Il Guercio di Puglia (1600-1665) e una pubblicazione del 1650

di Armando Polito

Questo post ha solo lo scopo di segnalare agli storici, ai quali fosse sfuggita, una fonte, secondo me molto interessante, coeva al famigerato duca di Nardò, recante la data 1650. Il testo a stampa fa parte delle allegazioni giuridiche del collegio degli avvocati di Barcellona, nel cui sito web è integralmente leggibile, e scaricabile, all’indirizzo http://mdc.cbuc.cat/cdm/ref/collection/allegacions/id/9454 la copia digitale. Si tratta di un opuscoletto di 16 pagine non numerate. Di seguito riproduco la prima (in pratica il frontespizio)  e l’ultima.

 

In calce a quest’ultima pagina compare, a mo’ di firma, il nome di don Diego Boleroy Caxal. Per farmi parzialmente perdonare per il fatto che, frontespizio a parte, questa volta ho rinunziato a recitare la parte del traduttore (non tanto perché il testo è in spagnolo, quanto perché sono costretto a dedicare prioritariamente il mio tempo ad altri lavoretti in corso d’opera, che altrimenti non vedrebbero mai la luce) dirò solo che Diego Bolero y Caxal (1612-1681) era un giurista famosissimo ai suoi tempi, un’autentica autorità in materia fiscale, la cui opera più nota è quella della quale faccio seguire il frontespizio, augurando buon lavoro a quanti della fonte segnalata vorranno avvalersi.

Salento: il sole, il mare, il vento

di Armando Polito

Ho riportato nel titolo  in traduzione italiana il nesso neretino Salentu: lu sole, lu mare, lu ientu per un motivo informatico/pubblicitario: i motori di ricerca privilegiano le parole di uso più comuni e non certo quelle più rare o, addirittura, dialettali; e poi un nesso italiano ha maggiori probabilità di suscitare interesse nel comune lettore più del corrispondente dialettale. Che, poi, il corpo del post sia tutto in dialetto, è un’altra storia sì, ma  raccontata attraverso proverbi e resa fruibile anche ai non indigeni dalla versione in italiano e  dalle note che la corredano. La foto di testa l’ho presa tempo fa dal web dimenticando di annotarmi il link. L’autore, se lo desidera, potrà farsi vivo e rivendicarne, con prove inoppugnabili, la paternità e chiederne eventualmente la rimozione. È vero, pensando al titolo del post, si vede solo il mare, ma sarebbe così increspato se non ci fosse nemmeno un alito di vento e così luminoso se non ci fosse il sole? Anche una foto può sottindendere qualcosa …

SOLE

Lu sole ca ti ete ti scarfa  (Il sole che ti vede ti riscalda). In senso metaforico: se vogliamo affetto è necessario farci conoscere; il che non significa mettersi in mostra o pretendere attenzione a tutti i costi. Per scarfa vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/07/due-verbi-salentini-questestate-fuoco-scarfare-sxarfisciare/ .

Quandu lu sole ponge l’acqua è bbicina (Quando il sole punge la pioggia è vicina), Il detto rientra tra quelli, per così dire, meteorologici, frutto di secolari osservazioni, la cui attualità, però, rischia di essere ridimensionata, e pesantemente, dagli ultimi cambiamenti climatici.

Sott’allu sole ti lugliu la capu vae a subbugliu (Sotto al sole di luglio la testa va in subbuglio). Valgono le stesse osservazioni fatte per il precedente e, magari solo fra poche generazioni, il fenomeno si verificherà in pieno gennaio …

 

MARE

A mmare cantatu no sscire ppiscare (Non andare a pescare in un mare decantato). Quasi un invito a non cedere alle lusinghe di informazioni eccessivamente seducenti (oggi diremmo della pubblicità ingannevole, anche se, a parer mio, tutta la pubblicità è uno dei tanti  inganni legalizzati del nostro tempo, tra cui, in primis, le banche e le assicurazioni…). Lo stesso concetto è espresso da un altro proverbio che suona così: A ddo’ sienti ca ‘nci so’ mote fogghe porta lu saccu picciccu (Dove senti che ci sono molte verdure selvatiche porta il sacco piccolo).

Ci a mmare vae, maru si ‘ndi ene, scazzatu, nutu e muertu ti la fame (Chi va per mare se ne viene triste, scalzo, nudo e morto di fame). Mi pare chiaro il riferimento alla scarsa redditività ed alla pericolosità del mestiere del pescatore.

La femmina ca no bbedde mai lu mare quandu lu edde li parse picciccu (Alla donna che non aveva visto mai il mare, quando lo vide, esso parve piccolo). Sinceramente non saprei dire se si tratta di un omaggio all’ immense potenzialità femminile o, al contrario, una frecciata alla sua incontentabilità o alla scarsa capacità di valutazione, beninteso presunte …

Maistrale: nné ceddhi ‘n terra nné ppisci a mmare (Maestrale: né uccelli a terra, né pesci a mare). Il vento di maestrale non favorisce né la caccia né la pesca. Chissà, visto lo stravolgimento generale, e non solo climatico, se non avverrà il contrario e pescatori e cacciatori saranno costretti a dotarsi di armi ancora più sofisticate e, soprattutto i primi, a correre rischi maggiori …

Sciroccu chiaru e tramuntana scura: mintite a mmare e no bbire paura (Scirocco col cielo chiaro e tramontana col cielo scuro: mettiti in mare e non avere paura). Con i cambiamenti climatici in atto ci sarà ancora da fidarsi?

 

VENTO

Chissà cosa avremmo dato nelle settimane di caldo infernale appena trascorse per un alito di vento! Eppure qui non posso fare a meno di notare che questo fenomeno, fastidioso soprattutto se continuato, trova la sua celebrazione in un numero schiacciante (rispetto al sole  e al mare) di proverbi. Perciò tenetevi forte, magari aggrappandovi alla sdraio della bella vicina o del bel vicino  di spiaggia oggetto (non la sdraio …) dei vostri famelici sguardi, con la scusa che, se l’erba del vicino è più verde, anche la sua sdraio non scherza quanto a stabilità … E chi non si trova in spiaggia ma, per dirne una su un tram? Vi si attacchi!

Cielu russu: o acqua o ientu o frùsciu (Cielo rosso: o pioggia continua o vento o brevissima caduta di pioggia). Per quanto riguarda l’attualità del proverbio vale quanto detto per gli altri di natura metereologica e perciò, ogni volta che ne capiterà uno, sìintenda sottintesa questa riflessione. Frùsciu corrisponde all’italiano flusso, dal latino fluxu(m).

Ci vuei acqua, cerca ientu (Se vuoi l’acqua cerca il vento).

Ddiu cu tti quarda ti tramuntana e ientu, ti omu e femmina ca parlanu lientu (Dio ti guardi da tramontana e vento, da uomo e donna che parlano lentamente). Il proverbio appare basato sulla contrapposizione tra gli elementi climatici che sono pericolosi quando sono veloci e violenti e alcuni atteggiamenti umani in cui la lentezza, la pacatezza e la calma potrebbero nascondere un inganno (la lentezza nel parlare può anche essere sintomo di qualche serio problema …).

È mmegghiu fumu ti cucina cca ientu ti marina (È meglio il fumo della cucina del vento proveniente dal mare). Bisognerebbe ascoltare il parere di qualcuno rimasto vittima della frittura del suo coinquilino cinese …

La femmina cangia cchiù ti li ienti (La donna cambia più dei venti). Sembra la traduzione in salentino di La donna è mobil qual piuma al vento

Li fùmuli li ccocchia lu ientu, li cristiani li ccocchia Ddiu (Gli iperici li accoppia il vento, gli uomini li accoppia Dio). Per fùmuli vedi la nota 2 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/22/la-divinita-il-diavolo-e-la-donna-in-alcuni-proverbi-salentini/.

Lu ientu ti fissura ti porta a ssipurtura (Il vento di fessura ti porta a sepoltura). Un ottimo deterrente contro i danni dovuti a spifferi, correnti d’aria  ed affini, proprio quei rimedi che, in mancanza di strumenti più sofisticati, abbiamo agognato in questo infuocato passaggio da luglio ad agosto 2017.

Lu ientu ti marina ‘ndi mena la megghiu cima (Il vento proveniente dal mare butta giù la migliore cima).

Mueru e mmueru cuntente, basta cu nno bbèsciu lu ientu ti punente (Muoio e muoio contento, basta che non veda il vento di ponente). Sarà, ma credo che i più preferirebbero sopravvivere anche se si trovassero nell’occhio di un ciclone.

Ttre ggiurni mena ientu lu sciroccu e quattru li continua la tramuntana (Il vento di scirocco spira  per tre giorni continui, la tramontana per quattro).

Sulla statua dell’Assunta nel Duomo di Lecce

La nuova statua fatta venire da Napoli’: attori e comprimari intorno alla commissione dell’Assunta lignea per il Duomo di Lecce

1. Nicola Fumo, Assunta, 1689. Museo diocesano, Lecce, proveniente dalla cattedrale della città.

 

di Maura Sorrone

<<A 15 agosto si fece la prima festa della SS. Vergine Assunta della nuova statua fatta venire da Napoli dal vescovo Pignatelli collocata sopra l’altare maggiore della cattedrale, opere del celebre Nicola Fumo insigne scultore napoletano>>[1].

L’opera, conservata nel museo dell’arcidiocesi di Lecce, ben conosciuta dai più autorevoli studiosi del settore[2], testimonia la fervida attività di committenti nobili ed ecclesiastici che tra Sei e Settecento favorirono la devozione popolare, facendosi carico e promuovendo l’acquisto di importanti sculture sacre.

Il 15 agosto del 1689 i leccesi per la prima volta avevano a disposizione un’opera monumentale per manifestare la propria devozione alla Vergine Maria.

All’arrivo della statua, avvenuta qualche mese prima, la chiesa cattedrale era già stata ricostruita e ammodernata da Giuseppe Zimbalo (1659 – 1670) per volontà del vescovo Luigi Pappacoda (1639 – 1670)[3].

Il committente dell’opera, mons. Michele Pignatelli (1682 – 1694), tenne conto dello spazio a disposizione per la sistemazione della maestosa statua sull’altare maggiore del duomo, probabilmente accordandosi con lo scultore su misure e modello da realizzare. Come possiamo immaginare tale scelta rendeva piuttosto scenografica l’area presbiteriale della chiesa.

Giuseppe Cino, testimone dell’arrivo dell’opera a Lecce, con le sue Memorie ha fornito agli studiosi di scultura in legno un importante dato documentario. Infatti la sua affermazione che cita Nicola Fumo autore dell’Assunta è tra le più antiche .

Fin qui nulla ci sarebbe da aggiungere. Nel 2011, però, un atto di pagamento recuperato da Vincenzo Rizzo presso l’archivio storico del Banco di Napoli, ha permesso di conoscere altre personalità che contribuirono in diverso modo alla realizzazione dell’opera.

ASBN, Banco della Pietà, giornale copia polizze di cassa, matr. 903, 15 aprile 1689:

  1. A Geronimo d’Aponte, ducati 25 et per lui a Giovanni Battista Gricelli per altrittanti e per lui a d. Carlo Coppola per altrittanti e per lui a Francesco D’Angelo a compimento di d. cento ottantuno, e sono in conto d’una statua di legno lavorata e miniata dell’Assunta della nostra Regina quale doverà consignarli per servitio del duomo di Lecce, non restando a conseguir’altro che d. dodici, atteso l’altri l’ha ricevuti per diversi banchi et per lui ad Aniello Conte per altrittanti [4].

Come talvolta accade, non sempre negli atti di pagamento è dichiarato il nome dell’artista. Questo documento in un primo tempo ha portato a mettere in discussione dati storicizzati e considerati attendibili.

Considerare ogni singolo episodio come facente parte di una “serie”, cioè di un insieme di fatti, circostanze e abitudini legati tra loro da un’imprescindibile relazione, ci consente di dare la giusta importanza ad eventi artistici che, se estrapolati dalla realtà che li ha generati, finirebbero per restituirci una visione alquanto distorta di fatti e relazioni che hanno contribuito alla presenza nel territorio salentino di importanti sculture in legno commissionate a Napoli tra Sei e Settecento.

Da un’analisi del nostro documento diverse persone prendono parte alla vicenda. Si tratta di un passaggio di denaro da Geronimo, noto esponente della famiglia d’Aponte[5], a Francesco D’Angelo tramite diverse altre personalità. Nel gergo delle attività bancarie dell’epoca, Geronimo d’Aponte è il “cambiatore”, colui cioè che da una determinata zona periferica raggiungeva i Banchi napoletani per adempiere commissioni prese in carico. Infatti, analizzando i documenti a suo nome, si leggono tantissimi atti di pagamento effettuati tramite i banchi riguardanti le faccende più disparate, che legavano molti prelati e membri della nobiltà locale della Terra d’Otranto alla città di Napoli. Allo stesso modo gli altri personaggi citati nel documento fanno da tramite: da quanto è emerso dagli archivi, Don Carlo Coppola è un sacerdote della curia leccese, vicino al vescovo Pignatelli. Quest’ultimo, seppur non presente nell’atto di pagamento, da quanto leggiamo nelle attendibili cronache di Giuseppe Cino, è evidentemente il committente della scultura.

Giovan Battista Gricelli, non è stato rintracciato in nessuna fonte locale, ma finora è stato sottovalutato un fatto importante: il suo nome compare nella polizza di pagamento della Madonna del Carro realizzata dieci anni dopo da Gaetano Patalano per la parrocchiale di San Cesario di Lecce [6], sebbene Isabella Di Liddo abbia riportato il nome di Giovan Battista Oricelli, il corretto nome dell’intermediario è da leggersi più correttamente “Gricelli”:

ASBN, Banco della Pietà, giornale copiapolizze di cassa, matr. 1069, anno 1699

31 marzo:

A D. Francesco Marullo ducati quaranta, e per lui a Gaetano Patalano, statuario per farne una statua della Madonna Santissima del Carro secondo il convenuto con D. Giovanni Battista Gricelli della Città di Lecce, in qualità del disegno, al medesimo trasmesso, e per lui a Nicola Garofano.

Invece non possiamo affermare con certezza che Francesco D’Angelo, citato nel documento riguardante l’Assunta del Duomo, sia l’argentiere attivo nel cantiere della fontana di Monteoliveto a Napoli, come si è pensato in un primo momento  [7].

Ad ogni modo un Francesco D’Angelo compare ancora in un atto di pagamento per altre opere leccesi, cioè le statue di San Pietro d’Alcantara, di San Gaetano Thiene e dell’Immacolata  per la chiesa di Santa Chiara, datate 1692. Dunque è importante evidenziare che le commissioni fatte in questi anni a Nicola Fumo e Gaetano Patalano per le chiese leccesi avvenivano tramite gli stessi intermediari.

ASBN, Banco dello Spirito Santo, giornale copiapolizze di cassa, matr. 721, anno 1692, 7 febbraio:

A Francesco d’Angelo duc. Cinquantasei, e per lui a Gaetano Patalano e sono per saldo delle tre statue che l’ha fatto per servitio del monastero delle rev.de monache della città di Lecce cioè della Concettione, San Gaetano, e San Pietro d’Alcantare di altezza di palmi sette l’una, e d.ti 56 li paga se suoi propri denari per doverseli rimborzare da d.to monasterio, e con d.to pagamento resta d.to Gaetano interamente soddisfatto per non doversene avere cosa alcuna [8].

Sicuramente non si tratta di nomi clamorosi, ma comparare fonti e documenti ci permette indubbiamente di conoscere al meglio le relazioni tra individui che hanno contribuito alle scelte delle opere e degli artisti nel campo di un settore alquanto complesso come quello della scultura in legno napoletana.

Ritornando alla nostra Assunta, ricordiamo che l’opera restò sull’altare maggiore sino al 1757, quando si decise di dotare la cattedrale di un cospicuo arredo marmoreo che modificò nuovamente l’aspetto dell’edificio. A testimonianza di ciò Francesco Piccinni nel 1757 ci racconta del nuovo capo altare consacrato dal vescovo Sozy Carafa e di una nuova sistemazione dell’Assunta del “celebre Nicola Fumo”. Cambiamento voluto dall’Abate don Francesco Palumbo canonico della Cattedrale, “di indole portato alle novità nonostante molti reclami del popolo” [9]. All’Assunta lignea del Fumo, fu preferita una nuova tela della titolare, dipinta da Oronzo Tiso e collocata nell’area presbiteriale [10].

Si può comprendere quanto l’opera di Fumo fosse stata una novità apprezzata dai fedeli che non sembra abbiano ben tollerato le modifiche compiute dal vescovo Alfonso Sozy Carafa nel 1757. Il vescovo attuò le disposizioni testamentarie del predecessore, Scipione Sersale (1744 – 1751), facendo eseguire un nuovo altare marmoreo con balaustrata e due angeli capo altare dal marmoraro napoletano Gennaro De Martino.

È evidente quanto l’immagine della Vergine dipinta dal Tiso abbia avuto come modello la scultura di Nicola Fumo sia nell’impostazione delle figura sia nella postura degli angeli – soprattutto quello a sinistra di chi guarda l’opera -[11] .

Dal punto di vista dello stile non si aggiungerà in questa sede nulla d’inedito riguardo alla scultura di Fumo. L’opera, già ricordata da Borrelli come “un’autentica montagna colorata semovente” [12] si caratterizza per la dinamicità totale. Lo scultore, con abilità e sapiente maestria, ha perfettamente reso l’idea del transito al Cielo della Vergine in anima e corpo.

La figura di Maria sembra pronta a sollevarsi dalla nuvola posta sotto i suoi piedi, i panneggi sono mossi e impreziositi dalla fantasia floreale [13]. Motivo questo che ben presto diverrà modello iconografico da non sottovalutare nella pittura e nella scultura locale da questa data in poi.

Il panorama che si andava così tracciando nel Salento sul finire del XVIII secolo, fu quello di un territorio pronto ad accogliere le principali novità napoletane. Tali innovazioni artistiche furono ricercate dai committenti per omologare le città della Terra d’Otranto, alla Capitale. Il Salento, infatti, a differenza di quanto accadde nelle altre periferie dipendenti da Napoli, fu senz’altro maggiormente disposto ad accogliere le opere d’importazione, allontanando ogni tipo di ritardo artistico o rifiuto dei nuovi modelli elaborati nella capitale partenopea.

 

Note

[1] CINO, Giuseppe, Memorie ossia notiziario di molte cose accadute in Lecce dall’anno del Signore 1656 sino all’anno 1719 del signor Giuseppe Cino ingegnere leccese, in Cronache di Lecce, a cura di Alessandro Laporta, Lecce: Ed. del Grifo, 1991, pp. 49 – 98, p. 63.

[2] CASCIARO, Raffaele, Seriazione e variazione: sculture di Nicola Fumo tra Napoli, la Puglia e la Spagna, in La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Lecce, 9 – 11 giugno 2004), a cura di Letizia Gaeta, Galatina: Congedo ed. 2007, 2 voll., II, pp. 245 – 264, 247 – 248; Rossi, Valentina, scheda opera n. 48 p. 260- 261, in Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e la Spagna catalogo della mostra (Lecce, 16 dicembre 2007-28 maggio 2008), a cura di Raffaele Casciaro e Antonio Cassiano, Roma: De Luca edit. 2007, pp. 260 – 261.

[3] Cazzato, Vincenzo, Schedatura dei centri urbani, Provincia di Lecce, in Atlante del Barocco in Italia, Puglia, 2. Lecce e il Salento, 1, i centri urbani. Le architetture e il cantiere barocco, a cura di Mario Cazzato e Vincenzo Cazzato, Roma: De Luca ed. 2015, pp. 99 – 103.

[4] RIZZO, Vincenzo, Su alcune ritrovate sorprendenti sculture napoletane tra Sei e Settecento, in “Quaderni dell’Archivio Storico del Banco di Napoli”, Napoli 2009 – 2010, Napoli: Farella snc. 2011, pp. 213 – 231, p. 224. Il documento è stato verificato da chi scrive durante le ricerche per la tesi di dottorato presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli. Colgo l’occasione per ringraziare il responsabile dell’Archivio Storico dell’Istituto Banco di Napoli – Fondazione – Eduardo Nappi e il personale tutto.

[5] BALSAMO, Bruno, Gli Aponte: un’antica famiglia marinara sorrentina, Sant’Agnello: Monghidoro 2011.

[6] DI LIDDO, Isabella, La circolazione della scultura lignea barocca nel mediterraneo. Napoli, la Puglia e la Spagna una indagine comparata sul ruolo delle botteghe: Nicola Salzillo, Roma: De Luca ed. 2008, pp. 131 – 136.

La Madonna del Carro (1699) di Gaetano Patalano per San Cesario di Lecce

[7] Rizzo, Vincenzo, Su alcune ritrovate sorprendenti sculture napoletane…cit., p. 223

[8] Borrelli, Gian Giotto, Sculture in legno di età barocca in Basilicata, Napoli: Paparo ed. 2005, doc. 60 p. 112.

[9] Principiano le notizie di Lecce di Francesco Antonio Piccinni della classe dei civili di questa città nell’anno 1757, in Cronache leccesi…cit., pp. 99 – 303, p. 148.

[10] In precedenza, nel presbiterio era collocata un’Assunta dipinta dal gallipolino Giovan Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.).

[11] Sicuramente non fu una novità per il pittore Oronzo Tiso prendere a modello l’opera di Fumo. Egli, infatti, nella sua produzione ebbe come punto di riferimento i pittori del barocco napoletano, però probabilmente nel duomo leccese il modello di riferimento fu specificatamente la statua dell’Assunta.

[12] BORRELLI, Gennaro, Sculture di Nicola Fumo nel Salento, in Studi di storia pugliese in onore di Nicola Vacca, Galatina: Congedo ed. 1971, pp. 19 – 25, p. 24.

[13] GAETA, Letizia, … colorite e miniate al naturale: vesti e incarnati nel repertorio degli scultori napoletani tra Seicento e Settecento, in La statua e la sua pelle. Artifici tecnici nella scultura dipinta tra Rinascimento e Barocco, Atti del Seminario Internazionale di Studi (Lecce, 25 – 26 maggio 2007), a cura di Raffaele Casciaro, Galatina: Congedo ed. 2007, pp. 199 – 220.

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (1/?)

di Armando Polito

Nel titolo il punto interrogativo vale come avviso al lettore che il numero delle “puntate” non è al momento quantificabile e che esso sarà sciolto solo con l’uscita dell’ultima parte; l’avverbio forse, invece, ha la sua ragion d’essere non tanto nel fatto che in qualche sperduto, impolverato e ammuffito manoscritto o sotto qualche sciagurata (ma nello stesso tempo provvidenziale: l’ossimoro più caro a chi studia il passato) imbiancatura a calce potrebbe celarsi qualche mappa della cittadina salentina (perciò ho specificato a stampa) ma, piuttosto, nel considerare che, a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

In considerazione di quanto appena detto le quattro immagini sono per il momento da considerarsi come un messaggio promozionale o, se preferite, pubblicitario, quello che nel gergo cinematografico si chiama trailer. Il lavoro è già pronto ma uscirà solo se un numero adeguato di lettori manifesterà la voglia di fare insieme questo viaggio, invitandomi con un semplice vai!. Sono consapevole del rischio che corro con la proposizione finale che potrebbe essere sottintesa …, come anche del fatto che questa mia scelta, che formalmente ricalca pure quella politica dell’annunzio, potrebbe apparire come una forma di sadismo culturale, meno dannoso, comunque, del sensazionalismo divulgativo di certi servizi televisivi … Voglio illudermi, comunque, che dall’altra parte non ci sia un numero dominante di masochisti, sempre culturali, e che il viaggio possa, perciò.  cominciare al più presto …

La Terra d’Otranto in un portolano del XIV secolo

di Armando Polito

Già facente parte della collezione del genovese Tammar Luxoro (1825-1899), il portolano citato nel titolo, fu acquistato dal comune di Genova,  ed è custodito dal 1908 nella civica biblioteca Berio. Esso è integralmente visionabile, anche se non in alta definizione, all’indirizzo  http://www.e-corpus.org/notices/10651/gallery/.
La rappresentazione della Terra d’Otranto coinvolge due tavole, donde la ripetizione obbligata di alcuni toponimi. Passo ai consueto commento dei dettagli evidenziati in rosso dopo la loro elaborazione elettronica necessaria per facilitarne la lettura. A tal fine il secondo è stato pure ruotato di 180°. Nonostante gli espedienti messi in atto rimangono alcuni punti interrogativi, per lo scioglimento dei quali confido nell’aiuto (e nella vista migliore della mia …) di chi mi legge.

 

 

Sullo stesso tema vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/25/la-terra-dotranto-un-portolano-del-1572/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/17/la-terra-dotranto-ombelico-del-mondo-nel-1339/

 

Copertino: una mancata veduta settecentesca

di Armando Polito

Chiunque sfogli, come ho fatto io, il testo (integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=DYil3DWkU2oC&printsec=frontcover&dq=editions:T30UfxWID0IC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjB7syu8aTOAhWFVhoKHYZIBFYQ6AEIHDAA#v=onepage&q&f=false) del quale riporto di seguito il frontespizio

s’imbatterà proprio all’inizIo (p. III) nell’unica immagine che correda il testo e che di seguito riproduco.

Considerando il titolo dell’opera uno pensa immediatamente ad una rappresentazione, per quanto approssimata, di Copertino. Ma dopo la fabbrica fortificata in primo piano e sul suo lembo sinistro quella specie di minareto, che potrebbero pure starci, inevitabilmente l’occhio coglie nella restante parte un paesaggio che presenta connotati ben diversi dal nostro.

Come il lettore avrà notato, il frontespizio non reca né data né editore né luogo di edizione, ma la penultima riga di p. XCII consente di dare una datazione, se non all’edizione, almeno alla scrittura della difesa.


Giacinto Dragonetti (L’Aquila 1738-Napoli 1818) fu un famoso avvocato fiscalista. Entrato in magistratura negli anni 8o del XIX secolo (quindi dopo la stesura di questa difesa), nel 1792n ricoprì la carica di magistrato della Monarchia di Sicilia, carica inferiore solo a quella di vicerè. Nel 1798, rientrato a Napoli, fu prima consigliere della Regia Camera della Sommaria e poi presidente della Gran Corte della Vicaria. Di seguito il suo ritratto tratto da Alfonso Dragonetti (suo nipote), Le vite degli illustri aquilani, Perchiazzi, L’Aquila, 1847.

A questo punto mi pare abbastanza probabile che l’immagine si riferisca a L’aquila (ma potrebbe essere di pura fantasia), che cioè nella scelta (se pure fu lui a farla) Giacinto si sia lasciato trascinare dall’amore per la terra natia. Probabilmente nulla sarebbe cambiato, per un intersecarsi di genealogie, nemmeno se fosse vissuto dopo, quando, cioè, Laura de Torres (morta nel 1838) sposò il marchese Giulio Dragonetti e quando, in seguito al matrimonio fra Francesco de Torres (1808-1881) e Luisa Sanseverino (1707-1869) quest’ultima portò il titolo di duchessa di Seclì, che, com’è noto, dista 20 km. circa da Copertino. Credo che nemmeno questo, se per assurdo si fosse verificato, sarebbe stato sufficiente per evocare in Giacinto la Terra d’Otranto ed indurlo a scegliere un’immagine della città della cui chiesa, pure, aveva scritto la difesa.

Dialetto salentino: i non indigeni sono avvertiti …

di Maria Pia Carlucci

Qualche raccomandazione per i non indigeni sulle insidie del dialetto salentino. Innanzitutto rispetto all’italiano alcune parole cambiano genere e sono indubitabilmente femminili: “la salame, la libretta, la Comune, la pettinessa”. Tuttavia in salentino esiste “scatolo” di genere maschile, da non usare però in espressioni come “rompere gli scatoli” perché non suona bene: noi ci rompiamo altre cose.
Ancora ci sono gli idiotismi, cioè parole proprie solo del dialetto che i salentini italianizzano e potrebbero giurare che esistano pure nell’italiano standard come sono sicuri dell’esistenza della mamma. Se vi sono piaciute le melanzane in agrodolce e il vostro ospite, contento dell’apprezzamento, vi promette che vi regalerà un “boccaccio”, ringraziate, ma non aspettate di ricevere un’edizione in brossura del Decameron. Vi arriverà un vasetto di delizie casalinghe: cibo per il corpo, non per la mente.
E ancora il “coppino” (il mestolo), il “cappetto” (la molletta da bucato), ma con questi potete facilmente districarvi per intuito.
Ma attenzione, se qualcuno vi propone di comprare un “cassettone” che non si sa mai, non vi sta proponendo l’acquisto di un comò con ampi cassetti dove sistemare magliette e camicie, ma di un loculo dove far riposare le vostre ossa per la requie eterna.

Nardò, S. Maria al Bagno: via Emanuele Filiberto ieri e oggi.

di Armando Polito

 

L’mmagine è tratta dal profilo Facebook di  Salento come eravamo, ove è riportata la data 1924 dedotta, credo, dal timbro postale.

L’immagine è tratta ed adattata da Google Maps.

 

Sarò grato a chiunque invierà in redazione (vale anche per i lavori con lo stesso taglio precedentemente pubblicati1) immagini attuali prospetticamente  più vicine a quella antica. Le foto valide sotto questo punto di vista sostituiranno le attuali e in calce sarà annotato il nome dell’autore dello scatto.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/31/aradeo-ieri-e-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/30/tricase-ieri-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/28/lecce-porta-napoli-ieri-oggi-dentro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/30/nardo-piazza-osanna-ieri-oggi-domani/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/17/lecce-lobelisco-porta-napoli-ieri-oggi-domani/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/25/nardo-le-quattro-colonne-ieri-fine-del-xix-secolo-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/19/nardo-santa-maria-al-bagno-via-dei-basiliani-ieri-1930-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/20/castellino-ieri-oggi-e-domani/

Due verbi salentini per quest’estate di fuoco: scarfare e scarfisciare

di Armando Polito

Questa volta nel titolo mi sono guardato bene dal tradurre in italiano le due voci dialettali che vi compaiono. Oltretutto, anche se avessi voluto, sarebbe stato impossibile pure per la prima rinvenire il corrispondente italiano che presentasse la stessa etimologia.

Sul piano  semantico, infatti, scarfare corrisponde all’italiano scaldare, con il quale condivide solo uno dei tasselli, anche se il più importante, che etrano nella sua formazione. Per evitare acrobazie esplicative riporto di seguito l’etimo delle due voci.

Scaldare è dal latino tardo excaldare , composto dalla preposizione ex con valore intensivo e da*caldare, forma verbale dall’aggettivo caldus, che è dal verbo calère.

Scarfare è dal latino  excalefàcere, composto dalla preposizione ex con valore intensivo e da calefàcere, a sua volta composto da cale (tema di calère=essere caldo) e da fàcere (=fare, rendere).

Da quanto appena detto appare evidente che le due voci condividono il segmento cal– e che scarfare è cronologicamente anteriore a scaldare  e senz’altro più blasonato qualora si voglia considerare il latino classico più “nobile” di quello tardo.

Ancora più peculiare appare scarfisciare, che semanticamente corrisponde all’italiano fermentare. Esso è figlio di scarfàre, costituendone la forma frequentativa grazie all’aggiunta del suffisso –isciare, che corrisponde all’italiano –eggiare (albeggiare, bamboleggiare, maneggiare,  etc. etc.), che è dal latino -idiare, a sua volta dal greco –ίζω (leggi -ìzo).

L’immagine non è certo gradevole ma, mentre scrivo, mi sento più scarfisciatu (fermentato) che scarfatu (accaldato), nonostante la doccia con l’acqua del pozzo, cui mi sono sottoposto appena dieci minuti fa .

E meno male che questa volta l’indagine etimologica era molto semplice, altrimenti avreste visto il vostro monitor sprizzare sudore, il mio …

 

A Boccadamo, il Premio Castrum Minervae 2017

 v

 

Domenica 6 agosto, cornice la splendida Piazza Vittoria della “Perla del Salento”, a Rocco Boccadamo, giornalista e scrittore salentino, è stato assegnato il premio in oggetto, sezione cultura, nell’ambito della prestigiosa manifestazione promossa e organizzata dal Comune di Castro e giunta alla XII edizione.

Questa la motivazione del riconoscimento attribuito a Boccadamo: ”Per aver scelto Castro come ambientazione dei suoi racconti e aver donato una sua pubblicazione ad ogni nucleo famigliare della comunità, contribuendo alla promozione del territorio e alla valorizzazione del tessuto sociale”.

Di seguito, i nomi degli altri premiati;

         Scuola primaria di Castro;

         Walter Graziani, funzionario Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali;

         Luciano Barbetta, imprenditore di Nardò (LE), operante nel settore dell’abbigliamento di lusso e Presidente del Politecnico Made in Italy;

         Roberto Inciocchi, Capo redattore Sky TG24.  

boccadamo

Un dipinto attribuito ad Oronzo Malinconico nella chiesa di Sant’Antonio a Latiano

di Domenico Ble

 

All’interno della sagrestia della Chiesa di Sant’Antonio a Latiano (BR) è conservata una tela raffigurante la Caduta di Gesù, un olio su tela di cm 183×150 risalente al XVIII secolo.

L’opera giunge a Latiano nel 1785 (assieme ad altre tele mobili), in eredità al Marchese di Latiano Vincenzo Imperiali alla morte di Michele IV Imperiali, Principe di Francavilla (avvenuta nel 1782). Dunque un tempo faceva parte della Quadreria Imperiali.

Giunge in Sant’Antonio dopo lo scambio con il ritratto del Cardinale Giuseppe Renato Imperiali di proprietà dell’Arciconfraternita dei Morti.

L’opera è menzionata all’interno dell’inventario dei beni del Principe Michele IV Imperiali come: “…Nostro Signore quando va al Calvario con la croce sulle spalle…[1]..

 

Al centro della tela è raffigurata la caduta di Cristo con la croce, intorno altre figure popolano la scena: in primo piano due soldati, quello posizionato sulla sinistra sferra un calcio ed è pronto a colpire con il flagello tenuto nella mano destra, il soldato posizionato a destra è ritratto in movimento e rivolge lo sguardo verso il Cristo.

Sulla destra la Veronica sta per poggiare il panno sul volto di Gesù, mentre in secondo piano si intravede Simone di Cirene che afferra la Croce.

L’opera è di buona fattura e lo dimostrano la ottima qualità dell’effetto cromatico e l’ottima rappresentazione delle figure.

Latiano, Chiesa di Sant’Antonio, Oronzo Malinconico (Attribuito), La caduta di Gesù, inizio XVIII secolo.
Latiano, Chiesa di Sant’Antonio, Oronzo Malinconico (Attribuito), La caduta di Gesù, inizio XVIII secolo.

 

La tela è simile all’Andata al Calvario di Oronzo Malinconico (Fig. 2) conservata nella Chiesa della Cesarea a Napoli [2]; in quest’ultima lo spazio in cui è inserito l’episodio è più ampio ed i movimenti dei personaggi sono più accentuati.

Simile con la tela di Latiano oltre alla centralità del Cristo è il soldato che sferra il calcio, solo che nella tela napoletana il gesto è più ampio, mentre in quella latianese è più contenuto.

Napoli, Chiesa della Cesarea, Oronzo Malinconico, L’andata al Calvario, olio su tela, 1691 circa. (Foto pubblicata in Pasculli Ferrara, in Seicento Napoletano)
Napoli, Chiesa della Cesarea, Oronzo Malinconico, L’andata al Calvario, olio su tela, 1691 circa. (Foto pubblicata in Pasculli Ferrara, in Seicento Napoletano)

 

In seguito a questo confronto l’opera conservata a Latiano inizia ad uscire dall’ombra, in quanto ha come base di partenza la tela di Oronzo Malinconico conservata a Napoli nella Chiesa della Cesarea. La tela latianese potrebbe essere attribuita a questo pittore di scuola giordanesca.

 

FONTI BIBLIOGRAFICHE:

Pasculli, Pittura napoletana 2 in Seicento napoletano: arte, costume e ambiente, R. Pane (a cura di), Milano, 1984, pp., 244 – 272

 

  1. Paone, Inventari dei palazzi del principato di Francavilla: 1735. Bari, Editrice Tipografica, 1987.

 

[1] Michele Paone, Inventari dei palazzi del principato di Francavilla: 1735. Bari, Editrice Tipografica, 1987.

[2] Pasculli Ferrara, Pittura napoletana 2 in Seicento napoletano: arte, costume e ambiente, R. Pane (a cura di), Milano, 1984, pp., 244 – 272

 

Nicola Arigliano, re dello swing. E… scusate il ritardo

nicola arigliano

di Dario Vadacca

Quando, nell’estate del 2004, Nicola Arigliano salì sul palco di Torre Regina Giovanna aveva “ottantun anno” e tanta voglia di proporre buona musica. Fu presentato con entusiasmo da un giovanissimo Cesare Dell’Anna ma il re dello swing italiano trovò un pubblico non troppo numeroso ad aspettarlo, così chiese ironicamente: «e gli altri non sono arrivati ancora?» “Gli altri” lo avevano dimenticato, la sua musica era ritenuta antica e poco adatta ai giovani, si aggiunga che nessuno dei presenti aveva neanche lontanamente idea del fatto che fosse possibile ballare e divertirsi su quelle note. Arigliano era saggio e andò avanti con lo spirito di un ventenne, sapientemente accompagnato dai maestri Elio Tatti, Antonello Vannucchi e Giampaolo Ascolese.

Tra i tecnici della serata vi era Marco D’Agostinis, un ragazzo ancora inesperto ma molto sveglio, uno di quei buongustai musicali senza pregiudizi e gabbie mentali. Ebbe l’intuizione di registrare al meglio delle proprie possibilità l’intero concerto, rielaborò il materiale con perizia per poi riversarlo in un cd di ottima qualità audio. Quel live, tuttora inedito, fu la colonna sonora dei nostri viaggi in auto per anni, una rarità assolutamente fuori moda e contraria ad ogni gusto giovanile. Nel veder sbuffare le nostre partners rivivevamo il ritornello di Sachmo: «Le nostre fidanzate ci lasciavano piuttosto che ascoltare quella musica» e ancora Venti chilometri al giorno a sottolineare il nostro speranzoso peregrinare per le strade provinciali, così come Il pinguino innamorato a far da eco agli amori contrastati da genitori troppo possessivi. Ci sentivamo rapiti da quella dimensione così sorprendentemente vicina a noi, per quanto lontana nel tempo, ma il nostro sogno Jazz era interrotto di tanto in tanto dalla voce del Maestro che ricordava un fatto molto importante: «voi non c’eravate, i vostri nonni c’erano.»

Accadde poi che dimenticammo, anche noi lasciammo quel cd fuori dalle nostre auto, ci arrendemmo a più moderne playlist e quasi non ci accorgemmo che, nel marzo del 2010, il gigante dello swing italiano ci lasciava per sempre. Fu sepolto nella sua Squinzano, il Salento fu per lui l’origine e la conclusione del cammino. Qui era nato nel primo dopoguerra ma a soli undici anni era scappato per andare a vivere a Milano. Da meridionale al nord aveva mantenuto intatte le sue radici, chiaramente riconoscibili nelle espressioni dialettali che mescolava ad un italiano molto ricercato. Come i neri di Harlem era stato straniero in patria e forse anche per questo era in grado di interpretare il Jazz meglio di chiunque altro. Decise di tornare nella sua terra in vecchiaia senza serbare rancore per le vicende che lo avevano spinto ad allontanarsene; Arigliano vedeva la vita da una prospettiva più alta e per lui le piccole questioni non contavano, contava solo lo swing. Forse aveva già messo in conto tutto, anche il fatto che la sua tomba sarebbe rimasta solitaria e dimenticata dai suoi conterranei per numerosi anni a venire e così il Jazz tornò a tacere.

Si può far finta di nulla fino ad un certo punto ma, alla fine, la verità viene sempre a galla e se c’è un fatto di cui possiamo esser certi è che lo swing è ottima musica, nata e pensata per far ballare intere generazioni di ragazzi. Pian piano qualcuno ha iniziato a ricordare e ha provato a riproporre quel vecchio stile forse mai superato; in tutta Italia, Salento compreso, sono sorte scuole di Lindy hop[1] e si sono moltiplicati eventi, serate a tema e workshop. Per caso o per necessità, mi sono ritrovato a mia volta a ballare swing e fu in una delle mie prime serate che una voce familiare tornò fuori dal cono d’ombra dell’oblio, la voce di Nicola Arigliano! Stavolta erano in tanti ad ascoltarlo e a ballare fino allo sfinimento sulle note di Marilù, Maramao e Buona sera signorina! Ballavano di gusto, erano tutti giovani e maledettamente felici, la sua voce inconfondibile imperversava ovunque, dove c’era swing c’era lui. La domanda di apertura del Maestro mi tornò allora in mente, finalmente potevo rispondere: «eccoli Maestro! “Gli altri”, sono arrivati. Scusate il ritardo. Go Man!»

[1] Ballo swing afroamericano nato ad Harlem negli anni venti del XX secolo.

Araldica del Regno d’Italia a Oria: il caso dello stemma Martini-Carissimo

Fig. 1 - Oria, contrada S. Cosimo, ingresso della tenuta Martini-Carissimo
Fig. 1 – Oria, contrada S. Cosimo, ingresso della tenuta Martini-Carissimo

 

di Marcello Semeraro

Il decoro araldico oggetto di questa investigazione si trova scolpito sul fastigio del portale d’ingresso della tenuta Martini-Carissimo, sita a Oria in prossimità del Santuario di San Cosimo alla Macchia (fig. 1). Si tratta della stessa proprietà che nel 1908 fu oggetto di una visita guidata da parte di Cosimo De Giorgi e dei suoi alunni, che ne ammirarono il pionieristico sistema d’irrigazione realizzato dall’allora sindaco di Oria Gennaro Carissimo (*1846 †1927).

Le insegne araldiche sono quelle delle antiche famiglie Martini e Carissimo, rappresentate sotto forma di due scudi appuntati e accollati in consorteria, felice locuzione blasonica, quest’ultima, che indica lo stato di alleanza matrimoniale fra due casate, espresso accostandone le rispettive insegne (fig. 2).

Fig. 2 – Oria, contrada S. Cosimo, ingresso della tenuta Martini-Carissimo, particolare dello stemma di Giuseppe
Fig. 2 – Oria, contrada S. Cosimo, ingresso della tenuta Martini-Carissimo, particolare dello stemma di Giuseppe

 

Gli scudi sono timbrati da un unico elmo aperto, rabescato, fregiato di gorgieretta e posto in terza, ornato di lunghi svolazzi che si protraggono fino ai lati dei due scudi e di cercine. Su quest’ultimo è posta una corona nobiliare, composta da un cerchio gemmato e rialzato da otto perle (cinque visibili). Sebbene il manufatto non rechi indicazioni cromatiche, siamo in grado di ricostruire in parte il blasone dei Martini e in tutto quello dei Carissimo: d’azzurro, partito: nel 1° tre monti, moventi dalla punta, sormontati da tre gigli, ordinati in fascia; col capo caricato di una stella d’argento; nel 2° un leone d’oro, accompagnato in capo da tre stelle d’argento, ordinate in fascia [Martini] (fig. 3); troncato: nel 1° d’azzurro, al cuore d’argento, sormontato da tre stelle male ordinate dello stesso; nel 2° d’argento, a tre sbarre d’azzurro [Carissimo] (figg. 4 e 5 ).

Fig. 3 - Stemma della famiglia Martini di Oria, un tempo visibile all’ingresso della loro residenza estiva, attualmente di proprietà delle famiglie Desiato-Spina (foto di Ubaldo Spina).
Fig. 3 – Stemma della famiglia Martini di Oria, un tempo visibile all’ingresso della loro residenza estiva, attualmente di proprietà delle famiglie Desiato-Spina (foto di Ubaldo Spina).
Fig. 4 – Francavilla Fontana, Villa Carissimo, particolare dello stemma. Cfr. R. POSO, F. CLAVICA (a cura di), Francavilla Fontana: architettura e immagine, Galatina 1990.
Fig. 4 – Francavilla Fontana, Villa Carissimo, particolare dello stemma. Cfr. R. POSO, F. CLAVICA (a cura di), Francavilla Fontana: architettura e immagine, Galatina 1990.

 

Fig. 5. Stemma Carissimo (Martini-Carissimo), riprodotto nell’Elenco storico della nobiltà italiana: compilato in conformità dei decreti e delle lettere patenti originali e sugli atti ufficiali di Archivio della Consulta Araldica dello Stato Italiano, Roma 1960.
Fig. 5. Stemma Carissimo (Martini-Carissimo), riprodotto nell’Elenco storico della nobiltà italiana: compilato in conformità dei decreti e delle lettere patenti originali e sugli atti ufficiali di Archivio della Consulta Araldica dello Stato Italiano, Roma 1960.

 

Non è nota la valenza semantica dell’insegna Martini, mentre qualcosa in più si può dire per quella dei Carissimo, che appartiene alla variegata tipologia delle armi parlanti (così chiamate perché contengono figure che alludono al nome del portatore), presenti all’incirca nel 20/25% degli stemmi europei. Si noti, in particolare, come le raffigurazioni contenute nel primo quarto dello stemma evocano il nome di famiglia attraverso un ideogramma: Carissimo=cuore+stelle. Gli araldisti classificano questo tipo di armi come parlanti allusive, perché la relazione che si stabilisce fra le figure e il cognome non è di tipo diretto, cioè non si basa sulla mera traduzione grafica del nome (una scala per i Della Scala o una colonna per i Colonna, ad esempio), ma piuttosto sull’idea che esso evoca (come si vede, per esempio, nell’arma della famiglia napoletana Nunziante, recante una colomba con un ramoscello d’ulivo).

Quanto alla disposizione delle insegne, va osservato che l’impiego di due scudi contigui per rappresentare un’alleanza matrimoniale è un procedimento che cominciò ad affermarsi a partire dal XVIII secolo. Solitamente a destra (sinistra per chi guarda) veniva posto lo stemma del marito, mentre a sinistra (destra per chi guarda) quello della consorte. Tuttavia, l’esemplare oritano mostra una disposizione diversa, legata a ben precisi motivi ereditari.

Il 10 maggio del 1891 il senatore Tommaso Martini (†1893), appartenente a una delle più antiche e cospicue famiglie di Oria, con testamento olografo lasciava in eredità al primogenito dei suoi nipoti tutti i suoi averi, a patto che quest’ultimo anteponesse il cognome Martini a quello proprio. L’eredità spettò a Giuseppe Carissimo (*1889 †1955), patrizio di Benevento (1910), proveniente da un’antica famiglia che si vuole di origini bolognesi, con ramificazioni nel beneventano, in Sicilia e in Terra d’Otranto. Figlio del già ricordato Gennaro (*1846 †1927), patrizio di Benevento, e di Maria Annina Martini, nel settembre 1911 Giuseppe ottenne per decreto reale l’autorizzazione a fare uso del doppio cognome, divenendo così il capostipite dei Martini-Carissimo di Oria. Conformemente alle disposizioni testamentarie dell’avo Tommaso, Giuseppe fece precedere le proprie insegne agnatizie da quelle dei Martini, che così sopravvissero non solo a livello onomastico ma anche araldico.

Va ricordato che in epoca sabauda l’araldica italiana fu soggetta a una regolamentazione normativa molto precisa. Con l’Unità d’Italia, infatti, l’ordinamento araldico e nobiliare sabaudo fu esteso a tutto il paese dalla classe dirigente piemontese, senza tenere conto delle specificità storiche dei vari Stati preunitari. Questa codificazione, avviata con la costituzione della Consulta Araldica del Regno d’Italia nel 1869, prevedeva una serie di norme precise riguardanti le insegne di dignità (elmi, corone, manti) corrispondenti al grado del titolare.

Tuttavia, il sistema di differenziazione degli elmi e delle corone in base al titolo del possessore non sempre trovò piena applicazione nella pratica araldica. Istruttivo è, sotto questo punto di vista, il caso dell’esemplare in esame, che presenta una corona da nobile – titolo che il nostro Giuseppe portò fino al 1940, allorché fu insignito del titolo comitale – a cui avrebbe dovuto corrispondere un elmo posto di profilo anziché in terza verso destra.

Quello presente all’ingresso della tenuta di famiglia non è comunque l’unico stemma Martini-Carissimo superstite. Un altro esemplare, del tutto simile al primo, si trova scolpito su una lastra rettangolare visibile nella piazza d’armi del castello di Oria, del quale Giuseppe entrò in possesso nel 1933, per effetto di una permuta con la quale cedette al Comune il settecentesco palazzo Martini, che divenne sede municipale fino alla metà degli anni ’80 (fig. 6).

Fig. 6 – Oria, piazza d’armi del castello, particolare dello stemma di Giuseppe Martini-Carissimo
Fig. 6 – Oria, piazza d’armi del castello, particolare dello stemma di Giuseppe Martini-Carissimo

 

La famiglia Martini-Carissimo è presente nell’Elenco storico della nobiltà italiana, edito nel 1960 dal Sovrano Militare Ordine di Malta e compilato in conformità ai decreti, alle lettere patenti originali e agli atti ufficiali di Archivio della Consulta Araldica. Come si vede nell’illustrazione (fig. 5), lo stemma ivi riprodotto presenta la sola insegna agnatizia dei Carissimo.

Per quanto lontani dalla semplicità dell’araldica delle origini, gli esemplari monumentali che abbiamo esaminato costituiscono comunque dei reperti interessanti che vanno letti come campioni rappresentativi dello stato dell’araldica durante il Regno d’Italia e come l’espressione visiva degli ultimi vagiti di una nobiltà ormai ridotta a mero titolo, priva di ogni prerogativa giurisdizionale, ma comunque bisognosa di strumenti di rappresentazione del proprio status sociale. Giuseppe Martini-Carissimo morì nel 1955, ma già sette anni prima del suo decesso il quadro giuridico della nobiltà italiana era cambiato drasticamente.

La XIV disposizione transitoria della Costituzione, entrata in vigore l’1 gennaio 1948, stabilì infatti il non riconoscimento dei titoli nobiliari, limitandosi a prevedere la sola cognomizzazione dei predicati esistenti prima del 28 ottobre 1922. Fu così che le ambizioni nobiliari dei Martini-Carissimo si infransero con l’affermazione dei principi liberali e democratici che regolarono e regolano tuttora la legge fondamentale dello Stato italiano.

 

BIBLIOGRAFIA

Elenco storico della nobiltà italiana: compilato in conformità dei decreti e delle lettere patenti originali e sugli atti ufficiali di Archivio della Consulta Araldica dello Stato Italiano, Roma 1960.

Notize storiche della famiglia Catissimo, Lecce 1911.

P. Spina, Oria, strade vecchie, nomi nuovi, strade nuove, nomi vecchi, Oria 2003

Come cucinare dentici, saraghi e similari. Così si fa nel Salento

https://benessere.atuttonet.it/alimentazione/ricette-light/dentice-al-forno-con-patate.php
https://benessere.atuttonet.it/alimentazione/ricette-light/dentice-al-forno-con-patate.php

 

di Massimo Vaglio

Saraghi alla brace

I pesci non devono essere squamati, ma andranno semplicemente eviscerati, risciacquati, bagnati con una semplice marinata approntata al momento con olio di frantoio e poco aceto. Vanno quindi posti in una doppia graticola e adagiati su braci vive di carbone o di legni duri. La cottura dovrà avvenire in tempo breve per evitare che il pesce si asciughi troppo, ma al contempo dovrà risultare perfettamente cotto anche all’interno. Allo scopo sarà essenziale regolare alla giusta altezza la graticola ed in questo potrà aiutare molto l’esperienza. Sarà utile, però tenere presente che se la graticola si tiene troppo alta sulla brace, il pesce si dissecca troppo e al contrario, se questa si dispone troppo vicina alla brace, il pesce si abbrustolirà esternamente rimanendo crudo all’interno. Sarà molto utile rigirare di tanto in tanto la graticola e pennellare il pesce con la marinata durante la cottura.

Sarago al forno

Squamate ed sviscerate un grosso sarago, freschissimo e di almeno un chilogrammo di peso. Preparate un trito con del prezzemolo, una manciatina di olive verdi e uno spicchio d’aglio. Introducete un po’ del trito nella pancia del pesce, adagiatelo in una pirofila con un filo di olio extravergine d’oliva sul fondo, cospargetelo con il resto del trito, irroratelo con il succo di un limone, un filo di olio extravergine d’oliva e spolverizzatelo di sale fino. Ponete in forno a 200°C per circa mezz’ora e servitelo contornato di patate primaticce lesse affettate e condite con olio extravergine d’oliva, sale e prezzemolo tritato.

Tanuta con patate novelle

Ingredienti: 1 tanuta di kg. 1,500 circa, 3 – 4 patate grosse e nuove, 5 – 6 pomodorini, olio di frantoio, 3-4 spicchi d’aglio, prezzemolo, pepe nero e sale.

In una teglia unta d’olio mettete le patate tagliate sottilmente, adagiatevi sopra il pesce, e conditelo con olio, aglio e prezzemolo. Coprite il pesce con le altre patate sempre tagliate sottilmente, salate, pepate, cospargete con altro aglio e prezzemolo e completate con un filo d’olio. Mettete in forno a 180° per 25 minuti. Passato il tempo, controllate la cottura controllando che la carne si stacchi facilmente dalla lisca. Quindi una volta verificata la cottura sfornate diliscate il pesce facendo le porzioni e servitele contornandole con le patate.

Pagro al cartoccio

Ingredienti: un pagro di circa un chilo, 1 limone, 1 mazzetto di finocchietto selvatico, foglie di basilico fresco, prezzemolo, origano, olio di frantoio, pepe nero, sale.

Riunite in un robot da cucina qualche rametto di finocchietto selvatico, un pizzico di origano qualche foglia di basilico e tritate il tutto. Aggiungete il sale grosso e continuate a tritare il tutto. In una ciotola versate l’olio, aggiungeteci il limone ed emulsionate gli ingredienti con una frusta. Quando la salsa è ben emulsionata, uniteci le erbe aromatiche e mescolate. Prendete un foglio di carta alluminio, ungetela con la salsa preparate e adagiatevi il pesce, dopo averlo salato e pepato a dovere. Bagnate il pesce con la rimanente salsa alle erbe aromatiche. Cuocete per circa 30 minuti a 180°C. Servite il cartoccio di sarago ben caldo.

Dentice alla pugliese

Squamate, eviscerate e sciacquate un dentice di circa un kg e mezzo e tagliatelo in tranci. Ponete gli stessi in un tegame di altezza opportuna e copriteli con un litro di vino bianco secco, 1 dl di olio extravergine d’oliva, 50 grammi di uva sultanina senza semi, mezza cipolla, mezza carota, uno spicchio d’aglio, una manciatina di foglie di prezzemolo, una foglia d’alloro, pepe nero macinato e sale. Lasciate marinare per circa un’ora, ponete sul fuoco e fate cuocere a fiamma bassa sino alla completa cottura del pesce. Togliete i tranci di pesce, disponeteli sopra un piatto da portata passate il fondo di cottura, versatelo sul pesce e servite subito.

Pezzogne all’acqua pazza

Un chilo e mezzo di pezzogne da porzione, tre-quattrocento grammi di pomodorini, mezzo bicchiere d’olio di frantoio, un bicchiere di vino bianco secco, 2-3 spicchi di aglio, un ciuffo di prezzemolo (fresco), una manciata di pomodorini, sale.

Eviscerate, squamate e sciacquate sotto acqua corrente le pezzogne, farcite il ventre con uno spicchio d’aglio, un ciuffo di prezzemolo ed un pizzico di sale. Sistematele in un tegame capiente dove avrete messo l’olio ed un altro spicchio d’aglio. Aggiungete i pomodorini lavati e tagliati in quarti ed il prezzemolo tritato. Mettete a cuocere su fuoco medio, sfumate con il vino bianco e versate un bicchiere d’acqua. Continuate a cuocere, coprendo il tegame con il coperchio, avendo cura di bagnare ogni tanto i pesci con il fondo di cottura. Servite ben caldo.

Il Dentice del Cuoco Galante

Le ricette che seguono sono tratte dal famoso libro “Il Cuoco Galante”, dell’oritano Vincenzo Corrado, edito nel 1778. Costui anticipa le ricette con questa importante premessa: “Il miglior Dentale è quello che si pesca dal principio dell’inverno, per fino alla primavera. Di questo pesce se ne possono fare varie vivande simili a quelle dello storione; ma quando si servono fredde sono migliori, per aver dell’umor assai gommoso”.

 

Dentale in gelo

Il dentale si fara cuocere in brodo di piedi d’agnello, condito di speziein stecchi, alloro, timo, limone e zafferano. Cotto che sarà si caverà e si servirà freddocoverto dell’istesso brodo, passato e chiarificato.

Dentale in galantina

Tagliata la carne del Dentale a filetti, si condirà di spezie in polvere, erbette trite, sugo di limone, ed olio; dopo si accomoda per lungo sopra una salvietta, tramezzandola di acciughe a filetti; si stringerà nella detta salvietta, in figura lunga e si metterà a cuocere in brodo di pesce, condito di erbe, e spezie. Quando si conoscerà che sia cotta, si caverà e si farà nella stessa salvietta freddare; e si servirà sopra verdura con lavori a capriccio.

Francesco Securo di Nardò e un prezioso incunabolo

di Armando Polito

Questo post è l’integrazione di un altro ormai datato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/20/un-maestro-neretino-del-xv-secolo-nel-ricordo-di-un-suo-allievo-12/ ), al quale rinvio il lettore desideroso di avere notizie sull’illustre neretino. Qui basti ricordare che di lui, nonostante, a quanto pare, molto abbia scritto, nulla è rimasto. Nel post del link precedente accennavo ad un incunabolo in cui compare il nome del nostro, sia pure come curatore e non autore e mi ripromettevo di parlarne a breve. Il caso ha voluto che ritornassi su quel post e mi ricapitasse sotto gli occhi quella vecchia promessa della quale, pur non essendo marinaio, mi ero dimenticato e che oggi esaudisco.

L’incunabolo è custodito nella Biblioteca nazionale della Catalogna e dalla sua versione digitalizzata, integralmente leggibile in http://mdc.cbuc.cat/cdm/ref/collection/incunableBC/id/100771, ho tratto i dettagli che seguono.

L’incipit:

Incipiunt capitula prime partis summe supra totam theologiam fratris sancti Thome de aquino ordinis predicatorum  Quaestio 1. qualis sit hec doctrina et ad quae se extendat.

(Iniziano i capitoli della prima parte della summa su tutta la teologia del frate san Tommaso d’Aquino dell’ordine dei predicatori. Primo problema: quale sia questa dottrina e a quali cose si estenda)

 

L’explicit e il colophon:

Explicit prima pars summae sancti thome de aquino diligentissime castigata super emendatione magistri francisci de neritono per theologos viros religiosos petrum cantianum et ioannem franciscum venetos. Venetiis MCCCCLXXVII

(Termina la prima parte della Summa di san Tommaso d’Aquino diligentissimamente corretta su emendazione del maestro Francesco da Nardò dai teologi religiosi Pietro Canziano e Giovanni Francesco veneti. Venezia 1477)

Artètica

di Armando Polito

Nell'ordine: l'artètica in una stampa del 1698, un ragazzino con l'artètica e l'Artetica della Schola sarmenti
Nell’ordine: l’artètica in una stampa del 1698, un ragazzino con l’artètica e l’Artètica della Schola sarmenti

 

Fortunatamente (ma non troppo …) sono lontani i tempi in cui bastava uno sguardo del genitore per bloccare qualsiasi espressione appena appena vivace di un bambino, specialmente in casa altrui. Erano allora un’eccezione i genitori maleducati e strafottenti cjhe non battevano ciglio se il loro pargoletto si appendeva al lampadario o tentava la scalata di una libreria o di un armadio o ripetuti tuffi olimpionici proprio sul divano buono, magari con le mani sporche di cioccolato, olio o altro.  Coloro che non capivano simili prodezze solevano dire – Ddhu agnone tene l’artetica!- (Quel ragazzo ha l’artetica!).

Il lettore avrà notato che nella traduzione artetica è rimasto tale e quale. Ottimo motivo per farlo è stato il fatto che, contrariamente a quanto si può pensare, si tratta di una voce italiana non dialettale, anche se obsoleta.

Essa, infatti, risulta presente nel Vocabolario dell’Accademia della Crusca a partire dalla seconda edizione (1612) fino alla quarta (1729-1738). Ecco come sono trattati i lemmi ARTETICA e ARTETICO nell’edizione del 1612.

Numerose attestazioni anteriori al 1612 si rinvengono in opere a stampa, a partire dal titolo. Di seguito il frontespizio di una pubblicazione del 1558 (la data con il nome dell’editore, Sessa, e il luogo di edizione, Venezia, si leggono nel colophon).

 

Ma artetica, per dirla tutta, è parola del latino medioevale. Ecco come i lemmi ARTETICA e ARTETICUS sono trattati nel lessico del Du Cange (a fronte la mia traduzione):

E ad ARTICUS:

Ho riportato il secondo lemma di ARTETICUS e quello di ARTICUS per rendere anche visivamente più efficace quanto affermato nel loro sviluppo; cioè che ARTETICA è il frutto di un errore dovuto, forse, aggiungo io, ad incrocio con i latini artus (arto) e ars (arte). Tale errore, comunque, è da considerarsi non sostanziale, essendo arto, arteartetica, nonché le voci greche ricordate dal Du Cange, tutti germogli della radice ar-, cui è connesso anche il verbo ἀραρίσκω (leggi ararisco), che risulta costituito dalla radice ar– raddoppiata, dal suffisso incoativo isc– e dalla desinenza –o e che significa adattare, connettere, costruire.

Qualsiasi nome comune o un aggettivo  per i più svariati motivi può diventare un nome proprio (pensate, giusto per fare due esempi limitati ai nomi di persona a salvatore /Salvatore e felice/Felice.

Abbiamo già visto come artetica sia di origine aggettivale , ma il terzo componente della triade  di testa è il testimone di …vino della trasformazione di artetica in Artetica.

Solo un astemio pazzo potrebbe ipotizzare alla base di questo passaggio un collegamento con gli effetti invalidanti della gotta e simili indotti da una sostanza (il vino in genere) che, molto probabilmente , ne frena l’avanzare (ipotesi non da astemio …). Io, comunque, mi limito a sottolineare la felice scelta del nome che evoca  metaforicamente,  al contrario, partendo dall’idea di fastidio e con ribaltamento dal passivo all’attivo,la vitalità, la sfrenata spontaneità e la fresca energia  di un bambino particolarmente vivace e che scoppia di salute. Il tempo di stappare una bottiglia di Artetica e non mi meraviglierei se, rimangiandomi le lodi fatte al ragazzino educatissimo, forse un po’ troppo …, di ieri, restassi confusamente sorpreso a sentirmi tessere l’elogio del delinquentuccio di oggi …

 

Saraghi & Co., i pesci più pregiati dei mari del Salento (II parte)

sarago1

di Massimo Vaglio

I veri buongustai, preferiscono su tutti il sarago maggiore seguito a stretto giro dal sarago fasciato, i soli che secondo gli stessi possono competere per delicatezza delle carni con l’orata di cattura. Le altre specie, sono anche ottime se consumate freschissime, ma le loro carni in particolare quelle del sarago pizzuto si deteriorano piuttosto rapidamente.

Comunque, sono tutti giustamente considerati pesci di prima qualità con la sola eccezione del sarago sparagliene, un po’ ovunque meno apprezzato in quanto più piccolo e conseguentemente più liscoso, ma che incontra grande apprezzamento tra i tarantini che tengono da sempre l’umile spariolo in alta considerazione.

Altro Sparide non ovunque adeguatamente apprezzato, ma nel Salento ritenuto giustamente eccellente, è il cosiddetto lutrino, ossia il pagello fragolino, infatti questo pesce, trova nelle sue acque e in particolare nelle acque del versante ionico dei pascoli che donano alle sue delicate carni delle fragranze uniche e a dir poco floreali.

La stessa circostanza, vale anche per la mormora che è un pesce delicatissimo, ma che è un grufolatore, ossia un pesce che si nutre rovistando nei fondali molli, per cui, la sua qualità dipende oltre che dalla natura dei fondali anche dalla loro qualità ambientale.

Per questo motivo viene sconsigliato il consumo di esemplari pescati in aree portuali e in acque interessate dalla presenza di foci fluviali e scarichi industriali, in quanto le loro carni potrebbero aver accumulato una rilevante presenza di sostanze tossico-nocive, tutte problematiche che fortunatamente ancora non interessano i cristallini mari del Salento.

Membri della famiglia degli Sparidi, sono pure il dentice, re incontrastato dei banchetti più importanti, che può superare il metro di lunghezza, il pagro in gergo salentino frau e l’occhione che sarebbe la pezzogna importante protagonista della cucina marinara campana, e il più modesto anche se saporito pagello bastardo, localmente appellato bufulacu.

Infine, poco nota, ma non per questo meno pregiata è la tanuta, in vulgo salentino smarrita, riconoscibile per il corpo dal profilo tipicamente ovaliforme che nella fase matura acquisisce un’inconfondibile elegante livrea e può arrivare a sfiorare i tre chili di peso. Essendo un pesce poco conosciuto e poco richiesto dal mercato, offre l’occasione di portare in tavola un pesce davvero ottimo ad un prezzo molto conveniente. Saraghi, mormore, pagelli, etc., come anche tutti gli altri pregiati pesci bianchi, nel Salento vengono preparati in modi estremamente semplici che preservino il gusto delicatissimo e la peculiare fragranza delle loro carni.

 

Per la prima parte vedi qui:

Saraghi & Co., i pesci più pregiati dei mari del Salento (I parte)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/27/saraghi-co-pesci-piu-pregiati-dei-mari-del-salento/

Saraghi & Co., i pesci più pregiati dei mari del Salento (I parte)

sarago

di Massimo Vaglio

 

I “pàlamiti” o “palàngari” o “palàngresi”, denominati nel Salento generalmente consi o kuenzi, sono degli attrezzi adattati con delle piccole differenze alle diverse esigenze di pesca delle più disparate specie di pesci. Questi attrezzi, che vengono generalmente calati la sera e ritirati all’alba, sono tutti formati da un cavetto detto trave, costituito da cordoncino o da uno spesso monofilo di nylon lungo anche diversi chilometri su cui sono fissati tutta una serie di braccioli di lunghezza variabile, distanti l’uno dall’altro in media il triplo della lunghezza di un bracciolo. I braccioli, anche questi più o meno sottili, terminano con un amo di varia tipologia e dimensione.

Per cui si conoscono diversi tipi di pàlamito, ma quelli più utilizzati nelle acque del Salento, vanto delle laboriose marinerie locali, sono i pàlamiti da fondo leggeri, adibiti specificatamente alla pesca dei saraghi e di poche altre specie di pesci bianchi pregiati, quasi tutte appartenenti alla famiglia degli Sparidi. Questi attrezzi localmente vengono più specificatamente appellati: consi te pilu, quelli più semplici che vengono fatti pescare a diretto contatto con il fondo marino o consi te ‘nsummu, quelli che con l’ausilio di zavorre e galleggianti tengono le esche sospese a pochi centimetri dal fondo, rendendole più attrattive e limitanto le incocciature degli ami con il fondale. La marineria dove questa forma di pesca è attualmente più praticata, è quella di Gallipoli, che negli ultimi decenni è riuscita a strappare ai pescatori di Mola di Bari, un primato sicuramente ultrasecolare.

Questo, è un tipo di pesca che più di tante altre necessita di grande esperienza poiché, da stagione a stagione, e spesso da fase lunare a fase lunare, bisogna variare il tipo di esca che può essere costituita da vari molluschi o crostacei, ma anche da esche che i pescatori devono procurarsi da se, quali particolari anellidi marini, la membrana interna delle oloturie, etc.

La maniacale, peraltro necessaria precisione con cui i pescatori rassettano, dopo ogni operazione di pesca, questi attrezzi ispezionandoli e riordinandoli accuratamente in migliaia di spire negli appositi grandi cesti di giunco, o più semplicemente anche l’ordinaria certosina operazione di innesco dei migliaia di ami, costituisce già un duro laborioso viatico, ancor prima di intraprendere le vere e proprie ancor più disagiate e faticose operazioni di pesca.

Questa dura attività è però generalmente ricompensata con la cattura di quei pregiatissimi pesci che riconfermano quotidianamente la grande professionalità della marineria peschereccia salentina e costituiscono il vanto della ristorazione ad indirizzo marinaro e più in generale della tradizione gastronomica locale.

Le prede principe, sono come anticipato, i saraghi, il plurale si impone in quanto si tratta di varie specie: il sarago maggiore che raggiunge una lunghezza di quaranta centimetri e il peso di circa due chili; il sarago fasciato; il sarago pizzuto localmente appellato varineddhra e il sarago sparaglione, in gergo spariolu.

 

 

La Terra d’Otranto in un portolano del 1572

di Armando Polito

 

Realizzato a Venezia dal cartografo portoghese Diego Homem, il portolano è custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550024897). Nel foglio 4r+5v ho evidenziato con la linea ellittica nera la zona che ci interessa. Di seguito  il dettaglio ingrandito.

 

Da notare la grafia in rosso di otranto, brindisi e taranto, a sottolineare, credo, l’importanza di questi scali.

 

N. B. Su Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

La Terra d’Otranto in un portolano del 1521, il progetto Sarparea e … Lino Banfi

 

La Terra d’Otranto in un portolano del XVI secolo

 

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

 

La Terra d’Otranto in due antiche carte nautiche

 

A pesca in rotta verso punta Palascìa con a bordo una vecchia carta nautica, ma la rete è di ultima generazione …

 

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

 

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1 In altri portolani petrolla.

2 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Lecce e due casi di realtà virtuale ante litteram

di Armando Polito

Oggi la tecnologia ci consente di immortalare e condividere  qualsiasi momento, anche il più banale e meno coinvolgente per gli altri, della nostra vita. Non ci rendiamo conto che proprio la condivisione, che sembra essere il non plus ultra della libertà e della democrazia, rappresenta il cibo quotidiano che ogni giorno ingrassa colossi che eludono il fisco e, quel che è peggio, custodiscono le testimonianze, intelligenti e stupide, della nostra vita. C’è, però, anche il rovescio della medaglia perché in quella messe di dati è celata una potenzialità sbalorditiva di conoscenza che nel breve volgere di qualche decennio, visto il rapido mutare, soprattutto per colpa nostra, di ciò che ci circonda, può costituire una fonte preziosa per la ricostruzione del passato. Così un semplice selfie, per esempio, potrà essere importantissimo non per il dettaglio più importante al momento dello scatto, cioè il nostro volto o la nostra figura, ma il secondario, cioè lo sfondo. Insomma gli scatti condivisi assumeranno l’importanza che hanno le cartoline d’epoca. In riferimento al tema di oggi va detto che prima dell’avvento della fotografia le uniche fonti visive erano le rappresentazioni artistiche (bozzetti, disegni, incisioni, dipinti, sculture) che per la loro natura non garantiscono tutte la certezza di una riproduzione fedele, oggi diremmo fotografica, della realtà. D’altra parte, ad essere sinceri, nemmeno le fonti letterarie spesso consentono un’interpretazione univoca della realtà e in certi casi basta una sola, miserabile variante della tradizione manoscritta per dar luogo ad una ridda di ipotesi contrastanti. Pensate che noia mortale sarebbero i nostri tentativi di conoscere, se per loro le porte del successo si spalancassero più o meno immediatamente e tutto fosse incontrovertibilmente chiaro.

E poi c’è la realtà virtuale che con un realismo abbastanza spinto consente esplorazioni di ogni tipo senza spostarsi nemmeno di un passo e un’immersione sufficientemente attendibile dal punto di vista scientifico nelle testimonianze del passato delle quali nulla (o nei casi migliori pochi resti) rimane di materiale.

Tutta questa premessa per presentarvi la tavola di un libro e per giustificare il titolo che farebbe invidia ad una puntata di Voyager …

Di seguito il frontespizio del libro e la tavola che ne costituisce l’antiporta (per chi volesse consultarlo integralmente: https://books.google.it/books?id=_QSzTrz4uHsC&printsec=frontcover&dq=i+primi+martiri+di+Lecce&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjO1pL-iP_UAhWiB8AKHav_BjkQ6AEIIjAA#v=onepage&q=i%20primi%20martiri%20di%20Lecce&f=false).

Ritornerò dopo a commentare l’immagine. Ora mi preme sintetizzare la struttura del libro, che consta di 147 pagine così distribuite:

pp. 6-37 libro I (Istoria de’ tre santi, e primi martiri della città di Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp. 38-64 libro II (Istoria de’ santi di Lecce Giusto, Oronzio, e Fortunato

pp. 65-79 libro III (Martirio di Emiliana e Petronilla)

pp. 80- 97 libro IV (Vita di S. Fortunato)

pp. 98-131 libro V (Miracoli e grazie concesse da Dio per intercessione di S. Oronzio)

pp. 132 Oremus

pp. 133-134 Inni in onore del santo

pp.135-140 Memoria della grazia concessa della liberazione del contagio di questa fedelissima città dii Lecce, e sua provincia del glorioso S.Oronzio padrone e protettore, registrata nel libro Rosso dell’istessa

pp.140-147 Questa parte contiene un sintetico ricordo dell’intervento del santo in occasione dei terremoti del 1743 e del 1835.

Tutto questo perché l’edizione del 1835 fu preceduta da quella del 1714, a sua volta preceduta da quella del 1672. Poiché quest’ultima è introvabile (nella scheda dell’OPAC, pur essendo riportato  nelle note generali frontespizio preceduto da antiporta xilografata  A c. O8v. vignetta xilografata S. Orontio Segn.: *8 A-O8, manca qualsiasi indicazione nello spazio riservato alle biblioteche che la custodiscono). passo a quella del 1714 (http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE013227).

Essa consta di 110 pagine così articolate:

pp. 3-4 Dedica del Barichelli alla città di Lecce

pp. 5-6 Avviso del Barichelli ai lettori

pp. 7-8 Richiesta di stampa da parte del Mazzei e imprimatur

pp. 9-15 libro I (Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp.1 6-27 libro II (Dell’istoria de’ santi di Lecce Giusto Oronzio – e Fortunato)

pp. 28-36 libro III (Martirio dfi Emiliana, e Petronilla)

pp. 37-41 libro IV (Dell’istoria de’ tre santi e primi martiri della città di Lecce Orontio Giusto – e Fortunato)

pp. 42-57 libro V (Miracoli e gratie concesse da Dio per intercessione di santo Oronzio

pp. 58-59 Inni in onore del santo

pp. 60-66 Semplice e diligente relazione della rinovata Divozione verso il glorioso Martire di Cristo, Patrizio, e primo Vescovo di Lecce S. Oronzo di Giovanni Camillo Palma Dottor Teologo, & Arcidiacono di Lecce

pp. 67-73 Lettera pastorale di Monsignor Luigi Pappacoda vescovo di Lecce alla sua città, & diocesi

Alla fine di p. 73 c’è la seguente immagine.

Credo che in essa possa ravvisarsi la rappresentazione, per quanto libera, della città vista da Porta Rudie. Lo stesso profilo della porta mi pare sovrapponibile a quello mostrato dalla tavola di Lecce a corredo della seconda parte dell’opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli Il regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, Parrino, Napoli, 1703. Di seguito la tavola e il dettaglio della porta.

 


Riprendo la descrizione interrotta della struttura del volume:

pp.74-90 Ricordi per il vivere cristiano ad ogni stato di persona, del glorioso S. Carlo Borromeo

pp.91 Memoria della colonna

La p. 92 presenta l’immagine di seguito riprodotta.

Da notare nella parte superiore, da sinistra a destra, lo stemma della città di Lecce, quello del vescovo Fabrizio Pignatelli (1696-1734) e uno scudo vuoto.

pp. 93-110 Lecce con la sua provincia de’ Salentini preservata dalla peste negl’anni 1656 e 1690 …

L’immagine che costituisce l’argomento centraledi questo post, dunque, non compare nell’edizione del 1714 ma non doveva, anzi non poteva comparire neppure in quella del 1672. La ripropongo per rendere più agevole la lettura del commento che avevo promesso.

La didascalia recita: S. ORONZIO VESCOVO E MARTIRE. Protettore della Città e della Provincia di Lecce. In Lecce da Gaetano de Blasi.

Al di sotto del margine inferiore destro della raffigurazione si legge: d’Angelo inc.

Molto probabilmente di tratta di Raffaele D’Angelo, incisore napoletano attivo nella prima metà del XIX secolo. Di lui la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli conserva tre stampe:

a) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra in atteggiamento benedicente di Giuseppe Maria Trama (1790-1848), vescovo di Calvi e Teano.

b) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra di Francesco Antonio Fasani (1681-1742); in alto a sinistra, su di una nuvola, la Madonna calpesta il serpente.

c) Il beato Vincenzo Romano (1761-1831) prega inginocchiato dinanzi ad un altare.

Del D’angelo è pure un ritratto di suor Serafina di Dio (1621-1699), al secolo Prudenza Pisa. La tavola è inserita nel volume di Salvatore Farace Un gioiello di arte ossia la chiesa di S. Michele Arcangelo detta Paradiso terrestre : con un cenno della veneranda Madre Serafina di Dio e dei monumenti e ricordi di Anacapri, Giannini & Sons, Napoli, 1931.

L’assenza di Raffaele nella “firma” della nostra immagine mi suscita qualche dubbio sulla sua paternità, non sulla  quanto sua cronologia. In altre parole: Gaetano de Blasi avrebbe fatto stampare a sue spese un’incisione che, per via dell’assenza di Raffaele, potrebbe essere un falso.

Del De Blasi nulla ho potuto reperire, se non il fatto che a sue spese fece stampare pure un’altra tavola sullo stesso tema. La riproduco da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/images/small/c3b.jpg.

La scheda presente nel link appena segnalato al dato Autore reca la dicitura Lit. Pötel, come data di stampa 1850 circa, mentre sconosciuto risulta il luogo di stampa e, lacuna secondo me gravissima per un sito “ufficiale”, non c’è nessuna indicazione circa il luogo di custodia. L’unica cosa certa è, come si legge nella didascalia, che la litografia fu realizzata A SPESE DI GAETANO DE BLASI.

Con tutte le perplessità finora espresse non mi rimane che fare l’esame comparativo tra quest’ultima immagine e la nostra.

Il presunto Raffaele D’Angelo, pur apparendomi più rozzo nel tratto, mi appare più coinvolgente da un punto di vista emotivo rispetto al tema rappresentato per tre dettagli, uno paesaggistico, gli altri due umani. Lo spazio extra moenia antistante Porta Napoli appare più selvaggio, incolto e disordinato, La figura femminile a braccia tese orizzontalmente nel vuoto dell’arco (nell’altra immagine, invece, si intravvedono dei fabbricati) sembra esultare alla visione del santo, mentre il giovane in primo piano (si trova più o meno laddove ora sorge l’obelisco) appare congelato nell’atto di impugnare una zappa.Insomma, a costo di sembrare banale: la perfezione tecnica non è toiut court, e non solo in questo campo, sinonimo di convincente interpretazione.

Mi pare molto probabile, poi, che nel modello compositivo i due incisori abbiano tenuto presente Nicolas Perrey e la sua tavola raffigurante S. Gennaro che ferma l’eruzione del Vesuvio del 1631, tavola inserita alla fine del volume di Francesco Balzano L’antica Ercolano, overo la Torre del Greco tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688.

In conclusione: è probabile che la tavola del 1714 in cui ho ravvisato Porta Rudie fosse la stessa che compariva nell’edizione, introvabile come ho detto, del 1672 e che rappresentasse, sia pure in modo sommario, la porta com’era prima della ricostruzione in seguito al crollo della fine del XVII secolo.

Non è da escludere che anche la vecchia porta, come avverrà per quella ricostruita, fosse dedicata a S. Oronzo, il che renderebbe tale tavola più congruente al tema trattato nel volume di quella relativa a Porta Napoli presente nell’edizione del 1835.

Per tornare, infine, alla realtà virtuale del titolo, la ricostruzione del passato appare, secondo me, più convincente nel reale o presunto Raffaele D’Angelo, per la cui immagine, almeno, a differenza dell’altra di Pötel, abbiamo la fonte, oltre che una definizione decisamente più accettabile, per cui mi chiedo che senso abbia pubblicare un documento pressoché illeggibile nei dettagli. E questa non è affatto un’altra storia …

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

di Armando Polito

Non è una rivisitazione del testo della canzone di Lorenzo Jovanotti Cherubini, tormentone del 2000, anche se ombelico  ha il suo fondamento nella storia antica e pure in quella recentissima; è solo una coincidenza rappresentativa sparata nel titolo con la funzione di attrarre i lettori, alla maniera cinica dei giornali prima e del web poi, appena appena edulcorata dal vago ermetismo che ha l’unico scopo di stimolare alla lettura chi è abituato a rinunciarci nel caso in cui non capisca, brutalmente, tutto al primo colpo …

L’immagine che segue è il Portolano del Mare Baltico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico orientale, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero e del Mar Rosso realizzato da Angelino Dulcert nel 1339 e custodito a Parigi nella Biblioteca Nazionale di Francia, dipartimento carte e mappe, GE B-696 (RES).1

Lo riproduco dal link http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_3000094797966.html?q=Dulcert, dove chi lo desidera può visionarlo in alta definizione. Ho circoscritto con la linea ellittica nera la zona di nostro interesse.


Appaiono evidenti ora le ragioni ombelicali, anche se il portolano non rappresenta il mondo ma una sua parte …

Per evitare che la nostra terra a causa della definizione qui bassa del portolano si giochi il suo titolo altisonante di ombelico del mondo con quello meno esaltante di cacazzeddha (voce salentina per indicare qualcosa di minuscolo e venuto male, come il contenuto, praticamente illeggibile, della zona qui evidenziata), procedo all’ingrandimento del dettaglo ed alla lettura dei toponimi.

Faccio notare che dopo annaso (le prime due sillabe in nero, l’ultima in rosso) si legge (in rosso) poli che, però, va messo dopo il mon successivo 8in rosso9, per cui il tutto, con l’utilizzo della o ifinale di anassomonopoli (Monopoli). Il vezzo dello spezzettamento si ripete più in basso con pulignano (Polignano), questa volta tutto in nero. Credo che rientrino nel novero di queste imperfezioni anche le iniziali maiuscole di Gallipoli e di Brindisi e che esse non costituiscano, perciò,  una sorta di  riconoscimento d’importanza, anche perché non credo che all’epoca Gagiti (attuale Torre Guaceto) avesse più importanza di taranto.

Dopo di che, per restare in qualche modo in tema, auguro un buon bagno a chi mi avrà seguito fino in fondo.

N. B. Per Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

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1 Ringrazio Marcello Gaballo per avermi segnalato il portolano in un’immagine postata da Marcello Tigursit sul suo profilo Facebook. Tale immagine riguarda il portolano, attribuito al Dulcert, del 1325, ma essa è a definizione così bassa (né sono riuscito a reperirne una migliore) da impedirne la lettura. Mi ero illuso di averlo trovato in rete in definizione accettabile all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.baicr.it%3A37%3ARM0238%3ASGI_IT_SGI_CASTA_159&mode=all&teca=Baicr Tuttavia , quando mai senza la notizia del portolano del 1625 sarei arrivato a quello del 1339?, ma viene segnalato un errore interno del server; per inciso debbo dire che  con Internet culturale l’inconveniente mi si ripete da qualche tempo. Ad ogni modo. senza la segnalazione del portolano del 1325, quando mai sarei arrivato a quello del 1339?

Critèra: attenzione all’accento!

di Armando Polito

Al profano un semplice accento può sembrare un fatto banale, tanto più nella cultura dominante, in cui prevalgono approssimazione, incompetenza e assenza pressoché totale di spirito critico. Ne consegue che, se in passato non c’era neppure bisogno di collocare l’accento sui due indice che comparivano in un periodo del tipo Facebook non punta l’indice contro le tante cazzate sparate sul suo social e non indice tra tutti i possessori di un account un referendum sul livello di sopportazione delle stesse, oggi non ci sarebbe da meravigliarsi se entrambi fossero letti ìndice o indìce o il primo indìce e il secondo ìndice

Il Critèra del titolo costituisce un esempio eloquente di quanto appena affermato e, se non fosse stato per il fatto che risulta coinvolta un’apprezzata realtà produttiva neretina, non avrei neppure ritenuto degno sprecare un attimo del mio tempo.


Nell’etichetta riprodotta l’accento è visibilissimo, come mostra, inequivocabilmente, il dettaglio ingrandito. Aggiungo, poi, che non sarebbe stato neppure necessario mettercelo, dal momento che, per convenzione, una parola di due sillabe o più scritta senza accento s’intende piana, anche quando teoricamente ci potrebbe essere confusione (anche se il contesto permetterebbe fulmineamente di capire, a meno che il lettore non sia qualcuno come Razzi …); per esempio: capitàno e càpitano.

Grande, perciò, è stata la mia sorpresa quando su un sito, stando al nome autorevole (https://www.italiandiwine.it/vino-rosso/primitivo-critera-salento-schola-sarmenti.html), ho trovato quanto di seguito riproduco.

 

Lascio giudicare al lettore quanto sia stata rispettata la formula con cui spesso ci si sciacqua la bocca: il vino è cultura …

Nonostante il mancato rispetto, io alla sostanza di quella locuzione credo ancora, come ho dimostrato, spero a sufficienza, in più di un’occasione1.

E questa volta l’occasione è troppo ghiotta per non cedere alla tentazione di dire la mia su tale nome. Prima di scrivere queste poche righe forse sarebbe stato più prudente chiedere lumi al produttore, per non correre il rischio di propalare in rete anch’io fesserie. Ma a me piace il rischio calcolato e non perderò tempo a cospargermi pubblicamente il capo di cenere se i miei calcoli dovessero rivelarsi errati.

Affermerò perciò, finché non sarà giunta la smentita, che Critèra è dal greco (leggi critèra), accusativo singolare di κριτήρ (leggi critèr). La voce in greco significa giudice e questo già non sarebbe cosa da poco per un vino. La stessa voce, però, in un frammento di Nicolao di Damasco, filosofo greco vissuto al tempo di Augusto (i secolo a. C.) assume il significato di interprete di sogni2 e lascio ancora una volta al lettore giudicare se non si sfiora la poesia pensando al potere così ulteriormente evocante del nome del nostro vino.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/05/roccamora-ovvero-vino-storia-cultura/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/28/artieri/

2 Riporto per fare più presto il testo greco in formato immagine (la traduzione e le note in parentesi quadre sono mie)  da Fragmenta historicorum Graecorum,a cura di Carl Müller, Didot, Parigi, 1849. v. III, p. 399.

Ciro dopo aver convocato il più famoso di quelli [degli indovini caldei] gli raccontò [il sogno] e lui rispose che si preannunziava un bene grande e che gli avrebbe conferito fama in Asia; che bisognava, però, tenerlo nascosto perché non lo sapesse Astiage: “Sciaguratamente, infatti. ammazzerà te e me interprete dello stesso [sogno].” Reciprocamente si promisero con giuramento di non raccontare a nessuno il sogno che era importante quanto nessun altro. Poi Ciro divenuto molto più potente nominò suo padre satrapo dei Persiani e rese sua madre lsa prima delle donne persiane per ricchezza e potere. I Cadusii allora erano ostili al re, avendo come capo Onaferne che tradendo il popolo faceva gli interessi del re e mandato un messaggero ad Astiage [era il re dei Medi] chiedeva un uomo fidato col quale concertasse il tradimento. E Astiage mandò Ciro perché insieme organizzassero il tutto e fissò un limite di quaranta giorni entro i quali doveva ritornara da lui ad Ecbatana [capitale della Media]. Anche l’interprete del sogno  lo [Ciro] esortava a partire contro i Cadusii e lo riempIva di fiducia.

Ho evidenziato in rosso nel testo originale  κριτῆρα (che è proprio, come detto all’inizio, l’accusativo di κριτήρ) e κριτής (leggi critès) per provare come l’autore usi κριτήρ e κριτής (che in greco significano giudice) come sinonimi con la specializzazione del significato (giudice del sogno, cioè interprete) grazie al genitivo oggettivo che li accompagna; nel primo caso  αὐτοῧ (leggi autù) nel secondo ὀνείρου (leggi onèiru).

Non posso fare a meno di ricordare che κριτήρ e κριτής sono connessi con il verbo κρίνω (leggi crino), che significa distinguere, giudicare, emettere una sentenza. Ma κρίνω è il padre di molti figli, tra i quali citerò κρίσις (leggi crisis) che significa giudizio, fase culminante di una malattia (da questo secondo significato, quasi spartiacque tra la vita o la morte,  il nostro crisi nei suoi molteplici, purtroppo, campi di riferimento); l’aggettivo κριτικός che significa capace di emettere un giudizio (da cui il nostro critico e, dal neutro sostantivato τό κριτικὀν (leggi to criticòn), che significa capacità di giudicare, con cambio di genere, il nostro critica; e poi i latini crimen che significa capo d’imputazione, accusa,  delitto (partendo dal significato di decisione giudiziaria), da cui il nostro crimine e derivati; composto di crimen è discrimen=punto di separazione (da cui il nostro discrimine e derivati). Mi sarebbe piaciuto chiudere con una nota frivola, cioé con la scrima che crea seri problemi all’umanità: meglio a sinistra, al centro o a destra? Sono costretto, invece a concludere con κριτήριον (leggi critèrion) da cui, attraverso il latino tardo criterium, il nostro criterio. E lo faccio perché considero addirittura un eufemismo definire scriteriato lo stigmatizzato Criterà (roba da chiedere i danni …), come criminale mi parve all’epoca quel che ebbi a leggere, a proposito di mieru,  su una titolata (forse da intendersi nel senso che il titolo, cioè la testata non manca …) rivista di turismo enogastronomico (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/24/no-mmi-tuccati-lu-mieru-non-toccatemi-il-vino/).

Khalil Forssane. Quattro stagioni nel Salento

khalil forssane

L’ultima edizione della Fondazione, Quattro stagioni nel Salento, di Khalil Forssane, IV volume della collana “Scatti d’Autore”, che segue quella di Emilio Nicolì Oltre lo sguardo. Interamente stampato a colori, formato A/4, copertina cartonata.

Edizione non commerciale, riservata ai soci della Fondazione ed inviata alle principali biblioteche.

khalil Forssane

Khalil Forssane è nato il 01-05-1986 in Marocco, nato a Ouled Fares, piccolo paesino in provincia di Casablanca. All’età di 13 anni arriva in Italia per ricongiungersi al padre che viveva dal 1973 a Copertino.
Qui ha iniziato una nuova vita, sia lavorativa che culturale, formando una propria famiglia e appassionandosi particolarmente alla flora salentina, da lui studiata e fotografata. Da qui il suo interesse si è allargato gradualmente per l’ambiente circostante, fino a diventare questo la terra di predilezione da fissare e incastonare attraverso l’obiettivo fotografico.
Autodidatta, in continuo studio e con tanta voglia di scoprire nuovi dettagli e tecniche, coltiva con passione l’hobby della fotografia, diffusa e condivisa nelle sue fasi iniziali attraverso i social media.

L’aria quagghiata (L’aria cagliata)

di Armando Polito

Guardando la traduzione del titolo dal dialetto salentino all’italiano si direbbe che la nostra gente è riuscita a compiere un miracolo che, brevettato, chissà quanto potrebbe fruttare economicamente. Non è da tutti, infatti, ridurre l’aria allo stato solido, magari farla a pezzi e venderla al supermercato. Ci sarebbe da chiedersi se viene utilizzato lo stesso caglio che porta dal latte al formaggio, ma, purtroppo le cose non stanno così. Aria quagghiata è, non saprei se per disgrazia o per fortuna, solo una metafora, degna di un grande poeta, tratta dal mondo contadino, per definire l’afa insopportabile (faùgnu; vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/06/mamma-mia-cce-faugnu-mamma-mia-che-afa/) che ormai puntualmente ci affligge e costringe ad usare locuzioni come sta squàgghiu (mi sto squagliando; esattamente il contrario dell’aria) o sta scolu (sto scolando), un po’ macabre perché ricordano il medioevale trattamento dei cadaveri prima della loro sepoltura …  Ma quest’anno essa sembra aver anticipato i tempi e accresciuto la sua pesantezza, anche se non ho mai capito in base a quali parametri viene calcolata la temperatura percepita,  complice l’umidità, rispetto a quella effettiva; e questo mi ricorda tanto, ma è solo una mia (?) impressione (?) le statistiche ISTAT …

in compenso riconosco che non ho notato il solito martellamento televisivo stagionale sull’opportunità di bere abbondantemente. Debbo dire che grande fu il mio entusiasmo quando sentii il consiglio la prima volta. Una misura della mia intelligenza che non riusciva a capire l’ovvietà del suggerimento basato sul fatto che l’acqua eliminata col sudore o per altra via che non dico (e per la quale, per la par condicio, non scomodo l’uccellino di Del Piero …) dev’essere ripristinata a tutti i costi in un organismo, quello umano, del quale essa, a tutte le età e sia pure in misura differente, costituisce la componente preponderante? Sarò scemo e ignorante, ma non fino a questo punto e vado a dimostrarlo. Quando si dice Tizio mangia non significa che Tizio è attore di una corruzione o di una concussione, quando si dice Tizio beve non vuol dire che Tizio è particolarmente soggetto al fascino dell’alcol? Allora, che colpa ho io se, amante del buon vino, ho accolto con entusiasmo l’invito a bere contenuto nella raccomandazione? Addirittura, secondo logica (che non mi risulta vigile negli alcolizzati), avevo pure stilato una scaletta del consumo del vino proporzionale alla temperatura e, siccome sono pure furbo (praticamente un ottimo candidato politico …), avevo manomesso il termometro in quell’orologio multifunzione appeso in sala da pranzo che, secondo me, tra fasi lunari, orario scandito dal satellite (non ho ancora capito come funziona, mancando qualsiasi antenna), livello di umidità e temperatura, sembra fatto apposta proprio per rendere più problematica, ai tipi come me,  la manomissione del termometro …

Per un giorno mi è andata bene, poi mia moglie, messa in allarme dai miei barcollamenti, ha pensato bene di eliminare ogni pretestuosa giustificazione legata al modo di dire prima citato con una semplice mossa: l’estrazione delle pile, che, oltretutto, sue testuali parole, mi liberava dalla schiavitù della lettura di uno strumento che non meritavo di usare.

Lutrino e lustrino: Nardò chiama, Napoli risponde; si spera … (2/2)

di Armando Polito

La speranza dubitativamente manifestata nel titolo non è andata delusa, come chiunque potrà constatare leggendo il commento del sig. Angelo De Stefano a quella che originariamente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/25/lutrinu-lustrinu-nardo-chiama-napoli-risponde-si-spera/) era l’unica parte e che ora è diventata la prima, avendo io ritenuto opportuno rispondergli con questa seconda parte che, a tutti gli effetti, è l’integrazione di quella, tant’è che ne conserva integralmente il titolo.

Preliminarmente debbo dire che i nomi dialettali dei pesci (e non solo) rappresentano in alcuni casi un vero rompicapo, anche perché le testimonianze dei locali, magari pure pescatori, non sempre sono concordi.

Detto questo, tenterò di approfondire l’argomento partendo dalle informazioni fornitemi dal mio gentile interlocutore.

Su litrinos non credo ci sia bisogno di dire alcunché, mentre  fagrì è la forma moderna del classico φἀγρος (leggi fagros) da me citato e dovrebbe corrispondere al nostro dentice. La voce moderna con la sua inequivocabile derivazione da quella classica ribadisce, ove ce ne fosse stato bisogno, la totale assenza di qualsiasi rapporto tra fagros e fragolino, al di là della metatesi fagr>frag– che di per sè poteva pure essere un fenomeno normalissimo.

Per quanto riguarda luvero, livrino, liverino, luvrino e luverino, la prima voce sembra la madre delle rimanenti, ma credo di aver trovato il suo antenato nel luuare che si legge nell’ultima ottava del terzo canto del poema eroico L’agnano  zeffonnatodi Andrea Perruccio, pubblicato la prima volta per i tipi dell’editore Paci a Napoli nel 1678 e a distanza di più di un secolo ristampato per i tipi di Porcelli sempre a Napoli nel 1787.

 

Riproduco l’ottava dalla pagina 70 della prima edizione (ma nella più recente non cambia né il numero di pagina né il carattere tipografico), aggiungendo la mia traduzione e qualche nota.

 

Sale Girolamo con gli altri sulla galea/e, mentre (con lo sguardo) scorre sott’acqua felice,/vede nuotare pesci di ogni maniera: pagelli fragolini, sparaglioni, occhiate, alici,/cernie, mafroni e un branco di boghe,/spicare, lucci di mare, scorfani e schifezze;/lasciato insomma il regno marino,/guizzarono in alto vicino a Nisida.

Non posso lasciarmi sfuggire l’occasione di dire qualcosa sui nomi dei pesci tradotti in corsivo, che  nell’originale compaiono tutti al plurale ma che qui esaminerò al singolare, lasciando a bella posta per ultimo pagelli fragolini (nell’originale: luuare).

sparaglione: accrescitivo da sparo, per il quale vedi nella prima parte.

occhiata: dal latino oculata(m) presente come sostantivo in Plinio (I secolo d. C.) ma derivato dal femminile dell’aggettivo oculatus/oculata/oculatum col significato di dotata di grandi occhi. Ajata presenta il passaggio o->a– in comune col salentino acchiata e, in particolare, col verbo neretino acchiare che significa trovare (alla lettera cogliere con l’occhio); a differenza del salentino in cui la trafila –cula->cla->-cchia– è normalissima, in ajataj– è dovuto ad influsso dello spagnolo ojo=occhio.

alice: dal latino hallece(m) che significa salsa di pesce, a conferma della vocazione gastronomica del pesce.

cernia: dal latino tardo acernia(m) attestato in Cassiodoro2 (V-VI secolo), variante del classico  acharna, che è dal greco ἀχάρνας (leggi acharna). Cernia è il frutto di errata deglutinazione di a- inteso come parte dell’articolo: acernia>l’acernia>la cernia>cernia.

mafrone (o manfrone): da un precedente vafrone, accrescitivo del letterario vafro, che è dal latino vafru(m)=astuto. In manfrone l’epentesi di –n– può essere dovuta ad influsso di manfrina (che, però ha altra etimologia: da monferrina, danza popolare piemontese di ritmo binario e di carattere allegro e vivace). Lascio agli amici pescatori il compito di confermare o meno l’astuzia e/o la vivacità come caratteristiche di questo pesce.

boga: dal latino tardo  boca(m), a sua volta dal greco βόαξ (leggi bòax), che è da βοάω (leggi boào)=gridare. La variante neretina opa è dal greco βόωψ leggi bòops) per il quale il Montanari )la voce nel Rocci è assente) rinvia a βόαξ; io credo invece che per motivi fonetici  [(la radice di βόαξ è βοακ(leggi boac-), quella di βόωψ è βοοπ- (leggi boop-)] βόωψ sia parola composta dalla radice di βοῡς (leggi bus)=bue+la radice di ὄψ (leggi ops)=sguardo. Insomma in boga il riferimento sarebbe al rumore che il pesce emette appena pescato, in opa alla forma dell’occhio. Per finire: mentre in opa c’è stata l’aferesi di b– in vopa c’è stato il normalissimo passaggio b->v-.

schifezza: pesce minuto e di poco pregio.

spicara: è il nome scientifico di un genere che comprende parecchie specie. La voce è forma aggettivale dal latino spica=spiga e il riferimento è alla pinna dorsale generalmente reca due o tre raggi spinosi.

luccio di mare; l’originale aluzza ha lo stesso etimo della voce italiana con in più la prostesi di a- per agglutinazione della -a dell’articolo dopo il cambio di genere: la luzza>l’aluzza>aluzza. Tutte le voci sono dal latino lucius attestato in Decimo Magno Ausonio(IV secolo).

scorfano:  dal latino scorpaena, a sua volta dal gr. σκόρπαινα, derivato di σκορπίος=scorpione.

E siamo a pagello fragolino, traduzione dell’originale luuare. La tentazione è di emendarlo in luvare, considerandolo plurale del luvero, segnalato dal lettore napoletano è grande, ma si scontra con la grafia delle altre v (vede, vope e vecino). Molto difficile, dunque, anche se non impossibile, che un errore di stampa si sia verificato proprio in luuare per luvare. Nel 1678 non esisteva certo la possibilità di registrazione magnetica, mentre oggi non approfittiamo neppure di quella digitale per conservare la pronuncia di una parola dialettale dalla voce e dalla memoria, si spera vive affidabili, degli ultimi testimoni. Voglio dire che, in fondo, non c’è conflitto tra luuare e luvare, se non una piccola differenza nella pronuncia del primo dovuta alla vocalizzazione di v o, forse più correttamente se rispettiamo la cronologia, alla consonantizzazione della seconda u nel secondo. Mi fa preferire quest’opzione quello che è successo dopo il 1670.

Ecco, a raffica, una serie di testimonianze che riporto, come al solito, in formato immagine non solo con il furbesco intento di fare più presto ma anche, direi soprattutto, per evitare qualsiasi rischio di errore nella trascrizione.

A) Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, lemma Pesci (https://books.google.it/books?id=NxcJAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=parole+del+dialetto+napoletano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiiuduCmN7UAhWKIMAKHSfpAdwQ6AEIIjAA#v=onepage&q=parole%20del%20dialetto%20napoletano&f=false)

 

Ho evidenziato in rosso i nomi che compaiono nel poema eroico, ma ci interessa soprattutto notare come il luuare del 1670 a distanza di più di un secolo è diventato luvere.

 

B) Vocabolario napoletano lessigrafico e storico, Stamperia reale, Napoli, 1845, v. I, a p. 121 (https://books.google.it/books?id=HRK5Tw5COm0C&pg=RA1-PA216&dq=napoletano+luvero&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjiwuPoldvUAhXD0RQKHRg1AF0Q6AEIKDAB#v=onepage&q=napoletano%20luvero&f=false)

 

 

Il luuare del 1670, già luvere nel 1789, è diventato lavare nel 1845.

 

C) Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, A spese dell’autore, Napoli, 1873, al lemma Ajata (https://archive.org/details/vocabolarionapo01ambrgoog)

 

Il luuare del 1670, che nel 1879 era diventato luvere e nel 1845 lavare, nel 1873 è ritornato ad essere  lùvere. Colpisce in questa testimonianza, come pure in quella precedente, non solo la discrepanza in una comune citazione dalla stessa opera, ma anche l’errata indicazione, in un caso e nell’altro, del numero di canto e di ottava.

Ecco, tratto da questo stesso vocabolario, il lemma lùvaro.

Sinceramente qui non si capisce come da un plurale lùvere si abbia un singolare lùvaro e non lùvero e si ha pure l’impressione che il lòvero che accompagna Pesce sia un tentativo d’italianizzazione che non vuol fare torto né a lùvere, né a lùvaro.

Diamo ora un rapido sguardo agli altri dialetti meridionali, cominciando con il siciliano.

D) Vocabolario siciliano etimologico di Michele Pasqualino, Reale stamperia, Palermo, 1789 (https://books.google.it/books?id=8e9OAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:YFksSo-wjwcC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi79MvX1tvUAhWEVhoKHSDyCQcQ6AEIQTAF#v=onepage&q&f=false)

Dato l’etimologico del titolo, ci saremmo aspettato qualcosa di più che voce dell’uso , troppo generico, a meno che non sia da intendersi come voce gergale.

E) Nuovo dizionario siciliano-italiano di Vincenzo Mortillaro, Palermo, 1853 (https://books.google.it/books?id=u7gWAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false)

 

F) Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina, Pedone Lauriel, Palermo, 1868 (https://books.google.it/books?id=jtFFAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=vocabolario+siciliano-italiano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiqx_Kb0tvUAhUJOxQKHdUEBZcQ6AEILDAB#v=onepage&q=vocabolario%20siciliano-italiano&f=false)

Ringraziando per la conferma dell’accento (quando le parole non sono piane, specialmente in lavori di questo tipo, l’accento è un dettaglio fondamentale), notiamo Crythrinus per Erythrinus, sicuramente errore di stampa.

 

G) Nuovo vocabolario siciliano-italiano e italiano-siciliano di Sebastiano Macaluso Storaci, Norcia, Siracusa, 1875 (https://books.google.it/books?id=Bnw7AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=vocabolario+siciliano-italiano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiqx_Kb0tvUAhUJOxQKHdUEBZcQ6AEIJjAA#v=onepage&q=vocabolario%20siciliano-italiano&f=false)

 

E siamo al Salento.

H) Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.


L 12 è la sigla con cui il Rohlfs cataloga la fonte (L sta per dialetti della provincia di Lecce).

Lùvaro, dunque, non è stato, per così dire, colto sul campo; perciò appare più interessante la variante lùvere segnalata per il Brindisino a Ceglie messapica (B ce), in cui la particolare grafia delle due e, qui irriproducibile, segnala la loro pronuncia evanescente. Per quanto riguarda l’etimo non mi sembra discutibile il confronto con il sardo lìmaru e l’estensione della sua probabile etimologia a lùvaru, quanto, piuttosto, il fatto che la voce sarda non è registrata in nessun dizionario dei dialetti sardi, compresi, naturalmente, quelli di Vincenzo Porru, Tipografia Arciobispali, Casteddu, 1832 e di Giovanni Spano, Imprenta Nationale, Kalaris, 1851, nonché, per la sua specificità, il repertorio di Elisio Marcialis, Società tipografica sarda, 1913. E se la sostituzione in lìmari della v di lùvaro non è una difficoltà insormontabile (vedi lo stesso passaggio addotto prima nell’etimo di mafrone) bisognerebbe avere la onferma che la voracità è veramente la caratteristica più spiccata di questo pesce.

È giunto il momento di trarre le conclusioni, ma prima ho ritenuto opportuno riprodurre la tabella relativa al nostro pesce presente a p. 107 di A. Palombi e M. Santarelli, Gli animali commestibili dei mari d’Italia. Hoepli, Milano, 1986 (https://books.google.it/books?id=-r6rEuosIssC&pg=PA108&dq=pesci+Vedi+la+spiegazione+a+pag.+103&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjlsO66n-DUAhXqKsAKHSTyAd0Q6AEIIjAA#v=onepage&q=pesci%20Vedi%20la%20spiegazione%20a%20pag.%20103&f=false).

La tabella riserva non poche sorprese, tra cui il lèmaru/lèmuru sardo certamente sovrapponibile al lìmaru citato dal Rohlfs; più notevole i tutti, però, mi pare il luuru siciliano sovrapponibile al luuare del poema eroico da ui siamo partiti ed al quale son ritornato per evitare che questo post diventi una sorta di poema (!) tragicomico …

In conclusione: secondo me possono essere individuati due filoni etimologici entrambi legati al colore del pesce.

Il primo, indiscutibile, mette in campo la voce greca ἐρυθρός (leggi eriuthròs), che significa rosso, e coinvolge, con i passaggi individuati nella prima parte, lutrìno.

Il secondo, con qualche dubbio per i contorsionismi cui costringe, come subito vedremo, la probabile ricostruzione della filiera, mette in campo, confermando l’etimo della Treccani citato dal mio interlocutore, e cioè  l’aggettivo latino ruber/rubra/rubrum, che significa anch’esso rosso, e coinvolge lùvaro e i suoi compagni siciliani in tabella (primo tra tutti lùvaru e poi luuru, ùvaru e alùvaru). Quanto alle altre varianti: liverino e luverino sono diminutivi di lùvaro, mentre livrino e livrino sono le rispettive forme sincopate. Ogni riferimento alla livrea appare da escludere definitivamente.

La filiera sarebbe questa: rubru(m)>*rùberu(m)4>*rùbaru(m)5>*lùvaru(m)>lùvaro.

Mia moglia mi avverte che l’arrosto di pesce in programma per il pranzo di oggi è pronto. Trattandosi di lutrini pensate che oggi mangerò con entusiasmo dopo che di questo pesce, non certo per colpa sua, ne ho piene le palle … degli occhi (la visione prolungata a monitor affatica la vista)?

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/25/lutrinu-lustrinu-nardo-chiama-napoli-risponde-si-spera/

______________

Agnano affondata. Agnano è il nome di un vulcano inattivo dei Campi flegrei. Nel poema l’autore l’immagina come una città andata in rovina.

Variae, XIV, 4, 1: … Bruttiorum mare dulces mittat acernias ... (… il mare dei Calabresi mandi le dolci cernie …).

Mosella, 122-123: Lucius, obscuras ulva caenoque lacunas/obsidet … (Il luccio abita gli antri oscuri per l’alga e per il fango …).

4 Con epentesi di –e– per motivi eufonici; tuttavia si potrebbe anche ipotizzare una forma di partenza *rùberum, della lingua volgare, tenendo presente il caso del sostantivo sòcer/sòceri dal cui accusativo suocerum è derivato l’italiano suocero; ma il salentino suècru mostra un’origine da un accusativo *socru(m).Il caso di socer/sòceri e non socer/socri contro, per esempio, ager/agri e l’esito della voce salentina dimostrano, a mio avviso, l’andamento ballerino della e presente al nominativo ma assente nel tema (come, appunto in ager/agri). Nulla vieta di pensare che lo stesso accadesse, a livello di lingua parlata, con gli aggettivi in –er, come, sempre a mio avviso, dimostra il superlativo, per esempio, di sacer/sacra/sacrum che è acerrimus contro l’acrissimus che ci saremmo aspettato.

5 Ma il lùvere di Ceglie messapica (vedi H) suppone un più regolare *rùberu(m).

Gallipoli: ma quante sono?

di Armando Polito

L’omonimia è un fenomeno non raro tra gli uomini (pensiamo alla diffusione del cognome Rossi che, credo non  a caso, ispirò l’immaginario personaggio di Bruno Bozzetto, il signor Rossi, appunto, simbolo dell’italiano medio) ed abbastanza frequente nei toponimi, specialmente quando sono accomunati da un etimo non legato ad un nome proprio. Emblematico, è, a tal proposito, il caso di Gallipoli, che à dal greco Καλλίπολις (leggi Callìpolis), composto da καλλίων (leggi callìon), comparativo di καλός/καλή/καλόν (leggi calòs/calè/calòn). Il toponimo, perciò, va tradotto con città abbastanza, troppo bella) essendo καλλίων un comparativo assoluto (cioè senza secondo termine di paragone), purtroppo riduttivo rispetto al superlativo relativo (la città più bella) o all’assoluto (città bellissima) ma che, comunque, rende giustizia rispetto all’infame traduzione corrente (la città bella), di una gravità sconcertante, mi si conceda un po’ di campanilismo, per la Gallipoli salentina.

Oltretutto la nostra è quella più presente nelle fonti classiche, che di seguito riporto.

Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. c.): Allo spartano Leucippo che aveva chiesto dove fosse destino che lui e i compagni si insediassero [l’oracolo di Apollo] dette come responso di navigare verso l’italia e di abitare la terra nella quale, una volta sbarcati, fossero restati un giorno e una notte. Approdata la spedizione nei pressi di Gallipoli, un porto dei Tarantini …1 (per chi fosse interessato al seguito: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/05/come-gli-spartani-presero-in-giro-in-un-colpo-solo-gallipolini-e-tarantini/.

Pomponio Mela (I secolo d. C.): … poi vi sono Bari, Egnazia, Rudie nobile per il cittadino Ennio, e, ormai in Calabria2, Brindisi, Valesio, Lecce, il monte Idro, le campagne salentine, le coste salentine e la città greca di Gallipoli.3

Plinio il vecchio (I secolo d. C.): Le città interne a partire da Taranto sono Oria, soprannominata della Messapia per distinguerla da quella apula, Alezio¸sulla costa invece vi sono Seno4, Gallipoli, che ora è Anxa, distante 75 migllia da Taranto.5

Guidone (XII secolo d. C.): … Vereto, che ora si chiama Leuca, Yentos, che ora si chiama Ugento, Alezio, Lubia, dove oggi è Gallipoli …6

Dopo la Gallipoli salentina  è la volta della siciliana, della quale, purtroppo, nulla resta se non la memoria storica, in attesa che le ricerche archeologiche consentano di individuarne una dislocazione più precisa nell’ambito della Sicilia orientale. L’unica fonte è Erodoto (V secolo a. C.): [Gelone] non molto tempo dopo fu riconosciuto essere il comandante supremo di tutta la cavalleria: infatti mentre Ippocrate assediava gli abitanti di Gallipoli, di Nasso e Zancle, nonché quelli di Leontini e oltre a quelli di Siracusa parecchi dei barbari, Gelone smostrò di essere uomo fortissimo; nessuna, io dico, di queste città, eccetto Siracusa, evitò di essere assoggettata ad Ippocrate.7

Ma potevano i Greci, fondatori della Gallipoli salentina e di quella siciliana non avere una città con lo stesso nome nella madre patria? Καλλίττολις o Κάλλιον era infatti una città dell’Etolia, regione montana sulla costa settentrionale del golfo di Corinto.

Tucidide (V secolo a. C.): Egli dunque con l’esercito pernottò nel recinto sacro a Giove Nemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu ucciso il poeta Esiodo, secondo l’oracolo che gli aveva predetto che avrebbe sofferto ciò in Nemea; e sul far dell’aurora mosse il campo alla volta dell’Etolia. Nel primo dì prese Potidania, nel secondo Crocilio, nel terzo Tichio, ove si fermò e mandò il bottino ad Eupolio della Locride, avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi, e ritornare a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora essi non volessero arrendersi. Questi piani però non erano ignoti agli Etoli neanche quando egli cominciava a macchinarli; e appena si presentò con l’esercito accorsero tutti contro lui con numerose soldatesche; e perfino i Bomiesi e i Calliesi, che sono gli ultimi tra gli Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non stettero a guardare.8

Tito Livio (I secolo a. C.): … come si giunse al Corace – è un monte altissimo tra Gallipoli e Naupatto, ivi …9

Pausania (II secolo d. C.): A Brenno venne l’idea che, se avesse costretto gli Etoli a tornarsene a casa, avrebbe avuto in Etolia un modo più agevoledi combattere con esito flice contro i Greci. Avendo scelto dall’armata quarantamila fanti ed ottocento cavalieri pose alla loro testa Orestorio e Combuti, i quali, ritornando indietro per i ponti sul fiume Sperchio e attraversando la Tessaglia, entrarono in Etolia; e del trattamento riservato ai Calliei furono autori  Combuti ed Orestorio …10

Stefano di Bisanzio (VI secolo) ci ha tramandato una notizia tratta dal XX libro delle storie di Polibio (II secolo a. C.), opera della quale solo i primi cinque ci sono pervenuti integri, degli altri rimangono frammenti od epitomi: Corace, monte tra Gallipoli e Naupatto: Còrace, monte tra Gallipoli e Naupatto. Polibio nel  20° libro.11

Oltre all’Etolia, anche la Misia aveva una città con lo stesso nome.

Periplo di Scilace (IV secolo a. C.), che può essere considerato come il primo portolano del Mediterraneo: Misia. Dopo la Tracia il popolo dei Misi. Si trova a sinistra del golfo di Olbia per chi naviga verso il golfo di Cio fino a Cio. La Misia è una penisola. Le città greche in essa sono: Olbia e il suo porto, Gallipoli e il suo porto, il promontorio del golfo di Cio e a sinistra la città di Cio e il fiume Cio. Il periplo della Misia fino a Cio ha la durata di un giorno.12  

Non era da meno la Tracia con la sua Gallipoli sullo stretto dei Dardanelli, come mostra l’attuale nome turco Gelibolu, che ne è la fedele trascrizione. Non conosco fonti classiche su questa città, ma non è da escludersi, data la vicinanza, che la testimonianza precedente si riferisca proprio ad essa.

Il destino ha voluto che sopravvivessero solo la Gallipoli turca e quella salentina (nelle due immagini che seguono), ma non è per noi un motivo di vanto che l’osceno grattacielo campeggiante sulla città rappresenti un oltraggio alla città ideale immaginata da Platone 2400 anni fa: … come forse soltanto, io  dicevo, bisogna soprattutto disporre in modo che coloro che vivono nella città abbastanza bella anon si tengano lontani in alcun modo dalla geometria. E infatti tutte le cose accessorie a questo non sono di poco conto.13

Però, visto che l’obbrobrio, forse, piace ai più e, considerato che la Gallipoli salentina è una delle mete privilegiate del turismo internazionale, aveva torto il buon Platone e, molto più modestamente, ho torto anch’io …

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1 Antiquitates Romanae, XIX, 3: Λευκίππῳ τῷ Λακεδαιμονίῳ πυνθανομένῳ ὅπου πεπρωμένον αὐτῷ εἴη κατοικεῖν καὶ τοῖς περὶ αὐτόν, ἔχρησεν ὁ θεὸς πλεῖν μὲν εἰς Ἰταλίαν, γῆν δὲ οἰκίζειν, εἰς ἣν ἂν καταχθέντες ἡμέραν καὶ νύκτα μείνωσι. Καταχθέντος δὲ τοῦ στόλου περὶ Καλλίπολιν ἐπίνειόν τι τῶν Ταραντίνων …

2 All’epoca Calabria designava solo la penisola salentina.

3 Corographia, II, 66: … post Barium et Gnatia et Ennio cive nobiles Rudiae, et iam in Calabria Brundisium, Valetium, Lpiae, Hydrus mons, tum Sallentini campi et Sallentina litora et urbs Graia Callipolis.

4 Traduco così il Senum, città non identificata; da aggiungere che  e le varianti, che qui non riporto, complicano la questione.

5 Naturalis historia, III, 16: Oppida per continentem a Tarenti Uria, cui cognomen ob Aoulan Messapiae, Aletium, in ora vero Senum, Callipolis, quae nunc est Anxa, LXXV a Tarento.

6 Geographia, 29: … Beretos quae nunc Leuca, Yentos quae nunc Augentum, Valentium, Lubias ubi nunc est Callipolis …

7 Ἱστορίαι, VII, 154: Μετὰ δὲ οὐ πολλὸν χρόνον δι᾽ ἀρετὴν ἀπεδέχθη πάσης τῆς ἵππου εἶναι ἵππαρχος˙ πολιορκέοντος γὰρ Ἱπποκράτεος Καλλιπολίτας τε καὶ Ναξίους καὶ Ζαγκλαίους τε καὶ Λεοντίνους καὶ πρὸς Συρηκοσίους τε καὶ τῶν βαρβάρων συχνούς, ἀνὴρ ἐφαίνετο ἐν τούτοισι τοῖσι πολέμοισι ἐὼν ὁ Γέλων λαμπρότατος. Τῶν δὲ εἶπον πολίων τουτέων πλὴν Συρηκουσέων οὐδεμία διέφυγε δουλοσύνην πρὸς Ἱπποκράτεος.

8 Αὐλισάμενος δὲ τῷ στρατῷ ἐν τοῦ Διὸς τοῦ Νεμείου τῷ ἱερῷ, ἐν ᾧ Ἡσίοδος ὁ ποιητὴς λέγεται ὑπὸ τῶν ταύτῃ ἀποθανεῖν, χρησθὲν αὐτῷ ἐν Νεμέᾳ τοῦτο παθεῖν, ἅμα τῇ ἕῳ ἄρας ἐπορεύετο ἐς τὴν Αἰτωλίαν. Καὶ αἱρεῖ τῇ πρώτῃ ἡμέρᾳ Ποτιδανίαν καὶ τῇ δευτέρᾳ Κροκύλειον καὶ τῇ τρίτῃ Τείχιον, ἔμενέ τε αὐτοῦ καὶ τὴν λείαν ἐς Εὐπάλιον τῆς Λοκρίδος ἀπέπεμψεν τὴν γὰρ γνώμην εἶχε τὰ ἄλλα καταστρεψάμενος οὕτως ἐπὶ Ὀφιονέας, εἰ μὴ βούλοιντο ξυγχωρεῖν, ἐς Ναύπακτον ἐπαναχωρήσας στρατεῦσαι ὕστερον. Τοὺς δὲ Αἰτωλοὺς οὐκ ἐλάνθανεν αὕτη ἡ παρασκευὴ οὔτε ὅτε τὸ πρῶτον ἐπεβουλεύετο, ἐπειδή τε ὁ στρατὸς ἐσεβεβλήκει, πολλῇ χειρὶ ἐπεβοήθουν πάντες, ὥστε καὶ οἱ ἔσχατοι Ὀφιονέων οἱ πρὸς τὸν Μηλιακὸν κόλπον καθήκοντες Βωμιῆς καὶ Καλλιῆς ἐβοήθησαν.

9 Storie, XXXVI, 30, 34: … ut ad Coracem ventum est, mons est altissimus inter Callipolim et Naupactum , ibi …

10 Descrizione della Grecia, X, 22, 2: Τῷ δΒρέννῳ λογισμὸς παρίστατο ὡς εἰ ἀναγκάσει τος Αἰτωλοὺς οἴκαδε ἐς τὴν Αἰτωλίαν ἀναχωρῆσαι, ῥᾴων ἤδη γενήσοιτο ὁ πόλεμος αὐτῷ πρὸς τὸ Ἑλληνικόν. Ἀπολέξας οὖν τῆς στρατιᾶς μυριάδας τοὺς πεζοὺς τέσσαρας καὶ ὅσον ὀκτακοσίους ἱππέας, Ὀρεστόριόν τε αὐτοῖς καὶ Κόμβουτιν ἐφίστησιν ἄρχοντας, οἳ ὀπίσω κατὰ τοῦ Σπερχειοῦ τὰς γεφύρας καὶ αὖθις διὰ Θεσσαλίας ὁδεύσαντες ἐμβάλλουσιν ἐς τὴν Αἰτωλίαν΄ καὶ τὰ ἐς Καλλιέας Κόμβουτις οἱ ἐργασάμενοι καὶ Ὀρεστόριος ἦσαν …

11 Storie, XX, 10-11: Κόραξ, ὄρος μεταξὺ Καλλιπόλεως καὶ Ναυπάκτου. Πολύβιος εἰκοστῷ.

12 Scyllaci periplus, 93; in Geographi Graeci minores, a cura di Karl Müller, Didot, Parigi, 1855, v. I, p. 68: Μυσία. Μετὰ δὲ Θρᾶικην Μυσία ἔθνος. Ἔστι δὲ τὸ ἐπ᾽ ἀριστερᾶι τοῦ Ὀλβιανοῦ κόλπου ἐκπλέοντι εἰς τὸν Κιανὸν κόλπου μέχρι Κίου. Ἡ δὲ Μυσία ἀκτή ἐστι. Πόλεις δ᾽ ἐν αὐτῆι Ἑλληνίδες εἰσὶν αἵδε· Ὀλβία καὶ λιμήν, Καλλίπολις καὶ λιμήν, ἀκρωτήριον τοῦ Κιανοῦ κόλπου, καὶ ἐν ἀριστερᾶι Κίος πόλις καὶ Κίος ποταμός. Παράπλους δὲ τῆς Μυσίας εἰς Κίον ἡμέρας μιᾶς. Misia. Presso la Tracia il popolo dei Misi. Si trova a sinistra del golfo di Olbia per chi naviga verso il golfo di Cio fino a Cio. La Misia è una penisola. Le città greche in essa sono: Olbia e il suo porto, Gallipoli e il suo porto, il promontorio del golfo di Cio e a sinistra la città di Cio e il fiume Cio. Il periplo della Misia fino a Cio ha la durata di un giorno.  

13 Repubblica, III, 527c   … ὡς οἷόν τ᾽ ἄρα, ἦν δ᾽ ἐγώ, μάλιστα προστακτέον ὅπως οἱ ἐν τῇ καλλιπόλει σοι μηδενὶ τρόπῳ γεωμετρίας ἀφέξονται. Καὶ γὰρ τὰ πάρεργα αὐτοῦ οὐ σμικρά.

Antieri

di Armando Polito

La prima immagine è tratta da https://www.facebook.com/Salento-Come-Eravamo-546048392120110/?fref=ts, la seconda, insieme con quella di chiusura, è dell'autore
La prima immagine è tratta da https://www.facebook.com/Salento-Come-Eravamo-546048392120110/?fref=ts, la seconda, insieme con quella di chiusura, è dell’autore

 

Zappe, falci,  zolle o spighe di grano:

guidava la fila in quel tempo lontano;

poi dal grappolo rosso e sincero

è nato un vino generoso e austero.

Felicemente fu chiamato Antieri,

primo oggi, come l’uomo  di ieri.

 

La pubblicità ci martella ogni istante con offerte di ogni tipo, che utilizzano  parole, immagini, musiche suadenti che  nella stragrande maggioranza dei casi, almeno questa è la mia opinione e me ne assumo la totale responsabilità, configurano il reato, in non pochi casi, di circonvenzione di incapace , se non di vere e proprie truffe (altro che pubblicità ingannevole! ) , che quotidianamente si consumano senza che nessuno controlli ed intervenga d’ufficio, non su querela di parte, a stroncare quest’andazzo che, complice anche l’avanzare delle tecnologie della comunicazione, sta assumendo proporzioni intollerabili per chi ancora conserva un minimo di capacità critica. In questo desolante quadro chi ci rimette è senz’altro il consumatore, ma anche quella sparuta, e per questo ancora più eroica, schiera  di imprenditori non improvvisati, onesti e competenti anche nella scelta dei collaboratori, un modello certamente non in auge nel nostro tempo. Ben vengano, perciò, il successo mondiale (e qui la parola ha un significato autentico, non è lanciata, secondo il solito, per fare colpo, come quando si attribuisce fama mondiale a una persona che nel suo campo ha una notorietà, bene che vada, provinciale …) che le aziende vinicole italiane e salentine in particolare stanno riscuotendo, ormai da parecchi anni.

Nell’immaginario collettivo la parola conserva ancora in qualche caso un potere più suggestivo di una foto o di un video. E il nome che campeggia su una bottiglia di vino rientra senz’altro tra questi, a condizione  che esso faccia breccia nella memoria e nel cuore e non stimoli solo un’epidermico volo con la fantasia.  Così anche il nome dato ad una apparentemente semplice (lo è anche nella realtà solo quando è taroccata …) bottiglia di vino può essere per il consumatore occasione di curiosità, oltre che di delizia gustativa, di voglia di conoscere ed approfondire, insomma di cultura.

Sotto questo punto di vista debbo riconoscere che Nardò, una volta tanto, non ha nulla da apprendere, visto che i nostri vini più rinomati recano nomi strettamente connessi con la nostra storia. Già, la storia, cioè la memoria del passato che, al pari del latino, del greco e della storia dell’arte, appare oggi come un nobile  decaduto.

Dopo Nauna (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/) e Roccamora (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/05/roccamora-ovvero-vino-storia-cultura/) è la volta oggi di Antieri. Prima di cominciare a parlarne, però, mi preme precisare, per diradare ogni sospetto di pubblicità, questa volta, non ingannevole ma, più o meno, occulta, che dedicherò la mia attenzione anche ad altri produttori neretini  o, perché no?, più genericamente salentini, se qualche etichetta si presterà al taglio che mi piace privilegiare, sempre che su quel nome specifico altri non abbia già scritto, più o meno compiutamente.

A voler essere pignoli, Antieri, a differenza di Nauna e di Roccamora, non nasce come nome proprio ma comune. Si tratta, infatti, di una delle tante voci dialettali che il tempo ha reso obsolete; essa designava il primo di una fila di zappatori o di mietitori. Il più delle volte la stessa definizione di una voce contiene in sé qualche elemento che ne evoca l’etimo. Non è così per antieri e spiego perché. Siccome il primo è colui che sta avanti a tutti, è facile ed immediato pensare che esso derivi dal latino ante (avverbio o preposizione che significa, rispettivamente, prima e prima di), con l’aggiunta del suffisso –ieri indicante mestiere, come in trainièri da traìnu, etc. etc. Il problema è che tutti i vocaboli, come quello citato, indicanti mestiere risultano sempre  formati da un sostantivo e dal suffisso. Non si comprenderebbe per quale motivo antieri dovrebbe fare eccezione. Infatti anch’esso deriva da un sostantivo: antu, che nel Leccese, nel Brindisino e nel Tarantino indicava proprio la striscia di campo in cui lavorava la fila di zappatori o di mietitori. Antu è dal latino ambitu(m)=zona circoscritta (da cui l’taliano ambito), deverbale da ambire, composto da ambo=entrambi  [connesso con il greco μφ (leggi amfì)=intorno, da una parte e dall’altra] e da ire=andare. La trafila è: ambitu(m)>*amtu(m) (sincope)>antu (passaggio obbligata in n di m davanti a t).

Se il capofila si chiamava antieri, come si chiamavano gli altri componenti della squadra? Ci viene in soccorso Vito Raeli, musicologo di Tricase, autore del saggio Il canto dei mietitori tricasini, apparso la prima volta in Rivista nazionale di musica (della quale il Raeli fu fondatore nel 1920 e direttore fino al 1943), Ausonia,  Roma, 1935, nello stesso anno in Rinascenza salentina, a. 3, n. 5-6 (dicembre 1935), XIII, pp. 272-279 e infine, a distanza di parecchi anni, nel volume 64 di Lares, Olschki , Firenze, 1998.

Alle pp. 275-277 (cito da Rinascenza salentina) si legge:

“Nel mese de messi (di giugno) alla fine della prima decade, partivano da Tricase, sopra traini tirati da muli, con le immancabili bisacce colme di biancheria, e altri indumenti di vestiario, alcune squadre di mietitori – dai 40 ai 70 – dirette a masserie nei territori del Tarantino e del Brindisino, territori compresi, prima dell’avvento del Fascismo al Governo dello Stato, nella Provincia di Terra d’Otranto. Ciascuna squadra era composta da un numero variabile di cumpagnie e ciascuna cumpagnia di 5 braccianti. A capo della squadra era l’antieri ed in sottordine, ma senza alcun potere gerarchico e rappresentativo, il taiante, cui spettava il compito di iniziare il taglio delle spighe. Uno dei cinque della cumpagnia aveva l’incarico di legare le spighe tagliate dagli altri quattro e si denominava riante. Al campo da mietere si dava il nome di tomma (dal greco τέμενος, e, per la desinenza in a, volto al genere femminile) e di qui il titolo al canto: oh bella tommal Terminata la mietitura – della durata fino a 40 giorni quando il campo era assai esteso – la squadra, intera si presentava ai massari per la mangiata o, almeno, per la bevuta che avrebbe concluso allegramente il lungo periodo di lavoro, retribuito con scarsa mercede e una pagnotta di farina di orzo giornalmente. Talvolta la squadra, in tale circostanza, si faceva precedere dall’antieri, dal taiante e da un riante legati insieme con corda: la massaia prima di offrire da mangiare e da bere slegava i tre come a simboleggiare la ridonata libertà dopo compiuta la raccolta del grano, dell’orzo e delle biade. Giungendo, di ritorno, a Tricase, in ajere (luglio), appena in vista dell’abitato, presso Tutino – frazione delle sei già la più vicina, ora congiunta al capoluogo del comune – i componenti della squadra, discendevano dai traini e s’incamminavano a piedi, con le falci in mano, e in ordine alquanto serrato, preceduti dall’antieri, che recava, per trofeo, un bel mazzo  di spighe di grano. I forti mietitori, intonato dall’antieri il loro canto, e rispondendo in coro, giravano per le vie principali della loro cittadina, e non sostavano se non quando l’antieri, appressandosi ad una bettola, non l’invitasse tutti ad una abbondante bevuta di vino. (Taluno dei superstiti mi ha riferito che qualche volta il giro di ritorno si svolgeva, sempre cantando e col seguito dei traini, per tutte le vie ove fossero le abitazioni delle nnammurate (fidanzate) dei componenti celibi della squadra. In questo caso il giro ed il canto duravano abbastanza e, conseguentemente, il canto s’accresceva d’indefinite strofe, che l’antieri – o altro mietitore della squadra, quando egli fosse stanco – improvvisava più o meno felicemente, sempre sulla stessa melodia.”.

Dopo aver osservato che la cumpagnia operava come una sorta di catena di montaggio, mi pare opportuno, a questo punto,  passare al canto, diligentemente riportato dal Raeli1 alla fine del suo lavoro, e subito dopo spendere qualche parola sulle voci dialettali che qua e là compaiono nel brano virgolettato.

Dato per scontato che mese de messicumpagniataiante e nnammurate (sarebbe più corretto scrivere ‘nnammurate) corrispondono rispettivamente, all’italiano mese delle messi,  compagniatagliante e innamorate, siamo a riante, che deriva da un precedente liante (corrispondente all’italiano legante), participio presente di liare (corrispondente a legare), che nulla ha a che fare con il neretino lliare=togliere, corrispondente all’italiano levare.  E se mese de messi era giugno, ajere (si legge con l’accento sulla a; la variante neretina è era che, oltre all’aia, definisce anche lo spazio circolare che viene ripulito intorno ad ogni albero di olivo per facilitare con reti o mediante scopatura o aspiratore la raccolta del frutto) corrisponde all’italiano aia e ne condivide l’etimologia, è, cioé dal latino area(m)=area. Per quanto riguarda tomma fatto derivare dal greco τμενος (leggi) il discorso, invece. sarà più lungo. Intanto c’è da notare l’assoluta sicurezza (senza un forse o probabilmente) con cui l’etimo è proposto, dettaglio che denota un vizietto particolarmente ricorrente in chi si occupa di etimologia senza averne la competenza specifica (il Raeli, oltre che appassionato musicologo, era avvocato, ma non filologo).  Comincio col dire che τμενος  significava porzione di terrenofondocamporecinto sacroterreno sacrosantuariotempio ed è deverbale da τμνω (leggi temno)=tagliare. Originariamente τμενος  indicava una porzione di terreno assegnata come dominio a re, capi, etc, un po’ come sarebbe accaduto con la centuriazione romana e successivamente con il regime feudale. Se è plausibile sul piano semantico lo slittamento da porzione di terreno a terreno coltivato a grano, è sul piano fonetico che la proposta appare molto traballante. Infatti, pur immaginando la trafila τμενος>*temnos (sincope)>*temmos (assimilazione progressiva)>*temma (cambio di genere)>tomma, in essa  (altro ragionamento, come lui stesso rivela parzialmente, il Raeli non può aver fatto) tutto va bene fino a *temma , mentre non si comprende, appunto sul piano fonetico, come si sia passati dalla e di *temma alla o di tomma.

Chi lo volesse potrebbe tentare una disperata difesa di tale etimo mettendo in campo non τμενος  ma τομ (leggi tomè), anch’esso deverbale da τμνω, che significa tagliosegmentodivisionepotatura. La trafila questa volta sarebbe τομ>tomà (regolarizzazione della desinenza)>tommà (geminazione di m)>tomma (sistole). Ma in questa trafila proprio la retrazione dell’accento nel passaggio finale suppone, se la parola è di origine greca, un intermediario latino, che trovo, esatta trascrizione della voce greca, nel tome attestato in Ausonio (IV secolo) col significato di cesura. E la trafila questa volta sarebbe: τομ>tome>*toma>tomma.2

Il Raeli all’inizio del suo saggio si augurava che nel più breve tempo possibile si giungesse ad una registrazione sonora di questi canti per garantire una memoria quanto più fedele e rispettosa dell’originale, tanto più, aggiungo io,  che già ai suoi tempi i mietitori-cantori erano ormai attempati e si sa, ad una certa età la memoria può fare brutti scherzi, a parte il condizionamento che la stessa figura del ricercatore può esercitare. Non so se il suo auspicio di avverò, almeno con il canto tramandato col saggio. So, però, che ai fini della nostra indagine prezioso è il canto U tomu che Alan Lomax e Diego Carpitella registrarono a Locorotondo nel 1954 e pubblicarono nel secondo lp (traccia 11 del lato A) della collana Folklore musicale italiano uscito per l’etichetta Pull nel 1973

Immagine tratta, con la successiva, da https://www.discogs.com/Various-Folklore-Musicale-Italiano-Vol-2-Registrazioni-Originali-di-Alan-Lomax-E-Diego-Carpitella-/release/5640532
Immagine tratta, con la successiva, da https://www.discogs.com/Various-Folklore-Musicale-Italiano-Vol-2-Registrazioni-Originali-di-Alan-Lomax-E-Diego-Carpitella-/release/5640532

La rete può offrire in molti casi tutto. Così, nel nostro, mi ha dato la possibilità di riprodurre non solo la copertina e lo stesso lp, ma di ascoltare anche la registrazione del canto che ci interessa (https://www.youtube.com/watch?v=b4T3hCKZWsQ), che chiunque può ascoltare al link indicato a partire da 3’42” a 4’15”).

Ai più pigri per ascoltare lo spezzone  basterà avviare il sottostante registratore (attivare, o … farsi attivare prima gli altoparlanti e la regolazione del volume).

 

 

Riporto ora  il testo e il relativo commento così come compare in https://blogufficialeantoniobasile.com/2007/03/08/the-carpino-style-a-palazzo-cini-venezia-31-marzo-2007-ore-17-30/

Al di là di alcuni evidenti difetti di trascrizione (non si capisce, neppure graficamente, dove alcune battute hanno fine, nello stesso titolo sarebbe stato più corretto scrivere ‘U tomu e non U tomu), di veri e propri errori (sta’ nunzi del primo verso contro il, si presume un po’ più fedele stando all’ascolto, sta’ nanzi del terzo, contro il corretto sta ‘nanzi), è molto interessante il tomu del terzo verso, fratello del +toma, penultimo passaggio della trafila precedente.Mentre, infatti, quello derivava dal greco τομ (femminile) attraverso il latino tome (femminile), tomu deriva dal greco τμος (leggi tomos), maschile, che significa fettapezzorotolo di papiro, attraverso il latino tomus, anch’esso maschileche significa parte di papiro, parte di un’opera. Entrambi (tomma e tomu) figli del verbo τμνω citato un bel po’ di periodi fa. Il canto di Locorotondo, forse, ci consente di specializzare il significato del tomma tricasino, nel quale probabilmente è da identificare non tanto il campo di messi o la stessa messe ma il covone. Rimane di difficile decifrazione l’ultimo verso in cui il nesso tomma tomma è di genere femminile (come mostra il na=una che l’accompagna)e subito dopo tomma è maschile (come mostra amato). Sembra proprio un gioco di parole in cui è difficile districarsi, tanto più che tomma tomma ricorda la locuzione di Ostuni a ttomma a ttomma usata per definire un carro molto carico.

Io trascriverei così:

– ‘Stu campe ce sta ‘nanzi cu ppasse ‘rieta –

– Hoi tomu cu ppasse ‘rieta –

– ‘Stu campe ce sta ‘nanzi cu ppasse ‘rieta –

 – ‘Stu campe ce sta ‘nanzi tome belle cu ppasse ‘rieta –

– E brave e a ci l’ha ssiminate cu sse lu mieta –

– E commu na tomma tomma ….a tomma –

Il lettore avrà notato la penultima parola (….a), la cui terminazione contrasta (la a finale si sente molto chiaramente) con l’amato della trascrizione precedentemente riportata e che sembra gettato lì artificiosamente  solo per giustificare l’interpretazione basata sulla similitudine covone/spasimante.
Probabilmente quest’amato è stato tratto da un testo a stampa, e precisamente dalla trascrizione (per giunta parziale) che compare in Maria Brandon Albini, Mezzogiorno vivo: popolo e cultura nell’Italia del sud, Ercoli, Milano, 1965, p. 322.

Ammesso per assurdo che qualche lettore alla fine della sua lettura mi faccia i complimenti, sappia che il suo commento  mi sarà infinitamente più gradito se conterrà critiche motivate o integrazioni  o, per me sarebbe il massimo, la sua trascrizione del canto, soprattutto nella parte finale dell’ultimo verso.

Ciò che mi appare incontrovertibile è una sorta di contaminazione esterna dopo quella all’interno dello stesso canto a suo tempo ipotizzata e ciò che fa più rabbia è che il trascorrere inesorabile del tempo ha già reso impossibili  ulteriori raffronti, perché questo tipo di dati folkloristici, a differenza di quelli archeologici e della tradizione manoscritta, è estremamente volatile e la mancata registrazione, sia pure solo scritta, rende infruttuoso qualsiasi tentativo di “scavo” o di, sempre proabilmente esatta,  ricostruzione dell’originale mediante collazione.

Siccome già qualcuno starà sospettando che prima di iniziare a scrivere mi sia scolato mezza bottiglia di Artieri, voglio andare fino in fondo (col post, subito dopo con la bottiglia …), anche perché, si sa, in vino veritas e, vi assicuro, in campo etimologico è più facile che l’azzecchi un sedicente filologo mezzo ubriaco che un professorone totalmente sobrio …

Nell’etichetta al di sotto di Antieri si legge Susumaniello. Non ho vergogna a confessare che non conoscevo questa parola, che designa, l’ho appreso dalla rete, un vitigno salentino, tipico del Brindisino.

Immagine tratta da http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=229
Immagine tratta da http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=229

 

Sempre dalla rete acquisisco e con beneficio d’inventario trasmetto i numerosi sinonimi: CozzomanielloCuccipanielloGrismanielloMondonicoPuledroSomarello NeroSusomanielloSusomariello NeroSussumarielloSusumariello NeroUva NeraZingarelloZingarielloZuzomaniello. La forma più vicina al nostro Susumaniello appare  Susomaniello; tuttavia va detto che la forma più antica da me conosciuta attestata in un’opera a stampa è Sommariello, precisamente in Scipione da Vincenzo Staffa, Il presente, e l’avvenire della provincia di Capitanata, Stamperia Vico San Girolamo, Napoli, 1860, p. 186.

Per susomariello, invece,riproduco la scheda da Joseph de Rovasenda, Essai d’une ampélographie universelle, Delahaye e Lecrosnier, Parigi, 1881,  p. 200, aggiungendo la mia traduzione e le note necessarie.

Susomariello nero o Cozzomariello. PUGLIE. Io credo che sia lo stesso che Sommariello. Bic.3 CERL.4 Mi pare che la sua foglia si avvicini a quella della Calabresa bianca. Questo vitigno è chiamato pure con il nome di Colore; è quello che si coltiva soprattutto nel distretto di Bari).

Si direbbe che si sia tenuto conto della forma più antica (sommariello) nel formulare l’unica ipotesi, ricorrente anche in rete, secondo la quale il nostro vitigno avrebbe questo nome perché si carica di grappoli come un somaro. Non ho motivo per mettere in dubbio questa sua caratteristica, cosa che, d’altra parte, chiunque lo coltivi può confermare o meno. Ammesso che sia così, susumaniello sarebbe una deformazione, debbo dire piuttosto strana, di sommariello, che potrebbe trovare giustificazione parziale  nel fatto che il sumarru (somaro) brindisino a Nardò è ciùcciu (ciuco).

Termina qui il mio  tentativo di celebrare questo connubio tra la memoria del passato e il doveroso riconoscimento ad una realtà imprenditoriale che, senza se e senza ma (è il mercato, quello degli intenditori, il miglior giudice), fa onore, una volta tanto, alla nostra terra. E poco importa che nessun post, probabilmente, sarà dedicato all’ultimo nato che trae il nome proprio dalla contrada in cui vivo: Masserei.

Sarà , infatti, da una quarantina d’anni  che tento di approfondire l’etimo di questo toponimo, ma, partendo dalla forma dialettale originaria, Massarei, più in là di massaria (corrispondente all’italiano masseria) e di massaro fino ad ora non sono riuscito ad andare, a parte il sospetto che, come probabilmente per Pantalei, Cursari, Cafari ed altri toponimi del feudo di Nardò di numero plurale, sia un prediale di epoca recente (non romana), cioé legato ad un proprietario Massareo.

Mi sono appena accorto che qualcuno si è fottuto, intendevo dire scolato, quel che di Antieri era rimasto nella bottiglia stappata per propiziare ed ispirare questo post. Non mi resta che aprirne una di Masserei; e se dopo la degustazione qualcosa di illuminante dovesse balenarmi in mente anche su questo nome, a breve vi farò sapere. Prosit!

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1 Al Raeli si rifà, senza aggiungere granché, Irene Maria Malecore in La poesia popolare nel Salento, Pampolini, Catania, 1940.

2 In Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane, volumi 15-16, s. n., Napoli, 1940, a p. 120 viene riportato l’etimo del Raeli (da τμενος) preceduto da un forse e la voce in questione è scritta con l’iniziale maiuscola (Tomma) come se fosse un nome proprio, anche se l’intero verso è volto in prosa con oh che bel campo o bella messe.
3 Abbreviazione di Bicocca, così definita nella stessa opera:

(Bicocca. Località situata a Verzuolo, distretto di Saluzzo, dove si trova la collezione di vigne dell’autore. Le uve di questa collezione e di molte altre saranno descritte ulteriormente, in gran parte, nel corso dell’opera e classificate.)

4 Abbreviazione di Cerletti, così definito nella stessa opera.

(CERL. Cerletti, direttore della Scuola di viticoltura d enologia  di Conegliano Veneto.)

Lutrinu e lustrinu: Nardò chiama, Napoli risponde; si spera … (1/2)

di Armando Polito

 

foto di Massimo Vaglio
foto di Massimo Vaglio

 

Se qualcuno mi avesse chiesto di dare un sottotitolo, avrei senz’altro proposto: La scientificità dei salentini e la scientificità/fantasia dei napoletani. Subito dopo, però, avrei aggiunto di non prenderlo/prendermi alla lettera, almeno per quanto riguarda la presunta nostra scientificità, visto che nessuno oserebbe mettere in dubbio la fantasia dei napoletani. Il mio (vivo a Nardò, provincia di Lecce) non è un sintomo di masochismo né un involontario darsi con la zappa sui piedi; è semplicemente il riconoscimento di un indiscusso pregio altrui e di uno nostro probabilmente tutto da dimostrare.

Ad ogni modo, se qualcuno alla fine della lettura volesse prendermi a pesci in faccia, lo faccia con un buon numero di esemplari della specie riprodotta nell’immagine di testa e della quale mi affretto a fornire la scheda con i dati essenziali.

 

Nome scientifico: Pagellus erythrinus L. 1758

Famiglia: Sparidae

Genere: pagellus

Nome comune: Pagello fragolino

Nome in dialetto salentino: lutrinu

 

Passerò ora in rassegna le singole voci delle cinque sezioni della scheda.

1)  Nome scientifico: Pagellus erythrinus L. 1758

Parecchie voci del latino scientifico sono di formazione moderna. Così, chi andasse a cercare pagellus su qualsiasi vocabolario di latino, resterebbe deluso. Troverebbe come lemma più vicino pagella=foglio, che, insieme con pagina (da cui la voce italiana) è da pàngere=conficcare. Per comprendere il rapporto tra il verbo ed i due sostantivi bisogna sapere che Plinio (I secolo d. C.) ci attesta che i romani chiamavano pagina il pergolato di viti, la cui forma per lo più rettangolare evocava la colonna di scrittura. Se è evidente che questa metafora, come tutte, è un omaggio alla fantasia, altrettanto lo è che tra il nostro pagellus (il pesce) e il pagella del vocabolario non c’è alcun rapporto, anche scatenandoci con i voli più arditi  e volendo, magari, ipotizzare pagellus come il maschio della pagina o come diminutivo di pagus=villaggio …

L’attestazione più antica da me conosciuta di pagellus è in un documento del 1488  (in M. Ménard, Histoire civile, ecclésiastique et litteraire de la ville de Nismes, Chaubert-Herissant, Parigi, 1753, p. 47 della parte documentaria).

(E in primo luogo i consiglieri di detto signore pagarono a ciascun pescivendolo chiamato la Borni per 84 libbre di pesci, tanto pagelli, orate, muggini, in ragione …)

Pagellus, sì è  detto, non può essere, per motivi semantici,  diminutivo di pagus, eppure quel suo suffisso -ellus è chiaramente diminutivo, come avviene in anellus (da cui l’italiano anello)=anellino, diminutivo di anus (ca cui l’italiano ano)=cerchio, anello, ano. Ma se non è pagus il termine primitivo, quale sarà? Esso è pager1, variante di pagrus, a sua volta di phagrus, che è trascrizione del greco φἁγρος (leggi fagros) designante un pesce vorace, come denota il suo stesso nome, che è connesso con il verbo φαγέω (leggi faghèo)=mangiare, divorare ed è anche il nome della cote che, come si sa, è la pietra per affilare.

A chi dovesse obiettare che il tema di ager, essendo il suo genitivo agri, è agr– e, quindi, il diminutivo dovrebbe essere pagrellus, faccio solo l’esempio di sacellum=recinto sacro, diminutivo di sacrum (neutro di sacer=sacro), il cui genitivo è sacri e.dunque, con un tema sacr-. ci saremmo atteso un sacrellum.

Erythrinus è trascrizione del greco έρυθρῖνος (leggi eriutrìnos) designante un pesce di problematica identificazione ma dal caratteristico colore rosso, dal momento che la voce deriva da ἐρυθρός=rosso. Nel latino classico la forma è erythinus2, trascrizione del greco έρυθῖνος  (leggi eriuthinos) variante del ricordato έρυθρῖνος.

L. è abbreviazione di Linnaeus, latinizzazione del cognome di Carl von Linné, il naturalista svedese padre della moderna classificazione degli organismi viventi tramite la nomenclatura binomiale.

1758 è la data della decima a edizione del Systema Naturae  (la prima, per i tipi di De Groot era uscita ad Amsterdam nel 1735) pubblicata per i tipi di Salvio a Stoccolma, nella quale il nome venne registrato per la prima volta.

 

2) Famiglia: Sparidae

 La voce è da sparus=sparo, trascrizione del greco ςπάρος (leggi sparos). Nessun allarme, lo sparo è un pesce e il dialetto salentino ne usa il diminutivo (spariòlu) per designare il Diplodus  anularis.3  Da notare come alla radice di sparus (spar-) è stato aggiunto il suffisso patronimico (-idae) di origine greca, che calza perfettamente visto che la voce designa la famiglia. Debbo rendere partecipe il lettore di un’amara considerazione fornendo un dato di agevolissimo controllo: mentre su qualsiasi dizionario troverà registrato uno sparo (colpo di arma da fuoco) ben distinto da sparo (nome del pesce), se in Google digita sparo per trovare il pesce dovrà selezionare alla fine della pagina l’opzione sparo pesce in ricerche correlate a sparo; se inizialmente anziché selezionare tutti opta per immagini, potrà pure consumare il tasto sinistro e la rotella del mouse per avanzare nella visione ma non incontrerà ombra di pesce. Se, invece, digita sparus e poi seleziona sempre immagini il suo monitor questa volta diventerà una sorta di acquario densamente popolato. Doppia prova digitale non solo della consacrazione della nostra aggressività (che moralmente si colloca infinitamente più in basso rispetto a quella delle cosiddette bestie, che la utilizzano solo per difendersi o sfamarsi e non si servono di strumenti diversi da quelli forniti loro da madre Natura) ma pure della nostra ignoranza (nella fattispecie del latino) … che finisce per coinvolgere (e non poteva essere altrimenti) anche il motore di ricerca che, evidentemente, ignora lo sparo (il pesce) come immagine. La colpa, naturalmente, non è del motore di ricerca ma di chi ne ha progettato l’algoritmo. Tutto questo non succede digitando (tanto con l’opzione tutti che con immaginisparaglione, altro nome del nostro pesce, pur essendo chiarissimamente “sparaglione” derivato da sparo, accrescitivo cui si giunge attraverso un deaggettivale *sparalio.

 

3) Genere: pagellus

Per pagellus vai al n. 1.

 

4)  Nome comune: Pagello fragolino

Per pagello vai al n. 1. Fragolino è chiaramente diminutivo da fragola, con riferimento, anche qui, al suo colore. Fragola è voce latina medioevale. diminutivo di fraga, femminile singolare derivato dal cambiamento di genere e numero del classico fraga, neutro plurale. Il lettore non si lasci ingannare da una certa somiglianza fonetica che c’è tra fagra e il φἁγρος (leggi fagros) ricordato al n. 1, perché tra loro non c’è alcun rapporto.

 

5) Nome in dialetto salentino: lutrinu

La voce è da erytrinu(m), accusativo dell’erythrinus del n. 1 del n. 1, attraverso la seguente trafila: erythrinu(m)>rythrinu(m), per aferesi>lytrinu (passaggio r->l-)>lutrinu.     

Se dovessimo italianizzare lutrinu, verrebbe fuori lutrino e il bello è che a parola esiste in italiano, ma non indica il pesce. Ecco  risultati che si ottengono digitando in Google lutrino.

1) http://www.dizionario-italiano.it/dizionario-italiano.php?parola=lutrino

Ogni mammifero della sottofamiglia dei Lutrini. Ne fa parte la lontra europea (Lutra lutra, L. 1758)

Aggiungo che per il latino medioevale il glossario del Du Cange registra il lemma Lutrinus rinviando a Luter2  (varianti ne sono lutra, da cui l’italiano lontra, lutria e lutrius. Per brevità riproduco solo la parte iniziale che contiene la definizione, ponendo a fronte  la mia traduzione e qualche nota.

2) http://dizionari.repubblica.it/italiano.php?stato=nt

Spiacenti, la ricerca non ha prodotto nessun risultato

 

3) http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/LUTRINO/

La tua ricerca per lutrino non ha prodotto risultati in nessun documento

 

4) http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/ (edizione on line del Sabatini-Coletti)

Parola non trovata

 

5) http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx (dal Gabrielli)

La parola che hai cercato ha 1 significato. Lutreola [lu-trè-o-la] s.f.

ZOOL Piccolo mammifero dei Mustelidi (Musteola lutreola), carnivoro, abile nuotatore, dalla pelliccia bruno-scura sul dorso e bruno-grigia sul ventre, che vive nelle regioni ricche d’acqua dell’Europa nord-orientale e dell’Asia settentrionale. SIN. visone europeo. 

Evidente che la risposta data è similare a 1 e conforme anche al lutèola registrato nel De Mauro (in cui lutrino è assente) con la definizione di piccolo mammifero (Mustela lutreola) diffuso nelle zone ricche d’acqua dell’Europa centrosettentrionale e dell’Asia settentrionale, particolarmente ricercato per la sua pellicia morbida e setosa di colore bruno scuro.

 

6) http://www.sapere.it/sapere/dizionari.html (Dal De Agostini)

Hai trovato 0 risultati per “lutrino”

 

7) https://dizionario.internazionale.it/cerca/lutrino

Non ho trovato occorrenze per lutrino. Lo stesso registra luteola ma con questa definizione: 1499; dal lat. lutĕŏla(m), femm. di luteolus “giallognolo”, der. di lutum “erba guada”.

 

8) http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=lustrino

Nessun risultato per lutrino forse cercavi: lustrino

 

9) http://www.accademiadellacrusca.it/it/search/apachesolr_search/lutrino

Forse cercavi neutrino

 

L’aggiunta etimologica che ho fatto alla definizione n. 1 rende ragione della totale assenza di rapporti tra lutrinu e lutrino, come mostra anche la differenza abissale tra le due specie.

Non così per lutrino, voce dialettale napoletana della quale riproduco il lemma come appare in Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, A spese dell’autore, Napoli, 1873.

E, restando sempre nell’ambito del dialetto, ecco quanto si legge in  Domenico Ludovico De Vincentiis ( Vocabolario del dialetto tarantino in corrispondenza della lingua italiana, Salvatore Latronico & figlio, Taranto, 1873):


A questo punto chiedo l’aiuto di qualche amico napoletano non solo per la conferma del lutrino del D’Ambra ma anche di quanto si legge nel Dizionario De Mauro nell’ultima parte (l’ho evidenziata in rosso) del lemma lustrino, che riproduco integralmente.

Vedo in lustrino, più che una deformazione di lutrino, il frutto di un incrocio, in cui recita il ruolo di protagonista la livrea del nostro pesce.

Se tale conferma dovesse verificarsi, sarebbe ulteriormente confermata pure la fantasia del sottotitolo, mentre la nostra scientificità resterebbe basata sull’erythrinus adottato da Linneo, ma lutrinu potrebbe essere nato prima dell’adozione scientifica dello svedese. E, paradossalmente, sarebbe stata la scienza a ricorrere involontariamente ad una parola che già aveva trovato ospitalità popolare.

P. S. Sarà gradita la comunicazione del nome che lo stesso pesce ha a qualsiasi latitudine (forse sto esagerando …). Volta per volta seguirà l’etimo, se ce l’avrò fatta a individuarlo …

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/06/lutrino-lustrino-nardo-chiama-napoli-risponde-si-spera-22/

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1 Phager in Plinio, Naturalis historia, XXXII, 53  e in Ovidio, Halieutica, 107 ((… rutilus phager  ...=il rosseggiante pagro).

2 Plinio, Naturalis historia, IX, 23 e 77; Ovidio, Halieutica, 104 (… caeruleaque rubens erythinus in unda= e il’eritrino rosseggiante nell’onda cerulea).

3 Oltre al dialettale spariòlu appare ancor più evidentemente diminutivo di sparus lo sparùlus attestato in Ovidio, Halieutica, 106 (et super aurata sparulus cervice refulgens= e il piccolo ssaro che risplende sopra con la sua testa dorata).  

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (3/3)

di Armando Polito

La rappresentazione grafica completa più antica  della favola di Piramo e Tisbe che io conosca è nel foglio 47r di un manoscritto del 1289 custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (Ms. lat. 15158).

A testimonianza della popolarità ininterrotta nel tempo della favola va detto, facendo un balzo indietro di parecchi secoli, che molti affreschi pompeiani (nelle immagini quelli più leggibili, almeno fino ad ora …) ci hanno restituito una sua rappresentazione fedele al racconto ovidiano; il primo e il secondo dalla Casa della Venere in bikini, alias Casa di Massimo (I, 11, 6.7), il terzo dalla Casa di Lucrezio Frontone (V, 4, 11), il quarto dalla Casa di Ottavio Quartione, alias di Loreto Tiburtino (II, 2, 2).

Del mito, però, esiste anche una versione greca, forse più antica ma attestata, non senza dubbi di attribuzione, da un  autore successivo, e di secoli, ad Ovidio, cioè da Nicolao Sofista, V secolo d. C.: Tisbe e Piramo avevano lo stesso reciproco desiderio. Gli innamorati si unirono: la ragazza restata incinta e nel tentativo di nascondere l’accaduto si uccide; il giovane appresolo si abbandona allo stesso destino e gli dei mossi a compassione per l’accaduto trasformarono entrambi in acqua e Piramo divenuto fiume scorre attraverso le terre della Cilicia. Tisbe è divenuta una fonte e in questo fiume getta le sue acque1

 

In una Moneta di Valeriano I (253-260) rinvenuta a Mopso, città della Cilicia (parte meridionale della penisola anatolica): al retto, busto drappeggiato dell’imperatore con testa coronata; legenda: AYT·K·OYAΛΕΡΙΑΟC·CE (da sciogliere in ΑYΓOYCTOC KAICAP CEBACTOC=Augusto Cesare Venerabile).

Al verso: il dio-fiume Piramo adagiato su un ponte a cinque campate all’interno delle quali è composta la legenda ΔΩΡΕΑ=dono; in basso legenda ΠΥΡΑΜΟC=Piramo; in alto legenda AΔΡ ΜΟΠΕΑ  ΤΩΝ (da risolvere in AΔΡOTHC ΜΟΠΕΑΤΩΝ)=forza degli abitanti di Mopso.

 

Nel gruppo di immagini che segue le prime due riproducono due dettagli di un mosaico datato al II-III secolo d. C. rinvenuto nella Casa del Portico a Seleucia, la terza quello di un mosaico datato al III secolo d. C. rinvenuto, sempre a Seleucia, nella Casa di Cilicia. Piramo e Tisbe, rispettivamente nella prima e nella seconda, e Piramo nella terza esibiscono un copricapo costituito da un serto di foglie acquatiche.

Passo ora ad un mosaico datato al III-IV secolo d. C. e rinvenuto nella Casa di Dioniso a Pafo nell’isola di Cipro; esso mostra, secondo me, la fusione fra le due versioni, quella greca e quella romana, del mito.

La postura di Piramo, infatti, è quella tipica del dio fluviale, completata dall’anfora su cui poggia il braccio sinistro e dalla quale si riversa un liquido scuro che si direbbe sangue (vino non direi …), mentre sotto l’ascella, sempre sinistra, spunta una canna palustre, le cui foglie, inoltre, compongono il copricapo già rilevato nei mosaici precedenti. Nella destra stringe una cornucopia da cui sembrano traboccare quelli che si direbbero grappoli di uva più che sorosi di gelso. Appartiene, invece, all’iconografia romana il leopardo che, però, sostituisce la leonessa originale. Manca la drammaticità e, direi, la truculenza dell’iconografia romana ed a questo contribuisce non solo la raffigurazione di Piramo ma anche quella di Tisbe colta nel momento in cui scopre Piramo morente e non in quello in cui ha già dato esito alla sua volontà di farla finita. Del tutto normale, poi, sulle rispettive teste, la scarna didascalia costituita dal nome dei protagonisti (ΘΙCΒΗ e ΠΥΡΑΜΟC).

Ogni mito contiene sempre un fondo di verità e la favola di Piramo e Tisbe con la metamorfosi dell’albero (dettaglio presente solo in Ovidio) confermerebbe l’origine orientale del gelso bianco (Morus alba L.), specie che non compare nella letteratura scientifica greca o latina, ove si parla solo del gelso nero (Morus nigra L.) e del rovo (Rubus fruticosus L.).

Non a caso tutte le essenze appena indicate con il loro nome scientifico, nonché il lampone (Rubus Idaeus L.) hanno in comune il dominio (Eukaryotes), la divisione (Magnoliopsides), l’ordine (Urticales) e la famiglia (Moraceae).

Certamente, però, non si può fugare il dubbio che la metamorfosi ovidiana del gelso sia un’invenzione poetica (i frutti del gelso non hanno da subito la colorazione che assumono quando sono maturi), la quale piacque a tal punto che a distanza di quasi 1500 anni il napoletano Jacopo Sannazaro la rielaborò nell’elegia In morum candidam (Al gelso bianco), in cui la protagonista, la naiade Morinna (nome scelto certamente non a caso …), a Baia viene trasformata in un gelso biancoper sfuggire (solita storia …), rallentata nella sua corsa da una tempesta di grandine e pioggia (alla fine il poeta le amplifica in  nives=nevi), alla libidine di un essere che, secondo me non senza ironia, viene chiamato semideusque caper semicaperque deus (e semidio capro e capro semidio).

Per tornare ad Ovidio: secondo il Keithalla base del racconto ci sarebbe un gioco di parole che coinvolge in una sorta di ammucchiata paronomastica (questa definizione è mia) le voci morus=gelso, mora=indugio, amor=amore, mors=morte. L’osservazione è suggestiva ma credo che tutto sia dovuto al caso perché è difficile immaginare che un versificatore abilissimo come Ovidiosi sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di utilizzare pure l’aggettivo morus/mora/morum=pazzo  nella forma maschile morus (che nulla ha a che fare col morus sostantivo precedente) riferito a Piramo e/o in quella femminile mora (nulla a che fare col precedente sostantivo) riferito a Tisbe. E se per morus/mora/morum mi si può obiettare che la voce è attestata solo in Plauto (III-II secolo a. C.), che probabilmente era di uso popolare e, comunque, obsoleta (e da tempo) a  quasi due secoli di distanza, Ovidio avrebbe potuto utilizzare pure uno dei casi di mos/moris=abitudine, carattere, volontà, capriccio.

Ho già detto che nessun autore greco o latino parla del gelso bianco, ma la produzione della seta dal baco è già nota in Aristotele:  Poi da un grande verme, che ha come corna e differisce dagli altri, c’è dapprima, col cambiamento del verme, un bruco, poi un baco, da questo una crisalide e cambia tutte queste forme in sei mesi. Da questo animale alcune donne sciolgono i bozzoli dipanandoli e poi tessono.5

Ciò fa pensare che anche nel mondo greco i bachi si nutrissero delle foglie sì del gelso, ma di quello nero; e un passo di Piero de’ Crescenzi (1233-1320)  autorizza a supporre che ciò sia continuato per lungo tempo anche in Occidente dopo l’introduzione del baco da seta: Grande danno inoltre subisce il gelso fino ad ostacolare la crescita sua e dei suoi frutti tanto da renderli del tutto inutilizzabili se vengono spogliati delle loro foglie e soprattutto se non sono lasciate quelle che in essi si trovano alla sommità dei rametti o, ancora peggio, se le stesse cime vengono raccolte con le foglie, come spesso inopportunamente fanno esagerando le donne, quando le raccolgono come cibo dei vermi poiché esse sono ottimo cibo per loro. Sono raccolte non appena i vermi sono nati fino a che non smettono di mangiare e cominciano a compiere la loro opera. Il frutto poi mostra la maturazione con la nerezza e con la tenerezza.6

Come siano andate effettivamente le cose e come finiranno i gelsi dell’Incoronata, la stessa chiesa e l’immondo scheletro di calcestruzzo che oscenamente fa loro compagnia nessuno può dirlo. Mi illudo solo che chiunque si sia imbattuto in queste righe, passandoci vicino, dedichi alla riflessione qualche secondo in più rispetto al tempo che la frenetica e superficiale vita di oggi usualmente ci concede.  Non sono un credente, almeno nel senso corrente del termine, ma mi piace, comunque, immaginare che un salentino, Roberto Malerba, l’uomo che sussurrava ai gelsi, scomparso poco più di due anni fa e forse troppo presto dimenticato, in barba al mito, alla scienza, alla storia, alla tecnologia, ai giochi di parola consapevoli o meno e ai limiti di ognuno di noi, ora lo sa e, magari, difenderà, insieme con gli altri, i gelsi dell’Incoronata e le innumerevoli nostre bellezze, almeno quelle superstiti, più di quanto non abbia già fatto, egregiamente, durante la sua troppo breve avventura terrena.

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/17/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi/

 

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Progymnasmata, II, 9, in Rhetores Graeci, a cura di Cristiano Walz,  v. I, F. Didot, Parigi, 1832, pag. 271: Θίσβη καὶ Πὑραμος τὴν ἴσον πρὸς ἀλλήλους ἐκέκτηντο πόθον. Ἐρῶντες δὲ ἐπλησίαζον· κύουσα δὲ ἡ παῖς καὶ τὸ γεγονὸς πειρωμένη λαθεῖν ἀναιρεῖ μὲν ἑαυτὴν, μαθῶν δὲ ὁ νέος παραπλησίαν ὑφίσταται τύχην, καὶ θεοὶ τὸ συμβὰν ἐλεήσαντες εἰς ὕδωρ.  Ἄμφω μετέστησαν, καὶ ποταμὸς μὲν γεγονὼς ὁ Πὑραμος διαῤῥέει τοὺς Κίλικαϛ, πηγὴ δὲ ἡ Θίσβη, καὶ παρὰ τοῦτον ποιεῖται τὰς ἐκβολάς.

Due ricordi più sintetici della metamorfosi idrica di Piramo e Tisbe ma anteriori rispetto a Nicolao,  sono  in Imerio di Bitinia  (IV secolo d. C.): Orationes, I, 11: Εἰ ἔδει καὶ ποταμῶν ἔργα συνάπτειν τῷ γάμῳ, ὕμνετο ἄν ἐκ τούτων ὁ γάμος. Ποταμῷ μὲν τῷ γείτονι προξενεῖ Θίσβην τὴν γείτονα, ἥν καὶ ἐκ κόρης εἰς ὕδωρ ἀμείβει, καὶ τηρεῖ μέχρι ναμάτων τὸν ἔρωτα, εἰς ταυτὸν ἄγων τῆς τε ἐρωμένης καὶ τοῦ νυμφίου τὰ ῥεύματα (Se fosse necessario applicare le vicende dei fiumi alle nozze, anche le nozze potrebbero essere da loro celebrate. Ciò avvicina al vicino fiume la vicina Tisbe che pure lei da fanciulla diventa acqua e custodisce l’amore fino alle sorgenti congiungendo in una stessa cosa il corso e dell’innamorata e dello sposo); ancora nello Pseudo Clemente (IV secolo), Recognitiones, X. 26, del testo originale in greco rimangono solo pochi frammenti e la traduzione fatta nel secolo successivo da Rufino di Aquileia:…Thysbem apud Ciliciam in fontem et Pyramum inibi in fluvium resolutos … ( … mutati Tisbe in Cilicia in fonte e nello stesso posto Piramo in fiume …); infine, in Nonno di Panopoli (V secolo d. C.), Dionisiache, XII, 84-85: Θίσβη δ’ὑγρὸν ὕδωρ καὶ Πὑραμος, ἥλικες ἄμφω,/ἀλλήλους ποθέοντες … (Tisbe acqua fresca al pari di Piramo,  ambedue giovani reciprocamente innamorati …). Per completezza cito le altre fonti: Lattanzio Palcido (IV secolo), Narrationes fabularum Ovidianarum, IV, 3: Pyramus et Thisbe urbis Babyloniae, quam Semiramis regina muro cinxerat, et aetate et forma pares, cum in propinquo habitarent, rima parietis et conloquii et amoris initia inter se pignerati sunt. Constituerunt itaque, ut a matutino ad monumentum Nini regis sub arborem morum convenirent ad amorem. Et cum celerius sub lucem Thisbe, nacta occasionem, ad destinatum locum venisset, conspectu leaenae exterrita abiecto amictu in silvam refugit. At fera a recenti praeda cum ad fontem vicinum tumulo sitiens decurreret, relictam vestem cruento ore laceravit. Post cuius discessum Pyramus cum eundem venisset locum et amictum sanguine adspersum invenisset, existimans a fera consumptam, ferro se sub arbore interfecit. Deinde Thisbe deposito metu, cum eundem fuisset reversa locum et conperisset, se causam mortis adolescentis exstitisse, itaque, ne diutius dolori superesset, eodem ferro se traiecit. Quorum cruore morus arbor adspersa, quia foedissimi spectaculi fuerat inspectrix, poma, quae gerebat alba, in conscium vertit colorem (Piramo e Tisbe della città di Babilonia, che la regina Semiramide aveva cinto di un muro, pari di età e bellezza, abitando vicini, si assicurarono lo sviluppo iniziale del loro amore e dello scambio delle loro parole  parole grazie ad una fessura  della parete. E così stabilirono un incontro d’amore di primo mattino presso la tomba del re Nino sotto un albero di gelso. E Tisbe, sfruttando l’opportunità, essendo arrivata prima sul far dell’alba al luogo stabilito, atterrita alla vista di una leonessa, lasciato cadere il velo, si rifugiò nel bosco. Ma la belva in preda alla sete, correndo dalla preda appena incontrata verso una fonte vicina alla tomba lacerò con la bocca insanguinata il velo abbandonato. Piramo, essendo giunto nel medesimo luogo ed aver trovato il velo insanguinato, credendo che la ragazza fosse stata divorata dalla belva, si uccise con la spada sotto l’albero. Poco dopo Tisbe, deposta la paura, essendo ritornata sul medesimo posto ed avendo scoperto di essere stata la causa della morte del giovane, così, per non sopravvivere troppo a lungo al dolore, si trafisse con la stessa spada. L’albero di gelso cosparso del loro sangue, poiché era stato spettatore dell’orrenda scena, mutò i frutti, che portava bianchi, in un colore che ricordasse la disgrazia).

2 Ecco il momento culminante nei versi 55-60: Fitque arbor subito. Morum dixere priores/et de Morinna nil nisi nomen habet:/pes in radice, in frondes ivere capilli,/ et quae nunc cortex caerula vestis erat./Brachia sunt rami, sed quae nitidissima poma,/quas male vitasti, Nimpha, fuere nives. (E all’istante diventa albero. Gelso lo chiamarono gli antichi e di Corinna nulla ha se non  il nome: il piede divenne radice, i capelli si trasformarono in fronde e quella che ora è corteccia era una veste azzurra. Le braccia sono rami ma, o ninfa, furono le nevi che  non riuscisti a superare quei bianchissimi frutti).

3 A. M. Keith, Etymological Wordplay in Ovid’s ‘Pyramus and Thisbe, in The classical Quarterly, LI, n. 1, 2001, pp. 309-312.

4 Di se stesso così dice senza falsa modestia (Tristia, IV, 10, 26): Et quod temptabam dicere versus erat (E ciò che tentavo di dire era verso).

De historia animalium, V, 19, 551:  Ἐκ δέ τινος σκώληκος μεγάλου, ὅς ἔχει οἷον κέρατα καὶ διαφέρει τῶν ἄλλων, γίνεται πρῶτον μὲν μεταβαλόντος τοῦ σκώληκος κάμπη, ἔπειτα βομβύλιος, ἐκ δὲ τούτου νεκύδαλος· ἐν ἕξ δὲ μησὶ μεταβάλλει ταύτας τὰς μορφὰς πάσας. Ἐκ δὲ τούτου τοῦ ζῴου καὶ τὰ βομβύκια ἀναλύουσι τῶν γυναικῶν τινὲς ἀναπηνιζόμεναι, κἄπειτα ὑφαίνουσιν.

6 Dell’agricoltura, V, 14; cito dall’edizione De omnibus agriculturae partibus et de plantarum et animalium generibus, 1548,  s, n., s. l., pag. 151: Accidit praeterea nocumentum magnum moro, ut eius impediatur augmentum et fructibus eius, ut omnino inutiles fiant, si suis foliis spolientur et maxime si non fuerint quae in summitatibus sunt ramusculorum in eis relicta, vel, quod peius est, si sint ipsae summitates cum frondibus collectae, ut saepe importunae nimium faciunt mulieres cum eas proptere escas vermium colligunt, quae vermibus sunt optimus cibus. Colliguntur statim cum vermes nati fuerint usque quo a cibo desistunt et incipiunt opus facere. Fructus autem cum sua nigredine et teneritudine maturitatem fatetur.

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (2/3)

di Armando Polito

Due tavole distinte, invece, illustrano il tema in un’edizione uscita per i tipi di Giovanni di Tornes a Lione nel 1559.


Le due tavole che seguono sono dell’incisore tedesco Virgil Solis (1514-1562), a corredo di un’edizione delle Metamorfosi a cura di Johannes Posth (1537-1597) uscita per i tipi di Corvino, Feyrabent ed eredi Galli a Francoforte nel 1563. Sono le stesse tavole dell’edizione di Lione del 1559 con un’inversione speculare.

Le due successive, dell’incisore italiano Antonio Tempesta (1555-1630), sono a corredo di un’edizione dell’opera ovidiana pubblicata a spese di Pietro de Iode ad Anversa nel 1606

Nella tavola che segue, a corredo di un’edizione uscita per i tipi di Le Mire e Basan a Parigi nel 1770, la presenza di altri personaggi mitologici è ridimensionata dal primo piano riservato ai nostri due giovani.

Se la presenza di una rappresentazione grafica della favola appare scontata in un’edizione delle Metamorfosi, una prova della sua popolarità è data dal fatto che essa compare pure nel frontespizio di volumi (di seguito un esempio del 1537) il cui argomento nulla ha a che fare col poeta latino e con la stessa favola.

La celebrazione di questa  tragica storia d’amore  non poteva certo mancare in un genere letterario che ebbe enorme diffusione nei secoli XVI-XVII, la cui produzione è costituita sostanzialmente da una serie di schede ognuna delle quali con un testo e la relativa immagine tratta un argomento di natura morale.  Di seguito quella presente nel Thronus cupidinis, di anonimo, uscito nella terza edizione per i tipi di Guglielmo Giansonio ad Amsterdam nel 1620.

Innumerevoli le stampe sciolte. Qualche esempio, a cominciare da un’incisione del 1505 di Marcantonio Raimondi, custodita nella Biblioteca nazionale di Francia.

È la volta di un’incisione di Lucas van Leyden del 1514 che integra con il suicidio di Tisbe la già vista rappresentazione sintetica di Georges Wickram.

Di seguito una xilografia del 1528 di Heinrich Aldegrever (Monaco, Staatliche Graphische Sammlung) e due dipinti di Gregorio Pagani (1558-1605) custoditi, rispettivamente, a Firenze nella Galleria degli Uffizi e a Bibbiena nel Palazzo comunale.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/19/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-33/  

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (1/3)

di Armando Polito

Quando ci lascia una persona cara è quasi d’obbligo l’uso dell’espressione che nel titolo si legge dopo i due punti. In fondo, forse, è anche un modo per esorcizzare l’idea della morte affidando al ricordo i tratti, anche somatici, più belli del defunto. Per i più sensibili questo vale anche se la perdita coinvolge un animale o un vegetale. Per questo, pur non ritenendomi particolarmente sensibile, la morte avvenuta qualche giorno fa dei secolari alberi di gelso dell’Incoronata di Nardò a causa di un incendio, mi ha profondamente turbato. A memoria di una bellezza (quanto più è antica più dovrebbe essere degna di attenzione, cura e buoni sentimenti, ma, purtroppo, non è così …) irrimediabilmente perduta propongo, senza l’aggiunta di foto dello sfacelo,  Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’incoronata a Nardò apparso poco meno di un anno fa (agosto 2016) sui nn. 4-5, ppg. 145.165, de Il delfino e la mezzaluna, la rivista, per chi non lo sapesse, della fondazione. Con ulteriore amarezza debbo far notare che nulla ha potuto da lassù nemmeno Roberto Malerba (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/24/roberto-malerba-luomo-che-sussurrava-alle-piante-e-amava-i-gelsi/), che io, da credente nella Natura, avevo invocato, alla fine del lavoro, come nume tutelare anche dei nostri gelsi.

Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:

tra Beatrice e te è questo muro”.            

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che ‘l gelso diventò vermiglio.

(Dante, Purgatorio, XXVII, 34-39)

 

I toponimi sono per lo più legati ad una caratteristica fisica del territorio o al nome di uno dei possessori o a un dettaglio importante, che può essere un albero o un monumento. Non si sottrae a questa legge Nardò e ne fornisco un esempio per ogni caso: Li Patuli (Le Paludi, zona soggetta ad alluvioni), Li Cafari (masseria e terre della famiglia Cafaro), Lu Pepe (zona oggi integrata completamente nell’abitato ma in passato appena al di fuori delle antiche mura, caratterizzata dalla presenza di un esemplare gigantesco di albero di pepe; per le marine ricorderò Lu Frascone, quasi certamente da un gigantesco cespuglio di frasca), L’Incoronata (dalla presenza dell’omonima chiesa).

Voglio soffermarmi su quest’ultimo toponimo per dire che, se non fosse stata portata a compimento proprio nell’ultimo anno del XVI secolo la costruzione della chiesa dedicata a Santa Maria Coronata, forse questa zona oggi periferica dell’abitato di Nardò avrebbe avuto lo stesso destino del Pepe o del Frascone, si sarebbe chiamata, cioè, Li Zezzi (I gelsi), per la presenza di numerosi, maestosi alberi di gelso che, dislocati ai margini di quello che prima era un tratturo e ora una strada asfaltata, hanno deliziato con i loro frutti intere generazioni di fruitori abusivi (violazione di proprietà privata …) di ogni età.

Mi auguro che il loro verde e la loro spettacolare bellezza allietino le generazioni che verranno e non subiscano lo stesso destino della chiesa, in perenne restauro, e dell’obbrobrio costituito dallo scheletro dell’edificio che era destinato ad essere la nuova sede del Municipio e che, invece, rimane una delle tante opere incompiute senza colpevole, di cui la penisola è cosparsa.

In attesa di tempi migliori, anche esteticamente, rispetto a quelli testimoniati nella foto che, come le due precedenti, è di Corrado Notario e Caterina Polito, consoliamoci facendo un tuffo in un passato già in parte evocato dai versi danteschi citati all’inizio.

La mitologia ci ha tramandato innumerevoli storie di sesso   e d’amore in cui la metamorfosi in essenza vegetale costituisce il momento culminante; esso può essere liberatorio, come nel caso di Dafne trasformata in alloro per sfuggire alla libidine di Apollo o consolatorio come nel caso di Calamo e Carpo, rinati, rispettivamente, come canna palustre e come frutto di varie specie dopo che il primo aveva chiesto a Giove di farlo morire perché non in grado di sopportare il dolore derivante dalla morte del secondo per annegamento.

Il repertorio più organico di queste trasformazioni che simboleggiano, al pari della metempsicosi e parzialmente della concezione cristiana dell’al di là, un modo per esorcizzare l’idea della morte intesa non come passaggio ma come momento inesorabilmente definitivo di annullamento, trova la sua celebrazione poetica nelle Metamorfosi di Ovidio (43 a. C.-18 d. C.).

I versi 55-166 del quarto libro contengono la storia di Piramo e Tisbe, che mi piace riportare integralmente nella mia traduzione. La metamorfosi qui assume connotati non usuali, perché coinvolge una specie vegetale e potrebbe far pensare ad una sorta di passaggio da una varietà all’altra di un albero già esistente.

Piramo e Tisbe, uno il più bello dei giovani, l’altra preferita alle fanciulle che l’Oriente ebbe abitarono case vicine, dove si dice che Semiramide avesse cinto l’alta città con mura di mattoni cotti. La vicinanza rese possibile la conoscenza e i primi approcci: col tempo crebbe l’amore. E si sarebbero uniti in matrimonio, ma i loro padri lo vietarono. Ciò che non poterono impedire, ambedue ardevano nell’animo di eguale amore reciproco. Nessuno lo sa: parlano a cenni e segni, e il fuoco più viene nascosto, più, nascosto, divampa. Era solcato da una sottile fessura formatasi da tempo il muro in comune tra le due abitazioni. Quel difetto da nessuno notato per secoli (cosa non vede l’amore?) voi innamorati lo vedeste per primi e faceste strada alle vostre voci; e sicure attraverso esso solevano passare le vostre dolcezze con minimo mormorio. Spesso, dove si erano soffermati Tisbe di qua, Piramo di là, e a vicenda era stato captato l’anelito della loro bocca, dicevano: – O muro invidioso, perché ostacoli gli innamorati? Cosa ti costerebbe lasciarci unire con tutto il corpo o, se questo è troppo, aprirti per poterci scambiare un bacio? Né siamo ingrati: riconosciamo di esserti debitori, ché alle parole è stato dato di giungere alle orecchie amiche -. Pronunciate invano queste parole in un posto diverso, sul far della notte si salutarono e diedero ognuno alla parte sua di muro baci destinati a non incontrarsi. L’aurora seguente aveva rimosso i fuochi notturni e il sole con i raggi aveva asciugato le erbe coperte di brina: si trovarono al solito posto. Allora con un piccolo mormorio lamentatisi a lungo stabiliscono che nella notte silenziosa inganneranno i custodi e tenteranno di varcare la porta e, usciti da casa, di allontanarsi dalla città e, per non perdersi vagando nell’aperta campagna, di trovarsi presso la tomba di Nino e di nascondersi all’ombra di un albero. C’era lì un albero, di candidi frutti ricchissimo un alto gelso, vicino ad una fresca sorgente. Sono d’accordo. E la luce, che pareva andarsene troppo lenta, scende sulle acque e da esse la notte va via. Nelle tenebre l’astuta Tisbe, aperta la porta, esce fuori, inganna i suoi ed a volto coperto giunge al sepolcro e siede sotto l’albero convenuto. La rendeva coraggiosa l’amore. Ecco, viene da una recente strage di buoi  una leonessa con le fauci ancora spumeggianti per placare la sete nell’acqua della vicina sorgente. Sotto i raggi della luna da lontano la babilonese Tisbe la vede e con passo timoroso fugge verso un oscuro antro e mentre fugge lascia per terra il velo scivolatole dalle spalle. Quando la feroce leonessa placò la sete con molta acqua, tornando nelle selve dilaniò con la bocca sporca di sangue il leggero tessuto che aveva trovato per caso senza la ragazza. Uscito più tardi, Piramo scorse nell’alta polvere le orme inconfondibili della fiera e sbiancò in volto. Quando poi trovò pure la veste macchiata di sangue, disse: – Una sola notte condannerà a morte due innamorati. Di noi lei fu la più degna di lunga vita, la mia anima è colpevole: io, o sventurata, ti ho uccisa, io che ti spinsi a venire di notte in luoghi pieni di paura e non venni qui per primo. Dilaniate il mio corpo e col feroce morso divorate lo scellerato cuore, o leoni, qualunque di voi abiti sotto questa rupe. Ma è del vigliacco desiderare questa morte -. Raccoglie il velo di Tisbe e lo porta con sé sotto l’ombra dell’albero convenuto; e, quando versò lacrime e diede baci alla cara veste, disse: – Accogli ora anche il fiotto del mio sangue! -. Si piantò nel ventre il pugnale che aveva al fianco, non ci fu indugio, morente lo estrasse dalla ribollente ferita. Quando giacque supino a terra il sangue schizzò in alto non diversamente da un tubo per un difetto del piombo si spacca e da un foro sottile stridente molta acqua proietta e con colpi sferza l’aria. I frutti dell’albero per lo spruzzo del sangue in nero mutano il loro aspetto e la radice bagnata di sangue tinge di colore purpureo le more che pendono. Ecco, ancora impaurita, per non deludere l’innamorato essa ritorna e con gli occhi e col cuore cerca il giovane, è impaziente di raccontargli che pericoli ha evitato. E come gli occhi riconoscono il luogo e la forma nell’albero, così la rende incerta il colore del frutto: dubita che sia quello. Mentre il dubbio l’assale, tremando vede spasimare sul suolo insanguinato un corpo, ritrae il piede e mostrando un volto più pallido del bosso rabbrividisce come il mare che trema quando è sfiorato da una leggera brezza. Ma dopo che, indugiato, riconobbe il suo amore, percuote tra gli alti gemiti le membra innocenti e, scompigliati i capelli e abbracciato il corpo amato, colmò le ferite di lacrime e al sangue il pianto mescolò e fissando gli occhi sul gelido volto esclamò: – Piramo, quale sventura ti ha strappato a me? Piramo, rispondi!. La tua carissima Tisbe ti chiama; ascoltami e solleva il volto inerte! -. Al nome di Tisbe gli occhi ormai gravati dalla morte Piramo sollevò e dopo averla vista li richiuse. Dopo che lei riconobbe la sua veste e vide il pugnale privo del fodero d’avorio, disse: – La tua mano e l’amore ti hanno perso, o infelice. Pure io ho mano forte per ciò solo, pure io ho l’amore: ed esso  mi darà la forza per uccidermi. Seguirò la tua morte e si dirà che della tua morte sono stata causa e compagna; e tu che alla morte, ahimé, da me sola potevi essere tolto, neppure dalla morte potrai essermi tolto. Perciò allora non siate insensibili alla preghiera di entrambi, o molto infelici genitori mio e suoi, affinché coloro che un amore sicuro, che l’ora estrema unì non impediate che siano composti nello stesso sepolcro. Ma tu, albero, che con i rami lo sventurato corpo di uno solo ora ricopri, sii destinato subito a coprirne due, conserva un segno della disgrazia e pure paràti a lutto sempre conserva i frutti, ricordo di un sangue gemello! -. Disse e, volto il pugnale sotto l’estremità del petto, si lasciò cadere sulla lama che era ancora calda di sangue. La preghiera tuttavia toccò gli dei, toccò i genitori: infatti nel frutto, quand’è maturo, il colore è nero e ciò che resta del rogo riposa in un’unica urna1

L’opera di Ovidio ha goduto nei secoli di un’ininterrotta fortuna, come dimostra il numero incalcolabile di edizioni che nel tempo si sono susseguite, tra cui spiccano, già da quando l’immagine non aveva assunto l’attuale importanza, quelle illustrate. Di alcune delle più antiche riproduco la tavola relativa al nostro tema.

Comincio da un manoscritto. Il codice Bodmer 49, custodito presso l’omonima fondazione a Cologny in Francia, datato al 1460 circa, contiene l’Épître d’Othéa, opera scritta da Christin de Pisan intorno al 1400. Il foglio 59r contiene la miniatura di seguito riprodotta.

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Secondo il mio punto di vista tra tutte quelle che qui saranno mostrate questa è la tavola più sintetica, efficace e perfino ironica tra tutte quelle che seguiranno. Basta guardare la postura della leonessa che sembra guardare con soddisfazione l’epilogo della triste storia, quasi il sipario calasse con lei che usurpa il ruolo di protagonista ai due umani e la cui coda eretta sembra celebrare l’eccitante trionfo.

Nel 1474 usciva ad Ulm per i tipi di Zainer la traduzione in tedesco del  De claris mulieribus del Boccaccio ad opera di Heinrich Steinhöwe e non poteva mancare una tavola dedicata a Tisbe ed al suo compagno di sventura.

La tavola che segue è tratta da un incunabolo uscito per i tipi di Mansion a  Bruges nel 1484 e custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Qui ad ogni piano prospettico ne corrisponde uno cronologico, la cui lettura procede, com’era naturale, dallo sfondo al primo piano; così nel primo, davanti alle torri di Babilonia, Tisbe si nasconde dalla leonessa dietro un masso, nel secondo, vicina a Piramo morente, con la sinistra s’infila la spada nel petto.

Di seguito una tavola tratta da Niccolò degli Agostini, Tutti gli libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral in verso vulgar con le sue allegorie in prosa, Venezia, Zoppino, 1522.

Da notare la rappresentazione sintetica dei due momenti: nel primo semiquadro la fuga di Tisbe, nel secondo il suicidio, una tecnica che anticipa quasi la ripresa cinematografica come veniva effettuata su pellicola prima che subentrassero la registrazione magnetica prima e quella digitale poi.

La rappresentazione, invece, è più scarna ed elementare e lascia alla sola leonessa che si allontana il compito di riassumere l’antefatto nella tavola a corredo dell’edizione dello stesso autore uscita per i tipi di Bindoni a Milano nel 1538.

La sinteticità è spinta al massimo, invece, un’edizione tedesca con incisioni di Georges Wickram, uscita per i tipi di Schöffer a Magonza nel 1551.

 La tavola ritrae Tisbe nel momento in cui scopre Piramo morente, mentre la leonessa, che con un comportamento improbabile si allontana, allude alla precedente fuga della ragazza.

Per la seconda parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/17/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/19/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-33/

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1 Pyramus et Thisbe, iuvenum pulcherrimus alter,/altera, quas oriens habuit, praelata puellis,/contiguas tenuere domos, ubi dicitur altam/coctilibus muris cinxisse Semiramis urbem./Notitiam primosque gradus vicinia fecit:/tempore crevit amor. Taedae quoque iure coissent:/sed vetuere patres. Quod non potuere vetare,/ex aequo captis ardebant mentibus ambo./Conscius omnis abest: nutu signisque loquuntur,/quoque magis tegitur, tectus magis aestuat ignis./Fissus erat tenui rima, quam duxerat olim,/cum fieret paries domui communis utrique./Id vitium nulli per saecula longa notatum/(quid non sentit amor?) primi vidistis amantes,/et vocis fecistis iter; tutaeque per illud/murmure blanditiae minimo transire solebant./Saepe, ubi constiterant hinc Thisbe, Pyramus illinc,/inque vices fuerat captatus anhelitus oris,/“Invide” dicebant “paries, quid amantibus obstas?/Quantum erat, ut sineres toto nos corpore iungi,/aut hoc si nimium est, vel ad oscula danda pateres?/Nec sumus ingrati: tibi nos debere fatemur,/quod datus est verbis ad amicas transitus aures”./Talia diversa nequiquam sede locuti/sub noctem dixere ”Vale!” partique dedere/oscula quisque suae non pervenientia contra./Postera nocturnos aurora removerat ignes,/solque pruinosas radiis siccaverat herbas:/ad solitum coiere locum. Tum murmure parvo/multa prius questi, statuunt, ut nocte silenti/fallere custodes foribusque excedere temptent,/cumque domo exierint, urbis quoque tecta relinquant;/neve sit errandum lato spatiantibus arvo,/conveniant ad busta Nini lateantque sub umbra/arboris. Arbor ibi, niveis uberrima pomis/ardua morus, erat, gelido contermina fonti./Pacta placent. Et lux, tarde discedere visa,/praecipitatur aquis, et aquis nox exit ab isdem./Callida per tenebras versato cardine Thisbe/egreditur fallitque suos, adopertaque vultum/pervenit ad tumulum, dictaque sub arbore sedit./Audacem faciebat amor. Venit ecce recenti/caede leaena boum spumantes oblita rictus,/depositura sitim vicini fontis in unda./Quam procul ad lunae radios Babylonia Thisbe/vidit et obscurum timido pede fugit in antrum,/dumque fugit, tergo velamina lapsa reliquit./Ut lea saeva sitim multa conpescuit unda,/dum redit in silvas, inventos forte sine ipsa/ore cruentato tenues laniavit amictus./Serius egressus vestigia vidit in alto/pulvere certa ferae totoque expalluit ore/Pyramus: ut vero vestem quoque sanguine tinctam/repperit, “una duos” inquit “nox perdet amantes./E quibus illa fuit longa dignissima vita,/nostra nocens anima est: ego te, miseranda, peremi,/in loca plena metus qui iussi nocte venires,/nec prior huc veni. Nostrum divellite corpus,/et scelerata fero consumite viscera morsu,/o quicumque sub hac habitatis rupe, leones./Sed timidi est optare necem.” Velamina Thisbes/tollit et ad pactae secum fert arboris umbram;/ utque dedit notae lacrimas, dedit oscula vesti,/“accipe nunc” inquit “nostri quoque sanguinis haustus!”./ Quoque erat accinctus, demisit in ilia ferrum,/nec mora, ferventi moriens e vulnere traxit./Ut iacuit resupinus humo  cruor emicat alte,/non aliter quam cum vitiato fistula plumbo/scinditur et tenui stridente foramine longas/eiaculatur aquas atque ictibus aera rumpit./Arborei fetus adspergine caedis in atram/vertuntur faciem, madefactaque sanguine radix/purpureo tingit pendentia mora colore./Ecce, metu nondum posito, ne fallat amantem,/illa redit iuvenemque oculis animoque requirit,/quantaque vitarit narrare pericula gestit./Utque locum et visa cognoscit in arbore formam,/sic facit incertam pomi color: haeret, an haec sit./Dum dubitat, tremebunda videt pulsare cruentum/membra solum, retroque pedem tulit, oraque buxo/pallidiora gerens exhorruit aequoris instar,/quod tremit, exigua cum summum stringitur aura./Sed postquam remorata suos cognovit amores,/percutit indignos claro plangore lacertos,/et laniata comas amplexaque corpus amatum/vulnera supplevit lacrimis fletumque cruori/miscuit et gelidis in vultibus oscula figen/“Pyrame” clamavit “quis te mihi casus ademit?/Pyrame, responde: tua te carissima Thisbe/ nominat: exaudi vultusque attolle iacentes!”./Ad nomen Thisbes oculos iam morte gravatos/Pyramus erexit, visaque recondidit illa./Quae postquam vestemque suam cognovit et ense/vidit ebur vacuum, “tua te manus” inquit “amorque/perdidit, infelix. Est et mihi fortis in unum/hoc manus, est et amor: dabit hic in vulnera vires./Persequar exstinctum letique miserrima dicar/causa comesque tui; quique a me morte revelli/heu sola poteras, poteris nec morte revelli./Hoc tamen amborum verbis estote rogati,/o multum miseri meus illiusque parentes,/ut quos certus amor, quos hora novissima iunxit,/componi tumulo non invideatis eodem./ At tu quae ramis arbor miserabile corpus/nunc tegis unius, mox es tectura duorum,/signa tene caedis pullosque et luctibus aptos/semper habe fetus, gemini monimenta cruoris!”./Dixit, et aptato pectus mucrone sub imum/incubuit ferro, quod adhuc a caede tepebat./Vota tamen tetigere deos, tetigere parentes:/nam color in pomo est, ubi permaturuit, ater,/quodque rogis superest, una requiescit in urna.

La scandìa (il rossore improvviso in volto)

Leonardo-da-Vinci-Dama-con-lermellino-Cracovia-Czartoryski-Museum-©-bpk-Scala

di Armando Polito

La voce di oggi fa parte della lunga serie di parole obsolete perché il tempo con il suo inevitabile  cambiamento di usi e costumi ha fatto fuori l’oggetto, il fenomeno, addirittura il sentimento che quella parola significava. Dio, per chi ci crede, non  voglia che fra poco diventino obsolete parole come rispetto, fratellanza, bontà, onestà, merito, pace, dopo che il diavolo, sempre per chi ci crede, ha cancellato anche dal volto dei più giovani quel sano rossore che era sintomo di pudore, sostituendolo con quello insano derivante, magari, dall’abuso di alcol!

Scandia dalle nostre parti indicava non solo l’effetto del pudore (per arrossire era sufficiente, per non dire del sesso, la consapevolezza fulminea di una bugia, magari innocente; oggi non basta la contezza, quando e se arriva …, di aver ucciso un essere vivente, fosse anche una delle cosiddette bestie, ma anche di una reazione fisica dovuta ad  altri motivi psicologici,  climatici o  … climaterici. In quest’ultimo caso si trattava della  caldana o vampata di calore, ho detto si trattava perché affliggeva le donne in menopausa, oggi non più. non tanto perché la menopausa femminile è scomparsa (questione di tempo e pure quella …) ma sono scomparse le scandie con l’adozione della TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva), che non sarà immediatamente tos …sica ma che, com’è noto, aumenta il rischio di tumore al seno.

Tutti i salmi finiscono con il  gloria e un post di questo tipo non può che finire con l’etimo. Si sa che la fiamma ha un colore diverso a seconda della temperatura. Così, per prendere in considerazione solo ciò che ci serve,  a quella rosso sangue  corrisponde una temperatura di 585 °C, alla bianca di 1205 °C. Non a caso candido deriva dal latino càndidu(m), a sua volta da candère=essere bianco, risplendere, essere infuocato. Candère, poi, ha generato dei composti con la prostesi (protesi e prostata hanno lo stesso etimo, ma non è qui il casi di approfondire) di una preposizione e con con l’epitesi del suffisso incoativo. Sono nati così incandèscere=diventare candido, arroventarsi (il cui participio presente ha dato l’italiano incandescente), ed excandèscere=prendere fuoco, accendersi d’ira (a quest’ultimo significato è legato il nostro escandescenza, derivante dal participio presente neutro plurale che è excandescentia,  per lo più usato al plurale nella locuzione dare in escandescenze).

Di candère non sono attestati nel latino classico altri composti simili, nemmeno  formati solo con la prostesi di una preposizione e senza suffisso incoativo;  per esempio, e per usare le stesse preposizioni prima messe in campo (in ed ex), non sono attestati incandère ed excandère. Non esiste, però, solo il latino classico, c’è, anzi c’era, anche quello parlato, alla cui conoscenza ci aiutano non solo gli antichi grammatici che ce ne hanno tramandato qualche esempio ma anche testimonianze concrete, materiali, come i graffiti pompeiani.

E proprio da un *excandère, pur non attestato nemmeno da queste fonti, dev’essere derivato, proprio come tante voci ricostruite dai linguisti induttivamente e registrate con l’asterisco iniziale, il nostro scandìa.

Spezzoni di vita salentina all’insegna del tabacco

 tabacco3

 di Rocco Boccadamo

Antefatto. Qualche giorno fa, mi è casualmente capitato di visionare, sul computer, un vecchio video in bianco e nero, realizzato dalla RAI nel 1953, dedicato alla coltivazione e alla lavorazione del tabacco nel Salento, a cura del mitico giornalista e inviato Ugo Zatterin, inconfondibile la sua voce, e comprensivo di una serie d’interviste ad abitanti, soprattutto donne, del Capo di Leuca.

Documento, a dir poco emozionante per uno come me, ragazzo di ieri dai radi capelli bianchi e soprattutto, in piccolo, già diretto spettatore, se non protagonista, di antiche sequenze di vita contadina, autentiche pagine di civiltà e di storia, scritte, con matita e tratti di dura fatica, dalla gente di questo Sud.

Ciò, accanto al ricordo ancora fresco delle vicende appena successive alla seconda guerra mondiale e, specialmente, della fase in cui si poneva inarrestabilmente avvio a una grande, radicale riscossa o rivincita.

Una mutazione, tale ultimo evento, affatto effimera e di facciata, accompagnata e enfatizzata, al solito, da proclami e discorsi di non disinteressati rappresentanti del popolo nelle istituzioni, di qualsivoglia schieramento, bensì reale, concreta, solida, progressiva, tanto da toccare, in un pugno di stagioni, sì o no un decennio, l’impensabile traguardo, riconosciuto al nostro Paese anche a livello internazionale, del cosiddetto e però autentico miracolo economico.

E, si badi bene, a ulteriore merito degli attori, all’epoca nessun regalo, nessuna congiuntura favorevole, nessuna fase di tassi o cambi o prezzi delle materie prime favorevoli, nessun influsso, insomma, di condizioni propiziatorie, cadute dall’alto o dal contesto globale.

Unicamente, un’immensa marea d’impegno civile e sociale, frutto di singole personali gocce di sudore, di fatiche intense e immani, d’impegno inconsueto, indescrivibile, una cascata di volontà e dedizione che non conosceva confini, né di orario lavorativo, né di luoghi, né di settori.

Per restare al tema narrativo odierno, il tabacco si appalesava con le sue diffusissime e onnipresenti gallerie di filari, esse stesse intrise di una forza naturale prodigiosamente eccezionale. Giacché i modesti germogli o piantine ricollocati dai vivai nel grembo delle rosse e/o di colore grigio bruno zolle, crescevano, si elevavano sino a raggiungere, talora, l’altezza delle creature umane, uomini, donne, anziani, ragazzi, ragazzini, adolescenti, uno schieramento senza età e senza tempo che accudiva le piantagioni con amore, a modo suo appassionato, dedicandosi, sperando e, nello stesso tempo, emanando interminabili rosari di stille di sudore.

La storia, o avventura, della coltivazione del tabacco, vengono a mente le sue varietà Erzegovina, Perustizza, Xanti yakà, prendeva abbrivio con l’assegnazione, da parte dei Monopoli di Stato, di un’area prestabilita su cui si poteva piantare, più o meno piccola, quando non sacrificata, a seconda delle dimensioni delle proprietà agricole dei richiedenti. Concessione diretta, oppure, nel caso di messa a dimora colturale da svolgersi in regime di mezzadria, indiretta, con la relativa pratica espletata, in tale ipotesi, a cura di grossi proprietari o latifondisti che, a loro volta, trasferivano i permessi ai loro coloni.

A seguire, la semina, con relativi vivai o ruddre contraddistinti anche dalla sistemazione, sui cordoli perimetrali di fertile terra concimata, di centinaia o migliaia di piantine di lattuga (insalata), che successivamente, per, alcuni mesi, avrebbero rappresentato un non trascurabile contributo per la gamma di pietanze delle povere mense contadine.

Poi, la piantagione vera e propria, la zappettatura e, finalmente, il graduale raccolto, partendo, giorno dopo giorno o a brevi intervalli, dalle foglie più basse rispetto al terreno (1^, 2^, 3^, 4^, 5^ raccolta).

Intanto si susseguivano le stagioni, arrivando ad abbracciare, fra semina e raccolto, una buona metà del calendario, ovvero l’arco da fine gennaio ai primi di agosto.

Non sembri retorica, ma, con nostalgia ed emozione, si potrebbe fare un accostamento approssimativo rispetto all’umana gestazione. In fondo, così come dal seme dei padri e dal grembo femminile si attendeva, come tuttora si attende, lo sbocciare e l’arrivo di una creatura sana e bella, parimenti dalla semina del tabacco si aspettava, con fiducia e ansia, il germoglio e la crescita di piante/foglie belle, sane, forti e fruttuose.

Un vero e proprio impegno a doppia ripresa, sempre all’insegna della fatica, consisteva nello stacco, di buon mattino, immediatamente dopo l’alba, delle foglie verdi e ancora umide di rugiada  dagli steli delle piante, badando a rispettare rigorosamente la platea dei filari; quindi, da metà mattinata, nell’infilaggio delle medesime in lunghe, piccole lance (cuceddre) per la formazione di pesanti file/assemblaggi, che, appese man mano a rudimentali telai  in legno (talaretti o tanaretti), sarebbero state a lungo fatte essiccare sotto il sole.

Non senza saltuari interventi delle persone accudenti, sotto forma di corse sfrenate, di fronte a pericoli o imminenza di acquazzoni, onde trasportare le anzidette attrezzature e i preziosi contenuti al coperto di capannoni o rifugi rurali.

Una volta, il prodotto, divenuto secco, con le file si formavano i chiuppi, per rendere l’idea una specie di grossi caschi di banane, tenuti appesi, per un’ulteriore maturazione o stagionatura del tabacco, ai soffitti dei locali.

E, alla fine, lo stivaggio del tutto in grosse casse di legno e la loro consegna, per la lavorazione finale delle foglie, alle “manifatture” o magazzini, in genere gestiti, dietro concessione da parte dei citati Monopoli di Stato, a cura di operatori abbienti, soprattutto proprietari terrieri, dei vari paesi.

All’interno dei magazzini, le donne, in certi casi a partire dalla giovanissima età e sino a raggiungere ragguardevoli carichi di primavere, dopo le fatiche richieste dalla coltivazione e dall’infilaggio delle foglie verdi, riprendevano a lavorare a giornata per due/tre mesi all’anno.

Così, fra una stagione del tabacco e la successiva, si procreavano figli, si stipulavano fidanzamenti e celebravano matrimoni, grazie anche ai nuovi “frabbichi” (case di abitazione), per i giovani maschi, e ai corredi, per le femmine, realizzati proprio mediante i sudati profitti che era dato di trarre dalla coltivazione e vendita del tabacco.

La scenografia dell’attività in parola era anch’essa ambivalente, nel senso che, talora, l’ambientazione rimaneva totalmente circoscritta in loco, nei paesi e nelle campagne del Salento, mentre, in altri e diffusi casi, si spandeva su plaghe distaccate e distanti, a partire dagli ultimi territori verso sud ovest della provincia di Taranto, sino a una lunga sequenza di località del Materano.

Nel secondo contesto, avevano luogo, mercé l’ausilio di grosse autovetture noleggiate con conducente, vere e proprie migrazioni temporanee di numerosi interi nuclei famigliari: dalla mente di chi scrive, giammai si cancellerà l’immagine delle considerevoli partenze di compaesani marittimesi, per il tabacco, nelle primissime ore del 29 aprile, il giorno immediatamente successivo alla festa patronale di S. Vitale.

Riprendendo l’antefatto al primo rigo delle presenti note, nel documentario di Zatterin, le sequenze erano girate interamente dalle mie parti.

Sennonché, ieri, nel compiere un viaggio in auto con i miei famigliari per una breve vacanza sul Tirreno, è stato per me come veder girare ancora un analogo documento, improntato a nostalgia e amore per il sano tempo lontano, che tanto mi ha dato e lasciato e, perciò, mi è fortemente caro.

Ciò, scivolando lungo la statale 106 Ionica e i primi tratti della 653 Sinnica, e scorrendo e leggendo le indicazioni segnaletiche di Castellaneta, Ginosa, Metaponto, Marconia, Scanzano, Bernalda, Marconia, Pisticci, Casinello, Policoro, Montalbano Ionico e via dicendo.

Non erano, almeno per il mio sentire, meri appellativi di paesi e contrade. Invece, generavano l’effetto di immagini palpitanti, con attori, non importa se in ruoli di protagonisti o di comparse, identificantisi nella mia gente di ieri e, in fondo, in me stesso.

 

Giovan Battista Crispo di Gallipoli e due plagiari

di Armando Polito

Nel diritto romano si definiva plagiarius colui che si rendeva colpevole di plagium, cioè del furto dello schiavo altrui. Che la cosa fosse disdicevole lo dichiara la stessa etimologia, essendo derivato plagium dal greco πλάγιον (leggi plàghion) che come aggettivo neitro sostantivato significa cosa obliqua, inclinata e, in senso figurato, cosa non retta, equivoca, insidiosa. Fu Marziale (Epigrammata, I, 52) ad aggiungere al significato giuridico di plagiarius quello che oggi diremmo di ladro di proprietà intellettuale. Data la sua brevità riporto il testo integrale, con la mia traduzione,  del componimento in cui il personaggio fu immortalato:

Commendo tibi, Quintiane, nostros,/nostros dicere si tamen libellos/possum, quos recitat tuus poeta):/si de servitio gravi queruntur,/adsertor venias satisque praestes,/et, cum se dominum vocabit ille,/dicas esse meos manuque missos./Hoc si terque quaterque clamitaris,/impones plagiario pudorem.

(Ti raccomando, o Quintiliano, i miei opuscoletti, se tuttavia posso dire miei quelli che recita il tuo poeta); se essi si lamentano di una pesante schiavitù, venga tu come difensore e a sufficienza garantisca e quando quello se ne dichiarerà il padrone dica che sono miei e non asserviti. Se dirai queso a voce alta, costringerai il plagiario a vergognarsi).

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ed ha finito per annacquare, con gli altri, anche questo reato, tant’è che nel 1981 esso, riferito alla riduzione in stato di totale soggezione psicologica di una persona da parte di un’altra, fu cancellato dal codice penale con la sentenza n. 96 della Corte costituzionale. Rimane reato, invece, il plagio inteso come violazione dei diritti d’autore, con sanzioni civili e penali. La tecnologia digitale ha reso più facile e meno costoso che in passato soddisfare la tentazione di spacciare come frutto del proprio ingegno quello che, invece, è dell’altrui. E il fenomeno si presenta in forma estremamente variegata: si va dalla riproduzione brutalmente fedele di brani più o meno lunghi, viziata dal difetto capitale del mancato uso delle virgolette o di altro espediente grafico atto ad evitare l’inganno, a quella che prevede il camuffamento con una spruzzatina di sinonimi a sostituire in ordine sparso qualche parola, alla più sofisticata che prevede l’utilizzo della parafrasi. Si comprende bene come quest’ultima sia la più faticosa ma anche l’unica in grado d’ingannare anche i più sofisticati motori di ricerca. Insomma, paradossalmente, il modernissimo copia-incolla sta all’antichissima parafrasi come, in alcuni interventi,  il bisturi al laser …

C’è da sperare, comunque, che la facilità con cui la moderna tecnologia consente già oggi di individuare rapidamente scopiazzamenti di ogni tipo scoraggi i plagiari che si erano illusi di aver trovato la pacchia proprio nell’agevolante tentazione che quella stessa tecnologia offriva loro nel commettere il peccato.

Nei secoli passati i colpevoli potevano contare sulla limitatissima diffusione delle opere a stampa e della cultura in genere, il che rendeva meno diffuso il riscontro o volontario o casuale del lettore e il conseguente mascheramento di plagi parziali o totali. In riferimento al Salento, per quanto riguarda il plagio parziale, ho già fornito un esempio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Oggi, più che di un plagio totale, parlerò di quello che può essere definito un plagio editoriale.

Nel 1593 il gallipolino Giovan Battista Crispo (1550 circa-1598 circa), del quale mi sono già occupato  in più di un’occasione (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/13/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-12/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/), pubblicava il canzoniere del napoletano Ascanio Pignatelli (1550-1601) per i tipi dell’editore Giovanni Tommaso Todino1 a Napoli.

L’opera si apre con la dedica, già annunziata nel frontespizio e nello stesso evocata dallo stemma Sangro, All’illustrissimo et eccellentissimo Signor Paolo di Sangro Prencipe di Sansevero. In essa, forte del giudizio espresso da intenditori di poesia del valore delle rime del Pignatelli, ritiene giusto fargliene omaggio. Segue l’avvertimento al lettore, in cui il Crispo, dopo aver ricordato la modestia dell’autore che fino a quel momento ne aveva impedito la pubblicazione, così continua: perché non si veggano le sue compositionui, si come di mano in mano, trasportate, oltre dalla prima sua penna, anco di senso, & di parole: & sonovi hoggimai tanti sonetti dispersi, che quasi pochi ne restano nel proprio originale: di che essendone io stato buona parte cagione, per haverglimi di continuo l’istesso Signor Ascanio confidati nelle mani, nè havendo io potuto usar discortesia alla richieſta di molti, i quali & di presenza, & per lettere potevano comandarlomi, perciò pareva che foſſe à me richiesto di provedere al danno, che tuttavia l’isteſſe compositioni dal cortese mio errore hanno ricevuto, & di anteporre alla volontà dell’Autore, la stima di lui medesimo. Laonde fattone una raccolta quanto ho potuto interamente corretta, deliberai col mandarle fuori, prevenire l’ultimo assalto della sua ricusa.

Dopo la dedica, della quale ho riportato la parte che ci interessava, si leggono i soliti componimenti elogiativi. Sono 2 sonetti, il primo a firma di  Fra’ Giulio Caraffa, il secondo di Pier Antonio Caracciolo. Le pp. 1-10 contengono i sonetti I-XX, le pp. 11-15 la canzone I, le pp. 16-25 i sonetti XXI-XL, le pp. 26-29 la canzone II, le pp. 29-42 i sonetti XLI-LXVII, le pp. 43-45 la canzone III,  le pp. 46-52  i sonetti LXVIII-LXXX, le pp. 52-59 la canzone IV, le pp. 59-81 i sonetti LXXXI-CXXV. Le pp. 82-86 contengono altri dieci sonetti elogiativi a firma di Ascanio Piccolomini (due), Scipion Bargagli, Verginio Turamini, Giovanni Battista D’Alessandro, Paolo Pacelli, Ascanio Ramirez, Pietro Antonio Corfuto, Giovanni Battista Marino e Fabritio Marotta.

Le pp. 87-94 ospitano l’indice e la 94 in calce gli errata corrige. L’ultima pagina, non numerata, contiene l’imprimatur e il colophon, che riproduco di seguito.

Il lettore comprenderà dopo la descrizione quasi maniacale della struttura della pubblicazione, che potrà leggere, esercitando, quindi, il suo personale controllo, all’indirizzo https://books.google.it/books?id=3e74ZdQ0U30C&pg=PA31&dq=rime+di+ascanio+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjXqsr2g5LUAhUBIsAKHaFaAC8Q6AEIRzAI#v=onepage&q=rime%20di%20ascanio%20pignatelli&f=false.

Esattamente dieci anni dopo (il Pignatelli era morto da due anni) usciva un’altra edizione.

Il filologo questa volta è Cesare Campana2, come si evince dalla dedica Al molto illustre Signore, il Sig. Conte Sforza Bissaro. Vi si legge fra l’altro: Le Rime del Sig. Ascanio Pignatelli, Cavaliere Napolitano di candidi, & incorrotti costumi, non meno che di acuto ingegno, di gran sapere, mentr’egli visse poterono a pena gustarsi dal mondo, molto più vago essend’egli di avanzarsi continuamente nell’opere pregiate, che di aprirsi quell’ampia porta, ch’era in suo potere alla gloria del mondo. Aspettossi alcuni anni, sperandosi che sì giudizioso padre, con maggior carità si portasse verso le sue nobili creature, di quali poche, quasi per altrui pietù, si eran vedute comparer’alla luce. Ma mentre s’attendeva di loro pomposa mostra, e che l’autore volesse guardar al beneficio universale, egli, già di grand’età, se ne volò a miglior vita, lasciando il mondo nel medesimo desiderio di gustare à sazietà l’abbondanza de suoi pretiosi frutti; de’ quali anche si mostrava maggior carestia in questi paesi, da che in Napoli pur n’era pubblicata una parte. Trovandomeneio dunque alcuni, non anchor veduti, ho voluto aggiungerli agli altri e farli ristamparein quella forma, che possa ciascuno sempre haverne appresso …   

Sintetizzo anche qui la struttura del libro, cui il lettore potrà accedere in https://books.google.it/books?id=g-QGougSvbcC&pg=PA50&dq=Cesare+campana+rime+di+ascanio+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjokICIiJLUAhULIcAKHS8yDsEQ6AEIKjAB#v=onepage&q=Cesare%20campana%20rime%20di%20ascanio%20pignatelli&f=false.

Alle pp. 1-10 i sonetti I-XX, alle pp. 11-14 la canzone I, alle pp. 15-26 i sonetti XXI-XLIV, alle pp. 27-29 la canzone II, alle pp. 30- 43 i sonetti XLV-LXXI, alle pp. 44-45 canzone III, alle pp. 46-52 i sonetti LXXII-LXXXIV, alle pp. 52-58 la canzone IV, alle pp. 58-80 i sonetti LXXXV-CXXIX, alle pp. 81-87 i dieci sonetti elogiativi dell’edizione Crispo, riportati nello stesso ordine. Alle p. 88-97 gli indici.

Se Antonio Bulifon avesse atteso ancora un anno, la sua edizione del canzoniere del Pignatelli sarebbe uscita esattamente un secolo dopo quella del Crispo. Chissà, però, se avrebbe sfruttato la ricorrenza per ricordare il pioniere gallipolino, visto che nella dedica né altrove viene mai citato, nonostante anche lui mostri di tenerne presente la pubblicazione. Il lettore potrà effettuare anche qui il controllo in https://books.google.it/books?id=hR9DjeMQYykC&pg=PP19&dq=bulifon+rime+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjDgbn9lJLUAhXMJcAKHecsDGgQ6AEILzAD#v=onepage&q=bulifon%20rime%20pignatelli&f=false.

Dal frontespizio il lettore noterà che il Bulifon compare prima nelle vesti di filologo (di nuovo date in luce da Antonio Bulifon) e,nella consueta posizione in calce, come editore vero e proprio (in Napoli presso Antonio Bulifon). Di origini francesi, attivo a Napoli, il Bulifon (1649-1707) fu senz’altro uno dei più famosi e prolifici editori del suo tempo. Il suo legame con Napoli è evidente nella sirena campeggiante nella sua marca editoriale col motto NON SEMPRE NUOCE. E poi, per non farsi mancare nulla …, , in basso al centro (li ho evidenziati con la circonferenza bianca) la doppia croce con il suo monogramma.

Questa, delineata sinteticamente, la struttura della pubblicazione: alle pp. 1- 11 sonetti I-XX, alle pp. 12-15 la canzone I, alle pp. 16-25 i sonetti XXI-XL, alle pp. 26-28 la canzone II, alle pp. 29-42 i sonetti XLI-LXVII, alle pp. 43-45 la canzone III, alle pp. 46- 52 i sonetti LXVIII-LXXX, alle pp. 53-58 la canzone IV, alle pp. 59-81 i sonetti LXXX-CXXV, alle pp. 82-96 i dieci sonetti elogiativi nella sequenza già vista nel Crispo e nel Campana; segue l’indice in nove pagine non numerate. L’ultima pagina, anch’essa non numerata, reca l’imprimatur, anzi il reimprimatur cioè si ristampi,

 

In un secolo la tecnica di stampa si era senz’altro affinata e i mezzi economici del Bulifon erano certamente notevoli; tuttavia l’edizione ricalca pedissequamente quella del Campana e l’unica differenza rispetto a questa ed a quella del Crispo, che ormai possiamo definire come l’editio princeps, è rappresentata dalla tavola dell’antiporta (di seguito riprodotta) e, subito dopo la dedica a Domenico Giudice, da un avviso che nella parte finale incorpora la notizie biografiche sul Pignatelli tratte da Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli di Carlo De Lellis uscito per i tipi degli Eredi di Roncagliolo a Napoli nel 1671.

Provo a leggerla dall’alto in basso.  Nel cartiglio il titolo dell’opera. Poi la Fama con fattezze che ricordano più modelli tardo-rinascimentali che barocchi (non è certamente il mostro alato descritto da Virgilio nei versi 173-188 del libro IV dell’Eneide).Alla sua destra (evidenziato in bianco) un putto alato regge sulle spalle lo stemma della famiglia Pignatelli ed un altro alla  sinistra (evidenziato in rosso) quello della famiglia Giudice. La dea sembra quasi delicatamente aiutare a reggere la sua tromba un giovane nudo dal viso femmineo, alla cui sinistra si nota la rappresentazione divinizzata del fiume Sebeto (evidenziato in giallo) e a destra una figura bambinesca dallo strano copricapo che suona un violino (evidenziato in verde)3.

In conclusione: oggi Cesare Campana (fra l’altro nato dieci anni prima del Crispo, dunque perfettamente in grado, se avesse voluto e potuto. di bruciarlo sul tempo) sicuramente sarebbe stato accusato di plagio, anche se probabilmente all’epoca nemmeno il dedicatario si accorse che gli era stato fatto una sorta di regalo riciclato o, tanto la sostanza non cambia, contraffatto. Se la sarebbe cavata forse il Bulifon per trascorsi limiti temporali dalla prima edizione. Rimane, comunque, consegnata alla storia la disonestà quantomeno intellettuale di entrambi per non aver fatto il minimo cenno al nome del gallipolino ed al suo lavoro che pure, come ho ampiamente provato, mostrano di conoscere. E il testo di Ascanio Pignatelli non poteva essere considerato come quello di un autore classico latino o greco, cioé quasi terra di nessuno e, perciò, di tutti, soggetto a multiple rivendicazioni di paternità editoriale.

___________

1 Si servì della stamperia dello Stigliola, come si legge in questo frontespizio e in quelli, anch’essi del 1593, di Discorso di Guglielmo Guilleo Alemanno sopra i fatti di Annibale, nel quale dimostrandosi lui essere stato nel valor delle arme superiore a tutti gli altri capitani, si discriue generalmente l’vfficio di perfetto capitano. Tradotto nella volgar lingua dal Signor Giacomo Mauro, 1593 e di Discorso del signor Giacomo Mauro, nel quale oltre la notitia che s’ha di molte belle cose mai piu udite, si proua con l’autorità delle sacre lettere, e di molti santi dotti huomini, e giureconsulti, quanto sia piu degna la donna dell’huomo, e di quanta piu illustre nobiltà et eccellenza dalla natura dotata. La stamperia Stigliola fu condotta da Nicola Antonio sostituito dal figlio (secondo alcuni fratello) Felice nei due anni (1505-1597) che trascorse in carcere. Prima della pubblicazione del Crispo era apparso isolato solo qualche sonetto del Pignatelli: per esempio il n. CXXII (in risposta ad un sonetto di Benedetto Dell’Uva) nella raccolta curata dal mesagnese Scipione Ammirato  Scipione Ammirato Parte delle rime di Benedetto Dell’Uva, Gioovanbattista Attendolo, et Cammillo Pellegrino, Sermartelli, Firenze, 1584, p. 48.

2 Cesare Campana (1540-1606), aquilano, detto il Vario Olimpico presso lo stesso editore aveva pubblicato nel 1595 Assedio e racquisto d’Anuersa, fatto dal sereniss. Alessandro Farnese prencipe di Parma, &c. Luogotenente, gouernatore, e capitan generale ne’ Paesi Bassi, del catholico, e potentissimo Filippo secondo re di Spagna. Historia di Cesare Campana, diuisa in due libri. Con una breue narratione delle cose avvenute in Fiandra, dall’anno 1566 fin al 1584, che cominciò detto assedio; e con l’arbore de’ conti di Fiandra. Innumerevoli le opere poetiche e, prevalentemente, storiche pubblicate presso altri editori.

3 Superfluo dire quanto sarebbe gradita l’integrazione delle identificazioni mancanti grazie alla competenza, che io non ho. di qualche lettore.

L’antica casa Carcioffa di Manduria e il suo stemma

di Marcello Semeraro

Fra gli stemmi più curiosi che si possono osservare nel centro storico di Manduria, un posto di primo piano spetta sicuramente a quello della famiglia Carcioffa, antica casata di origine albanese, oggi estinta.

L’arma si trova scolpita sulla facciata dell’edificio sito al civico n° 15 di Piazza Plinio ed è racchiusa da uno scudo ovale, con contorno a cartoccio (nella parte superiore) e a foglie di acanto (in quella inferiore), ornato da nastri accollanti e svolazzanti (fig. 1).

 

Fig. 1 - Manduria, casa Carcioffa, particolare dello stemma murato sulla facciata
Fig. 1 – Manduria, casa Carcioffa, particolare dello stemma murato sulla facciata

 

Il manufatto, diversamente da quanto dovette essere in origine, si presenta oggi acromo e costituisce l’unica attestazione a noi nota del blasone di questa antica famiglia. All’interno dello scudo è rappresentata una pianta di carciofo, gambuta e fiorita di sette pezzi, sostenuta da due leoncini controrampanti; il tutto è posto su un terreno e accompagnato, nei cantoni destro e sinistro del capo, da due stelle di otto raggi. L’araldista riconosce subito che si tratta di un caso di stemma parlante, una particolare tipologia di arma, cioè, che contiene raffigurazioni che alludono (direttamente o indirettamente) al nome di famiglia.

Nel caso specifico, la relazione che si stabilisce fra la figura principale dello scudo e il cognome (ovvero fra il significante e il significato) è talmente diretta da risultare chiara e comprensibile anche a chi sia digiuno di cose araldiche. Cronologicamente parlando, l’esemplare litico è databile alla prima metà del Seicento e presenta, nella tipologia di scudo e nei suoi ornamenti esterni, delle affinità stilistiche con altri manufatti coevi, come ad esempio l’arma della baronessa Filippa di Cosenza, visibile all’interno della chiesa di San Giovanni Battista di Oria e realizzata, come recita la sottostante epigrafe, nel 1613, ovvero quasi tre secoli dopo la sua morte (1348).

Seicentesca è, del resto, la stessa casa Carcioffa, un edificio che ricalca una tipologia costruttiva che proprio in quel secolo si sviluppò a Casalnuovo (l’antico nome di Manduria) durante la signoria degli Imperiali. Come abbiamo già accennato, la famiglia Carcioffa è di origine albanese e come tale viene annoverata nel Librone Magno delle famiglie manduriane, il celebre manoscritto iniziato nel 1572 dall’arciprete della Collegiata Lupo Donato Bruno, sulla cui attendibilità non sussistono dubbi (figg. 2 e 3).

Fig. 2 - Note genealogiche sulla famiglia Carcioffa. Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 806v.
Fig. 2 – Note genealogiche sulla famiglia Carcioffa. Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 806v.

 

Fig. 3 – Frontespizio stemmato del Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 3r. La pluralità di insegne disegnate e acquerellate mette in scena la gerarchia dei poteri (religiosi e laici) esistenti all’epoca della compilazione del manoscritto (1572): il papa Gregorio XIII (in alto a sinistra), il re di Napoli Filippo II di Spagna (in alto a destra), l’arcivescovo di Oria Bernardino Figueroa (in basso a sinistra), il feudatario Davide Imperiali (in basso a destra). Al centro, lo stemma dell’Universitas, in alto quello del Capitolo della Collegiata di Manduria e in basso, quello dell’arciprete Lupo Donato Bruno.
Fig. 3 – Frontespizio stemmato del Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, ms. Rr/1-3 (1572-1810), c. 3r. La pluralità di insegne disegnate e acquerellate mette in scena la gerarchia dei poteri (religiosi e laici) esistenti all’epoca della compilazione del manoscritto (1572): il papa Gregorio XIII (in alto a sinistra), il re di Napoli Filippo II di Spagna (in alto a destra), l’arcivescovo di Oria Bernardino Figueroa (in basso a sinistra), il feudatario Davide Imperiali (in basso a destra). Al centro, lo stemma dell’Universitas, in alto quello del Capitolo della Collegiata di Manduria e in basso, quello dell’arciprete Lupo Donato Bruno.

È noto che il fenomeno dell’immigrazione albanese, iniziato nella seconda metà del ‘400 a seguito della caduta dell’Impero bizantino (1453), interessò una vasta area del tarantino ed ebbe una presenza significativa anche nella stessa Manduria.

 

Fra le famiglie manduriane di sicura origine albanese ricordiamo i Bianca, i Biasca, i Greca, i Magiatica, i Masculorum, i Piccinni, i Pellegrina, gli Sbavaglia e gli stessi Carcioffa.

Grazie agli studi condotti da Benedetto Fontana su documenti d’archivio, sappiamo quest’ultima famiglia ebbe una forma cognominale molto variabile fra i secoli XVI e XVII. Nel Libro dei Battezzati e negli Status Animarum, infatti, i Carcioffa sono indicati anche come “Fercata” (LB 1579), “Forcata alias Carcioffo” (LB 1584), “Scarcioppola” (SA 1665) e “Schiaccioppola” (SA 1693).

Se le origini di questa famiglia sono note, non altrettanto si può dire invece della sua supposta “nobiltà”. Secondo Pietro Brunetti, essa sarebbe provata proprio dall’uso dello stemma, “segno che tra gli immigrati vi furono anche famiglie nobili o, col tempo, divenute tali”. Si tratta, tuttavia, di un’affermazione priva di fondamento, che si basa su una percezione errata, ma purtroppo molto diffusa, del fenomeno araldico: la limitazione alla sola classe nobile del diritto allo stemma.

La realtà è invece un’altra: in nessuna parte dell’Europa occidentale, in nessun momento storico, l’uso dello stemma è stato appannaggio di una sola classe sociale. Ogni individuo, ogni famiglia, ogni gruppo è sempre stato libero di adottare un proprio stemma e di farne un uso privato, a condizione di non usurpare quelli altrui.

Le rare restrizioni documentate – che tuttavia restarono spesso lettera morta – hanno riguardato semmai l’uso pubblico delle armi, ma queste limitazioni non hanno mai interessato il Regno di Napoli, dove non è possibile rinvenire alcuna specifica regolamentazione in tal senso. In Terra d’Otranto, in particolare, sono numerosi gli esempi di armi appartenenti a famiglie borghesi o notabili che dir si voglia.

Del resto, il principio della libera assunzione degli stemmi fu enunciato già nel XIV dall’insigne giurista Bartolo da Sassoferrato, il quale nel suo trattato De insigniis et armis, assegnando all’arma una funzione simile a quella del nome, a tal proposito così scrisse: “[…] sicut enim nomina inventa sunt ad cognoscendum homines [… ] ita etiam ista insignia ad hoc inventa sunt […]”. Quanto ai Carcioffa, essi non raggiunsero mai nessuno status nobiliare, ma furono sicuramente una famiglia borghese e agiata. Tutto ciò non gli impedì affatto di dotarsi di un’insegna araldica e di impiegare, al momento della scelta, il procedimento più facile per crearsene una: l’arma parlante. Così facendo, aderirono a una pratica emblematica molto diffusa nell’araldica europea, il cui indice di frequenza, pari a circa il 20% degli stemmi medievali, crebbe ancora di più in epoca moderna, quando numerose famiglie non nobili e comunità fecero uso di insegne.

Quello delle armi parlanti, del resto, fu un fenomeno ben noto a Manduria. Ne cito qualche esempio, tratto dal saggio di Nino Palumbo Araldica civica e cenni storici dei comuni di Terra Jonica: una candela (Candeloro), un calice (Coppola), un leone (De Leonardis e Leo), un fagiano (Fasano), un ferro di cavallo (Ferri), una fontana (Fontana), quattro X (Quaranta), ecc.

La figura principale che campeggia nello scudo in esame – la pianta di carciofo, figura rarissima nelle armi – conferma, inoltre, una tendenza specifica che caratterizza l’araldica non nobile rispetto a quella nobile, vale a dire una maggiore diversificazione nel repertorio delle figure utilizzate. Gli studi di Michel Pastoureau hanno dimostrato come tale repertorio comprenda un maggior numero di oggetti della vita quotidiana, strumenti vari e figure vegetali, come quella che appare nell’arme Carcioffa.

Ora, agli occhi dell’osservatore moderno un emblema come può apparire burlesco e peggiorativo, ma occorre sottolineare che così facendo si incorre nell’anacronismo, il cancro della ricerca storica. Allo storico dei segni, invece, tale stemma appare per quello che è, ovvero un autentico documento di storia culturale e sociale, che, come tale, va compreso e contestualizzato. All’epoca, la famiglia era fiera di esibire il proprio emblema araldico, tanto che, nel pieno dello sviluppo urbanistico di Casalnuovo nel XVII secolo, decise di collocarlo non su un posto qualsiasi, ma sulla facciata della propria abitazione, con la triplice funzione di segno di riconoscimento, marchio di proprietà e motivo ornamentale.

Ancora oggi, dopo quattro secoli, lo stemma campeggia su questo antico edificio e si accompagna al motto di famiglia, CONSTANTIA ET LABORE, inciso sull’architrave della sottostante finestra, che risuona come una dichiarazione programmatica di intenti, un’ideale di vita che si beffa del trascorrere del tempo e delle mode. “Le blason est la clef de l’histoire“, disse Gérard de Nerval: mi piace concludere così queste brevi note.

 

Bibliografia

  1. Brunetti, Manduria, tra storia e leggenda. Dalle origini ai giorni nostri, Manduria 2007.
  2. Fontana, Le famiglie di Manduria dal XV secolo al 1930. Capostipiti, provenienza, uomini illustri, Manduria 2015.
  3. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, rist. anast. Bologna 1978.
  4. Greco, Immigrazione di albanesi e levantini in Manduria desunta dal Librone Magno, in “Rinascenza Salentina”, 8 (1940), pp. 208-220.
  5. Palumbo, Araldica civica e cenni storici dei comuni di terra jonica: genealogie ed armi di feudatari e di casate estinte e viventi, Manduria-Bari-Roma 1989.
  6. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.
  7. Pastoureau, Une écriture en images: les armoiries parlantes, in “Extrême-Orient Extrême-Occident”, 30 (2008), pp. 187-198.

Roccamora, ovvero il vino come storia e cultura

di Armando Polito

Paghi uno e prendi due. Pare che la formula  abbia un certo successo e mi auguro che valga oggi pure per me, tanto più che è tutto gratuito, non solo il titolo ma pure il sottotitolo, che potrebbe essere  Giovanni Domenico Roccamora, un neretino  professore alla Sapienza, ma pure il vino non scherza …

Non ho avuto il tempo e meno ancora la voglia per una ricerca in rete che mi autorizzasse a cambiare l’un del sottotitolo con un il quasi antonomastico. Il tentativo sarebbe stato, forse,  fruttuoso ma certamente non motivo di ulteriore orgoglio scoprire, magari,  che Pinco Pallino di Nardò (ma il discorso vale per ogni lembo di questo nostro digraziato paese) in tempi recenti è stato, e magari lo è ancora, titolare di una delle tante cattedre inventate dalla politica per alimentare il suo clientelismo o per sdebitarsi a consenso ottenuto

Il merito e la competenza, ormai, salvo eccezioni sempre più rare, appartengono al passato , nel quale uno che ha i miei anni ogni tanto è obbligato a fare un salutare bagno, per non rovinarsi il poco tempo che gli resta.

Il personaggio neretino del passato di cui mi occuperò oggi è Giovanni Domenico Roccamora. Se provate a digitarlo integralmente  in un qualsiasi motore di ricerca otterrete più di un link da consultare, chi digiterà il solo cognome avrà una caterva di collegamenti che conducono ad un vino prodotto da una nota cantina di Nardò. L’etichetta, non quella della bottiglia …, però, mi obbliga a tornare al vino alla fine e ad occuparmi ora del personaggio.

Siccome le immagini, a saperle leggere,  sono più eloquenti di mille parole, in assenza di ritratti del nostro, riporto i frontespizi delle sue opere.

Tutte le pubblicazioni del neretino sono piuttosto rare. Per questa in particolare  l’OPAC ne registra la presenza di soli sette esemplari nelle biblioteche italiane, di cui uno nella Biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” di Nardò. Non ho avuto il tempo di leggere questo come gli altri testi qui presentati e, quindi, non sono in grado di dare un giudizio, anche per mancanza di competenza specifica. Tuttavia debbo confessare che mi sarebbe piaciuto  capire se la nobiltà evocata è quella dell’animo oppure, come temo (credo che da questo punto di vista allora, come ora, le condizioni economiche fossero determinanti  per potersi acculturare …),  la blasonata. Tuttavia la rete mi ha dato l’opportunità di sfogliarlo rapidamente e di notare, quanto meno, l’indubbio pregio tipografico per la presenza di incisioni, anche se, a differenza di quelle che, come vedremo, sono a corredo di opere successive, sono anonime.

Quella che segue è l’antiporta, che rappresenta Minerva nel suo studio con alcuni ferri del mestiere sparsi sul tavolo ed altri collocati in una specie di libreria alle sue spalle.

Appeso al muro uno stemma nobiliare sul quale tornerò fra poco.

Al  frontespizio già visto segue quest’immagine.

Nel drappo/cartiglio retto dall’angelo si legge Tua lege hic nomina (leggi qui il tuo destino), Se fosse riferito al libro non avrei avuto  remore a dire che il Roccamora era un grandissimo presuntuoso. Qui (l’Illuminismo ancora è lontano , ma ancora più lontana la riabilitazione di Galileo  …) ha voluto solo dire che i due prodotti più cospicui dell’uomo, cioé la scienza (vedi la serie di triangoli inserita nello scudo di destra, simile a quello presente nell’antiporta) e il potere (i due scudi, appunto, entrambi con corone marchesali) debbono essere illuminati dalla sovrintendenza divina. Una curiosità: il timbro che si vede in basso a sinistra (anche in basso a destra nel frontespizio) reca la dicitura ALESSANDRINA, cioè il ricordo della sua appartenenza alla biblioteca dello Studium Urbis (il primo nucleo della Sapienza) fondata nel 1667 dal papa  Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi), che era stato vescovo, sia pur fantasma (vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/10/lo-stemma-di-fabio-chigi-vescovo-fantasma-di-nardo-e-poi-papa-celebrato-in-versi/ ) di Nardò. Il testo è del 1668; dunque, a riprova dell’autorevolezza del suo autore, il libro dovette entrarvi molto presto, forse l’anno stesso della sua uscita. Infine, quasi a conforto della componente fideistica apparentemente, per quanto dirò,  paradossale , in lege hic nomina sento un’eco del virgiliano (Eneide, II, 691) da deinde auxilium, pater, atque haec omina firma (quindi, o padre [Giove], aiutaci e garantisci questo destino). Ho detto che le due corone sono marchesali; aggiungo che lo stemma di sinistra (dunque anche quello che compare nel frontespizio) è quello della famiglia Costaguti, come conferma la dedica del libro Marchioni munificentissimo Io. Baptistae Costaguto (Al generosissimo marchese Giovanni Battista Costaguti). E in calce alla dedica al marchese, che era anche cardinale (immagine tratta da http://www.araldicavaticana.com/cx135.htm)

quasi la replica sincreticamente aggiornata (i tre scaglioni dello scudo sono scomparsi, ma le tre stelle ora sono sorrette dai tre angeli) dell’immagine precedente:

Da notare la ripetizione quasi ossessiva di quest’immagine all’inizio della trattazione vera e propria, alle  pagine 143, 149, 204 (dopo l’indice della prima parte), 306, 402 (alla fine del secondo indice, in pratica del  libro)

Quanto detto finora m’induce a pensare che lo scudo di destra vuole essere quasi un’allusiva reductio ad minimum (un triangolo isolato,serie sottostante di triangoli concentrici, che evocano gli scaglioni, tutti con i vertici sormontati da stelle). Insomma, un adattamento certamente arbitrario che consente di affermare senza mezzi termini, coerentemente d’altra parte, con buona pace di Galileo, con la cultura dominante, il primato della fede sulla ragione. A parte altre immagini minori con funzione puramente decorativa (le solite composizioni  nastriformi o floreali) e quelle tecniche relative alle dimostrazioni geometriche, nel volume compaiono le seguenti due che non credo abbiano un particolare significato:

alle pp. 2, 69, 145, 193, 265 (prima dell’indice della prima parte), 308

a p. 304

Prima di chiudere il discorso su questa prima opera  propongo in visione comparata lasciando al lettore ogni conclusione la testa del Costaguti tratta dal ritratto, quella presente nello stemma dell’antiporta e la testa del terzo angelo (ben diversa da quella degli altri due, non solo per la posizione frontale) a sinistra netta tavola che segue al frontespizio.

Passo alla seconda opera.

Per quanto riguarda le immagini, oltre quelle tecniche di natura astronomica, compaiono gli stessi  motivi decorativi e la stessa  immagine col cavallo dell’opera precedente a p. 41, 124 e 198.Tuttavia il dettaglio più interessante mi pare essere il tratto finale, in pratica la firma, di una delle tante dichiarazioni di apprezzamento dell’opera all’inizio della stessa riportate, in cui si legge:

Intriga non poco Assist(ens?) et Galil(ei?) discipul(us) ma il tempo incalza.

Questa è l’opera più corposa del Roccamora, uscita in 4 tomi (nelle immagini il frontespizio del primo e dell’ultimo) dal  1668 al 1684. Essa è ancora più rara della precedente, ma è motivo di orgoglio ricordare che un esemplare è custodito nella Biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò ed è quello la cui versione digitale, l’unica, è presente in rete. Oltretutto il pregio editoriale è esaltato dalla presenza di tavole, alcune delle quali sono  firmate da nomi prestigiosi. Mi pare doveroso, e non è un freddo, ammiccante e prostituente, furbesco  tributo all’attuale civiltà dell’immagine se ritengo opportuno soffermarmi su questa componente. riprendendole dalla predetta versione digitalizzata.

Nell’immagine che segue l’antiporta che credo fosse  comune a tutti i tomi, anche se nell’esemplare indicato è assente nel  primo e nel secondo tomo, il che mi spinge a sospettare che sia stata sottratta, perché è difficile credere che autore ed editore avrebbero pensato bene di eliminarla negli ultimi due volumi con il rame già pronto (a meno che questo non fosse andato perduto).

                                                                                                                                        Mi limito a dire che il primo piano è dominato da Giovanni apostolo ed evangelista  che scrive su un libro, il secondo da Dio che regge un rotolo spiegato con la scritta IESUS (dettaglio a seguire).

Tutto il resto sarà chiaro leggendo ciò che risulta scritto nel libro (di seguito il dettaglio ruotato di 90° per facilitare la lettura dello scritto)

Apoc(alipsis) c(apitulum) 5  n. 1

Vidi librum scriptum intus, et foris, signatum sigillis septem.

  1. 3

Et nemo poterat aperire librum

  1. ?

Dignus es Domine accipere librum et aperire signacula eius.

 

Si tratta di un estratto di alcuni paragrafi del libro V dell’Apocalisse che di seguito riporto integralmente con le parti presenti nel libro sottolineate.

5.1: Et vidi in dextera sedentis supra thronum, librum scriptum intus et foris, signatum sigillis septem.

5.2: Et vidi angelum fortem, prædicantem voce magna: Quis est dignus aperire librum, et solvere signacula ejus?

5.3: Et nemo poterat neque in cælo, neque in terra, neque subtus terram aperire librum, neque respicere illum.

5.4: Et ego flebam multum, quoniam nemo dignus inventus est aperire librum, nec videre eum.

5.5: Et unus de senioribus dixit mihi: Ne fleveris: ecce vicit leo de tribu Juda, radix David, aperire librum, et solvere septem signacula ejus.

5.6 Et vidi: et ecce in medio throni et quatuor animalium, et in medio seniorum, Agnum stantem tamquam occisum, habentem cornua septem, et oculos septem: qui sunt septem spiritus Dei, missi in omnem terram.

5.7: Et venit: et accepit de dextera sedentis in throno librum.

5.8: Et cum aperuisset librum, quatuor animalia, et viginti quatuor seniores ceciderunt coram Agno, habentes singuli citharas, et phialas aureas plenas odoramentorum, quæ sunt orationes sanctorum.

5.9: Et cantabant canticum novum, dicentes: Dignus es, Domine, accipere librum, et aperire signacula ejus. quoniam occisus es, et redemisti nos Deo in sanguine tuo ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione:.

 

  1. 1: E vidi nella destra di uno che sedeva sul trono un libro scritto dentro e fuori, segnato con sette sigilli.
  2. 2: E vidi un forte angelo che a gran voce esclamava: -Chi è degno di aprire il libro e sciogliere i suoi sigilli?-
  3. 3: E nessuno poteva né in cielo né in terra né sotto terra aprire il libro né guardarlo.
  4. 4: Ed io piangevo molto perché nessuno fu trovato degno di aprire il libro né di guardarlo.

5.5: Ed uno dei vecchi mi disse: – Non piangere; ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide per aprire il libro e sciogliere i sette sigilli.

  1. 6: E guardai ed ecco tra il trono e quattro esseri viventi e i vecchi un agnello immobile come se fosse stato immolato, che aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio inviati per tutta la terra.

5.7: E venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

5.8: E, avendo egli aperto il libro, i quattro esseri viventi  e i ventiquattro vecchi si prostrarono davanti all’agnello ciascuno con una cetra e una coppa di oro piena di profumi, che sono le preghiere dei santi.

5.9: E intonavano un nuovo cantico dicendo: –Tu sei degno, o Signore, di prendere il libro e di aprire i suoi sigilli poiché sei stato ucciso e nel tuo sangue ci hai riacquistati a Dio da ogni tribù, lingua, popolo, nazione

In basso a sinistra si legge

Clemens Maiolus Ferrar(ensis) del(ineavit)

Clemente Maioli Ferrarese ha disegnato

Clemente Maioli, documentato a Roma tra il 1634 e il 1673, fu allievo di Giovan Franceso Romanelli (1610-1662), le cui opere più volte copiò e con il quale eseguì  gli affreschi del sottarco nella cappella Celsi ai Santi Domenico e Sisto in Roma. Per noi è particolarmente interessante il fatto che sua è la decorazione del salone della Biblioteca Alessandrina alla Sapienza con raffigurazione del Trionfo della Religione.

immagine tratta da http://www.adnkronos.com/2015/04/30/per-barocco-roma-apre-battenti-fabbrica-della-sapienza-che-celebra-borromini_1Zd0XFfJlFbLhSm4qSTKbK.html

Torno alla nostra tavola. In basso a destra si legge

Vallet sculp(sit)

Vallet incise

Guillaume Vallet,  1632-1704, incisore parigino, ebbe nei  temi religiosi (con tavole a corredo di libri dello stesso genere) e nei ritratti i suoi soggetti.

Giovanni Domenico fu certamente della famiglia Roccamora il più famoso del suo tempo, data la sua notorietà ben estesa oltre i limiti locali. Così non fu, invece, omonimia permettendo, per Giulio Cesare, del quale nulla sapremmo se non ce ne avesse lasciato una curiosa memoria Giovanni Battista Biscozzi, un cronista contemporaneo, nel suo Libro d’annali de’ successi accatuti (sic!) nella Città di Nardò.

Cito dall’edizione sulla quale il lettore che lo desideri potrà trovare ampia informazione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/03/nardo-vesuvio-anno-piu-anno-meno/, mentre sul quadro generale in cui si colloca questa testimonianza gli sarà utile quanto a suo tempo riportai in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/18/le-pasquinate-di-nardo/:

 A dì primo Novembre 1632, fu fatto un cartello a tutto il Governo, ed altri aderenti del Patrone, e sono li sotto scritti: … Dr. Giuglio Cesare Roccamora, consultore della Città: nosce te ipsum quomodo cecidisti lucifer, cum mane oriebaris.

Riporto dall’ultimo link citato quanto nell’occasione ebbi a dire:

Mi pare evidente  come  al Roccamora si rimproveri una sorta di tradimento delle aspettative popolari a favore del potere costituito. Di ben altra pasta risulta essere, invece, un altro della stessa famiglia, l’abate Donato Antonio: 

A 19 Agosto 1647, furono pigliati carcerati, l’Abate Gio: Filippo de Nuccio, l’Abate Donato Antonio Roccamora, nobili, Dr. Abate Benedetto Trono, Dr. Abate Gio: Carlo Colucci, Francesco Maria Gabbellone, e il cherico Domenico Gabellone Fratelli, D. Giovanni Giorgino, Stefano Gabellone, Fratello dell’anzidetto Gabelloni, tutti questo stevano uniti in casa delli detti Gabelloni per sicurtà, mentre in detta casa steva il Tenente della Compagnia, e detto Tenente li piglò carcerati in poder suo, tutti questi furono che nella falsa informazione presa, che erano stati i fomentatori alla ribellione, e alla congiura contro l’aderenti del Sig. Conte ; vetendo questo, molti del Popolo incominciarono ad uscire della città, andando per diversi luochi, ma la maggior parte in Gallipoli. 

La sua permanenza in carcere durò poche ore  perché

A 20 agosto 1647, fu tagliata la testa al Dr. Abate Gio. Carlo Colucci, d’anni 47; al Dr. Abate Benedetto Trono d’anni 70; Arciprete Gio. Filippo Muccio, di anni 42; Abate Donato Antonio Roccamora, di anni 53; D. Francesco Maria Gabellone di anni 40; cherico Domenico Gabellone d’anni 37; prima furono archibugiati, e poi tagliate le teste, detto fatto fu dietro il convento di S. Francesco di Paola, e in quell’istante si vide oscurarsi l’aria in tal modo, che non si vedevano l’uno con l’altro, e finito che ebero tal carneficina, l’oscurità si risolse in pioggia così abondante, che era quasi un diluvio, detti sfortunati preti, dacchè uscirono dal castello dove stavano carcerati, sino all’hora della loro morte, non mancavano di salmegiare, e dire diverse orazzioni, dandosi animo l’un con l’altro, e dicendo da continuo, Pater ignosce illis quia nesciunt quid  faciunt, tra li quali D. Francesco Maria Gaballone, non cessò mai di dire, concepzio tua Dei genitris Virgo gaudium annunciavit universo Mundo, e doppo morto anche flebilmente risentiva dire dette parole, questo fatto fu ad hore diecinnove; nell’istessa notte fu ammazzato il Barone Pietrantonio Sambiasi a pugnalate, essendo questo d’anni 37, morto che fu l’appesero per piede alle furche mezzo della Piazza, e le teste delli preti, furono posto su il Sedile, e li corpi de medesimi distesi nella piazza attorno le furche.

Nella stessa cronaca il conte di Nardò il 12 dicembre 1654 dispone un sequestro a danno della famiglia  Collucci dei seguenti beni: Una casa consistente in quanto necessita, vicino la chiesa di S. Giovanni attaccate le case di Anibale Roccamora

Qui Anibale Roccamora funge solo da riferimento di confine ma poco più avanti un altro esponente della famiglia è soggetto passivo di sequestro:

A D. Caterina Roccamora : sacco dato nella casa dell’Abate Roccamora, di valore docati 400 di mobili, il trappeto, e giardino preso dal sig. conte.

Le orecchie cominciano a rimbombarmi delle rimostranze di qualche lettore più amante del vino che della storia e della teologia. Lo accontento subito ancora con un’immagine, quella dell’agognata bottiglia, prodotta dalla stessa cantina di Nardò, creatrice di un’altra etichetta legata alla nostra storia, Nauna,  sulla quale ho avuto già occasione di dire la mia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/).

Tutto quanto fin qui detto non sarà scorso come acqua fresca se almeno al momento di stapparne una ci sarà un attimo di riflessione, anche se alla fine di questa pappardella debbo precisare che Roccamora non è in riferimento al professore universitario ma agli sfortunati protagonisti di quel periodo piuttosto buio della storia di Nardò. Mi auguro solo che a qualcuno non venga in mente un’etichetta Il guercio di Puglia

 

Lu pasulu (il fagiolo): non solo un legume

di Armando Polito

È tipico della parola poetica la magica capacità di superare le barriere spaziali e temporali in cui essa nell’uso comune e quotidiano si dibatte. Purtroppo con l’istruzione e la cultura  sempre più in decadenza si corre il rischio di veder spacciato per creatività l’uso improprio, quando non colpevolmente arbitrario, di una parola per un’altra, visto che l’ignoranza dilagante  ha compromesso  l’esigenza fondamentale per il vivere comune  di attribuire ad ogni parola se non un significato rigidamente univoco almeno una gamma semantica ampia quanto si voglia, ma pur sempre circoscritta ad alcune categorie concettuali.

in qualsiasi campo per comunicare è indispensabile usare lo stesso codice e solo l’artista , che dei singoli segni conosce vita, morte e miracoli, è l’unico che ha il diritto e quasi la missione-dovere di violarlo. Ed è dagli esiti felici o infelici di questo provvidenziale reato che emerge la sua grandezza, che è direttamente proporzionale al tasso di originalità e alle modalità della sua gestione.

Senza scomodare, però, i poeti, qualcosa di simile avviene nell’uso comune con parole per le quali valgono più definizioni, tutte, comunque, legate fra loro e aggiuntesi col tempo al significato originario, di solito unico e legato al concreto.

 

Il caso di fagiolo sotto questo punto di vista appare emblematico e, siccome il discorso teorico fin qui fatto vale per l’italiano  (come per qualsiasi altra lingua) e per il dialetto, il nostro esame sarà condotto su un doppio binario.

Per quanto riguarda la voce italiana riporto evidenziato col riquadro rosso il lemma così com’è trattato nel Vocabolario Treccani on line.

Visto il significato di partenza, è proprio il caso di dire che la pianta ha dato buoni frutti. Anche in passato, però, non era stata da meno,                 anzi quello presente è un patrimonio in gran parte ereditato.  In greco ϕάσηλος (leggi fàselos) significava non solo fagiolo ma anche battello, barca (bisogna pensare alla forma del baccello),  mentre il quasi gemello φασήολος (leggi fasèolos) appare usato solo nel senso primitivo. Lo stesso avviene in latino per con quelle che in pratica sono la trascrizione delle corrispondenti parole greche:  phasèlus (fagiolo o barca) e phasèolus (fagiolo).

E il significato traslato di imbarcazione per phaselus trova la sua consacrazione poetica in Catullo1 e in Virgilio2, rievocata dal carducciano faselo (Odi barbare, I, XV, 28) e dal panziniano  fasello (Pagine dell’alba, p. 161 dell’edizione Mondadori del 1942).

Passiamo ora al dialettale pasulu, che, ancor più fedelmente della voce italiana, mostra la sua origine da phasèolu(m) col passaggio in testa dall’aspirata (ph-) alla sorda (p) e –eo->-u- attraverso un passaggio intermedio –eo->-o-, come si nota in pasola (specie di oliva grossa e tonda).

Il ϕάσηλος/ φασήολος greco e il phaselus/phaseolus latino messi in campo per l’etimologia sembrano un anacronismo rispetto al fatto, notorio, che il fagiolo comune (Phaseolus vulgaris L.) venne introdotto con la scoperta dell’America. Nell’immagine che segue una delle varietà attuali più diffsuse: il Borlotto.

Vero, ma esso soppiantò quasi completamente l’antica specie di origine africana (Vigna unguiculata L.) conosciuta nel mondo greco e romano. Ed essa resiste ancora oggi dalle nostre parti (se altrove non so) e ha il nome di pasuli cu l’uècchiu   (fagioli con l’occhio).

Per quanto riguarda i significati, a parte, naturalmente, quello botanico primitivo e la pasola prima ricordata, il plurale (pasuli) indica  anche, come in italiano, i testicoli del gallo. Curioso vedere come nel composto spasulatu la s– è sì privativa ma non, come qualcuno potrebbe pensare, attribuendo alla voce il significato di evirato. I pasuli di cui si parla qui non sono quelli del gallo, ma, ancora una volta, il nostro legume diventato (forse per somiglianza di forma con alcune gemme, più che con le monete metalliche, se non  direttamente per il suo rilievo economivo antico) sinonimo di denaro. Curioso anche il fatto che l’altro legume, il pisello, al plurale (pisieddhi) è usato anch’esso come sinonimo di soldi ma non esiste una voce spisieddhatu  gemella di spasulatu)  E così spasulatu è quello che in italiano diremmo poveraccio o, con una circollocuzione, chi sta al verde; da non confondere con i vegani o con chi, daltonico, distratto o imbranato, blocca il traffico al semaforo suscitando l’ira di automobilisti certamente non daltonici ma abituati a passare col rosso o , bene che vada, quando manca un millesimo di secondo , Formula1 docet …, allo spegnimento del giallo …

E chiudo con il proverbio Ci si anta sulu no mbale nnu pasulu (Chi si vanta da solo non vale un fagiolo). Non riesco a decidere se  qui pasulu è da intendersi come il vegetale (con uno solo che ci fai?) oppure come il dettaglio anatomico del pollo quasi confuso con l’analogo dell’uomo o come entrambi . Potenza creativa delle metafore ingenuamente ambigue della civiltà contadina!

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1 Carmina, IV

2 Georgicon libri, IV, 289

Antonio De Ferrariis Galateo. Convegno di Studi

Convegno di studi

Antonio De Ferrariis Galateo
L’Erasmo di Terra d’Otranto
a cinquecento anni dalla morte
(1517-2017)
 
che si terrà a Lecce presso l’ex Monastero degli Olivetani nella Sala Chirico.
I lavori inizieranno giovedì 31 maggio prossimo alle ore 16,30 con l’indirizzo di saluto del Magnifico Rettore dell’Università del Salento Vincenzo Zara e proseguiranno come da programma allegato suddiviso in tre sessioni fino al 1 giugno.
Scarica qui il programma:

Canisciare e cagnisciare, ovvero quando basta una g a fare la differenza

di Armando Polito

Chi non conosce il gioco enigmistico della zeppa? Grazie a lei, per  esempio, è facile passare dall’astronomia alla gastronomia, dal canone al cannone, da amando ad Armando, da matto a Matteo. La superfetazione di regola è caratterizzata da assenza di rapporti etimologici o semantici tra la parola di partenza  e, dopo la sua cura ingrassante, quella di arrivo. Dico di regola, ma non mancano le eccezioni, sia pure solo di rilievo semantico, e lascio al lettore decidere  qual è quella più inquietante tra gli ultimi due degli esempi addotti …

Le due parole del dialetto salentino che campeggiano nel titolo non si sottraggono alla regola  e ci accingiamo a scoprire perché.

Canisciare

I moderni ferri da stiro, con i i loro avveniristici (quando funzionano  e se non esplodono …)  sistemi di controllo della temperatura e del suo adeguamento al colore e al tipo di tessuto da stirare, hanno azzerato quel rischio di ingiallimento (nei casi migliori …) della stoffa (soprattutto quella bianca) chec era sempre in agguato quando il ferro da stiro era un pesante contenitore  in ghisa dalla forma di una barca a fondo piatto. in cui  i pezzi di carbone incandescente avevano la funzione di riscaldarne la base.; sicché allora anche l’olfatto aveva la sua primaria importanza nella stiratura, anche se quando si avvertiva una vaga puzza di bruciato il macello per lo più era già avvenuto …

Faccio notare la maggiore economia della voce dialettale nell’esprimere un concetto che in italiano richiederebbe la circollocuzione lasciare ingiallire il tessuto per distrazione o imperizia a causa del calore eccessivo. Purtroppo lo stesso concetto non è riuscito a trasferire dalla lingua ai fatti il protagonista della vignetta.

* Ti sta costando cara la cura del ferro che il medico ti ha prescritto in combutta con tua moglie …

 

Nè varrà a rivalutarlo l’etimologia che ora vi propone …

Per il Rohlfs canisciare è “da un latino volgare *canidiare, dal greco καπνίζω=faccio fumo”.  La proposta, peraltro formulata in modo non dubitativo, mi pare poco convincente  sul piano fonetico perché non è chiaro come dal primo segmento di καπνίζω (leggi capnizo), cioé  καπνί- (leggi capni-) si sia arrivati a cani– di *canidiare; mi sarei aspettato, per assimilazione (e non per strana sincope) canni-. Nulla da eccepire, invece, sul secondo componente, cioé –izo (leggi –izo) che, attraverso il latino volgare –idiare, ha dato vita all’italiano  -eggiare di maneggiare, corteggiare , etc, etc. Va detto, però che, se questo suffisso è di lontana origine greca, non lo è sempre il primo segmento della parola che lo esibisce. Faccio l’esempio di manisciare=sbrigarsi, darsi da fare; esso suppone un latino volgare *manidiare in cui il primo segmento è manus=mano, che non è certamente parola di origine  greca. Insomma: il latino volgare avrebbe aggiunto (nella stragrande maggioranza dei casi) il suffisso greco a parole non necessariamente di origine greca. Ci sono pure casi in cui la parola greca è passata tal quale in latino: è il caso di caminus (da cui il nostro camino) che è dal greco κάμινος (leggi càminos). Per quanto finqui detto mi pare più plausibile ipotizzareper la nostra voce la seguete trafila: *caminidiare>*caminisciare>canisciare  (per sincope dal precedente), anche perché i rapporti tra κάμινος e κάπνος (leggi capnos)=fumo sono tutt’altro che certi.

 

Cagnisciare
Per questa voce il Rohlfs si limita a dare il significato,che è quello di aborrire, avere a schifo.  Mentre per canisciare  mancava  il corrispondente italiano, qui invece esso è, almeno dal punto di vista formale, cagneggiare, attestato da  Benedetto Varchi (1503-1565) nel suo  L’Ercolano:” … e quei bravoni o bravacci che fanno il giorno su per le piazze, e si mangiano le lastre e vogliono far paura altrui coll’andare e colle bestemmie, facendo il viso dell’arme, si dicono cagneggiarla o fare il crudele“. Tale significato continua  edulcorato nella locuzione italiana guardare in cagnesco, che, tuttavia semanticamente ancora non coRrisponde alL’esatto significato della voce dialettale,nella quale si manifesta ancor più edulcorato, pur chiarendone l’etimologia di base, che è dalla parola cane assunta ancora una volta dalla presunzione umana a simbolo di ostile negatività. E l’effetto è sempre quello: tenersi lontano da qualcosa che per noi costituisce, se non un pericolo, un motivo di fastidio, non solo fisico ma anche psicologico, com’è capitato al mio gatto …

 

*Fanno schifo e per un gatto come me il colmo è cagnisciarle. Mi stai facendo venire una crisi dì identità.

Nardò, il Conservatorio di S. Maria della Purità, ovvero quando l’assistenza era amore e non uno squallido affare

di Armando Polito

Probabilmente tutti quelli della mia età appaiono come laudatores temporis acti (chiedo scusa a chi conosce il latino, ma sono costretto a tradurre a beneficio di tutti gli altri, che non credo numerosi …: lodatori del tempo trascorso), dinosauri nostalgici del passato al quale guardano con il telescopio, mentre utilizzano il microscopio per analizzare e poi stigmatizzare da moralisti arretrati tutto ciò che dei tempi correnti non garba loro. Non sono, però, tanto ingenuo da ritenere che la dirittura morale sia stata lo splendido, esclusivo appannaggio delle passate generazioni e che tutto oggi sia manifestazione di luridume interiore. So benissimo pure che oggi vengono alla luce con più facilità certe miserie che prima restavano nascoste, non solo quelle private, personali,  ma anche le pubbliche, istituzionali. E non basta sciacquarsi la bocca con la parola trasparenza, se essa serve solo ad alimentare, con ammiccamento degli stessi mass media, tv in primis, da una parte curiosità di tipo voyeuristico, dall’altra la stessa lotta politica che è al servizio della democrazia solo se obbedisce ai canoni dell’onestà, quella intellettuale compresa, del rispetto reciproco e della verità. Non bisogna fare di ogni erba un fascio (tante sono, per esempio, le associazioni di volontariato al di sopra di ogni sospetto, alle quali dovrebbe andare la nostra gratitudine e che avremmo il dovere di sostenere e difendere, se è necessario anche con rabbioso trasporto d’amore)  ma nemmeno concludere sconsolatamente: tanto è stato sempre così. Faccio presente che la corruzione e la furbizia sono come le malattie infettive, per le quali la profilassi è fondamentale e nei casi più gravi prevede la necessità di evitare qualsiasi contatto diretto, senza adeguata protezione, anche per medici ed infermieri, col soggetto infetto. A mio avviso questa metaforica epidemia, che in passato colpiva soggetti isolati o gruppi sparuti, nel nostro paese è diventata endemia, come attestano le cronache giornaliere, anche se ognuno di noi è innocente fino a condanna definitiva … E poi anche quest’ultima si scontra con l’incertezza che benevola e benefica aleggia sulla durata effettiva della pena inflitta. E così anche laddove va buca con la presunzione d’innocenza, si mette vergognosamente in campo la favoletta del carcere che deve rieducare e redimere. Solo che qualcuno dovrebbe spiegarci come ciò può avvenire con il sovraffollamento che già di per sé rappresenta una violazione della dignità personale. Da qui, per risolvere genialmente il problema, leggi sempre più a tutela di chi delinque e periodici decreti per sfoltire la popolazione carceraria. Io ormai sono troppo vecchio per cambiar rotta ma, se avessi qualche decennio di meno. non so se sarei in grado di non adeguarmi (non mi mancherebbe, credo, l’intelligenza per farlo senza eccessivi rischi …) all’umiliazione continua del merito, della competenza  e dell’onestà, da cui la cultura, quella autentica,  non può mai prescindere, pur negli inevitabili cambiamenti che il trascorrere del tempo, forse fortunatamente, comporta.

Per provare tutto questo, dopo aver lapidariamente ricordato l’inquietante quadro che sta emergendo a margine dell’inverecondo traffico prima e collocamento poi di migliaia di poveri cristi, senza per questo trascurare l’ospizio-lager che ogni tanto assurge al disonore della cronaca, farò un salto cronologico fino a giungere al 1710, cioé all’anno di istituzione a Nardò, da parte del suo vescovo Antonio Sanfelice, del Conservatorio di Santa Maria della Purità.


JESU CHRISTO SACRATUM VIRGINUM SPONSO/IN HONOREM VIRGINIS PURISSIMAE/ANTONIUS SANFELICIUS EPISCOPUS/A FUNDAMENTIS EREXIT/ANNO MDCCXXII2

(Consacrato a Gesù Cristo sposo delle vergini. In onore della purissima Vergine il vescovo Antonio Sanfelice lo eresse dalle fondamenta nell’anno 1722)

Il tempo coinvolge, con quello degli uomini, anche il destino di ciò (dicono …) che lo distingue dagli altri animali: la parola. E così oggi per conservatorio i vocabolari registrano i significati di (cito dal De Mauro) : 1) istituto di istruzione musicale suddiviso in vari insegnamenti (tecniche vocali e strumentali, composizione, direzione d’orchestra e sim.) di durata variabile dai 5 ai 10 anni, un tempo funzionante come collegio 2) collegio femminile tenuto da religiose; educandato 3) ricovero per poveri, anziani, donne o bambini.

Gli ultimi due significati sono registrati come obsoleti e proprio il terzo era quello che agli inizi del XVII secolo aveva il nostro.

Sulla storia della fondazione sua e dell’annessa chiesa rinvio al post di Marcello Gaballo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/03/il-conservatorio-della-purita-a-nardo-e-il-vescovo-antonio-sanfelice/), del quale questo mio scritto vuol essere una modestissima integrazione. Essa non ci sarebbe stata se, come spesso capita, nel corso di un’altra ricerca, non mi fossi imbattuto proprio in qiella sorta di regolamento per il buon funzionamento del conservatorio, redatto dal vescovo in persona, recante il titolo Viva Giesù  Istruzzioni, e regole per le vergini del Conservatorio di Santa Maria della Purità eretto in Nardò l’anno MDCCX approvate nel sinodo diocesano del MDCCXX, stampato per i tipi di Domenico Viverito a Lecce nel 1720. Chiunque lo desideri può leggerlo integralmente all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ALEKE000268

Nel frontespizio potrebbe suscitare meraviglia prima Giesù e poi istruzzioni; e qualche insegnante allergico (probabilmente per sembrare all’avanguardia o per ignoranza …) al rispetto delle regole grammaticali  (in questo caso in particolare dell’ortografia) potrebbe essere tentato di sfruttare l’occasione per predicare la tolleranza di certe infrazioni o, peggio ancora, l’insegnante non abituato a chiedersi il perché di certi errori (reali o presunti) per dare dell’ignorante al Sanfelice o, addirittura, per mettere sarcasticamente in dubbio l’efficienza educativa (a partire dall’istruzione in senso stretto) del suo istituto. Per quanto riguarda Giesù mi limito a riportare solo due frontespizi (avrei potuto esibirne migliaia) più o meno coevi (ma Giesù è forma attestata fin dal XV secolo), in cui ho evidenziato con una sottolineatura la voce incriminata1.

Pure per istruzzioni potrei esibire migliaia di documenti, ma credo che basti il frontespizio che segue e dire che, come per Giesù siamo di fronte a quella che potrebbe essere definita, in bocca  all’insegnante di cui sopra,  non un’incriminazione ma una calunnia grammaticale2.

Subito dopo il titolo si legge una citazione tratta dalla lettera di S. Girolamo ad Eustochio, avente come tema la custodia delle vergini: Haec omnia, quae digessimus. dura videbuntur ei, qui non amat Christum (Tutto ciò che ho trattato sembrerà crudele a chi non ama Cristo). Un inno alla disciplina e al sacrificio da intonare alla luce della religiosità, concetti che oggi godono di scarso credito o, comunque, di insufficiente applicazione concreta,  nel mondo religioso (in quello istituzionale ed in quello dei credenti) come in quello laico (atei, cosiddetti, compresi); il quale difetto, sia chiaro, non è solo della religione cattolica.
Così mi piace riprodurre dal vivo, delle norme dettate per la vita comunitaria, quelle legate a gesti quotidiani di significato non religioso in senso stretto, ma che dalla sana religiosità traggono ispirazione: Le pp. 204-211 riguardano la figura dell’infermiera.

 

 

La p. 16 è occupata da un’incisione raffigurante la Madonna della Purità. Sarebbe interessante tentare di individuare il modello probabilmente seguito, anche perché mi pare una nota originale, rispetto a rappresentazioni più o meno coeve, lo sfondo costituito da un paesaggio che più terreno non poteva essere.

Lascio ad altri più competenti di me che abbiano tempo e voglia di rispondere a questa domanda ma non posso fare a meno di chiudere con una considerazioni che qualcuno riterrà materialistica. Non potevo,, cioè, non sottolineare la rarità dell’opera, della quale l’Opac registra l’esistenza di un solo esemplare custodito nella biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò, che è, poi, quello digitalizzato, come mostra l’etichetta sul dorso. La destinazione locale quasi sicuramente limitò il numero di copie stampate ma è indubbio che quest’unico esemplare sopravvissuto che si conosca di quello che sarebbe improprio chiamare opuscolo (consta di 252 pagine) è particolarmente prezioso sotto un duplice profilo, quello storico e storiografico propriamente detto e quello bibliografico-antiquario.4

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1 A torto, perché Iesu(m) ha dato nell’immediato Giesù come iam ha dato già, Iove(m) ha dato Giove e iustu(m) ha dato giusto. Poi in –ie– la i è scomparsa, cosa che non è potuta avvenire in ia-, io– e iu-, dove la caduta avrebbe determinato una grave alterazione del suono.

2 La z in italiano è esito per lo più di un originario gruppo latino –ti– seguito da vocale: otiu(m)>ozio. Laddove tale gruppo era preceduto dalla consonante c l’esito all’origine fu –zz-: factione(m)>fazzione; instructionem>istruzzione. E non mancano esempi, per analogia, pure di ozzio.

3 Nella trascrizione che si legge in Emilio Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di Marcello Gaballo, Mario Congedo editore, Galatina, 1999, p. 183 risulta omesso SACRATUM ed aggiunto DOMINI.

4) Nell’inventario dei beni del vescovo Salvatore Lettieri redatto dopo la sua morte avvenuta il 6 ottobre 1839 dal notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) in data 30 novembre 1839 a carta 1261v. tra i libri è citato genericamente e senza precisi riferimenti bibliografici (non è l’unico caso) un testo dal titolo Regole per il conservatorio di Nardò, con annessa valutazione di grana dieci. Potrebbe essere una seconda copia del nostro, ma, se tale è, è impossibile dire che fine abbia fatto.

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