di Nino Pensabene
Dopo “Bocca aperta”, “Guardiano di porci” e “L’asino che volava”, questa sarebbe stata sicuramente di troppo! Per tema, infatti, che il titolo di questo articolo possa trarre in inganno il lettore ci tengo subito a precisare che lo stesso non nasce da una blasfemìa o irriverenza nei confronti di san Giuseppe da Copertino, anzi nel suo paradosso trae origine da un episodio attraverso il quale il Santo viene implicitamente elogiato se non encomiato o gratificato, considerato – per l’occasione – cuoco speciale di un coniglio passato alla storia non per quello che in effetti è stato, cioè un “coniglio alla birra”, cucinato dalla Giulietta [1] e per un pranzo offerto con amore a degli amici venuti da lontano, ma appunto come “il coniglio di san Giuseppe”, che per essere tale – da lui cucinato attraverso le mani di una sua devota o da lui semplicemente benedetto – non può avere avuto altri sapori se non quelli che (sembra una barzelletta) si possono dare nelle profumatissime cucine del paradiso.
Una esaltazione-deformazione che, ripensandola, per effetto contrario mi ha ogni qualvolta fatto meditare sulla fragilità delle situazioni umane, soprattutto su come basta un niente per generare – attraverso cioè una parola maliziosamente riferita, un commento male interpretato, una frase estrapolata impropriamente da un racconto o una semplice sfumatura ironica – un cattivo apprezzamento ai danni di una persona, se non addirittura una azzardata nomea o un soprannome, a volte di cattivo gusto, tipo la nostra salentina “nciùria”.
Protagonista dell’avvenimento che causò tanta simpatica “degenerazione” fu il Padre francescano Antonio Gallo, direttore della rivista “Luce serafica”, nonché operatore culturale nella Napoli della seconda metà del Novecento. Scrittore, autore di vari libri, fra i quali ricordo uno studio biografico sulla veggente stigmatizzata Teresa Musco perché io stesso mi sono interessato a quella vicenda di carattere soprannaturale, e un altro perché uscito nel 1975, anno internazionale della donna. Dal titolo, infatti, “Donna sempre”, l’opera tratteggia – nello stile tra quello del saggista e quello del giornalista (che immagina delle interviste) – dei profili di donne famose e meno famose della Storia.
Prima, comunque, di giungere al nocciolo facendo partecipi i lettori di come andarono le cose in rapporto al coniglio, è necessario risalire alle radici della nostra amicizia con Padre Gallo, narrazione che lascio allo stesso, riportando la parte iniziale di una sua recensione al volume di poesie “Il pianto non disseta” di Giulietta, pubblicata nel novembre del 1964 appunto sulla sua rivista “Luce serafica”:
“Abbiamo comunemente il torto di fermare nello spazio e nel tempo le conoscenze occasionali della vita. Mi spiego subito. L’anno scolastico 1937-38 ero a Copertino, giovanissimo frequentatore d’un sacerdote assai amato, distinto signore di nome e di fatto.
Lo chiamavano papa Pietro come chiamavano allora (adesso non so) tutti i sacerdoti: papi. Veniva a portarci il caffè o altra cosa una perpetua accompagnata da una bambina vispa e intelligente. La bambina era nipote di papa Pietro e capitava di sentirne tessere l’elogio dello zio che si diceva assai contento di quella nipote.
L’anno dopo fui trasferito altrove e in seguito non ebbi più notizie del caro e amabile reverendo. Solo tre anni fa seppi ch’era morto e recitai una preghiera di suffragio; ma della bambina vispa e intelligente non seppi più nulla.
Il mese scorso, a una riunione artistica, mi fu presentata una poetessa: “Verdesca Zain”. Trasalii. Appena mi se ne offrì il destro chiesi alla poetessa se non fosse per caso parente di Mons. Verdesca Zain di Copertino. “Sono sua nipote” mi rispose.
Potete immaginare la gioia, il compiacimento da parte mia, di ritrovare a Napoli, dopo tanti anni, una bambina che non è più bambina, ma un’affermata poetessa che vive a Roma ed ha un suo cenacolo importante. Le sorprese della vita! Chi avrebbe mai pensato che quella lontanissima conoscenza mi avrebbe raggiunto, dopo un arco abbastanza notevole d’anni e di paesi, in questa Napoli poetica, e solo per una fortuita coincidenza e già col crisma della notorietà se non della gloria?
Sono fatti che non interessano, dice qualcuno. Interessano, invece! Tutto l’intreccio della vita umana è interessante e Dio guida il cammino degli uomini infinitamente meglio di qualunque romanziere. A tutti possono capitare sorprese del genere e sono cose che fanno bene al cuore e aiutano a vivere.
Dunque la poetessa, come vi ho detto, vive a Roma, e persegue un suo intento culturale e umano degno di alta considerazione. Qui debbo occuparmi, ora, soltanto della sua poesia…”.

Dopo quest’incontro, Giulietta ritornò a Napoli da sposata, mi sembra nel ’66, invitata dal M.A.C.I. per una conferenza a Palazzo Maddaloni. Cortesemente intervenuto per rendere onore all’amicizia, lì incontrammo (io per la prima volta) Padre Antonio Gallo con il quale nacque un’intesa intellettuale prolifica: scrisse sulle nostre riviste, venne a Roma per tenerci delle conferenze e fu membro di giuria alla seconda edizione del “Premio di Poesia Pacem in Terris”, fondato dalla Giulietta e la cui premiazione ebbe luogo nell’aula magna della Pontificia Università Lateranense, dove il nostro parlò sul tema “Responsabilità del poeta, oggi”.
Trasferitici a Copertino e pensando a dedicarci prevalentemente alla produzione personale, nonostante Giulietta avesse continuato a viaggiare per ragioni di lavoro complementare, i rapporti con lo scrittore francescano subirono un raffreddamento, finché in un settembre degli anni ‘80 (forse l’85) ricevemmo una telefonata con la quale Padre Antonio ci comunicava gioiosamente di essere a Copertino presso il convento dei frati quale predicatore della novena in onore di san Giuseppe nostro.
Va da sé che, al di là dell’osservanza all’etica che governa le regole dell’ospitalità e all’omaggio da rendere alla memoria dello zio sacerdote – che sicuramente sarebbe stato ancora lieto di ospitare nella stessa sua casa il giovane-anziano padre Gallo offrendogli “il caffè o altra cosa” -, non ci sembrò vero poterlo abbracciare; e per creare l’atmosfera propizia ad un incontro durante il quale si potesse parlare con più calma raccontandoci vicendevolmente, lo invitammo subito a cena pensando di averlo ancora con noi, a pranzo, il giorno della festa di san Giuseppe; cosa logicamente impossibile tenendo conto della sua necessità affettiva e protocollare di rimanere in compagnia della comunità in un giorno così festoso.
Stando così le cose, a pranzo lo avemmo durante la novena, e non una sola volta ma due, accompagnato – così come era arrivato da Napoli – da un altro religioso francescano, non meglio da me ricordato se non come Padre Oreste. In verità invitai personalmente anche il priore del convento copertinese, Padre Iasi, ma – giustificatissimo – ci privò della sua compagnia per non sottrarsi al dovere di essere costantemente presente in comunità in periodo prefestivo e quindi dall’attività febbrile.
Accertatasi che non c’erano controindicazioni alimentari di sorta e fatta forte degli apprezzamenti sempre ricevuti dalle persone che ci avevano onorato mangiandola, Giulietta, per fare bella figura offrendo una pietanza particolarmente gustosa, la prima volta cucinò la “Coda alla vaccinara”, ricetta ambitissima nelle trattorie romane ma non di usuale preparazione nelle famiglie salentine. Fastidiosissima nel cucinarla (oltre 4 ore di cottura a fuoco basso) ma tenerissima nella carne fu, per fortuna, di grande resa nel gradimento degli ospiti, che – non finendo di decantarne i sapori – invogliarono la Giulietta a preparare per il secondo invito il “Coniglio alla birra”, anche questa una ricetta particolare che aveva dovuto recuperare durante qualche suo viaggio, in quanto non riesco a trovarla (in quella versione) in nessuno dei ricettari che stazionano a casa. Mi sarebbe piaciuto poterla trascrivere qui di seguito nella sua completezza ma non riesco neppure a trovarla fra le ricette scritte a mano, in quanto Giulietta aveva l’abitudine di cucinare tutto a memoria. Ricordo che anche per le torte, le crostate e i dolci vari non usava mai misure di sorta, né pesava farina, zucchero o altro. “So io”, diceva, “Mi regolo io”.
So di sicuro che dopo averlo fatto a pezzi e lavato accuratamente con acqua e parecchio aceto lo sistemava in un grande tegame con diverse erbe aromatiche e spezie (non mancavano il rosmarino, il timo e la salvia) e lo lasciava macerare per una notte intera coperto di birra. Del modo di cucinarlo non ricordo un granché in quanto non vi partecipavo attivamente, ma non ho dimenticato che quelle erbe le frullava e unitamente a delle noci sottilmente macinate facevano parte del sughetto formato con la stessa marinata che, gradatamente, nel corso della cottura, versava mestolo dietro mestolo.

Bisogna dire che i conigli che cucinava la Giulietta erano dei veri ruspanti, cresciuti nel giardino di casa di Sebastiano Raho, che per essere l’uomo di fiducia “ca nni purtàa li terre” (colui che ci amministrava l’azienda in veste di fattore), nonché amico di famiglia (fra l’altro abbiamo battezzato una sua nipotina, oggi l’avvocato Marilena Della Francesca), ce li forniva in regalo anche quando eravamo nella necessità di doverli chiedere.
Sarà perché le mani di mia moglie erano veramente fatate, sarà perché il coniglio era stato allevato da Sebastiano, grandissimo devoto di san Giuseppe da Copertino, tanto da essere presente a tutte le processioni – non so se fra le fila dei francescani laici o in quelle dei militi dell’Immacolata -, fatto sta che quel giorno, sia padre Antonio, sia padre Oreste, rimasero meravigliati per la bontà della pietanza e anche andandosene non facevano altro che ripetere di non aver mangiato mai un coniglio così prelibato
A questo punto, a chiunque sembrerebbe che l’episodio-coniglio avesse avuto qui la sua conclusione. Al contrario invece è proprio da qui che comincia quella specie di barzelletta a cui accennavo all’inizio e che lì per lì ci ha sorpreso non riuscendo a dare una spiegazione.
Dopo neanche una settimana dalla partenza di Padre Gallo, Giulietta ricevette una telefonata da Napoli: non era il nostro ospite in quanto avevamo già pensato noi a telefonare ringraziandolo per averci onorato accettando il nostro invito, ma Michele Prisco, il famoso scrittore, autore fra l’altro de “Gli ermellini neri” e di “Una spirale di nebbia” (Premio Strega 1966). Disse di voler venire a tutti i costi a Copertino perché voleva assaggiare il coniglio di san Giuseppe del quale ne aveva sentito mirabilia da padre Gallo. Non demmo peso al deformato titolo della ricetta: ci sembrò una svista, un modo di dire affettuoso o altro. Ci mettemmo piuttosto in ansia per la sua venuta, e non per l’ospitalità e tanto meno per il coniglio perché per averlo di qualità ci avrebbe pensato, ripeto, il nostro amico Sebastiano. Quello che ci preoccupava mettendoci in imbarazzo era che Prisco era convinto di essere un reincarnato, motivo per il quale lo spingeva, viaggiando, a frequentare tutti i cimiteri nella convinzione che, essendo un sensitivo, prima o poi avrebbe scoperto la tomba dove giacevano i resti mortali – e quindi le connotazioni anagrafiche – della precedente vita.
Dicendo, infatti, di voler venire a Copertino, la cosa sulla quale si prolungò dopo la febbrile voglia di mangiare il coniglio di san Giuseppe, fu il desiderio di conoscere il cimitero del paese, desiderio nel quale s’annidava l’implicita richiesta di essere da noi accompagnato. “Vuoi vedere che a Copertino scoprirò chi sono stato in una precedente vita? Vuoi vedere che nel vostro cimitero si trovano le mie precedenti ossa? Vuoi vedere che sarò stato un vostro parente? Vuoi vedere che sarete i testimoni di una scoperta storica?”.
Per la verità, prevedendo di poter essere protagonisti di qualche scena che dagli occhi dei semplici di sicuro sarebbe stata giudicata “Cose ti pacci” (“Cose da pazzi”), l’idea della sua venuta non ci piacque per niente, per cui dopo alcune telefonate la Giulietta ebbe la diplomatica capacità di smontare l’aura che si era creata attorno a quel “semplicissimo coniglio alla birra”, e dettandogli la ricetta lo rassicurò che si trattava di una “pietanza che qualsiasi moglie è in grado di cucinare”.
Smontare l’aura? Tutt’altro! Nel frattempo, da Napoli, la notizia-coniglio, Prisco l’aveva trasmessa agli amici di Roma e da Roma – amico chiama amico – aveva fatto il giro di più città giungendo financo a Reggio in Calabria presso il vecchissimo poeta vernacolare Ciccio Errigo, famoso non solo per la poesia ma anche per i carri allegorici da lui allestiti in occasione della più importante festa patronale reggina, quella della Madonna della Consolazione.
In breve, insomma, ci trovammo sommersi di telefonate attraverso le quali – come plagiati da un virtuale odore d’alta cucina, quello che si può sentire e che a volte ti fa svenire quando passi sotto le finestre di un famoso ristorante – gli interlocutori si manifestarono tutti indistintamente interessati non al “Coniglio alla birra”, ma come detto all’inizio al “Coniglio di san Giuseppe”. E chi perché – come Prisco – era disposto ad accettare un invito a pranzo; chi perché voleva la ricetta dichiarandosi impenitente buongustaio; chi perché – informatosi che san Giuseppe da Copertino è protettore degli esaminandi – lo voleva far mangiare ai figli studenti, come atto devozionale (leggi propiziatorio).
“Ma comu gghéte ca stu cunìgghiu stà ffìgghia an cuérpu a ttutti?!” (“Ma com’è che per questo coniglio ne muoiono tutti dal desiderio come nelle voglie delle gravide?!”), esclamò un giorno Giulietta quasi intollerante; e rievocando con un sorriso sarcastico i tempi romani mi ricordò come, per avere un pienone della sala in occasione di una serata culturale, bastava mettere in calce all’invito la scritta “cocktail” o semplicemente “Vermouth”.
Il curioso era però che le persone che ci telefonavano da Roma desiderando di venire a trovarci non appartenevano alla categoria dei materialisti per i quali conta solamente il mangiare, onde li fai felici mettendogli un coniglio alla birra davanti al trogolo. Si trattava di scrittori e critici che con il loro operato hanno contribuito alla storia della letteratura del Novecento: Carlo Bernari, Giacinto Spagnoletti, Ferdinando Virdia, Massimo Grillandi, Renzo Frattarolo, lo stesso Prisco. Persone la cui amicizia, allacciata negli anni ’60 in occasione del Premio “Tiberio Gulluni” da noi ideato, Giulietta aveva rinsaldato negli ultimi tempi, quando già da un pezzo ritornati a Copertino era stata consigliata dalla Provincia di Lecce a condurre un’indagine presso una eventuale giuria di qualità per conoscere quale sarebbe stata la formula più adatta ai nuovi tempi per potere ristrutturare il vecchio Premio Salento, curato da Maria Bellonci e vinto da Cesare Pavese nel 1950 e dallo stesso Bernari nel ’53 con il romanzo “Vesuvio e pane”.
Inutili comunque risultarono i viaggi affrontati dalla Giulietta e inutili le relative interviste in quanto cambiata nel frattempo l’amministrazione, o comunque per mutamenti politici avversi, il Premio Salento non venne mai ripreso e a questa , – diciamo – delusione, Giulietta attribuì la voglia sfrenata degli amici scrittori di fare lo stesso una capatina a Lecce, quasi una rivincita intellettuale da realizzare attraverso la ‘mangiata’ di un coniglio che, chissà per quale esaltante frase pronunciata da Padre Gallo, non venne mai più chiamato con il titolo originale della sua ricetta. Sì, perché anche noi, da quel momento, finché la salute ha permesso di avere ospiti da trattare con i guanti gialli, abbiamo continuato a chiamarlo “Coniglio di San Giuseppe”, ogni volta però chiedendoci smarriti come – nel gioco umano di una scacchiera fatta di pedine bianche e di pedine nere – sarebbe potuto accadere che tanta notorietà ‘santificante’ invece di coinvolgere il “Coniglio alla birra” si fosse riversata sulla “Coda alla vaccinara”.
Solo a distanza di circa vent’anni, quando ormai della prelibata pietanza si era perso ogni traccia di memoria, in quanto non più cucinata a causa delle maldestre condizioni di salute della “cuoca”, il coniglio – come saltato fuori da un cilindro per subito rientrarvi ed eclissarsi con parte dei protagonisti per sempre nell’eternità – tornò per breve nei nostri discorsi attraverso un sogno.
Era il 2004, e nella notte fra il secondo e il terzo giorno che le sacre spoglie di San Giuseppe avevano fatto il loro ingresso a Copertino portate da Osimo per i festeggiamenti del quarto centenario dalla nascita, Giulietta sognò che, sentito bussare al portone posteriore della casa – dove non esiste neanche campanello perché ingresso in disuso -, come attratta da una forza misteriosa e non pensando quindi potesse trattarsi del gioco di qualche scanzonato ragazzo attratto dall’antico battente di ferro, inforcò la scala pur sapendo di non avere la forza fisica di un tempo. Sorpresa delle sorprese, una volta aperto si trovò di fronte San Giuseppe in carne e ossa che, con un gesto delle mani accompagnato dallo sguardo, l’uno e l’altro all’indirizzo del suo abbigliamento di rappresentanza (lo stesso indossato nell’urna), le diceva in dialetto e in tono quasi ironico: “Sta’ bbi’ comu m’ànu paràtu a ffesta?… Ma no tti méntire a ppinzieri, fìgghia mia… ca jò sulamente cu tti salùtu so bbinutu, ca sàcciu ca cunìgghi no nni pripari cchiùi (“Stai vedendo come mi hanno parato a festa?… Però stai tranquilla, figlia mia, perché io sono venuto soltanto a salutarti… in quanto so che conigli non ne cucini più!”). E, rifiutandosi di entrare e girato le spalle per andarsene, dopo fatto appena qualche passo si girò e concluse la sua visita: “L’ìa piaciùtu a iddhri cu ssi màngianu lu cunìgghiu mia… l’ìa piaciùtu, eh…l’ìa piciutu!…” (“Sarebbe piaciuto [ai tuoi amici] mangiare il mio coniglio… sarebbe loro piaciuto, eh… sarebbe loro piaciuto!…”).
“Il mio coniglio”. Attraverso questa appropriazione sentimentale – perché di appropriazione sentimentale si tratta e cercherò di spiegarlo qui di seguito – San Giuseppe ratifica il patronimico dato al coniglio da parte di Prisco e compagni e lo fa con una voluta marcatura, quasi a sottolineare che tutto è stato determinato non da una svista o caso fortuito ma da una volontà superiore mirante ad attestare, appunto, il privilegio (per noi) dell’approprio.
Il coniglio è mio perché voi che lo avete offerto e cucinato (o che avreste cucinato ancora) siete miei; il coniglio è mio perché Sebastiano che lo aveva allevato (o che ne avrebbe regalato ancora altri da lui allevati) è mio; come mio è Padre Antonio Gallo e mio Padre Oreste che voi avete ospitato come facenti parte di un’unica famiglia; non dimenticando che mio è papa Pietru che riceveva Padre Antonio offrendogli “il caffè o altra cosa”, e non dimenticando ancora che la casa dove avete ospitato Padre Gallo e dove volevano venire i vostri amici a mangiarsi il coniglio è mia perché appartiene a voi che siete miei e ieri è appartenuta a papa Pietru, che è mio.
Sentimentalmente, dunque, tutto “è mio”, compresi i conigli che si sarebbero potuti ancora cucinare. D’altra parte, nel momento che i copertinesi, riferendosi al loro santo, a bocca piena lo appellano “Sangiseppu nuésciu “ (“San Giuseppe nostro”) non esercitano forse la stessa appropriazione sentimentale? E se questo collettivo “nostro” nasce dall’amore e dalla decisa volontà di difendere un santo concittadino, perché dallo stesso amore e dalla stessa prontezza alla difesa non può nascere il “mio” di un santo nei confronti dei suoi concittadini?
Certo, a noi, abituati alla certezza del 2+2 fa 4, nonché a quella fisica delle mani con le quali si può addirittura fare la conta, viene spontaneo ritenere assurdità o arzigogolamenti da folli lo studio di quegli intrecci fra vita terrena e vita soprannaturale e di come la seconda governi la prima in virtù di quel “Dio (che) guida il cammino degli uomini infinitamente meglio di qualunque romanziere”. Fra questa casa e il convento dei Frati Minori Conventuali di Copertino (dicat con San Giuseppe) c’è stato sempre un legame particolare, basti ricordare che zio Pietro Verdesca Zain fu il sacerdote che assieme al dott. Giuseppe Del Prete, suo parente, si prodigò affinché i frati potessero nel 1930 fare ritorno a Copertino; un operato saputo e risaputo dai vecchi frati conventuali del Novecento e oggi testimoniato solo da una foto che fu scattata nelle ore pomeridiane del 19 settembre, appunto del 1930, per celebrare il memorabile evento.
Stando al giudizio dei copertinesi, Padre Egidio Merola condusse una vita da santo nei lunghi anni vissuti nel convento di questa città: e non fu forse Padre Egidio ad essere amico fraterno di zio Pietro (1884-1962), tanto da andare e venire da questa casa per poter ottemperare a delle opere di misericordia a beneficio del prossimo sofferente? Con tanta stima l’uno dell’altro da chiudersi in cappella e confessarsi reciprocamente? Dei rapporti, poi, con Padre Bonaventura Popolizio non ne parliamo! Non è stato grazie al suo intervento che negli anni ’50 zio Pietro, consenziente la Giulietta e “affinché i fratini potessero stampare in proprio la rivista”, regalò al Convento l’ottocentesca tipografia artigianale di zio Ciccio l’arciprete (Mons. Francesco Verdesca Zain [1838-1921]), corredata da tutti i cliscé in rame di cui a casa è rimasto il campionario stampato di tutti i gli stupendi fregi che rappresentavano?
E se io e Giulietta, con Padre Eugenio Galignano avevamo un rapporto giornalistico-intellettuale, una volta trasferitici a Copertino non avevamo forse riallacciato un rapporto spirituale con Padre Egidio pur non facendo parte noi né dell’Ordine francescano secolare né della Milizia dell’Immacolata? Tenerissime, piene d’amore, di fede e di fiducia erano le sue telefonate quando veniva a morire qualche monaco di un qualsiasi convento del loro Ordine in una qualsiasi parte d’Italia: “Siccome abbiamo l’obbligo (o l’abitudine, non ricordo) di avvisarci da un convento all’altro della morte di un confratello, ho pensato di telefonare anche a voi, che so conducete una vita basata sul rispetto dell’Ora et labora, per dirvi che è morto…”
D’altra parte, Padre Egidio non era stato contaminato per nulla dai vari modernismi liberatori o comunque di marca individualistica che cominciarono a prendere quota nella seconda metà del Novecento… era rimasto fedele all’educazione religiosa pre-Concilio, quella che non gli vietava di girare – vecchio – per il paese anche nei pomeriggi assolati di luglio e agosto per portare – saio pesante e cotta bianca con più di mezzo metro di merletto e scarpe che scricchiolavano per il troppo arroventato basolato – la santa Eucaristia ai malati! [2] Io ne parlo perché, oltre al rapporto copertinese, ebbi modo di conoscerlo più da vicino nel corso di un viaggio a Lourdes, durato più giorni e durante i quali – Padre Giuseppe Alemanno ricorderà – lo accompagnavo prendendolo sottobraccio e chiedendogli ragguagli circa tante mie perplessità.
A proposito di Padre Galignano, al di là dei nostri interventi culturali sulla rivista “Il Santo dei Voli” da lui diretta, mi piace anche ricordare quante poesie sulla stessa rivista Giulietta ebbe a pubblicare da ragazzina usando lo pseudonimo “Minima”! Miracolo del Coniglio di san Giuseppe, per l’occasione sono andato a scartabellare nell’archivio e, fra le altre, ne ho letto una del gennaio 1957 (quindi a 15 anni precisi) dal titolo “La dolce mamma della Grottella”. Riferendosi a San Giuseppe da Copertino, con la terza strofa, nello stile classico di quando ha iniziato a scrivere, Giulietta inizia a dire:
“All’ombra dolce di sì puro giglio,
di grande santità sbocciò un bel fiore,
di questa Copertino il grande Figlio,
Giuseppe il Santo, il nostro vanto e onore!
Il coniglio di San Giuseppe! Sì, risponde il Santo, il mio coniglio! Bellissima la conclusione di questa unghia di storia copertinese: quello che vent’anni prima poteva anche essere frainteso come beffa o burla ai danni di un santo, viene dallo stesso non soltanto accettato ma addirittura confermato.
D’altra parte chi, conoscendo la biografia di San Giuseppe e volendo arrecargli offesa, sarebbe mai ricorso alla timidezza di un coniglio? E dove le mettiamo le rappresentazioni iconografiche che lo vogliono nell’audacia di voli repentini? “Ma cce ccunìgghiu e ccunìgghiu…”, (“Ma che coniglio e coniglio…”) avrebbero detto le vecchie contadine di una volta, “…nna linninèddhra gghéte, nna linninèddhra!…” (“…una rondinella è… una rondinella!…”). Unica differenza, aggiungo io, è che le rondini volano festose avendo per rifugio un tetto; San Giuseppe volava ugualmente festoso ma suo rifugio era la Croce.

Note
[1] Mia moglie, Giulietta Livraghi Verdesca Zain (1931-2007)
[2] Per coloro che non hanno conosciuto Padre Egidio Merola e anche perché trattandosi di un personaggio per il quale l’Ordine francescano pensa all’opportunità di presentare richiesta acciò si possa avviare la causa di beatificazione, è necessario che io spenda due parole al fine di far conoscere il motivo che muoveva il nostro frate a portare l’Eucaristia ai malati proprio in quelle ore in cui il caldo era veramente eccessivo.
Essendo i primi anni in cui io non villeggiavo più in campagna, d’estate soffrivo molto per la mancanza d’aria restando in paese, per cui il pomeriggio di tutte le estati degli anni ‘80 uscivo di casa alle 4 meno un quarto per andare, sempre in campagna, a respirare sotto qualche albero. Beh, le strade erano di un deserto indescrivibile… non si vedeva anima viva se non Padre Egidio e su qualche altra strada, o sulla stessa, spesso anche incrociandosi, invariabilmente la Maria Capurossa, un personaggio copertinese noto (così mi è sembrato sempre di capire) per la sua povertà, tanto che quando una persona si sentiva offesa nella dignità, come di chi è vittima di un commento che lo vuole privo financo del pane, diceva risentita: “E cci sontu jò, la capurossa?”.
Guardando la scena a filo di logica umana io pensavo – come lo avrebbe (o avrà) pensato chiunque – che Padre Egidio adempisse al suo compito religioso in quelle ore per potere, quale persona anziana, circolare liberamente evitando i pericoli che si possono incontrare nelle ore di traffico automobilistico.
Solo stando a tu per tu durante la nostra permanenza a Lourdes venni a sapere la verità di quelle scelte ‘canicolari’. Ma prima di esternarla mi sia consentito per un attimo inquadrare la figura di Padre Egidio: l’età avanzata lo mostrava piccolo di statura e un po’ curvo, lento nel passo che era però equilibrato e solennemente statico, una compostezza che denunciava una grande quiete interiore e di riflesso quell’energia positiva in cui fiduciosamente si rifugiava la popolazione copertinese. Silenziosissimo, parlava più con lo sguardo che con le parole, uno sguardo da capretto che sembrava stesse sempre a chiedere aiuto, e in effetti l’anima che ne assumeva le sembianze lo chiedeva, misticamente tradotto in necessità di sempre più intensa conversione evangelica da parte dei cristiani, desiderio, anzi implorazione che sconfinava dall’individualismo sacerdotale o, più efficacemente francescano, per farsi comunità angelica, milizia celeste alla ricerca di soldati sempre più zelanti. Per cui, abituato alla presenza perennemente caratterizzata da questo sguardo, che per risposta alle tue parole ti penetrava il cuore come se non fossero due occhi ma la lama di un coltello o di una lancia bene affilata, io mi sorpresi quando a proposito di malati e di Eucaristia sciolse la lingua facendomi edotto di quale era il suo modo d’intendere il sacro ministero sacerdotale.
Fu così che, esternando pur io le mie titubanze (Ho fatto bene? Ho fatto male?) a proposito del mio rifiuto ad un ministero laicale, venni a sapere della sua contrarietà all’esistenza della categoria dei ministri straordinari per la distribuzione dell’Eucaristia, e a giustificazione di tale concetto e rifiuto mi spiegò che la scelta pomeridiana adottata per comunicare i malati nasceva dalla “logica” esigenza spirituale di “far camminare il Signore” in momenti di silenzio, di pace, quando le strade erano prive di quelle energie negative che purtroppo folle e motori emanano “creando il caos infernale”. Capii allora che l’affrontare il solleone con la sopportazione delle punte massime di caldo non era per salvaguardare la sua persona dal traffico automobilistico ma la presenza mistica, anzi divina che con lui viaggiava. Regalità del Cristo – riporto il suo pensiero – che nel contesto di una sublimazione meriterebbe quel rispetto e devozione che i cristiani tributavano al suo passaggio prima del Concilio Vaticano II. Parole che ebbero il potere di evocare in me (Arcaica scena di un film? Sequenza onirica?) l’immagine di quando – bambino – vedevo passare il sacerdote mentre portava il viatico a qualche moribondo: paludato di tonaca, camice e pianeta con stola, veniva accompagnato da tre chierichetti in tunica rossa e cotta bianca, uno, dietro, per proteggerne la solennità con l’ombrellino liturgico di seta ricamata e frange dorate, e gli altri due ai lati suonando in continuazione i campanelli affinché le persone che stavano all’interno delle case ne venissero a conoscenza e uscissero per inginocchiarsi tributando gli onori dovuti.
Al di là dei grandi o piccoli privilegi di cui ognuno può essere beniamino a Lourdes, grazie a Padre Egidio capii tante altre cose durante quel viaggio. Capii per esempio che anche il più praticante dei cristiani spesso si può ingannare nel giudizio verso il prossimo, e non soltanto per eccesso o per difetto ma proprio come valutazione esatta o errata di un modo di vivere o semplicemente di essere. Chi, guardando alla Maria – fosse Capurossa o capupiccìcca – ha mai visto in paese la controfigura di Cristo, il Cristo povero, il Cristo ultimo di una scala sociale dove non c’è differenza fra ricchi-potenti e arrampicatori che fanno di tutto per emularli nel desiderio di poterli superare?
Non aveva importanza che la poveretta fosse una donna onesta, mite, indifesa. Era sulla trasandatezza imposta dalla povertà che si appuntava il giudizio comune, un giudizio che, aggravato dalla vecchiaia e la minutezza fisica o malnutrizione nonché dal fazzoletto perennemente in testa e dal bastone, la presentava come “nna befana e, ppèsciu ‘ncora, brutta comu nna quaremma” (“una befana e, peggio ancora, brutta come il fantoccio che una volta si poneva vicino ai comignoli durante la quaresima”).
Io stesso, nel periodo pre-Lourdes, circolando in automobile alle quattro meno un quarto pomeridiane e incontrando le due caratteristiche figure, non le avevo forse – pur se inconsciamente – separate come al cospetto del grano e del loglio? La dolcezza del volto di Padre Egidio, pur se segnata da un profondo dolore per un mondo votato al declino, mi esaltava talmente da farmi dimenticare che ogni luce ha la sua ombra, che ogni facciata di medaglia ha il suo rovescio, in questo caso espressioni diverse della stessa croce che io, andando in campagna a lodare Iddio con il mio bell’Ufficio Divino sul cruscotto, avrei ahimé dovuto coscientemente riconoscere.
