Michelangiolo Ruberti di Alessano e il vitello a due teste

di Armando Polito

Figlio di Francesco, fu avviato dal padre alla carriera medica insieme col fratello Domenico. S’ignora la data di nascita che, comunque, dovrebbe collocarsi nel secondo decennio del XVIII secolo. Lo si deduce dal fatto che in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, a p. 555 si legge che Francesco convinse pure Lazzaro Presta ad avviare agli studi medici il figlio, Giovanni, che sarebbe diventato famoso1, nato a Gallipoli il 24 giugno 1720.

Michelangelo si trasferisce nel 1733 a Napoli per frequentare i Regi Studi e consegue il dottorato nel 1741, anno pure del suo matrimonio con Marianna Angela Geronima De Cristoforo, che gli darà otto figli, cinque maschi (Francesco, Domenico, Gaetano, Ferdinando e Giacinto) e tre femmine (Teresa, Agnese e Anna Maria). Morì nel 1776.

Già nel corso degli studi universitari aderì all’Accademia delle Scienze (o Accademia Reale) voluta e poi sostenuta dal re Carlo di Borbone, anche se eccessivamente desolante appare il quadro della cultura napoletana di quel periodo tracciato da Michelangelo Schipa in Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Luigi Pierro e figlio, Napoli, 1904. Certamente non antiquato, poi, cioè legato alle vecchie teorie, poteva essere definito il nostro, convinto gassendiano2 e tra i fautori della variolizzazione o vaiolizzazione3, metodo di protezione dal vaiolo adoperato prima della vaccinazione di Edward Jenner del 1796. Il re Carlo faceva sottoporre allo studio dei luminari dell’accademia alcuni degli esemplari più rari di animali che giungevano alla sua corte. Nel 1744 giunse dalla Calabria  un esemplare di vitello malformato nato morto. L’osservazione anatomica venne affidata proprio a Michelangelo ed essa divenne una lezione pubblicata l’anno successivo. Di seguito l’antiporta (un’incisione di Filippo De Gado4) e il frontespizio.

Nella Lezione il nostro  dopo un’accurata descrizione  (uno era il collo, uno il fegato, il pancreas, il cuore, una spina, e tutto uniforme, e proporzionato ad un solo compiuto animale. Tutta la mostruosità mecanica si osserva nel capo, quivi essendo perfettamente addoppiato5) e dopo aver rilevato l’impossibilità fisiologica della sopravvivenza (Di qui è, che somiglianti Mostri, o nascono estinti, come avvenne al nostro Vitello, o per poco tratto di tempo sogliono sopravivere6) si poneva una domanda e la relativa risposta (Ma qual erroneo, e vano disegno sarebbe stato quello della Natura, l’aver fatto macchine, che non possano conservarsi, che non reggono, o conducono a qualche fine, e che alle vere, ed armoniche leggi della medesima si ravvisa intieramente contrario? Sarebbe invero riputato stupido, e dappoco quell’Artefice, il quale sapendo a fondo il mestiere, che ha tra le mani, facesse ogni sforzo, ed impiegasse tutta la diligenza a fare artificiosamente scomposti, e mal connessi i quotidiani lavori.7). E subito dopo la conclusione (Rimane adunque a riguardare le macchine mostruose, come opere miserabili, ed imperfette della Natura da non poche accidentali cagioni attraversata, e interrotta …7).

La Lezione di Michelangelo dette subito vita ad un ampio dibattito con posizioni, prima ancora che scientifiche, filosofiche e, direi, nell’ultima testimonianza, religiose.

Dal Giornale de’ letterati per l’anno MDCCXLVI, Fratelli Pagliarini, Roma, 1746, riporto integralmente in formato immagine le pp. 26-29 perché il lettore prenda contezza, senza interferenze, di quella che è una recensione dettagliata ma che, secondo me, decisamente esagera nelle battute finali in cui svilisce la posizione del Ruberti riducendola sostanzialmente ad un plagio.

Da Novelle letterarie, Stamperia della SS. Annunziata, Firenze, tomo VII, 1746, colonne 406-407.

Se nella recensione precedente l’appunto finale è al Ruberti, qui ad essere accusato, tutto sommato, di presunzione e saccenteria è chi con lo pseudonimo di Lemuel Gulliver8 pubblicò l’opera, della quale segue il frontespizio (assenti nome dell’editore, del luogo e la data).

 

Integralmente leggibile al link https://books.google.it/books?id=oDpfAAAAcAAJ&pg=PA40&lpg=PA40&dq=lezione+su+d%27un+vitello+a+due+teste&source=bl&ots=zrxfIBRSuF&sig=ACfU3U32SlZ0sYArCWWVaax1R27PFn74lA&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwj77LGK8J3mAhWHjKQKHa3oA1IQ6AEwAHoECAUQAQ#v=onepage&q=lezione%20su%20d’un%20vitello%20a%20due%20teste&f=false, riporto l’inizio dell’opera dell’alessanese e di seguito di quella del suo critico perché il lettore si renda subito conto di qual è il registro di quest’ultima (a meno di una riga della prima, puntualmente citata, corrispondono, a mo’ di commento, ben tredici della seconda, delle quali la prima è in latino (citazione da Orazio, Ars poetica, 139: Parturient montes, nascetur ridiculus mus=Partoriranno i monti, nascerà un ridicolo topo).

L’opposizione più decisa al pensiero dell’alessanese , senza, però, che nome ed opera fossero citati, venne da un illustre collega napoletano ma oriundo calabrese: Gioacchino Poeta (1685 circa-1752), che ricoprì per quasi vent’anni la prestigiosa cattedra primaria di medicina pratica, ma si distinse anche nella poesia (fu membro dell’Accademia dell’Arcadia col nome pastorale di Clealgo Argeateo) e la filosofia.

Lo fece in Che la natura nell’ingeneramento de’ mostri non sia né attonita, né disadatta né i poeti gli finsero per calda, ed altera fantasia ma per uso d’artificiose allegorie, Naso, Napoli, 1747.

Dopo essersi soffermato su diversi esempi di esseri mostruosi (tra cui il vitello a due teste giunto dalla Calabria), il Poeta osserva genericamente: Ver’è ch’a noi, che non abbiamo la mente a guisa della volontà, ch’è infinita nelle sue voglie, ma corta, e picciola, e non molto feconda nel concepire, non è permesso il conoscere, se l’addoppiamento delle macchine simili, e di struttura, e d’usi uniformi nel corpo dell’uomo, e degli animali sia fatto dalla stessa natura per miglioramento d’alcune azioni, ed usi di quelle, ed il diminuimento per minore speditezza, e perfezion delle di lor particolari azioni9. E questa concezione finalistica emerge ancor più chiaramente quando conclude: Dico, che per le cose dianzi dimostrate non puossi corpo d’uomo, o d’animale chiamar deforme, e mostruoso, avendo gli organi, o macchine simili, ed uni formi di struttura sddoppiate, o diminuite nel lor numero, e non secondo la consueta sua organizzazione rizzate per colpa, o mal’oprare dell’imperfetta natura; ma ‘l difetto è nostro di non saper di sì strane macchine comprender’il mirabil magistero10.

Con tutto il rispetto per l’illustre medico (ma, non citando il nostro non si mostra più spocchioso del sublime Lemuel Gulliver?), mi chiedo se oggi, tornando in vita e prendendo atto delle mostruosità (comprese, a monte, le mutazioni genetiche) indotte dall’inquinamento ambientale, si schiererebbe, magari, a fianco di chi nega spudoratamente, anche di fronte a dati statistici schiaccianti, il rapporto causa-effetto, scaricandone la responsabilità su quel Dio in cui crede e mettendone in campo l’imperscrutabilità della volontà.

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1 Vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/27/giovanni-presta-ovvero-quando-eravamo-noi-a-chiedere-alleuropa/

2 Pierre Gassendi (1592-1655) combattè l’aristotelismo ed in generale il pensiero metafisico, rivalutando il metodo sperimentale  come unico processo di conferma di qualsiasi teoria scientifica.

3 Inoculazione nel soggetto da immunizzare di materiale prelevato da lesioni vaiolose di pazienti non gravi.

4 Il più famoso di una famiglia di incisori. Suoi, fra gli altri, sono in Giovanni Pietro Bellori, Le vite de’ pittori, scultori ed architetti moderni, Successore al Mascardi, Roma, 1728, i ritratti e le due tavole anatomiche di seguito riprodotte.

5 p. 3.

6 p. 4.

7 p. 13.

8 È il nome del protagonista de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (1667-1745); il nome del personaggio venne a lungo scambiato per quello dell’autore.

9 p. 33.

10 p. 35.

Dal Fanfulla a Quinto Ennio, nel segno di Antonio Bortone

di Paolo Vincenti

Nel 2012, nella leccese Piazzetta Raimondello Orsini, venne inaugurata la restaurata statua del Fanfulla, opera di Antonio Bortone (1844-1938), famoso scultore ruffanese trapiantato a Firenze. L’intervento di restauro, voluto dall’Amministrazione Comunale di Lecce, è stato effettuato grazie ad un finanziamento del Lions Club Lecce. Questo monumento, modellato in gesso a Firenze dallo scultore salentino nel 1877, venne fuso in bronzo nel 1921 e inaugurato l’anno seguente. Inizialmente collocata a ridosso di Palazzo Carafa, la statua venne poi trasportata nella collocazione attuale.

Scrive Aldo de Bernart: “Antonio Bortone è scolpito sul plinto, che regge quella famosa statua, nel testo epigrafico del prof. Brizio De Santis: Sono/ Tito da Lodi /detto il Fanfulla/ un mago di queste contrade /Antonio Bortone/ mi tramutò in bronzo/ Lecce ospitale mi volle qui/ ma qui e dovunque/ Dio e l’Italia nel cuore/ affiliamo la spada/ contro ogni prepotenza/ contro ogni viltà/ MCMXXII. La statua raffigura il Fanfulla, uno dei tredici cavalieri della Disfida di Barletta, ritratto ormai avanti negli anni quando orbo di un occhio e col saio domenicano faceva penitenza nel fiorentino convento di S. Marco, mentre affila la misericordia, un acuminato spadino che all’inquieto lodigiano era servito in tante battaglie.

Modellata a Firenze nel 1877, l’opera è figlia della tensione tra i circoli artistici fiorentini e il Bortone, che si era prodotto, e bene, nel nudo, con il Gladiatore morente, ma non aveva ancora dato prova di sé nel drappeggio. Tale prova il Bortone la darà appunto con la statua del Fanfulla, inviata alla Mostra Internazionale di Parigi, dove però giungerà ammaccata in più parti. Invitato a ripararla, il Bortone non andò mai nella capitale francese, forse per il suo carattere che a volte lo rendeva spigoloso e quasi intrattabile. […] Comunque la statua fu esposta ugualmente a Parigi e vinse il terzo premio, previo il restauro praticato dal grande scultore napoletano Vincenzo Gemito, che si trovava nella capitale francese a motivo della stessa Esposizione.”[1]

Il personaggio di Fanfulla da Lodi è tratto dal romanzo di Massimo D’Azeglio Ettore Ferramosca, o la disfida di Barletta del 1833 (incentrato sulla contesa fra tredici cavalieri italiani e tredici francesi, combattuta nelle campagne pugliesi nel 1503), e poi dal successivo Niccolò de’ Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni del 1841, ambientato durante l’assedio di Firenze del 1530.

Dovuta quindi all’ingegno creativo di Antonio Bortone, “il Mago salentino dello scalpello”, come ebbe a definirlo il prof. Brizio De Santis, la statua del Fanfulla campeggia nel bel mezzo di una caratteristica piazza, nel cuore del centro storico di Lecce. Ma l’iter della statua per essere collocata in questa piazza è molto più lungo e tortuoso. Scrive in merito Giovanna Falco: “Le traversie di quest’opera non finiscono qui: sono state raccontate da Teodoro Pellegrino in La vera storia del Fanfulla.  Durante la lunga permanenza a Firenze, il gesso rischiò di essere distrutto, lo salvò Brizio De Sanctis, preside dell’Istituto Tecnico leccese, che si prodigò affinché fosse trasferito a Lecce. Qui, grazie all’intervento di Giuseppe Pellegrino, grande estimatore di Bortone, nel 1916 la scultura fu donata al Museo Civico di Lecce (all’epoca alloggiato nel Sedile).

Rimandata a Firenze per essere fusa in bronzo, nel 1921 fu inaugurata e sul basamento fu apposta la targa commemorativa scritta da Brizio De Sanctis. La statua, destinata originariamente all’atrio dell’Istituto Tecnico, fu collocata nello slargo delle ‘Quattro Spezierie’, di fronte a Palazzo Carafa, poi fu trasferita nel «ridente giardinetto della P. Raimondello Orsini», da dove fu rimossa per essere sistemata lungo il viale principale della Villa Comunale di Lecce. In occasione dell’inaugurazione del Museo del Teatro Romano, avvenuta l’11 settembre 1999, l’Amministrazione Comunale dell’epoca ha deciso di sistemare nuovamente il monumento in piazzetta Raimondello Orsini, collocandolo al centro di un’aiuola.”[2] Grazie ad un sapiente intervento di restyling ora la statua splende di nuova luce.

Sempre Giovanna Falco, nel succitato articolo, scrive: “Nel 1913 fu inaugurato in piazza Sant’Oronzo il monumento a Quinto Ennio, che sorgeva di fianco all’inferriata che cingeva la porzione dell’Anfiteatro Romano riportata alla luce in quegli anni. Era formato da «un basamento sul quale si eleva una colonna prismatica ed un’aquila romana poggia sopra fasci littorii»; l’aquila in bronzo si ergeva su una pergamena recante uno scritto del grande poeta romano.” [3]

Proprio negli stessi giorni dell’inaugurazione del Fanfulla, infatti, ricorreva il primo centenario del monumento a Quinto Ennio, dovuto sempre ad Antonio Bortone; e infatti Aldo de Bernart, ricordando quell’evento, in una sua plaquette del 2012,[4] si soffermava sulla figura del grande poeta latino Quinto Ennio, pubblicando una foto d’epoca nella quale compare ancora la statua sormontata dall’aquila. Come ricorda Giovanna Falco, “in occasione dell’ultimo conflitto mondiale l’aquila fu fusa per costruire armi”.[5] Stessa sorte capitata a molti altri monumenti di Terra d’Otranto, in alcuni casi orrendamente mutilati. Il monumento, in pietra di Trani, ornato da un fascione in bronzo finemente scolpito, si trova vicino l’Anfiteatro Romano ed è stato molto ammirato e visitato da studiosi ed amanti dell’arte, soprattutto in occasione del doppio evento del restauro del monumento del Fanfulla e dell’anniversario del monumento a Quinto Ennio.

Lo scultore Antonio Ippazio Bortone, nato a Ruffano, dopo la formazione napoletana, si trasferisce a Firenze dove raggiunge la gloria, divenendo uno dei più ammirati artisti italiani dell’epoca. Basti pensare che a Firenze viene chiamato a lavorare alla facciata di Santa Maria del Fiore, per la quale realizza, tra gli altri, le due statue di Sant’Antonino e San Giacomo Minore (1887) e i due bassorilievi di Michelangelo e Giotto (1887), oppure al Michele di Lando (1895), nella Loggia del Mercato Nuovo. Per quanto riguarda le opere salentine, molte sono quelle degne di menzione, fra le quali: il busto di Giuseppe Garibaldi (1867), in marmo, che si trova presso il Castello Carlo V di Lecce;  i busti in marmo di Giulio Cesare Vanini (1868), di Francesco Milizia (1872), di Antonio Galateo (1873) e di Filippo Briganti (1875), presso la Biblioteca Provinciale N. Bernardini di Lecce; la statua in marmo di Sigismondo Castromediano (1890), che si trova nel Museo omonimo di Lecce, e il Monumento a Sigismondo Castromediano (1903), nella omonima piazzetta leccese; il Monumento a Francesca Capece (1900) a Maglie; il monumento a Salvatore Trinchese (1907) a Martano; il ritratto di Pietro Cavoti (1912), presso il Convitto Colonna a Galatina, e molte altre.

 

L’estensore di questo articolo ha recentemente pubblicato sulla rivista “L’Idomeneo” un saggio in cui attribuisce ad Antonio Bortone una statua inedita, in marmo bianco di Carrara, intitolata The Girl Knitting For the Front, che si trova nella cittadina di Christchurch, in Nuova Zelanda, e che viene censita per la prima volta. Attraverso la stampa neozelandese dell’epoca e un’indagine ad ampio raggio della produzione bortoniana, dello stile e dei rapporti personali e professionali dello scultore, ricostruisce la genesi ed il lungo percorso fatto dalla statua.[6]

 

[1] ALDO DE BERNART, Antonio Bortone e la sua casa natale in Ruffano, a cura dell’Amministrazione Comunale, Ruffano, Tip. Inguscio e De Vitis, 2004, pp.5-10.

[2] GIOVANNA FALCO, Fanfulla da Lodi e altre opere leccesi di Antonio Bortone, in https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/11/fanfulla-da-lodi-ed-altre-opere-leccesi-di-antonio-bortone/

[3] Ibidem.

[4] ALDO DE BERNART, Nel primo centenario del Monumento di Antonio Bortone a Quinto Ennio, Ruffano, Tipografia Inguscio -De Vitis, 2012. Sull’erudito ruffanese Aldo de Bernart, si veda: PAOLO VINCENTI, Aldo De Bernart: Profilo biografico ed intellettuale, in AA. VV., I luoghi della cultura e cultura dei luoghi, In memoria di Aldo de Bernart, a cura di FRANCESCO DE PAOLA e GIUSEPPE CARAMUSCIO, Società Storia Patria, sezione Lecce, “I Quaderni de L’idomeneo”, n.24, Lecce, Grifo, 2015, pp.11-38.

[5] GIOVANNA FALCO, Ivi.

[6] PAOLO VINCENTI, L’arte commemorativa postbellica. Antonio Bortone da Ruffano e una sua opera inedita, in “L’Idomeneo”, Soc. Storia Patria Lecce- Università del Salento, n.26 -2018, Castiglione, Grafiche Giorgiani, 2019, pp.247-282.

 

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (18/x): Mauro Manieri di Lecce

di Armando Polito

Nacque a Lecce nel  1687 da Angelo, medico e letterato originario di Nardò, e da Maria Grismondi.  Utriusque iuris doctor1, è più noto come architetto, meno come pittore, meno ancora come letterato, il che sicuramente è legato all’intensità con cui si dedicò ai vari settori. Per questo non stupisce che del letterato, come vedremo, non ci è rimasto quasi nulla, nonostante un altro arcade leccese, Domenico De Angelis, in una lettera al marchese Giovanni Giuseppe Orsi di Bologna, pure lui arcade (nonché accademico della Crusca e dei Gelati) col nome pastorale di Alarco Erinnidio, lo definisca come giovane di elevatissimo ingegno, e di molte aspettazione nelle lettere latine e nonostante fosse membro dell’Accademia degli Spioni2, fondata, con altri, dal padre nel 1683.

In Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 370 si legge: Liralbo …. D. Mauro Manieri Leccese e come data d’ingresso nell’Arcadia il 19 aprile 1708. Evidentemente alla data del 1711 non gli era stata ancora assegnata la seconda parte del nome pastorale, cioé Fereate come risulta nei suoi (del Crescimbeni) Comentari intorno all’Istoria della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, p. 397. Se per Liralbo non ho proposte, Fereate potrebbe essere una forma aggettivale connessa con il greco Φεραῖος (leggi Feràios), che significa di Fere, città della Tessaglia.

Un suo epigramma costituito da due distici elegiaci è in Pompa accademica celebrata nel dì primo d’ottobre natale dell’augustissimo imperadore Carlo VI re di Spagna per l’anno MDCCXXI nella sala del castello di Lecce da D. Magin De Viles preside di questa provincia consagrata all’eminentis. principe Michele Federico del titolo di S. Sabina Prete Cardin. de’ Conti d’Althann, Nuova stampa del Mazzei, Lecce, 1721, p. 56.

Austriacis CAROLI Lux aurea condita fastis

nascere, et aeternum concolor inde redi.

Audior, Alma nites Magnum Imperii incrementum

et laevum nobis Juppiter intonuit 

(O luce aurea dell’austriaco Carlo, nasci fondata sui fasti e da lì ritorna dello stesso colore come cosa eterna. Sono ascoltato: tu risplendi nobile come grande incremento dell’Impero e per noi Giove ha tuonato propizio) 

Per tradizione indiretta, come spesso è successo per tante opere perdute, ci è giunto un frammento di un’elegia in lode di Fabrizio Pignatelli, che fu vescovo di Lecce dal 1696 al 1734: due distici elegiaci citati da Iacopo Antonio Ferrari, Apologia paradossica, Mazzei, Lecce, 1728, p. 6. 

Quid referam heroas naturae arcana secutos,

qui rerum ignotos explicuere sinus

quique novo caecosa explorant lumine causas,

auspicio doctos, te praeunte, gradus.

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a Errore per caecas.

(Perché dovrei ricordare gli eroi che hanno indagato i misteri della natura, che hanno spiegato gli ignoti cuori delle cose e quelli che con nuova luce esplorano le cieche cause, passi insegnati con autorità sotto la tua guida)

Sicuramente dopo gradus o più avanti questa parte dell’elegia, che probabilmente è l’incipit, doveva concludersi con il punto interrogativo. Gli eroi sono i membri dell’accademia degli Spioni, con riferimento ai loro interessi culturali, che erano prevalentemente quelli scientifici e filosofici. La guida è quella del vescovo e sicuramente l’elegia fu scritta dopo il 24 aprile 1719, quando il prelato rientrò in Lecce da cui si sera allontanato per Roma, su ordine del viceré, nel 1711 a causa di grandissimi contrasti con l’Università.

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1 Dottore in diritto civile e canonico.

2 Vedi  Archivio storico per le province napoletane, Giannini, Napoli, 1878, anno III, fascicolo I, pp. 150-153.

 

Per la prima parte (premessa)https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/       

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/   

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/   

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/  

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/  

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/  

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/ 

Per la tredicesima parte (Domenico de Angelis di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/ 

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/ 

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

Per la sedicesima parte (Domenico Antonio Battisti di Scorrano): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/05/gli-arcadi-di-terra-dotranto-16-x-domenico-antonio-battisti-di-scorrano/

Per la diciassettesima parte (Filippo De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/24/gli-arcadi-di-terra-dotranto-17-x-filippo-de-angelis-di-lecce/

La pittoscultura di Pasquale Pitardi

di Paolo Vincenti

Cursi, pochi chilometri da Maglie, è la patria delle cave di pietra ed è anche la patria di Pasquale Pitardi, che però vive a Galatina, “poliedrico artista informale nell’anima e nei fatti”, come scrivono di lui, spinto da quella irrequietezza un po’ randagia, che forse è propria di tutti i creativi. Ma i viaggi di Pitardi, oltre che nelle dimensioni temporali del passato, del presente e del futuro, sono viaggi nel colore, nella materia, nella libera creazione fantastica.

“Pittoscultografia” è il neologismo coniato per definire l’arte di Pitardi, o quello che è oggi l’approdo dell’arte di Pitardi. Infatti, l’artista, che provava un senso di profonda insoddisfazione misto alla curiosità e alla voglia di intraprendere nuovi percorsi, ha iniziato a scomporre le sue opere e dalla bidimensionalità, tipica do ogni dipinto, è approdato alla tridimensionalità di quelle che sono oggi le sue pennellate di colore che, come variopinte tavolette votive, si accumulano nella sua casa laboratorio, oppure nelle mostre alle quali partecipa.

Partendo dalla acquisita consapevolezza che la pittura è finzione, e che come tale non lo appagava più, Pitardi ha iniziato a staccare questa pittura dai suoi canonici supporti, a scomporre l’opera d’arte visiva quadro, e a cercare sfondo per le sue pennellate di colore nei materiali più disparati, dal legno alla plastica, che danno comunque al fruitore la percezione tattile di un corpo tridimensionale che fa tabula rasa di ogni menzogna immaginativa, di ogni illusione ottica quale è, fra chiari e scuri, il quadro tradizionalmente inteso.

Per le sue opere, usa acrilico e pennelli di tutte le dimensioni ed offre così al visitatore un’esperienza singolare, perché i suoi prodotti artistici sono tutti originalissimi in quanto pezzi unici, non riproducibili, sfuggono alle omologazioni, a qualsiasi catalogazione. “Sono lì, si vedono, si toccano, hanno la dimensione che è sotto gli occhi di chi guarda; non ci sono illusioni ottiche, non ci sono giochi di prospettive e chiaroscuri ingannevoli, niente è diverso da ciò che colpisce i sensi del visitatore. Non si compongono in immagini. Possono suscitare sensazioni di piacere o di rifiuto, questo importa poco. Non hanno messaggi o significati da trasmettere.

Sono colore puro e sconvolgono con la loro urgenza fisica, con il loro nonsenso”, scrive Maria Rosaria Cesari, in uno dei tanti blog on line sulle mostre del Pitardi. Pasquale Pitardi è stato vincitore a soli 16 anni del concorso di disegno pubblicitario promosso a Milano dalla casa editrice Aldo Palazzi.

Fino al 1986, ha lavorato presso il centro stile design della Fiat, Torino, ma poi ha abbandonato tutto ed è tornato nel Salento, a Galatina, per dedicarsi alla sua arte. Ha tenuto numerose mostre, fra le quali ci piace ricordarne alcune. Nel novembre 1997, presso l’Associazione culturale Amaltea, Lecce, presenta “Differendo. Personale di pittura”. Dal 3 al 21 dicembre 2005, tiene a Lecce, presso i Cantieri Teatrali Koreja, la mostra “Nulla da dipingere: nulla da scolpire”. Una personale, “L’Opera,”, a Spoleto, dal 18 agosto all’8 settembre 2007.

Questo “smontare l’opera pittorica” diventa un po’ la cifra distintiva di Pitardi. Nell’agosto del 2008, a Gagliano del Capo, partecipa alla mostra collettiva su Vincenzo Ciardo. Scrive Massimiliano Cesari, in occasione della “Mostra Bellomo Luchena Pitardi” (che si tiene nell’aprile 2002 a Soleto presso l’Opera Pia ): “E’ apparentemente difficile collocare la produzione artistica di Pasquale Pitardi all’interno di una categoria delle arti figurative, così come la tradizione artistica spesso pretende, e pericolosamente realizza.

L’artista, e lo posso affermare senza perplessità, vive la sua ricerca in una fluttuante zona di frontiera, dove il bidimensionale (allegabile alla pittura su un qualsiasi supporto) si plasma con la tridimensionalità, ricca di vuoti e pieni, della scultura (praticata in maniera quasi classica), alla ricerca del genere artistico universale e completo, lontano dalla contemporanea e diffusa concezione autoptica che comunemente si ha.

E’ una lotta che Pitardi conduce incessantemente con consapevolezza, cosciente dell’importanza che essa detiene su se stesso e che gli permette, attraverso continui impulsi vitali, di concretizzare le ricerche e le sperimentazioni ‘pittografoscultoree’. Una lotta generatrice, quindi, paradossale per certi versi, ma evidentemente emblema di un disagio ricollegabile ad una collettività sempre più distante e sprezzante, nei confronti di chi pratica arte: l’artista ha un bisogno costante, quasi spasmodico, di dialogare con chi si pone davanti all’opera; egli rivendica con forza il ruolo di catalizzatore tra i messaggi figurativi e il comune fruitore, cercando di scuotere e di invadere la coscienza estetica del pubblico”. (pubblicato in Massimiliano Cesari, Bellomo-Luchena-Pitardi: tre percorsi contemporanei, in «Note di Storia e Cultura Salentina»,n.17, Lecce, Grifo 2005, pp. 256-257).

Nel 2011 espone presso la Mediateca Comunale di Melpignano “Peppino Impastato”, con la mostraPittoscultografica” l’opera”, curata dalla coordinatrice della Mediateca Ada Manfreda. Qui ha esposto ben 5000 pennellate, mentre nell’ex Convento degli Agostiniani una tela bianca di 570 metri x 146 centimetri e nell’ex Manifattura Tabacchi 39 contenitori. Infatti, negli ultimi tempi Pitardi cerca di distanziare quanto più possibile il contenuto della sua opera dai contenitori, fino a realizzare, ci confessa, il sogno impossibile di distanziarli quanto l’intera circonferenza della Terra.

Come scrive Salvatore Colazzo in I colori caduti. La pittoscultura di Pasquale Pitardi ( pubblicato in “Amaltea”, trimestrale di cultura on line, dicembre 2010, e in “Il Paese Nuovo”, Lecce, sabato 16 aprile 2011), “parlando dell’inaugurazione della mostra ( “La pittoscultura di Pasquale Pitardi”, Galatina, Galleria D’Enghien, 1-30 novembre 2010) l’artista ha tenuto a ribadire la sostanziale identità tra il gesto del pittore e quello dell’imbianchino […] E’ molto concettuale l’idea di materializzare una pennellata e metterla in mostra […] Concettuale è pure l’idea di gettar giù dalla torre di Pisa piuttosto che dal Campanile di San Marco che dal Duomo di Lecce secchiate e secchiate di colori, come fossero coriandoli, solidificati”.

C’è da aspettarsi dunque nuove spiazzanti realizzazioni da questo poliedrico artista dai lunghi capelli contenuti da un cerchietto e dalla bianca barba che lo fanno simile ad un santone indiano oppure ad un mitologico sileno salentino.

Angelo Gorgoni (1639-1684) di Galatina e una stroncatura forse immeritata (2/2)

di Armando Polito

Dopo aver passato in rassegna i componimenti dedicati, a parte il primo, agli animali, in cui i riferimenti al mito trovavano diffuso albergo secondo il metaforico gusto dell’epoca, passo a quelli in cui il Gorgoni  si misura con problemi esistenziali o fenomeni con cui l’umanità è destinata a confrontarsi fino, probabilmente, alla sua estinzione.

 

(pag. 81)

La Morte 

Senza  penne son vento; à scherno hò l’ali,

e ‘l tutto in brieve punto lascio ucciso.

Le Bare elette ad egria funerali.

per carri eleggo dove trionfo à riso.

Pioggie di sangue, e grandini di strali

ovunque giungo, ovunque approdo avisob;

e degli spirti altrui spoglie fatali

empio l’Inferno, e colmo il Paradiso.

Mi porge il Tempo tributaria usura;

già potendo fermar l’Orbe retondo

come estinto l’inceptoc in sepoltura.

Ogni cosa creata in Lethed affondo;

sotto i miei colpi ha da spirar Natura,

Iddio produsse, ed io rovino il mondo.

________

a tristi

b annuncio

c ciò che si è iniziato

d Fiume dell’oblio nella mitologia greca e romana; da λανθάνω (leggi lanthano)=nascondere.

 

(p. 82)

La Politica

Se’ tutto il Mondo à gli miei gesti intento,

sovra tutti i Monarchi impero a pieno.

Chi de’ Statuti miei s’avanta alienoa

voli tra Selve à pasturar l’Armento.

Scovro grandezze, che non regna argento,

con astutie à gli Regni io reggo il freno.

Fingo, che sorda sono, ò cieca almeno,

s’à punire non vaglia un tradimento.

Più nelle Reggie, che ad altrove hò loco.

Dall’apparenze mie nasce il livore;

quando è tempo di pianto, io mostro il gioco.

É delle leggi mie queste il tenore:

d’ogni perdita vasta io narro il poco,

de’ trionfi minuti, il più maggiore.

_________

a Chi si vanta di essere estraneo alle mie direttive

 

(p. 98)

Per l’uso delle perucche, frequentato dal vano secolo 

Da mentitea à Natura un lusso vano,

che l’huomo accusa effiminato, e molle.

Ebro sì secolo rio, pregiasi invano,

mentre ciocche insensate Aurab l’estollec.

Braccio, che non di spada arma la mano,

almad,che non guerreri ordigni volle:

per lascivetto crin, pensiero insano,

l’accende i fasti, e vanità già bolle.

Censurata livrea, vile ornamento,

hor i petti virili abbaglia a torto,

tesor, ch’odia fortuna, e furae il vento.

Ecco, chi non dirà con senso accorto,

che l’huomo forte, divenuto lento,

oggi per Nume adori il crin d’un morto?

__________

a cose finte

b il vento

c solleva

d anima

e ruba

 

(p. 131)

Forza dell’eloquenza

Tutto può, tutto fà, lingua loquace,

qualor con salia à lusingarti viene,

pretenda Ulisse, e benche erede è Aiace,

perche l’armi d’Achille, e Ulisse ottiene.b

Vinca Reina, in libertade, in pace

senza leggi tiranne, e senza pene:

e ‘l gran Periclec, nell’orar fugaced,

libera, indusse in servitude, Atene.

Eloquente spergiuro Acheo Sinone,

seppe sì dir, che la Troiana plebe

chiuse il greco destriero entro Ilione.e

Folef son poi, che le marmoree Glebe

con la lira tirò g, mentre Anfione

con l’eloquenza fè le mura a Tebeh.

_________

a arguzie

b Allusione alla contesa tra Aiace ed Ulisse per l’attribuzione delle armi di Achille, con il tragico epilogo celebrato da Sofocle nell’omonima tragedia.  Dopo che Ulisse viene giudicato più degno di lui di prenderle in consegna, Aiace medita la vendetta ma la dea Atena gli toglie il senno, per cui egli compie azioni indegne di un guerriero. Ritornato in sé, per la vergogna si uccide.

c Politico, oratore e militare ateniese del V secolo a. C; la sua azione politica non ha mai trovato valutazione concorde tra gli studiosi, considerandolo alcuni un liberale, altri un semplice populista. Già lo storico Tucidide (V-IV secolo a. c.), che pure era un suo ammiratore, in Storie, II, 65 così si espresse: Ἐγίγνετότε λόγῳ μὲν δημοκρατία, ἔργῳ δὲ ὑπὸ τοῦ πρώτου ανδρὸς ἀρχή (Era a parole una democrazia, nei fatti il potere era sotto il primo uomo). Il Gorgone sembra aderire a questo giudizio.

 

d veloce, abile nell’arte oratoria

e Sinone si lasciò appositamente catturare dai Troiani e riuscì a convincerli ad introdurre dentro le mura di Troia (Ilio>Ilione) il famoso cavallo di legno.

f favole, qui, però, non in senso dispregiativo ma in quello di racconti mitici.

g Orfeo con la sua cetra faceva muovere alberi e pietre (marmoree glebe), fermava i fiumi e ammansiva le belve.

h Anfione per la costruzione delle mura di Tebe utilizzò le pietre del Citerone spostandole con il suono della lira donatagli da Ermes.

 

Il prossimo sonetto che leggeremo è un’insolita, per quei tempi, dichiarazione d’indipendenza. Malizia mi suggerisce di chiedermi quale sarebbe stata la dedica, vista quella che suo fratello indirizzò, quattro anni dopo la sua morte, a Francesco Maria Spinola (1659-1727), che tra i tanti titoli, riportati nel frontespizio, deteneva anche quello di duca di S. Pietro in Galatina. Scrive, fra l’altro, Giovanni Camillo trattarsi di un attestato di antica e cordiale osservanza, il che fa pensare ad un rapporto datato, cosa confermata quasi in conclusione, dove si legge: Felicissima dunque s’appelli S. Pietro Galatina mia Patria, di cui è meritevolissimo Duca. Per esserle toccato in sorte di havere sì Nobile, Valoroso, Virtuoso, e Benigno Padrone. E d’ogni invidia degna si stimi la mia casa, con occhio cortese sempre da sì sublimi Padroni, e rimirata, e protetta. Le raccordo per fine, e protesto, che nella Schiacchiera, glorioso Stemma del suo gran Casato, ove si mira, et ammira l’apparato di tanti varii Personaggi, saranno sempre i Gorgoni le pedine, e pedoni a piedi suoi posti, e prostrati. Sicurissimi di mai assaggiare Schiacco matto di sinistra Fortuna.

Nell’immagine che segue lo stemma della famiglia Spinola1 (d’oro, alla fascia scaccata di tre file d’argento e di rosso, sostenente una spina di botte di rosso, posta in palo) sul portale principale del palazzo ducale a Galatina, a riprova che quanto ad invenzione metaforica Giovanni Camillo non era da meno di Angelo.

foto di Alessandro Romano

Tenendo conto anche di quello intitolato La Politica, che abbiamo letto prima, mi chiedo se in fase di pubblicazione Angelo li avrebbe eliminati entrambi dalla raccolta autocensurandosi o li avrebbe mantenuti, a costo di urtare la suscettibilità dell’eventuale, quasi inevitabile per il costume dell’epoca, dedicatario.

 

(p. 179)

Non hà genioa di servire in corte

Nacqui à me stesso, e così far non voglio

me stesso d’altri, e suggettar mia sorte;

qualor bersaglio mi propongo à morte,

punto da i dardi suoi, vòb che mi doglio.

Essere ad onde di capriccio un scoglioc,

troppo duro è per me, troppo m’è forte.

Ha stravaganti idolatrie la Corte,

giacche al pari del Rè s’adora il sogliod .

Ivi potenza è podagrosa all’attoe,

prima, ch’un’alma poco onore avanze,

i crini d’oro inargentati ha fattof.

Han, politici i Rè, barbare usanze;

serbano i Corteggiani in sù l’estrattog,

ond’hanno metafisiche speranze.

______

a voglia

b voglio

c Il potere è paragonato al capriccioso movimento delle onde.

d Il trono, simbolo del potere.

e lenta a muoversi, come chi è affetto da podagra

f prima che un’anima consegua un po’ di onore, ha reso i capelli color argento da biondi che erano (l’interessato è diventato vecchio)

g mantengono il favore dei cortigiani con promesse astratte

 

(p. 180)

Abbondanza di poeti

Mancano gl’Alessandri, e i Cherilia

in maggior copia in ogni parte io trova

de’ metri armoniosi al Mondo novo,

più, che frutto gl’Autunni han fior gli Aprili.b

Dell’acque Pegaseec sorsi sottili

non si bevon lassù, per quel che provo.

Nascono Cigni d’ogni specie d’ovod,

a cui, fonti fatali, or sono i Nilie.

Le lire degli Orfeif, mille Neantih

trattan con man superba; e ‘l canto foscoi

par, ch’à sdegno attizzasse anco i latrantil.

Più si canta, che parla. E sì conoscom,

che Parnaso incapace à Cigni tantin,

vanno i Poeti, come i branchi al boscoo.

______

a Mancano i grandi condottieri ed i poeti epici; per i primi viene citato Alessandro Magno (IV secolo a. C:, per i secondi Cherilo di Samo, poeta epico del V-IV secolo a. C.

b in misura più appariscente dovunque io trovi al mondo poesie armoniose: come i fiori in primavera sbocciano ma non maturano mai in frutto. Probabilmente al Lezzi è sfuggito lo stile contorto di questi versi, altrimenti il suo giudizio sarebbe stato, se possibile, ancora più severo.

c Pegaso era un cavallo alato che per ordine di Posidone arrestò la crescita del monte Elicona verso il cielo, dovuta al piacere datogli dal canto delle Pieridi in gara con le Muse, con colpo di zoccolo  che fece sgorgare la fonte Ippocrene.

d nascono poeti destinati geneticamente a non esserlo

e per le quali fonti d’ispirazione non sono quelle della poesia antica (tra cui la fonte Ippocrene appena citata) ma fiumi senza mitiche implicazioni poetiche, come il Nilo

f Vedi la nota g a p. 17.

h Neante di Cizico, storico greco del III secolo a. C., viene qui assunto come modello di chi dovrebbe dedicarsi solo a ciò per cui ha provato talento (il che, però, non esclude che uno storico possa essere, magari solo potenzialmente, un poeta e che un poeta non sia negato, quasi geneticamente, per la storia).

i oscuro

l i cani

m vedo

n essendo il Parnaso (monte della Grecia centrale nell’antichità sacro ad Apollo e Dioniso, nonché sede delle Muse e, dunque, simbiolo della poesia)atto ad ospitare tanti (sedicenti) poeti

o vagano nel bosco come gli animali in branco

___________

1 La famiglia Spinola, di origini genovesi, vantò ben undici dogi dal 1531 al 1773 e ben quindici cardinali dal XVI al XIX secolo.

 

Per la prima parte: https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/27/angelo-gorgoni-1639-1684-di-galatina-e-una-stroncatura-forse-immeritata-1-2/

Angelo Gorgoni (1639-1684) di Galatina e una stroncatura forse immeritata (1/2)

di Armando Polito

(Il fratello, credendo di consagrarle all’Eternità, con pessimo consiglio si risolvè di stamparle.)

Probabilmente la figura di Angelo Gorgoni sarebbe stata inesorabilmente avvolta dalle tenebre del tempo se non ci avesse lasciato memoria della sua vita il suo conterraneo Alessandro Tommaso Arcudi  (1655-1718) alle pp. 68-69 della sua Galatina letterata uscita per i tipi di  Giovambattista Celle a Genova nel 1709. Così in particolare: Ora di questa famiglia [Gorgoni] abbiamo veduto, e pratticato ne’ nostri giorni, ed in un secolo tanto nella mia Patria scarso, ed avaro di letterati, per eruditissimo Angelo Gorgoni. Egli doppo aver sedate alcune turbolenze insorte nella sua casa, e legatosi in stato matrimoniale, attese con ogni ardenza a fondare, e promovere l’Accademia degl’Irrisoluti: e diede sprone alla gioventù con gloriosa emulazione ad erigere l’altra de’ Risoluti. Più volte abbiamo inteso il Signor Angelo publicamente discorrere, ed in verso, ed in prosa, con applauso di tutta la radunanza. Ma doppo la sua morte a poco, a poco, l’una, e l’altra Accademia restano quasi dimenticate, e sepolte. Il suo fratello, e già Archidiacono D. Giovanni Camillo Gorgoni, soggetto che ancor vive in Napoli, al par di lui erudito, fece stampare alcune delle sue Poesie,col titolo di Melodie di Parnaso, risuscitando il nome del Signor Angelo dal sepolcro, nel quale fu chiuso nell’anno 45 della sua vita a 24 Febraro, e nel Bisestile 1684.

Sulle due accademie fondate dal Gorgoni l’unica, scarna fonte è l’Arcudi con questo passo e con un altro de Le due Galatine difese, raccolta di suoi diversi opuscoli fatta e pubblicata da Francesco Saverio Volante, per i tipi dello stesso editore di Galatina letterata, nel 1715. Le pp. 8-15 contengono un pezzo dal titolo L’autore a gli signori accademici Risoluti di Galatina e alle pp. 237-244  un’epistola datata 10 ottobre 1681, che così inizia: Cugino carissimo, desiderando V. S. di leggere le mie due composizioni poetiche, l’una latina, e l’altra volgare da me recitate contro le maledicenze del signor Musarò nella nostra Accademia, celebrata alle lodi dell’Apostolo Pietro principale Padrone, e protettore della mia Patria. E più avanti (p. 243): Dovete finalmente sapere, che l’Academia celebrata dall’Academici Risoluti, i quali fanno per impresa la fiamma, fu sotto gli auspici del Signor Sindico Angelo Mongiò, che fà per impresa la Luna, il quale qualche tempo fu travagliato da infermità di pazzia; che la mia impresa è l’Orsa stellata, che Galatina erge la Civetta coronata, alla quale Urbano VI aggionse le chiavi di Pietro e Gallipoli il Gallo. In quella radunanza erudita io presentai il libro del Musarò, leggendo publicamente l’accennate parole sue, sopra le quali facendo una breve perorazione, poi recitai quelle composizioni, che per ubidirla le invio. All’Arcudi si rifà Camillo Minieri-Riccioindicando come data di fioritura il 1715, cioè quello di pubblicazione del libro. Basta, però, una lettura superficiale dello stesso (a parte la lettera del 1681) per capire che gli opuscoli ivi raccolti erano stati preparati da tempo e che, quindi, conformemente alla testimonianza dell’Arcudi, a quella data (erano passati trentuno anni dalla morte del fondatore)  l’accademia doveva essere estinta da un pezzo.

Del Gorgoni nulla sarebbe rimasto, dunque, se suo fratello Giovanni Camillo non avesse provveduto a pubblicare le sue poesie a quattro anni dalla morte nel  volume intitolato Le melodie di Parnaso, uscito per i tipi di Michele Monaco a Napoli nel 1688.

La prima recensione che io conosco (e non ho certo la pretesa che questo mio scritto ne costituisca una sottospecie di ultima) è quella di Giovanni Battista Lezzi di Casarano (1754-1832), in Vite degli scrittori salentini , manoscritto (ms. D5) custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. A p. 462 (la numerazione non è per r/v), si legge: Per dire, che queste Poesie non sono lodevoli per alcun verso, basti il dire, che son del secento; ma l’Autore contento almeno di averle scritte non avea pensato di farne un regalo ai Posteri, o se avea avuto il desiderio di pubblicarle, non ne avea avuto il tempo, prevenuto dalla morte. Il fratello, credendo di consagrarle all’Eternità, con pessimo consiglio si risolvè di stamparle. Per osservarne il cattivo gusto, basta il leggere l’annesso sonetto ch’è de’ meno sciagurati.

L’autore ad Amico, che l’addimanda in che si trattiene, risponde.

Nacqui Cignoa, son Cigno. A Cliob che volle/

amico avermi, son’amico ancora;

amo la vita mia sempre canora

giachesempre al mio core un spirto bolle.

Non mi ribellodall’ Aoniocolle

per altri monti a divagar tal’ora:

ivi l’anima mia note migliora,

ivi l’alma erudita i versi estollef.

Umor Castalioin urnabreve accoglio,

in cui disseto la mia penna, in cui

trovo materia d’eternare il foglio.

Se pianse Anchise e ne’ disastri sui

disse Fummo Troiani, io dir non voglio,

Non son Poeta se Poeta fui.

_____

a Appellativo di musicisti e poeti.

b Una delle nove Muse, protettrice della storia e della poesia epica.

c Per giacché, ma la forma (nata da già che) era di uso normale in testi a stampa del XVII e del XVIII secolo.

d non rinuncio

e dell’Aonia, regione montuosa della Beozia dove le Muse avevano la loro sede.

innalza.

della fonte Castalia, che prese il nome dalla fanciulla che si suicidò gettandovisi per sfuggire ad Apollo. In essa si purificavano i pellegrini che si recavano a Delfi per consultare l’oracolo del dio. Dai poeti romani era ritenuta ispiratrice di poesia. Quindi tutto il verso sta per attingo l’ispirazione con un piccolo vaso (difficile dire se il riferimento è alla limitatezza delle sue capacità di captazione o alla brevità dello schema metrico preferito, che è, qui come negli altri componimenti, il sonetto).

h vaso.

 

Premesso che le note di commento per questo sonetto e per i successivi sono mie, debbo rilevare che il Lezzi con quel suo basti dire che son del secento mostra di essere condizionato dal pregiudizio più banale in cui sovente cadiamo, non solo quando si tratta di dare il giudizio su un prodotto letterario: tutto ciò che non esprime il gusto del nostro tempo è da buttar via, quando, al contrario, ma non vale per il nostro caso dato l’esiguo lasso di tempo esistente tra il poeta ed il suo critico, non ci ergiamo a laudatores temporis acti. Da questa premessa ne consegue la stroncatura di un componimento che, pure, è considerato tra i meno sciagurati. Probabilmente il Lezzi non poteva tollerare quelle che a lui apparivano come oziose ripetizioni talora accoppiate a figura etimologica (Cigno nel primo verso, amico nel secondo con la figura etimologica di amo nel terzo, colle e monti rispettivamente nel quinto e nel sesto verso, anima nel settimo e alma nell’ottavo, poeta nell’ultimo. E dovettero sembrargli una prova di presuntuosa sicurezza gli ultimi tre versi, compreso, ad aggravarla,  il ricordo virgiliano del primo di essi. È del poeta il fin la meraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo, chi non sa far stupir vada alla striglia! predicava Giambattista Marino, il pontefice della poesia barocca. Certamente il Gorgoni non è un cigno, ma non si può nemmeno invitarlo ad andare alla striglia senza dare uno sguardo integrale al suo volume che comprende componimenti  che, secondo il Lezzi, probabilmente, sarebbero da considerare tutti più o meno sciagurati.

Per corroborare quanto affermato nel commentare questa poesia che nel volume è a p. 26 e perché il lettore si faccia una sua idea, propongo un estratto dell’imponente produzione2.

Comincio con un sonetto in cui l’autore, ben lungi da quella presunzione che una lettura superficiale del precedente indurrebbe a rilevare, mostra chiara consapevolezza dei suoi limiti (questa volta qualcuno lo accuserà di ipocrisia e falsa modestia? …) pur invocando  a compensazione una certa correttezza morale e religiosa.

 

(p. 4) Per le sue Poesie, mentre vanno alle Stampe3

Ite innocenti mie dolci fatiche,

ne’ torchi amici à miglior vita haverne;

voi della penna mia già figlie antiche,

voi della Cetra mia note moderne.

Se le lingue de’ Savi havrete amiche,

poco vi cale di chi mal discerne.

Non Elene corrotte, et impudiche

v’accoglie Apollo in sù le sfere eterne.

Vergine la mia Clioa, però modesta,

a suon di corde d’or vita vi diede,

e, mentre v’adornò, la man fù onesta.

Quanto spetta al decoro, in voi si vede,

quanto a pena Cristiana, in voi s’innesta;

vi diede un Cigno purità di fede.

_________

a Vedi la nota b del componimento precedente.

 

Il sonetto che segue si direbbe quasi premonitore …

(p. 5) Per chi cenzura , e non scrive

Mille Zoilia vegg’io, che a’ Greci Omeri

mordono i fogli, et è livor lo sdegno;

di mille anco Aristofani severi,

che de’ Socrati ognor ridonsi à segnob.

Veston ali di cera i lor pensieri,

né giunger ponno della Fama al Regno.

Inutili di Palladec Guerrieri,

hanno l’armi alla lingua, e nò all’ingegno.

Chi commenzal d’Apollo oggi si spanded,

Pindaroe non fù mai. Né bene accenna

che delibòf col Dio sacre vivande,

non sà, chè fiero il Mar, chi mai l’Antennag

d’un pinh guidò. Né sà, che peso è grande

chi Atlantei non provò Cielo di penna.  

________

a Zoilo fu un grammatico greco del IV secolo a. C., autore di un’opera, andata perduta, in cui criticava ferocemente i poemi omerici.

b Aristofane (V secolo a. C.) nella commedia Le nuvole ironizza su Socrate e i Sofisti.

c Dea protettrice delle arti.

d vanta

e Poeta lirico greco (VI-V secolo a. C.) famoso per i suoi voli, cioè ardite, improvvise digressioni.

f gustò

g l’albero

h nave (metonimia: invece dell’oggetto, la materia di cui è fatto).

i Zeus, che era figlio di Crono,  lo costrinse a reggere sulle spalle la volta celeste per punirlo di essersi alleato con Crono per guidare o titani contro gli dei dell’Olimpo.

 

Proseguo con i sonetti dedicati agli animali.

 

(p. 31) La formica

Quando Sirioa  più avampa, e ‘l fier Leoneb 

co’ suoi raggi infocati il Mondo accora,

sbucata da mia concava magione,

de’ bruti in compagnia lodo l’Aurora.

Provedo a’ casi miei nella stagione

dell’ariste indorate avida ognora.

E per assimilarmi cal dio Plutone,

furo a Cerere afflitta i frutti ancora.d

Non di villano cor m’agghiaccian l’onte

Caccoe di brieve corpo. Io sono amante

delle bricef disperse, e lui del fonte.

Rispetto al corpo, alle minute piante,

s’ogni peso che porto appare un monte,

benche il nano de’ vermi io sono Atlante g.

___________

a É la stella più luminosa della costellazione del Cane e nel periodo della canicola (24 luglio-26 agosto) sorge e tramonta con il sole.

b Il sole è nel suo segno tra il 23 Luglio e il 22 Agosto.

c rassomigliare

d Allusione al mito di Cerere, la cui figlia Proserpina fu rapita da Plutone.

e Caco viveva in una grotta dell’Aventino e terrorizzava i vicini con i suoi furti. Fu ucciso da Ercole, al quale aveva rubato dei buoi.

f briciole

g Vedi la nota i del componimento precedente.

 

(p. 32) La mosca

Chi regal mi dirà!! Chi mi condanna

plebea frà tanti piccioli animali!

D’aquilino color vestendo l’ali,

ogni fisonomista in me s’inganna.

Se turbo il sonno altrui, sono tiranna;

arpiaa, se cene infestob a’ commenzali.

I Monarchi, i Plebei fò tutti eguali,

succhio a questi l’erbette, a quei la manna.

Mio Tron, è un volto in cui me spesso  assentoc,

né temo, che mi fuga, indi importuna,

con flagello di carta ira di vento.

La sorte è a me, né lucida, né bruna;

con vicende di Fato, io m’alimento

in desco di Miseria, e di Fortuna.

___________

a Le Arpie erano creature mitologiche col volto di donna e il corpo di uccello. Erano specializzate nel saccheggio delle mense.

b invado

c siedo; qui l’autore, che non era certo un indotto, si è preso la licenza, dovuta ad esigenza di rima, di scambiare assido (da assidere) con assento (da assentire), attribuendo a quest’ultimo il significato del primo.

 

(p. 122) Lamenti d’un Bue

Su l’apparir de’ matutini albori

m’intima a fatigar bifolca mano,

e interrotti i placidi sopori,

o le valli coltivo, o solco il piano.

Trovo circonferenti i miei sudori,

se dura sfera è l’esercizio humano,

né pietade provede a’ miei languori,

che le leggi ad un Bue fa Re villano.

Son’io, che copro i semi, io che raccoglio

le ricche biade; e se talor mendico

cibo, lo porge rusticano orgoglio.

Riposa altrui nel vitupero antico,

io naufrago operando; e sì mi doglio,

che fra tanti cornuti io sol fatico.

 

(p. 142) L’Aragno

Priva di penne, ove convengon l’ali,

lega debol fil da muro, in muro,

e fabra, e spola: aggroppa i stami uguali,

Dedaloa verme  ,c’ha veleno impuro.

Mille Tesei volanti, i dì fatali

chiudono a morte al carcere spergiuro,

e, fallace Arianna a loro mali

porge stami, e lo scampo è men sicuro.b

Pesca senz’amo, sù dell’Etra al Marec;

dalle viscere sue l’esche raduna,

fatte le reti Rie fila già rare.

Se ‘l cerchio indi le squarcia Aura importuna

meraviglia non è, che sempre appare

chiara incostanza a Rota di Fortuna.

_____

a L’inventore del labirinto, cui la tela del ragno somiglia.

b Allusione al mito di Teseo che uccise il Minotauro (rinchiuso da Minosse, re di Creta,  nel labirinto) grazie all’aiuto di Arianna, figlia del re , la quale lo dotò di una matassa che, srotolata, permise all’eroe di uscire dal labirinto.

c dal cielo al mare

 

(p. 152) Il Gallo

Quando avanzano al dì brievi momenti,

la notte invoco à seminar gli orrori.

Ristorate dal sonno al fin le menti,

desto l’Aurora à dispensar gli albori.

Animato  Orologgio: io balbia accenti,

rinforzo audace, e fremiti sonori,

invito à sursib effeminate genti.

Sono Metro del Tempo, e degli amori.

Coronato volante: à me natura

della prosapiac mia fidò l’impero,

altro che vigilar non è mia cura. 

Iride hò nelle piume; e sempre altero

se co ‘l canto protestod ogni bravura,

degli Augelli son’io tromba, e Guerriero.

________

a Forma sincopata di surgersi(levarsi dal letto)

b balbettanti

c stirpe

d mostro

 

(p. 166) Per una sanguettolaa, morta sopra il braccio di bella Donna

Dai neri stagni, in lucida prigione

altri ti chiuse, di salute un Angueb,

acciò, svenando agl’innocenti il sangue,

fusse de’ vermi un fisico Neronec.

Mentre l’arte di Cood savia t’impone

mordessi il braccio à Lilla mia che langue:

avida, e tu, per non sentirla esangue,

fustee di sua salute empia cagione.

In picciolo Eritreof, tue rabbie absorteg,

inerme Faraon vedesti; e ‘l male

che ondoso s’annegò, anco fù forte,

ma, felice imparasti empio animale,

per non mutarti in cenere la Morte,

con i balsami suoi farti immortale.

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a sanguisuga; all’epoca il salasso tramite sanguisuga era una delle terapie più usate in varie malattie. Sanguettola è diminutivo di sanguetta, voce regionale settentrionale.

b serpente

c Qui l’imperatore è assunto per antonomasia a modello di sanguinario.

f Il globulo rosso, scoperto da poco (dall’olandese Jan Wammerdam  nel 1568).

g scatenate

 

(p. 236) Si paragona all’Ape

A te, ch’ali dorate Ape ramingo

apri a i raggi del Sol, Clotoa de’ fiori

e guerriero oricalcob, a’ tuoi clamori

coorti aduni, a parità mi fingo.

Tu nel fumo patisci, e io mi stringo

del Dio ch’è ciecoc ai fumiganti ardori,

tu favi ammonti, ed io con atri umorid

armoniche dolcezze al Mondo pingo.

Tu volante destrier sù l’Etrae biscif,

io di Marte scrivendo, or pugno, or giostro,

tu i Prati adori, io d’un bel volto i lisci.

Così,  troppo uniforme è il viver nostro,

mentre noi stizza altrui: pronto ferisci

tu con ago mordace, io con inchiostro.

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a Era la più giovane delle tre Parche e il suo compito era quello di filare lo stame della vita.

b tromba

c Amore

d inchiostro

e nell’aria

f sibili

 

Per la seconda parte: https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/28/angelo-gorgoni-1639-1684-di-galatina-e-una-stroncatura-forse-immeritata-1-2-2/?fbclid=IwAR3hwtlMSi_n1I7kvSJXU7n8M46Vpo52XgZLvcszVuz9X1gGqY8zfXTVexM

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1 Notizia delle Accademie istituite nelle Provincie Napolitane in Archivio Storico per le Province Napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli, 1878, p. 147: Galatina. L’Accademia col nome di RISOLUTI fioriva tuttavia nell’anno 1715 in Galatina, e facea per impresa una Fiamma3. E in nota 3: Vedi ALESSANDRO TOMMASO ARCUDI a p. 8, 237 e 243 del suo libro Le due Galatine difese, che stampò in Lecce nel 1715 colla falsa data di Genova e col finto nome di Saverio Volante.   

2 Sono 312 componimenti: 270 sonetti, 37 epigrammi e 5 altri di maggiore estensione. Due suoi sonetti , inoltre, si trovano inseriti, in lode dell’autore, in Vita e miracoli del glorioso S. Saba, di Onofrio Guido di Castrignano dei Greci, opera uscita per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1861 (le pagine non sono numerate).

3 Scrive il fratello nell’avvertenza al lettore che i sudori di mio fratello furono valevoli, accelerandogli il suo dì fatale, a privarlo della luce; e più avanti che si tratta di opere … la maggior parte ritrovate abbozzate trà misere cartuccie …   Se, dunque, questo componimento non è un topos obbligato, Angelo aveva intenzione di pubblicare la sua fatica ma la morte glielo impedì.

 

Antiche cure e rituali del tarantismo presso il mare, le sorgenti e i corsi d’acqua


 

di Gianfranco Mele

Oggi l’immagine più popolare del tarantismo è quella del ballo al chiuso delle mura domestiche, essendo stata una delle due forme rituali più recenti (l’altra, come noto, instauratasi in una fase successiva, è quella del pellegrinaggio nella chiesa galatinese dedicata a S. Paolo, che giunge anche a sostituire del tutto il rituale musicale domiciliare). Ma non sempre è stato così: forme più antiche son descritte da vari autori del passato e hanno come scenario a volte le strade e i crocevia, altre volte, e ancor più anticamente, ambienti arborei e/o acquatici. Come vedremo, il rituale domiciliare ha poi conservato questi elementi introducendoli (sia pur in modo rimaneggiato) all’interno delle mura domestiche. In “La terra del rimorso”, nella parte della trattazione dedicata agli scenari e all’ambientazione del rito, il De Martino ha ampiamente descritto questi aspetti. In questo scritto ripercorreremo e descriveremo in particolare gli scenari legati all’ambiente acquatico (e ai suoi “surrogati” domiciliari) cercando, per quanto possibile, di risalire ai significati e alle motivazioni del rito in acqua o con la presenza dell’elemento acqua.

E’ lo stesso De Martino, a riferirci che lo studioso orietano Quinto Mario Corrado, nel suo De copia latini sermonis (1581) ricorda come i tarantati “ad aquam, ad fontes, ad ramum viridem, ad umbras, ad amaena omnia rapiuntur[1]

Sempre il De Martino, ci fa notare che

“Atanasio Kircher […] attesta che nel luogo destinato alla danza venivano spesso collocate conche colme d’acqua, addobbate con erbe e rami verdeggianti: e dall’acqua e dalle fronde i tarantati traevano grandissimo diletto, sino al punto di tuffarsi nella conca, e di guazzarvi a mò di anitre”[2]

 

Epifanio Ferdinando nel 1621 riferisce una serie di comportamenti dei tarantati, fra cui quelli di “giovani donne che si buttano nei pozzi” e di altri che “si lanciano in mare”;[3] i tarantati sembrano trovare conforto alla vista del mare e dell’acqua, traggono giovamento dall’immergervisi, manifestano desiderio ardente di bagnarsi nel mare, e gioia al solo sentir parlare di mare o di acqua. Epifanio si dà una spiegazione di questo comportamento, sostenendo che

il veleno della tarantola non agisce esso solo in tutto e per tutto, ma essendo la sua costituzione secca, [i tarantati] amano quello che è opposto al secco, cioè l’acqua. Infatti nei tarantati l’immaginazione non è alterata a tal punto, come in quelli che sono stati morsi da un cane rabbioso, i quali hanno l’idrofobia e perciò, rabbiosi, rifiutano quel rimedio che a loro potrebbe giovare[4] 

 

Ma, altra cosa importante, Epifanio è a conoscenza del fatto che già secondo Dioscoride l’acqua del mare sana le persone morse dai ragni (e lo cita), così come cita   il medico persiano Rasis (854-930) il quale raccomanda l’immersione in acqua del mare per le persone avvelenate dai ragni.[5]

I tarantati trovano sollievo dall’acqua in genere, non solo quella del mare ma anche quella di conche e pozzi:

Perché alcune fanciulle tarantate si lanciano nei pozzi, esibiscono le parti intime, si strappano i capelli e gridano? La causa deve ritenersi la stessa, ma più intensa: infatti, quanto più secca sarà la tarantola, più intensi diventeranno questi sintomi.[6]

 

Come le tarantole amano l’umidità, così secondo Epifanio la prediligono le persone che ne son state morse:

Perché alcuni gioiscono a sentire nominare il mare e i canti che fanno riferimento al mare? La causa risiede in quello che si è detto: in conseguenza della secchezza del temperamento, sembrano amare l’umidità sia le tarantole, sia le persone che sono state morse da esse. Noi conosciamo molti che non trovano sollievo se non si immergono nell’acqua delle conche o nei pozzi, legati ad una fune per non annegare.” [7]

 

Epifanio descrive anche i rimedi balneoterapici indicati dal Rasis:

Rasis ha prescritto molti rimedi utili, come il bagno in acqua calda, teriaca, succo di foglie di mora, vino puro, aglio, cumino, agnocasto, l’immersione nell’acqua del mare riscaldata, la sudorazione abbondante”.[8]

 

Cita poi il medico greco Rufo di Efeso (I sec.-II sec. d.C.):

Rufo raccomanda più di tutto la teriaca, il bagno e il vino vecchio”.[9]

 

Ancora, sui bagni:

Ezio, nel libro XIII, cap. 18 e Paolo, libro V, cap. 7, fra gli altri rimedi, lodano molto l’aglio, il vino e i bagni; ugualmente nel libro V, cap. 27.[10]

Anche il medico Giorgio Baglivi parla, nel 1696 (Dissertatio de anatome, morsu et effectibus tarantulae), della presenza dell’acqua nel rituale, e, in questo caso, di fosse scavate all’esterno, nel terreno, nelle quali i “malati” si immergevano. Nell’acqua, i tarantati immergevano anche fronde e rami verdi che poi si ponevano in testa. De Martino ne fornisce sunto:

… il medico dalmata Giorgio Baglivi, non manca di accennare ai pampini e ai rami fronzuti che i tarantati agitavano e immergevano nell’acqua, per adornarsene poi il capo; e accenna anche al ricorrente gesto che i tarantati eseguivano di immergere nell’acqua mani e capo. Non parla a dir vero di tino o conca apprestati al centro dell’ambiente, ma di un fosso scavato nel terreno, e colmato d’acqua, onde l’immergersi in esso richiama al Baglivi non già, come nel Kircher, l’immagine di anitre che starnazzano, ma quella di maiali che si voltolano nel fango”.[11]

 

Dei balli nell’acqua, e in questo caso nel mare, parla dettagliatamente anche il naturalista seicentesco Paolo Silvio Boccone, che scrive:

“Una delle forze, e fatiche incomprensibili, che hanno, e che ci assicura non esservi finzione, si è quella, che per un quarto d’hora, e più di seguito girano intorno, come un Arcolaio, con impeto, e furore; l’altra è di voler ballare in Mare, e però vi si gettano con violenza, e cecità tale, che gli astanti sono obbligati a legare i Pazienti alla poppa della Barca in mezzo alle acque, e li Sonatori di dentro suonano, e in quella forma resta satisfatta l’imaginazione depravata, e corrotta degl’Infermi.” [12] 

 

Il De Martino, proprio in riferimento a questi passi del Boccone, scrive:

“… il suicidio per eros precluso, l’impulso di morte per disperato amore, la corsa verso il mare per scomparire nelle onde trovavano orizzonte in un rito ch’era praticato a Taranto e a Brindisi: il tarantato in crisi, legato con una fune alla poppa di una barca, veniva fatto baccheggiare a suo agio nelle acque del mare, mentre i suonatori in barca cercavano di imporre al disperato il ritmo delle loro melodie[13]

 

Nel passo suddetto il De Martino non sembra sottolineare tanto il ruolo curativo dell’acqua, quanto il gesto disperato della corsa verso il mare, e rispetto al quale i parenti del tarantato si adoperavano a “limitare i danni” legandolo alla poppa o ricreando per lui il contesto acquatico in ambiente più “protetto”: rimarca questo aspetto quando in un passo successivo descrive la presenza delle conche d’acqua come surrogati casalinghi del mare, e, a seguire, parla, riprendendo i Kircher, dell’episodio di un cappuccino di Taranto il quale, morso dalla tarantola, corre con impeto verso il mare e là vi trova la morte:

C’è da chiedersi se la tradizionale conca colma d’acqua nella quale diguazzavano i tarantati non assolvesse almeno in dati casi la funzione di modesto surrogato casalingo in cui spegnere simbolicamente un ardore che nel suo cieco trasporto poteva sospingere a disperate fughe verso il mare e a pericolosi salti in acqua: come fu il caso di quel cappuccino di Taranto, cui i superiori avevano proibito di eseguire l’esorcismo musicale e che un giorno, irresistibilmente stimolato dal suo impulso di immersione, fuggì dal convento come folle e con tanto impeto si inoltrò nel mare da trovarvi non già refrigerio al suo male, ma miserabile morte per annegamento”.[14]

 

Eppure il De Martino, nel capitolo della sua trattazione intitolato “Tarantismo e cattolicesimo”, affronta il tema dell’acqua risanatrice e “miracolosa” del pozzo di San Paolo, ma evidentemente non la mette in stretta relazione con questi altri aspetti del rituale acquatico.

Laddove non era presente o non era immediatamente raggiungibile un ambiente acquatico (ed arboreo, altra caratteristica dell’ambientazione più antica del rito), questo veniva ricreato “artificialmente”, anche tra le mura domestiche: ancora una volta, è il De Martino a notarlo, riportando passi del De Phalangio Apulo di Ludovico Valletta (monaco della congregazione dei Celestini al convento di Lucera). Scrive il De Martino:

“Ludovico Valletta […] conferma che talora i tarantati gioivano «alla vista di limpide acque, e di fonti artificiali che con soave mormorio scorrevano in un tino apprestato alla bisogna», compiacendosi di verdi fronde spiccate di fresco dagli alberi e disseminate qua e là nell’ambiente destinato alla danza, e ciò «per rappresentare in qualche modo una selva».”[15]

 

Successivamente, il Valletta descrive le spese che le famiglie dei tarantati son costrette a sostenere per l’organizzazione dell’intero rituale di cura (compensi in denaro, regali e vitto per i musicisti; ingaggio di giovinette abbigliate in abiti nuziali con il compito di danzare con i tarantati; spese varie per l’arredo – compreso il fitto di armi da appendere alle pareti o l’ acquisto di drappi multicolori -), e fa riferimento anche alle spese per la ricostruzione dello scenario acquatico-arboreo:

E faccio grazia di molti altri sussidi e opportunità di cui si servono gli intossicati sia al fine di sollevare e rallegrare gli animi mesti durante la danza, sia perchè di queste cose hanno bisogno per qualche motivo: come, per esempio, fonti artificiali di limpida acqua congegnate in modo che l’acqua, raccolta, torna sempre di nuovo a versarsi: le quali fonti son ricoperte e circondate di verdi fronde, di fiori e di alberelli […]”[16]

 

Anche il Valletta descrive il rituale della sospensione al soffitto con una fune (pratica che ai tempi delle indagini sul campo di De Martino è già in disuso e della quale, come lui osserva, gli intervistati conservano solo il ricordo): al termine del dondolio con le mani strette alla fune, e ad essa aggrappata con tutto il corpo, la tarantata, sudata, si immergeva in acqua:

A motivo di questa agitazione e dell’incredibile fatica sopportata, tutto il corpo e soprattutto il volto della donna erano coperti di sudore copioso, finchè infiammata da così strenua agitazione correva anelante al gran tino colmo d’acqua apprestato a sua richiesta, e vi immergeva completamente il capo, onde trarre con l’acqua fredda qualche lenimento al dolore che l’avvampava”.[17]

illustrazione dal testo del Valletta

 

Il Serao fa riferimenti sia ai balli in mare che alla presenza dell’acqua nel rituale domiciliare. Riferendosi alla ricerca di Epifanio Ferdinando, scrive:

Cerca egli, verbigrazia, perchè i Tarantati si compiacciano di farsi seppellire fino al mento nella terra: perchè amino di cercar luoghi ermi , e desolati, e sogliano fin anche aggirarsi volentieri intorno a’ sepolcri, e cimiteri : perchè altri si gettino in mare; altri urlino; altri si avventino per mordere questo e quell’altro: perchè il sono delle campane loro ecciti passione, e mestizia: perchè cerchino di esser sospesi da una fune; o messi in una culla, e quivi dimenati, come si fa co’ fanciulli. Perchè le giovinette si sieno talora precipitate nei pozzi; perchè le medesime senza alcuno ritegno facciano altre sconcezze: si strappino i capelli: vogliano sentir le canzoni, in cui sia nominato il mare.[18]

 

In riferimento al rituale domiciliare, il Serao così descrive il ruolo e le funzioni dell’acqua:

Ben credo d’intendere, perchè vogliano che loro si pongano avanti degli specchi; e molto meglio e più facilmente perchè cerchino de tinelli, e de’ bacini pieni d’acqua; o almeno perchè i pietosi spettatori arrechino di questi ordigni in vicinanza de Tarantolati che danzano: poichè vanno essi di tanto in tanto a tuffar la testa nell’acqua, e ripigliano perciò lena, quando sono più trafelati e molli di sudore.”[19]

frontespizio del testo del Serao

 

Il Berkeley, nel suo “Diario di viaggio in Italia” (primi del ‘700), descrive tra le altre cose l’abitudine dei tarantati di gettarsi nel mare di Taranto:

“A Taranto vivono diverse famiglie nobili. Anche qui abbiamo assistito alla danza di un tarantato. […] Il console ci ha detto che tutti i ragni, ad eccezione di quelli con le zampe più lunghe, se ti mordono, provocano i tipici sintomi, benché non così forti come quelli dei ragni più grandi di campagna. Ha poi aggiunto che la tarantola provoca un forte dolore e un livido che si estende su tutta la zona circostante il morso ed anche oltre. Non credo che fingano, la danza è davvero faticosa. Inoltre, ha raccontato che i tarantati siano vittime di una pazzia febbrile e che a volte, conclusa la danza, si gettavano in mare e finivano per annegare se qualcuno non li avesse salvati. “[20]

 

Il leccese Nicola Caputi nel suo De tarantulae anatome et morsu, descrive gli scenari del rito e la presenza costante dell’acqua anche in ambito domiciliare:

“La camera da letto destinata al ballo dei tarantati sogliono adornare con rami verdeggianti cui adattano numerosi nastri e seriche fasce di sgargianti colori. Un consimile drappeggio dispongono per tutta la camera; e talora apprestano un tino, o una sorta di caldaia molto capace, colma d’acqua, e addobbata con pampini di vite e con verdi fronde di altri alberi; ovvero fanno sgorgare leggiadre fonticelle di limpida acqua, atte a sollevare lo spirito, e presso di queste i tarantati eseguono la danza, palesando di trarre da esse, come dal resto dello scenario, il massimo diletto. Quei drappi, quelle fronde e quei rivoli artificiali essi vanno contemplando, e si bagnano mani e capo al fonte: tolgono anche dal tino madidi fasci di pampini, e se ne cospargono il corpo interamente, oppure – quando il recipiente sia abbastanza capace – vi si immergono dentro, e così più facilmente sopportano la fatica della danza.”[21]

 

Questa la descrizione che il ricercatore ottocentesco Giovan Battista Gagliardo offre delle danze delle tarantate presso il podere Malvaseda nei pressi di Taranto:

“Succede al promontorio della Penna il podere Malvaseda nome di un’estinta famiglia Tarentina, il quale è innaffiato da’ varj canaletti di acqua perenne. Qui nelle belle giornate d’inverno concorrono i Tarentini per mangiarvi il pesce fresco, le ostriche, ed altre conchiglie.

Il vedere in quei giorni tutta questa campagna, la quale è piena di agrumi, e di ogni specie di alberi da frutto, popolata da famiglie sparse qua, e la, tutte intente a preparare il pranzo, e quindi sdrajate per terra divorarselo, ricordano le belle adunanze greche che terminavano colla danza, come finiscono anche le moderne. Dopo il pranzo unisconsi le varie compagnie e ballano al suono della chitarra la pizzica pizzica, ballo che esprime tutta la forza dell’entusiasmo, e di quel clima, che diede occasione ad Orazio di chiamarlo molle.

Concorrevano anche qui una volta le Tarantolate. Credevano quelle maniache, e facevano crederlo anche ai loro amanti, che senza rivoltarsi nell’acqua, ciò che dicevano Spupurare, non sarebbero guarite. Grazie alla filosofia, alla quale le femmine debbono ora la libertà che prima era loro negata, non vi sono più tarantolate né in Taranto, né nel resto della Provincia. “[22]

 

La ricercatrice inglese Janet Ross intraprende intorno al 1888 un viaggio in Italia: nella sua tappa pugliese è accompagnata dal manduriano Giacomo Lacaita. Assiste al ballo della “pizzica-pizzica” presso la masseria di Leucaspide a Statte (Taranto), e successivamente conosce un altro manduriano, Eugenio Arnò, al quale rivolge una serie di domande sul tarantismo.[23] La descrizione che Eugenio Arnò offre del tarantismo è molto particolare, come la stessa ricercatrice osserva, poiché l’ Arnò distingue fra “tarantismo secco” e “tarantismo umido”, indicando con quest’ultimo termine l’usanza di ballare presso sorgenti d’acqua. Vediamo, a seguire, uno stralcio del testo della Ross:

“Le informazioni che mi diede Don Eugenio, spettatore di centinaia di casi, differiscono da quelle avute da altri. Egli mi diceva: Esistono varie specie di quest’insetto che ha differenti colori, e vi sono due specie di tarantismo, quello umido e quello secco. Le donne, quando lavorano nei campi di grano, sono più soggette ad essere morsicate a causa delle poche vesti che portano addosso, durante il caldo eccessivo. Il male si annunzia con una febbre violenta, e la persona colpita di dimena furiosamente in tutti i versi gridando e lamentandosi. Allora subito si fanno venire dei musicanti, e se la musica che si suona non incontra la fantasia della tarantata (o tarantato, vale a dire la persona morsicata), la donna ( o l’uomo) si contorce e si lamenta più forte, gridando ”no, no, no questa canzone“. I musicanti allora cambiano immediatamente motivo, e il tamburello strepita e picchia furiosamente per indicare la differenza del tempo. Finalmente quando la tarantata trova la musica che fa per lei, si slancia d’un balzo e si mette a ballare freneticamente.

Se poi si tratta di ”tarantismo secco“, i parenti cercano il colore dell’insetto che l’ha morsicata, e le adornano le vesti e i polsi di nastri dello stesso colore dell’insetto, bianco o celeste, verde, rosso o giallo. Se nessun colore risponde a quello che si cerca, allora vien coperta da strisce di ogni colore, che svolazzano intorno a lei come essa balla, si dimena, si agita con le braccia per aria, da vera indemoniata. La funzione o cerimonia si comincia generalmente in casa; ma va a finire sempre per la strada, sia per il caldo, sia per la tanta gente che si raccoglie. Quando finalmente la “tarantata” si calma, vien messa in un letto caldo, dove dorme qualche volta sino a diciotto ore di seguito. Pel “tarantismo umido“, i musicanti vanno a sedere per lo più vicino ad un pozzo, dove la tarantata viene irresistibilmente attratta; e mentre la disgraziata balla, un numero straordinario di parenti e di amici la inondano d’acqua, per cui, diceva Don Eugenio, ”è incredibile la quantità d’acqua benedetta che viene consumata“. E ne parlava con vero dispiacere, perché in Puglia non è difficile il caso, che il bestiame muoia in estate per mancanza d’acqua. Pare che il “tarantismo umido” sia quello peggiore, perché talvolta la febbre si prolunga a sino a settantadue ore; ma in tutti e due i casi, fui assicurata che se i musicanti non sono chiamati, la febbre continua indefinitivamente, e viene qualche volta seguita da morte.[24]

 

Albero millenario Leucaspide (disegno Carlo Orsi) dal testo di Janet Ross

 

Antoine Laurent Castellan, riportando osservazioni sul tarantismo compiute durante un suo viaggio a Brindisi nel 1897, scrive:

Qui si crea l’opinione che i malati fuggano dalla società, cerchino l’acqua con avidità e ne approfittino anche se non sono osservati; si crede anche che a loro piaccia essere circondati da oggetti i cui colori sono molto vivaci.[25]

illustrazione dal testo di Antoine-Laurent Castellan Lettres sur l’ Italie (1819)

 

Sempre in un contesto di fine Ottocento, anche il manduriano Giuseppe Gigli riferisce della presenza di acqua durante i balli:

Alcuni usano ballare nelle case; altri nei crocicchi delle vie; alcuni vestiti a festa, altri quasi seminudi; alcuni tenendo in mano i fazzoletti, o simili adornamenti femminili, altri reggendo pesanti arnesi della casa. Uno dei più barbari balli è quello che taluni fanno nell’acqua. E non solamente nell’acqua si agitano per mezza persona, ma continuamente se ne versano con un catino sul capo e sulle spalle. E’ una cosa che muove a pietà, a sdegno per così orribile pregiudizio![26]

 

Esula dal tema di questo scritto l’occuparci in modo approfondito degli altri dettagli tipici dell’ambiente del rito domiciliare, tuttavia ne faremo un accenno, per completezza espositiva: come ci ricorda il De Martino, altri oggetti rituali sono le spade per il combattimento rappresentato durante la danza, gli specchi (nei quali i tarantati di tanto in tanto si contemplavano),[27] i nastri multicolori, i drappi, e fazzoletti, scialli, monili con i quali spesso le tarantate si adornavano.

Un ruolo particolare come abbiamo evidenziato più volte lo avevano anche le fronde e i rami degli alberi (una delle funzioni di questi addobbi posti nelle case dove si svolgeva il rito, era, secondo il De Martino, quella di ricostruire l’ambiente arboreo (insieme a quello acquatico), erbe varie, e/o, come riferisce Anna Caggiano a proposito dei tarantolati tarantini, vasi con piante vive. Nella descrizione della Caggiano, ritorna (e siamo già nel 1931) l’acqua:

tutte le comari offrono – in prestito s’intende – fazzoletti, scialli, sciarpe, sottane, tovaglie d’ogni colore, vasi di basilico, di cedrina, di menta, di ruta, specchi e gingilli ed infine un gran tino pieno d’acqua. L’ambiente viene così addobbato e quando tutto è pronto la morsicata, vestita di colori vistosi, sceglie a suo gusto nastri, fazzoletti, sciarpe, che le ricordano i colori della tarantola, e se ne adorna in attesa dei suonatori” [28]

 

Le piante poste a “decorazione” dell’ambiente del rito, secondo alcune interpretazioni fungevano anche da stimolo olfattivo, ai fini di una sorta di aromaterapia: è lo stesso De Martino a dedurlo e specificarlo,[29] anche se non specifica che molte di esse, e in particolare quelle che vengono nominate nel passo della Caggiano, nella medicina antica erano impiegate come rimedio specifico contro i veleni e contro i morsi di animali velenosi (ma affronteremo questo tema in altro scritto).

La “cura con l’acqua” (per i morsi delle tarantole, degli aracnidi e degli animali velenosi in genere) sia con l’acqua dolce che con l’acqua di mare, risale alla medicina antica (abbiamo già accennato a Dioscoride), e viene indicata come rimedio specifico sino ai tempi della letteratura medica ottocentesca, e difatti scrive nel 1859 il medico Achille Vergari:

“In certi luoghi la stufa secca forma l’unico mezzo curativo de tarantolati. I bagni d’acqua calda possono adempiere al la stessa indicazione. Si crede che l’acqua di mare sia meglio per più ragioni. […] Quando forti dolori vessano i tarantolati, conviene l’ uso dei bagni d’acqua calda, le stufe secche, e le vaporose. Quindi Mercuriale sull’avviso di Avicenna e di Aezio diceva, che gli avvelenati dalle tarantole con dolori deggiono essere posti ne bagni (Merc. de morbis venenosis. L. Il. C.V. p.39.)” [30]

 

Dunque i bagni nell’acqua (e spesso nell’acqua calda) costituiscono un rimedio e una usanza di tipo strettamente medico contro i veleni, sin dai tempi antichi, e si ritrovano, come abbiamo accennato e come vedremo più avanti, nelle prescrizioni di Dioscoride (I sec. d.C.), Rufo di Efeso (I – II sec. d.C.), Aezio (VI sec.), Avicenna (980-1037), Girolamo Mercuriale (1530-1606), Andrea Mattioli (1501-1578), Ambrogio Parco (XVI sec. anche costui) fino alla medicina ottocentesca.

La medicina popolare, come noto, è fortemente intrisa di conoscenze sia empiriche che nozionistiche, trasmesse e accumulate oralmente attraverso la tradizione, nei secoli, e provenienti, in genere, dalla medicina più antica. Ad una cura contro i veleni a base di balneazioni nota e praticata da millenni, si aggiunge, nel rituale del tarantismo, la musica come complemento, contenimento e rimedio ad uno stato di eccitazione motoria provocato dal veleno (reale o immaginario che fosse), che gradualmente va a soppiantare totalmente la cura balneare (della quale tuttavia restano residuati o reminiscenze simboliche inserite nel rito terapeutico domiciliare).

Come abbiamo anticipato, anche Dioscoride individua i bagni nell’acqua come rimedio contro i veleni. Nelle indicazioni del medico greco si ritrova, fra i vari rimedi, come indicazione per la cura degli avvelenamenti in genere, il bagno in acqua calda. Ma come vedremo più avanti, il Dioscoride indica proprio nei bagni dell’acqua di mare il rimedio specifico per punture di ragni e scorpioni.

La cura per i morsi di animali ritenuti velenosi tramite l’ acqua (in questo caso di sorgenti, aventi anche la caratteristica di essere “calde”) era praticata anche nella Sardegna di alcuni secoli fa. In un manoscritto anonimo (intitolato “Delle tarantole”) della fine del XVII secolo – inizi XVIII, edito da Crsec Galatina si legge:

La Tarantola solfuga, che nasce nell’ isola della Sardegna, ha pure di proprio li sovradetti sintomi, il nome di Serpente, ed il suo veleno ha per controveleno i medesimi medicamenti; afferma Giulio Salino, famosissimo ed antichissimo scrittore, nelle sue Istoriche descrizioni del Mondo, dove tratta dell’Isola di Sardegna: «la Sardegna è priva di serpenti, vi è soltanto, in vari luoghi nei campi della Sardegna, la “solfuga”, insetto molto piccolo privo di ali, simile ai ragni; è chiamata “sol fuga” poiché evita la luce e preferisce stare nelle miniere d’argento: si muove in modo poco visibile e, se uno senza vederla le si siede sopra, ne è morso»; e poco dopo, parlando del modo di curare questo veleno, soggiunge: «in alcuni posti vi sono sorgenti molto calde e salutari, che sono medicamentose: saldano le fratture ossee, annullano gli effetti del veleno della “solfuga” o quelli di punture di varie piante e animali».[31]

 

Lo stesso Epifanio aveva parlato della Solfuga e delle fonti di acqua risanatrice:

Quante sono le specie di ragni? Rispondo che noi troviamo 21 specie, infatti oltre le diciassette enumerate sopra, secondo le Storie delle Indie di Oucto, libro XV, cap. 3, c’è un’altra specie di tarantola che prospera a Ispaniola, isola del Nuovo Mondo, che è tanto grande da gareggiare col cancro gigante, della quale fino ad oggi non abbiamo nessuna conoscenza diretta. La diciannovesima è quella che secondo Solino e Isidoro, cap. 2, libro XI, si chiama solfuga e vive in Sardegna. È una specie di ragno e odia la luce, per questo di chiama solfuga; con il suo morso procura all’uomo un danno mortale, ma la natura o Dio Ottimo Massimo, per non lasciare niente senza uguale, ha prodotto lì delle fonti, la cui acqua bevuta da chi è stato morso funge da bezoartico[32]

 

La Solfuga o Solìfuga cui fanno riferimento questi autori, nonostante il nome generico e improprio, è da identificarsi nel Latrodectus tredigimguttatus, il ragno il cui morso sta probabilmente alle origini delle credenze sviluppatesi attorno alla “tarànta”, al suo veleno e ai sintomi del suo morso, e che ha un suo corrispettivo mitico-rituale nell’ Argia sarda.[33]

Tornando al ruolo dell’acqua, un cenno va fatto anche all’acqua del Fonte Pliniano manduriano, che, sembra di capire dalle parole di un altro medico, il Pasanisi, doveva essere utilizzata, almeno sino al Settecento, per la cura del tarantismo. Il Pasanisi ne accenna, tuttavia, per confutare l’idea che l’acqua del fonte mandurino possa contrastare gli effetti del veleno:

Può essere preservativo del tarantismo? Se il tarantismo, secondo il pensare di molti moderni, anche leccesi (fra gli autori leccesi è il cavalier Carducci nell’ annotazioni sopra il libro intitolato Delizie tarantine), non è effetto del morso velenoso della tarantola, ma un particolare morbo de’ pugliesi e del genere dei deliri melancolici, farebbe certamente un grande preservativo. Ma se poi sia effetto del veleno della Tarantola, come altri sostengono, sarebbe inutile fidarsi all’acqua di Manduria“. [34]

 

Nel Dioscoride del Mattioli si legge:

Dell’acqua marina. […] E’ veramente salutifera alle punture velenose, specialmente degli scorpioni, di quei ragni che si chiamano phalangi, e degli aspidi, i quali inducono tremore, e frigidità nelle membra: il che fa anchora entrandosi in essa calda”.[35]

 

Ancora, Il Mattioli cita Aezio, medico bizantino del VI secolo, scrivendo:

Dei segni universali dei morsi dei Phalangi, e parimenti della cura, scrisse complicatamente il medesimo Aezio nel luogo sopradetto, così dicendo. […] si causa frigidità nelle ginocchia, ne i lombi, nelle spalle: aggravasi alle volte tutto il corpo: i dolori punto non cessano, il sonno si perde, e fassi la faccia non poco pallida, e smarrita. In alcuni nasce nella verga non poco stimolo del coito, con prurito di testa, e di gambe: fanno gli occhi lacrimosi, torbidi, concavi: il ventre inegualmente si gonfia, e gonfiasi oltre a ciò tutta la persona, la faccia, e massimamente quelle parti, che sono intorno alla lingua, di modo che non poco impediscono la loquela. Sono alcuni pazienti, che non possono orinare, quantunque n’habbiano desiderio, se non con dolore: e quantunque pure orinino, fanno l’orina acquosa, nella quale si veggono alcune cose simili alle tele dei ragni: il che similmente si vede nei vomiti loro, e nelle feccie, che vanno del corpo. Messi i pazienti nell’acqua, s’alleggeriscono d’ogni dolore: ma come se ne vengono fuori, si dogliono non pco nelle parti vergognose, e lor tira la verga fuori di modo, come che ne i vecchi intervenga tutto il contrario perciocchè in loro quelle membra del tutto si rilassano. […] Giovano ne i morsi di tutti i continui bagni […]”.[36]

 

Successivamente il Mattioli parla anche della cura del “veleno delle tarantole” “con la musica dei suoni, e col lungo ballare[37] ma risultano particolarmente interessanti le citazioni di cui sopra, per capire come tutta la sintomatologia attribuita al morso e al veleno dei “falangi” non solo abbia un riscontro in quella che nel Salento è attribuita al morso della “tarantola” (nome generico dato a un non meglio identificato ragno: non è assolutamente detto che ci si riferisse alla Lycosa piuttosto che non al Latrodectus oppure a tutte le specie di ragni più o meno velenosi), ma soprattutto che sin dall’antichità i bagni e l’acqua (e in particolare l’acqua calda e l’acqua marina) sono considerati strumenti terapeutici al fine di contrastare gli effetti del veleno.

Continuando con le citazioni sugli elementi acquatici nel rito e nel ballo, facciamo alcuni cenni sulla presenza costante dell’acqua e del mare anche nelle canzoni: a parte i numerosi versi che parlano di malinconiche storie d’amore (in genere perduto) e d’attesa in cui son presenti mari, naufragi, partenze per mare, almeno due canti in particolare sembrano delineare o quantomeno rievocare il quadro del rituale acquatico. Uno è quello pervenutoci tramite il De Simone, l’altro ci perviene tramite il Kircher. Il primo:

Mariola Antonia! Mariola te lu mare!

Taranta Mariola pizzica le caruse tutte quante !

Pisce frittu e baccalà e recotta cu lu mele,

maccaruni de Simulà.

(nota del De Simone): “… la tarantata risponde, esclamando”:

Ohimme! Mueru! Canta! Canta!

 

Il canto “allu mari”, citato dal Kircher nel Magnes sive, è ripreso anche dal De Martino:

Allu mari mi portati,

se volete che mi sanati!

Allu mari, alla via!

Così m’ama la donna mia!

Allu mari, allu mari:

mentre campo t’aggio amari!

 

Come abbiamo già visto, Epifanio Ferdinando nel 1621 ci fa sapere che i tarantati amavano udire il nome del mare, e “canti che narravano episodi in cui aveva parte il mare[38] : “tarantati gaudent audire nomen maris, et cantilenas de mare mentionem facientes”.[39]

In conclusione, l’elemento acqua ricorre sin dall’antichità come cura specifica per i morsi di una serie di animali ritenuti velenosi, così come anche nelle forme e nei riti più antichi ascrivibili al tarantismo.

Il rituale dell’acqua non solo è, dunque, antichissimo e precedente, nella cura del tarantismo, a quello domiciliare (che tuttavia ne conserva elementi come la presenza di tinozze o bacinelle), ma ha evidentemente una origine e una motivazione prettamente “medica”: sin dall’antichità si ritiene che i bagni in acqua, e specie nell’acqua del mare, giovino e siano rimedio alle morsicature da aracnidi e altri animali velenosi o ritenuti tali.

Antidotum Tarantulae, dal Magnes sive de magnetica arte (1644)

 

NOTE

[1]
Q. Marii Corradi Uretani, De copia latini sermonis, libri quinque. Ad Camillum Palaeotum, cum eius ipsius vita & aliis, quae versa pagina indicabit, Venetiis, apud Franciscum Zilettum, Venezia, 1581, V, pag. 171; vedi anche Ernesto Ernesto De Martino, La Terra del Rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961, pag. 127

[2]            Ernesto De Martino, op. cit., pag. 128; qui De Martino traduce e riassume da Athanasius Kircher, Magnes sive de Arte Magnetica opus tripartitum, Colonia, 1643 (1a ed. Roma 1641), pag. 759

[3]            Epifanio Ferdinando, Centum historiae, Venezia, 1621, storia LXXXI “De morsu tarantulae”, trad. da Silvana Arcuti, Epifanio Ferdinando e il morso della tarantola, Edizioni Pensa Multimedia, Lecce, 2002. Epifanio descrive anche altri comportamenti bizzarri, come quello dell’aggirarsi tra i sepolcri, del calarsi in una tomba e stendersi in un feretro in compagnia del defunto, ma anche di donne che mostrano i genitali, si strappano i capelli; riferisce di altri che cantano nenie, son tristi, desiderano essere dondolati in un letto pensile, altri che chiedono di essere ricoperti di terra fino al collo, altri che si rotolano per terra, altri che supplicano di essere frustati

[4]            Silvana Arcuti, Epifanio Ferdinando e il morso della tarantola, Edizioni Pensa Multimedia, Lecce, 2002, pag. 64

[5]    Ibidem

[6]    Ibidem

[7]    Ivi, pag. 65

[8]    Ibidem

[9]    Ibidem

[10]  Ibidem

[11]  Ernesto De Martino, op. cit., pag. 129; cita qui Giorgio Baglivi, Dissertatio de anatome morsu et effectibus tarantulae, in Opera Omnia, Venezia, 1754; Dissertatio VI, pag. 314. Il De Martino, citando il Baglivi ed Epifanio Ferdinando, evidenzia anche l’utilizzo dell’altalena nel tarantismo antico, e più in generale di funi di sospensione appese agli alberi (nel rito domiciliare appese al soffitto) ricollegandolo (come del resto fa il Kircher) all’imitazione del comportamento del ragno che sta appeso ai fili della ragnatela oscillante al vento. La pratica dell’altalena è ritenuta dal De Martino parte integrante e originatasi dal rito all’aperto (nel duplice scenario arboreo ed acquatico):“La pratica dell’altalena, come è evidente, è legata all’esorcismo all’aperto, presso alberi e fonti; nell’esorcismo a domicilio si cercava di imitare lo scenario vegetale e acquatico e l’altalena si tramutava in una fune sospesa al soffitto, alla quale i tarantati si reggevano nel corso della loro danza...” (De Martino, cit., pag. 129)

[12]  Paolo Boccone, Intorno la Tarantola della Puglia, in: Museo di Fisica e di Esperienze variato, e decorato di Osservazioni Naturali, Note Medicinali e Ragionamenti secondo i Princìpi de’ Moderni, Venezia, 1697, pag. 103

[13]  Ernesto De Martino, op. cit., pag. 145

[14]  Ernesto De Martino, op. cit., pag. 145. Qui il De Martino cita il Kircher, Magnes sive, pag. 768

[15]  Ernesto De Martino, op. cit., pag. 128; con citazione di Ludovico Valletta, De phalangio apulo, Napoli 1706, pp. 77 e sgg.

[16]  Ludovico Valletta, op. cit., pag. 92; cit. in Ernesto De Martino, op. cit., pag. 128

[17]  Ludovico Valletta, op. cit., pag. 76

[18]  Francesco Serao, Della Tarantola o sia Falangio di Puglia, Lezioni Accademiche, Napoli, 1742, pag. 156. Sul farsi seppellire nella terra, citato in questo passo, vedi anche paralleli con il rito dell’argia sarda (in De Martino, op. cit. pag. 196): “L’esorcismo è effettuato a suonatori e ballerini, mentre l’avvelenato viene sepolto sino al collo nel letame o in una fossa ricoperta poi di terra, oppure lasciato al suolo in preda alla crisi: in quest’ultimo caso può aver luogo o meno la sua partecipazione al ballo

[19]  Francesco Serao, op. cit., pp. 5-6

[20]  George Berkeley, Diario di viaggio in Italia (1717 – 1718), trad. it. a cura di Nicola Nesta, Ed. Digitali CISVA 2010, pp. 53-54

[21]  Nicola Caputi, De tarantulae anatome et morsu, Lecce, 1741, pag. 201

[22]  Giovanni Battista Gagliardo, Descrizione topografica di Taranto, pp. 64-65, Napoli, 1811

[23]  Janet Ross racconta di queste esperienze ella sua opera The Land of Manfred prince of Tarentum, edita a Londra nel 1889. Vi riporta anche i testi di tre canzoni popolari che ha raccolto: trascrive tre canzoni: Riccio Riccio, Larilà e La Gallipolina.

[24]          Janet Ross, La Terra di Manfredi ( La Puglia nell’800), trad. I. Capriati, Tip. Vecchi, Trani, 1899, pp. 138- 140

[25]          Antoine Laurent Castellan, Lettres sur l’ Italie, faisant suite aux lettres sur la morée, l’ Hellespont et Costantinople, Tomo I, Parigi, 1819, Lettre IX, pag. 82

[26]          Giuseppe Gigli, Il ballo della tarantola. In “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto” Firenze 1893.

[27]  Nelle varie descrizioni e interpretazioni relative alla presenza degli specchi, questi oggetti vengono identificati come funzionali a una non meglio specificata auto-contemplazione, a volte specificamente interpretati come funzionali ad una sorta di auto-ammirazione narcisistica; da parte di alcuni autori si dice che nello specchio (e/o anche nell’acqua o nella bacinella d’acqua fungente da specchio) i tarantati “vedevano” la Tarantola che li aveva morsi, ma non è da escludersi una funzione dello specchio di tipo medico-diagnostico: nella antica medicina, difatti, lo specchio (e anche lo specchiarsi nell’acqua) era utilizzato per verificare il grado di avvelenamento e di malattia, e la compromissione delle facoltà del paziente. Nel Sesto Libro di Dioscoride del Mattioli, si legge: “Riferisce Avicenna, che quantunque temano i pazienti l’acqua, si può tenere nondimeno speranza di salute, pur che rimirando nello specchio, riconoscano se stessi. Il che dimostra, che si possa havere speranza di curare nel timor dell’acqua, quando il veleno non sia di tal forte confermato, che restino ancora i pazienti con qualche conoscimento” (Pietro Andrea Mattioli, I Discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli, Sanese, Medico Cesareo, nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia Medicinale, Venezia, 1573, pag. 947)

[28]  Anna Caggiano, La danza dei tarantolati nei dintorni di Taranto, in Folklore italiano: archivio trimestrale per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari, VI, 1931, pag. 72

[29]  Ernesto De Martino, op. cit., pag. 131

[30]  Achille Vergari, Tarantismo o malattia prodotta dalle tarantole velenose, Napoli, stamperia Società Filomatica, 1859,   pp. 34-35. Il Vergari prosegue citando anch’egli l’uso delle funi, ma in riferimento al morso della tarantola in Dalmazia: “Assicurava il Fortis « che nel Contado di Traù in Dalmazia i contadini che nella stagione ardente agir deggiono in campagna, sono soggetti frequentemente al morso della tarantola, Pauk nell’ idioma illirico; e che il rimedio che usano per calmare a poco a poco, e far poi cessare del tutto i dolori dal veleno del pauk prodotti, si è il mettere gli ammalati a sedere sopra d’una fune non tesa, ben raccomandata tra due capi alle travi, e dondolarveli per cinque o sei ore (Michelangelo Manicone, Fisica appula, vol. V pag 81. )” (Vergari, cit., pag. 35)

[31]          AA.VV., Sulle Tracce della Taranta, Documenti inediti del Settecento, Crsec Galatina, Crsec San Cesario – Regione Puglia, 2000, pp. 57-58

[32]  Silvana Arcuti, Epifanio Fernando e il morso della tarantola, Pensa Multimedia, Lecce, 2002, pp. 43-44

[33]          Propriamente, con il termine Solifugae si intende, nella attuale classificazione, un ordine di aracnidi (peraltro non velenosi), e non già un genere e tantomeno una determinata specie. Tuttavia il Serao identifica, con una lunga dissertazione, la Solìfuga sarda con la “tarantola di Puglia” (Serao, op. cit., pp. 80-89); e Giovanni Spano, nel suo Vocabolario Sardu-Italianu (1851) riferisce che questo ragno è da identificarsi con la taràntola citata dal Berni nel suo Orlando innamorato (Francesco Berni Orlando innamorato, XLI, ottava 6, vv. 5-8; ottava 7, vv. 1-4 ), e, propriamente, con l’ Arza o Argia sarda ( Giovanni Spano, Vocabolario Sardu-Italianu, a cura di Giulio Paulis, Ilisso Edizioni, Nuoro, 2004, pag. 110 e pag. 119). L’ Argia sarda altro non è che il Latrodectus tredigimguttatus, volgarmente detto malmignatta o anche vedova nera mediterranea.

[34]  Salvatore Pasanisi, Saggio chimico – medico sull’acqua minerale di Manduria, Napoli, Stamperia Nicola Russo, 1790, pp. 32 – 33

[35]  Pietro Andrea Mattioli, I Discorsi di Pietro Andrea Mattioli nei Sei Libri di Pedacio Dioscoride Anarzabeo nella Materia medicinale, Venezia, 1573, V Libro, pag. 825

[36]  Pietro Andrea Mattioli op. cit. pag. 958-959

[37]  Pietro Andrea Mattioli op. cit. pag. 959

[38]  Ernesto De Martino, op. cit., pag. 145

[39]          Epifanio Ferdinando, Centum historie seu observationes, Venezia, 1621, pag. 258

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (17/x): Filippo De Angelis di Lecce

di Armando Polito

Comincio da alcune incongruenze emerse nel corso della ricerca riportando  la scheda presente in Francesco Casotti, Luigi De Simone, Sigismondo Castromediano e Luigi Maggiulli, Dizionario biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto, a cura di Gianni Donno, Alessandra Antonucci e Loredana Pellè, Lacaita, Manduria, 1999, p. 132.

Premesso che l’Accademia dell’Arcadia di Napoli  non può valere che come la colonia Sebezia (che era la sezione napoletana dell’Arcadia di Roma), debbo dire che il presunto nome pastorale Ficandro non compare in nessun catalogo. Preciso, inoltre, che Domenico Andrea De Milo entrò nell’Arcadia col nome pastorale di Ladinio Bembinio il 23 marzo 16991.

Passo ora in rassegna alcune pubblicazioni che del nostro parlano e comincio proprio dal fondatore dell’Arcadia,  Giovanni Mario Crescimbeni, con quattro suoi contributi:

1) L’istoria della volgar poesia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1714, p. 318: Nè meno onorato luogo avrà il cultissimo Rimatore Filippo De Angelis Leccese, allorché metterà al pubblico il suo Comento sopra il Sonetto Mentre che ‘l cor dagli amorosi vermi, il quale, siccome vien detto, è diviso in tre parti, contenenti, la prima la locuzione, la seconda l’artifizio, e la terza la sentenza. 

2) Comentari del canonico Giovanni Mario Crescimbeni custode d’Arcadia intorno alla sua Istoria della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, volume  II, parte II, p. 267: Filippo De Angelis Leccese, tra gli Arcadi Licandro Buraichiano, ha dato alle stampe, tra le altre cose, un Volume di Rime; e il saggio è preso da i Codici manoscritti d’Arcadia.  Segue il saggio costituito da un sonetto sul quale tornerò più avanti. Qui, intanto, rilevo che Licandro corregge il Ficandro del Dizionario biografico citato all’inizio.

3) La bellezza della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, p. 396: Licandro Buraichiano. D. Filippo de Angelis Napolitano. Prima aveva scritto Leccese; è vero, ma Napolitano qui sta per cittadino del Regno di Napoli.

4) L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 353: Licandro … D. Filippo De Angelis Napol.

In quest’ultimo volume il nostro risulta incluso tra gli iscritti all’Arcadia il 4 luglio 1701. Basterebbe questo dettaglio per correggere il secolo XVII della scheda del citato dizionario con XVII-XVIII, tanto più che non manca nell’elenco il simbolo relativo dell’eventuale avvenuto decesso alla data del 1711. Accanto al nome del nostro non compare, infatti, tale segno. I puntini di sospensione che seguono Licandro fanno pensare che alla data del 1711 non gli fosse stata ancora assegnata la seconda parte del nome pastorale, che di solito conteneva un riferimento topografico detto campagna.

Se Licandro fa pensare ad un composto dal greco λύκος (leggi liùcos), che significa lupo/lupa (con riferimento a Lecce2), e il tema ἀνδρ– (leggi andr-) di ἀνήρ (legi anèr), che significa uomo, per Buraichiano ipotizzerei una derivazione dal greco Βουραικός (leggi Buraikòs) fiume dell’Acaia, a sua volta dal nome della città Βούρα (leggi Bura).

Dopo aver integrato la scheda del citato Dizionario biografico … informando che le Rime uscirono per i tipi di Mutio a Napoli nel 1698, che il testo è molto raro (l’OPAC segnala la presenza di due soli esemplari:, entrambi nella  Biblioteca statale del Monumento nazionale di Montecassino a Cassino) e che il titolo originale è Prima parte delle rime di D. Filippo De Angelis dedicate al molto illustre signore il signore Paolo De Matthaeis3, Mutio, Napoli, 16984, riproduco e commento il testo del sonetto, saggio riportato dal  Crescimbeni e da me lasciato in sospeso, che sviluppa il consueto tema di una sorta di riconciliazione tra la religione pagana e la cristiana.

 

Cercai, è ver, ma indarnoa, i fonti, e l’acque

del bel Parnasob, e la sacrata fronde

di monte in monte, e fra la terra, e l’onde,

ma stanco il corpo al fin dal sonno giacque.

Quando Donna regal, non so se nacque

simile al mondo ancor: – Tu cerchi altrondec

i lauri – disse – e i fonti; e l’almed sponde

del Tebroe lasci , e ‘l vero Apollof – e tacque.

E l’immago di te, Signorg sovrano,

mostrommi h tutta di piropii ardenti

fregiata, con le Muse intorno assisel.

Disse posciam: – Ogni luogo ermon, e lontano

ben riconosce le virtù splendenti

del mio gran Pietroo; ed io son Roma –  e rise.

_________

a invano

b Monte della Grecia consacrato ad Apollo ed alle nove Muse.

c altrove

d nobili

e Tevere

f dio

g Dio

h mi mostrò

i pietre preziose. Il piropo  è un minerale della famiglia dei granati; dal greco πυρωπός (leggi piuropòs) che alla lettera significa dallo sguardo di fuoco, composto da πῦρ (leggi piùr), che significa fuoco, e da ὄψ (leggi ops), che significa sguardo.

l sedute

m poi

n solitario

o S. Pietro

 

Quanto al sonetto citato nel Dizionario biografico … e presente alla fine della Poesia di Lorenzo Grasso, preciso anzitutto che Grasso va corretto in Crasso,  che l’opera ebbe diverse edizioni, anche postume, con titoli diversi5 e che, comunque, Lorenzo morì nel 1681, quasi dieci anni prima che l’Arcadia fosse fondata,  ragion per cui il sonetto in questione esula, per motivi cronologici, dal taglio di questo lavoro.

Un altro sonetto ho reperito, invece, in Alcuni componimenti poetici di Giuseppe Baldassare Caputo detto fra gli Arcadi Alamande per le nozze degli Eccellentissimi Signori Pasquale Gaetano d’Aragona Conte d’Alife e la Principessa Maria Maddalena di  Croy de’ Duchi d’Aurè, sorella della Serenissima Principessa Darmstatt, dedicati alla Eccellentissima Signora la Signora D. Aurora Sanseverino de’ Principi di Bisignano, Duchessa di Laurenzano, etc., Muzio, Piedimonte, 1711, p. 15. A differenza di altri componimenti di altri autori inseriti in questa raccolta, in testa a questo c’è la dicitura Di Filippo De Angelis, senza aggiunta del nome pastorale. Tuttavia il fatto che Giuseppe Baldassare Caputo, abate napoletano, fosse arcade (col nome pastorale di Alamande  Meliasteo) dal 7 febbraio 17076 rende più probabile che si tratti proprio del leccese.

Gioisca lieto omaia il bel Tirreno

in questo giorno avventuroso, e caro;

ogni tristo pensier, fosco,  e amaro

sgombri il Sebetob dal profondo seno.

E ‘l gran Padre Ocean, la Scheldac appieno

faccian Eco gioconda al doppio, e raro

di virtù, di valor ben degno, e chiaro

essemplod, al cui lodar l’arte vien menoe.

E dove muore, e dove nasce il Sole

faccia pompaf Imeneog de l’almah, e illustre

coppia gentil, che qui s’ammira, e gode.

E risuoni con fama eccelsa, industre

Maddalena e Pascale; anzi in lor lode

s’alzi eterno trionfo, eterna molei.

__________

a ormai

b Fiume antico di Napoli. Tirreno e Sebeto sono legati alla figura dello sposo duca d’Alife (in provincia di Caserta).

c Fiume che attraversa Francia, Belgio e Paesi bassi. Ocean e Schelda qui sono legati alla figura della sposa di origine fiamminga.

d esempio

e la cui lode adeguata l’arte non è in grado di fare

f solenne celebrazione

g In origine personificazione del canto nuziale, poi dio conduttore dei cortei nuziali.

h nobile

i testimonianza

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/   

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/   

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/   

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/      

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/  

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/  

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/  

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/  

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/  

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/  

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/ 

Per la tredicesima parte (Domenico de Angelis di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/ 

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

Per la sedicesima parte (Domenico Antonio Battisti di Scorrano): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/05/gli-arcadi-di-terra-dotranto-16-x-domenico-antonio-battisti-di-scorrano/

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1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 348

2 Vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

3 Non è dato sapere se e quando uscì la seconda parte.

4 Al di là della rarità del volume, anche se l’avessi reperito in rete, non sarebbe stato possibile qui riprodurne e commentarne il contenuto, che occupa 144 pagine. Di seguito, però, riporto il sonetto  da Filippo dedicato al fratello Domenico ed inserito (nell’originale è a p. 140) nella parte che raccoglie la recensione delle opere di quest’ultimo a p. 260 del secondo volume di Le vite de’ letterati salentini, Raillard, Napoli, 1713:

Domenico fra tanti Archi ed illustri/trofei, che già leggesti onde fu Roma/adorna, or vedi al variar de’ lustri/spenti, ed appena il sito oggi si noma./Ma mirando gl’ingegni alti, ed illustri,/che furo, e che di lauro ornar la chioma,/eterni, e appar di fragili ligustri/avesser sciolta la terrena soma./Teco dirai, che non in bronzi, e in marmi/s’eterna il nome,od in sepolcri alteri:/ma ‘l saper sol può rintuzzar l’obblio.Ma più Signor da’ tuoi laudati carmi,/che per istudio altrui s’attende il rio/tempo già vinto, e che la fama imperi.

5 Epistole heroiche. Poesie di Lorenzo Crasso Napoletano Baba, Venezia, 1655; Poesie di Lorenzo Crasso barone di Pianura, Combi e la Noù, Venezia, 1663; Epistole heroiche. Poesie di Lorenzo Crasso Napoletano Baba, Venezia, 1665; Epistole heroiche. Poesie di Lorenzo Crasso Napoletano, Combi e la Noù, Venezia, 1667; Poesie di Lorenzo Crasso (terza edizione), Conzatti, Venezia, 1668;  Epistole heroiche. Poesie di Lorenzo Crasso Napoletano, Combi e la Noù, Venezia, 1678; Pistole eroiche. Poesie di Lorenzo Crasso Napoletano, Lovisa, Venezia, 1720

6 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, op. cit. p. 368

I coniugi Peruzzi, benefattori dello Spedale degli Innocenti a Firenze e fondatori del convento dei Minimi in Lecce

Lecce, chiesa di S. Maria degli Angeli

 

di Giovanna Falco

Si aprono nuove prospettive di ricerca sulla storia della chiesa di Santa Maria degli Angeli e del convento di San Michele Arcangelo dei Minimi di San Francesco di Paola, ubicato in piazza dei Peruzzi a Lecce: i fondatori Giovannella e Bindaccio di Bernardo di Bindaccio Peruzzi[1] furono anche benefattori dello Spedale degli Innocenti di Firenze, dove i loro ritratti sono conservati insieme con quelli di altre personalità dell’Istituto fiorentino.

Tutte le fonti che trattano della fondazione del complesso conventuale dei Minimi in Lecce[2], seppur contraddittorie sulle date, concordano nell’attribuirla a Giovannella Maremonte, vedova di Bindaccio Peruzzi, morto il 14 luglio 1502[3].

La vedova Peruzzi su disposizione testamentaria del marito, volle far realizzare in un giardino fuori porta San Giusto un oratorio e chiesa. Il 14 maggio 1524 il notaio Sebastiano de Carolis di Firenze rogò l’atto di fondazione del convento dei Minimi di San Francesco di Paola, alla presenza del provinciale genovese dell’Ordine e di Giovannella[4].

Con testamento del 13 marzo del 1527, rogato a Firenze dal notaio Paolo Antonio de Rovariis[5], la Peruzzi donò altri beni per l’erigendo convento.

Purtroppo i documenti originari sono stati dispersi, così come i riassunti degli atti del 1524 e del 1527, eseguiti nel 1766 dal notaio Lorenzo Carlino[6].

Lecce, chiesa di S. Maria degli Angeli, portale di ingresso

 

Il giardino dov’è sorto il complesso conventuale dei Minimi, era conosciuto dai leccesi come Panduccio, distorsione dialettale del nome del proprietario, la cui presenza a Lecce è attestata negli anni Settanta del Quattrocento[7]. Ritornato a Firenze, Bindaccio Peruzzi ricoprì ruoli rappresentativi per l’Arte dei Mercanti[8], di cui nell’aprile del 1502 era ancora membro del consiglio, seppur assente[9]. Tre mesi dopo donò parte dei suoi beni allo Spedale degli Innocenti di Firenze, così com’è riportato nella targa del ritratto che lo commemora (www.catalogo.beniculturali.it › sigecSSU_FE › schedaCompleta.action): «Bindaccio Peruzzi priore del comune nel MCCCCXCV largi’ con testamento de’ X luglio MDII parte de’ suoi averi a questo brefotrofio e l’esempio del misericordioso consorte fu seguitato dalla moglie»[10] .

Stemma dei Peruzzi

 

Grazie alla consultazione delle carte d’archivio dell’Ospedale degli Innocenti, Luigi Passerini e Alessandra Mazzanti e Vincenzo Rizzo, individuano la vedova di Bindaccio in Giovannella Peruzzi, il cui ritratto nel Settecento era esposto nel guardaroba dell’Istituto[11]. La vedova Peruzzi figlia «di Niccolò De Noe»[12], proveniente dalla «Basilicata nel Regno di Napoli»[13], morta nel 1527[14].

Le date coincidono, ma Giovannella Peruzzi, nei documenti dell’archivio dell’Istituto fiorentino risulta essere un’esponente di casa de Noha, e non di casa Maremonte.

Stemma dei Maramonte

 

La diversa interpretazione del cognome della fondatrice nei documenti conservati presso il convento leccese è indirettamente chiarita da Michele Paone, quando scrive che nel 1524: «in Firenze la vedova di Bindaccio Bernardo Peruzzi, Giovannella, orfana di Nicola Gionata e Margherita Maremonte, donò ai minimi di S. Francesco di Paola la chiesa di S. Maria degli Angeli»[15]. La provenienza dalla Basilicata del padre di Giovannella, Nicola de Noha, è attestata (salvo che non si tratti di un caso di omonimia) da Giustiniani: nel 1457 re Alfonso diede Latronico «per ducati 600 a Cola de Ionata de Noha»[16]. Conferma la distorta lettura dell’atto del 1524, il nome del notaio fiorentino tramandato in maniera errata: si è individuato, infatti, Sebastiano de Carolis, in Bastiano di Carlo da Fiorenzuola, i cui atti, anche quelli del 1524, sono conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, dove non è reperibile l’annata 1527 di Paolo Antonio Rovai, il notaio che ha redatto il testamento della vedova Peruzzi[17].

Lecce, chiesa di S. Maria degli Angeli, particolare dell’ingresso

 

Alla luce di questa identificazione, sono tanti gli elementi da riprendere in considerazione, per aggiungere nuovi capitoli alle vicende del complesso monastico. Riguardo al campo prettamente artistico, non è da escludere la provenienza diretta dei disegni per realizzare la chiesa commissionata dalla Peruzzi, dalla Firenze dei grandi artisti rinascimentali, poiché i lasciti per entrambe le istituzioni denotano l’appartenenza della coppia all’elite fiorentina. Seppur di fattura locale e successiva, è evidente, ad esempio, il richiamo iconografico della lunetta della chiesa leccese alle opere di Andrea Della Robbia.

Andrea della Robbia, Madonna con Bambino e Angeli (1504-1505), cattedrale di San Zeno, Pistoia (dal sito Tuscany sweet Life)

 

Andrea della Robbia Madonna con Bambino e angeli (1508 ca. – 1509 ca.), Museo Civico di Viterbo, prima chiesa di San Giovanni dei Fiorentini Viterbo (dal sito della Fondazione Federico Zeri, Università di Bologna)

 

Un’attenta analisi delle fonti minime, contestualizzata con le vicende storiche di Puglia e Firenze, inoltre, potrebbe determinare il perché la scelta dei fondatori ricadde su quest’Ordine. Lo studio delle vicissitudini delle famiglie dei fondatori e delle fasi costruttive del complesso monastico, potrebbero individuare l’epoca e il perché la famiglia Maremonte passò alla storia come fondatrice della chiesa di Santa Maria degli Angeli, il cui stemma è presente in facciata assieme a quello di Bindaccio Peruzzi.

 

Note

[1] Cfr. F. Bruni, Storia dell’ I. e R. Ospedale di S. Maria degl’Innocenti di Firenze e di molti altri pii stabilimenti, Volume I, Firenze 1819 p. LXXXII.

[2] Cfr. L. Montoya, Coronica general de la Orden de los Minimos de S. Francisco de Paula su fundador, lib. I, Madrid 1619, p. 87; G. C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. A cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), pp. 93-94; F. Lavnovius, Chronicon generale ordinis Minorum, 1635, p. 193; R. Quaranta, Storia della provincia pugliese dei Minimi nel manoscritto Historialia monumenta chronotopographica provinciae Apuliae del p. Antonio Serio: (metà sec. XVIII), Roma 2005, pp. 35-40; F.A. Piccinni, Principiano le notizie di Lecce, in A. Laporta (a cura di) Cronache di Lecce, Lecce 1991, pp. 15, 224-226; A. Foscarini, Guida storico-artistica di Lecce, Lecce 1929, pp. 126-130; G. Paladini, Note storico-artistiche, in L’Ordine: corriere salentino, 6 luglio 1934 , a 29, fasc. 27 (www.internetculturale.it); G. Paladini, Guida storica ed artistica della città di Lecce. Curiosità e documenti di toponomastica locale, Lecce 1952, pp. 212-224; L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti. La città, Lecce 1874, nuova edizione postillata a cura di N. Vacca, Lecce 1964, p. 114-118; O. Colangeli. S. Maria degli Angeli. S. Francesco di Paola, L’ex convento dei Minimi francescani, Galatina 1977; M. Paone, Chiese di Lecce, vol. I, Galatina 1981, pp. 317-319.

[3] Cfr. A. Foscarini, Op. cit., p. 126; O. Colangeli. Op. cit., p. 5.

[4] Il Provinciale genovese, sostituiva padre il generale dell’Ordine, Marziale de Vicinis, assente. Padre Antonio Serio lo individua in Michele de Comte, Francesco Antonio Piccini, invece, in Antonello de Vicinis. Il Chronicon conferma quanto asserito da Serio (cfr. F. Lavnovius, op. cit., pp. 190-191). Da Piccinni in poi la data riportata è il 10 maggio 1524 (cfr. G. Paladini, Guida storica ed artistica della città di Lecce, cit; L. G. De Simone, op. cit; O. Colangeli. Op. cit).

[5] Cfr. R. Quaranta, Storia della provincia pugliese dei Minimi, cit, p. 36. De Simone e Paone datano l’atto al 1524, attribuendolo al notaio Antonio de Boccariis.

[6] Cfr. F.A. Piccinni, op. cit.

[7] Cfr. C. Massaro, Territorio, società e potere, in B. Vetere (a cura di), Storia di Lecce. Dai Bizantini agli Aragonesi, Bari 1993, pp. 315-316; Ministero dell’Interno. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, XVIII, Archivio di Stato di Firenze. Archivio Mediceo avanti il Principato. Inventario, volume secondo, pp. 35, 212, 361; F. Carabellese, Bilancio di un’accomandita di casa Medici in Puglia del 1477 e relazioni commerciali fra la Puglia e Firenze, in Archivio storico pugliese 1896 a. 3, fasci 1-2, vol. 2, pp. 77-104.

[8] Nel 1496 è mastro di zecca per l’oro (Cfr. P. Argelatus, De Monetis Italiae vario rum illustrium virorum Dissertationes. Parte Quarta, Milano 1752; I. Orsini, Storia delle monete della Repubblica Fiorentina, Firenze 1760, pp. 191 e 272).

[9] Cfr. G. Milanesi, Delle statue fatte da Andrea Sansovino e da Gio. Francesco Rustici sopra le porte di S. Giovanni di Firenze (1) 1502-1524, in G. Milanesi, Sulla storia dell’arte toscana scritti varj di Gaetano Milanesi, Siena 1873, pp. 247-261, p. 247, pp. 250-52. La targa è stata trascritta anche in G.B. Niccolini, Iscrizioni per i ritratti de’ benefattori del R. Spedale degli Innocenti di Firenze, in C. Gargiolli (a cura di), Opere edite e inedite di G.B. Niccolini, Tomo VII, Milano 1870, p. 728.

[10] Fu priore del quartiere San Giovanni nel bimestre Settembre – Ottobre 1495 (Cfr. I. di San Luigi, Istorie di Giovanni Cambi cttadino fiorentino pubblicate, e di annotazioni, e di antichi munimenti accresciute, ed illustrate da Fr. Ildefonso di San Luigi carmelitano scalzo della provincia di Toscana Accademico Fiorentino, volume secondo, Firenze 1785; F. Bruni, Storia dell’ I. e R. Ospedale di S. Maria degl’Innocenti di Firenze e di molti altri pii stabilimenti, Volume I, Firenze 1819, p. LXXXII). Nel 1759 il ritratto di Bindaccio era esposto nell’Istituto: «Dalla Chiesa per la Porta a manritta si passa nel primo Cortile, intorno intorno ornato di Colonne Corintie di pietra serena, co i Ritratti de i più insigni Benefattori alle Lunette» (G. Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine. Divise nei suoi quattro Quartieri, Tomo ottavo, Firenze 1759, p. 129). Nel 1845 i ritratti di Bindaccio e Giovannella, dispersi o deteriorati, furono ridipinti gratuitamente rispettivamente da Giuseppe Marini e Carlo Falcini, per volontà del commissario dell’epoca cavalier Michelagnoli (Cfr. O. Andreucci, Il fiorentino istruito della chiesa della Nunziata di Firenze, Firenze 1857, pp. 175 e 275). Attualmente sono conservati presso il deposito dell’Istituto.

 

[11] Cfr. G. Richa, op. cit., p. 396. La scheda del ritratto è consultabile a questo link: https://www.beni-culturali.eu › opere_d_arte › scheda ›

[12] L. Passerini, Storia degli stabilimenti di beneficenza e d’istruzione elementare gratuita della città di Firenze, Firenze 1858, p. 946.

[13] A. Mazzanti, V. Rizzo, Memorie dell’organo di Santo Stefano a Campi: un priore, tre famiglie di artisti e di artigiani, Opus libri, 1992, p. 31.

[14] Cfr. U. Cherici, Guida storico artistica del R. Spedale di S. Maria degli Innocenti di Firenze, Firenze 1926, p. 52.

[15] M. Paone, Chiese di Lecce, vol. I, Galatina 1981, p. 317.

[16] L. Giustiniani, Dizionario Geografico – Ragionato del Regno di Napoli, Tomo V, Napoli 1802, p. 223.

[17] Cfr. Archivio di Stato di Firenze. Notarile antecosimiano. Inventario sommario. Trascrizione su database informatico degli inventari N/272-275 a cura di Eva Masini (2015).

Viaggio nei colori dell’artista neritino Luciano Falangone

 

di Pietro De Florio

Luciano Falangone, un artista esuberante e anticonformista, uomo libero e amico sincero. La sua arte indagava l’essenza seducente del colore, ma l’affievolimento della vista e poi la sua totale perdita, a causa di una crudele malattia, interruppe questo viaggio nel colore.

Lui diceva di immaginare il colore, di conservare la memoria degli accordi o dei contrasti, di emozionarsi ancora pensando all’arte che non poteva più fare o quella ricordata e studiata fatta dai grandi artisti del passato; il suo, oramai, diventava un dipingere mentale, con l’incalzare della malattia.

Un poderoso desiderio d’arte lo pervadeva, ma inesorabilmente frustrato dalla malattia, come un po’ nel mito di Tantalo, un personaggio della mitologia greca che assetato e affamato è appeso, per volere di Zeus, ai rami di un albero proteso su una palude, nell’impossibilità disperata di bere e mangiare, in un eterno supplizio 1.

Luciano Falangone nasce a Nardò il 26 febbraio 1956, primo di due fratelli e due sorelle, la madre Annetta e il padre Leonardo (Narduccio) contadino lo educano ai sani principi del rispetto del prossimo, all’amore per la famiglia e al valore dell’onestà. Nel 1982 sposa Ivana, la dolce e paziente compagna di tutta una vita, colei che lo ha sempre amato e, a volte, sopportato; il nostro artista, sebbene essenzialmente un uomo buono e generoso, non aveva un carattere facile, non ti mandava a dire le cose. Negli ultimi anni, con la perdita della vista (nel peggioramento generale della stato di salute), iniziava un vero patimento inenarrabile, per lui che era una persona vigorosa e atletica e, per giunta, pittore a cui il senso della vista non può mancare. Quindi gli si perdonava tutto volentieri.

Tra l’amore della moglie, l’affetto dei due amatissimi figli Leonardo e Giulio, Luciano concludeva precocemente la propria vita il 14 luglio 2019.

Già da ragazzo manifesta una chiara predisposizione al disegno, tant’è che da adolescente si iscrive all’Istituto d’Arte di Nardò, conseguendo la maturità d’Arte Applicata nel 1976. Gli anni della scuola sono particolarmente fecondi, acquisisce le competenze grafico – progettuali nel campo della composizione dal vero e, nel settore della rappresentazione geometrica, padroneggia il rigore metodologico della forma rappresentata nello spazio. Ma soprattutto dirompente sarà in lui lo studio della Storia dell’Arte, quando conosce i grandi maestri delle avanguardie storiche del Novecento, rimanendone affascinato, nel suo animo, ormai, è in atto una rivoluzione copernicana estetica. Tuttavia va detto che nell’Istituto d’Arte di quel periodo la didattica si sforzava di conciliare la ricerca artistica con l’industria, attraverso la progettualità e produzione seriale standardizzata di manufatti d’arredo o elementi decorativi.  L’artista non ci sta a questa specie di omologazione formale che esautora la creatività, già al terzo anno è in contrasto con qualche docente, riesce a prendersi una sospensione dalle lezioni, con l’esclusione dal viaggio di istruzione e contestuale perdita dell’anno scolastico.

All’abusato metodo di socialità artistica veteroBauhaus di quegli anni, preferisce l’esaltazione antifunzionalista dell’avanguardia surrealista, almeno qui si sente libero, nell’inversione di senso della rappresentazione (non astratta), comunque figurativa in cui si riconosce generalmente la pennellata sfumata e precisa 2 della tradizione figurativa occidentale ad iniziare dai quattrocentisti toscani. Adotta la scelta figurativa dell’esuberanza onirico – simbolica e al contempo “barocca” di un Salvator Dalì. L’altra avanguardia a cui guarda Luciano è la Metafisica novecentesca, almeno per quel che concerne la negazione della realtà naturale, privilegiando un altro mondo, appunto metafisico o metastorico, inclinando verso una più proficua adesione, sebbene episodica, per Carrà 3.

Dopo la Maturità frequenta l’Accademia di Belle Arti a Lecce. Anche in questo caso entra in polemica con i docenti: l’Accademia gli pareva troppo accademica, ormai lo spirito innovativo e rivoluzionario della pittura novecentesca si cristallizzava in una sorta di scolastica filosofica, una specie di grammatica dell’astratto, con le sue regole e canoni, cosa che a Luciano non andava per nulla, infatti dopo appena due anni abbandona l’Accademia leccese. Egli vuol tornare alle origini della pittura, al piano, alle superfici bidimensionali, agli elementi fondanti della rappresentazione, intuisce che l’arte nasce dall’artigianato, dal fare manuale cosciente, dal lavoro creativo soggetto a regole. Luciano, in un certo senso, segue questo percorso, prima di essere artista da ragazzo per guadagnarsi una propria indipendenza economica, era un artigiano o, meglio senza ironia, faceva l’imbianchino e da imbianchino nella preparazione delle idropitture osservava incantato come il colore si dava alla luce, quando dai bianchi riusciva, mescolando altre essenze colorate, arrivare al pastello desiderato o alla tinta forte prevista. È attento alle mescole dei colori che già aveva avuto modo di studiare in Storia dell’Arte a proposito degli impressionisti.

Luciano riesce a realizzare sulle tele superfici dalle campiture cromatiche liquide e vibranti a volte traslucide, opache, invece sulle pareti, cercando qui il tono ideale da accordare con le possibili varianti del contesto. Tinteggiare un muro significa farne una specie di ponte (come una finestra), un’apertura, la cortina cessa di essere barriera bianca (perlopiù) fisica e psicologia del non luogo, la parete diviene permeabile, un posto per la vita, uno spazio di vita aperto, sebbene chiuso da quattro pareti, dopotutto si vive tra quattro pareti. Quindi il colore assume una funzione di ponte, facendo fluire il senso tra interno ed esterno, allora l’ambiente si trasforma in luogo dell’abitare4. Si spiega allora perché Luciano prediligesse il Veronese e il Tiepolo, artisti che nei loro affreschi dipingevano spazi aperti e atmosferici. Per questo la prima pittura di Luciano assume un aspetto lucente di espansione coloristica liquida, si dice che in quadri di Luciano arredino, fanno ambiente, sono colore, aprono le superfici / barriere dei muri, ora l’artigiano / imbianchino diventa artista.

Non si può fare a meno di porre in correlazione l’arte di Luciano Falangone con una citazione de pittore Mark Rothko che rivalutava l’arte dell’imbianchino quale azione primaria e naturale: “Noi – diceva Rothko – siamo per la forma ampia, perché essa possiede l’impatto dell’inequivocabile. Noi desideriamo riaffermare la superficie del dipinto. Noi siamo per le forme piatte perché esse distruggono l’illusione e rivelano la verità” 5.

 

Antefatto

Un’opera d’arte può nascere da un processo creativo libero, per certi aspetti spontaneo, con soluzioni che si presentano dinanzi all’artista prima ancora di cercarle. Spesso mi trovavo nello studio di Luciano e lo osservavo mentre dipingeva. Non rinunciava a conversare, scherzava e divagava amabilmente, quando magicamente alla fine l’opera con naturalezza e semplicità cominciava ad esistere, nonostante l’artefice pensasse, durante la realizzazione, a tuttaltro. Questo per dire che se il giudizio estetico può apparire complesso nella lettura dell’opera, l’artista invece, intuitivamente (consapevolmente o meno), spesso giunge generalmente pressappoco alle stesse conclusioni critiche, ma per altre vie che sono quelle ben superiori della libertà creatrice, un po’ come sosteneva il Croce 6.

Il suo modo di produrre ancora arte figurativa, fatta di impulsi luminosi e di fine ricerca coloristica, lo rende alternativo alle sollecitazioni neoavanguardiste degli anni settanta e ottanta che arrivano nel Salento. Non lo interessano i sofismi concettuali dell’astrattismo, egli, invece, sceglie un percorso estetico, per così dire, espressionistico neometafisico – surrealista in cui il senso della rappresentazione non viene rimosso.

 

Colori e Fluidità Formali anni 80’-’90

Predominanti nella produzione artistica sono i paesaggi, ma Luciano, almeno dal 1984 – 1986, ha realizzato anche della ritrattistica e, laddove nei dipinti di vedute apparissero delle figure umane, queste connotavano perlopiù contenuti simbolici ed esoterici.

Generalmente, nei dipinti di questo periodo, la linea di terra è bassa, per dare più spazio a un cielo che transcolora dall’azzurro ai toni caldi dal giallo, al rosa e al lilla e spesso sono presenti volumi (perlopiù casette, ricoveri contadini, ecc.), plasticamente modellati e chiaroscurati, segni di sostanzialità plastica, di vaga ascendenza alla Carrà , qui e là si notano filamenti serpeggianti di vegetazione in primo piano.

Si ha la sensazione che l’artista voglia esprimere in questa prima fase un senso di pace. Altri dipinti sono impostati su linee orizzontali che ricordano l’impostazione alla Van Gogh (Mietiture del 1888), con fasce a volte monocromatiche, interrotte e puntinate dal rosso dei papaveri e da una esile linea blu di un possibile e fantastico mare posto all’orizzonte.

Lo spazio assume una disposizione fluida, non si lascia misurare, tutto è sospeso, in accordo simbolico ai spesso presenti papaveri che rimandano alla proprietà soporifera di Ipnos, il dio greco del sonno, fratello di Thanatos, per meglio dire la morte 7. Traspare una forma d’inquietudine, un senso di smarrimento, in questo spazio senza direzione e profondità, in cui si annuncia l’inconsistenza metafisica del mondo 8.

In altre opere lo sfondo linea d’orizzonte e profondità si dileguano del tutto, prende vita un sistema coloristico a spirale, in un avviluppo che inizia dai toni caldi in basso (gialli e arancio), mescolandosi con quelli freddi in alto, roteanti intorno a elementi terrestri, quali terra, spighe di grano e papaveri; il tutto dalla pregante valenza simbolico energetica (giallo: terra; rosso: potenza – azione – energia), secondo quanto teorizzava Kandinskij 9. Questa è fase di ricerca psicanalitica della pittura di Luciano: la pulsione filogenetica dell’eros (nel senso proprio, di forza vitale e libertà creativa) frustrata o frenata dall’organizzazione vincolante della strutture sociali, si trasforma in aggressività, senso di colpa e, alla fine, istinto di morte o thanatos (papavero), in una regressione psichica nel pre – biologico, al geologico, fino alla stasi finale nell’inorganico 10.

Ecco allora emergere l’aspetto surrealista dell’interiorità inconscia 11, in antitesi alla ragione cartesiana diurna dominante. È il motivo per il quale il dipinto si presenta senza alcuna separazione tra fondo e primo piano, tutto ruota intorno alle figure simboliche centrali, come nell’individuo; la psiche non è separata dal corpo e questo, per analogia, non fa da sfondo.

Fig.2

 

Nel “Paesaggio blu” (fig. 2) l’autore pare risenta degli influssi della Transavanguardia, un modo di prendere le distanze dagli astrattismi concettuali informali e, come dice Achille Bonito Oliva, si tenta di trattenere “un patrimonio storico nelle scelte dell’artista”, con un ritorno alla manualità e alla figurazione espressionistica 12.

Si tratta di un paesaggio montano e contemporaneamente marino o lacustre; dai blu intensi variamente modulati, si passa alle tonalità primarie di giallo e rosso e a quelle secondarie di verde, mentre la presenza di striature spatolate evocano un senso di profondità, ma tutto, però, vien dato in superficie in una sorta di intuizione immediata. I monti in lontananza richiamano a paesaggi lontani, strani, esotici, magari alieni. Di tutt’altro registro è il cielo, un’estensione infinita, quasi cosmica dai colori magenta, rosa e gialli che si stemperano nel blu man mano che lo sguardo sale verso l’alto in uno spazio emozionate, totale continuo nato da un unico respiro che ricorda al pittura ottocentesca dell’inglese Turner; sotto l’orizzonte, invece, un’estensione discreta (anche dei monti), sintetizzata dal blu in una sorta di recupero plastico di tradizione postimpressionistica alla Cezanne. Rimane un senso pittorico – poetico, quasi magico, per certi aspetti vicino alla pittura di Nicola De Maria 13 (tela: Mare, chiudere gli occhi, o mare. Rivoli Museo d’Arte Contemporanea), una sensazione di spaesamento, ma la gamma cromatica particolarmente estesa permette un recupero rassicurante e consolatorio.

In altre opere della metà degli anni ‘90, specialmente nelle tempere su cartoncino, inizia la fase delle rappresentazioni (apparentemente) caotiche: un turbinio di colori, bastano pochi punti di rosso (fiori), per ricomporre mentalmente l’immagine. Colori che debordano, accostamenti multipli, aspetto figurativo contraddetto dalla dissoluzione dell’immagine ecc.

Fare un quadro non è semplicemente un dare a percepire qualcosa; l’autore, invece, vuol rifare la realtà nella pienezza dei colori, nella densità di timbri, nel dissolvimento apparente della profondità dei piani. Siamo, in un certo senso, alla fase pre – classica del nostro artista. Il caos iniziale visto in termini negativi diventa adesso apertura, cioè un qualcosa che si dischiude. Infatti il significato originario di caos, per gli antichi Greci (presocratici), è proprio questo, e non mescolanza o confusione degli elementi primordiali. Quindi apertura originaria in cui ogni cosa nei suoi aspetti costitutivi è presente: dei, uomini, natura, per tutti i possibili mondi di là da venire. Scriveva Eraclito di Efeso nel V sec. a.c. “Quest’ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei, né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è sempre fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne” 14.

Per analogia l’arte di Luciano si mostra, consapevolmente o meno, appunto come apertura di mondi, luoghi di possibili genesi alla maniera greca. È la vecchia azione del lògos che fa sbocciare naturalmente una forma facendola venire alla luce per rendersi visibile, senza che ci sia alcun calcolo o concetto di ragione strumentale 15.

Fig. 3

 

Con – formazioni (dal 2000)

In questa seconda fase la pittura di Luciano si fa più vivida ed intensa. Nel “Paesaggio con papavero” (fig. 3), il fiore è posto in primo piano alla base delle masse granarie, una quasi natura morta. Vengono in mente le esperienze astratte di Philippe Guston (1956)16 o, in ambito neofigurativo, Ennio Morlotti (1956)17.

Quando il papavero si schiude e si mostra, pur nell’ambivalenza simbolica (rosso = azione e vita; fiore papavero = sonno) diventa natura naturata, si aprono le masse fibrose del grano, attraverso la sottolineatura plastica delle strisce verticali inclinate blu rosse, verdi e magenta. Ciò è reso possibile da un orizzonte alto che permette questa successione di piani che fanno spazio, a partire dal papavero; infine la linea d’orizzonte curva e un cielo che transcolora dal rosa al bianco al blu. Una pittura che ri – fa la natura in senso originario, o meglio originale, il quadro vive, si apre, germoglia e si mostra un po’ come una nuova sostanza vivente.

Fig. 4

 

Nel quadro “La grande valle” (fig. 4) il registro cromatico cambia completamente. Si passa ai toni freddi del verde che predominano sui gialli e i rossi. I colori delle varie striature parallele e nelle raggiere della vegetazione sembrano solidificarsi. Accade qui in maniera più evidente come le tinte diventano masse plastiche, dandosi in addensamenti   in sintonia a quanto sosteneva Cezanne, alla fine dell’Ottocento: “disegno e colore non sono affatto separati, dal momento che dipingi, disegni […]. Quando il colore è al più elevato grado di ricchezza, la forma è nella sua pienezza. I contrasti e i rapporti di tono, ecco i segreti del modellato”18.

Luciano, dunque, produce una sensazione visiva (partendo dal vero) elaborata dalla propria coscienza, indagando la struttura o profondità dell’immagine nell’intimità densa del colore, cioè i neri che separano i bianchi, verdi e i gialli, il verde esaltato dal giallo (in accordo) i rossi bruni puntualizzati dai bianchi e dai gialli, i cespugli o alberi (non ha importanza) resi nuclei plastici intrisi di luce, come il lago fatto da sostanza bianca, verde gialla e nera. Prevale complessivamente una grande massa definita dall’orizzonte alto, che permette queste stratificazioni materiche conformate di risaltare su un cielo neutro dalla stesura uniforme.

Per questo gruppo di dipinti il linguaggio pittorico fa risaltare un modellato più pregnante, composto da aggregazioni plastiche sensibilissime alle iridescenze luministiche, per un’atmosfera insolita, di un mondo ricreato e trasfigurato.

 

Luoghi e Coscienza (dal 2002 al 2007)

A partire dal 2002 la paesaggistica di Luciano mostra una corrispondenza più intima verso i luoghi vissuti, cioè il Salento, le masserie nella campagna di Nardò, torre Uluzzo, i furnieddhi, casine di campagna, ecc.

L’artista non si ferma alla pura visione intimista o psicologica. Si fa strada l’elaborazione plastico – coloristica. Ciò si nota al di sotto della linea d’orizzonte, con note materico – cromatiche di fiori, piante e terreno che danno un senso di profondità di campo ai dipinti. Una specie di intuizione in cui la coscienza dell’artista elabora, nella propria durata, una rinnovata, irripetibile e unitaria visione istantanea del reale19. Un nuovo “slancio vitale” figurativo, un’onda che tende a salire dal basso fino comprendere i solidi geometrici delle costruzioni sulla linea dell’orizzonte.

In questo slancio creativo (per dirla ancora con Bergson) di solo colore, Luciano riesce a creare una visione intensa aperta e carica di emozione, di luoghi a prima vista familiari e allo stesso tempo forse mai visti o solo immaginati. Nascono personalissimi paesaggi interiori che l’artista trasfigura al contatto con la vibrante e calda luminosità di una terra salentina arcana orfica e dionisiaca, luogo di antichissimi miti mediterranei.

Fig. 5

 

La Terra della Sera

Nei dipinti dell’ultimo periodo, prima che l’artista perdesse del tutto la vista (fig. 5), la precedente poetica dei colori accesi viene superata. Si affievolisce l’entusiasmo cromatico del luogo intuito, personalmente amato. Ora compaiono terra, mare, cielo, colore, in una specie di quadratura abitante nell’animo dell’artista.

Il linguaggio pittorico si mostra nell’imbrunimento dei toni caldi (i rossi tendono al vermiglio, i gialli assumono tonalità grasse e dense, i verdi diventano più scuri) e dalla più marcata presenza di colori freddi, azzurri e verdi chiari.

In questo nuovo periodo si nota un immalinconirsi della espressione artistica e la solidificazione del tratto pittorico, con l’ispessimento del pigmento fino a diventare materia e sabbia, in una sorta di pietrificazione del sentimento. Se prima le composizioni si disponevano nella fluidità a scalare dei piani, ora si raggrumano e il passaggio dei piani (dal primo piano all’orizzonte al cielo) si dà a strati o per sfumature.

All’affievolirsi della vista, per Luciano sempre più importanza assume la propria interiorità, con la coscienza rivolta a ciò che ha visto, amato e sentito. Ecco che l’immaginazione, nella mente dell’artista, assume un’importanza fondamentale, un qualcosa di immaginato appartiene ad un altro piano dell’esistenza, rispetto ad una cosa reale, pur non essendo è una copia della cosa. Il pensiero produce immagini del tutto autonome rispetto alla realtà, sebbene ne sia debitrice, se si adopera questo ragionamento, preso in prestito da Sartre 20, per comprendere il nuovo corso artistico di Luciano.

L’immaginazione per la sua autonomia va oltre, non rappresenta oggetti, forma qualcosa di nuovo e, al contempo, si separa dal reale, perché prima è tra le cose e poi se ne allontana nella propria facoltà di essere libera. Se fossimo solo assorbiti nell’esistenza pura sarebbe difficile poter immaginare, pertanto l’immaginazione oltrepassa l’esistente, lo trascende, per un nuovo essere in una nuova situazione esistenziale e reale 21.

Si comprende allora che i nuovi paesaggi del nostro artista sono immaginati, distanziandosi dal mondo con un senso velato di tristezza.

Nel paesaggio “Fiori e cielo rosso” (fig. 5) la tonalità predominante è il rosso, poi si passa dal marrone chiaro al verde olivastro alle sfumature del rosso scuro fino all’arancione chiaro e rosa. Sull’orizzonte l’esile e ridotta, ma squillante, striscia di mare color acquamarina. Poi due strisce dai colori dal rosso al giallo e lumeggiate di bianco individuano due piani paralleli inclinati che danno un senso di profondità al dipinto e, infine, in primo piano, in basso lo spazio scuro vivacizzato dalla presenza di fiori stilizzati. In altre parole un dipinto ad onde dal cielo alla terra, dall’unica sostanza di uno spazio tutto in sé nella mente dell’artista, simile a una specie di sostanza spinoziana senza principio e fine 22 (se mi è consentito fare questo accostamento che, forse Luciano avrebbe condiviso) da cui procedono gli attributi infiniti del pensiero e della materia. Nel dipinto si concretizza l’immaginazione dell’artista, attraverso un rincorrersi infinito (dalla quiete al moto) delle onde di colore e sfumature e dei piani. Si avverte quasi un panteistico risalire dal pluralismo all’unità della sostanza in un unico concetto di immagine e qui siamo in una dimensione che nega la realtà, in quanto ne pone un’altra per sé.

Fig. 6

 

Nell’opera “Paesaggio serale” (fig. 6) le tinte sono decisamente scure: il cielo viola con sfumature di nero, grigio e giallo. La linea d’orizzonte viene individuata da alture collinari nere che si staccano dal fondo in virtù di una sfumatura intensa e degradante di arancione. Poi uno stagno o un lago, tra il blu e il viola, evidenziato con striature di bianco, è uno specchio d’acqua immobile; solo i riflessi a tocchi di bianco lo ravvivano. Tutt’intorno una vegetazione materica e corposa, sebbene sensibilizzata dalle intense luminosità dei rossi, gialli e verdi, comunque colori riassorbiti nella struttura tonale dominante. Prevalgono gli accordi di colore dei viola con i rossi, i verdi e i blu con i gialli ecc. non i contrasti (cioè tra colori composti e complementari). Tutto indica stasi, fissità, riflessione, non più “onde” strutturali, come nel dipinto precedente. Un senso di malinconia pervade l’opera, perché questo, in definitiva rimane un dipinto da terra della sera, di un tramonto imminente, la fine del giorno in una sensazione di disincanto. Tuttavia, qui e là, i rossi intensi i verdi dei vegetali illuminati di giallo denotano una gioia per il mondo, per una specie di ossimoro esistenziale.

Diversi autori qualificati e quotidiani anche nazionali hanno scritto di lui. Ha esposto un po’ dappertutto in Italia e all’estero (Parigi e Ginevra). Dal 2007 esponeva stabilmente presso la propria galleria in Corso Galliano 11 a Nardò (cfr. Brochure Salento e dintorni Luciano Falangone, Rotograf, Nardò, 2008).

 

Note

1 Omero, Odissea, XI, 382 – 392, traduz. Rosa Calzecchi Oresti, Einaudi, 1963.

2 Hans Sedlmayr, La rivoluzione dell’arte moderna, traduz. Mariangela Donà, Garzanti, Milano, 1961, p. 100.

3 Giulio Carlo Argan, L’Arte Moderna, 1770 – 1970, Sansoni, Firenze, 1970, p. 592.

4 Cfr. Georg Simmel, Ponte e porta (1909) Saggi di Estetica, a cura di A. Borsari e C. Bronzino, Archeo Libri, Bologna, 2011.

5 Paola Bacuzzi, Mark Rothko, in AAVV. Arte Contemporanea anni cinquanta, vol. I, Electa Milano e Gruppo Gedi, 2018, p. 110.

6 Benedetto Croce, Che cosa possa chiamarsi propriamente poesia popolare ”(1929), in Poesia popolare e poesia d’arte, Laterza, Bari,l 1933, pp. 1-7.

7 Karoly Kereny, Gli Dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore Cde, Milano, 1963, pp. 39, 167, 393 – 400.

8 Maurizio Calvesi, Storia dell’Arte Contemporanea, Fabbri, Milano, 1985, pp. 252, sgg.

9 Angela Serafino, Cerchio Rosso, (da una lettera di Kandinskij), in L’Arte e le Arti, a cura di Paolo Pellegrino, Argo Lecce, 1996, p. 174.

10 Herbert Marcuse, Eros e Civiltà (1955), introduzione di Giovanni Jervins, Traduz. Lorenzo Bassi, Einaudi; Torino, 1964, pp. 96 – 144, 163 – 167.

11 G.C. Argan, op. cit. p. 438.

12 Paola Bacuzzi, Transavanguardia e Nuova Pittura, in Arte Contemporanea anni Ottanta, a cura di Elena Del Drago, vol. IV, Electa / Gedi, Milano, 2018, pp. 26- 27.

13 Elena Del Drago, Op. Cit. p. 44.

14 Eraclito, in Angelo Pasquinelli, I Presocratici frammenti e testimonianze, Einaudi, Torino, 1959, DK B 30.

15 Martin Heidegger, Introduzione alla Metafisica (1935), introduz. Gianni Vattimo, traduz. Giuseppe Masi, Mursia, Milano, 1968, p. 25.

16 Paola Bacuzzi, Espressionismo astratto, in Francesco Poli, Simona Bartolena, Arte Contemporanea, Op. Cit., pp. 86 -97.

17 Marco Meneguzzo, La Storia dell’Arte, L’Arte Contemporanea, vol. XVIII, Electa /Espresso, Milano 2006, p. 144.

18 Simona Bartolena, Alle Radici dell’Arte Contemporanea, in La Storia dell’Arte, L’Età dell’Impressionismo, vol. XV, Electa /Espresso, Milano 2006, p. 687, da cit. Paul Cezanne.

19 Henry H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), traduz. Vittorio Mathieu, Paravia, Torino, 1951, pp. 100 – 115.

20 Jan Paul Sartre, L’Immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni , traduz. E. Bonomi, Bompiani, Milano, 1962, pp. 9 – 129.

21 J. P. Sartre, L’Immaginario o immagine e coscienza , traduz,. E. Botasso, Einaudi, Torino, 1948, pp. 278 – 290.

22 Cfr. Baruch Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico (1665), traduz. G. Durante, Sansoni Firenze, 1963, pp. 8 – 69.

Alberico Longo di Nardò alle prese col Petrarca

di Armando Polito

Dell’illustre concittadino mi sono già occupato in tempi diversi e il lettore che voglia saperne di più, prima o dopo la lettura di questo post, ha solo l’imbarazzo della scelta:

https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/08/nardo-alberico-longo-e-la-sua-inedita-doppiamente-versione-di-un-mito/

 

In Le Rime di M. Francesco Petrarca riscontrate con ottimi esemplari stampati e con uno antichissimo testo a penna, Giuseppe Comino, Padova,  1722, a p. CIV si legge: in fine dell’edizione del 1740, che è la prima in ordine del presente Catalogo, aggiungasi , che nella Libreria del più volte menzionato Signore Giuseppe Smit, Inglese, in Venezia, se ne conserva un esemplare, in cui si leggono traduzioni in versi latini eleganti  d’alcuni de’ più celebri Sonetti del Petrarca, fatte da M. Alberico Longo Salentino  ad istanza del Sig. Francesco Melchiori da Uderzo, il quale le scrisse di sua mano, ed aggiunse ancora in molti luoghi di cotesto Codice, da lui una volta posseduto, dotte ed erudite osservazioni.

in Almorò Albrizzi, Memorie storiche di Oderzo, Venezia, 1743, a p. 5 si legge: Biblioteche. Di Biblioteca trovansi competentemente provveduti i PP. Cappuccini in materia di SS. PP. e Cà Amalteo in materia di Belle Lettere di ottime Edizioni, con qualche Manoscritto antico, fra’ quali un Petrarca moralizzato manoscritto d’incerta Autrice, lodata dalla Sig. Luisa Bergalli, che la suppone Veneta. Ve n’era poi una assai insigne di Francesco Melchiori, qui a a C. 9 riferito, ed accennata dal Bonifazio , (Stor. Triv. C. 20) nonché dalli Sig. Volpi di Paova nel loro ultimo stampato Petrarca, andata, non molti anni sono, compassionevolmente dispersa, parte in Venezia fra le celebri Biblioteche Soranzo, Pisani, Zeno, PP. della Salute, e Smith, il quale ne à riportato una Edizione sì rara di esso Petrarca, che non si sà, ove trovarsene il terzo esemplare; e parte in Inghilterra.

La notizia è ripresa, senza aggiungere granché,  in Gian-Giuseppe Liruti, Notizie delle vie ed opere scritte da’ letterati del Friuli, Tipografia Alvisopoli, Venezia, 1830, p. 428: E per verità, bisogna , che fosse un singolar piacere di un uomo amatore dello studio dell’Antichità, della erudizione e delle buone lettere l’andar a ritrovarlo  [Francesco Melchiori] in Oderzo; dove oltre una bella abitazione con le sue aggiacenze, e la di lui gioconda, e dotta conversazione, aveano una copiosa, e scelta Biblioteca, ragunata da lui di Libri stampati , e manoscritti, lodata dal Bonifazio nella Storia di Trivigi ultimamente ristampata, e da altri, nella quale potevano divertirsi, e che ora, non sono molti anni, è andata dispersa, parte in Venezia nelle Biblioteche Soranzo e Pisani, e parte in quelle di Apostolo Zeno, de’ Padri Somaschi della Salute, e del Sig. Smith, al quale è toccato un raro Pertrarca, e parte in Inghilterra.

Un risolutivo passo avanti, invece, costituisce quanto scrive Cesare Scalon, Tra Venezia e il Friuli nel Cinquecento: Lettere inedite a  Francesco Melchiori  in un manoscritto udinese (Bartolini 151) in Vestigia. Studi in onore di Giuseppe Villanovich, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1984, p. 625: Il Petrarca, di cui fa menzione l’Albrizzi, è un Canzoniere di Vindelino da Spira del 1470, ora nella British Library (C. 6. b.2): dopo essere stata postillata da Alberico Longo Salentino, questa preziosa edizione era entrata in possesso di Francesco Melchiori, come documentano alcune note autografe del medesimo7. E in nota 7 l’informazione più ghiotta: London, British Library, C. 6. b. 2. Sul foglio di guardia anteriore IIr di mano del Melchiori: “Questo sonetto fu tradotto da M. Alberico Longo Salentino a mia contemplatione”, “Alla dolce ombra delle belle frondi- Canzone carissima al signor Francesco Sugana, mio cognato”.

Nel catalogo del Comino si faceva riferimento a traduzioni in versi latini eleganti  d’alcuni de’ più celebri Sonetti del Petrarca, fatte da M. Alberico Longo Salentino  ad istanza del Sig. Francesco Melchiori, dunque a più dei soli componimenti (un sonetto e una canzone) annotati di propria mano dal Melchiori nell’edizione custodita a Londra; a meno che il loro gradimento particolare a lui e a suo cognato l’abbia indotto a non dir nulla delle altre traduzioni.

Questa premessa è indispensabile per dire che, in attesa che la British Library immetta in rete la copia digitalizzata del prezioso testo, operazione indispensabile per procedere ad un controllo senza muovere un passo e senza spendere un centesimo, quella che mi accingo a presentare è la traduzione in latino fatta dal Longo di un sonetto dell’aretino, non prima di aver detto, ad onore, una volta tanto, dell’Italia che esso è contenuto in un manoscritto (Vat. lat. 9948) del XVI secolo conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e liberamente consultabile all’indirizzo  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9948, manoscritto del quale mi sono già servito in https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/11/08/nardo-alberico-longo-e-la-sua-inedita-doppiamente-versione-di-un-mito/.

Ne riproduco dalla c. 105v il dettaglio che ci interessa.

Ecco la trascrizione:

Pet(rarca) Canzo(n)iere Tradottione del so(netto) Io mi rivolgo indietro a ciascun passo.

Alberici Longi Salentini 

 

Retrorsum aspicio passim dum corpore fesso

pes titubans proprium vix facit officium.

Tunc mi animum reficit vestris qua fertur ab oris

aura, et me querulum carpere cogit iter.

Mox mecum reputans bona quae iocondaa relinquo

quam sit iter longum quam mihi vita brevis.

Sisto gradum pavidus, nec non lachrymantia tristis

fixa diu teneo lumina nostra solo.

Interdum interb lachrymas dubius mecum ipso voluto,

quo pacto absque animo sistere membra queant.

Tunc Amor, an nescis proprium esse hoc munus amantum,

quorum hominum a reliquis longe alia est ratio. 

__________

a Errore del copista per iucunda.

b Errore del copista: inter (indotto dal precedente interdum) per in.

 

Agli errori del copista va aggiunto quello presente nella schedatura (https://opac.vatlib.it/mss/detail/74990), dove nella trascrizione dell’incipit si legge auspicio per aspicio.

 

Fornisco ora la mia traduzione letterale per consentire agevolmente al lettore di fare il confronto con l’originale:

 

Indietro guardo qua e là mentre per il corpo stanco

il piede titubante a stento fa il suo dovere.

Allora mi ristora l’animo, dove dalle vostre contrade spira,

l’aria e mi costringe ad intraprendere un lamentoso cammino.

Poi pensando tra me i beni gioiosi che lascio,

quanto lungo sia il cammino, quanto breve per me la vita,

timoroso fermo il passo e triste i lacrimanti

occhi miei a lungo tengo fissi al suolo.

Talora in lacrime dubbioso tra me stesso penso

per quale patto le membra possano stare senz’animo.

Allora Amore:  – Non sai che è proprio questo il dono degli amanti,

esseri umani la cui condizione è ben diversa da quella degli altri?

 

E questo è l’originale (componimento XV dell’edizione critica del Canzoniere a cura di Gianfranco Contini, Edizioni Einaudi, 1964; nella stessa edizione la canzone annotata dal Melchiori è il componimento CXLII):

 

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo

col corpo stancho ch’a gran pena porto,

et prendo allor del vostr’aere conforto

che ‘l fa gir oltra dicendo: Oimè lasso!

Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso,

al camin lungo et al mio viver corto,

fermo le piante sbigottito et smorto,

et gli occhi in terra lagrimando abasso.

Talor m’assale in mezzo a’tristi pianti

un dubbio: come posson queste membra

da lo spirito lor viver lontane?

Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra

che questo è privilegio degli amanti

sciolti da tutte qualitati humane?

 

Spero che la mia traduzione sia riuscita a far comprendere come il Longo si sia attenuto quanto più era possibile all’originale. Non mi riferisco, però, solo all’aspetto concettuale, perché anche le scelte formali confermano la fedeltà. Mi si dirà che ai canonici quattordici endecasillabi del sonetto corrispondono sei distici elegiaci (in totale dodici versi) della traduzione. Credo che il Longo non avesse altra scelta e che proprio le caratteristiche del distico elegiaco (in cui il primo verso può variare da un massimo di diciassette ad un minimo di dodici sillabe, il secondo da un massimo di quattordici ad un minimo di dodici) abbiano determinato quella differenza di due versi, pur garantendo, a differenza di altre combinazioni metriche, un ritmo più vicino a quello dell’endecasillabo.

La ceramica di S. Pietro “degli Imbrici” (in Lama) prima della Manifattura Paladini.

interno di una bottega ceramica in San Pietro in Lama

 

di Valentina Pagano e Riccardo Viganò

Il territorio di San Pietro in Lama è stato da sempre vocato alla lavorazione e produzione di manufatti ceramici in quanto ha saputo sfruttare la conformazione geomorfologica del territorio in cui insiste, un’area del Salento nota come Valle della Cupa. Qui la presenza di terreni fertili, unita alla facilità di reperimento di argilla e d’acqua, ha incoraggiato la frequentazione e lo sfruttamento del territorio da parte dell’uomo sin da tempi antichissimi.
La propensione alla produzione ceramica è insita nel DNA di questo centro produttivo. La sua importanza sul territorio salentino la possiamo dedurre in già “antiquo” dal nome con cui San Pietro in Lama era noto in passato, vale a dire “degli Imbrici”.
Nel 1580 il domenicano Egnazio Donati, su commissione di Papa Gregorio XIII, realizza le Tavole Geografiche d’Italia e nella sezione dedicata alla Sallentina Peninsula il paese viene denominato come “San Pietro dell’Imbrice”.

Osservando la carta si denotano errori legati alla corretta ubicazione del centro ; tuttavia è importante sottolineare che all’autore interessa evidenziare, a scapito dell’esattezza geografica, l’attività prevalente degli abitanti, vale a dire la produzione su vasta scala di laterizi. Un’ industria questa che caratterizzava ed interessava non solo il tessuto ma anche il disegno del centro abitato tanto che i camini delle fornaci sono ben evidenziati nella tela del XVII secolo, conservata sull’altare maggiore della chiesa della Madonna dell’Immacolata o della Croce, in cui si raffigura S. Irene che protegge dai fulmini il piccolo casale con la città di Lecce .
L’aspetto geomorfologico del territorio viene evidenziato da due cartografie, eseguite nel 1567 e nel 1595 dal cartografo veneziano Jacopo Gastaldi, dove il centro di San Pietro viene definito una prima volta di “Busi”, forse un richiamo all’attività di estrazione dell’argilla attraverso gallerie, e nella seconda stesura “Buli”, per la presenza di bolo.

La materia prima, l’argilla, veniva estratta nei terreni vicini all’abitato che si è sviluppato su sabbioni tufacei addossate ad argille giallastre e turchine. I banchi di argilla sono documentati in località S Anna e Cave dove, fino alla metà del ‘900, si potevano osservare gallerie sotterranee dalle quali si estraevano zolle di argilla giallastra che venivano, successivamente, lavorate nelle botteghe dei figuli.

Un’altra area di estrazione era sita in località Purtune Russu: qui vi erano cave di argilla azzurrina e bolo .
In assenza di dati provenienti da scavi archeologici, una fonte preziosa per la ricostruzione del passato recente del nostro centro sono le ricerche eseguite alla fine degli anni sessanta dello scorso secolo, dagli studiosi tedeschi Hampe e Winter, i quali si recano nei vari centri produttori presenti nel Salento, tra cui San Pietro in Lama, per studiare le tipologie di fornaci e i tempi di cottura del materiale ceramico prodotto nelle botteghe tradizionali ancora efficienti.

Da essi veniamo a conoscenza che nelle botteghe erano attive delle fornaci di tipo verticale, presenti anche a Cutrofiano, definite dagli stessi studiosi di tipo “salentino” . Oggi, tuttavia, di questa tipologia di fornace a San Pietro in Lama non sembra esserci più traccia. Solo negli atelier appartenenti ad antiche manifatture site nella periferia nord ovest del paese, in località Purtone Russu, sono ancora attive fornaci a combustione simili a quelle antiche, ma tipologicamente diverse dal primo esemplare in quanto costruite con una forma ed una tecnica che richiamano quelle di origine grottagliese, importate nel basso Salento da figuli proveniente da Grottaglie nella prima metà dell’800.
Le botteghe, in passato, erano concentrate nel cuore dell’attuale centro storico, con Nardò, quasi un unicum in Puglia. Ogni quartiere aveva nel suo interno uno o più atelier ceramici.

Il centro storico coincide con lo sviluppo urbanistico che il paese aveva già ben definito agli inizi del Seicento. In questo periodo si possono riconoscere i seguenti quartieri: isola di S. Antonio Abate, protettore dei ceramisti, il quartiere più antico; l’isola di S. Nicola, così chiamata per la presenza dell’omonima chiesa abbattuta sul finire dell’800 per favorire l’ampliamento di piazza del Popolo; l’isola delle Amendole; l’isola di S. Giovanni e l’isola di S. Stefano.
In generale, le botteghe erano prossime alla casa in cui il figulo abitava, di solito confinanti ed in simbiosi con laboratori di conciatori di pelli e saponari per via della grandissima facilità di reperire a poco prezzo la cenere. A causa dell’interdipendenza di botteghe di diverso utilizzo ed altamente inquinanti a volte accadevano disordini, legati alla carenza di igiene, che davano fastidio alla comunità e che portavano a delle soluzioni abbastanza drastiche.

Accadde, ad esempio, che nel 1753 a ridosso della festività patronale, per porre fine a questi continui “litigi, disturbi e pubbliche irrequietudini”, l’Universitas di Lecce decise di demolire alcune di queste botteghe inviando sul posto l’ingegnere ebreo Mosè per far eseguire quanto stabilito. Dai documenti sappiamo che le botteghe demolite erano di proprietà della famiglia Andriolo e di Vito Pascali, ed erano ubicate lungo la strada che collegava la piazza con la chiesa della Madonna della Croce, vicino alla piazza del mercato .
Ad un esponente della famiglia Pascali, il maestro Pietro, si deve la realizzazione di uno dei manufatti più noti della produzione di S. Pietro in Lama. Si tratta del boccale a sorpresa, il cosiddetto “bevi se puoi”, oggi esposto nella Pinacoteca Barocca “Antonio Cassiano” del Museo Provinciale Sigismondo Castromediano di Lecce. Il boccale, rispetto ad altri esemplari della stessa tipologia conosciuti, si distingue per una filastrocca che accompagna il gioco della passatella, scritta e firmata dallo stesso Pascali nel 1750.
Il testo dice:
Da qui sopra entra il vino Lo vedete e lo sentite
E se bevere volete bisogna fatigar
Cercate e provate quell’ingegno bello e caro
Ma se io non vi la imparo
Solo viento e ci escerà.
IO M. PIETRO PASCALI SAN PIETRO IN LAMA – 1750.”

il “bevi se puoi” di Pietro Pascali esposto nella Pinacoteca Barocca “Antonio Cassiano” del Museo Provinciale Sigismondo Castromediano di Lecce

 

Grazie a questo esemplare e ad antichi documenti riguardanti l’antico Monastero di S. Chiara di Nardò sappiamo che San Pietro in Lama non era specializzato solamente nella produzione di laterizi, come mattoni, tegole e coppi, appunto “imbrici”, ma anche di ceramica d’uso e da dispensa. Si producevano, infatti: “mortai”, “catini” e “limbe per fare la colata” etc., piatti e boccali smaltati e decorati come il nostro “bevi se puoi”. La produzione, nonostante il basso numero di botteghe presenti, e la diversificazione di fatture, riusciva a soddisfare non solo le esigenze della vicinissima città di Lecce, ma anche quella di altri importanti centri vicini, come la città di Nardò e Copertino .
È bene evidenziare che l’elenco dei ceramisti qui dato, per il periodo compreso tra il Seicento ed il secolo successivo, data l’alta mobilità di manodopera specializzata, potrebbe risultare incompleto perché non tutti i ceramisti esistenti ed operativi a S. Pietro in Lama sono registrati come tali nella documentazione ufficiale in nostro possesso.
La contestualizzazione delle botteghe dei secoli passati viene mantenuta anche nell’Ottocento.

Dallo studio dello Stato dei Patentati di questo centro produttivo, redatto durante il periodo napoleonico a cavallo degli anni 1811 – 1815, non solo la distribuzione delle botteghe rimane invariato, ma anzi da una lettura complessiva di questo elenco, si evince come a San Pietro in Lama ci fosse uno dei centri con più manodopera specializzata registrata, dopo i centri di Cutrofiano e Grottaglie in Terra d’Otranto.
La decadenza degli atelier ceramici, se di decadenza possiamo parlare, comincia quando Angelantonio Paladini imprenditore già Sindaco di Lecce nel 1866, fondò nel 1872 nella sua villa esistente nel territorio di San Pietro in Lama una manifattura ceramica che dava lavoro a più di 150 impiegati, (agli inizi reclutati dall’area napoletana) e nella quale si fabbricavano, tra l’altro, maioliche artistiche (firmate Manifattura Paladini- Lecce).

Fu un esperimento questo destinato ad avere breve durata, difatti si concluse solo nel 1896, quando la fabbrica chiuse i battenti a seguito della morte del fondatore .
A questa quasi feroce industrializzazione alla quale sopravvive si aggiunge la crisi del settore avvenuta con l’introduzione dei materiali plastici i quali a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, fecero decadere usi poveri e tradizioni pluristratificati da secoli, a favore di una più agiata “modernità”.

A tutt’oggi nonostante le crisi di settore, e la mancanza di vocazioni all’arte, questa tradizione fatta di argilla acqua e fuoco, viene portata avanti dagli oramai rari discendenti di queste famiglie che da secoli con Orgoglio si trasmettono da padre in figlio segreti alchemici di quest’arte millenaria.

Achille Tresca di Lecce, il plagiario seriale

di Armando Polito

La condivisione, come tutti i concetti umani, ha una connotazione morale neutra, nel senso che sarà l’applicazione concreta a decidere, sulla scorta di ciò che la nostra razza, troppo spesso per unanime, ipocrita convenzione che per sincera e responsabile convinzione, avrà fatto in concreto, se condividere, come anche il suo contrario, dissociarsi sia un bene o un male. Se qualcuno mi chiedesse un vocabolo o una locuzione sostitutiva di “rete” direi senza pensarci su troppo, “condivisione digitale”. Già quella non virtuale aveva i suoi inconvenienti: riferendomi, per esempio,  alla pubblicità, sono veramente sempre sicuro dell’affidabilità del passaparola relativamente alla bontà o meno di un prodotto? Pagheremo di persona, questo è certo, l’esserci fidati e pure il suo contrario e, se non siamo idioti, dopo essere rimasti disgustati, mettiamo, da un prodotto alimentare consigliatoci da un amico, non consumeremo più quel prodotto e ci terremo l’amico? Ma al mangiare, diventato sempre più freneticamente convulso e disordinato, della vita reale, corrisponde il fagocitare di quella virtuale e, come tendiamo a rimpinzarci di quel certo cibo di una certa marca che in quel momento è di moda, così tracanniamo, senza pensarci su almeno tre volte, tutti i bocconi che la rete ci offre: ora genuini, ora artefatti, ora scientificamente fondati, ora giullarescamente fantasiosi , e chi più ne ha più ne (im)metta. Finché il social non è esistito,  il rischio della diffusione del letame culturale (che non fa bene al cervello come, invece, quello reale fa bene alla terra) si limitava in partenza a qualche blog personale (in cui non mancava qualche banner a farti l’occhiolino …) in partenza e nella credulità dell’internauta in arrivo. Quest’ultimo, però, se avesse voluto rendere partecipe qualche amico dei contenuti che avevano suscitato il suo entusiasmo, avrebbe dovuto annotarsi l’indirizzo e passarglielo: operazione troppo complicata per diventare abituale. Con il social la musica cambia, perché basta un semplice clic per condividere con tutto il mondo qualcosa di veramente nostro o spacciato come tale (senza citazione dell’autore per pigrizia o, più spesso, per malafede) o qualcosa che altri a loro volta hanno condiviso con noi; e in qualche caso con effetti esilaranti … (https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/20/uno-scherzo-da-prete-anzi-da-cardinale-no-unidiozia-made-in-web/).

Com’è noto, il reato di plagio riferito ad una persona è stato cancellato dal nostro ordinamento, ma permane, almeno sulla carta, quello riferito all’ambito artistico in generale ed a quello letterario in particolare. Se lo sfruttamento commerciale di un’opera altrui era in passato facilmente perseguibile avendo tra le mani il corpo del reato (la pubblicazione plagiata), con l’avvento della rete l’operazione risulta molto più complicata perché spesso la creatura spacciata per originale è un mosaico frutto di un copia-incolla in parecchi casi, fra l’altro, pateticamente maldestro.

La stessa rete, però, a dimostrazione che anche un raggio laser può incenerire un corpo o guarirlo, offre lo strumento, a chi ne ha tempo ma soprattutto voglia, di smascherare l’inganno tramite l’accorto uso di motori di ricerca sempre più sofisticati.

Il caso contemplato nel link prima segnalato è a tal proposito emblematico, ma quello che sto per proporre è ancora più interessante e, per certi versi, scandaloso1, nonché la riprova che il proverbiale vizio del lupo è congenito, invece, alla nostra razza …

La Biblioteca arcivescovile Annibale De Leo di Brindisi custodisce, fra l’altro, manoscritti, alcuni dei quali, digitalizzati ed immessi in rete, ho potuto sfruttare più di una volta2.

Potrei definirlo, in base alle conclusioni che ho tratto, Dossier Tresca. Prima di entrare nel cuore dell’argomento, non guasta qualche immagine.
Chi volesse leggere integralmente quello che riguarda il post di oggi, lo troverà all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209704&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU.

Inizio con quello che può essere considerato a tutti gli effetti (lunghezza compresa, non certo eccezionale a quei tempi) un frontespizio.

Descrizione della Giapiggia in lingua Toscana formata d’Achille Tresca di Lecce per servizio, ed uso del Real Infante D. Carlo IV Borbone, Dio gratis, degnissimo Real Figlio di D.  Ferdinando IV, che il Ciel feliciti, Invittissimo Monarca, Re delle due Sicilie, di Gerusalemme, Infante delle Spagne, Duca di Parma, e Piacenza , e Castro, Gran Principe di Toscana, e Suoi Gloriosissimi Antecessori. Nella medesima opera l’Autore dedica ed offre venti sonetti, e due sestine alla R. M. di D. Ferdinando IV, Real Progenitore del sopra nominato Reggio Infante. 1775

(carte 4r-5v; la foto seguente si riferisce alla 4r, la trascrizione a tutte)

 

Cinque lettere responsive, che forma l’Autore in lingua toscana, e le dirigge per la volta di Vineggia ad un tal Ettore Morosini, chi dimanda d’aver qualche distinta notizia della Giapiggia, come familiarissimo Amico del medesimo.

Allorché, Sire, mi surse talento di pregare S. R. M., Dio gratiis, a concedermi la grazia, ed a darmi l’onore di poter io dedicare La descrizione della Nostra Giapiggia al vostro Reale Infante, e nostro Novello Padrone, fu sorpreso il mio cuore da un eccessivo piacere, perché conobbi avverato quel, ch’egli innanzi tratto presagito m’avea, val quanto dire, che la nostra Padrona, che il Cielo la conservi, e la feliciti, infantar si dovea, e produrre alla luce un Real Bambino;  tanto più crebbe in me la gioia, ed il contento in aver io la bella, e vaga sorte di vedere assicurati li vostri Regni, e Domini colla perpetuità della Prole, e di godere noi il gran vantaggio d’essere perpetui Vassalli, come di Vostra Real Maestà, così ancora della di lei Real Progenie, per lo mezzo della nostra discendenza. Io non ò tralasciato, come tuttavia non cesso, di porger grazie all’Altissimo per un tale felice avvenimento;  gli avanzo di continuo le mie preghiere per la conservazione di S. R. M., e per quella del suo Real Figlio, affinché in processo di tempo se ne veda Progenitor contentissimo; e noi altri suoi fedeli Vassalli possiam godere gli effetti, non solo di vostra protezione, m’ancora di quella del vostro Reale Infante in staggione così lieta, e tranquilla, com’è la nostra, perché parmi rinovellato l’aureo tempo de’ Cesari, e dell’Augusti. Mentre ch’io ero dalla grande allegrezza scosso, ed aggitato, mi ritenevo nel chiuso recinto della mia stanza brillandomi il cuore in petto fuor dell’usato per lo soverchio impiacimento alla novella del felice successo , quando mi si fe’ presente la mia musa, ed in atteggiamento di leggiadra, e veneranda donna venn’ella meco a parte della mia consolazione, poiché fattamisi d’appresso tutta lieta, e festante, dettandomi in una notte, ed in jn giorno sessanta sonetti, e sei sestine, dieci  de’ quali, ed una sestina ò stimato i situarli nel principio della descrizione della Giapiggia, ed altri dieci con un’altra canzone nell’ultimo luogo della medesima. Il rimanente lo serbo io presso di me, per non recar noia, ed infastidire S. R. M. colla lunghezza, e coll’inculto stile de’ miei rozzi versi. Va’ mi disse ella, che là dove ptterai dedicar la descrizione della Giapiggia al nato Infante Reale, parmi ben convenevole di offerire alla R. M. di Ferdinando IV, di costui Real Progenitore, quel che ora io ti detto. Dopò di chè ottenutami la promessa, si dileguò in aura la musa, e mi si diè l’aggio di esemplarne la copia delli seguenti versi, quali a S. R. M. gli presento, ed umilio. Sire, conosco molto bene di qual castigo sia degno colui, che alla sua musa oppone, e contrasta: quindi per obbedirla, mi convenne fargli alla M. S. presenti . Ma mio malgrado, perocché stimo di essere troppo grande l’audacia di quei vassalli, che s’ingegnano di lodare in prosa, od in verso la virtù del loro Monarca, essendo questo qual chiarissimo Sole, che dapertutto scintilla, e risplende. Egli è un Vicedio della Terra, cui deesi prestar cieca ubbidienza, e rispettoso omaggio da’ suoi Vassalli; ma incoraggisco il mio spirito ad umiliarle i qui descritti versi, non per altro motivo, se non se, per dimostare al mondo la fedeltà. e devozione di un suo umilissimo, e sincero suddito, qual’io sono, e protesto; ed oltre a ciò le porgo tal proferta benche tenuissima, affinché i Lettori della descizione della nostra Giapiggia possano in verità rilevare, che alla bellezza del sito della medesima, alla moltitudine de’ prodotti corrisponda assai bene il Real Valore del Padrone,  che la possiede, qual’è S. R. M., di cui umilmente ne imploro la protezione.

 

Seguono (carte 5v-12r) 5 sonetti e una sestina e ancora 5 sonetti. Per motivi di spazio, già prima emersi, da ora in poi riporterò solo la trascrizione dei brani che ci interessano.

 

(carte 13r-16r)

Cinque lettere responsive, che forma l’Autore in lingua toscana, e le dirigge per la volta di Vineggia ad un tal Ettore Morosini, chi dimanda dall’Autore d’aver qualche distinta notizia della Giapiggia.

Lettera prima

Ecc.mo Sig.re

A me medesimo rincresce, ed il mio cuore è da gran cordoglio trafitto, quando meco stesso considero d’essersi in parte spenta, e pressoché dell’intutto dileguata la gloriosa rimembranza, ed il celeberrimo nome della nostra rispettabile Reggione, talché se vestiggio alcuno, per così dire, o reliquia di gran Cittadi  in parecchi luoghi si scorda, ciò però non ostante se  n’è smarrito il sentiero,e se n’è confusa la traccia, né rinomata alcuna sovrasta, o delle orrevoli cose intraprese, o delle Città medesime, o di alcune lettere particolari, onde gli nostri Giapiggi si servivano, innanzi tratto, che i Greci qui calassero appresso il Troiano Eccidio. Questa è del Mondo la variabile incostante vicenda. Corrono a dileguarsi le cose de’ Mortali, non altrimenti, che lieve soffio d’aura passeggiera, o pur qual nebbia, qual ombra, o qual fugace sogno, il vorace tempo tutto rode, e consuma. Penzo io, che la nostra Giapiggia fusse stata molto gloriosa, e di celeberrima fama poco prima del Troiano diroccamento . Ripigliò la medesima forza, e vigore dopo l’arrivo di Lizzio Idomeneo, e de’ Spartani, e di Falanto, vergando i Greci il tutto sù delle carte, per li autentici monumenti delle lettere. Di belnuovo li Goti, indi li Longobardi occupando l’Italia a richiesta de’ Greci, o piuttosto de’ Romani, ogni Reggione, ch’era nel mezzo dell’uno, e l’altro Impero fù da que’ Barbari miseramente devastata, e pressoché distrutta, giacché trovasi la Messapia ,o sia Giapiggia allogata nel mezzo dell’Oriente, e dell’Occaso. Porgo a S. E. un esempio qual fù la Guerra de’ Turchi, che se poco prima fusse stata eseguita, forse, e senza forse tutta la Giapiggia vedrebbesi da noi presentemente al suolo adeguata, e compiagnerebbesi nostro malgrado la totale rovina della medesima. Fioriva, egli è vero, una gran moltitudine di uomini, una gran copia di Città, e di Reggioni là nel Peloponneso, capace di molti potentissimi Popoli; ora però dalle continue Guerre de’  Viniggiani, e de’ Musulmanni è stata in tal maniera rovinata, e disfatta, che reca pietoso spettacolo agl’occhi de’ guardanti. Il documento degli antichi scrittori da noi si è smarrito. Come di Eratostene, e d’Ipparco. Nella staggione di Ptolomeo, Plinio, Pomponio, Strabone, e Dionisio in questa Terra altro non vi soprastava per la variabil fortuna delli umani accidenti, che piccoli Contadi, Terre malnote, o neglette. Se a noi sarà di gradimento di riandare i libri degli antichi Istorici, e Giografi, ritroveremo nella Giapiggia anche cose degne di ammirazione e perciò d’esser annotate. Falanto, Platone, Archita, Aristotele, Theofrasto, e le Guerre di Annibale: il porto di Brindisi meritò da pertutto lodevolissima fama, e solenne rimembranza, per lo passaggio de’ Romani in Grecia. Quindi gli scrittori tramandarono a noi delle testè divisate cose qualche memoria considerevole, e speciosa. Io mi persuado, e credo, che Giovano Vitalliano abbia dato gloria, ed onore alla Città di Otranto, la di cui manierosa maniera pompeggiò e di eterna rinomata divenne a’ tempi di Giustiniano Imperatore, mentre ché Vitalliano lo serviva da Capitano nella Guerra de’ Goti, onde prese tutta la Provincia il nome dell’anzidetta Cittade. Leuca, Ugento, Gallipoli, Nardò, Vaste, Galatone, Soleto, Rugge, Mandurio, Cellie, Oira, Galeso state sono dall’ingiurie de’ tempi desolate, e pressocché diserte, e l’Eroiche gesta de’ Naturali, e Cittadini delle medesime furon poste in oblio, od ignorate, o neglette. La nostra Lecce sol tanto egli è purtroppo rinomata, e gloriosa per la storia del Principe dell’Antonino, la qual ne addita, che abbia egli tratta la sua materna prosapia da Malennio di Dasumno Figlio, e Re de Salentini. Altri chiamolla col titolo di Lupiarum, altri col solo nome di Rhudiarum. Guidone di Ravenna, che molti scrittori li più moderni in parecchi cose lo adoprano per Testimonio, e che io poco fà ò letto, e riandato, non è né troppo novello, né troppo antico  Autore. Lo stato in cui erano le nostre cose nel di costui secolo rilevasi a chiaro lume dalle parole del testé divisato, le quali io con brevità ne porgo a S. E.; e presento in brieve il senso, e il significato. Leggonsi molte cose che fà duopo comprendere, e capire. In alcune altre mancò, in quelle deesi accaggionare l’ingiuria del tempo. In questo è degno di compatimento, in quelle meritevole di lode. Perocché se quelle in qualunque maniera siano, scritte non avesse, neppur noi potremmo a chiaro lume capire queste, che a S. E. scrivo. Egli il divisato Autore è stato il mio fido compagno con averlo più fiate trascorso, e riletto. Dal di lui avviso, e notizia me ne sono avvaluto, senza mai dipartirmi dal suo giudizio, e dalla mia idea, quando l’ò conosciuta, e ravvisata alla verità più propinqua,e vicina. Non così aggevolmente può mettersi  in prospetto quel che una fiata si è dileguata, ed abbolito dalla memoria degli uomini. Noi per quanto le nostre forze reggeranno cerchiamo sempre dar lustro al Padrio suolo. Ch’egli tra’ Salentini abbia considerata Lecce, non traviò dal vero, ma fecesi vincere, e superar dall’errore allorché nomò Gallipoli colla voce  di Lecce, ch’Ennio tratti avesse i suoi natali nella Calabra sponda; dice il vero che abbia avuta, e sortita la sua origgine in Taranto, s’inganna all’ingrosso. Perciocché Pomponio dice, che la Nobiltà dell’Antica Rugge la tragga, e la ripeta dal suo Cittadino Ennio,qual Città non era troppo da Lecce lontana, anzi se voglia prestarsi fede a’ que’ pochi spezzoni, e fragmenti, che a noi il testè divisato Poeta sono per buona nostra sorte rimasti illesi dall’ingiuria de’ tempi, egli medesimo di propria bocca confessa – Rhudiae me genuere vetustae -. Il ché non era troppo da Lecce distante. Forse trà queste due Città frapponeasi  lo spazio di tredici stadii, ed è rimasto deluso, e ingannato dall’uno, e dall’altro nome per la voce, ed appellazione de’ suoi Natali dal sopra descritto Autore prostituita,  e corrotta. Non tedio di vantaggio S. E. con tali oscuri racconti, mentre resto baciandole divotamente le mani.  Lecce li 2 Agosto 1772. Divotissimo servitore vostro obbligatissimo Ach. Tresca

Chiedo scusa al lettore se ho scelto di far parlare lo stesso autore, ma questo espediente permetterà di comprendere più agevolmente  l’intera questione. Fino ad ora, comunque, abbiamo appreso attraverso la lettera appena riprodotta che Achille Tresca3, aderendo ad una richiesta del suo amico Ettore Morosini, si appresta a fornirgli una descrizione della Iapigia, per la quale dichiara come fonte principale, anzi pressoché unica, Guidone di Ravenna, geografo del XII secolo, autore di Geographica, opera in cui laconiche notizie sulla Iapigia appaiono in ordine sparso (27-29, 69 e 71-72). Prima di procedere è opportuno ricordare che alla data del 1775 l’opera più completa sulla Terra d’Otranto rimaneva il De situ Iapygiae di Antonio De Ferrariis (1444-1517) alias il Galateo, opera uscita postuma per la prima volta per i tipi di Perna a Basilea nel 1553. É vero pure che Girolamo Marciano aveva già scritto Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto, ma l’opera rimase manoscritta fino al 1855, quando venne pubblicata, con le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese, per i tipi della Stamperia dell’iride a Napoli nel 1855.

Con la seconda lettera (carte 17r-31v) del 2 aprile 1773, con la terza (carte 32r-59r) del 6 aprile 1774 e con la quarta (carte 60r-100r) dell’8 maggio 1774 il Tresca invia quella che è in sostanza la traduzione dell’opera del Galateo con qualche aggiustamento che non tradisca l’imbroglio e guardandosi bene dal citarne almeno una volta il nome o l’opera4. Puntigliosa (non può essere altrimenti,quando l’accusa mossa è grave, anzi gravissima …) documentazione di tutto ciò è alla fine di questo lavoro.

Ad onor del vero di questo si erano già accorti i letterati dell’epoca, come testimonia la replica del Tresca (carte 133r-139v), ridicola ed tratti veramente imbarazzante, pur in assenza della lettura diretta (ammesso che da qualche parte si conservi il testo) della stroncatura: Protesta che fà l’Autore ad una lettera cieca pervenutagli. Alcuni saccentuzzi del nostro secolo avendo incombro il di loro petto da livido cuore d’invidia, ed avendo nell’istesso tempo inteso, che volevo io dare alle stampe la descrizione della nostra Giapiggia, vibrarono contro di me la lor trifulca lingua, dichiarando sotto ignoti caratteri, che io non avevi troppo bene penzato di mandare a capo il mio disegno per li quattro seguenti motivi.

Primieramente, come io nel descrivere la Giapiggia abbia trascurato di dare al Corrispondente una distinta descrizione di me medesimo.

2 Che io nella ridetta opera mi sia portato con isfrontatezza da succido ladrone, avvalendomi delle altrui fatighe, e sudori, da donde cercai rintracciarne gloria, e fama.

3 Che io abbia fatto un pasticcio, tramestando nella consaputa opera versi, e prosa per obietti troppo diversi e staccati.

4 che mi conveniva parlare, e far menzione all’orbe intero nel divisato libro dell’Eroiche virtù, e della gloria della nostra Real Padrona che Dio sempre la prosperi, e secondi, a’ quali motivi l’Autore à dovuto rispondere colle seguenti proteste.

Ero già pur troppo vago, e desideroso a formar la descrizion della nostra Giapiggia per darne io un dettaglio all’Italiana Nazione. Mi è riuscito grazie al Cielo, divisarne quel  breve saggio, e corta relazione, come per me s’è potuto, ma finalmente mi sono di già avvertito, che avendo io voluto mandare a capo la medesima abbia mancato il di più, che mi era convenevole. Conoscerà ognuno da’ miei apporti la vaghezza del di lei sito , l’amenità dell’aere, ed il moderato temperamento del clima, e quanto sia la medesima ferace, e copiosa di tutto quel,che poteva la benigna Natura a soccorso, e nudrimento dell’uomo prestare; ma non comprende di quali imperfezioni sfreggiato sia lo scrittore, e di qual corrotto,  e guasto costume composto,e sguisato. Misera umanità! Descrivesi alle Repubbliche il di più, ed il meno si trascura. Rimiro spesse volte, e meco stesso considero l’ignoranza, e l’audacia degli uomini a parlare delle cose, che sono fuori di loro, senza darsi penziero di formar la descrizione del di loro temperamento, ed umore. Se l’Alto Divin Facitore nel produrgli alla luce avesse lor cangiata la falda della bisaccia, talché quella, che nel dorso va’ sospesa, fusse nel petto, vedrebbesi a chiaro lume ammanzita la di lor vanità, e ciaschedun di noi favellar diversamente da quel che raggiona. Ero io già di fresca guancia vestito, e cominciava a balenar nel mio spirito fior di raggione quando io derterminai applicare allo studio dell’umane lettere. Mi chiusi perciò nella scuola della Grammatica,e quotidianamente raggiravami all’intorno di quei libri, da donde rilevar potess’io il conoscimento, e la pratica di saper la lingua latina. Mi versavo nella profana, e sacra Storia, e divagava sovente il mio penziero col verseggiare e col farla da imperito Poeta. Ma lasso me! Dove incauto trasportavami il fallace desio. Mi ero già impratichito de’ versi di Orazio, di Virgilio, e di Omero, parlavo speditamente l’idioma latino, della Storia ne avea preso qualche saggio, e dettaglio, ed al pari d’ogn’altro inculto versificatore facevo carmi, e sestine. Ma che! Sul bollor delle mie applicazioni, mi assaliva un panico timore, che scuotendomi dapertutto le ossa, mi gelava ben volentieri il sangue nelle vene. Divenivo sovente bersaglio della malnata cupidiggia, che tutto giorno mi conquidea, e mi affannava.Tormentavami l’ira e la libbidine, scoglio inevitabile a cui rompe, e frange l’incauta Gioventù. Era l’intestina guerra, ed il contasto de’ giorni miei. Terminato il corso della Grammatica, un’intensa voglia mi trasse in età piucché adulta d’imparare a suonare il cembalo, per sollevare l’animo dalla diuturnità de’ miei studi. Piacevami l’acuto de’ tuoni, ed il grave delle note mi feriva lo spirito per l’armonia, e proporzione delle consonanze. In tale stato di cose dall’esterno suono delle corde passavo sovente a determinare il mio animo sicché reggesse in calma, e trà la quiete ne’ colpi della seconda, ed avversa fortuna. Ma ciò tutto era vano, perché non sostenea egli nelle occasioni al martello.   Dalla musica bene spesso alla Giomedria facevo io passaggio. Mi era gradevole la cognizione dell’essenza de’ triangoli, della natura de’ circoli, e de’ quadrati. Sapevo, che le linee rette tirate dalla circonferenza del circolo fino al suo asse, equalissime fussero trà di loro nella lunghezza e nella dimenzione. Dopò di qualche profonda applicazione, che io nella suddetta scienza metteva, dimandavo a me stesso: misura con matematico ordegno la grandezza, e moltitudine de’ vizii tuoi, la smisurata propenzione del tuo cuore, che à nello sdegno, nell’invidia, negli amori, nella gelosia. Puoi tu (ripigliavo io meco stesso) dalla medesima dedurre, che con i de lei insegnamenti arrivi l’uomo a scandagliare, e misurar se medesimo circa a quanto gli sia bastevole, ed intorno a quello, che la vanità lo predomini. Ti è nota e manifesta l’essenza della linea retta; ma ignori la rettitudine dell’oprare. Egli è aggevole col matematico compasso dividere in più parti il tuo rustico predio, o campo; ma tutto riesce di poco frutto,  quando dalle Professioni non si rilevi la maniera di rendersi in ogn’ora felice, e contentarsi de’ beni, che dentro di se stesso nascono, di cui mi rendo incapace prenderne compiacimento, perché divagato dal copioso fallace stuolo de’ beni stranieri (se così vogliam dirli) onde sono convinto, ed invischiato, non mi permette la scienza di me medesimo. Mi apparto dalla Matematica, ed alla Scuolastica Filosofia mi appiglio. Quante, e vane questioni mi si paravan d’innanzi, che per comprenderne delle medesime il vero sovente il mio intendimento turbavano. Volevo io conoscere l’essenza del vacuo se disperso, se disseminato raggirasse nella gran machina del Mondo, se la corporea dimenzione soggiacesse a’ colpi di ferro, che in infinitum la disgiunga, e divida. Ma traea la voglia di percepire colla raggionela Natura, ed Esistenza del Divin Facitore, come l’uomo s’ingeneri, da donde acquistino il movimento le veggetabili, e le sensitive creature, da quai principi sia ogni Ente prodotto, se dal fuoco, come ad Anassacora piacque, o da i quattro elementi, come altri dicea. Dimandavo con fervorose preghiere dalla Filosofia, che mi dichiarasse la materia del sole; ed ella sovente rispondeami: Egli è di ferro, o di selce, o pur di altra più nobile sostanza di fuoco. In fine nel mezzo della medesima mi scorgevo io tutto cinto di tenebre, e ravvolto nel buio degli errori, e dei dubii. Trà le molte naturali questioni mi consideravo uno Stoico, un Pirronista, dalla curiosità conquiso, e niente pago di aver potuto rintracciare il vero delle cose. Da tali atteggiamenti di spirito volgevo dentro di me stesso lo sguardo, ed altro non ravvisavo, che un’assidua violentissima procella di spinose cure, e di affanni, talché naufrago io nello svariato Pelago di tanti mali, non sapevo qual onda secondare come amica, e qual, come avversaria schifare. Da tutto ciò potrà ogn’un comprendere quanto sia di vanità l’uomo carco, e ricolmo, poiché gli riesce aggevole di formar la descrizione piuttosto delle cose esterne, che di se medesimo.                Cade qui in acconcio il detto di Bionte “Nil difficilius, quam nosse se ipsum”. Quindi dove si può molto bene delle cose parlare senza prevenzione di passione; il formare una pittura del mio guasto, e corrotto natural costume, era troppo per le mie forze malaggevole, e difficoltoso. Descriver l’uomo è lo stesso,  che dipigner  tele, e ritrarre in carte l’ingratitudine, e l’incostanza. Ognun conosce le massime del mondo traditore, tutti vediamo a chiaro lume l’insussistenza del nostro penzare. Quel che ora io trà me stesso risolvo frà pochi momenti mi affanna, e mi affligge, e tormentandomi lo spirito mi fà tosto cambiare voglia, e penziero. Ogn’aura ci scuote, ogni vento ci altera, qualunque svariata vicenda ci perturba, e scolora.Perciò parmi che poco bene rifletta colui, che voglia lo stesso descrivere al mondo,  perché nemo tenetur infamare se ipsum. Oltre di questo se l’Autore nel descrivere la Giapiggia, o ne’ versi, ch’egli a Sua Eccellenza presenta, ed umilia avrà preso qualche sbaglio, o si troverà qualche proposizione del medesimo, che si opponga, e contrasti le leggi della nostra Religione Cattolica, o pure i dettami della pulizia dello stato, il sudetto Autore avvanza le sue proteste dirette a’ correggitori di quest’opera, che vadano, cassino e cancellino tutto, quel che di soverchio, d’improprio, e di erroneo sarà stato nel decorso della medesima scritto, e vergato. Implora un benigno compatimento, giacché la povera umanità è troppo sottoposta, e soggetta a travedere nel buio, e nelle tenebra dell’ignoranza, di lei indivisibil compagna. “Hoc unum scio, me nihil scire”. Brontola contro di me la veneranda adunanza de’ letterati, che nella sudetta descrizione della Giapiggia da vero ladro io mi sia mostro, et additato, perché altro non abbia fatto che rivangare quel, che altri ne’ secoli caduti con diverso idioma ne scrisse. Cesserà però la maldicenza, e la critica di costoro, mentre io sarò per ricordarli, che ogni scienza nel mondo sia limitata, e finita, perché dalli uomini  escogitata, e prodotta. Non vi à Poeta, Prosatore non trovasi, che nelle sue respettive opere non s’abbia d’altri antecedente lui servito, ed avvaluto. Confessa tutto ciò a chiare note il nostro Orazio, che fù fedel imitatore di Lucilio, Virgilio fedelissimo seguace di Omero e tanti altri di rinomatissima rimembranza, che a rammentarli tutti sarebbe lo stesso, che non finirla giammai. Sono ammaestrato dalla ragion legale, che “Pater, et Filius sint una eademque persona”. Dal che se ne potrà dedurre, che avendo avuto io il desidero di dedicar le lettere della Giapiggia alla Maestà del nostro Reale Infante (che Dio lo conservi) stata sia audacia troppo grande la mia farla da Poeta, e ricantar le glorie di Filippo IV nostro Real Padrone. Bella riflessione invero formata da’ nostri giureconsulti, non per altro motivo, se non se, per quelli, che sono alle leggi sottoposti, e soggetti. Ma trattandosi de’ Monarchi non corre, né regge a martello la massima divisata. Io per me sarò loro sempre fedele, ed ubbidientissimo vassallo, e gli terrò sempre mai  per due distinti Padroni ad amendue  divotamente offerendomi. Né si meravigli tal’uno,come io nella qui retroscritta opera non abbia niente della nostra Padrona fatto menzione. Il fù mio Genitore dedicò per mezzo del fù mio zio Commendatore all’Augustissima di lei Genitrice           un libro di prose, e di versi, ricantando le glorie, ed i Trofei della Casa d’Austria , delli quali quantunque la sudetta Real Augusta Famiglia niun bisogno ne avea, per aver ella in tutto l’Orbe qual fulgidissimo Pianeta, che per ogni parte sfolgorante vibra la sua chiara luce, e lo spendore, pur tuttavia il fù mio Padre volle dare a divedere a tutti un verace attestato di quella venerazione, ed ossequio, onde un suddito è al suo Padrone tenuto, ed obligato. E chi rivocherà in dubbio quel, che io rammento,  me lo accenni, me lo divisi, che tosto ne gli farò capitare il manuscritto ed istampato esemplare.                 

Ho già definito imbarazzante questa difesa. Non mi rimane che uscire dall’imbarazzo dicendo che in essa l’unica nota interessante è quella finale relativa all’opera del padre5, con il cui frontespizio mi congedo prima di procedere al raffronto dettagliato tra il testo del Tresca (in grassetto corsivo) l’originale del Galateo (corsivo) che ho ritenuto opportuno accompagnare con la mia traduzione e, in rosso, l’eventuale commento.  Laddove compaiono all’inizio e alla fine dei brani esaminati tre puntini vuol dire che i pezzi intermedi sono assolutamente coincidenti. Delle lettere ho riportato, comunque, l’incipit e l’explicit.

(carta 17r) Lettera seconda. Sulla situazione della Giapiggia

Quel che ora Italia addimandasi, traendo la sua origine dalle Alpi, viene dal mar Superiore, e dall’Inferiore  battuta, ed innaffiata, e tra’ l’Oriente  Iberno, e nel mezzo giorno è posta, ed allocata, dalli altissimi monti dell’Appennino, come se fussero due penisole del Chersoneso, quasi due conii di bipartito Albore vien terminata e finita. Queste due penisole, o tal Reggione fraposta negli antichi secoli era non solamente ad ogn’altra Terra preferita, ma tenevasi da ognuno in maggiore stima tralle Nazioni di Grecia…

 Quae nunc Italia dicitur, ab Alpibus ortum habens, supero, et infero mari abluitur, inque ortum hybernum, et meridiem porrecta, perpetuis Apennini iugis, duabus peninsulis, seu (ut Graeci dicunt) chersonesis, finitur. Quae quasi vertices sunt, seu coni bifidae arboris. Hae peninsulae et interiacens ora, antiquis temporibus non solum coeteris terris, sed ipsi quoque Graeciae praelatae …

Quella che ora è detta Italia, avendo l’origine dalle Alpi, viene bagnata dal mare superiore [l’Adriatico] e inferiore [Tirreno] e, allungata tra nord e sud dai continui gioghi dell’Appennino, termina con due penisole o, come dicono i Greci, chersonesi. Esse sono quasi le cime o coni di un albero biforcuto. Queste penisole e il territorio intergiacente, preferiti nei tempi antichi non solo alle altre terre ma pure alla stessa Grecia …

Incipit assolutamente coincidente.

 

(carta 24r) … questa è la dessa, onde più speciosa, e ben degna commemorazione Orazio ne fece. Questa, Chersoneso, con vari nomi da diversi autori trovo chiamata. Altri come Aristotele , ed Herodoto Giapiggia la nomarono …  

… haec insularum omnium peninsularumque ocellus quondam fuerat. Haec est de qua Horatius cecinit: Unde si Parcae prohibent iniquae,/dulce pellitis ovibus Galaesi/ flumen et regnata petam Laconi /rura Phalantho./ Ille terrarum mihi praeter omnes/angulus ridet, ubi non Hymetto/ mella decedunt viridique certat/baca Venafro;/ ver ubi longum tepidasque praebet/ ìIuppiter brumas et amicus/Aulon fertili Baccho minimum Falernis/invidet uvis./Ille te mecum locus et beatae/postulant arces; ibi tu calente/ debita sparges lacrima favillam/vatis amici .Hanc chersonesum variis nominibus a diversis auctoribus subinde appellatam fuisse habeo: alii, ut Aristoteles Herodotusque, Iapygiam dixere … 

… questa un tempo era stata la perla di tutte le penisole. Questa è quella della quale Orazio ha cantato così: “Se [dalla guerra] le inique Parche mi terranno lontano andrò verso la corrente del Galeso cara alle pecore spinte al pascolo e verso le campagne su cui regnò lo spartano Falanto. Quell’angolo di terra più di tutti mi sorride, dove il miele nulla da invidiare ha a quello dell’Imetto e l’olio a quello della verdeggiante Venafro, dove Giove offre una lunga primavera e tiepidi inverni e l’amico Aulone con la fertile vite non ha nulla da invidiare alle uve di Falerno. Quel luogo e i felici colli ti vogliono con me; ivi tu con la dovuta lacrima bagnerai le ceneri dell’amico poeta”. Mi risulta che questa poi come penisola fu chiamata con vari nomi  dai diversi autori: alcuni, come Aristotele ed Erodoto, la chiamarono Iapigia …

Nella traduzione del Tresca non sono riportati i versi di Orazio (Odi, II, 6, 9-24)

 

(carta 27r) … veleno si cava fuori, e dilegua col beneficio del canto, e del suono. “Est etiam ille malus Calabris in montibus anguis”. Vi sono parimenti serpi pestilentissime, denominate chersidri  surte da secco ed arido terreno…

  …venenum cantu, et fistulis pellitur. De his loquitur Virgilius Georgicon libro secundo verso 42: Est etiam ille malus Calabris in montibus anguis. Sunt et serpentes pestilentissimi: chersidri enim sunt nati in arida tellure …

… il veleno viene eliminato col canto e con la musica. Di questo parla Virgilio nel verso 42 del secondo libro delle Georgiche: Est etiam ille malus Calabris in montibus anguis. Ci sono anche serpenti velenosissimi: i chersidri infatti nacquero nella terra arida …

Nel Tresca manca l’indicazione di Virgilio e della sua opera.

 

(carta 28r) siccome qui, così nella Campania, tanto nella state, che nel verno scuote soventi fiate il terreno lo strepitoso fragore, e rimbombo di parecchi fulmini. Saremo dunque noi perciò alla natura ingrati, che ricusiamo i di lei presenti, e favori, perché …  

… nam hic, ut in Campania, hyeme, et aestate sunt fulmina. Erimusne nos, Spinelle, naturae ingrati, ut recusemus illius munera quoniam …  

… infatti qui, come in Campania, d’inverno e d’estate ci sono fulmini. Saremo noi, o Spinelli, tanto ingrati verso la natura da rifiutare i suoi doni perché …

Il Tresca ha eliminato il nome di Giovan Battista Spinelli, destinatario del De situ Iapygiae, che è in forma epistolare e che era stato richiesto al Galateo perché il sovrano Ferdinando il Cattolico fosse ragguagliato sullo stato dei territori di recente conquistati. Nella fattispecie lo scimmiottamento può condensarsi in una proporzione: Morosini: Spinelli=Ferdinando IV: Ferdinando il Cattolico.

  

(carte 31r-31v) … e siccome la terra chiude, e ricuopre nelle sue viscere le ossa de’ bisonti, così distrugge Città, e Reggioni, e niuna cosa può in eterno durare. Il Tasso mi ripiglia a tempo: Chiude il fasto, e la pompa arena, ed erba. La caliggine, e la folta trascuraggine degli uomini  de’ secoli caduti mise in profondo sempiterno oblio la fama ed i nomi di quelle, e la chiarezza de’ luoghi. Noi proseguiremo in tanto a dare a S. E. notizia della Giapiggia, indi ci appresseremo fil filo riandar con distinzione per le parti della medesima, mentre resto baciandole di votamente le mani. Lecce 2 Aprile 1773

…et quemadmodum urbes, et ossa hominum terra operuit, sic et famam illarum, et aliquarum etiam nomina, et locorum claritatem depressa temporis caligo obtenebravit. Nos primum oram, deinde mediterraneas partes prosequemur.

… e come la terra ha ricoperto le città e le ossa degli uomini, così la nebbia del tempo discesa  ha ottenebrato pure la loro fama e di alcune anche i nomi e la magnificenza dei luoghi. Noi tratteremo prima della costa, poi delle parti interne.     

Manca nel Galateo la citazione dal Tasso.

 

(carte 32r-59r) Lettera terza. Descrizione della Giapiggia. Littorale

I Greci indagando il principio di Taranto a Taranton, o come altri vuole a Talanton, che noi Talento diciamo, Stefano pose il nome a questa città da quello, ch’è Taras, Tarantos, ch’è un nome commune tra’ la medesima e la fiumana …

Principium a Tarento sumentes, Graeci Taranton, ut illi talanton, quod nos talentum dicimus. Stephanus ab eo quod est Taras, quod est urbis nomen, et fluvii commune, posuit …

Cominciando da Taranto: i Greci la chiamarono Taranton, come essi dicono talanton ciò che noi chiamiamo talento. Stefano pose il nome da quello che è Taras, che è nome comune alla città e al fiume …

Incipit perfettamente coincidente.

 

(carta 34v) … e dacché questi pervennero al colmo delle ricchezze, tralignarono dalla primiera severità di vita da lor Maggiori tenuta; ma poiché Eccellentissimo Signore mio ò addossato il carico di narrarli sù di ciò minutamente  quel, che gli Autori ne scrissero,  perciò sembrami ben convenevole divisarli in compendi qualche cosa secondo il costume di Filosofo, e non come all’Istorico appartiene. Aristotele rammenta nei suoi Problemi … 

…et Romani quum ad summum divitiarum pervenere, a maiorum vitae severitate degeneraverunt. Facile ii temperate vivunt, quibus desunt luxuriae alimenta: at ii quibus ampla sunt facultates, non possunt non molliter, et delicate vivere. Exemplo nobis sunt Principes sacerdotum, quibus dum pauperes erant , satis fuerunt oluscula et pisciculi minuti; nunc nec terrae, nec maria eorum gulae, ac libidini sufficiunt. Hic est mos fere omnium gentium, quae cum inopes sunt, atque omnium rerum indigae, parce, modeste, frugaliter, ac temperanter vivunt. Quae deinde per bella, et caedes, et rapinas, et miserorum viscera saginatae, contempta, quam prius laudaverant necessariam, frugalitate, in omni luxuriae genere volutantur. Testes sunt Medi, Persae, Macedones, et ipsi rerum Domini Romani. Nec non, et nos Christiani, ut dixi, dum pauperes, et mendici fuimus, pie, iuste, et sancte viximus; at postquam res Christiana ad tantas devenit opes, in apicem vitiorum ascendimus, nec habemus quo ulterius progrediamur. Certant inter se duo illa maxima vitia, avaritia, atque luxuria, et cum utraque in summo sit, non est facile iudicare utra illarum sit maior. Res admiratione digna est, quomodo, et homines, et Dii ferre possunt scelera nostra. Spinelle, Vir excellentis animi et ingenii, non mihi cura est omnia exquisite narrare, quae Auctoresa scripsere,sed summatim aliqua, ut tibi morem geram, et ut Philosophum, non ut Historicum decet. Aristoteles ait in suis Problematis …  

… e i Romani quando pervennero al sommo della ricchezza tralignarono dalla severità di vita degli avi. Facilmente vivono con moderazione coloro ai quali manca l’alimento del lusso, ma quelli che hanno ampi mezzi non possono non vivere mollemente e voluttuosamente. Sono esempio per noi  i più importanti dei sacerdoti ai quali, finché erano poveri, bastarono ortaggi di scarso valore e  pesciolini insignificanti. Ora né le terre né i mari sono sufficienti alla loro gola e libidine. Questo è il costume di di quasi tutte le genti, che, quando sono povere e bisognose di tutto, vivono parcamente, modestamente, frugalmente, moderatamente. Esse poi  attraverso guerre, stragi e rapine, sazie delle viscere dei miseri , disprezzata la frugalità che prima avevano lodato come necessaria, rotolano in ogni genere di lusso. Sono testimoni i Medi, i Persiani, i Macedoni . E anche noi Cristiani, come dissi, finché fummo poveri e mendichi, vivemmo piamente, giustamente e santamente; ma, dopo che il Cristianesimo pervenne a tanto grande ricchezza, salimmo sulla cima dei vizi e non abbiamo dove spingerci ulteriormente. Gareggiano tra loro quei due massimi vizi, l’avarizia e il lusso e quando entrambe sono all’apice non è facile giudicare quale di esse sia più grande. É cosa degna di meraviglia come e gli uomini e gli dei possano sopportare le nostre scelleratezze. O Spinelli, uomo di eccellente animo e talento, non è mia preoccupazione narrare le cose che gli autori scrissero non minuziosamente ma per sommi capi alcune per venire incontro al tuo desiderio e come conviene ad un filosofo, non ad uno storico. Aristotele dice nei suoi Problemi …

Da notare nel Tresca il taglio della parte che poteva urtare la suscettibilità di un cattolico e, verso la fine, la sostituzione di Spinelli con  Signore mio.

 

[carte 35v-36r) … da Taranto navigandosi a seconda del vento Euro , si para d’avanti agli occhi de’ nocchieri, dacché si è varcato il mare al di là di otto miglia, un luogo anticamente nomato Bafia, che oggi quei naturali lo addicono in latino Saturum: amenissimo il tratto di questo paese: à sul merige campagne pur troppo amene …

… a Tarento in Eurum navigantibus ad VIII millia pasum occurrit in ora locus, quem incolae Saturum penultima producta nominant, amoenissimus tractus est, et apricus in meridie …

… per chi naviga da Taranto verso est a circa 8 miglia si presenta sulla costa un luogo che gli abitanti, allungata la penultima,  chiamano Saturo; è un tratto amenissimo e luminoso  a mezzogiorno …

Notevole nel Tresca il toponimo Bafia, probabilmente presente nell’edizione del De situ Iapygiae da lui utilizzata o sua integrazione, frutto, forse, di confusione con l’omonimo centro della Sicilia orientale (registrato da Vito Maria Amico, Lexycon topographicum siculum,  tomo III, Puleggio, Catania, 1760). 

 

(carta 38v) … si portò così bene il bellicoso coraggio di quei cittadini, che nessuno può chiamarli vinti, o dall’oste nemica superati. Eccellentissimo Signore se io passo sotto silenzio, e non rammento  la fedeltà di coloro che abitano nell’ultimo luogo dell’Italia, ch’è  un’angolo di Lucera, a me par convenevole di porre in prospetto, e commendare l’eroiche gesta adoperate da cittadini  di Gallipoli, ed Otranto …

… sic se Callipolitani gessere, ut nemo illos iure victos dicere possit, sed a multitudine hostium superatos. Praeclarissime Spinelle, quando eorum, qui in extremo Italiae angulo Luceriae, virtus et fides oblivioni, ac silentio datur, nos ipsi Callipolis,et Hydrunti fortia facta non taceamus …  

… i Gallipolini si comportarono in modo tale che nessuno a buon diritto li può definire vinti, ma battuti dalla superiorità numerica dei nemici. Illustrissimo Spinelli, quando sono consegnati all’oblio e al silenzio il valore e la fede di coloro che stanno a Lucera, un estremo angolo d’Italia, proprio non passiamo sottosilenzio le forti gesta di Gallipoli r di Otranto …

Ancora la già vista sostituzione  di praeclarissime Spinelle con eccellentissimo Signore.    

 

(carta 48r) … ogni sacerdote fù ad uno ad uno scannato, non perdonando tampoco il furor maomettano, neppure a’ quei poveri preti, che sull’are tenendo l’ostia sacrata tra’ le mani celebravano il divin sacrifizio. Da poiché per tutta quella notte appresso la quale spuntò, e succedette quella torbida giornata,Stefano Pendinelli, ch’era l’Arcivescovo del sudetto luogo, patrizio di Nardò, e consanguineo del fù Antonio de Ferraris avendo confirmato tutto il Popolo col divin sacramento dell’Eucaristia, si presentò alla matutina Guerra …

… sacerdotes in ecclesia omnes ad unum trucidaverunt, et nonnullos super altaria hostiam tenentes tamquam victimas mactaverunt. Postquam nocte tota, quam turbolentus ille dies secutus est, Stephanus Archiepiscopus consanguineus meus, omnem populum divino Eucharistiae sacramento firmaverat ad matutinam, quam prescierat, pugnam …

… in chiesa trucidarono ad uno ad uno tutti i sacerdoti e ne ammazzarono come vittime sacrificali parecchi mentre tenevano in mano l’ostia sull’altare. Dopo che nell’intera notte precedente quel turbolento giorno l’arcivescovo Stefano mio congiunto aveva confortato tutto il popolo col divino sacramento dell’Eucaristia fino alla battaglia del mattino che aveva previsto …

Si tratta dell’unico brano in cui compare, però in terza, non compromettente  persona,  il nome del Galateo.

 

(carte 57r-57v) … ma la negligenza de’ cittadini  recò infamia a questo luogo:che se disserrati ell’avesse gli suoi acquedotti, non avrebbe mai tale sventura sortita. Mi ricorda di aver io letto, che in Napoli morta fusse gran copia di abbitanti … 

… sed civium negligentia urbem hanc infamavit, quae si  aquae suos exitus apertos habuissent, numquam tale nomen assecuta fuisset. Nonne vides, Spinelle, quot mortales hoc anno Neapoli periere …  

… ma la negligenza dei cittadini infamò questa città, che, se le acque avessero avuto aperto il loro sbocco, non avrebbe avuto tale fama. Non vedi, Spinelli, quanti uomini sono morti quest’anno a Napoli …

Spinelli ormai naturalmente assente nel Tresca.

 

(carte 58v-59r) … tai parole fanno ben degna fede dell’integrità, e costanza della Brindisina Nazione, solita sempre a prestar ubbidienza alli Augustissimi Imperatori. Dopo di questo, Eccellenza, parmi ben convenevole di descriverle distintamente le parti mediterranee della Giapiggia, le quali dopò qualche respiro, ed in altra occasione le prometto con altra lettera a formare quel distinto raguaglio, che da me si potrà, rilevandolo dall’oblio de’ secoli caduti. E con ciò raffermo mi resto. Lecce li 6 Aprile 1774  

haec verba, Spinelle, maximum perhibent testimonium integritatis, et fidei illius regionis, quae non nisi veris Imperatoribus  parere solita est . Nunc de mediterraneis dicendum est …

Nel Tresca, oltre all’ormai fisiologica assenza di Spinelli, il tratto finale prepara la lettera successiva.

 

(carta 60r) Lettera quarta. Delle parti mediterranee della Giapiggia

Si frapponevano a Brindisi e a Taranto due antiche città …

Inter Brundisium et Tarentum duae antiquae urbes fuere …

Tra Brindisi e Taranto ci furono due antiche città …

Ancora l’incipit perfettamente coincidente.

 

(carta 61v) … Ora è tanto il numero e la copia de’ libri, che non solamente gli medesimi, ma né pur degli Autori gli nomi ponno scolpiti. ed impressi restar nella nostra memoria. Riderà forse tal’uno, che io mentre in altri commendi la brevità del dire, e nell’altrui scrittura, sia io prolisso, con lungo torno di parole stenda, e dilarghi tal descrizione …

 

… nunc tanta est librorum copia, et magnitudo, ut non solum dicta, sed ne nomina quidem auctorum memoriter tenere valeamus. Ridebis fortasse, Spinelle, Galateum, qui brevitatem suadet, cum ipse prolixus sit, sed hoc rite fit …

… ora è tanta l’abbondanza e l’estensione dei libri che non siamo in grado di tenere a memoria neppure i nomi degli autori. Forse riderai, o Spinelli, del Galateo che invita alla brevità quando lui stesso è prolisso, ma ciò avviene solitamente …

Nel Tresca illustri assenti, in un colpo solo, Spinelli e il Galateo.

(carta 81v) … il modello delle qui soprascritte lettere furono presentate ad alcuni savii di quella staggione, come al Pontano, ad Hermolao, ad Accio, a Chariteo, al Summonzio, li quali furono tutti al mio parere concordi, avendole chiamate lettere di Messapia …  

… harum litterarum exemplum, Pontano, Hermolao, Actio tuo, immo et meo, Chariteo, et Summontio misi, et nonnullis aliis: omnes mecum sensere has esse Mesapias literas …

 … di queste lettere ho inviato una riproduzione al Pontano, all’Ermolao, al tuo, certamente anche mio, Azio, al Cariteo e al Summonte e a parecchi altri: tutti convennero con me che questi erano caratteri messapici …

Con savii di quella staggione e con l’eliminazione di meo dell’originale il Tresca si è liberato della cronologia; non poteva certo aver chiesto la consulenza di Giovanni Pontano (1429-1503), di Ermolao Barbaro il Giovane (1454-1493), di Azio (nell’Accademia Pontaniana pseudonimo di Iacopo Sannazzaro, 1456 circa-1530), del Cariteo (nome umanistico di Benedetto Gareth, 1450 circa-1514 e di Pietro Summonte (1463-1526).

 

(carta 83r) … alla distanza di tredici mila passi fabricata si vede Galatone. Altri la chiamano Galatana, chi Galatina …

hinc ad XIII millia passuum, Galatana, unde mihi origo est. Alii Galatenam, alii Galatinam … 

… da qui a 12 miglia Galatone, donde io ho origine. Alcuni la chiamano Galatena, altri Galatina …

Come poteva essere mantenuti l’originario unde mihi origo est?

 

(carta 84r) … ero io di fresca guancia, ed in età fiorita, quando nel riandare l’opera di Livio lessi, e ravvisai la città di Theuma …  

… cum essem iuvenis, legens apud Livium inveni Theumam … 

… essendo giovane, leggendo presso Livio trovai Teuma …

Innocuo riferimento cronologico, dal momento che Livio poteva tranquillamente essere stato letto tanto dal Galateo che dal Tresca.

 

(carte 84v-85r) …deponendo costumi, vestimenta, come ancora l’argivo dialetto: ma non la ceppaia. Non mi vergogno punto di propalare l’origine de’ nostri Maggiori. Siam Greci ed ognuno lo si deve a gloria recare. Platone il Dio de’ filosofi costumava sovente di ringraziare i Numi per queste tre cose: che Uomo e non bruto, che Maschio, e non Donna, che Greco e non barbaro fusse nato, e cresciuto. Il suo servidore, Eccellenza,che  la Giapiggia descrive non da’  Mauri, non dalli Ethiopi, non dalli Allobrogi, o Sicambri, ma dalla Greca Nazione sorge, e deriva. Il Progenitore di chi tal dettaglio della Giapiggia li porge, non ignorò il Greco, e molto meno l’idioma Latino. Fù celebre non per valore dell’armi,ma fù difeso, e scortato dall’integrità della vita, e dalla bontà de’ costumi. Mi vergogno, Eccellenza, parlando seco lei senz’Arbitri dirle, come io nell’Italia abbia tratta la mia origine, e derivati i miei natali, sebbene alcuni scrittori posero il suolo Giapiggio fuor dell’Italia …   

… mores, et vestes, et Graecam linguam deposuerunt sed non genus. Nec pudet nos generis nostri. Graeci sumus, et hoc nobis gloriae accedit. Divinus ille Plato in omnibus gratias Diis agebat, sed praecipue in his tribus: quod homo non bellua; mas, non foemina; Graecus, non Barbarus natus esset. Galateus tuus, Spinelle, non a Mauris, aut Lingonibus, non ab Allobrogibus, aut Sycambris, sed a Graecis ducit genus. Pater meus Graecas, et Latinas literas novit; avus, et progenitores mei Graeci Sacerdotes fuere, literarum Graecarum, Sacrae Scripturae, et Theologiae minime ignari: non armis, hoc est, vi, et caedibus, et rapinis, sed bonis moribus et santitate vitae celebres. Pudet me, Spinelle (tecum sine arbitris loquor) in Italia natum fuisse, quamvis Iapygiam terram extra Italiam scriptores quidam posuere. Graecia sua vetustate, sua que fortuna, Italia suis consiliis, suisque discordiis periit … 

… deposero i costumi, le vesti e la lingua greca, ma non la stirpe. Né ci vergogniamo della nostra stirpe. Siamo Greci e questo ci torna a gloria. Quel divino Platone rendeva grazie a tutti gli dei ma soprattutto per queste tre cose: per essere nato uomo e non animale, maschio e non femmina, greco e non barbaro. Il tuo Galateo, o Spinelli, trae origine non dai Mauri o dai Lingoni, non dagli Allobrogi o dai Sicambri, ma dai Greci. Mio padre conosceva il greco e il latino, mio nonno e i miei antenati furono sacerdoti greci, per nulla ignari delle lettere greche, delle sacre scritture e di teologia, cioè celebri non per le armi, la violenza, le stragi e le rapine ma per i buoni costumi e per la santità della vita. Mi vergogno, o Spinelli (con te parlo direttamente), di essere nato in Italia, sebbene certi scrittori abbiano posto la Iapigia fuori dell’Italia …

Sostituzione di Galateus tuus, Spinelle con Il suo servidore, Eccellenza.    

 

(carta 86r) …  dove un tempo fabricato vi era un Munistero assai Nobile di Monaci Basiliani, dedicato, ed eretto a gloria di S. Nicola. Comincia di bel nuovo il detto Appennino…  

… ubi erat quondam nobile coenobium monachorum magni Basilii, divo Nicolao dicatum, cui avunculus meus plusquam triginta annis praefuit. Inci pit molliter insurgere …  

… dove era un tempo un nobile cenobio di monaci del grande Basilio, dedicato a S. Nicola, al quale presiedette per più di trent’anni un mio zio materno . Comincia ad innalzarsi leggermente …

Qui è lo zio materno ad essere stato eliminato.      

 

(carte 88r-89r) … di tempo in tempo avviene, che quivi cresca in tal maniera l’inondazione, che par di volersi egli ingoiare l’intero Abitato. Crebbe in tale smodato eccesso ne’ secoli caduti, che molti se ne annegarono. Il vino, il formento, l’olio furon dall’onda insana assorbiti, e rimase logora, e stracciata la più parte delle suppellettili. L’acqua medesima distrusse, e seppellì ne’ suoi gorghi quantità di libri Greci, e Latini, che quivi erano con molta diligenza custoditi, e serbati. Questa città … que’ cittadini nell’assiduo contrasto valorosamente resistettero, e si difesero. In tal guerra difensiva militò da soldato un tal De Ferrariis Galatio. Finalmente a Giovannantonio non essendoli potuta riuscir felicemente l’impresa, distaccato l’assedio, altrove drizzò le sue mire ed in altra parte rivoltò le sue armi. Dopò di questo avendo finito di vivere la Regina Giovanna, ed il Caldora, tutta la Giapiggia si ridusse nel dominio di Giovannantonio. Il de Ferrariis, come di costui giurato inimico, fù rilegato in esilio nella città di Gallipoli. Postesi finalmente le cose in assetto, il Prence Giovannantonio desiderando di ascoltar la causa della discolpa del de Ferrariis, che contro di lui aveva militato, ed imbrandito il ferro, nella seguente maniera da Gallipoli scrisse il medesimo al suddetto Principe Giovannantonio: “Io, per quanto an sostenuto le mie debili forze non ò fatta resistenza alcuna agli suoi disegni … 

… quandoque tanta est imbrium copia, ut oppidum aquarum illuvie laboret. Tempore avi mei tanta per oppidum crevit aquarum multitudo, ut in aliquibus locis duorum passuum mensuram excederet. Nonnulli periere, vinum, oleum, triticum, hordeum et quamplurima supellectilia absumpta sunt: libros Graecos, quorum avus meus magnam habebat copiam in Ecclesia, quae nostri iuris est, ubi ipse versabatur, aqua delevit, atque consumpsit. Haec urbs … oppidani continua pugna acerrime restiterunt; in qua pugna pater meus interfuit. Tandem Ioannes Antonius re infecta, et longa obsidione soluta, alio arma vertit. Post haec Regina, et Caldora vita functis, tota Iapygia in potestatem Ioannis Antonii pervenit. Pater meus tamquam hostis ab Ioanne Antonio inauditus Gallipoli exulare iussus est. Compositis tandem rebus, Ioanni Antonio causam audire cupienti,in hanc sententiam scripsit patermeus: “Nulla, o bone Princeps, a te accepta iniuria  ausis tuis quoad potui obstiti …        

… di tanto in tanto tale è l’abbondanza di piogge che la città soffre per inondazione. Al tempo di mio nonno la massa di acqua crebbe tanto da superare in alcuni luoghi la misura di due passi. Molti morirono, vino, olio, grano, orzo e moltissime suppellettili furono trascinate via; l’acqua distrusse e consunse molti libri greci, dei quali mio nonno aveva una grande quantità nella chiesa, che è di nostro diritto, nella quale esercitava la sua funzione. Questa città … i cittadini resistettero fieramente con una lotta continua: ad essa partecipò mio padre. Alla fine Giovanni Antonio,  essendo diventata difficile la situazione e tolto l’assedio, volse altrove le armi. Dopo di ciò, essendo morti  la regina tutta la Iapigia venne sotto il potere di Giovanni Antonio.  Mio padre come nemico senza essere ascoltato da Giovanni Antonio ebbe l’ordine di andare in esilio a Gallipoli. Sistematesi finalmente le cose, mio padre contro questa sentenza scrisse a Giovanni Antonio  che desiderava ascoltare le sue ragioni: O buon principe, non essendo stata ricevuta da te alcuna offesa, finché ho potuto mi sono opposto ai tuoi piani …

I casi del padre del Galateo vengono trattati in terza persona.

 

(carta 90r) … tali parole furono con tanta gratitudine accolte daquel buon Principe, che cangiato, convertito l’odio in amore fin ché visse costui, lo amò, e l’ebbe caro al pari degli altri suoi più intimi, e familiari Amici, e sofferse di buon grado la di lui Eroica morte, che sostenne per amor della verità, e per attenersi  sempre fedele, aspra vendetta ne prese. La città di Galatone …

 … haec verba adeo grata bono Principi fuere, ut totum, si quod erat odium, in amorem verteret, tantumque patri meo quoad vixit fidei praestitit, quantum cuivis eorum, quos charissimos habebat, eiusque heroicam mortem, quam pro veritate, et fide servanda passus est, molestissime tulit, atque aspere ultus est. Haec urbs …   

… queste parole furono tanto gradite al buon principe che, se c’era qualche odio, lo cambiò tutto in amore e prestò tanta fiducia a mio padre quanto a ciascuno di coloro che aveva carissimi e sopportò con grandissimo dolore la sua morte eroica che patì in difesa della verità e della fede e lo vendicò fieramente. Questa città …

Continua la narrazione in terza persona della vicenda del padre del Galateo. 

 

(carta 91r) … la ridetta città abbondava di molti sacerdoti Greci, trà gli altri ve ne avea d’uno massimamente in quei tempi, che lo addimandavano il Maestro, da donde surse, e derivò la famiglia del de Magistris, il di cui nipote chiamato Virgilio avendo per venti anni fatto induggio  in Bisanzio …

… haec complures Sacerdotes Graecos doctissimos habuit, sed praecipue unum, quem magistrum appellaverunt, unde Magistrorum familia, cuius nepotem Vergilium, ego puer novi, et proavi mei, quorum unus viginti annis Byzantii versatus est … 

… questa ebbe parecchi dottissimi sacerdoti greci, ma soprattutto uno che chiamarono maestro, donde la famiglia dei De Magistris,il cui nipote Virgilio io fanciullo conobbi, ed i miei proavi, dei quali uno visse venti anni a Bisanzio …

Come c’era da aspettarsi, è saltata la conoscenza personale di Virgilio , nonché il ricordo dei proavi.

 

(carta 99v) …ne’ secoli caduti appressavasi ognuno, che volea sacrificarsi alle scienze nella città di Nardò per istudiare … 

… temporibus patris mei ab omnibus huius regni provinciis ad accipiendum ingenii cultum Neritum confluebant … 

… ai tempi di mio padre confluivano a Nardò da tutte le province di questo regno per acculturarsi …  

Il temporibus patris mei del Galateo nel Tresca è diventato ne’ secoli caduti.

 

(carta 100r) … Era tal paese un tempo da Bellisario Acquaviva. Potrei far altre distinte descrizioni di luoghi ragguardevoli, e rinomati, che furon trà la Giapiggia, ma non volendomi io punto abbusare della pazienza di chi sarà per leggere tal mia descrizione, finisco col verso del Venusino Poeta “Neritum longae finis chartaeque viaeque” riserbandomi in altra disertazione descrivere la Città di Gallipoli. Ed è quanto devo mentre rassegnandomi resto. Lecce li 8 Maggio 1774.

… hic et ego prima literarum fundamenta hausi. Galatana me genuit, haec urbs educavit, et fovit, et literis instituit. Hic Aquaevivus tuus, imo et meus Belisarius, magni Aquaevivi frater, dominatur. Neque ero ingratus, si ut initium descriptionis Tarento, sic et finem Nerito tribuero. Hoc exigit locorum ratio; et conviviorum magistri semper aliquid, quod maxime delectet, in finem reservant, sic “Neritum longae finis chartaeque viaeque”. 

… qui pure io appresi i primi fondamenti delle lettere. Galatone mi generò, questa città mi educò e coltivò e mi avviò alle lettere. Qui domina il tuo, anzi anche il mio, Belisario fratello del grande Acquaviva. E non sarò ingrato se, come ho affidato l’inizio della descrizione a Taranto, così pure affiderò la fine a Nardò. Questo esige la disposizione dei luoghi; e i maestri del convito sempre riservanoalla fine qualcosa che diletti in sommo grado; così “Nardò sia la fine del lungo viaggio e racconto”.

Censurati (e che poteva fare …) nella parte iniziale tutti i dati personali riguardanti il Galateo, per finire più in bellezza rispetto a come aveva iniziato e proseguito, il Tresca mostra di voler essere recidivo con la sua intenzione di fare la stessa operazione con un’altra opera del Galateo. E così fu puntualmente. Nel manoscritto-dossier la quinta lettera, datata Gallipoli li 6 Febraro 1775, la Descrizione della città di Gallipoli occupa le carte 101r-124r.

Non è da escludere che, se avrò tempo da perdere, me ne occupi con la stessa procedura …

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1 Di altro colpevole, ma sempre ai danni dello stesso autore  scippato oggi, per quanto il reato sia meno pesante: https://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/.

Un caso meno appariscente in https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/02/06/pasquale-oronzo-macri-e-nicola-maria-cataldi-duecento-anni-dopo/.

2

https://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/19/mattarella-la-cagnetta-mesagne-larcivescovo-brindisi/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2018/01/24/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-15/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/08/mesagne-luca-antonio-resta-vescovo-laffumicato/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/01/25/taranto-suo-stemma/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/03/le-torri-costiere-del-salento-nelle-mappe-giuseppe-pacelli/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/01/23/storia-e-leggenda-un-emblematico-caso-salentino-anzi-due/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/02/regolamentazione-dei-senza-fissa-dimora-nel-regno-di-napoli-secondo-la-testimonianza-di-giovanni-bernardino-manieri-di-nardo/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/20/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-12/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/26/lalbania-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803-posseduto-suo-tempo-giuseppe-gigli-giallo-nota/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/

3 Di lui risulta pubblicato solo il sonetto inserito in Poesie italiane, e latine del sig. d. Damiano Romano avvocato fiscale della sacra regia Udienza di Lecce dedicate all’illustriss. sig. il signor marchese d. Bernardo Tanucci, Viverito, Lecce, 1739

4 Per fortuna questo lavoro del Tresca non fu pubblicato. Ad ogni modo, essendosi salvato il manoscritto, il leccese avrebbe fatto una figura migliore, se avesse optato sic et simpliciter per una traduzione dichiarata del De Situ Iapygìae, seguendo, oltretutto, una prassi consolidata nei secoli precedenti e successivi di dedicare a qualche personaggio importante la traduzione di un’opera famosa. E in questo sarebbe stato il primo, precedendo le traduzioni ottocentesche di Vincenzo Dolce, Rusconi Napoli, 1853, di Gaiancamillo Frezza, Del Vecchio, Lecce, 1853 e di Salvatore Grande, Tipografia Garibaldi di Flascassovitti e Simone, Lecce, 1867.

5 Di Francesco Maria nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto, Lacaita, Manduria, 1999, p. 61 è segnalato pure un sonetto in lode di Giuseppe Ruffo inserito in Componimenti vari in lode di Giuseppe Ruffo Vescovo di Lecce, Benevento, 1737. Per il fratello Berardino, oltre alla dedica  e ai due sonetti  inseriti nell’opera di Francesco Maria rispettivamente alle pp. 3-7, 8 e 288, il citato dizionario ricorda un altro sonetto inserito in Raccolta dei componimenti in lode di Carlo Borbone re delle due Sicilie, Lecce, 1745.

Lecce: galeotto fu il convento e chi lo eresse

di Armando Polito

Immagine tratta da http://www.trnews.it/2018/03/04/209655/209655

 

La locuzione del titolo dopo i due punti forse apparirà a qualcuno come un meschino espediente per avere qualche lettore in più. Sarà. ma sicuramente più di uno non animato solo da morbosa curiosità avrà colto il mio miserabile, questo sì, tentativo di utilizzo con parafrasi del celebre verso dantesco (Inferno, V, 137) Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, con cui Francesca da Rimini attribuisce alla lettura di un poema cavalleresco (Galeotto è la traduzione di Galehaut, nome del siniscalco della regina che nel ciclo bretone fungeva da paraninfo o, se preferite, mezzano, tra lei e Lancillotto) il bacio scambiato con Paolo Malatesta e la responsabilità del loro adulterio.

Oggi Galeotto è usato per antonomasia  come nome comune (perciò scritto con l’iniziale minuscola, al pari ci cicerone e mecenate) nel significato di intermediario d’amore, ben diverso come etimo (nonostante qualche punto semantico di contatto che potrebbe ingenerare confusione) da galeotto nel significato originario di condannato a regare sulle galee.

L’intermediario (o, meglio, gli intermediari ) d’amore qui sono i Teatini ed il loro convento. Senza di loro, infatti, a Lecce non sarebbe stato dedicato nel XVII secolo un epigramma in distici elegiaci scritto da Giuseppe Silos di Bitonto. Di lui e del componimento mi sono già occupato più di un paio d’anni fa in https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/06/lecce-taranto-due-epigrammi-giuseppe-silos-1601-1674/, ma qui riprendo ed integro l’argomento rispondendo ad alcune domande che allora neppure mi ero posto.

Parto dal frontespizio del volume, che riproduco con la mia traduzione a fronte.

Il volume, dunque, fu scritto da un teatino (Giuseppe Silos; per altre notizie su di lui vedi il link segnalato all’inizio) in occasione della canonizzazione del fondatore dell’ordine, Gaetano Thiene, avvenuta il 12 aprile 1671 da parte di Clemente X. Non so quanto possa tornare utile ma, coi tempi che corrono, ne approfitto per ricordare che è il santo della divina provvidenza, dei disoccupati e di coloro che cercano lavoro (non mi meraviglierei se ogni navigator fosse stato dotato dell’apposito santino, che protegga proprio lui in via prioritaria …

Per passare dal faceto al serio, provvidenziale è, a questo punto, una parentesi iconografica.

L’immagine è tratta da Columnæ militantis Ecclesiæ, sive Sancti, et illustres Viri, eremitae primi, anachoretae, ordinum regularium institutores, propagatores, reformatores aeneis figuris excusi, elogiis dilaudati, a spese della vedova di Cristoforo Weigel cittadino di Norimberga, 1725. La didascalia recita: Italus, Vicentiae illustri Thienoeorum prosapia natus, Iulii II Papae Praelatus domesticus, deserta aula proximorum saluti se impendit, Venator animarum dictus. Ordinem Clericorum regularium, a Clemente VII a. 1524 confirmatum erexit, qui Theatini a Joanne Petro Caraffa Episcopo Theatino, post Paulo IV Pontifice dicti, Dei Providentiae intenti, eleemosynis sponte oblatis viverent. Multis clarus miraculis obiit 7 Aug. 1547 aet. 60.

(Italiano, nato a Vicenza dall’illustre famiglia dei Thiene, prelato domestico di papa Giulio II, lasciata la corte, si dedicò al bene del prossimo, detto cacciatore di anime. Istituì l’ordine dei chierici regolari confermato da Clemente VII nell’anno 1524 perché i Teatini, così detti da Giovanni Pietro Carafa vescovo di Chieti, poi dal pontefice Paolo IV, vivessero di elemosine spontaneamente offerte. Famoso per molti miracoli, morì il 7 agosto 1547 a 60 anni)

L’incisione appena esaminata è anonima, a differenza di quella che segue, custodita nel Museo statale di Monaco (immagine tratta da http://www.portraitindex.de/documents/obj/34704744/gs13153d).

Fuori campo (dettaglio ingrandito) si legge in basso a sinistra Solimene pinx(it) Solimena dipinse

e a destra Dom(ini)cus Cunego del(ineavit) et sc(ulpsit) Veronae Domenico Cunego disegnò ed incise a Verona

Dunque il Cunego (1724/5-1803) fu autore del disegno e dell’incisione, avendo come modello la pittura di Francesco Solimena (1657-1747), che è inequivocabilmente, nonostante quache infedeltà,  quella che segue, custodita nella chiesa di S. Gaetano a Vicenza  (immagine tratta da https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Diedci-Solimena-Sangaetano.jpg).

Non fu questa la sola incisione ispirata dal Solimena. Quella che segue è conservata nel British Museum a Londra (immagine tratta da https://www.britishmuseum.org/research/collection_online/collection_object_details/collection_image_gallery.aspx?assetId=830227001&objectId=3225620&partId=1).

Ecco la lettura dei dettagli ingranditi.

                                                    F. Solimena in(venit) Francesco Solimena ideò

                  Petrini excu(dit) Petrini stampò        Andrea Magliar scul(psit) Andrea Magliar incise

Torniamo al libro: il frontespizio ci informa pure della struttura del libro e il lettore avrà già intuito che il componimento che ci accingiamo a leggere fa parte della sezione relativa alle lodi delle città. È l’epigramma XX e si trova a p. 78. Lo riproduco in formato immagine con la mia trascrizione a fronte e traduzione a seguire.

(Lecce

Sebbene tu mi veda presso le estreme regioni degli Itali, sono la prima gloria del territorio salentino. Mi nobilitano l’umanità, lo splendore degli uomini ed i templi dal soffitto a cassettoni e le pietre scolpite da abile mano. Mentre risuonava la fama del trionfo di Gaetano  non mi rincrebbe che essa avesse intrapreso lunghe vie, senza dubbio con cuore appassionato, più velocemente degli stessi venti, sembrando divorare tante terre con  rapido passo; sicché io, che di certo  sono l’ultima città del mondo italico. sono stata la prima per la gioia di Gaetano)

Il componimento è in forma di  prosopopea: è la città stessa a parlare in prima persona e a rivendicare nell’ultimo verso  una priorità devozionale contrapposta ad una marginalità geografica espressa nel primo e ribadita nel penultimo. E, oltretutto, Lecce è la sola città del Salento a comparire nell’elenco che vede il resto della compagnia così composto: Roma, Matritum (Madrid), Ulyssipo (Lisbona), Caesaraugusta (Saragozza), Valentia (Valencia), Parisii (Parigi), Praga, Monachium Bavariae (Monaco di Baviera), Neapolis (Napoli), Mediolanum, (Milano) Venetiae (Venezia), Genua (Genova), Panormus (Palermo), Messana (Messina), Bononia (Bologna), Florentia (Firenze), Vicentia (Vicenza), Liburnus (Livorno), Comum (Como), Licium (Lecce), Bituntum (Bitonto), Goa.

Non è certo casuale il fatto che siamo in presenza di un catalogo delle città dove più significativa era in quel tempo la presenza dei Teatini , non solo in Europa ma anche in India (a Goa già nel 1640 i Teatini avevano creato una testa di ponte, prodromo dell’arrivo nel 1683 dell’arrivo di Antonino Ventimiglia , che poi fu vescovo del Borneo dal 1691 al 1693, anno in cui morì in quella terra lontana).

Nel post relativo al link segnalato all’inizio ho riportato a suo tempo un altro epigramma dello stesso autore dedicato a Taranto, inserito, però in un’altra pubblicazione (epigramma 54 a p. 254). Anche di questa riporto il frontespizio sottoponendolo allo stesso trattamento riservato a quello dell’altra.

Se l’epigramma relativo a Lecce era legato ai Teatini, questo dedicato a Taranto (per testo, traduzione e commento rinvio al link più di una volta citato) è sempre di carattere celebrativo ma il Galeotto questa volta è Tommaso Caracciolo, che fu  arcivescovo di Taranto dal 1637 al 1663: a lui l’autore indirizzò la lettera dedicatoria che si legge alle pp. 350-354. Galeotto secondario è da considerare Gaetano Thiene: le  pp. 355-357 contengono un componimento in versi latini per il beato (la beatificazione era avvenuta l’8 ottobre 1629 da parte di Urbano VIII). Ma un altro Galeotto di primo piano prende definitivamente il sopravvento: le pp.358-377, con cui si chiude il volume, contengono  ben 23 elogi della famiglia Caracciolo.

Anche qui Taranto è in buona compagnia:  Roma diruta (Roma diroccata), Neapolis (Napoli), CapuaPanormus (Palermo), Messana (Messina), Siracusa, Drepanum (Drepano), Florentia (Firenze), Bononia (Bologna), Venetia (Venezia), Verona (Verona), Patavium (Padova), Vicentia (Vicenza), Ferraria (Ferrara), Genua (Genova), Mantua (Mantova), Mediolanum (Milano), Taurinum (Torino), Parisii (Parigi), Constantinopolis (Costantinopoli)

Per le città in comune nelle due pubblicazioni (Roma, Napoli, Palermo, Messina, Firenze, Bologna, Venezia, Genova, Milano e Parigi) il testo è diverso e, quando compaiono nel secondo. non contiene alcun riferimento ai Teatini.

De Domo David e l’edizione di Nardò, dalla Congregazione degli Oblati di San Giuseppe

di padre Alberto Santiago

Buona serata a voi tutti: saluto cordialmente mons. Filograna, vescovo di Nardò, il Rettore della Confraternita di San Giuseppe Patriarca monsignor Santantonio, le Autorità presenti, il Priore della Confraternita Mino De Benedittis, i sodali e tutti i convenuti.

Porto il saluto della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe fondata da san Giuseppe Marello nel 1870, e di tutto l’ambito giuseppino, che si compone anche della Congregazione di S.Giuseppe fondata da s.Leonardo Murialdo, e vari Istituti femminili, tutti informati ed entusiasti dell’iniziativa che si celebra nella diocesi di Nardò-Gallipoli.

Vengo inoltre come portavoce del Centro Studi del “Movimento Giuseppino” di Roma, che promuove l’interazione tra i devoti di san Giuseppe, per favorire e valorizzare la conoscenza della sua missione nel piano dell’Incarnazione, e animare la vita ecclesiale con la pratica delle virtù evangeliche tipiche di san Giuseppe.

Il sito del «Movimento Giuseppino» si propone di raccogliere e presentare con organicità di contenuti costantemente aggiornati, le informazioni riguardanti san Giuseppe in ogni suo aspetto, provenienti dai vari Centri nazionali e internazionali di studi. Il sito è aperto a ogni forma di confronto e collaborazione da parte di quanti volessero segnalare integrazioni, inesattezze e lacune, ma soprattutto ampliare l’orizzonte delle conoscenze. Sarà senz’altro disponibile a segnalare questa iniziativa di oggi nelle prossime settimane.

Vi trasmetto un fervido augurio poi da parte di p. Tarcisio Stramare, teologo e biblista, la cui opera di approfondimento negli studi teologici su san Giuseppe, e sui relativi documenti pontifici, ha diffuso la conoscenza e la devozione al Custode del Redentore. E’il titolo scelto da papa Giovanni Paolo II per riassumere il ruolo di san Giuseppe nel mistero dell’incarnazione, e risale però a un’antica concezione teologica che può aver ispirato lo scultore dell’angelo sull’altare maggiore di questa chiesa di Nardò: un angelo, appunto, “custode”, come una presenza che protegge dal male e da ogni pericolo. Quale miglior correlazione con la figura di san Giuseppe che porta in salvo il Figlio dalle insidie di Erode? La statua collocata nella parte più alta di questo bellissimo altare rispecchia l’atteggiamento di Giuseppe nei confronti di Gesù, chiamato ad assicurare la sua sopravvivenza e la sua crescita.

La giornata di oggi è punto di arrivo di un progetto, ideato per celebrare i quattrocento anni di vita della Confraternita di San Giuseppe Patriarca a Nardò, di ricerca e di approfondimento sul patrimonio artistico della chiesa, e sulle forme di devozione al santo.

Promosso con il patrocinio della Diocesi di Nardò-Gallipoli, della Fondazione Terra d’Otranto e della Confraternita, il libro che accompagna questo convegno richiama l’attenzione per il suo titolo, lungo come negli incunaboli di una volta: De domo David. La Confraternita di San Giuseppe Patriarca e la sua chiesa a Nardò. Studi e ricerche a quattro secoli dalla fondazione (1619-2019).

Ma sono soprattutto le prime parole a destare la curiosità del lettore: perché De domo David?

Questa espressione ricorre nella liturgia, e si legge nel vangelo di Luca ai versetti 26-27 del primo capitolo: “… missus est angelus Gabriel … ad virginem desponsatam viro, cui nomen erat Ioseph de domo David …” Possiamo ricordare anche la novena di Natale: “Ecce veniet Deus, et homo de domo David sedere in throno …”.

Certamente da questi antecedenti deriva il motto della Confraternita di San Giuseppe Patriarca: De domo David, e quindi il titolo del libro, che si legge anche sulla convessa facciata della chiesa.

L’obiettivo di un libro ampiamente illustrato, come questo, è appunto che il lettore possa in qualche misura entrare in relazione con le opere, in modo che ogni immagine sia come uno specchio capace di coinvolgere lo spettatore. E che l’arte diventi una esperienza del mondo che modifica radicalmente chi la fa, ampliando la comprensione che il soggetto ha di sé e della realtà che lo circonda.

Concepito come libro di pregio, fuori commercio e con una tiratura di poche centinaia di copie, il volume curato da Marcello Gaballo e Stefania Colafranceschi è risultato un lavoro di altissima qualità sia per la strutturazione dei materiali, sia per la quantità di illustrazioni (quasi 800) in eccellente risoluzione.

Grazie alla collaborazione spontanea di studiosi in varie città d’Italia e delle diocesi del Salento, si è potuto realizzare un percorso ricco e qualificato, sorprendente per varietà di contributi; vi sono articoli di taglio dottrinale, storico e artistico, e molti contributi da Confraternite, Oratori, Associazioni legate a san Giuseppe. L’elaborato che ne è conseguito si rivela dunque molto rappresentativo.

Non potevamo immaginare questo lungo cammino attraverso il tempo -poiché gli articoli spaziano tra IV e XIX secolo-, come pure le conoscenze emerse sul patrimonio artistico di questa chiesa e i suoi significati.

Ringrazio tutti i collaboratori che hanno messo a frutto le loro competenze e lo spirito di ricerca, dando un apporto importante sul piano culturale nelle sue varie forme, ma anche considerevole per la conoscenza della figura di s.Giuseppe, solo apparentemente secondaria e silenziosa.

Esprimo l’apprezzamento inoltre per la disponibilità della Biblioteca Casanatense di Roma e il Museo Pitrè di Palermo, che hanno fornito materiale di particolare interesse; la Congregazione della Misericordia Maggiore di Bergamo per le riproduzioni degli arazzi cinquecenteschi, la Pinacoteca di Brera, la Galleria Nazionale di Parma e tutti i numerosi prestatori delle immagini pubblicate.

Principalmente ringrazio la Confraternita, all’origine di questo ambizioso progetto, e la Fondazione Terra d’Otranto che l’ha sostenuto e realizzato.

Rivolgo i saluti più cordiali agli autori qui presenti: Giovanni Boraccesi -che ha preso in esame gli argenti pugliesi raffiguranti san Giuseppe-, Marino Caringella -che illustra esempi di iconografie giuseppine-, Stefano Cortese -che documenta le antiche pitture parietali nel Salento-, Giuseppe Fai -che tratta la devozione del santo nella sua città di Parabita-, Antonio Faita -che presenta le opere statuarie dei celebri Verzella-, Antonio Solmona -che pone in evidenza alcune iconografie presenti a Galatone- e Stefano Tanisi -che esamina i dipinti nelle diocesi di Otranto e Ugento-, unitamente agli altri collaboratori.

Altri autori, come da programma, esporranno personalmente i propri contributi.

Il lavoro compiuto in questa ricorrenza, che ha fatto scoprire a tutta l’Italia la storia e l’arte di questa chiesa e di questa confraternita, di questa diocesi e della Puglia, è importante per ideare e costruire nuovi traguardi; è augurabile che parte di questo libro sia condiviso nel futuro Simposio internazionale di studi su san Giuseppe, che si terrà tra due anni in Guatemala. E’ una mèta possibile, sulla base delle svariate testimonianze acquisite, e dell’esperienza maturata in itinere.

Le stesse intenzioni mi vengono riferite per una ulteriore presentazione di questo libro a Roma, nella prestigiosa sede dell’antichissima e prestigiosa Biblioteca Casanatense, che come vedrete ha contribuito a realizzarlo mettendo a disposizione centinaia di incisioni e miniature dei secoli XV – XVIII, omaggiando questa chiesa e questa Diocesi.

E centinaia sono anche le rare riproduzioni di canivet di Lo Cicero e santini di Damato, alcuni tra i più importanti collezionisti italiani, che hanno messo a disposizione per la prima volta tante preziosità, accrescendo il prestigio del lavoro editoriale che questa sera presentiamo.

Con questo auspicio invito a far tesoro delle oltre seicento pagine del volume, tutte a colori e in pregevole edizione, e a proiettarsi nel futuro prossimo, in unità di intenti con il mondo giuseppino, che ancora una volta ringrazia per la particolare attenzione che questo lembo d’Italia ha voluto dedicare al santo di cui porta il nome.

Dialetti salentini: scaddhare

di Armando Polito

Confesso che, se l’amico Pasquale Chirivì non mi avesse fatto dono del suo Con decenza parlando, uscito per i tipi di Kurumuny  a Calimera nel 20101, avrei continuato ad ignorare l’esistenza della voce dialettale del titolo, anche perché a Nardò non l’ho mai sentita. Questo, però, può essere pure dipeso dal fatto che ho avuto un’educazione piuttosto “casalinga” e ho dovuto attendere diversi anni per tirare due calci ad un pallone o scorazzare in bicicletta. Non è che prima non potessi muovermi, ma succedeva che ad ogni sudata mia madre letteralmente mi infarinava col borotalco, che ancora oggi odio, dovessi sentirne il vago odore anche sul corpo della più bella donna del mondo. Sto esagerando con un presunto trauma infantile e perciò è meglio che entri in argomento.

Alla voce in questione Pasquale dedica le pp. 77-78 del suo libro. Quale migliore espediente per faticare di meno ed evitare il rischio di essere impreciso che lasciare all’autore la definizione di scaddhare? Eccola: Una bicicletta scallata2 è una bici nella quale la catena metallica di trasmissione, che collega rigidamente i pedali con il mozzo della ruota posteriore trasmettendogli il movimento, esce dalla sua sede, ossia dalle ruote dentate, anteriore e posteriore, azzerando la trazione assicurata dal movimento delle gambe. 

Ma qual è l’origine di scaddhare che l’amico italianizza in scallare? Non è difficile arrivarci se si parte, come ho fatto io, dal presupposto (teorico, poi bisogna controllare se pure in pratica è così) che s- iniziale seguita da consonante nella stragrande maggioranza dei casi nel nostro dialetto (ma anche in italiano)è ciò che rimane della preposizione latina ex, che significa lontano da, fuori da. S-, così, può assumere un valore separativo o privativo o, al contrario, accrescitivo (questa volta partendo dal concetto base (lontano o fuori) ma sottintendendo dal normale. Supposto, dunque, che s- abbia uno di questi due valori, rimane da esaminare l’altro segmento, cioè caddhare. Sempre pensando a scallare, viene subito in mente, caddhu (callo) che nel nostro dialetto indica non solo l’escrescenza fastidiosa di mani o piedi ma anche, passando dal mondo umano a quello vegetale,  il pollone o succhione. Fare li sobbracaddhi (eliminare i calli che stanno sopra)è la locuzione che indica l’operazione di ripulitura di un albero dai succhioni. Può essere che scaddhare esprima lo stesso concetto con una sola parola e che, essendo impossibile per la bicicletta usare la locuzione citata, la nuova creatura abbia assolto a questa funzione particolare? Intanto va detto che il vocabolario  del Rohlfs registra scaddhare col suo significato agricolo e lo riporta non come voce colta sul campo ma inclusa nel Dizionario salentino leccese di Fernando Manno, opera manoscritta. Che il nostro  scaddhare sia, perciò, una metafora in cui la bicicletta quasi umanizzata rompe la astratta catena della fatica liberando quella concreta dai denti assimilati quasi a dei parassiti? Tutto è possibile e, se lo fosse anche nel nostro caso, all’inventore della metafora andrebbe rilasciata d’ufficio la patente di poeta.

C’è, però, un dubbio derivante dal fatto che nel nostro dialetto caddhu non indica solo il callo3, ma anche il cavallo4. Se caddhu stesse nel significato di cavallo, scaddhare avrebbe, allora, il suo esatto corrispondente italiano in scavalcare e qui la metafora coinvolgerebbe il mondo animale. Se così stessero le cose, la proposta di patente prima avanzata cambierebbe destinatario, ma uscirebbe, comunque, confermata la geniale inventiva di un popolo legata al mondo contadino. Mi chiedo quali metafore dialettali nasceranno nell’epoca del silicio e del silicone5

__________ _

1 Ci tengo a sottolineare che le indicazioni bibliografiche, com’è mio costume, non hanno il minimo intento pubblicitario.

2 Per ogni lemma dialettale Pasquale si è divertito a riportare anche la probabile traduzione italiana che ne farebbe la gente del popolo in base a quel fenomeno antico che si chiama ipercorrettismo e che, usato, come nel caso del popolo, per una sorta di compensazione di natura psicologica, produce sovente effetti esilaranti, per non dire comici.

3 Dal latino callu(m).

4 Dal latino caballu(m). La voce dialettale ha seguito la seguente trafila; caballu(m)>callu(m) per sincope>caddhu.

5 Altro che Silicon Walley e protesi mammarie! A Nardò, e non solo, il silicio era di casa già nel XVI secolo (vedi  https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/13/la-chianca/).

De Domo David. 39 autori per i 400 anni della confraternita di San Giuseppe di Nardò

Il 9 novembre 2019, nella chiesa di San Giuseppe a Nardò, è stato presentato il volume De Domo David. La confraternita di San Giuseppe Patriarca e la sua chiesa a Nardò. Studi e ricerche a quattro secoli dalla fondazione (1619-2019), Edizioni  Fondazione Terra d’Otranto 2019, 640 pagine, colore, formato A/4, circa 800 illustrazioni, a cura di Marcello Gaballo e Stefania Colafranceschi. Edizione non commerciale

INDICE

Joseph il giusto nei mosaici dell’arco di Santa Maria Maggiore a Roma

Domenico Salamino

 

La Fuga in Egitto. Suo importante significato teologico

Tarcisio Stramare

 

Dal Sogno al Transito: iconografie nella chiesa confraternale di San Giuseppe a Nardò

Stefania Colafranceschi

 

San Giuseppe e la Sacra Famiglia nel fondo antico della Biblioteca Casanatense di Roma

Barbara Mussetto

 

La pala marmorea dei Mantegazza nella chiesa di Santa Maria Assunta in Campomorto di Siziano (Pavia)

Manuela Bertola

 

Iconografie di San Giuseppe negli affreschi delle confraternite dei Battuti in diocesi di Concordia-Pordenone

Roberto Castenetto

 

La basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo e i suoi arazzi

Giovanni Curatola

 

Hierónimo Gracián e il suo Sommario (1597)

Annarosa Dordoni

 

Le confraternite dei falegnami in Romagna

Serena Simoni

 

La confraternita del SS. Crocifisso e S. Giuseppe nella chiesa di San Giuseppe in Cagli (PU)

Giuseppe Aguzzi

 

La confraternita di San Giuseppe dei Falegnami di Todi e la chiesa di San Giuseppe

Filippo Orsini

 

San Giuseppe in due dipinti astigiani di età moderna

Stefano Zecchino

 

La confraternita di San Giuseppe a Borgomanero

Franca Minazzoli

 

Il culto di San Giuseppe nella città di Napoli e un piccolo esempio di devozione: il quadro di Giovanni Sarnelli nell’Arciconfraternita di San Giuseppe dei Nudi

Ugo Di Furia

 

 Ite ad Joseph. San Giuseppe nella statuaria lignea tra Otto e Novecento: alcuni esempi

Francesco Di Palo

 

L’oratorio di San Giuseppe di Isola Dovarese. Una pregevole testimonianza settecentesca

Sonia Tassini

Testimonianze giuseppine nella chiesa di San Vincenzo Martire in Nole (Torino)

Federico Valle

 

L’oratorio di S. Giuseppe di Cortemaggiore (Piacenza)

Annarosa Dordoni

 

San Giuseppe a Chiusa Sclafani (Palermo) tra arte e devozione

Maria Lucia Bondì

 

San Giuseppe nell’arte. Sculture lignee di Francesco e Giuseppe Verzella tra Sette e Ottocento in ambito pugliese e campano

Antonio Faita

 

Memento mori: il Transito di San Giuseppe

Biagio Gamba

 

Storia e tecnica delle immagini devozionali a stampa

Michele Fortunato Damato

 

Dal XVI al XIX secolo, quattro secoli di pizzo su carta

Gianluca Lo Cicero

 

Stampe popolari giuseppine nel museo di Pitrè di Palermo

Eliana Calandra

 

Le confraternite di S. Giuseppe in Puglia tra storia e religiosità popolare

Vincenza Musardo Talò

 

Le Regole della confraternita di San Giuseppe Patriarca di Nardò, un esempio «moderno» del fenomeno confraternale

Marco Carratta

 

Arte e devozione ad Altamura. La cappella di San Giuseppe in cattedrale

Ruggiero Doronzo

 

Alcuni esempi di iconografia giuseppina a Taranto

Nicola Fasano

 

In margine all’iconografia di San Giuseppe: il ciclo pittorico di Girolamo Cenatempo nella cappella del Transito di San Giuseppe a Barletta

Ruggiero Doronzo

 

 Sponsus et custos. Iconografia, culto e devozione per San Giuseppe nell’arco jonico occidentale. Exempla selecta

Domenico L. Giacovell

 

La raffigurazione di San Giuseppe negli argenti pugliesi

Giovanni Boraccesi

 

Esempi di iconografia giuseppina tra Puglia e Campania. Proposte per Gian Domenico Catalano, Giovan Bernardo Azzolino, Giovanni Antonio D’Amato, Giovan Vincenzo Forlì

Marino Caringella

 

Postille iconografiche su Cesare Fracanzano. Alcuni esempi della devozione giuseppina

Ruggiero Doronzo

 

I Teatini e il culto di san Giuseppe a Bitonto

Ruggiero Doronzo

 

Esempi di antiche pitture parietali giuseppine nel leccese

Stefano Cortese

 

La figura di san Giuseppe nella pittura post tridentina in diocesi di Lecce

Valentina Antonucci

 

San Giuseppe nella pittura d’età moderna nelle diocesi di Otranto e Ugento

Stefano Tanisi

 

Da comparsa a protagonista. Giuseppe in alcune opere pittoriche e in cartapesta della diocesi di Nardò-Gallipoli

Nicola Cleopazzo

 

La devozione a san Giuseppe in Parabita (Lecce). Il culto e le raffigurazioni del santo

Giuseppe Fai

 

Integrazioni documentarie e nuove fonti archivistiche per la storia della chiesa e della confraternita di San Giuseppe a Nardò

Marcello Gaballo

 

Esemplificazioni iconografiche giuseppine a Galatone (Lecce)

Antonio Solmona

 

L’altare maggiore della chiesa di San Giuseppe a Nardò

Stefania Colafranceschi

 

Vedute di Nardò nella tela dell’altare maggiore in San Giuseppe a Nardò

Marcello Gaballo

 

Comparazioni strutturali e integrazioni architettoniche settecentesche nella chiesa di San Giuseppe a Nardò

Fabrizio Suppressa

 

L’altorilievo neritino de La Sacra Famiglia in Viaggio nella chiesa di San Giuseppe

Stefania Colafranceschi

Nardò: Alberico Longo e la sua inedita (doppiamente…) versione di un mito

di Armando Polito

Sul neretino Alberico rinvio per una nota leggera a https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/ e https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/06/nardo-alberico-longo-e-ursula/. Sulla sua morte violenta segnalo http://bitesonline.it/wp-content/uploads/2015/06/Bites_003_Catelvetro.pdf e quanto si legge in Biblioteca modenese, a cura di Girolamo Tiraboschi, Società tipografica, Modena, 1781, v. I, pp. 443-447 (https://books.google.it/books?id=ZC1fAAAAcAAJ&pg=PA446&dq=alberico+longo+pubblicati&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwivnZO9xonlAhUB2qQKHRTLA7sQ6AEIYTAJ#v=onepage&q=alberico%20longo%20pubblicati&f=false). Sui sentimenti  che essa suscitò in chi lo stimava rinvio ad una lettera di Annibal Caro del 13 luglio 1555 indirizzata da Roma a Vincenzo Fontana (in Lettere scelte di Annibal Caro, Barbera, Firenze, 1869,  pp. 90-91: https://books.google.it/books?id=LDg-AQAAMAAJ&pg=PA90&dq=alberico+longo&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjinrPp_YflAhVPPFAKHUtLDFgQ6AEIOzAD#v=onepage&q=alberico%20longo&f=false.

Il mito è quello di Polifemo e Galatea1. La bella e al bestia, se non fosse il titolo di una fiaba più recente, si adatterebbe molto bene a sintetizzare l’infelice storia d’amore tra Galatea, graziosa nereide (ninfa delle fonti) e il giovanissimo e bellissimo pastorello Aci. Ma della ninfa si era innamorato pure il rozzo e brutto gigante Polifemo che, senza successo, tentava di fare colpo su di lei ogni volta che ne aveva l’occasione. E venne il giorno fatale in cui pensò di attirare la sua attenzione con una serenata fatta con la siringa mentre era seduto su una roccia (sarà poi questa la composizione ricorrente nei pittori che hanno celebrato il mito). Neppure questa volta Galatea lo degnò di una sguardo, anche perché impegnata in effusioni con Aci. Polifemo, allora, reagì violentemente scagliando loro addosso un grosso masso, che colpì mortalmente Aci. Il mito non ci dice se Polifemo tornò alla carica, ma solo che Galatea trasformò il sangue del giovinetto in una sorgente.

Questa storia ebbe grande successo come soggetto artistico, dalla pittura alle tavole a corredo di libri a stampa.  Di seguito, in ordine cronologico, alcune tra le più significative testimonianze.

Tavola a corredo di: Raffaello Regio, P. Ovidii Nasonis Metamorphoseo vulgare, s. n., Venezia 1521

Siamo in presenza di una tecnica cinematografica ante litteram, titoli in sovrimpressione (leggi didascalie) compresi: partendo da sinistra, il primo fotogramma (o, per usare il linguaggio digitale, frame) mostra Polifemo che seduto su una roccia suona la siringa (lo strumento musicale, anche perché nessuna fonte ci ha tramandato un Polifemo tossicomane …), mentre Galatea ed Aci si abbracciano sulla riva del mare; il secondo vede il ciclope nell’atto di lanciare un masso contro Aci, che (e siamo al frame finale) fugge verso il mare, dove già si è rifugiata Galatea; sullo sfondo una città.

Tavola a corredo di: Niccolò degli Agostini, Tutti gli libri de Ovidio Metamorphoseos tradotti dal littelario (sic!) verso vulgar con le sue Allegorie in prosa, Giacomo da Leco, Venezia, 1522. Composizione identica a quella della tavola precedente, con l’aggiunta del bastone posato per terra.

Tavola a corredo di: Ludovico Dolce, Le trasformazioni (uno dei tanti volgarizzamenti delle Metamorfosi di Ovidio), Venezia, Giolito de Ferrari, 1553, p. 273. Qui il frame che mostra Polifemo suonare la siringa mentre Galatea ed Aci si abbaracciano è sostituito da quello del suo accecamento da parte di Ulisse; nel secondo il ciclope è ritratto di spalle nell’atto di lanciare il masso contro Aci che sembra essere caduto sulla riva , mentre Galatea si tuffa in acqua. Sullo sfondo in alto a destra la nave di Ulisse.

Olio su Tela di Nicolas Poussin risalente alla prima metà del XVII secolo e custodito a Dublino nella  National Gallery. Siamo ben lontani dalla drammaticità delle rappresentazioni precedenti, ma è il momento che precede la tragedia:quello in cui Polifemo intona la sua serenata a Galatea mentre è tra le braccia di Aci. La scena corrisponde ai versi ovidiani (Metamorfosi, XIII, 778-804 (è Galatea che racconta):  Prominet in pontum cuneatus acumine longo/collis utrumque latus circumfluit aequoris unda;/huc ferus ascendit Cyclops mediusque resedit,/lanigerae pecudes nullo ducente secutae./Cui postquam pinus, baculi quae praebuit usum,/ ante pedes posita est, antemnis apta ferendis,/sumptaque harundinibus compacta est fistula centum,/senserunt toti pastoria sibila montes,/senserunt undae; latitans ego rupe meique/Acidis in gremio residens procul auribus hausi/talia dicta meis auditaque verba notavi:/“Candidior folio nivei, Galatea, ligustri,/floridior pratis, longa procerior alno,/splendidior vitro… (Si protende in mare un colle a forma di cuneo dall’alta vetta e l’onda del mare lo circonda da entrambi i lati. Qui sale il feroce ciclope e si siede al centro, mentre le lanose bestie lo seguono senza guida. Dopo che il pino, atto a reggere vele,  che gli offrì l’uso di bastone, fu deposto ai suoi piedi e fu presa in mano la siringa composta da cento canne tutti i monti sentirono i fischi pastorali, li sentirono le onde. io nascondendomi dietro una roccia mentre stavo tra le braccia del mio Aci da lontano colsi con le mie orecchie tali parole e ricordo a memoria le parole sentite: “Galatea, più candida di un petalo di ligustro, più fiorente dei prati, più slanciata di un alto ontano, più splendente del vetro …)

Ancora di Nicolas Poussin questo schizzo a penna sullo stesso tema. In primo piano Galatea seduta su una roccia ha le braccia intorno al collo di Aci che a sua volta appoggia il braccio sinistro sulla spalla di Eros che gli sistema il manto. In alto a sinistra Polifemo sfdraiato su una roccia con la siringa vicino sembra giardare verso il mare, dove, a destra, si vede il carro di Apollo, dio del sole. Al centro a destra una nereide fa il bagno.

Il mito conobbe pure una versione inventata da Properzio2 (I secolo a. C.) e ripresa da Nonno di Panopoli3 (V secolo d. C.), secondo la quale Galatea avrebbe corrisposto all’amore di Polifemo. Le rappresentazioni artistiche di questa versione sono in numero decisamente minore e la maggior parte, come ora vedremo, molto antiche.

Affresco del I secolo d. C. proveniente da Pompei (Casa della caccia antica) e custodito nel Museo Nazionale di Napoli. Bacio sensuale tra la ninfa e il ciclope. Dettagli distintivi: l’ariete, la siringa e il bastone.

Affresco del I secolo d. C. proveniente da Pompei (Casa delle pareti rosse). Qui non compaiono (oppure non si leggono più) segni distintivi ma è chiaro che la situazione è l’evoluzione di quella precedente …

Affresco del I secolo d. C. proveniente da Pompei (Casa del sacerdote Amandus). Perfettamente distinguibili Galatea, Polifemo, le pecore e in alto a destra la nave di Ulisse. L’artista sembra essersi ispirato ai versi ovidiani precedentemente citati, a parte l’assenza di Aci.

Affresco del I secolo a. C. proveniente dalla villa di Postumo Agrippa a Boscotrecase e custodito a New York nel Metropolitan Museum of Art. Parecchi dettagli sono in comune con l’affresco precedente, ma questo è scomponibile in due metà-sequenze: nella prima il ciclope esegue la sua serenata a Galatea che certamente non si nasconde; nella seconda si vede il gigante lanciare un masso contro la nave di Ulisse.

Affresco del I secolo d. C. proveniente da Ercolano e custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Cupido recapita a Polifemo una lettera, si presume, di Galatea (foto di Stefano Bolognini).

Mosaico del II secolo d.C. rinvenuto a Cordova durante la sistemazione della piazza della Corredera e custodito in quella città nel palazzo Alcazar de Los Reyes Cristianos.

Roma, Palazzo Farnese, dettaglio della volta della Galleria. Affresco della scuola di Antonio Carracci (XVII secolo). Segni distintivi: la siringa e il bastone. La ninfa sembra gradire la serenata del ciclope.

Nella stampa che segue, anch’essa del XVII secolo (disegnatore e incisore Pietro Aquila, editore Jacopo de Rubeis) l’intero dipinto.

Fuori campo in basso al centro quattro esametri: Ardet amans, scopuloque sedens POLYPHEMUS acuto,/ad numerum inflatis calamis,dat sibila cantu;/concomitata choro gaudet GALATEA sub antro,/et latitans rauci suspiria ridet amantis. (Arde l’innamorato Polifemo e, sedendo su uno scoglio, ritmicamente gonfiate le canne, e mette sibili col canto; accompagnata dal coro Galatea si compiace sotto una grotta e nascondendosi deride i sospiri del roco innamorato).

Da notare una certa discrepanza tra la descrizione emergente da  questi versi  e il dipinto, in cui Galatea certamente non si nasconde, tanto meno in una grotta.

Un ribaltamento ancora più spinto (rispetto alla versione dominante del mito, l’unica ricorrente a livello letterario nel XVI secolo ed in quello successivo, come dimostrano gli esametri appena esaminati)  è quello operato da Alberico Longo, che ci presenta un Polifemo suicida per amore. E lo fa in un componimento in quattro distici elegiaci, come nove altri parzialmente inedito4, tramandatici nel manoscritto Vat. lat. 9948 custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana (integralmente leggibile in https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9948).  Di seguito riproduco il dettaglio della carta 41v con il componimento che prima trascrivo e poi traduco.

 

Alberici Longi Salentini                                                          

Non per te rigidam, non per fera numina ponti:               

per vada, per scopulos, quos Galatea colis.                        

Non per me miserum, non per pia numina ruri,                

per iuga, per fontes, quos Galatea colo.                             

Non vivam: at nostro si torva leaena cruori                        

insidiisque inhias artubus, emoriar.                                     

Dixit et intuitus  fluctus Polyphemus amarus                     

transfixit gladio pectus, et interiit.                                        

 

(Del salentino Alberico Longo

Non (vivrò) per te inflessibile, non per i feroci numi del mare,

per i guadi, per gli scogli che tu, Galatea, abiti.

Non (vivrò) per me infelice, non per i virtuosi numi della campagna,

per i gioghi, per le sorgenti che io, Galatea, abito.

Non vivrò: ma se tu crudele leonessa al mio sangue

e alle membra con le insidie aspiri, sparirò -.

Polifemo disse e, dopo aver guardato i flutti, triste

trafisse il petto con la spada e morì.)

 

Una sorta di originale, rivoluzionario (la figura dell’uomo suicida per amore, magari subito dopo che, sempre per amore …, è stato un omicida, pardon …, femminicida, è l’ultimo, recente portato dei nostri tempi) divertissement mediante l’ironica, garbata  dissacrazione di quanto di più stabile e di intoccabile all’epoca si potesse immaginare: il mito. Neppure i poeti successivi (Alberico morì nel 1555) osarono tanto e si limitarono a cantare le intenzioni suicide del gigante (ma non la loro attuazione), come, per esempio, Giovan Battista Marino (1569-1625), L’Adone, XIX, 216, 7-8: Vuol uccidere se stesso o nel’aperta/gola del mar precipitar dal’erta. E la sottile ironia io la colgo anche nello strumento che il Longo fa utilizzare a Polifemo per suicidarsi: la spada, sulla quale, dopo aver appoggiato l’impugnatura sul terreno (con colpi  inferti direttamente la morte non sarebbe stata, quanto meno, immediata), gli eroi greci la facevano finita con la vita. E non mancano nel mito propriamente detto casi simili, addirittura con duplice morte5. C’è da chiedersi dove il ciclope potesse mai aver trovato un gladium, il cui significato, in alternativa a quello di spada, è pure quello di lama dell’aratro. Polifemo era un pastore e, per evitare qualsiasi interpretazione ironica, sarebbe stato sufficiente farlo morire trafitto dal suo stesso bastone preventivamente appuntito e usato a mo’ di spada oppure facendolo precipitare dalla cima dello stesso  colle da dove, ad un’altitudine intermedia, aveva trasmesso il suo personale festival  della canzone.

La composizione si presenta originale anche dal punto di vista formale, tutta costruita com’è sul concetto chiave (la decisione di farla finita) espresso con una inconsueta litote. Com’è noto, questa figura retorica consiste nell’esprimere un concetto diluendo la parola utilizzata nel suo contrario preceduto da un avverbio di negazione, con finalità eufemistica: non bello per brutto. Qui si ha da una parte non con sottinteso vivam (da vivere), cui, con una litote pedissequa dovrebbe corrispondere moriar (da mori, che significa morire).  Invece Alberico utilizza emoriar (da emori, composto dalla preposizione e che significa lontano da) e dal citato mori. Il composto aggiunge così, se possibile, un’ulteriore nota di allontanamento che coincide con la volontà di Polifemo di sparire senza lasciar traccia alcuna, nemmeno, se possibile, del suo corpo.

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1 Riporto in ordine cronologico le fonti antiche con l’indicazione bibliografica e, per non appesantire il tutto, una volta tanto, senza il relativo testo; per Properzio e Nonno di Panopoli vale quanto specificato nella trattazione.

CALLIMACO (IV-III secolo a. C.), Epigrammi,  XLVI

TEOCRITO (IV-III secolo a. C.), Idilli, VI e XI

VIRGILIO (iI secolo a. C.), Eneide, IX, 103-104; Bucoliche, I, 27-32; VII, 37-40 e IX, 37-43

OVIDIO (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Metamorfosi, XIII, 738-897

PROPERZIO (I secolo a. C.): Elegie, III, 2, 7

ORAZIO (I secolo a. C.), Satire, l, 5

APOLLODORO (I-II secolo d. C:), Biblioteca, I, 2-7

LUCIANO (II secolo d. C.), Dialoghi degli dei del mare, I

NONNO DI PANOPOLI (IV-V secolo d. C.), Dyonisiaca, 300- 324

2 Elegie, III, 1, 29-34: Orphea detinuisse feras et concita dicunt/flumina Threicia sustinuisse lyra./Saxa Cithaeronis Thebas agitata per artem/sponte sua in muri membra coisse ferunt./Quin etiam, Polipheme, fera Galatea sub Aetna/ad tua rorantes carmina flexit equos. (Dicono che Orfeo con la lira tracia  incantò le fiere e fermò i rapidi fiumi. Dicono che le rocce del Citerone spintesi verso Tebe grazie alla sua arte spontaneamente si unirono in parti di muro. Anzi, o Polifemo, la crudele Galatea piegò ai suoi versi gli umidi  cavalli [sono i cavalli marini che accompagnano Galatea]).

3 Dionisiache, VI, 300- 324: Καὶ τότε κυματόεσσαν ἰδὼν ὑπὸ γείτονα πέτρην/νηχομένην Γαλάτειαν ἀνίαχε μυδαλέος Πάν·/‘Πῇ φέρεαι, Γαλάτεια, δι᾽ οὔρεος ἀντὶ θαλάσσης;/μὴ τάχα μαστεύεις ἐρατὴν Κύκλωπος ἀοιδήν;/πρὸς Παφίης λίτομαί σε καὶ ὑμετέρου Πολυφήμου,/μὴ κρύψῃς δεδαυῖα βαρὺν πόθον, εἰ παρὰ πέτραις/νηχομένην ἐνόησας ἐμὴν ὀρεσίδρομον Ἠχώ./Ἦ ῥά σοι ἶσον ἔχει διεπὸν δρόμον; ἦ ῥα καὶ αὐτὴ/ἑζοθένη δελφῖνι θαλασσαίης Ἀφροδίτης,/ὡς Θέτις ἀκρήδεμνος, ἐμὴ ναυτίλλεται Ἠχώ;/δείδια, μή μιν ὄρινε δυσάντεα κύματα πόντου·/δείδια, μή μιν ἔκευθε μέγας ῥόος· ὣς ἄρα δειλὴ/ἄστατος ἐν πελάγεσσι μετ᾽ οὔρεα κύματα βαίνει·/ἥ ποτε πετρήεσσα φανήσεται ὑδριὰς Ἠχώ./Ἀλλὰ τεὸν Πολύφημον ἔα βραδύν· ἢν ἐθελήσῃς,/αὐτὸς ἐμοῖς ὤμοισιν ἀερτάζων σε σαώσω·/οὔ με κατακλύζει κελάδων ῥόος· ἢν ἐθελήσω,/ἴχνεσιν αἰγείοισιν ἐλεύσομαι εἰς πόλον ἄστρων.’/Ὤς φαμένῳ Γαλάτεια τόσην ἀντίαχε φωνήν·/‘Πὰν φίλε, σὴν ἀνάειρε δι᾽ οἴδματος ἄπλοον Ἠχώ·/μή με μάτην ἐρέεινε, τί σήμερον ἐνθάδε βαίνω·/ἄλλον ἐμοὶ πλόον εὗρεν ὑπέρτερον ὑέτιος Ζεύς./Καὶ γλυκερήν περ ἐοῦσαν ἔα Κύκλωπος ἀοιδήν./Οὐκέτι μαστεύω Σικελὴν ἅλα· τοσσατίου γὰρ/τάρβος ἔχω νιφετοῖο καὶ οὐκ ἀλέγω Πολυφήμου.’ (E allora Pan madido, avendo visto sotto un a vicina rupe Galatea che nuotava, esclamò: “Dove vai, Galatea, attraverso il monte davanti al mare?  Non brami forse l’amato canto del Ciclope? Ti prego, per la dea di Pafo [Venere che a Pafo, città dell’isola di Cipro, aveva un tempio]e del vostro Polifemo [Thoosa, ninfa che con Poseidone generò il ciclope], non nascondere di bruciare di un grande desiderio, se presso le rupi hai visto nuotare la mia Eco che corre per i monti. Forse ha un agile movimento simile al tuo? O anche lei, la mia Eco, seduta su un delfino della marina Afrodite, naviga senza velo come Teti? Ho paura che l’abbiano turbata le terribili onde del mare, ho paura che una grande corrente l’abbia sommersa. Forse infelice insicura attraversa o mari dopo i monti. Eco un tempo montana apparirà marina. Ma tu lascia il tuo lento Polifemo; se vuoi ti salverò sollevandoti sulle mie spalle, la rumorosa corrente non mi sommerge. Se vorrò giungerò alla volta del cielo con i piedi caprini. A lui che così diceva Galatea rispose gridando con tali parole: ” Caro Pan, solleva dal flutto la tua Eco che non sa nuotare; non chiedermi invano perché oggi qui mi aggiro: Giove pluvio ha trovato per me un’altra navigazione. E lascia che il canto del Ciclope sia dolce. Non desidero più il mare siciliano: infatti ho paura di siffatta pioggia e non mi prendo cura di Polifemo”.

4 Solo l’incipit di ciascuno ne riporta Mario Marti in Dal certo al vero, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1962, p. 273 e seguenti.

5 https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

 

 

Dialetti salentini: firsola

di Armando Polito

Davanti al camino, olio su tela (2018) di Salvatore Malorgio (immagine tratta da http://www.tuglie.com/davanti_al_camino.asp)

 

Confesso che la scelta dell’immagine di testa è stata piuttosto sofferta. Proporre una foto  esclusiva della firsola mi sembrava limitare il potere evocativo integrale che qualsiasi oggetto del passato conserva, per quanto è possibile, se non isolato dal suo contesto abituale. Avrei potuto utilizzare a tal uopo una foto d’epoca salentina tra le numerose rinvenibili in rete. Alla fine la stessa rete mi ha fornito,  casualmente come spesso succede quando la si utilizza sottoponendole a cascata parole-chiave, la soluzione. Certo, una foto in bianco e nero, per noi che non possiamo più fare a meno del colore, rappresenta in qualche modo un ritorno alle origini ed ha il suo indubbio fascino, ma l’interpretazione di un tema antico da parte di un artista moderno aggiunge un pizzico di poetica nostalgia, tanto più che il pittore in questione, di cui fino a quel momento ignoravo l’esistenza, vive ed opera a Busto Arsizio ma è nato a Tuglie nel 1948 e la “salentinità” appare come l’ispiratrice di molte sue opere1.

La firsola è quello che in italiano si chiama calderotto, e tra gli arredi/attrezzi del camino di un tempo era il più importante, perché veniva utilizzata non solo per  cucinare ma anche per la produzione di acqua calda. Dotata di un manico ad arco mobile, era sospesa sul fuoco, retta al centro del camino da una catena che ha un nome dialettale dalle molte varianti2.

È giunto il momento di dire qualcosa sull’origine della voce. Come al solito parto dal Rohlfs che propone un latino *frixoria “padella”. L’asterisco che precede frixoria indica, per chi non lo sapesse, che la voce è ricostruita e di essa non ci sarebbero attestazioni. Non risulta usata infatti nel latino classico e neppure in quello medioevale. Quest’ultimo, però, registra la voce frixorium attestata da Macrobio (IV-V secolo d. C.) nel De verborum graeci et latini differentiis vel societatibus: “Frigeo frigui facit a secunda coniugatione; frigo vero, frixi, a tertia, unde frixum, frixorium, id est calefactorium”. (Frigeo [presente: io ho freddo] fa frigui [perfetto: io ebbi freddo] dalla seconda coniugazione; invece frigo [presente: io friggo] fa frixi [perfetto: io ho fritto] dalla terza, da cui frixum [supino, da cui anche il participio passato frixus/frixa/frixum:fritto/fritta/cosa fritta], frixorium, cioè strumento per scaldare).

Frixorium, dunque è forma aggettivale neutra sostantivata singolare formata dal tema frix– di frixum e dal suffisso –orium tipico dei vocaboli che indicano uno strumento. Alla lettera, dunque, frixorium, significa strumento per friggere. Come si spiega il passaggio da frixorium a *frixoria? Intanto va detto che il plurale di frixorium è proprio frixoria e che la desinenza -a tipica dei nomi femminili della seconda declinazione in combutta con la valenza collettiva di frixoria potrebbe aver propiziato il passaggio a *frixoria. In alternativa non è difficile ipotizzare una forma aggettivale *frixorius/frixoria/frixorium, dal cui femminile sarebbe derivato direttamente il nostro, con la metatesi fri->fir-.

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1 http://www.tuglie.com/malorgio.asp

2 Nel Brindisino camastra (ad Oria e a Carovigno); nel Leccese a Salve camàscia, ad Alessano camàsce, a Castrì camastre, a Vernole camastra; nel Tarantino camasta ad Avetrana, camastre a Massafra e a Palagiano. Tutte dal greco κρεμάστρα (leggi cremastra) che era il nome della corda dell’ancora.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (16/x): Domenico Antonio Battisti di Scorrano

di Armando Polito

Cominciamo con un giallo, quello del cognome.

Ne Il Catalogo degli Arcadi in coda a Prose degli Arcadi, Antonio De Rossi, Roma, 1717, tomo III, p. LXXXI si legge:

Battisti si legge pure in Giammaria Mazzucchelli, Scrittori d’Italia, Bossini, Brescia, 1758, volume II, parte I, p. 557, al quale rinvio per la biografia.

Poi le cose si complicano: Battisti diventa Battista in Eustachio d’Afflitto, Memorie degli scrittori del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1794, tomo II, p. 79, dove pure si legge in nota che Mazzucchelli a proposito della scheda relativa al nostro in Scrittori d’Italia raccolse tutto ciò dalle notizie intorno a’ Canonici, e Cherici Beneficiari Vaticani p. 24 comunicategli manoscritte da Monsignor Garampi, Canonico allora di S. Pietro, ed ora Nunzio in Vienna. Si avverta però, che il Mazzucchelli scrive il cognome del N. A. Battisti, non Battista, come dal medesimo autore si scrisse, né seppe ciò che da noi si soggiugne. Preciso che in nota 2 il Mazzucchelli aveva espressamente citato la fonte manoscritta e, quindi, gli viene imputato un errore di lettura, il che suppone che anche il D’afflitto l’abbia letta.

Non è finita, perché in rete1 leggo che il cognome sarebbe non Battista, ma Donbattista3. Putroppo manca la fonte, ma potrebbe essere una pubblicazione citata in  bibliografia: Maurizio Marra, Domenico Antonio Donbattista (note biografiche), Serafino Arti Grafiche, 2010. Non sono riuscito a reperirla ma sarei grato a chiunque l’avesse letta o allo stesso autore di una conferma o smentita circa Donbattista.

Nell’attesa nel titolo ho optato per la forma più antica (1717) all’inizio ricordata, confermata anche dai cataloghi successivi, compresi quelli recenti che si sono rifatti agli originali manoscritti conservati nell’archivio dell’accademia oggi depositato presso la Biblioteca Angelica di Roma.

Il suo nome pastorale risulta costituito dal solo Laudeno seguito da punti di sospensione, il  che denota la mancata assegnazione della campagna, cioè della seconda parte che di solito conteneva un riferimento toponomastico. Non son riuscito a trovare nessun riferimento e il fatto che Laudeno sia stato successivamente al nostro il nome pastorale pure del cardinale Giovanni Battista Barni2 non mi ha dato, come speravo, alcun aiuto.

Dello scorranese, comunque, ci restano due sonetti2.

 

Poiché Belgrado la superba, e forte

sommisea al grand’Eugeniob il capo altero,

lieta tornando al dolce antico impero,

rotte l’Arabe indegne aspre ritorte c,

oh come impaziente ancor le porte

aprire a lui Bizanziod attende, e il feroe

giogo scuoter, condotta al ver sentiero

dalle vie di Maconf fallaci, e torte!

E seco Africa , ed Asia oppresse, e domeg,

Scipioh, e Alessandroi omail posti in obblio,

eterneran suo glorioso nome.

Che né il Tebrom, né il Gange o vide, o udio

di sacri lauri altre più degne chiome,

né invitto Eroe più generoso, e pio.

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a sottomise

b Eugenio di Savoia  (1663-1736), generale francese al servizio del Sacro Romano Impero. Tra i migliori strateghi del suo tempo (era soprannominato Gran Capitano), diede agli Asburgo la possibilità d’imporsi in Italia e nell’Europa centrale ed orientale. Per la battaglia di Belgrado, città liberata dai Turchi il 17 agosto 1717, gli venne dedicata la canzone  Prinz Eugen, der edle Ritter (Il Principe Eugenio, il nobile cavaliere).

c La ritorta era una piccola corda con cui si legavano ai prigionieri mani e piedi; qui sta nel senso metaforico di assedio.

d Bisanzio, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente.

e feroce

f Maometto. Macone forma letteraria: Torquato Tasso, Gerusalemme liberata,  II, 2, 1: Questi or Macone adora, e fu cristiano.

g domate

h Scipione l’Africano

i Alessandro Magno

l ormai

m Tevere

 

 

Tu che le Greche, e le Latine cartea

volgi sovente, e in dotte prose, o in carmi

discerner sai le forti gesta, e l’armi,

ch’Asia domaro, Europa, e l’altra parte,

dimmi, eccelso Alessandrob, ove di Marte

Eroe maggior potrai saggio additarmi

del gran Eugenioc, e s’unquad aie letto in marmif

egual senno, valor, consiglio, ed arte?

L’illustri sue, e memorande imprese,

d’almag , e sola virtù partig  ben chiari,

saran mai sempre ed ammirate, e intese.

Qual sien de’ lauri i degni fregi, e rari,

e quai le vie d’onore alte, e contese,

da lui sol fiah, ch’ogni Guerriero impari.

____________

a gli scritti latini e greci

b Alessandro Albani da Urbino, nipote di Clemente XI, cardinale, arcade per acclamazione col nome pastorale di Crisalgo Acidanteo.

c Vedi la nota b nel sonetto precedente.

d qualche volta

e hai

f iscrizioni

g prodotti, frutti

h avvenga

 

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (premessa): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/  

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/   

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/   

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/ 

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ 

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/ 

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/  

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/  

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/  

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/ 

Per la tredicesima parte (Domenico de Angelis di Lecce): 

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/ 

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto: https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

________

1 https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Antonio_Donbattista

2 In Rime degli Arcadi alle altezze Serenissime de’Principi Filippo Maurizio e Clemente Augusto di Baviera, tomo VII, Antonio de’ Rossi, Roma, 1717, p. 363.

Dialetti salentini: scuèrpu

di Armando Polito

La voce al singolare designa il pero selvatico detto anche calapricu1 o piràscinu2(prima foto), ma pure l’arbusto spinoso delle more selvatiche in passato usato come ostacolo dissuasivo dall’oltrepassare un atu3(seconda foto).

Per l’etimo non posso che partire dal maestro universalmente riconosciuto, cioè il Rohlfs. Egli, però, non dà alcuna proposta etimologica, rimandando da scuerpu a scorpu e da questo a scuorve, dove invita solo ad un confronto con il napoletano scuòvero e rinvia da capo a scorpu.  Al lemma scuèrpulu, poi, evidente diminutivo di scuèrpu, invita ad un confronto con il calabrese scuorpu e scòrpuru (c’è anche la variante scuòrpuru).

Passo ad Antonio Garrisi che nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990, così tratta il lemma:

scuerpu sm. Pruno, frutice spinoso in genere, che nasce spontaneo nelle siepi; sterpo secco. [lat. med. excorpo(rus) ].

Con questo lemma il Garrisi (sulle cui etimologie spesso ho avuto da obiettare in più di un mio post su questo blog) ha superato se stesso e sul piano metodologico e su quello dell’acribia. Partendo, infatti, dall’idea che s- iniziale sia ciò che rimane di ex latino (ipotesi iniziale più che legittima) rimaneva da risolvere il resto (-cuerpu): e siccome, da solo cuerpu in salentino significa corpo, come non pensare al latino corpus/corporis, da cui derivano cuerpu e corpo? Troppo facile, direte! E, infatti, bisognava mettere in campo un latino medioevale excorpo(rus), dal quale sarebbe derivato scuerpu. Ma, se si comprende il passaggio ex->s-, giustificare l’apocope di –rus sarebbe impresa titanica. Non è finita: pure io, che titano non sono, ho difficoltà a comprendere la congruenza semantica di questo etimo e sfido chiunque a trovare, anche nel più recondito lessico medioevale, l’attestazione di excorporus, che non ho esitazione a definire dato truffaldino e fuorviante, in parole povere totalmente inventato. Il Garrisi potrebbe essere stato suggestionato dalla variante calabrese scuòrpuru, che, come ho detto sopra citando il Rholfs, si alterna a scuorpu, di cui essa è diminutivo: da scorpulu, per cui quella r in origine era una l e, quindi, con cuerpu/corpo non ha nulla a che fare.

Chiudo la rassegna  con  Giuseppe Presicce, che in Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/scorpu.html) così tratta il lemma in questione:

Lo scorpium(m) che si legge è da emendare in scorpiu(m) e questa volta lo dico memore che chissà in quanti miei scritti sarò incorso nella stessa svista o errore di battitura rimasto poi lì in bella vista perché non ho avuto occasione di accorgermene o perché nessuno lo ha notato o me lo ha fatto notare. Sulla citazione di Plinio, invece, il discorso si fa complicato.

Scorpium è l’accusativo di scorpius, il cui uso nel latino classico spazia dalla zoologia (col significato di scorpione e di scorfano) all’astronomia (col significato di Scorpione, la costellazione), all’arte militare (era il nome di una macchina da guerra che scagliava pietre, dardi ed altri proiettili), alla botanica (nome di un arbusto detto anche tragos). Scorpius appartiene alla seconda declinazione (scorpius/scorpii), ma nei significati prima riportati era in uso anche scorpio/scorpionis, dal cui accusativo (scorpionem) è l’italiano scorpione.

Per quanto riguarda la botanica, branca che qui ci interessa, Plinio nella Naturalis historia  usa scorpius/scorpii  una sola volta:

XXVII, 116: Est et alia herba tragos, quam aliqui scorpion vocant, semipedem alta, fruticosa, sine foliis, pusillis racemis rubentibus, grano tritici, acuto cacumine, et ipse in maritimis nascens. Huius ramorum X aut XII cacumina trita exvino pota coeliacis, dysentericis, sanguinem exscreantibus, mensium abundantiae auxiliantur. (C’è anche l’altra erba trago, che alcuni chiamano scorpio, alta mezzo piede, cespugliosa, senza foglie, con piccoli grappoli rosseggianti, col seme simile a quello del grano, con cima appuntita, anch’essa nascente nei luoghi marittimi. Dieci o dodici cime dei suoi rami pestate e bevute col vino giovano ai sofferenti di stomaco, ai dissenterici, a chi sputa sangue e all’abbondanza del mestruo)

Scòrpion è un accusativo alla greca che suppone un nominativo scòrpios, che è la trascrizione del greco σκορπίος  (leggi scorpìos). lo spostamento dell’accento dal greco al latino è assolutamente normale essendo la penultima breve.

Scorpio/scorpionis, invece, è usato nei seguenti passi:

XIII, 37: Tragon et Asia fert, sive scorpionem, veprem sine foliis, racemis rubentibus, ad medicinae usum. (Anche l’Asia produce il trago o scorpione, rovo senza foglie, dai grappoli rosseggianti, adatto ad uso medicinale)

XXI, 54 Ergo quaedam herbarum spinosae sunt, quaedam sine spinis. Spinosarum multae species. In totum spina est asparagus, scorpio: nullum enim folium habet (Dunque alcune delle erbe sono spinose, altre senza spine. Molte sono le specie di quelle spinose. Tutto spina è l’asparago, lo scorpione: infatti non ha alcuna foglia)

XXII, 17: Ex argumento nomen accepit scorpio herba. Semen enim habet ad similitudinem caudae scorpionis, folis pauca. Valet et adversus animal nominis sui. Est et alia eiusdem nominis effectusque sine foliis, asparagi caule, in cacumine aculeum habens, et inde nomen.  (Non a caso l’erba scorpione ha preso questo nome. Ha infatti il seme che assomiglia alla coda dello scorpione, scarsa di foglie. È efficace contro i morsi dell’animale da cui trae il nome. Ce n’è un’altra con lo stesso nome ed effetto senza foglie, col gambo di asparago, con in cima un aculeo, da cui il nome).

A questo passo pliniano si riferisce il Presicce, ma qui Plinio usa scorpio/scorpionis e non scorpius/scorpii.

Al di là della problematica identificazione sicura del nostro scuerpu con una delle specie ricordate da Plinio, suscita perplessità che ad uno studioso come il Rohlfs non sia balenato un possibile riferimento al latino scorpius. io non escluderei che la sua prudenza sia legata a motivi fonetici. Infatti, se l’esito –o– >-ue– è assolutamente normale (mentre –i->-ue– non lo sarebbe se pensassimo a scirpus che significa giunco), rimane da spiegare la perdita della –i– , anche se la sua posizione atona potrebbe aver favorito la sua caduta.

La i risulta ingombrante anche se si ipotizzasse la derivazione da scorpio/scorpionis e, più precisamente, non, come sarebbe regola, dall’accusativo scorpionem, ma dal nominativo scorpio, fenomeno rarissimo, come in uomo che, secondo l’interpretazione corrente, è fatto derivare dal nominativo homo e non dall’accusativo hominem.

E allora? So che qualcuno mi accuserà di fantasticare, ma anche nello studio degli etimi la fantasia non guasta. Intanto passo dalla botanica alla zoologia ricordando che scòrfano deriva dalla variante regionale scòrpena o scorpèna, che è dal latino scorpaena (per cui scorpèna è più corretto di scòrpena, anche se scorfano ne ha ereditato l’accento, che, poi, è quello della voce originaria greca che sto per citare), a sua volta dal greco σκόρπαινα (leggi scòrpaina), derivato dallo σκορπίος prima ricordato. La terminazione in –αινα ricorre in alcuni nomi femminili come, per esempio, in λέαινα (leggi lèaina), che significa leonessa, di fronte al maschile λέων (leggi leon). Ora, togliendo –αινα σκόρπαινα mi rimarrebbe σκόρ-, in cui, come ognun vede, la ι di σκορπίος è scomparsa.

Spesso la fantasia passa dal trotto al galoppo. Premetto che a Roma alcuni gladiatori erano vere e proprie celebrità, seguite come oggi lo sono i vip televisivi e, cosa abbastanza comune anche allora, ognuno esibiva un nome, è il caso di dire, di combattimento, cioè un soprannome che ne sintetizzava le doti. Su un piano leggermente inferiore si collocavano gli aurighi.

Marziale (I-II secolo d. C.) nei suoi Epigrammi ne ha immortalato uno di nome Scorpo4:

IV, 67: Praetorem pauper centum sestertia Gaurus/orabat cana notus amicitia,/dicebatque suis haec tantum deesse trecentis,/ut posset domino plaudere iustus eques./Praetor ait: – Scis me Scorpo Thalloque daturum,/atque utinam centum milia sola darem -./- A pudet ingratae, pudet ah male divitis arcae./Quod non das equiti, vis dare, praetor, equo? -.(Il povero Gauro conosciuto per antica amicizia chiedeva al pretore cento sesterzi e diceva che tanti ne mancavano ai suoi trecento per poter applaudire l’imperatore da perfetto cavaliere. Il pretore disse. – Tu sai che dovrò pagare Scorpo e Tallo e volesse il cielo che ne dessi solo centomila -. Ah, vergogna dell’ingrato forziere malamente ricco! Ciò che non dai al cavaliere, lo vuoi dare, o pretore, al cavallo? -)

V, 25: – Quadringenta tibi non sunt, Chaerestrate: surge,/Lectius ecce venit: sta, fuge, curre, late -./

Ecquis, io, revocat discedentemque reducit?/Ecquis, io, largas pandit amicus opes?/Quem chartis famaeque damus populisque loquendum?/Quis Stygios non volt totus adire lacus?/Hoc, rogo, non melius, quam rubro pulpita nimbo/spargere et effuso permaduisse croco?/Quam non sensuro dare quadringenta caballo,/aureus ut Scorpi nasus ubique micet?/O frustra locuples, o dissimulator amici,/haec legis et laudas? Quae tibi fama perit! (Cherostrato, tu non hai i quattrocento: alzati, ecco viene Lezio; fermo, scappa, corri, nasconditi! Chi mai, ahimè, lo richiama e lo fa tornare mentre se ne va? Chi mai, ahimè, gli mette a disposizione da amico ampie ricchezze? Chi consegniamo agli scritti e alla fama e perché la gente ne parli? Chi non vuole entrare tutto nelle acque dello Stige? Questo, chiedo, non è meglio che spargere i palcoscenici di pioggia rossa e profumarli di zafferano spruzzato?  Che darne quattrocento al cavallo che non proverà nulla affinché l’aureo naso di Scorpo brilli ovunque? O inutilmente ricco, o ingannatore dell’amico, tu questo scegli e lodi? Quale fama ti è venuta meno!) 

X, 50:   Frangat Idumaeas tristis Victoria palmas,/plange, Favor, saeva pectora nuda manu; mutet Honor cultus, et iniquis munera flammis/mitte coronatas, Gloria maesta, comas./Heu facinus! Prima fraudatus, Scorpe, iuventa/occidis et nigros tam cito iungis equos./Curribus illa tuis semper properata brevisque/cur fuit et vitae tam prope meta tuae? (La Vittoria rompa triste le palme idumee, tu, o Favore, batti il nudo petto con mano crudele, l’Onore cambi abito e tu, o Gloria, getta mesta la tua chioma coronata come dono alle ingiuste fiamme. Oh delitto! Ingannato nel fiore della giovinezza, tu, o Scorpo, muori e tanto rapidamente aggioghi i neri cavalli. Quella meta sempre cercata dal tuo cocchio e in breve raggiunta perché fu tanto vicina pure alla tua vita?)

X, 53: Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria circi,/plausus, Roma, tui deliciaeque breves,/ invida quem Lachesis raptum trieteride nona,/dum numerat palmas, credidit esse senem. Io sono il famoso Scorpo, gloria del rumoroso circo, di te, o Roma, entusiasmo e breve delizia, che l’invidiosa Lachesi, mentre contava le vittorie, credette che io fossi vecchio, rapendomi a ventisette anni)  /

XI, 1: Quo tuquoliber otiosetendis/Cultus Sidone non cotidiana?/Numquid Parthenium videreCerte:/
Vadas et redeas inevolutus:/libros non legit illesed libellos;/nec Musis vacataut suis vacaret./Ecquid te satis aestimas beatum,/contingunt tibi si manus minores?/Vicini pete porticum Quirini:/turbam non habet otiosiorem/Pompeius vel Agenoris puella,/vel primae dominus levis carinae./Sunt illic duo tresvequi revolvant/nostrarum  tineas ineptiarum,/sed  cum sponsio fabulaeque lassae/de Scorpo fuerint et Incitato.(Dove tu, ozioso libro, dove ti dirigi adorno di porpora non usuale? Forse a vedere Partenio [segretario di Domiziano e protettore di Marziale]? Certamente: vai e ritorna senza essere stato letto; egli non legge i libri ma i libretti né ha tempo per le Muse o solo per le sue ne avrebbe. Forse ti stimi sufficientemente beato se ti toccano mani meno nobili? Dirigiti verso il portico del vicino Quirino; non ha una folla più sfaccendata (quello di) Pompeo o (del)la figlia di Agenore [Europa] o (de)il signore della prima leggera nave [Giasone]. Lì ci sono due o tre che scuoteranno le tarme delle mie schiocchezze, ma quando la scommessa e i racconti su Scorpo ed Incitato saranno stanchi)

Che questo Scorpo fosse famoso per la sua abilità a punzecchiare i cavalli o a pungere (in senso metaforico) gli avversari? Anche se così fosse, però, come spiegare il passaggio da Scorpius a Scorpus?

Se la letteratura con Marziale ci ha lasciato il ricordo di un auriga col nome di Scorpo, l’epigrafia è stata molto più generosa: CIL  VI 10052: Vicit Scorpus equis his/Pegasus Elates Andraemo Cotynus (Ha vinto Scorpo con questi cavalli: Pegaso, Elate, Andremone, Citino). L’epigrafe, rinvenuta a Roma, è datata tra l’81 ed il 96 d, C. , per cui molto probabilmente questo Scorpo coincide con quello immortalato da Marziale.

Un altro agitator  (auriga) di nome Scorpus  compare in un’altra epigrafe(CIL, VI, 10048) datata tra il 146 e il 150 d. C.  (dunque è un personaggio vissuto successivamente a quello di Marziale ma rispetto al quale la scelta del nome di battaglia molto probabilmente non è casuale), della quale riporto il pezzo che ci interessa: … Flavius Scorpus victor II … et Pompeius Musclosus victor III … (Flavio Scorpo due volte vincitore e Pompeo Muscoloso tre volte vincitore …). 4

Frutto di fantasia,ma in senso buono,  è certamente questo canto popolare di Lecce e Cavallino in tema, tratto dal volume II di Canti e racconti del popolo italiano a cura di D. Comparetti e A. D’ancona dedicato ai Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da A. Casetti e V. Imbriani, v. I, , Loescher, Roma, Firenze, Torino, 1871, p. 101. Lo trascrivo di seguito, con la mia traduzione in italiano corrente e qualche nota, senza anticipare nulla sul sostrato erotico del componimento e lasciando a voi l’identificazione non letterale di sciardinu, porta segreta, milu ‘ngranatu, ‘brecueccu e, dolce in fondo, atu.

Beddha, allu tou sciardinu nci su’ statu,

de la porta segreta su’ trasutu;

de pizzu a pizzu l’aggiu camenatu,

lu sciardinieri nu’ mm’ha canusciutu.

Nde l’aggiu cueutu lu milu ‘ngranatu,

e lu ‘brecueccua  tou caru tenutu.

Mo’ nci aggiu misu lu scuerpu allu atub,

trasa ci ole, ca ieu nd’aggiu ‘ssutu.

 

Bella al tuo giardino ci sono stato,

dalla porta segreta sono entrato;

in lungo e in largo ci ho camminato,

il giardiniere non mi ha riconosciuto.

Ne ho colto la melagrana,

e la pesca tua tenuta cara.

Adesso ho messo il rovo sul passaggio;

entri chi vuole, che io ne sono uscito.

 

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a Brecueccu è la pesca; con le varianti percocu e bbricuecu è dal latino praecoquu(m)=(frutto) precoce. Avevo promesso che nulla avrei detto sull’interpretazione metaforica di questo come degli altri dettagli. Prima di congedarmi, però, voglio dare il famoso aiutino ai lettori più giovani ed anche a quelli della mia età con problemi di memoria: nel 1976 uscì la commedia erotica all’italiana Il solco di pesca con Gloria Guida nella parte di Tonina …

b Vedi la nota n. 3

 

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1 Dal latino calabrix attestato solo in Plinio, Naturalis historia, XVII, 14: Et zizizpha grano seruntur mense Aprili. Tuberes melius inseruntur in pruno silvestri, et malo cotoneo, et in calabrice: ea est spina silvestris. (Le giuggiole si sotterrano col nocciolo nel mese di aprile. Il lazzeruolo s’innesta meglio sul susino selvatico, sul melo cotogno e sul pero selvatico: questa è una pianta spinosa selvatica)

2 Dalla radice pir- di piru (pero) + un suffisso dispregiativo –àscinu, come, al femminile, purpàscina (polpo femmina, di dimensioni maggiori rispetto al maschio e dalle carni meno tenere) dalla radice purp– di purpu (polpo) + -àscina.

3 Sull’atu vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/08/dialetti-salentini-atu/

4 Di Scorpus onomastico di persone comuni molte sono le testimonianze epigrafiche, ne riporto, a titolo di esempio, un paio:

CIL VI, 15413: D(is) M(anibus) Claudiae/Eutychiae/P(ublius) Aelius Aug(usti) lib(ertus)/Scorpus /coniugi/ sanctissim(ae) fec(it) (Agli dei Mani di Claudia Eutichia Publio Elio Scorpo liberto di Augusto fece alla moglie santissima). Qui Scorpus in terza posizione mpstra chiaramente la sua natura di cognomen (soprannome)

CIL V, 582, 11: ]/Aug(usti) lib(erto) tabul(ario)/Symphorus et/Scorpus liberti/et heredes patron(o)/bene merenti/fecer(unt) (al liberto  contabile di Augusto i liberti Sinforo e Scorpo e gli eredi riconoscenti fecero al protettore)

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (15/x): Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto

di Armando Polito

L’accademia dell’Arcadia era stata fondata il 5 ottobre 1690 e Andrea (nato nel 1601) morì il 9 gennaio 1691. La sua vita da pastore arcade durò, dunque, pochissimo tempo, ma gli onori che gli furono tributati dal consesso romano mostrano chiaramente la fama già acquisita. A tal proposito basterebbe leggere la biografia tracciatane da Domenico De Angelis1, la quale è preceduta da una tavola che di seguito riproduco e per la quale, nonché per altri dati iconografici, rinvio a https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/08/andrea-peschiulli-1601-1691-corigliano-dotranto-quattro-ritratti-traduzione-galeotta/.

E il ricordo rimase vivo nel tempo, come dimostra la presenza del suo nome pastorale (l’ho sottolineato), insieme con quello di altri arcadi, in un’ecloga di Viminio Delfense, nome pastorale dell’abate Giacomo Zaghetti da Roma2:

Qui recinat, qui cantet Hylam, qui cantet Alaurum,

Philemonem, Eufisium, Thaerona, Bianora, Moerim,

( … Chi potrebbe celebrare a più riprese Ila3, chi cantare Alauro4, Filemone5, Eufisio6, Terone7, Bianore8, Meri9, …) 

Meri Foloetico fu il nome pastorale assunto dal Peschiulli. Meri è da Moeris, uno dei due pastori che dialogano nell’ecloga IX di Virgilio. Foloetico è forma aggettivale dal greco Φολόη (leggi  Folòe), nome di un monte tra l’Arcadia e l’Elide.

Per le ragioni cronologiche prima dette sarebbe stato strano se il Peschiulli ci avesse lasciato un’ampia produzione “arcadica”. E infatti non ce ne resta nemmeno un verso.

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/      

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/  

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/     

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ 

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/ 

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/ 

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico de Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

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1 Vita di Andrea Peschiulli da Corigliano ne’ Salentini detto Meri Foloetico scritta dall’Abate Domenico De Angelis leccese detto Arato Alalcomenio, in Giovanni Mario Crescimbeni (a cura di), Le vite degli Arcadi illustri, Antonio de’ Rossi, Roma, 1710, parte seconda, pp. 107-130.

2 In I giuochi Olimpici celebrati in Arcadia nell’ingresso dell’Olimpiade DCXXXIII in onore degli Arcadi illustri defunti, Monaldini, Roma, 1744, p. 296.

3 Ila Orestasio era il nome pastorale completo di Angelo Antonio Somai.

4 Alauro Euroteo era il nome pastorale completo di Bernardino Perfetti.

5 Filemone Clario era il nome pastorale completo di Carlo Cartari.

6 Eufisio Clitoreo era il nome pastorale completo di Pirro Maria Gabrielli.

7 Terone Filacio era il nome pastorale completo di Marcello Malpighi.

8 Bianore Craneo era il nome pastorale completo di Giuseppe Rocco Volpi.

9 Meri Foloetico, come dirò subito dopo, era il nome pastorale completo di Andrea Peschiulli.

 

Dialetti salentini: la carratizza e lu carritieddhu

di Armando Polito

(La prima immagine è tratta da http://www.brundarte.it/2018/12/05/professioni-mestieri-lecce-nel-1700/,  la seconda da http://www.me123456.altervista.org/joomla/index.php/che-bella-foto/60-che-bella-foto/851-la-carratizza.html e la terza da https://www.pinterest.it/pin/59602395044422142/?lp=true)

Il progresso in generale e in particolare quello tecnologico dei nostri tempi ha già consegnato tanti strumenti non alla pensione ma, bene che vada, a qualche negozio di antiquariato, se non, come di solito succede, a quell’anticamera della rottamazione che chi parla bene ma senza rendersi conto di essere schiavo del consumismo,  chiama obsolescenza.

La carratizza era una botte (poi un cilindro metallico) di dimensioni superiori alla media, che, sistemata su un carro agricolo, assolveva a più di una funzione. Non voglio mescolare il sacro con il profano, ma tant’è: la carratizza faceva la stessa cosa oggi fatta dall’autoespurgatore, solo che allora tutte le fasi dell’operazione erano condotte manualmente. La carratizza poi (non quella stessa …) al tempo della vendemmia veniva utilizzata per il trasporto del mosto e durante tutto l’anno per quello dell’acqua.

Suo figlio può essere considerato, date le dimensioni decisamente più ridotte, il carritieddhu, ove si conservava il vino.

L’uno e l’altro, poi, hanno come antenato il carru (carro). In particolare carratizza è forma aggettivale di origine deverbale: dal latino medioevale carrare (caricare su un carro). Al participio passato (carrata) si è aggiunto il suffisso –izza (dal latino –itia come in fittizia da ficta, participio passato di fingere). Carratizza, dunque, alla lettera significa (botte) destinata ad essere caricata, posta su un carro. Ricordo inoltre che, mentre dal latino carrare in italiano nulla è derivato, il salentino, aggiungendo in testa la preposizione in (la cui i- poi ha subito l’aferesi,  ha sviluppato ‘ncarrare che vuol dire premere. È intuitivo il nuovo concetto dal momento che, per lo sfruttamento ottimale dello lo spazio a disposizione, gli oggetti su un carro, come in una valigia, vanno posti a stretto contatto, pur non premendoli l’uno contro l’altro. Questo avveniva, invece, quando si conservavano i fichi secchi nella capasa o nei più piccoli capasone e capasieddhu1 e credo che tale operazione assolvesse anche alla funzione di garantire una migliore conservazione essendo minore la quantità di aria in circolazione nel recipiente. Nna pòscia ti fiche ‘ncarrate (alla lettera: una tasca di fichi secchi pressati era per i ragazzini dei tempi che furono quello che oggi il più costoso e alla moda panino firmato McDonald’s. Tornando a carratizza, sempre a quei tempi la voce veniva usata anche metaforicamente nel significato di grande quantità in espressioni come quiddhu tene nna carratizza ti sordi o, ancora più ad abundantiam,  quiddhu tene sordi a carratizze. Credo che il riferimento principale fosse alle dimensioni della botte, ma non ne escluderei uno alla sua importanza in un’economia  in cui la coltivazione della vite era tra le più rilevanti attività. Ad ogni modo si intuisce che, quando si usa una metafora del genere con appartenenti a generazioni recenti, è d’obbligo, per farsi capire, spiegare come stanno le cose …

Carritieddhu, invece, ha il suo esatto corrispondente nell’italiano caratello, con la differenza che ha conservato la doppia r di carrata ma ha cambiato la seconda a a in i, forse per influsso di carisciare, corrispondente formalmente e semanticamente all’italiano carreggiare) e di carisciola (rotaia lasciata dal passaggio di un carro o, per metafora, traccia di un liquido o di un solido come la farina che si versa da una fessura o, in qualche modo cola, come, per esempio, le gocce di acqua che cadono dall’impermeabile o dall’ombrello dopo essere entrati in un ambiente chiuso). In questo mondo strampalato, in cui la cementificazione selvaggia ha divorato il paesaggio e lo spazio, ci consoliamo con le miniature di alberi, cioé con i bonsai e, per quanto riguarda il tema di oggi, con un minuscolo esemplare di carritieddhu,  magari relegato, vuoto, in un angolo della cucina …

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1 https://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/03/capasone-e-il-capofamiglia-capasa-la-mamma-capasieddhu-il-figlio/

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (14/x): Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce

di Armando Polito

Si dice che madre non è la donna che ti che ti ha generato ma colei che ti ha cresciuto, anche se rimane vivo quasi sempre il desiderio di conoscere la propria madre naturale. La prima parte del detto, in fondo, potrebbe valere per tutti gli autori di questa collana che fecero fortuna o trascorsero la maggior parte della loro vita lontani dal luogo natio, nel nostro caso la Terra d’Otranto. Lo stesso vale all’incontrario (anche se solo inizialmente) per Giorgio e Giacomo Baglivi  che, nativi di Ragusa in Dalmazia, vennero adottati nel 1684 da due fratelli leccesi (rispettivamente Piero Angelo e Oronzo Baglivi, il primo  medico, il secondo canonico della Cattedrale) del quale assunsero il cognome. Giorgio, che era nato nel 1668, divenne uno dei medici più famosi d’Europa e morì nel 1707.  Inizio da lui.

Dato il taglio di questa collana, tralascio di citare le numerosissime sue pubblicazioni scientifiche e a tal proposito mi limito a riprodurre le pagine iniziali di una del 1704, il cui frontespizio risulta preceduto da un’antiporta contenente il suo ritratto.

Su quest’ultimo1, che di seguito riproduco da solo, voglio spendere qualche parola.

La cornice dell’ovale appare costituita dalla doppia riproduzione del bastone di Asclepio, antico simbolo associato alla medicina, consistente in un serpente attorcigliato intorno ad una verga, qui intorno ad una corona d’alloro sormontata da un sole splendente, simboli entrambi alludenti alla chiara fama del nostro. Ma un sottile legame lega il sole al gallo rappresentato nella parte inferiore su un letto di rami ardenti: un tramite tra la notte e il giorno, tra la morte e la vita, ben oltre il valore di animale sacrificale legato alla guarigione secondo un’interpretazione non superficiale di un passo di Platone2, non sfuggita ad un attento commentatore di qualche secolo fa3.

Passo alla parte testuale della tavola:

GEORGIUS BAGLIVUS AETAT(E) 34 (Giorgio Baglivi a 34 anni)

Più in basso: a sinistra C(laude). Duflos sc(ulpsit) e a destra Parisiis. L’incisione, dunque, è del francese Claudio Duflos (1665-1727), che operò a Parigi.

Fuori campo: Carolus Maratta inv(enit), delin(eavit) et Autori amico D(ono) D(edit) D(edicavit) Romae 1703 (Carlo Maratta ideò, disegnò e all’autore amico diede in dono, dedicò Roma 1703). Sul Maratta e sui suoi legami con gli Arcadi di Terra d’Otranto rinvio a Caraccio e Maratta e ad Antonio Caraccio di Nardò           .

Qui mi preme sottolineare, in rapporto all’analisi fatta della tavola, quanto felice fu “l’idea” del Maratta ed efficace il suo disegno.

È tempo che mi occupi di Giorgio come arcade.

Entrò nell’accademia il 10 aprile 16994 col nome pastorale di Epidauro Pirgense. Se Epidauro evoca immediatamente la greca Ἐπίδαυρος (leggi Epìdauros) in Argolide, che non dev’essere stata scelta casualmente dal Baglivi, essendo essa la patria di Asclepio, il dio della medicina, Pirgense è dall’aggettivo latino Pyrgense(m), che significa relativo a Pirgi [in greco Πύργοι (leggi Piùrgoi), in latino Pyrgi], cittadina dell’Etruria.

La stima di cui godeva anche in seno all’Arcadia trova una conferma nella biografia che Giovanni Mario Crescimbeni, uno dei fondatori della stessa accademia, di lui scrisse5 e in un sonetto che un altro fondatore gli dedicò6 e che di seguito riporto.

Trasformazione in Fenicea. Di Montano Falanziob uno de’ XII colleghi. In lode d’Epidauro Pirgense

Se, come altri già ottenne, a me pur lice,

anco ad onta, e stupor di mia natura,

novamente cangiar sorte, e figura,

deh fammi, o Feboc, diventar Fenicea.

Né pensar, che desii Dd’esser felice

con quella vita io già, ch’eterna dura:

ch’anzi temer potrei per mia sventura

eternamente allor farmi infelice.

Ciò bramo io sol, perché in più giusti modi,

e almen con tempo al di lui merto egualee,

d’Epidauro cantar potrò le lodi.

Perch’eif, che spesso ad altrui pròg lo straleh

spezzò di morte, e ne schernìo le frodii,

mertal in Pindom a ragion vita immortale.

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a O araba fenice, mitico uccello che rinasceva dalle proprie ceneri.

b Nome pastorale dell’abate Pompeo Figari di Genova.  

c Epiteto di Apollo; dal greco φοῖβος (leggi fòibos), che significa lucente.

d che io desideri

e e almeno in uno spazio temporale adeguato ai suoi meriti

f egli

g vantaggio

h freccia

i e si fece beffa dei suoi inganni

l meriti

m Monte della Grecia, anticamente ritenuto sede delle Muse.

Molto probabilmente gli impegni scientifici impedirono a Giorgio di dedicare un po’ del suo tempo alla produzione letteraria, il che spiega l’esito finora negativo che hanno avuto i tentativi di trovare qualche suo componimento in raccolte altrui.

Un po’ più fruttuosa per questo aspetto è stata la stessa indagine operata su Giacomo (1670-1712) che era entrato nell’Arcadia contemporaneamente al fratello col nome pastorale di Meropo Alittorio. Parecchi personaggi mitologici ebbero il nome di Merope, ma tra essi il più candidabile per il riferimento relativo (con cambio della desinenza al maschile?) mi pare essere  una delle Eliadi, figlia di Helios e dell’oceanina Climene. Per quanto riguarda Alittorio so soloche venne assunto come seconda parte del nome pastorale pure da Giuseppe Odazzi di Atri e da Paolo Borghese di Roma, ma questo non mi ha aiutato nel reperire uno straccio di riferimento.

Di lui ho reperito7 solo un’ecloga in esametri latini.. Secondo il modello classico essa è costituita da uno scambio di battute tra due pastori, Meropo …8 (Giacomo Baglivi) e Estrio Cauntino (l’agostiniano Giovanni Battista Cotta da Tenda):

La riporto pagina per pagina  in formato immagine facendola seguire dalla mia traduzione con le opportune note.

(Ecloga di Meropo … e di Estrio Cauntino

Meropo  Estro

Quel giorno è giunto in cui è lecito stimolare con la voce, o Arcadi, ed entrare nei premi sotto un facile giudice, in cui è lecito tentare melodie e toccare l’agreste zampogna. Oh dopo che ci siamo concessi al bosco, oh se qualcuno mi si ponesse di fronte a gareggiare a versi alterni! a

ESTRIO Ci sono le forze né manca il canto e la zampogna a due fori, con i quali sarei capace non solo di gareggiare con te nel verso ma di chiamare a gara nel canto lo stesso Febo. Ma perché è necessario, tolta la pelle, mettere allo scoperto i nostri arti e cospargere le selve di vivo sangue? Celebriamo piuttosto Alnanob con alterno onore.

MEROPO Oh, Estrio, forse è adeguato canto dalla gracile zampogna esaltare un Pastore che spinto dai meriti in nobile

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a Questa battuta, anche se non è indicato espressamente, è da ascrivere a Meropo.

b Alnano Melleo era il nome pastorale di Giovanni Francesco Albani di Urbino, cardinale e poi  papa  col nome di Clemente XI, socio dell’Arcadia per acclamazione dal 12 maggio 16959 e dedicatario della raccolta.   

sedea, già da tempo evitandola, infine ne accolse l’onore per dare compimento ai comandi celesti, egli che, come l’Olimpo con la vetta sta tra i monti, tanto egli si distingue in altezza tra i sacri Padri, Tuttavia, per non sottrarmi, verrò dovunque mi chiamerai. Comincia! Seguiremo quel che la Musa ci concederà.

ESTRIO Comincerò. Ho visto Alnano mentre cinto di porpora e brillante di bisso camminava nella nobile cittàb: quale regina delle api, circondato da lunga schiera, risplende di nativa maestà e brilla di oro. Così andava tra i benemeriti Padri e il sacro senato, veramente più grande del regno e più grande della tiara. E. mentre l’aria risuonava intorno di voci festose, in Arcadia i verdi colli rimbombarono di festoso mormorio, Eco che si nascondeva rispose con applausi e i campi sembrarono rivestirsi improvvisamente di fiori. Da qui ritornano le antiche arti: pronte le Camenec sollevano il collo disprezzato  e quelle che arrossirono nei campi  osando a stento di emettere un canto, a stento di toccare il plettro, mentre viene Alnano, improvvisano pubblicamente melodie e con verso non timoroso addolciscono le taciturne selve. Ma dove la musa trascina colui che canta le gesta del Pastore! Per esempio io ora canto cose più grandi di quanto ispirino i campi e il bosco. Ma le nostre selve. che sarebbero  state un tempo degne di un antico Console, ora lo sono di un Principe. Come talora il fiume abbandona il letto nativo oltrepassate le rive, così io Estrio, immemore della campagna, immemore di aver vissuto già da misero bovaro, cercando alte mete esclamo: – Voi, selva e campi, state bene! -. Ma ora guarda quanto Dio arda in un volto illustre e quanto grande sia la gradita maestà dell’eccelso pudore! Guarda le forze dell’animo, quali neppure le poesie immaginano per i semidei, guarda lo sguardo e il decoro della fronte!

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a il papato

b Roma

c Le Camene erano antiche divinità latine delle sorgenti, assimilate alle Muse dei Greci, e perciò assunte a simbolo dell’ispirazione poetica.

Chi poteva piegare lo scettro, chi, più degno, la città? Da solo affronta fatiche temibili per gli dei, Potente per saggezza e parola: tanta è la facoltà dell’ingegno che illustri romani ammirano i responsi . Tu, o Cinziaa, vedi lui vigile in pesanti preoccupazioni; lo vedi tu, Febo, e più ampio illumini il cielo.

MEROPO Senza dubbio egli volge queste preoccupazioni al pubblico interesse, un tempo pastore dell’Arcadia, ora della città, guidando il peso delle cose sacre e il peso di Quirinob. Si prepara a costruire tempi miti per il mondo turbato, a correggere con le leggi i costumi e le frodi e di mandare fino alle regioni più lontane e ai regni barbari i salutari riti e i diritti da rispettare, per convertire a dei migliori le genti malate affinché si faccia strada la fede per gli dei e l’onore per gli altari. Proteggerà l’Italia, l’Italia che geme sotto il crudele Marte, ora con la preghiera, ora con le lacrime, ora conciliando con nobile voce i cuori dei re con la desiderata pace, mentre il Pastore stimola premuroso l’opera di pace e mentre il Padre commiserando l’afflitto invoca un’era tranquilla. Da qui una sicura quiete e tempi che non sanno cos’è la guerra spingeranno le stragi degli uomini e l’amore del massacro al di là del Tanaic e del Tigri e dei tempestosi giacigli del sole. Così il padre e il Pastore a voce altissima insegneranno a far sentire un suono tra le sacre trombe, non tra gli accampamenti. Tu, Temid, che nel frattempo hai commiserato gli antichi Penatie, affrettati a consegnare a Clemente i piatti della bilancia affidati a vantaggio dello stato romano , della religione gemente. La gloria richiesta con tali auspici trasferirà alla gioventù latina le virtù e il coraggio consoni ai Romani e in seguito rinvigorirà le memorie degli avi. Se sotto un tale Principe è prossima la fine per lo stato di rovina e una migliore età per i secoli a venire,

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a Epiteto di Diana; dal monte Cinto su cui era nata.

b Nella leggenda della fondazione di Roma fu identificato con Romolo. Qui sta come il simbolo del detentore del potere amministrativo (distinto solo formalmente da quello religioso appena nominato).

c Antico nome del Don; dal latino Tanais, a sua volta dal greco Τάναις (leggi Tànais), che è probabilmente da”iranico dānu che significa fiume.

d Dea greca del diritto e delle leggi. Regge una bilancia, simbolo del giudizio.

e Divinità romane protettrici della famiglia.

chi negherebbe i pascoli al gregge, i ruscelli alle erbe assetate, il latte agli agnelli, i fiori alle api e il citiso alle caprette? La terra grazie alla diffusa rugiada concederà le messi, le mammelle della vacca produrranno latte più del solito e cresceranno già un altro gregge e un altro ovile. Se, o grande Padre, Dio ha mandato te dall’alto Olimpo a presidio per le terre, con comune dono vivi una lunga vita e dispensatore di pace e di placida quiete, vigilando nello stesso tempo sulla speranza e sul gregge e benigno sui nostri campicelli, proteggerai l’asilo del sacro boscoa.

ESTRIO Con questa guida non la volpe, il feroce leone, non il velenoso serpente e l’orsa che suscita ansia circonderà i campi parrasib.

MEROPE Con questa guida l’ombra non nuocerà ai solchi, non alle messi, né la spiga ormai gonfia avrà paura delle fredde stelle.

ESTRIO Se qualche pecora si perde per i luoghi solitari dello scosceso monte, sollevata dalle braccia si nutre di erbe migliori.

MEROPE Se qualche scabbia, quella che rovinaC i velli, colpisce il gregge, subito al contagio appone la vigile mano.

ESTRIO Se qualche albero si protende verso il cielo con gracile tronco, grazie all’agricoltore Alnano respinge  le nevi e i venti.

MEROPE Se qualche speranza di preda spinge il lupo intorno agli ovili, grazie al Pastore Alnano vanifica gli inganni e la preda.

ESTRIO Oh felice Pastore, al quale  sorridono i campi, i coloni applaudono e le nostre ninfe modulano canti!

MEROPE Oh felice Pastore, al quale Roma prepara, il Lazio raddoppia e la terra  contraccambia grandi promesse e preghiere!

ESTRIO  Intorno a te scorrano moltissime generazioni, e per te le sorelle filino concordi stami senza fine.

MEROPE Febo volge al tramonto. Tu smetti:  infatti se in te, Clemente, ci sono tante arti di un santo cuore, che hanno potuto celebrare i sibili di un’esile zampogna?

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a Bosco Parrasio fu il nome generico scelto dagli Arcadi per le sedi  provvisorie delle loro adunanze, passato poi definitivamente alla prima stabile inaugurata nel 1726. Parrasio è da Parrasia, regione della Grecia antica nella parte meridionale dell’Arcadia.

b Vedi la nota a.

c Nel testo originale si legge tenera, che, oltretutto, genererebbe insanabile difficoltà metrica;  è evidente che si tratta di un errore per temerat, ascrivibile, data la caratura degli autori, alla composizione tipografica.

d Sono le tre Parche, che presiedevano alla vita di ogni uomo:Cloto filava il filo simboleggiante la vita, Lachesi ne stabiliva la lunghezza, Atropo lo recideva.

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1 Con un’operazione scorretta, a quei tempi difficilmente scopribile e sanzionabile, lo stesso ritratto, ma senza le firme degli autori e la dedica, compare come antiporta in un’altra edizione (s. n., Anversa, 1715). Frutto di un altro rame di qualità visibilmente inferiore, come, a parte quanto detto, mostrano altri dettagli che lascio al lettore individuare.

2 Fedone, 118a (sono gli ultimi attimi di vita di Socrate): Ἥδη οὖν σχεδόν τι αὐτοῦ ἦν τὰ περὶ τὸ ἦτρον ψυχόμενα, καὶ ἐκκαλυψάμενος—ἐνεκεκάλυπτο γάρ—εἶπεν—ὃ δὴ τελευταῖον ἐφθέγξατο—‘ὦ Κρίτων, ἔφη, τῷ Ἀσκληπιῷ ὀφείλομεν ἀλεκτρυόνα· ἀλλὰ ἀπόδοτε καὶ μὴ ἀμελήσητε.’ (Ormai dunque erano fredde le parti intorno al cuore e scoperto, infatti era stato coperto, disse, furono le sue ultime parole: – O Critone, siamo debitori di un gallo ad Asclepio, ma dateglielo e non ve ne dimenticate!)

3 Sebastiano Erizzo, I dialoghi di Platone, Varisco, Venezia, 1574, pp. 243-245.

4 L’Arcadia del Canonico Giovanni Mario Crescimbeni, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 349.

5 Notizie istoriche degli Arcadi morti, Antonio de’ Rossi, Roma, 1721, tomo III, pp. 276-280.

6 I giuochi olimpici celebrati in Arcadia nell’Olimpiade DCXXII in lode degli Arcadi defunti nella precedente Olimpiade pubblicati da Giovanni Mario Crescimbeni,  Antonio de’ Rossi, Roma, 1710, p. 84.

7 I giuochi olimpici celebrati dagli Arcadi nell’Olimpiade DCCXX in lode della Santità di N. S. Papa Clemente XI e pubblicati da Giovanni Mario de’ Crescimbeni Custode d’Arcadia, Monaldi, Roma, 1701, pp. 33-36.

8 Alla data del 1710, dunque, non risulta ancora assegnata a Giacomo la seconda parte del nome pastorale (conteneva di solito un riferimento toponomastico detto campagna).

9 L’Arcadia del Canonico Giovanni Mario Crescimbeni, op. cit., p. 345.

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/      

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/  

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/   

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ 

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/ 

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

Dialetti salentini: fògghie, fugghiàzze e scafògghie

di Armando Polito

Quando si studia un termine dialettale si cerca anzitutto di individuare, se esiste, il perfetto corrispondente italiano. Per perfetto intendo qualcosa di coerente, oltre che sul piano formale, anche su quello semantico.

Nel nostro caso, per esempio, per fògghie si pensa subito, e a ragione, all’italiano foglie, plurale di foglia. Ma fògghie in salentino è usato, sempre al plurale, come sinonimo di verdura: osce mangiamu fae e fògghie (oggi mangiamo fave e verdura, uno dei nostri piatti tipici). Molto probabilmente l’uso del plurale è legato proprio a questo piatto, che nella sua versione più fedele alle origini prevede l’impiego di crema di fave bianche e verdure selvatiche di vario genere: cicureddhe creste (giovani cicorie agresti) o cicore ti campagna1(cicorie di campagna).

fave e cicorie
(foto di Gloria Presicce)

 

Per significare la foglia, invece il salentino usa fugghiazza, sia al singolare (è catuta ‘nna fugghiazza=è caduta una foglia) che al plurale (sta’ ccatinu li fugghiazze=stanno cadendo le foglie). Non c’è corrispondente italiano (fogliame è termine collettivo), anche se fugghiazza ha in comune con esso, a parte la voce primitiva (foglia) il suffisso peggiorativo: –azza corrisponde perfettamente all’italiano –accia, entrambi derivanti da un latino –acea. Il suffisso peggiorativo la dice lunga sulla commestibilità delle fògghie rispetto alle fugghiazze.

Per completezza va detto  che in alcune zone del Brindisino scafògghie (o scafòje) indica le verdure selvatiche e in altre lo scarto delle verdure da minestra; nel primo caso s- iniziale (dal latino ex) ha un valore intensivo, nel secondo dispregiativo.

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1 https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/18/ed-oggi-conosciamo-le-verdure-di-campagna-tanto-care-ai-salentini/

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (13/x): Domenico De Angelis di Lecce (1675-1718)

di Armando Polito

Dato il taglio documentario di questa raccolta relativo ai componimenti sparsi in raccolte altrui1, per la vita ed altri dati rinvio alla biografia scritta dal tarantino Francesco Maria Dell’Antoglietta (anche lui arcade col nome pastorale di Sorasto Trisio2) ed inserita in Notizie istoriche degli Arcadi Morti , Antonio de’ Rossi, Roma, 1720, tomo II, pp. 94-100 ed a quella scritta dal gallipolino G. B. De Tommasi ed inserita in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1818, tomo V, s. pp. Da quest’ultimo volume riproduco il ritratto che segue.

Arato Alalcomenio era il suo nome pastorale. Se Arato fa pensare al poeta greco Arato di Soli (IV-III secolo a. C.) certamente Alalcomenio contiene un riferimento ad Ἀλαλκομένιον (leggi Alalcomènion), antica città della Beozia. Risulta iscritto all’Arcadia il 3 agosto 16983.

Un madrigale è in I giuochi olimpici celebrati dagli Arcadi nell’Olimpiade DCXX in lode della Santità di N. S. Papa Clemente XI e pubblicati da Giovanni Mario de’ Crescimbeni Custode d’Arcadia, Monaldi, Roma, 1701, p. 80:

Ghirlanda di Gigli, e di Viole. Madrigale d’Arato Alalcomenio

Di bei candidi Gigli, e rugiadosi

colti dal verde piano,

e di vaghe Viole

colte dal vicin Fonte

priaa che nascesse il Sole,

del glorioso ALNANOb

circonderei la sacra augusta Fronte,

per adornar dell’immortal Pastore

con sì leggiadri Fiori, et odorosi

dell’Animo il candore,

e l’umiltà del Core.

__________ 

a prima

b Alnano Melleo era il nome pastorale di Clemente XI (Francesco Albani) arcade acclamato nel 1695, prima che nel 1700 fosse eletto papa.

 

Un sonetto è in Rime e prose di Francesco Maria Tresca in lode dell’Invittissimo edAugustissimo Imperadore Carlo VI e redelle Spagne, consacrate all’Augustissima Maria Elisabetta di Volfenputel  Imperadrice regnante da Fra’ Berardino Tresca Cavaliere Gerosolimitano fratello dell’auttore, Mazzei, Lecce, 1717, p. 276.

Del Canonico Domenico De Angelis Accademico degli Spioni4

O beati quei tempi, in cui l’alloro

passò de’ vati a coronar Regnantia

e con bel cambio si rendean tra loro

e questi e quelli eternità di vanti.

Servia di tromba allor plettro canoro

a rendere immortali i trionfanti,

ma del trionfo poi l’alto lavoro

tornava ai vatib, e fea felici i canti.

Per te eccelso cantor bram’io, che riedac

del’aurea etate il Secolo vetustod

e che al tuo mertoe egual mercèf conceda.

A me liceg sperarlo, e troppo è giusto,

che tua mercedef il Mondo ammiri, e veda

rinnovellatoh il secolo d’Augusto.

 

Non è raro in pubblicazioni del genere che ad un componimento encomiastico segua la risposta del celebrato. Così successe per il De Angelis e, se a rispondere era un papa, l’onore diventava doppio.5 

______

a passò dai poeti a incoronare i re

b poeti

c ritorni

d il secolo antico dell’età dell’oro

e merito

f conceda pari ricompensa

g è lecito

h rinnovato

 

Un sonetto è in Corona poetica rinterzata in lode della Santità di N. S. Papa Clemente XI da Giovanni Mario de’ Crescimbeni Custode d’Arcadia, Chracas, Roma, 1701, p. 30:

 

D’Arato Alalcomenio. Uno de’ XII Colleghi.

Di tua mente uno sguardo almoa, e giocondo

render può sol felice, anzi beato

il nostro Pastoral ruvido stato,

ch’era a noi di gravoso inutil pondob.

L’umìl zampogna esiliar dal Mondo

volean l’Invidia, e ‘l fiero avverso Fato,

né più sentiasic il cantar dolce usato

(e s’ei fiad spento, qual sarà il secondo?).

Ma tosto si vedran d’Invidia a scorno

scortie da saggia, e gloriosa guida

far nel Parrasio Boscof al fin ritorno

dolce cantar, santa Amicizia,e fida,

di tuo splendore un gentil raggio adorno

se alle nostre Foreste avvien che arrida.

 

_______

a nobile

b peso

c si sentiva

d sarà

e scortati

f Così gli Arcadi chiamavano il luogo scelto per le loro adunanze prima che tale nome venisse assunto dalla suggestiva villa che si fecero costruire su progetto dell’architetto arcade Antonio Canevari (nome pastorale: Elbasco Agroterico) e dell’allievo Nicola Salvi (nome pastorale: Lindreno Issuntino), inaugurata il 9 settembre 1926. Parrasio è dal greco Παρράσιος (leggi Parràsios), che significa di Parrasia, regione della Grecia antica nella parte meridionale dell’Arcadia.

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (premessa)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/      

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/  

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/     

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ 

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/ 

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

_____________

1 Sue opere “autonome” furono: Della patria d’Ennio, Monaldi, Roma, 1701 e s. n., Firenze, 1702; Le vite dei letterati salentini, s. n., Firenze, 1710 (v. I) e Napoli, Raillart, 1713 (v. II); Orazione in morte dell’augustissimo imperadore Gioseppe Primo d’Austria, recitata nel duomo della città di Gallipoli, s. n., Gallipoli, 1711; Lettere apologetiche istorico-legali, nelle quali rispondendosi ad alcune scritture pubbliche in nome del Governatore di Lecce, scritte intorno alle differenze, che versano tra l’illustrissimo Monsignore Vescovo, e la medesima illustrissima Città di Lecce per la giurisdizione del Casale di S. Pietro di Lama, e di S. Pietro Venotico, si dimostrano vane le pretensioni della Città, e si stabiliscono le ragioni della Vescovil Chiesa di Lecce, s. n., s. l. s. d.

2 https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

3 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 348.

4 Per l’Accademia degli Spioni vedi in Archivio storico per le province napoletane, Giannini, Napoli, 1878, anno III, fascicolo I, pp. 150-153.

5 Clemente XI gli rispose con questo sonetto: Trattai con dubia man plettro sonoro/strade tentando inusitate avanti/,ma quando alfin credea l’alto lavoro/conobbi i miei pensieri andar erranti./Felice te, che delle muse il coro/colmi di tutti i preggi onesti, e santi,/tal che eccelso cantor fusti per loro/e scrittor d’alme di virtuti amanti./Godi, che il tuo gran merto altro non chieda/,di pura lode e di due palme onusto/in ben sicura parte alberghi, e sieda./Ch’io se del calle faticoso e angusto/uscirò mai, dritto è che ognun ben creda/che il Real suo splendor mio stil fè augusto.

Nardò: quando la città era celebrata in versi e i poeti erano Agitati …

di Armando Polito

L’importanza di una città si misura attualmente più dalle iniziative di carattere economico che essa è in grado di prendere e, per lo più, visti i risultati, anche quelle culturali, pubbliche o private sono soggette alle prime, in ultima analisi non a favore della conoscenza, ma del profitto, per giunta di pochi; e per quelle pubbliche resta quanto meno il sospetto che il popolare, per non dire godereccio,  serva solo da comodo alibi per coltivare il consenso, nella più bieca applicazione dell’antico panem et circenses. D’altra parte nell’immaginario collettivo qualsiasi circolo culturale continua ad apparire come un ambiente esclusivo più che inclusivo,  come una nicchia elitaria. Le accademie, per entrare nello specifico, non nascono certo oggi e, comunque,  costituiscono la spia principale della vivacità culturale di una comunità, anche quando il loro nome non sembra essere indizio di serietà (un esempio pugliese: L’Accademia del lampascione di San Severo). La soluzione è facilmente intuibile: favorire un punto d’incontro tra un'”intellettualità” sovente schizzinosa, gelosa e narcisistica (quando non supponente) e una “popolarità” forse anche superficiale, ma per il cui innalzamento culturale si fa sempre meno, e non solo per colpa dell'”intellettualità” di prima.

Sotto questo punto di vista non saprei dire come Nardò stia messa oggi, ma mi piace ricordare con una punta d’amarezza da laudator temporis acti la sua situazione nel XVIII secolo.

Già agli inizi del precedente  il duca Belisario Acquaviva d’Aragona vi aveva fondato l’Accademia del Lauro e dopo la sua estinzione per iniziativa del vescovo Cesare Bovio nacque l’Accademia degli Infimi, che prosperò fino alla fine del secolo XVII.

Il post di oggi è ambientato nel secolo XVIII (più precisamente nel 1721), quando, per iniziativa della duchessa Maria Spinelli, nacque l’Accademia degli Agitati. Essa raggiunse l’apice della fioritura e della fama nel 1725, grazie al patrocinio di Cesare Michelangelo d’Avalos d’Aquino d’Aragona, marchese di Pescara e del Vasto. Egli ne fu principe perpetuo col nome di Infaticabile, Console fu Francesco Antonio Delfino, soci furono Giovanni Giuseppe Gironda marchese di Canneto col nome di Audace, l’abate Girolamo Bados col nome di Ravveduto, Giuseppe Salzano de Luna col nome di Luminoso, Scipione di Tarsia Incuria col nome di Ardito, Domenico Parisi col nome di Intrattabile e Mattia de Pandis col nome di Nadisco.

Una rapida scorsa ai nomi (quelli originali) nonché ai titoli fa capire come non ci fosse un legame diretto tra la maggior parte dei personaggi citati e Nardò, fatta eccezione, forse, per Francesco Antonio Delfino, Domenico Parisi e Mattia de Pandis, i cui cognomi erano diffusi a Nardò in quel tempo (quelli degli gli ultimi due ancora oggi). Paradossalmente, però, c’è da dire che il loro interesse per Nardò non era certo casuale e, da qualsiasi sentimento fosse dettato, esso era una prova della considerazione, anche politica,  di cui la città godeva. Se il rapporto tra Maria Spinelli di Tarsia e Nardò (e, per via di una probabile parentela con lei anche quello di Scipione di Tarsia Incuria, casato diffuso a Conversano), era scontato e si intrecciava pure con la sua storia pregressa (la duchessa era moglie di Giulio Antonio IV Acquaviva, undicesimo duca di Nardò e ventitreesimo conte di Conversano), quello degli altri esige un discorso più lungo. Comincio da Cesare Michelangelo d’Avalos d’Aquino d’Aragona (1667-1729), feldmaresciallo, oltre che principe del Sacro Romano Impero, con una collezione impressionante di ulteriori titoli nobiliari. DI seguito il suo ritratto (tavola tratta da Domenico Antonio Parrino, Teatro eroico, e politico dei governi de’ vicere del regno di Napoli dal tempo del re Ferdinando il Cattolico fino al presente, Parrino e Mutii, Napoli, 1692), un tallero del 1706 (immagine tratta da Simonluca Perfetto, Demanialità, feudalità e sede di zecca. Le monete a nome di Don Cesare Michelangelo d’Avalos per i marchesati di Pescara e del Vasto,  Vastophil, Vasto, 2012), in questo caso moneta di ostentazione, cioè di rappresentanza, poco più che una medaglia, che gli Asburgo gli avevano concesso di coniare dal 1704, quando si trovava in esilio a Vienna, e una medaglia del 1708 (immagine tratta da  http://www.tuttonumismatica.com/topic/3960-medaglia-di-cesare-michelangelo-davalos/).

Al dritto: busto di Cesare Michelangelo con parrucca, corazza e tosone d’oro al collo; legenda: CAES(ARDAVALOS DE AQUINO DE ARAG(ONIAMAR(CHIOPIS(CARAE) ET VASTI D(UX) G(ENERALIS) S(ACRI) R(OMANI) I(MPERII) PR (INCEPS) [Cesare d’Avalos d’Aquino d’Aragona marchese di Pescara e duca di Vasto principe generale del Sacro Romano Impero).

Al rovescio: stemma familiare con legenda: DOMINUS REGIT ME ANNO 1706 [Il signore mi guida anno 1706)

Al dritto: due fasci di spighe di grano legate da nastri svolazzanti, sui quali si legge: FINIUNT PARITER RENOVANTQUE LABORES [Le fatiche allo stesso modo finiscono e ricominciano] su quello di sinistra e SERVARI ET SERVARE MEUM EST [È cosa mia essere rispettato e rispettare] su quello di destra. Entrambi i motti fanno parte della storia del casato per la linea maschile e per quella femminile1.

Non è dato sapere quale motivo più o meno recondito rese Cesare Michelangelo mecenate a favore di Nardò, ma è certo che ben poco si sarebbe saputo dell’Accademia degli Agitati (come successo per tante altre della cui produzione poco o nulla fu pubblicato) senza la Compendiosa spiegazione dell’impresa, motto, e nome accademico del Serenissimo Cesare Michel’Angelo d’Avalos d’Aquino d’Aragona che Giovanni Giuseppe Gironda, come s’è detto, uno dei soci, pubblicò per i tipi di Felice Mosca a Napoli nel 1725 (integralmente leggibile in https://books.google.it/books?id=o3peAAAAcAAJ&pg=PA6&dq=compendiosa+spiegazione+michelangelo+D%27AVALOS&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwic9Z6L7_zkAhULjqQKHfTPDbgQ6AEIKDAA#v=onepage&q=compendiosa%20spiegazione%20michelangelo%20D’AVALOS&f=false).

Giovanni Giuseppe, figlio di Alfonso, fu il quarto marchese di Canneto dal 1708 (feudo ceduto nel 1720 alla famiglia Nicolai, mantenendone però il titolo), Patrizio di Bari, primo Principe di Canneto dal 1732.

Il volume ospita un nutrito numero di componimenti dei soci che ho citato all’inizio ed a breve leggeremo quelli in cui compare espressamente il nome di Nardò. Prima, però, intendo dire qualcosa sui soci fin qui trascurati. Girolamo Bados potrebbe essere colui che ebbe una controversia col lucchese Alessandro Pompeo Berti (1686-1752), che ne lascio memoria in Se fosse maggior dignità il Consolato,o la Dittatura nella Repubblica Romana. Controversia col Sig. Abate Girolamo Bados, opera manoscritta di cui è notizia in Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, Bossini, Brescia, 1760, v. II, p. II, p. 1038. Per Giuseppe Salzano de Luna (nel volume del Gironda è detto Cavaliere) null’altro posso ipotizzare se non l’appartenenza a quel casato napoletano. Nello stesso volume Domenico Parisi appare col titolo di Segretario di S. A. e Francesco Antonio Delfino come abate.

Siamo giunti, finalmente, alle poesie dedicate a Nardò, tutte del Gironda: cinque in lingua latina [quattro in distici elegiaci (nn. 1, 2, 3 e 5), una in strofe alcaiche (n. 4)] ed una in italiano (un sonetto, n. 6), rispettivamente alle pp. 64-66, 66-67, 67-68, 71-73, 74 e 75. Una nota filologica preliminare: del toponimo la forma adottata è, come vedremo, Neritos, con il derivato aggettivo Neritius/a/um, il quale, nel latino classico significa di Nerito (monte di Itaca citato da Omero).

Appare evidente l’ipotesi, a quel tempo dominante2, di un legame tra Ulisse  e Nardò, ipotesi durata a lungo ma poi abbandonata a favore della derivazione del toponimo da una radice indoeuropea nar che significa acqua. Nella trascrizione ho rispettato il testo originale, comprese le iniziali maiuscole e la punteggiatura, mentre nella traduzione, che mi sono sforzato di rendere quanto più letterale possibile (rispettando anche la corrispondenza del verso, tuttavia senza la velleità di fornire una traduzione poetica), ho fatto prevalere l’uso moderno. Per quanto riguarda le note di commento non mi illudo che esse (in particolare quelle con riferimenti alla mitologia) suscitino curiosità nel giovane lettore, ma non dispero che risveglino qualche ricordo, non necessariamente gradito se ha frequentato il liceo classico …,  in chi, più o meno, ha la mia stessa età.

1) (pp. 64-66)

2) ( pp. 66-67)

3) (pp. 67-68)

4) (pp. 71-73)

5) (p. 74)

 

6) (p.75)

___________

1 Finiunt pariter renovantque labores era stato già il motto dell’Accademia dei Pellegrini fondata a Venezia nel 1550 (Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica  da S. Pietro sino ai nostri giorni, Tipografia Emiliana, Venezia, 1858, v. XCI, p. 348 alla voce Venezia), ma esso nello stesso periodo risulta confezionato da Paolo Giovio (1483 circa-1552) secondo quanto si legge nel Dialogo dell’Imprese militari di Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nucera uscito postumo per i tipi di Antonio Barre a Roma nel 1555. Dall’edizione uscita per i tipi di Guglielmo Roviglio a Lione nel 1559 alle p. 103-104 si legge: Hora queste spighe del signor Theodoro mi riducono à memoria l’impresa, ch’io feci al Signor Marchese del Vasto, quando dopò la morte del Signore Antonio da Leva fù creato Capitan Generale di Carlo Quinto Imperatore; dicendo egli , che à pena eran finite le fatiche , ch’egli aveva durate per esser Capitano della fanteria, ch’egli era nata materia di maggior travaglio; essendo vero, che ‘Generale tiene soverchio peso sopra le spalle: gli feci dunque in conformità del suo pensiero, due covoni di spighe di grano maturo con un motto, che girava le barde e le fimbrie della sopravvesta, e circondava l’impresa nello stendardo; il qual motto diceva FINIUNT PARITER RENOVANTQUE LABORES ; vol end’io isprimere, che à pena era raccolto il grano, che nasceva occasion necessaria di seminarlo per un’altra messe, e veniva à rinovar le fatiche de gli aratori. E tanto più conviene al soggetto del Signor Marchese, quanto che i manipoli delle spighe del grano furono già gloriosa impresa guadagnata in battaglia da Don Roderigo Davalos bisavolo suo, gran contestabile di Castiglia. E a p. 102 compare l’immagine seguente.

Lo stesso Bovio risulta essere il creatore pure di Servari et servare meum est. AlLe pp. 100-101 della stessa opera si legge: E poi che siamo entrati nelle donne, ve ne dirò un’altra [impresa], ch’io feci all’elegantissima Signora Marchesa del Vasto Donna Maria d’Aragona, dicendo essa, che sì come teneva singolar conto dell’honor della pudicitia, non solamente la voleva confermare con la persona sua, ma anchora haver cura,che le sue donne, donzelle e maritare per istracuraggine non la perdessero. E perciò teneva una disciplina nella casa molto proportionata à levare ogni occasione d’huomini e di donne, che potessero pensare di macchiarsi l’honor dell’honestà. E così le feci l’impresa che voi avete vista nell’atrio del Museo, la quale è due mazzi di miglio maturo legato l’uno all’altro, con un motto, che diceva:SERVARI ET SERVARE MEUM EST, perche il miglio di natura sua, non solamente conserva se stesso da corruttione, ma anchora mantiene l’altre cose,che gli stanno appresso, che non si corrompano, sì com’è il reubarbaRo e la Canfora, le quali cose pretiose si tengono nelle scatole piene di miglio, alle botteghe de gli speciali, accio ch’elle non si guatino.

E a corredo a p. 100 la relativa immagine.

2 Giovanni Bernardino Tafuri in Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, in Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, tomo XI, 1735, p. 33 scrive di un anonimo scrittore del quale cita un piccolo frammento trascritto da Bartolomeo Tafuri nel suo lavoro manoscritto dal titolo Mescolanze: Neritini, qui Chones etiam vocabantur ab Ithacae monte  ob magnam aquae penuriam  expulsi Salentinam Provinciam petierunt,  et inter alias Civitates, et loca Neritonem urbem aedificavere, et tale nomen  illi imposuere ob eorum relictam Patriam in monte Ithacae, de qua meminit Homerus, et Vergilius (I Neritini , che erano chiamati anche Coni, banditi dal monte di Itaca per la grande penuria d’acqua raggiunsero la provincia salentina e tra le altre città e luoghi edificarono la città di Nardò e le diedero tale nome per la loro patria lasciata sul monte di Itaca, della quale hanno lasciato un ricordo Omero e Virgilio). Per completezza riporto di questi due autori i passi relativi:

Omero, Iliade, II, 632-633: Αὐτὰρ Ὀδυσσεὺς ἦγε Κεφαλλῆνας μεγαθύμους,/οἵ ῥ᾽ Ἰθάκην εἶχον καὶ Νήριτον εἰνοσίφυλλον (Poi Odisseo comandava i coraggiosi Cefaleni, che abitavano Itaca e Neritoche agita le foglie)

Omero, Odissea IX, 21-22: Ναιετάω δ᾽ Ἰθάκην ἐυδείελον· ἐν δ᾽ ὄρος αὐτῇ/Νήριτον εἰνοσίφυλλον, ἀριπρεπές, ἀμφὶ δὲ νῆσοι (Abito la tranquilla Itaca; in essa lo splendido Nerito che agita le foglie, isole intorno)

Virgilio, Eneide, III, 270-271: Iam medio apparet fluctu nemorosa Zacynthos/Dulichiumque Sameque et Neritos ardua saxis (Già in mezzo al mare appare la boscosa Zacinto e Dulichio e Same e Nerito scoscesa di rocce).

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (12/x): Giovanni Battista Carro di Lecce

di Armando Polito

Fece parte dell’Arcadia durante la custodia (oggi si direbbe presidenza) di Michele Giuseppe Morei (1743-1766) ed è questo l’unico dato di orientamento cronologico. Il suo nome pastorale era Sillano Eurinomico. Come al solito il primo nome pone seri problemi per quanto riguarda la probabile origine, tant’è che, come successo per altri, qui non azzardo alcuna proposta per Sillano. Per quanto riguarda, invece, Eurinomico potrebbe trattarsi della solita forma aggettivale derivata da un nome greco, in questo caso Εὐρυνόμη (leggi Euriunome), ninfa figlia di Oceano e di Teti1.

Sappiamo che era abate dall’indicazione data dal sonetto reperito in Adunanza tenuta dagli Arcadi per la ricuperata salute della Sacra Real Maestà di D. Giovanni V Re di Portogallo, Antonio de’ Rossi, Roma, 1744, p. 136 :

Dell’Abate Giambattista Carro detto Sillano …2 sonetto

Poiché col guardo suo, che tutto vede,

Iddio mirò nella città di Ulissea

che tetra Morte tra sue nobil prede

volea GIOVANNI, a sé chiamollab e disse:

– Non sai tu già che nobil tron, e fede

nel saggio Core del gran Rege han fissec

Giustizia, Pace, Religione, e Fede,

or che l’Europa tutta è in arme e ‘n risse?

Non vedi Arcadia mesta al Tebrod in riva

quai votie m’offre, e come egraf sen giace

e Pace, e Religion, che i votie avviva?

Gridar non senti, s’egli a me pur piace,

e viva ARETEg, il Saggio ARETE e viva,

Arcadia, il Tebro, Religione, e Pace? –

_______________ 

a Lisbona. Il Carro sembra seguire l’interpretazione di alcuni commentatori di un passo di Pomponio Mela (I secolo d. c.), De situ orbis, III, 1: Sinus intersunt et est in proximo Salacia, in altero Ulyssippo et Tagi ostium, amnis gemmas aurumque generantis (Si frappongono delle insenature e in quella più vicina c’è Salacia, nell’altra Ulissippo e la foce del Tago, fiume che genera gemme ed oro) secondo i quali Salacia sarebbe l’odierna Alcácer do Sal e Ulyssippo, fondata da Ulisse (basta il solo Ulissi– per ipotizzarlo?), l’odierna Lisbona.

b la chiamò

c hanno fissato

d Tevere

e preghiere

f sofferente

g Arete Melleo era il nome pastorale assunto da Giovanni V al suo ingresso nell’Arcadia per acclamazione nel 1721 al tempo della custodia Crescimbeni (1690-1728). Nel 1725 grazie ad una sua donazione di 4000 scudi l’Arcadia si era potuta dotare di una sede tutta sua, cioè l’Orto dei Livi alle pendici del Gianicolo, che l’architetto arcade Antonio Canevari (nome pastorale Elbasco Agroterico) trasformò nel Bosco Parrasio. A proposito del per la ricuperata salute del titolo della raccolta va ricordato che fin dalla giovane età Giovanni V aveva mostrato una salute molto cagionevole e che il recupero in questione seguì una delle tante convalescenze.

Oltre che dell’Arcadia fu socio anche dell’accademia degli Speculatori di Lecce. Un suo sonetto, infatti, è inserito in Componimenti vari degli accademici speculatori di Lecce in rendimento di grazie alla maestà di Ferdinando IV re delle Due Sicilie per la concessione della sua real protezione e del Giglio d’oro, s. n., s. l., 1776, p. 73, dalla cui intestazione risulta essere archidiacono.

Agli Alessandri, ai Cesari, ai Pompei,

ch’ebber pronta alle stragi ognora la mano,

il bel titol di Eroe si diede in vano,

che ingiusti furo, micidiali e rei.

Saggio e giusto RE, il vero Eroe TU sei,

che a Pace in seno col tuo amor Sovrano

metti in catena ogni bel core umano,

e il gran trionfo solo a TE lo deib.

A Te s’alzinoc gli archi e a TE si ascrivad,

si ascriva a TE, se in più lontana parte

in avvenir la nostra fama arriva.

TU, che sei Padre d’ogni scienza, ed arte,

con lo splendor de’ tuoi GRAN GIGLIe avviva

le nostre menti nel vergar le carte.

___________

a sempre

b devi

c s’innalzino

d si attribuisca

e Lo stemma concesso all’accademia da Ferdinando IV.

 

Componimenti riportati a parte, fu autore anche di un’opera organica: Componimenti poetici di Giovambatista Carro in lode dell’illustriss. e reverendiss. signore d. Giuseppe Maria Ruffo vescovo di Lecce, Parrino, Napoli, 1737.

_____________

1 Esiodo (VIII-VII secolo a. C.), Teogonia, vv. 907-908: Τρεῖς δέ οἱ Εὐρυνομη Χάριτας τέκε καλλιπαρῄους/ Ὠκεανοῦ κούρη, πολυήρατον εἶδος ἔχουσα(Eurinome, figlia di Oceano dal molto amabile aspetto, generò le tre Grazie).

2 Manca la seconda parte del nome pastorale (Eurinomico), che è presente, invece, nel catalogo del Morei. Probabilmente alla data in cui il volume uscì non gli era stato ancora assegnata.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/     

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)  

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Cultura tradizionale contadina e fertilizzazione dell’oliveto

ulivi del Salento

di Colomba Gianpiero

In passato, la gestione della fertilità da parte dei contadini era una variabile fondamentale per la produzione agraria, svolgendo quindi un ruolo chiave imprescindibile nell’agricoltura preindustriale. La dipendenza dal letame (risorsa non sempre disponibile) o da altre forme di fertilizzazione (p.es. interramento materia organica) potevano essere una reale limitazione, soprattutto in contesti di forte competizione per l’approvvigionamento della materia organica o di carenza di manodopera.

Paradigmatico il caso dell’oliveto del Salento pugliese, dove i livelli produttivi sono stati sorprendentemente alti fino alla fine del XIX secolo (media di 13,5 q/et di olive nel decennio 1875/85), proprio quando l’agricoltura era di tipo biologica, ossia senza l’ausilio di fertilizzanti chimici di sintesi, all’epoca sconosciuti. In parziale controtendenza rispetto a quanto avveniva nel resto dell’Italia e in Spagna, laddove il letame fu utilizzato negli oliveti in modo massiccio solo a partire dal XX secolo, nel Salento abbiamo diverse fonti che ci informano sull’utilizzo del letame già dalla prima metà del XVIII secolo (Presta 1794; Moschettini, 1794). Abbiamo testimonianza di ciò, anche su documenti di contabilità della prima metà del XIX° secolo presenti negli archivi privati delle famiglie nobili Guarini di Poggiardo (Lecce) e Gallone di Tricase (Lecce), in cui si indicava esplicitamente l’uso del letame negli oliveti.

Ci sono poi numerose fonti che riferiscono l’utilizzo di altri prodotti organici per fertilizzare efficacemente l’oliveto. Parliamo cioè del residuo industriale della sansa o delle alghe marine. Infatti, nelle zone costiere si usava, non di rado, l’alga Posidonia Oceanica e ciò avveniva spesso in aggiunta al letame. Altre fonti documentano invece l’utilizzo dei rifiuti urbani e tra questi ritroviamo spesso l’uso degli “stracci di lana”, che fornivano una quantità significativa di azoto, potevano essere facilmente trasportati e avevano un costo relativamente basso. Abitualmente, la gestione consisteva nel gettare in una fossa profonda circa 40 centimetri preparata attorno ad ogni olivo, alghe, letame e l’immondizia prodotta nei centri urbani. Questa usanza fu poi gradualmente abbandonata nel momento in cui la manodopera disponibile iniziò a spostarsi verso la coltivazione della vite, vale a dire intorno alla fine del XIX secolo.

Tradizionalmente, dunque, le tecniche appena illustrate ebbero una notevole importanza strategica, in quanto consentivano la restituzione dei nutrienti al terreno aumentando la produttività. Senza dubbio, però, la più importante diventò il sovescio, che prevedeva l’interramento nel terreno delle leguminose (principalmente fave e lupini) tra i filari di olivo o finanche sotto la proiezione della pianta.

Nel XX secolo, progressivamente, queste tecniche che prevedevano l’utilizzo di materie organiche, lasciarono spazio a un nuovo modo di fertilizzare e di gestire il suolo, attraverso l’uso massivo di fertilizzanti chimici da un lato e di diserbanti dall’altro, creando problemi di contaminazione e disequilibrio all’interno dell’agro-ecosistema oliveto.

Da anni sono allo studio le cause del «Complesso del disseccamento rapido dell’olivo», fitopatologia meglio conosciuta con il nome del batterio Xylella Fastidiosa, che attacca la linfa della pianta e che ha già distrutto nel Salento migliaia di ettari di oliveto. L’eccessivo uso di diserbanti, l’abbandono delle colture, l’impoverimento della componente organica e la compattazione del terreno, sono alcune delle criticità che hanno determinato un ambiente sempre più ostile alla coltivazione e che si possono relazionare come concausa della fitopatologia segnalata.

 

Fonte: Colomba Gianpiero, Transición socio-ecológica del olivar en el largo plazo. Un estudio comparado entre el sur de Italia y el sur de España. (1750-2010), tesi dottorale, UPO Siviglia, 2017.

Melpignano: due epigrafi del palazzo marchesale

di Armando Polito

Dico subito che senza l’amico Alessandro Romano questo post non avrebbe mai visto la luce. Titolare dell’interessantissimo blog Salento a colori, Alessandro, forse troppo fiducioso nelle mie possibilità, chiede gentilmente ogni tanto il mio aiuto nella traduzione di una delle tante epigrafi che incontra nel suo intelligente ed appassionato “vagabondare” nel nostro territorio, attività della quale, ma non è la sola nelle sue corde, il blog segnalato è eloquente testimonianza. Così qualche giorno fa Alessandro ha sottoposto alla mia attenzione l’epigrafe che segue, da lui fotografata (insieme col resto visibile in https://www.salentoacolory.it/melpignano-nel-cuore-della-storia-del-salento/)  nel palazzo marchesale di Melpignano.

Nell’occasione, complice anche la fretta, potei passare all’amico solo i pochi dati che il lettore troverà all’indirizzo appena riportato, ma già allora mi ripromettevo di tornare sull’argomento, cosa che faccio oggi.

STET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA MARINOS

EBIBAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM

 

LABORANDUM UT QUIESCAS A(NNO) D(OMINI) 1548

La prima parte è costituita da una coppia di esametri, il cui contenuto utilizza la figura retorica dell’adinato (o adynaton, dal greco ἀδύνατον, che significa cosa impossibile), molto frequente nella lirica classica amorosa1.

Traduzione: Questa casa stia in piedi finché la formica non beva le onde del mare e la tartaruga non compia il giro di tutto il mondo.

La seconda parte, invece, come meglio vedremo più in là, ha tutta l’aria di essere una semplice sentenza morale (in prosa senz’altro, non fosse altro che per la brevità)..

Traduzione: Devi affaticarti per riposare. Più in là proporrò, motivandola, l’alternanza soffrire ad affaticarti.

Quando s’incontra un’epigrafe relativamente recente, dopo averla letta e tradotta, si cerca di capire se si tratta di qualcosa di originale o di già visto e/o di una citazione letteraria più o meno antica. Non mi vergogno di confessare che lì per lì nulla mi è venuto in mente di qualcosa di letto o visto prima. La cosa in sé non è grave (a meno che non sia il sintomo iniziale dell’Alzheimer), ma per me è grave il fatto che fino a quel momento fossi rimasto all’oscuro di una locuzione che poi, alla luce delle ricerche fatte e qui riportate, si è rivelata estremamente inflazionata. Naturalmente, senza la rete sarei rimasto nell’ignoranza.

Per la prima parte dell’iscrizione, infatti, riporto le più significative testimonianze reperite, sistemate in un ordine cronologico che spero attendibile (non sempre si hanno a disposizione dati certi per farlo).

XII secolo (?)

Sull’ingresso dell’abbazia di Inchcolm in Scozia si legge: Stet domus haec donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem. Definita genericamente medioevale, l’iscrizione è verosimilmente la più antica che si conosca, anche se la sua datazione potrebbe non coincidere con quella della fondazione dell’abbazia (1123).

XIII-XIV secolo

A Fénis in Val d’Aosta in un angolo del cortile del castello si legge: MANEAT DOMUS DONEC FORMICA AEQUOR BIBAT ET LENTA TESTUDO TOTUM PERAMBULET2 ORBEM

Rileviamo subito le differenze tra questo testo e quello di Melpignano: MANEAT invece di STET, AEQUOR invece di FLUCTUS e, in più, LENTA. Dal punto di vista grammaticale nulla cambia per maneat e stet (entrambi terze persone singolari del congiuntivo presente, pochissimo per aequor e fluctus (entrambi in caso accusativo, il primo singolare, il secondo plurale), sul piano semantico lenta obbliga ad aggiungerlo tal quale in traduzione come attributo di tartaruga. Le differenze rilevate, però, comportano un terremoto metrico, nel senso che non siamo certamente in presenza di esametri, mentre è vagamente rilevabile un ritmo giambico, non inquadrabile, però, in uno schema strofico ben definito, ragione per la quale giungerei alla conclusione che siamo in presenza di prosa e non di poesia.3 

XIV secolo

Urbino, palazzo Passionei: tra gli ambienti del primo piano dell’ala settentrionale  è il salone, caratterizzato da un lungo fregio con la scritta MANEAT DOMUS DONEC FORMICA AEQUOR BIBAT ET TESTUDO PERAMBULET ORBEM.

Assenza di LENTA a parte, è tal quale alla precedente, con le conclusioni appena trattene.

XV secolo (seconda metà)

In F. Martinelli, Roma ricercata nel suo sito, nella scuola di tutti gli antiquarii, Tani, Roma,1644, alle pp. 25-26 si legge: … osservate nell’uscire à man dritta la modestia della casa di Domenico della Rovere Cardinale di Sisto IV sopra la quale fece scolpire li doi versi, che hora si leggono così. Stet domus haec, donec fluctus formica marinos/ebibat, et totum testudo perambulet orbem.

L’iscrizione risulta perduta già due secoli dopo lquesta testimonianza . Infatti in Il Buonarroti, serie II, v. IX, quaderno IV, aprile 1876, a p. 112 si legge: … ma questi versi [il testo riportato è quello del Martinelli] oggi sono andati perduti da un pezzo.

1490

August Schmarsow in Pinturicchio in Rom, Spemann, Stuttgart, 1882, pp. 32-33 segnala alcune pitture eseguite dal Pinturicchio nel palazzo del cardinale Domenico della Rovere che, alla fine dei lavori, fece apporre  l’epigrafe che che conosciamo.

1510

Francesco Albertini, Opusculum de mirabilibus noae et& veteris vrbis Romae, Mazzocchi, Roma, 1510, s. p.: Domus pulcherrima. s. Clementis a reveren. dominico constructa in qua sunt infrascripta carmina in lapide pario sculpta.

Stet domus haec donec fluctus formica marinos

ebibat et totum testudo perambulet orbem.

Quam postea R. Franc. de rio card. papien. exornavit. 

(Casa bellissima. Costruita dal reverendo Domenico di S. Clemente, nella quale ci sono i sottoscritti versi scolpiti su marmo di paro. Stet domus haec donec fluctus formica marinos ebibat et totum testudo perambulet orbem. Successivamente il reverendo cardinale Francesco de Rio di Pavia la fece decorare)

Il cardinale in questione è Francesco Alidosi (Castel del Rio, 1455–Ravenna, 1511) più noto come cardinal del Rio (dal luogo natale) o cardinal di Pavia (città della quale fu vescovo dal 1505, prima di ricevere la porpora nel dicembre 1507. questi dati ci consentono di collocare la costruzione della fabbrica in questione nel XV secolo, certamente più di un anno prima dall’uscita del libro).  

1524

Arnoldus Buchelius, Traiecti Batavorum descriptio (manoscritto parzialmente pubblicato in rete dalla dbnl (digital e bibliotheek de Nederlandse letteren: https://www.dbnl.org/tekst/_bij005190601_01/_bij005190601_01_0007.php). Alle p. 167-168 si ricorda ad Utrecht: Domus angularis vici Jerosolimitani, juxta Axelium, de Hoolhorst dicta, aedificata anno 1524, habetque hanc inscriptionem in frontispicio: stet domus haec, donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem

(Casa ad angolo del villaggio ebraico presso Axelio, detta di Hoolhorst, edificata nell’anno 1524 ha pure questa iscrizione sul frontespizio: stet domus haec, donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem)

XVI secolo

Paggese (in provincia di Ascoli Piceno)  è noto come il paese delle pietre parlanti4 per via dei blocchi di travertino, usati nella costruzione delle abitazioni, oppure per gli architravi delle porte che recano epigrafi in latino. Una, parzialmente mutila, reca la nostra iscrizione: [ST]ET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA MARINOS/[EBI]BAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM. Da notare l’errore dello scalpellino in ELUCTUS per FLUCTUS.

XVI secolo

A Briga (Cuneo) in Piazza del Municipio:

STET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM

XVI secolo

In Lorenzo Manini, Memorie storiche della città di Cremona, Fratelli Manini, Cremona, 1820, alle pp. 137-138 si legge: Luogo Pio Mariani. Dà la medesima ospizio gratuito a varie povere donne, col patto di aversi a recare ogni gioeno al tramontar del sole nell’anzidetto tempio per recitarvi il rosario.Giovanni Francesco Mariani, che fu il fondatore di questo pio luogo verso la metà del secolo XVI, fece in esso porre il seguente distico: Stet domus haec donec fluctus Formica marinos/ebibat, et totum Testudo perambulet orbem.

XVI secolo

Il Codice Palatino 147 sulla membrana incollata dentro la coperta posteriore reca, della stessa mano, la scitta: Stet domus haec donec fluctus formica marinos/ebibat et toum testudo perambulet orbem.

XVI secolo (?)

A Roma nella Chiesa dei santi Nereo e Achilleo vi è una sorta di galleria di antiche lapidi provenienti da fuori. Tra loro ve n’è una che nella parte superiore contiene i dati di provenienza: LAPIS ISTE EXTABAT IN QUADAM DOMO/OB VALLICELLANUM AEDIFICIUM DIRUTA (Questa lastra stava in una casa crollata di fronte ad un edificio di Vallicella [zona di Moricone, paese vicino Roma]. Il resto contiene il testo che ormai conosciamo quasi a memoria:  STET DOMUS HEC DONEC/FLUCTUS FORMICA MARINOS/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO/PERAMBULET ORBEM, con l’unica variante di scrittura di hec per haec.

1699

A Tarbes, comune francese, sulla facciata dell’antico liceo Théophile Gautier in rue Ramond, protetta da una grata.

STET DOMUS HAEC FLUCTUS/DONEC FORMICA MARINOS/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO/PERAMBULET ORBEM/1699

Questa prima epigrafe, dunque, non appare come citazione classica, anche se l’incipit del primo verso potrebbe far pensare ad Ovidio (I secolo a. C.-II secolo d. C.), Fasti, IV, 949-954, dove, accennando alle feste del 28 aprile, ricorda l’accoglimento di Vesta, dea del focolare domestico, nella domus Palatina: Aufer, Vesta, diem! Cognati Vesta recepta est/limine: sic iusti constituere patres./Phoebus habet partem. Vestae pars altera cessit;/quod superest illis, tertius ipse tenet./State Palatinae laurus, praetextaque quercu/stet domus: aeternos tres habet una deos. (Prendi, o Vesta, questo giorno! Vesta è stata accolta dalla casa del parente [Augusto]: così hanno deciso i giusti padri. Febo [Apollo] ha una parte, l’altra parte toccò a Vesta; ciò che avanza a loro lo tiene per terzo egli stesso [Augusto]. State saldi, palatini allori e stia salda la casa coperta dalla quercia:  essa sola ha tre eterni dei)

È tempo di passare alla seconda.

XIII secolo

Dicta Beati Aegidii Minorita. Vicesima tertia aprilis, 46: … si vis habere bonum, sustine malum; si vis esse in quiete, labora …5 ( … se vuoi avere il bene, sopporta il male; se vuoi essere nella quiete, lavora (o, meglio, se vuoi essere nella tranquillità, soffri). Sta qui il nucleo concettuale della nostra epigrafe, per la quale all’inizio avevo proposto un’interpretazione (Devi affaticarti per riposare), per così dire, laica (anche se vicina alla regola benedettina: ora et labora (prega e lavora). A questo punto ad essa si sovrappone, e probabilmente finisce per prevalere, quella religiosa, in cui laborare recupera il suo significato originario di soffrire e quiescere ha in sé un riferimento più all’animo che al corpo. Da notare come tutto il pensiero riportato del beato è giocato sugli opposti, espediente retorico antico6.

1485

Filippo Beroaldo (1453-1505) in una lettera7 inviata da Bologna il 30 gennaio 1485: In iuventa laborandum est, ut in senecta quiescas (Si deve lavorare in gioventù per riposare in vecchiaia).

1515

A Fabriano in via Persichetti al civico 2b vi è il portale ingresso attuale del Museo della stampa, già ingresso secondario di palazzo Orfini. La data (che prudenzialmente può essere spostata indietro di qualche anno) è desunta da un’altra iscrizione che recita: Petrus Orphinus de Orphinis a(nno) 1515. Nell’immagine che ho tratto ed adattato da Google Maps si legge distintamente LABORANDUM UT QUIESCAM.

1565

A quest’anno risalgono due progetti realizzati dall’architetto Francesco De Marchi per Ottavio Farnese, duca di Parma. Le tavole raffigurano due labirinti simboleggianti le tappe verso la virtù. Uno di essi era stato realizzato per la sistemazione del giardino del palazzo ducale a Parma e tale cammino era accompagnato “da iscrizioni latine esplicative come laborandum ut quiescas oppure est iter in primis durum sed magno vincitur ed al centro, a suggello della meta raggiunta, la scritta Virtus“.8

Debbo aggiungere che il concetto dell’importanza del labor ricorre pure nell’altra tavola (nell’immagine che segue tratta da Giambattista Venturi, Memoria intorno alla vita e alle opere del Capitano Francesco Marchi (sic!), Milano, Stella, 1816), dalla quale estrapolo le scritte che ci interessano (sono tutte citazioni, non senza qualche adattamento; ho sottolineato quelle in cui compare la parola-chiave): Non omnibus datum est adire Corinthum9 (Non a tutti è concesso di andare a Corinto); Nihil sine labore in vita10(Nulla c’è nella vita senza la fatica); (in settori separati) Labor omnia vincit improbus/et duris in rebus egestas11 (La dura fatica e il bisogno nelle difficoltà vincono tutto;  Dulce est meminisse laborum12 (È dolce ricordarsi delle fatiche); (in settori separati) Perrupit Acheronta Herculeus labor./Nihil mortalibus arduum13 (La fatica14 di Ercole piegò l’Acheronte. Nulla è difficile per i mortali); Volenti nihil difficile15(Per chi lo vuole nulla è difficile); ai quattro angoli della parte centrale del labirinto: videtur/praeferre/humanae vitae/speciem (sembra offrire l’immagine della vita umana) e in basso a destra, volutamente al di fuori del labirinto stesso: Difficilem aditum spectantibus offert (Offre un difficile percorso  a chi guarda) e al suo centro: Laudem decusque parabit ([La virtù] preparerà lode e decoro)16; a sinistra, sempre fuori dal labirinto: Inextricabilis error17 (Inestricabile giro). In basso a destra un distico elegiaco (originale, non citazione), quasi a sigillo e ringraziamento ad entità pagane: Ingenium Pallas, dextram praeclarus Apelles, artificique artem Daedalus ipse dedit. (All’artefice Pallade diede l’ingegno, Apelle la mano, lo stesso Dedalo l’arte)

 

1615

In una cronaca belga18 si legge: MDCXV. Vicesimo nono mensis Maii, altera Ascensionis Dominicae, decessit prior … Secinda insequentis proxime mensis die ,pro secunda vice ad prioratus officium erectus fuit dominus Aegidius Christiaens,cuius divisio fuit: LABORA UT QUIESCAS (1615. Il 29 maggio, giorno successivo all’ascesa del Signore, morì il priore … Il 2 giugno per la seconda volta fu elevato all’ufficio del priorato don Egidio Christiaens, il cui motto fu: Lavora per riposarti).

Per concludere: dalle due epigrafi melpignanesi esaminate emerge una sottile rete di allusioni in cui è difficile separare nettamente l’ispirazione laica da quella religiosa. Da un punto di vista specifico della scrittura epigrafica appaiono decisamente anteriori alla data del 1636 che si legge sulla lunga epigrafe posta in alto sulla  facciata principale e che, d’altra parte, si riferisce all’ampliamento dell’edificio. Esse presumibilmente appartenevano alla fabbrica originaria, il che consente di dire che vennero adottate in tempi (il discorso vale soprattutto per la prima)in cui non era ancora esplosa la loro diffusione. in fondo essere alla moda significa, in un certo senso, arrivare in ritardo …

_____________

1 Se quello della nostra iscrizione è duplice, questo di Ovidio (i a. C.-I d. C.), Ars amatoria, I, 271-274, è triplice: Vere prius volucres taceant, aestate cicadae,/Maenalius lepori det sua terga canis,/femina quam iuveni blande temptata repugnet:/haec quoque, quam poteris credere nolle, volet. (Tacciano gli uccelli in primavera, le cicale in estate, il cane del Menalo [monte dell’Arcadia] volga le sue spalle alla lepre prima che una donna resista al dolce corteggiamento di un giovane).

2 Questa variante del testo campeggia, tal quale, a Roma nella parte alta della palazzina in stile rinascimentale in via Silvio Pellico 10. Con Google Maps è un po’ di pazienza (scrollando lentamente) la si legge perfettamente. Se mi fosse stato possibile,  l’avrei inserita, ma sarebbe venuto fuori qualcosa di mostruoso, perché sarei stato costretto ad unire troppi pezzi con diversa prospettiva.

3 Metto in guardia i fruitori di Wikipedia, dove si legge permabulet (!).

4 Tale appellativo, a buon diritto, avremmo potuto vantare, se non fossimo stati bruciati sul tempo, noi salentini per Giuliano di Lecce (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/16/giuliano-lecce-la-tormentata-lettura-sua-epigrafe/ e https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/).

5 Acta sanctorum, a cura di Giovanni Carnandet, Palmé, Parigi, 1866, p. 233.

6 Publio Flavio Vegezio Renato (IV-V secolo)   ), Epitoma rei militaris, III, praefatio: … qui desiderat pacem, praeparet bellum. (Chi desidera la pace prepari la guerra), sintetizzato poi in epoca umanistica con si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). Tuttavia va detto che il concetto era stato espresso già prima da molti autori: Tucidide (V secolo a. C.), Storie, I, 124: ἐκ πολέμου μὲν γὰρ εἰρήνη μᾶλλον βεβαιοῦται ( … infatti dalla guerra viene rinsaldata la pace); Cicerone (I secolo a. C.), Philippicae, VII, 6, 19: … si pace frui volumus, bellum gerendum est ( … se vogliamo godere la pace, bisogna scatenare la guerra); Gaio Sallustio Crispo (I secolo a. C.), Catilinaria, LVIII: Nam paritur pax bello (Infatti la pace è generata dalla guerra); Cornelio Nepote (I secolo a. C.), De viribus illustribus. Epaminondae vita): Nemo nisi victor pace bellum mutavit (Nessuno se non il vincitore trasformò la guerra nella pace).

7 Silvio Fabrizio-Costa e Frank La Brasca, Filippo Beroaldo l’Ancien, Lang, Berna, 2005, p. 46.

8 Roberto Venturelli, La corte farnesiana di Parma (1560-1570): programmazione artistica e identità culturale, Bulzoni, Roma, 1999, p. 100.

9 Orazio, Epistole, I, 17, 36: Non cuivis homini contingit adire Corinthum. (Non tocca a qualsiasi uomo di andare a Corinto). Il senso traslato è che non tutti possono permettersi spese esose, ma il significato originario è tutt’altro che edificante: Corinto era la meta prediletta per chi poteva permettersi le prestazioni di prostitute costosissime, come ci ha tramandato l’orazione Apollodoro contro Neera dello Pseudo-Demostene. La Suida (o Suda, enciclopedia di età bizantina) propone, invece, una interpretazione innocente, con riferimento alla pericolosità del viaggio. Se a quel tempo fossero esistite le relative agenzie,ci sarebbe scappata la querela, con relativo risarcimento del danno morale e materiale …

10 Orazio, Satire, I, 9, 59-60: … nil sine magno/vita labore dedit mortalibus (…nulla la vita diede ai mortali senza grande fatica …).

11 Virgilio, Georgiche, I, 145-146: … Labor omnia vicit/improbus et duris urgens in rebus egestas. (La dura fatica e il bisogno nelle difficoltà vinsero tutto)

12 Petrarca, Ecloghe, III , verso finale.

13 Orazio, Carmi, I, 3, 36-37: Perrupit Acheronta Herculeus labor/nil mortalibus ardui est.

14 Allude alla dodicesima fatica, cioè alla cattura di Cerbero, il cane a tre teste posto a guardia dell’ingresso degli inferi.

15 Locuzione assente nei classici, di probabile origine umanistica.

16 Passim da un epigramma inserito nell’Appendix Virgiliana: Littera Pythagorae, discrimine secta bicorni,/humanae vitae speciem praeferre videtur./Nam via virtutis dextrum petit ardua callem/difficilemque aditum primis spectantibus offert /sed requiem praebet fessis in vertice summo. Molle ostentat iter via lata, sed ultima meta./ Praecipitat capto, volvitque per ardua saxa. /Quisquis enim duros casus virtutis amore/vicerit, ille sibi laudem decusque parabit./At qui desidiam, luxumque sequetur inertem,/dum fugit oppositos, incauta mente, labores,/turpis inopsque simul miserabile transiget aevum. (La lettera di Pitagora [la Y], separata da una divaricazione bicorne, sembra offrire l’immagine della vita. Infatti la via della virtù cerca una strada agevole e all’inizio offre un difficile percorso a chi la guarda, ma sulla vetta offre la quiete agli stanchi. La via larga ostenta un percorso facile, ma è l’ultima meta. Fa precipitare quelli che cattura e li fa rotolare lungo le rocce scoscese. Infatti chiunque avrà vinto con l’amore della virtù situazioni difficili, si preparerà la lode e il decoro. Ma chi seguirà la pigrizia e l’inerte lusso, mentre con l’incauta mente evita le fatiche che ha di fronte, trascorrerà una miserabile vita, turpe e povero nello stesso tempo ).

17 Virgilio, Eneide, VI, 27: hic labor ille domus et inextricabilis error (qui c’è quella fatica del labirinto e l’inestricabile giro).

18 Recueil des croniques de Flandre, Hayez, Bruxelles, 1837 p. 680.

La terra d’Otranto del XVII secolo nei versi di un autore coevo

di Armando Polito

Oggi l’Italia arranca disperatamente in Europa e nel mondo e le roboanti, giornaliere  dichiarazioni su un presunto riconoscimento altrui del nostro prestigio rappresentano solo un tentativo di gettare fumo negli occhi per avere consensi in cabina elettorale. Ancora più desolante è il quadro se lo sguardo per settori si sofferma sul profondo sud. Che la situazione, soprattutto sotto il profilo economico, per quanto territorialmente ci riguarda fosse radicalmente diversa quattro secoli fa, lo mostra non solo una vasta letteratura specialistica con le sue testimonianze del tempo, ma anche la produzione poetica. Prenderemo in considerazione, per quanto riguarda quest’ultima, Paolo Antonio Di Tarsia1 e la sua opera Europa pubblicata a Madrid nel 1659, prima edizione ormai introvabile. Una seconda uscì a Lione nel 1661 e ad essa farò riferimento2.

L’opera, tutta in latino,  contiene all’inizio ben tre dediche: due in prosa, rispettivamente di uno di coloro a spese dei quali l’opera fu pubblicata (C. Bourgeat) a Giovanni Clemente di Belle-Croix e del Di Tarsia a Pasquale d’Aragona; la terza, ancora del Di Tarsia, in distici elegiaci, a papa Alessandro VII, che già era stato vescovo di Nardò3. Seguono 14 elegie celebranti l’Europa. Alla fine il volume contiene note esplicative per ogni elegia (in questa seconda edizione, come si legge nel frontespizio, sono del fratello Biagio.

Appare significativo che nella parte dedicata al Regno di Napoli (Elegia V, pp. 19-22) sono ricordati, ognuno con una o più peculiarità, ben dieci centri di Terra d’Otranto. Siccome vi compaiono in ordine sparso nelle pp. 21-22, ne riproduco i dettagli dopo averli estrapolati (nota esplicative comprese, laddove ci sono), aggiungendo alla trascrizione la traduzione e qualche nota. Le elegie, superfluo dirlo, sono in distici elegiaci; di solito, però, ogni toponimo non occupa l’intero distico ma solo la prima o la seconda parte, cioè o l’esametro o il volgarmente detto pentametro. La E o la P in parentesi tonde accanto ad ogni toponimo hanno questa funzione indicativa. Anticipo che dominanti sono i riferimenti all’economia o al paesaggio, ad eccezione di quelli culturali di Rudie e Martina Franca.

 

                                                                          BRINDISI (E)

Brundusium commendant Castra, Via Appia, Portus. (Fanno apprezzare Brindisi i castelli, la via Appia, il porto)

                                                                           TARANTO (E)

Aequor ut immensum, extendit se fama Tarenti. (Come l’immenso mare si estende la fama di Taranto)

 

                                                                            GALLIPOLI (P)

Gallipolis cultros, vinaque, vela facit. (Gallipoli produce coltelli, vini, veli)

Gallipolis. Vela ibi fiunt ex bombacio sive xylo, aureis sericisque filis intexta, quibus Mulieres tegendis, ornandisque capitibus utuntur. (Gallipoli. Ivi si fanno veli di bambagia ovvero cotone, intessute di fili di oro e di seta, dei quali le donne si servono per coprire e ornare la testa)

E dopo? Si legge in Pietro Maisen Valtellinese, Gallipoli e suoi dintorni, Tipografia municipale, succursale della Tipografia Garibaldi in Lecce, Gallipoli, 1870, pp. 53-54: Uno sguardo retrospettivo di due o tre secoli, ci addita Gallipoli la città delle industrie e delle belle arti. Avevansi diverse manifatture come di mussolini e veli di finissima ventinella, fregiati di vari colori, ed altri travagli di cotone di cui era molto esteso il lavoro. Si fabbricavano guanti e calze di finissima ventinella, di cui i Maltesi, i Veneziani, i Genovesi e Siciliani ne facevano grande smercio; ma ora tali lavori decaddero in depreziamento per le esotiche manifatture che s’introdussero a prezzi mitissimi, di cui non ponno sostenere la concorrenza le indigene.

 

                                                                            LECCE (E)

Dulce domos ornent pelles, quas pingit Aletum. (Le pelli che colora Lecce, piacevole cosa, ornino le case)

Aletum. Vulgò Lecce. Provintiae Hydruntinae caput. Pelles ibi coccinei coloris ex Oriente delatas,auro et coloribus graphicè exornant, pinguntque,quibus sellas, mensas, scrinia, ephippia, caeteraque utensilia tegunt. (Aleto. Correntemente Lecce. Capitale della provincia otrantina. Ivi con oro e colori adornano e dipingono artisticamente le pelli di colore scarlatto importate dall’Oriente, con le quali rivestono sedie, tavoli, cofanetti, selle e altri utensili) 

Aletum mi appare come deformazione di Aletium (nulla a che fare con l’attuale Alezio) che il Galateo (XV-VI secolo) riporta come una delle tante varianti: Urbem hanc alii Lupias, alii Lypias, alii Lopias, alii Lupium, alii Lispiam, alii Lypiam, alii Aletium, alii Licium, alii Lictium, a Lictio Idomeneo, alii Liceam: omnia haec nomina idem sunt. (Alcuni chiamano questa città Lupie, altri Lipie, altri Lopie, altri Lupio, altri Lispia, altri Lipia, altri Alezio, altri Licio, altri Littio da Littio Idomeneo, altri Licea: tutti questi nomi sono la stessa cosa)

                                                                        GALATONE (P)

Vite, oleis, plena est Galata, melle, croco. (Galatone è piena di vite, di ulivi, di miele, di zafferano)

Quanto allo zafferano ancora oggi, nonostante tutto, fiorisce spontaneamente, almeno nella campagna in cui, a Nardò, ho la fortuna di vivere, ma la storia è vecchia. Scriveva, infatti, il già citato Galateo: Hic coelum salubre, ac tepidum, aurae salutares, et suaves, ager apricus semper vernans floribus, et bene olentibus herbis, thymo, thymbra, pulegio, serpillo, hysopo, melolotho, camomilla, calamentho, ubique abundans; unde et caseum nobile, et mel gignit, non deterius Hymectio, ac crocum laudatissimum. Itaque ut apud Marsos, et Pelignos Sulmonensis, sic et apud Salentinos Galatanensis crocus ceteris praestat. Temporibus patrum nostrorum in Salentinis hic, non alibi crocus habebatur. Unde huc venerit incompertum est: attamen videtur hoc solum sponte sua crocum gignere. Omnis ager, ubi sues non sunt, silvestri croco abundat; qui flore, bulbo, capillamentis, ortensi sive sativo similis est; tempore etiam conveniunt, uterque enim floret post ortum Arcturi.(Qui [nel territorio di Galatone] il clima è salubre e tiepido, l’aria salutare e soave, la campagna soleggiata che sempre si ricopre di fiori e di erbe profumate: timo, santoreggia, puleggio, serpillo, issopo, meliloto, camomilla, nepeta abbondante ovunque. Perciò produce pregiato formaggio e miele non inferiore a quello dell’Imetto [monte della Grecia famoso nell’antichità per la bontà del suo miele] e zafferano apprezzatissimo. E così, come presso i Marsi e i Peligni il croco di Sulmona, presso i Salentini lo zafferano di Galatone supera gli altri.Ai tempi dei nostri padri il croco c’era qui in Salento, non altrove. Da dove sia giunto qui, non si sa, tuttavia si vede che questa terra lo produce spontaneamente. Ogni campo dove non ci sono maiali  abbonda di zafferano selvatico, che nel fior, nel bulbo, nei filamenti è simile a quello dei giardini o coltivato. Concordano pure nel tempo: entrambi infatti fioriscono dopo il sorgere di Arturo [stella visibile in primavera guardando ad est])

 

                                                                         GROTTAGLIE (E)

Spumantes offert bibulis Cryptalla racemos. (Grottaglie offre ai bevitori spumeggianti vini)

Si legge in Vincenzo Corrado, Notiziario delle produzioni particolari del Regno di Napoli, Nicola Russo, Napoli, 1792, p. 128 : Produce di particolare il territorio di questa Terra [Galatone] grossissime e gustose mela granate; puranche saporite uve, per cui il vino delle Grottaglie vanta un’eccellenza superiore agli altri vini della Provincia.

                                                                               OSTUNI (E)

Ostuni Diana dedit sua munera sylvis. (Diana diede i suoi doni alle selve di Ostuni)

In Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, parte II, p. 177: Nelle selve assai feconde di Salvaggina, e fra’ Campi fertili di odoroso, e gratissimo Vino, di Olio, di Formento, e di altro esquisito, siede questa [Ostuni ]

Sarebbe interessante sapere quanto esattamente è rimasto di quella selva e, questa volta, per colpa di quale dio o sedicente tale…

 

                                                                                   RUDIE (P)

Eversas Rudias Ennius erudiit. (Ennio erudì la devastata Rudie)

                                                                                   EGNAZIA (E)

Olim ignes factos, Equites nunc Gnatia gignit. (Egnazia ora genera cavalieri, un tempo fuochi fatti [senza che si vedessero4])

Gnatia. Nunc Monopolis, Urbs praeclara, et nobilis in Apulia Peucetia. Hic olim thura liquescere credebant Gentiles in primo templi aditu,sine igne, supero nimirum calore, de quo Horatius lib. serm. saty. 5. (Egnazia. Ora Monopoli, città illustre e nobile nella Puglia peucezia. Qui un tempo i pagani credevano che gli incensi si liquefacessero nel vestibolo del tempio senza il fuoco, senza dubbio per il calore celeste, della qual cosa [parla] Orazio, libro I, satira 5)

Ed ecco il pezzo oraziano (vv. 97-100):… dein Gnatia Lymphis/iratis exstructa dedit risusque iocosque,/dum flamma sine tura liquescere limine sacro/persuadere cupit. (… poi Egnazia dalle acque adirate5 diede occasione di ridere mentre vuol farci credere che sulla sacra soglia l’incenso si liquefà senza fiamma)

 

                                                                   MARTINA FRANCA (E)

Me iuvenem Martina dedit Grecumque Latinum. (A me giovane Martina diede il greco e il latino)

Martina. Alludit ad doctissimum Ludimagistrum Iosephum Caramiam in ea Urbe natum, à quo Auctor, Graecis Latin(is)que Litteris Cupersani imbutus fuit. (Martina. Allude al dottissimo maestro Giuseppe Caramia nato in quella città, dal quale l’autore fu istruito a Conversano nelle lettere latine e greche)    

 

                                                                          OTRANTO (P)

Ex Hydruntinis citria mala pete. (Agli otrantini chiedi cedri)

Oggi non so, ma questa caratteristica permane nel XVIII secolo; si legge in Francesco d’Ambrosio, Saggio istorico della presa di Otranto .., Giuseppe De Bonis, Napoli, 1751, p. 3: Questa Città ha breve il suo orizonte,per il sito basso che tiene, vedendosi per terra circondata da valloni; e però sarebbe di aria mal sana, se i molti arbori di cedri, e melaranci, de’ quali nelle sue vicinanze abbonda, non la purificassero col grato, e continuo odore. E in Francesco Antonio Primaldo Ciatara, Relazione di fatti che interessano la fedelissima città di Otranto, Stamperia Simoniana, Napoli, 1772, p. 6: Il terreno della Città di Otranto poi è molto atto agli aranci, cedri, e limoni per le acque, che lo bagnano.

                                                                               NARDÒ (P)

Stragula Neriti xylina lectus amat. (Il letto ama le coperte in cotone di Nardò)

Neriti. Urbs Neritonensis celebris est.
Texuntur ibi stragula, sive lectorum tegumenta lemniscata ex bombacio, sive Xilo, quae sunt in pretio. (Di Nardò. La città di Nardò è celebre. Vi si tessono coperte o coperture di letti decorate di nastri di bambagia ovvero cotone, che sono apprezzate)

Coverte di bombace di Nardò ricorre, quasi a mo’ di etichetta, negli inventari presenti in atti notarili fino alla fine del secolo XIX e riferentisi, è ovvio, a famiglia abbienti.

____

1 Nato a Conversano nel 1619 , morto a Madrid nel 1670, pubblicò anche: 

De S. Io. Baptistae humanae salutis prodromi laudibus oratio panegyrica. Ad illustrissimum, D. D. Iulium Aquavivam Aragonium, Francesco Savio, Napoli, 1643

Divae Virginis insulanae cupersanensis historia, Iuliano De Paredes, Madrid, 1648

Historiarum Cupersanensium libri tres, Iuliano De Paredes, Madrid, 1649

Memorial politico-historico, s. n., Madrid, 1657

Succus prudentiae sacropoliticae ex nonnullis r. Pp. Ioan. Eusebii Nierembergii, Societ. Iesu, operibus expressus, & per locos communes digestus, a spese di Claude Bourgeat e Michel Lietard, Lione, 1659

Vida de Don Francisco de Quevedo y Villegas, S. M. Redondo, s. n., 1663

Tumultos de la ciudad y Reyno de Napoles, en ano de 1647, En Leon de Francia: a costa de Claudio Burgea, mercador de libros, 1670

2 https://books.google.it/books?id=kJhf-zqGOCcC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

3 https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/ . Credo che questa dedica e l’altra della prima opera indicata nella nota 1 a Giulio Acquaviva (marito di Caterina d’Aragona duchessa di Nardò) siano due dati non sufficienti ad ipotizzare un qualche rapporto tra il Di Tarsia e Nardò, tanto più che il futuro papa da vescovo non vi mise mai piede e la stessa Caterina dopo le nozze risiedette stabilmente nella città del marito, a Conversano.

4 Per comprendere il senso della traduzione e di questa integrazione è necessario leggere il seguito.

5 Questa è la traduzione letterale di lymphis adiratis, locuzione la cui oscurità ha propiziato fin dai tempi antichi una ridda di interpretazioni: chi vi ha trovato un’allusione alla penuria di acqua dolce, chi, quasi collateralmente, all’abbondanza di acqua salmastra, chi al potere distruttivo dei torrenti precipitanti dalle Murge (in questo caso la traduzione sarebbe “distrutta dalle acque adirate”.

 

 

Gli Arcadi di Terra d’Otranto: Ignazio Viva di Lecce (11/x)

di Armando Polito

Giovanni Mario Crescimbeni, il fondatore dell’Arcadia nel 1690, ci informa che Verino Agrotereo. D. Ignazio Viva Leccese Barone di Specchiarosa Rap. Col. Clem. entrò in Arcadia il 17 marzo 16991 e che faceva parte della Rappresentanza Stravagante fondata nell’Accademia di tal nome composta di Convittori nel Collegio Clementino di Roma, che ha due luoghi, à 24 d’Aprile 16952.

Domenico De Angelis, in Le vite e’ letterati salentini, Raillard, Napoli, 1713 gli dedicò la Vita di Ascanio Grandi (pp.  135-165). Di seguito la p. 135.

E a p. 138 della dedica si legge: Di quanto godimento si riempiva spesso l’animo mio, e di tutti quei Leccesi, che gli anni passati dimoravano in Roma, mentre, trattenendovi voi per Convittore nel nobilissimo Collegio Clementino, eravate lo scopo di tutte le lodi de’ primi, e più ragguardevoli Personaggi di quella Corte; ed io mi ritrovai più d’una volta presente agli applausi, che da ogn’uno vi venivano  fatti, per l’incomparabile maestria, colla quale eravate solito di comparire pubblicamente in tutti gli essercizi cavallereschi, e in tutte le funzioni letterarie.

Per quanto riguarda i nomi pastorali: per Verino qualsiasi proposta è una pura illazione (come supporre che il riferimento sia a Maria Francesco de’ Vieri detto il Verino secondo, autore di Discorsi. Delle meravigliose opere di Pratolino e d’Amore uscito a Firenze per i tipi di Marescotti nel 1587); più probabilità di cogliere nel segno per Agrotereo, che pare ulteriore sviluppo aggettivale (con aggiunta di un suffisso latino) dell’aggettivo greco ἀγρότερος  (leggi agròteros), che significa campestre.

Di lui ho reperito solo tre sonetti.

Il primo è in Raccolta di componimenti in Lode di sua Eminenza il Cardinale D. Arrigo Enriquez per la di Lui Promozione al Cardinalato indirizzata al medesimo da Giacinto Viva Consolo dell’Accademia de’ Spioni di Lecce, Domenico Viverito, Lecce, 1754, s. p.3

 

Signor, per l’opre tue pe ‘l tuo gran cuore

corre superbo il Tago, e L’Ebroa e spande

ciascun tue glorie eccelse, e memorande

e contende all’Italia il sommo onore.

Era dover che Iberiaa il primo amore

di te godesse, e ch’ella alle ghirlande

guatassea come al fonte, onde quel grande

tuo Regio sangue trasse lo splendore.

Roma or ti vuol, deh! Vanne. Ivi è ben giusto

che tu coll’opre della dotta mano

d’onor, di palmed ne divenghi onustoe.

Ogn’un del Tebro fa un guardo tuo sovrano

diverrà Catog al senno, al cuore Augusto

e nuove glorie avranneh il Vaticano.

_______

a Il Tago e l’Ebro sono i due maggiori fiumi della Spagna, paese d’origine dell’Enriquez.

b la Spagna

c guardasse

d riconoscimenti

e carico

f ciascun cittadino romano (Tebro per Tevere).

g Catone; Marco Porcio Catone (III-II secolo a. C.) detto anche il Censore o il Sapiente per la strenua difesa dei valori tradizionali della romanità.

h ne avrà

 

Il secondo è in Romualdo Silvio Pascali, Per la felicissima venuta in Napoli dell’Invittissimo Carlo Borbone Re delle due Sicilie ecc. orazione ed una raccolta di vari componimenti poetici, Abri, Napoli, 1734, p. 7

 

Spuntò per Noi quel fortunato giorno,

in cui ti accolse, o CARLO, il nostro amore.

Ti precede la fama e ‘l tuo valore

la sparse poi con le Vittorie intorno.

Per te, Signore, or d’alti pregi adorno

sen va il Sebetoa al mar carcob di onore,

più del Tebro, e del Tagoc il suo splendore

or vanta, e alterod mostra il tuo soggiorno.

Per te l’Italia i prischi allorie suoi

rinnovati vedrà, Tu l’assecuri,

che in te ravvisaf i trapassatig Eroi.

Per te vedrem ancor con lieti auguri

surteh le glorie de grand’Avi tuoi,

e pieni di speranze i dì futuri.

________

a Antico fiume di Napoli.

b carico

c Vedi la nota a del componimento precedente.

d fiero

e le antiche glorie

f riconosce

g morti

h risorte

 

Il terzo è in Pompa accademica celebrata nel di primo d’ottobre natale dell’augustissimo imperadore Carlo VI re di Spagna per l’anno MDCCXXI nella sala del castello di Lecce da D. Magin De Viles preside di questa provincia consagrata all’eminentis. principe Michele Federico del titolo di S. Sabina Prete Cardin. de’ Conti d’Althann, Nuova stampa del Mazzei, Lecce, 1721, p. 52.

 

In così lieto avventuroso giorno

gioir l’Arcadia co’ i pastor si vede,

cheto ‘l Mar, chiaro il fiume, il colle adorno,

e si bacian tra lor Giustizia, e Fede.

Grida il Pastor: – Quel dì fa a noi ritorno

in cui nacque a noi CARLO; itea al suo piede

spargendo lauri, e palme, al sogliob intorno

ove Clemenza, e Maestà risiede -.

Io, poi ch’altro non posso, il più bel teloc

prendo di mia faretra, e – CARLO – esclamo,

e CARLO in ogni tronco, e foglia scrivo.

Così crescendo il nome al tronco, al ramo

di cedro, palma,platano, e d’ulivo,

col favor delle piante io l’ergod al Cielo.

_________

a andate

b seggio

c dardo; dal latino telu(m).

d elevo

 

_________

1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 348: Verino Agrotereo. D. Ignazio Viva Leccese Barone di Specchiarosa Rap. Col. Clem.

2 Giovanni Mario Crescimbeni, La bellezza della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, pp. 433-434.

3 Nel volume è riportato pure un sonetto di un altro arcade leccese, Tommaso Perrone (Edisio Atteo), per il quale vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/     

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

Dialetti salentini: atu

di Armando Polito

È il varco che consente di entrare in un podere recintato, per esempio, da un muro a secco. Suo padre, etimologicamente parlando, è il latino vadum, che significa secca, bassofondo, acqua bassa del fiume, del mare, di un pozzo, fondale, letto, (in senso figurato) luogo sicuro ma anche insidia, pericolo, difficoltà, passaggio pericoloso,  (al plurale) onde, acque dei fiumi o del mare. Il corrispondente italiano, con lo stesso etimo, è guado. Da notare che, mentre quest’ultimo mostra il passaggio va->gua– (lo stesso che dal germanico werra ha portato al latino medioevale guerra, da cui la voce italiana). atu, invece, presenta solo l’aferesi di v-, fenomeno molto ricorrente, anche col coinvolgimento di b-, nel dialetto salentino: per esempio alire (valere) e attisciare (battezzare). A sua volta vadum è connesso col verbo vàdere, che significa andare con celerità, avanzare rapidamente, marciare, procedere, recarsi, (in senso figurato) andare in rovina, precipitare, (detto di legge, proposta ecc.) approvare, partire, morire. Quest’ultimo significato metaforico (sottintendendo da questo mondo)  lo ha pure il verbo italiano andare (se n’è andato), che da vàdere ha mediato le prime tre persone singolari e la terza plurale del presente indicativo  (vado, vai, va, vanno). Infine i composti di vàdere (evàdere, invàdere e pervàdere) sono passati, tali e quali, in italiano, come la locuzione vade mecum (vieni con me) in vademecum.

Nardò: Alberico Longo e Ursula

di Armando Polito

Confesso che questa volta ho esagerato più del solito col titolo, che sembra fatto apposta (lo è, lo è …) per stimolare la curiosità maliziosa dei miei concittadini e, platea molto più ampia, di chi ha ancora nelle orecchie la recentissima coalizione Ursula, cioè quella alleanza parlamentare tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia ipotizzata sui giornali come soluzione per la formazione di un nuovo governo dopo la caduta del Conte I e che traeva la sua denominazione  dal fatto che quei partiti al Parlamento europeo avevano  votato a favore della nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione.

La storia di oggi, però non vede, per fortuna …, come protagonista assoluto uno o più politici, ma, peraltro indirettamente, un letterato neretino ed un suo amore del quale finora nessuna notizia era trapelata e che richiede un salto nel passato di cinque secoli.

Voglio illudermi che alla curiosità maliziosa e pettegola di prima subentri quella che si definisce sana e, se già da questo punto il numero dei lettori dovesse dimezzarsi , resterei, comunque, soddisfatto.

Di Alberico Longo di Nardò  mi sono occupato tempo fa in https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/, link al quale rinvio perché si abbia preliminarmente contezza del suo spessore.

In fondo quello che oggi leggeremo su di lui può sembrare un pettegolezzo, il corrispettivo cinquecentesco di una pena d’amore di oggi  affidata alle pagine di una rivista scandalistica o a trasmissioni televisive che si occupano esclusivamente di argomenti di altissimo respiro …

Si tratta di un componimento di sedici  distici elegiaci di Ulisse Bassiano1 inserito nella cinquecentina Carmina poetarum nobilium Ioannis Pauli Ubaldini studio conquisita2, Antonio Antoniano, Milano, 1563.

Lo riproduco dalle carte 101r e v (da notare, fenomeno non raro all’epoca,  la numerazione delle pagine che ricalca quella dei manoscritti) con a fronte la mia traduzione ed in calce le mie note.

Se è facile immaginare che il neretino abbia letto questi versi, è difficile indovinare quale possa essere stata la sua reazione di fronte a quella che poteva apparire come una ruffiana intrusione da paraninfo.  Fossi stato io al suo posto, avrei invitato il Bassiano  a farsi, almeno per il futuro, i fatti propri …

Comunque, che Ursula non sia un’invenzione letteraria (pur potendo essere Ursula uno pseudonimo) lo farebbe supporre proprio il dettaglio della tristezza che invade il paesaggio trentino in seguito alla partenza della donna, che, dunque, doveva essere originaria di quelle terre. Di una terra vicina era Lazzaro Bonamico che era nato a Bassano del Grappa nel 1469. È autore, fra l’altro, di un Carminum liber, uscito postumo  per i tipi di Giovanni Battista Somasco a Venezia nel 1572.

Le carte 38v-39v ospitano un componimento in latino di Alberico dal titolo In Proserpinam Alberici Longi Salentini2. Il componimento è quello che con parola greca si definisce epicedio, cioè un canto funebre. Infatti qui Proserpina appare come la moglie di Plutone, il dio degli Inferi, accusata di crudeltà per non aver rinviato la morte di Lazzaro Bonamico4. In ordine sparso vi sono alcuni riferimenti che ci riportano, geograficamente parlando, al Nord e, più specificatamente, a due personaggi reali, contemporanei del nostro, e ad uno mitico. Al v. 25 lacrymans Campeggius illi omnium carissimus (Campeggio5 in lacrime, a lui il più caro di tutti), al v. 27 (urbs Antenoris (la città di Antenore6) e al  v.  42 decusque nostrum Lazarum (il nostro vanto, Lazzaro7).

Tenendo presente la terra d’origine del Bonamico e quella, non molto lontana, di Ursula, non è avventato supporre che anche il salentino avesse avuto occasione di soggiornarvi e che in tale periodo avesse conosciuto Ursula. Ci avrebbe pensato il Bonamico ad immortalare il ricordo di una sofferta storia d’amore. Per dare a questa ipotesi maggiore plausibilità bisognerebbe rinvenire altri riscontri, ma, almeno per il momento, e di questo chiedo scusa al lettore malizioso e non, ogni sforzo è stato vano. E così non mi è stato possibile superare il livello delle riviste e delle trasmissioni televisive che prima ho tanto vituperato …

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1  (1498-1550), umanista bolognese. Oltre gli altri suoi componimenti inseriti nella raccolta dell’Ubaldini, un suo sonetto (S’alcun pur fia del vulgo errante et stolto) è nella raccolta di Dionigi Atanagi, De le rime di diversi nobili poeti toscani, Ludovico Ananzo, Venezia, libro I, 1565, carta 192v.

2 Carmi di nobili poeti a cura di Giovanni Paolo Ubaldini.

3 Contro Proserpina del salentino  Alberico Longo.

4 Morì nel 1552. Per la sua biografia completa vedi Giovanni Battista Verci, De rebus gestis et scriptis Lazari Bonamici Bassanensis commentariolum, s. n., Bassano, 1770, pp. V-XXXII. In particolare, a p. XXV si legge: Multi fuere ii, qui poematibus mortem hanc conquesti fuerunt; in ter quos commemorari par est Albericum Longum Salentinum … (Molti furono coloro che piansero questa morte [del Bonamico] con poemi; tra loro è conveniente ricordare il salentino Alberico Longo …).

5 Dalla biografia citata in nota 2: Brevi tempore nominis huius celebritate et fama longe lateque diffusa Bononiam est evocatus ad Alexandrum Campegium, Sanctae Romanae Ecclesiae  postea Cardinalem amplissimum, totamque nobilissimam Campegiorum familiam  instituendam; quo in loco ac celebri illo et pervetusto Gimnasio primas partes obtinuit … (In breve tempo per la celebrità e fama di questo nome [del Bonamico] diffuse in lungo e in largo fu chiamato presso Alessandro Campeggio , poi cardinale di santa romana chiesa e per educare tutta la nobilissima famiglia dei Campeggio, nel qual luogo e in quel celebre e vetusto ginnasio ottenne posizioni preminenti …).

6 Padova che, secondo  Virgilio (Eneide, 1, 247-249), sarebbe stata fondata dal principe troiano Antenore.

7 Lazzaro Bonamico.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (10/x): Tommaso Perrone di Lecce

di Armando Polito

In Prose degli Arcadi, Antonio de’ Rossi, Roma, 1718, tomo III, p. XIV si legge Tommaso Perrone Leccese, Avvocato Napolitano.  Se Leccese si riferisce alla terra d’origine, Napolitano è in rapporto con il diverso ambito culturale e professionale con il quale allora, come oggi, ci si doveva confrontare.

Edisio Atteo era il suo nome pastorale. Se per Edisio mi pare poco probabile che il riferimento sia a quell’Edesio che insieme con Frumentio evangelizzò l’India secondo il racconto di Rufino di Aquileia (IV-V secolo d. C.)1, Atteo è quasi sicuramente dal greco Ἀκταῖος (leggi Actàios), che significa dell’Attica.

Di lui ho reperito i componimenti che seguono.

In Michele Federigo d’Althann vescovo di Vaccia, cardinale di Santa Chiesa, Viceré di Napoli, ecc. acclamato in Arcadia col nome di Teadalgo Miagriano. Componimenti degli Arcadi della Colonia Sebezia, e d’altri non Coloni, Mosca, Napoli, 1724, pp. 77 e 121-124:

1) 

Più che d’auroa , e di gemme in fronte sparsi,

mostri que’ fregi, onde tua mente luceb:

com’il Sol, che veggiamc d’un vetro starsi

dall’altra parte, e in questa pur traluce.

E son fra gli altri i più sublimi apparsi

Senno, Valor, Giustizia e chi n’è Duce,

soave maestà, che cercan farsi

maggiori al tuo gran Nome, a la tua luce.

Felice Arcadia! Del tuo nome adorno

s’illustra; e i regi antichi, onde solead

vantarsi, obliae e tu la fai sì altera.

Ed or che t’ha nel grembo, un più bel giorno,

ne puref allor, che Augusto la reggea,

vide l’alta Cittàg, che al Mondo imperah.

_________

a oro

b dei quali la tua mente risplende

c vediamo

d dei quali soleva

e dimentica

f Sic, per neppure.

g Roma

h comanda

 

2)

O s’uguali al desio potessi l’ale

muover così, che de l’oscura notte

uscissi fuori e con altero volo,

per goder sempremai del chiaro giorno,

là mi fermassi ove s’accende il Sole,

senza mai paventara l’ira del tempo!

I’ non farei, ch’oltraggio alcun dal tempo,

e dal ratto volar di sue presteb ale

soffrisse, ma godendo eterno il Sole,

l’ombre fugasse de la cieca notte,

questo sì chiaro, e memorabil giorno,

in cui TEODALGO mi solleva a volo.

Ma come aver poss’io per tanto volo

penne ben degne se non basta il tempo

del viver mio, non che di questo giorno,

a farne inchiesta, e trasportar su l’ale

de la Fama il suo nome ove fa notte

quando l’altro Emisperoc illustrad il Sole

ed ivi ancor dove risplende il Sole

stanco non mai del suo mirabil volo?

Or se tanto non posso e pur la notte

mi tien fra l’ombre e m’è nemico il tempo,

a te felice Arcadia io drizzo l’alee

del mio vago pensiero in sì bel giorno.

Deh sorgi altera, e godi, e loda il giorno,

che i tuoi Campi feconda un nuovo Sole

maggior de l’altro, che spiegando l’alee

de’ suoi rapidi raggi, a Te col volo

giunse, recando ed ontaf, e scorno al tempo.

per far che non t’accechi invidag notte.

E quella, che ti copre, usatah notte,

sorga più lieta, e chiara al par del giorno,

e le vicende sue ti mostri il tempo

sempre felici e non ti turbi il  Sole.

E i tuoi Pastori, quasi cigni, al volo,

e al canto spieghin la lor voce, e l’alee.

E dican sempre dibattendo l’alee:

– TEODALGO è il Sole, che la notte a volo,

e ‘l Tempo fuga, e ne dà vita, e giorno.

__________

a temere

b veloci

c emisfero

d illumina

e ali

f offesa

g invidiosa

h abituale

 

3) 

Questa di puro latte opra gentile,

che poco dianzi il mio Capraro avvolse

fra questi giunchi, è il frutto che raccolse

dal gregge mio qui non tenuto a vile.

Questa, TEODALGO, in don ti porgo umìle,

poiché la nostr’Arcadia in Te rivolse

l’occhio ben saggia e nel suo sen t’accolse,

come suol vagaa donna aureo monile.

Qui ci vedrai, con tuo piacer, menareb

al verde prato il gregge, ed al ruscello

e cantar lieti al suon d’umile cannac.

Ma Tu, che ti orni d’opre illustri, e chiare,

alfin sarai più gran Pastor di quello

ch’or fatto sei né il mio pensier m’inganna.

_____

a graziosa

b condurre

c siringa

 

4) 

Come il raggio del Sol, che prima indora

di Pelioa, e d’Ossab le superbe cime,

scende poi ne le Valli oscure ed imec

ed esse ancor di sua presenza onora,

quivi pur chiaro, e pur benigno allora

ogni rozzo arbusceld, che non s’estimee,

e ogni altra gentil pianta sublime,

con sua rara virtù feconda, e infiora,

così TEODALGO, Tu de’ primi Eroi

l’alte Sedi rischiari ed or ne scendi

ad illustrar’i nostri bassi Campi.

Tu pien di nuovo almof splendor fra noi,

oltre l’usatog, il furor sacro accendi

e nel volto a ciascun la gioia stampi.

_________

a Monte della Tessaglia.

b Monte tra il Pelio e l’Olimpo. Quando i giganti Oto ed Efialte tentarono di scalare quest’ultimo misero l’uno sull’altro il Pelio e l’Ossa.

c profonde

d arbusto

e che non è degnato di alcuna considerazione

f nobile

g oltre l’abituale

 

In Vari componimenti per le nozze degl’Illustrissimi Signori il Signor D. Niccolò Parisani-Buonanni Marchese di Caggiano etc. e la Signora D. Emmanuele Erberta Vitilio de’ Marchesi dell’Auletta etc., Mosca, Napoli, 1717, s. p.:

5) 

Queste grandi Almea (che di chiaro semeb

trasser la spogliac) furon già criate

d’ugual pensiero e furo anco dotate

d’un pungente desìo d’unirsi insieme.

or Imene d le stringe e quella spemee,

che incerta fu, le rende omaif beate,

giunta nel suo bel fine, e avventurate

faralleg fin che chiudan l’ore estremeh.

Ei dunque scaldi e accenda in sì bel nodo

l’oneste voglie, sì che ERBERTA doni

della futura prole il certo segno.

Nascan figli, e nipoti; e in alto modo

di lor Fama quinci e quindi suoni,

com’è de’ cari Sposi ora il disegno.

__________

a anime

b stirpe

c il corpo

d Nell’antichità classica era il dio delle nozze e, come nome comune, l’ epitalamio, il canto nuziale  che si cantava in coro mentre si accompagnava la sposa alla casa del marito. La voce è dal latino hymenaeu(m), che è trascrizione del greco ὑμέναιος (leggi iumènaios), a sua volta da ὑμήν (leggi iumèn), che significa membrana, imene.

e speranza

f ormai

g le farà

h fino alla fine della vita

 

In Raccolta di componimenti in Lode di sua Eminenza il Cardinale D. Arrigo Enriquez per la di Lui Promozione al Cardinalato indirizzata al medesimo da Giacinto Viva Consolo dell’Accademia de’ Spioni di Lecce, Domenico Viverito, Lecce, 1754, s. p.2:

6) 

Poiché, Signor, giungesti all’alto segnoa,

ove il tuo sangue e tua Virtù sì rara

ti feanb  la via da molto tempo a gara

e ruppero il confin del tuo ritegno,

ben è dover che il nostro umile ingegno

mostri in questa occasion sì bella e cara

che tutto il lume, onde si rende chiara

nostra fama, divien dal tuo disegno.

Sì tu solevi un tempo in culto stile

con prose, e rime ornar nostra Adunanzac

e quinci nacque il ben che poi ne avvenne.

Or, perché sei tu sempre a te simile,

tì offre quei fior, che fare ha per usanza

in segno del suo amor, che in te ritenne.

____________

a alla carica cardinalizia

b facevano

c L’accademia degli Spioni di Lecce, fondata nel 1683. In  L’Accademia degli spioni di Lecce, sua origine, progressi, e leggi: dove si fa menzione nommen de’ viventi, che de’ morti accademici, fondata l’anno 1683 dedicata da Oronzio Carro vicesegretario della medesima al glorioso martire di Cristo, patrizio, e primo vescovo di Lecce, S. Oronzio, Chiriatti, Lecce, 1723, vi è un intervento dell’Enriquez dal titolo Ragionamento indiritto agli Accademici Spioni. Per altre notizie su quest’accademia vedi Archivio storico per le province napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli , 1878, pp. 150-153.

__________________

1 Historia ecclesiastica, libro I, cap. IX (nella Patrologia del Migne, s. n., Parigi, 1849, tomo XXI colonne 478-480).

2 Il sonetto reca l’intestazione: Sonetto dell’Arcidiacono Tommaso Perrone tra gli Arcadi detto Edisio Atteo. Nel volume è riportato pure un sonetto di un altro arcade leccese, IgnazioViva (Verino Agrotereo). Ricordo per analoga celebrazione Poesie toscane, e latine per la promozione alla Sacra Porpora dell’Eminentissimo, e Reverendissimo Principe il Signor Cardinale Arrigo Enriquez Principe di SquinzanoProtettore della Città, e del Ducato di Camerino, Gabrielli, Camerino, 1754.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/     

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

 Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

Dialetti salentini: cacchiame

di Armando Polito

Il tempo dedicato al sonno ha visto utilizzare prima la nuda terra, poi  un semplice strato di foglie, più in là un rudimentale materasso costituito da un sacco riempito di paglia e detto perciò saccone, quindi  la sua evoluzione con la lana al posto della paglia e, via via, il materasso a molle, quello ad acqua, quello di lattice e, infine, quello al memory, un materiale speciale inventato dalla Nasa per gli astronauti.

Il cacchiame era il materiale del secondo modello descritto, cioè un insieme di steli di paglia di orzo contenuto in un sacco dalle giuste dimensioni. La voce, collettiva come  quelle in italiano terminante in –ame (cascame, cordame, cuoiame, fasciame, pellame, etc. etc.) è derivata da càcchiu, che, come l’italiano cappio, è dal latino capulu(m), che significa impugnatura, manico, a sua volta dal verbo càpere, che significa afferrare. Molto prima che  il gaucho argentino o il cow-boy nordamericano usasse il lazo (nome spagnolo, ma dal latino laqueum, lo stesso che in italiano ha dato laccio),  il ragazzino salentino1 esercitava il suo infantile, non so fino a che punto inconsapevole, sadismo catturando lucertole con uno stelo verde di grano o altro cereale, avente un’estremità piegata e annodata sul resto a formare un cappio. E questo non immediatamente individuabile rapporto concettuale tra càcchiu e cacchiame, sfuggito al Rohlfs che nel suo vocabolario non ne dà l’etimo, è destinato a diventare sempre più impalpabile, mentre cacchiame sopravvive ormai solo nei racconti dei vecchi o in qualche romanzo ambientato nel passato.

Com’è noto, càcchiu (e in italiano càcchio) è usato anche come sostituto eufemistico di cazzo. Siccome omnia munda mundis (tutto è puro per i puri; ma qui puro io sarei solo per l’intento divulgativo che in questa occasione mi anima) non posso non far rilevare come il decremento demografico sia stato direttamente proporzionale all’evoluzione del materasso: moltissimi figli quando c’era quello di cacchiame, pochissimi ora che c’è il memory. Direi, adattando un altro detto latino e chiedendo scusa per questa battuta finale forse più cretina che maliziosa, che col cacchiame similia similibus curabantur (le cose simili si curavano con cose simili). E lascio all’arguzia del lettore individuare i due elementi simili nella speranza che questa mia conclusione non sia sfruttata da qualche sociologo da strapazzo come base per qualche suo studio strapazzo …

______

1 Oggi pure qualcuno cresciutello che immortala in rete la sua impresa, una volta tanto incruenta, per fortuna della lucertola e ad onore della nostra umanità: https://www.youtube.com/watch?v=xkXp61VStfE

Nardò nelle cartoline di Antonio Mazzarella, il Cavaliere

di Armando Polito

A chi volesse saperne di più sul fotografo neretino rinvio a

https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/18/anchio-ho-una-foto-del-cavaliere-antonio-mazzarella/

http://www.lavocedinardo.it/Voce12006/VOCE12006PDFBW.pdf

 

Le poche immagini che seguono, “rubate” ad eBay, rappresentano certo una minima parte delle foto del Cavaliere utilizzate per quelle che un tempo si chiamavano “cartoline illustrate” e ancor più di quelle sue aventi, direttamente o indirettamente, come soggetto Nardò.  Sarebbe bello se qualche collezionista o occasionale riempitore di cassetti integrasse questa breve documentazione con la riproduzione anche del verso (a garanzia della paternità dello scatto).

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (9/x): Giulio Mattei di Lecce

di Armando Polito

Salenzio Itomeo il suo nome pastorale. Abate, entrò nell’Arcadia il 20 giugno 17081. Per Salenzio non è azzardato supporre un riferimento al Salento, quasi una forma aggettivale sostitutiva di Salentino, anche in funzione distintiva rispetto al milanese Pietro Antonio Crevenna, entrato in Arcadia il 2 maggio 17042, il cui nome pastorale era Salento Elafieio. Ma non credo sia estraneo neppure il Salentium di Leadro Alberti (XV-XVI secolo), per il quale rinvio a https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/16/tuttal-piu-me-lo-bevo-ma-non-me-la-bevo/, in linea con gli stessi moderni  equivoci  rilevati per Tommaso Maria Ferrari.  Per Itomeo il riscontro è con il monte Itome in Messenia. Riporto due passi di Pausania (II secolo d. C.)3:

Καὶ γὰρ τοῦ Διὸς τὸ  ἐπὶ  τῇ  κορυφῇ  τῆς  Ἰθώμης τέμενος

(E infatti il santuario di Giove sulla cima dell’Itome …)

Ἐς δὲ τὴν κορυφὴν ἐρχομένῳ τῆς  Ἰθώμης, ἣ δὴ Μεσσηνίοις ἐστὶν ἀκρόπολις, πηγὴ Κλεψύδρα γίνεται. Πάντας μὲν οὖν καταριθμήσασθαι καὶ προθυμηθέντι ἄπορον, ὁπόσοι θέλουσι γενέσθαι καὶ τραφῆναι παρὰ σφίσι Δία. Μέτεστι δ᾽ οὖν καὶ Μεσσηνίοις τοῦ λόγου. Φασὶ γὰρ καὶ οὗτοι τραφῆναι παρὰ σφίσι τὸν θεόν, Ἰθώμην δὲ εἶναι καὶ Νέδαν τὰς θρεψαμένας, κεκλῆσθαι δὲ ἀπὸ μὲν τῆς Νέδας τὸν ποταμόν, τὴν δὲ ἑτέραν τῷ ὄρει τὴν Ἰθώμην δεδωκέναι τὸ ὄνομα. Ταύτας δὲ τὰς νύμφας τὸν Δία, κλαπέντα ὑπὸ Κουρήτων διὰ τὸ ἐκ τοῦ πατρὸς δεῖμα, ἐνταῦθα λοῦσαι λέγουσι καὶ τὸ ὄνομα εἶναι τῷ ὕδατι ἀπὸ τῶν Κουρήτων τῆς κλοπῆς. Φέρουσί τε ἀνὰ πᾶσαν ἡμέραν ὕδωρ ἀπὸ τῆς πηγῆς ἐς τοῦ Διὸς τοῦ Ἰθωμάτα τὸ ἱερόν.

(Per chi va sulla vetta dell’Itome, che per i Messeni è la rocca, c’è la sorgente Clessidra. Cosa difficile anche per chi prende a cuore la questione è contare tutti quelli che pretendono che Zeus sia nato e cresciuto presso di loro. Il discorso riguarda pure i Messeni.  Infatti anche questi dicono che il dio è cresciuto tra loro, che nutrici sono state Itome e Neda, che da Neda è chiamato il fiume e che l’altra abbia dato il nome Itome al monte. Dicono che queste ninfe lì abbiano lavato Zeus, che era stato nascosto dai Cureti per timore del padre, e che il nome alla fonte sia derivato dall’inganno dei Cureti. E ogni giorno portano l’acqua dalla fonte al tempio di Zeus Itomata)

Di lui non ho notizia di opere singole pubblicate, ma della sua attività di poeta rimangono numerose tracce in varie raccolte.

Due sonetti sono in Michele Federigo d’Althann vescovo di Vaccia, cardinale di Santa Chiesa, Viceré di Napoli, ecc. acclamato in Arcadia col nome di Teadalgo Miagriano Componimenti degli Arcadi della Colonia Sebezia, e d’altri non Coloni, Mosca, Napoli, 1724, pp. 63 e 102: 

Signor, da l’uno a l’altro estremo Polo

andran di nostra Arcadia i pregi alteri,

e riverranno in lei que’ dì primieri, in

cui sublime ergean suoi cigni il volo.a

Se l’antico splendor tutto in Te solo

oggi riveste, e gli onorati, e veri

sentier riprende, onde un dì fia b che speri

girnec  più chiaro il nostro eletto stuolo,

or qual darem ghirlanda al tuo valore?

Ch’a sommi Eroi non basta il crin fregiarsi

di lauro, o palma, o d’altro pari onore.

Dee sol di tue Virtudi ‘l serto farsi,

onde splender vedremo ogni Pastore

più che d’auro, e di gemme in fronte sparsi.

_______

a e ritorneranno in lei quei primi giorni in cui  i poeti dell’Arcadia dettero splendida prova di sé. Michele Federico d’Althann era entrato nell’Arcadia nel 1722.

b sarà

c procedere

 

Spirti d’onor, che ‘n riva al Tebroa ancora

d’Arcadia amanti intorno a lei godete,

deh sul Sebetob a rimirar movete,

qual degno Eroe le nostre selve onora!

Quel, cha Virtude il Regno orna, e ristora,

il gran TEODALGOc, or non sdegnar vedrete

un serto umil, ch’in queste piagged liete

rozza man di Pastor tesse, ed infiora.

Vedrete ancor, come la fronda e ‘l fiore

pregio racquisti a la sua fronte intorno,

e prenda qualità dal suo valore.

Ma no, restate; e ‘l rivedrete un giorno

d’altro ben degno Ovil Sommo Pastore

sul Vatican di maggior serto adorno.e

________

a Tevere

b Antico fiume di Napoli.

c Come recita pure il titolo della raccolta, Teadalgo Miagriano era il nome pastorale di Michele Federico d’Althann.

d contrade

e Questi ultimi tre versi non furono profetici, perché Federico non fu papa.

 

Quattro sonetti sono in Rime degli Arcadi, Antonio de’ Rossi, Roma, 1717, tomo VI, pp. 283-285

Quell’io, ch’un tempo nell’età ferventea

vissi morendo al folgorar d’un guardo b,

che balenando ognor lume bugiardo,

fè d’impuro desioc l’anima ardente,

or d’altra etaded altro pensiero in mente

tepido accoglioe, e più d’amor non ardo,

che di ragione il moto lento, e tardo

contra il caldo d’amor fu sol possente:

così del van desio l’anima sciolse

il tempo, e fu dal tempo il fuoco spento,

che né forza, né luogo allor ritolse;

e alfin del lungo suo vaneggiamento

l’effeminato mio pensier raccolse

frutto sol di vergogna, e pentimento.

__________

a l’età giovanile

b sguardo

c desiderio

d dell’età matura

e accolgo

 

Il faggio è questo, in cui Serranoa incise

sotto il nome di Fillib i vari moti

del gran Pianetac, e i corsi a lui sol noti

delle stelle da noi tanto divised:

il sasso è questo, ove talor s’assise

cantando delle cose i semi ignotie,

come il tuon si formi, e come rotif

il fulmine sul monte in varie guiseg.

Or più nol veggioh, ch’a trovar sua stella

nel Ciel è gitoi, ove spess’io rimiro,

e chiamo Morte, che m’unisca a quella,

sovente al dolce luogo il passo giro,

e poiché non poss’io l’anima bella,

mi stringo al faggio, e al sasso, e poi sospiro.

___________

a Nome di pastorello inventato.

b Pastorella amata da Serrano.

c Giove

d lontane

e le origini sconosciute

f ruoti

g in vari modi

h non lo vedo

i andato

 

Di quell’ardor, che sparso in ogni parte

del petto mio, sì dolcemente appresi,

canto; e del bel, di cui forte m’accesi,

in amoroso stil vergo le cartea.

Quanto possibil sia l’ingegno, e l’arte

alzar vogl’io, per far chiari, e palesi

i raib, che dal bel volto al cor discesi,

fiamme, e dolcezze anc nel mio cor cosparted.

Ardito mio pensier dispiega l’ale,

passa le nubi omaie libero, e sciolto,

né ti sgomenti il volo, alto, e mortale,

poiché, quando da morte i’ f sarò colto,

forse avverrà, che viva, ed immortale

la mia fiamma ne resti, e ‘l suo bel volto.

____________

a scrivo versi d’amore

b raggi

c Sic per han.

d cosparse

e ormai

f io

 

Poiché di tristo umor gravida il ciglio,

la Real Donna, che in Liguria impera,

vide l’Italia in quella parte, ov’era

del proprio sangue il bel terren vermiglio,

– Qual fia – proruppe – quel più saggio figlio

di tanti, e tanti infra l’eletta schiera,

ch’or nel mio soglio asceso, a me l’intera

pace riserbi nel comun periglio! -.

Indi volgendo maestoso, e tardo

in quel, che la cingea, stuolo d’Eroi,

sovra di te, Signor, fermò lo sguardo,

e rimembrando i fatti egregi tuoi,

disse: – Le giuste brame, ond’io tutt’ardo,

tu solo, o Figlio, oggi  adempir  ben puoi.

La Real Donna potrebbe essere Genova e il Signor/Figlio Giovanni Antonio Giustiniani doge dal 1715 al 1717.

Della considerazione in cui il Mattei era tenuto da Giambattista Vico è prova nella raccolta da lui pubblicata nel 1721, della quale riproduco il frontespizio.

Alle pagine 109-146 si trova un lungo componimento del Vico nel quale (vv. 324-432) sono nominati i poeti4 il cui contributo fu inserito nella raccolta e ai vv. 401-402 si legge: il Mattei che valore/ha del nome maggiore. E, quasi a compensazione del valore senza notorietà, il Vico apre la raccolta proprio con un sonetto del nostro, che precede, addirittura, la dedica nuziale del grande napoletano. Non lascia adito a dubbi la nota che si legge in calce.

Ad un Ritratto dell’Eccellentissima Signora Marchesana di Sant’Eramo. 

L’altera fronte, il bel celeste aspetto,

e ‘l volto imitator dell’alta mente

sù questa tela a noi rendon presente

Donna, ch’eccelsi spirti accoglie in petto.

Ma il grave onor, l’Angelico intelletto,

l’almo valor del senno, e la possente

forza del brio chi mai sì degnamente

ritrar potria conforme al gran Subietto?

E pur qui l’Arte la Natura hà vinta,

s’ogni virtù di lei vive, e innamora,

e vera appar, non che adombrata o finta.

Tal forte Idea compone, orna e colora,

l’eroica Immago, che se ben dipinta,

maraviglia, e rispetto esige ancora.

 

Questo nobil sonetto giunto, già data fuori la Raccolta, si è stimato ben fatto qui collocarlo.

 

E alle pp. 59 e 104 due sonetti del leccese.

Il laccio, ondea furb presi i cori alteric

di questi Eroi, la su nel Ciel s’ordìo

per man d’Amor, sommo Signore, e Dio

di Giove istesso, e de gli Dei più ferid,

santa Onestà lo strinse, e i suoi severi

modi a’ vezzi d’Amor soavi unìoe,

e molcef intanto un nobile desìo

i degni affetti lor casti, e sinceri.

Vieni dunque Imeneog con lieti auspici,

e su l’almeh già strette in un raccolti

versa de’ tuoi favori il bel tesoro.

Quindi vedrem da nozze sì felici

nascere i figli, e rinnovare i volti,

e i fatti egregi de’ grand’Avi loro.

__________ 

a da cui

b furono

c fieri

d fieri

e unì

f delizia

g Nell’antichità classica era il dio delle nozze e, come nome comune, l’ epitalamio, il canto nuziale  che si cantava in coro mentre si accompagnava la sposa alla casa del marito. La voce è dal latino hymenaeu(m), che è trascrizione del greco ὑμέναιος (leggi iumènaios), a sua volta da ὑμήν (leggi iumèn), che significa membrana, imene.

h anime

Io veggioa in mezzo al bel talamob d’oro

sparger nembi di gioia, e far soggiorno

Amor, sua Madrec, delle Grazie il coro,

et Imeneod col vago cinto adorno,

et accese in festivo alto lavoro

mille facie cambiar la notte in giorno,

e Donne, e Cavalier con bel decoro

muover le danze, e cento applausi intorno.

Veggioa la pompaf in apparir fastosi

Eig vinto, et Ellah del trionfo alterai

i duo ben degni, e fortunati Sposi.

Odo al suon di più Lire, e in vaga schiera

cantar nobili Cignil: Eroi famosi

o qual Germem il Sebeton attende, e spera!

__________ 

a vedo

b stanza nuziale

c Venere

d Vedi la nota g del sonetto precedente.

e fiaccole

f sfarzo

g lo sposo

h la sposa

i fiera

l poeti

m discendenza

n Antico fiume di Napoli.

 

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (premessa): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte(Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)  

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quattordicesima parte (Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-14-x-giorgio-e-giacomo-baglivi-di-lecce/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

_______________

 

1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Roma, Antonio de’ Rossi, 1711, p. 371.

2 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, op. cit., p. 361; per completezza va detto che qualche decennio dopo  il pisano Carlo Lanfranchi Chiccoli assumerà il nome pastorale di  Salento Scopeo.

3 Ἑλλάδος περιήγησις, IV, 3, 9: Καὶ γὰρ τοῦ Διὸς τὸ  ἐπὶ  τῇ  κορυφῇ  τῆς  Ἰθώμης   τέμενος (e infatti il santuario di Giove sulla cima dell’Itome …)

4 Oltre a Giulio Mattei sono (per quelli che fecero parte dell’Arcadia aggiungo il nome pastorale): Nicola Capasso, Nicola Cirillo, Nicola Galizia, Giacinto di Cristofaro, Gioacchino Poeta (Clealgo Argeateo), Matteo Egizio (Timaste Pisandeo), Francesco Manfredi, Casimiro Rossi (Vatilio Elettriano), Giuseppe di Palma, Francesco Buonocore, Gennaro Perotti (Filomato Nemesiano), Agnello Spagnuolo (Fidermo Falesio), Niccolò Sersale, Niccolò Salerno (Pirgeo Libadio), Andrea de Luna d’Aragona (Varisto Pareate), Andrea Nobilione, Vincenzo Tristano, Francesco Valletta, Giuseppe di Cesare, Silverio Giuseppe Cestari (Salvirio Tiboate), Giuseppe Aurelio di Gennaro, Vincenzo Viscini, Andrea  Corcioni, Basilio Forlosia, Giulio Mattei, Marcello Vanalesti (Spimelio), Francesco Salernitano, Giovanni Maria Puoti, Casimiro Rossi (Vatilio Elettriano), Pietro Metastasio (Artino Corasio), Casto Emilio Marmi, Anton Maria Salvini (Aristeo Cratio).

Nardò: il duca Belisario può far celebrare messa nel suo palazzo

di Armando Polito

Su Belisario Acquaviva, ultimo duca di Nardò con tale nome, vedi Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò, in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli,1848, v. I, pp. 443-445.

Di seguito il documento di autorizzazione emesso dall’arcivescovo di Amalfi Paolo Emilio Filonardi (Roma, 1580 – Roma, 24 aprile 1624) su autorizzazione di papa Paolo V (1552-1621). È contenuto in un manoscritto del secolo XVII (Borg. lat. 67, carta 188r e v) custodito a Roma nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Esso, come si vedrà, non reca data, ma, siccome è seguito da altre licenze concesse ad altri nel 1618, è plausibile che risalga a quell’anno. Ad ogni buon conto non può essere anteriore all’aprile del 1618, data in cui il Filonardi fu nominato nunzio apostolico, carica ricordata proprio all’inizio.

Lo riproduco con, di mio, la trascrizione a fronte e  la traduzione in calce.

Paolo Emilio Filonardo di Roma, arcivescovo di Amalfi per grazia di Dio e della sede apostolica, e attualmente nunzio per il Regno di Napoli per conto dell’illustrissimo signore nostro papa Paolo V e commissario appositamente deputato a tutto ciò che dopo è posto. A tutti e ai singoli fedeli di Cristo che leggeranno la presente, nonché a quelli che la vedranno e alla quale siano pervenuti  o in qualsivoglia modo spetti, dichiariamo quale licenza concediamo al signore Belisario Acquaviva duca di Nardò in forza della facoltà concessaci dal signor nostro papa Paolo e con la presente disponiamo che al medesimo duca sia lecito e possa far celebrare il sacrosanto sacrificio della messa nella sua cappella o oratorio della medesima città di Nardò con i suddetti limiti e condizion, in modo che l’oratorio adeguatamente a ciò arredato, rimanga libero da tutti gli usi domestici, tuttavia dall’organizzazione del luogo anche da visitare e da approvare, affinché qualche messa

possa celebrare per mezzo di qualsiasi sacerdote secolare o regolare su licenza, tuttavia, dei suoi superiori, rispettati ed esclusi i giorni di Pasqua di Resurrezione, Pentecoste e Natività di nostro signore Gesù Cristo e in presenza del suddetto signor duca e della sua famiglia, così che si pensi che gli altri, oltre ai domestici necessari al medesimo duca, che qui partecipasseo alla messa nei giorni festivi non abbiano soddisfatto per niente il precetto dell’obbligo di ascoltare la messa in chiesa e che tuttavia sia celebrata una sola volta al giorno, finché non sarà stata concessa licenza di celebrarla nel detto palazzo. In questa dichiarazione di fede e testimonianza noi presenti abbiamo sottoscritto di propria mano e abbiamo ordinato che fosse corredata del solito sigillo. Emesso a Napoli nel palazzo apostolico1. Nel giorno

____________

1 Da intendersi palazzo della nunziatura apostolica.

 

Dialetti salentini: ceddhi e addoieddhi, due botte di ironia

di Armando Polito

Ci sono parole logorate nel loro spirito nativo dall’uso e dal tempo. È il caso delle due di oggi, la prima un pronome indefinito, la seconda un avverbio di luogo. Solo l’indagine etimologica è in grado di recuperare parzialmente il valore perduto, ma non credo che questo post sia in grado di farlo evocare nell’uso, se non, fugacemente, in chi per un motivo o per un altro si sia imbattuto nella sua lettura. Prima di iniziare sento il bisogno di ringraziare Giuseppina Cacudi, mia cugina, che recentemente su Facebook mi ha posto una domanda relativa all’origine della seconda parola. E, siccome lì la mia risposta è stata piuttosto lapidaria, mi è sembrato opportuno spendere qui qualche parola in più.

Ceddhi che,a quanto mi risulta, è in uso solo a Nardò, significa nessuno. Si può restare sorpresi all’inizio dalla desinenza tipica del plurale dei nomi maschili. Infatti ceddhi esiste come omografo, ma è plurale di ceddhu, sostantivo, corrispondente all’italiano uccello, del quale condivide l’etimo: dal latino tardo aucellu(m), a sua volta da *avicellus, diminutivo del classico  avis. L’originario dittongo iniziale au che in italiano ha dato u sembra essersi volatilizzato in ceddhu. Ciò è avvenuto per un fenomeno abbastanza diffuso, che si chiama deglutinazione (in latino deglutinare significa staccare), vale a dire la perdita all’inizio di una parola del suono originario inteso come articolo o altra particella. Nel nostro caso: l’uccello>lu cello>lu ceddhu>ceddhu.

È tempo di lasciar volare via l’uccello e di passare a ceddhi pronome. Chi direbbe che è ciò che rimane del nesso latino quem velles (chi tu volessi o vorresti)? E la cosa è ancora più chiara nella variante ciuveddhi , in uso in altre zone del Salento, in cui non si è verificata la sincope di –ve-.

Per comprendere l’ironia anticipata nel titolo basterà pensare a queste poche battute:

– Combà, ci n’c’era alla festa -? (- Compare, chi c’era alla festa? -)

– Nn c’era ceddhi – (- Non c’era nessuno -)

L’ultima battuta equivale a – Non c’era (nemmeno) chi vorresti tu -, come se il pensiero dell’interlocutore contasse poco o nulla.

Parente strettissimo di ceddhi è addoieddhi, che significa da nessuna parte, in nessun posto. È ciò che rimane della locuzione latina ad de ubi velles (alla lettera a da dove tu volessi o vorresti) attraverso un intermedio *addovieddhi (la variante dduveddhi è in uso a Salve); e qui l’ironia, che in ceddhi  era affidata a quem velles,  si condensa in ubi velles e s’incrementa nella contraddittorietà di ad che significa verso (complemento di moto a luogo) e de che significa da (complemento di moto da luogo), quasi a denunziare uno stato di confusione mentale che sfocia nel concetto di assenza insito nell’avverbio.

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