Magia popolare: le legature con il sangue mestruale

 

 

di Gianfranco Mele

 

Uno dei legamenti più utilizzati nelle locali pratiche magiche legate alla cultura contadina è quello con l’utilizzo di sangue mestruale. Per legare a sé un uomo, la donna (direttamente o sotto la guida della “masciàra”) deve offrirgli una bevanda contenente il proprio liquido mestruale.[1] Sino a tempi recenti è sopravvissuta in loco l’usanza, molto temuta dagli uomini, di versare alcune gocce di sangue mestruale nel caffè offerto alla “vittima” (più anticamente, veniva versato in vino, infusi, liquori, focacce e qualsiasi alimento o bevanda nel quale potesse essere occultato). Il terrore di essere “affatturati” con sangue mestruale ha generato negli uomini, per secoli, paure, sospetti e psicosi.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 avevo conosciuto Antonio, un mio coetaneo che viveva con l’anziana madre vedova. Lo conobbi nel periodo di una sua violenta crisi nervosa e depressiva. Antonio aveva terminato da poco una relazione con una ragazza che gli aveva lasciato un solco profondo, non solo e non tanto a causa dello sconforto per la perdita, ma a causa delle implicazioni di questa relazione. Era convinto di non riuscire a slegarsi del tutto da questa persona, a causa della “fattura” subita. L’anziana madre stessa lo aveva persuaso di ciò. La loro casa, come tante abitazioni della Sava anni ’70, era pervasa, in modo ossessivo, di immagini e simboli religiosi e “profani”: il classico “cuore di Gesù” con il lumicino perennemente acceso, quadri, statue e immagini di santi e madonne, e un’infinità di simboli come ferri di cavallo, cornetti, gobetti, e amuleti di ogni sorta.

La madre era una fervente religiosa, addentrata tuttavia in conoscenze e credenze di tipo magico. In questa atmosfera, Antonio si era convinto che l’ex ragazza, una volta che lui era andato a trovarla a casa, gli aveva versato del sangue mestruale nel caffè offertogli. Solo così, lui e sua madre si spiegavano il violento turbamento psichico, fisico ed emotivo di cui lui era vittima. Come origina questa credenza popolare? Andiamo un po’ a ritroso nel tempo.

Sin dall’antichità al sangue mestruale è stata data una forte valenza magica essendo stato identificato dalle antiche popolazioni come il simbolo potente della creazione.[2] Nel mito di Demetra, la dea compie, anteponendo ad esso formule sacre e segrete, un antico rito (prerogativa anche delle sue sacerdotesse) che consiste nello spargere sulla terra il sangue mestruale mescolato a saliva, al fine di aprire le viscere dell’Ade (mentre è alla ricerca di sua figlia Persefone). Tale rito era utilizzato dalle stesse sacerdotesse per evocare Demetra.[3]

Streghe, guaritrici ed herbarie hanno sempre attribuito una forte valenza magica al sangue mestruale, e del resto questo elemento è fortemente collegato alle divinità femminili primordiali e lunari anche come simbolo di ciclicità e di fertilità.[4] In antichità, la scansione del tempo era calcolata sulle fasi della luna e sul ciclo mestruale delle donne.

Del “potere” del sangue mestruale ci parlano Aristotele e Plinio.

Per Aristotele, una donna mestruata ha il potere di annuvolare gli specchi con lo sguardo:

Da questi «specchi» risulta al tempo stesso evidente che la vista come subisce una certa affezione così anche ne produce. Nel caso degli specchi particolarmente lustri, infatti, quando le donne al tempo delle mestruazioni guardano nello specchio, sulla superficie dello specchio stesso si genera come una nuvola sanguigna: se lo specchio è nuovo, non è facile pulire la macchia siffatta, se invece è vecchio, è facile. La causa […] è che non soltanto la vista subisce una certa affezione da parte dell’aria ma anche ne produce una e muove, come fanno anche le cose splendenti […] Gli occhi si trovano dunque ragionevolmente nella medesima posizione in cui è qualunque parte del corpo, quando vi sono le mestruazioni, giacché per natura sono venosi. Pertanto quando si generano le mestruazioni, a causa del perturbamento e dell’infiammazione del sangue, la differenza negli occhi non ci è chiara ma c’è (la natura del seme e delle mestruazioni, infatti, è la stessa): l’aria ne viene mossa, e l’aria che sta sullo specchio, trovandosi a continuazione, la rende tale quale l’affezione che essa subisce. Questa «produce» l’apparizione dello specchio. In questo modo gli indumenti molto puliti si sporcano velocemente…[5]

 

Il quadro che offre Plinio dei “poteri” del sangue mestruale è ancor più onnicomprensivo:

 

«Ma non sarebbe facile trovare qualcosa di più prodigioso del flusso mestruale delle donne. Al sopraggiungere di una donna che ha le mestruazioni il mosto inacidisce; al suo contatto le messi diventano sterili; muoiono gli innesti, bruciano i germogli dei giardini, cadono i frutti degli alberi presso cui la donna si è fermata; al suo solo sguardo, la lucentezza degli specchi si appanna, si smussa la punta delle lame, si oscuro lo splendore dell’avorio, muoiono le api negli alveari; persino il bronzo e il ferro si arrugginiscono all’istante e il bronzo prende un odore sgradevole» [6]

 

Ancora, Plinio parla dell’utilizzo delle mestruazioni come insetticida contro bruchi e vari insetti,[7] del potere del sangue mestruale di smussare il filo del rasoio, di ricoprire il cuoio di ruggine, e di vari altri fenomeni legati alla sua forza, tra cui la caratteristica di riuscire a provocare l’aborto nelle giumente e nelle donne gravide. [8] Ma per gli antichi il sangue mestruale ha anche poteri curativi, come ad esempio la capacità di curare la gotta[9] o la rabbia: in quest’ultimo caso, la guarigione avverrebbe portando con sè un pezzo di stoffa impregnato di sangue mestruale e si tratterebbe del tipico effetto di magia simpatica, essendo il sangue mestruale stesso la causa della rabbia, nei cani che lo assaggiano.[10] Ancora, secondo Plinio il sangue del mestruo guarirebbe anche le febbri terzana e quartana.[11] Tali rimedi sarebbero stati utilizzati da due levatrici greche, Laide e Salpe. [12]

Nel 1365 a Reggio Emilia viene processata Gabrina degli Albeti per aver compiuto vari sortilegi e incantesimi, tra i quali filtri d’amore preparati con decotti di erbe ai quali veniva aggiunto sangue mestruale. Questa donna verrà marchiata a fuoco e le verrà tagliata la lingua. Qualche decennio dopo finirà sul rogo Matteuccia Francisci per aver preparato unguenti stregoneschi a base di sangue mestruale. Benvenuta Benincasa detta la Mangialoca viene processata a Modena nel 1370, e fra le varie malìe utilizza pozioni a base di mestruo, per legamenti d’amore. Anche nei secoli a seguire, la documentazione riferita alle legature con sangue mestruale è ricorrente e numerosa nei processi italiani per stregoneria: Anastasia da Cottigliano, detta la Frappona, viene processata a Modena fra il 1517 e il 1519. Fra le varie accuse, quella di aver compiuto legature con il sangue mestruale. Anche Caterina Medici (da non confondere con la regina omonima), processata tra il 1616 e il 1617, è accusata di mettere sangue mestruale nel cibo che preparava per il senatore Luigi Melzi.

L’ esoterista e filosofo cinquecentesco Cornelius Agrippa di Nettesheim, nel suo trattato De Occulta Philosophia scrive, trattando dei veleni e dei loro poteri:

“Ora narrerò di alcuni veneficii, affinchè con il loro esempio sia preparata la via a tutta questa considerazione. Tra questi è il sangue dei mestrui, capace di far inacidire tutte le nuove produzioni. Così una vite su cui cada resta per sempre infruttuosa, gli alberi piantati o innestati muoiono e le frutta seccano, i germi bruciano nei giardini, gli specchi, le lame dei rasoi e la purezza dell’avorio si appannano, il ferro si arruginisce, il rame produce un veleno micidiale, i cani si arrabbiano e prodigano morsi inguaribili, le api periscono, la tela annerisce al bucato, le cavalle abortiscono, le asine non possono generare durante tanti anni per quanti grani d’orzo guastati dal flusso abbiano mangiati, la cenere delle stoffe su cui esso fu sparso fa cangiar colore alla porpora e impallidire i fiori. Si dice anche che guarisca la quartana, impregnandone la lana d’un ariete nero e collocandola entro un braccialetto di argento. Oltre la quartana guarisce la terzana, stropicciandone la pianta dei piedi del sofferente e riuscendo ben più efficace, se proviene da una donna che ignori d’avere le sue regole. Combatte altresì l’epilessia e, diluito in acqua o in qualche pozione, immunizza dalla rabbia canina.

Una donna che abbia le sue regole che cammini nuda in un campo, farà perire le tignole, le lumache, le cantaridi e quanti altri insetti nocivi vi si annidino. Bisogna però aver cura a che ciò non avvenga al levare del sole, altrimenti seccherebbero le messi.

Plinio ci narra molte cose intorno a tal veleno, che ha potere maggiore quando la luna è calante o nuova, e durante i primi anni, quando la donna è ancora giovanetta e vergine. In tal caso sparso sul limitare della casa, ha il potere di rendere nullo ogni sortilegio. Si dice che i fili d’una stoffa che ne siano stati impregnati non possano bruciare e abbiano il potere di estinguere un incendio. Si dice anche che, somministrati insieme a radice di peonia e castoro, valgano a guarire dalla tisi. Inoltre, facendo arrostire lo stomaco d’un cervo, mischiandovi qualche brandello di detta stoffa e portando il tutto addosso, non si può esser feriti da alcun dardo. I capelli d’una donna mestruante, messi dentro il letame, generano serpi e il bruciarli fa fuggire col loro odore i serpenti, perchè ha tale virtù venefica da avvelenare anche le bestie velenose.” [13]

 

Il tema delle legature con sangue mestruale è presente anche nei documenti inquisitori del Tribunale del Santo Officio di Oria. Citiamo qui alcuni passaggi di un verbale del 1679 (è la masciàra Grazia Gallero, che racconta):

“ho fatto il sangue che purgano le donne incantate, e serve, acciò un huomo volesse bene all’istessa donna da chi ha da essere il sangue per farli l’incanto, e l’ho fatto in questo modo, mi faccio dare dall’istessa donna, che desidera l’huomo tre stizze del sangue proprio delle purghe dentro un vaso, e sopra del sangue dico trè volte Diavolo vogli bene, verbigratia, à Pietro e questo sangue nell’istesso tempo che dico dette parole, chiamando il demonio, lo stò mischiando col vino, portato dall’istessa donna, per darlo poi à bevere à chi vuol bene[14]

 

Ancora, nella deposizione fornita al Tribunale orietano nel 1747 da Dorotea Rossi si legge:

“Ho inteso dire da Saverio Senatore che una vedova, chiamata Caterina, per aver lui per marito gli aveva dato il suo sangue dentro il cibo ò vivanda…[15]

 

La pratica delle legature con sangue mestruale sopravviverà in tutta Italia sino ai giorni nostri, come testimoniato anche da recenti ricerche etnografiche.[16]

 

[1]v. Angela Giallongo, Imaginary and mestrual bood – Cuadernos Kòre. Revista de historia y pensamiento de gènero. Vol. 1, n.4, pp. 59-78, Verano, 2011. In questo saggio l’autrice offre anche delle interessanti correlazioni tra le pratiche magiche con l’utilizzo di sangue mestruale e il “malocchio”. Cfr. anche Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli UE, Milano, 2000, pag. 21

[2]Angela Giallongo, op.cit., pag. 67

[3]Cfr.: http://www.romanoimpero.com/2010/01/il-culto-di-cerere.html

[4]http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_femm.mestruo.htm

[5]Aristotele, Dei Sogni, 459-460

[6]Plinio, Naturalis Historia, VII 13.64

[7]Plinio, cit., XXVIII 23.77–85

[8]Plinio, cit., XXVIII 20.70, 22.79

[9]Plinio, cit. XXVIII 22.82

[10]Plinio, cit. XXVIII 22.82

[11] Plinio, cit., XXVIII 22.84

[12] Cfr. Giulia Pedrucci, Sangue mestruale e latte materno: riflessioni e nuove proposte. Intorno all’ allattamento nella Grecia antica. In: Gesnerus. Swiss Journal of the History of Medicine and Sciences , 70/2 2013, pag. 268; nota (21) a pag. 268

[13]Enrico Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, volume primo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2004 (traduz. e ristampa dall’originale De Occulta Philosophia, 1533), pp. 67-68

[14] Atti Curia di .Oria, Denuncia contro Nicodemo Salinaro, Anno 1679, Sortilegi e stregonerie in Francavilla Fontana ai tempi di Monsignor C. Cozzolino, f. 31 cit. da M.A. Epifani in “Stregatura” pag. 104

[15]Atti Curia di .Oria, Deposizione di Dorotea Rossi in data 24 luglio 1747 (cit. da M.A. Epifani in “Stregatura”, pp. 56-57)

[16]Cfr. Alessandro Norsa, Nell’antro della strega. La magia in Italia tra racconti popolari e ricerca etnografica, Liberamente Edizioni, 2014, pp. 118-122

L’edera di Filippo e Tamara: storia di uno sfortunato matrimonio attraverso l’araldica

di Marcello Semeraro

Nel corso delle nostre ricerche sull’araldica e la sfragistica dei principi angioini di Taranto ci siamo più volte imbattuti in un reperto di eccezionale bellezza e di notevole valore storico. Si tratta del celebre pendente a forma di foglia d’edera, decorato con smalti opachi champlevé su fondo d’oro, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli (figg. 1 e 2).

Fig. 1 – Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, particolare del pendente a forma di foglia d’edera

 

Fig. 2 – Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, particolare della decorazione araldica

 

Il manufatto, noto agli studiosi, misura cm 7,5 x 8,5 x 1,5 e proviene dal tesoro del monastero benedettino di Santa Maria in Valle, al quale, secondo una consolidata tradizione, sarebbe stato donato nel 1365 dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo come stauroteca destinata a contenere una reliquia della Vera Croce.

In origine, tuttavia, il pregioso oggetto in esame fu concepito per un uso molto più profano, ossia come pendente da collo, come si deduce chiaramente dagli anelli da catena visibili ai lati del lobo superiore della foglia e da altri particolari che via via diremo. Sul lato del coperchio campeggia un tronco di quercia, munito di rami, foglie e ghiande, su cui si posano vari volatili. Lungo il bordo corre un motivo a racemi con foglie e fiori, mentre sull’altro lato della foglia spicca una decorazione araldica che vede l’alternarsi, su tutta la superficie disponibile, di scudi a losanga (fig. 2), una forma di scudo di origine sigillare, riscontrabile sin dal XIII secolo e impiegata fino al secolo successivo soprattutto dagli uomini (più raramente dalle donne).

Le armi raffigurate sono quelle del principe di Taranto Filippo I d’Angiò (il seminato di gigli d’oro dei sovrani capetingi di Francia, brisato[1] da un lambello di rosso, per Angiò-Napoli, e sovrabrisato da una banda d’argento, per Angiò-Taranto[2]) alternate a quelle della sua prima moglie Tamara Angela Comnena Ducas, figlia del despota d’Epiro Niceforo I (di rosso, all’aquila bicipite d’oro).

Le nozze fra questi due personaggi si celebrarono nel dicembre del 1294 e conclusero la prima fase dell’ambizioso progetto del re angioino di Napoli Carlo II di fondare per il figlio Filippo – che nel dicembre dell’anno precedente era stato investito del principato di Taranto – un grande dominio feudale esteso fra le due sponde dello Ionio[3].

Qualche mese prima, nel luglio del 1294, fu sottoscritto il contratto matrimoniale. La dote apportata da Tamara comprendeva i castelli di Lepanto, Vonitza, Euloco, Angelocastro e Giannina. L’accordo prevedeva, inoltre, che alla morte di Niceforo I metà dell’Epiro sarebbe toccata a Filippo, mentre l’altra metà gli sarebbe giunta solo dopo la morte della despina Anna Cantacuzena, moglie del sovrano epirota e madre della sposa. L’ambiziosa politica orientale del sovrano di Napoli fu completata con la concessione al figlio delle isole di Corfù e di Butrinto e la cessione tutti i diritti e le rivendicazioni angioine in Acaia, Atene, Albania e Tessaglia, mantenendo per sé solo la superioritas feudale.

I piani angioini furono però rallentati dalla fase finale della Guerra del Vespro e dalla prigionia di Filippo nel 1299, che terminò solo nel 1302 con il celebre trattato di Caltabellotta. Una volta libero, il principe poté dare seguito alle sue rivendicazioni sull’Epiro, dove nel frattempo, tra il 1296 e il 1298, era morto il despota Niceforo I. Ma le speranze di Filippo andarono ben presto deluse.

Nel 1304 i legati del principe di Taranto chiesero ad Anna Cantacuzena la consegna di metà dell’Epiro, come previsto dall’accordo matrimoniale, ma la despina si rifiutò categoricamente, preferendo assicurare la successione al figlio Tommaso. Tale scelta fu anche dovuta alla politica discriminatoria adottata dai funzionari di Filippo nei confronti della popolazione di fede ortodossa, che violava quanto stabilito dagli accordi fra le parti in tema di libertà religiosa.

Fu l’inizio di una guerra per la conquista dell’Epiro che, fra alterne vicende, si concluse con un nulla di fatto. La vera vittima di questa situazione fu, tuttavia, la stessa Tamara, che fu dapprima costretta a cambiare nome in Caterina, poi (nel 1309) fu ripudiata dal marito – che la accusò di adulterio per via di una presunta relazione con Bartolomeo Siginulfo – e infine messa in un monastero, dove morì nel 1311.

Torniamo ora ad occuparci del prezioso pendente conservato nel museo di Cividale del Friuli. La presenza degli scudi di Filippo e di Tamara (più precisamente del padre della sposa) e la forma del supporto impiegato per contenere queste armi (una foglia d’edera, pianta sempreverde, simbolo di fedeltà) autorizzano a ipotizzare che il manufatto sia stato confezionato per essere un gioiello nuziale proprio in occasione delle nozze del 1294 o comunque entro il 1309, annus horribilis per la nostra Tamara che, come abbiamo visto, fu accusata di tradimento e ripudiata.

L’autore di questo meraviglioso gioiello profano fu con ogni probabilità uno degli orafi francesi che i documenti attestano al servizio di Carlo II già negli anni 1297-98. Com’è possibile, allora, che esso sia finito nelle mani di Carlo IV di Lussemburgo, che nel 1365 lo donò al monastero benedettino di Santa Maria in Valle? L’ipotesi più probabile è che il gioiello sia giunto all’imperatore per via ereditaria, in virtù del matrimonio, celebrato nel 1318, fra Beatrice di Boemia, zia di quest’ultimo, e il re d’Ungheria Carlo Roberto d’Angiò, nipote di Filippo di Taranto, ma su questo punto non vi sono certezze.

Come abbiamo già avuto modo di osservare su queste stesse pagine (v. supra, nota 2), Filippo fu il primo dei principi angioini di Taranto a sovrabrisare l’arma paterna (d’azzurro, seminato di gigli d’oro, brisato da un lambello di rosso) con una banda d’argento, riprendendo in tal modo una sovrabrisura già impiegata dal padre Carlo II quand’era ancora principe di Salerno.

Lo studio dei sigilli e di altre testimonianze araldiche permette di affermare che l’uso di questa insegna, da sola e senza ulteriori ampliamenti, perdurò per tutta la durata del suo principato, mantenendosi tale anche dopo il matrimonio con la sua seconda moglie, l’imperatrice titolare di Costantinopoli Caterina II di Valois-Courtenay. Essendo quello dei principi angioini di Taranto un ramo ultrogenito di una branca cadetta uscita dalla Casa reale di Francia, la banda tarantina avrebbe dovuto essere raffigurata come brisura di secondo grado al di sopra di quella principale (il lambello di rosso dei sovrani di Napoli), nella posizione tecnicamente detta attraversante sul tutto. Tuttavia, nell’araldica dei principi di Taranto l’inversione della posizione della brisura e della sovrabrisura è una costante impiegata in modo sistematico (fig. 3), probabilmente per rendere più discreta la loro posizione genealogica di cadetti di un ramo cadetto della Casa di Francia. Ricordando il ruolo centrale che ebbe all’epoca l’araldica come vettore principale della propaganda politica per immagini adottata dall’aristocrazia europea, siamo propensi a vedere in questa apparente anomalia un riflesso di quella semi-autonomia di cui godettero i principi angioini di Taranto nella rappresentazione e nella concezione della loro «sovranità», un aspetto, quest’ultimo, già evidenziato in passato da studiosi come Gennaro Maria Monti e, più recentemente, da Andreas Kiesewetter nel suo saggio sull’intitulatio e la datatio dei diplomi principeschi.

Fig. 3 – Stemma dei principi angioini di Taranto. Armorial Le Breton (secc. XIII-XV), Parigi, Archives Nationales, AE I 25, n° 6 (MM 684), fol. 4r

 

Quanto alla stemma innalzato dalla sfortunata Tamara, esso riprende quello impiegato dal padre Niceforo I come despota d’Epiro. La presenza dell’arma dell’impero romano d’Oriente (di rosso, all’aquila bicipite d’oro) quale insegna del sovrano epirota non deve stupire, giacché dopo la caduta di Costantinopoli a seguito della quarta crociata (1204) il suo uso perdurò negli stemmi e nei vessilli delle dinastie che governarono gli Stati successori dell’impero bizantino. Per molti aspetti si potrebbe considerare conclusa a quella data la storia bizantina, allorché i Greci, sopraffatti in quella stessa capitale con cui da sempre si erano identificate le sorti di Bisanzio, si trovarono privati anche di quell’unica autorità imperiale che per secoli ne era stata la guida politica e spirituale. Dopo la crisi del 1204 l’istituto della basileía appariva ormai irrimediabilmente desacralizzato, né fu sufficiente a restituirgli il prestigio di un tempo la riconquista della capitale nel 1261. Dalla corte di Bisanzio l’aquila bicipite continuò a svettare negli stemmi di altre corti o famiglie vicine e lontane che, per ragioni di parentela, eredità, sudditanza o semplice spirito di imitazione, adottarono quell’immagine antichissima, che proprio in Oriente fece la sua prima comparsa – come dimostrano i magnifici bassorilievi del santuario ittita di Yazilikaya (Turchia), databili al XIII secolo a.C. (fig. 4) – ma evidentemente non fu più la stessa cosa. Quanti fili rossi, come si vede, tira fuori l’araldica…

Fig. 4 – Turchia, santuario ittita di Yazilikaya (XIII sec. a.C.), particolare del bassorilievo con l’aquila bicipite

 

BIBLIOGRAFIA

A. Cassiano, B. Vetere (a cura di), Dal giglio all’orso. I principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel Salento, Galatina 2006.

G. Curzi, Santa Maria del Casale a Brindisi. Arte, politica e culto nel Salento angioino, Roma 2013.

P. L. de Castris, Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli Angioina 1266-1381, catalogo della mostra, Napoli, Cappella del Tesoro di San Gennaro, 11 ottobre-31 dicembre 2014, Napoli 2014.

C. de Mérindol, L’héraldique des princes angevins, in «Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle; un destin européen», Actes des journées d’étude des 15 et 16 juin 2001 organisées par l’Université d’Angers et les Archives Départementales de Maine-et-Loire, Rennes 2003, pp 277-310.

G. Gerola, L’aquila bizantina e l’aquila imperiale a due teste, in «Felix Ravenna», a. IV, 1 (1934).

A. Kiesewetter, I principi di Taranto e la Grecia (1294–1383), in «Archivio storico pugliese», LIV (2001), pp. 53–100.

A. Kiesewetter, «Princeps est imperator in principatu suo». Intitulatio e datatio nei diplomi dei principi angioini di Taranto, in G. Colesanti (a cura di), «Il re cominciò a conoscere che il principe era un altro re». Il principato di Taranto e il contesto mediterraneo (secc. XII-XV). Atti del Convegno internazionale di studi (Napoli, 2-3 dicembre 2011), Roma 2015, p. 65-102.

M. Pastoureau, Traité d’héraldique, Picard, Paris 20085.

G. Schlumberger, Sceaux et bulles des empereurs latins de Constantinople, Caen 1890.

 

[1] Si dicono brisure (dal francese briser, “rompere, spezzare”) quelle varianti introdotte in uno stemma rispetto all’originale per distinguere i diversi rami di una stessa famiglia. Particolarmente diffuse nell’araldica del Regno di Napoli, ne esistono di vari tipi. In linea di massima si possono distinguere tre principali modi per brisare un’arma: la modificazione degli smalti (che si ottiene, ad esempio, invertendo gli smalti del campo e delle figure), la modificazione delle figure (aumento o diminuzione del numero delle figure uguali, cambiamento della forma o della posizione oppure sostituzione di una figura con un’altra) oppure l’aggiunta di altre figure specifiche chiamate pezzi di brisura (lambello, banda e sue diminuzioni, bordura, quarto franco, stelle, merlotti, anelletti, conchiglie, ecc.). Si chiamano invece sovrabrisure le brisure di secondo grado, ovvero quelle che modificano uno stemma già brisato. Le soluzioni impiegate per sovrabrisare un’arma sono le stesse che abbiamo ricordato per quelle di primo grado.

[2]Sull’araldica dei principi di Taranto v. il mio recente contributo sulle pagine di questo sito: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/20/lo-stemma-dei-principi-angioni-taranto-filippo-roberto-filippo-ii/.

[3] Tralascio in questa sede di parlare diffusamente della politica orientale degli angioini di Napoli, che, com’è noto, affonda le sue radici nei Trattati di Viterbo, stipulati nel 1267 da Carlo I d’Angiò da una parte e Guglielmo II di Villehardouin e Baldovino II di Courtenay, rispettivamente principe di Acaia e imperatore latino di Costantinopoli, dall’altra.

Nardò: un miracolo di S. Vincenzo Ferreri in un affresco del Museo diocesano

di Armando Polito

foto di Marcello Gaballo

 

Inaugurato il 7 giugno 2017, il Museo diocesano di Nardò costituisce un importantissimo polo d’attrazione per gli amanti della storia e del bello, per i turisti e per gli studiosi, grazie al numero cospicuo delle pregevoli testimonianze custodite.

Tra quelle meno appariscenti, ma non per questo meno importanti, spicca un affresco (seconda metà del XV-XVI secolo?),  raffigurante un miracolo operato da S. Vincenzo Ferreri (1350-1419)1, dopo la morte secondo alcune agiografie e in vita, con conseguente variazione in qualche dettaglio, in altre. Riporto le due versioni del miracolo dalle pubblicazioni più antiche che sono riuscito a trovare (rispettivamente del 1600 e del 1705).

pp. 439-440

 

pp. 96-97

 

Proprio a  questa variante si riferisce il nostro affresco. Si comprende come la trattazione integrale del tema, direi la traduzione pittorica del racconto in un unico quadro fosse (e resti) tutt’altro che agevole, anzi impossibile, essendo concettualmente contraddittori i due momenti della morte e della rinascita delbambino. L’anonimo artista, poi, era legato all’obbligo di rispettare la naturale direzione di lettura per ottenere un unicum narrativo ma cronologicamente scandito (madre che avanza col vassoio contenente un braccio; una gamba e la testa sul tavolo; il santo che ha appena completato il suo intervento di ricostruzione).

La fidascalia, abbastanza lacunosa, recita: INVITATO DATO DA UNO, CHE HA[VEA?] LA MOGLIE LUNATICA, CHE [ HAVEA? ]/[RIDO?]TTO IN MOLTI PEZ[Z]I UN SUO FIGLIOLO [ ………]

Di analoghe rappresentazioni ne conosco solo tre. La prima è quella di Colantonio (XV secolo). Fa parte di unpolittico  custodito nel Museo di Capodimonte a Napoli.

 

La seconda è un dipinto di Emanuele Alfani (XVII secolo) custodito nella basilica di S. Sisto Vecchio a Roma.

 

La terza è una tavola a corredo di Antonio Teoli, Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, Tipografia dello Stabilimento dell’Ateneo, Napoli, 1843, p. 81.

In basso a sinistra si legge Postiglione inv(enit), cioè, alla lettera,  Postiglione immaginò, cioè disegnò o dipinse. In quel periodo dei dei fratelli Postiglione erano attivi Luigi (1812-1661) e Raffaele (1818-1887). Più probabile che l’autore sia qust’ultimo (che fu pittore di soggetti sacri) piuttosto che Luigi (la cui pittura pittura fu dedicata alla decorazione si stoffe sacre). A destra si legge Lit(ografia) Dolfino. I Dolfino erano, oltre che litografi-editori, pure disegnatori.2

Nella rappresentazione del Colantonio mancava la fase del macabro pranzo, come pure in quella dell’Alfani; nella litografia, la cui composizione è la più vicina a quella dell’affresco, è rappresentata solo la parte finale del miracolo. Che l’invenzione quasi cinematografica ante litteram del nostro anonimo artista (in virtù della quale il bambino è sempre al centro dei tre “fotogrammi”: sul vassoio recato dalla madre, sul tavolo, in piedi accanto al santo) sia un apax sarebbe azzardato dirlo, ma mi sembra indiscutibile che tale scelta rappresentativa avrebbe fatto tremare il cervello e il pennello di qualsiasi pittore. Certo, gli si può rimproverare l’imprecisione di qualche dettaglio, come le dimensioni forse eccessive e la posizione innaturale di quello che nel piatto retto dalla donna si direbbe più un braccio che una gamba.

Lo spiedo, poi, infisso nella gamba sul tavolo, se fosse, come si presume, diritto, dovrebbe essere visibile nel tratto centrale; etc. etc.

Tuttavia, pur nella complessiva approssimazione e ingenuità del tratto, l’ignoto pittore a mio avviso raggiunge pregevoli risultati nella resa dello stato d’animo dei personaggi principali, ravvisabile soprattutto sui loro volti. Così In quello della madre la lunaticità è tutta in quello sguardo fisso, inesorabilmente perso nel pesante vuoto del suo male oscuro.

Nel volto del padre, invece è racchiusa tutta la tensione del momento e la postura delle mani evoca un sentimento di speranza e devozione insieme.

Lo sguardo del santo, invece, riflette un momento di concentrazione, misticismo ed estasi, sicché la stessa aureola appare un dettaglio quasi irrilevante a contrapporre questa componente animata da spirito divino alle altre umane con la loro debolezza.

 

____________________

1 Fu proclamato santo dal papa Callisto III nel 1455.

2 Ecco, firmato da loro, un ritratto di Masaniello.

 

Dimore storiche a Copertino. Palazzo Venturi

di Giovanni Greco

Il 500esco palazzo, disposto su due piani, si sviluppa ad angolo tra le attuali vie Margherita di Savoia e I° Maggio. Appartenne alla famiglia dè Ventura, poi Ventura e infine Venturi, stabilitasi a Copertino da Salerno, nel XIV secolo, con Raguzio dè Ventura. All’origine si estendeva su circa 450 mq ed era tra le più eleganti dimore rinascimentali della città.

Riscontri in tal senso sono visibili sul lato sud a primo piano dove si intravedono tracce di beccatelli (tagliati) e alcuni estradossi (tagliati) che incorniciavano due finestre e la porta d’ingresso al palazzo, al quale si accedeva attraverso uno scalone che principia nel cortile interno.

Un ingresso di servizio si trovava in vico del Crocifisso (via S. Palma), preceduto da una cappella interamente affrescata, scorporata dal palazzo negli anni ‘90 e trasformata in centrale termica a servizio del cinema Centrale.

Tornando in via I° maggio troviamo un elegante loggiato costituito da una bifora. Su una architrave delle due finestre si legge ancora una parziale iscrizione umanistico-barocca: “Attende tibi et latra…” .

Altre iscrizioni sono disseminate su architravi interne del palazzo. Tra cui quella situata in un sottoscala che recita “Deus in nomine tuo” (In nome di Dio), probabile accesso ad una cappella privata.

cortile interno

 

All’origine, la copertura del palazzo era a tegole sorrette da capriate. Poi, nel XVIII sec. diversi vani furono voltati a botte con lunette poggianti su eleganti peducci rinascimentali. Gli ambienti a primo piano erano riservati ai proprietari mentre i locali a pianterreno, dove erano ubicati un forno per cuocere il pane, un pagliaio, le stalle e le cucine vi dimorava la servitù.

Altro intervento di epoca 700esca fu la creazione dell’artistico portale decorato a stucco, sovrapposto al precedente che era più ampio e a pianta semicircolare.

stemma della famiglia Venturi

 

Consolidata la posizione economico-finanziaria sul finire dell’800 i Venturi abbandonarono questo palazzo e acquistarono quello in piazza del Popolo di proprietà dei Cosma, presso il quale avviarono il primo istituto di credito cittadino.

Da allora, per la storica dimora ha inizio il declino. I coloni che lo abitarono unitamente agli affittavoli ai quali erano stati concessi i locali a piano terra, ne accelerarono la decadenza. Tant’è che, nel dopoguerra, per agevolare il transito dei carri carichi di concimi l’attuale portale d’ingresso fu scriteriatamente allargato. L’area adiacente, in direzione sud-est dove esisteva un ampio agrumeto, nel 1949 fu utilizzata dal trio Venturi-Del Prete-Verdesca per costruirvi il cinema Centrale.

Per la valorizzazione della storica dimora bisognerà attendere il 4 settembre 1946 quando, con atto di notar Francesco Buonerba, fu acquistata per la simbolica cifra di 100 lire dalla parrocchia S. Maria ad Nives che ne fece un centro di formazione morale e religiosa.

Cutrèu: una caccia conclusasi felicemente, forse …

di Armando Polito

La battuta iniziò nell’ormai lontano 2010 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/10/dialetti-salentini-cutreu/) su Spigolature salentine, cui sarebbe succeduto, dopo la nascita della fondazione, l’attuale blog. Continuò quattro anni dopo con un’ipotesi alternativa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/12/29/ritorna-cutreu-dopo-quattro-anni/), si conclude oggi, ad altri quattro anni di distanza, almeno per quanto mi riguarda, anche se nel campo dell’etimologia parlare di soluzione definitiva spesso può essere azzardato, specialmente nei casi in cui due o più soluzioni sembrano plausibili.

Nel nostro caso particolare il dubbio restava alimentato dal fatto che il *crudivus messo all’inizio in campo, pur suffagrato dall’autorevolezza del Rholfs, restava pur sempre una voce ricostruita (come indica l’asterisco che lo precede), non attestata nel latino classico ed assente pure in quello tardo e nel medioevale.

Prima di continuare, però, debbo riportare quanto il concittadino Pasquale Chirivì ha postato sul suo profilo Facebook in data 13 maggio u. s.:

Lo chiamerò, arbitrariamente, Leo. Non ho la minima idea sulla sua identità, ma mi va di chiamarlo Leo: Leo lo Scutrèo, e ora spiegherò perché. Sulla settantina, bassezza media, sagoma vagamente tracagnotta e, soprattutto, espressione perennemente ingrugnata, come di chi sia costretto a convivere con uno spinoso cactus tra le chiappe (cit.). Comunanza di percorsi pedestri fa sì che io e Leo ci si incontri con una discreta frequenza, per cui all’ennesimo incontro mi venne spontaneo un misurato gesto di saluto, niente di eclatante che potesse mettere in imbarazzo chi magari in quel momento non se l’aspettava; infatti non se l’aspettava e non ebbe il riflesso di rispondere anche con un minimo cenno. Così pensai, per lo meno. Poi però, al mio secondo tentativo andato a vuoto, capii che Leo non aveva alcuna intenzione di aprire alcun tipo di rapporto, se pure estremamente formale e di pura gratuita cortesia. Perfettamente legittimo, per carità: nessuno deve sentirsi costretto a fare qualcosa che non vuol fare. Così da quel giorno, temendo che il mio salutare non fosse per lui salutare, ho smesso di salutare, e tanti saluti al secchio. Leo però continuo ad incontrarlo. Ora cerco di dare un senso al mio trovarmelo di fronte, e penso che la sorte sia stata con me benigna nell’avermi offerto un soggetto da studiare, l’occasione di esercitare quel dono dell’introspezione psicologica che ognuno di noi sente di avere, inutile nasconderlo, e che fa di noi infallibili psicologi, purché il soggetto da psicanalizzare sia esterno a noi stessi, dato che nel caso contrario perderemmo tutta la nostra presunta sapienza. Cos’è che fa di Leo una persona così poco incline alla socializzazione? Quale filosofia di vita lo sostiene? Una forma di nichilismo, una specie di “pensiero debole”, un’arroganza preterintenzionale, un così profondo disincanto sull’essere umano tale da impedirgli anche il minimo sindacale di interazione con gli altri? Forse è afflitto da problemi così gravi da inibirgli ogni forma di relazione col mondo esterno? Sono disposto a dargli tutte le attenuanti del caso, non avendo elementi in mio possesso per giudicare, però la mia sensazione, che non ha nessun valore assoluto e che quindi mi posso permettere, essendo per l’appunto “mia”, è che Leo appartenga alla ben nota categoria degli Scutrèi. Cos’è uno scutrèo? Trattasi di sostantivo di origine idiomatica intraducibile in italiano, che si potrebbe “tradurre” con “Persona totalmente priva di empatia e incapace di relazionarsi col resto del mondo” (fonte: Quattrocani Per Strada). Impagabile il dialetto quando sintetizza il tutto in un’unica espressione! Sì, per me Leo è uno Scutrèo, lo intuisco da come mi guarda ogni volta con una coda dell’occhio più evidente di quella di una volpe, da come fa di tutto per evitare il mio sguardo, da come, in definitiva, non gliene frega assolutamente niente di me; sentimento che, per quanto mi sforzi, non riesco a ricambiare del tutto, tanto che, soprattutto nel momento in cui sto scrivendo di lui, mi sovviene quasi un moto di tenerezza nei suoi confronti. In fondo se non mi saluta non vuol dire necessariamente che nutra qualche sentimento negativo nei miei confronti; sono disposto ad accordargli volentieri tutte le attenuanti sopra descritte. Se non altro qualcosa gli devo: di avermi acceso la curiosità e la fantasia.

Grazie, Leo lo Scutrèo!

A chi considera Facebook e qualsiasi altro social come un magazzino di esibizionistìche castronerie (ma poi, senza nemmeno tapparsi il naso, non resiste alla tentazione si dare una sbirciatina, e nemmeno ogni tanto …) ribatto con la banale osservazione che qualsiasi strumento è sempre un’arma a doppio taglio, come un cacciavite può assolvere alla funzione per cui è stato inventato ma può anche essere l’arma di un delitto. Tutto dipende dal livello intellettivo e culturale di chi posta e di chi legge; e quando avviene l’incontro tra due livelli mediamente accettabili, il frutto non sarà, magari, perfettamente maturo ma certamente commestibile …

Fuor di metafora: Pasquale mi ha inconsapevolmente spinto, anzi costretto, anzitutto a commentare nel modo che segue:

Complimenti vivissimi per la felice creazione, forse non solo onomastica, di un personaggio (in cui ciascuno di noi farebbe bene, ogni tanto, a riconoscersi criticamente …), a cominciare dal nome. Infatti, a parte il fatto che “Leo” fa rima con “Scutreo” (e sulla suggestione degli effetti musicali della rima non si discute, tant’è che la poesia moderna, pur tendendo a cacciarla dalla porta perché intesa, giustamente, come limitazione della libertà dell’artista, la fa poi rientrare dalla finestra sotto forma di assonanze, consonanze e risonanze), è proprio la scelta del soprannome ad essere stata, secondo me, particolarmente azzeccata. Scomodo la “Uncane” e sintetizzo quanto vi leggo al lemma “SCUTREO”: italianizzazione del salentino “scutrèu”, a sua volta forma rafforzata (con prostasi di s- intensiva) di “cutrèu”, che è (per metatesi) da un precedente “crutèu” derivato (finirò sfinito …) da un latino *crudivus (per sincope di -v-: crudivus>crudiu>crutèu), forma aggettivale (il suffisso -ivus indica tendenza ad una certa qualità) da crudus=crudo. E, pensando al fatto che l’aggettivo “cutrèu” si sposa abitualmente con i nomi di legumi ad indicarne la difficile cottura, anche un non salentino è in grado di comprendere quanta umanità si nasconde nel vocabolo che, al di là della felice applicazione metaforica al personaggio, rivela, ancora una volta i profondi (oggi purtroppo ignorati) rapporti con la cultura contadina. Ancora complimenti!

Come il lettore noterà, ho recitato la parte del pappagallo condensando al momento quanto avevo già avuto occasione di dire agli indirizzi segnalati all’inizio.

Tuttavia, quel *crudivus ricostruito continuava a frullarmi nella testa come quando, vedendo una donna malamente rifatta, ti chiedi se pure in passato le sue labbra sembravano non un salvagente per bambini ma un gommone da trafficanti di poveri cristi …

Reduce da una fatica di non molte ore (solamente artisti, magari semisconosciuti, sono sempre reduci da una trionfale tournée? …), sono lieto di annunciare che crudivus ha perso il suo asterisco, cioè non è più voce ricostruita.

L’ho scovato, infatti, usato ben due volte (al nominativo neutro singolare nel primo caso, al plurale nel secondo) nel De observatione ciborum, un trattatello dietetico-gastronomico in latino in forma epistolare, che Antimo, medico bizantino, dedicò a Teodorico I re dei Franchi (511 circa-534 circa). Prima era stato il medico personale di Teodorico il Grande (493-526) subentrando ad Elpidio1. Riporto (in formato immagine per fare più presto) i brani che ci interessano (paragrafi 66 a p. 19 e 74 a p. 19), con la mia traduzione, dall’edizione a cura di Valentino Rose, uscita per i tipi di Teubner a Lipsia nel 1877.

(Senza dubbio il cece, se l’avrai cotto in modo che si sciolga completamente, condito con olio e sale, è  buono e benefico pure per i reni. Se, invece, poco cottoio, sconsiglio assolutamente pure i sani di mangiarlo, poiché provoca pesantissima flatulenza, cattiva digestione e mal di pancia.)

(Mangia quando è necessario gli altri legumi, se saranno stati cottoi, perché, se sono poco cotti, fanno male parecchio. Infatti la fava a pezzetti, come prima ho detto, è abbastanza pesante.).

Non sarei intellettualmente corretto se non chiudessi con una riflessione sotto forma di domanda retorica: al lemma crutìu del Vocabolario dei dialetti salentini del Rohlfs avremmo visto quell’asterisco precedere crudivus, se il maestro avesse potuto curiosare su Facebook e fruire delle risorse della rete, testi digitalizzati in primis?

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1 È quel diacono Elpidio al quale il contemporaneo vescovo Ennodio (473/474-521) indirizzò quattro delle sue epistole (VII. 7; VIII, 8; IX, 14 e 21). In particolare nella VIII, 8 (cito da Magni Felicis Ennodii episcopi Ticinensis opera a cura di Iacopo Sirmondo, Officina Nivelliana presso Sebastien Cramoysi, Parigi, 1611, p. 229): His ergo salutans, amico et medico indico, me gravi corporis inaequalitate laborare: quam nisi te dictante pagina iocos exhibitura curaverit, distensam per tormenta ranulam longis hominibus coaequabo (Salutandoti dunque con queste parole faccio sapere all’amico e medico di soffrire di gravi disturbi ficici. Se una pagina scritta da te contenente pensieri scherzosi non la curerà, tra le sofferenze tirerò fuori una lingua così distesa da eguagliare la statura di un uomo alto). La fama di Elpidio come medico è attestata da una lettera di Avito (vescovo di Vienna, poi santo), la XXXV nella sezione S. Aviti Viennensis Epistulae  (colonna 232) del volume dell’opera omnia nell’edizione del Migne; la lettera, dopo l’esito della cura del figlio del vir illustris (uomo illustre)  Celere, così si conclude: Tribuat Christus, ut exsultando atque impensius laudando in hac cura magisterio tuo, simul tibi Italia medicinae opinionem, et Gallia pueri debeat sanitatem (Conceda Cristo che esultando e lodando con molto ardore in questa cura per la tua maestria nello stesso tempo L’Italia debba a te l’alta considerazione che essa ha nel campo della medicina e la Gallia la salute del ragazzo).

Elpidio è citato anche da Procopio di Cesarea (480 circa-565 circa) in La guerra gotica (i, 4) a proposito della condanna a morte di Simmaco e Boezio, decretate da Teodorico, rispettivamente, nel 524 e nel 525. Riporto il testo originale, e di seguito lo traduco, dall’edizione delle opere a cura di Claudio Maltreto, Bartolomeo Javarina, Venezia, 1729, p. 3: Δειπνοῦντι δὲ οἷ, ὀλίγαις ἡμέραις ὕστερον, ἰχθύος μεγάλου κεφαλὴν οἱ θεράποντες παρετίθεσαν. Αὕτη Θευδερίχῳ ἔδωξεν κεφαλὴ Ξυμμάχου νέοσφαγοῦς εἶγαι. Καὶ τοῖς ὀδοῦσιν ἐς χεῐλος τὸ κάτω ἐμπεπηγόσι, τοῖς δὲ ὀφθαλμοῖς βλοσυρόν τι ἐς αὐτὸν καὶ μανικὸν ὁρῶσιν, ὰπειλοῦντί οἱ ἐπὶ πλεῗστον ἐᾡκει. Περιδεὴς δὲ τῷ ὑπερβάλλοντι τοῦ τέρατος γεγονὼς καὶ ῥιγὼσας ἐκτόπως ἐς κοίτην τὴν αὑτοῦ ὰπεΧώρησε δρόμῳ, τριβὡνιά τε πολλά οἱ ἐπιθεῖναι κελεύσας ἡσὑχαζε. Μετὰ δὲ ἄπαντα εἰς Ἐλπίδιον τὸν ἰατρὸν τὰ ξυμπεσόντα ἐξενεγκὼν τὴν ἐς Σύμμαχόν τε καὶ Βοέτιον ἁμαρτάδα ἔκλαιεν. Ἀποκλαὑσας δὲ καὶ πειαλγἡσας τῇ ξυμφορᾷ οὐ πολλῷ ὕστερον ἐτελεύτησεν, ἀδίκημα τοῦτο πρῶτόν καὶ τελευταῖον ἐς τοὺς ὐπηκόους τοὺς αὑτοῦ δράσας, ὄτι δὴ οὐ διερευνησάμενος, ὤσπερ εἰὡθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνὤσιν ἣνεγκε (Pochi giorni dopo, mentre banchettava, i servi gli presentaronola testa di un grande pesce. Essa a Teodorico sembrò che fosse la testa di Simmaco sgozzato da poco. E a causa dei denti sporgenti dal labbro inferiore e degli occhi che guardavano torvamente e furiosamente vesro di lui, somigliava a chi minaccia decisamente. Preso dalla paura per il fatto orribile avvenuto e rabbrividendo  rabbrividendo oltre misura, se ne andò di corsa a letto e, dopo aver ordinato di mettergli sopra molte coperte, stette tranquillo. In seguito, avendo riferito tutto quello che gli era successo al medico Elpidio, si lamentò dell’errore commesso contro Simmaco e Boezio. Tormentatosi ed addoloratosi per la sciagura, non molto dopo mori, avendo commesso questa che fu la prima e l’ultima ingiustizia contro i suoi sudditi, poiché senza approfondire aveva condotto l’indagine sui due uomini)

Il culto di santa Apollonia a Copertino

TRACCE DI ANTICHE TRADIZIONI CULTUALI

di Giovanni Greco
Tra i santi di tradizione greca, Copertino annovera anche quello di “Santa Apollonia”. Soppiantata dai più efficaci antibiotici, anticamente questa santa era invocata da quanti soffrivano il mal di denti. Nell’iconografia è raffigurata come una giovane che in una mano regge la palma del martirio e nell’altra una tenaglia che stringe un dente. In Copertino si contano almeno 5 di queste raffigurazioni databili tra il ‘600 e la prima metà del secolo successivo.

Nella zona superiore del vano absidale della chiesa della Clarisse, liberato di recente da scialbature stratificate, sono venuti alla luce una serie di riquadri affrescati. In uno di questi presenti sul lato destro compare, tra gli altri, s. Apollonia mancante della parte inferiore in corrispondenza dell’apertura di un cavità (poi tamponata), realizzata agli inizi del ‘900.

Un’altra raffigurazione di questa santa la ritroviamo nella cappella Venturi (1719), lungo l’attuale via Bengasi, intitolata a s. Maria della Grazia. Sul lato sinistro del piccolo vano sono riportati due riquadri affrescati in uno dei quali sono raffigurate s. Marina (a destra) e s. Apollonia (a sinistra), attribuibili al pittore copertinese, Bernardino Greco.

 

Un terzo affresco dedicato alla santa è presente nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, lungo la via omonima, che nel 2014 gli eredi Galbiati-Cacciapaglia hanno trasferito tra le proprietà della chiesa Matrice. Anche in questo caso s. Apollonia appare circoscritta in un riquadro sul lato destro dell’altare (in quello sinistro è presente s. Agata). Entrambi gli affreschi versano in un pessimo stato. Una vasta sezione dell’intonaco in cui è affrescata s. Apollonia presenta vistosi segni di distacco che, insieme ad una estesa macchia di umidità alla base ne stanno compromettendo seriamente le condizioni. Non se la passa meglio l’affresco di s. Agata attraversato da una vistosa crepa della larghezza di un centimetro.

 

 

Una quarta rappresentazione la si ritrova nel vano scala di una abitazione privata in piazza del Popolo, un tempo tra le servitù della scomparsa cappella di Santo Stefano. Si tratta del lacerto di un affresco databile alla fine del ‘600, realizzato nell’intradosso di una nicchia votiva dedicata alla Madonna del Carmine.

Di chiara epoca 600esca è infine l‘immagine della santa, scolpita in bassorilievo nel primo basamento della colonna destra dell’altare di s. Domenico (1657), nella chiesa del Ss.mo Rosario. Opera di Ambrogio Martinelli sottoposta a recente restauro.

Uno spaccato di vita emergente da alcuni proverbi salentini

di Armando Polito

 

NO FFONDI A STRATE, NO CASE A MMURU,

NO MUGGHIERE BBEDDHA, CA NO SSI PPATRUNU

(Non terreni coltivati confinanti con strade, non case con muri in comune, non moglie bella, perché non ne sei padrone).

Metricamente sono due dodecasillabi senza rima, che tuttavia, presenta una variante del proverbio, che sostituisce patrunu con sicuru (da cui sicurezza del titolo).

Il proverbio appare come lo sviluppo e l’integrazione di un altro che recita:

 

CI VUEI CU NNO AGGI GGILUSIA,

NO MUGGHIERE BEDDHA

E NO RROBBA MMIENZU ALLA IA 

(Se non vuoi soffrire dell’invidia altrui, non moglie bella e non beni esibiti)Metricamente questo risulta formato da due endecasillabi in prima ed ultima posizione in rima tra loro e da un senario in posizione centrale.

E voglio chiudere con qualche riflessione: se veramente in passato gli uomini avessero seguito il consiglio, tutte le donne belle sarebbero dovute restare zitelle e potenziali (ma non tanto …) amanti;  e neppure una cozza sarebbe rimasta nubile.

Questo sembra avere una conferma statistico-filosofica sui generis in

CUSÌ GGHETE LA VITA:

LA BBEDDHA RESTA,

LA BBRUTTA SI MMARITA

(Così è la vita: la bella resta e la brutta si marita)

Metricamente siamo in presenza di un quinario incapsulato tra due settenari (questi ultimi in rima tra loro).

Quanto fin qui detto è il portato (e poteva essere altrimenti?) dell’imperante cultura maschilista (non è casuale il padrone del primo proverbio).Non so se quest’atteggiamento sia stato veramente combattuto e vinto dai nostri tempi. So per certo, però, per quanto riguarda il resto, che la vita condominiale ha celebrato il trionfo del muro in comune e che l’esibizione pubblica, reale o virtuale,  anche di quello che non abbiamo è diventato un imperativo morale. O tempora, o mores!1

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1 Non ho nulla contro le tempie e contro le more, ma, a beneficio di coloro che, magari incolpevolmente, non hanno studiato il latino e non hanno mai sentito parlare di Orazio, mi corre l’obbligo di dire che la traduzione è: O tempi, o costumi!.

La Cattedrale di Nardò sotto i riflettori per la celebrazione della Messa del 13 maggio

Un evento importante per la Cattedrale neritina, da giorni sotto le luci e i riflettori della RAI, che l’ha scelta per riprendere la consueta Messa domenicale.

Domenica 13 maggio infatti la troupe RAI1, già in città da diversi giorni, riprenderà per trasmettere in diretta la celebrazione officiata dal parroco don Giuliano Santantonio.

L’inedita occasione punterà anche a far conoscere le meraviglie racchiuse nel maggiore monumento cittadino, sul quale si sono sovrapposti oltre mille secoli di storia.

L’attuale Cattedrale difatti sorge sul sito un tempo occupato dal complesso basiliano di Sancta Maria de Neritono, cui Goffredo il Normanno nel 1061 concede numerosi privilegi. Nel 1080 si inizia a ricostruire la nuova chiesa, consacrata il 15 novembre 1088 ed affidata dallo stesso Goffredo ai monaci benedettini (1090), i quali istituiscono nel monastero cattedre di letteratura greca e latina, di eloquenza e di matematica.

Nel 1413 Giovanni XXIII (1410-1415), il pontefice scismatico Baldassarre Cossa, eleva a Diocesi la Contea di Nardò e a Cattedrale la chiesa monastica di S. Maria de Neritono, costituendo vescovo l’abate Giovanni de Epiphanis; in quell’occasione, Nardò diviene sede di episcopato.

Nel 1433 vi predica San Bernardino da Siena, chiamatovi da mons. Giovanni Barella. La sede neritina conserva il rito greco, accanto a quello latino, sino al vescovato di mons. Ambrogio Salvio (1569-1577).

Con decreto del 12 ottobre 1803 la Cattedrale è dichiarata Chiesa Regia e il 20 agosto 1879 monumento nazionale. Il 2 giugno 1980 viene elevata a dignità di Basilica Minore dalla Santa Sede, mentre il 30 settembre 1986 mons. Aldo Garzia è nominato vescovo della nuova circoscrizione diocesana di Nardò-Gallipoli.

Nel corso dei secoli la Cattedrale è oggetto di numerose trasformazioni. Originariamente edificata in pietra leccese in stile romanico-normanno, presentava una larghezza pressoché uguale a quella attuale, aveva un portico anteriore e terminava all’altezza dell’attuale presbiterio. Internamente era suddivisa in tre navate scandite da pilastri ed archi a tutto sesto, terminanti ognuna con un’abside. Risale alla fine del XIII secolo la ricostruzione del campanile in carparo (staccato dal corpo della chiesa) di forma quadrangolare. I terremoti che interessano Nardò tra il 1230 e il 1249 danneggiano la navata nord della chiesa, che viene ricostruita con archi a sesto acuto in carparo, con capitelli e cornici delle semicolonne addossate ai pilastri in pietra leccese.

La seconda trasformazione del tempio si colloca intorno alla seconda metà del XIV secolo: le navate sono allungate, mediante tre archi a sesto acuto, con l’aggiunta del coro e delle due cappelle laterali.

Il pulpito della cattedrale di Nardò

 

L’addizione di nuove cappelle, addossate alle pareti laterali, prosegue fino all’inizio del XV secolo.

Il terremoto del 1456 provoca il crollo della parte superiore della torre campanaria, danneggiando anche la chiesa, che il vescovo Ludovico De Pennis fa ristrutturare, avviando importanti lavori di consolidamento. Le capriate lignee delle navate laterali sono sostituite con volte a botte, mentre le pareti di rivestimento vengono in parte affrescate.

Dopo la battaglia di Lepanto (1571) la Cattedrale subisce ulteriori modifiche durante l’episcopato di mons. Ambrogio Salvio (1569- 1577). Successive modifiche sono apportate dai vescovi Lelio Landi  e Girolamo De Franchis (1617-1634); Orazio Fortunato (1678-1707) sostituisce il pavimento, trasforma la porta rivolta verso la piazza e realizza il controsoffitto. Al posto dell’altare di San Martino il presule commissiona nel 1680 il cappellone dedicato a San Gregorio Armeno.

All’inizio del XVIII secolo la Cattedrale è nuovamente pericolante e in molti ritengono che l’antica chiesa dovesse essere abbattuta e ricostruita ex novo. Il vescovo Antonio Sanfelice (1708-1736), sensibile al valore storico ed artistico del vetusto edificio, commissiona il restauro al fratello Ferdinando (1675-1748): il celebre architetto apporta importanti modifiche e nel 1725 ricostruisce la facciata dell’edificio e riveste con stucchi buona parte della struttura.

Cattedrale di Nardò, particolare degli affreschi del Maccari nel coro

 

Considerato l’urgente bisogno di restaurare la chiesa, anche a seguito dei danni riportati dal sisma, mons. Michele Mautone (1876-1888) progetta di demolirla per ricostruirla integralmente.

È il suo successore, Giuseppe Ricciardi (1888-1908), a promuovere i nuovi lavori di restauro il consolidamento degli affreschi medievali e dell’intera struttura; il rifacimento del tetto ligneo sulle navate minori, dopo la demolizione delle volte esistenti. Sono inoltre ricostruiti le absidi minori, il ciborio, gli affreschi del presbiterio ad opera di Cesare Maccari e la maggior parte delle cornici e dei capitelli. Furono anche sostituite le capriate sulla navata centrale e furono realizzate le arcate lungo il fianco meridionale. Tra il 1977 ed 1982, sotto l’episcopato di Mons. Mennonna, la chiesa è nuovamente oggetto di lavori di restauro durante i quali si procede a rifare il pavimento, consolidare e sostituire le coperture, restaurare gli affreschi, l’organo, il campanile e la facciata.

 

Per approfondire sulle opere d’arte in essa presenti:

Il Crocifisso nero nella cattedrale di Nardò

Cinque francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della civitas Neritonensis

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/01/su-alcune-reliquie-conservate-nella-cappella-di-tutti-i-santi-nella-cattedrale-di-nardo-2/

Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (1).

Ecclesia Mater. La fabbrica della Cattedrale di Nardò attraverso gli atti delle visite pastorali

Gli argenti della Cattedrale di Nardò, una raccolta straordinaria

Un busto di San Gregorio Armeno tra i tesori della cattedrale di Nardò

6 dicembre. San Nicola. Tre affreschi del santo di Myra nella cattedrale di Nardò

Finalmente riemerge il dipinto del Solimena nella cattedrale di Nardò

Su alcune reliquie conservate nella cappella di Tutti i Santi, nella cattedrale di Nardò

San Bernardino. Un affresco del santo senese nella cattedrale di Nardò

Da Sancta Maria de Nerito a cattedrale. Un millennio di storia nella chiesa madre di Nardò (XIII secolo)

Riemerge un Sant’Onofrio tra gli affreschi medievali della Cattedrale di Nardò

Santi patroni e filantropi nel “cielo” ligneo della Cattedrale di Nardò

Lineamenti diacronici storici e religiosi della Cattedrale di Nardò

Archeoclub. Chiese aperte il 13 maggio 2018 a Galatina e Nardò

A Nardò aperte ai visitatori, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19,  le chiese dell’Immacolata e di Santa Teresa. A Galatina la chiesa della Purità.

 

Divulgare e far conoscere il proprio patrimonio culturale sono due dei pilastri su cui si fonda l’Associazione Archeoclub Italia.

La campagna nazionale “Chiese Aperte” nasce dalla consapevolezza che bisogna riscoprire le antiche radici della nostra civiltà e le sue forme artistiche più suggestive, ma anche colloquiare con le comunità ecclesiali del nostro territorio e rafforzarne l’intesa.

L’intervento delle sedi locali di Archeoclub d’Italia durante tale manifestazione ha come scopo principale quello di riportare all’attenzione una serie di monumenti storici, alcuni anche di pregevole valore architettonico, per evitare che altri pezzi della nostra storia scompaiano nell’incuria, rendendoli fruibili alla cittadinanza ed invogliando nella stessa la curiosità per il proprio patrimonio.

Sono questi gli intenti che hanno spinto Barsanofio Chiedi, Presidente Regionale Archeoclub Puglia, e Antonietta Martignano, Presidente sede locale Archeoclub Terra d’Arneo, Nardò/Galatina, a far rientrare nella XXIV edizione di Chiese aperte le tre chiese di Galatina e Nardò.

Gli stessi promotori, per l’occasione ed in collaborazione con l’Assessorato al Turismo della Città di Nardò, con la confraternita dell’Immacolata e quella del SS.mo Sacramento di Nardò, con l’Ufficio Beni Culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, hanno dato alle stampe una pubblicazione che illustra una delle tre tappe, la chiesa neritina dell’Immacolata, e che sarà valido sussidio a chi visiterà il monumento.

Anche Giulia Puglia, Assessore al Turismo, ne è fiera dichiarando che “la campagna “Chiese Aperte” di Archeoclub è un atto d’amore verso il patrimonio storico e architettonico delle nostre città. Del resto, far conoscere gli antichi scrigni di culto che Nardò vanta orgogliosamente è uno dei modi migliori per valorizzarli e per condividerne la bellezza con tutti”.

 

Per le notizie storico-artistiche sulle chiese aperte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/08/nardo-la-chiesa-dellimmacolata-e-la-dimora-dei-francescani-conventuali/

Giornate FAI di Primavera. Nardò e la chiesa di Santa Teresa

Il cannone spinello

di Clemente Leo

Tranquilli, non voglio affatto indulgere all’uso delle droghe leggere, ma debbo confessare che ho provato una certa compiaciuta euforia nel congetturare che l’etimo della diffusa sigaretta erbacea possa trovare un’origine ben definita nell’ambito della scienza delle artiglierie e delle parabole. L’occasione mi è stata fornita dalla lettura della copia di un atto rogato nel 1566 dal notaio idruntino Orazio Laggetto, per il vero ricco di spunti e di notizie storiche di una certa rilevanza.

Si era nel periodo terribile dell’espansione dell’impero ottomano. Dopo la mattanza di Otranto del 1480-81 l’esercito turco era tornato nello Ionio nel 1537 compiendo sulle isole razzie, stragi e deportazioni[1] e spingendosi fino alle nostre coste, col saccheggio di vari casali, tra cui, in particolare, Castro. L’imperatore Carlo V intorno alla metà del secolo aveva ridato impulso al completamento del sistema di vigilanza imperniato sulle torri costiere. Erano quindi in atto tutto un fermento di lavori di rafforzamento del sistema difensivo in Provincia di Terra d’Otranto. L’anno successivo alla redazione dell’atto in questione sarebbero stati avviati i lavori di erezione delle torri di S. Emiliano e Porto Badisco, munite poi di falconetti consegnati alle Università[2] onerate del servizio. Di tanto in tanto sulle nostre coste si registravano anche attacchi pirateschi di ridotta portata, condotti da ciurme composte da qualche centinaio di predoni. Se si aggiungono le epidemie di peste, favorite dai traffici marittimi, e quelle di malaria dovute al periodico insabbiamento del porto, si comprende bene perché Otranto all’epoca si fosse quasi del tutto spopolata: la città era passata, infatti, dai 669 fuochi del 1545 ai 118 fuochi del 1561.[3] La popolazione si era spostata nell’entroterra, stabilendosi soprattutto ad Uggiano (del)la Chiesa ed a Bagnolo, che perciò registrarono un significativo repentino incremento dei focolari. A Otranto rimase il patriziato, tra cui i Gualtieri, i Demarco, i Rondachi, i Prototico, i Lipravoti. Esponenti di queste ultime due famiglie di origine ionica erano coinvolti a pieno titolo nel sistema di spionaggio militare spagnolo, operando in quei decenni al soldo del re di Spagna quali consoli o agenti consolari[4], i primi in Zante[5], i secondi in Corfù[6], a quell’epoca possedimenti veneziani. Il loro compito era quello di inviare “avvisi delle cose di Levante e degli apprestamenti d’armata che si facevano in Costantinopoli e dei disegni del Gran Turco” e soprattutto tenere la corte spagnola informata dell’evoluzione, spesso repentina ed imprevedibile, dei rapporti tra Venezia e la Grande Porta.

In quel difficile momento, sotto il sindacato del “Nobile e Magnifico” D. Marco Antonio Gualtieri[7], la Città di Otranto, facendo evidentemente ricorso alle risorse del patriziato locale, sempre pronto ad anticipare generosamente le somme necessarie alla comunità nei momenti di difficoltà, si dotò di un eccezionale strumento di difesa: il Cannone Spinello.

Questo cannone doveva essere notevole, a giudicare dal peso attribuitogli: 34 cantàra (cantaia). Poiché ogni cantàrum corrispondeva, nel regno di Napoli, a 90 kg, ne risulta un cannone del peso di oltre 30 quintali. Un cannone rinforzato, quindi, lungo probabilmente più di 3 metri, che doveva essere utilizzato come pezzo da fortezza per tiro di controbatteria ed antinavale.

I mastri fonditori del cannone furono i fratelli siciliani Nicola e Iacopo Scorciapino, abitanti a Brindisi. L’origine siciliana degli Scorciapino era finora sconosciuta. L’illustre studioso Nicola Vacca, dopo aver raccolto vario materiale documentario sui fonditori di campane in Salento, aveva pubblicato nel 1958 il lavoro “Fonditori di bronzo in Brindisi”, in cui aveva evidenziato come su una campana fusa nel 1576 e collocata sul duomo di Brindisi si trovasse inciso “Iacobo. Scorciapino. Brund. Flatore”, ovvero fonditore. Ma nulla era trapelato sulla sua origine. Dai suoi studi il Vacca aveva potuto constatare che in Brindisi, più che campane, si fondevano cannoni in bronzo[8], riferendo pure come su uno di essi, realizzato per il castello di Lecce, si leggesse l’iscrizione “Mastro Cola Scorciapino me fecit, 1540”[9]. Egli aveva quindi ipotizzato l’esistenza di una parentela tra i due Scorciapino.

Ora quella supposizione diventa certezza, perché l’atto notarile de quo attesta che Nicola e Iacopo Scorciapino, fonditori del “Cannone Spinello”, erano fratelli.

Il cannone era stato trasportato da Brindisi in Otranto, non sappiamo se via mare su imbarcazioni o via terra su carri trainati da cavalli, a cura degli stessi Scorciapino, i quali si erano occupati anche di provvedere all’installazione ed all’istruzione dei “bombardieri”[10].

Il pezzo presentava però delle imperfezioni sulla bocca, ovvero una crepatura, tanto che il Vicario Provinciale del Viceré di Napoli aveva imposto all’”Università” di trattenere una decima parte del compenso riconosciuto agli artigiani, in attesa della riparazione e del perfezionamento dell’opera.

Un’ultima chicca riguarda la presenza come testimone dell’atto di Giovanni Michele Laggetto, l’autore della “Historia” della guerra di Otranto del 1480: probabilmente era il padre del notaio rogante.

Ecco la trascrizione dell’atto:

“Pro Mag.co Jo: Leonardo Bonuto Depositario Civitatis Hydrunti

Die sesto mensis Septembris millesimo quingentesimo sexagesimo sesto X Indictionis Hydrunti

Nos § fatemur §; quod eodem predicto die, eiusdem, ibidem, in Nostri praesentia in testimonio publico personaliter constitutis Magistris Nicolao e Jacobo Scorciapino de siculis fratribus fundatoribus Artigliariarum habitantibus in Civitate Brundisii agentibus § ex una parte

Et Magnifico Jo: Leonardo Bonuto de Hydrunto Depositario, et Erario Magnificae Universitatis Civitatis Hydrunti pro praesenti anno, X Indictionis, in Sindicatura Nobilis et Magnifici Marcii Antonii Gualterii, agente et stipulante Nomine, et pro parte Ipsius Magnificae Universitatis; eius hominibus § ex altera parte=

Praedicti quidem Magistri, Nicolaus, et Jacobus, quibus supra nominibus, non vi, dolo § sed sponte § ac omni meliori via § ad interrogationem § confessi fuerunt se recepisse ac habuisse, pro ut praesentialiter et manualiter receperunt, et habuerunt, a praedicta Magnifica Universitate, et pro ea a praedicto Magnifico Gio: Leonardo, quo supra Nomine, Ducatos Nonaginta duos de caroleni § et sunt pro eorum mercede et provisione fundaturae et istructionis unius cannoni per eos istructi Cantarorum numero triginta quatuor, et unius rotuli, nominati il Cannone Spinello, conducti in ipsam Civitatem, com declaratione: quod eorum mercedis ascendit ad summam ducatorum Centum et duorum; de quibus remanserunt in posse ipsius Universitatis ducati decem, et hoc de ordine Illustrissimi et Excellentissimi Principis Cariati Viceregis Provincialis, ex equo ipsi Magistri ad omnem simplicem requisitionem ipsius Universitatis se conferre promiserunt in ipsam Civitatem et a predicto cannone serrare illa bocca uno poco del detto cannone crepato, quo cannone completo consignantur eisdem Magistris ducatos decem, ut supra remansi; et confessi fuerunt similiter ipsi Magistri se recepisse,et habuisse, a praedicta Magnifica Universitate, et pro ea a praedicto Magnifico Depositario, quo supra Nomine, ducatos septem de caroleni, pro eorum dietis, vacando in conductione praedicti cannoni et vacatis in dicta Civitate Hydrunti per dies decem, et septem liquidatos, quo supradictos ducatos septem, ut supra, qui ascendunt ad summam simul coniuncti ducatorum Nonaginta novem de caroleni, se vocantes praedicti Magistri bene quietos, et a praedicta Magnifica Universitate de praedicta Nonaginta Novem, ut supra receptis, et habitis absolventes § ipsam Universitatem de (Civitate Hydrunti), cum pacto de ulterius ex eis aliquid non petendo § quia sic. Quem Contractum promiserunt habere pro ratum, ac rata; et contra ea non facere.

Pro quibus omnibus observandis obligaverunt se et in solidum , et bona eorum omnia ad personam; et sub poena dupli et medietate, cum pacto de capiendo praecarii constitutione; renunciaverunt § Juraverunt § Unde. Laus Deo

Presentibis Judice Annali Nicolao de Donato Milano de Hydrunto, et testibus Magnificis Jo: Michele Laggetto, Jo: Michele Scupula. Jo: Baptista Pauti, et Joanne Synfando de Hydrunto Literatis”

Traduzione:

“(Quietanza) In favore del Magnifico Giovanni Leonardo Bonuto Depositario della Città di Otranto

Il giorno 6 settembre 1566, decima Indizione, in Otranto

Noi affermiamo che nello stesso predetto giorno quivi in nostra presenza personalmente costituiti in testimonio pubblico i Mastri, Nicola, e Iacopo Scorciapino dei fratelli siciliani fonditori di artiglierie abitanti nella Città di Brindisi, che agiscono § da una parte

Ed il Magnifico Giovanni Leonardo Bonuto di Otranto, Depositario, ed Erario della Magnifica Università della Città di Otranto per il presente anno, X Indizione, nella Sindacatura del Nobile e Magnifico Marco Antonio Gualtieri, agente e stipulante in nome e per conto della stessa Magnifica Università, e gli uomini della stessa § dall’altra parte.

I predetti Mastri Nicola e Iacopo, nei nomi di cui sopra, non per forza, dolo § ma spontaneamente e per ogni miglior effetto § ad interrogazione confessarono di aver percepito ed avuto dalla predetta Magnifica Università, e per essa dal predetto Magnifico Giovanni Leonardo, nel nome di cui sopra, ducati novantadue in carlini § e sono per la loro mercede e compenso di fonditura e di istruzione di un cannone da loro istruito, di cantàia numero trentaquattro ed un rotolo, nominato “il Cannone Spinello”, condotto in questa stessa Città, con la precisazione: che la loro mercede ascende alla somma di ducati centodue; dei quali rimasero in potestà della stessa Università ducati dieci, e ciò per ordine dell’Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe (di) Cariati Vicario Provinciale[11]; entrambi gli stessi Mastri promisero di conferirsi in questa stessa Città ad ogni semplice richiesta della stessa Università e al predetto cannone serrare quella bocca del detto cannone un poco crepato, sicché, completato il cannone, sarebbero stati consegnati ai predetti Mastri i ducati dieci come sopra rimasti; e confessarono similmente gli stessi Mastri di aver percepito ed avuto dalla predetta Magnifica Università, e per essa dal predetto Magnifico Depositario, nel nome di cui sopra, ducati sette di carlini, per il loro vitto, vagando per il trasporto del predetto cannone, e essendo rimasti in detta Città di Otranto per dieci giorni, e sette liquidati[12]; dichiarandosi i predetti Mastri bene quieti coi sopradetti sette ducati, come sopra, che insieme computati ascendono alla somma di ducati novantanove in carlini, e assolvendo la stessa Università della Città di Otranto dei predetti novantanove, come sopra ricevuti ed avuti dalla predetta Magnifica Università, col patto di non chiedere qualcos’altro da loro, perché così (vogliono). Il quale presente contratto promisero di avere per ratificato e ratificati, e contro essi non fare.

E per l’osservanza di tutte quelle cose obbligarono se stessi ed in solido, e tutti i loro beni ciascuno; e sotto la pena del doppio[13] e metà[14], col patto di prendere[15], con la costituzione del precario[16]; rinunciarono[17]; giurarono[18]; per cui[19] § Lode a Dio.

Alla presenza del Giudice Annuale Nicola di Donato Milano di Otranto, e dei testimoni Magnifici Giovanni Michele Laggetto, Giovanni Michele Scupola, Giovanni Battista Pauti, e Giovanni Synfando di Otranto, letterati”.

Dopo Lepanto, i pirati barbareschi sarebbero comunque ritornati in gran spolvero ad attaccare le nostre coste nel 1571 e nel 1573, saccheggiando ancora Castro ed altri casali.

 

[1] Si parla di 15.000 anime rapite tra donne e bambini

[2] Le amministrazioni comunali

[3] Somaini-Vetere, I domini del principe di Taranto in età orsiniana (1399-1463), Congedo Editore, Galatina. 2009.

[4] Come, del resto, furono in seguito i Gualtieri.

[5] In quell’isola operava Baldassarre Prototico, in Bilancio del Real Patrimonio del Regno di Napoli 1591-1592, di N. Faraglia, in Archivio Storico per le Province Napoletane, 1876, anno I, fasc. 3.

[6] A Corfù operava Marco Antonio Lipravoti, ivi. Un Marco Antonio Lipravoti si ritrova sindaco di Otranto a metà 500. Un Francesco Lipravoti fu Capitano delle fregate in Otranto al servizio del Re di Spagna nei primi decenni del XVII sec., da una lettera di Scipione Filomarino, Maestro di Campo e Vicario Generale Provinciale del 13.7.1632.

[7] In quegli anni diventò barone di quota parte del feudo di S.Giovanni Malcantone

 

[8] Le materie prime, rame e stagno, arrivavano al porto di Otranto da Genova o da Venezia

[9] Archivio Storico Pugliese, anno 8°, 1955, p. 205 ss.

[10] Gli artiglieri

[11] Probabilmente sI tratta del Principe Giambattista Spinelli, che aveva sposato Isabella figlia del Viceré Pietro di Toledo. Potrebbe avere quindi una relazione col nome attribuito al cannone.

[12] Dei dieci giorni di permanenza ne vengano riconosciuti e compensati solo sette

[13] Chi si rendeva inadempiente a quanto pattuito incorreva nella pena del doppio pagamento di quanto si era concordato

[14] La metà della pena pecuniaria applicata per l’inadempimento andava a beneficio della corte ove si trattava la causa, e l’altra metà a carico della parte vittoriosa, ferma restando l’esecuzione coattiva del contratto.

[15] Con la facoltà di prendere possesso delle proprietà vincolate a garanzia delle parti

[16] Per rafforzare la convenzione la parte che prendeva possesso delle altrui proprietà ipotecate era autorizzata a possederle in nome dell’altra, dalla quale le riceveva a titolo precario

[17] Le parti rinunciavano, in relazione a quanto si era convenuto, ad eccepire il dolo malo, la violenza, l’inganno, l’azione in fatto, la condizione senza causa e quindi nulla, il mancato perfezionamento dell’oggetto, di alterazione del contratto ed a qualunque altro beneficio legale

[18] Si giurava sul contenuto del contratto ponendo la mano sulle Sacre Scritture

[19] Questa clausola denotava, per futura memoria e cautela delle parti e dei loro eredi e successori e aventi causa, che quanti convenuto era stato stipulato dal notaio alla presenza del giudice a contratti e dei testimoni nel numero richiesto dalla legge, e pertanto era pronto per l’”esecuzione parata”, cioè costituiva titolo per l’esecuzione innanzi alle corti. La presenza di tutte le clausole predette rendeva l’atto “guarentigiato”

Il campanile della chiesa matrice di Copertino

 

Note documentarie intorno alla torre campanaria della chiesa Matrice di Copertino (XVI sec)

 

di Giovanni Greco, foto di Fabrizio Suppressa

La questione su chi ha inventato il campanile è abbastanza controversa almeno quanto la “scoperta” delle campane che, secondo la tradizione, si deve a San Paolino da Nola nel V secolo. I primi campanili della storia cristiana furono eretti intorno al VII secolo e fu indubitabile l’influsso dei minareti, anche se pare che il manufatto cristiano debba la sua forma soprattutto alle torri di guardia che gli abitanti dei borghi medioevali costruivano nei pressi delle chiese o dei monasteri per rifugiarsi in caso di assedio.

Nel 1577, Carlo Borromeo nel suo trattato De fabrica ecclesiae codificò per primo i canoni per la costruzione dei campanili: dovevano essere posti sulla facciata della chiesa, staccati da essa e sulla destra di chi entra; inoltre, dovevano avere preferibilmente forma quadrata e possibilmente essere dotati di un orologio. Più tardi, secondo il trattato di Francesco Cancellieri, sulla parte terminale, cuspide o loggiato che fosse, avrebbero trovato posto una croce o la sagoma metallica di un gallo, simbolo dei predicatori che svegliano chi giace nel regno delle tenebre.

In Terra d’Otranto, per quel che rimane, la tradizione dei campanili inizia con la grande guglia di Soleto del 1397 replicata, ma in modo incompiuto, mezzo secolo dopo a Corigliano dalle stesse maestranze che realizzarono il coro di Santa Caterina a Galatina. In epoca seicentesca, sulla linea del manufatto di Soleto, si innestarono quelli della Cattedrale di Lecce del 1682 e delle parrocchiali di Sternatia, di Maglie e di Lequile, per citarne alcuni. Nella seconda metà del Cinquecento ha inizio una seconda maniera, del tutto indipendente, con i campanili dell’Immacolata e di S. Domenico di Nardò, con quelle delle matrici di Galatone, Monteroni e Copertino, tutti della “maniera tarantinesca” in netta contrapposizione con i campanili della cosiddetta “serie leccese”.

Le principali caratteristiche di questa seconda serie saranno l’assenza di rastrematura progressiva nei singoli piani sovrapposti; l’assenza di coronamento a cupolino (difatti sono troncati); presentano, inoltre, delle semicolonne che possono essere due o quattro per lato che mancano nei campanili della “serie leccese”.

Osserviamo, ora, attraverso le fonti archivistiche, le vicende relative alla costruzione della torre campanaria della chiesa Matrice di Copertino, accennando preventivamente a due significativi progetti che, insieme al campanile, costituirono l’ambizioso piano di intervento voluto dal Clero e dall’Universitas, durato circa vent’anni e finalizzato all’ampliamento della Parrocchiale.

Nel 1561 la “Terra di Cupertino” contava poco più di 2300 abitanti e un crescendo benessere economico. Due aspetti che convinsero l’Universitas a favorire una serie di interventi urbanistici, tra cui l’ampliamento della Parrocchiale. Il notabilato locale che si alternava di anno in anno alla guida della comunità non era rimasto insensibile alla sua “ricettività” che, soprattutto in quel secolo raccoglieva centinaia di benefici ecclesiastici. Ovvero, beni mobili e immobili che sarebbero rimasti al riparo dal fisco per molti anni. Sicché, la classe benestante, per esprimere la propria gratitudine verso questa particolare “accoglienza”, promosse e finanziò l’ampliamento della chiesa per ingraziarsi il clero, ma soprattutto per ostentare la propria autorevolezza dei confronti del potere feudale.

La conferma di questa gratitudine porta la data dell’8 febbraio 1569, allorquando l’Universitas guidata da Giovan Francesco Morelli, stabilì di sostenere con 250 ducati la costruzione delle navate laterali affidandone i lavori al clan di costruttori guidato da Marco Antonio Renzo di Lecce. Successivamente, un atto di notar Antonio Russo del 6 ottobre 1576 ci rivela che le quattro dignità capitolari (l’arciprete Antonio Bove, l’arcidiano Cesare Desa, il primicerio Massenzio Bono il vicario foraneo Donato Gatto), per mezzo del procuratore del capitolo, Giovanni Maria della Mamma, acquistarono per 300 ducati da Margherita Boniurno e da Laura e Porzia Gambroy, un comprensorio di case per realizzare il vano absidale della chiesa. Gli immobili consistevano in una casa palazziata e cocina, camera terragna et orticello et altra camera chiamata lo Furno et conseguenti alia camera, cortilio et stalla intus detto cortilum, supportico et superiori domus, scala lapidea, cisterna et ali membri. Secondo un altro documento del 16 maggio 1579 le dignità si rivolsero al monastero di S. Chiara per avere a censo 100 ducati che servirono per beneficio della majore ecclesia pro amplianda […] per la fabrica del coro seu trabona. A margine citiamo un atto del 12 febbraio 1586 dal quale rileviamo che avendosi già finita e constructa la trabona le dignità vendettero per 55 ducati quella parte di caseggiato appartenuto ai Gambroy e che dieci anni prima era stato acquistato per la realizzazione del coro. Con la costruzione dell’abside – il cui impianto pentagonale si richiama alle cinque piaghe di Cristo, mentre la stella che deriva dal pentagono è schema del corpo umano in molti trattati del ‘4-500 – compare sulla scena artistica copertinese la figura di Giovanni Maria Tarantino, un mastro muratore neritino alla cui “maniera” si rifanno successivamente i clan di costruttori dei Pugliese, degli Spalletta, dei Bruno e degli Schirinzi.

particolare del campanile con lo stemma di Copertino

 

La prova che il Tarantino fu l’autore di questa insolita quanto ingegnosa costruzione – rintracciabile in modo quasi speculare in quel che resta dell’antica parrocchiale di Cursi – si legge in due note di introiti ed esiti presentate dai procuratori della fabbrica (i canonici Belisario Menga ed Angelo Pascali), al revisore dei conti don Giovanni Maria della Mamma, relativi all’amministrazione capitolare del 1579-80. Nella prima nota del 4 marzo 1580 leggiamo testualmente: Consignati a mastro Joanni Maria Tarantino et mastro Gio Francesco de lo Verde de la città de Nerito, mastri fabbricatori che fabricano in ditta fabrica d. 145. Nella seconda, del 15 ottobre seguente, è scritto: E più se poneno essi predetti Venerabili procuratori havere consegnati a mastro Giovanni Maria Tarantino in conto dello stancio de la fabrica della trabona d’essa ecclesia d. 106.

Ma chi era Giovanni Maria Tarantino di cui si sono occupati i maggiori studiosi salentini a partire da Luigi Maggiulli nella sua monografia su Muro Leccese nel 1871? Chi era questo genio della pietra che seppe ribellarsi all’oblio della storia, emergendo dal nulla in forza della firma apposta su almeno due delle sue opere (a Muro e a Morciano), nelle quali egli, quasi analfabeta, si dichiara “maestro” e dimostra di saper scrivere perlomeno con lo scalpello? Lo studioso Giovanni Cosi che si è occupato di lui nel 1981 in occasione delle vicende relative alla costruzione di San Domenico a Nardò, afferma che nel 1571 sposò Alessandra Manieri; che nel 1582 impegnò una dote di 6 ducati per la figlia Virginia; che nel 1593, nel 1611 e nel 1613 operò a Galatone; che nel 1616 la sua seconda moglie Prudenza Romano era già vedova.

Nel 1988, l’architetto Mario Cazzato, nel segnalare i rapporti tra centro e periferia relativamente al caso di Nardò, Galatone e Seclì oltre ai già citati centri di Muro e Morciano, individua la presenza del Tarantino anche a Minervino, Presicce, Latiano, Leverano, Tricase e Copertino. Più tardi autorevoli precisazioni verranno da Mario Manieri Elia che, tra l’altro, definirà il Tarantino una figura sulla quale – sin dal primo impatto con l’architettura salentina – sembra precipitare la parte più significativa della produzione locale della fine del Cinquecento.

A Copertino, in particolare, la bravura del Tarantino si confermò con la costruzione della torre campanaria della Matrice. Difatti, il Nostro vi fece ritorno otto anni dopo la costruzione dell’abside per aggiudicarsi l’assegnazione dei lavori.

L’erigenda torre campanaria si propose come un’opera d’arte che avrebbe sostituito il vecchio campanile a vela con tre campane del 1452 e che un bozzetto del carmelitano Angelo Rocca del 1584 ce lo mostra accresciuto di un’altra vela che insieme alla prima formava un angolo retto, alla cui sommità vi si poteva accedere per mezzo di una scala lapidea pro campanis pulsandis.

E’ il 4 settembre 1588 quando l’Universitas delibera l’incarico ai magnifici Giovan Francesco Morelli, Virgilio della Porta e Giulio Ruggiero di seguire tutte le fasi relative alla costruzione del nuovo campanile della maiore ecclesia.

Tra i compiti preliminari della terna era compreso anche quello di bandire in Copertino e nei paesi limitrofi la costruzione del campanile e di approvare il progetto più bello al costo più basso. Il 30 ottobre seguente, nella sacrestia della chiesa del convento di San Francesco intra moenia, alla presenza di notar Antonio Russo e di Colella Preyte, giurato della corte del Capitano a cui spettava di convalidare i bandi e di presiedere le aste pubbliche, si diedero appuntamento due gruppi di costruttori. Il primo era composto dai mastri neritini Giovanni Maria Tarantino, Allegrazio Bruno, Tommaso Rizzo, Angelo Spalletta e Gio. Francesco de lo Verde; il secondo dai mastri muratori galatinesi Pompeo Gugliese e Giacomo D’Amato. Insieme a loro era presente la terna deputata dall’Universitas e un nucleo rappresentativo del clero locale tra cui l’arciprete don Antonio Bove, don Bernardino Grittaglie, don Giacomo Maria Greco, il suddiacono Gio. Vincenzo Zurlo e i chierici Alfonso Zurlo, Giacomo Morello, Gio. Donato Bove e Donato Antonio Verdesca. Il giurato Colella, rivolto ai presenti disse ad alta voce: chi vole fabricare dicto campanaro, e dar migliore conditione comparga e ci mostri il suo modello e manifesta la sua offerta!.

Si fece avanti per primo il Tarantino il quale presentò un campanile in charta reali fabrice, ossia disegnato e dipinto in tutti i suoi particolari, accompagnato da pactis et capitolationibus. E’ interessante confrontare questo testo con l’oggetto cui ha dato luogo. La descrizione definisce, infatti, i vari ordini partendo dal basso e fissando dimensioni e prezzi unitari.

Guardando il modo in cui il campanile si pianta nel tessuto urbano con il forte parallelepipedo del suo basamento, riquadrato nobilmente nella faccia esposta e segnato al centro da una rosetta, impressiona la distanza tra autorità di concezione e il tono dimesso con cui le parti basamentali venivano proposte al committente in termini di pura quantità. Altrettanto vale per i successivi blocchi sovrapposti la cui dialettica proporzionale risulta condizionata dal prezzo per canna (misura equivalente a m. 2.10) o per blocco di tufo lavorato su una o su due facce.

Ma è il momento di osservare analiticamente l’offerta del Tarantino. Dapprima disse che ogni canna di fabrico relativa alla costruzione del primo ordine doveva essere retribuita a 23 grana; inizialmente l’altezza del primo ordine fu prevista di 60 palmi (cm. 26,36) poi stabilita in 70. Ogni blocco di tufo lavorato doveva essere retribuito a 3 carlini. Sei carlini, invece, furono richiesti per la lavorazione dei blocchi impiegati negli angoli. Il grosso cornicione aggettante compreso nel primo ordine (quello composto da archetti che i maestri definivano a cavalluccio), lo offrivano a 9 carlini il palmo, mentre il cosiddetto scorniggiato volevano che si pagasse il doppio.

Gli angoli di tutte la costruzione sarebbero stati costruiti in modo rinforzato a doppio concio. Fu precisato che l’intaglio che entrerà in detta opra si debba pagare a giudizio degli esperti eligendi per ambi parti a patto puro che lo detto intaglio si debbia fare a volontà delli predetti magnifici deputati e soprattutto che non s’esca da lo disegno. Si osserverà che, pur non essendoci alcuna indicazione sulla soluzione architettonica o sull’apparato iconografico, alla fine dell’opera questi risultarono assai densi e ricchi di significati.

Si può dedurre che gli elementi dell’intaglio, venivano eseguiti via via, su richiesta dei magnifici deputati o previa discussione con essi di ogni soluzione da adottare; tant’è vero che la stessa valutazione del compenso – per il quale era previsto l’arbitraggio – dipendeva dal gradimento del risultato finale da parte della committenza che evidentemente giudicava in relazione al testo iconografico.

Continuando nel capitolato proposto del Tarantino troviamo che per la squadratura semplice di un palmo di tufo fu proposto 1 tornese, mentre per quella relativa alle cornici fu richiesto il doppio. Fu precisato che il compenso per la squadratura dei tufi che si eseguiva a terra non doveva essere incluso nel canneggio della muratura in verticale. Ai mastri costruttori e ai manipoli che sarebbero stati impegnati nell’opera non doveva competere alcuna prestazione di materie prime. I deputati della fabbrica avrebbero dovuto condurre in loco tutto l’occorrente. Ossia, che il legname per l’impalcatura e i blocchi di tufo necessari dovevano essere scaricati nel cortile della chiesa esclusi quei pezzi che fino a quel giorno erano stati depositati per strada, fuori dal cortile.

Altro onere per i deputati sarebbe stato quello di dover provvedere all’alloggio delle maestranze, nonché ad un letto per ciascuno di loro escluse le lenzuola. Alle maestranze sarebbero state versate giornalmente 13 grana la canna relativamente al primo ordine (70 palmi), mentre il secondo ordine si sarebbe pagato, anche in questo caso giornalmente, a ragione di 2 carlini.

Per tutti gli altri ordini della costruzione, fino alla sua conclusione, il prezzo proposto fu 23 grana. Inoltre, si disse che, conforme alle norme in uso nelle piazze di Terra d’Otranto, l’Universitas avrebbe dovuto garantire il saldo dei lavori al termine di ogni ordine. Dal canto loro le maestranze garantivano il completamento della fabbrica entro 5 anni e ne bloccavano i prezzi pattuiti. All’Universitas, infine, sarebbe spettato il compito di scavare e svuotare le fondamenta ad una profondità che sarebbe stata stabilita dai costruttori.

Avendo consegnato il disegno ed offerto le loro condizioni, fu accesa la tradizionale candela vergine. E fino alla sua estinzione si sarebbero potuti presentare altri progetti ed altre offerte. Trascorso un tempo opportunamente lungo si fecero avanti Pompeo Gugliese e Giacomo D’Amato i quali proposero di eseguire il disegno del Tarantino a costi inferiori, cioè da 23 a 22 grana la canna. Si prestarono ad eseguire la lavorazione e la posa in opera di tutti i cosiddetti quadrelli, nonché la copertura della lamia al prezzo di 29 grana. La riquadratura del cornicione aggettante relativo al primo ordine la offrivano a 5 carlini (4 in meno rispetto al Tarantino). Infine, offrirono gratuitamente tutto l’intaglio riportato nel disegno del concorrente, esclusi i capitelli e le figure.

Al termine delle offerte il Colella chiese se vi fossero altri mastri in grado di fare proposte migliori. A quel punto entrò nuovamente in gioco l’equipe neritina che ribassò sensibilmente le offerte dei galatinesi. Proposero di fare quadrelli a 28 grana (uno in meno), e di eseguire, fare et osservare et complire tutto quello ch’anno offerto li detti mastri di S. Pietro in Galatina. In più offrirono idonea e sufficiente garanzia nell’esecuzione dei lavori e la maggior sicurezza possibile alla fabbrica.

Il 20 novembre seguente il sindaco, Giovanni Maria Caputo, convocò un pubblico reggimento durante il quale Giulio Ruggiero in rappresentanza della terna deputata per l’erigendo campanile comunicò che il partito della fabrica era stato concluso a favore di mastro Gio. Maria Tarantino e compagni di Nardò. Quindi, sollecitò la redazione di un apposito rògito notarile. Ma altro percorso restava ancora da fare.

Nel 1591, infatti, ritroviamo le dignità capitolari alle prese con l’acquisto di una porzione di suolo necessario. In un rogito di notar Antonio Russo si legge che alcuni mesi prima il Capitolo, pro amplianda Rev.da Ecclesia et construere de novo campanile, aveva acquistato per 142 ducati e mezzo dalla vedova di Pirro Li Nuci, Geronima Calia, una casa vocata la Specciaria con cantina inferiore, horto retro, camerino et camera, cisterna sita in loco dell’Ospitale da occidente, l’apotheca del quondam Giovanni Maria Chiarello da oriente, la strata pubblica da borea. Sicchè, don Agostino Chiarello, incaricato dal Capitolo, il19 agosto si accinse a stabilire con la Calia le debite cautele.

Non sappiamo quando avvenne la posa della prima pietra né se i costi subirono variazioni in corso d’opera. Se consideriamo il “1579” inciso sul lato nord del piano basamentale potremmo dire che a partire da quel 1588 ci vollero 9 anni prima che l’opera venisse compiuta. Quasi certamente essa iniziò a svolgere le sue funzioni nel 1603, come ricorda un’iscrizione lapidea posta alla base delle colonne centrali della facciata ovest, su cui è scritto che per volontà del sindaco dell’epoca, Filippo Ventura, furono collocate le campane restaurate.

A distanza di 420 anni, questa imponente opera di edilizia sacra che dall’alto dei suoi 35 metri osserva l’evolversi della storia copertinese, è ancora lì intatta, austera e simile ad una sentinella. Come un gigantesco mènhir abbrunito si erge nel cielo, si contrappone all’arcigno torreggiare del maschio angioino e sottolinea l’emergenza più significativa del profilo urbanistico di Copertino.

Bibliografia essenziale

S. Calasso, Ricerche storiche intorno al comune di Copertino, Copertino 1966;

V. Zacchino, L’attività copertinese di Giovanni Maria Tarantino, in “La Zagaglia, XIV, 1972 n. 54;

G. Cosi, Spigolature su Nardò, in “La voce del Sud”, Ottobre 1981;

M. Paone, Aneddoti di storia salentina, in “Nuovi orientamenti”, a. XIV, 1984;

M. Visceglia, Territorio, feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età Moderna, Guida, Napoli 1988;

M. Cazzato, Rapporti tra centro e periferia: il caso di Nardò, Galatone, Seclì, Nardò 1988;

M. Manieri Elia, Barocco leccese, Electa, Milano 1989;

M. R. Tamblè, Fonti diocesane per la storia delle strutture ecclesiastiche in Copertino: benefici e legati pii (secc. XV-XIX), in “Copertino in epoca moderna e contemporanea”, vol. 1, Congedo, Galatina 1989

G. Greco, Chiesa e clero a Copertino alla fine del ‘500, Bibliotheca Minima, Copertino 1996;

R. Beretta, Il campanile torna in piazza, in “Avvenire” 17 aoprile 1997, pag 19.

 

Fonti archivistiche

Archivio di Stato Lecce, atti di notar Antonio Russo, coll. 29/2

Archivio Chiesa Collegiata Copertino, Spoglio dè protocolli fatto per me d. Pietrantonio Montefuscoli, arciprete di Cupertino, t. 1°

relazione tenuta dall’autore nella sala civica a Copertino il 9 ottobre 1997 in occasione dei 400 anni della costruzione della torre campanaria.
E’ stata pubblicata ne “il Castello”a. VII 1997, n. 1 e ripubblicata nel libro “Frammenti di storia copertinese, 2007

Taranto e il suo Patrono. San Cataldo, l’irlandese

di Angelo Diofano

Era il 10 maggio del 1071 quando gli operai intenti a lavorare per realizzare la nuova cattedrale di Taranto, rinvennero, nella zona dove esisteva la cappella dedicata a San Giovanni di Galilea, un sarcofago nel quale erano racchiuse le spoglie di San Cataldo: il nome (“Cataldus”) era inciso su una crocetta aurea assieme al luogo di provenienza: “Rachan” o “Rachau”. E da allora la città dei due mari, insieme ad altri comuni, festeggia il santo patrono in quella data, giorno dell’”Invenzione del Sacro Corpo”. Il sepolcro e le reliquie dal 1702 sono inglobate nell’altare dell’imponente e artistico “Cappellone” della cattedrale.

San Cataldo (Cathal) nacque a Canty (tra gli anni 610 e 620) da genitori benestanti, Eucho e Achlena. Qui c’è ancora un pozzo dall’acqua considerata miracolosa, detto appunto “pozzo di San Cataldo”, vicino alla decadente chiesa protestante, dove i pellegrini attingevano con devozione. Attualmente vi è realizzato un luogo di preghiera e di raccoglimento cui si accede attraverso una strada privata in terra battuta. Nell’agiografia dei Marini e di altri studiosi si apprende che Cataldo studiò e insegnò a Lismore, uno dei più illustri centri universitari monastici del tempo (dove probabilmente fu ordinato sacerdote) e fra le istituzioni culturali più importanti d’Irlanda, con più di mille studenti provenienti da tutto il mondo.

Quasi certamente fu il vescovo San Cartago (o Cartagh) a ricevere Cathal come studente al quale, dopo un periodo di brillante docenza, affidò la direzione. Oggi nella cattedrale di Lismore una vetrata, a destra dell’altare centrale, raffigura l’illustre irlandese, in ricordo della sua permanenza.

San Cataldo fu anche il fondatore del centro monastico di Shanrahan di cui fu anche vescovo; la cittadina (il prefisso “Shan” significa “antico”) si trovava al di là delle colline e delle montagne di Knockmealdown, nella meravigliosa valle del Vee. Oggi non esiste più e al suo posto sorge Clogheen, nella contea di Tipperary e nella diocesi di Waterford e Lismore.

Del monastero fondato da San Cataldo resiste solo un vecchio rudere nel cimitero. Come tanti monaci del tempo, tra gli anni 679 e 680, Cataldo lasciò la patria alla volta della Terrasanta. Non si sa quanto tempo egli si sia fermato in Palestina ed è possibile che uno dei luoghi fu maggiormente attratto fosse Bethlem, perché proprio su una delle colonne della basilica della Natività troviamo la presenza di un affresco del XII secolo. Durante il viaggio di ritorno in Irlanda, la Provvidenza, attraverso un naufragio, lo destinò alla nostra città per diventarne il pastore. Leggenda vuole che nella rada di Mar Grande egli lanciò in mare l’anello episcopale per calmare la tempesta, dando origini a un citro di acqua dolce denominato “Anello di San Cataldo”. Il vescovo di origini irlandesi al suo arrivo operò alcune prodigiose guarigioni e s’impegnò per risvegliare nei tarantini una fede ormai sopita.

Passò dalla terra al cielo l’8 marzo di un anno imprecisato alla fine del secolo. Le frequenti scorrerie di eserciti stranieri ne consigliarono la sepoltura in un luogo segreto per evitare che le sue spoglie fossero profanate. Taranto, fra l’altro, intorno all’anno 1916 fu distrutta dai saraceni. L’imperatore di Costantinopoli Niceforo Foca, salito al trono nel 963, concesse agli scampati il permesso di ritornare in città alla cui ricostruzione egli stesso collaborò.

Nell’anno 1071 l’arcivescovo Drogone volle ricostruire la distrutta cattedrale dedicata a Santa Maria; durante lo scavo per la posa delle fondazioni, fu rinvenuto il sepolcro: San Cataldo era così ritornato fra la sua gente.

 

I Pinelli, marchesi di Galatone, nella celebrazione del D’Alessandro (1574-1649)

 

Questo post può essere considerato come l’integrazione della nota 12 di un altro sui Pinelli che il lettore troverà all’indirizzo http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/.

Oltre al poema Hierosolymae eversae dedicato a Galeazzo Francesco (II), per i Pinelli il D’Alessandro scrisse parecchi epigrammi per diverse circostanze.

Alle morti di Livia Squarciafico, moglie di Francesco Galeazzo, e del figlio Cosimo (i), avvenute entrambe nel 1602,   dedicò sette epigrammi facenti parte dell’Epigrammatum liber, inserito in coda alla Dimostratione di luoghi tolti , et imitati da più autori dal Sig. Torquato Tasso nel Gofredo, overo Gerusalemme liberata, Vitale, Napoli, 1604 (dedicato a Girolamo De Monti marchese di Corigliano) a partire da p. 233.

Gli epigrammi che qui ci interessano occupano le pp. 262-264. Li riportiamo con la nostra traduzione.

In funebri pompa, et exequiarum iustis D. Liviae Squarciaficae

Egregii pereunt homines, Regesque potentes,/Excelsique Duces, Pontificesque sacri./Intereunt populi, magna labuntur et urbes,/Templaque summa ruunt, Regnaque deficiunt,/attamen exequiae, quas dat Galatea precesque/Coelicolis pro te (Livia) semper erunt;/suscipit has etenim coelo Deus aure benigna,/atque illas famar Calliopea sacrat.

Per la pompa funebre e le cerimonie delle esequie di donna Livia Squarciafico

Muoiono gli uomini egregi, i re potenti, gli eccelsi condottieri e i sacri pontefici; muoiono i popoli, crollano anche le grandi città, rovinano pure i sommi templi e vengono meno i regni; ma le esequie e le preghiere che Galatone tributa per gli abitanti del cielo saranno sempre in tuo onore, o Livia; Dio infatti le accoglie  in cielo con orecchio benigno e Calliope le consacra alla fama.

In eiusdem obitu pro Rota stemmate Squarciaficorum

Instabilis Dea, quae toto dominatur in orbe,/cui paret Regum, multaque turba Ducum,/ut vidit quantum sit Livia pectore forti/imperio hanc nixa est subdere posse suo,/cui modò terribilem sese modò praebuit aequam/ostentans vires Diva superba suas;/illa tamen solùm coelo confisa superno/infirmae sprevit iura caduca Deae;/tum Fortuna dolens atque indignata profatur/una mei victrix Squarciafica fuit./Huic igitur do victa rotam, qua cernitur orbis/volui. Sic dixit, tradidit atque rotam./O nimium foelix, ò terque quaterque beata/Livia, fortunam cui superasse datur./Hinc tu maior eras vivens super omnibus una,/praemia datque tibi nunc super astra Deus. 

In occasione della morte della medesima in onore della ruota simbolo degli Squarciafico

L’instabile dea che domina in tutto il mondo, alla quale obbedisce la turba dei re e quella numerosa dei duchi, come vide quanto Livia sia di forte animo, credette di poterla sottomettere al suo potere; a lei la superba dea ostentando la sua forza si mostrò ora terribile, ora giusta. Tuttavia ella confidando solo nell’altissimo cielo disprezzò i caduchi diritti dell’instabile dea. Allora la fortuna dolente ed indignata dice: – Solo la Squarciafico fu vittoriosa su di me; perciò vinta le do la ruota dalla quale si vede il mondo. L’ho voluto -. Così disse e le consegnò la ruiota. O grandemente felice, o tre e quattro volte beata Livia, alla  quale è concesso di vincere la fortuna. Perciò tu da viva eri la sola più grande su tutte e ora Dio  ti dà il premio in cielo.

Immagine tratta da Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Cappelli, Napoli, 1586, p. 412

In obitu D. Cosmi Pinelli Ducis Acheruntiae

Marmora dùm Cosmo, solidoque ex aere metalla,/et virides laures terra benigna parat,/erigat ut statuas illi, aeternosque Colossos,/et caput ipsius serta decora tegant;/cuncta etenim meruit Cosmus; praestantior armis,/et pacis melior tempore nullus erat,/aequus syderea Altitonans prospexit ab arce,/et tales laeto rettulit ore sonos./Non sat Pinelli meritis coelestibus haec sunt/praemia (mortales) coelica ritè decent -./Dixit et exemplò conscendere ad aethera Cosmum iussit, ut aethereis gaudeat usque bonis.

In occasione della morte di Cosimo Pinelli duca di Acerenza

Per ora la terra benigna prepara per Cosimo marmi, metalli di solido bronzo e verdi allori per erigergli statue, eterni colossi e per coprirgli il capo con splendide corone. Infatti tutto ha meritato Cosimo; non c’era nessuno più prestante nelle armi e migliore in tempo di pace. Dio giusto dalla sua reggia ha guardato il cielo e con lieto accento ha pronunziato tali parole: – Questi premi, o uomini, non sono sufficiente  ai meriti celesti del Pinelli, giustamente si addicono i celesti -. Ha detto ed immediatamente ha comandato a Cosimo di salire in cielo perché goda per sempre dei beni celesti- 

In eiusdem obitu

Id quodcunque togae, et possunt concedere honoris/arma, in te visum est dum tua vita fuit./Turba ideò vatum te (Dux) deplorat ademptum,/belligerique omnes militIaeque Duces./Credibile est etiam Phoebumque, novemque sorores,/atque obitus Martem condoluisse tuos.

In occasione della morte dello stesso

Tutto l’onore che possono concedere le toghe e le armi fu visto in te, finché durò la tua vita. Perciò la schiera dei poeti piange, o duca, la tua morte, e (la piangono) tutti coloro che muovono guerre e i condottieri di soldati. È credibile anche che pure Febo e le nove sorelle e Marte siano rimasti addolorati per la tua morte.

In eiusdem obitu

Si sacra coelitibus, mansuraque ponere templa,/et largas inopi tradere saepe dapes/est gratum Superis, atque alto reddere Olympo/praemia digna solent, prò meritisque vicem/coelestis tibi, Cosme, datur modo Regia sedis,/dùmque peris Divum mensa parata tibi est; mille calent arae prò te, nam mille parasti/templa Deo, et sub te nullus egenus erat.

In occasione della morte dello stesso

Se è gradito agli dei del cielo costruire templi sacri e destinati a restare e donare spesso generose vivande al bisognoso, e sono soliti dall’alto Olimpo elargire degni premi, a te, o Cosimo, al posto dei meritti celesti è donata una sede regale e mentre muori viene apprestata per te la mensa degli Dei; a te si addicoo mille altari perché approntasti per Dio mille templi e sotto di te nessuno era bisognoso.

Flamma Galatonae stemma in obitu eiusdem loquitur

Ut Phoebe in coelo fraterno lumine fulget,/lux mea sic Cosmi splendida luce fuit;/hoc moriente tamen terris est splendor ademptus,/et mihi praefulgens deficit ecce nitor.

La fiamma, stemma di Galatone, parla in occasione della morte del medesimo;

Come Febo risplende in cielo con la sua luce fraterna, così la mia luce fu luminosa per la luce di Cosimo; mentre egli moriva lo splendore fu sottratto alle terre e a me ecco vien meno una brillantissima luminosità.

Eadem loquitur

Si dum Cosmus erat splendor praelustris in orbe/visa in me semper lux sinè nube fuit,/arce novum sydus quòd iam resplendet Olympi/lumina erunt multò lucidiora mihi.

Parla la stessa

Se mentre Cosimo era splendore illustrissimo nel mondo, in me  fu sempre vista una luce senza nubi, la nuova stella dell’Olimpo che già risplende sarà per me una luce molto più splendente.

E apriamo una parentesi  aggiungendo qualcosa proprio sullo stemma di Galatone . L’immagine che segue è tratta da immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Galatone#/media/File:Galatone-Stemma.png

In Girolamo Marciano (1571-1628), Descrizione,origini e successi della Provincia di Terra d’Otranto uscita postuma con le integrazioni di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855  a p, 488  si legge: … Giovanni Pietro D’Alessandro, suo cittadino, nel primo emblema della Centuria dottamente così si espresse: Dum fuit arce ludis tibi, gens Galatea, sed omni/labe carens, aderat lac tibi stemma et ovis/scilicet, et mores tua canaque nomina primus/respiciens huius stemmatis author erat./Ut vero ornavit maior sapientia cives,/nobile stemma tibi lucida flamma fuit./Et merito, ut flamma effulget, sic clara tuorum/fama nitet, sic et nomen, honosque tuus flammae perpetuo ut celsum super aethera tendit,/sic tua gens animo sydera scandit ovans.

Le parole del Marciano fanno intendere che i cinque distici elegiaci fossero parte di un gruppo di cento componimenti illustrativi di altrettante immagini simboliche. Si tratta di un filone letterario molto diffuso in quel tempo, ma di quest’opera del D’Alessandro, pubblicata o manoscritta che fosse, si ha notizia solo nel Marciano.1 Ad ogni modo, prima di procedere con la traduzione, il testo citato va emendato così: nel primo verso ludis va sostituito con rudis e la virgola dopo tibi va spostata  dopo gens.

Ecco ora la traduzione:

O Galatone, finché avesti un popolo rozzo per il suo isolamento ma privo di ogni macchia, era presente per te come stemma il latte e certamente una pecora e il primo che vide i costumi e il tuo biancheggiante nome fu l’autore di questo stemma. Veramente non appena maggiore saggezza ornò i cittadini, una lucida fiamma fu per te il nobile stemma. E giustamente, come la fiamma risplende, così brilla la chiara fama dei tuoi, così pure il nome ed il tuo onore come la cima della fiamma si protende per sempre  sopra il cielo, così il tuo popolo esultante nell’animo si eleva alle stelle.

Tutto, secondo noi, lascia credere che il vecchio stemma sia un’invenzione poetica del D’Alessandro (sempre supponendo che i distici siano suoi …), propiziata dal Galatea mediato e trascritto come nome latino di Galatone da quello greco della ninfa Γαλάτεια (leggi Galàteia) che significa “bianca come il latte”2, derivando da γάλα/γάλακτος (leggi gala/gàlaktos)=latte. E, laddove c’è il latte, non può mancare la pecora …

Insomma, un percorso di formazione che ricorda quello che probabilmente fu alla base del’idronimo Idrunte da parte di un altro letterato salentino dello stesso secolo.3

Oltre agli epigrammi riportati c’è da segnalare che il nome dei Pinelli compare pure in Academiae Ociosorum libri III, opera della quale riproduciamo il frontespizio prima di citare i versi in questione.

Libro II, p. 49

Gratia magna quidem, quam donat Iuppiter equus/paucis, quos ardens evexit ad aethera virtus,/Pinelli Ducis inde legis venerabile nomen,/qui Patris, qui maiorum studia alta secutus,/moresque innocuos non dùm iuvenilibus annis,/nec dum praecingens teneras lanugine malas/ad metam incipiens venit, quò tarda senectus/turba Ducum vix accedit molimine summo,/ecquid erit natura illi ut properaverit aetas?/Qualis honor? quantae laudes? quae gloria surget?/Tanto iure Duci laurum concessit Apollo,/cuius honorata decoraret tempora fronde/sivè toga, sivè armorum magis acta probaret,/utraque sivè simul, nunc otia tuta ministrat.

Grande grazia certamente (è) quella che il giusto Giove dona a pochi, che l’ardente valore elevò alle stelle. Perciò leggi il venerabile nome di Pinelli4 che, seguenso le nobili occupazioni del padre e degli antenati negli anni non ancora giovanili, quando non ancora non ornava di barba le tenere guance, vennee iniziando alla meta, dove giunge a stento con grandissimo sforzo la pigra vecchiaia, la schiera dei duchi.  Forse è naturale per lui come l’età si sia affrettata? Quale onore? Quante lodi? Quale gloria sorgerà? Giustamente Apollo concesse ad un tale duca l’alloro, per ornare con l’onorata fronda le tempie, per approvare di più le gesta o civili e militari o entrambe contemporaneamente; ora cura il tranquillo tempo libero.

_______

1 Da lui la riprese Giacomo Arditi in Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico Scipione Ammirato, Lecce, 1879, p. 203, ove non compaiono citati nemmeno i versi.

2 In Academiae Ociosorum libri III, opera della quale diremo dopo a p. 71, la definisce niveis Galatea lacertis (Galatea dalle braccia bianche come la neve).

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/18/alle-fonti-dellidume-idronimo-inventato/

4 Galeazzo Francesco Pinelli (ii), cui il D’Alessandro aveva dedicato Hierosolymae eversae pubblicato per i tipi degli stessi editori napoletani (Gargano e Nucco) e nello stesso anno (1613). Non a caso i versi qui rioortati da Academiae Ociosorum libri III appaiono come una sorta di trascrizione poetica di parte della dedica iniziale di Hierosolymae eversae, dedica  che il lettore troverà integralmente alla nota 12 del post segnalato all’inizio.

Nola, come Lecce, vanta una tradizione della lavorazione della cartapesta

Ezio Flammia “Acrobati” , cartapesta policroma ( una delle opere che sarà esposta alla mostra di Nola

 

È in preparazione a Nola una mostra di opere di cartapesta, l’evento assume un’importanza straordinaria poiché sono rare le esposizioni di questa particolare espressione d’arte.

L’esposizione più importante di questo genere risale al 2008, fu allestita a Milano presso il Museo diocesano. La mostra: “La scultura in cartapesta- Sansovino, Bernini e i Maestri leccesi tra tecnica e artificio”, sancì la rilevanza della cartapesta nell’arte e nel corso dei secoli. Per la prima volta si «affrontava un argomento poco studiato e valorizzato, ma di grandissima importanza storica attraverso una cinquantina di opere dal Rinascimento ai nostri giorni». Il dibattito che ne derivò, sfatò il preconcetto che la povertà della materia producesse un’aridità artistica e indusse la letteratura d’arte a un esame radicale dei giudizi. La cartapesta, da genere umile e dimenticato, fu finalmente collocata e apprezzata tra le altre espressioni d’arte. Purtroppo da questa data in poi, si sono succedute soltanto modeste iniziative.

La mostra a Nola, programmata per il mese di giugno, a cavallo della festività di San Paolino e la consueta  Festa dei Gigli, potrebbe assumere una rilevanza nazionale ed è, come ha dichiarato l’avvocato Raffaele Soprano, presidente dell’associazione MU.S.A.: “L’incontro tra MU.S.A. ed Ezio Flammia, ha prodotto il progetto, condiviso dal direttore del Museo Archeologico locale, Giacomo Franzese, di istituire in maniera stabile, presso il museo da lui diretto, una sezione dedicata alla cartapesta in tal modo esaltando e valorizzando un’antica tradizione locale. Si tratta di un progetto di alto profilo culturale – ha proseguito Soprano – che si intende condividere con le istituzioni locali e le associazioni culturali del territorio nella consapevolezza che attraverso il recupero della lavorazione della cartapesta può costituire, per il nostro territorio un nuovo indotto lavorativo ed economico come, del resto, è accaduto per la città di Lecce”.

Nola, come Lecce, vanta una tradizione della lavorazione della cartapesta, sicuramente da più di due secoli, incentrata sulla “Festa dei Gigli” e che ha ottenuto successi straordinari sino al riconoscimento dell’UNESCO quale patrimonio orale e immateriale dell’umanità. Opere di cartapesta di questa tradizione potranno avere una degna collocazione provvisoria nel Museo Archeologico e in futuro nella sede definitiva del Museo della Cartapesta.   Sicuramente l’iniziativa per gli obiettivi che si prefigge sarà attrattiva per altri progetti che daranno visibilità alla città, nota anche per aver dato i natali a Giordano Bruno.

Merito dell’iniziativa è da attribuire all’associazione MU.S.A e al direttore Giacomo Franzese. Le opere di artisti cartapestai di fama nazionale saranno esposte – nella diroccata chiesa di S.Maria la Nova.  In un settore della mostra, dedicato alla tradizione locale, saranno esposti alcuni pregevoli rivestimenti dei Gigli di Nola, risalenti agli anni 40 e 50.

La ricerca delle opere da esporre sarà curata dal maestro, Ezio Flammia, uno dei maggiori studiosi ed esperti nazionali in tema di lavorazione e storia della cartapesta, e dal maestro Vittorio Avella, socio fondatore di MU.S.A. Gli allestimenti saranno invece coordinati dall’architetto Maurizio Barbato (socio fondatore e segretario di MU.S.A).

“stupido” nel dialetto salentino

Frans Floris the elder (c.1517–1570), Feast of Fools, da Pinterest

 

di Armando Polito

BBUNATU

Ha il suo corrispondente italiano formale più esteso in abbonato come sinonimo di non tenuto in considerazione (come in errore abbonato o abbuonato).

CARNIALE

Ha l’esatto corrispondente italiano in carnevale, di cui costituisce la personificazione. il riferimento evidente è al c<rattere bizzarro, strano, grottesco delle maschere.

CHIÀPPARU

Corrisponde all’italiano cappero, in riferimento allo scarso rilievo economico che esso aveva in passato, quando ogni famiglia ne faceva provvista raccogliendolo dalle numerose piante presenti sul territorio. Oggi le cose sono radicalmente cambiate ed un vasetto di capperi, per lo più d’importazione, ha un prezzo relativamente salato, come la salamoia che lo conserva.

CRÙSCIULU

 È il nome neretino del corbezzolo. Altre varianti salentine: rùsciulu, rùssulu, frùsciulu. Per ilsignificato metaforico vale quanto detto per chiàpparu; Per l’etimo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/07/crusciulu/

FATU

Ha il corrispondente italiano in fatuo,che è dal latino fatuu(m)=stupido, insipido.

LAMPASCIONE

Ormai il nome del bulbo è passato tal quale nel vocabolario italiano. Valgono pure per esso le osservazioni fatte a proposito di chiapparu,. Aggiungo che io non trascurerei pure la suggestione indotta indotta dalla sua forma abbastanza simile ad una gonade; non a caso la locuzione m’ha rruttu li lampasciuni corrisponde all’italiano mi hai rotto i coglioni. Per l’etimo della voce vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/05/il-lampascione-in-quattro-puntate-1-4/

MACU

Il suo corrispondente italiano è mago, con riferimento non alla sua presunta abilità ma alla reale o presunta stranezza dei suoi comportamenti. Mi pare poco attendibile l’ipotesi che macu sia da Maccus, maschera fissa della commedia latina rappresentante il tipo dello  sciocco ghiottone che le prende sempre; sembra strano, infatti lo scempiamento –cc->-c– quando la tendenza del dialetto salentino in genere è quella opposta del raddoppiamento consonantico. Machi è il soprannome collettivo degli abitanti di Casarano.

MUCCULONE

Ha il suo corrispondente italiano formale in moccolone, che è sinonimo di moccioso, cioè ragazzino che si atteggia ad adulto. La voce neretina ha un percorso semantico perfettamente inverso, perché, partendo sempre come accrescitivo di moccolo (a sua volta diminutivo del latino muccus, variante di mucus) questa volta si tratta di un adulto che ha atteggiamenti da ragazzino.

OCCAPIERTU

A prima vista parrebbe avere il suo corrispondente italiano in boccaporto, se non fosse che quest’ultimo deriva dalla forma più antica boccaporta, formato da bocca e porta. ll nostro ha in comune solo il primo componente, mentre il secondo (piertu) corrisponde all’italiano aperto. A questo punto è il caso di fare qualche riflessione sulla sua composizione. Non credo che bocca possa essere interpretato come un accusativo di relazione o alla greca del tipo italiano, un tempo molto ricorrente in poesia (e riferito prevalentemente al gentil sesso (la situazione drammatica cui esso si riferiva non era degno di un uomo …) sciolta le trecce, perché occapiertu (a sua volta da occa piertu, alla lettera bocca aperto) presupporrebbe la soppressione dell’articolo e l’inversione di posizione tra il participio passato e il sostantivo. Mi sembra più plausibile, invece, assimilarlo all’italiano celebroleso, cerebroleso, in cui cerebro, dal latino cerebru(m), è forma letteraria per cervello, a sua volta dal latino cerebellu(m), diminutivo di cerebru(m).

In omaggio al principio che prima di dare direttamente a qualcuno dello stupido1 o solo pensare che lo sia sarebbe opportuno studiare bene la situazione, ni piace ricordare il più grande (non c’è dell’ironia in quest’aggettivo e, detto da un non credente, è tutto …) occapiertu salentino: San Giuseppe da Copertino.

Di seguito la fonte.

Domenico Bernino, Vita del Venerabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, p. 3: … e spessamente avveniva, che ritrovandosi nella Scuola con altri Fanciulli, all’udire il suono dell’Organo, o il canto, che il suo Maestro insegnava a Scolari più provetti, egli cadutogli di mano il Libro, con la mwente in alto sorgesse a maggiori cose, e restasse immobile di corpo, fisso d’occhi verso il Cielo, e con la bocca alquanto aperta, onde da’ Condiscepoli meritasse il soprannome con cui lungo tempo fu indicato con desso, di Boccaperta.

Crudeltà dei ragazzi di un tempo, quasi innocente di fronte a quella dei bulli di oggi …

PEU

Corrisponde formalmente all’italiano pio, ma con evidente degenerazione semantica, la stessa che oggi sta rendendo buono o onesto sinonimi di fesso

TURDU

Anche in italiano tordo è usato nel significato metaforico di stupido, con riferimento alla facilità con cui l’uccello può essere accalappiato. Stesso destino per il merlo, l’allocco, il pollo, l’oca.

Non presumo di aver fornito l’elenco più o meno completo delle voci che nel sialetto salentino designano lo stupido e di esse l’indiscutibile interpretazione. Perciò sarà graditissimo qualsiasi intervento integrativo e/o correttivo. Lettore, non deludermi!

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1 Mi piace ricordare che stupido è dal latino stupidu(m), aggettivo deverbale da stupere, che può avere valore transitivo o intransitivo. Nel primo caso può significare guardare con stupore, ammirare, nel secondo rimanere stupito o rimanere immobile o, detto dell’acqua, ghiacciare. L’aggettivo stupidus/a/um ha ereditato dal verbo il significato neutro di base che si concretizza in quello di sbalordito ma poi slitta verso quelli progressivamente negativi di intontito e di sciocco. Questo destino accomuna tutti gli aggettivi col suffisso –idus/a/um e valga come esempio per tutti madidus/a/um, deverbale da madere=esserbagnato, che dal significato iniziale di grondante acqua slitta a quelli di ubriaco o, addirittura, di marcio o di corrotto. Ritornando a stupido, forse dovremmo tener più presente il significato di partenza, per non perdere la capacità di stupirci, per esempio, davanti ad un tramonto o allo stupore (tutt’altro che stupido …) di un bambino di fronte a qualcosa che lo attrae per la prima volta. Essere creduloni, ci tengo a precisarlo,è altra cosa e, per la parte culturale del fenomeno, dovrebbero intervenire sinergicamente la famiglia e la scuola.

Libri| Se no

di Martino Pellegrino

Da professore di economia a romanziere il passo è lungo. Ma Antonio Elia l’ha tentato – e con successo, senza salti mortali.

Il romanzo fresco di stampa presso l’editrice L’Erudita, Se No, lo mostra chiaramente.

Narra la vicenda di due cinquantenni che scoprono di essere fratelli sui generis: Luigi, figlio di Salvatore e di Maria, in tenerissima età è stato adottato da Luisa, mentre la madre naturale si è risposata con un vedovo che ha un figlio, Tommaso, di cui lei diventa la seconda madre.

La scoperta scombussola la vita dei due, tanto che dovranno passare due anni di percorso, condiviso nell’implacabile analisi, perché si arrivi alla catarsi.

Il romanzo percorre con una serie di flashback la loro vita, professionalmente eccellente, dirigente d’azienda Luigi, professore universitario Tommaso; ma il campo affettivo è pressoché fallimentare, per l’uno come per l’altro.

La traiettoria geografica è indicata nel titolo, che con un felice acronimo indica il Nord-Ovest e il Sud-Est, vale a dire Torino-Milano dove accade gran parte della vicenda e il Salento, da cui erano stati costretti ad emigrare i genitori di Luigi e che torna continuamente alla ribalta non solo per i rimandi memoriali ma perché lì si dipanerà la matassa che pareva irrimediabilmente arruffata.

Detta così sommariamente, la trama non rende giustizia della natura del romanzo, né per il contenuto né per la forma narrativa.

Infatti il professor Elia riesce a iniettare dosi consistenti di economia che il romanziere Elia fonde con la sociologia del Meridione e la fenomenologia delle relazioni interpersonali.

Il Sud si arricchisce progressivamente di differenti valenze, da quella culinaria a quella folcloristica, da quella storica a quella mitica. Per un lettore che vive altrove non pare vero che nel Salento sia nata e perduri tanta ricchezza nell’arte, nei miti immortalati da filosofi e poeti e passati per vie sotterranee nelle saghe popolari nonché nel vissuto delle persone, capaci di affrontare le tragedie con ammirevole dignità e consapevolezza.

I percorsi affettivi dei due fratelli sono per varie ragioni accidentati, e occorre il coraggio dell’analisi, dell’introspezione, del confronto anche impietoso per far emergere contraddizioni, responsabilità, condizionamenti, limiti, a condizione che l’amore della verità non deroghi mai al rispetto, anzi alla misericordia per l’altro.

Chi leggerà il romanzo con l’occhio attento all’economia e alla sociologia si troverà costantemente indirizzato al versante affettivo dei due comprimari, ma patirà pure i sensi di colpa delle loro madri protrattisi per decenni per trovare solo in extremis la possibilità del riscatto; inoltre conoscerà le vicende travagliate e non sempre con esito felice di vari altri personaggi che a vario titolo diventano parte tutt’altro che accessoria del racconto.

Analogamente chi sarà mosso più da interessi psicologici e relazionali scoprirà di leggere con non minore attenzione la tematica dell’economia, del lavoro, dell’emigrazione.

Per la forma narrativa basti dire che l’autore sa passare con accorta disinvoltura dal presente al passato, dalla cronaca al mito, dalla narrazione al saggio, grazie all’alternanza tra flashback e tuffo nell’attualità; lo stile che nulla concede all’ovvietà e alla banalità sa essere gradevole per l’uso di metafore, per l’abbondanza delle citazioni, per la godibile descrizione di un piatto tipico del salentino a cui può seguire la dotta e originale descrizione del pavimento museale nel duomo di Otranto.

A palati fini, a lettori nostalgici del Sud o interessati a visitarlo, ma anche a occasionali acquirenti del romanzo, viene offerta l’opportunità di passare ore arricchenti in compagnia di queste trecentotrenta pagine.

 

 

Il tuo 5 per mille alla Fondazione Terra d’Otranto

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Gentile Lettore,

anche per il 2018 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie, al mantenimento di questo sito e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”.

Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

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e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

Non costa nulla!

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

Gli antichi toponimi dell’isola di Sant’Andrea a Brindisi

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Nazareno Valente, Gli antichi toponimi dell’isola di Sant’Andrea

n Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 445-452

 

 

ITALIANO

Da quando una diga l’ha collegata alla terraferma, l’isola di Sant’Andrea non compare quasi più nelle carte geografiche. Eppure nell’antichità godeva di giusta notorietà, in quanto costituiva l’elemento essenziale che consentiva all’approdo di Brindisi d’essere considerato uno dei porti più rinomati e sicuri al mondo. Nell’immaginario comune una struttura portuale, per essere tale, doveva infatti fruire di un antemurale che la proteggesse dai venti, e si valutava che non ci fosse salvaguardia migliore di un’isola posta di fronte all’imboccatura dello scalo. Partendo da tale dato di fatto, viene riesaminato un passo di Pomponio Mela, la cui interpretazione data dagli storici moderni pare poco convincente perché basata sulla ingannevole considerazione che il presente sia specchio per lo più fedele del passato, quando per l’isola di Sant’Andrea così non è, essendo il contesto ai tempi del geografo della Betica molto diverso dall’attuale. Si perviene così alla sorprendente conclusione che tra i toponimi antichi riportati dalle fonti il più verosimile è proprio quello sinora rifiutato.

 

ENGLISH

Since when a dyke has connected it to the dry land, St.Andrew’s island hardly ever appears on the maps. In the past, it had the right reputation because it was the essential element that allowed the Brindisi landing to be considered one of the most famous and safe landing in the world. In the common imagination, a harbor to be so had to benefit from a breakwater that sheltered it from winds, and nothing was better than an island situated opposite the entrance of the dock. Starting from this fact, it is re-examined one of Pomponio Mela’s passages whose interpretation given by modern historians seems not very convincing because it is based on the illusory consideration that the present is for the most part a faithful mirror of the past, when it is not true for St. Andrew’s island because in Betica geographer’s times the context was very different from the present context. So, we reach the astonishing conclusion that among the old toponyms reported by the sources the most plausible is that refused up to more.

 

Keyword

Nazareno Valente, Brindisi, Isola di Sant’Andrea, Pomponio Mela

La cappella di S. Maria di Costantinopoli nel centro storico di Copertino

BAROCCO NASCOSTO: LA CAPPELLA DI S. MARIA DI COSTANTINOPOLI

 

testi e foto di Giovanni Greco

Solitamente esclusa dal tradizionale itinerario turistico la cappella di S. Maria di Costantinopoli, detta anche dell’Iconella per la presenza di una piccola icona della Vergine col Bambino di epoca 500esca, costituisce uno dei numerosi esempi di spiritualità mariana presenti in Copertino.
La cappella, attualmente tra le proprietà della famiglia Galbiati, è a pianta rettangolare.
Secondo l’epigrafe collocata nella parte superiore della facciata, fu realizzata nel 1576 durante il sindacato di Scipione de Ventura con il contributo spontaneo dei copertinesi sei anni dopo la memorabile sconfitta dei Turchi a Lepanto (1571), in segno di gratitudine verso l’intercessione della Vergine invocata dalla flotta pontificia.
Sorge al centro dell’antico nucleo bizantino di Copertino, a ridosso del castello intorno al quale si sviluppò il primo impianto urbano della città.
Il prospetto è animato da un portale sormontato da un rosone e, alla sommità, da un campanile a vela di epoca 700esca.
La volta ottagonale è stata dipinta a tempera nel 1645, come risulta dal millesimo riportato all’interno poco sopra il rosone, da un artista dotato di buona esperienza e commissionata dalla famiglia Mongiò dell’elefante, entratane in possesso 69 anni dopo l’edificazione.
Le pareti interne sono pressoché spoglie. In quella centrale è presente un modesto altare al centro del quale campeggia il tondo che racchiude l’affresco della Vergine. Ai lati, due ovali al cui interno sono dipinti a tempera due composizioni floreali di pessima fattura.

Quasi certamente all’origine contenevano due dipinti sacri poi asportati. Il paliotto, invece, è decorato da una tela tardo 800esca raffigurante il Cristo morto.
La volta è un tripudio di angeli (ben 37 in tutto), che insieme a decorazioni in forma di foglie di acanto circoscrivono l’arma del committente e le raffigurazioni sacre. Chiaro esempio di arte barocca che allude allo spazio infinito e alla natura-spettacolo.

La SS. Trinità

Nella sezione centrale la Trinità corredata alla base di un lungo cartiglio parzialmente leggibile.
Un’altra sezione della volta è dedicata all’estasi di San Francesco confortato da un angelo musicante, esemplato su un dipinto di Guido Reni del 1605 presso la Pinacoteca di Bologna. In alto campeggia un ovale in cui è raffigurato l’Angelo custode. La lettura, o perlomeno ciò che resta di un cartiglio alla base sinistra potrebbe svelare l’autore delle decorazioni.
Non meno suggestiva è la raffigurazione del “Riposo durante la fuga in Egitto” il cui refrigerio l’autore lo contestualizza ai piedi di un albero di corbezzoli a cui sembra attingere il canuto S. Giuseppe.

San Girolamo

 

Altro riquadro è quello dedicato a S. Girolamo penitente in cui sono presenti tutti gli elementi della tradizionale iconografia di questo dottore della Chiesa. In alto l’arma dei Mongò. Sorprende, inoltre, l’immagine di S.Lucia racchiusa in un ottagono che rimanda all’impianto della cappella, al pari della raffigurazione del “Riposo”. Un’auspicabile analisi ravvicinata del dipinto consentirebbe di stabilire se sia coevo alla costruzione dell’edificio o perlomeno antecedente alle decorazioni del 1645.


Infine, lo stemma dei Mongiò dell’elefante con la torre, famiglia giunta nel Salento al seguito degli angioini alla fine del XIV sec. e divisa in due rami nel XVI sec. nei Mongiò del giglio e dell’elefante, appunto.

stemma dei Mongiò dell’Elefante
Il Cristo morto sul paliotto dell’altare

Galeazzo Pinelli, il marchese “fatuo” di Galatone, nella celebrazione del Fapane di Copertino

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Non è raro ancora oggi incontrare in pubblicazioni di carattere letterario e storico-scientifico se non vere e proprie dediche, espressioni di ringraziamento allo sponsor privato o a qualche ente pubblico patrocinatore a vario titolo, non escluso, in qualche caso quello economico. Dobbiamo dire, però, che tale fenomeno ha negli ultimi tempi registrato un drastico calo, che non crediamo sia da attribuire più di tanto ai morsi della crisi, ma piuttosto, purtroppo, alla scarsa considerazione in cui il prodotto culturale di un certo livello è precipitato.

Il confronto con il passato, sotto questo punto di vista, è impietoso e, senza andare troppo lontano scomodando Augusto e Mecenate e per restare al secolo di nostro interesse, basta ricordare che in pratica non c’è quasi pubblicazione risalente al XVII secolo che non contenga all’inizio una corposa dedica a questo o a quel personaggio, naturalmente importante. Saremmo ipocriti se non ammettessimo che, sostanzialmente, tutto è sotteso e condizionato dal do ut des, nel senso che il dedicatore e il dedicatario erano legati da un doppio filo: il primo da quello della speranza di ottenere qualche privilegio, favore o protezione; il secondo dal ritorno d’immagine, tanto più quando, oltre la dedica, era l’intera opera o una cospicua parte di essa a celebrare la sua persona.

Altra cosa sono gli esiti artistici, perché non tutti possono essere all’altezza di Virgilio, capaci, cioè di sganciarsi dalla contingenza e dall’individualismo della celebrazione per toccare corde universali e, in un certo senso, senza tempo.

Non lo è  neppure l’autore che stiamo per presentare Perché lo facciamo, allora? Perché qualsiasi creazione artistica, anche se non è un capolavoro, è, pur sempre, figlia del suo tempo e, dunque, preziosa per la ricostruzione della relativa temperie spirituale, a parte l’aiuto che non pochi dettagli possono offrire per certi approfondimenti, conferme o smentite di verità che sembrano irreversibilmente consolidate dalla storia ed in essa registrate.

Vedremo così, attraverso la lettura diretta, come il nostro autore non sfigura nella vasta schiera barocca, in cui la metafora, il riferimento mitologico e i giochi di parola sono, com’è noto, gli ingredienti immancabili. Sarebbe, tuttavia, riduttivo declassare il suo spessore all’ossequio a certi canoni dominanti nella cultura del tempo, se non si cogliesse, emergente, come vedremo, qua e là, l’originalità dell’invenzione, alla quale, poi, la tecnica è asservita.

Questo autore è Giuseppe Domenichi Fapane di Copertino, sul quale è in avanzata fase di realizzazione un lavoro monografico. Qui basti dire che coltivò in modo quasi privilegiato l’epigramma e i sei volumi di Castaliae stillulae1 videro la luce in tempi diversi: il prImo per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1654; il secondo per i tipi di Luca Antonio Fusco a Napoli nel 1658, il terzo per i tipi di Paolo Frambotti a Padova nel 1659; il quarto per i tipi degli Eredi di Paolo Vigna a Parma nel 1662; il quinto per i tipi di Sermantelli a Firenze nel 1667 e il sesto per i tipi di Ambrogio De Vincentiis a Genova nel 1671. L’OPAC registra per il primo e per il terzo volume la presenza di un esemplare a Bari e di un’altro a Lecce; per il quarto uno solo a Lecce; per il quinto uno a Lecce e l’altro a Napoli; nessun esemplare risulta registrato per il secondo e per il sesto volume. Si tratta, dunque, di un libro rarissimo e quest’aggettivo va ridimensionato in unico per quanto riguarda il sesto volume che, irreperibile nell’OPAC, è custodito, invece, nella Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò (XLIV A-24). Ne riproduciamo di seguito il frontespizio.

Vi si legge: Castaliae stillulae quingentae quae sextum rivulum Permessi conficiunt hoc est epigrammaton Iosephi Domenichi Fapanis à Cupertino liber sextus. Venetiae. Apud Io(hannem) Ambrosium De Vincentiis. 1671 (Cinquecento gocce di Castalia che costituiscono il sesto ruscelletto del Permesso2, cioè il libro VI degli epigrammi di Giuseppe Domenichi Fapane da Copertino. Genova, Presso Giovanni Ambrogio De Vincentiis. 1671).

Segue una tavola con replica sintetica in alto a destra del titolo dell’opera (CASTALIA) e del nome dell’autore (DOMENICHI) e in basso a sinistra il numero del volume (LIBER VI).

Segue la dedica PERILLUSTRI DOMINO LAURENTIO CRASSO MAGNO VIRO  virtute maximo (All’illustrissimo don Lorenzo Grasso3 grande uomo, grandissimo per valore).

Le pagine 193-207 contengono quindici epigrammi (come per gli altri il metro è il distico elegiaco) dedicati a  Galeazzo Gaetano Pinelli, figlio di Cosimo (+ 1685) e di Anna Maria Ravaschieri4. Di questi epigrammi quattordici traggono spunto da un episodio sacro di cui si dirà e solo l’ultimo rientra nei canoni della poesie encomiastica. Li presento in una sorta di piccola antologia nel testo originale che ho provveduto a dotare della mia traduzione e delle mie note di commento.

1) MATER HEBRAEA in obsidio Solymae Filium trucidans DOMINO GALEATIO PINELLO Galatulae Marchioni, Cosmae Ducis Acherintiae filio, Domino, et Patrono 

Devoro, quem genui: Genitrix, Homicida Vicissim;/cogit et ad facinus, quod mea cordas? fames./Impia nec dicar, fili; mea viscera prendo;/de me sumpsisti tu tamen ista, tibi./Exigo, quod tribui, debes, bone parvule, Vitam;/restituas Ventri, quae tibi Ventre dedi.

LA MADRE EBREA che nell’assedio di Gerusalemme trucida il figlio5. A DON GALEAZZO PINELLI marchese di Galatone, figlio di Cosimo duca di Acerenza, signore e protettore

Divoro colui che ho generato, io a turno genitrice e omicida. Mi costringe pure alla scelleratezza, perché mio cuore?, la fame. E non sia detta empia, o figlio: prendo le mie viscere; da me tuttavia tu le prendesti per te. Mi riprendo, buon fanciullo, tu lo devi, la vita che ti ho dato, Restituisci al ventre ciò che col ventre t’ho dato.

2)  Saeva fames urget, matrem consumere Natum;/Viscera Visceribus, te mea, condo meis./Vivere ni poteris, saltem des funere Vitam;/ne te, quae fecit Vivere, Viva cadat./Crudelem fortasse Vocas? crudelis et ipse;/ni tibi fata paro; tù mihi tata paras. 

Una fame feroce incalza una madre a divorare il figlio. Metto le mie viscere nelle mie viscere. Se non potrai vivere, almeno possa tu dare la vita con la morte, perché non cada da viva colei che ti fece vivere. Forse mi chiami crudele? Crudele è pure tu: se non ti procuro la fine tu la procuri a me.

3) Mando meum Genitum; proprio quem lacte nutrivi;/ne paream Genitrix Viscera sumo mea./Prodiit ex Utero: redeat tumulatus in Alvum;/Cunarumque locus, sit sibi tumba levis./Quid dicet Natura dolens? moriremur uterque./Expedit, ut Genitus pro Genitrice cadat.  

Mangio mio figlio, che ho nutrito col mio latte, per non sembrare genitrice consumo le mie viscere. È uscito dal mio utero, ritorni tumulato nel ventre e il luogo del nido gli sia tomba leggera. Che dirà la natura dolente? Moriremo entrambi. Conviene che il figlio muoia per6 la madre.

4) Fili, mater obit: debes quoque fata subire/.neuter erit, possit qui superare famem./Si moriar, moreris.Vivam? moriare, necesse est,/alteruter nostrum contumulandus erit./Condo te in hoc Utero: me tù dum condere nescis./Quique magis debet, convenit ante Mori./ 

Figlio, la madre muore; devi subire pure tu lo stesso destino. Non ci sarà nessuno dei due che possa vincere la fame. Se morirò, morirai, Vivrò? Muoia tu!, è necessario, l’uno o l’altro dovrà essere sepolto insieme, Ti seppellisco in quest’utero, mentre tu non sai seppellire me e chi è maggiormente in debito è opportuno che muoia prima. 

5) Nate, meus sanguis; miserae succurre Parenti;/quam male suada fames nunc iugulare parat;/ si bene quod de tè merui, nunc reddere oportet;/nec poteris matris tù superesse malis./Ut Vivam, pereas, potero sic esse superstes;/et Geniti  dicar morte, renata Parens.

Figlio, mio sangue, aiuta la misera madre  che la malamente persuasiva fame ora si prepara ad uccidere. Se bene qualcosa pe te ho meritato, ora è necessario renderlo. Né tu potresti sipravvivere alla sventura della madre. Muori tu affinché io viva, così potrò essere superstite e grazie alla morte del figlio sarò chiamata madre rinata.

6) Ecce homicida ferox: cultro  te mactat acuto;/ut saturet, fili, sic moribunda famem./Materno hoc debet sanè gaudere sepulchro;/Gaudet, ut haec  secum te  tumulare Parens,/Conficior miserè:  tecum nec vivere possum,/nec sinè te; mecum  vivere,  Nate, Velis. 

Ecco la feroce omicida: ti uccide con l’acuminato coltello, perché, figlio, io moribonda sazi la fame. Devi senz’aktro godere di questo sepolcro materno, come gode questa madre  a seppellirti con sé. Soffro miseramente: né posso vivere con te né senza di te. O figlio, tu vorresti vivere con me.

7) Eia peri! saeva haec tempus spectacula poscit;/viscera, quae  genuit matre voranda manent;/impietatis opus mandrtur sorte futuris;/ut genuisse satis, sic necuisse fui./Morior crassante  fame.  Non parcere Matri,/illa potest:  Nato cur moribunda Parens?

Ah, muoio! Il tempo richiede questo crudele soettacolo.Restano le viscere da divorare dalla madre che le ha generate. Sia consegnata dalla sorte ai posteri il gesto di empietà, Come sono stata sufficiente ad aver  generato, così ad aver ucciso. Muoio per la fame che cresce. Non risparmiare la madre, essa può. Perché per un figlio una madre moribonda?

8) Ne moriar miserè, miserè te occidere oportet/;Nate, meum Viscus impia fata  feras?/Iam periisse fame, Vilisque  miserrima, res est;/Ferro etenim praestat; nobiliusque mori./Hinc  iugulans te dedo neci; dicaris, ut ipse,/Matrem servasse , et te  eripuisse malis. 

Perché io non muoia miseramente bisogna uccidere te. Figlio, cuore mio, tu sopporteresti un empio destino? Già esser morti per fame è cosa vilie e miserrima; infatti  conviene ed è più nobile morire di spada. Perciò uccidendoti ti consegno alla morte. Si dirà come tu stesso abbia salvato la madre e ti sia sottratto alla sventura.

9) Hic periisse fame, potes hic occumbere ferro;/elige fata, puer; mors subeunda quidem./Est obiisse fame, miserum; cadere ense, decorum;/hinc furit aegra lues, hic ferit alma Parens./Praestat honore mori, quam sic discedere inertem;/quam cadere invisum, praestat amore Mori.

Puoi morire qui di fame, lì soccombere alla spada. Scegli il destino, figlio; certamente si deve andare incontro alla morte. Cosa misera è morire di fame, decorosa soccombere cadere in combattimnto. Da una parte infuria una penosa calamità, dall’altra infierisce la madre che dà la vita. Conviene morire con onore che andarsene così inerte, che morire odiato. Conviene morire per amore.   

Da notare il gioco di parole furit/ferit che si è tentato di conservare nella traduzione infuria/infierisce.      

10) Debeo et ipsa fame consterni, Mater, atroci;/et Genitus matri tristè superstes erit?/Non! moriare Puer; des escam  carne Parenti;( quae pia, lacte simul, haec tibi membra dedit./Horrendum fortasse putas  animare sepulchrum?/Quam magis  horrendum, te examinare7 fame./

Debbo pure io madre essere abbattuta da una fame atroce e il figlio sarà tristemente superstite alla madre? No! Muori tu, fanciullo, Con la tua carne dà cibo alla madre che affettuosa col latte ti diede nello stesso tempo  queste membra. Forse ritieni orrendo dar vita ad un sepolcro? Quanto è più orrendo chetu muoia!

11) Trado neci Genitum: Iugulo mea Viscera Mater;/liberer ut dira morte, peresa fame/.Tite,cape ex Solymae nunc obsidione Trophaeum;/nam mea dextra facit, quod tua dextra nequit,/Me saevam fortassis habes? te appello Tyrannum;/quando paras Hostes sic iugulare tuos,/Viva, Triumphales possem conducere Currus;/mortua, nec fastus concelebrare tuos./Pupus iners fuerat pompae, si mater obiret;/nam foret extinctus, me pereunte, puer./Expedit iste cadat, sequar ipsa ut moesta Triumphos;ut tibi multiolicem carmina, scissa comas./Debellare cupis Solimae, Rex maxime, Muros;/an Solymae Cives sub iugo habere tuo?/Sic credam, macto ergo meum generosa Virago/quem genui; hic alios nam generare queo./At quid stulta loquir, consumens tempora? in orbe/nonne unum praestat, quam periisse duos?/Lege famis rabidae crescet tuus iste Triumphus;nam vivet semper cum Genitrice Puer. 

Mando a morte il figlio, io, madre, uccido le mie viscere perché, divorata dalla fame, sia liberata da una morte crudele. Tito, cogli ora il trofeo dall’assedio di Gerusalemme! Infatti ora la mia destra fa ciò che tu non puoi.Forse mi ritieni crudele? Io chiamo te tiranno quando ti appresti ad uccidere così i tuoi nemici. Non posso vivere, se crudele non sacrifico il piccoletto; e non puoi vincere anche le donne ebree. Da viva potrei seguire i carri trionfali, da morta neppure celebrare i tuoi fasti. Il bambino inerte sarebbe dello spettacolo se la madre morisse; infatti, morendo io, sarebbe stato destinto a morire. Conviene che egli muoia perché io segua mesta i trionfi, perché con i capelli scompigliati moltiplichi per te i canti. Tu, re grandissimo, desideri sconfiggere le mura di Gerusalemme oppure tenere sotto il tuo giogo i cittadini di Gerusalemme? Così crederei, perciò io, generosa eroina, sacrifico colui che ho generato; qui infatti posso generarne altri. Ma, stupida, che dico, perderò tempo? Non conviene forse che al mondo ne muoia uno piuttosto che due? Questo tuo trionfo cresce per la legge della rabbiosa fame; infatti il figlio vivrà sempre con la madre.

12) Quid facis aegra parens? moriturus cedere debet/nunc puer iste; Velis tu properare necem,/sentiet et Titus saevos fortasse furores:/dum nescit nato parcere matris Amor./Pupus abest cum morte malis: tù mortis ab ore;/quos timuisse modos, corda Tyranna, solent.

 Che fai, infelice madre? Ora questo fanciullo destinato a morire deve sparire. Tu vorresti affrettare la morte; forse anche Tito sentirà i crudeli furori, mentre l’amore di una madre non sa risparmiare il figlio. Il piccolo insieme la morte si sottrae alla sventura, tu dal volto della morte, confini che i cuori tiranni son soliti temere.

13) Quem paris, occidis: prodest genuisse; furorem/ut bene deludant, Viscera parta famis./Fertilitas ex Ventre iuvat; dat sanguinis escam;/cum steriles opus est occubuisse fame./Non moreris. Natus Ventri prius iste doloris/dira elementa, pius nunc alimenta dedit. 

Uccidi quello che partorisci: giova l’aver generato affinché le viscere partorite opportunamente ingannino il furore della fame. L fertilità del ventre giova, dà l’alimento del sangue, mentre è sterile gesto morire di fame. Non morrai. Questo figlio prima ha procurato al ventre i tremendi sintomi del dolore, ora, generoso, l’alimento.

14) Mande, Parens, tua cara Caro est, quam lance reponis/.Sume cibum: scindas Viscera; pelle famem./Iam Genitum Vixisse sat est; tecumque Valebit/ vivere nunc iterum, cum moriturus erat./Crudelis pietas, natum consumere ad escam;/ut pia crudelitas, vivere velle malis. 

Mangia, madre, è la tua cara carne quella che poni nel piatto. Prendi il cibo, scindi le viscere, respingi la fame! Già è sufficiente che tuo figli abbia vissuto con te; sarà capace ora di vivere per la seconda volta, quando era destinato a morire. Crudele pietà è consumare per cibo il figlio affinché, pia crudeltà, tu preferisca voler vivere.

15) EIDEM DOMINO MARCHIONI Primogenia virtute,8 Magno suapte Maximo

 Pyrrhus Achilleides decoratus imagine Patris,/atque nepos Pelei, lumen utrisque fuit./Tu Ducis et Cosmae prognatus sanguine, et Annae/virtute illustras nomina Patris, Avi./Ille dedit galeam, Galeatius unde vocaris;/hic calamum, quo te, sic super astra, Vehis,/Hinc bene Mercurium possem te dicere: ni tu/solaris melius sphaera, vocandus eris./Et meritò, Mundus Pater est; tua Mater et Annus/splendere debebat solis imago suis.

AL MEDESIMO SIGNOR MARCHESE grande per il primigenio valore, grandissimo per il suo

Pirro9 discendente di Achille, onorato dall’immagine del padre, e nipote di Peleo, fu luce per entrambi. E tu generato dal sangue e del duca Cosimo e di Anna10, col valore illustri la fama il nome del padre, dell’avo. Quegli diede l’elmo, da cui sei chiamato Galeazzo11, questi la penna con cui ti spingi così al di sopra delle stelle. Perciò opportunamente potrei dirti Mercurio, se tu non dovessi essere chiamato meglio sfera solare. E meritatamente (tuo) padre è il mondo e tua madre l’anno. L’immagine del sole doveva splendere per i suoi.

Come il lettore avrà notato solo quest’ultimo epigramma può considerarsi direttamente celebrativo e contenente l’importante indicazione Ducis et Cosmae  prognatus sanguine, et Annae, che integra, con citazione della madre, il Cosmae ducis Acherontiae filio che si legge in testa al primo epigramma.

A beneficio del lettore riportiamo ll ramo dell’albero dei Pinelli riferito ad un adeguato spazio temporale e costruito in base ai dati presenti in Vittorio Zacchino, Galatone antica medioevale moderna, Congedo, Galatina, 1990.

Tenendo presente la data di pubblicazione del volume del Fapane (1671), notiamo la presenza di Galeazzo Francesco (aggiungiamo I per distinguerlo dal successivo), Galeazzo Francesco (aggiungiamo II per distinguerlo dal precedente)12 e Galeazzo Antonio. Il Galeazzo celebrato dal Fapane, non fosse altro che per evidentissimi motivi cronologici, non può essere né Galeazzo Francesco (I) né Galeazzo Francesco (II), ma Galeazzo Antonio (figlio di Cosimo e di Anna Ravaschieri, come ricordato dal Fapane nell’ultimo epigramma). Tuttavia si legge in Vittorio Zacchino, op. cit. p. 178 che alla morte di Cosimo, avvenuta nel 1685, per essere fatuo il primogenito D. Galeazzo, il duca Gaetano fu dichiarato erede in feudalibus con decreto di Vicaria  del 18 marzo \688, quindi titolare dello stato di Galatone.

Può sembrare a prima vista strano che il Fapane celebri, con lodi di ogni tipo, un fatuo. In italiano corrente fatuo, che è dal latino fatuu(m)=sciocco, insipido,  è sinonimo di vuoto, superficiale.  Risulta edulcorato, così, l’originario significato latino ereditato, invece, dal  dialettale salentino fatu. Va precisato, altresì, che fatuo è voce tecnica, giuridica usata passato come sinonimo di mentecatto. infermo di mente, come si legge, per esempio, in Index omnium materiaru, quae in Venetiarum Statutis continentur, alphabetico ordine digestous, et per D. Andream Trivisanum iuris doctorem noviter in lucem editus, Comino de Tridino del Monferrato, Veneizia, 1548, p. 47: Si veramente il fatuo moriva avanti, che alcuno de li figlioli, overo discendenti mascoli de etade de anni 14 sarà pervenuto, over se ello non ha lassado dopo la soa morte alcun figlio, over descendente, il tutor allhora …

È probabile che alla data del 1671 la condizione mentale del ventenne Galeazzo Antonio non fosse ufficialmente nota e che per il Fapane egli fosse destinato ad essere l’erede di Cosimo. Sembra infatti quasi una damnatio memoriae,il fatto che il nome di Galeazzo non compaia tra quello dei figli di Cosimo in Casimiro di S. Maria Maddalena, Cronica della Provincia de’ Minori Osservanti Scalzi di S, Pietro d’Alcantara nel Regno di Napoli, Abbate, Napoli, 1729, tomo I, ove, a p, 176 si legge: Da Essi [Cosimo Pinelli e Anna Ravaschieri] nacquero D. Gaetano, D. Benedetto, D. Oronzio, e D. Daniello, oltre alle Femmine e perché D. Gaetano e D. Benedetto morirono giovani, li succedè il terzo fratello. Don Oronzio adunque fu quinto Marchese di Galatone, duca di Acerenza e principe di Belmonte.

Se la nostra ricostruzione è esatta, siamo in presenza di lodi che, pur sincere con tutti i limiti imposti dal do ut des ricordato all’inizio, alla luce della storia appaiono tragicamente grottesche.

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1 Alla lettera Piccole gocce di Castalia. Già nel titolo il richiamo al mito: Castalia era una ninfa, una delle tante vittime della lussuria di Apollo (la più famosa,è Dafne mutata in alloro), che, per sfuggire alle attenzioni del dio si gettò nella fonte Castalia sul monte Parnaso; secondo un’altra versione del mito fu Apollo a tramutarla in una fonte, alle cui acque conferì il potere di far diventare poeta chiunque vavesse bevuto la sua acqua. Per le altre opere e per alcuni componimenti sparsi in varie raccolte altrui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/13/copertino-un-suo-figlio-marinista-giuseppe-domenichi-fapane/

2 Fiume della Beozia sacro alle Muse, che nasce sull’Elicona.

3 Autore di Epistole heroiche, Baba, Venezia, 1655; Istoria de’ poeti Greci e di que’ che in Greca lingua han poetato, Bulifon, Napoli, 1678; Elogii d’huomini letterati, Comi & La Noù, Venezia, 1666; Vita di S. Rocco, Conzatti, Venezia, 1666.

4 Per le loro nozze il neretino Antonio Caraccio scrisse l’epitalamio Il Fosforo (Micheli, Lecce, 1650).

5 L’episodio dell’ebrea che durante l’assedio i Gerusalemme ad opera di Tito, vinta dalla fame, divorò un figlioletto è in Giuseppe Ebreo, VIII, 13.

6 Con lo stesso valore ambiguo, che qui stupendamente conserva. del latino pro che può significare tanto a vantaggio di quanto  al posto di.

7 Errore, probabilmente di stampa, per exanimare.

8 Questa virgola va spostata dopo Magno.

9 Appellativo di Neottolemo, figlio si Achille, a sua volta figlio di Peleo e Teti.

10 Come detto all’inizio, Anna Maria Ravaschieri.

11 Fatto derivare dal latino galeatus=munito di elmo, participio passato di galeare, a sua volta da galea=elmo di cuoio.

12 A Galeazzo Francesco (II) un altro salentino, il Galatonese Giovanni Pietro D’Alessandro (1574-1649)  più di mezzo secolo prima aveva dedicato il poema Hierosolymae eversae, uscito per i tipi di Gargano e Nucci a Napoli nel 1613. inoltre a sua moglie Livia Squarciafico e al loro figlio Cosino il D’Alessandro aveva dedicato alcuni epigrammi. Di questi tratteremo a breve in un altro post, mentre ci pare opportuno dire qui qualcosa in più sul poema.

Hierosolymae eversae Io(hannis) Petri de Alexandro iure consulti Galatei, et academici Ociosi libri decem ad illustrissimum Galeatium Franciscum Pinellum III,  Acheruntiae ducem, et Galatulae marchionem. Neapoli In typographia Ioannis Baptistae Gargani & Lucretii Nucci. MDCXIII (I dieci libri della Gerusalemme abbattuta di Giovanni Pietro D’Alessandro giureconsulto galatonese e accademico oziosoa per l’illustrissimo Galeazzo Francesco Pinelli terzo duca di Acerenza e marchese di Galatone. A Napoli.nella tipografia di Giovanni Battissta Gargano e Lucrezio Nucco. 1613).

In basso lo stemma della famiglia Pinelli: scudo con sei pigne poste 3, 2, 1 e sormontato dalla corona ducale.

Riportiamo integralmente, con la nostra traduzione, la dedica che precede il testo del poema, anche perché potrebbe essere di non non poco aiuto, data l’affidabilità dovuta non solo alla cronologia (quanto più passa il tempo più diventa problematica la ricostruzione storica) ma anche al fatto che il dedicante non poteva certo inventarsi balle, a diradare qualche dubbio o a correggere qualche errore dovuto a confusione per omonimia, tutt’altro che infrequente nella ricostruzioni genealogiche.

Illustrissimo Domino Galeatio Francisco Pinello III Acheruntiae duci, et Galatulae marchioni, etc. Natura comparatum est, ut unius resolutio sit planè alterius rei generatio, quo sanè in Ecclesiae Dei Naturae parentis satis conspicuo exemplo est nobis compertum. Eversa enim funditus terrena Christiani nominis hoste, Sacra paulatim consurgit Hierosolyma, eiusdem assertrix, ut potè Catholicae Ecclesiae incrementu, et splendor. Id quod inter primarias Christiani Orbis familias non parum videtur auxisse PINELLA gens tua, summorum nimirum praesulum mater (Dux Illustrissime) ex his plurimum sibi vendicat BAPTISTA ille Pinellus immortalis memoriae Consentinus antistes Innocentii VIII Summi Pont(ificis) nepos, cuius virtus in dioecesi lustranda, moribus emendandis collapsa Ecclesiae disciplina erigenda; Templis exstruendis, xenodochiis instaurandis, egentium inopia sub levanda ita enituit, magnique viri Religio, pietas, prudentia, solertia eò ssanctitatis excrevit, ut in tantis saeculi tenebris non secus, ac divinum quodam lumen effulserit, utque meritò Brutii tanti praesulis memoriam cum Divorum veneratione propè coniunxerint. Huius pronepos DOMINICUS Romam in Aula diù versatus gravissimis Catholicae Ecclesiae muneribus obeundis ita respondit, ut ad Sacrae purpurae apicem, mox ad Collegii Principatum evectus fuerit. Quorum vestigiis planè inhaesit IOANNES VINCENTIUS Illustrissimi genitoris tui patruus, in quo exornando (npvit tota Italia, novit universa Europa) immensa scientiarum moles cum religione, et prudentia certarunt. Neque verò caeteros, Illustrissimae familiae tuae Regulos seculari ditione praestantes omittam, quippè qui et ipsi religione, iustitia, pietate, fortitudine Christianae Reipublicae administrandae, eidemque defendendae maximo sunt decori, et adiuvamento. Hos inter eminet BARTHOLOMEUS  Pinellus strenuus militiae Dux idemque summae pietatis Haeros, qui ducentis fermè ab hinc annis contrà summos Reges pro Ecclesiae libertate arma induere non est veritus. Mitto COSMUM seniorem, cuius eximia in tàm magna fortunae amplitudine, animi moderatio patruum nostrorum aetati conspecta, et posteritati in primis est memorabilis, COSMO GALEATIUS avus tuus est genitus, quem non magis paternae peramplae ditiones, quam suae ipsius virtutes, et merita extulerunt. Is omnia vitae munera persanctè implevit, prpinquos, et amicos liberalitate, et hospitalitate iuvit, subditis aequitate,iustitia, charitate imperavit, et Catholico PHILIPPO REGI II fidelem, et strenuam bello operam saepiùs navavit, quem Rex grato animo prosecutus Turonensis ditionis MARCHIONEM, MOX ACHERAUNTIAE Ducem creavit. De Illustrissimo  autem COSMO psatre tuo Acheruntiae Duce, et Galatulae Marchione quis noster erit semo, quod nam principium, quis nam finis? Satius est tacere, quam in tàm vasto laudum pelago pauca dicere. Quis enim eius in Deum religione, Templaque per ipsum innumerabilibus impensis Deo dicata, et immodica per eundem piè legata miserabilibus, et egenis, in amicos, propinquos, et subditos eiusdem pietatem, generositatem, caeterasquw animi, et corporis dotes, quis scientiarum numeros, quibus undique enituit enarrare valeat? Quisvè eius inarmis praestantiam satis commendet, quam cum multa alia, tùm potissimum expeditio contrà turcas  diebus fermè nostris aoud Tarentumostendit? Quis denique grave, et cum primis perspicax in arduis, maximisque rebus consilium praedicare satis praesumat? Ut non immerità à PHILIPPO III Augustissimo Magni Cancellariatus munere in Regno Neapolitano insigniri promeritus fuerit. Caeterum in te (Dux Illustrissime) contestatam maiorum tuorum in Deum religionem, animi candorem, morum suavitatem, gravitatem, totiusque vitae integritatem, quibus summa ingenii felicitas, et scientiarum in tenera adhuc aetate non levis cognitio accessit, estnè aliquis qui non admiretur, ac tantas animi tui et corporis dotes non colat, et recolat? Neque tantum paterna gens tua, sed et Illustrissima materna Grilla familia summa praestitit religionis dignitate; ex ea enim (materno latere) ortus est summus ille, et nunquam satis laudatus Catholicae pietatis assertor. Innocentius IIII aeternae memoriae Christi Vicarius, ut caeteros eiusdem Illustrissimae familiae S. R. E. Cardinales, et meritissimos praesules, et Haeroes toga, et armis clarissimos omittam. Iam verò pium EVERSAE HIEROSOLYMAE poema à me summis vigiliis elaboratum tibi pietate, et religione insigni Regulo, et ex antiquissima, et nobilissima familia longa piorum Haeroum serie sacrae Hierosolymae instauratrice progenito consecrare opere pretium duxi, quod praeterea naturalis mei erga te debiti, et Regii iuris obsequium postulat. Sume igitur hilari fronte (mi Dux, et Maecenas) addictissimi servi munus, tibi uni iure optimo omnique ex parte debitum. Deus Optimus Maximus te incolumem diutissimà servet, vota secundet, et ad maiora evehat. Neapoli Nonis Maii MDCXIII. Servus humilissimus Io(hannes) de Alexandro i(uris) C(onsultus) Galateus.   

All’illustrissimo don Galeazzo Pinelli terzo duca di Acerenza e marchese di Galatone etc.

Dalla natura fu disposto che la conclusione di un fatto fosse chiaramente  l’origine di un altro, come da noi fu scoerto senza dubbio nell’esempio abbastanza cospicuo della Chiesa di Dio padre della natura. La sacra terrena Gerusalemme di nome cristiano, infatti, abbattuta dalle fondamenta dal nemico a poco a poco risorge a sua difesa come potente incremento e splendore della Chiesa cattolica, cosa che non poco sembra aver accresciuto tra le primarie famiglie del mondo cristiano la tua famiglia Pinelli. madre di presuli certamente grandissimi (o duca illustrissimo), tra i quali rivendica a sé soprattutto quel Battista Pinelli d’immortale memoria arcivescovo di Cosenzab, nipote del sommo pontefice Innocenzo VIII. la cui virtù nel curare la diocesi, nel correggere i costumi, nel ripristinare la disciplina della chiesa venuta meno, nel costruire templi, nel restaurare foresterie, nell’alleviare la mancanza di mezzi dei bisognosi tanto brillò e la religiosità, la generosità, la prudenza e la solerzia di un uomo magnifico giunse a tal livello di santità che nelle tante tenebre del secolo risplendette non diversamenre da una luce divina e meritatamente i calabresi congiunsero quasi la memoria di un presule così grande con la venerazione degli Dei. Il pronipote di questi Domenicoc impegnato a lungo a Roma nell’affrontare pesantissimi incarichi della chiesa cattolica rispose così bene che fu innalzato al titolo della sacra porpora, poi alla direzione del Collegio. Di loro seguì certamente le orme Giovanni Vincenzo, zio del tuo illustrissimo padre, nel quale a distinguerlo (lo sa tutta l’Italia, lo sa l’Europa intera) l’immensa mole di conoscenza e la prudenza gareggiarono con la religiosità. Né certamente passerò sotto silenzio gli altri principid che si distinsero per potere secolare, i quali certamente pure loro per religiosità, giustizia, generosità, forza sono di massimo decoro ed aiuto ad amministrare lo stato cristiano ed a difendere lo stesso. Tra questi spicca Bartolomeo Pinelli strenuo comandante militare ed egli stesso eroe di somma generosità, che circa duecento anni fa non ebbe paura ad indossare le armi contro sommi re per la libertà della Chiesa. Aggiungo Cosimo il vecchio, la cui esimia moderazione d’animo in tanta ampiezza di fortuna, ben nota al tempo dei nostri padri, è memorabile sopra ogni altra anche per la posterità. Da Cosimo fu generato il tuo avo Galeazzo, che gli amplissimi poteri paterni elevarono non più delle sue virtù, e meritatamente. Egli santissimamente espletò tutti i doveri della vita, aiutò i congiunti e gli amici con generosità ed ospitalità, comandò i sudditi con equità, giustizia, carità e, fedele al re cattolico Filippo II più volte prestò anche la sua coraggiosa opera in guerra. Il re apprezzando con animo grato lo creò marchese del dominio di Tursie, poi duca di Acerenza. Sull’illustrissimo padre tuo Cosimo duca di Acerenza e marchese di Galatone quale sarà poi il nostro discorso, quale il principio, quale la fine? Sarebbe preferibile tacere che dire poco in un mare così vasto di lodi. Chi infatti sarebbe in grado di passare in rassegna la sua devozione a Dio, i templi da lui dedicati a Dio con incalcolabili spese, i non modesti suoi lasciti generosamente fatti a favore dei miseri e bisognosi , il suo affetto, la generosità e le altre doti dell’animo e del corpo nei confronti degli amici, dei parenti e dei sudditi, chi l’ampiezza di conoscenza, per le quali cose si distinse dappertutto? O chi potrebbe illustrare il suo valore nelle armi che tanto molte altre gesta quanto soprattutto la spedizione quasi ai nostri giorni contro i Turchi presso Taranto mostra?f Chi infine potrebbe presumere di celebrare a sufficienza insieme con le cose dette prima la saggezza profonda e perspicace in circostanze difficili e importantissime? Sicché non immeritatamente ottenne di essere insignito dell’incarico del gran cancelliarato nel regno di Napoli dll’augustissimo Filippo III. Del resto c’è forse chi non ammiri in te (o duca illustrissimo) la testimoniata devozione in Dio dei tuoi avi, il candore dell’animo, la dolcezza dei costumi, la serietà e l’integrità di tutta la vita, cui si aggiunse la fortuna di un sommo ingegno e fin dalla tenera età la conoscenza delle scienze, e non apprezzi e riapprezzi le doti così grandi del tuo animo e corpo? Nè solo la tua stirpe paterna ma anche l’illustrissima famiglia materna Grillog  si distinse per la somma dignità della religiosità; da essa infatti (dal lato materno) nacque quel sommo e mai sufficientemente lodato difensore della religione cattolica Innocenzo III di eterna memoria vicario di Cristo, per non dire  degli altri cardinali di Sacra Romana Chiesa e molto benemeriti presuli ed eroi famosissimi in pace e in guerra della stessa illustrissima famiglia. Infine ho considerato un privilegio consacrare con un’opera il poema religioso della Gerusalemme espugnata da me composto in lunghe veglie a te, principe insigne per generosità e religiosità e discendente da antichissima e nobilissima famiglia lunga serie di pii eroi,  restauratrice della sacra Gerusalemme; questo inoltre richiede il rispetto del mio debito naturale verso te e del regio diritto. Accetta dunque di buon  viso (o mio duca e mecenate) il dono di un servo obbligatissimo, a te solo dovuto a buon diritto e sotto ogni aspetto. Dio ottimo massimo ti conservi sano e salvo per lunghissimo tempo, assecondi i tuoi desideri e ti spinga ad imprese più grandi. Napoli, 7 maggio 1613. Umilissimo servo Giovanni De Alessandro giureconsulto di Galatone.

Per completezza aggiungiamo che Galeazzo Francesco (II) fu celebrato anche da Giovan Battista Basile (1566-1632) nell’ottava 49 del libro V del Teagene uscito postumo per i tipi del Facciotti a Napoli nel 1637:  Un Galeazzo ancor prodigo altrui,/quanto largo di pregio ò lui fù ‘l Cielo,/non vedrà mai ne’ fatti incliti sui/giunger del Tempo, ò de la Morte il telo./O mille volte fortunati, à cui/dato in forte à vestir terranno velo/sarà in quei lieti, e fortunati giorni,/quando un sì vivo lume il Mondo adorni!

Il leccese Iacopo Antonio Ferrari (1507-1587), infine, gli dedicò Antichità di Napoli (rimasto manoscritto) secondo quanto si legge nell’Apologia paradossica  pubblicata postuma per i tipi di Mazzei a Lecce nel 1707: … ed avendo poi io scritta al mio libro dell’antichità di Napoli all’illustre Signor Marchese  di Galatole Galeazzo Pinello…

Nell’immagine che segue, tratta da Scipione Mazzella, Desxcittione del Regno di Napoli, Cappelli, 1586, p.  426,  lo stemma di Galeazzo Pinelli marchese di Tursi.

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a L’accademia degli Oziosi fu fondata a Napoli nel 1611. Tra i suoi membri più illustri annoverò Giulio Cesare Capaccio, Giambattista Basile e Tommaso Campanella. Il D’Alessandro, oltre a Hierosolymae eversae  pubblicò pure: Dimostratione di luoghi tolti , et imitati da più autori dal Sig. Torquato Tasso nel Gofredo, overo Gerusalemme liberata, Vitale, Napoli, 1604 (dedicato a Girolamo De Monti marchese di Corigliano); Academiae Ociosorum libri III, Gargani e Nucci, Napoli, 1613 (dedicato a Pietro Ferdinando Castro marchese di Lemos e vicerè del Regno di Napoli); Arnus, Micheli, Lecce, 1636 (dedicato al cardinale Antonio Barberini, Suoi epigrammi in latino sono presenti in Alessandro Tommaso Arcudi, Galatina letterata, Celle, Genova 1709 (uno a p. 34 dedicato a Silvio Arcudi, un altro a p. 52 dedicato a Tommaso Cavazza (ma quest’ultimo epigramma era già uscito nella seione Epigrammatum liber posta in coda alla Dimostrazione di luoghi …, op. cit., p. 259); nella seconda parte della raccolta dedicata alle Esequie della Serenissima Reina Margherita d’Austria,  Longp, Napoli, 1612, p. 29 (un centone virgiliano di 91 esametri); in Giulio Cesare Grandi, Varii componimenti volgari, e latini in lode dell’illustrissimo signor Don Francesco Lanario, et Aragona hora  Duca di Carpignano , Cavaliero dell’habito di Calatrava, e del Consiglio di Guerra di Sua Maestà Cattolica ne’ stati di Fiandra, Governator Generale della Provintia di Terra d’Otranto, con la potestà ad modum belli, Cirillo, Palermo, 1621 (uno a p. 37) ; in Francesco Antonio Core, Historia della imagine miracolosa del Glorioso Crocifisso  della Pietà riverito nella Terra di Galatone, Roncagliolo, Napoli, 1625 .

b Dal 1491 al 1495.

c (1541-1611) nel 1563 entrò come referendario nel Supremo tribunale della Segnatura apostolica; nel 1585 Sisto V lo nominò cardinale, nel 1607 divenne decano dell’ordine cardinalizio.

d Traduciamo così Regulos che alla lettera significa reuccio e che qui ha solo un valore distintivo rispetto ai rappresentanti religiosi della famiglia.

e Crediamo che il Turonensis del testo sia un errore di stampa per Tursonensis.

f Il tarantino Cataldo Antonio Mannarino nella sua Oligantea delle lodi di Alberto I Acquaviva d’Aragonam, Carlini e Pace, Napoli, 1596.

g Cosimo Pinelli aveva sposato Nicoletta Grillo nel 1588.  Data la minore età, Francesco Galeazzo alla morte del padre (1601 o 1602)) aveva assunto il feudo sotto la tutela della madre.

Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

Armando Polito – Marcello Gaballo, Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 419-440

 

 

ITALIANO

Un monumento funebre nella chiesa veneziana dei santi Giovanni e Paolo e un antico arco nel cuore di Lecce accomunati da un unico destinatario, il frate guerriero Leonardo Prato, costituiscono l’occasione per un excursus sulla figura di questo poco conosciuto condottiero leccese e sui simbolismi contenuti nelle testimonianze architettoniche a lui dedicate. Lo studio dell’arco, in particolare, focalizza il proprio interesse sull’immagine di un putto su tartaruga: un’icona antica, dai reconditi significati, ripresa successivamente in vari contesti.

 

ENGLISH

A funeral monument in the Venetian church of St. Giovanni and St. Paolo and an ancient arch in Lecce’s hearth united by an only receiver, the warrior friar Leonardo Prato, form the occasion for an excursus on the image of this not very known Leccese condottiere and on the symbolism contained in the architectural testimonies dedicated to him. The study of the arch in particular focuses the interest on the image of a putto on a tortoise: an ancient icon, by secret meanings, taken up again later in various contexts.

 

Keyword

Armando Polito, Marcello Gaballo, Leonardo Prato, Venezia, Lecce

Lo stemma della principessa di Francavilla Irene Delfina di Simiana

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Marcello Semeraro, Note di araldica: lo stemma della principessa di Francavilla Irene Delfina di Simiana

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 441-443

 

 

ITALIANO

L’analisi di uno stemma partito per alleanza matrimoniale presente all’interno della chiesa francavillese di San Sebastiano fornisce preziose informazioni sull’identità del titolare, la cronologia d’esecuzione e i gusti della committenza.

 

ENGLISH

The analysis of a party coat of arms for the marriage alliance that is in the interior of the Francavillese church of St. Sebastian gives valuable information about the titular, the execution chronology and the patron’s tastes.

 

Keyword

 Marcello Semeraro, Araldica, Francavilla Fontana, Irene Delfina di Simiana

Il Pešce te friscu: la Cernia di fondale da Otranto a Gallipoli

P. americanus (Esemplare adulto. In foto, Salvatore Indirli)

 

di Igor Agostini

Fra le varie specie di pesci denominati ‘cernie’, ce n’è una, capace di raggiungere dimensioni ragguardevoli e caratterizzata da una grossa bocca e da una pelle estremamente dura, che la nostra lingua designa usualmente col nome di Cernia di fondale o americana, in conformità al nome scientifico (Polyprion americanus, Bloch & Schneider, 1801).

L’aggettivo, ‘di fondale’, si spiega con l’habitat di questo pesce che, fra tutte le cernie che abitano il nostro mare, è quella che vive nelle acque più profonde: gli adulti, infatti, si trovano almeno sino a seicento metri di profondità. Per quel che invece riguarda il sostantivo, il nome di ‘cernia’ eredita una vecchia classificazione biologica, che faceva rientrare questo pesce fra i serranidi, anche se, in realtà, esso appartiene alla famiglia dei cosiddetti ‘poliprionidi’; e, difatti, oggi, in biologia, non è più classificato come ‘cernia’.

La folkbiology, ossia quella scienza – ancora oggi agli albori – che studia la relazione fra la classificazione scientifica (linneiana) e quella popolare, troverebbe, nella considerazione di questo pesce, una conferma importante dell’esistenza, variamente rilevata dagli studiosi, di una corrispondenza, seppur parziale, fra le due classificazioni. I pescatori salentini, difatti, fanno bensì rientrare questo pesce nella ‘famiglia’, come dicono, delle ‘cernie’, ma distinguendolo nettamente da tutti gli altri cinque serranidi presenti nelle acque locali, chiamandolo con un nome a sé: da una parte si ha, dunque, la Cernia vera e propria (ossia la Cernia bruna), dall’altra i Dotti (ossia la Cernia dorata, la Cernia bianca e, più rare, la Cernia canina e la Cernia rossa), variamente denominati, e, infine, classificato a sé, il Pešce te friscu.

È, quest’ultimo, il nome più in uso per questo poliprionide, diffuso e conosciuto pressoché nell’intero Salento con questa denominazione; caso non frequentissimo nella nomenclatura ittica locale. Ma, anche qui, non mancano le particolarità, anzi.

Per cominciare, non è certa la motivazione all’origine dell’aggettivo te friscu, perché fra i pescatori, anche i più esperti, si sovrappongono in realtà due motivazioni differenti: ‘friscu’, per alcuni pescatori, si riferirebbe all’habitat, dunque alle acque fredde (perché profonde), in cui il pesce vive; per altri, invece, rinvierebbe ad un comportamento particolare, per cui alcuni individui, avvicinandosi sotto costa, sono soliti mettersi al riparo dalla luce del sole sotto oggetti galleggianti, al fresco, dunque (donde il nome diffuso in varie località italiane di ‘Pesce ombra’). Forse, le due motivazioni possono trovare una spiegazione convergente: proprio l’abitudine a vivere in acque profonde potrebbe esplicare il comportamento per cui, avvicinandosi sotto costa, sotto acque più calde e meno profonde, il pesce avverta il bisogno di proteggersi dal calore e dalla luce.

Ma proprio qui si apre un discorso più complesso: pare che siano, infatti, solo gli esemplari giovanili ad assumere questo comportamento e non, invece, gli adulti. Ciò spiega come, nel cuore della cultura dei pescatori salentini, sopravviva ancora una tradizione che tende a distinguere, quale specie a sé, gli individui più piccoli, i quali non sarebbero giovani del Pešce te friscu, ma un pesce diverso, che ‘non cresce’ oltre i due-tre chili. Una credenza, invero, che era diffusa per tutte le specie di cernia presenti in Salento e che è all’origine, a Gallipoli, di un nome affettuoso riservato ai piccoli dotti: Vicé, cioè ‘Vincenzino’. Nel caso della Cernia di fondale, poi, questa credenza sarà stata senz’altro rafforzata dalla taglia che questo pesce – unico, insieme alla Cernia canina – può raggiungere: anche cento chili (mai, tuttavia, documentati in loco).

Questa differenziazione è, con ogni probabilità, all’origine di una nomenclatura che distingue rigorosamente gli esemplari adulti dai più piccoli: quelli, appunto, designati sempre col nome di Pešce te friscu, questi, invece, soprattutto (ma non solo) a Gallipoli, col nome di Alòsa. Nome dall’etimologia che è stata, per me, a lungo indecifrabile e che potei ricostruire solo una volta venuto a conoscenza del termine otrantino: Rrignatheddru, che viene da rrignare, ovverosia ‘fare smorfie col viso o col muso’, caratteristica evocata, nell’immaginario del pescatore, dalle dimensioni notevoli proprie della bocca di questo pesce. Capìì allora che Alòsa ha la medesima spiegazione, derivando da lòsə, che in salentino vuol dire appunto ‘baia, beffa, stizza, rabbia’. Il che è confermato dal fatto che il medesimo nome di Alòsa indica, a Gallipoli, una specie di scorfano, la Scorpaena notata, anch’essa caratterizzata da una bocca particolarmente larga.

P. americanus (esemplare in stato giovanile)

 

Oggi, anche a Gallipoli, salvo rare eccezioni, restano pochi testimoni di un impiego differenziato dei due nomi di Pešce te friscu ed Alòsa, ormai usati a designare senza distinzioni la Cernia di fondale in tutte le sue taglie; ma i ricordi, purtroppo ormai sempre più impalpabili, di alcuni anziani consentono di asserire con certezza che Alòsa deve avere in origine indicato, esattamente come il Rrignatheddru otrantino, sempre e solo gli esemplari più piccoli.

Grandi e piccoli avrà invece, con ogni probabilità, indicato da sempre un altro nome caratteristico, quello di Occhi-cròssa, in ragione del fenomeno della vistosa fuoriuscita dall’orbita che marchia inevitabilmente gli occhi di questo pesce allorché salpato dalle alte profondità. Anche il nome di Rattapòspuru è oggi utilizzato a designare individui grandi e piccoli, per durezza della pelle, su cui appunto si potrebbe persino accendere un fiammifero, che in dialetto si dice pòsperu (nome, peraltro, condiviso con un altro pesce dalle caratteristiche analoghe della pelle, il Ruvetto, noto localmente come Pesce lola). È qui particolarmente evidente l’elemento immaginativo alla base del nome, che trova un interessante (ma certo non anomalo) corrispettivo in Sicilia, dove per questo pesce è attestato (l’ho appurato a Siracusa) il termine Pelosetto.

Un fenomeno che mai è stato spiegato, né in biologia, né in linguistica, né, ovviamente, in folkbiology, è la corrispondenza, apparentemente del tutto casuale e, anzi, controintuitiva, fra l’aggettivo del nome scientifico di questo pesce (americanus) e l’aggettivo utilizzato dai pescatori salentini per designare la Cernia dorata e, più raramente, la stessa Cernia bianca, ma mai quella di fondale: Dotto americano. Non c’è nessuna causalità, tuttavia: i nomi dialettali sono infatti all’origine degli stessi nomi scientifici. A dire il vero, ho impiegato molto tempo a cercare di comprendere come questo fosse possibile nel caso in questione, ma il perché delle cose, spesso, si manifesta quando ci si accorge di avere trascurato qualcosa di essenziale: era la distinzione stabilita dai pescatori fra esemplari piccoli, che abitano sotto costa, ed esemplari adulti, che vivono fuori, lontano dalla costa; acque lontane, che nell’immaginazione, veicolo portante all’origine della loro nomenclatura (checché ne vogliano tutte le interpretazioni integralmente anti-intellettualiste della classificazione popolare, per cui questa avrebbe alla base solo motivazioni pratiche), rinviano a luoghi lontani, di incerta – per la loro cultura – collocazione geografica, ma da cui alcuni pesci sarebbero provenuti per migrazione. Nulla di meglio, allora, del nome evocativo dell’America, tanto più che, come vedremo quando parleremo della Cernia dorata, l’aggettivo ‘americano’ trovava un ulteriore elemento immaginativo alla base della sua imposizione e del suo radicarsi.

In questa distinzione, fra pesci stanziali e pesci che vengono da lontano, chi ha orecchie formate alla raffinata cultura della biologia potrà intravedere una distinzione chiave, in quest’ultima: quella fra i pesci pelagici (nuotatori) e bentonici (stanziali). Per la folkbiology, il piatto è servito: siamo nani sulle spalle dei giganti.

 

La collezione dei fossili di Pippi Ciullo a Vitigliano

DALL’ATTIVITÁ DI CAVA ALLA VALORIZZAZIONE MUSEALE: LA COLLEZIONE DEI FOSSILI DI PIPPI CIULLO A VITIGLIANO

di Cristina Caiulo*, Stefano Margiotta **

 

Introduzione

Il Museo dei fossili di Vitigliano, frazione di Santa Cesarea Terme, raccoglie l’opera di un instancabile esploratore della sua terra, il salentino Pippi Ciullo. Si deve alla sua curiosità ed alla sua appassionata raccolta di pietre – che durante l’attività di cavatore si trovava tra le mani – se oggi possiamo comodamente ammirare straordinari esemplari di rocce e di fossili, alcuni dei quali incastonati come gemme preziose nelle piccole costruzioni realizzate da lui stesso nel “Giardino delle favole di pietra”.

Museo di Vitigliano

 

Il contesto geologico

Il territorio di Vitigliano è tra i più geologicamente affascinanti della Penisola salentina. Esso custodisce importanti affioramenti che testimoniano gli eventi geologici che hanno caratterizzato questo lembo di terra e gran parte del bacino del Mediterraneo, in un arco di tempo che va perlomeno dalla fine del Cretaceo (circa 70 milioni di anni fa) sino all’Oligocene superiore (circa 25 milioni di anni fa). Non stupisce quindi che proprio da Vitigliano cominci la storia di Pippi Ciullo, perché nella sua terra, o meglio tra le rocce che lo circondavano, egli poteva trovare quei fossili che tanto lo attiravano. La maggior parte dei blocchi che costituiscono le sue abitazioni provengono da cave di calcare cretacico. La più importante di queste cave è posta in località Serra di Poggiardo, a metà della strada provinciale a valenza paesaggistica (SP233LE) che collega gli abitati di Ortelle e Cocumola, laddove affiorano calcari bianchi ben noti alla comunità scientifica per la presenza spettacolare di resti di rudiste (Laviano e Sirna, 1993; Laviano 1996, Sladic-Trifunovic, 1987; Sladic-Trifunovic e Campobasso, 1980).

La successione affiorante ha uno spessore di circa 4m ed è caratterizzata da biocalcareniti bianche e biocalciruditi con tessitura packstone. La stratificazione è mal distinguibile ma a luoghi evidenziata dalla presenza di laminazioni e gradazioni oltre che da brusche variazioni nella granulometria del sedimento. Le litofacies cambiano verso l’alto e lateralmente in calcari organogeni con matrice biocalcarenitica fangosa (Laviano e Sirna, 1993).

Come scritto sopra le rudiste rappresentano l’elemento più significativo della successione. Esse sono generalmente di grandi dimensioni, concentrate in lenti, raramente in posizione di vita e con entrambe le valve conservate. Laviano e Sirna (op. cit.) hanno riconosciuto le seguenti forme: Pseudopolyconites ovalis apuliensis, Pironaea slavonica, Joufia reticolata, Mitrocaprina bulgarica, Sabinia klinghardti, Hippurites colliciatus, Vaccinites ultimus, Favus antei, Radiolites spongicola, Radiolites angeioides, Radiolitella maastrichtiana, Biradiolites chaperi, Biradiolites stoppani, Petkovicia varajana, Bayleia sp., Bournonia excavata.

Da un punto di vista paleoecologico sono state riconosciute forme appartenenti sia al tipo elevato che sdraiato e appoggiato che ben si adattano ad ambienti di elevata energia. Questa osservazione, combinata con i caratteri litologici osservati che mostrano continue interazioni tra fondi stabili (calcari organogeni) e sedimenti mobili soggetti ad idrodinamismo elevato (biocalcareniti e biocalciruditi con matrice fangosa), contribuiscono a definire un ambiente di sedimentazione di margine di piattaforma.

Si segnala inoltre la presenza di altri macrofossili nella successione quali ad esempio bivalvi e gasteropodi ma soprattutto che la cava è la località tipo di Raadshovenia salentina. Frequente infatti è la microfauna caratterizzata essenzialmente da foraminiferi, ostracodi, alghe verdi, echinoidi, Dasicladali. De Castro (1990), per la presenza di Pseudosiderolites vidali e Pseudochubbina bruni riferisce al Campaniano superiore – ?Maastrichtiano inferiore la successione.

Il sito appena descritto è stato dichiarato geosito (cioè sito di importanza geologica) nel censimento eseguito da Universus per conto della Regione Puglia, in adempimento della Legge n. 33 del 2009 che ha per oggetto la tutela del Patrimonio Geologico e Speleologico.

Lungo il percorso che porta al secondo affioramento che qui si descrive potrete in più luoghi individuare dei giacimenti a rudiste nei banchi calcarei, sino a quando non intersecherete la strada che collega Vitigliano a Cerfignano. Il taglio stradale infatti mostra litologie maggiormente calcarenitiche – sabbiose e, soprattutto, un’associazione fossilifera diversa da quelle osservate in precedenza.

Lungo la strada a valenza paesaggistica che collega Cerfignano a Vitigliano, nei pressi di questo ultimo, affiorano su entrambi i lati della strada i Calcari di Castro che qui mostrano spessori di circa 5m). Il taglio stradale permette di osservare le numerose colonie di coralli in posizione di vita, immerse in una sabbia bioclastica fortemente bioturbata, priva di qualsiasi struttura, sciacquata e ridistribuita verso terra dal fronte della scogliera come accade attualmente ad opera di tempeste e forti mareggiate.

Il sedimento è costituito principalmente da un packstone/grainstone ricco in resti di coralli, alghe corallinacee, bivalvi, gasteropodi, echinidi e foraminiferi. Sembrano esserci zone a maggiore concentrazione di coralli in posizione di vita (probabilmente piccoli patch-reefs o chiazze coralline) che si alternano a zone dove sabbia e detrito sono più abbondanti. Dal punto di vista paleontologico, i coralli sono sicuramente i fossili più rappresentati e ben visibili. Si tratta esclusivamente di esacoralli (ordine Scleractinia) quasi tutti di tipo coloniale; rarissime le forme solitarie. Su un totale di circa 300 esemplari visti in affioramento, un buon 30% è costituito da Porites, il 15% da Favites, il 13% da Tarbellastrea e l’11% da Pavona. Le colonie coralline appaiono piuttosto sviluppate in dimensioni e assumono le forme di crescita più varie: si passa da colonie dall’abito massivo-globoso, a colonie dalla forma colonnare, digitata-ramificata fino a colonie di tipo laminare.

Oltre alle forma di crescita che costituisce una peculiarità del sito, si possono osservare altri aspetti interessanti come le bande di crescita ognuna delle quali corrisponde al livello occupato dal bordo calcinale del corallo durante la crescita, oppure le numerose tracce di organismi litofagi che hanno infestato alcune colonie coralline.

Questi coralli sono l’eccezionale testimonianza della scogliera che nel corso dell’Oligocene (circa 25 milioni di anni fa) si instaurò lungo la parte meridionale – orientale della penisola salentina costituendone, in questi luoghi, l’ambiente di retroscogliera: qui, a seguito di onde di tempesta e forti mareggiate, il sedimento del fronte della scogliera veniva ridistribuito verso l’interno (Bosellini et al., 1992,1993,1994).

I siti di interesse geologico di Vitigliano non si esauriscono agli affioramenti cretacici ed oligocenici: particolarmente importante la vora di Vitigliano, detta anche dei tre ponti (Figura 6). Questa cavità carsica, che si estende per almeno 225m di ramificazioni e per 37m di dislivello secondo le ricerche degli speleologi, raccoglie le acque di una vasta area afferente oltre che quelle che vi confluiscono a mezzo di tre canali. Parzialmente occlusa dalla vegetazione, l’esplorazione della vora è comunque assolutamente sconsigliata se non con le relative autorizzazioni ed in compagnia di personale speleologico qualificato.

L’itinerario proposto, così riccamente geologico, non potrà che stimolare la fantasia dell’esploratore nell’immaginazione dei paesaggi che un tempo dovevano caratterizzare questa porzione di territorio e trova giusta meta proprio nel “giardino delle favole di pietra” di Pippi Ciullo. Ciullo era affascinato dalla ricchezza paleontologica delle rocce che estraeva nonché dall’incredibile varietà di forme che queste assumevano tanto da raccoglierne le più singolari ed utilizzarle per la costruzione dei trulli che oggi possiamo osservare. In essi, incredibilmente incastonati, l’esploratore potrà divertirsi ad individuare splendidi esemplari di rudiste ed ammoniti (Cefalopodi) per poi godersi, dal ciglio della scarpata che delimita la Serra di Poggiardo, lo splendido panorama del tratto costiero di Santa Cesarea (Margiotta, 2016).

Pippi Ciullo nelle parole del figlio Angelo

Pippi Ciullo nasce a Vitigliano, frazione di Santa Cesarea Terme in provincia di Lecce, il 27 luglio del 1940 e scompare nel 2003. Dalle parole del figlio Angelo si delinea la figura di questo cavatore di pietre, che sin da piccolo mostra una passione per le pietre fuori dall’ordinario, tanto da iniziare a raccogliere quelle che gli apparivano più belle già dall’età di tredici anni.

Sig. Angelo, innanzitutto la ringrazio molto per la disponibilità e passo subito alle domande. Che cosa dicevano in famiglia di questa particolare e precoce passione di Pippi?

In realtà mio padre per un certo periodo smette di portare a casa le pietre, anche se continua a fare il cavatore fino ai diciassette anni, perché in effetti la cosa appariva un po’ fuori dal comune ai suoi familiari. Poi parte per fare il militare e dopo, come tanti salentini primi di lui, va a lavorare in Svizzera. Quando torna nel Salento, nel 1969, decide di comprare proprio la cava dove aveva lavorato da ragazzo ed inizia l’attività di commercio della breccia. A questo punto si risveglia in lui l’antica passione e intorno alla metà degli anni Settanta ricomincia a raccogliere le pietre.

Quando suo padre inizia a capire che quelle pietre non erano solo belle ma anche interessanti dal punto di vista geologico?

Dobbiamo arrivare agli anni Novanta prima che alla raccolta si affianchi anche lo studio di libri sui fossili e sulle stratificazioni geologiche nel Salento.

Nel frattempo la raccolta cresce e si arricchisce di meravigliosi esemplari …

… e lui comincia ad usare le pietre per realizzare con le sue proprie mani delle piccole costruzioni a secco: è il primo nucleo del “Giardino delle favole di pietra”, a cui si dedicherà pienamente dopo la morte della moglie nel 1990, costruendo nel tempo anche i muretti a secco di confine dei terreni in località Porto Miggiano ricevuti dalla famiglia in assegnazione con la Riforma Agraria, e dove ha raccolto anche rocce zoomorfe di grandi dimensioni. Alla metà degli anni Novanta prende forma l’idea di creare un «museo naturale», come lo chiamava lui, e da adesso in poi tutto il suo tempo lo dedica a finire i muretti di confine e a realizzare due specie di piccole “pagghiare”, le tipiche costruzioni contadine del Salento, nelle cui pareti possiamo ammirare straordinari esempi di rocce, fossili e coralli.

A questo punto anche l’erudizione di Pippi è cresciuta e lui è finalmente consapevole anche dell’importanza di quelle pietre e di quelle rocce.

Infatti, proprio questa consapevolezza lo porta a cercare il supporto culturale e scientifico di studiosi con i quali misura le proprie conoscenze sull’origine geologica e sulla importanza paleontologica degli esemplari raccolti, acquisite dal confronto tra letture solitarie e indagini visive degli stessi esemplari, alcuni dei quali racchiudono fossili di eccezionale rilevanza anche dal punto di vista storico. Come logica conseguenza di questa consapevolezza prende piede l’idea, già realizzata nel «museo naturale», di creare una raccolta strutturata da ospitare in un museo più tradizionale, da mettere a disposizione del territorio e di tutti i visitatori del Salento.

Quando nasce il Museo dei fossili a Vitigliano?

Dopo la sua scomparsa nel 2003 l’idea di un museo vero e proprio inizia a concretizzarsi con la decisione dell’Amministrazione di Santa Cesarea Terme di trovare un edificio dove allestire la raccolta. La catalogazione degli esemplari inizia nel 2007 a cura del Museo di Storia Naturale del Salento di Calimera, ed in particolare di Luigi Merico, finchè nel 2008 il Sindaco dell’epoca decide di mettere a disposizione i locali al piano terreno di un edificio antico di Vitigliano, Palazzo Gargasole, dove il 21 dicembre nasce il piccolo Museo a lui dedicato e tuttora visitabile (Figura 9, 10).

E ora chi porta avanti la “missione” di Pippi Ciullo …

Mio padre ha fatto un inestimabile regalo al Salento ed io ho preso l’impegno di tutelare il patrimonio che ci ha lasciato e per il quale ha dedicato tante energie e tanta passione. Il mio obiettivo è mettere a disposizione di tutto il territorio il Museo dei fossili in un nuovo e più adeguato allestimento, obiettivo che l’Amministrazione comunale ha condiviso con la disponibilità di alcuni ambienti al piano primo del Palazzo Gargasole, nei quali speriamo presto di poter ospitare la collezione, magari anche ampliata con ulteriori e splendidi esemplari.

 

Palazzo Gargasole a Vitigliano

Il Palazzo Gargasole è un pregevole edificio la cui originaria costruzione, pesantemente rimaneggiata ai primi del Novecento, risale al XVII secolo.

Con gli interventi effettuati intorno al 1933 il prospetto principale ha subito un arretramento, con conseguente allargamento della sede stradale che oggi si apre in uno slargo denominato piazza Umberto I, da cui si accede al Palazzo attraverso il portale d’ingresso fuori asse rispetto alla composizione architettonica.

Il prospetto principale è articolato orizzontalmente su due livelli: al piano terra il suddetto portale è inserito in una tessitura a bugnato liscio rettangolare, al piano nobile è sovrastato da una graziosa loggia che si ripete sul lato destro del balcone centrale dalla balaustra in pietra a colonnine spanciate come quelle delle due logge.

Attualmente appare un tutt’uno con l’adiacente e coevo Palazzo Ciullo, del quale rispetta proporzioni ed allineamenti; il prospetto laterale su via Regina Margherita è liscio e privo di decorazioni, e segue l’andamento non rettilineo tipico della viabilità di epoca medievale.

La lettura verticale della facciata ci rimanda un’immagine simmetrica tripartita di chiara impostazione Neoclassica: le partizioni laterali, uguali tra loro, ospitano ciascuna un portone inquadrato in un arco ribassato e strombato al piano terra ed il citato loggiato al piano primo, nel quale si apre una portafinestra a edicola; la partizione centrale, leggermente agettante, contiene inferiormente un semplice ingresso, più piccolo rispetto ai laterali, e superiormente il citato balcone su cui si apre una portafinestra sovrastata da un timpano ad arco spezzato.

Nelle sale al piano nobile gli ambienti presentano tutti volte a stella finemente decorate eccetto una, con una volta a botte con testata a padiglione, più grande rispetto alle altre. I pavimenti musivi che distinguono i vari ambienti propongono decori a motivo geometrico con inserti floreali, tipici del periodo, che si può ipotizzare possano essere frutto delle abili mani dei fratelli Peluso, Antonio e Ippazio Luigi, maestri di quest’arte e particolarmente attivi all’epoca.

Palazzo Gargasole rappresenta un importante riferimento culturale locale in quanto ospita al suo interno anche la Biblioteca Comunale ed il Museo degli Orologi e delle Torri Civiche; quest’ultimo conserva orologi dei primi del Novecento che hanno accompagnato per quasi un secolo lo scandire del tempo sulle Torri municipali delle tre località di Santa Cesarea Terme, Vitigliano e Cerfignano.

 

Conclusioni

Attualmente le intenzioni dell’Ammnistrazione comunale sembrano ben orientate alla valorizzazione del territorio non solo dal punto di vista meramente turistico ma anche da quello della conoscenza più approfondita delle caratteristiche intrinseche del territorio stesso.

Con valorizzazione noi intendiamo non solo mettere in atto una politica culturale che susciti una sempre più diffusa attenzione da parte degli studiosi nei riguardi della zona di cui si tratta in questo testo, ma anche porre maggiore cura nella progettazione della fase successiva allo studio e alla ricerca, che è quella della disseminazione dei risultati e della fruizione museale da parte di tutti del patrimonio materiale già a disposizione e/o riscoperto.

Il museo dei fossili a Vitigliano può rappresentare un sito centrale di raccordo dell’importante patrimonio geologico che la frazione di Santa Cesarea ed il Comune stesso (ricordiamo che nel territorio sono presenti anche le sorgenti termali) custodisce nelle sue rocce. Per questo è necessario che i siti di interesse geologico brevemente descritti siano tutelati e valorizzati. Allo scopo di divulgare e promuovere tali peculiarità si potrebbe realizzare un sito web tematico particolarmente indirizzato a turisti e visitatori. Il sito potrebbe fornire anche proposte di itinerari naturalistici, culturali ed enogastronomici aggiornando il visitatore ad esempio su iniziative in programma sul territorio (feste patronali, sacre, spettacoli) ma anche fornendo interessanti spunti per fruire e conoscere la zona in modo sostenibile, nel rispetto dei luoghi e dell’ambiente.

In sintesi il Museo dei fossili di Vitigliano potrebbe accogliere una stazione multimediale nella quale dovrebbe essere presente un:

  • portale ossia un sito che consenta sia di accedere alle informazioni di ciascun sito sia alle attività di informazione e divulgazione che ai sentieri che verranno ideati;
  • webgis cioè di un applicazione contenuta nel portale che consentirà la consultazione mediante browser web su una mappa interattiva delle informazioni relative ai singoli siti;
  • database ossia un’applicazione del portale che consente la gestione in apposite schede di tutti i siti scelti
  • sistema di link ossia di collegamenti ai siti tematici più importanti che trattano il territorio di Vitigliano e Santa Cesarea.

Tutti gli applicativi dovrebbero essere realizzati con software open source ed i contenuti del sito saranno accessibili anche a tablet android, smartphone e dispositin iOS (iPhone e iPAD).

Inoltre in ciascuna delle aree individuate potrebbero essere installati dei sistemi tipo QR-CODE che indirizzano al sito tematico. Inoltre all’interno dei Qr code potrebbero essere immessi testi, numeri di telefono, o sms: questi saranno leggibili da qualsiasi smartphone o tablet.

 

Bibliografia

F.R. Bosellini, C. Perrin, The coral fauna of Vitigliano: qualitative and quantitative analysis ina back reef environment (Castro Limetsone, Late Oligocene, Salento Peninsula, Southern Italy). Bollettino della Società Paleontological Italiana 33(2): 171-180, 1994

F.R. Bosellini, A. Russo, Stop 2-Vitigliano: la facies di retro scogliera. XII Convegno Società Paleontologica Italiana. Guida alle escursioni. Conte Editore, 33-34, 1993

F.R. Bosellini, A. Russo, The Castro Limestone: stratigraphy and facies of an oligocene fringing reef (Salento Peninsula, southern Italy). Facies, 26: 145 – 166, 1992

P. De Castro, Osservazioni paleontologiche sul Cretaceo della località tipo di Raadshovenia salentina e su Pseudochubbina n.g. . Quad. Acc. Pont. , 10:116pp, 1990

A. Laviano, G. Sirna G., I calcari a rudiste di Poggiardo. Guida alle escursioni. XII Società Paleontologica Italiana, 21-27, 1993

A. Laviano, Late Cretaceous rudist assemblages from the Salento Peninsula (Southern Italy). Geologica Romana, 32: 1-14, 1996

S. Margiotta, Salento da esplorare, Capone Editore, 176pp., 2016

Sladic-Trifunovic, Pironea Pseudopolyconites Senonian of the Apulian plate: paleobiogeographic correlations and biostratigraphy. Memorie Soc. Geol. It., 40: 149-162, 1987

M. Sladic-Trifunovic, V. Campobasso, Pseudopolyconites and Colveraias from Maastrichtian of Poggiardo (Lecce, Puglia), Italy. Ann Geol. Pen. Balkanique, 43-44: 273-286, 1980

 

già pubblicato nel volume “Pietra su Pietra” a cura di Mario Spedicato, Lecce, Grifo, 2017.

Tutte le foto sono di Cristina Caiulo

 

* architetto, libera professionista

** DISTEBA, Università del Salento

Filippo Nestola. Da Copertino a Vienna, ora in Ungheria… per amore della danza

di Alessio Palumbo

 

La biografia riportata sul tuo profilo facebook ci dice che sei giovanissimo (1998), che sei nato a Copertino, hai frequentato l’I.I.S.S. Moccia di Nardò e che ora vivi a Vienna. Puoi dirci qualcosa in più sulla tua vita e soprattutto sulla tua grande passione per la danza?

Mi sono avvicinato al mondo della danza a undici anni seguendo le orme di mio fratello presso Scena Muta di Ivan Raganato a Copertino. All’inizio del secondo anno di corso, il maestro Toni Candeloro, al termine di una lezione, mi ha offerto una borsa di studio per l’anno 2010-2011 presso il centro internazionale di danza Toni Candeloro a Castromediano. Da lì mi sono appassionato sempre di più e sono rimasto per tre anni in questa scuola.

Nel 2013 mi sono quindi trasferito presso la scuola di danza Art Studio Ballet di Daniela Zlavog a Lecce e vi sono rimasto per altri due anni. Nel frattempo ho preso parte a diversi concorsi nazionali UISP e FID, arrivando sul podio e vincendo diverse borse di studio per stage con la maestra Alessandra Celentano, il maestro Steve La Chance e il maestro Luciano Cannito.

Nel luglio 2015 la mia insegnate Daniela Zlavog mi ha infine proposto di partecipare ad uno stage internazionale presso l’opera di Cluj-Napoca in Romania: un’occasione che inaspettatamente mi ha rivoluzionato la vita.

La tua prima importante esperienza fuori dall’Italia

Esatto. Durante lo stage, durato due settimane, ho lavorato con diversi maestri di fama internazionale tra cui Boris Nebyla, Vasile Solomon, Shoko Nejime, Gianpiero Tiranzoni. Al termine dello spettacolo di fine corso, la direttrice dell’Accademia dell’Opera di Vienna, Simona Noja, mi ha proposto di entrare direttamente presso l’accademia di Vienna senza alcuna audizione. Da lì si è aperto un mondo a me completamente sconosciuto.

 

Non dev’essere stato semplice passare da una realtà di provincia quale la nostra a quella viennese. Quali sono state le tappe principali, i problemi con i quali ti sei scontrato, le motivazioni che ti hanno spinto ad andare sempre avanti?

A settembre del 2015, accompagnato da mio padre, mi sono catapultato in una realtà completamente diversa dalla nostra. Sono passato dal mio piccolo paese di provincia, Copertino, ad un’importante capitale europea. Nonostante la gioia immensa, mi sono sin da subito confrontato con alcuni problemi, primo fra tutti la lingua tedesca a me completamente sconosciuta (e odiosa). Fortunatamente ho trovato da un lato il supporto di altri compagni di corso italiani, dall’altro la presenza costante e preziosa della direttrice Noja, sempre disponibile con me.

Durante il primo anno ho dovuto quindi lavorare duro per riuscire ad allinearmi con il resto della classe e per poter superare diversi esami di ammissione alla classe successiva, ma grazie alla mia caparbietà ci sono riuscito. Oltre ai problemi inerenti allo studio ho dovuto poi affrontare anche la lontananza dalla mia famiglia e dal mio Salento, ritrovandomi da solo in una stanza di uno studentato, provvedendo a tutto, dalla cucina alle faccende domestiche. Dopo una serie di sacrifici, compresa la rinuncia alle vacanze estive per lavorare in vari ristoranti pur di aiutare anche economicamente la mia famiglia nel costoso mantenimento a Vienna, finalmente sono arrivato alla fine del percorso accademico. Ovviamente non sono mancate importanti soddisfazioni, come ad esempio la partecipazione al ballo delle debuttanti, dove mi sono esibito in una coreografia di classico assieme alla compagnia.

Venendo all’oggi, a maggio mi diplomerò e con mia grande gioia ho già superato l’audizione presso la compagnia Miskolci Ballet International Theatre di Miskolc in Ungheria. Qui, dal venti agosto, inizierò la mia esperienza lavorativa.

 

Pur avendo già raggiunto degli importanti traguardi, la tua giovane età ti spingerà sicuramente a guardare oltre, al futuro? Dove immagini i prossimi anni? Sempre fuori dai nostri confini o in Italia?

Il mio sogno sarebbe quello di tornare a lavorare in Italia, ma al momento sono consapevole di dover arricchirmi all’estero sperando che in Italia cambi qualcosa e che venga valorizzata un po’ di più l’arte in ogni sua forma.

Allora non ci resta che augurarti buon lavoro e buona fortuna

Grazie. Prima di salutarci vorrei rivolgere un ringraziamento speciale alla mia famiglia che mi ha supportato in questi anni, che non mi ha fatto mancare niente e non mi ha fatto mai pesare la lontananza. Se sono arrivato fin qui è grazie ai miei familiari: spero di renderli sempre fieri e soddisfatti di me. Ringrazio infine la Fondazione Terra d’Otranto nella persona del presidente dottor Marcello Gaballo e lei personalmente per l’interesse rivolto alla mia esperienza. Spero che questa possa essere di stimolo per tutti quei ragazzi che vogliono seguire la propria passione, affinché non mollino mai di fronte alle innumerevoli difficoltà.

Filippo con la sua famiglia

Alle fonti dell’Idume: idronimo inventato?

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.lecceprima.it/eventi/bacino-idume-torre-chianca.html

 

Procederò in ordine cronologico, cominciando dalla Bibbia: Gioele, II, 4, 19: Αἳγυπτος εἰς ὰφανισμοὸν ἔσται καὶ ἡ Ἰδουμαία εἰς πεδίον ἀφανισμοῦ ἔσται (L’Egitto andrà incontro alla desolazione e Idumea si tramuterà in  arido deserto). Lo stesso  toponimo ricorre anche in Malachia (I, 4), Geremia (XXX, 11), Ezechiele, XXV, 12 e XXXV, 15). Genesi, XXXVI, 16), Samuele, VIII, 14) etc. etc.

Virgilio (I secolo a. C.), Georgicon liber, III, 12: … primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas (… per primo ti porterò, o Mantova, le palme Idumee …).

Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, V, 14: Mox Idumaea incipit, et Palaestina … (Poi inizia l’Idumea Idumea e la Palestina …).

Lucano (i secolo d. C.)   ), Pharsalia, III, 216: Gazaque et arbusto palmarum dives Idume (e Gaza e Idume ricca della pianta della palma).

Valerio Flacco (I-II secolo d. C.), Argonautica, I, 12: … versam proles tua pandet Idumen ( … la tua discendenza mostrerà Idume abbattuta). Il verso allude alla conquista della Palestina (Idumen, qui in caso accusativo, suppone un nominativo Idume,  che è la trascrizione latina dell’ebraico Edom) operata da Tito nel 70 d. C.

Marziale (i secolo-II d. C.), Epigrammaton liber, II, 2, 5:  Idumaeos meruit cum patre triumphos .. ( …[Tito] meritò col padre il trionfo su Idumea …).

Giovenale (i secolo-II d. C.), VIII, 158-160: … sed cum pervigiles placet instaurare popinas,/obvius adsiduo Syrophoenix udus amomo/currit, Idymaeae Syrophoenix incola portae … (… ma quando ai nottambuli piace attardarsi nelle bettole, viene incontro il siro-fenice abitante della porta di Idumea tutto bagnato dell’immancabile profumo …)

Stefano Bizantino (probabilmente VI secolo d. C.), Ἐθνικά, lemmI seguenti:

1) Ἰδουμεναί, πόλις Μακεδονίας. Ὁ πολίτης Κλαζομένιος (Idumene, città della Macedonia. Il cittadino è di Clazomene).

2) Ἰδουμαΐοι, ἕθνος Ἑβραίων, απὸ ἀδὠμου (ἄδωμα γὰρ οἵ Ἑβραοι ἐρυθρὸν καλοῦσι), ὄτι ξανθὸν βρῶμα δοὺς αὐτᾡ ὁ ἀδελφὸς τὰ πρωτεα εἰλήφει (Idumei, popolo di Ebrei, da adomo, infatti gli Ebrei chiamano adoma il rosso, il rossiccio pasto col cui dono il fratello gli sottrasse la primogenitura).

Secondo il racconto della Genesi (25, 25) Esaù, nato prima del gemello Giacobbe, era rosso e peloso. Un giorno, tornato affamato dalla caccia, chiese ed ottenne dal fratello Giacobbe il piatto di lenticchie che stava consumando. Giacobbe gliele diede ma volle ed ottenne in cambio la primogenitura).

3)  Ἲδυμα, πόλις Καρίας, οὗ καὶ Ἲδυμος ποταμός. Τὸ ἐθνικὸν Ἰδυμεύς καὶ Ἰδύμιος. Λέγεται καὶ Ἰδύμη ἡ πόλις (Idima, città della Caria, dove c’è anche il fiume Idimo. L’etnico è Idimeo e Idimio. Si chiama pure Idime la città).

Dei tre lemmi presentati ai fini della nostra indagine sono da prendere in considerazione solo i primi due perché, innaginando per il leccese Idume la trascrizione dal greco al latino, ad –υdella voce greca sarebbe dovuto corrispondere –y– nella latina. Per ragioni, poi, che saranno dette dopo, l’unica voce da considerare sarà la prima.

Iacopo Sannazzaro (1457 circa-1530), De partu Virginis, Calvo, Roma, 1526, l. I, v. 91 , : Ast ubi palmiferae tractu stetit altus Idumes (Ma quando alto si fermò sulla regione della palmifera Idume).

Annibale Caro (1507-1566) in un sonetto in risposta ad un altro indirizzatoli da Battista Guarini (1538-1612), vv. 1-2 (cito dall’edizione Remondini delle opere del Caro, Venezia, 1757, V. iii,  p. 61): Sterpo senza radice, e senza fronde/sorger non può, Guarin, palma d’Idume

Gabriello Chiabrera (1552-1638), Canzoni, XXXIII, 48-4, dedicata a Vittorio Emanuele (cito dall’opera omnia nell’edizione Baglioni, Venezia, 1805, v. I, p. 60: E trionfando oltra il mortal costume,/qual non ti si darà palma d’Idume?

Giovan Battista Marino (1569-1625), Adone, I, 47, 1-2: Giunto a la sacra e gloriosa riva/che con boschi di palme illustra Idume

Fulvio Testi (1593-1646), Poesie liriche, Totti, Modena, 1636, passim;: Il fugace valor del Trace Arciero/su le palme d’Idume/di novo innesteran d’Esperia i lauri ….Se  non mi diè stella benigna in sorte/sparger delle mie rose/a te la cuna d’oro; allora quando/i tuoi gran figli a liberar andranno/da l’Ottomano giogo/le mie serve Provincie, i’ spero forse/a piè del vinto Idume, o su la sponda/del trionfato Oronte/allor di palme inghirlandar la fronte … A pascer de l’Idume, a ber del Tigri.

Tutte le testimonianze fin qui riportate (meno la prima e la terza relative a Stefano Bizantino) riguardano l’Idumea (in ebraico Edom), regione a sud della Giudea. Una dettagliata descrizione di questa regione è in Idumaea, The religious tract society, London, 1799 (https://books.google.it/books?id=rFsBAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=Idumaea&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjX5vuUg5zaAhUFzKQKHVtXCbYQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Idum&f=false). 

La prima ed unica testimonianza su un fiume leccese di nome Idume risale al poeta leccese Ascanio Grandi.1 Dopo aver riprodotto il suo ritratto dalla tavola inserita nel suo opera La Vergine desponsata, Micheli, Lecce, 1638, riporto dalle opere i passi che ci interessano.

Il Tancredi, Micheli, Lecce, 1632

II, 79-80

Mostra al compagno Hidro tai cose, e i passi/non arrestano intanto, e gli addita anco/lo speco, onde in Toscana, Arno tù, passi,/tù di produr Cigni febei non stanco;/poi vide trà quei rivi occulti, e bassi/rivo da lui là giù non visto unquanco:/mirò nova urna, e scaturiane quello,/che dagli occhi ei versò, Gorgo novello:s’era incentrato, e sotterraneo anch’esso/nasceva, e a lui vicin nasceva Idume:/ambo incontro al Galeso, et allo stesso,/che chiudea i duo Baroni, altero Fiume/ma d’Egla il bel palagio ormai dapresso/vibrava di pià gemme un misto lume;/aperte l’auree porte, e ‘n auree sedi/qui l’emule d’Aracne asise vedi.

IX, 122

Arnaldo sotto Afrone, e Amberto, e Usmondo/e sotto Orson Zendoro era, e Trivento:/con Irlando Tancredi ubbidia Simondo,/Anserbo al gran Calife, e Grigento:/lo stile io non comprimo, e no ‘l diffondo,/et esser breve n’ergerò palma d’Idume/trà lauri toschi  in sù ‘l mio patrio Idume.

XVI, 86

Fù di Gilberto il Corridor concetto/di seme d’aura appo il leccese Idume;/aure attrahea per marital diletto/gran Destriera regal lungo un tal fiume;/e il vento ingravidolla che nel petto/entrolle a fecondar oltre il costume, e tal Corsier ne nacque, hor trà suoi piedi (Iapige è il nome d’esso) aure tù credi.

XVI, 132

Nacque pur sù l’Idume mà non vanta/quest’altro corridor padre immortale:/gira più, che paleo par ch’à sua pianta/presti l’aura più snella il volo e l’ale;/e il buon Duce sù lui splende con quanta/sonora fiamma arde il fulmineo strale,/e feritor ferito ei d’ogni parte/piaghe riceve, e piaghe altrui comparte.

Fasti sacri, Micheli, Lecce, 1635

I, 128: Tal nella Magna Grecia (altera vista)/non lunge il fonte del mio patrio Idume/ò giardin novo, ò Città nova è vista/prima che spunti in Oriente il lume, ò repentini allettano la vista/navilii, e pur prima, che ‘l Ciel s’allume./Poi fugge il Simulacro, e gli occhi sgombra/e novello stupor le menti ingombra.  

Il Noè ovvero la georgica mistica. Micheli, Lecce, 1646 

III, 12

Però le verdi e candide d’Idume/tue palme sublimar deh vogli ancora,/oggi al bicorne mio limpido Idume,/e tu di novo il sì bel gorgo inflora;/spargivi ancor la tua rugiada e il lume,/o d’Israel sovra celeste aurora;/ma veggo il buon Noè lungo l’armene/montagne più che mai vergar l’arene.

Proprio in quest’ultimo passo, secondo me, la contrapposizione tra due paesaggi è la chiave di volta di tutto. Il primo, contraddistinto dalle  verdi e candide d’Idume tue palme è quello medio-orientale già visto nei passi in prosa e in poesia, greci, latini ed italiani, prima riportati; il secondo, contraddistinto dal bicorno mio limpido Idume, è quello salentino. È come se in quest’ultima opera il Grandi ci volesse far capire che il suo Idume non è altro che una delle tante invenzioni metaforiche così in voga nel XVII secolo;e il passaggio dalla regione  insomma, la stessa forma di antonomasia che potrei usare definendo il neretino torrente Asso come l’Arno (!) di Nardò. Con la differenza che il Grandi avrebbe operato un passaggio dal nome della regione (Ιδουμαια, che mostra un suffisso aggettivale) a quello di una presunta città e da questo a quello di un ancor più presunto fiume. Ma per quale motivo, tra tanti nomi, proprio quello? Tancredi nella Gerusalemme liberata del Tasso non è forse l’eroico difensore della Cristianità  in quelle terre? E poi è veramente casuale il fatto che Idume evoca formalmente Idomeneo e il ricordo virgiliano (Eneide, III, 110-101: et Sallentinos obsedit milite campos/Lyctius Idomeneus… (e Idomeneo di Licto ha occupato col suo esrcito i campi salentini …).

Non è finita: nel terzo passo che ho riportato dal Tancredi è nominato un cavallo Iapige generato dal vento. in effetti dalle fonti antiche (che qui non riporto per brevità, ma chi lo desidera troverà tutto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/10/iapige-fantomatico-progenitore-salentini/) Iapige come nome di un vento delle nostre parti (perciò il cavallo del Grandi, essendo veloce come il vento che l’ha generato, ne ha assunto il nome, ma anche come idronimo, sempre delle nostre parti e, infine, del mitico progenitore di noi salentini.

Traggo la prima conclusione:: mi pare che una sottile trama fatta di echi mitici e leggendari sottenda i passi riportati relativi ad Idume, come è da manuale nella letteratura barocca e, che, dunque, l’idronimo Idume sia un’invenzione del Grandi, cui non sarà stata estranea una sorta di rivalsa campanilistica nei confronti di leggende più antiche come quella di Taras mitico fondatore di Taranto,ma anche idronimo. Credo pure che costituiscano un riconoscimento di tale invenzione i numerosi componimenti che al poeta leccese furono dedicati da altri letterati, dei quali mi piace riportare una sorta di piccola antologia.

Probabilmente è anteriore alla morte del Grandi (se ne ignora la data precisa, come pure quella della nascita) il sonetto dedicatogli dal conterraneo Andrea Peschiulli (1601-1691) e inserito nell’opera di Ascanio dal titolo L’ecloghe simboliche, uscita per i tipi di Micheli a Lecce nel 1639.

Non da segni d’Egitto,o da l’argive/favole in Pindo altissime e famose, Ascanio i saggi simboli compose/del Salentino Idume in su le rive;/ma dall’une e dall’altre altere e dive/carte, ove in vario modo il ver s’espose, fe’ che gioconda all’ecloghe pietose/materia eccelsa a pro d’altrui derive./Né perché apprenda (e sia così gradito)/misteri occulti, incatenò Sileno,/da Bromio insieme e da Morfeo sopito./Ch’egli avvezzo a vagar su ‘l ciel sereno,/recò di là, tra gli angeli rapito,/gli arcani, onde il gran libro esce ripieno. 

Girolamo Cicala nella sua opera Cicada sive Carmina Hieronymi Cicadæ Sternatiæ domini, Micheli, Lecce, 1649 scelse dieci ottave per ciascuna opera dal Tancredi del Grandi, dalla Gerusalemme liberata del Tasso e dall’Orlando Furioso dell’Ariosto e le tradusse in esametri latini, dando il titolo di Parnassus, sive carminis certamen, Eridani, Sarni, et Idume, ex Italicis Areosti, Tassi, et Grandis. Come si vede dal titolo l’Idume è in buona compagnia: con l’Eridano, nome greco (Ἠριδανός) del Po e col Sarno, fiume della Campania.       

Una sorta di consacrazione definitiva della presunta invenzione dal Grandi sarebbero poi i sonetti usciti in Componimenti vari degli Accademici Speculatori di Lecce, s. n., s. l., 1777 (l’anno si deduce da Lecce, 11 gennaio 1777 in calce all’avviso al lettore; per chi è interessato alla lettura integrale o a scaricarlo: https://archive.org/details/bub_gb_0sE8OuEpwgkC).

p- 46

Del Canonico Tesoriere Federigo Aregliani

Lieti sciogliete, Avventurosi ingegni,/di vostre Cetre al suon canto più grato;/che ‘l gran Fernando a voi dà sèirto e fiato,/or che d’un sì bel dono vi fà già degni./D’empia sorte finiro i lunghi sdegni/contra il Salento, e ‘l rio tenor del fato./Oh! quai porge or a noi quel giglio aurato,/quai di lieta fortuna espressi segni!/Fama dunque immortal, d’invidia a scorno,/qui noi godremo: e d’alta gloria, oh quanto!,/il nostro Idume renderassi adorno./Ah! che fra noi del Secol d’oro il vanto/non mai tornò più bel, che in questo giorno;/non fu giorno per noi chiaro mai tanto? 

p. 48

Di Biagio Mangia Rettore nel Regal Convitto, e Censore dell’Accademia

Non fu cagion, che più a cantar ne impegni/di questa, ond’or sen vanno, oltra il costume./lieti e fastosi i più canori e degni/Cigni, che vanta il vago nostro Idume./Tua mercè, gran Fernando, i loro ingegni,/desti, e forniti di novelle piume/spiegano il volo a pià sublimi segni, dell’aureo tuo gran giglio al vivo lume./Né per le vie di Pindo, o d’Elicona,/ma là, battendo l’ali, ergonsi tanto,/ov’ha l’Eternità seggio e corona./Ivi per Te Fama immortale al canto/loro dà vita, e Te fregia e corona/o di qual dono!o di qual nobil vanto!  

p. 49

Dell’Avvocato Giuseppe Cosma

O di qual dono, o di qual nobil vanto/altera dell’Idume andrà la sponda!/Liete or suonin le cetre, e lieta al Canto/delle Messapie Muse eco risponda./Al fin disparve già quella, che tanto/noi coprì d’alto orror, notte profonda:/Questo Ciel, che già veste un nuovo ammanto,/luce, non vista più, fregia e circonda./Risorgon l’arti, e a richiamare in vita/i bei sopiti studi, ormai gl’ingegni/alto spiegano il vol per via non trita./Né fia, che qui l’ozio,e l’error più regni,/orchè d’un don, che al bene oprar ne ionvita,/Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni.  

p. 50

Del Canonico Pasquale Isacco

Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni/d’un Real guardo, che ad ogni alma infonde/rispettosa Letizia, e non isdegni,/che spunti il giglio tuo fra queste sponde./Se un dì vedrai l’Idume ai noti segni/fatto di se maggior, che avvolge l’onde,/e dandoti d’amor non dubbi pegni, cogli altri fiumi l’acque sue confonde:/se ondeggiar l’auree spighe, e i frutti agresti,/provvido Re, vedrai del fiume accanto,/e ‘l lieto agricoltor tra quelle, e questi,/la gloria è tua, Signor,tuo solo è il vanto;/giacché tra Regi Geni un don ci appresti;/tu nostra speme superando, ahi quanto!

p. 52

Di Vincenzo Pellegrino

Di nostre brame oltrepassasti i segni,/del gran Re dell’Iberia o Germe Augusto,/che di virtude e nobil gloria onusto,/reggi sull’Orme Patrie i Patri Regni./Qui dunque a gara i più famosi ingegni,/che divulghino i merti, egli è pur giusto,/di Te, che un giono al Trace, e al Moro adusto/romperai la baldanza, e i rei disegni./No! quel dì non è lunge: io già nel Fato,/d’un nuovo acceso non terreno Lume,/leggo, quanto al Tuo braccio è destnato./Scorta dunque il Sebeto, e ‘l nostro Idume,/fatto presago d’un tal dì beato,/or superbo e fastoso oltra il costume.

p.53

Del Padre Lettore Giuseppe Pazienza Celestino

oOr superbo e fastoso oltra il costume/alza dal letto suo l’algosa fronte,/con voci di gioia il nostro Idume/tutto fa risonare il piano, e ‘l monte./O qual risplende, ei grida, amico lume/d’alta pietà, che già ripara all’onte,/che ‘l tempo edace conveloci piume/recò a mie gloris sì famose e conte!/Fatto pietoso dei miei danni al fine/il Gran Fernando, omai porge ristoro/alle sofferte mie gravi ruine./Più non invidio, or che ‘l Gran Giglio d’oro/avvien, che alle mie sponde egli destine,/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro.

p. 54

Di Ferdinando Vizzi

All’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/faccian palesi con soavi accenti/d’Idume i Cigni, or che ci fè contenti/la Regal destra d’un sì bel tesoro./Quel Giglio, che temono il Trace, e ‘l Moro,/lo Scita, e l’audaci lontane Gent;,/quel, che decide de’ più dubbi eventi/del crudo Marte; quel Gran Giglio d’oro,/il Gran Fernando, nel cui cor risplende/della clemenza il più raggiante lume,(O eccelso amore!) in dono a noi giù rende./All’Arno, al Tebro, all’Istro, e al più gran fiume,/or che la gloria sua tant’alto ascende,/più non invidia il patrio nostro Idume.  

p. 55

Del Canonico Davide Calilli

Più non invidia il patrio nostro Idume/del ricco Gange le preziose sponde,/già che Fernando di pietade un lume/in lui benigno al fin oggi diffonde./Al pari egli or n’andrà dìogni gran fiume,/benché piccolo sia, povero d’onde;/gente, varia di loco, e di costume,/cercherà le sue rive or più feconde./Quanto finor soffrì dalla nemica/empia forte di oltraggio e di martoro,/tutta togliendo a lui la fama antica,/più non rammenta; che nel Giglio d’oro/gli rende già la Real destra amica,/quanto aver possa mai gloria e decoro.

p. 56

Di Giacinto Viva

Quant’aver posta mai gloria e decoro/l’Istro,il Tago, il Sebeto, il PO, l’Ibero,/tant’ei n’acquista il nostro Idume, al vero/splendor, che a lui comparte ilGiglio d’oro./Tu ne l’adorni, o Sire, e in bel lavoro/veggio i suoi cigni con amor sincero/tutti inchinarsi al Tuo gran Nome altero,/e deporre al tuo Piè cetre, ed alloro./Tali omaggi non fia, bon fia che sdegni/quella pietà, Signor, ch’hai per costume;/che del Tuo gran cor mostra espressi i segni./Con invidia così del nostro Idume/la forte ammirerà ne’ tuoi be’ Regni/il più vicino, e ‘l più remoto Fiume.

p. 57

Di Oronzio Saraceno

Il più vicino, e ‘l più remoto Fiume,/benché, ricco di gemme, o d’onde chiare,/s’alzi a far guerra, o a dat tributo al mare,/quanta invisia, Signor, porta all’Idume. Quanta a quel vivo e sì raggiante lume,/che in lui diffonde in nuove fogge e rare/l’aureo Tuo Giglio, ond’ei sì lieto appare,/e fastosos s’estolle oltra il costume./Quanta a quel, che s’ammira a lui d’intorno/d’avventurosi vati inclito coro,/che di fronde novelle ha il crine adorno;/poiché quant’ebber mai gloria, e decoro/e dell’Arno, e del Tebro i cigni un giorno,/tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro.

p. 58

Del Dottor Fisico Raffaele Manca

Tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro/marche d’onor, che da negletto e ignoto,/ch’era l’Idume, al Lido più remoto/andrà famoso dal Mar Indo al Moro./I suoi be’ Cigni di novello alloro/cingon la fronte; e già principio, e moto/danno a grand’opre, onde fia chiaro e noto/all’età che verranno, il nome loro;/Tu, Re Clemente, dall’eccelso Trono/di palme onusto, d’alta gloria, e vanto,/volgi un guardo benigno, ovè il tuo Dono./Mira Iapigia, e a lei rasciuga il pianto,/onde lieta poi sciolga in dolce suono/.  

p. 59

Magistrale di Niccola Paladini Consolo dell’Accademia

De’ Gigli d’oro alla bell’ombra il Canto/lieti sciogliete, avventurosi ingegni:/non fu giorno per noi chiaro mai tanto,/non fu cagion, che più a cantar ne impegni./O di qual dono, o di qual nobil vanto/Tu, gran Fernando, hai fatti noi più degni!/Tu nostra speme superando, ahi quanto!/di nostre brame oltrepassasti i segni./Or superbo e fastoso oltra il costume/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/più non invidia il Patrio Nostro Idume./Quant’aver possa mai gloria e decoro/il più vicino, e ‘l più remoto fiume,/tantìei n’avrà dai tuoi gran Gigli d’oro.

p. 80

Del Lettore Giuseppe Vecchione d’Asina Riformato

Colpa di rio destin! Sauallido e muto/era il Liceo, ove, d’invidia a scorno,/del patrio Idume ogni più dolce arguto/Cigno del canto suo diè prove un giorno./Né, che porgesse a sue ruine aiuto,/nume apparia dall’immortal soggiorno:/e nel Salento, in ozio vil perduto,/densa notte d’orror spargeasi intorno,Quando del gran Fernando il genio amico,/volgendo a lui pietosamente il ciglio,/l’alto sdegno frenò del Ciel nemico./Ond’or tornate dall’indegno esiglio/l’arti, e le scienze nel soggiorno antico/crescono all’ombra dell’aurato Giglio.

p. 86

Dell’Avvocato Andrea Luperto Ecloga pastorale (vv. 39-42)

E sotto stelle placide e tranquille/passerà nostra quercia, con l’Idume,/queste selve, quest’antri, e queste Ville.

p. 88

Di Gaetano Saraceno

O voi cigni canori del Salento,/al gran Fernando serti in questo giorno/lieti tessete; e al patrio Idume intornociascun festeggi/alla grand’opra intento./Perle, gemme, diaspri,oro ed argento/son vili a quella gloria, ond’egli è adorno./Di virtù regie splende il suo soggiorno,/il cui chiaro fulgor non fia mai spento./Or ch’ei propizio a noi già porge e dona/il sacro Fior, stemma di eccelsi eroi,/suoni la lode in questo dì felice./Ma di poggiar tant’alto a noi non lice:/più che di rai gli facciano corona/degli avi i fasti, e i chiari fregi suoi.

p. 91

Dell’Avvocato Salvadore Aregliano Prosegretario dell’Accademia

Nel ceruleo suo trono un dì sedea/il Dio, che tiene in sul del mar l’Impero;/e a fargli onor la Senna, il Pò, l’Ibero,/l’Istro, il Reno, il Tamigi il piè movea./L’Idume anch’esso il suo cammin volgea/nell’immenso Ocean pronto, e leggero,/e in arrivar d’ogni altro ei fu primiero/là ve’ Nettuno l’alta Reggia avea./Ma poiché giunti fur gli altri, l’Idume/quivi mirando, a lui ebbri di sdegna/disser, tu qui fra noi? tu ignobil fiume?/Non teme ei già, né di partir dà segno./Mirate, dice, del mio Giglio il lume; e dite poi, se qui di star sia degno.

p. 96

Michele De Marco Segretario dell’Accademia

Alza, o Idume, il tuo capo, e lieto mira,/Lecce festante in mezzo a’ sommi onori/carca di glorie eterne, e di splendori/e ‘l Giglio d’oro in mezzo a noi rimira./Dono è del gran Fernando, e ‘l dono ammira,/che la distingue entro del Regno, e fuori,/sopra quante mai fur Città maggiori,/o ch’altra mai a un tanto onore aspira./deh voi, Signor, che qui sedere intorno, concorrete con l’opre, e col consiglio,/a far felice più questo soggiorno./Dite al Sovran, che grati al suo bel Giglio/porgeremo noi divoti in ogni giorno/per tal gran Dio, pe’ i Genitori un Giglio.

Come dimenticare, poi, che nel 1813 la Carboneria leccese aveva ben sei vendite, tutte chiamate Idume? Ricordo ancora il toponimo viario Corte dell’Idume e riporto di seguito la relativa immagine.

Che l’idronimo risalga al XVII secolo o no, oggi l’Idume è il nome di un bacino in cui confluisce più di un immissario2, mentre  vivo è ancora il dibattito circa il passaggio del fiume sotto la città di Lecce prima di sfociare tra Torre Chianca e Torre Rinalda. Per alcuni ne sarebbe prova la piscina naturale sotterranea (di acqua non stagnante)  di Palazzo Adorno, a quanto pare vasca di abluzione rituale per comunità ebree, il che è stato connesso con alcune iscrizioni ebraiche presenti nei sotterranei dello stesso edificio.

Ritorna, così, lo spettro di Edom e chissà che la tecnologia già oggi non abbia gli strumenti per verificare se l’acqua di questa piscina giunga o meno fino al bacino dell’Idume …

Voglio congedarmi da chi ha avuto fino ad ora la pazienza di seguirmi con un gioco di parola. Se l’idronimo fosse stato Idrume, tutto sarebbe stato più chiaro. Non credo, però, che il Grandi avrebbe tollerato il fatto che, per via del suffisso (lo stesso di dolciume e, peggio ancora, di marciume), al fiume leccese fosse attribuita un’inferiorità rispetto all’otrantino Idro (dal greco ὕδωρ=acqua) …

__________

1 L’idronimo è assente anche nella Tabula Peutingeriana (redazione originale datata al IV secolo d. C.), in cui pure nella zonadi nostro interesse sono rappresentati due fiumi, l’uno, fl(umen) Pastium a sud di Brindisi, l’altro, senza alcun nome appunto, a sud di Lecce.

Nessun fiume appare, inoltre, nella carta, probabilmente del XVI secolo, della quale mi sono occupato, fra l’altro, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ e della quale riporto il tratto di costa che ci interessa, tra Torre Chianca (la Cianca nella carta) e Torre Rinalda (la Rinalda nella carta).

L’idronimo Idume, assente in tutta la cartografia successiva è presente in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del regno di Napoli, s. n., s. l., 1802, v. V, p. 142: IDUME, rivo perenne, il quale scorre tra Lecce e Brindisi, e va a scaricarsi nell’Adriatico.

2 Così Luigi Giuseppe De Simone in Lecce e i suoi monumenti descritti ed illustrati, Campanella, Lecce, 1874, v. I, p. 46: Idume. È un fiumicciattolo del quale non posso dar con precisione la origine, la foce, la lunghezza e la larghezza del corso, che è breve; si scarica nell’Adriatico. Gualtiero I di Brenna, conte di Lecce, sua moglie Albiria e  Re Tancredi assegnarono ai monaci dei SS. Nicolò e Cataldo alcuni redditi su questo fuiume; Ugo di Brenna, conte di Lecce, trovandoli troppo gravi per sé, che possedevalo, lo donò interamente a’ detti Monaci. Credo chequesto fiume sia stato il Theutra (vedi Corte del Sole). E a p. 250: … abbiamo presso Lecce il fiumicello Idume. Tra gli onomastici di Theutra e di Idume, il nostro fiumicello ebbe l’altro di Japyx, come abbiamo da Plinio e dalla Carta Petingeriana. Né poi farebbe meraviglia anche se oggi non più vi fosse un corso d’acque presso Lecce, nel quale ubicare l’antichissimo nostro Theutra; la geografia fisica ce ne ammaestra.

Così Cosimo De Giorgi in Descrizione geologica e idrografica della provincia di Lecce, Spacciante, Lecce, 1922, p. 151: In questa zona trovansi alcune sorgenti molto abbondanti presso la costa dell’Adriatico tra Torre Rinalda e Torre Chianca e la Grotta. Prendono nome di Acquadina e di Idume o Sagnia.

E Nicola Vacca in Curiosità storiche. Le fontane di Lecce, in Japigia, III, 1932, p. 177: Io, in verità, non giuro su nessuno e debbo confessare che scherzavo un poco sulla esistenza del fiume: la imprecisione e le vaghe notizie degli autori mi avevano reso scettico credendo che tutt’al più dovesse trattarsi di un corso temporaneo di acque, che ora c’è e ora non c’è. Nel maggio del 1931 io mi recai all’Idume e lo … ammirai dalla foce alle sorgenti, dalla cima di un’alta duna. Stabiliamo una volta per sempre l’ubicazione e le notizie che si riferiscono all’Idume. L’idume è precisamente situato tra le torri marittime Chianca e Rinalda sull’Adriatico. Dista da Lecce, via Giammatteo, km. 15 e, via S. Cataldo, km. 25. Il fiume è alimentato da una diecina di risorgenti, volgarmente dette aisi, disposte a guisa di triangolo, le cui acque, convogliandosi, percorrono circa 500 m. e sfociano nell’Adriatico. Ha la portata media di metri cubi 1300 al secondo ed il suo letto è largo, in media, dieci metri. Le sue sorgenti, il suo percorso, le sue foci sono graficamente descritti nella Carta topografica della Bonifica di S. Cataldo dell’Opera Nazioane Combattenti. E dopo tutte queste notizie fornitemi dai tecnici dell’Opera Nazionale sfido qualunque S. Tommaso a non credere all’… esistenza del fiume.  

La carta topografica di cui parla il Vacca dovrebbe (uso il condizionale perché non ho potuto consultare il testo, che, comunque, non dovrebbe contenere nulla d’interessante sull’idronimo, che è il tema centrale del mio interesse ) essere stata pubblicata recentemente in Michele Mainardi, Cantieri di bonifica. L’opera nazionale per i combattenti a San Cataldo e Porto Cesareo, Grifo, Lecce, 2017.

Spicilegium castaniense, una raccolta di saggi su Castellaneta

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Domenico L. Giacovelli, Spicilegium Castianense I

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 379-411

ITALIANO

Spicilegium castaniense è una raccolta di saggi su Castellaneta. In questo numero:

  1. L’altare della Trinità nella Cattedrale di Castellaneta è un vero gioiello architettonico e storico-artistico,la cui storia attende ancora di essere ben narrata, essendo fra i più antichi titula dedicationis conosciuti nella chiesa. Il saggio, avvalendosi anzitutto della ricerca archivistica, traccia l’evoluzione delle forme artistiche del monumento fino al presente, con alcuni riferimenti al ruolo avuto da quel beneficio all’interno della economia della cittadina del tempo.
  2. Il vescovo Fiodo, esponente della nobiltà napoletana legata alla corte aragonese di Re Ferrante I, giunge a Castellaneta nel 1513, dopo essere stato a capo della abazia benedettina di San Renato in Sorrento. Il saggio ricostruisce alcuni minimi tratti della sua esistenza e permette di conoscere il suo stemma episcopale, sinora sconosciuto in loco.

III. Una querelle sorta fra i due conventi francescani di Castellaneta ha ad oggetto una immagine di sant’Antonio da Padova ed il culto ad essa tributato. La lettura degli atti della causa, sunteggiati dalla raccolta del Bullarium dei Cappuccini permette, oltre che di venire a conoscenza della vicenda di sapore tutto localistico, di raccogliere ulteriori dati circa la storia cittadina di quel periodo.

 

ENGLISH

Spicilegium castaniense is a collection of essays on Castellaneta. In this number:

  1. The Trinity altar in the Castellaneta Cathedral is a very important architectural, historical and artistic object,whose history is not yet completely written, despite it has one of the oldest titula dedicationis in that church. The study, based on archival research, describes the evolution of artistic forms of the monument, with some references to the role of altar in the economy of the community.
  2. The Bishop Fiodo, a member of the Neapolitan nobility linked to the Aragonese court of King Ferdinand I, came to Castellaneta in 1513, after being at the head of the Benedictine Abbey of San Renato in Sorrento. This study reconstructs some minimum characteristics of his life and allows to know his unknown Episcopal coat of arms.

III. A controversy between the two Franciscan monasteries in Castellaneta concerns an image of St. Anthony of Padova and its cult. The reading of the documents about that controversy, coming from the collection of Capuchin Bullarium, allows not only to know the event, but also to collect more data about the city’s history from that period.

 

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Domenico L. Giacovelli, Castellaneta, Altare della Trinità, Marco Antonio Fiodo, Francescani

L’Università civica e lo stemma di Tricase

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

lo stemma di Tricase su una pianeta del XVI secolo

 

Salvatore Musio, L’Università civica e lo stemma di Tricase

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 413-418

 

ITALIANO

Il saggio ripercorre la storia di Tricase, dal tardo Medioevo fino alla metà del Novecento, focalizzando l’analisi sullo stemma civico. Dalla prima testimonianza ad oggi pervenuta e risalente al 1583, il simbolo comunale ha connotato monumenti, documenti, abiti sacri ed opere d’arte, evolvendosi nel corso dei secoli, pur mantenendo sostanzialmente intatto il proprio nucleo storico costituito dalle tre case.

 

ENGLISH

The essay concerns about the history of Tricase, from the late Middle ages until the mid-20th century focusing the analysis on the civic coat of arms. According to the first sources received to date and dated back to 1583 the Municipal symbol has been characterized by monuments, documents, holy dresses, works of art, evolving over the centuries while keeping intact its historical core that essentially consists of three houses.

 

Keyword

Salvatore Musio, Tricase, stemma civico

Otranto. La masseria Cippano e il suo stemma trafugato

di Marcello Gaballo

Chi ci segue ormai sa bene che è nostra prassi riprendere periodicamente dei post già pubblicati in questi sei anni, pubblicizzandoli attraverso i social. Così è stato anche per il bel contributo di Alice Russo apparso nel 2015:

che è stato riletto da tanti, tra cui anche Michele Bonfrate. E’ stato lui ad inviarci alcune foto del complesso masserizio fortificato ubicato in territorio di Otranto, sulla strada che conduce a Porto Badisco, ovvero la masseria Cippano, espropriata dalla Riforma Fondiaria alla famiglia dei De Marco di Casamassella.

Le foto che si ripropongono equivalgono ad importanti testimonianze, osservandosi in esse lo stemma che un tempo era collocato sulla caditoia corrispondente all’ingresso del piano superiore, trafugato da ignoti dopo il 1978.

Con precisione, come ci fa osservare Michele Bonfrate, che ringraziamo per la cortesia, si tratta di due foto del 1978-79 scattate dall’architetto Vincenzo Peluso che gliele fornì nel 2013.

 

La terza foto ritrae lo stemma oggi inesistente della masseria Cippano, pubblicata su Facebook dall’arch. Roberto Campa, di cui non si è potuto rintracciare l’autore nè risalire all’anno in cui fu eseguito lo scatto.

E’ grazie alle foto sopravvissute che ci è consentito di risalire ai proprietari che fecero incastonare nel parapetto della caditoia il signum proprietatis, ovvero lo stemma di famiglia. Si tratta di una ben definita testimonianza araldica racchiusa in uno scudo rotondeggiante ornato ai suoi bordi da elementi nastriformi accartocciati, quasi a richiamare un sole radiato. Nella parte superiore  è sormontato da un elmo con la sua visiera, anche questo lapideo e ben realizzato.

Nel centro dello scudo si osserva una mezzaluna (che in araldica si chiama “crescente”) disposta orizzontalmente e tre stelle di otto raggi, di cui due superiori ed una nella parte inferiore.

Gli elementi araldici rappresentati rimandano allo stemma della nobile ed antica famiglia otrantina De Marco, decorata del titolo baronale su diversi possedimenti di Terra d’Otranto, tra cui Casamassella, Giurdignano, San Cassiano, Vaste.

Lo stile del manufatto fa pensare ad un’epoca di realizzazione compresa tra il sec. XVII e XVIII, ma qui servono i documenti per confermare la proprietà dell’antico complesso, il cui nucleo originario è senz’altro precedente allo stemma che era qui presente.

Nella foto che segue si ritrae lo stemma di famiglia a Vaste, dal quale si evidenziano in maniera più chiara le diverse parti che lo caratterizzano

 

Dello stemma in verità conosciamo anche i colori che lo contraddistinguevano e il modo corretto di blasonarlo: d’azzurro al crescente montante d’argento e tre stelle dello stesso, due in capo ed una in punta.

In pratica, sullo sfondo azzurro vi erano la mezzaluna e le tre stelle di color argento. Solo per completezza occorre precisare che in alcune varianti dello stemma dei De Marco le tre stelle sono “comete”, come abbiamo potuto riscontrare a Presicce.

 

PROCUL OMNE VENENUM. Facebook (si fa per dire…) chiama, Fondazione Terra d’Otranto risponde (si fa per dire …)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo preliminarmente il campo da qualsiasi equivoco in cui il titolo, lì per lì, potrebbe far incorrere. Mark Zuckerberg non si è messo in contatto con questo blog per porgere anche ad esso le sue scuse per qualche trafugamento di suoi dati, come ha fatto da poco col Congresso americano, i cui cervelli (come quelli di qualsiasi altro organo governativo di rappresentanza avrebbero dovuto da tempo quanto meno sospettare l’inconveniente. Invece,come al solito, si tenterà di chiudere, magari maldestramente, la strada dopo che le vacche sono fuggite e sono state messe e vendute sul mercato …

Eppure, senza Facebook, quanto stiamo scrivendo non avrebbe avuto occasione o ragione di esistere, perché esso nasce da una semplice richiesta di aiuto che Mario Cazzato ha rivolto in un commento ad un suo recentissimo post apparso, sul suo profilo facebookiano, l’11 aprile u. s.

Tutto ciò spiega il primo si fa per dire … del titolo; per quanto riguarda il secondo, esso si riferisce ai magri risultati del nostro tentativo di risolvere il quesito che poneva e che può condensarsi nella lettura dell’immagine che segue.

Il lettore che abbia interesse troverà notizie sul contesto nel post prima ricordato.

Cominciamo dalla parte testuale.

Nel cartiglio superiore si legge  PROCUL OMNE VENENUM, la cui traduzione è Lontano (da noi) ogni veleno. Si direbbe il motto riportato a caratteri maiuscoli sulla lista accartocciata che sovrasta lo stemma nobiliare, che araldicamente è ineccepibile e completo nelle sue diverse parti: lo scudo a testa di cavallo, sulla cui immagine interna torneremo tra poco, l’elmo, il cimiero (in questo caso una testa di cavallo o di liocorno) e gli svolazzi. Il tutto egregiamente intagliato ed evidente realizzazione di esperte maestranze. L’unica perplessità è suscitata dalla collocazione del motto che generalmente si tende a posizionare in basso rispetto allo scudo.

Le indagini fatte, anche per il poco tempo ad esse dedicato, non hanno consentito di sapere a quale famiglia il motto appartenesse, ma solo di ricostruire, in qualche modo, la sua origine. I testi citati di seguito sono stati trascritti fedelmente, errori di stampa (o meno …) compresi. Sulla famiglia alla quale sarebbe da ascrivere lo stemma torneremo alla fine.

In Advento del P. Maurilio di S. Britio, Vigone, Milano, 1665 a p. 92 inizia una predica sulla concezione di Maria Vergine dal titolo Monte Olimpo o l’altezza di Maria sopra tutte le Creature. Al suo interno (p. 1069 si legge: “Che nella cima dell’Olimpo non vi siino animali nocivi, alcuni, (non sò se vera, ò favolosamente) l’affermano; ma dell’Olimpo della Vergine posso ben dire procul omne venenum, mercè che Iddio nell’sstante della sua Concettione gli diede in dote Caelum, una cum Paradiso, come attesta Epiffanio.”.

Il concetto e la locuzione sono ribaditi in Teatro morale di Giovanni Battista Bovio da Novara, Bernabò e Lazzarini, Roma, Roma, 1749, p. 20: “Egli è volgato quel detto dell’Olimpo, qual’è situato tra la Macedonia, e la Tessaglia, Nubes excedit Olimpus. Fu effigiato con altri monti più bassi, che gli formano intorno umile, ed ossequiosa corona, col motto Ultra omnes, affinchè s’intendesse, che non ha superiore, ne pari. Nella cima di lui non vi sono animali nocivi,onde porta nel capo il motto: Procul omne venenum.”

La locuzione stessa, però, appare come la riduzione di una più estesa e che costituisce il motto della marca tipografica di Girolamo Cartolari attivo a Roma dal 1543 al 1559. Ecco come appare (invertita) in una pubblicazione del 1546.

Intorno ad un liocorno impennato; con in alto sole, luna e stelle e sullo sfondo un paesaggio, si legge, procedendo per ogni sIngola parola da destra verso sinistra:

SINT PROCUL OBSCURAE TENEBRAE ET PROCUL OMNE VENENUM (Siano lontano le oscure tenebre e lontano ogni veleno).

È un esametro, come appare evidente dalla scansione (in rosso la fine di ogni piede (I) e la cesura (II).

La èrima parte sembra riecheggiare un esametro di Tommaso di Kempes (1380 circa-1471), De imitatione Christi, XXI, 61: Sint procul invisae tardis de nubibus umbrae (Stiano lontano le odiate ombre che scendono dalle lente nuvole).

Difficile dire se ci sia un collegamento tra questo imotto  e il liocorno da una parte e, dall’altra, la sua presenza parziale e quello che si direbbe una viverna, cioè un drago con due zampe d’aquila, ali e, all’estremità della coda di serpente, un pungiglione in grado di iniettare, secondo la leggenda, un veleno mortale o, nel migliore dei casi, paralizzante. Se è così, all’immagine andrebbe attribuita una valenza apotropaica o scaramantica, anche se il motto ben si sarebbe adattato pure se il mostro fosse stato un generico drago, simbolo di vigilanza e protezione.

Chiudiamo con la trascrizione e traduzione dell’epigrafe sottostante.

LUCIAE BONATAE FOROIULIENSIS/ALOISII FIDELIS E MEDIOLANENSI NOBILITATE/OLIM CONIUGIS SACELLUM HOC AERE EX/CITATUM ET S(ANCTO) IO(ANNI) BAPTISTAE DICATUM/DIRUTUMQUE POSTEA AB EADEM FIDELI FAMI/LIA RESTITUTUM COENOBITARUMQUE DILI/GENTIA EXORNATUM UT PIO POSITUM/EST ANIMO ITA GRATO ADVERSUS VIRTUTE MULIEREM INSTAURATUM EST

Questa cappella di Lucia Bonati friulana1, già moglie di Luigi Fedele2, di milanese nobiltà, danneggiata da eventi atmosferici e dedicata a S. Giovanni Battista e andata in rovina, dalla medesima famiglia Fedele poi ricostruita e decorata  a cura dei cenobiti, come fu con pio animo costruita così  con (animo) grato nei confronti di una donna di virtù fu dedicata.

Sulla famiglia Bonati abbiamo trovato quanto segue. Esso è poco, ma ne confermerebbe, almeno l’origine lombarda.

Giovanni Battista Pacichelli in Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino e Mutio, Napoli, 1703, p. 254 registra i Bonati fra le famiglie nobili di Milano, a p. 262 tra quelle di Orvieto

‘Vincenzo Lancetti in Biografia cremonese, Tipografia di Commercio al boschetto al commercio, Milano, 1820,, v. II, pp. 391-392, scrive:

“BONATI Traco, ed Albino, chiari nella storia di Crema del duodecimo secolo. Nell’assedio che Federico I pose a quel castello l’anno 1559, avvenne che i Cremaschi, presa di mira co’ loro mangani, un’alta macchina che secondo l’uso di quei tempi aveva fatto costruire per approcciare il castello, e non sapendo l’Imperatore come far cessare la tempesta di que’ massi, ordinò che parecchi prigionieri Cremaschi venissero alla macchina legati, acciò il timor di uccidere i loro parenti rallentasse la furia degli assediati. Ma in essi la carità della patria ad ogni altri riguardo prevalse, così che ove de’ loro rimasero uccisi, tra i quali fu il povero Tacco. Ridotte però le cose all’estremo, e convenendo trattare una capitolazione, la quale venne stipulata il giorno 25 di gennaio dell’anno 1160, ALBINO de’BONATI fu uno de’ due Comaschi, che il Consiglio elesse a parlamentare. Così il Fino nel primo libro della sua Storia,  i quale anche nell’atto di investitura della sovranità accordata al Benzoni nel 1403 offre un ZANINUS DE BONADIE Ttra gli accettanti. Egli è quindi probabile che da questa famiglia Cremasca sia discesa la linea tuttor fiorente de’ BONATI di Cremona; de’ quali (per non parlar dei viventi) nessun altro so ricordare che il prete ANTONIO morto nel 1718, di cui dà notizia l’iscrizione che Vaivani riporta al n. 438.”.

Ci rendiamo perfettamente conto che, anziché rispondere compiutamente alla domanda principale, di averne suscitate altre, e non poche; ma per questa colpa (se di colpa si tratta …)  il lettore se la prenda, eventualmente, con Mario Cazzato e, ancor prima, con Facebook …

__________

1 Anticamente Forum Iulii (mercato di Giulio Cesare) era l’attuale Cividale; poi il nome derivato, Friuli, pasò ad indicare l’intera regione. Appare perciò errata la traduzione da Forlì che si legge in http://www.artefede.org/public/ArteFede/santacroce_apparato1.html; Il nome omano di Forlì era Forum Livii, la cui forma aggettivale sarebbe stata, nell’iscrizione, FOROLIVIENSIS.

2 Così in Giulio Cesare Infantino, Lecce Sacra, Micheli, Lecce, 1634, p. 120:”Vi è ancora dentro la medesima Chiesa [S. Croce] una Cappella della famiglia Fedele, ove si vede una bella dipintura in tela di San Giovanni Battista: opera di Girolamo Imperato Napolitano.”.

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (4/4)

di Armando Polito

Dopo aver documentato il pregio della nostra cinquecentina sotto l’aspetto tipografico, non posso non parlare, sia pur brevemente, di uno ancor più profondo. Qualcuno sarà legittimato ad accusarmi di campanilismo, a patto che dimostri la manipolazione, l’enfatizzazione o, addirittura, l’invenzione dei dati che sto per fornire.

Il Breviatium liciense appartiene ad un filone molto prolifico riguardando uno strumento di lavoro, se così, da laico, posso dire, fondamentale in campo religioso. Breviari manoscritti per i vari ordini religiosi apparvero verso la fine dell’XI secolo ma nemmeno il Concilio di Trento, chiusosi nel 1563, fece in tempo a conferirgli uniformità e vincolante validità per tutta la Chiesa. Cinque anni dopo pubblicò il breviario Piano improntato all’equilibrio tra le esigenze critiche e quelle conservatrici. I papi che gli succedettero intervennero pià volte e ne sono prova le pubblicazioni recanti il titolo di Breviarium Romanum, quaai a sottolineare il ruolo centrale anche in questo campo della Chiesa di Roma e la fine di quello che poteva essere definito un fai da te. Il Breviarium Liciense si colloca, dunque, proprio nella temperie spirituale degli anni precedenti il Concilio di Trento, definibile, con termine piuttosto forte, piuttosto forte, anarchica. E se delineare il quadro preciso per i breviari manoscritti non è agevole per motivi facilmente comprensibili, il compito risulta più facile per quelli a stampa. Così la frammentazione di cui si parlava prima risulta evidente solo passando in rassegna alcuni titoli (per quelli per i quali non compare la data sul frontespizio riprodurrò anche il colophon).

Breviarium Capuanum, Preller, Capua, 1489

L’esemplare custodito nella Biblioteca nazionale di Francia è purtroppo mutilo non solo del frontespizio, al cui posto compare quanto di seguito riprodotto, ma di parecchie pagine, compresa quella finale, in cui doveva esserci il colophon. Il testo di quest’ultimo, tuttavia, non doveva essere dissimile da quello di un esemplare schedato (senza indicazione del luogo di custodia) in  http://db.histantartsi.eu/web/rest/Libro/6: Explicitum est opus quod vulgo breviarium appellatur iussu Iordani Gaytani Archiepiscopi Capuani et Patriarche Antiocheni summa cura ac diligentia recognitum, solertique industria impressum Capue per Cristannum Preller almanum Anno salutis MCCCCLXXXIX die X Marti (È terminata l’opera che comunemente è detta breviario per ordine di Giordano Caetani arcivescovo di Capua e patriarca di Antiochia, emendato con somma diligenza e stampato con arte esperta a Capua dal tedesco Cristiano Peller nell’anno di salvezza 1489 il 10 marzo).

 

Breviarium Augustense, Pietro Liechtenstein, Venezia, 1513

 

Breviarium chorum alme ecclesie Pataviensis, Pietro Liechtenstein, Venezia, 1515

  

Pars Hyemalis Breviarii Ratisponensis, s. n., Augusta, 1515

 

Breviarium Brixinense, s. n., Venezia,1516

 

Breviarium Frisingense, Pietro Liechtenstein, Venezia. 1516

  

Breviarium reverendorum patrum ordinis Benedicti de observantia per Germaniam, Colino, Colonia, 1561

  

Ho riportato solo alcuni frontespizi di breviari cronologicamente comparabili con il nostro. L’indagine, però, ne ha passati in rassegna a centinaia e il dato incontrovertibile emerso è che sono estremamente rari i breviari, per così dire, cittadini. Per l’Italia ho reperito solo l’incunabolo capuano e la cinquecentina  patavina, il che rende particolarmente preziosa quella leccese per la cultura di tutto il Salento, senza contare la veduta di Lecce che, per procurarmi qualche lettore in più, ho voluto privilegiare nel titolo …

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/        

 

Antonio Mingolla, tra sguardi, corporeità e leggerezza

Antonio Mingolla, Equilibrio

 

di Alessio Palumbo

 

Trattandosi della prima intervista per il sito della Fondazione Terra d’Otranto, le chiediamo di presentarsi ai nostri lettori. Ci dia qualche nota biografica, ma soprattutto ci parli del suo percorso artistico.

Sono nato a Brindisi il 10 marzo 1983 ed ho studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce; appassionato cultore della nostra storia, sono stato co-fondatore del Gruppo Archeo Brindisi, collaborando a numerosi progetti per lo studio e la salvaguardia del patrimonio storico ed artistico della mia città e del suo territorio.

Nonostante la giovane età, ho già nel mio pregresso numerose mostre personali e diverse collettive d’arte. Oggi vivo in Veneto e insegno discipline pittoriche in un istituto superiore.

Per ciò che attiene il mio percorso artistico, in un primo periodo ho realizzato soprattutto architetture dipinte e paesaggi urbani tutti molto dettagliati. Tanto rigore e precisione geometrica, che sembrava sottintendere tranquillità, poneva in risalto l’inconsapevole assenza della figura umana.

Durante il soggiorno a Venezia, bellissima città che mi ha fortemente segnato nel carattere e nelle vedute personali, ho avviato una sorta di seconda fase: ho rivisto e maturato diverse tecniche, concentrandomi sulle figure e particolarmente sui volti e sul fisico, sforzandomi di cogliere ed evidenziare la differenza tra la corporeità dell’uomo e la leggerezza della sua psiche.

Il risultato di tale percorso sono state le varie mostre tenute in numerose città come Lecce, Milano, Pechino e, ultima in ordine di tempo, Venezia, presso la Carriòn Gallery.

paesaggio architettonico

 

Ritratto

 

studio per un personaggio del fumetto. Olio su carta

 

senza tempo. olio e foglia oro su tela.

 

Soffermiamoci per un momento sulla produzione artistica. La prima impressione che si ha osservando le sue opere è quella di trovarsi di fronte ad un affascinante gioco temporale: soggetti appartenenti al passato, volti e corpi da arte classica, rinascimentale o barocca, ma con tracce di attualità

Tecnicamente mi ritengo legato al passato, ma le tematiche, i corpi e gli sguardi sono decisamente attuali, anche perché sono ispirato dalle persone che incontro casualmente o volutamente. Mi sforzo di ritrarre il loro pensiero, tentando di fermare il loro inconscio che cerco di percepire dallo sguardo e dalla mimica facciale, tendendo ad un surrealismo che è slegato dagli schemi classici. Magari poi gioco con i sentimenti percepiti, specie se il soggetto ed il suo sguardo lo consentono, altalenando tra la sua fisicità, che carico di pensieri, il tempo e lo spazio, evidenziando contrapposizioni e ambivalenze e soprattutto la malinconia e la gioia.

Il rapporto tra peso e leggerezza è un altro tema da me molto avvertito da quando sono a Venezia, città lagunare caratterizzata dalla mole dei suoi palazzi sontuosi che apparentemente galleggiano sull’acqua: un’eccezionale metafora della fragilità umana impostata su apparenze spesso inconsistenti se non vane.

Tobiolo, olio su tela.

 

Tritone, olio e foglia oro

 

Veniamo ora ai soggetti delle sue ultimissime opere, ossia i dogi veneziani. I motivi di questa scelta? Un omaggio alla “patria d’elezione”?

Una bella prova, che è felicemente capitata nel mio percorso artistico. I ritratti dei dogi mi sono stati commissionati dall’hotel Antico Doge di Venezia, grazie alla segnalazione loro pervenuta dalla professoressa dell’Accademia di Belle Arti Francesca di Gioia, cui va la mia gratitudine e riconoscenza.

Pur se dura prova, ho subito accolto la proposta con entusiasmo, dando inizio ad una quadreria di ritratti di alcuni dogi della Serenissima. Ovviamente la rassegna è parziale, vista la lunga serie dei celebri personaggi.

A conferma di quanto le ho detto, gli sguardi sono il punto di forza dei personaggi ritratti, per ognuno dei quali ho voluto ricercare una interazione con chi li osserva, che non è più semplice spettatore ma protagonista anch’egli. Tenga presente che per alcuni dogi ritratti sono ricorso a modelli reali, i cui nomi ovviamente qui non rivelerò; sono tuttavia certo che essi vi si riconosceranno, magari ricusando quelle tinteggiature rosseggianti che ho pastellato intorno ai loro volti, per astrarli dalla contemporaneità e per conferire loro la sacralità che conviene ad eterni personaggi che hanno scritto la storia della Serenissima.

Pur nelle loro pose ieratiche, consapevoli del ruolo importante ricoperto, paludati negli sfarzosi abiti del tempo in cui vissero, ecco che attraverso gli occhi si rivelano comuni mortali, magari fragili, malinconici, paurosi. Buona parte dei soggetti da me ritratti, come può notare, li ho voluti raffigurare in età giovanile, racchiudendo in ognuno di essi l’inconsapevolezza ed il mistero della vita che sta loro davanti, con le sue mille sorprese, belle o brutte che siano, ma comunque meritevole di essere vissuta.

Il ritratto del Doge Ottone Orseolo, olio su tela.

 

Ritratto del Doge Pietro Candiano, olio su tela.

 

Alla base di questa eccezionale abilità realizzativa c’è, presumibilmente, l’esempio e l’insegnamento dei grandi “maestri”. C’è qualche pittore al quale fa uno speciale riferimento?

Non ho una particolare predilezione per un pittore, ma tecnicamente mi sono ispirato a quelli del passato a me tanto cari e che ho particolarmente studiato e continuo ad osservare. Dei nomi? Tiziano, Tintoretto, Jacopo Palma il Giovane, Caravaggio, etc.

 

Un’ultima domanda a chiusura di questo nostro primo incontro: ha già pensato alla prossima fase della sua vita artistica?

Vivo al presente, giorno per giorno cercando di migliorarmi sempre più e mi auguro che le mie opere arrivino nel cuore di chi le osserva.

 

bozza per un dipinto sulla tauromachia.

I frantoi e i luoghi dell’olio a Spongano

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

trappitu ipogeo “maniju”, Spongano, via S. Leonardo

 

G. Corvaglia, B. Pedone, R.C. Rizzo, G. Tarantino, I frantoi e i luoghi dell’olio a Spongano

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 369-377

 

ITALIANO

Questo studio, frutto di un’approfondita ricerca su fonti scritte e testimonianze orali, analizza la centralità dell’olio e dei suoi derivati nella storia di una piccola comunità del basso Salento, quella di Spongano. Partendo dalle prime testimonianze cinquecentesche, passando attraverso i catasti di fine Seicento e del Settecento e approdando infine al Novecento con le memorie degli ultimi frantoiani ancora in vita, gli autori esaminano le influenze, non solo economiche, ma anche culturali e sociali, avute sulla comunità sponganese dai frantoi e più in generale dalle molteplici attività legate all’olio e agli altri prodotti della molitura.

 

ENGLISH

This study, fruit of a close examination on written sources and oral testimonies, analyses the centrality of the olive oil and its by-products in the history of Spongano, a small community in the south of Salento. Beginning from the first sixteenth-century testimonies going through the end of the seventeenth century and the eighteenth century and coming finally to thetwentieth century with the last living oil pressers’ memories, the authors examine not only the economic, but also the cultural and social influences made on the Spongano community by the oil-presses and by the numerous activities connected with the oil and the other oil-press’s products.

 

Keyword

Giuseppe Corvaglia, Bruno Pedone, Rocco C. Rizzo, Giorgio Tarantino, Spongano, frantoi, olio

La cartapesta leccese. Il Crocifisso del gruppo dei Misteri di Latiano

ph Vincenzo D’Oria

 

di Domenico Ble

Il Crocifisso in cartapesta, conservato a Latiano, all’interno della cappella dei Misteri, nella chiesa di Sant’Antonio, secondo quanto riportato nel Vol. III, Beni Culturali di Latiano, è opera di Eugenio Maccagnani [1].

Lo scultore ha rappresentato Gesù in croce privo di vita; la drammaticità del momento è evidenziata dal capo chinato verso il basso, dalla presenza della ferita sul costato e dalle braccia tese per il peso del corpo esangue, che si inarca nella caduta.

Il maestro ha lavorato minuziosamente nella resa dei particolari, fra cui in particolare la raffigurazione delle ferite inferte dagli aguzzini sul corpo straziato, grondante sangue, la corona di spine, la barba, i capelli, il panneggio del perizoma.

La tragicità del supplizio è esaltata dalla mirabile anatomia umana, particolarmente riuscita in alcuni particolari corporei come le costole che si intravedono e la muscolatura ben equilibrata e proporzionata.

Rispetto alle altre statue facenti parte del gruppo scultoreo dei Misteri, il Crocifisso ha una fattura stilistica differente e di grande pregio, anche perché attraverso le forme, le quali sono ben calibrate, si riesce a percepire ed a sentire il dramma epocale. La si può far rientrare tra la pregiata produzione scultorea in cartapesta salentina del XIX e XX secolo.

L’opera fu aggiunta ai restanti manufatti probabilmente nello stesso periodo in cui furono realizzate quelle raffiguranti Gesù nel Getsemani, il Cristo alla colonna, l’Ecce Homo e la Vergine Addolorata, anche queste in cartapesta, ma di fattura evidentemente inferiore.

Non sembri superfluo ricordare come la produzione in cartapesta conobbe l’inizio del successo già a partire dal XVIII secolo, e particolarmente con Mauro Manieri, celebre architetto della stagione del “barocco leccese”, cui sono attribuiti un S. Pasquale Baylon a Gallipoli, un S. Nicola da Tolentino a Manduria, il gruppo conservato al Museo Castromendiano di Lecce raffigurante S. Elisabetta, la Beata Michelina e S. Ludovico da Tolosa [2]. Il successo della tecnica, era racchiuso anche nel non eccessivo costo, rispetto alle contemporanee sculture in legno o marmo, le opere in cartapesta erano inferiori di costo, ma con un grande pregio artistico.

Il vero apice di tale arte giunse nel XIX secolo. L’apprezzamento sempre più crescente, la nascita di numerose botteghe a Lecce e in tutto il Salento, fecero della cartapesta un’arte ben consolidata, che continuò fino a buona parte del XX secolo. In questo panorama di grande fervore artistico ritroviamo la famiglia dei Maccagnani, in particolare Antonio e il nipote Eugenio, due figure di grande rilievo, distanti anagraficamente l’una dall’altra.

Antonio, la cui produzione fu molto apprezzata,  nacque nel 1807 e apprese l’arte della cartapesta presso la bottega di Pietro Sorgente [3]. Eugenio nacque nel 1852 ed ebbe la prima formazione presso la bottega dello zio paterno Antonio, rispetto al quale la fortuna artistica fu maggiore, tanto da avere notorietà a livello nazionale ed internazionale, grazie anche al curriculum di tutto rispetto. Partì come cartapestaio, ma divenne abile e celebre come scultore del marmo.

Si perfezionò a Roma, presso l’Accademia di S. Luca, nel 1878 partecipò con sue opere all’Esposizione universale di Parigi, nel 1880 all’Esposizione nazionale di Torino, nel 1883 all’Esposizione internazionale di Roma; nel 1884, sempre a Roma, lavorò al Vittoriano.

Numerosi sono anche i suoi monumenti pubblici, fra cui il celebre Monumento equestre a Giuseppe Garibaldi e il busto di Vittorio Emanuele III per la Camera dei Deputati, oltre a vari monumenti funerari e opere a tematica sacra [4].

 

[1] Beni Culturali di Latiano. Le chiese e il patrimonio sacro. Vol. III, 1993, Biblioteca Comunale di Latiano, p. 176;

[2] G. DE SIMONE, Tesori di carta. Le raffigurazioni sacre in cartapesta nelle chiese antiche di Lecce, Edizioni del Grifo, Lecce, 2002, p. 16;

[3] G. DE SIMONE, 2002, p. 144;

[4] A. IMBELLONE, Maccagnani Eugenio in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 66, 2006, p.

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (3/4)

di Armando Polito

Bisogna riconoscere che ne valse la pena perché la nostra cinquecentina si colloca certamente al vertice della produzione editoriale dell’epoca in virtù della composizione, dell’apparato di tavole su cui mi sono soffermato, delle numerose immagini minori frammiste al testo e imitanti le miniature.

E i tipografi, infatti, non erano certo degli sconosciuti o alle prime armi, ma tra i più noti ed attivi a Venezia nella prima metà del XVI secolo: i fratelli Giovanni Antonio, Stefano e Pietro  De Sabbio (Il loro cognome era Nicolini, Sabbio Chiese, in provincia di Brescia,  il luogo d’origine).

Sotto i loro tipi passarono edizioni scarne e spartane, come altre molto raffinate, il che s’intuisce legato alla capacità economica del committente. Lo documento con la serie di frontespizi (ognuno col suo colophon) che seguono e che scandiscono pure, con il cambiare della marca editoriale, le tappe dell’attività dei fratelli tipografi.

Francesco Lucio Durantino, De optima reipublicae gubernatione, 1522

Una salamandra attorcigliata al fusto di un cavolo (alla base si legge BRASICA; brassica è il nome latino del cavolo, quello scientico brassica oleracea). Nel cartiglio avvolto anch’esso al fusto si legge IO(ANNES) ANT(ONIUS) ET FRATRES DE SABIO. La stessa marca, ma senza il cartiglio, ricorre in un volume del 1531 che sarà presentato più avanti.

Comedia chiamata Floriana, 1523

 

Aristotele, Περὶ ζώων γενέσεως, 1526

 

Dioscoride Pedanio, De medicinali materia, 1527

Federico Crisogono, De modo collegiandi, pronosticandi et curandi febres, necnon De humana felicitate, ac denique De fluxu et refluxu maris lucubrationes nuperrime in lucem edite, 1528

S. Bonaventura da Bagnorea, Stimulo de amore, 1531

Pietro Barozzi, De modo bene moriendi, 1531

Si ripete, ma senza il cartiglio, la stessa marca del volume del 1522.

Iacopo Sadoleto, De liberis recte instituendis, 1533

Bartolomeo Ricci, Apparatus latinae locutionis ex M.T. Cicerone, Caesare, Sallustio, Terentio, Plauto, ad Herennium, Asconio, Celso, ac De re rustica, 1533

Bartolomeo Spina, Regola del felice vivere de li Christiani del stato secolare …, 1533

Jean de Campen, Commentariolus in duas quidem D. Pauli, sed argumenti eiusdem, epistolas, alteram ad Romanos, alteram ad Galatas, 1534

Antonio Maria da Siena, Cieco errore, 1539

Leonardo Tuchs, Methodus seu ratio compendiaria, 1543

Ortensio Landi, Ragionamenti familiari di diversi autori, non meno dotti, che faceti, All’insegna del pozzo, 1550

 

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

Il santuario di Santa Marina a Ruggiano

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Luciano Antonazzo, Per la storia del santuario di Santa Marina a Ruggiano

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 345-367

 

 

ITALIANO

Sorto presumibilmente in età medievale nella piccola frazione di Salve denominata Ruggiano, il santuario di Santa Marina divenne in età moderna meta di consistenti pellegrinaggi, soprattutto grazie alle virtù miracolose per la cura del cosiddetto «male d’arcu» attribuite alla santa. In questo saggio, lo studio dei diversi interventi di restauro, ampliamento e ristrutturazione susseguitisi nei secoli, diventa l’occasione per un dettagliato excursus su un’interessante vicenda processuale che vide coinvolti, tra il 1738 ed il 1747, l’allora vescovo della diocesi di Ugento, mons. Arcangelo Maria Ciccarelli e l’arciprete Teodoro Fenizzi, da più parti accusato di lucrare sulle ricche elemosine destinate dai fedeli al santuario.

 

ENGLISH

Risen presumably in the medieval age in the little hamlet of Salve, named Ruggiano, the sanctuary of Santa Marina, became in the modern age, the goal of considerable pilgrimages, chiefly thanks to the miraculous virtues ascribed to the saint, for the cure of the so-called «male d’arcu». In this essay, the study of the many restoration repairs, extension and reorganization that ensued in the centuries, becomes the occasion for a detailed excursus about an important trial event that saw involved between 1738 and 1747, at that time the diocesan bishop of Ugento, mons. Arcangelo Maria Ciccarelli and the archpriest Teodoro Fersini, accused from all sides of gain on the rich alms assigned to the sanctuary by the believers.

 

Keyword

Luciano Antonazzo, Salve, Ruggiano, Santa Marina, male d’arcu

Le pergamene ritrovate. San Pietro in Bevagna in tre documenti di età normanna

di Nicola Morrone

 

Da tempo ci dedichiamo allo studio delle vicende storiche riguardanti la chiesa di San Pietro in Bevagna, presso Manduria (TA). Le nostre ricerche, iniziate nel 2003, hanno avuto come finalità immediata la stesura di una tesi di laurea sull’argomento, discussa nel 2005. Esse sono poi proseguite per tutto il quindicennio successivo, concretizzandosi in una serie di contributi pubblicati su varie riviste di storia locale.

Di recente, abbiamo avuto la fortuna di rinvenire le copie fotografiche di tre importanti documenti medievali riguardanti la chiesa, dei quali pareva non essere rimasta traccia.

Si tratta di tre documenti di età normanna (secc. XI-XII), regolarmente citati, e talora anche trascritti, dagli storici (non solo locali) che si sono occupati dell’argomento, anche in tempi recenti[1].

Non ricostruiremo in questa sede la storia della chiesa di San Pietro in Bevagna, già tracciata, nelle linee essenziali, da vari studiosi (anche se, soprattutto in relazione all’età medievale e moderna, sono ancora da compiere organiche ricerche d’archivio). Ci occuperemo invece di approfondire la “storia” di queste pergamene, scandita da poche, ma significative vicende.

 

Una storia travagliata

I documenti di cui trattasi fanno riferimento alla donazione, da parte del duca Ruggero Borsa (1060-1111) di alcune chiese con le relative pertinenze, al monastero benedettino di San Lorenzo di Aversa (CE). Tra le chiese donate al cenobio aversano, compare anche quella di San Pietro in Bevagna, con il vicino casale di Felline. Tale donazione fu formalizzata nel 1092 , e poi confermata nel 1102.

Tali vicende sono testimoniate da tre atti, cioè due del 1092 (donazione) e uno del 1102 (conferma). Lasciamo ai paleografi e ai diplomatisti lo studio dettagliato delle riproduzioni fotografiche (due delle quali, purtroppo, leggibili con difficoltà). Ci limitiamo a ribadire che si tratta di documenti fondamentali per comprendere la storia della chiesa di San Pietro in Bevagna, poiché fanno riferimento ad un momento decisivo: quello dell’ingresso della chiesa e delle sue pertinenze nell’orbita benedettina.

Le tre pergamene ebbero verosimilmente la loro primitiva collocazione nell’archivio (tabularium) del monastero di San Lorenzo di Aversa, cioè dell’ente cui il duca normanno aveva donato i beni[2]. I monaci dovettero conservare con cura gli atti, poiché essi attestavano i relativi diritti di possesso, fino a tutto il sec. XVIII.

Chiesa di San Lorenzo di Aversa.Leone stiloforo (sec. XI) (ph. Nicola Morrone)

 

All’inizio del sec. XIX, il monastero aversano, al pari di tante altre fondazione benedettine possidenti, fu soppresso dai napoleonidi[3]. Come logica conseguenza dei provvedimenti soppressivi, lo Stato acquisì i fabbricati , le proprietà fondiarie e i beni mobili delle case monastiche, sottraendo dalla confisca esclusivamente gli edifici sacri e la suppellettile strettamente indispensabile al culto.

Tra i beni confiscati vi furono i patrimoni archivistici delle case religiose, di cui era spesso parte integrante, per i monasteri di più antica fondazione, il fondo pergamenaceo. Così, anche le pergamene del soppresso monastero di San Lorenzo d’Aversa entrarono nella disponibilità dello Stato, che decise poi di farle confluire, insieme ad un’enorme quantità di documenti consimili, in un apposito fondo del neonato Archivio Generale del Regno di Napoli [4].

Il testo delle membrane fu in seguito trascritto e pubblicato da un gruppo di archivisti napoletani in un’opera di fondamentale importanza, cioè i Regii Neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata[5] (RNAM).

Da quest’opera gli eruditi ricavarono dati di estremo interesse per la ricostruzione della storia dei monasteri dell’Italia Meridionale. Le pergamene originali, trascritte e pubblicate nei RNAM, rimasero depositate nell’Archivio Generale del Regno fino al 1943, quando vennero materialmente distrutte in seguito all’incendio appiccato al deposito archivistico di San Paolo Belsito (NA) dalle truppe tedesche in ritirata. Si persero così per sempre le pergamene dei monasteri soppressi dell’Italia Meridionale, tra le quali, naturalmente, anche i tre documenti oggetto del nostro studio, riguardanti la chiesa di San Pietro in Bevagna.

Fortunatamente, nel 1905 lo studioso tedesco Richard Salomon, nell’ambito delle ricerche per la stesura della sua tesi di dottorato (poi pubblicata[6]) aveva personalmente acquisito copia fotografica degli originali di varie pergamene di età normanna, conservandone in questo modo traccia concreta. Lo studioso conferì poi le riproduzioni all’ Istituto storico Germanico di Roma, presso cui le stesse sono ancora consultabili.[7]

Monastero di San Lorenzo di Aversa (ph Nicola Morrone)

 

I documenti

Come già precisato,due delle tre fotografie da noi rinvenute presso l’Archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma fanno riferimento all’atto di donazione della chiesa di San Pietro in Bevagna (e di varie altre chiese con le loro pertinenze) al Monastero di San Lorenzo di Aversa, da parte del duca Ruggero Borsa. Orbene, le due fotografie fanno riferimento ad uno stesso atto (del 1092), di cui furono evidentemente realizzati almeno due esemplari, uno ufficiale provvisto di sigillo (poi rimosso) ed una copia , sprovvista di sigillo.

La terza foto fa invece riferimento all’atto del 1102 , con cui lo stesso duca Ruggero Borsa conferma al Monastero di San Lorenzo di Aversa le proprietà precedentemente donate. Naturalmente, non ci spingiamo oltre nella descrizione dei documenti, il cui esame, a partire dalle riproduzioni fotografiche, spetta appunto a paleografi e diplomatisti, restando in attesa della loro edizione[8].

 

La pergamena del 1102

Con tale atto, il duca Ruggero Borsa conferma al monastero di San Lorenzo di Aversa il possesso di alcune chiese con beni stabili . Tra queste, anche la chiesa di San Pietro in Bevagna, con il casale di Felline[9].

Copia della pergamena
(© Istituto Storico Germanico in Roma. Riproduzione vietata)

 

rigo 6 della predetta pergamena: “et sanctum petrum de babagnia”
(© Istituto Storico Germanico in Roma. Riproduzione vietata)

 

 

Conclusioni

La storia della chiesa di San Pietro in Bevagna, che già conosciamo nelle linee principali, va ulteriormente approfondita con puntuali ricerche d’archivio, che possano fare luce, oltre che sugli avvenimenti d’età altomedievale (per la conoscenza dei quali un utile contributo potrà venire dalla ricerca archeologica) anche su quelli d’età bassomedievale e moderna.

Una ricognizione presso l’Archivio Vescovile di Aversa, che conserva un fondo specifico relativo al Monastero di San Lorenzo, da cui dipese per sette secoli la chiesa di Bevagna, potrà riservare altre sorprese. Per il momento , forniamo un ulteriore, modesto contributo alla riscoperta di una realtà, che è stata oggetto dei nostri studi per quasi un ventennio.

 

 

Note

[1] Per una bibliografia aggiornata sulla chiesa di San Pietro in Bevagna, cfr.E. Dimitri, Saggio Bibliografico su San Pietro in Bevagna, in G. Lunardi-B. Tragni, San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione (Manduria 1993) pp.135-142, e successiva ristampa (Manduria 2004), pp.145-147. Da ultimo, si segnalano i lavori di E. Musardo Talò, San Pietro in Bevagna, un bene culturale da salvare (Manduria 2011) e G. Selvaggi (a cura di), San Pietro in Bevagna. Fedeli in pellegrinaggio (Manduria 2015). I nostri contributi giornalisti sull’argomento sono stati pubblicati sul sito della Fondazione terra d’Otranto (www.fondazioneterradotranto.it) cui rimandiamo il lettore.

[2] Cfr.P.F. Kher, Regesta Pontificum Romanorum (Berlino 1935) vol.VIII, pp.287-289.

[3] Ciò avvenne con legge del 13 Febbraio 1807.

[4] L’Archivio Generale del Regno di Napoli fu istituito dal Re Gioacchino Murat nel 1808. Sulle vicende riguardanti gli archivi dei monasteri soppressi, cfr, Regii Neapolitani Archivi Monumenta, 2 edizione (Atella 2011), pp. 8-11 e 14-18.

[5] Il primo volume dei RNAM (con documenti a partire dall’anno 703) fu pubblicato nel 1845. Il sesto ed ultimo volume (con documenti fino all’anno 1130) uscì nel 1861. Per una rapida storia dei RNAM, cfr. ibidem, pp.11-14.

[6] Cfr. R. Salomon, Studien zur normannisch-italischèn Diplomatik: Die Herzogsurkunden fiir Bari, Diss.Berlin 1907.

[7] Le fotografie sono conservate nell’Archivio dell’Istituto Storico Germanico>Photosammlung R.Salomon> Umschlag n.3> photo n.3,4; 3,5; 3,6-7.Si ringrazia il Dott.Andreas Rehberg per averne consentito l’acquisizione e la pubblicazione, con autorizzazione del 3/4/2018.

[8] I documenti relativi ai primi duchi normanni d’Italia (1046-1087) sono stati editi da L.R. Menager, in Recueil des actes des ducs normands d’Italie (Bari 1980). Si attende l’edizione delle pergamene normanne del periodo successivo.

[9] Il testo è trascritto in RNAM, vol.VI, pp.275-276; in A.P. Coco, ibidem, pp.184-186; in RNAM (2 edizione), vol.V, doc.508 (con traduzione a fronte).

La grande tela dell’Annunciazione della collegiata di Grottaglie

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Rosario Quaranta, La grande tela dell’Annunciazione della collegiata di Grottaglie. Un restauro e una riscoperta

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 313-341.

 

 

ITALIANO

Nell’abside della chiesa madre di Grottaglie è tornata a campeggiare, dopo lungo restauro, una grande tela semicircolare (670 x 430 cm), realizzata nel 1674 e raffigurante l’Annunciazione della Vergine, titolare del tempio. Il saggio prende in considerazione le motivazioni e le vicende che portarono alla sua realizzazione, grazie alla precisa documentazione storica reperita nel locale archivio capitolare. La tela venne realizzata a seguito della scomunica fulminata nel 1674 dall’arcivescovo di Taranto sugli occupanti del territorio della cosiddetta Foresta Tarantina di proprietà della Mensa arcivescovile. Il dipinto, che occupa interamente la calotta absidale e non porta alcuna firma, rappresenta il segno concreto di pentimento di quanti si erano resi colpevoli del misfatto, per ottenere l’assoluzione dalla severa censura ecclesiastica. L’autore ipotizza che a realizzare l’opera sia stato un abile pittore pugliese o salentino non estraneo alle suggestioni della scuola napoletana. A conforto di questa ipotesi si adduce il fatto che tutto si svolse in pochi mesi e che nel paese non mancano altre testimonianze pittoriche d’impronta napoletana favorite, ad esempio, dalla presenza della nobile famiglia napoletana dei Cicinelli.

 

ENGLISH

A large semi-circular canvas (670×430) painted in 1674, is back to her place in the apse of the Mother Church of Grottaglie after a long restoration. It depicts the Annunciation of the Virgin, patron of the temple. The essay takes into account the reasons and the events that led to its creation, thanks to precise historical documentations found in the local Capitular archives. The panting was created in consequence of the excommunication in 1674 by the Archbishop of Taranto on occupants of the territory of the so-called Tarantina Forest, part of the Archbishop’s revenue. The painting that occupies the apsidal calotte and doesn’t carry any signature, represents the concrete sign of repentance of those who were guilty of the misdeed in order to obtain absolution by the severe ecclesiastical censure. The author hypothesizes that the creator of the work could be an accomplished painter from Apulia or Salento no stranger to the suggestions of the Neapolitan school. To support this hypothesis is notable the fact that all took place within a few months. Moreover, in the country are present other pictorial testimonies Neapolitan style that were favoured by the noble family of Cicinelli.

 

Keyword

Rosario Quaranta, Grottaglie, Annunciazione della Vergine, Cicinelli

Crùsciulu

di Armando Polito

(immagine tratta da https://www.giardinaggio.it/giardino/singolepiante/arbutus/arbutus.asp)

È il nome neretino del corbezzolo, col quale, tutto sommato, non condivide la difficoltà di giungere ad un etimo definitivo. Per corbezzolo, infatti, sono state formulate innumerevoli proposte che qui non riporto per non tediare il lettore e farlo giungere svogliato, se non già stanco, al nostro crùsciulu. Dico preliminarmente che nel Dizionario leccese-italiano di Antonio Garrisi (consultabile in http://www.antoniogarrisiopere.it/31_000_DizioLecceItali_FrameSet.html) al lemma rùsciulu viene riportato coome etimo il latino rubeus incrociato con rugius e con (corn)eolus. Quest’etimo mi appare decisamente bastardo ed uso questo vocabolo con un pizzico di ironia perché la voce sarebbe frutto non di un solo incrocio, ma, addirittura di due, ipotizzati non in modo disgiuntivo o, se preferite, alternativo; come se non bastasse, poi rugius, riportato come voce non ricostruita, cioè senza asterisco, non è attestato. Anche sul piano semantico l’etimo del Garrisi convince poco, perchè anche i frutti del corniolo (il corneolus (corniolo) del secondo incrocio sono rossi come quelli del corbezzolo e, dunque, non c’era nessun bisogno del rugius del primo incrocio.

(immagine tratta da https://www.euganeamente.it/il-corniolo/)

Eppure sarebbe bastato consultare il dizionario del Rohlfs, che in questo campo rimane ancora come una sorta di Bibbia. Oltre al neretino (e pure leccese) crùsciulu vi si trovano registrate anche le varianti di altre località del Salento: rìsciulu, crìsciulu, frùsciulu, rùsciulu e rùssulu. Ho lasciato questa voce per ultima  perchè al suo lemma (dal quale si rinvia a quello delle altre varianti) il Rohlfs propone come etimo un latino *russulus=un po’ rosso. Qualcuno dirà che si tratta della solita voce ricostruita induttivamente; per fugare ogni dubbio dirò che non c’era neppure bisogno che il Rohlfs scomodasse il latino, sia pure ricostruito, *rùssulus diminutivo di russus, perché il dialetto neretino conosce il russulieddhu (un fungo, commestibilissimo, dal caratteristico colore rosso tenue), doppio diminutivo di russu=rosso (trafila: russu>*rùssulu>russulieddhu).

Rispetto a rùssulu in rìsciulu e rùsciulu, a parte la normalità del differente vocalismo, il passaggio –ss->-sc– trova giustificazione nella stessa evoluzione che si nota in frùsciu rispetto a flusso e probabilmente prorio quest’ultima voce, in una sorta di incrocio inconsapevole (cioè di natura esclusivamente fonetica) potrebbe spiegare la f– di frùsciulu. Infine in crìsciulu e crùsciulu la c– potrebbe essere di natura espressiva (e non frutto di incrocio con parola di problematica individuazione) analogamente a quanto avvenuto in cruffulare (=russare), che è da un precedente ruffulare, forma iterativa con assimilazione –nn-<-nf– dell’italiano ronfare.

Chiudo ricordando che crùsciulu a Nardò è usato anche nel senso traslato di stupido, con probabile riferimento al carattere selvatico e alla conseguente scarsa importanza economica dell’arbusto. Sarò grato a chiunque vorrà dire la sua, anche a costo, prove alla mano, di aver fatto la figura del crùsciulu, inconveniente, d’altra parte in cui tutti possiamo sempre incorrere, come, per giunta sul tema, mi è capitato tempo fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/24/che-figura-di-corbezzolo/) …

 

L’arte del costruire. Il cantiere edile a Nardò e nel Salento

di Mario Colomba

Nella terminologia corrente dialettale il termine che indicava il cantiere era fatìa (fatica) che esprimeva esaurientemente l’attività prevalente che vi si svolgeva.

Sul luogo di lavoro la struttura organizzativa era fortemente gerarchizzata in rapporto alle specifiche competenze tecniche dei vari addetti, tra i quali si sviluppava un clima di competizione molto leale rivolta a conseguire quel desiderato avanzamento di grado corrispondente alle capacità via via effettivamente raggiunte.

La gerarchia da rispettare era così importante che i vari gradi di competenza professionale superavano anche il rispetto dell’età anagrafica.

Il rispetto di tale gerarchia era rappresentato, per esempio, dalla priorità con cui veniva servita dall’acquaiolo, sul posto di lavoro, la brocca di acqua da bere (prima alla cucchiara, poi alla mannara, quindi al manovale, ecc.) o lo stesso ordine con cui, il sabato sera, i lavoratori venivano chiamati dal datore di lavoro per percepire il salario settimanale.

L’entità della retribuzione del lavoro era fortemente condizionata dalle disponibilità di una committenza pubblica e privata, caratterizzata da endemiche ristrettezze strutturali o, spesso, da eventi atmosferici avversi, vere e proprie calamità, che compromettevano l’intera produzione di un’annata agraria (come ad es. le brinate primaverili che distruggevano i germogli della vite) e che condizionavano tutte le attività produttive della collettività. Per questo, a parte poche qualificate eccezioni, il salario giornaliero rasentava il livello di minima sussistenza. Il capo famiglia anche se qualificato, difficilmente era in grado di sostenere da solo l’onere del sostentamento di una famiglia a volte numerosa. Per questo, spesso la moglie era costretta a procurarsi lavori complementari (sarta, ricamatrice, magliaia, ecc) ed i figli venivano avviati al lavoro anche in età scolare.

In questa situazione il lavoro rappresentava l’unica possibilità di soddisfare, almeno a livello minimo, i bisogni propri e dei propri familiari e quindi l’unica possibilità di fisica sopravvivenza. da qui scaturiva l’impegno e l’interesse con cui venivano svolte le varie mansioni richieste dal ciclo lavorativo (garzone, squadratore, manovale, muratore, ecc.). pertanto, la diligenza, la cura dei particolari, la precisione, la velocità di esecuzione e l’accettazione dei rapporti gerarchici venivano recepiti come elementi indispensabili non solo per assicurarsi gli alimenti, che costituivano, com’è naturale, i mezzi di sostentamento, ma anche per avere una prospettiva di avanzamento sociale e per superare una condizione che, almeno per i garzoni ed i manovali, era molto prossima alla schiavitù di epoca romana.

Tuttavia, l’atmosfera che regnava in un cantiere era di profonda collaborazione e di amichevole solidarietà tra i vari addetti e spesso, i normali rapporti di amicizia costituivano la premessa di successivi vincoli di parentela. Prevaleva un forte senso di responsabilità per esempio del manovale che doveva affrettarsi a disporre i conci sul muro in corso di costruzione, in numero sufficiente perché il muratore (cucchiara) non ne restasse mai sprovvisto, fino alla conclusione del corso (linea ); oppure notevole era la responsabilità dei garzoni addetti a preparare e alimentare la malta che, d’inverno, quando la tufina bagnata era difficile da setacciare, si affannavano a raspare dal terreno i detriti tufacei che man mano si accumulavano al piede dei banchi (anchi) dove operavano gli squadratori.

ricevuta per soggiorno di lavoratori marmisti nell’albergo De Monte a Nardò nei primi anni del 1900 nella cattedrale di Nardò (archivio Fondazione Terra d’Otranto)

 

Il lavoro di squadra era fondamentale anche per alleviare le pesanti fatiche che ricordavano la schiavitù dei secoli passati. vale la pena, per questo, ricordare con quale spirito di collaborazione e solidarietà venivano messi in opera i pezzi di scala cioè i gradini di una scala diritta tipica delle case a schiera del ‘900. I pezzi di scala erano dei conci monolitici delle dimensioni di m. 1.10×0.30×0.20-0.25 e perciò del peso di circa kg.100. I primi 5 o 6 gradini venivano collocati, appoggiandoli per cm. 5 per parte, negli alloggiamenti dei due muri longitudinali che limitavano il vano scale, da due operatori, uno per ciascuna testata, a mano a mano che procedevano le murature in elevato. Ogni gradino successivo al sesto non poteva più essere collocato da operatori che agivano dal piano pavimento e perciò, il pezzo doveva essere trasportato, su per la scala in costruzione, fino al sito di appoggio. Per lo scopo, il pezzo di scala del peso di circa kg. 100 veniva caricato allineandolo alla colonna vertebrale del manovale che si disponeva carponi “a muscia” e che, mentre i compagni di lavoro tenevano in equilibrio il pezzo, avanzava gattoni fino all’ultimo gradino già messo in opera, dove ruotava orizzontalmente di 90° consentendo così ai due muratori (uno per ogni testa) di sollevare il concio, liberando il manovale, e alloggiandolo definitivamente sugli appoggi a dente di sega predisposti.

Il lavoro, anche se pesante, veniva svolto generalmente in un clima giocoso, in cui si incrociavano i discorsi di carattere privato, familiare e personale con battute salaci ed epiteti affibbiati però senza malanimo, che contribuivano a sdrammatizzare ed alleggerire il peso della quotidiana routine.

(da Mario Colomba: Le pratiche dell’arte del costruire nel territorio di Nardò e dintorni. Appunti di viaggio nel mondo dei fabbricatori e degli artigiani nella metà del ’900, per gentile concessione dell’Autore).

Sullo stesso Autore vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/12/libri-larte-del-costruire-nardo-dintorni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/15/95063/

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