Lecce, piazza S. Oronzo e un’altra incisione ottocentesca

di Armando Polito

Quando mi si chiede quale, secondo me, è ciò che contraddistingue un genio (da quello artistico in generre allo scientifico) dai mortali comuni, la risposta a bruciapelo, senza bisogno di cercarlo, nell’uovo, è lapidaria: l’originalità. In tempi in cui la globalizzazione ha massificato, omogeneizzato ed omologato l’umanità ed in cui l’imperativo dominante è quello del tutto e subito e il fine principale, se non unico, il profitto ad ogni costo, la purezza dell’originalità tende ad essere contaminata più che mai dalla scarsa onestà intellettuale e, nei casi peggiori, dalla sua totale assenza. Non mancano le operazioni di piccolo cabotaggio, quali appaiono ai miei occhi tante tesi di laurea o di dottorato di ricerca frutto di frenetici copia-incolla o, nei casi meno appariscenti, di elementari parafrasi, squallido mezzuccio per non sobbarcarsi alla fatica del virgolettato … Questo deleterio fenomeno, tuttavia, non è nuovo e ho avuto in questo blog più di un’occasione per stigmatizzarlo. Emblematico, a tal proposito, per il campo squisitamente letterario, l’esempio che ho portato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Tutti i nodi, tuttavia, prima o poi vengono al pettine e oggi più facilmente e rapidamente grazie proprio allo stesso strumento che ne ha reso possibile il confezionamento: il pc. Il post di oggi, anche se riguarda il campo figurativo, ne è la dimostrazione e costituisce  l’integrazione, probabilmente provvisoria, di uno precedente sullo stesso tema (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/).

A beneficio dei lettori più pigri riproduco le due immagini mostrate nel link appena segnalato. La prima fu    pubblicata da Audot padre in L’Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l’Isola d’Elba, la Sardegna, Malta, l’isola di Calipso, ecc., Pomba, Torino, 1835, tomo II.

La seconda è tratta dalla rivista settimanale  L’omnibus Pittoresco, Napoli, anno I, n. 50 del 23 febbraio 1839, pag. 415 (http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AMIL0132098_184488&teca=MagTeca+-+ICCU).

Passo all’immagine di oggi. Nel  1843 usciva per i tipi dell’editore Parente a Napoli Collezione di novanta vedute della città e Regno di Napoli. Tra le novanta vedute quattro sono dedicate ad altrettante città della Terra d’Otranto (Brindisi, Lecce, Otranto e Taranto). Riproduco la tavola LXXXIX dal testo appena citato. integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=TpnLGRkuxpsC&printsec=frontcover&dq=colleziuone+di+novanta+vedute+della+citt%C3%A0+e+regno+di+napoli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjG8aPr4rzTAhXhAsAKHe6yC7UQ6AEIJTAA#v=onepage&q=colleziuone%20di%20novanta%20vedute%20della%20citt%C3%A0%20e%20regno%20di%20napoli&f=false.

Per Aubert e Segoni rinvio al precedente post. Alessandro Moschetti, secondo quanto si legge in Giovanna Sapori e Sonia Amadio, Il mercato delle stampe a Roma, XVI-XIX secolo,  Libro Co. Italia, 2008, p. 334, morì nel 1845, aveva la bottega a Roma  in via Bocca  di Leone, 63 e fu incisore di architetture. Gran parte delle incisioni della Collezione di novanta …, op. cit. reca il suo nome. Aggiungo che sua è anche l’incisione della Carta corografica dello Stato Pontificio indicante le dogane, i posti armati dalla truppa di finanza, le strade doganali, la fascia bimiliare di divieto …, su disegno di G. Spinetti,  stampata a Roma (non compare il nome dell’editore) nel 1838 ed attualmente custodita nella Biblioteca Casanatense a Roma.

Lascio al lettore lo stesso gioco enigmistico dello Scopri le differenze a suo tempo ricordato e mi pongo, estendendola a Moschetti, la stessa domanda: possono tre artisti della loro fama, per giunta pressoché contemporanei, differenziarsi sostanzialmente nel trattamento delle nuvole?

E chiudo questo post con le stesse parole del precedente: E la caccia continua …

Taranto, com’era circa 500 anni fa

di Armando Polito

Chi trova un amico, recita il proverbio, trova un tesoro; io qualche giorno fa ho trovato una mappa che è un tesoro, anche se non è una mappa del tesoro. Il lettore che non abbia deciso di abbandonarmi comprenderà alla fine  le motivazioni dell’uso di questo gioco di parole che lì per lì può sembrare insulso, uno di quelli, tanto per intenderci, sfruttati a mo’ di slogan da un politico che in questo campo può fare a gara con chiunque e il cui nome è già una gare …nzia o, fate voi, una ga … renzi … a.

L’ho trovata, la mappa, sul sito della Biblioteca Universitaria Estense di Modena, da cui l’ho riprodotta (http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/geo/i-mo-beu-c.g.a.6.a.pdf). Lì compare come datata al XV-XVI secolo ma, sulla scorta del commento che farò alla didascalia n. 3, credo senz’ombra di dubbio che la datazione debba essere collocata non prima del XVI.

Consiglio al lettore che volesse analizzarla di persona e controllare le osservazioni che farò di scaricarla dal link appena indicato; per gli altri più pigri di natura oppure solo nell’acquisizione delle competenze elementari per poter sfruttare gli strumenti, quelli informatici nel nostro caso, che la tecnologia ci mette quasi giornalmente a disposizione, volta per volta, prima di trascrivere e commentare il testo delle didascalie (nell’immagine di testa le ho numerate; purtroppo alcune di loro sono monche a causa della rifilatura dei margine superiore, inferiore e sinistro del supporto) ne proporrò, ingrandito, il dettaglio relativo, in qualche caso ruotandolo pure  opportunamente per renderne più agevole la lettura.

Anticipatamente esprimo la solita gratitudine a chi vorrà correggere col suo commento i tutt’altro che improbabili errori e proporre una o più  integrazioni. La mappa dovrebbe essere stata studiata da Giuseppe Carlo  Speziale in Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Giuseppe Laterza & figli, Bari, 1930 e successivamente da Franco Porsia e Mario Scionti in Taranto, Laterza,  Roma, 1989.  Sarò grato a chiunque, avendo la possibilità di leggerlo, vorrà renderci partecipi di quanto vi troverà, fosse solo con esclusivo riferimento alla lettura delle didascalie1.

1

MARE PICOLO (oggi Mar Piccolo)

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2

Larghezaa del mare piccolo miglia quatro b in am[piezac (?)]/nel qual puonod stare sicurissime infinite  galeree []/perchef gira 13 miglia, nel qual mare Ha[nnibale g]/condusse le barche sopra li carri, passando [per la (?)]/citah come etiami  fece el gran Capitano, g[onzalo (?)]/obsediando l il Figliolo  di re Fedrigo m

a larghezza

b quattro

c ho preferito la probabile lettura integrativa ampieza e non ampiezza per coerenza col precedente largheza.

d possono

e galee

f perché

g nel 212 a. C. Annibale, facendo leva sul malcontento dei Tarantini per la dominazione romana, entrò in città ed annientò il presidio romano, secoNdo quanto estesamente riportato da Polibio (II secolo a. C.) nel libro VIII delle sue Storie.

h città

i anche

l assediando

m  Fedrigo è Federico I (re di Napoli dal 1452 al 1504), il suo Figliolo Ferdinando duca di Calabria e il gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. La didascalia fa cenno all’occupazione del Regno di Napoli nel 1501 da parte delle truppe alleate di Luigi XII re di Francia e di Ferdinando il cattolico re di Spagna. In quell’occasione Ferdinando si trovava a Taranto, che fu assediata dalle forze spagnole al comando di Gonzalo Fernandez. Questa didascalia è importante per la datazione della carta, che non può essere anteriore al 1501; anzi il fece ci suggerisce che da quell’evento era passato almeno più di un decennio.

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3

Questo fosso fu tagliato dal duca di Calabria alaa venuta de’ Turchi ad O[tranto]/et fece la citab in Isola turando el mare per la fossa (?) quale […]/per l’intrata di una galea col paramento disteso et ha 19 pa[lmi]/di alteza di aqua et hà la currente del ? et rifi[]/per strumento a molti molini ? li duy ponti di legno/sono ne le mani del Castillanoc di modo che nullo homod puoe entrare et uscire de la terra, senza volunta f de’ pr[edetti (?)]

a alla

b città

c castellano

d nessun uomo

e può

f volontà

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4

Porto delaa/cita b optimoc   

a della

b città

c ottimo

_____________________

5

Ponte di legno fondato sopra pilastri/per el quale passa uno (?) aquitrino (?)

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6

Ponte antiquo, ma/chiamato Torre a mare/[… di]stante da Taranto 24 miglia

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7

Intrata bona

______________________

8

Capo Rondinelloa

a oggi Punta Rondinella

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9

S. Nicola

_____________________

10

Sotto questa isolaa puonob star galere c/ma puonob essere offese da lartigliaria d/delae cittadella perche f  la sumitag de lae/torre soverchiah capo rotondoi

a S. Nicola (vedi didascalia precedente)

b possono

c galee

d dall’artiglieria

e della

f perché

g sommità

h sovrasta, supera

i oggi Capo S. Vito

_____________________

11

Capo rotondoa

a oggi Capo S. Vito (vedi didascalia precedente)

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12

da questa parte ea tutab spiagiac  bassa

citadellad

fonte

citadellac

questa parte de la citae ea tutab scopulosaf

a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

________________________

13

S. Antonio

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14

 a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

_______________________

15

Si vede anchoraa questa fossa antiquab dec Tarento d vechioe

a ancora

b antica

c di

d Taranto

e vecchia

_______________________

16

Porto bellissimo

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17

Distantiaa deb  unoc miglio e mezod

a distanza

b di

c un

d mezzo

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18

Ponente

_____________________

19

distantiaa fino alab terra di quatroc miglia/e questo mare ed Porto per havere bonof/? per vasellig grossi ma galere/ puonoh star per el Temporalei

a distanza

b alla

c quattro

d è

e aver

f buono

g vascelli

h possono

i tempesta

__________________________

20

ramontana

__________________________

21

Levante

__________________________

22

 


locoa  per fare la fortezab 

a luogo

b fortezza

La didascalia qui ha una valenza premonitoria perché, con  quella che oggi con termine tecnico si direbbe destinazione d’uso, precorre la costruzione del Forte de Laclos voluta da Napoleone Bonaparte verso la fine del XVIII secolo. Vedi sull’argomento anche il recente post http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/19/taranto-pierre-ambroise-francois-choderlos-de-laclos-damnatio-memoriae-riuscita-solo-meta/.

 

 

 

Da Marittima: zolle di storie e di ricordi, nel solco della tradizione

processione-di-san-vitale

di Rocco Boccadamo

Nella piccola località che mi ha dato i natali, non sono, invero, molte le ricorrenze che riescono a preservarsi di là dal tempo, senza sostanziali scalfitture, e cui, insomma, di generazione  in generazione, si continua immancabilmente ad annettere un substrato di valore e d’importanza, soprattutto sul piano ideale e morale, cercando, altresì, a ogni singola cadenza, di inquadrarle in una cornice di adeguata visibilità e solennità.

Al primo posto, fra esse, si colloca la festa del Patrono, S. Vitale martire, che si svolge annualmente, per secolare tradizione, il 28 aprile.

E ciò, giacché non v’è marittimese che, a prescindere dalla cifra della sua personale fede religiosa e relativa concreta pratica, non si senta legato al Protettore, milanese d’origine, milite cavaliere nelle schiere dell’imperatore romano Nerone, a un certo punto della sua vita convertitosi al cristianesimo e, quindi, per quest’ultima scelta da lui considerata irrinunciabile, costretto ad affrontare e subire il martirio.

Vitale ebbe per sposa Valeria, che lo rese padre di due figli, Gervasio e Protasio: e, però, qui mette conto di rimarcare non tanto la composizione del focolare domestico del Santo, quanto la circostanza particolare che tutte e tre le persone care al capo famiglia fecero la sua medesima, gloriosa fine.

Sullo specifico tema, mi piace rammentare un episodio, diciamo così, moderno, marginale ma in certo qual modo indicativo, capitatomi, anzi, in fondo, da me promosso, un paio d’anni fa, in occasione di una breve puntata nel capoluogo lombardo per rivedere i figli e i nipotini ivi residenti.

Era di pomeriggio e a un certo punto, dopo un giro insieme nel vicino Museo della Scienza e della Tecnica, mi trovavo con Andrea in zona S. Ambrogio e, lì, il piccolo, teneva a indicarmi l’Istituto presso il quale sarebbe andato a frequentare le Scuole elementari.

Sennonché, parallelamente, a me, ebbe ad accendersi una lucina nella mente, dopo di che afferrai per mano Andrea, chiedendogli di starmi sul passo sino all’interno della contermine, omonima Basilica e, precisamente, sin dopo l’altare.

Il nipotino mi veniva dietro in silenzio, dando però a vedere di essere un po’ stupito di tale itinerario.

Arrivati a destinazione, indirizzai il suo sguardo e la sua attenzione su due figure di scheletri, rivestiti di paramenti sacri, che giacevano in un’urna di vetro illuminata e in bella vista sotto l’altare, sussurrandogli che quei resti appartenevano ai Santi fratelli Gervasio e Protasio, figli di S. Vitale, protettore di Marittima, paesello dei nonni paterni e luogo di una parte delle sue vacanze estive al mare.

Andrea strabuzzò gli occhi, incantato, e proferì un sostenuto: ”Ma, come, nonno…! Che mi stai dicendo? Si tratta proprio dei resti veri di due Santi?”.

Naturalmente, fu intensa la scena del racconto del piccolo ai genitori, alla nonna e, il giorno seguente, ai cuginetti.

In  seno a passate narrazioni e rievocazioni, mi è già occorso di intrattenermi intorno alle celebrazioni in onore di S. Vitale e, fra l’altro, di porre in risalto che, dal punto di vista stagionale e specialmente del clima, l’evento, per consuetudine radicata, segnava, nel sentir comune dei marittimesi, una sorta di spartiacque fra l’inverno compreso il marzo capriccioso da un lato e la bella stagione dall’altro.

A suffragio di ciò, il 28 aprile coincideva anche, nella maggior parte delle mura domestiche del paesello, con l’introduzione del riposino pomeridiano, evento, per la verità, affatto gradito da noi ragazzi.

Che l’estate fosse non lontana, era confermato da un’ulteriore, puntuale circostanza.

Il Comitato festa ingaggiava, ogni anno, due Complessi Bandistici, che diffondevano le loro sinfonie, sia seguendo la processione lungo le vie del paese con il simulacro del Patrono, sia esibendosi schierati sull’apposita “cassa armonica”, autentica selva di luminarie, allestita nella piazza.

marittima2

Orbene gruppi di “bandisti”, specialmente se provenienti dall’entroterra e da località montane e, perciò, normalmente più fredde, subito dopo mezzogiorno e in attesa di riprendere le loro prestazioni, si recavano a piedi da Marittima all’insenatura “Acquaviva”, transitando giusto davanti all’abitazione dei miei genitori, per fare o prendere il primo bagno.

Così andavano, di solito, le cose sul piano meteorologico; nondimeno, ogni tanto, accadeva qualche eccezione.

Guarda caso, in questo periodo del 2017, alla vigilia o quasi di S. Vitale, in queste plaghe salentine, il clima è, se non precisamente freddo, fresco assai, il mattino e la sera le temperature segnano 7-8 gradi. Di conseguenza, ci si meraviglia, dimostrando tuttavia di aver memoria corta.

Mi spiego. Correva il 1961, io avevo appena compiuto vent’anni, dall’estate precedente ero fidanzato con A. e da pochi mesi avevo preso a lavorare a Taranto, dove anche A. risiedeva con la sua famiglia.

Per quella festa di S. Vitale, così come ci fu il mio ritorno a Marittima, i miei genitori invitarono e si proposero di ospitare anche A.

Successe, purtroppo, che, la sera del 28, nonostante il calore emanato dalle sfarzose luminarie, in giro, sulla strada centrale del paese, percorso d’elezione delle passeggiate, su e giù, dei ragazzi e delle ragazze, ma anche degli adulti, e, parimenti, nella piazza dove campeggiava la cassa armonica su cui si esibivano a turno le bande musicali, spirava un’arietta se non proprio fredda, fresca e non da poco.

Rammento che A., la quale, qualche tempo prima, aveva avuto problemi di salute, per prudenza indossava un cappottino sopra il vestito e, tuttavia, sia lei, sia mia madre, all’epoca quarantaquattrenne, sua compagna di passeggiata nell’ambito della festa, a un certo momento avvertirono il bisogno di non trattenersi oltre all’aperto e pensarono di chiedere ospitalità alla famiglia di E. F. che abitava esattamente in piazza, tra la cassa armonica e la Chiesa Madre.

I padroni di quella casa si dimostrarono lietissimi di accogliere le due donne, tra loro e la mia famiglia, a parte i legami di compaesani, esistevano anche quelli di compari e comari, poiché un figlio di E.F, A. detto U., era stato, nel 1948 o 1949, mio padrino di Cresima.

E qui, pure su tale punto ho già avuto modo di riferire, quando si diventa compari, si rimane tali per sempre.

Non venga da sorridere, il mio padrino (o nunnu) U.F. regalò a me  figlioccio (o sciuscettu) una banconota da 500 lire italiane, accompagnando la consegna del dono con la frase: “Ecco, con questi soldi, potrai comprarti un paio di pantaloncini”.

Per chiudere la parentesi, devo ricordare che, tra padrino e figlioccio, a contare non è davvero l’entità del regalo intercorso, bensì l’intensità del sentimento che viene a instaurarsi fra le due figure.

Per dire, compare U., una quarantina d’anni dopo, già sposato e padre di due figlie arrivate alla maggiore età, in un’occasione, incontrandomi insieme con la primogenita, oltre che salutarmi e farmi salutare dalla figlia, ebbe a raccomandare a quest’ultima: “Senti, quando, un giorno, io non ci sarò più, ricordati che, per qualsiasi cosa, potrai fare affidamento su questa persona, ti rivolgerai a lui”.

Anche ora, U. se n’è andato da un bel pezzo, la sua figliola in discorso mi dà sempre segno di considerazione, rispetto e amicizia, un particolare, a mio avviso, bello e positivo.

Il capo famiglia E.F., esile e di statura medio bassa, si distingueva, pure in vecchiaia, per il suo incedere di buona lena, dava quasi l’impressione di muovere lesti i propri passi, magari a piedi scalzi, con piacere; io, sin da piccolo, me lo godevo quando transitava davanti a casa mia per portarsi dal paese a un suo fondo agricolo situato luogo la litoranea fra l’Acquaviva e la Marina dell’Aia.

Ritornando ad A. e alla mia, allora giovane, mamma, stettero bene insieme, per qualche ora, all’interno dell’abitazione di E.F., avendo agio, dal 1° piano, di osservare i compaesani numerosi nella piazza sottostante per la festa, come pure di ascoltare le arie eseguite dalle Bande musicali che si alternavano sulla cassa armonica.

Dal punto di vista dello svolgimento materiale, adesso, ovviamente, la festa di S. Vitale è profondamente cambiata, in linea, del resto, con i radicali mutamenti verificatisi, nei decenni, su scala generale.

Nondimeno, la ricorrenza mantiene il suo tradizionale valore e significato e seguita a essere sentita anche nell’animo dei marittimesi del terzo millennio.

 

Libri| Onironauti, di Davide Caputo

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Due anni dopo “Maturando”, libro d’esordio nel 2015, Davide Caputo, 20enne studente salentino all’Università di Parma, pubblica il suo nuovo libro, “Onironauti”. Sul finire del 2015 usciva “Maturando”, un breve libro composto da tre racconti e una dozzina di poesie incentrati sul tema del crescere e dell’approcciarsi alla vita. Quasi due anni dopo il suo esordio letterario, Davide Caputo, che nel frattempo si è trasferito dal Salento a Parma per studiare beni artistici e dello spettacolo, pubblica “Onironauti”.
Il libro, ancora composto da una sezione in prosa e una in versi, affronta il tema dei sogni e dei diversi modi in cui ognuno di noi può cercare di inseguirli.
Sia Maturando che Onironauti sono corredati da una prefazione scritta dal poeta-pittore sannicolese Franco Ventura.
Davide Caputo: nasce a Gallipoli (LE) il 18 ottobre 1996. Si diploma al liceo classico Q.Ennio di Gallipoli nel 2015. Nello stesso anno, a dicembre, pubblica il suo primo libro, “Maturando”. È finalista, a Roma, della XXVII edizione del premio G.G.Belli e della XVI edizione del premio nazionale letterario Nobildonna Maria Santoro, entrambi organizzati dal Centro Culturale G.G. Belli di Roma. Nel 2016 si trasferisce a Parma per proseguire gli studi universitari. A febbraio del 2017 è uno dei venti finalisti della XXX edizione del premio “San Valentino… innamorati a Camogli” a Camogli (GE). A marzo del 2017 pubblica “Onironauti”, il suo secondo libro.

Taranto e Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos: una damnatio memoriae riuscita solo a metà

di Armando Polito

Sul fenomeno tutto umano cui la locuzione latina del titolo dà il nome ho avuto molteplici occasioni di esprimere la mia opinione e questa volta non segnalerò nemmeno un post al riguardo perché essa emergerà, mi auguro senza equivoci, dalla lettura di questo.

Oltre alla locuzione latina nel titolo spicca anche un onomastico chiaramente francese e non è difficile capire che è lui al centro della storia, di una storia risalente a poco più di due secoli fa. Ogni evento storico ha, come in un film, un protagonista, dei comprimari, un’ambientazione, chiedo scusa, volevo dire una location …

Siamo a Taranto nel 1803 e muore nel convento di S. Francesco d’Assisi per dissenteria e malaria  il generale d’artiglieria Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, al quale Napoleone in persona aveva affidato la conduzione della fortezza fatta erigere sull’isola di S. Paolo alla fine del XVIII secoloe  che ancora oggi reca il suo nome. Al suo interno viera stato sepolto avendo rifiutato i conforti religiosi. Molto probabilmente il generale quand’era in vita non avrebbe potuto immaginare posto migliore per i suoi resti, come un pilota automobilistico forse sognerebbe non tanto di morire in gara, cioé sul campo di battaglia, quanto di essere sepolto sigillato nell’abitacolo del bolide compagno più o meno affidabile di tante avventure …

Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon
Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon

 

Comunque stiano le cose attinenti alla sfera della morte, ammesso per assurdo che qualche forma di coscienza sopravviva, la immaginata soddisfazione del generale durò poco, perché alla caduta di Napoleone nel 1815 i tarantini per odio contro i francesi distrussero la sua tomba e non è difficile immaginare che i suoi resti, mai più ritrovati, siano stati gettati in mare.

Non sono riuscito a reperire rappresentazioni della fortezza risalenti a quell’epoca, ma posso fornire una documentazione del prima e del dopo.

Le immagini che seguono  riguardano un dettaglio di una mappa di Taranto conservata nella Biblioteca Universitaria Estense a Modena e datata al XV-XVI secolo. Io credo, invece, sulla scorta di osservazioni interne che farò quando a breve la presenterò integralmente su questo blog, che non possa essere anteriore al XVI secolo. Attraverso un progressivo ingrandimento giungo alla lettura della didascalia che mostra l’antica vocazione del sito per quanto riguarda quella che oggi si chiama destinazione d’uso.

Nell’immagine successiva (tratta da http://www.bebmuseo.it/app/webroot/wp/wp-content/uploads/2015/05/isole_cheradi.jpg) la vista aerea dello stato attuale del sito.

 

La storia rigurgita di episodi in cui l’odio, più o meno comprensibile, si manifesta con la distruzione dei simboli di un potere (una statua, uno stemma, un intero fabbricato, etc.) o con la profanazione e successiva distruzione dei resti del nemico di turno. Tutto ciò per me è comprensibile ma non giustificabile, perché la progressiva ignoranza del passato, avanzante grazie pure alla distruzione delle sue memorie e all’affievolimento fino all’estinzione della loro valenza monitoria, non può che propiziare il ripetersi proprio di quegli eventi che si è pensato di rimuovere per sempre dalla coscienza mediante la semplice cancellazione di oggetti. E così cadiamo sempre nell’eterna contraddizione tra il dire e il fare, tra il concreto e l’astratto, facendo prevalere l’uno o l’altro seguendo l’impulso emotivo del momento.

Qualche volta, tuttavia, la damnatio memoriae (anche quella, come nel nostro caso, spicciola, in un certo senso popolare, cioé non programmata dalle istituzioni) si ritorce contro coloro che l’hanno attuata. Nel nostro caso non dipende da una riabilitazione politica del personaggio, ma dal suo spessore. Pierre-Ambroise-François, infatti, non fu solo un militare, fu un artista, appartenne, cioé, a quella privilegiata categoria in grado di mettere tutti d’accordo con i suoi più validi rappresentanti.  Il suo romanzo epistolare Les liaisons dangereuses (Le relazioni pericolose), uscito ad Amsterdam (manca il nome dell’editore) in due volumi, il primo (diviso in quattro parti) nel 1782, il secondo nel 1787, è considerato, e da tempo, come uno dei classici della letteratura non solo francese ma mondiale.

La arta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi,n. 12845), con l'incipit del romanzo
La carta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi, n. 12845), con l’incipit del romanzo

 

I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione
I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione

 

Al lettore non sarà sfuggita la presenza nei frontespizi dei puntini di sospensione (direi di vigliaccheria, e dopo spiegherò perché) che accompagnano il nome dell’autore C[hoderlos] de L[aclos] e risparmiano M. (abbreviazione di Monsieur=Signor), innocuo per la sua scontata genericità e la preposizione de, il cui valore compromettente è relativo, direi nullo …

Il fatto è che, al tempo in cui uscì, il romanzo venne considerato altamente immorale e fautore di corruzione e nello stesso tempo, per così dire, diffamatorio, anche se in realtà esso  offriva uno spaccato della classe nobiliare del XVIII secolo, insomma, costituiva più una denunzia che, a seconda dei punti di vista,  un’istigazione al peccato o una calunniosa offesa. L’ipocrisia della morale (quella formale …) di ogni tempo ispirò il poco coraggioso (specialmente per un generale …) espediente dei puntini, mentre nell’avvertimento iniziale l’editore (totalmente anonimo, lui …) si affanna più volte a sottolineare il carattere, a parer suo, fittizio delle lettere …

Bisognerà  attendere il 1869 per incontrare un’edizione senza le mutande messe al nome dell’autore, anche se potrebbe sussistere una finalità mimetizzante in Delaclos per De Laclos.

Il tempo è il migliore giustiziere e, come s’è detto, l’opera è da tempo considerata un classico.

Si definisce classico, si sa, qualsiasi prodotto che riesca a valicare i confini del suo tempo, in esso riconoscibilissimi, e sia destinato ad una perenne attualità; insomma una sorta di prodigio, come può essere tutto ciò che è del suo tempo e insieme di ogni tempo. E il romanzo del nostro non si sottrae a questa regola, tant’è che, al di là di un numero spaventoso di edizioni, è stato oggetto di numerosissimi adattamenti teatrali e di altrettanto numerose  trasposizioni cinematografiche, a partire da quella del 1959 che ebbe come regista Roger Vadim e come interpreti principali  Gerard Philipe, Jeanne Moreau ed Annette Stroyberg;  i miei coetanei alle prese con le prime tempeste ormonali la ricorderanno certamente, ma solo attraverso la locandina, essendo il film stravietato …

 

Nel chiudere ritengo opportuno correggere il damnatio memoriae riuscita solo a metà del titolo con damnatio memoriae totalmente fallita. Il gesto dei profanatori è già stato dimenticato, forse, dalla storia, è qualcosa di morto, il nome del dannato, al contrario,è estremamente vivo e come tutto ciò che riguarda lo spirito, destinato a durare più di un oggetto, sia esso un sepolcro (quello del generale nel nostro caso) o, come mostrano le immagini di chiusura tratte da http://www.geheugenvannederland.nl/en, un poster sul tema, il primo del 1887, il secondo del 1990

Fuori Tempo Massimo: quattro libri d’arte

Fuori Tempo Massimo: quattro libri d’arte sul sociale e sulla società

dell’artista salentina Paola Scialpi

 

Fondo Verri di Lecce, via Santa Maria del Paradiso 8

dal 21 al 25 aprile 2017

Inaugurazione 21 aprile 2017 ore 19,30

MARE-Pagina-14-def

“Mare: una storia da riscrivere”,” Ombre “,” Donne”;” Fuori tempo massimo” sono i quattro libri d’arte creati dall’artista Paola Scialpi. Un’ interessante e stimolante avventura, carica di impegno per il sociale, per l’artista salentina che si è voluta cimentare in una creazione  del tutto nuova per il suo percorso artistico. I libri racchiudono in una ventina di pagine immagini dipinte e racconti, totalmente inediti e scritti a mano, che narrano il contenuto di storie talvolta ai margini talvolta alla deriva. Il primo dedicato ai migranti, è stato accolto con sincera condivisione spirituale e vicinanza umana da Papa Francesco a cui l’artista ha fatto dono di una copia. Il libro  che parla di migranti, contiene oltre alle immagini un racconto molto toccante.

OMBRE-Pagina-20-def

Il secondo “Ombre” esprime con immagini e racconti la vita dei senza tetto e della vecchiaia in solitudine.

DONNE-Pagina-15-def

Il terzo “Donne” si riferisce a molte situazioni, tutte al femminile, e contiene oltre ad un racconto scritto dall’artista anche piccoli componimenti di poetesse contemporanee.

FUORI-TEMPO-MASSIMO-Pagina-12-def

Il quarto ” Fuori tempo massimo “rappresenta invece gli eventi atmosferici e geologici che l’uomo deve affrontare sempre più frequentemente. I libri sono opere uniche nate dalla sensibilità di un’artista che ha da sempre utilizzato la sua arte per denunciare o comunque per inviare messaggi di critica e di riflessione sulla nostra contemporaneità sempre più complessa e sempre più sfuggente.

 

I libri saranno esposti al Fondo Verri di Lecce via Santa Maria del Paradiso dal 21 al 25 aprile 2017. Inaugurazione 21 aprile 2017 ore 19,30.

L’età normanna in Puglia. L’età di Tancredi

normanni

21 aprile 2017. Sala convegni dell’Hotel Palazzo Virgilio

VI Incontro di studi su L’età normanna in Puglia. L’età di Tancredi 

I sessione

 “Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi Re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni”.

 (William Shakespeare, Amleto)

 

Il 1189, morendo Guglielmo il Buono senza figli, incurante del giuramento prestato e dei diritti di successione di Costanza d’Altavilla, una parte della nobiltà siciliana elesse il conte Tancredi di Lecce nuovo re. Questi poté imporre il suo dominio solo al prezzo di numerose campagne militari a danno di nemici interni es esterni. Dopo che una prima spedizione di conquista di Enrico VI era naufragata il 1191 alle porte di Napoli, che era stata fortificata, il papato sfruttò il momento favorevole imponendo a Tancredi, in cambio del proprio riconoscimento, il concordato di Gravina (1192) che annullava la posizione privilegiata del re di Sicilia negli affari di carattere politico-ecclesiastico. Enrico VI, da poco incoronato imperatore, aveva rivendicato, a giustificazione della campagna militare contro Tancredi, per la prima volta un antiquum ius imperii come fondamento giuridico della sua spedizione di conquista contro il regno normanno; ancor più importante del diritto di successione della moglie Costanza, il sovrano lo considerava la motivazione decisiva del suo intervento. Durante il suo regno dovette contrastare le rivendicazioni anche  del re inglese Riccardo Cuor di Leone che, come cognato di Guglielmo II, accampava diritti sul Regno di Sicilia. Tancredi tacitò il sovrano inglese con forti somme di denaro e. cercò di rafforzare la propria posizione facendo sposare in Brindisi il figlio Ruggero con Irene, figlia dell’imperatore di Costantinopoli Isacco Angelo. La diplomazia bizantina, favorì il matrimonio con il chiaro scopo di evitare  l’integrazione del regno di Sicilia nell’impero tedesco.

Scrive con efficace ma non sempre precisa sintesi Riccardo di San Germano che il 1191 “Re Tancredi, passando dalla Sicilia nella Puglia, tenuta una solenne adunanza a Termoli, si reca nell’Abruzzo, assedia il conte Rinaldo e lo costringe a passare di nuovo sotto il suo potere; e di qui, recandosi a Brindisi, dà in sposa la figlia di Isacco, imperatore di Costantinopoli, cioè Urania, al figlio Ruggero, suo secondogenito. E celebrate solennemente le nozze a Brindisi e qui coronato re suo figlio, il soprannominato re se ne tornò in Sicilia trionfante e glorioso “.

Il riferimento è a Ruggero, nato il 1175, figlio primogenito di Tancredi d’Altavilla (1139-1194); nominato duca di Puglia il 1189, per essere designato a successore del padre, salito al trono in quell’anno. Nell’agosto 1192 nella Cattedrale di Brindisi sposò Irene Angelo (1180-1208), figlia dell’imperatore bizantino Isacco II Angelo: in occasione delle nozze il padre fece restaurare il fonte grande sull’Appia, sui rialti del seno di ponente del porto di Brindisi, ancor oggi denominata Fontana Tancredi. Il giovane Ruggero prese in mano le redini del regno, al fianco del padre ma il 24 dicembre 1193, all’età di 18 anni, morì. Al suo posto Tancredi avrebbe designato re di Sicilia il figlio minore, Guglielmo, di soli 9 anni. Lo stesso Tancredi morì poco dopo, il 20 febbraio 1194, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Condizioni estremamente favorevoli determinarono perciò il successo del secondo tentativo di conquista intrapreso da Enrico VI il 1194:; senza incontrare particolari resistenze, l’imperatore alla fine di novembre fece il suo ingresso a Palermo e il giorno di Natale fu incoronato re di Sicilia.  Irene Angelo, vedova di Ruggero, fu da lui designata come moglie del fratello Filippo di Svevia.

 

Indirizzi di saluto
CORRADO NICOLA DE BERNART Presidente Rotary Club Brindisi Appia Antica
ANGELA CARLUCCIO Sindaco di Brindisi
Coordina e introduce i lavori
CRISTIAN GUZZO Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi
Interventi
PAUL ARTHUR, MARISA TINELLI Università del Salento Le fortificazioni normanne di Lecce
GIUSEPPE MARZANO Società di Storia Patria per la Puglia Un inedito riferimento per il tracciato dell’Appia Traiana a sud di Brindisi
DARIO STOMATI Rotary Club Brindisi Appia Antica Il fonte grande o di Tancredi
Nel corso dell’incontro sarà presentato il volume L’età normanna in Puglia. Mito e ragione, Atti del III convegno di studi normanni, Brindisi. Hotel Palazzo Virgilio, 23 aprile 2015-

Organizzazione:

Rotary Club Brindisi Appia Antica,

Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi

Patrocinio

Comune di Brindisi

normanni convegno

Pasquetta e Pascareddha

di Armando Polito

* Traduzione dal gattese in dialetto neretino e da questo in italiano:

– Armeno osce pensa cu mmangi, cu bbivi e ccu ti stai cittu! –

– Almeno oggi pensa a mangiare, a bere e a startene zitto!

 

Si pensa sempre al cibo, tanto che, ormai, più che un rito comunitario, come l’antico simposio, sembra esser diventato un’ossessione con atteggiamenti contrasti e altalenanti, quando si è più o meno “normali” e neppure ancora obesi, tra atteggiamenti, pur non non patologici, anoressici e bulimici.

Una volta, inoltre, un pranzo o una cena sancivano l’inizio di un rapporto, meglio a lume di candela, nonostante quest’ultima fosse a doppio taglio, perché da un lato poteva rendere difficilmente visibile  nella donna (e in chi, sennò? …) qualche piccolo difetto che il trucco di allora non era in grado di compensare in modo soddisfacente, dall’altro perché i barbaglii di quella flebile luce creavano il seducente effetto del vedo-non vedo, considerato in questi nostri strani tempi quasi una perversione sessuale …

Oggi la colazione, il pranzo e la cena si sono inoltre arricchite dell’appendice di lavoro. Non avrei nulla da dire se molte di loro non fossero state e continuassero ad essere, come le cronache giudiziarie mostrano,  l’occasione per affaristi  intrallazzatori, corruttori, corrotti, millantatori compagni e camerati (per essere sintetico e non far torto a nessun partito …) di merende, insomma per  il cancro di questi paese , l’occasione per procurarsi lavoro per sé e per i loro compari sottraendolo alle persone oneste.

E tra i blog impazzano quelli che si occupano di gastronomia, mentre dalla mattina alla sera spuntano sullo schermo televisivo come funghi, , è il caso di dire, serie interamente dedicate all’argomento . Insomma, le feste pasquali sono finite, ma la festa (siamo in Italia …) continua. Auguriamoci solo che qualcuno di quei signori (il non virfolettato serve, paradossalmnte, ad accrescere il sarcasmo) prima nominati non ce faccia; perché potrebbe essere quella definitiva.

Chi si aspettava dal titolo qualche favoletta buonista e melensa sulla festa di oggi e melensa o, magari, una statistica provvisoria del tipo di panino di maggior successo consumato da qualche poveraccio o del ristorante che hanno fatto il pieno, sarà rimasto deluso. Se continua a leggermi perderà il suo tempo, perché ho intenzione di continuare sulla stessa cifra. Però, prima che decida di chiudere questa finestra e di aprire la porta del frigorifero …, gli chiedo se ha mai riflettuto sulla differenza tra le due parole Pasquetta e Pascareddha. Ammesso (in qualche caso per assurdo …) che voglia ancora dedicarmi un attimo della sua attenzione, mi dirà, risentito come colui che si sente calunniato, che Pascareddha è il corrispondente salentino dell’italiano Pasquetta e che sono diminutivi Pasquetta di Pasqua e Pascareddha di Pasca.  Già lo vedo involarsi verso il frigorifero prima ancora che io dica: – Già, ma se la corrispondenza fosse stata formalmente (sul significato non si discute) perfetta, Pasca avrebbe dovuto generare Paschetta -.

Mentre il grande filologo è tutto preso dall’imbarazzo della scelta per realizzare il suo spuntino, con i pochi rimasti a seguirmi proverò a soddisfare ben altro appetito.

Se, dunque, Pascaredha non è il perfetto corrispondente di Pasquetta, come starebbe la cosa? Il fatto è che la nostra voce dialettale ha seguito una diversa tecnica di formazione E questa è un’altra prova della creatività del dialetto. Pascareddha, infatti, è sì diminutivo, ma non direttamente, di Pasca, bensì di un intermediario aggettivale, *Pascale, secondo la trafila Pasca>*pascale>+pascaleddha>Pascareddha.

È la stessa trafila di fesca>*fescale>*fiscale>*fiscaleddha>fiscareddha (per i non salentini segnalo la nota 2 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/29/la-furficicchia-e-leuropa/).

E con fesca e fiscareddha mi accorgo di essere inciampato  anch’io in un sasso di quel campo alimentare che all’inizio avevo stigmatizzato senza pietà. Però, ho un’attenuante: impazzisco per i formaggi, odio la ricotta. Comunque sia, è un bene che a quest’ora il tizio del frigorifero sarà preda di una provvidenziale (per me) pennichella …

Pasqua in una miniatura del XV secolo

di Armando Polito

L’1mmagine riproduce  il foglio 1r di un codice del XV secolo contenente il testo del Vespro miniato da Cristoforo Maiorana e custodito nella biblioteca dell’Università di Valencia (http://weblioteca.uv.es/cgi/view7.pl?sesion=2017041208341014319&source=uv_ms_0391&div=5). Il Maiorana miniò  fra l’altro un codice realizzato per Anfrea Matteo III Acquaviva, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia (Latin 2082); purtroppo, non ho alcun dato per affermare che anche quello cui faccio riferimento oggi abbia avuto lo stesso destinatario. Lo posso solo ritenere probabile è questo è un buon pretesto per accampare un ipotetico legame, sia pure indiretto, con la Terra d’Otranto, in cui quella famiglia ebbe un ruolo di primissimo piano.

Il lettore più acculturato mi perdonerà ora la parte che segue, destinata soprattutto ai più giovani, parecchi dei quali, non per colpa loro, ignorano anche il significato attuale di miiniatura, che designa la riproduzione in scala ridotta di un qualsiasi oggetto (per un edificio o un paesaggio il suo sinonimo è modellino o  plastico). E il derivato miniaturizzazione trova nei nostri tempi l’esempio più appariscente (anche se, a ben pensarci, per vedere i dettagli bisognerebbe ricorrere al microscopio …) nei circuiti integrati che, tra l’altro, hanno trasformato quegli armadi che un tempo erano i pc in oggetti che stanno in un taschino.

Ma miniatura all’origine, quando i pc non erano neppure roba da fantascienza, indicavano l’arte e la tecnica di ornare, decorare, illustrare oggetti, in primis l’antenato del libro, cioé il codice.Miniatura deriva da miniato, participio passato di miniare, secondo una tecnica di formazione molto usata  che sfrutta il participio passato di un verbo, come per colto>colltura e coltura, fatto> fattura, chiuso>chiusura, etc. etc.

Miniare, a sua volta, deriva da minio, il colore che fin dall’antichità e poi nel medioevo era il più usato in questo tipo di decorazione. Insomma, il concetto dominante oggi di riduzione dimensionale non ha nulla a che fare con termini come minore o mignon,

È intuitivo che la miniatura accresceva enormemente il valore del codice, non solo perché richiedeva l’intervento di veri e propri artisti (e quindi la lievitazione dei costi) ma anche perché l’importanza dell’immagine, oggi fondamentale, anche allora non era trascurabile. Essa era, perciò, riservata a quella che oggi diremmo edizione di lusso. L’avvento della stampa a partire dalla metà del XV secolo decretò inesorabilmente la fine della miniatura, anche se le prime edizioni ricalcavano la stessa struttura dei codici (compresa la numerazione di quelle che poi sarebbero state le pagine con un numero progressivo preceduto da f(oglio) e seguito da r(etto) per la prima facciata, da v(erso) per la seconda. E, laddove la fedeltà all’originale si spingeva al massimo, le nuove miniature venivano realizzate partendo da un’incisione su lastra di rame.

Ancora oggi, in tempi in cui le acrobazie grafiche (magari realizzate con un software …) ci bombardano,  i nostri occhi restano ammaliati dall’apparente semplicità delle antiche miniature e qualcuno proverà le stesse emozioni  che suscita una pittura naïf.

Quanto fin qui detto non vuole condizionare nessuno, è solo il mio omaggio personale e laico ad un evento religioso (e ad sua espressione artistica) che invita, comunque, a riflettere anche chi, come me, di ogni religione ha un concetto , per restare terminologicamente in tema, poco ortodosso …

E dopo l’immagine di testa, il cui testo recita in alto (sono le parole iniziali dell’antifona che nel Vespro precede il salmo 109) In die resurrectionis domi/ni nostri iesu christi: adventus dii (Nel giorno della resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo: l’avvento del dio) e in basso Angelus autem domini descendit de celo et accedens revolvit lapidem: et  sedebat super …(Poi l’angelo del Signore scese dal cielo e avvicinandosi fece scivolare la pietra; e sedeva su di essa …), chiudo  con un’operazione che ha il sapore dell’ossimoro, la figura retorica che più efficacemente rappresenta la contraddittorietà della nostra natura, cioè  l’ingrandimento della miniatura.

Ah, quasi quasi me ne dimenticavo: comunque sia, buona Pasqua!

Dal Salento: fra i ricordi e il presente, i segni di uno speciale dopo “Coena”

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di Rocco Boccadamo

Secondo il calendario liturgico della Chiesa Cattolica, fra i riti della settimana che precede la Pasqua, come pure nel radicato sentire dei credenti e/o praticanti, spicca e si rinnova puntualmente la rievocazione del “Giovedì Santo”.

Le relative cerimonie religiose, com’è noto, culminano con la celebrazione della Messa denominata “in coena Domini” e, in particolare, con la Lavanda, per opera dell’officiante (dal Sommo Pontefice, sino al più umile parroco di montagna), dei piedi di dodici persone, di qualsiasi età o sesso o censo, che vogliono simboleggiare le figure dei Discepoli, riuniti a tavola accanto al Maestro, per l’ultimo pasto insieme prima del suo sacrificio sul Calvario.

Dopo di che, la pisside, contenente i segni sacramentali del corpo di Cristo, rimane esposta sino al giorno successivo, per l’adorazione da parte dei fedeli.

SEPOLCRI-1

A proposito del precipuo rito di detta ostensione, una volta si parlava di “sepolcro”, mentre, adesso, vige la definizione, semplicemente, di luogo di presentazione solenne del simbolo di Cristo, sempre vivente.

Con l’ormai cospicuo passare delle stagioni, nella mente del ragazzo di ieri, è venuta ad allestirsi una vera e propria galleria, vie più ricca, d’immagini del “sepolcro” o “luogo”, come meglio piaccia appellarlo, incominciando dai tempi dell’infanzia e dell’incipiente giovinezza nel paesello natio e giungendo all’attuale dimora nella Capitale del barocco.

E, così, per citare sul tema, dopo Marittima, a seguire in scansione temporale, Taranto, Messina, Squinzano, Napoli, Imperia, Catania, Monza, Roma, Milano e Lecce.

Eccettuato il riferimento alla località d’origine, dove era, ed è, aperta in via permanente al culto solo la Chiesa matrice, in tutte le altre città, in concomitanza con la sera del Giovedì Santo, è venuto a presentarsi il costume della visita a più chiese, in numero sempre dispari, e, di riflesso, l’occasione di scoprire e ammirare una considerevole serie di siti o luoghi o angoli del genere in discorso.

Da quelli assolutamente semplici per fattura, esponenti soprattutto vasi con tenere piante di lino o di grano, a quelli sontuosi ed eleganti, insomma di realizzazione in certo qual modo artistica.

Avevo addosso venti primavere, quando a Taranto, ho intrapreso i miei giri per le visite ai “sepolcri” e, però, seguito a compierli anche adesso, che mi trovo a quota settantasei, con le gambe e le ginocchia ovviamente un tantino arrugginite, ma, tuttavia, sembra, idonee a permettermi ancora la scarpinata, ispirata a devozione, di alcuni chilometri.

Anche ieri, dopo aver assistito ai riti nella Parrocchia del quartiere dove abito, mi sono messo in cammino, per circa un’ora e mezza, nella sera incalzante.

Di buona lena, ho raggiunto altri quattro luoghi sacri della città, che mi astengo dal citare nominativamente, giacché, nella circostanza, rappresentano grani, identici, del medesimo rosario di fede personale.

A ogni tappa, come dicevo all’inizio, l’approccio con un’immagine, anzi cornice, differente dal punto di vista dell’estetica e dei segni o simboli.

Nella prima sosta, mi si è parata innanzi agli occhi la scena di una piccola barca di legno, in parte ricoperta da mucchi di reti da pesca e recante in bella mostra, adagiati fra poppa e prua, una coppia di remi.

Una semplice idea di mare, insomma, un habitat a me specialmente familiare e caro, in cui ho pensato di individuare tre altrettanto semplici significati.

L’imbarcazione, alla stregua di simbolo, oggi purtroppo dall’impatto sovente tragico, e comunque anello di fratellanza, con il mondo che fra le onde lavora e, inoltre, s’avventura in viaggi, affrontandone i rischi e i pericoli, alla ricerca di una vita migliore.

Le reti, segno di speranza in risultati e traguardi positivi, i remi, infine, come arnesi e presupposti di buona volontà e d’impegno.

Nel secondo luogo, accanto al semplice tabernacolo, ho scorto alcune pagnotte, una serie di rametti d’ulivo e una giara con la scritta “offerte per i poveri”: non v’è dubbio, formule, pure queste, tutte di estrema concretezza ed essenzialità, anche alla luce delle caratteristiche tradizionali e naturali di questa terra, messaggi veramente espressivi e indicativi.

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Nella successiva chiesa, ho riscontrato la presenza di alcune focacce di grano, bianche, al naturale.

Nell’ultimo luogo visitato, invece, mi ha colpito un semicerchio di lanterne accese e, però, dalle fiammelle tenui, forse a voler suggerire sobrietà e umiltà, sentimenti che, anche in seno alle comunità avanzate e in parallelo alle più moderne tecnologie, v’è da pensare che non guastino.

Di fronte alle lanterne, la raffigurazione di un pozzo con abbinato flusso d’acqua incessante.

Nel percorrere il tratto di strada per il rientro a casa, quasi senza avvedermi del traffico circostante e della presenza, in pizzerie o ristoranti o pub, di persone intente a mangiare la cena o uno spuntino similmente a un giorno qualunque, ho rivisitato la sequenza del mio cammino, sentendomi, dentro, pieno e appagato, per aver vissuto, a modo mio e come sempre, l’esperienza dei riti conclusivi del Giovedì Santo, con lo speciale dopo “Coena” per finale.

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Pasqua di cento anni fa

di Armando Polito

L’immagine (tratta da  http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200198/BibliographicResource_3000052891029_source.html?q=pasqua) è costituita da quattro vignette tragicamente satiriche di Amos Scorzon, veneziano di nascita ma attivo a Roma come uno dei più famosi caricaturisti dell’inizio del secolo XX.  Dico tragicamente satiriche perché l’ironia, anzi il sarcasmo, cerca di stemperare la drammaticità del momento (è in atto la prima guerra mondiale).

Così, i simboli tipici della Pasqua trovano nelle prime tre vignette la loro amara trasfigurazione in strumenti di morte: nell’olivo le foglie hanno la forma di altrettante spade, la colomba è diventata un aereo che ha appena sganciato una bomba, le uova hanno assunto l’aspetto di tre proiettili di cannone. La quarta, forse la meno amara di tutte, è improntata al patriottismo perché la nota gastronomica, il salame, è impersonata da un soldato austriaco.

Certo, dopo cento anni esatti non c’è in atto una guerra mondiale propriamente detta e la distanza geografica da innumerevoli focolai bellici, pur essendo oggi irrisoria o quasi, è la comoda dimensione in cui annega l’indifferenza di un’umanità che dimostra di non aver appreso nulla dalla storia, tenacemente ed egoisticamente abbarbicata al suo presente, senza lungimiranza e, a lungo andare, senza un futuro degno di essere vissuto.

Rimane solo il lampo di luce dell’arte nelle sue molteplici manifestazioni, tra le quali la vignetta satirica è quella che più lapidariamente riesce catarticamente, apparentemente dissacrando, a  consacrare, anzi a risacrare.

Non c’è nemmeno un aggancio con la Terra d’Otranto, ma l’universalità del problema e l’occasione del centenario della festività mi hanno indotto a rendere partecipi i lettori di un documento trovato in rete per puro caso, questa volta, come, d’altra parte, non di rado succede.

Su quella bici di Rocco…

bici

SU QUELLA BICI DI ROCCO BOCCADAMO E …DI COME ABBIAMO PEDALATO QUANDO POI FINALMENTE È ARRIVATA

di Vanni Greco

Mi domando spesso se le attese deluse (come per “la bici desiderata e non avuta” di Rocco Boccadamo) (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/08/92481/) di noi ragazzi e adolescenti di qualche tempo fa, che hanno dovuto fare i conti con padri poco disposti ad assecondare richieste di beni non strettamente necessari, e madri impegnate a rimodulare con affetto e con successo la frustrazione del figlio e l’intransigenza del marito, siano state utili allo sviluppo della personalità e della capacità di coltivare speranze e progetti per la vita adulta che avessero più probabilità di essere realizzati. Se la necessità di dover spesso rinunciare e quasi sempre accettare il rinvio del bene giudicato superfluo, abbia favorito una distanza dalle pulsioni dell’istinto e maggiore equilibrio e stabilità nei confronti dell’alternarsi di vittorie e sconfitte che, senza eccezioni, segnano la vita di ogni essere umano.
O se, invece, la limitata soddisfazione di tutti i bisogni che esprimeva quell’età abbia rappresentato un limite allo sviluppo della capacità di sognare e di realizzare, con la spinta creativa che li accompagnava, un progetto di vita radicalmente migliore per sé e per gli altri.
Oppure ancora, se quelle rinunce abbiano garantito un accumulo tale di energia che, una volta approdati all’autonomia personale e professionale, si sarebbe liberata in capacità di cambiamento della propria parte di mondo e con esiti decisamente positivi ed oggettivamente apprezzabili.

A distanza di alcuni decenni, il tentativo di fare un bilancio della propria vita credo non aiuti molto nella ricerca di risposte a queste domande, perché non è mai agevole prender le misure reali di ciò che è stato, dei successi e delle sconfitte e ricondurli a meriti ed errori propri, dei propri genitori o di chi ha avuto un ruolo importante nella nostra vita. E senza nemmeno scomodare il “caso”, benigno o meno, che pure entra in misura determinante negli eventi umani.
Si tratta di domande che mi sembra mantengano tutta la propria legittimità anche di questi tempi che pare abbiano abbandonato del tutto il modello nel quale molti della mia generazione e delle precedenti sono cresciuti, e dal quale ne hanno preso talmente le distanze da risultare, forse, agli antipodi. L’impressione, infatti, è che oggi il genitore debba e voglia assecondare qualunque richiesta dei figli. Mi domando se ciò accada per reazione alla propria esperienza adolescenziale, se per saggia consapevolezza sugli effetti dell’uno o dell’altro modello oppure ancora se dipenda dal bisogno degli odierni genitori di evitare qualunque ostacolo alla continua ricerca della propria felicità individuale; una ricerca che l’attenzione e l’impegno verso i figli rischia di compromettere e che risulti, quindi, più facile facendosi sostituire da beni materiali in abbondanza che possano opportunamente distrarre e tenere occupati i figli.
Un ribaltamento, ammesso che corrisponda alla realtà, che rischia di indurre quelli come noi, che pure portano ancora qualche cicatrice del passato, a riversare giudizi talvolta pesanti sulle nuove generazioni di genitori e figli; e che, nel migliore dei casi, alimenta l’inquietudine per il loro futuro che appare senza sbocchi e senza speranza.
Giudizi e paure che ritornano, di generazione in generazione. E, ogni volta, l’ultima generazione di giudici ed osservatori sembra convincersi o teme d’essere la penultima nel computo totale.
È, dunque, davvero a rischio, ogni volta per colpa delle nuove generazioni, il regolare processo di sviluppo e di benessere che continua da alcuni millenni o, secondo altre letture, la storia delle nostre tutto sommato giovani democrazie?

Comincio a dubitare che i giudici più severi in realtà siano gli stessi che, nel pieno delle loro forze, sopravvalutavano o nemmeno s’interrogavano sul valore del proprio contributo al miglioramento del mondo, preferendo puntare il dito sui loro contemporanei, responsabili di tutti i mali.
Mentre, gli osservatori realmente più angosciati forse confondono il destino dell’intero mondo con la crescente, ma non ancora ben riconosciuta paura di chi si avvicina alla propria uscita individuale dal mondo; proiettando così sulle nuove generazioni un destino che è solo personale.

E se, invece, finché c’è ancora tempo, provassimo a fare e, soprattutto, a fare meglio di quanto non abbiamo fatto finora?

O, in alternativa, lasciare responsabilmente il campo a chi, magari sorprendendoci, potrebbe fare meglio, anche molto meglio di noi.

Una statua del cartapestaio leccese Giuseppe Manzo in provincia di Catania

Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)
Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)

di Antonio A. M. Zappalà

Pasqua 1922 – Pasqua 2017! Cosa lega le due ricorrenze? Apparentemente nulla o meglio soltanto la coincidenza dello stesso giorno, il 16 aprile. Ma per la comunità di Biancavilla, in provincia di Catania, questa data segna un felice anniversario da ricordare.

Sono trascorsi infatti 95 anni da quando è presente la statua della Madonna Annunziata protagonista insieme al Cristo Risorto e all’Arcangelo Gabriele della sacra rappresentazione de ‘a Paci che avviene ogni anno la Domenica di Pasqua a Biancavilla. È mezzogiorno quando, in un tripudio di un popolo in festa in piazza Collegiata prima e in piazza Annunziata poi, dinanzi la chiesa Madre “Santa Maria dell’Elemosina” avviene l’incontro tra il Cristo Risorto e la Vergine Maria, nell’esultanza dell’Angelo. Questa è ‘a Paci.

Antonio Alessandro Marino Zappalà - 'a Paci (1)

Anche se il termine può sembrare strano, sebbene tra la Madonna e il Cristo certamente non ci sia stato alcun litigio da preludere uno scambio di pace, probabilmente è stato tramandato sino ai nostri giorni per trasmettere il vero significato della Pasqua, ovvero, un augurio di pace e con la cancellazione di tutti i rancori e le inimicizie.

Protagonisti della sacra rappresentazione biancavillese, sono tre statue: quella del Cristo Risorto portata a spalla dai confrati dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento che indossano la cappa bianca e la mozzetta di colore rosso; quella della Vergine Maria portata a spalla dai componenti dell’Arciconfraternita dell’Annunziata, caratterizzati dalla mozzetta di colore celeste e quella dell’Angelo portata anch’essa a spalla da cittadini non appartenenti a nessuna confraternita.

A distanza di 95 anni la redazione di Video Star, emittente televisiva locale, è riuscita a risalire a colui che ha realizzato la statua della Madonna Annunziata sino ad oggi sconosciuto alla comunità. La redazione è entrata in possesso di documenti storici che hanno permesso di ricostruire l’iter che portò l’artista Giuseppe Manzo a realizzare il simulacro che oggi si vede in processione.

Era il marzo del 1922, quando l’allora rettore della chiesa Annunziata, il canonico Antonino Distefano, commissionò la nuova statua poichè gli antichi simulacri risultavano ormai non idonei alla sacra rappresentazione pasquale a causa dell’usura del tempo.

Antonio Alessandro Marino Zappalà - 'a Paci (2)

La statua della Madonna fu realizzata dalla ditta “Arturo Troso” di Lecce fondata nel 1902, che la spedì per mezzo ferrovia, il 22 marzo del 1922. Nella lettera di accompagnamento scritta dal Arturo Troso si legge: ”Son sicuro quindi che il lavoro sarà di piena soddisfazione sua, dell’illustrissimo signor Sindaco e di tutta l’intera popolazione, essendo stato eseguito con diligente cura e scrupolosità”. Inoltre, in allegato, accludeva la fattura con la descrizione della statua: alta 1 metro e 80 centimetri, lavorata in cartapesta con occhi di cristallo di Germania e decorazioni, una raggiera, per una spesa totale di 845 lire compreso l’imballaggio.

Nella bottega di Arturo Troso lavorava su commissione l’artista Giuseppe Manzo, di fama internazionale con una carriera densa di lavori e riconoscimenti. E fu proprio lui a realizzare fattivamente la statua della Madonna Annunziata.

Nel 1943, dopo la morte di Giuseppe Manzo, la sua bottega continuò ad operare per merito del figlio e del nipote fino al dicembre 1959, anno in cui, la storica fucina della cartapesta in via Paladini, chiuse per sempre i battenti.

Oggi sia la bottega del maestro Manzo che quella della ditta Troso non esistono più e quest’arte semplice e paziente della cartapesta a Lecce resta solo un ricordo. Nel corso degli anni ad essere interessato di restauro è stato tutto il gruppo statuario protagonista della Pasqua a Biancavilla. Nel gennaio del 1993, il professore Salvatore Mazzone, si è occupato del restauro del volto della Madonna Annunziata che si presentava danneggiato a causa del tradizionale contatto con il Cristo Risorto come avviene ogni anno. Altro intervento da parte del maestro Antonino Vaccaielli sull’intero simulacro della Vergine Maria è stato fatto nel 2003.

‘A Paci! Una manifestazione che a distanza di tempo si ripete anno dopo anno a Biancavilla, immutata nei decenni, grazie ai protagonisti sin qui narrati e che hanno lasciato in eredità un gesto d’amore nel segno della continuità alle generazioni future.

Antonio Alessandro Marino Zappalà - 'a Paci (3)

https://www.youtube.com/watch?v=bypZ1KvFrfo&feature=youtu.be

Su Giuseppe Manzo vedi i nostri articoli:

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (prima parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (seconda parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (terza parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quarta parte)

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quinta e ultima parte)

 

Da Maglie, ricordo di una bici tanto desiderata

bici

Da Maglie, ricordo di una bici, tanto desiderata e, però, non avuta

 di Rocco Boccadamo

Stamani, per il disbrigo di una pratica, mi trovavo a Maglie, la signorile cittadina del medio Salento che, fra l’altro, come è noto, ha dato i natali al compianto statista Aldo Moro.

Nel percorrere lentamente in auto una vecchia stradina del centro storico, dalle case basse sovente abbellite da ameni cortili, sono stato d’un tratto colpito da un’insegna di carattere commerciale in grande stampatello, recitante “RESTI”. In corrispondenza, invero, si stagliavano un paio di grigie saracinesche abbassate e, quindi, mute.

Tuttavia, quelle cinque lettere del cartello, in un baleno, andavano prodigiosamente a scatenare nella mia mente un piccolo indicativo ricordo, lontano e, insieme, vivo e guizzante, incentrato su un preciso e determinato episodio risalente, si pensi un po’, alla metà dello scorso secolo.

Correva l’anno 1953, io ero in prima media e, senza volermi esaltare, sul piano del profitto scolastico me la cavavo bene.

Nel paesello natio di Marittima, frequentavo, allora era normale, un’ampia cerchia di amici, coetanei o quasi, e, fra essi, ve n’era uno, D.A., più grandicello rispetto a me, che ammiravo e, anzi, invidiavo per una particolare ragione.

Mosca bianca nel gruppo, egli possedeva una bicicletta, non proprio da adulti, ma nemmeno mini, vale a dire del genere usato da qualche raro bimbetto; insomma, il suo, era un velocipede di dimensioni mediane (a cominciare dalla circonferenza delle ruote), ma, nello stesso tempo,  in tutto attrezzato e completo come se si trattasse di un’autentica bicicletta, sicché gli consentiva di scorrazzare di gran corsa per le vie della località e, talora, anche, di convincere le ragazzine a sedersi sulla canna.

Per rendere più efficacemente l’idea, mi viene di tirar fuori l’immagine di un letto: come c’è quello a due piazze o matrimoniale, c’è quello a una piazza o lettino ed esiste pure il modello a una piazza e mezzo. Ecco, la bici di D. si potrebbe accostare al concetto dimensionale di “una piazza e mezzo”.

Da parte mia, saltuariamente, convincevo il fortunato amico a cedermela per un giretto, beninteso solo per pochi minuti, e, in quei momenti, andavo letteralmente in sollucchero.

Di riflesso, non perdevo occasione per mettere in croce i miei genitori, affinché comprassero un mezzo a due ruote, magari usato, per me o, quanto meno, da adoperare alternativamente con i miei fratelli.

Loro replicavano che ciò non era fattibile, le misurate risorse finanziarie famigliari non potevano essere destinate a un acquisto della specie e, poi, osservavano che ero ancora piccolo. In fondo, loro cercavano di prendere tempo, io, nondimeno, li martellavo senza sosta.

Concentrato su tale obiettivo, rammentando che, in occasione dell’andata a Maglie per gli esami d’ammissione avevo scorto un grande negozio di vendita, guarda caso, di biciclette, non mi feci scappare lo spunto di una missione, nella cittadina, di mia madre, mio padre, la nonna materna Lucia, lo zio Toto e la sua promessa sposa Maria, per l’acquisto di vestiti, scarpe e altri accessori, in vista, esattamente, del matrimonio dei predetti zii Toto e Maria.

Aggregatomi, dovetti inizialmente sorbirmi i passaggi dai Magazzini Candido e dai vari negozi Puzzovio, Santese e De Giorgi; dopo, invece, convinsi il gruppo ad accompagnarmi in quella stradina citata in apertura, dove era ubicato l’esercizio di vendita di biciclette.

Lì, mi soffermai a girare a lungo, divorando con gli occhi i bellissimi modelli esposti, ma… i prezzi erano letteralmente inabbordabili.

Purtroppo, l’azienda non trattava bici usate e, alla fine, quindi, restai a bocca asciutta.

Mi toccò, di conseguenza, attendere l’estate dell’anno successivo per veder soddisfatto il mio sogno: in casa, arrivò una seconda bicicletta usata per noi ragazzi, intanto che quella preesistente serviva a mio padre per andare e tonare dall’ufficio.

La prima escursione che compii gongolante ebbe come meta la Marina di Andrano, dove s’inaugurava l’impianto elettrico, al posto delle vecchie lampade a acetilene, nella chiesetta dedicata alla Madonna.

Un amico magliese, mi ha appena riferito che la ditta Resti, che di generazione in generazione andava vendendo biciclette, ha chiuso da circa un decennio; della sua realtà, sopravvive, però, quell’insegna in grande stampatello che ha ispirato, al ragazzo di ieri, la rievocazione della presente, semplice e minuscola antica storia.

Michele Gaballo: in una scultura la sintesi della vita

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=en&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_36698
immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=en&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_36698

 

Ho esercitato la professione più bella del mondo, cioé quella dell’insegnante e sono orgoglioso, nel fare il suo bilancio, di aver appreso dai miei allievi, anche da quei pochi che per colpa mia non conseguivano, sempre secondo il mio giudizio, risultati soddisfacenti, più di quanto io sia stato in grado di trasmettere loro. Se così non fosse stato, non sarei stato in grado, oggi, di scrivere queste poche note. Tuttavia, se per assurdo mi fosse concesso di vivere una seconda vita, forse preferirei essere un artista, per creare la bellezza, non per commentarla, come oggi, indegnamente, mi accingo a fare. Lascio giudicare al lettore quanto mi sia lasciato trascinare dalla passione campanilistica, visto che l’autore del busto in gesso è un neretino, lo scultore Michele Gaballo (1896-1946), che lo realizzò nel 1935, cinque anni dopo la Fontana del toro, forse l’opera sua più conosciuta, perché bene in vista in piazza Salandra, ragione, evidentemente, non sufficiente per garantirne il decoro, oltre che la conservazione, con periodiche operazioni di pulizia …

Il busto, invece, è in una condizione più protetta, ma, paradossalmente, meno adatta ad una sua fruizione diretta, nonostante questa sia diventata solo auspicabile (siamo diventati un popolo che si pasce di auspici …), anche per ciò che quotidianamente è sotto i nostri occhi, per un’insensibilità dilagante, frutto di un imbarbarimento di cultura e valori solo in parte giustificato dal ritmo forsennato della vita di oggi, tutta dedita al presente, senza sguardi al passato e proiezioni nel futuro. Esso, infatti, è custodito nella quinta sala a destra del Convento dell’Immacolata a Galatina. Ignoro totalmente le ragioni di questa sua collocazione e non so neppure se le sembianze ritratte sono quelle di un personaggio reale o fittizio. Sarò grato a chiunque sia in grado di dare notizie al proposito, ma, secondo me, ciò che dirò varrebbe comunque in un caso (personaggio fittizio) o nell’altro (personaggio reale). Ho definito la scultura sintesi della vita perché a mio parere riassume in sé tutte le sue fasi meno la nascita, che, paradossalmente, è la meno importante, se non è il preludio di tappe scandite più o meno costantemente da quei comportamenti e connessi sentimenti che, forse presuntuosamente, consideriamo come il crisma che distingue l’umanità dalla bestialità.

Solo l’arte è in grado di riscattare tutta la negatività che è racchiusa nella parola ambiguità, anzi, sotto questo punto di vista, credo che tutta l’arte, quella vera, sia ambigua. E per questo è in grado di suscitare in chi sa leggerla sentimenti comuni e nello stesso tempo reazioni individuali, condizioni indispensabili, credo, per la sua universalità ed attualità.

Qui l’età non è perfettamente decifrabile ma potrebbe essere collocata in quello che Dante chiama mezzo del cammin di nostra vita, poco più o poco meno. L’atteggiamento si direbbe assorto, pensoso  ma nello stesso tempo sofferto, doloroso, quasi ai limiti di una voglia di reagire che ancora non è diventata (e forse mai diventerà) rassegnazione e resa. E il dettaglio degli occhi chiusi ne fa quasi una maschera funeraria, in cui l’impronta dell’ultimo sguardo (quello che precede la morte) resta fissato a coincidere quasi con il primo (quello della nascita). Il tutto espresso con una nitidezza formale che nulla concede al dettaglio retorico, antica e modernissima nello stesso tempo; insomma, quello che si definisce un classico.

La confraternita dell’Immacolata di Supersano

Foto 1: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Facciata (ph Angelo De Pascali).
Foto 1: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Facciata (ph Angelo De Pasca

 

TRA STORIA E DEVOZIONE

La confraternita dell’Immacolata di Supersano

di Fabrizio Mariano

La ricerca storica è sempre affascinante, soprattutto quando l’oggetto di studio è la propria terra, le radici, la cultura e le tradizioni che formano il bagaglio di crescita di ciascuno. In questo caso la passione per la ricerca mi ha spinto a indagare tutto ciò che permettesse di ricostruire la storia relativa alla Confraternita “Maria SS. Immacolata” di Supersano. Un lavoro affascinante, ma arduo, soprattutto per la carenza di fonti documentarie e iconografiche, che nel tempo sono state smarrite, anche per incuranza.

In questo lavoro, il primo più approfondito relativo alla congregazione laica di Supersano e non certo esaustivo, cercherò di delineare a grandi linee gli eventi principali che hanno caratterizzato la storia di questi sodalizi, in generale, e le tappe fondamentali che hanno caratterizzato la nascita e l’evoluzione della confraternita di Supersano, con le poche fonti a disposizione, grazie alle quali è stato possibile aggiungere alcuni tasselli, non ancora messe in luce.

Prima di addentrarci nel vivo della questione, il lavoro necessita una panoramica generale che inquadri i motivi e l’evoluzione che portano all’esistenza di queste associazioni di laici.

Prima di tutto va precisato che la comunità cristiana è, per sua stessa natura, una fraternità[1]. Basti pensare all’immagine paolina del corpus[2], che invita ciascuno ad essere come il corpo che, all’unisono, canta l’unità e le differenze. Nel corso della storia, nella società civile, l’uomo si è sempre aggregato, si pensi alle corporazioni. Anche nella Chiesa prendono forma le aggregazioni laicali e, tra esse, le confraternite: nobili, notabili e contadini si associano, accomunati dalla stessa preghiera, dagli stessi ideali. Sono gruppi che nascono col fine di servire la Chiesa e l’uomo, evitando ogni rivalità. Verso la fine del Medioevo, tra il XII e il XIII secolo, è sempre più forte il desiderio dei fedeli di identificarsi in uno status proprio, che si differisca da quello dei chierici o degli ordini religiosi. I capisaldi che caratterizzano il movimento confraternale, nella seconda metà del XIII secolo, sono: la valorizzazione della madre chiesa, l’espansione della devozione a Maria, le preghiere per i defunti, l’attività assistenziale. Si tratta, in questo caso, di una confraternita mariana, dedicata all’Immacolata, il cui culto, nello specifico, si diffonde in tutta Italia a partire già dal XIII secolo, ad opera dei Francescani, ardenti sostenitori di questo Dogma, asserito, poi, in forma solenne nel 1854 da Pio IX[3].

Nei secoli XIV e XV, in Europa, il movimento delle confraternite accentua l’attenzione verso attività di mutua assistenza e di carità, mentre in Italia si conserva, ancora, la prevalente caratteristica devozionale[4].

Foto 2: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Madonna col bambino (olio su tela).
Foto 2: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Madonna col bambino (olio su tela).

Il XVI secolo può essere considerato uno spartiacque nell’esperienza confraternale. Lo scenario cambia totalmente con l’avvento della riforma luterana. Le confraternite, sostenute dal clero e dai religiosi, contestano apertamente le tesi di Lutero e il ritorno ad usi religiosi tradizionali, ritenuti devianti. In collaborazione con le parrocchie, contribuiscono al rinnovamento del cristianesimo promosso dal Concilio Tridentino, riorganizzano il culto e attivano una proficua presenza nelle istituzioni sociali. Lo stesso Concilio, poi, nel 1562 sancisce il diritto dell’autorità ecclesiastica di visitare e controllare i bilanci amministrativi di ospedali, confraternite ed enti caritativi. La stessa esistenza dei pii sodalizi è determinata solo dall’autorità ecclesiastica, che ne decreta l’erezione. I confrati si impegnano a diffondere la dottrina cristiana, il culto Eucaristico e del santo titolare e organizzano la carità nella forma di promozione umana. Si ha una sorta di innovazione, rispetto al passato. Le confraternite, ridisegnate dalle nuove direttive del Concilio di Trento, partecipano al rinnovamento spirituale e potenziano il servizio educativo e caritativo. Esse divengono palestre di vita cristiana, capaci di educare la coscienza e il comportamento delle persone. Lo stesso servizio caritativo si apre a tutte le necessità della società. Inseriti nella Chiesa e nel mondo, questi sodalizi, raggiungono il loro massimo splendore, offrendo un sostegno protettivo che avvolge la persona.

Molto spesso, nel corso della ricerca, si ha la pretesa di ricercare una data incontrovertibile sulla fondazione di una confraternita. Si tratta, però, in molti casi, di tradizioni orali non documentabili. Pertanto, l’unica vera data a cui far risalire la nascita di un pio sodalizio è quella in cui l’autorità ecclesiastica ne ha decretato l’istituzione come tale, nel caso in cui si custodissero i manoscritti. Per la confraternita di Supersano non è stato facile rintracciare fonti e testimonianze, di ogni genere. Questa difficoltà è accentuata a causa dell’abbattimento dell’antico edificio sacro che ospitava i confrati, avvenuto nel 1968, per lasciare spazio all’attuale fabbrica. Un’importante perdita a livello architettonico, che dava valore al territorio. Si pensi che, la fonte documentaria più antica, la Visita pastorale del 1711 di mons. Tommaso De Rossi, vicario capitolare della diocesi di Ugento, riporta queste informazioni: “Attualmente – la chiesa – è molto pericolosa[5]. Si può dire, dunque, che la vecchia chiesa risaliva, presumibilmente, al XVI-XVII secolo. Si comprende bene come, conseguenza immediata è lo smarrimento di numerose suppellettili e fonti documentarie e iconografiche, forse anche per incuranza.

Attualmente, i documenti più antichi, che attestano la presenza confraternale a Supersano e ne regolano l’esistenza, non sono molti. Si può tracciare un filo conduttore che ne possa ricostruire la storia per sommi capi, grazie alle informazioni custodite nell’Archivio Storico Diocesano, nell’Archivio di Stato di Napoli e di Lecce.

Interessante è, a questo proposito, tutta la politica che ruota attorno alla questione del cosiddetto “regio assenso”, e che ha prodotto una certa mole di documentazione, permettendo di ricomporre i tasselli principali della storia dei pii sodalizi. Si tratta di una discussione che mantiene i toni accesi per tutto il XVIII – XIX secolo e consente di conoscere la composizione, l’organizzazione e la devozione delle congregazioni laicali. Le prime controversie si hanno con le disposizioni regie del regno borbonico, negli anni 1753-1761, e che, con un fare anticlericale, furono determinanti per decretare l’allontanamento dei chierici dalla vita confraternale, reminiscenza delle disposizioni del Concilio tridentino. Considerevole, a proposito, è il Concordato stipulato tra Carlo III e Benedetto XIV, nel 1741, secondo il quale i vescovi, e i chierici in genere, si sarebbero interessati solo dell’ambito spirituale, nominando un revisore dei conti, come delegato. L’amministrazione temporale, ora, è sotto il controllo di un tribunale misto e la revisione può essere ritenuta conclusa con il versamento di un tributo, ad opera di un giudice, laico o ecclesiastico, a scadenza annuale[6].

Risolutivi, per la vita confraternale, sono i successivi rescritti regi che regolano questi aspetti, dalla seconda metà del XVIII secolo e per tutto il XIX, e resi ancor più incisivi con il Concordato stipulato nel Congresso di Vienna, nel 1818. Tre di questi, in modo particolare, puntualizzano la restrizione, se non l’allontanamento definitivo degli ecclesiastici, dagli affari delle associazioni pie[7].

Si chiede, dunque, un riconoscimento legittimo, senza il quale le pie aggregazioni già esistenti non possono restare in vita. Solo un decreto regio può approvarne gli statuti e l’esistenza. Seguono numerosi rescritti che sollecitano i ritardatari, tanto che tra il 1776 e 1777, nella diocesi ugentina solo 13 confraternite chiedono ed ottengono il riconoscimento regio, seppur già esistenti, tra cui la confraternita di Supersano.

Seppur abbastanza antica, la confraternita dell’Immacolata comincia a comparire negli atti, perché legittima, a partire dal 31 giugno 1777. L’atto che ne dichiara la fondazione è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, oltre al quale è custodito il primo statuto del pio sodalizio[8].

Il controllo e l’ispezione non svaniscono nel nulla, anzi, sono sempre più accentuati sotto il regno borbonico. Nell’arco del 1800, altri mandati regi mirano a controllare lo stato e l’operato delle Opere Pie. Ripercorrendo queste vicende, riemerge alla luce un tassello importante che ha costituito la storia delle congregazioni laicali a Supersano, e che tutti hanno finora ignorato. Nel 1823, con l’arrivo del nuovo Intendente della Provincia di Terra d’Otranto, si avvia la caccia alle “Congregazioni di Pia Istituzione degenerate in adunanze poco religiose, indecenti e con qualche reminiscenza settaria”, richiesta nel febbraio 1825 dal Ministro e Real Segretario di Stato della Polizia Generale di Napoli. L’Intendente sig. Dei Marchesi riceve un rescritto del Sotto Intendente del Circondario di Gallipoli, che attesta lo stato delle congregazioni e confraternite esistenti nel distretto di Gallipoli. Scorrendo il lungo elenco balza all’occhio Supersano che, al 3 settembre 1825 ha due Confraternite: “Della Concezione” – tuttora esistente – e “S. Maria delle Grazie”. Nessuno ha mai parlato dell’esistenza di questo secondo sodalizio, probabilmente soppresso per decadenza o carenza di iscrizioni con il secondo mandato regio, nel 1861, con l’unità d’Italia. Si tratta sicuramente, come spesso accadeva in quel periodo, di una congregazione come quella dell’Immacolata, che si preoccupava di opere caritative e culto religioso, con un’unica differenza, l’assenza di una sede, quale l’edificio sacro.

Si può dunque attestare l’antica devozione mariana che contraddistingue i fedeli di Supersano.

Si tratta di uno stile di vita, questo delle Confraternite, che è manifestato ed espresso dalle insegne e dagli abiti di cui si rivestono i soci. Il camice, che ricorda il saio dei frati è inteso come veste battesimale che richiama il pellegrinaggio della vita cristiana sulle orme di Cristo. Il cingolo è un cordone che richiama le funi con cui fu legato Cristo, anticamente infatti aveva dei flagelli legati alle estremità e veniva usato pubblicamente in segno di penitenza. La mozzetta o mantellina ricorda al confratello che si è rivestito di Cristo e sottomesso a lui.

L’obiettivo è quello di completare questo lavoro di ricerca già iniziato da tempo, in una forma ampliata che possa raccontare nello specifico i tratti salienti di questa pia associazione, affinché tutti possano beneficiare di questo grande patrimonio culturale.

Foto 3: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Altare maggiore, Immacolata Concezione della B. V. Maria con S. Antonio e S. Francesco (bassorilievo in cartapesta policroma, XVIII - XIX secolo).
Foto 3: Supersano, Ex Chiesa confraternale, Altare maggiore, Immacolata Concezione della B. V. Maria con S. Antonio e S. Francesco (bassorilievo in cartapesta policroma, XVIII – XIX secolo).

 

[1] At 2, 42-47.

[2] Rm 12, 4-5.

[3] Cfr. Pius IX, Ineffabilis Deus: definizione dell’immacolato concepimento della B. V. Maria, Osservatore Romano, Città del Vaticano, 2004.

[4] Cfr. Giuseppina Gasparini De Sandre, Confraternite e campagna, in Marina Gazzini (a cura di), Studi Confraternali: orientamenti, problemi, testimonianze, Firenze Unifersity Press, Firenze, 2009.

[5] Archivio Diocesano di Ugento (ADU), Visite, 1, Visitatio pastoralis habita pro universa diocesi Uxentina a R.mo D.no D. Thoma necnon Vicario Generali Ecclesiae Cathedralis Uxentinae. A. D. MDCCXI.

[6] Cfr. Salvatore Palese, Le confraternite laicali della diocesi di Ugento nell’epoca moderna, in «Archivio Storico Pugliese» (XXVIII), 1975, p. 154.

[7] I Rescritti regi sono quelli del 21 luglio 1753, del 3 ottobre 1761, del 3 agosto 1762. Cfr. Vito Giliberti, Polizia Ecclesiastica del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1845, p. 135.

[8] Cfr. Archivio di Stato di Napoli, Cappellano Maggiore, fascicolo 22, busta 1199.

Ancora sulla carta aragonese di Otranto e dintorni

di Vanni Greco

 

Mi associo ai commenti soddisfatti per l’ampia partecipazione alla comune riflessione sulle carte, che ci confermano come la chiave per il coinvolgimento delle persone stia sempre in una felice combinazione di stimoli colti e popolari insieme che, quando opportunamente curati, si affrancano dai rispettivi rischi, assai frequenti, di esclusività elitaria e di becera faciloneria.

Un buon lavoro coordinato da Armando Polito che il Prof. La Greca, che ringraziamo ancora, ha voluto cortesemente onorare riservandoci la sua attenzione.

Provo qui ad offrire un nuovo contributo al dibattito sulla datazione dopo aver cercato qualche approfondimento direttamente sia attraverso il coinvolgimento della dott.ssa Antonella Candido che ringrazio per la considerazione che ha mostrato per il nostro lavoro e, soprattutto, per il contributo professionale che ci ha dato, oltre che per avermi autorizzato a render noto il suo punto di vista.

Rispetto alla chiesa di S. Eligio non ho, purtroppo, novità significative. Una delle prime narrazioni organiche dei fatti di Otranto è forse la Historia del Laggetto[1], canonico e giureconsulto otrantino, venuto a conoscenza dei fatti di cui narra attraverso il racconto del padre testimone oculare, il quale riporta che il duca Alfonso:

« la prima cosa che fece dopo venuto andò a visitare quei beati corpi uccisi, che stavano di tanto tempo sopra la terra nel Monte della Minerva, …costrinse tutti quei Signori che erano ivi presenti a lacrimare; ordinò che fussero discesi dal Monte, e fussero portati dentro una chiesa, quale era appresso il Pozzo della Minerva al piano; Così fu fatto dove stiedero poi fino alla recuperazione della Città.»

Poiché Daniele Palma[2] colloca la datazione dell’opera del Laggetto tra 1544 e 1571, si sarebbe tentati di affermare che ancora fino a questi anni la chiesa di S. Eligio non esistesse.

Una testimonianza di due secoli successiva (1751) è quella di Francesco D’Ambrosio, sacerdote di Castiglione, frazione di Andrano, che nel suo Saggio[3] riporta:

«Nel 1481, ritornato la seconda volta Alfonso all’assedio della Città di Otranto, …ordinò, che con tutta l’attenzione, e riverenza fussero trasferiti, e collocati in una Chiesa detta del Fonte della Minerva sita alle radici dello stesso monte, come si disse nel cap. 9 del 2. Lib. Oggi la detta Chiesa va sotto il titolo di S. Eligio, ed è titolo di Canonicato.

La seconda Traslazione successe, dopo che i turchi resero ad Alfonso la Città: e questa per esser stata una solennissima funzione, …con ordine di Sisto IV radunati i Vescovi suffraganei, ed i Sacerdoti della Diocesi, e delle vicine Città coll’intervento dell’Arcivescovo di Brindisi, il quale celebrò tal solenne funzione, furono trasferiti dalla Chiesa di S. Eligio nella Metropolitana, cioè nell’Oratorio di basso; essendo stato prima riconciliato, e benedetto, perché profanato da’ Turchi.

Non saprei dire se il D’Ambrosio sia stato il primo a fare il nome della Chiesa di S. Eligio, certo è che nulla chiarisce sul possibile anno di titolazione. In attesa che emergano altre fonti, potremmo affidare le nostre speranze ai documenti dell’Archivio storico diocesano di Otranto e a qualche generoso collaboratore o studioso dello stesso.

Una seconda pista, per così dire di natura più creativa, verso la datazione della carta mi ha portato a considerare che la densità urbanistica delle diverse località riportate non fosse generica, ma piuttosto rispondente alla realtà dell’epoca di rilevazione. In questo senso, ho trovato conferma che le mappe siano disegnate con grande cura per i dettagli in un articolo di Antonio Capano[4] che si occupa del territorio potentino rappresentato nelle carte aragonesi: «…più case intorno ad un campanile sormontato da croce, o intorno ad una chiesetta a pianta rettangolare, con tetto a doppio spiovente e campanile; sono visibili la facciata ed uno dei lati, con un accenno di porte e finestre. Considerando il numero degli elementi disegnati, in particolare le case, è abbastanza evidente che il cartografo intendeva in tal modo dare un’indicazione, sia pure sommaria, sul numero degli abitanti di ciascun insediamento, forse in base ad un elenco di “fuochi” o di famiglie di cui disponeva; come è noto, fu Alfonso I d’Aragona ad attuare per primo i censimenti della popolazione del Regno di Napoli con il sistema della numerazione dei focolari, a partire dal 1443. Forse la mappa poteva essere usata anche come guida per gli addetti ai censimenti dei fuochi, i “numeratori delli fuochi”. I toponimi con i valori più bassi, da 1 a 4 elementi, solitamente indicano santuari, monasteri o località di interesse religioso e, invece del solo campanile, troviamo il disegno schematico di una chiesa. Le Città fortificate, …sono rappresentate a volo d’uccello da una cerchia di mura turrite, e/o con una rocca o castello che sovrasta il paese, con numerose case addensate all’interno. Sono anche le più importanti dal punto di vista militare».

Città fortificata era anche la nostra Otranto.

Essendomi imbattuto, nel corso delle mie ricerche, nella documentata tesi di laurea su “Le Mura e il Castello di Otranto” della dr.ssa otrantina Antonella Candido, non ho resistito alla tentazione di contattarla (grazie alla cortese e preziosa mediazione di Marcello Gaballo e Marcello Semeraro) per avere un suo punto di vista specialistico sulla descrizione di Otranto riportata dalla mappa, nella quale si riconosceva la cittadella protetta da mura, torri e torrioni. Anticipo che la mia ipotesi non è risultata poi così peregrina. Con il mio ringraziamento, ecco la sintesi delle sue risposte alle mie domande, idee e obiezioni:

«Supponendo che la mappa sia stata disegnata con fedeltà alla realtà, tenderei ad escludere con certezza una datazione a metà ‘500 e ancor meno successiva. Mancano, infatti, del tutto i tre bastioni poligonali che a partire dal 1540 vennero man mano aggiunti all’impianto iniziale della fortificazione.

Escluderei anche il periodo precedente all’attacco turco, in quanto è già presente abbastanza chiaramente la successiva struttura aragonese dell’impianto murario, con rondelle circolari e merlate in cima e addirittura la doppia rondella della Porta Alfonsina (quella visibile al centro delle mura della parte ovest). Inoltre, gli studi fatti finora, nonché le poche fonti scritte, tendono ad escludere un impianto murario aragonese prima del 1481.

Secondo il mio parere questa mappa dovrebbe essere del periodo immediatamente successivo alla primissima ricostruzione del castello e delle mura da parte di Alfonso d’Aragona. Quindi, in un lasso di tempo che andrebbe dal 1482 al 1540 massimo quando fu effettuata anche la nuova fodera delle mura da parte di Carlo V, che qui non sembra esserci. Si può notare infatti la struttura abbastanza squadrata del castello, con le quattro rondelle ad ogni lato, tipica del primo impianto, ma soprattutto la presenza di un paio di torri non tondeggianti ma squadrate, che è possibile appartenessero all’impianto precedente (o vestigia addirittura più antiche inglobate nella struttura di epoca federiciana) e che furono forse inizialmente incorporate nel nuovo progetto aragonese. Come conferma, invito a notare la forma delle rondelle sulla mappa, che sono raffigurate non in maniera verticale e quindi perfettamente dritta (com’erano invece costruite in epoca federiciana), ma risultano rastremate verso l’alto, secondo la tipologia aragonese di costruzione, che prevedeva un toro marcapiano a metà della torre che segnava anche un cambio di inclinazione delle pareti esterne.

Un’ulteriore prova che la mappa possa essere riferita al periodo dopo la riconquista aragonese e non prima può sicuramente essere la stessa grandezza della città e delle mura urbiche: la città risulta molto piccola e pressoché ridotta all’interno della “cittadella”. Prima della conquista turca infatti la città contava quasi 5.000 abitanti (all’incirca la popolazione attuale) ed era estesa in un’area molto più ampia di quella della mappa. Tant’è che si parla per il periodo precedente addirittura di tre circuiti murari, uno che racchiudeva la cittadella appunto (quella visibile sulla mappa), uno che racchiudeva la cosiddetta “città bassa” e infine un circuito esterno formato esclusivamente da torri di vedetta. Anche il Galateo descrive la cinta muraria otrantina, al momento dell’attacco turco, come molto imponente, dotata di profondissimi fossati e di mura. Subito dopo la presa turca la città e la popolazione decimata non resero più necessario il circuito murario esterno, riducendo così la sua area al solo “centro storico” attuale.

In definitiva, rispetto alla datazione propenderei per l’ultimo decennio del XV secolo, soprattutto se il possibile autore, il Pontano, era molto attivo proprio in quegli anni e al seguito di Alfonso d’Aragona sul quale, durante le mie ricerche, sono giunta alla conclusione (forse solo una suggestione) che fosse molto fiero del lavoro di fortificazione svolto ad Otranto quando ancora non era sovrano e che quindi avesse deciso di inserire nelle mappe del tempo la nuova fortificazione di cui aveva dotato la città.»

Si trova conferma, quindi, a quanto autorevolmente sostenuto dal Prof. La Greca che richiama un’elaborazione della mappa in fasi successive a partire dalla fine del Quattrocento fino alla metà del Cinquecento e che però, grazie al presente contributo della dr.ssa Candido, forse possiamo limitare al 1540.

Tuttavia, a mio giudizio, rimarrebbe da chiarire anche il riferimento al Pontano, che già in un mio precedente intervento ho provato a collocare temporalmente, che penso meriterebbe una precisazione ulteriore rispetto all’attribuzione che viene fatta a lui di tali mappe, in qualità di autore o, più verosimilmente, di coordinatore del progetto complessivo.

In conclusione, ci stiamo avvicinando alla meta, ma c’è ancora del lavoro da fare. E noi, non rinunceremo a cercare ancora.

 

[1] Giovanni Michele Laggetto, Historia della città di Otranto. Come fu presa da’ Turchi, e martirizzati i suoi fedeli Cittadini. Scoperto nell’archivio della chiesa metropolitana il 3 aprile 1660, fu pubblicato, per la prima volta, a Maglie nel 1924 nella trascrizione dei can. Luigi Muscari e ripubblicato, a cura di Antonio Antonaci, nel volume Otranto. Testi e documenti, Galatina, 1955.

[2] Daniele Palma, L’autentica storia di Otranto nella guerra contro i Turchi, Kurumuny, 2013.

[3] Francesco D’Ambrosio, Saggio istorico della presa di Otranto e stragge de’ Santi Martiri di quella Città successa nel 1480, Napoli 1751, Libro Terzo, Delle varie traslazioni dei Santi Martiri, Cap. 1, pagg. 117-119.

[4] Antonio Capano, La provincia di Potenza nelle carte aragonesi della seconda metà del XV secolo, in Basilicata Regione Notizie, N. 131-132, 2013, pag. 156-178.

A proposito di TAP e no TAP

ph Emilio Nicolì
ph Emilio Nicolì

 

di Marco Basile

A scanso di equivoci (dato che qualcuno – come direbbe Montalbano – mi sta massacrando i cabasisi in pvt) NON sono a prescindere contro TAP e NON sono preoccupato dello spostamento temporaneo di qualche centinaio di ulivi.

Tuttavia:
1) non mi sembra giusto che TAP arrivi in un luogo di particolare bellezza paesaggistica quando potrebbe arrivare sulla terraferma in luoghi compromessi dal punto di vista ambientale e contribuire al risanamento (qualche milione di euro in più di costi su un budget decennale di miliardi sono poca cosa). Siamo una regione che ha ilva, enel cerano e papabile per il deposito unico nazionale delle scorie nucleari…. nonostante questo stiamo coltivando uno sviluppo turistico, fra le.prime regioni per start up innovative e per produziobe di energie da rinnovabili. anni e anni di disinteresse della politica nonostante le richieste del territorio e i bambini di tarantoche si ammalano di tumore con percentuali bulgare rispetto alla media nazionale.

Il prezzo che abbiam pagato per localizzazione “di industrie strategiche per l’interesse nazionale” ci fornisce titolo per non essere accusati di miopia localistica.

2) sono preoccupato che il consorzio nasca su delle basi in cui sono altamente probabili speculazioni, infiltrazioni mafiose e tangenti

3) sono stupito che a capo di TAP italia ci sia una persona condannata (in primo grado) per la strage di Viareggio (lacune sulla sicurezza)

4) sono offeso che TAP pensi di “comprare” il salento con due corsi di inglese e di patente europea del computer e qualche migliaio di euro ad associazioni (nel 2017)…. e nulla su investimenti compensativi per il territorio (scuole, strade, infrastrutture, ecc) come accade in tutti i paesi civilizzati.

5) sono sorpreso che un’opera privata (seppur di interesse pubblico) con centinaia di milioni di euro di margine annuali preveda che un tratto di gasdotto debba essere realizzata da snam e i costi verranno riversati sulla bolletta del gas degli italiani.

Detto questo è invece utile rilevare come queste proteste nascano dal deficit di rappresentatività politica e dall’incapacità dei nostri politici di essere alfieri e numi tutelari dell’interesse del Paese e delle comunità….

Stanno pagando dazio di anni di corruzioni e di mancanza di dialogo con la base.

In Francia esiste una normativa che impone le opere di interesse nazionale alle comunità locali e nessuno protesta perchè sanno che a Parigi fanno gli interessi della nazione…. in Italia quanti sono persuasi che a Roma si faccia lo stesso?

La politica deve recuperare credibilità eliminando gli sprechi e realizzando infrastrutture che migliorino la qualità della vita dei cittadini e solo dopo potranno apparire credibili.

Altro che 80 euro quando si potevano dirottare quelle risorse su infrastrutture necessarie (edilizia scolastica in primis)…. come si fa a credere alle promesse di questi marinai del mare del tornaconto elettorale?

E chi vi parla di duecento ulivi e di sindrome NIMBY fatemi la cortesia di mandarlo affanculo.

Come per la xylella…. stanno per arrivare miliardi di euro di indennizzi (soldi soldi) a fronte di una latitanza della politica e di una gestione approssimativa e pressapochista della politica.

E io non dovrei essere moralmente al fianco dei fratelli radunati a Melendugno e fidarmi di questi politici?

Non penso. E se fossi giù sarei a San Foca!

Vitale Boccadamo da Marittima, medaglia d’argento al valor militare

Onore al merito di un grande eroe marittimese

Vitale Boccadamo, M.A.V.M.

di Rocco Boccadamo

Devo ammettere che pure a uno come me che conosce a fondo, almeno così ritiene, la propria plaga natia, nel senso specifico delle fondamenta, degli scenari tipici e strutturali, dei limiti, confini e dettagli delle proprie origini, può, talvolta, accadere di non avvedersi, anche per lungo tempo, di un determinato particolare, vie più se il medesimo coincide con un aggiornamento risalente a epoca, diciamo così, non antica.

La suddetta confessione/considerazione non viene a sgorgare e cadere casualmente e/o per mero sfogo concettuale. Giacché il mio proposito, in veste di narratore, di stendere le presenti righe trae spunto, esattamente, da un minuscolo particolare colto qualche mese fa, un segnale d’indicazione toponomastica, fra i tanti che si affacciano all’imbocco delle strade e viuzze della località di Marittima in cui sono nato, ho vissuto stabilmente sino a diciannove stagioni e abito tuttora per sei mesi l’anno.

Alla periferia a sud est del paese, un’arteria invero contrassegnata da scarsissimo traffico, in proseguimento della preesistente Via S. Bernardo e, quindi, sfiorando la zona agricola comunemente conosciuta come “Pustizze”, nella parte inferiore sino a congiungersi con Via Maria SS. Di Costantinopoli, quasi al suo incrocio con la certamente più nota e ancor più storica e trafficata Via Acquaviva (ora, peraltro, ufficialmente e precisamente denominata Via Agostino Nuzzo), reca l’intitolazione “Boccadamo Vitale – M.A.V.M.”.

boccadamo

Nel notare il relativo cartello segnaletico, di primo acchito, nonostante che la popolazione marittimese si collochi sotto le duemila anime, non sono riuscito a identificare il personaggio.

Né maggior lume, a tal fine, ho potuto trarre consultando la deliberazione della Giunta comunale, che risale al 2011, relativa alla dedicazione della via e contenente una serie di dettagli sulla figura, compresa la motivazione all’origine e presupposto della scelta.

Poi, però, memore degli intensi legami di conoscenza, consuetudine e vicinanza che, sin dall’infanzia, mi sono sentito vocato, con naturalezza e piacere, a intrecciare e tenere con la generalità dei nuclei famigliari del paese, a un certo punto, non ho potuto fare a meno di andare a fondo e cercare di determinare, con precisione e chiarezza, di chi si trattasse. In altri termini, chi fosse, a quale focolare dovesse riferirsi, quel piccolo, anzi grande, eroe marittimese (una medaglia d’argento al valor militare non è un’onorificenza qualunque, non è per tutti, né, tanto meno, si può registrare in ogni paese), di cui mai avevo sentito parlare in precedenza e che, quindi, doveva essere rimasto, purtroppo, a lungo negletto nella memoria, nel ricordo e nell’ammirazione dei compaesani e delle stesse autorità locali.

Pongo quest’ultimo accento, atteso che, avanti di compiere le mie personali ricerche approfondite con finalità identificative, sono venuto a sapere che l’iniziativa dell’intitolazione di quella strada a Vitale Boccadamo, non era stata coltivata, sviluppata e conclusa localmente, avendo, bensì, preso abbrivo a seguito della segnalazione, da parte di un parlamentare della zona agli amministratori comunali, circa l’esistenza di un nativo di Diso/Marittima, Vitale Boccadamo, decorato di M.A.V.M., e ciò per essere caduto eroicamente durante la prima guerra mondiale.

Tale informativa, a quanto riferitomi, lì per lì, richiese che anche il Sindaco pro tempore e i suoi collaboratori ponessero mente locale e operassero diversi riscontri per dare un volto e un’appartenenza precisa all’illustre personaggio.

marittima

Dire che, in una delle mie prime narrazioni intorno al paesello di Marittima, pressappoco quindici anni addietro, fra l’altro così annotavo:

Regnava una totale e assoluta familiarità, si conosceva tutto di tutti, i vecchi avevano presenti i nomi finanche dei neonati e, analogamente, anche i bambini conoscevano quelli degli anziani.

Indimenticabili i semplici giochi delle serate estive nelle viuzze dei vari rioni, sotto una casuale lampadina dell’illuminazione pubblica, se e quando esistente, altrimenti al buio rischiarato solo dal luccichio delle stelle e dalla luna: si partecipava in numerosi, serenamente e gioiosamente, a prescindere dall’età.

Quotidianamente, anche col tempo inclemente, i giovani, gli adulti e gli anziani, di sera, erano soliti “uscire in piazza”, con lo scopo prevalente, se non esclusivo, di incontrarsi, far crocicchi, parlarsi e, così, tener sempre aggiornate le reciproche conoscenze.

Magari, ci stava anche qualche passata dalla bottega di mescita del vino, ma, ripeto, essenzialmente si discorreva, del più e del meno, come nell’agorà delle civiltà antiche.

Le ricorrenze delle feste, almeno delle principali, rinfocolavano vieppiù gli stimoli ai contatti, alla socializzazione, alle passeggiate, in coppie o in gruppi. In quelle circostanze, si registrava anche il fenomeno dei numerosi compaesani – residenti altrove – che mai mancavano all’appuntamento di un rientro, seppure breve; si materializzavano, in tal modo, più ampi e festosi spunti per incontrarsi.

Quando qualcuno versava in cattive condizioni di salute, non passava giorno senza che i compaesani, a frotte, di solito al rientro dalle fatiche nei campi, passassero a rendergli visita, per informarsi sul decorso della malattia, per condividerne le sofferenze mediante due parole o un sorriso.

Nei ragazzi e negli adolescenti era radicata l’abitudine, la domenica, di assistere alla “prima” messa al Convento; si saltava giù dal letto verso le cinque e mezzo, in certe stagioni ancora notte, si compiva il tragitto a piedi sotto l’incanto di cieli tersi e stellati. La funzione, per le otto, era già terminata e, così, si aveva a disposizione l’intera mattinata, per giochi e divertimenti nel boschetto sulla via dell’Arenosa.

D’estate, i giovani, se non c’era altro da fare, si attardavano in piazza o nelle strade principali del paese per tutta la notte, sino alle prime ore del mattino, discorrendo e scherzando, ma senza schiamazzi per non arrecare disturbo agli altri, in un clima di autentica amicizia e di schietto cameratismo.

Succedeva, non di rado, che la loro permanenza così prolungata s’incrociasse con le prime sortite da casa degli adulti, i quali, ancora buio, si avviavano verso i campi. Ed era molto bello scambiarsi, insieme, quel buongiorno avente un sapore assolutamente speciale.

Saltuariamente, di solito nella tarda serata del sabato, si spostavano in gruppi verso le marine per pescare i granchi, qualche scorfano o, magari, i polpi, sorprendendoli sugli scogli bassi e nelle buche a ridosso del bagnasciuga erboso sotto il fascio di luce di rudimentali lampade ad acetilene. In qualche punto, i gruppi s’incontravano e facevano il confronto dei rispettivi bottini che, intanto, strusciavano scivolando lungo le pareti interne delle caratteristiche anfore di rame o zinco (capase).

Gli usci delle case restavano in genere aperti, il rispetto della proprietà altrui era sacro, le notizie di qualche furterello costituivano un evento davvero eccezionale.

 

E poi, l’ultimo ma in certo qual modo pertinente, mio richiamo narrativo, contenuto nel racconto “Congedo dalla bella estate salentina: sui passi di Luca”, pubblicato in seno al volume “Luca e il bancario” – Edizioni Spagine Fondo Verri, dicembre 2016:

Luca, mio gemello di cognome perché primo cugino del mio nonno paterno Cosimo (al pari di Donato ‘u culiniuru, Costantino e Toto ‘u pulinu e di un certo Caianu), era un uomo dotato di grande giovialità, il classico amicone, anche se gravato, come, del resto, tutti, dal peso del lavoro sulla terra rossa e, in più, condizionato pure da un grave difetto o imperfezione nel camminare, non so se dipendente da un motivo congenito o dai postumi di qualche infortunio o caduta non curati adeguatamente.

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°   °   °

Dopo la parte introduttiva e di ambiente, adesso avverto dentro, prevalente, il bisogno che queste righe siano indirizzate e rivolte eminentemente a rendere onore e omaggio all’unico vero protagonista del “racconto”, all’eroe, a Vitale Boccadamo, nipote, figlio del figlio Salvatore, del Donato ‘u culiniuru, citato quale cugino carnale del mio nonno paterno Cosimo e, dunque, anche mio lontano parente.

Di famiglia contadina, analogamente e ovviamente come quella da cui provengo io stesso, Vitale nacque a Marittima il 9 luglio 1894 e lì visse da bambino, adolescente e giovane, sino a quando fu chiamato alle armi.

Mi torna facile vederlo in quelle lontane stagioni della sua esistenza, paesano fra paesani, presto avviato ad aiutare i genitori nei lavori in campagna, magari sospingendo al pascolo una pecora o una capretta.

Ho motivo di credere che gli fossero familiari determinate zone del comprensorio natio, in special modo la strada che conduceva e anche adesso porta verso l’insenatura Acquaviva, inframmezzata, a un tratto, dal cosiddetto canalone nella zona delle “Oscule” dove i progenitori di Vitale possedevano o conducevano qualche fazzoletto di terra.

Sullo sfondo la modesta ma caratteristica collina delle “Acquareddre” (piccole acque), verso la quale si affaccia l’imbocco della via da poco intitolata.

Non richiede speciale ardire configurare, quindi, che adesso, a distanza di oltre un secolo dai tempi dei suoi percorsi terreni sul frammento di territori in questione, Vitale continua idealmente a percepire gli stessi odori, la luce, i richiami, il frastuono, quando lieve e quando forte, delle onde del mare vicino, confidando i suoi pensieri, le sue attese, speranze e prospettive alla natura, al cielo azzurro, alla vegetazione e agli arbusti che, in buona parte, non hanno fortunatamente subito modifiche, con l’accompagnamento di cinguettii amici. Non senza rimirare, estasiato, la maestosità dei due carrubi giganti del contermine fondo agricolo “Mastefine”.

°   °   °

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Questi i connotati e le indicazioni personali di Vitale impressi sull’Estratto del suo Foglio matricolare concernente il servizio militare:

–         statura: m. 1,55;

–         torace: m. 0,81;

–         capelli: colore castani, forma lisci;

–         occhi: castani;

–         colorito: bruno;

–         dentatura: sana;

–         arte o professione: contadino;

–         sa leggere e scrivere: no.

Tratti somatici e altre caratteristiche e requisiti del tutto comuni, ove si rapportino all’epoca cui risalgono.

Vitale Boccadamo lasciò Marittima, chiamato alle armi, nel luglio 1916, con inquadramento nell’83° Reggimento Fanteria dell’Esercito e giunse, nel successivo ottobre, in territori dichiarati in istato di guerra. Dopo aver partecipato alla nona e alla decima Battaglia dell’Isonzo, rientrò al Corpo d’appartenenza nel dicembre 1917.

A distanza di pochi mesi (febbraio 1918), arrivò nuovamente in territori dichiarati in istato di guerra, con inquadramento nel 47° Reggimento Fanteria. Nel successivo giugno, prese parte attivamente alla Battaglia del Piave (o del solstizio) e nel corso dei correlati combattimenti, il 15 giugno 1918, morì a seguito di ferita da pallottola nemica, in località Zenson di Piave.

Il biennio dedicato al servizio della Patria ebbe a rivelarsi, per il giovane marittimese, un’eccellente scuola formativa, di crescita morale e umana, verosimilmente a completamento e rafforzamento dei sani e solidi principi di vita semplici e seri maturati e accumulati durante i precedenti periodi trascorsi in famiglia, tra i compaesani e gli impegni di lavoro nei campi.

Se è vero che, la “statura” d’insieme di Vitale ricevette una graduale ma decisa sublimazione e crescita, specialmente sotto le insegne, ritenute insostituibili, della dedizione alla Patria, dell’altruismo e dell’esempio positivo e attivo all’indirizzo dei compagni, o, per meglio dire, nel caso di un soldato, dei commilitoni.

Al culmine ed epilogo della sua azione, egli ebbe, difatti, a dimostrarsi una vera e propria pietra miliare per impegno, iniziativa e coraggio, e solo ciò spiega il tenore, parola per parola, della motivazione con cui, in seguito al suo estremo sacrificio in battaglia, fu ritenuto meritevole di un’altissima onorificenza, sotto forma di Medaglia d’argento al valor militare:

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Distintosi già in parecchie azioni di pattuglia, sempre pronto ad offrire la sua opera nelle più pericolose operazioni, fu di valido aiuto al suo comandante di compagnia, infervorando i compagni, e dando loro costante mirabile esempio d’ardimento e di alte virtù militari. Slanciatosi poi fra i primi all’assalto, irrompeva con impeto tra le file nemiche e, ferito a morte, incitava fino all’ultimo istante i compagni alla lotta.

Zenson di Piave, 15 giugno 1918

°   °   °

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A tuo ulteriore e speciale merito, caro Vitale, al narratore tuo compaesano, omonimo di cognome e lontano parente, viene di rimarcare che la medaglia assegnatati dall’allora governante Re d’Italia acquista notevole maggior valore in virtù delle tue doti di uomo semplice e di umile meridionale. L’autentica grandezza non si misura per mezzo di stereotipi o regole generiche, ma è tanto più evidente e indicativa quanto più promana dall’animo, dall’essenza genuina e dal disinteresse rispetto a obiettivi utilitaristici o di vuoto egoismo.

Dal tuo arrivo al mondo nella Piazza Re Umberto I della comune Marittima, sono passati oltre 120 anni e il prossimo calendario segnerà esattamente un secolo dal tuo sacrificio sul fronte del Piave.

Si tratta, indubbiamente, di notevoli spezzoni temporali (mi permetto di segnare, sul tema, che mia madre, classe 1917, ha compiuto, idealmente da lassù, un secolo proprio qualche giorno fa e che nel 2018, insieme con un importante anniversario dalla tua dipartita in battaglia, a Marittima, a Dio piacendo, ben quattro nostre compaesane – Valeria, Ntina. Bice e Maria – celebreranno il loro secolo di vita), tuttavia, alla presenza di figure del tuo spessore, a mio parere, non possono esserci né quantificazioni di calendari, né somme di stagioni, né indici numerati di età.

Cosicché, anche l’ascesa in alto, viene a mantenere una continuità esistenziale, nel caso tuo con il legame proprio del gruppo di concittadine, che fra un anno, con lo stesso “18”, segnale indicativo del tuo percorso finale, registreranno un egualmente indicativo traguardo di vita.

La via, nei paraggi delle Oscule, delle Acquareddre, del Canalone e dell’Acquaviva, al cui imbocco ora si staglia nitidamente il tuo nome, ti rende maggiormente presente nell’ambito della minuscola realtà paesana e, da ultimo, anch’io, attraverso queste note che ho fortemente e sinceramente voluto rivolgerti, mi auguro di concorrere a renderti più vicino e idealmente ancora e sempre vivo in mezzo a noi.

Terminando, mi piace inserire in calce, alla stregua di parte integrante della mia rievocazione, taluni atti, documenti e immagini che sono un tutt’uno con la tua persona e la tua vita, sino all’eroico compimento.

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Femmine ti pittaci (Donne di quartiere)

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Salento come eravamo (https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.305648509568488.1073741828.305645896235416/1005261899607142/?type=3&theater)
immagine tratta ed adattata da Salento come eravamo (https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.305648509568488.1073741828.305645896235416/1005261899607142/?type=3&theater)

 

 

 

A beneficio dei non salentini riporto la traduzione delle battute e ne approfitto per corredarle di qualche nota. Su pittaci, civettuolmente tradotto in italiano nei testi di storia locale con pittagio, segnalo altresì http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/20/lu-pittaci-il-quartiere-di-un-tempo-in-una-poesia-di-altri-tempi/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/08/zzippu-ti-pitaccia-e-lei-linventore-della-zip.

La sapiti l’ùrtima? Stanotte si ‘nd’è ffuciuta la figghia ti ‘Ntunietta ( – La sapete l’ultima? Questa notte se n’è fuggita1 la figlia di Antonietta).

– Ci sape quant’abbia ca ‘nci pinsaanu … – (Chissà da quanto tempo ci stavano pensando …).

– Ci ‘Ntunietta si l’era tinuta sotta alli stiani2 … – (Se Antonietta se la fosse tenuta attaccata alla gonnella …).

– … ggh’è ccertu ca no era successu nienti! ( … è certo che non sarebbe successo niente!).

Saperà mo a ddo’ si troanu … (- Chissà ora dove si trovano … -).

_________

1 Si tratta di quello che un tempo era un classico: la fuga d’amore, extrema ratio per vincere le resistenze dei genitori ad un rapporto non condiviso per motivi i più disparati (età, stato sociale, aspetto fisico, per citare i principali)  e, in più di un caso, per soddisfare la propria esuberanza ormonale … Oggi quest’esuberanza ormonale, a furia di una soddisfazione ormai consolidata da decenni, sembra geneticamente in declino, visto che, in generale, si parla di un drastico calo del desiderio. E così quando vedo una giovane coppia in cui lei sembra molto più sveglia di lui (non mi riferisco al calcolo della percentuale …), mi viene in mente l’adattamento a modo mio del vecchio Lu Patreternu tae li friseddhe a ccinca no lli rrosica (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/07/la-puglia-da-tiranna-poco-illuminata-a-reale-stupida-e-povera-serva/).

2 Stiànu è per aferesi da fustianu (che compare in uno strumento notarile di Copertino del 1628), che corrisponde all’italiano fustagno.

 

 

 

Un commento alla “Sartoria delle zie” di Chiara Briganti

sarta

di Vanni Greco

Hanno un grande fascino, Chiara, le tue parole.

Lo faccio con molto rispetto, ma mi è venuto di darti del tu in modo naturale. Forse perché ci hai accompagnato amabilmente nella sartoria dei tuoi ricordi con la grazia e leggerezza della persona cara, di famiglia, che racconta prendendosi cura di chi ascolta, di chi legge, mettendolo a suo agio. Senza alcuna vanità, ma con una sincerità che, prima di lasciarsi irreggimentare dalla ragione, attinge alla fonte vitale dell’anima. Virtù rara.

Il tuo breve racconto, dalle immagini limpide e vivaci che catturano e coinvolgono, ha richiamato alla mia memoria una confidenza, dall’identica ambientazione, che nella mia prima adolescenza venne non da una bambina attratta da quel mondo femminile, colorato ed elettrizzato dall’abito nuovo che prendeva forma, nel quale le fantasie della ragazza cominciavano a far capolino. Fu invece la confidenza di un maschietto mio coetaneo che, anche lui nella casa-sartoria delle zie, non appena giungeva l’eco di voci femminili in movimento, dal giardino sul retro guadagnava in segreto l’accesso alla camera da letto matrimoniale destinata alla prova delle vesti davanti allo specchio grande dell’armadio e, nascosto sotto il lettone, trattenendo quasi il respiro, dall’oscurità di quella ricercata prigione lanciava i suoi occhi su viste chiare e luminose, d’un bianco spesso maestoso sul quale talvolta inattese chiome nere contrastavano tanto ribalde da arrestare il cuore. Occhi che si lanciavano alla conquista di sinuosi e morbidi panorami di valli, colline, montagne ora separate da gole strette ed anguste, ora adagiate su ampi ed aperti scenari. Che magnifici spettacoli! Che viaggi emozionanti!

Non ricordo che il mio amico m’abbia mai parlato di «’nfilare l’imbastire» comandato dalle zie, ma solo di rari, complici rimbrotti per quell’inguaribile passione del nipote per il gioco del nascondino. Che peccato non avere più zie così preziose per la nostra …educazione sentimentale. Colpa della diaspora delle famiglie ormai troppo tese a rincorrere, isolate, lontane lusinghe che illudono la felicità dell’una di poter fare a meno della felicità dell’altra famiglia.

Anch’io cominciavo in quegli anni a guardare con grande interesse alla forma racconto che, non certo nella sua proposizione scolastica poco stimolante, mi arrivava più diretta per via di quelle voci suadenti che, preferibilmente a casa dei nonni, cullandomi, mi affascinavano nelle fredde sere d’inverno davanti al camino acceso o nelle afose sere d’estate fuori dall’uscio, ssittati annanzi casa, anelando un soffio di tramontana.

Da più grandicello, mi sono anche interrogato sui racconti del mio amico chiedendomi se non fossero il frutto della fervida fantasia di un adolescente, cui le prime esuberanze ormonali fornivano la spinta narrativa decisiva. Un dubbio però che, a conti fatti, non ha mai minimamente intaccato la seduzione di quelle narrazioni, in cui la verità assumeva un ruolo del tutto marginale. Sarà perché, come acutamente ci fai notare, Chiara, «avevo bisogno di veder assecondato il mio orizzonte d’attesa». Splendida illuminazione di cui ti sono profondamente grato.

Fai molto bene a riconoscere nell’atto generoso di parlare per qualcuno le forme dell’amore. Sommessamente mi pemetto di aggiungere che un atto d’amore di pari grandezza può essere lo smettere di parlare, che non richiede di smettere d’amare, e che diventa saper ascoltare, proprio come fai tu che dimostri di frequentarlo con altrettanta intimità. Ascoltare che, lungi dal confinarci in uno stato inoperoso, esalta la più nobile capacità di sentire, di mobilitare tutti i nostri sensi, di celebrare un sentimento che al suo apice si trasforma in assoluto atto devoto di adorazione che, nell’«ascoltare sempre», tratteggia il sublime traguardo dell’amare per sempre. Per sempre.

Grazie ancora per averci parlato.

 

La sartoria delle zie

Nardò, via Belisario Acquaviva

di Armando Polito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spesso mi chiedo se abbia un senso intitolare una via, e il discorso vale per qualsiasi nucleo abitato, dalla frazione alla metropoli,  ad un personaggio che in qualche modo abbia avuto un rapporto con essa, quando la grafia stessa del nome suscita non poche perplessità: emblematico, per restare in casa, per Lecce il caso di via a. da taranto (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/06/archita-da-taranto/) e, per restare ancora più in casa …, per Nardò quello di via Scapigliari (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-scapece-e-una-forse-indebita-illazione-toponomastica/). E se per a. da taranto  c’è forse l’alibi dei troppi secoli trascorsi e per Scapigliari un’idiota esigenza di nobilitazione, per personaggi più recenti come, faccio un solo esempio, Foscolo, avanza l’alibi dell’ignoranza (da non escludere a priori, anzi da sommare a quello del tempo trascorso nei casi appena ricordati …), che assume aspetti macroscopici quando il personaggio in questione ha una duplice fama, nazionale, per così dire, e locale.

In fondo, forse, è meglio così: la lettura sulla targhetta viaria di via Ugo Foscolo non evocherà, distraendolo,  al pedone o all’automobilista il carme Dei sepolcri, propiziando, nel caso in cui l’uno o l’altro passi con il rosso di propria competenza, quel funerale che di regola precede la tumulazione …

Continueremo, così, a dare con gli stessi inconvenienti procedurali un nome alle nuove vie anche con i nomi nuovi che la storia fatalmente ci proporrà, con la stessa logica, in fondo, delle giornate, la cui celebrazione (ormai con soli 365 giorni a disposizione, restano, credo, pochi giorni da dedicare, per cui saremo costretti nel giro di qualche anno ad attribuire due o tre dediche alla stessa giornata …) non è servita certo, almeno fino ad ora, a ridimensionare sensibilmente i problemi connessi con il tema volta per volta celebrato; con la stessa logica delle altre feste che avremmo il dovere di sopprimere  in un empito di responsabile coerenza.

E quanto vale, ritornando al Foscolo, per tante città d’Italia, perché lo stesso non dovrebbe valere per Nardò a proposito di Belisario Acquaviva con la via che reca il suo nome?

Ma io in questo momento sto in casa, comodamente seduto e, perciò, posso permettermi senza correre rischi la distrazione che sto per sottoporre alla vostra attenzione. Spero solo che non mi leggiate mentre guidate o attraversate …

Debbo notare che la lunghezza della via (credo sia la più lunga di Nardò) è congrua al personaggio che, per cominciare con i titoli, fu duca di Nardò dal 1516 al 1528. Di lui mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/25/ho-scritto-un-libro-ma-non-trovo-il-prefatore/ e quanto sto per dire può essere considerato integrazione di quel post.

Non capita a tutti di essere celebrati quando si è ancora in vita e questo anche ai tempi del nostro Belisario era riservato a personaggi veramente eccezionali, tanto più quando l’autore della celebrazione era, a sua volta, famoso.  E la stessa celebrazione, quand’era in versi1, assumeva, com’è facile intuire, un rilievo tutto particolare. All’esame delle più significative è dedicato questo post.

Camillo Querna, De bello Neapolitano, Sultzbach, Napoli, 1529: Non Aquivivus abest Belisarius, optima pandens/virtutis monimenta suae. Fidissima magni/corda gerens Caroli titulis, discedere numquam/Partenope voluit, tanta est constantia fortis/,et virtus animi, nullo sub tempore pallens (Non manca Belisario Acquaviva, che mostra ottime testimonianze del suo valore. Mostrando fedelissimo affetto alla corona di Carlo mai volle andar via da Napoli, tanto grandi sono la costanza e il coraggio del forte animo, che non impallidiscono in nessuna circostanza). 

Girolamo Carbone (1465-dopo il 1527) in due versi (18-19; li cito dall’edizione dei Carmina curata da P. de Montera, Ricciardi, Napoli, 1935= di un’elegia (carme XXX) indirizzata ad Agostino Nifo: Namque videre iuvat duplici sua tempora fronde,/et Phebi, et Martis, Dux Aquavive, premi (E infatti, duca d’Acquaviva, piace vedere che le sue tempie sono premute da una duplice fronda e di Febo e di Marte).

Giovanni Matteo Toscano, Peplus Italiae, Morelli, Parigi, 1578, p. 42: Quam non Marte minus Musae sint principe dignae,/gentis Aquivivae gloria bina docet./Frater uterque suis cumularunt sceptra tropheis,/

ornavit libris frater uterque suis./Nunc calamo est gravis, ense manus nunc rite colore/tingitur hic rubro, tingitur ille nigro./Classica nunc animos stimulans, nunc barbita mulcent:/quodque caput cassis, mox sua serta tegunt./Duplex ergo tuum gemini decus Adria fratres/nobilitantque sago, nobilitantque toga (Quanto le muse siano degne di Marte non meno che di un principe, lo insegna la duplice gloria della famiglia Acquaviva. Entrambi i fratelli con i loro trofei accrebbero il potere, entrambi i fratelli lo adornarono con i loro libri. Ora la mano è affaticata per la  penna,  ora per la spada e si tinge in questo caso di colore rosso, nell’altro di nero. Ora c’è la tromba che stimola gli animi, ora la cetra che li accarezza: quella testa che gli altri coprono con vari oggetti, subito la  ricoprono le loro corone. Dunque i due fratelli, o Atri, nobilitano il tuo duplice decoro con il sago, lo nobilitano con la toga).

Pietro Gravina (1452/1454-1528 circa) celebrò il valore militare e letterario di Belisario in un epigramma in distici elegiaci tramandatoci da Giammaria Mazzucchelli in Gli scrittori d’Italia, Bossini, Brescia, 1753, volume I, parte I, p. 121: Qui populis dare iura suis non destitit umquam/qui Patriae toties profuit ore potens,/non minus aeratas ductando in proelia turmas, /fortiter austerum Martis obivit opus,/Palladis amplexus Numen veniente senecta,/ipse docet, quales convenit esse Duces (Colui che mai desistette dal dare diritti alle sue genti, che con la forza della sua voce giovò tante volte alla patria, non di meno guidando nei combattimenti le schiere armate con forza andò incontro alle severe fatiche di Marte, dopo avere abbracciato al sopraggiungere della vecchiaia la divinità di Pallade, proprio lui  insegna quali condottieri conviene essere).

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Epigrammi, II, XXXVIII:

De lauro ad Neritonorum ducem

Illa Deum laetis olim gestata triumphis,/claraque Phoebaeae laurus honore comae,/iampridem male culta, novos emittere ramos,/iampridem baccas edere desierat./Nunc lacrimis adiuta tuis revirescit; et omne/frondiferum spirans implet odore nemus./Sed nec eam lacrimae tantum iuvere perennes;/quantum mansuro carmine quod colitur./Hoc debent, Aquivive, Duces tibi debet et ipse Phoebus; nam per te laurea silva viret  

(Intorno all’alloro al duca di Nardò

Quell’alloro un tempo recato ai trionfi lieti degli dei e famoso per l’onore della chioma di Febo, già da prima mal coltivato aveva smesso di emettere nuovi rami, già da tempo di produrre bacche. Ora aiutato dalle tue lacrime rinverdisce e respirando riempie di  profumo ogni frondoso bosco. Ma ad esso non giovarono tanto le perenni lacrime quanto ciò che viene onorato da un canto destinato a rimanere. Questo ti devono, o Acquaviva, i condottieri  e lo stesso Febo; infatti grazie a te verdeggia la selva d’alloro).

Ecco cosa scrive Giovanni Bernardino Tafuri in Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, v. II, pp. 53-54: Il celebre Belisario Acquaviva, uno degli assidui, e dotti Accademici dell’Accademia del Pontano nel 1506, ne fondò una in Nardò sotto il titolo del Lauro, la quale, e per gl’insigni Personaggi, che la componevano, e per la condizione de’ versi, e degli eruditi Ragionamenti, co’ quali era coltivata, si rendè chiara, e rinomata in quella Stagione, onde Jacopo Sannazzaro ebbe co’ seguenti versi a lodare l’Acquaviva fondatore della medesima …  

Osservo che, seguendo pedissequamente il Tafuri, la storiografia successiva ha attribuito a Belisario la fondazione delle neretina Accademia del lauro. Appare, però, strano  che di un’accademia presumibilmente vissuta fino alla morte del suo fondatore, dunque per ben ventidue anni, non resti cenno alcuno nei contemporanei (a parte quello,  presunto, del Sannazzaro), mentre minore peso avrebbe senz’altro il fatto che nessuna testimonianza esista né manoscritta, né a stampa (per quest’ultima, però, con uno sponsor come Belisario quale ostacolo economico sarebbe stato invalicabile? …), di una produzione, anche in versi, che, secondo l’affermazione del Tafuri, sarebbe stata ragguardevole?

E la dedica del Sannazzaro, allora? A nessuno è venuto il dubbio che il lauro, che compare fin dal titolo, non contenga riferimento  alcuno ad un’accademia, ma sia proprio l’albero in radici, rami, tronco e foglie (se fosse stato un animale avrei detto in carne ed ossa …) da sempre simbolo della poesia? E che, dunque, il Sannazzaro celebri Belisario non come fondatore di un’accademia ma come ispiratore di poesia (scritta da altri) con le sue gesta militari e pure con i suoi trattati?

E con questo ennesimo dubbio suscitato dalla storiografia tafuriana quando essa, come troppe volte succede, non è suffragata da uno straccio di fonte o, come nel nostro caso, è supportata da una discutibilissima interpretazione dell’unica esistente (per non parlare di quelle truffaldinamente  inventate …), chiudo con via Belisario Acquaviva ma lascio aperto un sentiero, sia pur debolmente tracciato, per chi vorrà approfondire …

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1 Per quanto riguarda, invece la prosa, oltre a quanto riportato nel post citato all’inizio, mi sembra doveroso informare il lettore che Antonio De Ferrariis detto il Galateo gli dedicò l’opera Argonautica de Hierosolymitana peregrinatione dichiarando espressamente all’inizio: Nos somniamus quotidie Argonautica. Tu Dux nostre eris Iason … (Noi sogniamo ogni giorno le Argonautiche. Tu, nostra guida, sarai Giasone …).

La sartoria delle zie

sarta

di Chiara Briganti

Avete presente quando, alla fine del film “La Messa è finita”, don Giulio dice «Io sono fortunato, perché sono stato molto amato»? Ecco, se mi chiedessero quand’è che mi sono sentita più felice, e dunque più amata, quasi certamente indicherei quel periodo della mia esistenza, l’infanzia, che ho trascorso per buona parte nella sartoria delle mie zie.

Ci è passato un intero paese in quella sartoria, centinaia di donne, due, tre generazioni di donne, tutte a provarsi i vestiti nell’angolo della stanza con lo specchio grande, e col solo ausilio di una tendazza di panno verde, da tirare se fosse passato qualche improvvido bipede maschio (perché la sartoria era anche uno dei due ingressi della casa). Io avevo una sedia piccola per me, vicino alla Singer, e le clienti mi davano le spalle, però vedevo le loro facce riflesse nello specchio, mentre mia zia girava loro attorno con gli spilli e mi chiedeva di «’nfilare l’imbastire», prepararle cioè degli aghi col cotone bianco per le cuciture preliminari.

Ho visto centinaia di culi, da quella sediolina, culi immensi, matronali, piccoli e arresi, culi da zitella, chiappe ardite sotto schiene insospettabili, ma anche centinaia di paia di minne, coppe di reggipetti a melone, cocomero e chissà quale altra meraviglia della botanica. Riesco ancora distintamente a richiamare alla memoria il suono del ritorno elastico delle bretelle dei body, che ricadevano sulla pelle come una frustata, quando le signore si accomodavano glutei e mammelle nei tailleur ancora sfoderati e mutili. È lì che ho sperimentato la forma d’amore che poi non ho mai smesso di cercare, quella del racconto. Mia zia mi diceva «Mò se viene la tale vedi quanti fatti ci racconta!» Ed era vero.

Tantissimi fatti, una narrazione ininterrotta, un ciclo di acquisizione e riuso, perché poi, quando la cliente andava via, veniva a «sentire i fatti» l’altra mia zia, con la scopa in mano, lasciando per qualche minuto le faccende domestiche e la cura di mio nonno (che, finché è stato in vita, non ha potuto parlarmi mai: tre infarti e tre ictus non perdonano). E nemmeno io parlavo mai: ma ero felice, di una felicità talmente intera e indefettibile, che neanche il pensiero, avevo, di parlare. Il primo anno d’Università, mentre studiavamo l’epica, e gli episodi tipici, ci dissero che uno dei piaceri maggiori dell’uditorio è veder assecondato il proprio orizzonte d’attesa: non solo sentir raccontare qualcosa che già si conosce, ma esattamente nel modo in cui ci si aspetta che venga raccontata. Ed è vero, e l’avrei sperimentato in seguito, quanto s’arrabbiano i bambini quando cambi il finale delle favole che amano. Io pure, chiedevo sempre che mi raccontassero gli stessi fatti, quelli che mi avevano fatto ridere di più, e le zie avevano ormai un collaudato e solidissimo repertorio di formule.

E per il resto della mia vita, non ho mai smesso di cercare chi mi raccontasse qualcosa, e non è un caso che le mie letture preferite siano proprio i diari e la memorialistica in genere. Non conosco una manifestazione d’amore più grande di quella del parlare per qualcuno. E ancora oggi, se potessi, smetterei di parlare e ascolterei e basta, e ascolterei sempre.

Santa Maria di Casole a Copertino e le sue Sibille

copertina sibille

L’ultima fatica della Fondazione Terra d’Otranto riguarda Copertino e il suo convento di Santa Maria di Casole, che ospita nella sua navata sinistra un ciclo completo delle 12 Sibille, come in nessun altro luogo della provincia e forse della Puglia.

Edizione in tiratura limitata, non in commercio, riservata ai soci e alle biblioteche, brossura, formato A/4, 324 pagine, con centinaia di illustrazioni di Sibille nella storia dell’arte.

 

il convento di Casole a Copertino
il convento di Casole a Copertino

 

Dal capitolo II del volume:

La storia di Casole[i] è lunga e travagliata e la leggenda vuole che essa sia stata fatta edificare e donata ai monaci basiliani dalla gente del posto. La conquista normanna rase al suolo l’abitato e parte del convento rispettando solo la chiesa; e qui c’è un buco di quattro secoli, cioè dalla partenza dei basiliani fino al passaggio ai francescani al principio del secolo XVI. È legittimo supporre che poco prima la chiesa e il convento fossero stati completamente rifatti dalla munificenza della famiglia Castriota. Alla fine del XVI secolo Casole passò ai frati riformati che dal 1622 apportarono trasformazioni radicali anche all’interno del tempio. Altri cambiamenti si susseguirono nel corso del secolo successivo finché, con la soppressione del 1812, iniziò l’abbandono[ii].

La valenza culturale del convento, per quanto non in grado di competere con quella dell’omonimo otrantino è testimoniata dalla presenza di testi di rilievo, alcuni dei quali, poi, confluirono nella Biblioteca Vergari di Nardò, con annotazione della provenienza[iii]. Di alcuni di loro si tratterà in apposito capitolo.

Nel passare alle Sibille ci pare doveroso e corretto sottolineare che il nostro intento è solo documentario, per cui non ci avventureremo in tentativi di comparazione, tanto meno con lo scopo di far emergere per questo ciclo (che, comunque, ci sembra da collocare nella temperie barocca[iv]) un pregio artistico improbabile (sarà per questo che in nessun testo riguardante la chiesa non compare nemmeno un cenno a questo ciclo di pitture?[v]) non solo per lo scadente stato di conservazione che in Italia, purtroppo, costituisce in molti casi un alibi per riservare a queste testimonianze del passato la considerazione di solito riservata, questa volta giustamente, alle croste riconosciute come tali.

una delle Sibille in S. Maria di Casole
una delle Sibille in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole

 

Le nostre Sibille sono ubicate nella navata sinistra e ne sono visibili dieci.

Delle quattro raffigurate negli spicchi della volta solo due, cioè la Samia e l ‘Eritrea, sono visibili, delle rimanenti (sicuramente, per esclusione, la Libica e la Persica) sono leggibili pochissimi lacerti, insufficienti, comunque, ad identificarle singolarmente.

In totale, dunque, dodici: un hapax di sopravvivenza per il Salento, per il deterioramento subito dalla presumibile rappresentazione del tema nelle testimonianze pittoriche oggi solo parzialmente leggibili in altre fabbriche (per esempio: nella cappella dei Tolomei nel convento di Santa Maria la Nova a Racale e nella cappella di Santa Caterina dei Francescani Neri a Specchia[vi].

Sibilla Delfica a Specchia (ph Stefano Cortese)
Sibilla Delfica a Specchia (ph Stefano Cortese)

Non è da escludere l’esistenza, in passato, di cicli completi andati poi in parte o totalmente perduti. Quella di Casole rimane, comunque, una testimonianza in comune con non molti altri esempi, tra cui spicca quello della chiesa di S. Bernardino (XVI secolo) a Lallio, in provincia di Bergamo, quello della chiesa di S. Maria del Carmine a Contursi in provincia di Salerno e, su un supporto diverso, quello del santuario della Madonna del Castello nel comune di Almenno San Salvatore, sempre in provincia di Bergamo.di capitolo IV), per cui la lacuna va integrata con e virgine absque umana corruptione (da una vergine senza umana corruzione).

 

 

Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole
Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole

 

sibille

[i] Ci permettiamo di correggere un’imprecisione del bel saggio di Cosimo Franco, Santa Maria di Casole tra storia di ieri e cronache di oggi, Edi/Storia 3, Copertino, 2011, dove a pag. 66 si legge parola greca che significa Casupole; in realtà casulae, con lo stesso significato, è parola tutta latina, diminutivo di casa. il greco κάσα di Ateneo, scrittore di meccanica militare del III-II secolo a. C., è lezione dubbia. Comunque, anche se non lo fosse stato, nulla sarebbe cambiato, perché il suffisso diminutivo di casulae è tipicamente latino (cfr. arèola=cortiletto, diminutivo di àrea=spazio libero senza edifici; cùpula=cupola, diminutivo di cupa=botte, etc. etc.).

[ii] Per un dettagliato e documentato excursus sulle vicende storiche della Chiesa e dell’annesso convento vedi F. B. Perrone, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), Congedo, Galatina, 1981-1982, vol. I, pagg. 83-110 e Cosimo Franco, Santa Maria di Casole…, op. cit.

[iii] Nell’archivio della Basilica Collegiata di Copertino Santa Maria ad nives è custodito un inventario, comprendente anche i libri (326 volumi) , redatto il 18 dicembre 1818 nel corso della soppressione del convento; l’inventario è stato pubblicato da Cosimo Franco, Santa Maria di Casole…, op. cit., pagg. 251-259.

[iv] Tutte le pitture del tempio furono già ascritte dal De Giorgi al XVII secolo (C. De Giorgi, La provincia di Lecce, II, Spacciante, Lecce, 1884, pag. 333).

[v] Nemmeno nel saggio di G. Palumbo, Santa Maria di Casole presso Copertino, in Arte cristiana, t. XLVII (n. 7 e 8, luglio-agosto 1959) pagg. 143-147.

[vi] Si ringrazia Stefano Cortese per la segnalazione della loro presenza nelle due fabbriche e per le foto, sue, gentilmente concesseci.

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Castro e la sua Protettrice

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di Rocco Boccadamo

Si contano, ormai, a milioni, in Italia, in Europa e addirittura Oltre Oceano, le persone che conoscono, hanno visitato e amano Castro, la minuscola ma fulgida e unica Perla del Salento.

D’altronde, la località rappresenta, davvero, un eccezionale concentrato di storia, monumenti, vestigia, bellezze naturali e tradizioni.

Riguardo all’ultimo aspetto anzi richiamato, è risaputo, anche, che la cittadina ha per protettrice la Madonna, precisamente Maria SS. Annunziata, cui è intitolata la chiesa parrocchiale, appellata, a buon titolo, ex cattedrale, a motivo che Castro, fra l’altro, è stata, sino al 1818, sede vescovile.

Un’intensa e viva devozione regna, da secoli, in seno alla popolazione, tant’è che, fra gli abitanti, sono diffusi i soggetti dal nome, chiaramente dedicato, di Annunziata, Nunziata, Nunziatina, Tina e Nunzio.

Ogni anno, in onore della Vergine patrona, nella seconda metà di aprile, si svolgono solenni festeggiamenti, sia di carattere civile, con luminarie e fuochi d’artificio, sia d’impronta prettamente religiosa.

Il cuore delle celebrazioni religiose è la processione, con la statua in cartapesta della Madonna portata lungo le strade del paese; vi partecipa l’intera comunità, evidentemente pervasa da spontaneo riguardo e devozione verso la Vergine tutelare.

castro1

Uomini, donne, bambini, giovani, anziani, tutti in corteo rigorosamente con l’abito della festa e adornati sobriamente di ori e preziosi. E’ il caso di rimarcare “sobriamente”, giacché, nella fattispecie, non è questione di moda o ostentazione, bensì di un atto di mero omaggio e di devozione alla Madonna.

A proposito della protettrice Maria SS. Annunziata e dei connessi festeggiamenti, quest’anno mette conto di dare rilievo a un evento straordinario assai indicativo: il restauro del simulacro in cartapesta, affrontato, sotto il coordinamento del parroco pro tempore don Fabiano Leone, grazie al generoso sostegno di alcuni devoti e della popolazione castrense in generale.

L’intervento di ripristino della statua è stato appena ultimato e la Madonna – sabato 25 marzo, giorno della sua festa liturgica – farà ritorno, bella e splendente come e più di prima, nella sua Casa.

Nardò e altri centri limitrofi in una carta aragonese del XV secolo

di Armando Polito

 

Aradio vel Artellte: oggi Aradeo; Artellte ha tutta l’aria di essere errore di lettura/scrittura, ma di che?

Casale Rocco: attendo notizie.

Crustano: oggi Torre Uluzzo (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/15/torre-santisidoro-e-torre-uluzzo-sulla-costa-di-nardo/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/).

Mi pare poco probabile che Crustano derivi da κρῆθμον (per cui vedi più avanti lo crito); vittima, forse, di una fantasia troppo fervida, io non escluderei che possa derivare dal greco ἀκροστόμιον (leggi acrostòmion)=sommita della bocca, con riferimento all’insenatura limitrofa, anche se è scontato che ogni torre fosse collocata nel punto più elevato del tratto costiero interessato.

Fogona: oggi S. Barbara o, meglio, Collemeto? Leggo in rete che in epoca medioevale la prima si sarebbe chiamata S. Barbara de paludibus. Non vorrei che le consuete mancate indicazioni bibliografiche e/o documentali facessero il paio con uno straripamento non delle antiche paludi ma della mia attuale fantasia che mi ha spinto a considerare il toponimo della carta come una  versione popolare del nome della santa notoriamente connessa con il fuoco. Tuttavia, fantasia per fantasia, Fogona potrebbe essere una variante, sempre popolare, della Casa rossa che compare nella carta di Rizzi-Zannoni e che come dislocazione sembra più di S. Barbara in linea con Fogona. Perciò in alternativa privilegiata ho posto Collemeto. Attendo notizie.

galatula: oggi Galatone

laghistrello: in un primo momento avevo ipotizzato che corrispondesse agli attuali Patuli (Paludi), luogo ancora oggi soggetto ad allagamenti, fenomeno evocato da laghistrello che sembra essere italianizzazione di un latino *lacustrellum, diminutivo neutro sostantivato parallelo al classico lacusculus=fossato. Tuttavia un po’ più a nord (non visibile nel dettaglio riportato) compare un Laghiastro con accanto cinque casette contro le quattro che accompagnano Laghistrello. Tutto ciò mi fa pensare che Laghistrello sia diminutivo di Laghiastro e che quest’ultimo corrisponda ad Ogliastro, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/04/28/vicende-della-masseria-e-feudo-diogliastro/. Laghiastro sarebbe deformazione di Ogliastro per probabile incrocio italianizzante con laghi che a questo punto appaiono, è il caso di dire, come pesci fuor d’acqua essendo impensabile che un centro abitato, per quanto minuscolo, potesse sorgere in una zona paludosa. Quanto alla l iniziale si tratta di un fenomeno del tipo di Alimini, per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/16/alimini-appunti-storia-del-toponimo/.

la Assanta vel S. Maria della Aillo: oggi Torre S. Maria dell’Alto; Assanta e della Aillo errori di lettura/scrittura per Assunta e dell’Alto, in cui la profondità del mare (o la relativa altezza del luogo, come afferma il Tafuri1, con il quale, una volta tanto …, sono d’accordo tenendo presente la forma antica del toponimo: Torre del salto della capra2) si fonde con il cielo?

labagnola: attendo notizie.

lo Crito: oggi Torre Inserraglio o Torre Critò (Inserraglio potrebbe evocare una funzione detentiva o di quarantena, anche se non ho notizie in tal senso; non credo che possa essere deformazione di saracchio, perché quest’erba alligna nei luoghi sabbiosi; Critò è probabilmente dal greco κρῆθμον (leggi crethmon)=finocchio marino).

lo Artilli: oggi Torre dell’alto lido (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/). La Torre, rappresentata sulla carta a sinistra del gruppo di case, trae da questo il suo nome o viceversa? Questo, secondo me,  è uno dei tanti elementi interni da tenere in conto per la datazione finale  stessa della carta.

Nardo: oggi Nardò

Neviano: oggi Neviano

Noia: oggi Noha

Scaleone: potrebbe essere deformazione di Scaglione, famiglia gallipolina citata più volte in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, pp. 207, 264, 265 e 516.

Secli: oggi Seclì

Sta Catharina Nova: oggi S. Caterina Novella

S.to Nicola delli Pergolesi: oggi S. Nicola di Pergoleto

S.to Pietro in Galatina: oggi Galatina

Tabella:  è il feudo Tabelle,  il cui nome compare per la prima volta in un diploma del 1092 ora perduto, del quale si fa menzione nel regesto compilato in occasione della visita pastorale di Cesare Bovio del 1578, in cui si legge: Instrumentuo donationis factae Ecclesiae predictae quae tunc temporis erat Monasterium sub titulo S. Mariae de Nerito per Goffredum Inclitum sic appellatum qui comes erat sub anno 1092 de terra una extra civitatem Neritonensem in loco Sancti Nicolai  iuxta fines ibi tradditos. Item de terra una quae fuit cuiusdam Ugerii in loco Tavelle et de alia terra quae est in loco de Derneo iuxta fines ibidem tradditos (Atto di donazione fatta alla chiesa predetta, che allora era del monastero sotto il titolo di S. Maria di Nardò da Goffredo l’Inclito così chiamato che era conte nell’anno 1092, di una terra fuori la città di Nardò, in località S. Nicola presso i confini ivi riportati. Parimenti di una terra che fu di un certo Ugerio in località di Tavella e di un’altra terra che è nel luogo di Arneo presso i confini ivi riportati).

Torretta: attendo notizie.

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

________

1 Giovanni Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, Zane Venezia, 1735, p. 54. Per la recentissima, pregevole riproduzione anastatica a cura di Massimo Perrone vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/08/dellorigine-sito-ed-antichita-della-citta-di-nardo-la-ristampa-anastatica-a-cura-di-massimo-perrone/.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/11/sulla-torre-di-s-maria-dellalto-a-nardo/

 

Stille di scrittura, intorno a cento anni di dolcezza

Stille di scrittura, intorno a cento anni di dolcezza: 20 marzo 1917 – 20 marzo 2017

di Rocco Boccadamo

Esattamente un almanacco fa, in concomitanza con una meno indicativa e strettamente personale ricorrenza, mi venne di cavare dalla penna le seguenti note, incipit di un testo intitolato “I quindici lustri di un narrastorie salentino” e opportunamente più articolato:

Duemila sedici meno mille novecento quarantuno, fanno settantacinque. A Marittima, Basso Salento, nel rione popolare dell’Ariacorte, erano circa le 3:00 del mattino di una lontana, lontanissima domenica intorno a metà marzo, quando, nella modesta abitazione a piano terra di proprietà dei coniugi Immacolata e Silvio, si accingeva a venire al mondo il loro secondogenito, ossia a dire, si andavano schiudendo alla vita gli occhi dell’autore delle presenti righe.

A quei tempi, è diffusamente noto, i bambini non nascevano in ospedale oppure in clinica come accade adesso, bensì nella casa dei genitori, sul letto grande, con la puerpera, sorretta, assistita e aiutata dalle mani abili della levatrice e dall’esperienza delle altre donne di famiglia già sposate e mamme.

Nel ruolo d’ostetrica condotta comunale si trovava Donna Elvira Vainò, originaria, se ben ricordo, della zona di Galatina, la quale abitava nella frazione capoluogo di Diso, insieme con il marito Don Consalvo e, ironia del fato, senza figli. Lei compieva il suo prezioso servizio, con copertura, anche, ovviamente, delle altre frazioni di Marittima e Castro, muovendosi in sella a una bicicletta da donna e portando con sé, appesa al manubrio, una capiente borsa, contenente quanto necessario all’atto degli interventi d’assistenza. Pur essendo, la protagonista del lieto evento che stava per maturare, una donna mite e soprattutto paziente, i suoi naturali e comprensibili lamenti durante il travaglio arrivavano a raggiungere l’udito dei vicini e di qualche compaesano che si trovava a transitare lì, all’angolo tra la breve via Nizza (così era denominata l’attuale via Piave) e la strada che, ancora oggi, si diparte in direzione di un vasto comprensorio agricolo, fino alla scogliera demaniale, per sfociare in corrispondenza dell’amenissima, anzi, in un certo qual modo magica, insenatura “Acquaviva”.

Sì, un comune effetto, in questo caso beneaugurante, delle doglie, percepibile anche all’esterno delle mura domestiche strettamente interessate, che suscitava sentimenti di tenerezza all’indirizzo di una giovane mamma (a distanza di alcuni giorni, avrebbe compiuto ventiquattro anni), da tutti conosciuta e stimata, in seno alla minuscola località, per le spiccate doti di semplice e intensa bontà, dolcezza e cordialità. Ancora oggi, capita, spesso, sotto lo stimolo di reminiscenze ormai così distanti e, tuttavia, sempre vive, che siffatto impulso emotivo s’ingeneri dentro di me, nel ricordo di mia madre. Pensare, che, dopo averne fatti, in totale, ben sei, di figli, la donna se ne sia andata esattamente mezzo secolo addietro, col nascituro di quella metà marzo 1941 nel frattempo arrivato a venticinque primavere, in sostanza pressappoco alla stessa età della sua mamma intenta, sul lettone di casa, a dischiudere generosamente il proprio grembo per lui.

1953, mia madre in abito da festa per il matrimonio del fratello Toto.
1953, mia madre in abito da festa per il matrimonio del fratello Toto.


                                                                       °   °   °

Allora, il riferimento anagrafico era, è ovvio, a me e, però, dalle suddette righe, traspare come il sentimento e la mano del narratore incedessero indirizzandosi e rivolgendosi a un’altra precisa persona, con l’intento di rendere un ennesimo, forte omaggio postumo, alla sua indimenticabile figura.

Già, mentre, scorrendoli alla stregua dei cerchi concentrici arrivati a spuntare e a sovrapporsi con straordinaria precisione lungo il tronco di un ulivo senza età, mi rendo conto che i miei grani esistenziali hanno, nel frattempo, oltrepassato di un’unità gli indicativi quindici lustri, in occasione del presente nuovo spunto a narrare, mi succede, specialmente, d’avvertire dentro sentimenti più forti, un’emozione che mi prende quasi come un nodo in gola, dita che, serrandosi a impugnare e guidare la penna, non denotano l’abituale assetto fermo ma, al contrario, sembrano inevitabilmente prese da fremito e tremore. Ancora già, sull’orizzonte innanzi a me, si staglia una differente data di nascita, 20 marzo 1917, e dunque, con riferimento a quell’altra persona, nel mese andante, viene a comporsi e a rintoccare un intero secolo.

Ed è grande il desiderio, anzi il bisogno, nel sentire del ragazzo di ieri, di cercare di ripercorrere, almeno per qualche tratto, il suo purtroppo breve passaggio accanto alle persone care e famigliari e, allargando lo scenario, a tutti quelli che hanno avuto agio di conoscerla e frequentarla.

A connotare la sua figura, le precipue doti di dolcezza, empatia, semplicità, generosità, bontà, impegno, pazienza, spirito di comprensione e tolleranza, amorevolezza e mitezza, qualità o virtù, assimilate, con concorso quasi equanime, dai genitori Lucia e Giacomo. Ma, oltre che alla naturale vicinanza a questi ultimi, tracciando un arcobaleno ideale poggiato su una serie di generazioni, mi piace riandare pure alla consuetudine, di mamma Immacolata, ragazzina e adolescente, di compiere un affettuoso e intenso scambio suppletivo con la sua progenitrice nonna Raffaela, nella cui casetta, per lunghi periodi, si portava, puntualmente, la sera, restandovi a dormire.

La mia famiglia nel maggio 1949 (manca l'ultimogenito che nascerà nel dicembre successivo)
La mia famiglia nel maggio 1949 (manca l’ultimogenito che nascerà nel dicembre successivo)

 

Ciò, in parallelo, alla prestazione, da primogenita, di costanti cure verso i fratelli e le sorelle più piccoli e, ancora, dei primi aiuti a beneficio dei genitori, ai fini dell’espletamento dei lavori in campagna.

Intanto, avanzavano le sue stagioni, contraddistinte in via preponderante, fa niente se lo ripeto, da dolcezza, toni sempre concilianti, compostezza e sorriso sulle labbra e negli occhi. Andava, così, sbocciando e fiorendo una giovane donna esemplare e, insieme, di bell’aspetto e, perché tale, affatto inosservata e, a ogni modo, assai benvoluta fra coetanei e coetanee. Esito di siffatte qualità, ad appena ventun anni, passava già a sposarsi. A proposito della sua giovane età all’atto delle nozze, lei soleva talvolta rammentare, sorridendo, a se stessa e a chi la ascoltava, come la sua fortunata metà (mio padre), soprattutto agli inizi del ménage, se ne uscisse con l’evidenziazione, in dialetto salentino, “eri nna vagnona, mancu mpinnata bbona” (traduzione in italiano: “eri una ragazza, neppure ricoperta a sufficienza da piume, peli e (nel nostro caso umano) capelli”. Mpinnata o meno, nell’arco di dieci anni, ben sei maternità e lei, per ciò, intensamente e diuturnamente presa dalle fatiche, anche dure, per crescere la prole.

Quante fasce (all’epoca, non esistevano i pannolini) da avvolgere, svolgere, pulire e lavare, quanti lavandini di piatti, pentole e stoviglie, quante pappine da predisporre e somministrare, quanti bucati, piccoli e grandi (cofini), da eseguire.

Rivedo ancora, vivide, screpolate, talora quasi sanguinanti, le sue mani consumate e rovinate dal sapone e dalla liscivia (acqua del cofinu, a lungo portata a ebollizione insieme con strati di cenere per pulire e rendere bianco il bucato più grosso).

Purtroppo, i precari benefici di qualche pomata che il medico di famiglia le prescriveva, erano vanificati dall’impossibilità di fermarsi o di tenere riguardati gli arti, le necessità della famiglia non concedevano tregua, con la conseguenza che, nella migliore delle ipotesi, i tempi della guarigione si protraevano.

Intanto, lei si occupava anche di seguire i figli durante i loro primi impegni scolastici. Inoltre, in talune occasioni, non esitava a intervenire con la sua pacatezza per fronteggiare e controbilanciare qualche saltuario e inevitabile sbotto del capo famiglia, inducendolo, in breve, a quietarsi e a passare alle scuse.

Come era bello, per noi figli, man mano che ci avviavamo alla crescita, osservare il suo volto nei momenti di serenità, con gli occhi neri che brillavano sopra e accanto a un composto, e a modo suo accattivante, accenno di sorriso!

Fino a quando, poco più che quarantenne, una terribile frana non ebbe a caderle addosso, raggelando, d’intorno, tutti e tutto.

Ciò nonostante, durante la parentesi di circa sette calendari che si susseguì, pur tra sofferenze, preoccupazioni e comprensibili timori, giammai mutò il suo modo di comportarsi. Quasi, a voler, fortemente, continuare, come se nulla le fosse occorso, a incoraggiare e spronare, la sua famiglia, le persone care e gli amici, a non abbattersi, a guardare, invece, avanti e ad aver fede e fiducia.

A un certo punto, nel decorso del problema di salute, si aprì un precipizio, lasciandole, però, lo spazio di vedere due figli mettere su, a loro volta, una famiglia e la gioia di tenere, sia pure a fatica, tra le braccia, nel ruolo di madrina di battesimo, il primo nipotino, la cui vicinanza le allietò anche il Natale che precedette la sua dipartita.

Estate 1942 al Serritu, con nonni e zii e zie materni
Estate 1942 al Serritu, con nonni e zii e zie materni

Messi di ricordi, a lei correlati, si muovono, dal sentire inferiore alla mente, e si affastellano. Si tratta per me di un vero e proprio patrimonio ideale e morale, che, da sempre, tengo a serbarmi accuratamente dentro, come compagnia per le mie giornate, sia in rapporto al periodo più lungo già percorso, che riguardo al sentiero che mi resta davanti. Avverto, nondimeno, il bisogno di inserire, in questi appunti, la memoria di una particolare lettera, purtroppo, andata in seguito, non so come, perduta, che volli scriverle, verso la fine del 1965, da Firenze, dove mi trovavo, temporaneamente, per ragioni di lavoro. Con un tono colloquiale, in quel testo, mi soffermavo, principalmente, sulla circostanza che lei avesse concorso a formare e allevare una famiglia numerosa, con sei figli nettamente diversi tra di loro e, però, tutti contraddistinti da una caratteristica comune: il bene profondo, un’autentica devozione nei suoi confronti.

Ora, a così tanti anni di distanza temporale, mi sta sembrando di dedicarle una seconda lettera, che, non a caso, desidero chiudere con una piccola serie di documenti, ricordi e immagini che hanno a che fare con la speciale destinataria.

Con sincero, immenso affetto e amore, carissima mamma, anche a nome (lo faccio senza alcuna remora pure per loro), di tuo marito (mio padre) che si trova lassù con te e degli altri tuoi figli (miei fratelli e sorelle).

Mesagne e la festa di San Giuseppe

s-giuseppe

di Carmelo Colelli

La festa ti San Giuseppu cuntata ti lu zzu Cocù

-Bongiornu zzu Cò, comu stai?

-Beh! Non cc’è mali ndi putimu ccuntintari! Tegnu quasi novant’anni e rringrazziandu a Ddiu pozzu ncora caminari, ncuntrari li cristiani e rraggiunari cu loru.

-Uè zzi t’agghiu nnuttu to zeppuli ti San Giuseppu, cussì ti li mangi a mmenzatia culla la zza Rosa.

-A fattu buenu figghiu mia, ca iu m’aggiu rricurdatu ca osci eti San Giuseppu, prima sobba allu calandariu lu mintiunu a rrussu, ma moni, avi bueni anni ca non lu mentunu cchiui pirceni la festa l’annu llivata. Prima sta festa era proriu nna bella festa ti devozzioni pi llu santu falignami e puvirieddu.

-Zzu Co’, contimi nnu picca, com’era prima la festa ti San Giuseppu.

-Tant’anni aggretu pì sta festa si ncuminzava a priparari già parecchi ggiurni prima, nc’era l’usanza la sera ti San Giuseppu cu si ppicciava lu “Fanoi” e la menzatia cu ssi priparava la “Tria”.

Pì priparari lu fanoi, tutti li vagnuni sciunu girandu casa casa pì circari sarcini e salimienti e ogni cristianu nci tava to tre sarcini, ognunu ti loru si nni caricava una sobba alli spaddi e lla purtava all’angulu chiù largu ti li strati.

A quiddi tiempi la campagna stava vicinu alli casi e li vagnuni sciunu puru fori, allu vicinu e sa ccugghiunu ramagghia ti aulii e ntenni siccati ca li uemmini erunu lassatu nterra toppu la putatura.

Chianu chianu all’angulu si facia na catasta sempri chiù ierta e chiù llarga, li villani la sera quandu si rritiraunu ti fori, cu li traini, puru loru nnuciunu atri sarcini, salimienti, ramagghia e ntenni siccati, e la catasta si facia sempri chiù ierta e chiù grandi.

Pì lli vagnuni era nnu sciecu, faciunu a gara a ci purtava cchiù sarcini, nc’erunu quiddi ca cu ssi fannu a vetiri ca erunu chiù forti sobbra alli spaddi si nni caricaunu puru toi e ttreti.

Comu t’agghiu tittu prima, siccomu San Giuseppu eti lu santu ti li puvirieddi, nc’era puru l’usanza ti priparari lu pranzu pi tridici puvirieddi, ttreti ti loru rapprisintuaunu San Giuseppu, La Matonna e Gesù Cristu e l’atri rapprisintaunu li Santi, e forsi pi sta rascioni lu pranzu si chiamava la “Tria”.

Qua vicinu, n’cera lu nunnu Vitucciu, ca ogni annu facia la “tria”, stu cristianu non era riccu, pi iddu era nu sacrificiu, ma tinia sta devozioni, era aiutari quiddi ca no putiunu mangiari, armenu cuddu ggiurnu.

Totta la famiglia ti lu nunnu Vitucciu, ccuminzava qualchi sittimana prima a priparare ciò ca nci sirvia, pi prima cosa sgumbraunu ti li scigghi la rimesa, la ncuacinaunu e all’angulu ti fronti allu purtoni faciunu n’altarinu cu li tauli e li banchi, rricupriunu tutto cu li coprilietti ti seta colorati, sobbra nci mintinu nnu lanzulu biancu rricamato e sobbra allu lanzulu, sistimaunu llu quadru ti San Giuseppu.

La taulata la faciunu cu lli tauli ti lu liettu, mintiunu na banca e nu picca chiù luntanu n’atra banca e sobbra ntra una e l’atra nci ppuggiaunu li tauli.

Pì quddu ggiurnu la nunna Ntunietta, assia li tuvagghi chiù belli ca tinia, quiddi rricamati a manu, quiddi ca era avuti pì tota, li llavava e li stirava e la matina ti la festa li sistimava sobbra alla taula.

Li femmini ti vicinu casa nsiemi alli fili sua l’aiutaunu, nc’era ci llavava piatti e bicchieri, ci vacava lu vinu ntra li bucali, ci priparava la verdura pi sobbrataula, ci cucinava, edda sistimava bicchieri, furcini, curtieddi e fiuri sobbra alla taula, pi urtumu nci mintia vicinu a ogni postu nu panittuddu ti pani, lu pani spiciali a forma ti frisedda grandi, cuddu ca era fattu lu ggiurnu prima.

Lu ggiurnu ti la festa, sotta allu quadru, tanti candeli, tanti portafiuri cu tanti fiuri, li fiuri no ssi ccattaunu, li purtaunu li cristiani ti qua nnanzi, tannu ntra ogni ortali nuestru crisciunu tanti belli fiuri, li calli bianchi, li bocca ti lupu, li rosi, li garofuli e tanti atri.

Sotta menzatia quedda rimesa simbrava diversa ti tutti l’atri ggiurni, simbrava nu saloni pi lli festi, sobbra alla taula nc’era tuttu lu ben di dio, atturnu li tridici puvirieddi, a caputaula san giuseppu e ti costi a iddu la matonna, e all’atru costi gesù cristu.

Lu nunnu Vitucciu e la nunna Ntunietta, tisi ti fronti alla taula, vicini a loro lu previti cu toi picuezzuli, vistuti comu quandu stannu sobbra all’altari, atturnu atturnu li cristiani ti vicinu casa, crandi e piccinni.

Lu previti biniticia la taula e tutti li cristiani ca staunu ntra quedda rimesa, toppu la binidizioni ognunu turnava a casa sua e lu nunnu Vitucciu e la nunna Ntunietta ccuminzauno a sirviri lu pranzu a li puvirieddi, loru quddu ggiurnu no si ssittaunu a quedda taula, la devozioni loru era cu servunu a ci avia bisuegnu.

Tanti erunu li cosi ca la nunna Ntunietta era priparatu, pietanzi nustrani e sapuriti, ti la tradizioni ti li villani ti lu paisi nuestru, tutti cosi curtivati ti loro stessi o ti li vicini ti casa.

Alla fine ti lu pranzu lu nunnu Vitucciu sirvia a tutti li zeppuli ti San Giuseppu, l’era sa ccattati la matina prestu ti lu bbarra ca stava alla Porta Grandi.

A ogni puvirieddu, la nunna Ntunietta nc’era priparato nu fagottu e intra nc’era misu na pagnotta ti pani, na buttiglia ti vinu e atri cosi ca erunu rimasti ti lu pranzu, nsomma quiddi puvirieddi putiunu mangiari ancora pi natri toi tre ggiurni.

La sera quandu lu sole era calatu, sempri ci nc’era statu, pirceni a marzu lu soli nu picca stai e nu picca si nni vai, lu nunnu Chiccu ccuminzava a mettiri fuecu sotta alla catasta sistimata all’icrocio ti li strati.

Chianu chianu lu fuecu pigghiava forza, ti nn’angulu all’atru si tava voci ca lu Fanoi sta ppicciava, e li cristiani si ccuminzaunu a nvicinari.

Nanzi nanzi, atturnu atturnu, staunu tutti li vagnuni chiù piccinni, chiù ggretu li crandi, tutti li famigli si rriuniunu vicinu allu Fanoi, pi tradizioni, pi devozioni e pirceni era proriu bellu cu vitivi li fiammi gialli e russi, ca si azaunu versu lu cielu ca oramai s’era fattu scuro e si vitiunu li stelli e la luna.

Si cantava, si parlava, si nbivia ncunu bicchiere ti vinu e chianu chianu la sirata passava e lu fanoi cu li fiammi e li scintilli divintava sempre chiù bellu.

Si scia ti nu fanoi all’atru, pi vetiri quali sta ppicciava megghiu, qual’era cuddu chiu grandi e cuddu ca turava ti cchiui.

Ogni tanto sintivi scattarisciari qualche ntenna, li vagnuni si anchiunu li poti ti sali cruessu e ogni tantu lu iaticaunu ntra lu fuecu senza cu si faciunu avvetiri, subbuti sintivi scattarisciari e vitivi tanti scintilli, tanti cristiani si spantaunu e si lluntanaunu e li vagnuni ritiunu.

Quandu oramai lu fuecu s’era sbasciatu e staunu tanti crauni belli rrifucati, chianu chianu li cristiani si anchiunu li frasceri e si li purtaunu ntra casa loro, era lu fuecu binidettu ti San Giuseppu.

Era na festa pì tutti, pì crandi e piccinni, e puru ca annu passati tant’anni no ti la puè scurdari.

La cenniri ca rumania si ccughia e lu ggiurnu toppu li villani la spandiunu fori sempri in onori ti lu Santu Falignami e Puvirieddu.

Moni la festa eti tiversa e menumali ca armenu annu rimasti li zzeppuli.

Le Tavole di San Giuseppe 3

 

La festa di San Giuseppe di tanti anni fa, a Mesagne (Brindisi), raccontata da zio Cosimo

Bungiorno zio Cosimo, come stai?

Beh! Non c’è male, ci possiamo accontentare.

Ho quasi novant’anni e ringraziando Iddio posso ancora camminare, incontrare le persone e ragionare con loro.

Zio ti ho portato due zeppole di San Giuseppe, le mangiate a mezzogiorno insieme alla zia Rosa.

Hai fatto bene figlio mio, io mi sono ricordato che oggi è San Giuseppe, prima sul calendario il 19 Marzo era colorato di rosso, adesso non lo è più perché questa festa l’hanno tolta.

Questa festa era proprio bella, una festa di devozione per il santo falegname e poverello.

Zio, raccontami come si festeggiava San Giuseppe qui a Mesagne.

Il racconto ha inizio:

Tanti anni fa, per questa festa, i preparativi iniziavano alcuni giorni prima, vi era l’usanza la sera di San Giuseppe di accendere i falò, “Li fanoi”, per le strade, a mezzogiorno si preparava un pranzo speciale per i poveri, detto: “La Tria di San Giuseppe”.

Per preparare il falò, tutti i ragazzi del quartiere andavano di casa in casa a chiedere fascine e salmenti: tutti ne donavano. Ogni ragazzo si caricava in spalla le fascine e le portava all’incrocio più largo tra due strade.

Per i ragazzi era un gioco, facevano a gara a chi riusciva a trasportare più fascine, vi erano alcuni che per dimostrare la loro forza se ne caricavano sulle spalle anche due o tre, era una festa la preparazione.

Pian piano, all’incrocio, la catasta diventava sempre più alta e più larga, i contadini, la sera, tornando dalla campagna, con i carretti, portavano altre fascine e altri rami secchi di albero di ulivo, resti della potatura degli alberi, la catasta diventava sempre più alta e più grande.

Siccome San Giuseppe è il santo dei poverelli, vi era l’usanza di preparare un pranzo per tredici poveri, tre di loro rappresentavano San Giuseppe, la Madonna e Gesù, gli altri i vari Santi, un pranzo senza carne ma con tredici portate, chiamato da sempre: “La Tria di San Giuseppe”.

Vito, un mio vicino di casa, ogni anno preparava “La Tria”, non era ricco, per lui era un sacrificio, aveva però questa devozione, desiderava aiutare chi non poteva mangiare, almeno il giorno della festa di San Giuseppe.

Tutta la famiglia di Vito collaborava alla preparazione, la settimana prima, gli uomini sgombravano la rimessa, il locale dove tenevano gli attrezzi da lavoro per i campi, che era quello più grande per ospitare tante persone, lo imbiancavano con calce bianca e, all’angolo di fronte al portone d’ingresso, con tavole e tavolini, preparavano l’altarino.

Le donne ricoprivano la struttura con vari copriletti di seta colorata, sopra veniva steso un lenzuolo bianco e ricamato, il più bello che la padrona di casa aveva avuto in dote, al centro, in alto troneggiava il quadro di San Giuseppe.

Per sistemare la lunga tavolata, erano utilizzati dei tavoli, avuti in prestito dai vicini di casa, su cui erano poste le tavole del letto.

Per quel giorno Antonietta, la moglie di Vito, apparecchiava la tavola con le tovaglie più belle, il giorno prima le prendeva dall’ultimo cassetto del comò, le lavava e le stirava.

Tutte le donne del vicinato insieme alle figlie di Antonietta collaboravano ai preparativi, chi lavava piatti e bicchieri, chi riempiva i boccali di vino, chi preparava la verdura per la “sopratavola”, chi cucinava.

Una pagnottella di pane a forma di frisella, preparata il giorno prima, veniva sistemata al posto di ogni commensale.

Il giorno della festa, sotto il quadro di San Giuseppe, tante candele e tanti fiori, portati dai vicini.

Poco prima di mezzogiorno, tutto era pronto per la festa, sulla grande tavolata vi erano tante cose buone, attorno i tredici poveri, al centro San Giuseppe alla sua destra il figlio Gesù e alla sua sinistra Maria.

Vito e Antonietta, in piedi di fronte alla tavola, accanto a loro il prete con i due chierichetti, attorno i vicini di casa, grandi e piccoli.

Dopo che il prete aveva benedetto la tavola e i presenti, Vito ed Antonietta cominciavano a servire il pranzo ai loro ospiti.

Tante cose buone preparate da Antonietta, pietanze della tradizione contadina, il piatto principale era composto da ceci e piccolissime lasagne fatte in casa, alcune fritte, dette in tutto il Salento “tria”, da qui il nome: “La tria di San Giuseppe”

Alla fine del pranzo, Vito serviva a tutti le zeppole di San Giuseppe, le aveva comperate la mattina presto dal bar, vicino alla Porta Grande.

Per ogni povero, Antonietta aveva preparato un fagottino, con dentro una pagnotta di pane, una bottiglia di vino ed altre pietanze rimaste dal pranzo, così potevano mangiare ancora per altri due tre giorni.

La sera quando il sole era calato, Chicco, un signore anziano del vicinato, accendeva la catasta di legna sistemata all’incrocio delle strade.

Piano piano il fuoco prendeva forza, da un angolo all’altro ci si dava voce che il Falò era stato acceso, la gente cominciava ad avvicinarsi.

In prima fila, in cerchio c’erano i ragazzi, quelli più piccoli, dietro quelli più grandi, attorno intere famiglie. Tutti attorno al Falò, per tradizione e per devozione, era proprio bello vedere le fiamme gialle e rosse che si alzavano verso il cielo, oramai fattosi scuro, si vedevano anche le stelle e la luna.

Si cantava, si parlava, si beveva qualche bicchiere di vino, pian piano la serata passava ed il falò con le fiamme e le scintille diventava sempre più bello.

Si andava da un falò all’altro, per vedere quello più bello, il più grande e quello che durava di più.

Ogni tanto si sentiva qualche scoppiettio, erano i rami secchi. Alcuni ragazzi si riempivano le tasche di sale da cucina, quello grosso e, ogni tanto, senza farsene accorgere lo lanciavano nel falò, si sentiva subito scoppiettare ancora e si alzavano tante piccole scintille, molte persone si spaventavano e si allontanavano e i ragazzi ridevano a crepapelle.

Quando la catasta si era quasi consumata e i carboni erano belli ardenti, le persone si riempivano “le frascere”, dei contenitori in rame per il fuoco e le portavano a casa, era il fuoco benedetto di San Giuseppe.

La cenere che rimaneva si raccoglieva ed il giorno dopo i contadini la spargevano in campagna in onore del Santo Falegname.

Era una festa per tutti, per grandi e piccoli, anche se sono passati molti anni non la si può scordare.

Zio Cosimo conclude dicendo:

“Ora la festa è diversa, sono però rimaste le zeppole”.

A zio Cosimo luccicano gli occhi ed io ho un nodo in gola, lo ringrazio per il bel racconto e mi allontano.

 

“Fra’ Giuseppe Desa da Copertino”- processo neretino di beatificazione (1664)

La Società di Storia Patria, Sede- Delegazione di Copertino, la Custodia Generale del Sacro Convento di Assisi, le Province Francescane di Puglia e delle Marche presentano l’Opera, a cura di Francesco Merletti e Mario Spedicato, il 23 marzo alle 18,00 presso la Chiesa ex Clarisse di Copertino.

Si tratta di uno studio che getta nuova luce sulla conoscenza della figura del Santo dei Voli. Nasce, infatti dall’acquisizione di un documento inedito conservato presso l’Archivio Vaticano, il Processo di Beatificazione Neritonensis del 1664. Esso presenta interessanti peculiarità rispetto al documento conservato presso l’Archivio di Stato di Lecce, il Processo Apostolico del 1689, di cui lo stesso prof. Spedicato si è precedentemente occupato. Siamo di fronte al processo informativo, il primo di Nardò, che dette l’avvio all’iter per la canonizzazione del Santo copertinese.

La peculiarità dell’opera riguarda le testimonianze, dato che su 43 testi 39 sono copertinesi, in grado quindi di descrivere con dovizia di particolari episodi, incontri, elementi di territorialità di quella società rurale in cui il Santo visse e nella quale aveva un posto rilevante la fede, così come la solidarietà e l’accoglienza. Fortemente emergono le virtù dell’umiltà, della povertà, della mansuetudine, dell’amore per la natura di S. Giuseppe e soprattutto la sua disponibilità verso chi gli si accostava, la tenerezza per l’umanità sofferente. Va inoltre rilevata la puntuale e paziente trascrizione del documento svolta da Padre Francesco Merletti.

Manifesto-01

Ci pensa alla gente campa miseru e pizzente!

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di Vincenzo Mariano

Or mi ricordo e vi racconto. La provenienza? Boh… Forse una lettura alle elementari o nu cuntu ti lu zi Totò da me fantasiatu.
Quella mattina si erano alzati presto padre, figlio e puru lu ciucciu. Lu jaddru non aveva fattu ncora lu sua dovere e iddri stìanu già alla distilleria.
La giornata fu lunga da passare: li fae a ncufanare e poi a spuntare, li fiche a putare e poi li sarmente pi li spicaluri.

Tutto fatto. “Giusta lu ciucciu ca turnamu a casa”, tisse lu sire a lu figghiu.
Il timido sole diceva che era già passata menzatìa quannu giùnsera alla distilleria.

Su lu purtone, cu lu sicaru curtu, lu Ntoni li edde e disse:

– iti e biti, lu poru ciucciu, no sulu li sarmente, ma puru iddri a ncaddru. Ah sorta sua!

Il padre, sentito, scese dall’asino e così fece fare al figlio. Prese lu fascettu ti sarmente sulla spalla e si avviarono. Lu castieddru ncora no parìa quannu li edde la Consulata ti li passaricchi, che alla scena, così reagì:

– lu munnu s’à firmatu, comu! iddri a mpete e cu li sarmente a ncueddru e lu ciucciu a passeggiu? Fanne salire almenu lu frusculieddru. Mah, ah sorta loru.

Fu sotta a la fica ti li Capuccini che il padre fece salire il figlio sull’asino e così, con lui a piedi, andettero.
Lu firraru faceva sentire il martello sull’incudine e più forte la sua voce:

– a cosa si assiste, lu figghiu a ncaddru e lu sire a mpete e puru cu li sarmente. E lu rispettu? S’à persu!

Rriati alla porta ti San Giuseppu, il padre fece scendere il figlio, ni tese a manu la corda ti lu ciucciu e lui si accomodò ngroppa cu tutte li sarmente. Superata la porta, ma no castieddru, fu na Trisicchiula che rivolta a na Carcaluru strulicàu:

– quiddri sta bèninu ti la fica paccia, lu figghiu a mpete e lu sire a ncaddru. Mmara a lu figghiu ci tene nu tristu patri.

Alla funtana ti castieddru, lu Filiciettu, che sarebbi statu lu patri, pigghiàu lu pane ti la sacchittola, lu mmuddrau e cu la muddrica fece quattru palle. Toi a li recchie ti lu figghiu e doi a li sua. Salira su llu ciucciu e caminara. Quannu girara pi la chiesa rande, no sintianu mancu li zzòcculi ti lu ciucciu sobbra a li chianche. Silenziu assolutu.
Videra nu Scaculi gesticolare, ma non sentendolo, proseguirono sereni fino a lu palazzu ti don Ronzu, dove nelle vicinanze insisteva la staddra e fu subito casa, fu famiglia e fu riposo.

 

Ricordo di Salvatore Toma, a 30 anni dalla sua morte

FORTEZZA IN OPERA

Ipogeo Bacile-Teatro Sotterraneo/Spongano

Salvatore Toma
Salvatore Toma

 

Teatro S- Ricordo di Salvatore Toma

17 marzo 2017- ore 20.30

CANZONIERE DELLA MORTE

concerto poetico su testi di Salvatore Toma

 

Voce e Regia Salvatore Della Villa

Quartetto D’archi “Nuova Musica”

Violini Annalisa Monteduro  Flavio Caputo

Viola   Andrea Caputo

V.Cello Paolo Ferulli

Musiche Vito Cataldi, Giuseppe Gigante, Luigi Maci, Daniela Monteduro

Ricordare Salvatore Toma, a 30 anni dalla sua morte, è festeggiare il “piacere dell’intelligenza”, quel piacere tipicamente salentino della creazione immediata, estrosa, ironica. La sua biografia non conta fatti eclatanti, ma atti poetici importanti… questo sì. I motivi della morte, del sogno e della natura sono certo ricorrenti, come rivelano le tre sezioni del Canzoniere della morte, ma c’è un elemento nella poesia di Toma in continuo fermento: il tratto farsesco e burlone che fa scivolare nel gioco la materia poetica e la vita.

I versi poetici di Salvatore Toma, accompagnati dalla forza espressiva della musica scritta per l’occasione da Vito Cataldi, Giuseppe Gigante e Luigi Maci, docenti del Conservatorio ‘Tito Schipa’ di Lecce, e da Daniela Monteduro, docente presso il Conservatorio di Matera, saranno proposti in una lettura onirica densa di toni ambrati e nuove sfumature espressive, in una formazione di grande forza espressiva e di coinvolgente sentimento. Un’interpretazione del tutto originale della “musica” contenuta nei versi, attraverso la creazione di un percorso policromo ricco di suggestioni melodiche e timbriche alquanto nuove.

biglietto  € 7,00 posto unico

 

Salvatore Toma nasce a Maglie nel Salento nel 1951, da una famiglia di fiorai. Frequenta il liceo classico, ma non prosegue gli studi, anche se coltiva da autodidatta le materie che più gli interessano: letteratura e ovviamente poesia. Pubblica (dal 1979 al 1983) sei raccolte di poesie, rispettivamente: PoesieAd esempio una vacanzaPoesie scelteUn anno in sospesoAncora un anno e Forse ci siamo. La sua notorietà deriva dalla pubblicazione della raccolta di poesie Canzoniere della Morte (Einaudi 1999), a cura della filologa Maria Corti. Dopo la scomparsa della Corti, avvenuta nel 2002, la poesia di Toma rischiava di essere definitivamente dimenticata. Un folto gruppo di intellettuali meridionali promosse una raccolta di firme per chiedere la ristampa del volume al tempo esaurito, tentando anche di rilevare i diritti di autore per pubblicare il libro altrove. L’iniziativa provoca una vasta eco in tutta Italia e la casa editrice decide, di ristampare il Canzoniere.

 

Alimini: appunti per una storia del toponimo

di Armando Polito

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg

 

 

Per la serie quandoque bonus dormitat Homerus, dopo quanto ebbi occasione di rilevare a proposito di una proposta etimologica del grande Rohlfs (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/23/quando-il-rohlfs-inciampo-in-un-sassolino-del-salento/), mi permetto oggi, per quanto indegno di Omero, del Rohlfs e di chi sto per nominare,  di ricordare la proposta etimologica che di Alimini fece Giacomo Arditi (1815-1891) nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1879-1885. Riproduco  da p. 301 la parte di testo che ci interessa e la relativa nota.

L’Arditi sembra mettere in campo un Λιμυις. Visto che non c’è ombra d’accento debbo rinunciare alla mia consueta lettura/trascrizione per chi non conosce il greco. Tuttavia, qualsiasi accento si ipotizzi, la voce in greco non esiste. Ipotizzando, invece, un errore di stampa (-υ– per –ο-) potremmo pensare in teoria ad una lettura Λίμοις (Lìmois) o Λιμοῖς ( Limòis). Ho detto in teoria perché in pratica Λίμοις non esiste e Λιμοῖς potrebbe essere solo dativo plurale del nome comune λιμός (leggi limòs), che significa fame. Ora, a parte il fatto che non si capisce che origine abbiano la A–  e il –ni– di Alimini, nemmeno λιμός potrebbe essere messo in campo perché in questo caso non si capisce come un dativo, per giunta plurale, per giunta di un nome astratto (anche se i suoi sintomi sono, eccome, concreti …), possa aver dato vita ad un toponimo. D’altra parte neppure l’ipotesi di uno scambio, sempre per errore di stampa, di -ν- con -u- porterebbe a nulla perché anche Λιμvις (qualunque sia l’accento) in greco non esiste.

Tuttavia, prima di prendercela con l’Arditi, non trascuriamo la nota 1, anche se tutto lascerebbe presagire il gioco dello scaricabarile o della fiducia cieca …

Galat. cit. oper. si riferisce al De situ Iapygiae di Antonio de Ferrariis alias Galateo (circa metà del XV secolo-1517), opera uscita postuma per la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558.

Marciano, cit. oper. si riferisce a Descrizione, origine e successi della Provincia d’Otranto, di Girolamo Marciano (1571-1628), uscita postuma con le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855.

Procedo al controllo e riproduco di seguito dall’edizione citata del Galateo il brano che ci interessa; per facilitare la comprensione di quanto dirò, prima della traduzione fornirò la trascrizione.

 

 

 

 

 

In ora Ionii, quarto ab urbe lapide lacus est piscosus, cymbis tantum piscatoriis nabilis, quem incolae afhuc Graecè λίμνην nominant; seu ut Galenus ait, Limnothalassan (ita enim ille appellat lacus qui in mare fluunt,  refluunt).

Lungo la riva dello Ionio a quattro miglia dalla città vi è un lago pescoso, navigabile solo da barche da pesca, che gli abitanti ora chiamano con nome greco λίμνην, oppure, come dice Galeno, Limnotalassan (così infatti egli chiama i laghi che affluiscono in mare e ne rifluiscono).

Intanto c’è da dire che nel Galateo non si trova Λιμοις ma λίμνην, accusativo di λίμνη, che significa acqua stagnante, palude, lago. La voce è legata al verbo λείβω (leggi lèibo), che significa stillare, versare, spandere , con cui è connesso a sua volta il latino libare che significa versare o spargere a terra o su un altare latte, vino e simili in onore degli dei o dei defunti oppure assaggiare oppure sfiorare leggermente, oppure, per traslato, conoscere superficialmente, oppure diminuire, intaccare. L’originaria valenza religiosa di libare, già traballante in latino, è scomparsa completamente nell’analoga voce italiana sinonimo di brindare, per non parlare del significato assunto da libagioni e da illibata, che oggi potrebbe definirre la donna che ha avuto contemporaneamente una decina di relazioni … Parenti stretti  di λίμνη sono λείμαξ (leggi lèimax), che significa prato, e λειμών (leggi leimòn)=luogo irriguo, prateria, con cui è connesso il latino limum=fanghiglia, da cui l’italiano limo , mentre limaccioso è da limaccio, a sua volta dal latino tardo limaceu(m), forma aggettivale dal citato limum. Per completare il commento aggiungo che Limnothalassan è trascrizione del greco  λιμνοθάλασσαv (leggi limnothàlassa), accusativo di λιμνοθάλασσα, composto dal già noto λίμνη+θάλασσα che significa mare.

Passo ora al Marciano col dettaglio di p. 198; lo riproduco più estesamente di quanto sarebbe necessario perché contiene una notizia interessante anche nel riferimento storico che la correda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora è chiaro che dal punto di vista etimologico fa testo il Galateo, travisato, non riesco a capire per quale motivo, dall’Arditi; tuttavia il della Limini del Marciano è prezioso per l’Alimini attuale, perché costituisce la fase intermedia, come vedremo. Limini, infatti è da λίμνη con epentesi di una –i– per ragioni eufoniche. Ancora più vicino a λίμνη per la terminazione in –e si presenta il toponimo Lìmene (nel dettaglio che segue evidenziato in rosso) della carta del Mercatore del 1589.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sorta di italianizzazione nella desinenza, invece, si nota nel Lìmina che si legge nella carta aragonese della quale mi sono occupato in diverse puntate (per la nostra zona vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle carte del secolo XVII si legge: la limine nel Bulifon

 

 

 

 

La Limina nell’Hondius e nel Magini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Limmene nel Castaldi

 

 

 

 

Andando avanti nel tempo: La Limana nel De Rossi (1714)

 

 

 

 

Gli Alimeni nell’atlante di Rizzi-Zannone (1789-1808)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto, col frettoloso processo di ricostruzione cui ho dato vita, non mi è stato possibile stabilire, per l’esiguità del materiale esaminato, la data di nascita precisa dell’attuale Alimini, anche se essa è presumibilmente da collocarsi verso la metà del XVIII secolo.

Ma dirà il lettore, come si è passati dal limne del Galateo ad Alimini?

Ecco la trafila completa: limne>lìmene (la già nominata epentesi di –e– per motivi eufonici)>la Lìmene>l’Alìmene (agglutinazione della –a dell’articolo1). A questo punto il nome è diventato Alimene e, siccome i laghi che compongono lo specchio d’acqua sono due, l’Alìmine è diventato prima Gli Alìmeni e poi gli attuali (ma il processo, come dimostra la storia, non è destinato ad interrompersi) Alìmini o Laghi Alìmini.

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1 Fenomeni del genere appaiono di origine popolare, perché nascono da un fraintendimento che conduce ad un’errata grafia, la quale poi finisce per imporsi con l’uso, che nella lingua è sovrano, forse troppo sovrano per i miei gusti . Un esempio simile ad Alimini è quello di la radio>l’aradaio>aradio. Tuttavia non mancano casi in cui, al contrario,  la forma corretta si è conservata nella voce dialettale e la scorretta si è imposta nella lingua nazionale, sia pure con la complicità, forse, nell’esempio che farò, di un incrocio con altra parola. All’italiano lastrico corrisponde il salentino àstricu, che è dal latino medievale astracu(m), a sua volta dal greco ὄστρακον (leggi òstracon) che significa coccio, conchiglia (il pensiero corre, giustamente, al cocciopesto). Lastrico nasce proprio dall’incorporazione dell’articolo (l’astrico>lastrico) con lo zampino, forse, di lastra.

Lecce e territori a sud-est in una carta aragonese del XV secolo

di Armando Polito

 

 

 

 

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Per altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

 

 

Gallipoli e dintorni in una carta aragonese del XV secolo

di Armando Polito

Il lettore noterà che questa volta il numero dei toponimi per la cui identificazione chiedo il suo prezioso aiuto è notevolmente aumentato rispetto a quello delle sezioni della carta esaminate nelle precedenti puntate. A tal proposito prego chi vorrà intervenire di corredare il suo commento con la citazione di fonti attendibili e controllabili. Non saranno tenute in considerazione, fra l’altro, notizie tratte da wikipedia e simili quando esse siano orfane di qualsiasi riferimento bibliografico. Faccio presente, inoltre, che da elementi interni che stanno via via emergendo la datazione della carta è da collocare più plausibilmente nel XVI secolo e non nel XV, indicazione iniziale che, tuttavia, lascio per ora nel titolo.

Aequilina dir(uta): Equilina nelle carte del XVII secolo; attendo notizie.

Alicie vetere dir(uta): vedi S. M(aria) delle alice.

Are di Calo: credo che il luogo coincida in parte con l’attuale via Matteo Calò. In Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, p. 242, nota 1, si legge: Era pure delle primarie la famiglia Calò, e molti della medesima si trovano nell’elenco de’ passati Sindaci. La Casa di loro abitazione era quella vicina all’abolito Convento de’ Paolotti, che guarda il Porto, e che tuttavia si nomina dei Calò. Si possiede attualmente con altri beni dai Signori de Pandi di Nardò, forse per successione. Il Ravenna a p. 548 dichiara di dover molto nella stesura della sua opera alla storia manoscritta di Leonardo Antonio Micetti (nato nel 1641). E nel manoscritto del Micetti (custodito attualmente nella Biblioteca Provinciale di Lecce, ms 36) ecco cosa si legge a proposito di Matteo Calò: Fiorì in armi in questo secolo [XVI] nella Città di Gallipoli Matteo Calò, Gentil’huomo della medesima, mio consanguineo, il qialòe servì Sua Maestà Cattolica da Venturiero a proprie spese molt’anni. Egli servì nel 1571 nella …

Callipoli: oggi Gallipoli.

Balderano: attendo notizie.

Le Figgie (oggi Li Foggi); Ancora oggi esiste il Consorzio di bonifica  Ugento-Li Foggi … Visti i benefici dei consorziati rispetto alle cartelle esattoriali c’è da provare quasi nostalgia per il vecchio toponimo. Tuttavia il pantano (quello delle poltrone e dei posti clientelari) è rimasto …

Leonardo: in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, p. 406, si legge: Trovo notato nella visita di Monsignor Montoya, che la Chiesa suddetta apparteneva un tempo all’Abazia di San Leonardo … Purtroppo non compare nessuna indicazione circa la dislocazione di tale chiesa. Nella carta in corrispondenza c’è un simbolo che potrebbe benissimo corrispondere ad una fabbrica di tal genere, ma il toponimo non è preceduto, come ci saremmo sspettato, da S.to. Appare chiaro, comunque, come la consultazione delle visite pastorali in un’indagine di tal fatta assume (essendo ormai chiaro, ho usato l’indicativo …) un ruolo irrinunciabile e come il contributo degli appassionati locali è determinante, comunque imprenscindibile.

Pantano delle Figgie (vedi anche Le Figgie): nel volume prima citato del Ravenna a p. 178 si legge la notizia di  un articolo contenuto in un privilegio concesso nel 1197 da Federico II così riassunto: Che restasse abilitata la cura del lino nel ristagno detto li Foggi. E il Ravenna in nota osserva: In quei tempi la semina del lino era di maggiore importanza nel nostro territorio. Al presente se ne coltiva pochissimo. Dato per scontato che oggi non se ne coltiva nemmeno l’ombra, sarebbe interessante conoscere la situazione alla data presumibile della mappa. Saremo grati a chi, studioso di storia economica, ci segnalerà qualche dato.

Pirella: attendo notizie.

Rivobono: oggi Sannicola ?. La pur dubbia identificazione con Sannicola nasce dal fatto che le carte del XVII secolo (in sequenza i dettagli dalle carte di Janssonius, Bulifon, Hondius r Fabio Magini  ) in quella posizione recano il toponimo Rivo Callo/Rivocallo, che potrebbe essere deformazione di Rodogallo (in zona oggi, poco lontano da Sannicola, ci sono Villa Rodogallo e Via Rodogalli).  In Bullettino delle leggi del Regno di Napoli, Anno 1807, I semestre. Da gennajo a tutto giugno, Napoli, Fonderia Reale e Stamperia del Ministero della Segreteria di Stato, 1813, p. 69, nell’elenco riportato dei centri rientranti a far parte del circondario di Parabita sono censiti anche Santa Maria dell’Alice (è tornato il pesce …) e Rivocallo, con accanto l’annotazione deserti. Non escluderei che Rivobono e Rivocallo siano entrambi deformazione di Rodogallo.

Sapea: oggi Torre Sabea.

Selva di Callipoli: una fotografia aerea basterebbe a documentare come si è ridotta la selva in quasi cinque secoli.

S. M(aria) delle alice: oggi Alezio. In Luigi Tasselli, Antichità di Leuca, II, 10, Micheli, Lecce, 1693, p. 138: … Santa Maria della Lizza, che prima era Città e si chiamava Aletio nel feudo si Gallipoli … Il toponimo registrato nella carta e che costituisce uno dei tanti esempi di storpiatura, nemmeno il più eclatante, spinge ad esclamare – Certi pesci! – …

S,to Andrea: oggi Isola di Sant’Andrea.

S.to Joanni Malancone (?): attendo notizie.

S.to Justo: in Bartolomeo Ravenna, op. cit. p. 371; Nella fabbrica  [il monastero Cappuccini, la cui costruzione era iniziata nel 1583] s’impiegaron più anni demolendosi l’antica Chiesa di San Giusto … Questo Monastero è circa un miglio distante dalla Città situato su di una collinetta verso levante ch’è molto deliziosa per la veduta del mare che bagna l’uno e l’altro littorale di rimpetto alla Città. Sembrerebbe che il monastero sorse quasi sullo stesso posto della chiesa demolita e il fatto che questa non si registrata come diruta nella carta è un elemento prezioso per affermare che la carta stessa non può essere successiva al 1583.

S.to Mauro: oggi S. Mauro; vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/18/san-mauro-con-il-tetto-rosa/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/17/labbazia-di-san-mauro-il-giorno-dopo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/17/san-mauro-il-gruppo-archeologico-di-terra-dotranto-si-costituisce-parte-civile/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/15/incredibile-scelleratezza-nei-confronti-dellabbazia-di-san-mauro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/12/17/antico-esempio-di-aridocoltura-nei-pressi-della-chiesetta-bizantina-di-san-mauro/

S.to Nicola: in Bartolomeo Ravenna, op. cit., pp. 405-406: .. nella medesima [chiesa di S. Maria del Canneto] vi è l’antica statua di pietra rappresentante S. Nicola, che un tempo era collocata nell’altare di un’antica chiesa, dedicata a tal Santo, che esisteva nel littorale di Gallipoli. E in nota: La Chiesa dedicata a San Nicola era situata vicino al lido di tramontana, più verso al mare, ove sono le fabbriche di bottame. Questa chiesa era antichissima, ed è indicata nella pianta di Gallipoli, rapportata da Giorgio Braun. Fu distrutta questa Chiesa sul principio del secolo XVI con quella del Canneto, quando i Francesi tennero assediata Gallipoli.Venne poi riedificata coll’elemosine dei cittadini. Nel 1765 si demolì intieramente … Con un’approssimazione ancora più spinta della data del 1583 (vedi S.to Giusto) si può dire che la carta è contemporanea della prima ricostruzione (circa la metà del secolo XVI). Il Ravenna cita la mappa di George Braun, che è del 1591 (di seguito con il dettaglio che ci interessa: n. 20 nella didascalia).

 

Però, per dare a Cesare (per giunta, in questo caso, non romano ma gallipolino …)  quel ch’è di Cesare non posso fare a meno di riprodurre la carta di Giovan Battista Crispo, che è del 1591, e il dettaglio relativo:  n. 21 nella didascalia.

S.to Pietro di Samaria: oggi S. Pietro dei Samari; vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/19/gallipoli-san-pietro-dei-samari-xii-sec-appello-di-italia-nostra/

Tone di S.to Joanni: emendato Tone in Torre, la corrispondenza con l’attuale Torre San Giovanni la Pedata è perfetta.

 

 

Su altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

 

Alle donne, da Mesagne

mimosa

di Carmelo Colelli

Fèmmana

(in mesagnese)

 

Ogni fèmmana voli bbeni

 e voli cu ‘nci vòlunu beni,

 camina e va annanzi,

 ttuppa, cadi, si aza e camina,

 voli beni alla vita in tutti li manieri.

 

 Lu bbeni sua

 e lu desiseriu sua cu ‘nci vòlunu beni

 lu faci sintiri comu ‘nna canzoni liggera liggera,

 comu a ‘nn’ àlitu ti ientu

 comu a ‘nnu prufumu ca si spandi pi ll’aria.

 A tutti vui femmini!

 Grazzi!

 

Donna

Ogni donna ama

e vuole essere amata,

cammina e va avanti,

urta, cade, si rialza e cammina,

ama la vita in tutte le maniere.

 

Il suo amore

e il suo desiderio di essere amata

lo fa sentire come una canzone leggera-leggera,

come un alito di vento,

come un profumo che si spande per l’aria.

A voi tutte donne!

Grazie!

 

Copertino a tutela dell’ambiente

Amianto

La raccolta fondi cittadini per l’acquisto di telecamere mobili contro l’abbandono dei rifiuti nelle periferie non decolla? Basta non arrendersi! I copertinesi che ci tengono alla tutela dell’ambiente rilanciano infatti con determinazione, presentando nuove iniziative per incentivare la raccolta anche nel mese di marzo! Un rapido resoconto: finora sono stati raccolti 1360 euro dei 4600 necessari all’acquisto delle telecamere.

campagna salentina (ph Fondazione TdO)

Mancano dunque ancora 3240 euro all’obiettivo ambito dai cittadini coinvolti, semplici copertinesi accomunati da una iniziativa che, sebbene avanzata da alcuni attivisti 5 Stelle, non ha e non vuole avere connotazioni politiche. Si tratta infatti di una inziativa aperta alla partecipazione di tutti, volta com’è alla tutela di un ambiente sano e pulito che avvantaggia semplicemente tutti, senza distinzioni di sorta. Le idee e la voglia comune di molti cittadini di raggiungere presto l’obiettivo non mancano. Ne è un esempio l’iniziativa spontanea del dottor Alessandro Calcagnile, noto cardiologo copertinese, il quale, proprio a sostegno della raccolta fondi, si propone alla cittadinanza tutta offrendo una sua visita gratuita per tutta la giornata di domenica 12 marzo, a partire dalle ore 9:00, in via Campania n° 3 a Copertino, presso la propria abitazione.

Il dr. Calcagnile effettuerà un controllo cardiologico, una visita più un elettrocardiogramma, in cambio solo di un libero contributo (anche di un solo euro!) da destinare ai salvadanai cittadini per le telecamere.

Per prenotare la propria visita basta chiamare al numero 3282168921.

Altri cittadini inoltre piazzeranno 15 nuovi salvadanai in nuovi punti di Copertino (bar, farmacie, attività commerciali ecc). Per non favorire alcuna attività, si è lasciata ai titolari di pubblici esercizi che volessero partecipare massima libertà di farsi avanti per accogliere un salvadanaio a disposizione della propria clientela. Per domenica 26 marzo infine tutta la cittadinanza è invitata in piazza Umberto I, dove sarà posizionato un gazebo per pubblicizzare ulteriormente l’iniziativa e raccogliere altri contributi con cui chiudere il bilancio della raccolta di marzo.

Castro e dintorni in una carta aragonese del XV secolo

di Armando Polito

 

Basta: oggi Vaste, frazione di Poggiardo.

Mediano Vetere: oggi Miggiano. Molto probabilmente Miggiano, di cui il Mediano della carta (il Vetere sembra alludere, per contrasto, ad un abitato più recente che sulla carta non si vede)   rappresenta un’italianizzazione, è dal latino Medianu(m) da intendere o come aggettivo (=centrale), con allusione alla posizione geografica tra due estremi da chiarire) o, più verosimilmente (e in questo il suo destino è simile a tanti toponimi del Salento, e non, terminanti in -ano), un prediale; infatti Medianus è ampiamente attestato a livello epigrafico. 

Monte Saracino: da notare in corrispondenza sulla costa una torre, sicuramente quella citata da Girolamo Marciano (1571-1628) nell’opera postuma  Descrizione, origini e successi della provincia di Terra d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, p. 142: Dalla Torre di Misciano alla Torre di Monte Saracino miglia 2 . Dalla Torre di Monte Saracino alla Torre di S. a Cesaria miglia 2. A seguire dettagli, nell’ordine, dalle carte  di Hondius, di Magini, di Janssonius e di Bulifon (XVII secolo).

 

Sedes diabolica: in Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo …, Albrizzi, Venezia, 1761, pp. 326-327 si legge: In qualche di stanza da Castro, alle Rive del Mare si vedono alcune curiose Grotte, in forma di Teatro, di Conchiglia, e d’altre somiglianti figure, alcune delle quali son capaci di due Galere; una fra l’altre, detta volgarmente la sedia del Diavolo, per esser l’ordinario soggiorno delle Nottole.  C’è da chiedersi se ancora sopravvive qualche esemplare discendente di quelle nottole del 1761, a loro volta discendenti da quelle della sedes diabolica 

S.t(o) Antonio Abbate: attendo notizie. 

S.to A(n)drea oggi Andrano. Il toponimo aragonese confermerebbe quanto si legge in Giacomo Arditi, Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1885, p. 45: Suppongo da vantaggio che avendo il risorto villaggio scelto a protettore s. Andrea, dal nome di questo Apostolo chiamossi Andreano, quasi sacro a s. Andrea e poi Andrano elidendo una vocale. Di seguito un dettaglio tratto dalla mappa di Janssonius (XVII secolo), in cui su kegge Adrano.

S.to Martino: attendo notizie. Un indizio, non di più, potrebbe essere costituito dalla via S. Martino dell’attuale Depressa (frazione di Tricase), la cui dislocazione coincide perfettamente.    

Tempio della Minerva ruine1

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/07/castro-minerva-la-civetta-e-il-non-gufo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/01/catro/

 

Su altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

Supersano. Chiara Ferrazzi, una storia di gusto, di sapori e di qualità che continua

SUPERSANO bio

          

Interno dello stabilimento Ferrazzi
Interno dello stabilimento Ferrazzi

di Maria Antonietta Bondanese

Supersano bio”, un logo vivace. I colori del cielo, della terra, dei frutti, del sole, evocati da un marchio in cui sono sottesi passato e presente.

Dolce e salato, creme, passate e patè, confezionati secondo i princìpi dell’odierna agricoltura biologica, fanno bella mostra di sé nei vasetti della recente produzione estiva. Una soddisfazione per Chiara Ferrazzi, nel cui sguardo aperto e vibrante brilla la luce di un’intelligenza operosa. Innovare nella tradizione. Una sfida da portare avanti, partendo, ancora una volta, da Supersano.

Come quando gli antenati, Attilio e Luigi Ferrazzi (nonno ‘Gino’), approdarono in questo lembo di Meridione, provenendo da La Spezia, dove si erano stabiliti dalla natìa Busto Arsizio. I ‘milanesi’, così li appellarono in paese in un misto, penso, di incredulità e ammirazione (‘milanese’ era anche, nel parlar comune della gente, un complemento di luogo riferito ai due, si’ che, ad esempio, ‘andare al…, fermarsi a…, lavorare da…’, ecc., era come dire:’ andare allo stabilimento Ferrazzi, fermarsi allo stabilimento Ferrazzi, lavorare dai Ferrazzi’, ecc.). Incredulità, almeno iniziale, che uomini venuti dal Nord davvero potessero amare questa terra: remoti non erano i tempi del furore, della rabbia del Sud di fronte a un Risorgimento ‘mancato’ e della brutale repressione da parte dello stato ‘piemontese’ neo-unitario.

Sequela dei traini carichi di uva
Sequela dei traini carichi di uva

 

Ammirazione, per quella straordinaria vitalità imprenditrice che rompeva gli schemi del proprietario terriero guardingo e sospettoso del nuovo. In verità, nel territorio in cui i fratelli Ferrazzi impiantarono l’A.G.F., la loro azienda vinicola, si andava scrivendo proprio allora una diversa storia produttiva e l’industria cominciava ad affermarsi in un contesto da sempre rurale.

Tra fine ‘800 e inizi ‘900, infatti, in Terra d’Otranto venivano costruiti centinaia di stabilimenti con i criteri dell’enologia più aggiornata, offrendo un quadro che modifica la visione di un Mezzogiorno tutto arretrato, fuori dai flussi della modernità e restituisce l’immagine di un’economia articolata, lontana da banali semplificazioni. Da un capo all’altro di Terra d’Otranto era un fiorire di innovazioni tecniche accanto ad abilità lavorative antiche, per rendere sempre più competitivi gli impianti enologici. Basti pensare, tra Brindisi e Gallipoli, all’azienda vitivinicola ‘Leone de Castris’ a Salice Salentino o a quella di ‘Adolfo Colosso’ ad Ugento.

Interno dello stabilimento : spazio ‘pesa’
Interno dello stabilimento : spazio ‘pesa’

 

In questo fervore di inizi s’inserisce il decollo dell’Azienda A.G.F. a Supersano, dove Gino Ferrazzi, imprenditore oculato e competente, oltreché perito agrario, esercitò anche la carica di sindaco, negli anni difficili del primo conflitto mondiale, dal 6 agosto 1914 al 13 marzo 1916 e, in seguito, per i primi sei mesi del 1919, in un’ Italia scossa dalla ‘vittoria mutilata’. Un impegno politico, il suo, intriso di ideali liberali e patriottici, da cui l’adesione alla Loggia ‘Liberi e coscienti’ di Lecce, che si batteva per un nuovo ordine di cose. Accanto a Gino, la moglie Anna Montale che, dal 1911 al 1921, risiedette a Supersano, mentre la famiglia cresceva con l’arrivo dei figli Maria, Flavio ed Italo. Intensa continuava la spola tra Supersano e La Spezia, città di transito e commercializzazione del prodotto salentino, dove i Ferrazzi si associarono a Naef e Longhi, per fondare nel 1924 una banca, che ha prosperato fino al 1967.

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Scomparsi Attilio nel 1936 e Gino nel settembre 1940, l’A.G.F. prosegue l’attività nel secondo dopoguerra con la seconda generazione, Franco, Italo e Flavio. Quest’ultimo, giovane ufficiale e agronomo, sposa Giovanna Ercolini nel 1949, dopo essere tornato indenne dalla campagna d’Africa e dalla dura prigionia inglese in India. (Al pensiero di tante traversìe subite da papà Flavio, lo sguardo di Chiara si fa assorto, mentre la sua voce si spezza nel ricordo…).

Dopo le ferite della guerra, la requisizione della casa di La Spezia da parte tedesca e la sua distruzione da parte americana, bisogna tornare a vivere.

I supersanesi, ‘don Pippi Carrozzini’, l’amministratore, e i fattori Michele Nutricato, ‘Ucciu’ Elia, Egidio Visconti, hanno seguito l’azienda durante la crisi bellica, mentre ‘mèsciu Virgiliu’ Stradiotti (figlio di Michele e fratello delle fornaie Vata e Maria) ha curato la tenuta delle macchine; Antonio De Pascali (‘Ntoni guardia) fungeva da guardiano e Mario Vinciguerra da autista dell’azienda; ora tutto è pronto per la nuova stagione della ricostruzione, che l’Italia intera intraprende dalle macerie dei bombardamenti.

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Una lunga, maestosa teoria di cavalli e carretti, con grandi tini di uve fragranti, si snoda dalla contrada di Bosco Belvedere, per il corso Vittorio Emanuele, fino al palmento di casa Ferrazzi. Nel pieno della campagna, una lunghissima fila di traini carichi di botti, sosta rispettando il turno di scarico. E’ la vendemmia 1953, impressa negli ‘storici’ fotogrammi della pellicola super 8, che narra l’evento festoso, la felice fatica di uomini, donne, ragazzi e anziani di Supersano, sorridenti all’occhio inconsueto della sorprendente cinepresa. In primo piano tanti lavoranti in bianche maniche di camicia, coppole e cappelli, biciclette, ‘tine di caricamento’, traìni, camion e una gloriosa ‘giardinetta’. Immagini color del tempo, volti ed espressioni di un’epoca aspra, di sacrifici, ma non avara di coraggio e ardita nelle speranze.

Casa Ferrazzi e palmenti verso la fine degli anni venti
Casa Ferrazzi e palmenti verso la fine degli anni venti

 

Audacia che ritrovo in Chiara Ferrazzi. Una vita spesa nella scuola, imprenditrice ora per amore della terra salentina, passione di cui ha ‘contagiato’ anche Giano, l’affabile ed arguto consorte con i meravigliosi figli, Mattia, Camilla e Francesca. Il binomio ‘La Spezia-Supersano’, visibile ancora nella targa imbrunita all’ingresso dell’A.G.F., rifiorisce dal 2009 nell’azienda ‘Supersano bio’, con la fruttuosa presenza dell’agronomo-artista Antonio Giaccari, autore della rinascenza dell’azienda agricola e creatore del marchio ‘Supersanobio’.

Ho voluto trovare qualcosa –dice Chiara- che mi legasse di più al paese”. Quasi soggiorno obbligato nelle calde estati degli anni ’70, per lei è divenuto oggi un luogo del cuore, della memoria (nel Camposanto ai piedi della Coelimanna, ha voluto trovare ultimo riposo l’amato fratello Fabrizio), ma anche di un rinnovato slancio verso il futuro.

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Ripresa la spola tra La Spezia e Supersano, Chiara impronta il suo management ai criteri dell’agricoltura biologica: “benessere, equità, precauzione, ecologia”: quattro pilastri che garantiscono ‘il rispetto per la salute dell’uomo e dell’ambiente, unito alla volontà di riscoprire e recuperare le tradizioni tecniche agro-alimentari salentine’. Scritto in ariose broschure, lo si può leggere anche nel sito www.supersanobio, dove un apposito link rinvia ad altre aziende di Supersano attive nell’agriturismo e nell’alberghiero.

Fare sistema, entrare in una logica integrata dei vari settori, alimentare una rete di rapporti sul territorio, è necessario di fronte al mercato globale di oggi. Chiara ne ha una visione precisa, come netta è stata la sua scelta per una produzione ecosostenibile, cui non è estranea, credo, anche la sua sensibilità per l’arte e per il bello, di cui si fa entusiasta promotrice.

Un mondo di bianco, di silenzio, di pietra si offriva infatti nell’estate 2013 al visitatore della mostra ‘Sophia’, allestita da Antonio Giaccari, all’interno del patio di casa Ferrazzi. Ideale prosieguo delle precedenti mostre di Giaccari a Poggiardo e Soleto, intitolate ‘Philìa’.

Lavoranti alla vendemmia
Lavoranti alla vendemmia

 

E’ “un percorso infinito di conoscenza che troviamo nelle sue bianche sculture, dall’aspetto umile…”, ha scritto Chiara, indicando la non esauribilità per l’artista, ma anche per ognuno di noi, della ricerca di consapevolezza, di ‘sophìa’. Una tensione al meglio che Chiara esprime nella cura quotidiana per un prodotto di qualità. Proposto in fiere locali e nazionali (‘Agroalimentare’ 2011 a La Spezia; ‘Cibus’ 2012 a Parma), il marchio ‘Supersano bio’ è tra i migliori ambasciatori dell’eccellenza gastronomica e dell’ospitalità della piccola ma accogliente Supersano.

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L’indizio e la prova: nuova luce sulla leggenda petrina di Bevagna

di Nicola Morrone

In uno dei nostri articoli più recenti ci siamo occupati di verificare se la nota leggenda del passaggio di San Pietro Apostolo per le nostre contrade, che la tradizione colloca intorno al 44 d.C., presentasse qualche elemento di verosimiglianza. Abbiamo pubblicato i risultati dell’indagine, conclusa nel 2015, su questo stesso sito.

Nel nostro studio sul narrato leggendario (che è riportato nel manoscritto di P. Domenico Saracino o.p.)[1], abbiamo integrato il quadro storico di riferimento con elementi di ordine archeologico, onomastico e toponomastico, concludendo che la leggenda dello sbarco di San Pietro a Bevagna, e della conversione al cristianesimo di Fellone, signore di Felline, poteva essere verosimile.

Il villaggio rurale di Felline e’ infatti storicamente esistito; Fellone, con ogni probabilità uno schiavo (o forse un liberto) gestiva il fundus di Felline e probabilmente l’industria fittile (figlina) e la fattoria (villa rustica) ad esso collegata, per conto del padrone; l’Apostolo fece con ogni probabilità naufragio nei pressi della rada di Bevagna, che conserva ancora tracce materiali di antichi naufragi. In attesa che l’area in cui sorge il Santuario di Bevagna sia oggetto di scavi archeologici che possano fare luce sul mito di fondazione petrino, offriamo in questa sede al lettore qualche ulteriore spunto di riflessione sul tema.

Anfora brindisina (Giancola)

Felline

La leggenda riportata dal Saracino colloca i fatti nel I sec.d.C. .Non si hanno molte notizie circa la configurazione del territorio di Manduria nell’epoca di riferimento .Le ricerche archeologiche di superficie permettono comunque di ipotizzare, con buon fondamento, l’esistenza di una “costellazione” di villae rustiche (fattorie) sorte intorno all’oppidum di Manduria, in un momento storico particolarmente favorevole, conseguente alla pax augustea. Si segnalano evidenze materiali nelle contrade Santa Maria di Bagnolo, Terragna, Scorcora, ecc.[2]

Tali villae erano inserite all’interno di fundi più o meno vasti, gestiti dai dipendenti dei padroni, tutti di condizione servile, e la gran parte di origine grecanica. I proprietari terrieri risiedevano per lo più a Brindisi, Taranto, o in centri cittadini minori. Talora , all’interno del fundus era collocata una figlina , cioè un’industria fittile (per la produzione di anfore, tegole, ecc) che in provincia si articolava su modelli organizzativi piuttosto semplici.

Oltre che sull’industria figula, l’economia delle villae rustiche del nostro territorio si basava essenzialmente sul pascolo, l’allevamento e la produzione cerealicola, vinicola e olearia[3]. Il villaggio rurale di Felline, sorto alla base della collinetta de Li Castelli, si configurò verosimilmente come un piccolo centro in cui dovette essere attiva una figlina, che al centro diede il nome e che si ricollegava, attraverso antichi tratturi, alla rete commerciale marittima. I principali scali per il traffico delle merci nel territorio di riferimento erano le rade di Punta Presuti (ancor oggi ricca di reperti fittili), Torre Columena e San Pietro in Bevagna. La tradizione ci ha consegnato perfino il nome del conduttore del fundus di Felline: si tratta di Fellone, l’uomo convertito da San Pietro.

Fellone

Nell’economia del discorso finora sviluppato, si può agevolmente inserire appunto la figura di Fellone, conduttore del fundus di Felline, che può essere storicamente esistito. Abbiamo verificato, alla luce delle più recenti ricerche epigrafiche, se il suo nome compare tra quelli documentati nel Salento in età romana. Nei cataloghi, redatti da C.Marangio e aggiornati a tutto il 2008, compaiono in effetti alcuni nomi che potrebbero essere ricondotti al nostro personaggio.

Nello studio pubblicato nel 2015 abbiamo ipotizzato, su base onomastica, che Fellone potesse avere qualche relazione con la gens dei Philonii, documentata a Brindisi in età repubblicana. Nella stessa città è attestata l’esistenza di tal Philonicus Appullei, conduttore di una figlina

In un’epigrafe rinvenuta a Latiano è documentata la presenza di tal Philonius. Potrebbe forse esserci qualche relazione tra il personaggio della leggenda petrina e tal Philogene, conduttore di una figlina di cui resta testimonianza in un bollo anforario rinvenuto ad Oria [4].

Alcune anfore greco-italiche recano pure il nome di tal φιλων, altro schiavo impegnato in una figlina. Il nome in oggetto sembra comunque avere , alla stregua di buona parte di quelli dei servi conduttori di fundi romani del Salento, origini greche, o grecaniche.

I ricchi proprietari romani, dopo la conquista del Salento, si appoggiarono infatti a manodopera servile locale, presente in abbondanza nei territori annessi[5].

Bollo Philonicus
Bollo Philonicus

 

Lo sbarco di San Pietro a Bevagna

La leggenda riportata dal Saracino vuole che San Pietro, proveniente dalla Palestina, sia sbarcato fortunosamente sul lido di Bevagna intorno al 44 d.C., incontrandovi Fellone, guarendolo dalla lebbra e convertendolo al cristianesimo. La tradizione ritiene che nell’area in cui sorge il santuario l’Apostolo abbia celebrato la messa, cristianizzando forse un antico luogo di culto pagano. Il Lopiccoli era certo che la parte più antica del santuario (il cosiddetto sacello) sorgesse su un’ area sepolcrale pagana, poi cristianizzata da San Pietro. Tale congettura non è del tutto priva di fondamento, come dimostrato dall’Errico, il quale, ai primi del ‘900, ebbe modo di osservare i resti di un’epigrafe funeraria inglobata sul fronte occidentale del sacello, recante le lettere D.M.VIX, cioè “Diis Manibus vixit[6].

L’epigrafe è oggi scomparsa. Essa comunque proverebbe la presenza di un sepolcro pagano nella zona in cui sorge attualmente il santuario petrino. Si tratta forse della sepoltura del servo conduttore del vicino fundus di Felline (o di un suo discendente) da ricollegare al passaggio dell’Apostolo?

L’ipotesi è suggestiva, e andrebbe verificata con saggi di scavo, estesi all’area adiacente alla chiesa-torre. A questo proposito, ricordiamo che non sono ancora stati pubblicati i risultati dei saggi effettuati nella stessa area, conclusi nel 2004. In ogni caso, la vicenda esposta non è del tutto isolata: presso Oria, in contrada Gallana, è stata recentemente rinvenuta un’epigrafe sepolcrale romana, inglobata nel muro di una chiesa campestre. L’epigrafe è pertinente alla gens Gerellana , proprietaria del fundus,che avrebbe dato il nome alla contrada e alla chiesa.

Conclusioni

Con queste brevi note terminano, per il momento, le nostre ricerche sulla leggenda petrina di Bevagna, durate un decennio e fondate sulla consultazione di pressochè tutte le fonti bibliografiche relative alla tradizione petrina regionale.

Le nostre congetture, che, come già detto, integrano il quadro storico con elementi di toponomastica, onomastica e archeologia, vanno naturalmente verificate in concreto. Il nostro auspicio è che nelle aree segnalate (Felline, Bevagna) si effettuino al più presto ulteriori saggi di scavo, che possano sostenere, o eventualmente confutare, la ricostruzione proposta.

 

[1] Cfr. D.Saracino o.p.,Brieve descrizione dell’Antica città di Manduria, oggi detta Casalnovo (1741).

[2] CfrR.Scionti-P.Tarentini, Emergenze archeologiche: Manduria-Taranto-Eraclea, (Manduria 1990), pp.286-289.

[3] Cfr. C.Marangio, Problemi storici di “Uria” Calabra in età romana, in “Archivio Storico Pugliese”, 42 (1989) pp. 113-134.

[4] Cfr. C.Santoro, Una nuova stele di Caracalla ed altre epigrafi latine inedite della Regio II Apulia et Calabria”, in “La Zagaglia”, a. XIII, n.49, p.20.

[5] Cfr. G.Susini, Fonti per la storia greca e romana del Salento (Bologna 1962), pp.19-21 e 60-61.

[6] Cfr. F.A.Errico, Cenni storici della città di Oria e del suo insigne vescovado (Napoli 1905), p. 140.

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