ai Giardini Nassiriya

Con Roberto Licci si sono ripercorsi gli inizi quando il Nuovo Canzoniere del Salento sente di aver esaurito la propria spinta propulsiva e con Luigi Chiriatti invita alcuni giovani di Calimera, fra cui lo stesso Licci, e nasce il Canzoniere Grecanico Salentino sotto la guida ed anima vera del gruppo: Rina Durante.

Rina Durante

 

È il 1975 tutto quello che accade nella società è permeato di politica. C’è un’attenzione diversa alla cultura ed in particolare alla cultura popolare. Alcune avanguardie culturali riscoprono e recuperano la cultura e le tradizioni popolari e questo recupero passa attraverso una consapevolezza politica tesa a dare dignità ad una cultura considerata fino a quel momento subalterna rispetto alla cultura ufficiale.

Negli anni 50 e 60 un antropologo di rango come Ernesto De Martino, lavorando in equipe con una squadra di esperti, aveva esplorato il fenomeno del tarantismo per affermare che la ragione del disagio e della sofferenza non stava nel morso di un ragnetto o di uno scorpione, quanto nel disagio sociale delle tarantate che in quella esibizione trovavano sollievo e liberazione, seppure temporanea.

Rina Durante, intellettuale a tutto tondo e una delle avanguardie citate, capisce che la musica e i canti popolari sono stati e possono essere un veicolo formidabile per la diffusione di una cultura popolare, di una letteratura e di una poesia, di una arte e di una filosofia, di una saggezza e di un modo di raccontare la storia del popolo che fino a quel momento erano considerate subalterne ma che subalterne non lo erano affatto perché avevano una loro dignità.

Questo ha voluto dire Roberto Licci quando nell’intervista con De Rosa, ha parlato di connotazione politica dei concerti del CGS e il concetto lo si ritrova espresso con chiarezza proprio da Rina Durante in una intervista del 1979, quando dice che il recupero della tradizione e della cultura popolare in quegli anni passava attraverso una presa di coscienza politica.

(https://www.youtube.com/watch?v=SYq8aVceT3Y Canzoniere Grecanico Salentino dal minuto 22; dal minuto 29 intervista a Rina durante; dal minuto 31 una parte di Quannnu Diu fice lu munnu[1] interessante esempio di autoironia dei contadini).

 

Il CGS in Quannu Diu fice lu munnu Da un documentario RAI

 

Sono gli anni del boom economico, dell’alfabetizzazione di massa. La gente che aveva migliorato le sue condizioni spesso cercava di nascondere le proprie origini, radicate nella cultura contadina, quelle origini che ricordavano povertà, stenti e soprusi; voleva sposare il modello del benessere, del progresso, della cultura ufficiale, quello che noi oggi sappiamo essere il consumismo.

Questa realtà la scopriva bene chi si cimentava nella ricerca popolare, che spesso trovava la gente restia a parlare dei tempi andati, ma poteva pure accadere, come riporta efficacemente Roberto Licci, che il pubblico nei concerti prendesse a nocciole e mandorle i cantanti perché non cantavano Yuppi duh, canzone in voga all’epoca, e cantavano “Damme nu ricciu de li toi capelli”.

Pur tuttavia una buona parte della gente voleva riscoprire la cultura delle origini, fatta di canti e componimenti ironici ed autoironici, che strizzavano l’occhio al doppio senso, pieni di una semplice, ma gustosa allegria. Spesso questi canti erano resi più gradevoli con rifacimenti molto simili al liscio e ai ballabili. Non che il risultato fosse disprezzabile, ma se l’intento era quello di prendere coscienza della propria condizione non ci si poteva fermare all’intrattenimento.

Prendiamo per esempio, un canto popolare, riproposto sia da un noto cantante folk come Luigi Paoli (Catarineddhra ncatinata [2]), sia dal CGS (la Ceserina [3]) sono lo stesso canto in origine che parla di due innamorati in catene, ma per il Paoli le catene portata in petto da Caterina e ai polsi dall’innamorato sono catene d’amore; nella Ceserina del CGS la catena sul petto di Ceserina è d’amore, ma le catene dell’innamorato legano i suoi polsi perché lui va in prigione, lontano dalla sua bella e dalla sua vita, tradito da una infame carogna. Il canto è lo stesso, ma mentre Paoli lo edulcora in un canto d’amore il CGS lo ripropone nella sua crudezza che parla di lotte contadine, di repressione, di infamie e di prigione. Particolarmente toccante è il voto che fa il malcapitato: se il governo cambierà girerò tutto il mondo a piedi. (https://www.youtube.com/watch?v=NZ5oLsjzscA Roberto Licci con i Ghetonia)

Licci nel sottolineare la valenza politica e non solo musicale del CGS riporta a un concetto espresso bene da Rina Durante nell’intervista già citata, dove viene spiegato come il gruppo, oltre a riproporre canti popolari nei suoi spettacoli, stimolava in diversi paesi la ricerca della cultura popolare da parte di giovani.

Occorre dire che se il Canzoniere nasce dall’intuizione di Rina Durante, deve però la sua fama a un impianto vocale bellissimo dato dalle voci di Bucci Caldarulo, di Roberto Licci e di Luigi Chiriatti e Rossella Pinto, e deve pure molto al genio musicale di Daniele Durante.

Il CGS negli anni 70: da sinistra B. Caldarulo, R. Licci, D. Durante, R. Pinto, L. Chiriatti (Foto dal web www.stornellisalentini.com)

 

Con lui anche le canzoni popolari, spesso raccolte come prodotti essenziali, acquisiscono una gradevole eleganza. Licci ricorda come qualche purista criticasse l’impianto musicale di Daniele perché a loro dire, usava la chitarra come un clavicembalo. Non credo che questo potesse essere un male, invece a volte la riproposta filologica può anche non essere un bene, specie se interpretata con rigidità.

Oggi il Canzoniere Grecanico Salentino è davvero rigenerato, lo spirito si è adeguato ai tempi, i suoi componenti sono capaci di padroneggiare il nuovo, le opportunità che la tecnologia, il progresso e il mondo offrono; è apprezzato sui palchi dei principali festival di tutto il mondo, dal WOMAD allo Sziget al SXSW Music Festival in Texas, ma sembra ancora attento ai principi che hanno ispirato il gruppo delle origini.

Una cosa straordinaria è che l’artefice di questa rigenerazione, Mauro Durante, che nel 2007 ha ereditato dal padre la conduzione del gruppo, ha saputo coinvolgere l’altro erede, Emanuele Licci e altri valenti musicisti creando un gruppo coeso, sinergico, capace di trasmettere entusiasmo con una musica gradevole, stimolante e coinvolgente.

L’impianto vocale, che era il punto di forza del primo CGS, è ancora il pilastro del gruppo attuale che sull’amalgama delle voci, crea la sua sonorità impreziosendola con strumenti vari che rendono i canti più musicali. Anche le contaminazioni si sposano con la musica tradizionale senza snaturarla anzi arricchendola gradevolmente.

Il Canzoniere Grecanico Salentino da sinistra Emanuele Licci, Alessia Tondo, M. Morabito, G. Paglialunga, Mauro Durante, G. Bianco, Silvia Perrone

 

Così se la magica mistura vocale, adorna della musica degli strumenti, si associa a una energia potente, nessuno riesce a rimanere indifferente e anche chi non si lancia nel vortice delle danze, non può fare a meno di scandire il ritmo con il piede o con il battito delle mani.

I canti non sono più quelli del passato CGS e questa “rigenerazione” si dichiara già con la copertina del CD in una bottiglia di Coca cola usata per conservare la salsa di pomodoro dove la salsa è il segno di un sapere antico, comune a tutte le famiglie, e la Coca cola è il segno della globalizzazione, e questo rinnovamento lo si trova nella produzione del gruppo degli ultimi anni. La musica del nuovo CGS contiene i germi della musica popolare tradizionale, ma si apre a nuove contaminazioni e a nuovi esperimenti, come nel caso di “Taranta” scritta con Ludovico Einaudi (https://www.youtube.com/watch?v=4cG6pbwx_dw ) o di altri brani che nascono dalla collaborazione con musicisti di tutto il mondo.

Il messaggio è inequivocabile e non parla di omologazione, ma dice che si può andare nel mondo con le proprie gambe e le proprie proposte musicali mantenendo le proprie radici che sono parte integrante della propria identità.

Copertina del CD Canzoniere

 

Un’altra nota di attualità nella tradizione ce l’ha spiegata Mauro Durante con un interessante paragone sulla terapeuticità della pizzica. Nei tempi andati, infatti la terapia si basava su diversi elementi: la musica, i colori, l’acqua (ricordiamo per chi non lo sappia che uno dei passaggi fondamentali della terapia era la visita alla chiesa sconsacrata di San Paolo a Galatina dove i tarantati bevevano un’acqua da un pozzo che era solfurea e li faceva vomitare liberandoli e guarendoli, secondo la credenza, per l’intervento del Santo), ma il percorso terapeutico, guidato dai musici che stimolavano la danza liberatrice, era osservato e sostenuto da tutta la comunità che, discretamente, partecipava emotivamente a quella sofferenza interiore che si manifestava con l’abbandono e l’apatia e per guarire diventava sforzo fisico spossante, obbligato, estenuante e anche umiliante.

Oggi le sofferenze della psiche non mancano, si esprimono diversamente, e la musica coinvolgente, come la pizzica, unisce e può essere una sorta di terapia di gruppo dinamica che con la danza unisce e può curare tante umanità diverse.

Roberto Licci e Mauro Durante ai Giardini Nassiriya (foto G. Corvaglia)

 

Così se il pomeriggio ha offerto un racconto di un quarantennale percorso articolato, fatto di successi, di fatica, di addii e di ritrovamenti, ma soprattutto di musica e di sapienza antica, non è mancata la musica con alcuni brani del repertorio classico, grico con “Aremu rindineddhra”[4] , canto struggente dove un uomo lontano chiede alla rondine che viaggia per il mondo di raccontargli qualcosa della sua terra, che sicuramente avrà visitato, dei suoi genitori, dei suoi amici, e “Damme nu ricciu”, in dialetto salentino, cantato nonostante i tempi stringenti per fare il check dello spettacolo. Dono migliore non ci poteva essere, per chi era andato ai Giardini Nassiriya, di questa canzone d’amore dove l’innamorato chiede alla donna un riccio dei suoi capelli che lo fanno innamorare e che quando si muovono baluginano come il riflesso dell’ oro e poi le chiede la mano sotto una pianta di vite per restare uniti fino alla morte come due uccelli. (qui nella versione dei Ghetonia https://www.youtube.com/watch?v=W-xdpFGS1Mg o nella versione di Antonio Amato https://www.youtube.com/watch?v=0unR40RLjEs )

 

Si è parlato poi di Grecìa Salentina, isola linguistica, dove il griko va scomparendo perdendosene la pratica linguistica sia perché le nuove generazioni non lo parlano, sia perché il continuo rapporto con persone di comunità vicine obbliga all’uso dell’Italiano o del dialetto salentino.

Emanuele Licci ha raccontato di come gli unici posti dove si possa ancora sentire il griko siano le sale d’attesa degli ambulatori medici, frequentati da anziani che ancora parlano il griko quando si relazionano fra di loro.

La sera in piazza Italia c’ era attesa e, invero, non è stata delusa.

Le voci di Mauro Durante, di Alessia Tondo ed Emanuele Licci, i preziosi inserti musicali di Giulio Bianco, zampogna, armonica, basso, flauti e fiati popolari, e di Massimiliano Morabito all’organetto diatonico , le movenze eleganti di Silvia Perrone e la coinvolgente energia di Giancarlo Paglialunga con la sua voce e il suo “tamburieddhu”, hanno subito scaldato la piazza e anche l’evento particolare di questa serata, la partecipazione di Roberto Licci, è stata una bellissima e preziosa parte del concerto.

In questo gruppo, insolitamente rinnovato con l’antico, non si percepiva differenza generazionale e i brani non erano solo gradevoli e coinvolgenti, ma sembravano dire noi siamo questa storia che ora state ascoltando.

Molto significativa la riproposta della “Quistione meridionale”, canto memorabile scritto da Rina Durante con la musica di Daniele Durante, che con molta ironia racconta di come il dibattito sulla questione meridionale non abbia mai portato niente di buono alla gente, ma ha portato sicuramente benefici a chi ci ha speculato e ci specula sopra. (https://www.youtube.com/watch?v=eUNlnFe-rxA )

È una canzone bella ed evocativa per i termini che usa e le immagini che sceglie. Per esempio parlando delle lotte contadine non parla della violenza fisica sui corpi dei contadini, pure molto sentita, ma di una violenza ancora più feroce, come distruggere le biciclette dei braccianti, che non è solo un danno economico, ma un umiliazione perché distrugge un bene che aveva portato benessere e aveva fatto progredire. Un po’ come dire: «Straccione, torna a camminare a piedi», come quando i padroni per punizione sequestravano ai contadini la cintura: non era solo un castigo, un danno, ma una umiliazione.

Insomma una bella serata e un concerto da ricordare che ha saputo coinvolgere il pubblico toccandolo nelle corde dell’intimo, portando gioia per una musica che, uscita dai confini del Salento, diventa sempre più apprezzata grazie anche al lavoro di questo Canzoniere Grecanico Salentino.

 

Nota dell’autore

Per chi vuole inquadrare meglio la storia del Canzoniere Grecanico Salentino consiglio la lettura:

–         dell’articolo di Luigi Chiriatti su Blogfolk Le Ricerche Sulla Musica Tradizionale In Salento – Dalla ricerca come memoria alla ricerca come affermazione del sé  http://www.blogfoolk.com/2013/05/le-ricerche-sulla-musica-tradizionale.html

 

Note al testo

[1] Quannu Diu fice lu munnu è una gustosa rielaborazione di una canzone popolare sceneggiata dal CGS che racconta la creazione immaginaria dove Dio chiama le sue creature per elargire un dono. I preti si prendono mangiare e cantare. I monaci dicono pazienza e il Creatore darà loro pazienza. Gli imbroglioni non potendo avere Mangiare e Cantare né pazienza chiedono almeno le trappole per gli stupidi, gli imbrogli e Dio glieli concede, ma quando arrivano i contadini non resta niente e uno di loro sfugge la frase quasi sempre detta dai nostri padri, il “fazza Diu” che esprime rassegnazione verso le disgrazie e le avversità. Iddio li accontenta e letteralmente fa lui mandandoli a zappare.

 

[2] Catarineddhra ncatinata di Luigi Paoli

O Caterina mia Caterina Cara/ mmienzu allu piettu tou nc’è na catina./

Se tie la porti an piettu, ieu la portu a manu/ e tutti doi ncatenati stamu.

Amore amore crida mò la nuceddhra/ se nu la cazzi nu se pote manciare./

Ieu la cazzai e truvai na carusa beddhra/ de nome se chiamava Catarineddhra.

 

[3] La Ceserina versione del Canzoniere Grecanico Salentino riproposta da Ghetonia

Scinnu de le muntagne caddhripuline/ no sacciu se la trou la Ceserina./

Oh Ceserina mia Ceserina Cara/ mmienzu allu pettu tou nc’è na catena/

Se tie la porti am piettu ieu la portu a manu/ e tutti ddoi ncatinati stamu./

O giudice ci puerti la pinna a manu/ no me la fare longa la mia cundanna/

Ca no aggiu ccisu e mancu aggiu rrubbatu/ pe na nfame carogna stau carciratu/

Ca ci ole Diu cu cancia stu cuvernu/ la terra la caminu parmu parmu

O Ceserina mia, Ceserina cara / le carceri de Lecce no le sapia

Le carceri de Lecce no le sapia/ me l’aje fatte mparare Cesarina mia

Le carceri de Lecce su cruci cruci/ de lu luntanu passane l’amici.

 

[4] Aremu Rindineddha Traduzione in Italiano

Chissà mia rondinella/ da dove stai arrivando/quale mare hai attraversato/con questo bel tempo.

Bianco hai il petto/ nere hai le ali/ il dorso color del mare/e la coda in due hai divisa.

Seduto vicino al mare/ io ti guardo/ un po’ ti levi, un po’ ti abbassi/ un po’ sfiori l’acqua.

Chissà quali paesi/ quali luoghi hai attraversato/ dove hai costruito/ il nido tuo.

Se avessi saputo che passavi/ vicino alla mia terra / quante cose / ti chiederei di dirmi.

Ma tu nulla mi dici /per quanto io ti domandi/ un poco ti levi, un po’ ti cali/ un po’ sfiori l’acqua.

Ti domanderei di mia madre/ che è tanto amata/ che è da tanto che mi aspetta/che io giunga per vedermi.

Ti domanderei di mio padre/ di tutto il vicinato,/ e, avessi la parola,/ quante cose avresti da dirmi.

Ma tu niente mi dici/ per quanto io ti domandi,/ un po’ ti levi, un po’ ti cali/ un po’ sfiori l’acqua.

Il dialetto galatinese nell’ultimo libro di Rino Duma

di Paolo Vincenti

“La Taranta. Il dialetto galatinese (ovvero la lingua del popolo)”, è l’ultima proposta editoriale di Rino Duma, scrittore e attivo operatore culturale galatinese.

L’opera, dalla mole consistente, 569 pagine, con elegante copertina cartonata bianca, pubblicata da Editrice Salentina (2016), è una raccolta di commedie, poesie, proverbi, modi di dire, soprannomi, filastrocche, indovinelli e materiali vari, in dialetto galatinese. Un viaggio letterario, un excursus filologico nella saggezza popolare, nella lingua madre dell’autore e nelle tradizioni ormai in via d’estinzione di una micro realtà municipale, quale Galatina, ricca di arte e di storia.

Alla confluenza con l’era digitale informatica, Duma, facendosi aedo di un tempo perduto, compartecipe cantore della cultura genuina e spontanea del popolo salentino, ha voluto regalare ai suoi lettori ed estimatori questo scrigno di saggezza, divertimento e leggerezza.

La taranta riportata in copertina è opera del maestro Antonio Mele Melanton: una libera interpretazione di uno spaccato sociale che ha caratterizzato in maniera indelebile il passato di questa città, il tarantismo, col suo portato di sofferenza, folklore, cultura. Ancora oggi il nome di Galatina è legato al culto di San Paolo e alle tarante, sebbene il fenomeno sia ormai estinto. Ma Rino Duma, Presidente del Circolo culturale Athena e direttore della rivista “Il filo di Aracne”, da studioso e appassionato ricercatore di memorie patrie, ha voluto riportare all’attenzione dei suoi concittadini, degli anziani e dei giovani, il recupero delle cose di un tempo, nel vecchio “scascione de dialettu”, cioè “trabiccolo di dialetto”, come scrive nella sua Prefazione, perché esso “è l’antica e inalienabile carta d’identità della nostra anima cittadina”.

E lo ha fatto con un corposo volume, una miscellanea, florilegio di brani diversi, raccolti insieme e accomunati dalla lingua usata; lingua che diventa un formidabile strumento di diffusione del sapere, se solo la si consideri non museificata, imbalsamata, cioè immobile, inerte nel suo stanco perpetuarsi o sopravvivere a sé stessa, ma come materia viva, cultura fermentante di un popolo, sua riappropriazione identitaria. Si tratta insomma non di stereotipi, anacronismi, mero divertissement, bensì di letteratura, disimpegnata, ma di sicuro interesse. Il presente repertorio linguistico espressivo assume una doppia valenza: quella di recupero memoriale per chi è agé, e quella di scoperta, riproposizione delle radici, per i più giovani, sol che questi ditteri, modi di dire, aneddoti e tranches de vie siano guardati come strumenti in grado di attivare processi collettivi.

Nel libro sono proposte quattro commedie, ovverosia farse in dialetto galatinese: si comincia con “Reparto Ortopedia” (in tre atti), poi si passa a “Befana miliardaria a Corte Vinella”(tre atti), poi a “La telefunata” (in quattro atti), e quindi “Natale tra vecchie comari” (in due atti), tutte scritte interamente dall’autore. Le poesie sono: “Poveru mmie”, “L’urtima taranta” che è un vero poemetto in dialetto al centro del quale è il mitico animale, “Pizzaca, Taranta beddhra!”, “Vulia cu èggiu”. A contrappuntare i testi, numerose fotografie in bianco e nero davvero pregevoli, che provengono dal patrimonio comune galatinese. Nella seconda parte del libro, viene pubblicata una sezione dedicata ai Modi di dire galatinesi, una ai Proverbi, una alle Filastrocche, Ninnananne, scioglilingua e Indovinelli, e un’altra, gustosissima, ai Soprannomi galatinesi, divisi in ordine alfabetico. A questo punto del libro, Duma propone la coniugazione di alcuni verbi in dialetto e qui la trattazione si fa ancora più divertente, per sfociare poi nella goliardia e nella risata crassa con “Frizzuli dialettali”, e con l’esilarante “Ma cce cazzu!”. Nell’ultima parte del libro, trovano posto una foto dell’indimenticato pasticcere galatinese Andrea Ascalone, scomparso l’anno passato, ed una scheda bio-bibliografica dell’autore.

Questo patrimonio di fiabe e proverbi acquista un enorme significato non solo storiografico ma anche valoriale, e riallaccia i fili consunti di una comunità che vi si ritrova, che si specchia in questo “come eravamo”, con il sorriso nostalgico e bonario dell’uomo della strada ma anche con la riflessione del ricercatore, dello studioso.

Così il libro è in grado di suscitare sentimenti che credevamo relegati nel passato, perché riesce ad accendere “la miccia esplosiva riposta nel già stato”, per citare Walter Benjamin . E tali sentimenti sono profonde scaturigini dell’immaginario collettivo e della enorme ricchezza che è il deposito culturale di un territorio.

S. Maria della Croce (Casaranello), monumento paleocristiano del Salento

Leo Stefàno

S. Maria della Croce (Casaranello)

Oltre un secolo di studi su un monumento paleocristiano del Salento

Edizioni Grifo

 

Casarano, venerdì 28 settembre 2018, ore 18

Scuola Paritaria Internazionale “S. Giovanni Elemosiniere” (Via Cavour, 6)

 

Il volume è una messa a punto storiografica della ricca messe di studi su un monumento, nonostante tutto, ancora misconosciuto del Salento: la chiesa paleocristiana di S. Maria della Croce di Casaranello, che ha attraversato quindici secoli di storia, giungendo pressoché indenne fino a noi.

L’eccezionalità di questa testimonianza storico-artistica emerge se si considera che in Italia, escludendo le capitali imperiali (Roma, Milano e Ravenna), resti di mosaici parietali paleocristiani come quello della chiesa salentina sono rari (il Battistero di S. Giovanni in Fonte a Napoli, la cappella di S. Matrona nella chiesa di S. Prisco a S. Maria di Capua Vetere e il Battistero di Albenga).

Nel lavoro, le fonti sono ampiamente citate con un’approfondita analisi critica; contestualizzate storicamente ed ordinate cronologicamente. Si passano in rassegna non solo i contributi specifici dedicati al monumento, ma anche gli innumerevoli studi che gli riservano semplici citazioni. Sorprenderà constatare quanti autori hanno fatto riferimento alla chiesa: uno per tutti, lo storico delle religioni e mitologo ungherese Károly Kerényi.

Da questa vasta indagine emerge l’ampio spettro di ipotesi formulate sulla chiesa e sulle sue opere d’arte: ciò tuttavia non permette, a tutt’oggi, di avere alcuna certezza definitiva sull’identità originaria del monumento, sulla sua primitiva struttura architettonica, sulla committenza e sulle maestranze che vi operarono.

Grazie all’accuratezza dell’esame delle fonti, molte sono le acquisizioni originali dello studio: per la prima volta si fa luce sulla genesi della leggenda della nascita a Casaranello di papa Bonifacio IX (Pietro Tomacelli). E viene messa in questione anche l’originarietà dello stesso titolo dell’edificio sacro (S. Maria della Croce).

Nell’opera si ricostruisce in dettaglio la vicenda che portò lo storico dell’arte Arthur Haseloff a visitare la chiesa nel 1906, scoprendone la rilevanza e ponendola all’attenzione degli studiosi.

E, a partire da quell’evento, si ripercorre tutta la letteratura prodotta sul monumento. Sfilano in successione le recensioni al testo di Haseloff di insigni bizantinisti come gli “orientalisti” J. Strzygowski e D. Ajnalov, e la replica del “romanista” mons. J. Wilpert; i primi riscontri agli inizi del Novecento in Europa (M. van Berchem-É. Clouzot, Dom H. Leclercq, ecc.) ed in Italia (C. Ricci, M. Salmi, P. Toesca); gli storici dell’arte e gli archeologi del periodo fascista (G. Galassi, S. Bettini, G. De Angelis D’Ossat, R. Bartoccini, C. Cecchelli); gli studi iconografici e iconologici del Secondo Dopoguerra; la scoperta degli affreschi negli anni Cinquanta del Novecento e il saggio di A. Prandi sui cicli agiografici; i restauri degli anni Settanta del Novecento e i nuovi studi (M. Trinci Cecchelli), con i contributi di archeologi (per la prima volta si pubblica un inedito di F. D’Andria) e bizantinisti (A. Jacob); infine, i contributi più recenti sui mosaici, sugli affreschi e sulla struttura architettonica.

Il volume si conclude con una inedita ricostruzione storica, fondata su un’ingente documentazione d’archivio, relativa alla ventennale vicenda dei restauri dei mosaici (1893-1914), facendo luce su aspetti di sicuro interesse, come la sollecitazione iniziale per un intervento venuta dall’archeologo G. Boni; e mettendo in evidenza le tante resistenze, insensibilità, o addirittura ottusità che si dovettero superare, per giungere a salvare dalla rovina, cui sembrava destinata, la preziosa opera d’arte che fortunatamente ancora oggi possiamo ammirare.

 

Leo Stefàno – S. Maria della Croce (Casaranello). Oltre un secolo di studi su un monumento paleocristiano del Salento

Edizioni Grifo, Lecce 2018, pagine 712, ISBN 9788869941467, € 38.00

 

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Leo Stefàno è un cultore di studi di simbologia e storia delle religioni. Tra i suoi interessi principali, un posto di rilievo occupa l’arte paleocristiana. Vive a Casarano.

Dialetti salentini: la sarmenta e la pàmpana

di Armando Polito

Nell’ordine: sarmente, pàmpana ti ua e pàmpana ti fica

Rispondo alla gentile richiesta (come avveniva nei locali notturni di tanti anni fa …) di Marcello Gaballo formulata nel suo commento ad un recente post su strome (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/13/dialetti-salentini-strome-e-la-loro-vasta-parentela/) con questo altro post non per darmi arie o per idiota esibizionismo culturale ma solo perché la trattazione non poteva essere condensata in un commento che quando è troppo lungo diventa una sorta di testamento, la cui lettura è gradita solo ai diretti interessati …1

SARMENTALa voce ha il suo corrispondente italiano in sarmento, che è dal latino classico sarmentu(m), a sua volta dal verbo sàrpere, che significa potare la viei. Sarmenta è dal latino medioevale sarmenta. Di seguito in formato immagine e la mia traduzione il lemma com’è trattato nel glossario del Du Cange:

(SARMENTA, invece di sarmentum negli Statuti di Torino anno 1360 cap. 130: Parimenti che nessuna persona da Torino o distretto, importante o meno, porti da Oltrepò pali interi verdi o secchi, né viti o sarmenti, … se non dalla sua vigna. Vedi sotto sermens.)

Aggiungo che sarmenta, femminile singolare, è figlio di sarmenta, neutro plurale di sarmentum. Proprio il valore collettivo ha propiziato (con la desinenza -a del nominativo della prima declinazione il passaggio al genere femminile ed al numero singolare, da cui po, nel latino medioevale il plurale sarmentae (nel testo appena citato sarmentas, accusativo plurale) e nel nostro  dialetto sarmente. Chiudo questa parte ricordando che Schola sarmenti è il nome di una nota azienda vinicola neretina, ai cui vini ho dedicato su questo blog più di un post non per intenti pubblicitari o per chissà quali interessi ma solo per commentare a modo mio il nome dei suoi vini più pregiati2. Ne approfitto per ricordare che per Schola sarmenti la traduzione Scuola del sarmento (per traslato della vite) mi appare riduttiva tenendo conto che il latino schola può significare  trattazione di un argomento scientifico o letterario, lezione, conferenza, dissertazione, discussione, scuola, (il luogo), (in senso figurato) scuola, setta, seguaci di un maestro o di una scuola; ancora: portico in cui si esponevano opere d’arte, galleria, sede di una corporazione, sala d’aspetto nei bagni pubblici (ecco perché nelle scuole il bagno è l’ambiente più caro …), corporazione, collegio. La voce latina, però, non avrebbe assunto questa caterva di significati se non fosse derivata dal greco σχολᾑ (leggi scholè) che significa tempo libero, s’intende dall’impegno politico. e questo non significa non poter discutere di politica (ammesso, per come da tempo siamo messi, che ne valga la pena …) davanti ad una bottiglia di buon vino sincero, almeno quello …

PÀMPANA

Contrariamente a quanto si potrebbe credere pàmpana non è voce esclusivamente dialettale; dirò di più: si tratta di una variante di pàmpino (variante di pàmpino, con cambio di genere, forse per influsso di foglia) ampiamente attestata in poesia e in prosa, come testimoniano (mi sono limitato agli autori più noti) le citazioni che seguono cronologicamente ordinate.

Filenio Gallo3, Rime, A Safira, Egloga pastorale, vv. 445-447: Fuoco che ‘l corpo insieme e l’alma avampane/e da se stesso a tutto el mondo accusasi,/vite di puoco frutto e assai  pampane.

Giovanni Battista Ramusio (1485-1557), Navigazioni e viaggi, VI, 2: … vi si ponevano certe coperte come  pampane di panno o di cottone o d’altra tela …; X, 8:  … né si fa grande questo albero, perché non è altro che un circuito grande di queste foglie; e il forcolo o la schiena, che sta nel mezzo di queste previous hit pampane  è il bordone …

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Arcadia, Ecloga X, vv. 54-55: Quanti greggi et armenti, oimè, digiunano,/per non trovar pastura, e de le pampane/ si van nudrendo, che per terra adunano!

Giacomo Leopardi (1798-1837), Zibaldone di pensieri, Fácciate alla finestra, Luciola,/decco che passa lo ragazzo tua,e porta un canestrello pieno d’ova/mantato colle  pampane  dell’uva.4

Giovanni Pascoli (1855-1912), Odi ed Inni, A riposo, vv. 29-32: E le semente curi, e le floride/viti rassegni, pampane e grappoli/mirando attento, e poi ritrovi/le fila dei nitidi bovi.

Il vecchio, vv. 13-16: E tutto già da monte a valle,/come se un tempio fosse,/risplende… Ma son foglie gialle,/ma son pampane rosse.

Canzoni di re Enzio, Le canzoni del carroccio, XI, Il Papa, vv. 62-64: … Splendono le rosse/pampane intorno, splendono le vesti/rosse e l’argento delle curve mazze.  

Primi poemetti, Il vecchio castagno, vv. 13-15: Le pigne tu, le  pampane  io: le cime/io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti./Fin che c’è verde, non mi dar guaime.

A sottolimeare la stretta fratellanza fra pàmpino e pàmpana va ricordato il plurale pàmpani (usato anche dal Pascoli che nelle citazioni precedenti aveva privilegiato pàmpane):

Leon Battista Alberti (1404-1472), Villa:  … e sdegnano e’  pampani  il rapano …

Niccolò Machiavelli (1469-1527), Vita di Castruccio Castracani: … sentì frascheggiare sotto una vite intra e’  pampani

Annibale Caro (1507-1566), Gli amori pastorali di Dafni, Ragionamento secondo : … e certi grappoli d’uva co’ pampani ancora

Giorgio Vasari (1511-1574), Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, cap. I: … dove son dentro molti fanciulli con  pampani et uve

Vincenzo Monti (1754-1828), La Feroniade, II, 487-489: … Giace Mugilla,/e la ricca di  pampani  e d’olivi/petrosa Ecetra …

Alessandro Manzoni (1785-1873)), Promessi sposi, XIII: … anche l’uve nascondevano, per dir così, i  pampani

Scipio Slataper (1888-1915), Il mio Carso: … Le labbra e il mento sono appiccicose di mele stillato, e le mani, la maglia, il manico della roncola, i pampani, le brente, i carri.

Ho già detto che pàmpana è variante di pàmpino,che è dal latino pampinu(m),acusarivo di pàmpinus. Se Abbiamo già visto come sarmentum deriva da sàrpere; e pàmpinum? Il primo ad affrontare, a modo suo ,,,, il problema fu, a quanto ne so, Isidoro di Siviglia (560 circa-636), Etymologiae, XVII, 5, 10: Pampinus est folia cuius subsidio vitis a frigore vel ardore defenditur atque adversus omnem iniuriam munitur. Qui ideo alicubi intercisus est, ut et solem ad maturitatem fructus admittat et umbram faciat. Et dictus pampinus quod de palmite pendeat. 

(Pampino è la foglia con il cui aiuto la vite si difende dal freddo o dal caldo e si premunisce contro ogni offesa. Esso in qualche luogo viene tagliato qua e là in modo che il sole mandi a maturazione il frutto e faccia ombra ed è chiamato pampino poiché pende dal tralcio).

Per Isidoro, dunque, la base è palmes (quod de palmite pendeat) e, anche se non lo dice espressamente.è come se pampinus derivasse da *palpinus.

Nel suo Rideri Dictionarium severiore trutina castigatum, Adam Islip, Londra 1626 John Ryder (1562-1632), vescovo anglicano di Killaloe in Irlanda, ll lemma pampinus, dopo aver citato Isidoro, continua riportando altre proposte etimologiche, che così risssumo:1) da un greco ἄμψοινος  (leggi amfoinos) quod fit circa vinum (poiché si sviluppa intorno al vino). La voce, inesistente in greco, risulta artificiosamente composta da ἀμφἱ (leggi amfì)=intorno+ἄμπελος (leggi àmpelos)=vite, uva, vino; 2) da πόα ἀμφἱ οἵνου (leggi poa amfi òinu), herba circa vitem (erba intorno alla vite); 3) quasi pampelus, ab ἄμπελος (quasi pampelus da ampelos); 4) panpinus quasi pannus vini (pampino quasi panno del vino); 5) simpliciter a pando ut πέταλον (leggi pètalon) πετάω5 (leggi petào) (semplicemente da pando6, come petalo da petao); 6) a πίμπειν (leggi pìmpein) mittere quod emittuntur pampini ex sarmentis, sic stolones a στέλλειν (leggi stèllein) dici possunt (da pìmpein=mandare poiché i pampini sono emessi dai sarmenti, così si può dire che stoloni deriva da stèllein).

Nel Thesaurus linguae Latine compendiarius di Robert Ainsworth e Thomas Morell, Longman,Londra, 1796 si fa derivare pampinus da φυλλάμπελος (leggi fiullàmpelos) o  φυλλάμπελον (leggi fiullàmpelon).   

Di fronte a tal profluvio di proposte la filologia moderna ha deciso, in un certo senso, di non decidere o, se si preferisce di lavarsene le mani. La teoria oggi più accreditata, infatti, è che pampinus appartenga alla categoria di quelle parole definite mediterranee o di origine preindoeuropea; in altri termini antichissime ed autoctone.

Mi piace chiudere questo faticoso percorso con un ricordo personale della mia infanzia. Così davanti ai miei occhi riaffiora la figura di mio nonno Alessandro, appassionato di caccia, mentre avvolge una irduleddha (verdolina) in una pampana di fico e pone il tutto sulla brace, mentre io, avro avuto non più di cinque anni, attendo paziente di consumare quel bocconcino la cui prelibatezza già vibra nell’aria col suo profumo …

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1 Per le altre voci ricordate nel commento segnalo:

(per scìgghiu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/12/la-storia-provvisoria-di-scigghiu-disordine/

(per carpìa) http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/27/la-carpia-ovvero-il-sedicente-intellettuale-sfaticato-e-zozzone/

(per inchiùlu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/13/inchiu-c/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/30/artetica/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/13/critera-attenzione-allaccento-al-profano-un-semplice-accento-puo-sembrare-un-banale-tanto-piu-nella-cultura-dominante-cui-prevalgono-approssimazione-incompetenza-assenza-pressoche-tot/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/28/artieri/

3 Pseudonimo di Filippo Galli. poeta senese morto nel 1503.

4 Sono i vv. 1-4 di quella che l’autore definisce una delle canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati. (Decembre 1818)

5 In greco esistono πετάννυμι (leggi petànniumi e πεταννύω (leggi petanniùo), entrambi col significato di stendere; πετάω è totalmente inventato.

6 L’infinito è pàndere=stendere.

Ciò che si muove (frustoli di arte contemporanea)

di Paolo Vincenti

 

Ogni artista che operi nell’ambito dell’arte informale è quasi un chimico trovandosi nella necessità di utilizzare e combinare insieme materiali diversi, seguendo i procedimenti dettati dal proprio estro. Certamente Fernando Spano lo è, perché nella sua ricerca pittorica, l’utilizzo dei materiali si coniuga con la dimensione esistenziale dell’arte come intesa da questo poliedrico e affermato artista salentino. Per esempio, utilizza una composizione fra ossidi di ferro e bitume per il ritratto di Lucio Fontana, uno dei tanti che compongono la sua galleria di icone dell’arte. Ma andiamo con ordine. Doveroso, fornire alcuni dati biografici sul pittore. Fernando Spano nasce il 13 Marzo del 1965 a Veglie, vive e lavora a Lecce. Nel 1987 inizia la sua attività, interessandosi prima alla forma tradizionale della pittura, soprattutto alla tecnica dell’affresco, e poi via via spostandosi verso la pittura informale e le tecniche miste, essendo sempre più attratto dalle sperimentazioni chimiche. Questo lo porta verso la prima delle tematiche della sua carriera, ossia la ritrattistica. Il primo grande artista di cui sviluppa il ritratto è Pablo Picasso, verso il quale nutre una vera ossessione, cosa che riporta al concetto di riproducibilità tecnica dell’opera d’arte secondo il noto saggio di Walter Benjiamin. Infatti, Spano realizza una serie infinita di ritratti, oltre che di Picasso, di Lucio Fontana, di Joseph Beuys, di Jackson Pollock, vere icone per lui nell’ambito artistico.

«Forse la storia si ripete, di sicuro le emozioni si rinnovano ad ogni ritorno, ma si caricano delle sensibilità, dei trascorsi personali, delle conoscenze acquisite, degli imprevisti legami e delle analogie che una rilettura sapiente ci rivela”, scrive Eduardo Pascali (in “Fernando Spano”, Catalogo Mostra Bari, 2001), “A questa consapevolezza del dipanarsi della storia, uguale a se stessa e nello stesso sempre diversa, si richiama il lavoro e l’impegno di Fernando Spano.

L’invito dell’artista è chiaro e semplice: recuperare, da una parte, con gli occhi nuovi e moderni, i maestri, cogliere, d’altra parte, la loro presenza, anche in una prospettiva critica, nella realtà attuale. Realtà che hanno contribuito a modificare con le proposte artistiche, talvolta dirompenti, provocatorie e in anticipo sui tempi dell’uomo comune». Attraverso la riproposizione di questi grandi maestri dell’arte universale, Spano vuole in realtà riaffermare la propria individualità artistica, emblematico in questo senso il titolo della mostra tenuta a Lecce, presso l’ex Conservatorio di Sant’Anna, a cura di Dino Del Vecchio: “Io ci sono”. Il suo, cioè, è un citazionismo la cui matrice è la pop art, quindi non sterile o fine a sé stesso. Dietro al ritratto, v’è la concezione artistica del pittore e proprio la sua anima. “Queste opere non sono un omaggio agli autori, ma rappresentano un momento di ricerca e riflessione sulle potenzialità espresse dal loro contributo all’arte e alla società”, scrive Andrea Fiore in “Fernando Spano. Identità e distruzione”, Catalogo della mostra tenuta a Maglie e Brindisi nel 2017 (Galatina, Editrice Salentina, 2017). A riprova di quanto detto, nel segno della più ardita sperimentazione artistica, poi Spano realizza una serie di lavori in cui prende delle famose opere d’arte e le trasforma attraverso il bitume, seguendo l’esempio di Beuys, quasi mentore per Spano. Un’altra interessante serie di opere è quella intitolata “Velivoli”, in cui vecchi aeroplani di guerra solcano un cielo nuvoloso o nevoso, trasmettendo inquietudine, timore, ansia allo spettatore. “Questo corpus di opere”, scrive ancora Andrea Fiore, “costituisce la serie di lavori indicata come ‘Velivoli’, attraverso la quale Spano si confronta e riflette sulla capacità di distruzione dell’uomo. Come il giovane Beuys – pilota di aeroplani come quelli rappresentati – trova la salvezza nella sua trasformazione in artista-sciamano, così le opere di Spano trovano nel momento della distruzione prima la morte e poi la conseguente rinascita”. A partire dal 1991, Spano partecipa a moltissime mostre personali e collettive. Fra le ultime, citiamo la mostra collettiva presso la Galleria Scaramuzza di Arte contemporanea a Lecce nel 2011, la Mostra personale presso la Galleria Scaramuzza di Lecce del 2013, la Mostra personale presso lo spazio espositivo del “Caffè Cittadino” , a Lecce, 2015, ancora presso la Galleria Scaramuzza Arte Contemporanea, Lecce, 2016, la Mostra personale presso la Fondazione Capece, Maglie, nel 2017, la Mostra personale presso la Galleria San Luca, Brindisi nel 2017, la Mostra personale presso la Fondazione per l’Arte e le Neuroscienze “Francesco Sticchi”, Maglie, nel 2018. Molto interessante il suo ciclo “Monumenta”, in cui vengono presi dei monumenti del passato e reinterpretati attraverso la tecnica mista. Grandi esempi dell’arte classica, greca e romana, oggi non più esistenti, che rivivono nella contemporaneità di un’arte fortemente sperimentale, che riannoda in questo modo i fili fra passato e presente, coniugando in alchemica sintesi tradizione e innovazione. Ancor più interessanti, i cicli “Memorabilia” e “Volti della memoria”: vasi attici, crateri dell’arte appulo-lucana, elementi dell’arte fittile, statue dell’arte greca, che rivivono sulla tela attraverso un’elaborazione visiva che sembra un invito a recuperare la bellezza perduta, oggi che quei fili di cui si diceva prima sembrano essersi del tutto disgregati.

 

E ricollocare i materiali rispetto alla loro destinazione naturale, è quello che fa Gix, nome d’arte di Giovanni Strafella, il quale lavora sui materiali con una ricerca molto avanzata, verso l’informale più arduo. Moltissime le mostre cui ha partecipato, come “Arkè Arco dei Pappi”, Copertino e “Kontemporanea”, Lecce, nel 2004, “Caroli Hotels”, Gallipoli e “Castello – Corigliano D’Otranto” nel 2005,  al Palazzo Baronale Romano, Pisignano, e alla Cappella Santa Anastasia, Copertino, nel 2006, “Arte Spazio”, Treviso, 2006, “B&B Chiesa Greca”, Lecce, nel 2008, “Cantine Aperte “Taurino”, Guagnano, 2009, “La Locanda”, Copertino, “Palazzo Ducale”, Presicce, “Arte alla Torre”, Leverano, 2012, “Shoah”, Stazione FSE , Copertino, 2015, ecc. Un’esplosione di colori, la sua arte, che si esplica nella più totale libertà di intrugliare elementi diversi presi anche dalla nostra tradizione contadina del passato.

A metà fra pittura e scultura, le sue opere, come “Luce nel vuoto”, “Ecocentro”, “Sviluppo lineare”, “Movimento del passato”. Gix è un artista sempre in movimento. “Nell’agire di Gix niente di riflessivo che miri ad un risultato, niente di appagante o di appagato, ma pulsioni al primo stadio, incuranti del seguito di critiche e giudizi che potranno suscitare. Eppure in tanti, ormai, ci fermiamo davanti ad una sua opera alla ricerca di una risposta. Gix pone domande con la fermezza di chi proclama assiomi”, scrive U.V.A, nel catalogo “Gix: ammiratore dell’energia” (Sannicola, s.d.). Giovanni Strafella vive ed opera Copertino, ha anche un sito: www.gixart.it. V’è, nelle sue opere polimateriche, come “Anarchia cosmica”, “Forma plastica”, “Croce rossa”, “Evoluzione”, una vitalità che si trasmette all’esterno e sembra voglia conquistare l’universo. “In tale processo di trasformazione, le forme e le soluzioni formali sono tutte chiamate in causa e non ci stupisce per questo andare di continuo tra una possibile scultura o un’ installazione ed una giacenza orizzontale”, scrive Angela Serafino, nel sito. “Tutto si muove perché il Caos non conosce direzioni uniformi. Coinvolge tutto attorno, lo invade, poi si addolcisce e si commuove per tutta la estensione di cui è capace, dopo aver raccolto di qua e di là le possibilità di esplorazione. Queste estensioni, cariche di passaggi, sono le opere di Strafella”. E Paola Nestola: “Gix, disintegrando e reintegrando la realtà, si libera di una tensione tradotta, più che in espressionismo figurato, in espressionismo astratto”.

Fra i più interessanti artisti dell’ultima generazione è sicuramente Rocco Cardinale, originario di Taranto, che vive ed opera nell’isola di Las Palmas de Gran Canaria. Nato nel 1981, spirito inquieto, ha fatto varie esperienze e sperimentato varie forme di comunicazione. Amante dei fumetti e della musica punk, con una formazione classica alle spalle, ha capitalizzato le sue passioni nella forma artistica a lui più congeniale. La sua creatività si esprime fra pittura e disegno, la sua cifra stilistica è un concentrato di suggestioni diverse. Suggestiva è del vero la mostra “La folla e gli sguardi”, tenutasi presso l’ex Convento dei Teatini, Lecce, nel giugno 2013. Nelle figure rappresentate, tributarie della fumettistica, quello che colpisce sono i tratti somatici, in particolare gli occhi e la bocca, volutamente dilatati, esagerati, distorti. Una folla di sguardi senza nome che ci osservano con fare circospetto, oppure sornione, sottilmente diabolico, sempre inquietante. C’è un po’ sotto traccia l’inquietudine del perturbante, di freudiana memoria.

Cardinale è sicuramente molto vicino alla street art e al writing, anche per motivi anagrafici. L’artista infatti vive il proprio tempo, è immerso nel mondo contemporaneo con la sua multimedialità, gli innumerevoli stimoli, e questo si riflette nell’eterogeneità delle fonti della sua arte visiva. Egli non è legato ad una scuola particolare né ad una temperie storico artistica definita, semmai la sua arte si caratterizza per un nomadismo culturale, come lo ha definito Toti Carpentieri nel catalogo di presentazione della mostra “La folla e gli sguardi” (a cura di Toti Carpentieri, con traduzione in inglese e spagnolo, Galatina, Editrice Salentina, 2013). Precisamente, la sua arte si può definire skate/surf art, una forma di espressione certamente influenzata dall’arte dei murales e dalla musica punk. Figure di uomini e di donne si ammassano nei suoi quadri, realizzati con la tecnica del collage, a riempire tutto lo spazio, con colori particolari dati dalla mina e dall’acrilico utilizzati. A volte, le figure umane si trasformano, divengono figure indefinite, vagamente grottesche. Volti su volti, che rivendicano il loro diritto di esistere e cercano di comunicarci dalle tele un messaggio indecifrabile, forse l’incomunicabilità stessa. Cardinale ha esposto in mostre collettive e personali, come al “Surf cafè” di Taranto nel luglio 2010 e luglio 2011, e presso la Chiesa di Santa Maria della Pace a Lecce, nel dicembre 2011, in occasione della presentazione del libro “Formazione, trasformazione, riformazione. Dialogo emotivo per immagini”, di V.Colapietro e M.E. De Carlo (Franco Angeli Editore, 2011), che riporta in copertina una sua opera. Nel 2015, Cardinale ha esposto all’Agora Gallery di New York, nell’ambito della mostra collettiva “The Manifestation of Milieu”. Insomma, un artista di talento da tenere presente.

 

PAOLO VINCENTI

Libri| Avanti (o) Pop

di Antonio Soleti

Ritorna, con “Avanti (o) Pop”, la penna, graffiante e acuta, di Paolo Vincenti; il volume, che si pone in continuità ideale con “L’osceno del villaggio” ed “Italieni”, raccoglie diversi articoli scritti prevalentemente nel 2017. Anche in questa raccolta, l’autore riprende temi a lui cari, fra cui la TV e gli anni Ottanta, mescolandoli ad argomenti di attualità (la legge sul suicidio assistito, il divieto di indossare il burkini in spiaggia, la cronaca politica italiana…), in una sorta di documentario del nostro tempo: cronista attento e un po’ bizzarro, si guarda intorno e interroga la realtà, ma guarda anche dentro di sè, con felici incursioni nel suo passato di ragazzo cresciuto a “pane e serie televisive”. Ci si trova così davanti ad articoli arguti e briosi sul giornalismo, dal titolo accattivante, come “La patata è buonissima”, “Il meglio del peggio”, “Par condicio”, in cui l’autore riflette sul potere della parola e sulla forza dei media; ma ci si imbatte anche in riflessioni su temi ampiamente conosciuti e che impegnano le nostre coscienze, come, ad esempio, gli articoli sul fine vita o quelli sull’ambiente. Il suo humour emerge, frizzante, quando racconta aspetti di costume di questa società, come in “Tutti al mare”, che, mutuando il titolo da una canzonetta sin troppo famosa, schizza un bozzetto divertito della nostra vita di spiaggia, con il suo parterre di bellezze finte, rifatte, sovrapponibili. Nella sua panoramica, si diverte a sottolineare le incongruenze di personaggi pubblici dello spettacolo e della politica: Emilio Fede, la Raggi, la Boschi… difficile sfuggire ai suoi strali! Ad aprire la maggior parte dei brani sono i versi delle canzoni, non solo quelle del repertorio dei cantautori storici italiani, ma anche quelle di autori comici e disimpegnati, in linea con la leggerezza dei pezzi più ironici e corrosivi. Indispensabile, una nota sul titolo: in questi tempi, infatti, in cui il termine “populismo” viene usato ad ogni piè sospinto, a proposito e a sproposito, lui sceglie un titolo altamente provocatorio. E’ populista Vincenti? No, lo dice chiaramente in un articolo. E’ pop? Evidente è il riferimento al pop e alla società dei consumi, che egli osserva attentamente e della quale racconta già da qualche tempo. Lasciamo ad altro contesto l’approfondimento sul pop; qui fermiamoci alla società di massa, senza identità specifica, per la quale i valori di riferimento sono diventati la mercificazione, la pubblicità, il consumismo, i prodotti in serie. Nel titolo, però, il termine è accostato ad una parola, “Avanti”, che ci rimanda al ben noto inno del partito comunista italiano. Sebbene Vincenti sia ideologicamente lontano da una certa tradizione e scuola di pensiero, proprio questa è l’essenza del pop: accostare ciò che è diverso, assemblare storie e pensieri tra loro inconciliabili, in una sorta di “blob cartaceo”, come da altri critici sono stati definiti i suoi libri. Il gioco di parole ci induce, nel leggere, a sovrapporre i due contesti: un popolo alla riscossa e il pop come celebrazione della società di massa. Resta il dubbio che non vi sia alcuna riscossa possibile. Il riferimento al pop, tuttavia, si coglie soprattutto nella varietà dell’ispirazione, nell’eterogeneità degli scritti, nel melange fra impegno sociale e scherzo, nella scrittura, ricercata con nonchalance. A intervalli irregolari, si trovano delle Saturae: spaccati e frammenti di quotidianità che il Nostro raccoglie e mette insieme, a ricordarci che la realtà politica e sociale in cui siamo immersi è varia, frammentaria, molteplice: il cittadino si trova sballottato fra beghe di politici dallo spessore inesistente e drammi quotidiani. Il titolo scelto per questi pezzi è emblematico perché ci riporta alla prima fonte di ispirazione di Vincenti: la letteratura classica. Satura lanx è infatti un’espressione latina che rimanda alle prime forme di teatro rudimentale, così chiamate dal piatto di primizie che venivano offerte agli dei durante le sacre cerimonie e, in senso traslato, per indicare la varietà di temi e di ispirazione che caratterizzavano queste rappresentazioni, farse, appunto, da “farcio”, ossia “infarcitura”, di motivi comici. E la varietà è quella che rivendica Vincenti ai propri scritti, oltre all’umorismo con cui bersaglia fatti e persone dei nostri tempi. Tempi tristi, sicuramente, in cui è meglio ridere per non piangere. Che fare, allora? Il ritorno ai miti è una strada percorribile; ecco, dunque, un nutrito gruppo di articoli sui miti dell’autore: gli anni Ottanta e i Novanta, le serie TV di quegli anni, le loro sigle, gli autori. Vincenti si sofferma in particolare su questi anni, raccontando le sue emozioni, i suoi ricordi, ci regala persino alcuni frammenti della sua vita privata. Affiora, in questi articoli, una nota lieve, lunga, di nostalgia: i nostri supereroi, quelli dei cartoni animati e delle serie TV, Goldrake, Lady Oscar, L’uomo tigre, Jeeg Robot, Fonzie, erano finzione, invenzione, ma ci hanno lasciato qualcosa a cui aggrapparci e, “quando il gioco si fa duro”, sembra dirci l’autore, ecco che interviene la memoria che “a volte è come un vecchio jukebox, che aspettava solo la monetina per partire”. Troviamo un Vincenti più intimo, nostalgico; ed è proprio con un racconto sulla sua vita di scrittore complesso, in bilico tra desiderio di essere celebrato e insofferenza nei confronti di chi lo critica, “L’apprendistato del letterato”, che chiude la raccolta, senza rinunciare, tuttavia, alla sua ironia pungente, con un finale ad effetto, un vero fulmen in clausula alla Marziale. Fra citazioni colte e sberleffo, fra avvelenato pamphlet e godibile divertissement, ancora una volta, con questa Satura lanx degli anni Duemiladieci, il lettore è servito.

 

Dialetti salentini: strome e la loro vasta parentela

di Armando Polito

Strome  sopratto i residui, rametti e foglie,  della potatura, degli olivi in particolare, anhe dopo che sono parzialmente o totalmente seccati. Oggi vengono bruciati sul campo, in passato erano il combustibile privilegiato dei forni in pietra, da dove una fragranza inconfondibile di fumo e di pane cotto  invadeva per largo tratto la strada. Chi ha la mia età ricorderà certamente a Nardò Gigi lu furnaru e il suo forno sito in via Settembrini al civico 29. Lavori, odori, vapori. sapori e anche saperi perduti per sempre …

Strome è evidentemente plurale collettivo di un poco usato stroma, che è, tal quale, dal greco στρὤμα (leggi stroma), usato con i significati di giaciglio, letto, coperta, tappeto, pavimento. La voce è connessa col verbo στρὼννυμι (leggi strònniumi), del quale sono varianti στρωννύω (leggi stronniùo) e στόρνυμι (leggi stòrniumi), tutti col significato di stendere, abbattere, lastricare,

Sicuramente l’uso cui accennavo all’inizio anche da noi fu preceduto dalla funzione che foglie e rametti avevano di formare, opportunamente stesi, un giaciglio.

Faccio notare che tra i significati della voce greca c’è quello, evidentemente traslato, di pavimento. I Romani si sarebbero spinti ancora oltre, visto che l’italiano strada (in salentino strata) deriva dalla locuzione latina via strata (alla lettera via stesa, in contrapposizione a quella non lastricata), in cui strata (da notare come la voce salentina sia tal quale) è il participio passato femminile del verbo stèrnere (=stendere) connesso col citato greco στόρνυμι; il participio passato maschile (stratum) ha dato vita poi a strato. Altra voce connessa con sternere è stramen=giaciglio, paglia, coperta, da cui l’italiano strame.

Il campo semantico si allarga ulteriormente pensando che con στόρνυμι è connesso στέρνον (leggi sternon)=petto, da cui l’italiano sterno e che dal latino consternare (composto da cum+sternere)= paventare, sbigottire, sgomentare, turbare, impressionare (in una parola stendere …) è derivato l’italiano costernare. Non potevo chiudere più allegramente se non dicendo che strage è dal latino strage(m) che probabilmente (almeno questo conforto …) è dalla radice stra– (dal supino stratum) di sternere.

 

Dialetti salentini: picusia

di Armando Polito

L’amico Pasquale Chirivì mi ha chiamato in causa in un suo post del 7 u. s.. Per fare più presto evito di trascriverne il testo e lo riporto in formato immagine integralmente e con i commenti che ci sono stati, aggiornati fino alla data in cui scrivo (9).

 

il quesito posto è, almeno per me, particolarmente intrigante per i seguenti motivi:

1) non ho mai sentito tale parola.

2) Essa non è registrata nell’opera che ancora oggi è un fondamentale, imprescindibile punto di riferimento per chi, addetto ai lavori o semplice curioso, nutra interessi (sicuramente malsani per i tanti avventurieri della finanza e della politica …), cioè il Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto) di Gerard Rholfs, di tal genere dal Rhollfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976. Nemmeno Antonio Garrisi la riporta nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 ed essa è assente anche nel blog di Giuseppe Presicce Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html).

Con tali premesse dare una risposta soddisfacente a Pasquale appare impresa improba. Dico subito che tale resterà fino alla fine di questo post, almeno che qualche lettore di questo blog non fornisca nel suo sempre auspicabile (son qui per questo …) commento qualche valido suggerimento.

Posso dire solo che a prima vista la parola forse si colloca nell’ampia lista di quelle terminanti in –ia. Di queste alcune hanno origine greca, per esempio: fantasia (leggi fantasìa), che è dal verbo φαντάζω (leggi fantàzo, che significa  rendere visibile, creare un’illusione, ingannare, a sua volta da φαἱνω (leggi fàino), che significa far vedere, apparire; altre derivano dal latino medioevale ma si rifanno al greco. per esempio come nostalgia, che è dal latino medioevale nostalgĭa(m), dal greco nóstos che significa ritorno + ἂλγος (leggi algos) che significa dolore, alla lettera dolore del ritorno, quasi una definizione poetica …); altre ancora sono di formazione più o meno recente, come ritrosia, che è dall’aggettivo ritroso.

Sulla scorta di tali osservazioni e procedendo per esclusione (non ho trovato voce greca o latina cui potesse collegarsi nessuna voce greca o latina che potesse collegarsi picusìa), ho pensato per la nostra voce ad una formazione relativamente recente e ad un’origine aggettivale.

Il dialetto napoletano antico (chiedo aiuto agli amici napoletani per l’eventuale sopravvivenza della voce) registra pecuso o (in alcune edizioni) picuso: Giovan Battista Basile, (1575–1632), Lo viecchio nnammorato, Egroga settema (cito da Le Muse napolitane, Egloghe di Giovanni Domenico Montarano1, Napoli, 1635, p. 221 (è Millo che parla):

Ma dato e, e non concesso, che sta bella guagnastra2 se voglia strafocare, e perdere la bella gioventute co no schianta-malanne, co no viecchio picuso , co no brutto vavuso3, dimme, che pesce piglie, che pensiero è lo tujo? Comme starranno insieme, che questo no sparenta na polletra à na stalla, e na jommenta4.

Gabriele Fasano (1654-1698), La Gierosalemme libberata, xviii, 23 (cito da Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, tomo XIV, parte 2a, Porcelli, Napoli, 1786, p. 163): Vede, ch’addove passa, esce la rosa,/lo giglio, giesommine5 e ttolepane6:/foglia torzute7 la cchiù bella cosa/de lo Munno; cetrole, erve, e ffontane/. E attuorno, e ncoppa ad isso la pecosa/serva8 spozzà pareale9; comme llane10/(pocca porzì11 la scorza mmerduta12 era/de ll’arvole13) nce stesse Primmavera.

Nel libretto, opera di Gennaro Antonio Federico (morto nel 1744), della commedia Lo frate ‘nnamorato,. musicata da Giovanni Battista Pergolesi, rappresentata per la prima volta a Napoli nel 1732 e poi, con modifiche, dello stesso autore, sempre a Napoli, in occasione del Carnevale (è Marcaniello che parla): Schiatta: so’ biecchio ‘nterra, pedagruso, pecuso, catarruso; tengo tutto l’Incurabbile ‘ncuollo; e ppuro è vero ca m’aggio da ‘nzurare e ppigliareme Nina.

Il contesto consente solo di affermare con sicurezza, fatta eccezione per la pecosa serva del Fasano, che la voce ha un’accezione negativa. Per saperne di più vengono in soccorso:

Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si discostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, tomo II, p. 20:

Pietro Paolo Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Gabriele Sarracino, Napoli, 1869, p. 236:

 

Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, Tipografia Chiurazzi, Napoli, 1873,. p. 281:

 

Il lettore noterà che nel Volpe sorprende la locuzione vuosco pecuso resa in italiano con bosco broccuto, dal momento che al bosco mal si addice il concetto, per quanto traslato, di asmatico. Tuttavia, tenendo conto che broccuto o broccoso significa pieno di nodi o di grumi e che la voce deriva da brocco che può significare cavallo di scarso valore (pure con riferimento traslato a persona) oppure ramo secco, spina, dal latino broccu(m) che significa dente sporgente, lo slittamento metaforico da asmatico alla necessità di respirare a bocca aperta mostrando i denti più o meno sporgenti (con l’età, poi, la piorrea alveolare farà il resto …) e da questi ai rami nodosi del bosco il passo è piuttosto breve. Vuosco pecuso è tal quale la pecosa serva del Fasano. Va aggiunto che per la seconda serie di significati il D’Ambra mette in campo la pica, ma non dà nessuna indicazione per la prima serie. Tuttavia poco prima registra il lemma pecone:

Il fatto che al lemma pecuso non rinvii a pecone mi fa ipotizzare che secondo lui non c’è nessun rapporto tra pecone e la prima serie di significati di pecuso. va detto, fra l’altro, che il D’Ambra sembra parafrasare (non mi spingo a dire copiare, ma i motori di ricerca svelano tanti altarini, recenti e  datati ….) il trattamento con cui il lemma  pecune \appare nel dizionario del 1789 che prima ho citato:

Il secondo riprende nel primo significato il precedente broccoso ingentilito in peloso, setoloso e nel secondo quello di asmatico con l’aggiunta di tossicoloso, catarroso, aggiungendovi pure la proposta etimologica della pica, il cui verso appare come una metafora del suono emesso da chi tenta ripetutamente di schiarirsi la gola e la voce, tipico di chi è affetto da catarro.

Dopo tutta questa litania giungiamo alla desolante conclusione che dal napoletano pecuso/picuso il nostro picusia appare lontano le mille miglia, almeno stando alla definizione datane da Pasquale.

E allora? Nella ricerca di un etimo si deve sempre mettere in conto il fatto che la parola propostaci abbia subito una deformazione rispetto all’originale. Ciò può dipendere dai fattori più strani, come la somiglianza rispetto ad altra parola con la quale viene confusa oppure incrociata, senza escludere qualche difetto personale uditivo o di pronuncia da parte di chi l’ha ascoltata, fatta sua e poi tramandata. Premesso che tutto ciò non sia da ascrivere a Pasquale, del quale conosco il rigore documentario, non mi resta che ipotizzare che picusia derivi da piccusu (che come l’italiano piccoso e il napoletano picusu significa cocciuto, ostinato ed è da picca, arma con in cima una punta di ferro) deformato in picusu. Il picuso appena citato non trova riscontro nella letteratura napoletana del passato, il che autorizza a supporre che sia di formazione recente. Di conseguenza il nostro picusia, se derivasse dalla voce napoletana, sarebbe anch’esso di formazione recente e, tenendo conto della definizione data da Pasquale, partendo dal carattere genericamente ossessionante dell’ostinazione, avrebbe assunto un significato, per così dire, specialistico, in cui l’ostinazione è diventata una vera e propria mania.

Il suffisso -ia nel nostro caso denoterebbe, così, una disposizione della mente che, a differenza, per esempio, delle normali manifestazioni della fantasia e della nostalgia, qui assume un carattere patologico, come la gelosia eccessiva, che si nutre di sospetti.sovente infondati e di insicurezze sedimentate. Non a caso geloso è dal latino tardo zelosu(m), che significa pieno di zelo, derivato di zelus, che è a sua volta dal greco ζῆλος. E, a proposito di zelo, credo che esso non sia mancato da parte mia nell’affrontare la questione, anche se i risultati sono, lo dico io, non pienamente soddisfacenti …

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1 Pseudonimo anagrammatico (quasi perfetto …) di Gian Battista Basile.

2 ragazza di mondo (da guagliona=ragazza, con sostituzione del presunto accrescitivo -ona con il dispregiativo -astra.

3 bavoso.

4 non rioesce a distinguere in una stalla una puledra (giovane cavalla non ancora domata) da una giumenta (cavalla da sella).

5 gelsomino-

6 tulipano.

7 larghe, robuste.

8 selva.

9 gli sembrava sbocciare.

10 come se lì.

11 pure perché.

12 inverdtita.

13 alberi.

 

Dialetti salentini: scumagnare

di Armando Polito

Che il dialetto possegga vocaboli traducibili  in italiano solo mediante una circollocuzione è fenomeno noto, oltre che normale. Fa parte di questa schiera scumagnare, col significato a Nardò di disperdere, fare allontanare dal posto prima occupato, con riferimenti non solo al mondo animale (in particolare gli uccelli), ma anche agli uomini. La voce è particolarmente intrigante anche dal punto di vista etimologico per quanto mi accingo a dire.

Anzitutto Il Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976) non avanza proposta di sorta, ma si limita a dare le sole definizioni di sgomentarsi, sconcertarsi (valori semantici, come si vede, non perfettamente coincidenti con quelli neretini, al di là dell’uso riflessivo). Comunque faccio notare che il metodo seguito dal  maestro tedesco prevede l’omissione dell’indicazione dell’etimo quando la definizione corrisponde ad una voce italiana omologa di quella dialettale (sarebbe, infatti, quasi inutile riportare, ad esempio, l’etimo di palora che è per metatesi da parola) o quando non ha alcuna proposta da avanzare. Nel caso di scumagnare, dunque, potrebbe sorgere il sospetto che sgomentarsi (prima voce della definizione) per lui abbia l’omologo italiano in sgomentarsi. Il sospetto mi appare poco fondato, per non dire avventato e irriverente …), pensando all’etimo di sagomentare che è da un latino *excommentare, composto da ex=fuori+ commentari=meditare. Nemmeno un funambolo bizantino riuscirebbe a spiegare l’evoluzione fonetica che avrebbe  portato da *excommentare a scumagnare.  Perciò, come detto all’inizio, per il Rohlfs l’etimo è oscuro.

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990) la voce è frutto di incrocio tra i latini excombinare, excommentari ed exglomerare. Più che un incrocio mi sembra un’ammucchiata, maldestro espediente per tentare (senza peraltro un forse o probabilmente) di superare la difficoltà.

Esaurite le due uniche fonti a stampa da me conosciute, ne rimane da citare una terza dalla rete. Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html)  “probabilmente si tratta di una dialettizzazione dell’italiano sgominare, a sua volta derivato dal verbo latino combinare=accoppiare, con il prefisso ex– indicante azione contraria”. La proposta non convince pienamente perché dell’italiano scombinare esiste già la forma dialettale scumbinare e sarebbe strana l’esistenza di un doppione, sia pure con lo stesso etimo. Difficoltà, poi, sul piano fonetico pone pone non tanto l’evoluzione –i->-a- (una variante di scumbinare è scumbanare) quanto il gruppo –gna– che nel dialetto salentino è il risultato di –ne– o di –ni–  seguito da vocale (latino staminea>salentino stamegna; latino venio>italiano vengo>salentino egnu).

Passo alla parte costruttiva di questo post e spiego la mia proposta riportando anzitutto alcuni lemmi dal glossario del Du Cange (la traduzione a fronte, come al solito, è mia).

In base alle citazioni riportate, in cui lemmi sembrano senza dubbio ricondurre a manus (mano) con sfumature semantiche che portano dal concetto di possesso a quello di dimora, e con particolare riferimento a MANIARE 1, 2 e 3, non credo avventato ipotizzare, tenendo conto dell’esito prima illustrato -ni->-gn-,  che scumagnare derivi da un excummaniare, composto da ex privativo+cum=insieme+maniare; alla lettera: privare del diritto di occupare insieme un posto. In conclusione: scumagnare potrebbe essere voce che ha il suo fondamento nella terminologia giuridica medioevale ma che col tempo ha perduto ogni originaria valenza politica.

 

Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento

L’organizzazione del lavoro – Il Maestro

di Mario Colomba

L’organizzazione del lavoro nel settore edile (ma anche nelle altre categorie artigianali) era di tipo gerarchico, piramidale, e faceva capo ad un unico soggetto. Il Maestro era solitamente una persona di notevoli competenze sia specificatamente tecniche che amministrative. In pratica era un imprenditore dotato di facoltà organizzative, capace di direzione tecnica ed amministrativa, spesso acquisite per discendenza familiare, direttamente dal padre o da un parente prossimo e, comunque, da un altro maestro che ne aveva curato la formazione e la crescita culturale.

Le caratteristiche personali tecnico-culturali-morali del maestro erano quelle tramandate da tante generazioni e abbastanza corrispondenti alla connotazione formulata da Vitruvio “…non sia avido o con la mente preoccupata di ricevere gratificazioni, ma tenga con decoro la sua posizione ben curando la propria reputazione. Nessun lavoro può condursi a buon fine senza onestà e incorruttibilità e, sempre secondo le raccomandazioni di Vitruvio. “…e i capicostruttori stessi non avrebbero fatto scuola a nessuno che non fosse loro proprio figlio o parente, ma poi li allevavano in modo che riuscissero buoni uomini “.

Generalmente era una figura carismatica che si faceva carico dei problemi anche personali dei suoi dipendenti, tanto da poter disporre di questi con la stessa ed anche maggiore autorità del padre di famiglia dal quale riceveva ampia delega all’uso ove necessario anche di maniere forti come avveniva normalmente anche per gli scolari che venivano affidati al maestro al quale nessun genitore si permetteva di rimproverare l’uso di qualche scappellotto.

Non era infrequente che il maestro, come datore di lavoro, venisse anche investito della responsabilità di recupero di qualche ex detenuto perché venisse ricondotto al mondo del lavoro, spesso con sorprendenti risultati di integrazione.

La possibilità di ottenere nuove commesse o nuovi appalti dipendeva non solo dalla competenza dimostrata in precedenti realizzazioni ma anche dalle sue qualità morali e dalla stima di cui godeva nella società.

A questi veniva riconosciuta automaticamente una autorevolezza sociale, una rispettabilità ed un prestigio corrispondenti alla qualità ed alla importanza delle opere precedentemente realizzate, cioè alla capacità dimostrata sul campo, alla provata esperienza.

Tuttavia, non era per niente facile immettersi nell’attività produttiva, pur con la necessaria stima della collettività, senza adeguate referenze. Per questo, aver realizzato opere importanti per conto di personaggi celebri o notoriamente conosciuti, che avevano un notevole ascendente sulla cittadinanza, contribuiva ad accrescere l’affidabilità e costituiva una sorta di referenza, come reminiscenza di una sorta di “patronato” di romana memoria, utile anche per proporsi e proporre la propria opera presso nuovi clienti anche di altri paesi.

Il maestro, oltre ad essere il detentore dei beni strumentali necessari alla produzione e di un minimo di capitale che gli permettesse di anticipare le paghe settimanali degli addetti alle sue dipendenze ed il costo dei materiali impiegati, era, certamente, una persona dotata di ingegno e di spiccata sensibilità, non rara nell’ambiente artigianale, dove la ricerca della perfezione e l’apprezzamento dei canoni estetici espressi nelle varie attività creative erano condensate nel bagaglio culturale personale (background).

Pur essendo condizionato dal rispetto e dalla conservazione delle conoscenze tradizionali, era aperto al forte richiamo di tutto ciò che rappresentava il progresso ed era stimolato da quell’ansia creatrice che è propria degli innovatori convinti. Tuttavia nelle sperimentazioni e nell’attuazione delle innovazioni (basta pensare alle innumerevoli varianti delle volte lunettate) non sempre l’esito risultava positivo e per questo veniva accettata una certa tolleranza, condensata nel proverbio dialettale “ci face pane e cofane li sbaglia” (chi fa il pane e il bucato può sbagliare) come dire :solo chi non fa niente non sbaglia mai.

Era, generalmente, una persona dotata di profonda umanità per cui era benvoluto dai suoi dipendenti con cui, nel rispetto dei rispettivi ruoli, sorgevano spesso vincoli di amicizia e familiarità. La sua provata onestà era dimostrata dal fatto che non venivano mai registrati arricchimenti improvvisi e che la mole delle opere, anche notevole, prodotta con il coinvolgimento, senza corrispettivo, dell’intero proprio nucleo familiare, gli procurava una certa agiatezza, non certo la ricchezza. Era dotato di coraggio nell’intraprendere, di passione per l’arte con le sue regole e di una buona dose di ambizione per conseguire il consenso e la stima necessarie non solo per lo sviluppo della propria attività ma anche come mezzo di distinzione e superamento dello stato sociale attraverso il riconoscimento del proprio talento e delle proprie capacità realizzative.

Soprattutto, però, era il geloso custode delle norme e delle tecniche non scritte dell’arte muraria che gli permettevano anche, in assoluta autonomia, di realizzare importanti opere pubbliche e private, utilizzando l’esperienza accumulata dalle precedenti generazioni che gli avevano tramandato, nel bene e nel male (cioè con le esperienze positive e negative), le informazioni orali e le conoscenze su tutto ciò che era stato costruito, necessarie per perseguire il fine ultimo della firmitas – utilitas – venustas ( stabilità – utilità – bellezza), sempre secondo le raccomandazioni di Vitruvio.

Il maestro trasmetteva tutto ciò, insieme ai cosiddetti segreti del mestiere, a quei soggetti (discepoli) che riteneva più dotati non solo di talento naturale ma anche di interesse e curiosità, inclini e capaci di recepire e ritrasmettere successivamente quanto veniva loro rivelato: cioè un apparato di regole generato dalla conoscenza degli effetti (L. B. Alberti: è la conoscenza degli effetti che genera l’apparato di regole cui deve sottostare chi costruisce), dall’esperienza, cioè dalla verifica sul campo della teoria, che in chissà quante occasioni aveva prodotto esiti infelici prima di pervenire a risultati definitivamente positivi.

Per questo c’era da parte degli interessati (discepoli-apprendisti) una grande attenzione nell’apprendere tutto ciò che il maestro insegnava loro giorno per giorno e nel ripeterne non solo gli insegnamenti ma anche i comportamenti morali. poiché l’apprendimento delle regole dell’arte rappresentava un possibile avanzamento anche sociale oltre che professionale; si faceva di tutto per essere nelle grazie del maestro, dimostrando innanzitutto buona educazione, obbedienza e rispetto.

Il rispetto consisteva principalmente nel non mettere in discussione gli apprezzamenti anche negativi del maestro ma nell’accettare lealmente le conseguenze dei propri errori assumendosene le relative responsabilità anche perché non si era ancora affermata la cultura o meglio l’andazzo della giustificazione a tutti i costi col risultato, come avviene ai nostri giorni, di una illimitata impunità.

Non era infrequente, però, il caso di chi, bruciando le tappe, approfittando di favorevoli transitorie occasioni, si organizzava a lavorare in proprio, per poi tornare, a volte, dopo esperienze infelici, al lavoro subordinato (lu discipulu diventa mesciu e ti mesciu torna a ‘mparare) o di chi assumendo una autonoma capacità produttiva non mostrava più alcuna riconoscenza per la formazione ricevuta, disconoscendo anche l’origine della propria competenza, fornendo così, a quanti invece ne erano informati, la dimostrazione della propria profonda ignoranza anche di quei principi di onestà e lealtà che qualcuno aveva tentato di insegnargli, dando così credito a quell’antico adagio “l’ingratitudine umana è più grande della misericordia divina”.

All’interno della struttura produttiva esisteva un’atmosfera di sana competizione in cui emergevano le migliori capacità tecniche ed attitudinali personali, corrispondenti non solo ad una maggiore produttività (destrezza, velocità di esecuzione, precisione, ecc.) ma anche a sensibilità e talenti insospettati che progredivano col tempo e con l’acquisizione di sempre nuove conoscenze alimentate dalla passione per l’arte, da una moderata ambizione e da una inappagata curiosità che resta sempre la base della conoscenza. Sensibilità e talenti che si manifestavano anche nella continua ricerca ed acquisizione del gusto del bello che non era riferito soltanto all’ambito figurativo, per esempio nella scelta della sagoma di una voluta di un capitello o di un pezzo scorniciato, ma anche nella competenza per saper apprezzare un “pezzo” di musica operistica eseguito da una tale banda musicale o tal’altra, per la quale si faceva il “tifo” ai piedi della cassa armonica in occasione delle feste di paese.

Da parte del maestro queste caratteristiche individuali venivano ricercate e recepite come sinonimo di intelligenza e disponibilità all’apprendimento e costituivano l’indispensabile premessa per conseguire quel trasferimento di capacità che si ripeteva di generazione in generazione e che rappresentava la naturale gratifica degli insegnamenti, fino all’orgoglio, specialmente dei maestri di bottega, di vedersi anagraficamente sostituire da chi era stato professionalmente allevato come una propria creatura.

Il cantiere, anche di piccole dimensioni, oltre ad essere una scuola di formazione professionale era una scuola di vita. La prima regola fondamentale era il rispetto. Rispetto non solo per l’anzianità anagrafica ma soprattutto per le capacità tecniche. una parola fuori posto o un comportamento screanzato potevano costituire una bocciatura definitiva ed una emarginazione in ruoli secondari e chiusi a qualsiasi prospettiva di miglioramento nell’organizzazione produttiva o addirittura il licenziamento in tronco.

La fame e una certa dose di ambizione erano le molle che facevano tendere al progresso e all’espansione della capacità produttiva, sempre commisurata alle reali possibilità tecniche ed economiche del maestro. Queste caratteristiche erano il germe naturale originario dal quale   pervenire alla costituzione di una vera impresa industriale intesa come complesso di addetti e beni strumentali razionalmente coordinati ai fini della produzione in cui il maestro-imprenditore aveva trovato, fino agli anni ‘90, il massimo riconoscimento con l’inclusione, nei vari scaglioni, nell’Albo Nazionale dei Costruttori, prima della sua soppressione con la nuova legislazione dei LL.PP., in cui viene privilegiato l’aspetto eminentemente finanziario e capitalistico delle strutture produttive anche nel campo delle costruzioni, eliminando il merito e le capacità individuali e collettive e deresponsabilizzando le persone, con i risultati che sono facilmente riscontrabili sia in termini di qualità che di quantità della produzione, di controllo della spesa e di corruzione dilagante.

 

Il libro può essere acquistato presso la libreria “I Volatori” di Nardò

Dialetti salentini: come si dice cominciare (‘ccuminzare, ‘zzaccare, ‘ncignare).

di Armando Polito

L’italiano cominciare trova il suo immediato corrispondente tra i dialetti  salentini nel neretino  ‘ccuminzare (altre varianti salentine accumenzare e ‘ccumenzare), che è da un latino *adcominitiare, composto da ad=verso+cum=con+initiare (da cui l’italiano iniziare), composto a sua volta da in=dentro+initiare; quest’ultimo è denominale da initium (da cui l’italiano inizio), a sua volta connesso col supino )initum) del verbo inire=entrare, a sua volta (e poi ho finito …) composto da in=dentro+ire(da cui gli italiani gire e gita)=sandare. Ecco, dunque, la trafila seguita da ‘ccuminzare: *adcominitiare>*accuminzare (assimilazione –dc– > –cc-, passaggio –o->-u-)>accumintiare (sincope di –i-)>accuminzare (normale esito di –ti-in –z-)>‘ccuminzare (aferesi).

Con lo stesso significato il neretino usa zzaccare, che  ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè, oltre a colpire,  quelli di prendere, afferrare e catturare;  poi dal significato di prendere, con il complemento oggetto sottinteso inizio, è derivato quello di cominciare, come nell’italiano intraprendere.

Se, dunque, è latina la strada percorsa da ‘ccuminzare e “tedesca” quella di ‘zzaccare. il leccese ncignare ha seguito, per così dire, una via traversa e meno laica. Esso, infatti ha il suo corrispondente nel toscano incignare (o incegnare) registrato da Gilles Menage (italianizzato in Egidio Menage)1 col significato  generico di adoperare qualcosa per la prima volta, ma usato pure in epoca più recente da Filippo Pananti (1766-1837)2 e da Giovanni Pascoli (1855-1912)3 col significato più specifico di di indossare un abito per la prima volta.

La voce deriva dal latino tardo encaeniare=cominciare, che, però, è formazione denominale su trascrizione del greco tardo  ἐγκαίνια (leggi encàinia)=feste di inaugurazione, consacrazione, a sua volta formato da  ἐν (leggi en)=dentro+καινός (leggi cainòs)=nuovo. Lo stesso ἐγκαίνια ha dato vita al verbo ἐγκαινίζειν (leggi enkainìzein)=inaugurare, consacrare, in cui il concetto dell’azione fatta per la prima voltsa è tutta nel confisso -ίζ-, che in greco assolve proprio a questa funzione.

Riproduco  dal glossario del Du Cange (pp. 263-264), aggiungendo a fronte la mia traduzione, i lemmi in questione perché a me pare che da essa in qualche punto traspaia, soprattutto all’inizio, la persistenza dell’origine religiosa.

Il primigenio carattere sacrale di incaeniare è confermato poco prima (p. 263) dai lemmi encaenia e encaemiae.

Il tempo passa e va detto che in ‘ncignare non è rimasta la minima traccia della sua origine religiosa, mentre l’italiano iniziare la conserva nel particolare significato di ammettere alla pratica di culti e riti misterici o in sette, associazioni segrete e simili.

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1 Le origini della lingua italiana, Genova, Chout, 1675, p. 278.

2 Il poeta di teatro, Piatti, Firenze, 1824, p. 165: Un’altra ha un casacchin color di rosa/che sua nonna incignò quando fu sposa.

3 Cito dalla quarta edizione di Nuovi poemetti, Zanichelli, Bologna, 1918, p. 60, da La morte del Papa, vv. 268-270: Andava col su’ omo, era ben messa,/incignava quel giorno anzi un guarnello:/andava a su per ascoltar la messa.

 

L’enigma del simulacro di san Pasquale Baylon in san Francesco d’Assisi

di Antonio FAITA

 

Con la venuta in Gallipoli (1597) della Serafica Riforma, il tempio francescano, come anche il monastero, ebbero ulteriori trasformazioni architettoniche e si avviarono la realizzazione di nuove opere.

Durante i scoli XVII e XVIII i frati riformati, nella chiesa di san Francesco, allestirono una vera panoramica di opere d’arte, che commissionarono a maestri delle varie arti sia locali, sia a maestranze napoletane che a maestri della Serafica Riforma[1]. Delle dieci cappelle con i rispettivi altari, presenti nella chiesa, l’ultima cappella scendendo dall’altare maggiore in Cornu-Evangeli, è dedicata a san Pasquale Baylon con il suo splendido retablo dorato e intagliato da Fra Francesco Maria da Gallipoli, con al centro la statua di san Pasquale della quale, alla luce di nuovi documenti, cercherò di fare chiarezza.

All’atto della visita pastorale eseguita il 18 dicembre 1904 dal vescovo mons. Gaetano Muller, questa cappella veniva così descritta: «…essa è chiusa da una balaustra di pietra tufigna, costituita attualmente, ha un altare con due gradini di legno indorato e con la mensa e custodia di pietra. Detto altare ha un frontone di legno indorato con bei lavori, nel mezzo del quale vi è la nicchia con la statua del Santo, a cui esso altare è dedicato»[2].

Nel 1946, per consolidare la facciata della chiesa, la nicchia fu murata e la statua trasferita in una delle nicchie del cappellone del Santo Sepolcro[3].

Oggi, dopo un lungo e laborioso restauro della chiesa, concluso nel 2005 e sua riapertura al culto, la si può ammirare nella sua collocazione originaria.

Già dal 1999 la statua fu sottoposta ad un intervento di restauro a cura del restauratore Valerio Giorgino, il quale durante la fase di pulitura della base, rilevò tracce della firma dello scultore, un tal “Costant(…) (…)ola F(…)”.

La prima parte della firma è facilmente intuibile che si tratti del nome [Costantino], mentre più problematica sarebbe la seconda parte, decifrabile come “ola” oppure “da”, infine la lettera “F” leggibile come [Fecit]. A questo punto rimaneva l’interrogativo nell’interpretare l’eventuale cognome o la provenienza.

Nel 2005 il prof. Gian Giotto Borrelli pubblicò il suo libro “Sculture in legno di età barocca in Basilicata” e, in appendice documentaria, riportò un pagamento datato 21 luglio 1730, da parte di un tal Nicolò de Leo a «…mastro Costantino Iacola scoldore…»[4], per una statua di san Leonardo, ignorandone la sua ubicazione. A questo punto la domanda viene spontanea: si tratta del nostro Costantino?

Direi proprio di si! Infatti la seconda parte della firma, riportata sulla base, sta per Iacola, il cognome dello scultore.

Mettendomi in contatto con l’amico Borrelli gli esposi il problema, il quale, dopo qualche giorno mi scrisse di aver trovato, girando tra le sue carte, un documento riguardante un altro pagamento allo scultore Iacola per una statua di san Pasquale Baylon, inviandomene una copia[5].

Leggendo attentamente il documento si nota che la polizza era stata girata e rigirata a vari nominativi, ma solo gli ultimi nomi sono da prendere in considerazione. Infatti come succedeva ai moderni assegni, fino a qualche anno fa, quasi sempre non c’era alcun nesso tra chi lo emetteva e chi riscuoteva. Qui di seguito riporto integralmente il documento inedito:

Cassa dei POVERI, anno 1731, matr. 1124, vol III, 1° semestre. Giornale di cassa / copia polizza n. 2494 del 10 gennaio 1731,

«Al canonico Don Giovanni Battista Odierna ducati 12 e grana 2.10 e per esso alla Venerabile Casa e Chiesa della Ss Concezione dei padri Ministri degli Infermi[6] al Chiatamone[7]; dovute per il semestre maturato al 7 settembre 1730 per causa dei ducati 25 che ogni anno gli corrisponde per il capitale di ducati 900 in virtù di strumento stipulato per mano del notaio Nicola Rocco di Napoli nel mese di marzo del 1723 tra detti Reverendi Padri e il Rev. Padre Ottaviano Odierna suo fratello e Procuratore, che poi in detto mese di marzo fu quello da esso ratificato in quanto la sua serie e continenza e tenore, e con tale pagamento resta per intero soddisfatto, così il presente semestre come anche per tutto il passato, e per girata del P. Giuseppe Morciano Procuratore della suddetta Casa e Chiesa, come ne fa fede il notaio Nicola Rocco di Napoli a Pasquale d’Amato per altrettanti, e per esso a Giovanni Ventapane per altrettanti e per esso a Biagio Margiotta per altrettanti e per essa ad Antonio de Maselli per altrettanti e per esso ad Alessandro de Martino per altrettanti e per esso a Costantino Jacola mastro statuario dovuti per l’intero prezzo di una statua di S. Pasquale Baylon di palmi tre che deve consegnare al Padre Pietro di Gallipoli, e detta statua si è obbligato a consegnarla per il mese di dicembre 1730 così d’accordo fra di essi per detto con sua firma (…)».

Analizzando la polizza si evince che, in data 10 gennaio 1731, viene effettuato il pagamento di ducati 12 e tari 2.10 a un tal Alessandro de Martino, ultimo di una serie di girate e infine quest’ultimo paga per intero prezzo il “mastro statuario Costantino Iacola” per la statua di san Pasquale Baylon da consegnare, completata, a padre Pietro da Gallipoli nel mese di dicembre 1730 come da accordi presi.

A questo punto bisognava individuare il conto di Alessandro de Martino, come probabile procuratore e intermediario tra il committente, in questo caso i frati francescani, e l’artista Costantino Iacola.

Avviando una nuova ricerca, con l’aiuto del dott. Ugo Di Furia, abbiamo consultato le pandette dei sette banchi pubblici, per l’anno 1730 del secondo semestre. Il nome di Alessandro de Martino compariva solo nei banchi di S. Giacomo, Salvatore, Pietà e Poveri. Dai numeri di affogliamento delle pandette si è cercato sui rispettivi libri maggiori, purtroppo con esito negativo, in quanto non vi erano movimenti contabili. L’alternativa era di retrodatare la ricerca di qualche anno ma ciò comportava ulteriori richieste e permanenza prolungata a Napoli. Ricerca che cercherò di svolgere in un secondo momento.

Tornando al nostro documento, veniamo a conoscenza di altri due passaggi importanti. Il primo riguarda il nome del frate francescano, padre Pietro da Gallipoli, al quale si doveva consegnare la statua e che in un secondo momento doveva organizzare tutte le pratiche per l’imbarco della stessa e per il trasferimento da Napoli a Gallipoli.

Il secondo passaggio sembrerebbe un vero e proprio enigma, riguardo l’altezza della statua. Essa risulta alta palmi 3 corrispondenti all’incirca cm 80, secondo le antiche unità di misura, un palmo napoletano equivaleva cm 26, sin dal 1480 al 1840. Stando a questa misurazione, doveva trattarsi di una statuina oppure di una statua a mezza figura (busto), ciò non corrispondente con l’attuale presente nella chiesa di san Francesco, che misura cm 135 senza la base. Considerando anche la base, misurerebbe cm 155. Presumibilmente si può ipotizzare che, nonostante gli accordi intercorsi, la statua fu eseguita a figura intera, facendo anche lievitare il prezzo[8] e che il de Martino abbia pagato la differenza a Costantino Iacola, in contanti.

Se così non fosse, che fine ha fatto la statua descritta nella polizza? La sua destinazione era per la chiesa di Gallipoli? oppure per qualche altra chiesa francescana dislocata nel Salento?

 

[1] Cfr. b.f.perrone, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), vol. II, ed. Congedo, Galatina 1981, p.28;

[2] acvg, mons. g. muller, Visita Pastorale 1904, p.229; Cfr. e. pindinelli, Francescani a Gallipoli. Dal Restauro alla Memoria, Tip. Corsano, Alezio 2005, p.75;

[3] ibidem;

[4] g.g.borrelli, Scultura in legno di età barocca in Basilicata, Ed. Paparo, Napoli 2005, Appendice documentaria, asbn, San Giacomo, giornale di cassa matr. 772, p.279: “ 21 luglio 1730. A Nicola de Leo duc. Diece, e per esso a mastro Costantino Iacola scoldore, e se li pagano per caparro di una statoga di legname di San Leonardo, e d.ta statoga deve essere di altezza palmi sei meno un quarto con la sua pedagna, e la d.ta pedagna deve essere con li cartocci indorati, e cornice similmente, e di larghezza deve essere palmi 3, e 1 quarto tutta profilata d’oro intorno intorno, e si è convenuto con d.to mastro Costantino per duc. 25, quale s’obliga di consignare li restanti duc. 15 subito, che li consignarà d.ta statoga, che d.to mastro Costantino si è obligato di consegnarcela per la fine d’agosto prossimo venturo 1730 (…)”, p. 112;

[5] Ringrazi l’amico prof. Gian Giotto Borrelli, per la sua collaborazione e gentile concessione del documento, autorizzandomi a pubblicarlo;

[6] La chiesa di Santa Maria della Concezione (1622) o meglio conosciuta delle Crocelle, è stata per lungo tempo cappella privata dell’Infermeria Generale a Napoli dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, detti popolarmente Camilliani o Crociferi. L’ordine, fondato da san Camillo de Lellis, è dedito alle opere di misericordia corporali e spirituali degli infermi;

[7] Il Chiatamone è una strada di Napoli, situata nel Borgo Santa Lucia, tra il mare e la parete rocciosa del monte Echia;

[8] Nonostante gli accordi presi tra le due parti, poteva capitare una modifica dei lavori anche dopo aver completato l’opera con la conseguenza dell’aumento del prezzo pattuito precedentemente. Un esempio l’ho riportato nel mio libro: a. faita, Gli scultori Verzella tra Puglia e Campania. Committenza e devozione, Ed. Congedo, Galatina 2015, p.37.

La salina di Avetrana. Spola tra Torre Colimena e Gallipoli per la raccolta del sale

di Antonio FAITA

 

Avetrana, questo piccolo centro dalle origini romane, si trova all’ estremità sud-orientale del territorio tarantino, un tempo provincia di Terra d’Otranto, che dista dal mare soltanto pochi chilometri[1], fu governata, a partire dal XV secolo, dai Montefusco, poi passò ai Pagano, agli Albrizi, ai Romano, a Bisanzio Filo, agli Imperiali, e, infine, a Massenzio Filo, ultimo signore di Avetrana[2].

I due studiosi Michele Mainardi e Ivana Quaranta, da tempo, si sono occupati del territorio di Avetrana, grazie anche alla costanza, eseguita con zelo anche nei minimi dettagli, nel reperire nuovi documenti d’archivio.

Come ci riferiscono i due studiosi, la storia di Avetrana è strettamente legata alle vicende e alle attività che si svolgevano nella vicina salina, posta ad alcune centinaia di metri da Torre Colimena.

La Salina di Avetrana era una delle più importanti del Regno e riusciva a soddisfare i bisogni dell’intera provincia di Terra d’Otranto. È stata attiva fino al 1812 come si rileva da alcuni documenti inediti e non fino al 1731, come si è creduto sino ad oggi[3]. Inoltre, dalla lunga documentazione consultata, emerge anche la lunga polemica amministrativa tra i due municipi rivendicanti la stessa porzione di costa: Avetrana e Manduria.

Infatti, risultava che il corpo idrico apparteneva al territorio manduriano ma, per storia e vicinanza geografica, è stato, se non di diritto, almeno de facto, sotto il raggio d’azione dei signori di Avetrana[4].

Il sale, da sempre, è stato al centro di complesse strategie commerciali e di aspre tensioni politiche. Indispensabile per la conservazione degli alimenti, oltre che per l’alimentazione umana ed animale, era prodotto abbondantemente in Puglia: agli inizi dell’età moderna, sono attestate saline a Manfredonia, nei pressi di Barletta,  a Brindisi, nei pressi di Taranto e ad Avetrana.

La gestione delle saline pugliesi fu prerogativa, sin dal XIII secolo, della Regia Curia angioina che controllava ogni atto produttivo. Gli Aragonesi, in seguito, minuziosamente, governarono le attività commerciali collegate all’approvvigionamento salino delle città[5].

Sin da tempi antichi, la città di Gallipoli, oltre ad essere città demaniale, godeva di concessioni e di privilegi che puntualmente venivano confermati dai sovrani che si succedevano. Un privilegio ferdinandeo datato 14 agosto 1487 concesse ai gallipolini l’esenzione dal pagamento alla Regia Corte della gabella sul sale prodotto, per uso proprio, nei piccoli recipienti e nelle conche marine esistenti sull’isola di Sant’Andrea[6]. Ma non sempre era sufficiente a soddisfare i propri bisogni, perciò si era costretti a importarlo da altre città.

Esso era prodotto in parte nel Regno ed una certa quantità veniva dalla Spagna, parte era importata dalle saline della Sicilia e dalla Sardegna. La produzione era assegnata in precedenza ed i vari comuni sapevano da quali centri dovevano ritirare le loro spettanze. Le città esenti da contribuzioni fiscali dovevano comprarlo sul mercato e così anche coloro che non erano soggetti al focatico (imposta applicata su ciascuna abitazione)[7]. Da un regesto datato 4 settembre 1503 si evince che: «Il Gran Capitano vicerè e luogotenente generale, concede all’Università (di Gallipoli) l’esenzione da ogni pagamento di dogana; pel rispetto dei suoi privilegi e, in particolare, di quello relativo al sale, per cui possono prenderne, a solo prezzo di costo, dalla salina di Casalnuovo»[8].

E, ancora, in un altro regesto del 23 giugno 1526, Carlo V, oltre ad approvare i precedenti privilegi, conferma che «siano riconosciuti i duecento tomoli di sale della regia salina di Casalnuovo già concessi per l’uso cittadino»[9].

Molti sono i documenti notarili nei quali si fa cenno al sale della salina di Casalnuovo (attuale Manduria), presso la torre detta “della Colimena”, questo sino al VII secolo, per poi essere sostituita con il nome di Avetrana. A supporto di ciò, sono alcuni regesti notarili datati 1710 e successivi, attraverso i quali veniamo a conoscenza dei relativi movimenti, via mare, della merce. Il caricamento e lo scaricamento del sale, per rifornire il fondaco di Gallipoli, venivano scrupolosamente registrati dai padroni dei barconi e delle tartane (e dai loro esigenti committenti).

Essi, di fronte ad un notaio, precisavano le regole dei contratti che non lasciavano spazio a tempi morti[10]: Nell’anno 1710[11], giorno 10 del mese di agosto, il signor Domenico Corsano, di Reggio Calabria, Padrone della «Topa»[12], nominata Santa Maria di Porto Salvo, trovandosi, in quell’anno a Gallipoli, per aver trasportato dalla Calabria «doghe per fabbricar botti», ricevette, nel predetto giorno, dalle mani del signor Giovan Battista Tiriolo la somma di ducati 191 e grana 75 in moneta d’argento, per aver condotto, in quattro viaggi, come previo accordo, tomola 3.835 di sale dalla «salina dell’Avetrana per questo Regio fundico de Gallipoli», alla ragione di grana 5 a tomolo per il noleggio della stessa imbarcazione.

In effetti, il Padron Domenico Corsano, fu incaricato di recarsi presso la salina dell’Avetrana , dal signor Giovan Battista Tiriolo «Locotenente del Regio Fundico de Sali in questa città di Gallipoli, agendo in nome e parte della Regia Corte» e a sua volta su incarico, del Dottor signor Nicolò de Ferrante «Amministratore Generale del Regio Arrendamento de Sali in demanio in questa Provincia di Terra d’Otranto». Una volta raggiunta con la sua «Topa» la spiaggia «e proprie nella Torre della Columena» gli sarebbero stati consegnati, dal signor Onofrio de Vito, «Locotenente di quel loco», tomola 3.835 di sale, così come fu stabilito. Lo stesso incarico fu confermato anche per l’anno 1711 al Padrone Domenico Corsano che, il giorno 13 luglio, davanti al notaio Carlo Megha[13] e alla presenza dei testimoni, il Clerico Domenico Antonio Maggio e Donato Maria Roncella, riscuoteva dal signor Giovan Battista Tiriolo, la somma di ducati 289 e grana 90, per aver condotto con la sua «Topa», in sei viaggi, tomola 5.798 di sale, dalla salina «dell’Avetrana per il Regio Fundico de Sali in questa città di Gallipoli».

Così avvenne anche nel 1712, con tre incarichi consecutivi, a distanza di pochi mesi nello stesso anno: il primo avvenne il 26 febbraio per un carico di tomola 890 da fare in un unico viaggio per la somma pattuita di ducati 44 e grana 5[14]; il secondo incarico avvenne il 12 luglio, per un carico di tomola 1.964 da fare in due viaggi e riscuotendo la somma di ducati 98 e carlini 1[15]; il terzo incarico, il giorno 17 settembre, per un carico di tomola 3.945, da fare, in quattro viaggi e per la somma pattuita di ducati 195 e grana 25[16].

Ciò fa dedurre che, tra il Padrone Domenico Corsano e il Locotenente del Regio Fundico di Gallipoli, si era instaurato un rapporto ben consolidato basato sulla fiducia e sulla professionalità, un rapporto che continuerà anche negli anni a venire. La salina di Avetrana, non fu più attiva dagli inizi dell’ottocento (1812), senza conoscerne i motivi. I due studiosi Mainardi e Quaranta, dubitano che sia stato il Comune di Avetrana a decidere della sua sorte, poiché l’estrazione del sale era l’unica fonte di occupazione per la gente del luogo; invece, ipotizzano che sia stato il governo centrale a volere la sua dismissione e, tale supposizione trova conferma nell’importanza, sempre crescente, della Salina di Barletta, il cui sale costava meno ed era di ottima qualità.

Infatti, il 30 maggio1713[17], fu affidato l’incarico di recarsi presso la salina di Barletta al veneziano Giovanni Gachino, Padrone della Marsigliana nominata Sant’Antonio di Padova, per caricare in un solo viaggio, tomola 4.600 di sale e condurlo presso«il Regio Fundico de Sali in questa città di Gallipoli» per la somma di ducati 333 e grana 50. Il bassofondo salmastro della salina di Avetrana, pur rappresentando una fonte di lavoro per la popolazione dei paesi circostanti, a dire del popolo, era anche causa di malattie come la malaria e di morte, per le sue acque stagnanti[18].

Durante il primo ventennio del XX secolo, la salina fu inclusa nel progetto di bonifica di Porto Columena ma, successivamente, fu scartata perché, a parere degli ingegneri che si occupavano delle azioni di risanamento igienico, il bacino lacustre poteva produrre, al massimo, cattivo odore, ma non poteva essere causa dei miasmi, in quanto privo di vegetazione. A provocare le febbri erano, invece, le vicine paludi poste lungo il litorale, e il governo decise che era lì che si doveva intervenire[19].

 

[1] Cfr, MAINARDI M. – QUARANTA I, “Documenti per la storia del territorio di Avetrana”, in L’Idomeneo: rivista della sezione di Lecce –Società di storia patria per la Puglia, n° 4, Ed. Panico, Galatina 2002, p. 26;

[2] Cfr, Ibidem, p. 27;

[3] Cfr, Ibidem;

[4] Cfr. MAINARDI M., “Per una geografia del sale in Terra d’Otranto. La salina di Avetrana”, in L’Idomeneo: rivista della sezione di Lecce –Società di storia patria per la Puglia, n°3, Ed. Panico, Galatina 2000, p. 127;

[5] Cfr, Ibidem, p. 116;

[6] PINDINELLI E., “L’archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli”, Tip. Corsano, Alezio 2003; Cfr., NATALI F., “Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia”, Ed. Congedo, Galatina 2007, p. 93;

[7]Cfr, NATALI F., “Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia”, a nota, p. 139;

[8] Cfr, PINDINELLI E., “L’archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli”, p. 58;

[9] Cfr, Ibidem, p. 72;

[10] MAINARDI M., “Per una geografia del sale in Terra d’Otranto. La salina di Avetrana”, p. 122;

[11] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1710, “In Dei nomine amen”, ff. 234/v-236/r;

[12] Topa/o = imbarcazione veneziana, barchetta chioggiotta con la quale i pescatori trasportano il pesce ai luoghi di destinazione, a fondo piatto, con murate quasi verticali nella parte centrale e con prua slanciata.

[13] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1711, “In Dei nomine amen”, ff. 153/r-155/v;

[14] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1712, “In Dei nomine amen”, ff. 82/v-84/r;

[15] Ibidem, ff. 210/v-211/v;

[16] Ibidem, ff. 252/v-253/v;

[17] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1713, “In Dei nomine amen”, ff. 141/v-143/v;

[18] Cfr, MAINARDI M. – QUARANTA I, “Documenti per la storia del territorio di Avetrana”, p. 27;

[19] Cfr, Ibidem, p. 28;

A Castro, una serata speciale con nuance di rosa

 di Rocco Boccadamo

La lucente Perla del Salento, stando alle puntuali descrizioni virgiliane, ha avuto la straordinaria ventura di attrarre e accogliere la piccola flotta di Enea reduce dal saccheggio di Troia.

In contemporaneo parallelo, si è per millenni posta come culla, misteriosa e silente, d’indicative vestigia storiche, fra cui primeggiano un eccezionale busto della dea Minerva e i resti di un tempio a lei dedicato, scoperti recentemente e che è possibile ammirare nell’area museale del Castello Aragonese, autentica sentinella simbolica della cittadina.

Già di suo, quindi, la località adorna e impreziosisce, con un coacervo di pregi naturali, miti, storia e patrimonio architettonico, lo specchio di mare – delimitato da cornici di roccia bruna e, a tratti, da tempi immemorabili, priva di umane orme – che segna la fusione fra Adriatico e Ionio.

Castro, però, non è solo richiamo e meta preferita di turisti, visitatori e vacanzieri che vi giungono dalle più svariate provenienze, ma rappresenta anche, per molti, un bocciolo di attaccamento e di amore, che spunta sin dal primo contatto con la sua essenza e immagine d’insieme, le sue distese d’onde limpide e cristalline, i fondali trasparenti, le sue bellezze naturali su ampia scala, dopo di che rafforzandosi e permanendo nel tempo, addirittura tramandandosi lungo i passaggi generazionali.

Non appare esagerato affermare che, a Castro, si respira aria di magia, frammista a un concreto e raffinato tocco di accoglienza e ospitalità, non solamente nella canonica stagione estiva, ma, pressoché, durante l’intero arco dell’anno. Inoltre, risalta vie più, gradualmente ma decisamente, l’impronta di carattere storico culturale che vi va prendendo piede e affermandosi.

A siffatto abito caratteristico proprio, è abbinato, in modo particolare nel periodo del solleone e dei bagni marini, un nutrito calendario di eventi, spazianti dalla musica, al teatro, all’intrattenimento per i piccoli e i giovanissimi, alla danza, all’enogastronomia, ai temi d’approfondimento in generale, allo spettacolo e allo sport

In tale ambito, degna di rilievo e meritevole di citazione, fra gli altri, sotto la data dell’imminente 10 agosto, è una manifestazione promossa e organizzata dall’Associazione culturale “Laboratorio per Castro” in uno con l’Amministrazione comunale e recante la denominazione ”Seafood in rose”.

Riguardo a detta iniziativa, dice l’assessore Valentina De Santis: “Quest’anno, alla tradizionale e classica Festa del mare, si è voluto conferire un contenuto aggiuntivo e inedito, ossia l’abbinamento fra il vino rosato, varietà enologica che dà tanto lustro al territorio salentino e pugliese, e la birra ambrata, con l’effetto di una bevanda morbida di tonalità rosa. Sarà una magnifica serata di festa nell’area portuale, illuminata con il medesimo colore, animata da gruppi musicali fra cui il noto complesso “Ariacorte”, con la possibilità di accompagnare, mediante l’anzidetta fusione vino rosato/birra, squisiti piatti di frittura di pesce. Prodotti, pesce e molluschi, locali, pescati e/o acquistati da operatori locali, pietanze preparate al momento con utilizzo di ingredienti naturali. Insomma, niente bisogno di slogan modaioli del genere a chilometro zero o simili. Nel corso della serata, particolare attenzione sarà posta pure ai fini della salvaguardia dell’ambiente, territorio e preziosità naturali circostanti, a cominciare dal contenimento dell’uso e del consumo di accessori di plastica. A fronte del servizio enogastronomico di cui anzi, sarà richiesto un modico corrispettivo e, ad ogni modo, il margine netto dell’iniziativa sarà destinato esclusivamente alla realizzazione di altri eventi”.

In conclusione, si profila davvero una serata cui non mancare, il prossimo venerdì 10 agosto 2018, nell’area portuale   di Castro, Perla del Salento.

Dialetti salentini: faùgnu

di Armando Polito

 

* Nerinu mio, finalmente sto trovando un po’ di refrigerio!

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino: Ma va spònzate tuttu e llassa stare lu sale ca no ssi ‘nna friseddha!

Ma va’ spònzate tuttuo e llassa stare lu sale,  ca no ssi ‘ nna friseddha! (Ma va a metterti a bagno tutto e lascia perdere il sale, che non sei una frisella!)

 

 

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1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/06/mamma-mia-cce-faugnu-mamma-mia-che-afa/

2 zzaccare ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè quello di prendere e da questo,con il complemento oggetto inizio è derivato quello di cominciare, come nell’italiano uintraprendere.

3 scuffundare è da un latino*exconfundare, composto dalle preposizioni ex e cum e dalla voce tarda fundare=sommergere, a sua volta denominale dal classico fundus=fondo.

4 ‘ntrama è da un latino *intramen, dal classico intra=dentro; nel latino medievale (Du Cange, p. 404) è attestato intranea col significato di visceri.

5 ddifriscu è composto dalla preposizioo latina de indicante allontanamento (in questo caso dal caldo o, comunque, da qualcosa di spiacevole) e da friscu, in italiano fresco, che è dal germanico frisk.

‘ncignare, dall’italiano antico incignare, a sua volta dal latino tardo incaeniare=consacreare, inaugurare, a sua volta trascrizione del greco tardo ἐγκαίνια=feste d’inaugurazione», da καινός =nuovo».

6 Come la locuzione italiana può avere nelle risposte valore positivo quando è seguita dal punto esclamativo, sarcasticamente negativo quando è seguita dai puntini di sospensione. Qui la locuzione dialettale ha valore negativo ed in più regge la proposizione successiva.

7 spunzare è deverbale dal latino spòngia=spugna; superfluo dire che spugna ha lo stesso etimo. Spòngia,a sua volta, è dal greco σπογγιἀ (leggi sponghià). Deverbale da spunzare  è spuènzu usato nella locuzione a spuenzu=a mollo. E mi raccomando: le friseddhe non vanno spunzate!

8 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/29/saietta-furmine-e-coccia/

9 Qui lu ‘state è complemento di tempo determinato ma la locuzione può essere usata anche come soggetto o complemento oggetto, Da notare il genere maschile dovuto forse al sottintendimento di tiempu ti (tempo di).

Le bande musicali, vanto delle feste del Salento, da riscoprire ed amare

festa patronale

di Giuseppe Corvaglia

 

La banda musicale è sicuramente un bene prezioso della nostra cultura popolare.

In Puglia se ne contano centinaia e il fenomeno si diffonde sempre di più in tutto il Sud, ma direi in tutta Italia e nel mondo.

La banda da noi ha contribuito a diffondere la musica colta, ha allietato momenti di festa, ha evocato sentimenti di sincera devozione nelle feste patronali e accompagnato nell’ultimo viaggio tanti salentini. E’ stata ed è risorsa economica, ma è soprattutto gioia, calore che scalda il cuore, emozione e molto altro.

La Banda più antica d’Italia è quella di Pietra Ligure fondata l’8 luglio di 500 anni fa dal parroco dell’epoca, per accompagnare le funzioni religiose, ma ancora oggi continua con entusiasmo la sua opera e con lei le centinaia di bande in tutta la nostra penisola che rallegrano i momenti di festa e sottolineano i momenti più solenni delle comunità.

In Puglia fin dal 1800 ne sono sorte di eccellenti e proprio verso la fine di quel secolo le bande, grazie all’opera di Alessandro Vessella maestro della Banda di Roma, pur mantenendo un assetto militaresco, si dotarono di un organico capace di proporre musica colta, sinfonica o operistica creando una tradizione che perdura.

Città come Squinzano, Ceglie Messapica, Conversano, Trani, Francavilla Fontana, Lecce stessa, devono parte della loro notorietà a complessi bandistici che ne hanno onorato il nome e anche Spongano, come tanti paesini, in diverse epoche ha aspirato a dar vita a una banda. Oggi città nuove presentano con orgoglio le loro banda e non solo in Puglia. Mi riferisco al Concerto città di Ailano del maestro Samalek premiata di recente al prestigioso 33° raduno bandistico di Ferrandina, ma anche alla banda di Racale, di Sogliano Cavour, che quest’anno allieteranno le giornate di festa a Spongano, alla Banda di Scorrano, guidata dal Maestro Daniele De Pascali e dedicata all’indimenticato capobanda Panarese, o al Concerto di fiati condotto dal Maestro Tarantino o alla banda di Monteroni fondata dall’amico Giuseppe Guida, alla Banda verde di Nardò e tante e tante ancora.

Da sempre le bande sono inquadrate come un piccolo drappello, suonano a passo di marcia che diventa il mezzo per spostarsi, ma anche il modo per scandire il tempo della musica. Tuttavia una volta sulla cassarmonica, sono capaci di proporre pagine immortali della musica mondiale come sinfonie, fantasie d’opera, brani resi noti dalla cinematografia e molto altro fino addirittura alla clownerie senza per questo perderne in dignità, anzi guadagnando in simpatia.

Anche i gusti si sono affinati nel tempo e dall’esecuzione di marce militari si è passati a marce sinfoniche gradevoli e complesse che se non possono considerarsi musica colta, ma a questa si avvicinano molto con risultati gradevoli e coinvolgenti.

La verità è che la Banda appassiona, coinvolge, emoziona, unisce l’intero paese in una sorta di sacralità collettiva, arriva ovunque e non ha bisogno di un teatro: la scena la crea con la sua musica.

Ricordo da “bandista” il giro del paese quando tutti si affacciavano a vedere la banda, dalle massaie intente ad allestire il pranzo della festa, ai ragazzi assonnati, agli uomini in canottiera che si preparavano per uscire in piazza per il matinée, ma ricordo anche le frotte di bimbi che andavano dietro alla musica come un contorno gioioso, così come ricordo, nei paesi rurali della Basilicata o della Calabria, che piccoli drappelli di musicisti arrivavano fin nelle case più lontane o poste in luoghi impervi, perché la musica era la festa che doveva arrivare a tutti.

Nella nostra regione, ma in tutto il centro-sud d’Italia, la banda è stata ed è ancora il centro della festa di comunità con il suo repertorio classico che dà prestigio alla festa, con il suo accompagnamento che dà solennità alle funzioni religiose, con la gioia che evocano le sue marcette allegre.

Quando di buon mattino la si sente per vie del paese, preceduta dalle tradizionali salve di “carcasse” si comprende che la festa è iniziata e quando la sera allieta la festa, con le luminarie incornicia il piacere di trovarsi, di godersi di vivere il momento che si aspetta da un anno.

Oggi, però, la banda, regina della festa, ha perso smalto. L’accensione programmata delle luminarie, molto simile a una discoteca o a uno spettacolo da parco-giochi, insidiano il primato della banda nelle nostre feste comunitarie.

Eppure le bande di oggi non sono quei complessi di un tempo quando “i musicanti” erano artigiani, barbieri, calzolai, sarti, falegnami che durante il giorno lavoravano nelle loro botteghe e alternavano il loro mestiere a quello di musicante nella banda, con lo scopo di arrotondare il proprio piccolo guadagno, e se non suonavano proprio ad orecchio, poco ci mancava. Oggi la maggior parte dei bandisti sono musicisti che hanno studiato e spesso hanno conseguito un diploma presso il Conservatorio, la qualità e la complessità dei repertori è molto migliorata e anche la tecnica e la qualità degli strumenti è al passo coi tempi.

Probabilmente la scarsa conoscenza delle opere, ritenute musica obsoleta, e, forse, anche la difficoltà ad adeguare il repertorio a gusti più moderni, mettono in crisi questa istituzione.

Anche le risorse a lei dedicate vengono limitate perché il grosso dei soldi raccolti viene dirottato su altri spettacoli, dalle già citate luminarie, ai concerti di cantanti noti e così via.

Nonostante questo le sedie davanti alla cassarmonica, dove si siedono estimatori, gli appassionati e gente genuinamente interessata ad ascoltare quella musica, sono sempre occupate.

L’Associazione Panara Antica, in collaborazione col Comune di Spongano e in particolare con l’Assessorato alla cultura, vuole proporre un percorso didascalico ma anche formativo dal titolo “Tutti pacci pe la Banna” per affinare le competenze degli appassionati della banda per farli diventare un estimatore vero e proprio capace di acquisire gli strumenti per apprezzare le bande e, magari, a riconoscerne i pregi e i difetti.

Il percorso è un modo per riappropriarsi di un bene prezioso della nostra cultura, una magia che scalda il cuore, che emoziona, che fa sognare.

L’evento vuole essere un contributo per stimolare l’interesse della gente non solo per la musica popolare, ma per la bellezza in generale perché, come diceva Peppino Impastato, “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà …. perché è necessario che in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore (Peppino Impastato)“. E proprio con la bellezza possiamo salvarci.

E’ un opera che si deve fare in tanti campi, dalla letteratura, alla storia, alla musica, all’arte, noi oggi ci proviamo con la banda.

Oggi, infatti, la banda tende ad essere svalutata ma è davvero superata o chi la giudica tale non la apprezza perché ne ignora la bellezza e l’importanza? Ecco quindi che spiegare, informare proporre significa dare alla gente gli strumenti per capire e poi decidere se buttare questo bene o valorizzarlo.

Fare il corso, come lo abbiamo ideato, in estate non sarebbe possibile, per cui abbiamo pensato di presentare l’iniziativa in una amena serata estiva per poi proporre il corso che si articolerà durante l’anno cercando di invogliare la gente a iscriversi.

Il 5 agosto alle 21,30 Giuseppe Corvaglia e il Maestro Giuseppe Guida parleranno della banda vissuta e delle esperienze fatte con essa, proponendo una guida all’ascolto di marce sinfoniche: il primo commentando Ligonziana, in una visione della banda più romantica, il secondo proponendo una guida all’ascolto più tecnica di una marcia classica , A Tubo. Salvatore Rizzello, poi, parlerà della banda amata e apprezzata parlando delle fantasie d’opera, prendendo spunto da Boheme di Giacomo Puccini

In chiusura Mirella Corvaglia leggerà alcune storie di banda scritte da Giuseppe Corvaglia e una piccola orchestrina, allieterà la serata cercando di ricreare atmosfere caratteristiche.

Lo abbiamo chiamato corso, ma in realtà è un percorso didascalico che speriamo sia di stimolo e riesca a fornire gli strumenti per apprezzare le bande e, magari, a riconoscerne i pregi e i difetti.

Come già detto, si articolerà per tutto l’anno, con incontri dove si proporranno guide all’ascolto delle opere più note con ascolto di brani da fantasie d’opera proposti dalla banda e la visione dell’opera presentata o serate a tema su argomenti più tecnici.

Questi incontri saranno registrati e proposti anche su un canale youtube che si chiama Tutti pacci pe la banna e che potrebbe giovarsi di contributi importanti.

Informazioni e adesioni potranno essere indirizzate via mail a tuttipaccipelabanna@gmail.com .

Il calendario degli incontri verrà comunicato via mail o attraverso i social.

I tristi fatti del 1647 a Nardò esposti da Alessio Palumbo a Santa Maria al Bagno

Questa sera, alle ore 21, presso Villa degli Angeli a Santa Maria al Bagno, lo storico Alessio Palumbo rievocherà in una conferenza le tristi vicende del1547 a Nardò (ingresso libero). 

“Agosto 1647. Le teste di sei chierici neretini sono macabramente esposte, come lugubre monito, sul sedile cittadino, accanto a quelle di due cittadini che hanno subito la medesima sorte. A pochi metri da lì, il corpo dell’ottantasettenne barone Sambiasi, appeso per un piede, è lasciato penzolare esanime dalla forca. È l’apice, non certo la conclusione, di una rivolta che per giorni ha infiammato le strade di Nardò, antica città della Terra d’Otranto, e ha spinto i neretini a serrare le porte urbiche, lottando disperatamente per difendere i propri diritti e le proprie libertà dai soprusi perpetrati dall’antico feudatario. Un evento eccezionale ma non unico, né tantomeno isolato.

La rivolta neretina è infatti contemporanea a tante altre che squassano, alla fine della prima metà del Seicento, Napoli, il sud Italia ed altri luoghi della cristianità. Nell’estate del 1647 in tutto il meridione serpeggia lo spirito dell’insurrezione: l’esempio della capitale spinge le città, i borghi e le campagne del viceregno ad insorgere. Contro le gabelle, contro la fame, contro i nuovi affaristi venuti da fuori, contro le angherie e le vessazioni dei propri signori feudali: il popolo, spesso spalleggiato (a volte manovrato) dal clero e dai nobili, si ribella. Non ci troviamo di fronte a scoppi di collera occasionali o contingenti, bensì a rivolte figlie del secolo e dei numerosi mali che lo tormentano.

Anche nei fatti di Nardò ritroviamo, seppur in scala ridotta, alcune delle principali ragioni che hanno indotto numerosi storici a definire il XVII secolo come l’età della crisi: il feudalesimo rampante, pronto a recuperare in maniera violenta un ruolo di prestigio ed una potenza che la crisi economica e le nuove dinamiche sociali hanno messo in serio pericolo; la povertà che attanaglia i popoli dell’area mediterranea, oramai lontana dai nuovi traffici oceanici; il fallimento della Spagna, gigante dai piedi d’argilla che, piegato su se stesso, trascina nel declino i suoi stati satellite in un vortice di corruzione, fiscalismo, squilibri sociali, carestie; i costi, non solo monetari, delle numerose guerre che insanguinano l’Europa.

Questi ed altri fattori, con diversa incidenza, interagiscono in modo alchemico creando, a Nardò come in altri luoghi della tormentata Europa seicentesca, una situazione letteralmente esplosiva. I moti di cui andremo a parlare deflagrano in un continente reduce da trent’anni di lotte intestine; in un regno, quello di Napoli, che sembra oramai incapace di slegarsi dal mesto tramonto della Spagna; in una provincia, la Terra d’Otranto, povera e lontana dal cuore dell’impero, ma allo stesso tempo ambita da vecchi e nuovi conquistatori”.

(dall’Introduzione di Alessio Palumbo a Nardò Rivoluzionaria)

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

Picatoru e Pappacènnire

di Armando Polito

Tra i ricordi d’infanzia probabilmente quelli legati alle persone e non agli oggetti restano i più vivi e tra loro a distanza di anni o, come nel mio caso decenni, suscitano interrogativi mai posti quando l’età era tenerissima. Oggi nemmeno gli adulti, nonostante la disponibilità di formidabili strumenti di conoscenza, si pongono eccessivi perché e chi mostra di essere curioso, cioè di esser posseduto dalla cura  di conoscere (come il furioso è posseduto dalla furia, lo smanioso dalla smania, e così via …) è visto come un alieno, a meno che la curiosità non suia indirizzata a questa o a quella miseria gossippara …

Potevo io a cinque anni o poco più chiedere agli altri (meno ancora a me stesso) il perché dei soprannomi del titolo con cui a Nardò negli anni ’50 erano chiamati i personaggi di cui sto per parlare?

Picatoru (vero cognome Calabrese, il nome Totò) era il colono di mio nonno (Alessandro Giulio), addetto alla raccolta dei fichi e delle mandorle, che nell’economia del tempo avevano un ruolo determinante1. Era un ometto basso (nel suo lavoro, perciò, adoperava un crueccu2 più lungo del normale) e segaligno, con un naso abbastanza pronunciato, diciamo pure sovradimensionato, rispetto al resto del volto, di pochissime parole e dai gesti lenti. Più loquace e pimpante era, invece, la moglie, Maria, che, oltre che aiutarlo, provvedeva pure a raccogliere le cozze piccinne3, in quei tempi abbondantissime dappertutto, Masserei compresi. I Masserei, oggi sono un quartiere periferico di Nardò, all’epoca di questi miei ricordi erano aperta campagna punteggiata qua e là da qualche casinu4, in cui il privilegiato possessore, che viveva per il resto dell’anno a Nardò, andava in villeggiatura. I miei possedevano ai Masserei una stamberga (tale la definisco con ingratitudine e crudeltà dopo che al suo posto sorge da qualche decennio una casa moderna e confortevole) dal tetto di cannizzi5 sorretto da travi e coperto da tegole. Trascorrevamo lì l’estate, almeno finché il tetto non cominciò a cedere e dovemmo rinunciare alla villeggiatura.

Torniamo, però, a Maria e alle cozze piccinne. Chi le conosce sa che ci sono quelle femminili, più pregiate, e quelle maschili, che lo sono meno, perché, sentivo dire, ospitavano un verme. Vero o falso che fosse, Maria le poneva in un cofano pieno d’acqua ed aspettava che il verme uscisse prima di cucinarle. Sarà stata suggestione ma a distanza di quasi sette decenni ho ancora viva davanti a me l’immagine del cofano con i vermi galleggianti in superficie.

Come la moglie assume il cognome del marito (sia pur preceduto dalla preposizione in, che potrebbe assumere un significato inquietante … altro che maschilismo!), Maria ne aveva assunto il soprannome, sicché, quando si era obbligati a specificare di quale Maria si parlasse, l’inevitabile risposta era Maria Picatoru. E qui l’affare si complica perché qualsiasi soprannome ha in sè una valenza negativa, anche quando nasce, per esempio, dall’attività esercitata dall’interessato e non da un suo difetto fisico6.

Picatoru non poteva suscitare curiosità di tipo etimologico in un bambino come me e, anche se così fosse stato, qualsiasi aiuto da parte degli adulti sarebbe mancato. Oggi, infatti, sono in grado di ipotizzare che Picatoru derivi in realtà da pica t’oru (pica di oro) e che contenesse un probabile riferimento alle capacità sessuali dell’interessato. In tempi in cui in presenza non dico di infanti ma di minori tutte le parole attinenti alla sfera sessuale erano tabù, tanto che l’attesa del ciclo mestruale (mese) diventava attesa del marchese, e questo tipo di omertà sessuale trovava consacrazione in locuzioni del tipo mo no ppozzu parlare ca ‘nci so’ li ozze7, perché, quando, come e dove un bambino di cinque anni avrebbe potuto soddisfare, ammesso che l’avesse avuta, una curiosità di tal tipo? Purtroppo oggi a settantatrè anni continuo a restare con lal mia ipotesi, quando ormai, per il trascorrere inesorabile del tempo, quasi sicuramente non c’è nessuno della generazione precedente la mia che possa in qualche modo confermarla. Eppure, nonostante il suo fisico, Picatoru, proprio per via del suo naso, se il tanto del soprannome mi dà tanto, sarebbe potuto essere un ottimo testimonial per il Noscitur a naso quanta sit hasta viro8 (Si riconosce dal naso quanto grande un uomo abbia il pene).

Ho già detto dell’abitudine annuale per la mia famiglia di andare in villeggiatura ai Masserei. Oggi forse costa meno denaro e tempo comprare l’arredamento per la casa di campagna piuttosto che sobbarcarsi a fastidiosi e costosi traslochi. Ma allora, anche se l’arredamento di cui parlo era sostanzialmente costituito da un tavolo, qualche sedia e qualche letto (la mastodontica radio Geloso restava a Nardò, anche perché ai Masserei non c’era l’energia elettrica) non c’erano le mirabolanti offerte di oggi con sconti del 120% …

E a questo punto di questa storia autentica, anche se personale, debbo introdurre Pappacènnire (cognome De Benedittis, anche per lui ignoro il nome), titolare di una sorta di impresa di traslochi ante litteram.

Non so se avesse altri mezzi, ma ricordo che per il trasporto di quei pochi, ma ingombranti, oggetti di arredamento ai Masserei utilizzava un carro di dimensioni almeno triple rispetto ai comuni traìni9. Era bellissimo, con un pianale immenso (largo almeno tre metri e lungo più di quattro), privo di ‘ncasciati10, con quattro ruote gommate, tirato da un robusto cavallo.

Pappacènnire era fisicamente l’esatto opposto di Picatoru: alto, robusto, dal fare svelto e deciso. D’altra parte, se non fosse stato così, per la  villeggiatura non saremmo mai partiti, tanto meno arrivati ai Masserei. Toccava, infatti, a lui fare tutto, col saltuario aiuto dei miei in qualche frangente: carico, viaggio e scarico.

Come per Picatoru così per Pappacènnire l’etimo resterà un mistero e tutte le ipotesi sono plausibili, pure che avesse un appetito così formidabile da papparsi pure la cenere attaccatasi eventualmente alla carne durante la cottura. Eppure per lui ho sperato per qualche tempo di giungere a conclusioni più concrete.

Nell’anno scolastico 1998-1999 in quarta ginnasiale una mia alunna era Alessandra De Benedittis. Senza perdere tempo le commissionai l’incarico di assumere informazioni eventuali sul nostro personaggio. La ragazza dopo qualche giorno mi riferì che Pappacènnire era un suo antenato e precisamente il nonno di suo padre, con conferma del soprannome e dell’attività. Nulla di più, purtroppo, neppure, non dico una foto, un’indiscrezione, un aneddoto, una diceria che facesse luce sul soprannome. Eppure proprio quest’ultimo ha contribuito a far restare in me vivo il ricordo di un uomo e, per quello che la mia scrittura può valere, di mantenerlo, ritardando, pur provvisoriamente, l’impietosa azione cancellatrice del tempo esercitata sugli uomini cosiddetti comuni. Non tutti si chiamano, a partire dalla nascita e per restare nel nostro Salento, Adriano Pappalardo …

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/05/da-una-foto-del-1911-ecco-il-grande-laboratorio-di-fichi-secchi-di-neviano/

2 Bastone a forma di uncino ricavato opportunamente da un ramo. Il corrispondente italiano è crocco, dal francese croc, a sua volta dallo scandinavo krokr. Il plurale (cruecci) designa l’attrezzo, formato da vari uncini, utilizzato per recuperare il secchio caduto nel pozzo.

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/16/voglia-di-cozze-piccinne/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/22/cozze-de-terra/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/lumache-e-chiocciole/

4 Casa rurale. Stranamente non era parola soggetta a censura, forse per un’ipocrita rimozione (corrispondente ad una finta ignoranza) dell’altro significato, quello di casa di tolleranza, di quella, cioè, che all’epoca era quasi un’istituzione ufficiale e riconosciuta di iniziazione (mi stava scappando educazione) sessuale.

5 cannizzu: in italiano canniccio. Assicuravaun’ottima coibentazione. Sempre fatto di canne, era utilizzato per l’essiccazione dei fichi.

6 Non guasta ricordare i tria nomina (tre nomi) dei Romani: il praenomen, corrispondente al nostro nome; il nomen corrispondente al nostro cognome e il cognomen o agnomen corrispondente al nostro soprannome. Quest’ultimo si riferiva ad un difetto fisico (per esempio: Marcus Tullius Cicero, in cui Cicero, secondo quanto riportato da Plutarco nella sua biografia del famoso oratore, sarebbe riferito ad un porro a forma di cece che aveva sul naso), oppure all’attività esercitata (per esempio: Marcus Livius Salinator in cui Salinator probabilmente alludeva al salinator aerarius, colui che dallo stato assumeva l’appalto per fare o vendere il sale), oppure ad una memorabile impresa compiuta (per esempio: Publius Scipio Africanus, in cui Africanus è in ricordo della vittoria decisiva della seconda guerra punica riportata a Zama, in Africa). Più arbitrarie e casuali, invece, sembrano le ragioni che stanno alla base dello pseudonimo, che ha il compito di ridurre la banalità (e in qualche caso qualche probabile  inconveniente) del cognome originale. Per esempio: pensate che Peppino Di Capri sarebbe giunto a festeggiare i sessanta (dico sessanta) anni di carriera e ad incidere più di cinquecento canzoni (credo sia record mondiale), se avesse continuato a chiamarsi Giuseppe Faiella?

7 ozza: grande ed alto vaso di creta per conservare vino; in italiano boccia. Probabilmente il riferimento metaforico è legato alla sagoma del recipiente (che può ricordare, per quelle di minori dimensioni, la sagoma di un bambino, oppure alle doti recettive di entrambi.

8 È il secondo verso di un distico elegiaco della Scuola salernitana. Il primo verso recitava: Noscitur a labiis quantum sit virginis antrum (Si conosce dalle labbra quanto grande sia la vulva di una vergine).

9 traìnu: carro a due ruote alte; in italiano tràino. Mentre la forma italiana è deverbale da trainare (come cambio da cambiare) quella salentina è, sempre deverbale, ma dal latino medioevale traginare. Da ciò il suo accento (traginare>*tragìnu>traìnu).

10 ‘ncasciatu (in italiano alla lettera incassato, usato come participio passato sostantivato): sponda laterale amovibile del carro.

Dialetti salentini: Li pene ti lu linu (Le pene del lino)

di Armando Polito

Chi ha la mia età sicuramente avrà ascoltato il titolo come parte di una locuzione più ampia del tipo sta ppassu li pene ti lu linu (sto passando, cioè vivendo le pene del lino). L’avanzare dell’età e un incremento della mia passione etimologica e, da quando sono in pensione, del tempo da dedicarle, mi consentono oggi di tentare di analizzare quell’espressione sentita usare ed utilizzata da me stesso tante volte senza che mai l’idea di comprenderne l’architettura mi sfiorasse la mente.

Cercare e ancor più trovare l’origine di una locuzione è più complicato che far luce sull’etimo della singola parola e il contesto nel suo insieme può rappresentare più una complicazione che un aiuto.

Nel nostro caso, addirittura, potremmo inizialmente supporre pure che linu vada emendato in Linu, cioè sia un nome di persona (magari forma abbreviata da Antonio>Antonello>Antonellino>Lino) e che la locuzione faccia riferimento ad un sofferente per antonomasia, lu Linu appunto, in cui l’articolo che accompagna, l’onomastico (fenomeno normale in molte zone del Salento) contiene quasi un legame affettivo nei confronti della persona. Anche se così fosse, però, sarebbe difficile soddisfare la nostra curiosità riguardo alle sofferenze da lui subite. D’altra parte apparirebbe strana la scomparsa di qualsiasi aneddoto sulla triste storia del presunto personaggio, quasi un  Ulisse salentino …

Archiviato, così, il fantomatico Linu e tornando a linu, potremmo pensare alle complesse operazioni necessarie per ottenere questo tessuto a partire dalla pianta, una specie di supplizio in più tappe che risassumo di seguito: 1) la scapsolatura (passaggio dei covoni di lino attraverso un pettine di ferro per eliminare le capsule contenenti i semi); 2) macerazione ed essiccazione (poteva avvenire sul campo oppure in acqua e successivo riscaldamento al fuoco); 3) la gramolatura (rottura dell’involucro dello stelo per liberare le fibre; veniva eseguita col gramolo, una specie di coltello di legno mobile su listelli fissati ad un cavalletto); 4) la spatolatura o stigliatura (eliminazione per battitura con una spatola dei residui di corteccia); 5) la pettinatura (serviva a separare le fibre più lunghe, le più pregiate, da quelle più corte: il pettine era costituito da diversi chiodi di ferro fissati ad una tavola); 6) la filatura; 7) l’aspatura (iquando il rocchetto del filato era pieno esso veniva riversato sull’aspo, un attrezzo che aveva la funzione di tendere ed avvolgere il filato conferendogli uniformità); 8) il lavaggio (veniva utilizzata la liscivia); 9) la sbiancatura (con l’esposizione al sole il filato perdeva il suo colore originario grigio-beige); 10) la tintura (venivano utilizzati coloranti naturali e come mordente l’urina per il suo contenuto di ammoniaca); 11) l’asciugatura; 12) la filatura.

Taglio di tessuto di lino, Tacuina sanitatis, XIV sec., Roma, Biblioteca Casanatense

 

In alternativa pene ti lu linu potrebbe essere equivalente a sofferenze dovute a malattie sulle quali il lino può avere un effetto terapeutico. E il pensiero corre subito ai semi di questa pianta, utilizzati ampiamente dalla medicina popolare contro la stipsi e, in empiastro, contro la scrofolosi; per non parlare delle bende ricavate dal suo tessuto.

L’ultima possibilità che mi viene in mente è che la locuzione evochi il fazzoletto (di lino in questo caso) e la sua funzione di asciugalacrime, quasi di registratore o, se preferite, contenitore e assorbente della sofferenza umana). Sotto questo punto di vista potrebbero esserci collegamenti con canzoni popolari in cui il fazzoletto sembra recitare un ruolo quasi da protagonista rispetto all’essere umano. Ne riporto solo una da un gruppetto riportato per Lecce e Cavallino in Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da Antonio Casetti e Vittorio Imbriani, Loescher, Roma Torino Firenze, 1872, p. 3821 (la traduzione in italiano e le note sono mie):

Nce aggiu lassati l’ecchi allu caminu,/puru cu’ bisciu l’amante passare;/lu core mm’ha turnatu picculinu,/l’anima mme la sentu trapassare./Su’ russi l’ecchi mmei comu rubinu,/de lu superchiu chiangere e uardare./O muccaturu2 mmiu de ‘jancu linu,/tie mme le stuscia3 ‘ste lagrime ‘mare.

(Ci ho lasciato gli occhi nel camminare, pur di vedere passare il mio innsamorato; il cuore mi è tornato piccolino, l’anima me la sento trapassare. Sono rossi gli occhi miei come rubino per il soverchio piangere e guardare. o fazzoletto mio di bianco lino, tu me le asciughi queste lacrime amare).

In questo caso pene ti lu linu sarebbe da interpretare come pene il cui sfogo si affida al fazzoletto.       E il solito malizioso pensi solo a pene come sinonimo di sofferenze, non di altro …

Tutto preso da questa battuta finale, quasi dimenticavo di dire che tra le tre ipotesi sopravvissute tifo per quest’ultima, sebbene tutte per motivazione scientifica siano alla pari e nella penultima abbia colto una sorta di partecipazione sentimentale al martirio del lino, cui sembra collegarsi la consapevolezza dell’umana fatica,  pesante e durevole sì, ma non tanto da poter essere considerata penosa per una civiltà contadina ben abituata ad altro …

E voi per quale tifate, o ne avete altre?

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1 Il volume, a sua volta, fa parte del terzo volume di Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di Domenico Comparetti e Alessandro D’Ancona.

2 Da muccu [che è dal latino medioevale muccu(m), a sua volta dal classico mucus=muco] con aggiunta di un suffisso con valore strumentale. La geminazione di c presente in muccus si conserva nell’italiano moccio che è da un latino *mùceu(m), forma aggettivale del citato mucus=muco] con l’aggiunta di un suffisso indicante strumento.

3 Per quanto riguarda l’etimo di stusciare vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/07/22/dialetti-salentini-stusciare-detergere-chi-mi-aiuta/.

La Felce di S. Giovanni o del Solstizio tra leggenda, magia e medicina popolare

di Gianfranco Mele

 

La Felce ricorre in molti miti come pianta magica. Si tratta di una pianta particolare poiché non produce fiori (ma nella leggenda, il fiore appare, nella notte di S. Giovanni) e vive nel sottobosco; secondo un mito nordico, le felci si diffondono di notte, quando nessuno vaga nei boschi, e nascono dalla polvere magica dispersa da una fata.[1] Sembra inoltre che la felce fosse offerta al dio Pan durante i riti propiziatori in suo onore.

Nell’ambito dei verbali inquisitori pervenutici dal Tribunale del Santo Officio di Oria, la masciàra Grazia Gallero racconta, nel 1679, di una herba incantata utilizzata per i legamenti d’amore, e questo è uno dei pochi passi dei verbali orietani nei quali si fa espressamente il nome della pianta (le herbe son sempre presenti ma difficilmente se ne specifica il nome): trattasi di una Felce.

Ho fatto ancora l’herba incantata, la quale serve pure per far volere bene, e si fa in questo modo. La notte di S. Giovanni Battista sono andata con un sacerdote più volte in campagna a raccogliere la sementa dell’herba, chiamata filice, ponendola sopra un panno d’altare, portato dal sacerdote stando esso presente colla stola, e doppo la detta sementa l’ho sanata al sole, e conservata perchè mi viene domandata e venendo l’occasione di qualche huomo, ò donna, che la vuole, ne ho pigliata un poco, e postala sopra la pianta della mano, coll’altra pianta della mano, l’ho stricata e vedettala come polvere, dicendo tre volte, fra tanto, diavolo vogli bene alla tale persona, e doppo la detta polvere l’ho data a chi me l’ha domandata, acciò la buttasse sopra la persona desiderata”. [2]

La “Felce magica” è presente nelle leggende di diversi luoghi: si credeva che facesse semi che nascevano e cadevano nella sola notte di S. Giovanni, per cui bisognava andarla a cercare a mezzanotte della vigilia: tali semi avevano il potere di tener lontani i malefici[3] (in realtà la felce non si riproduce attraverso semi, ma grazie a spore, che evidentemente venivano scambiate per semi).[4] Le erano attribuiti anche altri poteri, come si evince da questa citazione che raccoglie alcune credenze abruzzesi:

nella notte di S. Giovanni fiorisce la felce. E’ questa un’erba che nessuno ha mai vista in fiore; perchè, in un momento della stessa notte fiorisce, forma il seme, e torna ad essere come prima (fiurisce e sfiurisce); e sarebbe atto empio stare a spiare il momento di quella fioritura. Chi, steso un fazzoletto sotto la pianta, andasse a un crocicchio, poggiando il mento su di una forca, vedrebbe un andirivieni di streghe, stregoni, maghi, diavoli, beffantisi di lui; ma, in compenso, passata la notte, e raccolto il fazzoletto, coi fiori che per avventura vi cadessero, avrebbe seco un talismano potentissimo per ottenere da altri qualsiasi cosa: per es. favori, merce a buon mercato, e quasi gratis, etc.; perchè quei fiori eserciterebbero una forza irresistibile, da far piegare qualunque volontà”. [5]

 

In Lazio, a Sora (FR), al confine con l’ Abruzzo, si racconta che

Lungo il fiume Liri, in questo giorno [di S. Giovanni], le donne di Sora battono l’acqua con scope e scongiuri per allontanare le streghe; nel suo corso sono soprattutto raccolte le felci, un uso contro il quale si pronunciano due Sinodi di Ferrara del 1599 e del 1612, che ritenevano questa raccolta un’invenzione diabolica e fraudolenta. Nel 1612 veniva condannato anche il costume di esporre i panni alla ‘guazza’. Secondo la testimonianza dell’erborista Pierandrea Mattioli, dalle felci, tagliate e portate in casa, si traeva il seme disseccato per usarlo contro il diavolo, con l’accompagnamento di incantesimi. Nella stessa notte si raccoglieva la Salvia sulla quale si tracciavano scritte per combattere la febbre terzana, l’Artemisia, la Ruta, il Finocchio e la Fava. Le donne per ottenere la fecondità bevevano infusi di queste erbe o se ne cingevano le reni. Le stesse erbe si usavano in filtri amatori”.[6]

Il Mattioli ci fornisce una dettagliata descrizione sia delle proprietà che delle credenze popolari sulle Felci, nonché degli usi medici in antichità :

“Il volgo crede che il seme della Felce, non si possa ricorre, se non la notte di San Giovanni, con alcuni incanti, coi quali vogliono, che scaccino i diavoli, che gli fanno la guardia. Ma queste superstizioni non hanno credito appresso di me veruno; delle quali così al 2° capo del 9° lib. dell’ istoria delle piante scrisse Teofrasto, dicendo: La Felce femmina incorporata con Mele, è utile contra i vermini larghi dell’interiora: e contra i lunghi, data con farina di orzo nel Vino dolce. Sconciansi le donne grosse, che se la bevono, e l’altre (secondo che dicono) diventano sterili. E’ veramente differenza dalla Felce femmina al maschio; perciocchè, questo ha le frondi, che procedono da un solo picciuolo, e la radice lunga, nera, e grossa: Credesi, che la natura generasse più per fare sterilità, che per altro. Scrissene parimente Plinio al 9° capo del 27° libro così dicendo. Sono di Felce due specie, che non producono né seme, né fiore. Quella si stima, che sia il maschio, che produce più Felci da una sola radice, lunghe più di due gombiti, e che non sono d’odore fastidioso. L’altra ha un sol fusto, e non è ramusculosa, nè folta, ma più breve, e più tenera. Ha più dense frondi, e incavate appresso alle radici. Ingrassansi i porci delle radici d’ambedue. Le foglie sono pennute d’ambedue i lati, e in ambedue le spezie sono le radici lunghe, non dritte, e di nero colore, e massimamente quando sono secche, ma bisogna seccarle al Sole. Nascono per tutto, e specialmente in luoghi frigidi. Debbonsi cavare nell’ascondersi delle Vergilie. Usansi le radici il terzo anno, perchè non sono buone nè prima, nè poi. Cacciano i vermini del corpo; i larghi bevute con Mele, e gli altri bevute con Vino dolce per tre giorni continui. L’una, e l’altra è nociva allo stomaco. Solvono il corpo, e prima cacciano la collera, e poi l’acqua, e i vermini larghi meglio con Scamonea, mettendovene ugual peso. Vale la radice bevuta con acqua al peso di due oboli, dopo l’astinenza d’un giorno, alla reuma, ma bisogna prima mangiare un poco di Mele. Nè l’ una, nè l’altra si deve dare alle donne, perchè fa sconciare le gravide, e fa sterili l’altre. Trite in polvere, giovano all’ulcere maligne, e mettonsi parimente in sul collo del buoi. Le foglie ammazzano le Cimici, e e cacciano via i Serpenti. E al 6° capo del 18° lib. La felce, diceva, muore in due anni, quando non se gli lascia mettere le frondi. Il che si fa più efficacemente, quando con un bastone si rompono i suoi germini; perciocchè il succo, che poscia ne distilla, ammazza le radici. Dicono, che cavandosi nel tempo del solstizio non rinascono, nè manco quelle che si tagliano colle Canne, ovveramente arandosi il terreno con un pezzo di Canna legato al vomero. Fece della Felce menzione Galeno all’ottavo della facoltà de’ Semplici, così dicendo: La Felce ha la sua radice veramente utilissima; imperocchè ammazza i vermini larghi del corpo. Il perchè non è maraviglia, se nel medesimo modo ella ammazza il fanciullo nel corpo della madre, e caccia fuori il morto. E’ ella al gusto amara, e alquanto costrettiva. Il che fa, che messa in su l’ulcere, le disecchi valorosamente senza mordacità alcuna. “[7]

Secondo molte leggende i “semi” della felce danno al loro possessore il dono dell’invisibilità[8] e quello della profezia[9] (le ceneri del rizoma venivano deposte vicino all’orecchio durante il sonno), mentre in Tirolo si credeva potessero aiutare a trovare tesori nascosti;[10] inoltre, si credeva potesse aiutare a provocare la pioggia. Si credeva che portasse fortuna indossandola, e che se indossata dagli uomini, avesse il potere di attirare le donne. Le ceneri, conservate in casa, attiravano ricchezza e prosperità, e allontanavano gli spiriti malvagi.

I poteri di invisibilità attribuiti ai semi di Felce sono citati anche da Shakespeare nell’ Enrico IV, difatti Gadshill, il ladro, dice: “Noi rubiamo come se fossimo dentro una botte di ferro, perfettamente sicuri; abbiamo la ricetta dei semi di felci, camminiamo invisibili”.

Vi sono numerose leggende e poteri attribuiti alle felci in varie parti del globo, ad esempio in Boemia i semi venivano mescolati al denaro per farlo aumentare, e inoltre si credeva risplendessero come oro. Il fiore leggendario della Felce, poteva essere visto solo da pochi eletti, e tale vista procurava una grande fortuna. In Germania si credeva che la pianta fosse nata nel giorno di San Giovanni da tre gocce di sangue del sole, emesse in seguito alla ferita dell’astro procurata da uno sparo di un cacciatore.[11] In Russia si utilizzava la felce per un rituale nella foresta, prima della mezzanotte del 24 giugno: a seguito del rito, sarebbero apparsi tre soli, e la foresta si sarebbe illuminata a giorno e riempita di risate e voci femminili. Chi avesse assistito a tutto ciò avrebbe acquisito il potere di prevedere il futuro.[12]

Ancora, in Germania, la Felce maschio (Dryopteris filix-mas) è chiamata anche Walpurgiskraut (pianta di Valpurga), perchè nella notte di Valpurga[13] le streghe utilizzavano la pianta per divenire invisibili.

Franz Xaver Simm (1899): Walpurgisnacht

 

Nel suo Congresso notturno delle lammie, Girolamo Tartarotti riporta la “ricetta” per guarire i malefiziati con la Felce, mutuata da un trattato di un suo contemporaneo, tal “Ottavio Liguorio, Sacerdote Napolitano”, intitolato “Discorsi Medici, ed eruditi” e dato alle stampe dal sacerdote nel 1719:

Recipe cenere di Filice, e fiorume di fieno, e fanne lisciva, colla quale ben colata, lavisi l’infermo da capo a piedi, poi ricolisi bene detta lisciva, che nel panno, col quale si ha fatto la colatura, si troveranno gli strumenti de’ Malefizi. Torna di nuovo a lavar tutto l’infermo, ricolar la lisciva; e ciò tante volte replicherai, finchè nel colatoio non vi restino de’ malefizi strumenti alcuni; perchè allora l’infermo sarà del tutto liberato; fatte però prima le solite benedizioni ed esorcismi”. [14]

Nella medicina popolare, la felce era utilizzata come vermifugo (si utilizzavano le radici in decozione)[15]; le foglie in decozione, contro la gotta (o, in alcune varianti, applicate fresche sulla parte malata); la tintura, era utilizzata per uso esterno contro i dolori reumatici (a questo scopo erano utilizzate anche le foglie verdi, applicate direttamente sulla parte dolorante)[16]. La pianta era utilizzata anche come ricostituente (contro l’anemia e il rachitismo), come astringente, come diuretico, stimolatore della secrezione biliare, tossifugo.

Tuttavia, la pianta presenta una notevole tossicità (concentrata soprattutto nel rizoma e nella base delle fronde), la cui sintomatologia, all’ingestione, è: nausea, vomito, dolori addominali, diarrea, allucinazioni (caratterizzate dal colore giallo come dominante), depressione cardiocircolatoria, aritmie, depressione del S.N.C., cecità temporanea o permanente.[17] Sono riferiti casi di gravi intossicazione di bestiame che ha ingerito foraggio contenente Felce aquilina (Pteridium aquilinum).[18]

La componente psicoattiva è stata poco studiata, in ogni caso gli antichi Vichinghi preparavano una birra psicoattiva con vari ingredienti tra cui il Polypodium vulgare (Felce dolce).[19]

Hipolito Ruìz, un botanico spagnolo del XVIII secolo, riporta gli utilizzi delle foglie di una felce in Perù e in Cile, nota come cucuacua, incapocam, o “coca degli Inca” e utilizzata alla stessa stregua della coca. Ruiz descrive la pianta sotto il nome Polypodium incapocam (nomen nudum), che resta indeterminabile. La polvere della pianta, secondo testimonianze indigene, era fumata per “schiarire la testa”.[20] E’ stato riportato anche, che la radice di una specie di Polypodium (non è specificata l’identità), viene ingerita assieme ai semi di Anadenanthera colubrina. [21]

Rätsch riporta anche di felci inebrianti utilizzate in Messico (Pellaea cordata).[22]

Nella tradizione, la felce ha anche altri impieghi che esulano da quelli di tipo magico e/o medicamentoso. Le fronde essiccate della Felce aquilina venivano utilizzate come paglia per protezione dei tetti o dei prodotti agricoli, e per confezionare pagliericci.[23] Alcune felci venivano utilizzate per tingere di verde le stoffe, e fasci di felci si appendevano in cucina come acchiappamosche. [24]

[1] A.A.V.V., Experimenta ’03. Il mondo tra magia e scienza, Time & Mind Edizioni, Pag. 141

[2]Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie in Francavilla Fontana ai tempi di Monsignor C. Cozzolino, Denuncia contro Nicodemo Salinaro, anno 1679, f. 32

[3]Remo Bracchi, Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, Walter de Gruyter Ed., 2009, pag. 392

[4]“Le spore cadono al suolo e germinando producono un piccolissimo organismo, detto protallo, composto soltanto da una laminetta verde e dalle cellule sessuali. L’ambiente tranquillo e umido del sottobosco permette alle cellule sessuali di incontrarsi. Dalla loro unione nasce la pianta di felce che tutti siamo abituati a vedere”. ( A.A.V.V., Experimenta ’03. Il mondo tra magia e scienza, Pag. 141)

[5]Remo Bracchi, op. cit., pag. 392

[6]Ibidem

[7]Pietro Andrea Mattioli, Discorsi di M. Pietro Andrea Mattioli Sanese, Medico Cesareo, ne’ sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo Della materia Medicinale: Colle figure delle Piante, ed Animali cavate dal naturale, Pezzana, Venezia, 1744, pp. 705-706

[8]Grimm (Jacob, N.D.A.), nel suo “Teuthonic Mythology” riferisce di come un uomo della Westphalia stesse cercando la notte della vigilia di Midsummer (24 giugno) un puledro che aveva perduto e gli capitò di attraversare un prato proprio mentre stava maturando il seme di una felce, così che esso cadde dentro le sue scarpe. Al mattino egli arrivò a casa, andò nel salotto e si sedette ma trovò strano che né sua moglie né alcuno della sua famiglia gli chiedesse nulla. “Non ho trovato il puledro” disse. Quindi tutti quelli che erano nella stanza sobbalzarono e guardarono allarmati, perché udivano la sua voce ma non lo vedevano. Sua moglie allora lo chiamò, pensando che si fosse nascosto, ma lui rispose solo: “Perché mi chiami? Sono qui davanti a te.” Infine divenne consapevole di essere invisibile e, ricordando come aveva camminato nel prato la sera precedente, lo colpì la possibilità di avere dei semi di felce nelle scarpe. Così se le tolse  e, quando le scosse, ne fuoriuscì il seme di felce ed egli non fu più invisibile”(da: http://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/la-felce.html). Interessante la possibile derivazione della credenza sulla invisibilità provocata dalla Felce, che è così spiegata: “ Immaginiamo una giornata di sole abbacinante e una distesa di Felce aquilina in piena sporificazione. La persona che attraversa la distesa si ricopre di spore e di scagliette di felce e quando esce, almeno in determinate condizioni, riflette la luce del sole e … scompare. Questa è solo una teoria, ma non è consigliabile provarla perchè alcuni studi recenti hanno dimostrato che l’eccessivo contatto con le spore e le scagliette   di questa felce può provocare malattie” ( A.A.V.V., Experimenta ’03. Il mondo tra magia e scienza, cit., Pag. 141). Ma la spiegazione più semplice del potere dell’invisibilità attribuito alla felce è nel fatto che si credeva che i semi della felce fossero invisibili e dunque, per trasferimento delle proprietà, si pensava che il possessore del seme di felce potesse allo stesso modo essere invisibile.

[9]Remo Bracchi, op. cit., pag. 392

[10]Grazia Vulpiani, Le felci, rivista mensile Vivere la montagna, n. 52, febbraio 2008

[11]http://hedera.altervista.org/la-felce-nelle-leggende-del-folklore-nordeuropeo/?doing_wp_cron=1531833799.2787458896636962890625

[12]Gianluca Toro, Flora psicoattiva italiana, Nautilus Edizioni, 2010, pp. 54-55

[13] La notte di Valpurga (Walpurgisnacht), è il derivato cristianizzato (dedicato a Santa Valpurga) di una festa celtica, una celebrazione pagana della primavera che avveniva nella notte tra il 30 aprile ed il 1º maggio.

[14]Girolamo Tartarotti, Del congresso notturno delle lammie Libro Terzo, Pasquali, Venezia, 1749, pag. 208

[15]Antonio Costantini, Marosa Marcucci, Le erbe, le pietre, gli animali nei rimedi popolari del Salento, Congedo Ed., 2006, pag.81: gli autori riportano anche la ricetta e la posologia del “decotto per espellere la tenia”: una tazza al mattino a digiuno (gr. 30 di radice bolliti in un litro d’acqua per 15 minuti)”.

[16]Jean Valnet, Fitoterapia.Guarire con le piante, Giunti Ed., 2005, pag. 325

[17]Gilberto Bulgarelli, Sergio Flamigli Piante tossiche e velenose, Hoepli Ed., 2010, pag. 104

[18] Ibidem

[19]Gianluca Toro, op. cit., pag. 55

[20] Christian Rätsch, The Encyclopedia Of Psychoactive Plants. Ethnopharmacology And Its Applications, Park Street Press, Rochester, 2004 pag. 577

[21]Ibidem

[22]Ibidem, pp. 577-578

[23]Gilberto Bulgarelli, Sergio Flamigli op. cit., pag. 104

[24] Domenico Nardone, Nunzia Ditonno, Santina Lamusta, Fave e favelle. Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro di studi salentini Edizioni, Lecce, 2012, pag. 243

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