Dialetti salentini: scàncaru e stàntulu

di Armando Polito

Sono due elementi fondamentali di qualsiasi porta. Scàncaru ha il suo corrispondente italiano in ganghero, che è dal greco tardo κάγχαλος (leggi càngalos) così attestato nel glossario  Esichio di Alessandria (V secolo): κάγχαλος κρίκος ὁ ἐπὶ ταῖς θύραις. Σικελοί (κάγχαλος anello sulle porte. Siciliani).

Detto che κρίκος è forma epica di κίρκος (da cui il latino circus, che ha dato vita all’italiano circo col suo diminutivo circulus, che ha dato vita agli italiani circolo e cerchio), stando ad Esichio la forma sarebbe stata in uso in Sicilia. Appare evidente, solo a pronunciare le due voci scàncaru e ganghero che esse hanno qualcosa in comune, che non può essere se non la voce greca appena riportata.

Sorprenderebbe che questo sia sfuggito ad un maestro della statura del Rohlfs che nel suo dizionario da me citato centinaia di volte riporta il lemma che riproduco di seguito in formato immagine.

E per chiàncari:

Sorprenderebbe, ho detto (e il condizionale non è CASUALE), l’assenza di qualsiasi indicazione etimologica se nella definizione di entrambe le voci non entrasse la parola gangheri per la prima, ganghero per la seconda in conformità, credo, con quanto si legge nell’introduzione (v. I, p. 9) della sua opera: Per tutte le parole che i nostri dialetti hanno in comune con la lingua nazionale italiana, il lettore vi potrà trovar utili chiarimenti nei vocabolari etimologici della lingua italiana.

Al maestro tedesco, perciò, si potrà imputare tutt’al più, di aver risparmiato spazio e propiziato, soprattutto nei non addetti ai lavori, l’affrettata conclusione dell’omessa etimologia per i lemmi in questione. Ma, si chiederà il lettore, se tra chiàncaru e ganghero le affinità fonetiche sono evidenti, come si spiega la s iniziale di scànchiri e delle altre varianti (compresa la neretina scàncaru) in cui essa è presente? A parer mio quiella s- può avere lo stesso valore espressivo che si nota in scarciòppula rispetto a carciofo o, forse più attendibilmente, è dovuto ad incrocio con scancu , deverbale da scancare che significa allargare le gambe, scavalcare. Escluderei lqualsiasi collegamento con scancu che non sia un incrocio perché una derivazione unica e diretta da scancu avrebbe dato non scàncaru ma scancàru, come in picuràru (pecoraio) da pècura (pecora) o fumàru (fumaiolo) da fumu (fumo) e proprio la posizione dell’accento confermerebbe, secondo me,  l’origine greca della voce.

Passo ora a stàntulu che semanticamente ha il suo corrispondente nell’italiano stipite ma che etimologicamente è diminutivo di stante, participio presente con valore sostantivato di stare.Non a caso, a differenza dello scàncaru è la parte fissa di  una porta e questo concetto è alla base pure di stipite, che è dal latino stipite(m), che significa tronco d’albero, palo, Così, pur fuorviati da una moderna porta blindata con guarnizioni stagne e, qualora non ad anta scorrevole, con cerniere su cuscinetti a sfera o ad aria compressa, non ci sarà troppo complòicato immaginare il modello più semplice e primitivo di cancello (da considerarsi, molto probabilmente, l’antenato della porta) con :lo stipite costituito da due pali (stàntuli)  e una sola grata apribile grazie a due anelli di collegamento (scàncari)  con uno dei due stàntuli, mentre l’altro funge da battente.

Il Galateo e i brucolachi

di Armando Polito

Il Galateo del titolo non è l’opera di monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556) e neppure quel complesso di norme di buone maniere che, come nome comune, da esso trae origine. Si tratta, invece, dello pseudonimo, tratto dal centro (Galatone) in cui nacque, del più famoso umanista salentino: Antonio De Ferrariis (1444-1517).

La parte finale del De situ Iapygiae, pubblicato postumo per i tipi di Pietro Perna a Berna nel 1558, Antonio rivolge la sua attenzione al territorio neretino e da par suo dà un colpo decisivo a a quella che ritiene  interpretazione superstiziosa e fasulla dei due fenomeni dei Fuochi fatui1 e della Fata Morgana2 osservati frequentemente nel territorio del Salento.

Riproduco di seguito dell’editio princeps il frontespizio e la parte che ci interessa di p. 117 evidenziata dalla sottolineatura, certo di fare cosa gradita ai bibliofili, ai quali segnalo che l’opera è integralmente scaricabile da http://www.internetculturale.it/jmms/objdownload?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABVEE003363&teca=MagTeca%20-%20ICCU&resource=img&mode=all.

Prima di procedere alla traduzione è d’obbligo una nota di natura filologica relativa proprio alla strana parola (brucolachi) che compare nel titolo di questo post. In questa prima edizione compare Brocolarum, come si può leggere più chiaramente nel dettaglio che segue.

non nativo, cioè dell’autore, ma di trascrizione da manoscritto più che di stampa) per Brocolacum, genitivo plurale, che, come vedremo, appare come trascrizione dal greco. L’errore si perpetuò per lungo tempo nelle edizioni successive, di seguito documentate.

Maccarani, Napoli, 1624

p. 90

 

Chiriatti, Lecce, 1727

Di questa edizione curata dal neretino Giovanni Bernardino Tafuri non posso fornire il dettaglio che ci interessa, ma posso assicurare che continua il Brocolarum delle precedenti edizioni, perché esso permane nell’edizione, a cura dello stesso Tafuri, inserita nella collana curata da Angelo Calogerà appresso indicata.

Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, tomo VII, Zane, Venezia, 1722

  1. 194

 

Delectus scriptorum rerum Neapolitanarum, Ricciardi, Napoli, 1735

 

colonna 620

 

Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, v. II, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851

p. 89

A p. IV dello stesso volume Michele Tafuri così si esprime sull’edizione leccese del 1727 curata dall’antenato.

Da notare l’errata indicazione del tomo della raccolta del Calogerà (VII e non IX).

 

La Giapigia e varii opuscoli di Antonio De Ferrariis detto il Galateo, Tipografia Garibaldi di Flascassovitti e Simone, Lecce, 1867

p. 93

 

Abbiamo la conferma che il Brocolarum sopravvisse fino al 1867. Non so a quale editore è da ascrivere il merito di averlo corretto per primo in Brocolacum. Bisognerebbe passare in rassegna tutte le edizioni del De situ Iapygiae successive al 1851, ricerca, purtroppo, non fattibile, com’è noto,  in rete con testi anche relativamente recenti, ferma restando la mia impressione che in questi ultimi anni il processo di digitalizzazione del patrimonio librario ha subito un rallentamento, probabilmente per motivi di ordine non solo burocratico ma anche finanziario.

Dopo questa lunga parentesi, che lascio volentieri aperta ad ogni integrazione altrui, ecco la traduzione del brano da cui tutto è partito.

Simile è la favola dei brucolachi, che invase tutto l’oriente. Dicono che le anime di coloro che vissero scelleratamente di  notte come globi di fiamme sono solite sorvolare i sepolcri, apparire a persone note ed amici, nutrirsi di animali, succhiare il sangue ai fanciulli ed ucciderli, tornare poi nei sepolcri. La gente superstiziosa scava le sepolture, squarto il cadavere, ne estrae il cuore e lobrucia e getta la cenere ai quattro venti, cioè verso le quattro regioni del mondo e crede che così la maledizione cessi. E se la favola è quella, tuttavia ci offre l’esempio di quanto invisi ed esecrabili siano a tutti coloro che vissero malamente, e vivendo e da morti. Simile è anche la favola di Ermontino di Clazomene citata da Plinioe da Seneca sul sepolcro incantato. Nè mancarono nei tempi antichi simili sciocchezze e illusioni dei sensi umani.

Stando alla descrizione, a parte il tratto iniziale che sembra riguardare i fuochi fatui, il resto evoca il vampirismo, per cui il brucolachi della traduzione è sinonimo di vampiri, voce con cui è reso in tutte le traduzioni meno e più recenti.

Un comune destino sembra unire dal punto di vista etimologico la voce vampiro e quella relativa al suo antenato, il brucolaco. La loro origine, infatti, è incerta. In particolare per la prima l’ipotesi più accreditata è che derivi dal serbo-croato vampir. E per brucolaco? L’attestazione più antica che sono riuscito a trovare è in una relazione di viaggio del 1717..

Alle p. 131-133 si legge quanto di seguito riproduco.

(Vedemmo una scena ben differente e ben tragica nella stessa isola in occasione di uno di questi morti che si crede ritornino in vita dopo il loro seppellimento. Colui del quale mi accingo a raccontare la storia era un cittadino di Micono5 per natura di cattivo umore e lamentoso; questo è un dettaglio da sottolineare in rapporto a pari soggetti. Fu ucciso in campagna, non si sa da chi e come. Due giorni dopo che era stato sepolto in una cappella della città, corse la voce che lo si vedeva la notte passeggiare a gran passi, che veniva nelle case a rovesciare mobili, spegnere lampade, abbracciare le persone alle spalle e fare mille piccoli tipi di dispetti. Lì per lì successe che se ne rise ma l’affare divenne serio quando le persone più sensibili cominciarono ad avere compassione: i papi stessi convenivano sul fatto e senza dubbio che essi avessero le loro ragioni. Non si mancò di far dire delle messe: nel frattempo il cittadino continuava la sua piccola vita senza correggersi. Dopo parecchie assemblee degli ottimati della città, dei preti e dei religiosi giunsero alla conclusione che bisognava, seguendo un non so quale antico cerimoniale, attendere nove giorni dopo il seppellimento. Il decimo giorno si disse una messa nella cappella dov’era il corpo al fine di scacciare il demonio che si credeva esservisi rinserrato. Il suo corpo fu riesumato dopo la messa e si decise di dovergli strappare il cuore. Il macellaio della città, assai vecchio e poco esperto, cominciò ad aprire il ventre invece del petto: frugò a lungo tra le interiora senza trovarvi ciò che cercava; alla fine qualcuno l’avvertì che doveva bucare il diaframma. Il cuore fu strappato tra l’ammirazione di tutti i presenti. Il cadavere nel frattempo puzzava tanto che si fu obbligati a bruciare dell’incenso; ma il fumo misto alle esalazioni del cadavere non fece che aumentarne la puzza e cominciò a riscaldare il cervello di questa povera gente. La loro immaginazione colpita dallo spettacolo si riempì di visioni. Ci si azzardò a dire che il fumo denso usciva da quel corpo: noi non osiamo dire che era quello dell’incenso. Non si credeva esserci che brucolachi nella cappella e nella piazza che è sul davanti: è questo il nome che si da a questi pretesi resuscitanti. La voce si diffuse nelle strade come attraverso ululati e questo nome sembrava essere fatto per far tremare la volta della cappella. Parecchi dei presenti assicuravano che il sangue di questo malvagio era molto vermiglio, il macellaio giurava che il corpo era ancora tutto caldo; da questo si concludeva che il morto aveva il gran torto di non esser morto bene o, per meglio dire, di essersi lasciato rianimare dal diavolo; è precisamente l’idea che hanno di un brucolaco. Si faceva allora risuonare questo nome in maniera incredibile. Entrò in quel tempo una folla di persone che affermavano ad alta voce che essi non erano ben sicuri che quel corpo fosse diventato rigido quando lo si portò dalla campagna in chiesa per seppellirlo e che di conseguenza era un vero brucolaco; questo era lì il ritornello.)

In margine a p. 131  si legge la nota che riproduco ingrandita.

 

Al Vroucolacas iniziale seguono le varianti greche, cioè Βρουκόλακος (leggi Breucòlacos), Βρουκόλακας (leggi Brucòlacas), Βουρκολάκας (leggi Burcolàcas. Subito dopo vien ripetuto Βρουκόλακας per introdurre la definizione: Spettro composto da un corpo morto e da un demone. C’è chi crede che  Βρουκόλακος significa carogna. Βρούκος (leggi Brucos) o Βοῦρκος (leggi Burcos) è questo limo così puzzolente che marcisce sul fondo dei vecchi pozzi, poiché Λάκκος (leggi Laccos) significa fossa.

La nota mi appare preziosa almeno quanto il testo principale  perché costituisce, a quanto ne so, il primo ed ultimo tentativo di ricostruire l’etimo di questa voce misteriosa. L’ipotesi del De Tournefort trova conforto, ma secondo me trae pure origine dalla conoscenza e consultazione del Glossarium ad scriptores mediae et infimae Graecitatis di Charles Du Cange uscito per i tipi di Anissonios, Joan. Posuel & Cl. Rigaud a Lione nel 168 (due volumi)..

Di seguito la parte iniziale delle schede relative rispettivamente dalle olonne 222 e  783 del primo volume.

(Βορκα, βορκος limo, non qualsiasi ma quello che macerato  in acqua già putrescente e mana una pessima fetore. Così l’Allacci nel libro sulle opinioni dei Greci al numero 12)

(Λάκκος [leggi lakkos], per i Greci è la fossa. Presso i medici però viene inteso come la parte del collo che chiamano σφαγλώ [leggi sfaglò), i Latini iugulum. Ipato in un manoscritto sulle parti del corpo umano: σφαγή, ὁ λάκκος τοῦ τραχήλου [gola, la fossa del collo]. Presso lo stesso ἰνίον [leggi inìon; significa nuca] viene spiegato come ὀπισθόλακκος [leggi opistòlaccos; alla lettera fossa che sta dietro], occipite. Λάκκος è pure il pozzo. Glosse manoscritte ai racconti di Gabria: πρός φρέαρ, εἱς λάκκον [verso il pozzo, verso la fossa])

Sembrebbe che l’etimo del nome della spaventosa creatura sia stato trovato, per cui brucolaco alla lettera significherebbe limo della fossa. Sarebbe così privilegiato il dettaglio del fetore che domina alla fine del racconto del Tournefort.

Faccio notare che il primo significato medico di Λάκκος (gola) riportato dal Du Cange evoca suggestivamente il dettaglio del corpo delle vittime dei vampiri ma mal si accorda (anzi, non si accorda proprio) con la prima parte Βορκα (limo puzzolente) e che le altre due varianti registrate nella relazione di viaggio (Βρουκόλακος e Βρουκόλακας) presentano rispetto a Βορκα la metatesi di –ρ-. Non crea, invece, problemi lo scempiamento dell’originario  -κκ- di Λάκκος dal momento che lo stesso glossario registra il derivato λακάζω (leggi lacazo) col significato di seppellire.

Fermo restanto il fatto che la nostra parola appare senz’ombra di dubbio composta, quali potrebbero essere le voci componenti alternative?. Per la prima parte metterei in campo la radice del verbo βρὐκω (leggi briùco), che siggnifica mordere e per la seconda la radice del verbo λακίζω (leggi lachìzo) che significa lacerare, uccidere.

 

Pur nell’incetezza delle sue componenti, credo di poter affermare che il brocolacum del Galateo è la trascrizione del greco  Βρουκολάκων (leggi brucolàcon) genitivo plurale di Βρουκόλακος, con conservazione dunque, della desinenza del genitivo greco

Rimane (per chi ci crede …) il fascino misterioso di questa creatura, ma anche la certezza che più di due secoli prima del De Tournefort del brucolaco aveva scritto il  salentino Galateo e che lo scetticismo da umanista del salentino (dopo tanta fatica mi si perdoni un pizzico di campanilismo …) anticipava quello da illuminista del francese.

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1  Per Fuoco fatuo s’intende il fenomeno costituito da fugaci fiammelle, per lo più bluastre che un tempo si potevano osservare nei cimiteri e in luoghi paludosi. Le mutate condizioni ambientali ed igieniche lo hanno fatto pressochè scomparire, come, con  il cambiamento di quelle culturali e più specificamente sociali, è avvenuto per il tarantismo.

2 il fenomeno della Fata Morgana, volgarmente detto miraggio, è un’illusione ottica dovuta alla rifrazione di immagini lontane in particolari condizioni atmosferiche. Non escluderei, visti i cambiamenti climatici in corso, la loro scomparsa o evoluzione …

3 Plinio, Naturalis historia, VII, 73: Reperimus inter exempla Hermontini Clazomenii animam relicto corpore errare solitam, vagamque e longiquo multa annuntiare, reperimus inter exempla hermotimi clazomenii animam relicto corpore errare solitam vagamque e longinquo multa adnuntiare, quae nisi a praesente nosci non possent, corpore interim semianimi, donec cremato eo inimici, qui Cantharidae vocabantur, remeanti animae veluti vaginam ademerint.  (Troviamo tra gli esempi che l’anima di Ermontino di Clazomene, lasciato il corpo, era solita errare e dopo aver reduce da paesi lontani dare molte notizie che non potevano essere conosciute se non da chi era tato presente, mentre il corpo frattanto restava semianimato, finchè i nemici, che si chiamavano Cantaridi, dopo averlo cremato, non sottrassero come una sorta di guaina all’anima che tornava)

Faccio notare un altro errore, anche questo perdurante nelle edizioni successive documentate per Brocolarum,  presente nell’editio pronceps, dove si legge Hermotini per Hermontini. Per quanto riguarda Seneca al momento non sono in grado di dire a quale sua opera il Galateo si riferisce. Anche per questo non dispero dell’aiuto di qualche volenteroso lettore.

Dialetti salentini: èrtula

di Armando Polito

Va detto prima di tutto che la voce dialettale di oggi è usata, parlo per Nardò,  solo al plurale e solo nella locuzione ota li èrtule e sciàndile! (alla lettera: gira le bisacce e andiamocene!), invito rivolto anche ad un compagno immaginario quando non è il caso, per motivi vari, di trattenersi oltre, An che le locuzioni dialettali, come le singole parole, diventano progressivamente obsolete, come la nostra, pagando l’inesorabile tributo al tempo e a quello che progresso. Debbo confessare che di questa voce molto probabilmente nin mi sarei occupato se non avessi avuto l’occasione di incontrarla a p. 59 del volontariamente leggero ma prezioso Con decenza parlando di Pasquale Chirivì, uscito per i tipi di Kurumuny a Calimera nel 2010.  Non è la prima volta che cito questo lavoro come ispiratore, sia pur epidermico ed occasionale, di qualche mia escursione linguistica (la partenza è sicura, il ritorno alla base con qualche risultato non sempre è garantito …).  Così questa parola e l’intera locuzione sono riaffiorate nella mia memoria e ho sentito il bisogno di renderla per un attimo meno volatile, visto che è sempre più raro sentirla, sostituita, come è stata da qualche decennio, da riccugghi li fierri, ota l’Ape e sciàndile (alla lettera: raccogli i ferri, fai conversione di marcia con l’Ape e andiamocene!)1. In riferimento alla mia età chi dei nostri nonni (avrebbe potuto immaginare che l’ertula sarebbe stata sostituita dall’Ape e chi dei nostri padri che il nome di un modello di veicolo ispirato per la sua forma dall’ìnsetto2 e dalla capacità,se non di volare, almeno di spostarsi, sarebbe diventato un acronimo con la vezzosa aggiunta dell’anglico social, che, in verità, riscuote paradossalmente maggiore successo quando resta da solo …

In attesa della nascita di un altro acronimo simile che, sommandosi agli altri, farà della la nostra lingua un osceno e incomprensibile mescoòio di grugniti, sbadigli, rutti e scorregge,mi oaew sensato rifugiarmi nel passato di èrtula e, quando si parla della storia di una parola, inevitabilmente entra in campo l’etimologia.

Un aiuto fondamentale, come ben sanno gli addetti ai lavori, possono fornirlo le varianti. Nel nostro caso la voce vertulari presente nel Catasto onciario di Lecce del 1755 e segnalata da Nicola Vacca in Professioni e mestieri a Lecce nel 1700, articolo comparso in Rinascenza salentina, anno I, 1933, pp. 196-201. A p. 197 leggo; “Cosa facevano i vertolari? Erano molti. Vertola, mi si dice, era la bisaccia. Ѐ rimasta tra noi la frase : otu le ertule e me ‘ndiau, per dire faccio fagotto e me ne vado. Il vertolaro sarebbe, dunque, portatore di bisacce o vastasi, o, italianamente, facchino?”.

Al di là della sua conclusione dubitativa, al Vacca, che non era un filologo,  va ascritto il merito di aver enucleato, sia pure di passaggio, questa voce, e molto probabilmente senza di lui il Rholfs, del quale era amico, non l’avrebbe inserita nel suo Dizionario dei dialetti salentini3.

Ecco come il filologo tedesco ha utilizzato il suo contributo:in II, p. 208:

vertularu (L ces) m. venditore di roba fatta al telaio [cfr. il calabrese vèrtula bisaccia, dal latino averta idem] v. vèrtula.

vèrtule [1](L ar, ru) f. pl. masserizie, attrezzi in disordine [cft. il calabrese vèrtula bisaccia, dal latino averta idem.

e in I. p. 216:

èrtula otu le èrtule e mme ndi àu (L 19, l, sq) locuzione faccio fagotto e me ne vado.

Apprendiamo così che all’epoca in cui il Rholfs raccoglieva sul campo,  e di persona, i fiori del nostro dialetto,le trevoci erano in uso solo nel Leccese e più precisamente: vertularu a SanTa Cesarea Terme (L ces), vèrtule ad Aradeo e Ruffano  (L ar, ru), èrtula a Lecce e Squinzano (L l, sq) con citazione dell’articolo del Vacca (L 19).

Non è da escludere che la locuzione sia ignota alle nuove generazioni di quei centri in cui essa era in uso ai tempi del Rohlfs, tant’è che essa è assente nel Dizionario leccese-italiano di Antonio Garrisi uscito per i tipi di Capone a Cavallino nel 1990. Il lemma presente “èrtule sf. pl. I vari prodotti dell’orticello” è chiaramente altra cosa.

Senza la presunzione di rallentare gli inesorabili effetti del trascorrere del tempo, a questo punto non mi è parso fuori luogo cercare di saperne di più sulla voce latina averta dal Rohlfs segnalata, anticipando le conclusioni nella trafila: averta>*avertula (diminutivo del precedente)>*vèrtula (dal precedente con aferesi di a-4 e usato solo al plurale vèrtule)>èrtula (dal precedente per aferesi di v-5).

Ecco come esso è trattato nel glossario del Du Cange:

(AVERTA, nella legge 12 del codice sulla viabilità pubblica 1.47, 48, Codice teodosiano sotto lo stessi titolo, Ѐ una bisaccia o zaino; così infatti interpreta questa voce un antico interprete di Orazio nella satira 6 del libro I: Averta è una bisaccia o zaino per riporvi i vestiti da viaggio e altro necessario. [Confronta il glossario della media grecità alla voce Ἀβέρτα]- Da qui

AVERTARIUS Cavallo, nella legge 22 del codice teodosiano sotto lo stesso titolo; Cioè (il cavallo) che viene impiegato per trasportare l’averta, il cavallo da soma, mallier6).

La prima attestazione di averta, dunque, sarebbe contenuta nel coduice di Teodosio, che fu promulgato nel 438. Tuttavia i tre passi che  che ci interessano contenenti disposizioni sulla circolazione sulle pubbliche vie e che di seguito riporto dall’edizione Mommsen e Meyer, Widman, Berlino, 1905 (VIII, 5, 47 e 48, p. 388 e VIII, 5, 22, p. 381), risalgono, ripettivamente, al consolato di   Arcadio e Bautone (388), di Onorio ed Evodio (389) e di Valentiniano e Valente (368).

Quoniam veredorum quoque cura pari ratione tractanda est, sexaginta libras sella cum frenis, triginta quinque vero averta non transeat, ea condicione, ut, si quis praescripta moderaminis imperatorii libramenta transcenderit, eius sella in frusta caedatur, averta vero fisci viribus deputetur. (Poiché dev’essere trattata con pari criterio anche la cura dei cavalli di posta, la sella con le redini non superi le sessanta libbre, trenta non superi le sessanta libbre, trentacinque la bisaccia,  con la condizione che, se qualcuno abbia superato i pesi prescritti della disposizione imperiale, la sua sella sia fatta a pezzi, la bisaccia invece sia confiscata)

Si aurum sacrarum largitionum vel argentum ad comitatum nostrum destinatur, una raeda quingentis auri libris, mille vero argenti, si vero privatarum, auri trecentis, quingentis vero argenti lib(ris) oneretur. Sint praeterea duo palatini prosecutores singularum raedarum cum tribus servi[s,] habentes quinquagenarum librarum avertas et saga, quibus par erit eos pro itineris necessitate muniri, ita ut, si quid ultra praescriptum nostrae serenitatis inventum fuerit, ad comitatum nostrum protinus dirigatur. (Se l’oro o l’argento di sacre elargizioni è destinato alla nostra scorta, una sola carrozza sia caricata di cinquecento libbre di oro, di mille d’argento; se di offerte private, di trecento libbre di oro, cinquecento d’argento. Ci siano inoltre due due guardie del palazzo imperiale per ogni singola carrozza con tre servi aventi bisacce di cinquanta libbre ciascuno e mantelli dei quali sarà conveniente che siano muniti per le necessità del viaggio, così che, se qualche cosa oltre il prescritto per la nosra sicurezza si sia presentato, ci si rivolga alla nostra scorta)

Praeterea illud adiungimus, ut parhippum vel avertarium nullus accipiat, nullus inpune praesumat, nisi eum nostrae serenitatis arbitrio aliqua necessitate cogente vir inl(ustris) magister officiorum textui evectionis addiderit. (Inoltre aggiungiamo che nessuno prenda un cavallo supplementare o da soma, nulla presuma di farlo impunemente se ad arbitrio della nostra sicurezza l’ufficiale addetto costretto da qualche necessità non l’abbia aggiunto al contesto del trasporto).   

Qui avertarius, derivato di averta, non è altro che l’antenato animale dell’umano vertolaro modellato su vertola. Facuklmente iuntuibile è, però, come averta fosse in uso già prima del 368. Infatti la voce è presente in un editto sui prezzi (De pretiis rerum) di Diocleziano che fu imperatore, da solo,  dal 284 e, dal 286 come Augusto d’Oriente con Massimiano, come Augusto d’Occidente, fino al 305. Ce lo tramanda un’iscrizione (CIL 12, 69) replicata in più zone dell’imperoi: … de lor[amentis]/averta primae formae in caruca (denariis) mill]e quingent[is] … (sulle corregge: una bisaccia di prima forma su carrozza millecinquecento denari …)

Purtroppo non è dato sapere quale fosse questa prima forma (probabilmente, vista la tariffa, era quella più voluminosa) ma dalle fonti fin qui riportate, si evince che l’averta era, sostanzialmente, quello che è il bagaglio dei viaggi attuali.

Alla fine del lemma AVERTA il Du Cange rinvia al suo glossario greco e precisaMente al lemma Ἀβέρτα. Lo riproduco e lo traduco e commento, come ho appena finito di fare per AVERTA.

(ΑΒΈΡΤΑ, Ἀβέρτης. Glosse laline-greche Liba, Ἀβέρτης. Glosse di Servio: Averta, Ἀβέρτης. Suida: molti ora chiamano Ἀβέρτα la ἀορτἠ. È un contenitore e un nomemacedone. Da Esichio invero è spiegato ἀορτἠ come la cinghia della spada (è chiamata) dai Macedoni. Ma averta significa altro per i latini: è infatti la bisaccia o zaino per i vestiti da viaggio, come affermiamo nel glossario della media latinità. Libro 57 della Bailicorum synopsis maior titolo 17 dal libro 12 Codice sulla pubblica viabilità: Poiché è necessario trattare pure dei cavalli, di sessanta libbre siano la sella e il freno. La bisaccia, cioè lo zaino che si porta sulla schiena (è chiamata bisaccia dal fatto che è volta all’indietro) sia anche questa di sessanta libbre. Se qualcuno andrà oltre questa misura stabilita, la sua sella sarà fatta a pezzi e la bisaccia confiscata. Dove le Ecloghe hanno βέρτα)

Al di là dei dubbi espressi dal Du Cange sui rapporti tra la latina averta e le greche Ἀβέρτα/βέρτα/ἀορτἠ, mi oare che la cronologia parli chiaramente sull’origine latina della voce: Esichio fiorì nel V secolo: la Suda, pur rifacendosi a fonti antiche, risale al X secolo e così pure la Bailicorum synopsis, Il cui brano riportato è quello dell’editto teodosiano. Si hanno, dunque, buoni motivi Per ritenere che la latina averta, da voce comune, abbia assunto una sorta di nobilitazione giuridica e come tale si sia diffusa nel mondo bizantino con la trascrizione Ἀβέρτα/βέρτα.

A riprova, comunque della sua sopravvivenza basti considerare, oltre alle salentine vertola e èrtula, la variante bèrtola presente nella letteratura napoletana del XVII secolo:

Giambattista Basile, Le Muse napoletane, Polinnia overo lo vicchio nnammorato, Egroca settema (cito dall’edizione Mollo, Napoli, 1693, p. 106): :… ch’è tiempo d’allestire/le bertole da fare lo viaggio … ( … è tempo d’allestire i bagagli;per fare il viaggio …); Pentamerone, IX, 3  (cito dall’edizione Lupardi, Roma, 1679, pp. 906-907: Cossì decenno, puostose no capopurpo ncuollo, li calantrielle à li piede, na vertola a travierzo le spalle … (Così dicendo, postosi sul collo una rete per la pesca dei polpi, glii stivali ai piedi, una vertola sulle spalle …).

Filippo Sgruttendio di Scafato, La tiorba a taccone, corda IX, A Cecca la catubba (cito dall’edizione Porcelli, Napoli, p. 247: … Tene janche doie zizzelle7,/che ne ncaca8 a Galione:/si se move fa squaselle9,/fanno mpietto tordeglione10/e le puoie tenere mbraccia/comm’a bertola, o vesaccia ... ( … Ha bianche due mammelle con cui fa schifo a Galeone: se si muove fa moine, sembrano mosconi cge danzano in petto e le puoi tenere in bracciio come bertola o bisaccia …). E non posso non citare,  oltre al sardo bèrtula,  il proverbio siciliano Aviri li vertuli chini e la panza vacanti (Avere le bisacce piene e la pancia vuota), icastico quadretto di chi pensa solo ad accumulare ricchezza risparmiando, magari, sui bisogni fondamentali.

Così il nostro èrtula, pur nella relativa ed inevitabile incertezza di alcuni passaggi semantici e non solo, è la tappa finale di un lungo viaggio quasi sicuramente, per quanto ho detto all’inizio, destinato a perdersi nelle tenebre, nelle quali il tempo lentamente ma inesorabilmente avviluppa le nostre memorie e, con esse, le nostre parole.

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1 Anche questa locuzione è registrata nel libro del Chirivì a p. 128 nella variante Riccogghi li scercule ca giramu l’Apu. Per scèrcule vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/06/sscercule/.

2 Prodotto, com’è noto, ancora oggi dalla Piaggio, che a suo tempo lanciò, con ispirazione onomasticasimile, la mitica Vespa.

3 Verlag der Bayer. Akad. d. Wiss., München, 2 volumi (1956-1957) e 1 suppl. (1961), ristampato da Congedo Editore, Galatina, nel 1976.

4 L’aferesi di a- potrebbe essere stata indotta dal fenomeno dell’errata concrezione dell’articolo (avertula>l’avertula>la vertula>vertula). Tale fenomeno è presente pure in italiano: lastrico (da astrico>l’astrico>lastrico>il lastrico, forse per incrocio con lastra).

5 L’aferesi, questa volta di v– è altro fenomeno ricorrente: basti ricordare che il leccese vastasi citato dal Vacca diventa astasi a Nardò.

6 Voce francese antica che definiva il cavallo da posta.

7 Formalmente è diminutivo si zizza, ma qui, secondo me, assume un valore dispregiativo in linea con quanto segue.8 Alla lettera: riempie di cacca.

9 Da Parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789:

10 Corrisponde all’italiano tortiglione, che designa genericamente un oggetto avvolto a spiral; in particolare è un tipo di acconciatura femminile, una decorazione architettonca a forma di treccia o si corda ritorta, una candela spiraliforme, un tipo di pasta e, in entomologia, l0insetto chiamato amche sigaraio. Nella mia traduzione ho voluto mettere in campo quest’ultimo per recuperare, con l’idea del volo fastidioso,  un’efficacia espressiva che, seconsdo me, l’autore voleva dare alla similitudine.

Dialetti salentini: sciana

Dante Rossetti, La voce del mare

 

di Armando Polito

Sinonimo di umore, sciana è in uso in locuzioni del tipo osce sto ti sciana (oggi sto di umore giusto, ho voglia di fare) ma anche in unione all’aggettivo che ne definisce esplicitamente il valore positivo (sto ti bona sciana) o negativo (sto ti malesciana). Il derivato scianaru (prevalentemente e, come dirò, non a caso, usato al femminile scianara) come sinonimo di volubile. Ecco come i due lemmi sono trattati dagli autori di riferimento che spesso cito  nei miei contributi di questo tipo. Comincio dal Rohlfs.

Continuo con il Garrisi.

Chiudo col Presicce.

Per quanto riguarda il Garrisi osservo che non mi è stato possibile reperire jena/jana in nessun vocabolario dello spagnolo, nemmeno in quello della Real Academia Española (https://dle.rae.es/?w=diccionario).

Noto, invece, un filo sottile che collega il Rohlfs ed il Presicce, costituito dal lunatico che si legge nel primo e da Luna nel secondo. In particolare, però, la proposta del Presicce σελάνα>sciana suppone una trafila che credo immaginata attraverso la sincope di –ε- (σλάνα) ma che comporta un esito finale σλ->sci- del quale non conosco esempio.

Passando al Rohlfs, direi, invece, che il Diana messo in campo non fa una piega dal punto di vista fonetico, tanto meno da quello semantico. Comincio dal primo: l’esito di- (seguito da vocale)>sci– è da manuale, come dimostrano due tra i tanti esempi possibili. Per il primo  ricordo i derivati italiani e salentini da dies=giorno: diurno, giorno, giornata in italiano e giurnu e sciurnata in salentino; per il secondo i derivati italiano e salentino da iugum, rispettivamente gioco e sciùu. Qualcuno mi chiederà dov’è la d- in iugum. Mi vien da dire che è rimasta cancellata dal logorio del tempo se penso che il verbo derivato da iugum, cioè iùngere (da cui l’italiano giungere e suoi composti), ha il suo gemello nel greco ζεύγνυμι (leggi zèugniumi); la consonante ζ è frutto di incontro tra δ (delta) e j (jod), per cui ζεύγνυμι in origine era *δjέϝγνυμι, giunto alla forma finale non solo col passaggio δj>ζ ma anche con la vocalizzazione in –υ– del digamma (ϝ). Lo stesso è avvenuto per Ζεύς (leggi Zèus) che originariamente era *Δjέϝς. Il fenomeno è presente pure nel vocativo Ζεῦ (leggi Zeu) da *Δjέϝ. Il δj – sopravvive, invece, con vocalizzazione di j, negli altri casi: genitivo Διός (leggi Diòs) da *Διϝός (leggi Divòs), dativo Διί  (leggi Diì) da Διϝί (leggi Divì), accusativo Δία (leggi Dia)  Noto è che allo Zeus greco corrisponde il latino Iùppiter, caso nominativo da un precedente *Iovspater composto da *Iovs (Giove) e dall’apposizione pater (padre); tale apposizione è presente pure nel vocativo (che è uguale al nominativo), mentre è assente negli altri casi: Iovis (genitivo), Iavi (dativo), Iovem (accusativo) e Iove (ablativo). La sopravvivenza del greco δj- è chiaramente percepibile nel latino deus (dio), mentre l’aggettivo divus (divino) si collega alla forma originaria dei casi obliqui di di Ζεύς prima riportati.

E proprio su questo dettaglio fonetico non posso omettere di ricordare una nota di Publio Nigidio Figulo (I secolo a. C.) giunta a noi per tradizione indiretta grazie a    Teodosio Ambrogio Macrobio (V secolo), Saturnalia, I, 9.

Dianae vero ut Triviae viarum omnium iidem tribuunt potestatem, sed apud nos Ianum omnibus praeesse ianuis nomen ostendit, quod simile θυραίῳ. Nam et cum clavi ac virga figuratur, quasi onium et portarum custos et vector viarum.  Pronuntiavit Nigidius Apollinem Ianum esse Ianamque Dianam, apposita d, litera quae saepe literae i causa decoris apponitur, ut reditur, redhibetur, redintegratur.

(A Diana in verità, come a Trivia, gli stessi (i Greci) attribuiscono il potere di tutte le vie . Ma presso di noi il nome Giano mostra di presiedere a tutte le porte poiché simile ad uno che sta alla porta. Infatti è raffigurato con una chiave ed un bastone, quasi custode di tutte le porte e guida delle vie. Nigidio ci ha fatto sapere che Giano è Apollo e Giana Diana con l’aggiunta della lettera d che spesso viene anteposta alla lettera per decoro, come avviene, si crede, in reditur, redhibetur, redintegratur).

Diana, com’è noto era gemella di Apollo, entrambi figli di Zeus e Latona, Nel passo di Macrobio Iana/Diana conserva la sua parentela grazie all’identificazione di Giano con Apollo.

Comunque, per tornare al dettaglio fonetico, Iana con prostesi di d- per motivi eufonici avrebbe dato Diana.

Ciò non mi convince perché gli esempi fatti (reditur e compagni) sono tutte parole composte, verbi in cui il primo componente è la particella ripetitiva re-. Non conosco parola, che non sia verbo, in cui compaia tale fenomeno. E poi: se Iana ha dato Diana, perché lo stesso non è avvenuto per Ianus, la cui forma eufonica sarebbe stata Dianus?

Tuttalpiù si può pensare che Iana sia alla base delle forme ricordate dal Rohlfs (jana, sciana, gene) e che da un un suo derivato aggettivale (col significato di sacerdotessa, devota o seguace di Diana) abbia dato vita alla scianara salentina come alla napoletana janara (strega).

E qui ci attendono il terreno viscido e l’aria nebulosa dell’occultismo, che continua ad avere i suoi proseliti in piena era digitale; quando. poi, queste incrostazioni irrazionali sedimentano nei millenni, districarsi è ancora più difficile. E la stessa etimologia arranca più del solito. Proprio a proposito di Giano (e, dunque, il discorso varrebbe pure per Iana/Diana) sulla base della testimonianza di Cicerone (I secolo a. C.).) riportata dal suo contemporaneo Cornificio citato ancora da Macrobio (più tradizione indiretta di così …) poco dopo il brano di lui prima riportato: alii mundum, id est, caelum esse voluerunt Ianumque ab eundo dictum, quod mundum semper eat, dum in orbem volvitur et ex se initium faciens in se refertur, unde et Cornificius Etymorum libro tertio Cicero, inquit, non Ianum sed Eanum nominat ab eundo.

(… altri vollero che Giano fosse il mondo, cioè il cielo, e che Giano fosse detto dall’andare, poiché il mondo sempre va mentre ruota in cerchio e in sé facendo inizio in sé ritorna, per cui anche Cornificio nel terzo libro degli Etimi dice: “Cicerone lo chiama non Ianum ma Eanum da eundo“).

Faccio notare che eundo è il gerundio di ire (che significa andare) rimasto tal quale in italiano come forma poetica e nel salentino scire (come l’italiano poetico gire da *jire).

Alla stessa radice, sulla scorta del primo pezzo di Macrobio, vien collegato il latino ianua, che significa porta, quale elemento attraverso il quale si va, entrando ed uscendo. A tal proposito mi pare opportuno riportare quanto in propositi dice il Galateo (1444-1517) nel De situ Iapygiae, uscito postumo nel 1558 Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, seu potius veneficas, medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti, et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quae ibi aguntur, choreas per paludes ducere, et demonibus congredi, ingredi et egredi per clausa ostia et foramina, pueros necare.

(Vi sono coloro che credono che certe donne malefiche,  o piuttosto venefiche cosparse di  unguenti assumono varie forme di animali e vagano o piuttosto volano per lontane regioni, annunziano ciò che ivi si fa, danzano per le paludi, si accoppiano con i demoni, entrano attraverso le porte chiuse e le fessure, uccidono i fanciulli)

Riaffiora il legame tra Iana/Diana e le porte, anche se il ruolo della vigilanza benefica appare ribaltato in quello della violazione malefica. E per scianaru sinonimo di volubile, lunatico?

Mi pare basti pensare che Diana era la dea della Luna (come suo fratello Apollo lo era del Sole), astro al quale fin dai tempi più antichi è stato attribuito il potere di esercitare un’influenza sulla vita di animali (fra cui l’uomo e, in particolare il suo umore), vegetali e pure sulle cose (maree). Aggiungo il rapporto esistente tra il ciclo lunare e il mestruo e che Diana era protettrice delle donne. Questo quasi esclusivo appartenere di Diana all’universo femminile spiega forse il prevalere nell’uso di masciara rispetto a masciaru: insomma, a parer mio, uno dei tanti pregiudizi legati al sesso e per il quale mancherebbe solo intonare La donna è mobil qual piuma al vento …

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1 Opere a stampa:

Gerhard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976

Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990

In rete:

Giuseppe Presicce, Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/a_1.html)

Tarantismo e musiche per le tarantate in un testo del 1819

LE OSSERVAZIONI DI ANTOINE LAURENT CASTELLAN SUL TARANTISMO E LES AIRS DE LA TARENTULE (DA UN SUO VIAGGIO IN PUGLIA NEL 1797)

 

di Gianfranco Mele

In un precedente articolo ho parlato di Antoine-Laurent Castellan, in riferimento ad una “versione del Mito di Aracne” presente su alcuni siti web, che in realtà non è altro che un racconto di Castellan, ambientato in Brindisi e trasmesso a questo viaggiatore dalla gente che là ha incontrato, nel lontano 1797.[1]

Trattavasi (secondo le testimonianze del popolo), di una storia accaduta in quei tempi, pochi anni prima, in quanto protagonista era una ragazza che lo stesso Castellan aveva visto danzare da tarantata. Questo racconto si snoda all’interno di un’opera del Castellan, Lettres sur l’ Italie, faisant suite aux lettres sur la Morée, l’ Hellespont et Costantinople, edita a Parigi nel 1819.

L’opera è interessantissima, e narra di un viaggio in Italia da parte dell’autore francese, che fu scrittore e valente pittore. Le prime tappe del Castellan sono Otranto e Brindisi; a Brindisi, oltre che nell’apprezzare il paesaggio e i monumenti, si sofferma nella descrizione del tarantismo e di un episodio di tarantismo da lui direttamente osservato. Mosso dalla curiosità intorno al fenomeno, raccoglie ulteriori informazioni al riguardo. Dedica, perciò, un intero capitolo della sua opera a questo argomento (Lettre IX. Tarentule , effets de sa piqûre ; guérison du tarentisme par la danse ; formalités observées à cet égard ; histoire de la malade).

Nel mio articolo precedente ho inserito unicamente la traduzione dei passi relativi alla storia della tarantata Ginevra, in questo, riporto integralmente la Lettera IX del Castellan, che si apre con una lunga dissertazione sugli effetti del morso della tarantola, sulla danza, sugli effetti terapeutici della musica, sul contesto del rituale. Inserisco, inoltre, gli spartiti delle Airs de la Tarentule che si trovano nel terzo tomo dell’opera, e che sarebbero, secondo quanto riportato dall’autore, le arie che ascoltò durante il suo soggiorno a Brindisi e che si fece trascrivere.

Tavole del Castellan inserite nella sua opera – Otranto

 

L’opera del Castellan è ricca di spunti ed osservazioni interessantissime: si ritrovano elementi comparabili con altri resoconti, come il ruolo dell’acqua nel rituale,[2] una descrizione minuziosa dell’ambiente, del ballo e dello stato psicofisico della tarantata; riemerge quella convinzione comune a molti altri autori (sia precedenti che della sua epoca) secondo cui “tarantola” prende il nome dalla città di Taranto, e, sebbene la suggestiva storia della tarantata Ginevra sia l’argomento principale, poiché è questa ad ispirare l’esposizione del Castellan (e ad occupare più della metà dello scritto), tra le annotazioni troviamo la fugace descrizione di un’altra interessante storia di tarantismo (che Castellan mutua da altro autore), quella di Giovanni di Tommaso da San Vito dei Normanni, un caso maschile di tarantismo, la cui singolarità è nel fatto che la “malattia” si manifesta attraverso violenti attacchi di priapismo,[3] tanto che “per impedirgli che facesse movimenti troppo sconci” a quest’uomo venivano legate le mani durante la crisi e durante il ballo.

Tavole del Castellan inserite nella sua opera

 

Come ci fa notare Salvatore Epifani,[4] qui il Castellan riprende una descrizione di Andrea Pigonati (già citato altrove nell’opera del Castellan) nella sua Lettera sul tarantismo che risale al 1779.[5]

L’opera dalla quale è tratto il brano presentato a seguire è una trilogia: nel primo volume si ritrova questa sua descrizione del tarantismo inserita nei resoconti della sua tappa in Puglia.[6] Lo scritto è inframezzato da suggestivi bozzetti pittorici dell’autore, che ritraggono paesaggi, scorci e monumenti dei luoghi visitati. Nel terzo volume, come preannunciato dall’autore nella sua dissertazione sul tarantismo, si trovano gli spartiti delle arie eseguite durante i balli dei tarantolati.[7]

N.B.: mentre le note da 1 a 7 del presente scritto sono le mie, da 9 a 12 trattasi delle note originali inserite da Castellan nel suo testo.

Tavole del Castellan inserite nell’opera

 

 LETTERA IX

Tarantola, effetti della sua puntura; guarigione del tarantismo tramite la danza; formalità osservate a tale riguardo; storia di una malata.

Lo strano uso della danza per diversi giorni alla volta, e con il pretesto di curarle, di persone che sono state, o che credono di essere, morse dalla tarantola, è stato spesso messo in discussione. Abbiamo appena assistito a questa pratica. Posso quindi affermarne l’esistenza, senza tuttavia garantire i risultati.

Sappiamo che la tarantola è una specie di ragno, che prende il nome dalla città di Taranto, dove si dice che sia molto comune. Si trova in alcuni altri cantoni del regno di Napoli; ma quello della Puglia è il più pericoloso, soprattutto durante l’estate. Si dice che dopo essere stato morso, il malato non impieghi molto a cadere in una profonda malinconia, e muoia se non viene salvato. Tra tutti i rimedi che vengono utilizzati, il più efficace, e persino l’unico che guarisce completamente, è la musica.

La puntura della tarantola è mortale? Non vi sono per guarirla altre medicine se non i suoni armoniosi e l’esercizio della danza, o il pericolo è solo nell’immaginazione esaltata degli ammalati?

Se consultiamo gli abitanti del paese, risponderanno affermativamente alle prime due domande, e diverse opere accademiche[8] possono fornire nozioni molto ampie su questo argomento. Per quanto riguarda quest’ultima proposizione, la storia che mi è stata raccontata sembra confermare l’opinione di coloro che ritengono che il morso del grosso ragno di Taranto è una favola, e che la maggior parte di coloro che affermano di esserne stati raggiunti in realtà soffrono di una sorta di mania malinconica, verso la quale un intenso esercizio fisico e i suoni della musica possono dissipare momentaneamente sintomi, se non far guarire del tutto.

Anche gli antichi considerano la musica come il rimedio più appropriato per calmare i bollori del sangue e l’asprezza degli umori,[9] e quando anche questa risorsa è stata impotente, hanno usato ricorrere ad incantesimi, verso i quali la moltitudine ripone più fiducia. È noto che gli Asclepiadi hanno liberato l’arte della guarigione da queste puerilità superstiziose. Tuttavia, anche nei tempi moderni si tende a una fede nell’efficacia della musica come rimedio calmante: si citano esempi di suoi effetti, tra cui[10] quello di un famoso musicista che una ripetuta febbre continua aveva gettato nel delirio. Nel calore dell’accesso ha chiesto un concerto. Alcuni amici che erano presenti gli hanno eseguito una cantata di Bernier: dai primi accordi, il volto del paziente ha ripreso serenità, i suoi occhi erano tranquilli, le convulsioni cessarono, ha versato lacrime di piacere: non appena la musica terminava, ricadeva nel precedente stato. L’uso di tale rimedio, il cui successo fu così fortunato, non fu perso. La febbre e il delirio erano sempre sospesi durante l’ascolto della musica; e il paziente fu così sollevato dalla musica, che fece cantare e ballare anche i suoi genitori, notte e giorno, e persino la sua guardia.

Torniamo al tarantismo e ai suoi sintomi. La malattia attribuita alla puntura della tarantola, può derivare dalla cattiva natura del clima, l’aridità del suolo, la scarsità dei boschi, e il calore eccessivo. In effetti, queste cause tendono a sviluppare e rendere pericolose diverse altre indisposizioni; è persino riconosciuto che l’idrofobia regna in Puglia più che altrove; e l’umidità dell’aria calda, e la sua gravità durante l’estate, fanno sì che le minime malattie diventino più cupe in questo paese.

Ma il tarantismo, che è stato creduto essere l’effetto di uno spirito colpito, non è meno reale, secondo l’opinione dei medici eruditi; e qui ci sono le ragioni per cui non può essere considerato una finzione e trasformato in un gioco: colui che è stato punto dalla tarantola cade presto in un profondo, malinconico e assoluto sconforto; il suo volto assume un aspetto cadaverico, il suo respiro è molto difficile, ha languore e spasmi di stomaco, le sue membra si raffreddano, il suo corpo emana un sudore freddo e gelatinoso, gli occhi fissi e immobili, si ricoprono di un velo, il suo respiro e il suo polso diventano sempre più deboli, la coscienza diminuisce; infine, perde completamente i sensi e muore se l’aiuto non gli è stato dato in tempo.[11]

Airs de la tarentule foglio 1

 

Certo, non si può fingere un simile stato, e non si deve sospettare il paziente dell’impostura, a meno che non trovi un certo vantaggio: ora, questa malattia fa molto male, specialmente alle ragazze, per la loro stabilità; inoltre, il rimedio della musica è piuttosto costoso, poiché i musicisti ricevono almeno un ducato al giorno, senza contare il medico, e le danze del paziente per quattro e fino a sette giorni di seguito.

Del resto, questo esercizio, invece di rendere le ragazze e le donne più piacevoli, le deturpa; alcune di loro, molto belle prima, diventano in questa occasione molto sgradevoli; infine, si ha l’opinione che la malattia sia periodica e che ritorni ogni anno fino alla vecchiaia: quindi ci si prende cura, nelle famiglie di notabili, di nascondere alla conoscenza pubblica un simile incidente; e se una ragazza viene punto dalla tarantola, viene fatta ballare in un posto remoto e lontano da tutti gli occhi.

Non c’è dunque interesse o piacere nel ricorrere a un rimedio costoso, che scredita così tanto coloro che ne fanno uso, come a Taranto e nelle altre città pugliesi, se si sa che una donna è stata colpita dal tarantismo e che ha ballato per curare se stessa, si pensa che la si insulti venendo a cantare sotto le sue finestre le arie dedicate alla cura della sua malattia.

Qui si crea l’opinione che i malati fuggano dalla società, cerchino l’acqua con avidità e ne approfittino anche se non sono osservati; si crede anche che a loro piaccia essere circondati da oggetti i cui colori sono molto vivaci. Ma non ho notato la loro pretesa avversione al blu e al nero. I nostri vestiti blu e i nostri cappelli neri non sembrano dare la minima impressione alla malata di cui   sto per parlare, né agli spettatori, che ci hanno anche invitato a ballare con lei.

Airs de la tarentule foglio 2

 

Si ritiene comunemente che quando l’individuo affetto dal morso abbia perso i sensi, un musicista debba essere chiamato a provare diversi toni molto allegri su uno strumento; e quando il malato incontra la musica di suo gradimento, si vede immediatamente muoversi nel ritmo, alzarsi e cominciare a ballare. Non ho visto qualcosa del genere qui, e siamo stati informati che le arie che sono state utilizzate per lungo tempo per la cura del tarantismo erano sempre le stesse, e che il loro movimento era inizialmente molto lento, e divenne gradualmente molto vivace e rapido. Per il resto, si può giudicare; poiché ho incaricato uno dei musicisti di scriverli e di darmene una copia.[12] Lascio questi dettagli, che ho ritenuto necessario tuttavia illustrare, e riprendo la mia narrazione, che offrirà gli argomenti in un modo più rapido e più pittoresco, e soprattutto nello stesso ordine in cui hanno colpito i miei occhi.

Mentre passavamo sulla banchina del molo, siamo stati fermati dalla folla, che si accalcava sulla porta di una casa dove si sentiva della musica. Ci siamo fatti spazio, e anche noi siamo invitati ad entrare in una stanza bassa che era servita per diversi anni, e ancora lo era oggi, da scenario e ambiente per la cura del morso della tarantola. Le pareti di questa ampia stanza erano adornate con ghirlande di foglie, mazzi di fiori e rami di vite carichi dei loro frutti, piccoli specchi e nastri di ogni colore erano là sospesi; molta gente era seduta intorno all’appartamento, e l’orchestra occupava uno degli angoli, ed era composta da un violino, un basso, una chitarra e un tamburello. C’era una donna che ballava: aveva solo venticinque anni ma ne dimostrava quaranta; i suoi lineamenti regolari, ma alterati da eccessiva smodatezza, i suoi occhi scuri, il suo aspetto triste e abbattuto, contrastavano con la sua ricercata e variegata decorazione di nastri e pizzi d’oro e d’argento; le trecce dei suoi capelli erano sparpagliate e un velo di garza bianca le cadeva sulle spalle; danzava senza lasciare la terra, con nonchalance, girando costantemente su se stessa e molto lentamente; le sue mani reggevano le estremità di un fazzoletto di seta che faceva oscillare sopra la sua testa, e alcune volte lo gettava indietro: in questo stato, ci offriva assolutamente la posa di quelle baccanti che vediamo su bassorilievi antichi.

 

L’aria che si suonava in quel momento era languida, trascinata sulle cadenze, e si ripeteva da capo a sazietà. Poi il motivo è cambiato senza interruzioni; questo era meno lento, e ad un certo punto divenne più vivace, precipitoso e saltellante. Questi brani musicali formavano una successione di rondò, o ciò che chiamiamo pot-pouri. Si passava alternativamente dall’uno all’altro; finalmente si tornava al primo, per dare un po ‘di riposo alla ballerina, e permetterle di rallentare i suoi passi, ma senza farla mai smettere di ballare; lei seguiva sempre il movimento della musica; e come quel movimento si animava, si muoveva e diventava più vivace; ma il sorriso non rinasceva sulle sue labbra scolorite, la tristezza era sempre stampata sul suo sguardo, talvolta rivolto verso il soffitto, di solito verso il suolo, oppure a volte muoveva gli occhi a caso fissando il vuoto, anche se abbiamo cercato di distrarla con ogni mezzo. Le offrirono fiori e frutti; li tenne per un momento tra le mani e li gettò in seguito; furono anche presentati fazzoletti di seta di diversi colori; lei li scambiava con il suo, li agitava in aria per qualche istante, li rendeva, prendeva gli altri. Diverse donne là presenti hanno successivamente ballato con lei in modo da attirare la sua attenzione, e cercavano di ispirarle allegria ma senza successo. Sembrava sottoporsi a quell’esercizio contro voglia ma spinta da una sorta di forza irresistibile, e ciò dovette stancarla molto; il sudore scorreva dalla sua fronte; Il suo petto era ansante, e ci hanno detto che questo stato sarebbe terminato con una sospensione totale delle facoltà; che poi era necessario portarla a letto; che il giorno dopo si sarebbe svegliata ricominciando a a ballare, e che lo stesso rimedio sarebbe stato impiegato nei giorni successivi, fino a quando non le avrebbe dato sollievo.

Questo spettacolo aveva qualcosa di doloroso; e mi ha colpito ancor più fortemente quando ho appreso la storia di questa interessante paziente. Non era stata punta dalla tarantola, sebbene ne fosse convinta; e veniva lasciata nella sua errata convinzione solo per nascondere e per non far dimenticare la vera causa del suo stato, e per non privarla di ogni speranza di cura. Ecco l’origine dell’alienazione di Ginevra; questo è, credo, il nome della malata. All’età di vent’anni, pur non essendo la ragazza più carina tra quelle della sua età, si faceva notare per avere una fisionomia provocante e molto espressiva; la sua bocca era rosea e attraente; i suoi occhi neri erano pieni di fuoco; la sua altezza aveva più duttilità e abbandono della grazia; il suo carattere, per quanto buono e sensibile, era particolare; spesso gioiva fino al delirio, si abbandonava quindi a una tristezza vaga e senza motivo; esagerata in tutti i suoi sentimenti, favoriva l’amicizia per le sue compagne fino all’eroismo, e la sua indifferenza verso gli uomini era simile al disprezzo: quindi doveva esser prevedibile che che se avesse amato un uomo una volta, ciò sarebbe accaduto con veemenza e per tutta la vita. All’età di vent’anni, la sua ora non era ancora arrivata, ma squillò troppo presto per la sua disgrazia. Un giorno stava camminando assorta nei suoi pensieri malinconici sulla spiaggia deserta di Patrica; l’aria era stata rinfrescata da una tempesta e il mare, che era ancora agitato, ondeggiava sulla spiaggia. Un brigantino (piccolo veliero n.d.r.) a metà frantumato era appena approdato: aveva a bordo un uomo. Partito dal porto di Durazzo per stendere le reti, verso il centro del canale una raffica di vento aveva strappato la vela; il suo timone si era rotto tra le sue mani e, in balìa delle onde, la sua barca era stata lanciata sulle rive dell’Italia. Sopraffatto dalla stanchezza, morente di bisogno, deplorava la sua disgrazia, così la ragazza gli andò incontro in aiuto, gli offrì una mano e si offrì di portarlo a casa di sua madre, che esercitò verso di lui con slancio i doveri dell’ospitalità.

Questo albanese era giovane; era infelice; sembrava ragionevole e grato; Ginevra credette di essersi abbandonata al piacere puro e disinteressato che la carità fornisce, mentre in realtà l’amore si era già insinuato nel suo cuore nelle vesti di pietà. Tuttavia, il giovane albanese, combattuto dal desiderio di rivedere il suo paese, e dal tenero interesse che lo lega alla sua benefattrice, finalmente parla della sua partenza. A questa parola, come una folgore colpisce Ginevra facendo chiarezza sui suoi sentimenti; riconosce in essa l’amore, per l’angoscia che l’idea di una separazione, lontana dal suo pensiero, inizia a sentire; onesta, ma appassionata, non ha più il controllo di nascondere la sua confusione e lascia persino sfuggire tutta la violenza dei suoi sentimenti; ma esige da questo straniero che adora, il sacrificio dei legami indissolubili con il suo paese d’origine. Senza esitazione, lui acconsente. Quindi lei stessa favorisce la sua partenza dall’Italia, dove lui non può stabilirsi senza consultare la sua famiglia. Il giorno del suo ritorno è fissato, e Ginevra deve aspettarlo sulla costa, proprio nel punto in cui lui le ha salvato la vita.

Fedele alla sua parola, lei va là ben prima dell’ora stabilita; conta gli istanti; fluiscono con una lentezza disperata. Intanto, il sole è già al tramonto: preoccupata, cammina sulla riva, gli occhi rivolti verso il mare: interroga le onde; il minimo soffio di vento, la minima nube le fa temere una nuova tempesta. Il giorno sta cadendo, il suo cuore è schiacciato e il crepuscolo, di cui la natura si ricopre, oscura, disturba le sue idee; infine, scopre un punto nero all’orizzonte: avanza; è una barca: si precipita alla sommità di una roccia e scuote un velo cremisi, il segnale concordato. Immediatamente lo stesso segnale è attaccato all’estremità dell’albero; lei non può più dubitarne, questa barca le porta il suo amante.

Infatti, l’ albanese si era imbarcato, felice, in una scialuppa a remi decorata con tutti gli attributi della gioia. Gli alberi erano decorati e le vele erano di un bianco brillante. Alcuni musicisti, seduti sulla panca di poppa, suonavano con accenti felici; e la sua famiglia, che l’albanese stava lasciando per stabilirsi nel paese di sua moglie, volle affidare a Ginevra la cura della felicità del figlio, il deposito della sua modesta fortuna e il mobilio necessario per la giovane famiglia.

La barca avanza come in trionfo verso le coste dell’Italia, già il suono degli strumenti raggiunge l’orecchio di Ginevra, tocca la superficie delle onde, calma le sue ansie e porta nel suo cuore speranza e sicurezza. L’imbarcazione si sta avvicinando: l’amore rende i suoi occhi più penetranti; lei distingue, riconosce suo marito che tende le braccia; lei pensa di sentirlo, e questa illusione rapisce una risposta.

Ma improvvisamente un suono sinistro fa cessare le belle melodie; una galera barbarica esce da dietro una roccia sporgente, che la aveva nascosta alla vista degli occhi di tutti. I suoi numerosi remi salgono a ritmo, cadono tutti in una volta e le danno un movimento rapido. Come l’avvoltoio, si libra sopra l’aria e si dirige verso la sua preda. A questa vista, non meno inaspettata che fatale, Ginevra cade in un cupo torpore; il terrore incatena le sue facoltà, i suoi occhi solo conservano un residuo di vita, seguono i movimenti contrari delle due barche.

La fragile barca sta fuggendo, e grida di paura e dolore sono sostituite agli accenti gioiosi. Il giovane e coraggioso albanese esorta i suoi compagni ad una resistenza che risulterà vana: le ombre della notte avvolgono questa scena di desolazione e la nascondono agli occhi della sfortunata Ginevra, che cade impotente sulla riva.

Molto tempo dopo, Ginevra esce come da un sonno profondo: apre gli occhi; ma la luce del giorno li fa chiudere subito. Non può muovere le sue membra, irrigidita dal freddo del mattino. Eppure le sue idee, dapprima confuse, le raccontano la scena del giorno prima; poi, disorientata, fa risuonare la costa con la sua disperazione; lei esamina l’estensione del canale; nessun imbarcazione solca la superficie; non c’è più felicità o speranza per lei; i suoi sensi si alterano, la sua mente si smarrisce e lei precipita nel mare dalla cima della roccia.

I pescatori la videro, si affrettarono a venire in suo aiuto e la portarono a casa di sua madre. Questo atto di disperazione fu seguito da una lunga apatia e da uno sconvolgimento che degenerò in alienazione della mente. Ginevra aveva dimenticato la causa delle sue pene; lei attribuiva le sue condizioni al morso della tarantola. Questa idea le è stata mantenuta, facendole sperare che l’esercizio della danza e gli accordi della musica, che ha veramente placato l’agitazione dei suoi sensi, la abbia finalmente guarita da questa mania malinconica.

Airs de la tarentule foglio 4

 

[1] Gianfranco Mele, La storia di Ginevra, una tarantata brindisina di fine Settecento, Fondazione Terra d’Otranto, sito web, febbraio 2019.

[2]            Dei balli delle tarantate in acqua (nel mare o presso fonti, ma anche in casa con l’utilizzo di grossi catini o bacinelle colme d’acqua) parlano vari studiosi: una sintesi è nell’opera di De Martino, nel capitolo dedicato a Lo scenario e gli oggetti del rito (Ernesto De Martino, La Terra del Rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961, ried. NET marzo 2002, pp. 127-149).

[3]             Varie fonti fanno riferimento al priapismo come effetto del morso della tarantola e come una delle caratteristiche del tarantismo: un fugace riferimento lo fa lo stesso De Martino nel capitolo Il simbolismo dell’”Oistros”; ne fa riferimento il Serao quando cita l’ arcivescovo Niccolò Perotto da Sassoferrato, che a metà del XV secolo, dissertando sugli effetti del morso della tarantola, scrive: “Altri al veder donne, accesi tosto di ardentissima voglia, e come forsennati, corrono loro appresso” (Francesco Serao, Della tarantola o sia falangio di Puglia, lezioni accademiche, Napoli, 1742, pag. 10). Ne parlano, tra Settecento e Ottocento, medici spagnoli (Francisco Xavier Cid, Tarantismo observado en España en que se prueba el de la Pulla, Madrid, 1787, pp. 92-93; Josè Abelardo Nunez, Estudio médico del veneno de la tarántula segun el metodo de Hahnemann, precedido de un resumen historico del tarantulismo, y tarantismo, y seguido de algunas indicaciones terapéuticas y notas clinicas, Madrid, 1861, pag. 27, 109, 113). Plinio, riferisce che il morso dei ragni “desta il membro genitale”. ( Naturalis historia, Libro 37).

[4]            Salvatore Epifani, Sulla pizzica pizzica ed altre tradizioni salentine, note e documenti, Youcanprint Self-Publishing, 2013, pp. 61-62. V. anche, dello stesso autore, A proposito di pizzica pizzica: la lettera sul tarantismo di Andrea Pigonati. (da sito web dell’autore): https://salvatore-epifani.webnode.it/news/a-proposito-di-pizzica-pizzica-la-lettera-sul-tarantismo-di-andrea-pigonati-/

[5]            “Tra i fatti, che conservo con autentici attestati de’ primi medici della provincia di Lecce, ve n’è uno accaduto ad un uomo della Terra di S. Vito per nome Gio: di Tommaso, al quale assisté il Dot. Fisico D. Giacinto Niccola Greco. Il fatto è de’ più strani, mentre il male produsse all’infermo il priapismo, accompagnato con tutti gli altri sintomi; onde per impedirgli che non facesse movimenti troppo sconci lo fecero ballare colle mani legate: e dopo più giorni di ballo guarì” (Andrea Pigonati, Lettera del Signor Cav.e Andrea Pigonati colonnello di S. M. il RE delle Due Sicilie nel corpo del genio al Sig. Abate Angelo Vecchi sul Tarantismo, in: Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti tratti dagli Atti delle Accademie e dalle altre Collezioni Filosofiche, e Letterarie, dalle Opere più recenti Inglesi, Tedesche, Francesi, Latine, e Italiane, e da Manoscritti originali, e inediti, tomo II, parte V, Milano, 1779, pag. 309)

[6]             Antoine Laurent Castellan, Lettres sur l’ Italie, faisant suite aux lettres sur la Morée, l’ Hellespont et Costantinople, Tome I, Parigi, 1819, pp. 77-91

[7]             Antoine Laurent Castellan, op. cit., Tome III, tavole in appendice

[8]            Baglivi, Dissert. 1696. Geoffroy Theor., etc. Nicolo Cirillo ha scritto nel 1742 su La Tarantola e falangio di Puglia. L’ingegner Pigonati, nella sua Lettera al abb. Angelo Vecchi, 1779, spiega la forma esatta dei quattro famigerati ragni della Puglia, e certifica la verità delle osservazioni fatte su questo argomento da Baglivi, Epif. Ferdinando, Caputi e altri studiosi sulla Puglia.

[9]            Secondo Vitruvio, la musica dovrebbe essere studiata da medici, architetti, ecc. I suoi effetti mirabili sono noti fin dai tempi di Saul. Platone, Aristotele, Dionisio di Alicarnasso, Diodoro Siculo, Pitagora e Aulo Gellio ne fanno menzione, e quest’ultimo parla dei dottori musicisti.

[10]          J. Berryat, Recueil de Memoires (N.D.R. Si riferisce ad un medico francese, Jean Berryat, e ad una opera da lui curata: “Recueil de mémoires ou collection des pièces académiques concernant la Médecine, l’Anatomie & la Chirurgie, la Chymie, la Physique expérimentale, la Botanique et l’histoire Naturelle”, Parigi, 1754 )

[11]          Tra i fatti autentici raccolti dai medici della provincia di Lecce, citiamo quello di un uomo di San Vito, di nome Giov. di Tommaso, sul quale, oltre ad altri sintomi ordinari, il tarantismo produceva il priapismo più violento: “Onde per impedirgli che non facesse movimenti troppo sconci lo fecero ballare colle mani legate

[12]          Si può trovare alla fine di quest’opera. Questi brani non hanno nulla a che vedere con quelli che Padre Kircher ha annotato nella sua Arte Magnetica.

Dialetti salentini: saccufàe

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.altovastese.it/fauna-2/il-rigogolo-una-delle-specie-piu-belle-avifauna-italiana/

 

Dimmi come mangi e ti dirò chi sei: non so quanto il popolare detto sia attendibile, ma è un dato di fatto che, sostituendo come con cosa, il campanilismo ha avuto a disposizione mille occasioni per lo sfottò, se non per la denigrazione. Per il Salento basterebbe ricordare i nomignoli degli abitanti di alcuni paesi, che riporto di seguito in ordine alfabetico. Probabilmente l’elenco non è completo e confido nell’aiuto dei lettori per le doverose integrazioni e intanto chiedo scusa se per brevità rinvio con le relative note a miei lavori precedenti.

ANDRANO mangia-brufichi1

COPERTINO e STERNATIA mangia-ciucci2

DEPRESSA mangia-brunitte3

LECCE e MANDURIA mangia-cani

LEQUILE mangia-racàli4

MIGGIANO mangia-mijiu e mangia-paparine5

MONTESARDO mangia-fucazze6

RUFFANO mangia-friseddhe7

SAN CESARIO mangia-pasuli8

SAN MICHELE mangia-peri cu ttuttu lu zzippu9

TAURISANO mangia-culummi10

TUTINO mangia-pipirussi11

Come si nota, la trascrizione in italiano non pone problemi, anche per l’assoluta coincidenza del primo componente (mangia). Una volta tanto, però, debbo dire che al mondo delle bestie è stato riservato l’onore prestigioso della derivazione dal greco, pur essendo vero che nel nome che sto per fare non c’è, una volta tanto, nessun intento denigratorio. Si tratta del nome dialettale del rigogolo a Nardò chiamato saccufàe. La prima tentazione è di supporre che l’uccello in questione, facendp concorrenza alla gazza notoriamente ladra, sottragga fave da qualche sacco. Basta, però, tener conto delle altre varianti salentine, che riporto di seguito, per rendersi conto di aver pensato male, come al solito, della povera bestiola.

saccufàe (oltre Nardò,San Cesario e Novoli)

saccufày (Carmiano, Lecce, Novoli, San Pietro Vernotico

nsaccufài (Vernole)

sicofào (Soleto e Zollino)

sicufàu (Aradeo, Carpignano, Galatone. Galatina, Neviano, Seclì, Sogliano Cavour, Francavilla Fontana)

sicufài (Otranto)

ficofàu (Galatina, Nardò)

fucufài (Nardò)

cusufài (Casarano, Santa Cesarea Terme, Gagliano, Gallipoli, Minervino, Maglie, Muro Leccese, Otranto, Patù, Spongano, Maruggio)

cusufàu (Castro, Cursi, Leuca)

cusufà (San Giorgio sotto Taranto)

cusufàe (Sava)

cusufès (Palagiano)

cusefà (Massafra, Montemesola)

Illuminante è l’assenza della doppia c del presunto sacco in molte delle varianti, ma soprattutto in quelle usate nella Grecia salentina (Carpignano, Sogliano Cavour, Soleto e Zollino), Sono tutte dal greco συκοφάγος (leggi siucofàgos), composto da σῦκον (leggi siùcon), che significa fico e dal tema φαγ- (leggi fag-) dell’aoristo di ἐσθίω (leggi esthìo), che significa mangiare.

La voce è attestata nel lessico di Esichio (V secolo d. C.) al lemma κραδοφάγος:

κραδοφάγος· συκοφάγος, ἰσχαδοφάγος. σημαίνει δὲ καὶ τὸν ἀγροῖκον

(mangiatore di foglie di fico, mangiatore di fichi secchi, designa anche il campagnolo).

Penso non sfugga a nessuno la valenza spregiativa di quanto riportato da Esichio. Solo che per un curioso volere del destino ciò che nell’autore greco era riferito all’uomo, saccufàe, invece, coinvolge un animale e tradisce nei suoi confronti tutta la rabbia dell’uomo in tempi in cui i fichi avevano nell’economia contadina un’importanza primaria. Ma lo spirito antico di συκοφάγος sopravvive proprio in quei nomignoli,pur italiani, riportati all’inizio.

Come già successo per piromaca12 in epoca moderna la voce greca sarà ripresa dal latino scientifico Sycophagus designante un genere in alcuni trattati di ornitologia, sostituto, poi, con Ficedula da Ulisse Aldovrandi (1522-1606) nel suo trattato di ornitologia13. L’Aldovrandi mediò Ficedula da Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, X, 44. Nel naturalista latino nessun elemento descrittivo sembrerebbe ricondurre al saccufàe, nonostante alcuni commentatori identifichino la specie pliniana con quella del beccafico sulla scorta di ficedula spiegata come composta da ficus=fico+la radice del verbo edere=mangiare. Per alcuni, però, questa è solo una paretimologia.

Per completezza, infine, non posso non ricordare la consacrazione letteraria della voce (sia pure riferita ad un animale diverso dall’uccello) ad opera di già da François Rabelais (1493-1553) nel suo âne sycophage (asino mangia-fichi) nel capitolo XVII del IV de La vie de Gargantua et de Pantagruel.

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1 Per bruficu vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/21/fin-da-teofrasto-e-plinio-e-nota-la-caprificazione-vero-prodigio-della-natura/

2 Ciucci corrisponde all’italiano ciuchi.

3 Brunitta è la ghianda di una specie di elece nana (Quercus coccifera). La voce è deformazione del greco πρῖνος (leggi prinos)=quercia spinosa.

4 Racale è il ranocchio.  La voce è per aferesi dalla variante cracale in uso in altre zone del Salento, di chiarissima origine onomatopeica.

5 Per paparina vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/28/tra-le-verdure-piu-gustate-dai-salentini-li-paparine/

6 Focacce.

7 Per friseddha vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/14/la-frisella-mistero-risolto/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/16/ma-chi-ha-inventato-la-frisella/

8 Fagioli.

9 Mangia-pere con tutto il peduncolo. Zippu è, come l’italiano zeppa, dal longobardo zippa=estremità appuntita.

10 Fioroni. Per culumbu vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/11/09/il-professore-ladro-di-culumbi/

11 Peperoni. Mentre l’italiano peperone è dal latino piper (=pepe) con aggiunta di un suffisso accrescitivo, pipirussu (a Nardò peperussu) è composto da pepe+rosso, con riferimento anche al colore della varietà più diffusa, oltre cne fin contrapposizione col pepe proriamente detto, notoriamente nero.

12 http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/02/23/dialetti-salentini-pirumafu/

13 https://books.google.it/books?id=51sWLpp3oOUC&pg=PA756&dq=FICEDULAE&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj87qvWgMjgAhXRC-wKHchpCtAQ6AEIKjAA#v=onepage&q=FICEDULAE&f=false (pp. 758-759).

Brindisi tra Longobardi e Bizantini. Il diavolo fa le pentole, non i coperchi

  San Pelino

di Nazareno Valente

 

Come tanti altri brindisini, sapevo appena dell’esistenza di san Pelino che neppure immaginavo fosse stato uno dei primi patroni della mia città. Di là dalla mia ignoranza su questi temi, pare tuttavia che sia un santo, se così si può dire, minore, sicché più d’uno dubita tuttora che possa essere davvero esistito, sebbene le autorità ecclesiastiche ne abbiano da tempo certificato in maniera solenne la trascorsa vita terrena. In effetti di lui è rimasta una sola flebile traccia, rappresentata da un vecchio manoscritto1 che ha la particolarità d’essere uno di quei testo di cui, anche i pochi che ne parlano, danno la sensazione di aver conosciuto solo tramite i brevi riassunti riportati in opere che trattano di cose sante. Non per niente il codice ha tuttora una diffusione molto limitata, forse anche a causa del fatto che nessuno ha mai pensato di curarne una traduzione dell’originale redatto in latino.

La “Vita vel passio b. Pelini episcopi et martyris” — questo è il nome dato al testo conservato dalla biblioteca Apostolica Vaticana — fa infatti parte delle agiografie che hanno ricostruito e tramandato appunto le vite, i miracoli ed i martiri dei santi della Chiesa cattolica, il cui interesse è circoscritto per lo più agli addetti ai lavori. Non desta quindi stupore se, nel caso della Vita di Pelino, si abbiano rari riscontri di interventi specifici tra i quali spicca quello dello storico Giacomo Carito che, in un originale ed apprezzabile articolo2, ne ha tratto spunto per caratterizzare un’intrigante pagina di storia cittadina collegata con la sede vescovile.

Analizzando appunto la Vita di san Pelino, lo storico ricava elementi utili per stabilire una diversa cronotassi dei vescovi della diocesi brindisina, nel periodo che va dalla sua istituzione al trasferimento ad Oria, vale a dire dal III secolo all’inizio dell’ultimo ventennio del VII secolo. Nel concreto Carito perviene ad una diversa collocazione cronologica di alcuni presuli (Leucio, Aproculo, Pelino e Ciprio), rispetto a quella fissata dalla tradizione ecclesiastica, finendo pure per dare una personale interpretazione ad alcuni tragici avvenimenti di quell’epoca. In particolare sulla conquista di Brindisi da parte dei Longobardi e sul trasferimento ad Oria dell’episcopato.

Senza entrare nel dettaglio delle due sequenze proposte, vediamone gli aspetti essenziali.

Innanzitutto entrambe concordano che la dislocazione temporanea della diocesi ad Oria — dove rimase sino all’XI secolo — avvenne attorno al 680, subito dopo la conquista e l’eventuale devastazione longobarda di Brindisi; condividono inoltre che il vescovo Prezioso, la cui morte fissano sempre al 680, chiuda la sequenza dei prelati di quel periodo. Di quest’ultima informazione non si terrà però per ora conto, in quanto il vescovado di Prezioso, come chiariremo a tempo debito, va anticipato di almeno un secolo e non ha diretta attinenza con le considerazioni che faremo nell’immediato.

Per quanto riguarda le divergenze, basterà invece citare solo la diversa collocazione nella sequenza di Aproculo, Pelino e Ciprio: l’ipotesi ufficiale li considera vescovi del IV secolo; quella di Carito li considera consacrati tre secoli dopo. Agli effetti pratici, mentre Carito fornisce una lista di prelati per il periodo che va dal 601 al 680, cioè a dire fino alla probabile data del trasferimento ad Oria, l’altra tesi, pur dando per scontato che la diocesi sia comunque rimasta in funzione, non è in grado di fornire nessuno nominativo dei vescovi che ne guidarono le attività.

Conseguenza interessante per la storia di Brindisi è che, dando per buona l’ipotesi di Carito, diviene credibile anche quella che giudica il trasferimento dell’episcopato brindisino effetto dell’occupazione longobarda. Se, viceversa, fosse valida la versione ufficiale che, come già riportato, dà per certa, senza tuttavia provare, l’operatività della sede episcopale nel VII secolo, nulla vieterebbe di pensare che il trasferimento sia avvenuto prima della conquista longobarda e, soprattutto, che esso sia stato effettuato per libera scelta del clero. Sarebbe in altre parole possibile che l’apparato ecclesiastico, preferendo la più sicura e tranquilla Oria, abbia deciso di abbandonare Brindisi al suo destino, comportando con questa scelta uno svuotamento dell’apparato gestionale della città che ha poi indotto i Longobardi a devastarla, avendola stimata indifendibile.

Poiché va da sé che, se Carito è nel giusto, il dubbio non si pone neppure, per dirimere la questione, sarà sufficiente verificare la bontà della sua tesi, cioè a dire se Aproculo, Pelino e Ciprio siano davvero vissuti nel VII secolo, come da lui affermato.

Anche per Aproculo e Ciprio, come per Pelino, il manoscritto riguardante la Vita del santo costituisce l’unica testimonianza scritta che ci dà menzione della loro esistenza sicché, senza l’aiuto di questo documento, non avremmo potuto mantenere memoria di nessuno di questi tre illustri vescovi di Brindisi.

Narra la Vita che Pelino nacque a Durazzo e che sin da giovane s’avviò lungo la via che l’avrebbe portato alla santità, a ciò instradato dagli insegnamenti di san Basilio. Tra i suoi più assidui seguaci si segnalarono subito i “letterati” Sebastio e Gorgone mentre Ciprio, pur «puerulus» (poco più che un infante), era il suo discepolo prediletto. A seguito delle persecuzioni dell’imperatore Giuliano, che intendeva riportare i riti pagani ai loro antichi fasti, i quattro dovettero emigrare e cercare riparo nella nostra città. Qui era vescovo il beato Aproculo il quale prese a cuore le sorti dei profughi, accogliendo Pelino nel clero brindisino ed impiegando Sebastio e Gorgone nella biblioteca vescovile.

Giunto a vecchiaia, Aproculo fece in modo che alla sua morte gli potesse subentrare Pelino, certo che questa scelta avrebbe rafforzato l’episcopato e fatto guadagnare alla causa cristiana molte anime pagane. Proprio l’opera di proselitismo condotta dal neo vescovo lo rese famoso tra la gente ma anche inviso all’imperatore Giuliano, che decise di farlo incarcerare. Dopo due tentativi risultati vani — dai quali Pelino si salvò grazie ai suoi poteri straordinari — il terzo andò ad effetto e lo consegnò al martirio. Condotto infatti a Corfinio, paese dei Peligni, fu ancora capace di far crollare, con la sola forza della sua eloquenza, l’empio tempio di Marte ma, infine, battuto selvaggiamente, morì oppresso da ottantacinque ferite.

Sebastio e Gorgonio seguirono la sua stessa sorte, mentre Ciprio, risparmiato per la giovane età, poté tornare a Brindisi dove, dopo breve tempo, fu nominato a sua volta vescovo. L’agiografia si conclude qui, ribadendo che il martirio era avvenuto il 5 dicembre («nonis decembris») a Corfinio, per mano del corniculario a capo del presidio, nel periodo in cui era imperatore Giuliano.

Il riferimento costante all’imperatore Giuliano, che ricordiamo regnò tra il 361 ed il 363, colloca pertanto la passione di Pelino in maniera inequivocabile al IV secolo, e, a tutta prima, parrebbe smentire la tesi di Carito che, invece, l’ha voluta spostare di tre secoli in avanti. Lo storico, però, suppone che la Vita sia stata originariamente redatta nel VII secolo — ancor prima della distruzione longobarda della città — e «in seguito interpolata espungendo il nome dell’imperatore Costante II e retrodatando la vicenda al IV secolo»3. Presume inoltre «che ciò possa essere stato possibile nel IX secolo [ndr. credo si tratti d’un refuso e che si debba leggere XI secolo] quando la rinnovata influenza di Costantinopoli su quest’area poté indurre a reinterpretazioni che chiudessero con dolorose pagine del passato»4.

Quindi, a giudizio dello storico, l’effettivo colpevole del martirio è Costante II, imperatore dal 641 al 668, che un’opportuna “manina” ha espunto dal testo originario sostituendolo con Giuliano l’Apostata, in modo da porre fine ad una dolorosa vicenda protrattasi per secoli.

In effetti Costante II aveva adottato provvedimenti restrittivi promulgando nel 648 l’editto dogmatico, noto come il «Tipo», con l’intento di porre fine alle controversie religiose sulla natura di Cristo, che minavano gli equilibri interni in un momento in cui l’impero era impegnato a difendersi dalle invasioni arabe e longobarde. L’editto vietava infatti alle autorità ecclesiastiche di dibattere sui temi dottrinari e cristologici, pena l’allontanamento dalle cariche ricoperte, ed ai privati cittadini di poterne discutere in pubblico, pena la fustigazione e la confisca dei beni. Sebbene avesse evidenti risvolti religiosi, era un atto in prevalenza politico con cui, dando un tacito assenso all’eresia, si voleva favorire la componente eretica che, concentrata per lo più nelle estreme periferie orientali, rappresentava l’unico argine consistente all’avanzata mussulmana.

Naturalmente questa implicita accettazione dell’eresia sollevò le proteste del papato che di lì a poco avviò un vero e proprio braccio di ferro con Costante II. Difatti, nel luglio del 649, appena eletto papa, Martino I procedette all’insediamento senza attendere il prescritto riconoscimento ufficiale («iussio») da parte dell’imperatore e, in rapida successione, convocò un sinodo che, nel riaffermare le due volontà in Cristo, quella divina e quella umana, rigettava le tesi eretiche e l’editto che ne vietava la discussione. A questo punto, Costante II si ritenne sfidato e reagì con violenza, ordinando l’arresto del papa con l’accusa di alto tradimento.

Senza voler sminuire la portata delle persecuzioni compiute, va precisato che esse ebbero il loro apice con la destituzione e la condanna del papa all’esilio e con le torture inflitte a san Massimo il Confessore, che dell’ortodossia era stato il più strenuo difensore. In periodi in cui anche il non pagar le tasse faceva meritare la fustigazione, erano pene che non sollevavano eccessivo scalpore, tanto è vero che, poco tempo dopo, Roma accolse con entusiasmo Costante II in visita della città, Né si dimostrò a lui ostile lo stesso papato, che lo ospitò con grande deferenza. Ma quel che più conta è che l’editto ebbe vita breve: le periferie orientali caddero sotto il domino arabo e la materia del contendere si esaurì. Nel concilio ecumenico del 680, convocato da Agatone, d’intesa con Costantino IV, l’ortodossia fu ribadita quasi all’unanimità. Come dire che la controversia era stata del tutto appianata e non lasciava questioni irrisolte in eredità.

Era stata una pagina dolorosa ma circoscritta sia nei suoi effetti, sia nel tempo: Costante II non era un colpevole scomodo e, anche fosse stato il promotore del martirio di san Pelino, non avrebbe suscitato sentimenti tali dal richiedere l’intervento d’un sostituto di comodo per attenuarne gli effetti. In definitiva, non c’era nessuna necessità di manipolare il testo della Vita, come presunto da Carito.

Il che fa credere che il vero colpevole sia stato Giuliano e che, di conseguenza, Aproculo, San Pelino e Ciprio siano vissuti nel IV secolo, come vuole la tradizione. Ma non è questo l’unico elemento che fa propendere per l’ipotesi tradizionale.

Nella sua ricostruzione, Carito fornisce una possibile cronologia degli avvenimenti che ha il pregio di porre in luce i momenti principali della storia. A suo giudizio: san Pelino viene martirizzato a Corfinio, all’incirca nel 662; Ciprio erige una chiesa in suo onore, tra il 668 ed il 674; Brindisi viene presa e distrutta dai Longobardi nel 674, per essere infine abbandonata, alla morte del vescovo Prezioso, dal clero che trasferisce la sede episcopale ad Oria verso il 680. Suppone inoltre che la vita del santo sia stata scritta da un Brindisino, in concomitanza con la costruzione della «chiesa» a lui dedicata su iniziativa di Ciprio, quindi nel VII secolo, prima dell’avvento del Longobardi. Lo storico desume tale datazione dal fatto che l’estensore colloca la costruzione «così come poteva esserlo solo da chi aveva conosciuto la città tardo-antica»5.

Ipotesi suggestiva ma che presenta evidenti limiti sotto ogni punto di vista. Intanto, edificare una chiesa era un’attività di per sé dispendiosa, probabilmente non alla portata delle tasche dei Brindisini del VII secolo, che avevano già difficoltà a tirare a campare. Figuriamoci poi ad avere le risorse necessarie per riuscire nell’impresa di realizzarla in sei anni scarsi.

Agli ostacoli di natura economica, si aggiungono poi quelli di carattere letterario. La struttura della Vita è infatti tipica delle agiografie compilate tra il X e l’XI secolo: in precedenza, tali opere, non solo erano molto più scarne, ma si limitavano in genere a trattare un solo aspetto alla volta, ad esempio: il martirio subìto oppure i miracoli compiuti, o l’opera di proselitismo. Per cui, salvo che l’autore brindisino in questione non sia stato un agiografo ante litteram, è alquanto difficile anche immaginare che abbia saputo precorrere i tempi con così largo anticipo. C’è poi l’aspetto dell’ubicazione, che merita un discorso a parte.

Bisogna intanto premettere che nel testo originale della “Vita” si parla di «basilicam»6, quindi di una basilica che, però, diventa chiesa in un passo apocrifo, aggiunto nel XVI secolo, di cui parleremo più diffusamente in seguito. La basilica appunto è detta situata non lontano dalla porta urbica, nei pressi della chiesa della “Beata Maria”(«haud longe a porta civitatis iuxta ecclesiam Beatae Mariae»7). Tuttavia la cinta muraria, e con essa la porta della città, è già data per inesistente alla metà del VI secolo da Procopio, che rappresenta infatti Brindisi “non cinta da mura” («ἀτείχιστον οὖσαν», «ateìchiston ousan»8), e pertanto non poteva far parte dello scenario cittadino cent’anni dopo. La porta urbica era invece presente nel IV secolo, quando c’erano pure le condizioni economiche per edificare una basilica (o una chiesa) da intitolare a san Pelino. Per cui la circostanza finisce per avvalorare la tesi tradizionale che fissa gli episcopati di Aproculo, Pelino e Ciprio nel IV secolo.

Altro motivo su cui Carito ha basato la propria ipotesi è «la complessità che mostra la struttura ecclesiale nella Vita»9 poco coerente, quindi, con quella più essenziale del periodo di tardo impero. A mo’ d’esempio riporta le modalità seguite da Aproculo nel designare Pelino suo successore. Rifacendosi al sunto della “Vita” presente negli “Officia propria” per i santi patroni di Brindisi, lo storico ricava che la nomina di Pelino fu fatta in tutta autonomia da Aproculo che però, per il problema che «i sinodi avevano… costantemente contrastato»10 un tale modo di procedere, fu costretto a richiedere l’autorizzazione papale.

L’appunto di Carito è in linea di principio condivisibile: il divieto per il vescovo di designarsi il successore divenne operante successivamente al IV secolo, tuttavia la procedura indicata nel testo originale della “Vita” è ben diversa da quella da lui indicata. Difatti Aproculo non aveva agito in maniera autonoma nella nomina del suo successore. Per l’occasione, aveva invece riunito il clero («cunctum clerum»11) e tutti i cittadini illustri («omnes illustres»11), i quali all’unanimità elessero poi Pelino vescovo («Episcopatus elegerunt»11). A grandi linee era questa la normale procedura in vigore nella seconda metà del IV secolo, che demandava la scelta del vescovo al clero ed ai cittadini rinomati, modificata in epoca successiva, giusto per garantire che non ci fossero abusi. Va infine osservato che l’autorizzazione del vescovo di Roma, raramente contemplata dalla prassi, non era di norma prevista a sanatoria e, nel caso concreto, è inserita nel racconto solo per dare enfasi all’elezione di Pelino.

In effetti, contare sui compendi non è il modo migliore per evitare errate valutazioni, anche perché nei sunti l’ambientazione è sempre ridotta all’osso e ciò rende vago il contesto storico che, al contrario, nel testo autentico risulta ben definito. Se si fa ricorso al codice originario, non c’è invece nessuna possibilità di ambiguità e, a chi vorrà farlo, apparirà sin dalle prime pagine evidente che il racconto si svolge in uno scenario tipico del primo periodo del tardo impero, vale a dire in un IV secolo facilmente riconoscibile. Lo si deduce dai nomi dei personaggi storici che agiscono, Costantino, Liberio, Basilio, Giuliano, Gioviano; dai numerosi templi pagani ancora esistenti, e che nel VII secolo erano ormai destinati ad usi profani; dalla moltitudine di pagani (anche questi ultimi di fatto inesistenti nel VII secolo) che, convinti dalla santità di Pelino, chiedono di convertirsi al cristianesimo; dagli stessi titoli assegnati ai funzionari che fanno da contorno al racconto. Emerge poi in maniera chiara che il dissidio tra i nostri eroi ed il potere costituito non è dovuto ad una disputa cristologica ma deriva da motivi ben più profondi, collegati al modo completamente diverso con cui i cristiani ed i pagani concepivano la religione.

Anche i brevi schizzi utilizzati per descrivere le varie località ci consegnano un quadro di gran lunga più coerente con il IV secolo. Un esempio tipico è costituito proprio dalla rappresentazione di Brindisi che, in quel periodo, viveva uno dei suoi momenti più floridi, lontani anni luce dalla tormentata e misera condizione in cui si sarebbe dibattuta nel VII secolo. L’anonimo autore ci racconta infatti che era noto a tutti quanto Brindisi si distinguesse dalle altre città, grazie ai suoi indiscutibili pregi: ben costruita, abitata da un buon numero di cittadini, piena di opportunità e di ricchezze d’ogni genere («civitas enim haec mirae fortitudinis esse dignoscebatur, et magna frequentia civium incolebatur, divitiis plena, terrenis commodis feliciter rutilabat»12).

Uno sguardo d’assieme è sufficiente poi per rendersi conto che il manoscritto non mostra nomi espunti o sostituiti, né manipolazioni o modifiche del testo, come supposto da Carito: le uniche annotazioni presenti — probabilmente effettuate nel XVI secolo — hanno quasi sempre valore esplicativo. Gli aspetti tecnici e storici chiariscono poi, senza dubbio alcuno, che non fu un Brindisino del VII secolo a curarne la redazione. Da un punto di vista paleografico, gli esperti affermano infatti che sia stato realizzato da mano esperta con scrittura beneventana, probabilmente a Montecassino nell’XI secolo13.

Il codice ha anche una sua particolare storia che merita di essere in parte raccontata. Custodito nell’archivio della Cattedrale di san Pelino a Corfinio sin dal XII secolo, fu regalato nel 1579 alla biblioteca Apostolica Vaticana per il timore che potesse essere «squinternato et arrobbato»14, com’era capitato ad altri testi lì conservati. Si narra anche che l’allora arcivescovo di Brindisi, venuto a conoscenza dell’esistenza del manoscritto, fece « gran instantia di haverla autentica»15 e ne ottenne una copia nel 1580.

Proprio la vana ricerca di questa copia inviata a Brindisi mi ha consentito di scoprire un fatto che colora un po’ di giallo tutta la questione. Qualche anno prima che il manoscritto fosse donato alla biblioteca Vaticana, Bernardino Fumarelli, vescovo di Valva, l’aveva fatto trascrivere e, in un secondo tempo, aveva incaricato tale Francesco Arola, maestro di teologia, di curarne una pubblicazione a stampa.

Ebbene in questa Vita sancti Pelini Episcopi Brundusini Et Martyris Christi, edita a Venezia nel 1543, ho trovato un lungo passo, non presente nel codice, presumibilmente aggiunto al momento della trascrizione o della prima edizione a stampa. Essendo del tutto improbabile che siano stati l’amanuense oppure il teologo gli artefici del falso, pare scontato che la spinta al destino l’abbia data il vescovo Fumarelli, anche perché la parte aggiunta di fatto “invecchiava” la sua diocesi. In altre parole, si ha motivo di sospettare che il prelato abbia funzionalmente integrato la Vita, in modo da avvalorare la dignità vescovile di Valva — che, vedremo meglio in seguito, era un sobborgo periferico di Corfinio — a tutto danno della vicina Sulmona che le contendeva in quel periodo la cattedra episcopale.

A parte questa nota di colore, l’analisi del manoscritto chiarisce ancor più che Aproculo, Pelino e Ciprio non possono aver retto la diocesi della nostra città nel VII secolo, come ipotizzato da Carito. Dobbiamo pertanto accettare l’idea che, all’arrivo dei Longobardi, la sede vescovile brindisina fosse quantomeno vacante, se non addirittura da tempo emigrata in più sicuri lidi.

Se ci fossero ancora dubbi, alcuni dati di fatto serviranno a fugarli del tutto.

Dalla ricostruzione di Carito si evince che Pelino ed i suoi discepoli giungono a Brindisi, provenienti da Durazzo, tra la data di emanazione del Tipo (648) e quella del suo martirio (662), perché perseguitati da Costante II. Ebbene in quel periodo, i Bizantini, a causa degli attacchi degli Slavi che avevano reso impraticabile la via Egnazia, non presidiavano più la città albanese che, pur formalmente bizantina, di fatto era lasciata a sé stessa e godeva di un’ampia autonomia. È pertanto pacifico che eventuali dissidenti lì residenti non avevano motivo di temere per la propria incolumità, considerato che l’imperatore, anche se l’avesse voluto, non era certo nelle condizioni di poter loro nuocere. Non c’era pertanto necessità di affrontare un pericoloso tratto di mare, soggetto alle scorrerie dei Saraceni proprio perché non più controllato dal potere centrale, per arrivare a Brindisi, città allora senza grandi prospettive e con l’aggravante d’essere presidiata dai Bizantini. In pratica sarebbe stato come andare in cerca di guai.

Supponendo per un istante che un aspirante santo possa vedere motivi validi anche lì dove un comune mortale non ci riuscirebbe mai, ci sarebbe un’altra circostanza che rende la ricostruzione improponibile: la deportazione e il successivo martirio subìto a Corfinio da Pelino, Gorgonio e Sebastio.

Attorno al 662, periodo in cui a giudizio di Carito si sarebbero svolti i fatti, si dà per certo che Corfinio fosse una specie di deserto, i cui resti sopravvivevano in un suo quartiere marginale, Valva, che in antichità dava nome alla zona periferica sud orientale. Lo slittamento del baricentro urbano della città romana, avviatosi già dalla fine del IV secolo, era dovuto, oltre a nuove necessità difensive, all’introduzione del cristianesimo ed allo sviluppo in quella zona di un’area funeraria collegata proprio al culto di san Pelino. Questa convergenza di funzioni conferì un’importanza sempre più accentuata alla zona periferica rispetto al resto dell’abitato che, alla lunga, determinò una distinzione anche a livello toponomastico. Il toponimo di Valva prese sempre più piede, grazie alle funzioni laiche e religiose che lì si svolgevano, sino a soppiantare quello storico di Corfinio, che restò confinato ad indicare l’antico municipium romano, sino a quando poi, in epoca moderna, fu richiamato in vita. Il manoscritto, se ambientato nel VII secolo, avrebbe quindi dovuto probabilmente usare il nuovo toponimo e non quello della tarda antichità. Ma questo è niente: nel 662, Corfinio, o Valva che dir si voglia, era ormai da qualche decennio in mano ai Longobardi e faceva parte del ducato di Spoleto. In pratica era un dominio dei nemici giurati dei Bizantini e costituiva una zona ovviamente off limits per loro, in più talmente lontana dai loro possedimenti che, per arrivarci, avrebbero dovuto attraversare un altro territorio nemico, il ducato di Benevento. Appare perciò impensabile che, con tutto un impero a disposizione, i Bizantini abbiano potuto decidere di deportare e processare dei dissidenti religiosi in una città presidiata dai Longobardi. Come se, di questi tempi, gli Statunitensi decidessero di giudicare propri connazionali in tribunali costituiti in Corea del Nord o in Russia.

A questo punto è del tutto scontato che la vicenda di Pelino non può essersi svolta nel VII secolo e, di conseguenza, non si può neppure ipotizzare che in quel secolo Aproculo, Pelino e Ciprio siano stati consacrati vescovi di Brindisi.

In definitiva, se nel periodo che va dal 601 al 680 la diocesi brindisina ebbe vescovi, non è dato di conoscerne il nome, tranne quello eventuale di Prezioso sul quale s’era sino ad adesso sospeso ogni giudizio.

A prima vista, la posizione di Prezioso sembra pacifica: tutti sono d’accordo nel considerarlo l’ultimo vescovo brindisino, morto nel 680, appunto poco prima del trasferimento della sede ad Oria. Eppure, su quest’ultimo aspetto, verrebbe da dire che non sia tanto un convincimento, quanto piuttosto un taciuto desiderio dei cronisti di vederlo morto in quell’anno, e vedremo subito perché.

In realtà di lui abbiamo ben poco: un titolo sepolcrale scoperto nel 1876 in contrada Paradiso16, zona periferica brindisina, attribuibile al VI secolo o, con più d’una forzatura di comodo, al VII secolo. Quale sia la datazione esatta e, quindi, in quale periodo Prezioso sia effettivamente vissuto lo sa solo il cielo, ed è per l’appunto questa circostanza che — sospetto — lo ha reso, agli occhi della cronachistica cittadina, perfetto per svolgere il ruolo di vescovo del VII secolo e avvalorare così l’ipotesi che furono i Longobardi a causare il trasferimento dell’episcopato brindisino.

Infatti il luogo dove Prezioso è stato sepolto, ben lontano dalla necropoli cittadina, può giustificare la pretesa che la cerimonia funebre sia stata fatta in fretta e furia, cioè a dire, mentre i cittadini erano in fuga, pressati da un pericolo imminente; pericolo che i commentatori identificano, pur senza nessun indizio a supporto, con l’arrivo dei Longobardi. Tale sensazione viene poi accentuata dal fatto che il testo dell’epigrafe con la formula «aepescopus aecletiae cattolicae» (vescovo della chiesa cattolica) sottolinea la cattolicità del vescovo, quale rappresentante della santa chiesa ortodossa, in contrapposizione ad una chiesa giudicata eretica perché devota ad una diversa dottrina17. Quale sia questa dottrina, l’epigrafe funeraria non lo specifica ma, anche in questo caso, c’è consenso nel collegarla con l’arianesimo professato dai Longobardi.

Il ragionamento pare in effetti funzionalmente congegnato per provare la tesi preconcetta che il trasferimento da Brindisi fu causato, e non una libera scelta della curia, ed a questa evenienza la data di morte di Prezioso è obbligata a conformarsi. Essendo vincolato alla devastazione longobarda, che si dà per compiuta nel 674, il triste avvenimento non poteva che avvenire successivamente. In definitiva, il 680 è scelto perché il più indicato a soddisfare questo gioco ad incastro. In quell’anno s’era infatti svolto un concilio ecumenico, convocato dal papa Agatone, d’intesa con l’imperatore, che rappresentava una di quelle occasioni a cui non si poteva assolutamente mancare. Erano così presenti tutti i vescovi del mondo cristiano, anche perché Costantino IV, com’era tradizione, per evitare assenze, aveva impegnato il suo potente apparato burocratico nell’organizzare le trasferte dei prelati, che si svolgevano a totale carico del potere secolare. Eppure, mentre Otranto e Taranto furono in quella circostanza rappresentate, la diocesi brindisina non lo fu. Il che potrebbe far credere che il ministero fosse in quel periodo vacante, ed è proprio per non alimentare un simile sospetto che, a giustificazione dell’assenza, si vuol far credere che Prezioso sia passato in quei frangenti a miglior vita. Ecco perché la cronotassi dei vescovi brindisini prevede che Prezioso sia morto esattamente nel 680.

Il diavolo, però, fa le pentole e non i coperchi, tant’è che, pure in questa circostanza, la piccola astuzia adottata risulta appunto priva dell’indispensabile coperchio capace di occultarla. Caso vuole infatti che il testo dell’epitaffio, pur omettendo l’anno, riporti il giorno della settimana, quello del mese ed il mese della sepoltura del nostro Prezioso: venerdì («sexta feria») 18 agosto («XV kalendas Septembris»). Ebbene il 18 agosto 680 non cadde di venerdì, il che rende impossibile che Prezioso sia morto in quell’anno e, di conseguenza, fa crollare tutta la cronologia così meticolosamente messa in piedi.

A questo incontrovertibile dato di fatto, si aggiunge poi la stranezza che il vescovo di Taranto, città conquistata — e, a detta dei cronisti, devastata — dai Longobardi nello stesso periodo di Brindisi, invece di essere fuggiasco come Prezioso, partecipasse senza problemi al concilio di Costantinopoli.

Se si ricorda, infine, che il testo dell’epigrafe è molto più affine alle scritte funerarie del V e VI secolo, una soluzione che colloca Prezioso tra i vescovi del VI secolo sembra a questo punto più probabile. Una simile datazione potrebbe in aggiunta fornirci qualche appiglio attendibile per spiegare da chi, e perché, i Brindisini fuggissero talmente in fretta da essere costretti a seppellire il loro vescovo in un luogo così lontano da quello usuale.

Narra Procopio che la nostra città, dopo essere stata per i primi dieci anni risparmiata dal conflitto che impegnava i Bizantini ed i Goti, ne venne investita pesantemente. Il problema è che Brindisi non aveva cinta murarie a protezione e, risultando indifendibile, era di fatto soggetta alle frequenti scorrerie dei contendenti. C’è un passo poco conosciuto della Guerra gotica18 che sintetizza in maniera eclatante tale stato di cose. All’incirca nel 545 i Bizantini, da tempo impossessatisi senza colpo ferire della penisola salentina, subiscono il contrattacco dei Goti.

Trinceratisi ad Otranto, i Bizantini non osano accettare lo scambio in campo aperto, tranne tal Vero che Procopio dipinge «temerario, perché dedito all’ubriachezza»19. Questi lascia infatti Otranto ed arriva nella nostra città. I Goti, accortisi della manovra, pensano che sia un pazzo oppure che abbia con sé un esercito talmente numeroso da poter garantire le difese di una postazione, come Brindisi, priva di fortificazioni. Venuti a sapere che era in effetti una decisione avventata, attaccano decisi; Vero ed i Bizantini, appena li vedono comparire, non potendosi in alcun modo proteggere, se la danno a gambe, nascondendosi in una selva20.

Se pure un plotone armato di tutto punto stimava meglio darsi alla fuga, figuriamoci una cittadinanza inerme. Il racconto è così una chiara testimonianza di come i Brindisini si trovassero, indifesi, in balìa di entrambe le parti in lotta. In una simile situazione, non c’è da stupirsi se la fuga rappresentava l’unica possibile ancora di salvezza. Può quindi essere avvenuto che, in un frangente simile, si siano trovati costretti a seppellire il loro vescovo, e siano pertanto i Goti, anch’essi ariani al pari dei Longobardi, il possibile riferimento dell’epigrafe. Se s’aggiunge poi che il 18 agosto 545 capitò giustappunto di venerdì, si ha un altro piccolo tassello favorevole. Non è certo molto, ma comunque qualcosa rispetto al nulla su cui può contare l’ipotesi che fa dei Longobardi i sicuri inseguitori del fuggiasco Prezioso.

Con Prezioso cade anche l’ultimo sostegno alla tesi che prevede l’esistenza a Brindisi di una qualsivoglia funzione vescovile per tutto il periodo che va dall’episodio appena narrato all’arrivo dei Longobardi di Benevento che, a detta di Carito, conquistano la città «circa il 674»21 e la distruggono nello stesso anno22. Anche in questo caso non ci sono riscontri oggettivi che confortano una simile datazione, che pare anch’essa calcolata per dare supporto all’ipotesi formulata.

Infatti, l’unica fonte letteraria disponibile riporta gli avvenimenti in maniera generica, senza datare l’occupazione della città: Romualdo, duca di Benevento, messo insieme un grande esercito, espugnò Taranto e, nello stesso modo, prese Brindisi («Romualdus Beneventanorum dux, congregata exercitus multitudine, Tarentum expugnavit et cepit, parique modo Brundisium»23). Questo lo stringato racconto di Paolo Diacono da cui è desumibile solo che i fatti avvennero tra il 671 ed il 687, quando Romualdo I, reggendo le sorti del ducato di Benevento, poteva intraprendere simili imprese.

Nel passo citato non c’è in aggiunta nessuna menzione della presunta devastazione delle città conquistate, che pare far parte più d’una elaborazione successiva che della realtà storica. Anzi, nel seguito dello stesso brano, passando ad un argomento completamente diverso, Paolo Diacono dà un importante indizio per una descrizione dei fatti in netta controtendenza. Precisa difatti che Teuderata, moglie di Romualdo, è una fervente cattolica tanto che, nello stesso intervallo di tempo, ha fatto costruire una basilica ed un cenobio, appena fuori Benevento («Coniux quoque eius Theuderata eodem tempore foras muros Beneventanae civitatis basilicam in honore beati Petri apostoli construxit; quo in loco multarum ancillarum Dei coenobium instituit»24). Come dire che, a quell’epoca, i Longobardi non erano quei mangia cattolici che fa comodo lasciar credere.

In effetti, nella ricostruzione dei fatti, i Longobardi paiono confinati alla visione alquanto faziosa del teologo Di Meo, insigne erudito del XVIII secolo che, pur di sollevare la Chiesa da ogni possibile colpa, non disdegnava di alzare i toni narrando di città «barbaramente sterminate da’ Longobardi»25 oppure che al pari di Brindisi «contarono i loro vescovi, finché divennero preda de’ Longobardi»26. In realtà nelle prime fasi dell’invasione ci furono distruzioni ed azioni contro i vescovi cattolici ma, a lungo andare, le cose cambiarono per cui l’immagine dei Longobardi sterminatori è uno stereotipo di comodo. Tanto è vero che, quando si apprestavano ad espugnare Brindisi, l’atteggiamento dei Longobardi di Benevento nei riguardi della chiesa cattolica era di fatto diverso, grazie alle numerose conversioni avvenute tra le loro fila e, soprattutto, alla politica distensiva attuata da Romualdo.

Lo stesso Romualdo pare avesse imboccato la via del cattolicesimo, anche se i contorni di questo suo cambiamento di fede sono riportati in un’opera agiografica, la Vita Barbati episcopi beneventani (Vita di san Barbato, vescovo di Benevento), le cui informazioni vanno quindi accolte con le dovute cautele. Fatta la dovuta tara, emerge tuttavia evidente l’influenza esercitata da san Barbato sul duca di Benevento che, d’altra parte, ne aveva accettato l’insediamento nella diocesi beneventana sin dal 664, quand’era ancora reggente. Nella Vita Barbati è in vario modo descritta l’assidua opera compiuta dal presule per rimuovere i culti pagani, ancora vivi tra i Longobardi del Sannio, allo scopo di affrancarli dalle loro innate credenze. In questo contesto, particolare risonanza assunse l’abbattimento dell’albero di noce, posto sulle rive del fiume Sabato, che rappresentava il simulacro del rito pagano della vipera a due teste a cui erano particolarmente legati i guerrieri del ducato. Con questo atto, imposto da Barbato, Romualdo prese le distanze dall’arianesimo e avviò, almeno dal punto di vista formale, il percorso di avvicinamento al cattolicesimo. Di là dagli aspetti di colore, la circostanza è rivelatrice dei tentativi compiuti dal duca per superare i contrasti con la popolazione latina e, al tempo stesso, instaurare relazioni pacifiche con il clero. Per tutto il periodo del suo ducato i suoi comportamenti furono pertanto ispirati ad una politica di conciliazione con la chiesa romana, anche perché sollecitato in ciò da san Barbato e dalla moglie Teuderata.

È per altro evidente che sarebbe stato impossibile mantenere rapporti amichevoli con il papato, rendendosi insieme protagonisti di azioni violente nei confronti dall’apparato ecclesiastico. Probabilmente Romualdo, quando conquistò Brindisi, non aveva ancora abbandonato la fede ariana ma la questione ha scarso rilievo pratico perché erano gli obiettivi politici che intendeva conseguire ad essere preminenti, e questi erano indubbiamente indirizzati ad un intesa sempre più stretta con le autorità ecclesiastiche. Stando così le cose, appare del tutto scontato che il duca non aveva nessun motivo logico, né alcun tornaconto, ad inimicarsi la curia vescovile brindisina. Anzi, al contrario, avrebbe avuto tutto l’interesse a farsela amica ed a sfruttarla per i propri fini. Fosse esistito in quel momento a Brindisi un clero capace di mantenere in vita un episcopato, Romualdo se ne sarebbe di certo servito per puntellare la conquista e consolidarla. Non c’era infatti struttura burocratica a quel tempo meglio organizzata di quella clericale, e tutti i governanti, quand’era possibile, se ne servivano per gestire e controllare il territorio. Il problema fu piuttosto che il clero s’era già da tempo trasferito, seguendo una logica d’interessi interni alla diocesi, e questa fuga rappresentò un costo elevato per la città in termini demografici e di risorse. I religiosi furono infatti seguiti dai loro clienti e la scelta da loro fatta condizionò le successive decisioni dei maggiorenti brindisini. In più, alla mancanza d’una classe dirigente in grado di gestirla, si aggiungeva un porto ormai in netto disarmo, neanche più collegato con le rotte per l’altra sponda dell’Adriatico e per le coste del nord Italia. Un porto diventato addirittura un pericolo: una specie di cavallo di Troia per il cui tramite i Saraceni avrebbero potuto insinuarsi nella penisola.

Non direi quindi che la conquista longobarda comportò la distruzione della città, che pare invece una soluzione costruita a tavolino, non del tutto corrispondente alla realtà dei fatti. Sarei piuttosto propenso a credere che i Longobardi, magari d’intesa con i Bizantini, resero inagibile il porto per evitare pericoli esterni e spostarono il baricentro della città, in modo da allontanarla dalla costa e porla al riparo dalle scorrerie dei Saraceni.

Comunque siano andate le cose, pare evidente che non furono i Longobardi la causa del declino e dello spopolamento della nostra città, come certa cronachistica vuol far credere. Gli atti da essi compiuti rappresentarono l’epilogo d’un processo, già da tempo avviato, che aveva visto come principale protagonista il clero, in questo caso, molto più propenso a salvaguardare il proprio tornaconto che l’interesse dei fedeli. E che ci fossero vescovi inclini ad abbandonare le proprie sedi vescovili per motivi di sicurezza, ce lo svela un fermo monito di Sant’Agostino che aveva ricordato loro che il dovere di un vescovo era sempre quello di stare con i suoi fedeli27.

Ma, a quanto sembra, a Brindisi, il santo consiglio non trovò molto ascolto.

 

 

 

 

 

 

1 Il Vat. lat. 1197, contenente Passiones et Legendae Sanctorum tra cui è compresa nelle cc. 1v-9v la Vita vel passio b. Pelini episcopi et martyris, nelle cc. 9v-13r Miracula s. Pelini episcopi e nella prima colonna di c. 13v un Carmen de s. Pelino.

2 G. Carito, Gli arcivescovi di Brindisi sino al 674, in Parola e storia, I, n. 2/ 2007, pp. 197-225. Nel prosieguo il testo cui si farà riferimento è quello riportato sul sito Academia.edu.

3 Ibidem, p. 19.

4 Ibidem.

5 Ibidem.

6 Vat. lat. 1197, Vita vel passio b. Pelini episcopi et martyris, c. 8v.

7 Ibidem.

8 Procopio di Cesarea (V secolo d.C. – VI secolo d.C.), La guerra gotica, II 18.

9 G. Carito, Cit., p. 19.

10 Ibidem, p. 18.

11 Vat. lat. 1197, Cit., c. 4r.

12 Ibidem, c. 3r.

13 P. Orsini, Cultura grafica tra l’XI e il XIII secolo a Sulmona, in Scripta et scripturae. Contributi per la storia di Sulmona, a c. di Ezio Mattiocco, Editrice itinerari, Lanciano 2002, pp. 143-178.

14 P. Orsini (a cura di), Archivio capitolare della cattedrale di san Pelino a Corfinio: inventario, Diocesi di Sulmona, Valva Sulmona 2005, p. 10.

15 Ibidem, p. 29.

16 PRETIOSUS AEPESCOPUS | AECLETIAE CATOLICAE SANC | TE BRYNDISINE DEPOSITUS | SEXTA FERIA QUOD EST | XV KAL SEPTEMBRIS REQUIEBIT | IN SOMNO PACIS | (II vescovo Prezioso, della santa Chiesa cattolica di Brindisi, sepolto venerdì 18 agosto, si è addormentato nel sonno della pace). Da R. Jurlaro, Problemi di epigrafia paleocristiana nel Salento, in Atti del III Congresso di Archeologia Cristiana, Aquileia 1972, p. 410.

17 Ibidem, p. 411.

18 Procopio di Cesarea, Cit., III 27.

19 Ibidem.

20 Ibidem.

21 G. Carito, Cit., p. 18.

22 G. Carito, Cit., p. 22.

23 Paolo Diacono (VIII secolo d.C.), Storia dei Longobardi, VI 1.

24 Ibidem.

25 A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli 1795, volume I, p. 70.

26 Ibidem.

27 A. Cameron, Il tardo impero romano, Società editrice il Mulino, Bologna 1995, p. 239.

 

 

Letteratura di viaggio e bibliografia sui viaggiatori stranieri in Puglia

Viaggiatori del Grand Tour in Carrozza, con il giovane avantcourier

 

di Paolo Vincenti

La letteratura di viaggio è sterminata e la bibliografia sui viaggiatori stranieri in Puglia fra Settecento e Ottocento è davvero molto ampia e mi limito a trattare due viaggiatori dell’Ottocento.

La febbre per l’Italia in realtà partiva da lontano, perché già nel Cinquecento il Montaigne fece un viaggio in Italia compilandovi una relazione. E poi nel Settecento, antecedenti illustri furono Goethe, col suo famoso “Viaggio in Italia”, ma anche Charles de Brosses, con le “ Lettres familieres sur l’Italie” scritte fra 1739 e 1740 e pubblicate postume nel 1799[1].

Nell’Ottocento, fra i nomi più altisonanti, potremmo citare Stendhal, con le altrettanto famose “Promenades dans Rome” del 1829[2]. Comunque, dal Lazio e dalla Campania (mèta privilegiata dei viaggiatori europei, anche a seguito degli allora recenti scavi di Ercolano e Pompei), pian piano gli itinerari di viaggio si allargano a comprendere le regioni meridionali: in primis la Sicilia, e poi la Calabria e la Puglia.

Teniamo conto dell’eco suscitata, non solo in Germania, dalle ricerche effettuate fra il 1856 e il 1877 dal grande studioso tedesco Ferdinand Gregorovius, pubblicate nel suo famoso libro “Pellegrinaggi d’Italia”, in cinque monumentali volumi.

I visitatori europei, quindi, attirati certo dal fascino della nostra antichissima cultura, venivano in Italia non solo alla ricerca delle vestigia greche e romane e per le bellezze artistiche del Rinascimento, ma anche attratti dal grande sviluppo economico sociale e dai fermenti politici e letterari che attraversavano in quel tempo la nostra penisola. Nell’Ottocento inoltrato, gli europei finalmente scoprono anche il Sud della Puglia, spingendosi fino al Salento. Fra i primi viaggiatori in Terra d’Otranto, una menzione speciale merita il Conte Carlo Ulisse De Salis Marschlins, 1728-1800, svizzero, la cui opera è un caposaldo della letteratura di viaggio in Puglia. Egli percorre le nostre contrade nel 1789 e si dimostra fortemente interessato a tutti i nostri paesi. Si sofferma sugli aspetti economici della nostra terra, in particolare è interessato all’agricoltura, ovverosia alla coltivazione dell’olivo, della vite, del tabacco, degli agrumi. Pubblica per la prima volta le sue impressioni di viaggio in tedesco in due volumi a Zurigo nel 1790 e nel 1793. La prima pubblicazione del libro in lingua italiana viene fatta nel 1906[3], con la traduzione di Ida Capriati De Nicolò (ottima traduttrice anche delle memorie di Janet Ross[4] ), e poi viene più volte ripubblicato[5].

Il De Salis scruta il Salento con occhio attento e indagatore, analizza tutti i fenomeni sociali e di costume che osserva. Egli, imbevuto dello spirito illuminista, si pone di fronte alle realtà locali con mente lucida e scientifica. “Con la vigorosa relazione del De Salis”, scrive Enzo Panareo nel 1979, prima della grande fortuna editoriale poi conosciuta da questo autore,[6] “il clima intellettuale, rispetto a quello di precedenti viaggiatori estatici di fronte alle gloriose rovine del mondo classico e divertiti dal contatto episodico con le popolazioni, è diverso e rispecchia le ipotesi culturali realizzate dal secolo dei lumi, spregiudicatamente operanti”.

L’interesse per il Medioevo suscitato da studiosi come il già citato Gregorovius, il Winckelmann, il Lenormant, portano alcuni intellettuali europei a cercare in Italia anche le tracce di quella civiltà. Altri invece si soffermano sugli aspetti più romantici e pittoreschi delle nostre regioni, ed è il caso del francese Paul Bourget, 1852-1935, autore di “ Sensations d’Italie”, un diario di viaggio che scrive nel 1890 durante la sua lunga escursione attraverso l’Italia.

Egli visita anche la Puglia, in particolare Brindisi, Taranto e Lecce, che per i turisti stranieri era già diventata “la Firenze del Sud”. L’opera viene pubblicata l’anno successivo a Parigi e non se ne conoscono edizioni moderne.[7] Si tratta di sensazioni, come recita il titolo stesso, ossia impressioni di viaggio sulle varie città che spesso vengono ritratte con rapide pennellate. “Le Sensations d’Italie furono pubblicate per la prima volta a Parigi da Plon nel 1891”, scrive in rete Filomena Attolico, della Biblioteca Nazionale di Bari, “proprio quando l’Italia, sotto la guida di Crispi, era entrata a far parte della Triplice Alleanza, schierandosi su posizioni decisamente ostili alla Francia. L’autore dell’opera, il francese Paul Bourget celebre romanziere e critico letterario, si rattristò molto per questa situazione di cui fece qualche cenno nel suo libro, ma senza lasciarsi influenzare da contingenze politiche, trattò l’Italia come la sua seconda patria identificandola come un concentrato di arte, cultura, storia paesaggi tradizioni. Numerose sono infatti le pagine dedicate alle impressioni sul paesaggio e alle considerazioni sulla gente, i costumi, le superstizioni: degno di nota a tal proposito è l’incontro con l’eroe risorgimentale che si batté contro i Borbone nel 1848, il leccese Sigismondo Castromediano, che lo condurrà ad alcune riflessioni sull’Unità d’Italia, compiuta non solo grazie all’intervento dei grandi uomini di cui parla la storia ufficiale, ma grazie anche all’opera di “aristocrates, passionnés de liberté”.

Tra i suoi apprezzamenti da esperto conoscitore dell’arte, notevole è quello riguardante il barocco leccese, in particolare per il materiale impiegato, la pietra leccese, una pietra particolarmente tenera in cui il chiaroscuro si scioglie nella luce dando un effetto cromatico del tutto originale. I suoi romanzi lo avevano reso celebre e fu proprio la notorietà del suo nome a far riconoscere al Prof. Giuseppe Gigli, tra gli ospiti di un albergo leccese, il nome del grande romanziere francese che si trovava lì in viaggio di nozze; per l’occasione il letterato italiano si offrì come guida allo “psicologo errante” e alla giovane sposa Minnnie David, per accompagnarli nel viaggio in Terra d’Otranto dal 15 al 28 novembre 1890.

Quando arrivò a Bari, Bourget commentò: “Per me, la trovo attraente questa città nuova, con le sue vie larghe, ad angoli retti, che consentono di veder sempre in fondo ad esse il mare, come si vedono a Torino le Alpi!”. Il viaggio in Italia, intrapreso nel settembre 1890 e terminato nel luglio 1891, era nato inoltre dall’impegno preso dallo scrittore francese con la rivista Débats finalizzato alla compilazione di una relazione sulle città più caratteristiche e significative della Penisola…”[8].

Non sorprende la grande capacità di Bourget di cogliere gli aspetti interiori di una località poiché egli, da fine letterato, era anche psicologo e pubblicò alcuni interessanti trattati nei quali analizzava psicologicamente alcuni protagonisti della scena letteraria ottocentesca come StendhalTaine, che era stato suo maestro, e Baudelaire.

 

Note

[1] Charles de Brosses, “Viaggio in Italia”, Bari, Laterza, 1973.

[2] Stendhal, “Passeggiate romane”, Bari, Laterza, 1973.

[3] Carlo Ulisse De Salis Marschlins, “Nel Regno di Napoli : viaggi attraverso varie province nel 1789”, Trani, Vecchi, 1906.

[4] Janet Ross, “La terra di Manfredi”, traduzione dall’inglese di Ida De Nicolo Capriati, illustrazioni di Carlo Orsi, Trani, Vecchi, 1899, poi ripubblicato in Eadem, “La Puglia nell’Ottocento : la terra di Manfredi”, a cura di Maria Teresa Ciccarese, Lecce, Capone, 1997.

[5] Fra gli altri, in Carlo Ulisse De Salis Marschlins, “Viaggio nel Regno di Napoli”, Galatina, Congedo, 1979, con Introduzione di Tommaso Pedio, e in Idem, “Viaggio nel Regno di Napoli” – che riproduce la prima traduzione italiana di Ida Capriati De Nicolò -, a cura di Giacinto Donno, Lecce, Capone, 1979 e 1999, e ancora in Idem, “Nel Regno di Napoli Viaggi attraverso varie provincie nel 1789”, Avezzano, Edizioni Kirke, 2017.

[6] Enzo Panareo, Viaggiatori in Salento, in “Rassegna trimestrale della Banca agricola popolare di Matino e Lecce”, a.V, n.3-4 , Matino, sett-dic 1979, p.81.

[7] Paul Bourget, “Sensations d’Italie :Toscane, Ombrie, Grande-Grèce”, Paris, Alphonse Lemerre, 1891.

[8] Nota di Filomena Attolico, in www.viaggioadriatico.it/biblioteca…/scheda_bibliografica.

 

Sull’argomento, dello stesso Autore, vedi anche:

La letteratura di viaggio e viaggiatori stranieri in Puglia fra Settecento e Ottocento

Marcantonio Zimara, il più grande pensatore laico del Cinquecento sanpietrinate

Sabato 02 marzo 2019, ALLE ORE 18.00

Sala Società Operaia di Mutuo Soccorso di Galatina, in Via Umberto I n. 34

S.o.m.s in collaborazione con Proloco Galatina, e con il sostegno di Movimento per il Risveglio del Centro è lieta di invitare i cittadini galatinesi e salentini, alla conversazione

 TESSERE DEL GRANDE MOSAICO CULTURALE SALENTINO:

LA FAMA E “I PROBLEMI” DI MARCANTONIO ZIMARA, SANPIETRINATE ILLUSTRE.

Conversatori: LUCA CARBONE, introdotto da Angelo Licci

 

Come scriveva, a più di un secolo dalla sua morte, un altro concittadino illustre Alessandro Tommaso Arcudi nella sua opera Galatina Letterata, prima guida alla fioritura filosofica scientifica e letteraria cinquecentesca di San Pietro in Galatina: “Per tutte le scuole di Europa giornalmente risuona il nome di Marcantonio Zimara, e adorna tutte le Biblioteche”.

Forse l’Arcudi esagerava un po’, ma forse non esagera Mons. Antonaci quando nel suo lavoro dedicato alla Città scrive che Marc’Antonio Zimara è il più grande pensatore laico del Cinquecento sanpietrinate.

Certo per noi oggi queste figure, al di fuori delle ricerche degli specialisti, sono appena dei fantasmi, e dei nomi che evocano poco e nulla – nei secoli le loro opere hanno però composto una sorta di mosaico ideale della cultura del territorio Salento. Raccontare, in una conversazione non destinata agli studiosi, alcuni aspetti della fama e della singolarissima fortuna editoriale di una piccola operetta dello Zimara, i famosissimi Problemi, è la principale finalità dell’incontro; così da fornire, inoltre, alcune tessere utili a ricomporre quella sorta di mosaico culturale ideale composto nei secoli dalle figure di Nettario di Casole, di Droso, di Sergio Stiso, del Galateo, di Niccolò de Ingegne, di Avraham ben Mošè de Balmes, di Matteo Tafuri, di Pietro Galatino, di Giovan Paolo Mongiò, degli Zimara padre e figlio, di Giovan Paolo Vernaleone, di Francesco Storella, di Giulio Cesare Vanini, per non ricordarne che alcuni; mosaico di pensieri e lingue e culture e saperi, da cui, per molte e non sempre consapevoli vie, siamo stati, a nostra volta, formati.

La conversazione sarà scandita dalla lettura di alcuni dei Problemi dello Zimara, come scriveva decenni dopo l’Amadi: MAESTRO DI TUTTE LE BUONE PERIPATETICHE LETTERE DI QUELLA ETA’.

Dall’Archivio Segreto Vaticano: il sigillo dell’abate Stefano del monastero di Santa Maria di Nardò

di Massimo Perrone

 

Nel corso degli studi presso l’Archivio Segreto Vaticano ho approfondito le mie ricerche su due argomenti di particolare interesse: l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e la diocesi di Nardò.

E proprio otto anni fa, nella preparazione di una mostra sull’Ordine del Santo Sepolcro, studiando le descrizioni di alcuni sigilli pontifici ho visionato un autorevole testo dal titolo I Sigilli dell’Archivio Vaticano, a cura di Pietro Sella con la collaborazione di M.-H. Laurent, (1) in cui sono descritti i sigilli conservati nel fondo Archivum Arcis.

In particolare nella sezione degli Enti e delle Persone Ecclesiastiche mi sono imbattuto nella descrizione di un sigillo di notevole interesse storico per la diocesi neretina: il sigillo dell’abate Stefano.

Sin da quando ho iniziato a frequentare l’Archivio Segreto Vaticano, oramai da circa sedici anni, ho spesso cercato, non senza difficoltà, nel corposo Archivum Arcis, perché in esso sono raccolti documenti di particolare importanza storica.

Ho sempre saputo, leggendo i numerosi libri riguardanti la storia di Nardò, che le notizie riguardanti l’abate Stefano sono vaghe e spesso non supportate da fonti documentali. Per questo motivo ho approfondito la ricerca, individuato la segnatura del documento e visionato il documento originale.

E’ un documento cartaceo con sigillo in cera del 16 luglio 1325 che misura mm. 215 di base e mm. 143 di altezza.

Si tratta di una lettera dell’abate Stefano che notifica all’arcivescovo di Capua, Ingeramo Stella, che è stato letto e pubblicato a Nardò il processo del papa Giovanni XXII, Giacomo Duèse, di Cahors (1316-1334), (2) contro Ludovico IV il Bavaro.

Ludovico IV, imperatore del Sacro romano impero e re di Germania, venne eletto al soglio imperiale ma fu costretto a combattere contro Federico III d’Asburgo, il quale fu da esso sconfitto nella battaglia di Muhldorf nel 1322. Il papa Giovanni XXII si rifiutò di incoronarlo imperatore, sostenendo che spettava al pontefice la decisione sulla questione tra i due pretendenti al trono; gli impose pertanto di rinunciare alla corona e, al suo rifiuto, lo scomunicò.

La diocesi di Nardò, dal 1090, passò sotto la giurisdizione degli abati benedettini che sostituirono i monaci basiliani nella direzione del monastero e della chiesa di Santa Maria de Nerito. Dagli storici, in alcuni testi, nella successione cronologica di tali abati, è indicato l’abate Stefano per il periodo 1307-1324 (3); in altri testi, e soprattutto nel Chronicon Neritinum, si indica e precisa, altresì, il 1324 come data della sua morte (4).

Diversamente, il documento di cui alla presente trattazione, attesterebbe che l’abate Stefano, nel 1325 era vivente e ricopriva ancora l’incarico di governare la diocesi neretina.

Ad ulteriore conferma di ciò, ho ritenuto di fare ulteriori verifiche sull’autenticità del contenuto della lettera, peraltro confermata dalla presenza del sigillo in cera, ritenuto, a tutti gli effetti, originale.

Dalla Cronologia cronografica e calendario perpetuo di A. Cappelli (5) si evince che il papa Giovanni XXII, eletto il 7.8.1316, consacrato il 5.9.1316 e ad Avignone dal 14.10.1316, ha scomunicato Ludovico IV il Bavaro in data 23.3.1324.

Dallo Schedario Garampi, che costituisce ancora oggi l’unico indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Segreto Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo, si evince che il processo contro Ludovico il Bavaro è stato pubblicato in data 7.7.1324 (6). Si legge testualmente: 1324 7 jul / Pubblicatio processuum contra Bavarum in Ecclesiam fratrum Praedicatorum de Capua.

Dalla Hierarchia Catholica Medii Aevi, Monasterii 1913, si evince che l’arcivescovo di Capua, dal 1312 al 1334, è stato Ingeramo Stella, consigliere del Regno di Sicilia (7).

Infine, ho consultato, la Bibliografia dell’Archivio Segreto Vaticano sinora pubblicata, per verificare eventuali citazioni del documento in questione e, quindi, individuare gli studiosi che hanno utilizzato il documento per pubblicazioni.

Nel Vol. III, 1965, alla pag. 87 [A.A. ARM. C, 729 (A.A. Arm. C, fasc.52, n.10), Stefano abate del mon. di Nardò e la pubblicazione del processo contro Ludovico il Bavaro (17 luglio 1325)], risulta che il documento di cui sopra è stato consultato dallo storico G. Mollat (8).

Nel Vol. VII, 1997, alla pag. 122 [A.A. ARM. C, 729, Sigillo di Stefano abate di Nardò (1325)] dove è riportata la data 1325, lo stesso documento risulta essere stato consultato dallo storico P. Sella.9

Né il Mollat né il Sella hanno citato il documento in questione, per studi relativi alla diocesi di Nardò.

fondazione terra d'otranto

Il documento

Si riporta di seguito la trascrizione della lettera scritta dall’abate Stefano all’arcivescovo di Capua, Ingeramo Stella, in data 16 luglio 1325.

 

Trascrizione del documento

Reverendo in Cristo patri domino Ingeramo Dei gratia archiepiscopo capuano. Venerabilis sibi Stephanus Dei et / apostolice sedis gratia humilis neritonensis abbas salutem cum recomendacione se ipsum. Noverit vestra / reverenda paternitas quod magister Iohannes de florentia clericus et familiaris vester legit et notificavit / nobis processum deposicionis Ludovicis ducis quarum licterarum principium est: Iohannes episcopus servus servorum etcetera / et finis ultimae litterae anno octavo quod eciam nos per nostram dyocesim fecimus publicari. Datum Neritoni/ die sestodecimo Julii octave indicionis.

 

Traduzione del documento

Al reverendo padre in Cristo signor Ingeramo per grazia di Dio arcivescovo di Capua, il venerabile Stefano per grazia di Dio e della sede apostolica umile abate di Nardò, saluta e si raccomanda. Sappia la vostra reverenda paternità che il maestro Giovanni di Firenze, chierico e vostro familiare, ha letto e notificato a noi il processo della deposizione del duca Ludovico, il cui inizio della lettera è: Giovanni vescovo servo dei servi eccetera, e la fine dell’ultima lettera: nell’anno ottavo, che noi abbiamo anche fatto pubblicare per la nostra diocesi.

Dato a Nardò il 16 luglio, ottava indizione.

Il sigillo

Ringrazio il Prof. Luca Becchetti, conservatore dei sigilli dell’Archivio Segreto Vaticano e docente di sigillografia alla Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, responsabile del laboratorio di restauro dei sigilli, per avermi coadiuvato nella realizzazione di questo contributo con la descrizione sigillografica analitica che segue:

 

STEFANO

Abate di Nardò

1325 luglio 16, Nardò

Sigillo di cera verde aderente, a navetta, mm. 60×38. Stato di conservazione buono (sigillo restaurato nelle parti mancanti), qualità dell’impressione discreta.

 

Tipo agiografico di devozione

Entro architettura gotica, la Vergine stante e coronata con il Bambino in braccio; nel registro inferiore, entro una nicchia, si scorge l’abate mitrato e orante, volto a destra. Leggenda tra filetti lineari.

S’. STEPH […] IS[…] NER […]

SIGILLUM. STEPH[ANI]. [ABBAT] IS. NER [ITONENSIS]

Alla luce di quanto sopra, salvo smentite o possibile integrazione con documentazione sfuggita all’attenzione dello scrivente, ritengo che il documento esaminato nella presente trattazione sia originale ed inedito per la storia di Nardò.

Sarà, altresì, certamente utile per trarre ulteriori conclusioni sul Chronicon Neritinum, contestato dagli studiosi ma quasi sempre citato nella storiografia locale.

Concludo ringraziando, per i preziosi suggerimenti nell’analisi del documento oggetto dell’attuale trattazione, il prof. Giovanni Castaldo, docente nel corso di archivistica della Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica.

 

 

 

Bibliografia

P.Sella, I Sigilli dell’Archivio Vaticano, Vol. I, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano, 1937, [Inventari dell’Archivio Segreto].

Bibliografia Archivio Vaticano, Vol. III, 1965.

Bibliografia Archivio Vaticano, Vol. VII, 1997.

Schedario Garampi, Miscellanea I, Indice 516.

Hierarchia Catholica Medii Aevi, ab anno 1198 usque ad annum 1431 perducta, Typis Librariae Regensbergianae, 1913.

D..Vendola, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Apulia, Lucania, Calabria, Città del Vaticano, 1939, 123.

A.Cappelli, Cronologia cronografica e calendario perpetuo, Hoepli, VII ed., 2002.

Chronicon Neritinum, in L. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, vol. XXIV, Mediolani, 1738.

G.Mollat, Jean XXII (1316-1334). Lettres comunes [analyseés d’après le registres dits d’Avignon et du Vatican]. Paris, 1909, n.23234 (Bibl. Des Ecoles Francaises d’Athénes et de Rome).

L.Giustiniani, La Biblioteca storica, e topografica del Regno di Napoli, Stamperia Orsini, Napoli, 1793, 49 e 130.

M.Tafuri, Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tommaso Tafuri di Nardò, Vol. I, Stamperia dell’Iride, Napoli 1848.

F. Castrignanò, La storia di Nardò, Tip. Mariano, Galatina 1930.

F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. Maggiulli, Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto, a cura di G. Donno, A. Antonucci, L. Pellè, Editore P. Lacaita, Manduria 1999.

M. Pastore, Le pergamene della Curia e del Capitolo di Nardò, Centro Studi Salentini, Lecce, 1964.

E.Mazzarella, La sede vescovile di Nardò, Editrice Salentina, Galatina, 1972.

B. Vetere, Città e monastero I Segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Congedo Editore, Galatina, 1986.

B.Vetere, Dal seggio abbaziale alla cattedra vescovile. Nardò: una chiesa latina nel Salento bizantino, in Rivista di Storia della Chiesa, Anno LXX, n.1, gennaio-giugno 2016.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis, Congedo Editore, Galatina, 2001.

D. De Lorenzis, M. Gaballo, P. Giuri, Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò, Congedo Editore, Galatina 2014.

G. Santantonio, Ecclesiae Mater. La fabbrica della Cattedrale di Nardò attraverso gli atti delle visite pastorali, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli, Congedo Editore, Galatina, 2013.

L. Becchetti, I Sigilli. Orientamento e metodologie di conservazione e di restauro, Il Prato Edit., 2011.

L. Becchetti, I Sigilli dell’Archivio Segreto Vaticano. Nuove Ricerche sfragistiche, A.S.V., Città del Vaticano, 2013.

I. Aurora, Documenti originali pontifici in Puglia e Basilicata 1199-1415, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 2016, 85, 101.
Annuario Pontificio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2017.

 

Note

1 P. Sella, I Sigilli dell’Archivio Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano, 1937, [Inventari dell’Archivio Segreto], Vol. I, n. 664, 194.

2 Annuario Pontificio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2017, 16.

3 E. Mazzarella, La sede vescovile di Nardò, Galatina 1972, 46.

4 Chronicon Neritinum, in L. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, vol. XXIV, Mediolani, 1738, 904. Vedi anche: G.B. Tafuri, Opere dei Tafuri, vol. I, Napoli 1848, 513. F. Castrignanò, La storia di Nardò, Galatina 1930, 129. B. Vetere, Città e monastero I Segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Congedo Editore, Galatina, 1986, 62 nota 170. M. Gaballo, Civitas Neritonensis, Galatina 2001, 63. F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. Maggiulli, Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto, a cura di G. Donno, A. Antonucci, L. Pellè, Editore P. Lacaita, Manduria, 1999, 499.

5 A. Cappelli, Cronologia cronografica e calendario perpetuo, Hoepli, 2002, 327.

6 Schedario Garampi, Miscellanea I, Indice 516, c. 62r.

7 Hierarchia Catholica Medii Aevi, ab anno 1198 usque ad annum 1431 perducta, Typis Librariae Regensbergianae, 1913, 164-165.

8 Bibliografia Archivio Vaticano, Vol. III, 1965, 29, 87. Cfr. anche G. Mollat, Jean XXII (1316-1334). Lettres comunes [analyseés d’après le registres dits d’Avignon et du Vatican]. Paris, 1909, n. 23234 (Bibl. Des Ecoles Francaises d’Athénes et de Rome).

9 Bibliografia Archivio Vaticano, Vol. VII, 1997, 122.

 

Pubblicato in “Spicilegia Sallentina, Rivista del Caffè Letterario Neritonensis”, n.12 ,autunno 2018

 

Vietata la riproduzione di testi e foto, se non su espressa autorizzazione dell’Autore Massimo Perrone

Dialetti salentini: pirumafu

di Armando Polito

In tempi in cui quasi tutte le emittenti televisive hanno fatto dei programmi di culinaria il fulcro dei loro palinsesti, chi non sa che la piròfila è una pentola, un tegame, un recipiente fabbricato con materiale resistente al fuoco?

L’importante, però,, è cucinare e poi, naturalmente, mangiare, per la qual cosa non tutti sanno che piròfila alla lettera significa amica del fuoco, perché, il vocabolo, pur essendo nato alla fine degli anni ’50 dello scorso secolo, utilizza le voci greche πῦρ antiche (leggi piùr), che significa fuoco,  e φίλη (leggi file), che significa amica. Piròfila non è l’unico vocabolo moderno costruito con voci greche antiche; in particolare, fra quelle che hanno come primo componente πῦρ, basti ricordare pirotecnico (alla lettera: relativo all’arte del fuoco), piromane (alla lettera: pazzo per il fuoco) e, con πῦρ come secondo componente, il nome commerciale Tachipirina, in cui il suffisso diminutivo quasi indica l’effetto sul fuoco della febbre annunciato dal primo componente che è da ταχύς.(leggi tachiùs), che significa veloce, per cui il tutto evoca un prodotto che agisce velocemente sulla febbre.

L’atmosfera conviviale domestica, però, molto più delle suggestioni televisive, è in grado di fornire alimento, anche culturale. Non a caso della voce sdialettale del titolo avrei continuato ad ignorare l’esistenza se non fosse venuta fuori nel corso di una delle solite cenette con mio cognato Giuseppe Presicce al quale devo le tre foto di testa (raffiguranti, rispettivamente lastre di pirumafu e vista anteriore e posteriore di un forno costruito con questa pietra) per gentile concessione dell’azienda Mater carparo di Ezio Stifanelli..

Il pirumàfu mi obbliga, però, a parlare in prima battuta delle voci italiane corrispondenti sul piano solo formale, come vedremo, entrambe nate in epoca moderna La prima è piròmaca, usata anche nella locuzione selce piròmaca, detta anche pietra focaia.1 È la selce, quasi sempre organogena, che in noduli e straterelli si trova frequente nei calcari, specialmente in quelli giurassici e cretacei. Ha frattura scheggiosa o concoide, colore vario, grigio, giallastro, rossastro, bruno; sulle superficie esterne è spesso ricoperta da una patina farinosa bianca.

Tuttavia va detto che piròmaca è la riesumazione moderna di una voce antica, della quale tratterò a breve. Se la dimestichezza col fuoco della pietra focaia (utilizzata negli acciarini) giustifica il piròmaca della mineralogia,  più sottile è il suo utilizzo in botanica. Si tratta dell’Artemisia Pyromacha, classificata da Domenico Viviani nel suio Florae Libycae specimen, Pagano, Genova, 1826. Da p. 54 ne riporto la scheda e la traduco:

(ARTEMISIA PYRONACA: Arbustiva, bianca. con le foglie frangiate verso l’apice o pennate; con foglioline ora integre, ora incise  inferiormente arrotondate; superiormente solcate. Tab. XIII fig. 5. Il suo habitat è nel deserto della Grande Sirte.

Osserva: ho voluto che questa specie di Artemisia fosse ricordata perché di essa i nuovi viaggiatori diano notizia più completa. Tutti dettagli che posseggo mancano del fiore né mai toccò ad un nostro viaggiatore di vederla in fiore; forse <assalita dalla puntura di qualche insetto, dalla quale si trovano colpiti qua e là il suo stelo e i rami dai glomeruli coperti da una densa peluria setosa. Con questi glomeruli come alimento gli Arabi del deserto utilizzano le scintille scaturite dalla selce per attizzare il fuoco).

I piròmaca e pyromacha fin qui esaminati sono, dunque, rivisitazioni moderne di un termine antico che trova, proprio nella voce dialettale del titolo un precedente cronologico e non solo.

Pirumàfu è in uso solo nel Leccese e, in particolare, nella forma riportata nel titolo  ad Alezio, Bagnolo, Galatina e Maglie, mentre la variante pilumafu è in uso a Cursi, Galatina, Sogliano, pilumàfiu ad Aradeo e Parabita, pilumacu a Specchia, pilumahu a Melpignano, piromaho a Martano, pilomafo a Corigliano, Soleto e Zollino.

Si tratta di un tipo di pietra usato nella costruzione di forni e camini per la sua spiccata proprietà refrattaria, come dimostra eloquentemente l’etimo. Tutte le voci riportate, infatti, sono dal greco πυρόμαχος (leggi piuròmachos), composto da πῦρ (leggi piùr), che significa fuoco, e dalla radice di μάχομαι (leggi màchomai), che significa combattere.

Oltre a πυρόμαχος attestato in Teofrasto (III secolo a. C.), De lapidibus, 9, esiste anche, con identica composizione, la variante più antica πυρίμαχος (leggi purìmachos) attestata da Aristotele (IV secolo a. C.), De mirabilibus ausuiltationibus,, XLVIII, in cui la nostra pietra entra nella purificazione del ferro: Λέγεται δὲ ἰδιοτάτην εἶναι γένεσιν σιδήρου τοῦ Χαλυβικοῦ καὶ τοῦ Μισικοῦ, συμφύεται γὰρ, ὤς γε λέγουσιν, ἐκ τῆς ἄμμμου τῆς καταφερομένης ἐκ τῶν ποταμῶν. Ταύτην δὲ οἱ μἑν ἀπλῶς φασι πλύναντας καμινεύειν· οἱ δὲ τὴν ὑπόστασιν τὴν γενομένην ἐκ τῆς πλύεως πολλάκις πλυθεῖσαν συγκαίειν, παρεμβάλλειν δὲ τὸν πυρίμαχον καλούμεον λίθον – εἶναι δ’ἐν τῇ χώρᾳ поλύν -. Οὗτος δ’ὁ σίδηρος поλὺ τῶν ἂλλων γίνεται καλλίων. Εἰ δὲ μὴ ἐν μιᾅ καμίνῳ ἐκκαἰετο, οὐδὲν ἄν. ὠς ἔοικε, διέφερε τἀργουρίου, μόνον δέ φασιν αὐτῶν ἀνίωτων εἶναι, οὐ поλὺν δὲ γίνεσθαι (Si dice che peculiare è la generazione del ferro calibico2 e misio3: nasce infatti, come dicono, dalla sabbia portata giù dai fiumi. Altri dicono semplicemente che dopo averla sciacquata la scaldano nella fornace, altri che bruciano il residuo della lavatura lavato più volte e vi aggiungono la pietra detta pirimaco -dicono che sia abbondante nella regione -. Questo ferro è di gran lunga migliore degli altri: infatti, se non fosse bruciato in un’unica fornace in niente, a quanto pare, differirebbe dall’argento e dicono che solo esso non arrugginisce, ma non ve n’è molto).

Solo per completezza riporto il lemma come risulta trattato,  un po’ cripticamente secondo me, da Esichio di Alessandria (V secolo d. C.) nel suo glossario: πυρίμαχος ὁ ἐν τῇ4 ἀνίκητος. καὶ λίθος ἀπὸ τοῦ συμβεβηκότος πυρίμαχος (pirimaco: l’invincibile [in battaglia] e pietra da quello che succede5 (detta) pirimaco.  Faccio notare che le varianti pilumahu di Melpignano e piromaho a Martano con la loro aspirata che riproduce l’originale greca χ secondo me attestano l’antichità della voce cronologicamente anteriore, e di molto, rispetto alle voci italiane scientifiche ricordate.6

Per quanto riguarda la letteratura latina segnalo come semplice curiosità in quanto irrilevante ai fini di questa ricerca, la presenza di Pyromachus come nome proprio di persona. Si tratta di uno scultore ricordato da Plinio (I secolo d. C.) nel libro XXXIV della Naturalis historia.7

Appare evidente come la voce dialettale ha conservato il significato etimologico di quella greca riferendo la generica indicazione qualitativa a una delle numerose varietà8 di quella che genericamente è chiamata pietra leccese.  il piromafu appunto, di colore giallo-verdastro con venature azzurre, dalla struttura omogenea, che per la sua resistenza al fuoco  è molto utilizzato in lastre dallo spessore superiore ai 10 cm. nel rivestimento dei forni a legna. Ma c’è un ulteriore dettaglio non da poco: la sua porosità interna è in grado di catturare gli aromi del fumo della legna combusta e al calare della temperatura di rilasciarli conferendo al pane il tipico profumo.

Sarà lo stesso che sembra emanare  dall’ambiente ritratto nella foto di chiusura tratta da immagine tratta da https://www.gliamicidelsalento.it/blog/tradizioni/lu-furnaru-il-fornaio/<<?

 

__________

1 La voce appare per la prima volta nella forma latina scientifica Pyromacha in Magnus von Bromell, Mineralogia, Kiesewetter, Stoccolma, 1739.

2 Di Calibe, città della Tracia.

3 Regione dell’Asia minore.

4 Lacuna nel testo, integrata solitamente con μἀχῃ, per cui la voce è interpretata violento come fuoco in battaglia.

5 Cioè dalla sua refrattarietà.

6 Da notare, rispetto alla voce attestata in Aristotele e Teofrasto (πυρόμαχος), la diastole (spostamento in avanti di una sillaba dell’accento), giustificata dal fatto che si tratta quasi di una regolarizzazione dovuta al fatto che la pronuncia piana è la più facile, anche perché un eventuale intermediario latino sarebbe stato piròmachos, essendo breve l’-α– dell’originale greco. Non è da escludere, però, una derivazione, più tarda, dalla forma presente in Esichio (πυρίμαχος).

7 CXXI Olympiade Eutychides, Euthycrates, Laippus, Cephisodotus, Timarchus, Pyromachus (Al tempo della 121a Olimpiade fiorirono Eutichide, Euticrate, Loippo, Cefisodoto, Timarco) … Pyromachi quadriga ab Alcibiade regitur (La quadriga di Piromaco è guidata da Alcibiade).

8 in ordine stratigrafico (tra parentesi la profondità in metri rispetto al piano di scavo: Oltre al pirumafu (2-4), la cucuzzara (4-6), la dura (6-11) particolarmente adatta per lastricati, la bianca (11-12) selezionata per la costruzione dei muri maestri, la dolce (12-16) preferita dagli scalpellini per la facilità di lavorazione, la saponara (17-18) in strati sottili e di scarso interesse merceologico, la gagginara (18-27) compatta e di coloro chiaro, molto apprezzata, occupa molto spesso il 50% del banco di coltivo, e la nera (27-30) usata in pavimentazioni tipiche.

 

La letteratura di viaggio e viaggiatori stranieri in Puglia fra Settecento e Ottocento

DUE INGLESI ED UN TEDESCO

di Paolo Vincenti

Gli inglesi e il tedesco del titolo sono tre viaggiatori che nei secoli scorsi hanno raggiunto le nostre contrade. Ora, la letteratura di viaggio è un campo sterminato e anche sui viaggiatori stranieri in Puglia fra Settecento e Ottocento vi è una bibliografia talmente vasta che non appesantirò questo articolo, riportandola.

Mi sia concesso solo fare una brevissima introduzione su quell’importante fenomeno che va sotto il nome di “Grand Tour”, e poi mi intratterrò sui tre personaggi che, dei tanti, mi sembrano fra i più interessanti. Il Grand Tour è un fenomeno culturale tipicamente settecentesco.

Con questa espressione si è soliti definire il viaggio di istruzione e di formazione, ma anche di divertimento e di svago, che le élites europee intraprendono attraverso l’Europa fra Settecento e Ottocento. Protagonisti indiscussi del Grand Tour sono i giovani che hanno appena concluso gli studi, e in generale quegli intellettuali che specie nel Romanticismo erano imbevuti di cultura classica e dunque desideravano venire in Italia, come dire alla fonte di quella enorme ricchezza culturale che dal nostro Paese si era irradiata in tutta Europa.

Per i rampolli dell’aristocrazia francese, inglese, tedesca, pieni di cultura libresca ma poco pratici del mondo e degli uomini, il viaggio in Italia si presentava come un’esperienza irrinunciabile, certo indispensabile al fine di perfezionare la propria educazione. Essi vedevano nell’Italia la culla dell’arte e per esteso della civiltà mediterranea, grazie alla storia gloriosa di Roma, a sua volta tributaria della Grecia. E così si mettono in viaggio non solo i giovani, ma anche diplomatici, filosofi, collezionisti, romanzieri, poeti, artisti. Ciò dà origine ad una sterminata produzione, epistolari, diari, reportages di viaggio, romanzi, poesie, e non solo di carattere letterario ma anche artistico, pensiamo al famoso “Voyage pittoresque ou description du Royaume de Naples et de Sicile”, in cinque volumi, che realizzò l’abate francese Richard de Saint-Non tra il 1778 e il 1787, su incarico degli editori Richard e Labord.

Gallipoli

Uno dei primi viaggiatori inglesi ad arrivare in terra salentina è Crauford Tait Ramage,1803-1878. Egli dimorava a Napoli come precettore dei figli del console Henry Lushington e, nel 1828, intraprese il suo viaggio nelle province meridionali, visitando il Salento. Rimane affascinato dalla bellezza di Otranto, poiché egli, come moltissimi inglesi dell’epoca, associava il nome di Otranto al romanzo di Horace Walpole ( il quale però non era mai stato ad Otranto)[1].

Nella sua opera “The nooks ad by-ways of Italy”, presso l’Editore Howell, Liverpool, del 1868[2], egli annota tutto quello che vede, catturato dall’irresistibile fascino dei nostri paesi e paesini, e per questo osserva anche la vita quotidiana, gli usi e le abitudini della nostra gente, anche se non sempre si dimostra preciso ed attento, come sottolinea Carlo Stasi a proposito del suo passaggio nel Capo di Leuca[3].

Il suo libro, dedicato al Generale Carlo Filangeri, è un resoconto di viaggio, sotto forma di lettere scritte ad un parente. Le lettere che riguardano la Puglia vanno dalla XXIII alla XXIX.

Come spiega bene il sottotitolo dell’opera,Vagando in cerca dei suoi antichi resti e delle moderne superstizioni”, il Ramage, pur essendo spirito illuminista, è attirato dalle stranezze, o per meglio dire è attirato dalla suggestione che queste stranezze sembrano esercitare sul nostro popolo. Egli, che si professa materialista, e in effetti è uno storico serio e puntiglioso, trova grande meraviglia e interesse antropologico nel notare la creduloneria, le supersitizioni, l’ignoranza che allignano fra i salentini. Si ferma di fronte al fenomeno delle tarantate, che fa discendere dai culti orgiastici della dea Cibele. Tuttavia, ama la bellezza classica di questi posti. Infatti rimane molto colpito da Lecce e dalla sua architettura barocca, anche se, come già Swinburne, non apprezza la Chiesa di Santa Croce.

Anche il grande poeta Henry Swinburne, infatti, venne nel Regno delle Due Sicilie e visitò la Puglia da Foggia fino a Lecce. Nel suo libro “Travels in the Two Sicilies” del 1783, passa in rassegna tutte le città e i paesi che visita. Parla delle donne che danzano sfrenatamente delle danze bacchiche, a Brindisi, e che egli crede morsicate dalle tarantole, e parla anche di Lecce. Di particolare interesse, il suo disappunto di fronte al barocco leccese e a quello che ne è il monumento simbolo, la Chiesa di Santa Croce, che derubrica a pessimo esempio di commistione fra stili diversi. Lo Swinburne detesta la città di Lecce e la sua architettura, d’accordo in questo con un altro celebre intellettuale, il Riedesel, che è il secondo protagonista del nostro pezzo.

Il tedesco Johann Hermann von Riedesel, barone di Eisenbach, 1740-1785, è un appassionato archeologo che vuole descrivere ai suoi connazionali le antichità classiche dell’Italia. Il suo libro, “Un viaggiatore tedesco in Puglia nella seconda metà del sec. XVIII. Lettere di J.H.Riedesel a J.J.Winckelmann”, è, come dice il titolo, un’opera epistolare, diretta al famoso archeologo Winckelmann[4].

Diplomatico e ministro prussiano, Riedesel aveva conosciuto a Roma e frequentato il Winckelmann, il quale gli aveva fatto da guida nella esplorazione dei monumenti della città. Infatti, e non potrebbe essere diversamente, nella descrizione che il Riedesel fa dell’Italia Meridionale, in particolare della Regione salentina, si avverte l’influenza del Winckelmann. Come detto, in fatto di architettura egli non ama lo stile barocco, che definisce “il più detestabile”, mentre apprezza molto la semplicità delle architetture mediterranee e in particolare delle pajare e dei muretti a secco. “Non restano però estranee al tedesco, acuto osservatore di uomini e cose, la vita economica e quella sociale delle contrade visitate”, come scrive Enzo Panareo[5].

Il suo libro divenne un punto di riferimento in Germania e fu molto letto, anche da Goethe, che lo elogia nella sua opera “Viaggio in Italia”, in cui sostiene di portarlo sempre con sé, come un breviario o un talismano, tale l’influenza che quel volume, per la puntigliosità e l’esattezza delle notizie, esercitava sugli intellettuali.

Janet Ross ,1842-1927, giornalista, storica e autrice di libri di cucina, arriva nel Salento nel 1888. Memorabile il suo incontro con Sigismondo Castromediano, che le racconta la storia della sua vita. Janet Ross pubblicò nel 1889 in Inghilterra le sue relazioni di viaggio in Puglia, in “La terra di Manfredi, principe di Taranto e re di Sicilia. Escursioni in zone remote dell’Italia Meridionale”, successivamente tradotto e pubblicato in Italia col titolo “La terra di Manfredi”[6].

Un racconto davvero interessante, fra lo storico-artistico e l’antropologico, impreziosito dai disegni di Carlo Orsi, compagno di viaggio della Ross, e ripubblicato ancora nel 1978 in Italia col titolo “La Puglia nell’800 (La terra di Manfredi)”.[7] Bisogna dire che la figura del Re Manfredi, come tutti gli Svevi, suggestionava fortemente la viaggiatrice inglese. Nella mentalità dei britannici, infatti, questa era una dinastia eroica, avendo lottato contro il papato.

Nei luoghi visitati – nell’ordine: Trani, Andria, Castel del Monte, Barletta, Bari, Taranto, Oria, Manduria, Lecce, Galatina, Otranto, Foggia, Lucera, Manfredonia, Montesantangelo, Benevento – , la Ross cerca le antiche vestigia di una civiltà, quella appula, ricca di gloriose tradizioni.

Determinante fu il suo incontro con Giacomo Lacaita. Come scrive Nicola De Donno, recensendo il libro curato da Vittorio Zacchino, “L’autrice, che era stata a Firenze, la capitale italiana degli inglesi, ed in Puglia anche l’anno precedente, ci informa che non avrebbe composto il suo libro senza l’incoraggiamento di Giacomo Lacaita, o meglio di sir James Lacaita, come sempre lo chiama. A Leucaspide, presso Taranto, che era la residenza di campagna dei Lacaita, ella rimase ospite per alcuni giorni e di lì il Lacaita le preparò escursioni ed in alcune l’accompagnò, le dette consigli e le suggerì riferimenti culturali. Egli era, al tempo del viaggio, senatore del regno d’Italia ed aveva settantacinque anni.

Nativo di Manduria, laureato in giurisprudenza a Napoli ed introdotto nella buona società cosmopolita della capitale dalla principessa di Leporano, di cui suo padre era stato amministratore, fu impiegato come legale dal consolato inglese, ove strinse relazioni importanti, fece da guida al Gladstone nella sua famosa visita a Napoli, ebbe, probabilmente per ciò, noie dalla polizia borbonica. Riuscì, nonostante tutto, ad ottenere da Ferdinando II un passaporto per l’Inghilterra nel 1851 e non tornò più a Napoli. A Londra fece un nobile matrimonio che gli aprì molte porte, si convertì all’anglicanesimo e naturalizzò, ebbe incarichi presso diplomatici.

E’ quasi certo che venne agganciato dalla diplomazia segreta di Cavour; da vecchio si vantò, a nostro giudizio poco credibilmente, di avere scongiurato lui che l’Inghilterra nel ’60 impedisse a Garibaldi di passare lo stretto e invadere la Calabria e tutto il Napoletano. Dopo l’unità tornò in Italia, fu candidato governativo alla Camera, si riconverti al cattolicesimo e venne fatto senatore.

Acquistò la tenuta di Leucaspide, la restaurò e vi si stabilì. Grandi e piccoli personaggi passavano dalla masseria, la quale divenne un nodo significativo di quei legami post-risorgimentali fra la buona società inglese e il turismo in Italia, di cui il viaggio della Ross fu una manifestazione.

In questo filone si inserisce anche, nel libro, l’incontro a Lecce con il Castromediano e la scoperta che questi era stato assistito in Inghilterra, quando evase dalla nave che lo deportava in America, dalla nonna della Ross. (Il racconto di galera che gli mette in bocca non è però originale: è una parafrasi dell’articolo Da Procida a Montefusco, che il Castromediano stampò nella strenna « Lecce 1881 » dell’editore Giuseppe Spacciante).

Il libro riporta molte annotazioni etniche e demografiche, sull’abbigliamento, su usi e costumi dei pugliesi, sulle fiere e i pellegrinaggi, le superstizioni soprattutto, i riti pasquali, le danze e i canti, ecc. Parla della pizzica pizzica facendo delle descrizioni puntuali ma anche coinvolgenti, nel puro spirito romantico da cui questa viaggiatrice era sostenuta”[8].

Janet Ross è una studiosa davvero attenta. Il contributo demo etno antropologico del suo libro è rilevante, perché ella, nella nostra Terra d’Otranto, annota tutto, fiabe, racconti popolari, superstizioni, riti magici, riporta tre canzoni, “Riccio Riccio”, “Larilà” e “La Gallipolina”, e poi si sofferma sul fenomeno del tarantismo, distinguendo fra “tarantismo secco ” e “tarantismo umido”, sottolineando per il primo l’importanza della presenza dei colori e per il secondo l’importanza dell’acqua nel cerimoniale.

Molto belle e coinvolgenti le descrizioni del ballo della pizzica pizzica che fa alla masseria Leucaspide con i lavoranti di Sir Lacaita. Una personalità davvero interessante, insomma. La Ross, corrispondente del Times, grande viaggiatrice, nel 1867, insieme al marito Henry Ross, un ricco banchiere, si stabilì in Toscana, dove continuò la sua carriera di scrittrice.

In Puglia, ella trova un mondo che non pensava potesse esistere, e se ne innamora. Ecco perché riesce a rendere con tanta efficacia usi e costumi della gente dell’antica Terra d’Otranto.

 

[1] Vasta la letteratura su Horarce Walpole, 1717-1797, e sulla sua opera “Il castello di Otranto”, primo romanzo gotico della storia.

[2] Pubblicata in Italia col titolo “Viaggio nel regno delle due Sicilie”, a cura di Edith Clay, traduzione di Elena Lante Rospigliosi, Roma, De Luca Editore, 1966, e poi anche in Crauford Tait Ramage, Vagando in cerca dei suoi antichi resti e delle moderne superstizioni, contenuto in Angela Cecere, “Viaggiatori inglesi in Puglia nel Settecento”, Fasano, Schena, 1989, pp. 37 e segg., e successivamente in Angela Cecere, La Puglia nei diari di viaggio di H. Swinburne, Crauford Tait Ramage, Norman Douglas, contenuto in “Annali della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bari”, Terza serie, 1989 -90/X, Fasano, 1993, p. 63.

 

[3] Carlo Stasi, Uno straniero dal nome strano ed un contadino dall’aspetto sveglio, in “Annu novu Salve vecchiu”, n.9 , Edizioni Vantaggio, Galatina, Editrice Salentina, 1995, pp.72-76.

[4] Johann Hermann von Riedesel ,“Un viaggiatore tedesco in Puglia nella seconda metà del sec. XVIII. Lettere di J.H.Riedesel a J.J.Winckelmann”, Prefazione e note di Luigi Correra, Martina Franca, Editrice Apulia, 1913, poi ristampata in Tommaso Pedio, “Nella Puglia del 700 (Lettera a J.J. Winckelmann)”, Cavallino, Capone, 1979

[5] Enzo Panareo, Viaggiatori in Salento, in “Rassegna trimestrale della Banca agricola popolare di Matino e Lecce”, a.V, n.2, Matino, giugno 1979, p.54.

[6] Janet Ross, “La terra di Manfredi”, Vecchi Editore, 1899.

[7] “La Puglia nell’800 (La terra di Manfredi)”, a cura di Vittorio Zacchino, Cavallino, Capone Editore, 1978.

[8] Nicola De Donno, “La Puglia nell’800 (La terra di Manfredi)”, in “Sallentum”, Anno I, n.1, sett.-dic. 1978, Galatina, Editrice Salentina, 1978, p.138.

 

Dialetti salentini: carassa e scarassare

di Armando Polito

Non so voi, ma io in casa sono quasi continuamente, quando ricevo la visita di una delle mie due figlie (non dico auale …) a spegnere interruttori, tv ed altri apparecchi che utilizzano l’energia elettrica; mi debbo precipitare pure, quando si accende il riscaldamento, che porte e finestre siano adeguatamente chiuse, in modo, cioé, che nessuna carassa (apertura) faciliti la dispersione del calore.

Tutt’al più sarà opportuno scarassare (socchiudere) una porta o finestra per qualche manciata di secondi al fine di consentire il ricambio dell’aria in un ambiente. In estate la stessa azione prolungata nel tempo avrà il fine di alleviare l’afa facendo circolare l’aria o, se limitata all’imposta, di far entrare più luce.

Carassa è anche la lesione, la crepa dell’intonaco o di un muro e, nel caso in cui quest’ultimo sia a secco, lo spazio che rimane tra pietra e pietra, rifugio per lucertole o uccellini per sfuggire ad un gatto o ad un nostro simile.

Per quanto riguarda l’etimo comincio proprio da scarassare, che ha origine da un inusitato *carassare con prostesi di s- intensiva; se quest’ultima è ciò che resta della preposizione latina ex; *carassare è dal latino charaxare che ha i significati di grattare, intagliare, solcare, incidere, graffiare.

Charaxare, a sua volta, è  dal greco χαρἀσσω (leggi charasso), che ha i significati, parzialmente o totalmente sovrapponibili anche in assenza di fantasia sfrenata …, di affilare, aguzzare, fornire di denti, lacerare, solcare, incidere, iscrivere, cancellare.

Nessuna meraviglia, dunque, se nel latino medioevale charaxare assume il significato di scrivere ma anche quello contrario di cancellare (in fondo si tratta di due raschiature con finalità diverse), Lo stesso latino medioevale, poi, registra charaxatura (o caraxatura) e charaxia (o caraxia) col significato di scrittura o cancellatura. Ancora meno meraviglia suscita il fatto che il nostro carattere è dal latino charactere(m), a sua volta dal greco χαρακτήρ  (leggi caractèr), che, manco a dirlo, è da χαρἀσσω.

Dubbio è, invece, che una radice ridotta di χαρἀσσω (χαρ-) abbia dato vita a χάρρτης (leggi chartes), dal quale il latino charta ha dato l’italiano carta.  A questo punto, comunque, non appare certo casuale la metafora agricola dell’indovinello veronese (vedi nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/15/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-13/).

In conclusione: carassa è deverbale da *carassare. Il suo asterisco (che in filologia indica voce non attestata) non vale per Scorrano in cui sarebbe, stando a quanto riporta Giuseppe Presicce nella scheda che segue tratta da http://www.dialettosalentino.it/carassare.html.

Debbo ora fare qualche precisazione su quanto relativamente all’etimo ha scritto chi se ne è occupato prima di me1. Ecco come la voce risulta trattata dal Rohlfs.

bene, meno, apparentemente, quel χαράξαι (leggi charàxai) che potrebbe appare incongruente in quanto l’infinito aoristo di χαρἀσσω. Credo che sia stato tirato in ballo per giustificare il passaggio –ξ->-x- in charaxare, salvo, poi, il passaggio –x->-ss– in carassa.     

Incomprensibile, invece, risulta, per quanto riguarda questo dettaglio,  quanto si legge nel Garrisi.

Si tratta di una maldestra (altro non dico …) evidente citazione del Rohlfs, il cui χαράξαι (caràxai) è diventato, in seguito ad un doppio terremoto fonetico, carazài!

Per completezza e a conferma che il mondo è piccolo, aggiungo una nota che rende meno distante il nord e il sud, nella fattispecie il Salento e il Piemonte, e non solo. Mi riferisco ad un tipo di coltura della vite un tempo praticato nel Monferrato, quello italianizzato in a tre carasse (l’illustrazione è tratta da http://www.viten.net/files/9a1/9a13df24f760fe9b3ae8224263ce3546.pdf).

Innumerevoli sono le varianti di carasse (tutte nel significato di paletto) e l’elenco che segue, senz’altro parziale dà l’dea della diffusione della voce. Derivano da un intermediario latino *caratium, trascrizione del greco χαρἀκιον (leggi charàkion) che significa sostegno, appoggio, diminutivo di χάραξ (leggi charax),  che significa palo di sostegno (specificamente per viti in Aristofane, Tucidide e Luciano), palizzata, trincea, pianta spinosa. La voce ha la stessa radice (χαρακ-) di χαρἀσσω con passaggio dall’idea di fendere, spaccare a quella della separazione dello spazio, che è il fine del palo e ancor più di una palizzara.

Pignola (Potenza) carraccë

Avigliano (Potenza) carrazze

Rivello (Potenza) karráttsë

Trecchina (Potenza) karráttsu

Potenza carraccia

Albano Laziale (Roma) e Trivigno (Potenza) karrátts

Triora (Imperia) caratsa

milanese carasc

genovese carassa

Bronte (Catania), Frazzanò (Messina) carrazzu

bresciano caràs

francese echalas (molto probabilmente secondo intermediario,. dopo il latino *caratium, delle varianti settentrionali.

___________

1 Gerard Rohlfs, Vocabolario dei sdialetti salentini (Terra d0Otranto), C              ongeo, Galatina, 1976

Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990

 

Libri| I cognomi dei melissanesi

Nasce dall’amore per il paese natale l’ultimo lavoro di Fernando Scozzi “I cognomi dei melissanesi, significati, provenienze, vicende sociali” che sarà presentato sabato, 23 febbraio, alle ore 17.00, presso l’antica chiesa parrocchiale di Melissano. La pubblicazione ripercorre le vicende familiari e sociali dei melissanesi offrendo motivi di riflessione per comprendere la storia della Comunità e ricordare il contributo che i predecessori hanno dato allo sviluppo economico e sociale del paese. Un’analisi che, partendo dall’etimologia dei cognomi ne individua l’etimologia, la provenienza e le motivazioni che indussero numerosi braccianti ed artigiani dei paesi limitrofi a trasferirsi a Melissano fra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX.

Ma il lavoro vuole essere anche un contributo per la fusione dei Comuni di Racale, Taviano, Alliste-Felline e Melissano, perché sapere che circa il 40% dei capi-famiglia storici melissanesi proviene dalle altre quattro Comunità dovrebbe far pensare alla fusione con maggiore concretezza in un contesto di superamento delle divisioni divenute ormai anacronistiche.

L’autore auspica che il lavoro, frutto di anni di ricerca, sia utile a rinsaldare quei legami di parentela sciolti dal benessere economico e dal conseguente egoismo. Nella pubblicazione -conclude l’autore nella presentazione del volume – “rivivono” coloro i quali ci hanno preceduto, i cui nomi rimangono nella memoria insieme al bene che hanno fatto alla Comunità melissanese.

L’associazionismo giovanile negli anni 70 a Spongano

di Giuseppe Corvaglia

Negli anni ’70 i giovani a Spongano, sperimentarono una modalità di aggregazione ancora nuova che, con nome anglofilo, chiamarono Club. All’epoca, sembrava non facessero più presa né le esperienze associazionistiche tradizionali come l’Azione Cattolica, i partiti politici, le Confraternite, né quelle più moderne, figlie del ’68, come il Circolo Studentesco Ricreativo.

L’esigenza dei giovani era quella di avere un posto, diverso dal bar o dalla piazza, dove stare insieme a chiacchierare su quanto succedeva nel paese o su quello che capitava a scuola oppure ancora un luogo dove scambiarsi opinioni, confrontarsi e divertirsi in vari modi con poco. Una sorta di “nido” che li facesse sentire a proprio agio, a “casa propria”, senza gli occhi degli adulti addosso che dicessero cosa fare o cosa non fare.

I giovani si associarono per classi d’età o per interessi comuni: fra questi non era trascurabile quello di incontrarsi con le ragazze per conoscersi meglio, senza fomentare chiacchiere.

Allo scopo recuperarono vecchie case non più abitate, talvolta con pavimenti sconnessi o pareti scrostate, e ne fecero accoglienti luoghi di ritrovo e aggregazione.

Club Universal 1977

 

Queste associazioni prosperarono a Spongano mantenendo una sana laicità sia nei riguardi della Chiesa, sia nei riguardi delle Istituzioni e dei Partiti, che non significava rifiuto o rivolta nei loro confronti, ma solo sana voglia di sentirsi liberi e indipendenti. In ogni club c’erano militanti di destra, di centro e di sinistra, anche agguerriti, e ragazzi che della politica non si interessavano affatto, ma tutti convivevano senza problemi di sorta.

Il Club era un posto riservato, ma sapeva accogliere e questo lo si vedeva nella frequentazione di amici dei soci oppure, in estate, quando arrivavano dei ragazzi forestieri che trovavano nei club un punto di riferimento per incontrare amici nel breve periodo delle vacanze sponganesi: era così che nascevano amicizie care e solide.

In queste associazioni, i giovani, spesso minorenni, riuscivano con i propri risparmi a pagare l’affitto, a comprare uno stereo, i dischi, gli addobbi e le prime luci psichedeliche, aggiustate alla bell’e meglio dal componente del club più esperto o dall’amico che si interessava di elettronica.

Nei Club ci si autogestiva, si cresceva, si cercava una propria emancipazione per liberarsi dalla angusta realtà di un paesino, facendo insieme esperienze importanti. Si ascoltava soprattutto musica che spesso esprimeva emozioni e sensazioni meglio di tanti discorsi.

Anche l’approccio con l’altro sesso era facilitato (senza che venissero meno un essenziale rispetto e un sufficiente pudore), ma trovavano posto pure la discussione e il confronto fra pari, la responsabilità di tener fede agli impegni presi e di portare a termine un lavoro, nonché la possibilità di creare cose nuove spesso proposte alla comunità, vivacizzandone la vita routinaria.

In questo modo scaturirono momenti che portarono queste piccole comunità a uscire dalla monotonia di tutti i giorni e a esporsi al pubblico con attività come il teatro della Nuova Compagnia del Teatro Popolare o gli Scuola-quiz del Club Jolly o i Piccolo Festival del Club Royal o, ancora, la Corrida del Club Universal.

Ogni club cercava di organizzare eventi, spettacoli, iniziative, per esprimersi al meglio e per caratterizzarsi rispetto agli altri gruppi, ma anche per rimpinguare le casse del club stesso e trovare le risorse per i propri progetti (per quanto ci si inventasse anche alternative come per esempio una stagione di coltivazione di tabacco posta in atto dal club Jolly). Il fulcro di questi spettacoli era la Sala Parrocchiale, ma talvolta gli eventi erano accolti anche nel Cinema Italia di via Ariosto.

La spinta a realizzare questi eventi era sì un’esigenza economica, ma anche l’intenzione di trovare una propria peculiarità, cercando, magari, un approccio culturale che non fosse solo di semplice intrattenimento.

La Nuova Compagnia del Teatro Popolare, che aveva sede in una casa di via Chiesa, quasi all’angolo con la farmacia, scelse il teatro. Inizialmente propose una commedia, inventata dagli stessi componenti: U Furese, firmata da Claudio Casarano e Italo Stefanelli, ma realizzata con il contributo di tutti i componenti. Successivamente misero in scena altre rappresentazioni teatrali leggere, come U Requenzinu ‘nnamuratu, o drammatiche, come Una madre d’Italia e la Passione di Gesù.

La NCTP in una rappresentazione de U Furese con Claudio Casarano protagonista

 

Il Club Jolly, ubicato in via San Leonardo, si inventò gli “Scuola-quiz”, ispirandosi al famoso “Chissà chi lo sa” di Febo Conti. I ragazzi del club selezionarono delegazioni di classi della Scuola media per sottoporle a domande di cultura generale e scolastica, sfruttando anche la grande simpatia che il pubblico aveva per i quiz e la inevitabile competizione che si veniva a creare fra i concorrenti, solleticando pure la vanità dei genitori che accorrevano a fare il tifo per i loro piccoli campioni.

Il Club Royal, situato in via Giovanni XXIII, toccò lo stesso tasto, ammiccando alla sensibilità dei genitori, facendo gareggiare con canzoni dello zecchino d’oro, e non solo, piccoli cantanti in erba in eventi chiamati “Piccolo festival”.

Nessuno dei componenti del club allora suonava, ma si ingegnarono e coinvolsero Uccio Zippo con la sua chitarra (chi potrà dimenticare la mitica Apache!) e quella che allora si chiamava Musical Band, realizzando spettacoli sicuramente gradevoli e partecipati.

Le edizioni del “Piccolo Festival” potevano sembrare una cosa semplice da fare, ma richiedevano un’organizzazione non indifferente: occorreva reclutare i “mini cantanti”, vincendo la resistenza dei genitori, andare a prenderli per le prove e riportarli a casa, essendo essi piccoli, e tutto questo significava mostrare impegno e un adeguato senso di responsabilità.

La Corrida Sponganese

 

Il Club Universal, che aveva sede in un vicoletto di Via Chiesa, riunì per la maggior parte musicisti in erba che già si erano aggregati a formare la Musical Band e poi la Mini Orchestry per cui impostarono i loro eventi sulla musica.

Lo spettacolo più riuscito, che poi diventò una tradizione, fu laCorrida Sponganese”, che riscosse grande successo e portò alla ribalta personaggi di cui, all’epoca, i più ignoravano le qualità artistiche.

I concorrenti cantavano, suonavano, sfoggiavano una discreta, quando non ottima, abilità, ma talvolta alcuni competitori, se pure mostravano scarse doti tecniche o artistiche, ispiravano una simpatia e una verve comica ineguagliabili, suscitando curiosità e raccogliendo il plauso del pubblico.

Talvolta il concorrente riusciva ad aggregare una claque che travalicava gli angusti confini della famiglia. Ricordo ancora oggi lo straordinario numero di tifosi che accorse ad applaudire Vittorio Papa: familiari, colleghi di lavoro, simpatizzanti, portandolo, con il loro sostegno appassionato, alla vittoria finale.

Spesso questo tifo “popolare” poteva anche penalizzare chi era più bravo tecnicamente, ma non riusciva a captare la benevolenza del pubblico, come capita, ancora oggi, di vedere alla Corrida televisiva dove è il pubblico a decidere le sorti della gara.

Mini Orchestry a un Carnevalissimo

 

I componenti del club Universal che suonavano erano Nicola Paoli clarinettista e poi batterista, Raffaele Rizzello clarinettista e sassofonista, Giuseppe Guida Trombone, concertatore e curatore delle parti, Raffaele Corvaglia che suonava il flicorno soprano, Franco Marti che suonava la tromba e il sassofono soprano, e il sottoscritto, Giuseppe Corvaglia, che suonava il flauto traverso e il sassofono, per una breve stagione.

A questi si aggiungevano Carmelo Paiano e Vittorio Donadeo, più di una volta presentatori degli spettacoli proposti, Giacomino Picci e Luigino Rizzo, spesso protagonisti di esilaranti scketch, Walter Erriquez, risorsa per la soluzione di problemi tecnici ed elettrici, Pino Ragusa, esperto, per quella cerchia, di musica rock e assiduo lettore di “Ciao 2001”, Nino Giannuzzo, Vito Lazzari, Alfredo Rizzello, Giorgio Buffo, Salvatore Gambino, Giovanni Marti. Ognuno trovava il modo di essere utile, anche perché l’organizzazione di questi eventi non era solo quello che si vedeva sul palco, ma anche: predisporre le prove, cercare gli sponsor, provvedere alla stampa dei manifesti, trovare l’amplificazione, magari senza pagarla, spostare gli strumenti, interloquire con la SIAE, contrattare la gestione del teatro… la buona riuscita dell’evento era il risultato del gioco di tutta la squadra e questo valeva per tutti i Club e per tutti gli eventi.

Oltre alle varie Corride, il Club organizzò anche serate di intrattenimento in occasione del Carnevale (Carnevalissimo) sulla scia di uno spettacolo organizzato inizialmente dal Club Royal con il medesimo obiettivo: guadagnare creativamente soldini per il club.

Negli ultimi tempi, il complesso nostrano venne integrato da elementi esterni e poi subentrarono gli S.R.C. (Società Riunita in Concerto), un gruppo pop-rock di Marittima che ha curato le musiche delle ultime edizioni della Corrida sponganese.

Un’altra cosa che il Club Universal organizzò fu un torneo di Calcio (ripetuto per 3 o 4 anni) che però non riuscì a vincere mai, nonostante giocassero fra le sue fila giocatori di buona caratura, per la bravura di una squadra chiamata Imperador (praticamente un club senza sede), ma anche per le puntuali autoreti di un socio, che puntualmente infilzava il proprio portiere, ma poi si faceva perdonare con le splendide prestazioni da libero.

Un anno fu pure ingaggiato come “commissario tecnico” Salvatore Corvaglia, gloria del calcio locale, ma non ci fu niente da fare: l’Imperador, che ha rifornito di calciatori le squadre locali, era più forte, calcisticamente, si intende.

Ai Club citati è giusto aggiungere anche il Club Genesis sito in via Congregazione, che non si espresse con particolari eventi pubblici come gli altri club, ma mostrò una maggior apertura nella cerchia dei soci ivi comprese le ragazze che negli altri club erano di casa come frequentatrici, ma non come socie.

Ognuna di queste associazioni ha accolto tanti piccoli uomini vogliosi di crescere, di trovarsi, di sentirsi grandi, mostrando fantasia e creatività, capacità e operosità, impegno e senso di responsabilità, qualità che poi nella vita servono sempre.

Bei ricordi di una specie di Happy Days casareccia senza Fonzie.

 

Foto da raccolte di Raffaele Corvaglia, Felice Rizzello, Raffaele Rizzello

Dialetti salentini: la ‘nnicateddha

di Armando Polito

* Ben gli sta a chi ama più il cane del gatto!. Hai mai sentito parlare di tosse felina?

Tra i disturbi tipici della stagione invernale è da annoverare la laringite acuta, detta anche tosse canina o tosse convulsa, dal suono pronunciato e dalla frequenza elevata dei suoi colpi nella fase più avanzata della malattia. Molte voci dialettali hanno il merito di esprimere più efficacemente e sinteticamente un significato. ‘Nnicateddha è tra queste e, se dovessimo trascriverla in italiano, verrebbe fuori *annegatella.

Il suffisso diminutivo (-ella) sta ad indicare solo la sua minore pericolosità o gravità rispetto all’ annegamento. Annegatella, infatti, aggiunge questo suffisso ad annegata, participio passato sostantivato di annegare, sul tipo, tanto per fare un esempio, di partire>partita>partitella,

Annegare è da un latino *adnecare (nel latino medioevale è attestato il participio passato adnegatus), composto dalla preposizione ad e da necare, che significa uccidere.       Necare è denominale da nex (geniitivo necis), che significa morte violenta e che è connesso con i greci νεκύς (leggi nechiùs) e νεκρός (leggi necròs), che significano erntrambi morto, cadavere.

Per lenire l’atmosfera funerea che comincia a circolare, dopo aver messo in campo i passaggi semantici uccidere>annegare>soffocare, chiudo riportando la trafila seguita da ‘nnicateddha: necare>*adnecare>*adnecata>*adnicata>*annicata>‘nnicata>‘nnicateddha.

Nardò. Uno spazio museale nel castello per Gigi Stifani, musicista delle tarantate

a cura dell’Amministrazione Comunale di Nardò

Sabato 16 febbraio, alle ore 16, sarà inaugurato in uno spazio al primo piano del castello Acquaviva d’Aragona un museo per preservare la memoria del maestro Luigi Stifani, per tutti Mesciu Gigi, il mitico violinista terapeuta che più d’ogni altro ha permesso di capire i rituali legati al tarantismo salentino, uno dei fenomeni più rilevanti della demo-antropologia italiana.

Sarà don Riccardo Personè a benedire i locali all’interno dei quali saranno conservati ed esposti tutti i beni riconducibili all’attività di Stifani: gli strumenti musicali (quelli utilizzati nei rituali terapeutici del tarantismo e durante le ricorrenze) i manoscritti, i documenti fotografici e sonori, oltre agli strumenti di lavoro adoperati nella sua bottega di barbiere.

Luigi Stifani, nato a Nardò nel 1914, barbiere-violinista, ma anche suonatore di chitarra e mandolino, con la sua orchestrina composta da suonatori esperti di rituali di tarantismo (tra cui l’abile suonatrice di tamburello Tora Marzo) “curò” – come annota personalmente nel suo diario – molte “tarantate”, precisamente 29 casi tra il 1928 e il 1972, inventando inoltre un suo sistema di notazione musicale fatto di sillabe e numeri, unico nel suo genere. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2000 proprio il giorno della festività di San Paolo (il Santo protettore delle “tarantate”), la memoria di Stifani non ha mai smesso di tramandarsi.

Definito “l’ideologo della taranta”, Mesciu Gigi è stato un punto di riferimento importante degli ultimi settant’anni per molti studiosi di varie discipline, tra cui Annabella Rossi, Gianfranco Mingozzi, Ernesto De Martino, Georges Lapassade, Diego Carpitella, Roberto Leydi.

Per Giovanna, figlia di Stifani, nonché per gli altri fedeli sostenitori e testimoni affidabili dell’operato di Stifani, tra cui il suo discepolo Ruggiero Inchingolo (etnomusicologo e autore della biografia musicale del maestro) o l’amico Antonio Spano, si tratta di un traguardo importante e atteso, che mira a valorizzare la preziosa eredità artistica, musicale e letteraria del maestro.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Dopo l’inaugurazione, alle ore 17, nell’aula consiliare, si terrà il convegno dal titolo “Luigi Stifani e il tarantismo salentino”, che ospiterà docenti e ricercatori che hanno conosciuto e intervistato il maestro nella sua bottega a Nardò. L’introduzione sarà affidata a Luigi Chiriatti (ricercatore, esperto in tradizioni popolari del Salento, direttore artistico del Festival La Notte della Taranta) che illustrerà la figura del maestro Stifani e il ruolo assunto dalla città di Nardò nell’ambito del tarantismo salentino. A seguire, Ruggiero Inchingolo (musicista e depositario del sapere musicale di Stifani, già direttore del Festival Suoni dal Mediterraneo), Eugenio Imbriani (docente di Antropologia Culturale dell’Università del Salento), Gianfranco Salvatore (docente di Etnomusicologia dell’Università del Salento), Salvatore Colazzo (docente di Pedagogia sperimentale dell’Università del Salento), Gino L. DiMitri (già docente ricercatore in Storia della Scienza all’Università degli Studi di Bari e di Storia della Medicina all’Università di Ginevra), Salvatore Villani (etnomusicologo, Direttore Centro Studi Tradizioni pugliesi), Silvano Fracella (Direttore responsabile del pronto soccorso dell’Ospedale “Fazzi” di Lecce). A moderare il convegno sarà il giornalista Luigi Nanni.

Alle ore 21, nell’atrio del castello, per rendere omaggio a Mesciu Gigi si riuniranno sul palco per un concerto due gruppi noti nel panorama della musica tradizionale salentina: i Kardiamundi e i Nui Nisciunu con la partecipazione straordinaria di Ruggiero Inchingolo che per l’occasione suonerà le pizziche tarantate proprio con il violino di Stifani, per rievocare il sentimento e la memoria del suo maestro. Durante il concerto saranno ospitati quei suonatori “spontanei” che arriveranno con i loro strumenti per omaggiare il maestro (per informazioni è possibile contattare Giovanna Stifani al numero 339. 2428150).

La freccia e il delfino: alla scoperta di un antico (e dimenticato) palazzo di Manduria

Fig. 1 – Manduria, palazzo Ciracì, angolo fra vico Commestibili e vico Carceri Vecchie, particolare dello stemma

 

di Marcello Semeraro

Lo stemma oggetto del presente studio si trova a Manduria, posto sull’angolo dell’edificio dove si incontrano vico Commestibili e vico Carceri Vecchie (fig. 1). Si tratta di una porzione dello storico palazzo Ciracì (oggi De Laurentiis), il cui prospetto principale domina il tratto iniziale di via del Fossato. Il palazzo attuale si presenta pesantemente rimaneggiato, fra abbellimenti del XVIII secolo e trasformazioni successive, ma conserva ancora tracce di architetture cinquecentesche, a testimonianza di una storia piuttosto movimentata[1].

L’esemplare araldico, rimasto fino ad ora anonimo, è costituito da uno scudo sagomato e accartocciato, il cui campo appare suddiviso in due metà da una linea di partizione chiamata partito: a destra[2] si vede una freccia cadente (vale a dire con la punta verso il basso), mentre a sinistra compare un delfino uscente da un mare ondato e accompagnato in capo da tre gigli male ordinati (cioè posti 1, 2). Dall’osservazione del contenuto blasonico si evince chiaramente che la composizione in oggetto, databile al XVI secolo[3], presenta tutte le caratteristiche di un’arma di alleanza matrimoniale, una combinazione araldica che si ottiene associando due stemmi diversi in uno stesso scudo per mezzo di una partizione (generalmente un partito o un inquartato).

In questo tipo di rappresentazione araldica l’arma del marito precede quasi sempre quella della moglie ed è così anche nel nostro caso. Lo stemma visibile nel primo quarto è attribuibile ai Saetta, famiglia di «nobili viventi» originaria di Lecce, che nella prima metà del XVI secolo si trasferì a Manduria-Casalnuovo, dove si distinse nel commercio di grano e nell’esercizio di importanti cariche amministrative (alcuni dei suoi membri furono sindaci, auditori, erari e luogotenenti)[4].

Tale attribuzione trova un importante riscontro nell’arma assegnata ai Saetta che figura nello stemmario Montefuscoli – un manoscritto araldico risalente al XVIII secolo, conservato presso la Biblioteca Universitaria di Napoli –, la quale differisce dall’esemplare manduriano per la presenza di due stelle ai lati della freccia (fig. 2).

Fig. 2 – Arma Saetta, Imprese ovvero stemme delle famiglie italiane raccolte da Gaetano Montefuscoli da diversi libri genealogici, blasonisti ed altri, Napoli, Biblioteca Universitaria, MSS. 121, vol. III, p. 131

 

Quest’ultima figura è evidentemente allusiva al cognome (freccia-saetta) e riconduce l’insegna innalzata da questa famiglia alla categoria delle armi parlanti, un tipo di composizione molto frequente nel blasone europeo[5].

Proseguendo nella lettura dello stemma litico in esame, si nota che la figura principale che carica il secondo quarto del partito è un delfino, il «re dei pesci», un animale non molto frequente in araldica, impiegato spesso come figura parlante[6] (fig. 3).

Fig. 3 – Stemma della famiglia veneziana Dolfin, Insignia …VII. Insignia Venetorum nobilium II (A-IP), Monaco di Baviera, Bayerische StaatsBibliothek, Cod. icon. 272, fol. 136r

 

Grazie all’ausilio dei dati genealogici contenuti nel Librone Magno – il celebre manoscritto iniziato dall’arciprete Lupo Donato Bruno nel 1572 e continuato da altri dopo la sua morte, che contiene le genealogie di tutte le famiglie casalnovetane dalla metà del Quattrocento alla fine del Settecento – è stato possibile risalire con certezza all’unione matrimoniale che rese possibile la rappresentazione contenuta nel nostro scudo (fig. 4)[7]. Mi riferisco alle nozze fra Bonifacio Saetta, un mercante di origini leccesi, capostipite del ramo casalnovetano, e Giulia Maria Delfino, appartenente ad un’influente famiglia di notai locali[8], alla quale, ovviamente, si riferisce lo stemma raffigurato nel secondo quarto[9].

Fig. 4 – Genealogia della famiglia Saetta, Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, MS. Rr/1-3, fol. 641r

 

Il nostro Saetta fu un personaggio di primo piano nella vita politica ed economica casalnovetana della seconda metà del XVI secolo. Fu auditore (assessore) nel 1564-1565 e nel 1567-1568, luogotenente-castellano nel 1558-1559 e infine sindaco nel 1575-1576[10]. Lo storico Gérard Delille lo descrive come uno dei principali alleati e partner commerciali di Pirro Varrone, l’ebreo convertito al cristianesimo che per circa un trentennio fu il vero detentore del potere politico ed economico del paese[11].

Una volta assodata con certezza l’attribuzione dello stemma al nostro Bonifacio e alla moglie Giulia Maria, ho provveduto ad interpellare altre fonti storiche alla ricerca di riscontri sul nome dei Saetta quali antichi proprietari del palazzo. La prova decisiva, in tal senso, è arrivata dagli Stati delle Anime, vero e proprio censimento della popolazione locale, che veniva compilato dai parroci solitamente in occasione della benedizione pasquale.

Dagli Status Animarum del 1693, in particolare, si evince che i discendenti di Bonifacio abitavano in una casa di loro proprietà sita «in via vulgariter dicta delle Stalle» (fig. 5)[12]. Nell’antica toponomastica di Casalnuovo, con questa denominazione, attestata sin dal 1508, si indicava proprio quella poi sarebbe diventata l’attuale vico Carceri Vecchie, esattamente dove si affaccia uno dei due prospetti sul cui angolo campeggia il nostro stemma[13].

Fig. 5 – Status Animarum (1693-1726), Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti , Manoscritti, MS. Rr/9, fol. 270r

 

Malgrado le trasformazioni subite dall’attuale palazzo nel corso del tempo, non vi sono ragioni per credere che l’insegna in esame si trovi al di fuori del suo contesto originario. È da ritenere, pertanto, che l’edificio di cui essa marca la proprietà sia effettivamente quello dove vissero i Saetta.

Gli studi più recenti dello storico svizzero Manfred Welti – che saranno pubblicati prossimamente e ai quali ho avuto modo di contribuire – dimostrano che lo stipite del ramo casalnovetano ebbe ottimi rapporti con Giovanni Bernardino Bonifacio (1517-1597), marchese d’Oria e signore di Casalnuovo e Francavilla, noto agli studiosi per il suo duplice aspetto di fine umanista e di precoce aderente alla riforma protestante, fuggito in modo rocambolesco nel 1557 con la conseguente confisca dei feudi[14].

Sul lato opposto di vico Carceri Vecchie si vedono ancora oggi i resti di un portale in stile catalano-durazzesco che secondo i più recenti studi sarebbe stato l’ingresso del cinquecentesco palazzo dei Bonifacio, feudatari di Casalnuovo[15]. Va da sé che se tale ipotesi fosse dimostrata, significherebbe le due famiglie abitavano proprio nelle immediate vicinanze.

Giunti a Casalnuovo in un periodo di eccezionale sviluppo, dovuto sia alla ricchezza derivata dall’agricoltura, sia al notevole flusso immigratorio [16], e approfittando della relativa apertura della nobiltà locale, i Saetta divennero in poco tempo una delle casate più potenti e cospicue del paese, arrivando a ricoprire più volte la carica più importante, quella di sindaco, alla quale, all’epoca, potevano avere accesso solo i maggiorenti del posto. Tuttavia, del loro stemma e del loro antico palazzo, situato in prossimità della cinta muraria, non è rimasta alcuna traccia nella storiografia locale. Ma il colpo più duro alla loro memoria è sicuramente quello inferto dall’incuria dell’uomo, che ha avuto come conseguenza il degrado dell’area compresa fra vico Commestibili e vico Carceri Vecchie. Se è vero che il compito della ricerca storica è anche quello di far conoscere il passato al fine di preservarne la memoria, l’auspicio è che i risultati di questa breve indagine possano contribuire alla conoscenza, alla valorizzazione e al recupero di un pezzo importante della storia e dell’architettura dell’antico centro abitato di Casalnuovo.

 

 

[1] Sul palazzo si veda C. Caiulo, Schede sull’architettura storica a Manduria, in «Quaderni Archeo», 8 (2007), p. 51.

[2] Va ricordato che in araldica la destra corrisponde alla sinistra dell’osservatore (e viceversa), perché lo scudo va considerato dal punto di vista del portatore.

[3] Al di sotto dello scudo, nello spazio di muro ricavato per collocare lo stemma sull’angolo, si legge il numero 62, probabilmente ciò che resta della data relativa all’anno in cui fu collocata l’insegna (1562?).

[4] Cfr. G. Delille, Le Maire et le Prieur. Pouvoir central et pouvoir local en Méditerranée occidentale (XVe-XVIIIe siècle), Roma 2003, pp. 181, 190 e cap. 7 (tab. 1); B. Fontana, Le famiglie di Manduria dal XV secolo al 1930, Manduria 2015, p. 173. Per le informazioni sulle cariche ricoperte dai Saetta, si vedano le schede (ad vocem) compilate dallo storico francese Gérard Delille, conservate in un apposito fondo presso della Biblioteca comunale Marco Gatti di Manduria; per la lettura dell’albero genealogico, invece, cfr. Librone Magno, Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti, Manoscritti, MS. Rr/1-3, fol. 641r.

[5] Si chiamano armi parlanti quelle che contengono figure che richiamano, direttamente o indirettamente, il nome della famiglia del possessore dello stemma. Si tratta di una tipologia di armi che esiste sin dalla nascita del sistema araldico nel XII secolo e che costituisce circa il 20% degli stemmi medievali, con un aumento significativo in epoca moderna, grazie soprattutto alla diffusione che esse ebbero fra i non nobili e le comunità (cfr. M. Pastoureau, Une écriture en images: les armoiries parlantes, in «Extrême-Orient, Extrême-Occident», 30 [2008], pp. 187-198). L’indice di frequenza di questa categoria di armi è particolarmente elevato anche in Terra d’Otranto, Manduria compresa, come dimostrano i seguenti casi: un basilisco per i Basile, una candela per i Candeloro, un calice per i Coppola, un cuore per i Corrado, un leone per i De Leonardis, un fagiano per i Fasano, una fontana per i Fontana, un Gatto per i Gatti, un lupo per i Lupo, un colombo per i Palumbo, ecc. (cfr. N. Palumbo, Araldica civica e cenni storici dei comuni di Terra Jonica, Manduria 1989, pp. 355-362).

[6] Occorre ricordare che araldica il delfino è considerato un pesce e non un cetaceo, nozione, quest’ultima, che si affermerà solo a cavallo fra XVIII e il XIX secolo. È il re della fauna marina del blasone, l’equivalente acquatico del leone e dell’aquila. La sua rappresentazione araldica ha ben poco di naturalistico e risente, invece, di un tipico processo di «demonizzazione» dell’antico. Si raffigura normalmente in palo, con il corpo ricurvo a semicerchio, la testa e la coda rivolte verso il fianco destro dello scudo. Il muso ha un aspetto ferino, mentre la testa (che talvolta è coronata) è munita di bargigli e di cresta. Sul delfino araldico si vedano soprattutto M. Pastoureau, Traité dhéraldique, Paris 20085, pp. 152, 153, e M. C. A. Gorra, Il delfino nel mito, nell’estetica, nell’araldica, in «Il delfino e la mezzaluna», 1 (2012), n. 1, pp. 7-12.

[7] Cfr. Librone Magno cit., fol. 641r; sul manoscritto, invece, si veda G. Delille, Famiglia e proprietà nel Regno di Napoli (XV-XIX secolo), Torino 1988, p. 207.

[8] Sulla famiglia Delfino si vedano Fontana, Le famiglie di Manduria cit., p. 74, e P. Brunetti, Manduria tra storia e leggenda, dalle origini ai giorni nostri, Manduria 2007, p. 253.

[9] Benché non sia stato possibile trovare ulteriori riscontri sull’uso di tale stemma da parte di questa antica famiglia casalnovetana, faccio comunque notare che molte delle casate italiane il cui nome evoca un delfino presero proprio il cetaceo come figura parlante del proprio scudo (fig. 3). Qualche esempio di trova in G. B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890 (rist. anast. Bologna 1965), vol. 1, pp. 355, 363.

[10] Fra i suoi discendenti si segnalano: il figlio Giovanni Bernardino, che fu erario negli anni Ottanta del Cinquecento; Giacinto, figlio di un altro Bonifacio Saetta e di Argentina Bruna, priore del Monte di Pietà (1655-1656, 1656-1657), erario (1657-1658, 1669-1670) e sindaco (1659-1660, 1676-1677, 1683-1684); e, infine, il figlio di quest’ultimo, Bonifacio, sposato con Anna Rosa Papatodero, sindaco nel 1697-1698. Anche queste informazioni sono state desunte dalle già citate schede di Gérard Delille (v. supra, nota 4). Da un atto notarile del 1588, inoltre, si ricava il succitato Giovanni Bernardino fu anche barone di Giurdignano (cfr. M. Alfonzetti, M. Fistetto, I protocolli dei notai di Casalnovo nel Cinquecento: regestazione degli atti notarili dei notai casalnovesi conservati nell’Archivio di Stato di Taranto, Manduria 2003, p. 342, n. 399).

[11] Cfr. Delille, Le Maire cit., pp. 190, 212.

[12] Cfr. Status Animarum (1693-1726), Manduria, Biblioteca comunale Marco Gatti , Manoscritti, MS. Rr/9, fol. 270r.

[13] Cfr. P. Brunetti, Manduria-Casalnuovo: le strade, le piazze, Oria 1999, p. 24; Id., Manduria tra storia cit., p. 268.

[14] Su Giovanni Bernardino Bonifacio si veda M. E. Welti, Dall’umanesimo alla riforma. Giovanni Bernardino Bonifacio marchese di Oria (1517-1557), Brindisi 1986.

[15] Cfr. Caiulo, Schede sull’architettura cit., p. 53; N. Morrone, Architettura del Rinascimento a Manduria, disponibile al seguente indirizzo: <http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/09/architettura-del-rinascimento-a-manduria/>.

[16] Brunetti, Manduria tra storia cit., pp. 258-263.

Nella cara “Ariacorte”, orme d’operosità senza tempo

 di Rocco Boccadamo

A Francesco Nullo, patriota e militare italiano d’origine bergamasca, distintosi in particolar modo durante la garibaldina Spedizione dei Mille, è intitolata la breve strada che delimita, sul lato nord, il ristretto spazio del più volte riproposto rione di Marittima in cui è venuto al mondo l’autore di queste righe, cioè a dire l’Ariacorte.

Ariacorte, è d’uopo ricordarlo ancora, denominazione di un’antica e caratteristica fetta del paesello, fra l’altro, passaggio più diretto, e, quindi, obbligato, per quanti, a piedi, in bici, oppure, oggigiorno prevalentemente, a bordo di mezzi a motore, si rechino verso l’incantevole insenatura “Acquaviva”.

Detto ultimo sito, storicamente prediletto e frequentato in esclusiva, per i bagni marini, dai marittimesi e dagli abitanti dei paesi viciniori, adesso è una meta famosa, conosciuta, amata e scelta, grazie all’eccezionale suo fascino, da moltitudini di visitatori, vacanzieri e turisti, provenienti da ogni regione d’Italia e dall’estero.

Ma, nella presente occasione, è proprio sulla via di cui all’inizio che s’intende soffermarsi, per un excursus illustrativo in sintonia con l’intestazione del racconto.

S’affacciavano sul lato sinistro, in ordine strettamente successivo – residuano anche ora, beninteso modificati o rammodernati – quattro portoni o portoncini o semplici porte d’accesso in locali, cortili coperti e minuscole case d’abitazione.

In un immobile di detta infilata, dalla composizione e consistenza un po’ particolari, aveva in passato sede un forno pubblico, dove si svolgeva un’attività lavorativa unica e preziosa (nella borgata, a onore del vero, esistevano altri tre esercizi del medesimo genere), ossia a dire la produzione, per conto e per opera dei residenti che fossero a ciò interessati, del cosiddetto “pane fatto in casa”, da distinguersi nettamente dai panini o filoncini o rosette (pane bianco) acquistabili presso il negozio di alimentari del paese.

Di  fatto, più o meno in ciascun nucleo domestico locale, si ricavavano, da qualche terreno di proprietà, modici o medi quantitativi di grano e orzo, che, periodicamente, erano portati al mulino della vicina Diso, dopodiché si utilizzava la farina al fine di ottenerne, grazie alla panificazione e alla cottura nel forno pubblico,  scorte di “friselle”, poi conservate, in casa, in capienti contenitori di terracotta (capasuni o pitali, assimilabili per grandi linee a orci e anfore), e, a seguire, giorno dopo giorno, consumate sulla tavola o durante i frugali spuntini in campagna, previo ammorbidimento (sponzatura) in una scodella o in una padella piene d’acqua, oppure immediatamente sotto il getto di una borraccia o ancora mediante immersione nei resti di pioggia preservatisi nelle “conche”, minuscole buche sulle rocce affioranti qua e là nei campi.

A gestire il forno e a seguire e coordinare l’opera e la collaborazione degli utenti, c’era un’apposita figura, non a caso detta “furnara”(fornaia); per quanto riguarda l’esercizio attivo nel rione Ariacorte, si trattava di una donna, fra i cinquanta e i sessanta al tempo della presente rievocazione,  Matalena  (Maddalena), indossante perennemente un lungo vestito di panno nero, originaria di un paese vicino, Cerfignano, sposata con Giovanni, madre di Costantino e di Maria, dimorante in una casetta a una cinquantina di metri di distanza dal posto di lavoro.

Alla vigilia della data fissata per il suo turno, ciascun capofamiglia andava a ritirare dal forno un’ampia vasca o arca lignea, avente precisamente la forma d’una zattera, in dialetto “mattra”, dentro la quale si doveva versare, impastare sommariamente e, quindi, lasciar lievitare la farina, sotto l’effetto della fermentazione, appunto, del lievito, o pasta madre, ritirato in uno con l’anzidetta mattra.

Il trasporto dell’utile ma un po’ ingombrante attrezzo, dal forno alle abitazioni private, aveva luogo con l’ausilio di un carretto, (in gergo dialettale, trainella), anch’esso in dotazione all’esercizio di pubblica utilità. Mentre, il trasferimento a ritroso, con il carico della materia prima, predisposta o semilavorata, come meglio piaccia dire, a cura delle donne di casa, si svolgeva, di solito, in tarda serata.

Giacché, l’azione del “fare il pane nel forno comune” non doveva interferire o sovrapporsi con l’attività giornaliera, soprattutto in campagna, degli uomini, i quali avrebbero, di contro, potuto sopportare il sacrificio di una notte in piedi per il compimento, ogni tanto, dell’operazione in discorso.

Perciò, dopo aver cenato e sistemato a letto i figli piccolissimi, sospingendo la trainella, convenivano al forno gli adulti e i ragazzini della famiglia interessata, accompagnati e coadiuvati da un gruppo di stretti parenti, nonni e zii compresi.

Del resto, nell’esercizio, su gran parte di un’intera parete, correva una lunga tavola da lavoro, dove potevano sedersi fino a sei/sette persone, con in testa la fornaia, le quali prelevavano con cura, ma di buona lena, dalla mattra, porzioni dell’impasto, le lavoravano (scanavano, in dialetto) a forza di mani, gomiti e braccia, riducendole in consistenti e morbidi cilindri, da cui la gerente del forno ricavava, in quattro e quattr’otto, le friselle, una sorta di ciambelle tondeggianti, ognuna consistente in due strati sovrapposti e uniti insieme, via via  poggiate provvisoriamente su lunghe e larghe assi di legno che sovrastavano la tavola di lavorazione.

Mentre il gruppo si muoveva in tale processo manuale, la fornaia, a tratti, immetteva nel forno, inteso come vero e proprio vano di cottura, un certo numero di fascine di fronde e rami (in dialetto, sarcine), frutto, specialmente, della rimonda degli ulivi, lì recate dalla famiglia che panificava, in modo da riscaldarlo adeguatamente, dalla base fino alle pareti e alla volta.

Inoltre, al momento giusto, serbava accuratamente, accantonata in un angolo, la piccola montagna di brace residuata dalla combustione.

Nel contempo, seguendo scansioni temporali ritmate dalla mente e/o dalla pratica o suggerite dalla fornaia, la forza lavoro utilizzava il quantitativo finale dell’impasto contenuto nella mattra, per modellare medie pagnotte, dette in gergo “pane moddre” (molle)”, così definite, in quanto da sottoporsi a una sola fase di cottura,  e, da ultimo, raschiando cioè risicati strati di pasta dal fondo e dai lati della mattra, una serie di puliteie, assimilabili  alle focacce o alle piadine,  farcite, in sede di preparazione, con modiche manciate di olive nere.

Finalmente, dopo la pulitura del piano o pavimento mediante una grossa ramazza bagnata, si deponevano nel forno le friselle e, da ultimo, le pagnotte e le puliteie.

A questo punto, s’innestava una pausa di riposo, i presenti, stanchi di fatica e insonnoliti, provavano ad appisolarsi, la fornaia, da parte sua, per lo meno d’inverno, andava addirittura a stendersi su un rudimentale giaciglio tenuto in un cantone del “furneddru” (forno più piccolo, situato al di sopra di quello utilizzato per la prima cottura del pane appena fatto).

Parentesi, nondimeno, breve, corrispondente al tempo necessario per il compimento, esattamente, della prima fase di cottura delle friselle e delle restanti forme di pane preparate.

Non abbisognavano né timer, né campanelli, né ulteriori congegni, era sufficiente la maestria e un’occhiata di Maddalena verso l’interno del forno, già fiocamente rischiarato dalla brace ancora rosseggiante a margine del pavimento e, all’occorrenza, meglio illuminato grazie a una lanterna, bastava che osservare il colore della “cotta” e via la frase: “Dai, bisogna sfornare!”.

Non s’impiegava molto tempo, utilizzando appositi aggeggi metallici, le friselle erano tirate fuori e immesse in capienti cesti di vimini; da questi, ritornavano sulla lunga tavola di lavorazione, dove gli operatori, servendosi di un segmento di spago, le tagliavano a metà in due separate sezioni: una, con base ovviamente più piatta e liscia, effetto dell’appoggio sul pavimento del forno, la seconda, invece, tondeggiante.

Esaurita tale importante operazione, le friselle, così spaccate, erano nuovamente inserite all’interno del forno, la cui temperatura, sebbene in progressiva attenuazione, restava nondimeno ancora alta e media per molte ore, così da ottenere l’essiccazione o biscottatura delle friselle stesse, che sarebbero poi state definitivamente ritirate e portate in casa dagli interessati, a distanza di dieci/dodici ore.

Attraverso le feritoie o la semi apertura del portone dell’esercizio, facevano capolino i primi lucori del nuovo giorno.

I convenuti, affaticati ma soddisfatti per aver affrontato e portato a compimento un importante lavoro, se ne ritornavano alle rispettive case, ciascheduno portando con sé una forma di pane moddre (molle) o una puliteia, già pronti per essere consumati freschi di cottura.

 

Parallelamente, il capofamiglia o la padrona di casa proprietari della cotta di pane curavano di consegnare i suddetti due esemplari di alimenti alla fornaia, in questo caso a Maddalena, la quale – altri tempi, davvero altri tempi – a fronte del suo lavoro e del ruolo di responsabile del forno, non percepiva alcun corrispettivo o compenso in denaro.

Maddalena, semplice e umile per nascita e di carattere, espletava il suo compito con passione e impegno, sempre aperta e disponibile, s’interfacciava, ovviamente, con numerose famiglie del paese, ben voluta da tutti.

La sua figura era anche un preciso punto fermo nell’ambito della comunità; ad esempio, quando si voleva far riferimento ai suoi figli, non si diceva Costantino o Maria  ‘u Giuvanni (figli di Giovanni), bensì Costantino o Maria ‘a Matalena (figli di Maddalena); la medesima particolarità seguita a vigere oggigiorno, riguardo ai discendenti di grado successivo: per citare, il nipote Vitale A., figlio di Costantino, caro amico e assiduo compagno di veleggiate dello scrivente, gode dell’appellativo di Vitali  (Vitale) ’a Matalena (della Maddalena).

Proseguendo oltre il portone dell’antico forno, si trova l’abitazione, con ampio cortile coperto e scoperto, già occupata da un’anziana coppia: Giovanni ‘u Pativitu (figlio di Ippazio Vito), con la moglie Addolorata. Il capo famiglia, contadino, si può dire dalle fasce, disponeva, in aggiunta, di una non comune manualità, che manteneva attiva e concreta pure in età avanzata.

Procurandosi nelle campagne e/o in vicinanza delle scogliere, quantitativi di canne, vimini e giunchi, li nettava e sezionava, dopodiché, con una sapiente operazione d’intreccio, arrivava a realizzare panieri grandi e piccoli, cesti e cestini, che, poi vendeva ai compaesani.

A qualunque ora si transitasse davanti al suo cortile, lo si scorgeva immancabilmente intento a tale lavoro.

Accanto, la casetta di Vitale N., nomignolo ‘u ciucciu (origine del nomignolo sconosciuta, forse legata al possedimento, da parte sua o dei genitori, di un quadrupede, un somaro).

Il ricordo di detto nominativo è circoscritto alla sua figura già versante nella tarda età, nessuna notizia, infatti, circa le attività lavorative da lui svolte da giovane, forse contadino, forse falegname. E’, al contrario, viva, l’immagine di Vitale ‘u ciucciu, nella funzione di cavadenti, esercitata, verosimilmente, senza il possesso del relativo titolo accademico e avvalendosi di attrezzature molto approssimative.

Tuttavia, per le occorrenze di natura odontoiatrica (così sono definite oggi), la maggior parte dei marittimesi si metteva nelle mani del compaesano in questione: qualche lamento o urlo o strillo in corso d’opera e, però, denti e molari, non più sani, erano estratti.

A seguire, in un’ampia abitazione terranea con giardino, vivevano compare Chiaro, figlio di Giovanni, il fabbricante di panieri anzi ricordato, insieme con la moglie comare Donata e la figlia Maria Rosaria (il loro primogenito, già adulto, si era trasferito nel Nord Italia).

Caratteristica peculiare di compare Chiaro, rimasta impressa, la sua abilità nel catturare, ogni tanto, esemplari di volpi che andavano a insidiare, talvolta facendone strage, i galli, le galline e le pollastre da lui allevati nel vicino giardino denominato “canale ‘i rasci” (anche questa accezione, di origine e significato misteriosi).

Gli animali che restavano in trappola erano scuoiati e, successivamente, finivano in pentola; in qualche occasione, la comare Donata portava amabilmente in dono porzioni di carne di volpe alla vicina e amica famiglia Boccadamo.

Proseguendo verso sud, si trovava la casa di Toti ‘u Pativitu (figlio o nipote di Ippazio Vito), il quale, all’occorrenza, esercitava il mestiere di  ”conza limmi e ggiusta cofini” (riparatore di contenitori in terracotta, che ogni famiglia possedeva, per farvi il bucato o per differenti fabbisogni domestici).

Per completare il quadro illustrativo, in un altro vicolo dell’Ariacorte, abitava Giuseppe P., Peppe ‘e Tuie (nativo della località di Tuglie, situata nei pressi di Gallipoli), il quale non si occupava di un preciso, determinato e limitato lavoro, ma svolgeva un’attività in certo qual modo plurima: spazzino o netturbino, adesso si chiama operatore ecologico, attacchino di manifesti e operatore cimiteriale (becchino).

Farebbe torto all’intera comunità dell’Ariacorte dei tempi andati, il narratore, se, a parte le persone anzi passate in rassegna, non ponesse in evidenza che, in quell’isola del paese, non v’era proprio alcuno che stesse con le braccia conserte, che, lì, l’apatia e l’ozio non si sapeva neppure che cosa fossero.

Il sano daffare, in un modo o nell’altro, accompagnava ogni creatura, dalla stagione della prima infanzia fino alla vecchiaia avanzata.

Libri| La chiesa dei SS. Medici Cosma e Damiano a Nardò

“I Lions per la cultura”

Il libro che dà il via al restauro di un gioiello neretino

La Chiesa dei SS. Medici Cosma e Damiano

 

Un tempo, non c’era casa a Nardò in cui non ci fosse un’immagine dei SS. Medici Cosma e Damiano, venerati nella chiesa omonima a loro dedicata, situata sulla strada che da Nardò porta a Lecce,, risalente agli inizi del Quattrocento. Era una originaria cappella contenente una icona della Vergine col Bambino che sorgeva su “loco Memore de li Iudei”, cioè un cimitero ebraico, situato, come di norma, fuori dalle mura urbiche, presso corsi o depositi d’acqua. Fatto questo che giustifica l’antico nome della Chiesa di S. Maria da Ponte, per un ponte a tre arcate ricostruito nel 1595 sul vicino torrente Asso, le cui acque, ancora oggi, vi fluiscono accanto.

Eppure sfugge spesso alla vista di chi giunge a Nardò dal capoluogo, questo “notevole esempio di architettura tardo rinascimentale salentina”.

Il Lions Club Nardò, in collaborazione con la Banca Generali, ha sostenuto la pubblicazione del pregevole volume, edito da Mario Congedo e curato dal Dott. Marcello Gaballo, con testi dello stesso, di Fabrizio Suppressa e Domenico Ble, in cui le foto (di Lino Rosponi e Stefano Santoro) e le ricostruzioni di una storia lunga circa sette secoli testimoniano, attraverso le decorazioni floreali, i putti, gli amorini, due dei quali sorreggono un cartiglio con la dedicazione alla Madonna delle Grazie,, la cifra stilistica dell’edificio, che nonostante i rifacimenti nei secoli, ha conservato i codici di appartenenza al circuito artistico che va da S. Caterina di Galatina alla Chiesa del Carmine di Nardò e alle relative maestranze in esse operanti.

E’ un segnale d’allarme che il Lions Club Nardò intende dare in aiuto al restauro della Chiesa a difesa del patrimonio storico-artistico-culturale della propria città, affinché esso non cada nell’oblio, nell’indifferenza e nell’incuria, cancellando la memoria della propria identità.

Il volume, la cui prefazione è stata curata dalla Presidente del Club, Maria Rosaria Manieri, in un certo numero di copie, sarà a disposizione degli intervenuti, nella serata della presentazione, il 17 febbraio 2019, nella Chiesa dei SS. Medici, alle ore 18.00.

Il ricavato della vendita sarà destinato alla nostra Fondazione , la LCIF – We serve.

 

Antonietta Orrico – Officer Comunicazione LC Nardò

Aracne, le tarantate e un falso mito

LA STORIA DI GINEVRA, UNA TARANTATA BRINDISINA DI FINE SETTECENTO, CONFUSA CON IL MITO DI ARACNE

 

di Gianfranco Mele

 

Come noto, il mito di Aracne raccontato da Ovidio ne Le Metamorfosi narra della sfida tra Athena ed Aracne sull’arte della tessitura. E’ proprio Aracne a lanciare la sfida, e ne pagherà le tragiche conseguenze: non solo ha osato sfidare la dea, ma la rabbia che suscita in Athena è nel fatto che le sue tele si mostrano addirittura superiori a quelle della dea stessa. L’ira che la fanciulla provocherà in Athena sarà tale da costringerla al tentativo di suicidarsi: non poteva reggere difatti il peso della rabbia divina. Ma la dea fermerà il tentativo di suicidio di Aracne e la trasformerà in ragno.[1]

Tavola di Gustavo Dorè per illustrare il mito di Aracne celebrato da Dante (Purgatorio, XII, 43-45); immagine tratta da http://www.worldofdante.org/pop_up_query.php?dbid=I301&show=more.

 

L’unica versione del mito alternativa a quella che ci racconta Ovidio, è quella che ci perviene dalla lettura di alcuni frammenti di un’opera di Nicandro, la Theriaca, nei commenti inseriti da uno scoliaste che secondo alcuni sarebbe da identificare in Teofilo Zenodoteo. In tale versione, si narra dell’incesto tra Aracne e suo fratello Falance; Athena punisce per questo motivo i due fratelli, trasformandoli in ragni.

Sul web (e non solo sul web, ma addirittura in alcuni scritti, accademici e non, di studiosi del tarantismo) circola una terza versione senza fonte alcuna (in alcuni casi viene addirittura riportata, con duplice errore, come la storia raccontata da Ovidio): narra (copio e incollo da uno dei tanti siti che riportano tale versione, a loro volta copiandosi e incollando a catena) di “una giovane ragazza, Arakne, la quale fu sedotta da un marinaio che, dopo la prima notte d’amore, partì e da allora ella visse in attesa del ritorno del suo amore. Una mattina la ragazza vide una barca avvicinarsi alla costa e fece il segnale convenuto con il suo marinaio. Dalla nave giunse la risposta: era tornato. Ma a pochi metri dal porto la barca fu affondata da Zeus, il quale voleva la fanciulla per sé, così coloro che erano a bordo perirono affogati. Arakne vide morire il suo amore dopo anni di attesa e si uccise. Così, alla morte della giovane, Zeus s’infuriò e la rimandò in terra per restituirle il torto ricevuto, non come ragazza ma come tarantola”.

In molti di questi siti, tale versione giunge ad essere l’unica citata, o, come si è detto, addirittura ad essere attribuita ad Ovidio e spacciata per quella del poeta latino.

La ritrovo in un blog dedicato alla pizzica, la ritrovo sulla pagina ufficiale del gruppo Zimbaria,[2] su pagine gestite da cultori e musicisti di pizzica, su tesine di laurea pubblicate online, su un lavoro di una docente dell’ Università di Bologna apparso su una rivista specializzata,[3] sulla pagina Wikipedia dedicata alla “pizzica”,[4] e su una innumerevole serie di pagine e blog aventi per oggetto pizzica e tarantismo.[5] Mi chiedo da dove mai la abbiano pescata tutti costoro, visto che nessuno ne indica fonti. Successivamente, noto (e ne trovo conforto) che la questione non è sfuggita ad Armando Polito, che in un suo articolo apparso qualche anno fa su questo sito web di Fondazione Terra d’Otranto, si accorge di questa incredibile confusione e sostituzione.[6]

Una singolare contorsione esplicativa e interpretativa la compie Annarita Zazzaroni, che scrive: “Il tarantismo pugliese è, infatti, legato anche a una vera e propria riscrittura del mito di Aracne: alcuni fanno risalire la nascita della taranta alla trasformazione in ragno di una fanciulla, Arakne, che fu sedotta da un marinaio e abbandonata dopo una notte d’amore. Per anni Arakne attese il ritorno del suo amato ma, quando questo avvenne, la nave del ragazzo affondò durante l’attracco. Arakne era folle di dolore per aver perso per sempre l’uomo che amava. Fu così che Zeus la trasformò in taranta, perché potesse vendicarsi perpetuamente delle sofferenze subite.“ [7]

Ma da quando in qua, e perchè, “il tarantismo pugliese” avrebbe riscritto il mito di Aracne? Da dove origina dunque questa versione, che avrebbe l’aria di una sorta di leggenda metropolitana (o internettiana), se non fosse che la storia è così singolare e avvincente da pensare (come poi di fatto risulta) che è stata presa in prestito da altre fonti[8] (che però non sono, come vedremo, così antiche)?

La risposta sta in un incredibile scambio della paternità e delle origini del racconto, che ci viene trasmesso attraverso gli scritti di un autore francese ottocentesco, Antoine-Laurent Castellan,[9] e che nella sua versione originale non parla affatto di Aracne (né del relativo mito) ma riferisce di una storia, appresa durante un suo viaggio a Brindisi, che ha come protagonisti una ragazza di nome Ginevra e un marinaio di origini albanesi. La storia è perfettamente identica a quella raccontata nel web (e là spacciata come “la storia di Arakne”): racconta dell’ incontro e dell’amore tra la fanciulla e il marinaio, della ripartenza del marinaio, della attesa della ragazza per il ritorno del suo amato, della barca che finalmente un giorno si avvicina alla costa mentre la fanciulla attende, racconta del segnale, del tragico affondamento poco prima che la barca possa approdare, della disperazione della fanciulla che da quel momento “si trasforma in ragno” (o meglio, diviene tarantata)! Ma (“piccoli” e unici particolari discordanti): la fanciulla non si chiama Arakne, ad affondare la barca non è “Zeus” ma una galea (altrimenti detta “galera”) barbarica, e la tragedia si snoda in Brindisi alla fine del Settecento. Castellan la riporta come un fatto realmente accaduto, e da lui appreso in seguito ad una casuale occasione in cui egli assiste come spettatore alla danza di una tarantata.

l’ opera di Castellan
tavole di Castellan inserite nel testo Lettres sur l’Italie. Fabbricati di Brindisi

 

Questa tarantata, è proprio lei, Ginevra, quella fanciulla che aveva perso il suo amore in quella straziante tragedia. E’ la gente del posto a raccontare a Castellan la storia, e a spiegargli come la ragazza sia diventata tarantata a seguito del trauma subito per la perdita del suo amore. O meglio, e per la precisione: nessun ragno aveva mai morso Ginevra, ma le era stato lasciato credere che così fosse stato. Il trauma per la perdita del suo innamorato era stato così forte che Ginevra aveva rimosso il penoso ricordo dell’accadimento, portandosi però addosso un malessere che aveva rielaborato attribuendolo al morso del ragno. Era stata lasciata volutamente in quella convinzione, per non farle riaffiorare il terribile ricordo, e per non farle perdere la speranza di poter guarire.

Nel classico stile del rimescolamento orale (che oltre che di epoche remote è tipico anche dell’epoca del web), la storia diventa “il Mito di Arakne”, e viene infilato persino un Zeus nel racconto, a “sostegno” della derivazione antica e mitologica del racconto.

Una possibile matrice della confusione e del rimescolamento può essere nel fatto che il Castellan nel suo scritto utilizza il termine araigne (che in italiano è ragno: ciò è stato forse sufficiente a scambiare quell’ araigne per la Aracne – altrimenti detta Aragne – mitologica). Il resto, lo han fatto la sprovvedutezza di chi ha fatto circolare a ripetizione la storia confondendo epoche, personaggi e fonti, e, di sicuro, quell’alone poetico e leggendario che caratterizza l’avvincente, struggente e bellissimo racconto di Castellan.[10]

tavole di Castellan inserite nel testo Lettres sur l’Italie. Colonna di Brindisi

 

A seguire, trascrivo integralmente il racconto del Castellan traducendolo in italiano (l’opera in lingua originale è consultabile e scaricabile anche attraverso Google books). Premessa: Il Castellan approda in Italia nell’agosto del 1797, e si ferma prima a Otranto, poi a Brindisi. A Brindisi, accade che:

“Mentre passavamo sulla banchina del molo, siamo stati fermati dalla folla, che si accalcava sulla porta di una casa dove si sentiva della musica. Ci siamo fatti spazio, e anche noi siamo invitati ad entrare in una stanza bassa che era servita per diversi anni, e ancora lo era oggi, da scenario e ambiente per la cura del morso della tarantola. Le pareti di questa ampia stanza erano adornate con ghirlande di foglie, mazzi di fiori e rami di vite carichi dei loro frutti, piccoli specchi e nastri di ogni colore erano là sospesi; molta gente era seduta intorno all’appartamento, e l’orchestra occupava uno degli angoli, ed era composta da un violino, un basso, una chitarra e un tamburello. C’era una donna che ballava: aveva solo venticinque anni ma ne dimostrava quaranta; i suoi lineamenti regolari, ma alterati da eccessiva smodatezza, i suoi occhi scuri, il suo aspetto triste e abbattuto, contrastavano con la sua ricercata e variegata decorazione di nastri e pizzi d’oro e d’argento; le trecce dei suoi capelli erano sparpagliate e un velo di garza bianca le cadeva sulle spalle; danzava senza lasciare la terra, con nonchalance, girando costantemente su se stessa e molto lentamente; le sue mani reggevano le estremità di un fazzoletto di seta che faceva oscillare sopra la sua testa, e alcune volte lo gettava indietro: in questo stato, ci offriva assolutamente la posa di quelle baccanti che vediamo su bassorilievi antichi.

L’aria che si suonava in quel momento era languida, trascinata sulle cadenze, e si ripeteva da capo a sazietà. Poi il motivo è cambiato senza interruzioni; questo era meno lento, e ad un certo punto divenne più vivace, precipitoso e saltellante. Questi brani musicali formavano una successione di rondò, o ciò che chiamiamo pot-pouri. Si passava alternativamente dall’uno all’altro; finalmente si tornava al primo, per dare un po ‘di riposo alla ballerina, e permetterle di rallentare i suoi passi, ma senza farla mai smettere di ballare; lei seguiva sempre il movimento della musica; e come quel movimento si animava, si muoveva e diventava più vivace; ma il sorriso non rinasceva sulle sue labbra scolorite, la tristezza era sempre stampata sul suo sguardo, talvolta rivolto verso il soffitto, di solito verso il suolo, oppure a volte muoveva gli occhi a caso fissando il vuoto, anche se abbiamo cercato di distrarla con ogni mezzo. Le offrirono fiori e frutti; li tenne per un momento tra le mani e li gettò in seguito; furono anche presentati fazzoletti di seta di diversi colori; lei li scambiava con il suo, li agitava in aria per qualche istante, li rendeva, prendeva gli altri. Diverse donne là presenti hanno successivamente ballato con lei in modo da attirare la sua attenzione, e cercavano di ispirarle allegria ma senza successo. Sembrava sottoporsi a quell’esercizio contro voglia ma spinta da una sorta di forza irresistibile, e ciò dovette stancarla molto; il sudore scorreva dalla sua fronte; il suo petto era ansante, e ci hanno detto che questo stato sarebbe terminato con una sospensione totale delle facoltà; che poi era necessario portarla a letto; che il giorno dopo si sarebbe svegliata ricominciando a a ballare, e che lo stesso rimedio sarebbe stato impiegato nei giorni successivi, fino a quando non le avrebbe dato sollievo.

Questo spettacolo aveva qualcosa di doloroso; e mi ha colpito ancor più fortemente quando ho appreso la storia di questa interessante paziente. Non era stata punta dalla tarantola, sebbene ne fosse convinta; e veniva lasciata nella sua errata convinzione solo per nascondere e per non far dimenticare la vera causa del suo stato, e per non privarla di ogni speranza di cura. Ecco l’origine dell’alienazione di Ginevra; questo è, credo, il nome della malata. All’età di vent’anni, pur non essendo la ragazza più carina fra quelle della sua età, si faceva notare per avere una fisionomia provocante e molto espressiva; la sua bocca era rosea e attraente; i suoi occhi neri erano pieni di fuoco; la sua altezza aveva più duttilità e abbandono della grazia; il suo carattere, per quanto buono e sensibile, era particolare; spesso gioiva fino al delirio, si abbandonava quindi a una tristezza vaga e senza motivo; esagerata in tutti i suoi sentimenti, favoriva l’amicizia per le sue compagne fino all’eroismo, e la sua indifferenza verso gli uomini era simile al disprezzo: quindi doveva esser prevedibile che che se avesse amato un uomo una volta, ciò sarebbe accaduto con veemenza e per tutta la vita. All’età di vent’anni, la sua ora non era ancora arrivata, ma squillò troppo presto per la sua disgrazia. Un giorno stava camminando assorta nei suoi pensieri malinconici sulla spiaggia deserta di Patrica; l’aria era stata rinfrescata da una tempesta e il mare, che era ancora agitato, ondeggiava sulla spiaggia. Un brigantino (piccolo veliero n.d.r.) a metà frantumato era appena approdato: aveva a bordo un uomo. Partito dal porto di Durazzo per stendere le reti, verso il centro del canale una raffica di vento aveva strappato la vela; il suo timone si era rotto tra le sue mani e, in balìa delle onde, la sua barca era stata lanciata sulle rive dell’Italia. Sopraffatto dalla stanchezza, morente di bisogno, deplorava la sua disgrazia, così la ragazza gli andò incontro in aiuto, gli offrì una mano e si offrì di portarlo a casa di sua madre, che esercitò verso di lui con slancio i doveri dell’ospitalità.

Questo albanese era giovane; era infelice; sembrava ragionevole e grato; Ginevra credette di essersi abbandonata al piacere puro e disinteressato che la carità fornisce, mentre in realtà l’amore si era già insinuato nel suo cuore nelle vesti di pietà. Tuttavia, il giovane albanese, combattuto dal desiderio di rivedere il suo paese, e dal tenero interesse che lo lega alla sua benefattrice, finalmente parla della sua partenza. A questa parola, come una striscia di luce colpisce Ginevra facendo chiarezza sui suoi sentimenti; riconosce in essa l’amore, per l’angoscia che l’idea di una separazione, lontana dal suo pensiero, inizia a sentire; onesta, ma appassionata, non ha più il controllo di nascondere la sua confusione e lascia persino sfuggire tutta la violenza dei suoi sentimenti; ma esige da questo straniero che adora, il sacrificio dei legami indissolubili con il suo paese d’origine. Senza esitazione, lui acconsente. Quindi lei stessa favorisce la sua partenza dall’Italia, dove non può stabilirsi senza consultare la sua famiglia. Il giorno del suo ritorno è fissato, e Ginevra deve aspettarlo sulla costa, proprio nel punto in cui gli ha salvato la vita.

Fedele alla sua parola, lei va là ben prima dell’ora stabilita; lei conta gli istanti; fluiscono con una lentezza disperata. Intanto, il sole è già al tramonto: preoccupata, cammina sulla riva, gli occhi rivolti verso il mare: lei interroga le onde; il minimo soffio di vento, la minima nube le fa temere una nuova tempesta. Il giorno sta cadendo, il suo cuore è schiacciato e il crepuscolo, di cui la natura si ricopre, oscura, disturba le sue idee; infine, scopre un punto nero all’orizzonte: avanza; è una barca: si precipita alla sommità di una roccia e scuote un velo cremisi, il segnale concordato. Immediatamente lo stesso segno è attaccato all’estremità dell’albero; lei non può più dubitarne, questa barca le porta il suo amante.

Infatti, l’ albanese si era imbarcato, felice, in una barca a remi decorata con tutti gli attributi della gioia. Gli alberi erano decorati e le vele erano di un bianco brillante. Alcuni musicisti, seduti sulla panca di poppa, suonavano con accenti felici; e la sua famiglia, che l’albanese stava lasciando per stabilirsi nel paese di sua moglie, volle affidare a Ginevra la cura della felicità del figlio, il deposito della sua modesta fortuna e il mobilio necessario per la giovane famiglia.

La barca avanza come in trionfo verso le coste dell’Italia, già il suono degli strumenti raggiunge l’orecchio di Ginevra, tocca la superficie delle onde, calma le sue ansie e porta nel suo cuore speranza e sicurezza. L’imbarcazione si sta avvicinando: l’amore rende i suoi occhi più penetranti; lei distingue, riconosce suo marito che tende le braccia; lei pensa di sentirlo, e questa illusione rapisce una risposta.

Ma improvvisamente un suono sinistro fa cessare le belle melodie; una galera barbarica esce da dietro una roccia sporgente, che la aveva nascosta alla vista degli occhi di tutti. I suoi numerosi remi salgono a ritmo, cadono tutti in una volta e le danno un movimento rapido. Come l’avvoltoio, si libra sopra l’aria e si dirige verso la sua preda. A questa vista, non meno inaspettata che fatale, Ginevra cade in un cupo torpore; il terrore incatena le sue facoltà, i suoi occhi solo conservano un residuo di vita, seguono i movimenti contrari delle due barche.

La fragile barca sta fuggendo, e grida di paura e dolore sono sostituite agli accenti gioiosi. Il giovane e coraggioso albanese esorta i suoi compagni ad una resistenza che risulterà vana: le ombre della notte avvolgono questa scena di desolazione e la nascondono agli occhi della sfortunata Ginevra, che cade impotente sulla riva.

Molto tempo dopo, Ginevra esce come da un sonno profondo: apre gli occhi; ma la luminosità del giorno li fa chiudere subito. Non può muovere le sue membra, irrigidita dal freddo del mattino. Eppure le sue idee, dapprima confuse, le raccontano la scena del giorno prima; poi, disorientata, fa risuonare la costa con la sua disperazione; lei esamina l’estensione del canale; nessun imbarcazione solca la superficie; non c’è più felicità o speranza per lei; i suoi sensi si alterano, la sua mente si smarrisce e lei precipita nel mare dalla cima della roccia.

I pescatori la videro, si affrettarono a venire in suo aiuto e la portarono a casa di sua madre. Questo atto di disperazione fu seguito da una lunga apatia e da uno sconvolgimento che degenerò in alienazione della mente. Ginevra aveva dimenticato la causa delle sue pene; lei attribuiva le sue condizioni al pungiglione della tarantola. Questa idea è stata mantenuta, facendole sperare che l’esercizio della danza e gli accordi della musica, che ha veramente placato l’agitazione dei suoi sensi, la abbia finalmente guarita da questa mania malinconica.”

 

[1]
Ovidio, Metamorfosi, IV

[2]    http://www.zimbaria.it/la-pizzica/

[3]    Annarita Zazzaroni, Il ragno che danza. Il mito di Aracne nel tarantismo pugliese, In “Amaltea: Revista di Mitocrìtica”, 2010 (vol. 2), pp. 169-183.

[4]    Nella attuale e più recente versione (magari alla prossima sarà omessa) di Wikipedia alla voce “Pizzica” è riportato un ennesimo copia-incolla della versione che circola sul web e della quale ho preso a caso da altro sito la parte riportata in corsivo in questo scritto.

[5]    Per citarne solo alcune: http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/pizzica_tarantismo150609.html ; http://www.artcaroli.it/opere/arakne/ ; https://www.youreporter.it/foto_la_pizzica_e_le_antiche_origini_del_tarantismo/ ; http://www.storienapoli.it/2014/12/06/il-tamburello-e-la-tarantella/ ; http://pugliaierieoggi.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=14:il-salento&catid=2:territorio&Itemid=20 ; https://pizzica.wordpress.com/ ; https://vivereinsalento.weebly.com/blog/archives/02-2018 ; http://enosud.it/corso-di-pizzica-pizzica/ ; https://sites.google.com/a/student.unife.it/taranta/un-p-di-storia ; http://www.briziomontinaro.it/node/156

[6]    Armando Polito, Aspettando la Notte della Taranta (¼): Aracne, Fondazione Terra d’Otranto, luglio 2014, http://www.fondazioneterradotranto.it/tag/aracne/

[7]    Annarita Zazzaroni, op. cit., pag. 170

[8]    Una laureanda in Lettere dell’ Università di Torino si accorge delle convergenze tra il racconto fornito dalla Zazzaroni e l’opera del Castellan, ma prendendo per buona e originale la versione (senza fonti) del mito con la storia di Zeus, Arakne e il marinaio, non riesce a far derivare quest’ultima da una storpiatura della storia raccontata dal Castellan. Così, finisce con il validare e conferire ancor più valore alla versione-fake: Vanessa Elena Cerutti, La danza del ragno e la sua evoluzione. La tradizione ritrovata e reinterpretata, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, pp. 49-51

[9]            Antoine Laurent Castellan, Lettres sur l’ Italie, faisant suite aux lettres sur la Morée, l’ Hellespont et Costantinople, Tomo I, Parigi, 1819, Lettre IX, pp. 83-91

[10]  Talmente suggestivo ed evocativo, che si presta bene ad essere “pensato” in chiave mitologica o leggendaria, o a far ipotizzare (come qualcuno ha fatto) che non sia autentico ma frutto della fantasia dell’autore o della sua trasposizione o adattamento di altre leggende. Sono andato frettolosamente alla ricerca di similitudini: per alcuni versi può far tornare in mente la storia di Odisseo e Nausicaa, o l’ antichissima storia egiziana del “marinaio naufragato”, o ancora, e forse con più elementi in comune, una storia ambientata in Liguria nel medioevo intitolata “Il picco spaccato” (viene raccontata nel 1847 da Pietro Giuria – nella raccolta Tradizioni Italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia dell’Italia – che la presenta come un racconto tipico della tradizione dei luoghi). Ciascuna di queste storie contiene però varianti fondamentali da discostarsi notevolmente rispetto a quella raccontata dal Castellan.

Dialetti salentini: mbucciare, spugghiare e spuggicare

di Armando Polito

* Prima di tutto si dice per favore. E poi sono già usciti tutti, ma ci sarebbe quella confezione di crocchette alle tre vitamine e mezzo che hai detto di avermi comprato ultimamente. Te ne cedo volentieri la metà; però, siccome l’hai nascosta tanto bene che non sono riuscito a trovarla, ti devi alzare e spuggicare per andare a prenderla …

 

Siamo. dicono,  al picco dello stagionale inconveniente chiamato influenza e tra le solite raccomandazioni c’è anche quella di ripararsi bene dal freddo, senza, comunque esagerare, portando. per esempio, a palla il riscaldamento domestico. In ogni caso, se si deve uscire, è buona norma coprirsi adeguatamente, cioè mbucciarsi bene.

MBUCCIARE  deriva, con raddoppiamento della consonante iniziale (m->mm– e successiva dissimilazione (mm->mb-) dal francese antico mucier (oggi mucher o musser), usato col significato di nascondere, dissimulare.

Se mbucciare è la parola d’ordine per questa stagione, non mi pare, però il caso di rimandare all’estate o a condizioni climatiche più miti due verbi indicanti azioni entrambe opposte a mbucciare ma tra loro non perfettamente coincidenti.

SPUGGHIARE corrisponde formalmente sll’italiano spogliare, che è dal latino spoliare, denominale da spolia, da cui l’italiano spoglia, neutro plurale di spolium, da cui l’italiano spoglio.

SPUGGICARE è usato nel senso di scoprirsi una parte del corpo da in capo di abbigliamento (spòggicate la capu=togliti il cappello o la cuffia e simili) oppure di liberarsi delle coltri (al figlio irrequieto allettato la madre raccomanda: – No tti spuggicàre! – = – Non ti scoprire! -). Spuggicare è derivato di  spugghiare. Più dettagliatamente spuggicare è formato dal tema di spugghiare (spugg-) e dal suffisso –icare abituale nel nostro dialetto ad indicare le prime fasi di un’azione o un’azione attenuata. come in uddhicare=agitarsi (da un latino *bullicare), che ha il suo corrispondente formale italiano in bulicare e nella sua variante brulicare.

Dialetti salentini: piarella

di Armando Polito

La voce designa la donna che esercita la sua fede religiosa con partecipaziobe attiva ai riti ed alle iniziative prese dall’autorità ecclesiastica locale d’immediata pertinenza, cioè dal parroco. Pure in passato per chi viveva la vita religiosa meno intensamente la voce conteneva un giudizio velatamente negativo, come succede per zelante. L’allontanamento progressivo dalla fede attiva intesa soprattutto se non esclusivamente come momento di aggregazione in preghiera o in meditazione e l’orientamento verso forme più concrete come il volontariato hanno reso obsoleta la voce probabilmente ignota alle nuove generazioni. Strano è però il fatto che essa non compare né nel dizionario del Rholfs né in quello del Garrisi ed è assente pure nel vocabolario in rete del dialetto di Scorrano di Giuseppe Presicce. A questo punto bisogna ipotizzare che piarella sia voce esclusivamente neretina, ipotesi che sembrerebbe confermata dalla sua presenza nella produzione letteraria di due neretini.

Il primo è Cosimo Egidio Ramundo1 che in Come le ciliege. Una tira l’addhra, Lupo, Copertino, 2010 scrive: “Per tenersele buone aveva dovuto aderire a denti stretti alla più volte sollecitata tinteggiatura delle porte di casa, non mancando nel contempo di qualificarle piarelle, sempre alla disperata ricerca di caz…i e cazzotti. Poi aveva incaricato nella stessa mattinata un suo parente falegname, meglio conosciuto come mesciu Ninu.”

Il secondo è Livio Romano2, che in Porto di mare, Sironi, Milano, 2002 così scrive: ” … abbiamo scoperto che, nella chiesa di san Michele, pare vigere una sorta di convenzione tra le piarelle addette alla pulizia del Monumento e una fioraia particolarmente costosa di fuori città. Certo, in ipotesi, tu potresti pure derogare a siffatta convenzione, ma la Piarella Veterana d’estate vive al mare, e non tutti conoscono il suo numero di cellulare, e si corre il serio rischio che il fiorista irregolare non sia capace di farsi aprire il diavolo di portone in tempo per addobbare l’altare e il corridoio nuziale. Così ci ritroviamo un pomeriggio di luglio . io in mutandoni e canottiera – ad aspettare l’arrivo della fiorista in Mercedes con la Piarella sedutale a destra.”. E quando arrivano ci fanno entrare nella chiesa, dicono do far presto, ci prospettano cascate di orchidee che partendo dall’armonium vanno a finire ai piedi dei due cinfessionali e torri di rose che muovendo dagli scanni si proiettano verso la cupola istoriata. Noi ridimensioniamo come possiamo questa creatività, e loro ci ricordano che, adesso, è finalmente finita l’epoca in cui era vietato metter fiori in ogni angolo visibile della chiesa, diosanto che tristezza, era consentito adornare soltanto l’altare, no no cari miei, adesso ci possiamo sbizzarrire, niente più pane e olio per l’offertorio, ma canestri di frutta esotica, e oggettini d’argento da donare alla chiesa.

… stava intervistando le vecchiette intorno alla cubatura degli immobili di quel vicoletto del centro provocando il batticuore alle piarelle di sotto casa mia, le quali si sentono costantemente perseeguitate da emissari del Fisco.”.

 

Ma, dopo aver documentato la sua consacrazione letteraria, non è giunto il momento di cercare di capire come questa parola si sìa formata, cioé il suo etimo? A prima vista si direbbe che –ella sia un suffisso diminutivo di origine latina come in casella, che è dal latino casella(m), diminutivo di casa. Tolto il segmento -ella ci resterebbe piar- che immediatamente evoca il verbo latino piare3, che può significare propiziare, placare, onorare, venerare una divinità, compiere, celebrare riti espiatori, allontanare, stornare, scongiurare con sacrifici, purificare, espiare con riti espiatori, punire, vendicare, espiare una colpa. Tutti i significati riportati riconducono alla sfera religiosa e non a caso il verbo piare deriva dall’aggettivo pius/pia/pium che significa, di vivente, virtuoso, devoto e, di morto, beato.

La conclusione è che piarella ha origine deverbale antica, la stessa, temporalmente più vicina,  che ha, con genere diverso e con passaggio al valore di sostantivo, acquarello (dal latino medioevale aquare=irrigare). mentre origine più recente per formazione analogica mostrano, per esempio, pazzarella (manca pazzare4) e, per restare in linea con il nostro piarella, santarella (manca santare) e, diminutivo di diminutivo!, santarellina.

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1 1930-2016. autore anche di:

Modifiche al sistema penale : l’illecito amministrativo e l’illecito venatorio (LL. 27-12-1977, n. 968 e 24-11-1981, n. 689) : con nota critica all’aspetto sanzionatorio della Legge n. 10 in data 27 febbraio 1984 della regione Puglia, Cacucci, Bari, 1984

Dopo il ciclone, ovvero Eppur si muo… Re, Salento Books, 2009

I racconti di Ndata, Albatros, Roma, 2011

In collaborazione con Domenico Bavaro La licenza di caccia: manuale di preparazione all’esame di  abilitazione all’esercizio venatorio, Adriatica, Lecce, 1989

2 Autore anche di:

Da dove vengono le storie, Lindau, Torino, 2000

Mistandivò, Einaudi, Torino, 2001

Dove non suonano più i fucili, Big Sur, Lecce, 2005

Niente da ridere, Marsilio, Venezia, 2007

Calypso mon amour, Manni, San Cesario di Lecce, 2009

Il mare perché corre, Fernandel, Ravenna, 2011

Diario elementare, Fernandel, Ravenna, 2012

Per troppa luce, Fernandel, Ravenna, 2016

3 Con esso non ha nulla a che fare l’italiano piare, sinonimo di pigolate, di origine onomatopeica.

4 Ma potrebbe aver avuto un ruolo il suo composto impazzare.

Nardò. Festeggiamenti di S. Biagio. Si rinnova l’antichissimo rito della benedizione della gola il 3 febbraio

San-Biagio, immaginetta devozionale C.Poellath, cromolitografia Bayern, fine secolo XIX

 

Ancora un santo armeno nella città di Nardò. Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggerà il 20 febbraio, i neritini festeggiano il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore).

Il  martirio di san Biagio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al suo rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato, dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, ecco che queste categorie lo vollero designare quale loro protettore.

Come di consueto torna dunque a praticarsi l’antichissimo rito della benedizione della gola, atteso dai fedeli, dalla popolazione di Nardò e dei paesi vicini domenica 3 febbraio, giorno in cui si festeggia il santo martire Biagio, venerato nella chiesa di Santa Teresa in Nardò.

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono anche degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a san Biagio, che in vita fu medico, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola.

Il motivo dell’antico patrocinio a Nardò potrebbe ricollegarsi ad una epidemia di difterite che colpì la popolazione neritina nel XVII secolo in città, che procurò non pochi lutti, specie tra i più piccoli, che morirono per l’asfissia determinata dalle croste in gola causate dal germe. Ma un altro motivo potrebbe rimandare all’antichissima e nobile famiglia dei Sambiasi, il cui nome, fino al XVII secolo, era Sancto Blasio, per l’appunto San Biagio, dei quali un ramo viveva accanto alla chiesa in cui tuttora si festeggia.

Anche quest’anno si rinnova l’atto di culto che, ormai da secoli, la Confraternita del SS. Sacramento, di cui il santo è protettore, tributa a San Biagio nell’occasione della festa del 3 febbraio.

Il triduo avrà inizio giovedì 31 gennaio, per proseguire con la messa solenne celebrata alle 8.30 di domenica 3 febbraio dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, e con la benedizione della gola impartita ad ogni credente da sacerdoti e diaconi, dalle 15 del pomeriggio e fino a tarda serata dello stesso giorno.

In occasione delle celebrazioni, nella chiesa di S. Teresa vengono venerate la reliquia e la statua del santo protettore ed intercessore, solennemente esposta al pubblico.

Dal Salento, spigolature su cronache di ieri e di oggi, in chiave riflessiva

 di Rocco Boccadamo

 

Qualche voce sentenzia che stiamo precipitando, che ci troviamo già sull’orlo dell’abisso?

Per mia natura genetica e, forse, grazie anche ai capelli bianchi, e purtroppo radi, che mostro oramai da lunga pezza, non sono solito indulgere o cedere a sfoghi di allarmismo o disfattismo.

Anzi, l’astro, da cui ho scelto di lasciarmi guidare, irradia giorno e notte, in prevalenza, positività, fiducia nel buon esito delle azioni e delle situazioni, vuoi quando il cielo è azzurro o magicamente stellato e il mare beatamente calmo, vuoi nei frangenti che appaiono delicati e durante le stagioni procellose.

La prossima pietra miliare che mi sfilerà accanto reca inciso il numero 78, sono stato, dunque, autore o piccolo artefice o protagonista di eventi dalle più svariate sfaccettature, con prevalenza, per mia buona sorte, del carattere o risultato positivo e costruttivo.

Al primo posto, ovviamente, l’aver formato una famiglia di apprezzabile consistenza, arrivata ad arricchirsi, addirittura, di una squadretta di nipotini.

In aggiunta, ho sempre espletato con piacere e slancio l’attività lavorativa intrapresa sotto i vent’anni e protrattasi per circa quaranta calendari, traendone, oltre tutto, preziose conoscenze, esperienze, soddisfazioni, successo e carriera.

Una volta esauritasi quella fase interessante, sono diventato amico stretto, sodale e complice per intenti positivi, della penna, con ciò arrivando, in una sorta di seconda vita, a generare novelle creature, che, seppure non in carne e ossa, a parer mio sono parimenti animate: racconti, narrazioni, rievocazioni.

Non so valutare, e osando farlo, di certo, non scommetto sull’attendibilità e validità dell’esito, se sia una fortuna personale e un arricchimento la circostanza di aver percorso, tra fanciullezza e senilità, realtà temporali, insiemi, modelli sociali e di costume così nettamente differenti, quasi avulsi fra loro e senza tracce di collegamento e continuità.

E, però, sia come sia, in seno a queste righe, desidero pormi e navigare a guisa di testimone-osservatore di fatti ed eventi, soffermandomi sul ritmo del loro accadere, sul volume del loro clamore e sull’effetto conseguenziale alla loro risonanza e diffusione.

E’ vero, fra i poli di partenza e di arrivo dell’artigianale disamina in questione, c’è stato il mutamento, lo sviluppo, l’innovazione dei mezzi e canali di comunicazione, generandosi, in tal modo, tante rivoluzioni, da costringere le menti umane e, con raggio più allargato, il comune diffuso sentire, a uno sforzo notevole e profondo su un percorso di adattamento e adeguamento.

A ogni modo, nulla, realmente nulla, è rimasto come prima.

Si è andati più verso il bene o, al contrario, più verso il male? Nemmeno riguardo a questa soglia di quesito, mi cimento in un responso; una cosa, tuttavia, penso sia da condividersi unanimemente: le stesse coscienze si sono in qualche modo modificate, non conferiscono più le risposte, naturali e genuine, dei tempi andati.

A latere, sono andati progressivamente dominando gli influssi delle mode, le spinte all’emulazione cieca, i rigurgiti di aridità nelle relazioni e sul piano della mutua socialità, con il pretesto-alibi di una miserevole auto domanda:” Ma chi me lo fa fare?”.

La propaganda a ogni piè sospinto e con intenti di mero dualismo e contrapposizione verso l’altro, concorrente o semplicemente simile, dagli strati più umili e semplici, fino alle massime rappresentanze e istituzioni politiche o governative, là dove si svolge il fondamentale esercizio del potere e della gestione della cosa pubblica, con ricadute determinanti e vitali sull’ interezza della comunità.

Ripetendo in sintesi, con tanto di nuovo e con gli effetti di una trasformazione così radicale, le cose e la qualità dell’esistenza in senso lato sono migliorate o peggiorate?

Pur essendo venuto al mondo e avendo vissuto fino a diciannove anni in un paesino di poche anime, ho preso, già da piccolo, a familiarizzare, attraverso la radio e gli sparuti quotidiani o riviste su cui occhieggiavo, abusivamente, all’interno della rivendita di Sali e Tabacchi che ne esponeva le copie, con le notizie di cronaca, gli eventi e gli accadimenti in genere.

Primizia di siffatte consultazioni, nell’anno 1946, sapevo appena scrivere le lettere dell’alfabeto, il caso Rina Fort, a Milano, incentrato, come è noto, sull’atto criminale perpetrato da una giovane donna, proveniente dal nord est, la quale, sulla scia e/o dopo il naufragio di una relazione affettiva intrattenuta con un altro immigrato nel capoluogo lombardo, tale Ricciardi di origini siciliane, massacrò la di lui moglie e ben tre figlioletti.

Poi, nel 1953, il caso della giovane Wilma Montesi, rinvenuta morta sulla spiaggia di Torvaianica, un evento che vide coinvolti anche alcuni conosciuti personaggi romani, tra cui il figlio di un importante ministro, quest’ultimo costretto, di riflesso, a dimettersi dalla carica.

Quindi, nel 1958, in Emilia-Romagna, la vicenda, sempre di cronaca nera, Ghiani – Fenaroli, e quella di Giuffrè, il cosiddetto banchiere di Dio, artefice di una clamorosa truffa.  

Includo, in questa breve ma pesante carrellata, l’uccisione di un ricco possidente dell’Alto Salento, nel 1976, per mano del figlio, studente universitario fuori corso.

Avvenimenti, come si evince, tragici, drammatici, sensazionali e, non di meno, scaglionati nel tempo, sì da tenere, singolarmente, a lungo banco nell’ambito dell’opinione pubblica, nella sensibilità e nella sfera emotiva delle persone.

Tutt’altra faccenda, chiaramente, si verifica il giorno d’oggi, con le rivoluzioni intervenute e gli sconvolgimenti annidatisi nelle stesse menti e nei cuori.

Episodi clamorosi, uno a seguire strettamente l’altro, così sovrapponendosi, un baillame di notizie che sgomenta e confonde; nonostante l’indiscussa gravità di ciascun fatto, l’eco di un evento scivola via velocemente per effetto del successivo, giungendo a passare rapidamente in sordina quando non nell’oblio completo.

Dicevo sopra, si registra finanche l’alterazione delle coscienze.

Sul più prestigioso quotidiano italiano, in prima pagina, alcuni giorni fa era richiamata la vicenda della donna che, probabilmente per un’insana reazione alla fine di una storia sentimentale con un uomo sposato, ha soppresso la moglie del medesimo.

Mi ha colpito, specialmente, un particolare riportato in quella notizia. Raccontava, al cronista, il marito della vittima, che, trovatosi a tu per tu con l’ex amante all’interno della caserma dei carabinieri, dopo l’arresto, la donna gli aveva sussurrato:” Posso farti una carezza?”.

A parer mio, beninteso senza trascurare o sminuire una serie di concause, molta parte nei notevoli mutamenti e reazioni verificatisi intorno a noi, sia da porre a carico della pubblicità.

Ma è, quest’ultima, un’opinione del tutto personale, anche se obiettiva e disinteressata.

Riandando, se è concesso, ai miei natali, mi si para innanzi la figura di un compaesano, tale Fiore B. ‘u pisca, di mestiere pescatore e forse anche figlio di un pescatore, il quale, utilizzando un minuscolo gozzo in legno, servendosi di una lunga asta, detta ronca,  terminante in una sorta di arpione, mercé  l’ausilio, infine, di uno “specchio” (secchio metallico chiuso alla base con un vetro) per scrutare i fondali, pescava, fra l’altro, modiche quantità di ricci di mare, li sistemava in un paniere in vimini e, la domenica mattina, li proponeva, in piazza all’uscita dalla S. Messa, ai marittimesi, al prezzo di una lira per ciascun riccio.

Attualmente, la quotazione degli stessi frutti è di cinquanta centesimi d’euro al pezzo, circa mille volte in più. Ordinandone una decina in un ristorante e facendoseli servire a tavola dischiusi, a fronte di dette prelibatezze con gli aculei possono essere richiesti anche venti euro.

Mi piace terminare riallacciandomi a un’iniziale personale annotazione.

Ci troviamo, forse, quasi al punto da scorgere l’abisso sotto di noi, ma io credo che permanga un’àncora utile a preservarci; occorre, però, che tutti, proprio nessuno escluso, compiamo uno sforzo serio e sincero, mettendo in gioco la nostra onestà, la nostra buona volontà, la nostra correttezza, la nostra diponibilità solidale e la nostra buona coscienza vecchia maniera.

Dialetti salentini: i nomi dei giorni della settimana ed il loro genere

di Armando Polito

 

Del genere “strano” di alcune voci salentine ho avuto occasionee di occuparmi tempo fa in  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/14/brexi-la-brexit-risultati-del-nostro-referendum/. Oggi integro l’argomento aggiungendo che tutti i nomi dei giorni della settimana, escluso il sabato, sono di genere femminile: la lunitia, la martitia, la mirculitia, la sciuitia, la inirdia, la tumenica (assumo queste varianti neretine come punto di riferimento ma quanto dirò vale per tutte le altre salentine).

Parto proprio dall’etimo dell’ultima voce. Come l’omologa italiana domenica. tumenica deriva dalla locuzione latina die(m) dominica(m)1=giorno del signore, con il primo componente, die(m), sottinteso, mentre il secondo, dominica(m) è suo attributo, aggettivo femminile singolare da Dominus che, come nome comune, significa padrone, ma qui s’innalza fino al significare il signore per antonomasia, cioè Dio. Prima di passare agli altri giorni debbo dire qualcosa a proposito di die(m), che è il caso accusativo (dal quale nascono i nomi italiani di derivazione latina) di dies, forma che solo per comodità citerò nel prosieguo.

Dies appartiene alla quinta declinazione e al plurale è sempre di genere maschile; al singolare, invece, è maschile quando indica genericamente il giorno, cioè lo spazio di ventiquattro ore; è femminile quando vale genericamente come tempo o quando indica la data o un giorno stabilito, come nel caso di die(m) dominica(m). Va detto che tutti gli altri nomi di questa declinazione sono femminili e dal loro accusativo deriva la stragrande maggioranza dei nomi italiani uscenti in -e e che ne hanno conservato il genere; per esempio: carie(m)>carie, serie(m)>serie, specie(m)>specie, etc. etc.Non posso, però, tacere di un caso emblematico di maggiore fedeltà alle origini del dialetto rispetto all’italiano. Facie(m) che significa affetto in italiano ha dato faccia (con regolarizzazione della desinenza per analogia con quella tipica dei nomi femminili; in dialetto salentino, invece, faccia è facce.

Die(m) sooravvive in italiano in (e, in composizione con a nel burocratico addì), di genere maschile, con apocope, cioè caduta dell’intera sillaba finale e non solo di m. Il dialetto salentino, invece, ha sviluppato tia (con la stessa regolarizzazione della desinenza poco fa vista per l’italiano faccia). Tale voce, ad onor del vero non è di uso abituale come giurnu ma ricorre solo, di genere femminile, nel detto popolare Ti santa Lucia ‘llunghesce la tia quantu lu pete ti la iaddhina mia, per il quale rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/01/gli-animali-nei-proverbi-salentini-5x-gli-uccelli/.

per l’italiano e tia per il dialetto entrano in gioco come di seguito.

Lunedi, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì in italiano sono maschili pur derivando rispettivamente da Lunae die(m)=giorno della Luna, Martis die(m)=giorno di Marte; Mercurii dĭe(m) =giorno di Mercurio, Iovis die(m)=giorno di Giove. Veneris die(m)=giorno di Venere. E sono maschili perché è prevalso il genere (maschile, appunto) di come secondo componente in contraddizione con il genere femminile di questo, pur sottinteso come s’è detto, in domemica. Insomma: l’italiano si mostra poco coerente con il latino perché conferisce a il genere maschile invece del femminile per conservarlo, invece in domenica.Tutto ciò non è avvenuto nelle voci salentine, che hanno conservato il genere femminile del dies delle locuzioni latine da cui derivano.

E il sabato? Il suo genere maschile non è altro che la regolarizzazione dell’originario neutro latino sabbatu(m), a sua volta dal greco σάββατον (leggi sàbbaton), a sua volta dall’ebraico sabbat.2

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1 In origine era Solis die(m)=giorno del Sole, sopravvissuto nell’inglese Sunday e nel tedesco Sonntag. Mentre negli altri nomi eccetto il sabato il nome del dio si è conservato, in domenica è stato sostituito dall’aggettivo corrispondente (teoricamente, come da lui derivato, meno importante del nome proprio),. quando ci saremmo aspettato, per analogia di formazione, Domini dies, da cui dominidì, non nato forse per evitare confusione con Domineddio.

2 In origine era Saturni dies=giorno di Saturno, sopravvissuto nell’inglese Saturday.

Libri| 174517 – Deportato: Primo Levi

di Floriano Cartanì

E’ uscito in questi giorni, a ridosso quasi dalla Giornata della Memoria, il libro “174517 – Deportato: Primo Levi”, molto opportunamente editato dalle Edizioni La Meridiana. L’impaginazione del libro, pubblicato dalla casa molfettese, appare subito alquanto accattivante e diversa dai soliti testi che trattano simili generi di argomento. Merito soprattutto dei due autori Franco Portinari e Giovanna Carbone, che hanno saputo creare questo splendido lavoro, fruibile sotto forma di una vera e propria graphic novel. Tutta l’opera si ispira spontaneamente ai libri “Se questo è un uomo” e “La tregua”, stesi entrambi da Primo Levi, il quale ebbe a scrivere due successi non solo letterari ma di testimonianza sulla tragedia dell’olocausto vissuta in prima persona. Entrambi gli autori del libro di che trattasi, molto conosciuti tra le pagine del Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, come illustratore il primo e graphic designer la seconda, tratteggiano in questa sorta di story-board illustrata a fumetti, le vicende accorse a Primo Levi e a migliaia di altre persone che, come lui, furono deportate dai nazisti nel terrificante campo di concentramento di Auschwitz. La modalità stessa con cui si usufruisce della vicenda narrata, è appannaggio indubbiamente delle nuove generazioni di ragazzi e ragazze, apparsi negli ultimi anni particolarmente interessati a questo specifico argomento, così come a tutti i genocidi passati.

Negli ultimi tempi, poi, si è ritornato a parlare fortemente soprattutto di questa immane tragedia, forse perché ampiamente documentata, che si consumò nel corso della seconda guerra mondiale e che vide, insieme agli ebrei, centinaia di migliaia di “diversi” in religione, nascita e etnia, essere perseguitati e annientati nei campi di sterminio nazisti. 174517, numero di matricola tatuato sul braccio sinistro del prigioniero Levi, la dice tutta sulla volontà di quel regime di annientamento della persona stessa, ridotta non solo in totale asservimento ma completamente brutalizzata nella propria umana essenza e trattata, com’è stato, peggio degli animali.

Le immagini e i testi che accompagnano i contenuti del libro, sono entrambi molto diretti e saltano subito all’attenzione degli occhi, attraverso una visione veloce e quanto mai concreta del quadro narrato. Una tecnica sviluppata dagli autori, che è essa stessa una esposizione di arte figurativa nel contesto della storia, capace di accattivare fortemente non solo il giovane lettore ma anche l’adulto più esigente, portandoli entrambi a soffermarsi lungamente sulla pagina, per interiorizzare a dovere la strip illustrata.

Un libro particolarmente consigliato proprio in questi giorni che, come si può facilmente capire, non solo è da leggere ma da guardare anche, come ulteriore testimonianza di ciò che è stato e per ricordare. Il tutto per non ricadere negli stessi errori che videro, a partire dal ’43 nei diversi campi di sterminio, quel silenzio non solo dei tanti che “passarono per il camino” ma anche di chi attraversò quei cancelli della morte e vi fece rocambolescamente ritorno.

174517 Deportato: Primo Levi, Franco Portinari e Giovanna Carbone, 2019 la Meridiana, euro 15,00.

 

Libri| “Una favola spiata dal vento”, poesie di Cesare Fuso

Venerdì 25 gennaio 2019 alle ore 18.00, a Carpignano Salentino, presso l’Atrio dell’Edificio Scolastico sito in Piazza Ognissanti, nell’ambito della rassegna di incontri culturali che il comune organizza dal 2015, “OspitiAMO i Libri”, la serie di appuntamenti invernali si apre con la presentazione di “Una favola spiata dal vento”, volume di poesie di Cesare Fuso, edito da Musicaos Editore. Dopo saluti di Paolo Fiorillo, sindaco di Carpignano Salentino, si alterneranno, nel dialogo con l’autore, Anna Stomeo (presidente di “Itaca Min Fars Hus”) e Luciano Pagano. Durante la serata si terrà un reading/performance a cura del Gruppo Teatrale di Sperimentazione “Itaca Min Fars Hus”, con l’autore, Anna Stomeo e Gianluca Natale.

 

Cesare Fuso compie con la propria scrittura un cammino di conoscenza interiore del proprio io, procedendo per dubbi, quesiti, più che per certezze, e lo fa seguendo il proprio istinto meditativo, con la volontà di sperimentare sempre al di fuori degli steccati della poesia. La modernità del suo linguaggio è connaturata alla sua provenienza e attaccamento al suolo, alla verità della terra, che va di pari passo con il desiderio di condividere i propri versi. È evidente la scelta di non suddividere la raccolta in sezioni tradizionali, ma in tre “modalità”, che si alternano senza soluzione di continuità, cercando di restituire lo spirito attuale e la circostanzialità del proprio dettato poetico. Un esperimento che si fa poesia e allo stesso tempo visione, perché la poesia, per l’autore, è una luce che illumina il mondo con la sua verità, e con essa fa in modo che esso sia visibile. Il lettore che vorrà addentrarsi in questa raccolta lo farà quindi mescolando le differenti modalità della poesia, dell’aforisma poetico, e infine della prosa poetica. Un’ulteriore modalità si compone con le fotografie, opera dello stesso autore, che si accompagnano ai testi come in un dialogo.

 

L’impressione è quella di essere dinanzi a un poeta capace di cogliere in rispettoso silenzio le suggestioni della natura, e di trasmettere la propria esperienza personale, arricchita di ciò che prima di finire sulla pagina è stato tutto il suo nutrimento, senza intenzione di insegnare nulla all’infuori dello stupore continuo e rinnovato dell’esistenza.

 

Cesare Fuso è nato a Carpignano Salentino (LE) nel 1961, vive a Martano. Figlio di un musicista e compositore, è un libero professionista. Si dedica quotidianamente alla scrittura poetica. Questo è il suo secondo volume di poesie pubblicate, dopo “Farfalle” (Edizioni Esperidi, 2017).

 

Informazioni

Musicaos Editore

info@musicaos.it, www.musicaos.org  tel 0836.618232, 328.8258358

 

Cataldo Antonio Mannarino da Taranto e un prezioso frontespizio

di Armando Polito

La preziosità di un qualsiasi oggetto in genere è legata alla sua età, unicità e valenza documentaria di un’epoca o della vita di una singola persona. L’esempio più eclatante è fornito dall’arte nelle sue varie manifestazioni e prodotti, ma anche un semplice, si fa per dire, frontespizio può avere un peso supeiore a quello che, almeno teoricamente, gli si potrebbe attribuire. Sotto questo punto di vista le attuali pubblicazioni probabilmente avranno poco da dire ai posteri e la cosa può sembrare paradossale viste le enormi potenzialità, con riferimento anche al modesto impegno finanziario, che i moderni sistemi di stampa offrono rispetto a qualche secolo fa quando un frontespizio degno di questo nome richiedeva il contributo. già in fase di creazione. di un disegnatore e di un incisore; dei più accreditati in tale lavoro rimane traccia, leggibile in calce ai frontespizi o alle tavole interne del volume nei loro nomi preceduti rispettivamente da delineavit (disegnò) e sculpsit (incise). Oggi il grafico più scalcinato può fruire di un repertorio pressoché sterminato nella scelta di un’immagine e truccarla da originale, quando non gli va di crearne una propria, con l’ausilio del pc, in brevissimo tempo e senza spese; in passato, al contrario, la preparazione di un rame (su un disegno precedentemente fornito) era cosa laboriosa, complessa, lunga e costosaosa; eppure, nonostante questo, nessun frontespizio attuale mi sembra poter competere con quelli del passato.

Passo a dimostrarlo dopo aver riprodotto quello del titolo, cioé quello del poema eroico Storie di guerrieri e d’amanti in nuova impresa nella città di Taranto succedute, Giacomo Carlino ed Antonio Pace, Napoli, 1596, del tarantino Cataldo Antonio Mannarino (1568-1621)1.

Nella fascia superiore due figure femminili alate reggono il ritratto del poeta incastonato in uno scudo in cui, però, non compare nessun elemento nobiliare, non potendone vantare, a differenza della moglie. Il dettaglio è molto importante perché è l’unica sua immagine, a quanto ne so,  pervenutaci ed ha un riferimento temporale ben preciso, come si legge nella fascia sottostante: D(otto)r CATALDO ANT(ONIO) MĀNAR(INO) D’AN(NI) 28. L’età indicata corrisponde perfettamente a quella che il poeta aveva nel 1596, cioè alla data di pubblicazione dell’opera.

Segue una seconda parte contenente il titolo, ai cui lati campeggiano due altre figure femminili e sotto al quale compare lo stemma di Alberto I Acquaviva d’Aragona, cui il poema, come dichiara lo stesso titolo, è dedicato.

In basso gli estremi editoriali e non solo: Appresso Giac(omo) Carlino et Ant(onio) Paci Napoli 1596 Mart(in) vān buytēn sculp(sit).  

Scopriamo che dal punto di vista editoriale non si badò, per così dire,  a spese, perché per il frontespizio venne scomodato così, un incisore del calibro dell’olandese Martin van Buyten, che all’epoca spopolava  insieme con  Abraham Tummermans. Non a caso, fra l’altro, da loro furono realizzate le tavole dei manuali (di seguito i frontespizi) di scrittura di Sempronio Lancione, calligrafo e magister scribendi romano.

Proseguo nella descrizione del frontespizio e spero che qualcuno individui il significato allegorico delle due figure femminili che campeggiano ai lati del titolo. io non ci sono riuscito ma credo che all’epoca nella realizzazione di un frontespizio con figure allegoriche non si potesse prescindere dal filone dei simboli ed emblemi che nel secolo XVI e nel successivo ebbe enorme fortuna. Solo per dare un’idea riproduco due tavole (libro V, simbolo CXXXI p. CCXC e libro II, simbolo XXXIII, p. LXXII) da  Achille Bocchi, Symbolicarum quaestionum libri quinque, Società Tipografica Bolognese, Bologna, 1574. Lo faccio senza la pretesa di dimostrare alcunché, ma solo per mettere in rilievo alcuni dettagli compositivi in comune tra loro ed il nostro frontespizioe per lasciare ad altri più qualificati di  me il copito di individuare le due figure femminili che nella seconda tavola del Bocchi, Virtù ed Onore, appaiono solo col nome che campeggia su una porta.

Tra il titolo e i già descrittiestemi di stampa in basso, infine, lo stemma del dedicatario, Slberto I Acquaviva d’Aragona.

Va rilevato che il volume del Mannarino è impreziosito, come lo stesso frontespizio preannuzia. da  dieci tavole di anonimo autore; credo, comunque che, per motivi stilistici, i relativi rami non siano attribuibili a Martin van Buyten.

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1 L’opera è scaricabile integralmente da https://books.google.it/books?id=GlhE0wonMocC&pg=PA27&dq=Storie+di+guerrieri+e+d%27amanti+in+nuova+impresa+nella+citt%C3%A0+di+Taranto&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjd1s6Ip9TfAhXq2OAKHYbACEsQ6AEILjAB#v=onepage&q=Storie%20di%20guerrieri%20e%20d’amanti%20in%20nuova%20impresa%20nella%20citt%C3%A0%20di%20Taranto&f=false. Il Mannarino fu autore abbastanza prolifico. Oltre all’opera citata diede alle stampe:

Canzone all’illustriss. e revendiss. monsignor Alfonso cardinal Gesualdo, vescovo d’Ostia. Giovanni Iacomo Carlino & Antonio Pace, Napoli, 1596

Il pastor costante favola boschereccia, dedicata  al signor Marc’Antonio Musettola cavalier napolitano, Giulio Cesare Ventura, Bari,  1606

Apologia in resposta del parere, publicato sotto nome di Giovanni Battista Leoni, sopra la fauola boschereccia, detta il Pastor costante, di Cataldo Antonio Mannarino. Con due tavole. Con un discorso, nel fine, del dottor Vincenzo Marini, detto tra gli Accademici Messapij il Cleantico, Giovanni Battista Sottile, Napoli, 1608

La Susanna, tragedia sacra, con quattro intermedij dell’historia di Susanna hebrea, Bernardo Giunti e Giovanni Battista Ciotti, Venezia, 1610.

L’Erminia. favola boschereccia. Bernardo Giunti e  Giovanni Battista Ciotti, Venezia, 1610 

Rime. divise in quattro parti, Tarquinio Longo, Napoli, 1617

Storia di Mesagne  a cura di Giuseppe Giordano, Damiano Angelo Leucci e Domenico Urgesi, Società storica di Terra d’Otranto ; [Mesagne] : Sulla rotta del sole-Giordano, 2018. Si tratta della trascrizione dal manoscritto custodito presso la Bibilioteca Nazionale di Napoli (Mss., XIV.G.18/2) di un opuscolo successivo al  matrimonio, celebrato il 28 marzo 1592, con la nobile Porfida De Rossi, in seguito al quale il Mannarino si trasferì nella vicina Mesagne. Di questo centro il codice contiene una dettagliata pianta topografica, una sorta di anticipazne di un interesse per il valore storico (valido anche per il futuro) dell’immagine-documento, ilò che è confermato dalla tavola oggi in esame, la quale, d’altra parte, è solo quella iniziale, precedente il primo canto, mentre altre nove altre nove accompagnano i restanti nove canti del poema.

3 Solo alcuni titoli usciti prima del 1596:

Andrea Alciati, Emblematum libellus, Wechel, Parigi, 1534

Giovanni Sambuco, Emblemata, Planti, Anversa, 1564

Adriano Giunio Medici, Emblemata, Plantin, Anversa, 1565

Achille Bocchi, Symbolicarum quaestionum libri quinque, Società Tipografica Bolognese, Bologna, 1574

Paolo Giovio, Dell’imprese militari et amorose, Rouille, Lione, 1574

Claudio Paradino, Symbola eroica, Plantin, Anversa, 1583

Giovanni Mercerio, Emblemata, s. n., s. l., 1592

Cesare Ripa, Iconologia, Eredi di Giovanni Gigliotti, Roma, 1593

Iacopo Boissard, Emblematum liber, Francoforte sul Meno, 1593

Scipione Bargagli, Imprese, Francesco de’ Francesxchi, Venezia, 1594

Libri| Per Claudio e Mario Micolano

Maglie, il Municipio

di Paolo Vincenti

“Claudio e Mario Micolano. Poesie e saggi”, è una piccola, preziosa pubblicazione, omaggio a due studiosi, entrambi scomparsi, i quali hanno segnato il proprio passaggio nella città di Maglie, che riconoscente li ricorda in questo volumetto, per le Edizioni Erreci (Maglie, 2018).

I Micolano, uniti da vincolo parentale oltreché da interessi comuni, hanno contribuito in grande misura alla crescita culturale di Maglie degli ultimi quarant’anni.

Claudio Micolano, professore di latino e greco presso il prestigioso Liceo Capece di Maglie, fu, insieme a Emilio Panarese e Nicola De Donno, fra i fondatori della locale sezione della Società di Storia Patria, che editava la rivista “Contributi” ed edita ancora “Note di Storia e Cultura Salentina”, sulle cui pagine Micolano è stato lungamente presente con saggi brevi, articoli di carattere storico e di critica letteraria, recensioni, racconti e poesie. Fu fra i fondatori della rivista, insieme a Nicola De Donno, Emilio Panarese e Vittorio Zacchino. Fra i suoi numerosi scritti, sono da menzionare il poderoso saggio critico su Oreste Macrì e quelli sul poeta e musicista Francesco Negro e sul poeta Salvatore Toma il quale era stato suo allievo al Liceo Capece e spesso si rivolgeva al professore per chiedere consigli e pareri. Del Comitato di redazione di “Contributi” (rivista trimestrale che uscì dal 1982 al 1988), egli faceva parte, insieme a Nicola De Donno e Latino Puzzovio. Così anche del Comitato di redazione di “Note di Storia e Cultura Salentina”, (annuario nato nel 1967 e giunto nel 2017 al suo XXVII numero), insieme a Fernando Cezzi, Mario Andreano, Lucio Causo, Emilio Panarese, Giacomo Filippo Cerfeda, Ermanno Inguscio ed altri che si sono avvicendati negli anni.  Fu anche fra gli animatori della rivista “Sallentum – quadrimestrale di cultura e civiltà salentina”, che venne pubblicata dal 1978 al 1989, dall’Ente Provinciale per il Turismo di Lecce.

Difficilmente, una città piccola come Maglie può annoverare nelle file di una stessa generazione personaggi della grandezza impressionante di De Donno, Panarese e Micolano, cui deve aggiungersi, per completare l’aurea schiera, Oreste Macrì, che li precedeva di qualche anno  (il quale però visse e operò a Firenze). Micolano pubblicò contributi anche sui  “Quaderni del Liceo Classico Capece” (una delle riviste scolastiche italiane più longeve) e sul quindicinale “Tempo d’oggi”, che uscì dal 1974 al 1980.  Fu anche narratore e poeta e riunì volentieri in volume gli scritti pubblicati nelle miscellanee. Il libro col quale lo si commemora è stato patrocinato dalla Città di Maglie, dalla Biblioteca Comunale Piccinno e dalla Fondazione Capece. Nel volumetto, di agile consultazione, dopo le Prefazioni di Ernesto Toma e Deborah Fusetti, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Maglie, di Medica Assunta Orlando, Direttore de L’Alca e della Biblioteca Comunale, e di Rossano Rizzo, Presidente della Fondazione Capece, si trova un bellissimo e approfondito ricordo di Claudio Micolano da parte di Salvatore Coppola.

Quest’ultimo, storico molto noto e dalla vastissima produzione, è stato a lungo Presidente della Società di Storia Patria sezione di Maglie, prima di passare il testimone a Dario Massimiliano Vincenti. Con Coppola Presidente, Micolano era nel pieno dell’attività e fra i due si era creata un’amicizia personale cementata dagli anni di sodalizio culturale.

Nel 1991, Micolano pubblicò “Uomini e formiche”, un libro di racconti, con Prefazione di Gino Pisanò. Nel 1997, pubblicò la raccolta di poesie “Crepuscolo”, recensita anche da Nicola De Donno e Donato Valli. Nel 1999, fu la volta di “Prose (due un soldo)”, sempre con belle copertine del pittore Lionello Mandurino.  Competenza e obbiettività di giudizio caratterizzavano i suoi pezzi, anche quando recensiva i libri dei colleghi. Nel 2002, pubblicò “S’è chiuso il cielo”, il suo ultimo libro di poesie. Scrive Salvatore Coppola: “Mitezza di carattere, umiltà, cortesia, rispetto degli altri e coscienza critica sono altrettanti tratti fondamentali della personalità di Claudio; quelle doti ne hanno accompagnato l’agire quotidiano, vuoi nell’attività di docente, vuoi in quella di promotore di cultura”

Dopo un florilegio di poesie e prose di Claudio, nella seconda parte del libro, si trova un ricordo di Mario Micolano, affidato a Giuliana Coppola.

Anche Mario, sebbene più appartato, è stato un intellettuale molto raffinato, colto e misurato. Scrive Emilio Panarese su “Note di storia e Cultura Salentina” ( XVIII, 2006), in occasione della sua morte: “Era dotato di acuta e  pronta intelligenza, che gli permetteva di focalizzare e memorizzare subito, in straordinaria sintesi, i punti essenziali di un testo o di un documento. La sua profonda e ricca sensibilità e la costante attenzione ai segnali provenienti dal dibattito educativo e scolastico, dalla cultura pedagogica e da quella letteraria in genere, gli permettevano di tesaurizzare una ricca esperienza di insegnamento al Liceo Capece di Maglie dove tenne, per molti anni, la cattedra di italiano e latino”.

Rare, come ricorda lo stesso Panarese, le sue pubblicazioni, fra cui una sull’opera di Nicola De Donno, pubblicata su “Sallentum” nel 1984, la Prefazione al libro di Nella Piccinno “Erano i miei segreti”(1991), e una lezione sull’Infinito di Leopardi in “Note di storia e cultura salentina”(XVII, 2005); infine, il libro postumo di poesie “Canto della vita” (2011). Pubblicava i suoi versi su riviste, fra cui “Presenza Taurisanese”.  Il volume termina con poesie e prose di Mario. Poi, si chiude il libro e si conserva la memoria.

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (III parte)

Il perdono di Assisi, di frà Angelo da Copertino, chiesa di S. Francesco d’Assisi a Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

di Giovani Greco

 

Della bravura artistica di frà Angelo dovette sentir parlare Sstefano II Gallone di Tricase. Difatti, quando nel 1651 costui fu nominato principe da Filippo IV di Spagna[1], approfittando della presenza del nostro nel convento dei cappuccini del paese, gli dovette commissionare un grande dipinto per la chiesa dei frati raffigurante S. Antonio da Padova. Il quadro è attualmente collocato nella piccola chiesa dei Cappuccini[2]. Nell’ala sinistra, all’interno della prima delle tre cappelle comunicanti, troviamo l’imponente tela dove frà Angelo raffigurò il Taumaturgo in piedi, quasi di profilo, con la mano sinistra appoggiata sul tavolo mentre con la destra abbraccia Gesù Bambino. Ai lati del Santo sono raffigurati degli angeli, in basso a sinistra il busto del committente Stefano II Gallone e in basso a destra lo stemma della famiglia principesca.

Nella parrocchiale di Casarano il bellissimo altare barocco degli Astore[3] nel transetto destro, è decorato da una grande tela centinata raffigurante L’Assunta[4] che frà Angelo dovette dipingere quando stanziava nel convento dei cappuccini di quella città. La ripartizione netta dei dipinto in due campi (quello inferiore riservato alla raffigurazione degli apostoli e ai busti dei committenti -gli Astore padre e figlio – e quello superiore in cui trova posto l’Assunta trasportata da uno stuolo di angeli), peculiarità artistica ancora priva dell’esperienza romana, gli angeli danzanti, il volto della Vergine assolutamente identico a quello delle sante raffigurate nel dipinto autografo nella collegiata di Copertino, l’elaborazione di una scala cromatica già vista consentono di datare l’opera tra il 1645-50.

La disposizione delle figure, la composta ripartizione delle masse e il sicuro controllo dei sentimenti rivelano la sorprendente bravura di questo frate che a Martina Franca subentra ad Antonio Donato d’Orlando portando a termine l’altare maggiore della chiesa dei cappuccini. Qui infatti vi dipinse L’Angelo custode, La Maddalena e l’Eterno del fastigio che, insieme alla grande tela del d’Orlando del 1589 raffigurante l’assunzione di Maria, completano l’allestimento pittorico dell’altare nel pieno rispetto degli insegnamenti della Controriforma[5].

Dai cappuccini di Martina passò a quelli di Nardò per eseguire l’intero arredo iconografico dell’altare maggiore della chiesa collocando al centro il grande dipinto raffigurante Il Perdono di Assisi e due tele laterali nelle quali sono raffigurati L’Angelo custode e San Michele Arcangelo, noto esempio di devozione che si trova spesso nelle chiese dei cappuccini. Nell’opera principale frà Angelo traccia idealmente due diagonali a colloca alle estremità della prima due gruppi di angeli musicanti, mentre alle estremità della seconda dispone S. Francesco che in ginocchio riceve il perdono da Gesù e la Vergine[6].

Poco più tardi lo troviamo alle prese con un altro grande quadro raffigurante la Regina Martirum[7] collocato nel transetto sinistro della collegiata di Copertino, sull’altare consacrato a San Sebastiano. L’impostazione del dipinto sembra procedere per percorsi obbligati: partendo dal nucleo figurativo in primo piano nel quale spicca la composizione anatomica e la luminosità dell’incarnato di S. Sebastiano si passa, quasi obbligatoriamente a S. Francesco che allevia i dolori delle anime purganti; si sale in alto dove ventitré santi, tra cui S. Lorenzo, S. Domenico, S. Carlo Borromeo, S. Antonio da Padova, S. Agata, S. Lucia e Santa Caterina popolano i lati destro e sinistro della Vergine col Bambino. L’opera, commissionata dall’Università locale è una delle poche giunte fino a noi firmata e datata. In basso a destra infatti reca la seguente iscrizione: F. ANGELUS A CUPERTINUS CAPUCCINUS A.D. 8bris 1655.

Nel 1668, di ritorno da Roma dove aveva concluso il prestigioso incarico in Vaticano, mons. Gerolamo De Coris gli commissionò S. Gerolamo morente[8] che volle collocare tra le sei colonne barocche del suo altare eretto nella navata laterale destra della cattedrale di Nardò[9]. Un’opera in cui frà Angelo manifesta pienamente le sue ambizioni compositive nel raggruppamento dei personaggi la cui connotazione drammatica è affidata non soltanto all’espressione esangue di S. Gerolamo, ma soprattutto ad una scala di accordi cromatici, da cui emergono il bianco e il vermiglio dei panneggi che avvolgono il Santo, e ad un rigore chiaroscurale sapientemente elaborato nell’incarnato. Quest’opera rappresenta, senza ombra di dubbio, il risultato pittorico più eccellente di frà Angelo: frutto dei frequenti contatti con la pittura romana e in modo particolare con le opere del Caravaggio.

Un altro momento della maturità di frà Angelo lo si può cogliere nella chiesa del convento dei Cappuccini di Alessano dove, ancora una volta svolge un tema molto caro ai frati: Il perdono di Assisi. La tela è collocata sull’altare in legno che occupa l’interra parete di fondo della chiesa. Come hanno dimostrato i lavori di restauro eseguito nel 1986, il dipinto è precedente alla costruzione dell’altare. Nella parte inferiore sono raffigurati i santi Chiara, Francesco d’Assisi, Leonardo e Antonio da Padova che implorano l’indulgenza di Cristi e della Vergine seduti maestosamente in alto e circondati da uno stuolo di angeli musicanti, L’opera, che per sua superba composizione cromatica sarebbe ascrivibile al periodo post-romano del Nostro, fu donata alla chiesa verso la seconda metà del Seicento da Laura Guarini, signora di Alessano e grande benefattrice dei capuccini, in occasione della nascita del primo figlio atteso per oltre sei anni[10].

Scolpito dal copertinese Ambrogio Martinelli per conto della famiglia De Magistris, il quarto altare della navata laterale destra della Cattedrale di Gallipoli custodisce il dipinto raffigurante l’Immacolata, altra opera ascrivibile alla maturità artistica di frà Angelo. La tela, non firmata, è stata attribuita da alcuni al clan dei Genuono e da altri ad un cappuccino di nome Facis[11]. Non si sa da chi e su quali basi fu fatta quest’ultima attribuzione. Tuttavia nell’ipotesi che sul dipinto esistesse questa sigla si potrebbe pensare ad un monogramma in cui è racchiuso il nome di frate Angelo cappuccino il quale dovette realizzare il dipinto durante un soggiorno nel locale convento dei cappuccini. La raffigurazione della Vergine appare impostata in un cerchio il cui perimetro è segnato da uno stuolo di angeli danzanti nonché altri due ai lati che reggono ciascuno la turris eburnea e la domus aurea. L’impostazione delle masse sembra ricondurci idealmente ad un ostensorio al cui centro vi è l’Immacolata, mentre la base è costituita da S. Agata a destra e S. Leonardo a sinistra.

Per evidenti analogie stilistiche con la produzione certa del pittore, anche la Madonna del Carmine nella chiesa parrocchiale di Melendugno potrebbe, secondo Giovanni Giangreco, appartenergli nonostante il dipinto non sia coevo all’altare.

Le opere che al ritorno da Roma dovettero impegnare maggiormente frà Angelo, vista l’imponenza scenografica elaborata su ampie superfici, furono senza dubbio la S. Anna e la Sacra Famiglia (1671) e la Traditio clavuum collocate attualmente nel coro della parrocchiale di Galatina. Nel primo dipinto la Vergine in posizione seduta guarda amorevolmente il Figlio già adolescente, raffigurato in piedi e in atto di leggere un libro aperto su un leggio. A sinistra sono rappresentati S. Anna e S. Gioacchino seduti e S. Giuseppe: a destra, una fanciulla in atto di sollevare un grappolo d’uva da un cesto ricolmo di frutta. La parte apicale del dipinto è riservata all’Eterno circondato da angeli e cherubini. Nella zona centrale della seconda opera è raffigurato Gesù nell’atto di chinarsi per porgere le chiavi a S. Pietro il quale, inginocchiato, le prende con un atto di profonda devozione. Nella parte superiore un nimbo di angeli regge il triregno e la croce astile. In basso sono raffigurati S. Domenico e S. Tommaso d’Aquino. Relativamente al primo dipinto l’attribuzione a frà Angelo fu fatta dall’Arditi il quale rivelò di aver attinto la notizia dalla “Relazione di S. Pietro in Galatina” di A. Tommaso Arcudi del 1793. Nel “Dizionario Bio-Biblioghrafico degli uomini chiari in T.d’O.” il quadro si reperta come una delle migliori opere del cappuccino. Più recentemente il Montinari descrive ambedue le opere e attribuisce la Sacra Famiglia alla “scuola napoletana della seconda metà del XVII secolo”.

Ma ci vorranno i recenti studi di Mario Cazzato per restituire a frà Angelo la paternità delle due opere. Lo studioso, definendo il nostro come il più importante pittore della seconda metà del Seicento, rivela che quando nel 1671 l’arcivescovo Adarzo de Santander concesse agli Arcudi una sepoltura nella chiesa Matrice di Galatina lo fece a condizione che dovesse realizzare l’immagine di qualche santo. Sicchè, per onorare una cosi solenne condizione chiamarono frà Angelo da Copertino che dipinse un quadro grande con l’immagine della gloriosa sant’Anna[12].

A Sogliano, nella chiesa dell’ex convento degli agostiniani (1617) dedicata alla “Madonna del Riposo”, esiste un altro dipinto di frà Angelo raffigurante l’Immacolata eseguito tra il 1668 e il 1670. Difatti, quando nel 1667 i frati concessero a Crisostomo Coia una cappella dedicata all’Immacolata all’interno della loro chiesa, questi si impegnò di fare il quadro seu ancona in essa cappella dell’Immacolata Concettione, et altre cose necessarie per farci celebrare , et fare la sua sepoltura. Nel bellissimo dipinto è raffigurata la Vergine che, insieme agli angeli e a Dio Padre, occupa buona parte della superficie pittorica. In basso, secondo la volontà del committente che si fece raffigurare in un angolo a destra, trovano posto S. Gioacchino, S. Domenico, S. Francesco di Sales e Santa Teresa. Attualmente l’opera è collocata nel coro della chiesa di fronte ad un’altra notevole tela raffigurante la Madonna della Cintura che Cazzato attribuisce al cappuccino copertinese[13].

A Lecce la presenza di frà Angelo è attestata nella chiesa di S. Francesco d’Assisi[14] (detta anche S. Francesco della Scarpa) dove, in occasione del suo rifacimento, nel 1682 dipinse il quadro autografo raffigurante l’Immacolata[15]. Nella seconda metà del Settecento il dipinto fu oggetto di un contenzioso tra la Confraternita dell’Immacolata[16] che aveva sede nella chiesa e i frati, lite seguita da Gaetano Jotti della Regia Udienza di Lecce. Quest’ultimo acquisì agli atti alcune interessanti dichiarazioni fatte a vario titolo da personaggi leccesi di età compresa tra i cinquanta e i sessant’anni . In una declaratio del 21 gennaio 1757 il patrizio leccese, Ignazio Panzini, sostenne di abitare vicino al convento dei francescani e per aver di continuo visitata la di loro chiesa come anche divoto della Vergine Immacolata, sa benissimo che il quadro della medesima esisteva prima dell’altare che ora trovasi dedicato al SS. Crocifisso e così ancora chiamato. L’altare, sostenne il Panzini, fu edificato dal defunto don Gaetano Cardamone nel 1720 quindi, fu nel medesimo altare collocato il quadro che prima esisteva nella cappella del Crocefisso, indi poi dall’istesso don Gaetano fu migliorato e posto in oro come di presente si trova[17]. Stessa affermazione fu fatta il 24 gennaio seguente dai reverendi Francesco Favilla e Isidoro Santoro, sacerdoti mezionarij nella Cattedral Chiesa della Città di Lecce[18]. Il 18 febbraio seguente furono raccolte inoltre, le dichiarazioni del magnifico Filippo Pintabona, del sacerdote don Nicola Calenda, del falegname del convento, Santo Naie r del barbiere dei frati, Gregorio Tamburelli i quali dissero di sapere benissimo che l’altare della Conc.ne di Maria Immacolata sistente dentro detta chiesa, ove al presente da fratelli dell’Oratorio si solennizza la festa della Conc.ne di Maria Immacolata fu edificato a proprie spese da don Gaetano Cardamone e dopo migliorato e fatto in oro[19]. Giova ancora ricordare un atto del 7 marzo seguente con il quale la baronessa leccese Lucrezia Scaglione, vedova di Antonio Personè, per devozione verso la Vergine donò il suo abito ricco e propriamente una Andria di drappo in oro col fondo color latte e fiori in oro e seta a condizione che venisse usato per vestire la statua dell’Immacolata per tutto il periodo che si solennizzava tale festività e in particolare durante la processione che si svolgeva l’8 dicembre di ogni anno[20].

Quasi certamente l’ultimo decennio della vita (1675-85) frate Angelo lo dovette trascorrere nei conventi di Scorrano e di Salve. Nella chiesa dei cappuccini di Scorrano intitolata a S. Maria degli Angeli e costruita in soli due anni dal 1598 al 1600 dal copertinese Evangelio Profilo[21] il pittore, ormai settantenne, realizzò il grande quadro raffigurante Il Perdono di Assisi, opera che dovette portare a termine con l’aiuto di Giuseppe Andrea Manfredi di Scorrano, un prete pittore che quasi certamente seguì frà Angelo quando questi lavorò nella parrocchiale di Salve[22]. Ai lati del Perdono, collocato sull’altare maggiore della chiesa, vi sono altre due tele: a sinistra una Maddalena penitente e a destra l’Angelo Custode attribuibili al Manfredi. Alcune discrasie anatomiche , infatti (si veda nella Maddalena l’angelo in caduta libera il cui collo non è affatto in asse con il tronco), fanno pensare più ad un principiante come Manfredi che ad un pittore esperto quale era frà AAngelo.

Secondo i Ruotolo , il nostro “eseguì quadri pregevoli in diverse chiese di Salve”[23]. Nella cappella intitolata a S. Antonio Abate esisteva un dipinto raffigurante il Santo[24]. Nella parrocchiale in brandita tra il 1596 e il 1669 e consacrata a S. Nicola Magno il 15 ottobre 1677 da mons. Antonio Carafa, le pitture degli altari laterali dedicati all’Immacolata e alla Vergine del Rosario erano state realizzate dal nostro cappuccino e andate perdute. Secondo uno zibaldone del 1750 , nel monastero dei cappuccini, eretto sotto il titolo di S. Maria della Misericordia, vi erano sette altari compreso il maggiore ed erano dotati di ottimi quadri alcuni dei quali dipinti da frà Angelo e ci cui fino a noi è giunto solo quello raffigurante La visione di S. Francesco che adorna l’altare maggiore[25]. Secondo l’autore dello zibaldone a Salve frà Angelo eseguì numerosi dipinti tra cui S. Michele Arcangelo, Sant’Orsola, l’Immacolata, l’Assunta, La Madonna del Rosario, Lo Spirito Santo, S. Antonio Abate ed altri quadri raffiguranti scene della Passione di Cristo[26].

La presenza di questo cospicui numero di dipinti non solo attesta la lunga permanenza del pittore a Salve, ma lascia presumere che proprio nel locale convento dei cappuccini si dovette concludere la sua esistenza terrena.

Ma cosa ne è stato di quei quadri che si trovavano presso il convento dei cappuccini, tra cui certamente quelli raffigurante la Passione di Cristo? Secondo quanto mi racconta l’architetto Maria Rosaria Sperti Peluso – alla quale indirizzo un doveroso ringraziamento – suo padre, Camillo Sperti, affermava che i suoi antenati custodivano nella loro casa di Salve una ricca quadreria e una biblioteca nelle quali erano confluiti i volumi e le tele del locale convento al momento della soppressione. Purtroppo la cura nel custodire queste ricchezze venne meno intorno alla metà del degli anni Trenta in seguito alla morte di suo nonno , l’avvocato Giovanni Sperti, il quale lasciò la moglie e quattro figli in tenera età che, per negligenza e trascuratezza, dispersero tutto e andarono via da Salve. Fortunatamente, però, una tela della serie della Passione raffigurante la VI stazione della Via Crucis, ovvero Cristo asciugato dalla Veronica fu ritrovata nel giardini retrostante la casa di suo nonno che fungeva da riparo ad un pollaio. La tela fu quindi recuperata da Camillo Sperti che la portò nella sua casa di Martignano e in seguito trasferita in quella della figlia Maria Rosaria. Camillo Sperti, sempre ben informato sulle vicende della sua famiglia, ricordava di aver sempre letto alla base di questo quadro l’inscrizione: “Frà Angelo da Cupirtinu p.”. Frase rimastagli sempre impressa per la tipica lectio dialettale con cui era menzionato il nome del paese; purtroppo questa firma autografa è scomparsa insieme al lembo inferiore della tela.

Nel 1682 frà Angelo dipinse un’ariosa pala d’altare raffigurante la Vergine, il Bambino e S. Giuseppe Patriarca circondati da uno stuolo di angeli di cui uno regge un cartiglio con la scritta SALUS INFIRMORUM. Nella zona inferiore sono raffigurati S. Francesco e S. Antonio da Padova in posizione orante e sullo sfondo S. Chiara. In basso a sinistra si legge l’iscrizione. F. ANGELUS A CUPERTINU CA. [PPUCCI]NUS . PE SUA DEVOTIONE PINGEBAT 1682. Questo dipinto è stato segnalato per la prima volta nel ’96 da Mario Cazzato[27] e attualmente collocato nella cappella di S. Maria delle Grazie in Copertino. Nonostante i suoi 73 anni qui frà Angelo dimostra una mano ferma e felice nell’equilibrio delle masse e nell’armonizzazione della scala cromatica. Ed è del periodo post-romano la tela raffigurante S. Francesco che riceve le stimmate, collocata nella medesima chiesa, esemplata su quella del Barocci osservata dal nostro in Vaticano. Nonostante il pessimo stato di conservazione è possibile osservare l’emergenza più significativa di questi dipinto affidata alla figura del Cristo che assume le sembianze dell’Angelo e che frà Angelo ripropone attingendo alla vasta iconografia medievale[28] . Questo dipinto – in cui Cristo compare privo della croce e munito di sei penne ad ognuna delle quali Alano da Lilla assegnò un titolo che riassume ciò che singolarmente significano, e cioè: confessio, satisfactio, carnis munditia, puritas mentis, dilectio proximi, dilectio Dei – è, quindi, una seicentesca raffigurazione delle stimmate di S. Francesco[29] eseguita da frà Angelo per assecondare l’incessante devozionismo francescano della popolazione.

Concludendo questa breve quanto provvisoria indagine si può affermare che frà Angelo, insieme con Giovanni Donato Chiarello, Ambrogio Martinelli ed Evangelio Profilo i primi due per la scultura e il terzo per l’architettura, fornirono un valido contributo all’evoluzione dell’arte in Terra d’Otranto nel XVII secolo, riprendendo quel repertorio figurativo di cui la chiesa del periodo controriformistico continuò a servirsi per consolidare la propria egemonia.

Frate Angelo da Copertino non mancò di lasciare l’impronta della sua pittura in quasi tutti i centri di Terra d’Otranto dove sorgeva una comunità di cappuccini e in un periodo in cui l’arte era divenuta efficace strumento di propaganda religiosa. Potremmo affermare infine che, la sua sensibilità artistica, nutrita dai colti moduli napoletani e romani fu talmente alta nel disegno e nelle espressioni cromatiche da offrirci risultati pittorici che superano i limiti di una produzione artigianale di carattere locale e devozionale.

 

Note

[1] Su Stefano Gallone cfr. A. Raeli, Aneddoti di storia tricasina, a cura di M. Paone (Galatina 1951, 59.

[2] Sui Cappuccini di Tricase si veda il saggio di G. Sodero, ‘Per la storia dell’ex complesso monumentale dei Frati Cappuccini di Tricase’, Leucadia, a cura della Società di Storia Patria per la Puglia sez. di Tricase, (Miggiano 1986), 63-80.

[3] ACVN, Visite Patorali di A. Sanfelice, A/13, 1719, c. 64v. Il 21 aprile 1719 il vescovo visitò l’ “Altare Beatam Mariae Virginis sub tit. Assumptionis et laudavit”. Nella zona acroteriale dell’altare osservò un’iscrizione lapidea la quale attesta che nel 1711 l’altare fu assegnato al chierico Vito Antonio de Astore, che con atto di notar Antonio Vergario, vi fondò un beneficio ecclesiastico.

[4] L’opera è stata pubblicata in AA. VV. Pittura in Terra d’Otranto, tav. 63 e attribuita ad un anonimo pittore meridionale della fine del XVI secolo.

[5] N. Marturano, Tradizioni pittoriche, 80. Cfr. anche M. Rutigliano, Chiesa di S. Antonio ai Cappuccini (Locorotondo 1973), 45.

[6] Una copia speculare del Perdono fu eseguita molto più tardi da un anonimo pittore locale per il coro del convento della claustrali di Santa Chiara di Nardò. Ringrazio Rosetta Fracella per avermi messo a disposizione una riproduzione del dipinto.

[7] De Giorgi, La Provincia di Lecce, II, 239. Cazzato, Guida di Copertino, (Galatina 1996), 82. Cfr. anche A S L, Dizionario biografico degli uomini illustri. Il dipinto è stato restaurato nel 1973 per volontà dell’arciprete d. Giuseppe Marulli.

[8] Cfr. Mazzarella, 197.

[9] Si veda il recente contributo di Stefano Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per frà Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò, in Il delfino e la mezzaluna, (Nardo 2014), pp.79-96.

[10] A. Caloro-A.Melcarne-V.Nicolì, Alessano storia, arte, ambiente (Tricase 1994), 33. Le altre tele che adornano l’altare sono settecentesche e raffigurano Il Profeta Isaia, Sant’Anna e la Vergine Bambina, mentre nel tondo del fastigio è raffigurato S. Giuseppe, antico titolare della chiesa. Queste tre tele sono attribuite al pittore alessanese Aniello Letizia. Cfr. anche Caloro, Guida di Leuca. L’estremo Salento tra storia arte e natura a cura di M. Cazzato (Galatina 1996+), 72-73

[11] S. Verona, Gallipoli e i suoi monumenti, (Gallipoli 1983), 55; pur riconoscendo l’eccellenza, la tela di Gallipoli è attribuita ad un “ignoto pugliese”, in Virgo Beatissima. Interpretazioni mariane a Brindisi (Brindisi 1990), fig. 7 del saggio di M. Gustaella che è anche curatore dell’opera.

[12] Arditi, 191. De Giorgi, II, 423, M. Montinari, Storia di Galatina, testo ampliato e annotato a cura di A. Antonaci (Galatina 1972), 168-69. M. Cazzato L’area galatinese: storia e geografia delle manifestazioni artistiche. Dinamiche storiche di un’area del Salento (Galatina 1989), 306-9. Id. ‘Galatina, la storia’ Guida di Galatina, (Galatina 1994), 49.

[13] Cfr. Cazzato, L’area galatinese, 309-11. Sulla presenza degli agostiniani cfr. G. Castellani, ‘Gli insediamenti agostiniani della Puglia meridionale’, Puglia e Basilicata ecc. Miscellanea in onore di Cosimo Damiano Fonseca (Galatina 1988), 83-4.

[14] La chiesa sorse nel 1273 e fu ricostruita nel 1600. Nell’Ottocento fu annessa al regio Liceo Palmieri. Cfr De Giorgi, II, 96-9.

[15] Purtroppo di quest’opera e del crocifisso ligneo di Vespasiano Genuino si sono perse le tracce . Cfr. Paone, Chiese di Lecce, II, (Galatina 1979), 238. Sulla chiesa di S. Francesco d’Assisi cfr anche G. C. Infantino, Lecce Sacra (Lecce 1634), 96-9.

[16] La chiesa di S. Francesco della Scarpa fu un importante centro di pietas; in essa vi erano tre confraternite di antica data: quella dei Terziari, detta anche del Cordone di S. Francesco che si estinse con l’espulsione dei frati avvenuta con decreto del 12 aprile 1913; quella dell’Immacolata, detta volgarmente della Madonna del tuono e quella del Nome di Dio, chiamata in seguito del SS.mo Nome di Gesù la più antica di tutte le confraternite e arciconfraternite di Lecce. La confraternita dell’Immacolata fu posta sotto il Regio Patronato fin dal 1561 e l’8 dicembre di ogni anno celebrava la festività della Vergine con il contributo del Regio Fisco pari a 40 ducati. Cfr. G. Barrella, San Francesco della scarpa in Lecce 1219-1918 (Lecce 1921), 19.

[17] A S L , atti di notar Lorenzo Carlino 46/78, a 1757, c. 14v.

[18] A S L, Ivi, c.16r.

[19] A S L, Ivi, c 62rv

[20] A S L,Ivi, c. 80v. La Scaglione stabilì inoltre che l’abito doveva conservarsi nella sagrestia del convento in una “cassa asciutta quale cassa debba stare dentro uno stipo della sacrestia e le chiavi si debbano tenere dall’Ordinario dell’Oratio e dal Priore del Convento”. Che se in futuro la destinazione d’uso dell’abito fosse stata modificata sarebbe dovuta rimanere comunque in favore del “cappellone ed altare dell’Immacolata”. Se la confraternita si fosse trasferita altrove, dell’abito si sarebbero dovuti fare “paliotti, paramenti sacri ed altre cose simili per uso ed ordinamento di detto Cappellone”. Infine, stabilì che l’abito non si sarebbe dovuto assolutamente “Vendere, alienare, permutare, donare, imprestare”.

[21] G. Giangreco, “Scorrano tra cultura e tradizione. S. Maria degli Angeli. Convento dei Frati Minori Cappuccini”, Libera Voce, n. u. (Scorrano 1997), 1 e 3.

[22] Giuseppe Andrea Manfredi lasciò diverse tracce della sua pittura in Scorrano nella chiesa di S. Maria della Neve. Ai primi del Settecento lo troviamo impegnato nella parrocchiale di Salve dove, tra il 1704-5 per volontà di don Andrea Tommaso Lecci, indorò e affrescò i medaglioni della volta poi crollata nel 1938. Cfr. G. Cardone, Vita del Servo di Dio don Alessandro Cardone, a cura di Nicola Corciulo (Galatina 1969), 33- 4. Secondo lo Zibaldone salvese del 1750, il Manfredi “fu poi dipingitore maggiore dell’Arcivescovado di Napoli”. Cfr. A. Simone, Salve. Storia e leggende (Milano 1981), 105-8-11. Del Manfredi , che divenne molto amico del cardinale Pignatelli, cfr. il mio 1723 Viaggiatori barocchi da Copertino a Napoli (Galatina 1995), 50. L’anonimo cronista del viaggio però, lo chiamava erroneamente Giovanni.

[23] G. Ruotolo, Ugento, Leuca, Alessano, (Siena 1969), 253-4-5

[24] La cappella doveva far parte di un piccolo comprensorio di case sita in via S. Maria e costituenti un piccolo ospizio. Cfr. Simone, 128.

[25] Giuseppe Maria Venneri nel suo Cenno storico sul comune di Salve del 1860 aggiunge che posteriormente alla chiesa i frati costruirono una sacrestia preceduta dal coro dei Terziari, mentre nella parte anteriore vi era il coro dei sacerdoti e un organo che, andati via i monaci, fu portato nella chiesa di Ruggiano. Cfr. Simone, 123-124. Sulla chiesa dei cappuccini restaura negli anni trenta del Novecento a cura dell’arciprete Francesco de Filippi, poi arcivescovo di Brindisi, si veda anche Ruotolo, 255.

[26] Simone, 104.

[27] Cazzato, Guida, 51.

[28] Per questa particolare iconografia che discende da uno dei miracoli occorsi in via a S. Francesco, cfr M. Meiss, Pittura a Firenze e Siena dopo la morte nera. Arte, religione e società alla metà del Trecento (Torino 1982), specialmente 177-182.

[29] C. Frugoni, S. Francesco e l’invenzione delle stimmate (Torino 1993). AA.VV. S. Francesco in Italia e nel Mondo (Milano 1990).

Pubblicato su “Studi Salentini”, a. 44, vol. LXXVI (1999), pp. 143-158

Per la prima parte:

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (I parte)

Per la seconda parte:

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (II parte)

Intingere la penna nei propri natali

Foto del 1916 o 1917 I coniugi Consiglia e Cosimo Boccadamo, il primogenito Silvio e la seconda figlia Eva detta Nina

Due nonni dalle stesse identiche iniziali, C.B.

 

di Rocco Boccadamo

 

I miei nonni paterni si chiamavano, rispettivamente, Cosimo Boccadamo e Consiglia Boccadamo.

Erano nati, entrambi, nel rione “Ariacorte” di Marittima, secondo i registri di stato civile dell’epoca in via Acquaviva, a distanza di sette anni l’uno dall’altra, precisamente, lui nel 1879 e lei nel 1886, dalle coppie di coniugi Generoso Silvestro/Eva e Domenico/Cosima.

Accanto a Cosimo, in famiglia, esisteva la sorella Salvatora, insieme con Consiglia, invece, il fratello Luigi.

Esatta parità, perciò, circa il numero di componenti dei due nuclei, fra i quali non è dato di sapere se intercorressero nodi di parentela: verosimilmente, no, almeno di genere stretto, mentre non sono da escludere rapporti di grado lontano, nell’ambito del centinaio abbondante di Boccadamo viventi a Marittima.

Sicuramente, i miei ascendenti in discorso dovevano conoscersi sin da bambini.

Generoso faceva di mestiere il contadino, Domenico, da parte sua, il pescatore, in tale attività coadiuvato, una volta divenuto grandicello, dal figlio Luigi e, anche, per determinate incombenze sulla terraferma, dalla figlia Consiglia.

Analogamente, Cosimo fu condotto a seguire le orme paterne nei lavori in campagna, attività che perpetuò durante l’intera esistenza, ovviamente fino a quando si mantenne abile.

A parte gli anzidetti dettagli operativi/occupazionali, ebbero a porsi, Generoso e Domenico, alla stregua di vere e proprie pietre miliari e di preziosi indicatori. Nel senso, che gli appellativi impostigli all’atto del battesimo giungevano puntualmente a comparire e a risuonare non solo con diretto riferimento alle loro persone, ma pure, indirettamente, ai fini dell’identificazione e della chiamata in causa, da parte della comunità paesana, dei rispettivi discendenti.

In tal guisa, le definizioni di Cosimo e Tora ‘u (di) Generosu in seno al primo nucleo famigliare e di Consiglia e Luigi ‘u (di) Minicone (questo accrescitivo dialettale, giacche Domenico era un uomo molto alto, precisamente, un omone) in seno al secondo.

Analogamente, le denominazioni aggiuntive, ‘u Generosu e ‘u Minicone seguitavano, e ancora adesso, diffusamente seguitano, vieppiù, ad accompagnare i nomi propri originali delle generazioni succedutesi nel tempo, figli, nipoti e pronipoti.

Vigendo gli ultimi calendari del XIX secolo, Cosimo già giovanotto e Consiglia adolescente e giovinetta, la conoscenza e, poi, la frequentazione fra i due si accrebbero.

Per la verità, lui ebbe per prima fidanzata (zita, in dialetto) un’altra ragazza dell’Ariacorte, Marta, ma detto legame non si consolidò definitivamente, proprio, forse, perché Cosimo provava maggior piacere e interesse nel concentrare gli sguardi sulla personcina di Consiglia, nonostante quest’ultima non si appalesasse affatto dolce di sale o accondiscendente o adesiva con facilità.

Dai suoi racconti o aneddoti, è tratta la scenetta del giovane Cosimo, intento, insieme con il padre, a zappare in un fondo agricolo limitrofo all’insenatura “Acquaviva”, denominato “Oscule” (bosco) e di Consiglia che, in quel mentre, saliva a piedi dalla rada, recando sul capo una cassetta di specialità ittiche appena pescate e sbarcate dal padre e dal fratello, per portarle a Marittima e venderle a qualche famiglia abbiente.

Spontanea l’iniziativa verbale di Cosimo: “Dai, Consiglia, lasciaci due/ tre pesci, così ce li arrostiamo sulla brace e potremo accompagnare le nostre friselle, a colazione”.

E, però, spontanea e pure decisa fu la reazione della ragazza di non dare minimamente ascolto e di tirare dritto. Il nonno trovò occasione, nell’arco di decenni, di rispolverare ripetutamente questo episodio, non senza rinfacciarlo scherzosamente alla controparte protagonista.

Non più “zitu” di Marta, Cosimo si fidanzò “in casa” con Consiglia, la quale, tuttavia, data anche la fresca età, specialmente nei primi tempi del loro sodalizio sulla carta, non dimostrava di attribuire soverchia importanza e assiduità al nesso meramente sentimentale e di vicinanza e contatto con il partner, preferendo seguitare a frequentare le sue amiche del rione e attendendo, unitamente a loro, ai rituali giochi di quei periodi.

“Consiglia, ancora in giro sei? Perché non torni a casa e facciamo l’amore?” (ovviamente nel significato e col correlato contenuto di fine 1800), la esortava la sera Cosimo, e lei a replicare: “Guarda, prima, devo finire questa partita a campana con le mie compagne”.

Sia come sia, giunse il giorno delle nozze e, dalla casa della sposa, si mosse il tradizionale corteo, attraverso l’Ariacorte, per dirigersi verso la parrocchia. Se non che, sempre a quanto resomi in racconto, nell’atto di transitare davanti all’abitazione di Marta, la ex zita di nonno Cosimo, per rabbia e ripicca, pensò  di disotturare lo scarico di una grande vasca lapidea, in dialetto pila, presente nel proprio cortile e ricolma di acque sporche (sciotte), residuo di un grosso bucato, lasciando defluire il non trasparente  e non olezzante liquido, a modo di cascatella, sulla strada in quel momento percorsa dal corteo nuziale e dalla processione di parenti e invitati, con indosso eleganti abiti da festa.

Completamente diversi di carattere, sotto l’aspetto intellettivo, nelle tendenze e preferenze, Cosimo e Consiglia vissero lungamente e intensamente, in ogni senso, generando una numerosissima prole; in aggiunta ai sei figli sopravvissuti, Silvio, Eva, Maria, Vitale, Lucia e Rocco, considerato, del resto, che, un secolo fa, erano frequentissimi i casi di mortalità infantile, furono in realtà fautori, perlomeno, di altrettante nascite.

Donna forte, dotata di una spiccata memoria (teneva perfettamente a mente, ricordo io, le date di arrivo al mondo, matrimonio e morte di tutta la parentela e non solo), la nonna non intendeva essere da meno nel confronto col consorte, il quale, magari, si lamentava di rientrare a casa, la sera, esausto per la fatica nei campi, sicché, di sovente, lo attendeva a bella posta sull’uscio tenendo in braccio uno dei figlioletti, piangente: “Tieni, prendilo un po’ tu, ha passato in questo modo l’intero giorno, facendomi disperare”.

Al che, l’uomo, così nella sua narrazione a noi nipotini e anche ad altre persone, celiava che fosse lei a regalare ai pargoli qualche pizzicotto, ovviamente foriero di strilla e lacrime.

A parte qualche piccola sceneggiata della specie, chi, sostanzialmente, comandava in casa, era la nonna Consiglia soprannominata ‘u Minicone; naturale riflesso, in seguito, fu quel nomignolo aggiuntivo famigliare e non l’altro inerente al nonno Cosimo, ossia dire ‘u Generoso, a cadere e perpetuarsi sia in capo ai loro figli, sia sui discendenti dei medesimi, sia, infine, in termini estesi, nell’ambito della comunità di Marittima.

Consiglia, dunque autorevole, forte e in gamba, fisico e portamento ben eretto sino all’età avanzata malgrado le sopra accennate innumerevoli gravidanze/maternità, stimata e rispettata dai parenti e dai compaesani, a partire dal fratello Luigi che, in segno di attaccamento e di omaggio, volle chiamare Consiglio il suo unico figlio maschio che, oltre a fare il contadino, il frantoiano, il nachiro, capo dei frantoiani, si sarebbe dedicato anche alla pesca, come il padre e il nonno Domenico.

Piccola rimembranza risalente alla mia remota fanciullezza, nel cortile della attigua abitazione di zio Luigi e di zia Amalia (sua moglie), salitasene al cielo, guarda caso, nel giorno dell’Ascensione del 1950, campeggiava un grosso manufatto/parallelepipedo in pietra viva, non molto largo ma alto e cavo all’interno, detto in dialetto “stompu”, utilizzato per versarvi cereali, sia grano che orzo, di propria produzione, e frantumarli mediante la mazza, lunga e robusto attrezzo in legno terminante in forma ovoidale, cereali che sarebbero stati successivamente cotti e consumati a tavola come minestra.

Ambedue i miei nonni paterni in discorso, essendo mio padre Silvio il loro primogenito e il primo, in ordine temporale, a sposarsi, avevano un intenso e più consolidato legame giusto con la mia diretta famiglia, volevano, in particolare, un bene dell’anima a mia madre Immacolata e noi ragazzini, spesso, ci trattenevamo, nel pomeriggio o alla sera, nella loro vicina abitazione, d’inverno scaldandoci, insieme con il nonno, all’interno del focalire (camino) e, talvolta, consumavamo la cena frugalissima, una minestra posta a tavola in un unico grande piatto, in compagnia, appunto, dei nonni e degli zii e zie.

Come pure, verso la prima la fine della Seconda Guerra Mondiale, erano questi ultimi, ancora giovani, che correvano a casa nostra, di notte, nell’avvisaglia del passaggio di aerei militari nemici, con potenziale rischio di bombardamenti, caricandosi in spalla noi piccoli nipoti e conducendoci al buio nel vicino appezzamento agricolo di Monticelli, per attendere che il pericolo fosse superato.

Pur trovandomi in così stretta vicinanza e frequentazione con loro, raramente mi è capitato di assistere a dissapori o litigi fra i nonni Cosimo e Consiglia, tranne che in un’isolata occasione.

Correva il 1953, ci trovavamo nella stagione fredda, di lì a poco, la prima domenica di marzo, si sarebbe svolta, a Marittima, la rituale fiera/mercato della Madonna di Costantinopoli, una sera, nonno Cosimo con la pipa in bocca, io e un mio fratello, ce ne stavamo seduti, al solito, nel focalire e nonna Consiglia, lì vicino, era intenta a filare, col fuso, batuffoli di lana accanto alla figlia Lucia e al di lei fidanzato Peppino.

In un dato momento, l’anziana donna si mise a dire: “Fra poco, si terrà la fiera e quest’anno, in vista del matrimonio di Vitale (altro figlio), ci toccherà fare una serie di acquisti”. Passando poi a un lunghissimo elenco di oggetti, magari tutti necessari e utili.

Il nonno ascoltava e, forse, man mano, conteggiava approssimativamente il costo richiesto da tali compere, col rischio anche di dover indebitarsi; a nota non ancora completamente esaurita, fu un attimo, non potendone più, egli interruppe bruscamente la moglie con un solenne, autoritario e ultimativo invito, ad alta voce, a piantarla.

Risultato, la nonna proruppe in un pianto dirotto, in ciò imitata anche dalla zia Lucia.

Riguardo ai matrimoni dei figli, qualche anno prima, esattamente nel 1948, era stato celebrato quello di zia Maria, andata sposa a zio Vittorio, marittimese trasferitosi per lavoro a Francavilla Fontana nel brindisino, dove, per ciò, la coppia era andata a mettere su casa.

La nonna Consiglia, senza nulla togliere all’intensità del suo trasporto materno verso gli altri discendenti, dimostrava ed aveva una certa predilezione per Maria e Vittorio; probabilmente, mi vien da pensare, perché era stata vicina alla figlia durante i lunghi anni di assenza del suo fidanzato per vicende di guerra e di prigionia e, in aggiunta, perché, da sposati, i due erano andati ad abitare lontano da Marittima.

A conferma di ciò, la nonna, che mai si era prima allontanata dal paesello, a differenza del marito che di viaggi  ne aveva compiuti (in tradotta sino a Belluno, per partecipare alla Grande Guerra, a piedi, non possedendo una bicicletta e non potendosi permettere di pagare il biglietto del treno, sino a Brindisi, due volte l’anno, per lavorare negli stabilimenti vinicoli e nei frantoi, a Napoli, infine, nel 1935 o 1936 per accompagnare il figlio Silvio partente volontario per l’Africa Orientale), iniziò a far su e giù da Francavilla Fontana, anche trattenendosi  lì per brevi periodi, non solo in occasione della nascita di due nipoti ma pure in altri momenti dell’anno, immancabilmente intorno a metà settembre, nella ricorrenza della festa della Protettrice di quella cittadina, la Madonna Fontana.

Analogamente, la vigilia della già ricordata fiera della Madonna di Costantinopoli a Marittima, quando zio Vittorio, che collaborava con un commerciante all’ingrosso ma anche ambulante di tessuti, si accingeva a venire nel nostro paese per allestirvi la baracca di esposizione e vendita, la nonna si prodigava in mille preparativi per non far mancare, a lui al suo “principale” (datore di lavoro) una cena speciale.

Sempre in tema di sposalizi, a nonna Consiglia, toccò purtroppo di essere protagonista/vittima di un episodio, se non propriamente drammatico, certamente non lieto; la mattina del giorno stabilito per le nozze della figlia Lucia (1953), a mezzo di una scala di legno, l’anziana donna sì portò su una scansia (ripostiglio), ricavata alla sommità di una parete di casa, per prelevare un oggetto o qualcosa che serviva.

Sfortunatamente, la poveretta ebbe a scivolare, non ricordo se sul ripostiglio o sulla scala, precipitando rovinosamente sul pavimento, con notevoli ammaccamenti fisici, per fortuna, almeno, senza necessità di ricovero in ospedale.

Di primo acchito, si pensò di rimandare lo sposalizio, poi prevalsero le riflessioni sui preparativi già fatti e sulle relative spese e, quindi, fu egualmente festa, sebbene pervasa da un rigurgito di tristezza e da qualche lacrima specialmente nel sentire della sposa, zia Lucia, con la nonna, dolorante, costretta nel suo letto.

Consiglia sopravvisse all’incidente, si riprese bene e resto con i suoi cari, sino al raggiungimento, nel 1974, dell’apprezzabile età di ottantotto anni.

Traguardo, invero, non confrontabile con quello che ebbe l’avventura di raggiungere la sua metà, nonno Cosimo, il quale campò fino al 1982, ossia a dire oltre centodue primavere, accudito, nell’ultimo lungo periodo, dalle figlie e dalle nuore.

Notazione leggera, la sera delle esequie di nonna Consiglia, familiari e parenti stretti riuniti in casa nostra per consumare la cena, nella circostanza preparata, secondo l’usanza, da una famiglia del paese amica o legata da vincoli di parentela, “bisunia” in dialetto, rammento che, in una pausa del pasto, una mia sorella pensò di chiedere all’avo: “Nonno, visto che tu hai molti anni più di lei, non ti dispiace che, per prima, sia mancata la nonna? Non avresti preferito che si rispettasse l’anzianità, compiendo tu, adesso, i tuoi giorni al posto suo?”.

Il vecchio uomo restò qualche istante in silenzio, per poi rispondere: “Nipote mia, sia sempre fatta la volontà di Dio, ma la vicenda d’oggi sta bene così com’è andata”.

Mi piace terminare questa semplice e, insieme, sentita rievocazione in ricordo dei miei ascendenti per via paterna, soffermandomi su due ultimi particolari relativi a nonna Consiglia.

Ella era fortemente affezionata a un gatto, rimastole accanto per lunghissimi anni e che alla fine era divenuto enorme, guai a chi lo toccasse o non lo trattasse bene.

Inoltre, amava, anche in questo caso gelosamente, i fiori, il piccolo cortile di casa sua si presentava sempre arricchito da molte varietà semplici ma variopinte, dalle zinnie agli astri cinesi, ai garofani, alle rose e alle calle, queste ultime svettanti in un angolo di terriccio adiacente all’imboccatura di una cisterna per la raccolta d’acqua piovana, a lato di una parete muraria interamente ricoperta da un rampicante sempreverde e per lunghi periodi fiorito in una gradevole tonalità lilla.

“La luna adesso”. Un romanzo di ricongiungimento

di Maria Domenica Muci

 

Il cielo smonta tardi anche stanotte, lavora su chi dorme e chi lo insegue. Non c’è una stella libera, guarda. Ora sposto il ramo, e le foglie. Ho parcheggiato qui, vicino all’ulivo del Parco. Se allunghi la mano puoi sfiorare il tronco. Aspetta, tiro avanti il sedile. Le tue braccia sono così minute. Sei appena una bambina e hai settant’anni. Cosa ti è successo per invecchiare al contrario, Rita, cosa è stato?

 

L’incipit del secondo romanzo di Pierluigi Mele, La luna adesso (Lupo Editore), apre un racconto notturno. Tutto accade davanti al mare di Porto Selvaggio, dove presso un grande ulivo un figlio e una madre trascorrono la notte. La donna, da tempo malata di Alzheimer, è immobile e assente; sopravvivono alla malattia soltanto il suo sorriso, “dimenticato sulle guance come il resto di un amore“, e una domanda insistente: “Dov’è lui?“.

La luna adesso è un romanzo poetico; ed è un romanzo intriso di notte, non di tenebre ma di quiete notturna. La quiete e lo scuro specchio del cielo e del mare sono lo scenario in cui Mimmo, un editore sconfitto, ripercorre la storia degli amori, dei disagi e dei non-detti di un’intera famiglia. Il mare, la luna e la madre malata sono la cornice entro cui si riposizionano le tessere della vita di Mimmo e di altri personaggi, secondo una narrazione che asseconda il ritmo della comprensione progressiva e inequivocabile:

Accanto a questo ulivo ci si dimentica di tutto. Un pittore sostiene che l’unico modo di ricordare senza il male è di accompagnare la memoria. Lasciata sola, ammalazza di nostalgia. È una piaga eterna nella testa. Dice che i colori sono la sua guida nei ricordi, ma che per dipingere deve prima scrostare i muri, puntare allo scheletro, l’essenza. Così la memoria si trasforma in ciò per cui dovrebbe nascere, l’oblio. Che non è dimenticare, ma un abbandonarsi, guarire da ogni peso” (p. 17).

Mimmo è il narratore interno e per tutto il romanzo si rivolge a un ‘Tu’, cioè a Rita. Il ‘Tu’ è il perno del racconto, giocato sul duplice piano del ‘Tu’ di oggi, riferito a una madre bisognosa di cure quotidiane, di terapie e di controlli medici, e del ‘Tu’ di ieri, riferito a una donna dedicata alla famiglia e rassegnata: “Ordinavi ogni suo tradimento come il cambio abiti in armadio per la stagione nuova. Nella tua dedizione di sposa, lavavi i suoi piaceri, li stiravi a puntino e li appendevi alla gruccia” (p. 18). La focalizzazione del discorso è quindi orientata su Rita, muta e statica, con cui Mimmo dialoga senza ricevere risposte. La fissità della luna nella notte e la presenza/assenza della madre costituiscono l’elemento catalizzatore che consente la polarizzazione della memoria, sicché Mimmo si abbandona al movimento ondivago, lo stesso del mare di Porto Selvaggio, di avvicinamento e di distanziamento rispetto alle vicende familiari. Lui parla alla madre; da lei, muta, gli ritornano comunque delle parole, e sono echi che per rifrazione si espandono e vanno a toccare tasselli che mettono in moto altre parole. Così, nell’aria rarefatta dell’oscurità, vari medaglioni di storia familiare prendono forma in un nuovo (o, meglio dire, primo) ordine. Tutto ciò è reso possibile dall’oblio della mente materna che tuttavia rende ancora riconoscibile, per il figlio, l’amore, consentendo ai due l’abbandono e la ri-comprensione del passato.

Il background familiare che man mano si profila è fatto di disagi e di incomunicabilità, più che di conflitti. A detta di Mimmo, la sorella Chiara ha avuto il coraggio di andarsene, anche se la sua vita non è un granché, anzi è ‘na mappina; lei è sempre in fuga “come un aquilone“, vive con Eugenio ma è un rapporto finito. Il fratello Tonio è chiuso nel suo guscio, come “un ospite senza l’invito“, e si lascia vivere in una quotidianità ristretta e meccanica. Un Salento di tradizione e un’ascendenza siciliana sono lo sfondo di appartenenza di Tonio, Chiara, Mimmo e Rita, in quanto la madre di Rita, Titina, è arrivata dalla Sicilia. L’influenza isolana è caratterizzata da un’identità linguistica che va a innestarsi nel contesto salentino, senza perdere il tratto della provenienza esterna. Si percepisce, infatti, come un ancoraggio venuto d’oltremare, e allo stesso tempo da sempre familiare, l’invenzione del siciliano ibrido e colloquiale di Titina approdata in Salento: “Volevo cuntarti del padre mio e della mugghieri sua nuova, ci pensai astanotti che eravamo insieme all’amore. Poi però non mi è venuto fiato di cuntare niente” (p. 45). Nel complesso i personaggi e le ambientazioni si collocano in un ‘sud delle due Sicilie’, che ha per denominatore comune il mare, i viaggi, il vento, la cucina, i gesti lenti e le parole poche.

La luna adesso può considerarsi un romanzo di ricongiungimento. Tutti i personaggi modulano le loro azioni e gli stati d’animo dall’interno di frizioni relazionali, difficili ma dinamiche. La ricostruzione in una sola notte della storia di Mimmo, sia quella della famiglia d’origine sia quella della sua vita con Rosalba, avviene tra rivisitazioni di trascorsi e, insieme, ‘saldature’ nello spazio e nel tempo. L’evocazione è tesa a elaborare e a mettere in ordine errori, abbandoni, perdite, insomma ogni irrisolto personale e familiare. La scrittura di Mele ha la capacità di far rinascere gli uomini dai personaggi e pare che i personaggi preesistano al racconto in certi passi, quando noi rimaniamo attaccati alle loro emozioni da dentro. La forza poetica dell’evocazione restituisce così senso ulteriore alle loro vite e dà rilievo diverso ai loro errori e ai loro strappi, e nello stesso tempo ci vede chinati per osservarli.

 

Adesso vorrei dirti ancora, Rita. Non ho detto niente da quando mi hai messo al mondo. Ho solo spiato il mondo. Anche il mare ho spiato, e questa luna che dall’alto ora scende per una notte. Sembra trasportare messaggi che il mare conserva nel fondo. Vorrei dirti tutto quello che non ho mai imparato. Solo così verrebbe l’alba e tutta un’altra storia fino ai paesi. Anche di là ho spiato. Le persone amate e le altre. E te, che sei tutte loro in una soltanto” (p. 197).

 

L’intenzione poetico-espressiva prevale, e non poco, su quella narrativa. E si avverte pure che il discorso ‘io-tu’ tra Mimmo e la madre è così centrale e stringente da sovrastare su altre componenti strutturali del romanzo. Tuttavia il lettore attento non può non cogliere alcune peculiarità stilistiche: rimandi, rimbalzi di parole che aprono ai ricordi, iterazioni, parole-chiave che successivamente si trasformano in titoli, immagini liriche che vengono riprese per essere sgranate in racconto, ascendenze letterarie (tra le tante, la metafora dell’ostrica di verghiana memoria), sequenze riflessive che fanno da specchio a sequenze narrative, parole che agganciano una chiusa all’incipit del paragrafo successivo, ricorrenze verbali estremamente puntuali (come “continua“)… insomma, un’architettura filigranata di parole che, per un meccanismo di rifrazioni, genera il racconto giocando con il racconto.

L’intesa dialogica perdurante tra Mimmo e la madre rende possibile una corrispondenza e una particolare sintonia tra il lettore e la materia narrata, in quanto la scrittura di Pierluigi Mele, curatissima nei dettagli, lascia aperto un ‘orizzonte tra due zolle’ da cui possono sollevarsi voci taciute: risuonano nel lettore domande sue proprie e non sedate, dubbi, sensazioni mai sopite, e sono esiti di un transito emotivo, tonico e fluttuante tra sé e le pagine. Il leggere è legato al vedere, il vedere è tutt’uno col sentire: in questo libro ciò avviene più che in altre esperienze di lettura. Tra una frase e un’altra è come se emergesse un canto sommerso, impastato di racconto e del fiato intenso e strozzato di chi, mentre legge, si espone all’ascolto con tutto se stesso. A ciò concorre la descrizione lenta e avvolgente delle atmosfere mentre il montaggio di situazioni dagli effetti cinematografici crea visioni, stacchi netti e l’innesto rapido di quadri narrativi.

La luna adesso è atto unico e manifesto poetico di una ‘riammissione dell’umano’ avvenuta dopo una sospensione notturna e catartica, tanto profonda quanto intima e definitiva. Riammissione dell’umano che riabilita l’uomo a sé e alla vita, attraverso l’esercizio della cura esclusiva e della tenerezza e, ancor di più, attraverso la pratica esperta, orientata dalla memoria, di costruzione e decostruzione del linguaggio letterario, possibilità suprema di elevazione.

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Pierluigi Mele, La luna adesso, Lecce, Lupo Editore, 2018, pp. 200, € 14,00, ISBN 978-88-66670-67-4

Dialetti salentini: sciabbicatu

di Armando Polito

Non è certo la prima bolta che nelle mie scorribande linguistiche il dialetto mi offre la prova della sua espressività spesso superiore rispetto alla lingua comune, anche se le ragioni geografiche hanno un ruolo determinante. Mi spiego meglio: se il nostro rapporto con il mare fosse stato geograficamente meno stretto, probabilmente non sarebbe mai stata in uso la voce dialettale del titolo.

Tutto, infatti, nasce da sciàbica (dall’arabo šabaka), rete per la pesca a strascico in prossimità della costa o in fondali bassi. Antonio Garrisi nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 registra, oltre al significato originario, anche quello di palandrana, ampia e lunga vestaglia svolazzante e, al lemma derivato, (sciabbecatutrasandato nel vestire e nel comportarsi; disordinato nel lavoro.

Dopo aver detto che il Rholfs registra sciabbica solo nel suo significato originale  e nessuna voce derivata, che il significato traslato (palandrana) registrato dal Garrisi è per similitudine con l’aspetto della rete, rimane da decidere se sciabbicatu non contenga in sé anche un riferimento alla nulla selettività e ai connessi effetti devastanti della rete, se, cioé, sia in ballo non solo l’aspetto esteriore ma anche anche quello comportamentale; in altre parole se la voce contenga un giudizio non solo estetico ma anche morale,   come mi pare sia nell’uso neretino della voce.

La metafora, comunque, non è esclusiva del dialetto salentino, come mostrano i lemmi (col doppio coinvolgimento cui ho appena accennato) che cito dal Nuovo duizionario siciliano-italiano di Vincenzo Mortillaro, Pensante, Palermo, 1853:

SCIABBACUNI, s. m. accrescitivo di SCIABBICA. 2 Presso il volgo, vale uomo di bel tempo, compagnone, sollazzatore.

SCIABBICA  s. f. sorta di rete, sciabica, rezzuola. 2 Per similitudine, nell’uso s’intende minuto popolo, plebe, minutaglia.

 

Libri| Perna e Cola, commedia religiosa plurilingue di anonimo mesagnese

Giovedì. 24 gennaio 2019

LVII Colloquio di studi e ricerca storica

Presentazione del volume di Tommaso UrgesePerna e Cola, Commedia religiosa plurilingue di anonimo mesagnese del secondo decennio del 1800. Edizione commentata del manoscritto Poci con glossario delle voci del dialetto nord-salentino di Mesagne.

Mesagne. Sala Convegni dell’associazione

“Giuseppe Di Vittorio” (Via Castello, 20). Inizio ore 18.00.

 

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori:

essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona,

nella sua vita, rappresenta diverse parti.
(William Shakespeare)

Perna e Cola è una commedia religiosa plurilingue: alcuni personaggi usano il dialetto nord-salentino di Mesagne, altri l’italiano, Ciciello parla in napoletano, di anonimo mesagnese. Essa rievoca la nascita di Gesù, immaginata in una stalla diroccata nei pressi di una masseria chiamata Strusce..

Si tratta di un adattamento in chiave locale di una delle tante versioni della Cantata dei Pastori del Perrucci, rappresentata a Napoli per la prima volta alla fine del 1600, che ha avuto un grande e duraturo successo popolare.

La dipendenza culturale del Salento da Napoli dal punto di vista letterario è di antica data e ne sono esempio sia Perna e Cola che Nniccu Furcedda, commedia scritta dal francavillese Girolamo Bax nei primi decenni del 1700. Si tratta di due opere accomunate dalla descrizione dello stesso mondo: entrambe sono ambientate in una masseria, tra i personaggi principali troviamo il massaro e la massara, temi comuni sono la vita difficile, il contrasto tra marito e moglie, le divergenze sull’educazione dei figli. Malgrado queste similitudini, sono tuttavia due opere molto diverse tra loro come ambiti di riferimento nel ciclo dell’anno. Queste due opere, oltre a essere dei documenti dell’influsso della cultura teatrale napoletana, documentano anche, per quanto riguarda il Salento settentrionale, una situazione linguistica antecedente a quella documentata nel Vocabolario dei dialetti salentini e sono da considerare esse stesse causa di cambiamento linguistico: Nniccu Furcedda e Perna e Cola, due opere lungamente rappresentate a Francavilla e Mesagne tanto da diventare parte integrante della tradizione, simbolo dell’identità delle due comunità locali, hanno avuto la stessa funzione che hanno oggi i mezzi di comunicazione di massa.

Il volume di Tommaso Urgese è la trascrizione fedele del Manoscritto Poci, arricchita a piè di pagina con numerosissime note esplicative e da sessanta pagine in appendice che contengono le voci del dialetto nord-salentino di Mesagne estratte dal manoscritto.

Questo è l’ultimo lavoro, in ordine di tempo, del prof. Urgese, latianese per nascita e per residenza ma mesagnese per adozione, avendo qui insegnato per diversi anni lingua inglese presso la scuola media Gian Francesco Maia Materdona. Ricercatore instancabile e rigoroso, da più anni, coi suoi lavori, si occupa dei dialetti dell’area nord-salentina offrendo significativi contributi sul opiano filologico, nello studio delle commedie vernacolari locali.

Urgese, discutendo di alcune soluzioni sintattiche relative al dialetto mesagnese dell’Ottocento, elenca e rintraccia significati e origini di una cinquantina di termini di non facile comprensione presenti nella commedia. L’apporto è notevole se si considera che le voci analizzate sono assenti nei principali dizionari dialettali regionali discutendosi in particolare delle forme lessicali salentine non presenti né in VDS (Rohlfs 1976) né in DDS (Mancarella, Parlangeli, Salamac 2011).

Perna e Cola non aveva avuto, a oggi, grande fortuna in ambito accademico perché erano note solo copie novecentesche e non si sapeva precisamente quando fosse stata composta. Il manoscritto, trovato da Enzo Poci e scritto prima del 1875, differisce dagli altri in molti punti e contiene informazioni tali da consentire di datare la commedia tra il 1810 e il 1817. Si tratta di un documento importantissimo per il contributo che offre alla corretta ricostruzione della storia linguistica salentina.

 

PROGRAMMA

Indirizzi di saluto

Damiano Franco, Associazione Giuseppe Di Vittorio

Interventi

Ettore Catalano, Università del Salento

Giacomo Carito, Presidente Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Brindisi

Enzo Poci, Società di Storia Patria per la Puglia

Coordina e dialoga con l’autore

Domenico Urgesi, Presidente Società Storica di Terra d’Otranto

Scene della commedia

a cura di Cosimo Milone e Luca Esperti

Organizzazione

Associazione Giuseppe Di Vittorio, Mesagne, Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Brindisi, Società Storica di Terra d’Otranto, Lecce

A.A.A.: cognomi, nuclei famigliari e costumi marittimesi

Elzeviro di rimembranza e nostalgia

A.A.A.: cognomi, nuclei famigliari e costumi marittimesi

 di Rocco Boccadamo

A quanti, bontà loro, hanno dimestichezza con le mie narrazioni, chiedo venia se, nella parte iniziale di queste note, gli capiterà d’imbattersi in elementi o dettagli già snocciolati, e quindi riscontrati, in precedenza. E, però, in questo caso, la reiterazione concorre a incorniciare gli appunti nel miglior modo possibile.

Dopo aver, per lunghi evi, raggruppato anche la località/comunità di Castro, a un certo punto divenuta invece autonoma sotto l’aspetto amministrativo, il Comune di Diso, dal 1975, comprende l’omonima frazione capoluogo (1097 residenti) e una seconda frazione, Marittima, ossia a dire il mio paese natio (1854 residenti).

Fra gli abitanti di Marittima, sono quattro i cognomi con maggiore diffusione: in ordine decrescente, Nuzzo, Minonne, Boccadamo e Arseni.

Si tratta, chiaramente, di una piccola realtà territoriale, con popolazione risicata e confini angusti, e, tuttavia, ugualmente recante traccia, ancora oggi, sebbene in termini vie più ridotti, di una tradizione consolidatasi nell’arco di millenni a livello universale, sin dai tempi degli antichi Egizi e Greci.

Mi riferisco alla consuetudine, in certo qual modo, rigorosa se non ferrea, di conferire al proprio figlio il nome di battesimo del proprio genitore. Ciò, non solo con finalità meramente dinastiche o successorie in senso materiale, ma con l’intento ideale di creare, mediante il collegamento onomastico fra nonno e nipote, una specie di continuità fra generazioni, ben oltre il tempo.

Ciò raccontato a stregua d’introduzione, passo a spostarmi e a concentrarmi su una delle A.A.A. del titolo: A. come nome di famiglia Arseni (per puro caso, corrispondente a quello portato da mia moglie); dopodiché, a zumare sullo specifico nucleo domestico impiantato, agli albori dello scorso secolo, da Alessandro (in gergo dialettale, Lesandru) Arseni e dalla sua sposa Vincenza (detta ‘mmare, per comare, Vicenza).

Sette figli, Gervasio, Vitale, Costanza, Lucente, Valeria, Michele e Peppino, di cui l’ultimo mancato da poco,

Un focolare, verosimilmente, animato e riscaldato, in pari misura, dai ciocchi, ricavati in campagna dalla potatura degli alberi e posti ad ardere nel camino e da intensi aliti di semplice religiosità e profonda devozione ai culti locali, come comprovato dalla circostanza che, fra gli appellativi della prole, compaiono quelli della famiglia del Santo Patrono del paese, Vitale con la moglie Valeria e uno dei loro figli, Gervasio, tutti martirizzati  per non aver inteso rinnegare la fede cristiana, durante l’impero di Nerone.

E, insieme, sia direttamente fra le pareti domestiche di Lesandru e ‘mmare Vicenza, sia in seno alle famiglie create man mano dai loro discendenti, affiorano sentimenti di rispetto, riguardo e omaggio verso le figure genitoriali, cosicché, a tempo debito, i sette fratelli e sorelle sopra menzionati, a eccezione di Valeria, rimasta senza prole, si determinano indistintamente e immancabilmente a dare al loro primo figlio il nome del padre, precisamente Alessandro.

Mi piace rievocare la figura, prima accennata, di Valeria, maestra in una delle manifatture di tabacco del paese e abilissima maestra, anzi vera e propria artista, di telaio per la produzione di tessuti, la quale abitava, col marito Angelo, nel mio stesso rione dell’Ariacorte.

Come pure, mi viene alla mente la casa di Costanza, allietata da sei figli tutti maschi. Fra loro, Alessandro, primogenito, che faceva il contadino e, nelle ore libere, anche il barbiere, con una bottega dove, la sera, si radunavano stuoli di giovani amici per musiche con l’armonica a bocca e canti vari; quindi, Angelo e Damiano, avviatisi, da ragazzi, alla vita monastica, attualmente ancora presenti e attivi presso un’istituzione religiosa di Lecce.

E poi, e di più, vengo a far cenno alla famiglia di Gervasio, andato a nozze con Concettina, nucleo arricchito, anch’esso, da sei figli maschi: il primo, Alessandro, non c’è più, al pari del secondo e del terzo, Antonio e Vitale, mentre Vittorio, mio coetaneo e compagno di classe alle Elementari, Pippi e Mario sono tuttora in mezzo a noi.

A differenza del marito, grande lavoratore, autorevole capo famiglia ma persona discreta, Concettina era una donna estroversa, di grande cordialità, per questo amica benvoluta da tutte le compaesane, nondimeno anche lei impegnata nella cura e crescita dei figli, nella gestione della casa e nel supporto al coniuge per i lavori agricoli.

Aveva una bella voce intonata, Concettina, tanto che, agli inizi degli anni Sessanta del secolo passato, in occasione di un giro radiofonico per l’Italia, il noto presentatore Rai Silvio Gigli, portando una sua trasmissione nel Salento e sostando a Marittima, la chiamò, unitamente a un gruppo di compaesane contadine, e la fece esibire al microfono con due canti popolari dialettali, di cui ho presente il titolo: il primo, “Purciddruzzi e pittule”(specialità culinarie e/o dolciarie salentine), il secondo “Quannu lu ceddru pizzica la puma” (quando l’uccello dà un morso alla mela) che recita:

 

Quannu lu ceddru pizzica la puma

la ucca se la sente zzuccarata,

la ucca se la sente zzuccarata.

Cusì se sente na carusa zita

quannu se bacia cu lu fidanzatu.

Quannu lu ceddru vola su lu fiore

azzati beddra mia e facimu amore.

 

Versi tradotti in italiano:

 

Quando l’uccello da un morso alla mela

si sente la bocca zuccherata,

si sente la bocca zuccherata.

Così si sente una giovane fidanzata

quando si bacia con il fidanzato.

Quando l’uccello vola sopra il fiore

alzati mia bella e facciamo l’amore.

 

A quell’epoca, io avevo già preso a lavorare in banca, a Taranto, ma ebbi casualmente occasione di ascoltare la straordinaria esibizione della mamma del mio compagno Vittorio, attraverso l’apparecchio radiofonico della padrona di casa che mi ospitava da pensionante.

Una piccola chicca di ricordo, rimastami sempre impressa dentro.

Il primo nato di Gervasio e Concettina, Alessandro, intorno ai vent’anni, aveva concorso per l’arruolamento nel Corpo della Guardia di Finanza, ramo mare, partendosene così dal paese natio e, però, restandogli sempre legato, sino alla scomparsa.

Analogamente, aveva lasciato la famiglia d’origine il secondogenito Antonio, arruolandosi, da parte sua, nell’Esercito e compiendovi una lodevole carriera da Sottufficiale in una cittadina capoluogo nel Veneto, mai mancando, comunque, di tornare puntualmente, ogni estate, a Marittima. Anzi, sulla strada per l’Acquaviva, nei pressi della collinetta denominata Acquareddre, si è costruita una villetta di vacanza, adesso abitata, durante la stagione bella, dalla moglie, dai figli e dai nipotini, pure loro dimoranti, in via stabile, nel Veneto o in altre località lontane.

Termino, con un pensiero di vivida memoria all’indirizzo delle figure che non ci sono più: a cominciare da Gervasio e Concettina che, dalla dimora sopra le nuvole, continuano a guardare e a vigilare, credo soddisfatti, sulle generazioni succedutesi dopo di loro e, quindi, rivolgendomi ad Alessandro, Antonio e Vitale che li hanno raggiunti lassù.

Da ultimo, con un cordiale saluto al mio compagno di classe Vittorio, a Pippi e Mario e, pur non conoscendoli, ai tre figli maschi di Antonio, due dei quali, a quanto ho potuto apprendere, ispirandosi alla carriera militare del genitore, hanno scelto di calcarne le orme e sono arrivati a conseguire il grado di alti ufficiali dell’Esercito Italiano, mentre il terzo è un brillante avvocato. Da ragazzo di ieri, sospinto dalle comuni origini marittimesi, desidero esprimere ai suddetti ultimi giovani e affermati uomini d’oggi, sinceri complimenti e auguri. Ad maiora.

Le costruzioni a secco del Salento, patrimonio dell’umanità. Se ne discute il 13 a Nardò

Dopo il rinvio dello scorso 4 gennaio a causa delle avverse condizioni metereologiche viene rinnovato l’appuntamento voluto dalla Fondazione Terra d’Otranto, con il patrocinio della Città di Nardò, che avrà per tema “Le costruzioni a secco del Salento, testimoni del nostro sentire più intimo e del nostro passato, patrimonio dell’umanità”.

L’incontro – dibattito avrà inizio sempre alle 19.30, nella chiesa di Santa Teresa a Nardò, su Corso Garibaldi.

Confermate le presenze di Cristian Casili, agronomo e consigliere regionale, di Don Francesco Marulli, Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale sociale e il lavoro, di Mino Natalizio, assessore all’Ambiente del Comune di Nardò, di Fabrizio Suppressa, architetto, e di Pier Paolo Tarsi, docente nei Licei.

La novità, rispetto a quanto già pubblicizzato, è la partecipazione di Glauco Teofilato, che sarà portavoce per gli studi condotti da suo padre Cesare sulle Specchie salentine, testimonianze delle epoche primitive che corrono tra l’Età della pietra e quella dei metalli, che si trovano nell’archivio di materiale edito ed inedito che lo studioso ha ereditato. Modera Marcello Gaballo, presidente Fondazione Terra d’Otranto.

Nel corso della serata è prevista la proiezione di numerose slides, partendo dai monumenti megalitici particolari di Terra d’Otranto, sino alle costruzioni più moderne con le pietre informi che i nostri contadini aggregavano per liberare dai sassi l’area dei loro lavori agricoli.

Nasce Menabò, rivista internazionale di cultura poetica e letteraria edita da Terra d’ulivi edizioni

Dal prossimo mese di febbraio 2019 nascerà Menabò (in onore alla rivista storica fondata da Elio Vittorini e Italo Calvino), rivista quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria edita da Terra d’ulivi edizioni. Essa nasce con l’intento di unire un gruppo di scrittori che amano il confronto e il dialogo costruttivo.

Ad oggi può vantare una redazione in Italia e una in Polonia (Anna Szalska e Luca Palmarini in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Cracovia), tre corrispondenti dalla Romania (Eliza Macadan), da Londra (Abele Longo), e dagli Stati Uniti d’America (Michelangelo LaLuna).

Menabò si occuperà di critica letteraria, di traduzione di testi, saranno presentati autori di spessore poetico/letterario e si parlerà delle loro opere. La rivista, diretta dal giornalista Stefano Iori, annovera fra i capi redattori Pasquale Vitagliano e Cinzia Demi, il comitato di redazione è formato da Sergio Sichenze, Mariangela Ruggiu, Alessandra Cerminara, Fabio Izzo, François Nédel Atèrre, Francesco Palmieri, Cristiana Pagliarusco e il candidato al Premio Nobel per la letteratura Dante Maffia. Inoltre si avvarrà della collaborazione di Rosa Pierno, Carla Villagrossi e Deborah Mega. Il primo numero è impreziosito dalla collaborazione di Daniele Barbieri, Fabrizio Bregoli, Augusto Ficele, Lucia Papaleo, Emanuele Scarciglia, Ezio Settembri, Giancarlo Stoccoro.

Menabò accoglierà solo articoli inediti, presentando inoltre una serie di rubriche che tratteranno diverse tematiche attraverso interviste e approfondimenti. Tale rivista vuole essere “Una casa per la cultura” dove incontrarsi e forgiare delle idee.

Dal punto di vista grafico, come da consuetudine di Terra d’ulivi edizioni, la rivista sarà molto curata, ricca di immagini scelte di volta in volta e in grado di rappresentare l’arte visiva; si inizia con una carrellata di foto che ritraggono le opere di grandi maestri presenti nel Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Chi desidera sostenere la rivista tramite abbonamento può sottoscriverlo al costo di 33,00 euro annui. Per la sottoscrizione si prega di usare il seguente IBAN: IT49O0538516000000000002104 intestato a Emanuele Scarciglia con casuale “Abbonamento alla rivista quadrimestrale Menabò” facendo seguire l’indirizzo postale. L’abbonamento prevede anche un libro in omaggio pubblicato da Terra d’ulivi edizioni di Lecce.

Terra d’ulivi edizioni – Lecce

terraduliviedizioni@libero.it

Libri| Quannu te cunta ‘u core

Sabato 12 gennaio 2019, alle ore 18.00, a Lecce, presso la sede dell’associazione Cecyntè (Piazza Duca d’Atene, 6), si terrà la prima presentazione di “Quannu te cunta ‘u core”, la nuova raccolta poetica di Ada Garofalo, edita da Musicaos Editore.

Interverranno il dott. Ilio Torre, psicologo e esperto di Psicologia Quantistica e l’editore, Luciano Pagano, che dialogheranno con l’autrice. Un inedito connubio inedito di “dialetto e jazz”, nel quale i versi letti dall’autrice e da Franco Manni (attore, autore e regista), si uniranno alla musica del sassofono di Fulvio Palese.

L’evento inaugura gli incontri de “Il Salotto di Cecyntè” dove gli artisti, nello spirito proprio del luogo, avranno modo di incontrarsi, arricchirsi, scambiare e nutrire esperienze. La lingua dialettale è materna, identitaria, ricchezza di suoni che nascono dall’anima, con lo stesso spirito con cui nasce la musica jazz; da qui l’incontro, anzi, gli incontri con il sassofono di Fulvio Palese e con le letture di Franco Manni, scrittore e regista di opere in vernacolo, attore e collaboratore storico di Ada Garofalo, sul palcoscenico. Parte del ricavato sarà destinata al Progetto Shala-tribalosophy in Kenya.

La poesia di Ada Garofalo dipinge con il dialetto salentino ciò che accade nel mondo, in una trasposizione fedele dei paesaggi e dei luoghi del ricordo. La realtà che l’autrice racconta è tangibile, e racchiude un invito a riconoscersi per fare ritorno a sé. Il dettato del cuore, che erompe senza avviso, non può esprimersi senza che prima non si sia creato, in noi, il silenzio. È il silenzio di una notte scura, rischiarato dalla luce della luna, capace di descrivere il momento in cui le forze sembrano mancare, svanito il desiderio stesso di raccontare; un viaggio, quello del lettore, che al suo terrmine lo ritroverà mutato, faccia a faccia con la propria anima, “cu’ l’anima/ ca chiama,/ ca sta tantu vicina/ … e me parìa luntana” (E me parìa luntana). Il punto di partenza e quello di arrivo coincidono, per chi avrà la consapevolezza che tutto è vita, il principio e la fine, lo spazio e il tempo, i ricordi, la tenebra del buio e la luce fioca, gli affetti più cari e i legami che si frantumano. L’autrice ci avrà dimostrato che il silenzio, anche quello più sottile e prezioso, non merita di essere scalfito, a meno che le parole non provengano dall’intimità del proprio cuore.

Cecyntè” è una Dimensione fatta di accudimento, gentilezza, inclusione, assenza di giudizio, espansione, amore nelle piccole cose (prima che nelle grandi) e che pertanto potrebbe avere sede ‘reale’ nello Spazio del Cuore. “Cecyntè”, attraverso le sue attività, vuole semplicemente diffondere un messaggio ai suoi compagni di viaggio: l’augurio che ognuno di noi possa riscoprire dentro di sé, per poi condividerla con il resto dei mondi, questa Dimensione (Ceci-in-te).

Fulvio Palese è saxofonista, compositore, arrangiatore. Musicista poliedrico, ha studiato saxofono presso il Conservatorio di Lecce ed è dottore di ricerca in filosofia presso l’Università del Salento. Suona indifferentemente tutti i saxofoni dal sopranino al basso ed il clarinetto basso.

Ha approfondito lo studio del jazz fra gli altri con Roberto Ottaviano, Jimmy Owens, George Cables, Cameron Brown, Javier Girotto ed ha seguito masterclass di saxofono classico con Federico Mondelci, Antonio Jimenez Alba, Maurice Moretti, Mario Marzi.

Organizzatore e direttore artistico del festival “Il Jazz Sale” (Torre Suda – LE). Direttore artistico per la parte musicale del Mercatino del Gusto dal 2002 al 2007. Attualmente è ideatore e direttore artistico dell’Hypogeum Jazz Festival. Ha svolto e svolge un’intensa attività orchestrale in veste di sax solista con l’Orchestra Sinfonica di Lecce, l’Orchestra di Terra d’Otranto, l’Orchestra della Magna Grecia (Taranto), l’Orchestra Nazionale dei Conservatori, l’Orchestra Filarmonica “Nino Rota”, l’Orchestra fiati del Conservatorio di Lecce, la Swing Orchestra del Conservatorio di Lecce, la Small Jazz Orchestra del Conservatorio di Lecce. Molte le collaborazioni cinematografiche e teatrali in veste di compositore ed esecutore, fra cui: Cristina Comencini “Liberate i pesci”, Giovanni Veronesi “Manuale d’amore 2”, Andrea Coppola “2×2”, Michele Placido “Salento viaggio di poesia”, Vincenzo Bocciarelli “Mozart cocholate” e “Volo fra musica e parole”, Astragali Teatro, “Le vie dei canti”, Nanni Moretti,”Concerto Moretti”.

Attualmente è docente di saxofono jazz presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce, docente di saxofono presso il Liceo Musicale “G. Palmieri” di Lecce, docente di saxofono presso l’Accademia DAMUS di Lecce e l’Istituto comprensivo “I. Calvino” di Alliste e docente di Improvvisazione e musica d’insieme jazz presso l’Associazione “Amici della musica” di Presicce. Tiene regolarmente seminari e masterclass di armonia e improvvisazione jazz.

L’autrice.

Ada Garofalo nasce il 18 maggio 1955 a Racale, in provincia di Lecce, dove attualmente vive. Dopo gli studi classici frequenta la Facoltà di Farmacia a Napoli, percorso che nel ’78 interrompe, sposandosi e trasferendosi a Milano, e laureandosi poi in Servizio Sociale presso l’Università degli Studi di Trieste. È madre di tre figli. Dipendente dell’Azienda Sanitaria Locale di Lecce, lavora da sempre nel campo della neuropsichiatria infantile.

Nel privato, fin dai primi anni novanta, si occupa di teatro e si appassiona alla lingua salentina, ricoprendo attualmente, e ormai da tempo, il ruolo di Presidente dell’Associazione Teatrale “Sinonimi e Contrarie” (ex Teatr’Insieme di Racale). È interprete e coautrice, insieme ai suoi storici compagni di viaggio (Maristella Gaetani, Gerardo De Marco, Franco Manni e, fino al 1996, Francesco Causo e Giampaolo Viva) di eccellenti lavori teatrali in vernacolo (a volte inediti, a volte liberissimi riadattamenti di opere già note), lavori rappresentati, con grande successo di pubblico e di critica, nei migliori teatri salentini: ‘A lingua t’‘a gente (1993); A ci tantu… a ci nenzi (1995); Gelosia … cci malatia (1996); Cchiù niuru te cusì… nu’ putia vanire (1998); T’aggiu spusata, sì… ma sapia ca eri murire (2000); Pelo e contropelo… e permanente per signora (2003); Quannu ‘u tiaulu ‘mpizza ‘a cuta (2004); Salvatore e i suoi fratelli. Lecce, Charleroi, Parigi, Toronto e ritorno (2010).

L’Associazione “Teatr’Insieme”, poi “Sinonimi e… contrarie”, dal 1996 fa parte e partecipa alle iniziative organizzate dal “Centro Studi R. Protopapa per la difesa e la promozione del Teatro e della Cultura popolare Salentina”.

Nel 2004, come componente del Centro Studi, Ada Garofalo partecipa insieme a Maristella Gaetani, ai lavori teatrali allestiti e rappresentati dai detenuti nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce (“Pe’ nu piezzu te pane” e “Il figlio dell’Altissimo” di Giacomo Profilo); successivamente è tra gli interpreti, con alcuni detenuti, del lavoro “Secondo Qoèlet, dialogo tra gli uomini e Dio”, di Luciano Violante, per la regia di Giacomo Profilo, rappresentato nel Comune di Campi Salentino e al Teatro Politeama Greco di Lecce.

Nel 2005 partecipa al lavoro teatrale “Quannu foi ca muriu lu Pietru Lau”, liberamente tratto dai “Canti te l’autra vita” di G. De Dominicis, rappresentato al Teatro Politeama Greco di Lecce.

Nel 2014 pubblica, per i tipi di Grauseditore, “Gallinelle e nodi. Sabbia e poesia”, una raccolta di testi in versi e prosa, definita come “un viaggio che si snoda tra le pagine per esplorare la vita” (Valeria Naviglio), o come “un volo pindarico… un viaggio tra i pensieri… particolarmente intenso e profondo… uno stile letterario raro e prezioso” (Paola Bisconti), o ancora “La rivoluzione della semplicità… una raccolta di liriche che trasudano vita… anche quando dall’italiano si passa a quel sanguigno pugliese, ritmato al punto da ricordare i grandi maestri greci” (Sabatino Di Maio), o infine “Una preghiera laica, insonne, sommessa, moderna, di una donna del XXI secolo… un libro che si regge sulla parola… delicato, intimista… intrigante” (Francesco Greco).

Informazioni:
Cecyntè, 3381218128
cecynte.lecce@gmail.com

Musicaos Editore
info@musicaos.it
www.musicaos.org
tel. 0836.618232 / 3288258358

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (II parte)

di Giovani Greco

 

3 . L’esiguità delle fonti archivistiche non consente, fin qui, una completa ricostruzione biografica di frà Angelo. Tuttavia, in questa sede, si è in grado di fornire alcune inedite notizie che potranno costituire una significativo punto di partenza per un’analisi filologica delle sue opere. Il 4 marzo 1609, in Copertino, in un’abitazione nelle adiacenze della cappella intitolata a San Pietro Caposotto[1],Lucia Turi, moglie di Bartolomeo Tumolo, dette alla luce Giacomo Maria. Il giorno successivo l’infante fu condotto nella parrocchiale e l’arciprete, don Giovanni Maria Caputo, alla presenza dei padrini, i magnifici G. Francesco e Giacomo Racanata, gli somministrò il sacramento del battesimo[2].

Il documento che ci consente di risalire all’atto di battesimo è una Donatio fatta per frà Angelo da Cupertino del notaio leccese Giuseppe Garrapa del 7 febbraio 1632[3]; a questa data, nel convento dei cappuccini di Rugge in Lecce, alla presenza del notaio e degli opportuni testimoni “frate Angelo de Cupertino, al presente novizio dell’ordine dè Frati Minori di S. Francesco d’Assisi Capucinorum, al secolo Jacoby Maria filius legittimo di Bartolo Tumulo de Cupertino spontaneamente asserì come l’anni passati (quattro anni prima) si deliberò abbandonare il mondo e servire tutto il tempo di sua vita il Signore Dio per acquistare tesori celesti, et acciò più commodamente patire e seguire si claustrò dentro detta Religione di San Francesco e pigliò l’habito di Cappuccino dove al presente si ritrova, et persistendo à detta sua bona e santa voluntà intende à detta Religione professare et morire e dovendo de prossimo fare detta professione et avanti di quella fare la Renunzia e rifiuta dè suoi beni ha supplicato l’Ill.mo di questa Città si concedi la licenza di poter fare detta rinuncia di detti suoi beni servata la forma dell’ordine S.T.C. (Sacro Tridentino Concilio).

Il 1628, all’età di 19 anni, Giacomo Maria Tumolo abbandonò gli abiti secolari per quelli francescani abbracciando la rigida regola cappuccina nell’antico convento di Rugge, unica sede del noviziato.

Frà Angelo da Copertino, chiesa matrice di Copertino (ph Stefano Tanisi)
  1. Da questo momento di frà Angelo si perde ogni traccia. A differenza della vocazione religiosa di cui ora siamo in grado di saperne di più, l’assenza di documenti non ci consente di stabilire come, dove e quando rivelò quella per l’arte. Possiamo solo immaginare che appena adolescente sia rimasto affascinato dalle opere del suo concittadino, Gianserio Strafella, e si sia applicato con ogni mezzo a perfezionare il disegno e ad affinare il linguaggio delle luci, delle ombre e dei colori.

Ma usciamo dalla sfera delle ipotesi e cerchiamo di percorrere, per quanto è possibile, le sue vicende artistiche che potremmo dividere sin d’ora in due periodi: il pre e il post romano.

Di sicuro siamo in grado di stabilire che a 27 anni era già in grado di esprimere una certa conoscenza cromatica, stilistica ed iconografica che lo poneva fra le emergenze artistiche più interessanti di Terra d’Otranto. E mi riferisco all’opera di Ruffano raffigurante L’apparizione del Bambino a Sant’Antonio di Padova nella quale è emersa recentemente la seguente iscrizione: “FRAT[ER] ANG [E]LUS A CUPA[RTI]NO / PINGEBAT 1636”. Quasi certamente il dipinto fu chiesto dai cappuccini di Ruffano ad un altro monastero in seguito al mutamento del Santo protettore del paese da S. Francesco d’Assisi a Sant’Antonio di Padova, avvenuto nel 1683 sotto Ferrante II Brancaccio, principe di Ruffano[4].

 

Note

[1] Sarà utile ricordare che la chiesa intitolata a San Pietro Caposotto sorse nel XVI secolo e dal 1707 mutò il nome in Madonna delle Grazie.

[2] Archivio della Chiesa Collegiata di Copertino, (ACCC), Liber Baptizatorum, 3, c. 216r.

[3] A S L, atti di notar Giuseppe Garrapa, 46/23, a. 1632, cc. 17r-18r.

[4] Cfr A. de Bernart, ‘Il convento dei Cappuccini di Ruffano’, in Nuovi Orientamenti, XIII, 75, (Gallipoli 1982). Id. Culto e iconografia di S. Antonio da Padova in Ruffano, (Galatina 1987. AA.VV. Pittura in Terra d’Otranto, tav. 314. A. de Bernart – M. Cazzato, Ruffano una chiesa un centro storico, (Galatina 1997), 50-51 e passim.

 

Pubblicato su “Studi Salentini”, a. 44, vol. LXXVI (1999), pp. 143-158

Per la prima parte:

Frate Angelo da Copertino (1609-1685 ca.) (I parte)

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