Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri (VII)

Porto Selvaggio, vista dalla torre dell’Alto in S. Caterina di Nardò (Lecce), (ph Cristina Manzo)

 

di Cristina Manzo

Il Salento non lo puoi spiegare.

Il Salento lo devi vivere, perché ti entra nell’anima, ti avvolge e non ti lascia più.

Fabrizio Caramagna

 

Il desiderio chiede al territorio spazi di libertà. Vuole essere slegato dai torpori del quotidiano, dai pesi economici, dalle angustie dei poteri e chiede di abitare luoghi in cui sia possibile realizzare i sogni[1].

E torniamo ancora a parlare della Bufalaria, perché la casa che era stata il cuore pulsante di Helen e di Arno è tornata, dopo la loro scomparsa, a rivivere ancora attraverso gli occhi di altri. Qui, ora, è la casa di Klaus ….Questo luogo fa ancora suoi i termini ricorrenti di “società di artisti”, “Repubblica”, “utopia” e “comunità”, perché sono stati le parole chiave di Helen e del suo fermento intellettuale ancora presente nella casa; Klaus e Ulrike lo sentono forte, è come se fosse rimasto impigliato tra le trame magiche della natura, nell’odore della terra, in quel gioco di luci che ella riusciva a catturare e riprodurre nelle sue sculture.

Giunto nel 1968 alla Masseria, con la moglie Ulrike, per visitare gli amici artisti Arno Mandello e Helen Ashbee, Klaus decide di esplorare un ambiente che diventa luogo di ricerche e fecondi contatti. Ne rimane tanto affascinato da metterci le radici, e comunicarne la bellezza attraverso i suoi romanzi e i suoi film, dove personaggi reali raccontano strane storie di vita che riviste oggi a distanza di tanti anni permettono ancora di riconoscersi appieno, di capire dal caleidoscopio di immagini in bianco e nero o a colori che si fa ancora parte della cultura del tempo, mai andata perduta, a cui si guarda sempre con un piglio nostalgico e affettuoso.

Nel suo primo cortometraggio Klaus Voswinkel racconta il Salento (Landpartie “Scampagnata”, 44 min, 1977) attraverso due episodi. Nel primo si sofferma sui preparativi per un banchetto pasquale organizzato in un agrumeto di Sternatia da una benestante famiglia leccese. Nel secondo un gruppo di amici festeggia in collina la Madonna della Campana a Casarano, al suono della pizzica[2]. – « Hanno suonato e noi li abbiamo amati» – dice, – «Anni dopo ho compreso che questo film costituiva una grande testimonianza, perché questi musicisti rappresentano la vecchia generazione dei suonatori di pizzica[3]» – Il suo secondo lavoro è dedicato al profilo di Norman Mommens, scultore geo-astronomo e della sua compagna Patience Gray, scrittrice-orafa-rabdomante, (anche loro ormai scompars). Il suo titolo è “Sonne, Mond” (Sole-Luna, 44 minuti, 1983), una preziosa testimonianza, ed è stato realizzato insieme alla moglie Ulrike. I due artisti sono ripresi non solo nei loro luoghi di lavoro: a Masseria Spigolizzi, sulla collina dove ricercavano selci, ma anche sul barcone, in processione a Torre Pali o sulla serra del “Paiorone” di Pozzo Mauro, dal quale Norman, grande conoscitore della cultura salentina, era partito per studiare le corrispondenze tra toponimi e astronomia. Il documentario si conclude con l’ascolto di Casta Diva, durante la festività di Sant’Andrea di Presicce.

Con il terzo documentario “Piazza”, (44 min., 1984), Klaus ci porta in Sicilia, ai piedi dell’Etna, per seguire da vicino la vita dei cantastorie siciliani e la grande festa di Sant’Alfio a Trecastagne. Straordinaria, tra l’altro, la sequenza dell’incontro col “poeta delle piazze” Ignazio Buttitta che declama i suoi versi sull’insostituibilità del patrimonio dialettale. Si ritorna sul tema-conduttore del folklore, della festa e della musica con La Banda, del 1987. Questa volta viene inseguita nelle sue varie performance un’orchestra di quaranta uomini, guidata da una giovane direttrice, Grazia Donateo di Surbo, la prima in tutta Italia (che fu invitata molte volte a Stoccarda dopo che il lavoro di Klaus si diffuse in Germania, ma non ci andò mai, per via dei suoi tanti impegni con le feste patronali). Chiude la rassegna il lungometraggio “Ragazzi” o “L’invenzione della commedia”, un gruppo di aspiranti attori in cerca di identità, che intrecciano il loro vissuto di provincia e la loro voglia di fare teatro.

In questi suoi lavori Klaus restituisce la verità dei paesaggi, delle situazioni e dei personaggi, senza enfasi e senza forzature, riuscendo a fare “poesia” con le immagini, con i suoni, i colori e i tagli fotografici. Un’indagine condotta sapientemente su ciò che di più autentico possiede il nostro territorio, in un linguaggio cinematografico dal tono asciutto: nello scavare l’humus delle tradizioni e della cultura salentina si avverte il carattere essenziale di un mondo fermo nel tempo, in un passato prossimo, oggi sempre più minacciato dalla globalizzazione e dalla omologazione imperante, eppure ancora vivo nel presente.

 

Una interessante ricerca quella di Klaus, molto apprezzata, tra l’altro, dai nostri connazionali in Germania. Molti salentini, entusiasti dinanzi alle inaspettate immagini della loro terra, mandate in onda dalla tv tedesca, hanno subito telefonato agli amici del Capo per dimostrare apprezzamento.

É da un punto di vista inedito che Klaus Voswinkel osserva il Sud nei suoi documentari degli anni Settanta: un Salento, aspro come le pietre dei muretti a secco, sospeso nel tempo come i suoi ulivi. I documentari di Klaus sono uno spaccato sociale sugli aspetti demo-antropologici della cultura meridionale, con una particolare attenzione alle tradizioni popolari delle feste in provincia, un mondo culturale che ha affascinato il regista di origine tedesca (nato ad Amburgo nel 1943), fin dal suo primo arrivo nell’estremo sud della penisola salentina[4].

 

Klaus, Ulriche e la figlia Esther (nella cui voce si può, forse, scorgere una certa inflessione salentina), tutti qui hanno il loro posto, il loro angolo solitario di paradiso dove meditare o dedicarsi alla propria attività di pensiero o di scrittura. Ulriche che cura programmi per una radio tedesca, in cui parla di scrittori e letteratura, trova il suo spazio con la macchina da scrivere eletta a “Deus ex machina” dello spirito, posizionata di fronte ad una finestra che è sguardo aperto su questo lembo di terra. La scrittrice ha pensato molte volte di presentare degli autori salentini. Una volta ha coinvolto in una rassegna a Monaco, l’amico Tommaso Di Caiula: – «appena ci conoscemmo, gli abbiamo detto che eravamo innamorati della Puglia e lui ha risposto: io vorrei vivere in Germania» – . Il posto preferito da Klaus, invece, è sotto un albero, su una sdraio, protetto da un gran cappello di paglia. C’è uno spazio immenso che si lascia abitare docilmente e culla le menti, non si può desiderare null’altro alla Bufalaria. Il mare vicino trasporta il suo odore di salsedine che si mischia con quello del giardino. La sera poi, la casa si riempie di accordi musicali e di voci recitanti, li a ridosso di un costone di roccia che declina a semicerchio, quasi nella forma di un piccolo anfiteatro naturale: fra i gradoni in pietra e cemento, in questa terra dove la gente ama la banda, ci si muove al ritmo della pizzica che sovrasta le voci della campagna. Qui per ascoltare la banda, le persone farebbero anche le due di notte.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Fiori_gialli,_sasi_e_ulivi.jpg

 

Ulriche ricostruisce nel suo racconto la fitta rete di passioni intellettuali e umane cresciuta intorno ad Helen Ashbee e a Normann Mommens e a Patience Gray: – « Piano piano, abbiamo fatto qui tante esperienze. E poi sono venuti gli amici, molti amici. Come Helmut e Christina. Loro sono venuti per incontrarci e sono venuti nel meridione da Milano. Hanno conosciuto Arno ed Helen ed hanno deciso anche loro di comprare la masseria in cui vivono. Dopo Helmut è venuto Binder, poi Mirjam ed Enzo. Enzo è venuto perché amico di Binder. Binder è venuto perché amico di Helmut. È così[5]».

Le esperienze di vita e arte di questi salentini d’adozione e elezione hanno animato per decenni le campagne vicino al mare di Torre Mozza, inusuale agorà culturale in dialogo con il Mediterraneo e l’Europa, e ancora oggi continuano a raccontare l’unicità di questo territorio, luogo di ispirazione da vivere e difendere[6].

Torre Mozza, marina di Ugento[7]

 

 Giungiamo, così, alla storia breve ma intensa della stilista Cinzia Ruggeri, anche lei innamorata del Salento, al quale si rivolge durante l’apice del successo, per staccare la spina e ritrovarsi, ospite di Michael Binder.

Ha precorso il tempo, confrontandosi con straordinaria visionarietà con tutti i linguaggi della progettazione. L’arte per Cinzia Ruggeri era un modo di ridisegnare il mondo e le cose, specialmente quelle di tutti i giorni, quelle nel quotidiano di tutti, arredi e oggetti, ambienti, abiti e accessori, che sapeva puntualmente arricchire di eloquenza, di eleganza, d’impagabile humour e provocazione.

“Non l’ho conosciuta, come molti, negli anni 60, 70 e 80, quando lei già era una bionda seducente, eccentrica e rivoluzionaria protagonista della scena milanese e internazionale. Tuttavia avevo memoria di lei, delle sue sfilate fuori dai canoni, dei suoi interventi sulle pagine di Domus e di Vogue, delle sue collaborazioni per molte industrie del design, dei suoi progettuali sodalizi con Studio Alchimia e Occhio Magico. E, quasi per volontà del destino, il desiderio di incontrare Cinzia mi è cresciuto dentro, quasi ossessivo. Così ho cominciato a cercarla, a chiedere di lei, che dopo il grande successo già riscosso aveva abbandonato tutto, per vivere dieci anni dove la terra precipita nel mare, nella punta estrema dello sperone, in Salento. Un humus che la rasserenava, una certezza di benessere anche, che aveva maturato da ragazza nelle lunghe vacanze in barca con il padre”[8] – . Cinzia, era periodicamente ospite di Michael Binder. Era giunta in questa terra per la prima volta negli anni sessanta, convinta di poter cambiare il mondo. Fuggiva dall’alienazione di una città come Milano ed era attratta dal profondo sud immaginandolo come un posto magico in bilico tra i due mari, tra il sorgere e il tramontare del sole. Immaginava nella sua fervida fantasia una lunga fila di automobili che una volta giunte a Santa Maria di Leuca, col finire della strada precipitavano a capofitto nel mare e che, quindi, sotto al faro si potesse scorgere una lunga fila di automobili che sporgevano dall’acqua. Una sorta di avamposto nel nulla dove avrebbe potuto dialogare con la natura. Nella sua creatività il linguaggio della (e con ) la natura era fondamentale sorgente di ispirazione trasferita, per esempio, nei suoi bellissimi abiti floreali intessuti di fitte foglie e ramoscelli. Il primo amore per il Salento era avvenuto solennemente al cospetto del Ciolo dove, sosteneva, che ci si potesse costruire una casa semplicemente con quattro stracci e le cose portate dal mare. In seguito, attraverso l’amicizia comune dello stilista Ken Scott, aveva stretto amicizia con Helen Ashbee e Arno Mondello, decidendo di stabilirsi alla Bufalaria. Erano i primi anni novanta e Cinzia si era lasciata contagiare dal sogno di Helen. Quel sogno di costruire una comunità di artisti in osmosi con la natura. Uno status che più avanti qualcuno identificò come “Glocal”, ovvero quello stato di dover vivere senza rinunciare mai alla propria identità culturale, pur guardando con entusiasmo al mondo. Ma, invero una teoria del baratto culturale era stata azzardata anche dal salentino Eugenio Barba quando, nel 1974, l’Odin Teatret era sbarcato a Carpignano Salentino[9]: Il loro proposito di rinchiudersi in un posto dimenticato da Dio si sgretolò e desiderarono di costruire un ponte tra il Teatro con la t maiuscola e la teatralità spontanea di quei luoghi. Da allora, da quasi cinquanta anni, si ripete ogni anno nel paese questa festa, che può considerarsi quasi l’antesignana di tutte le sagre, dove il centro storico di Carpignano diventa quasi un teatro a cielo aperto. Un luogo di musica, danza, ronde e amore per la tradizione; una tradizione mai ignorante, ma ubriaca di cultura e arte[10].

Baratto di cultura, arte e tradizione, Carpignano Salentino[1
  • Si trattava di una compagnia teatrale norvegese, alla ricerca di un posto remoto dove lavorare al futuro spettacolo. La faccenda andò un po’ diversamente. Quei professionisti del teatro subirono tutto il fascino di un mondo contadino, di un paese dal centro storico bellissimo, dai campi coltivati a vigneti, ulivi e tabacco. Trovarono la purezza di una storia in cui il Teatro ufficiale non era mai approdato, eppure il potenziale mimico degli abitanti si manifestava in ogni occasione, durante le festività, nei canti spontanei, nella gestualità accesa, nei rituali del lutto.

 

Il periodo del trasferimento alla Bufalaria fu un buon momento per la produzione creativa di Cinzia, presero forma straordinari e originalissimi pezzi di design come l’armadio Rocco, che si ispirava ai colori rosso e nero delle confraternite religiose che sfilavano nelle processioni del venerdì santo, l’aspirapolvere proboscide e il ventilatore orecchie d’elefante. Con le sue installazioni sfrontate e trasgressive partecipò anche ad alcune mostre a Lecce. Sempre in quel periodo anche Helen Ashbee organizzò una memorabile mostra, quella dei suoi gioielli annidati ed esposti tra i rami degli alberi della masseria. Poi, si passò dalla fase di euforia e speranza a quella di una cocente delusione, perché come sostenevano Michael e Cinzia, mancava l’appoggio delle istituzioni, mancavano dei sostegni concreti e ogni bella iniziativa si andava a spegnere nell’indifferenza. Helen nel suo sogno era rimasta isolata, e dopo la sua morte era svanita ogni aspettativa. Forse il territorio e gli artisti che avevano creduto in quel sogno non erano ancora pronti ad affrontarsi, forse si trattava di un Salento dormiente, che non aveva ancora chiarezza sulle sue infinite possibilità. Era come se il Salento dapprima tagliato fuori a causa dell’inadeguatezza della politica locale, si fosse poi ritrovato a essere tagliato dentro, come un’isola che non ha un retroterra. Così Cinzia, che dopo la morte di Helen aveva sofferto la solitudine, per non andare oltre, chiuse la sua parentesi lunga dieci anni legata a questa terra e, ripartendo per il nord, al Salento disse addio.

 

Note

[1] Verso Sud, 2008.

[2]   https://www.iltaccoditalia.info/2007/02/18/lo-sguardo-di-klaus/ visitato il 30, maggio 2020, ore 15,50.

[3] Verso Sud, 2008.

[4] https://www.iltaccoditalia.info/2007/02/18/lo-sguardo-di-klaus/ visitato il 30, maggio 2020, ore 15,50.

[5] Cfr. Verso Sud, 2008.

[6] https://www.baiadoro.it/torre-mozza-tra-arte-e-utopia/

[7] https://www.fulltravel.it/guide/ugento-e-le-sue-3-marine/32622

[8] https://globelife.com/beautynews/116326/addio-a-cinzia-ruggeri-vogue.html

[9] Cfr Verso Sud, 2008.

[10] https://salentoexp.wordpress.com/2016/08/31/1974-odin-teatret-sbarco-in-salento-e-fu-subito-festa-te-lu-mieru/

[11] Idem.

Per la prima parte:

Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri

Per la seconda parte:

Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri (II)

Per la terza parte:

Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri (III)

Per la quarta parte:

Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri (IV)

Per la quinta parte:

Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri (V)

Per la sesta parte:

Tornando a Sud: viaggi in un Salento che diventa casa, attraverso gli occhi degli altri (VI)

 

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