Dialetti salentini: la sarmenta e la pàmpana

di Armando Polito

Nell’ordine: sarmente, pàmpana ti ua e pàmpana ti fica

Rispondo alla gentile richiesta (come avveniva nei locali notturni di tanti anni fa …) di Marcello Gaballo formulata nel suo commento ad un recente post su strome (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/13/dialetti-salentini-strome-e-la-loro-vasta-parentela/) con questo altro post non per darmi arie o per idiota esibizionismo culturale ma solo perché la trattazione non poteva essere condensata in un commento che quando è troppo lungo diventa una sorta di testamento, la cui lettura è gradita solo ai diretti interessati …1

SARMENTALa voce ha il suo corrispondente italiano in sarmento, che è dal latino classico sarmentu(m), a sua volta dal verbo sàrpere, che significa potare la viei. Sarmenta è dal latino medioevale sarmenta. Di seguito in formato immagine e la mia traduzione il lemma com’è trattato nel glossario del Du Cange:

(SARMENTA, invece di sarmentum negli Statuti di Torino anno 1360 cap. 130: Parimenti che nessuna persona da Torino o distretto, importante o meno, porti da Oltrepò pali interi verdi o secchi, né viti o sarmenti, … se non dalla sua vigna. Vedi sotto sermens.)

Aggiungo che sarmenta, femminile singolare, è figlio di sarmenta, neutro plurale di sarmentum. Proprio il valore collettivo ha propiziato (con la desinenza -a del nominativo della prima declinazione il passaggio al genere femminile ed al numero singolare, da cui po, nel latino medioevale il plurale sarmentae (nel testo appena citato sarmentas, accusativo plurale) e nel nostro  dialetto sarmente. Chiudo questa parte ricordando che Schola sarmenti è il nome di una nota azienda vinicola neretina, ai cui vini ho dedicato su questo blog più di un post non per intenti pubblicitari o per chissà quali interessi ma solo per commentare a modo mio il nome dei suoi vini più pregiati2. Ne approfitto per ricordare che per Schola sarmenti la traduzione Scuola del sarmento (per traslato della vite) mi appare riduttiva tenendo conto che il latino schola può significare  trattazione di un argomento scientifico o letterario, lezione, conferenza, dissertazione, discussione, scuola, (il luogo), (in senso figurato) scuola, setta, seguaci di un maestro o di una scuola; ancora: portico in cui si esponevano opere d’arte, galleria, sede di una corporazione, sala d’aspetto nei bagni pubblici (ecco perché nelle scuole il bagno è l’ambiente più caro …), corporazione, collegio. La voce latina, però, non avrebbe assunto questa caterva di significati se non fosse derivata dal greco σχολᾑ (leggi scholè) che significa tempo libero, s’intende dall’impegno politico. e questo non significa non poter discutere di politica (ammesso, per come da tempo siamo messi, che ne valga la pena …) davanti ad una bottiglia di buon vino sincero, almeno quello …

PÀMPANA

Contrariamente a quanto si potrebbe credere pàmpana non è voce esclusivamente dialettale; dirò di più: si tratta di una variante di pàmpino (variante di pàmpino, con cambio di genere, forse per influsso di foglia) ampiamente attestata in poesia e in prosa, come testimoniano (mi sono limitato agli autori più noti) le citazioni che seguono cronologicamente ordinate.

Filenio Gallo3, Rime, A Safira, Egloga pastorale, vv. 445-447: Fuoco che ‘l corpo insieme e l’alma avampane/e da se stesso a tutto el mondo accusasi,/vite di puoco frutto e assai  pampane.

Giovanni Battista Ramusio (1485-1557), Navigazioni e viaggi, VI, 2: … vi si ponevano certe coperte come  pampane di panno o di cottone o d’altra tela …; X, 8:  … né si fa grande questo albero, perché non è altro che un circuito grande di queste foglie; e il forcolo o la schiena, che sta nel mezzo di queste previous hit pampane  è il bordone …

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Arcadia, Ecloga X, vv. 54-55: Quanti greggi et armenti, oimè, digiunano,/per non trovar pastura, e de le pampane/ si van nudrendo, che per terra adunano!

Giacomo Leopardi (1798-1837), Zibaldone di pensieri, Fácciate alla finestra, Luciola,/decco che passa lo ragazzo tua,e porta un canestrello pieno d’ova/mantato colle  pampane  dell’uva.4

Giovanni Pascoli (1855-1912), Odi ed Inni, A riposo, vv. 29-32: E le semente curi, e le floride/viti rassegni, pampane e grappoli/mirando attento, e poi ritrovi/le fila dei nitidi bovi.

Il vecchio, vv. 13-16: E tutto già da monte a valle,/come se un tempio fosse,/risplende… Ma son foglie gialle,/ma son pampane rosse.

Canzoni di re Enzio, Le canzoni del carroccio, XI, Il Papa, vv. 62-64: … Splendono le rosse/pampane intorno, splendono le vesti/rosse e l’argento delle curve mazze.  

Primi poemetti, Il vecchio castagno, vv. 13-15: Le pigne tu, le  pampane  io: le cime/io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti./Fin che c’è verde, non mi dar guaime.

A sottolimeare la stretta fratellanza fra pàmpino e pàmpana va ricordato il plurale pàmpani (usato anche dal Pascoli che nelle citazioni precedenti aveva privilegiato pàmpane):

Leon Battista Alberti (1404-1472), Villa:  … e sdegnano e’  pampani  il rapano …

Niccolò Machiavelli (1469-1527), Vita di Castruccio Castracani: … sentì frascheggiare sotto una vite intra e’  pampani

Annibale Caro (1507-1566), Gli amori pastorali di Dafni, Ragionamento secondo : … e certi grappoli d’uva co’ pampani ancora

Giorgio Vasari (1511-1574), Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, cap. I: … dove son dentro molti fanciulli con  pampani et uve

Vincenzo Monti (1754-1828), La Feroniade, II, 487-489: … Giace Mugilla,/e la ricca di  pampani  e d’olivi/petrosa Ecetra …

Alessandro Manzoni (1785-1873)), Promessi sposi, XIII: … anche l’uve nascondevano, per dir così, i  pampani

Scipio Slataper (1888-1915), Il mio Carso: … Le labbra e il mento sono appiccicose di mele stillato, e le mani, la maglia, il manico della roncola, i pampani, le brente, i carri.

Ho già detto che pàmpana è variante di pàmpino,che è dal latino pampinu(m),acusarivo di pàmpinus. Se Abbiamo già visto come sarmentum deriva da sàrpere; e pàmpinum? Il primo ad affrontare, a modo suo ,,,, il problema fu, a quanto ne so, Isidoro di Siviglia (560 circa-636), Etymologiae, XVII, 5, 10: Pampinus est folia cuius subsidio vitis a frigore vel ardore defenditur atque adversus omnem iniuriam munitur. Qui ideo alicubi intercisus est, ut et solem ad maturitatem fructus admittat et umbram faciat. Et dictus pampinus quod de palmite pendeat. 

(Pampino è la foglia con il cui aiuto la vite si difende dal freddo o dal caldo e si premunisce contro ogni offesa. Esso in qualche luogo viene tagliato qua e là in modo che il sole mandi a maturazione il frutto e faccia ombra ed è chiamato pampino poiché pende dal tralcio).

Per Isidoro, dunque, la base è palmes (quod de palmite pendeat) e, anche se non lo dice espressamente.è come se pampinus derivasse da *palpinus.

Nel suo Rideri Dictionarium severiore trutina castigatum, Adam Islip, Londra 1626 John Ryder (1562-1632), vescovo anglicano di Killaloe in Irlanda, ll lemma pampinus, dopo aver citato Isidoro, continua riportando altre proposte etimologiche, che così risssumo:1) da un greco ἄμψοινος  (leggi amfoinos) quod fit circa vinum (poiché si sviluppa intorno al vino). La voce, inesistente in greco, risulta artificiosamente composta da ἀμφἱ (leggi amfì)=intorno+ἄμπελος (leggi àmpelos)=vite, uva, vino; 2) da πόα ἀμφἱ οἵνου (leggi poa amfi òinu), herba circa vitem (erba intorno alla vite); 3) quasi pampelus, ab ἄμπελος (quasi pampelus da ampelos); 4) panpinus quasi pannus vini (pampino quasi panno del vino); 5) simpliciter a pando ut πέταλον (leggi pètalon) πετάω5 (leggi petào) (semplicemente da pando6, come petalo da petao); 6) a πίμπειν (leggi pìmpein) mittere quod emittuntur pampini ex sarmentis, sic stolones a στέλλειν (leggi stèllein) dici possunt (da pìmpein=mandare poiché i pampini sono emessi dai sarmenti, così si può dire che stoloni deriva da stèllein).

Nel Thesaurus linguae Latine compendiarius di Robert Ainsworth e Thomas Morell, Longman,Londra, 1796 si fa derivare pampinus da φυλλάμπελος (leggi fiullàmpelos) o  φυλλάμπελον (leggi fiullàmpelon).   

Di fronte a tal profluvio di proposte la filologia moderna ha deciso, in un certo senso, di non decidere o, se si preferisce di lavarsene le mani. La teoria oggi più accreditata, infatti, è che pampinus appartenga alla categoria di quelle parole definite mediterranee o di origine preindoeuropea; in altri termini antichissime ed autoctone.

Mi piace chiudere questo faticoso percorso con un ricordo personale della mia infanzia. Così davanti ai miei occhi riaffiora la figura di mio nonno Alessandro, appassionato di caccia, mentre avvolge una irduleddha (verdolina) in una pampana di fico e pone il tutto sulla brace, mentre io, avro avuto non più di cinque anni, attendo paziente di consumare quel bocconcino la cui prelibatezza già vibra nell’aria col suo profumo …

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1 Per le altre voci ricordate nel commento segnalo:

(per scìgghiu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/12/la-storia-provvisoria-di-scigghiu-disordine/

(per carpìa) http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/27/la-carpia-ovvero-il-sedicente-intellettuale-sfaticato-e-zozzone/

(per inchiùlu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/13/inchiu-c/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/30/artetica/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/13/critera-attenzione-allaccento-al-profano-un-semplice-accento-puo-sembrare-un-banale-tanto-piu-nella-cultura-dominante-cui-prevalgono-approssimazione-incompetenza-assenza-pressoche-tot/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/28/artieri/

3 Pseudonimo di Filippo Galli. poeta senese morto nel 1503.

4 Sono i vv. 1-4 di quella che l’autore definisce una delle canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati. (Decembre 1818)

5 In greco esistono πετάννυμι (leggi petànniumi e πεταννύω (leggi petanniùo), entrambi col significato di stendere; πετάω è totalmente inventato.

6 L’infinito è pàndere=stendere.

Dialetti salentini: strome e la loro vasta parentela

di Armando Polito

Strome  sopratto i residui, rametti e foglie,  della potatura, degli olivi in particolare, anhe dopo che sono parzialmente o totalmente seccati. Oggi vengono bruciati sul campo, in passato erano il combustibile privilegiato dei forni in pietra, da dove una fragranza inconfondibile di fumo e di pane cotto  invadeva per largo tratto la strada. Chi ha la mia età ricorderà certamente a Nardò Gigi lu furnaru e il suo forno sito in via Settembrini al civico 29. Lavori, odori, vapori. sapori e anche saperi perduti per sempre …

Strome è evidentemente plurale collettivo di un poco usato stroma, che è, tal quale, dal greco στρὤμα (leggi stroma), usato con i significati di giaciglio, letto, coperta, tappeto, pavimento. La voce è connessa col verbo στρὼννυμι (leggi strònniumi), del quale sono varianti στρωννύω (leggi stronniùo) e στόρνυμι (leggi stòrniumi), tutti col significato di stendere, abbattere, lastricare,

Sicuramente l’uso cui accennavo all’inizio anche da noi fu preceduto dalla funzione che foglie e rametti avevano di formare, opportunamente stesi, un giaciglio.

Faccio notare che tra i significati della voce greca c’è quello, evidentemente traslato, di pavimento. I Romani si sarebbero spinti ancora oltre, visto che l’italiano strada (in salentino strata) deriva dalla locuzione latina via strata (alla lettera via stesa, in contrapposizione a quella non lastricata), in cui strata (da notare come la voce salentina sia tal quale) è il participio passato femminile del verbo stèrnere (=stendere) connesso col citato greco στόρνυμι; il participio passato maschile (stratum) ha dato vita poi a strato. Altra voce connessa con sternere è stramen=giaciglio, paglia, coperta, da cui l’italiano strame.

Il campo semantico si allarga ulteriormente pensando che con στόρνυμι è connesso στέρνον (leggi sternon)=petto, da cui l’italiano sterno e che dal latino consternare (composto da cum+sternere)= paventare, sbigottire, sgomentare, turbare, impressionare (in una parola stendere …) è derivato l’italiano costernare. Non potevo chiudere più allegramente se non dicendo che strage è dal latino strage(m) che probabilmente (almeno questo conforto …) è dalla radice stra– (dal supino stratum) di sternere.

 

Dialetti salentini: picusia

di Armando Polito

L’amico Pasquale Chirivì mi ha chiamato in causa in un suo post del 7 u. s.. Per fare più presto evito di trascriverne il testo e lo riporto in formato immagine integralmente e con i commenti che ci sono stati, aggiornati fino alla data in cui scrivo (9).

 

il quesito posto è, almeno per me, particolarmente intrigante per i seguenti motivi:

1) non ho mai sentito tale parola.

2) Essa non è registrata nell’opera che ancora oggi è un fondamentale, imprescindibile punto di riferimento per chi, addetto ai lavori o semplice curioso, nutra interessi (sicuramente malsani per i tanti avventurieri della finanza e della politica …), cioè il Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto) di Gerard Rholfs, di tal genere dal Rhollfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976. Nemmeno Antonio Garrisi la riporta nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 ed essa è assente anche nel blog di Giuseppe Presicce Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html).

Con tali premesse dare una risposta soddisfacente a Pasquale appare impresa improba. Dico subito che tale resterà fino alla fine di questo post, almeno che qualche lettore di questo blog non fornisca nel suo sempre auspicabile (son qui per questo …) commento qualche valido suggerimento.

Posso dire solo che a prima vista la parola forse si colloca nell’ampia lista di quelle terminanti in –ia. Di queste alcune hanno origine greca, per esempio: fantasia (leggi fantasìa), che è dal verbo φαντάζω (leggi fantàzo, che significa  rendere visibile, creare un’illusione, ingannare, a sua volta da φαἱνω (leggi fàino), che significa far vedere, apparire; altre derivano dal latino medioevale ma si rifanno al greco. per esempio come nostalgia, che è dal latino medioevale nostalgĭa(m), dal greco nóstos che significa ritorno + ἂλγος (leggi algos) che significa dolore, alla lettera dolore del ritorno, quasi una definizione poetica …); altre ancora sono di formazione più o meno recente, come ritrosia, che è dall’aggettivo ritroso.

Sulla scorta di tali osservazioni e procedendo per esclusione (non ho trovato voce greca o latina cui potesse collegarsi nessuna voce greca o latina che potesse collegarsi picusìa), ho pensato per la nostra voce ad una formazione relativamente recente e ad un’origine aggettivale.

Il dialetto napoletano antico (chiedo aiuto agli amici napoletani per l’eventuale sopravvivenza della voce) registra pecuso o (in alcune edizioni) picuso: Giovan Battista Basile, (1575–1632), Lo viecchio nnammorato, Egroga settema (cito da Le Muse napolitane, Egloghe di Giovanni Domenico Montarano1, Napoli, 1635, p. 221 (è Millo che parla):

Ma dato e, e non concesso, che sta bella guagnastra2 se voglia strafocare, e perdere la bella gioventute co no schianta-malanne, co no viecchio picuso , co no brutto vavuso3, dimme, che pesce piglie, che pensiero è lo tujo? Comme starranno insieme, che questo no sparenta na polletra à na stalla, e na jommenta4.

Gabriele Fasano (1654-1698), La Gierosalemme libberata, xviii, 23 (cito da Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, tomo XIV, parte 2a, Porcelli, Napoli, 1786, p. 163): Vede, ch’addove passa, esce la rosa,/lo giglio, giesommine5 e ttolepane6:/foglia torzute7 la cchiù bella cosa/de lo Munno; cetrole, erve, e ffontane/. E attuorno, e ncoppa ad isso la pecosa/serva8 spozzà pareale9; comme llane10/(pocca porzì11 la scorza mmerduta12 era/de ll’arvole13) nce stesse Primmavera.

Nel libretto, opera di Gennaro Antonio Federico (morto nel 1744), della commedia Lo frate ‘nnamorato,. musicata da Giovanni Battista Pergolesi, rappresentata per la prima volta a Napoli nel 1732 e poi, con modifiche, dello stesso autore, sempre a Napoli, in occasione del Carnevale (è Marcaniello che parla): Schiatta: so’ biecchio ‘nterra, pedagruso, pecuso, catarruso; tengo tutto l’Incurabbile ‘ncuollo; e ppuro è vero ca m’aggio da ‘nzurare e ppigliareme Nina.

Il contesto consente solo di affermare con sicurezza, fatta eccezione per la pecosa serva del Fasano, che la voce ha un’accezione negativa. Per saperne di più vengono in soccorso:

Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si discostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, tomo II, p. 20:

Pietro Paolo Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Gabriele Sarracino, Napoli, 1869, p. 236:

 

Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, Tipografia Chiurazzi, Napoli, 1873,. p. 281:

 

Il lettore noterà che nel Volpe sorprende la locuzione vuosco pecuso resa in italiano con bosco broccuto, dal momento che al bosco mal si addice il concetto, per quanto traslato, di asmatico. Tuttavia, tenendo conto che broccuto o broccoso significa pieno di nodi o di grumi e che la voce deriva da brocco che può significare cavallo di scarso valore (pure con riferimento traslato a persona) oppure ramo secco, spina, dal latino broccu(m) che significa dente sporgente, lo slittamento metaforico da asmatico alla necessità di respirare a bocca aperta mostrando i denti più o meno sporgenti (con l’età, poi, la piorrea alveolare farà il resto …) e da questi ai rami nodosi del bosco il passo è piuttosto breve. Vuosco pecuso è tal quale la pecosa serva del Fasano. Va aggiunto che per la seconda serie di significati il D’Ambra mette in campo la pica, ma non dà nessuna indicazione per la prima serie. Tuttavia poco prima registra il lemma pecone:

Il fatto che al lemma pecuso non rinvii a pecone mi fa ipotizzare che secondo lui non c’è nessun rapporto tra pecone e la prima serie di significati di pecuso. va detto, fra l’altro, che il D’Ambra sembra parafrasare (non mi spingo a dire copiare, ma i motori di ricerca svelano tanti altarini, recenti e  datati ….) il trattamento con cui il lemma  pecune \appare nel dizionario del 1789 che prima ho citato:

Il secondo riprende nel primo significato il precedente broccoso ingentilito in peloso, setoloso e nel secondo quello di asmatico con l’aggiunta di tossicoloso, catarroso, aggiungendovi pure la proposta etimologica della pica, il cui verso appare come una metafora del suono emesso da chi tenta ripetutamente di schiarirsi la gola e la voce, tipico di chi è affetto da catarro.

Dopo tutta questa litania giungiamo alla desolante conclusione che dal napoletano pecuso/picuso il nostro picusia appare lontano le mille miglia, almeno stando alla definizione datane da Pasquale.

E allora? Nella ricerca di un etimo si deve sempre mettere in conto il fatto che la parola propostaci abbia subito una deformazione rispetto all’originale. Ciò può dipendere dai fattori più strani, come la somiglianza rispetto ad altra parola con la quale viene confusa oppure incrociata, senza escludere qualche difetto personale uditivo o di pronuncia da parte di chi l’ha ascoltata, fatta sua e poi tramandata. Premesso che tutto ciò non sia da ascrivere a Pasquale, del quale conosco il rigore documentario, non mi resta che ipotizzare che picusia derivi da piccusu (che come l’italiano piccoso e il napoletano picusu significa cocciuto, ostinato ed è da picca, arma con in cima una punta di ferro) deformato in picusu. Il picuso appena citato non trova riscontro nella letteratura napoletana del passato, il che autorizza a supporre che sia di formazione recente. Di conseguenza il nostro picusia, se derivasse dalla voce napoletana, sarebbe anch’esso di formazione recente e, tenendo conto della definizione data da Pasquale, partendo dal carattere genericamente ossessionante dell’ostinazione, avrebbe assunto un significato, per così dire, specialistico, in cui l’ostinazione è diventata una vera e propria mania.

Il suffisso -ia nel nostro caso denoterebbe, così, una disposizione della mente che, a differenza, per esempio, delle normali manifestazioni della fantasia e della nostalgia, qui assume un carattere patologico, come la gelosia eccessiva, che si nutre di sospetti.sovente infondati e di insicurezze sedimentate. Non a caso geloso è dal latino tardo zelosu(m), che significa pieno di zelo, derivato di zelus, che è a sua volta dal greco ζῆλος. E, a proposito di zelo, credo che esso non sia mancato da parte mia nell’affrontare la questione, anche se i risultati sono, lo dico io, non pienamente soddisfacenti …

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1 Pseudonimo anagrammatico (quasi perfetto …) di Gian Battista Basile.

2 ragazza di mondo (da guagliona=ragazza, con sostituzione del presunto accrescitivo -ona con il dispregiativo -astra.

3 bavoso.

4 non rioesce a distinguere in una stalla una puledra (giovane cavalla non ancora domata) da una giumenta (cavalla da sella).

5 gelsomino-

6 tulipano.

7 larghe, robuste.

8 selva.

9 gli sembrava sbocciare.

10 come se lì.

11 pure perché.

12 inverdtita.

13 alberi.

 

Dialetti salentini: scumagnare

di Armando Polito

Che il dialetto possegga vocaboli traducibili  in italiano solo mediante una circollocuzione è fenomeno noto, oltre che normale. Fa parte di questa schiera scumagnare, col significato a Nardò di disperdere, fare allontanare dal posto prima occupato, con riferimenti non solo al mondo animale (in particolare gli uccelli), ma anche agli uomini. La voce è particolarmente intrigante anche dal punto di vista etimologico per quanto mi accingo a dire.

Anzitutto Il Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976) non avanza proposta di sorta, ma si limita a dare le sole definizioni di sgomentarsi, sconcertarsi (valori semantici, come si vede, non perfettamente coincidenti con quelli neretini, al di là dell’uso riflessivo). Comunque faccio notare che il metodo seguito dal  maestro tedesco prevede l’omissione dell’indicazione dell’etimo quando la definizione corrisponde ad una voce italiana omologa di quella dialettale (sarebbe, infatti, quasi inutile riportare, ad esempio, l’etimo di palora che è per metatesi da parola) o quando non ha alcuna proposta da avanzare. Nel caso di scumagnare, dunque, potrebbe sorgere il sospetto che sgomentarsi (prima voce della definizione) per lui abbia l’omologo italiano in sgomentarsi. Il sospetto mi appare poco fondato, per non dire avventato e irriverente …), pensando all’etimo di sagomentare che è da un latino *excommentare, composto da ex=fuori+ commentari=meditare. Nemmeno un funambolo bizantino riuscirebbe a spiegare l’evoluzione fonetica che avrebbe  portato da *excommentare a scumagnare.  Perciò, come detto all’inizio, per il Rohlfs l’etimo è oscuro.

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990) la voce è frutto di incrocio tra i latini excombinare, excommentari ed exglomerare. Più che un incrocio mi sembra un’ammucchiata, maldestro espediente per tentare (senza peraltro un forse o probabilmente) di superare la difficoltà.

Esaurite le due uniche fonti a stampa da me conosciute, ne rimane da citare una terza dalla rete. Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html)  “probabilmente si tratta di una dialettizzazione dell’italiano sgominare, a sua volta derivato dal verbo latino combinare=accoppiare, con il prefisso ex– indicante azione contraria”. La proposta non convince pienamente perché dell’italiano scombinare esiste già la forma dialettale scumbinare e sarebbe strana l’esistenza di un doppione, sia pure con lo stesso etimo. Difficoltà, poi, sul piano fonetico pone pone non tanto l’evoluzione –i->-a- (una variante di scumbinare è scumbanare) quanto il gruppo –gna– che nel dialetto salentino è il risultato di –ne– o di –ni–  seguito da vocale (latino staminea>salentino stamegna; latino venio>italiano vengo>salentino egnu).

Passo alla parte costruttiva di questo post e spiego la mia proposta riportando anzitutto alcuni lemmi dal glossario del Du Cange (la traduzione a fronte, come al solito, è mia).

In base alle citazioni riportate, in cui lemmi sembrano senza dubbio ricondurre a manus (mano) con sfumature semantiche che portano dal concetto di possesso a quello di dimora, e con particolare riferimento a MANIARE 1, 2 e 3, non credo avventato ipotizzare, tenendo conto dell’esito prima illustrato -ni->-gn-,  che scumagnare derivi da un excummaniare, composto da ex privativo+cum=insieme+maniare; alla lettera: privare del diritto di occupare insieme un posto. In conclusione: scumagnare potrebbe essere voce che ha il suo fondamento nella terminologia giuridica medioevale ma che col tempo ha perduto ogni originaria valenza politica.

 

Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento

L’organizzazione del lavoro – Il Maestro

di Mario Colomba

L’organizzazione del lavoro nel settore edile (ma anche nelle altre categorie artigianali) era di tipo gerarchico, piramidale, e faceva capo ad un unico soggetto. Il Maestro era solitamente una persona di notevoli competenze sia specificatamente tecniche che amministrative. In pratica era un imprenditore dotato di facoltà organizzative, capace di direzione tecnica ed amministrativa, spesso acquisite per discendenza familiare, direttamente dal padre o da un parente prossimo e, comunque, da un altro maestro che ne aveva curato la formazione e la crescita culturale.

Le caratteristiche personali tecnico-culturali-morali del maestro erano quelle tramandate da tante generazioni e abbastanza corrispondenti alla connotazione formulata da Vitruvio “…non sia avido o con la mente preoccupata di ricevere gratificazioni, ma tenga con decoro la sua posizione ben curando la propria reputazione. Nessun lavoro può condursi a buon fine senza onestà e incorruttibilità e, sempre secondo le raccomandazioni di Vitruvio. “…e i capicostruttori stessi non avrebbero fatto scuola a nessuno che non fosse loro proprio figlio o parente, ma poi li allevavano in modo che riuscissero buoni uomini “.

Generalmente era una figura carismatica che si faceva carico dei problemi anche personali dei suoi dipendenti, tanto da poter disporre di questi con la stessa ed anche maggiore autorità del padre di famiglia dal quale riceveva ampia delega all’uso ove necessario anche di maniere forti come avveniva normalmente anche per gli scolari che venivano affidati al maestro al quale nessun genitore si permetteva di rimproverare l’uso di qualche scappellotto.

Non era infrequente che il maestro, come datore di lavoro, venisse anche investito della responsabilità di recupero di qualche ex detenuto perché venisse ricondotto al mondo del lavoro, spesso con sorprendenti risultati di integrazione.

La possibilità di ottenere nuove commesse o nuovi appalti dipendeva non solo dalla competenza dimostrata in precedenti realizzazioni ma anche dalle sue qualità morali e dalla stima di cui godeva nella società.

A questi veniva riconosciuta automaticamente una autorevolezza sociale, una rispettabilità ed un prestigio corrispondenti alla qualità ed alla importanza delle opere precedentemente realizzate, cioè alla capacità dimostrata sul campo, alla provata esperienza.

Tuttavia, non era per niente facile immettersi nell’attività produttiva, pur con la necessaria stima della collettività, senza adeguate referenze. Per questo, aver realizzato opere importanti per conto di personaggi celebri o notoriamente conosciuti, che avevano un notevole ascendente sulla cittadinanza, contribuiva ad accrescere l’affidabilità e costituiva una sorta di referenza, come reminiscenza di una sorta di “patronato” di romana memoria, utile anche per proporsi e proporre la propria opera presso nuovi clienti anche di altri paesi.

Il maestro, oltre ad essere il detentore dei beni strumentali necessari alla produzione e di un minimo di capitale che gli permettesse di anticipare le paghe settimanali degli addetti alle sue dipendenze ed il costo dei materiali impiegati, era, certamente, una persona dotata di ingegno e di spiccata sensibilità, non rara nell’ambiente artigianale, dove la ricerca della perfezione e l’apprezzamento dei canoni estetici espressi nelle varie attività creative erano condensate nel bagaglio culturale personale (background).

Pur essendo condizionato dal rispetto e dalla conservazione delle conoscenze tradizionali, era aperto al forte richiamo di tutto ciò che rappresentava il progresso ed era stimolato da quell’ansia creatrice che è propria degli innovatori convinti. Tuttavia nelle sperimentazioni e nell’attuazione delle innovazioni (basta pensare alle innumerevoli varianti delle volte lunettate) non sempre l’esito risultava positivo e per questo veniva accettata una certa tolleranza, condensata nel proverbio dialettale “ci face pane e cofane li sbaglia” (chi fa il pane e il bucato può sbagliare) come dire :solo chi non fa niente non sbaglia mai.

Era, generalmente, una persona dotata di profonda umanità per cui era benvoluto dai suoi dipendenti con cui, nel rispetto dei rispettivi ruoli, sorgevano spesso vincoli di amicizia e familiarità. La sua provata onestà era dimostrata dal fatto che non venivano mai registrati arricchimenti improvvisi e che la mole delle opere, anche notevole, prodotta con il coinvolgimento, senza corrispettivo, dell’intero proprio nucleo familiare, gli procurava una certa agiatezza, non certo la ricchezza. Era dotato di coraggio nell’intraprendere, di passione per l’arte con le sue regole e di una buona dose di ambizione per conseguire il consenso e la stima necessarie non solo per lo sviluppo della propria attività ma anche come mezzo di distinzione e superamento dello stato sociale attraverso il riconoscimento del proprio talento e delle proprie capacità realizzative.

Soprattutto, però, era il geloso custode delle norme e delle tecniche non scritte dell’arte muraria che gli permettevano anche, in assoluta autonomia, di realizzare importanti opere pubbliche e private, utilizzando l’esperienza accumulata dalle precedenti generazioni che gli avevano tramandato, nel bene e nel male (cioè con le esperienze positive e negative), le informazioni orali e le conoscenze su tutto ciò che era stato costruito, necessarie per perseguire il fine ultimo della firmitas – utilitas – venustas ( stabilità – utilità – bellezza), sempre secondo le raccomandazioni di Vitruvio.

Il maestro trasmetteva tutto ciò, insieme ai cosiddetti segreti del mestiere, a quei soggetti (discepoli) che riteneva più dotati non solo di talento naturale ma anche di interesse e curiosità, inclini e capaci di recepire e ritrasmettere successivamente quanto veniva loro rivelato: cioè un apparato di regole generato dalla conoscenza degli effetti (L. B. Alberti: è la conoscenza degli effetti che genera l’apparato di regole cui deve sottostare chi costruisce), dall’esperienza, cioè dalla verifica sul campo della teoria, che in chissà quante occasioni aveva prodotto esiti infelici prima di pervenire a risultati definitivamente positivi.

Per questo c’era da parte degli interessati (discepoli-apprendisti) una grande attenzione nell’apprendere tutto ciò che il maestro insegnava loro giorno per giorno e nel ripeterne non solo gli insegnamenti ma anche i comportamenti morali. poiché l’apprendimento delle regole dell’arte rappresentava un possibile avanzamento anche sociale oltre che professionale; si faceva di tutto per essere nelle grazie del maestro, dimostrando innanzitutto buona educazione, obbedienza e rispetto.

Il rispetto consisteva principalmente nel non mettere in discussione gli apprezzamenti anche negativi del maestro ma nell’accettare lealmente le conseguenze dei propri errori assumendosene le relative responsabilità anche perché non si era ancora affermata la cultura o meglio l’andazzo della giustificazione a tutti i costi col risultato, come avviene ai nostri giorni, di una illimitata impunità.

Non era infrequente, però, il caso di chi, bruciando le tappe, approfittando di favorevoli transitorie occasioni, si organizzava a lavorare in proprio, per poi tornare, a volte, dopo esperienze infelici, al lavoro subordinato (lu discipulu diventa mesciu e ti mesciu torna a ‘mparare) o di chi assumendo una autonoma capacità produttiva non mostrava più alcuna riconoscenza per la formazione ricevuta, disconoscendo anche l’origine della propria competenza, fornendo così, a quanti invece ne erano informati, la dimostrazione della propria profonda ignoranza anche di quei principi di onestà e lealtà che qualcuno aveva tentato di insegnargli, dando così credito a quell’antico adagio “l’ingratitudine umana è più grande della misericordia divina”.

All’interno della struttura produttiva esisteva un’atmosfera di sana competizione in cui emergevano le migliori capacità tecniche ed attitudinali personali, corrispondenti non solo ad una maggiore produttività (destrezza, velocità di esecuzione, precisione, ecc.) ma anche a sensibilità e talenti insospettati che progredivano col tempo e con l’acquisizione di sempre nuove conoscenze alimentate dalla passione per l’arte, da una moderata ambizione e da una inappagata curiosità che resta sempre la base della conoscenza. Sensibilità e talenti che si manifestavano anche nella continua ricerca ed acquisizione del gusto del bello che non era riferito soltanto all’ambito figurativo, per esempio nella scelta della sagoma di una voluta di un capitello o di un pezzo scorniciato, ma anche nella competenza per saper apprezzare un “pezzo” di musica operistica eseguito da una tale banda musicale o tal’altra, per la quale si faceva il “tifo” ai piedi della cassa armonica in occasione delle feste di paese.

Da parte del maestro queste caratteristiche individuali venivano ricercate e recepite come sinonimo di intelligenza e disponibilità all’apprendimento e costituivano l’indispensabile premessa per conseguire quel trasferimento di capacità che si ripeteva di generazione in generazione e che rappresentava la naturale gratifica degli insegnamenti, fino all’orgoglio, specialmente dei maestri di bottega, di vedersi anagraficamente sostituire da chi era stato professionalmente allevato come una propria creatura.

Il cantiere, anche di piccole dimensioni, oltre ad essere una scuola di formazione professionale era una scuola di vita. La prima regola fondamentale era il rispetto. Rispetto non solo per l’anzianità anagrafica ma soprattutto per le capacità tecniche. una parola fuori posto o un comportamento screanzato potevano costituire una bocciatura definitiva ed una emarginazione in ruoli secondari e chiusi a qualsiasi prospettiva di miglioramento nell’organizzazione produttiva o addirittura il licenziamento in tronco.

La fame e una certa dose di ambizione erano le molle che facevano tendere al progresso e all’espansione della capacità produttiva, sempre commisurata alle reali possibilità tecniche ed economiche del maestro. Queste caratteristiche erano il germe naturale originario dal quale   pervenire alla costituzione di una vera impresa industriale intesa come complesso di addetti e beni strumentali razionalmente coordinati ai fini della produzione in cui il maestro-imprenditore aveva trovato, fino agli anni ‘90, il massimo riconoscimento con l’inclusione, nei vari scaglioni, nell’Albo Nazionale dei Costruttori, prima della sua soppressione con la nuova legislazione dei LL.PP., in cui viene privilegiato l’aspetto eminentemente finanziario e capitalistico delle strutture produttive anche nel campo delle costruzioni, eliminando il merito e le capacità individuali e collettive e deresponsabilizzando le persone, con i risultati che sono facilmente riscontrabili sia in termini di qualità che di quantità della produzione, di controllo della spesa e di corruzione dilagante.

 

Il libro può essere acquistato presso la libreria “I Volatori” di Nardò

Dialetti salentini: come si dice cominciare (‘ccuminzare, ‘zzaccare, ‘ncignare).

di Armando Polito

L’italiano cominciare trova il suo immediato corrispondente tra i dialetti  salentini nel neretino  ‘ccuminzare (altre varianti salentine accumenzare e ‘ccumenzare), che è da un latino *adcominitiare, composto da ad=verso+cum=con+initiare (da cui l’italiano iniziare), composto a sua volta da in=dentro+initiare; quest’ultimo è denominale da initium (da cui l’italiano inizio), a sua volta connesso col supino )initum) del verbo inire=entrare, a sua volta (e poi ho finito …) composto da in=dentro+ire(da cui gli italiani gire e gita)=sandare. Ecco, dunque, la trafila seguita da ‘ccuminzare: *adcominitiare>*accuminzare (assimilazione –dc– > –cc-, passaggio –o->-u-)>accumintiare (sincope di –i-)>accuminzare (normale esito di –ti-in –z-)>‘ccuminzare (aferesi).

Con lo stesso significato il neretino usa zzaccare, che  ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè, oltre a colpire,  quelli di prendere, afferrare e catturare;  poi dal significato di prendere, con il complemento oggetto sottinteso inizio, è derivato quello di cominciare, come nell’italiano intraprendere.

Se, dunque, è latina la strada percorsa da ‘ccuminzare e “tedesca” quella di ‘zzaccare. il leccese ncignare ha seguito, per così dire, una via traversa e meno laica. Esso, infatti ha il suo corrispondente nel toscano incignare (o incegnare) registrato da Gilles Menage (italianizzato in Egidio Menage)1 col significato  generico di adoperare qualcosa per la prima volta, ma usato pure in epoca più recente da Filippo Pananti (1766-1837)2 e da Giovanni Pascoli (1855-1912)3 col significato più specifico di di indossare un abito per la prima volta.

La voce deriva dal latino tardo encaeniare=cominciare, che, però, è formazione denominale su trascrizione del greco tardo  ἐγκαίνια (leggi encàinia)=feste di inaugurazione, consacrazione, a sua volta formato da  ἐν (leggi en)=dentro+καινός (leggi cainòs)=nuovo. Lo stesso ἐγκαίνια ha dato vita al verbo ἐγκαινίζειν (leggi enkainìzein)=inaugurare, consacrare, in cui il concetto dell’azione fatta per la prima voltsa è tutta nel confisso -ίζ-, che in greco assolve proprio a questa funzione.

Riproduco  dal glossario del Du Cange (pp. 263-264), aggiungendo a fronte la mia traduzione, i lemmi in questione perché a me pare che da essa in qualche punto traspaia, soprattutto all’inizio, la persistenza dell’origine religiosa.

Il primigenio carattere sacrale di incaeniare è confermato poco prima (p. 263) dai lemmi encaenia e encaemiae.

Il tempo passa e va detto che in ‘ncignare non è rimasta la minima traccia della sua origine religiosa, mentre l’italiano iniziare la conserva nel particolare significato di ammettere alla pratica di culti e riti misterici o in sette, associazioni segrete e simili.

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1 Le origini della lingua italiana, Genova, Chout, 1675, p. 278.

2 Il poeta di teatro, Piatti, Firenze, 1824, p. 165: Un’altra ha un casacchin color di rosa/che sua nonna incignò quando fu sposa.

3 Cito dalla quarta edizione di Nuovi poemetti, Zanichelli, Bologna, 1918, p. 60, da La morte del Papa, vv. 268-270: Andava col su’ omo, era ben messa,/incignava quel giorno anzi un guarnello:/andava a su per ascoltar la messa.

 

L’enigma del simulacro di san Pasquale Baylon in san Francesco d’Assisi

di Antonio FAITA

 

Con la venuta in Gallipoli (1597) della Serafica Riforma, il tempio francescano, come anche il monastero, ebbero ulteriori trasformazioni architettoniche e si avviarono la realizzazione di nuove opere.

Durante i scoli XVII e XVIII i frati riformati, nella chiesa di san Francesco, allestirono una vera panoramica di opere d’arte, che commissionarono a maestri delle varie arti sia locali, sia a maestranze napoletane che a maestri della Serafica Riforma[1]. Delle dieci cappelle con i rispettivi altari, presenti nella chiesa, l’ultima cappella scendendo dall’altare maggiore in Cornu-Evangeli, è dedicata a san Pasquale Baylon con il suo splendido retablo dorato e intagliato da Fra Francesco Maria da Gallipoli, con al centro la statua di san Pasquale della quale, alla luce di nuovi documenti, cercherò di fare chiarezza.

All’atto della visita pastorale eseguita il 18 dicembre 1904 dal vescovo mons. Gaetano Muller, questa cappella veniva così descritta: «…essa è chiusa da una balaustra di pietra tufigna, costituita attualmente, ha un altare con due gradini di legno indorato e con la mensa e custodia di pietra. Detto altare ha un frontone di legno indorato con bei lavori, nel mezzo del quale vi è la nicchia con la statua del Santo, a cui esso altare è dedicato»[2].

Nel 1946, per consolidare la facciata della chiesa, la nicchia fu murata e la statua trasferita in una delle nicchie del cappellone del Santo Sepolcro[3].

Oggi, dopo un lungo e laborioso restauro della chiesa, concluso nel 2005 e sua riapertura al culto, la si può ammirare nella sua collocazione originaria.

Già dal 1999 la statua fu sottoposta ad un intervento di restauro a cura del restauratore Valerio Giorgino, il quale durante la fase di pulitura della base, rilevò tracce della firma dello scultore, un tal “Costant(…) (…)ola F(…)”.

La prima parte della firma è facilmente intuibile che si tratti del nome [Costantino], mentre più problematica sarebbe la seconda parte, decifrabile come “ola” oppure “da”, infine la lettera “F” leggibile come [Fecit]. A questo punto rimaneva l’interrogativo nell’interpretare l’eventuale cognome o la provenienza.

Nel 2005 il prof. Gian Giotto Borrelli pubblicò il suo libro “Sculture in legno di età barocca in Basilicata” e, in appendice documentaria, riportò un pagamento datato 21 luglio 1730, da parte di un tal Nicolò de Leo a «…mastro Costantino Iacola scoldore…»[4], per una statua di san Leonardo, ignorandone la sua ubicazione. A questo punto la domanda viene spontanea: si tratta del nostro Costantino?

Direi proprio di si! Infatti la seconda parte della firma, riportata sulla base, sta per Iacola, il cognome dello scultore.

Mettendomi in contatto con l’amico Borrelli gli esposi il problema, il quale, dopo qualche giorno mi scrisse di aver trovato, girando tra le sue carte, un documento riguardante un altro pagamento allo scultore Iacola per una statua di san Pasquale Baylon, inviandomene una copia[5].

Leggendo attentamente il documento si nota che la polizza era stata girata e rigirata a vari nominativi, ma solo gli ultimi nomi sono da prendere in considerazione. Infatti come succedeva ai moderni assegni, fino a qualche anno fa, quasi sempre non c’era alcun nesso tra chi lo emetteva e chi riscuoteva. Qui di seguito riporto integralmente il documento inedito:

Cassa dei POVERI, anno 1731, matr. 1124, vol III, 1° semestre. Giornale di cassa / copia polizza n. 2494 del 10 gennaio 1731,

«Al canonico Don Giovanni Battista Odierna ducati 12 e grana 2.10 e per esso alla Venerabile Casa e Chiesa della Ss Concezione dei padri Ministri degli Infermi[6] al Chiatamone[7]; dovute per il semestre maturato al 7 settembre 1730 per causa dei ducati 25 che ogni anno gli corrisponde per il capitale di ducati 900 in virtù di strumento stipulato per mano del notaio Nicola Rocco di Napoli nel mese di marzo del 1723 tra detti Reverendi Padri e il Rev. Padre Ottaviano Odierna suo fratello e Procuratore, che poi in detto mese di marzo fu quello da esso ratificato in quanto la sua serie e continenza e tenore, e con tale pagamento resta per intero soddisfatto, così il presente semestre come anche per tutto il passato, e per girata del P. Giuseppe Morciano Procuratore della suddetta Casa e Chiesa, come ne fa fede il notaio Nicola Rocco di Napoli a Pasquale d’Amato per altrettanti, e per esso a Giovanni Ventapane per altrettanti e per esso a Biagio Margiotta per altrettanti e per essa ad Antonio de Maselli per altrettanti e per esso ad Alessandro de Martino per altrettanti e per esso a Costantino Jacola mastro statuario dovuti per l’intero prezzo di una statua di S. Pasquale Baylon di palmi tre che deve consegnare al Padre Pietro di Gallipoli, e detta statua si è obbligato a consegnarla per il mese di dicembre 1730 così d’accordo fra di essi per detto con sua firma (…)».

Analizzando la polizza si evince che, in data 10 gennaio 1731, viene effettuato il pagamento di ducati 12 e tari 2.10 a un tal Alessandro de Martino, ultimo di una serie di girate e infine quest’ultimo paga per intero prezzo il “mastro statuario Costantino Iacola” per la statua di san Pasquale Baylon da consegnare, completata, a padre Pietro da Gallipoli nel mese di dicembre 1730 come da accordi presi.

A questo punto bisognava individuare il conto di Alessandro de Martino, come probabile procuratore e intermediario tra il committente, in questo caso i frati francescani, e l’artista Costantino Iacola.

Avviando una nuova ricerca, con l’aiuto del dott. Ugo Di Furia, abbiamo consultato le pandette dei sette banchi pubblici, per l’anno 1730 del secondo semestre. Il nome di Alessandro de Martino compariva solo nei banchi di S. Giacomo, Salvatore, Pietà e Poveri. Dai numeri di affogliamento delle pandette si è cercato sui rispettivi libri maggiori, purtroppo con esito negativo, in quanto non vi erano movimenti contabili. L’alternativa era di retrodatare la ricerca di qualche anno ma ciò comportava ulteriori richieste e permanenza prolungata a Napoli. Ricerca che cercherò di svolgere in un secondo momento.

Tornando al nostro documento, veniamo a conoscenza di altri due passaggi importanti. Il primo riguarda il nome del frate francescano, padre Pietro da Gallipoli, al quale si doveva consegnare la statua e che in un secondo momento doveva organizzare tutte le pratiche per l’imbarco della stessa e per il trasferimento da Napoli a Gallipoli.

Il secondo passaggio sembrerebbe un vero e proprio enigma, riguardo l’altezza della statua. Essa risulta alta palmi 3 corrispondenti all’incirca cm 80, secondo le antiche unità di misura, un palmo napoletano equivaleva cm 26, sin dal 1480 al 1840. Stando a questa misurazione, doveva trattarsi di una statuina oppure di una statua a mezza figura (busto), ciò non corrispondente con l’attuale presente nella chiesa di san Francesco, che misura cm 135 senza la base. Considerando anche la base, misurerebbe cm 155. Presumibilmente si può ipotizzare che, nonostante gli accordi intercorsi, la statua fu eseguita a figura intera, facendo anche lievitare il prezzo[8] e che il de Martino abbia pagato la differenza a Costantino Iacola, in contanti.

Se così non fosse, che fine ha fatto la statua descritta nella polizza? La sua destinazione era per la chiesa di Gallipoli? oppure per qualche altra chiesa francescana dislocata nel Salento?

 

[1] Cfr. b.f.perrone, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), vol. II, ed. Congedo, Galatina 1981, p.28;

[2] acvg, mons. g. muller, Visita Pastorale 1904, p.229; Cfr. e. pindinelli, Francescani a Gallipoli. Dal Restauro alla Memoria, Tip. Corsano, Alezio 2005, p.75;

[3] ibidem;

[4] g.g.borrelli, Scultura in legno di età barocca in Basilicata, Ed. Paparo, Napoli 2005, Appendice documentaria, asbn, San Giacomo, giornale di cassa matr. 772, p.279: “ 21 luglio 1730. A Nicola de Leo duc. Diece, e per esso a mastro Costantino Iacola scoldore, e se li pagano per caparro di una statoga di legname di San Leonardo, e d.ta statoga deve essere di altezza palmi sei meno un quarto con la sua pedagna, e la d.ta pedagna deve essere con li cartocci indorati, e cornice similmente, e di larghezza deve essere palmi 3, e 1 quarto tutta profilata d’oro intorno intorno, e si è convenuto con d.to mastro Costantino per duc. 25, quale s’obliga di consignare li restanti duc. 15 subito, che li consignarà d.ta statoga, che d.to mastro Costantino si è obligato di consegnarcela per la fine d’agosto prossimo venturo 1730 (…)”, p. 112;

[5] Ringrazi l’amico prof. Gian Giotto Borrelli, per la sua collaborazione e gentile concessione del documento, autorizzandomi a pubblicarlo;

[6] La chiesa di Santa Maria della Concezione (1622) o meglio conosciuta delle Crocelle, è stata per lungo tempo cappella privata dell’Infermeria Generale a Napoli dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, detti popolarmente Camilliani o Crociferi. L’ordine, fondato da san Camillo de Lellis, è dedito alle opere di misericordia corporali e spirituali degli infermi;

[7] Il Chiatamone è una strada di Napoli, situata nel Borgo Santa Lucia, tra il mare e la parete rocciosa del monte Echia;

[8] Nonostante gli accordi presi tra le due parti, poteva capitare una modifica dei lavori anche dopo aver completato l’opera con la conseguenza dell’aumento del prezzo pattuito precedentemente. Un esempio l’ho riportato nel mio libro: a. faita, Gli scultori Verzella tra Puglia e Campania. Committenza e devozione, Ed. Congedo, Galatina 2015, p.37.

La salina di Avetrana. Spola tra Torre Colimena e Gallipoli per la raccolta del sale

di Antonio FAITA

 

Avetrana, questo piccolo centro dalle origini romane, si trova all’ estremità sud-orientale del territorio tarantino, un tempo provincia di Terra d’Otranto, che dista dal mare soltanto pochi chilometri[1], fu governata, a partire dal XV secolo, dai Montefusco, poi passò ai Pagano, agli Albrizi, ai Romano, a Bisanzio Filo, agli Imperiali, e, infine, a Massenzio Filo, ultimo signore di Avetrana[2].

I due studiosi Michele Mainardi e Ivana Quaranta, da tempo, si sono occupati del territorio di Avetrana, grazie anche alla costanza, eseguita con zelo anche nei minimi dettagli, nel reperire nuovi documenti d’archivio.

Come ci riferiscono i due studiosi, la storia di Avetrana è strettamente legata alle vicende e alle attività che si svolgevano nella vicina salina, posta ad alcune centinaia di metri da Torre Colimena.

La Salina di Avetrana era una delle più importanti del Regno e riusciva a soddisfare i bisogni dell’intera provincia di Terra d’Otranto. È stata attiva fino al 1812 come si rileva da alcuni documenti inediti e non fino al 1731, come si è creduto sino ad oggi[3]. Inoltre, dalla lunga documentazione consultata, emerge anche la lunga polemica amministrativa tra i due municipi rivendicanti la stessa porzione di costa: Avetrana e Manduria.

Infatti, risultava che il corpo idrico apparteneva al territorio manduriano ma, per storia e vicinanza geografica, è stato, se non di diritto, almeno de facto, sotto il raggio d’azione dei signori di Avetrana[4].

Il sale, da sempre, è stato al centro di complesse strategie commerciali e di aspre tensioni politiche. Indispensabile per la conservazione degli alimenti, oltre che per l’alimentazione umana ed animale, era prodotto abbondantemente in Puglia: agli inizi dell’età moderna, sono attestate saline a Manfredonia, nei pressi di Barletta,  a Brindisi, nei pressi di Taranto e ad Avetrana.

La gestione delle saline pugliesi fu prerogativa, sin dal XIII secolo, della Regia Curia angioina che controllava ogni atto produttivo. Gli Aragonesi, in seguito, minuziosamente, governarono le attività commerciali collegate all’approvvigionamento salino delle città[5].

Sin da tempi antichi, la città di Gallipoli, oltre ad essere città demaniale, godeva di concessioni e di privilegi che puntualmente venivano confermati dai sovrani che si succedevano. Un privilegio ferdinandeo datato 14 agosto 1487 concesse ai gallipolini l’esenzione dal pagamento alla Regia Corte della gabella sul sale prodotto, per uso proprio, nei piccoli recipienti e nelle conche marine esistenti sull’isola di Sant’Andrea[6]. Ma non sempre era sufficiente a soddisfare i propri bisogni, perciò si era costretti a importarlo da altre città.

Esso era prodotto in parte nel Regno ed una certa quantità veniva dalla Spagna, parte era importata dalle saline della Sicilia e dalla Sardegna. La produzione era assegnata in precedenza ed i vari comuni sapevano da quali centri dovevano ritirare le loro spettanze. Le città esenti da contribuzioni fiscali dovevano comprarlo sul mercato e così anche coloro che non erano soggetti al focatico (imposta applicata su ciascuna abitazione)[7]. Da un regesto datato 4 settembre 1503 si evince che: «Il Gran Capitano vicerè e luogotenente generale, concede all’Università (di Gallipoli) l’esenzione da ogni pagamento di dogana; pel rispetto dei suoi privilegi e, in particolare, di quello relativo al sale, per cui possono prenderne, a solo prezzo di costo, dalla salina di Casalnuovo»[8].

E, ancora, in un altro regesto del 23 giugno 1526, Carlo V, oltre ad approvare i precedenti privilegi, conferma che «siano riconosciuti i duecento tomoli di sale della regia salina di Casalnuovo già concessi per l’uso cittadino»[9].

Molti sono i documenti notarili nei quali si fa cenno al sale della salina di Casalnuovo (attuale Manduria), presso la torre detta “della Colimena”, questo sino al VII secolo, per poi essere sostituita con il nome di Avetrana. A supporto di ciò, sono alcuni regesti notarili datati 1710 e successivi, attraverso i quali veniamo a conoscenza dei relativi movimenti, via mare, della merce. Il caricamento e lo scaricamento del sale, per rifornire il fondaco di Gallipoli, venivano scrupolosamente registrati dai padroni dei barconi e delle tartane (e dai loro esigenti committenti).

Essi, di fronte ad un notaio, precisavano le regole dei contratti che non lasciavano spazio a tempi morti[10]: Nell’anno 1710[11], giorno 10 del mese di agosto, il signor Domenico Corsano, di Reggio Calabria, Padrone della «Topa»[12], nominata Santa Maria di Porto Salvo, trovandosi, in quell’anno a Gallipoli, per aver trasportato dalla Calabria «doghe per fabbricar botti», ricevette, nel predetto giorno, dalle mani del signor Giovan Battista Tiriolo la somma di ducati 191 e grana 75 in moneta d’argento, per aver condotto, in quattro viaggi, come previo accordo, tomola 3.835 di sale dalla «salina dell’Avetrana per questo Regio fundico de Gallipoli», alla ragione di grana 5 a tomolo per il noleggio della stessa imbarcazione.

In effetti, il Padron Domenico Corsano, fu incaricato di recarsi presso la salina dell’Avetrana , dal signor Giovan Battista Tiriolo «Locotenente del Regio Fundico de Sali in questa città di Gallipoli, agendo in nome e parte della Regia Corte» e a sua volta su incarico, del Dottor signor Nicolò de Ferrante «Amministratore Generale del Regio Arrendamento de Sali in demanio in questa Provincia di Terra d’Otranto». Una volta raggiunta con la sua «Topa» la spiaggia «e proprie nella Torre della Columena» gli sarebbero stati consegnati, dal signor Onofrio de Vito, «Locotenente di quel loco», tomola 3.835 di sale, così come fu stabilito. Lo stesso incarico fu confermato anche per l’anno 1711 al Padrone Domenico Corsano che, il giorno 13 luglio, davanti al notaio Carlo Megha[13] e alla presenza dei testimoni, il Clerico Domenico Antonio Maggio e Donato Maria Roncella, riscuoteva dal signor Giovan Battista Tiriolo, la somma di ducati 289 e grana 90, per aver condotto con la sua «Topa», in sei viaggi, tomola 5.798 di sale, dalla salina «dell’Avetrana per il Regio Fundico de Sali in questa città di Gallipoli».

Così avvenne anche nel 1712, con tre incarichi consecutivi, a distanza di pochi mesi nello stesso anno: il primo avvenne il 26 febbraio per un carico di tomola 890 da fare in un unico viaggio per la somma pattuita di ducati 44 e grana 5[14]; il secondo incarico avvenne il 12 luglio, per un carico di tomola 1.964 da fare in due viaggi e riscuotendo la somma di ducati 98 e carlini 1[15]; il terzo incarico, il giorno 17 settembre, per un carico di tomola 3.945, da fare, in quattro viaggi e per la somma pattuita di ducati 195 e grana 25[16].

Ciò fa dedurre che, tra il Padrone Domenico Corsano e il Locotenente del Regio Fundico di Gallipoli, si era instaurato un rapporto ben consolidato basato sulla fiducia e sulla professionalità, un rapporto che continuerà anche negli anni a venire. La salina di Avetrana, non fu più attiva dagli inizi dell’ottocento (1812), senza conoscerne i motivi. I due studiosi Mainardi e Quaranta, dubitano che sia stato il Comune di Avetrana a decidere della sua sorte, poiché l’estrazione del sale era l’unica fonte di occupazione per la gente del luogo; invece, ipotizzano che sia stato il governo centrale a volere la sua dismissione e, tale supposizione trova conferma nell’importanza, sempre crescente, della Salina di Barletta, il cui sale costava meno ed era di ottima qualità.

Infatti, il 30 maggio1713[17], fu affidato l’incarico di recarsi presso la salina di Barletta al veneziano Giovanni Gachino, Padrone della Marsigliana nominata Sant’Antonio di Padova, per caricare in un solo viaggio, tomola 4.600 di sale e condurlo presso«il Regio Fundico de Sali in questa città di Gallipoli» per la somma di ducati 333 e grana 50. Il bassofondo salmastro della salina di Avetrana, pur rappresentando una fonte di lavoro per la popolazione dei paesi circostanti, a dire del popolo, era anche causa di malattie come la malaria e di morte, per le sue acque stagnanti[18].

Durante il primo ventennio del XX secolo, la salina fu inclusa nel progetto di bonifica di Porto Columena ma, successivamente, fu scartata perché, a parere degli ingegneri che si occupavano delle azioni di risanamento igienico, il bacino lacustre poteva produrre, al massimo, cattivo odore, ma non poteva essere causa dei miasmi, in quanto privo di vegetazione. A provocare le febbri erano, invece, le vicine paludi poste lungo il litorale, e il governo decise che era lì che si doveva intervenire[19].

 

[1] Cfr, MAINARDI M. – QUARANTA I, “Documenti per la storia del territorio di Avetrana”, in L’Idomeneo: rivista della sezione di Lecce –Società di storia patria per la Puglia, n° 4, Ed. Panico, Galatina 2002, p. 26;

[2] Cfr, Ibidem, p. 27;

[3] Cfr, Ibidem;

[4] Cfr. MAINARDI M., “Per una geografia del sale in Terra d’Otranto. La salina di Avetrana”, in L’Idomeneo: rivista della sezione di Lecce –Società di storia patria per la Puglia, n°3, Ed. Panico, Galatina 2000, p. 127;

[5] Cfr, Ibidem, p. 116;

[6] PINDINELLI E., “L’archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli”, Tip. Corsano, Alezio 2003; Cfr., NATALI F., “Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia”, Ed. Congedo, Galatina 2007, p. 93;

[7]Cfr, NATALI F., “Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia”, a nota, p. 139;

[8] Cfr, PINDINELLI E., “L’archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli”, p. 58;

[9] Cfr, Ibidem, p. 72;

[10] MAINARDI M., “Per una geografia del sale in Terra d’Otranto. La salina di Avetrana”, p. 122;

[11] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1710, “In Dei nomine amen”, ff. 234/v-236/r;

[12] Topa/o = imbarcazione veneziana, barchetta chioggiotta con la quale i pescatori trasportano il pesce ai luoghi di destinazione, a fondo piatto, con murate quasi verticali nella parte centrale e con prua slanciata.

[13] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1711, “In Dei nomine amen”, ff. 153/r-155/v;

[14] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1712, “In Dei nomine amen”, ff. 82/v-84/r;

[15] Ibidem, ff. 210/v-211/v;

[16] Ibidem, ff. 252/v-253/v;

[17] ASLecce, Protocollo notarile, Carlo Megha coll. 40/13, Anno 1713, “In Dei nomine amen”, ff. 141/v-143/v;

[18] Cfr, MAINARDI M. – QUARANTA I, “Documenti per la storia del territorio di Avetrana”, p. 27;

[19] Cfr, Ibidem, p. 28;

A Castro, una serata speciale con nuance di rosa

 di Rocco Boccadamo

La lucente Perla del Salento, stando alle puntuali descrizioni virgiliane, ha avuto la straordinaria ventura di attrarre e accogliere la piccola flotta di Enea reduce dal saccheggio di Troia.

In contemporaneo parallelo, si è per millenni posta come culla, misteriosa e silente, d’indicative vestigia storiche, fra cui primeggiano un eccezionale busto della dea Minerva e i resti di un tempio a lei dedicato, scoperti recentemente e che è possibile ammirare nell’area museale del Castello Aragonese, autentica sentinella simbolica della cittadina.

Già di suo, quindi, la località adorna e impreziosisce, con un coacervo di pregi naturali, miti, storia e patrimonio architettonico, lo specchio di mare – delimitato da cornici di roccia bruna e, a tratti, da tempi immemorabili, priva di umane orme – che segna la fusione fra Adriatico e Ionio.

Castro, però, non è solo richiamo e meta preferita di turisti, visitatori e vacanzieri che vi giungono dalle più svariate provenienze, ma rappresenta anche, per molti, un bocciolo di attaccamento e di amore, che spunta sin dal primo contatto con la sua essenza e immagine d’insieme, le sue distese d’onde limpide e cristalline, i fondali trasparenti, le sue bellezze naturali su ampia scala, dopo di che rafforzandosi e permanendo nel tempo, addirittura tramandandosi lungo i passaggi generazionali.

Non appare esagerato affermare che, a Castro, si respira aria di magia, frammista a un concreto e raffinato tocco di accoglienza e ospitalità, non solamente nella canonica stagione estiva, ma, pressoché, durante l’intero arco dell’anno. Inoltre, risalta vie più, gradualmente ma decisamente, l’impronta di carattere storico culturale che vi va prendendo piede e affermandosi.

A siffatto abito caratteristico proprio, è abbinato, in modo particolare nel periodo del solleone e dei bagni marini, un nutrito calendario di eventi, spazianti dalla musica, al teatro, all’intrattenimento per i piccoli e i giovanissimi, alla danza, all’enogastronomia, ai temi d’approfondimento in generale, allo spettacolo e allo sport

In tale ambito, degna di rilievo e meritevole di citazione, fra gli altri, sotto la data dell’imminente 10 agosto, è una manifestazione promossa e organizzata dall’Associazione culturale “Laboratorio per Castro” in uno con l’Amministrazione comunale e recante la denominazione ”Seafood in rose”.

Riguardo a detta iniziativa, dice l’assessore Valentina De Santis: “Quest’anno, alla tradizionale e classica Festa del mare, si è voluto conferire un contenuto aggiuntivo e inedito, ossia l’abbinamento fra il vino rosato, varietà enologica che dà tanto lustro al territorio salentino e pugliese, e la birra ambrata, con l’effetto di una bevanda morbida di tonalità rosa. Sarà una magnifica serata di festa nell’area portuale, illuminata con il medesimo colore, animata da gruppi musicali fra cui il noto complesso “Ariacorte”, con la possibilità di accompagnare, mediante l’anzidetta fusione vino rosato/birra, squisiti piatti di frittura di pesce. Prodotti, pesce e molluschi, locali, pescati e/o acquistati da operatori locali, pietanze preparate al momento con utilizzo di ingredienti naturali. Insomma, niente bisogno di slogan modaioli del genere a chilometro zero o simili. Nel corso della serata, particolare attenzione sarà posta pure ai fini della salvaguardia dell’ambiente, territorio e preziosità naturali circostanti, a cominciare dal contenimento dell’uso e del consumo di accessori di plastica. A fronte del servizio enogastronomico di cui anzi, sarà richiesto un modico corrispettivo e, ad ogni modo, il margine netto dell’iniziativa sarà destinato esclusivamente alla realizzazione di altri eventi”.

In conclusione, si profila davvero una serata cui non mancare, il prossimo venerdì 10 agosto 2018, nell’area portuale   di Castro, Perla del Salento.

Dialetti salentini: faùgnu

di Armando Polito

 

* Nerinu mio, finalmente sto trovando un po’ di refrigerio!

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino: Ma va spònzate tuttu e llassa stare lu sale ca no ssi ‘nna friseddha!

Ma va’ spònzate tuttuo e llassa stare lu sale,  ca no ssi ‘ nna friseddha! (Ma va a metterti a bagno tutto e lascia perdere il sale, che non sei una frisella!)

 

 

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1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/06/mamma-mia-cce-faugnu-mamma-mia-che-afa/

2 zzaccare ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè quello di prendere e da questo,con il complemento oggetto inizio è derivato quello di cominciare, come nell’italiano uintraprendere.

3 scuffundare è da un latino*exconfundare, composto dalle preposizioni ex e cum e dalla voce tarda fundare=sommergere, a sua volta denominale dal classico fundus=fondo.

4 ‘ntrama è da un latino *intramen, dal classico intra=dentro; nel latino medievale (Du Cange, p. 404) è attestato intranea col significato di visceri.

5 ddifriscu è composto dalla preposizioo latina de indicante allontanamento (in questo caso dal caldo o, comunque, da qualcosa di spiacevole) e da friscu, in italiano fresco, che è dal germanico frisk.

‘ncignare, dall’italiano antico incignare, a sua volta dal latino tardo incaeniare=consacreare, inaugurare, a sua volta trascrizione del greco tardo ἐγκαίνια=feste d’inaugurazione», da καινός =nuovo».

6 Come la locuzione italiana può avere nelle risposte valore positivo quando è seguita dal punto esclamativo, sarcasticamente negativo quando è seguita dai puntini di sospensione. Qui la locuzione dialettale ha valore negativo ed in più regge la proposizione successiva.

7 spunzare è deverbale dal latino spòngia=spugna; superfluo dire che spugna ha lo stesso etimo. Spòngia,a sua volta, è dal greco σπογγιἀ (leggi sponghià). Deverbale da spunzare  è spuènzu usato nella locuzione a spuenzu=a mollo. E mi raccomando: le friseddhe non vanno spunzate!

8 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/29/saietta-furmine-e-coccia/

9 Qui lu ‘state è complemento di tempo determinato ma la locuzione può essere usata anche come soggetto o complemento oggetto, Da notare il genere maschile dovuto forse al sottintendimento di tiempu ti (tempo di).

Le bande musicali, vanto delle feste del Salento, da riscoprire ed amare

festa patronale

di Giuseppe Corvaglia

 

La banda musicale è sicuramente un bene prezioso della nostra cultura popolare.

In Puglia se ne contano centinaia e il fenomeno si diffonde sempre di più in tutto il Sud, ma direi in tutta Italia e nel mondo.

La banda da noi ha contribuito a diffondere la musica colta, ha allietato momenti di festa, ha evocato sentimenti di sincera devozione nelle feste patronali e accompagnato nell’ultimo viaggio tanti salentini. E’ stata ed è risorsa economica, ma è soprattutto gioia, calore che scalda il cuore, emozione e molto altro.

La Banda più antica d’Italia è quella di Pietra Ligure fondata l’8 luglio di 500 anni fa dal parroco dell’epoca, per accompagnare le funzioni religiose, ma ancora oggi continua con entusiasmo la sua opera e con lei le centinaia di bande in tutta la nostra penisola che rallegrano i momenti di festa e sottolineano i momenti più solenni delle comunità.

In Puglia fin dal 1800 ne sono sorte di eccellenti e proprio verso la fine di quel secolo le bande, grazie all’opera di Alessandro Vessella maestro della Banda di Roma, pur mantenendo un assetto militaresco, si dotarono di un organico capace di proporre musica colta, sinfonica o operistica creando una tradizione che perdura.

Città come Squinzano, Ceglie Messapica, Conversano, Trani, Francavilla Fontana, Lecce stessa, devono parte della loro notorietà a complessi bandistici che ne hanno onorato il nome e anche Spongano, come tanti paesini, in diverse epoche ha aspirato a dar vita a una banda. Oggi città nuove presentano con orgoglio le loro banda e non solo in Puglia. Mi riferisco al Concerto città di Ailano del maestro Samalek premiata di recente al prestigioso 33° raduno bandistico di Ferrandina, ma anche alla banda di Racale, di Sogliano Cavour, che quest’anno allieteranno le giornate di festa a Spongano, alla Banda di Scorrano, guidata dal Maestro Daniele De Pascali e dedicata all’indimenticato capobanda Panarese, o al Concerto di fiati condotto dal Maestro Tarantino o alla banda di Monteroni fondata dall’amico Giuseppe Guida, alla Banda verde di Nardò e tante e tante ancora.

Da sempre le bande sono inquadrate come un piccolo drappello, suonano a passo di marcia che diventa il mezzo per spostarsi, ma anche il modo per scandire il tempo della musica. Tuttavia una volta sulla cassarmonica, sono capaci di proporre pagine immortali della musica mondiale come sinfonie, fantasie d’opera, brani resi noti dalla cinematografia e molto altro fino addirittura alla clownerie senza per questo perderne in dignità, anzi guadagnando in simpatia.

Anche i gusti si sono affinati nel tempo e dall’esecuzione di marce militari si è passati a marce sinfoniche gradevoli e complesse che se non possono considerarsi musica colta, ma a questa si avvicinano molto con risultati gradevoli e coinvolgenti.

La verità è che la Banda appassiona, coinvolge, emoziona, unisce l’intero paese in una sorta di sacralità collettiva, arriva ovunque e non ha bisogno di un teatro: la scena la crea con la sua musica.

Ricordo da “bandista” il giro del paese quando tutti si affacciavano a vedere la banda, dalle massaie intente ad allestire il pranzo della festa, ai ragazzi assonnati, agli uomini in canottiera che si preparavano per uscire in piazza per il matinée, ma ricordo anche le frotte di bimbi che andavano dietro alla musica come un contorno gioioso, così come ricordo, nei paesi rurali della Basilicata o della Calabria, che piccoli drappelli di musicisti arrivavano fin nelle case più lontane o poste in luoghi impervi, perché la musica era la festa che doveva arrivare a tutti.

Nella nostra regione, ma in tutto il centro-sud d’Italia, la banda è stata ed è ancora il centro della festa di comunità con il suo repertorio classico che dà prestigio alla festa, con il suo accompagnamento che dà solennità alle funzioni religiose, con la gioia che evocano le sue marcette allegre.

Quando di buon mattino la si sente per vie del paese, preceduta dalle tradizionali salve di “carcasse” si comprende che la festa è iniziata e quando la sera allieta la festa, con le luminarie incornicia il piacere di trovarsi, di godersi di vivere il momento che si aspetta da un anno.

Oggi, però, la banda, regina della festa, ha perso smalto. L’accensione programmata delle luminarie, molto simile a una discoteca o a uno spettacolo da parco-giochi, insidiano il primato della banda nelle nostre feste comunitarie.

Eppure le bande di oggi non sono quei complessi di un tempo quando “i musicanti” erano artigiani, barbieri, calzolai, sarti, falegnami che durante il giorno lavoravano nelle loro botteghe e alternavano il loro mestiere a quello di musicante nella banda, con lo scopo di arrotondare il proprio piccolo guadagno, e se non suonavano proprio ad orecchio, poco ci mancava. Oggi la maggior parte dei bandisti sono musicisti che hanno studiato e spesso hanno conseguito un diploma presso il Conservatorio, la qualità e la complessità dei repertori è molto migliorata e anche la tecnica e la qualità degli strumenti è al passo coi tempi.

Probabilmente la scarsa conoscenza delle opere, ritenute musica obsoleta, e, forse, anche la difficoltà ad adeguare il repertorio a gusti più moderni, mettono in crisi questa istituzione.

Anche le risorse a lei dedicate vengono limitate perché il grosso dei soldi raccolti viene dirottato su altri spettacoli, dalle già citate luminarie, ai concerti di cantanti noti e così via.

Nonostante questo le sedie davanti alla cassarmonica, dove si siedono estimatori, gli appassionati e gente genuinamente interessata ad ascoltare quella musica, sono sempre occupate.

L’Associazione Panara Antica, in collaborazione col Comune di Spongano e in particolare con l’Assessorato alla cultura, vuole proporre un percorso didascalico ma anche formativo dal titolo “Tutti pacci pe la Banna” per affinare le competenze degli appassionati della banda per farli diventare un estimatore vero e proprio capace di acquisire gli strumenti per apprezzare le bande e, magari, a riconoscerne i pregi e i difetti.

Il percorso è un modo per riappropriarsi di un bene prezioso della nostra cultura, una magia che scalda il cuore, che emoziona, che fa sognare.

L’evento vuole essere un contributo per stimolare l’interesse della gente non solo per la musica popolare, ma per la bellezza in generale perché, come diceva Peppino Impastato, “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà …. perché è necessario che in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore (Peppino Impastato)“. E proprio con la bellezza possiamo salvarci.

E’ un opera che si deve fare in tanti campi, dalla letteratura, alla storia, alla musica, all’arte, noi oggi ci proviamo con la banda.

Oggi, infatti, la banda tende ad essere svalutata ma è davvero superata o chi la giudica tale non la apprezza perché ne ignora la bellezza e l’importanza? Ecco quindi che spiegare, informare proporre significa dare alla gente gli strumenti per capire e poi decidere se buttare questo bene o valorizzarlo.

Fare il corso, come lo abbiamo ideato, in estate non sarebbe possibile, per cui abbiamo pensato di presentare l’iniziativa in una amena serata estiva per poi proporre il corso che si articolerà durante l’anno cercando di invogliare la gente a iscriversi.

Il 5 agosto alle 21,30 Giuseppe Corvaglia e il Maestro Giuseppe Guida parleranno della banda vissuta e delle esperienze fatte con essa, proponendo una guida all’ascolto di marce sinfoniche: il primo commentando Ligonziana, in una visione della banda più romantica, il secondo proponendo una guida all’ascolto più tecnica di una marcia classica , A Tubo. Salvatore Rizzello, poi, parlerà della banda amata e apprezzata parlando delle fantasie d’opera, prendendo spunto da Boheme di Giacomo Puccini

In chiusura Mirella Corvaglia leggerà alcune storie di banda scritte da Giuseppe Corvaglia e una piccola orchestrina, allieterà la serata cercando di ricreare atmosfere caratteristiche.

Lo abbiamo chiamato corso, ma in realtà è un percorso didascalico che speriamo sia di stimolo e riesca a fornire gli strumenti per apprezzare le bande e, magari, a riconoscerne i pregi e i difetti.

Come già detto, si articolerà per tutto l’anno, con incontri dove si proporranno guide all’ascolto delle opere più note con ascolto di brani da fantasie d’opera proposti dalla banda e la visione dell’opera presentata o serate a tema su argomenti più tecnici.

Questi incontri saranno registrati e proposti anche su un canale youtube che si chiama Tutti pacci pe la banna e che potrebbe giovarsi di contributi importanti.

Informazioni e adesioni potranno essere indirizzate via mail a tuttipaccipelabanna@gmail.com .

Il calendario degli incontri verrà comunicato via mail o attraverso i social.

I tristi fatti del 1647 a Nardò esposti da Alessio Palumbo a Santa Maria al Bagno

Questa sera, alle ore 21, presso Villa degli Angeli a Santa Maria al Bagno, lo storico Alessio Palumbo rievocherà in una conferenza le tristi vicende del1547 a Nardò (ingresso libero). 

“Agosto 1647. Le teste di sei chierici neretini sono macabramente esposte, come lugubre monito, sul sedile cittadino, accanto a quelle di due cittadini che hanno subito la medesima sorte. A pochi metri da lì, il corpo dell’ottantasettenne barone Sambiasi, appeso per un piede, è lasciato penzolare esanime dalla forca. È l’apice, non certo la conclusione, di una rivolta che per giorni ha infiammato le strade di Nardò, antica città della Terra d’Otranto, e ha spinto i neretini a serrare le porte urbiche, lottando disperatamente per difendere i propri diritti e le proprie libertà dai soprusi perpetrati dall’antico feudatario. Un evento eccezionale ma non unico, né tantomeno isolato.

La rivolta neretina è infatti contemporanea a tante altre che squassano, alla fine della prima metà del Seicento, Napoli, il sud Italia ed altri luoghi della cristianità. Nell’estate del 1647 in tutto il meridione serpeggia lo spirito dell’insurrezione: l’esempio della capitale spinge le città, i borghi e le campagne del viceregno ad insorgere. Contro le gabelle, contro la fame, contro i nuovi affaristi venuti da fuori, contro le angherie e le vessazioni dei propri signori feudali: il popolo, spesso spalleggiato (a volte manovrato) dal clero e dai nobili, si ribella. Non ci troviamo di fronte a scoppi di collera occasionali o contingenti, bensì a rivolte figlie del secolo e dei numerosi mali che lo tormentano.

Anche nei fatti di Nardò ritroviamo, seppur in scala ridotta, alcune delle principali ragioni che hanno indotto numerosi storici a definire il XVII secolo come l’età della crisi: il feudalesimo rampante, pronto a recuperare in maniera violenta un ruolo di prestigio ed una potenza che la crisi economica e le nuove dinamiche sociali hanno messo in serio pericolo; la povertà che attanaglia i popoli dell’area mediterranea, oramai lontana dai nuovi traffici oceanici; il fallimento della Spagna, gigante dai piedi d’argilla che, piegato su se stesso, trascina nel declino i suoi stati satellite in un vortice di corruzione, fiscalismo, squilibri sociali, carestie; i costi, non solo monetari, delle numerose guerre che insanguinano l’Europa.

Questi ed altri fattori, con diversa incidenza, interagiscono in modo alchemico creando, a Nardò come in altri luoghi della tormentata Europa seicentesca, una situazione letteralmente esplosiva. I moti di cui andremo a parlare deflagrano in un continente reduce da trent’anni di lotte intestine; in un regno, quello di Napoli, che sembra oramai incapace di slegarsi dal mesto tramonto della Spagna; in una provincia, la Terra d’Otranto, povera e lontana dal cuore dell’impero, ma allo stesso tempo ambita da vecchi e nuovi conquistatori”.

(dall’Introduzione di Alessio Palumbo a Nardò Rivoluzionaria)

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

Picatoru e Pappacènnire

di Armando Polito

Tra i ricordi d’infanzia probabilmente quelli legati alle persone e non agli oggetti restano i più vivi e tra loro a distanza di anni o, come nel mio caso decenni, suscitano interrogativi mai posti quando l’età era tenerissima. Oggi nemmeno gli adulti, nonostante la disponibilità di formidabili strumenti di conoscenza, si pongono eccessivi perché e chi mostra di essere curioso, cioè di esser posseduto dalla cura  di conoscere (come il furioso è posseduto dalla furia, lo smanioso dalla smania, e così via …) è visto come un alieno, a meno che la curiosità non suia indirizzata a questa o a quella miseria gossippara …

Potevo io a cinque anni o poco più chiedere agli altri (meno ancora a me stesso) il perché dei soprannomi del titolo con cui a Nardò negli anni ’50 erano chiamati i personaggi di cui sto per parlare?

Picatoru (vero cognome Calabrese, il nome Totò) era il colono di mio nonno (Alessandro Giulio), addetto alla raccolta dei fichi e delle mandorle, che nell’economia del tempo avevano un ruolo determinante1. Era un ometto basso (nel suo lavoro, perciò, adoperava un crueccu2 più lungo del normale) e segaligno, con un naso abbastanza pronunciato, diciamo pure sovradimensionato, rispetto al resto del volto, di pochissime parole e dai gesti lenti. Più loquace e pimpante era, invece, la moglie, Maria, che, oltre che aiutarlo, provvedeva pure a raccogliere le cozze piccinne3, in quei tempi abbondantissime dappertutto, Masserei compresi. I Masserei, oggi sono un quartiere periferico di Nardò, all’epoca di questi miei ricordi erano aperta campagna punteggiata qua e là da qualche casinu4, in cui il privilegiato possessore, che viveva per il resto dell’anno a Nardò, andava in villeggiatura. I miei possedevano ai Masserei una stamberga (tale la definisco con ingratitudine e crudeltà dopo che al suo posto sorge da qualche decennio una casa moderna e confortevole) dal tetto di cannizzi5 sorretto da travi e coperto da tegole. Trascorrevamo lì l’estate, almeno finché il tetto non cominciò a cedere e dovemmo rinunciare alla villeggiatura.

Torniamo, però, a Maria e alle cozze piccinne. Chi le conosce sa che ci sono quelle femminili, più pregiate, e quelle maschili, che lo sono meno, perché, sentivo dire, ospitavano un verme. Vero o falso che fosse, Maria le poneva in un cofano pieno d’acqua ed aspettava che il verme uscisse prima di cucinarle. Sarà stata suggestione ma a distanza di quasi sette decenni ho ancora viva davanti a me l’immagine del cofano con i vermi galleggianti in superficie.

Come la moglie assume il cognome del marito (sia pur preceduto dalla preposizione in, che potrebbe assumere un significato inquietante … altro che maschilismo!), Maria ne aveva assunto il soprannome, sicché, quando si era obbligati a specificare di quale Maria si parlasse, l’inevitabile risposta era Maria Picatoru. E qui l’affare si complica perché qualsiasi soprannome ha in sè una valenza negativa, anche quando nasce, per esempio, dall’attività esercitata dall’interessato e non da un suo difetto fisico6.

Picatoru non poteva suscitare curiosità di tipo etimologico in un bambino come me e, anche se così fosse stato, qualsiasi aiuto da parte degli adulti sarebbe mancato. Oggi, infatti, sono in grado di ipotizzare che Picatoru derivi in realtà da pica t’oru (pica di oro) e che contenesse un probabile riferimento alle capacità sessuali dell’interessato. In tempi in cui in presenza non dico di infanti ma di minori tutte le parole attinenti alla sfera sessuale erano tabù, tanto che l’attesa del ciclo mestruale (mese) diventava attesa del marchese, e questo tipo di omertà sessuale trovava consacrazione in locuzioni del tipo mo no ppozzu parlare ca ‘nci so’ li ozze7, perché, quando, come e dove un bambino di cinque anni avrebbe potuto soddisfare, ammesso che l’avesse avuta, una curiosità di tal tipo? Purtroppo oggi a settantatrè anni continuo a restare con lal mia ipotesi, quando ormai, per il trascorrere inesorabile del tempo, quasi sicuramente non c’è nessuno della generazione precedente la mia che possa in qualche modo confermarla. Eppure, nonostante il suo fisico, Picatoru, proprio per via del suo naso, se il tanto del soprannome mi dà tanto, sarebbe potuto essere un ottimo testimonial per il Noscitur a naso quanta sit hasta viro8 (Si riconosce dal naso quanto grande un uomo abbia il pene).

Ho già detto dell’abitudine annuale per la mia famiglia di andare in villeggiatura ai Masserei. Oggi forse costa meno denaro e tempo comprare l’arredamento per la casa di campagna piuttosto che sobbarcarsi a fastidiosi e costosi traslochi. Ma allora, anche se l’arredamento di cui parlo era sostanzialmente costituito da un tavolo, qualche sedia e qualche letto (la mastodontica radio Geloso restava a Nardò, anche perché ai Masserei non c’era l’energia elettrica) non c’erano le mirabolanti offerte di oggi con sconti del 120% …

E a questo punto di questa storia autentica, anche se personale, debbo introdurre Pappacènnire (cognome De Benedittis, anche per lui ignoro il nome), titolare di una sorta di impresa di traslochi ante litteram.

Non so se avesse altri mezzi, ma ricordo che per il trasporto di quei pochi, ma ingombranti, oggetti di arredamento ai Masserei utilizzava un carro di dimensioni almeno triple rispetto ai comuni traìni9. Era bellissimo, con un pianale immenso (largo almeno tre metri e lungo più di quattro), privo di ‘ncasciati10, con quattro ruote gommate, tirato da un robusto cavallo.

Pappacènnire era fisicamente l’esatto opposto di Picatoru: alto, robusto, dal fare svelto e deciso. D’altra parte, se non fosse stato così, per la  villeggiatura non saremmo mai partiti, tanto meno arrivati ai Masserei. Toccava, infatti, a lui fare tutto, col saltuario aiuto dei miei in qualche frangente: carico, viaggio e scarico.

Come per Picatoru così per Pappacènnire l’etimo resterà un mistero e tutte le ipotesi sono plausibili, pure che avesse un appetito così formidabile da papparsi pure la cenere attaccatasi eventualmente alla carne durante la cottura. Eppure per lui ho sperato per qualche tempo di giungere a conclusioni più concrete.

Nell’anno scolastico 1998-1999 in quarta ginnasiale una mia alunna era Alessandra De Benedittis. Senza perdere tempo le commissionai l’incarico di assumere informazioni eventuali sul nostro personaggio. La ragazza dopo qualche giorno mi riferì che Pappacènnire era un suo antenato e precisamente il nonno di suo padre, con conferma del soprannome e dell’attività. Nulla di più, purtroppo, neppure, non dico una foto, un’indiscrezione, un aneddoto, una diceria che facesse luce sul soprannome. Eppure proprio quest’ultimo ha contribuito a far restare in me vivo il ricordo di un uomo e, per quello che la mia scrittura può valere, di mantenerlo, ritardando, pur provvisoriamente, l’impietosa azione cancellatrice del tempo esercitata sugli uomini cosiddetti comuni. Non tutti si chiamano, a partire dalla nascita e per restare nel nostro Salento, Adriano Pappalardo …

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/05/da-una-foto-del-1911-ecco-il-grande-laboratorio-di-fichi-secchi-di-neviano/

2 Bastone a forma di uncino ricavato opportunamente da un ramo. Il corrispondente italiano è crocco, dal francese croc, a sua volta dallo scandinavo krokr. Il plurale (cruecci) designa l’attrezzo, formato da vari uncini, utilizzato per recuperare il secchio caduto nel pozzo.

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/16/voglia-di-cozze-piccinne/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/22/cozze-de-terra/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/lumache-e-chiocciole/

4 Casa rurale. Stranamente non era parola soggetta a censura, forse per un’ipocrita rimozione (corrispondente ad una finta ignoranza) dell’altro significato, quello di casa di tolleranza, di quella, cioè, che all’epoca era quasi un’istituzione ufficiale e riconosciuta di iniziazione (mi stava scappando educazione) sessuale.

5 cannizzu: in italiano canniccio. Assicuravaun’ottima coibentazione. Sempre fatto di canne, era utilizzato per l’essiccazione dei fichi.

6 Non guasta ricordare i tria nomina (tre nomi) dei Romani: il praenomen, corrispondente al nostro nome; il nomen corrispondente al nostro cognome e il cognomen o agnomen corrispondente al nostro soprannome. Quest’ultimo si riferiva ad un difetto fisico (per esempio: Marcus Tullius Cicero, in cui Cicero, secondo quanto riportato da Plutarco nella sua biografia del famoso oratore, sarebbe riferito ad un porro a forma di cece che aveva sul naso), oppure all’attività esercitata (per esempio: Marcus Livius Salinator in cui Salinator probabilmente alludeva al salinator aerarius, colui che dallo stato assumeva l’appalto per fare o vendere il sale), oppure ad una memorabile impresa compiuta (per esempio: Publius Scipio Africanus, in cui Africanus è in ricordo della vittoria decisiva della seconda guerra punica riportata a Zama, in Africa). Più arbitrarie e casuali, invece, sembrano le ragioni che stanno alla base dello pseudonimo, che ha il compito di ridurre la banalità (e in qualche caso qualche probabile  inconveniente) del cognome originale. Per esempio: pensate che Peppino Di Capri sarebbe giunto a festeggiare i sessanta (dico sessanta) anni di carriera e ad incidere più di cinquecento canzoni (credo sia record mondiale), se avesse continuato a chiamarsi Giuseppe Faiella?

7 ozza: grande ed alto vaso di creta per conservare vino; in italiano boccia. Probabilmente il riferimento metaforico è legato alla sagoma del recipiente (che può ricordare, per quelle di minori dimensioni, la sagoma di un bambino, oppure alle doti recettive di entrambi.

8 È il secondo verso di un distico elegiaco della Scuola salernitana. Il primo verso recitava: Noscitur a labiis quantum sit virginis antrum (Si conosce dalle labbra quanto grande sia la vulva di una vergine).

9 traìnu: carro a due ruote alte; in italiano tràino. Mentre la forma italiana è deverbale da trainare (come cambio da cambiare) quella salentina è, sempre deverbale, ma dal latino medioevale traginare. Da ciò il suo accento (traginare>*tragìnu>traìnu).

10 ‘ncasciatu (in italiano alla lettera incassato, usato come participio passato sostantivato): sponda laterale amovibile del carro.

Dialetti salentini: Li pene ti lu linu (Le pene del lino)

di Armando Polito

Chi ha la mia età sicuramente avrà ascoltato il titolo come parte di una locuzione più ampia del tipo sta ppassu li pene ti lu linu (sto passando, cioè vivendo le pene del lino). L’avanzare dell’età e un incremento della mia passione etimologica e, da quando sono in pensione, del tempo da dedicarle, mi consentono oggi di tentare di analizzare quell’espressione sentita usare ed utilizzata da me stesso tante volte senza che mai l’idea di comprenderne l’architettura mi sfiorasse la mente.

Cercare e ancor più trovare l’origine di una locuzione è più complicato che far luce sull’etimo della singola parola e il contesto nel suo insieme può rappresentare più una complicazione che un aiuto.

Nel nostro caso, addirittura, potremmo inizialmente supporre pure che linu vada emendato in Linu, cioè sia un nome di persona (magari forma abbreviata da Antonio>Antonello>Antonellino>Lino) e che la locuzione faccia riferimento ad un sofferente per antonomasia, lu Linu appunto, in cui l’articolo che accompagna, l’onomastico (fenomeno normale in molte zone del Salento) contiene quasi un legame affettivo nei confronti della persona. Anche se così fosse, però, sarebbe difficile soddisfare la nostra curiosità riguardo alle sofferenze da lui subite. D’altra parte apparirebbe strana la scomparsa di qualsiasi aneddoto sulla triste storia del presunto personaggio, quasi un  Ulisse salentino …

Archiviato, così, il fantomatico Linu e tornando a linu, potremmo pensare alle complesse operazioni necessarie per ottenere questo tessuto a partire dalla pianta, una specie di supplizio in più tappe che risassumo di seguito: 1) la scapsolatura (passaggio dei covoni di lino attraverso un pettine di ferro per eliminare le capsule contenenti i semi); 2) macerazione ed essiccazione (poteva avvenire sul campo oppure in acqua e successivo riscaldamento al fuoco); 3) la gramolatura (rottura dell’involucro dello stelo per liberare le fibre; veniva eseguita col gramolo, una specie di coltello di legno mobile su listelli fissati ad un cavalletto); 4) la spatolatura o stigliatura (eliminazione per battitura con una spatola dei residui di corteccia); 5) la pettinatura (serviva a separare le fibre più lunghe, le più pregiate, da quelle più corte: il pettine era costituito da diversi chiodi di ferro fissati ad una tavola); 6) la filatura; 7) l’aspatura (iquando il rocchetto del filato era pieno esso veniva riversato sull’aspo, un attrezzo che aveva la funzione di tendere ed avvolgere il filato conferendogli uniformità); 8) il lavaggio (veniva utilizzata la liscivia); 9) la sbiancatura (con l’esposizione al sole il filato perdeva il suo colore originario grigio-beige); 10) la tintura (venivano utilizzati coloranti naturali e come mordente l’urina per il suo contenuto di ammoniaca); 11) l’asciugatura; 12) la filatura.

Taglio di tessuto di lino, Tacuina sanitatis, XIV sec., Roma, Biblioteca Casanatense

 

In alternativa pene ti lu linu potrebbe essere equivalente a sofferenze dovute a malattie sulle quali il lino può avere un effetto terapeutico. E il pensiero corre subito ai semi di questa pianta, utilizzati ampiamente dalla medicina popolare contro la stipsi e, in empiastro, contro la scrofolosi; per non parlare delle bende ricavate dal suo tessuto.

L’ultima possibilità che mi viene in mente è che la locuzione evochi il fazzoletto (di lino in questo caso) e la sua funzione di asciugalacrime, quasi di registratore o, se preferite, contenitore e assorbente della sofferenza umana). Sotto questo punto di vista potrebbero esserci collegamenti con canzoni popolari in cui il fazzoletto sembra recitare un ruolo quasi da protagonista rispetto all’essere umano. Ne riporto solo una da un gruppetto riportato per Lecce e Cavallino in Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da Antonio Casetti e Vittorio Imbriani, Loescher, Roma Torino Firenze, 1872, p. 3821 (la traduzione in italiano e le note sono mie):

Nce aggiu lassati l’ecchi allu caminu,/puru cu’ bisciu l’amante passare;/lu core mm’ha turnatu picculinu,/l’anima mme la sentu trapassare./Su’ russi l’ecchi mmei comu rubinu,/de lu superchiu chiangere e uardare./O muccaturu2 mmiu de ‘jancu linu,/tie mme le stuscia3 ‘ste lagrime ‘mare.

(Ci ho lasciato gli occhi nel camminare, pur di vedere passare il mio innsamorato; il cuore mi è tornato piccolino, l’anima me la sento trapassare. Sono rossi gli occhi miei come rubino per il soverchio piangere e guardare. o fazzoletto mio di bianco lino, tu me le asciughi queste lacrime amare).

In questo caso pene ti lu linu sarebbe da interpretare come pene il cui sfogo si affida al fazzoletto.       E il solito malizioso pensi solo a pene come sinonimo di sofferenze, non di altro …

Tutto preso da questa battuta finale, quasi dimenticavo di dire che tra le tre ipotesi sopravvissute tifo per quest’ultima, sebbene tutte per motivazione scientifica siano alla pari e nella penultima abbia colto una sorta di partecipazione sentimentale al martirio del lino, cui sembra collegarsi la consapevolezza dell’umana fatica,  pesante e durevole sì, ma non tanto da poter essere considerata penosa per una civiltà contadina ben abituata ad altro …

E voi per quale tifate, o ne avete altre?

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1 Il volume, a sua volta, fa parte del terzo volume di Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di Domenico Comparetti e Alessandro D’Ancona.

2 Da muccu [che è dal latino medioevale muccu(m), a sua volta dal classico mucus=muco] con aggiunta di un suffisso con valore strumentale. La geminazione di c presente in muccus si conserva nell’italiano moccio che è da un latino *mùceu(m), forma aggettivale del citato mucus=muco] con l’aggiunta di un suffisso indicante strumento.

3 Per quanto riguarda l’etimo di stusciare vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/07/22/dialetti-salentini-stusciare-detergere-chi-mi-aiuta/.

La Felce di S. Giovanni o del Solstizio tra leggenda, magia e medicina popolare

di Gianfranco Mele

 

La Felce ricorre in molti miti come pianta magica. Si tratta di una pianta particolare poiché non produce fiori (ma nella leggenda, il fiore appare, nella notte di S. Giovanni) e vive nel sottobosco; secondo un mito nordico, le felci si diffondono di notte, quando nessuno vaga nei boschi, e nascono dalla polvere magica dispersa da una fata.[1] Sembra inoltre che la felce fosse offerta al dio Pan durante i riti propiziatori in suo onore.

Nell’ambito dei verbali inquisitori pervenutici dal Tribunale del Santo Officio di Oria, la masciàra Grazia Gallero racconta, nel 1679, di una herba incantata utilizzata per i legamenti d’amore, e questo è uno dei pochi passi dei verbali orietani nei quali si fa espressamente il nome della pianta (le herbe son sempre presenti ma difficilmente se ne specifica il nome): trattasi di una Felce.

Ho fatto ancora l’herba incantata, la quale serve pure per far volere bene, e si fa in questo modo. La notte di S. Giovanni Battista sono andata con un sacerdote più volte in campagna a raccogliere la sementa dell’herba, chiamata filice, ponendola sopra un panno d’altare, portato dal sacerdote stando esso presente colla stola, e doppo la detta sementa l’ho sanata al sole, e conservata perchè mi viene domandata e venendo l’occasione di qualche huomo, ò donna, che la vuole, ne ho pigliata un poco, e postala sopra la pianta della mano, coll’altra pianta della mano, l’ho stricata e vedettala come polvere, dicendo tre volte, fra tanto, diavolo vogli bene alla tale persona, e doppo la detta polvere l’ho data a chi me l’ha domandata, acciò la buttasse sopra la persona desiderata”. [2]

La “Felce magica” è presente nelle leggende di diversi luoghi: si credeva che facesse semi che nascevano e cadevano nella sola notte di S. Giovanni, per cui bisognava andarla a cercare a mezzanotte della vigilia: tali semi avevano il potere di tener lontani i malefici[3] (in realtà la felce non si riproduce attraverso semi, ma grazie a spore, che evidentemente venivano scambiate per semi).[4] Le erano attribuiti anche altri poteri, come si evince da questa citazione che raccoglie alcune credenze abruzzesi:

nella notte di S. Giovanni fiorisce la felce. E’ questa un’erba che nessuno ha mai vista in fiore; perchè, in un momento della stessa notte fiorisce, forma il seme, e torna ad essere come prima (fiurisce e sfiurisce); e sarebbe atto empio stare a spiare il momento di quella fioritura. Chi, steso un fazzoletto sotto la pianta, andasse a un crocicchio, poggiando il mento su di una forca, vedrebbe un andirivieni di streghe, stregoni, maghi, diavoli, beffantisi di lui; ma, in compenso, passata la notte, e raccolto il fazzoletto, coi fiori che per avventura vi cadessero, avrebbe seco un talismano potentissimo per ottenere da altri qualsiasi cosa: per es. favori, merce a buon mercato, e quasi gratis, etc.; perchè quei fiori eserciterebbero una forza irresistibile, da far piegare qualunque volontà”. [5]

 

In Lazio, a Sora (FR), al confine con l’ Abruzzo, si racconta che

Lungo il fiume Liri, in questo giorno [di S. Giovanni], le donne di Sora battono l’acqua con scope e scongiuri per allontanare le streghe; nel suo corso sono soprattutto raccolte le felci, un uso contro il quale si pronunciano due Sinodi di Ferrara del 1599 e del 1612, che ritenevano questa raccolta un’invenzione diabolica e fraudolenta. Nel 1612 veniva condannato anche il costume di esporre i panni alla ‘guazza’. Secondo la testimonianza dell’erborista Pierandrea Mattioli, dalle felci, tagliate e portate in casa, si traeva il seme disseccato per usarlo contro il diavolo, con l’accompagnamento di incantesimi. Nella stessa notte si raccoglieva la Salvia sulla quale si tracciavano scritte per combattere la febbre terzana, l’Artemisia, la Ruta, il Finocchio e la Fava. Le donne per ottenere la fecondità bevevano infusi di queste erbe o se ne cingevano le reni. Le stesse erbe si usavano in filtri amatori”.[6]

Il Mattioli ci fornisce una dettagliata descrizione sia delle proprietà che delle credenze popolari sulle Felci, nonché degli usi medici in antichità :

“Il volgo crede che il seme della Felce, non si possa ricorre, se non la notte di San Giovanni, con alcuni incanti, coi quali vogliono, che scaccino i diavoli, che gli fanno la guardia. Ma queste superstizioni non hanno credito appresso di me veruno; delle quali così al 2° capo del 9° lib. dell’ istoria delle piante scrisse Teofrasto, dicendo: La Felce femmina incorporata con Mele, è utile contra i vermini larghi dell’interiora: e contra i lunghi, data con farina di orzo nel Vino dolce. Sconciansi le donne grosse, che se la bevono, e l’altre (secondo che dicono) diventano sterili. E’ veramente differenza dalla Felce femmina al maschio; perciocchè, questo ha le frondi, che procedono da un solo picciuolo, e la radice lunga, nera, e grossa: Credesi, che la natura generasse più per fare sterilità, che per altro. Scrissene parimente Plinio al 9° capo del 27° libro così dicendo. Sono di Felce due specie, che non producono né seme, né fiore. Quella si stima, che sia il maschio, che produce più Felci da una sola radice, lunghe più di due gombiti, e che non sono d’odore fastidioso. L’altra ha un sol fusto, e non è ramusculosa, nè folta, ma più breve, e più tenera. Ha più dense frondi, e incavate appresso alle radici. Ingrassansi i porci delle radici d’ambedue. Le foglie sono pennute d’ambedue i lati, e in ambedue le spezie sono le radici lunghe, non dritte, e di nero colore, e massimamente quando sono secche, ma bisogna seccarle al Sole. Nascono per tutto, e specialmente in luoghi frigidi. Debbonsi cavare nell’ascondersi delle Vergilie. Usansi le radici il terzo anno, perchè non sono buone nè prima, nè poi. Cacciano i vermini del corpo; i larghi bevute con Mele, e gli altri bevute con Vino dolce per tre giorni continui. L’una, e l’altra è nociva allo stomaco. Solvono il corpo, e prima cacciano la collera, e poi l’acqua, e i vermini larghi meglio con Scamonea, mettendovene ugual peso. Vale la radice bevuta con acqua al peso di due oboli, dopo l’astinenza d’un giorno, alla reuma, ma bisogna prima mangiare un poco di Mele. Nè l’ una, nè l’altra si deve dare alle donne, perchè fa sconciare le gravide, e fa sterili l’altre. Trite in polvere, giovano all’ulcere maligne, e mettonsi parimente in sul collo del buoi. Le foglie ammazzano le Cimici, e e cacciano via i Serpenti. E al 6° capo del 18° lib. La felce, diceva, muore in due anni, quando non se gli lascia mettere le frondi. Il che si fa più efficacemente, quando con un bastone si rompono i suoi germini; perciocchè il succo, che poscia ne distilla, ammazza le radici. Dicono, che cavandosi nel tempo del solstizio non rinascono, nè manco quelle che si tagliano colle Canne, ovveramente arandosi il terreno con un pezzo di Canna legato al vomero. Fece della Felce menzione Galeno all’ottavo della facoltà de’ Semplici, così dicendo: La Felce ha la sua radice veramente utilissima; imperocchè ammazza i vermini larghi del corpo. Il perchè non è maraviglia, se nel medesimo modo ella ammazza il fanciullo nel corpo della madre, e caccia fuori il morto. E’ ella al gusto amara, e alquanto costrettiva. Il che fa, che messa in su l’ulcere, le disecchi valorosamente senza mordacità alcuna. “[7]

Secondo molte leggende i “semi” della felce danno al loro possessore il dono dell’invisibilità[8] e quello della profezia[9] (le ceneri del rizoma venivano deposte vicino all’orecchio durante il sonno), mentre in Tirolo si credeva potessero aiutare a trovare tesori nascosti;[10] inoltre, si credeva potesse aiutare a provocare la pioggia. Si credeva che portasse fortuna indossandola, e che se indossata dagli uomini, avesse il potere di attirare le donne. Le ceneri, conservate in casa, attiravano ricchezza e prosperità, e allontanavano gli spiriti malvagi.

I poteri di invisibilità attribuiti ai semi di Felce sono citati anche da Shakespeare nell’ Enrico IV, difatti Gadshill, il ladro, dice: “Noi rubiamo come se fossimo dentro una botte di ferro, perfettamente sicuri; abbiamo la ricetta dei semi di felci, camminiamo invisibili”.

Vi sono numerose leggende e poteri attribuiti alle felci in varie parti del globo, ad esempio in Boemia i semi venivano mescolati al denaro per farlo aumentare, e inoltre si credeva risplendessero come oro. Il fiore leggendario della Felce, poteva essere visto solo da pochi eletti, e tale vista procurava una grande fortuna. In Germania si credeva che la pianta fosse nata nel giorno di San Giovanni da tre gocce di sangue del sole, emesse in seguito alla ferita dell’astro procurata da uno sparo di un cacciatore.[11] In Russia si utilizzava la felce per un rituale nella foresta, prima della mezzanotte del 24 giugno: a seguito del rito, sarebbero apparsi tre soli, e la foresta si sarebbe illuminata a giorno e riempita di risate e voci femminili. Chi avesse assistito a tutto ciò avrebbe acquisito il potere di prevedere il futuro.[12]

Ancora, in Germania, la Felce maschio (Dryopteris filix-mas) è chiamata anche Walpurgiskraut (pianta di Valpurga), perchè nella notte di Valpurga[13] le streghe utilizzavano la pianta per divenire invisibili.

Franz Xaver Simm (1899): Walpurgisnacht

 

Nel suo Congresso notturno delle lammie, Girolamo Tartarotti riporta la “ricetta” per guarire i malefiziati con la Felce, mutuata da un trattato di un suo contemporaneo, tal “Ottavio Liguorio, Sacerdote Napolitano”, intitolato “Discorsi Medici, ed eruditi” e dato alle stampe dal sacerdote nel 1719:

Recipe cenere di Filice, e fiorume di fieno, e fanne lisciva, colla quale ben colata, lavisi l’infermo da capo a piedi, poi ricolisi bene detta lisciva, che nel panno, col quale si ha fatto la colatura, si troveranno gli strumenti de’ Malefizi. Torna di nuovo a lavar tutto l’infermo, ricolar la lisciva; e ciò tante volte replicherai, finchè nel colatoio non vi restino de’ malefizi strumenti alcuni; perchè allora l’infermo sarà del tutto liberato; fatte però prima le solite benedizioni ed esorcismi”. [14]

Nella medicina popolare, la felce era utilizzata come vermifugo (si utilizzavano le radici in decozione)[15]; le foglie in decozione, contro la gotta (o, in alcune varianti, applicate fresche sulla parte malata); la tintura, era utilizzata per uso esterno contro i dolori reumatici (a questo scopo erano utilizzate anche le foglie verdi, applicate direttamente sulla parte dolorante)[16]. La pianta era utilizzata anche come ricostituente (contro l’anemia e il rachitismo), come astringente, come diuretico, stimolatore della secrezione biliare, tossifugo.

Tuttavia, la pianta presenta una notevole tossicità (concentrata soprattutto nel rizoma e nella base delle fronde), la cui sintomatologia, all’ingestione, è: nausea, vomito, dolori addominali, diarrea, allucinazioni (caratterizzate dal colore giallo come dominante), depressione cardiocircolatoria, aritmie, depressione del S.N.C., cecità temporanea o permanente.[17] Sono riferiti casi di gravi intossicazione di bestiame che ha ingerito foraggio contenente Felce aquilina (Pteridium aquilinum).[18]

La componente psicoattiva è stata poco studiata, in ogni caso gli antichi Vichinghi preparavano una birra psicoattiva con vari ingredienti tra cui il Polypodium vulgare (Felce dolce).[19]

Hipolito Ruìz, un botanico spagnolo del XVIII secolo, riporta gli utilizzi delle foglie di una felce in Perù e in Cile, nota come cucuacua, incapocam, o “coca degli Inca” e utilizzata alla stessa stregua della coca. Ruiz descrive la pianta sotto il nome Polypodium incapocam (nomen nudum), che resta indeterminabile. La polvere della pianta, secondo testimonianze indigene, era fumata per “schiarire la testa”.[20] E’ stato riportato anche, che la radice di una specie di Polypodium (non è specificata l’identità), viene ingerita assieme ai semi di Anadenanthera colubrina. [21]

Rätsch riporta anche di felci inebrianti utilizzate in Messico (Pellaea cordata).[22]

Nella tradizione, la felce ha anche altri impieghi che esulano da quelli di tipo magico e/o medicamentoso. Le fronde essiccate della Felce aquilina venivano utilizzate come paglia per protezione dei tetti o dei prodotti agricoli, e per confezionare pagliericci.[23] Alcune felci venivano utilizzate per tingere di verde le stoffe, e fasci di felci si appendevano in cucina come acchiappamosche. [24]

[1] A.A.V.V., Experimenta ’03. Il mondo tra magia e scienza, Time & Mind Edizioni, Pag. 141

[2]Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie in Francavilla Fontana ai tempi di Monsignor C. Cozzolino, Denuncia contro Nicodemo Salinaro, anno 1679, f. 32

[3]Remo Bracchi, Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, Walter de Gruyter Ed., 2009, pag. 392

[4]“Le spore cadono al suolo e germinando producono un piccolissimo organismo, detto protallo, composto soltanto da una laminetta verde e dalle cellule sessuali. L’ambiente tranquillo e umido del sottobosco permette alle cellule sessuali di incontrarsi. Dalla loro unione nasce la pianta di felce che tutti siamo abituati a vedere”. ( A.A.V.V., Experimenta ’03. Il mondo tra magia e scienza, Pag. 141)

[5]Remo Bracchi, op. cit., pag. 392

[6]Ibidem

[7]Pietro Andrea Mattioli, Discorsi di M. Pietro Andrea Mattioli Sanese, Medico Cesareo, ne’ sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo Della materia Medicinale: Colle figure delle Piante, ed Animali cavate dal naturale, Pezzana, Venezia, 1744, pp. 705-706

[8]Grimm (Jacob, N.D.A.), nel suo “Teuthonic Mythology” riferisce di come un uomo della Westphalia stesse cercando la notte della vigilia di Midsummer (24 giugno) un puledro che aveva perduto e gli capitò di attraversare un prato proprio mentre stava maturando il seme di una felce, così che esso cadde dentro le sue scarpe. Al mattino egli arrivò a casa, andò nel salotto e si sedette ma trovò strano che né sua moglie né alcuno della sua famiglia gli chiedesse nulla. “Non ho trovato il puledro” disse. Quindi tutti quelli che erano nella stanza sobbalzarono e guardarono allarmati, perché udivano la sua voce ma non lo vedevano. Sua moglie allora lo chiamò, pensando che si fosse nascosto, ma lui rispose solo: “Perché mi chiami? Sono qui davanti a te.” Infine divenne consapevole di essere invisibile e, ricordando come aveva camminato nel prato la sera precedente, lo colpì la possibilità di avere dei semi di felce nelle scarpe. Così se le tolse  e, quando le scosse, ne fuoriuscì il seme di felce ed egli non fu più invisibile”(da: http://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/la-felce.html). Interessante la possibile derivazione della credenza sulla invisibilità provocata dalla Felce, che è così spiegata: “ Immaginiamo una giornata di sole abbacinante e una distesa di Felce aquilina in piena sporificazione. La persona che attraversa la distesa si ricopre di spore e di scagliette di felce e quando esce, almeno in determinate condizioni, riflette la luce del sole e … scompare. Questa è solo una teoria, ma non è consigliabile provarla perchè alcuni studi recenti hanno dimostrato che l’eccessivo contatto con le spore e le scagliette   di questa felce può provocare malattie” ( A.A.V.V., Experimenta ’03. Il mondo tra magia e scienza, cit., Pag. 141). Ma la spiegazione più semplice del potere dell’invisibilità attribuito alla felce è nel fatto che si credeva che i semi della felce fossero invisibili e dunque, per trasferimento delle proprietà, si pensava che il possessore del seme di felce potesse allo stesso modo essere invisibile.

[9]Remo Bracchi, op. cit., pag. 392

[10]Grazia Vulpiani, Le felci, rivista mensile Vivere la montagna, n. 52, febbraio 2008

[11]http://hedera.altervista.org/la-felce-nelle-leggende-del-folklore-nordeuropeo/?doing_wp_cron=1531833799.2787458896636962890625

[12]Gianluca Toro, Flora psicoattiva italiana, Nautilus Edizioni, 2010, pp. 54-55

[13] La notte di Valpurga (Walpurgisnacht), è il derivato cristianizzato (dedicato a Santa Valpurga) di una festa celtica, una celebrazione pagana della primavera che avveniva nella notte tra il 30 aprile ed il 1º maggio.

[14]Girolamo Tartarotti, Del congresso notturno delle lammie Libro Terzo, Pasquali, Venezia, 1749, pag. 208

[15]Antonio Costantini, Marosa Marcucci, Le erbe, le pietre, gli animali nei rimedi popolari del Salento, Congedo Ed., 2006, pag.81: gli autori riportano anche la ricetta e la posologia del “decotto per espellere la tenia”: una tazza al mattino a digiuno (gr. 30 di radice bolliti in un litro d’acqua per 15 minuti)”.

[16]Jean Valnet, Fitoterapia.Guarire con le piante, Giunti Ed., 2005, pag. 325

[17]Gilberto Bulgarelli, Sergio Flamigli Piante tossiche e velenose, Hoepli Ed., 2010, pag. 104

[18] Ibidem

[19]Gianluca Toro, op. cit., pag. 55

[20] Christian Rätsch, The Encyclopedia Of Psychoactive Plants. Ethnopharmacology And Its Applications, Park Street Press, Rochester, 2004 pag. 577

[21]Ibidem

[22]Ibidem, pp. 577-578

[23]Gilberto Bulgarelli, Sergio Flamigli op. cit., pag. 104

[24] Domenico Nardone, Nunzia Ditonno, Santina Lamusta, Fave e favelle. Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro di studi salentini Edizioni, Lecce, 2012, pag. 243

Il paese natio

di Rocco Boccadamo

E’ l’estremo lembo abitato, a nord est, della mia Marittima (LE), con un angolo della “casa di tutti” contraddistinta da cipressi, il convento/santuario della Madonna di Costantinopoli e l’omonimo adiacente B&B. di charme realizzato, circa quindici anni fa, da un lord inglese, Alistair Mc Alpine.

Ricordo, con nostalgia, le S. Messe al buio (ossia nelle primissime ore della domenica), ascoltate in quel convento e le rudimentali partite a pallone disputate sullo spiazzo li presente – dove, il maestro delle Elementari, Alfredo, ci sottolineava che passasse il 40° parallelo – e sullo stesso rettilineo, all’epoca non ancora asfaltato e non percorso da automobili.

Scusatemi, mi rendo conto di essere ormai divenuto un uomo senza tempo (foto di Lucio Valguarnera).

Dialetti salentini: stusciare (detergere): chi mi aiuta?

di Armando Polito

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino e da questo in italiano:

Pensa cu stusci bbuenu e ppoi, ci vuei cu mmi sto cittu, ccàttame ddhi crocchette ca imu istu alla televisione

Pensa a pulire bene e poi, se vuoi che stia zitto, comprami quelle crocchette che abbiamo visto in tv

Quello che chiedo è molto più complicato di ciò che mai avrei osato chiedere, nemmeno se i vetri di casa fossero stati così sporchi da non permettere al sole di filtrarvi se non dopo un’energico lavaggio non col detersivo di ultima generazione ma con l’acido muriatico di prima generazione (quello di una volta, non quello di adesso, che è meno corrosivo della Coca-Cola …

Per farla breve: sono decenni che cerco di trovare un etimo in modo definitivo convincente per stusciare. Riporto di seguito quel poco che in tanto tempo son riuscito a concludere,

Parto (ma non ci allontaneremo troppo, come si vedrà) dal maestro, cioè dal Rohlfs. Nel suo Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976,opera che dovrebbe essere conosciuta a memoria anche nel contenuto non solo dagli addetti ai lavori ma da tutti noi salentini,  dopo aver invitato ad un confronto con il calabrese stujare e con il napoletano stojare=nettare, propone come etimo studiare. Da notare che prima di studiare il Rohlfs non scrive dal latino o da un latino (in tal caso, trattandosi di voce ricostruita, avrebbe aggiunto in testa un asterisco), per cui  stusciare è da intendersi come deformazione dell’italiano studiare. Premesso che in latino non esiste studiare ma studere e che l’italiano studiare è voce denominale da studio, trovo scritto (e ritengo che sia frutto della suggestiva autorità del Rohlfs) in Carlo Consani, Studi e ricerche di etimologia alimentare Edizioni dell’orso, Alessandria, 2001, p. 357: “Stuja- primo elemento verbale in composizione, dal tema di *stujà <<pulire>>, latino studiare col significato svoltosi nella terminologia <<agricola>> di <<pulire>> (cfr. napoletano astujà. stujà, vicentino stogiare <<nettare, forbire>>”. L’autore avrebbe fatto meglio a controllare l’esistenza in latino di studiare ed a citare il Rohlfs al cui trattamento del lemma salentino deve senz’ombra di dubbio tutto quello che ha aggiunto; a dire il vero l’ombra del dubbio rimane, visti i precedenti, sull’esistenza del vicentino stogiare che, tra l’altro, è assente nel Dizionario vicentino.italiano di Giulio Nazzari, Bianchi, Oderzo, 1876 ed in quello di Luigi Pajello, Brunello e Patorio, Vicenza, 1896.

Per quanto riguarda il napoletano stojare ecco alcune testimonianze letterarie:

Giovan Battista Basile (1566-1632), il Pentamerone, overo lo cunto de li cunti, trattenemiento de li peccerille,  Lo catenacio.Trattenemiento IX de la jornata II: … perzò quanno lsa sera te vaje a ccorcare, e bene lo sdchaiavo co lo sciaacqua dente, e tu decennole che te piglòia na tovaglia pe te stojare lo muso, jetta destramente lo vino da lo becchiero, azzò puozze stare scetata la notte …

Gian Battista Lorenzi (1721-1807), La luna abitata, atto I, scena XII:

Verticchio Per la bile, o gioie belle, io qui vado a campanelle e mi voglio fa’ stojar.

Cintia Lascia pur che di mia mano io ti terga quel sudor.

 

Quanto all’etimo di stojare, nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, Porcelli, Napoli, 1789 è fatto derivare dal latino extergere. Peccato che nemmeno il più spinto bizantinismo filologico sarebbe in grado di spiegare tale etimo sul piano fonetico (su quello semantico non vi è alcun problema in quanto extergere significa pulire ed è composto dalla preposizione ex con valore intensivo (partendo da quello originario di allontanamento) e dal verbo tèrgere, che, in composizione con la preposizione de ha dato vita al gemello detèrgere, dal quale, tale e quale, la voce italiana. Ho l’impressione che i Filopatridi si siano lasciati condizionare dall’affinità semantica e da alcuni fonemi in comune, ahimè troppo pochi.

Tornando a stusciare ed al suo etimo non posso omettere di citare due salentini che mostrano di non condividere l’opinione del Rohlfs,

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese italiano, Capone, Cavallino, 2010) si tratta di un incrocio tra strusciare e asciugare. Uno dei fenomeni più pericolosi della filologia è proprio l’incrocio. Quello qui proposto è senz’altro suggestivo per la sua congruità semantica (lo stusciare comporta propiro un movimento quasi sincrono di frizione della superficie e di assorbimento) ma è poco compatibile constojare che è l’attestazione scritta più antica che si conosca e che per questo dovrebbe essere la forma più vicina a quella originale.

Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/stusciare.html) “potrebbe essere collegato al verbo spagnolo estrujar=strizzare, spremere”. Quel “potrebbe” la dice lunga sui dubbi legittimi dell’autore della proposta, imperniati, probabilmente,  non tanto sulla –t– in meno quanto sui contatti labilissimi tra il significato della voce spagnola e quello della voce salentina. Aggiungo a tal proposito che estrujar è da un latino *extorculare, formato dalla preposizione ex e da torculare (attestato nel latino medieovale), che è dal classico torculum=frantoio, torchio.

A differenza di Verticchio non ho nessuno che mi deterga il sudore, per cui, mentre resto in attesa del vostro graditissimo riscontro, provvedo da solo …

Dialetti salentini. Canìgghia (crusca)

di Armando Polito

* Nerinu, sbrìgati a mangiare  quelle belle crocchette alla crusca che ti ho preparato apposta, perché è ora che andiamo al mare!queddhe beddhe crocchette alla canìgghia ca t’aggiu priparatu ‘mposta, ca ggh’è ora cu ssciamu a mmare!

** (Traduzione dal miciese in dialetto neritino e da questo in italiano): Ce mm’ha scangiatu pi’ ccane? Màngiatile te e a mmare va mmènate sulu! (Mi hai scambiato per un cane?Mangiatele tu e vai a mare a buttarti da solo!)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la vignetta è un fotogramma tratto da un’animazione che per limiti di occupazione di memoria imposti dal blog non ho potuto qui inserire, ma che da oggi è visibile da chiunque lo voglia sul mio profilo Facebook (è aperto a tutti).

Le parole sono come noi: nascono, crescono, generano figli. Questi ultimi sono i derivati, non l’infernale strumento finanziario che tanti danni ha prodotto ma quelle parole che hanno in sé la radice della parola primitiva e grazie a lei  si assicurano la sopravvivenza anche quando essa non è più in uso. Già, perché anche le parole sono destinate prima o poi a morire, soprattutto quando esse designano non tanto un sentimento quanto un oggetto, un prodotto, qualcosa di concreto insomma, non più in uso. A questo destino non si sottraggono le parole dialettali ma a volte esse pagano un doppio tributo rispetto alla lingua nazionale, nel senso che, dopo una vita condotta in un’aureola di inferiorità, debbono assistere inermi, mentre muoiono, alla sopravvivenza della corrispondente parola in lingua. È questo il caso di canìgghia, nome salentino della crusca. Quest’ultima sopravvive (anzi, come dirò a breve, prolifera e dal 1583 ha dato il nome alla celebre accademia), quella è comprensibile, ormai, solo dai più anziani, perché le generazioni più giovani hanno perso, non certo per loro colpa, la consapevolezza storica del termine. Oggi la crusca trova largo impiego in erboristeria con il recupero di impieghi antichi (per esempio: impacchi contro la sciatica), nella cosmesi (saponi e maschere tonificanti) e in campo alimentare nella preparazione del pane; ma ancora in erboristeria è disponibiile la versione sintetica (in duplice senso, tenendo conto dei prodotti OGM …), in pillole. Infatti non solo la fibra che consente l’accesso veloce alla rete è diventata indispensabile, ma anche quella che consente il corretto espletamento della funzione intestinale. La crusca è tutta fibra e poiché quella vegetale è, come quella ottica, di moda (una volta tanto dico giustamente …), il pane fatto con essa  ha un costo superiore rispetto a quello comune. è quello che si dice un prodotto di nicchia, o quasi.

E pensare che perfino nel mondo contadino di una volta, quello in cui nulla si buttava, la canìgghia trovava il suo uso prevalente nella preparazione del pastone per gli animali del pollaio e per i cani. Infatti, tanto per cambiare, canìgghia è dal latino *canìlia, aggettivo neutro plurale sostantivato (che alla lettera significa cose per cani) costruito su canis=cane come da ovis=pecora si è sviluppato il neutro sostantivato (questa volta singolare) ovile, da cui  è, tal quale, la voce italiana. Chissà se qualche cane (considerato, non so se a torto o a ragione, più intelligente della gallina; ma più di qualcuno di noi umani certamente lo è …) conserva ancora in qualche gene il sapore dei pastoni a base di crusca dei suoi antenati o tutto è stato cancellato dai croccantini e bocconcini imperversanti sul mercato …

Comunque sia, mentre crusca continuerà a celebrare i suoi fasti e l’omonima accademia sarà sempre più impegnata in un’operazione non tanto di purismo linguistico in senso stretto, come in passato, ma di sbarramento all’asfissiante, provinciale ed idiota anglofilia da cui l’italiano è sempre più affetto ed afflitto, canìgghia sarà destinata a cadere, per i motivi già detti, nel dimenticatoio, non solo nel suo significato di base, ma anche in quello metaforico di forfora che assume il suo diminutivo canigghiola (scòtulate2 la canigghiola ti lu collettu=scuoti la forfora dal colletto; ricordo che il latino furfur, da cui l’italiano forfora, significa crusca e forfora), il che equivale alla morte non solo del crudo, concreto valore semantico, ma anche di quello evocativo, per certi aspetti più profondo, della poesia.

Ancor più condannata all’estinzione appare (anche per la pigrizia che sembra essersi impossessata del cervello di tanti …) la voce in locuzioni del tipo cce ttieni intr’alla capu, canigghia? (che hai nel cranio, crusca?). Così anche certe iniziative meritorie, pur nel loro dilòettantismo, a favore del dialetto che sfruttano questo o quel social network, dopo un momento di iniziale euforia, si spengono lentamente, nel senso che vien meno la collaborazione degli utenti, anche se i contributi pregressi restano visibili.

Nella realtà nazionale spicca il caso di Dialettando.com (http://www.dialettando.com), in quella salentina Accademia della canigghia (https://www.facebook.com/groups/45084158583/).2 Non è per campanilismo (sia pure parziale perché l’interessato vive a Nardò ma è nato a Galatone) che sento il dovere di far presente che la creazione di questa sorta di parodia onomastica è già nel sottotitolo (Le sorprendenti vite degli accademici della Canigghia) di Con decenza parlando di Pasquale Chirivì, Kurumuni, Calimera, 2010.

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1 Per l’etimo di scutulare vedi la nota 8 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/17/sul-termine-naca-la-culla-dei-nostri-avi/

2 Lo stesso è per altri siti con lo stesso nome, perché evidentemente nel dialetto locale pure lì crusca è canigghia; ad esempio, per la Locride: https://www.facebook.com/pg/Accademia-della-Canigghia-Locride-466595136763810/posts/?ref=page_internal 

Suzzu: dalla culinaria alla persecuzione e viceversa

di Armando Polito

Probabilmente le metafore tratte dal mondo animale sono le più numerose, certamente più numerose di quelle ispirate dal cibo e dalla sua preparazione. Di queste ultime fa parte il salentino suzzu, che ha il suo esatto corrispondente nell’italiano solcio, che deriva dal franco *sultja (da cui il francese antico souz, il tedesco antico sulza e quello moderno Sülze). Il solcio è una specie di salamoia e, per estensione, ogni salsa destinata a rendere adatto al consumo un prodotto dopo qualche giorno e nello stesso tempo a  facilitarne la conservazione. Nel suo significato originario, quello culinario, suzzu trova applicazione in ricette, come i turdi allu suzzu proposti da Massimo Vaglio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/10/autunno-tempo-di-tordi/.

L’uso metaforico è limitato a locuzioni del tipo m’ha mmisu allu suzzu (mi ha messo sotto pressione), azione che nella sua forma più pesante s’identifica con una vera e propria persecuzione, quella che chi parla bene oggi chiama stalking.  Il caso ha voluto che questa parola derivi da to stalk che significa camminare furtivamente, come fa il cacciatore che tende un agguato. E così, siccome il cacciatore evoca i tordi, siamo tornati per pura combinazione al percorso inverso, dalla persecuzione alla culinaria …

Personaggi salentini: Guido Melle e la sua trance medianica al pianoforte

di Gianfranco Mele

 

Guido Melle, di Sava (TA) in paese detto “Don Guido”, era noto, oltre che come medico, per la sua passione per l’occulto e l’esoterismo. Galantuomo d’altri tempi, aveva fama di medium. Non faceva mistero di questi suoi interessi, difatti accettava di buon grado di parlare con chiunque delle sue ricerche in campo occultistico e medianico.

Per noi ragazzi, attratti da tutto ciò che era ricollegabile all’esoterico e all’ignoto, Don Guido era un personaggio particolare, misterioso, in un certo senso carismatico, per cui diverse volte, tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, con pretesti diversi, andammo a fargli visita. Ci accoglieva sempre, dopo averci ben scrutati e interrogati sui motivi delle nostre richieste, e sulle nostre intenzioni. L’ultima volta che andai a trovarlo fu nel 1983 (Don Guido aveva già 71 anni), stavolta non per curiosità fine a se stessa, ma in occasione di una ricerca sulla magia contadina, e in particolar modo sul tema del malocchio, argomento assegnatomi dal mio professore nell’ambito di un seminario-ricerca del programma di Antropologia istituito nell’ ambito della facoltà di Magistero dell’ Università di Urbino. Don Guido mi fornì una spiegazione stringata e “tecnica”: “il malocchio esiste! Ne sono portatori persone particolarmente sfortunate, o risentite o invidiose, che pertanto hanno accumulato energia negativa e di conseguenza la diffondono all’esterno o nel loro ambiente”. Non mi sembrò particolarmente interessato all’argomento (difatti si occupava d’altro) e concludemmo con poche altre informazioni. Per di più, dovetti escludere questa intervista dal mio report finale, in quanto il target tassativamente imposto dal professore era costituito da anziani di estrazione contadina, addentrati nelle pratiche e/o nelle credenze sul malocchio, con esclusione, appunto, sia di uomini e donne di estrazione sociale diversa, che di studiosi e cultori “professionali” di scienze occulte. In quella e in altre occasioni, Don Guido si soffermò più che altro (senza lasciarsene pregare) a parlare delle sue esperienze di medium e di “ricercatore” nell’ambito del paranormale e dello spiritismo. Ciò che ricordo di queste visite in particolare, sono le “registrazioni delle voci dei morti” (metafonia secondo i cultori di questa singolare e per me bizzarra e improbabile pratica) che Don Guido custodiva gelosamente, e che ci fece ascoltare, tirando fuori un vecchio registratore a bobine, con la solennità di chi   sta facendo dono e dimostrazione di un documento prezioso ed eccezionale. Altra cosa che ci mostrò a testimonianza dei suoi contatti con il paranormale, fu una foto che lo ritraeva giovane, quando era un ufficiale di marina, nella quale lui era convinto che fosse stata immortalata dall’obiettivo, sullo sfondo, una presenza misteriosa, uno “spirito” (che, per la verità, io faticavo a vedere). In occasione di una mia ulteriore visita con una mia coetanea, sua frequentatrice in quanto appassionata anche lei di esoterismo, assistetti ad una ulteriore performance: Don Guido traeva il “fluido” dalla mia amica abbracciandola e stringendola a sé. Capii che era un rituale di prassi, ma non so altro in merito a tale questione del “fluido”. Tuttavia, la chicca del suo repertorio erano le sue suonate al pianoforte, “guidate” da una misteriosa entità. Per due o tre volte, nel corso di queste mie visite, potei assistere a questa singolare esibizione. Lo scenario era lo stesso di quello che ho raccolto in una serie di articoli o stralci di libro che cito più avanti: Don Guido che, in una sorta di trance, e, a suo dire, ispirato da forze misteriose, si metteva a suonare il piano lasciandosi guidare da queste entità sul come e dove posizionare le mani sulla tastiera. Le premesse, le ricordo – nei suoi racconti di cui fui diretto testimone – articolate e dense di particolari, mentre la performance aveva delle varianti rispetto a come è raccontata nei passi che riporterò a seguire: mentre ad esempio, nel racconto di Mancigotti, Don Guido pone sul pianoforte la foto della figlia trapassata dello stesso Mancigotti, insieme ad un libro di parapsicologia, nelle esibizioni in mia presenza poneva la statuetta di un angelo, che toccava e sfregava prima delle esibizioni.

La premessa-spiegazione all’esibizione, che il medico ci forniva, era la seguente:

una notte, gli era apparso in sogno una sorta di putto, un bimbo paffutello e dai capelli dorati e riccioluti, che lo stesso Guido ci indicò come incredibilmente somigliante ad un bambino del paese (che si distingueva proprio per il suo singolare aspetto da piccolo angioletto) che abitava a poca distanza da lui, in via Roma. Questo bimbo si presentò a Guido come “Il Cherubino delle Armonie Celesti” e gli disse: “ora alzati dal letto e vai a suonare il pianoforte. Da questo momento tu sarai guidato da me, le tue mani si muoveranno sul pianoforte tracciando delle melodie che tu eseguirai ogni volta che puoi, con il fine di aiutare i bambini bisognosi: terrai concerti, e il ricavato sarà devoluto per aiutare questi bambini”. Così fece Guido, si recò al pianoforte e si mise a suonare, nel cuore della notte; ne uscì fuori una musica celestiale (ci raccontava lui), tanto che la moglie si svegliò di soprassalto, si avvicinò incantata a Guido e lo ascoltò rapita, e in lacrime, tanto sublime era la melodia che fuoriusciva dalla tastiera.

Sava, Casa Melle

 

Poichè Guido era in grado, ogni volta che lo volesse, e sfregando la statuetta, di ripetere a suo piacimento la prodigiosa performance, usava farlo anche a scopo dimostrativo e indipendentemente dai concerti che avrebbe dovuto tenere. Così, la replicò anche davanti a noi quando andammo a trovarlo, per mostrarci il dono ricevuto dall’ Angelo delle Armonie Celesti. Francamente, in quelle due o tre volte che fui spettatore dell’evento, la mia impressione fu sempre la stessa: mi trovavo di fronte ad un discreto musicista, non professionale, che aveva però un buon orecchio e la dote e il gusto dell’improvvisazione. Nulla di trascendentale o particolare (almeno per me e secondo le mie impressioni), se non nella suggestiva e rituale atmosfera che don Guido sapeva costruire. Certo, non aveva l’aria di un mentitore o di un imbonitore, don Guido: pareva sincero, e sicuramente lo era, in quanto lui, a tutto questo, ci credeva e aveva speso, del resto, la sua vita e le sue energie nella ricerca e nella dimostrazione (agli altri e a sé stesso) della possibilità della comunicazione con l’aldilà e con entità soprannaturali. Nelle suonate di Guido io non vidi Debussy o Listz o Schubert e quant’altri, e nemmeno ne fui rapito ed estasiato come ne sono rapiti ed estasiati i suoi amici o colleghi cultori di parapsicologia e spiritismo che lo celebrano nei passi che cito a seguire. Devo aggiungere che, sebbene nelle varie recensioni sia specificato che lui non aveva mai suonato il pianoforte né aveva tecnica o preparazione alcuna, sta di fatto che una sia pur minima familiarità con lo strumento, Guido – a mio avviso – doveva avercela, avendolo in casa (un bel pianoforte peraltro) e provenendo da un ambiente affatto digiuno di musica. Passiamo ora ad elencare le recensioni.

Il periodico Gente del 5 settembre 1996 dedica a Guido Melle un articolo, intitolato: “Debussy dall’ aldilà mi aiuta a suonare il piano”. Uno stralcio di questo articolo è riportato da un’ inchiesta del C.I.C.A.P. presente anche sul web:

Guido Melle, 84 anni- chirurgo in pensione, da vent’anni riesce a improvvisare straordinari concerti al pianoforte, ma sostiene di non conoscere la musica. «Una mattina – racconta – mentre mi trovavo ancora a letto vidi un bambino di circa dodici anni fermo sulla porta della mia camera. (…) “Sono l’angelo delle armonie celesti” mi disse – e sono venuto per affidarti un incarico importante. Hai sempre aiutato i bambini poveri e ammalati che conosci. Ebbene ora aiuterai anche quelli che non conosci, tenendo concerti di pianoforte per beneficenza. Adesso, quando decido di suonare, sento una forza misteriosa penetrare dentro di me. Resto perfettamente cosciente, ma sento di essere dominato da una presenza estranea. Ritengo che sia lo spirito di Debussy che prende possesso del mio corpo e suona con le mie mani. Lo sento infatti come se fosse vicino a me.1

Laura Guerra Rascio, personaggio dedito all’occulto, racconta del “I Congresso di Parapsicologia” tenutosi a Napoli nel 1983, dove ha occasione di incontrare Guido Melle:

“In quella occasione, conobbi ed ascoltai suonare al pianoforte il caro amico dott. Guido Melle, Uff. Medico di Marina, che aveva il dono che, oggi, chiamerei “metamusica”, perchè, pur non avendo alcuna cognizione di note e di spartiti, quando appoggiava le sue mani sulla tastiera, in un leggero stato di allocoscienza, realizzava musiche molto simili a quelle di Listz, Schubert, Chopin. Lo incontrai poi, tante altre volte, in tanti altri congressi, ed ebbi l’onore di riceverlo a casa mia, con immensa gioia, perchè era una persona gentile, colta, umana, esente da protagonismo tanto in voga oggi. Anche i miei figli ne furono conquistati, e mio marito, che lo ricorda con stima e simpatia” 2

La storia di Guido Melle “novello Debussy” è presente in un altro libro, che non sono riuscito a reperire, dal titolo “A colazione con E.T., esperienze paranormali di persone famose”, il cui autore è Renzo Allegri (1988). il libro viene citato però da Lida Russo, che nel suo “La vita è un soffio, la morte è vita”, riprende la descrizione della storia e dell’esperienza di Guido Melle:

Al congresso di Cattolica del 1989, il dottor Mario Mancigotti presentò ai partecipanti il dottor Melle, che, al pianoforte, eseguì un pezzo di musica classica, spiegandoci come era arrivato a conoscere quel motivo. Il dottor Melle confessò di non aver mai suonato il pianoforte, tantomeno musica classica.

Registrai quel motivo di venerdi e, riascoltandolo, la musica si udiva limpida, come il dottor Melle l’aveva eseguita.

Il giorno seguente giunsero altri congressisti, e il dottor Melle eseguì il solito motivo, che io di nuovo incisi su nastro.

La sera, quando riascoltai la bobina, tra le meravigliose note, trovai incise queste parole: Mamma, ci siamo tutti.

Il pianoforte non era più il solo strumento a suonare, ma era accompagnato da un’intera orchestra con molti strumenti e da un allegro rintocco di campane.

Passato un anno, ci ritrovammo tutti a Cattolica, per un nuovo congresso, e feci ascoltare la sinfonia a molti presenti. Quando la musica finì, mi si avvicinò una signora, che si qualificò come musicista e si dichiarò entusiasta di ciò che aveva udito. A rendere ancor più belle quelle note era la loro natura celestiale.” 3

 

Lida Russo inserisce in queste pagine del suo libro una nota biografica di Guido Melle, scrivendo:

“Guido Melle è un medico chirurgo pugliese, abitante a Sava, in provincia di Taranto. Nel 1975, una mattina, prima del risveglio, ebbe la visione di un angelo che lo invitò a tenere concerti per i bambini poveri ed ammalati. Da allora, pur non avendo mai studiato armonia e tecnica pianistica, egli tiene spesso concerti, improvvisando musiche al pianoforte che vengono giudicate, dagli intenditori, straordinarie. Si ritiene che le sue mani siano guidate sulla tastiera dallo spirito del grande musicista francese Claude Debussy. Il caso Melle di “musica medianica” è probabilmente l’unico del genere. Renzo Allegri gli ha dedicato un intero capitolo del suo libro “A colazione con E.T. (1988)”. 4

In un libro del 1990 parla di Guido Melle anche tal Mario Mancigotti, cultore di medianità, scrivendo:

Automatismi: sono così denominate quelle manifestazioni paranormali di sensitivi che, pur non possedendo capacità artistiche acquisite, sono in grado, quasi fossero ispirati o guidati da entità trapassate, di eseguire in stato di coscienza vigile, in semi-trance o in trance, elaborati di alto valore formale e contenutistico nel campo della: Pittura […], Musica, come le stupende sonate per pianoforte eseguite da Guido Melle di Sava (Taranto) ispirate da grandi compositori del passato come Debussy ed altri; Scrittura […]. “ 5

 

Più avanti il Mancigotti dedica un capitolo intero a Guido Melle, dal titolo “Una musica celestiale per noi”. Mario Mancigotti e sua moglie Luisa son convinti di essere in contatto con lo spirito della loro figlia Daniela, morta prematuramente. In questa storia di “contatti con l’aldilà” si sarebbe inserito il Melle.

Mancigotti scrive:

“Il caro amico Guido Melle di Sava (Taranto), il noto medico che pur non avendo studiato musica né tanto meno la tecnica pianistica ha il dono carismatico della “musica ispirata” (si tratta di una forma misteriosa di automatismo al pari della pittura o della scrittura e del disegno medianico), si pone davanti alla tastiera del suo pianoforte, ponendo sul leggìo la fotografia di Daniela ed il libro “Oltre il tunnel”.

Ne sboccia d’incanto una musica davvero celestiale che sono in grado di ascoltare con commozione profonda quando mi giunge il dono prezioso della cassetta incisa.

Al termine del brano musicale Guido ha registrato queste parole: “Miei cari Luisa e Mario, se Daniela si farà viva con la sensitiva vi prego di salutarmela e chiederle se è stata lei ad ispirarmi la musica. Il brano è unico, non c’è copia e potete farne l’uso che volete. Spero che sia un altro dei ponti che più saldamente servirà a ricongiungervi con la diletta figliola. Vi abbraccio, Guido Melle”.

21 e 22 settembre. Sono trascorsi appena cinque giorni; sto attendendo la visita del noto giornalista Renzo Allegri per un servizio su “Gente”, ed ecco che Daniela così si esprime: “Cara mamma, mi senti poco perchè tu sei stanca e la tua mente è l’organo più sensibile; cerca di riposare e impara a ricevere ogni persona, ogni fatto, ogni contatto con il distacco necessario”.

Luisa domanda: “Dani, ieri mi è stata recapitata una cassetta registrata da Guido e mi ciede una tua conferma”; la conferma giunge immediata.

Caro Guido, cari genitori, è facile attribuire ad un genio una bella musica ma questo brano è un condensato, una elaborazione dell’amore che irradio verso di voi, il concorso di Debussy c’è, perchè voi sapete che io mi sono solamente limitata ad una breve prova con la chitarra. Cara mamma, so con quanta nostalgia ricordi quelle brevi esibizioni ma ho visto con quanta nostalgia e commozione hai ascoltato il brano di Melle; tienilo caro, io mi sono inserita con tutto il sentimento che nutro per voi, per tutti voi che non avete una vita facile ma più che per voi pregate il Signore per tutti coloro che soffrono in ogni parte della terra sottoposta ad ogni genere di ludibrio. Guardate lontano, il punto più lontano, pensando che di lì si diparte la serenità, la perfetta comunione di tutti i fratelli in Cristo, la speranza di una giustizia vera con la spiegazione delle vostre sofferenze che oggi non potete capire appieno”. 6

Ma il Mancigotti dedica a Guido Melle anche il capitolo succesivo del suo libro, dal tiutolo “Appare alla mamma”, narrando della visione della figlia Daniela morta:

“Ritengo opportuno riportare un episodio di eccezionale valore collegato a questo brano musicale, a me tanto caro. Se veramente in esso c’è l’estro di Claude Debussy, ebbene questa volta egli ha superato se stesso. Quante volte ho riascoltato il celebre “Chiaro di luna” o il “Notturno” in re bemolle maggiore o qualche preludio del celebre compositore parigino, ma nessuno di essi mi procura una emozione, un brivido estatico come questo.

Bene, una sera dell’inverno 1987 resta con noi a cena una giovane coraggiosa signora di Trento, Luciana G., la quale si trova sola a Milano per assistere il marito Franco, in stato di coma da oltre un anno e mezzo a causa di un banale incidente stradale, ricoverato al Policlinico milanese per un intervento chirurgico. Ella ci ha conosciuto attraverso la lettura del libro ed è diventata una cara amica.

Dopo cena ci riuniamo nello studio, che era una volta la cameretta di Daniela ed ora è il posto di raccoglimento, di preghiera, di sperimentazione metafonica, di ascolto di musica. Propongo di fare ascoltare a Luciana la musica di Melle.

Io sono al centro rivolto verso il registratore ed ho alla mia destra Luisa e alla sinistra Luciana; alle mie spalle si trova il lungo tavolo fratino sul quale è posta la fotografia di Daniela, quasi protetta da un massiccio mezzo busto del Cristo, intagliato, in modo stupendo in un pezzo di ulivo bruciacchiato, da un contadino-scultore siciliano.

Inizia l’ascolto della musica, ma mi avvedo che Luisa è distratta da rumori e guarda dietro di me; anche Luciana avverte strani rumori.

Agli occhi di mia moglie – come lei stessa poi ci riferirà – appare, come appoggiata al tavolo, con una gamba accavallata all’altra, la visione improvvisa di Daniela.

Si visualizza dai piedi fino alla testa e poi, viceversa, scompare dalla testa ai piedi; l’apparizione è durata pochi istanti, ma sufficienti per rendere radioso di felicità il volto di Luisa.

Era lì, accanto a noi, ad ascoltare la sua musica ed ha voluto darcene una prova così tangibile.” 7

 

L’ esperienza di Guido Melle è citata anche in un altro testo del settore, “Magia astrologica da Ermete a Cecco d’Ascoli e da Cecco d’ Ascoli a Campanella” , a cura di Anna Maria Partini e Vincenzo Nestler. Qui, si fa riferimento alla sua “musica medianica” come rimedio terapeutico: lo stesso Melle, in quanto medico, ne avrebbe verificato potenzialità risanatorie. 8

Il Melle è citato inoltre in diversi altri testi che si occupano di esoterismo, e recensioni e articoli appaiono in numerosi quotidiani e settimanali degli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

 

Concludo il ricordo di questo singolare personaggio con un simpatico aneddoto: in una delle nostre visite a don Guido, se pure noi avevamo fondamentalmente un sincero rispetto e stima del personaggio, non si può dire che palesavamo (per il semplice fatto che non la avevamo) una totale adesione alle sue convinzioni. Dovette, forse, cogliere nei nostri occhi o nel nostro atteggiamento un certo scetticismo, che, in particolar modo nel sorrisetto accennato sul labbro di uno di noi mentre ci congedavamo, poteva anche apparire sarcasmo. Così, accadde che in coincidenza con il momento in cui varcavamo la soglia di casa per uscire, e nel momento dei saluti, si verificò quel fenomeno atmosferico noto con il nome di sabbia del deserto: la vista di quella sorta di “pioggia di terra”, a cui non eravamo affatto abituati, e per di più in coincidenza con la visita a Don Guido, ci impressionò, assunse in quel contesto un significato particolare, e provocò in noi un sussulto e uno sgomento che l’anziano medico dovette cogliere, e che utilizzò per ammonirci: “ragazzi, non prendetevi mai gabbo di queste cose”, in riferimento a tutto ciò di cui avevamo parlato e che ci aveva mostrato poco prima.

1 “Gente”, 5 settembre 1996, cit. in: https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=274607

2 Laura Guerra Rascio, Napoli chiama, il Cielo risponde. Storia di una vita e una ricerca, Lettere Italiane, Guida Editore, 1999, pag. 28

3 Lida Russo, La vita è un soffio, la morte è vita. Messaggi e segni della dimensione dello spirito”, Hermes Edizioni, Roma, 1999, pp. 20-21

4Ibidem

5 Mario Mancigotti, Carezze di Dio, Hermes Edizioni, Roma, 1990, pag. 18

6Ibid., pp. 31-32

7Ibid., pp. 33-34

8Anna Maria Partini, Vincenzo Nestler, Magia astrologica da Ermete a Cecco d’Ascoli e da Cecco d’Ascoli a Campanella, Edizioni Mediterranee, Roma, 1983, pag. 96

Scuscitatu, Con decenza parlando …

di Armando Polito

Premesso che si capirà alla fine l’iniziale maiuscola della preposizione del titolo, dico che, se Renzi fosse stato salentino e avesse voluto rivolgersi a Letta con la fatidica frase ormai passata alla storia (stai sereno!) nella sua traduzione dialettale, gli avrebbe detto statte scuscitatu! Qui non starò a discettare sulla buonafede o meno dell’espressione salentina rispetto a quella immortalata in italiano (tutto il mondo è paese …), ma scuscitatu merita un approfondimento, anzitutto per le sue nobili origini e poi per il suo uso originale, direi controcorrente. Scuscitato, intanto, nasce dal latino excogitatu(m), participio passato di excogitare (che significa trovare pensando), formato dalla preposizione ex che significa lontano da e da cogitare (che significa pensare). La preposizione ex accoppiata, come nel nostro caso,  ad un verbo può avere valore intensivo o, al contraio, privativo.

In excogitare il valore di ex è chiaramente intensivo (alla lettera sarebbe pensare fuori dalla norma, tant’è che da esso è derivato l’italiano escogitare, che concettualmente suppone uno sforzo mentale non comune. Questa originaria ex in italiano si è evoluta in es- (come, appunto in escogitare), ma anche in s-: per esempio: stendere, che è dal latino extendere o scavare che è dal latino excavare. Oltre al valore intensivo ex in composizione con i verbi può avere pure un valore privativo, che è l’esatto contrario di quello intensivo: excommunicare, da cui l’italiano scomunicare o explicare (alla lettera togliere le pieghe) da cui gli italiani esplicare e spiegare.

Ricapitolando: l’italiano escogitato presenta es- con valore intensivo. E il dialettale scuscitatu? La sua s- ha valore chiaramente privativo (scuscitatu vale come senza pensieri, senza preoccupazioni), perciò la sua s- ha valore privativo, cioè l’esatto contrario rispetto alla voce italiana perfettamente corrispondente dal punto di vista formale. Questa divaricazione tra dialetto e lingua nazionale pone serie difficoltà di traduzione, come nel nostro caso  perché sarebbe impossibile rendere scuscitatu con escogitato senza incorrere in effetti comici simili a quelli in cui ancora oggi va incontro l’italianizzazione di parole dialettali da parte di gente incolta (e non solo …), insomma quello che è stato il vasto campo di ispirazione di Nino Frassica e prima di Totò e prima ancora di Plauto.

Colgo l’occasione per ricordare come ben consapevole di questi problemi di dialetto>”italianese” si mostra Pasquale Chirivì nella prefazione del suo Con decenza parlando, Kurumuny, Calimera, 2010, un lavoro notevole, la cui ricchezza documentaria, fra l’altro, meriterebbe (al di là dell’intento umilmente dichiarato dell’autore) un’integrazione di natura scientifica, magari con un’appendice integrativa in cui i singoli vocaboli dialettali “intraducibili” o soggetti ad equivoco (come scuscitatu) trovino ospitalità alfabetica (avrei fatto più presto a parlare di glossario …) per consentire un immediato riscontro, volendo anche di carattere comparativo, con gli approfondimenti locuzione per locuzione fatti dall’autore, conservando, cioè, l’agile ed accattivante impianto originale (l’ideale per una prima lettura) e riservando al glossario il compito di registrare annotazioni di ordine linguistico e non, a corroborare quanto già volta per volta presente al fine di soddisfare la curiosità del lettore (anche non salentino …) più esigente e proporre, nei limiti del possibile, la risposta a domande che la lettura del testo principale potrebbe aver suscitato nel lettore non disposto a starsene … scuscitatu.

Un altare ligneo barocco nella chiesa del SS. Crocifisso a Latiano

di Domenico Ble

 

A Latiano all’interno della chiesa del SS. Crocifisso possiamo ammirare una macchina d’altare lignea, realizzata nel 1697.[1]

In basso al centro è posizionata la mensa d’altare e al disopra dietro al tabernacolo è collocata la tela raffigurante l’Addolorata e sopra trova posto l’edicola al cui interno sono conservati i reliquiari con all’interno un frammento della Santa Croce e della Santa Spina.

A sinistra è posizionata la tela raffigurante San Giovanni Evangelista, mentre a destra quella raffigurante Maria Maddalena, al di sotto di queste due tele sono collocate le porte di accesso alla sagrestia. La decorazione ad intaglio fu realizzata nel 1707 da Oronzo Garafa di Lecce.[2]

 

Le due tele raffiguranti San Giovanni Evangelista e la Maddalena sono del pittore mandurese Diego Oronzo Bianchi, queste risalgono ai primissimi anni del XVIII secolo, possono essere associate a questo pittore in quanto due iconografie simili, più tarde nella realizzazione, sono presenti nella chiesa dell’Immacolata.

L’altare ligneo è impostato sulla parete di fondo della cappella, risaltando per le sue decorazione dorate. Lo spazio che lo caratterizza è diviso in tre parti dalle quattro colonne tortili sormontate da capitelli corinzi; al disopra ritroviamo il fregio aggettante all’altezza dei capitelli e decorato all’interno con linee curve. Sulla cimasa, all’estremità di destra e di sinistra, ricorre la decorazione a volute con in mezzo delle piccole urne sormontate da delle lingue di fuoco, mentre al centro troviamo la tela raffigurante Dio Padre racchiusa in una cornice.

In linea con il gusto dell’epoca, tipicamente barocco, i suoi motivi decorativi richiamano quelli di diversi altari delle numerose chiese di Lecce, città innovatrice e ispiratrice per le arti nel corso del XVII e XVIII secolo.

 

[1] S. Settembrini, Il culto del SS. Crocifisso a Latiano. Storia e tradizioni, Italgrafica Edizioni, Oria 1996, p. 21.

[2] Ibidem…

Ggimentu, gimmientu e ggimintare

di Armando Polito

L’etimologia fa vivere le esperienze più bizzarre e cantonate memorabili. Per esempio: chi sarebbe disposto ad accettare che la voce italiana territorio non derivi da terra e, al contrario che ci siano rapporti tra cemento, cimento e cimentare, cioé le tre voci italiane perfettamente corrispondenti a quelle neretine del titolo? Sulla tutt’altro che probabile derivazione di territorio da terra do appuntamento al lettore interessato sul mio profilo Facebook (aperto a tutti) per uno dei prossimi giorni, mentre per quanto riguarda cemento, cimento e cimentare dirò brevemente che cemento deriva dal latino caementum (deverbale da caedere=tagliare, fare a pezzi), che significava pietra da costruzione, ma anche malta. Cimentare, invece, deriva da cimento (variante di cemento) nel significato antico di mistura per saggiare i metalli preziosi, da cui il significato di cimentare (usato riflessivamente) sinonimo di mettersi alla prova. La voce salentina ggimintare (da cui gimmientu col significato di provocazione e, con vocalismo diverso in funzione di differenziazione semantica, ggimentu col significato di cemento) ha un uso anche non riflessivo col significato di provocare in espressioni del tipo no mmi ggimintare (non provocarmi) e nel proverbio Arata e trairsata ole la terra, amata e ggimintata ole la tonna, del quale mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/17/ggimentu-e-ggimintare-dalla-speculazione-edilizia-alle-molestie/ in un post del quale quello di oggi può essere considerato integrazione. E di questo debbo essere grato al professor Federico La Sala, il cui commento ad un mio post piuttosto recente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/06/19/sternatia-un-indovinello-in-griko/) mi ha consentito di aggiungere quanto segue.

Il professore, infatti ricordava che a p. 9 della raccolta del Morosi da cui avevo tratto l’indovinello in griko oggetto del post stesso, si legge ua preghiera infantile. La riporto in formato immagine.

Il testo in griko presenta vocaboli romanzi (quelli che lo stesso raccoglitore ha posto in corsivo) che manifestano una già avvenuta contaminazione tra le due lingue (in scampèfsu, parentu e cimentu il fenomeno coinvolge una sola parola con la radice romanza da una parte e la desinenza grika dall’altra), contaminazione piuttosto strana, perché, al di là dell’evocazione quasi da litania insita nella rima tra parentu e cimentu, il fenomeno sarebbe giustificato solo se non esistessero corrispondenti in griko di queste due voci. Io, ho avuto occasione di dirlo più di una volta,  non conosco il griko; e, allora, qualcuno mi può aiutare? intanto, perché anche il lettore comune possa cogliere i punti in comune, do di seguito la mia traduzione in greco classico.

Τὸν Χριστὸν τὸν θέλω ἐγὼ διὰ κύριον,

τἠν Madonna τἠν θέλω ἐγὼ διὰ μάμμαν,

τὸν ἄγιον Giseppo ἐγὼ διὰ ἀδελφὸν,

τοὺς ἀγίους ὅλους τοὺς θέλω διὰ parentους,

ἵνα με scampωσι ἐξ’ὅλου τοῦ cimentου.

Lo scultore Eugenio Maccagnani in un ritratto di Luigi Pellegrino

di Armando Polito

Gli artisti citati nel titolo sono entrambi salentini ed entrambi nacquero a Lecce. Dello scultore mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/12/magliani-agostino-detto-tino-e-la-sua-medaglietta-la-ferrovia-tra-brindisi-e-taranto-lho-portata-io/, link al quale rinvio. Qualche parola va, invece, detta per Luigi Pellegrino. Nato nel 1905.  Si fece notare nella Mostra Salentina d’Arte Pura e d’Arte Applicata che si tenne a Lecce nel 1924, ma operò a Roma, in cui si era trasferito, subito dopo il conseguimento a Lecce del diploma di istituto tecnico, per frequentare la Scuola di ingegneria che abbandonò dopo tre anni.

A Roma eseguì il ritratto di Eugenio Maccagnani nel 1929, come si legge in calce al dipinto. Anche se pure il Maccagnani si era trasferito nella città eterna fin dal 1871 non è dato sapere  se il ritratto sia stato eseguito dal vivo appena un anno prima che lo scultore morisse. Nel 1929, comunque, il Maccagnani, che era nato nel 1852, avrebbe avuto 77 anni, età, forse,  non convincentemente corrispondente a quella del ritratto.

Appare poco credibile, d’altra parte, che il Pellegrino abbia avuto come modello, da sottoporre ad invecchiamento,  la foto presente in Enrico Giannelli, Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori ed architetti, Tipografia Melfi & Joele, Napoli, 19161.

Dopo il frontespizio riproduco da p. 636 l’immagine seguente.

Mi pare legittimo supporre che la foto non risalisse proprio al 1912, quando lo scultore aveva sessant’anni ma probabilmente a due decenni prima.

Per consentire al lettore un più agevole controllo comparativo tra questa ed il ritratto del 1929 riproduco le due immagini affiancate.

Per completezza d’informazione debbo dire di aver reperito in rete un’altra foto del Maccagnani all’indirizzo http://www.galleriarecta.it/autore/maccagnani-eugenio/, dove, però, non c’è alcuna indicazione relativa alla fonte, anche se appare del tutto evidente che essa, se autentica, cronologicamente sarebbe anteriore, e di molto, a quella del volume del Giannelli.

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://archive.org/details/artistinapoletan00gian

Lessico salentino del letto di una volta

di Armando Polito

Non occorre essere geni per supporre che il primo letto dell’uomo fu la nuda terra. Non è difficile immaginare neppure come il nostro lontano progenitore ben presto si rese conto di dover rendere più confortevole il suo riposo e decise di interporre tra il suo corpo e la nuda terra uno o più strati di foglie. Cominciò molto probabilmente così l’evoluzione di quell’oggetto che accompagna la maggior parte di noi dalla nascita fino alla morte: il letto.

Oggi il mercato offre molteplici soluzioni, che vanno dalla più semplice (una rete con piedi incorporati) alle più sofisticata (letto a scomparsa o meno con regolazione elettronica delle varie sezioni della rete, macchina per il caffè, tv, radio, pc e telefonino incorporati, etc. etc.), per non parlare, andando oltre la struttura di base, dello sterminato corredo di accessori che comprende materassi a tecnologia spaziale, cuscini vibranti, etc. etc. …

Eppure fino agli anni ’50 del secolo scorso il letto “modello base” era sostanzialmente costituito da un supporto che aveva la funzione di elevarlo rispetto al pavimento e di sostenere le assi su cui distendere un pagliericcio (per i più abbienti la lana sostituiva la paglia). Questo post non pretende certo di suscitare interesse nei giovani e bene gli andrà se qualche anziano lettore proverà un pizzico di nostalgia e, sarebbe il massimo, lo integrasse col suo commento.

Molte voci dialettali (ma questo vale anche per la lingua nazionale, anzi per tutte le lingue) sono fatalmente destinate all’oblio, perché progressivamente scompaiono gli oggetti da esse designati e, anche quando l’oggetto stesso acquista un valore antiquario, è difficile, comunque, che ne sopravviva il nome. Per questo le parole che sto per elencare inevitabilmente eserciteranno il loro potere evocativo solo su quelli che hanno la mia età:

liettu come il corrispondente italiano letto è dal latino lectus. Derivato è littera, che designa il giaciglio delle bestie, ma è usato anche per indicare un letto lasciato in disordine. L’italiano lettiera ha lo stesso significato ma designa pure, stranamente, la sabbia o altro apposito materiale posto nella cassettina per gli escrementi dei gatti domestici; e il gatto, è noto, è un animale pulitissimo …

trastieddhi  erano i cavalletti di ferro (due per il letto singolo, quattro per quello matrimoniale). Trastieddhu denota un suffisso diminutivo (-ieddhu) aggiunto ad un inusitato *trastu, che, però, è, senza ombra di dubbio, dal latino medioevale trastrum, a sua volta dal classico transtrum, che significa traversa, trave di sostegno. Molto probabilmente transtrum è da trans=attraverso + la radice di trahere=trarre. Ho detto che il primitivo trastu non è in uso nel nostro dialetto, ma va precisato che il latino medioevale trastum ha dato in italiano trasto, che designa la struttura di sostegno per il banco dei rematori o il banco stesso nelle antiche imbarcazioni e sulle gondole,

tàule erano le assi di legno (due per il letto singolo, quattro per il matrimoniale) che poggiano sui tratieddhi. Tàula è dal latino tàbula, da cui pure l’italiano tavola. Le misure approssimative di ogni tavola erano: circa m. 1,80 di lunghezza, circa m. 0,30 di larghezza e circa 0,03 di spessore.

saccone era il pagliericcio, l’antenato del materasso. Saccone è accrescitivo di sacco, il contenitore della paglia. Sacco è dal latino saccum, a sua volta dal greco σάκκος (leggi saccos).

lanzulu come il corrispondente italiano lenzuolo è dal latino linteolum, che significa tela di lino, ma è intuitivo che a corredo del letto “medio” il lenzuolo era di vile cotone (percalla, dal francese percale e questo dal persiano pargāla, che significa pezzo di tessuto.

capitale come la voce italiana, è dal latino capitale, aggettivo neutro derivato da caput che significa testa, per cui il salentino capitale è più fedele al significato letterale della voce latina, che è ciò che riguarda la testa.

manta coperta invernale, di lana filata molto grossolanamente. La voce è dallo spagnolo manta.

Non posso omettere di ricordare due oggetti complementari che avrebbero trovato la loro evoluzione nella coperta termica. Si tratta della mònica e dello scarfaliettu. La mònica ra un attrezzo di legno, formato da due coppie di assicelle ricurve, unite agli estremi, poste lateralmente sopra e al di sotto di una gabbia cuboidale aperta, avente base quadra centrale ricoperta di lamiera. Su di essa veniva appoggiato lo scarfaliettu, cioè un piccolo braciere con manico. La struttura in legno aveva la funzione di tenere sollevate le coperte e la sua base in lamiera quella di evitare bruciature provocate da eventuali fuoriuscite di faville dal braciere.  Quest’ultimo poteva anche essere usato da solo  con vari passaggi sulle lenzuola, quasi fosse un ferro da stiro-Non è chiaro perché si chiamasse monica, ma, visto che in altre zone d’Italia si chiamava prete, frate o suora, non escluderei il riferimento metaforico, frutto della malizia popolare e probabilmente evocato da qualche racconto pruriginoso o boccaccesco1, al supposto fuoco nascosto sotto la tonaca. In ogni i caso la metafora appare maschilista: per il prete o il frate viene evocato un motivo di motivo di vanto virile, per la monica e la suora di vergogna femminile.

Infine alle locuzioni italiane rifare il letto e disfare il letto corrispondono in salentino ccunzare lu liettu e scunzare lu liettu. Ccunzare ha il suo corrispondente italiano in conciare, da un latino *comptiare, forma desostantivale dal latino medioevale comptio, che significa il mettere insieme, l’aggiustare. Nel latino medioevale esiste pure comptare col significato di ornare; comptare è stato modellato su comptum, supino di còmere (che significa adornare) secondo una tecnica di formazione molto frequente (un solo esempio: captare (che significa cercare di prendere), da captum, supino di càpere, che significa prendere. Scunzare corrisponde all’italiano sconciare, che è da conciare con aggiunta in testa di s- estrattiva o privativa (dal latino ex, che significa lontano da.

 

I trastieddhi

 

Letto col saccone e la mònica

 

La mònica e lo scarfaliettu

 

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1 Uso quest’aggettivo anche in senso letterale e letterario, perché potrebbe non essere estranea la seconda novella della nona giornata del Decameron. Per i più curiosi, anche non sanamente …, segnalo https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_nona/Novella_seconda

I baroni Sambiasi e le monache di Santa Teresa a Nardò

Sarà presentato Domenica 24 giugno un nuovo libro sulla città di Nardò, presso le sale del Relais Santa Teresa, su Corso Garibaldi (vicino le Poste), alle ore 20.30.

Inserito nella Collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli, edito da Mario Congedo di Galatina, è stato scritto da Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa, con prefazione di Annalisa Presicce.

Il volume sarà presentato da Annalisa Presicce, da Francesco Mandoj, da don Giuliano Santantonio e dall’autore.

In formato A/4, 228 pagine, ricco di illustrazioni in b/n e colore, con numerosi rilievi e planimetrie.

Ricostruzione del palazzo Sambiasi, del monastero e della chiesa di Santa Teresa

 

INDICE

Prefazione di Annalisa Presicce

 

Capitolo primo

Genealogie e architetture a palazzo Sambiasi. Gli archivi e la ricostruzione, di Marcello Gaballo

Premessa

  1. Sulla storia della famiglia Sambiasi e le vicende legate al palazzo

1.1. La prima traccia dei Sancto Blasio a Nardò

1.2. I Sambiasi baroni di Puzzovivo, Flangiano e Puggiano

1.3. Vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.4. Il palazzo di Alfonso Sambiasi

1.5. Il palazzo di Francesco Sambiasi

1.6. I Della Ratta e le vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.7. Ultime vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi. Da Giambattista Mandoj ai nostri giorni

  1. Palazzo Delli Falconi
  2. Il salone di palazzo Sambiasi
  3. L’epigrafe MATURE CONSULAS NE TE PENITEAT (Provvedi tempestivamente per non pentirti), di Armando Polito

 

Capitolo secondo

Sulla chiesa di Santa Croce annessa al palazzo Sambiasi, di Marcello Gaballo e Armando Polito

  1. La chiesa attraverso le fonti pastorali. Brevi cenni storici
  2. La chiesa di Santa Croce nella visita pastorale del vicario Granafei

 

Capitolo terzo

Le Teresiane a Nardò. Origine ed epilogo di un monastero, di Marcello Gaballo

  1. Un secondo monastero femminile per la città di Nardò
  2. Suor Teresa e il progetto realizzato

2.1. Lidia Gaetana Adami fondatrice del monastero teresiano di Nardò

2.2. Sulla famiglia Basta di Monteparano. Le origini e il sostegno a suor Teresa

2.3. Le fonti su Masseria Sciogli. Dai Giulio ai Basta al monastero di Santa Teresa

  1. Dalla ricostruzione post-sismica alla soppressione. Gli ultimi settant’anni del monastero

3.1. Una nuova chiesa per il monastero di Santa Teresa. Il terremoto del 1743

3.2. Il monastero di San Gregorio Armeno di Napoli. Gli amministratori e la gestione dei beni delle Teresiane di Nardò

  1. Appendice documentaria

4.1. Cessione scambievole di Oratorij (1837)

4.2. Cessione scambievole di Oratorij (1838)

4.3. Cronotassi delle priore del monastero di Santa Teresa

 

Capitolo quarto

La chiesa di Santa Teresa. Gli artisti, le opere, il culto, di Marcello Gaballo

  1. Il profilo architettonico
  2. Due tele di Vincenzo Fato nella chiesa delle Teresiane a Nardò
  3. La statuaria nella chiesa di Santa Teresa

3.1. Il Redentore, Santa Lucia, Sant’Agata

3.2. La statua di S. Espedito e la Fondazione del nobile Enrico Personè

3.3. Il culto di San Biagio a Nardò. Due testimonianze iconografiche

3.4. Sulla ragione della statua della Madonna del Buon Consiglio nella chiesa di S. Teresa

3.5. La tela di San Carlo Borromeo orante, di Domenico Ble

 

Capitolo quinto

Araldica a Nardò. Lo stemma lapideo settecentesco del vescovo Carafa sulla facciata della chiesa di Santa Teresa, di Marcello Semeraro

 

Capitolo sesto

La mirabile e singolare volta della chiesa di Santa Teresa, di Fabrizio Suppressa

 

Capitolo settimo

Araldica carmelitana a Nardò. Lo stemma carmelitano: origine e sviluppi, di Marcello Semeraro

7.1. Gli esemplari neritini

 

Capitolo ottavo

Lavori di ristrutturazione e ammodernamento della chiesa di Santa Teresa dal 1800 ai nostri giorni, di Fabrizio Suppressa

  1. Appendice
  2. Appendice
  3. Appendice

 

Capitolo nono

La confraternita del SS.mo Sacramento a Nardò, dalla cattedrale alla chiesa di Santa Teresa, di Marcello Gaballo

  1. La cappella del SS.mo Sacramento in cattedrale
  2. Altri atti notarili e documenti d’archivio. I dati raccolti sulla confraternita del SS.mo Sacramento

2.1. Disposizioni per attuare il lascito del duca di Nardò Belisario Acquaviva d’Aragona in favore della cappella del SS.mo Sacramento nella cattedrale di Nardò, di Armando Polito

2.2. Legati da soddisfare da parte della confraternita

2.3. PLATEA della confraternita

2.4. Un rarissimo libro nell’archivio confraternale

  1. Appendice

3.1. Cronotassi delle cariche della confraternita del SS.mo Sacramento

3.2. Prefetti, cappellani e padri spirituali della confraternita

3.3. La visita pastorale del vescovo Antonio Sanfelice nel 1719 alle confraternite e congregazioni esistenti in cattedrale: Santa Maria della Misericordia, del Santissimo Corpo di Cristo e della Santissima Eucaristia, di Armando Polito

 

Capitolo decimo

Spoglio degli assensi conservati nell’archivio storico diocesano di Nardò riguardanti la confraternita del Santissimo Sacramento e del monastero di Santa Teresa, di Daniele Librato

Bibliografia generale

 

Tracce d’Arte 8 a palazzo Baldi in Galatina

Si rinnova l’appuntamento tanto atteso dagli appassionati d’arte, con Tracce d’Arte nella sua ottava edizione, che riparte dal cuore di Galatina presso palazzo Baldi, sala Gaetano Martinez, dal 27 giugno al 1° luglio. In mostra alcune tra le eccellenze artistiche salentine che spiccano per interesse e bravura. L’evento è patrocinato dalla Città di Galatina.

L’esposizione, oltre ad ospitare le opere della stessa curatrice ANNA D’AMANZO con le sue fantasiose donne dalle soluzioni grafico/cromatiche che nascono da personali soluzioni psicologiche; ci fa viaggiare nella cultura moderna di MIMMO ANTERI con un linguaggio raffinato ed elegante che troviamo nelle linee e nelle forme delle sue rappresentazioni visive, senza perdere di vista il concetto di classico e romantico. E’ un viaggio nel mondo delle fiabe quello dello stile naif di ANTONIO CALABRESE, l’artista attraverso i ricordi dell’infanzia vissuta, trasmette positività nel vivere quotidiano; mentre nella spiritualità ci trascina ANTONIO DI PAOLA con il piacevole connubio di vetro e pietra in una visione incentrata sui simboli archetipici alla ricerca di una serenità interiore. LUIGI MARTINA conquista la mente dell’osservatore con opere che nascono dalla lavorazione del riciclo della materia prima, scoprendo a chi ancora non lo conoscesse, la sua spiccata salentinità e attaccamento al luogo. Affascinano e seducono lo spettatore i misteriosi volti di donna di MAURIZIO MARTINA che mescola il linguaggio pittorico a quello fotografico con grande maestria; la stessa che utilizza ALBINO MELLO con la lavorazione del metallo riuscendo a renderlo leggero… e a volte anche leggiadro, riuscendo a svincolarsi a svincolarsi dallo stile liberty da lui preferito, per creare linee essenziali. Non possono non stupire i dipinti di DANIELE MINOSI dove la sua eccellente bravura e conoscenza della tecnica si amalgama ad una visione più pittoresca ed infantile, dando vita a veri e propri capolavori. Ritroviamo l’identità salentina anche in GIOVANNI STRAFELLA che radunando, in maniera quasi casuale elementi naturali restituiti dalla terra o dal mare, crea opere dense di storia; allo stesso modo una materia semplice come la carta si anima prende corpo e si trasforma, nelle abili mani di DANTE VINCENTI, dando vita ai suoi ulivi carichi di pathos.

Per quanti volessero godere della visione della collettiva, “Tracce d’Arte 8” vi aspetta con inaugurazione il 27 giugno alle ore 19.00 fino al 1° luglio presso palazzo Baldi a Galatina (Le).

Valorizzare i giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Lecce

 

INCIPIT II. RETE DI ESPOSIZIONI TRA ACCADEMIA E TERRITORIO

 

Il progetto “Incipit – rete di esposizioni tra Accademia e Territorio”, alla sua seconda edizione, intende, come nella prima, valorizzare la produzione e la ricerca dei giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Lecce creando l’incontro e l’interazione con i luoghi espositivi privati presenti sul territorio, in un’ottica di sensibilizzazione della Comunità tutta verso l’arte contemporanea.

L’edizione in corso ha ottenuto il Patrocinio del Comune di Lecce e intavola attività di collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, Creatività e Valorizzazione del Patrimonio culturale nella figura della dott.ssa Antonella Agnoli.

Il progetto, voluto fortemente dal presidente dell’Accademia Fernando De Filippi e dal direttore Andrea Rollo, rientra nelle iniziative di ordine istituzionale con cadenza annuale e si avvale di una commissione scientifica e organizzativa di cui fanno parte i docenti curatori Angelo Maria Monaco (coordinatore), Ester Annunziata e Patrizia dal Maso (rapporti con le gallerie), Marco Calogiuri e l’allieva Serena Leone – Consulta studentesca – (gestione opere), Giuseppe Bolognini (fotografia).

La seconda edizione del progetto, annunciata in occasione della presentazione del catalogo della prima edizione, lo scorso 23 maggio presso l’Accademia, ha già portato a termine la prima fase di una programmazione articolata che ha visto l’esposizione di 156 lavori per 126 allievi candidati, allestita a cura della Consulta studentesca nel cortile dell’Accademia, finalizzata alla selezione dei lavori da parte delle otto gallerie partner del progetto. Sono più di 80 le opere ritenute mature per l’esposizione in un contesto professionalizzante qual è la galleria d’arte, realizzate da 50 allievi provenienti dalle Scuole di Pittura, Scultura, Scenografia, Decorazione e Grafica.

Il calendario delle esposizioni che avranno luogo presso le gallerie partner tra giugno e ottobre di quest’anno, e altre iniziative di collaborazione tra l’Accademia e la Città di Lecce saranno ufficialmente presentati in una conferenza stampa che si terrà in Accademia il prossimo 3 luglio alle ore 11:00, alla presenza delle maggiori cariche istituzionali dell’Accademia e dell’Assessorato alla Cultura, Creatività e Valorizzazione del Patrimonio culturale.

L’edizione in corso di Incipit, culminerà in un evento espositivo finale che si terrà dal 9.11 al 23.11.2018 presso il MUST di Lecce, a cura dell’Accademia con il supporto dell’Assessorato alla cultura, Creatività e Valorizzazione del Patrimonio culturale.

Il progetto, sostenuto finanziariamente esclusivamente da risorse interne all’Accademia, offre ancora una volta un’occasione di confronto, di conoscenza e di riflessione. I galleristi hanno l’opportunità di accogliere proposte inedite, i giovani artisti vivono l’emozione di un’esperienza professionalizzante, gli osservatori, a diverso titolo, riflettono sul rapporto tra produzione artistica, territorio e istituzioni formative, riconoscendo l’importanza della forza sinergica delle realtà territoriali messe in rete per lo sviluppo culturale e la valorizzazione della collettività.

Il progetto Incipit, anche per l’edizione 2018, prevede la pubblicazione di un catalogo cartaceo delle opere esposte con il contributo critico dei docenti e dei galleristi, come espressione apicale di un’esperienza condivisa, di formazione e valorizzazione della cultura del contemporaneo.

 

SINOSSI

 

50 allievi

3 città

8 gallerie

11 esposizioni

1 evento espositivo finale

1 catalogo del progetto

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50 Allievi dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, selezionati dai galleristi:

Attanasio Carolina, Barba Gianluca, Bellino Gilda, Bisanti Giulia, Cappello Silvia, Centonze Angelica, Chen Zhu, D’Agostino Maria Lorenza, De Carlo Silvia, De Maria Antonio, De Mirto Mattia, Delle Rose Simone, Dormio Anna, Dzhafarova Aida, Erario Leonardo, Faggiano Valentina, Falcione Carmina Antonia, Falcione Cosima, Frisullo Maria Cristina, Graziadio Alice, Incenzo Alessandro, Leone Serena, Manuguerra Sara, Nacci Marika, Natali Cosima, Nesca Antonella, Panarese Cristina, Parisi Irene, Passaseo Marta, Pellegrini Tiziana, Peluso Daisy, Pezzuto Pietrangelo, Pizzo Michela, Potenza Noemi, Ranzi Josefina, Rescio Elisabetta, Ricciato Danilo, Rizzello Antonella, Rizzello Manuel, Romano Ivan, Ruzzente Giulia, Schiavone Maddalena, Schiavone Rebecca, Sedile Maria Rosaria, Sparascio Lorenzo, Strabone Francesco, Tenuzzo Giulia Maria, Urso Federica, Vergari Veronica, Vismeh Raha.

 

3 Città, sede delle esposizioni:

Lecce, Galatina, Nardò

 

8 gallerie partner:

  1. A100Gallery
  2. ARTandARS gallery
  3. Fondo Verri
  4. Galleria A.R.C.A
  5. Germinazioni IVa.0
  6. Galleria L’Osanna
  7. LO.FT
  8. Scaramuzza Arte Contemporanea

11 esposizioni tra giugno e settembre

 

CONTATTI E INFO:

www.accademialecce.it

info@accademialecce.it

Sternatia: un indovinello in griko

di Armando Polito

Sull’origine del griko rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/, dove il lettore troverà pure notizie su Giuseppe Morosi (1844-1891), il grecista milanese che raccolse leggende, canti, proverbi e indovinelli in griko nella prima sezione della sua pubblicazione Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 18701.

Il nostro indovinello, proveniente da Sternatia, è a p. 80, da cui lo riproduco in formato immagine.

Ho pensato di ricostruire il testo come sarebbe stato se scritto in greco classico. Tutto scorrevolissimo, (tant’è che non c’è stato neppure bisogno di consultare il relativo vocabolario), meno una parola: icaturi. Nessun aiuto mi ha fornito il Vocabolario dei dialetti salentini (Congedo, Galatina, 1976) di Gerard Rohlfs e nemmeno il Vocabolario griko-italiano di Mauro Cassoni (Argo, Lecce, 1999). Dirò di più: la voce è assente pure nel repertorio lessicale che nel volume del Morosi occupa la seconda parte. A quel punto mi è venuto il sospettoche fossero due parole, trascritte come se si trattasse di una parola composta. Icaturi, perciò, andrebbe diviso in i e caturi. La prima parola (i) corrisponderebbe al greco classico attico εἷ, mentre la seconda (caturi) è voce del verbo griko caturò, questo sì registrato dal Morosi a p. 177, dal Cassoni a p. 120 e dal Rholfs a p. 916 del terzo volume).

Ἒχω μίαν μάνδραν πρόβατα· εἷ κατουρεῖ μία, εἷ κατουροῦσιν ὅλα.

(leggi: Echo mian mandran pròbata: ei caturuei mia, ei caturusin ola; traduzione letterale della trascrizione in greco classico: ho una sola mandria; pecore; dove orina una, dove orinano tutte).

Il dubbio sollevato da icaturi pone il problema dell’attendibilità della fonte orale e della fedeltà della registrazione grafica; quest’ultima oggi è superabile dalle moderne tecniche di registrazione, mentre l’attendibilità della fonte dev’essere oggetto di attento studio da parte del ricercatore che, direttamente, o servendosi di informatori all’altezza,  deve anche saper mettere a suo agio il soggetto-fonte perché non risulti incrinata in un modo o nell’altro la sua spontaneità.

Molto probabilmente anche i pochi che a Sternatia ancora parlano il griko non conoscono questo indovinello; tuttavia sarebbe interessantissimo avere un riscontro positivo e negativo. A distanza di due anni dal volume del Morosi Giuseppe Pitrè pubblicava Studi di poesia popolare, Pedone-Lauriel, Palermo2, dove, a p. 343, citando il Morosi e il testo in griko dell’indovinello, ne riportava la variante siciliana.

Risulta aggiunto un particolare determinante per tentare di risolvere l’indovinello: l’inusitato colore rosso delle pecore. Debbo essere onesto: la mia fervida fantasia, che spesso mi porta a creare ardite metafore (ma capire quelle degli altri è più complicato …), probabilmente non sarebbe bastata a risolvere esattamente l’indovinello e probabilmente mi sarei tormentato invano per più giorni, se l’occhio nel leggere il testo non fosse stato obbligato quasi a leggere pure la soluzione, che nell’immagine precedente ho volontariamente tagliato per non togliere pure a voi il gusto. Niente da fare= Allora eccovi l’immagine prexcedente col dettaglio che avevo omesso.

Una forma più arguta e gentile per sottolineare la presunta dabbenaggine della pecora rispetto al proverbio salentino: Ci la prima pecura si mena intra ‘llu puzzu, totte l’addhe la sècutanu (Se la prima pecora si butta nel pozzo, tutte le altre la seguono), usato metaforicamente, per fortuna, per stigmatizzare il spirito di emulazione, purtroppo solo della peggiore umanità …

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=J_EGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

2 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=sDD0ljFaHjoC&pg=PA343&dq=Giuseppe+Morosdi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj93JDaocnbAhXFjiwKHYaOCPsQ6AEIPjAE#v=onepage&q=Giuseppe%20Morosdi&f=false

Uno scrittore neritino sconosciuto: Cosimo Egidio Ramundo

 

di Cosimo Rizzo

L’autore, recentemente scomparso, avvocato, intraprese la carriera amministrativa alle dipendenze dell’amministrazione finanziaria statale e regionale, conseguendo posizioni dirigenziali apicali. Ha svolto per un lungo periodo di tempo le funzioni di giudice tributario presso le sedi di L’Aquila e Lecce e quelle di giudice di pace fino al collocamento in quiescenza.

Degne di nota sono le pubblicazioni specifiche della sua competenza professionale come La licenza di caccia, Editrice Adriatica Salentina del 1983; Modifiche al Codice Penale, l’illecito amministrativo e l’illecito venatorio, Cacucci Editore Bari del 1984; Il contenzioso tributario, Camera di Commercio di Lecce.

Oltre a tali studi, è anche uno scrittore vivace che ci fa respirare aria di casa nostra; basti pensare alle sue pubblicazioni Come le ciliege, Lupo Editore 2009; Racconti di Ndata, Albatros Roma 2011; La trozza, Gruppo Panda 2013.

Un posto a sé occupa, per il contenuto e la singolarità dell’impostazione, il volume Dopo il ciclone Nardò, Besa Editore 2009. L’autore si riferisce al periodo di governo di Silvio Berlusconi. Quello che emerge non è solo il profilo sorprendente dell’uomo che, dal governo o dall’opposizione, ha guidato l’Italia per molti anni; è anche la fotografia di un’Italia ripiegata su se stessa, prigioniera di logiche medioevali e moderne al tempo stesso, un’Italia dove i grandi intrecci della finanza si giocano più in base alle apparenze che alle competenze. Un’Italia nella quale libertà civili faticosamente conquistate vengono eluse giorno per giorno.

Le opere del Ramundo sono fortemente legate alle radici del proprio essere, ai luoghi, alle persone, agli eventi dei quali è costellata la vita dei singoli e delle comunità nelle quali essi si trovano ad agire. Ma riferirsi alle proprie radici, al proprio paese, significa anche ricostruire, con la mente e col cuore, il tessuto del rapporto con gli altri, l’immagine di una comunità colta spesso nei suoi aspetti meno ‘eroici’, per così dire, ma ricca di spirito, dal linguaggio vivace e talvolta salace. Una comunita è viva anche per questo. Non a caso l’autore va scovando ritratti e profili di personaggi noti e rimasti nella memoria dei propri concittadini per qualche tratto distintivo, per qualche vezzo verbale, per qualche episodio fatto a lungo oggetto di commenti divertiti. Ramundo coglie al yolo, si direbbe, ciò che passa nell’ aria del nostro ambiente; fissa con prontezza una battuta, un gesto destinati a una memorabilità che si affida alla memoria comune, quasi fino a diventare materia proverbiale. La trasmissione orale fa il resto. Una battuta diventa la divisa di un personaggio; il linguaggio non ha la pretesa di apparire ‘corretto’; se lo fosse, perderebbe la sua qualità più sicura che è l’immediatezza. Qualche volta ciò che Ramundo narra sembra un pò scontato: le cose però stanno in modo diverso. Ciò che appare scontato è il fondo comune su cui le sue storie si depositano: quella specie di elemento che appartiene a tutti ed a nessuno in particolare ma senza il quale anche le singole storie perderebbero un poco di mordente.

Ramundo dice in riferimento a ciò che narra: “Un riguardo speciale è dovuto a quegli uomini semplici che ci hanno regalato direttamente o tramandato alla maniera antica i saggi, la sagacia, la comicità e la lungimiranza della loro esperienza e cultura. Quasi un compendio di idee, espressioni, ragionamenti che si sarebbe perso ne1 marasma dei suoni e degli eventi se il pregevole suo significato non fosse stato percepito come patrimonio della saggezza popolare”. Giusta avvertenza, poichè si potrebbe equivocare il significato di certe rappresentazioni di quegli “uomini semplici” vedendovi un gusto di derisione che non c’e. Invece c’e simpatia, umana comprensione, sano divertimento, ammirazione sincera per la battuta pronta, per l’ osservazione puntuta, per la saggezza espressa in modi rudi ma destinati ad imprimersi con forza nella mente di pochi o di molti. Così espressivi certi tratti verbali da entrare nel patrimonio comune con le facce, i gesti, i momenti di vita significativi di chi, proprio in forza di quella semplicità sulla quale l’autore richiama l’attenzione, ha contribuito a costituire un arricchimento del patrimonio civile espressivo, e di quello “civile” del Sud d’Italia.

Particolarmente significativa la raccolta de I racconti di Ndata che puntano l’attenzione alla tradizione orale che caratterizza soprattutto la cultura narrativa del Sud.

Emergono diverse storie che, tramandandosi di generazione in generazione, hanno creato un immaginario popolare condiviso che l’autore riporta alla luce nelle sue pagine.

Sono narrazioni leggendarie in cui il piano della realtà e quello della fantasia si confondono, lasciando lo spazio a un mondo “antico” fatto di eroi e personaggi che si muovono in periodi storici e politici che caratterizzano le diverse vicende.

Al di là delle singole storie, la peculiarità della raccolta è quella di riportare alla memoria una dimensione perduta, l’atmosfera, come dichiara l’autore, del “momento in cui vengono raccontati li cunti, vale a dire fatti strani, paurosi e pieni di sorprese.

Tra tutti emerge per una sua particolare originalità il romanzo dal titolo La leggenda dell’amabile saraceno in Sancta Maria ad Balneum, contenuto ne I racconti di Ndata. Qui l’alto burocrate si tuffa nei territori del fantastico.

Una storia si può raccontare in molti modi: quelli di una stretta aderenza ai dati reali o quelli che esplorano tutte le possibilità offerte dal fantastico, dal fiabesco, dall’incredibile persino. Un incredibile che si fa credibile perché all’interno della narrazione occorre accettare quello che l’autore ha predisposto per renderla credibile. Questo evoca la parola leggenda assunta nel titolo di questa delizioso racconto.

La leggenda nasce in un luogo che ci è familiare oppure è proiettata nella lontananza del tempo e dello spazio che si fanno, però, contemporanei nella narrazione. Vien fatto di chiedersi, di fronte a questa procedimento, fino a che punto la realtà d’ogni giorno sfuma in una visione inconsueta e l’incredibile si affaccia nella pagina senza ombra d’ironia, poichè esso è l’anima delle leggende. Che possono essere incredibili ma care al cuore.

Quando diciamo leggenda pensiamo ad una storia meravigliosa, che ripercorriamo con la mente attraverso le vicende narrate nel libro. Su una leggenda si accumulano gli strati di tempi diversi, che la modificano, aggiungono particolari e varianti, raccontano in modi diversi la stessa storia, si propongono sempre con una freschezza che gli anni, o i secoli, non fanno appassire.

Aggiungete alla leggenda l’aggettivo amabile con il quale viene connotato il personaggio protagonista (o co-protagonista) del racconto: il saggio e misterioso Galip che, come vogliono le convenzioni legate a personaggi fortemente idealizzati, è presente a se stesso in ogni circostanza e, soprattutto, ama, come un cavaliere da poesia medievale, con la mente più che con il corpo, la donna che egli rapisce ma alla quale non si accosterà se non quando la volontà stessa della donna glielo consentirà.

L’aspetto più intrigante della vicenda è proprio questo amore eroico, questo rispetto di Galip esaltato nella sua caratteristica di prova da superare per essere degno di una risposta positiva al suo desiderio e alla sua aspirazione: per lui e per Mariella, la fanciulla amata e raggiunta solo dopo una serie di impensabili sacrifici, la vicenda si comporrà nelle linee di un’aspirazione a qualcosa di sublime. II loro agire rispecchia non solo consuetudini e modi di vivere di una gente in un particolare luogo della terra, ma anche quella sorta di corso di perfezionamento spirituale le cui tappe sono scandite da incontri fuggevoli, da intensa trepidazione, da gesti colti – quasi rubati – da un’attenzione sempre vigile.

Per coloro che conoscono i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda, sarà possibile evocare i personaggi nel teatro di uno scenario noto ed amato: Santa Maria al Bagno, la bella Abbazia di San Mauro, la campagna ed il mare che si fanno compagnia in uno scenario aspro di terra e pietra e consolato dalla dolcezza del verde di oliveti e di pinete: quasi simboli di una sintesi offerta dalla terra ai due innamorati perchè vi si rispecchino e in essa si comprendano. E, sempre, sullo sfondo, il mare. Un mare d’avventura, ma anche di pena o di salvezza. Lo scenario si allarga, si dilata nel mare aperto: Galip sembra percorrer ampi tratti di Mediterraneo – e sue dipendenze – con la facilità di qualcuno che possegga un’imbarcazione magica da far volare sul mare come un vascello del sogno. Navigazione notturna e diurna che ha i suoi incanti e i suoi pericoli: la nebbia traditrice, la tempesta, o il sole che rende smagliante la distesa azzurra delle acque amate.

Un carattere di questa narrazione è di far sentire come appartenente ad usi e costumi del nostro tempo una storia che per tanti versi appare lontana, anche nella singolarità dei suoi svolgimenti. Ma appunto questa costituisce un’attrattiva in più del romanzo: con, insinuatavi, qualche annotazione di storia: ma una storia del Si dice , Si racconta che ... messi lì ad avvalorare ancor più il carattere leggendario della vicenda.

L’atmosfera spirituale che questa vicenda pervade da un certo punto in poi sembra appartenere ad un’età lontana e ad una volontà eroica oggi difficilmente riscontrabili. L’ascesi sembra essere stata risucchiata nel buio d’un passato cosi remoto da rendere difficile e quasi impossibile rilevarne traccia. Ma forse è proprio in quel cammino ascetico che è nascosto un suggerimento: se un grande amore richiede anche un grande sacrificio, quel grande amore è il banco di prova di una volontà che si forgia, di una speranza che non cede agli inganni del tempo.

 

BIBLIOGRAFIA

Opere dell’autore

 

  1. La licenza di caccia, Editrice Adriatica Salentina, 1983
  2. Modifiche al Codice Penale, l’illecito amministrativo e l’illecito venatorio, Cacucci Editore, Bari 1984
  3. Il contenzioso tributario, Cacucci Editore, Bari 1985
  4. Come le ciliegie, Lupo Editore 2009
  5. Dopo il ciclone, BESA Editore, Nardò 2009
  6. I racconti di Ndata, Albatros Editore, Roma 2011
  7. La trozza, Gruppo Panda 2013

A Gino Pisanò: indice del tempo e delle circostanze

da Belpaeseweb.it

 

Pubblichiamo l’omaggio poetico scritto da Peppino Martina al compianto Gino Pisanò, studioso e letterato salentino scomparso poco più di cinque anni fa

 

A Gino Pisanò: indice del tempo e delle circostanze

 

Nascosta clessidra, ha il tempo del tuo tempo

Alla fredda diaspora dice il tuo nostòs

L’essere, è presenza di figlio esteso a noi

Che conosce l’astio dello sguardo strano

Il nostro, è doloroso, chiuso luogo del cuore:

Che Mario traduce in indifferibili misure,

Al senso del tuo domani costato la vita.

Matrice seria, di letterario esistenziale

Che la stessa, salva l’umano nostro dire

Di greco sogno, che incide latino tuo verso.

Tu, stemperi al secolo, le diverse dicotomie

Di Lucreziana poetica, che dice i tuoi segni

Al nostro modo di feste sante, e fare sospeso.

Qui, apri alla mente universale l’albero riarso

Autorevole penna di buona e ferma mano.

Certo, sconti stagioni di tragiche avversità

Che, liturgia sapiente chiude il conto d’anima.

La mutuata tua stagione, ha chiaro aperto libro

Al verbo che stringe frase e voce all’onda ingenua

Dove, l’assillo tuo misurato, stana le parole

E vanta leuchino richiamo tra opache esegesi:

Dirittura di umanità chiara e riflesso lume.

La tua, Gino, vince la notte del sillabario

Dove silenziosi stiamo, come scure gruviere

Cercandoti al mattino, prima che il verso cambi

                                                                                     Peppino Martina

Palazzo dei Celestini a Carmiano: memorie di barocco e tabacco

Fig.1. La facciata

 

di Maria Elena Petrelli

La storia di una comunità è inestricabilmente legata ai suoi luoghi ed ogni luogo può restituire al presente i frammenti di un’identità collettiva in costante ridefinizione. Ciò che siamo stati non ci dice tutto su ciò che saremo ma è certamente il punto da cui partire per costruire le basi del nostro futuro. From roots to routes. Dalle radici sotterranee alle strade da percorrere. Dalle memorie già scritte alle storie ancora da scrivere.

Carmiano è un piccolo comune in provincia di Lecce che da anni sembra in attesa di una svolta. Tra i tesori che i giovani carmianesi hanno ereditato dal passato ci sono fotografie sbiadite di una chiesa cinquecentesca demolita negli anni ’60 del secolo scorso e la facciata decadente di un palazzo baronale abitato per tre secoli e mezzo dai Padri Celestini. Il destino di questo palazzo sembra essere stato ormai decretato da una sentenza non scritta: per anni l’indifferenza e la rassegnazione hanno relegato questo bene architettonico, il cui valore è stato riconosciuto anche dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali, Artistici e Storici della Puglia, ai margini della strada provinciale per Lecce, percorsa ogni giorno da moltissimi cittadini inconsapevoli.

Recuperare la storia di questo edificio significa ridare senso ai luoghi che abitiamo, assumendo consapevolezza di ciò che ci circonda e restituendo al presente l’importanza che indubbiamente questo luogo ha rappresentato nel corso dei secoli per l’intera comunità locale.

Fig.2. Una delle due statue della facciata

 

I Celestini giunsero a Lecce nel 1353 per volontà del conte di Lecce e duca di Atene Gualtieri VI di Brienne e furono dotati di un consistente patrimonio immobiliare[1]. Segno tangibile del loro passaggio sono le opere leccesi di Santa Croce e del monumentale palazzo adiacente, oggi sede della Prefettura e dell’Amministrazione Provinciale. Nel 1448 i Celestini acquistarono i feudi di Carmiano e Magliano dal principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, figlio della regina Maria d’Enghein, come testimonia l’atto rogato il 29 settembre di quell’anno dal notaio Adamo Argenteriis di Lecce[2].

lo stemma dei Celestini sulla facciata

 

Occorre precisare che, a partire dal XV secolo, la frantumata geografia feudale in Terra d’Otranto fu caratterizzata da una marcata precarietà del possesso: tale instabilità nel mercato della terra era stata causata dal diffuso sistema della compravendita che rendeva precaria la presenza delle famiglie nobili nei vari feudi; l’investimento signorile era stato per molte casate un modo per consolidare la propria ascesa sociale oltre che lo strumento per collocare e valorizzare le fortune economiche[3]. Questo fenomeno di precarietà non toccò la feudalità ecclesiastica che non si lasciò coinvolgere dalla compravendita feudale e non rimase implicata nella crisi che aveva invece investito l’antica nobiltà laica[4]. La durata della titolarità signorile per le istituzioni religiose non ebbe alcuna interruzione temporale, terminando il suo ciclo vitale con le leggi francesi del 1806 che sancirono l’abolizione della feudalità nel Regno di Napoli; i Celestini di Santa Croce sono un esempio evidente di questa tendenza, in quanto rimasero i signori del feudo di Carmiano e Magliano sino al 1807[5].

È chiaro che, nel corso di quasi quattro secoli, tra Lecce e Carmiano venne ad instaurarsi un intreccio di rapporti molto stretto, riconducibile non solo al semplice esercizio del governo feudale ma riguardante anche la vita interna dell’istituzione religiosa.

Fig.4

 

La presenza della baronia celestiniana lasciò il segno nella storia di Carmiano e Magliano non soltanto sui luoghi ma anche sul carattere e sul vissuto religioso della comunità: il monaco celestino veniva guardato sempre con rispetto e con timore in quanto da un lato celebrava gli uffici divini e dall’altro si occupava di riscuotere le decime, amministrare la giustizia e dettare le regole del comportamento civile. L’amministrazione ecclesiastica non si differenziava da quella degli altri baroni feudali tuttavia, in alcuni casi, i Celestini si dimostrarono sensibili alle necessità della popolazione, spesso infatti permisero concessioni enfiteutiche di case e terre, credito per i proprietari, affitto di beni rustici e arrendamento di introiti: ciò che veniva raccolto con le entrate feudali tornava in parte agli stessi contribuenti sotto forma di finanziamenti[6]. Effettuando un bilancio complessivo della loro permanenza feudale a Carmiano, è certamente innegabile il contributo apportato dai Padri allo sviluppo locale e alla formazione morale della comunità.

lo stemma dell’ordine religioso nell’interno della chiesa di Carmiano

 

Uno dei primi obiettivi perseguiti dal monastero fu quello di far crescere l’impianto urbanistico del casale e di sostenere attivamente il popolamento del territorio, fatto che avrebbe certamente incrementato il gettito decimale. Le circostanze storiche furono favorevoli a tale iniziativa poiché la pressante minaccia turca sul litorale salentino per tutto il XV e XVI secolo favorì la concentrazione demografica verso l’interno della provincia[7]. Secondo alcuni studi, fu proprio con la presenza strutturata dei Celestini che le due comunità di Carmiano e Magliano acquistarono la piena configurazione di universitas civium, sebbene non si escluda, già nel periodo precedente, l’esistenza dei due insediamenti umani non ancora solidi perché minacciati dalla presenza dei lupi e non in grado di avviare lavori di dissodamento della foresta circostante[8].

Quando i Celestini decisero di costruire la propria residenza baronale a Carmiano scelsero una zona distante da quella del primo nucleo abitativo, stanziandosi nell’immediata periferia del paese, lungo un’importante arteria di comunicazione con la città di Lecce, la cosiddetta via dell’Osanna[9]. La scelta non fu affatto casuale poiché veniva in questo modo facilitato il trasporto delle merci come olio, grano e vino verso i depositi, inoltre la posizione era anche ideale per raggiungere facilmente la comunità di Magliano, anch’essa sotto la giurisdizione feudale dei Padri[10].

Fig.6

 

Secondo alcune ipotesi, il palazzo baronale venne ampliato e rimodernato da parte dei Celestini nel corso del tempo a partire da un nucleo preesistente[11]. La facciata del monastero venne iniziata nel 1659, come dimostra un’iscrizione, oramai non più visibile, incisa sul cornicione del semiprospetto inferiore e, secondo quanto riportato da un’altra iscrizione incisa sull’estremità opposta, essa venne terminata nel 1695[12]. Molto probabilmente contribuì alla costruzione della facciata anche il famoso architetto del barocco leccese Giuseppe Zimbalo che nel 1667 era certamente a servizio dei Celestini[13].

Fig.7

 

Lo Zimbalo era nato a Lecce nel 1620 da Sigismondo e Lucrezia Lecciso, forse originaria di Carmiano; grazie agli insegnamenti dello zio paterno Francesc’Antonio e di Cesare Penna, egli venne qualificato, all’età di soli diciotto anni, come «mastro scoltore di pietra» mentre lavorava già da tempo alla chiesa e al convento delle Carmelitane Scalze[14]. Giuseppe nel 1644 sposò Vittoria Indricci proprio nel casale di Carmiano dove risiedette con certezza documentaria a partire dal 1656, quando acquistò «una casa terranea scoverta, con l’uso per l’uscita alla curte sita dentro Carmiano nel luogo detto volgarmente del trappeto vecchio»[15].

Quasi sicuramente appartengono allo Zimbalo le due statue lapidee presenti nelle nicchie che affiancano il portale cinquecentesco del palazzo baronale (figg.1, 2). Nonostante l’avanzato stato di degrado delle statue e la bassa qualità della pietra utilizzata nella costruzione, è possibile evidenziare una somiglianza con le due figure dalle folte capigliature poste sulla facciata della chiesa di Santa Croce a Lecce, quest’ultima opera indubbia dello Zimbalo: si tratta delle virtù dell’Umiltà e della Sapienza, caratterizzanti l’ordine monastico dei Celestini[16]. Alla metà degli anni cinquanta del ‘600 appartengono anche l’altare maggiore, che tuttavia nella configurazione attuale mostra un certo rimaneggiamento, e il portale, entrambi appartenenti alla chiesa dell’Immacolata, il primo edificio di Carmiano in cui è possibile notare la presenza di alcuni elementi formali tipici del linguaggio zimbalesco. Gli interventi operati dallo Zimbalo in questa chiesa suburbana sono testimonianza del processo di integrazione che l’architetto visse all’interno della comunità locale. Il prestigio attribuitogli non derivava soltanto dai rapporti molto stretti che egli aveva instaurato con i “baroni” locali ma soprattutto dal ruolo di primo piano che egli aveva ormai assunto sulla scena artistica provinciale[17]. Il legame che lo Zimbalo aveva instaurato con la comunità di Carmiano rimase molto forte come testimonia un episodio del 1668: di fronte all’usurpazione di una strada pubblica da parte di due sacerdoti, si decise di ricorrere alla Regia Udienza ma, poiché l’Università di Carmiano si trovava oppressa da debiti e vessazioni, fu proprio Giuseppe Zimbalo a rendersi disponibile per il pagamento di tutte le spese a sostegno della causa fino alla sentenza definitiva[18].

Fig.8

 

Per questa importante presenza dello Zimbalo a Carmiano, possiamo affermare che Palazzo dei Celestini fu anche un cenacolo culturale, all’interno del quale l’architetto attinse le grandi conoscenze teologiche e concettuali che ispirarono la sua arte barocca.

Fig.9

 

Il palazzo baronale di Carmiano si erge con imponenza e questo grazie alle sue ragguardevoli dimensioni pari a 45,50 metri di lunghezza e 13 metri di altezza. Alla seconda metà del XVI secolo è riconducibile l’insegna della Santa Croce al centro del portale catalano-durazzesco: tale datazione viene ipotizzata per la presenza dei nastri laterali, utilizzati in quel periodo nella decorazione degli scudi gentilizi ecclesiastici; anche la cornice del portale è interrotta alla sommità per far posto allo stesso stemma[19] (fig. 3).

Una porta – che risulta più bassa rispetto alle altre della facciata e, dunque, presumibilmente più antica – immette all’interno di una chiesetta dedicata a San Donato, ormai spoglia del corredo religioso ma ricca ancora di un altare fregiato da stucchi e marmi di vario colore (fig. 4). All’interno di questa cappella erano precedentemente collocate due opere dei primi decenni del Seicento, attribuibili a Paolo Finoglio: La Madonna di Loreto e santi, tela dell’altare maggiore, e L’incoronazione di S. Carlo Borromeo[20].

Nell’atrio del palazzo è presente un affresco che rappresenta la glorificazione dell’ordine Benedettino: vi sono dipinti quattro tondi disposti simmetricamente e collegati a quello centrale rappresentante lo stemma della Santa Croce sorretto da due angeli; questo è sormontato da una corona reale, dal mitra e dalla pastorale e ciò indica che il palazzo era posto sotto la giurisdizione della massima autorità dei Celestini presenti in Terra d’Otranto[21] (fig. 5).

Il primo dei quattro tondi circostanti raffigura la vegliarda immagine di San Benedetto seduto sul trono abaziale e circondato dai suoi seguaci ai quali mostra il libro della Regola come l’unica strada da seguire per poter raggiungere il cielo[22]. Nell’altro tondo troviamo la raffigurazione di Santa Scolastica in abiti monacali che nella mano regge il pastorale; sopra il suo capo compare una colomba che si dirige verso il cielo e tale simbologia si riferisce ad un episodio miracoloso: San Benedetto, fratello della santa, nel momento della morte di lei vide l’anima della sorella raggiungere il paradiso sotto forma di colomba[23] (fig. 6). Nel terzo tondo campeggia una delle prime immagini raffigurate in Italia di Santa Gertrude, la quale, a differenza dell’iconografia tradizionale, non indossa gli abiti cistercensi ma è rappresentata come una monaca benedettina. In questo dipinto Santa Gertrude appare inginocchiata e con lo sguardo rivolto al cielo; accanto a lei è possibile notare un tavolino su cui poggia una clessidra e un crocifisso[24] (fig. 7). Infine, nel quarto tondo è raffigurata l’immagine di San Celestino che, in abiti pontificali, è intento a compiere il famoso e coraggioso gesto del rifiuto: il volto sembra segnato dalla sofferenza ma nello stesso tempo il gesto di allontanare la tiara pontificia mostra una grande risolutezza e forza spirituale[25]. A compensare la staticità dei medaglioni troviamo gli affreschi circostanti caratterizzati da un movimento di nastri annodati ad un anello che svolazzano nell’aria ed anche la raffigurazione dinamica di cinquantadue angeli che si affannano a tirare corde cariche di fiori e di frutta e a reggere simboli di potere, come ad esempio una corona regale (figg. 8, 9); due di questi angeli, posizionati nella lunetta interna al di sopra del portone dell’atrio, sorreggono anche un cartiglio contenente un’iscrizione latina, dove la data del 1688 indica probabilmente l’anno in cui venne affrescato l’atrio[26] (fig. 10). Il dipinto nel suo complesso vuole dimostrare la continuità tra passato e presente e nello stesso tempo esaltare la storia dell’Ordine: dalla raffigurazione dei fondatori, San Benedetto e Santa Scolastica, si passa a quella dei rinnovatori e mistici, San Celestino e Santa Gertrude, ma è la presenza della nuova comunità dei Padri Celestini a garantire la continuità con la grandezza dei vecchi tempi: la rievocazione del passato è nello stesso tempo celebrazione del presente[27].

Fig.10

 

In una stanza adiacente alla cappella di San Donato compare sul muro un altro affresco che riproduce la Madonna del Riposo, conosciuta anche come Maria col Bambino dormiente, in cui il sonno del fanciullo diventa metafora della sua futura morte (fig. 11).

Nell’affresco, oggi in pessime condizioni, la figura della Madonna è profondamente umanizzata, lontana da una forma di esaltazione eroica ed idealizzante, infatti viene raffigurata come una madre qualunque che cerca di far addormentare il figlio con dolcezza[28]. Tuttavia, un velo di malinconia traspare dal suo volto: Maria tiene in braccio quel bambino come se volesse difenderlo dal mondo, proteggendolo da un destino inevitabile; lei sa bene che non potrà mai essere una madre come le altre e che quel figlio prezioso, tenuto stretto tra le braccia, non è soltanto suo ma appartiene al mondo.

Nel soggiorno, che è la stanza più danneggiata, troviamo la presenza di un camino decorato con due putti che reggono una cornice ellittica; le loro membra sembrano bloccate ma questa staticità delle figure contrasta con il fluttuante drappeggio che cade alle loro spalle[29] (fig. 12).

Fig.12

 

Il chiostro, che appartiene al nucleo più recente dell’edificio, è dominato da un pozzo del XVII secolo decorato con grande fastosità barocca. Il pozzo è formato da quattro colonne sormontate ciascuna da un capitello ionico. Al di sopra dei capitelli, presi a due a due, è posizionata una balaustra scanalata in pietra leccese (figg. 13, 14).

Fig.13

 

Fig.14

 

Il pozzo era, inoltre, sormontato da un blocco superiore contenente due stemmi: sul lato nord quello della Santa Croce, recante la data del 1627, e sul lato sud un’insegna con tre figure – la fascia, le rose e la stella – (fig. 15); oggi il pozzo si presenta privo di tale blocco in seguito ad un furto avvenuto nel 1991. Presso il lato sud del cortile è possibile individuale la presenza di un portale, ora murato, affiancato da una colombaia a muro[30] (fig. 16).

Fig.15

 

Fig.16

 

Infine, il piano superiore del palazzo comprende una serie di stanze comunicanti con un ampio e luminoso salone ricoperto da stucchi eleganti che incorniciano le porte di accesso ed alcuni riquadri ormai spogli di tele (fig. 17).

Fig. 17

 

Come accennato precedentemente, i Padri Celestini furono spodestati del loro feudo nel 1807 e alcuni di loro trovarono ospitalità a Carmiano nella dimora attigua alla chiesa dell’Immacolata, dove vissero in eremitaggio. Alla loro morte furono sepolti nella stessa chiesa, dove esistono ancora le loro tombe[31].

Con la fine della feudalità si svilupparono nuove forme contrattuali di conduzione della terra ed ebbe avvio la diffusione della piccola proprietà contadina che contribuì alla crescita economica e sociale della popolazione[32]. A Carmiano la presenza dei monaci aveva anche inciso sull’indole della cittadinanza, alimentando la diffusione di sentimenti come rassegnazione distaccata e accettazione apatica della realtà: la fine della feudalità contribuì a scuotere la popolazione, risvegliando le coscienze e indirizzandole al raggiungimento di nuovi traguardi di libertà[33].

In seguito alla cacciata dei Celestini e alla soppressione degli ordini religiosi possidenti e mendicanti[34], il palazzo baronale seguì il destino dei feudi di Carmiano e Magliano che, in un primo momento, vennero affittati a privati per poi essere messi in vendita con un’asta pubblica.

Il palazzo venne acquistato nel 1832 da Luigi Giusso, negoziante di origini genovesi che domiciliava a Napoli, per poi essere venduto alla fine del’800 alla famiglia Foscarini che lo utilizzò come residenza fino ai primi anni del ‘900, modificandone sensibilmente gli ambienti nel corso del tempo[35]. Infine, il palazzo venne acquistato nel 1931 dalla famiglia Portaccio di Lecce che riunificò lo stabile, adibendolo a locale di essicazione e di deposito di tabacco[36] (fig. 18).

Fig.18

 

Non era insolito che locali di grandi dimensioni, appartenuti agli ordini religiosi soppressi, vedessero cambiare la loro destinazione d’uso originaria: anche i conventi di San Domenico intra moenia ed extra moenia di Lecce, ad esempio, vennero riutilizzati, il primo, come Regia Manifattura dei Tabacchi e, il secondo, come mattatoio, poi come stabilimento vinicolo ed infine come Consorzio Agrario provinciale[37].

La prima licenza di coltivazione del tabacco fu rilasciata ai coniugi Portaccio nel 1929 quando l’ex palazzo baronale divenne “magazzino generale”, all’interno del quale avvenivano tutte le diverse fasi di produzione del tabacco. Come scrive Antonio Monte:

Fig.19

 

Negli 11 ambienti del piano terra erano ubicati la caldaia, i depositi delle casse e del tabacco sciolto, il vano scala e il monta carichi; nei 23 vani del primo piano vi erano le stufe, i depositi delle casse, del tabacco in colli e degli attrezzi, gli spogliatoi, la sala di allattamento, la caldaia della stufa a legna, le latrine, il vano scala e il monta carichi. Mentre nella nuova costruzione di recente realizzazione, collocata al secondo piano, erano ubicati un grande ambiente dove avveniva la lavorazione delle foglie, il corpo scala e il monta carichi[38].

Fig.20

 

Nel magazzino lavoravano circa 130 persone tra tabacchine e operai che seguivano il seguente orario di lavoro giornaliero: dalle 7.30 alle 15.30 nel periodo invernale e dalle 7.00 alle 15.00 durante il periodo estivo[39]. In quelle stesse stanze affrescate che un tempo avevano ospitato abati ed artisti, era possibile ora sentire l’odore acre del tabacco che rendeva amare le mani infaticabili delle lavoratrici. Molto probabilmente quegli ambienti – dove erano echeggiati, nel corso dei secoli, gli inni sommessi degli abati, le discussioni importanti di amministratori ed intellettuali, ma anche i segreti di giovani contesse – venivano adesso riempiti col fruscio logorante delle foglie di tabacco e con il canto disperato delle tabacchine. Costoro ebbero una funzione fondamentale nel processo di emancipazione della donna, affermandosi come ceto sociale produttivo nel corso del Novecento: il loro ruolo era duplice poiché si occupavano sia di produrre ricchezza per l’intera società salentina, in quanto il tabacco levantino era destinato al mercato mondiale, sia di procurare risorse per la sopravvivenza della propria famiglia. Tuttavia, a Carmiano, come nel resto del Salento, il lavoro delle tabacchine restava un lavoro stagionale mal pagato.

Il magazzino di Carmiano rimase attivo fino al 1974-75 quando finì la lavorazione e lo stabile chiuse definitivamente. In questo periodo vennero apportate delle modifiche architettoniche che servirono ad adattare l’ex residenza baronale dei Celestini ad una fabbrica di tabacco[40]. Ancora oggi all’interno dell’edificio è possibile notare la presenza di macchine ed attrezzature per la lavorazione del tabacco che necessiterebbero di essere pulite e restaurate in quanto rappresentano un’importante documentazione di storia locale (figg. 19, 20). Nel 1991 il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali dichiarò l’immobile d’interesse particolarmente importante ai fini della Legge n.1089 (1° giugno 1938), per via dell’attività produttiva che era stata svolta al suo interno per oltre cinquant’anni[41].

 

Come abbiamo dimostrato attraverso questa breve trattazione, il palazzo baronale è stato nel corso dei secoli un luogo centrale per la comunità di Carmiano: durante la baronia celestiniana rappresentò il luogo cardine dell’amministrazione feudale e fu anche cenacolo culturale di grande rilievo, soprattutto per la presenza di intellettuali e artisti del calibro di Giuseppe Zimbalo; successivamente assunse un notevole ruolo socio-economico, diventando la fabbrica di tabacco più importante del paese e radunando al suo interno un grande numero di operai e tabacchine. Questo palazzo, dunque, ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di una comunità, partecipando al destino amaro della sua popolazione e diventando espressione di un cammino faticoso e contraddittorio verso il presente.

Di fronte a queste certezze storiche e constatando l’attuale stato di abbandono e decadenza in cui versa Palazzo dei Celestini, vogliamo oggi interrogarci provocatoriamente sul futuro: questo luogo può ancora essere un centro di aggregazione sociale e culturale attorno a cui radunare la comunità? La risposta a questa domanda dipende soltanto dalle scelte che avremo il coraggio di compiere.

Oggi la ristrutturazione di questo luogo è quanto mai urgente e necessaria: senza un intervento tempestivo, le tracce della storia di una comunità saranno smarrite per sempre. Non si tratta di perdere semplicemente un pezzo importante della nostra memoria, il rischio è quello di sprecare un’opportunità sociale, economica e culturale per le generazioni future.

Gli affreschi di un palazzo, l’odore del tabacco, il legame con l’evoluzione artistica del barocco leccese sono tutti frammenti organici di una stessa storia che le nostre coscienze civili non potranno continuare a rinnegare per lungo tempo.

From roots to routes: sta a noi adesso scegliere la rotta giusta.

Appendice fotografica

 

Bibliografia

A. Caputo, Il ciclo di vita di una baronia ecclesiastica, I, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008.

M. Cazzato, L’abate e l’architetto. Giuseppe Zimbalo (1620-1710) e i Celestini di S. Croce tra Lecce e Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità salentina in epoca moderna. Carmiano tra XV e XIX secolo, Galatina (Le), Congedo editore, 1991, pp. 313-334.

M. De Luca, Il Palazzo dei Celestini a Carmiano: un’emergenza architettonica in disuso, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 77-91.

S. Macchia, Sul sito del Palazzo baronale dei Celestini, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 63-76.

A.Monte, Tra storia feudale e archeologia industriale. Il Palazzo-fabbrica per la lavorazione del tabacco, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 137-148.

A.R. Pati, Le epigrafi latine di Carmiano, Tipografia Schirinzi, Carmiano, 2005.

G.Paticchia, Carmiano e Magliano. Compendio di storia patria, Galatina (Le), Libri Mitos, 2000.

M. Spedicato, Feudalità, crisi finanziaria e potere locale a Carmiano tra XVI e XVIII secolo, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità salentina in epoca moderna. Carmiano tra XV e XIX secolo, Galatina (Le), Congedo editore, 1991, pp. 97-122.

M. Spedicato, La signoria dei Celestini di S. Croce di Lecce nel feudo di Carmiano e Magliano (secc. XV-XIX), in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 19-61.

R. Trianni, Da residenza baronale a luogo di produzione. La storia di Palazzo dei Celestini dalla soppressione napoleonica ai primi del ‘900, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 93-136.

A. Vetrugno, L’arte in «Regola». Il programma iconografico del Palazzo dei Celestini di Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 155-174.

 

La maggior parte delle foto in appendice è stata gentilmente messa a disposizione da Antonio Vadacca.

Note

[1] A. Caputo, Il ciclo di vita di una baronia ecclesiastica, I, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, p. 13.

[2] Ivi, p. 103. Tuttavia, di questo atto, segnalato solo all’inizio del XVII secolo, non è stata ancora trovata alcuna traccia: in mancanza di documenti certi, è lecito presumere che non si trattò di un vero e proprio acquisto ma di una forma surrettizia di donazione effettuata in merito ad accordi precedenti e/o per disposizione di Maria d’Enghein. Cfr. M. Spedicato, La signoria dei Celestini di S. Croce di Lecce nel feudo di Carmiano e Magliano (secc. XV-XIX), in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce…cit., p. 26.

[3] A. Caputo, op. cit., pp. 9-10.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, pp. 155-157.

[7] M. Spedicato, Feudalità, crisi finanziaria e potere locale a Carmiano tra XVI e XVIII secolo, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità salentina in epoca moderna. Carmiano tra XV e XIX secolo, Galatina (Le), Congedo editore, 1991, p. 98.

[8] M. Spedicato, La signoria dei Celestini di S. Croce…cit., pp. 19, 25.

[9] M. Spedicato, Feudalità, crisi finanziaria…cit., p. 104.

[10] S. Macchia, Sul sito del Palazzo baronale dei Celestini, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p.70.

[11] M. De Luca, Il Palazzo dei Celestini a Carmiano: un’emergenza architettonica in disuso, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p. 77.

[12] M. Cazzato, L’abate e l’architetto. Giuseppe Zimbalo (1620-1710) e i Celestini di S. Croce tra Lecce e Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità…cit., p. 323.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 313.

[15] Ivi, p. 318.

[16] Ivi, pp. 324-325.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 327.

[19] M. De Luca, op. cit., p. 81.

[20] Ivi, pp. 84-85.

[21] Ibidem. Bisogna anche ricordare che questo palazzo godeva dell’immunità ecclesiastica: chiunque fosse ospitato in esso passava sotto la tutela dell’abate di S. Croce.

[22] A. R. Pati, Le epigrafi latine di Carmiano, Tipografia Schirinzi, Carmiano, 2005, pp. 49-53.

[23] M. De Luca, op. cit., pp. 86-88.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] M. Cazzato, op. cit., p. 323.

[27] P. A. Vetrugno, L’arte in «Regola». Il programma iconografico del Palazzo dei Celestini di Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p. 166.

[28] Ivi, p. 165.

[29] M. De Luca, op. cit., p. 83.

[30] Ivi, p. 84.

[31] G. Paticchia, Carmiano e Magliano. Compendio di storia patria, Galatina (Le), Libri Mitos, 2000, p. 40.

[32] A. Caputo, op. cit., pp.155-157.

[33] Ibidem.

[34] La soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli avvenne ad opera di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat con ripetuti decreti, il primo emesso il 2 luglio 1806, poi il 13 febbraio 1807, il 12 gennaio 1808 fino a quello del 7 agosto 1809. Cfr. A. R. Trianni, Da residenza baronale a luogo di produzione. La storia di Palazzo dei Celestini dalla soppressione napoleonica ai primi del ‘900, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p. 93.

[35] Ivi, passim.

[36] Ivi, pp. 104-105.

[37] A. Monte, Tra storia feudale e archeologia industriale. Il Palazzo-fabbrica per la lavorazione del tabacco, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., pp. 146-147.

[38] Ibidem.

[39] Ibidem.

[40] Ibidem.

[41] Ivi, p. 148.

Qui il link per poter votare Palazzo dei Celestini sul sito del Fai: https://www.fondoambiente.it/luoghi/palazzo-celestini?ldc

No rrusce e nno nmusce

di Armando Polito

Due animali in un colpo solo in questa locuzione salentina che metaforicamente indica chi per indolenza o altro non tende a reagire al comportamento altrui o a ribatterne l’opinione. Insomma, quello che in italiano si dice caratterialmente un bonaccione o un taciturno, ma anche chi per opportunismo fa questa scelta, magari solo in alcune circostanze. Gli animali coinvolti sono due, cioè il leone e il toro, dal momento che la traduzione in italiano suonerebbe non ruggisce e non muggisce. Da registrare il deverbale rùsciu (ruggito) riferito, sempre metaforicamente, al rumore del vento o del mare. Rispetto a quest’ultimo mi piace riportanre il testo di una nota (ma l’autore è anonimo) canzone salentina, con la mia traduzione letterale a fronte.

 

A chi fosse interessato a conoscere dettagli storici su questa canzone segnalo il link https://www.youtube.com/watch?v=0jryWN38HfQ

Chiudo dicendo che la sua scoperta e valorizzazione ha propiziato un fenomeno simile a quello della trasposizione filmica di un’opera letteraria. Nel nostro caso, però, molto più modestamente in tutti i sensi, il solo titolo della canzone è entrato come citazione in opere (sulla cui dignità letteraria non dico la mia, lasciando al tempo e alla storia ogni giudizio …) di ambientazione salentina. Eccone una rapida carrellata in ordine cronologico.

Fluid Video Crew, Marco Saura e Caterina Tortosa, Italian Sud Est,Manni, S. Cesario di Lecce, 2003

Enzo De Carlo, Dell’ultima route nel Salento, Youcanprint, Tricase, 2014

Antonio Galati, Subacqueo, 2014

Antonia Occhilupo, La casa dall’angolo dipinto, www.antoniaocchilupo.it, 2014

Giacomo Toma, goWar, Firenze, 2015

 

Daniele Rielli, Lascia stare la gallina, Bompiani, 2015

Lino Moretto, Uggìo. La masseria, Youcanprint, Tricase, 2015

Angelo Pellè, Amaro mare, Youcanprint, 2016, in cui la citazione è nel sottotitolo ma all’interno la nostra canzone viene integralnmente analizzata alle pp. 194-198.

 

 

Alessandro Bozzi, La libertà danza tra gli ulivi, Musicaos Editore, 2017

 

Marittima ricorda un suo eroe

 di Marcello Buttazzo

Sono trascorsi cento anni dalla fine della Grande Guerra, che, purtroppo, vide tante Nazioni coinvolte in un conflitto cruento e ferino.

Celebriamo una ricorrenza ed evochiamo i fatti, le storie, gli accadimenti. E, però, compito primario della vivida memoria umana, deve essere di rammemorare, fra le altre cose, soprattutto chi, in quell’immane scontro, si distinse per generosità ed eroismo.

Vitale Boccadamo, nato il 9 luglio 1894 a Marittima di Diso, soldato del 47esimo Reggimento Fanteria, cadde eroicamente, per l’appunto, durante la Prima Guerra Mondiale, nella Battaglia del Piave, il 15 giugno 1918.

Vitale, di famiglia contadina, visse da bambino, da adolescente, da giovane, a Marittima, fino a quando fu chiamato alle armi.

Nel 1916, partecipò alla nona e alla decima Battaglia dell’Isonzo. Dopo, nel 1918, con inquadramento nel 47esimo Reggimento Fanteria, prese parte attivamente alla Battaglia del Piave (o del solstizio), nella cui fase iniziale morì a seguito di una pallottola nemica, in località Zenson di Piave.

Per le modalità del suo estremo sacrificio in combattimento, fu ritenuto meritevole di un’altissima onorificenza, una Medaglia d’argento al valor militare, assegnatagli dall’allora governante Re d’Italia con la seguente motivazione:

Distintosi già in parecchie azioni di pattuglia, sempre pronto ad offrire la sua opera nelle più pericolose operazioni, fu di valido aiuto al suo comandante di compagnia, infervorando i suoi compagni. Slanciatosi fra i primi all’assalto, irrompeva con impeto fra le file nemiche e, ferito a morte, incitava fino all’ultimo istante i compagni alla lotta.

Un riconoscimento straordinario, a un uomo semplice, del popolo, di umile provenienza.

Lo scrittore salentino Rocco Boccadamo, compaesano di Vitale e suo lontano parente, ha narrato, del piccolo, grande eroe, in un racconto apparso sul recente libro “Gli sposi di Monteruga” (Spagine Edizioni), assumendosi, dentro, l’onore e l’onere di tenere vibratile e vivida d’amore la memoria di un prode modesto e contegnoso.

Da premettere, per completezza, che, già nel 2011, la Giunta Comunale di Diso dedicò una via alla memoria del concittadino, una strada nella frazione di Marittima.

In aggiunta a ciò, ora, in concomitanza con il 15 giugno 2018, ossia a dire un secolo esatto dalla scomparsa, sempre ed esclusivamente allo scopo di ricordare l’estremo sacrificio del giovane Vitale, uomo eroico ed esemplare, e di rinnovellarne la memoria alla comunità paesana, a Rocco Boccadamo, sensibile specialmente nei confronti degli umili, è sembrato doveroso di conferire altri piccoli ma indicativi segni d’onore al caduto in questione.

Così, posto che, nel tempo, la medaglia d’argento al valor militare e il relativo attestato di conferimento erano andati smarriti, Rocco s’è adoperato per la coniazione di una nuova identica medaglia e per il rilascio, a cura del Ministero della Difesa, di una nuova “dichiarazione di avvenuto conferimento”, perfettamente conforme al brevetto originale. Inoltre, ha fatto realizzare un’artistica bacheca lignea per la custodia ed esposizione di detti simboli, vetrinetta che sarà consegnata, idealmente, nelle mani del nipote di Vitale, Giovanni Boccadamo, e, contemporaneamente, sarà donata all’Amministrazione Comunale, per la definitiva sistemazione in una sala del Municipio.

Sul punto, domenica 17 giugno 2018, alle 10.30, nella chiesa parrocchiale di Marittima, si officerà una S. Messa dedicata, durante la quale sarà benedetta la bacheca e, al termine del rito religioso, un piccolo corteo si recherà in direzione del monumento ai caduti in Piazza Vittoria.

Tale meritoria iniziativa avrà il patrocinio morale del Comune di Diso.

La funzione salvifica della memoria è di rendere sempre vive e presenti fra noi persone ragguardevoli, che hanno saputo fare la Storia.

Come verdi campane questi alberi suonano un‘estate

 

Come verdi campane questi alberi suonano un‘estate;

acerba è la stagione degli occhi della gente, disciolta

là nel paese dove il sole cuce abiti di fermento, sole

vortice di afa e di ombre di pini e di ciliegi, bollono

le zanzare, giocano i gabbiani, dorme lo Ionio nel

suo letto di scirocco, un contadino scende ancora

al paese, con gioia precipita nell’aria sana di frescura,

dispensa le spighe, irrompe nell’immobilità dei finti

con un grazie al crocefisso appeso nell’edicola, va

dunque la sera alla notte in un tripudio di gioia.

Elio Ria

Giunge l’ora

 

Giunge l’ora del meritato riposo dalle fatiche nei campi arsi dal sole

e sparsi di serpi e sterpi

del contadino buono e onesto

del paese della terra posta a confine di ogni bellezza

Elio Ria

 

La Cartoguida turistica di Martano: dettagli da scoprire

di Eleonora Marrocco

Il 9 giugno 2018, alle ore 19.30 presso la Sala Congressi “K. Wojtyla” in Piazza Caduti a Martano, si terrà l’evento di presentazione dal titolo “La Cartoguida turistica di Martano: dettagli da scoprire”.

Utile strumento per chiunque voglia approcciarsi alla conoscenza e alla visita del Comune, la “Cartoguida turistica di Martano” è stata ideata da Sandro Montinaro che ne ha curato sia la ricerca storica che la grafica, e realizzata dalla Pro Loco di Martano in collaborazione con il Comune di Martano nell’ambito del POR Puglia FESR FSE 2014-2020 – Asse VI – Tutela dell’ambiente e promozione delle risorse naturali e culturali – Azione 6.8 – Interventi per il riposizionamento competitivo delle destinazioni turistiche sparsi sull’intero territorio.

Scopo della Cartoguida è quello di narrare, in versione smart, un territorio che profuma di storia, cultura e tradizioni, in cui il tempo si ferma, e l’uomo annoda i fili di percorsi che riportano la mente a momenti passati.

A noi, moderni cittadini, spetta il compito di conoscere, scoprire e raccontare, istanti di vita trascorsa, al fine di mettere in evidenza le ricche particolarità delle proprie tradizioni, delle storie e della cultura della propria comunità con tutti i suoi luoghi, i beni culturali, dell’edilizia religiosa e civile, quelli noti e quelli nascosti, o sconosciuti ai più.

Particolare è stata l’attenzione e la cura nella redazione della Cartoguida, frutto di tanto studio e ricerca storica che hanno dato vita ad un prodotto semplice e lineare, ma, al tempo stesso, ricco e puntuale. Le indicazioni presenti spaziano dalle informazioni di carattere storico, culturale e paesaggistico a quelle prettamente turistiche del territorio.

È importante ricordare che il turismo, volano di sviluppo e di crescita culturale, è un settore in estremo fermento. Permette di raggiungere traguardi soddisfacenti e, al contempo, pone sfide sempre più impegnative. Spostando sempre più in là le aspettative del viaggiatore, richiede costantemente nuovi e qualificati strumenti che possano favorire la conoscenza del territorio. Ed è proprio in quest’ottica che si inquadra la “Cartoguida di Martano”: una piccola guida accurata, sempre a portata di mano grazie al formato tascabile, che accompagna il turista attraverso un viaggio tra cultura e storia del territorio, ma allo stesso tempo, incoraggia il residente a riscoprire i luoghi del suo vivere e le sue origini.

La Cartoguida ci proietta, con un tuffo, nel passato delle nostre comunità, per conoscerle e per conoscersi, per aprirsi e raccontarsi al mondo e ai viandanti che affollano le stradine dei nostri piccoli centri, perlopiù, nelle calde sere d’estate.

La promozione e la valorizzazione dei nostri territori deve, però, mantenere il passo coi tempi. La Cartoguida è, a tal proposito, una soluzione innovativa. Distribuita gratuitamente, è redatta in Italiano, in Inglese e, inoltre, reca alcune informazioni in Greco. Grazie alle moderne tecnologie è consultabile anche dai telefonini di ultima generazione, dai tablet e da qualsiasi dispositivo che permetta la lettura dei codici Qr.

Nei pressi dei principali siti di interesse del Comune di Martano sono infatti riportati i QR CODE, mediante la lettura dei quali, si può accedere ai contenuti della Cartoguida e ricevere le informazioni necessarie a scoprire il luogo nel quale ci si è immersi.

La Cartoguida, nel suo format, si presenta dunque come uno strumento utile e indispensabile per accompagnare lungo un viaggio di scoperta e riscoperta, chiunque voglia perdersi nei luoghi e viverne a pieno l’esperienze. Incoraggia la conoscenza della storia e della propria storia. Incuriosisce e sprona la ricerca delle proprie radici, fondamenta solide per la crescita di un territorio che voglia puntare sulla promozione e sulla valorizzazione della propria comunità per aprirsi e accogliere sapientemente il viaggiatore.

 

 

L’oratorio perduto del Santissimo Crocifisso a Parabita

di Giuseppe Fai

Di recente, nella chiesa Madre di Parabita è stato restaurato il Crocifisso ligneo posto sull’altare maggiore e la scoperta di ciò che, fino ad oggi, era stato celato dallo strato di copertura in cartapesta ha posto numerosi interrogativi sulla sua origine e sulla sua collocazione originaria.

La storia di questo Crocifisso sembra, infatti, intersecarsi con quella di una struttura sacra, oggi scomparsa, che faceva parte della sagrestia della chiesa matrice e che meriterebbe di essere riportata alla luce.

Per comprendere questo collegamento, bisogna partire prendendo in considerazione ciò che l’arciprete don Vincenzo Ferrari (1774[1]-1828), il 18 ottobre 1792, scrive al vescovo della Diocesi di Nardò, Carmine Fimiani (1792-1800[2]), in merito allo “Stato delle Chiese e luoghi Pii della Terra di Parabita”, a seguito della visita pastorale di quest’ultimo, avvenuta pochi giorni prima, il 9 ottobre.

L’arciprete parla di “…un picciolo Altare nell’Oratorio attaccato alla Sagrestia per li Sacerdoti infermi e Vecchi impotenti sotto l’Invocazione di un grande Crocefisso di Legno…”, passando, poi, in rassegna gli altri altari situati in chiesa.

Un altro riferimento è riscontrabile, trentatré anni dopo, quando il viceparroco don Donato Marzano, facendo le veci dell’infermo arciprete Ferrari, su sollecitazione del nuovo vescovo Salvatore Lettieri (1825-1839[3]), nelle “Risposte alle dietro scritte dimande”, menziona “…undici altari, incluso l’altare Maggiore, e quello dell’Oratorio dentro la Sagrestia…[4].

Due anni dopo, in risposta alle notizie richieste sempre dal vescovo Lettieri, in preparazione alla visita pastorale che avverrà di lì a breve, a Parabita, il 6 marzo 1827, la descrizione dell’oratorio è la medesima formulata nel 1792 da don Vincenzo Ferrari. E nel documento relativo alla visita, datato 9 marzo, si legge che “…Passò quindi il Monsignore Illustrissimo nella Sagrestia, e visitò il Luogo in cui si apparecchiano i Sacerdoti prima della celebrazione, dove esiste un Altare dedicato al SS. Crocifisso, con Tabernacolo, in cui si ripone la Pisside nei tre giorni della Settimana Santa, ed ogni cosa ritrovò decente…[5].

Dopo questi documenti, dell’oratorio sembrerebbero perdersi le tracce e, allo stato attuale, si può tentare di ricostruirne la storia grazie all’importante testimonianza fornita dal signor Luigi Tornesello, che è stato sagrestano della Chiesa Matrice dagli anni ’40 agli anni ’90 del secolo scorso.

Il signor Tornesello racconta che, dove oggi sorge lo studio del parroco, c’era una diversa struttura, in cui si trovava un Cristo crocifisso ligneo e, davanti a questo, l’affresco della Deposizione di Cristo (Foto)[6], ancora oggi conservato nello studio.

Sulla volta di questa struttura, “una specie di volta a stella”, erano dipinti quattro rosoni e altri affreschi, raffiguranti degli angeli con motivi vegetali. Il Cristo crocifisso era privo della croce, ma aveva una cornice affrescata e, ai suoi piedi, solo una piccola mensola. In questa struttura non c’erano finestre, ma due entrate: una la metteva in comunicazione con la sagrestia e l’altra, poi murata, si affacciava su via san Nicola ed era dotata, inoltre, di una scala, in corrispondenza dell’attuale finestra dello studio.

Il signor Tornesello ricorda che, durante il mandato del parroco don Giuseppe Ferenderes (1961-1994), nel periodo in cui i Padri Redentoristi svolsero la loro missione a Parabita, a causa dell’umidità e della scarsa manutenzione, si verificò il crollo della volta e pezzi degli affreschi furono usati per riempire i locali sottostanti il salone parrocchiale in fase di costruzione. Il Crocifisso si salvò, ma riportò dei danni, mentre l’affresco della Deposizione rimase intatto. Furono, così, avviati dei lavori che portarono alla realizzazione dell’attuale studio del parroco così come lo vediamo oggi.

Prima della testimonianza del 1792 di don Vincenzo Ferrari, nelle visite pastorali l’oratorio del Crocifisso sembra comparire una sola volta, in quella del 1744, durante l’episcopato del vescovo Francesco Carafa (1736-1754), in cui si parla di una visita ad un altare del SS. Crocifisso nell’oratorio.

La storia di questa antica struttura può essere ricostruita anche attraverso le opere artistiche a noi pervenute, come già detto: il Cristo crocifisso ligneo, l’affresco della Deposizione di Cristo e alcuni affreschi ritrovati anni fa.

Il recente restauro del Crocifisso ha evidenziato come, tra gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, all’opera lignea sia stato aggiunto uno strato di gesso e cartapesta ricavata da “sacchi di cemento”, sotto cui si celavano seri danni, come, per esempio, il distacco di un piede dal resto della gamba e di alcune dita delle mani e dei piedi[7].

Tenendo, quindi, in considerazione la testimonianza del signor Tornesello, è possibile pensare che il Crocifisso sia lo stesso di cui parlano nelle loro relazioni i sacerdoti Ferrari e Marzano e il vescovo Lettieri e a cui era dedicato il piccolo altare dotato di un tabernacolo.

E’ probabile, dunque, che, negli anni ‘60, con il crollo della volta, il Crocifisso, salvatosi miracolosamente e già privo della Croce, abbia riportato i danni emersi durante il restauro e che il parroco dell’epoca, don Giuseppe Ferenderes, con un intervento approssimativo, abbia fatto realizzare lo strato in cartapesta e una nuova croce per salvare l’opera, decidendo, da quel momento, la sua nuova collocazione, presso l’altare maggiore.

Considerando, inoltre, che la missione dei Padri Redentoristi, come indicato dalla piccola edicola sulla facciata della canonica, si è svolta nel 1967, si può notare che le informazioni dedotte dal restauro del Crocifisso giunto sino a noi coincidono perfettamente con le vicissitudini occorse al Crocifisso che si trovava nell’oratorio.

La datazione del Crocifisso, risalente, presumibilmente, al XVII secolo, e forse riconducibile alla figura dello scultore gallipolino Vespasiano Genuino, risulta, inoltre, compatibile con il probabile periodo di costruzione dell’oratorio, il Seicento.

L’altra opera artistica, fondamentale per una possibile datazione di questa struttura sacra, è l’affresco della Deposizione di Cristo, salvatosi dal crollo della volta e recante, nell’angolo in basso a sinistra, una data, 1688, che potrebbe essere la data di realizzazione degli affreschi presenti nell’oratorio.

Questa Deposizione ritrae, oltre alle consuete figure, la Madonna, san Giovanni e Maria Maddalena, anche san Francesco d’Assisi e, forse, santa Chiara d’Assisi: il che potrebbe essere un indizio riguardo a chi abbia realizzato gli affreschi, forse un autore legato all’ambito francescano pugliese.

Le ultime tracce dell’oratorio potrebbero, in conclusione, essere gli affreschi, ritrovati durante i lavori eseguiti nei locali parrocchiali alcuni anni fa, gli unici che, ricomposti, potrebbero un giorno dirci di più sul ciclo pittorico di questo oratorio andato perduto.

Considerando la presenza del Crocifisso ligneo e della Deposizione, potremmo essere, quindi, di fronte a un tema iconografico ben preciso, cioè quello della Passione di Cristo, insieme a putti con decorazioni a tema vegetale.

Dando credito agli scritti del sacerdote Donato Marzano e del vescovo Salvatore Lettieri, questo oratorio era il luogo più sacro all’interno della sagrestia, il cui attuale ambiente, affrescato con temi profani, come quello delle marine salentine, pertanto, precedeva quello che era l’ambiente affrescato, invece, con immagini sacre.

Il ciclo di affreschi dell’attuale sagrestia, datato 18 gennaio 1700, e quelli dell’oratorio, dunque, potrebbero essere stati realizzati durante l’episcopato di Orazio Fortunato, vescovo della Diocesi di Nardò dal 1678 al 1707[8].

Questa struttura, comunque, stando alle visite pastorali, non ha un’intitolazione ben precisa, anche se è sempre collegata alla presenza del Crocifisso ligneo.

Nell’oratorio, non solo celebravano la messa quei sacerdoti che, a causa dell’età avanzata o di un’infermità fisica, non potevano più svolgere in chiesa le loro funzioni sacre, ma era anche quel luogo dove i sacerdoti indossavano i paramenti sacri prima di entrare in chiesa. Probabilmente, dunque, l’oratorio era in comunicazione con l’attuale sagrestia.

Nel Novecento, con ogni probabilità, la struttura perse la sua funzione di oratorio sacro, per divenire uno studio per l’arciprete; nella seconda metà degli anni ‘60, poi, ormai in pessimo stato conservativo, crollò, forse durante i lavori di costruzione del salone parrocchiale, e questo spiegherebbe come mai siano stati utilizzati proprio gli affreschi dell’oratorio come materiale di risulta.

Grazie alla testimonianza del signor Tornesello, quindi, e con l’aiuto delle fonti e dei resti dell’oratorio, ho provato a ricostruire un piccolo tassello della storia della Chiesa Madre di Parabita, dimenticato da anni e sconosciuto a molti. I risultati dell’indagine su questa antica struttura, dunque, potrebbe essere determinanti per ulteriori studi sull’attuale sagrestia, vista la stretta correlazione che sembra intercorrere tra questi due ambienti.

[1] O. Seclì, Parabita nel ‘700 – Dinamiche storiche di un secolo, Parabita, Martignano Litografia, 2002

[2] https://www.diocesinardogallipoli.org/diocesi-nardo-gallipoli/cronotassi-dei-vescovi-della-diocesi-di-nardo/

[3] Idem

[4] Archivio Storico Diocesano “Mons. Domenico Caliandro” – Nardò

[5] Idem

[6] Questa e le altre due foto sono di Foto di Salvatore Leopizzi

[7] “Relazione intervento di restauro del SS. Crocefisso di proprietà della Parrocchia Matrice di Parabita” eseguita da don Marcello Spada e Maurizio Specchia

[8] https://www.diocesinardogallipoli.org/diocesi-nardo-gallipoli/cronotassi-dei-vescovi-della-diocesi-di-nardo/

Pubblicato su nuovAlba, anno XVIII – numero 1 – maggio 2018, a cura dell’Associazione “Progetto Parabita”

Porto Cesareo e le sue epigrafi di età romana

di Armando Polito

Prima che Porto Cesareo nel 1975 diventasse comune autonomo le epigrafi che ora presenterò erano registrate come appartenenti a Nardò, di cui Porto Cesareo è stata frazione fino alla data prima ricordata. Il nome di Nardò è rimasto nei vecchi repertori e la nuova titolarità è comparsa solo dopo qualche decennio nei nuovi1. Se le epigrafi, che sono tutte funerarie, potessero parlare, probabilmente scomoderebbero il vecchio detto salentino: sapimu addo’ simu nate, no ssapimu addo’ murimu, quasi a sancire l’aleatorietà, dovuta al trascorrere del tempo, anche della registrazione burocratica delle memorie. E non posso fare a meno di ricordare che su un totale di 13 epigrafi prima registrate sotto il nome di Nardò, alla stessa ne sono rimaste solo 5; in compenso, però, essa potrà vantare l’onore di ospitare sul suo territorio (almeno fino a quando non ci sarà un’altra scissione autonomistica …) gli scarichi della fognatura di Porto Cesareo …

Agli dei Mani. Claudia Atticilla figlia di Tiberio visse un anno e due mesi. Qui è sepolta.

Tutti gli onomastici (Claudia, Tiberius ed Atticilla) sono di ricorrenza epigrafica molto frequente. Mi resta solo da far notare come qui Atticilla (diminutivo di Attica) abbia quasi una valenza premonitrice.

Agli dei Mani. Lucilla Chisi visse trentacinque anni. Qui è sepolta.

Lucilla (diminutivo di lux=luce) è onomastico molto comune. Chysis per me è trascrizione perfetta frl greco Χύσις (leggi chiùsis) che è dal verbo Χέω (leggi cheo) e che come nome comune significa versamento, corrente, abbondanza  Non è difficile immaginare che l’ultimo significato fosse nelle intenzioni augurali di chi diede a Lucilla tale onomastico. Esso è attestato, oltre che nella nostra epigrafe (ma nella trascrizione chisis, meno perfetta), solo in CIL VI, 37473: CESIA CHISIS/VIX(IT) A(NNIS) IV DIES X/NYMPHE MATER/FECIT ET CESSUS PATER (Cesia Chisi visse quattro anni e dieci giorni. Fecero (la sepoltura) la madre Ninfa e il padre Cesso).

Agli dei Mani. Pomponio Euticione visse ventidue anni. Qui è sepolto pro[]

Pomponius è onomastico molto frequente. Euticio (qui nominativo che comporta un genitivo Euticionis) ricorre solo qui e mi appare come una variante di Euticius (genitivo Euticii) anch’esso molto raro; ricorre, infatti solo cinque volte (CIL VI, 09400; AE 1979, 00308; ICUR-03, 08866; ICUR-08, 21767a; CUR-08, 23519). Va segnalata pure la variante Euticion presente solo in ICUR-08, 22439. Quest’onomastico, in tutte le varianti riportate mi appare come un adattamento aggettivale latino del greco εὐτυχής (leggi eutiuchès) che significa fortunato. Che poi non possa essere considerato fortunato chi muore a ventidue anni è un’altra storia …

… pose al coniuge benemerito

Tertulla è onomastico molto ricorrente nelle epigrafi. Appare diminutivo di tertia (terza), come, per il maschile, Lucullus da Lucius. Clymaene ricorre epigraficamente abbastanza nella forma Clymene, trascrizione del greco Κλυμένη (leggi Cliumène), nome di una nereide, dall’aggettivo che significa famosa.

L’onomastico Ursilla (diminutivo di ursa=orsa ricorre nelle epigrafi poco meno di trenta volte. Il corrispondente maschile Ursillus (peraltro di dubbia ricostruzione a causa delle lacune del supporto) una sola volta in un’iscrizione londinese (AE 1987, 00737f). da notare BIXIT per VIXIT, fenomeno di trasposizione v>b perdurante nella locuzione dialettale salentina sta bbiti?=stai vedendo? Al contrario in erva per erba. Tuttavia va detto che lo stesso fenomeno ricorre in due iscrizioni romane (ICUR-05, 13527 e ICUR-07, 18009). Vedi pure Silbana e viba nella scheda successiva.

Siamo giunti all’ultimo documento, che è un’iscrizione opistografa, il cui testo, cioè, è inciso parte (n. 7) su una faccia, parte (n. 8) sull’altra dello stesso supporto. Naturalmente la datazione annotata per la prima parte vale pure per la seconda.

Da notare Silbana per Silvana e viba per viva, per cui vedi bixit nella scheda precedente. Anche Silbana per Silvana (come il corrispondente maschile Silbanus per Silvanus) mostra pià di una decina di ricorrenze epigrafiche. In virtù di quel viba l’ipotetica integrazione [XXX?], resa plausibile dal XXX che si legge nel testo successivo, è da considerare aggiunta dopo la morte di Aurelia Silvana, a meno che non si voglia attribuirle doti autoprofetiche …

Si direbbe proprio che le cose siano andate  così: Aurelia Silvana si fece preparare la prima iscrizione con in bianco lo spazio della cifra degli anni di vita. Il suo liberto (Aurelius è il nomen mediato da quello della sua patrona, Felicissimus è il suo cognomen da schiavo) provvide alla seconda iscrizione e all’integrazione della prima.

Tutte le epigrafi esaminate, fatta eccezione per la n.7 e per la n.8 sono andate, e da tempo,perdute. Quale migliore motizia di questa ferale per chiudere un post dedicato ad epigrafi funerarie? …

___________________

1 Così è in quello, recentissimo, del quale ho parlato nella nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/01/rudie-le-sue-epigrafi-funerarie/ e del quale anche questa volta mi sono avvalso. Miei sono la traduzione e il commento in calce ad ogni scheda.

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