Sarparea: una disperata nota etimologica, e non solo …

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

Qualche giorno fa sul mio profilo facebook ho trovato il graditissimo messaggio di Antonio Manieri, un mio ex allievo, certamente uno dei migliori, forse il migliore che abbia avuto. Antonio, alla luce del dibattito in corso sul destino della Sarparea, mi chiedeva lumi (come si constaterà alla fine, altro che luce e lumi! …) sull’etimo di questo toponimo.  Sarei un ipocrita se dicessi  di non essermi posto autonomamente fino ad allora la stessa domanda. Il problema è che, non avendo trovato lì per lì risposta plausibile e “distratto” da altri interessi,  ho adottato la tattica tanto cara ai politici: il rinvio della ipotetica soluzione. Sono grato ad Antonio per avermi messo, senza volerlo, all’angolo; infatti, non avendo potuto dare nell’occasione una risposta “fulminante” (quella in cui il fulmine è autentico e non il frutto di un aggeggio laser …) alla sua domanda, gli ho promesso che su questo blog avrei a breve affrontato la questione, che già nella lapidaria risposta al suo messaggio avevo definito come cosa che non può essere liquidata in quattro parole; il che, tradotto nell’autentica sostanza, suona: non saprei nemmeno da dove cominciare …

Oggi, come si vede, ho cominciato, ma, siccome la premessa rischia di diventare troppo lunga e di apparire come un diversivo, passo al sodo.

La testimonianza più antica del toponimo a me nota è contenuta in un atto del 20 luglio 1443 (Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, p. 120), ove si legge:  … usque ad locum qui vocatur Salparea et vadit per massariam Sancti Ysideri, inclusive1, usque ad turrim Sancti Ysideri , que est fundata et costructa super territorio dicti pheudi … (fino al luogo che si chiama Sarparea e procede attraverso la masseria di S. Isidoro, comprendendola, la quale è posta e costruita sul territorio di detto feudo [Ignano, citato precedentemente].   

Il filologo che si interessi di etimologie ha molto in comune con l’archeologo, tant’è che spesso, soprattutto nell’attuale era della superspecializzazione, l’uno non può fare a meno dell’altro, reciprocamente. Non a caso ai vari strati di uno scavo, dal più recente fino a quello basale, corrispondono per una parola le varianti che si sono susseguite nel tempo e la meta è per l’uno lo strato più profondo significativo per la ricostruzione della frequentazione del sito, per l’altro la variante che, presumibilmente, è la forma primigenia.

Nel nostro caso essa sembra risiedere nella variante Salparea con passaggio, rispetto alla forma attuale, –l->-r– assolutamente normale nel dialetto locale (non scomodo il cortello per coltello sentito infinite volte nella mia infanzia (quasi una forma di ipercorrettismo precoce …), ma, per restare nell’ambito del dialetto locale e allo stesso vocabolo, penso a curtieddhu e poi, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli, curtiare contrapposto all’italiano coltivare e, con esclusivo riferimento all’italiano, a sarpa come variante (usata anche nel dialetto neretino), sia pur di basso uso, per salpa).

Accettando, dunque, Salpalea come forma originaria e iniziando lo scavo linguistico virtuale,  la prima proposta è che la voce derivi dall’aggettivo greco ἁρπαλέα (leggi arpalèa) che ha significati di senso solo passivo (bramata ardentemente), attivo o passivo a  seconda di chi esercita l’azione o di chi la subisce (attraente), solo attivo (rapace, avida, insaziabile). Se dovessimo credere al detto latino nomina omina (i nomi sono presagi), alla luce del dibattito in corso sul progetto di installarvi un resort dovremmo dire che l’etimo proposto calza a meraviglia …

– Calza? – direbbe qualcuno, aggiungendo – E la s iniziale dov’è nella voce greca? -. Se è per questo non c’è nemmeno in ἅλς (leggi als) che significa sale e che corrisponde al latino sal (da cui il nostro sale) che mostra rispetto al greco il recupero del suono della cui perdita è traccia in greco lo spirito aspro (͘῾) presente nella vocale iniziale (). Insomma, come sal è da un originario greco *σἁλς (leggi sals), così ἁρπαλέα potrebbe essere da * σἁρπαλέα (leggi sarpalèa).     Tuttavia l’obiezione mossami mette in dubbio questa mia prima ipotesi perché, immaginando il passaggio dal greco al latino debbo mettere in conto anche il cambiamento di accento perché, essendo –έ- breve in latino avremmo avuto *Sarpalěa (leggi Sarpàlea) da cui, in volgare, Salpàrea. L’ipotesi, tuttavia, non è da mettere definitivamente da parte e non invocando il caso di corrèo) che ha preso il sopravvento sul più corretto còrreo, in quanto dal latino corrěum), ma piuttosto un’originaria variante greca *σαρπαλεία  (leggi sarpalèia), da cui in latino sarpalēa (leggi sarpalèa), da cui la voce volgare, come in cefalea che è dal latino cephalaea(m), a sua volta dal greco κεφαλεία (leggi chefalèia).

Ritenendo, invece, che il Salparea dell’atto sia dovuto ad ipercorrettismo e che la forma originaria corretta fosse e sia proprio Sarparea, escludendo, per assenza di altri esempi, che sia una forma aggettivale deverbale (da salpare), non resta che mettere in campo il latino medioevale sarpa che nel Du Cange è riportato come sinonimo di sarculum, da cui l’italiano sarchiello. Tuttavia poco dopo lo stesso glossario registra il verbo sarpere con la definizione di sarpa purgare (pulire col sarchiello). Appena più avanti è registrato sarpia con la definizione ut sarpa, falx (come sarpa, falce). Che si tratti di sarchiello o di falce, entrambi gli attrezzi sono più utili per la pulizia del terreno (la falce per tagliare l’erba, il sarchiello per eliminarla dalle radici) che per la sua coltivazione. L’allusione potrebbe essere ad un paesaggio in cui lo strato di terra al di sopra di quello roccioso è poco spesso. Insomma Sarparea equivarrebbe non tanto a terra quasi incoltivabile e tutt’al più da ripulire, ma terra in cui per farsi avanti bisogna usare la falce. E la trafila sarebbe sarpa>sarpalis (prima forma aggettivale)>*sarpalea (seconda forma aggettivale derivata dalla prima).

Ragionando induttivamente e partendo dalla constatazione che spesso i toponimi sono in rapporto a qualche caratteristica del luogo (fisica come nell’ipotesi precedente o legata all’abbondanza di specie animale o vegetale) si potrebbe pensare ad una forma aggettivale da serparo (nel significato di covo, non cacciatore di serpi, tradizione della cui pratica nelle nostre zone non ho notizia) nella variante *sarparu d’influsso, forse, gallipolino. Se la constatazione, però, dovesse valere per il nostro caso, entrerebbero in gioco, con meno funambolismo fonetico rispetto a serpe, anche salpa (allusione all’abbondanza, in passato, di questa specie ittica nel vicino tratto di mare?) e, se la forma di partenza dovesse essere Sarparea, anche il latino sarpa, che significa airone (i passaggi migratori in passato, molto probabilmente erano radicalmente diversi rispetto ad oggi).

– Che senso ha – direbbe allora più di uno – osteggiare un progetto quando il nome stesso del sito coinvolto è avvolto (scusate la figura etimologica …) nel mistero? -. Ci sono casi in cui l’ignoranza merita rispetto, ma, per capire meglio questa mia affermazione apparentemente rivoluzionaria ed in contraddizione con tanti miei sfoghi registrati in questo blog, rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/11/nostro-idiota-suicida-abbarbicamento-al-presente/.

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1 1 Forse nemmeno gli imprenditori inglesi artefici del progetto sanno che il loro inclusive è copiato, tal quale, anzi è il latino inclusive … E, per la par condicio, visto che si tratta di un imprenditore nostrano,  che una volta tanto fallisca il detto latino nomina omina, poiché l’inquietante anagramma di Flavio Briatore è Oliveti? Farò bar!

Lo stemma asburgico della chiesa del SS. Crocifisso di Latiano

Le pietre raccontano: lo stemma asburgico della chiesa del SS. Crocifisso

di Latiano, una traccia dell’architettura latianese del XVI secolo

di Marcello Semeraro

 

Premessa

L’identificazione di stemmi anonimi raffigurati su dipinti, monumenti, edifici, chiese e altri manufatti è un’operazione molto utile nel lavoro di ricerca dello storico e dello storico dell’arte. Molto spesso, infatti, è proprio la corretta lettura di un’insegna araldica lo strumento che consente di restituire uno “stato civile” (una datazione, una provenienza, una committenza) al manufatto su cui essa è riprodotta. Eppure, nonostante queste premesse, le potenzialità dell’araldica come scienza documentaria della storia restano ancora oggi inesplorate o, peggio ancora, mal espresse, soprattutto nel Sud Italia. Il caso della stemma della chiesa del Santissimo Crocifisso di Latiano è esemplificativo di quello che può essere l’enorme contributo offerto dall’araldica alla ricerca storica. L’analisi di questo manufatto sarà oggetto di un mio più corposo contributo che vedrà la luce prossimamente sulle pagine della Rivista del Collegio Araldico. In questa sede mi limito pertanto a presentarne una breve sintesi.

Fig. 1. Latiano, chiesa del SS. Crocifisso, muro perimetrale, particolare dello stemma lapideo
Fig. 1. Latiano, chiesa del SS. Crocifisso, muro perimetrale, particolare dello stemma lapideo

 

Lo stemma asburgico

Lo stemma è murato sul lato del muro perimetrale della chiesa del SS. Crocifisso prospiciente Via Colonnello Montanaro. Il manufatto, di chiare fattezze cinquecentesche, è delimitato da una cornice rettangolare scavata nella pietra e nobilita l’architettura anonima del lato dell’edificio su cui è collocato. Dai documenti di archivio si ricava che l’attuale chiesa, edificata negli anni 1603-1624, fu costruita sulla preesistente chiesa di San Sebastiano, sede dell’omonima confraternita, della quale tuttavia non sono note le vicende costruttive. La composizione araldica è particolarmente complessa e si caratterizza per la presenza di ben trentaquattro quarti, distribuiti sulla superficie di uno scudo semirotondo dalla foggia tipicamente spagnola (fig. 1). L’esemplare appare in un stato di conservazione non buono e si presenta con vistose carenze osservabili nella parte relativa alle ornamentazioni esterne dello scudo. Circa la sua attribuzione, l’opinione dominante fra gli studiosi locali vuole che l’insegna sia da assegnare all’imperatore Carlo V d’Asburgo (*1500 †1558). Di questo parere è, ad esempio, Salvatore Settembrini, uno dei più noti cultori di storia latianese, che considera la presunta arma carolina una prova importante della continuità storica fra la chiesa di San Sebastiano e quella del SS. Crocifisso. Tuttavia, l’analisi attenta dell’esemplare in questione dimostra tutta l’infondatezza di tale consolidata attribuzione. L’araldista esperto riconosce facilmente che sulla superficie dello scudo inquartato è rappresentata una combinazione di due differenti armi: quelle della Casa d’Asburgo-Spagna uscita da Carlo V (1° e 4° gran quarto) e quelle del Regno di Inghilterra (inquartato di Francia moderna e di Inghilterra), queste ultime rappresentate secondo la modifica apportata da Enrico IV nel 1405 (2° e 3° gran quarto) (fig. 2).

Fig. 2. Stemma del re d’Inghilterra Enrico IV. Armes, noms et qualités de touts les chevaliers du tres noble ordre de la Jartiere, qui ont esté depuis l'institution dudit ordre, faicte, l'an 1350, par Eduard 3, roy d'Engleterre, jusqu'à present 1647; par Charles Soyer, genealogiste et enlumineur du roy” (1601-1700), BNF, ms. fr. 2775, fol. 24r.
Fig. 2. Stemma del re d’Inghilterra Enrico IV. “Armes, noms et qualités de touts les chevaliers du tres noble ordre de la Jartiere, qui ont esté depuis l’institution dudit ordre, faicte, l’an 1350, par Eduard 3, roy d’Engleterre, jusqu’à present 1647; par Charles Soyer, genealogiste et enlumineur du roy” (1601-1700), BNF, ms. fr. 2775, fol. 24r.

 

Al centro dell’inquartato, nella posizione detta sul tutto, è collocato lo scudetto d’Austria, arma d’origine che sottolinea l’appartenenza del titolare dello stemma alla Casa d’Asburgo, mentre nella punta dello scudo è innestata l’insegna di Granada. Non è questa la sede per descrivere dettagliatamente i singoli quarti e le loro modalità aggregative nel corso del tempo, aspetti che verranno trattati in maniera approfondita nel mio saggio di prossima pubblicazione. Qui mi limito ad osservare che nel primo e nell’ultimo gran quarto, la disposizione dei quarti di Castiglia, León, Aragona, Aragona-Sicilia, Ungheria antica, Borgogna antica e moderna presenta vistose irregolarità sia nell’organizzazione delle singole insegne, sia nel rispetto delle proporzioni delle partizioni che le dividono. Mancano, inoltre, alcuni quarti che solitamente trovano posto negli stemmi degli Asburgo di Spagna: Fiandra, Brabante e Tirolo, per la parte asburgico-borgognona, e Gerusalemme, associata a Ungheria antica, per la parte relativa al Regno di Napoli. I restanti gran quarti mostrano invece i gigli di Francia correttamente inquartati con i leoni passanti  inglesi, sebbene questi ultimi non siano rappresentati nella loro abituale posizione, cioè con la testa di fronte, ma di profilo. Lo stemma è completato da una serie di ornamentazioni esterne impiegate come insegne di dignità che alludono, come vedremo, a determinati status del titolare: una corona, mutila della parte relativa al rialzo, un’aquila accollante lo scudo, che si presenta acefala, e, attorno allo stesso scudo, il collare dell’Ordine del Toson d’Oro. Malgrado le irregolarità osservabili nella composizione dello stemma, dovute probabilmente a un errata copia del blasone da parte dello scalpellino, non ci sono dubbi sulla sua attribuzione.

Fra i sovrani asburgici che si succedettero sul trono di Spagna fino a Carlo II (†1700), infatti, solo uno può aver innalzato un’arma come questa: Filippo II (*1527 †1598), figlio e successore di Carlo V, re di Napoli dal 1554, re di Spagna e delle Due Sicilie dal 1556 e sovrano consorte d’Inghilterra dal 1554 al 1558 a seguito del suo matrimonio con la regina Maria I Tudor (†1558), dalla quale non ebbe figli.

Fig. 3. Oxford, cappella del Trinity College, vetrata con stemma Filippo II (periodo 1556-1558).
Fig. 3. Oxford, cappella del Trinity College, vetrata con stemma Filippo II (periodo 1556-1558).

 

Dall’osservazione dei numerosi esemplari araldici realizzati nel quadriennio 1554-1558 e riprodotti su supporti di vario tipo (monete, sigilli, monumenti, opere a stampa, vetrate e altri manufatti), emerge chiaramente che entrambi i sovrani solevano abitualmente rappresentare le rispettive armi sulla superficie di uno scudo partito (figg. 3, 4, 5 e 6).

Fig. 4. Arma reale di Filippo II e Maria Tudor scolpita sulla Mary Tudor Tower del Castello di Windsor
Fig. 4. Arma reale di Filippo II e Maria Tudor scolpita sulla Mary Tudor Tower del Castello di Windsor
Fig. 5. Mezzo ducato d’argento di Filippo II, Napoli, 1554-1556.
Fig. 5. Mezzo ducato d’argento di Filippo II, Napoli, 1554-1556.

 

Fig. 6. Fig. Altro mezzo ducato d’argento di Filippo II, Napoli, 1554-1556
Fig. 6. Fig. Altro mezzo ducato d’argento di Filippo II, Napoli, 1554-1556

 

La forma inquartata, attestata sull’esemplare latianese, costituisce da questo punto di vista una variante insolita che, tuttavia, nulla toglie alla riconoscibilità del titolare dell’arma. Un’ulteriore prova dell’attribuzione certa del manufatto latianese ci viene offerta dall’analisi delle insegne di dignità che completano la composizione dello stemma. Come si vede nell’illustrazione, l’aquila che accolla lo scudo appare acefala, ma il resto del corpo non lascia dubbi sulla sua natura. Si tratta della cosiddetta aquila di San Giovanni, di colore di nero, nimbata d’oro e munita della caratteristica coda a ventaglio.

Fig. 7. Toledo, Escuela de Artes y Oficios Artísticos, facciata, particolare dello stemma dei Re Cattolici con l’aquila giovannita
Fig. 7. Toledo, Escuela de Artes y Oficios Artísticos, facciata, particolare dello stemma dei Re Cattolici con l’aquila giovannita

 

Fu questo un emblema caro a Ferdinando II d’Aragona e a Isabella di Castiglia (fig. 7), che in seguito fu adottato anche dalla figlia Caterina (regina consorte d’Inghilterra come moglie di Enrico VIII e madre di Maria Tudor) e dallo stesso Filippo II, pronipote per via paterna dei due Re Cattolici (figg. 8 e 9). Quanto alla corona che timbra lo scudo, si osserva che essa è abrasa nella parte superiore, limitandosi ad solo cerchio e a qualche frammento di fiorone: troppo poco, apparentemente, per descriverne l’esatta foggia. Tuttavia, l’osservazione attenta di quel che resta del rialzo permette di affermare che questa corona, simbolo del potere reale, dovette essere simile a quella impiegata da Filippo II nella monetazione napoletana coniata durante il matrimonio con Maria Tudor: una corona aperta o chiusa, formata da un cerchio rialzato da cinque fioroni (tre visibili), alternati a quattro perle (due visibili), sostenute da altrattente punte (figg. 5 e 6).

Fig. 8. Stemma di Filippo II con l’aquila di San Giovanni scolpito sulla facciata della Casa consistorial de Baeza
Fig. 8. Stemma di Filippo II con l’aquila di San Giovanni scolpito sulla facciata della Casa consistorial de Baeza

 

Fig. 9. Scudo di Filippo II sostenuto da due aquile di San Giovanni. “Les Armories et enseignes du souverene et compagnions du tresnoble ordre de la Jarretiere, en nombre de XXV, come ilz sont par ordre au chasteau de Wyndsor, l'an 1572”, BNF, ms. fr. 14653, fol. 3r.
Fig. 9. Scudo di Filippo II sostenuto da due aquile di San Giovanni. “Les Armories et enseignes du souverene et compagnions du tresnoble ordre de la Jarretiere, en nombre de XXV, come ilz sont par ordre au chasteau de Wyndsor, l’an 1572”, BNF, ms. fr. 14653, fol. 3r.

 

Infine, la presenza attorno allo scudo del collare del Toson d’Oro indica chiaramente l’appartenenza del sovrano asburgico al celebre e omonimo Ordine cavalleresco istituito nel 1430 da Filippo il Buono, duca di Borgogna, ed ereditato dalla casa d’Asburgo in conseguenza del matrimonio fra l’imperatore Massimiliano I e Maria di Borgogna, bisavoli paterni del nostro Filippo, al quale in data 22 ottobre 1555 il padre Carlo V trasferì il Gran Magistero dell’Ordine. L’identificazione certa del titolare dell’esemplare litico latianese consente dunque di datarne la collocazione entro una forchetta temporale di soli quattro anni, limitata alla durata del matrimonio fra Filippo II e Maria Tudor (1554-1558). In questo lasso di tempo il feudo di Latiano apparteneva da più di un decennio a Francesco Antonio Francone (1542-1585). Settembrini, attribuendo erroneamente lo stemma a Carlo V, sostiene che tale manufatto era collocato originariamente nella cinquecentesca chiesa di San Sebastiano, ma questa tesi appare poco convincente se si considerano la tipologia di arma rappresentata e la natura dell’edificio che la ospita. Nel Regno di Napoli e nella stessa Terra d’Otranto, infatti, questo tipo di rappresentazione araldica del potere regale trovava quasi sempre posto su edifici o monumenti civili o militari di particolare rilevanza pubblica: porte urbiche, torri, bastioni, castelli, titoli confinari, sedili, luoghi deputati all’amministrazione della giustizia ecc., supporti privilegiati per la mise en scène di un signum attestante l’autorità regia. Numerosi sono gli esempi in tal senso, sui quali non vale pena soffermarsi. Ciò che è insolito, invece, è trovare una composizione come quella in esame su un piccolo edificio religioso, tanto più che nel corso di questa indagine non è emerso nessun tipo di legame diretto fra Filippo II e l’antica chiesa di San Sebastiano tale da giustificare la presenza del suo stemma. Pertanto, benché la tesi del Settembrini non sia da scartare a priori (e in tal caso lo stemma sarebbe un forte elemento datante), è più verosimile ipotizzare per l’esemplare litico in questione una sua originaria collocazione su una costruzione civile o militare, una costruzione evidentemente ancora in piedi negli anni 1554-1558. Se così fosse, la chiesa di San Sebastiano andrebbe fatta risalire alla fine del XVI secolo, come attestano del resto i più recenti studi sulla topografia cinquecentesca di Latiano. È evidente, comunque, che l’attribuzione dell’arma e la cronologia ristretta che essa sottende offrono agli studiosi di storia locale nuove piste di ricerca sulle quali sarebbe utile investigare in futuro. Com’è noto, dopo la morte di Maria Tudor, El Rey Prudente eliminò le armi inglesi dal suo stemma e a partire dal 1580 aggiunse lo scudetto del reame portoghese, collocandolo sul punto d’onore dello scudo (fig. 10). Nel corso del tempo il suo stemma fu soggetto a numerose varianti, la cui descrizione, tuttavia, esula dall’argomento oggetto di questo studio.

Fig. 10. Stemma di Filippo II, dal Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius (1603).
Fig. 10. Stemma di Filippo II, dal Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius (1603).

 

Conclusioni

Arma di dominio attestante l’autorià regia nonché vero e proprio “ritratto sociale” del titolare, l’esemplare araldico oggetto di questa disamina rappresenta una delle più antiche testimonianze dell’architettura latianese del XVI secolo e, come tale, merita di essere apprezzato e valorizzato. È evidente che le condizioni in cui versa oggi il manufatto ne impongono con urgenza un recupero mediante restauro che lo sottragga agli effetti nefasti prodotti dalle ingiurie del tempo e dall’incuria dell’uomo. In una lettera del 24 febbraio 2005 indirizzata alla Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici, al Comune di Latiano e al parroco della chiesa di S. Maria delle Neve, Ilario Mosca (all’epoca giovane studente liceale), attribuendo erroneamente l’esemplare a Carlo V, auspicava “il recupero, il restauro, la valorizzazione e la preservazione di un pezzo di storia latianese che al momento passa inosservato ai più”. L’appello del Mosca restò lettera morta. L’auspicio è che questa mia ricerca possa spingere le istituzioni e le associazioni locali (fra cui la Pro Loco, che nel suo sito persevera nell’errata attribuzione dello stemma) a intervenire concretamente in tal senso.

 

BIBLIOGRAFIA

Corpus Nummorum Italicorum, vol. XX, Italia meridionale e continentale: Napoli II, da Filippo II alla chiusura della zecca, ed. Colombo, Roma 1943.

Beni culturali di Latiano: le chiese e il patrimonio sacro (a cura della Biblioteca comunale), Manduria 1993, vol. 3, t. 2.

  1. Borgia, Lo stemma del Regno delle Due Sicilie, Firenze 2002.
  2. Fraser, The Lives of the Kings & Queens of England, Book Club Associates, Londra 1975.
  3. Menéndez Pidal de Navascués, El Escudo de España, Real Academia Matritense de Heráldica y Genealogía, Madrid, 2004.
  4. Parker, Un solo re, un solo impero. Filippo II di Spagna, Bologna 2005.
  5. Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce, in “Il delfino e la mezzaluna”, agosto 2006, anno IV, nn. 4-5.
  6. Settembrini, Il culto del SS.Crocifisso a Latiano: storia e tradizioni, Oria 1996.
  7. Settembrini, La piazza, il centro storico, l’espansione urbanistica di latiano nei secoli XVI-XX, Latiano 2012.
  8. Settembrini, Sindaci, notai e famiglie feudatarie di Latiano, Latiano 2002.
  9. Willement, Regal heraldry. The armorial insignia of the Kings and Queens of England, from coeval authorities, Londra 1821.

Brindisi e il suo porto in una carta aragonese del XV secolo

di Armando Polito

L’immagine di testa è un dettaglio della carta che ho avuto occasione di presentare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/.

Credo sia ormai evidente che il mio scopo è quello di suscitare curiosità, nella speranza che qualcuno dei pochi pazzi (tali sembrano, di fatto, alla cultura dominante) ancora in giro, tra cui il sottoscritto, contribuisca con il suo raptus a rettificare o a integrare il mio …, che non può che limitarsi all’evoluzione  della toponomastica del circondario del porto quale risulta (non sempre con un percorso rettilineo) da mappe a stampa successive a quella aragonese. L’analisi dei toponimi, leggibilissimi sulla mappa, sarà condotta in ordine alfabetico.

Baccaro

Probabilmente si tratta di un prediale che, con altri probabili che seguiranno, reca traccia di un’aristocrazia terriera in quel periodo padrona di buona parte del territotio brindisino. Un Giulio Cesare Baccaro fu notaio a Brindisi dal 1589 al 1629 e la famiglia in questione è presente ancora oggi nella toponomastica viaria (Via de’ Baccaro)

Casale Cuggio: come prima Baccaro potrebbe essere un prediale. Lla famiglia Cuggio, infatti, risulta citata nell’elenco dei nobili brindisini presente in Cesare D’Eugenio Caracciolo, Ottavio Beltrano e altri, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano- De Bonis, Napoli, 1671, p. 321 e in Andrea Della Monaca, Memoria historica della città di Brindisi, Micheli, Lecce, 1674, s. p. : Non vi mancano però al presente nella città di Brindisi molte Fameglie nobili, e particolarmente la Fornara, Cuggio …

Casale di Marco: altro probabile prediale, di cui potrebbe essere impressionante indizio l’attuale  via Carlo De Marco (1711-1809), evidenziata di seguito col segnacolo rosso nel dettaglio che ho tratto da Google Maps.

Un Simone De Marco ebbe in dono nel 1275, da Carlo I d’Angiò i feudi di Mauritano e Cognano e i Casali di S. Cassiano, Lequile, Casamassella e Vaste.

Casale di Pasquale granofeo: continua il festival dei probabili prediali, Ipotizzando granofeo deformazione di Granafei. La famiglia, fuggita da Costantinopoli per l’invasione dei Turchi di Maometto II, si trasferì a Brindisi nel 1508. Nel XVII secolo un suo rappresentante, Giovanni. fu tacito protagonista di un episoduo molto triste della storia di Nardò (http://www.fondazioneterradotranto.it/tag/giovanni-granafei/).   

Castello di Isola oggi Castello alfonsino o Castello aragonese o Castel rosso (costruzione iniziata sull’isola di S. Andrea nel 1445 da Ferdinando I d’ Aragona).

 

Pompeiano dir(uto): potrebbe essere connesso con il lontanissimo (49 a. C.) ricordo dell’assedio di Brindisi da parte di Cesare per bloccare la fuga di Pompeo in Oriente o col tentativo inverso attuato senza successo l’anno successivo da Lucio Scribonio Libone.

S.to Pelino: di una chiesa dedicata a colui che nel VII secolo fu vescovo di Brindisi è nota una chiesa che sorgeva nel cortile dell’attuale palazzo Granafei Nervegna, ma per evidentissimi motivi di dislocazione essa non può essere quella della mappa.

Theodoro dir(uta): molto probabilmente la chiesa sorgeva nel luogo (oggi Fontana Tancredi) in cui secondo la tradizione nel 1210 approdò l’imbarcazione che trasportava le ossa del santo. 

Torre del Cavallaccio (oggi punta di Torre Cavallo2).

Torre del Cavallo. Risulta assente in tutte le carte prima utilizzate ai fini comparativi per gli altri toponimi. Data  l’estrema precisione che la carta aragonese mostra bisognerebbe ipotizzare l’esistenza di una torre scomparsa nell’arco di pochi decenni. 

Torre della Pena oggi Torre Penna

Sul toponimo, che nella prima stesura per distrazione non avevo citato, vedi in calce il commento del sig. Mario Galasso. Alle sue osservazioni aggiungo che peña è dal latino pinna, che significa, fra l’altro, penna e pinnacolo ed è connesso con la variante, sempre latina, pina, che designa il mollusco il cui nome scientifico è pinna nobilis e quello comune cozza penna. Tutto ciò non esclude che il nome della torre sia connesso non tanto col significato traslato di promontorio ma con l’abbondanza della specie appena ricordata nello specchio d’acqua limitrofo . Se è così, il pena  della carta aragonese senza tilde sarebbe una grafia di compromesso della voce originale (penna), compromesso continuato, come si vede in tabella,  nella cartografia successiva dove penna si alterna a pena.

Chiudo con una comunicazione di servizio: questo tipo di indagini non può esulare dall’apporto di studiosi ed appassionati locali (cui dovrebbe essere più agevole la consultazione, per esempio, delle visite pastorali, o il riemergere alla memoria di un atto notarile letto casualmente, etc. etc., senza contare la possibilità di ricognizioni dirette dei siti), ai quali rivolgo in tal senso un accorato appello, anche in riferimento al post con cui è cominciata la serie e il cui link ho riportato in apertura. Dirò di più: in mancanza di adeguati riscontri sarò costretto, al massimo fra due altre puntate, a chiudere la serie che altrimenti non avrebbe senso. Se, invece, i contributi non dovessero mancare, potrei addirittura pensare (seriamente, non solo per sognare …)  di raccoglierli, con citazione del nome dell’autore, in una monografia estesa all’intera Terra d’Otranto, previa richiesta della mappa integrale in alta definizione (altrimenti come completare lo studio stesso?) alla Biblioteca Nazionale di Francia contestualmente al rilascio dell’autorizzazione a sfruttarla per una pubblicazione a stampa. Se c’è qualche sponsor, intanto, dichiari la sua disponibilità …

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1 Si tratta di un aggiornamento (evidentemente anche toponomastico) della carta del Magini, come indica chiaramente il titolo/didascalia:

2 Oggi il sito è più noto per le frequenti sfiammate della torcia di emergenza dello stabilimento  petrolchimico  che per la torre sui cui pochissimi resti si può ammirare (!)  una postazione  risalente alla prima guerra mondiale. Sull’origine del toponimo rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/.

Il nostro idiota e suicida abbarbicamento al presente

di Armando Politop1

*Mi chiedo come mai sei arrivato alla tua età senza diventare dirigente o ministro …

 

Il perverso disegno politico di pascere i cittadini nell’ignoranza per farne, senza che se ne rendano conto, sudditi più scodinzolanti di un ingenuo cagnolino è giunto quasi a compimento e i frutti ormai sono tanto evidenti e deleteri che qualche centinaio di persone ancora liberamente pensanti ha rivolto recentemente un accorato appello perché il sistema scolastico smetta di sfornare giovani non in grado ormai di intendere il significato superficiale delle singole parole (figurarsi quello profondo …), da cui la difficoltà, a cascata, di leggere, capire ciò che si legge, esprimersi compiutamente e scrivere correttamente.

Il libertinaggio grammaticale oggi è balordamente supportato anche da alcuni accademici (un caso per tutti: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/05/quale-il-problema-e-che-sei-una-capra-direbbe-vittorio-sgarbi/; il protagonista del caso sicuramente non sarà stato tra i firmatari …) che dovrebbero essere, secondo me, più educatori che propagandisti e diffusori, in nome dell’uso, di certi fenomeni che possono, anzi devono, essere  oggetto di studio da parte dei linguisti, ma non diventare, come sta succedendo, modello di riferimento per i giovani che fisiologicamente sono intolleranti delle regole e esposti alla seduzione del lassismo o permissivismo che dir si voglia.

La convivenza civile è fatta di regole che sono da rispettare da ciascuno di noi, anzitutto per stare ìn pace con la propria coscienza o con i suoi sussulti residui, e poi per non danneggiare il prossimo. In una società in cui le stesse leggi sono formulate in modo disgustosamente ambiguo tanto da consentire anche al più scalcinato degli avvocati di difendere con parecchie probabilità di successo il suo cliente (beninteso: quando è colpevole …) poteva la grammatica avere l’importanza fondamentale che l’ha contraddistinta dagli albori della civiltà occidentale, nesso con cui spesso ci sciacquiamo la bocca senza nemmeno avere idea di cosa essa, in concreto, abbia rappresentato per millenni?

C’è da meravigliarsi, perciò, che gli studi umanistici stiano soccombendo di fronte all’avanzata inarrestabile di un progresso scientifico che, per come è gestito e sponsorizzato, sembra più asservito alla mala economia, alla finanza, alla speculazione e non teso, come dovrebbe, a migliorare la nostra umanità?

È il trionfo del concreto sull’astratto,  del pratico sul teorico, dell’oggetto sul soggetto, del corpo sull’animo, dell’avere  e dell’apparire sull’essere, costi quel che costi, della realtà sul sogno.  Non c’è tempo per riflettere, per dubitare e viviamo una vita frenetica basata sul tutto e subito, su diritti, reali o presunti, da far valere e su doveri da eludere più o meno furbescamente, pronti a trovare le più fantasiose (che prostituzione della fantasia!) giustificazioni e le più improbabili attenuanti per i nostri errori, grandi e piccoli.

In questo quadro solo un demente potrebbe sussultare scoprendo che molti delle ultime generazioni non sanno distinguere un sostantivo da un verbo e, relativamente a quest’ultimo, un futuro da un presente o da un passato remoto.

In fondo per la nostra vita alla giornata l’unico tempo, non solo verbale, degno di esistere è il presente, il passato è inutile anticaglia e il futuro non preoccupa più di tanto nemmeno i diretti interessati, almeno finché vivranno i nonni giustamente condannati, quando possono …,, loro che sono stati i principali responsabili dell’elefantiaco debito pubblico, a pagare il conto per figli e figli dei figli.

Il presente celebra il suo trionfo nel figlio che ammazza il genitore per godersi anzitempo l’eredità, nel sotterratore di rifiuti tossici, nell’imprenditore che inquina, nell’evasore fiscale, nel detentore del potere politico drogato dall’esigenza primaria del consenso (perciò corrotto e/o corruttore), dal bullo che celebra nel branco il rito blasfemo della sua vigliaccheria, da chi, nutrendo infondate velleità letterarie, s’indebita fino al collo per pubblicare il frutto del suo presunto talento pur di vivere un momento di effimera gloria garantito per contratto (tanto per una recensione su questa o quella rivista, tanto per un’uscita televisiva e così via), pur sapendo che non ci sarà una, dico una, copia venduta; e lo stesso è in tanti altri comportamenti in cui il passato non conta e il futuro tanto meno.

Il presente, sganciato dalla memoria da una parte e da una prospettiva progettuale lungimirante dall’altra, è come il figlio per il quale (e non per sua colpa …) i genitori sono poco più che estranei e che sarà condannato alla sterilità (quella dei sentimenti, ben più grave di quella fisiologica); è come l’anticamera dell’ignoranza e della morte dello spirito critico. Proprio quello che la politica ha messo in atto, con un disegno lucidamente criminale (quindi non solo frutto inconsapevole d’incompetenza …) nel mondo della scuola amputando progressivamente gli studi umanistici fino a ridurli (non solo nell’immaginario collettivo, ma, quel che è più grave, nella realtà) ad una pura perdita di tempo, umiliando e scoraggiando gli insegnanti più vocati, bravi ed aggiornati anche sull’uso delle moderne tecnologie, altro nesso con cui sciacquarci la bocca, mentre in alcune scuole manca pure la carta igienica per pulirsi il culo …

E, a proposito di nuove tecnologie, faccio un solo esempio in tema relativamente all’indirizzo più calpestato: il liceo classico. Che senso avrebbe, infatti, sfruttare il cd in dotazione ai vocabolari di italiano, latino e greco per ricerche mirate grazie alle possibilità offerte dal connesso motore di ricerca quando fra poco il ministero preposto sancirà che alcune lettere dei relativi alfabeti potranno essere considerate opzionali e che la traduzione di un qualsiasi brano sarà da considerare valida quand’anche dovessero risultare tradotte, anche in modo non corretto,  solo la prima e l’ultima parola?

Che senso avrebbe scarnificare in classe fino all’inverosimile le cinque frasi di latino assegnate il giorno prima per l’analisi, la  traduzione e il commento (tante, non più di cinque, ne assegnavo io; se non è vero, qualcuno dei miei ex alunni mi sputtani pure pubblicamente …), quando già si formano comitati di genitori che premono per l’eliminazione dei compiti per casa, non per la loro riduzione (ai miei tempi, infatti, oggi ne dubito,  la quantità, mi riferisco sempre alle traduzioni, nella stragrande maggioranza dei casi assumeva le proporzioni oscene di due o tre brani ognuno di almeno dieci righe, oscenità ulteriormente amplificata il giorno dopo dalla mancata correzione … roba demenziale!) e, forse, è già pronto il disegno di legge per soddisfare questa richiesta che potrebbe portare una caterva di voti (il classico cane, continuiamo a tirare in ballo gli altri animali per sentirci superiori …, che si morde la coda) a chi adotterà questo provvedimento liberatorio da tutto, meno che dall’ignoranza e, a lungo andare, dalla stupidità, perché il cervello ha bisogno di una palestra ben diversa da quella riservata ai muscoli …

Mi chiedo spesso come  sarei stato io se fossi vissuto da giovane nel nostro tempo. La risposta è sempre la stessa: quasi sicuramente sarei stato peggiore di tanti giovani di oggi, avrei avuto come unica preoccupazione la bella vita e mi sarei pure drogato o, in un barlume di lucidità, suicidato per schifo di me stesso o, nell’improbabile caso in cui avessi tentato l’impari lotta contro un mondo fallito che ti fa sentire tale anche se non lo sei, per recuperare la dignità e la libertà troppe volte violentate. Se non l’ho fatto e se mi sento, tutto sommato, più giovane di un giovane del nostro tempo, dipenderà dal fatto che i miei genitori, la scuola e larga parte di quella società mi hanno insegnato che il presente è figlio del passato e padre del futuro?

Qualcuno si chiederà quale attinenza abbia quanto ho fin qui detto con la Terra d’Otranto. Qualcun altro, per il quale il passato vale quanto il presente ed il futuro,  gli spieghi quale crocevia di cultura quella, anzi questa, terra è stata e spieghi pure, se riesce a farsi capire, a qualche amministratore locale e a qualche cittadino incivile (questa figura, per chi ha interesse, si chiama etimologica) che il concetto di stupro dell’ambiente (la lottizzazione con la chimera dell’occupazione da un lato e l’abbandono di rifiuti dall’altro possono sembrare a qualcuno futuro; c’è, però, l’inconveniente che lo saranno, sì, ma di merda …) è in contrasto con quelli di buono, bello e giusto ereditati da chi nei millenni ci ha preceduto e che avremmo avuto il dovere quanto meno di tentare di trasmettere, non con parole ormai vomitevoli ma con comportamenti, questa volta concreti,  a coloro che son venuti e verranno dopo di noi.

Antonio de Ferrariis, detto il Galateo, l’antico proverbio e la propaganda augustea

di Nazareno Valente

Degli altri colleghi storici Tucidide faceva di tutta un’erba un fascio considerandoli dei semplici logografi («λογογράφοι»), vale a dire narratori che miravano al diletto degli ascoltatori e non certo alla verità1 con l’unico intento, pertanto, di produrre belle storie da declamare in pubblico, senza preoccuparsi della loro fondatezza. Sebbene non l’affermasse esplicitamente, egli ci metteva nel mucchio persino Erodoto, che pure aveva limitato al massimo i facili abbellimenti dovuti a fantasiosi interventi divini, ma che probabilmente non s’era emancipato dalla consuetudine di leggere le proprie storie nelle pubbliche piazze. E, che così fosse, se ne ha una prova evidente in un passo in cui lo storico di Alicarnasso parla della Scizia.

Ce lo possiamo infatti immaginare a Thurii, sua città d’adozione2, che s’affacciava sulla costa occidentale del golfo di Taranto, mentre cerca di spiegare ai suoi concittadini una particolarità dell’estrema propaggine della Scizia e che, per semplificare, utilizza come esempio l’Attica. Poi, temendo che quest’ultima contrada non sia molto conosciuta a chi l’ascolta, ritiene utile ricorrere ad un altro esempio («δὲ ἄλλως δηλώσω») che ha il pregio di non porre problemi interpretativi ai Turini, ovverosia la terra della Iapigia in cui abitano a stretto contatto di gomito i loro più acerrimi nemici (i Tarantini) ed i loro tradizionali alleati (i Brindisini). O, per dirla con le stesse parole di Erodoto, la penisola che inizia dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος3»).

Un passo stringato che non necessitava di ulteriori specificazioni, perché i Turini conoscevano perfettamente le due città ma al tempo stesso denso di significati, meritevoli di una descrizione a sé stante, se il nostro scopo non fosse circoscritto a decifrare un antico proverbio. In questa sede pare pertanto utile soffermarsi solo sugli aspetti funzionali alla nostra specifica trattazione.

Si può così rilevare che, quantunque entrambe le cittadine abbiano un porto rinomato, la sola Brindisi ne risulta di fatto caratterizzata, quasi che il porto fosse un’entità distinta dalla città. Erodoto specifica poi che si tratta di λιμήν che, in senso tecnico, è il termine portuale corrispondente al portus latino, con cui è definibile «uno specchio d’acqua chiuso naturalmente o artificialmente, accessibile dal mare, dove le navi possano rimanere sicure in caso di traversia4» e quindi con il requisito essenziale di costituire un sicuro ricovero nei momenti più tempestosi o di inattività invernali. Aspetto quest’ultimo di apprezzabile rilievo, considerato che a quel tempo si navigava quasi esclusivamente nelle belle stagioni.

In definitiva un porto d’eccellenza sin dal periodo classico dell’antichità greca e, pur tuttavia, nulla in confronto alla fama che acquisirà successivamente quando, a seguito della conquista romana, nella seconda metà del III secolo a.C. Brindisi diverrà colonia di diritto latino. Una fama che rivivrà negli scritti successivi pure nelle fasi di declino della città, così come avvenne nel De situ Iapygiae del Galateo.

Siamo all’inizio del XVI secolo, negli anni in cui l’impero ottomano, pur rivolgendo le sue attenzioni ad oriente, fa comunque sentire la propria nefasta presenza ad occidente, con rapide e feroci scorrerie che mettono in un stato di continua soggezione le città costiere. In assenza d’un governo forte, per i porti del basso adriatico l’unica difesa possibile è quella di precludere gli accessi alle rade, ed è per questo che il canale di collegamento al porto interno di Brindisi viene più volte ostruito, tanto che gli storici discutendo tra di loro lo qualificano «volgarmente… ciccato5». Eppure il Galateo6 giudica Brindisi città insigne «inclyta urbs» ed il suo porto famosissimo in tutto il mondo («toto terrarum orbe notissimus») tant’è che dà per coniato il proverbio: «tres esse in orbe portus: Iunii, Iulii et Brundusii», all’apparenza facile da tradurre ma dal significato alquanto oscuro (figura n. 1).

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Letteralmente potremmo tradurlo così: “tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi” e non ci sarebbero problemi, qualora ai tre nomi corrispondessero altrettanti porti noti dell’antichità; cosa che, invece, sicuramente non è nel caso di Giunio. Osservato però che Iunius e Iulius sono anche i nomi dei mesi rispettivamente di giugno e di luglio, potremmo adottare quest’altra traduzione: “tre sono i porti al mondo: giugno, luglio e Brindisi”, che mostra l’ulteriore difetto di comparare entità tra loro inconfrontabili.

A tutta prima, quest’ultima soluzione pare la meno soddisfacente, ciò malgrado, i principali cronisti brindisini del XVII secolo la danno per sicura.

Secondo il Moricino, il porto di Brindisi viene comparato ai mesi di giugno e luglio «quasi che a dispetto della natura del mare tale sia quel Porto in ogni stagione, quale suol essere in tutto nelle Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio7».

E, sulla stessa lunghezza d’onda, gli fa eco il Della Monaca: «Quasi ch’à dispetto della naturalezza del mare tal sia quel Porto in ogni staggione, qual essere suole in tutto il tempo il Mare nelle bonaccie di quei mesi Giugno e, Luglio8».

In definitiva, come a dire che nel porto di Brindisi le navi sono sempre al sicuro, al pari di quando solcano il mare nelle bonacce dei mesi di giugno e luglio.

Un’interpretazione già di per sé in contrasto con la mentalità pratica degli antichi romani, poco inclini a fantasticherie così ardite in cui si confrontano i periodi migliori per navigare con i luoghi più idonei ad ospitare i navigli, e che in aggiunta non tiene conto di agosto, vale a dire del mese più favorevole per affrontare il mare. Vanno poi ricordate le consuetudini di quei tempi, che erano strettamente coerenti con le possibilità tecniche dell’epoca.

Come già in parte riportato, tranne rare eccezioni, si prendeva il mare solo nelle belle stagioni mentre in quelle cattive si trovava un buon porto dove ricoverare le navi. Le difese naturali o artificiali del portus erano infatti essenziali per proteggerle da eventuali mareggiate che potevano avere effetti devastanti su imbarcazioni la cui stazza era contenuta. A scanso di equivoci, esse venivano tirate a secco ed a volte protette pure da palizzate e fossati, per cui la bonaccia o la buona stagione non erano condizioni strettamente essenziali per la loro salvaguardia. Al contrario erano proprio le burrasche dei mesi estivi ad essere potenzialmente pericolose in quanto, sopraggiungendo improvvise e inaspettate, potevano comportare effetti disastrosi sulle galee ferme in rade non sufficientemente protette, tant’è che Svetonio9 riferisce come la flotta di Augusto fosse stata distrutta per ben due volte dalla tempesta, e non durante la brutta stagione ma per l’appunto nel bel mezzo dell’estate.

L’ingegnoso collegamento tra mesi dell’anno e porti fornisce perciò una chiave di lettura suggestiva – probabilmente conveniente a stimolare la fantasia e l’adattabilità dei social, dove in effetti impazza sino a trovare ospitalità in un godibile sketch satirico in cui un’analoga esegesi è fornita nientemeno che da Cesare Ottaviano Augusto10 – ma al tempo stesso improbabile. Certo è che essa non trova accoglimento al di fuori del ristretto ambito locale e, di conseguenza, conviene piuttosto considerare l’ipotesi più scontata, vale a dire che Iunius e Iulius siano molto più banalmente dei porti che non si è stati in grado di individuare.

Il Galateo scrisse il De situ Iapygiae in un periodo imprecisato tra il 1508 ed il 1511 ma non era più in vita quando il suo manoscritto fu stampato nel 1558, grazie al marchese di Oria, Giovanni Bernardino Bonifacio che se ne accollò le spese. In quegli anni non esistevano porti con il nome di Giunio e di Giulio però, ai patiti di antichità romane quest’ultimo toponimo avrebbe potuto dire qualcosa. Del porto Giulio aveva infatti riferito Svetonio nella parte dedicata a Cesare Ottaviano Augusto della sua “Vita dei Cesari”, quando menziona l’inaugurazione presso Baia di un «portum Iulium» creato artificialmente facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno («inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari11»). La struttura portuale rendeva infatti comunicanti tra loro i laghi d’Averno e Lucrino, e quest’ultimo lago con il mare, previo taglio del cordone di sabbia che li separava (figura n. 2).

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Voluto da Vipsanio Agrippa, amico e fedele collaboratore di Augusto, per contrastare le scorrerie sul Tirreno della flotta di Sesto Pompeo, il portus Iulius (o portus Iulii) iniziò ad operare nel 37 a.C. nei pressi del vecchio e rinomato porto di Puteoli, nell’ampia area dei Campi Flegrei, che venne così soppiantato da questo nuovo doppio bacino portuale. Si ipotizza che inizialmente avesse prevalenti funzioni militari, essendo stato preventivato l’allestimento d’un arsenale e di strutture idonee per addestrare gli schiavi liberati per inquadrarli tra i rematori, ma che in seguito divenne però scalo commerciale d’una certa importanza. In ogni caso, ricoprì un ruolo strategico di rilievo, se Agrippa decise di intitolarlo al futuro Augusto che, come conseguenza dell’adozione da parte di Cesare, aveva appunto modificato il proprio nome da Octavius a Iulius, e se altri storici lo citarono diffusamente nei loro scritti. Il porto meritò anche una menzione poetica da parte di Virgilio12 che l’elenca («Iulia… unda») tra le laboriose opere («operumque laborem») compiute dalla mano dell’uomo.

Come il porto di Brindisi, anche quello Giulio visse i suoi anni di gloria in concomitanza con l’impero romano e declinò con esso; solo che non si riprese mai più. Anzi scomparve addirittura dalla faccia della terra, a causa dei fenomeni naturali che investirono la regione flegrea modificandone la struttura morfologica. Dapprima, tra l’VIII ed il X secolo, fenomeni bradisismici fecero sì che il mare sommergesse il Lucrino che poi finì quasi per sparire nel 1538, a seguito dei movimenti tellurici che crearono in quel sito il Monte Nuovo.

Al tempo di Moricino e Della Monaca, il porto Giulio non esisteva pertanto più, e non ne era rimasta traccia, se non nelle fonti letterarie antiche. Solo i ritrovamenti archeologici del secolo scorso lo posero nuovamente in luce.

Non c’è quindi dubbio alcuno che lo “Iulii” del Galateo identifichi il porto Giulio, e non il mese di luglio come ipotizzato dai cronisti brindisini; di conseguenza anche Iunii è di sicuro un porto, e non un mese del nostro calendario. Il problema però in questo caso è che non c’è indizio, né possibile accenno nelle fonti letterarie, che diano modo di individuare una città portuale con un tale nome. Il che appare strano, se esso era così famoso da diventare proverbiale.

L’unica ipotesi formulabile appare a questo punto che il passo sia errato; cosa plausibile, considerate le lamentele espresse a volte «ai lettori» dai curatori delle opere del Galateo per le «grandissime difficoltà» incontrate nella traduzione «per la scorrezione dei testi13».

Partendo pertanto dal presupposto che il Galateo (o qualche copista) ne abbia riportato in maniera imprecisa il nome, occorre cercare la città portuale, a quel tempo rinomata, la cui denominazione abbia maggiore assonanza con Iunii. Essendo le località di tal genere in numero limitato, la ricerca riconduce inequivocabilmente al portus Lunae che, tenendosi alla sinistra dell’allora ampia foce del fiume Magra, si affacciava ad est dell’attuale golfo di La Spezia, e che, in antichità aveva goduto di buona fama meritando pure le attenzioni del grande Ennio14 che invitava a visitarlo, perché ne valeva la pena («Lunai portus, est operae. cognoscite, cives»).

Naturale come quello brindisino, il porto di Luna fu probabilmente motivo di contesa tra gli Etruschi ed i Liguri, prima di giustificare le mire dei romani che, con questo scalo, ritennero di poter controllare le rotte dell’alto Tirreno.

La deduzione nel 177 a.C. d’una colonia di diritto romano (civium romanorum) nella città di Luna fu perciò un passo del tutto conseguente (figura n. 3). Tuttavia, il successivo declino della potenza cartaginese creò una situazione di diffusa tranquillità nella zona, che finì per limitare l’importanza della base militare lunense. Solo in periodo augusteo il porto riacquisì rinomanza, quando fu potenziato e trasformato a scalo commerciale per sfruttare appieno le potenzialità delle vicine cave di marmo il cui candore affascinava Roma e tutte le città italiane. Ed è proprio di questo periodo la descrizione più particolareggiata che le fonti letterarie ci hanno conservato.

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Strabone15 ci informa infatti che la città di Luna non è grande mentre il porto è parecchio grande e assai bello, comprendendo più rade, tutte profonde («ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὑτῷ περιέχων πλείους λιμένας ἀγχιβαθεῖς πάντας»), circondate da alte montagne dove ci sono cave di marmo bianco («μέταλλα δὲ λίθου λευκοῦ») utilizzato per gli edifici più insigni costruiti a Roma e nelle altre città.

Durante la stesura del De situ Iapygiae, il porto di Luna era però da secoli scomparso: il graduale interrimento, causato dai frammenti depositati dal Magra, l’avevano infatti reso paludoso e malarico, sino a costringere i suoi abitanti ad abbandonarlo per spostarsi nell’entroterra. Così non c’è da stupirsi troppo se, tra una copia e l’altra del passo implicato, la del tutto sconosciuta Lunae possa essere stata sostituita da Iunii, magari proprio perché termine ritenuto più in armonia con Iulii, anch’esso non più riconosciuto come scalo portuale.

Comunque siano andate le cose, la stesura originale del proverbio doveva essere la seguente: «tres esse in orbe portus: Lunae, Iulii et Brundusii» stabilendo in definitiva che i porti di Luna, di Giulio e di Brindisi erano gli unici al mondo degni d’essere considerati tali.

Questo almeno nella forma; nella sostanza il messaggio che si voleva veicolare era però forse ben altro.

La citazione del prezioso marmo bianco lunense riportata da Strabone fa infatti venire alla mente il noto passo in cui Svetonio16 riferisce che Augusto si vantava senza sottintesi di lasciare di marmo la città di Roma che aveva ricevuto di mattoni («marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset»), facendoci così comprendere che la riorganizzazione del porto di Luna, e la conseguente notevole attività commerciale che vi era confluita, rientrava a pieno titolo nelle politiche economiche di ampio respiro che il princeps andava attuando. Lo stesso può dirsi a maggior ragione per il porto Giulio, creato praticamente dal nulla e che, come già riportato, Agrippa gli aveva persino intitolato perché ne rimanesse perenne memoria. Queste due imponenti iniziative rientravano pertanto, a dirla come il già citato verso di Virgilio, tra le «operumque laborem», vale a dire tra le opere esemplari che Augusto aveva compiuto per creare consenso. Il che fa sorgere il fondato sospetto che il proverbio facesse parte della minuziosa propaganda avviata da Mecenate, una specie di ministro della cultura e dell’informazione del governo augusteo, e che sia stato pertanto coniato ad arte per valorizzare i progetti portuali avviati in quel periodo.

In questa ottica anche la presenza nell’adagio del porto di Brindisi assume un significato diverso e ben più caratterizzante della sua del tutto ovvia notorietà.

Occorre infatti ricordare che il portus Brundusii rappresentava soprattutto una mirabile dimostrazione di opera compiuta dalla natura, come emerge ad esempio nei passi di Strabone17, quando lo qualifica porto spontaneo di grande pregio («εὐλίμενον»), oppure di Lucano18, quando lo descrive dotato di tutte quelle caratteristiche genuine che lo rendono approdo talmente sicuro che le imbarcazioni possono essere assicurate anche con una semplice tremula fune («ut tremulo starent contentae fune carinae»).

Nel proverbio il porto brindisino pare quindi piuttosto utilizzato come modello con cui confrontare i porti realizzati per mano dell’uomo.

A questo punto sembra evidente che, se nella forma il testo del proverbio stabiliva una semplice elencazione di porti importanti, nella sostanza intendeva far percepire che le attività promosse da Augusto sugli approdi portuali erano equiparabili alle migliori opere create dalla natura. In pratica, gli interventi compiuti per fare di Luna lo scalo commerciale che consentiva di sostituire nelle città al mattone il marmo e quelli eseguiti per realizzare dal nulla un bacino artificiale di sicuro ricovero, come avvenuto con il porto Giulio, erano paragonati all’approdo brindisino, ritenuto per l’appunto il portus per eccellenza.

Nella realtà, quindi, un riconoscimento di gran lunga superiore al banale accostamento alle «Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio» celebrato con convinta immaginazione dai cronisti brindisini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Tucidide (V secolo a.C. – IV secolo a.C.), La guerra del Peloponneso, I 21, 1.

2 Erodoto era nato ad Alicarnasso ma, avendo partecipato alla fondazione della colonia panellenica di Thurii, ne acquisì la cittadinanza.

3 Erodoto (V secolo a.C.), Storie, IV 99, 5.

4 G. Uggeri, La terminologia portuale e la documentazione dell’itinerarium Antonini, in Studi Italiani di Filologia Classica, N.S. XL, 1-2, pp. 225-254, Felice Le Monnier, Firenze, 1968, p. 241.

5 G. Antonini, La Lucania, Forni Editore, Sala Bolognese, 1984, ristampa dell’edizione Tomberli, 1794, p. 188.

6 Galateo, De Situ Iapygiae, per Petrum Pernam, Basileae, 1558, p. 63.

7 G.M. moricino, Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi, manoscritto ms_D12, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo”, Brindisi, 14v.

8 A. della monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, p. 30.

9 Svetonio (I secolo a.C.), Vita dei Cesari – Augusto, II 16, 1.

10 Tindilo: satira brindisina, Cesare Augusto imperatore, Brindisi, 2016.

11 Svetonio, cit., II 16, 2.

12 Virgilio (I secolo a.C.), Georgiche, II 154-163.

13 La Iapigia e varii opuscoli di Antonio de Ferrariis detto il Galateo, (collana diretta da Salvatore Grande), Tipografia Garibaldi, Lecce 1867, vol. I, p. I.

14 Ennio (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Annali I, in persio (I secolo d.C.), Satire VI 9.

15 Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, V 2, 5.

16 Svetonio, cit., II 28,5.

17 Strabone, cit., VI 3, 6.

18 Lucano (I secolo d.C.), Farsaglia, II 608-621.

Taranto, Falanto, la Pizia, e i pidocchi

di Armando Polito

Nella prima immagine la Mappa di Soleto (V secolo a. C.?1), in cui con l’ellisse tratteggiata in rosso ho evidenziato il nome della città: ΤΑΡΑΣ ( leggi Taras); nella seconda Falanto in una moneta tarantina del III secolo a. C; nella terza una moneta di Crotone, della fine del V secolo a. C., con al centro il tripode sul quale assisa la Pizia a Delfi pronunciava le profezie, mentre a sinistra Apollo armato di arco scaglia una freccia contro Pitone a destra; nell’ultima un pediculus humanus capitis (pidocchio umano del capo). La serie delle quattro immagini vuole essere la sintesi di quanto segue.

C’era una volta (a quantificarlo temporalmente bisogna risalire almeno all’VIII secolo a. C.) a Delfi una sacerdotessa di nome Pizia che nel santuario di Apollo svolgeva le funzioni di portavoce del Dio. Non era certo all’altezza delle moderne indovine che sono in grado di captare certi segnali, per esempio quelli che proverrebbero da tutte le carte, meno quelle igieniche, notoriamente  connesse con quella funzione fisiologica al cui espletamento le invio ogni volta che le vedo comparire in tv, insieme con chi dovrebbe intervenire per impedire il proliferare, da una parte, della furbizia, e dall’altra, della stupidità; alla captazione dei segnali segue la fase della loro interpretazione da ammannire allo speranzoso quanto stupido cliente. La Pizia, poveretta, fungeva solo da megafono per la voce del dio; spettava poi all’interprete diradare la nebbia che avvolgeva le profezie, espresse in versi di così difficile comprensione immediata che i poeti ermetici al confronto fanno tenerezza, e passibili di tante diverse interpretazioni che, in questo caso al contrario, le profezie impallidirebbero di vergogna di fronte ad un testo scritto dal legislatore dei nostri tempi.

Pare, comunque, che, tanto più una realtà è misteriosa, tanto più essa attrae; infatti il santuario di Delfi godeva di prestigio assoluto e da ogni parte del mondo allora conosciuto, proprio come oggi con gli studi (?) degli indovini, vi ricorreva il capo di stato come il semplice cittadino, il ricco e il povero (quest’ultimo l’ho citato perché anche lui in teoria aveva ed ha bisogno del conforto della religione, ma non sono sicuro  che potesse fruire dei suoi servigi, allora come ora, gratuitamente …).

C’era sempre in quel tempo a Sparta un uomo di nome Falanto costretto a pagare (allora era quasi la regola; potrebbe essere un’idea per i nostri giorni …) gli errori (o presunti tali …) del padre. Quest’ultimo, infatti, non aveva partecipato alla spedizione messenica e, perciò, venne dichiarato ilota (in parole povere schiavo) e suo figlio, Falanto appunto, subì il destino di tutti quelli nati da simili padri, cioè perse i pieni diritti di cittadinanza ed assunse la qualifica di partenio, che alla lettera significa figlio di vergine, una locuzione che di lì ad otto secoli avrebbe definito quello che io considero, uomo, il più grande rivoluzionario della storia della nostra specie, ma che allora per il povero Falanto e per quelli come lui era una sorta di eufemismo per figlio illegittimo, anzi politicamente non corretto ….

I parteni, però, non si rassegnarono a quella condanna e organizzarono un complotto contro l’assemblea del popolo, per così dire, normale. Purtroppo il tentativo fallì, furono messi sotto custodia ed il loro capo, Falanto, appunto, fu inviato a Delfi per consultare l’oracolo sulla fondazione di una nuova colonia, che, all’epoca era il modo meno cruento di liberarsi di chi dava fastidio e, per l’interessato, l’unico modo per avere la speranza di una vita dignitosa o, comunque, migliore. Insomma, dal momento che tra i parteni c’erano certamente persone molto intelligenti, essi anticipavano, ancora una volta, ma, come vedremo, in senso inverso, i nostri due fenomeni dell’emigrazione prima e della fuga dei cervelli dopo.

Falanto, dunque, è a Delfi e il responso della Pizia è, più o meno. il seguente: – Fonderai la nuova colonia quando vedrai la pioggia cadere dal cielo sereno -. Una volta tanto sembra che la Pizia sia stata chiara, tanto chiara che a Falanto non pare il caso di scomodare l’interprete, giacché è evidente che le sue parole somigliano alla figura retorica dell’ἀδὐνατον (=cosa impossibile), della quale hanno fatto man bassa i poeti d’amore di ogni epoca mettendo in campo improbabili (oggi non più tanto …) fenomeni in espressioni come l’acqua del mare si sarà prosciugata prima che scemi il mio amore per te, oppure vedrai gli asini volare prima che io mi allontani da te; oggi, invece, il politico direbbe rinuncerei prima al potere che a te e il cittadino, standardizzato da uno stato complice capace solo di vuoti proclami e non di fatti concreti (come, per esempio, l’eliminazione di fatture e scontrini teorici (perché emessi saltuariamente) con quella parallela   della moneta cartacea e l’introduzione di quella elettronica), rinuncerò a te solo contestualmente (notare il linguaggio, con tutto il rispetto, da commercialista) all’abbandono del mio status di evasore fiscale.

Falanto, insomma, che non è stupido, pensa che la Pizia lo abbia preso per il culo. Non può, d’altra parte, rinunziare al suo ruolo di capo e parte alla volta dell’Italia con gli altri parteni ed approda un po’ lontano, ma non tanto (vivo a Nardò), dalle nostre parti. Passa il tempo ma ogni volta che ingaggia uno scontro con le popolazioni locali le busca sonoramente. Sente vacillare il suo prestigio di capo e ben presto entra in profonda depressione. Fortunatamente ha una moglie di nome Etra (in greco significa, guarda caso, cielo sereno) che non lo abbandona a se stesso, pare per amore. Il povero Falanto, però, nelle condizioni in cui si trova, oppure per incomprensioni pregresse che avevano logorato il loro rapporto spingendolo a pensare che il nome della moglie fosse per lui una presa per il culo ben precedente a quella della profezia della Pizia, comincia a trascurarsi anche fisicamente, non si lava né taglia barba, baffi e capelli, non mangia più, si sta lasciando lentamente morire. Nei capelli i pidocchi hanno fissato, loro sì, una popolosissima colonia. Etra ogni tanto guarda sconsolata il làgunos (bottiglia) gigante di shampoo che aveva regalato al suo uomo quando questi sembrava più un atletico eroe che una larva imbozzolata. La sua composizione sarebbe stata poi scopiazzata dal produttore dello shampoo che a distanza di quasi due millenni sarebbe stato il preferito da Federica Pellegrini e che, magari, avrebbe pure contribuito a farle vincere qualche medaglia, visto che siamo in tema, pure olimpica. Una donna innamorata le escogita tutte pur di salvare e stimolare il suo uomo. Dopo aver invano tentato più volte di fargli trangugiare almeno un càntaros (tazza) di vino in sostituzione di quello che ormai è diventato per lui l’unico alimento quotidiano, cioè un chiùlix (bicchiere) di acqua attinta dall’idria (ampio vaso a tre manici usato per conservare l’acqua, ma anche per votare nelle assemblee; un segno premonitore della nostra condizione di quest’ultimo periodo? …), lo convince a posare il capo sulle sue tornite (quest’aggettivo consolatoriamente compenserà i problemi salariali di milioni di metalmeccanici …) ginocchia. Nessuna intenzione erotica, almeno in prima battuta. Infatti comincia a spulciare la testa di Falanto e, nel contempo, pensando forse che lui non si lascerà nemmeno sfiorare dal richiamo erotico delle sue tornite ginocchia, si abbandona ad un pianto dirotto: per ogni pidocchio catturato mezzo litro di lacrime. Dicono che il pianto è liberatorio, ma in questo caso lo fu prima per Falanto che per Etra, che avrà pure avuto delle ginocchia tornite ma soprattutto un apparato lacrimale di assoluto rispetto. L’eroe, infatti, comprende in un attimo che il cielo sereno e la pioggia cui alludeva l’oracolo erano, rispettivamente, il nome della moglie e le sue lacrime. Non sappiamo se per precauzione lasciò che la moglie finisse di spulciarlo e, quel che importava, continuasse a piangere. Sappiamo solo che Falanto, magari con ancora parecchi pidocchi tra i capelli, quella notte stessa conquistò Taranto.

E, concludendo senza malizia,

al fine di ristabilir giustizia,

dico che talora la sporcizia

tramutare puotesi in delizia,

conforme al responso della Pizia.

Si può ben dire, così, che Taranto deve moltissimo ai pidocchi e, se avessi sparato questo titolo, avrei dovuto sorbirmi gli strali di parecchi, non necessariamente tarantini. Sono consapevole di restare esposto, comunque ad attacchi di ogni tipo, ad accuse come la mistificazione storica e l’invenzione di favolette. Prima, però, di scatenare l’attacco, leggete quel che segue …

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 2, riporta copsì la testimonianza di Antioco di Siracusa (V secolo a. C.):

Περὶ δὲ τῆς κτίσεως Ἀντίοχος λέγων φησὶν ὅτι τοῦ Μεσσηνιακοῦ πολέμου γενηθέντος οἱ μὴ μετασχόντες Λακεδαιμονίων τῆς στρατείας ἐκρίθησαν δοῦλοι καὶ ὠνομάσθησαν Εἵλωτες, ὅσοις δὲ κατὰ τὴν στρατείαν παῖδες ἐγένοντο, Παρθενίας ἐκάλουν καὶ ἀτίμους ἔκριναν. Οἱ δ᾽ οὐκ ἀνασχόμενοι (πολλοὶ δ᾽ ἦσαν) ἐπεβούλευσαν τοῖς τοῦ δήμου. Αἰσθόμενοι δ᾽ ὑπέπεμψάν τινας, οἳ προσποιήσει φιλίας ἔμελλον ἐξαγγέλλειν τὸν τρόπον τῆς ἐπιβουλῆς. Τούτων δ᾽ ἦν καὶ Φάλανθος, ὅσπερ ἐδόκει προστάτης ὑπάρχειν αὐτῶν, οὐκ ἠρέσκετο δ᾽ ἁπλῶς τοῖς περὶ τῆς βουλῆς ὀνομασθεῖσι. Συνέκειτο μὲν δὴ τοῖς Ὑακινθίοις ἐν τῷ Ἀμυκλαίῳ συντελουμένου τοῦ ἀγῶνος, ἡνίκ᾽ ἂν τὴν κυνῆν περίθηται ὁ Φάλανθος, ποιεῖσθαι τὴν ἐπίθεσιν· γνώριμοι δ᾽ ἦσαν ἀπὸ τῆς κόμης οἱ τοῦ δήμου. Ἐξαγγειλάντων δὲ λάθρᾳ τὰ συγκείμενα τῶν περὶ Φάλανθον καὶ τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος, προελθὼν ὁ κῆρυξ εἶπε μὴ περιθέσθαι κυνῆν Φάλανθον. Οἱ δ᾽ αἰσθόμενοι ὡς μεμηνύκασι τὴν ἐπιβουλὴν οἱ μὲν διεδίδρασκον οἱ δὲ ἱκέτευον. Κελεύσαντες δ᾽ αὐτοὺς θαρρεῖν φυλακῇ παρέδοσαν, τὸν δὲ Φάλανθον ἔπεμψαν εἰς θεοῦ περὶ ἀποικίας·  ὁ δ᾽ ἔχρησε· Σατύριόν τοι δῶκα Τάραντά τε πίονα δῆμον οἰκῆσαι, καὶ πῆμα Ἰαπύγεσσι γενέσθαι.  Ἧκον οὖν σὺν Φαλάνθῳ οἱ Παρθενίαι, καὶ ἐδέξαντο αὐτοὺς οἵ τε βάρβαροι καὶ οἱ Κρῆτες οἱ προκατασχόντες τὸν τόπον. Τούτους δ᾽ εἶναί φασι τοὺς μετὰ Μίνω πλεύσαντας εἰς Σικελίαν, καὶ μετὰ τὴν ἐκείνου τελευτὴν τὴν ἐν Καμικοῖς παρὰ Κωκάλῳ συμβᾶσαν ἀπάραντας ἐκ Σικελίας κατὰ δὲ τὸν ἀνάπλουν δεῦρο παρωσθέντας, ὧν τινὰς ὕστερον πεζῇ περιελθόντας τὸν Ἀδρίαν μέχρι Μακεδονίας Βοττιαίους προσαγορευθῆναι. Ἰάπυγας δὲ λεχθῆναι πάντας φασὶ μέχρι τῆς Δαυνίας ἀπὸ  Ἰάπυγος, ὃν ἐκ Κρήσσης γυναικὸς Δαιδάλῳ γενέσθαι φασὶ καὶ ἡγήσασθαι τῶν Κρητῶν.Τάραντα δ᾽ ὠνόμασαν ἀπὸ ἥρωός τινος τὴν πόλιν.

(Parlando della fondazione [di Taranto] Antioco dice che, finita la guerra messenica, quelli degli Spartani che non avevano partecipato alla spedizione vennero dichiarati schiavi e furono chiamati  Iloti. Ai figli nati da loro durante la spedizione fu dato il nome di Parteni e li dichiararono privi dei diritti civili. Essi, però, erano numerosi,  non sopportandolo, complottarono contro i rappresentanti del popolo.  Questi essendosene accorti mandarono come spie alcuni che con la finzione di amicizia intendevano  carpire notizie sulle modalità del complotto. Tra questi c’era anche Falanto che sembrava essere il loro capo ma non era gradito del tutti a tutti quelli nominati circa la congiura. Si escogitò che mentre si celebravano i giochi per la festa di Giacinto nel tempio di Amicle non appena Falanto si fosse messo in testa il cappello si sarebbe scatenato l’assalto:  quelli del popolo infatti erano riconoscibili dalla capigliatura. Essendo stato quest’ordine rivelato di nascosto dai compagni di Falanto, mentre si celebravano i giochi, un araldo fattosi avanti disse che Falanto non doveva mettersi in testa il cappello.  Accortisi che la congiura era stata scoperta, alcuni fuggivano,  altri  chiedevano pietà. Avendo ordinato di farsi coraggio li misero sotto custodia e mandarono Falanto al tempio del Dio per consultarlo sulla colonia. Il dio profetizzò:  – Ti dono Satyrion e di abitare il ricco paese di Taranto  e di diventare la rovina per gli Iapigi -. I Parteni dunque andarono con Falanto e li accolsero i barbari ed i Cretesi che avevano occupato prima il luogo. Dicono che costoro erano quelli che avevano navigato con Minosse verso la Sicilia e che dopo la sua morte a Camico presso Cocalo se n’erano andati dalla Sicilia e nel viaggio di ritorno erano stati sbattuti qui: alcuni di loro poi dopo aver fatto a piedi avevano fatto il giro dell’Adriatico fino in Macedonia erano stati chiamati Bottiei. Dicono che tutti quelli fino alla Daunia sono chiamati Iapigi da Iapige che Dedalo aveva avuto da una donna cretese e che aveva guidato i Cretesi. Chiamarono la città Yatanto dal nome di un eroe.  

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 10, 6-8: Τάραντα δὲ ἀπῴκισαν μὲν Λακεδαιμόνιοι, οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο Σπαρτιάτης Φάλανθος. Στελλομένῳ δὲ ἐς ἀποικίαν τῷ Φαλάνθῳ λόγιον ἦλθεν ἐκ Δελφῶν· ὑετοῦ αὐτὸν αἰσθόμενον ὑπὸ αἴθρᾳ, τηνικαῦτα καὶ χώραν κτήσεσθαι καὶ πόλιν. Τὸ μὲν δὴ παραυτίκα οὔτε ἰδίᾳ τὸ μάντευμα ἐπισκεψάμενος οὔτε πρὸς τῶν ἐξηγητῶν τινα ἀνακοινώσας κατέσχε ταῖς ναυσὶν ἐς Ἰταλίαν· ὡς δέ οἱ νικῶντι τοὺς βαρβάρους οὐκ ἐγίνετο οὔτε τινὰ ἑλεῖν τῶν πόλεων οὔτε ἐπικρατῆσαι χώρας, ἐς ἀνάμνησιν ἀφικνεῖτο τοῦ χρησμοῦ, καὶ ἀδύνατα ἐνόμιζέν οἱ τὸν θεὸν χρῆσαι· μὴ γὰρ ἄν ποτε ἐν καθαρῷ καὶ αἰθρίῳ τῷ ἀέρι ὑσθῆναι. Καὶ αὐτὸν ἡ γυνὴ ἀθύμως ἔχοντα —ἠκολουθήκει γὰρ οἴκοθεν—τά τε ἄλλα ἐφιλοφρονεῖτο καὶ ἐς τὰ γόνατα ἐσθεμένη τὰ αὑτῆς τοῦ ἀνδρὸς τὴν κεφαλὴν ἐξέλεγε τοὺς φθεῖρας· καί πως ὑπὸ εὐνοίας δακρῦσαι παρίσταται τῇ γυναικὶ ὁρώσῃ τοῦ ἀνδρὸς ἐς οὐδὲν προχωροῦντα τὰ πράγματα. Προέχει δὲ ἀφειδέστερον τῶν δακρύων καὶ—ἔβρεχε γὰρ τοῦ Φαλάνθου τὴν κεφαλήν—συνίησί τε τῆς μαντείας—ὄνομα γὰρ δὴ ἦν Αἴθρα τῇ γυναικί—καὶ οὕτω τῇ ἐπιούσῃ νυκτὶ Τάραντα τῶν βαρβάρων εἷλε μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην τῶν ἐπὶ θαλάσσῃ πόλεων. Τάραντα δὲ τὸν ἥρω Ποσειδῶνός φασι καὶ ἐπιχωρίας νύμφης παῖδα εἶναι, ἀπὸ δὲ τοῦ ἥρωος τεθῆναι τὰ ὀνόματα τῇ πόλει τε καὶ τῷ ποταμῷ· καλεῖται γὰρ δὴ Τάρας κατὰ τὰ αὐτὰ τῇ πόλει καὶ ὁ ποταμός (Gli Spartani fondarono Taranto, l’ecista fu lo spartiata Falanto. A Falanto che si preparava a fondare una colonia giunse da Delfi il responso che avrebbe conquistato un territorio e una città quando avesse visto cadere la pioggia dal cielo sereno. Egli, non avendo preso in considerazione il responso né avendone reso partecipe qualcuno degli interpreti, approdò in Italia; poiché non gli capitava di vincere i barbari né di conquistare città alcuna né d’impossessarsi di un territorio, si ricordò del responso e credette che il dio avesse profetizzato l’impossibil e che non poteva piovere col cielo puro e limpido. La moglie, infatti l’aveva seguito dalla patria, confortava lui avvilito e tra l’altro dopo aver fatto appoggiare la testa del marito sulle sue ginocchia, cercava i pidocchi. In qualche modo per amore accadde alla donna di piangere vedendo che lo stato del marito non migliorava per nulla. Prosegue senza risparmio di lacrime – e infatti ne bagnava la testa di Falanto – e Falanto  comprende la profezia – sua moglie, infatti si chiamava Etra – e così sopraggiunta la notte prese Taranto, la più grande e prospera delle città dei barbari in riva al mare. Dicono che l’eroe Taras sia figlio di Poseidone e di una ninfa del luogo, che dall’eroe venne il nome alla città e al fiume: infatti anche il fiume si chiama come la città).

Ora che l’asticella della mia credibilità si è innalzata, siccome mi piace non prendere troppo sul serio qualcosa o qualcuno (a partire dalle mie cose e da me stesso) azzardo l’ipotesi che lo scorpione del quale ho detto ampiamente in  un precedente post (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/01/25/taranto-suo-stemma/) non sia altro, fatta la tara dei gigli, che la trasformazione iconografica nobilitata di uno dei pidocchi di Falanto. E per non attirarmi gli strali degli animalisti, ma soprattutto perché la sua Notte è passata da tempo, lascio in pace la simpatica tarantola …

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1 Il punto interrogativo è dovuto al fatto che permangono dubbi sull’autenticità del graffito, anche se il supporto (un frammento di ceramica a vernice nera) è in linea con la cronologia indicata.

Lecce: il porto di S. Cataldo era così al tempo di Adriano?

di Armando Polito

Odio la premessa perché il più delle volte foriera di prolissità, ma questa volta è doveroso farla, soprattutto per ringraziare Fernando La Greca, ricercatore di Storia Romana presso l’Università di Salerno, che, con generosità insolita per il mondo accademico (quello italiano, lo straniero non so …) mi ha fatto conoscere l’immagine di testa, che è un dettaglio della copia settecentesca, inedita, di una mappa originale aragonese disegnata alla fine del XV secolo; tale copia, insieme con un’altra di altra mappa aragonese, è custodita nella Biblioteca Nazionale di Francia ed è stata oggetto di studio approfondito, per il distretto geografico che rientrava nell’interesse degli autori, da parte dello stesso Fernando La Greca e da Vladimiro Valerio in Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano: le terre del Principato Citra, Edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2008.

Le mie competenze specifiche non mi consentono di avventurarmi in ricostruzioni storico-archeologiche che riescano a diradare la nebbia condensata nel punto interrogativo che chiude il titolo. Per questo mi limiterò alla semplice descrizione del dettaglio e dei toponimi che lo accompagnano, senza per questo rinunciare al vizio di qualche riflessione, per quanto essa possa valere.

Guardando verso il mare, l’imboccatura del porto vero e proprio  (Porto S.to Cataldo) mostra sulla punta della riva sinistra una struttura fortificata piuttosto complessa, una sorta di castello; sul versante opposto una torre. A non molta distanza dal presunto castello e dalla torre si vedono, rispettivamente, case sparse e un vero e proprio nucleo abitato (per via della costruzione che, con una croce in cima, dunque una chiesa, si eleva sulle altre). L’insenatura del porto continua con una specie di canalone che porta ad un bacino perfettamente circolare; l’uno e l’altro hanno i bordi troppo netti per essere strutture naturali.

Accanto al bacino si legge (vera e propria didascalia) antico porto di Lycca deto la Rutunda nunc palus e poco più sopra S.o Nicola dela Paluda, a conferma, ove ce ne fosse bisogno, insieme con il precedente nunc palus (ora palude) e il S.to Marco della Padula che si legge un po’ più sopra (qui non visibile), della natura della zona. Sorprende il fatto che anche accanto a questo toponimo, come nel precedente, si vede un nucleo abitato poco compatibile con una zona che si presume malarica.

La voce antico che accompagna porto  farebbe pensare ad un dettaglio iconografico da carta storica1 ed evocherebbe colui che ne avrebbe ordinato la costruzione, cioè l’imperatore Adriano, secondo l’unica fonte, risalente al II secolo, a nostra disposizione, la Ἑλλάδος περιήγησις (VI, 19, 9) di Pausania, al quale lascio la parola:  Όπόσοι περὶ Ἰταλίας καὶ πόλεων ἐπολυπραγμόνησαν τῶν ἐν αὐτῇ, Λουπίας φασὶ κειμένην Βρεντεσίου τε μεταξὺ καὶ Ὑδροῦντος μεταβεβληκέναι τὸ ὄνομα, Σύβαριν οὖσαν τὸ ἀρχαῖον· ὁ δὲ ὅρμος ταῖς ναυσὶ χειροποίητος καὶ Ἀδριανοῦ βασιλέως ἐστὶν ἔργον  (Tutti coloro che hanno avuto interesse ad investigare sull’Italia e sulle città che in essa vi sono dicono che Lecce sita tra Brindisi ed Otranto ha cambiato il nome, poiché anticamente si chiamava Sibari; il porto è artificiale ed opera dell’imperatore Adriano).

A questo punto una nota di carattere filologico è indispensabile. Il porto della mia traduzione corrisponde all’originale ὅρμος. Per quanto riguarda la sua traduzione i comuni vocabolari recano questi significati: collanaportoradaricoverorifugio. Il greco con il significato di porto ha anche λιμήν (leggi limèn). Quest’ultimo è connesso con λίμνη (leggi limne)=acqua stagnante, palude, laguna, mentre  ὅρμος  probabilmente si ricollega ad εἴρω (leggi èiro)=incatenare, disporre in serie. Direi che da un punto di vista etimologico ὅρμος sembrerebbe “nativamente” più adatto di λιμήν ad indicare una struttura artificiale. Il caso e le sue suggestive coincidenze sono perennemente in agguato, soprattutto quando si cerca di conoscere un frammento del nostro  passato avendo a disposizione poche fonti inequivocabili, nel nostro caso addirittura una sola.

Risulta infatti controversa l’identificazione con S. Cataldo, come in passato3 avvenne, del luogo in cui nel 44 a. C. sbarcò in Salento Ottaviano proveniente da Apollonia, evento ricordato da un frammento  della vita che di lui scrisse Nicola Damasceno nella sua storia universale (all’epoca dello sbarco di Ottaviano aveva 20 anni): … διαβαλῶν τὸν Ίόνιον πόντον ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα  οὐδέν πω σαφὲς  διήγγελτο τοῖς ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν  Ῥώμῃ νεωτερισμοῦ. Ἐκβάς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας (… [Ottaviano] dopo aver attraversato il mare Ionio raggiunge il promontorio più vicino della Calabria, dove nulla di attendibile delle novità avutesi a Roma era stato annunziato agli abitanti. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi il viaggio verso Lecce …).

Il promontorio più vicino della Calabria, partendo da Apollonia e seguendo la rotta più breve, era e rimane san Cataldo e non Brindisi, porto certamente più degno di un futuro imperatore. È pur vero che bisognava fare i conti con i venti e con le correnti, ma perché il buon Nicola ha usato promontorio più vicino della Calabria e non Brindisi?; tanto più che poco dopo aggiunge chiaramente: Καὶ μετὰ ταῦτα ἀπῆρεν εἰς Βρεντέσιον … (E dopo ciò partì per Brindisi …).

Che l’approdo non avvenne a Brindisi lo dice chiaramente Appiano di Alessandria (II secolo), Ῥωμαικά, III, 2, 4: Ὀκτάουιος … διέπλει τὸν Ίόνιον, οὐκ εἰς Βρεντέσιον … ἀλλ’ἐς ἐτέραν οὐ μακρὰν ἀπὸ τοῦ Βρεντεσίου πόλιν, ἐκτὸς οὖσαν ὁδοῦ, ᾗ ὅνομα Λουπίαι (Ottaviano attraversò lo Ionio non alla volta di Brindisi ma di un’altra città non distante da Brindisi, che però era fuori dalla rotta diritta, chiamata Lecce).

A questo punto, pensando a Pausania, bisognerebbe supporre che al tempo di Ottaviano esistesse già a S. Cataldo un porto naturale (non mancano, però, a breve distanza altre insenature che avrebbero consentito un facile approdo) e che l’intervento di Adriano sia consistito nel suo ammodernamento? Appare, comunque, strano che l’autore greco non ricordi il legame del porto  con un personaggio così importante e questo avvalorerebbe l’ipotesi dell’insenatura alternativa.

Ma, per chiudere, tornando al suo ὅρμος, sarà un caso o suggestione se la rappresentazione aragonese evoca l’immagine di una collana? Solo le risultanze di indagini archeologiche estese anche all’immediato entroterra, forse, sarebbero in grado di sciogliere questa domanda e quella che costituisce il titolo dello stesso post. Ma l’antropizzazione della zona2 e le ristrettezze di investimenti già insufficienti a proteggere i resti a mare rende tutto questo dolorosamente chimerico.

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1 Se è così, se la carta è fedele all’originale e il dettaglio in oggetto non è un aggiornamento, esso non avrebbe nulla a che fare, per evidenti motivi cronologici (antico risulterebbe decisamente sovradimensionato), con i reali o presunti interventi edilizi di Maria d’Enghien, cui si fa cenno in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/ .

2  Basta dare un rapido sguardo alla seconda delle foto che corredano il bel post di Alessandro Romano in http://www.salentoacolory.it/molo-adriano-san-cataldo/.

3 A cominciare da Thomas Blackwell in Memoirs of the Court of Augustus, London, t. I, 1753.

Taranto in una tavola del 1545

di Armando Polito

Probabilmente è la più antica veduta a stampa di Taranto. La tavola è a corredo di In descriptionem  Graeciae Sophiani praefatio, opera  di Nicola Gerbelio uscita per i tipi di Oporino a Basilea nel 1545 (la data si ricava dal colophon che di seguito riproduco dopo il frontespizio).

 

Nicola Gerbelio (Nicolaus Gerbelius il nome latinizzato), umanista tedesco, fece parte di un circuito di famosi uomini di cultura, fra cui Martin Lutero, del quale fu amico, il collaboratore di Lutero  Filipe Melâncton, nonché  Erasmo da Rotterdam, con cui fu in corrispondenza. Fu curatore di parecchie edizioni  di autori antichi latini e greci. Fa eccezione quella da cui è tratta la tavola di Taranto, perché quella che il Gerbelio chiama prefazione è in realtà un’analisi, quasi un commento di Totius Graecia descriptio, una mappa disegnata  da Nicola Sofiano, umanista, grammatico e cartografo greco poco più giovane di lui, e pubblicata più volte a partire dal 1540 (di seguito nell’edizione del 1552 da http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_2000081566928.html?q=totius+graeciae+descriptio).

23bis

 

È tempo, però, di tornare alla nostra mappa di Taranto, giusto per dire che in documenti del genere è chimerico pensare ad una rappresentazione fedele dei luoghi così come all’epoca apparivano, per cui, ai miei occhi la tavola appare un ibrido immaginario tra una città magno-greca ed una cinquecentesca.

Per chi volesse affermare il contrario, faccio seguire, al fine di agevolare l’eventuale analisi comparativa, le due mappe della città inserite tra le pagine 160 e 181 del secondo volume de Il regno di Napoli in prospettiva, opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli (1634-1695), Perrino, Napoli, 1703. Non credo che in poco più di un secolo (in passato lo stravolgimento dei luoghi, fatta eccezione per qualche invasione vandalica, non aveva il ritmo forsennato assunto oggi) i cambiamenti siano stati così imponenti. Ad ogni buon conto: ogni pertinente riflessione sarà ben accetta.


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1 Sulla presunta Rudie tarantina vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/08/la-toponomastica-della-provincia-di-taranto-in-una-carta-del-1589/

2 In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, III, 1, 64 è registrata Βαῦστα (leggi Bàusta) che il Cluverio (1580-1622) lesse Βαοῦτα  (leggi Baùta), da cui *Bavota (forse proprio per suggestione del Bavota che compare nella nostra carta), ripreso dal Rohlfs per il quale Parabita potrebbe derivare da πέρα Βάβοτα (leggi pera Bàbota)=oltre Bavota. Tale identificazione, però contrasta con le coordinate geografiche che Tolomeo dà per Βαῦστα, che oggi si tende ad identificare con Vaste.

Taranto e il suo stemma

di Armando Polito

L’immagine, tratta da https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=44380,  è quella dell’attuale stemma (d’azzurro, al delfino nuotante e cavalcato da un Dio marino nudo sostenente nel braccio sinistro un panneggio svolazzante e con la destra scagliante il tridente, al capo cucito di rosso centrato, caricato della conchiglia d’oro, posta fra la leggenda “Taras”) adottato con decreto del 20 dicembre 1935.

E prima?

Anche gli stemmi cittadini, come tutti i simboli umani, hanno seguito una linea evolutiva fino a giungere in epoca relativamente recente alla loro ufficializzazione, atto che di per sé non esclude futuri cambiamenti, totali o parziali.

Qui opererò un tentativo di viaggio a ritroso nel tempo, tra le mille insidie che la natura stessa delle fonti utilizzate spesso nasconde.

Comincerò con la Guida di Taranto di Andrea Martini uscita per i tipi di Salvatore Mazzolino a Taranto nel 1910.

Il frontespizio reca uno stemma che non può che essere quello della città. Lo ingrandisco per consentirne una lettura più agevole.

Rispetto all’immagine precedente, mentre il delfino ha conservato la stessa posizione, il dio marino ne ha assunta una frontale, è seduto sull’animale, non in groppa, e al braccio sinistro non mostra il panneggio svolazzante ma uno scudo su cui è raffigurato uno scorpione.

Ecco ora come lo stemma si presenta in Gustavo Strafforello, La Patria. Geografia dell’Italia. Provincie di Bari, Foggia, Lecce, Potenza, Unione Tipografico-editrice, Torimo, 1899, p. 289.

 

Il personaggio principale è a cavalcioni del delfino e presenta il busto quasi in posizione frontale.

Appena leggibile, purtroppo, per via della pessima qualità dell’incisione della relativa tavola a corredo di Giovanni Battista Pacichelli (1634-1695), Il regno di Napoli in prospettiva, Perruinio, Napoli, 1703, volume II:

Dopo questi documenti di natura sostanzialmente grafica, passo ad un altro di carattere testuale, cioè alle Deliciae Tarentinae, opera di Tommaso Niccolò d’Aquino (1665-1721) pubblicata postuma da Cataldantonio Atenisio Carducci (sua è la traduzione in ottava rima  dell’originale latino in esametri) per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1771 (di seguito il frontespizio).

Da quest’opera riproduco il brano originale che ci riguarda (libro I, vv. 392-395 e libro IV, vv. 336-340 . Ho preferito porre a fronte la mia traduzione letterale e non quella poetica del Carducci, essendo già da accogliere con beneficio d’inventario, dettaglio per dettaglio,  tutto ciò che riguarda un tema trattato da un poeta e correndo più pericoli di stravolgimenti interpretativi la traduzione poetica rispetto a quella letterale.


Subito innalzarono un tempio al dio del mare: egli ha ai piedi un delfino ed ergendosi nuovo arbitro dell’alto mare col crudele tridente con il quale ne scuote il profondo, guarda dall’alto i figli di Forco e i mostri squamosi. 

Ma molte statue ornavano la fonte degli Dei. In cima adagiato un giovane occupa la parte più alta della struttura portando uno scudo in cui un grande scorpione scolpito risplende e tende le voraci chele, già da tempo simbolo illustre della stirpe di Falanto.

Passo ora all’Istoria Tarentina di Ambrogio Merodio (1590 circa-1684). L’opera è rimasta manoscritta fino al 1998, quando fu pubblicata da Cosimo Damiano Fonseca per i tipi di Mandese a Taranto. Io tuttavia, non essendo riuscito a reperire la pubblicazione, riporto il brano che ci interessa (carta 21r) dalla copia manoscritta del 1732 custodita presso la Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (ms. D/16).


La grafia è chiarissima ma, ad ogni buon conto trascrivo il pezzo:

Si vede anco nelle monete Tarantine impresso lo scorpione, ed alcuni anno detto, che fusse impresa di Pirro, ed altri delli Cartaginesi in tempo d’Annibale, ma à me pare che in quello volessero i Tarantini esprimere il modo, con il quale squadravano il loro esercito, mentre li dua corna sinistri  formavano le due teste dello scorpione, e poi alla retroguardia allungando le squadre formavano la coda, acciò si potesse rivolgere all’uno, ed all’altro corno secondo richiedeva il bisogno.  

Sullo scorpione come stemma di Pirro o di Annibale l’indicazione delle fonti, come si legge, è estremamente vaga; inconsistente mi appare pure il riferimento alle monete, perché, a quanto ne so, nessuna moneta tarantina mostra al retto o al verso uno scorpione e tutte, dico tutte, possono iconograficamente entrare in uno di questi gruppi (le singole immagini sono tratte da http://www.wildwinds.com/coins/).

Seconda  metà del IV secolo a. C.;  nel dritto uomo a cavallo brandisce con la destra una lancia reggendone due altre e lo scudo. Nel verso Taras a cavallo di un delfino regge con la sinistra il tridente e con la destra un càntaros; sotto un delfino.

Prima metà del III secolo a. C.; nel dritto: giovane a cavallo posa una corona sulla testa dell’animale; in basso un giovane nudo rimuove una pietra dallo zoccolo del cavallo. Nel verso: Taras a cavallo del delfino tende con la destra una coppa e regge col braccio sinistro uno scudo, che non mostra alcun ornamento.

Prima metà del III secolo a. C.; nel dritto: cavaliere nudo a cavallo. Nel rovescio Taras a cavallo del delfino regge con la destra una Nike e con la sinistra una cornucopia. A destra un fulmine.

 

Prima metà del III secolo s. C; nel dritto un guerriero nudo con una lancia ed un grande scudo, mentre la destra posa sul fianco del cavallo. Nel verso: Taras seduto sul delfino regge con la destra il tridente e col braccio sinistro regge uno scudo senza ornamenti.

Non vorrei che il Merodio avesse preso … un granchio per uno scorpione. Il granchio, infatti è presente in numerose monete. Di seguito uno dei numerosi esemplari di Agrigento del V secolo a. C. ed uno, potrebbe essere stato proprio quest’ultimo a trarlo in inganno, di Terina del IV-III secolo a. C.

 

 

I due passi prima riportati da Delle delizie etc .. sembrano essere la trascrizione poetica di alcuni dettagli iconografici del frontespizio del De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna, opera di Giovanni Giovene uscita per i tipi di Orazio Salviano a Napoli nel 1589.

Ingrandisco ed analizzo i dettagli che ci interessano, costituiti dalle tre immagini in basso e riporto le fonti cui esse si ispirano. Qualche testo è particolarmente lungo perché mi è sembrato opportuno non estrapolare lo strettamente necessario ogni volta che il contesto offriva anche qualche altra notizia interessante o, quanto meno, curiosa.

Un uomo nudo in posizione laterale in groppa ad un delfino brandisce con la mano sinistra il tridente e regge col braccio destro uno scudo, il cui ornamento, data la posizione, non è visibile. In basso si legge TARAS N(EPTUNI) F(ILIUS)=Taras figlio di Nettuno. Fonti:

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 13, 10): βασιλεὺς Ἰαπύγων Ὦπις ἥκων τοῖς Πευκετίοις σύμμαχος. Οὗτος μὲν δὴ εἴκασται τεθνεῶτι ἐν τῇ μάχῃ, οἱ δὲ αὐτῷ κειμένῳ ἐφεστηκότες ὁ ἥρως Τάρας ἐστὶ καὶ Φάλανθος ὁ ἐκ Λακεδαίμονος, καὶ οὐ πόρρω τοῦ Φαλάνθου δελφίς· πρὶν γὰρ δὴ ἐς Ἰταλίαν ἀφικέσθαι, καὶ ναυαγίᾳ τε ἐν τῷ πελάγει τῷ Κρισαίῳ τὸν Φάλανθον χρήσασθαι καὶ ὑπὸ δελφῖνος ἐκκομισθῆναί φασιν ἐς τὴν γῆν (Il re degli Iapigi Opis che era venuto come alleato con gli Iapigi. Questi è raffigurato morto in battaglia, su di lui che giace si ergono l’eroe Taras e Falanto da Sparta e non lontano da Falanto un delfino: dicono infatti che Falanto prima che giungesse in Italia sarebbe incorso in un naufragio nel mare di Criseo e che sarebbe stato portato a terra da un delfino).

Servio (IV-V secolo d. C.), Commentarii in Vergilii Aeneidos, III, 531: HERCULEI SI EST VERA FAMA TARENTI … Partheniatae, accepto duce Falanto, octavo ab Hercule, profecti sunt delatique sunt ad breve oppidum Calabriae, quod Taras, Neptuni filius, fabricaverat. Id auxerunt et prisco nomine appellaverunt Tarentum. Bene ergo nunc Herculei Tarenti, quia Taras condiderat, auxerat Phalantus (DELL’ERCULEA TARANTO SE È VERA FAMA … I parteniati, accolto come comandante Falanto, ottavo discendente da Ercole, partirono e arrivarono ad una piccola città della Calabria che aveva eretto Taras, figlio di Nettuno. La ingrandirono e la chiamarono con antico nome Taranto).

Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo d. C.), Etymologiae, 1, 62: Taras Neptuni filius fuit, a quo Tarentum civitas et condita et appellata fuit (Taras fu un figlio di Nettuno, dal quale la città di Taranto fu fondata e prese il nome).

Un uomo barbuto, disteso per terra si appoggia col braccio sinistro su un’anfora la cui acqua defluendo alimenta due ruscelli. In alto si legge TARAS FL(UMEN)=Il fiume Taras. Fonti:

Diodoro Siculo (I secolo a. C.), Bibliotheca historica, VIII, fr. 21: Οἱ δὲ ἐπευνακταὶ θεωροὺς πέμψαντες εἰς Δελφοὺς ἐπηρώτων, εἰ δίδωσιν αὐτοῖς τὴν Σικυωνίαν. Ἡ δ’ ἔφηʹ

καλόν τοι τὸ μεταξὺ Κορίνθου καὶ Σικυῶνος·

ἀλλ’ οὐκ οἰκήσεις οὐδ’ εἰ παγχάλκεος εἴης.

Σατύριον φράζου σὺ Τάραντός τ’ ἀγλαὸν ὕδωρ

καὶ λιμένα σκαιὸν καὶ ὅπου τράγος ἁλμυρὸν οἶδμα

ἀμφαγαπᾷ τέγγων ἄκρον πολιοῖο γενείου·

ἔνθα Τάραντα ποιοῦ ἐπὶ Σατυρίου βεβαῶτα.

Ἀκούσαντες δὲ ἠγνόουν· ἡ δὲ φανερώτερον ἔφη,

Σατύριόν τοι ἔδωκα Τάραντά τε πίονα δῆμον

οἰκῆσαι καὶ πήματ’ Ἰαπύγεσσι γενέσθαι.

(Gli epeunatti[i] dopo aver mandato ambasciatori a Delfi chiedevano se (il dio) avrebbe concesso loro la terra di Sicione. Essa (la Pizia) rispose: – Bella è la terra tra Corinto e Sicione, ma non l’abiteresti neppure se fossi tutto coperto di bronzo. Tu cerca Satyrion e l’acqua lucente del Taras e il porto che sta a sinistra dove il capro beve avidamente l’acqua salata bagnando la punta della grigia barba; lì costruisci Taranto salda sopra Satyrion -. Pur avendo sentito, non capivano; essa allora parlò più chiaramente: – Ti dono Satyrion e di abitare il ricco paese di Taranto e di diventare sventura per gli Iapigi -).

Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Ῥωμαική ἀρχαιολογία, XIX, 1, 3: Στάσεως δὲ γενομένης ἡττηθέντες οἱ παρθενίαι ἀναχωροῦσιν ἑκόντες ἐκ τῆς πόλεως καὶ πέμψαντες εἰς Δελφοὺς χρησμὸν ἔλαβον πλεῖν εἰς Ἰταλίαν, ἐξευρόντας δὲ χωρίον τῆς Ἰαπυγίας Σατύριον καὶ ποταμὸν Τάραντα, ἔνθ᾽ ἂν ἴδωσι τράγον τῇ θαλάττῃ τέγγοντα τὸ γένειον, ἐκεῖ τοὺς βίους ἱδρύσασθαι. Πλεύσαντες δὲ τόν τε ποταμὸν ἐξεῦρον καὶ κατά τινος ἐρινεοῦ πλησίον τῆς θαλάττης πεφυκότος ἄμπελον ἐθεάσαντο κατακεχυμένην, ἐξ ἧς τῶν ἐπιτράγων τις καθειμένος ἥπτετο τῆς θαλάττης. Τοῦτον ὑπολαβόντες εἶναι τὸν τράγον, ὃν προεῖπεν αὐτοῖς ὁ θεὸς ὄψεσθαι τέγγοντα τὸ γένειον τῇ θαλάττῃ, αὐτοῦ μένοντες ἐπολέμουν Ἰάπυγας, καὶ ἱδρύονται τὴν ἐπώνυμον τοῦ ποταμοῦ Τάραντος πόλιν.

(Avvenuta una sedizione [a Sparta], i Parteni sconfitti si ritirano uscendo dalla città e, avendo inviato loro rappresentanti) a Delfi, ebbero il responso di navigare verso l’Italia e, dopo aver trovato la località della Iapigia Satyrion e il fiume Taras, di stabilire la loro sede laddove avessero visto un capro che bagnava la barba nel mare. Dopo aver navigato trovarono il fiume e videro una vite abbarbicata ad un fico selvatico cresciuto vicino al mare, dalla quale uno dei viticci piegato toccava il mare. Avendo capito che era questo il capro che il dio aveva detto loro che avrebberp visto mentre bagnava la barba nel mare, fermatisi lì, mossero guerra agli Iapigi e fondarono la città il cui nome deriva da quello del fiume Taras).

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 10, 6-8: Τάραντα δὲ ἀπῴκισαν μὲν Λακεδαιμόνιοι, οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο Σπαρτιάτης Φάλανθος. Στελλομένῳ δὲ ἐς ἀποικίαν τῷ Φαλάνθῳ λόγιον ἦλθεν ἐκ Δελφῶν· ὑετοῦ αὐτὸν αἰσθόμενον ὑπὸ αἴθρᾳ, τηνικαῦτα καὶ χώραν κτήσεσθαι καὶ πόλιν. Τὸ μὲν δὴ παραυτίκα οὔτε ἰδίᾳ τὸ μάντευμα ἐπισκεψάμενος οὔτε πρὸς τῶν ἐξηγητῶν τινα ἀνακοινώσας κατέσχε ταῖς ναυσὶν ἐς Ἰταλίαν· ὡς δέ οἱ νικῶντι τοὺς βαρβάρους οὐκ ἐγίνετο οὔτε τινὰ ἑλεῖν τῶν πόλεων οὔτε ἐπικρατῆσαι χώρας, ἐς ἀνάμνησιν ἀφικνεῖτο τοῦ χρησμοῦ, καὶ ἀδύνατα ἐνόμιζέν οἱ τὸν θεὸν χρῆσαι· μὴ γὰρ ἄν ποτε ἐν καθαρῷ καὶ αἰθρίῳ τῷ ἀέρι ὑσθῆναι. Καὶ αὐτὸν ἡ γυνὴ ἀθύμως ἔχοντα —ἠκολουθήκει γὰρ οἴκοθεν—τά τε ἄλλα ἐφιλοφρονεῖτο καὶ ἐς τὰ γόνατα ἐσθεμένη τὰ αὑτῆς τοῦ ἀνδρὸς τὴν κεφαλὴν ἐξέλεγε τοὺς φθεῖρας· καί πως ὑπὸ εὐνοίας δακρῦσαι παρίσταται τῇ γυναικὶ ὁρώσῃ τοῦ ἀνδρὸς ἐς οὐδὲν προχωροῦντα τὰ πράγματα. Προέχει δὲ ἀφειδέστερον τῶν δακρύων καὶ—ἔβρεχε γὰρ τοῦ Φαλάνθου τὴν κεφαλήν—συνίησί τε τῆς μαντείας—ὄνομα γὰρ δὴ ἦν Αἴθρα τῇ γυναικί—καὶ οὕτω τῇ ἐπιούσῃ νυκτὶ Τάραντα τῶν βαρβάρων εἷλε μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην τῶν ἐπὶ θαλάσσῃ πόλεων. Τάραντα δὲ τὸν ἥρω Ποσειδῶνός φασι καὶ ἐπιχωρίας νύμφης παῖδα εἶναι, ἀπὸ δὲ τοῦ ἥρωος τεθῆναι τὰ ὀνόματα τῇ πόλει τε καὶ τῷ ποταμῷ· καλεῖται γὰρ δὴ Τάρας κατὰ τὰ αὐτὰ τῇ πόλει καὶ ὁ ποταμός.

(Gli Spartani fondarono Taranto, l’ecista fu lo spartiata Falanto. A Falanto che si preparava a fondare una colonia giunse da Delfi il responso che avrebbe conquistato un territorio e una città quando avesse visto cadere la pioggia dal cielo sereno. Egli, non avendo preso in considerazione subito il responso né avendone reso partecipe qualcuno degli interpreti, approdò in Italia; poiché non gli capitava di vincere i barbari né di conquistare città alcuna né d’impossessarsi di un territorio, si ricordò del responso e credette che il dio avesse profetizzato l’impossibile perché non poteva piovere col cielo puro e limpido. La moglie, infatti l’aveva seguito dalla patria, confortava lui avvilito e tra l’altro dopo aver fatto appoggiare la testa del marito sulle sue ginocchia, cercava i pidocchi. In qualche modo per amore accadde alla donna di piangere vedendo che lo stato del marito non migliorava per nulla. Prosegue senza risparmio di lacrime – e infatti ne bagnava la testa di Falanto – e Falanto  comprende la profezia – sua moglie, infatti si chiamava Etra[ii] – e così sopraggiunta la notte prese Taranto, la più grande e prospera delle città dei barbari in riva al mare. Dicono che l’eroe Taras sia figlio di Poseidone e di una ninfa del luogo, che dall’eroe venne il nome alla città e al fiume: infatti anche il fiume si chiama come la città).

 

Si potrebbe dire scudo nello scudo: nell’araldico risulta inserito quello dello lo scorpione presente nell’immagine tratta dalla Guida del Martini e per il quale il Merodio aveva ricordato opinioni che mettevano in campo ora Pirro, ora Annibale. Da notare che lo scorpione reca sul dorso tre gigli, Non credo sia avventato cogliere il riferimento agli Angioini ed in particolare a Filippo I, che fu principe di Taranto e despota d’Epiro. Questa seconda carica potrebbe spiegare la messa in campo di Pirro, mentre quella di Annibale potrebbe essere la deformazione della testimonianza data da Tito Livio (Ab Urbe Condita, XXIXI, 7, 6):  Progressus ad murum scorpione icto qui proximus eum forte steterat, territus inde tam periculoso casu receptui canere cum iussisset, castra procul ab ictu teli communit ([Annibale] accostatosi al muro [di Locri],essendo stato morso da uno scorpione uno che gli si trovava vicino, atterrito da un incidente tanto pericoloso, dopo aver ordinato di suonare la ritirata fortificò il campo fuori dalla portata di una lancia). Lo scorpione gigliato potrebbe essere, perciò, il risultato finale di una superfetazione di deformazione di memorie storiche.

Il 24 febbraio 1927, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, lo scorpione fu adottato ufficialmente come simbolo della provincia di Taranto (immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/d4/Provincia_di_Taranto-Stemma.png.

 

lo stemma della città dovette giocoforza assumere altre fattezze. E quali potevano essere se non quelle del giovane sul delfino immortalato (ora con il tridente e il càntaros, ora con lo scudo e il càntaros, ora con la cornucopia e la Nike, ora con lo scudo e il tridente, ora a cavalcioni sul cetaceo, ora seduto), come abbiamo visto, sulle antiche monete?

Conclusione: dopo lo “scippo”, anche se da parte della sua stessa provincia, di quello che sembra essere il suo più antico simbolo, la città ricorse ad una memoria ancora più antica, utilizzando con qualche variante (il pannello svolazzante e la conchiglia d’oro) le fonti numismatiche. Ma, prima dell’ufficializzazione, l’operazione risulta già realizzata nello stemma presente nella guida del Martini.  Un’ultima osservazione: lo scorpione appare nello stemma di Roccaforzata (immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/8/86/Roccaforzata-Stemma.png) , che è un comune in provincia di Taranto.

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[i] Così erano chiamati a Sparta gli ex schiavi che avevano acquisito alcuni diritti di cittadinanza.

[ii] Traduco così l’originale Αἴθρα che come nome comune in greco significa cielo sereno.

 

Per troppa luce, un romanzo di Livio Romano. Una lezione di stile

Per-troppa-luce Copertina

di Annalisa Presicce

Par di cadere straordinariamente in mezzo alle parole. L’occhio tenta linee a ogni pagina che stende ma pronto lo scrittore traccia curve e dossi in cui inciampare arrotondandosi e pietruzze su cui inchiodarci i nudi alluci e ancora acque impetuose da cui strabordare sgomenti. Fuori da ogni mappa e lontani da uno stile che possa dirsi certo (e che dunque è certissimo), la nostra lingua sembra condursi a fatica nella lettura, s’aggronda e corruga a ogni passo in cui dirompenti sferzano a valanga le dentali e guizza e s’ammanta liquida nei periodi risciacquati da ogni virgola o ancora si lascia danzare dalla coreografia di una punteggiatura chirurgica e ritmata a dovere. A cesellare ogni blocco una grande prova di scrittura: Livio Romano [Nardò, 1968] s’impone con un lessico articolato e meticcio in cui s’intrecciano il dialetto e intercalari sonori a prodigiose perle italiane, padrone assolute che s’ergono costose e necessarie.

Per troppa luce è innanzitutto un’opera talentuosa, prima ancora d’essere un apprezzabilissimo romanzo in cui una sanguigna storia d’amore si srotola lungo i paesaggi di un Salento sradicato quanto nostalgico, selvatico quanto geometrico, innervato d’abusi e scirocchi atavici quanto d’incoscienza e rarefatta narcosi, fiero come una voce singola, curvo come un amante deluso. Romano ce lo restituisce con descrizioni puntuali e odorose, sudaticce e vaporose, amorevoli quanto malinconiche e fedeli da temerne l’affresco. Neripoli, città offerta allo sfondo, è ovunque e in nessun luogo, iperbole di uno spazio genetico e grottesco, tragico quanto meravigliosamente comico e frizzante.

Il pretesto al quadro è dato dalla singolare volontà di tre personaggi vanesi e smaliziati concentrati attorno a un progetto monumentale di costruzione di un grande parco tematico di ispirazione messapica e finanziato da soldi pubblici. Arrangiau, portoghese e volutamente grossolano, è l’architetto incaricato di imbastire i lavori una volta ripulita la zona d’azione da una masseria abitata da immigrati al servizio dei caporali di turno. Macchinazioni, sotterfugi, escamotage illegali e la totale assenza di “inghippi” morali sono gli ingredienti base su cui fanno perno le loro tabelle di marcia. Coinvolti nella comune battaglia contro l’affare conosciamo Antonio, ispettore del lavoro a tratti goffo e sonnolento, Simona, avvocato, sensuale e turbinosa e tra le cui grazie divampa la passione, viva e feconda finanche nell’abbandono. A condire le gesta dei protagonisti, personaggi minori ma deliziosamente caratterizzati e definiti le cui vite s’affacciano guarnite e catarifrangenti; lo scrittore li immette rocciosi e tondi con una maestria di scalpello scrupolosa e inappuntabile, li muove meticoloso senza arraffare nel generico ma specializzandone posture, cadenze, portamenti e movenze. Vivi e compiuti rappresentano spesso la tangente sollazzante lungo cui i due si lasciano slittare, cadendo lascivi e goderecci. Ironia, erotismo, spregiudicatezza e un vivo occhio obliquo alla poesia che pur s’annida si alternano in un gioco equilibrato e cadenzato di eventi e passaggi temporali ben piazzati e che non disdegnano lo sguardo chino all’interiore, trambusto sonoro di volontà e lassismi catenanti, ardori coriacei e dissimulate mortificazioni.

E la luce? La luce è ovunque anche lì dove cade: è quella lignea del vortice di carne e innamoramento di un uomo e una donna, è quella misurata della coscienza quando lucida s’impone e opera indefessa, quella manchevole e tardiva di chi osa non osando ragione, quella negativa di un’idea che dirompe e acceca se a questa non s’avversa l’uomo, quella onirica, africana, caliginosa di una terra che si pensa abituata al ritmo pigro delle stagioni a sud, quella che gronda sotto la verga dell’istinto e brucia ingenua e malaccorta, infine la luce persa di chi ha inchiodato, per timore di non reggere il peso delle altezze, il collo alla terra.

L’invito è quello d’essere accorti discernitori tra luci autentiche e supposte tali da cui ci è dato lasciarsi fagocitare e quest’arte, è noto, richiede altrettanta luce. E che non sia troppa lì dove l’imperativo urge essere quello del “quanto basta”.

 

 

[Livio Romano, Per troppa luce, Fernandel 2016]

 

Dello stesso autore:

Mistandivò (Einaudi, 2001)

Porto di mare (Sironi, 2002)

Niente da ridere (Marsilio, 2007)

Da dove vengono le storie (Lindau, 2000)

Dove non suonano più i fucili (Big sur, 2005)

Il mare perché corre (Fernandel, 2011)

Diario elementare (Fernandel, 2012)

 

Montesardo e i suoi due famosi Geronimo/Girolamo

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.lameta.net/blogsalento/?attachment_id=275

Può sembrare uno stupido campanilismo, con la globalizzazione in atto, soprattutto se detto da me che, pur legato alla mia terra, mi dichiaro e mi sento cittadino (se lo dimostro non sta a me giudicarlo) del mondo, non poter negare che ogni terra rimane nella memoria più o meno collettiva, non fosse altro che per aver dato i natali ad un personaggio illustre.

Montesardo, lo dico anche per i salentini, pochi o molti, che probabilmente lo ignorano, è una frazione di poco più di mille abitanti, del comune di Alessano, in provincia di Lecce. Sul toponimo mi soffermo brevemente, prima di passare al cuore dell’argomento di oggi.

A chi non verrebbe in mente in prima battuta di ipotizzare che Montesardo nasca dalla fusione di un sostantivo (monte) e di un aggettivo (sardo)? A quel punto, però, ci si chiederebbe: passi il monte, ma la Sardegna che ci sta a fare con il Salento? Prima di avventurarsi in una navigazione tempestosa, quella stessa che avrebbe dovuto portare gli isolani a mettere piede da noi, ipotizzando, magari un naufragio a causa di un carico di loro pietre da noi commissionato, col tempo recuperate e poi utilizzate per l’edificazione del primo nucleo abitativo, col rischio che la nostra fantasia contribuisca alla circolazione delle tante bufale che vagano nel web, magari sotto forme di leggende più o meno inventate sul momento, è proprio alla ricerca delle fonti che dovremmo subito dedicarci.

Scopriremmo, così, che la più antica testimonianza del toponimo risale al XVI secolo. Antonio de Ferrariis detto il Galateo così scrive nel De situ Iapygiae scritto tra il 1510 e il 1511 e pubblicato postumo per i tipi di Perna a Basilea nel 1553, scrive:

A Vastis nulla occurrunt antiquitatis vestigia usque ad Montem Arduum oppidum, ab acra Iapygia VII millibus passuum remotum, ubi et urbs antiqua fuit; eius pars in colle, pars in plano sita, mediocris magnitudinis: huius et nomen abolitum est. In eminentiore huius urbis parte in edito colle pulchrum est oppidulum. Memini me a veteribus audisse Graecis hanc urbem τραχεῐον ὅρος, quod Latine asperum, seu arduum montem exprimit: erat enim urbs in lapidoso, et aspero monte sita. Hic pars est Apennini,qui ad Acram Iapygiam terminatur. Quin etiam a peritis navigantibus me audisse memini usque ad XL, aut L milia passuum in mare protendi iuga Apennini, cum hinc atque illuc illius metiatur mare

(Non si presenta nessun resto antico da Vaste fino alla città  Monte Arduo, distante sette miglia dal promontorio iapigio, dove ci fu pure un’antica città; una sua parte sita su un colle, l’altra in pianura, di mediocre grandezza. Il suo nome è scomparso. Nella parte più alta di questa città su un colle elevato c’è un un grazioso piccolo villaggio. Ricordo di aver sentito da vecchi che per I Greci  questa città era τραχεῐον ὅρος, che in latino significa ripido monte: infatti la città era sita su un monte pietroso e scosceso.Qui c’è la parte dell’Appennino che termina presso l’estremità della Iapigia. Anzi ricordo do aver sentito pure da esperti naviganti che la catena dell’Appennino si protende in mare fino o quaranta o cinquanta miglia, considerando il suo mare dall’una e dall’altra parte).

Luigi Tasselli in Antichità di Leuca, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693: … ho inteso da persone molto erudite che Monte Sardo era Città antichissima, e si chiamava da tutti con nome scorretto Ananduso, o in lingua messapia Vetuso: e che quando arrivarono i Mori nella Salentina, i Primari di Montesardo, mandarono tutto l’oro, che havevano in Vereto,  Città in quei tempi fortissima, acciò ivi meglio si custodisse: perloche i Veretini, così l’oro proprio, come di Montesardo, scavando una fossa, lo sotterrarono.  Ma spianata da’ Mori Vereto, e rovinata tutta la Puglia da questi Barbari, havevano sempre in proverbio le genti, e dire: L’Oro di Amanduso , o Vetuso, dentro Vereto sta chiuso.

La testimonianza del Galateo è quella tenuta più in conto ai fini dell’etimo del toponimo. In buona sostanza: Montesardo sarebbe il risultato della deformazione di un originario Mons arduus, a sua volta traduzione in latino del greco τραχεῐον ὅρος. Il carattere deformante del processo si sostanzierebbe nella conservazione della s finale di mons dopo la sua traduzione in monte.

In rete, tuttavia, non mancano proposte alternative che, partendo dal Galateo e dal Tasselli,  mettono in campo il capo messapico Artas. A tal proposito segnalo al lettore interessato: http://montesardo.ilcannocchiale.it/

http://www.salogentis.it/2011/11/27/appunti-sullorigine-e-la-storia-di-montesardo-monte-aspro-o-monte-di-artos/

Certo è che tutto è dubbio quando già le uniche due  fonti di partenza mettono in campo a suffragio del loro ricordo fonti orali (memini me a veteribus audisse il Galateo e, parallelamente, ho inteso da persone molto erudite il Tasselli) e, dando per scontato in tal tipo di trasmissione la probabilità più alta di deformazioni , magari nel tempo sedimentate l’una sull’altra, qualsiasi ipotesi è teoricamente plausibile .

Chiusa la parte toponomastica, va detto che tutta la Terra d’Otranto in passato (oggi non saprei …) è stata la culla vivace di personalità di livello spesso non solo nazionale e già per Alessano ho avuto occasione di ricordare Cesare Rao (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/10/13/cesare-rao-di-alessano-e-il-suo-bestseller/?). Oggi lo farò per due figli della sua frazione, l’uno pressoché contemporaneo del Rao (XVI secolo), l’altro fiorito nella prima metà del secolo successivo, il primo filosofo e docente nell’Università di Padova, poi di Salerno e infine di Napoli, il secondo musicista.

Il taglio di questo post è esclusivamente bibliografico, perciò mi limiterò a presentare i frontespizi delle loro opere più significative che sono riuscito a reperire. Comincio dal filosofo.

Di seguito il colophon da cui si ricava la data di edizione.

Passo ora al musicista, Girolamo Melcarne, tanto legato alla sua terra da assumere il nome di Girolamo Montesardo.

Alcune sue composizioni furono inserite alle p. 15-17 dell’opera, postuma, di un altro musicista pugliese (era nato a Bari) Pomponio Nenna (1556-1608). Di seguito quest’ultimo frontespizio.

La pazienza? È agli sgoccioli

di Armando Polito

La menzogna, senza ritegno e ricorrente, contraddistingue le dichiarazioni di coloro che si sono impossessati del nostro destino, senza che la volontà popolare attribuisse loro quello che un tempo era considerato un onore ed un impegno da far tremare anche le persone più adatte ad interpretare quel ruolo, sinonimo di  consapevole e responsabile disponibilità al sacrificio e al servizio. La serie degli esempi eclatanti sarebbe pressoché infinita, perciò mi limiterò a ricordarne solo qualcuno. Un presidente del consiglio con aria da bullo e con un vocabolario degno di un promotore di vendite per anziani con annesso viaggio in pullman e pranzo a prezzi (solo del viaggio e del pranzo …) stracciati, promette che sparirà, politicamente parlando,  se il popolo avrà espresso parere negativo su una riforma da lui ritenuta d’importanza vitale; dopo la batosta, è sparito momentaneamente sì, ma solo per studiare come tornare al più presto in sella. Un ministro dell’economia, lui riconfermato non dico da chi …, ci rompe i timpani (ma, purtroppo anche altro …) mattina, pomeriggio e sera con la favoletta della granitica solidità del sistema bancario italiano e con l’assicurazione che i nostri conti sono a posto, mentre ogni banca mostra l’aspetto e il comportamento di uno zombie e l’Europa (avrà pure i suoi difetti, ma non sarà certo per caso che vi occupiamo, in tutto, compresa la famigerata litania della crescita, meno che per corruzione, l’ultimo posto …) gli tira le orecchie come la maestra all’alunno asinello che mostra di avere seri problemi con l’aritmetica. L’ISTAT dà i numeri, ma solo in senso metaforico … etc. etc.

Metti tutto questo in un quadro complessivo di delinquenza premiata, di onestà e merito umiliati, di corruzione eretta a sistema, d’ignoranza prorompente da tempo e, dunque, ormai sedimentata, di creatività (?) incompetente spacciata per genialità, d’incertezza della pena (anzi della sicurezza d’impunità) e non sarà necessario consultare il mago Otelma (magari invitandolo su una rete RAI con un compenso adeguato alla sua rilevanza sociale)  per sapere quale futuro attende noi e, quel ch’è più grave, i nostri figli e i nipoti, anche se la schiera di quest’ultimi si va riducendo progressivamente per i noti motivi di ordine demografico, da ricondurre anche loro, alla temperie culturale del nostro tempo, che si nutre sostanzialmente, anzi, quasi esclusivamente, di economia.

Più di cento anni fa, precisamente nel 1909,  il neretino Francesco Castrignanò scriveva una poesia, dal titolo Pacenzia, inserita con altre nel volumetto Cose nosce, ristampato, poi, nel 1968 dall’editore Leone di Nardò. Qui ne propongo la lettura con traduzione a fronte in italiano e qualche nota esplicativa in calce per gli amici non salentini, ma anche per qualche conterraneo più o meno giovane che quasi per ineluttabilità storica è condannato, come tutte le generazioni, ma oggi con un processo molto più accelerato, a fare i conti con situazioni per lui inconcepibili o con vocaboli obsoleti.

Per la serie le disgrazie non vengono mai da sole ho avuto poi l’infelice idea di far seguire sul tema un mio componimento con pari numero di strofe ed alternanza di rime e, per l’altra serie me la canto e me la suono, di corredare anche questo di qualche nota. L’idea sarà stata infelice, ma non intendo condannare nessuno all’infelicità, per cui: lettore avvisato mezzo salvato …

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a Corrisponde all’italiano cuneato (in riferimento alla sua forma).

b Voce infantile presente già in greco e in latino.

c http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/31/borbottare-meglio-strulicare/

d La variante ciuveddhi, non usata a Nardò, mostra ancor più chiaramente la derivazione dalla locuzione latina qui velles (=chiunque tu voglia). Alla lettera ceddhi significherebbe, dunque, qualcuno ma è sempre usato in frasi di significato negativo (non c’è ceddhi), anche quando, come nella nostra poesia,  il non che accompagna il verbo è sottinteso. L’omofono ceddhi è plurale di ceddhu =uccello) ed è, invece, dal latino tardo aucella, variante del classico avicella, diminutivo di avis.

e Corrisponde all’italiano gleba, che è dal latino gleba(m).

f Alla lettera fatico. Fatiàre e fatìa nel dialetto neretino sono sinonimi, rispettivamente, di lavorare e lavoro. È come se il salentino (quello di una volta …) desse per scontato che il lavoro è impegno fino allo sfinimento (qualcuno, invece, non esiterebbe a parlare di vittimismo …) e in tal senso si può dire che il lavorare stanca di Cesare Pavese è come la scoperta dell’acqua calda.

g Corrisponde, con differenziazione semantica, all’italiano cocci.

h Da in+il francese antico mucier (oggi mucher); trafila *inmucier>*immucier>*imbuccier>‘mbucciare.

i Corrisponde all’italiano letterario giamo.

 


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a Alla lettera: foglie.

b Probabilmente dal napoletano guagnì=piagnucolare, di origine onomatopeica.

c http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/15/dallo-ntartieni-alla-playstation/

d Da ex (con valore estrattivo) e copulare; alla lettera togliere dall’accoppiamento, quindi scegliere.

e Da in+panna. Quando ci si addormenta è come se si scendesse la panna sugli occhi.

 

 

La terra d’Otranto nella prima carta moderna a stampa dell’Italia.

di Armando Polito

Con il moderna del titolo ho esagerato, ma solo di dieci anni per difetto. Mentre, infatti, il genovese Cristoforo Colombo scopriva l’America nel 1492, il fiorentino Francesco Berlinghieri aveva già nel 1482 pubblicato un’edizione in terza rima della Geografia di Claudio Tolomeo corredata da 31 tavole, del cui autore s’ignora il nome: 27 tolemaiche, cioè storiche, e 4 moderne. Queste ultime, in particolare,  facevano tesoro del patrimonio d’informazioni presenti nelle carte nautiche1 (promontori, porti, secche e simili). Nell’immagine di testa è riprodotta la tavola moderna  dedicata all’Italia (le altre alla Francia, alla Spagna ed alla Palestina), dalla quale ho tratto il dettaglio della Terra d’Otranto (per una sua più agevole lettura, e vale anche per l’immagine di teata basta cliccarci sopra col tasto sinistro) che ora analizzeremo sotto l’aspetto toponomastico non senza avvertire prima il lettore che queste tavole, come ben sanno gli addetti ai lavori non solo abbondano di storpiature di trascrizione ma anche di marchiani errori di posizione di fronte ai quali la mappa di Soleto (VI secolo a.C.),  se è autentica, appare graffita quasi con l’aiuto di un rilevatore satellitare.

Non in questo cerco giustificazione delle mancate o dubbie identificazioni2 e sarò grato a chiunque vorrà colmare queste lacune.

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1 Per un raffronto :

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

2 Nei portolano segnalato al terzo link della nota precedente tra vilanova e guacito si legge petrola; lo stesso,  tra Gagiti e Iannaro, in  quello segnalato al primo link. Questo Portola probabilmente ne è deformazione e perciò sarebbe da identificare con Petrolla, nome del primo nucleo di Villanova.

Per Asiam la posizione coincide quella dell’attuale Torre di S. Sabina, frazione del comune di Carovigno, ma la deformazione del nome della santa, da cui derivò quello della torre (in un inventario del  1396, pubblicato da Nicola Bodini in Per gl’ilustrissimi signori Dentice contro il comune di Carovigno ed il demanio dello Stato, Lecce, Tipografia Editrice Salentina, 1885 si legge: Item locum et portum Sanctae Sabinae in quo est turris una discoperta=parimenti  il luogo e il porto di S. Sabina nel quale c’è una torre scoperchiata) sarebbe stata devastante; lo stesso vale per Mendelim (Mendelin nella carta di Pietro Coppo), probabile errore di trascrizione, ripetuto nel tempo,  del Manduris che si legge nella Tabula Peutingeriana (XII-XIII secolo). Per quanto riguarda Nerto, infine, esso appare forma italianizzata del Nertus che si legge nella carta d’Italia del veneziano Pietro Coppo (1470-1556) a corredo del suo De toto orbe rimasto manoscritto, nonché sincopata del volgare Nerito che è dal nome latino più antico di Nardò, Neretum  (la storia di questo toponimo, comunque, sarà estesamente illustrata e documentata, insieme con quella  dello stemma della città, in una monografia che dovrebbe essere pubblicata a breve).

Il freddo passa, le parole restano

di Armando Polito


* Senza questo freddo e se non avessimo il pelo lungo, ci tratterebbe così?

 

Qualche giorno ancora e la nevicata che ha insolitamente imbiancato il Salento sarà relegata nell’album dei ricordi, dopo aver vissuto qualche ora di gloria su Facebook e simili, grazie a riprese, anche con i droni, impensabili fino a qualche anno fa, il che ha consentito a noi del profondo sud di enfatizzare un evento eccezionale per la nostra latitudine e a coloro che vivono al nord di ironizzare in modo non sempre garbato, a riprova che anche l’imbecillità non dipende dai paralleli.

Le espressioni in dialetto neritino che ora riporterò forse hanno avuto in questi giorni una frequenza d’uso superiore ad altre alludenti al mangiare, al dormire ed all’andare al bagno …

Comincio da quelle che hanno un corrispondente più o meno letterale in italiano e per le quali, dunque, non c’è bisogno di nessuna nota supplementare.

sta mmi scela: sto raggelando (alla lettera [il freddo] mi sta gelando)

sta ‘ntrìzzulu=sto intirizzendo

sta ‘ntrizzulèsciu=sto intirizzendo oltremodo (forma intensiva della precedene)

aggiu ‘ggiuncatu1 pi llu friddu: mi si sono irrigidite le membra per il freddo

Ho lasciato a bella posta per ultima l’espressione che segue,non solo perché si riferisce alla fase più critica successiva ad una nevicata (o ad un abbassamento notevole e repentino della temperatura) ma anche per l’assoluta poeticità, frutto di un’antica partecipazione affettiva agli eventi, che il dialetto mostra più spesso di quanto non faccia la lingua nazionale.

l’acqua è ‘ncitrata=l’acqua ha formato uno strato superficiale di ghiaccio: da in+citrare e quest’ultimo da citru. Le varianti, sempre salentine, chitru e chjitru denotano la derivazione dal greco κλεἵθρον (leggi clèitron)=sbarra, barriera. Κλεἵθρον, a sua volta,  è parente di κλείϛ (leggi clèis), genitivo  κλειδός (leggi cleidòs)=paletto, chiave;  tutti derivati da κλείω (leggi clèio)=chiudere. Per completare il quadretto filologico aggiungo che paralleli al greco κλείϛ sono i latini clavis (da cui l’italiano chiave e derivati) e clavum (da cui il toscano chiovo e l’italiano chiodo); per completare quello poetico ricordo che ‘ncitrare si dice pure dell’olio e, questa volta  indipendentemente dalla temperatura, del miele e protagonista qui non è il ghiaccio ma lo zucchero.

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1 Dal centro-meridionale cioncare, a sua volta da cionco=mozzo, sciancato

Nardò e il ponte perduto

di Armando Polito

 

L’immagine è un dettaglio della mappa di Nardò pubblicata da Jean Bleau nel 1663 in Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum (Rappresentazione delle città nonché delle cose degne di ammirazione di Napoli e dei Regni di Sicilia).

Questo post ruota tutto attorno al dettaglio n. 4 che nella didascalia presente nella stessa mappa è così descritto: Altra Porta falsa. Della prima mi ero occupato non molto tempo fa in  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/30/nardo-un-passaggio-antiallagamento-del-xvii-secolo-zona-parapuerti/. Il dettaglio del n. 4 più che di una porta falsa (che, in estrema sintesi è un varco più piccolo di una porta normale aperto nelle mura per far defluire l’acqua piovana) ha l’aspetto di un vero e proprio ponte, molto simile a quello di cui mi sono occupato nel post il cui link ho appena segnalato (insomma, chi vuole capirci qualcosa, è obbligato a leggerlo se non l’ha fatto a suo tempo, a rileggerlo per capire meglio …). Ci sono, però due differenze fondamentali: quello era al di fuori delle mura, questo è dentro; quello presentava le estremità in declivio, come si addice ad un ponte, questo le presenta mozze e, in più, quella di destra appare saldata ad una fabbrica di pianta quadrata, che dà l’idea di un posto di guardia più che di abitazione civile. A pochissima distanza sorge R, la cui descrizione nella didascalia recita: S. Lucia Cappella. La piccola chiesa esiste ancora oggi, trasformata, però, dal trascorrere del tempo. La descrizione che ne dà, sulla scorta delle visite pastorali,  Emilio Mazzarella (in Nardò sacra, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina, 1999, p. 136) sembra coincidere perfettamente con la rappresentazione che ne dà il Blaeu: In epoca antichissima, quasi alla periferia della città, nel luogo detto volgarmente Paraporti, oggi via S. Lucia, fu edificata la chiesa a Lei dedicata. Sita tra la diruta abitazione degli eredi di Carlo Dell’Abate e tre pubbliche vie, aveva copertura a tettoia, due porte, la più grande verso occidente, la più piccola verso settentrione, sulla parete della porta maggiore il campanile con una campana del peso di tre libre … La chiesa, divenuta pericolante e quasi cadente, dal rettore Francesco Presta fu abbattuta  e con l’incoraggiamento ed il contributo di Antonio Sanfelice e offerte di fedeli fu ricostruita nel 1725. A tale epoca risale l’aspetto attuale della chiesetta. In nota altre informazioni: … nella visita del Granafei1, c. 196v., risultava ubicata ad locum quem paraporti vocant, nel vicinio S. Maria de Candelora, seu S. Lucia.

Tornando al nostro ponte misterioso bisogna dire che Nardò con tale struttura ebbe molta dimestichezza (vedi a a tal proposito http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/02/nardo-e-venezia-un-gemellaggio-a-modo-mio/), ma la sua presenza all’interno della città, notoriamente dalla falda freatica molto superficiale ma non tanto da creare da sola un fiume, pone interrogativi circa la sua funzione. Che servisse a proteggere dall’allagamento quella parte della città, convogliando  le acque (grazie, comunque. alle opportune pendenze) a defluire  verso il varco più vicino, cioé Porta Castello?.

Agli amici ingegneri ed architetti la risposta.

In attesa del loro competente, graditissimo riscontro, chiudo con la consueta immagine (tratta ed adattata da GoogleMaps) dello stato attuale dei luoghi. Ho evidenziato con l’ellisse il punto dove presumibilmente era ubicato  lo strano ponte.

Ciò che bisogna sapere sulle uova

gallin

di Massimo Vaglio

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Secondo la scienza, l’uovo. Le prime uova di uccello risalgono a duecento milioni di anni fa, mentre le uova fossili più antiche ritrovate appartenevano a rettili, deposte ben trecentocinquanta milioni di anni fa dai captorinomorfi, il gruppo di rettili più primitivo.

Storicamente l’uovo è sempre stato l’emblema di vita nuova, la metafora della rinascita dei corpi e della natura. I più antichi allevatori di polli molto probabilmente furono gli Egiziani che come testimoniano lo storico greco Diodoro Siculo nella narrazione di un suo viaggio in Egitto e Varrone, nella sua opera “Rerum rusticarum libri”, avevano inventato anche un sistema di incubazione artificiale delle uova. I Cartaginesi, mangiavano uova di struzzo, i Greci uova di gallina, e il medico greco Galeno affermava che non dovessero mai mancare nella dieta di una persona anziana. I Romani, le inserivano nei dolci, nei contorni di salse e lo consideravano un eccellente alimento per la colazione. Anche i Messapi, molto probabilmente avevano queste abitudini, data l’estrema diffusione delle uova nei corredi funerari, metafora sia alimentare sia dell’inizio di un percorso del defunto nell’Oltretomba.

Per il leggendario Bertoldo, contadino rozzo di modi, ma di mente acuta, tanto da divenire consigliere del re, ma anche per il sommo Dante, l’uovo con il sale è il miglior alimento al mondo.

Le uova più consumate sono quelle di gallina, dal gusto gradevole, dal basso costo, versatili nella preparazione, molto importanti per via delle loro proprietà nutrizionali. Il colore del guscio dell’uovo è influenzato solamente da fattori genetici e non ha alcuna rilevanza sulle proprietà nutritive o su quelle sensoriali. Di norma le uova a guscio bianco derivano da razze di ceppo europeo, quelle a guscio colorato derivano da razze di ceppo asiatico o da ibridi da esso derivate quali quelle classiche rossicce, monopoliste nei nostri allevamenti intensivi e che rispondono al nome di Isa o Warren B .

La gallina di razza Livornese, che è una gallina ad altissima produttività che ben si adatta all’allevamento intensivo, produce delle uova bianche mentre quelle della gallina Padovana sono rosate o marroncino. Vi sono delle razze, come la Araucana, che addirittura producono uova dai riflessi verdi o azzurrini.

In alcuni paesi, come gli Stati Uniti come in molti altri paesi europei, i consumatori preferiscono acquistare uova dal guscio bianco, mentre in Italia le uova in commercio sono quasi sempre colorate. Prima che la globalizzazione omologasse tutto, anche nel Salento la produzione di uova era localmente assicurata dalla gallina Leccese, una razza autoctona di grande rusticità e produttività. Gli allevamenti erano generalmente costituiti da nuclei di alcune decine di unità distribuiti fra le migliaia di masserie e strutture rurali sparse in tutto il territorio.

La distribuzione delle uova era assicurata dai cosiddetti: “ccatta e vindi”, piccoli commercianti che con mezzi spesso di fortuna perlustravano in lungo e in largo le campagne ritirando la produzione in cambio di un corrispettivo in denaro, ma ancora più spesso in cambio di prodotti generalmente non agricoli: sapone, varechina, lame da barba, piccola utensileria domestica…

Alcune curiose costruzioni rurali, ormai divenute piuttosto rare testimoniano di come a supporto di questa produzione, vi fossero degli originali quanto particolari ricoveri, i cosiddetti “puddhrari”, minuscole costruzioni trulliformi che sorgevano generalmente a ridosso delle aie, onde le galline potessero per alcuni mesi trarre autonomamente sostentamento razzolando e ruspando tra le montagnole di pula. Inoltre su quasi tutte le terrazze cittadine venivano allevati dei piccoli nuclei di galline per il fabbisogno familiare.

Comunque questo allevamento, raggiunse nel Salento, punte d’eccellenza negli anni Trenta del secolo scorso quando ad opera di alcuni tecnici, e in particolare del Dott. Raffaello Garzia venne iniziato, presso l’allevamento di Torrepinta, un lavoro di selezione e miglioramento della locale razza di polli. Questi, presentati ad un’importante rassegna del settore presso il Littoriale di Bologna furono oggetto di grande considerazione, in quanto i dati riflettenti il loro peso medio e la deposizione delle uova, confrontati con quelli altre razze di importazione: Rhode Island Red, Plimouth Rod Barrata ed altre, dimostrarono la grande validità della razza nostrana. Inoltre per la promozione di questa razza furono in seguito impiantati presso le scuole agrarie i cosiddetti pollai provinciali, ma l’introduzione di nuove razze ibride a piumaggio bianco, atte all’allevamento in batteria fecero presto decadere questa pregevole iniziativa, tanto che la razza è stata per molto tempo ritenuta estinta. Solo ultimamente sono stati fortuitamente recuperati alcuni relitti zoonomici ritenuti compatibili con la razza locale ed è stato iniziato un promettente lavoro di recupero.

Dal punto di vista nutrizionale occorre rilevare come esse essendo prive di carboidrati e di fibre, non possono essere considerate un alimento completo. Ciò le rende però particolarmente digeribili, per cui adatte per l’alimentazione di piccoli e anziani. Le uova sono ricche di ferro in una forma che viene assorbita con difficoltà, per cui per facilitarne l’assorbimento, dovrebbero essere consumate nello stesso pasto insieme a cibi ricchi di vitamina C.

I tuorli sono ricchi di lecitina, una sostanza biologicamente preziosa di cui ha bisogno ogni cellula del corpo. Midollo osseo, cervello, fegato, cuore sono ricchissimi di lecitina. Anche se è un grasso, non viene vista come fonte di energia, ma è responsabile di compiti vitali nelle membrane cellulari, soprattutto nel tessuto nervoso.

Tra i luoghi comuni che caratterizzano le uova, vi son quelli che lo ritengono un alimento troppo ricco in colesterolo. In realtà, circa l’ottanta per cento del colesterolo presente nel nostro sangue viene prodotto fisiologicamente dall’organismo e solo il venti per cento dipende dalla nostra alimentazione. Di conseguenza, modificando il nostro modo di mangiare, possiamo variare solo questa minima percentuale, regola che ovviamente va presa con le pinze in caso di persone che soffrono di ipercolesterolemia o di calcoli alla colecisti, che devono comunque stare particolarmente attente. Diciamo comunque che due-tre uova a settimana possono essere tranquillamente mangiate.

L’alto contenuto di proteine fa si che l’uovo possegga un elevato indice di sazietà, la ricchezza di carotenoidi, luteina e zeaxantina lo rende importante nella prevenzione della malattie oculari legate all’invecchiamento, in particolare riducendo l’insorgenza della degenerazione maculare.

Le uova sono fonte di colina, necessaria per la sintesi dell’acetilcolina, il neurotrasmettitore fondamentale nelle aree cerebrali, utile per prevenire i difetti cognitivi. La colina ha anche un’azione epatoprotettrice, quindi coloro che soffrono di patologie croniche a carico del fegato possono consumare uova moderatamente, purché non siano fritte o sotto forma di salse.

Molto importante è, ai fini di una facile digestione, il metodo di cottura, tenendo presente che è necessaria un’ora per digerire un uovo alla coque, un’ora e mezzo per l’uovo crudo, due ore e mezzo circa per l’uovo sodo e tre ore per quello fritto. Sempre nell’ottica di voler rimuovere falsi luoghi comuni possiamo affermare che un guscio vellutato è indice di uovo fresco, mentre uno lucido e levigato è indice di un uovo conservato a lungo.

La colorazione giallo-arancio del tuorlo è dovuta alla presenza di pigmenti, le xantofille, chimicamente simili al carotene, precursore della vitamina A, ma che non possono essere trasformate in questa vitamina. L’intensità cromatica del tuorlo dipende dal mangime somministrato alle galline ovaiole: per ottenere tuorli color arancio intenso, ad esse viene distribuito mais oppure mangimi ricchi di lipidi o integrati con additivi pigmentati ad esempio con paprica.

“Tutto ciò che abbonda e vile”, così ebbe a rilevare già nel XII secolo, Isidoro di Siviglia, rivolgendosi al fagiolo, per spiegare che era la rarità e non l’abbondanza a determinare è la qualità percepita di un prodotto. In parole povere, se le uova di gallina fossero rare come quelle di storione, molto probabilmente le parti e le relative quotazioni si invertirebbero. Ciononostante, trovandosi d’avanti un paio di uova fumanti provenienti da galline che ruspano felici in una campagna incontaminata è difficile che non ci si senta un po’ tutti dei privilegiati.

Ventagli d’autore per santi patroni

ventaglio devozione san Pantaleone con sante marine

Il Vento Devoto

Ventagli d’Autore per Santi Patroni di Antonio Chiarello

Storia, immagini, collezioni di un oggetto devozionale

 

Dopo varie tappe nel basso Salento, la mostra itinerante “Il Vento Devoto” fa tappa a Novoli in occasione dei festeggiamenti per S. Antonio Abate e la relativa Fòcara.

Progetto artistico /editoriale ideato da Antonio Chiarello, è la rivisitazione in chiave artistica delle popolari “intalore”, ventagli che si vendono presso i santuari del Salento (e non solo) raffiguranti l’effigie dei Santi Patroni del luogo.

Per questa tappa l’autore ha preparato una speciale edizione in tiratura limitata del ventaglio con l’immagine della statua novolese da un lato, e dall’altro una sua personale rappresentazione della Fòcara.

La mostra, allestita nella chiesetta ottagonale di S. Oronzo in piazza Mercato, comprende la collezione dei ventagli storici, le rivisitazioni finora fatte dall’autore, una sezione fotografica sul suo utilizzo folklorico nel tempo, il tutto in una particolare installazione di luminarie e nastrini colorati (“zagareddhe”).

Accompagna la mostra il relativo volumetto che raccoglie gli scritti di Giuseppe Palumbo, presentato dal Prof. Eugenio Imbriani, demo-antropologo, e un’intervista all’ultimo costruttore di ventole Antonio Latino di Galatina.

Si inaugura martedì 10 alle ore 18, con i saluti di Gian Maria Greco, Presidente Fondazione Fòcara e del Sindaco di Novoli; a seguire interventi di Don Luigi Lezzi, parroco di Novoli, e presentazione di Eugenio Imbriani dell’Università del Salento.

chiarello

Luogo : Chiesetta Sant’Oronzo -piazza Mercato NOVOLI

Date :   dal 10 al 18 gennaio 2017

Orari : dalle 17 alle 20,30

Nnaspru: la cosa non è facile …

di Armando Polito

Il periodo festivo è ormai alle nostre spalle e probabilmente nel corso di qualche riunione conviviale qualcuno più giovane non indaffarato nell’uso del telefonino sarà sobbalzato nel sentire dalla nonna (più difficile dalla madre, capace, come me, di preparare solo un uovo alla coque …) un’espressione del tipo – Mannaggia, lu nnaspru m’è bbissutu fiaccu! – (- Maledizione, la glassa mi è uscita male! -). Se al sobbalzo sarà seguito il desiderio di soddisfare il sentimento di sana curiosità ormai in via di estinzione anche presso i non più giovani, si sarà sentita nell’aria un’espressione più o meno come questa : – Nnaspru? E cce ggh’è? – (‘Nnaspru? E che è? -). A quel punto la vecchietta avrà avuto il suo momento di gloria nel fornire la definizione accurata del vocabolo e anche la giustificazione, autodiagnosi impietosa, del difetto manifestato (forse solo alla sua vista o al suo palato …) dal dolce che aveva preparato con tanto amore. Nel frattempo il nipote sarà già tornato ad armeggiare con il suo giocattolo preferito e il resto della compagnia avrà fatto finta di seguire con attenzione e rispetto la lezione della vecchietta. C’è da giurare, però, che nessuno dei commensali si sarà chiesto o avrà chiesto l’origine di nnaspru; e non certo perché impegnato nella degustazione di un altro dolce senza nnaspru o tutto concentrato sulla prossima bottiglia da stappare … Ancor meno probabile che guardando dalla finestra, proprio nel giorno dell’Epifania,  il paesaggio imbiancato dalla neve, cosa molto rara dalle nostre parti, vi abbia visto un meraviglioso nnaspru confezionato da madre Natura.

Le feste son finite ma la rottura di scatole è già ricominciata, protagonista il sottoscritto. Comunque, non obbligo nessuno a procedere nella lettura, anche se qualcuno che mi ha seguito fino ad ora potrebbe far parte, magari, di quella schiera di improvvisati filologi che in questi giorni sull’origine di nnaspru si sono avventurati in rete, ma senza rete, nelle proposte più assurde. Dei loro parti, ma solo per motivi di spazio più che per carità cristiana, non riporterò, contrariamente al mio solito, nessuna schermata, ma tenterò per quanto è nelle mie capacità, di far luce su questa parola, partendo da chi, salentino come me, ha interessi di questo tipo.

Nel Dizionario Leccese-italiano di Antonio Garrisi, Capone, Cavallino, 1990)  consultabile anche in linea in http://www.antoniogarrisiopere.it/)  si legge: “nnaspru sm. Glassa, una specie di gelatina a base di zucchero, adoperata per rivestire dolciumi. Non compare, dunque, nessuna proposta etimologica.

Ecco, invece, quella avanzata da Giuseppe Presicce nel suo Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/a_1.html): dal verbo nnasprare“. E al lemma nnasprare: riteniamo derivi dal verbo latino asperare, nel senso di indurire, con il prefisso in- (nn per aferesi e raddoppiamento)“.

Pur condividendo, come si vedrà più avanti, il passaggio finale, solo quello, del Presicce, non capisco, però, come ad entrambi non sia venuto in mente, a quanto pare, di ascoltare, prima di affrettate conclusioni,  la voce di colui che ancora oggi in questo campo rimane il maestro indiscusso, pur non essendo né salentino né italiano, ma tedesco: il Rohlfs. Nel suo Vocabolario dei dialetti salentini uscito per i tipi di Congedo a Galatina nell’ormai lontano 1976, nel terzo volume, che funge da appendice, al lemma ·naspro si legge:

(L 15) chiara d’uovo. – Voce errata; si legga aspro“.

Il puntino prima del lemma sta ad indicare che si tratta di parola usata soltanto nei dialetti greci di Terra d’Otranto.

La sigla L 15 sta a significare che la voce non è stata raccolta direttamente sul campo, cioè dal parlato, ma è citazione da opera altrui, nel nostro caso da Materiali lessicali e folkloristici greco-otrantini raccolti da Pasquale Lefons e da altri e pubblicati da Giuseppe Gabrieli per i tipi di Garroni a Roma nel 1931.

Debbo osservare, innanzitutto, che non condivido l’etichetta rohlfsiana di voce errata (da intendersi credo, come erroneamente trascritta), non solo perché a Nardò si dice nnaspru e non aspru, ma perché naspro è voce abbondantemente attestata nell’italiano di qualche secolo fa, il che mette quanto meno in dubbio il limite linguistico-territoriale della Terra d’Otranto. La testimonianza letteraria più antica che son riuscito a trovare è in La singolare dottrina di M. Domenico …, Tramezzino, Venezia, 1570, s. p.:

Il Rohlfs riteneva che la forma corretta fosse aspro, ove si legge (la voce, come la precedente, è preceduta dal puntino): “(L 15, 55, cl,co, cz, z) ag. bianco; aspro ène to gala (L 55) bianco è il latte; to vùin aspro (L cl), to vidi t’aspro (L cs, z) il bue bianco; t’aspro (L co) la chiara dell’uovo [gr. ἄσπρος]“.

Probabilmente  considerava errato naspro proprio per via di n iniziale. Essa, invece, può considerarsi derivata dalla preposizione, sempre greca, ἐν (leggi en), cui corrisponde il latino in, da cui la preposizione italiana.  Da ἐν+ἄσπρος per aferesi di si è passati a νάσπρος, da cui il dialettale nnaspru con raddoppiamento di n a compensare la precedente aferesi. La conclusione, comunque, è che nnaspru deriva dal greco bizantino: infatti l’attestazione più antica di ἄσπρος citato dal Rohlfs risale a Teofane (VIII-IX secolo).

Tuttavia, prima di chiudere, non posso tacere di una cosa curiosa e che farà ringalluzzire chi pensa che il denaro è tutto nella vita: il greco-bizantino ἄσπρος deriva dal latino asper=ruvido. I Romani, infatti, chiamavano asperi nummi le monete fresche di conio, non ancora levigate dall’uso, quelle che in italiano sono dette ruspe (probabilmente dal longobardo ruspi=sporco). La voce latina, passò nel greco prima ad indicare le monete d’argento, poi ad assumere il significato più generico di bianco1, quello messo in campo per il nostro nnaspru, per cui risulta poco plausibile, nonostante l’evoluzione appena ricordata di moneta ruvida>moneta d’argento>bianco, la proposta del Presicce col passaggio dal concetto di inasprire a quello di indurire, anche perché l’ingrediente irrinunciabile per la glassa è lo zucchero, notoriamente bianco2; il fatto, poi, che la glassa stessa possa assumere un altro colore con l’aggiunta, per esempio, di cioccolato, rientra nella normale evoluzione di ogni preparato di base.

Non mi è stato facile, comunque, stendere questa nota etimologica, Sarà più facile, invece, individuare l’errore commesso dalla nonnina dell’inizio per chi, professionista nel settore,  se ne intende o per chi ha fatto tesoro degli insegnamenti della nonna o per la stessa nonnina di prima. Mi piace immaginarla pure tecnologica quanto basta perché, dopo aver letto queste righe, intervenga personalmente; altrimenti, dopo averla messa al corrente,  si faccia vivo qualche figlio o nipote. E così, oltretutto, l’ultimo modello dell’ultima generazione di telefonini, di cui va orgoglioso,  paradossalmente servirà a ridurre il gap più pericoloso che esista tra le generazioni, compresa la mia, che è riuscita a collezionare più colpe che meriti: quello affettivo, che, poi, in questo caso, ma, in fondo, in tutti, è anche culturale.

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1 Illuminante, a tal proposito, è  quanto si legge nel Glossarium mediae et infimae Latinitatis del Du Cange (la traduzione a fronte è mia):

2 Glassa è dal francese glace, a sua volta dal latino glacie(m)=ghiaccio, anche se in questo vocabolo il concetto di duro (per il Presicce sviluppo di aspro) è prevalente su quello di bianco.

Boccadamo e il suo “Luca e il bancario”

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

Domenica 8 gennaio 2017, alle ore 19.30, presso l’Associazione culturale “Fondo Verri”, in Lecce, Via S. Maria del Paradiso 8/A (Porta Rudiae), nell’ambito della rassegna “Le mani e l’ascolto” 2016/2017, avrà luogo la presentazione dell’ultimo libro dello scrittore e giornalista salentino Rocco Boccadamo “Luca e il bancario“, Spagine Fondo Verri Edizioni, dicembre 2016.

Insieme con l’autore, interverranno: Giuliana Coppola, giornalista, scrittrice e critica letteraria; Eliana Forcignanò, filosofa, poetessa e critica letteraria; Mauro Marino, operatore culturale e cofondatore del Fondo Verri.

Il vincotto

negramaro

di Massimo Vaglio

Il cosiddetto vincotto è un denso sciroppo che si ottiene facendo bollire lungamente il mosto d’uva appena ricavato dalla pigiatura dei grappoli.

Prima che inizi a fermentare il mosto viene filtrato e posto in una caldaia riempiendola per metà, in quanto, quando questo giunge ad ebollizione, monta. Viene fatto bollire lentamente e lungamente, sino ad ottenere una riduzione della metà del volume dello stesso, se si impiega mosto rinveniente da uve ad alta gradazione zuccherina, di tre quarti dello stesso, se il mosto rinviene da racèmi o da uve di più discreta gradazione. Nel Salento, si utilizza mosto rinveniente da uve da vino, nel resto della Puglia si preferisce ricorrere a mosto ricavato da uve bianche e da uve da tavola.

Al vincotto, vengono inoltre attribuite proprietà medicinali, soprattutto nelle affezioni delle vie respiratorie. Per quanto sopra, sino ad un recente passato, erano davvero poche le famiglie che nel periodo della vendemmia non ne facevano una buona provvista è un prodotto che migliora sensibilmente con la stagionatura e che si conserva anche per diversi anni..

Il vincotto era già conosciuto e adoperato in epoca romana, usato spesso misto a neve in una sorta di prototipo di sorbetto, uso che peraltro sopravvive tuttora in molti paesi della Puglia. Il suo uso è attestato sin dall’antichità con i più svariati usi, testimoniati anche negli scritti di illustri scienziati e letterati dell’antichità, tra cui: M. P. Catone Uticenze, Virgilio, Plinio e Varrone.

Nel Salento si adopera preminentemente mosto di Negramaro, il famoso vitigno locale a bacca nera, base della quasi totalità dei blasonati vini DOC locali, e preziosa fonte di resveratrolo, il polifenolo dalle riconosciute proprietà nella prevenzione dell’ Alzhaimer e delle malattie cardiovascolari.

Questo prodotto, nel Salento è molto amato e viene variamente adoperato, viene aggiunto alla neve andando a costituire una sorta di prototipo di sorbetto e viene utilizzato per dolcificare alcuni dolci tradizionali, quali le pèttole e le cartellate. Rientra nella colza e nella coddhiva, antichi dolci locali, il primo a base di chicchi di melagrana, e il secondo di grano stompato ed è anche usato come condimento per condire i maccheroncini cavati e altri formati di pasta tradizionali fatti in casa.

 

Nardò: un passaggio antiallagamento del XVII secolo in zona Parapuerti

di Armando Polito

Nell’immagine l’attuale stato, alla confluenza delle vie Regina Elena, Agostino De Pretis, Madonna di Costantinopoli e Cimitero.

Ecco come si presentava lo stesso sito nel dettaglio tratto dalla mappa di Nardò del Blaeu (1663):

Quella contrassegnata con il numero 3 era una cosiddette porta falsa, cioè un varco nelle mura più piccolo della normale porta, atto a far defluire le acque piovane dalla città all’esterno, come recita la relativa didascalia: Porta falsa, donde esce l’acqua, che piglia la città per le pilogge. Nella mappa è chiaramente visibile un deflusso in corso sormontato da un ponticello atto a valicare questa specie di canalone in cui il deflusso stesso appare convogliato. Parapuerti  corrisponde all’italiano paraporti, plurale di paraporto. Eccone la definizione tratta dalla Treccani on line: Nelle costruzioni idrauliche, lo stesso che scaricatore, cioè il manufatto, facente parte di un’opera di presa di un canale derivato, col quale si scaricano le acque sovrabbondanti nel periodo di piena del corso d’acqua principale e si libera l’imbocco del canale derivato dalle materie depositatesi nei periodi di magra. La voce è da parare+porto (nel senso di apertura, passaggio).

A testimonianza di come il tempo travolga inesorabilmente non solo il paesaggio nel suo insieme ma anche i suoi dettagli, soprattutto quando viene coinvolta, come nel nostro caso,  una zona già allora non in aperta campagna ma immediatamente a ridosso delle mura, ecco cosa oggi c’è dove un tempo si vedeva la porta falsa dei Parapuerti:


In pratica irriconoscibile, nonostante sia rimasta in piedi la torre che, fra l’altro, nella carta del Blaeu non appare strettamente congiunta con la porta falsa.

Le masserie come basi strategiche della guerriglia antiunitaria in Terra d’Otranto

Masseria Petrose
Masseria Petrose

 

Le masserie come basi strategiche della guerriglia antiunitaria. L’editto prefettizio di chiusura, e il reclamo dei massari di Sava

 

di Gianfranco Mele

Le problematiche legate all’unificazione del Regno e alla resistenza antiunitaria investono e sconvolgono, come tanti altri paesi, anche la tranquilla cittadina di Sava, che ne è coinvolta, nel periodo di maggior tumulto, per almeno tre aspetti fondamentali: 1) una rivolta popolare inaspettata; 2) la permanenza dei briganti filo-borbonici nell’agro di Sava e negli immediati dintorni, e i loro scontri con la Guardia Nazionale documentati anche dalla stampa dell’epoca; 3) l’ Editto della Prefettura della Provincia di Terra d’ Otranto e le rimostranze dei massari.

Il primo episodio si verifica l’8 dicembre del 1860: una schiera di 500 cittadini, per lo più di ceto contadino, scende in Piazza S. Giovanni al grido di “viva Francesco Secondo” e insorge ribellandosi all’ unità d’Italia e alle autorità che la rappresentano. La resistenza filo-borbonica è capeggiata, in questa occasione, da Francesco Pichierri, inserviente comunale, che raduna le genti al suono di un tamburo. Vengono bruciati gli stemmi reali e gettate pietre alle finestre delle autorità filo-governative. L’indomani i ribelli si recano nella vicina Torricella cercando di sollevare anche quella popolazione. Nei giorni successivi la Guardia Nazionale arresterà 28 savesi e 3 torricellesi. Via via la protesta antiunitaria si fa sempre più clandestina e si organizza in bande armate che nel territorio saranno guidate dal sanmarzanese Cosimo Mazzeo detto Pizzichicchio. Le boscaglie, le campagne e le masserie divengono i luoghi d’incontro e di organizzazione logistica dei briganti filo-borbonici.

Le masserie disseminate nelle campagne del Meridione costituirono una importante e funzionale base strategica per la guerriglia antiunitaria. Questi luoghi divennero basi di rifornimento e di viveri per i briganti e sedi del loro pernottamento, e anche di reclutamento di nuovi briganti e di organizzazione delle strategie di guerriglia. I briganti solevano occuparle per brevi periodi spostandosi di volta in volta da una masseria all’altra.

Contrariamente a quanto divulgato da qualcuno e anche dalla stampa dell’epoca, i rapporti tra massari e briganti in genere erano buoni, sia perchè molti massari erano filo-borbonici, sia perchè ricavavano degli utili dall’occupazione brigantesca. Tuttavia, per ovvie ragioni, i massari non dichiaravano apertamente (e tantomeno alle autorità) qualsivoglia forma di loro connivenza con i briganti. Le bande di briganti si sdebitavano nei confronti dei massari, per gli aiuti ricevuti (pernottamenti, alimenti, foraggi e ricoveri per animali, e quant’altro di cui avessero bisogno) con regolari pagamenti che provenivano dalle casse del fondo loro elargito dai Comitati Borbonici. Potevano assicurarsi in tal modo, oltre all’ospitalità e al vitto, varie altre prestazioni: difatti le masserie a quei tempi avevano un insieme di servizi e di attività che tornavano utili al soggiorno e al sostentamento dei briganti: dagli alloggi, ai laboratori del maniscalco utili a ferrare i cavalli, all’occorrente per sfamarsi, ecc. ecc.

Non di rado le masserie erano anche luoghi in cui venivano ricoverati e curati i briganti feriti dagli scontri con le Guardie o nei quali, essendo braccati e ricercati, potevano segretamente incontrarsi con i loro familiari.

Le autorità delle forze repressive piemontesi si accorsero dell’importanza strategica delle masserie nell’organizzazione della guerriglia e come luoghi di ospitalità dei briganti, e iniziarono a prendere provvedimenti contro di esse.

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In data 23 ottobre 1862 la Prefettura della Provincia di Terra d’Otranto emise, a firma del Prefetto G. Gemelli, un editto mirato a reprimere il brigantaggio nei suoi diversi aspetti; con questo provvedimento, tra le varie cose, si comandava la chiusura di tutte le masserie e case di campagna della provincia, il loro svuotamento e il ritiro nei centri abitati del bestiame e dei foraggi:

“Nei comuni più minacciati saranno adottati i seguenti provvedimenti: a) Vietarsi a ciascuno uscir di paese durante la notte, e portare il giorno viveri in campagna oltre la quantità necessaria allo stretto bisogno proprio; b) impedire che massari, coloni, lavoratori, domestici, e simili vadano o si trattengano alla campagna senza essere muniti d’una carta di sicurezza rilasciata dal Sindaco, e coi debiti connotati; c) Chiudersi, e murarsi, a spese de’ proprietarii, le masserie e case di campagna vuotandole d’ogni prodotto, commestibile, e foraggio, e trasportando il bestiame in luoghi ove sia meno esposto ad essere depredato; d)  astringere i proprietarii, che a ciò si rifiutassero con mezzi amministrativi e spediti; e) permettere soltanto di ritenere le masserie aperte a quei proprietarii che si obbligassero farle custodire da una guardia stabile non minore di dieci uomini.”

Questa disposizione colpiva duramente il ceto dei massari (oltre che, più in generale, l’industria agricola e degli allevamenti di bestiame che aveva proprio nelle masserie il suo fulcro). I massari savesi si affrettarono così a produrre un reclamo nei confronti delle autorità, sotto forma di supplica. Tale supplica verrà parzialmente presa in considerazione dal Prefetto il quale, pur nel rispetto dell’ Editto, rimetterà al Sindaco di Sava la decisione di individuare le masserie da chiudere quali potenziali ricettacoli di briganti, sulla base della “loro posizione topografica” o dell “indole sospetta dei padroni o dei massari”.

Masseria Coppola
Masseria Coppola

 

Le restanti masserie, per concessione del prefetto, sarebbero potute restare aperte “vuotandosi però di foraggi e commestibili, non dovendosi serbare che la quantità strettamente necessaria alle persone che vi abitano” (questo provvedimento, sempre al fine di evitare che i briganti vi si stanziassero trovandovi quanto a loro necessario).

Di fatto, a quanto sembra l’ Editto non riuscì a scongiurare quanto prefissatosi oppure non venne mai applicato alla lettera, in quanto i pernottamenti dei briganti nelle masserie continuarono per un certo periodo di tempo anche dopo la sua emissione, fin quando, in ogni caso, la repressione della guerriglia non raggiunse il suo apice con la cattura e la fucilazione di molti rivoltosi.

Cinque giorni dopo l’emissione dell’ Editto, il massaro Donato Nardella della masseria di Pasano in Sava, chiede al Sindaco di Sava “giusto la lettera E dell’art. II° dell’ Editto di Prefettura, di tenere aperta la sua masseria e di farla custodire da una Guardia di dieci uomini, che prega volergli concedere dalla Guardia Nazionale di Sava”. In alternativa, e nel caso il Sindaco dovesse decidere, sulla base dell’Editto prefettizio, di far murare la masseria di Pasano, il Nardella chiede con questa missiva di potersi trasferire con il bestiame nella vicina masseria Grava o nella masseria Monaci. Due giorni dopo la data della lettera inoltrata al Sindaco, il Nardella è co-firmatario insieme ad altri dieci massari savesi di un reclamo indirizzato direttamente al Prefetto.

A seguire, il il documento del Nardella, il documento-reclamo sottoscritto dai massari di Sava e la risposta del Prefetto, da questi trasmessa al Sindaco di Sava. Occorre notare che nel documento i massari prendono le distanze sia dalla resistenza borbonica che da ogni forma di connivenza con i briganti, asserendo anche che le loro masserie non sono mai state oggetto di visite da parte dei guerriglieri.

In realtà da ricostruzioni storiche, da notizie degli organi di stampa dell’epoca e dagli stessi documenti del Tribunale di Taranto relativi al processo a Cosimo Mazzeo detto Pizichicchio, emergerà che oltre a frequentare le campagne savesi, i guerriglieri avrebbero stanziato nel novembre 1862 (successivamente all’ Editto) presso la masseria di Pasano e in altri luoghi dell’agro di Sava, nonchè in zone limitrofe; il periodico “Il Cittadino leccese” in data 4 dicembre 1862 riporta ancora notizie relative alla presenza di briganti in agro savese e più in generale nella provincia e nelle masserie della zona, dedicandovi un numero speciale e ospitando le dichiarazioni del deputato manduriano Schiavoni che polemizza rispetto alla mancata applicazione ferrea dell’ Editto.

Masseria di Pasano
Masseria di Pasano

 

A.C. Sava

Richiesta del massaro Donato Nardella

Al Signor Sindaco del Comune di Sava

Il massaro Donato Nardella, conduttore della masseria Pasano, richiede al Sig. Sindaco di Sava a volergli permettere, giusto la lettera E dell’art. II° dell’ Editto di Prefettura, di tenere aperta la sua masseria e di farla custodire da una Guardia di dieci uomini, che prega volergli concedere dalla Guardia Nazionale di Sava. Ovvero che murando la sua masseria, vuotandola di ogni prodotto commestibile e foraggio, gli fosse fatta facoltà tramutarsi col bestiame o nella masseria Grava o a quella de’ Monaci, riunendosi al fittuario Orazio Schifone e mantenere …… la Guardia richiesta. Si prega inoltre al Sig. Sindaco a voler concedere giusto la lettera B del predetto art. II la carta di sicurezza a tutti i coloni e lavoratori del sottoscritto.

Taranto 28 ottobre 1862

F.to

Donato Nardella

Reclamo dei Massari di Sava avverso l’ Editto di chiusura delle masserie.

All’ Egregio Signor

Prefetto della Provincia di terra d’Otranto Lecce

 

Li qui sottoscritti e crocesegnati Orazio Schifone fu Pietro, Luigi Antonucci, Giovanni Toma, Pasquale Spagnolo, Salvatore Schifone, Donato Nardella, Luigi Schifone fu Giovanbattista, Michele Melle, Oronzo Malagnino, Tommaso Pizza, Luigi Schifone di Orazio del Comune di Sava, massari il primo della masseria Torre, il secondo della masseria Tima, il terzo del masseria Monache, il quarto della masseria Agliano, il quinto della masseria Grava, il sesto della masseria Pasano, il settimo e l’ottavo delle due masserie Coppola, il nono della masseria Petrose, il decimo della masseria Scersa, l’undicesimo della masseria Prati. In omaggio dell’ Editto del 2° ottobre 1862, spedito all’ E.S. ed in conseguenza delle disposizioni del Sindaco locale, loro notificate a 28 spirante mese di chiudere, e murare le dette masserie, vuotandole di ogni prodotto, commestibile e foraggio di ogni specie, trasportando il bestiame in luogo sicuro vicino al paese. Umilmente sottopongono al retto sentire dell’ E.S. affliggenti di loro posizioni di dare sfogo alle lodate disposizioni, può l’ E.S. compenetrarsi della loro precisa rovina, e del danno incalcolabile alla società, per la mancanza dei prodotti all’anno venturo, sicchè si benigna le stesse modificare per la tenuta Sava per le sopralodate masserie. E per accettare di buon grado la presente supplica umiliano le presenti industriali circostanze, la posizione topografica delle masserie, ed i rapporti morali nelle quali si vive.

Le masserie descritte ai numeri 1, 3, 4, 5, 6, 8, 11, hanno ognuna la dotazione di 500, a 700, animali pecorini e caprini, gravide e partorienti, che ammovendoli dai loro siti, è un rinunciare ai loro capitali, per la mancanza del pascolo, del sito naturale, del ricovero, per quell’assistenza che non possono ricevere gli animali partorienti, la 2, 6, 7, 10 masserie hanno un gregge ognuno da 300 a 400 animali pecorini e caprini: ed il peso tenero di detti animali mancherebbe di pascolo immediato dell’orzame, che trovasi seminato accanto delle masserie, non essendo animali da transitare da un fondo all’altro.

Li bovi non sono a (illegibile) ma addetti alla coltura e continua aratura delle terre, ed alla semina delle biade, a stento si trascinano a passo grave alla masseria, dopo aver solcato la terra per una giornata. Essendo lavoro che deve farsi, e sia permesso dirlo, per avere tutti di che mangiare e pagare li vistosi fitti per il maggior numero di esse di doc. D. 1600,00, come ritirare gli animali in vicinanza del paese, che non sono distanti che da un miglio e mezzo? E dove poggiarli ? Per sfinirli, non più per seminare. E le paglie che a rimetterle ne i serbatoi han costato un’estate, dove posarle e custodirle? E per l’acqua onde abbeverarli ad ora, e tanti animali come farsi ritirandoli in paese, mentre manca per gli uomini?

Ottimi provvedimenti in casi così estremi, in cui si geme. Ogni uomo che ha un cuore, ed interesse freme di ira contra i malvagi, ogni uomo vuole fare, i supplicanti vogliono ancor essi fare e più ardenti degli altri, perchè si hanno beni, industrie agrarie, dove vogliono essere presenti essi, co’ propri figli e tutti i loro cari. I supplicanti vogliono sottomettersi a ogni misura draconiana, la implorano, essendo in grado di ottenerla per la posizione territoriale:

Tramontana strada Francavilla   masseria Torre,
Strada S. Marzano masseria Tima,
Strada S. Marzano masseria Monache,
Strada cons.re per Taranto masseria Agliano,
Strada cons.re per Taranto masseria Grava,
Strada per Lizzano masseria Pasano,
Strada per Torricella masseria Prati (Monache),
Strada per Torricella masseria Coppola,
Strada per Maruggio masseria Petrose,
Strada per Maruggio masseria Scersa.

Le dette masserie distano dal paese un miglio, circa due miglia le più lontane e circoscrivono il paese; fra loro distano un miglio l’una dall’altra. Per andare a Torre si va con la via per Francavilla; a Tima colla via per S. Marzano; alle Monache e Agliano colla via nuova per Taranto; per la Grava e Pasano per quella di Lizzano; per le masserie Prati e Coppola colla via nuova per Torricella; per le Petrose e Scersa colla via per Maruggio. Tutte strade popolatissime in ogni ora. Tutte territorio aperto e piano, e le masserie si veggono le une le altre. Nel paese si vive bene. Tutti gli sbandati, e tutte le reclute del Comune un dì si presentarono e servono militarmente. Lo spirito pubblico è lodevole; le nostre campagne non sono state mai minacciate dal Brigantaggio. I supplicanti vogliono concorrere con tutte le loro forze alla loro distruzione; han tolto dalle masserie quanto di meglio avevano per il comando della vita, i viveri per essi e per i coloni si portano mattina per mattina. Voler dieci uomini a masseria sarebbe denudare il paese di tutta la forza, e per salvare una parte potrebbesi perdere tutto. S’ingegneranno masseria per masseria avere un fidato vigilatore per avvertire di volo il paese, se alcun brigante osasse mettere piede su questo territorio. Sono utilissime le continue perlustrazioni delle nostre Guardie Nazionali, e con queste ci offriamo di concorrere allo sterminio degli assassini.

Supplichiamo di rimanere fermi ai rispettivi interessi, alle proprie industrie, svincolati dall’ordine di smettere tutto, ed essere di vanguardia alla forza che gira, anzicchè i nostri abituri potessero tornare centri di agguato alla Guardia Nazionale, ove siamo, abbiamo figli di sangue nostro.

 

Da Sava, 30 ottobre 1862

F.to

Oronzo Malagnino

Giovanni de Toma

Luigi Antonucci

Pasquale Spagnolo

Salvatore Schifone

Luigi Schifone ( fu Giovanbattista)

Luigi Schifone (di Orazio)

Michele Melle

Segno di croce di Orazio Schifone

Segno di croce di Tommaso Pizza

Segno di croce di Donato Nardella

da-il-cittadino-leccese-del-13-ottobre-1862
Da “Il Cittadino leccese” del 13 ottobre 1862
da-il-cittadino-leccese-del-22-novembre-1862
Da “Il Cittadino leccese” del 22 novembre 1862
da-il-cittadino-leccese-del-29-novembre-1862
Da “Il ciiradino leccese” del 29 novembre 1862

 

BIBLIOGRAFIA

Pichierri, Resistenza antiunitaria nel tarantino, Lacaita Editore, Manduria, 1988

Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, stampato nel 1863 e rieditato da Ripostes Ed., 2010

Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Nuovo Pensiero Meridiano, Madrid, 1983

Gemelli, Editto Provincia di Terra d’Otranto del 23.10.1863

Archivio Comunale di Sava cat. XV, cart. 174, v. 5 (documenti raccolti e trascritti da G. Pichierri, op. cit.)

Internet Culturale, Cataloghi e collezioni digitali delle biblioteche italiane, testi a stampa www.internetculturale.it

 

Lu cuntu ti Natale… (in dialetto salentino)

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Natale a ‘mParadisu

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando non ci saranno più racconti da raccontare

finiranno davvero tutti i sogni.

 

Questa non è una leggenda.

È un fatto miracoloso e realmente accaduto, scritto sui libri delle fate, che si raccontava di casa in casa e che anch’io ho sentito raccontare, molti secoli fa…

 

A casa nòscia li cunti ni li cuntava la nonna Anna – originaria de Sujanu, ca tenia cchiui de centu anni –, in compagnia de la zì Teresina, vecchiareddha puru iddha, ca intervenìa de tantu in tantu, quandu la nonna se rescurdava de qualche particulare importante, o puramente quandu “mbiscava fave e foje”, confundendu nu cuntu cu l’addhu.

Difatti, certe fiate, comu se nienti fosse, passava de la storia de lu re de Francia, ca tenìa la caddhina Picciò, ca li facìa l’ovu su lu cumbò, a quiddra de la scupa de la strega Petrusella, ca li l’hia rrubbata la fata ‘Nfinferlina, ca se zzava de notte e durmia la matina.

Vabbè, comu ede, ede…

Lu cuntu ca mo’ vu cuntu zzaccava cusì:

«Nc’erana fiata na cristiana, ca nun era del tuttu na bona cristiana, anzi a lu paese sou la chiamavanu Vitamaria “la fiacca”. Ca poi, però, tantu fiacca mancu era. Nu pocu cresta, macàri, ca si la mberzava pe nienti. Forsi percè s’ia fattu vecchia e era rrimasta sula, senza maritu né fiji, e cu qualche parente luntanu luntanu ca propiu luntanu stava, e nu se vidìanu mai. Mangiava pocu e nnienzi. Cicore creste e pane e cipuddha. Quandu succedìa, li facia le servizzie a qualche signora ca li rrecalavana lira o doi, e a la stagione ccuìa l’uva o le vulìe a campagna de li patruni… Insomma: se rranciava.

Eppuru, alla fine, quandu putìa, facìa puru la carità a quiddhi ca eranu cchiù poveri de iddha. E se qualche fiata era furba (anzi, sempre!) era percè tuccava cu se cuarda de nanzi e de retu, e nu si facìa passare muschia pe nasu, e cusì se llitacava quasi sempre cu tutti.

Rrivata l’ora soa, la Vitamaria morse. E sùbbitu li se ppresentau lu Diàvulu, cu tantu de corne e de cuda pizzuta, pungendula de retu cu lu furcone, cu la fazza sbricare, percè l’ia ccumpagnare de pressa a lu ‘Nfiernu, comu difatti fice in quattru e quattr’ottu.

  • Cce ete, ccquai?, dumandau la Vitamaria quandu rrivara a nnanzi a na crotta, de la

quale ssìa nu focu e fiamme.

  • Lu ‘Nfiernu!, li respusera de intru la crotta,cu na voce cupa cupa.
  • Lu ‘Nfiernu?!… No, no! Purtàtime a lu Paradisu, ca a mie a lu Paradisu me ttocca!

 

E cusì, dopu qualche discussione,secutàra cchiù nnanzi.

Camina e camina, rrivara a na specie de bburrintu.

(- Nonna, cce ede lu ‘bburrintu’?, dumandavamenui piccini, cu la vucca perta e cu l’occhi spalancati. – Lu bburrintu, ni spiecava la zì Teresina, ede na specie comu sia de na chiazza mbrujata, cu tante vie e vijceddhe, scale e scaleddhe, porte e porticeddhe… Comu lu ‘labbirintu’ de lu sciocu de la loca, iticapitu?! – Sì! Sì!…, rispundiame nui, ma nun ìame capitu propiu nienti.E intantu la nonna secutava a cuntare).

Toc! Toc!,tuzzàu la Vitamaria a n’addhu purtone, mentru lu Diàulu la pungìa cu lu furcone. – Cce ete, ccquai?…

     -Lu Purgatoriu!, li respuse de ddha intru n’addha voce, lamentusa lamentusa.

     -No, no! Purtàtime a lu Paradisu, ca a mie a lu Paradisu me ttocca!

Altra discussione a non finire, e secutàra cchiù nnanzi.

 

Finalmente rrivara a lu Paradisu.

La Vitamaria de nanzi, e lu Diàvulu sempre de retu, cu lu furcone mpizzatu ‘nculu ‘nculu.

Se capìa subitu ca a ddhu eranu rrivati era lu Paradisu: pe via del’angeli ca scìanu e bbenìanu, vulando intru a nuvole d’oro, e pe la luce forte forte ca quasi te cecava, e la musica celestiale, e le stelle, ca luccicavanu a mijare ea milioni, e una era puru ‘na stella cumeta, cchiù crande e cchiù luccicante de tutte.

(- Nonna, nonna, ma deveru ca la stella cumeta tene la cuda longa longa ca pote rrivare puru finu a ‘ncielu?, dumandàvame nui, ca la stella cumeta l’ìame vista sulamente a lu presepiu. -Hai voglia!, rispundìa la zì Teresina. E nu ggiungìa addhu, lassanduni cchiù curiositusi de prima…).

 

Quandu la Vitamariatuzzàu a la porta d’oru de lu Paradisu, li aprìu San Pietru, ca tuttu sapìa.

  • Cce ede ca voi?, li ddumandau, quasi stizzatu.
  • Voiucu trasu a lu Paradisu!
  • Sì, e stai frisca!…Quistu nun è postu pena peccatrice comu tie! Te ne poti scire!…
  • E tie, ci sinti?
  • Ci suntu iu?! Iu suntu San Pietru!
  • Ah, bella percalla! Ca ti nnecasti tre fiate Gesù Cristu! Se mo’tiestai a ‘mParadisu, allora puru iu pozzu stare a cquai a paru cu tie!…

 

Poi, non cuntenta, la Vitamaria aggiunse:

  • E scummettu, ca cu tiec’è puru Santu Paulu, no?
  • Naturale! Puru Santu Paulu!…, li respùse seccu San Pietru.
  • Altra bella pezza! Unu, ca prima cu se pentisca e cu se cunverta a Cristu, ccise 99 cristiani, e n’addhu intru a la Chiesa, e fannu 100! Se mo’ tie e iddhu stati a ‘mParadisu, allora pozzu stare puru iu a paru cu bbui!…
  • Ti dissi ca puzzi de peccatu!… Vane, ca quistu nun è postu pe tie!

 

E se zzaccare a litacare. E siccomu se strolacàvanu forte e nu la spicciavanu cchiui, e per giunta era propiu lu santu giurnu de Natale, rrivau laMadonna in persona, cu Gesù Bambinu a mbrazze, e con calma e dolcezza se rivolse a la Vitamaria:

  • Fija mia, bisogna cu tieni pacienza, specialmente osce ca ede lu giurnu cchiù santu de tutti li giurni! San Pietru t’have dittu ca a cquai nun c’è posto per te, e San Pietru,cchiùi de tutti, sape ci pote stare a ‘mParadisu, e ci no… Queste sono le regole.

 

  • E ssignuria, chi siete?, li dumandau la Vitamaria, cu la capu calata pe la soggezione.
  • Io sono la madre di Dio.

 

Allora quiddha se menau subitu a nterra, chiangendu e precandu ngenucchiuni:

 

Vergine Matre, santa apparizzione,

regina te lu Cielu, fiurita e bella,

a te mi prono cu crandeadorazzione,

stella lucente cchiui de ogni stella!

Regina ca de luce tefacisti,

divotamente te vegnu a precare:

te precu pe ddhu Fruttu ca facisti,

ca parturisti ‘sta notte de Natale:

te precu, Matre santa e adorata,

core benigno de carità serena,

porta lu balsamu a ‘st’anima malata,

mèdica l’anima mia che mal si mena.

E ‘stu diàvulu nimicu e vicilante,

fallu cu se ne vàscia cchiù distante.

A te mi voto, bella Madonna mia,

ecu lu core ti recitu l’Ave Maria!.

 

E se mise a recitare pe tridici fiate l’Ave Maria, mentru lu Diàvulu se rrevutava de cquai e de ddhai, se girava comu na giostra, e nu sapìa cchiui comu ia de fare cu si la scuaja luntanu de tutte ddhe suppliche, preghiere e giaculatorie, ca pe iddhu eranu pèsciu de centu curteddhate.

(- Nonna, nonna, ma le ‘curteddhate’ cce ssuntu, comu le carteddhate?, dumandavane nui, ca vulìame cu sapimu sempre tuttu e subitu. La nonna prima ridìa, poi cuardava la zì Teresina, ca se mentìa a ridìre puru iddha, e alla fine, unu retu l’addhu, ridìame tutti a crepapelle, senza mancu cu capimu percè. Poi la nonna secutava a cuntare…)

 

A quel punto la Madonna, parlandu cu l’occhi commossi a Gesù Bambinu, li disse: – Fiju miu,quella poveretta nu mi è parsa na fiacca cristiana. S’have menatu cu preca cu vera devuzzione… E se qualche peccatu have fattu in vita soa, è statu pe debulezza e povertà, ma no pe cattiveria. Cu lu permessu tou, iu la facia trasìre. Anche perché, osce ede Natale, lu giurnu cchiù bellu de tutti ligiurni… Insomma: pe mie, pote stare a ‘mParadisu. E pe tie…?

Lu Bambinieddhu, allora, fice segnu de sì, e li fice segnu puru a San Pietrucu apra la porta d’oru. E cusì Vitamaria “la fiacca”trasiu a ‘mParadisu propriu lu giurnu de Natale!

E alla fine, tutti rrumàsera felici e cuntenti.

Menu ca lu Dìavulu, naturalmente, ca pe la ràggia spezzau lu furcone, e sparìu intru a na nuvola de fumu».

Cuntu cuntai. N’addhu cuntu vu lu cuntu crai. E se lu cuntu è statu bellu, dì la prechiera a lu Bambinellu.

Buone Feste! (Antonio Mele ‘Melanton’).

pubblicato su “Il filo di Aracne”

Omaggio ad Antonio Baldari

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Omaggio ad Antonio Baldari, una tre giorni all’Arci di Galatone (Le) per ricordare l’uomo e l’artista, strenuo difensore della terra salentina

di Paolo Rausa

L’Arci Rosa Luxemburg, a Galatone, nell’entroterra salentino di Gallipoli, la bella, il 27 28 e 29 dicembre dedica una serie di iniziative per ricordare Antonio Baldari, grande combattente per la libertà del Salento. Della sua e della nostra terra. Ci ha lasciato qualche mese fa Antonio, da tempo malato. Sempre al centro propulsore di iniziative a difesa della terra salentina, terra di eroi non del dire ma del fare. Il nome dell’Arci sarebbe piaciuto ad Antonio, perché ricorda le comuni radici ideologiche e politiche. Rosa Luxermburg ci era cara perché fra le poche donne politiche, teoriche del socialismo rivoluzionario marxista, sempre in prima linea nella rivoluzione d’ottobre in Russia e in Germania, a difesa dei principi egualitari e di libertà contro lo sfruttamento dell’uomo su l’uomo. Antonio aveva via via ampliato la sua visuale teorica passando alla teorizzazione di una visione dell’esistenza che comprendeva fra le condizioni del benessere anche quelle ambientali. Anzi il presupposto della felicità sulla terra, su questo lembo di terra, era preservare la natura, il paesaggio e l’albero principe e simbolo del Salento, l’ulivo. Ecco perché gli sembrava strano e paradossale che dopo secoli e secoli di suo dominio incontrastato sulle vaste superfici planiziali del Salento ora una minuscola causa, la cosiddetta xylella fastidiosa, potesse essere la responsabile del deperimento di enormi piantagioni di ulivi disseccati. Aveva dedicato ogni suo attimo vitale a scoperchiare, accanto al popolo degli ulivi, quella che riteneva una congiura ai danni del paesaggio agrario e naturale. E usava tutti i mezzi possibili per bandire le ignominie di una verità contrabbandata come scientifica, ma per lui prona agli interessi di speculatori immobiliari di casa nostra e d’oltralpe. Perciò si sgolava a manifestare per le strade dei paesi colpiti, davanti alla prefettura e al tribunale che non si trattava di un batterio ma di un piano delittuoso ordito alle spese della nostra terra che si doveva fermare. Gli amici di tante lotte lo ricordano all’Arci di Galatone con diverse iniziative che prevedono l’esposizione dei suoi quadri, i filmati dei suoi interventi e le testimonianze dei tanti compagni di lotte e di viaggio tra le campagne salentine. Il giorno dell’inaugurazione, il 27 dicembre alle ore 18, sarà dedicato alla presentazione della sua produzione pittorica. Il 28 dicembre alle ore 20, un incontro con tutti gli amici del forum ambiente e salute e gli attivisti salentini ricorderà le sue battaglie comuni. Mentre il terzo giorno, il 29 dicembre alle ore 20, verterà sulla figura di politico e ‘partigiano’ dell’ambiente e della libertà, come politico e attivista ambientale. Ma Antonio esaltava anche i momenti di intrattenimento musicale e coreutico. Per questo sono stati chiamati a manifestare con le loro armi dalle ore 22 diversi musicisti. Il primo giorno sarà ospite il jazzista Francesco Coppola, il secondo giorno gli Astèria, cantori di musica grika, e il 29 dicembre il gruppo di Salvatore Alessio & Friends. L’ingresso agli eventi è gratuito. Info: Arci Rosa Luxemburg, via R. Vaglio 16, Galatone (Le), tel. 327 737 9181.

Gesù bambino in alcune marche editoriali cinquecentesche

di Armando Polito

Leggendo un titolo simile chiunque penserebbe che marche di tal fatta  siano appartenute ad editori specializzati in pubblicazioni di carattere religioso. Lo pensavo, prima di partorirlo,  anch’io quando mi sono imbattuto nel primo titolo: Missale secundum chorum alme Ecclesie Strigoniensis, Urbano Kaym, Venezia, 1518.

La marca mostra la Madonna in piedi, con Gesù bambino in braccio. Fiamme sullo sfondo. In basso le iniziali dell’editore V. K. sormontate da croce.

Mi son dovuto ricredere, pur con qualche riserva, col secondo titolo: Calandra. Comedia di Bernardo Divitio da Bibiena intitolata Calandar, Giovanni Antonio Borgo, Milano, 1545.

La marca mostra Gesů bambino benedicente con la destra mentre con la sinistra regge un globo sormontato da croce.

Il terzo titolo mi ha convinto ad abbandonare ogni riserva o idea di beneficio d’inventario. Esso conferma definitivamente  la fallacia del pensiero inizialmente espresso e la marca, per giunta, tradisce l’attaccamento dell’editore, che è lo stesso del titolo precedente, allo stesso tema, anche se la sua rappresentazione cambia in qualche dettaglio: Formulario overo Epistolario volgare, cioe modo de insegnare a dittare lettere missive, et responsive ad ogni persona de qualunque grado si sia, con ornato et elegante parlare, et anchora a sapere fare le mansione di dentro ey di fuora con facilita. Composto alla comune utilita delli indotti, et novamente stampato, Giovanni Antonio Borgo, Milano, 1546.

I cambiamenti più appariscenti sono l’aggiunta su un lato del ramo di olivo, sull’altro di palma e il cartiglio al cui interno si legge il motto EGO SUM LUX MUNDI1 (Io sono la luce del mondo).
Ci vedo la celebrazione dello spirito del Rinascimento, in cui la rivalutazione dell’uomo non relegò mai di fatto la divinità su un piano secondario ma propiziò il felice connubio (a parte le deviazioni dal giusto equilibrio presenti in ogni epoca storica, anche in quella relativamente più felice) del sacro e del profano, del laico, credente e non, e del religioso (anche di professione…). Ma ci vedo pure, anzi, soprattutto, l’occasione per augurare ad ogni specie vivente (e, perché no, anche ai sassi …), ma soprattutto alla nostra, dalla quale dipende anche il benessere delle altre, se non un nuovo Rinascimento, almeno la rinascita dei valori fondamentali che sono alla base di ogni civiltà, compresa la nostra che, nonostante i mille sbandieramenti, mi pare li rispetti solo a parole …

___________

1 Vangelo secondo Giovanni, 8, 12.

Una triste storia di Natale accaduta all’alba dell’Unità d’Italia

Il pastorello e gli scarponi

Pasquale non aveva mai calzato un paio di scarpe; quando decise di farlo,

per tener fede ad una promessa d’amore, pagò un prezzo altissimo

 

di Rino Duma

 

Premessa

Il fatto che sto per raccontare è realmente accaduto poco dopo l’Unità d’Italia a Picerno, un paesello dell’alta Basilicata, che a quei tempi contava appena tremila anime. Erano gli anni in cui il Regno delle Due Sicilie era stato invaso dalle truppe piemontesi e annesso al Regno d’Italia, nonostante la strenua ed impari lotta della popolazione fedele a re Francesco.

Ho appurato questa triste storia leggendo “La conquista del Sud”, un appassionante romanzo di Carlo Alianello[1], che ha descritto il “Risorgimento meridionale” con dovizia di particolari e con un singolare ed impareggiabile trasporto emozionale. Il libro è pieno di episodi di struggente ed inaudita crudezza, ma – credetemi, amici lettori – questo che sto per narrarvi supera ogni altro per il modo con cui si è svolto e per il crudele epilogo.

L’antefatto

Il personaggio coinvolto in questo patetico e sconcertante avvenimento è un pastorello, orfano di entrambi i genitori, che conduce una vita grama alle dipendenze di una famiglia di pastori in un casolare di campagna ad un chilometro dal paese. Il suo nome è Pasquale Pagliuca, la sua età si aggira tra i sedici e i diciassette anni, forse di più, forse di meno. Il ragazzo è un tipo macilento, bruno di carnagione, alquanto grossolano negli atteggiamenti ed essenziale nel vestire, di poche parole ma gran lavoratore, buono come il pane e dolce come il miele. Cammina scalzo sin da quando è nato. Alla sua giovane età, Pasquale ha già la pianta dei piedi dura e nodosa come il legno, più tenace della terra che calpesta; ma lui non se ne cura, non avverte alcun disagio a muoversi su terreni accidentati, scivolosi e pieni di rovi. Solo raramente usa i “sandali fasciati”[2] per recarsi a Picerno in occasione dell’annuale mercato boario, per partecipare alla festa patronale di San Nicola e per assistere, almeno una volta al mese, alla santa Messa domenicale e comunicarsi.

Il fatto

Siamo entrati da poco nel mese di dicembre 1863. Pasquale ha conosciuto, nella chiesa matrice di Picerno, tramite l’amico Gennaro, Maria Gerarda, una bella ragazza della sua stessa età, molto schiva e contenuta, ma dagli sguardi seducenti ed ammiccanti. Il ragazzo rimane estasiato dal fascino che emana e non smette mai di sognarla e di immaginarsi suo sposo. Per tale motivo si reca ogni domenica a Picerno per incontrarla in chiesa e farsi, almeno con gli occhi, un’abbuffata di cotanta bellezza. La Messa scivola via senza essere percepita minimamente dal ragazzo. I suoi occhi sono puntati costantemente su di lei e ne ammira le grazie e le movenze.

Anche Maria Gerarda si volge spesso verso il ragazzo e gli lancia fugaci sguardi e sorrisi appena abbozzati. Pasquale non ce la fa più: ormai ha deciso di affrontarla e di fare il passo dovuto. Rompe ogni indugio e ferma la ragazza, appena fuori dalla chiesa, e, seppure con il cuore che gli sobbalza in petto, le esterna con poche ed insicure parole il messaggio d’amore. Maria Gerarda, che altro non si sarebbe aspettata, riesce a malapena a contenere la gioia, vorrebbe gridargli in faccia il sentimento amoroso che prova per lui, ma, come prassi vuole, non può farlo, non può pronunciarsi subito e quindi rimanda la sua risposta al prossimo incontro.

Trascorre un’altra interminabile settimana.

E allora, Maria Gerarda, cosa hai deciso?”[3]– esordisce Pasquale con il cuore in gola.

Beh, non posso prendere una decisione così su due piedi… io… io ti conosco da poco” – gli risponde la giovane, a testa bassa per la vergogna, comportamento tipico delle ragazze di quei tempi.

“Se cominciamo a frequentarci, possiamo conoscerci meglio… Io sono disposto a presentarmi subito ai tuoi genitori… Le mie intenzioni sono serie, molto serie”.

“Sì, però…”.

Però!…però, cosa?!”– la incalza Pasquale.

Ecco, devi essere un po’ più ordinato nel vestire, devi curare meglio quei capelli arruffati e poi… e poi, se veramente vuoi chiedere la mia mano, non devi presentarti scalzo a mio padre. Lui, ne sono certa, non ti accetterebbe!”.

Ti prometto che comprerò un paio di scarpe… le migliori scarpe, a costo di lavorare anche di notte per un intero anno!… Te lo prometto, amore mio!”.

E corre via per l’enorme contentezza, senza neanche salutarla.

All’indomani mattina, ottenuto il permesso da Nicola[4], Pasquale ritorna a Picerno ad incontrarsi con Gennaro per aggiornarlo su ogni cosa.

Perciò, Gennaro, tu che vivi qui a Picerno conoscerai senz’altro un calzolaio a cui rivolgermi per un paio di scarpe”.

Lascia fare a me, conosco un tizio che ha tanti indumenti, come pantaloni, cappelli, pastrani, maglie, camicie ed anche un paio di scarponi di media misura, per i quali pretende, se ben ricordo, sette carlini d’argento oppure una pelle di capra in cambio” – gli risponde di rimando l’altro.

Sette carlini!!!… mai visti tanti soldi in vita mia!…” – gli ribatte Pasquale senza troppo pensare – “…Caso mai posso fare un tentativo con la pelle di capra, ma prima devo sentirmi con Nicola. Tu, intanto, parla pure con quel tizio e mantieni caldo l’affare”.

Nicola, che non vuole tradire le aspettative del ragazzo, gli offre la migliore pelle di capra in suo possesso, ma con l’impegno di cardare e filare una grande quantità di lana, dopo essere tornato dal lavoro. Pasquale accetta.

Dopo un paio di giorni il pastorello conclude l’affare; finalmente possiede i tanto agognati scarponi e, in più, ha un coltellino, avuto in omaggio da quel tizio. Ora può presentarsi ai genitori di Maria Gerarda per averla in sposa.

Prima di salutare Gennaro, inforca gli scarponi e, fischiettando, se ne torna verso il casolare. Poco fuori dal paese incontra una pattuglia di quattro carabinieri che rientrano a Picerno.

Ehi, tu, ragazzì, cosa porti ai piedi?” – dice un po’contrariato uno dei quattro.

Sono i miei scarponi nuovi!” – risponde innocentemente il ragazzo.

Quelli non sono tuoi, non ti appartengono… li hai rubati ad un carabiniere!…”- ribatte il militare in modo burbero – “…Conduciamolo in caserma, questo qui deve appartenere ad una banda di briganti!”.

Io brigante?!… ma vi state sbagliando… io sono un pastorello che non ha fatto mai male a nessuno!”.

Pasquale, nonostante le continue insistenze e resistenze, viene ammanettato e condotto in caserma. All’indomani mattina, è trasferito da Picerno a Potenza per essere giudicato dal Tribunale militare.

Una volta in aula, il presidente legge il verbale dei carabinieri e, dopo essersi sentito brevemente con il segretario, interroga il ragazzo.

Voi siete quindi Pagliuca Pasquale di Picerno?”.

Sì, signore, sono Pasquale Pagliuca ed abito nel casolare di Nicola Settembrino, ad una ventina di minuti da Picerno”.

Quanti anni avete?”.

“Non lo so, signore… io… io non ho mai conosciuto i miei genitori”.

E nel mentre abbassa istintivamente il capo.

Come siete venuto in possesso di quegli scarponi… Lo sai che appartengono all’arma dei carabinieri?”.

“Io… io non sapevo che fossero di un carabiniere, altrimenti non li avrei acquistati”.

Chi te li ha venduti?”.

“Non lo so, signore… non l’ho mai visto quel tizio. Io gli ho dato una pelle di capra e lui mi ha consegnato in cambio gli scarponi e, in omaggio, mi ha regalato anche un coltellino”.

“Nonostante l’evidenza dei fatti, avete una bella faccia tosta a negare ogni cosa…” – conclude il presidente, alquanto arrabbiato. Dopodiché si allontana dall’aula insieme al giudice a latere e al segretario per discutere ed emettere la sentenza. Non passano cinque minuti che i tre sono già di ritorno.

“In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della nazione […] a norma dell’art. 2 della legge sul brigantaggio, avendo il qui presente Pagliuca Pasquale opposto resistenza alla Forza Pubblica, essendo stato trovato in possesso di due scarponi appartenenti all’Arma dei Carabinieri ed inoltre di un coltello in dotazione alla stessa Arma, il Tribunale di Guerra di Potenza, oggi, 23 dicembre 1863, riunitosi collegialmente nell’edificio del Distretto, condanna l’imputato alla pena capitale mediante fucilazione da eseguirsi in giornata”.

Pasquale, che non ha capito un’acca di quello che è stato letto, viene condotto in cella.

Avanti un altro brigante!”– ordina il segretario.

Ma, invece di un brigante, entra in aula un delegato della Pubblica Sicurezza, il quale ha un dispaccio della Soprintendenza di Napoli. Il Presidente, dopo aver tolto i sigilli, legge il contenuto della missiva e strabuzza gli occhi man mano che prosegue nella lettura. Si tratta di un’informativa rivolta ai Tribunali di Guerra e contiene ulteriori istruzioni per quanto riguarda l’esecuzione dei condannati alla fucilazione o all’impiccagione.

Bella questa!…” – dice ridacchiando il Presidente.

Presidente, cosa c’è di tanto strano?” – s’insinua il segretario.

Il sovrintendente pretende che, prima di ogni esecuzione, il condannato debba essere vestito con un abbigliamento signorile e, successivamente, fotografato, in modo da dimostrare, attraverso la stampa nazionale ed estera, che “i briganti” appartengono anche alla classe borghese e che non sono affatto degli straccioni”.

“…Ed allora iniziamo dal Pagliuca!” – gli risponde di getto il giudice a latere.

Ben detto… iniziamo proprio da lui!” – conclude il Presidente.

Pertanto dà ordine ad un carabiniere di prendere dal magazzino quanto occorre per vestire il condannato, come richiesto dall’ordinanza.

Ehi, ragazzo, oggi t’agghindiamo a festa… sei fortunato, figliolo!…” – dice con molta ironia l’uomo – “…Su, tìrati su… Ti vesto da capo a piedi… Ti faccio bello e poi usciamo per il paese a fare una passeggiata. Intanto tira fuori quei luridi e puzzolenti stracci e inizia ad indossare questi mutandoni, poi metti anche i pantaloni”.

Pasquale non capisce, è frastornato… Però l’idea di vestirsi a nuovo gli piace. Dopo aver indossato anche il camiciotto, il ragazzo chiede al militare se sia possibile indossare i suoi scarponi. Pasquale è accontentato. Inoltre, gli viene data una giacca un po’ larga ma profumata e nuova. Per ultimo, il carabiniere gli porge un cilindro ed uno specchio in cui rimirarsi.

Pasquale non crede ai suoi occhi. È però ancora incredulo e sconcertato.

“Giovinò, siamo pronti?…” – conclude con molto sarcasmo il militare – “…Andiamo fuori a prendere una boccata d’aria. C’è un sole meraviglioso e due fotografi sono pronti ad immortalarti per l’eternità… C’è anche una parata di militari!… Tutto solo per te!”.

Pasquale è ancora di più disorientato e intontito, non riesce a darsi una ragione di ciò che gli sta accadendo. Si guarda ancora nello specchio e s’accorge di essere un bel ragazzo.

Poi pensa e dice fra sé e sé: “Chissà se fuori non incontrerò Maria Gerarda?”.

Esce scortato da sei militi, che si dirigono al centro del paese.

Appena arrivati nella piazza principale, Pasquale nota una decina di militari armati di fucile, disposti uno accanto all’altro, e due fotografi che si trovano rispettivamente ai lati. C’è anche della gente, tanta gente, che è stata invitata ad assistere a quell’indecente spettacolo. Tutti, però, sono tristi e bisbigliano tra di loro. Di fronte ai militari, a non più di dieci metri c’è una sedia, poggiata ad un muro ed un prete corrucciato che prega a voce sommessa. Ora Pasquale capisce ogni cosa. Prende il cilindro e lo lancia per aria, urlando qualcosa di indecifrabile; poi, in preda ad un’irrefrenabile convulsione, si strappa da dosso la giacca, la camicia e si leva i pantaloni, ma gli scarponi, no, quelli sono suoi.

E poi urla ai presenti: “Voglio morire nudo, come mi ha fatto mammà!”.

Alcuni militari lo bloccano e lo legano alla sedia, lui si dimena. Il prete, in lacrime, gli unge la testa con gli oli sacri, lo benedice e, allontanandosi, continua a pregare a testa bassa.

In un ultimo momento di lucidità, il ragazzo trova la forza per esternare alcunipensieri.

San Nicola mio, aiutami tu!… Maria Gerarda, ti amoooooo!”.

Una scarica di proiettili lo investe in pieno, ma solo sette arrivano a segno. Tre militari, forse perché meridionali, hanno preferito non colpirlo.

Conclusione

La storia di Natale che ho testé raccontato è una delle tante accadute nel Meridione d’Italia durante i primi otto anni di Unità. Ve ne sono altre, alcune note, altre (le tante) subito dimenticate. Ce ne sono a centinaia, a migliaia, per descrivere le quali non basterebbe una decina di corposi volumi. Fra le più eclatanti voglio ancora una volta ricordare le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, che mai, in tanti di anni di storia, sono state ricordate dalle istituzioni pubbliche, se non da quelle locali. Come se quei morti fossero diversi da quelle anime innocenti che perirono a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzena, a Cefalonia, alle Fosse Ardeatine o nei campi di sterminio! Ladifferenza, signori miei, sta nella diversa nazionalità di chi commise quelle efferate esecuzioni. Nel primo caso furono gli stessi italiani ed i morti vennero immediatamente dimenticati, nel secondo furono i tedeschi ed i morti sono ricordati ogni anno.

Quanto è strana la vita!…

Nonostante tutto, da queste colonne rivolgo un augurio di Buon Natale a tutti voi, amici lettori, dovunque vi troviate e chiunque siate. Allo stesso tempo non posso non formulare, anche se con centocinquant’anni di ritardo, i miei migliori auguri al giovane pastorello Pasquale, tradito da un paio di scarponi che mai avrebbe immaginato di indossare, se non si fosse innamorato di una bella ragazza.

Buon Natale anche a te, Maria Gerarda.

[1] L’ultima edizione di quest’interessante romanzo è stata edita da Rusconi editore nel 1971.

[2] I “sandali fasciati” erano delle calzature molto grossolane, usate dalla gente umile e povera. Erano costituiti da un plantare di cuoio o, in mancanza, di corteccia spugnosa e da una striscia di tela o di lana che si avvolgeva, ben stretta, intorno al plantare, sino ad arrivare all’altezza del ginocchio. Per certi aspetti richiamavano la struttura dei calzari degli antichi romani.

[3] Ovviamente il discorso intrattenuto dai due giovanetti è in dialetto lucano (quasi simile a quello campano), che omettiamo di riportarlo per non creare difficoltà nei lettori, ma anche per rendere più scorrevole la lettura.

[4] Nicola è il pastore che ha accolto Pasquale sin da quando è rimasto orfano.

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Buon Natale … dal dottor Jekyll e da mister Hyde

di Armando Polito

Affermo di non aver assunto nessuna pozione e che tutto ciò che seguirà è frutto di una coscienza sempre vigile, anche se piuttosto tormentata e che il mio aspetto fisico, a differenza di quanto succedeva al personaggio creato dalla fantasia di Robert Louis Stevenson,  resterà immutato (guardandomi allo specchio non saprei dire se questo in sé sia un bene o un male, anche se, si dice, per il peggio non c’è mai fine …).  Lascio agire la prima componente, quella, se volete, educata, precisina, buonista, etc. etc.

Tutte le immagini che vedrete, cioè una serie di stampe (antiche e meno antiche) sul tema della Natività, sono tratte, quando non è diversamente indicato, dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia, dove sono custodite.

 

XV SECOLO

Le due tavole appena presentate sono incisioni di Martin Schongauer (1448 circa-1491) alias Bel Martino o Martino d’Anversa o Martino Tedesco; fu anche pittore e in tale veste ebbe parte nella formazione di Michelangelo e nella sua attività giovanile di “falsario”, secondo quanto ci ha tramandato Giorgio Vasari  (1511-1574) nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri: … e ciò che era, che tutto il sapere e potere della grazia era nella natura esercitata dallo studio e dall’arte; per che in Michelangelo faceva ogni dì frutti più divini, come apertamente cominciò a dimostrarsi nel ritratto che e’ fece dui una carta di Martino Tedesco stampata, che gli dette nome grandissimo; imperoché, essendo venuta allora in Firenze una storia del detto Martino, quando i diavoli battano Santo Antonio, stampata in rame, Michelangelo la ritrasse di penna di maniera, che non era conosciuta; e quella medesima con i colori dipinse; dove per contrafare alcune strane forme di diavoli, andava a comperare pesci che avevano scaglie bizzarre di colori: e quivi dimostrò in questa cosa tanto valore, che e’ ne acquistò e credito e nome. Contrafece ancora carte di mano di vari maestri vecchi; tanto simili, che non si conoscevano; perché tignendole ed invecchiandole col fumo e con varie cose, in modo le insudiciava, che elle parevano vecchie, e, paragonatele con la propria, non si conosceva l’una dall’altra: né lo faceva per altro, se non per avere le proprie di mano di coloro, col darli le ritratte, che egli per l’eccellenza dell’arte amirava, e cercava di passargli nel fare; onde n’acquistò grandissimo nome.

XVI SECOLO

Incisione di Marcantonio Raimondi (1480?-1534?).

Incisione del 1504 di Albrecht Dürer (1471-1528); di seguito il dettaglio.

 

XVII SECOLO

Incisione di Jean Baptiste De Poilly (1669-1728) riproducente una pittura su legno di Gaudenzio Ferrari (1480-1546?), originale del quale, purtroppo (perché sarebbe stato interessantissimo fare un confronto), non son riuscito a reperire immagine alcuna (vedi, però, l’aggiornamento in calce al post).

Incisione di Jacques Callot (1592-1635).

XVIII SECOLO

Vista di Betlemme con I Re Magi che portano i doni; incisione di Georg Balthasar Probst (1673-1748).

XIX SECOLO

Incisione su legno di anonimo pubblicata ad Epinal, a pochi km. da Nancy, dall’editore Pellerin.

La didascalia è costituita da un cantico in francese, in cui una pastorella e dei pastori si scambiano delle battute. Di seguito riporto il testo originale e la mia traduzione:

CANTIQUE Air: J’ai l’humeur gaie.

La Bergère: J’ai l’humeur gaie, je rise et suis joieuse,/de m’affliger n’aurais-je pas grand tort?/J’ai vue mon Dieu qui vient me render hereuse/et vaincre l’Enfer et la Mort/Courez-y touz, bergers, sortez des plaines,/n’oubliez pas vos flutes et chalumeaux:/Jésus naissant vient pour briser nos chaînes,/et nous délivrer des nos maux. 

Les Bergers: Partons, bergers, sans tarder advantage,/pour adorer notre Roy, notre Dieu:/il naît pour nous retire d’esclavage;/bergère, enseignez-nous ce lieu./

La Bergère: Regardez bien cette étoile éclatante,/et suivez-la, entrez dans ce hameau,/vous y verrez une mere charmante,/allaiter cet Enfant nouveau./

Les Bergers: Par nos concerts célébrons la naissance/de notre Roi, le premier des Pasteurs;/dans ce lieu,par notre réjouissance,/exprimons la joie de nos coeurs./

En entrant dal l’Etable: Nous le voyons, de Poupon adorable,/couché tout nu entre deux animaux;/quelle bonté! naissant dans une étable,/d’endurer tant de maux./Vous soupirez, nous en sommes la cause;/pour nos péchés vous souffrez ces douleurs:/le Fils de Dieu sur la paille repose;/nous lui causons tous les malheurs./Tous prosternés à vos pieds, divin Maitre,/vous adorant, nous vos offrons nos coeurs; recevez-les, et faites-leur connaître,/qu’on ne doit aimer qu’un Sauveur!  

CANTICO Aria: Sono di buon umore.

La pastorella: Sono di buon umore, riso e sono giosa, avrei forse il gran torto di non affliggermi? Ho visto il mio Dio che viene a rendermi felice ed a vincere l’Inferno e la Morte. Accorrete tutti, pastori, uscite dalle pianure, non dimenticate i vostri flauti e zufoli: Gesù che nasce viene per spezzare le vostre catene e a liberarci dai nostri mali.

I pastori: Partiamo, pastori, senza tardare oltre per adorare il nostro Re, il nostro Dio:nasce per redimerci dalla schiavitù; pastorella, indicaci questo luogo.

La pastorella: Guardate questa stella sfavillante e seguitela, entrate in questa stalla, vi vedrete una madre incantevole allattare questo Neonato.

I pastori: Con i nostri canti celebriamo la nascita del nostro Re, il primo dei Pastori; in questo luogo con la nostra allegria esprimiamo la gioia dei nostri cuori.

Entrando nella stalla: Lo vediamo il Bambino adorabile, coricato tutto nudo tra due animali; che bontà,  nascendo in una stalla, sopportare tanti disagi! Voi sospirate, noi ne siamo la causa; per i nostri peccati voi soffrite questi dolori: il Figlio di Dio riposa sulla paglia, noi gli causiamo tutti i mali. Tutti prosternati ai vostri piedi, divino Maestro, adorandovi vi offriamo i nostri cuori; accoglieteli e fate conoscere loro che si deve amare un solo Salvatore!

XX SECOLO 

 

Incisione su legno del 1920 di Jules Chaudel (1870-1941).

Cedo ora la parola a mister Hyde, il violento, il rompiscatole, l’incontentabile, il dissacratore, il contestatore, l’accolito (forse anche l’inventore, visto che non voto da più di trent’anni) dell’antipolitica, anzi il sovversivo …, che già da un po’ di tempo aveva cominciato ad agitarsi …

Per la serie solo me la suono e solo me la canto una presentazione, a posteriori, di natura tecnica. La composizione (!) è un sonetto con rime ABAB ABAB CDC DCD. In più (le disgrazie, come si sa, non vengono mai da sole) è acrostico (vedi sequenza iniziali di verso in grassetto) e, aggiungo io, anche abbastanza ipocrita visto che il tema centrale è la stigmatizzazione dell’uso vacuo della parola, ma il giochetto (ignobile scusa!) mi serviva per giustificare, in qualche modo, il titolo e per unirmi, in una forma  un po’ diversa, al coro.

E, a proposito di sonetto, m’immagino già le espressioni più ricorrenti dopo la sua lettura: Ma questo è proprio suonato! o (quest’ultima dai conterranei) Ci t’ha ssunatu!, in cui ssunatu è usato come sinonimo del participio passato di un verbo che ha a che fare con il bagno …

Ma, anche in considerazione delle frustate che mi sono appena dato da solo per bruciare sul tempo qualche lettore,  vi sembra più degno di rispetto o, almeno, di simpatia, il dottore-parassita che non ha mostrato la minima vergogna nello sfruttare il lavoro altrui nella missione impossibile di farsi bello o il mister-poetucolo (se mister, con tutto il rispetto, non fosse sinonimo di allenatore sportivo quasi quasi mi piacerebbe …) che allo stesso scopo, correndo forse un rischio poco o superficialmente calcolato …,  ci ha messo del suo?

AGGIORNAMENTO: Grazie alla segnalazione contenuta nel commento del sig. Giovanni Lacorte, che ringrazio ed al quale ricambio gli auguri per il nuovo anno, la comparazione è ora possibile.

Il lettore noterà l’assoluta fedeltà dell’incisione rispetto al dipinto originale, salvo l’inversione speculare risultante dopo la stampa.

Lecce capitale del teatro e delle arti per le nuove generazioni grazie a “Kids”

di Tore Scuro

Il mondo salvato dai ragazzini. Circa 20 compagnie provenienti dall’Italia e dall’estero impegnate in dodici giorni di programmazione con 30 spettacoli per 60 repliche complessive, incontri, laboratori, una mostra, un mercatino del baratto e una festa/concerto finale: da mercoledì 28 dicembre a domenica 8 gennaio Lecce diventa capitale del teatro e delle arti per le nuove generazioni grazie a “Kids”, il festival internazionale del teatro e delle arti per le nuove generazioni. Giunto alla terza edizione il progetto a cura di Factory compagnia transadriatica e Principio Attivo teatro realizzato in collaborazione con Ammirato Culture House, Cantieri Teatrali Koreja, Fermenti Lattici, Manifatture Knos e Fondazione Musagetes, con il sostegno di Regione Puglia, Comune di Lecce, Teatro pubblico pugliese e di altri partner privati, sarà quest’anno dedicato al tema “Il mondo salvato dai ragazzini”, titolo che scelse Elsa Morante per una raccolta di poesie nel 1968.

“Kids” mette al centro i bambini, con il loro potere rivoluzionario, con i loro occhi capaci di capovolgere il mondo, di prendersene cura e di sognare allo stesso tempo di renderlo migliore. Un mondo fatto non sempre di primi della classe, ma di ultimi come Pollicino, la Piccola fiammiferaia, Il Brutto Anatroccolo, come Alex di “Fa’afafine” che cerca la sua identità, come Tarek che affronta il suo viaggio per il deserto e per il mare. I bambini ne scopriranno le forme, i ritmi che ne regolano le stagioni, le tradizioni e le culture anche più lontane che vengono da quello arabo, la saggezza che viene dai racconti dei più anziani e l’amore incondizionato per la natura. Tanti tasselli che grazie al teatro possono aiutarci a costruire delle persone migliori in un mondo migliore.

Fa'afafine (foto della Compagnia)
Fa’afafine (foto della Compagnia)

 

Il programma prenderà il via al Teatro Paisiello mercoledì 28 (ore 17.30) e giovedì 29 dicembre (ore 20.30) con “Pollicino” di Marcello Chiarenza, con Claudio Casadio di Accademia Perduta/Romagna Teatri. Il teatro accoglierà anche “Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro” (30 dicembre, ore 20.30) di Giuliano Scarpinato, spettacolo vincitore del premio “Eolo” come miglior spettacolo di teatro ragazzi del 2016, “Love is in the Air Confessioni di un giocoliere” (2 gennaio, ore 17.30) di Andrea Farnetani, “Johann Sebastian Circus” della compagnia belga Circo El Grito (3 e 4 gennaio, ore 20.30), “Diario di un brutto anatroccolo” di Tonio De Nitto (5 gennaio, ore 17.30, e 6 gennaio, ore 20.30). Nei primi tre giorni del festival sarà anche allestita la mostra “We are family” a cura di Fermenti Lattici e Lea.

Diario di un brutto anatroccolo (foto della Compagnia)
Diario di un brutto anatroccolo (foto della Compagnia)

 

L’Ammirato Culture House ospiterà due focus. Il primo è “Un teatro nel bosco – il racconto naturale” di Luigi D’Elia e Francesco Niccolini, dedicato a tre loro spettacoli. In programma “Il giardino delle magie”, la storia d’amore di Andrè e Dorine (28 dicembre, ore 19), “Aspettando il vento” (29 dicembre, ore 19) e “La grande foresta” (30 dicembre, ore 19). Il secondo è “Il teatro ci racconta il mondo arabo” a cura della compagnia italomarocchina Cicogne Teatro. In scena “Heina e il Ghul. Il Cous Cous spiegato a mio figlio” (2 gennaio, ore 16.30 e ore 19), “Sotto la tenda. Ti presento il mio Marocco” (3 gennaio, ore 16.30 e ore 19) e “Buonviaggio” (4 gennaio, ore 19), dove si affronta la piccola odissea di uno dei tanti bambini che tenta di sopravvivere lasciando il suo paese per cercare fortuna in Italia.

Storia di un uomo e della sua ombra (ph. Marco Caselli)
Storia di un uomo e della sua ombra (ph. Marco Caselli)

 

Nel Museo Ferroviario appuntamento con il progetto speciale “In viaggio con le storie”, che il 30 e 31 dicembre e il 3 e 7 gennaio (ore 10 e ore 11.45) ospiterà 24 spettacoli sui vecchi vagoni storici. Al fischio del capostazione i piccoli spettatori saliranno in carrozza per assistere ai racconti di Daria Paletta, Giuseppe Ciciriello, Enrico Messina, Fabrizio Pugliese, Sara Bevilacqua, Silvia Civilla e Ilaria Carlucci. Nella Sala Maria D’Enghien del Castello Carlo V la compagnia svizzera Teatro Pan metterà in scena “Il giardino di Gaia” (3 gennaio, ore 17.30, e 4 gennaio, ore 10.30 e ore 17.30), mentre il 6 (ore 11 e ore 18.30) e il 7 gennaio (ore 16.30 e ore 18.30) sarà presentato “Il principe mezzanotte” di Alessandro Serra. Ai Cantieri Teatrali Koreja si festeggia la Befana (ore 11 e ore 17.30) con “La Carovana delle Merende”, un concerto di canzoni inedite per bambini a cura di Paolo Petrosillo e Vito De Lorenzi ed una serie di iniziative tra laboratori e merende bio.

Pollicino (foto della Compagnia)
Pollicino (foto della Compagnia)

 

Le sale delle Manifatture Knos accoglieranno il laboratorio di arti circensi per ragazzi (dai 5 ai 16 anni) a cura di Cirknos e Salento Buskers Festival (28 e 30 dicembre, 4 gennaio, dalle 9.30 alle 12.30), “La Piccola Fiammiferaia” (29 e 30 dicembre, ore 16.30 e ore 18.30), il “Mercatino del baratto per bambini ovvero Babbo Natale ha sbagliato anche quest’anno” a cura di Fermenti Lattici (4 gennaio, dalle 9.30 alle 12.30, ad ingresso libero), “The House” (4 e 5 gennaio, ore 17.30 e ore 20.30) e “Diva” (7 gennaio, ore 17.30 e ore 20.30) della compagnia danese Sofie Krog Teater, “Marmelade”, un piccolo gioiello di danza e giocoleria per i più piccoli, della svedese Claire Parsons (5 gennaio, ore 11 e ore 16.30, e 6 gennaio, ore 11 e ore 17.30), “Storia di un uomo e della sua ombra” di Principio Attivo Teatro (7 gennaio, ore 18.30). Domenica 8 gennaio dopo “Clown in libertà” del Teatro Necessario, una delle formazioni clownesche più applaudite d’Italia (ore 11 e ore 16.30) il festival si chiuderà con il concerto festa finale “When we were kids” a cura di Workin Label. Un viaggio alla ricerca dei bambini che eravamo e che siamo con Carolina Bubbico (voce, tastiera), Daniele Vitali (voce, tastiera), Emanuela Gabrieli (voce), Manu Pagliara (voce, chitarra), Mario Esposito (basso), Filippo Bubbico (batteria).

 

Biglietti. Ingresso adulti e bambini 5,5 euro. Prevendita e prenotazione telefonica 6 euro. Vendita online 6,5 euro. Kids card (valida per 3 spettacoli) 13,5 euro. Operazione Robin Hood – regala o ricevi un biglietto per Kids.

Punti vendita. Infopoint di Piazza Duomo dal 19 dicembre. Open space di piazza Sant’Oronzo dal 27 dicembre. Castello Carlo V. Luoghi di spettacolo un’ora prima di ogni spettacolo.

Info e prenotazioni: 340.3129308 – 340.3769613 – 328.2862885 – 327.7372824 -320.0119048 – 328.1025863.

E’ Natale

Natività (cartapesta di M. Grazia Presicce)
Natività (cartapesta di M. Grazia Presicce)

 

di Maria Grazia Presicce

In questa strana società indaffarata bizzarra confusa frettolosa e superficiale è difficile cogliere quelle sfumature semplici e genuine che accompagnavano gli antichi riti delle ricorrenze festive.

Tutto oggi è usa e getta, cosicché anche sensazioni e sentimenti son diventati plastica per i più. Anche il Natale, quindi, è solo festa di un fare convulso, dell’essere impulso caotico di attrattive futili mera rappresentazione ipocrita di sfuggenti convenevoli che non lasciano scia nel cuore e nell’animo e si dissolvono come nebbia al sole.

Mi chiedo cosa resterà ai bambini di questi Natali frenetici tra “sbrilluccichio” di lucine troppo splendenti, negozi e vetrine troppo agghindate, vie chiassose di gente che raccatta regali il più delle volte solo apparenze fugaci senza essenza.

Si festeggia il Natale senza penetrarne l’essenzialità. Basta divertirsi, strafogare, bere e porre in mostra, spesso anche quel che non si ha, senza soffermarsi davanti alla grotta a contemplare l’intima unione di quelle tre anime, emblema di famiglia, di calore di gesti, di armonia, di amore, di dignità.

C’è tutto in quella grotta che ognuno sistema nella propria casa e poi la dimentica, privilegiando l’albero scintillante coronato di pacchi e pacchetti ben confezionati.

Dov’è finito quel Natale composto, silenzioso, genuino, armonioso, senza regali e senza nemmeno Babbo natale? Lui non faceva parte della nostra tradizione, c’era solo San Giuseppe sotto la grotta, compagno di Maria e padre del Bambinello, e c’era la Befana a portare i doni: come pecore poi abbiamo adottato e voluto Babbo natale. Ci siamo, come si dice, adeguati e ora cerchiamo frettolosi regali da sistemare sotto quest’albero che tempo fa non esisteva per noi, anzi una cima c’era a sovrastare il presepe e la grotta, ma era una semplice cima di pino addobbata d’ arance, melegrane, mandarini, caramelle e chi poteva cioccolatini.

Ora abbiamo l’albero finto di tutto: di finte luci, di finte palline colorate, finto di emozioni e di finta armonia.

Dov’è quel Natale che una volta cominciava in famiglia tanto tempo prima con l’esortazione e le promesse a divenire più buoni tra i consigli di madri, padri e nonni tra i loro racconti del Bambinello, i proverbi, le preghiere di grandi e piccini davanti a quella grotta fatta di ceppi e di carta colorata illuminata solo dalla sfuggente luce di un “lampino” ( lumicino che ardeva in bicchiere per metà colmo d’acqua ed olio) posto in un angolo del presepe?

Davanti a quella grotta la notte della vigilia, dopo le preghiere, i bambini recitavano le poesie imparate a scuola e quelle insegnate dalla nonna o dalla mamma; eccone una:

Bambinieddhu

Bambinieddhu

all’annu giustu

mi presentu a nnanti tie

picca cranu e picca mustu

imu fattu picca ulie;

e cce ‘ai bammbinu mia

ca ti esciu tantu maru?

Allu mundu non c’è sbrigu

quandu manca lu tenaru.

L’annu scorsu ti priai

e ti dissi tante fiate:

fa cu spìccianu ‘sti guai

cconza prestu ‘sti annate,

ma sirà, ca fici pesciu,

fu nu chiantu generale

no se fattu nuddhu riesciu

e mò stamu già a Natale.

Mò so certa e so sicura

ca ndi pienzi e cu ndi scusi

mò ti preu pi l’annu inturu

cu ndi carichi ti fusi.

Mò ti preu puru pi l’addhi

notte e giurnu, sera e matina

fande stare ti signuri,

fa cu spiccia la risina.

Cu le fiche

a statotiche e miluni

ogni purieddru lassa dica:

tegnu a casa li muntuni.

Mò sta begnu intra stanotte

cu ti faci na mangiata

tò pilusi ti ricotta

tò casieddhi e na sciuncata.

Mangia e bii ca à fattu scelu

e lu tiempu stae alla nee

quando ti ndi sali a ncelu

tu ricordate di me.

Questo componimento è testimonianza orale di nonna Tittì (Concetta) Donadei

Bambinello dopo un anno/ mi presento davanti a te/ poco grano e poco mosto/ abbiamo raccolto poche olive./ E cos’hai Bambinello mio che ti vedo così triste?/ Al mondo non c’è tranquillità/ quando manca il denaro./ L’anno scorso ti pregai/ e ti dissi tante volte:/ fa che finiscano questi guai/ sistema presto queste annate./ Ma forse è stato peggio,/ fu un pianto generale/ non si è fatto nessun passo avanti/ e ora siamo già a Natale./ Ora sono certa e sono sicura/ che ci pensi e che ci scusi/ ora ti prego per l’anno venturo/ di caricarci di fusi./ Ti prego anche per gli altri/ notte e giorno, sera e mattina/ facci stare da signori/ fai finire la penuria/ con fichi a strati e meloni / fa che ogni povero possa dire/ ne ho a casa cataste./ Ora sto venendo questa notte/ per farti fare un pranzo/ con due pilusi ( residuo di formaggio che si estrae dal siero prima che si formi la ricotta) di ricotta/ due caciotte e una giuncata./ Mangia e bevi che è calato il gelo/ e sta per nevicare/ quando salirai al cielo/ Tu ricordati di me.

Note sulla chiesa dei Paolotti a Nardò

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di Marcello Gaballo

Sorta su una preesistente chiesetta dedicata a S. Maria di Costantinopoli o del Canneto, fu ricostruita dal duca di Nardò Belisario II Acquaviva d’ Aragona (1569-1623), figlio di Giovanbernardino II, per un evento prodigioso occorso nella sua vita tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, nel giardino annesso al castello ducale.

Lo conferma un atto notarile conservato nell’ Archivio di Stato di Lecce, del notaio Pietro Torricchio, in cui si legge che lo stesso duca Belisario “…tenere et possidere in burgensaticum… jardenum unum cum arboribus communibus et cannito et cum ecclesia sub titulo S. Maria de Costantinopoli, existente intus eodem jardenum, in latere versus boream, et de novo aedificata cum maiori parte espensarum ipsius ducis, sita extra et prope menia et castrus eiusdem civitatis, iuxta tres vias publicas et terras mense episcopalis neritonensem…”.

La chiesa era perciò di patronato della famiglia Acquaviva e lo stesso duca aggiunge nel documento “pro salute eius anima, constituere, erigere et fundare quoddam beneficium ecclesiasticum perpetuum sub titulo S. Maria de Costantinopoli in ecclesia predetta…”.

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interno della chiesa con la tomba di Giovan Bernardino Tafuri

 

Che la chiesa fosse preesistente al convento lo si rileva in un atto notarile del 1606, quando Gio. Battista Serpante da Forlì annulla il suo lascito del 1/7/1606 ad Alessandro delli Falconi, a favore della chiesa di S. Maria di Costantinopoli “extra moenia in jardeno Ducis”. Già nel 1573 la chiesa risulta comunque esistente, sempre dedicata a S. Maria di Costantinopoli. Secondo il Moroni i frati si insediarono a Nardò durante l’episcopato di Girolamo De Franchis (1617-1634).

Ciò che oggi si vede fu ricostruito nel 1745, essendo crollata la maggior parte della struttura originaria per il terremoto del 1743. Ciò è ricordato da un’ epigrafe (DOM/ TEMPLUM HOC/ X. CAL. MARTIAS ANNO D.NI MDCCXLIII/MAGNO CIVITATIS EXCIDIO TERRAEMOTU EVERSUM/ NERITONORUM PIETAS/ S. FRANCISCI PAULANI PATRONI PRAESENTISSIMI/ INNUMERIS COMMOTA MIRACULIS/ A FUNDAMENTIS RESTITUIT/ FRATES MINIMI NE POSTEROS LATERET BENEFICIUM/ GRATI ANIMI MONIMENTUM POSUER./ ANNO MDCCXLV).

A ridosso c’era il convento dei Minimi Riformati o Paolotti, che si stabilirono nel convento nel XVII sec. per restarvi sino al 7/8/1809.

La chiesa, con pianta a croce latina, fu consacrata nel 1706 dal Vescovo Fortunato, ma fu in buona parte ricostruita dopo il terremoto del 20 febbraio 1743, forse nel 1749, quando fu riedificata la sacrestia da Mons. Carafa e suo fratello Antonio, come ricorda l’ epigrafe che ancora si vede.

Il prospetto, sobrio ma elegante e slanciato, secondo il gusto dell’epoca, presenta paraste lisce con capitelli adornati da volute. Sui gradini posti all’ esterno della chiesa è visibile l’ insegna dei frati (sole raggiante caricato della parola CHA-RI-TAS).

altare di San Francesco da Paola
altare di San Francesco da Paola

 

Degno di particolare nota è il bellissimo altare di S. Francesco da Paola, nel transetto destro, realizzato dallo scultore di Alessano Placido Buffelli, e qui trasferito dalla Cattedrale, ove era dedicato a S. Francesco di Sales. Presenta triplici colonne a spirale, con un incredibile animazione di putti in differenti pose. Nella parte superiore vi è la nicchia con la statua del Santo titolare e l’ insegna dei frati, mentre inferiormente sono impresse le armi dei nobili Montefuscoli.

Altrettanto notevoli, dal punto di vista artistico, la tela posta a lato di questo altare e l’affresco originario della Madonna di Costantinopoli. Sempre qui è presente la tela di S. Nicola Pellegrino, del 1615, di Donato Antonio d’ Orlando.

particolare dell altare di S. Francesco da Paola
particolare dell altare di S. Francesco da Paola

 

Sulla chiesa si veda anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/04/20/1607-lavori-nella-chiesa-di-s-francesco-da-paola-in-nardo/

Il marchese di Oria Bonifacio tra i seguaci di Pietro Valdo

Giovedì 15 dicembre 2016. Ore 19.00

Hotel Palazzo Virgilio – Brindisi

XLVIII Colloquio di studi e ricerca storica

Dal conflitto alla comunione.

Note sul quinto centenario dell’inizio della Riforma

                                                              

«Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide»

                                                                  Giovanni XXIII

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Come Madre di Dio è elevata sopra tutti gli uomini, eppure rimane sì semplice e modesta che a questo riguardo non potrebbe tenere sotto di sé una piccola ancella. O poveri noi uomini, che quando abbiamo qualche bene, potere od onore, anzi se soltanto siamo un po’ più belli degli altri, non possiamo stare a fianco di uno minore di noi e le nostre pretese divengono smisurate, che cosa faremmo se ricevessimo dei beni tanto grandi e sublimi?“ Martín Lutero

Il dibattito sulla riforma coinvolse pienamente il mezzogiorno d’Italia anche sull’eco delle tesi di Juan de Valdés (1505 1541); la sua casa alla Chiaia divenne un circolo letterario e religioso, e le sue conversazioni e le sue opere, che circolarono manoscritte, stimolarono il desiderio di una riforma spirituale della Chiesa. Tra i frequentatori della sua casa si ricordano, fra i tanti, l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio di Capua, Galeazzo Caracciolo, Caterina Cybo, il vicario generale dell’ordine dei cappuccini Bernardino Ochino, il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo, Bartolomeo Spadafora, il vescovo di Cheronissa Giovanni Francesco Verdura, Pietro Martire Vermigli. Secondo la testimonianza resa il 7 marzo 1564 da Francesco Alois, condannato come luterano, fra i simpatizzanti di Juan Valdés bisogna includere anche Nicola Maria Caracciolo (1512-1568), vescovo di Catania, che nel testo del suo sinodo diocesano, scritto in lingua volgare, dimostra una spiritualità vicina agli “alumbrados”. Dalle armi della critica non di rado si passò alla critica delle armi, con uso della forza;   nota è, ricorrendo l’anno 1561, la persecuzione dei valdesi in Calabria, lì insediati da  circa duecentocinquant’anni. Si trattò di provvedimenti che miravano allo sradicamento culturale di queste comunità cui s’imposero matrimoni misti con cattolici e la proibizione dell’uso della lingua occitana. I seguaci di Pietro Valdo (1140-1206), erano giunti in Calabria circa il 1315 per sfuggire alle persecuzioni di cui erano fatti oggetto nelle valli piemontesi e nella Francia Meridionale. La situazione mutò quando si pose  in Europa la questione protestante e vi fu il timore di una deriva calvinista della comunità. Nel Salento è nota la vicenda del marchese di Oria Giovanni Bernardino Bonifacio (1517-1597), in gioventù tra i frequentatori della casa napoletana di Giovanni Maria Bernardo, che formavano un circolo valdesiano di letterati e colti gentiluomini. È ignota la data della sua partenza da Oria: nell’ottobre 1556 si trovava ancora nei suoi feudi, ma già pensava di stabilirsi definitivamente a Venezia. Soggiornò effettivamente sulla laguna, ma nell’estate del ’57 raggiunse Basilea insieme con due schiave berbere che lo servivano, due ex monaci, l’uno nativo di Oria, l’altro di Sicilia o di Puglia, e un francese che viaggiava anch’egli al suo seguito; il 15 agosto interveniva a un banchetto offerto dall’università di Basilea. Era l’inizio di un peregrinare attraverso l’Europa che l’avrebbe infine fatto approdare a Danzica ove terminò i suoi giorni. Il 1591, donò al Senato di Danzica la sua biblioteca, comprendente 1.043 opere in 1.161volumi, ricevendone in cambio un vitalizio di un fiorino d’oro mensile e un’abitazione nell’antico monastero francescano. La biblioteca, che rifletteva gli interessi religiosi e umanistici del marchese di Oria, fu aperta ufficialmente al pubblico il 1596.

 

 

Indirizzi di saluto

Corrado Nicola De Bernart

Presidente Rotary Club Brindisi Appia Antica

 

 

Interventi

Dario Stomati

Rotary Club Brindisi Appia Antica

 

Pastore Bruno Gabrielli

Chiesa Evangelica Valdese

 

Alfredo Di Napoli ofm cap

Storico della Chiesa

 

Giacomo Carito

Società di Storia Patria per la Puglia

 

 

Organizzazione:

Rotary Club Brindisi Appia Antica

Gallipoli e il suo gemellaggio secentesco con Anversa

di Armando Polito

La prima immagine è nota ai visitatori più affezionati di questo blog essendo stata oggetto di attenzione prima altrui (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/05/gallipoli-porto-europeo-dellolio/), poi mia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/).

La seconda è una tavola della stessa opera (tomo uscito VI nel 1626) cui appartiene la prima (tomo IX uscito nel 1629). Per i restanti dettagli bibliografici e per una comprensione migliore del post rinvio al secondo link segnalato. Qui mi limito solo a tradurre il titolo (che è una sentenza) e la didascalia (che lo spiega) della seconda tavola, entrambi in latino.

ABSIT SUPERBIA ET NON NOCEBIT DIVITIARUM AFFLUENTIA=Sia assente la superbia e l’affluenza della ricchezza non nuocerà.

Antorff è il nome tedesco di Anversa.

Divitiis multis plerumque superbia iuncta est. Si tollas fastum haud res opulenta nocet (A molte ricchezze per lo più è congiunta la superbia. Se elimini l’ostentazione nessuna abbondanza nuoce.

E chiudo con una domanda, dopo aver detto che nel testo compaiono altre tavole raffiguranti un porto ma  nessuna né nel titolo né nella didascalia reca accenno alla ricchezza. Se Gallipoli non fosse stata all’epoca la capitale europea dell’olio sarebbe stata scelta insieme con Anversa come esempio di produzione e circolazione di ricchezza e come pretesto per una riflessione di ordine morale?

I caratteristici dolci salentini del Natale: purciddhuzzi e cartiddhate

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di Massimo Vaglio

Nonostante mezzo secolo di campagne pubblicitarie plurimilionarie tendenti alla completa globalizzazione delle abitudini e dei gusti di tutti gli italiani, condotte dalle ricche aziende produttrici di panettoni e pandori, alcune tradizioni culinarie locali resistono saldamente e talvolta, si persino rafforzano, in una spesso inconsapevole difesa della propria cultura popolare. Perché, non sembri pomposo il termine, di cultura si tratta, infatti, se leggiamo la definizione data dall’Unesco a questa parola, ci rendiamo conto dell’appropriatezza, del suo utilizzo: “La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze” (definizione Unesco di cultura, espressa nel Rapporto finale della conferenza internazionale organizzata dall’UNESCO a Città del Messico dal 26 luglio al 6 agosto 1982).

Una delle tradizioni più radicate e care ai salentini di ogni ceto e generazione è quella legata al consumo dei dolci natalizi e in particolare di quelli dalle tipologie più semplici, viene infatti considerata triste e sconveniente l’assenza sul desco natalizio, non tanto dei prelibati dolci di pasta mandorla, vanto e orgoglio dell’arte pasticcera locale, quanto quella dei purciddhuzzi, delle cartiddhate e delle pèttole.

Dolci semplici, poverissimi, ma che intrinsecamente offrono un senso di familiarità, dolci che con muta eloquenza, materializzano l’amore di qualche familiare che con pazienza e dedizione li prepara per tutti gli altri.

Consumare insieme questi semplici dolci è un po’ come rinnovare promesse, spezzare e consumare insieme il Pane dell’Alleanza, infatti la società e la famiglia di oggi appaiono spesso sclerotizzate, ma, né più, né meno, di quanto lo fossero quelle in cui Cristo, tradito da Giuda e rinnegato per ben tre volte da Pietro andava a fondare l’istituzione Eucaristica.

Inconsapevolmente e con le dovute distanze il consumo di questi semplici cibi rituali, rinforza il vincolo familiare e rinnova il miracolo di una famiglia che come nell’ Eucaristia avvicina e accoglie tutti con amore e senza pregiudizi, andando a costituire il nucleo per una società più umana. Quindi antichi cibi rituali, legati alla più importante ricorrenza liturgica e, come tali, semplici, poveri alla portata di tutte le famiglie, in una sorta di fratellanza universale che un tempo univa persone e persino animali.

La tradizione popolare infatti voleva che anche gli animali domestici la notte di Natale parlassero e assumessero altre capacità e sensibilità umane. Per tale ragione dovevano essere trattati meglio del solito, quasi umanamente, trattamento che spesso si concretizzava con una più abbondante somministrazione di cibo e con la distribuzione a tutti di pèttole fritte, anche queste universalmente gradite, sia dai piccoli carnivori domestici, quanto dai grandi erbivori.

I purciddhuzzi e le cartiddhate, erano e restano dei dolci ghiottissimi, trasversalmente apprezzati da adulti e bambini. I primi sono più diffusi nel Salento e nel Tarantino, ove vengono appellati sannacchiudere, mentre le cartiddhate, termine più frequentemente italianizzato in cartellate, sono diffuse un po’ in tutta la regione, ma maggiormente nel barese.

La loro origine è incerta, ma pare che dolci simili ai purciddhuzzi siano stati portati già dai greci già in periodo Magnogreco. Infatti, nella cucina greca esiste ancora una preparazione simile, i loukoumades, mentre nell’antica Roma erano in auge dolci simili, fritti e cosparsi di miele, molto utilizzati anche come offerta rituale alle divinità. Dall’ evoluzione di questi arcaici dolci sono stati derivati anche la cicerchiata abruzzese, la cicirata lucana e gli struffoli partenopei, tutti parenti stretti dei nostri purciddhuzzi, ma la più antica citazione riguarda gli struffoli che compaiono nel ricettario di Bartolomeo Crisci del 1634. Però non parla del loro consumo in relazione al Natale, tradizione evidentemente sopravvenuta più tardi. L’etimo, secondo alcune fonti, deriva da porcellino, di cui ricorderebbe vagamente la forma; secondo altri dalla Ciprea (Ciprea lurida), una bellissima conchiglia tondeggiante, appellata in vari idiomi pugliesi appunto purciddhruzzu, che montata in argento veniva utilizzata come amuleto porta fortuna. La credenza voleva che questa conchiglia, legata alla caviglia del bambino, lo avrebbe aiutato a crescere in salute come il porcello di Sant’Antonio.

L’origine delle cartellate è ancora più incerta, così come pure l’etimologia, di certo la loro produzione è abbastanza datata, sono riportate, infatti in un registro spese del 1762 (tenuto presso l’archivio della Basilica di San Nicola di Bari) ove, le monache Benedettine di Santa Scolastica che reggevano l’Ospizio dei Pellegrini di San Nicola di Bari, riportavano i pasti e le spese delle domeniche.

Probabile, quindi che come tante altre prelibatezze dolciarie siano nate proprio in qualche convento e da lì, pian piano, si siano diffuse in tutta la Regione.

L’impasto è semplice, ricalcando nella composizione quello dei purciddhuzzi, ma la fattura è più complessa, richiede una discreta manualità, specie nelle artistiche elaborazioni a forma di fiore di dalia.

Purciddhuzzi e cartiddhate, preparazione

1 kg. di farina di grano duro setacciata, 2 dl di olio, vino bianco secco o liquore all’arancia o all’anice, un pizzico di sale, vincotto, miele, cannella in polvere, farina supplementare, “anisini”, pinoli, olio di frantoio.

Ponete la farina a fontana sulla spianatoia, versate al centro l’olio, il sale e un poco di vino bianco secco tiepido. Amalgamate bene il tutto sino a che risulti una pasta compatta; raccoglietela, arrotolatela e avvolgetela in un panno dove si farà riposare per un paio d’ore. Quindi infarinate leggermente la spianatoia e ponetevi sopra l’impasto, lavoratelo un poco e tiratelo con l’aiuto del matterello, sino a ricavarne delle sfoglie sottilissime. Col tagliapasta dentellato ricavate delle losanghe con cui formate rosette, farfalle, nocche o semplici rombi e altre forme a piacere e friggetele in ottimo olio di frantoio aromatizzato con delle scorze di limone o mandarino; ritiratele dall’olio ben dorate e croccanti e ponetele su carta assorbente. Immergetele man mano nel miele scaldato a bagnomaria, disponetele in terrine e guarnitele con confettini colorati (anisini), pinoli, mandorle spellate e cannella in polvere.

Una variante consiste nel sostituire il miele con il vincotto.

Volendo, semplificare un poco il lavoro potrete utilizzare una comune macchina per la pasta: preparate delle sfoglie che siano più o meno spesse quanto le tagliatelle, tagliatele a strisce della larghezza di un paio di centimetri con l’apposita rotella dentellata, e pizzicate le strisce di pasta unendole a tratti alterni per tutta la loro lunghezza. Infine, arrotolate le strisce su se stesse, comprimendo ogni tanto in modo da unirle in varie parti, bagnando eventualmente, con un po’ d’acqua, andrete così a formare dei fiori simili alle dalie. Continuate cosi, fino a consumare tutto l’impasto, deponendo man mano i fiori su tavolieri di legno.

Per preparare i purciddhuzzi che nel Tarantino vengono appellati sànnacchiudere preparate un impasto analogo a quello già descritto, con la sola differenza che, invece di ricavarne sfoglie, ricaverete dei piccoli gnocchi che friggerete, e confetterete nello stesso modo descritto per le cartellate. 

Giovanni Bernardino Tafuri di Nardò (1695-1760) e Angelo Calogerà (1696-1766)

di Armando Polito

La prima immagine è tratta da Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli compilata da Domenico Martuscelli, Nicola Gervasi, Napoli, tomo I, 1813; la seconda è una stampa custodita nella Biblioteca Nazionale Austriaca (http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126022685.html?q=caloger%C3%A0)

Per chi non lo sapesse va preliminarmente detto che Giovanni Bernardino Tafuri fu un erudito neretino del secolo XVIII e Angelo Calogerà, patavino, suo contemporaneo, fu un monaco camaldolese, prima bibliotecario presso la chiesa di S. Michele di Murano, poi priore del monastero di San Giorgio Maggiore.

Il primo ebbe credito assoluto e stima incondizionata da parte della cultura del suo tempo, riconoscimenti offuscati col passare dei decenni dalla scoperta di veri e propri falsi, pur abilmente confezionati. Anche se le falsificazioni sono sempre esistite, a prima vista sembrerebbe che il secolo dei lumi fosse una culla poca adatta per la loro nascita. In realtà l’amore per la ricerca documentaria in chi non è animato da acribia e rispetto assoluto per la conoscenza ed è invece solleticato dalla tentazione di conferire a tutti i costi prestigio alla propria patria o, peggio, alla propria parte o, peggio ancora, a se stesso, rappresenta una tentazione troppo forte per non interpretare in mala fede, manipolare o, addirittura, confezionare prove. Di questo il Tafuri fu capace e tutto ciò fa rabbia come succede ogni volta che ci si trova di fronte ad un talento prostituito. Si aggiunga a questo che la storia locale è forse quella che più  si sottrae al controllo, ammesso che si trovi qualcuno disposto a visitare le coltivazioni dell’orto altrui col rischio che per rappresaglia il controllato, a torto o a ragione disturbato dall’intrusione, ricambi la visita di cortesia …

Il secondo personaggio di oggi è noto agli studiosi soprattutto per aver pubblicato, insieme con Antonio Vallisneri, la Raccolta di opuscoli scientifici e filologici in 51 tomi: i primi 17 uscirono per i tipi di Cristoforo Zane a Venezia dal 1728 al 1738; i restanti per i tipi di Simone Occhi, sempre a Venezia,  dal 1738 al 1757.

Nella tabella che segue (per leggerla più agevolmente cliccare una prima volta e, quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento, una seconda) ho riportato tutti gli estremi dell’ospitalità goduta dal neretino presso il Calogerà.

 

Aggiungo che la Raccolta del Calogerà ospitò anche quattro contributi dei fratelli Pollidori/Pollidoro (La stessa forma latina del nome, vedi nella tabella seguente, giustifica  come traduzione in italiano ora  Pollidori ora Pollidoro)in particolare i due di  Pietro, che del Tafuri fu compagno di merende …

A riprova ulteriore del credito e della stima del Calogerà per il Tafuri va ricordato che il tomo XVI del 1738 è indirizzato allo storico neretino, come si legge nel frontespizio.

Il volume, inoltre, si apre con una dedica in cui il Calogerà, dopo aver ringraziato il Tafuri per i suoi innumerevoli contributi, ne tesse le lodi, in cui spicca, oggi offuscato dalla luce beffarda della storia, il riferimento alle singolari prerogative del bello e candido animo vostro. Segue una dichiarazione di modestia per cui il Calogerà delega al Cavaliere Signor Ignazio Maria Como (era uno specialista di componimenti del genere e la biblioteca Riccardiana a Firenze ne conserva un buon numero manoscritti) il compito di celebrare il Tafuri con un canto in distici elegiaci, che ho ritenuto opportuno riprodurre con le immagini originali, aggiungendo di mio quello che è quasi d’obbligo in queste circostanze, cioé la traduzione e qualche nota.

 

Storni, migranti e civili

images

di Rocco Boccadamo

Il mio appartamentino si trova affacciato su un ameno parco, impreziosito da una selva di pini, circondante il plesso di una scuola dell’infanzia.

Cosicché, le mie soste domestiche, vuoi durante le giornate di sole, vuoi col cielo grigio, hanno agio di trarre un senso di godimento non da poco, grazie alla visione di siffatta oasi di verde, specie quando la stessa è abbinata allo spettacolo, con vocii, rincorse, giochi e vivacità, dei bambini in ricreazione.

In aggiunta alle piacevoli sensazioni di tutti i giorni, questo pomeriggio, fra le sedici e le diciotto, il suddetto habitat naturale mi ha regalato una serie di emozioni inconsuete e ancora più intense.

Mentre rientravo a casa da un’incombenza presso l’ufficio postale, a un certo punto la mia attenzione è stata, infatti, attirata da un mare di cinguettii, non assordanti e tuttavia intensi, connessi con l’arrivo e la sosta sui rami dei pini, senza esagerazione, di alcune migliaia di storni, i minuscoli volatili di colore bruno che hanno proprio la caratteristica di viaggiare compatti in assembramenti considerevoli, sovente tracciando sulla volta celeste tavolozze di disegni fantasmagoriche, estemporanee e mutevoli in un baleno, che nessun artista, a mio avviso, sarebbe in grado di emulare.

Non è la prima volta che assisto a calate di storni in città, e però, in questa circostanza, sono stato colpito da un episodio collaterale mai incontrato prima.

In mezzo a quel cinguettio diffusissimo degli storni, alcuni esemplari di tortore o di piccioni, padroni quotidiani del boschetto nell’abitato urbano, si libravano allontanandosi, quasi a voler lasciare il posto ai più minuscoli, e probabilmente più bisognosi di quiete, ristoro e riposo, compagni di specie.

Mi è sembrata una spontanea e silenziosa lezione di accoglienza e ospitalità.

La visione dei nugoli di storni in discorso ha portato istintivamente il mio pensiero verso le moltitudini, migliaia notevolmente moltiplicate, dei migranti che calano sulle coste del nostro paese, peraltro rischiando, durante le loro peregrinazioni e traversate, rischi ben più pesanti, in certi casi fatali, in confronto agli uccellini bruni visti e incontrati a Lecce.

Purtroppo, com’è noto, all’indirizzo di dette moltitudini umane, il livello di accoglienza ospitalità e assistenza si rivela spesso insufficiente è precario.

Peccato che tanto accada e si ripeta in seno ad esseri definiti civili.

Che dire, in conclusione? Senza cadere nella vuota retorica, credo che la migliore sorte cui vanno incontro gli storni dovrebbe quantomeno indurre a riflettere.

 

Iconografia di S. Lorenzo da Brindisi

di Armando Polito

Nel recentissimo post Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/04/91499/) proprio all’inizio viene citato il nome di Alberto Del Sordo che in un suo scritto del 1959 ebbe a rilevare come l’iconografia laurenziana rappresenta molto spesso San Lorenzo da Brindisi sul campo di battaglia mentre incoraggia i Cristiani  a combattere contro l’esercito ottomano. Purtroppo non sono riportati gli estremi bibliografici del saggio che, tuttavia, credo sia Il più illustre cittadino di Brindisi, Grafiche Milillo, Bari, 1958 (ristampato per i tipi di Schena a Fasano nel 1989).

Dopo questa precisazione bibliografica della quale attendo conferma dall’autore del post, non intendo certo contestare l’affermazione dell’autore del libro per un motivo semplicissimo: non mi è stato possibile, finora, leggerlo. Avendo, però, nelle mie scorribande in rete messo da parte una cospicua serie di immagini del santo, con l’intento di sfruttarle con un apposito post il 21 luglio p.v., non mi è sembrato fuori luogo anticipare i tempi inserendole  di seguito ad integrazione, spero gradita, del post stesso,

Da Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli,  Gervasi,  tomo XI, 1826 (incisione di G. Morghen)

Da http://www.esbirky.cz/predmet/178249

Da http://depot.lias.be/delivery/DeliveryManagerServlet?dps_pid=IE4885278 

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199225.html

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199232.html

Da https://wellcomeimages.org/indexplus/image/V0033323.html (incisione di G. Baratti; vedi la prima del Morghen)

Da http://www.portraitindex.de/documents/obj/33912388/co-xii-208-139

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199229.html

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126146603.html

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199232.html

Da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000132424

Da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000172256 

Da Angelo Maria De Rossi, Vita del Ven. P. Lorenzo da Brindisi, Bernabò, Roma, 1710   

Il drago araldico: dai bestiari medievali alle armi delle casate Trane e Protonobilissimo

di Marcello Semeraro

Il drago è, insieme all‘aquila, il solo “animale” che appartiene all’emblematica di tutti i paesi e di tutti i tempi. La seguente ricerca, scevra da qualunque pretesa di esaustività, si propone di individuare il ruolo che questo mostro leggendario ebbe nello specifico ambito araldico, con una particolare attenzione alla Terra d’Otranto.

IL DRAGO IN ARALDICA

Nell’araldica europea il drago è la creatura più instabile e polimorfa del blasone. Bipede o quadrupede, alato o attero, monocefalo o bicipite, il drago araldico è una figura chimerica ibrida che prende in prestito le sue parti da vari animali: dai rettili (il corpo e la coda), dall’aquila (le zampe e gli artigli), dal pipistrello (le ali), dal leone (talvolte le zampe), dall’uomo o dalla capra (la barba e talora anche la testa), dal pesce (talvolta la coda), dal grifo (le orecchie) e dal coccodrillo. Questa sua natura instabile e composita si ritrova, del resto, anche nei bestiari medievali, quella particolare categoria di manoscritti che descrivono le proprietà delle bestie per ricavarne significati morali e religiosi e che, com’è noto, esercitarono un’influenza notevole sull’arte, sull’iconografia e sulla stessa araldica (figg. 1 e 2).

Fig. 1. Il drago, animale reale per gli uomini del medioevo, è la creatura più instabile e composita della zoologia del bestiari. Esso è il risultato della fusione in una sola creatura di tradizioni più antiche, bibliche, orientali, grego-romane e germaniche. Nasce in Etiopia, in India e in “Barbaria” ed è il più grande dei serpenti, da cui si differenzia per avere le zampe, almeno due. E’ terribile, rumoroso, viscoso, ha un odore mefitico, un alito pestilenziale e la sua carne è disgustosa. Dalle orecchie e dalla bocca escono fiamme distruttive. Ma la sua grande forza risiede nella coda, che soffoca e distrugge tutto ciò che stritola. Ha paura di una sola cosa, il fulmine. E’ una creatura diabolica, il simbolo del Male. Londra, British Library, Harley MS 3244 (ca. 1255-65), fol. 59r.
Fig. 1. Il drago, animale reale per gli uomini del medioevo, è la creatura più instabile e composita della zoologia del bestiari. Esso è il risultato della fusione in una sola creatura di tradizioni più antiche, bibliche, orientali, grego-romane e germaniche. Nasce in Etiopia, in India e in “Barbaria” ed è il più grande dei serpenti, da cui si differenzia per avere le zampe, almeno due. E’ terribile, rumoroso, viscoso, ha un odore mefitico, un alito pestilenziale e la sua carne è disgustosa. Dalle orecchie e dalla bocca escono fiamme distruttive. Ma la sua grande forza risiede nella coda, che soffoca e distrugge tutto ciò che stritola. Ha paura di una sola cosa, il fulmine. E’ una creatura diabolica, il simbolo del Male. Londra, British Library, Harley MS 3244 (ca. 1255-65), fol. 59r.

 

Fig. 2. Drago che combatte con un elefante, suo nemico mortale. La miniatura è tratta dal Bestiario di Aberdeen. Aberdeen, The Aberdeen University Library, ms. 24 (ca. 1195-1200), fol. 65v.
Fig. 2. Drago che combatte con un elefante, suo nemico mortale. La miniatura è tratta dal Bestiario di Aberdeen. Aberdeen, The Aberdeen University Library, ms. 24 (ca. 1195-1200), fol. 65v.

 

Per gli autori dei bestiari e, più in generale, per la cultura medievale europea – memore delle tradizioni bibliche – nessun drago è positivo. È una creatura diabolica, il simbolo del Male e sconfiggerla è un’impresa che possono compiere solo certi santi, come Giorgio (fig. 3), Michele, Marta e Margherita, o certi eroi leggendari (Tristano, Artù, Sigfrido). In araldica il drago si rappresenta generalmente rampante, con il corpo munito di scaglie, testa allungata, fauci spalancate, lingua sporgente a forma di dardo, ali di pipistrello, due o quattro zampe, con la coda aguzza, spesso acciambellata e terminante a dardo (fig. 4).

Fig. 3. William Bruges, Re d’armi della Giarrettiera, vestito con un tabarro alle le armi reali inglesi, inginocchiato di fronte a San Giorgio che trafigge il drago. Bruges Garter Book, Londra, British Library, Stowe MS 594 (ca. 1430- 1440), fol. 5v.
Fig. 3. William Bruges, Re d’armi della Giarrettiera, vestito con un tabarro alle le armi reali inglesi, inginocchiato di fronte a San Giorgio che trafigge il drago. Bruges Garter Book, Londra, British Library, Stowe MS 594 (ca. 1430- 1440), fol. 5v.

 

Fig. 4. Arma della famiglia Borghese, col capo dell’Impero. Raccolta Ceramelli Papiani, Firenze, Archivio di Stato, fasc. 894.
Fig. 4. Arma della famiglia Borghese, col capo dell’Impero. Raccolta Ceramelli Papiani, Firenze, Archivio di Stato, fasc. 894.

 

Raramente è rappresentato in atto di vomitare fiamme. Cronologicamente, i più antichi esemplari di scudi recanti draghi sono quelli ricamati su alcune scene dell’arazzo di Bayeux, il celebre manufatto tessile realizzato intorno al 1080, probabilmente nel sud dell’Inghilterra, su richiesta di Oddone, vescovo di Bayeux e fratellastro del re Guglielmo, per celebrare la conquista normanna dell’Inghilterra (fig. 5). Ma è soprattutto nell’araldica immaginaria – una moda che a partire dalla fine del XII secolo si diffuse parallelamente alla diffusione delle armi vere e proprie – che questo animale leggendario godette di una certa popolarità. La fantasia degli artisti galoppò e furono attribuiti stemmi recanti draghi a certi personaggi del ciclo arturiano (Uther Pendragon, Ariohan di Sassonia, Brehus, Calinan, Seguran, ecc.) e, addirittura, a figure bibliche come Giosuè e Giuda Maccabeo (fig. 6). Nel stemmi d’invenzione, tuttavia, la fortuna di questa figura è legata soprattutto alla sua funzione peggiorativa.

Fig. 5. Scudo normanno pre-araldico con drago. Arazzo di Bayeux (ca. 1080)
Fig. 5. Scudo normanno pre-araldico con drago. Arazzo di Bayeux (ca. 1080)

 

Fig. 6. Scudo di Giuda Maccabeo pendente da un alberello. I nove Prodi (ca. 1416-1420), Manta (Cuneo), castello.
Fig. 6. Scudo di Giuda Maccabeo pendente da un alberello. I nove Prodi (ca. 1416-1420), Manta (Cuneo), castello.

 

Nel bestiario del Diavolo e dei nemici della cristianità il drago occupa infatti il primo posto, tanto che neI secoli XIII e XIV divenne l’emblema degli eretici e dei capi musulmani. Ciò nonostante, nel blasone vero e proprio il suo indice di frequenza è piuttosto basso, mentre in epoca moderna prevale il suo uso come figura parlante. Non di rado il drago compare anche quale ornamento esterno dello scudo, sia come supporto, sia, soprattutto, come cimiero. Celebri sono i cimieri innalzati, a partire dal XIV secolo, dai sovrani aragonesi e portoghesi, cimieri che, per motivi ereditari, ricomparvero qualche secolo dopo sulle armi di Filippo II di Spagna e dei suoi successori: in Terra d’Otranto se ne conserva ancora qualche traccia (fig. 7).

Fig. 7. Mesagne, Porta Nuova, stemma di Filippo III di Spagna con triplice cimiero: i due laterali raffigurano i draghi aragonese e portoghese, mentre quello centrale il cimiero parlante di Castiglia.
Fig. 7. Mesagne, Porta Nuova, stemma di Filippo III di Spagna con triplice cimiero: i due laterali raffigurano i draghi aragonese e portoghese, mentre quello centrale il cimiero parlante di Castiglia.

 

IL DRAGO NEL BLASONE DI TERRA D’OTRANTO

Valutare l’indice di frequenza del drago nel blasone delle famiglie nobili e notabili di Terra d’Otranto non è un’operazione facile. Malgrado la grande quantità di manufatti araldici di cui è ricco il territorio, mancano infatti repertori completi e aggiornati in grado di offrire un quadro d’insieme del fenomeno e i pochissimi stemmari a disposizione dello studioso presentano non poche lacune. La migliore raccolta pubblicata finora, sebbene imperfetta e parziale, resta ancora l’Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, opera pubblicata agli inizi del Novecento da Amilcare Foscarini. Nell’Armerista il drago ha un indice di frequenza bassissimo. Statisticamente, tra i quattrocentoquaranta blasoni censiti dal Foscarini, solo due hanno un drago, ossia lo 0,45% del totale. Gli stemmi appartengono alle famiglie Trane (o Trani) e Protonobilissimo.

I primi, originari di Trani e conosciuti dapprima come Gaza, presero in seguito il cognome dal toponimo d’origine. In Terra d’Otranto ebbero i feudi di Guardigliano, Tutino, Lucugnano, Montesano, Tiggiano, Torrepaduli, Specchiapreti, Scorrano, Martano, Calimera e Corigliano. Foscarini attribuisce loro un blasone acromo avente “un drago alato e rivoltato, mirante una stella di sei raggi e sostenente con la branca sinistra una testa di toro” (fig. 8).

Fig. 8. Ugento, Museo diocesano, stemma della famiglia Trane
Fig. 8. Ugento, Museo diocesano, stemma della famiglia Trane

 

Quanto ai Protonobilissimo, furono un’antica schiatta attestata sin da XIII secolo. La famiglia, di origini amalfitane, passò dapprima a Sorrento e da lì a Napoli, dove fu aggregata al seggio di Capuana. Conosciuti anche come Faccipecora (fig. 9), si suddivisero in vari rami. In Terra d’Otranto possedettero i feudi di Brongo, Palagiano, Leporano, Roca, Mottola, Specchiapreti e Muro Leccese, concesso nel 1438 dal principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini a Florimonte Protonobilissimo ed in seguito (1723) elevato a principato. Il Mazzella, il Foscarini, il Crollalanza e il Rietstap assegnano ai Protonobilissimo uno scudo “di rosso, al drago alato d’oro” (fig. 10).

Fig. 9. Arma dei Faccipecora, incisione tratta da C. Borrelli, Difesa della nobilta napoletana scritta in latino dal P. Carlo Borrelli C. R. M. contro il libro di Francesco Elio Marchesi, volgarizata dal P. Abbate Ferdinando Ughelli, Roma 1655, p. 121
Fig. 9. Arma dei Faccipecora, incisione tratta da C. Borrelli, Difesa della nobilta napoletana scritta in latino dal P. Carlo Borrelli C. R. M. contro il libro di Francesco Elio Marchesi, volgarizata dal P. Abbate Ferdinando Ughelli, Roma 1655, p. 121

 

Fig. 10 .Stemma Protonobilissimo, incisione tratta da S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, p. 639
Fig. 10 .Stemma Protonobilissimo, incisione tratta da S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, p. 639

 

Tuttavia, l’analisi di un frammento di piatto stemmato, conservato presso il Museo del Palazzo del Principe di Muro Leccese, dimostra che il ramo murese dei Protonobilissimo caricò il drago d’oro non su un campo di rosso, ma d’azzurro (fig. 11).

Fig. 11. Muro Leccese, Museo del Palazzo del Principe, frammento di piatto con arma dei Protonobilissimo.
Fig. 11. Muro Leccese, Museo del Palazzo del Principe, frammento di piatto con arma dei Protonobilissimo.

 

Recuperato durante gli scavi nel Palazzo del Principe e databile alla fine del XVI secolo, questo frammento ceramico è una fonte araldica di primaria importanza perché contiene dati che furono controllati direttamente dalla committenza. Tale considerazione ci permette di affermare che la diversità del colore del campo che si osserva nei due blasoni dei Protonobilissimo poc’anzi descritti è legata a esigenze di brisura di linea. Con questo termine si intende un’alterazione dello stemma originale, operata per distinguere i vari rami di una stessa famiglia. L’uso delle brisure, particolarmente diffuso nell’araldica del regno di Napoli, si espresse attraverso varie modalità, fra cui la modificazione degli smalti dello scudo, ottenuta invertendo gli smalti del campo e della figura principale, oppure cambiandone solo uno, come si vede nello stemma del Protonobilissimo di Muro. Per differenziarsi, infatti, essi modificarono l’arma tradizionale “di rosso, al drago d’oro”, mutando in azzurro il colore della superficie dello scudo. In ogni caso, quale che sia la brisura impiegata dai Protonobilissimo, il drago, animale “totemico” della casata, rimase sempre d’oro.

 

BIBLIOGRAFIA

– G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890.

– A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903 (rist. anast. Sala Bolognese, Arnaldo Forni, 1978).

– E. Noya di Bitetto, Blasonario generale di Terra di Bari, Mola di Bari 1912 (rist. anast. Sala Bolognese, Arnaldo Forni, 1981).

– M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012.

– M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

– J. B. Rietstap, Armorial général précédé d’un dictionnaire des termes du blazon, 2 voll., Gouda 1884-1887.

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (3/3).

di Armando Polito

Debbo confessare che il giudizio del copertinese Giovanni Battista Fulino (L’autore è quel fra Diego de Lequile, che sotto i piedi del niente, ò perde affatto l’essere di buono scrittore, ò è manco del nulla in bene scrivere) riportato quando, nella puntata precedente, ho citato la prima pubblicazione del Tafuro, mi ha lasciato piuttosto perplesso, anche perché bene in vista nel frontespizio del suo libro.  Chi non avrebbe pensato, come io ho fatto, alla rabbia dettata dall’invidia per un concorrente? Mi è sembrato strano, però, che anche il giudizio del Lezzi (Grande strepito nel passato Secolo fece il P. Diego da Lequile, e nel suo Ordine de’ Riformati di S. Francesco, e nella corte austriaca, e in Roma,e colla Predicazione, e con parecchi Libri pubblicati, i quali però sono andati tutti a perir nell’obblio), decantato dal trascorrere del tempo, ne fosse la conferma. Non sono un esperto di teologia ma la lettura, per quanto frettolosa (all’inizio è stata più attenta, poi è diventata pallosa …), delle opere del Tafuro di argomento strettamente teologico mi ha dato la conferma di quei giudizi impietosi. Risparmio al lettore quello maturato dopo la lettura (anch’essa frettolosa dopo un po’ …) delle opere encomiastiche, in cui spicca il già citato scimmiottamento virgiliano Enea>Iulo>gens Iulia, con l’aggiunta dell’ultima tappa, cioè la casa austriaca. Fossi stato io l’arciduca dedicatario o uno dei cortigiani e, voglio rovinarmi, uno dei più umili sudditi sufficientemente acculturato, mi sarei sentito offeso … A proposito della gens Iulia e sul mio ferreo convincimento che la vera nobiltà, come la vera competenza, non si basa sui titoli, evito di riproporre qui un aneddoto familiare che chiunque abbia interessa potrà leggere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/03/mia-madre-e-orazio/.

Rem tene, verba sequentur è la citazione d’esordio utilizzata due puntate fa. Credo che il Tafuro ne sconfessi la validità assoluta, nonostante qualcuno, probabilmente suggestionato solo dalla quantità della sua produzione, lo ammirasse senza beneficio d’inventario …1

Insomma il nostro apparterrebbe a quella categoria di persone dalla parlantina facile che, a seconda degli interlocutori, riesce a mascherare la pochezza dei contenuti. Se da un lato, poi, come abbiamo visto, sembra vergognarsi del suo paese d’origine, dall’altro, sublime narcisistica contraddizione, accetta il Diego Lequile che si legge in alcuni frontespizi e in alcune epistole a lui indirizzate (vedi nota 1). Sarebbe  come se Giuseppe Faiella avesse scelto a suo tempo come pseudonimo non Peppino di Capri, ma Peppino Capri.

E io? Il mi limito ad adattare la prima parte della sentenza latina sostituendo rem tene=possiedi l’argomento con argumentum pone=esibisci la prova (incontrovertibile, cioè non passibile, pur nei limiti dell’umana capacità, di interpretazioni ambigue o, peggio, diametralmente opposte). Spero di esserci riuscito. Quanto al verba sequentur, lascio il giudizio, qualunque esso sia,  al lettore.

_____________________
1 Riporto alcune lettere indirizzategli da un nobile, sfegatato, ma anche, forse, narcisisticamente opportunista, suo ammiratore da Delle lettere del sig. Giovanni Francesco Loredano nobile veneto … raccolte da  Henrico Giblet, parte II, Appresso li Guerigli, Venezia, 1661, pp. 45-50, 56, 279, 287 e 484:

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/25/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-23/

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (2/3)

 

Le statue di due imperatori romani a Otranto

sanasi

di Alfredo Sanasi

 

Perché le statue di due imperatori romani furono erette ad Otranto ? Ed in base a che cosa possiamo affermarlo se oggi non esistono più ? Ne restano testimonianze indiscusse ? Ma andiamo per gradi e per ordine, delineando il periodo storico del tempo.

I due imperatori in questione sono Marco Aurelio e Lucio Vero, ambedue adottati dall’imperatore Antonio Pio e a lui succeduti nel 161 d.C.

Quando nel 161, col titolo di Marco Aurelio Antonino, Marco successe al trono, egli chiese immediatamente al senato che Lucio Vero, suo collega nel consolato, ricevesse la potestà tribunizia e proconsolare e il titolo di AUGUSTUS con autorità pari alla sua: così per la prima volta nella storia di Roma il principato veniva diviso tra due imperatori di pari grado. Certo Lucio Vero non era per natura pari al fratello e dimostrò nella conduzione della sua carica di non essere idoneo ad un posto tanto alto. Marco Aurelio, definito “un saggio sul trono “, univa l’amore per la cultura e per la scienza alla severità dei costumi stoici e romani dei tempi più antichi. Allevato nell’amore degli studi, attratto per naturale tendenza ad una meditazione filosofica, Marco Aurelio saggio, generoso, amante della pace e dell’ordine, dovette pur tuttavia condurre lotte interne e guerre esterne, principalmente contro i barbari che, da alcuni anni e soprattutto sotto il suo principato, avevano cominciato a premere ai confini dell’impero a Nord ed a Oriente.

Quindi anche se a partire dal 161 la filosofia stoica era giunta alla direzione dell’impero, Marco Aurelio non poté che scindersi: se per un verso dovette fare il mestiere d’imperatore , con tutta la durezza che comportava l’esercizio del poter specialmente in quel terribile e critico momento storico, per l’altro verso riservò la propria meditazione filosofica ai dodici libri dei Colloqui con se stesso, sia mentre si trovava a Roma sia durante le campagne militari. Marco Aurelio domò una rivolta dei Britanni e respinse una aggressione dei Catti, ma intanto in Oriente i Parti, impadronitisi dell’Armenia, sconfissero due eserciti romani. Fu allora che nel 162 Marco inviò Vero con un forte contingente ai confini orientali. Lucio Vero si rivelò troppo temporeggiatore e quindi non arrivò a destinazione prima dell’anno successivo. Solo con l’intervento del governatore della Siria, Avidio Cassio, una volta recuperata l’ Armenia e invasa la Mesopotamia, venne ristabilito l’ordine sui confini orientali. Lucio Vero quindi con il suo procedere lento e indulgente, non fu certo all’altezza del compito, anzi per colmo di sventura le sue truppe di ritorno a Roma portarono una terribile pestilenza che si diffuse in tutto il mondo romano. Due anni dopo, intorno al 166, alcune tribù germaniche si riversarono oltre il Danubio. Reclutate due nuove legioni Marco Aurelio vinse gli invasori e trasformò la Dacia (odierna Romania) in “ provincia consolare “. Marco Aurelio e Lucio Vero di ritorno raggiunsero Aquileia nel 168, ma durante il viaggio Vero morì di apoplessia, liberando Marco da un collega incomodo e che per giunta, nel 162, come si è già detto, partendo per l’Armenia non aveva certo domato i gravi torbidi in quella terra di confine, risolti subito dopo da Stazio Prisco.

Da dove Lucio Vero allora s’imbarcò con notevoli truppe, partendo dall’Italia? Verosimilmente da Otranto e non da Ancona o da Brindisi, come era avvenuto in altre spedizioni romane. Da Otranto era assai comodo e più breve passare in Grecia, a tal punto che, come ci testimonia Plinio il Vecchio[1], in questo punto della penisola la maggiore vicinanza ai lidi della sponda opposta aveva fatto sorgere il desiderio, prima a Pirro e poi a Marco Varrone, di costruire un ponte per congiungere su quel tratto di mare l’Italia alla Grecia. Di tale passaggio da Otranto di Lucio Vero sono chiara testimonianza le due grandi basi ortogonali in marmo bianco, rinvenute all’inizio del XVII secolo all’interno della città e là ora murate, come piedritti, ai lati del portone di Palazzo Arcella, al n.41 di Corso Garibaldi.

Le due basi, costituite da uno zoccolo ed un coronamento, che inquadrano dentro una stretta cornice le epigrafi, una a Marco Aurelio e l’altra a Lucio Vero, sono appunto sormontate da grossi plinti, destinati chiaramente come piedistalli, a sostenere le statue dei due imperatori.

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Quando furono erette le due statue sulle rispettive basi? Certamente, come statue onorarie, furono dedicate ed erette nell’anno 162 d.C. quando l’imperatore Lucio Vero , inviato da Marco Aurelio, s’imbarcò da Otranto per la campagna contro i Parti. Anche Marco Aurelio verosimilmente, almeno otto anni dopo, s’imbarcò da Otranto per visitare le provincie orientali Egitto, Siria, Asia Minore, ma allora Lucio Vero era già morto tra il 169 e 168. Quindi non avrebbe avuto senso che gli Idruntini innalzassero allora le statue a tutti e due gli imperatori, cioè sia a M. Aurelio che a L. Vero. Per questo motivo è evidente che ciò avvenne subito dopo il 162, dopo cioè il passaggio per Otranto di Lucio Vero.

L’omaggio ovviamente era rivolto anche al fratello Marco Aurelio che aveva voluto e disposto tale spedizione.

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Il Mommsen nota che fra i titoli di Marco Aurelio è stato omesso quello di Pontefice Massimo, forse per non ledere il prestigio del collega Lucio Vero, al quale tale attributo non era dovuto. Le due epigrafi[2], dall’accurata incisione, integrate debitamente nelle parti sottolineate, sono le seguenti:

 

IMPERATORI   CAESARI   MARCO            IMPERATORI  CAESARI   LUCIO   AV

AURELIO   ANTO                                            RELIO   VERO   AUGUSTO

NINO AUGUSTO   TRIBUNICIA                  TRIBUNICIA   POTESTATE  II CONSULI II

POTESTATE   XVI   CONSULI III                 DIVI   ANTONINI   FILIO

DIVI   ANTONINI   FILIO   DIVI                   DIVI   HADRIANI

HADRIANI   NEPOTI   DIVI                           NEPOTI  DIVI   TRAIANI

TRAIANI   PARTHICI   PRONEPOTI            PARTHICI    PRONEPOTI

DIVI   NERVAE   ABNEPOTI                           DIVI   NERVAE   AB

PUBLICE                                                               NEPOTI

DECURIONUM     DECRETO                          PUBLICE | DECURIONUM    DECRETO

 

All’imperatore Cesare Marco Aurelio          

Antonino Augusto insignito della potestà   

tribunizia sedici volte, console tre                 

volte, figlio del divino Antonino, nipote del   

divino Adriano, pronipote del divino Traiano 

Partico, discendente del divino Nerva       

per decreto dei decurioni ufficialmente,

 

All’imperatore Cesare Lucio Aurelio Vero

Augusto, insignito della potestà tribunizia

due volte, console due volte, figlio del divino

Antonino, nipote del divino Adriano pronipote

del divino Traiano Partico, discendente

del divino Nerva, per decreto dei decurioni

ufficialmente.

Perché le statue di Otranto non furono conservate sui loro basamenti ?

Oggi delle due statue imperiali non è rimasto nulla o, comunque, non è stato rinvenuto nulla. E’ probabile che nei tempi successivi al secondo secolo, in epoca cristiana, esse furono distrutte al pari di tante altre immagini pagane. Certo Marco Aurelio , in epoca di già vincente cristianesimo, era stato eternato in effigi tra gli dei penati nelle dimore delle classi alte, oltre che in luoghi aperti e per pubblica decisione. Per una singolare ironia della storia, come afferma Luciano Canfora, la statua equestre di Marco Aurelio sul Campidoglio fu risparmiata dai Cristiani e lasciata al suo posto perché scambiata per una effigie di Costantino, l’imperatore che mostrò uno spiccato favore verso la Chiesa, la liberò da ogni intralcio e legiferò nel suo interesse. Secondo quanto scrive Eusebio di Cesarea[3] infatti Costantino, prima della sua vittoria su Massenzio al ponte Milvio, aveva visto apparire nel cielo l’immagine della croce con l’iscrizione “in hoc signo vinces”.

Costantino proclamato il Cristianesimo “religione lecita” con l’Editto di Milano nel 313, sancì il principio della tolleranza religiosa e liberò i Cristiani dalle persecuzioni.

Le sue immagini vennero considerate sacre anche dai Romani cristiani e venerate con grande devozione: la più bella statua di Marco Aurelio, eretta sul Campidoglio, dunque, scambiata per quella di Costantino fortunatamente, è giunta fino a noi, al contrario di tante altre sue effigi che vennero distrutte, perché condannate ed esecrate come pagane.

 

BIBLIOGRAFIA

1) Th. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum, libro IX, 15-16, Berlino 1889

2) L. Maggiulli, Otranto, Lecce 1893

3) Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino il Grande, Heikel 1902

4) C. Plinio, Naturalis Historia, ed C. Mayhoff, Lipsia 1906

5) Marco Aurelio Antonino, Colloqui con se stesso, trad. di F. Lulli, Rizzoli Editore, Milano 1953

6) H. Lamer, E. Bux, W. Schone R. Bosi, Dizionario della Civiltà classica, Milano 1959

7) Oxford Classical Dictionary, versione italiana di M. Campitella, London 1962

8) L. Canfora, Antologia della letteratura greca, III, Bari 1987

9) G. Paduano, L’ellenismo, Bologna 1996

 

NOTE

[1] Plinio, Naturalis Historia, III, 100-101 : Hidruntum….qua in Graeciam brevissimus transitus……hoc intervallum pedestri continuare transitu pontibus iactis primum Pyrrhus Epiri rex cogitavit ; post cum M.Varro, cum classibus Pompeii piratico bello praeesset…

[2] Th. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum, libro IX, 15-16, Berlino 1889.

[3] Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino il Grande, I, 28

 

Pubblicato su “Il delfino e la mezzaluna”, n°2 (2014)

 

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