di Marcello Gaballo
All’inizio del Novecento, mentre nel Mezzogiorno non mancavano giudizi severi sulle condizioni dell’istruzione tecnica e professionale, a Maglie si era ormai consolidata un’esperienza capace di dimostrare quanto l’arte potesse diventare strumento concreto di formazione e di lavoro.
Era la Regia Scuola d’Arte applicata all’industria, alla quale Egidio Lanoce aveva dedicato gran parte della propria vita.
Più che una semplice scuola professionale, l’istituto era stato concepito come un luogo nel quale l’insegnamento del disegno, dell’ornato e della modellazione si univa all’apprendimento pratico, preparando giovani destinati a confrontarsi con i diversi mestieri dell’artigianato e dell’industria.
La materia diventava così il punto di partenza di un processo nel quale tecnica e sensibilità artistica procedevano insieme. Creta, stoffa, legno e metallo non erano soltanto materiali da lavorare, ma strumenti attraverso i quali educare l’occhio, la mano e la capacità progettuale. È proprio questa impostazione a emergere nelle parole del senatore e professore Guido Mazzoni, che nel 1910 visitò la scuola e ne rimase profondamente colpito.
A impressionarlo furono soprattutto i lavori degli allievi più giovani: disegni geometrici e d’ornato eseguiti da ragazzi di appena dodici o tredici anni, nei quali riconobbe «attitudini stupende».
Dietro quei risultati vi era un metodo fondato sul tirocinio, sull’esercizio quotidiano e sulla convinzione, propria di Lanoce, che l’arte dovesse uscire dalle aule per incontrare concretamente il mondo del lavoro.
La scuola di Maglie, tuttavia, non ebbe vita facile. La sua stessa sopravvivenza fu accompagnata da difficoltà economiche e amministrative e da una continua necessità di difenderne l’utilità e il valore.
Mazzoni denunciava apertamente le difficoltà incontrate dall’istituzione, nata dall’iniziativa locale e dal sacrificio di pochi volenterosi, costretta a «lottare ogni giorno per la sua esistenza» contro l’indifferentismo e le resistenze delle autorità amministrative della Provincia.
È forse proprio in questa tenace resistenza che si coglie uno degli aspetti più significativi dell’opera di Lanoce. La sua scuola non voleva limitarsi a insegnare un mestiere: intendeva formare persone capaci di trasformare il lavoro manuale in attività qualificata, nella quale l’utilità potesse incontrare la bellezza.
Non sorprende, dunque, che dall’esperienza della scuola di Maglie siano usciti lavori destinati a contesti prestigiosi, come quelli realizzati per la Cattedrale di Nardò, né che alcuni suoi allievi abbiano avuto modo di proseguire il proprio percorso di formazione e di misurarsi in ambiti più ampi.
La forza dell’esperienza magliese emerge con particolare evidenza dalle parole del senatore prof. Guido Mazzoni, pubblicate nel Giornale d’Italia il 7 aprile 1910 e riprese da Egidio Lanoce nel Corriere Meridionale nello stesso anno:
«Maglie ha una scuola professionale da fare invidia a molte città delle più progredite, tra le minori, nell’Italia Centrale e Settentrionale. Giovanetti e ragazzi vi attendono in un operoso tirocinio al lavoro del modellare e dell’eseguire cose utili e belle in creta, in stoffa, in legno, in metallo. […] Ho ammirato in quel lieto e sfervescente laboratorio, disegni geometrici e d’ornato di studenti di dodici o tredici anni che rivelano attitudini stupende… […] E pure questa istituzione, sorta per impulso della iniziativa locale e mercè il sacrificio di pochi volenterosi, incontra continue difficoltà e deve lottare ogni giorno per la sua esistenza contro l’indifferentismo e la poca vincibile prepotenza delle autorità amministrative della Provincia. È una sventura che l’opera degli uomini di buona volontà debba essere così frustrata e soffocata…».
