Cataldo Antonio Mannarino da Taranto e un prezioso frontespizio

di Armando Polito

La preziosità di un qualsiasi oggetto in genere è legata alla sua età, unicità e valenza documentaria di un’epoca o della vita di una singola persona. L’esempio più eclatante è fornito dall’arte nelle sue varie manifestazioni e prodotti, ma anche un semplice, si fa per dire, frontespizio può avere un peso supeiore a quello che, almeno teoricamente, gli si potrebbe attribuire. Sotto questo punto di vista le attuali pubblicazioni probabilmente avranno poco da dire ai posteri e la cosa può sembrare paradossale viste le enormi potenzialità, con riferimento anche al modesto impegno finanziario, che i moderni sistemi di stampa offrono rispetto a qualche secolo fa quando un frontespizio degno di questo nome richiedeva il contributo. già in fase di creazione. di un disegnatore e di un incisore; dei più accreditati in tale lavoro rimane traccia, leggibile in calce ai frontespizi o alle tavole interne del volume nei loro nomi preceduti rispettivamente da delineavit (disegnò) e sculpsit (incise). Oggi il grafico più scalcinato può fruire di un repertorio pressoché sterminato nella scelta di un’immagine e truccarla da originale, quando non gli va di crearne una propria, con l’ausilio del pc, in brevissimo tempo e senza spese; in passato, al contrario, la preparazione di un rame (su un disegno precedentemente fornito) era cosa laboriosa, complessa, lunga e costosaosa; eppure, nonostante questo, nessun frontespizio attuale mi sembra poter competere con quelli del passato.

Passo a dimostrarlo dopo aver riprodotto quello del titolo, cioé quello del poema eroico Storie di guerrieri e d’amanti in nuova impresa nella città di Taranto succedute, Giacomo Carlino ed Antonio Pace, Napoli, 1596, del tarantino Cataldo Antonio Mannarino (1568-1621)1.

Nella fascia superiore due figure femminili alate reggono il ritratto del poeta incastonato in uno scudo in cui, però, non compare nessun elemento nobiliare, non potendone vantare, a differenza della moglie. Il dettaglio è molto importante perché è l’unica sua immagine, a quanto ne so,  pervenutaci ed ha un riferimento temporale ben preciso, come si legge nella fascia sottostante: D(otto)r CATALDO ANT(ONIO) MĀNAR(INO) D’AN(NI) 28. L’età indicata corrisponde perfettamente a quella che il poeta aveva nel 1596, cioè alla data di pubblicazione dell’opera.

Segue una seconda parte contenente il titolo, ai cui lati campeggiano due altre figure femminili e sotto al quale compare lo stemma di Alberto I Acquaviva d’Aragona, cui il poema, come dichiara lo stesso titolo, è dedicato.

In basso gli estremi editoriali e non solo: Appresso Giac(omo) Carlino et Ant(onio) Paci Napoli 1596 Mart(in) vān buytēn sculp(sit).  

Scopriamo che dal punto di vista editoriale non si badò, per così dire,  a spese, perché per il frontespizio venne scomodato così, un incisore del calibro dell’olandese Martin van Buyten, che all’epoca spopolava  insieme con  Abraham Tummermans. Non a caso, fra l’altro, da loro furono realizzate le tavole dei manuali (di seguito i frontespizi) di scrittura di Sempronio Lancione, calligrafo e magister scribendi romano.

Proseguo nella descrizione del frontespizio e spero che qualcuno individui il significato allegorico delle due figure femminili che campeggiano ai lati del titolo. io non ci sono riuscito ma credo che all’epoca nella realizzazione di un frontespizio con figure allegoriche non si potesse prescindere dal filone dei simboli ed emblemi che nel secolo XVI e nel successivo ebbe enorme fortuna. Solo per dare un’idea riproduco due tavole (libro V, simbolo CXXXI p. CCXC e libro II, simbolo XXXIII, p. LXXII) da  Achille Bocchi, Symbolicarum quaestionum libri quinque, Società Tipografica Bolognese, Bologna, 1574. Lo faccio senza la pretesa di dimostrare alcunché, ma solo per mettere in rilievo alcuni dettagli compositivi in comune tra loro ed il nostro frontespizioe per lasciare ad altri più qualificati di  me il copito di individuare le due figure femminili che nella seconda tavola del Bocchi, Virtù ed Onore, appaiono solo col nome che campeggia su una porta.

Tra il titolo e i già descrittiestemi di stampa in basso, infine, lo stemma del dedicatario, Slberto I Acquaviva d’Aragona.

Va rilevato che il volume del Mannarino è impreziosito, come lo stesso frontespizio preannuzia. da  dieci tavole di anonimo autore; credo, comunque che, per motivi stilistici, i relativi rami non siano attribuibili a Martin van Buyten.

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1 L’opera è scaricabile integralmente da https://books.google.it/books?id=GlhE0wonMocC&pg=PA27&dq=Storie+di+guerrieri+e+d%27amanti+in+nuova+impresa+nella+citt%C3%A0+di+Taranto&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjd1s6Ip9TfAhXq2OAKHYbACEsQ6AEILjAB#v=onepage&q=Storie%20di%20guerrieri%20e%20d’amanti%20in%20nuova%20impresa%20nella%20citt%C3%A0%20di%20Taranto&f=false. Il Mannarino fu autore abbastanza prolifico. Oltre all’opera citata diede alle stampe:

Canzone all’illustriss. e revendiss. monsignor Alfonso cardinal Gesualdo, vescovo d’Ostia. Giovanni Iacomo Carlino & Antonio Pace, Napoli, 1596

Il pastor costante favola boschereccia, dedicata  al signor Marc’Antonio Musettola cavalier napolitano, Giulio Cesare Ventura, Bari,  1606

Apologia in resposta del parere, publicato sotto nome di Giovanni Battista Leoni, sopra la fauola boschereccia, detta il Pastor costante, di Cataldo Antonio Mannarino. Con due tavole. Con un discorso, nel fine, del dottor Vincenzo Marini, detto tra gli Accademici Messapij il Cleantico, Giovanni Battista Sottile, Napoli, 1608

La Susanna, tragedia sacra, con quattro intermedij dell’historia di Susanna hebrea, Bernardo Giunti e Giovanni Battista Ciotti, Venezia, 1610.

L’Erminia. favola boschereccia. Bernardo Giunti e  Giovanni Battista Ciotti, Venezia, 1610 

Rime. divise in quattro parti, Tarquinio Longo, Napoli, 1617

Storia di Mesagne  a cura di Giuseppe Giordano, Damiano Angelo Leucci e Domenico Urgesi, Società storica di Terra d’Otranto ; [Mesagne] : Sulla rotta del sole-Giordano, 2018. Si tratta della trascrizione dal manoscritto custodito presso la Bibilioteca Nazionale di Napoli (Mss., XIV.G.18/2) di un opuscolo successivo al  matrimonio, celebrato il 28 marzo 1592, con la nobile Porfida De Rossi, in seguito al quale il Mannarino si trasferì nella vicina Mesagne. Di questo centro il codice contiene una dettagliata pianta topografica, una sorta di anticipazne di un interesse per il valore storico (valido anche per il futuro) dell’immagine-documento, ilò che è confermato dalla tavola oggi in esame, la quale, d’altra parte, è solo quella iniziale, precedente il primo canto, mentre altre nove altre nove accompagnano i restanti nove canti del poema.

3 Solo alcuni titoli usciti prima del 1596:

Andrea Alciati, Emblematum libellus, Wechel, Parigi, 1534

Giovanni Sambuco, Emblemata, Planti, Anversa, 1564

Adriano Giunio Medici, Emblemata, Plantin, Anversa, 1565

Achille Bocchi, Symbolicarum quaestionum libri quinque, Società Tipografica Bolognese, Bologna, 1574

Paolo Giovio, Dell’imprese militari et amorose, Rouille, Lione, 1574

Claudio Paradino, Symbola eroica, Plantin, Anversa, 1583

Giovanni Mercerio, Emblemata, s. n., s. l., 1592

Cesare Ripa, Iconologia, Eredi di Giovanni Gigliotti, Roma, 1593

Iacopo Boissard, Emblematum liber, Francoforte sul Meno, 1593

Scipione Bargagli, Imprese, Francesco de’ Francesxchi, Venezia, 1594

Libri| Per Claudio e Mario Micolano

Maglie, il Municipio

di Paolo Vincenti

“Claudio e Mario Micolano. Poesie e saggi”, è una piccola, preziosa pubblicazione, omaggio a due studiosi, entrambi scomparsi, i quali hanno segnato il proprio passaggio nella città di Maglie, che riconoscente li ricorda in questo volumetto, per le Edizioni Erreci (Maglie, 2018).

I Micolano, uniti da vincolo parentale oltreché da interessi comuni, hanno contribuito in grande misura alla crescita culturale di Maglie degli ultimi quarant’anni.

Claudio Micolano, professore di latino e greco presso il prestigioso Liceo Capece di Maglie, fu, insieme a Emilio Panarese e Nicola De Donno, fra i fondatori della locale sezione della Società di Storia Patria, che editava la rivista “Contributi” ed edita ancora “Note di Storia e Cultura Salentina”, sulle cui pagine Micolano è stato lungamente presente con saggi brevi, articoli di carattere storico e di critica letteraria, recensioni, racconti e poesie. Fu fra i fondatori della rivista, insieme a Nicola De Donno, Emilio Panarese e Vittorio Zacchino. Fra i suoi numerosi scritti, sono da menzionare il poderoso saggio critico su Oreste Macrì e quelli sul poeta e musicista Francesco Negro e sul poeta Salvatore Toma il quale era stato suo allievo al Liceo Capece e spesso si rivolgeva al professore per chiedere consigli e pareri. Del Comitato di redazione di “Contributi” (rivista trimestrale che uscì dal 1982 al 1988), egli faceva parte, insieme a Nicola De Donno e Latino Puzzovio. Così anche del Comitato di redazione di “Note di Storia e Cultura Salentina”, (annuario nato nel 1967 e giunto nel 2017 al suo XXVII numero), insieme a Fernando Cezzi, Mario Andreano, Lucio Causo, Emilio Panarese, Giacomo Filippo Cerfeda, Ermanno Inguscio ed altri che si sono avvicendati negli anni.  Fu anche fra gli animatori della rivista “Sallentum – quadrimestrale di cultura e civiltà salentina”, che venne pubblicata dal 1978 al 1989, dall’Ente Provinciale per il Turismo di Lecce.

Difficilmente, una città piccola come Maglie può annoverare nelle file di una stessa generazione personaggi della grandezza impressionante di De Donno, Panarese e Micolano, cui deve aggiungersi, per completare l’aurea schiera, Oreste Macrì, che li precedeva di qualche anno  (il quale però visse e operò a Firenze). Micolano pubblicò contributi anche sui  “Quaderni del Liceo Classico Capece” (una delle riviste scolastiche italiane più longeve) e sul quindicinale “Tempo d’oggi”, che uscì dal 1974 al 1980.  Fu anche narratore e poeta e riunì volentieri in volume gli scritti pubblicati nelle miscellanee. Il libro col quale lo si commemora è stato patrocinato dalla Città di Maglie, dalla Biblioteca Comunale Piccinno e dalla Fondazione Capece. Nel volumetto, di agile consultazione, dopo le Prefazioni di Ernesto Toma e Deborah Fusetti, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Maglie, di Medica Assunta Orlando, Direttore de L’Alca e della Biblioteca Comunale, e di Rossano Rizzo, Presidente della Fondazione Capece, si trova un bellissimo e approfondito ricordo di Claudio Micolano da parte di Salvatore Coppola.

Quest’ultimo, storico molto noto e dalla vastissima produzione, è stato a lungo Presidente della Società di Storia Patria sezione di Maglie, prima di passare il testimone a Dario Massimiliano Vincenti. Con Coppola Presidente, Micolano era nel pieno dell’attività e fra i due si era creata un’amicizia personale cementata dagli anni di sodalizio culturale.

Nel 1991, Micolano pubblicò “Uomini e formiche”, un libro di racconti, con Prefazione di Gino Pisanò. Nel 1997, pubblicò la raccolta di poesie “Crepuscolo”, recensita anche da Nicola De Donno e Donato Valli. Nel 1999, fu la volta di “Prose (due un soldo)”, sempre con belle copertine del pittore Lionello Mandurino.  Competenza e obbiettività di giudizio caratterizzavano i suoi pezzi, anche quando recensiva i libri dei colleghi. Nel 2002, pubblicò “S’è chiuso il cielo”, il suo ultimo libro di poesie. Scrive Salvatore Coppola: “Mitezza di carattere, umiltà, cortesia, rispetto degli altri e coscienza critica sono altrettanti tratti fondamentali della personalità di Claudio; quelle doti ne hanno accompagnato l’agire quotidiano, vuoi nell’attività di docente, vuoi in quella di promotore di cultura”

Dopo un florilegio di poesie e prose di Claudio, nella seconda parte del libro, si trova un ricordo di Mario Micolano, affidato a Giuliana Coppola.

Anche Mario, sebbene più appartato, è stato un intellettuale molto raffinato, colto e misurato. Scrive Emilio Panarese su “Note di storia e Cultura Salentina” ( XVIII, 2006), in occasione della sua morte: “Era dotato di acuta e  pronta intelligenza, che gli permetteva di focalizzare e memorizzare subito, in straordinaria sintesi, i punti essenziali di un testo o di un documento. La sua profonda e ricca sensibilità e la costante attenzione ai segnali provenienti dal dibattito educativo e scolastico, dalla cultura pedagogica e da quella letteraria in genere, gli permettevano di tesaurizzare una ricca esperienza di insegnamento al Liceo Capece di Maglie dove tenne, per molti anni, la cattedra di italiano e latino”.

Rare, come ricorda lo stesso Panarese, le sue pubblicazioni, fra cui una sull’opera di Nicola De Donno, pubblicata su “Sallentum” nel 1984, la Prefazione al libro di Nella Piccinno “Erano i miei segreti”(1991), e una lezione sull’Infinito di Leopardi in “Note di storia e cultura salentina”(XVII, 2005); infine, il libro postumo di poesie “Canto della vita” (2011). Pubblicava i suoi versi su riviste, fra cui “Presenza Taurisanese”.  Il volume termina con poesie e prose di Mario. Poi, si chiude il libro e si conserva la memoria.

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (III parte)

Il perdono di Assisi, di frà Angelo da Copertino, chiesa di S. Francesco d’Assisi a Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

di Giovani Greco

 

Della bravura artistica di frà Angelo dovette sentir parlare Sstefano II Gallone di Tricase. Difatti, quando nel 1651 costui fu nominato principe da Filippo IV di Spagna[1], approfittando della presenza del nostro nel convento dei cappuccini del paese, gli dovette commissionare un grande dipinto per la chiesa dei frati raffigurante S. Antonio da Padova. Il quadro è attualmente collocato nella piccola chiesa dei Cappuccini[2]. Nell’ala sinistra, all’interno della prima delle tre cappelle comunicanti, troviamo l’imponente tela dove frà Angelo raffigurò il Taumaturgo in piedi, quasi di profilo, con la mano sinistra appoggiata sul tavolo mentre con la destra abbraccia Gesù Bambino. Ai lati del Santo sono raffigurati degli angeli, in basso a sinistra il busto del committente Stefano II Gallone e in basso a destra lo stemma della famiglia principesca.

Nella parrocchiale di Casarano il bellissimo altare barocco degli Astore[3] nel transetto destro, è decorato da una grande tela centinata raffigurante L’Assunta[4] che frà Angelo dovette dipingere quando stanziava nel convento dei cappuccini di quella città. La ripartizione netta dei dipinto in due campi (quello inferiore riservato alla raffigurazione degli apostoli e ai busti dei committenti -gli Astore padre e figlio – e quello superiore in cui trova posto l’Assunta trasportata da uno stuolo di angeli), peculiarità artistica ancora priva dell’esperienza romana, gli angeli danzanti, il volto della Vergine assolutamente identico a quello delle sante raffigurate nel dipinto autografo nella collegiata di Copertino, l’elaborazione di una scala cromatica già vista consentono di datare l’opera tra il 1645-50.

La disposizione delle figure, la composta ripartizione delle masse e il sicuro controllo dei sentimenti rivelano la sorprendente bravura di questo frate che a Martina Franca subentra ad Antonio Donato d’Orlando portando a termine l’altare maggiore della chiesa dei cappuccini. Qui infatti vi dipinse L’Angelo custode, La Maddalena e l’Eterno del fastigio che, insieme alla grande tela del d’Orlando del 1589 raffigurante l’assunzione di Maria, completano l’allestimento pittorico dell’altare nel pieno rispetto degli insegnamenti della Controriforma[5].

Dai cappuccini di Martina passò a quelli di Nardò per eseguire l’intero arredo iconografico dell’altare maggiore della chiesa collocando al centro il grande dipinto raffigurante Il Perdono di Assisi e due tele laterali nelle quali sono raffigurati L’Angelo custode e San Michele Arcangelo, noto esempio di devozione che si trova spesso nelle chiese dei cappuccini. Nell’opera principale frà Angelo traccia idealmente due diagonali a colloca alle estremità della prima due gruppi di angeli musicanti, mentre alle estremità della seconda dispone S. Francesco che in ginocchio riceve il perdono da Gesù e la Vergine[6].

Poco più tardi lo troviamo alle prese con un altro grande quadro raffigurante la Regina Martirum[7] collocato nel transetto sinistro della collegiata di Copertino, sull’altare consacrato a San Sebastiano. L’impostazione del dipinto sembra procedere per percorsi obbligati: partendo dal nucleo figurativo in primo piano nel quale spicca la composizione anatomica e la luminosità dell’incarnato di S. Sebastiano si passa, quasi obbligatoriamente a S. Francesco che allevia i dolori delle anime purganti; si sale in alto dove ventitré santi, tra cui S. Lorenzo, S. Domenico, S. Carlo Borromeo, S. Antonio da Padova, S. Agata, S. Lucia e Santa Caterina popolano i lati destro e sinistro della Vergine col Bambino. L’opera, commissionata dall’Università locale è una delle poche giunte fino a noi firmata e datata. In basso a destra infatti reca la seguente iscrizione: F. ANGELUS A CUPERTINUS CAPUCCINUS A.D. 8bris 1655.

Nel 1668, di ritorno da Roma dove aveva concluso il prestigioso incarico in Vaticano, mons. Gerolamo De Coris gli commissionò S. Gerolamo morente[8] che volle collocare tra le sei colonne barocche del suo altare eretto nella navata laterale destra della cattedrale di Nardò[9]. Un’opera in cui frà Angelo manifesta pienamente le sue ambizioni compositive nel raggruppamento dei personaggi la cui connotazione drammatica è affidata non soltanto all’espressione esangue di S. Gerolamo, ma soprattutto ad una scala di accordi cromatici, da cui emergono il bianco e il vermiglio dei panneggi che avvolgono il Santo, e ad un rigore chiaroscurale sapientemente elaborato nell’incarnato. Quest’opera rappresenta, senza ombra di dubbio, il risultato pittorico più eccellente di frà Angelo: frutto dei frequenti contatti con la pittura romana e in modo particolare con le opere del Caravaggio.

Un altro momento della maturità di frà Angelo lo si può cogliere nella chiesa del convento dei Cappuccini di Alessano dove, ancora una volta svolge un tema molto caro ai frati: Il perdono di Assisi. La tela è collocata sull’altare in legno che occupa l’interra parete di fondo della chiesa. Come hanno dimostrato i lavori di restauro eseguito nel 1986, il dipinto è precedente alla costruzione dell’altare. Nella parte inferiore sono raffigurati i santi Chiara, Francesco d’Assisi, Leonardo e Antonio da Padova che implorano l’indulgenza di Cristi e della Vergine seduti maestosamente in alto e circondati da uno stuolo di angeli musicanti, L’opera, che per sua superba composizione cromatica sarebbe ascrivibile al periodo post-romano del Nostro, fu donata alla chiesa verso la seconda metà del Seicento da Laura Guarini, signora di Alessano e grande benefattrice dei capuccini, in occasione della nascita del primo figlio atteso per oltre sei anni[10].

Scolpito dal copertinese Ambrogio Martinelli per conto della famiglia De Magistris, il quarto altare della navata laterale destra della Cattedrale di Gallipoli custodisce il dipinto raffigurante l’Immacolata, altra opera ascrivibile alla maturità artistica di frà Angelo. La tela, non firmata, è stata attribuita da alcuni al clan dei Genuono e da altri ad un cappuccino di nome Facis[11]. Non si sa da chi e su quali basi fu fatta quest’ultima attribuzione. Tuttavia nell’ipotesi che sul dipinto esistesse questa sigla si potrebbe pensare ad un monogramma in cui è racchiuso il nome di frate Angelo cappuccino il quale dovette realizzare il dipinto durante un soggiorno nel locale convento dei cappuccini. La raffigurazione della Vergine appare impostata in un cerchio il cui perimetro è segnato da uno stuolo di angeli danzanti nonché altri due ai lati che reggono ciascuno la turris eburnea e la domus aurea. L’impostazione delle masse sembra ricondurci idealmente ad un ostensorio al cui centro vi è l’Immacolata, mentre la base è costituita da S. Agata a destra e S. Leonardo a sinistra.

Per evidenti analogie stilistiche con la produzione certa del pittore, anche la Madonna del Carmine nella chiesa parrocchiale di Melendugno potrebbe, secondo Giovanni Giangreco, appartenergli nonostante il dipinto non sia coevo all’altare.

Le opere che al ritorno da Roma dovettero impegnare maggiormente frà Angelo, vista l’imponenza scenografica elaborata su ampie superfici, furono senza dubbio la S. Anna e la Sacra Famiglia (1671) e la Traditio clavuum collocate attualmente nel coro della parrocchiale di Galatina. Nel primo dipinto la Vergine in posizione seduta guarda amorevolmente il Figlio già adolescente, raffigurato in piedi e in atto di leggere un libro aperto su un leggio. A sinistra sono rappresentati S. Anna e S. Gioacchino seduti e S. Giuseppe: a destra, una fanciulla in atto di sollevare un grappolo d’uva da un cesto ricolmo di frutta. La parte apicale del dipinto è riservata all’Eterno circondato da angeli e cherubini. Nella zona centrale della seconda opera è raffigurato Gesù nell’atto di chinarsi per porgere le chiavi a S. Pietro il quale, inginocchiato, le prende con un atto di profonda devozione. Nella parte superiore un nimbo di angeli regge il triregno e la croce astile. In basso sono raffigurati S. Domenico e S. Tommaso d’Aquino. Relativamente al primo dipinto l’attribuzione a frà Angelo fu fatta dall’Arditi il quale rivelò di aver attinto la notizia dalla “Relazione di S. Pietro in Galatina” di A. Tommaso Arcudi del 1793. Nel “Dizionario Bio-Biblioghrafico degli uomini chiari in T.d’O.” il quadro si reperta come una delle migliori opere del cappuccino. Più recentemente il Montinari descrive ambedue le opere e attribuisce la Sacra Famiglia alla “scuola napoletana della seconda metà del XVII secolo”.

Ma ci vorranno i recenti studi di Mario Cazzato per restituire a frà Angelo la paternità delle due opere. Lo studioso, definendo il nostro come il più importante pittore della seconda metà del Seicento, rivela che quando nel 1671 l’arcivescovo Adarzo de Santander concesse agli Arcudi una sepoltura nella chiesa Matrice di Galatina lo fece a condizione che dovesse realizzare l’immagine di qualche santo. Sicchè, per onorare una cosi solenne condizione chiamarono frà Angelo da Copertino che dipinse un quadro grande con l’immagine della gloriosa sant’Anna[12].

A Sogliano, nella chiesa dell’ex convento degli agostiniani (1617) dedicata alla “Madonna del Riposo”, esiste un altro dipinto di frà Angelo raffigurante l’Immacolata eseguito tra il 1668 e il 1670. Difatti, quando nel 1667 i frati concessero a Crisostomo Coia una cappella dedicata all’Immacolata all’interno della loro chiesa, questi si impegnò di fare il quadro seu ancona in essa cappella dell’Immacolata Concettione, et altre cose necessarie per farci celebrare , et fare la sua sepoltura. Nel bellissimo dipinto è raffigurata la Vergine che, insieme agli angeli e a Dio Padre, occupa buona parte della superficie pittorica. In basso, secondo la volontà del committente che si fece raffigurare in un angolo a destra, trovano posto S. Gioacchino, S. Domenico, S. Francesco di Sales e Santa Teresa. Attualmente l’opera è collocata nel coro della chiesa di fronte ad un’altra notevole tela raffigurante la Madonna della Cintura che Cazzato attribuisce al cappuccino copertinese[13].

A Lecce la presenza di frà Angelo è attestata nella chiesa di S. Francesco d’Assisi[14] (detta anche S. Francesco della Scarpa) dove, in occasione del suo rifacimento, nel 1682 dipinse il quadro autografo raffigurante l’Immacolata[15]. Nella seconda metà del Settecento il dipinto fu oggetto di un contenzioso tra la Confraternita dell’Immacolata[16] che aveva sede nella chiesa e i frati, lite seguita da Gaetano Jotti della Regia Udienza di Lecce. Quest’ultimo acquisì agli atti alcune interessanti dichiarazioni fatte a vario titolo da personaggi leccesi di età compresa tra i cinquanta e i sessant’anni . In una declaratio del 21 gennaio 1757 il patrizio leccese, Ignazio Panzini, sostenne di abitare vicino al convento dei francescani e per aver di continuo visitata la di loro chiesa come anche divoto della Vergine Immacolata, sa benissimo che il quadro della medesima esisteva prima dell’altare che ora trovasi dedicato al SS. Crocifisso e così ancora chiamato. L’altare, sostenne il Panzini, fu edificato dal defunto don Gaetano Cardamone nel 1720 quindi, fu nel medesimo altare collocato il quadro che prima esisteva nella cappella del Crocefisso, indi poi dall’istesso don Gaetano fu migliorato e posto in oro come di presente si trova[17]. Stessa affermazione fu fatta il 24 gennaio seguente dai reverendi Francesco Favilla e Isidoro Santoro, sacerdoti mezionarij nella Cattedral Chiesa della Città di Lecce[18]. Il 18 febbraio seguente furono raccolte inoltre, le dichiarazioni del magnifico Filippo Pintabona, del sacerdote don Nicola Calenda, del falegname del convento, Santo Naie r del barbiere dei frati, Gregorio Tamburelli i quali dissero di sapere benissimo che l’altare della Conc.ne di Maria Immacolata sistente dentro detta chiesa, ove al presente da fratelli dell’Oratorio si solennizza la festa della Conc.ne di Maria Immacolata fu edificato a proprie spese da don Gaetano Cardamone e dopo migliorato e fatto in oro[19]. Giova ancora ricordare un atto del 7 marzo seguente con il quale la baronessa leccese Lucrezia Scaglione, vedova di Antonio Personè, per devozione verso la Vergine donò il suo abito ricco e propriamente una Andria di drappo in oro col fondo color latte e fiori in oro e seta a condizione che venisse usato per vestire la statua dell’Immacolata per tutto il periodo che si solennizzava tale festività e in particolare durante la processione che si svolgeva l’8 dicembre di ogni anno[20].

Quasi certamente l’ultimo decennio della vita (1675-85) frate Angelo lo dovette trascorrere nei conventi di Scorrano e di Salve. Nella chiesa dei cappuccini di Scorrano intitolata a S. Maria degli Angeli e costruita in soli due anni dal 1598 al 1600 dal copertinese Evangelio Profilo[21] il pittore, ormai settantenne, realizzò il grande quadro raffigurante Il Perdono di Assisi, opera che dovette portare a termine con l’aiuto di Giuseppe Andrea Manfredi di Scorrano, un prete pittore che quasi certamente seguì frà Angelo quando questi lavorò nella parrocchiale di Salve[22]. Ai lati del Perdono, collocato sull’altare maggiore della chiesa, vi sono altre due tele: a sinistra una Maddalena penitente e a destra l’Angelo Custode attribuibili al Manfredi. Alcune discrasie anatomiche , infatti (si veda nella Maddalena l’angelo in caduta libera il cui collo non è affatto in asse con il tronco), fanno pensare più ad un principiante come Manfredi che ad un pittore esperto quale era frà AAngelo.

Secondo i Ruotolo , il nostro “eseguì quadri pregevoli in diverse chiese di Salve”[23]. Nella cappella intitolata a S. Antonio Abate esisteva un dipinto raffigurante il Santo[24]. Nella parrocchiale in brandita tra il 1596 e il 1669 e consacrata a S. Nicola Magno il 15 ottobre 1677 da mons. Antonio Carafa, le pitture degli altari laterali dedicati all’Immacolata e alla Vergine del Rosario erano state realizzate dal nostro cappuccino e andate perdute. Secondo uno zibaldone del 1750 , nel monastero dei cappuccini, eretto sotto il titolo di S. Maria della Misericordia, vi erano sette altari compreso il maggiore ed erano dotati di ottimi quadri alcuni dei quali dipinti da frà Angelo e ci cui fino a noi è giunto solo quello raffigurante La visione di S. Francesco che adorna l’altare maggiore[25]. Secondo l’autore dello zibaldone a Salve frà Angelo eseguì numerosi dipinti tra cui S. Michele Arcangelo, Sant’Orsola, l’Immacolata, l’Assunta, La Madonna del Rosario, Lo Spirito Santo, S. Antonio Abate ed altri quadri raffiguranti scene della Passione di Cristo[26].

La presenza di questo cospicui numero di dipinti non solo attesta la lunga permanenza del pittore a Salve, ma lascia presumere che proprio nel locale convento dei cappuccini si dovette concludere la sua esistenza terrena.

Ma cosa ne è stato di quei quadri che si trovavano presso il convento dei cappuccini, tra cui certamente quelli raffigurante la Passione di Cristo? Secondo quanto mi racconta l’architetto Maria Rosaria Sperti Peluso – alla quale indirizzo un doveroso ringraziamento – suo padre, Camillo Sperti, affermava che i suoi antenati custodivano nella loro casa di Salve una ricca quadreria e una biblioteca nelle quali erano confluiti i volumi e le tele del locale convento al momento della soppressione. Purtroppo la cura nel custodire queste ricchezze venne meno intorno alla metà del degli anni Trenta in seguito alla morte di suo nonno , l’avvocato Giovanni Sperti, il quale lasciò la moglie e quattro figli in tenera età che, per negligenza e trascuratezza, dispersero tutto e andarono via da Salve. Fortunatamente, però, una tela della serie della Passione raffigurante la VI stazione della Via Crucis, ovvero Cristo asciugato dalla Veronica fu ritrovata nel giardini retrostante la casa di suo nonno che fungeva da riparo ad un pollaio. La tela fu quindi recuperata da Camillo Sperti che la portò nella sua casa di Martignano e in seguito trasferita in quella della figlia Maria Rosaria. Camillo Sperti, sempre ben informato sulle vicende della sua famiglia, ricordava di aver sempre letto alla base di questo quadro l’inscrizione: “Frà Angelo da Cupirtinu p.”. Frase rimastagli sempre impressa per la tipica lectio dialettale con cui era menzionato il nome del paese; purtroppo questa firma autografa è scomparsa insieme al lembo inferiore della tela.

Nel 1682 frà Angelo dipinse un’ariosa pala d’altare raffigurante la Vergine, il Bambino e S. Giuseppe Patriarca circondati da uno stuolo di angeli di cui uno regge un cartiglio con la scritta SALUS INFIRMORUM. Nella zona inferiore sono raffigurati S. Francesco e S. Antonio da Padova in posizione orante e sullo sfondo S. Chiara. In basso a sinistra si legge l’iscrizione. F. ANGELUS A CUPERTINU CA. [PPUCCI]NUS . PE SUA DEVOTIONE PINGEBAT 1682. Questo dipinto è stato segnalato per la prima volta nel ’96 da Mario Cazzato[27] e attualmente collocato nella cappella di S. Maria delle Grazie in Copertino. Nonostante i suoi 73 anni qui frà Angelo dimostra una mano ferma e felice nell’equilibrio delle masse e nell’armonizzazione della scala cromatica. Ed è del periodo post-romano la tela raffigurante S. Francesco che riceve le stimmate, collocata nella medesima chiesa, esemplata su quella del Barocci osservata dal nostro in Vaticano. Nonostante il pessimo stato di conservazione è possibile osservare l’emergenza più significativa di questi dipinto affidata alla figura del Cristo che assume le sembianze dell’Angelo e che frà Angelo ripropone attingendo alla vasta iconografia medievale[28] . Questo dipinto – in cui Cristo compare privo della croce e munito di sei penne ad ognuna delle quali Alano da Lilla assegnò un titolo che riassume ciò che singolarmente significano, e cioè: confessio, satisfactio, carnis munditia, puritas mentis, dilectio proximi, dilectio Dei – è, quindi, una seicentesca raffigurazione delle stimmate di S. Francesco[29] eseguita da frà Angelo per assecondare l’incessante devozionismo francescano della popolazione.

Concludendo questa breve quanto provvisoria indagine si può affermare che frà Angelo, insieme con Giovanni Donato Chiarello, Ambrogio Martinelli ed Evangelio Profilo i primi due per la scultura e il terzo per l’architettura, fornirono un valido contributo all’evoluzione dell’arte in Terra d’Otranto nel XVII secolo, riprendendo quel repertorio figurativo di cui la chiesa del periodo controriformistico continuò a servirsi per consolidare la propria egemonia.

Frate Angelo da Copertino non mancò di lasciare l’impronta della sua pittura in quasi tutti i centri di Terra d’Otranto dove sorgeva una comunità di cappuccini e in un periodo in cui l’arte era divenuta efficace strumento di propaganda religiosa. Potremmo affermare infine che, la sua sensibilità artistica, nutrita dai colti moduli napoletani e romani fu talmente alta nel disegno e nelle espressioni cromatiche da offrirci risultati pittorici che superano i limiti di una produzione artigianale di carattere locale e devozionale.

 

Note

[1] Su Stefano Gallone cfr. A. Raeli, Aneddoti di storia tricasina, a cura di M. Paone (Galatina 1951, 59.

[2] Sui Cappuccini di Tricase si veda il saggio di G. Sodero, ‘Per la storia dell’ex complesso monumentale dei Frati Cappuccini di Tricase’, Leucadia, a cura della Società di Storia Patria per la Puglia sez. di Tricase, (Miggiano 1986), 63-80.

[3] ACVN, Visite Patorali di A. Sanfelice, A/13, 1719, c. 64v. Il 21 aprile 1719 il vescovo visitò l’ “Altare Beatam Mariae Virginis sub tit. Assumptionis et laudavit”. Nella zona acroteriale dell’altare osservò un’iscrizione lapidea la quale attesta che nel 1711 l’altare fu assegnato al chierico Vito Antonio de Astore, che con atto di notar Antonio Vergario, vi fondò un beneficio ecclesiastico.

[4] L’opera è stata pubblicata in AA. VV. Pittura in Terra d’Otranto, tav. 63 e attribuita ad un anonimo pittore meridionale della fine del XVI secolo.

[5] N. Marturano, Tradizioni pittoriche, 80. Cfr. anche M. Rutigliano, Chiesa di S. Antonio ai Cappuccini (Locorotondo 1973), 45.

[6] Una copia speculare del Perdono fu eseguita molto più tardi da un anonimo pittore locale per il coro del convento della claustrali di Santa Chiara di Nardò. Ringrazio Rosetta Fracella per avermi messo a disposizione una riproduzione del dipinto.

[7] De Giorgi, La Provincia di Lecce, II, 239. Cazzato, Guida di Copertino, (Galatina 1996), 82. Cfr. anche A S L, Dizionario biografico degli uomini illustri. Il dipinto è stato restaurato nel 1973 per volontà dell’arciprete d. Giuseppe Marulli.

[8] Cfr. Mazzarella, 197.

[9] Si veda il recente contributo di Stefano Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per frà Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò, in Il delfino e la mezzaluna, (Nardo 2014), pp.79-96.

[10] A. Caloro-A.Melcarne-V.Nicolì, Alessano storia, arte, ambiente (Tricase 1994), 33. Le altre tele che adornano l’altare sono settecentesche e raffigurano Il Profeta Isaia, Sant’Anna e la Vergine Bambina, mentre nel tondo del fastigio è raffigurato S. Giuseppe, antico titolare della chiesa. Queste tre tele sono attribuite al pittore alessanese Aniello Letizia. Cfr. anche Caloro, Guida di Leuca. L’estremo Salento tra storia arte e natura a cura di M. Cazzato (Galatina 1996+), 72-73

[11] S. Verona, Gallipoli e i suoi monumenti, (Gallipoli 1983), 55; pur riconoscendo l’eccellenza, la tela di Gallipoli è attribuita ad un “ignoto pugliese”, in Virgo Beatissima. Interpretazioni mariane a Brindisi (Brindisi 1990), fig. 7 del saggio di M. Gustaella che è anche curatore dell’opera.

[12] Arditi, 191. De Giorgi, II, 423, M. Montinari, Storia di Galatina, testo ampliato e annotato a cura di A. Antonaci (Galatina 1972), 168-69. M. Cazzato L’area galatinese: storia e geografia delle manifestazioni artistiche. Dinamiche storiche di un’area del Salento (Galatina 1989), 306-9. Id. ‘Galatina, la storia’ Guida di Galatina, (Galatina 1994), 49.

[13] Cfr. Cazzato, L’area galatinese, 309-11. Sulla presenza degli agostiniani cfr. G. Castellani, ‘Gli insediamenti agostiniani della Puglia meridionale’, Puglia e Basilicata ecc. Miscellanea in onore di Cosimo Damiano Fonseca (Galatina 1988), 83-4.

[14] La chiesa sorse nel 1273 e fu ricostruita nel 1600. Nell’Ottocento fu annessa al regio Liceo Palmieri. Cfr De Giorgi, II, 96-9.

[15] Purtroppo di quest’opera e del crocifisso ligneo di Vespasiano Genuino si sono perse le tracce . Cfr. Paone, Chiese di Lecce, II, (Galatina 1979), 238. Sulla chiesa di S. Francesco d’Assisi cfr anche G. C. Infantino, Lecce Sacra (Lecce 1634), 96-9.

[16] La chiesa di S. Francesco della Scarpa fu un importante centro di pietas; in essa vi erano tre confraternite di antica data: quella dei Terziari, detta anche del Cordone di S. Francesco che si estinse con l’espulsione dei frati avvenuta con decreto del 12 aprile 1913; quella dell’Immacolata, detta volgarmente della Madonna del tuono e quella del Nome di Dio, chiamata in seguito del SS.mo Nome di Gesù la più antica di tutte le confraternite e arciconfraternite di Lecce. La confraternita dell’Immacolata fu posta sotto il Regio Patronato fin dal 1561 e l’8 dicembre di ogni anno celebrava la festività della Vergine con il contributo del Regio Fisco pari a 40 ducati. Cfr. G. Barrella, San Francesco della scarpa in Lecce 1219-1918 (Lecce 1921), 19.

[17] A S L , atti di notar Lorenzo Carlino 46/78, a 1757, c. 14v.

[18] A S L, Ivi, c.16r.

[19] A S L, Ivi, c 62rv

[20] A S L,Ivi, c. 80v. La Scaglione stabilì inoltre che l’abito doveva conservarsi nella sagrestia del convento in una “cassa asciutta quale cassa debba stare dentro uno stipo della sacrestia e le chiavi si debbano tenere dall’Ordinario dell’Oratio e dal Priore del Convento”. Che se in futuro la destinazione d’uso dell’abito fosse stata modificata sarebbe dovuta rimanere comunque in favore del “cappellone ed altare dell’Immacolata”. Se la confraternita si fosse trasferita altrove, dell’abito si sarebbero dovuti fare “paliotti, paramenti sacri ed altre cose simili per uso ed ordinamento di detto Cappellone”. Infine, stabilì che l’abito non si sarebbe dovuto assolutamente “Vendere, alienare, permutare, donare, imprestare”.

[21] G. Giangreco, “Scorrano tra cultura e tradizione. S. Maria degli Angeli. Convento dei Frati Minori Cappuccini”, Libera Voce, n. u. (Scorrano 1997), 1 e 3.

[22] Giuseppe Andrea Manfredi lasciò diverse tracce della sua pittura in Scorrano nella chiesa di S. Maria della Neve. Ai primi del Settecento lo troviamo impegnato nella parrocchiale di Salve dove, tra il 1704-5 per volontà di don Andrea Tommaso Lecci, indorò e affrescò i medaglioni della volta poi crollata nel 1938. Cfr. G. Cardone, Vita del Servo di Dio don Alessandro Cardone, a cura di Nicola Corciulo (Galatina 1969), 33- 4. Secondo lo Zibaldone salvese del 1750, il Manfredi “fu poi dipingitore maggiore dell’Arcivescovado di Napoli”. Cfr. A. Simone, Salve. Storia e leggende (Milano 1981), 105-8-11. Del Manfredi , che divenne molto amico del cardinale Pignatelli, cfr. il mio 1723 Viaggiatori barocchi da Copertino a Napoli (Galatina 1995), 50. L’anonimo cronista del viaggio però, lo chiamava erroneamente Giovanni.

[23] G. Ruotolo, Ugento, Leuca, Alessano, (Siena 1969), 253-4-5

[24] La cappella doveva far parte di un piccolo comprensorio di case sita in via S. Maria e costituenti un piccolo ospizio. Cfr. Simone, 128.

[25] Giuseppe Maria Venneri nel suo Cenno storico sul comune di Salve del 1860 aggiunge che posteriormente alla chiesa i frati costruirono una sacrestia preceduta dal coro dei Terziari, mentre nella parte anteriore vi era il coro dei sacerdoti e un organo che, andati via i monaci, fu portato nella chiesa di Ruggiano. Cfr. Simone, 123-124. Sulla chiesa dei cappuccini restaura negli anni trenta del Novecento a cura dell’arciprete Francesco de Filippi, poi arcivescovo di Brindisi, si veda anche Ruotolo, 255.

[26] Simone, 104.

[27] Cazzato, Guida, 51.

[28] Per questa particolare iconografia che discende da uno dei miracoli occorsi in via a S. Francesco, cfr M. Meiss, Pittura a Firenze e Siena dopo la morte nera. Arte, religione e società alla metà del Trecento (Torino 1982), specialmente 177-182.

[29] C. Frugoni, S. Francesco e l’invenzione delle stimmate (Torino 1993). AA.VV. S. Francesco in Italia e nel Mondo (Milano 1990).

Pubblicato su “Studi Salentini”, a. 44, vol. LXXVI (1999), pp. 143-158

Per la prima parte:

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (I parte)

Per la seconda parte:

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (II parte)

Intingere la penna nei propri natali

Foto del 1916 o 1917 I coniugi Consiglia e Cosimo Boccadamo, il primogenito Silvio e la seconda figlia Eva detta Nina

Due nonni dalle stesse identiche iniziali, C.B.

 

di Rocco Boccadamo

 

I miei nonni paterni si chiamavano, rispettivamente, Cosimo Boccadamo e Consiglia Boccadamo.

Erano nati, entrambi, nel rione “Ariacorte” di Marittima, secondo i registri di stato civile dell’epoca in via Acquaviva, a distanza di sette anni l’uno dall’altra, precisamente, lui nel 1879 e lei nel 1886, dalle coppie di coniugi Generoso Silvestro/Eva e Domenico/Cosima.

Accanto a Cosimo, in famiglia, esisteva la sorella Salvatora, insieme con Consiglia, invece, il fratello Luigi.

Esatta parità, perciò, circa il numero di componenti dei due nuclei, fra i quali non è dato di sapere se intercorressero nodi di parentela: verosimilmente, no, almeno di genere stretto, mentre non sono da escludere rapporti di grado lontano, nell’ambito del centinaio abbondante di Boccadamo viventi a Marittima.

Sicuramente, i miei ascendenti in discorso dovevano conoscersi sin da bambini.

Generoso faceva di mestiere il contadino, Domenico, da parte sua, il pescatore, in tale attività coadiuvato, una volta divenuto grandicello, dal figlio Luigi e, anche, per determinate incombenze sulla terraferma, dalla figlia Consiglia.

Analogamente, Cosimo fu condotto a seguire le orme paterne nei lavori in campagna, attività che perpetuò durante l’intera esistenza, ovviamente fino a quando si mantenne abile.

A parte gli anzidetti dettagli operativi/occupazionali, ebbero a porsi, Generoso e Domenico, alla stregua di vere e proprie pietre miliari e di preziosi indicatori. Nel senso, che gli appellativi impostigli all’atto del battesimo giungevano puntualmente a comparire e a risuonare non solo con diretto riferimento alle loro persone, ma pure, indirettamente, ai fini dell’identificazione e della chiamata in causa, da parte della comunità paesana, dei rispettivi discendenti.

In tal guisa, le definizioni di Cosimo e Tora ‘u (di) Generosu in seno al primo nucleo famigliare e di Consiglia e Luigi ‘u (di) Minicone (questo accrescitivo dialettale, giacche Domenico era un uomo molto alto, precisamente, un omone) in seno al secondo.

Analogamente, le denominazioni aggiuntive, ‘u Generosu e ‘u Minicone seguitavano, e ancora adesso, diffusamente seguitano, vieppiù, ad accompagnare i nomi propri originali delle generazioni succedutesi nel tempo, figli, nipoti e pronipoti.

Vigendo gli ultimi calendari del XIX secolo, Cosimo già giovanotto e Consiglia adolescente e giovinetta, la conoscenza e, poi, la frequentazione fra i due si accrebbero.

Per la verità, lui ebbe per prima fidanzata (zita, in dialetto) un’altra ragazza dell’Ariacorte, Marta, ma detto legame non si consolidò definitivamente, proprio, forse, perché Cosimo provava maggior piacere e interesse nel concentrare gli sguardi sulla personcina di Consiglia, nonostante quest’ultima non si appalesasse affatto dolce di sale o accondiscendente o adesiva con facilità.

Dai suoi racconti o aneddoti, è tratta la scenetta del giovane Cosimo, intento, insieme con il padre, a zappare in un fondo agricolo limitrofo all’insenatura “Acquaviva”, denominato “Oscule” (bosco) e di Consiglia che, in quel mentre, saliva a piedi dalla rada, recando sul capo una cassetta di specialità ittiche appena pescate e sbarcate dal padre e dal fratello, per portarle a Marittima e venderle a qualche famiglia abbiente.

Spontanea l’iniziativa verbale di Cosimo: “Dai, Consiglia, lasciaci due/ tre pesci, così ce li arrostiamo sulla brace e potremo accompagnare le nostre friselle, a colazione”.

E, però, spontanea e pure decisa fu la reazione della ragazza di non dare minimamente ascolto e di tirare dritto. Il nonno trovò occasione, nell’arco di decenni, di rispolverare ripetutamente questo episodio, non senza rinfacciarlo scherzosamente alla controparte protagonista.

Non più “zitu” di Marta, Cosimo si fidanzò “in casa” con Consiglia, la quale, tuttavia, data anche la fresca età, specialmente nei primi tempi del loro sodalizio sulla carta, non dimostrava di attribuire soverchia importanza e assiduità al nesso meramente sentimentale e di vicinanza e contatto con il partner, preferendo seguitare a frequentare le sue amiche del rione e attendendo, unitamente a loro, ai rituali giochi di quei periodi.

“Consiglia, ancora in giro sei? Perché non torni a casa e facciamo l’amore?” (ovviamente nel significato e col correlato contenuto di fine 1800), la esortava la sera Cosimo, e lei a replicare: “Guarda, prima, devo finire questa partita a campana con le mie compagne”.

Sia come sia, giunse il giorno delle nozze e, dalla casa della sposa, si mosse il tradizionale corteo, attraverso l’Ariacorte, per dirigersi verso la parrocchia. Se non che, sempre a quanto resomi in racconto, nell’atto di transitare davanti all’abitazione di Marta, la ex zita di nonno Cosimo, per rabbia e ripicca, pensò  di disotturare lo scarico di una grande vasca lapidea, in dialetto pila, presente nel proprio cortile e ricolma di acque sporche (sciotte), residuo di un grosso bucato, lasciando defluire il non trasparente  e non olezzante liquido, a modo di cascatella, sulla strada in quel momento percorsa dal corteo nuziale e dalla processione di parenti e invitati, con indosso eleganti abiti da festa.

Completamente diversi di carattere, sotto l’aspetto intellettivo, nelle tendenze e preferenze, Cosimo e Consiglia vissero lungamente e intensamente, in ogni senso, generando una numerosissima prole; in aggiunta ai sei figli sopravvissuti, Silvio, Eva, Maria, Vitale, Lucia e Rocco, considerato, del resto, che, un secolo fa, erano frequentissimi i casi di mortalità infantile, furono in realtà fautori, perlomeno, di altrettante nascite.

Donna forte, dotata di una spiccata memoria (teneva perfettamente a mente, ricordo io, le date di arrivo al mondo, matrimonio e morte di tutta la parentela e non solo), la nonna non intendeva essere da meno nel confronto col consorte, il quale, magari, si lamentava di rientrare a casa, la sera, esausto per la fatica nei campi, sicché, di sovente, lo attendeva a bella posta sull’uscio tenendo in braccio uno dei figlioletti, piangente: “Tieni, prendilo un po’ tu, ha passato in questo modo l’intero giorno, facendomi disperare”.

Al che, l’uomo, così nella sua narrazione a noi nipotini e anche ad altre persone, celiava che fosse lei a regalare ai pargoli qualche pizzicotto, ovviamente foriero di strilla e lacrime.

A parte qualche piccola sceneggiata della specie, chi, sostanzialmente, comandava in casa, era la nonna Consiglia soprannominata ‘u Minicone; naturale riflesso, in seguito, fu quel nomignolo aggiuntivo famigliare e non l’altro inerente al nonno Cosimo, ossia dire ‘u Generoso, a cadere e perpetuarsi sia in capo ai loro figli, sia sui discendenti dei medesimi, sia, infine, in termini estesi, nell’ambito della comunità di Marittima.

Consiglia, dunque autorevole, forte e in gamba, fisico e portamento ben eretto sino all’età avanzata malgrado le sopra accennate innumerevoli gravidanze/maternità, stimata e rispettata dai parenti e dai compaesani, a partire dal fratello Luigi che, in segno di attaccamento e di omaggio, volle chiamare Consiglio il suo unico figlio maschio che, oltre a fare il contadino, il frantoiano, il nachiro, capo dei frantoiani, si sarebbe dedicato anche alla pesca, come il padre e il nonno Domenico.

Piccola rimembranza risalente alla mia remota fanciullezza, nel cortile della attigua abitazione di zio Luigi e di zia Amalia (sua moglie), salitasene al cielo, guarda caso, nel giorno dell’Ascensione del 1950, campeggiava un grosso manufatto/parallelepipedo in pietra viva, non molto largo ma alto e cavo all’interno, detto in dialetto “stompu”, utilizzato per versarvi cereali, sia grano che orzo, di propria produzione, e frantumarli mediante la mazza, lunga e robusto attrezzo in legno terminante in forma ovoidale, cereali che sarebbero stati successivamente cotti e consumati a tavola come minestra.

Ambedue i miei nonni paterni in discorso, essendo mio padre Silvio il loro primogenito e il primo, in ordine temporale, a sposarsi, avevano un intenso e più consolidato legame giusto con la mia diretta famiglia, volevano, in particolare, un bene dell’anima a mia madre Immacolata e noi ragazzini, spesso, ci trattenevamo, nel pomeriggio o alla sera, nella loro vicina abitazione, d’inverno scaldandoci, insieme con il nonno, all’interno del focalire (camino) e, talvolta, consumavamo la cena frugalissima, una minestra posta a tavola in un unico grande piatto, in compagnia, appunto, dei nonni e degli zii e zie.

Come pure, verso la prima la fine della Seconda Guerra Mondiale, erano questi ultimi, ancora giovani, che correvano a casa nostra, di notte, nell’avvisaglia del passaggio di aerei militari nemici, con potenziale rischio di bombardamenti, caricandosi in spalla noi piccoli nipoti e conducendoci al buio nel vicino appezzamento agricolo di Monticelli, per attendere che il pericolo fosse superato.

Pur trovandomi in così stretta vicinanza e frequentazione con loro, raramente mi è capitato di assistere a dissapori o litigi fra i nonni Cosimo e Consiglia, tranne che in un’isolata occasione.

Correva il 1953, ci trovavamo nella stagione fredda, di lì a poco, la prima domenica di marzo, si sarebbe svolta, a Marittima, la rituale fiera/mercato della Madonna di Costantinopoli, una sera, nonno Cosimo con la pipa in bocca, io e un mio fratello, ce ne stavamo seduti, al solito, nel focalire e nonna Consiglia, lì vicino, era intenta a filare, col fuso, batuffoli di lana accanto alla figlia Lucia e al di lei fidanzato Peppino.

In un dato momento, l’anziana donna si mise a dire: “Fra poco, si terrà la fiera e quest’anno, in vista del matrimonio di Vitale (altro figlio), ci toccherà fare una serie di acquisti”. Passando poi a un lunghissimo elenco di oggetti, magari tutti necessari e utili.

Il nonno ascoltava e, forse, man mano, conteggiava approssimativamente il costo richiesto da tali compere, col rischio anche di dover indebitarsi; a nota non ancora completamente esaurita, fu un attimo, non potendone più, egli interruppe bruscamente la moglie con un solenne, autoritario e ultimativo invito, ad alta voce, a piantarla.

Risultato, la nonna proruppe in un pianto dirotto, in ciò imitata anche dalla zia Lucia.

Riguardo ai matrimoni dei figli, qualche anno prima, esattamente nel 1948, era stato celebrato quello di zia Maria, andata sposa a zio Vittorio, marittimese trasferitosi per lavoro a Francavilla Fontana nel brindisino, dove, per ciò, la coppia era andata a mettere su casa.

La nonna Consiglia, senza nulla togliere all’intensità del suo trasporto materno verso gli altri discendenti, dimostrava ed aveva una certa predilezione per Maria e Vittorio; probabilmente, mi vien da pensare, perché era stata vicina alla figlia durante i lunghi anni di assenza del suo fidanzato per vicende di guerra e di prigionia e, in aggiunta, perché, da sposati, i due erano andati ad abitare lontano da Marittima.

A conferma di ciò, la nonna, che mai si era prima allontanata dal paesello, a differenza del marito che di viaggi  ne aveva compiuti (in tradotta sino a Belluno, per partecipare alla Grande Guerra, a piedi, non possedendo una bicicletta e non potendosi permettere di pagare il biglietto del treno, sino a Brindisi, due volte l’anno, per lavorare negli stabilimenti vinicoli e nei frantoi, a Napoli, infine, nel 1935 o 1936 per accompagnare il figlio Silvio partente volontario per l’Africa Orientale), iniziò a far su e giù da Francavilla Fontana, anche trattenendosi  lì per brevi periodi, non solo in occasione della nascita di due nipoti ma pure in altri momenti dell’anno, immancabilmente intorno a metà settembre, nella ricorrenza della festa della Protettrice di quella cittadina, la Madonna Fontana.

Analogamente, la vigilia della già ricordata fiera della Madonna di Costantinopoli a Marittima, quando zio Vittorio, che collaborava con un commerciante all’ingrosso ma anche ambulante di tessuti, si accingeva a venire nel nostro paese per allestirvi la baracca di esposizione e vendita, la nonna si prodigava in mille preparativi per non far mancare, a lui al suo “principale” (datore di lavoro) una cena speciale.

Sempre in tema di sposalizi, a nonna Consiglia, toccò purtroppo di essere protagonista/vittima di un episodio, se non propriamente drammatico, certamente non lieto; la mattina del giorno stabilito per le nozze della figlia Lucia (1953), a mezzo di una scala di legno, l’anziana donna sì portò su una scansia (ripostiglio), ricavata alla sommità di una parete di casa, per prelevare un oggetto o qualcosa che serviva.

Sfortunatamente, la poveretta ebbe a scivolare, non ricordo se sul ripostiglio o sulla scala, precipitando rovinosamente sul pavimento, con notevoli ammaccamenti fisici, per fortuna, almeno, senza necessità di ricovero in ospedale.

Di primo acchito, si pensò di rimandare lo sposalizio, poi prevalsero le riflessioni sui preparativi già fatti e sulle relative spese e, quindi, fu egualmente festa, sebbene pervasa da un rigurgito di tristezza e da qualche lacrima specialmente nel sentire della sposa, zia Lucia, con la nonna, dolorante, costretta nel suo letto.

Consiglia sopravvisse all’incidente, si riprese bene e resto con i suoi cari, sino al raggiungimento, nel 1974, dell’apprezzabile età di ottantotto anni.

Traguardo, invero, non confrontabile con quello che ebbe l’avventura di raggiungere la sua metà, nonno Cosimo, il quale campò fino al 1982, ossia a dire oltre centodue primavere, accudito, nell’ultimo lungo periodo, dalle figlie e dalle nuore.

Notazione leggera, la sera delle esequie di nonna Consiglia, familiari e parenti stretti riuniti in casa nostra per consumare la cena, nella circostanza preparata, secondo l’usanza, da una famiglia del paese amica o legata da vincoli di parentela, “bisunia” in dialetto, rammento che, in una pausa del pasto, una mia sorella pensò di chiedere all’avo: “Nonno, visto che tu hai molti anni più di lei, non ti dispiace che, per prima, sia mancata la nonna? Non avresti preferito che si rispettasse l’anzianità, compiendo tu, adesso, i tuoi giorni al posto suo?”.

Il vecchio uomo restò qualche istante in silenzio, per poi rispondere: “Nipote mia, sia sempre fatta la volontà di Dio, ma la vicenda d’oggi sta bene così com’è andata”.

Mi piace terminare questa semplice e, insieme, sentita rievocazione in ricordo dei miei ascendenti per via paterna, soffermandomi su due ultimi particolari relativi a nonna Consiglia.

Ella era fortemente affezionata a un gatto, rimastole accanto per lunghissimi anni e che alla fine era divenuto enorme, guai a chi lo toccasse o non lo trattasse bene.

Inoltre, amava, anche in questo caso gelosamente, i fiori, il piccolo cortile di casa sua si presentava sempre arricchito da molte varietà semplici ma variopinte, dalle zinnie agli astri cinesi, ai garofani, alle rose e alle calle, queste ultime svettanti in un angolo di terriccio adiacente all’imboccatura di una cisterna per la raccolta d’acqua piovana, a lato di una parete muraria interamente ricoperta da un rampicante sempreverde e per lunghi periodi fiorito in una gradevole tonalità lilla.

“La luna adesso”. Un romanzo di ricongiungimento

di Maria Domenica Muci

 

Il cielo smonta tardi anche stanotte, lavora su chi dorme e chi lo insegue. Non c’è una stella libera, guarda. Ora sposto il ramo, e le foglie. Ho parcheggiato qui, vicino all’ulivo del Parco. Se allunghi la mano puoi sfiorare il tronco. Aspetta, tiro avanti il sedile. Le tue braccia sono così minute. Sei appena una bambina e hai settant’anni. Cosa ti è successo per invecchiare al contrario, Rita, cosa è stato?

 

L’incipit del secondo romanzo di Pierluigi Mele, La luna adesso (Lupo Editore), apre un racconto notturno. Tutto accade davanti al mare di Porto Selvaggio, dove presso un grande ulivo un figlio e una madre trascorrono la notte. La donna, da tempo malata di Alzheimer, è immobile e assente; sopravvivono alla malattia soltanto il suo sorriso, “dimenticato sulle guance come il resto di un amore“, e una domanda insistente: “Dov’è lui?“.

La luna adesso è un romanzo poetico; ed è un romanzo intriso di notte, non di tenebre ma di quiete notturna. La quiete e lo scuro specchio del cielo e del mare sono lo scenario in cui Mimmo, un editore sconfitto, ripercorre la storia degli amori, dei disagi e dei non-detti di un’intera famiglia. Il mare, la luna e la madre malata sono la cornice entro cui si riposizionano le tessere della vita di Mimmo e di altri personaggi, secondo una narrazione che asseconda il ritmo della comprensione progressiva e inequivocabile:

Accanto a questo ulivo ci si dimentica di tutto. Un pittore sostiene che l’unico modo di ricordare senza il male è di accompagnare la memoria. Lasciata sola, ammalazza di nostalgia. È una piaga eterna nella testa. Dice che i colori sono la sua guida nei ricordi, ma che per dipingere deve prima scrostare i muri, puntare allo scheletro, l’essenza. Così la memoria si trasforma in ciò per cui dovrebbe nascere, l’oblio. Che non è dimenticare, ma un abbandonarsi, guarire da ogni peso” (p. 17).

Mimmo è il narratore interno e per tutto il romanzo si rivolge a un ‘Tu’, cioè a Rita. Il ‘Tu’ è il perno del racconto, giocato sul duplice piano del ‘Tu’ di oggi, riferito a una madre bisognosa di cure quotidiane, di terapie e di controlli medici, e del ‘Tu’ di ieri, riferito a una donna dedicata alla famiglia e rassegnata: “Ordinavi ogni suo tradimento come il cambio abiti in armadio per la stagione nuova. Nella tua dedizione di sposa, lavavi i suoi piaceri, li stiravi a puntino e li appendevi alla gruccia” (p. 18). La focalizzazione del discorso è quindi orientata su Rita, muta e statica, con cui Mimmo dialoga senza ricevere risposte. La fissità della luna nella notte e la presenza/assenza della madre costituiscono l’elemento catalizzatore che consente la polarizzazione della memoria, sicché Mimmo si abbandona al movimento ondivago, lo stesso del mare di Porto Selvaggio, di avvicinamento e di distanziamento rispetto alle vicende familiari. Lui parla alla madre; da lei, muta, gli ritornano comunque delle parole, e sono echi che per rifrazione si espandono e vanno a toccare tasselli che mettono in moto altre parole. Così, nell’aria rarefatta dell’oscurità, vari medaglioni di storia familiare prendono forma in un nuovo (o, meglio dire, primo) ordine. Tutto ciò è reso possibile dall’oblio della mente materna che tuttavia rende ancora riconoscibile, per il figlio, l’amore, consentendo ai due l’abbandono e la ri-comprensione del passato.

Il background familiare che man mano si profila è fatto di disagi e di incomunicabilità, più che di conflitti. A detta di Mimmo, la sorella Chiara ha avuto il coraggio di andarsene, anche se la sua vita non è un granché, anzi è ‘na mappina; lei è sempre in fuga “come un aquilone“, vive con Eugenio ma è un rapporto finito. Il fratello Tonio è chiuso nel suo guscio, come “un ospite senza l’invito“, e si lascia vivere in una quotidianità ristretta e meccanica. Un Salento di tradizione e un’ascendenza siciliana sono lo sfondo di appartenenza di Tonio, Chiara, Mimmo e Rita, in quanto la madre di Rita, Titina, è arrivata dalla Sicilia. L’influenza isolana è caratterizzata da un’identità linguistica che va a innestarsi nel contesto salentino, senza perdere il tratto della provenienza esterna. Si percepisce, infatti, come un ancoraggio venuto d’oltremare, e allo stesso tempo da sempre familiare, l’invenzione del siciliano ibrido e colloquiale di Titina approdata in Salento: “Volevo cuntarti del padre mio e della mugghieri sua nuova, ci pensai astanotti che eravamo insieme all’amore. Poi però non mi è venuto fiato di cuntare niente” (p. 45). Nel complesso i personaggi e le ambientazioni si collocano in un ‘sud delle due Sicilie’, che ha per denominatore comune il mare, i viaggi, il vento, la cucina, i gesti lenti e le parole poche.

La luna adesso può considerarsi un romanzo di ricongiungimento. Tutti i personaggi modulano le loro azioni e gli stati d’animo dall’interno di frizioni relazionali, difficili ma dinamiche. La ricostruzione in una sola notte della storia di Mimmo, sia quella della famiglia d’origine sia quella della sua vita con Rosalba, avviene tra rivisitazioni di trascorsi e, insieme, ‘saldature’ nello spazio e nel tempo. L’evocazione è tesa a elaborare e a mettere in ordine errori, abbandoni, perdite, insomma ogni irrisolto personale e familiare. La scrittura di Mele ha la capacità di far rinascere gli uomini dai personaggi e pare che i personaggi preesistano al racconto in certi passi, quando noi rimaniamo attaccati alle loro emozioni da dentro. La forza poetica dell’evocazione restituisce così senso ulteriore alle loro vite e dà rilievo diverso ai loro errori e ai loro strappi, e nello stesso tempo ci vede chinati per osservarli.

 

Adesso vorrei dirti ancora, Rita. Non ho detto niente da quando mi hai messo al mondo. Ho solo spiato il mondo. Anche il mare ho spiato, e questa luna che dall’alto ora scende per una notte. Sembra trasportare messaggi che il mare conserva nel fondo. Vorrei dirti tutto quello che non ho mai imparato. Solo così verrebbe l’alba e tutta un’altra storia fino ai paesi. Anche di là ho spiato. Le persone amate e le altre. E te, che sei tutte loro in una soltanto” (p. 197).

 

L’intenzione poetico-espressiva prevale, e non poco, su quella narrativa. E si avverte pure che il discorso ‘io-tu’ tra Mimmo e la madre è così centrale e stringente da sovrastare su altre componenti strutturali del romanzo. Tuttavia il lettore attento non può non cogliere alcune peculiarità stilistiche: rimandi, rimbalzi di parole che aprono ai ricordi, iterazioni, parole-chiave che successivamente si trasformano in titoli, immagini liriche che vengono riprese per essere sgranate in racconto, ascendenze letterarie (tra le tante, la metafora dell’ostrica di verghiana memoria), sequenze riflessive che fanno da specchio a sequenze narrative, parole che agganciano una chiusa all’incipit del paragrafo successivo, ricorrenze verbali estremamente puntuali (come “continua“)… insomma, un’architettura filigranata di parole che, per un meccanismo di rifrazioni, genera il racconto giocando con il racconto.

L’intesa dialogica perdurante tra Mimmo e la madre rende possibile una corrispondenza e una particolare sintonia tra il lettore e la materia narrata, in quanto la scrittura di Pierluigi Mele, curatissima nei dettagli, lascia aperto un ‘orizzonte tra due zolle’ da cui possono sollevarsi voci taciute: risuonano nel lettore domande sue proprie e non sedate, dubbi, sensazioni mai sopite, e sono esiti di un transito emotivo, tonico e fluttuante tra sé e le pagine. Il leggere è legato al vedere, il vedere è tutt’uno col sentire: in questo libro ciò avviene più che in altre esperienze di lettura. Tra una frase e un’altra è come se emergesse un canto sommerso, impastato di racconto e del fiato intenso e strozzato di chi, mentre legge, si espone all’ascolto con tutto se stesso. A ciò concorre la descrizione lenta e avvolgente delle atmosfere mentre il montaggio di situazioni dagli effetti cinematografici crea visioni, stacchi netti e l’innesto rapido di quadri narrativi.

La luna adesso è atto unico e manifesto poetico di una ‘riammissione dell’umano’ avvenuta dopo una sospensione notturna e catartica, tanto profonda quanto intima e definitiva. Riammissione dell’umano che riabilita l’uomo a sé e alla vita, attraverso l’esercizio della cura esclusiva e della tenerezza e, ancor di più, attraverso la pratica esperta, orientata dalla memoria, di costruzione e decostruzione del linguaggio letterario, possibilità suprema di elevazione.

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Pierluigi Mele, La luna adesso, Lecce, Lupo Editore, 2018, pp. 200, € 14,00, ISBN 978-88-66670-67-4

Dialetti salentini: sciabbicatu

di Armando Polito

Non è certo la prima bolta che nelle mie scorribande linguistiche il dialetto mi offre la prova della sua espressività spesso superiore rispetto alla lingua comune, anche se le ragioni geografiche hanno un ruolo determinante. Mi spiego meglio: se il nostro rapporto con il mare fosse stato geograficamente meno stretto, probabilmente non sarebbe mai stata in uso la voce dialettale del titolo.

Tutto, infatti, nasce da sciàbica (dall’arabo šabaka), rete per la pesca a strascico in prossimità della costa o in fondali bassi. Antonio Garrisi nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 registra, oltre al significato originario, anche quello di palandrana, ampia e lunga vestaglia svolazzante e, al lemma derivato, (sciabbecatutrasandato nel vestire e nel comportarsi; disordinato nel lavoro.

Dopo aver detto che il Rholfs registra sciabbica solo nel suo significato originale  e nessuna voce derivata, che il significato traslato (palandrana) registrato dal Garrisi è per similitudine con l’aspetto della rete, rimane da decidere se sciabbicatu non contenga in sé anche un riferimento alla nulla selettività e ai connessi effetti devastanti della rete, se, cioé, sia in ballo non solo l’aspetto esteriore ma anche anche quello comportamentale; in altre parole se la voce contenga un giudizio non solo estetico ma anche morale,   come mi pare sia nell’uso neretino della voce.

La metafora, comunque, non è esclusiva del dialetto salentino, come mostrano i lemmi (col doppio coinvolgimento cui ho appena accennato) che cito dal Nuovo duizionario siciliano-italiano di Vincenzo Mortillaro, Pensante, Palermo, 1853:

SCIABBACUNI, s. m. accrescitivo di SCIABBICA. 2 Presso il volgo, vale uomo di bel tempo, compagnone, sollazzatore.

SCIABBICA  s. f. sorta di rete, sciabica, rezzuola. 2 Per similitudine, nell’uso s’intende minuto popolo, plebe, minutaglia.

 

Libri| Perna e Cola, commedia religiosa plurilingue di anonimo mesagnese

Giovedì. 24 gennaio 2019

LVII Colloquio di studi e ricerca storica

Presentazione del volume di Tommaso UrgesePerna e Cola, Commedia religiosa plurilingue di anonimo mesagnese del secondo decennio del 1800. Edizione commentata del manoscritto Poci con glossario delle voci del dialetto nord-salentino di Mesagne.

Mesagne. Sala Convegni dell’associazione

“Giuseppe Di Vittorio” (Via Castello, 20). Inizio ore 18.00.

 

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori:

essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona,

nella sua vita, rappresenta diverse parti.
(William Shakespeare)

Perna e Cola è una commedia religiosa plurilingue: alcuni personaggi usano il dialetto nord-salentino di Mesagne, altri l’italiano, Ciciello parla in napoletano, di anonimo mesagnese. Essa rievoca la nascita di Gesù, immaginata in una stalla diroccata nei pressi di una masseria chiamata Strusce..

Si tratta di un adattamento in chiave locale di una delle tante versioni della Cantata dei Pastori del Perrucci, rappresentata a Napoli per la prima volta alla fine del 1600, che ha avuto un grande e duraturo successo popolare.

La dipendenza culturale del Salento da Napoli dal punto di vista letterario è di antica data e ne sono esempio sia Perna e Cola che Nniccu Furcedda, commedia scritta dal francavillese Girolamo Bax nei primi decenni del 1700. Si tratta di due opere accomunate dalla descrizione dello stesso mondo: entrambe sono ambientate in una masseria, tra i personaggi principali troviamo il massaro e la massara, temi comuni sono la vita difficile, il contrasto tra marito e moglie, le divergenze sull’educazione dei figli. Malgrado queste similitudini, sono tuttavia due opere molto diverse tra loro come ambiti di riferimento nel ciclo dell’anno. Queste due opere, oltre a essere dei documenti dell’influsso della cultura teatrale napoletana, documentano anche, per quanto riguarda il Salento settentrionale, una situazione linguistica antecedente a quella documentata nel Vocabolario dei dialetti salentini e sono da considerare esse stesse causa di cambiamento linguistico: Nniccu Furcedda e Perna e Cola, due opere lungamente rappresentate a Francavilla e Mesagne tanto da diventare parte integrante della tradizione, simbolo dell’identità delle due comunità locali, hanno avuto la stessa funzione che hanno oggi i mezzi di comunicazione di massa.

Il volume di Tommaso Urgese è la trascrizione fedele del Manoscritto Poci, arricchita a piè di pagina con numerosissime note esplicative e da sessanta pagine in appendice che contengono le voci del dialetto nord-salentino di Mesagne estratte dal manoscritto.

Questo è l’ultimo lavoro, in ordine di tempo, del prof. Urgese, latianese per nascita e per residenza ma mesagnese per adozione, avendo qui insegnato per diversi anni lingua inglese presso la scuola media Gian Francesco Maia Materdona. Ricercatore instancabile e rigoroso, da più anni, coi suoi lavori, si occupa dei dialetti dell’area nord-salentina offrendo significativi contributi sul opiano filologico, nello studio delle commedie vernacolari locali.

Urgese, discutendo di alcune soluzioni sintattiche relative al dialetto mesagnese dell’Ottocento, elenca e rintraccia significati e origini di una cinquantina di termini di non facile comprensione presenti nella commedia. L’apporto è notevole se si considera che le voci analizzate sono assenti nei principali dizionari dialettali regionali discutendosi in particolare delle forme lessicali salentine non presenti né in VDS (Rohlfs 1976) né in DDS (Mancarella, Parlangeli, Salamac 2011).

Perna e Cola non aveva avuto, a oggi, grande fortuna in ambito accademico perché erano note solo copie novecentesche e non si sapeva precisamente quando fosse stata composta. Il manoscritto, trovato da Enzo Poci e scritto prima del 1875, differisce dagli altri in molti punti e contiene informazioni tali da consentire di datare la commedia tra il 1810 e il 1817. Si tratta di un documento importantissimo per il contributo che offre alla corretta ricostruzione della storia linguistica salentina.

 

PROGRAMMA

Indirizzi di saluto

Damiano Franco, Associazione Giuseppe Di Vittorio

Interventi

Ettore Catalano, Università del Salento

Giacomo Carito, Presidente Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Brindisi

Enzo Poci, Società di Storia Patria per la Puglia

Coordina e dialoga con l’autore

Domenico Urgesi, Presidente Società Storica di Terra d’Otranto

Scene della commedia

a cura di Cosimo Milone e Luca Esperti

Organizzazione

Associazione Giuseppe Di Vittorio, Mesagne, Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Brindisi, Società Storica di Terra d’Otranto, Lecce

A.A.A.: cognomi, nuclei famigliari e costumi marittimesi

Elzeviro di rimembranza e nostalgia

A.A.A.: cognomi, nuclei famigliari e costumi marittimesi

 di Rocco Boccadamo

A quanti, bontà loro, hanno dimestichezza con le mie narrazioni, chiedo venia se, nella parte iniziale di queste note, gli capiterà d’imbattersi in elementi o dettagli già snocciolati, e quindi riscontrati, in precedenza. E, però, in questo caso, la reiterazione concorre a incorniciare gli appunti nel miglior modo possibile.

Dopo aver, per lunghi evi, raggruppato anche la località/comunità di Castro, a un certo punto divenuta invece autonoma sotto l’aspetto amministrativo, il Comune di Diso, dal 1975, comprende l’omonima frazione capoluogo (1097 residenti) e una seconda frazione, Marittima, ossia a dire il mio paese natio (1854 residenti).

Fra gli abitanti di Marittima, sono quattro i cognomi con maggiore diffusione: in ordine decrescente, Nuzzo, Minonne, Boccadamo e Arseni.

Si tratta, chiaramente, di una piccola realtà territoriale, con popolazione risicata e confini angusti, e, tuttavia, ugualmente recante traccia, ancora oggi, sebbene in termini vie più ridotti, di una tradizione consolidatasi nell’arco di millenni a livello universale, sin dai tempi degli antichi Egizi e Greci.

Mi riferisco alla consuetudine, in certo qual modo, rigorosa se non ferrea, di conferire al proprio figlio il nome di battesimo del proprio genitore. Ciò, non solo con finalità meramente dinastiche o successorie in senso materiale, ma con l’intento ideale di creare, mediante il collegamento onomastico fra nonno e nipote, una specie di continuità fra generazioni, ben oltre il tempo.

Ciò raccontato a stregua d’introduzione, passo a spostarmi e a concentrarmi su una delle A.A.A. del titolo: A. come nome di famiglia Arseni (per puro caso, corrispondente a quello portato da mia moglie); dopodiché, a zumare sullo specifico nucleo domestico impiantato, agli albori dello scorso secolo, da Alessandro (in gergo dialettale, Lesandru) Arseni e dalla sua sposa Vincenza (detta ‘mmare, per comare, Vicenza).

Sette figli, Gervasio, Vitale, Costanza, Lucente, Valeria, Michele e Peppino, di cui l’ultimo mancato da poco,

Un focolare, verosimilmente, animato e riscaldato, in pari misura, dai ciocchi, ricavati in campagna dalla potatura degli alberi e posti ad ardere nel camino e da intensi aliti di semplice religiosità e profonda devozione ai culti locali, come comprovato dalla circostanza che, fra gli appellativi della prole, compaiono quelli della famiglia del Santo Patrono del paese, Vitale con la moglie Valeria e uno dei loro figli, Gervasio, tutti martirizzati  per non aver inteso rinnegare la fede cristiana, durante l’impero di Nerone.

E, insieme, sia direttamente fra le pareti domestiche di Lesandru e ‘mmare Vicenza, sia in seno alle famiglie create man mano dai loro discendenti, affiorano sentimenti di rispetto, riguardo e omaggio verso le figure genitoriali, cosicché, a tempo debito, i sette fratelli e sorelle sopra menzionati, a eccezione di Valeria, rimasta senza prole, si determinano indistintamente e immancabilmente a dare al loro primo figlio il nome del padre, precisamente Alessandro.

Mi piace rievocare la figura, prima accennata, di Valeria, maestra in una delle manifatture di tabacco del paese e abilissima maestra, anzi vera e propria artista, di telaio per la produzione di tessuti, la quale abitava, col marito Angelo, nel mio stesso rione dell’Ariacorte.

Come pure, mi viene alla mente la casa di Costanza, allietata da sei figli tutti maschi. Fra loro, Alessandro, primogenito, che faceva il contadino e, nelle ore libere, anche il barbiere, con una bottega dove, la sera, si radunavano stuoli di giovani amici per musiche con l’armonica a bocca e canti vari; quindi, Angelo e Damiano, avviatisi, da ragazzi, alla vita monastica, attualmente ancora presenti e attivi presso un’istituzione religiosa di Lecce.

E poi, e di più, vengo a far cenno alla famiglia di Gervasio, andato a nozze con Concettina, nucleo arricchito, anch’esso, da sei figli maschi: il primo, Alessandro, non c’è più, al pari del secondo e del terzo, Antonio e Vitale, mentre Vittorio, mio coetaneo e compagno di classe alle Elementari, Pippi e Mario sono tuttora in mezzo a noi.

A differenza del marito, grande lavoratore, autorevole capo famiglia ma persona discreta, Concettina era una donna estroversa, di grande cordialità, per questo amica benvoluta da tutte le compaesane, nondimeno anche lei impegnata nella cura e crescita dei figli, nella gestione della casa e nel supporto al coniuge per i lavori agricoli.

Aveva una bella voce intonata, Concettina, tanto che, agli inizi degli anni Sessanta del secolo passato, in occasione di un giro radiofonico per l’Italia, il noto presentatore Rai Silvio Gigli, portando una sua trasmissione nel Salento e sostando a Marittima, la chiamò, unitamente a un gruppo di compaesane contadine, e la fece esibire al microfono con due canti popolari dialettali, di cui ho presente il titolo: il primo, “Purciddruzzi e pittule”(specialità culinarie e/o dolciarie salentine), il secondo “Quannu lu ceddru pizzica la puma” (quando l’uccello dà un morso alla mela) che recita:

 

Quannu lu ceddru pizzica la puma

la ucca se la sente zzuccarata,

la ucca se la sente zzuccarata.

Cusì se sente na carusa zita

quannu se bacia cu lu fidanzatu.

Quannu lu ceddru vola su lu fiore

azzati beddra mia e facimu amore.

 

Versi tradotti in italiano:

 

Quando l’uccello da un morso alla mela

si sente la bocca zuccherata,

si sente la bocca zuccherata.

Così si sente una giovane fidanzata

quando si bacia con il fidanzato.

Quando l’uccello vola sopra il fiore

alzati mia bella e facciamo l’amore.

 

A quell’epoca, io avevo già preso a lavorare in banca, a Taranto, ma ebbi casualmente occasione di ascoltare la straordinaria esibizione della mamma del mio compagno Vittorio, attraverso l’apparecchio radiofonico della padrona di casa che mi ospitava da pensionante.

Una piccola chicca di ricordo, rimastami sempre impressa dentro.

Il primo nato di Gervasio e Concettina, Alessandro, intorno ai vent’anni, aveva concorso per l’arruolamento nel Corpo della Guardia di Finanza, ramo mare, partendosene così dal paese natio e, però, restandogli sempre legato, sino alla scomparsa.

Analogamente, aveva lasciato la famiglia d’origine il secondogenito Antonio, arruolandosi, da parte sua, nell’Esercito e compiendovi una lodevole carriera da Sottufficiale in una cittadina capoluogo nel Veneto, mai mancando, comunque, di tornare puntualmente, ogni estate, a Marittima. Anzi, sulla strada per l’Acquaviva, nei pressi della collinetta denominata Acquareddre, si è costruita una villetta di vacanza, adesso abitata, durante la stagione bella, dalla moglie, dai figli e dai nipotini, pure loro dimoranti, in via stabile, nel Veneto o in altre località lontane.

Termino, con un pensiero di vivida memoria all’indirizzo delle figure che non ci sono più: a cominciare da Gervasio e Concettina che, dalla dimora sopra le nuvole, continuano a guardare e a vigilare, credo soddisfatti, sulle generazioni succedutesi dopo di loro e, quindi, rivolgendomi ad Alessandro, Antonio e Vitale che li hanno raggiunti lassù.

Da ultimo, con un cordiale saluto al mio compagno di classe Vittorio, a Pippi e Mario e, pur non conoscendoli, ai tre figli maschi di Antonio, due dei quali, a quanto ho potuto apprendere, ispirandosi alla carriera militare del genitore, hanno scelto di calcarne le orme e sono arrivati a conseguire il grado di alti ufficiali dell’Esercito Italiano, mentre il terzo è un brillante avvocato. Da ragazzo di ieri, sospinto dalle comuni origini marittimesi, desidero esprimere ai suddetti ultimi giovani e affermati uomini d’oggi, sinceri complimenti e auguri. Ad maiora.

Le costruzioni a secco del Salento, patrimonio dell’umanità. Se ne discute il 13 a Nardò

Dopo il rinvio dello scorso 4 gennaio a causa delle avverse condizioni metereologiche viene rinnovato l’appuntamento voluto dalla Fondazione Terra d’Otranto, con il patrocinio della Città di Nardò, che avrà per tema “Le costruzioni a secco del Salento, testimoni del nostro sentire più intimo e del nostro passato, patrimonio dell’umanità”.

L’incontro – dibattito avrà inizio sempre alle 19.30, nella chiesa di Santa Teresa a Nardò, su Corso Garibaldi.

Confermate le presenze di Cristian Casili, agronomo e consigliere regionale, di Don Francesco Marulli, Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale sociale e il lavoro, di Mino Natalizio, assessore all’Ambiente del Comune di Nardò, di Fabrizio Suppressa, architetto, e di Pier Paolo Tarsi, docente nei Licei.

La novità, rispetto a quanto già pubblicizzato, è la partecipazione di Glauco Teofilato, che sarà portavoce per gli studi condotti da suo padre Cesare sulle Specchie salentine, testimonianze delle epoche primitive che corrono tra l’Età della pietra e quella dei metalli, che si trovano nell’archivio di materiale edito ed inedito che lo studioso ha ereditato. Modera Marcello Gaballo, presidente Fondazione Terra d’Otranto.

Nel corso della serata è prevista la proiezione di numerose slides, partendo dai monumenti megalitici particolari di Terra d’Otranto, sino alle costruzioni più moderne con le pietre informi che i nostri contadini aggregavano per liberare dai sassi l’area dei loro lavori agricoli.

Nasce Menabò, rivista internazionale di cultura poetica e letteraria edita da Terra d’ulivi edizioni

Dal prossimo mese di febbraio 2019 nascerà Menabò (in onore alla rivista storica fondata da Elio Vittorini e Italo Calvino), rivista quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria edita da Terra d’ulivi edizioni. Essa nasce con l’intento di unire un gruppo di scrittori che amano il confronto e il dialogo costruttivo.

Ad oggi può vantare una redazione in Italia e una in Polonia (Anna Szalska e Luca Palmarini in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Cracovia), tre corrispondenti dalla Romania (Eliza Macadan), da Londra (Abele Longo), e dagli Stati Uniti d’America (Michelangelo LaLuna).

Menabò si occuperà di critica letteraria, di traduzione di testi, saranno presentati autori di spessore poetico/letterario e si parlerà delle loro opere. La rivista, diretta dal giornalista Stefano Iori, annovera fra i capi redattori Pasquale Vitagliano e Cinzia Demi, il comitato di redazione è formato da Sergio Sichenze, Mariangela Ruggiu, Alessandra Cerminara, Fabio Izzo, François Nédel Atèrre, Francesco Palmieri, Cristiana Pagliarusco e il candidato al Premio Nobel per la letteratura Dante Maffia. Inoltre si avvarrà della collaborazione di Rosa Pierno, Carla Villagrossi e Deborah Mega. Il primo numero è impreziosito dalla collaborazione di Daniele Barbieri, Fabrizio Bregoli, Augusto Ficele, Lucia Papaleo, Emanuele Scarciglia, Ezio Settembri, Giancarlo Stoccoro.

Menabò accoglierà solo articoli inediti, presentando inoltre una serie di rubriche che tratteranno diverse tematiche attraverso interviste e approfondimenti. Tale rivista vuole essere “Una casa per la cultura” dove incontrarsi e forgiare delle idee.

Dal punto di vista grafico, come da consuetudine di Terra d’ulivi edizioni, la rivista sarà molto curata, ricca di immagini scelte di volta in volta e in grado di rappresentare l’arte visiva; si inizia con una carrellata di foto che ritraggono le opere di grandi maestri presenti nel Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Chi desidera sostenere la rivista tramite abbonamento può sottoscriverlo al costo di 33,00 euro annui. Per la sottoscrizione si prega di usare il seguente IBAN: IT49O0538516000000000002104 intestato a Emanuele Scarciglia con casuale “Abbonamento alla rivista quadrimestrale Menabò” facendo seguire l’indirizzo postale. L’abbonamento prevede anche un libro in omaggio pubblicato da Terra d’ulivi edizioni di Lecce.

Terra d’ulivi edizioni – Lecce

terraduliviedizioni@libero.it

Libri| Quannu te cunta ‘u core

Sabato 12 gennaio 2019, alle ore 18.00, a Lecce, presso la sede dell’associazione Cecyntè (Piazza Duca d’Atene, 6), si terrà la prima presentazione di “Quannu te cunta ‘u core”, la nuova raccolta poetica di Ada Garofalo, edita da Musicaos Editore.

Interverranno il dott. Ilio Torre, psicologo e esperto di Psicologia Quantistica e l’editore, Luciano Pagano, che dialogheranno con l’autrice. Un inedito connubio inedito di “dialetto e jazz”, nel quale i versi letti dall’autrice e da Franco Manni (attore, autore e regista), si uniranno alla musica del sassofono di Fulvio Palese.

L’evento inaugura gli incontri de “Il Salotto di Cecyntè” dove gli artisti, nello spirito proprio del luogo, avranno modo di incontrarsi, arricchirsi, scambiare e nutrire esperienze. La lingua dialettale è materna, identitaria, ricchezza di suoni che nascono dall’anima, con lo stesso spirito con cui nasce la musica jazz; da qui l’incontro, anzi, gli incontri con il sassofono di Fulvio Palese e con le letture di Franco Manni, scrittore e regista di opere in vernacolo, attore e collaboratore storico di Ada Garofalo, sul palcoscenico. Parte del ricavato sarà destinata al Progetto Shala-tribalosophy in Kenya.

La poesia di Ada Garofalo dipinge con il dialetto salentino ciò che accade nel mondo, in una trasposizione fedele dei paesaggi e dei luoghi del ricordo. La realtà che l’autrice racconta è tangibile, e racchiude un invito a riconoscersi per fare ritorno a sé. Il dettato del cuore, che erompe senza avviso, non può esprimersi senza che prima non si sia creato, in noi, il silenzio. È il silenzio di una notte scura, rischiarato dalla luce della luna, capace di descrivere il momento in cui le forze sembrano mancare, svanito il desiderio stesso di raccontare; un viaggio, quello del lettore, che al suo terrmine lo ritroverà mutato, faccia a faccia con la propria anima, “cu’ l’anima/ ca chiama,/ ca sta tantu vicina/ … e me parìa luntana” (E me parìa luntana). Il punto di partenza e quello di arrivo coincidono, per chi avrà la consapevolezza che tutto è vita, il principio e la fine, lo spazio e il tempo, i ricordi, la tenebra del buio e la luce fioca, gli affetti più cari e i legami che si frantumano. L’autrice ci avrà dimostrato che il silenzio, anche quello più sottile e prezioso, non merita di essere scalfito, a meno che le parole non provengano dall’intimità del proprio cuore.

Cecyntè” è una Dimensione fatta di accudimento, gentilezza, inclusione, assenza di giudizio, espansione, amore nelle piccole cose (prima che nelle grandi) e che pertanto potrebbe avere sede ‘reale’ nello Spazio del Cuore. “Cecyntè”, attraverso le sue attività, vuole semplicemente diffondere un messaggio ai suoi compagni di viaggio: l’augurio che ognuno di noi possa riscoprire dentro di sé, per poi condividerla con il resto dei mondi, questa Dimensione (Ceci-in-te).

Fulvio Palese è saxofonista, compositore, arrangiatore. Musicista poliedrico, ha studiato saxofono presso il Conservatorio di Lecce ed è dottore di ricerca in filosofia presso l’Università del Salento. Suona indifferentemente tutti i saxofoni dal sopranino al basso ed il clarinetto basso.

Ha approfondito lo studio del jazz fra gli altri con Roberto Ottaviano, Jimmy Owens, George Cables, Cameron Brown, Javier Girotto ed ha seguito masterclass di saxofono classico con Federico Mondelci, Antonio Jimenez Alba, Maurice Moretti, Mario Marzi.

Organizzatore e direttore artistico del festival “Il Jazz Sale” (Torre Suda – LE). Direttore artistico per la parte musicale del Mercatino del Gusto dal 2002 al 2007. Attualmente è ideatore e direttore artistico dell’Hypogeum Jazz Festival. Ha svolto e svolge un’intensa attività orchestrale in veste di sax solista con l’Orchestra Sinfonica di Lecce, l’Orchestra di Terra d’Otranto, l’Orchestra della Magna Grecia (Taranto), l’Orchestra Nazionale dei Conservatori, l’Orchestra Filarmonica “Nino Rota”, l’Orchestra fiati del Conservatorio di Lecce, la Swing Orchestra del Conservatorio di Lecce, la Small Jazz Orchestra del Conservatorio di Lecce. Molte le collaborazioni cinematografiche e teatrali in veste di compositore ed esecutore, fra cui: Cristina Comencini “Liberate i pesci”, Giovanni Veronesi “Manuale d’amore 2”, Andrea Coppola “2×2”, Michele Placido “Salento viaggio di poesia”, Vincenzo Bocciarelli “Mozart cocholate” e “Volo fra musica e parole”, Astragali Teatro, “Le vie dei canti”, Nanni Moretti,”Concerto Moretti”.

Attualmente è docente di saxofono jazz presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce, docente di saxofono presso il Liceo Musicale “G. Palmieri” di Lecce, docente di saxofono presso l’Accademia DAMUS di Lecce e l’Istituto comprensivo “I. Calvino” di Alliste e docente di Improvvisazione e musica d’insieme jazz presso l’Associazione “Amici della musica” di Presicce. Tiene regolarmente seminari e masterclass di armonia e improvvisazione jazz.

L’autrice.

Ada Garofalo nasce il 18 maggio 1955 a Racale, in provincia di Lecce, dove attualmente vive. Dopo gli studi classici frequenta la Facoltà di Farmacia a Napoli, percorso che nel ’78 interrompe, sposandosi e trasferendosi a Milano, e laureandosi poi in Servizio Sociale presso l’Università degli Studi di Trieste. È madre di tre figli. Dipendente dell’Azienda Sanitaria Locale di Lecce, lavora da sempre nel campo della neuropsichiatria infantile.

Nel privato, fin dai primi anni novanta, si occupa di teatro e si appassiona alla lingua salentina, ricoprendo attualmente, e ormai da tempo, il ruolo di Presidente dell’Associazione Teatrale “Sinonimi e Contrarie” (ex Teatr’Insieme di Racale). È interprete e coautrice, insieme ai suoi storici compagni di viaggio (Maristella Gaetani, Gerardo De Marco, Franco Manni e, fino al 1996, Francesco Causo e Giampaolo Viva) di eccellenti lavori teatrali in vernacolo (a volte inediti, a volte liberissimi riadattamenti di opere già note), lavori rappresentati, con grande successo di pubblico e di critica, nei migliori teatri salentini: ‘A lingua t’‘a gente (1993); A ci tantu… a ci nenzi (1995); Gelosia … cci malatia (1996); Cchiù niuru te cusì… nu’ putia vanire (1998); T’aggiu spusata, sì… ma sapia ca eri murire (2000); Pelo e contropelo… e permanente per signora (2003); Quannu ‘u tiaulu ‘mpizza ‘a cuta (2004); Salvatore e i suoi fratelli. Lecce, Charleroi, Parigi, Toronto e ritorno (2010).

L’Associazione “Teatr’Insieme”, poi “Sinonimi e… contrarie”, dal 1996 fa parte e partecipa alle iniziative organizzate dal “Centro Studi R. Protopapa per la difesa e la promozione del Teatro e della Cultura popolare Salentina”.

Nel 2004, come componente del Centro Studi, Ada Garofalo partecipa insieme a Maristella Gaetani, ai lavori teatrali allestiti e rappresentati dai detenuti nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce (“Pe’ nu piezzu te pane” e “Il figlio dell’Altissimo” di Giacomo Profilo); successivamente è tra gli interpreti, con alcuni detenuti, del lavoro “Secondo Qoèlet, dialogo tra gli uomini e Dio”, di Luciano Violante, per la regia di Giacomo Profilo, rappresentato nel Comune di Campi Salentino e al Teatro Politeama Greco di Lecce.

Nel 2005 partecipa al lavoro teatrale “Quannu foi ca muriu lu Pietru Lau”, liberamente tratto dai “Canti te l’autra vita” di G. De Dominicis, rappresentato al Teatro Politeama Greco di Lecce.

Nel 2014 pubblica, per i tipi di Grauseditore, “Gallinelle e nodi. Sabbia e poesia”, una raccolta di testi in versi e prosa, definita come “un viaggio che si snoda tra le pagine per esplorare la vita” (Valeria Naviglio), o come “un volo pindarico… un viaggio tra i pensieri… particolarmente intenso e profondo… uno stile letterario raro e prezioso” (Paola Bisconti), o ancora “La rivoluzione della semplicità… una raccolta di liriche che trasudano vita… anche quando dall’italiano si passa a quel sanguigno pugliese, ritmato al punto da ricordare i grandi maestri greci” (Sabatino Di Maio), o infine “Una preghiera laica, insonne, sommessa, moderna, di una donna del XXI secolo… un libro che si regge sulla parola… delicato, intimista… intrigante” (Francesco Greco).

Informazioni:
Cecyntè, 3381218128
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Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (II parte)

di Giovani Greco

 

3 . L’esiguità delle fonti archivistiche non consente, fin qui, una completa ricostruzione biografica di frà Angelo. Tuttavia, in questa sede, si è in grado di fornire alcune inedite notizie che potranno costituire una significativo punto di partenza per un’analisi filologica delle sue opere. Il 4 marzo 1609, in Copertino, in un’abitazione nelle adiacenze della cappella intitolata a San Pietro Caposotto[1],Lucia Turi, moglie di Bartolomeo Tumolo, dette alla luce Giacomo Maria. Il giorno successivo l’infante fu condotto nella parrocchiale e l’arciprete, don Giovanni Maria Caputo, alla presenza dei padrini, i magnifici G. Francesco e Giacomo Racanata, gli somministrò il sacramento del battesimo[2].

Il documento che ci consente di risalire all’atto di battesimo è una Donatio fatta per frà Angelo da Cupertino del notaio leccese Giuseppe Garrapa del 7 febbraio 1632[3]; a questa data, nel convento dei cappuccini di Rugge in Lecce, alla presenza del notaio e degli opportuni testimoni “frate Angelo de Cupertino, al presente novizio dell’ordine dè Frati Minori di S. Francesco d’Assisi Capucinorum, al secolo Jacoby Maria filius legittimo di Bartolo Tumulo de Cupertino spontaneamente asserì come l’anni passati (quattro anni prima) si deliberò abbandonare il mondo e servire tutto il tempo di sua vita il Signore Dio per acquistare tesori celesti, et acciò più commodamente patire e seguire si claustrò dentro detta Religione di San Francesco e pigliò l’habito di Cappuccino dove al presente si ritrova, et persistendo à detta sua bona e santa voluntà intende à detta Religione professare et morire e dovendo de prossimo fare detta professione et avanti di quella fare la Renunzia e rifiuta dè suoi beni ha supplicato l’Ill.mo di questa Città si concedi la licenza di poter fare detta rinuncia di detti suoi beni servata la forma dell’ordine S.T.C. (Sacro Tridentino Concilio).

Il 1628, all’età di 19 anni, Giacomo Maria Tumolo abbandonò gli abiti secolari per quelli francescani abbracciando la rigida regola cappuccina nell’antico convento di Rugge, unica sede del noviziato.

Frà Angelo da Copertino, chiesa matrice di Copertino (ph Stefano Tanisi)
  1. Da questo momento di frà Angelo si perde ogni traccia. A differenza della vocazione religiosa di cui ora siamo in grado di saperne di più, l’assenza di documenti non ci consente di stabilire come, dove e quando rivelò quella per l’arte. Possiamo solo immaginare che appena adolescente sia rimasto affascinato dalle opere del suo concittadino, Gianserio Strafella, e si sia applicato con ogni mezzo a perfezionare il disegno e ad affinare il linguaggio delle luci, delle ombre e dei colori.

Ma usciamo dalla sfera delle ipotesi e cerchiamo di percorrere, per quanto è possibile, le sue vicende artistiche che potremmo dividere sin d’ora in due periodi: il pre e il post romano.

Di sicuro siamo in grado di stabilire che a 27 anni era già in grado di esprimere una certa conoscenza cromatica, stilistica ed iconografica che lo poneva fra le emergenze artistiche più interessanti di Terra d’Otranto. E mi riferisco all’opera di Ruffano raffigurante L’apparizione del Bambino a Sant’Antonio di Padova nella quale è emersa recentemente la seguente iscrizione: “FRAT[ER] ANG [E]LUS A CUPA[RTI]NO / PINGEBAT 1636”. Quasi certamente il dipinto fu chiesto dai cappuccini di Ruffano ad un altro monastero in seguito al mutamento del Santo protettore del paese da S. Francesco d’Assisi a Sant’Antonio di Padova, avvenuto nel 1683 sotto Ferrante II Brancaccio, principe di Ruffano[4].

 

Note

[1] Sarà utile ricordare che la chiesa intitolata a San Pietro Caposotto sorse nel XVI secolo e dal 1707 mutò il nome in Madonna delle Grazie.

[2] Archivio della Chiesa Collegiata di Copertino, (ACCC), Liber Baptizatorum, 3, c. 216r.

[3] A S L, atti di notar Giuseppe Garrapa, 46/23, a. 1632, cc. 17r-18r.

[4] Cfr A. de Bernart, ‘Il convento dei Cappuccini di Ruffano’, in Nuovi Orientamenti, XIII, 75, (Gallipoli 1982). Id. Culto e iconografia di S. Antonio da Padova in Ruffano, (Galatina 1987. AA.VV. Pittura in Terra d’Otranto, tav. 314. A. de Bernart – M. Cazzato, Ruffano una chiesa un centro storico, (Galatina 1997), 50-51 e passim.

 

Pubblicato su “Studi Salentini”, a. 44, vol. LXXVI (1999), pp. 143-158

Per la prima parte:

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (I parte)

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (I parte)

Seicento pittorico sconosciuto

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) 

di Giovani Greco

Battesimo di Gesù, di frà Angelo da Copertino. Museo Diocesano di Nardò

 

E’ noto che frà Angelo da Copertino, come pittore dell’ordine dei minori cappuccini di Terra d’Otranto attivo nel XVII secolo, emerse dall’oscurità nel corso dell’Ottocento, quando l’interesse per la storia locale ebbe un eccezionale incremento quantitativo attraverso gli scritti dell’Arditi[1] e del De Giorgi[2]. Ma quelle segnalazioni furono ben poca cosa a fronte del prestigio che il frate ebbe in vita. Infatti nel 1710 il vescovo di Nardò, Antonio Sanfelice, in occasione della visita pastorale a Copertino, affermò per la prima volta che nel decennio compreso tra il 1658 e il 1668, essendo pontefice Alessandro VII, il nostro fu addirittura nominato “conservatore” delle pitture vaticane[3]. Carica eccezionale, questa, che per gli storici salentini dell’Otto-Novecento costituì l’unico dato biografico dell’artista. Invano si attesero gli sviluppi della critica più qualificata[4] la quale, in alcuni interventi ricognitivi sulla pittura del Seicento in Terra d’Otranto, concentro le sue attenzioni su figure come quelle del Catalano, del Coppola, del Finoglio, dei Fracanzano: presenze artistiche decisamente emergenti ma non tali da oscurare l’opera di frate Angelo.

Una recente nota d’archivio segnalata da Mario Cazzato – al quale esprimo in questa sede particolare gratitudine – mi ha convinto ad intraprendere un’indagine su frà Angelo nel tentativo di restituire all’attenzione degli studiosi la sua attività permeata di quegli interessanti fermenti manieristici introdotti da Gianserio Strafella e diffusi secondo i canoni controriformistici[5], da Donato Antonio d’Orlando[6]. Frà Angelo infatti seppe sintonizzarsi con l’atmosfera del secolo, il Seicento, ricco di implicazioni devozionali, adottando un modo di dipingere che, come ha osservato il Marturano[7], per i suoi effetti chiaroscurali per quella predilezione per le sue tinte scure e per una sottile vena di sensualità che percorre soprattutto certe immagini femminili, si potrebbe agevolmente collegare al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca.

 

  1. Come è stato appena accennato, i primi indizi su frà Angelo risalgono al 1710 grazie ad Antonio Sanfelice il quale, tra l’altro, negli atti delle sue Sante Visite annota che nel 1668 il suo predecessore Girolamo de Coris, per l’altare di S. Girolamo nella cattedrale di Nardò, aveva fatto eseguire da frà Angelo la pala raffigurante il santo omonimo che riceve l’Eucarestia[8].

Nel 1885 si registra l’intervento di Giacomo Arditi che, citando i copertinesi che si distinsero in ogni ramo di virtù e di sapere, include frà Angelo tra i pittori, definendolo autore di pregevoli dipinti[9].

 

San Girolamo, di frà Angelo da Copertino, cattedrale di Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

Cosimo De Giorgi, nei suoi “Bozzetti di viaggio” del 1888, non può fare a meno di citare frà Angelo[10] confermando quanto aveva sostenuto l’Arditi.

Più ricca appare la coeva nota riportata nel “Dizionario bio-bibliografico degli uomini chiari di Terra d’Otranto”; l’anonimo estensore cita cinque dipinti eseguiti dal nostro, tra cui una non meglio definita tela conservata nella chiesa di San Giuseppe da Copertino, sostenendo che “molte e molte altre [opere] si son perdute tra cui, credo, quella della Vergine col Bambino con frate orante ai piedi, forse il suo ritratto, collocato nella chiesa dei Cappuccini di S. Maria dell’Alto in Lecce ed oggi nella cappella privata del signor Vito Prete di Copertino, alla cui base, vi si legge il nome dell’autore e quanto resta del millesimo 16…”[11]

Agli inizi di questo secolo, Pietro Marti, ne redigere un elenco a stampa di pittori, architetti e scultori salentini include frà Angelo e lo definisce pittore di qualche merito[12].

Nel 1930 Amilcare Foscarini tenta di smontare la notizia del soggiorno romano di frà Angelo, sostenendo che “il frate non era un pittore di tanta importanza da essere Conservatore delle pitture degli illustri artisti che ornavano il Vaticano” in quanto, nel decennio in questione, frà Angelo era “già abbastanza vecchio”[13]. Se il Foscarini si fosse documentato presso l’archivio neritino, avrebbe ricavato che Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per sdebitarsi verso la diocesi di Nardò – della quale fu eletto vescovo il 1 giugno 1635 – quando fu elevato alla somma dignità della chiesa (7 aprile 1655), non dimenticò la “sua “ diocesi per la quale manifestò in più occasioni particolare predilezione[14]. Sicché, informato dal vicario apostolico, Giovanni Granafei, dei raggiunti traguardi artistici di frà Angelo (basti pensare che proprio nell’ottobre di quell’anno aveva termina la Regina Martirum per l’altare di S. Sebastiano nella collegiata di Copertino), Alessandro VII decise di chiamarlo a sé per offrirgli il prestigioso incarico di “conservatore” delle pitture vaticane.

Nel “Dizionario Biografico degli Italiani”, troviamo una nota su frà Angelo a firma di M. Pepe la quale suggestionata probabilmente dal Foscarini, respinge la tesi secondo la quale il nostro non poté svolgere l’incarico affidatogli da Alessandro VII in quanto la morte lo colse intorno al 1650[15]. A parte una serie di inesattezze contenute nella nota, alla biografa sarebbe bastato verificare il millesimo riportato sulla tela della Regina Martirum (1655) per ricredersi sull’anno della scomparsa del pittore.

 

Pubblicato su “Studi Salentini”, a. 44, vol. LXXVI (1999), pp. 143-158

Sull’argomento vedi anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/12/26/lattivita-pittorica-fra-angelo-copertino-sec-xvii-terra-dotranto/

http://www.treccani.it/enciclopedia/angelo-da-copertino_(Dizionario-Biografico)/

 

Note

[1] G. Arditi, La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto (Lecce 1885), 146-154.

[2] C. De Giorgi, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio (Lecce 1888), II, 329-423.

[3] Cfr. Archivio della Curia Vescovile di Nardò (ACVN), A/11, Visite pastorali di mons. A. Sanfelice, (1710-1718), 1, c. 5r. “Visitavit successive in eodem latere versus boream altare sub titulo S. Sebastiani protectoris huius terrae com icone eiusdem sancti nec non sanctorum S. Francisci Assisij ed Animarum Purgatorij depicta a celebre pictore Angelo de Cupertino ordinis capucinorum qui ab anno 1658 usque ad annum 1668 sub pontificatu sanctae memoriae Alexandri VII conservator fuit pictutarum Vaticani”.

[4] Si veda L. Galante, “Sintonia e varianti della pittura salentina nell’incontro con la pittura metropolitana”, AA. VV. Barocco leccese. Arte e ambiente del Salento da Lepanto a Masaniello (Milano 1979), 247-97. L. Mortari, “Appunti sulla pittura dei Sei-Settecento in Puglia”, AA:VV: Ricerche sul Sei-Settecento in Puglia (Fasano 1980), 5-61. AA.VV. Pittura in Terra d’Otranto secc. XVI-XIX, a cura di L. Galante (Galatina 1993).

[5] Cfr. E. Male, L’art reliogeux apres le Concile de Trento (Parigi 1932), Cfr. anche L. Galante ‘Aspetti dell’iconografia sacra dopo il Concilio di Trento nell’area pugliese’, AA.VV. Ordini religiosi e società nel Mezzogiorno moderno a cura di B. Pellegrino e F. Gaudioso (Galatina 1987), II, 515-34.

[6] La figura del d’Orlando è stata definita sul piano della identità storico-artistica da M. Cazzato “Sulla via delle capitali del Barocco. Antonio Donato D’Orlando (XVI-XVII sec.) (Aradeo 1986). Giova aggiungere qui L. Manni “L’Annunziata di Corigliano: un dipinto (1588) scomparso di Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò, Il Bardo, VII, 2, (Copertino 1997), 9.

[7] Crf. N. Marturano, ‘Tradizioni pittoriche e plastiche a Martina dal XV al XIX secolo’, Guida di Martina Franca (Alberobello 1983), 80.

[8] E. Mazzarella La sede vescovile di Nardò, (Galatina 1972, 197.

[9] Arditi, La Corografia,cit.

[10] De Giorgi, La Provincia di Lecce cit. 329-423.

[11] Archivio di Stato di Lecce (ASL), Dizionario biografico degli uomini chiari di Terra d’Otranto, ‘Angelo da Copertino’.

[12] P. Marti, La Provincia di Lecce nella storia dell’Arte, (Manduria 1922), 113

[13] A. Foscarini, Artisti salentini, ms. 329 BPL, 5-6

[14] Fabio Chigi accolse con cordialità o due canonici inviati dal capitolo e dal clero per congratularsi della sue alezione a Pontefice, offrendo loro diversi doni per ornamento della cattedrale. Beneficò non pochi cittadini della diocesi di Nardò tra cui Giovanni Francesco Cristaldi, Francesco Antonio Coriolano, padre Giovanni Lorenzo Cristiano dell’ordine carmelitano. Cfr. Mazzarella, 175-191.

[15] M. Pepe, ‘Angelo da Copertino’ Dizionario Biografico degli Italiani, 3, 226-27.

Taranto, piazza Ebalia: le origini di un toponimo

di Atmando Polito

La frenesia della vita moderna e la curiosità riservata ad interessi certamente più frivoli consentono quotidianamente solo di fagocitare senza nemmeno un accenno di gusto e tantomeno di digestione una caterva di dati, tra i quali spiccano i nomi delle vie e delle piazze, imprescindibili per giungere a destinazione utilizzando i moderni navigatori installati sulla nostra auto. Pure il pedone, però, sia pur nel corso di una tranquilla passeggiata, difficilmente riserverà più di un fugace sguardo al nome impresso su una tabella viaria in una forma grafica, pergiunta, talora discutibile, come ho già ho avuto modo di dire per Taranto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/06/archita-da-taranto/.

A proposito del toponimo di oggi premetto di ignorare la data in cui tale denominazione fu data alla piazza, ma confido nell’aiuto di qualche studioso di storia locale per la doverosa integrazione, anche se può sembrare paradossale che l’individuazione di quest’ultimo dettaglio sia rimasta disattesa, mentre estremamente chiaro è, come vedremo, il percorso che a suo tempo sottese tale designazione.

Di seguito riporto, senza tergiversare, in ordine cronologico, tutte le fonti a disposizione  (testo originale e, di mio, traduzione ed eventuali note) prima di operare tra loro la scrematura fino ad individuare quella che più attendibilmente ispirò il nostro toponimo.

1 LICOFRONE (III secolo a. C.), Alessandra, 1123-1125:  Ἐμὸς δ´ ἀκοίτης, δμωίδος νύμφης ἄναξ,/ Ζεὺς Σπαρτιάταις αἱμύλοις κληθήσεται,/τιμὰς μεγίστας Οἰβάλου τέκνοις λαχών (Il mio sposo, padrone di servile ninfa, sarà chiamato Zeus dagli accorti Spartani ricevendo grandissimi onori dai figli di Ebalo).

2) VIRGILIO (I secolo a. C.)

a) Georgiche, IV, 125-128: Namque sub Oebaliae memini me turribus arcis,/qua niger umectat flaventia culta Galaesus,/Corycium vidisse senem, cui pauca relicti/iugera ruris erant, nec fertilis illa iuvencis/nec pecori opportuna seges nec commoda Baccho (E infatti ricordo di aver visto sotto le torri della rocca ebalia, dove il tenebroso Galeso bagna bionde coltivazioni, un vecchio di Corico che possedeva pochi iugeri di terreno abbandonato e quel suolo non era fertile per i giovenchi né adatto al gregge né favorevole a Bacco).

b) Eneide, VII, 733-741: Nec tu carminibus nostris indictus abibis,/Oebale, quem generasse Telon Sebetide Nympha,/fertur, Teleboum Capras cum regno teneret/iam senior; patriis sed non et filius arvis/contentus late iam tum ditione tenebat/Serrastes populos, et quae rigat aequora Sarnus,/quique Rufras Batulumque tenent atque arva Celemnae/et quos maliferae despectant moeniae Abellae (Né tu, Ebalo, passerai non ricordato dal mio canto, tu che si dice abbia generato Telone dalla ninfa Sebetide mentre reggeva già vecchio Capri con il regno dei Teleboi, ma pure il figlio non contento dei campi paterni già allora teneva sotto il suo potere i popoli serrasti e i campi di Celenna e le genti che sono di fronte alle mura di Avella produttrice di mele

3) OVIDIO (I secolo a. C.)

a) Remedium amoris, 458-459 : Et Parin Oenone summo tenuise ad annos/si non Oebalia pellice laesa foret (Ed Enone avrebbe tenuto per sé Paride fino agli ultimi anni, se non fosse stata offesa dall’adultera ebalia)

b) Fasti, I, 260: Protinus Oebalii rettulit arma Titi (Subito riferì della guerra dell’ebalio Tito)  

4) VALERIO FLACCO (I secolo), Argonautiche, I, 422-123:  … et Oebalium Pagaseia puppis alumnum/spectet … ( … e la poppa di Pagaso1 osservi il discendente di Ebalo2…).    

5) PUBLIO PAPINIO STAZIO (I secolo), Achilleide I, 20: Solverat Oebalio classem de littore pastor (il pastore aveva fatto salpare la flotta dalla costa ebalia). 

6) PAUSANIA (II secolo)

Periegesi della Grecia

a) 3, 1, 3: Ἀποθανόντος δὲ Ἀμύκλα ἐς Ἄργαλον τὸν πρεσβύτατον τῶν Ἀμύκλα παίδων καὶ ὕστερον ἐς Κυνόρταν Ἀργάλου τελευτήσαντος ἀφίκετο ἡ ἀρχή. Κυνόρτα δὲ ἐγένετο Οἴβαλος. οὗτος Γοργοφόνην τε τὴν Περσέως γυναῖκα ἔσχεν ἐξ Ἄργους καὶ παῖδα ἔσχε Τυνδάρεων, ᾧ περὶ τῆς βασιλείας Ἱπποκόων ἠμφισβήτει καὶ κατὰ πρεσβείαν ἔχειν ἠξίου τὴν ἀρχήν (Morto Amicle il regno passò ad Argalo il più vecchio dei suoi figli e poi, morto Argalo, a Cinorta. Da Cinorta fu generato Ebalo; questi ebbe come moglie Gorgofone figlia di Perseo nativa di Argo e come figlio Tindareo, con il quale Ippocoonteentrò in contrasto e riteneva di diritto sal potere per anzianità).

b) 4, 14, 6: Πυθομένοις δὲ ἐν κοινῷ μὲν οὐδέν σφισιν ἐξεγένετο ἀνευρεῖν σοφόν, Οἴβαλος δὲ τὰ μὲν ἄλλα οὐ τῶν ἐπιφανῶν, γνώμην δὲ ὡς ἐδήλωσεν ἀγαθός … (Per essi che avevano deliberato in comune non ci fu possibilità di trovare un espediente, ma Ebalo, tra l’altro uomo non tra i più noti, ma sagace, come mostrò …). 

7) CLAUDIANO (IV-V secolo), Panegorici. XVII, 158: Famosum Oebalii luxum pressere Tarenti: (Oppressero il famoso lusso dell’ebalia Taranto).

Le fonti appena riportate ci tramandano le seguenti forme:  

Οἰβάλου (1) genitivo di Οἴβαλος, nome proprio di persona,. la stessa di 6a.

Oebaliae (2a). teoricamente potrebbe essere genitivo di Oebalia, nome proprio senza altre attestazioni oppure sempre genitivo femminile singolare, ma dell’aggettivo Oebalius/a/um. Nel primo caso Virgilio ci farebbe intendere che nelle vicinanze di Taranto (inequivocabilmente ce lo indica il Galeso citato negli stessi versi) esisteva una città di nome Ebalia e, quindi, Oebaliae arcis andrebbe tradotto con della rocca di Ebalia; nel secondo, invece, con della rocca ebalia, cioè rocca di Ebalo, il mitico re citato da Pausania in 5a. Queso brano, come indicato, fa parte del terzo libro dedicato alla Laconia, la cui capitale, com’è noto, era Sparta. Rocca ebalia, perciò, mi pare possa essere interpretato come perifrasi per Taranto, che, com’è arcinoto, fu fondata da coloni provenienti da Sparta, per cui rocca ebalia vale non come città fondata da Ebalo ma da suoi discendenti, cioè, genericamente, città di fondazione spartana.     

Oebale (2b) vocativo di Oebalus, nome proprio maschile,  ma appare personaggio diverso dall’Ebalo che ho ricordato a proposito del brano precedente: anzitutto Virgilio lo colloca nell’elenco dei condottieri raccolti da Turno per combattere contro Enea e i Troiani nonostante il parere contrario del re Latino e in secindo luogo la sua sfera di influenza e di azione non esula fino a quel momento dall’ambito campano.

Oebalia (3a), ablativo femminile singolare di Oebalia. Qui (a differenza di 1a) può essere solo aggettivo. L’adultera Ebalia è Elena, per la quale Paride tradì la ninfa Enone. Qui, dunque, ebalia è sinonimo di spartana.  

Oebalii (3b e 7).genitivo maschile singolare dell’aggettivo Oebalius/a/um. Nel primo brano Tito Tazio, re dei Sabini, che fece guerra ai Romani dopo il famoso ratto, qui è chiamato ebalio, cioè spartano, per i legami che secondo  Dionigi di Alicarnasso3 (I secolo a. C.) e Plutarco4 (I secolo d. C.) univano Sabini e Spartani. Nel secondo brano Oebalii è attributo di Tarentum.

Oebalium (4) accusativo maschile singolare dell’aggettivo Oebalius/a/um.

Oebalia (5) ablativo femminile singolare dell’aggettivo Oebalis/a/um. Come in 2a è sinonimo di spartana, qui, però con riferimento geografico e non a persona.

Οἴβαλος (6a e 6b) nominativo singolare, nome proprio di persona. Non si tratta, tuttavia di un unico personaggio, essendo quello del primo brano (presente anche al genitivo Οἰβάλου in 1)  re di Sparta, quello del secondo uomo dichiaratamente poco in vista. E che si tratti di persone diverse è confermato dal fatto che uil primo è nominato nel terzo libro (che è dedicato alla Laconia), il seconso nel quarto (che è dedicato alla Messenia).

A conclusione di questa dettagliata disamina, per il nostro toponimo risultano illuminanti i casi in cui Ebalo è nome proprio ed ebalio/ebalia aggettivo, entrambi deputati all’evocazione di Sparta. Per completezza va detto che in epoca molto probabilmente anteriore alla nascita del toponimo (ne approfitto per ricordare agli amici tarantini la preghiera iniziale …) la stessa scelta venne adottata da un illustre figlio di Taranto, cioè Tommaso Niccolò d’Aquino5 (1665-1721). Fu socio dell’Arcadia6, la famosa accademia romana fondata nel 1690, i cui soci, com’è noto, si chiamavano pastori ed assumevano uno pseudonimo formato da due elementi evocanti il mito, il secondo per lo più con connotazione geografica. Così Tommaso assunse quello di  Ebalio Siruntino e, se per Ebalio non c’è neppure bisogno di far riferimento a quanto finora detto7, è Siruntino che mi pone un problema di non poco conto. Premetto che Il numero degli Arcadi col tempo aumentava e i nomi dei luoghi da scegliere o attribuire diventavano sempre meno; così il nostro Ebalio rimase senza campagna fino al 1711, quando Vincenzo Leonio da Spoleto (pseudonimo arcade Uranio Tegeo), incaricato di ridistribuire i nuovi “lotti” all’Arcadia, aggiornò il catalogo così scrivendo: Ebalio Siruntino, dalle campagne presso la terra di Sirunte in Acaia: d. Tommaso d’Aquino Tarentino. Fino ad ora non son riuscito a reperire in alcuna fonte antica il ricordo di questa fantomatica Sirunte, tanto meno in alcuno scritto posteriore al Leonio. So che la storia si fa con le fonti, ma anche, sia pure provvisoriamente, con le ipotesi di lavoro, che per definizione inizialmente potrebbero avere poca o nulla scientificità, proprio come quella che sto per formulare, non casualmente sotto forma di domanda: con la Sirunte d’Acaia del Leonio potrebbe avere qualcosa in comune la masseria Sirunte in località Battifarano, nel comune di Chiaromonte, in provincia di Potenza, in Basilicata?

 

Dopo aver gettato il sasso di quest’altro toponimo, nascondo definitivamente la mano facendo notare che a Tommaso8 Taranto ha dedicato una via e sarebbe interessante anche qui individuare la relativa data, anche perché la distanza da piazza Ebalia potrebbe far supporre che le due scelte furono indipendenti, e forse pure inconsapevolmente. Mi piace far notare, infine, che Tommaso, nella scelta di uno pseudonimo che evocasse l’origine spartana di Taranto, bruciò sul tempo gli altri arcadi tarantini, cioè Francesco Maria Dell’Antoglietta9 (1674-1718) e Giovan Battista Gagliardo10 (1758-1823), nonché i “provinciali” Gaetano Romano Maffei11 di Grottaglie (1697-1751) e Oronzio Arnò12 (XVII-XVIII secolo) e Tommaso Maria Ferrari13 (1647-1716) , entrambi di Manduria.

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1 Per metonimia è la nave Argo con la quale Giasone e gli Argonauti salparono dal porto di  Pagase per raggiungere la Colchide alla conquista del vello d’oro.

2 Perifrasi per indicare Polluce. Ebalo fu padre di Tindaro, a sua volta padre d Leda, che fu la madre dei gemelli  Castore e Polluce..

3 Antichità romane, II, 49, 1-5: Ζηνόδοτος δ᾽ὁ Τροιζήνιος συγγραφεὺς Ὀμβρικοὺς ἔθνος αὐθιγενὲς ἱστορεῖ τὸ μὲν πρῶτον οἰκῆσαι περὶ τὴν καλουμένην Ῥεατίνην: ἐκεῖθεν δὲ ὑπὸ Πελασγῶν ἐξελασθέντας εἰς ταύτην ἀφικέσθαι τὴν γῆν ἔνθα νῦν οἰκοῦσι καὶ μεταβαλόντας ἅμα τῷ τόπῳ τοὔνομα Σαβίνους ἐξ Ὀμβρικῶν προσαγορευθῆναι … Ἐκ δὲ τῆς Ῥεατίνης ἀποικίας ἀποστείλαντας ἄλλας τε πόλεις κτίσαι πολλάς, ἐν αἷς οἰκεῖν ἀτειχίστοις, καὶ δὴ καὶ τὰς προσαγορευομένας Κύρεις: χώραν δὲ κατασχεῖν τῆς μὲν Ἀδριανῆς θαλάττης ἀπέχουσαν ἀμφὶ τοὺς ὀγδοήκοντα καὶ διακοσίους σταδίους, τῆς δὲ Τυρρηνικῆς τετταράκοντα πρὸς διακοσίοις: μῆκος δὲ αὐτῆς εἶναί φησιν ὀλίγῳμεῖον σταδίων χιλίων. Ἒστι δέ τις καὶ ἄλλος ὑπὲρ τῶν Σαβίνων ἐν ἱστορίαις ἐπιχωρίοις λεγόμενος λόγος, ὡς Λακεδαιμονίων ἐποικησάντων αὐτοῖς καθ᾽ὃν χρόνον ἐπιτροπεύων Εὔνομον τὸν ἀδελφιδοῦν Λυκοῦργος ἔθετο τῇ Σπάρτῃ τοὺς νόμους. ἀχθομένους γάρ τινας τῇ σκληρότητι τῆς νομοθεσίας καὶ διαστάντας ἀπὸ τῶν ἑτέρων οἴχεσθαι τὸ παράπαν ἐκ τῆς πόλεως: ἔπειτα διὰ πελάγους πολλοῦ φερομένους εὔξασθαι τοῖς θεοῖς ῾πόθον γάρ τινα ὑπελθεῖν αὐτοὺς ὁποιασδήποτε γῆσ᾽ εἰς ἣν ἂν ἔλθωσι πρώτην, ἐν ταύτῃ κατοικήσειν (Lo storico Zenodoto di  Trezene racconta che gli Umbri, popolo indigeno, abitarono dapprima la terra chiamata reatina, poi, cacciati dai Pelasgi, si spostarono nella terra dove ora abitano e, dopo aver cambiato insieme con il luogo il nome, passarono a Sabini da Umbri … Dalla terra reatina fondarono molte altre città nelle quali prive di mura vivevano e anche quella chiamata Curi; pccuparono la regione che si trova a circa duecentoottanta stadi dal mare adriatico e duecentoquaranta dal tirreno. Dice che la loro lunghezza  era poco meno  di mille stadi. Intorno ai Sabini c’è anche un altro racconto nelle storie paesane, che abitavano con loro degli spartani dal tempo in cui Licurgo tutore di Enomo. suo nipote, dava a Sparta le leggi e alcuni spinti dalla durezza della legislazione e staccandosi dai compagni si allontanarono completamente dalla città, poi a lungo portatisi per mare chiesero agli dei di stabilirsi nella prima terra in cui fossero approdati).         

4 Vite parallele, vita di Romolo, 16: Oἱ δὲ Σαβῖνοι πολλοὶ μὲν ἦσαν καὶ πολεμικοί, κώμας δ᾽ ᾤκουν ἀτειχίστους, ὡς προσῆκον αὐτοῖς μέγα φρονεῖν καὶ μὴ φοβεῖσθαι, Λακεδαιμονίων ἀποίκοις οὖσιν (I Sbini erano parecchi e bellicosi, abitavano villaggi privi di mura, come conveniva ad essi, che erano coloni spartani,    essere molto coraggiosi e non aver paura).

5 Fu autore di Deliciae Tarentinae. L’autografo risulta disperso ma l’opera era stata pubblicata per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1771 da Cataldantonio Artenisio Carducci, che la corredò di traduzione e commento. Nel 1964 il tarantino Carlo D’Alessio rinveniva a Roma tra alcuni manoscritti arcadici Galesus piscaTor Benacus pastor, ecloga del D’Aquino che venne pubblicata a cura di Ettore Paratore per i tipi di Laicata a Manduria nel 1969.

6 Ma anche dell’Accademia dei Pigri di Bari e degli Spioni di Lecce. Da non confondere con il contemporaneo e quasi omonimo Tommaso D’Aquino di Napoli, principe di Feruleto, poi di Castiglione e grande di Spagna pure lui socio dell’Arcadia con lo pseudonimo di Melinto Leuttronio.

7 Non è casuale, a tal proposito, l’incipit delle Deliciae Tarentinae del nostro: Oebaliae canimus Sylvas, bimarisque Tarenti/ moenia … (Cantiamo le selve di Ebalia e le mura di Taranto dai due mari …) e conviene pure ricordare la ricorrenza del toponomo nell’ecloga  Galesus piscator Benacus pastor:  vv. 102-105:   Hunc veniens cernes canimus si Principe digna;/quin etiam Arcadiis tua nomina scribere fastis/curabo, Oebaliumque Galesum hic Arcades inter/ad numeros cecinisse Nemus, silvaeque sonabunt (Venendo qui vedrai se cantiamo cose degne di un principe; anzi curerò di scrivere il tuo nome nei fasti dell’Arcadia e l’ebalio Galeso e il bosco e le selve echeggerzanno che l’ebalio Galeso ha cantatato qui fra gli Arcadi); vv. 111-114: Iamque aetas properat, saxisque evellere ab imis/arbora conabor, sunt mollis vellera lanae,/sunt mihi margaritae teretes, tinctaeque veneno/murices Oebalii clamides, haec munera tandem/Arcades haec habeant … (Ormai il tempo incalza, tenterò di strappare altri coralli dalle profondd rocce, ho perle rotonde e mantelli tinti dal succo della conchiglia ebalia …). La prima ricorrenza (Oebaliae) è genitivo di Oebalia, nome proprio, per cui il d’Aquino sembra rifarsi al primo brano virgiliano (2a) e considerare l’Oebaliae lì presente come complemento di denominazione, quasi fosse esistita una città chiamata Ebalia. Nella seconda ricorrenza, invece, Oebalii è genitivo maschile singolare dell’aggettivo Oebalius/a/um.

8 Ma lo stesso è avvenuto per gli altri arcadi tarantini:

9 Pseudonimo arcade: Sorasto Trisio.

10 Pseudonimo arcade: Igraldo Catinese.

11 Pseudonimo arcade: Onesso Boloneio.

12 Pseudonimo arcade: Odelio Afrodiseo; compare tra i deputati dell’Accademia a decretare òa scelta del ritratto e dell’epigrafe per iil defunto Giovanni Maria Lancisi di Roma (pseudonimo arcade Ersilio Macariano) nell’adunanza del 1 luglio 1720 (Le vite degli Arcadi illustri, a cura di Giovanni Mario Crescimbeni, parte IV, Antonio De Roaai, Roma, 1727, p. 220.

13 Pseudonimo arcade: Filarete Nuntino.

La poesia popolare del Salento (parte III)

di Cristina Manzo

Uno dei canti più tipici del Salento è quello legato alla pizzica, conosciuto anche come il ballo dei tarantati. Secondo la leggenda la tarantola con il suo morso, o con la sua “pizzicata” provocherebbe nella donna, delle crisi isteriche che la indurrebbero all’esagitazione. Secondo la tradizione popolare, pare poi, che alcuni musicanti fossero in grado, con il solo suono di strumenti, in particolare di un tamburello, di placare lo stato d’animo della donna “pizzicata”.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

 

Questo, a volte, poteva durare anche per interi giorni, sino a che non si riusciva a trovare quella combinazione di vibrazioni musicali adatte per lo scopo, o addirittura a seconda della gravità della “tarantolata”. La parte corposa del canto poteva anche essere breve ma, avere un versetto assai significativo che ne diventava il ritornello, ripetuto, con enfasi sempre maggiore, infinite volte, come ad evidenziare il fulcro del tema, parafrasato.

Ma il genere di canti in cui più viva e chiara è la comunanza con la poesia greca e che si affonda nelle tradizioni più antiche della Grecia, è il genere dei canti funebri, dette “rèpute” in dialetto salentino, da “reputàre”, che significa piangere a lungo lamentosamente. Nelle nenie tornano i motivi greci della concezione della morte: il motivo di Caronte che è considerato come uno sdoppiamento di Tanatos con tutti gli attributi classici di Novalestro rapitore di vite umane, Dio della morte contro il quale gli uomini ingaggiano invano l’estrema lotta, sia pure per procrastinare di un poco il momento fatale. Il motivo dell’Ade come del luogo nel quale si continua la vita dei mortali:

Me manda dicendu fìjama I Cu ni mandu” na mutata, Ca quidda ci ni misera I L’ave strutta pe’ la strata. Me manda dicendu fìjarna Cu li mandu na camisa, I Ca quidda ci ni misera L’ha squajàta cornu ‘ na cira8. (Trad. nelle note).

Motivi tutti che ritroviamo nelle nenie funebri greche9. E accanto alla poesia c’è tutto un insieme di usi e di costumanze funebri che richiamano all’antica Grecia: lu “Cùnsulu”, banchetto funebre offerto da parenti ed amici alla famiglia dell’estinto, (la consolazione di abbondante cibo e bevande, per i parenti del defunto, anticamente si protraeva sino ad una settimana, questo per evitare di far cucinare la famiglia, che era troppo afflitta dal dolore), l’abbigliamento da lutto con cappe, e l’usanza per cui gli uomini, nel periodo del lutto, fanno crescere la barba, sono tutte costumanze radicatissime nel Salento e che non tendono a scomparire.

Tarantata a Lizzano (TA) durante il rito di guarigione dal tarantismo, presso la masseria San Vito. (Anni Cinquanta del ‘900 – autore del servizio fotografico fu Ciro de Vincentis di Grottaglie).

 

E poi, ancora, l’uso che persisteva presso le popolazioni salentine, abolito nell’anno 1620 da un decreto emanato nel Sinodo Ariano tenuto da Don Diego Lopez, arcivescovo di Otranto, di mettere una moneta in bocca ai morti, nolo da pagare a Caronte, e nelle mani del morto un frutto, generalmente una mela cotogna10.

E del pari antica e legata al mare l’usanza di cui ci dà notizia E. Vernole in “Il Castello di Gallipoli”11, per cui le zitelle convenivano su di uno scoglio detto “Sàbbata” , pare da “Sabbatàre”, cioè il convenire delle streghe, per partecipare ai riti occulti in seguito ai quali esse sarebbero state neutralizzate contro qualsiasi male. Il Vernole ha raccolto il canto scongiuro che le zitelle di Gallipoli recitano ancor oggi a San Giorgio per essere salvaguardate dalla mala gente, residuo dell’antica tradizione. Così per “La sposa rapita”, come per “Le due sorelle”, designata spesso col titolo “Sabella”, canti diffusissimi nel Salento e che si trovano in forma piuttosto compiuta e completa e per i quali, anche se non si può con sicurezza affermare che sono sorti nel Salento, pure si può pensare che abbiano trovato in questa regione l’ambiente favorevolissimo per diffondersi e continuarsi nella tradizione, poiché i lunghi contatti con i Babareschi rendevano attuali e vissute le vicende narrate dai canti.

La variante gallipolina di “Sabella” o “Le due sorelle”, ha abbondanti accenni al mare, termini marinari: Quandu stava alli mari brafùndi e poi E sai quantu nde rape sòruta? Quantu l’unda te lu mare, “Guarda, guarda su ddu scòju I A du mena l’onda e l’onda Guarda, guarda su ddu scòju I A du mena russu e jàncu (trad. nelle note) e, ancora, “Spiripìndulu, spiripìndulu” che, secondo il raccoglitore (E. Vernole), vuol significare un agile pesciolino.

Ricordiamo un canto d’amore in cui, di due belle sorelle, è detto: “Stanno come galere sopra il molo e fanno guerra con il Veneziano, in cui l’ accenno alle galere indica sicuramente che il cantore, abitante di luogo marino, ha potuto vedere le galere veneziane dondolarsi maestose sul molo e ricordarsi di esse nel paragone delle due belle fanciulle. Il mare dunque è protagonista importante nei canti popolari del Sa-lento come elemento di ispirazione, come patrimonio di esperienze cui attinge la fantasia popolare per esprimere i propri sentimenti. Ma anche, come abbiamo detto, elemento di coesione tra civiltà separate da esso, e non di divisione12.

L’acqua è un elemento con una grande capacità di assorbenza che è in grado di mantenere la “vibrazione”, come “informazione”, anche per un tempo molto lungo. Attraverso l’ascolto profondo del suono, il nostro corpo ha la facoltà di ri-intonarsi alla giusta frequenza della natura, la “Frequenza Armonica.” L’acqua e la musica sono molto simili, sono entrambe componenti creative del mondo che si fondono in un movimento unico, le onde sono sonore e sono la parte fluida della materia, simbolo e manifestazione del ciclico procedere del tempo.

Osserviamo l’incedere continuo di segni grafici che si trasformano in onde: la calma del respiro che è il respiro del mare, gli abbellimenti simili alla cresta spumosa dei torrenti, il rumore delle rapide in prossimità delle cascate, quello assordante del loro precipitare in basso, o della piena all’apertura di una diga, o il suono che si produce quando essa spinge le ruote di un mulino, il ticchettio prodotto dal cadere sistemico delle gocce di pioggia e infine il silenzioso scorrere dell’acqua nel letto di un fiume, essi sono note improvvisate di un concerto eseguito dalla natura, che non segue mai uno spartito; e sono, solo alcuni, dei segni della notazione che desumono il nome dall’acqua, si chiamano “liquescenze” e si eseguono proprio a ricordare la liquidità, l’impalpabilità della materia fluida.

La musica del rinascimento e del barocco è piena di rimandi onomatopeici al suono dell’acqua. La via dell’acqua attraversa tutti i successivi secoli, Vivaldi la incontra nelle “quattro stagioni” e la traduce mirabilmente con il secondo e terzo movimento dell’estate nel quale dopo la canicola imperversa una tempesta. I lampi, i tuoni sono evidenziati da figure ritmiche dell’orchestra con semicrome ribattute e serrate, il violino solista esegue volate virtuose e strappi d’arco ad evidenziare la forza della saetta e il turbinio dei venti. Il mare è fonte di suggestioni e nume ispiratore di una quantità di opere artistiche, siano esse pittoriche, poetiche, narrative o musicali13.

Nelle note di un componimento che un musicista fa di sé si nascondono alcune domande: perché e come è possibile una stesura musicologica della propria anima? Delle proprie emozioni, che si comunicano all’esterno da noi, senza dover usare parole o segni? Che cosa ci permette di procedere all’identificazione? Che senso e che legame ha la creazione artistica, nei confronti di quelle che la precedono (e la seguiranno?); attraverso la deviazione musicale, c’è la possibilità della riflessione del soggetto su di sé. La musica ha molte dimensioni, perché molti sono i modi d’essere e i modi di pensare degli uomini. E sono certamente i modi d’essere e i modi di pensare degli uomini che determinano l’orizzonte di motivi, che consente all’immaginazione musicale di avviare il suo corso, mettendo in moto quella dialettica da cui sorgono le sue opere. Nessun pensiero musicale potrebbe sorgere se non ci fossero altri pensieri14.

 

Giovani marittimesi negli anni ’70

 

Quindi, ne consegue che è sotto l’influenza dei nostri gesti quotidiani che nasce l’arte, la musica o la poesia improvvisata che scaturisce, in qualche modo, direttamente dall’anima e dal cuore, senza bisogno di essere ragionata, ma lasciata alla sua spontaneità culturale. Il concetto di improvvisazione è, a mio avviso, inscindibilmente legato al concetto di morte, di vita, e a quello di amore: l’esperienza del singolo non può essere condivisa e vissuta come un’esperienza collettiva ma, è altresì vero che, mentre non si impara a morire, si può imparare come vivere, amare e improvvisare, e anche come far morire un’improvvisazione nel migliore dei modi, perché la nostra vita è un suono, è una vibrazione impercettibile, inafferrabile come la sabbia o l’acqua che scorrono, veloci e musicali, tra le dita del tempo.

L’importanza delle tradizioni culturali sta proprio nella memoria “circolante” fedele e, libera di essere tale.

Note

8 Mauro Cassoni, Caronte e Tànato nella letteratura greco-otrantina; in “Rinascenza salentina”, A. III, n. V – VI. 1935. Traduzione del canto funebre: Mi manda a dire mia figlia di mandarle un cambio di abiti, perché quelli che le misero li ha distrutti durante il viaggio (nell’al di là), mi manda a dire mia figlia di mandarle una camicia, perché quella che le misero, si è sciolta come cera.

9 Niccolò Tommaseo, Canti popolari greci, Sandron, Milano, Libreria Editrice Milanese, 1913.

10 Irene Maria Malecore, Magie di Japigia, etnografia e folklore Del Salento, a cura di F. Lucrezi, Alfredo Guida Editore, Napoli, 1997.

11 Ettore Vernole, Il castello di Gallipoli, Illustrazione storica architettonica, Roma, 1933.

12 Traduzione del versetto in vernacolo nella nota 11: Quando stavo nei mari profondi, e sai quanto ne sa tua sorella? Quanto l’onda del mare, guarda, guarda su quello scoglio dove batte l’onda e guarda, guarda dove butta rosso e bianco, in Il mare nel folklore del Salento, di I. M. Malecore, Provincia di Lecce – Mediateca – Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina)      a cura di IMAGO – Lecce. http://www.culturaservizi.it/vrd/files/ZG1959_mare_folklore_Salento.pdf

13 Remo Guerrini, L’acqua in musica, www.museoenergia.it

14 Giovanni Piana, Filosofia della musica, p.295, Angelo Guerini e Associati, Milano, 1991.

 

Per la prima parte clicca qui:

La poesia popolare del Salento (parte I)

Per la seconda parte clicca qui:

La poesia popolare del Salento (parte II)

Incontro costruzioni a secco rinviato a domenica 13 gennaio

A causa delle avverse condizioni climatiche l’incontro dibattito previsto per oggi è rinviato a domenica 13 gennaio, ore 19.30, sempre nella chiesa di S. Teresa a Nardò.

Si prega di condividere.

La poesia popolare del Salento (parte II)

di Cristina Manzo

 

Anche quando i Longobardi si stanziarono in Italia e vi furono le alterne vicende della lotta tra Bizantini e Longobardi, la penisola salentina fu una delle pochissime terre che restarono legate a Bisanzio, quindi anche allora i legami marini furono più forti di quelli terrestri. E così fino al secolo XI, in cui finalmente la potenza bizantina venne debellata da quella Normanna, una potenza peraltro venuta dal mare.

La penisola Salentina, che aveva mantenuto una continuità di legami prima con la Grecia e poi con Bisanzio, era stata quindi permeata da quella civiltà, lingua, costumi, cultura e continuerà, anche nelle epoche seguenti, a manifestare quella civiltà greca e bizantina, sia nel periodo normanno che in quello svevo e in quello angioino, fino all’aragonese. Dunque il mare per la penisola salentina è un elemento di unione, non di separazione. Da questa realtà sono derivati non solo la storia della penisola e la sua civiltà, ma i caratteri etnici, etnografici linguistici, folklorici.

È questa la causa dello stupore che suscita il Salento come regione pugliese così diversa dalle altre, sia pur vicinissime, che la sua unità e indipendenza dalle sorti e dalla civiltà del resto della Puglia ne fanno una regione a sé.

L’importanza dunque del mare nella vita della penisola salentina è capitale ed è la chiave di volta per la comprensione della civiltà, della realtà storica di essa.

Tutto il folklore salentino testimonia di tale realtà ed è illuminato da tale prospettiva. Dalla lingua, permeata, oltre che nelle forme, nell’atteggiarsi e nel flettersi, di classicismo greco e romano; alla fantasia e all’immaginativa fortemente estetizzanti; alle tradizioni e ai costumi, nei quali si rivela una continuità dalle antichissime epoche della Magna Grecia; alle leggende, in molta parte derivate dalla tradizione classica greca e romana e riecheggianti le varie vicende della regione, sempre legate all’Oriente; alle tradizioni religiose e profane; alle abitudini di vita dei pescatori e contadini; al loro modo di vivere e di poetare; alle manifestazioni d’arte popolare, in cui una raffinatezza di gusto e di genialità fa pensare alla vena artistica greca immessa d’oltremare in questa regione.

immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208

 

La poesia popolare del Salento porta i riflessi del mare in tutte le sue forme e spesso tale riflesso segna i canti salentini di note che li rendono indipendenti dai canti delle altre regioni, tanto da poter fare avanzare l’ipotesi dell’origine locale dei canti stessi. Dalle ninne nanne, versetti: “Nare nare nare / A Caddipuli è bellu stare / Te ‘n facci te li fanésce iti l’onde te lu mare” o Scongiuri; proverbi: “Scerocche kiàre e tramendàne scure / Mittete a mare e nun avè pagùre” o filastrocche: “Lu rùsciu te lu mare è tantu forte”, ai canti d’amore, in cui i termini di paragone, le similitudini per la bellezza della donna amata sono attinti all’esperienza di vita.

Così in alcuni canti raccolti in luoghi marini si trovano più numerosi accenni al mare, termini tecnici marinari, immagini e visioni determinate dall’ambiente: “La ripa te lu mare”, “La nave”, “ L’àncuara”, “Lu pìscatore”5 . (trad. nelle note).

La poesia del Salento non è stata studiata in modo organico nelle sue molteplici espressioni ma, non sono mancate raccolte, alcune più ampie, come quella dell’Imbriani e Casetti, altre più ristrette come quella del Gigli e di altri. In tempi recenti un impulso più vivo e concreto alla raccolta e allo studio sistematico della poesia popolare salentina è stato dato dall’Istituto per le Tradizioni Popolari di Roma, sotto la guida illuminata e dinamica dell’illustre Prof. Paolo Toschi, che ha fatto svolgere ai suoi allievi salentini tesi di laurea e saggi su vari argomenti di poesia e di tradizioni popolari di questa regione.

Attingendo anche da questo prezioso lavoro svolto in precedenza, quindi, è poi stato fatto un tentativo molto faticoso e lungo di raccogliere poesie, filastrocche e canti lirici e popolari riguardo ogni tipo di evento (riti religiosi, funerali, lu cunsulu, credenze pagane, la storia dei tarantati, feste dei santi patroni, Natale, la passione di Cristo, leggende e tragedie, promesse e matrimoni), in un’area non molto vasta attorno a Lecce e cioè: Surbo, Castro e Castrignano del Capo, ponendo attenzione alle significative o, a volte impercettibili, varianti del dialetto e del conseguente significato attribuito alle parole6.

Giovani marittimesi negli anni ’70

 

Tutte le Strofe o gli Stornelli, anticamente e con frequenza, venivano usati nelle famiglie per comunicare con i bambini, (che li amavano particolarmente quando erano in rima), altresì, venivano narrati o cantati nei campi, per recare sollievo durante le lunghe ore di lavoro; o nascevano come proverbi e “spramenti” (avvertimenti esperienziali, nel senso che solo dopo che se ne è fatta esperienza se ne capisce il significato, a qualsiasi soggetto lo “spramento” sia connesso) riferiti a qualche mestiere faticoso come, per esempio, un canto raccolto a Surbo, che a quanto pare è collegato al lavoro del trappeto (termine salentino che indica il frantoio, dove avviene la spremitura delle olive per produrre l’olio): “Ci vuèi sacci le pene de lu ‘nfièrnu fane ‘nu mese e mìenzu lu trappìtu, la prima notte ‘nde pièrdi lu sennu, l’àutra notte lu sennu e l’appetitu7. (Trad. nelle note).

A volte nascevano stornelli improvvisati per le strade o nelle piazze; in qualche ritrovo comune come una sala ricreativa, si creava l’occasione di una gara poetica in cui tutti amavano cimentarsi, dai più piccini ai più grandi; inoltre rime e strofe si prestavano molto bene quando si voleva trattare un argomento usando la satira o nelle dichiarazioni amorose. Gli stornelli e le filastrocche popolari, in tutto il Salento erano o narrati o canticchiati, con tonalità, musica e melodia quasi sempre improvvisati, le strofe o il numero dei righi o dei versetti di ogni componimento erano giustificati dall’occasione e dal contesto che li richiedeva.

(continua)

Note

4 Poesia religiosa narrativa, (fa parte dei canti raccolti in Castro), canto recitato da Luigi Schifano detto Lu Tarantinu, nato in Castro, nell’anno 1876, non legge e non scrive. Trad.: La presa che fecero i turchi una di quelle robe caricò. Una caricò più di tutti, portò via un grande tesoro. Capitò in mano a una donna turca che era arrivata ai dodici mesi e non partoriva. Lì si trovava una schiava cristiana, “Questa statua al paese devi rimandare”. La donna che sentiva doglie crudeli dentro un grande vascello avrebbe voluto rimandarla, ma prende una barchetta sconsolata e la butta un mare nell’aria imbrunita. La sera si partì dalla Turchia e in una notte fece tanta strada. Le genti otrantine avvistarono una luce, i marinai si buttano nel mare ma la Madonna indietreggiò. Cambiando capitolo, scese il Bonsignore e la Madonna a terra si tirò. Poi scrisse al Santo Papa per dire che si era trovata una gentile rosa. Il Papa dispensò il Giubileo per perdonare e salvare da ogni peccato, p.389, in La poesia popolare del Salento di I. M. Malecore, 1967.

5 Il mare nel folklore del Salento, di I. M. Malecore, Provincia di Lecce – Mediateca – Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina)         a cura di IMAGO – Lecce. Traduzione, secondo l’ordine di scrittura dei versetti in vernacolo: “Nuotare, nuotare, nuotare, a Gallipoli è bello stare, ti affacci alla finestra e vedi le onde del mare”. “ Con gli scirocchi chiari e le tramontane scure, mettiti in mare e non avere paure”. “ Il rumore del mare è tanto forte”. “ La riva del mare, la nave, l’ancora, il pescatore”. http://www.culturaservizi.it/vrd/files/ZG1959_mare_folklore_Salento.pdf

6 Irene Maria Malecore, La poesia popolare nel Salento, Leo S. Olschki Editore MCMLXVII, Firenze, 1967. Biblioteca di «Larès», Vol. XXIV.

7 Canto di lavoro,( fa parte dei canti popolari raccolti in Surbo), canto recitato da Caterina Conte detta la Mangorfa, nata in Surbo, nell’anno 1868, contadina, legge e non scrive. Trad.: Se vuoi conoscere le pene dell’inferno fai un mese e mezzo al trappeto, la prima notte ci perdi il sonno, l’altra notte il sonno e l’appetito, p.342 in La poesia popolare nel Salento, di I.M. Malecore, 1967.

Per la prima parte:

La poesia popolare del Salento (parte I)

Muretti e furnieddhi, il patrimonio delle costruzioni a secco del Salento

MURETTI E FURNIEDDHI, IL PATRIMONIO DELLE COSTRUZIONI A SECCO DEL SALENTO

Incontro domani alla chiesa di Santa Teresa organizzato dalla Fondazione Terra d’Otranto

 

Le costruzioni a secco del Salento è il tema dell’incontro-dibattito in programma domani, venerdì 4 gennaio, alle ore 19:30 presso la chiesa di Santa Teresa. Si tratta di una iniziativa della Fondazione Terra d’Otranto patrocinata dal Comune di Nardò. Un’occasione di confronto estremamente interessante e attuale, visto che solo poche settimane fa i muretti a secco sono stati riconosciuti Patrimonio dell’Umanità, rappresentando “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. La scelta dell’Unesco è stata determinata dal fatto che l’arte del dry stone walling riguardi tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra (muretti, furnieddhi e altre) ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese. Le costruzioni a secco caratterizzano fortemente il territorio del Salento tanto quanto gli ulivi, dai quali sono spesso circondati. Costituiscono un patrimonio storico, culturale e paesaggistico che necessita di un’azione intelligente di tutela e valorizzazione collettiva, anche a fini turistici.

All’incontro-dibattito interverranno l’agronomo e consigliere regionale Cristian Casili, il direttore dell’ufficio per la Pastorale sociale e il Lavoro della diocesi di Nardò Gallipoli don Francesco Marulli, l’assessore all’Ambiente del Comune di Nardò Mino Natalizio, l’architetto Fabrizio Suppressa, il docente Pier Paolo Tarsi. Modererà il presidente della Fondazione Terra d’Otranto Marcello Gaballo. L’ingresso è libero.

Ufficio stampa Comune di Nardò

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (7/7): Taranto e Castellaneta

di Armando Polito

Taranto, via Garibaldi dal Mar piccolo
Taranto, città vecchia
Taranto, piazza Fontana
Taranto, arsenale marittimo

 

Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Taranto, arsenale militare marittimo: il bacino Principe di Napoli
Taranto Città nuova
Il ponte girevole per il passaggio dei bastimenti
Immagine tratta da https://www.laringhiera.net/taranto-apertura-straordinaria-del-ponte-girevole-6/
Castellaneta, ponte in ferro

 

Fu inaugurato nel 1868; per le vicende successive (il secondo rifacimento fu in muratura, l’ultimo in cemento armato) segnalo http://www.marklinfan.com/f/topic.asp?TOPIC_ID=3067.  Nell’immagine che segue, tratta da da  https://c1.staticflickr.com/3/2794/4281099737_85e6b80413_b.jpg, il ponte attuale (3° rifacimento) in cemento armato, progettato negli anni ’90, entrato in esercizio nel 2000. Doppio binario. il secondo era in muratura.

 

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la seconda parte (Brindisi): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la terza parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

Per la quarta parte (S. Maria di Leuca e Otranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/09/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-4-7-s-maria-di-leuca-e-otranto/

Per la quinta parte (Maglie, Gallipoli, Galatina, Soleto, Copertino e Leverano): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/18/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-5-7maglie-gallipoli-galatina-soleto-copertino-e-leverano/

Per la sesta parte (Oria e Francavilla Fontana): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/26/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-6-7-oria-e-francavilla-fontana/

 

Libri| A proposito di “Italieni”

di Antonio Di Seclì

Il poeta mantovano Alberto Cappi nell’introduzione a Il rosso e il nero di Sthendal ( vedi l’edizione di Newton Compton del 1994) scriveva: “Il gusto della citazione, l’interesse per la storia, la settecentesca e vivace curiosità, portano Sthendal a visitare con costanza le cronache della Gazette des tribunaux, un archivio sempre aperto alla sua generosa volontà di conoscere i costumi, gli atti, le passioni della società e dell’uomo del tempo”. Similmente, l’interesse per la società assieme a curiosità civica spingono il nostro Autore a indagare e scandagliare con generoso impegno e onestà i vizi e le poche virtù odierne dei connazionali.

Per comprendere con immediatezza la tipologia di contenuto delle riflessioni politiche, sociali, filosofiche, antropologiche, che assumono quasi sempre la forma di satura o di pasquinata, leggiamo insieme, a mo’ di esempio, alcuni brani tratti qui e là, quasi con casualità, da Italieni di Paolo Vincenti ( Besa Editrice, Nardò [2017], p. 282 ), secondo tomo di una trilogia ( sta per uscire il tomo terzo Avanti (O) Pop ). In precedenza l’Autore aveva già pubblicato nel 2016 L’osceno del villaggio per i tipi di argoMenti edizioni.

Leggiamo: “ L’osceno del villaggio è a piede libero. Si aggira fra di noi ( evocazione del Manifesto di Marx – Engels ), è il concentrato dei vizi e delle dissolutezze degli italiani, è il fenomeno da baraccone del gran Circo Barnum della nostra Nazione” (p.62) e ancora: “Molto italiano il vezzo di cambiar casacca, di voltare la gabbana all’occorrenza, di stare insomma dalla parte della ragione, che sta poi dalla parte del più forte” (p.65). Più oltre: “Un Governo a scadenza, come lo yogurt, quello Gentiloni, in dipendenza del tempo necessario al Parlamento a confezionare una nuova legge elettorale” (p.208) oppure “E lui [Matteo Renzi] novello Cincinnato, avrebbe lasciato i campi e la vanga e si sarebbe rivestito della giubba di rappresentanza. Dal negletto otium a un rinnovato negotium. Sì, ma ad avercela la dignità, che è merce rara, non è roba da un Renzi qualsiasi. Altrimenti pure la ministra delle riforme fallite Boschi … si sarebbe dovuta ritirare dalla politica” (p.212). E infine: “Ennesima figura di merda per il Movimento 5 stelle: il leader Grillo prima lascia l’Ukip di Nigel Farage al Parlamento Europeo e chiede di passare con il gruppo dell’Alde … Ma proprio nel momento in cui Grillo cerca di far bere ai suoi accoliti l’amaro calice, è l’Alde che lo sputtana e lo lascia sulla porta”.

Ce n’è per tutti! Vincenti non le manda a dire e tantomeno si sottrae all’uso colorito di espressioni in vero molto efficaci. Non arretra di un centimetro se si tratta di mettere alla berlina o di criticare questi e quelli, persone e movimenti, eventi e programmi televisivi e quant’altro ancora. Perciò, esemplifico casualmente, il campione pentastellato Beppe Grillo “Maitre à penser del vaffanculo e dell’arrestiamoli tutti, profeta della web devolution, spara urbi et orbi due cazzate delle sue … Proprio come negli anni d’oro di Berlusconi, infatti, tutti i media gongolano a ogni nuova uscita del memorabile Beppe” (p.238) Ma potrei continuare a dismisura con citazioni paradigmatiche su il Natale, sull’8 marzo festa delle donne, sulla sindaca di Roma Raggi, su Paolo il freddo Gentiloni, sul sindaco di Milano Sala, sul Fatto Quotidiano, sugli ambientalisti fanatici, sul pataccaro Paolo Catanzaro e via dicendo.

Gustose sono le aggettivazioni usate per fissare con veloci tratti impressionistici la luce dei vizi e delle scarse virtù dei soggetti e degli oggetti della riflessione dell’Autore. Aggettivazioni e immagini che, senza bisogno di trattati poderosi e stucchevoli, definiscono e fissano con immediatezza gli elementi più significativi del carattere e dell’operosità dei personaggi. Abbiamo già riferito del “neurolabile” Grillo che fa il paio con la “Barbie alla vaccinara” Raggi. Come anche Paolo Gentiloni “il freddo”,  “qualcuno era comunista” Piero Sansonetti, la festa delle donne “Lotto marzo” e via discorrendo.

Quella di Vincenti è veramente una scrittura interessante, perché dotta e ricca di aggettivi, erudita e generosa di immagini, forte di citazioni e di incisive voci verbali. Per rendersene conto, è’ sufficiente sbirciare anche solo per un attimo in quel che la sua penna, a pagina 270 e seguenti, semina nel concepimento di “Mondo Immondo”, articolo/cazziatone che, a mio parere, può essere a ragione ritenuto il Manifesto del pensiero e della scrittura, il manifesto intellettuale e sociale di P. Vincenti: “ Ogni giorno che Dio manda in terra, in cui mi tocca imprunarmi nel ginepraio di abiezioni che è la presente società, benedico e maledico la mia stella. La maledico perché mi costringe al contatto con tanta imbecillità, con i porci miei simili e con i loro schizzi di fango che mi fanno ritornare a casa la sera inzaccherato e maleodorante, La benedico, perché le atrocità degli implumi abitatori della terra, le pillacchere degli stolti, le ottusità degli ignoranti, empi, puttani, fanno secernere la mia bile corrosiva che, con uno scatarro catartico, nei miei cazziatoni, mi aiuta a eliminare le tossine e a vivere meglio. […] Quale maggior valenza, per chi scrive, ha la satira, che nasce dal riso e induce al riso? La satira mi permette di guardare con la lente del Giovenale, del Marziale, dell’Aretino, i miei consimili, coi loro vizi e le loro porcherie. Mai chiamandomi fuori, ma sempre con l’intento di emendare prima me. […] Non che io  mi senta un uomo di genio, però va da sé che si potrebbe scrivere un elogio degli strulli, come li definisce Papini […] Io, personalmente, non sopporto i sussiegosi, i formali, maggiordomi, scifferri …, imbalsamati, affettati, che non sai se siano davvero dei dementi oppure ti stiano prendendo per la collottola. […] Al tempo stesso, non sopporto quelli eccessivamente confidenziali, amiconi, che svaccati sulla sedia del bar ti danno il cinque, oppure sbrindellati a spasso sul corso ti corrono incontro [ qui evoca Orazio ] per salutarti e mollarti una pacca sulla spalla o un ceffone di simpatia in pieno viso. E ti chiedono dei tuoi affari, del lavoro, dei figli, come se ti conoscessero da sempre … sono gli apostoli dell’ecumenismo universale … i missionari del mal comune mezzo gaudio … E poi, la massa dei pecoroni, il popolo bue, quegli ottusi ignoranti che non distinguono la realtà dall’apparenza, che non sanno rabberciare uno straccio di idea, cognizione, e … avversano coloro che ne hanno … Non sopporto né quelli che mi incensano … perché sento lontano un miglio il loro fetore di adulatori … né coloro che non mi applaudono mai … perché è chiaro che sono rosi da livore nei miei confronti per non meglio chiarite ragioni. Per parte mia detesto gli invidiosi, i maldicenti quelli che godono dei fallimenti altrui … e detesto quelli infingardi che mi paradisano qualsiasi fesseria credendomi un beone … Non sopporto i politici di mestiere, i fancazzisti, i meschini, gli ingrati … Non sopporto i natistanchi, indolenti, taciturni … ma nemmeno i chiacchieroni, invadenti, onnipresenti … I codardi, i pacioni, i vili, i ganimedi … i bon vivant, i moderni Don Giovanni … gli esperti di tutto, i sempre informati. Vomitevoli. Si rivoltino pure nel fango del loro schifidume. Io, per quel che mi riguarda, continuerò per la mia strada”. All’autore piace, come nella citazione di p. 274 ( Pierangelo Bertoli, La fatica ), respirare la chiarezza, rompendo i bugigattoli dei dogmi culturali.

Paolo Vincenti è veramente “un cronista beffardo e mordace dell’esistente” – come afferma Massimo Melillo a p.9 – che “esercita la propria corrosiva provocazione” (p.10) attraverso  la satira che con l’Autore si rivela “graffiante, acuta, intelligente” (p.10). Vincenti dimostra “allergia all’ipocrisia e alla falsità” e “esercita al meglio la propria vis polemica” (p.10). Lui “non ama cantare nel coro” e “spinge al massimo il gusto per il paradosso e la provocazione”(p.12). Vincenti è “uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita, è contro tutto e tutti puntando il suo j’accuse in ogni direzione … senza retorica e senza acrimonia, bensì con il sorriso sulle labbra, ritenendosi un disimpegnato” (p.13),

Maurizio Nocera vede l’Autore “totalmente attratto dal richiamo filosofico della conoscenza, da un vortice fagocitante di un sapere sempre più vasto” (p.282) e i suoi scritti “sono lampi di luce fendente in un mare di oscenità” (p.282).

Anch’ io mi sono proposto di indagare il pensiero e la scrittura di Paolo Vincenti così come emerge dai suoi articoli. E con onestà devo affermare che non mi riesce difficile condividere i giudizi critici dei due estensori della prefazione e della postfazione a Italieni.

La scrittura del colto autore di Italieni risulta essere molto generosa e ricca di aggettivi salaci, immagini esemplificative e verbi mirati. La parola profondamente posseduta è rivelazione al contempo di una cultura aperta e vasta, di un pensiero vivo, forgiato nel fuoco di mille letture e riflessioni. Il suo (s)garbo è sempre filtrato o ammantato dall’aroma di un’ironia possente, che sa anche divenire autoironia; mentre la sfera del suo sorriso, nutrito da una dolce e intelligente satira, cede favorevolmente alla materia civile, all’impegno civico.

La sua è una specie di forza fustigatrice che vigila a difesa della res publica e che in Voltaire, a mio sentire, trova l’antenato più prossimo. C’è un mordace sorriso tutto volterriano nella scrittura di Vincenti. Non so se Voltaire sia parte importante delle letture formative dell’ autore di Italieni; ma c’è tanto dell’illuminista francese nella sua plume e nel suo energico pensiero.

L’impianto di Italieni, come del precedente L’osceno del villaggio, è costituito da articoli pubblicati su varie testate soprattutto on line. Gli articoli si appuntano su questioni quasi sempre esistenziali, a carattere morale, istituzionale, civico. Traggono occasione da un evento contingente, da un episodio, rispetto al quale l’Autore è soggetto, testimone, spettatore volontario o involontario, vittima. L’Autore non si limita a tratteggiare esclusivamente l’episodio, l’occasione. Non ritrae e basta, ma si sofferma, ne indaga le cause, supporta il suo ragionamento con riferimenti ad altri autori, spesso contigui alla sua formazione classica; ma anche a tanti altri, compresi i cantautori. Le citazioni, le epigrafi tratte da testi di buoni cantautori come Pierangelo Bertoli sono di già un contributo sostanzioso alla riflessione – potrebbero trovare sintesi in una apposita pubblicazione –  e dichiarano i gusti e la buona formazione di Paolo Vincenti.

Ho conosciuto Paolo Vincenti in una serata a Taurisano, per caso. Lui presentava il suo Di tanto tempo. Io venni invitato alla presentazione dagli amici di “Arte in Terra” nella sala di Corso Umbero I°. Vincenti mi convinse, mi piacque. Acquistai le sue poesie,: l’acquisto è già rivelatore di un consenso, di un giudizio positivo. Rilessi le poesie a Trento. Mi piacquero. Ora fanno parte della mia piccola biblioteca di autori salentini. Parlai di lui ad altri amici. Finalmente lo conobbi in occasione della pubblicazione dell’Osceno del villaggio. Mi fu chiesto di dialogare con lui , sempre a Taurisano, durante una serata nella sede dell’Associazione culturale “Pietre Vive” nel 2016. Fu un successo. Stranamente il pubblico della mia città, non avvezzo all’acquisto di carta stampata, fu così entusiasta delle parole di Paolo Vincenti che molte copie del libro vennero comperate. Nacque da quell’occasione reciproca stima e un senso di amicizia. E mi piace sapere che P. Vincenti scrive e che la sua scrittura incontra consenso, spesso, ma anche dissenso, giustamente.

Infine… Non solo Paolo Vincenti è autore di Italieni, ma anche, come già detto con lui hanno collaborato senza saperlo, con la loro voce e la forza di tante buone parole un gran numero di cantautori; e ancora, assieme a costoro, ha collaborato con particolare rilevanza l’altro Paolo, Paolo Piccione, vignettista gustosissimo che rilegge e rappresenta con finezza il pensiero satirico del primo Paolo. Osservate per tutte la vignetta sui nostri progenitori (p.139) per convincervi dell’efficacia artistica del nostro disegnatore. A proposito: pourquoi en francais! Forse una sottile autocensura o soltanto esprit de finesse?

 

 

La poesia popolare del Salento (parte I)

C’è l’influenza del mare nei canti e nelle poesie popolari del Salento

di Cristina Manzo

Quandu nascìì ièu foi spenturata,

parse te l’ura la spentura mia,

stese tre giurni lu mare quagghiatu, lu sule scìa te fore e nu’ paria.

Me purtara alla chiesa a battiscìare,

me morse la mammàna pè la via,

se persera le chiài te l’egghiu Santu

e puru quidde te la sacrestia,

catìu la fonte e ‘ccise la cummàre,

rimasi turchicèdda, mara mie.

(Mala sorte, trad. nelle note)1

Il rombante salire delle maree, il flusso delle correnti, il frangersi dei flutti schiumosi, sono le più spettacolari testimonianze del perpetuo movimento delle acque. Una grande orchestra di flauti, arpe, trombe e archetti, diretta dal grande maestro che è la natura, una rappresentazione in cui mai, in nessun caso, le note seguono uno spartito, il mare è passione che si improvvisa colonna sonora della vita. Un’onda è energia propagata attraverso l’acqua. Quando si avvicina alla spiaggia, urta contro il fondale basso e altera la sua forma, increspandosi in un ricciolo spumeggiante, esse arrivano da lontano e galoppano sul mare come cavalli selvaggi con le criniere al vento. Quando si spalmano sulla battigia, sciogliendo le gesta nervose, diventa, talvolta, un incontro di strumenti musicali.

le zone interessate dallo studio e dalla ricerca sui canti popolari salentini

 

“Se tutta l’Italia è un paese mediterraneo, il Salento, che è l’estrema punta della Puglia, è un paese più particolarmente marino, proteso com’è, in stretta lingua, tra l’Adriatico e lo Jonio; in più, appare come un ponte avanzato verso l’Oriente. Questa particolare posizione ha determinato la storia e la cultura di questa regione, così come ne ha determinato via via, di era in era, i caratteri etnografici, linguistici, folklorici. Sicché essa appare oggi anche all’occhio del profano viaggiatore un caratteristico paese che si distacca nettamente dal resto della Puglia, con un che di grazia e di gentilezza, di acume e di indolenza, di progredito e di antichissimo sia nella popolazione, sia nell’atmosfera, nella cultura dei campi, nell’architettura, in quell’essenza, insomma, che spira da ciascun paese”2.

Salento o Terra D’Otranto è quella regione che si estende in forma di penisola tra il mare Jonio e l’Adriatico. I confini settentrionali di essa, sino ai primi dell’ottocento, si estendevano da Egnazia, Ostuni, Martina Franca, Mottola, Castellaneta, La Taverna del Viglione, sino alla foce del Bradano, si allargavano fino a racchiudere Matera e terminavano alle foci del Basento. Noi col nome di Salento, designiamo quella regione che, sino ad alcuni decenni fa, costituiva un’unica provincia, cioè la provincia di Lecce e che si è poi scissa nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto. Questa regione ha caratteri geografici, storici, etnici, linguistici, e pertanto folkloristici, peculiari ed unitari che ne fanno una regione a sé, entro la Puglia stessa.

Chi ben guardi la popolazione di questa regione e il suo essere e il suo manifestarsi, la trova antichissima e attuale, con una vitalità remota e complessa, con una civiltà progreditissima ed intima, disincantata e sognante, scettica e raffinata, consapevole ed aperta, quale solo un popolo antico, mediterraneo, cioè esposto da millenni agli influssi più vari e profondi che hanno solcato questo mare può essere. Proteso com’è il Salento nel mare, lingua di terra ultima del tallone d’Italia, trampolino di lancio verso l’oriente, ma parimenti partecipe dell’occidente, vicinissimo alle coste dell’Asia e dell’Africa, non può non essere uno dei paesi più mediterranei d’Italia. È mediterranea per la lingua, cultura e civiltà; nell’architettura e nella scultura, nell’arte, nella poesia e pertanto nell’etnografia e nel folklore. Fascino di un popolo le cui origini sono ancora inviolate – giacciono pietre mute e misteriose le iscrizioni messapiche ancora indecifrate: che cosa mai diranno a chi riuscirà a farle parlare? – ; di un popolo che è stato profondamente greco, romano, bizantino, che ha ancora l’isola linguistica, la «Grecìa», dove si parla il greco, e conserva usi, tradizioni, canti che si ricollegano alla Grecia. Un popolo che ha lottato contro i turchi, che ha scritto la pagina immortale degli ottocento martiri di Otranto; un popolo che partecipa dell’occidente e dell’Oriente, che parla una lingua pura e differente da quella delle altre regioni pugliesi3.

Narrano di queste gesta e di questa influenza straniera nelle vicissitudini e nella cultura dei luoghi storie e leggende numerose e diffuse intorno a castelli, fortezze, punte e insenature, scogli e isolotti lungo le coste.

Una storia in particolare, raccolta a Castro, narra di una scorreria dei Turchi, forse della presa di Castro, perchè dice:

“La pìjàta che fìcera li Turchi una de quelle roba caricàu, una caricàu più de tutti ‘nu grande tesoru nde purtàu. A manu ‘na donna turca ricapitàu era ‘rrivata ‘lli dudici mesi e nu’ sgravidàva. Addài se truvàva ‘na scava cristiana: «’Sta pupa allu paese ne devi mannàre». La donna che sintìa dòje crudeli antru ‘nu grande vascellu la ulìa mannàre ma pìja ‘na barchetta sconsolàta la mina ‘n mare cu l’aria brunita. La sira se parte de Turchia, antra ‘na notte fice tanta via. La gente utrantina hannu vista ‘na lumèra se minàra a mare li marinari la Madonna indietru se tiràu. Sona Capitulu e scise Bonsignòre la Madonna ‘nterra se tiràu.Ca mò se scivi a quellu Santu Papa che s’ha truvàta una gentile rosa.Lu Papa lu giupilèu ci ha dispinsàtu cu’ parduna e cu’ sarva ogni peccatu”4.

        Allude quindi ad un avvenimento noto e ben determinato, non ad una qualsiasi presa dei Turchi. In questa presa i Turchi caricarono sulle loro navi molta roba, specialmente una nave caricò “un gran tesoro” — dice la storia — cioè una statua della Madonna. Questa statua capitò nelle mani di una donna turca, la quale, essendo sul punto di dare alla luce un figlio, non riusciva a partorire. Lì si trovava una schiava cristiana (notevole l’elemento schiavitù di cristiani presso i Turchi, fatto evidentemente comune e noto al popolo che appare adusato a questo fatto, se ne parla senza dare spiegazioni). La quale, spiega la recitatrice, ha capito che la turca non avrebbe potuto partorire se non avesse rimandato in patria, cioè in terra cristiana, la statuetta della Madonna, negletta nella casa di infedeli, anzi, precisa la recitatrice, abbandonata come cosa vile sotto il letto. “Dovresti mandare questa pupa al suo paese”, dice la schiava cristiana alla turca. La quale, poiché sentiva doglie così crudeli, senza esitare, prende la statuetta e la mette in mare su di una barca verso l’imbrunire. La barca, senza guida, in una notte, fece tanta strada che dalla Turchia giunse presso le coste italiane. I pescatori che erano sulla spiaggia al mattino, vedono avvicinarsi la barca con la statua della Madonna e si gettano in mare per portare la statua a terra. Ma la statua arretra, mostrando così di voler essere accolta con tutti gli onori. Infatti suona la campana che riunisce il Capitolo e scende il Vescovo: la statuetta allora da sé scende a terra. Perciò la Madonna dispensa un Giubileo per perdonare e assolvere ogni peccato.

Se risaliamo all’epoca del viaggio di Enea, quando Enea stesso ed altri eroi troiani approdarono alle coste salentine e si installarono in vari luoghi, dando origine a città e civiltà nuove; e poi al tempo della Magna Grecia in cui i legami con la civiltà greca d’oltre mare furono più forti che con la civiltà della penisola, terrestre. Nel periodo della decadenza dell’Impero Romano d’Occidente, la penisola salentina rimase strettamente legata all’ Impero d’Oriente cioè a Bisanzio, particolarmente per opera del Monachesimo Orientale che vi era fiorito.

(continua)

Note

1 Mala sorte (fa parte dei canti raccolti in Lecce), canto recitato da Addolorata Potì, detta Pillàlla, nata in Lecce nell’anno 1858, venditrice di uova, già contadina, non scrive e non legge. Trad.: Quando nacqui io, fui sventurata, si vide da subito la sventura mia, rimase per tre giorni il mare immobile, e il sole usciva fuori ma non si vedeva, mi portarono in chiesa per battezzarmi, mi mori la mamma per la strada, si perdettero le chiavi dell’olio Santo e anche quelle della sacrestia, cadde la fonte (battesimale) e uccise la comare (la madrina), rimasi offesa (fisicamente) povera me, p.282 in Irene Maria Malecore, La poesia popolare nel Salento, Leo S. Olschki Editore MCMLXVII, Firenze, 1967. Biblioteca di «Larès» Organo della società di etnografia italiana e dell’Istituto di Storia delle Tradizioni Popolari Dell’università di Roma. Vol. XXIV.

2 Il mare nel folklore del Salento, di I. M. Malecore, Provincia di Lecce – Mediateca – Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina)         a cura di IMAGO – Lecce. http://www.culturaservizi.it/vrd/files/ZG1959_mare_folklore_Salento.pdf

3 Irene Maria Malecore, La poesia popolare nel Salento, Leo S. Olschki Editore MCMLXVII, Firenze, 1967. Biblioteca di «Larès», Vol. XXIV.

I muretti a secco Patrimonio dell’Umanità. Un incontro a Nardò il 4 gennaio

Ne hanno dato ampio risalto le varie testate nazioni poche settimane fa: i muretti a secco riconosciuti Patrimonio dell’Umanità, poiché rappresentano  “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”.

La scelta dell’UNESCO è stata determinata poiché: “L’arte del dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese”.

Rimandiamo a quanto ebbe a scrivere Pier Paolo Tarsi sul nostro sito:

Costruzioni a secco che caratterizzano fortemente il nostro territorio

Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)

 

 

 

ph Khalil Forssane
ph Khalil Forssane

 

ph Francesco Lacarbonara

 

Per approfondire:
http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2018/11/29/news/i_muretti_a_secco_sono_diventati_patrimonio_dell_umanita_-4209119/

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/11/28/news/unesco_muretti_a_secco_patrimonio_dell_umanita_-212865884/

https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/i-muretti-a-secco-sono-patrimonio-dellumanita-unesco

https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-11-28/l-unesco-dichiara-muretti-secco-italiani-patrimonio-dell-umanita–165045.shtml?uuid=AENFDzoG

https://www.corriere.it/cultura/18_novembre_29/muretti-secco-patrimonio-dell-umanita-unesco-bda7c47e-f40a-11e8-b6fd-3556737c89de.shtml

http://www.greenews.info/comunicati-stampa/i-muretti-a-secco-diventano-patrimonio-unesco-italia-nostra-una-rivincita-della-pietra-sul-cemento-tramandiamo-questa-tecnica-20181206/

Il rituale della “Santa Monica” nella magia popolare salentina

Divinazioni ai crocicchi e valenza magica dei crocevia. Il rituale della “Santa Monica” e altre forme di enodiomanzia nella magia popolare salentina

 

di Gianfranco Mele

 

L’ antica pratica della divinazione agli incroci ha sviluppato nel tempo e nei diversi luoghi ove è stata esercitata, numerose varianti, conservando sempre la caratteristica dell’essere attivata presso un trivio o un quadrivio.

Il crocicchio ha sempre avuto una valenza magica, e anticamente si erigevano in questi luoghi colonne (Enòdi) dedicati ad Ecate o a Hermes o ai Lari o ad altre divinità e semidivinità pagane. Queste colonne sono state sostituite poi dai pilastri degli Osanna (dial. Sannài), le popolari colonne salentine sormontate da una croce, edificati anch’essi ai crocevia, e da edicole votive dedicate a santi e madonne, come nel caso della edicola di “Fra Sciannibuli” di Sava della quale parleremo più avanti.

Ecate Trivia

 

I crocevia sono anche luoghi elettivi per gli incontri delle congreghe dei masciàri e, in provincia di Taranto, finanche dei balli delle tarantate, prima dell’avvento del rituale domiciliare.

Nel caso del rito della Santa Monica siamo in presenza di un culto divinatorio di origini pagane, poi cristianizzato. Del paganesimo, il rituale della Santa Monica conserva le caratteristiche di una antica forma mantica denominata Enodiomanzia. Un elemento peculiare e di stretta derivazione dagli antichi riti divinatori è il crocevia utilizzato come luogo d’elezione per lo svolgimento della mantica.

Il rituale della Santa Monica si svolgeva alla mezzanotte, appunto ad un crocevia (un trivio o un quadrivio) rivolgendo una invocazione alla santa e osservando, per l’ottenimento del responso, ciò che accadeva intorno: l’attraversamento di una persona o di un animale, un verso, un rumore, un suono dovevano essere interpretati come significati in relazione con l’oggetto della domanda.

Il rituale era destinato ad ottenere notizie dei propri cari partiti in guerra, ma anche per ottenere risposte a domande intorno ad eventi ed aspetti fatidici della vita (riuscita di un matrimonio, di una particolare impresa, notizie sull’amato o sulla sua corresponsione del sentimento, ecc) .

Nella sua forma cristianizzata, questo antico rito mantico è dedicato a Santa Monica in quanto questa donna aveva fatto il voto di non abbandonare il suo figlio primogenito, nonostante le sue continue fughe lontano da casa, e perciò si metteva costantemente alla sua ricerca.

A seguire, l’orazione del rito della santa Monica:

 

Santa Monica pietosa, Santa Monica lacrimosa;

a Roma scisti, ti Napuli turnasti

trentatrè scalini ‘nchianàsti, trentatrè ni scinnìsti :

nutìzi ti lu fiju tua nnucìsti.

Comu nnucisti nutìzi ti lu fiju tua,

ccussì nnuci nutizi ti lu fiju mia.

 

una rappresentazione di Santa Monica (affresco di Benozzo Gozzoli

 

Anche nel medioevo si diffonde l’usanza di erigere edicole votive in prossimità dei crocicchi, usanza mutuata dai larari pagani e dai pilastri votivi in onore di varie divinità, che si perpetra poi anche nei secoli a seguire, sino ai primi del ‘900. Queste edicole hanno la duplice funzione di essere relazionate a particolari accadimenti come miracoli, guerre, epidemie, cataclismi e avvenimenti religiosi eccezionali, e di costituire luogo di “visita” non solo per voti, preghiere e suppliche, ma anche a scopo predittivo-oracolare. Anche in questa ultima accezione le edicole votive cristiane prendono il posto degli antichi monumenti dedicati alle divinità pagane.

Sia Diana che Ecate erano divinità protettrici delle strade e dei crocicchi: verosimilmente, per questo motivo ad entrambe era dato l’appellativo di Trivia. In loro onore venivano edificate edicole, in prossimità appunto degli incroci delle vie. Divinità lunare, Diana-Artemide illuminava di notte le strade con la luce della luna, e per questo motivo era considerata anche protettrice dei viandanti e delle partenze.

Greci e Romani innalzavano lungo le pubbliche strade colonne e pilastri in pietra, sui quali erano scolpite le teste di divinità come Mercurio, Apollo, Ercole, Diana, e che fungevano da custodi e protettori delle vie. A questi usavano porgere sacrifici e voti prima di intraprendere viaggi. Diana fu detta anche Enodia e, come si è detto, insieme ad Ecate godette anche dell’appellativo di Trivia, perchè né trivii e quadrivii additava all’incerto viandante la via” .

Man mano il ruolo delle divinità pagane viene sostituito da quelle cristiane, che tuttavia assolvono alle stesse funzioni.

Sava – Edicola votiva Madonna di Fra Sciannibul

 

A Sava, presso il trivio Sava-Lizzano_Torricella, esiste una edicola detta “di Fra Sciannibuli”, eretta intorno alla metà del XIX sec. da un frate detto appunto Sciannibuli , dedicata al culto della locale Madonna di Pasano e situata nell’ambito di un itinerario devozionale che da Sava, giunge alla contrada Pasano (Sciannìbuli, o Sciannìpuli, nel dialetto salentino sta per Ginepro, e difatti sulla edicola fu posta una iscrizione in latino, che spiegava che l’edicola era stata eretta a devozione, da “Frater Iuniperus Alcantarinus”: il frate, riteneva di essere stato miracolato e di aver riacquistato grazie alla Madonna l’uso delle gambe).

Una singolare caratteristica dell’edicola della Madonna di Fra Sciannibuli è di essere stata meta, sin dal suo apparire e specialmente ai tempi delle guerre, dei pellegrinaggi dei soldati in partenza in cerca di protezione per il loro destino e al tempo stesso di interrogazione su di esso, come dei parenti di militari e viaggiatori desiderosi sia di proteggere e pregare per il destino dei propri cari, che di conoscere notizie circa gli accadimenti sul fronte.

Questa singolare tradizione è sopravvissuta in realtà fino ai giorni nostri, tanto che anche io ne sono stato fatto partecipe: quando negli anni ’80, infatti, mi accingevo a partire per la chiamata di Leva, delle anziane parenti mi raccomandarono di andare a fermarmi in contemplazione davanti alla Cappella di Fra Sciannibuli e rivolgere alla statua di quella Madonna una preghiera e raccomandarmi ad essa, “perchè così si fa”.

Da notare l’analogia tra la tradizione savese del recarsi verso l’ Edicola prima di intraprendere la partenza militare, e quindi le funzioni di protezione e supporto della Madonna nei confronti del soldato che si appresta ad un viaggio particolarmente carico di emotività e di incognito rispetto al futuro, e quella degli Enodii protettori, appunto, del viaggiatore. La tradizione del recarsi presso l’ Edicola della Madonna connessa alle partenze militari (ovvero per avere notizie dei parenti partiti in guerra o, da parte degli stessi soldati, come augurio/protezione/divinazione per la partenza verso il servizio di Leva o verso imprese di guerra) ha un suo corrispettivo in antiche – ma anche più recenti – tradizioni oracolari e divinatorie, a partire dagli antichi culti oracolari greci e romani, nei quali sono istituiti importanti centri di consultazione rispetto ad ogni aspetto importante e fatidico della vita individuale e sociale, tra cui le imprese di guerra, fino alla tradizione molto presente e sentita in Puglia della già citata Santa Monica.

 

Monacizzo – Colonna dell’ Osanna

 

 

BIBLIOGRAFIA

Salvatore Costanza, La divinazione greco-romana. Dizionario delle mantiche: metodi, testi e protagonisti, Forum Edizioni, 2009

Giuseppe Gigli, Il ballo della tarantola. In “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto” Firenze 1893

Marco Aurelio Marchi, Dizionario tecnico-etimologico-filologico, Tomo I, Milano, Pirola, 1828

Elsa Silvestri, Le tracce del sacro, University Press Bologna, 1997

A.A.V.V., Biografia Universale Antica e Moderna. Parte Mitologica ossia storia, per ordine d’alfabeto, dei personaggi eroici e delle deità greche, italiche, egizie, indiane, giapponesi, scandinave, celtiche, messicane ecc., Vol. I, Venezia, Missaglia, 1833

Gianfranco Mele, Elementi di magia popolare nel mondo contadino del Salento e della Puglia, Cultura Salentina – Rivista di pensiero e cultura meridionale, luglio 2015

Antonio Bazzarrini, Dizionario Enciclopedico delle Scienze, Lettere ed Arti – Vol. II Venezia, Andreola, 1830

Antonio Basile, Momenti di religiosità popolare nel Salento: le edicole votive, in “Sallentum Rivista quadrimestrale di cultura e attività salentina”, Anno V, n. 1, Genn-Apr. 1982, EPT Lecce – Ed. Salentina – Galatina

Stefania Baldinotti, Oltre la soglia smarrimento e conquista. Culti e depositi votivi alle porte nel mondo italico, tesi di laurea in Archeologia, Università degli studi di Roma, 2007

Gerhard Rholfs, Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo Ed., 1976.

Gli altari dell’Addolorata e della Natività nella matrice di Parabita.Storia di due tele andate perdute

di Giuseppe Fai

La chiesa Madre di Parabita è ricca di storia e di numerose opere d’arte, ma non tutte sono pervenute a noi oggi, a causa dei continui rimaneggiamenti che si sono succeduti nei secoli scorsi, oppure a causa di fenomeni di dispersione.

Il caso più eclatante è, senza dubbio, legato alla grande pala d’altare, realizzata da Teresa Palomba e custodita, fino al XIX secolo, nella cappella della Madonna Addolorata, raffigurante la titolare dell’altare.

Ripercorriamo, dunque, in breve, la storia di quest’altare e dell’opera un tempo lì custodita, su cui molto si è discusso e scritto.

foto 1 (ph Salvatore Leopizzi)

 

L’altare della Madonna Addolorata (Foto 1) fu eretto, insieme all’omonima cappella, nel 1745, dopo l’abbattimento dell’antico altare della Madonna del Monte Carmelo[1], su commissione di don Paolo Ferrari, le cui spoglie sono ancora oggi lì custodite.

Dopo la morte della duchessa di Parabita Lucia La Greca, tutto il patrimonio della famiglia Ferrari passò alla figlia della duchessa, Maria Antonia, ultima erede dei Ferrari, la quale, a sua volta, donò il feudo di Parabita al notaio Raffaele Elia di Ceglie Messapica[2]: il patronato dell’altare dell’Addolorata, dunque, passò alla famiglia Elia.

Quando poi Tommaso Ravenna (1866 – 1947)[3] sposò Anna Elia, sorella ed erede di Raffaele Elia Junior[4], il giuspatronato dell’altare dell’Addolorata venne unificato con quello della Natività, già dei Ravenna. Questo spiegherebbe perché l’arciprete Fagiani, nel 1942, in un questionario informativo per la diocesi, avrebbe scritto che a detenere il giuspatronato di questo altare era la famiglia Ravenna – Elia[5].

Il primo a parlare della tela commissionata da don Paolo Ferrari e del nome della sua autrice è Cosimo De Giorgi, il quale, nei suoi Bozzetti di viaggio, scrive che la tela custodita presso l’altare della Madonna Addolorata è opera di Teresa Palomba, datata 1746, “di mediocre fattura”[6].

Per quanto riguarda Teresa Palomba è interessante il recente studio condotto da Ugo Di  Furia nel terzo numero de  Il delfino e la mezzaluna, il quale mette in discussione sia la sua origine parabitana sia la paternità della tela dell’Addolorata, custodita nella casa canonica della matrice.

Di Furia ritiene infatti, che l’origine parabitana della Palomba sia dovuta a un’errata interpretazione dello studioso salentino Pietro Marti[7], considerando anche che Giuseppe Serino, nelle sue Memorie[8], non cita nessuna pittrice Teresa Palomba tra i personaggi illustri di Parabita.

Riguardo invece l’opera custodita nella casa canonica, che molte personalità locali hanno attribuito alla Palomba, secondo Di Furia potrebbe essere un’opera di Aniello Letizia[9].

A supporto di questa ipotesi bisogna considerare il fatto che le pale d’altare, rimosse nel corso del Novecento nella chiesa matrice, dalle loro originarie collocazioni, non hanno subito alcuna alterazione, diversamente da quello che, secondo alcuni, sarebbe accaduto a questa.

Sta di fatto che ad oggi, l’opera che è possibile ammirare presso l’altare dell’Addolorata non è più quella della Palomba ed è firmata G. Giorgino – Lecce, probabilmente risalente alla prima metà del Novecento (Foto 2).

foto 2 (ph Salvatore Leopizzi)

 

Che fine avrà fatto un’opera così importante?

Un’ipotesi di ricerca potrebbe essere ricavata dal confronto con un’altra opera scomparsa dalla nostra chiesa e che, a mio avviso, potrebbe essere ancora presente a Parabita, legata all’attuale altare della Sacra Famiglia, un tempo dedicato alla Natività di Gesù.

Un altare denominato della “Natività di Nostro Signore Gesù Cristo” compare, già a partire dal 1659, nella visita pastorale del vescovo di Nardò Girolamo De Choris[10], dove si specifica che l’altare fu commissionato da don Ottavio Castriota, sebbene l’arciprete Vincenzo Maria Ferrari, nel 1792[11], ne indichi erroneamente l’erezione nel 1661.

Per avere nuove notizie riguardo l’altare bisognerà attendere il 1827, quando, nelle notizie richieste dal vescovo Salvatore Lettieri per la Visita pastorale[12], si legge che l’altare della Natività si mantiene grazie a don Bartolo Ravenna (1761 – 1837)[13], il famoso storico gallipolino, il quale aveva acquistato i beni della famiglia che, fino a quel momento, aveva provveduto al mantenimento, cioè quella dei Castriota.

Un’altra notizia viene fornita da Giuseppe Serino, il quale scrive che a seguito dei lavori di ampliamento del corpo di fabbrica della chiesa, conclusisi nel 1853, Giovanni Ravenna (1812 – 1870)[14] aveva predisposto l’edificazione di un nuovo altare, dedicato anch’esso alla Natività di Gesù[15](Foto 3).

foto 3 (ph Salvatore Leopizzi)

 

Il 18 gennaio 1922 l’arciprete di Parabita chiede alla Sacra Penitenzieria Apostolica il privilegio per i defunti per l’altare di Gesù Bambino[16]: c’è da supporre, dunque, che intorno a questa data il titolo dell’altare cambi, mutando da Natività di Gesù a Gesù bambino, probabilmente a seguito del cambio della tela. Il soggetto ritratto è infatti  Gesù Bambino tra Maria e Giuseppe ed il dipinto è firmato da Luigi Scorrano (Foto 4).

foto 4 (ph Salvatore Leopizzi)

 

Il 15 febbraio 1929 lo stesso privilegio viene prorogato per altri sette anni e nella parte posteriore del foglio di richiesta della proroga viene annotato che essa è riferita all’altare della famiglia Ravenna[17].

Nel già citato questionario, compilato nel 1942 dall’arciprete Fagiani, inoltre, si può leggere che, in quell’anno, la famiglia Ravenna – Elia deteneva il giuspatronato non solo sull’altare dell’Addolorata, ma anche su quello della Natività[18].

Della tela originariamente posta sull’altare, raffigurante la Natività, come di quella della Palomba, si sono perse le tracce.

Tuttavia, un’ipotesi di ricerca, che vorrei qui esporre, riguarda una tela, collocata nella cappella di un palazzo, a Parabita, appartenente alla famiglia Ravenna, che potrebbe corrispondere alla perduta tela della Natività.

A farmi avanzare quest’ipotesi, sono essenzialmente tre elementi: la famiglia che custodisce questa tela è la diretta discendente della stessa famiglia Ravenna che, già nell’Ottocento, aveva ottenuto il giuspatronato dell’altare dalla famiglia Castriota; la forma della tela sembra combaciare con la cornice dell’attuale pala d’altare della Sacra Famiglia; la data riportata sulla tela, 1853, coincide con la data di edificazione del nuovo altare, voluto da Giovanni Ravenna, durante i lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale.

Questa tela, inoltre, nell’angolo in basso a sinistra, reca la firma del pittore, un tale Andrea Stefanelli, forse un artista locale, e rappresenta la nascita di Gesù, con tre angeli e altre tre figure, un suonatore di flauto, una donna anziana e una giovane donna (Foto 5).

foto 5. Per gentile concessione della famiglia Ravenna di Parabita (ph Salvatore Leopizzi)

 

Qualora questa ipotesi fosse confermata comporterebbe che agli inizi del Novecento la tela della Natività sia stata sostituita con quella della Sacra Famiglia dello Scorrano, diventando di proprietà della famiglia che deteneva il giuspatronato dell’altare in questione.

Considerando la testimonianza dell’arciprete Fagiani, la commissione delle due nuove tele, del Giorgino e dello Scorrano, potrebbe essere della stessa famiglia Ravenna – Elia, che nel 1942 provvedeva ancora al mantenimento dell’altare.

Pertanto bisognerebbe chiedersi se anche la tela della Palomba, sostituita con quella del Giorgino, abbia subito la stessa sorte della Natività dello Stefanelli.

Naturalmente ci troviamo di fronte ad un’ipotesi di ricerca, poiché al momento nessuna fonte che ho avuto modo di consultare fa riferimento esplicito a questo avvicendamento di tele avvenuto nel ‘900 nella matrice di Parabita.

 

Note

[1] Stato delle Chiese e luoghi Pii della Terra di Parabita descritto dal Rev. Sign. Arcip.te D. Vincenzo M.a Ferrari della stessa Terra in esecuzione delli ordini e a tenore delle istruzzioni date in Santa Visita a IX.obre 1792 da Monsig.re Illmo D. Carmine Fimiani Vescovo di Nardò, Archivio Storico, Parrocchia San Giovanni Battista, Parabita, 1792.

[2] A. De Bernart (a cura di), Paesi e figure del vecchio Salento, Barra, Congedo Editore, 1980, Volume I, pp. 66-67.

[3] O. Seclì, Parabita. Origini storia genealogie di novantanove cognomi, Parabita, Tipolitografia Martignano, 1992, p. 173.

[4] A. De Bernart, op. cit., p. 67.

[5] Questionario per la parrocchia in generale, Archivio Storico, Parrocchia San Giovanni Battista, Parabita, 1942.

[6] C. De Giorgi, La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Galatina, Congedo Editore, 1975, p. 242.

[7] U. Di Furia, Opere inedite in terra salentina di Antonia e Teresa Palomba, sorelle pittrici, in “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, a. III n°3, , p. 108.

[8] G. Serino, Memorie sulla Terra di Parabita e sue antichità, 1855, in A. D’Antico (a cura di), Parabita. Memorie e sue antichità di Giuseppe Serino, Alezio, Tipografia Corsano, 1998.

[9] U. Di Furia, Opere inedite in terra salentina di Antonia e Teresa Palomba, sorelle pittrici, op. cit., pp. 108-109.

[10] Visita Pastorale di Geronimo De Coris, Archivio Storico Diocesano “Mons. Domenico Caliandro”, Nardò, 1659.

[11] Stato delle Chiese e luoghi Pii della Terra di Parabita descritto dal Rev. Sign. Arcip.te D. Vincenzo M.a Ferrari della stessa Terra in esecuzione delli ordini e a tenore delle istruzzioni date in Santa Visita a IX.obre 1792 da Monsig.re Illmo D. Carmine Fimiani Vescovo di Nardò, cit.

[12] Notizie volute da Monsignor Vescovo D. Salvatore Lettieri per la Santa Visita. Parabita, Archivio Storico Diocesano “Mons. Domenico Caliandro”, Nardò, 1827.

[13] O. Seclì, op. cit., p. 173.

[14] Ibidem.

[15] G. Serino, op. cit., p. 28.

[16] Privilegi e altari, Archivio Storico, Parrocchia San Giovanni Battista, Parabita, 1922.

[17] Privilegi e altari, Archivio Storico, Parrocchia San Giovanni Battista, Parabita, 1929.

[18] Questionario per la parrocchia in generale, cit.

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (6/7): Oria e Francavilla Fontana

di Armando Polito

ORIA

Il castello
immagine tratta da http://news.oria.info/abusi-al-castello-il-comune-di-oria-chiedera-i-danni/201532084.html

 

FRANCAVILLA FONTANA

Il castello degli Imperiali

 

 

 

 

 

immagine tratta da http://www.itriabarocco.net/web/guest/home/articolo?p_p_id=pis11_articolo_WAR_pis11&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&p_p_mode=view&_pis11_articolo_WAR_pis11_f=index_articolo.jsp&_pis11_articolo_WAR_pis11_articleid=59635

 

 

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la seconda parte (Brindisi): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la terza parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

Per la quarta parte (S. Maria di Leuca e Otranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/09/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-4-7-s-maria-di-leuca-e-otranto/

Per la quinta parte (Maglie, Gallipoli, Galatina, Soleto, Copertino e Leverano):  http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/18/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-5-7maglie-gallipoli-galatina-soleto-copertino-e-leverano/

Per la settima parte (Taranto e Catellaneta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/01/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-7-7-taranto-e-castellaneta/

 

 

 

 

(CONTINUA)

 

(CONTINUA)

Fine d’anno, con ritorno all’Ariacorte

l’insenatura acquaviva di marittima, come era una volta

 

di Rocco Boccadamo

 

Qualche tempo fa, un Dirigente scolastico, nel presentare il mio libro “Luca e il bancario” e riferendosi, più in generale, alla mia attività scrittoria, osservava come le mie narrazioni, molto spesso, sfiorino, sublimandolo, un sito naturale definito e speciale, ossia a dire l’incantevole seno “Acquaviva” di Marittima.

Era proprio nel giusto, il suddetto commentatore, giacché l’Acquaviva è, per me, davvero un luogo impareggiabile e magico, una sorta di bomboniera marina, dove, fra l’altro, ho compiuto i primi passi o movimenti natatori.

E, tuttavia, per completezza di pensieri e sentimenti, il fantastico specchio d’acqua limpida e frizzantina in questione non è l’unico ambito che ho caro, provo, parimenti, un profondo attaccamento anche verso il piccolo e antico rione del paese, l’Ariacorte, dove, nel remoto 1941, sono venuto al mondo.

L’Ariacorte, insomma, si pone anch’essa come una bomboniera: di ricordi e dell’anima.

Già in altre occasioni, ho avuto modo di soffermarmi sul minuscolo sommario quadrilatero, delimitato e intersecato dalle analogamente minuscole vie Francesco Nullo, Giacomo Leopardi, Isonzo, Pier Capponi e Piave, con breve estensione laterale al tratto iniziale di Via Premuda.

E però, mi piace ripercorrere ancora una volta lo scenario, puntualizzando che la rievocazione, sotto l’aspetto temporale, spazia dalla fase dei miei primi passi (sic) sino agli anni cinquanta dello scorso secolo.

Erano stagioni in cui l’esiguo agglomerato si trovava affollato fitto di nuclei famigliari, ciascuno, in genere, con molti membri, perciò, nell’insieme, contava una novantina d’abitanti, fra bambini e infanti, adulti e vecchi.

L’attuale stato dell’arte demografico e residenziale si presenta, è ovvio, del tutto mutato, posto che, nell’Ariacorte, dimora stabilmente appena una decina di persone, cui, nel periodo estivo e in alcuni fine settimana, si aggiungono, all’incirca nello stesso numero, presenze di proprietari o inquilini di abitazioni, i quali, abitualmente, vivono fuori.

°   °   °

La mia località di nascita, Marittima, ameno paesino del Basso Salento, ha per protettore S. Vitale martire e per compatrona la Madonna di Costantinopoli o Odegitria.

Da ciò consegue che, secondo una secolare consuetudine (che, per la verità, negli ultimi tempi sembra gradualmente affievolirsi), molti abitanti portino il nome di battesimo di Vitale e Costantino/Costantina.

Difatti, durante il citato lasso della mia messa a fuoco, anche nell’Ariacorte, su circa centonovanta domiciliati, se ne enumeravano ben ventidue con tali nomi: Costantino ‘a Marta, Costantino ‘a Matalena, Costantino ‘u Nardu, Costantino ‘u Toti, Costantino ‘u Stinu, Costantino ‘u fusu, Costantina ‘a patana, Costantina ‘u medicu (nonna), Costantino ‘u medicu (nipote), Vitale ‘u Nardu, Vitale ‘u Consiglio, Vitale ‘u quendici, Vitale ‘u ciucciu (nonno), Vitale ‘u ciuccio (nipote), Vitale ‘a zuccaretta, Vitale ‘u minicone, Vitale ‘u casinu, Vitale ‘u fusu, Vitale ‘u puce, Vitale occhi ‘e lampu, Vitale ‘a Matalena, Vitale ‘a Paziavita (vigile urbano).

°   °   °

Mi viene da soffermarmi, in particolare, su due degli anzidetti, Costantina ‘u medicu (nonna) e Costantino ‘u medicu (nipote).

Aveva, la prima, una casetta terranea verso il compimento di Via Isonzo e, ivi, la donna, già vedova, accoglieva i nipoti Costantino, appunto, e Maria (sua sorella), rimasti a loro volta orfani di entrambi i genitori in età giovanissima.

La donna in questione era di corporatura minuta ma dotata di un forte carattere, decisa, determinata e, all’occorrenza, severa.

Mentre andava accudendo amorevolmente i due congiunti arrivatile in casa, rammento che, di solito, si appalesava severa all’indirizzo di noi, altri ragazzini del rione, non le piacevano i nostri giochi in prossimità della sua abitazione, che, magari, talvolta finivano col disturbare il suo sonnellino pomeridiano; col risultato che, ogni tanto, sequestrava la palla di gomma con cui ci abbandonavamo a lunghe serie di tiri al calcio da un’estremità all’altra di Via Isonzo.

Ad ogni modo, interponendo garbate insistenze, la palla c’era restituita.

Altro ricordo, Costantino, da giovane, aveva una fidanzata (zita), sempre di Marittima, G. A un certo momento, la coppia pensò bene di accelerare e anticipare i tempi del rituale sposalizio, compiendo la classica fuitina, iniziativa, all’epoca, affatto rara.

Il gesto suscitò vivaci reazioni di contrarietà e stizza nel papà della giovane e, per ciò, venne meno la possibilità che la coppia andasse a stare presso quella famiglia.

Al che, l’anziana nonna Costantina si offrì spontaneamente di seguitare a ospitare in casa sua il nipote Costantino, non più da solo ma con G.

Gli sposini rimasero presso la nonna, nell’Ariacorte, per un po’ di tempo, anche dopo il matrimonio, sino a quando l’anziana, amorevole ma insieme fedele al suo rigore, non sollecitò i giovani a trovarsi una casa per conto loro e a stabilirvisi.

°   °   °

Si sono nel frattempo succeduti svariati lustri e decenni, il volto esteriore e l’atmosfera dell’Ariacorte appaiono letteralmente differenti.

Nonostante questa realtà, rimangono forti il mio affetto e l’intenso legame con l’isola entro i cui confini sono nato, sentimenti che mi accompagnano anche nella corrente stagione dai capelli bianchi.

Infine, quando – d’estate – i miei nipotini vengono a trascorrere le vacanze nel Salento, non esito a condurli a girare lentamente fra le sue viuzze, narrando loro.

Intanto, il lungo intervallo temporale si è dipanato pure per Costantino, ho spesso occasione d’incontrarlo, possedendo egli un podere giusto di fronte alla mia villetta del mare sulla via per l’Acquaviva e, da antichi sodali dell’Ariacorte, ci scambiamo insieme, immancabilmente, nostalgiche reminiscenze delle stagioni andate.

Costantino si avvia a inaugurare il suo novantaquattresimo calendario e, per sua buona sorte, egli vive ancora in autonomia, muovendosi, alternativamente, alla guida dei suoi due mezzi: un motofurgone “Ape” e un’autovettura.

Fascinazione: i riti, i simboli, le guaritrici, le affascinatrici e le vittime

di Gianfranco Mele

 

“L’ occhio manifesta molte cose magiche, poiché incontrandosi un uomo con l’altro, pupilla con pupilla, la luce più possente dell’uno abbaglia e abbatte l’altro che non può sostenerla”

(T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, pag. 284)

 

Johanne Christiano, Tractatus de fascinatione, Nuremberg, 1675

 

Nell’ambito di un seminario-ricerca universitario di antropologia, a metà anni ’80 mi fu assegnata una ricerca sulle tradizioni magico-popolari a Sava e in particolare sull’usanza de “lu ‘nfascinu” (una forma di “maleficio” – anche involontario – lanciato principalmente per mezzo dello sguardo). Intervistai in quella occasione 25 donne savesi di estrazione contadina, che erano entrate in contatto con questa esperienza: in particolare, mi occupai sia di raccogliere informazioni da chi aveva avuto in famiglia un caso di ‘nfascinu, che di intervistare donne guaritrici e donne ritenute ammaliatrici. Sinteticamente, gli elementi che emergevano erano i seguenti:

 

  • soggetti maggiormente colpiti dal fascinum: bambini/e e fanciulli/e
  • modalità di trasmissione: sguardo, parole (anche complimenti), gesti, contatto fisico (carezze, toccamenti)
  • sintomatologia: mal di testa, vomito, sonnolenza, pesantezza delle palpebre, perdita delle forze, pallore, febbre, intontimento, spossatezza, dolori diffusi.
  • aggravamento dei sintomi non accompagnato da “cure”: morte
  • tipologia del “male”: maleficio (anche e spesso involontario)
  • riti preventivi: amuleti (“cornetti” appesi al collo), immagini sacre, sacchettini appesi con una spilla agli indumenti e contenenti piombo, immagini sacre, acini di sale
  • riti esplorativi (diagnostici): rituali relativamente complessi con utilizzo di orazioni segrete, formule, preghiere, piattino con acqua e olio;[1] utilizzo della lingua (segno della croce per 3 volte) sulla fronte del bambino per “saggiare” se è affascinato o meno
  • rituali riparatori: formule, gesti, orazioni segrete o preghiere o segni della croce ripetuti per 3 volte. Il rito del “piattino con acqua e olio” ha in genere una funzione esplorativa ma si protrae sino alla fase riparatoria (è in un certo senso parte integrante anche della “cura” e viene ripetuto per verificare se il soggetto è guarito)
  • persone deputate a guarire: donne, in genere anziane, che hanno appreso la pratica per via “segreta o iniziatica (spesso tramandata di generazione in generazione a “eredi” prescelti e/o considerati predestinati, attraverso – in ogni caso – una vera e propria iniziazione). In altra occasione in cui ho descritto alcuni dei risultati della suddetta ricerca, ho evidenziato alcuni elementi comuni tra i rituali di guarigione connessi al fascinum tipici della nostra cultura contadina, e elementi che rimandano al mito di Demetra – nutrice, guaritrice e protettrice degli infanti, e dispensatrice di rimedi magici. [2]

Il rituale esplorativo con l’utilizzo di una bacinella in cui si versano gocce d’olio, è un tipico esempio di Lecanomanzia (dal gr. λεκανομαντεία, comp. di λεκάνη «bacino» e μαντεία «divinazione»).

L’utilizzo del piattino con acqua e olio a scopo divinatorio e diagnostico è un classico: si lasciano cadere 3 gocce di olio in un piattino colmo d’acqua e si osserva il “comportamento” delle gocce al fine di individuare se il soggetto è stato “affascinato”, e anche se l’ “affascinatore” sia stato un uomo o una donna.

Vittime dell’affascino possono essere tutti, ma in particolare donne gravide e bambini in quanto sia particolarmente vulnerabili che più frequentemente bersagli di attenzioni e complimenti. L’ arte dell’affascino si esercita difatti attraverso sguardi e parole (in particolare complimenti alla bellezza). Il bacio o lo sputo sono rituali preventivi istantanei atti a scongiurare l’effetto dell’affascino (esercitato anche involontariamente), cosicchè se viene rivolto un complimento a una donna o a un bambino/a si può istantaneamente rimediare con uno dei suddetti gesti riparatori onde evitare di “infascinare”.

Ma il bacio è anche veicolo di affascino. Camilla Rubino è accusata dal Tribunale del Santo Officio di Oria, nel 1722, di praticare la fascinazione; in particolare, è accusata di aver affascinato con i complimenti e di aver rafforzato l’ “affascino” con i baci, dati alla sua vittima con la scusa di doverli utilizzare a fini preventivi:“ li voleva dare tre baggi per non essere affascinata, ed infatti accostatasi la baggiò trè volte in faccia e all’istesso tempo detta Anna Maria s’intese come tre chiodi e punture acutissime sul cuore, uno però era più amaro degli altri […] e dall’ora in poi li sopravvenne inquietudine e perdì affatto l’appetito non potendo gustare altro se non qualche poco d’acqua e in tanto stava qualche poco quieta se la metteva un vaso d’acqua avanti agli occhi e trattenutasi così per lo spazio di dodici giorni circa, doppo aver sola fatta fare dalla di sua madre molta preghiera, andò di nuovo detta Camilla in casa d’essa Anna Maria, e ribaggiàtala trè volte in faccia subito si sentì all’istesso levare quelle tre punture dal cuore […] li sopravvenne l’appetito, ed incominciò a rifarsi, vero bensì li restò l’ utero gonfio in tre parti che poi a poco a poco li sgonfiò”. [3]

Nell’ambito delle credenze sulla fascinazione, l’acqua riveste un ruolo molto importante. La sua presenza è difatti multifunzionale: è parte integrante del rituale di “sfascinazione”, sia nella sua parte esplorativa che in quella riparatoria. La bacinella d’acqua è utilizzata per capire se il soggetto è “infascinatu” (attraverso il rito dell’olio versato in acqua) sia nell’ambito del successivo e consequenziale procedimento di sfascinazione. Inoltre, l’acqua è l’unico alimento che il “malato” riesce ad ingerire, ed ha per di più la funzione di acquietarlo se posta dinanzi ai suoi occhi.

Vi sono varianti del rituale, nelle quali l’acqua è comunque presente: Maria Rosaria Corvino è ritenuta vittima di una qualche malìa, così sua madre Anna Corvino chiede aiuto congiunto a fra’ Matteo, padre cappuccino, e alla masciàra Maddalena Montagna. La masciàra compie un rito che consiste nello spargimento di “3 acini di sale, un poco di incenso benedetto e un poco di palma benedetta”, e, successivamente

havendo fatto prendere un poco d’acqua dentro un piatto li fece bagnare la faccia alla rovescia per qualche fascino[4]

La vittima della fascinazione trae dunque giovamento dall’ acqua, dal contatto o dall’ingestione o dalla vista dell’acqua, esattamente come la tarantàta: nei rituali domiciliari del tarantismo sono poste delle bacinelle d’acqua a tal scopo nell’ambiente ove si svolgono il ballo e il rito terapeutico, e inoltre, secondo alcune testimonianze, sino almeno al 1700 le tarantate svolgono le loro danze, oltre che nei pressi di crocicchi, in luoghi vicini a fonti d’acqua[5] o addirittura vengono portare a far bagni nel mare (tipico degli antichi rituali tarantini).[6]

La presenza e il ruolo fondamentale dell’acqua sono inoltre noti anche nell’ambito del rito galatinese, nel quale alla cristianizzazione del rituale attraverso l’intercessione di San Paolo sono affiancati elementi preesistenti (e anch’essi cristianizzati) quali appunto l’ acqua risanatrice del noto pozzo di S. Paolo presente all’esterno della Cappella omonima. Un’altra particolarità in comune tra il rituale galatinese del tarantismo e il rituale della fascinazione è la presenza dello sputo risanatore (secondo il Vallone, che a sua volta riprende da alcuni scritti dell’ Arcudi, l’acqua del pozzo di Galatina sarebbe stata contaminata, nella leggenda, dalle proprietà medicinali della saliva delle sorelle Francesca e Polisena Farina, dette anche le Bellevicine:[7] del resto, le credenze sullo sputo risanatore sono antichissime e ne fa menzione Plinio, così come sono presenti nei Vangeli di Giovanni e Marco che narrano di Gesù che guarisce un cieco e un sordomuto con lo sputo, e lo stesso Arcudi narra delle genti dei popoli dei Marsi e degli Psilli che guariscono tramite la saliva).

Nella fascinazione lo sputo o la saliva è utile sia a livello di riparazione contestuale ai possibili effetti di fascinazione causati dai complimenti, che a livello riparatorio ad uno stadio di fascinazione avanzata (una variante del rituale riparatorio consiste nel leccare la fronte del soggetto “affascinato” da parte di una guaritrice esperta che accompagna a questo gesto orazioni e altre ritualità).

Altro elemento in comune tra fascinazione e tarantismo è la possessione, da intendersi nel caso del tarantismo come possessione da parte del ragno, e nella fascinazione come una sorta di dominazione[8] esercitata dalla persona che ha causato la “malattia”.[9]

Rilievo marmoreo contro il fascino, da: G. Lafaye, Fascinum, in: Daremberg, Saglio, Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines II, Parigi, 1896

 

Il principale veicolo di fascinazione è lo sguardo (gli occhi, l’ “ogu malo” come si dice in Sardegna, ovvero il “malocchio”).

Le principali o le più frequenti vittime sono i bambini. La donna “strega” invidiosa delle altrui gravidanze e della altrui prole ha un precursore mitico nella figura di Lamia regina della Libia. Lamia fu rivale in amore di Era: Zeus difatti se ne invaghì e mise al mondo dei figli per mezzo suo. Ma Era, rabbiosa di gelosia, uccise tutti i figli che Lamia ebbe da Zeus, e condannò inoltre Lamia a non chiudere mai gli occhi. In conseguenza di questo episodio, schiacciata dal dolore, Lamia iniziò ad essere gelosa di tutti i nascituri e a far morire così per invidia i figli di tutte le altre femmine. Sembra che li divorasse succhiandone il sangue o che li trucidasse, e inoltre, questa figura è collegata agli occhi stregati. Zeus, per compassione e nel tentativo di placarla, le diede il dono degli occhi movibili, che Lamia poteva perciò mettere e togliere a suo piacimento. Questa capacità di rimuovere gli occhi permise a Lamia di accedere ad una percezione particolare, sia da un punto di vista profetico che, probabilmente, della forza magica e magnetica degli occhi stessi.   

Della fascinazione in ambito salentino parla anche Michele Greco nella sua ricerca dei primi del ‘900:

… molte mamme attribuiscono il dimagrimento e il malessere dei loro bimbi a qualche masciàra (fattucchiera) invidiosa…[10]

Ravenna, chiesa di S. Giovanni Evangelista: frammento di mosaico raffigurante Lamia (XIII sec.)

 

Tuttavia, sebbene i soggetti più a rischio siano ritenuti i bambini e le belle donne, chiunque può essere vittima della fascinazione.

La masciàra Giustina Quaranta, denunciata e processata a Oria nel 1742 (e incarcerata nel gennaio dell’anno successivo), era temutissima per le sue arti magiche, e per la sua capacità di ammaliare con gli occhi:  difatti, secondo l’accusa di   Carmina De Tomaso lei stessa vanta questo potere, nel momento in cui una delle sue vittime gli fa presente di essersi rivolta ad un sacerdote: “altercatasi la detta Giustina con mio padre à riflesso che diceva alla medesima che detto mio padre era stato da Monsignor ill.mo, detta Giustina soggiungeva, che Monsignor non l’avrebbe fatto cosa alcuna che li bastava l’animo incantarlo con l’occhi...” [11]

L’inquisitore descrive le capacità di Giustina di provocare infermità con parole, sguardo e “toccamenti” (e, allo stesso modo, di “sanare”): “ I testimoni che hanno deposto e testificato che essa costituita si avesse servita di cosa superstiziosa, e che con parole, colla sua vista, i suoi toccamenti avesse fatto ammalare, e rispettivamente sanare alcune persone, anzi che con sua bocca essa costituita abbia detto di aver fatto morire più persone…[12]

Mosaico romano da Antiochia, Casa del Malocchio

 

Nell’antica Roma esisteva una divinità, Cunina, espressamente deputata a proteggere i bambini dal Fascinum.[13]

A livello preventivo si indossavano amuleti di forma fallica, e questa consuetudine era così diffusa che l’ amuletum stesso iniziò ad essere denominato fascinum, e addirittura il fallo stesso era indicato, a volte, con lo stesso termine.[14]

Amuleto fallico gallo-romano, Museo di Saint Remi

 

[1]
Le varianti del rituale sono numerose. In altra sede mi riservo di descriverle compiutamente.

[2]    Gianfranco Mele,   I sacri rituali di guarigione: Demetra, la “papagna” e “lu ‘nfascinu”. Echi di antichi culti sopravvissuti nella tradizione contadina della Provincia di Taranto e del Salento, Terre del Mesochorum – storia, archeologia e tradizioni nell’area ionico tarantina, Archeoclub Carosino, sito web, aprile 2015

[3]    Atti Curia di Oria, Denuncia di Giuseppe Rizzo contro Camilla Rubino di Latiano, perchè definita maga, Anno 1722, cit. da Maria Antonietta Epifani in “Stregatura”, Besa Editrice, 2001, pp. 57-58

[4]    Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie ai tempi di Monsignor Labanchi, Denuncia di Anna Corvino in data 14 febbraio 1741 contro fra’ Matteo cappuccino acusato di credere nelle stregonerie, f. 1

[5]            Giuseppe Gigli, Il ballo della tarantola. In “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto” Firenze 1893

[6]    Cfr.Giovanni Battista Gagliardo, Descrizione topografica di Taranto, pp. 64-65, Napoli, 1811

[7]    Giancarlo Vallone, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale, Congedo Editore, 2004

[8]          Scrive Ernesto De Martino in “Sud e magia”: “Il tema fondamentale della bassa magia cerimoniale lucana è la fascinazione (in dialetto: fascinatura o affascino). Con questo termine si indica una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta. Col termine affascino si designa anche la forza ostile che circola nell’aria, e che insidia inibendo o costringendo. L’immagine del legamento, e del fascinato come “legato”, si riflette nel termine sinonimo di attaccatura talora impiegato per designare la fascinazione: in particolare l’ attaccatura di sangue è un legame rappresentato simbolicamente come sangue che non fluisce liberamente nelle vene. Cefalgia, sonnolenza, spossatezza, rilassamento, ipocondria accompagnano spesso la fascinazione: ma l’esperienza di una forza indominabile e funesta resta il tratto caratteristico. La fascinazione comporta un agente fascinatore e una vittima, e quando l’agente è configurato in forma umana, la fascinazione si determina come malocchio, cioè come influenza maligna che procede dallo sguardo invidioso (onde il malocchio è anche chiamato invidia), con varie sfumature che vanno dalla influenza piú o meno involontaria alla fattura deliberatamente ordita con un cerimoniale definito, e che può essere – ed è allora particolarmente temibile – fattura a morte. L’esperienza di dominazione può spingersi sino al punto che una personalità aberrante, e in contrasto con le norme accettate dalla comunità, invade piú o meno completamente il comportamento: il soggetto non sarà piú allora semplicemente un fascinato, ma uno spiritato, cioè un posseduto o un ossesso, da esorcizzare. “

[9]    Vedi anche M.A. Epifani, op. cit., pag. 58

[10]  Michele Greco, Superstizioni medicamenti popolari tarantismo, manoscritto, 1912, ried. a stampa Filo Editore, 2001, pag. 85

[11]  Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie ai tempi di monsignor Labanchi, Denuncia in data 5 luglio 1742 di Carmina De Tomaso contro Giustina Quaranta accusata di essere strega, ff. 1-2

[12]  Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie ai tempi di monsignor Labanchi, Denuncia in data 5 luglio 1742 di Carmina De Tomaso contro Giustina Quaranta accusata di essere strega, f. 29

[13]  Carla Corti, Diana Neri, Pierangelo Pancaldi, Forme ed attestazioni di religiosità del mondo antico nell’ Emilia centrale, Aspasia Edizioni, 2001, pp. 73-74

[14]  Ibidem, pag. 72

L’arte del costruire nel Salento. Gli arnesi del mestiere

di Mario Colomba

Gli arnesi del mestiere (li fierri)

La descrizione delle modalità in cui si sono svolti quei lavori che hanno portato alle realizzazioni che noi oggi ammiriamo non può prescindere dalla conoscenza degli strumenti, delle attrezzature, degli utensili e, in una parola, del cantiere come si presentava, a mia memoria, dagli anni 50 in poi e che praticamente riproduceva le condizioni che si andavano ripetendo da qualche millennio con le stesse modalità.

Per questo è opportuno descrivere preliminarmente non solo l’atmosfera, l’organizzazione produttiva da cui scaturiva il prodotto finale, ma anche gli strumenti e le attrezzature che venivano impiegati nelle varie categorie di lavorazioni che si svolgevano in un cantiere edile:

 

  • per l’estrazione dei conci di tufo veniva adoperato:-   per i lavori di scavo venivano usati:   –   per il confezionamento della malta occorrevano:
  •    Il setaccio (farnaro o sitella o rezza a secondo della dimensione dei fori);
  •    il piccone (lu zappone) e la pala;
  •    il piccone (lu zueccu);

la calderina (recipiente metallico tronco conico della capacità di circa 11l. provvisto di due maniglie contrapposte fissate sul bordo superiore).

la pala, molto simile alla vanga;

Il ruezzulu (sorta di zappa con manico lungo   inclinato, di legno)

–   per lo squadratore occorreva:

una mannaia (mmannara di peso e dimensioni variabili; per la pietra leccese si usava quella più pesante) costituita da un’ascia a doppio taglio (uno più grande “occa” ed uno più piccolo “pinnulu”) con manico in legno leggermente ricurvo;

uno squadro metallico i cui lati misuravano circa 70 e 35 cm;

un metro a stecche ripiegabili;

una taglia (sorta di staggia in legno – tagghia)

–   gli attrezzi del muratore erano:

la cazzuola, (cucchiara –cucchiarottu)

il martello,

il filo a piombo, (costituito da piombo e mazzola)

la corda (firazzulu)

la livella (ma anche l’archipendolo; senza dimenticare che nelle località rivierasche si usava traguardare il piano orizzontale dei cornicioni col livello del mare, quando era calmo, all’orizzonte)

un metro a stecche ripiegabili.

una mannaia (mmannara).

 

Tratto dal volume :

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (5/7): Maglie, Gallipoli, Galatina, Soleto, Copertino e Leverano

di Armando Polito

Maglie, il Municipio

 

Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Maglie, la piazza
Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Gallipoli. il borgo
Gallipoli, il ponte
Gallipoli, Il porto
Galatina, chiesa di S. Caterina
Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Soleto, il campanile
Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Copertino, Il castello
Immagine tratta ed adattata da Google Maps
Leverano, la torre di Federico
Immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la seconda parte (Brindisi): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?                                                                                                                                                  fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la terza parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

Per la quarta parte (S. Maria di Leuca e Otranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/09/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-4-7-s-maria-di-leuca-e-otranto/

Per la sesta parte (Oria e Francavilla Fontana): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/26/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-6-7-oria-e-francavilla-fontana/

Per la settima parte (Taranto e Catellaneta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/01/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-7-7-taranto-e-castellaneta/

Pupi e pupari: l’antica tradizione del presepe nel Salento

di Cristina Manzo

 

Tre Re Magi, da lontano,

son venuti piano, piano

per vedere Gesù Bambino.

Una stella

tra il turchino

li ha guidati nel viaggio,

dolcemente, col suo raggio;

li ha guidati col suo lume.

Gesù dorme e non ha piume,

non ha fuoco, non ha fiamma:

ha soltanto la sua mamma.

L.Nason

 

Sec. XIX, cartapesta e conchiglie, i pastori sono del 1966, essendo stati rubati gli originali, proprietà privata, Lecce

 

“L’iniziativa nel Salento, ed in particolare a Melendugno, di una mostra storica del presepio colma una lacuna e, nello stesso tempo, pone tutta una somma di premesse. In effetti, mai c’era stata nel Salento che ha dato un contributo imprescindibile alla statuaria sacra, una mostra storica del presepio, almeno di manufatti presenti nella zona. Si tratta, in fondo, di un’attività di non comune spessore economico e culturale. Di un’attività, allora, che va dignitosamente valorizzata”[…] Questa mostra intende essere, con gli elementi esposti ed i contributi offerti con genuinità d’intenzioni, un approccio di non comune consistenza a quel lavoro. […] È, questo, anche un augurio ed un incoraggiamento a quanti in questo settore della cultura operano.

Questo quanto si legge in una dichiarazione firmata dall’Assessore alla cultura e P.I. del comune di Melendugno, Francesco Trecca e C. S. P.C. R. di Calimera, Salvatore Polo e Tonino Fiorentino, a Calimera il 13 dicembre del 1985, per l’esposizione dei presepi allestita nella sala consiliare del comune di Melendugno dal 13 al 22 dicembre 19851.

Al 1946, invece, risale “La prima mostra artigiano del presepio” organizzata a Lecce, dalla Camera di Commercio, con premio al miglior presepe, quello di Michele Massari, presepe gotico in mostra permanente al castello Carlo V. […] È sorprendente, ascoltare diversi anziani leccesi raccontare (e gli studiosi della materia ne danno giustificazione storica), che a Lecce e nella sua provincia da secoli esiste la tradizione presepiale. In Salento ci sono chiese i cui presepi risalgono al Cinquecento, com’è il caso di quello costruito in pietra locale da Stefano da Putignano nell’antica chiesa di San Francesco d’Assisi nel centro storico di Gallipoli2.

Stefano da Putignano, presepe della chiesa di san Francesco d’Assisi a Gallipoli

 

A questo grande artista, da principio la critica non aveva prestato la giusta attenzione dovuta, eppure è proprio ad egli che è da attribuire l’espressione più peculiare del presepio pugliese, nonostante la sua educazione artistica non possa essere individuata prettamente nel suo paese d’origine, poiché nasce e si forma in un ambiente artistico e culturale ricco di fermenti e fecondo di sollecitazioni, come quelle della tecnica artistica dei lombardi Pietro e Giovanni Alamanno ai quali, invece, sembra debba essere attribuita la nascita del presepio napoletano. Un documento, estremamente interessante, del 1478 ci fa sapere che in quest’anno messer Jaconello Pipe o Pepe, aromatario del Duca di Calabria, dette incarico ai due Alamanno di apprestargli, in occasione del Natale di quell’anno, le figure in legno di un presepio che doveva essere così composto: la Madonna Incoronata, il Santo Bambino, San Giuseppe, tre pastori, undici pecore con tre cani, quattro alberi, undici angeli, il bue e l’asino, due profeti e due sibille. Fu anche pattuito il prezzo, in dodici once di carlini d’argento. Quel che resta di un tal cospicuo numero di elementi è attualmente conservato a Napoli, nella chiesa di san Giovanni a Carbonara.

Pietro e Giovanni Alamanno, presepe di San Giovanni a Carbonara, 1478

 

Mentre, notevole è nel museo pinacoteca di Bitonto, un presepio in pietra di uno scultore galatinese, Nuzzo Barba. Il Foscarini lo dice “artefice molto apprezzato ai suoi tempi, se non di grande finitezza”. Certo è che durante i secoli XV e XVI nel Salento, i motivi rinascimentali sono interpretati, ad opera di artisti come Nuzzo, o Nunzio, Barba da Galatina, Francesco Bellotto, Francesco Colaci, e lo stesso Stefano da Putignano, secondo un modo spiccatamente decorativo, fantastico e pittoresco, che senza ombra di dubbio, per certe cifre stilistiche già pronunciate, può già dirsi Barocco. Nulla resta del Barba in provincia ed a Lecce, nella cui Cattedrale, invece, è custodito, sia pure ridotto e mutilato, l’interessante presepio dei Riccardi, tanto caro e presente ai leccesi. Consiste in un tabernacolo poggiato su due colonne a spirale e due mezze colonne addossate al muro, elegantemente intagliate e sulla cui copertura sono situati i Re Magi e vari animali scolpiti in pietra leccese. L’effetto che le figure del Riccardi producono è grandioso, e c’è da pensare a quando l’opera era integra, suscettibile d’essere ammirata nella sua scenografica grandiosità. Ma con le figure del Riccardi per il presepio, il cui spirito si discosta di molto da quello, piuttosto rude ma schietto e forte che era tipico delle figure di Stefano da Putignano, e con le figure della chiesa di San Giovanni Battista, comunemente detta del Rosario, disposte con intenzione realistica intorno ad un dipinto della Natività, Lecce si introduce con piena dignità culturale nel pittoresco movimento napoletano dell’invenzione e dell’esecuzione dei presepi fermi e “movevoli”3.

Gesù Bambino – (inizi sec. XX) – Cartapesta. Proprietà privata. Lecce. Tutte le tavole seguenti sono presenti nelle pgg. 14-22 ed elencate alla pag. 23 di Presepi e Pastori nel Salento ( a cura di A. E. Foscarini), 1985.

 

Si legge, nel periodico natalizio del 2002: ‘Lu Puparu’, dopo 22 anni, continua, con la sua presenza, a nobilitare il Natale leccese. Unico periodico che documenti le tradizioni e le usanze tipiche del nostro territorio, offrendo un impareggiabile excursus sul dialetto e sulle ricerche legate alla manifattura del presepe e dei ‘pupi’, arte ancora molto condivisa e frequentata dai leccesi, nonostante il progredire dei tempi e l’uso di materiali sempre più lontani dalle tradizionali creta e cartapesta […] Del resto, i ‘pupari’, riuniti in una combattiva e importante Associazione, sono i testimoni, forse unici, di un fenomeno che, col passare degli anni, acquista sempre maggiore importanza, finendo per diventare l’unico referente di quel ‘come eravamo’ che unisce le vecchie generazioni ai giovanissimi, certificando che solo attorno al Presepe si possono riscoprire i sentimenti più antichi e genuini legati alla memoria ed alla fragranza delle cose semplici4.

pastori – (prima metà del secolo XIX) – Pasta di carta e stucco. Proprietà: Chiesa di San Francesco da Paola. Lecce

 

L’associazione di cui nel periodico si parla è quella appunto che si denominò come Associazione salentina degli “Amici del Presepe” (che una volta erano conosciuti semplicemente come i “Pupari”) di cui ha fatto parte anche Antonio Edoardo Foscarini, che ha scritto, tra le molte opere, “Presepi e pastori del Salento”. Da tempo immemorabile, quindi, queste mostre sono diventate sempre più popolari, varie e importanti su tutto il territorio salentino spronando l’artigianato locale a esporre tutti i pregiati manufatti legati alla storia del presepe. Sono motivo di attrazione per tutti gli appassionati di tradizioni, vi sono turisti che vengono anche da molto lontano per visitare e comprare questi capolavori e, nel corso degli anni si sono avute a disposizione varie sedi di notevole storia e visibilità dove esporre tutte le manifatture artistiche create dagli artigiani pupari. Questa tradizione antica aveva un giorno specifico di inizio che era quello della ricorrenza di Santa Lucia.

pastori – (prima metà del secolo XIX) – Pasta di carta e stucco. Proprietà: Chiesa di San Francesco da Paola. Lecce

 

Il 13 dicembre, a Lecce si teneva un’antichissima fiera istituita sin dalla I metà del secolo XVI, ad istanza dell’abate Donato Maria Muccinico. Essa era unica nel suo genere, ed era conosciuta come la “fiera dei pupi” e preannunciava l’arrivo del Natale e della natività raggruppando una bellissima ed emozionante esposizione di tutte le figure più importanti del presepe, tutti i soggetti e i luoghi che sono legati alle radici contadine del nostro territorio. La tradizionale fiera si teneva nelle adiacenze della chiesetta dedicata a questa Santa, da molti anni ormai chiusa al culto e quasi dimenticata da tutti per essere stato demolito e non più ricostruito il palazzo sotto cui si trovava. Di questa chiesetta rimane una viva descrizione in un articolo riportato nel “Corriere Meridionale” del 17 dicembre 1891 scritto dal conte di Ugento e Pisignano Benedetto Alfarano Capece sotto lo pseudonimo di “Hahhh!!!!”.

“Nel sobborgo di questo nome, in fondo alla più spaziosa via di Lecce, troppo larga come via, troppo stretta come piazza, (ricordiamo che siamo nel 1891), sorge un fabbricato basso, tozzo, disadorno, e liscio come il seno di una signorina inglese. Fra i due usci che vi si aprono c’è un affresco raffigurante S. Lucia, l’Argo della religione cattolica, che, beata lei, ha un par d’occhi di ricambio, come un mortale, sia pure un mortale di un membro dell’Accademia di Francia, può avere due dentiere. Dai due usci, mercé due scalinate separate da un muro, si scende in un sotterraneo, battezzato col nome di chiesa, ma che invece è qualcosa di indefinibile, non è una cripta, perché non è sottoposta a nessuna chiesa, non è una confessione, perché manca di reliquie; della catacomba non ha la maestà ed il fascino del mistero che la morte consacra; e finalmente non è una cantina, perché di vino non c’è che quello delle ampolline per la messa. Quell’odore misto di muffa, di incenso e di moccolaia, ch’è la caratteristica delle chiese fuorimano, vi sale al naso appena scendete, per completarsi più basso con quello dell’olio di lentisco, ch’è il “rossetter” dei nostri contadini, e con quello dell’indaco con cui sono tinti i loro abiti. Grandi festoni di veli multicolori con disegni ti talco dorato in applicazione, ornano le pareti della spelonca che ha due altari, mentre attorno alla statua della santa, ornamento d’altra natura, trofei di vittorie da essa riportate, sono appesi dei mascherini; sono i doni votivi: occhi d’argento, di cera, di cartapesta, occhi lividi e stillanti marciume, a seconda del verismo del gabinetto dell’artista…5.

pastori – (prima metà del secolo XIX) – Pasta di carta e stucco. Proprietà: Chiesa di San Francesco da Paola. Lecce

 

pastori – (prima metà del secolo XIX) – Pasta di carta e stucco. Proprietà: Chiesa di San Francesco da Paola. Lecce

 

Ad ogni vigilia di questa festa, in tutte le famiglie leccesi si tiravano fuori gli scatoloni e gli imballaggi con cui l’anno prima, alla fine delle festività natalizie, invero molto dopo l’Epifania, esattamente in occasione della Candelora, si erano messi via tutti gli addobbi che erano stati usati per costruire il proprio presepe, e cominciava l’inventario dei pezzi per vedere cosa poteva essere andato perduto ed era mancante. Se si trovavano pupi rotti si cercava di accomodarli con la colla da falegname sciolta al fuoco. In ogni casa era una gara a chi faceva il presepe più bello e caratteristico. C’era un angolo della casa scelto apposta per questo. Veniva costruita una bella base di legno, con uno spazioso pianale, foderata poi con la carta da imballaggio marrone chiaro o con una carta dello stesso spessore ma dai colori mimetici (solo più tardi si è introdotto l’utilizzo anche della carta crespa colorata) e quella azzurro cielo con stelle dorate veniva posta come sfondo del paesaggio. Con la stessa carta mimetica e fogli di giornale abilmente celati si costruivano anche dune e caverne dove posizionare pupi e animali. Il presepe doveva essere ricco di scene, il mulino che tirava l’acqua, il granaio, i mucchi di fieno, le pecore che brucavano l’erba, le oche dentro lo stagno che, molte volte si costruiva con dei pezzi di specchio coperto ai lati dal muschio, raccolto nelle campagne dove c’erano sempre in abbondanza grandi pietre che ne erano ricoperte o, a volte, persino sulle liame delle case, (cioè i terrazzi) dove con l’umidità d’inverno se ne ricoprivano le chianche, (lastroni di pietra che si usavano per pavimentare). Poi si usavano pietre, conchiglie, pezzi di sughero, corteccia degli alberi, piccoli ramoscelli. I pastori e gli artigiani del piccolo borgo dovevano rappresentare ogni mestiere: c’era la lavandaia, il panettiere, il ciabattino, il sarto, il lattaio, il fabbro, il fruttivendolo, il macellaio, il pescatore e il falegname. I presepi si potevano costruire con le forme di gesso e poi dipingerli, oppure in cartapesta o in pietra leccese, o in sughero, potevano essere anche a più piani con delle scalette in pietra o di legno o di sughero e una volta finiti, prima di posizionare tutti gli abitanti e la natività nella piccola stalla con la mangiatoia dove sarebbe stato deposto il “bambinello”, davanti al bue e all’asinello che l’avrebbero scaldato con il loro fiato, si dovevano inserire tutte le piccole lucine colorate, nascoste negli anfratti e sotto i piccoli mucchi di erba e di fascine che, una volta accese, avrebbero creato la magia e la suggestione attorno alla nascita di Gesù, una scena bucolica sotto un cielo stellato. Infine si ricoprivano tetti e superfici all’aperto con strati di cotone idrofilo che dava l’immagine della coltre di neve adagiata. (anche qui, solo più tardi sono state introdotte le bombolette spray, di neve artificiale). All’entrata della grotta spiccavano sempre due angeli con trombe d’oro, per annunciare la nascita del Divino Gesù, e la cometa sopra il tetto che indicava la strada ai tre Re Magi che dovevano essere posizionati su un sentiero in lontananza per poi arrivare la notte dell’Epifania. Infine, si delineava una specie di perimetro sulla base costruita che circondava il paesaggio della natività con una fila di arance e pigne con sopra delle candeline fissate con la cera calda, che sprigionavano un profumo di resina e di agrumi indelebilmente legato ai ricordi del Natale. Le candeline si accendevano la notte della vigilia, quando tutti insieme davanti alla grotta si cantava “Tu scendi dalle stelle” e si pregava in attesa che nascesse Gesù Bambino. Il pupazzetto che lo rappresentava, quindi, restava nascosto in un cassetto dal giorno dell’allestimento sino all’orario della nascita, e prima di essere deposto nella mangiatoia, dove lo portava sempre il membro più piccino della famiglia, doveva essere baciato da tutti i componenti, che in fila indiana lo accompagnavano da Maria e Giuseppe che lo attendevano. Questo era il momento più emozionante del Natale. Per i bambini era un vero divertimento, ogni anno, aiutare i grandi in questo allestimento e osservavano sempre tutto con molta attenzione perché sapevano che un giorno, questo compito, sarebbe toccato a loro e che lo avrebbero costruito a loro volta tramandando la tradizione. Quando, il giorno dopo, si andava tutti insieme alla fiera di Santa Lucia ognuno, dopo l’inventario, sapeva esattamente cosa occorreva comprare per completare il proprio presepe, quante pecore, quanti pupi o pezzi di paesaggio o, semplicemente, si decideva di comprare qualche pezzo in più che, aggiunto agli altri, avrebbe contribuito ogni anno a rendere più maestosa e ricca la costruzione. I pupi all’inizio erano realizzati in terracotta o cartapesta accuratamente rivestiti con stoffe preziose e dipinti a mano, oppure lasciati grezzi o appena fuocheggiati e rappresentavano manufatti di grande maestria e rarità. Solo successivamente si è passati alle costruzioni, su ampia scala, realizzate in plastica e molto più economiche da distribuire sul mercato. Inoltre a questa fiera venivano esposti anche presepi già interamente allestiti e completi di ogni personaggio, per i ricchi signori che non avevano né tempo né voglia di cimentarsi in questo passatempo.

Quella dei pastori per il presepe era una produzione caratteristica salentina nata all’ombra delle botteghe in cui si lavorava la cartapesta. I giovani lavoranti, nelle ore libere (poche per la verità…allora), si dedicavano a fare i “pupi”, ed a quest’arte si dedicavano anche i barbieri che con passione si cimentavano in quest’occupazione che, tra l’altro, consentiva loro di realizzare un guadagno extra. […] In molte chiese si erigevano grandiosi, stupendi presepi come quelli delle chiese leccesi di San Giuseppe, di Sant’Angelo, di San Francesco, ed infine negli anni più recenti, quello che veniva realizzato, con l’aiuto dei convittori, dei padri gesuiti nella chiesetta annessa al “Collegio Argento”. Per questi grandi presepi, vere opere d’arte, non si utilizzano i “pupi” venduti alla fiera di S. Lucia, ma delle statuine alte sin oltre cinquanta centimetri, realizzate in cartapesta, in creta, in pietra leccese e rivestite di abiti in tessuti pregiati, opera di scultori che avendo iniziato la loro carriera come modellatori di “Madonne e Cristi” di cartapesta nelle botteghe artigiane, si dilettavano nel fare i “pupi” anche quando erano diventati famosi. Ricorderemo tra i tanti: A. Bortone di Ruffano, E. Maccagnani e L. Guacci di Lecce, G. Mangionello di Maglie6.

Una testimonianza che i nostri scultori, anche i maggiori, hanno cominciato la loro carriera artistica facendo “pupi”(e, in questo caso, proprio con riferimento al Mangionello di Maglie) ce la dà l’avvocato Martino Colucci in un articolo firmato “Sir” apparso, sul “Corriere Meridionale” del 23 dicembre 1897 e che riporta fedelmente:

“Si era giovanetti, e si andava insieme alle scuole elementari. Egli disegnava spesso dei paesaggi e delle figurine graziose, più spesso ancora rubacchiava le stecchette di gesso per il quadro nero e scolpiva madonnine e santini. Un anno, al primo giorno di lezione dopo le vacanze del Ceppo, volle condurre me e tutti gli altri compagni di classe nella sua modesta casetta, a vedere il “Presepe” quest’arcaico e tradizionale omaggio al rinascente bambino. Ci parve una cosa nuova e molto bella. Avvezzi a vedere sui monti di cartone i “pastori” dei nostri rivendugliosi ambulanti, vestiti al solito con giubetto e calzoncini corti, col solito cappello a cencio, con i soliti stivalini alla moda, si rimane meravigliati di vederli avvolti in larghi paludamenti, che egli chiamava “toghe” e “tuniche”, o a sentirsi dire dal piccolo artista audace che gli uomini di quel tempo non usavano coprirsi il capo in battaglia o raramente, e solevano calzare certe suole assicurate al collo del piede con i lacciuoli, che si dicevan “sandali”; come sapeva tutto ciò? – E dove hai comprato quei bei pastori ? – Saltò a dimandare uno di noi. – Li ho fatti io – rispose, e ci condusse in cucina a vedere il fornello che s’era costruito da sé per cuocerli. Così la devozione del giovanetto anche rivelava un artista. Quel giovanetto era Giuseppe Mangione, lo scultore magliese. Venuto su grandicello andò a Roma, dove per una ragione di omonimia si nascose nel cognome più modesto di Mangionello, quasi volesse rimpicciolirsi. É l’autore di “Fimonòe”, di “Petosiris”, di “Ovidio e Corina”, della “Fiella di Sibari”, dei busti dello “Stella” e dello “Scarambone”, ecc.7.

Le tradizioni sono la nostra cultura e la nostra storia e vanno preservate al di là di tutto, al di là delle ragioni politiche o discriminatorie, dei differenti modi di vedere la vita, delle differenti religioni e dei diversi credo. Ogni popolo è responsabile delle sue proprie radici che diventano “Arte” che attraversa il tempo e, a cosa potrebbe mai servire il tempo se non si conservassero le tracce che dimostrino che esso stesso esiste, in quanto “trascorso”? E, come dice il filosofo italiano Emanuele Samek Lodovici, nato nel 1942, “E quella maggioranza che vede nel Natale una sciocchezza e nel presepe una commedia infantile, non si rende conto di quale enorme difesa di fronte alla stanchezza della vita, alle abitudini, ai tedi, alle fatiche, essa privi il bambino, e col bambino l’uomo, quando reprima e lanci l’interdetto a quello spirito di stupore”.

Note

  • 1 Presepi e pastori antichi nel Salento (a cura di A. E. Foscarini) Regione Puglia, Assessorato alla cultura CSPCR Calimera, Amministrazione comunale Melendugno, 1985.
  • 2 Nella Lecce dei presepi, il presepe gotico di Michele Massari (di Maurizio Nocera) http://www.unigalatina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1360
  • 3 Appunti sul presepe pugliese di Enzo Panareo, in Presepi e pastori antichi nel Salento, 1985.
  • 4 http://www.leccecronaca.it/index.php/2017/12/19/il-rtorno-de-lu-puparu/
  • 5 Santa Lucia e il Natale nella tradizione salentina, di Antonio Edoardo Foscarini, in Presepi e pastori antichi nel Salento, 1985.
  • 6 Ivi, pag.11
  • 7 I pupi di un bambino scultore, firmato “Sir”, apparso sul “Corriere Meridionale” del 23 dicembre 1897, riportato in Presepi e pastori antichi nel Salento, (a. cura di A. E. Foscarini),1985.

Anna D’Amanzo espone al Caffè Letterario

Si inaugura sabato 15 dicembre 2018 alle ore 19.00 presso il caffè letterario di Nardò (Lecce) con sede in Via Lata,12 nel centro storico della cittadina una personale di pittura dell’artista Anna D’Amanzo.

Un’antologica dell’artista di Leverano che ha esercitato dal disegno alla scultura, dalla ceramica alle acqueforti, ma che da sempre si esprime al meglio attraverso la pittura su tela con cromie vivaci e luminose.

All’inaugurazione le opere esposte dell’artista saranno presentate dal professore Maurizio Nocera, personaggio di spicco nella cultura leccese.

L’artista propone le diverse fasi del suo percorso creativo che vengono sollecitate da periodi di intense elucubrazioni sulla figura femminile esaminata nella sua psicologia e simbologia.

Una storia raccontata attraverso un filo che segue un percorso dove oltre una continuità c’è sempre una conseguenza. La donna sintetizzata di oggi si inserisce nei volti di donna tramate di forme dipinte, le stesse prodotte in acqueforti dove ritroviamo anche il primo periodo dal tratto impressionistico. Donne nate prima ancora da reinterpretazioni di grandi artisti e da un’appassionata conferma dell’artista per le opere Klimtiniane dal quale ha preso in prestito astrazioni di dipinti ancora più complessi.

Troveremo in questo percorso evolutivo anche soluzioni grafico-cromatiche in una stretta collaborazione di lavori a quattro mani realizzate con il Maestro incisore Usama Saad, senza tralasciare opere di iperrealismo.

Finissage della mostra domenica 13 gennaio 2019ore 18.00, con una chiosa finale sulla mostra ed un intervento letterario del prof. Arturo Alessandri.

Ceramiche, botteghe e vasai a Nardò

Vasaio al tornio, 1390 ca, miniatura da Translation et exposition de la Cité de Dieu di S. Agostino, Parigi, Bibliothèque Nationale. La ruota del tornio (una ruota da carro fissata orizzontalmente) è mossa dal vasaio tramite un bastone, a sinistra ci sono alcuni oggetti modellati e a destra pani di argilla da utilizzare.

 

Definizione, origine ed evoluzione nei secoli del mestiere di vasaio a Nardò

di Riccardo Viganò

È abbastanza noto l’importante ruolo che ebbe in Terra d’Otranto la città di Nardò, specialmente dal Cinquecento, nella produzione di maioliche. Una prima notizia circa l’esercizio dell’attività ceramica in Nardò è fornita da Benedetto Vetere che in una sua indagine sul patrimonio fondiario posseduto nel Medioevo dalla Chiesa neretina pubblica un documento del XIV secolo riguardante i beni del convento di S Chiara e che colloca come “prope lutificulos[1] la chiesa di san Giovanni Battista.

Tuttavia, non è sufficiente solo quest’attestazione per confermare la presenza dell’attività manifatturiera o, comunque, di produzioni fittili legate all’argilla con addetti specializzati nella loro fabbricazione e, pertanto, la ricerca di un’ulteriore documentazione è resa necessaria perché potrebbe far attestare Nardò tra i più antichi centri di produzione della provincia di Lecce.

La notizia più remota e documentata, nella quale la definizione di ‘vasaio’ è certa, è presente nei ‘ capitoli della Bagliva’ (1558) il cui contenuto è richiamato in un atto notarile redatto nel 1650 dal notaio galateo Sabatino De Magistris[2]. In questo documento i produttori o venditori di ceramica sono denominati ‘stazzonari’ o anche ‘Stazionari’’[3]; termine col significato di ‘cretaio’ o ‘figulo’ diffuso anche in Sicilia[4] e, capillarmente registrato, anche in documenti riguardanti altri centri produttivi come quelli del periodo 1564-1597 di Laterza e quelli del 1576 di Grottaglie.

Nello stesso lasso di tempo, con l’arrivo di manodopera specializzata immigrata dalla Calabria legata alla famiglia Bonsegna, accanto alla definizione ‘stazzonaro’, appare quella di ‘scodellaro[5].

Accanto a questi, nello stesso arco temporale e per la durata di una generazione, compaiono dei tecnonimi legati alla lavorazione della ceramica come quello di Mastro Antonello Vernai detto “Fornaci”[6].

Circa un sessantennio dopo, invece, in un frammento ormai scomparso della “Numerazione dei fuochi” del 1658 riguardante la città di Nardò, un membro di seconda generazione della famiglia Bonsegna sarà definito “piattaro[7]; titolo, anche questo, comune in altri centri del Salento come, ad esempio, a Lecce e Cutrofiano.

È ipotizzabile che l’evoluzione della terminologia con la quale sono indicati i produttori di ceramiche sia allo stesso tempo significativa delle produzioni alle quali essi erano dediti e, perciò, non sarebbe errato ipotizzare che un “piattaro” è tale perché specializzato nella fabbricazione di ceramica da mensa smaltata.

A differenza degli altri centri salentini specializzati nella produzione di ceramica d’uso, nella documentazione archivistica di Nardò non sono menzionate le categorie lavorative alle quali appartenevano figuli e, in genere, i lavoratori d’argilla ossia nomi quali: ‘caminaru’, ‘cotimaro’ (anche nelle varianti codemaru, cutumaru), ‘capasunaru’, ‘ficolo’lavorator di crete’, ‘pignaturu’, ‘orsolaru[8].

Nel secolo successivo anche qui, come in altri centri di Terra d’Otranto, il diffondersi del termine “faenzaro” sostituisce quello di “piattaro” che, di conseguenza, scompare definitivamente[9].

 

Note

[1] Vetere, Vicino ai figuli, in «Città e Monastero. I segni urbani di Nardò (Sec. XI-XV)», Congedo Ed., Galatina 1981, p. 104; L’area produttiva era posta in quella che ora è via Angelo delle Masse..

[2] Archivio di Stato Lecce, Protocolli notarili Galatone, 39/2 notaio De Magistris Sabatino, anno 1650, ff. 131-152; P. Salamac, La bagliva di Nardò, Adriatica Ed. Salentina, Lecce 1986, p. 87; Le “Disposizioni” disciplinano i rapporti tra gli abitanti di Nardò e la signoria degli Acquaviva in materia di esazioni fiscali, riscossioni di diritti e ammende esigibili nello stesso feudo.

[3] G. Rholfs, Vocabolario dei dialetti salentini (terre d’Otranto), II, Congedo Ed., Galatina 1976, p. 69: «”Stazzonaro”, sec. XVI a Grottaglie: Cretaio, Figulo. Derivazione dall’antico italico: “Stazzone” = Bottega, dal lat. statione». Viganò, Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo, Ed. Esperidi, Lecce 2013, p. 21: per Nardò, probabilmente, la parola è indicativa e relazionabile con membri delle principali famiglie legate alla produzione fittile come la Manieri e i Dello Castello o “de Castelli” le quali, negli stessi anni della redazione delle “Disposizioni”, risultavano attive in questo campo lavorativo oltre a possedere botteghe per lo svolgimento di tale attività.

[4] Pansini, Ceramiche Pugliesi dal XVIII al XX secolo, MIC Faenza 2001, p. 56.

[5] compare con evidente accezione in riferimento a Jacopo Antonio Bonsegna immigrato da Bisignano, centro della provincia di Cosenza..Viganò 2013, op. cit., p. 22 .

[6] ASL, protocolli notarili,Nardò,n 66/1,notaio Fontò Francesco anno 1775, c176.

[7] Vacca, La ceramica salentina,Tip. La Modernissima, Lecce 1954, p.84.

[8] Tutti questi termini sono desumibili dalla documentazione archivistica e, in particolare, dagli atti notarili rogati nei principali centri produttori di ceramica.

[9] Pansini, op. cit., p. 56: dalla lettura dei catasti del periodo, difatti, il Pansini rileva che «non si verifica mai la coesistenza delle due dizioni in un medesimo onciario». Tuttavia, anche se questa nuova definizione sembra specializzare l’opera dei ceramisti, non conferma l’esistenza di specifiche produzioni di ceramica smaltata.

Tratto da:

Libri| Alla mensa degli angeli. Storie di ceramiche, botteghe e vasai a Nardò

Alla mensa degli angeli: Storie di Ceramiche, Botteghe e vasai a Nardò   tra i secoli ‘500 e ‘800, di Riccardo Viganò, Edizioni Esperidi

Prefazione.

Da quando l’umanista oritano Quinto Mario Corrado, nella sua opera letteraria intitolata De copia latini sermonis, pubblicata postuma, a Venezia nel 1582, con fierezza campanilistica, dedicava alla Città di Nardò e alle ceramiche qui prodotte, il suo famoso elogio[1], molta acqua è passata sotto i ponti e da allora nulla rimane a Nardò della sua tradizione di produzione ceramica pregiata come la Maiolica, nei secoli  addirittura vantata, come anche nella popolazione che abita questo magnifico centro. Neanche il ricordo, niente, neanche una targa su un muro, in quella che una volta veniva chiamata la strada dei “Piattari”. D’altronde ora viene chiamata, come almeno da centosessantadue anni, via Pellettieri.

Nulla si è salvato. Le fornaci, le botteghe, le attrezzature; niente, a malapena gli stabili, ora riconvertiti da botteghe di “lavorar codime di creta”, in B.&.b, osterie, per altro ottime, libreria ed un cinema abbandonato e cadente. Solo una ricerca d’archivio ha fatto si che gli interpreti principali di questa storia escano dall’ombra come fantasmi di quei ceramisti e produttori di ceramiche che, attraverso i secoli, contribuirono a rendere quasi mitizzati gli oggetti da loro prodotti nella città di Nardò. Ombre di un non lontano passato, indispettiti dall’essere stati dimenticati in così breve tempo o, forse, solo desiderosi di essere scovati, ricordati, che tanto hanno fatto, nel loro piccolo, per non essere dimenticati.

L’importanza di questo centro produttivo, in confronto ad altri centri con tradizione e produzioni di livello popolare e a basso costo, è ancora una volta dimostrata da documenti di archivio che evidenziano l’alta qualità dagli oggetti della maiolica in stile “Compendiario” usciti da questi atelier. Difatti, alla fine del XVI secolo, alti prelati, e non solo, spendevano considerevoli somme (dire considerevoli è dire poco) per la realizzazione di “credenze personali” con la loro araldica personale non badando al prezzo. Uno di questi committenti spese ben cento ducati per essi e, se si pensa che una bottega ne valeva quaranta, questa spesa al giorno d’oggi si potrebbe paragonare all’acquisto di una macchina sportiva di lusso. Tali personaggi dimostrano la loro predilezione per questo centro produttivo che per altri centri più affermati della stessa regione, come Laterza.

Tale era l’importanza di queste produzioni, in quel periodo in terra d’Otranto che il nome di “Faenza-e” (maiolica) veniva eguagliato alla città di Nardò. I redattori dei documenti conservati negli archivi, dovendo specificare la diversa provenienza di alcuni manufatti, per indicare quelli prodotti agli atelier neretini usano semplicemente il termine “faenza” come se si desse per scontato che esso fosse sinonimo di un prodotto “made in Nardò”.
Comunque non si può, nel ricostruire la storia di un importante centro produttivo di ceramica di pregio in terra d’Otranto come Nardò, escludere dalla narrazione l’importanza del trasferimento di maestranze qualificate, avvenute in un arco temporale che copre i secoli XV e XVIII. Queste figure sicuramente si attestarono in questo centro, il quale doveva avere da tempo una lunga tradizione nelle produzioni ceramiche. Già nel 1995 l’Archeologo Giovanni Mastronuzzi ipotizzava l’esistenza di un atelier neretino attivo agli inizi del III secolo a.C. Inizialmente queste maestranze estranee al tessuto sociale neretino, si insediarono in questo centro, quasi sicuramente al seguito dei primi Acquaviva, feudatari di Nardò. Con il trascorrere del tempo si fusero con la popolazione locale diventandone un tassello importante, non solo economicamente ma anche socialmente. E quando esse abbandonarono la loro arte, per estinzione della famiglie o perché diventate classi agiate, la fama di questo centro che lentamente si stava estinguendo attirò come uno splendido Faro altre famiglie da altri centri con eguale tradizione. Riattizzandone con le loro fornaci alimentate da legna e nocciolo di olivo, fuoco e fama. Purtroppo saranno queste fiamme ad alimentare gli ultimi bagliori di gloria di queste produzioni, sicuramente sconfitte da quella che fu chiamata Prima Rivoluzione Industriale; l’impiego di una tecnologia avanzata, difatti, sancì, per alcune produzioni di un certo pregio, l’abbandono del tornio per l’adozione dello stampo e ciò permise la produzione in serie, il nuovo prodotto non fu più esclusivamente rivolto a una classe benestante ma divenne accessibile anche ad una fascia di mercato media. Il calo della qualità e il progressivo dislocamento dei centri fornitori di questa materia al di là della regione segnarono la decadenza della ceramica prodotta a Nardò e non solo. I famosi descrittori salentini dell’Ottocento, con l’intento di descrivere le realtà territoriali in modo “esplorativo”, a proposito di Nardò non esitarono difatti a scrivere che ”appena v’è qualche figulo che modella sul tornio delle stoviglie grossolane che ricava con l’argilla” ovvero ne testimoniarono palesemente la decadenza di un’arte antica che tanto lustro aveva dato al Salento.

 

[1] Proxima faventini hodie Neriti fiunt, quae urbs est antiqua salentinorum. Hic non dure haut parum Latinae putem, quibi faventinus aut neretinis, aut vasis coenatum esse dicat . Q. Marii Corradi Uretani, De copia latini sermonis, libri quinque. Ad Camillum Palaeotum, cum eius ipsius vita & aliis, quae versa pagina indicabit, Venetiis, apud Franciscum Zilettum, 1581.

Liborio Romano e Sigismondo Castromediano

LIBORIO ROMANO NEI RICORDI DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO

(in appendice segue la trascrizione del testo manoscritto del Castromediano)

di Maurizio Nocera

Sulla provenienza del manoscritto

Il 30 settembre 1980, lo storico gallipolino Domenico (Mimì) De Rossi (Gallipoli, 17 agosto 1911 – estate 1981) faceva richiesta alla presidenza della Società di Storia Patria per la Puglia (Bari) della

«costituzione in Gallipoli di una sezione della Società, facendo presente che Gallipoli, antica città marinara, ha un prezioso patrimonio storico-culturale mai finora messo in luce tranne saltuari studi a carattere vario [… Lo scrivente], già iscritto all’albo dei giornalisti, [afferma di avere] cinquant’anni di attività pubblicistica, avendo pubblicato 33 monografie riguardanti il Salento, particolarmente in campo storico-economico».

Questo documento, firmato dallo storico locale e da altri sei giovani studiosi della città, era indirizzato al giudice Donato Palazzo, in quel momento Procuratore della Repubblica per il Tribunale dei Minori di Lecce e Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia che, una volta costituita la sezione gallipolina, divenne il primo Commissario.

Durante gli anni 1978-79, ancor prima di formulare la richiesta ufficiale della costituzione della sezione, il presidente della Società, prof. Francesco Maria De Robertis, interpellato dal De Rossi e da chi qui scrive, ci aveva indicato di coordinarci appunto col giudice Palazzo affinché elaborassimo un progetto di eventi che permettesse sul piano pratico la costituzione della sezione. Così, per circa due anni, Domenico De Rossi e chi qui scrive, ogni settimana (preferibilmente il lunedì mattina) ci recavamo a Lecce, presso il Tribunale dei Minori (sito allora sulla strada per la stazione ferroviaria) per conferire col giudice. Le riunioni duravano non più di mezz’ora. In esse, il presidente Palazzo ci indicava quelli che potevano essere i campi di ricerca, che dovevano avere poi come sbocco un convegno. Alla fine furono selezionati tre campi di lavoro: “Brigantaggio”, che fu affidato a Domenico De Rossi; “Risorgimento salentino” a chi qui scrive; “L’attacco navale e la presa di Gallipoli da parte dei Veneziani nel 1484”. Altra indicazione che ci diede il giudice fu quella di concentrare tutto il materiale a nostra disposizione nei settori di ricerca specifica, per cui le carte sul brigantaggio a De Rossi, quelle sul Risorgimento salentino a me e quelle sulla presa di Gallipoli allo stesso giudice.

A quel tempo, io frequentavo già alcuni grandi storici della Questione meridionale, fra cui Tommaso Fiore (Altamura, 7 marzo 1884 – Bari, 4 giugno 1973) e suo figlio Vittore (Gallipoli, 20 gennaio 1920 – Capurso, 21 febbraio 1999), entrambi autori autorevoli di libri e saggi sul Meridione e sull’annosa questione; il lucano Tommaso Pedio (Potenza, 17 novembre 1917 – Potenza, 30 gennaio 2000), autore del volume Brigantaggio e questione meridionale (Edizioni Levante, Bari 1979); Aldo De Jaco (Maglie, 23 gennaio 1923 – Roma, 13 novembre 2003), giornalista de «l’Unità» e presidente del Sindacato Nazionale Scrittori d’Italia, autore del libro Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell’Unità d’Italia (Editori Riuniti, 1969), e soprattutto frequentavo, perché mi è fu pure maestro di storia e di vita, lo storico Franco Molfese (Roma, 1916-2001), vicedirettore della Biblioteca della Camera dei Deputati e autore del famoso libro Storia del brigantaggio dopo l’Unita’ (Feltrinelli, Milano 1964). Soprattutto per Molfese e per De Jaco scrivevo a macchina i loro manoscritti che poi, in bella copia, una volta consegnati, finivano sui banchi della composizione tipografica.

A quel tempo non c’era ancora la fotocopiatrice e, se c’era, bisognava fare chilometri e chilometri di strada per andare a trovarne una, per cui le carte antiche o te le trascrivevi manualmente oppure le prendevi in consegna per lavorarci sopra e successivamente le ridavi al legittimo proprietario. Quindi, sulla base delle indicazioni del giudice Palazzo, io cominciai a convogliare le mie carte (e i libri) sul brigantaggio verso Mimì De Rossi il quale, a sua volta, convogliò quelle sue riguardanti il Risorgimento a me, mentre insieme convogliammo le nostre carte (e i libri) sulla presa di Gallipoli allo stesso Palazzo.

In quegli anni Mimì De Rossi usava andava in giro per paesi e paeselli del Salento a vendere o a donare i suoi libri freschi di stampa (in cambio ovviamente di altri libri o altre carte antiche) presso studi di notai, avvocati, commercialisti, antiche famiglie di nobili in rovina. Spesso ero io che lo accompagnarlo con la mia macchina. Nacque tra di noi una profonda confidenzialità. Non poche carte del suo archivio personale, soprattutto quelle riguardanti il Risorgimento salentino (Bonaventura Mazzarella, Antonietta De Pace, Beniamino Marciano, Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Oronzio De Donno, Giuseppe Libertini ed altri ancora), Mimì le consegnò a me affinché elaborassi il progetto del convegno come stabilito dal giudice Palazzo. Ad esse si aggiunsero anche le carte che Aldo Barba, padre di mio cognato Emanuele Mario, eredi del grande medico cerusico, letterato e risorgimentalista gallipolino Emanuele Barba (Gallipoli, 11 agosto 1819 – 7 dicembre 1887), mi consegnò per questa stessa ricerca.

Sfortunatamente, quando la sezione gallipolina della Società di Storia Patria per la Puglia sembrava ormai cosa fatta, Mimì De Rossi venne a mancare nell’estate 1981 e, sia la ricerca sul brigantaggio, sia quella da me condotta sul Risorgimento salentino, s’interruppero. Continuò invece la ricerca del giudice Palazzo, che ebbe il suo epilogo nel Convegno nazionale, organizzato dalla locale sezione della Società di Storia Patria per la Puglia e dal Comune di Gallipoli (sindaco Mario Foscarini) tenutosi, in occasione del quinto centenario dell’evento storico, nella sala poligonale del Castello angioino il 22-23 settembre 1984 col titolo La presa di Gallipoli del 1484 ed i rapporti tra Venezia e Terra d’Otranto.

Subito dopo questo importante evento, anche il giudice Palazzo, divenuto nel frattempo commissario della sezione della Società di Oria, lasciò Gallipoli e la nostra sezione si diede un suo organigramma. La vita del sodalizio continuò ad andare avanti con qualche presentazione di libri e qualche altra ricerca (ricordo, ad es., quella sulla “Fontana greca o ellenistica”), ma non si parlò più di convegni sul Brigantaggio o sul Risorgimento salentino. Accadde così che le carte d’archivio sul brigantaggio, che io avevo dato a Mimì De Rossi, rimasero presso i suoi eredi, mentre le sue presso di me. Per la verità, data la mia stretta vicinanza con la famiglia De Rossi (soprattutto con la moglie Clara e i figli Pina e Fernando), tentai di intavolare il discorso delle “carte”, ma i suoi eredi mi consigliarano di tenerle io e di continuare la ricerca. Poi il tempo è passato e queste carte erano rimaste nel dimenticatoio di una biblioteca come la mia, che oggi si compone di alcune decine di migliaia di volumi e documenti vari.

Così oggi, scartabellando tra queste vecchie carte d’archivio e venendo a conoscenza del 150° anniversario (2017) della morte di Liborio Romano, è riemerso il manoscritto del Castromediano, che mi sono preso la briga di trascriverlo. Sono personalmente contrario a che le carte d’archivio restino sepolte per secoli fino al loro inevitabile deterioramento, quando poi la loro conoscenza può invece aggiungere qualcosa in più alla crescita della coscienza civile, morale e culturale di una comunità umana.

Francamente, una volta trascritto il documento, ho pensato che in esso non ci fossero delle grandi novità sulla vita e l’opera di Liborio Romano. Di lui si sa quasi tutto. Tuttavia l’ho prima mostrato a Giovanni Spano, presidente dell’Associazione culturale “Don Liborio Romano”, quindi l’ho inviato al prof. Giancarlo Vallone, secondo me uno tra i più qualificati storici italiani, per di più grande conoscitore del Romano, il quale mi ha risposto dicendo che «una certa sua valenza, questo documento ce l’ha. Infine ho inviato copia del manoscritto anche al prof. Fabio D’Astore».

 

Ed ora qualche riflessione su Liborio Romano

«Tutti coloro che finora hanno trattato Liborio Romano, lo hanno presentato come un personaggio squallido, camorrista voltagabbana, nel peggiore dei casi, ambiguo, controverso nel migliore dei casi».

Questa affermazione è dell’on. Ernesto Abaterusso, sindaco di Patù nel 1996, che l’ha scritta nella presentazione al libro di Francesco Accogli, Il personaggio Liborio Romano. Precisazioni bio-anagrafiche. Contributo all’epistolario[1].

Questo incipit mi è necessario per dire che di questo straordinario personaggio salentino di Patù sappiamo ormai tutto o quasi tutto. Su se stesso ha scritto in primo luogo direttamente lui, poi suo fratello Giuseppe, ancora qualche altro suo parente. Immenso l’elenco di scrittori o sedicenti tali borbonici, neoborbonici, conservatori, reazionari, antipopolari che, secondo di come gira il tempo o la situazione politica, si sono dichiarati di centro, di destra, qualora anche di sinistra, ma di una sinistra tanto strana da sconfinare (o meglio confinare) con il limite del conservatorismo reazionario Otto/Novecentesco. Alcuni di questi scrittori o sedicenti tali hanno scritto di Liborio Romano, del brigantaggio ed anche della camorra napoletana unicamente per fare cassa e per vanagloriarsi. Sono rari gli storici veri che hanno saputo affrontare il personaggio con serietà e con una messe di studi dai quali è emerso un giudizio sereno molto vicino alla realtà storica. Oltre ai citati Molfese, i due Fiore, Pedio, De Jaco e qualche altro, mi riferisco al prof. Giancarlo Vallone, il quale ha dedicato più di un libro (fondamentali i volumi Dalla setta al Governo: Liborio Romano, Napoli, Jovene 2005, e la sua curatela al volume dello stesso Romano, Scritti politici minori, «Studi Salentini» Editore, Lecce 2005). Vallone ha apportato un contributo di conoscenza ineludibile per chi voglia sapere di e su Liborio Romano.

Si è detto e scritto che Liborio Romano fu Ministro di polizia e che in quanto tale fece accordi con la camorra per il passaggio dei poteri da Casa Borbone a Garibaldi prima e, successivamente, a Casa Savoia. Questa storia degli accordi tra Stato e settori malavitosi va letta attentamente. Oggi abbiamo un libro in più per conoscerne tali intrecci. Mi riferisco soprattutto alle pagine emergenti dall’importante Processo conoscitivo a Liborio Romano, statista o trasformista?, tenutosi a Patù il 17 luglio 2011, patrocinato dall’Associazione Culturale “don Liborio Romano” (presidente Giovanni Spano), dal Comune di Patù (sindaco Francesco De Nuccio), dalla Società di Storia Patria per Puglia di Lecce, e col tribunale giudicante composto dal Dr. Franco Losavio (già consigliere Corte d’Appello di Lecce e Taranto), prof. Mario Spedicato (presidente Società Storia Patria Lecce), prof. Vittorio Zacchino (storico); l’Accusa rappresentata dal prof. Mario De Marco (storico e pubblicista) e dal prof. Luigi Montonato (storico e politologo); la Difesa fu tenuta invece dal dr. prof. Salvatore Coppola (avvocato e storico) e dal prof. Fabio D’Astore (docente Università del Salento).

Dalla lettura del processo, pubblicato poi come libro (“…giudicate sui fatti”. Liborio Romano e l’Unità d’Italia, Edizioni Panico, Galatina, 2012), si evince chiaramente che

«Liborio Romano [fu] una delle figure più incombenti della storiografia risorgimentale, patriota, giurista, politico, personaggio ambivalente» (Zacchino, p. 14); che

«La salvezza di Napoli e il trapasso incruento del Regno delle Due Sicilie dai Borbone ai Savoia, comunque li si voglia considerare, furono operazioni coraggiose, temerarie, chiaramente funzionali all’Unificazione e alla nascita della nazione italiana» (Zacchino, p. 15); che

«Romano […] autorevole protagonista del Risorgimento, e soprattutto tenace propugnatore dell’autonomia del Mezzogiorno, nel più vasto ambito unitario, e perciò co-artefice dell’unificazione nazionale» (Zacchino, p. 16);

«a Liborio Romano, il più discusso personaggio dell’Ottocento Meridionale, è dovuto il titolo di padre della patria unificata, di strenuo difensore delle autonomie del Mezzogiorno, di protagonista del Risorgimento» (Zacchino, p. 33).

L’accusa, affidata nel processo a De Marco e a Montonato, non è affatto tenera nei confronti del Nostro anzi, leggendo i testi, ho avuto la sensazione che si sia esagerato un po’ in quanto a supposti tradimenti politici e a rapporti con la malavita. Mi si dirà: è questa la funzione dell’accusa. Molto convincente invece mi è apparsa la difesa, affidata a Coppola e a D’Astore, i quali hanno difeso a spada tratta il loro assistito. Alla fine del dibattimento, il verbale del processo, a firma del segretario prof. Walter Cassiano, fa giustizia di quanto detto, scritto e letto a premessa del Dispositivo della sentenza per il procedimento penale storico a carico di: Romano Liborio (Patù 1793).

Concordo solo parzialmente con la sentenza, che assolve l’avvocato Liborio Romano dall’imputazione di tradimento, mentre lo condanna a mesi sei per avere egli coinvolto alcuni capi camorristi nell’organizzazione della Guardia Nazionale napoletana. Ricordo a me stesso e a chi mi legge che il Romano, prima di diventare Ministro di polizia era stato avvocato e, come si sa, nel foro di Napoli, la sua stella forense brillava, anche nella difesa per questo tipo di persone associate nel delinquere. L’Italia, si è sempre detto, è la patria del diritto, per cui don Liborio sapeva il fatto suo. D’altronde è egli stesso che ha scritto che, per quanto riguarda la questione camorra, si trattò solo di una misura necessaria e molto limitata nel tempo (appena un paio di giorni) mirante a cercare di contenere le manifestazioni di piazza e salvaguardare l’ordine pubblico. Non dimentichiamo che l’obiettivo di quel momento storico era la più grande rivoluzione politica dell’800: l’unità della patria Italia, per la quale, sin dal tempo di Virgilio, cioè 2000 anni fa, i differenti popoli della penisola anelavano. Non per nulla, nella storia dell’umanità e delle rivoluzioni politiche, c’è stato un tale Machiavelli, che disse e scrisse «il fine giustifica i mezzi».

Su Liborio Romano si sono dette e scritte tante altre cose, moltissime false e comunque distorcenti. Nessuno, però, almeno finora, ha voluto approfondire il suo operato relativo appunto all’ordine pubblico. Le manifestazioni di piazza a Napoli sono state sempre qualcosa di straordinaria importanza. Nessuno può dimenticare cosa accadde in città nel 1799 con l’istaurazione della Repubblica Partenopea. Ci furono migliaia di morti prima e dopo quel fatidico gennaio. In quella vicenda la Puglia e il Salento perdettero il fior fiore della loro più alta intellighenzia giuridico-letteraria. Ancora nel 1821 e nel 1848 ci furono altre insurrezioni, e tutte rivolte sempre a un unico obiettivo: la democratizzazione del regno delle Due Sicilie come fase transitoria verso l’Unità d’Italia.

Anche nel 1859 e nel 1860 Napoli era divenuta una polveriera, pronta a scoppiare da un momento all’altro. Ma, come si sa, non accadde nulla di tanto drammatico. Quindi ci si chiede: perché, in quell’eccezionale momento, la rivoluzione politica, che pure ci fu, non comportò l’insurrezione e la guerra civile? Semplicemente perché lì, nella capitale del regno delle Due Sicilie, si trovava ad operare un uomo, un avvocato, un politico, un ministro degli Interni e di polizia di nome Liborio Romano. Nella storia delle rivoluzioni politico-sociali, non è mai accaduto che un rivolgimento di tale portata (la caduta di un regno, quello dei Borbone, con la sostituzione di un altro, quello dei Savoia) si sia compiuto senza spargimento di sangue e, per di più, con il raggiungimento dell’obiettivo primario dell’intero Risorgimento: l’unità della nazione Italia. Persino lo stesso re napoletano – Francesco II di Borbone – e la sua famiglia ebbero salva la vita riparando nella fortezza di Gaeta. Quando mai?, se pensiamo a quanto accadde a Parigi nel 1789, oppure quanto accadde nella stessa Napoli nel 1799. Un esempio per tutti: la rivoluzione proletaria dell’Ottobre 1917 non finì forse con la strage dell’intera famiglia dello zar Nicola II?

Quindi, se nella Napoli del 1860, ci fu un passaggio di “consegne” senza spargimento di sangue tra il potere borbonico e quello di Garibaldi prima, successivamente a quello di Casa Savoia, il merito sarà stato pure di qualcuno. Per me, fu merito dello statista Liborio Romano il quale, compiuto questo suo alto dovere di rispetto del popolo napoletano e meridionale tutto, non fu poi tanto riconosciuto né dai suoi avversari politici interni (i soliti opportunisti di sempre) allo stesso ex Regno di Napoli, né (ma questo era scontato) dai “vincitori” savoiardi cavouriani.

La questione del mancato spargimento di sangue a Napoli è stato sempre il motivo di fondo di Giovanni Spano, il quale, in una dichiarazione alla stampa di qualche anno fa, dichiarò:

«il mio obiettivo è stato sempre quello di fare luce su una figura [Liborio Romano] ritenuta controversa, ma che ha avuto la giusta chiave per portare all’Unità d’Italia senza spargimento di sangue. In questi anni ho approfondito molto sull’aspetto caratteriale di Romano, scoprendo che era molto amato dal popolo prima di diventare statista. Il nostro avvocato preferiva difendere gratuitamente i poveri e i napoletani lo chiamavano fraternamente “Don Libò”»[2].

La marginalizzazione del Romano all’interno del primo parlamento italiano (fortemente piemontesizzato) e, soprattutto, la continua e persistente contrarietà alla sua proposta di legge per la costituzione della Guardia nazionale su base unitaria (con l’inserimento di personale militare del Nord e del Sud) furono alla base di quello squilibrio Nord-Sud che noi oggi scontiamo ancora. Qualsiasi proposta in tal senso da lui fatta nel primo governo unitario sia successivamente in parlamento, gli veniva immediatamente respinta dai cavouriani e dai reazionari di ogni risma e specie. D’altronde è quello che abbiamo visto anche alla fine della seconda guerra mondiale quando, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’inizio della Resistenza (8 settembre 1943), a combattere la dittatura mussoliniana fondamentalmente furono i partigiani delle Brigate garibaldine.

E cosa accadde poi di quei partigiani, molti dei quali avevano dato la vita per la libertà e la democrazia? In un primo momento, il primo governo antifascista li inserì nelle varie componenti delle Forze armate, ma, appena giunto il 18 aprile 1948 e la “vittoria” (oggi sappiamo con evidenti brogli elettorali) di una sola parte politica, tutti i partigiani, e i patrioti, e le staffette, e chi aveva concretamente collaborato alla caduta della dittatura fascista e alla liberazione dell’Italia dall’occupante nazista, spesso immolandosi la propria vita, furono messi alla porta, cacciati senza neanche un foglio di via. Tutti, e non esagero quando dico tutti. Sapete chi fu a occupare quei posti rimasti vacanti dalla cacciata dei partigiani? Ebbene, furono richiamati gli ex repubblichini di Salò più qualche vecchio arnese dell’ufficialità militarista distintasi sotto il regime. Per questo non è peregrino pensare che la marginalizzazione del Romano fu anche alla base di quel tremendo fenomeno passato alla storia italiana col termine di brigantaggio.

Su tale storia c’è una pagina illuminante dello storico Franco Molfese, che scrive:

«Quando Farini assunse la luogotenenza a Napoli, la dittatura garibaldina era già scossa dalle crescenti “reazioni” e le “reazioni”, e la loro repressione, generavano automaticamente il brigantaggio./ Tuttavia, le “reazioni” dell’autunno 1860 appaiono poca cosa di fronte alla grande “reazione” dell’estate del 1861, che fu la vera matrice del grande brigantaggio, durato fino al 1864, e del brigantaggio in genere, durato fino al 1870. Ora, quando si scatenò la rivolta contadina dell’estate del 1861, i moderati governavano in maniera esclusiva da otto mesi. Come fu possibile che il largo favore borghese e popolare, che nel 1860 aveva salutato l’avanzata garibaldina nelle provincie meridionali e aveva reso possibile l’improvviso crollo della monarchia borbonica, appena un anno più tardi si fosse tramutato in un malcontento che raggiungeva tutti gli strati della società meridionale? La responsabilità di ciò […] è da addebitarsi fondamentalmente alla politica dei moderati (“piemontesi” e fuoriusciti napoletani filo-cavouriani), che mirarono soltanto a reprimere, a centralizzare, ad addossare carichi alla stremata economia meridionale, e a monopolizzare il potere, respingendo in tal modo all’opposizione anche quella grande maggioranza della media e della piccola borghesia urbana e rurale che seguiva Liborio Romano e che era liberale, in fondo moderata, unitaria ma “autonomista”, non “annessionista”. Il clero venne vessato e spaventato, senza che il suo potere economico venisse sradicato. Ai contadini venne promessa solennemente la ripresa delle operazioni demaniali, e poi non se ne fece nulla. I moderati [piemontesi liberali conservatori più transfughi dell’ex regno delle Due Sicilie] optarono fin dall’inizio per la repressione con la forza dell'”anarchia” nel Mezzogiorno, e al momento critico non ebbero forze militari sufficienti per sventare o, quantomeno, per domare rapidamente la sollevazione contadina a direzione reazionaria. È difficile, perciò, negare che il brigantaggio fu sostanzialmente il risultato negativo di tutta l’azione di governo dei moderati./ Però, un’altra linea per fronteggiare il malcontento contadino esisteva ed era quella espressa, sia pure confusamente, dalle correnti democratico-autonomiste. Quella “linea” si era anche precisata per tempo in un programma realistico (attuabile), quello di Liborio Romano. […] Se i moderati avessero apprezzato ed attuato il programma Romano […] quasi certamente l’esplosione della “reazione” del 1861 sarebbe stata sventata, il brigantaggio già sviluppatosi (ancora poca cosa nell’inverno 1860-61) sarebbe stato spento con molto meno sangue e con minori sforzi e tutto il processo dell’unificazione ne sarebbe risultato meno travagliato»[3].

Sappiamo come sono andate le cose e le conseguenze di quella che molti definiscono l’annessione del Meridione al Nord, oggi la scontiamo ancora. Non è forse vero che, a 160 anni e passa dall’Unità d’Italia, gli squilibri tra Nord e Sud rimangono ancora tutti aperti? E non è forse vero che il Meridione sta pagando il prezzo più alto dell’attuale crisi economico-finanziaria? Certo che sì. Ed è certo pure che indietro non si può andare, che non si può ridividere l’Italia, che non si può dimenticare la storia fatta. Ecco allora che la visione dell’Italia unita che aveva in mente 150 anni fa Liborio Romano ha ancora oggi una sua validità e ad essa occorre necessariamente ritornare, se vogliamo uscire dalla gabbia infernale dello squilibrio Nord-Sud. Oggi, quando noi pensiamo alla patria Italia, all’unità dell’intera penisola, i nostri riferimenti vanno a Garibaldi, a Mazzini, per alcuni momenti possono andare anche a Cavour (che continuiamo a considerare l’opportunista di quel fausto momento) ma, accanto a questi nomi, dobbiamo avere il coraggio di aggiungere il salentino di Patù, Liborio Romano. Anzi, forzando un po’ la storia, si potrebbe scrivere che l’Unità d’Italia (1861) la si deve soprattutto a Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Liborio Romano.

 

Infine due parole sul manoscritto di Sigismondo Castromediano

Dalla lettura del testo non ci sono grandi novità, e tuttavia, come dice il prof. Giancarlo Vallone, una sua qualche valenza ce l’ha soprattutto quando, a proposito della grande questione (la Guardia Nazionale) che stava a cuore a Romano, Castromediano scrive:

«Non lo si tacci di tradimento. Un uomo d’antica stampa avrebbe evitato quel sentiero, ma senza Liborio, a compiere l’Italia molto altro tempo avrebbe dovuto trascorrere, molti altri affanni a soffrire, molto altro sangue spargere. E tanto straordinaria venne apprezzata la sua condotta, che la Guardia Nazionale di Napoli, da lui creata, ed il popolo che non si inganna quando parla di spontaneo intuito, lo gridò salvatore e liberatore della patria».

Nonostante la solidarietà salentina espressa dal duchino di Cavallino al nobile Liborio Romano di Patù, tuttavia le posizioni politiche tra i due rimarranno sempre quelle che conosciamo: Castromediano, deputato di destra legato a Casa Savoia; Liborio Romano, deputato legato al suo popolo meridionale e strenuo oppositore di sinistra alla politica cavouriana. Se allora fossero state approvate le sue proposte di legge, sorrette da una lungimirante visione autonomista-federalista del nuovo Stato unitario italiano, tutte le discrepanze, soprattutto gli squilibri Nord-Sud, che vediamo oggi in questo nostro malridotto paese, già da tempo sarebbero state risolte.

 

ECCO IL TESTO DEL MANOSCRITTO

Nella trascrizione, ho aggiunto solo qualche segno di punteggiatura e le note.

 

LIBORIO ROMANO

di Sigismondo Castromediano

Romano Liborio di Patù. Così è detto oggi questo villaggio sito nell’estrema punta del Capo di Leuca dal tempo dell’invasione francese nei primordi del secolo presente, XIX, mentre dicevasi Pato altra volta, e sarebbe meglio restituirlo alla sua antica dizione.

Nacque Liborio nel 1798 [sic, vero è 1793] e morì nel [spazio lasciato vuoto dal Castromediano, ma 1867]. Fu figliuolo di Alessandro, che discepolo di Mario Pagano[4], poco mancò non fosse come questi condotto sul patibolo nel 1799, e da [Giulia Maglietta].

Giovinetto il Romano lo condussero a Lecce, dove studiò lettere insegnategli dal Barone Berardino [Francesco] Cicala[5], l’autore delle tragedie, e giurisprudenza nello stesso tempo verso la quale sentivasi potentemente inclinato. Recatosi poscia a Napoli si perfezionò in detta dottrina sotto il Gerardi [Francesco][6], il Giunti [G.][7], il Sarno [D.][8], il Parrillo [Felice][9], il quale ultimo non cessò d’amarlo durante tutta [la] sua vita.

Già Liborio, iniziato dal padre medesimo nella setta dei Carbonari, tuttoché avesse (…) appena di anni 21, ottenne per concorso dal Governo insurrezionale del 1820 d’essere eletto professore sostituto nella cattedra di diritto civile e commerciale nell’Università di Napoli. Lo stesso Governo si servì di lui del pari inviandolo suo Commissario in questa provincia collo scopo di raccogliere sotto la bandiera costituzionale da presso innalzata i militi di già sbandati.

Ma i tempi, atteso lo spergiuro di Re Ferdinando I, precipitarono a rovina, quel raggio di libertà venne spento, moltissimi furo i perseguitati, ed al Romano, toltagli la carica di Professore, vennegli imposto sotto la più severa sorveglianza di polizia di restarsene confinato nel proprio paese natale, mai rompesse la cerchia, mai più riandare alla capitale.

Così sen visse Liborio per due anni continui fra le paure e i sospetti, dietro i quali gli fu concesso di recarsi a Lecce, ma non vi esercitasse professione d’avvocato, né potesse uscire da quelle mura. Ivi però la circospezione non valse, che l’Intonti [N.][10], il selvaggio poliziesco ministro dei Borboni, un bel giorno ghermirlo insieme a Gaetano suo fratello e ad Eugenio Romano suo cugino, e insieme ad altri molti concittadini, sotto la scusa d’appartenere a una società segreta, chiamata degli Ellenisti, della quale rimase sempre dubbia l’esistenza nelle nostre contrade, e ligati [legati] e circuiti da gendarmi se li fece portare a Napoli. Qui giunto lo fece bendare negli occhi, e così introdurre nel carcere di S. Maria Apparente, nelle cui segrete lo tenne chiuso da prima per 150 giorni e fuori di queste il resto d’un anno. Dopo uscito di prigione gli fu fatto precetto di restarsene nella capitale sorvegliato dalla polizia, e non ritornare in patria.

Non si sconfortò egli, che giovane ardito era, e tant’oltre si spinse nella palestra giuridica, che tra gli avvocati di quel foro tolse palma d’incontrastata rinomanza, per cui gran numero di studenti corse ad addottrinarsi nel suo studio. Fu per costoro però che gli occorse un’altra sventura. Era il 1837, e fra quei discepoli vi aveva un Geremia Mazza[11], giovane onesto e di retti principi politici, ma che contava la disgrazia d’avere un fratello diverso affetto di lui e occulto cagnotto di polizia, il quale dopo i rovesci del 1848 giunse a sedere direttore della stessa, sotto il fierissimo Ferdinando II. Questo fratello, forse per alcuna confidenza imprudente o casuale di Geremia, adoprossi a sottoporre il Romano a nuove persecuzioni.

Ma l’anno ultimamente pronunziato giunse, e una nuova costituzione del Regno fu giurata dal Regno dianzi nominato. In seno a questi fu proposto Liborio per suo ministro costituzionale, che questi respinse la proposta, e nemmeno per soli quattro voti che gli mancarono poté occupare un posto di deputato al Parlamento d’allora. Perdute da questa terra anche leggerezze di libertà per gli effetti del 15 maggio di quello stesso anno, Liborio nel febbraio del 1850 per odio dell’infame Peccheneda [Gaetano][12] fu sospinto un’altra volta nel carcere di S. Maria Apparente, dove rimase a soffrire due anni continui insieme ad Antonio Scialoja[13], e Giuseppe Vacca[14], il primo Ministro del Regno d’Italia la seconda volta, mentre che scriviamo, e il secondo Senatore, e poscia senza alcuna forza di giudizio, esiliato insieme al suo amico Domenico Giannattasio[15].

Condizione dell’esilio era che il Romano, per cui gli fu richiesto obbligo formale, fu di andarsene in Francia, ma si tenesse lontano da Parigi e da ogni porto di quei mari. Così fu ch’egli prescelse Montpellier per sua residenza, ove stette un anno intiero, dopo il quale rotto il divieto tramutò stanza per un altro anno in quella capitale appunto che gli era stata vietata.

In questo fra tempo moriva sua madre, che prese occasione per chiedere amnistia, e l’ottenne nel 1855. Stavasene a Napoli, e tuttoché guardingo e dedito soltanto alla sua antica professione, la polizia borbonica non cessava di tenerlo d’occhio, e più severamente di prima, quando nel settembre del 1859, in quei giorni in cui le voci, che Napoleone III sarebbe disceso in Lombardia, voci che ridestando le speranze dei napoletani giunti all’estremo di loro oppressione, in quei giorni dico in cui molti liberali alla cieca vennero imprigionati, Liborio ond’evitare la stessa sorte, si diede a latitare insieme al proprio fratello Giuseppe, e coll’assenso del Conte d’Aprile[16], zio del Re, a rifugiarsi nella casina di Posillipo da prima, e dopo nella casa del Ministro plenipotenziario americano.

Ma l’ora fatale della caduta di Casa Borbone in Napoli era suonata dopo le sciagure e le miserie da essa versate a piene mani su queste stanche province. Ferdinando II era morto, ucciso dalla più schifosa delle malattie, gli succedeva un figlio, Francesco II, debole, inesperto, di poco senno, privo di amici, e per giunta d’antipatica e imbecille figura, il quale ereditando i peccati di tutti i suoi, e più atto a vestir la tunica di prete, che il manto dei governi, pronunziossi col proclamare, che avrebbe seguite le tracce del genitore. L’ora fatale suonava, e il Conte di Siracusa[17], fratello del morto Re e zio del nuovo, col consiglio del Romano spingeva il nipote a salvare la dinastia, e sulle vie legali ridonare quella costituzione ai suoi popoli, quella ad oggi tolta con violenza, e delegare suo ministro lo stesso Romano.

Il quale da prima invitato rifiutò, ma richiamato di nuovo ai 27 giugno del 1860, cioè dopo che l’attuazione della repressa costituzione del 1848 si prometteva con atto sovrano, e cioè per reprimere la minacciata sommossa dei napoletani, e attutire le conseguenze terribili d’una bastonata reazionaria, che il Brenier[18], ambasciatore francese ebbe a offrire, assunse l’incarico di reggere la prefettura di polizia, e proprio quando s’era proclamato lo stadio d’assedio.

L’ora in cui Liborio s’accingeva a sedere su d’una scrivania da tanti infami suoi predecessori lordata con ogni sorta di abusi e di violenze, di ferocie e di delitti, era malaugurata, e malagevole l’impresa che assumeva. Momento in cui la plebe da una parte, sospinta dalla propria furia, s’era impossessata di tutti i Commissariati di polizia della città, ne aveva cacciati via quei carnefici che vi avevano dominato colle vesti di funzionari e di cagnotti, cui ben dato s’era dall’universale il nome di feroci, e disarmando e ferendo questi, e in quelli manomettendo carte ed archivi; e dall’altra si formulavano liste di proscrizione della Camerilla [del Borbone], e i lazzari, e i camorristi, i briganti avidamente attendevano un segnale, onde dar mano al saccheggio ed alla strage. Provvidamente però Garibaldi volava in Sicilia sulle ali della vittoria, ed il Romano ridestava [la] sua tempra con tanto coraggio, che deve considerarsi il solo e vero salvatore di quell’ora e di quel momento.

Solo in mezzo al popolo il nuovo Prefetto attraversò le vie della Capitale agitata, e giunto al palazzo di Prefettura lo trova nudo affatto d’ogni occorrente, ma coadiuvato ed aiutato dai suoi amici, seppe allontanare l’ira del saccheggio, dileguando con un suo primo manifesto, e fino ad un certo punto le tristi apprensioni, e ridonando calma, e riconducendo agli usati uffici i napoletani sgominati e perplessi. Non avendo altra forza materiale, si rivolse e si circondò di camorristi della plebe, la sola della quale poteva disporre e da lui ben diretta, rese in quei momenti grandi servigi a lui e al paese.

Il momento precipitava, ed il Romano senza volerlo forse, costretto dalla fatalità, o dalla storica Provvidenza, si mise in carteggio cogli agenti piemontesi e lo stesso Garibaldi[19], e a cospirare contro il Borbone del quale era divenuto Ministro. Non lo si tacci di tradimento. Un uomo d’antica stampa avrebbe evitato quel sentiero, ma senza Liborio, a compiere [l’]Italia molto altro tempo avrebbe dovuto trascorrere, molti altri affanni a soffrire, molto altro sangue spargere. E tanto straordinaria venne apprezzata [la] sua condotta, che la Guardia Nazionale di Napoli, da lui creata, ed il popolo che non si inganna quando parla di spontaneo intuito, lo gridò Salvatore e liberatore della patria.

Oltre che alleggerì le garanzie richieste dall’esercizio della stampa periodica, fu in quell’ora che ricordossi di quanto sofferto aveva egli stesso, e l’immenso numero dei perseguitati politici nelle immani carceri borboniche, e v’abolì tosto le segrete, l’arbitrio ed il sopruso dei carcerieri, e le legnate, ordinandovi miglioramenti ed ordinamenti umani.

Su venuto il Ministro Spinelli [A.][20], quello che inconscio di sé e del turbine che lo avvolgeva, titubante e privo di ardimento, il 14 luglio, Liborio vi prese parte tenendovi il portafoglio dell’Interno e della stessa Polizia. I partiti politici che dividevano Napoli e coi quali ebbe ad incontrarsi il Romano si componevano di Borbonici puri conservatori ad ogni costa della spietata e vecchia tirannide, di repubblicani col Mazzini[21], o di moderati liberali, costituzionali ed annessionisti all’Italia con Vittorio Emanuele II[22]. V’era un quarto partito dei costituzionali dinastici borbonici e autonomisti, i quali poco condensati, e per niente intesi, e a cui forse senza decisione forte e convinzione perdurevole il Romano apparteneva, e v’era per aumentate la confusione. Quindi è che un biografo, certo non amico di costui, confessa che Liborio non dormiva sopra letto di rose, e a sostenersi facendogli duopo molte astuzie e molte pieghevolezze.

Tra tali difficilissime condizioni, egli incontrava pure una lega col Piemonte, proposta dalla Corte napoletana; la Sicilia invasa da Garibaldi, e la certezza d’essere invaso anche da questi il continente; e il volere degli Italiani, che in quel momento più potente d’ogni altro destino manifestavasi di volere essere nazione unita, libera ed indipendente; volere rappresentato in Napoli da un Comitato detto d’azione, questo colla Repubblica, quello col Re di Savoia.

Un altro minuto e la borbonica dinastia, e Francesco II[23] non sono più per essere, e il Romano non esitò d’avvertirla anche una volta, e suggerirle qualche buon consiglio, il quale se non servisse a salvarla, l’avrebbe fatta cadere con dignità inutilmente. Gli uomini della nazione sovvenendogli dell’esito del 15 maggio del 1848, e lusingati, credevano opportuno ripetere la strage, e non d’altre baionette seguiti, poiché l’esercito intiero sfasciatosi perché vinto già e nella disciplina demoralizzato, se non dalle baionette della Guardia reale, e con il Conte di Trapani[24] alla testa.

Un primo tentativo venne iniziato, ma ben presto represso. Due altri ne successero, capitanati l’uno dal Conte di Aquila[25], zio del Re, che ambiva rovesciare il nipote, ed occuparne il trono, [il] secondo da un de Sanclier [ma de Sauclières Hercule][26], prete e legittimista francese, [i] quali coll’esiliare il Conte, e coll’arresto del prete. Per la quale ultima avventura è da notare, come il Ministro di Francia recassi al Romano, onde impetrare la liberazione del Sanclier [ma de Saunclières E.], e perché detto Ministro dal Romano veniva avvertito essere stato già quegli consegnato al potere giudiziario, esclamò l’ambasciatore – «Dunque volete rinnovare così il 1793?» – Io devo salvare il paese dalle cospirazioni gli fu risposto, quali che fossero i cospiratori, e giustizia deve avere il suo corso.

Avendo fra tanto Garibaldi passato lo Stretto, audacissima ne divenne la rivoluzione napoletana, e fatta più certa d’un esito felice. Garibaldi avansavasi verso la Capitale incontrastato e con la sicurezza d’un vincitore, ed il Romano accortosi dell’istante della catastrofe, avendo scritto un memorandum da essere accettato dai Ministri suoi colleghi, i quali non vollero leggere nemmeno la legge al Re direttamente. Ivi era dipinta netta la situazione; nuda esposta tutta quanta la verità, e vi consigliava il Re ad allontanarsi per poco dalla sua sede, creare una reggenza, e risparmiare così gli errori d’una guerra civile.

Invece il Re appigliossi all’altro consiglio, di formare cioè un ministero di reazionari, il che però non riuscì; ma ogni autorità morale del potere essendo [e]sperita, e resa impotente, e i reazionari credendo poterla restaurare collo stato d’assedio, fecero che questo venisse ordinato dal Re nella Capitale. Invano il ministero si oppose, che il Re a Governatore di Napoli aveva nominato Cutrofiano [d’Aragon R. di][27], essere capace d’ogni violenza, e che nel 27 agosto proce[de]sse avanti con un’ordinanza racchiudente ferocissima legge stataria, ma che il Romano con fermezza ed energiche disposizioni volle radicalmente modificata.

All’arrivo imminente del Garibaldi il Re per nulla pensava, e fu duopo che il Ministero prendesse da sé qualche determinazione, il 29 agosto esortandolo a mettersi a capo delle sue truppe, ma nulla fecendosene il Ministero divenne dimissionario. A tale incontro Francesco II si decise finalmente d’abbandonare la capitale, e ricoverarsi in Gaeta, e prima di dipartirsi ebbe in mente di creare il Romano suo Luogotenente in Napoli, il che non avvenne poscia, prevedendosi il rifiuto che da questi avrebbe ricevuto.

Qui se avesse troncata [la] sua vita politica Liborio Romano sarebbe rimasto sul suo sepolcro tanta gloria per quanta sa compartirne la storia, ma sventuratamente non volle, né seppe, e credendo di poter continuare nella sua popolarità giustamente, ma stranamente, e per cause impossibili a rinnovarsi, in un momento acquistata, ostinassi a continuare. Il prestigio s’era ecclissato, ed accetta il portafoglio di Ministro dell’Interno e di Polizia datogli da Garibaldi. Quest’altro suo Ministero durò soli quattrodici giorni, nel quale si distinse per averlo diviso in Ministero di polizia e in Ministero dell’Interno. Dopo egli cadde, e non cadde per lacci e voleri di alcun suo nemico, com’egli lamenta, o qualche altro vorrebbe far credere, ma cadde perché finito il suo tempo, perché delle cose che gli giravano intorno non aveva concetto sicuro e determinato, perché criteri non aveva saldi, perché incerto e volubile non guardava meta da cogliere.

Dimesso il Romano ebbe offerta da Garibaldi la carica di Presidente della Corte suprema di Giustizia, ch’egli non accettò.

Dopo la solennità del plebiscito col quale l’Italia si arricchiva delle province meridionali il Conte di Persano [C. Pellion, conte di][28], a nome di Re Vittorio Emanuele II, che trovavasi ad Isola, gli presentava l’incarico di comporre il Consiglio di Luogotenenza, ed egli anche si ricusava. Avesse così sempre proseguito, ma entrata la seconda Luogotenenza in Napoli, dov’era giunto il Principe di Carignano[29], egli accettò l’incarico di comporre il nuovo Consiglio, e nel quale ebbe parte, assumendo a sé il portafoglio dell’Interno, e vi rimase fino al 12 di marzo, giorno nel quale aveva dato le sue dimissioni. E cadde non per forza altrui, ma perché finito aveva il suo tempo.

Durando [la] sua carica giunse pur l’altra ora delle elezioni politiche, e l’agitazione e l’ansia in queste province d’essere rappresentate al parlamento Italiano era grande e premurosa. Più grande fu l’ambizione di Liborio Romano a mostrare al mondo ch’egli fosse eminentemente popolare, e si fece eleggere in più Collegi, e Deputato venne proclamato in quello di Altamura, di Tricase, di Sala, di Campobasso, di Palata, di Atripalda, di Bitonto, ed in Napoli nel quartiere della Vicaria, oltre i ballottaggi degli altri collegi. Fatua luce di sua popolarità che più presto doveva annientarlo. Era compiuto il suo tempo.

Preceduto da non dubbia fama d’aprir guerra al Conte di Cavour[30], potentissimo Ministro che formato aveva l’Italia e d’aprir guerra con certe sue vedute di egemonia del proprio paese, di certe avversioni a quello ch’ei con altri appellava piemontesismo, e non so con quali altre chimere fuor di tempo e di luogo la sua elezione venne oppugnata, come quella avvenuta mentre sedeva egli Consigliere di Luogotenenza; però non tanto oppugnata da non essere finalmente accettato Deputato.

Però ad accedere nell’Aula della Camera il Re meno non poté tanto presto per quanto intendeva, imperò mentre che vi veniva, giunto a Genova, vi venne intrattenuto dalla gotta. Passata questa, Torino lo vide, ma egli senza che fosse andato a visitare l’avversario di sua mente, il Cavour sedé defilato tra i banchi del Centro sinistra nel Parlamento da prima, ottando [optando] nel patrio Collegio di Tricase.

L’ora di parlare in quel consesso egli affrettava, e non vi avesse parlato mai. Io Deputato di destra alla prima parola che profferse tremai per lui, poiché m’accorsi dei visi dei nostri colleghi disposti a manifestargli irrisione, che ogni opinione del nostro concittadino andava scemando. Pareva [il] suo dire la vacua declamazione degli avvocati, cui manca ragione nel difendere il proprio cliente, la voce trascinata e nasale d’un frate al quale non è giunta l’ora di scendere dal pulpito, e pur vi deve rimanere. Fu così che ei cadde per sempre. Fu così che ritirossi dalla pubblica carriera e ritornato a Napoli trascinò infermi i suoi giorni, finché divenuti perigliosi, i medici lo consigliarono a respirare a Patù [l’]aria nativa.

Qui dopo poco tempo che vi stette cessò di vivere in mezzo ai suoi il Romano, ma compianto da pochi e quasi ignorato. Però moriva lasciando sue faccende domestiche assai scompigliate e non ricco come i maligni avevano buccinato, e ricco divenuto nel potere. Fu questa la calunnia più atroce, della quale certi partiti si servirono brutalmente nella rivoluzione italiana per togliere fama ed abbattere gli onesti. Infamia della quale l’Italia a lavarsi può solo scontare coprendola di virtù moltissime.

Molti giornali si occuparono del Romano, lui vivente e nel potere; quelli che lo difendevano con accesissimo calore di parzialità, i contrari con ingiustificabile prevenzione ed odio senza fondamento. Il Romano può rassomigliarsi a colui che favorito dalla sorte, compie una grande impresa per caso, per forza, senza preconcetto divisamento, ma che ottiene gloria e popolarità imprevista, vuol continuare a sedere nel momentaneo suo grado. Ecco perché il Petruccelli [Della Gattina F.][31], questo agre e spudorato ingegno, ma talvolta fine e penetrativo tuttoché non suo avversario, scrisse di lui – «Liborio Romano arrivando alla Camera si assise al centro, poscia emigrò verso la sinistra. Io non so ciò ch’ei voglia, chi sia, ove tenda, se vezzeggi l’unità italiana o l’autonomia napoletana» – E un altro proponeva di scriversi sulla sua scranna di Deputato – «Qui riposa nel sonno parlamentare Liborio Romano, che fu sempre fermo nel non aver fermezza» -.

La presente biografia è stata rilevata con imparzialità da due elementi cozzanti, e ci sian tenuti nel giusto mezzo, onde la verità da una parte non ne venisse offesa, e l’amicizia personale verso un nostro concittadino, cui tutti i Napoletani debbono gratitudine eterna non rimanesse acciecata. Questi elementi sono. I 453 deputati del Presente, e i Deputati dell’Avvenire, opera diretta da Cletto Arrighi[32], volume III, Milano 1865, e delle Memorie politiche di Liborio Romano, pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello con note e documenti, Napoli, presso Giuseppe Marghieri[33], 1873.

Oltre le molte memorie forensi messe in istampa da Liborio, e i suoi atti governativi, olre le dette Memorie, vi son pure:

Des principes de l’economie politique puises dans l’economie animal, scritta in Francia nel tempo del suo esilio.

Lettera del 5 maggio 1861, diretta al Ministro d’Italia Conte di Cavour:

Sulle condizioni delle Province Napoletane.

Discorsi parlamentari.

Ferdinando Cito in Terra d’Otranto, senza data o nome di stampatore. Ma fu in Napoli in 1848.

 

[1] . F. ACCOGLI, Op. cit., Edizioni “Il Laboratorio, Parabita, 1996.

[2] Vd. «La Gazzetta del mezzogiorno», 28 giugno 2010, p. VIII.

[3] F. MOLFESE, Op. cit., pp. 402-403.

[4] Mario (Francesco) PAGANO (Brienza, 8 dicembre 1748 – Napoli, 29 ottobre 1799), giurista, filosofo, politico e drammaturgo italiano. Fu uno dei maggiori esponenti dell’Illuminismo italiano e un precursore del positivismo. Personaggio di spicco della Repubblica Napoletana (1799). Soppressa la Repubblica dal Borbone, fu impiccato in Piazza Mercato il 29 ottobre 1799.

[5] Bernardino CICALA (Lecce, 1765-1815), poeta e tragediografo. Nel 1799, aderì alla Repubblica Napoletana. Al ritorno dei Borbone, cominciarono per lui due anni di carcere e di persecuzioni: fu costretto a fuggire fuori dal regno. Tornato in patria con l’arrivo dei Napoleonidi, si stabilì a Lecce, dove morì.

[6] Francesco GERARDI, giurista, nel 1867 tra i fondatori della Camera degli avvocati penali di Napoli.

[7] G. GIUNTI, su questo giurista, l’unica citazione trovata finora sta negli scritti minori di L. Romano.

[8] Domenico SARNO, su questo abate, l’unica citazione trovata finora sta negli scritti minori di L. Romano.

[9] Felice PARRILLO, giudice della Gran Corte civile di Napoli.

[10] Nicola INTONTI (Ariano Irpino, 9 dicembre 1775 – Napoli, 8 maggio 1839), ministro della polizia nel regno delle Due Sicilie.

[11] Geremia MAZZA, giornalista del «Galluppi», morto nel 1840.

[12] Gaetano PECCHENEDA, direttore del Ministero dell’Interno del Regno delle Due Sicilie nel 1849-51.

[13] Antonio SCIALOJA (San Giovanni a Teduccio, 1 agosto 1817 – Procida, 13 ottobre 1877), economista. Nel 1848 divenne Ministro dell’Agricoltura e del Commercio del regno delle Due Sicilie, nel governo liberale di Carlo Troja. Arrestato dopo la repressione del 1849, fu condannato all’esilio “perpetuo” e quindi costretto a rifugiarsi nel regno di Sardegna. Ritornò a Napoli nel 1860, dopo la spedizione dei Mille, per diventare Ministro delle Finanze nel governo provvisorio di Garibaldi. In seguito fu segretario generale al Ministero dell’Agricoltura nel primo governo Ricasoli del regno d’Italia, consigliere della Corte dei Conti e senatore dal 1862, Ministro delle Finanze nel secondo governo La Marmora e poi nel secondo governo Ricasoli, infine Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Lanza e nel secondo governo Minghetti. Si dimetterà dall’incarico per la mancata approvazione del suo progetto sull’Istruzione elementare obbligatoria. Nel 1876 ebbe l’incarico di razionalizzare le finanze dell’Egitto.

[14] Giuseppe VACCA (Napoli, 6 luglio 1810 – 6 agosto 1876), magistrato, tra l’altro Procuratore presso la Gran Corte criminale di Lecce dopo il novembre 1846 e prima del febbraio 1848, Procuratore generale presso la Suprema Corte di giustizia, poi Corte di Cassazione di Napoli, Segretario generale del Comitato d’azione meridionale (1860), Senatore del Regno d’Italia dal 1861; Ministro di Grazia, Giustizia e Culti (27 settembre 1864-10 agosto 1865).

[15] Domenico GIANNATTASIO, di Salerno, liberale e deputato nel regno delle Due Sicilie.

[16] Conte d’APRILE, in realtà è Luigi di Borbone, conte d’Aquila, uno dei falchi della dinastia borbonica, vicino al Romano forse per traccia massonica. Devo questa precisazione al prof. Giancarlo Vallone, che ringrazio.

[17] Conte di Siracusa, ossia Leopoldo di BORBONE (Palermo, 22 maggio 1813 – Pisa, 4 dicembre 1860), fu un principe membro della Real Casa di Borbone-Due Sicilie, terzo figlio maschio di re Francesco I delle Due Sicilie e della regina Maria Isabella di Borbone-Due Sicilie. Leopoldo, conte di Siracusa, era critico nei confronti dell’operato del re Ferdinando II, suo fratello, come risulta dalle sue lettere alla madre Isabella di Spagna.

[18] BRENIER, ambasciatore di Francia a Napoli durante la fase di transizione e, fin dall’inizio, filo unitario.

[19] Giuseppe GARIBALDI (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882).

[20] Antonio SPINELLI (Capua, 23 marzo 1795 – Napoli, 9 aprile 1884), sovrintendente generale degli archivi e ultimo primo ministro del Regno delle Due Sicilie.

[21] Giuseppe MAZZINI (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872).

[22] Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia; Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878).

[23] Francesco II di Borbone, battezzato Francesco d’Assisi Maria Leopoldo (Napoli, 16 gennaio 1836 – Arco, 27 dicembre 1894), ultimo re delle Due Sicilie, salito al trono il 22 maggio 1859 e deposto il 13 febbraio 1861 con la nascita del Regno d’Italia.

[24] Conte di Trapani (Napoli, 13 agosto 1827 – Palermo, 24 settembre 1982).

[25] Conte d’Aquila, ossia Luigi di Borbone-Due Sicilie (Napoli, 19 luglio 1824 – Parigi, 5 marzo 1897).

[26] de Saunclières, ma Hercule DE SAUCLIÈRES, storico del Risorgimento.

[27] CUTROFIANO [d’Aragon R. di Raffaele Fitou d’Aragon (1802-1868), figlio di Pietro e di Maria Anna Filomarino duchessa di Cutrofiano.

[28] Conte Carlo PELLION di Persano (Vercelli, 11 marzo 1806 – Torino, 28 luglio 1883), ammiraglio comandante della flotta italiana nella battaglia di Lissa.

[29] Eugenio di Savoia Principe di Carignano
(Parigi, 14 aprile 1816 – Torino nel 1888), Tenente di vascello, nel gennaio 1861 fu nominato luogotenente delle Provincie Meridionali, con sede a Napoli.
Responsabile di non poche atrocità nella repressione del brigantaggio.

[30] Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di CAVOUR, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – 6 giugno 1861).

[31] Ferdinando PETRUCCELLI DELLA GATTINA (Moliterno, 28 agosto 1815 – Parigi, 29 marzo 1890), giornalista, scrittore e politico. Scrittore liberale, spesso anticonformista, fu un esule del governo borbonico a seguito dei moti del 1848.

[32] Cletto ARRIGHI – Carlo Righetti, vero nome dell’autore divenuto famoso come Cletto Arrighi (Milano, 1828 – 3 novembre 1906) giornalista e scrittore, massimo esponente della scapigliatura.

[33] Giuseppe MARGHIERI, editore napoletano.

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (4/7): S. Maria di Leuca e Otranto

di Armando Polito

S. Maria di Leuca
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

 

Otranto, iIl castello
tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Otranto#/media/File:Castello_di_otranto,_01.jpg

 

Otranto, la cattedrale
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Otranto#/media/File:Cattedrale_di_Otranto2.jpg
Otranto, la cripta della cattedrale
immagine tratta da https://www.archilovers.com/projects/132840/cripta-di-otranto.html

 

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la seconda parte (Brindisi): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la terza parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

Per la quinta parte (Maglie, Gallipoli, Galatina, Soleto, Copertino e Leverano):  http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/18/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-5-7maglie-gallipoli-galatina-soleto-copertino-e-leverano/

Per la sesta parte (Oria e Francavilla Fontana): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/26/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-6-7-oria-e-francavilla-fontana/

Per la settima parte (Taranto e Catellaneta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/01/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-7-7-taranto-e-castellaneta/

 

Narrando il Salento| In memoria di A. (la goffa)

In memoria di A. (la goffa)

 di Rocco Boccadamo

 

V’è, nel natio paesello, una stradina, intitolata a un linguista e scrittore del diciannovesimo secolo, N.T., immediatamente posta a portata di mano provenendo, guarda caso, da un’altra via pure recante il nome di uno scrittore, G.P.

Al secondo o terzo numero civico sulla destra, insiste una minuscola abitazione, umile ma dignitosa, in cui vive, oramai da svariati decenni, un’anziana marittimese, sola, nel senso di mai andata a nozze, single, stando al gergo moderno.

Invero, non è a questa donna, già contadina e ora pensionata, compaesana come tante altre, normalmente inserita nell’attuale comunità, che i miei pensieri mirano a rivolgersi mediante l’alleata penna.

Nella fattispecie, l’ispirazione ha per fonte e nido l’intendimento, più del resto, di dare anima all’immagine della casetta in discorso, quale era, come si presentava e che sensazioni conferiva, andando a ritroso nel tempo, nel corso di lunghe lontane stagioni e, specialmente, di rievocare in sintesi, e però cercando in pari tempo di conferirle una sorta di omaggio postumo, la figura femminile all’epoca ivi dimorante.

Si, ancora una donna, nome di battesimo iniziante per A., zia della padrona di casa di adesso e, allo stesso modo, in vita, nubile.

Il suo appellativo anagrafico, accezione propria peraltro comune e diffusa nel luogo, era immancabilmente e perennemente accompagnato dall’epiteto ‘a coffa, scaturito, o da qualcuno inventato, come meglio si voglia, con riferimento alle caratteristiche di stravaganza, particolarità, disordine, vaghezza, approssimazione, precarietà, dei suoi abiti, della stregua di vestirsi – suonerebbe improprio, a ogni modo, parlare d’abbigliamento -, incuranti di orari, stagioni e occasioni.

E, insieme, per il suo diretto modo di porsi, esprimersi, pensare, alquanto atipico, raffazzonato e sconclusionato.

A monte di simili miseri panni complessivi della compaesana A., appare chiaro e palese che si ponessero radici e sorte d’origine ingenerose, che la natura, in altri termini, dovesse essere stata con lei matrigna.   

Ella era venuta al mondo molti lustri prima di me, perciò i miei ricordi, nitidi, risalgono a quando io ero infante e, lei, già pienamente adulta.

Come nota distintiva della sua esistenza, che ricorreva sistematicamente nel suo parlare, rammento l’accenno, segno di evidente desiderio e attesa, all’arrivo, dal vicino mare, di un bastimento, recante a bordo un immaginario capitano o cavaliere, o, semplicemente, un uomo, che l’avrebbe corteggiata e sposata.

Così, i giorni e gli anni di A. scorrevano sotto l’influsso di tale suggestione.

Non mancavano, sulla scia della sua fantastica credenza, gli “amiconi” compaesani che, colposamente, scivolavano a deridere e sbeffeggiare la donna: lei, di primo acchito, si inquietava, ma senza demordere o indulgere ad abbandonare la propria idea-speranza o miraggio.

A questo punto, mi piace soffermarmi sulla particolare circostanza che A., accanto alla vistosa goffaggine esteriore, detenesse e denotasse un’innata basilare dignità.

Per citare, pur in mancanza di risorse o, meglio, sebbene versasse in assoluta povertà, non l’ho scorta, neanche una volta, nell’atto di elemosinare o chiedere, semmai era solita accostarsi, con una certa esitazione, alle persone in cui s’imbatteva oppure agli usci delle case. E stava lì, ferma.

Risultato, puntualmente, spuntava in ogni occasione chi le offrisse una mano, una monetina, un piatto di minestra, un frutto, un indumento, un paio di scarpe usate: briciole di solidarietà, in fondo, e, però, lei si sentiva appagata.

Per il resto, A. s’aggirava fra strade e campi all’aperto e privi di muretti o recinzioni, raccogliendo rametti e cespugli derelitti o di scarto, che, poi, utilizzava per accendere l’annerito camino, in dialetto focalire, di casa, vuoi per scaldare qualche avanzo di vivanda, vuoi per cercare di mitigare il freddo durante il periodo invernale.

Nella sua abitazione, non esisteva un letto vero e proprio, si notava, appena, un rudimentale giaciglio. E, tuttavia, è credibile, di certo così veniva di pensare a me, non solo da bambino ma anche da ragazzo e giovinetto, che la paesana dell’ultima fila dovesse attraversare, di tanto in tanto, le sue notti d’indigenza con il conforto di sogni, magari, con frequenza addirittura maggiore rispetto ai compaesani abbienti.

A., come sopra ricordato, non era nata sotto le ali della fortuna e, però, a dispetto della quotidianità estremamente grama e del mancato attracco del bastimento con il cavaliere che la impalmasse, ha avuto il buon destino di campare a lungo, almeno secondo la media dei suoi tempi.

Quando giunse l’ora della sua dipartita, io avevo lasciato il paese d’origine da qualche decennio. Perciò, non posso che rimembrarla nelle sue sembianze di prima, recentemente ripropostemi e rinfocolate da un’antica sua espressiva fotografia.

In conclusione, A., un essere umano poverissimo, senza niente e, nondimeno, riassunto di un modello di vita semplice all’insegna della dignità, condizione che, oggi, è, purtroppo, assolutamente rara.

Grazie, A.

Ludovica Rana e Maddalena Giacopuzzi a Salisburgo per Cello Tour 2018

Si conclude Sabato 8 dicembre nella Steinway Saal del Musicum di Salisburgo il Cello Tour tra Otto e Novecento di Ludovica Rana giovane violoncellista salentina dalla carriera internazionale.
Il concerto, realizzato a cura del Musikum di Salisburgo, rientra nella “Programmazione Puglia Sounds Export 2018” con Puglia Sounds, Unione Europea, FSC, Regione Puglia – Assessorato Industria Turistica e Culturale, Teatro Pubblico Pugliese, PIIIL – REGIONE PUGLIA – FSC 2014/2020 – Patto per la Puglia – Investiamo nel vostro futuro.
Ludovica sarà accompagnata al pianoforte da Maddalena Giacopuzzi e proporranno un percorso molto intenso, impegnativo, e, al tempo stesso, intimo e poetico: la Sonata di J. Brahms, Op 99, due brani di Castelnuovo Tedesco “Notturno sull’acqua” e “Scherzino”, un omaggio al compositore italiano nel 50° anniversario della morte e la Sonata di C. Franck.
“Ringrazio Puglia Sounds per l’inestimabile sostegno in questo progetto: riconoscere il valore di un giovane musicista e sostenerlo economicamente nella promozione all’estero è un’azione assolutamente coraggiosa che tanti musicisti italiani e stranieri ci invidiano – dichiara Ludovica Rana. E aggiunge – “sono stata negli Stati Uniti, in quattro Università cinesi e concludere il tour nel tempio della musica classica, nella natia patria di Mozart è un privilegio che mi riempie di orgoglio!”

Giuseppe Mazzini e i Mazziniani salentini

G. Toma, O Roma o morte

 

di Maurizio Nocera

 

Perché ricordare oggi Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872), a 146 anni dalla morte? Semplicemente, almeno questo vale per me, perché sembra che in questo nostro Paese di gambe all’aria e di false notizie propalate a piene mani da ogni parte, ci si sia dimenticati della storia e delle buone maniere anche nelle minime faccende quotidiane. E allora, e questo vale sempre in primo luogo per me, ricordare Mazzini significa ricordare un esempio di buona patria, di buona politica repubblicana, di democrazia concreta, ed anche, perché no?, di buona letteratura, se pensiamo che, sin da giovinetto, egli amò la musica (suonava la chitarra) e lesse Goethe, Alfieri, Leopardi, Foscolo, Shakespeare, Manzoni, altri ancora.

Oggi i suoi scritti hanno ancora un loro valore politico-letterario. Li cito a partire dal primo, che fu Dell’amor patrio di Dante (1926). Mazzini fu giornalista, e il suo primo impiego in quanto tale fu presso «l’Indicatore Genovese» (Genova, 1827-1828, chiuso dalla censura), sul quale, ancora giovanissimo, iniziò a pubblicare recensioni di libri patriottici, fino, successivamente, da uomo maturo, ad arrivare alla fondazione e direzione di importanti periodici come «l’Apostolato Popolare», «Il Nuovo Conciliatore», «L’Educatore», «Le Proscrit. Juornal de la République Universelle», «Il tribuno», «Pensiero e azione», «Roma del popolo». Scrisse importanti opere come Atto di fratellanza della Giovane Europa (1834), Scritti politici inediti (Lugano 1844), Del dovere d’agire (1855); Ai giovani d’Italia (1859); e l’importanti libro Dei doveri dell’uomo. Fede ed avvenire (Lugano, 1860), non a torto ritenuto il primo manifesto di libertà e democrazia dei popoli della nuova epoca, nel quale inserì un appello Agli operai italiani:

«A voi, figli e figlie del popolo, io dedico questo libretto nel quale ho accennato i principii in nome e per virtù dei quali voi compirete, volendo, la vostra missione in Italia: missione di progresso repubblicano per tutti e d’emancipazione per voi. Quei che per favore speciale di circostanze o d’ingegno, possono più facilmente addentrarsi nell’intelletto di quei principii, li spieghino, li commentino agli altri, coll’amore, col quale io pensava, scrivendo, a voi, ai vostri dolori, alle vostre vergini aspirazioni alla nuova vita che – superata l’ingiusta ineguaglianza funesta alle facoltà vostre – infonderete nella Patria Italiana […] Le divisioni naturali, le innate spontanee tendenze dei popoli, si sostituiranno alle divisioni arbitrarie sancite dai tristi governi. La Carta d’Europa sarà rifatta. La Patria del Popolo sorgerà, definita dal voto dei liberi, sulle rovine della Patria dei re, delle caste privilegiate. Tra quelle patrie sarà armonia, affratellamento. E allora, il lavoro dell’Umanità verso il miglioramento comune, verso la scoperta e l’applicazione della propria legge di vita, ripartito a seconda delle capacità locali e associato, potrà compiersi per via di sviluppo progressivo, pacifico: allora, ciascuno di voi, forte degli affetti e dei mezzi di molti milioni d’uomini parlanti la stessa lingua, dotati di tendenze uniformi, educati dalla stessa tradizione storica, potrà sperare di giovare coll’opera propria a tutta quanta l’Umanità» […] La Patria è una, indivisibile. Come i membri d’una famiglia non hanno gioia della mensa comune se un d’essi è lontano, rapito all’affetto fraterno, così voi non abbiate gioia e riposo finché una frazione del territorio sul quale si parla la vostra lingua è divelta dalla nazione» (vd. G. Mazzini, I doveri dell’uomo, Sansoni – La Meridiana, Firenze, 1943, pp. 5, 57 e 61).

Va subito detto che se non ci fosse stato Giuseppe Mazzini, e con lui Giuseppe Garibaldi, Liborio Romano e, per alcuni eventi specifici, Cavour (che non amò mai il patriota, anzi fece di tutto per incarcerarlo e persino farlo condannare a morte), mai si sarebbe raggiunta l’Unità d’Italia; unità che significò in primo luogo liberare l’Italia dalla presenza sul suo suolo degli eserciti di altre potenze europee. Per questo suo alto obiettivo politico (Unità nazionale retta da una Repubblica con un governo centrale) fondò e diresse movimenti politici e diversi periodici.

Si pensi alla “Giovine Italia” (1831), alla “Associazione Nazionale Italiana” (1848) e al “Comitato Nazionale Italiano” (1850) e, nello spirito di un sincero internazionalismo patriottico, si spinse a fondare la “Giovine Germania” (1834) e la “Giovine Polonia” (1835) per l’unificazione nazionale di quei paesi, ai quali si deve aggiungere la fondazione della “Giovine Europa” (1866) per l’unificazione dello stesso vecchio continente attraverso un Fronte unito che chiamò “Alleanza Repubblicana Universale”, da cui nacque il “Comitato Centrale Democratico Europeo” (1850). Uno dei capolavori politici di Mazzini, purtroppo sconfitto poi dalla reazione più nera, fu la Repubblica Romana (1849), che diresse per alcuni mesi assieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini (il cosiddetto triumvirato), al quale un contributo notevole apportò Carlo Pisacane.

Inutile aggiungere che per la sua passione politica e per l’Unità d’Italia soffrì il carcere, le percosse, l’esilio (per lunghi anni a Londra) e più volte la condanna a morte in contumacia.

Il 3 giugno 1888, sul periodico dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli – lo «Spartaco» – Victor Hugo, autore francese a noi molto noto, scrisse:

«Pour Mazzini il y a la libertè. Pour Garibaldi il y a la patrie. Pour nous il y a l’Italie».

Nel Salento come pure nella nostra Gallipoli operarono i mazziniani repubblicani, a cominciare da Epaminonda Valentino, (Napoli 1811 – Lecce 1849), fondatore della “Giovine Italia” nell’allora Regno di Napoli e il primo introduttore nella stessa Gallipoli e a Lecce. Epaminonda aveva sposato Rosa de Pace, sorella di Antonietta, il cui solo nome per noi gallipolini è una bandiera. Epaminonda, nel maggio 1848, partecipò ai moti insurrezionali di Napoli e di Lecce, aderì al Circolo patriottico di Terra d’Otranto (fondato il 29 giugno 1848). In seguito alla sua partecipazione ai moti insurrezionali, venne arrestato a Lecce il 30 ottobre 1848, assieme a Sigismondo Castromediano (Cavallino), i fratelli Stampacchia (Lecce), Gaetano Brunetti (Lecce), più altri. Epaminonda fu condannato a morte ma, prima ancora dell’esecuzione, morì nel penitenziario di Lecce nel 1849 tra le braccia del Castromediano. Dell’atroce modo in cui egli mori, lo storico Pier Fausto Palumbo ha scritto:         «Fin dal 29 settembre (1848) una prima vittima fu fatta: nelle braccia del Bortone e del Castromediano era spirato, in carcere [si tratta del carcere dell’Udienza o carcere centrale di Lecce], a soli trentotto anni, Epaminonda Valentino, gallipolino d’elezione per le nozze con Rosa de Pace, fondatore in provincia della “Giovine Italia”» (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 165).

Anche Sigismondo Castromediano, che lottò esemplarmente contro il Borbone, nelle sue Memorie scrive una chiara pagina patriottica su questo straordinario napoletano rivoluzionario repubblicano mazziniano, salentino e gallipolino d’elezione:

«Epaminonda lasciava la giovane moglie, Rosa de Pace, e due figlioletti ancora piccini, che amava sino alla follia, e con essi Antonietta sua cognata […] La nuova dolorosa giunse a quelle donne in Gallipoli per via di nostre lettere, e a conforto di loro sventura e a venerata memoria dell’estinto loro inviammo un’iscrizione lapidaria…» (vd. Aspetti e figure del Salento nelle parti inedite delle “Memorie” di Sigismondo Castromediano, a cura di Aldo Vallone, in «Studi Salentini», III-IV, giugno-dicembre 1957, p. 174).

Accanto a Epaminonda c’è da annoverare anche suo figlio Francesco Valentino (Gallipoli, 1835 – Pieve di Ledro, 1866), nipote di Antonietta de Pace. Morì da patriota nelle battaglie risorgimentali, convinto repubblicano, prendendo parte nelle associazioni democratiche e nel giornalismo rivoluzionario di Marsiglia e di Genova. Nel 1866 indossò la camicia rossa garibaldina morendo a Pieve di Ledro, nei pressi di Bezzecca (Trento) nella battaglia contro l’impero austro-ungarico in quella campagna militare che Garibaldi intraprese per la liberazione di Trento e Venezia. Del figlio Francesco, nel commentare la battaglia di Bezecca (24 giugno 1866) riporto quanto scrisse il corrispondente di guerra Augusto Vecchi:

«Il povero Valentino è morto, colpito al petto, gridando “Viva l’Italia”».

E come non ricordare ora Antonietta de Pace (Gallipoli, 2 febbraio 1818 – Capodimonte, 4 aprile 1893), cognata di Epaminonda e zia di Francesco, patriota e rivoluzionaria gallipolina, repubblicana mazziniana fin dalla prima ora, alla cui opera la città di Lecce ha intitolato una via e un istituto scolastico di secondo grado. Dopo la morte del cognato e del nipote, la responsabilità dell’attività cospiratrice nel Salento ricadde proprio su di lei. Così la ricorda Pier Fausto Palumbo:

«Animatori della vasta cospirazione mazziniana, e segretari del Comitato centrale di Napoli, i due salentini Fanelli e Mignogna. Collaboratrice instancabile e preziosa, Antonietta de Pace: ad essa facevano capo i Comitati di Lecce, di Brindisi, di Ostuni, di Taranto; e fu essa, con la madre dei Poerio, la moglie del Settembrini, la figlia di Luigi Leanza, poi moglie di Camillo Monaco, a intrattenere gli ancor più rischiosi rapporti coi galeotti politici di Procida, Santo Stefano, Ventotene, Montesarchio e Montefusco. Le corrispondenze segrete tra Santo Stefano e Napoli passavano per Ventotene, i cui reclusi erano giunti a dare tale fastidio al governo che, per liberarsene, preferì disfarsi dei meno pericolosi (…) La guerra di Crimea, riaccendendo le speranze, si fece leva sui militari, con una società mazziniana tutta particolare per loro. Anche di questa, animatori furono il Mignogna e la de Pace, che vennero arrestati: l’uno si ebbe cinquanta legnate e l’eroica donna fu per quarantasei volte inquisita. Al processo che ne seguì, il Mignogna s’ebbe condanna all’esilio, la de Pace fu assolta [dopo aver scontato 18 mesi di carcere preventivo]» (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 167).

È nota la vicenda che vuole la de Pace entrare in Napoli liberata al fianco di Giuseppe Garibaldi. Era il 6 settembre 1860 e da lì, da quella città del Sud, l’Italia iniziava la sua nuova era di paese unito. Oronzo Colangeli, che fu preside per molti anni dell’Istituto Professionale Femminile “Antonietta de Pace” di Lecce, presso il quale anche chi qui scrive ha insegnato per diversi anni, così ricorda la Gallipolina: «Mazziniana convinta e repubblicana, non si scostò mai dalla sua linea ideale pur adattandosi, per un consapevole senso di civile partecipazione al momento storico che attraversava l’Italia […] Con una fede pari a quella degli apostoli del nostro Risorgimento non ebbe incertezze neppure nei momenti più difficili ed oscuri della reazione. Perseguita dalla polizia e dai tribunali borbonici non vacillò, trovando in se stessa le risorse morali per resistere agli inquisitori e risorgere in adamantina coscienza di riaffermata libertà. Esempio purissimo delle migliori tradizioni delle donne italiche che, in tempi dolorosi e di triste servaggio, seppero credere nel radioso avvenire della Patria» (vd. O. Colangeli, in Antonietta de Pace, Patriota Gallipolina, Istituto Professionale Femminile di Stato – Lecce, Editrice Salentina, Galatina 1967, pp. 73-74).

E ancora, come non ricordare Bonaventura Mazzarella (Gallipoli 8 febbraio 1818 – Genova 6 marzo 1882), avvocato e magistrato gallipolino ancor prima dei moti risorgimentali del 1848, repubblicano mazziniano sin dalla prima ora. A Lecce fondò il primo nucleo del Partito d’azione d’ispirazione mazziniana con la costituzione dei primi Comitati collegati ai Circoli. Nel maggio 1848, sempre a Lecce città, uno di questi Comitati prese il nome di Circolo Patriottico Provinciale di Terra d’Otranto, che vide al suo interno il fior fiore della migliore gioventù, fra cui Giuseppe Libertini, Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno, Alessandro Pino, Nicola Schiavoni, Cesare Braico, Emanuele Barba, altri ancora. Mazzarella fu eletto presidente del Circolo dedicandosi all’organizzazione della Deputazione Provinciale, dalla quale sarebbe nata, dopo l’Unità d’Italia, quella struttura amministrativa che noi oggi conosciamo col nome di Provincia. Il 30 aprile 1849, Bonaventura Mazzarella fu l’unico salentino, assieme ad altri trenta emigrati repubblicani, ad combattere sotto le mura di Roma nella difesa della Repubblica. In tutta la sua vita fu sempre coerente rimanendo repubblicano mazziniano. Passò il resto della sua vita a Genova, dopo essere stato deputato per alcune legislature e, per decenni, consigliere comunale di quella città.

A Gallipoli, tra i repubblicani mazziniani, ci fu anche Eugenio Rossi (Gallipoli 1831-1909), il quale partecipò a tutte le iniziative politiche e militari contro il Borbone e per l’unità nazionale, ad iniziare dal maggio del 1848. Dopo l’Unità d’Italia si arruolò, per mezzo del “Comitato per Roma e Venezia”, presieduto da Emanuele Barba, alla campagna garibaldina di Aspromonte nel 1862, partecipando a tutte le altre campagne che Garibaldi fece fino a Bezzecca. Ritornato in Gallipoli divenne uno dei più ferventi promotori di lotte sociali a favore del popolo, divenendo più volte consigliere comunale ed assessore della città. Fu il fondatore e primo presidente della sezione del Partito socialista di Gallipoli a iniziare dal 1892. Fondò, assieme ad altri suoi compagni, lo «Spartaco», organo dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli e circondario e, più tardi, nel 1900, fondò pure, divenendone direttore, «Il Dovere», organo dell’Unione Dei Partiti Popolari di Gallipoli, espressione delle masse popolari. La sua opera, sociale e politica, è oggi rintracciabile nelle centinaia di lettere, articoli, saggi sul socialismo ecc. che egli ci ha lasciato sullo «Spartaco», su «Il Dovere», e su altri giornali ed opuscoli.

Inoltre va annoverato il nome di Giuseppe Libertini (Lecce 1823-1874), repubblicano mazziniano della prima ora il quale, dopo la morte di Epaminonda Valentino assunse la direzione della “Giovine Italia” salentina. I leccesi gli hanno intitolato una bella piazza e un bel bronzo. Fu avvocato e amico personale di Giuseppe Mazzini, col quale stette per lungo tempo a Londra. Partecipò ai moti insurrezionali del 1848, fondò il Circolo Patriottico di Terra d’Otranto e combatté sulle barricate di Monte Calvario a Napoli il 5 maggio 1848. Fu membro del governo provvisorio garibaldino (settembre 1860) e deputato del Regno d’Italia. Mazzini lo mise alla guida del Partito d’Azione, col compito di far insorgere le province allo sbarco di Garibaldi sul continente, perché

«uomo di pronti ed arditi disegni, che seppe far miracoli, tanto da superare di gran lunga la nostra aspettazione», (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 171).

Del Libertini, un inedito ricordo lo scrive anche Francesco Stampacchia nel 1860:

«Giuseppe Libertini, pur esso salentino e propriamente leccese, figura di primo piano nel Risorgimento nazionale, intimo di Giuseppe Mazzini e con lui operante, già recluso a Ventotene, membro del Comitato Europeo con Kossut ed Herzen, aveva organizzato la insurrezione di Potenza, di Ariano e delle Calabrie, e si trovava in Napoli membro del Governo Provvisorio costituitosi al partire di Francesco II e scioltosi quando fu proclamata la dittatura di Garibaldi. Egli era allora accanto all’eroe, da cui era stato chiamato, e con lui fra gli applausi percorreva le vie della Capitale» (vd. F. Stampacchia, Lecce e Terra d’Otranto un secolo fa, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 308).

Accanto a questi eroi unitari del Risorgimento salentino, non vanno dimenticati Vito Mario Stampacchia senior (Lequile 1788 – Lecce 1875), patriota leccese giacobino, che partecipò ai moti insurrezionali del 1820 e anni successivi; Gioacchino Stampacchia (Lequile 1818 – S. M. Capua Vetere 1904), che fu patriota mazziniano e aderì alla “Giovine Italia”; Salvatore Stampacchia (Lecce 1812-1885), fratello di Gioacchino e figlio di Vito Mario senior, anch’egli patriota risorgimentale. E ancora Gaetano Brunetti (Lecce 1829-1900), avvocato, repubblicano mazziniano della prima ora, che partecipò a tutto il risorgimento italiano.

Accanto a tutti costoro non vanno dimenticati altri personaggi come: Cesare Braico, di Brindisi, garibaldino fra i Mille, il quale combatté nel 1848 sulle barricate a Santa Brigida a Napoli. Successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari fu condannato a 25 anni di galera. Soffrì il carcere duro borbonico assieme a Sigismondo Castromediano e a Luigi Settembrini. Dopo 11 anni di carcere fu esiliato dall’Italia. Riparò a Londra dove per bocca dell’altro suo compagno Giuseppe Fanelli ricevette il saluto di Giuseppe Mazzini. Appunto Giuseppe Fanelli, di Martina Franca, anch’egli garibaldino fra i Mille, che partì da Quarto per la Sicilia (famoso il coraggio dimostrato durante la battaglia di Calatafimi), e repubblicano mazziniano della prima ora, difensore della Repubblica Romana del 1849, dove combatté sotto il comando politico di Giuseppe Mazzini. Fu anch’egli uno dei responsabili della “Giovine Italia” in Terra d’Otranto. C’è ancora Vincenzo Carbonelli, di Taranto, anch’egli garibaldino fra i Mille, repubblicano mazziniano della prima ora, partecipò il 15 maggio 1848 ai moti insurrezionali di Napoli, anch’egli difensore della Repubblica Romana e propagatore degli ideali mazziniani in Terra d’Otranto. E infine va ricordato anche il leggendario Nicola Mignogna, di Taranto, garibaldino fra i Mille che, il 5 maggio 1860 fu, assieme a Crispi, Rosolino Pilo e La Massa, tra gli organizzatori della spedizione da Quarto alla volta della Sicilia. Repubblicano mazziniano della prima ora, nel 1836 si era affiliato alla “Giovine Italia” diffondendone gli ideali nelle provincie napoletane. Nel 1848 combatté a Monte Calvario a Napoli, successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Venne processato assieme ad Antonietta de Pace. Lavorò spesso a fianco di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Fino alla fine dei suoi giorni rimase un convinto repubblicano. (Per tutti cfr. Aa. Vv. Lecce e Garibaldi, Capone editore, 1983).

Fin qui i garibaldini, i mazziniani e gli altri patrioti unitari salentini, i cui nomi andrebbero scritti nel Grande Libro della Storia nazionale d’Italia. E tuttavia la storia, che noi sappiamo essere maestra di vita e regolatrice di ogni cosa, non lascia mai nulla di scoperto sulle sue indistinguibili pagine sulle quali è narrata l’evoluzione degli eventi. Tant’è che nel 1945-46, quando i costituenti del secondo dopoguerra si riunirono per gettare le basi di quella che sarebbe divenuta la Carta fondamentale della nuova Italia antinazifascista, la Costituzione, (la forma statuale fu quella repubblicana, scelta dal popolo italiano con il referendum del 2 giugno 1946), non dimenticarono l’insegnamento di Giuseppe Mazzini e dei suoi compagni. Così, nell’impeto gioioso di un’indimenticabile giornata per gli italiani, e nel calore sostenuto dal forte vento della libertà e della democrazia riconquistata, nacque la nostra Costituzione Repubblicana, promulgata il 1° gennaio 1948.

Ecco perché, oggi, in un’Italia continuamente gabbata da ignoranti di Stato, non è sbagliato ritornare a leggere i testi di Giuseppe Mazzini, affinché si riscoprano i valori e le idealità d’un tempo per ritrovare anche il senso e il significato profondo di una vita degna di essere vissuta alla ricerca di un mondo ideale concreto, mondo che fece degna di essere vissuta la vita dei grandi iniziati di tutti i tempi: Socrate, Pitagora, Budda, Confucio, Gesù Cristo, Maometto, Giordano Bruno, Ernesto “Che” Guevara. Forse, ma questo è difficile accertarlo in un momento storico come quello che stiamo vivendo, fra questi grandi della storia dell’umanità, un suo posto l’ha anche Giuseppe Mazzini, indiscutibilmente l’apostolo più significativo del repubblicanesimo moderno.

A Lecce, su una fiancata dell’ex Convitto Palmieri, insiste una bella immagine di Giuseppe Mazzini, sotto la quale, Giovanni Bovio, altro personaggio assai noto ai gallipolini, ha scritto: «Giuseppe Mazzini// pari ai fondatori di civiltà// Maestro».

 

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