1635. “Ci moriamo di fame”. Le due lettere della badessa Livia Carignani e l’accusa alla politica distruttiva del vicario Granafei

di Marcello Gaballo

Il dolore e lo sconcerto già espressi nelle lettere della badessa Caterina Sambiasi, di suor Antonia Dell’Antoglietta e del sacerdote don Bernardino Sambiasi trovano conferma e continuità nei due accorati appelli scritti dalla badessa Livia Carignani nel 1635, entrambi indirizzati riservatamente al vescovo Fabio Chigi, poi papa Alessandro VII. Due lettere che, nella loro compostezza formale, racchiudono un grido lacerante, il riflesso di una comunità claustrale che si vede impoverita, tradita, sopraffatta da un vicario, Giovanni Granafei, che si dimostra incapace o, peggio, ostile alla sopravvivenza stessa del monastero.

Nella prima lettera, del 23 giugno, la badessa Carignani scrive con tono rispettoso ma incisivo, sottolineando che “stando questo monasterio tanto afflitto e bisognoso, altra speranza non ha di sollevarsi eccetto la potentia di V.S. Ill.ma”.

È un chiaro riconoscimento dell’autorità del vescovo, ma anche una denuncia velata dell’inerzia o della connivenza del vicario.

La badessa invoca un intervento diretto per costringere lo stesso Granafei a riscuotere quanto dovuto da parte di numerosi debitori, tra cui la stessa Università di Nardò, a favore del monastero, come dimostrano “li conti dell’Abbate Gio: Bernardino Castello da persona non suspetta”.

L’invocazione non si ferma alla sfera amministrativa: il quadro che emerge è di vera e propria emergenza alimentare e materiale. Le monache, scrive, “sono anche travagliate per le decime papali due per cento da l’esattore, et noi stiamo in miseria, et necessità, che ci moriamo di fame, et l’esito supera l’introito”. Parole che si ripetono con tragica costanza nella corrispondenza proveniente da Santa Chiara e che mostrano quanto il monastero, da centro florido di spiritualità e di economia urbana, si trovi sull’orlo del collasso.

A distanza di pochi mesi, il 1° settembre, la stessa badessa torna a scrivere, con toni ancora più drammatici. È una lettera più lunga, che si presenta come “un dippiu ragguaglio delle miserie di questo povero monastero”. Non c’è più solo l’accenno alla sofferenza, ma la necessità impellente di documentarla, di forzare la mano perché qualcosa si muova. “Stando cossì afflitte siamo forzate in ogni modo di tornare a scriverle, et supplicarla insieme si degni haverne compassione, ed attui qualche rimedio…”.

L’appello non è solo spirituale, è un grido di giustizia. La badessa chiarisce che “questo monasterio miserabile vive con l’entrade delle doti delle povere monache, e benche per il passato stesse in comodita, hora sta in necessita, e Dio sa la causa, e tal’hora per il mal governo di chi n’ha governate et havuto possesso delle cose nostre”. L’allusione è chiara: l’amministrazione disastrosa del vicario ha precipitato la comunità nella povertà.

Le accuse diventano puntuali, circostanziate, ineludibili. Si denuncia la rimozione arbitraria dell’abate Ercole Sombrino, stimato procuratore, e del confessore sac. Lelio Sambati, che le monache avevano chiesto di mantenere fino al termine dell’anno.

Il vicario giustifica l’azione dicendo che l’ordine proveniva dal vescovo, cosa che la badessa dubita profondamente. Ma l’episodio più clamoroso riguarda la devastazione della masseria in Arneo, proprietà del monastero, dove furono “tagliati 800 alberi ad uso di oleastro senza speranza veruna di potersi rihavere”. Un danno enorme e deliberato, che la badessa afferma aver colpito anche i beni della Mensa Vescovile nello stesso territorio: un modo per rendere Chigi partecipe della gravità della situazione e forse anche indirettamente vittima delle stesse logiche distruttive. A ciò si aggiunge la nomina frettolosa di un Razionale al monastero subito dopo la rimozione del procuratore: un segnale di occupazione amministrativa, quasi un commissariamento non dichiarato.

Ma il passaggio più inquietante è l’analisi della gestione del vicario, che la badessa definisce apertamente disattenta, indifferente, dannosa.

L’impressione che emerge è quella di una precisa volontà di soffocare la vitalità del monastero, di fiaccarne la forza economica, culturale e spirituale, di renderlo passivo, manipolabile, umiliato. Come già denunciato da Caterina Sambiasi, da suor Antonia e da don Bernardino, anche Livia Carignani percepisce il disegno pericoloso di chi sta tentando di rendere fragile una delle istituzioni più rilevanti della città: le clarisse, con le loro doti, le loro proprietà, la loro influenza sul tessuto cittadino, non dovevano più contare. Dovevano solo obbedire.

 

Si fa riferimento a: “Una pietà nel pensare”. La voce del fratello della badessa di Nardò contro l’opera distruttiva del vicario Granafei – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

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