Dialetti salentini. Canìgghia (crusca)

di Armando Polito

* Nerinu, sbrìgati a mangiare  quelle belle crocchette alla crusca che ti ho preparato apposta, perché è ora che andiamo al mare!queddhe beddhe crocchette alla canìgghia ca t’aggiu priparatu ‘mposta, ca ggh’è ora cu ssciamu a mmare!

** (Traduzione dal miciese in dialetto neritino e da questo in italiano): Ce mm’ha scangiatu pi’ ccane? Màngiatile te e a mmare va mmènate sulu! (Mi hai scambiato per un cane?Mangiatele tu e vai a mare a buttarti da solo!)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la vignetta è un fotogramma tratto da un’animazione che per limiti di occupazione di memoria imposti dal blog non ho potuto qui inserire, ma che da oggi è visibile da chiunque lo voglia sul mio profilo Facebook (è aperto a tutti).

Le parole sono come noi: nascono, crescono, generano figli. Questi ultimi sono i derivati, non l’infernale strumento finanziario che tanti danni ha prodotto ma quelle parole che hanno in sé la radice della parola primitiva e grazie a lei  si assicurano la sopravvivenza anche quando essa non è più in uso. Già, perché anche le parole sono destinate prima o poi a morire, soprattutto quando esse designano non tanto un sentimento quanto un oggetto, un prodotto, qualcosa di concreto insomma, non più in uso. A questo destino non si sottraggono le parole dialettali ma a volte esse pagano un doppio tributo rispetto alla lingua nazionale, nel senso che, dopo una vita condotta in un’aureola di inferiorità, debbono assistere inermi, mentre muoiono, alla sopravvivenza della corrispondente parola in lingua. È questo il caso di canìgghia, nome salentino della crusca. Quest’ultima sopravvive (anzi, come dirò a breve, prolifera e dal 1583 ha dato il nome alla celebre accademia), quella è comprensibile, ormai, solo dai più anziani, perché le generazioni più giovani hanno perso, non certo per loro colpa, la consapevolezza storica del termine. Oggi la crusca trova largo impiego in erboristeria con il recupero di impieghi antichi (per esempio: impacchi contro la sciatica), nella cosmesi (saponi e maschere tonificanti) e in campo alimentare nella preparazione del pane; ma ancora in erboristeria è disponibiile la versione sintetica (in duplice senso, tenendo conto dei prodotti OGM …), in pillole. Infatti non solo la fibra che consente l’accesso veloce alla rete è diventata indispensabile, ma anche quella che consente il corretto espletamento della funzione intestinale. La crusca è tutta fibra e poiché quella vegetale è, come quella ottica, di moda (una volta tanto dico giustamente …), il pane fatto con essa  ha un costo superiore rispetto a quello comune. è quello che si dice un prodotto di nicchia, o quasi.

E pensare che perfino nel mondo contadino di una volta, quello in cui nulla si buttava, la canìgghia trovava il suo uso prevalente nella preparazione del pastone per gli animali del pollaio e per i cani. Infatti, tanto per cambiare, canìgghia è dal latino *canìlia, aggettivo neutro plurale sostantivato (che alla lettera significa cose per cani) costruito su canis=cane come da ovis=pecora si è sviluppato il neutro sostantivato (questa volta singolare) ovile, da cui  è, tal quale, la voce italiana. Chissà se qualche cane (considerato, non so se a torto o a ragione, più intelligente della gallina; ma più di qualcuno di noi umani certamente lo è …) conserva ancora in qualche gene il sapore dei pastoni a base di crusca dei suoi antenati o tutto è stato cancellato dai croccantini e bocconcini imperversanti sul mercato …

Comunque sia, mentre crusca continuerà a celebrare i suoi fasti e l’omonima accademia sarà sempre più impegnata in un’operazione non tanto di purismo linguistico in senso stretto, come in passato, ma di sbarramento all’asfissiante, provinciale ed idiota anglofilia da cui l’italiano è sempre più affetto ed afflitto, canìgghia sarà destinata a cadere, per i motivi già detti, nel dimenticatoio, non solo nel suo significato di base, ma anche in quello metaforico di forfora che assume il suo diminutivo canigghiola (scòtulate2 la canigghiola ti lu collettu=scuoti la forfora dal colletto; ricordo che il latino furfur, da cui l’italiano forfora, significa crusca e forfora), il che equivale alla morte non solo del crudo, concreto valore semantico, ma anche di quello evocativo, per certi aspetti più profondo, della poesia.

Ancor più condannata all’estinzione appare (anche per la pigrizia che sembra essersi impossessata del cervello di tanti …) la voce in locuzioni del tipo cce ttieni intr’alla capu, canigghia? (che hai nel cranio, crusca?). Così anche certe iniziative meritorie, pur nel loro dilòettantismo, a favore del dialetto che sfruttano questo o quel social network, dopo un momento di iniziale euforia, si spengono lentamente, nel senso che vien meno la collaborazione degli utenti, anche se i contributi pregressi restano visibili.

Nella realtà nazionale spicca il caso di Dialettando.com (http://www.dialettando.com), in quella salentina Accademia della canigghia (https://www.facebook.com/groups/45084158583/).2 Non è per campanilismo (sia pure parziale perché l’interessato vive a Nardò ma è nato a Galatone) che sento il dovere di far presente che la creazione di questa sorta di parodia onomastica è già nel sottotitolo (Le sorprendenti vite degli accademici della Canigghia) di Con decenza parlando di Pasquale Chirivì, Kurumuni, Calimera, 2010.

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1 Per l’etimo di scutulare vedi la nota 8 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/17/sul-termine-naca-la-culla-dei-nostri-avi/

2 Lo stesso è per altri siti con lo stesso nome, perché evidentemente nel dialetto locale pure lì crusca è canigghia; ad esempio, per la Locride: https://www.facebook.com/pg/Accademia-della-Canigghia-Locride-466595136763810/posts/?ref=page_internal 

Suzzu: dalla culinaria alla persecuzione e viceversa

di Armando Polito

Probabilmente le metafore tratte dal mondo animale sono le più numerose, certamente più numerose di quelle ispirate dal cibo e dalla sua preparazione. Di queste ultime fa parte il salentino suzzu, che ha il suo esatto corrispondente nell’italiano solcio, che deriva dal franco *sultja (da cui il francese antico souz, il tedesco antico sulza e quello moderno Sülze). Il solcio è una specie di salamoia e, per estensione, ogni salsa destinata a rendere adatto al consumo un prodotto dopo qualche giorno e nello stesso tempo a  facilitarne la conservazione. Nel suo significato originario, quello culinario, suzzu trova applicazione in ricette, come i turdi allu suzzu proposti da Massimo Vaglio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/10/autunno-tempo-di-tordi/.

L’uso metaforico è limitato a locuzioni del tipo m’ha mmisu allu suzzu (mi ha messo sotto pressione), azione che nella sua forma più pesante s’identifica con una vera e propria persecuzione, quella che chi parla bene oggi chiama stalking.  Il caso ha voluto che questa parola derivi da to stalk che significa camminare furtivamente, come fa il cacciatore che tende un agguato. E così, siccome il cacciatore evoca i tordi, siamo tornati per pura combinazione al percorso inverso, dalla persecuzione alla culinaria …

Personaggi salentini: Guido Melle e la sua trance medianica al pianoforte

di Gianfranco Mele

 

Guido Melle, di Sava (TA) in paese detto “Don Guido”, era noto, oltre che come medico, per la sua passione per l’occulto e l’esoterismo. Galantuomo d’altri tempi, aveva fama di medium. Non faceva mistero di questi suoi interessi, difatti accettava di buon grado di parlare con chiunque delle sue ricerche in campo occultistico e medianico.

Per noi ragazzi, attratti da tutto ciò che era ricollegabile all’esoterico e all’ignoto, Don Guido era un personaggio particolare, misterioso, in un certo senso carismatico, per cui diverse volte, tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, con pretesti diversi, andammo a fargli visita. Ci accoglieva sempre, dopo averci ben scrutati e interrogati sui motivi delle nostre richieste, e sulle nostre intenzioni. L’ultima volta che andai a trovarlo fu nel 1983 (Don Guido aveva già 71 anni), stavolta non per curiosità fine a se stessa, ma in occasione di una ricerca sulla magia contadina, e in particolar modo sul tema del malocchio, argomento assegnatomi dal mio professore nell’ambito di un seminario-ricerca del programma di Antropologia istituito nell’ ambito della facoltà di Magistero dell’ Università di Urbino. Don Guido mi fornì una spiegazione stringata e “tecnica”: “il malocchio esiste! Ne sono portatori persone particolarmente sfortunate, o risentite o invidiose, che pertanto hanno accumulato energia negativa e di conseguenza la diffondono all’esterno o nel loro ambiente”. Non mi sembrò particolarmente interessato all’argomento (difatti si occupava d’altro) e concludemmo con poche altre informazioni. Per di più, dovetti escludere questa intervista dal mio report finale, in quanto il target tassativamente imposto dal professore era costituito da anziani di estrazione contadina, addentrati nelle pratiche e/o nelle credenze sul malocchio, con esclusione, appunto, sia di uomini e donne di estrazione sociale diversa, che di studiosi e cultori “professionali” di scienze occulte. In quella e in altre occasioni, Don Guido si soffermò più che altro (senza lasciarsene pregare) a parlare delle sue esperienze di medium e di “ricercatore” nell’ambito del paranormale e dello spiritismo. Ciò che ricordo di queste visite in particolare, sono le “registrazioni delle voci dei morti” (metafonia secondo i cultori di questa singolare e per me bizzarra e improbabile pratica) che Don Guido custodiva gelosamente, e che ci fece ascoltare, tirando fuori un vecchio registratore a bobine, con la solennità di chi   sta facendo dono e dimostrazione di un documento prezioso ed eccezionale. Altra cosa che ci mostrò a testimonianza dei suoi contatti con il paranormale, fu una foto che lo ritraeva giovane, quando era un ufficiale di marina, nella quale lui era convinto che fosse stata immortalata dall’obiettivo, sullo sfondo, una presenza misteriosa, uno “spirito” (che, per la verità, io faticavo a vedere). In occasione di una mia ulteriore visita con una mia coetanea, sua frequentatrice in quanto appassionata anche lei di esoterismo, assistetti ad una ulteriore performance: Don Guido traeva il “fluido” dalla mia amica abbracciandola e stringendola a sé. Capii che era un rituale di prassi, ma non so altro in merito a tale questione del “fluido”. Tuttavia, la chicca del suo repertorio erano le sue suonate al pianoforte, “guidate” da una misteriosa entità. Per due o tre volte, nel corso di queste mie visite, potei assistere a questa singolare esibizione. Lo scenario era lo stesso di quello che ho raccolto in una serie di articoli o stralci di libro che cito più avanti: Don Guido che, in una sorta di trance, e, a suo dire, ispirato da forze misteriose, si metteva a suonare il piano lasciandosi guidare da queste entità sul come e dove posizionare le mani sulla tastiera. Le premesse, le ricordo – nei suoi racconti di cui fui diretto testimone – articolate e dense di particolari, mentre la performance aveva delle varianti rispetto a come è raccontata nei passi che riporterò a seguire: mentre ad esempio, nel racconto di Mancigotti, Don Guido pone sul pianoforte la foto della figlia trapassata dello stesso Mancigotti, insieme ad un libro di parapsicologia, nelle esibizioni in mia presenza poneva la statuetta di un angelo, che toccava e sfregava prima delle esibizioni.

La premessa-spiegazione all’esibizione, che il medico ci forniva, era la seguente:

una notte, gli era apparso in sogno una sorta di putto, un bimbo paffutello e dai capelli dorati e riccioluti, che lo stesso Guido ci indicò come incredibilmente somigliante ad un bambino del paese (che si distingueva proprio per il suo singolare aspetto da piccolo angioletto) che abitava a poca distanza da lui, in via Roma. Questo bimbo si presentò a Guido come “Il Cherubino delle Armonie Celesti” e gli disse: “ora alzati dal letto e vai a suonare il pianoforte. Da questo momento tu sarai guidato da me, le tue mani si muoveranno sul pianoforte tracciando delle melodie che tu eseguirai ogni volta che puoi, con il fine di aiutare i bambini bisognosi: terrai concerti, e il ricavato sarà devoluto per aiutare questi bambini”. Così fece Guido, si recò al pianoforte e si mise a suonare, nel cuore della notte; ne uscì fuori una musica celestiale (ci raccontava lui), tanto che la moglie si svegliò di soprassalto, si avvicinò incantata a Guido e lo ascoltò rapita, e in lacrime, tanto sublime era la melodia che fuoriusciva dalla tastiera.

Sava, Casa Melle

 

Poichè Guido era in grado, ogni volta che lo volesse, e sfregando la statuetta, di ripetere a suo piacimento la prodigiosa performance, usava farlo anche a scopo dimostrativo e indipendentemente dai concerti che avrebbe dovuto tenere. Così, la replicò anche davanti a noi quando andammo a trovarlo, per mostrarci il dono ricevuto dall’ Angelo delle Armonie Celesti. Francamente, in quelle due o tre volte che fui spettatore dell’evento, la mia impressione fu sempre la stessa: mi trovavo di fronte ad un discreto musicista, non professionale, che aveva però un buon orecchio e la dote e il gusto dell’improvvisazione. Nulla di trascendentale o particolare (almeno per me e secondo le mie impressioni), se non nella suggestiva e rituale atmosfera che don Guido sapeva costruire. Certo, non aveva l’aria di un mentitore o di un imbonitore, don Guido: pareva sincero, e sicuramente lo era, in quanto lui, a tutto questo, ci credeva e aveva speso, del resto, la sua vita e le sue energie nella ricerca e nella dimostrazione (agli altri e a sé stesso) della possibilità della comunicazione con l’aldilà e con entità soprannaturali. Nelle suonate di Guido io non vidi Debussy o Listz o Schubert e quant’altri, e nemmeno ne fui rapito ed estasiato come ne sono rapiti ed estasiati i suoi amici o colleghi cultori di parapsicologia e spiritismo che lo celebrano nei passi che cito a seguire. Devo aggiungere che, sebbene nelle varie recensioni sia specificato che lui non aveva mai suonato il pianoforte né aveva tecnica o preparazione alcuna, sta di fatto che una sia pur minima familiarità con lo strumento, Guido – a mio avviso – doveva avercela, avendolo in casa (un bel pianoforte peraltro) e provenendo da un ambiente affatto digiuno di musica. Passiamo ora ad elencare le recensioni.

Il periodico Gente del 5 settembre 1996 dedica a Guido Melle un articolo, intitolato: “Debussy dall’ aldilà mi aiuta a suonare il piano”. Uno stralcio di questo articolo è riportato da un’ inchiesta del C.I.C.A.P. presente anche sul web:

Guido Melle, 84 anni- chirurgo in pensione, da vent’anni riesce a improvvisare straordinari concerti al pianoforte, ma sostiene di non conoscere la musica. «Una mattina – racconta – mentre mi trovavo ancora a letto vidi un bambino di circa dodici anni fermo sulla porta della mia camera. (…) “Sono l’angelo delle armonie celesti” mi disse – e sono venuto per affidarti un incarico importante. Hai sempre aiutato i bambini poveri e ammalati che conosci. Ebbene ora aiuterai anche quelli che non conosci, tenendo concerti di pianoforte per beneficenza. Adesso, quando decido di suonare, sento una forza misteriosa penetrare dentro di me. Resto perfettamente cosciente, ma sento di essere dominato da una presenza estranea. Ritengo che sia lo spirito di Debussy che prende possesso del mio corpo e suona con le mie mani. Lo sento infatti come se fosse vicino a me.1

Laura Guerra Rascio, personaggio dedito all’occulto, racconta del “I Congresso di Parapsicologia” tenutosi a Napoli nel 1983, dove ha occasione di incontrare Guido Melle:

“In quella occasione, conobbi ed ascoltai suonare al pianoforte il caro amico dott. Guido Melle, Uff. Medico di Marina, che aveva il dono che, oggi, chiamerei “metamusica”, perchè, pur non avendo alcuna cognizione di note e di spartiti, quando appoggiava le sue mani sulla tastiera, in un leggero stato di allocoscienza, realizzava musiche molto simili a quelle di Listz, Schubert, Chopin. Lo incontrai poi, tante altre volte, in tanti altri congressi, ed ebbi l’onore di riceverlo a casa mia, con immensa gioia, perchè era una persona gentile, colta, umana, esente da protagonismo tanto in voga oggi. Anche i miei figli ne furono conquistati, e mio marito, che lo ricorda con stima e simpatia” 2

La storia di Guido Melle “novello Debussy” è presente in un altro libro, che non sono riuscito a reperire, dal titolo “A colazione con E.T., esperienze paranormali di persone famose”, il cui autore è Renzo Allegri (1988). il libro viene citato però da Lida Russo, che nel suo “La vita è un soffio, la morte è vita”, riprende la descrizione della storia e dell’esperienza di Guido Melle:

Al congresso di Cattolica del 1989, il dottor Mario Mancigotti presentò ai partecipanti il dottor Melle, che, al pianoforte, eseguì un pezzo di musica classica, spiegandoci come era arrivato a conoscere quel motivo. Il dottor Melle confessò di non aver mai suonato il pianoforte, tantomeno musica classica.

Registrai quel motivo di venerdi e, riascoltandolo, la musica si udiva limpida, come il dottor Melle l’aveva eseguita.

Il giorno seguente giunsero altri congressisti, e il dottor Melle eseguì il solito motivo, che io di nuovo incisi su nastro.

La sera, quando riascoltai la bobina, tra le meravigliose note, trovai incise queste parole: Mamma, ci siamo tutti.

Il pianoforte non era più il solo strumento a suonare, ma era accompagnato da un’intera orchestra con molti strumenti e da un allegro rintocco di campane.

Passato un anno, ci ritrovammo tutti a Cattolica, per un nuovo congresso, e feci ascoltare la sinfonia a molti presenti. Quando la musica finì, mi si avvicinò una signora, che si qualificò come musicista e si dichiarò entusiasta di ciò che aveva udito. A rendere ancor più belle quelle note era la loro natura celestiale.” 3

 

Lida Russo inserisce in queste pagine del suo libro una nota biografica di Guido Melle, scrivendo:

“Guido Melle è un medico chirurgo pugliese, abitante a Sava, in provincia di Taranto. Nel 1975, una mattina, prima del risveglio, ebbe la visione di un angelo che lo invitò a tenere concerti per i bambini poveri ed ammalati. Da allora, pur non avendo mai studiato armonia e tecnica pianistica, egli tiene spesso concerti, improvvisando musiche al pianoforte che vengono giudicate, dagli intenditori, straordinarie. Si ritiene che le sue mani siano guidate sulla tastiera dallo spirito del grande musicista francese Claude Debussy. Il caso Melle di “musica medianica” è probabilmente l’unico del genere. Renzo Allegri gli ha dedicato un intero capitolo del suo libro “A colazione con E.T. (1988)”. 4

In un libro del 1990 parla di Guido Melle anche tal Mario Mancigotti, cultore di medianità, scrivendo:

Automatismi: sono così denominate quelle manifestazioni paranormali di sensitivi che, pur non possedendo capacità artistiche acquisite, sono in grado, quasi fossero ispirati o guidati da entità trapassate, di eseguire in stato di coscienza vigile, in semi-trance o in trance, elaborati di alto valore formale e contenutistico nel campo della: Pittura […], Musica, come le stupende sonate per pianoforte eseguite da Guido Melle di Sava (Taranto) ispirate da grandi compositori del passato come Debussy ed altri; Scrittura […]. “ 5

 

Più avanti il Mancigotti dedica un capitolo intero a Guido Melle, dal titolo “Una musica celestiale per noi”. Mario Mancigotti e sua moglie Luisa son convinti di essere in contatto con lo spirito della loro figlia Daniela, morta prematuramente. In questa storia di “contatti con l’aldilà” si sarebbe inserito il Melle.

Mancigotti scrive:

“Il caro amico Guido Melle di Sava (Taranto), il noto medico che pur non avendo studiato musica né tanto meno la tecnica pianistica ha il dono carismatico della “musica ispirata” (si tratta di una forma misteriosa di automatismo al pari della pittura o della scrittura e del disegno medianico), si pone davanti alla tastiera del suo pianoforte, ponendo sul leggìo la fotografia di Daniela ed il libro “Oltre il tunnel”.

Ne sboccia d’incanto una musica davvero celestiale che sono in grado di ascoltare con commozione profonda quando mi giunge il dono prezioso della cassetta incisa.

Al termine del brano musicale Guido ha registrato queste parole: “Miei cari Luisa e Mario, se Daniela si farà viva con la sensitiva vi prego di salutarmela e chiederle se è stata lei ad ispirarmi la musica. Il brano è unico, non c’è copia e potete farne l’uso che volete. Spero che sia un altro dei ponti che più saldamente servirà a ricongiungervi con la diletta figliola. Vi abbraccio, Guido Melle”.

21 e 22 settembre. Sono trascorsi appena cinque giorni; sto attendendo la visita del noto giornalista Renzo Allegri per un servizio su “Gente”, ed ecco che Daniela così si esprime: “Cara mamma, mi senti poco perchè tu sei stanca e la tua mente è l’organo più sensibile; cerca di riposare e impara a ricevere ogni persona, ogni fatto, ogni contatto con il distacco necessario”.

Luisa domanda: “Dani, ieri mi è stata recapitata una cassetta registrata da Guido e mi ciede una tua conferma”; la conferma giunge immediata.

Caro Guido, cari genitori, è facile attribuire ad un genio una bella musica ma questo brano è un condensato, una elaborazione dell’amore che irradio verso di voi, il concorso di Debussy c’è, perchè voi sapete che io mi sono solamente limitata ad una breve prova con la chitarra. Cara mamma, so con quanta nostalgia ricordi quelle brevi esibizioni ma ho visto con quanta nostalgia e commozione hai ascoltato il brano di Melle; tienilo caro, io mi sono inserita con tutto il sentimento che nutro per voi, per tutti voi che non avete una vita facile ma più che per voi pregate il Signore per tutti coloro che soffrono in ogni parte della terra sottoposta ad ogni genere di ludibrio. Guardate lontano, il punto più lontano, pensando che di lì si diparte la serenità, la perfetta comunione di tutti i fratelli in Cristo, la speranza di una giustizia vera con la spiegazione delle vostre sofferenze che oggi non potete capire appieno”. 6

Ma il Mancigotti dedica a Guido Melle anche il capitolo succesivo del suo libro, dal tiutolo “Appare alla mamma”, narrando della visione della figlia Daniela morta:

“Ritengo opportuno riportare un episodio di eccezionale valore collegato a questo brano musicale, a me tanto caro. Se veramente in esso c’è l’estro di Claude Debussy, ebbene questa volta egli ha superato se stesso. Quante volte ho riascoltato il celebre “Chiaro di luna” o il “Notturno” in re bemolle maggiore o qualche preludio del celebre compositore parigino, ma nessuno di essi mi procura una emozione, un brivido estatico come questo.

Bene, una sera dell’inverno 1987 resta con noi a cena una giovane coraggiosa signora di Trento, Luciana G., la quale si trova sola a Milano per assistere il marito Franco, in stato di coma da oltre un anno e mezzo a causa di un banale incidente stradale, ricoverato al Policlinico milanese per un intervento chirurgico. Ella ci ha conosciuto attraverso la lettura del libro ed è diventata una cara amica.

Dopo cena ci riuniamo nello studio, che era una volta la cameretta di Daniela ed ora è il posto di raccoglimento, di preghiera, di sperimentazione metafonica, di ascolto di musica. Propongo di fare ascoltare a Luciana la musica di Melle.

Io sono al centro rivolto verso il registratore ed ho alla mia destra Luisa e alla sinistra Luciana; alle mie spalle si trova il lungo tavolo fratino sul quale è posta la fotografia di Daniela, quasi protetta da un massiccio mezzo busto del Cristo, intagliato, in modo stupendo in un pezzo di ulivo bruciacchiato, da un contadino-scultore siciliano.

Inizia l’ascolto della musica, ma mi avvedo che Luisa è distratta da rumori e guarda dietro di me; anche Luciana avverte strani rumori.

Agli occhi di mia moglie – come lei stessa poi ci riferirà – appare, come appoggiata al tavolo, con una gamba accavallata all’altra, la visione improvvisa di Daniela.

Si visualizza dai piedi fino alla testa e poi, viceversa, scompare dalla testa ai piedi; l’apparizione è durata pochi istanti, ma sufficienti per rendere radioso di felicità il volto di Luisa.

Era lì, accanto a noi, ad ascoltare la sua musica ed ha voluto darcene una prova così tangibile.” 7

 

L’ esperienza di Guido Melle è citata anche in un altro testo del settore, “Magia astrologica da Ermete a Cecco d’Ascoli e da Cecco d’ Ascoli a Campanella” , a cura di Anna Maria Partini e Vincenzo Nestler. Qui, si fa riferimento alla sua “musica medianica” come rimedio terapeutico: lo stesso Melle, in quanto medico, ne avrebbe verificato potenzialità risanatorie. 8

Il Melle è citato inoltre in diversi altri testi che si occupano di esoterismo, e recensioni e articoli appaiono in numerosi quotidiani e settimanali degli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

 

Concludo il ricordo di questo singolare personaggio con un simpatico aneddoto: in una delle nostre visite a don Guido, se pure noi avevamo fondamentalmente un sincero rispetto e stima del personaggio, non si può dire che palesavamo (per il semplice fatto che non la avevamo) una totale adesione alle sue convinzioni. Dovette, forse, cogliere nei nostri occhi o nel nostro atteggiamento un certo scetticismo, che, in particolar modo nel sorrisetto accennato sul labbro di uno di noi mentre ci congedavamo, poteva anche apparire sarcasmo. Così, accadde che in coincidenza con il momento in cui varcavamo la soglia di casa per uscire, e nel momento dei saluti, si verificò quel fenomeno atmosferico noto con il nome di sabbia del deserto: la vista di quella sorta di “pioggia di terra”, a cui non eravamo affatto abituati, e per di più in coincidenza con la visita a Don Guido, ci impressionò, assunse in quel contesto un significato particolare, e provocò in noi un sussulto e uno sgomento che l’anziano medico dovette cogliere, e che utilizzò per ammonirci: “ragazzi, non prendetevi mai gabbo di queste cose”, in riferimento a tutto ciò di cui avevamo parlato e che ci aveva mostrato poco prima.

1 “Gente”, 5 settembre 1996, cit. in: https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=274607

2 Laura Guerra Rascio, Napoli chiama, il Cielo risponde. Storia di una vita e una ricerca, Lettere Italiane, Guida Editore, 1999, pag. 28

3 Lida Russo, La vita è un soffio, la morte è vita. Messaggi e segni della dimensione dello spirito”, Hermes Edizioni, Roma, 1999, pp. 20-21

4Ibidem

5 Mario Mancigotti, Carezze di Dio, Hermes Edizioni, Roma, 1990, pag. 18

6Ibid., pp. 31-32

7Ibid., pp. 33-34

8Anna Maria Partini, Vincenzo Nestler, Magia astrologica da Ermete a Cecco d’Ascoli e da Cecco d’Ascoli a Campanella, Edizioni Mediterranee, Roma, 1983, pag. 96

Scuscitatu, Con decenza parlando …

di Armando Polito

Premesso che si capirà alla fine l’iniziale maiuscola della preposizione del titolo, dico che, se Renzi fosse stato salentino e avesse voluto rivolgersi a Letta con la fatidica frase ormai passata alla storia (stai sereno!) nella sua traduzione dialettale, gli avrebbe detto statte scuscitatu! Qui non starò a discettare sulla buonafede o meno dell’espressione salentina rispetto a quella immortalata in italiano (tutto il mondo è paese …), ma scuscitatu merita un approfondimento, anzitutto per le sue nobili origini e poi per il suo uso originale, direi controcorrente. Scuscitato, intanto, nasce dal latino excogitatu(m), participio passato di excogitare (che significa trovare pensando), formato dalla preposizione ex che significa lontano da e da cogitare (che significa pensare). La preposizione ex accoppiata, come nel nostro caso,  ad un verbo può avere valore intensivo o, al contraio, privativo.

In excogitare il valore di ex è chiaramente intensivo (alla lettera sarebbe pensare fuori dalla norma, tant’è che da esso è derivato l’italiano escogitare, che concettualmente suppone uno sforzo mentale non comune. Questa originaria ex in italiano si è evoluta in es- (come, appunto in escogitare), ma anche in s-: per esempio: stendere, che è dal latino extendere o scavare che è dal latino excavare. Oltre al valore intensivo ex in composizione con i verbi può avere pure un valore privativo, che è l’esatto contrario di quello intensivo: excommunicare, da cui l’italiano scomunicare o explicare (alla lettera togliere le pieghe) da cui gli italiani esplicare e spiegare.

Ricapitolando: l’italiano escogitato presenta es- con valore intensivo. E il dialettale scuscitatu? La sua s- ha valore chiaramente privativo (scuscitatu vale come senza pensieri, senza preoccupazioni), perciò la sua s- ha valore privativo, cioè l’esatto contrario rispetto alla voce italiana perfettamente corrispondente dal punto di vista formale. Questa divaricazione tra dialetto e lingua nazionale pone serie difficoltà di traduzione, come nel nostro caso  perché sarebbe impossibile rendere scuscitatu con escogitato senza incorrere in effetti comici simili a quelli in cui ancora oggi va incontro l’italianizzazione di parole dialettali da parte di gente incolta (e non solo …), insomma quello che è stato il vasto campo di ispirazione di Nino Frassica e prima di Totò e prima ancora di Plauto.

Colgo l’occasione per ricordare come ben consapevole di questi problemi di dialetto>”italianese” si mostra Pasquale Chirivì nella prefazione del suo Con decenza parlando, Kurumuny, Calimera, 2010, un lavoro notevole, la cui ricchezza documentaria, fra l’altro, meriterebbe (al di là dell’intento umilmente dichiarato dell’autore) un’integrazione di natura scientifica, magari con un’appendice integrativa in cui i singoli vocaboli dialettali “intraducibili” o soggetti ad equivoco (come scuscitatu) trovino ospitalità alfabetica (avrei fatto più presto a parlare di glossario …) per consentire un immediato riscontro, volendo anche di carattere comparativo, con gli approfondimenti locuzione per locuzione fatti dall’autore, conservando, cioè, l’agile ed accattivante impianto originale (l’ideale per una prima lettura) e riservando al glossario il compito di registrare annotazioni di ordine linguistico e non, a corroborare quanto già volta per volta presente al fine di soddisfare la curiosità del lettore (anche non salentino …) più esigente e proporre, nei limiti del possibile, la risposta a domande che la lettura del testo principale potrebbe aver suscitato nel lettore non disposto a starsene … scuscitatu.

Un altare ligneo barocco nella chiesa del SS. Crocifisso a Latiano

di Domenico Ble

 

A Latiano all’interno della chiesa del SS. Crocifisso possiamo ammirare una macchina d’altare lignea, realizzata nel 1697.[1]

In basso al centro è posizionata la mensa d’altare e al disopra dietro al tabernacolo è collocata la tela raffigurante l’Addolorata e sopra trova posto l’edicola al cui interno sono conservati i reliquiari con all’interno un frammento della Santa Croce e della Santa Spina.

A sinistra è posizionata la tela raffigurante San Giovanni Evangelista, mentre a destra quella raffigurante Maria Maddalena, al di sotto di queste due tele sono collocate le porte di accesso alla sagrestia. La decorazione ad intaglio fu realizzata nel 1707 da Oronzo Garafa di Lecce.[2]

 

Le due tele raffiguranti San Giovanni Evangelista e la Maddalena sono del pittore mandurese Diego Oronzo Bianchi, queste risalgono ai primissimi anni del XVIII secolo, possono essere associate a questo pittore in quanto due iconografie simili, più tarde nella realizzazione, sono presenti nella chiesa dell’Immacolata.

L’altare ligneo è impostato sulla parete di fondo della cappella, risaltando per le sue decorazione dorate. Lo spazio che lo caratterizza è diviso in tre parti dalle quattro colonne tortili sormontate da capitelli corinzi; al disopra ritroviamo il fregio aggettante all’altezza dei capitelli e decorato all’interno con linee curve. Sulla cimasa, all’estremità di destra e di sinistra, ricorre la decorazione a volute con in mezzo delle piccole urne sormontate da delle lingue di fuoco, mentre al centro troviamo la tela raffigurante Dio Padre racchiusa in una cornice.

In linea con il gusto dell’epoca, tipicamente barocco, i suoi motivi decorativi richiamano quelli di diversi altari delle numerose chiese di Lecce, città innovatrice e ispiratrice per le arti nel corso del XVII e XVIII secolo.

 

[1] S. Settembrini, Il culto del SS. Crocifisso a Latiano. Storia e tradizioni, Italgrafica Edizioni, Oria 1996, p. 21.

[2] Ibidem…

Ggimentu, gimmientu e ggimintare

di Armando Polito

L’etimologia fa vivere le esperienze più bizzarre e cantonate memorabili. Per esempio: chi sarebbe disposto ad accettare che la voce italiana territorio non derivi da terra e, al contrario che ci siano rapporti tra cemento, cimento e cimentare, cioé le tre voci italiane perfettamente corrispondenti a quelle neretine del titolo? Sulla tutt’altro che probabile derivazione di territorio da terra do appuntamento al lettore interessato sul mio profilo Facebook (aperto a tutti) per uno dei prossimi giorni, mentre per quanto riguarda cemento, cimento e cimentare dirò brevemente che cemento deriva dal latino caementum (deverbale da caedere=tagliare, fare a pezzi), che significava pietra da costruzione, ma anche malta. Cimentare, invece, deriva da cimento (variante di cemento) nel significato antico di mistura per saggiare i metalli preziosi, da cui il significato di cimentare (usato riflessivamente) sinonimo di mettersi alla prova. La voce salentina ggimintare (da cui gimmientu col significato di provocazione e, con vocalismo diverso in funzione di differenziazione semantica, ggimentu col significato di cemento) ha un uso anche non riflessivo col significato di provocare in espressioni del tipo no mmi ggimintare (non provocarmi) e nel proverbio Arata e trairsata ole la terra, amata e ggimintata ole la tonna, del quale mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/17/ggimentu-e-ggimintare-dalla-speculazione-edilizia-alle-molestie/ in un post del quale quello di oggi può essere considerato integrazione. E di questo debbo essere grato al professor Federico La Sala, il cui commento ad un mio post piuttosto recente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/06/19/sternatia-un-indovinello-in-griko/) mi ha consentito di aggiungere quanto segue.

Il professore, infatti ricordava che a p. 9 della raccolta del Morosi da cui avevo tratto l’indovinello in griko oggetto del post stesso, si legge ua preghiera infantile. La riporto in formato immagine.

Il testo in griko presenta vocaboli romanzi (quelli che lo stesso raccoglitore ha posto in corsivo) che manifestano una già avvenuta contaminazione tra le due lingue (in scampèfsu, parentu e cimentu il fenomeno coinvolge una sola parola con la radice romanza da una parte e la desinenza grika dall’altra), contaminazione piuttosto strana, perché, al di là dell’evocazione quasi da litania insita nella rima tra parentu e cimentu, il fenomeno sarebbe giustificato solo se non esistessero corrispondenti in griko di queste due voci. Io, ho avuto occasione di dirlo più di una volta,  non conosco il griko; e, allora, qualcuno mi può aiutare? intanto, perché anche il lettore comune possa cogliere i punti in comune, do di seguito la mia traduzione in greco classico.

Τὸν Χριστὸν τὸν θέλω ἐγὼ διὰ κύριον,

τἠν Madonna τἠν θέλω ἐγὼ διὰ μάμμαν,

τὸν ἄγιον Giseppo ἐγὼ διὰ ἀδελφὸν,

τοὺς ἀγίους ὅλους τοὺς θέλω διὰ parentους,

ἵνα με scampωσι ἐξ’ὅλου τοῦ cimentου.

Lo scultore Eugenio Maccagnani in un ritratto di Luigi Pellegrino

di Armando Polito

Gli artisti citati nel titolo sono entrambi salentini ed entrambi nacquero a Lecce. Dello scultore mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/12/magliani-agostino-detto-tino-e-la-sua-medaglietta-la-ferrovia-tra-brindisi-e-taranto-lho-portata-io/, link al quale rinvio. Qualche parola va, invece, detta per Luigi Pellegrino. Nato nel 1905.  Si fece notare nella Mostra Salentina d’Arte Pura e d’Arte Applicata che si tenne a Lecce nel 1924, ma operò a Roma, in cui si era trasferito, subito dopo il conseguimento a Lecce del diploma di istituto tecnico, per frequentare la Scuola di ingegneria che abbandonò dopo tre anni.

A Roma eseguì il ritratto di Eugenio Maccagnani nel 1929, come si legge in calce al dipinto. Anche se pure il Maccagnani si era trasferito nella città eterna fin dal 1871 non è dato sapere  se il ritratto sia stato eseguito dal vivo appena un anno prima che lo scultore morisse. Nel 1929, comunque, il Maccagnani, che era nato nel 1852, avrebbe avuto 77 anni, età, forse,  non convincentemente corrispondente a quella del ritratto.

Appare poco credibile, d’altra parte, che il Pellegrino abbia avuto come modello, da sottoporre ad invecchiamento,  la foto presente in Enrico Giannelli, Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori ed architetti, Tipografia Melfi & Joele, Napoli, 19161.

Dopo il frontespizio riproduco da p. 636 l’immagine seguente.

Mi pare legittimo supporre che la foto non risalisse proprio al 1912, quando lo scultore aveva sessant’anni ma probabilmente a due decenni prima.

Per consentire al lettore un più agevole controllo comparativo tra questa ed il ritratto del 1929 riproduco le due immagini affiancate.

Per completezza d’informazione debbo dire di aver reperito in rete un’altra foto del Maccagnani all’indirizzo http://www.galleriarecta.it/autore/maccagnani-eugenio/, dove, però, non c’è alcuna indicazione relativa alla fonte, anche se appare del tutto evidente che essa, se autentica, cronologicamente sarebbe anteriore, e di molto, a quella del volume del Giannelli.

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://archive.org/details/artistinapoletan00gian

Lessico salentino del letto di una volta

di Armando Polito

Non occorre essere geni per supporre che il primo letto dell’uomo fu la nuda terra. Non è difficile immaginare neppure come il nostro lontano progenitore ben presto si rese conto di dover rendere più confortevole il suo riposo e decise di interporre tra il suo corpo e la nuda terra uno o più strati di foglie. Cominciò molto probabilmente così l’evoluzione di quell’oggetto che accompagna la maggior parte di noi dalla nascita fino alla morte: il letto.

Oggi il mercato offre molteplici soluzioni, che vanno dalla più semplice (una rete con piedi incorporati) alle più sofisticata (letto a scomparsa o meno con regolazione elettronica delle varie sezioni della rete, macchina per il caffè, tv, radio, pc e telefonino incorporati, etc. etc.), per non parlare, andando oltre la struttura di base, dello sterminato corredo di accessori che comprende materassi a tecnologia spaziale, cuscini vibranti, etc. etc. …

Eppure fino agli anni ’50 del secolo scorso il letto “modello base” era sostanzialmente costituito da un supporto che aveva la funzione di elevarlo rispetto al pavimento e di sostenere le assi su cui distendere un pagliericcio (per i più abbienti la lana sostituiva la paglia). Questo post non pretende certo di suscitare interesse nei giovani e bene gli andrà se qualche anziano lettore proverà un pizzico di nostalgia e, sarebbe il massimo, lo integrasse col suo commento.

Molte voci dialettali (ma questo vale anche per la lingua nazionale, anzi per tutte le lingue) sono fatalmente destinate all’oblio, perché progressivamente scompaiono gli oggetti da esse designati e, anche quando l’oggetto stesso acquista un valore antiquario, è difficile, comunque, che ne sopravviva il nome. Per questo le parole che sto per elencare inevitabilmente eserciteranno il loro potere evocativo solo su quelli che hanno la mia età:

liettu come il corrispondente italiano letto è dal latino lectus. Derivato è littera, che designa il giaciglio delle bestie, ma è usato anche per indicare un letto lasciato in disordine. L’italiano lettiera ha lo stesso significato ma designa pure, stranamente, la sabbia o altro apposito materiale posto nella cassettina per gli escrementi dei gatti domestici; e il gatto, è noto, è un animale pulitissimo …

trastieddhi  erano i cavalletti di ferro (due per il letto singolo, quattro per quello matrimoniale). Trastieddhu denota un suffisso diminutivo (-ieddhu) aggiunto ad un inusitato *trastu, che, però, è, senza ombra di dubbio, dal latino medioevale trastrum, a sua volta dal classico transtrum, che significa traversa, trave di sostegno. Molto probabilmente transtrum è da trans=attraverso + la radice di trahere=trarre. Ho detto che il primitivo trastu non è in uso nel nostro dialetto, ma va precisato che il latino medioevale trastum ha dato in italiano trasto, che designa la struttura di sostegno per il banco dei rematori o il banco stesso nelle antiche imbarcazioni e sulle gondole,

tàule erano le assi di legno (due per il letto singolo, quattro per il matrimoniale) che poggiano sui tratieddhi. Tàula è dal latino tàbula, da cui pure l’italiano tavola. Le misure approssimative di ogni tavola erano: circa m. 1,80 di lunghezza, circa m. 0,30 di larghezza e circa 0,03 di spessore.

saccone era il pagliericcio, l’antenato del materasso. Saccone è accrescitivo di sacco, il contenitore della paglia. Sacco è dal latino saccum, a sua volta dal greco σάκκος (leggi saccos).

lanzulu come il corrispondente italiano lenzuolo è dal latino linteolum, che significa tela di lino, ma è intuitivo che a corredo del letto “medio” il lenzuolo era di vile cotone (percalla, dal francese percale e questo dal persiano pargāla, che significa pezzo di tessuto.

capitale come la voce italiana, è dal latino capitale, aggettivo neutro derivato da caput che significa testa, per cui il salentino capitale è più fedele al significato letterale della voce latina, che è ciò che riguarda la testa.

manta coperta invernale, di lana filata molto grossolanamente. La voce è dallo spagnolo manta.

Non posso omettere di ricordare due oggetti complementari che avrebbero trovato la loro evoluzione nella coperta termica. Si tratta della mònica e dello scarfaliettu. La mònica ra un attrezzo di legno, formato da due coppie di assicelle ricurve, unite agli estremi, poste lateralmente sopra e al di sotto di una gabbia cuboidale aperta, avente base quadra centrale ricoperta di lamiera. Su di essa veniva appoggiato lo scarfaliettu, cioè un piccolo braciere con manico. La struttura in legno aveva la funzione di tenere sollevate le coperte e la sua base in lamiera quella di evitare bruciature provocate da eventuali fuoriuscite di faville dal braciere.  Quest’ultimo poteva anche essere usato da solo  con vari passaggi sulle lenzuola, quasi fosse un ferro da stiro-Non è chiaro perché si chiamasse monica, ma, visto che in altre zone d’Italia si chiamava prete, frate o suora, non escluderei il riferimento metaforico, frutto della malizia popolare e probabilmente evocato da qualche racconto pruriginoso o boccaccesco1, al supposto fuoco nascosto sotto la tonaca. In ogni i caso la metafora appare maschilista: per il prete o il frate viene evocato un motivo di motivo di vanto virile, per la monica e la suora di vergogna femminile.

Infine alle locuzioni italiane rifare il letto e disfare il letto corrispondono in salentino ccunzare lu liettu e scunzare lu liettu. Ccunzare ha il suo corrispondente italiano in conciare, da un latino *comptiare, forma desostantivale dal latino medioevale comptio, che significa il mettere insieme, l’aggiustare. Nel latino medioevale esiste pure comptare col significato di ornare; comptare è stato modellato su comptum, supino di còmere (che significa adornare) secondo una tecnica di formazione molto frequente (un solo esempio: captare (che significa cercare di prendere), da captum, supino di càpere, che significa prendere. Scunzare corrisponde all’italiano sconciare, che è da conciare con aggiunta in testa di s- estrattiva o privativa (dal latino ex, che significa lontano da.

 

I trastieddhi

 

Letto col saccone e la mònica

 

La mònica e lo scarfaliettu

 

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1 Uso quest’aggettivo anche in senso letterale e letterario, perché potrebbe non essere estranea la seconda novella della nona giornata del Decameron. Per i più curiosi, anche non sanamente …, segnalo https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_nona/Novella_seconda

I baroni Sambiasi e le monache di Santa Teresa a Nardò

Sarà presentato Domenica 24 giugno un nuovo libro sulla città di Nardò, presso le sale del Relais Santa Teresa, su Corso Garibaldi (vicino le Poste), alle ore 20.30.

Inserito nella Collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli, edito da Mario Congedo di Galatina, è stato scritto da Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa, con prefazione di Annalisa Presicce.

Il volume sarà presentato da Annalisa Presicce, da Francesco Mandoj, da don Giuliano Santantonio e dall’autore.

In formato A/4, 228 pagine, ricco di illustrazioni in b/n e colore, con numerosi rilievi e planimetrie.

Ricostruzione del palazzo Sambiasi, del monastero e della chiesa di Santa Teresa

 

INDICE

Prefazione di Annalisa Presicce

 

Capitolo primo

Genealogie e architetture a palazzo Sambiasi. Gli archivi e la ricostruzione, di Marcello Gaballo

Premessa

  1. Sulla storia della famiglia Sambiasi e le vicende legate al palazzo

1.1. La prima traccia dei Sancto Blasio a Nardò

1.2. I Sambiasi baroni di Puzzovivo, Flangiano e Puggiano

1.3. Vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.4. Il palazzo di Alfonso Sambiasi

1.5. Il palazzo di Francesco Sambiasi

1.6. I Della Ratta e le vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.7. Ultime vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi. Da Giambattista Mandoj ai nostri giorni

  1. Palazzo Delli Falconi
  2. Il salone di palazzo Sambiasi
  3. L’epigrafe MATURE CONSULAS NE TE PENITEAT (Provvedi tempestivamente per non pentirti), di Armando Polito

 

Capitolo secondo

Sulla chiesa di Santa Croce annessa al palazzo Sambiasi, di Marcello Gaballo e Armando Polito

  1. La chiesa attraverso le fonti pastorali. Brevi cenni storici
  2. La chiesa di Santa Croce nella visita pastorale del vicario Granafei

 

Capitolo terzo

Le Teresiane a Nardò. Origine ed epilogo di un monastero, di Marcello Gaballo

  1. Un secondo monastero femminile per la città di Nardò
  2. Suor Teresa e il progetto realizzato

2.1. Lidia Gaetana Adami fondatrice del monastero teresiano di Nardò

2.2. Sulla famiglia Basta di Monteparano. Le origini e il sostegno a suor Teresa

2.3. Le fonti su Masseria Sciogli. Dai Giulio ai Basta al monastero di Santa Teresa

  1. Dalla ricostruzione post-sismica alla soppressione. Gli ultimi settant’anni del monastero

3.1. Una nuova chiesa per il monastero di Santa Teresa. Il terremoto del 1743

3.2. Il monastero di San Gregorio Armeno di Napoli. Gli amministratori e la gestione dei beni delle Teresiane di Nardò

  1. Appendice documentaria

4.1. Cessione scambievole di Oratorij (1837)

4.2. Cessione scambievole di Oratorij (1838)

4.3. Cronotassi delle priore del monastero di Santa Teresa

 

Capitolo quarto

La chiesa di Santa Teresa. Gli artisti, le opere, il culto, di Marcello Gaballo

  1. Il profilo architettonico
  2. Due tele di Vincenzo Fato nella chiesa delle Teresiane a Nardò
  3. La statuaria nella chiesa di Santa Teresa

3.1. Il Redentore, Santa Lucia, Sant’Agata

3.2. La statua di S. Espedito e la Fondazione del nobile Enrico Personè

3.3. Il culto di San Biagio a Nardò. Due testimonianze iconografiche

3.4. Sulla ragione della statua della Madonna del Buon Consiglio nella chiesa di S. Teresa

3.5. La tela di San Carlo Borromeo orante, di Domenico Ble

 

Capitolo quinto

Araldica a Nardò. Lo stemma lapideo settecentesco del vescovo Carafa sulla facciata della chiesa di Santa Teresa, di Marcello Semeraro

 

Capitolo sesto

La mirabile e singolare volta della chiesa di Santa Teresa, di Fabrizio Suppressa

 

Capitolo settimo

Araldica carmelitana a Nardò. Lo stemma carmelitano: origine e sviluppi, di Marcello Semeraro

7.1. Gli esemplari neritini

 

Capitolo ottavo

Lavori di ristrutturazione e ammodernamento della chiesa di Santa Teresa dal 1800 ai nostri giorni, di Fabrizio Suppressa

  1. Appendice
  2. Appendice
  3. Appendice

 

Capitolo nono

La confraternita del SS.mo Sacramento a Nardò, dalla cattedrale alla chiesa di Santa Teresa, di Marcello Gaballo

  1. La cappella del SS.mo Sacramento in cattedrale
  2. Altri atti notarili e documenti d’archivio. I dati raccolti sulla confraternita del SS.mo Sacramento

2.1. Disposizioni per attuare il lascito del duca di Nardò Belisario Acquaviva d’Aragona in favore della cappella del SS.mo Sacramento nella cattedrale di Nardò, di Armando Polito

2.2. Legati da soddisfare da parte della confraternita

2.3. PLATEA della confraternita

2.4. Un rarissimo libro nell’archivio confraternale

  1. Appendice

3.1. Cronotassi delle cariche della confraternita del SS.mo Sacramento

3.2. Prefetti, cappellani e padri spirituali della confraternita

3.3. La visita pastorale del vescovo Antonio Sanfelice nel 1719 alle confraternite e congregazioni esistenti in cattedrale: Santa Maria della Misericordia, del Santissimo Corpo di Cristo e della Santissima Eucaristia, di Armando Polito

 

Capitolo decimo

Spoglio degli assensi conservati nell’archivio storico diocesano di Nardò riguardanti la confraternita del Santissimo Sacramento e del monastero di Santa Teresa, di Daniele Librato

Bibliografia generale

 

Tracce d’Arte 8 a palazzo Baldi in Galatina

Si rinnova l’appuntamento tanto atteso dagli appassionati d’arte, con Tracce d’Arte nella sua ottava edizione, che riparte dal cuore di Galatina presso palazzo Baldi, sala Gaetano Martinez, dal 27 giugno al 1° luglio. In mostra alcune tra le eccellenze artistiche salentine che spiccano per interesse e bravura. L’evento è patrocinato dalla Città di Galatina.

L’esposizione, oltre ad ospitare le opere della stessa curatrice ANNA D’AMANZO con le sue fantasiose donne dalle soluzioni grafico/cromatiche che nascono da personali soluzioni psicologiche; ci fa viaggiare nella cultura moderna di MIMMO ANTERI con un linguaggio raffinato ed elegante che troviamo nelle linee e nelle forme delle sue rappresentazioni visive, senza perdere di vista il concetto di classico e romantico. E’ un viaggio nel mondo delle fiabe quello dello stile naif di ANTONIO CALABRESE, l’artista attraverso i ricordi dell’infanzia vissuta, trasmette positività nel vivere quotidiano; mentre nella spiritualità ci trascina ANTONIO DI PAOLA con il piacevole connubio di vetro e pietra in una visione incentrata sui simboli archetipici alla ricerca di una serenità interiore. LUIGI MARTINA conquista la mente dell’osservatore con opere che nascono dalla lavorazione del riciclo della materia prima, scoprendo a chi ancora non lo conoscesse, la sua spiccata salentinità e attaccamento al luogo. Affascinano e seducono lo spettatore i misteriosi volti di donna di MAURIZIO MARTINA che mescola il linguaggio pittorico a quello fotografico con grande maestria; la stessa che utilizza ALBINO MELLO con la lavorazione del metallo riuscendo a renderlo leggero… e a volte anche leggiadro, riuscendo a svincolarsi a svincolarsi dallo stile liberty da lui preferito, per creare linee essenziali. Non possono non stupire i dipinti di DANIELE MINOSI dove la sua eccellente bravura e conoscenza della tecnica si amalgama ad una visione più pittoresca ed infantile, dando vita a veri e propri capolavori. Ritroviamo l’identità salentina anche in GIOVANNI STRAFELLA che radunando, in maniera quasi casuale elementi naturali restituiti dalla terra o dal mare, crea opere dense di storia; allo stesso modo una materia semplice come la carta si anima prende corpo e si trasforma, nelle abili mani di DANTE VINCENTI, dando vita ai suoi ulivi carichi di pathos.

Per quanti volessero godere della visione della collettiva, “Tracce d’Arte 8” vi aspetta con inaugurazione il 27 giugno alle ore 19.00 fino al 1° luglio presso palazzo Baldi a Galatina (Le).

Valorizzare i giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Lecce

 

INCIPIT II. RETE DI ESPOSIZIONI TRA ACCADEMIA E TERRITORIO

 

Il progetto “Incipit – rete di esposizioni tra Accademia e Territorio”, alla sua seconda edizione, intende, come nella prima, valorizzare la produzione e la ricerca dei giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Lecce creando l’incontro e l’interazione con i luoghi espositivi privati presenti sul territorio, in un’ottica di sensibilizzazione della Comunità tutta verso l’arte contemporanea.

L’edizione in corso ha ottenuto il Patrocinio del Comune di Lecce e intavola attività di collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, Creatività e Valorizzazione del Patrimonio culturale nella figura della dott.ssa Antonella Agnoli.

Il progetto, voluto fortemente dal presidente dell’Accademia Fernando De Filippi e dal direttore Andrea Rollo, rientra nelle iniziative di ordine istituzionale con cadenza annuale e si avvale di una commissione scientifica e organizzativa di cui fanno parte i docenti curatori Angelo Maria Monaco (coordinatore), Ester Annunziata e Patrizia dal Maso (rapporti con le gallerie), Marco Calogiuri e l’allieva Serena Leone – Consulta studentesca – (gestione opere), Giuseppe Bolognini (fotografia).

La seconda edizione del progetto, annunciata in occasione della presentazione del catalogo della prima edizione, lo scorso 23 maggio presso l’Accademia, ha già portato a termine la prima fase di una programmazione articolata che ha visto l’esposizione di 156 lavori per 126 allievi candidati, allestita a cura della Consulta studentesca nel cortile dell’Accademia, finalizzata alla selezione dei lavori da parte delle otto gallerie partner del progetto. Sono più di 80 le opere ritenute mature per l’esposizione in un contesto professionalizzante qual è la galleria d’arte, realizzate da 50 allievi provenienti dalle Scuole di Pittura, Scultura, Scenografia, Decorazione e Grafica.

Il calendario delle esposizioni che avranno luogo presso le gallerie partner tra giugno e ottobre di quest’anno, e altre iniziative di collaborazione tra l’Accademia e la Città di Lecce saranno ufficialmente presentati in una conferenza stampa che si terrà in Accademia il prossimo 3 luglio alle ore 11:00, alla presenza delle maggiori cariche istituzionali dell’Accademia e dell’Assessorato alla Cultura, Creatività e Valorizzazione del Patrimonio culturale.

L’edizione in corso di Incipit, culminerà in un evento espositivo finale che si terrà dal 9.11 al 23.11.2018 presso il MUST di Lecce, a cura dell’Accademia con il supporto dell’Assessorato alla cultura, Creatività e Valorizzazione del Patrimonio culturale.

Il progetto, sostenuto finanziariamente esclusivamente da risorse interne all’Accademia, offre ancora una volta un’occasione di confronto, di conoscenza e di riflessione. I galleristi hanno l’opportunità di accogliere proposte inedite, i giovani artisti vivono l’emozione di un’esperienza professionalizzante, gli osservatori, a diverso titolo, riflettono sul rapporto tra produzione artistica, territorio e istituzioni formative, riconoscendo l’importanza della forza sinergica delle realtà territoriali messe in rete per lo sviluppo culturale e la valorizzazione della collettività.

Il progetto Incipit, anche per l’edizione 2018, prevede la pubblicazione di un catalogo cartaceo delle opere esposte con il contributo critico dei docenti e dei galleristi, come espressione apicale di un’esperienza condivisa, di formazione e valorizzazione della cultura del contemporaneo.

 

SINOSSI

 

50 allievi

3 città

8 gallerie

11 esposizioni

1 evento espositivo finale

1 catalogo del progetto

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50 Allievi dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, selezionati dai galleristi:

Attanasio Carolina, Barba Gianluca, Bellino Gilda, Bisanti Giulia, Cappello Silvia, Centonze Angelica, Chen Zhu, D’Agostino Maria Lorenza, De Carlo Silvia, De Maria Antonio, De Mirto Mattia, Delle Rose Simone, Dormio Anna, Dzhafarova Aida, Erario Leonardo, Faggiano Valentina, Falcione Carmina Antonia, Falcione Cosima, Frisullo Maria Cristina, Graziadio Alice, Incenzo Alessandro, Leone Serena, Manuguerra Sara, Nacci Marika, Natali Cosima, Nesca Antonella, Panarese Cristina, Parisi Irene, Passaseo Marta, Pellegrini Tiziana, Peluso Daisy, Pezzuto Pietrangelo, Pizzo Michela, Potenza Noemi, Ranzi Josefina, Rescio Elisabetta, Ricciato Danilo, Rizzello Antonella, Rizzello Manuel, Romano Ivan, Ruzzente Giulia, Schiavone Maddalena, Schiavone Rebecca, Sedile Maria Rosaria, Sparascio Lorenzo, Strabone Francesco, Tenuzzo Giulia Maria, Urso Federica, Vergari Veronica, Vismeh Raha.

 

3 Città, sede delle esposizioni:

Lecce, Galatina, Nardò

 

8 gallerie partner:

  1. A100Gallery
  2. ARTandARS gallery
  3. Fondo Verri
  4. Galleria A.R.C.A
  5. Germinazioni IVa.0
  6. Galleria L’Osanna
  7. LO.FT
  8. Scaramuzza Arte Contemporanea

11 esposizioni tra giugno e settembre

 

CONTATTI E INFO:

www.accademialecce.it

info@accademialecce.it

Sternatia: un indovinello in griko

di Armando Polito

Sull’origine del griko rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/, dove il lettore troverà pure notizie su Giuseppe Morosi (1844-1891), il grecista milanese che raccolse leggende, canti, proverbi e indovinelli in griko nella prima sezione della sua pubblicazione Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 18701.

Il nostro indovinello, proveniente da Sternatia, è a p. 80, da cui lo riproduco in formato immagine.

Ho pensato di ricostruire il testo come sarebbe stato se scritto in greco classico. Tutto scorrevolissimo, (tant’è che non c’è stato neppure bisogno di consultare il relativo vocabolario), meno una parola: icaturi. Nessun aiuto mi ha fornito il Vocabolario dei dialetti salentini (Congedo, Galatina, 1976) di Gerard Rohlfs e nemmeno il Vocabolario griko-italiano di Mauro Cassoni (Argo, Lecce, 1999). Dirò di più: la voce è assente pure nel repertorio lessicale che nel volume del Morosi occupa la seconda parte. A quel punto mi è venuto il sospettoche fossero due parole, trascritte come se si trattasse di una parola composta. Icaturi, perciò, andrebbe diviso in i e caturi. La prima parola (i) corrisponderebbe al greco classico attico εἷ, mentre la seconda (caturi) è voce del verbo griko caturò, questo sì registrato dal Morosi a p. 177, dal Cassoni a p. 120 e dal Rholfs a p. 916 del terzo volume).

Ἒχω μίαν μάνδραν πρόβατα· εἷ κατουρεῖ μία, εἷ κατουροῦσιν ὅλα.

(leggi: Echo mian mandran pròbata: ei caturuei mia, ei caturusin ola; traduzione letterale della trascrizione in greco classico: ho una sola mandria; pecore; dove orina una, dove orinano tutte).

Il dubbio sollevato da icaturi pone il problema dell’attendibilità della fonte orale e della fedeltà della registrazione grafica; quest’ultima oggi è superabile dalle moderne tecniche di registrazione, mentre l’attendibilità della fonte dev’essere oggetto di attento studio da parte del ricercatore che, direttamente, o servendosi di informatori all’altezza,  deve anche saper mettere a suo agio il soggetto-fonte perché non risulti incrinata in un modo o nell’altro la sua spontaneità.

Molto probabilmente anche i pochi che a Sternatia ancora parlano il griko non conoscono questo indovinello; tuttavia sarebbe interessantissimo avere un riscontro positivo e negativo. A distanza di due anni dal volume del Morosi Giuseppe Pitrè pubblicava Studi di poesia popolare, Pedone-Lauriel, Palermo2, dove, a p. 343, citando il Morosi e il testo in griko dell’indovinello, ne riportava la variante siciliana.

Risulta aggiunto un particolare determinante per tentare di risolvere l’indovinello: l’inusitato colore rosso delle pecore. Debbo essere onesto: la mia fervida fantasia, che spesso mi porta a creare ardite metafore (ma capire quelle degli altri è più complicato …), probabilmente non sarebbe bastata a risolvere esattamente l’indovinello e probabilmente mi sarei tormentato invano per più giorni, se l’occhio nel leggere il testo non fosse stato obbligato quasi a leggere pure la soluzione, che nell’immagine precedente ho volontariamente tagliato per non togliere pure a voi il gusto. Niente da fare= Allora eccovi l’immagine prexcedente col dettaglio che avevo omesso.

Una forma più arguta e gentile per sottolineare la presunta dabbenaggine della pecora rispetto al proverbio salentino: Ci la prima pecura si mena intra ‘llu puzzu, totte l’addhe la sècutanu (Se la prima pecora si butta nel pozzo, tutte le altre la seguono), usato metaforicamente, per fortuna, per stigmatizzare il spirito di emulazione, purtroppo solo della peggiore umanità …

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=J_EGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

2 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=sDD0ljFaHjoC&pg=PA343&dq=Giuseppe+Morosdi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj93JDaocnbAhXFjiwKHYaOCPsQ6AEIPjAE#v=onepage&q=Giuseppe%20Morosdi&f=false

Uno scrittore neritino sconosciuto: Cosimo Egidio Ramundo

 

di Cosimo Rizzo

L’autore, recentemente scomparso, avvocato, intraprese la carriera amministrativa alle dipendenze dell’amministrazione finanziaria statale e regionale, conseguendo posizioni dirigenziali apicali. Ha svolto per un lungo periodo di tempo le funzioni di giudice tributario presso le sedi di L’Aquila e Lecce e quelle di giudice di pace fino al collocamento in quiescenza.

Degne di nota sono le pubblicazioni specifiche della sua competenza professionale come La licenza di caccia, Editrice Adriatica Salentina del 1983; Modifiche al Codice Penale, l’illecito amministrativo e l’illecito venatorio, Cacucci Editore Bari del 1984; Il contenzioso tributario, Camera di Commercio di Lecce.

Oltre a tali studi, è anche uno scrittore vivace che ci fa respirare aria di casa nostra; basti pensare alle sue pubblicazioni Come le ciliege, Lupo Editore 2009; Racconti di Ndata, Albatros Roma 2011; La trozza, Gruppo Panda 2013.

Un posto a sé occupa, per il contenuto e la singolarità dell’impostazione, il volume Dopo il ciclone Nardò, Besa Editore 2009. L’autore si riferisce al periodo di governo di Silvio Berlusconi. Quello che emerge non è solo il profilo sorprendente dell’uomo che, dal governo o dall’opposizione, ha guidato l’Italia per molti anni; è anche la fotografia di un’Italia ripiegata su se stessa, prigioniera di logiche medioevali e moderne al tempo stesso, un’Italia dove i grandi intrecci della finanza si giocano più in base alle apparenze che alle competenze. Un’Italia nella quale libertà civili faticosamente conquistate vengono eluse giorno per giorno.

Le opere del Ramundo sono fortemente legate alle radici del proprio essere, ai luoghi, alle persone, agli eventi dei quali è costellata la vita dei singoli e delle comunità nelle quali essi si trovano ad agire. Ma riferirsi alle proprie radici, al proprio paese, significa anche ricostruire, con la mente e col cuore, il tessuto del rapporto con gli altri, l’immagine di una comunità colta spesso nei suoi aspetti meno ‘eroici’, per così dire, ma ricca di spirito, dal linguaggio vivace e talvolta salace. Una comunita è viva anche per questo. Non a caso l’autore va scovando ritratti e profili di personaggi noti e rimasti nella memoria dei propri concittadini per qualche tratto distintivo, per qualche vezzo verbale, per qualche episodio fatto a lungo oggetto di commenti divertiti. Ramundo coglie al yolo, si direbbe, ciò che passa nell’ aria del nostro ambiente; fissa con prontezza una battuta, un gesto destinati a una memorabilità che si affida alla memoria comune, quasi fino a diventare materia proverbiale. La trasmissione orale fa il resto. Una battuta diventa la divisa di un personaggio; il linguaggio non ha la pretesa di apparire ‘corretto’; se lo fosse, perderebbe la sua qualità più sicura che è l’immediatezza. Qualche volta ciò che Ramundo narra sembra un pò scontato: le cose però stanno in modo diverso. Ciò che appare scontato è il fondo comune su cui le sue storie si depositano: quella specie di elemento che appartiene a tutti ed a nessuno in particolare ma senza il quale anche le singole storie perderebbero un poco di mordente.

Ramundo dice in riferimento a ciò che narra: “Un riguardo speciale è dovuto a quegli uomini semplici che ci hanno regalato direttamente o tramandato alla maniera antica i saggi, la sagacia, la comicità e la lungimiranza della loro esperienza e cultura. Quasi un compendio di idee, espressioni, ragionamenti che si sarebbe perso ne1 marasma dei suoni e degli eventi se il pregevole suo significato non fosse stato percepito come patrimonio della saggezza popolare”. Giusta avvertenza, poichè si potrebbe equivocare il significato di certe rappresentazioni di quegli “uomini semplici” vedendovi un gusto di derisione che non c’e. Invece c’e simpatia, umana comprensione, sano divertimento, ammirazione sincera per la battuta pronta, per l’ osservazione puntuta, per la saggezza espressa in modi rudi ma destinati ad imprimersi con forza nella mente di pochi o di molti. Così espressivi certi tratti verbali da entrare nel patrimonio comune con le facce, i gesti, i momenti di vita significativi di chi, proprio in forza di quella semplicità sulla quale l’autore richiama l’attenzione, ha contribuito a costituire un arricchimento del patrimonio civile espressivo, e di quello “civile” del Sud d’Italia.

Particolarmente significativa la raccolta de I racconti di Ndata che puntano l’attenzione alla tradizione orale che caratterizza soprattutto la cultura narrativa del Sud.

Emergono diverse storie che, tramandandosi di generazione in generazione, hanno creato un immaginario popolare condiviso che l’autore riporta alla luce nelle sue pagine.

Sono narrazioni leggendarie in cui il piano della realtà e quello della fantasia si confondono, lasciando lo spazio a un mondo “antico” fatto di eroi e personaggi che si muovono in periodi storici e politici che caratterizzano le diverse vicende.

Al di là delle singole storie, la peculiarità della raccolta è quella di riportare alla memoria una dimensione perduta, l’atmosfera, come dichiara l’autore, del “momento in cui vengono raccontati li cunti, vale a dire fatti strani, paurosi e pieni di sorprese.

Tra tutti emerge per una sua particolare originalità il romanzo dal titolo La leggenda dell’amabile saraceno in Sancta Maria ad Balneum, contenuto ne I racconti di Ndata. Qui l’alto burocrate si tuffa nei territori del fantastico.

Una storia si può raccontare in molti modi: quelli di una stretta aderenza ai dati reali o quelli che esplorano tutte le possibilità offerte dal fantastico, dal fiabesco, dall’incredibile persino. Un incredibile che si fa credibile perché all’interno della narrazione occorre accettare quello che l’autore ha predisposto per renderla credibile. Questo evoca la parola leggenda assunta nel titolo di questa delizioso racconto.

La leggenda nasce in un luogo che ci è familiare oppure è proiettata nella lontananza del tempo e dello spazio che si fanno, però, contemporanei nella narrazione. Vien fatto di chiedersi, di fronte a questa procedimento, fino a che punto la realtà d’ogni giorno sfuma in una visione inconsueta e l’incredibile si affaccia nella pagina senza ombra d’ironia, poichè esso è l’anima delle leggende. Che possono essere incredibili ma care al cuore.

Quando diciamo leggenda pensiamo ad una storia meravigliosa, che ripercorriamo con la mente attraverso le vicende narrate nel libro. Su una leggenda si accumulano gli strati di tempi diversi, che la modificano, aggiungono particolari e varianti, raccontano in modi diversi la stessa storia, si propongono sempre con una freschezza che gli anni, o i secoli, non fanno appassire.

Aggiungete alla leggenda l’aggettivo amabile con il quale viene connotato il personaggio protagonista (o co-protagonista) del racconto: il saggio e misterioso Galip che, come vogliono le convenzioni legate a personaggi fortemente idealizzati, è presente a se stesso in ogni circostanza e, soprattutto, ama, come un cavaliere da poesia medievale, con la mente più che con il corpo, la donna che egli rapisce ma alla quale non si accosterà se non quando la volontà stessa della donna glielo consentirà.

L’aspetto più intrigante della vicenda è proprio questo amore eroico, questo rispetto di Galip esaltato nella sua caratteristica di prova da superare per essere degno di una risposta positiva al suo desiderio e alla sua aspirazione: per lui e per Mariella, la fanciulla amata e raggiunta solo dopo una serie di impensabili sacrifici, la vicenda si comporrà nelle linee di un’aspirazione a qualcosa di sublime. II loro agire rispecchia non solo consuetudini e modi di vivere di una gente in un particolare luogo della terra, ma anche quella sorta di corso di perfezionamento spirituale le cui tappe sono scandite da incontri fuggevoli, da intensa trepidazione, da gesti colti – quasi rubati – da un’attenzione sempre vigile.

Per coloro che conoscono i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda, sarà possibile evocare i personaggi nel teatro di uno scenario noto ed amato: Santa Maria al Bagno, la bella Abbazia di San Mauro, la campagna ed il mare che si fanno compagnia in uno scenario aspro di terra e pietra e consolato dalla dolcezza del verde di oliveti e di pinete: quasi simboli di una sintesi offerta dalla terra ai due innamorati perchè vi si rispecchino e in essa si comprendano. E, sempre, sullo sfondo, il mare. Un mare d’avventura, ma anche di pena o di salvezza. Lo scenario si allarga, si dilata nel mare aperto: Galip sembra percorrer ampi tratti di Mediterraneo – e sue dipendenze – con la facilità di qualcuno che possegga un’imbarcazione magica da far volare sul mare come un vascello del sogno. Navigazione notturna e diurna che ha i suoi incanti e i suoi pericoli: la nebbia traditrice, la tempesta, o il sole che rende smagliante la distesa azzurra delle acque amate.

Un carattere di questa narrazione è di far sentire come appartenente ad usi e costumi del nostro tempo una storia che per tanti versi appare lontana, anche nella singolarità dei suoi svolgimenti. Ma appunto questa costituisce un’attrattiva in più del romanzo: con, insinuatavi, qualche annotazione di storia: ma una storia del Si dice , Si racconta che ... messi lì ad avvalorare ancor più il carattere leggendario della vicenda.

L’atmosfera spirituale che questa vicenda pervade da un certo punto in poi sembra appartenere ad un’età lontana e ad una volontà eroica oggi difficilmente riscontrabili. L’ascesi sembra essere stata risucchiata nel buio d’un passato cosi remoto da rendere difficile e quasi impossibile rilevarne traccia. Ma forse è proprio in quel cammino ascetico che è nascosto un suggerimento: se un grande amore richiede anche un grande sacrificio, quel grande amore è il banco di prova di una volontà che si forgia, di una speranza che non cede agli inganni del tempo.

 

BIBLIOGRAFIA

Opere dell’autore

 

  1. La licenza di caccia, Editrice Adriatica Salentina, 1983
  2. Modifiche al Codice Penale, l’illecito amministrativo e l’illecito venatorio, Cacucci Editore, Bari 1984
  3. Il contenzioso tributario, Cacucci Editore, Bari 1985
  4. Come le ciliegie, Lupo Editore 2009
  5. Dopo il ciclone, BESA Editore, Nardò 2009
  6. I racconti di Ndata, Albatros Editore, Roma 2011
  7. La trozza, Gruppo Panda 2013

A Gino Pisanò: indice del tempo e delle circostanze

da Belpaeseweb.it

 

Pubblichiamo l’omaggio poetico scritto da Peppino Martina al compianto Gino Pisanò, studioso e letterato salentino scomparso poco più di cinque anni fa

 

A Gino Pisanò: indice del tempo e delle circostanze

 

Nascosta clessidra, ha il tempo del tuo tempo

Alla fredda diaspora dice il tuo nostòs

L’essere, è presenza di figlio esteso a noi

Che conosce l’astio dello sguardo strano

Il nostro, è doloroso, chiuso luogo del cuore:

Che Mario traduce in indifferibili misure,

Al senso del tuo domani costato la vita.

Matrice seria, di letterario esistenziale

Che la stessa, salva l’umano nostro dire

Di greco sogno, che incide latino tuo verso.

Tu, stemperi al secolo, le diverse dicotomie

Di Lucreziana poetica, che dice i tuoi segni

Al nostro modo di feste sante, e fare sospeso.

Qui, apri alla mente universale l’albero riarso

Autorevole penna di buona e ferma mano.

Certo, sconti stagioni di tragiche avversità

Che, liturgia sapiente chiude il conto d’anima.

La mutuata tua stagione, ha chiaro aperto libro

Al verbo che stringe frase e voce all’onda ingenua

Dove, l’assillo tuo misurato, stana le parole

E vanta leuchino richiamo tra opache esegesi:

Dirittura di umanità chiara e riflesso lume.

La tua, Gino, vince la notte del sillabario

Dove silenziosi stiamo, come scure gruviere

Cercandoti al mattino, prima che il verso cambi

                                                                                     Peppino Martina

Palazzo dei Celestini a Carmiano: memorie di barocco e tabacco

Fig.1. La facciata

 

di Maria Elena Petrelli

La storia di una comunità è inestricabilmente legata ai suoi luoghi ed ogni luogo può restituire al presente i frammenti di un’identità collettiva in costante ridefinizione. Ciò che siamo stati non ci dice tutto su ciò che saremo ma è certamente il punto da cui partire per costruire le basi del nostro futuro. From roots to routes. Dalle radici sotterranee alle strade da percorrere. Dalle memorie già scritte alle storie ancora da scrivere.

Carmiano è un piccolo comune in provincia di Lecce che da anni sembra in attesa di una svolta. Tra i tesori che i giovani carmianesi hanno ereditato dal passato ci sono fotografie sbiadite di una chiesa cinquecentesca demolita negli anni ’60 del secolo scorso e la facciata decadente di un palazzo baronale abitato per tre secoli e mezzo dai Padri Celestini. Il destino di questo palazzo sembra essere stato ormai decretato da una sentenza non scritta: per anni l’indifferenza e la rassegnazione hanno relegato questo bene architettonico, il cui valore è stato riconosciuto anche dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali, Artistici e Storici della Puglia, ai margini della strada provinciale per Lecce, percorsa ogni giorno da moltissimi cittadini inconsapevoli.

Recuperare la storia di questo edificio significa ridare senso ai luoghi che abitiamo, assumendo consapevolezza di ciò che ci circonda e restituendo al presente l’importanza che indubbiamente questo luogo ha rappresentato nel corso dei secoli per l’intera comunità locale.

Fig.2. Una delle due statue della facciata

 

I Celestini giunsero a Lecce nel 1353 per volontà del conte di Lecce e duca di Atene Gualtieri VI di Brienne e furono dotati di un consistente patrimonio immobiliare[1]. Segno tangibile del loro passaggio sono le opere leccesi di Santa Croce e del monumentale palazzo adiacente, oggi sede della Prefettura e dell’Amministrazione Provinciale. Nel 1448 i Celestini acquistarono i feudi di Carmiano e Magliano dal principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, figlio della regina Maria d’Enghein, come testimonia l’atto rogato il 29 settembre di quell’anno dal notaio Adamo Argenteriis di Lecce[2].

lo stemma dei Celestini sulla facciata

 

Occorre precisare che, a partire dal XV secolo, la frantumata geografia feudale in Terra d’Otranto fu caratterizzata da una marcata precarietà del possesso: tale instabilità nel mercato della terra era stata causata dal diffuso sistema della compravendita che rendeva precaria la presenza delle famiglie nobili nei vari feudi; l’investimento signorile era stato per molte casate un modo per consolidare la propria ascesa sociale oltre che lo strumento per collocare e valorizzare le fortune economiche[3]. Questo fenomeno di precarietà non toccò la feudalità ecclesiastica che non si lasciò coinvolgere dalla compravendita feudale e non rimase implicata nella crisi che aveva invece investito l’antica nobiltà laica[4]. La durata della titolarità signorile per le istituzioni religiose non ebbe alcuna interruzione temporale, terminando il suo ciclo vitale con le leggi francesi del 1806 che sancirono l’abolizione della feudalità nel Regno di Napoli; i Celestini di Santa Croce sono un esempio evidente di questa tendenza, in quanto rimasero i signori del feudo di Carmiano e Magliano sino al 1807[5].

È chiaro che, nel corso di quasi quattro secoli, tra Lecce e Carmiano venne ad instaurarsi un intreccio di rapporti molto stretto, riconducibile non solo al semplice esercizio del governo feudale ma riguardante anche la vita interna dell’istituzione religiosa.

Fig.4

 

La presenza della baronia celestiniana lasciò il segno nella storia di Carmiano e Magliano non soltanto sui luoghi ma anche sul carattere e sul vissuto religioso della comunità: il monaco celestino veniva guardato sempre con rispetto e con timore in quanto da un lato celebrava gli uffici divini e dall’altro si occupava di riscuotere le decime, amministrare la giustizia e dettare le regole del comportamento civile. L’amministrazione ecclesiastica non si differenziava da quella degli altri baroni feudali tuttavia, in alcuni casi, i Celestini si dimostrarono sensibili alle necessità della popolazione, spesso infatti permisero concessioni enfiteutiche di case e terre, credito per i proprietari, affitto di beni rustici e arrendamento di introiti: ciò che veniva raccolto con le entrate feudali tornava in parte agli stessi contribuenti sotto forma di finanziamenti[6]. Effettuando un bilancio complessivo della loro permanenza feudale a Carmiano, è certamente innegabile il contributo apportato dai Padri allo sviluppo locale e alla formazione morale della comunità.

lo stemma dell’ordine religioso nell’interno della chiesa di Carmiano

 

Uno dei primi obiettivi perseguiti dal monastero fu quello di far crescere l’impianto urbanistico del casale e di sostenere attivamente il popolamento del territorio, fatto che avrebbe certamente incrementato il gettito decimale. Le circostanze storiche furono favorevoli a tale iniziativa poiché la pressante minaccia turca sul litorale salentino per tutto il XV e XVI secolo favorì la concentrazione demografica verso l’interno della provincia[7]. Secondo alcuni studi, fu proprio con la presenza strutturata dei Celestini che le due comunità di Carmiano e Magliano acquistarono la piena configurazione di universitas civium, sebbene non si escluda, già nel periodo precedente, l’esistenza dei due insediamenti umani non ancora solidi perché minacciati dalla presenza dei lupi e non in grado di avviare lavori di dissodamento della foresta circostante[8].

Quando i Celestini decisero di costruire la propria residenza baronale a Carmiano scelsero una zona distante da quella del primo nucleo abitativo, stanziandosi nell’immediata periferia del paese, lungo un’importante arteria di comunicazione con la città di Lecce, la cosiddetta via dell’Osanna[9]. La scelta non fu affatto casuale poiché veniva in questo modo facilitato il trasporto delle merci come olio, grano e vino verso i depositi, inoltre la posizione era anche ideale per raggiungere facilmente la comunità di Magliano, anch’essa sotto la giurisdizione feudale dei Padri[10].

Fig.6

 

Secondo alcune ipotesi, il palazzo baronale venne ampliato e rimodernato da parte dei Celestini nel corso del tempo a partire da un nucleo preesistente[11]. La facciata del monastero venne iniziata nel 1659, come dimostra un’iscrizione, oramai non più visibile, incisa sul cornicione del semiprospetto inferiore e, secondo quanto riportato da un’altra iscrizione incisa sull’estremità opposta, essa venne terminata nel 1695[12]. Molto probabilmente contribuì alla costruzione della facciata anche il famoso architetto del barocco leccese Giuseppe Zimbalo che nel 1667 era certamente a servizio dei Celestini[13].

Fig.7

 

Lo Zimbalo era nato a Lecce nel 1620 da Sigismondo e Lucrezia Lecciso, forse originaria di Carmiano; grazie agli insegnamenti dello zio paterno Francesc’Antonio e di Cesare Penna, egli venne qualificato, all’età di soli diciotto anni, come «mastro scoltore di pietra» mentre lavorava già da tempo alla chiesa e al convento delle Carmelitane Scalze[14]. Giuseppe nel 1644 sposò Vittoria Indricci proprio nel casale di Carmiano dove risiedette con certezza documentaria a partire dal 1656, quando acquistò «una casa terranea scoverta, con l’uso per l’uscita alla curte sita dentro Carmiano nel luogo detto volgarmente del trappeto vecchio»[15].

Quasi sicuramente appartengono allo Zimbalo le due statue lapidee presenti nelle nicchie che affiancano il portale cinquecentesco del palazzo baronale (figg.1, 2). Nonostante l’avanzato stato di degrado delle statue e la bassa qualità della pietra utilizzata nella costruzione, è possibile evidenziare una somiglianza con le due figure dalle folte capigliature poste sulla facciata della chiesa di Santa Croce a Lecce, quest’ultima opera indubbia dello Zimbalo: si tratta delle virtù dell’Umiltà e della Sapienza, caratterizzanti l’ordine monastico dei Celestini[16]. Alla metà degli anni cinquanta del ‘600 appartengono anche l’altare maggiore, che tuttavia nella configurazione attuale mostra un certo rimaneggiamento, e il portale, entrambi appartenenti alla chiesa dell’Immacolata, il primo edificio di Carmiano in cui è possibile notare la presenza di alcuni elementi formali tipici del linguaggio zimbalesco. Gli interventi operati dallo Zimbalo in questa chiesa suburbana sono testimonianza del processo di integrazione che l’architetto visse all’interno della comunità locale. Il prestigio attribuitogli non derivava soltanto dai rapporti molto stretti che egli aveva instaurato con i “baroni” locali ma soprattutto dal ruolo di primo piano che egli aveva ormai assunto sulla scena artistica provinciale[17]. Il legame che lo Zimbalo aveva instaurato con la comunità di Carmiano rimase molto forte come testimonia un episodio del 1668: di fronte all’usurpazione di una strada pubblica da parte di due sacerdoti, si decise di ricorrere alla Regia Udienza ma, poiché l’Università di Carmiano si trovava oppressa da debiti e vessazioni, fu proprio Giuseppe Zimbalo a rendersi disponibile per il pagamento di tutte le spese a sostegno della causa fino alla sentenza definitiva[18].

Fig.8

 

Per questa importante presenza dello Zimbalo a Carmiano, possiamo affermare che Palazzo dei Celestini fu anche un cenacolo culturale, all’interno del quale l’architetto attinse le grandi conoscenze teologiche e concettuali che ispirarono la sua arte barocca.

Fig.9

 

Il palazzo baronale di Carmiano si erge con imponenza e questo grazie alle sue ragguardevoli dimensioni pari a 45,50 metri di lunghezza e 13 metri di altezza. Alla seconda metà del XVI secolo è riconducibile l’insegna della Santa Croce al centro del portale catalano-durazzesco: tale datazione viene ipotizzata per la presenza dei nastri laterali, utilizzati in quel periodo nella decorazione degli scudi gentilizi ecclesiastici; anche la cornice del portale è interrotta alla sommità per far posto allo stesso stemma[19] (fig. 3).

Una porta – che risulta più bassa rispetto alle altre della facciata e, dunque, presumibilmente più antica – immette all’interno di una chiesetta dedicata a San Donato, ormai spoglia del corredo religioso ma ricca ancora di un altare fregiato da stucchi e marmi di vario colore (fig. 4). All’interno di questa cappella erano precedentemente collocate due opere dei primi decenni del Seicento, attribuibili a Paolo Finoglio: La Madonna di Loreto e santi, tela dell’altare maggiore, e L’incoronazione di S. Carlo Borromeo[20].

Nell’atrio del palazzo è presente un affresco che rappresenta la glorificazione dell’ordine Benedettino: vi sono dipinti quattro tondi disposti simmetricamente e collegati a quello centrale rappresentante lo stemma della Santa Croce sorretto da due angeli; questo è sormontato da una corona reale, dal mitra e dalla pastorale e ciò indica che il palazzo era posto sotto la giurisdizione della massima autorità dei Celestini presenti in Terra d’Otranto[21] (fig. 5).

Il primo dei quattro tondi circostanti raffigura la vegliarda immagine di San Benedetto seduto sul trono abaziale e circondato dai suoi seguaci ai quali mostra il libro della Regola come l’unica strada da seguire per poter raggiungere il cielo[22]. Nell’altro tondo troviamo la raffigurazione di Santa Scolastica in abiti monacali che nella mano regge il pastorale; sopra il suo capo compare una colomba che si dirige verso il cielo e tale simbologia si riferisce ad un episodio miracoloso: San Benedetto, fratello della santa, nel momento della morte di lei vide l’anima della sorella raggiungere il paradiso sotto forma di colomba[23] (fig. 6). Nel terzo tondo campeggia una delle prime immagini raffigurate in Italia di Santa Gertrude, la quale, a differenza dell’iconografia tradizionale, non indossa gli abiti cistercensi ma è rappresentata come una monaca benedettina. In questo dipinto Santa Gertrude appare inginocchiata e con lo sguardo rivolto al cielo; accanto a lei è possibile notare un tavolino su cui poggia una clessidra e un crocifisso[24] (fig. 7). Infine, nel quarto tondo è raffigurata l’immagine di San Celestino che, in abiti pontificali, è intento a compiere il famoso e coraggioso gesto del rifiuto: il volto sembra segnato dalla sofferenza ma nello stesso tempo il gesto di allontanare la tiara pontificia mostra una grande risolutezza e forza spirituale[25]. A compensare la staticità dei medaglioni troviamo gli affreschi circostanti caratterizzati da un movimento di nastri annodati ad un anello che svolazzano nell’aria ed anche la raffigurazione dinamica di cinquantadue angeli che si affannano a tirare corde cariche di fiori e di frutta e a reggere simboli di potere, come ad esempio una corona regale (figg. 8, 9); due di questi angeli, posizionati nella lunetta interna al di sopra del portone dell’atrio, sorreggono anche un cartiglio contenente un’iscrizione latina, dove la data del 1688 indica probabilmente l’anno in cui venne affrescato l’atrio[26] (fig. 10). Il dipinto nel suo complesso vuole dimostrare la continuità tra passato e presente e nello stesso tempo esaltare la storia dell’Ordine: dalla raffigurazione dei fondatori, San Benedetto e Santa Scolastica, si passa a quella dei rinnovatori e mistici, San Celestino e Santa Gertrude, ma è la presenza della nuova comunità dei Padri Celestini a garantire la continuità con la grandezza dei vecchi tempi: la rievocazione del passato è nello stesso tempo celebrazione del presente[27].

Fig.10

 

In una stanza adiacente alla cappella di San Donato compare sul muro un altro affresco che riproduce la Madonna del Riposo, conosciuta anche come Maria col Bambino dormiente, in cui il sonno del fanciullo diventa metafora della sua futura morte (fig. 11).

Nell’affresco, oggi in pessime condizioni, la figura della Madonna è profondamente umanizzata, lontana da una forma di esaltazione eroica ed idealizzante, infatti viene raffigurata come una madre qualunque che cerca di far addormentare il figlio con dolcezza[28]. Tuttavia, un velo di malinconia traspare dal suo volto: Maria tiene in braccio quel bambino come se volesse difenderlo dal mondo, proteggendolo da un destino inevitabile; lei sa bene che non potrà mai essere una madre come le altre e che quel figlio prezioso, tenuto stretto tra le braccia, non è soltanto suo ma appartiene al mondo.

Nel soggiorno, che è la stanza più danneggiata, troviamo la presenza di un camino decorato con due putti che reggono una cornice ellittica; le loro membra sembrano bloccate ma questa staticità delle figure contrasta con il fluttuante drappeggio che cade alle loro spalle[29] (fig. 12).

Fig.12

 

Il chiostro, che appartiene al nucleo più recente dell’edificio, è dominato da un pozzo del XVII secolo decorato con grande fastosità barocca. Il pozzo è formato da quattro colonne sormontate ciascuna da un capitello ionico. Al di sopra dei capitelli, presi a due a due, è posizionata una balaustra scanalata in pietra leccese (figg. 13, 14).

Fig.13

 

Fig.14

 

Il pozzo era, inoltre, sormontato da un blocco superiore contenente due stemmi: sul lato nord quello della Santa Croce, recante la data del 1627, e sul lato sud un’insegna con tre figure – la fascia, le rose e la stella – (fig. 15); oggi il pozzo si presenta privo di tale blocco in seguito ad un furto avvenuto nel 1991. Presso il lato sud del cortile è possibile individuale la presenza di un portale, ora murato, affiancato da una colombaia a muro[30] (fig. 16).

Fig.15

 

Fig.16

 

Infine, il piano superiore del palazzo comprende una serie di stanze comunicanti con un ampio e luminoso salone ricoperto da stucchi eleganti che incorniciano le porte di accesso ed alcuni riquadri ormai spogli di tele (fig. 17).

Fig. 17

 

Come accennato precedentemente, i Padri Celestini furono spodestati del loro feudo nel 1807 e alcuni di loro trovarono ospitalità a Carmiano nella dimora attigua alla chiesa dell’Immacolata, dove vissero in eremitaggio. Alla loro morte furono sepolti nella stessa chiesa, dove esistono ancora le loro tombe[31].

Con la fine della feudalità si svilupparono nuove forme contrattuali di conduzione della terra ed ebbe avvio la diffusione della piccola proprietà contadina che contribuì alla crescita economica e sociale della popolazione[32]. A Carmiano la presenza dei monaci aveva anche inciso sull’indole della cittadinanza, alimentando la diffusione di sentimenti come rassegnazione distaccata e accettazione apatica della realtà: la fine della feudalità contribuì a scuotere la popolazione, risvegliando le coscienze e indirizzandole al raggiungimento di nuovi traguardi di libertà[33].

In seguito alla cacciata dei Celestini e alla soppressione degli ordini religiosi possidenti e mendicanti[34], il palazzo baronale seguì il destino dei feudi di Carmiano e Magliano che, in un primo momento, vennero affittati a privati per poi essere messi in vendita con un’asta pubblica.

Il palazzo venne acquistato nel 1832 da Luigi Giusso, negoziante di origini genovesi che domiciliava a Napoli, per poi essere venduto alla fine del’800 alla famiglia Foscarini che lo utilizzò come residenza fino ai primi anni del ‘900, modificandone sensibilmente gli ambienti nel corso del tempo[35]. Infine, il palazzo venne acquistato nel 1931 dalla famiglia Portaccio di Lecce che riunificò lo stabile, adibendolo a locale di essicazione e di deposito di tabacco[36] (fig. 18).

Fig.18

 

Non era insolito che locali di grandi dimensioni, appartenuti agli ordini religiosi soppressi, vedessero cambiare la loro destinazione d’uso originaria: anche i conventi di San Domenico intra moenia ed extra moenia di Lecce, ad esempio, vennero riutilizzati, il primo, come Regia Manifattura dei Tabacchi e, il secondo, come mattatoio, poi come stabilimento vinicolo ed infine come Consorzio Agrario provinciale[37].

La prima licenza di coltivazione del tabacco fu rilasciata ai coniugi Portaccio nel 1929 quando l’ex palazzo baronale divenne “magazzino generale”, all’interno del quale avvenivano tutte le diverse fasi di produzione del tabacco. Come scrive Antonio Monte:

Fig.19

 

Negli 11 ambienti del piano terra erano ubicati la caldaia, i depositi delle casse e del tabacco sciolto, il vano scala e il monta carichi; nei 23 vani del primo piano vi erano le stufe, i depositi delle casse, del tabacco in colli e degli attrezzi, gli spogliatoi, la sala di allattamento, la caldaia della stufa a legna, le latrine, il vano scala e il monta carichi. Mentre nella nuova costruzione di recente realizzazione, collocata al secondo piano, erano ubicati un grande ambiente dove avveniva la lavorazione delle foglie, il corpo scala e il monta carichi[38].

Fig.20

 

Nel magazzino lavoravano circa 130 persone tra tabacchine e operai che seguivano il seguente orario di lavoro giornaliero: dalle 7.30 alle 15.30 nel periodo invernale e dalle 7.00 alle 15.00 durante il periodo estivo[39]. In quelle stesse stanze affrescate che un tempo avevano ospitato abati ed artisti, era possibile ora sentire l’odore acre del tabacco che rendeva amare le mani infaticabili delle lavoratrici. Molto probabilmente quegli ambienti – dove erano echeggiati, nel corso dei secoli, gli inni sommessi degli abati, le discussioni importanti di amministratori ed intellettuali, ma anche i segreti di giovani contesse – venivano adesso riempiti col fruscio logorante delle foglie di tabacco e con il canto disperato delle tabacchine. Costoro ebbero una funzione fondamentale nel processo di emancipazione della donna, affermandosi come ceto sociale produttivo nel corso del Novecento: il loro ruolo era duplice poiché si occupavano sia di produrre ricchezza per l’intera società salentina, in quanto il tabacco levantino era destinato al mercato mondiale, sia di procurare risorse per la sopravvivenza della propria famiglia. Tuttavia, a Carmiano, come nel resto del Salento, il lavoro delle tabacchine restava un lavoro stagionale mal pagato.

Il magazzino di Carmiano rimase attivo fino al 1974-75 quando finì la lavorazione e lo stabile chiuse definitivamente. In questo periodo vennero apportate delle modifiche architettoniche che servirono ad adattare l’ex residenza baronale dei Celestini ad una fabbrica di tabacco[40]. Ancora oggi all’interno dell’edificio è possibile notare la presenza di macchine ed attrezzature per la lavorazione del tabacco che necessiterebbero di essere pulite e restaurate in quanto rappresentano un’importante documentazione di storia locale (figg. 19, 20). Nel 1991 il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali dichiarò l’immobile d’interesse particolarmente importante ai fini della Legge n.1089 (1° giugno 1938), per via dell’attività produttiva che era stata svolta al suo interno per oltre cinquant’anni[41].

 

Come abbiamo dimostrato attraverso questa breve trattazione, il palazzo baronale è stato nel corso dei secoli un luogo centrale per la comunità di Carmiano: durante la baronia celestiniana rappresentò il luogo cardine dell’amministrazione feudale e fu anche cenacolo culturale di grande rilievo, soprattutto per la presenza di intellettuali e artisti del calibro di Giuseppe Zimbalo; successivamente assunse un notevole ruolo socio-economico, diventando la fabbrica di tabacco più importante del paese e radunando al suo interno un grande numero di operai e tabacchine. Questo palazzo, dunque, ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di una comunità, partecipando al destino amaro della sua popolazione e diventando espressione di un cammino faticoso e contraddittorio verso il presente.

Di fronte a queste certezze storiche e constatando l’attuale stato di abbandono e decadenza in cui versa Palazzo dei Celestini, vogliamo oggi interrogarci provocatoriamente sul futuro: questo luogo può ancora essere un centro di aggregazione sociale e culturale attorno a cui radunare la comunità? La risposta a questa domanda dipende soltanto dalle scelte che avremo il coraggio di compiere.

Oggi la ristrutturazione di questo luogo è quanto mai urgente e necessaria: senza un intervento tempestivo, le tracce della storia di una comunità saranno smarrite per sempre. Non si tratta di perdere semplicemente un pezzo importante della nostra memoria, il rischio è quello di sprecare un’opportunità sociale, economica e culturale per le generazioni future.

Gli affreschi di un palazzo, l’odore del tabacco, il legame con l’evoluzione artistica del barocco leccese sono tutti frammenti organici di una stessa storia che le nostre coscienze civili non potranno continuare a rinnegare per lungo tempo.

From roots to routes: sta a noi adesso scegliere la rotta giusta.

Appendice fotografica

 

Bibliografia

A. Caputo, Il ciclo di vita di una baronia ecclesiastica, I, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008.

M. Cazzato, L’abate e l’architetto. Giuseppe Zimbalo (1620-1710) e i Celestini di S. Croce tra Lecce e Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità salentina in epoca moderna. Carmiano tra XV e XIX secolo, Galatina (Le), Congedo editore, 1991, pp. 313-334.

M. De Luca, Il Palazzo dei Celestini a Carmiano: un’emergenza architettonica in disuso, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 77-91.

S. Macchia, Sul sito del Palazzo baronale dei Celestini, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 63-76.

A.Monte, Tra storia feudale e archeologia industriale. Il Palazzo-fabbrica per la lavorazione del tabacco, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 137-148.

A.R. Pati, Le epigrafi latine di Carmiano, Tipografia Schirinzi, Carmiano, 2005.

G.Paticchia, Carmiano e Magliano. Compendio di storia patria, Galatina (Le), Libri Mitos, 2000.

M. Spedicato, Feudalità, crisi finanziaria e potere locale a Carmiano tra XVI e XVIII secolo, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità salentina in epoca moderna. Carmiano tra XV e XIX secolo, Galatina (Le), Congedo editore, 1991, pp. 97-122.

M. Spedicato, La signoria dei Celestini di S. Croce di Lecce nel feudo di Carmiano e Magliano (secc. XV-XIX), in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 19-61.

R. Trianni, Da residenza baronale a luogo di produzione. La storia di Palazzo dei Celestini dalla soppressione napoleonica ai primi del ‘900, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 93-136.

A. Vetrugno, L’arte in «Regola». Il programma iconografico del Palazzo dei Celestini di Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, pp. 155-174.

 

La maggior parte delle foto in appendice è stata gentilmente messa a disposizione da Antonio Vadacca.

Note

[1] A. Caputo, Il ciclo di vita di una baronia ecclesiastica, I, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce tra Lecce e Carmiano, 2 voll., Galatina (Le), Edizioni Panico, 2008, p. 13.

[2] Ivi, p. 103. Tuttavia, di questo atto, segnalato solo all’inizio del XVII secolo, non è stata ancora trovata alcuna traccia: in mancanza di documenti certi, è lecito presumere che non si trattò di un vero e proprio acquisto ma di una forma surrettizia di donazione effettuata in merito ad accordi precedenti e/o per disposizione di Maria d’Enghein. Cfr. M. Spedicato, La signoria dei Celestini di S. Croce di Lecce nel feudo di Carmiano e Magliano (secc. XV-XIX), in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza signorile a manifattura tabacchi, II, da M. Spedicato (a cura di), I Celestini di Santa Croce…cit., p. 26.

[3] A. Caputo, op. cit., pp. 9-10.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, pp. 155-157.

[7] M. Spedicato, Feudalità, crisi finanziaria e potere locale a Carmiano tra XVI e XVIII secolo, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità salentina in epoca moderna. Carmiano tra XV e XIX secolo, Galatina (Le), Congedo editore, 1991, p. 98.

[8] M. Spedicato, La signoria dei Celestini di S. Croce…cit., pp. 19, 25.

[9] M. Spedicato, Feudalità, crisi finanziaria…cit., p. 104.

[10] S. Macchia, Sul sito del Palazzo baronale dei Celestini, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p.70.

[11] M. De Luca, Il Palazzo dei Celestini a Carmiano: un’emergenza architettonica in disuso, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p. 77.

[12] M. Cazzato, L’abate e l’architetto. Giuseppe Zimbalo (1620-1710) e i Celestini di S. Croce tra Lecce e Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Una comunità…cit., p. 323.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 313.

[15] Ivi, p. 318.

[16] Ivi, pp. 324-325.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 327.

[19] M. De Luca, op. cit., p. 81.

[20] Ivi, pp. 84-85.

[21] Ibidem. Bisogna anche ricordare che questo palazzo godeva dell’immunità ecclesiastica: chiunque fosse ospitato in esso passava sotto la tutela dell’abate di S. Croce.

[22] A. R. Pati, Le epigrafi latine di Carmiano, Tipografia Schirinzi, Carmiano, 2005, pp. 49-53.

[23] M. De Luca, op. cit., pp. 86-88.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] M. Cazzato, op. cit., p. 323.

[27] P. A. Vetrugno, L’arte in «Regola». Il programma iconografico del Palazzo dei Celestini di Carmiano, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p. 166.

[28] Ivi, p. 165.

[29] M. De Luca, op. cit., p. 83.

[30] Ivi, p. 84.

[31] G. Paticchia, Carmiano e Magliano. Compendio di storia patria, Galatina (Le), Libri Mitos, 2000, p. 40.

[32] A. Caputo, op. cit., pp.155-157.

[33] Ibidem.

[34] La soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli avvenne ad opera di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat con ripetuti decreti, il primo emesso il 2 luglio 1806, poi il 13 febbraio 1807, il 12 gennaio 1808 fino a quello del 7 agosto 1809. Cfr. A. R. Trianni, Da residenza baronale a luogo di produzione. La storia di Palazzo dei Celestini dalla soppressione napoleonica ai primi del ‘900, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., p. 93.

[35] Ivi, passim.

[36] Ivi, pp. 104-105.

[37] A. Monte, Tra storia feudale e archeologia industriale. Il Palazzo-fabbrica per la lavorazione del tabacco, in M. Spedicato (a cura di), Il palazzo baronale da residenza…cit., pp. 146-147.

[38] Ibidem.

[39] Ibidem.

[40] Ibidem.

[41] Ivi, p. 148.

Qui il link per poter votare Palazzo dei Celestini sul sito del Fai: https://www.fondoambiente.it/luoghi/palazzo-celestini?ldc

No rrusce e nno nmusce

di Armando Polito

Due animali in un colpo solo in questa locuzione salentina che metaforicamente indica chi per indolenza o altro non tende a reagire al comportamento altrui o a ribatterne l’opinione. Insomma, quello che in italiano si dice caratterialmente un bonaccione o un taciturno, ma anche chi per opportunismo fa questa scelta, magari solo in alcune circostanze. Gli animali coinvolti sono due, cioè il leone e il toro, dal momento che la traduzione in italiano suonerebbe non ruggisce e non muggisce. Da registrare il deverbale rùsciu (ruggito) riferito, sempre metaforicamente, al rumore del vento o del mare. Rispetto a quest’ultimo mi piace riportanre il testo di una nota (ma l’autore è anonimo) canzone salentina, con la mia traduzione letterale a fronte.

 

A chi fosse interessato a conoscere dettagli storici su questa canzone segnalo il link https://www.youtube.com/watch?v=0jryWN38HfQ

Chiudo dicendo che la sua scoperta e valorizzazione ha propiziato un fenomeno simile a quello della trasposizione filmica di un’opera letteraria. Nel nostro caso, però, molto più modestamente in tutti i sensi, il solo titolo della canzone è entrato come citazione in opere (sulla cui dignità letteraria non dico la mia, lasciando al tempo e alla storia ogni giudizio …) di ambientazione salentina. Eccone una rapida carrellata in ordine cronologico.

Fluid Video Crew, Marco Saura e Caterina Tortosa, Italian Sud Est,Manni, S. Cesario di Lecce, 2003

Enzo De Carlo, Dell’ultima route nel Salento, Youcanprint, Tricase, 2014

Antonio Galati, Subacqueo, 2014

Antonia Occhilupo, La casa dall’angolo dipinto, www.antoniaocchilupo.it, 2014

Giacomo Toma, goWar, Firenze, 2015

 

Daniele Rielli, Lascia stare la gallina, Bompiani, 2015

Lino Moretto, Uggìo. La masseria, Youcanprint, Tricase, 2015

Angelo Pellè, Amaro mare, Youcanprint, 2016, in cui la citazione è nel sottotitolo ma all’interno la nostra canzone viene integralnmente analizzata alle pp. 194-198.

 

 

Alessandro Bozzi, La libertà danza tra gli ulivi, Musicaos Editore, 2017

 

Marittima ricorda un suo eroe

 di Marcello Buttazzo

Sono trascorsi cento anni dalla fine della Grande Guerra, che, purtroppo, vide tante Nazioni coinvolte in un conflitto cruento e ferino.

Celebriamo una ricorrenza ed evochiamo i fatti, le storie, gli accadimenti. E, però, compito primario della vivida memoria umana, deve essere di rammemorare, fra le altre cose, soprattutto chi, in quell’immane scontro, si distinse per generosità ed eroismo.

Vitale Boccadamo, nato il 9 luglio 1894 a Marittima di Diso, soldato del 47esimo Reggimento Fanteria, cadde eroicamente, per l’appunto, durante la Prima Guerra Mondiale, nella Battaglia del Piave, il 15 giugno 1918.

Vitale, di famiglia contadina, visse da bambino, da adolescente, da giovane, a Marittima, fino a quando fu chiamato alle armi.

Nel 1916, partecipò alla nona e alla decima Battaglia dell’Isonzo. Dopo, nel 1918, con inquadramento nel 47esimo Reggimento Fanteria, prese parte attivamente alla Battaglia del Piave (o del solstizio), nella cui fase iniziale morì a seguito di una pallottola nemica, in località Zenson di Piave.

Per le modalità del suo estremo sacrificio in combattimento, fu ritenuto meritevole di un’altissima onorificenza, una Medaglia d’argento al valor militare, assegnatagli dall’allora governante Re d’Italia con la seguente motivazione:

Distintosi già in parecchie azioni di pattuglia, sempre pronto ad offrire la sua opera nelle più pericolose operazioni, fu di valido aiuto al suo comandante di compagnia, infervorando i suoi compagni. Slanciatosi fra i primi all’assalto, irrompeva con impeto fra le file nemiche e, ferito a morte, incitava fino all’ultimo istante i compagni alla lotta.

Un riconoscimento straordinario, a un uomo semplice, del popolo, di umile provenienza.

Lo scrittore salentino Rocco Boccadamo, compaesano di Vitale e suo lontano parente, ha narrato, del piccolo, grande eroe, in un racconto apparso sul recente libro “Gli sposi di Monteruga” (Spagine Edizioni), assumendosi, dentro, l’onore e l’onere di tenere vibratile e vivida d’amore la memoria di un prode modesto e contegnoso.

Da premettere, per completezza, che, già nel 2011, la Giunta Comunale di Diso dedicò una via alla memoria del concittadino, una strada nella frazione di Marittima.

In aggiunta a ciò, ora, in concomitanza con il 15 giugno 2018, ossia a dire un secolo esatto dalla scomparsa, sempre ed esclusivamente allo scopo di ricordare l’estremo sacrificio del giovane Vitale, uomo eroico ed esemplare, e di rinnovellarne la memoria alla comunità paesana, a Rocco Boccadamo, sensibile specialmente nei confronti degli umili, è sembrato doveroso di conferire altri piccoli ma indicativi segni d’onore al caduto in questione.

Così, posto che, nel tempo, la medaglia d’argento al valor militare e il relativo attestato di conferimento erano andati smarriti, Rocco s’è adoperato per la coniazione di una nuova identica medaglia e per il rilascio, a cura del Ministero della Difesa, di una nuova “dichiarazione di avvenuto conferimento”, perfettamente conforme al brevetto originale. Inoltre, ha fatto realizzare un’artistica bacheca lignea per la custodia ed esposizione di detti simboli, vetrinetta che sarà consegnata, idealmente, nelle mani del nipote di Vitale, Giovanni Boccadamo, e, contemporaneamente, sarà donata all’Amministrazione Comunale, per la definitiva sistemazione in una sala del Municipio.

Sul punto, domenica 17 giugno 2018, alle 10.30, nella chiesa parrocchiale di Marittima, si officerà una S. Messa dedicata, durante la quale sarà benedetta la bacheca e, al termine del rito religioso, un piccolo corteo si recherà in direzione del monumento ai caduti in Piazza Vittoria.

Tale meritoria iniziativa avrà il patrocinio morale del Comune di Diso.

La funzione salvifica della memoria è di rendere sempre vive e presenti fra noi persone ragguardevoli, che hanno saputo fare la Storia.

Come verdi campane questi alberi suonano un‘estate

 

Come verdi campane questi alberi suonano un‘estate;

acerba è la stagione degli occhi della gente, disciolta

là nel paese dove il sole cuce abiti di fermento, sole

vortice di afa e di ombre di pini e di ciliegi, bollono

le zanzare, giocano i gabbiani, dorme lo Ionio nel

suo letto di scirocco, un contadino scende ancora

al paese, con gioia precipita nell’aria sana di frescura,

dispensa le spighe, irrompe nell’immobilità dei finti

con un grazie al crocefisso appeso nell’edicola, va

dunque la sera alla notte in un tripudio di gioia.

Elio Ria

Giunge l’ora

 

Giunge l’ora del meritato riposo dalle fatiche nei campi arsi dal sole

e sparsi di serpi e sterpi

del contadino buono e onesto

del paese della terra posta a confine di ogni bellezza

Elio Ria

 

La Cartoguida turistica di Martano: dettagli da scoprire

di Eleonora Marrocco

Il 9 giugno 2018, alle ore 19.30 presso la Sala Congressi “K. Wojtyla” in Piazza Caduti a Martano, si terrà l’evento di presentazione dal titolo “La Cartoguida turistica di Martano: dettagli da scoprire”.

Utile strumento per chiunque voglia approcciarsi alla conoscenza e alla visita del Comune, la “Cartoguida turistica di Martano” è stata ideata da Sandro Montinaro che ne ha curato sia la ricerca storica che la grafica, e realizzata dalla Pro Loco di Martano in collaborazione con il Comune di Martano nell’ambito del POR Puglia FESR FSE 2014-2020 – Asse VI – Tutela dell’ambiente e promozione delle risorse naturali e culturali – Azione 6.8 – Interventi per il riposizionamento competitivo delle destinazioni turistiche sparsi sull’intero territorio.

Scopo della Cartoguida è quello di narrare, in versione smart, un territorio che profuma di storia, cultura e tradizioni, in cui il tempo si ferma, e l’uomo annoda i fili di percorsi che riportano la mente a momenti passati.

A noi, moderni cittadini, spetta il compito di conoscere, scoprire e raccontare, istanti di vita trascorsa, al fine di mettere in evidenza le ricche particolarità delle proprie tradizioni, delle storie e della cultura della propria comunità con tutti i suoi luoghi, i beni culturali, dell’edilizia religiosa e civile, quelli noti e quelli nascosti, o sconosciuti ai più.

Particolare è stata l’attenzione e la cura nella redazione della Cartoguida, frutto di tanto studio e ricerca storica che hanno dato vita ad un prodotto semplice e lineare, ma, al tempo stesso, ricco e puntuale. Le indicazioni presenti spaziano dalle informazioni di carattere storico, culturale e paesaggistico a quelle prettamente turistiche del territorio.

È importante ricordare che il turismo, volano di sviluppo e di crescita culturale, è un settore in estremo fermento. Permette di raggiungere traguardi soddisfacenti e, al contempo, pone sfide sempre più impegnative. Spostando sempre più in là le aspettative del viaggiatore, richiede costantemente nuovi e qualificati strumenti che possano favorire la conoscenza del territorio. Ed è proprio in quest’ottica che si inquadra la “Cartoguida di Martano”: una piccola guida accurata, sempre a portata di mano grazie al formato tascabile, che accompagna il turista attraverso un viaggio tra cultura e storia del territorio, ma allo stesso tempo, incoraggia il residente a riscoprire i luoghi del suo vivere e le sue origini.

La Cartoguida ci proietta, con un tuffo, nel passato delle nostre comunità, per conoscerle e per conoscersi, per aprirsi e raccontarsi al mondo e ai viandanti che affollano le stradine dei nostri piccoli centri, perlopiù, nelle calde sere d’estate.

La promozione e la valorizzazione dei nostri territori deve, però, mantenere il passo coi tempi. La Cartoguida è, a tal proposito, una soluzione innovativa. Distribuita gratuitamente, è redatta in Italiano, in Inglese e, inoltre, reca alcune informazioni in Greco. Grazie alle moderne tecnologie è consultabile anche dai telefonini di ultima generazione, dai tablet e da qualsiasi dispositivo che permetta la lettura dei codici Qr.

Nei pressi dei principali siti di interesse del Comune di Martano sono infatti riportati i QR CODE, mediante la lettura dei quali, si può accedere ai contenuti della Cartoguida e ricevere le informazioni necessarie a scoprire il luogo nel quale ci si è immersi.

La Cartoguida, nel suo format, si presenta dunque come uno strumento utile e indispensabile per accompagnare lungo un viaggio di scoperta e riscoperta, chiunque voglia perdersi nei luoghi e viverne a pieno l’esperienze. Incoraggia la conoscenza della storia e della propria storia. Incuriosisce e sprona la ricerca delle proprie radici, fondamenta solide per la crescita di un territorio che voglia puntare sulla promozione e sulla valorizzazione della propria comunità per aprirsi e accogliere sapientemente il viaggiatore.

 

 

L’oratorio perduto del Santissimo Crocifisso a Parabita

di Giuseppe Fai

Di recente, nella chiesa Madre di Parabita è stato restaurato il Crocifisso ligneo posto sull’altare maggiore e la scoperta di ciò che, fino ad oggi, era stato celato dallo strato di copertura in cartapesta ha posto numerosi interrogativi sulla sua origine e sulla sua collocazione originaria.

La storia di questo Crocifisso sembra, infatti, intersecarsi con quella di una struttura sacra, oggi scomparsa, che faceva parte della sagrestia della chiesa matrice e che meriterebbe di essere riportata alla luce.

Per comprendere questo collegamento, bisogna partire prendendo in considerazione ciò che l’arciprete don Vincenzo Ferrari (1774[1]-1828), il 18 ottobre 1792, scrive al vescovo della Diocesi di Nardò, Carmine Fimiani (1792-1800[2]), in merito allo “Stato delle Chiese e luoghi Pii della Terra di Parabita”, a seguito della visita pastorale di quest’ultimo, avvenuta pochi giorni prima, il 9 ottobre.

L’arciprete parla di “…un picciolo Altare nell’Oratorio attaccato alla Sagrestia per li Sacerdoti infermi e Vecchi impotenti sotto l’Invocazione di un grande Crocefisso di Legno…”, passando, poi, in rassegna gli altri altari situati in chiesa.

Un altro riferimento è riscontrabile, trentatré anni dopo, quando il viceparroco don Donato Marzano, facendo le veci dell’infermo arciprete Ferrari, su sollecitazione del nuovo vescovo Salvatore Lettieri (1825-1839[3]), nelle “Risposte alle dietro scritte dimande”, menziona “…undici altari, incluso l’altare Maggiore, e quello dell’Oratorio dentro la Sagrestia…[4].

Due anni dopo, in risposta alle notizie richieste sempre dal vescovo Lettieri, in preparazione alla visita pastorale che avverrà di lì a breve, a Parabita, il 6 marzo 1827, la descrizione dell’oratorio è la medesima formulata nel 1792 da don Vincenzo Ferrari. E nel documento relativo alla visita, datato 9 marzo, si legge che “…Passò quindi il Monsignore Illustrissimo nella Sagrestia, e visitò il Luogo in cui si apparecchiano i Sacerdoti prima della celebrazione, dove esiste un Altare dedicato al SS. Crocifisso, con Tabernacolo, in cui si ripone la Pisside nei tre giorni della Settimana Santa, ed ogni cosa ritrovò decente…[5].

Dopo questi documenti, dell’oratorio sembrerebbero perdersi le tracce e, allo stato attuale, si può tentare di ricostruirne la storia grazie all’importante testimonianza fornita dal signor Luigi Tornesello, che è stato sagrestano della Chiesa Matrice dagli anni ’40 agli anni ’90 del secolo scorso.

Il signor Tornesello racconta che, dove oggi sorge lo studio del parroco, c’era una diversa struttura, in cui si trovava un Cristo crocifisso ligneo e, davanti a questo, l’affresco della Deposizione di Cristo (Foto)[6], ancora oggi conservato nello studio.

Sulla volta di questa struttura, “una specie di volta a stella”, erano dipinti quattro rosoni e altri affreschi, raffiguranti degli angeli con motivi vegetali. Il Cristo crocifisso era privo della croce, ma aveva una cornice affrescata e, ai suoi piedi, solo una piccola mensola. In questa struttura non c’erano finestre, ma due entrate: una la metteva in comunicazione con la sagrestia e l’altra, poi murata, si affacciava su via san Nicola ed era dotata, inoltre, di una scala, in corrispondenza dell’attuale finestra dello studio.

Il signor Tornesello ricorda che, durante il mandato del parroco don Giuseppe Ferenderes (1961-1994), nel periodo in cui i Padri Redentoristi svolsero la loro missione a Parabita, a causa dell’umidità e della scarsa manutenzione, si verificò il crollo della volta e pezzi degli affreschi furono usati per riempire i locali sottostanti il salone parrocchiale in fase di costruzione. Il Crocifisso si salvò, ma riportò dei danni, mentre l’affresco della Deposizione rimase intatto. Furono, così, avviati dei lavori che portarono alla realizzazione dell’attuale studio del parroco così come lo vediamo oggi.

Prima della testimonianza del 1792 di don Vincenzo Ferrari, nelle visite pastorali l’oratorio del Crocifisso sembra comparire una sola volta, in quella del 1744, durante l’episcopato del vescovo Francesco Carafa (1736-1754), in cui si parla di una visita ad un altare del SS. Crocifisso nell’oratorio.

La storia di questa antica struttura può essere ricostruita anche attraverso le opere artistiche a noi pervenute, come già detto: il Cristo crocifisso ligneo, l’affresco della Deposizione di Cristo e alcuni affreschi ritrovati anni fa.

Il recente restauro del Crocifisso ha evidenziato come, tra gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, all’opera lignea sia stato aggiunto uno strato di gesso e cartapesta ricavata da “sacchi di cemento”, sotto cui si celavano seri danni, come, per esempio, il distacco di un piede dal resto della gamba e di alcune dita delle mani e dei piedi[7].

Tenendo, quindi, in considerazione la testimonianza del signor Tornesello, è possibile pensare che il Crocifisso sia lo stesso di cui parlano nelle loro relazioni i sacerdoti Ferrari e Marzano e il vescovo Lettieri e a cui era dedicato il piccolo altare dotato di un tabernacolo.

E’ probabile, dunque, che, negli anni ‘60, con il crollo della volta, il Crocifisso, salvatosi miracolosamente e già privo della Croce, abbia riportato i danni emersi durante il restauro e che il parroco dell’epoca, don Giuseppe Ferenderes, con un intervento approssimativo, abbia fatto realizzare lo strato in cartapesta e una nuova croce per salvare l’opera, decidendo, da quel momento, la sua nuova collocazione, presso l’altare maggiore.

Considerando, inoltre, che la missione dei Padri Redentoristi, come indicato dalla piccola edicola sulla facciata della canonica, si è svolta nel 1967, si può notare che le informazioni dedotte dal restauro del Crocifisso giunto sino a noi coincidono perfettamente con le vicissitudini occorse al Crocifisso che si trovava nell’oratorio.

La datazione del Crocifisso, risalente, presumibilmente, al XVII secolo, e forse riconducibile alla figura dello scultore gallipolino Vespasiano Genuino, risulta, inoltre, compatibile con il probabile periodo di costruzione dell’oratorio, il Seicento.

L’altra opera artistica, fondamentale per una possibile datazione di questa struttura sacra, è l’affresco della Deposizione di Cristo, salvatosi dal crollo della volta e recante, nell’angolo in basso a sinistra, una data, 1688, che potrebbe essere la data di realizzazione degli affreschi presenti nell’oratorio.

Questa Deposizione ritrae, oltre alle consuete figure, la Madonna, san Giovanni e Maria Maddalena, anche san Francesco d’Assisi e, forse, santa Chiara d’Assisi: il che potrebbe essere un indizio riguardo a chi abbia realizzato gli affreschi, forse un autore legato all’ambito francescano pugliese.

Le ultime tracce dell’oratorio potrebbero, in conclusione, essere gli affreschi, ritrovati durante i lavori eseguiti nei locali parrocchiali alcuni anni fa, gli unici che, ricomposti, potrebbero un giorno dirci di più sul ciclo pittorico di questo oratorio andato perduto.

Considerando la presenza del Crocifisso ligneo e della Deposizione, potremmo essere, quindi, di fronte a un tema iconografico ben preciso, cioè quello della Passione di Cristo, insieme a putti con decorazioni a tema vegetale.

Dando credito agli scritti del sacerdote Donato Marzano e del vescovo Salvatore Lettieri, questo oratorio era il luogo più sacro all’interno della sagrestia, il cui attuale ambiente, affrescato con temi profani, come quello delle marine salentine, pertanto, precedeva quello che era l’ambiente affrescato, invece, con immagini sacre.

Il ciclo di affreschi dell’attuale sagrestia, datato 18 gennaio 1700, e quelli dell’oratorio, dunque, potrebbero essere stati realizzati durante l’episcopato di Orazio Fortunato, vescovo della Diocesi di Nardò dal 1678 al 1707[8].

Questa struttura, comunque, stando alle visite pastorali, non ha un’intitolazione ben precisa, anche se è sempre collegata alla presenza del Crocifisso ligneo.

Nell’oratorio, non solo celebravano la messa quei sacerdoti che, a causa dell’età avanzata o di un’infermità fisica, non potevano più svolgere in chiesa le loro funzioni sacre, ma era anche quel luogo dove i sacerdoti indossavano i paramenti sacri prima di entrare in chiesa. Probabilmente, dunque, l’oratorio era in comunicazione con l’attuale sagrestia.

Nel Novecento, con ogni probabilità, la struttura perse la sua funzione di oratorio sacro, per divenire uno studio per l’arciprete; nella seconda metà degli anni ‘60, poi, ormai in pessimo stato conservativo, crollò, forse durante i lavori di costruzione del salone parrocchiale, e questo spiegherebbe come mai siano stati utilizzati proprio gli affreschi dell’oratorio come materiale di risulta.

Grazie alla testimonianza del signor Tornesello, quindi, e con l’aiuto delle fonti e dei resti dell’oratorio, ho provato a ricostruire un piccolo tassello della storia della Chiesa Madre di Parabita, dimenticato da anni e sconosciuto a molti. I risultati dell’indagine su questa antica struttura, dunque, potrebbe essere determinanti per ulteriori studi sull’attuale sagrestia, vista la stretta correlazione che sembra intercorrere tra questi due ambienti.

[1] O. Seclì, Parabita nel ‘700 – Dinamiche storiche di un secolo, Parabita, Martignano Litografia, 2002

[2] https://www.diocesinardogallipoli.org/diocesi-nardo-gallipoli/cronotassi-dei-vescovi-della-diocesi-di-nardo/

[3] Idem

[4] Archivio Storico Diocesano “Mons. Domenico Caliandro” – Nardò

[5] Idem

[6] Questa e le altre due foto sono di Foto di Salvatore Leopizzi

[7] “Relazione intervento di restauro del SS. Crocefisso di proprietà della Parrocchia Matrice di Parabita” eseguita da don Marcello Spada e Maurizio Specchia

[8] https://www.diocesinardogallipoli.org/diocesi-nardo-gallipoli/cronotassi-dei-vescovi-della-diocesi-di-nardo/

Pubblicato su nuovAlba, anno XVIII – numero 1 – maggio 2018, a cura dell’Associazione “Progetto Parabita”

Porto Cesareo e le sue epigrafi di età romana

di Armando Polito

Prima che Porto Cesareo nel 1975 diventasse comune autonomo le epigrafi che ora presenterò erano registrate come appartenenti a Nardò, di cui Porto Cesareo è stata frazione fino alla data prima ricordata. Il nome di Nardò è rimasto nei vecchi repertori e la nuova titolarità è comparsa solo dopo qualche decennio nei nuovi1. Se le epigrafi, che sono tutte funerarie, potessero parlare, probabilmente scomoderebbero il vecchio detto salentino: sapimu addo’ simu nate, no ssapimu addo’ murimu, quasi a sancire l’aleatorietà, dovuta al trascorrere del tempo, anche della registrazione burocratica delle memorie. E non posso fare a meno di ricordare che su un totale di 13 epigrafi prima registrate sotto il nome di Nardò, alla stessa ne sono rimaste solo 5; in compenso, però, essa potrà vantare l’onore di ospitare sul suo territorio (almeno fino a quando non ci sarà un’altra scissione autonomistica …) gli scarichi della fognatura di Porto Cesareo …

Agli dei Mani. Claudia Atticilla figlia di Tiberio visse un anno e due mesi. Qui è sepolta.

Tutti gli onomastici (Claudia, Tiberius ed Atticilla) sono di ricorrenza epigrafica molto frequente. Mi resta solo da far notare come qui Atticilla (diminutivo di Attica) abbia quasi una valenza premonitrice.

Agli dei Mani. Lucilla Chisi visse trentacinque anni. Qui è sepolta.

Lucilla (diminutivo di lux=luce) è onomastico molto comune. Chysis per me è trascrizione perfetta frl greco Χύσις (leggi chiùsis) che è dal verbo Χέω (leggi cheo) e che come nome comune significa versamento, corrente, abbondanza  Non è difficile immaginare che l’ultimo significato fosse nelle intenzioni augurali di chi diede a Lucilla tale onomastico. Esso è attestato, oltre che nella nostra epigrafe (ma nella trascrizione chisis, meno perfetta), solo in CIL VI, 37473: CESIA CHISIS/VIX(IT) A(NNIS) IV DIES X/NYMPHE MATER/FECIT ET CESSUS PATER (Cesia Chisi visse quattro anni e dieci giorni. Fecero (la sepoltura) la madre Ninfa e il padre Cesso).

Agli dei Mani. Pomponio Euticione visse ventidue anni. Qui è sepolto pro[]

Pomponius è onomastico molto frequente. Euticio (qui nominativo che comporta un genitivo Euticionis) ricorre solo qui e mi appare come una variante di Euticius (genitivo Euticii) anch’esso molto raro; ricorre, infatti solo cinque volte (CIL VI, 09400; AE 1979, 00308; ICUR-03, 08866; ICUR-08, 21767a; CUR-08, 23519). Va segnalata pure la variante Euticion presente solo in ICUR-08, 22439. Quest’onomastico, in tutte le varianti riportate mi appare come un adattamento aggettivale latino del greco εὐτυχής (leggi eutiuchès) che significa fortunato. Che poi non possa essere considerato fortunato chi muore a ventidue anni è un’altra storia …

… pose al coniuge benemerito

Tertulla è onomastico molto ricorrente nelle epigrafi. Appare diminutivo di tertia (terza), come, per il maschile, Lucullus da Lucius. Clymaene ricorre epigraficamente abbastanza nella forma Clymene, trascrizione del greco Κλυμένη (leggi Cliumène), nome di una nereide, dall’aggettivo che significa famosa.

L’onomastico Ursilla (diminutivo di ursa=orsa ricorre nelle epigrafi poco meno di trenta volte. Il corrispondente maschile Ursillus (peraltro di dubbia ricostruzione a causa delle lacune del supporto) una sola volta in un’iscrizione londinese (AE 1987, 00737f). da notare BIXIT per VIXIT, fenomeno di trasposizione v>b perdurante nella locuzione dialettale salentina sta bbiti?=stai vedendo? Al contrario in erva per erba. Tuttavia va detto che lo stesso fenomeno ricorre in due iscrizioni romane (ICUR-05, 13527 e ICUR-07, 18009). Vedi pure Silbana e viba nella scheda successiva.

Siamo giunti all’ultimo documento, che è un’iscrizione opistografa, il cui testo, cioè, è inciso parte (n. 7) su una faccia, parte (n. 8) sull’altra dello stesso supporto. Naturalmente la datazione annotata per la prima parte vale pure per la seconda.

Da notare Silbana per Silvana e viba per viva, per cui vedi bixit nella scheda precedente. Anche Silbana per Silvana (come il corrispondente maschile Silbanus per Silvanus) mostra pià di una decina di ricorrenze epigrafiche. In virtù di quel viba l’ipotetica integrazione [XXX?], resa plausibile dal XXX che si legge nel testo successivo, è da considerare aggiunta dopo la morte di Aurelia Silvana, a meno che non si voglia attribuirle doti autoprofetiche …

Si direbbe proprio che le cose siano andate  così: Aurelia Silvana si fece preparare la prima iscrizione con in bianco lo spazio della cifra degli anni di vita. Il suo liberto (Aurelius è il nomen mediato da quello della sua patrona, Felicissimus è il suo cognomen da schiavo) provvide alla seconda iscrizione e all’integrazione della prima.

Tutte le epigrafi esaminate, fatta eccezione per la n.7 e per la n.8 sono andate, e da tempo,perdute. Quale migliore motizia di questa ferale per chiudere un post dedicato ad epigrafi funerarie? …

___________________

1 Così è in quello, recentissimo, del quale ho parlato nella nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/01/rudie-le-sue-epigrafi-funerarie/ e del quale anche questa volta mi sono avvalso. Miei sono la traduzione e il commento in calce ad ogni scheda.

Un’opera del Settecento nel castello di Copertino

di Giovanni Greco

Rappresentato privo di vita, con le palpebre abbassate; con il capo reclinato sulla spalla destra nell’atto di esalare l’ultimo respiro. La folta chioma caratterizzata da riccioli ondulati, scende sulla spalla destra lasciando scoperto il collo.

Ecco, finalmente restaurato e fruibile ai visitatori del castello di Copertino, il “Cristo ligneo del XVIII secolo”, opera di ignoto maestro meridionale, intagliata in tronco di latifoglia, alta 64 centimetri e larga 67.

L’intervento conservativo, avviato nell’ottobre scorso, è stato realizzato attraverso il progetto “Opera tua” con investimenti della Coop Alleanza3.0, e votato dal 53% dei soci Coop, vincendo così la tappa di Puglia e Basilicata. L’esecuzione del restauro è avvenuta ad opera della Cnido di Alessandro Burgio, in particolare della restauratrice Chiara Muschitiello, in collaborazione con Fondaco Italia, società attiva nella valorizzazione dei beni culturali italiani che coadiuva l’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco.

Il Crocifisso, che da oggi è possibile ammirare in una delle sale di palazzo Pignatelli del castello, rappresenta il primo esemplare di una collezione di opere d’arte provenienti da sequestri del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico. L’opera in questione infatti è un manufatto erratico recuperato presso un rigattiere della zona dalle forze dell’ordine durante un’operazione di sequestro di beni sottoposti a vincolo storico-artico.

Tant’è che le condizioni precedenti il restauro lasciavano intravedere un passato molto travagliato, sottolineato da interventi arbitrari e discutibili. La parte strutturale si presentava gravemente compromessa, priva di due chiodi e del supporto ligneo con funzione portante. Quella scultorea priva di diverse parti e oggetto di profonde abrasioni in corrispondenza della mani e dei piedi.

La policromia visibile prima dell’intervento conservativo non era quella originale: eseguita in modo grossolano, presentava plurime lacune; le indagini diagnostiche condotto da geologo Davide Melica hanno permesso di fare chiarezza sulla stratigrafia dell’opera e sugli interventi pregressi. La restituzione grafica dettagliata in scala del manufatto è stata realizzata da Annachiara Riccardo, studentessa presso il Liceo artistico di Galatina. Alla cerimonia di presentazione c’erano la direttrice del castello, Filomena Barbone; Aldo Pulli, presidente dell’area Coop del meridione d’Italia; Enrico Bressan di Fondaco Italia e i restauratori Burgio e Muschitiello.

Uddhare e spuddhare: la bolla e i suoi parenti salentini

di Armando Polito

(nell’ordine: bolle d’aria, una bulla da Pompei, una bolla pontificia, una marca da bollo, un francobollo, un bollettino di versamento postale e …)

 

Da quella d’aria alla speculativa quanta strada ha fatto la nostra bolla nel tempo! Intanto va detto che la voce è dal latino bulla(m) e già allora prometteva bene, nel senso che designava in primo luogo l’aria imprigionata sotto forma di sferetta in un liquido o in un solido, ma anche un bottone metallico o una borchia, nonché una specie di medaglione (in oro massiccio per i più abbienti e, per i meno, a scalare, in piombo rivestito da una lamina di oro, o fatto di cuoio, fatto di tessuto) che veniva appeso come amuleto al collo di ogni neonato maschio (tanto per cambiare, ma forse perché le femmine non ne avevano bisogno per via del lato b già a quell’età notevole …) a nove giorni dalla nascita.

Nel Medioevo fu poi il sigillo in cera o in metallo usato per autenticare le scritture ufficiali  ed estensivamante lo stesso  documento autenticato in tal modo (bolla imperiale, bolla papale): nella repubblica di Venezia era il nome del luogo in cui era custodita la cassa della cancelleria e si riscuotevano alcuni tipi di tasse.

Che atroce slittamento semantico dalla bulla dei giovani romani al bollo (che è da bollare, a sua volta da bplla) nelle sue molteplici manifestazioni (bollo di circolazione, marca da bollo, la voce bollo che compare puntualmente nel resoconto periodico che la banca invia ai ai correntisti, fino a giungere al fantascientico imposta di bollo asolta in modo virtuale)! E che dire, a parte il francobollo,  dei vezzosi diminutivi bollino (quello, per esempio, che il manutentore dell’impianto di riscaldamento compra a tue spese dalla Provincia, che pure risulta defunta, per incollarlo sul libretto di centrale) e bolletta? In  quest’ultima, a ben leggerla, alle somme dovute per i consumi si aggiunge una miriade di addizionali regionali, provinciali (fra poco rionali …), che, facendo parte della tassazione indiretta, consentono pure (ma senza alcun reale fondamento) a chi volta per volta ci governa di affermare spudoratamente abbiamo ridotto la pressione fiscale, senza che uno, dico uno solo, dei giornalisti partecipanti all’intervista batta almeno il ciglio, visto che ad attributi sta messo molto male …

Ci possono bastare due diminutivi? Certamente no! Infatti c’è il bollettino di versamento postale, in cui bollettino è s’ diminutivo, ma doppio: diminutivo si bolletta, a sua volta diminutivo di bolla; tre generazioni: madre, figlia e nipote …

Per mitigare la rabbia bollente (a proposito: bollire è dal latino bullire, a sua volta da bulla) passo al dialetto salentino: mentre bolla è rimasto tal quale, all’italiano bollare, invece, con conservazione dell’antico vocalismo, corrisponde bullare, da cui bullu che, oltre al significato di bollo, assume anche eufemisticamente quello di segno lasciato da atto violento (l’hannu fattu nu bullu an fronte=gli hanno fatto un bollo in fronte).

Più fedeli al vocalismo iniziale sono pure bulletta rispetto a bolletta. Ma il salentino, accanto a bullare ha sviluppato, sempre dallo stesso etimo, due voci che l’italiano non ha: uddhare e il suo contrario spuddhare. Uddhare significa otturare, tappare ed è il frutto della trafila bullare>ullare (aferesi)>uddhare; alla lettera, dunque, significa apporre il sigillo. Deverbale da uddhare potrebbe sembrare l’aggettivo uddhu che denota la qualità dell’animale senza corna o senza testicoli (riferito all’uomo come sinonimo di sterile; non sarebbe difficile in questo caso immaginare uale sarebbe il canale otturato …); in realtà uddhu è dal greco κόλος (leggi colos) che significa mozzo o senza corna.

Spuddhare ha il significato di sturare, con pittoreschi slittamenti metaforici del tipo s’è spuddhatu lu nasu (nel duplice significato di il naso si è sbloccato dal muco, ma anche per indicare un’epistassi) o, un’altra immagine violenta non poteva mancare …, mo ti spoddhu lu nasu (adesso ti faccio uscire il sangue dal naso); è frutto della trafila *exbullare (composto da ex con valore privativo e bullare)>*expullare>spuddhare.

 

Latiano. La chiesetta di Santa Maria della Greca

di Domenico Ble

La chiesa di Santa Maria della Greca a Latiano sorge un po’ più distante dal centro storico della città. È ubicata sulla via che collega Latiano al Santuario della Vergine Santissima di Cotrino.

La chiesa si presenta con una facciata semplice, monocuspidata e decorata ai lati con due fasce verticali decorate mediante la tecnica del “bugnato”.

Si accede alla chiesa mediante un’unica porta, la quale è posizionata al centro in asse con la finestra soprastante. In alto, sul lato sinistro, più arretrato, è collocato il campanile (Fig. 1).

Fig.1 – Chiesa Madonna della Greca (Facciata)

 

L’interno (Fig.2) ha una pianta a navata unica sovrastata con delle coperture a volte a crociera. L’area presbiteriale è leggermente più elevata e coperta con una copertura semisferica e terminante con il muro absidale è semicircolare.

Al centro dell’aula è presente un arco a tutto sesto e sulle pareti della parte anteriore della chiesa troviamo: sulla parete di destra la nicchia in cui è posizionata la statua raffigurante la Madonna della Greca (Fig. 3), mentre sulla parete di sinistra è collocata una nicchia più stretta.

Fig. 2 – Interno

 

Fig. 3 – Statua in cartapesta raffigurante la Madonna della Greca con i santi Apollonia e Onofrio.

 

Continuando all’indietro, verso la controfacciata, troviamo lungo le pareti due grandi arcate al cui interno sono collocate due tele: nell’arcata di destra è collocata la tela, datata 1847, raffigurante la Vergine Maria con i santi Onofrio e Apollonia (Fig. 4), e nell’arcata quella di sinistra la tela omonima di fattura più recente.

Fig. 4 – Tela raffigurante la Vergine Maria con i Santi Onofrio e Apollonia

 

Particolare della tela

 

L’edificio ha origini molto antiche, presumibilmente la fondazione può essere fatta risalire al XVI secolo. La chiesa, in principio, non era così profonda ma aveva dimensioni ridotte: la prima costruzione terminava proprio dove oggi c’è l’arco di metà navata, qui era collocata l’area absidale con l’altare a muro.

Il Vescovo di Oria, Mons. Alessandro Maria Calefati, nella Visita Pastorale del 1785, menziona altre opere presenti all’interno della chiesa, oltre l’affresco raffigurante la Madonna della Greca sull’altare centrale, il quale fu staccato dal muro durante i lavori di ampliamenti avvenuti negli anni ’60 del XX secolo, vi erano: la tela raffigurante San Paolo “a latere Epistolae”, una raffigurante San Pietro “a latere Evangeli” e una raffigurante Santa Caterina da Siena posta sull’altare posto ad occidente.[1]

L’antica chiesa non era altro che una semplice cappella, inglobata nel centro cittadino con l’espansione urbana del XX secolo.[2]

La Chiesa della Madonna della Greca funse da cappella per l’annesso Ospizio dei Poveri, il quale fu inaugurato nel 1887.

Il Beato Bartolo Longo, nel 1896, contribuì a restaurare la chiesa, a memoria di quest’opera caritatevole sulla faccia fu posta la lapide:

“QUESTA ANTICA CAPPELLA / INTITOLATA ALLA MADONNA DELLA GRECA / IL COMM. BARTOLO LONGO / A PROPRIE SPESE RESTAURAVA / MDCCCXCVI”.

 

Fig. 6 – Lapide commemorativa sulla facciata

 

Bartolo Longo provvide anche a finanziare la costruzione di una sacrestia laterale alla chiesa, del campanile[3] e di un nuovo altare intitolato alla Beata Vergine Maria del Rosario di Pompei (oggi non più esistente), oltre i vari arredi e suppellettili che donò.[4]

 

Note

[1] Santa Visita Pastorale di Mons. Alessandro Maria Kalefati, 1785, Archivio Vescovile Oria, Visite pastorali, coll. prov. Trascrizione a cura di Salvatore Settembrini.

[2] S. SETTEMBRINI, La piazza, il centro storico, l’espansione urbanistica di Lariano nei secoli XVI – XX, Quaderni della Biblioteca “G. De Nitto”, Latiano 2012, p.15.

[3] B. LONGO, Seconda Lettera del Comm. Avv. Bartolo Longo ai suoi concittadini di Latiano, Valle di Pompei 1896, pagg 1-26.

[4] A. GAGLIANO, Bartolo Longo. Un latianese precursore di cristianità moderna, Locorotondo Editore, Mesagne 2016, p. 96.

Salento: cos’è cambiato dai tempi di Cicerone?

di Armando Polito

Quello che segue è un brano tratto dall’orazione Pro Sexto Roscio Amerino1 del famoso avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano nato nel 106 a. C. e morto nel 43 a. C.: … aptam et ratione dispositam existimant, qui in Sallentinis aut in Brutiis habent, unde vix ter in anno audire nuntium possunt. L’inizio del brano è lacunoso, ma non è avventato proporre un’integrazione del tipo Alii Syllae liberti domum, per cui la traduzione sarebbe: [Altri liberti di Silla], che tra i Salentini e i Bruzi, da dove a stento tre volte all’anno possono ricevere notizie,  hanno proprietà, credono di avere una casa adeguata e razionalmente composta.

Può darsi che Cicerone abbia pure esagerato nell’accenno alla scarsa efficienza del servizio postale2 dell’epoca tra Roma e il Bruzio o il Salento. Tuttavia va notato che, ad ogni modo, emerge, per quanto ci riguarda, l’isolamento, già a quell’epoca, del Salento additato, addirittura, come esempio; il passo, poi,  dall’isolamento all’arretratezza è consequenziale. Le cose oggi sembrano essere certamente cambiate, ma cambiate, ma non proporzionalmente al progresso tecnologico verificatosi in due millenni, per cui, in sostanza ancora oggi l’Italia sembra fermarsi subito dopo Roma. Ciò non vale, grazie ai telefonini, solo per quanto riguarda il messaggio in sé (ma si ritorna nel buio se si considera la tanto sbandierata banda larga …), perché, per quanto riguarda la mobilità delle persone, pur potendo finalmente vantarci di avere pure noi l’alta velocità, i convogli, però, all’ingresso nel nostro territorio devono fare i conti con binari (e non solo quelli …) neanderthaliani. E, vedendo la criminale gestione delle Ferrovie Sud-Est, ci si consola pure, pensando che il mancato ammodernamento della tratta statale in un certo senso è stata (e forse è …) sinonimo di probabili mancati profitti illeciti …

Per quanto riguarda, poi, i collegamenti aerei, magari continueremo a non avere un solo areoporto degno di questo nome ma in compenso ospiteremo il primo spazioporto italiano3 … E c’è pure chi esulta mettendo in campo la stantia storiella dei posti di lavoro e non ponendosi neppure il problema dell’intuitivo impatto ambientale con l’inevitabile, tra l’altro, inquinamento acustico (l’ILVA, tanto per fare un esempio, non docet; tanto vale raddoppiare …).

_____

1 Cito dall’edizione delle orazioni scelte a cura di Raffaello Marchesi, Tornese, Napoli, 1860, v. I, p. 128.

2 Ho evitato di collocare postale tra due virgolette proprio perché, pur nell’accezione moderna, deriva da posta (in latino statio, da stare=fermarsi, da cui il nostro stazione) cioè il luogo di sosta dove il messaggero cambiava il cavallo stanco con uno fresco e continuava la sua misssione.

3 https://www.ilmessaggero.it/blog/ultime_dal_cielo/spazioporto_italiano_si_costruira_in_puglia-3729354.html

Sud in-verso

disegno di Franco Matticchio

 

Sud in-verso

 

di Elio Ria

 

Va lenta la littorina, di polvere fra la macchia

in giardini di deserti, di sabbia africana

di vento ghiacciato, le pagine del libro

sui binari odorano di zolfo, lo Ionio non è in festa,

ogni parola per dire altro è incandescente di

disperazione, di mescolanze, di lato oscuro,

di un avvenire che non può agire;

tuttavia

un monastero di monaci gustano ambrosia

alle spalle di un crocifisso nero

nessuna tonsura, l’anemia di Dio è in terra,

va lenta la littorina, quella dei miei sogni

di bambino nei ricordi di un Sud, che mi pare

sia altro Sud, odalisca in un convento di Pascià

a nord di Gagliano, finemare e fineinfinito.

 

 

Elio Ria

Copertino: il conte Cosimo Pinelli e S. Giuseppe

di Armando Polito

Dei Pinelli ci si è occupati recentemente più di una volta1, come pure, più indietro nel tempo, del santo dei voli2, ma mai era capitato di presentarli insieme come qui. Le testimonianze che seguono sono tratte da testi agiografici, da accettare, perciò, senza offesa per chi ci crede ad occhi chiusi, con beneficio d’inventario.

6. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

Domenico Bernino, Vita del venetabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, pp. 31-32:

Dall’Agneletta, e della Passera passiamo al Lepre, per quindi faer ritorno alle Pecorelle, altre risuscitate, altre rese loquaci: bestiole tutte innocenti, e semplici, in cui Dio volle glorificare la Santa semplicità del nostro innocente, e Venerabile fra Giuseppe. Incontrossi una volta il servodi Dio presso l’Oliveto della Grottella in due Lepri, a’ quali egli disse: – Non vi partite da qua intorno alla Chiesa della Madonna perché vi sono molti Cacciatori, che vi vanno appresso -. Ubbidienti al comando non si dipartirono mai da quei contorni gli ossequiosi Animaletti; ma non ostante la loro ubbidienza, pur incontraron travagli, se alli travagli non fosse accorsa la manio miracolosa del Servo di Dio. Und’essi perseguitato da’ Cacciatori nell’atto stesso della sua innocente pastura, molte strade prese per salvarsi da’ Cani, che anelanti lo raggirarono or qua, or là per farne preda. Ma il Lepre rinvenuta finalmente la Strada, e la porta della Chiesa,entrò, passò in Convento, come in suo Asilo, con un salto, e nelle braccia si ripose di Fra Giuseppe. – Non te l’ho detto io – disse allora al Lepre Fra Giuseppe – che non ti allarghi da vicino alla Chiesa, perché li Cani ti stracciariano la pelle? -. Ed in così dire accarezzavalo con la palma della mano, e promettevagli sicurezza da ogni insulto. In questo atto sopravenendo baldanzosi li Cacciatori, rischiesero al Servo di Dio, come preda a loro dovuta, quel Lepre, allegando pompa di fatiche, sudori di fronte, e lassa de’ cani. Ma il Servo di Dio rispose loro con serietà di volto, e di parola: – Questo Lepre sta sotto la protezione della Madonn. Abbiate pazienza,perché non tocca a voi, e portatigli rispetto -. Così egli. Li Cacciatori, perduta l’audacia, confusi, e cheti quindi si dipartirono, e Fra Giuseppe,benedetto il Lepre, ordinogli,che sicuro ritornasse alla sua pastura. Né il Compagno fu men fortunato del primo. Conciosiacosache perseguitato anch’egli da’ cani, che gli diedero la fuga in quel poco tratto di prato, che giace tra la Chiesa della Grottella, e la Cappelletta di Santa Barbara sotto la Tonaca ricovrossi di Fra Giuseppe, che a caso allora quindi passava di ritorno dalla Cappelletta al suo Convento. D. Cosimo Pinelli Marchese, e Padrone di copertinoera il Cacciatore, e visto quivi nel prato Fra Giuseppe, richiese a lui se veduto avesse il Lepre. – Eccolo qui sotto la mia Tonica – rispose ilServo di Dio, ed in così dire preselo nelle sue mani, e nelle sue braccia steselo, ed accarezzandolo disse: – Questo Lepre è mio, Signor Marchese, non gli dar fastidio e non venir più a cacciar qua, acciò più non lo facci spaventare -. E quindi dalle sue braccia ripostolo adagiatamente interra, – Và – disse al Lepre – e salvati in quel cespuglio  (ed additogli il cespuglio) e non ti muovere -. Il Lepre ubbidì. Il Marchese, e li Cacciatori stupirono, e lo stupore inessi a maraviglia si accrebbe allor, che viddero i Cani fissar gli occhi nel Lepre, tremar di membra, sibilar di fiato, e come fischiar di narici, ma nulla moversi di passo.     

Giuseppe Ignazio Montanari, Vita e miracoli di S. Giuseppe da Copertino,  Pasccasassi, Fermo, 1851,      pp. 345-346

Aveva predetto il Servo di Dio a Don Cosma Pinelli marchese di Galatone,e Signore di Copertino, come eli perderebbe la vista degli occhi, se non correggesse un po’ la sua vita; e la predizione si fu a non molto avverata. Infatto gli sopravvenne una tale flussione agli occhi, che glieli empiè d’umori, i quali viziandosi, e degenerando in maligni, gli tolsero al tutto il vedere. Della qual cosa se fosse dolente non è a dire, ma non minore era l’afflizione in che stava tutta la famiglia. Ora mentre non riceveva più ristoro da rimedi umani, e i medici non sapevano più che si fare, si ricordò della predizione di Frate Giuseppe, e, fattolo a sè venire, il pregò gl’intercedesse grazia dal Signore, assicurandolo che in quanto alla vita si muterebbe. Allora il Beato: – E non te l’aveva detto che verresti a questo termine? ora statti contrnto che non è niente -. E toccandogli leggermente gli occhi,quegli umori ad un tratto si dileguarono, e mentre prima non gli restava neppure una scintilla di luce, e gli occhi gli erano suggellati dalla cispa marciosa, di subito li ebbe aperti, e affissandoli, trovò che perfettamente e forse meglio di prima vedeva e discerneva da lungi e da vicino tutte le cose, come se mai non si fosse risentito degli occhi.

Si precisa che il signore in questione era Cosiimo Pinelli, 4° duca di Acerenza, 6° marchese di Galatone, 7° conte di Copertino. Morì nel 1685.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/05/03/i-pinelli-marchesi-di-galatone-nella-celebrazione-del-dalessandro-1574-1649/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/05/giuseppe-bono-diso-s-giuseppe-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/17/san-giuseppe-copertino-due-incisioni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/

 

San Giuseppe da Copertino in due medaglie del XVIII secolo custodite nella Biblioteca reale del Belgio

San Giuseppe da Copertino (1/2): San Giuseppe e Dante

San Giuseppe da Copertino (2/2): due voli offensivi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/12/copertino-se-non-ci-aiuta-san-giuseppe/

Magia popolare: le legature con il sangue mestruale

 

 

di Gianfranco Mele

 

Uno dei legamenti più utilizzati nelle locali pratiche magiche legate alla cultura contadina è quello con l’utilizzo di sangue mestruale. Per legare a sé un uomo, la donna (direttamente o sotto la guida della “masciàra”) deve offrirgli una bevanda contenente il proprio liquido mestruale.[1] Sino a tempi recenti è sopravvissuta in loco l’usanza, molto temuta dagli uomini, di versare alcune gocce di sangue mestruale nel caffè offerto alla “vittima” (più anticamente, veniva versato in vino, infusi, liquori, focacce e qualsiasi alimento o bevanda nel quale potesse essere occultato). Il terrore di essere “affatturati” con sangue mestruale ha generato negli uomini, per secoli, paure, sospetti e psicosi.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 avevo conosciuto Antonio, un mio coetaneo che viveva con l’anziana madre vedova. Lo conobbi nel periodo di una sua violenta crisi nervosa e depressiva. Antonio aveva terminato da poco una relazione con una ragazza che gli aveva lasciato un solco profondo, non solo e non tanto a causa dello sconforto per la perdita, ma a causa delle implicazioni di questa relazione. Era convinto di non riuscire a slegarsi del tutto da questa persona, a causa della “fattura” subita. L’anziana madre stessa lo aveva persuaso di ciò. La loro casa, come tante abitazioni della Sava anni ’70, era pervasa, in modo ossessivo, di immagini e simboli religiosi e “profani”: il classico “cuore di Gesù” con il lumicino perennemente acceso, quadri, statue e immagini di santi e madonne, e un’infinità di simboli come ferri di cavallo, cornetti, gobetti, e amuleti di ogni sorta.

La madre era una fervente religiosa, addentrata tuttavia in conoscenze e credenze di tipo magico. In questa atmosfera, Antonio si era convinto che l’ex ragazza, una volta che lui era andato a trovarla a casa, gli aveva versato del sangue mestruale nel caffè offertogli. Solo così, lui e sua madre si spiegavano il violento turbamento psichico, fisico ed emotivo di cui lui era vittima. Come origina questa credenza popolare? Andiamo un po’ a ritroso nel tempo.

Sin dall’antichità al sangue mestruale è stata data una forte valenza magica essendo stato identificato dalle antiche popolazioni come il simbolo potente della creazione.[2] Nel mito di Demetra, la dea compie, anteponendo ad esso formule sacre e segrete, un antico rito (prerogativa anche delle sue sacerdotesse) che consiste nello spargere sulla terra il sangue mestruale mescolato a saliva, al fine di aprire le viscere dell’Ade (mentre è alla ricerca di sua figlia Persefone). Tale rito era utilizzato dalle stesse sacerdotesse per evocare Demetra.[3]

Streghe, guaritrici ed herbarie hanno sempre attribuito una forte valenza magica al sangue mestruale, e del resto questo elemento è fortemente collegato alle divinità femminili primordiali e lunari anche come simbolo di ciclicità e di fertilità.[4] In antichità, la scansione del tempo era calcolata sulle fasi della luna e sul ciclo mestruale delle donne.

Del “potere” del sangue mestruale ci parlano Aristotele e Plinio.

Per Aristotele, una donna mestruata ha il potere di annuvolare gli specchi con lo sguardo:

Da questi «specchi» risulta al tempo stesso evidente che la vista come subisce una certa affezione così anche ne produce. Nel caso degli specchi particolarmente lustri, infatti, quando le donne al tempo delle mestruazioni guardano nello specchio, sulla superficie dello specchio stesso si genera come una nuvola sanguigna: se lo specchio è nuovo, non è facile pulire la macchia siffatta, se invece è vecchio, è facile. La causa […] è che non soltanto la vista subisce una certa affezione da parte dell’aria ma anche ne produce una e muove, come fanno anche le cose splendenti […] Gli occhi si trovano dunque ragionevolmente nella medesima posizione in cui è qualunque parte del corpo, quando vi sono le mestruazioni, giacché per natura sono venosi. Pertanto quando si generano le mestruazioni, a causa del perturbamento e dell’infiammazione del sangue, la differenza negli occhi non ci è chiara ma c’è (la natura del seme e delle mestruazioni, infatti, è la stessa): l’aria ne viene mossa, e l’aria che sta sullo specchio, trovandosi a continuazione, la rende tale quale l’affezione che essa subisce. Questa «produce» l’apparizione dello specchio. In questo modo gli indumenti molto puliti si sporcano velocemente…[5]

 

Il quadro che offre Plinio dei “poteri” del sangue mestruale è ancor più onnicomprensivo:

 

«Ma non sarebbe facile trovare qualcosa di più prodigioso del flusso mestruale delle donne. Al sopraggiungere di una donna che ha le mestruazioni il mosto inacidisce; al suo contatto le messi diventano sterili; muoiono gli innesti, bruciano i germogli dei giardini, cadono i frutti degli alberi presso cui la donna si è fermata; al suo solo sguardo, la lucentezza degli specchi si appanna, si smussa la punta delle lame, si oscuro lo splendore dell’avorio, muoiono le api negli alveari; persino il bronzo e il ferro si arrugginiscono all’istante e il bronzo prende un odore sgradevole» [6]

 

Ancora, Plinio parla dell’utilizzo delle mestruazioni come insetticida contro bruchi e vari insetti,[7] del potere del sangue mestruale di smussare il filo del rasoio, di ricoprire il cuoio di ruggine, e di vari altri fenomeni legati alla sua forza, tra cui la caratteristica di riuscire a provocare l’aborto nelle giumente e nelle donne gravide. [8] Ma per gli antichi il sangue mestruale ha anche poteri curativi, come ad esempio la capacità di curare la gotta[9] o la rabbia: in quest’ultimo caso, la guarigione avverrebbe portando con sè un pezzo di stoffa impregnato di sangue mestruale e si tratterebbe del tipico effetto di magia simpatica, essendo il sangue mestruale stesso la causa della rabbia, nei cani che lo assaggiano.[10] Ancora, secondo Plinio il sangue del mestruo guarirebbe anche le febbri terzana e quartana.[11] Tali rimedi sarebbero stati utilizzati da due levatrici greche, Laide e Salpe. [12]

Nel 1365 a Reggio Emilia viene processata Gabrina degli Albeti per aver compiuto vari sortilegi e incantesimi, tra i quali filtri d’amore preparati con decotti di erbe ai quali veniva aggiunto sangue mestruale. Questa donna verrà marchiata a fuoco e le verrà tagliata la lingua. Qualche decennio dopo finirà sul rogo Matteuccia Francisci per aver preparato unguenti stregoneschi a base di sangue mestruale. Benvenuta Benincasa detta la Mangialoca viene processata a Modena nel 1370, e fra le varie malìe utilizza pozioni a base di mestruo, per legamenti d’amore. Anche nei secoli a seguire, la documentazione riferita alle legature con sangue mestruale è ricorrente e numerosa nei processi italiani per stregoneria: Anastasia da Cottigliano, detta la Frappona, viene processata a Modena fra il 1517 e il 1519. Fra le varie accuse, quella di aver compiuto legature con il sangue mestruale. Anche Caterina Medici (da non confondere con la regina omonima), processata tra il 1616 e il 1617, è accusata di mettere sangue mestruale nel cibo che preparava per il senatore Luigi Melzi.

L’ esoterista e filosofo cinquecentesco Cornelius Agrippa di Nettesheim, nel suo trattato De Occulta Philosophia scrive, trattando dei veleni e dei loro poteri:

“Ora narrerò di alcuni veneficii, affinchè con il loro esempio sia preparata la via a tutta questa considerazione. Tra questi è il sangue dei mestrui, capace di far inacidire tutte le nuove produzioni. Così una vite su cui cada resta per sempre infruttuosa, gli alberi piantati o innestati muoiono e le frutta seccano, i germi bruciano nei giardini, gli specchi, le lame dei rasoi e la purezza dell’avorio si appannano, il ferro si arruginisce, il rame produce un veleno micidiale, i cani si arrabbiano e prodigano morsi inguaribili, le api periscono, la tela annerisce al bucato, le cavalle abortiscono, le asine non possono generare durante tanti anni per quanti grani d’orzo guastati dal flusso abbiano mangiati, la cenere delle stoffe su cui esso fu sparso fa cangiar colore alla porpora e impallidire i fiori. Si dice anche che guarisca la quartana, impregnandone la lana d’un ariete nero e collocandola entro un braccialetto di argento. Oltre la quartana guarisce la terzana, stropicciandone la pianta dei piedi del sofferente e riuscendo ben più efficace, se proviene da una donna che ignori d’avere le sue regole. Combatte altresì l’epilessia e, diluito in acqua o in qualche pozione, immunizza dalla rabbia canina.

Una donna che abbia le sue regole che cammini nuda in un campo, farà perire le tignole, le lumache, le cantaridi e quanti altri insetti nocivi vi si annidino. Bisogna però aver cura a che ciò non avvenga al levare del sole, altrimenti seccherebbero le messi.

Plinio ci narra molte cose intorno a tal veleno, che ha potere maggiore quando la luna è calante o nuova, e durante i primi anni, quando la donna è ancora giovanetta e vergine. In tal caso sparso sul limitare della casa, ha il potere di rendere nullo ogni sortilegio. Si dice che i fili d’una stoffa che ne siano stati impregnati non possano bruciare e abbiano il potere di estinguere un incendio. Si dice anche che, somministrati insieme a radice di peonia e castoro, valgano a guarire dalla tisi. Inoltre, facendo arrostire lo stomaco d’un cervo, mischiandovi qualche brandello di detta stoffa e portando il tutto addosso, non si può esser feriti da alcun dardo. I capelli d’una donna mestruante, messi dentro il letame, generano serpi e il bruciarli fa fuggire col loro odore i serpenti, perchè ha tale virtù venefica da avvelenare anche le bestie velenose.” [13]

 

Il tema delle legature con sangue mestruale è presente anche nei documenti inquisitori del Tribunale del Santo Officio di Oria. Citiamo qui alcuni passaggi di un verbale del 1679 (è la masciàra Grazia Gallero, che racconta):

“ho fatto il sangue che purgano le donne incantate, e serve, acciò un huomo volesse bene all’istessa donna da chi ha da essere il sangue per farli l’incanto, e l’ho fatto in questo modo, mi faccio dare dall’istessa donna, che desidera l’huomo tre stizze del sangue proprio delle purghe dentro un vaso, e sopra del sangue dico trè volte Diavolo vogli bene, verbigratia, à Pietro e questo sangue nell’istesso tempo che dico dette parole, chiamando il demonio, lo stò mischiando col vino, portato dall’istessa donna, per darlo poi à bevere à chi vuol bene[14]

 

Ancora, nella deposizione fornita al Tribunale orietano nel 1747 da Dorotea Rossi si legge:

“Ho inteso dire da Saverio Senatore che una vedova, chiamata Caterina, per aver lui per marito gli aveva dato il suo sangue dentro il cibo ò vivanda…[15]

 

La pratica delle legature con sangue mestruale sopravviverà in tutta Italia sino ai giorni nostri, come testimoniato anche da recenti ricerche etnografiche.[16]

 

[1]v. Angela Giallongo, Imaginary and mestrual bood – Cuadernos Kòre. Revista de historia y pensamiento de gènero. Vol. 1, n.4, pp. 59-78, Verano, 2011. In questo saggio l’autrice offre anche delle interessanti correlazioni tra le pratiche magiche con l’utilizzo di sangue mestruale e il “malocchio”. Cfr. anche Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli UE, Milano, 2000, pag. 21

[2]Angela Giallongo, op.cit., pag. 67

[3]Cfr.: http://www.romanoimpero.com/2010/01/il-culto-di-cerere.html

[4]http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_femm.mestruo.htm

[5]Aristotele, Dei Sogni, 459-460

[6]Plinio, Naturalis Historia, VII 13.64

[7]Plinio, cit., XXVIII 23.77–85

[8]Plinio, cit., XXVIII 20.70, 22.79

[9]Plinio, cit. XXVIII 22.82

[10]Plinio, cit. XXVIII 22.82

[11] Plinio, cit., XXVIII 22.84

[12] Cfr. Giulia Pedrucci, Sangue mestruale e latte materno: riflessioni e nuove proposte. Intorno all’ allattamento nella Grecia antica. In: Gesnerus. Swiss Journal of the History of Medicine and Sciences , 70/2 2013, pag. 268; nota (21) a pag. 268

[13]Enrico Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, volume primo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2004 (traduz. e ristampa dall’originale De Occulta Philosophia, 1533), pp. 67-68

[14] Atti Curia di .Oria, Denuncia contro Nicodemo Salinaro, Anno 1679, Sortilegi e stregonerie in Francavilla Fontana ai tempi di Monsignor C. Cozzolino, f. 31 cit. da M.A. Epifani in “Stregatura” pag. 104

[15]Atti Curia di .Oria, Deposizione di Dorotea Rossi in data 24 luglio 1747 (cit. da M.A. Epifani in “Stregatura”, pp. 56-57)

[16]Cfr. Alessandro Norsa, Nell’antro della strega. La magia in Italia tra racconti popolari e ricerca etnografica, Liberamente Edizioni, 2014, pp. 118-122

L’edera di Filippo e Tamara: storia di uno sfortunato matrimonio attraverso l’araldica

di Marcello Semeraro

Nel corso delle nostre ricerche sull’araldica e la sfragistica dei principi angioini di Taranto ci siamo più volte imbattuti in un reperto di eccezionale bellezza e di notevole valore storico. Si tratta del celebre pendente a forma di foglia d’edera, decorato con smalti opachi champlevé su fondo d’oro, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli (figg. 1 e 2).

Fig. 1 – Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, particolare del pendente a forma di foglia d’edera

 

Fig. 2 – Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, particolare della decorazione araldica

 

Il manufatto, noto agli studiosi, misura cm 7,5 x 8,5 x 1,5 e proviene dal tesoro del monastero benedettino di Santa Maria in Valle, al quale, secondo una consolidata tradizione, sarebbe stato donato nel 1365 dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo come stauroteca destinata a contenere una reliquia della Vera Croce.

In origine, tuttavia, il pregioso oggetto in esame fu concepito per un uso molto più profano, ossia come pendente da collo, come si deduce chiaramente dagli anelli da catena visibili ai lati del lobo superiore della foglia e da altri particolari che via via diremo. Sul lato del coperchio campeggia un tronco di quercia, munito di rami, foglie e ghiande, su cui si posano vari volatili. Lungo il bordo corre un motivo a racemi con foglie e fiori, mentre sull’altro lato della foglia spicca una decorazione araldica che vede l’alternarsi, su tutta la superficie disponibile, di scudi a losanga (fig. 2), una forma di scudo di origine sigillare, riscontrabile sin dal XIII secolo e impiegata fino al secolo successivo soprattutto dagli uomini (più raramente dalle donne).

Le armi raffigurate sono quelle del principe di Taranto Filippo I d’Angiò (il seminato di gigli d’oro dei sovrani capetingi di Francia, brisato[1] da un lambello di rosso, per Angiò-Napoli, e sovrabrisato da una banda d’argento, per Angiò-Taranto[2]) alternate a quelle della sua prima moglie Tamara Angela Comnena Ducas, figlia del despota d’Epiro Niceforo I (di rosso, all’aquila bicipite d’oro).

Le nozze fra questi due personaggi si celebrarono nel dicembre del 1294 e conclusero la prima fase dell’ambizioso progetto del re angioino di Napoli Carlo II di fondare per il figlio Filippo – che nel dicembre dell’anno precedente era stato investito del principato di Taranto – un grande dominio feudale esteso fra le due sponde dello Ionio[3].

Qualche mese prima, nel luglio del 1294, fu sottoscritto il contratto matrimoniale. La dote apportata da Tamara comprendeva i castelli di Lepanto, Vonitza, Euloco, Angelocastro e Giannina. L’accordo prevedeva, inoltre, che alla morte di Niceforo I metà dell’Epiro sarebbe toccata a Filippo, mentre l’altra metà gli sarebbe giunta solo dopo la morte della despina Anna Cantacuzena, moglie del sovrano epirota e madre della sposa. L’ambiziosa politica orientale del sovrano di Napoli fu completata con la concessione al figlio delle isole di Corfù e di Butrinto e la cessione tutti i diritti e le rivendicazioni angioine in Acaia, Atene, Albania e Tessaglia, mantenendo per sé solo la superioritas feudale.

I piani angioini furono però rallentati dalla fase finale della Guerra del Vespro e dalla prigionia di Filippo nel 1299, che terminò solo nel 1302 con il celebre trattato di Caltabellotta. Una volta libero, il principe poté dare seguito alle sue rivendicazioni sull’Epiro, dove nel frattempo, tra il 1296 e il 1298, era morto il despota Niceforo I. Ma le speranze di Filippo andarono ben presto deluse.

Nel 1304 i legati del principe di Taranto chiesero ad Anna Cantacuzena la consegna di metà dell’Epiro, come previsto dall’accordo matrimoniale, ma la despina si rifiutò categoricamente, preferendo assicurare la successione al figlio Tommaso. Tale scelta fu anche dovuta alla politica discriminatoria adottata dai funzionari di Filippo nei confronti della popolazione di fede ortodossa, che violava quanto stabilito dagli accordi fra le parti in tema di libertà religiosa.

Fu l’inizio di una guerra per la conquista dell’Epiro che, fra alterne vicende, si concluse con un nulla di fatto. La vera vittima di questa situazione fu, tuttavia, la stessa Tamara, che fu dapprima costretta a cambiare nome in Caterina, poi (nel 1309) fu ripudiata dal marito – che la accusò di adulterio per via di una presunta relazione con Bartolomeo Siginulfo – e infine messa in un monastero, dove morì nel 1311.

Torniamo ora ad occuparci del prezioso pendente conservato nel museo di Cividale del Friuli. La presenza degli scudi di Filippo e di Tamara (più precisamente del padre della sposa) e la forma del supporto impiegato per contenere queste armi (una foglia d’edera, pianta sempreverde, simbolo di fedeltà) autorizzano a ipotizzare che il manufatto sia stato confezionato per essere un gioiello nuziale proprio in occasione delle nozze del 1294 o comunque entro il 1309, annus horribilis per la nostra Tamara che, come abbiamo visto, fu accusata di tradimento e ripudiata.

L’autore di questo meraviglioso gioiello profano fu con ogni probabilità uno degli orafi francesi che i documenti attestano al servizio di Carlo II già negli anni 1297-98. Com’è possibile, allora, che esso sia finito nelle mani di Carlo IV di Lussemburgo, che nel 1365 lo donò al monastero benedettino di Santa Maria in Valle? L’ipotesi più probabile è che il gioiello sia giunto all’imperatore per via ereditaria, in virtù del matrimonio, celebrato nel 1318, fra Beatrice di Boemia, zia di quest’ultimo, e il re d’Ungheria Carlo Roberto d’Angiò, nipote di Filippo di Taranto, ma su questo punto non vi sono certezze.

Come abbiamo già avuto modo di osservare su queste stesse pagine (v. supra, nota 2), Filippo fu il primo dei principi angioini di Taranto a sovrabrisare l’arma paterna (d’azzurro, seminato di gigli d’oro, brisato da un lambello di rosso) con una banda d’argento, riprendendo in tal modo una sovrabrisura già impiegata dal padre Carlo II quand’era ancora principe di Salerno.

Lo studio dei sigilli e di altre testimonianze araldiche permette di affermare che l’uso di questa insegna, da sola e senza ulteriori ampliamenti, perdurò per tutta la durata del suo principato, mantenendosi tale anche dopo il matrimonio con la sua seconda moglie, l’imperatrice titolare di Costantinopoli Caterina II di Valois-Courtenay. Essendo quello dei principi angioini di Taranto un ramo ultrogenito di una branca cadetta uscita dalla Casa reale di Francia, la banda tarantina avrebbe dovuto essere raffigurata come brisura di secondo grado al di sopra di quella principale (il lambello di rosso dei sovrani di Napoli), nella posizione tecnicamente detta attraversante sul tutto. Tuttavia, nell’araldica dei principi di Taranto l’inversione della posizione della brisura e della sovrabrisura è una costante impiegata in modo sistematico (fig. 3), probabilmente per rendere più discreta la loro posizione genealogica di cadetti di un ramo cadetto della Casa di Francia. Ricordando il ruolo centrale che ebbe all’epoca l’araldica come vettore principale della propaganda politica per immagini adottata dall’aristocrazia europea, siamo propensi a vedere in questa apparente anomalia un riflesso di quella semi-autonomia di cui godettero i principi angioini di Taranto nella rappresentazione e nella concezione della loro «sovranità», un aspetto, quest’ultimo, già evidenziato in passato da studiosi come Gennaro Maria Monti e, più recentemente, da Andreas Kiesewetter nel suo saggio sull’intitulatio e la datatio dei diplomi principeschi.

Fig. 3 – Stemma dei principi angioini di Taranto. Armorial Le Breton (secc. XIII-XV), Parigi, Archives Nationales, AE I 25, n° 6 (MM 684), fol. 4r

 

Quanto alla stemma innalzato dalla sfortunata Tamara, esso riprende quello impiegato dal padre Niceforo I come despota d’Epiro. La presenza dell’arma dell’impero romano d’Oriente (di rosso, all’aquila bicipite d’oro) quale insegna del sovrano epirota non deve stupire, giacché dopo la caduta di Costantinopoli a seguito della quarta crociata (1204) il suo uso perdurò negli stemmi e nei vessilli delle dinastie che governarono gli Stati successori dell’impero bizantino. Per molti aspetti si potrebbe considerare conclusa a quella data la storia bizantina, allorché i Greci, sopraffatti in quella stessa capitale con cui da sempre si erano identificate le sorti di Bisanzio, si trovarono privati anche di quell’unica autorità imperiale che per secoli ne era stata la guida politica e spirituale. Dopo la crisi del 1204 l’istituto della basileía appariva ormai irrimediabilmente desacralizzato, né fu sufficiente a restituirgli il prestigio di un tempo la riconquista della capitale nel 1261. Dalla corte di Bisanzio l’aquila bicipite continuò a svettare negli stemmi di altre corti o famiglie vicine e lontane che, per ragioni di parentela, eredità, sudditanza o semplice spirito di imitazione, adottarono quell’immagine antichissima, che proprio in Oriente fece la sua prima comparsa – come dimostrano i magnifici bassorilievi del santuario ittita di Yazilikaya (Turchia), databili al XIII secolo a.C. (fig. 4) – ma evidentemente non fu più la stessa cosa. Quanti fili rossi, come si vede, tira fuori l’araldica…

Fig. 4 – Turchia, santuario ittita di Yazilikaya (XIII sec. a.C.), particolare del bassorilievo con l’aquila bicipite

 

BIBLIOGRAFIA

A. Cassiano, B. Vetere (a cura di), Dal giglio all’orso. I principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel Salento, Galatina 2006.

G. Curzi, Santa Maria del Casale a Brindisi. Arte, politica e culto nel Salento angioino, Roma 2013.

P. L. de Castris, Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli Angioina 1266-1381, catalogo della mostra, Napoli, Cappella del Tesoro di San Gennaro, 11 ottobre-31 dicembre 2014, Napoli 2014.

C. de Mérindol, L’héraldique des princes angevins, in «Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle; un destin européen», Actes des journées d’étude des 15 et 16 juin 2001 organisées par l’Université d’Angers et les Archives Départementales de Maine-et-Loire, Rennes 2003, pp 277-310.

G. Gerola, L’aquila bizantina e l’aquila imperiale a due teste, in «Felix Ravenna», a. IV, 1 (1934).

A. Kiesewetter, I principi di Taranto e la Grecia (1294–1383), in «Archivio storico pugliese», LIV (2001), pp. 53–100.

A. Kiesewetter, «Princeps est imperator in principatu suo». Intitulatio e datatio nei diplomi dei principi angioini di Taranto, in G. Colesanti (a cura di), «Il re cominciò a conoscere che il principe era un altro re». Il principato di Taranto e il contesto mediterraneo (secc. XII-XV). Atti del Convegno internazionale di studi (Napoli, 2-3 dicembre 2011), Roma 2015, p. 65-102.

M. Pastoureau, Traité d’héraldique, Picard, Paris 20085.

G. Schlumberger, Sceaux et bulles des empereurs latins de Constantinople, Caen 1890.

 

[1] Si dicono brisure (dal francese briser, “rompere, spezzare”) quelle varianti introdotte in uno stemma rispetto all’originale per distinguere i diversi rami di una stessa famiglia. Particolarmente diffuse nell’araldica del Regno di Napoli, ne esistono di vari tipi. In linea di massima si possono distinguere tre principali modi per brisare un’arma: la modificazione degli smalti (che si ottiene, ad esempio, invertendo gli smalti del campo e delle figure), la modificazione delle figure (aumento o diminuzione del numero delle figure uguali, cambiamento della forma o della posizione oppure sostituzione di una figura con un’altra) oppure l’aggiunta di altre figure specifiche chiamate pezzi di brisura (lambello, banda e sue diminuzioni, bordura, quarto franco, stelle, merlotti, anelletti, conchiglie, ecc.). Si chiamano invece sovrabrisure le brisure di secondo grado, ovvero quelle che modificano uno stemma già brisato. Le soluzioni impiegate per sovrabrisare un’arma sono le stesse che abbiamo ricordato per quelle di primo grado.

[2]Sull’araldica dei principi di Taranto v. il mio recente contributo sulle pagine di questo sito: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/20/lo-stemma-dei-principi-angioni-taranto-filippo-roberto-filippo-ii/.

[3] Tralascio in questa sede di parlare diffusamente della politica orientale degli angioini di Napoli, che, com’è noto, affonda le sue radici nei Trattati di Viterbo, stipulati nel 1267 da Carlo I d’Angiò da una parte e Guglielmo II di Villehardouin e Baldovino II di Courtenay, rispettivamente principe di Acaia e imperatore latino di Costantinopoli, dall’altra.

Nardò: un miracolo di S. Vincenzo Ferreri in un affresco del Museo diocesano

di Armando Polito

foto di Marcello Gaballo

 

Inaugurato il 7 giugno 2017, il Museo diocesano di Nardò costituisce un importantissimo polo d’attrazione per gli amanti della storia e del bello, per i turisti e per gli studiosi, grazie al numero cospicuo delle pregevoli testimonianze custodite.

Tra quelle meno appariscenti, ma non per questo meno importanti, spicca un affresco (seconda metà del XV-XVI secolo?),  raffigurante un miracolo operato da S. Vincenzo Ferreri (1350-1419)1, dopo la morte secondo alcune agiografie e in vita, con conseguente variazione in qualche dettaglio, in altre. Riporto le due versioni del miracolo dalle pubblicazioni più antiche che sono riuscito a trovare (rispettivamente del 1600 e del 1705).

pp. 439-440

 

pp. 96-97

 

Proprio a  questa variante si riferisce il nostro affresco. Si comprende come la trattazione integrale del tema, direi la traduzione pittorica del racconto in un unico quadro fosse (e resti) tutt’altro che agevole, anzi impossibile, essendo concettualmente contraddittori i due momenti della morte e della rinascita delbambino. L’anonimo artista, poi, era legato all’obbligo di rispettare la naturale direzione di lettura per ottenere un unicum narrativo ma cronologicamente scandito (madre che avanza col vassoio contenente un braccio; una gamba e la testa sul tavolo; il santo che ha appena completato il suo intervento di ricostruzione).

La fidascalia, abbastanza lacunosa, recita: INVITATO DATO DA UNO, CHE HA[VEA?] LA MOGLIE LUNATICA, CHE [ HAVEA? ]/[RIDO?]TTO IN MOLTI PEZ[Z]I UN SUO FIGLIOLO [ ………]

Di analoghe rappresentazioni ne conosco solo tre. La prima è quella di Colantonio (XV secolo). Fa parte di unpolittico  custodito nel Museo di Capodimonte a Napoli.

 

La seconda è un dipinto di Emanuele Alfani (XVII secolo) custodito nella basilica di S. Sisto Vecchio a Roma.

 

La terza è una tavola a corredo di Antonio Teoli, Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, Tipografia dello Stabilimento dell’Ateneo, Napoli, 1843, p. 81.

In basso a sinistra si legge Postiglione inv(enit), cioè, alla lettera,  Postiglione immaginò, cioè disegnò o dipinse. In quel periodo dei dei fratelli Postiglione erano attivi Luigi (1812-1661) e Raffaele (1818-1887). Più probabile che l’autore sia qust’ultimo (che fu pittore di soggetti sacri) piuttosto che Luigi (la cui pittura pittura fu dedicata alla decorazione si stoffe sacre). A destra si legge Lit(ografia) Dolfino. I Dolfino erano, oltre che litografi-editori, pure disegnatori.2

Nella rappresentazione del Colantonio mancava la fase del macabro pranzo, come pure in quella dell’Alfani; nella litografia, la cui composizione è la più vicina a quella dell’affresco, è rappresentata solo la parte finale del miracolo. Che l’invenzione quasi cinematografica ante litteram del nostro anonimo artista (in virtù della quale il bambino è sempre al centro dei tre “fotogrammi”: sul vassoio recato dalla madre, sul tavolo, in piedi accanto al santo) sia un apax sarebbe azzardato dirlo, ma mi sembra indiscutibile che tale scelta rappresentativa avrebbe fatto tremare il cervello e il pennello di qualsiasi pittore. Certo, gli si può rimproverare l’imprecisione di qualche dettaglio, come le dimensioni forse eccessive e la posizione innaturale di quello che nel piatto retto dalla donna si direbbe più un braccio che una gamba.

Lo spiedo, poi, infisso nella gamba sul tavolo, se fosse, come si presume, diritto, dovrebbe essere visibile nel tratto centrale; etc. etc.

Tuttavia, pur nella complessiva approssimazione e ingenuità del tratto, l’ignoto pittore a mio avviso raggiunge pregevoli risultati nella resa dello stato d’animo dei personaggi principali, ravvisabile soprattutto sui loro volti. Così In quello della madre la lunaticità è tutta in quello sguardo fisso, inesorabilmente perso nel pesante vuoto del suo male oscuro.

Nel volto del padre, invece è racchiusa tutta la tensione del momento e la postura delle mani evoca un sentimento di speranza e devozione insieme.

Lo sguardo del santo, invece, riflette un momento di concentrazione, misticismo ed estasi, sicché la stessa aureola appare un dettaglio quasi irrilevante a contrapporre questa componente animata da spirito divino alle altre umane con la loro debolezza.

 

____________________

1 Fu proclamato santo dal papa Callisto III nel 1455.

2 Ecco, firmato da loro, un ritratto di Masaniello.

 

Dimore storiche a Copertino. Palazzo Venturi

di Giovanni Greco

Il 500esco palazzo, disposto su due piani, si sviluppa ad angolo tra le attuali vie Margherita di Savoia e I° Maggio. Appartenne alla famiglia dè Ventura, poi Ventura e infine Venturi, stabilitasi a Copertino da Salerno, nel XIV secolo, con Raguzio dè Ventura. All’origine si estendeva su circa 450 mq ed era tra le più eleganti dimore rinascimentali della città.

Riscontri in tal senso sono visibili sul lato sud a primo piano dove si intravedono tracce di beccatelli (tagliati) e alcuni estradossi (tagliati) che incorniciavano due finestre e la porta d’ingresso al palazzo, al quale si accedeva attraverso uno scalone che principia nel cortile interno.

Un ingresso di servizio si trovava in vico del Crocifisso (via S. Palma), preceduto da una cappella interamente affrescata, scorporata dal palazzo negli anni ‘90 e trasformata in centrale termica a servizio del cinema Centrale.

Tornando in via I° maggio troviamo un elegante loggiato costituito da una bifora. Su una architrave delle due finestre si legge ancora una parziale iscrizione umanistico-barocca: “Attende tibi et latra…” .

Altre iscrizioni sono disseminate su architravi interne del palazzo. Tra cui quella situata in un sottoscala che recita “Deus in nomine tuo” (In nome di Dio), probabile accesso ad una cappella privata.

cortile interno

 

All’origine, la copertura del palazzo era a tegole sorrette da capriate. Poi, nel XVIII sec. diversi vani furono voltati a botte con lunette poggianti su eleganti peducci rinascimentali. Gli ambienti a primo piano erano riservati ai proprietari mentre i locali a pianterreno, dove erano ubicati un forno per cuocere il pane, un pagliaio, le stalle e le cucine vi dimorava la servitù.

Altro intervento di epoca 700esca fu la creazione dell’artistico portale decorato a stucco, sovrapposto al precedente che era più ampio e a pianta semicircolare.

stemma della famiglia Venturi

 

Consolidata la posizione economico-finanziaria sul finire dell’800 i Venturi abbandonarono questo palazzo e acquistarono quello in piazza del Popolo di proprietà dei Cosma, presso il quale avviarono il primo istituto di credito cittadino.

Da allora, per la storica dimora ha inizio il declino. I coloni che lo abitarono unitamente agli affittavoli ai quali erano stati concessi i locali a piano terra, ne accelerarono la decadenza. Tant’è che, nel dopoguerra, per agevolare il transito dei carri carichi di concimi l’attuale portale d’ingresso fu scriteriatamente allargato. L’area adiacente, in direzione sud-est dove esisteva un ampio agrumeto, nel 1949 fu utilizzata dal trio Venturi-Del Prete-Verdesca per costruirvi il cinema Centrale.

Per la valorizzazione della storica dimora bisognerà attendere il 4 settembre 1946 quando, con atto di notar Francesco Buonerba, fu acquistata per la simbolica cifra di 100 lire dalla parrocchia S. Maria ad Nives che ne fece un centro di formazione morale e religiosa.

Cutrèu: una caccia conclusasi felicemente, forse …

di Armando Polito

La battuta iniziò nell’ormai lontano 2010 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/10/dialetti-salentini-cutreu/) su Spigolature salentine, cui sarebbe succeduto, dopo la nascita della fondazione, l’attuale blog. Continuò quattro anni dopo con un’ipotesi alternativa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/12/29/ritorna-cutreu-dopo-quattro-anni/), si conclude oggi, ad altri quattro anni di distanza, almeno per quanto mi riguarda, anche se nel campo dell’etimologia parlare di soluzione definitiva spesso può essere azzardato, specialmente nei casi in cui due o più soluzioni sembrano plausibili.

Nel nostro caso particolare il dubbio restava alimentato dal fatto che il *crudivus messo all’inizio in campo, pur suffagrato dall’autorevolezza del Rholfs, restava pur sempre una voce ricostruita (come indica l’asterisco che lo precede), non attestata nel latino classico ed assente pure in quello tardo e nel medioevale.

Prima di continuare, però, debbo riportare quanto il concittadino Pasquale Chirivì ha postato sul suo profilo Facebook in data 13 maggio u. s.:

Lo chiamerò, arbitrariamente, Leo. Non ho la minima idea sulla sua identità, ma mi va di chiamarlo Leo: Leo lo Scutrèo, e ora spiegherò perché. Sulla settantina, bassezza media, sagoma vagamente tracagnotta e, soprattutto, espressione perennemente ingrugnata, come di chi sia costretto a convivere con uno spinoso cactus tra le chiappe (cit.). Comunanza di percorsi pedestri fa sì che io e Leo ci si incontri con una discreta frequenza, per cui all’ennesimo incontro mi venne spontaneo un misurato gesto di saluto, niente di eclatante che potesse mettere in imbarazzo chi magari in quel momento non se l’aspettava; infatti non se l’aspettava e non ebbe il riflesso di rispondere anche con un minimo cenno. Così pensai, per lo meno. Poi però, al mio secondo tentativo andato a vuoto, capii che Leo non aveva alcuna intenzione di aprire alcun tipo di rapporto, se pure estremamente formale e di pura gratuita cortesia. Perfettamente legittimo, per carità: nessuno deve sentirsi costretto a fare qualcosa che non vuol fare. Così da quel giorno, temendo che il mio salutare non fosse per lui salutare, ho smesso di salutare, e tanti saluti al secchio. Leo però continuo ad incontrarlo. Ora cerco di dare un senso al mio trovarmelo di fronte, e penso che la sorte sia stata con me benigna nell’avermi offerto un soggetto da studiare, l’occasione di esercitare quel dono dell’introspezione psicologica che ognuno di noi sente di avere, inutile nasconderlo, e che fa di noi infallibili psicologi, purché il soggetto da psicanalizzare sia esterno a noi stessi, dato che nel caso contrario perderemmo tutta la nostra presunta sapienza. Cos’è che fa di Leo una persona così poco incline alla socializzazione? Quale filosofia di vita lo sostiene? Una forma di nichilismo, una specie di “pensiero debole”, un’arroganza preterintenzionale, un così profondo disincanto sull’essere umano tale da impedirgli anche il minimo sindacale di interazione con gli altri? Forse è afflitto da problemi così gravi da inibirgli ogni forma di relazione col mondo esterno? Sono disposto a dargli tutte le attenuanti del caso, non avendo elementi in mio possesso per giudicare, però la mia sensazione, che non ha nessun valore assoluto e che quindi mi posso permettere, essendo per l’appunto “mia”, è che Leo appartenga alla ben nota categoria degli Scutrèi. Cos’è uno scutrèo? Trattasi di sostantivo di origine idiomatica intraducibile in italiano, che si potrebbe “tradurre” con “Persona totalmente priva di empatia e incapace di relazionarsi col resto del mondo” (fonte: Quattrocani Per Strada). Impagabile il dialetto quando sintetizza il tutto in un’unica espressione! Sì, per me Leo è uno Scutrèo, lo intuisco da come mi guarda ogni volta con una coda dell’occhio più evidente di quella di una volpe, da come fa di tutto per evitare il mio sguardo, da come, in definitiva, non gliene frega assolutamente niente di me; sentimento che, per quanto mi sforzi, non riesco a ricambiare del tutto, tanto che, soprattutto nel momento in cui sto scrivendo di lui, mi sovviene quasi un moto di tenerezza nei suoi confronti. In fondo se non mi saluta non vuol dire necessariamente che nutra qualche sentimento negativo nei miei confronti; sono disposto ad accordargli volentieri tutte le attenuanti sopra descritte. Se non altro qualcosa gli devo: di avermi acceso la curiosità e la fantasia.

Grazie, Leo lo Scutrèo!

A chi considera Facebook e qualsiasi altro social come un magazzino di esibizionistìche castronerie (ma poi, senza nemmeno tapparsi il naso, non resiste alla tentazione si dare una sbirciatina, e nemmeno ogni tanto …) ribatto con la banale osservazione che qualsiasi strumento è sempre un’arma a doppio taglio, come un cacciavite può assolvere alla funzione per cui è stato inventato ma può anche essere l’arma di un delitto. Tutto dipende dal livello intellettivo e culturale di chi posta e di chi legge; e quando avviene l’incontro tra due livelli mediamente accettabili, il frutto non sarà, magari, perfettamente maturo ma certamente commestibile …

Fuor di metafora: Pasquale mi ha inconsapevolmente spinto, anzi costretto, anzitutto a commentare nel modo che segue:

Complimenti vivissimi per la felice creazione, forse non solo onomastica, di un personaggio (in cui ciascuno di noi farebbe bene, ogni tanto, a riconoscersi criticamente …), a cominciare dal nome. Infatti, a parte il fatto che “Leo” fa rima con “Scutreo” (e sulla suggestione degli effetti musicali della rima non si discute, tant’è che la poesia moderna, pur tendendo a cacciarla dalla porta perché intesa, giustamente, come limitazione della libertà dell’artista, la fa poi rientrare dalla finestra sotto forma di assonanze, consonanze e risonanze), è proprio la scelta del soprannome ad essere stata, secondo me, particolarmente azzeccata. Scomodo la “Uncane” e sintetizzo quanto vi leggo al lemma “SCUTREO”: italianizzazione del salentino “scutrèu”, a sua volta forma rafforzata (con prostasi di s- intensiva) di “cutrèu”, che è (per metatesi) da un precedente “crutèu” derivato (finirò sfinito …) da un latino *crudivus (per sincope di -v-: crudivus>crudiu>crutèu), forma aggettivale (il suffisso -ivus indica tendenza ad una certa qualità) da crudus=crudo. E, pensando al fatto che l’aggettivo “cutrèu” si sposa abitualmente con i nomi di legumi ad indicarne la difficile cottura, anche un non salentino è in grado di comprendere quanta umanità si nasconde nel vocabolo che, al di là della felice applicazione metaforica al personaggio, rivela, ancora una volta i profondi (oggi purtroppo ignorati) rapporti con la cultura contadina. Ancora complimenti!

Come il lettore noterà, ho recitato la parte del pappagallo condensando al momento quanto avevo già avuto occasione di dire agli indirizzi segnalati all’inizio.

Tuttavia, quel *crudivus ricostruito continuava a frullarmi nella testa come quando, vedendo una donna malamente rifatta, ti chiedi se pure in passato le sue labbra sembravano non un salvagente per bambini ma un gommone da trafficanti di poveri cristi …

Reduce da una fatica di non molte ore (solamente artisti, magari semisconosciuti, sono sempre reduci da una trionfale tournée? …), sono lieto di annunciare che crudivus ha perso il suo asterisco, cioè non è più voce ricostruita.

L’ho scovato, infatti, usato ben due volte (al nominativo neutro singolare nel primo caso, al plurale nel secondo) nel De observatione ciborum, un trattatello dietetico-gastronomico in latino in forma epistolare, che Antimo, medico bizantino, dedicò a Teodorico I re dei Franchi (511 circa-534 circa). Prima era stato il medico personale di Teodorico il Grande (493-526) subentrando ad Elpidio1. Riporto (in formato immagine per fare più presto) i brani che ci interessano (paragrafi 66 a p. 19 e 74 a p. 19), con la mia traduzione, dall’edizione a cura di Valentino Rose, uscita per i tipi di Teubner a Lipsia nel 1877.

(Senza dubbio il cece, se l’avrai cotto in modo che si sciolga completamente, condito con olio e sale, è  buono e benefico pure per i reni. Se, invece, poco cottoio, sconsiglio assolutamente pure i sani di mangiarlo, poiché provoca pesantissima flatulenza, cattiva digestione e mal di pancia.)

(Mangia quando è necessario gli altri legumi, se saranno stati cottoi, perché, se sono poco cotti, fanno male parecchio. Infatti la fava a pezzetti, come prima ho detto, è abbastanza pesante.).

Non sarei intellettualmente corretto se non chiudessi con una riflessione sotto forma di domanda retorica: al lemma crutìu del Vocabolario dei dialetti salentini del Rohlfs avremmo visto quell’asterisco precedere crudivus, se il maestro avesse potuto curiosare su Facebook e fruire delle risorse della rete, testi digitalizzati in primis?

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1 È quel diacono Elpidio al quale il contemporaneo vescovo Ennodio (473/474-521) indirizzò quattro delle sue epistole (VII. 7; VIII, 8; IX, 14 e 21). In particolare nella VIII, 8 (cito da Magni Felicis Ennodii episcopi Ticinensis opera a cura di Iacopo Sirmondo, Officina Nivelliana presso Sebastien Cramoysi, Parigi, 1611, p. 229): His ergo salutans, amico et medico indico, me gravi corporis inaequalitate laborare: quam nisi te dictante pagina iocos exhibitura curaverit, distensam per tormenta ranulam longis hominibus coaequabo (Salutandoti dunque con queste parole faccio sapere all’amico e medico di soffrire di gravi disturbi ficici. Se una pagina scritta da te contenente pensieri scherzosi non la curerà, tra le sofferenze tirerò fuori una lingua così distesa da eguagliare la statura di un uomo alto). La fama di Elpidio come medico è attestata da una lettera di Avito (vescovo di Vienna, poi santo), la XXXV nella sezione S. Aviti Viennensis Epistulae  (colonna 232) del volume dell’opera omnia nell’edizione del Migne; la lettera, dopo l’esito della cura del figlio del vir illustris (uomo illustre)  Celere, così si conclude: Tribuat Christus, ut exsultando atque impensius laudando in hac cura magisterio tuo, simul tibi Italia medicinae opinionem, et Gallia pueri debeat sanitatem (Conceda Cristo che esultando e lodando con molto ardore in questa cura per la tua maestria nello stesso tempo L’Italia debba a te l’alta considerazione che essa ha nel campo della medicina e la Gallia la salute del ragazzo).

Elpidio è citato anche da Procopio di Cesarea (480 circa-565 circa) in La guerra gotica (i, 4) a proposito della condanna a morte di Simmaco e Boezio, decretate da Teodorico, rispettivamente, nel 524 e nel 525. Riporto il testo originale, e di seguito lo traduco, dall’edizione delle opere a cura di Claudio Maltreto, Bartolomeo Javarina, Venezia, 1729, p. 3: Δειπνοῦντι δὲ οἷ, ὀλίγαις ἡμέραις ὕστερον, ἰχθύος μεγάλου κεφαλὴν οἱ θεράποντες παρετίθεσαν. Αὕτη Θευδερίχῳ ἔδωξεν κεφαλὴ Ξυμμάχου νέοσφαγοῦς εἶγαι. Καὶ τοῖς ὀδοῦσιν ἐς χεῐλος τὸ κάτω ἐμπεπηγόσι, τοῖς δὲ ὀφθαλμοῖς βλοσυρόν τι ἐς αὐτὸν καὶ μανικὸν ὁρῶσιν, ὰπειλοῦντί οἱ ἐπὶ πλεῗστον ἐᾡκει. Περιδεὴς δὲ τῷ ὑπερβάλλοντι τοῦ τέρατος γεγονὼς καὶ ῥιγὼσας ἐκτόπως ἐς κοίτην τὴν αὑτοῦ ὰπεΧώρησε δρόμῳ, τριβὡνιά τε πολλά οἱ ἐπιθεῖναι κελεύσας ἡσὑχαζε. Μετὰ δὲ ἄπαντα εἰς Ἐλπίδιον τὸν ἰατρὸν τὰ ξυμπεσόντα ἐξενεγκὼν τὴν ἐς Σύμμαχόν τε καὶ Βοέτιον ἁμαρτάδα ἔκλαιεν. Ἀποκλαὑσας δὲ καὶ πειαλγἡσας τῇ ξυμφορᾷ οὐ πολλῷ ὕστερον ἐτελεύτησεν, ἀδίκημα τοῦτο πρῶτόν καὶ τελευταῖον ἐς τοὺς ὐπηκόους τοὺς αὑτοῦ δράσας, ὄτι δὴ οὐ διερευνησάμενος, ὤσπερ εἰὡθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνὤσιν ἣνεγκε (Pochi giorni dopo, mentre banchettava, i servi gli presentaronola testa di un grande pesce. Essa a Teodorico sembrò che fosse la testa di Simmaco sgozzato da poco. E a causa dei denti sporgenti dal labbro inferiore e degli occhi che guardavano torvamente e furiosamente vesro di lui, somigliava a chi minaccia decisamente. Preso dalla paura per il fatto orribile avvenuto e rabbrividendo  rabbrividendo oltre misura, se ne andò di corsa a letto e, dopo aver ordinato di mettergli sopra molte coperte, stette tranquillo. In seguito, avendo riferito tutto quello che gli era successo al medico Elpidio, si lamentò dell’errore commesso contro Simmaco e Boezio. Tormentatosi ed addoloratosi per la sciagura, non molto dopo mori, avendo commesso questa che fu la prima e l’ultima ingiustizia contro i suoi sudditi, poiché senza approfondire aveva condotto l’indagine sui due uomini)

Il culto di santa Apollonia a Copertino

TRACCE DI ANTICHE TRADIZIONI CULTUALI

di Giovanni Greco
Tra i santi di tradizione greca, Copertino annovera anche quello di “Santa Apollonia”. Soppiantata dai più efficaci antibiotici, anticamente questa santa era invocata da quanti soffrivano il mal di denti. Nell’iconografia è raffigurata come una giovane che in una mano regge la palma del martirio e nell’altra una tenaglia che stringe un dente. In Copertino si contano almeno 5 di queste raffigurazioni databili tra il ‘600 e la prima metà del secolo successivo.

Nella zona superiore del vano absidale della chiesa della Clarisse, liberato di recente da scialbature stratificate, sono venuti alla luce una serie di riquadri affrescati. In uno di questi presenti sul lato destro compare, tra gli altri, s. Apollonia mancante della parte inferiore in corrispondenza dell’apertura di un cavità (poi tamponata), realizzata agli inizi del ‘900.

Un’altra raffigurazione di questa santa la ritroviamo nella cappella Venturi (1719), lungo l’attuale via Bengasi, intitolata a s. Maria della Grazia. Sul lato sinistro del piccolo vano sono riportati due riquadri affrescati in uno dei quali sono raffigurate s. Marina (a destra) e s. Apollonia (a sinistra), attribuibili al pittore copertinese, Bernardino Greco.

 

Un terzo affresco dedicato alla santa è presente nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, lungo la via omonima, che nel 2014 gli eredi Galbiati-Cacciapaglia hanno trasferito tra le proprietà della chiesa Matrice. Anche in questo caso s. Apollonia appare circoscritta in un riquadro sul lato destro dell’altare (in quello sinistro è presente s. Agata). Entrambi gli affreschi versano in un pessimo stato. Una vasta sezione dell’intonaco in cui è affrescata s. Apollonia presenta vistosi segni di distacco che, insieme ad una estesa macchia di umidità alla base ne stanno compromettendo seriamente le condizioni. Non se la passa meglio l’affresco di s. Agata attraversato da una vistosa crepa della larghezza di un centimetro.

 

 

Una quarta rappresentazione la si ritrova nel vano scala di una abitazione privata in piazza del Popolo, un tempo tra le servitù della scomparsa cappella di Santo Stefano. Si tratta del lacerto di un affresco databile alla fine del ‘600, realizzato nell’intradosso di una nicchia votiva dedicata alla Madonna del Carmine.

Di chiara epoca 600esca è infine l‘immagine della santa, scolpita in bassorilievo nel primo basamento della colonna destra dell’altare di s. Domenico (1657), nella chiesa del Ss.mo Rosario. Opera di Ambrogio Martinelli sottoposta a recente restauro.

Uno spaccato di vita emergente da alcuni proverbi salentini

di Armando Polito

 

NO FFONDI A STRATE, NO CASE A MMURU,

NO MUGGHIERE BBEDDHA, CA NO SSI PPATRUNU

(Non terreni coltivati confinanti con strade, non case con muri in comune, non moglie bella, perché non ne sei padrone).

Metricamente sono due dodecasillabi senza rima, che tuttavia, presenta una variante del proverbio, che sostituisce patrunu con sicuru (da cui sicurezza del titolo).

Il proverbio appare come lo sviluppo e l’integrazione di un altro che recita:

 

CI VUEI CU NNO AGGI GGILUSIA,

NO MUGGHIERE BEDDHA

E NO RROBBA MMIENZU ALLA IA 

(Se non vuoi soffrire dell’invidia altrui, non moglie bella e non beni esibiti)Metricamente questo risulta formato da due endecasillabi in prima ed ultima posizione in rima tra loro e da un senario in posizione centrale.

E voglio chiudere con qualche riflessione: se veramente in passato gli uomini avessero seguito il consiglio, tutte le donne belle sarebbero dovute restare zitelle e potenziali (ma non tanto …) amanti;  e neppure una cozza sarebbe rimasta nubile.

Questo sembra avere una conferma statistico-filosofica sui generis in

CUSÌ GGHETE LA VITA:

LA BBEDDHA RESTA,

LA BBRUTTA SI MMARITA

(Così è la vita: la bella resta e la brutta si marita)

Metricamente siamo in presenza di un quinario incapsulato tra due settenari (questi ultimi in rima tra loro).

Quanto fin qui detto è il portato (e poteva essere altrimenti?) dell’imperante cultura maschilista (non è casuale il padrone del primo proverbio).Non so se quest’atteggiamento sia stato veramente combattuto e vinto dai nostri tempi. So per certo, però, per quanto riguarda il resto, che la vita condominiale ha celebrato il trionfo del muro in comune e che l’esibizione pubblica, reale o virtuale,  anche di quello che non abbiamo è diventato un imperativo morale. O tempora, o mores!1

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1 Non ho nulla contro le tempie e contro le more, ma, a beneficio di coloro che, magari incolpevolmente, non hanno studiato il latino e non hanno mai sentito parlare di Orazio, mi corre l’obbligo di dire che la traduzione è: O tempi, o costumi!.

La Cattedrale di Nardò sotto i riflettori per la celebrazione della Messa del 13 maggio

Un evento importante per la Cattedrale neritina, da giorni sotto le luci e i riflettori della RAI, che l’ha scelta per riprendere la consueta Messa domenicale.

Domenica 13 maggio infatti la troupe RAI1, già in città da diversi giorni, riprenderà per trasmettere in diretta la celebrazione officiata dal parroco don Giuliano Santantonio.

L’inedita occasione punterà anche a far conoscere le meraviglie racchiuse nel maggiore monumento cittadino, sul quale si sono sovrapposti oltre mille secoli di storia.

L’attuale Cattedrale difatti sorge sul sito un tempo occupato dal complesso basiliano di Sancta Maria de Neritono, cui Goffredo il Normanno nel 1061 concede numerosi privilegi. Nel 1080 si inizia a ricostruire la nuova chiesa, consacrata il 15 novembre 1088 ed affidata dallo stesso Goffredo ai monaci benedettini (1090), i quali istituiscono nel monastero cattedre di letteratura greca e latina, di eloquenza e di matematica.

Nel 1413 Giovanni XXIII (1410-1415), il pontefice scismatico Baldassarre Cossa, eleva a Diocesi la Contea di Nardò e a Cattedrale la chiesa monastica di S. Maria de Neritono, costituendo vescovo l’abate Giovanni de Epiphanis; in quell’occasione, Nardò diviene sede di episcopato.

Nel 1433 vi predica San Bernardino da Siena, chiamatovi da mons. Giovanni Barella. La sede neritina conserva il rito greco, accanto a quello latino, sino al vescovato di mons. Ambrogio Salvio (1569-1577).

Con decreto del 12 ottobre 1803 la Cattedrale è dichiarata Chiesa Regia e il 20 agosto 1879 monumento nazionale. Il 2 giugno 1980 viene elevata a dignità di Basilica Minore dalla Santa Sede, mentre il 30 settembre 1986 mons. Aldo Garzia è nominato vescovo della nuova circoscrizione diocesana di Nardò-Gallipoli.

Nel corso dei secoli la Cattedrale è oggetto di numerose trasformazioni. Originariamente edificata in pietra leccese in stile romanico-normanno, presentava una larghezza pressoché uguale a quella attuale, aveva un portico anteriore e terminava all’altezza dell’attuale presbiterio. Internamente era suddivisa in tre navate scandite da pilastri ed archi a tutto sesto, terminanti ognuna con un’abside. Risale alla fine del XIII secolo la ricostruzione del campanile in carparo (staccato dal corpo della chiesa) di forma quadrangolare. I terremoti che interessano Nardò tra il 1230 e il 1249 danneggiano la navata nord della chiesa, che viene ricostruita con archi a sesto acuto in carparo, con capitelli e cornici delle semicolonne addossate ai pilastri in pietra leccese.

La seconda trasformazione del tempio si colloca intorno alla seconda metà del XIV secolo: le navate sono allungate, mediante tre archi a sesto acuto, con l’aggiunta del coro e delle due cappelle laterali.

Il pulpito della cattedrale di Nardò

 

L’addizione di nuove cappelle, addossate alle pareti laterali, prosegue fino all’inizio del XV secolo.

Il terremoto del 1456 provoca il crollo della parte superiore della torre campanaria, danneggiando anche la chiesa, che il vescovo Ludovico De Pennis fa ristrutturare, avviando importanti lavori di consolidamento. Le capriate lignee delle navate laterali sono sostituite con volte a botte, mentre le pareti di rivestimento vengono in parte affrescate.

Dopo la battaglia di Lepanto (1571) la Cattedrale subisce ulteriori modifiche durante l’episcopato di mons. Ambrogio Salvio (1569- 1577). Successive modifiche sono apportate dai vescovi Lelio Landi  e Girolamo De Franchis (1617-1634); Orazio Fortunato (1678-1707) sostituisce il pavimento, trasforma la porta rivolta verso la piazza e realizza il controsoffitto. Al posto dell’altare di San Martino il presule commissiona nel 1680 il cappellone dedicato a San Gregorio Armeno.

All’inizio del XVIII secolo la Cattedrale è nuovamente pericolante e in molti ritengono che l’antica chiesa dovesse essere abbattuta e ricostruita ex novo. Il vescovo Antonio Sanfelice (1708-1736), sensibile al valore storico ed artistico del vetusto edificio, commissiona il restauro al fratello Ferdinando (1675-1748): il celebre architetto apporta importanti modifiche e nel 1725 ricostruisce la facciata dell’edificio e riveste con stucchi buona parte della struttura.

Cattedrale di Nardò, particolare degli affreschi del Maccari nel coro

 

Considerato l’urgente bisogno di restaurare la chiesa, anche a seguito dei danni riportati dal sisma, mons. Michele Mautone (1876-1888) progetta di demolirla per ricostruirla integralmente.

È il suo successore, Giuseppe Ricciardi (1888-1908), a promuovere i nuovi lavori di restauro il consolidamento degli affreschi medievali e dell’intera struttura; il rifacimento del tetto ligneo sulle navate minori, dopo la demolizione delle volte esistenti. Sono inoltre ricostruiti le absidi minori, il ciborio, gli affreschi del presbiterio ad opera di Cesare Maccari e la maggior parte delle cornici e dei capitelli. Furono anche sostituite le capriate sulla navata centrale e furono realizzate le arcate lungo il fianco meridionale. Tra il 1977 ed 1982, sotto l’episcopato di Mons. Mennonna, la chiesa è nuovamente oggetto di lavori di restauro durante i quali si procede a rifare il pavimento, consolidare e sostituire le coperture, restaurare gli affreschi, l’organo, il campanile e la facciata.

 

Per approfondire sulle opere d’arte in essa presenti:

Il Crocifisso nero nella cattedrale di Nardò

Cinque francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della civitas Neritonensis

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/01/su-alcune-reliquie-conservate-nella-cappella-di-tutti-i-santi-nella-cattedrale-di-nardo-2/

Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (1).

Ecclesia Mater. La fabbrica della Cattedrale di Nardò attraverso gli atti delle visite pastorali

Gli argenti della Cattedrale di Nardò, una raccolta straordinaria

Un busto di San Gregorio Armeno tra i tesori della cattedrale di Nardò

6 dicembre. San Nicola. Tre affreschi del santo di Myra nella cattedrale di Nardò

Finalmente riemerge il dipinto del Solimena nella cattedrale di Nardò

Su alcune reliquie conservate nella cappella di Tutti i Santi, nella cattedrale di Nardò

San Bernardino. Un affresco del santo senese nella cattedrale di Nardò

Da Sancta Maria de Nerito a cattedrale. Un millennio di storia nella chiesa madre di Nardò (XIII secolo)

Riemerge un Sant’Onofrio tra gli affreschi medievali della Cattedrale di Nardò

Santi patroni e filantropi nel “cielo” ligneo della Cattedrale di Nardò

Lineamenti diacronici storici e religiosi della Cattedrale di Nardò

Archeoclub. Chiese aperte il 13 maggio 2018 a Galatina e Nardò

A Nardò aperte ai visitatori, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19,  le chiese dell’Immacolata e di Santa Teresa. A Galatina la chiesa della Purità.

 

Divulgare e far conoscere il proprio patrimonio culturale sono due dei pilastri su cui si fonda l’Associazione Archeoclub Italia.

La campagna nazionale “Chiese Aperte” nasce dalla consapevolezza che bisogna riscoprire le antiche radici della nostra civiltà e le sue forme artistiche più suggestive, ma anche colloquiare con le comunità ecclesiali del nostro territorio e rafforzarne l’intesa.

L’intervento delle sedi locali di Archeoclub d’Italia durante tale manifestazione ha come scopo principale quello di riportare all’attenzione una serie di monumenti storici, alcuni anche di pregevole valore architettonico, per evitare che altri pezzi della nostra storia scompaiano nell’incuria, rendendoli fruibili alla cittadinanza ed invogliando nella stessa la curiosità per il proprio patrimonio.

Sono questi gli intenti che hanno spinto Barsanofio Chiedi, Presidente Regionale Archeoclub Puglia, e Antonietta Martignano, Presidente sede locale Archeoclub Terra d’Arneo, Nardò/Galatina, a far rientrare nella XXIV edizione di Chiese aperte le tre chiese di Galatina e Nardò.

Gli stessi promotori, per l’occasione ed in collaborazione con l’Assessorato al Turismo della Città di Nardò, con la confraternita dell’Immacolata e quella del SS.mo Sacramento di Nardò, con l’Ufficio Beni Culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, hanno dato alle stampe una pubblicazione che illustra una delle tre tappe, la chiesa neritina dell’Immacolata, e che sarà valido sussidio a chi visiterà il monumento.

Anche Giulia Puglia, Assessore al Turismo, ne è fiera dichiarando che “la campagna “Chiese Aperte” di Archeoclub è un atto d’amore verso il patrimonio storico e architettonico delle nostre città. Del resto, far conoscere gli antichi scrigni di culto che Nardò vanta orgogliosamente è uno dei modi migliori per valorizzarli e per condividerne la bellezza con tutti”.

 

Per le notizie storico-artistiche sulle chiese aperte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/08/nardo-la-chiesa-dellimmacolata-e-la-dimora-dei-francescani-conventuali/

Giornate FAI di Primavera. Nardò e la chiesa di Santa Teresa

Il cannone spinello

di Clemente Leo

Tranquilli, non voglio affatto indulgere all’uso delle droghe leggere, ma debbo confessare che ho provato una certa compiaciuta euforia nel congetturare che l’etimo della diffusa sigaretta erbacea possa trovare un’origine ben definita nell’ambito della scienza delle artiglierie e delle parabole. L’occasione mi è stata fornita dalla lettura della copia di un atto rogato nel 1566 dal notaio idruntino Orazio Laggetto, per il vero ricco di spunti e di notizie storiche di una certa rilevanza.

Si era nel periodo terribile dell’espansione dell’impero ottomano. Dopo la mattanza di Otranto del 1480-81 l’esercito turco era tornato nello Ionio nel 1537 compiendo sulle isole razzie, stragi e deportazioni[1] e spingendosi fino alle nostre coste, col saccheggio di vari casali, tra cui, in particolare, Castro. L’imperatore Carlo V intorno alla metà del secolo aveva ridato impulso al completamento del sistema di vigilanza imperniato sulle torri costiere. Erano quindi in atto tutto un fermento di lavori di rafforzamento del sistema difensivo in Provincia di Terra d’Otranto. L’anno successivo alla redazione dell’atto in questione sarebbero stati avviati i lavori di erezione delle torri di S. Emiliano e Porto Badisco, munite poi di falconetti consegnati alle Università[2] onerate del servizio. Di tanto in tanto sulle nostre coste si registravano anche attacchi pirateschi di ridotta portata, condotti da ciurme composte da qualche centinaio di predoni. Se si aggiungono le epidemie di peste, favorite dai traffici marittimi, e quelle di malaria dovute al periodico insabbiamento del porto, si comprende bene perché Otranto all’epoca si fosse quasi del tutto spopolata: la città era passata, infatti, dai 669 fuochi del 1545 ai 118 fuochi del 1561.[3] La popolazione si era spostata nell’entroterra, stabilendosi soprattutto ad Uggiano (del)la Chiesa ed a Bagnolo, che perciò registrarono un significativo repentino incremento dei focolari. A Otranto rimase il patriziato, tra cui i Gualtieri, i Demarco, i Rondachi, i Prototico, i Lipravoti. Esponenti di queste ultime due famiglie di origine ionica erano coinvolti a pieno titolo nel sistema di spionaggio militare spagnolo, operando in quei decenni al soldo del re di Spagna quali consoli o agenti consolari[4], i primi in Zante[5], i secondi in Corfù[6], a quell’epoca possedimenti veneziani. Il loro compito era quello di inviare “avvisi delle cose di Levante e degli apprestamenti d’armata che si facevano in Costantinopoli e dei disegni del Gran Turco” e soprattutto tenere la corte spagnola informata dell’evoluzione, spesso repentina ed imprevedibile, dei rapporti tra Venezia e la Grande Porta.

In quel difficile momento, sotto il sindacato del “Nobile e Magnifico” D. Marco Antonio Gualtieri[7], la Città di Otranto, facendo evidentemente ricorso alle risorse del patriziato locale, sempre pronto ad anticipare generosamente le somme necessarie alla comunità nei momenti di difficoltà, si dotò di un eccezionale strumento di difesa: il Cannone Spinello.

Questo cannone doveva essere notevole, a giudicare dal peso attribuitogli: 34 cantàra (cantaia). Poiché ogni cantàrum corrispondeva, nel regno di Napoli, a 90 kg, ne risulta un cannone del peso di oltre 30 quintali. Un cannone rinforzato, quindi, lungo probabilmente più di 3 metri, che doveva essere utilizzato come pezzo da fortezza per tiro di controbatteria ed antinavale.

I mastri fonditori del cannone furono i fratelli siciliani Nicola e Iacopo Scorciapino, abitanti a Brindisi. L’origine siciliana degli Scorciapino era finora sconosciuta. L’illustre studioso Nicola Vacca, dopo aver raccolto vario materiale documentario sui fonditori di campane in Salento, aveva pubblicato nel 1958 il lavoro “Fonditori di bronzo in Brindisi”, in cui aveva evidenziato come su una campana fusa nel 1576 e collocata sul duomo di Brindisi si trovasse inciso “Iacobo. Scorciapino. Brund. Flatore”, ovvero fonditore. Ma nulla era trapelato sulla sua origine. Dai suoi studi il Vacca aveva potuto constatare che in Brindisi, più che campane, si fondevano cannoni in bronzo[8], riferendo pure come su uno di essi, realizzato per il castello di Lecce, si leggesse l’iscrizione “Mastro Cola Scorciapino me fecit, 1540”[9]. Egli aveva quindi ipotizzato l’esistenza di una parentela tra i due Scorciapino.

Ora quella supposizione diventa certezza, perché l’atto notarile de quo attesta che Nicola e Iacopo Scorciapino, fonditori del “Cannone Spinello”, erano fratelli.

Il cannone era stato trasportato da Brindisi in Otranto, non sappiamo se via mare su imbarcazioni o via terra su carri trainati da cavalli, a cura degli stessi Scorciapino, i quali si erano occupati anche di provvedere all’installazione ed all’istruzione dei “bombardieri”[10].

Il pezzo presentava però delle imperfezioni sulla bocca, ovvero una crepatura, tanto che il Vicario Provinciale del Viceré di Napoli aveva imposto all’”Università” di trattenere una decima parte del compenso riconosciuto agli artigiani, in attesa della riparazione e del perfezionamento dell’opera.

Un’ultima chicca riguarda la presenza come testimone dell’atto di Giovanni Michele Laggetto, l’autore della “Historia” della guerra di Otranto del 1480: probabilmente era il padre del notaio rogante.

Ecco la trascrizione dell’atto:

“Pro Mag.co Jo: Leonardo Bonuto Depositario Civitatis Hydrunti

Die sesto mensis Septembris millesimo quingentesimo sexagesimo sesto X Indictionis Hydrunti

Nos § fatemur §; quod eodem predicto die, eiusdem, ibidem, in Nostri praesentia in testimonio publico personaliter constitutis Magistris Nicolao e Jacobo Scorciapino de siculis fratribus fundatoribus Artigliariarum habitantibus in Civitate Brundisii agentibus § ex una parte

Et Magnifico Jo: Leonardo Bonuto de Hydrunto Depositario, et Erario Magnificae Universitatis Civitatis Hydrunti pro praesenti anno, X Indictionis, in Sindicatura Nobilis et Magnifici Marcii Antonii Gualterii, agente et stipulante Nomine, et pro parte Ipsius Magnificae Universitatis; eius hominibus § ex altera parte=

Praedicti quidem Magistri, Nicolaus, et Jacobus, quibus supra nominibus, non vi, dolo § sed sponte § ac omni meliori via § ad interrogationem § confessi fuerunt se recepisse ac habuisse, pro ut praesentialiter et manualiter receperunt, et habuerunt, a praedicta Magnifica Universitate, et pro ea a praedicto Magnifico Gio: Leonardo, quo supra Nomine, Ducatos Nonaginta duos de caroleni § et sunt pro eorum mercede et provisione fundaturae et istructionis unius cannoni per eos istructi Cantarorum numero triginta quatuor, et unius rotuli, nominati il Cannone Spinello, conducti in ipsam Civitatem, com declaratione: quod eorum mercedis ascendit ad summam ducatorum Centum et duorum; de quibus remanserunt in posse ipsius Universitatis ducati decem, et hoc de ordine Illustrissimi et Excellentissimi Principis Cariati Viceregis Provincialis, ex equo ipsi Magistri ad omnem simplicem requisitionem ipsius Universitatis se conferre promiserunt in ipsam Civitatem et a predicto cannone serrare illa bocca uno poco del detto cannone crepato, quo cannone completo consignantur eisdem Magistris ducatos decem, ut supra remansi; et confessi fuerunt similiter ipsi Magistri se recepisse,et habuisse, a praedicta Magnifica Universitate, et pro ea a praedicto Magnifico Depositario, quo supra Nomine, ducatos septem de caroleni, pro eorum dietis, vacando in conductione praedicti cannoni et vacatis in dicta Civitate Hydrunti per dies decem, et septem liquidatos, quo supradictos ducatos septem, ut supra, qui ascendunt ad summam simul coniuncti ducatorum Nonaginta novem de caroleni, se vocantes praedicti Magistri bene quietos, et a praedicta Magnifica Universitate de praedicta Nonaginta Novem, ut supra receptis, et habitis absolventes § ipsam Universitatem de (Civitate Hydrunti), cum pacto de ulterius ex eis aliquid non petendo § quia sic. Quem Contractum promiserunt habere pro ratum, ac rata; et contra ea non facere.

Pro quibus omnibus observandis obligaverunt se et in solidum , et bona eorum omnia ad personam; et sub poena dupli et medietate, cum pacto de capiendo praecarii constitutione; renunciaverunt § Juraverunt § Unde. Laus Deo

Presentibis Judice Annali Nicolao de Donato Milano de Hydrunto, et testibus Magnificis Jo: Michele Laggetto, Jo: Michele Scupula. Jo: Baptista Pauti, et Joanne Synfando de Hydrunto Literatis”

Traduzione:

“(Quietanza) In favore del Magnifico Giovanni Leonardo Bonuto Depositario della Città di Otranto

Il giorno 6 settembre 1566, decima Indizione, in Otranto

Noi affermiamo che nello stesso predetto giorno quivi in nostra presenza personalmente costituiti in testimonio pubblico i Mastri, Nicola, e Iacopo Scorciapino dei fratelli siciliani fonditori di artiglierie abitanti nella Città di Brindisi, che agiscono § da una parte

Ed il Magnifico Giovanni Leonardo Bonuto di Otranto, Depositario, ed Erario della Magnifica Università della Città di Otranto per il presente anno, X Indizione, nella Sindacatura del Nobile e Magnifico Marco Antonio Gualtieri, agente e stipulante in nome e per conto della stessa Magnifica Università, e gli uomini della stessa § dall’altra parte.

I predetti Mastri Nicola e Iacopo, nei nomi di cui sopra, non per forza, dolo § ma spontaneamente e per ogni miglior effetto § ad interrogazione confessarono di aver percepito ed avuto dalla predetta Magnifica Università, e per essa dal predetto Magnifico Giovanni Leonardo, nel nome di cui sopra, ducati novantadue in carlini § e sono per la loro mercede e compenso di fonditura e di istruzione di un cannone da loro istruito, di cantàia numero trentaquattro ed un rotolo, nominato “il Cannone Spinello”, condotto in questa stessa Città, con la precisazione: che la loro mercede ascende alla somma di ducati centodue; dei quali rimasero in potestà della stessa Università ducati dieci, e ciò per ordine dell’Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe (di) Cariati Vicario Provinciale[11]; entrambi gli stessi Mastri promisero di conferirsi in questa stessa Città ad ogni semplice richiesta della stessa Università e al predetto cannone serrare quella bocca del detto cannone un poco crepato, sicché, completato il cannone, sarebbero stati consegnati ai predetti Mastri i ducati dieci come sopra rimasti; e confessarono similmente gli stessi Mastri di aver percepito ed avuto dalla predetta Magnifica Università, e per essa dal predetto Magnifico Depositario, nel nome di cui sopra, ducati sette di carlini, per il loro vitto, vagando per il trasporto del predetto cannone, e essendo rimasti in detta Città di Otranto per dieci giorni, e sette liquidati[12]; dichiarandosi i predetti Mastri bene quieti coi sopradetti sette ducati, come sopra, che insieme computati ascendono alla somma di ducati novantanove in carlini, e assolvendo la stessa Università della Città di Otranto dei predetti novantanove, come sopra ricevuti ed avuti dalla predetta Magnifica Università, col patto di non chiedere qualcos’altro da loro, perché così (vogliono). Il quale presente contratto promisero di avere per ratificato e ratificati, e contro essi non fare.

E per l’osservanza di tutte quelle cose obbligarono se stessi ed in solido, e tutti i loro beni ciascuno; e sotto la pena del doppio[13] e metà[14], col patto di prendere[15], con la costituzione del precario[16]; rinunciarono[17]; giurarono[18]; per cui[19] § Lode a Dio.

Alla presenza del Giudice Annuale Nicola di Donato Milano di Otranto, e dei testimoni Magnifici Giovanni Michele Laggetto, Giovanni Michele Scupola, Giovanni Battista Pauti, e Giovanni Synfando di Otranto, letterati”.

Dopo Lepanto, i pirati barbareschi sarebbero comunque ritornati in gran spolvero ad attaccare le nostre coste nel 1571 e nel 1573, saccheggiando ancora Castro ed altri casali.

 

[1] Si parla di 15.000 anime rapite tra donne e bambini

[2] Le amministrazioni comunali

[3] Somaini-Vetere, I domini del principe di Taranto in età orsiniana (1399-1463), Congedo Editore, Galatina. 2009.

[4] Come, del resto, furono in seguito i Gualtieri.

[5] In quell’isola operava Baldassarre Prototico, in Bilancio del Real Patrimonio del Regno di Napoli 1591-1592, di N. Faraglia, in Archivio Storico per le Province Napoletane, 1876, anno I, fasc. 3.

[6] A Corfù operava Marco Antonio Lipravoti, ivi. Un Marco Antonio Lipravoti si ritrova sindaco di Otranto a metà 500. Un Francesco Lipravoti fu Capitano delle fregate in Otranto al servizio del Re di Spagna nei primi decenni del XVII sec., da una lettera di Scipione Filomarino, Maestro di Campo e Vicario Generale Provinciale del 13.7.1632.

[7] In quegli anni diventò barone di quota parte del feudo di S.Giovanni Malcantone

 

[8] Le materie prime, rame e stagno, arrivavano al porto di Otranto da Genova o da Venezia

[9] Archivio Storico Pugliese, anno 8°, 1955, p. 205 ss.

[10] Gli artiglieri

[11] Probabilmente sI tratta del Principe Giambattista Spinelli, che aveva sposato Isabella figlia del Viceré Pietro di Toledo. Potrebbe avere quindi una relazione col nome attribuito al cannone.

[12] Dei dieci giorni di permanenza ne vengano riconosciuti e compensati solo sette

[13] Chi si rendeva inadempiente a quanto pattuito incorreva nella pena del doppio pagamento di quanto si era concordato

[14] La metà della pena pecuniaria applicata per l’inadempimento andava a beneficio della corte ove si trattava la causa, e l’altra metà a carico della parte vittoriosa, ferma restando l’esecuzione coattiva del contratto.

[15] Con la facoltà di prendere possesso delle proprietà vincolate a garanzia delle parti

[16] Per rafforzare la convenzione la parte che prendeva possesso delle altrui proprietà ipotecate era autorizzata a possederle in nome dell’altra, dalla quale le riceveva a titolo precario

[17] Le parti rinunciavano, in relazione a quanto si era convenuto, ad eccepire il dolo malo, la violenza, l’inganno, l’azione in fatto, la condizione senza causa e quindi nulla, il mancato perfezionamento dell’oggetto, di alterazione del contratto ed a qualunque altro beneficio legale

[18] Si giurava sul contenuto del contratto ponendo la mano sulle Sacre Scritture

[19] Questa clausola denotava, per futura memoria e cautela delle parti e dei loro eredi e successori e aventi causa, che quanti convenuto era stato stipulato dal notaio alla presenza del giudice a contratti e dei testimoni nel numero richiesto dalla legge, e pertanto era pronto per l’”esecuzione parata”, cioè costituiva titolo per l’esecuzione innanzi alle corti. La presenza di tutte le clausole predette rendeva l’atto “guarentigiato”

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