“Una pietà nel pensare”. La voce del fratello della badessa di Nardò contro l’opera distruttiva del vicario Granafei

di Marcello Gaballo

Dopo le lettere strazianti della badessa Caterina Sambiasi e di suor Antonia Dell’Antoglietta, un’altra testimonianza si leva dalle mura del monastero di Santa Chiara di Nardò per raggiungere il vescovo Fabio Chigi (futuro Alessandro VII) in uno dei momenti più difficili della storia seicentesca del convento.

Questa volta a scrivere è un uomo, il sacerdote don Bernardino Sambiasi, fratello della badessa, che il 26 gennaio 1636 prende carta e penna per rivolgersi direttamente al prelato con tono discreto ma fermo, lasciando emergere la drammaticità della situazione e il disagio profondo in cui versava la comunità claustrale.

È una lettera privata, confidenziale, come molte altre custodite nella corrispondenza vaticana giunta da Nardò al vescovo.

Ma qui si percepisce una lucidità diversa, quella di un familiare coinvolto, di un sacerdote che conosce bene tanto le dinamiche ecclesiastiche quanto quelle economiche e civili della città, e che denuncia con chiarezza i danni prodotti dalle continue ingerenze del vicario Granafei. L’appello è chiaro e concreto: “habbia pensiero di aiutarlo et provedendo di quello sarà necessario, in particolare à farsi pagare da li debitori et costringerli senza tante liti”. Il monastero, un tempo ricco e ben amministrato, non riesce più a recuperare i propri crediti, neppure quelli più certi e documentati: “poi che mi pare che dando tante buone parole senza effetti che una obliganza liquida dal affitto delle masserie di detto monasterio”. Le masserie, cioè le grandi aziende agricole del convento, sono affittate, ma i redditi non arrivano: chi deve pagare si sottrae, e chi dovrebbe tutelare le monache lascia correre.

La causa? Ancora una volta, l’oppressione sistematica messa in atto dal vicario Granafei. Don Bernardino denuncia che “i divieti imposti dal vicario” hanno avuto un effetto disastroso: nessuno vuole più assumere l’incarico di procuratore del monastero, una figura essenziale per la gestione dei beni e la sopravvivenza economica della comunità.

Una posizione che in passato era ambita, ricercata, considerata un onore da parte delle famiglie più in vista: “non si trova alcuno disposto a far da procuratore al monastero, nonostante questo incarico sia sempre stato desiderato e domandato dalli migliori della Città”.

È un rovesciamento sociale evidente: dove prima vi era onore, ora vi è discredito; dove vi era fiducia, ora regna il sospetto. Il monastero è isolato, non solo materialmente, come mostrano i documenti sull’innalzamento del muro di cinta, ma anche nella sua capacità di dialogare con l’esterno e difendersi nei propri diritti.

La chiusa della lettera è amara, e non lascia spazio a equivoci: “realmente è una pietà nel pensare in che stato si ritrova il misero convento”.

Parole che si accostano per forza e dolore a quelle con cui pochi mesi dopo la stessa badessa Caterina Sambiasi scriverà che “si moriva di fame” nel monastero e che “la fame non hà legge”. Oppure a quelle con cui suor Antonia Dell’Antoglietta, con sdegno e orgoglio, rivendicherà la propria identità e la dignità della comunità offesa. Le tre voci, convergenti e complementari, rivelano lo stesso scenario: un’istituzione spirituale e civile fondamentale per la città di Nardò, il monastero delle clarisse, resa fragile e impoverita da manovre autoritarie e da un controllo che sembra puntare non al governo, ma alla spoliazione.

La lettera di don Bernardino, pur nella sua compostezza, è un atto d’accusa. Non solo contro l’inefficienza, ma contro un preciso disegno di indebolimento di quella che era stata, sin dalla sua fondazione, una delle più forti realtà economiche, devozionali e culturali della città. Un convento di monache, sì, ma capace di influenzare la vita urbana, di amministrare un patrimonio, di ispirare fedeli e famiglie. Ed è proprio questa forza che Granafei sembra voler fiaccare, soffocando il monastero con divieti, minacce, ingerenze e sottrazioni, in un contesto in cui il potere ecclesiastico si faceva strumento di oppressione invece che di tutela.

È in queste lettere, sommessamente affidate alla penna e alla speranza, che sopravvive il dramma delle clarisse di Nardò. E attraverso esse, oggi, è possibile ascoltare ancora la loro voce, tenace e limpida, che non si arrese nemmeno nel momento più buio.

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