Il Sedile di Nardò: memoria delle istituzioni e simbolo delle libertà cittadine

Il saggio di Pantaleo Ingusci, Storia breve del Sedile di Nardò, pubblicato nel dicembre 1962 sulla rivista La Zagaglia, offre una lettura del monumento che va ben oltre la sua dimensione architettonica. L’autore considera infatti il Sedile non soltanto come uno degli edifici più rappresentativi della piazza neretina, ma come luogo fisico della memoria municipale, intimamente legato alle vicende politiche e istituzionali della città.

La storia dell’edificio viene così ricondotta a quella più ampia dell’istituzione del sedile, inteso come spazio delle assemblee e della rappresentanza cittadina. Ingusci richiama le trasformazioni degli ordinamenti municipali e, in particolare, il privilegio concesso alla città alla fine del Quattrocento, che prevedeva un’organizzazione del governo fondata su Ordinati, Auditori e due Sindaci, uno dei Nobili e uno del Popolo. Il Sedile diviene quindi il luogo nel quale si esprime concretamente la vita politica della comunità e nel quale, attraverso il pubblico parlamento, vengono compiute le principali scelte dell’amministrazione cittadina.

Di particolare rilievo è il rapporto che Ingusci istituisce tra il Sedile e la secolare aspirazione di Nardò alla demanialità, vale a dire alla sottrazione della città al dominio feudale. Nella sua interpretazione, la difesa delle prerogative municipali costituisce uno dei fili conduttori della storia neretina e permette di leggere sotto una nuova luce alcuni dei momenti più drammatici della vicenda cittadina, dalla resa ai Veneziani del 1484 alla ribellione del 1528 e, soprattutto, alla rivolta del 1647.

Il Sedile assume così anche il ruolo di testimone materiale della crisi del potere feudale. Ingusci ricorda la figura di Cesare di Paolo, sindaco del popolo e difensore delle prerogative dell’Università, ucciso il 17 agosto 1647, e lega tragicamente alla storia dell’edificio la memoria della sua esecuzione e dell’esposizione della sua testa. Il racconto, fortemente partecipato e caratterizzato dal linguaggio civile dell’autore, restituisce al monumento una dimensione simbolica che trascende la semplice cronaca degli avvenimenti.

Un ulteriore motivo di interesse è rappresentato dalla ricostruzione delle successive funzioni del Sedile. Dalla sede della vita municipale dell’età moderna agli anni della trasformazione degli ordinamenti dopo l’abolizione della feudalità, fino alla presenza della Guardia Urbana e poi della Guardia Nazionale nell’Ottocento, l’edificio continua a essere associato alla vita pubblica della città.

Il saggio acquista inoltre un particolare significato perché fu scritto in occasione della restituzione del Sedile alla sua forma originaria, intervento che Ingusci saluta come un primo passo verso la valorizzazione del patrimonio storico e monumentale di Nardò. L’edificio viene infatti presentato come parte integrante della piazza oggi intitolata ad Antonio Salandra e, più in generale, del tessuto barocco della città.

Pur nella brevità dichiarata dal titolo e nel carattere fortemente civile della narrazione, il testo di Ingusci conserva dunque un interesse significativo per la conoscenza del Sedile come monumento, istituzione e luogo della memoria collettiva. La sua lettura permette di cogliere il valore attribuito al monumento nella cultura neretina del Novecento e di comprendere come, nel corso dei secoli, le sue mura siano state associate all’esercizio del potere municipale, alle rivendicazioni della comunità e alle trasformazioni politiche che hanno segnato la storia di Nardò.

La riproposizione del saggio offre pertanto l’occasione per rileggere la storia del Sedile attraverso una testimonianza ormai storica essa stessa, collocandola nel più ampio percorso di studi dedicati alle istituzioni municipali, alle libertà cittadine e ai luoghi della memoria di Nardò.

STORIA BREVE DEL SEDILE DI NARDO’

di Pantaleo Ingusci [1]

Merito principale del Sindaco di Nardò avv. Dr. Salvatore De Benedittis e della Amministrazione Comunale é quella di essere venuto incontro, ascoltandoli, ai consigli autorevoli dell’architetto Calza Bini e miei modestissimi, restituendo nella sua forma originaria l’edificio del Sedile esistente nella vecchia piazza barocca, che, dal 1915, è intitolata ad Antonio Salandra. E’ cosa notevole, che dinota finalmente l’intenzione di restituire alla città il suo bel volto, specie in quella piazza, storicamente famosa, che è uno dei migliori monumenti del barocco salentino. È appena l’inizio, ma abbiamo almeno noi cittadini amanti del bello e dell’antico la soddisfazione di vedere il nostro Sedile ricordare nella sua originale struttura il passato glorioso di Nardò e non già presentarsi nell’aspetto di bottega da rigattiere o di cantina o di punto di ritrovo destinato al gioco delle carte per dilettazione o per vizio di tutti i vagabondi paesani.

Il nostro Sedile ricorda molte pagine gloriose di storia municipale. E se, come edificio, esso è del più bel Rinascimento (le sovrastrutture sono tarda opera barocca della prima metà del secolo XVIII), come istituzione esso è molto più antico.

Già la vetusta Neritum, romanizzata dopo le distruzioni delle guerre civili coi primordi dell’ Impero sotto la casa Giulia, divenne municipium in epoca Traianea.

Decaduti i municipi e le città nella tarda epoca imperiale e ridotti a meri organi burocratici senza vita propria, troviamo, sin dall’epoca bizantina, piazze, tocchi, platee, sedili. Si riserbava la denominazione di piazza o platea alle adunanze dei popolari, mentre quella di sedile spettava alle adunanze dei nobili, cui, con l’andar del tempo finì con concentrarsi l’amministrazione municipale, divenuta un monopolio gentilizio, per lo meno nell’età angioina.

A Napoli, nel XII oppure molto prima, i nobili formavano una specie di Senato partecipante al governo del ducato, innanzi alla unificazione del Mezzogiorno. E l’importanza di queste adunanze andava anche al di là della semplice amministrazione, se è vero che un duca Sergio in epoca prenormanna si era impegnato con giuramento di non mutilare, imprigionare od esiliare senza udire il consiglio dei nobili. Il che era una specie di Magna Charta Libertatum.

Per quanto riguarda la storia della città di Nardò, è opportuno osservare che già sotto gli Aragonesi e specialmente intorno al tempo della Congiunta dei Baroni, i sovrani di detta Casa dimostrarono verso le città, e quindi, anche verso Nardò, una certa benevolenza e ciò è alquanto conforme alla politica delle monarchie assolute di invogliare la feudalità tendente a creare tante piccole monarchie nel più grande reame (ed è di questo periodo la fine del Principato di Taranto, vero Stato nello Stato). Così vediamo che Re Ferdinando II di Casa d’Aragona viene con suo privilegio incontro alle aspirazioni secolari, sempre ritornanti in Nardò dall’ epoca degli Svevi, di far entrare la città nel demanio regio, il che significa sottrarlo al dominio feudale (e i popoli, si sa, almeno nei tempi antichi e nel medioevo, preferiscono la servitù verso il monarca – che è potente e lontano – alla tirannìa del signorotto presente e vicino). In detto privilegio si concede alla Città che i baroni paghino il dazio sulla farina, che il reggimento della Città sia affidato a dodici ordinati e quattro Auditori, e che, infine, vi siano due Sindaci, uno dei Nobili e uno del Popolo.

A tale privilegio i Neretini restano talmente affezionati che lo ritengono come il palladio delle loro libertà, a segno che lo antepongono a qualunque altro beneficio. È, infatti, per protesta contro le continue promesse e impegni di demanialità violate sempre a segno che Nardò venne venduta per 11 mila ducati (cifra allora enorme). Nardò aprì le porte ai Veneziani nel 1484 e le aprì a Carlo VIII nel 1945. Perciò i Neretini furono accusati di fellonia: più esattamente dovrebbe dirsi che i Neretini apprezzavano più le libertà che l’amore a qualunque dinastia, considerato che la identificazione fra patriottismo e dinastia aveva anche allora un valore rettorico e una effettiva sostanza famulare. Sicché col privilegio del re Ferdinando, concesso tramite il principe Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, nel 1488 si stabilì che il governo del comune di Nardò, fosse retto nel modo già descritto. La elezione degli Ordinati, degli Auditori e dei Sindaci avveniva nel pubblico parlamento tenuto ogni anno nel Sedile.

Nel Parlamento avevano diritto di partecipazione e di voto i delegati di tutte le famiglie, sia dei nobili sia del popolo. Questi delegati venivano scelti precedentemente alla convocazione del Parlamento dalle singole famiglie, di cui si teneva aggiornato l’elenco, e ogni delegato doveva avere la età minima di anni 18.

Il Parlamento veniva poi convocato ogni anno sotto la presidenza del governatore regio della città nel giorno di Pentecoste.

Il privilegio dei due Sindaci come quello della demanialità insieme ad altre limitazioni o tentativi di frenare la inveterata prepotenza dei baroni indicano che il sentimento municipale non si era mai spento nell’animo del popolo neretino insieme con un certo senso di risveglio della coscienza popolare: Nardò – città feudale – sempre angariata, oppressa, umiliata, moralmente ed economicamente danneggiata e rovinata dalla sua numerosa nobilaglia, neghittosa sempre e sempre nemica del progresso e del pubblico bene (lo notava acutamente il Galante nella celebre sua relazione a Ferdinando IV di Borbone sul cadere del secolo XVIII), covò sempre un sordo istinto di ribellione contro il feudalesimo, aggrappandosi con una resistenza secolare alle franchigie del popolo, sino a quando il sordo rancore della antichissima città non esplose in violenta e cruenta rivoluzione nei giorni infuocati del luglio 1647, quando sotto la guida di un popolano, Pagghiareddha, e al grido “mora lo mal governo!” non cacciò i suoi oppressori, sventolando sulle mura contese lo stendardo rosso-granata del Comune con lo stemma del Toro: “Tauro non bovi“.

Di tutte queste cose parla ancora oggi alla nostra mente e al nostro cuore il Sedile di Nardò nella sua forma restituita alla antica bellezza e ci infonde coraggio nel nostro amore per la libertà, forza nella nostra avversione alla tirannide, fiducia nelle energie del nostro popolo che, a volte, è come il titano ignavo del Carducci, e, a volte ha l’impero irresistibile dello Jonio, quando, sospinto dai venti del Sud, flagella la scogliera.

Ed esso Sedile vide lo scempio del povero Cesare di Paolo, Sindaco del popolo di Nardò e difensore dei diritti del Comune contro la prepotenza feudale degli Acquaviva, archibugiato a tradimento il 17 agosto 1647 dai cagnotti del Guercio di Puglia e la cui testa, staccata dal busto, fu posta per dileggio nel Sedile, ove per molto tempo fece orribile mostra di sé per terrorizzare il popolo neretino, che, pochi giorno prima, aveva avuto la ingenuità di credere nella parola degli oppressori, nella fedeltà ai patti giurati da parte dei deposti armati.

Nella età del nazionale riscatto, quando la speranza dei tempi nuovi ci veniva dalle sette e dalle congiure (l’ordinamento municipale del 1488, con la abolizione della feudalità operata il 2 agosto 1806 venne mutato con le leggi del 18 ottobre 1806 e del 13 dicembre 1816), i locali del Sedile, dopo avere ospitato la borbonica guardia urbana, videro la Guardia Nazionale, di cui nel 1848 fu capitano un Fedele e nel 1860 Giovan Battista De Michele, veterano di cospirazioni, visite domiciliari, arresti e processi politici.

Oggi ospita nelle sue sale luminose e tranquille il Circolo Cittadino, ma lo spirito indomito e ribelle degli avi vi alita ancora e sempre dentro e dintorno, ammonendoci col ricordo delle loro opere e del loro sangue che più cara di ogni bene è la libertà.

 

[1]Già pubblicato in “La Zagaglia”, anno IV n° 16, dicembre 1962, pp.169-171.

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