Egidio Lanoce, un uomo del futuro: arte, lavoro e formazione nel discorso del 1902

Ci sono scritti che, pur appartenendo pienamente al proprio tempo, sembrano conservare una singolare capacità di parlare al presente.

È il caso del discorso pronunciato da Egidio Lanoce l’8 giugno 1902, in occasione della premiazione degli alunni della Scuola d’Arte applicata all’industria di Maglie nell’anno scolastico 1901-1902 e pubblicato nel numero unico «Virtus et Ars».

A leggerlo oggi, a più di un secolo di distanza, colpisce soprattutto la lucidità con cui Lanoce individua alcuni temi che continuano a essere centrali: il rapporto fra scuola e lavoro, la necessità di una formazione realmente utile, la valorizzazione delle competenze manuali, il legame fra qualità estetica e valore economico del prodotto, la crescita di un’economia fondata sulle capacità del territorio e, soprattutto, la convinzione che l’istruzione debba offrire ai giovani strumenti concreti per costruire il proprio futuro.

Non è un discorso sull’arte nel senso tradizionale del termine. Lanoce lo dichiara quasi subito. Non intende parlare della «grand’arte», dell’arte ideale e astratta, ma di quella che definisce «arte umile», capace di entrare nel lavoro quotidiano e di trasformarlo:

«Mi sono proposto, invece, di esporre pochi pensieri sull’arte umile, che concorre a dare gentilezza di forma, armonia di colori e pregio non poco al lavoro manuale».

È una definizione che contiene già tutto il suo programma.

L’arte non deve rimanere separata dalla vita produttiva, confinata nei musei, nei monumenti o nelle opere destinate a pochi. Deve diventare conoscenza, metodo, educazione dello sguardo e della mano. Deve accompagnare il lavoro manuale e renderlo migliore.

Per Lanoce, infatti, il lavoro non è una semplice necessità economica. È uno degli strumenti attraverso i quali una comunità può trasformarsi.

Parlando del lavoro manuale, egli lo definisce «l’arma più potente per la vera trasformazione sociale» e aggiunge che, quando viene «aiutato ed abbellito dal soffio vivificatore dell’arte», può diventare anche «il mezzo più efficace, più sicuro, perché sia tramandata la civiltà di un popolo e di un’epoca».

È un passaggio di straordinaria importanza. Lanoce non separa sviluppo economico, cultura e identità. La produzione di un oggetto ben fatto non ha soltanto un valore commerciale: racconta il livello di civiltà di una comunità, ne esprime il gusto, la capacità tecnica, la creatività.

È precisamente questa la funzione che egli attribuisce alla Scuola d’Arte di Maglie. La scuola, frequentata allora da circa sessanta alunni, doveva «educando il gusto» dare «una nota artistica a tutto quanto esce dalle ruvide mani degli operai».

L’espressione è significativa. Lanoce non pensa alla scuola come a un luogo separato dal mondo produttivo. Al contrario, la scuola deve entrare nelle officine, nelle botteghe, nei mestieri e contribuire a elevare la qualità di ciò che viene prodotto.

Ed è qui che il suo pensiero assume una dimensione sorprendentemente attuale. Lanoce comprende che una piccola realtà meridionale non può aspirare a competere semplicemente aumentando la quantità della produzione. Deve puntare sulla qualità, sulla formazione e sulla capacità di distinguere i propri prodotti.

L’esempio che porta è quello di Lissone, piccolo centro lombardo che, grazie alla propria scuola d’arte, era riuscito a trasformarsi in un importante centro operaio specializzato nella produzione di mobili.

Lanoce guarda a quel modello non per imitarlo passivamente, ma per dimostrare che anche una realtà di dimensioni ridotte può costruire un’economia significativa se riesce a mettere in relazione scuola, competenze artigianali e produzione.

Per Maglie immagina dunque una prospettiva precisa: rafforzare l’ebanisteria, migliorare la produzione locale, conquistare il mercato e arrivare persino all’esportazione. «Così la nostra città potrà divenire centro importante di produzione e di esportazione», afferma.

Non è soltanto un auspicio. È un’idea di sviluppo territoriale.

Lanoce osserva infatti ciò che accade concretamente nelle botteghe e nel mercato. Nota che da tutto il Capo di Leuca, e in particolare dai paesi agricoli, arrivano a Maglie persone alla ricerca della mobilia necessaria per la propria casa.

Da questa osservazione nasce una riflessione molto concreta: se la scuola riuscirà a formare adeguatamente gli artigiani e le officine saranno organizzate e potenziate, la domanda locale potrà trasformarsi in una vera opportunità economica.

«Le nostre officine messe in perfetta regola, facilitando e aumentando la produzione locale, potrebbero apportare una sorgente inesauribile di agiatezza alla nostra città».

La parola chiave è forse proprio questa: produzione locale.

Lanoce crede nelle possibilità del territorio, ma sa anche che il talento da solo non basta. Servono formazione, strumenti, organizzazione, investimenti e sostegno pubblico. Quando parla delle difficoltà dell’industria locale, non conclude che nel Mezzogiorno le industrie non possano nascere. Al contrario, ribatte con forza:

«Come vedono, non è vero che le industrie da noi non possono aver vita. Mancano solo gli aiuti, gli incoraggiamenti e l’esiguo capitale soprattutto».

È una frase che sembra scritta per molte discussioni ancora aperte sul rapporto fra formazione, impresa e sviluppo dei territori. Lanoce non attribuisce la difficoltà a una presunta incapacità delle popolazioni locali, ma alla mancanza delle condizioni necessarie perché le capacità possano trasformarsi in attività produttive.

E porta anche un esempio concreto, quello di Salvatore Serascia, un operaio magliese che produce letti in ferro con lamiere artisticamente decorate. Il prodotto, osserva Lanoce, ha raggiunto una qualità tale da non essere inferiore a quello delle città industriali e viene ormai venduto in diversi paesi della provincia, arrivando persino a Lecce.

Ancora una volta, il principio è semplice: la competenza produce valore.

Ma per Lanoce la questione non riguarda soltanto l’economia. Riguarda soprattutto i giovani e il modo in cui vengono educati.

Nella parte conclusiva del discorso emerge una delle sue convinzioni più forti: non tutti devono necessariamente percorrere la strada degli studi classici e universitari. Esiste una dignità piena anche nella formazione tecnica e professionale, purché essa sia seria, qualificata e capace di offrire strumenti per il lavoro.

«Educhiamo, adunque, l’operaio e diamogli quella istruzione che gli è necessaria per poter migliorare il proprio mestiere», scrive.

E subito dopo aggiunge un concetto ancora più significativo: l’arte deve consentire al lavoratore di migliorare la qualità dei propri prodotti, così che essi possano essere «meglio apprezzati e retribuiti».

Qui il pensiero di Lanoce supera definitivamente l’idea della scuola come semplice trasmissione di nozioni. La formazione deve produrre autonomia, competenza e possibilità economica. Deve permettere a chi lavora di aumentare il valore di ciò che sa fare.

È questa forse la parte più lungimirante del suo discorso.

Lanoce comprende che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalla presenza di risorse materiali, ma dalla capacità di formare persone capaci di utilizzarle con intelligenza.

Per questo insiste sull’educazione dell’operaio, sulla conoscenza dei propri diritti e dei propri doveri, sulla dignità del lavoro e sulla possibilità di migliorare la propria condizione attraverso la competenza.

Anche il riferimento all’emigrazione è significativo. L’operaio formato, dice Lanoce, deve poter portare con sé il proprio sapere anche «in regioni lontane dalla Patria». La competenza diventa così un patrimonio personale che nessuno può sottrarre e che può essere utilizzato ovunque.

È una concezione della formazione che oggi definiremmo, con parole diverse, come investimento sulle competenze e sul capitale umano.

Ma nel 1902 Lanoce la esprime con il linguaggio del suo tempo e con una convinzione straordinariamente chiara: educare il lavoratore significa metterlo nelle condizioni di migliorare il proprio lavoro e, attraverso di esso, la propria vita.

Non sorprende allora che, parlando della scuola, egli non dica mai di aver fatto abbastanza. Dopo aver ricordato i riconoscimenti ottenuti a Torino, Napoli, Parigi e Roma, avverte:

«Ma tutto questo non deve farci dire: “Abbiamo camminato abbastanza!” deve invece esserci di sprone a fare più e meglio in avvenire».

È forse questa la frase che meglio riassume il carattere di Lanoce.

Il successo non deve trasformarsi in appagamento. Un riconoscimento non è un punto d’arrivo, ma la conferma che si può fare ancora di più. La scuola deve continuare a crescere, aggiungere nuovi insegnamenti, rispondere ai bisogni delle attività locali, immaginare nuovi mestieri e nuove specializzazioni.

Il suo ragionamento parte dunque da Maglie, ma guarda molto oltre Maglie.

Guarda a una comunità che vuole diventare produttiva senza rinunciare alla bellezza; a una scuola che non si limita a preparare gli studenti per un esame, ma li prepara alla vita; a un artigianato che non deve essere considerato un lavoro minore, ma una forma di sapere; a un territorio che può costruire il proprio sviluppo valorizzando ciò che possiede e investendo sulle persone.

Ed è proprio per questo che il discorso del 1902 merita ancora oggi di essere letto.

Lanoce appartiene pienamente al suo tempo: parla di industria, di operai, di ebanisteria, di esposizioni, di scuole d’arte, di sviluppo della produzione locale. Ma dentro quelle parole c’è una concezione del futuro che conserva una sorprendente attualità.

La sua idea fondamentale è che non esista vera crescita senza conoscenza e che non basti produrre: bisogna saper produrre bene. Che il lavoro abbia bisogno della tecnica, ma anche del gusto. Che la scuola debba dialogare con il territorio. Che le competenze manuali abbiano dignità culturale. Che un piccolo centro possa costruire la propria fortuna senza rinunciare alla propria identità. E che il sostegno alle capacità individuali possa trasformarsi in benessere collettivo.

Più di un secolo dopo, queste parole continuano dunque a interrogarci.

Forse è proprio questa la vera lungimiranza di Egidio Lanoce: aver capito, quando ancora non era affatto scontato, che il futuro di una comunità non si costruisce soltanto nelle grandi città e nelle grandi industrie, ma anche nelle scuole, nelle botteghe, nelle officine e nelle mani di chi sa fare.

E che, quando quelle mani vengono educate dall’intelligenza, dalla tecnica e dal senso del bello, anche il lavoro più umile può diventare una forma di ricchezza, di dignità e di civiltà.

 

Fonte

Egidio Lanoce, Discorso del prof. Egidio Lanoce in occasione della premiazione degli alunni della Scuola d’Arte applicata all’industria di Maglie nell’anno scolastico 1901-1902, in «Virtus et Ars», numero unico, 8 giugno 1902.

 

Discorso del prof. Egidio Lanoce in occasione della premiazione degli alunni della Scuola d’Arte applicata all’industria di Maglie nell’anno Scolastico 1901 – 1902.

Dal numero unico “Virtus et Ars” dell’8 Giugno 1902.

 

Signori e Signore,

Qui ci unisce pure oggi la festa del nostro lavoro: lavoro modesto ma proficuo… umile, ma ricco d’entusiasmi. Un soffio d’arte lo sorregge, la fusione armonica del bello e dell’utile ne è l’ideale. E noi l’amiamo il lavoro nostro; coltiviamo con passione quest’arte, e siamo orgogliosi di vederne oramai impresse le prime tracce nelle produzioni dei nostri buoni artieri.

La loro gradita presenza accresce pregio e aggiunge solennità alla festa e, riempiendoci l’animo di soddisfazione, ne accentua il desiderio di fare più e meglio in avvenire. Grazie, quindi, alle SS. LL. da parte del Consiglio direttivo della scuola d’arte, grazie da parte della scolaresca, per la cortese premura con cui si sono compiacenti di accettarne l’invito.

Non è mia intenzione di parlare della grand’arte, dell’arte ideale sognata dai Tolstoi, per il quale Wagner, Ibsen, Zola e l’infinita schiera dei Sommi, che pur devono vivere con gli utili delle proprie opere, sono denigratori, mattoidi, disillusi, traviati… ma non artisti, e la loro non si può dire arte, egli soggiunge, ma professione, mezzo per soddisfare ai bisogni materiali della vita. Non vi parlerò neppure dell’arte classica che il Tolstoi stesso si mette a combattere con idee e giudizi, che, se non fossero di quel forte ingegno, si direbbero di un pazzo. Mi sono proposto, invece, di esporre pochi pensieri sull’arte umile, che concorre a dare gentilezza di forma, armonia di colori e pregio non poco al lavoro manuale. Questo lavoro che è detto uno dei quattro veri, destinato a non esser più in avvenire il godimento di pochi; questo lavoro che è l’arma più potente per la vera trasformazione sociale, aiutato ed abbellito dal soffio vivificatore dell’arte, viene a risplendere in ogni manifestazione della vita ed è il mezzo più efficace, più sicuro, perché sia tramandata la civiltà di un popolo e di un’epoca.

La nostra Scuola, frequentata in media da 60 alunni, è appunto una di quelle istituzioni che, educando il gusto, mira a dare una nota artistica a tutto quanto esce dalle ruvide mani degli operai. E che essa non sia per nulla venuta meno ai modesti propositi con cui fu impiantata lo attestano il buon nome che ha saputo farsi e le onorificenze che si è meritata. Infatti nel 1898 all’Esposizione di Torino, ottenne la medaglia d’argento, a quella d’Igiene di Napoli la medaglia d’oro e a quella internazionale di Parigi del 1900 la medaglia di bronzo. Fa rilevare inoltre che all’ ultima Mostra didattica tenutasi nel passato ottobre in Roma, ove, per ordine del Ministero dell’industria avevano mandato oggetti tutte le Scuole d’Arte del Regno, la nostra non fu delle ultime. Non basta: alla recente Esposizione d’arte decorativa moderna di Torino, ove Parigi, nelle sue svariate applicazioni si presenta con più nei classici e convenzionali lineamenti, ma nelle forme della più vera semplicità, ispirata ai fiori, alle piante ed a tutto il creato che ci circonda, in questa primavera dell’arte, anche noi da questi lontani luoghi abbiamo mandato un modesto fiorellino che, a onor nostro, è stato bene accolto dalla Commissione esaminatrice.

Sua Eccellenza Monsignor Ricciardi, poi, che ha il vanto d’aver sottratto al vandalico piccone, pronto a dare i primi colpi distruttori, un gioiello d’Arte antica, quale è la storica cattedrale di Nardò, questo insigne Prelato, onore della nostra Provincia, si è degnato di commissionarci per la cattedrale di Nardò, il Trono episcopale, che noi costruiremo in legno di noce intagliato. Infine con soddisfazione ripeto ciò che disse l’illustre Commendatore Primo Levi nella sua relazione sull’Esposizione di Torino del 1898. In essa si compiaceva appellare la nostra Scuola (trascrivo le sue parole) « Onore di una non abbastanza apprezzata regione italiana ».

Ma tutto questo non deve farci dire: « Abbiamo camminato abbastanza! » deve invece esserci di sprone a fare più e meglio in avvenire. Infatti oggi aumentati gl’insegnamenti di modellazione, d’intaglio sul legno e di scultura sulla pietra affidati all’artista Prof. Castrignanò, noi saremo certi di dare incremento maggiore alle produzioni locali.

L’officina principale sarà quella dell’ebanisteria, che a conti fatti dà il maggior contingente di alunni alla Scuola e la migliore produzione al nostro mercato. E noi vediamo ogni giorno accorrere a Maglie gente di tutto il Capo di Leuca, specialmente contadini, per fornirsi della mobilia necessaria a mettere su una casa. Questa mobilia appunto deve essere l’oggetto delle nostre cure, senza trascurare, però, i mobili di lusso; così la nostra città potrà divenire centro importante di produzione e di esportazione Chi non ne vede il vantaggio grandissimo?

Lissone, per esempio, è un piccolo paese lombardo; ebbene, colla sua Scuola d’arte, modesta assai più della nostra, esso è giunto a sollevarsi ad un alto livello e a divenire un centro operaio della maggiore importanza, che fornisce di mobili, sia di uso comune che di lusso, ma sempre ben fatti ed a modicissimi prezzi, tutta l’Italia a cominciare dalla vicina Milano. E vi so dire che qualche signore della nostra città possiede mobili, acquistati a Lecce e altrove come genere proveniente da officine di città capitali, e non sono che lavori usciti dalle modeste botteghe di questo laborioso paesello dell’Alta Italia.

Mi sono fermato a parlarvi di ciò appunto per dimostrarvi chiaramente come le nostre officine messe in perfetta regola, facilitando e aumentando la produzione locale, potrebbero apportare una sorgente inesauribile di agiatezza alla nostra città. Tale innovazione abbiamo appunto apportata mercé il sussidio governativo, che ci è stato aumentato di L. 400 per la cooperazione dell’Onorevole De Donno, al quale, cogliendo questa occasione, fretto i più sentiti ringraziamenti; ma dovremo ancora completarla. Quanto non sarebbe utile infatti una lezione speciale per i fabbri ferrai, mestiere da noi qui trascurato, con insegnamento della piccola meccanica applicata e nichelatura del ferro?

Eppure sarebbe facilissimo istituirla se il nostro Municipio si decidesse una buona volta a destinare alla Scuola quella parte di Legato del benemerito Ignazio Ricci che riguarda l’Inattuale insegnamento della Teologia. Ed avendo accennato all’industria del ferro, piacemi additare alla SS. LL. un modestissimo operaio, nostro concittadino, quale è Salvatore Serascia. Questo tipo di lavoratore instancabile, con nulla, oggi fabbrica, pel minuto commercio, dei letti in ferro vuoto con lamiere artisticamente decorate da non essere secondi a quelli di città eminentemente industriali, come avranno agio di vedere in taluni saggi esposti nei locali della Scuola. Nella nostra provincia questo prodotto non viene più importato e lo Serascia fornisce moltissimi paesi e negozianti compreso qualcuno di Lecce. Come vedono, non è vero che le industrie da noi non possono aver vita. Mancano solo gli aiuti, gl’incoraggiamenti e l’esiguo capitale soprattutto.

Questi sono i nostri desideri, le nostre aspirazioni; se riusciremo ad attuarle avremo ottenuto un gran bene per Maglie, un serio aiuto per la numerosa sua classe operaia ed un impulso di vita per il decaduto commercio, non che un ottimo mezzo per attirare sulla vera via tanti giovani che ora ne sono spostati. Gli studi classici sieno il privilegio di quei pochi che hanno mezzi di frequentarli e competenza fino a conseguire una laurea; che, come sono ordinati e impartiti, recano danni incalcolabili a chi non può giungere alla fine di essi. E ben diceva la Tribuna in un articolo firmato Zini, ove nostro signore stimolava l’interesse ormai omai di studio peggiorato dalPuso; non altro che l’antico seminario gesuitico trasformato in Caserma ed applicato alla produzione d’impiegati di Stato e di elementi utilizzabili solo nella burocrazia civile e militare.

Oramai è chiaro e indubitato, tutti lo sentono e ne sono convinti: l’incremento industriale è il fine che deve avere ogni buon italiano, poiché esso rappresenta la vera ricchezza pubblica che riflette poi nelle classi agiate e toglie dalla miseria e dal malcontento le più tristi reclute.

Signori, ora che abbiamo visto quale importanza potrà acquistare qui da noi l’ebanisteria, mi par fuori di proposito ricordare con un brevissimo cenno storico l’origine e lo svolgimento dell’arte di lavorare il legno, che in tempo ha raggiunto pure i gradi più eccelsi di perfezione artistica e di celebrità.

Dirò subito che essa ebbe origine colla creazione dell’uomo. Nello stato selvaggio, in mezzo alle foreste che la provvida natura aveva messe a sua disposizione, l’uomo trovò, nei rami e nei tronchi degli alberi un materiale facile ad essere adoperato e se ne servì rapidamente in ogni maniera come arma, come mezzo di costruzione, come idolo. Man mano che le necessità lo sospinsero egli si ingegnò a meglio usarlo e lo venne adattando ai cresciuti bisogni della esistenza. E appena il sentimento del bello cominciò a splendere nella sua mente e nella sua fantasia, appunto con questo materiale, egli avventurò i primi passi nella via dell’arte. All’Esposizione di Parigi del 1878, tra le tante curiosità, fu esposta una statua di cedro e di mimosa Egiziana che contava 58 secoli di antichità. E ai tempi del tempio di Salomone, costruito in gran parte dai Fenici, non era tutto incastonato di cedro e di altri legni preziosissimi, tutti finamente intagliati?

Gli Egizi furono molto abili nell’ebanisteria e costruirono, fra l’altro, preziosi cofani per rinchiudervi le mummie. I Fenici ebbero le famose foreste del Libano da cui ricavarono quanto più vollero materiale e se ne servirono come gli Egizi per costruire mobili ornati d’intagli con intrecci geometrici. Anco gli Assiri usarono il legno per tutti i bisogni della vita.

I Greci, gli Etruschi ed i Romani, poi, se ne servirono in linea secondaria nella struttura dei fabbricati e nelle suppellettili; ne formavano l’ossatura che ricoprivano di lamine di bronzo, di rame e di avorio, materie tutte pregiate e usate profusamente. Ma questo potersi fare solo da quei popoli, la loro grandezza rifletteva in tutta la sua manifestazione, non solo nei sontuosi monumenti ma anche negli oggetti più umili di uso domestico. Usavano, però, fare di legno la sedia senza schienale ad uno o due posti; la sedia che portavasi sulle spalle da diversi uomini; il letto, nello stile di gran semplicità; il tavolo e lo sgabello, mobile di gran lusso adoperato per i tavoli e lo sgabello, col risorgere dell’Impero d’Oriente il cristianesimo si fece strada tra i popoli e piantò da per tutto il suo vessillo. La società subì una seria trasformazione e nuovi sentimenti e bisogni la piegarono a nuovi usi e costumi e la spinsero a trasformare anche le arti.

L’Architettura, detta la grande scrittura simbolica dell’umanità, rilevando queste trasformazioni e questi sentimenti nuovissimi, trovò nei monumenti religiosi un campo infinito pel suo sviluppo e perfezionamento. La Bizantina, la Moresca, l’Ogivale portarono necessariamente con sé la trasformazione dell’ammobiliamento e della decorazione. Non solo, ma la vita della famiglia, santificata dal cristianesimo e resasi, in questo periodo di tempo sempre più intima, fece sentire la necessità di nuove forme nelle suppellettili. E allora così i ricchi ed i potenti, nei palazzi e nei castelli; come i modesti borghesi ed i popolani, nei tuguri, intesero il bisogno dell’armadio ben costruito e forte, della cassa siena, del letto e delle sedie di belle forme, come ci dimostrano i pochi mobili risparmiati dal tempo distruttore, e conservati in taluni musei. Fu in questo Medio-evo che le arti del falegname, ebanista ed intagliatore acquistarono la maggiore importanza.

Col diffondersi del Cristianesimo e colla supremazia che andò sempre acquistando si ebbe la sontuosità dell’arredamento religioso e, per conseguenza, il maggiore impulso alle arti dell’intaglio. I vescovi, i prelati, le associazioni ecclesiastiche ai sedili di pietra, posti in giro all’abside, sostituirono comodi sedili di legno divisi in stalli. Da questi poi ebbero origine nel secolo XIV, e si svilupparono in seguito, i bellissimi cori con alti dossali e vari ordini di stalli dalle belle linee architettoniche e nei quali l’ornamentazione scolpita di fiori, foglie, figure, angeli e santi si sbizzarrìsse in mille forme. Sorsero pure i dossali di sagrestia, gli armadi e le sedie vescovili con intagli di gran valore artistico.

Dalle chiese l’arte dell’intaglio passò nei palazzi, soffermandosi sulle porte e sui portoni, che furono decorati con rare e pregevoli sculture. Nell’interno, poi, oltre ai mobili anco i muri e i soffitti dei grandi saloni furono coperti con artistiche e pregevoli decorazioni in legno intagliato, che insieme ai superbi arazzi, ai suoi dorati e policromi e alle tele pittoriche, formavano un tutto armonico di bellissimo e sorprendente effetto.

Neppure nelle modeste case, ripeto, difettava l’arte dell’intaglio, perché tutti facevano del loro meglio per aver ben messo il luogo sacro alla famiglia, della quale si aveva un concetto ben diverso dal nostro. Le ore più affettuose di qualsiasi classe di persone, però, erano rivolte ad un mobile commessissimo anche negli oggetti nelle famiglie meno agiate, al Cassone. E si comprende: in quei tempi, nei quali il vincolo matrimoniale non veniva considerato un vile mercato, la fanciulla, prima di uscire dal tetto paterno per farsi sposa, rinchiudeva in esso coi ricordi infantili, col corredo e colle gioie, anco gli affetti e le più dolci speranze del suo avvenire. Niente di più naturale che intorno a un tal mobile, il quale inoltre nella festa nuziale doveva esser fatto segno alla generale attenzione e curiosità, si sbizzarrisse il genio dei più valenti artisti intagliatori.

Come tutte le cose si compiono descrivendo una parabola, così l’arte di lavorare il legno andò sempre più salendo sino a toccare l’apogeo della gloria col secolo XIV, apogeo che mantenne nel XV e per metà del XVI. Nel Rinascimento, epoca di poesia e d’incanto in cui ogni manifestazione era la conseguenza d’un sentimento fortemente educato ai severi principi del bello e del giusto, Raffaello, Giotto, Della Robbia, Michelangelo, Benedetto e Giuliano da Maiano sono nomi di sommi artisti che tracciarono una pagina d’oro della storia e resero immortale il nome italiano.

Dopo, come era anche da aspettarsi, questa vertigine del bello andò scemando di mano in mano senza che mai più dovesse riaccendersi. Infatti che tempi passiamo oggi chiedete all’arte se nella società moderna si discute e si disconosce la esistenza di Dio? Quali edifici pubblici, quali monumenti, volete che sorgano se i governanti che si succedono non vagheggiano altro pensiero se non lo spreco delle sostanze della nazione in fucili e cannoni perdendosi dietro a vane ed infeconde aspirazioni? Che edifici, che abitazioni private può mai darvi l’arte se si è sempre in una continua lotta esauriente che, fra mille balzelli, fa accettare e subire, per necessità, ogni indecoroso ed insalubre abitaro? Ma quali mezzi può mai darvi un’epoca nella quale non vi è che lo sfasciamento della famiglia, utilità dolose ed interessi capitalizzati? Riforme serie e radicali pel miglioramento economico della Nazione, oramai, s’impongono e l’incessante e, talune volte, violento agitarsi delle masse lavoratrici sia un monito ai governanti ed a tutti.

Educhiamo, adunque, l’operaio e diamogli quella istruzione che gli è necessaria per poter migliorare il proprio mestiere, in modo che ingentilito ed abbellito con l’arte i suoi prodotti li veda meglio apprezzati e retribuiti, anche se si decida ad emigrare in regioni lontane dalla Patria. Facciamogli pure conoscere, senza paura, i suoi diritti ed i suoi doveri; allora solamente egli aborrirà la delinquenza, sarà un cittadino onesto, ossequiente alle leggi ed attenderà tranquillo nella evoluzione dei tempi il suo miglioramento economico.

Ed ora, o Signori, mi piace finire colle bellissime parole del Millerand, Ministro dell’industria francese, che sono il più dell’inno per la nostra festa.

« O lavoro, lavoratore e sacro! Sei tu che nobiliti e consoli. Sotto i tuoi passi l’ignoranza si dissipa, il male svanisce. Per mezzo tuo l’umanità, liberata dalla servitù, monta incessantemente verso la regione luminosa e serena, ove un giorno ella dovrà realizzare l’ideale e il perfetto accordo della potenza, della giustizia e della bontà! »

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: cognome, email e nome
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com

error: Contenuto protetto!