Morciano e Torre Vado in lotta per le “Sorgenti”

Le sorgenti di Torre Vado (ph Marco Cavalera)

di Francesco Greco

Si tratta di uno specchio d’acqua dolce nella marina di Torre Vado, molto amato dalla gente del paese, della frazione Barbarano del Capo e dai turisti. L’acqua freddissima  sgorga con forza dal fondale e pare abbia proprietà terapeutiche.
Due anni fa il Comune concesse l’autorizzazione a una società di Taurisano, la “A.&C. Costruzioni” per l’apertura di uno stabilimento balneare proprio sulle scogliere davanti alle “Sorgenti”, privatizzando, di fatto, l’intera area.
Immediate le proteste della popolazione e dei turisti e dopo numerose manifestazioni, sulla spinta dell’indignazione popolare, il sindaco Giuseppe Picci, avvocato 46enne, revocò l’autorizzazione.
Immediato il ricorso al Tar della società.
La sentenza emessa in questi giorni dà torto al Comune, che è stato

Divi oltre ogni pudore

di Elio Ria

spettacolo

Ormai si eccede in tutto: nell’informazione, con le parole, le interviste, reportage. Tutto deve essere amplificato per fare rumore e scandalo. I giornali in alcuni giorni sono illeggibili, infastidiscono il lettore, propinano notizie non per informare – come è giusto fare – , no… solo per innalzare o abbassare l’indice di gradimento di personaggi dello sport e della televisione.

Una commedia dentro la commedia: tutti attori di un palcoscenico costruito sulla vanità. Il buon senso, l’educazione, il garbo e il rispetto lasciano il passo alla volgarità e alla violenza.

Le redazioni giornalistiche godono nel dare risalto alle malefatte del personaggio di turno che si è distinto per una “bravata” o qualcosa di più grave, svilendo e annullando la funzione informativa del giornale. Si avverte in molti casi l’emulazione del peggio in costante ascesa nella scala dei valori. Ancora, vi è l’accanimento verso taluni personaggi e notizie, tralasciando le cose “buone”: non fanno notizia. E allora non c’è da stupirsi se la maglia buttata a terra da Balotelli in occasione della partita Inter – Barcellona (20 aprile 2010), diventa un romanzo a puntate da seguire con morbosa attenzione. L’irascibilità del ragazzo, la sua arroganza appassiona il mondo sportivo. Il suo urlare “sono il numero uno” dovrebbe indurre  alla riflessione, ponendo fine all’esagerata sindrome del divismo. Sì, divismo, considerato che oggi per diventare divo ed entrare nel mondo mediatico per essere osannato  ci vuole poco: urlare, tenere comportamenti demenziali e gesti fuori dall’ordinario e oplà: ecco un nuovo astro da far apparire all’isola dei famosi, grande fratello, porta a porta, amici, talk show.

Il palcoscenico, quello vero, è vuoto. Attende protagonisti seri e qualificati, possibilmente.

Letterati salentini/ Fra Serafino dalle Grottaglie (1623 – 1689)

S. Francesco d’Assisi. Mattonella maiolicata policroma del sec. XVII. Francavilla Fontana, chiesa della Croce

LETTERATI SALENTINI

 

FRA SERAFINO DALLE GROTTAGLIE

 Donato Antonio D’Alessandro (1623 – 1689)

di Rosario Quaranta

Tra i tanti letterati salentini che affollarono il Seicento letterario un posto merita anche Fra Serafino dalle Grottaglie, figura autorevolmente riproposta anni fa da Mario Marti nel volume sugli Scrittori Salentini di Pietà fra Cinque e Settecento (Galatina 1992), ma che ha trovato attenzione anche in altri studiosi e critici come Francesco Zerella, Francesco Tateo, Benigno Perrone.

Per Marti si tratta di un autore interessante sul versante  puramente lette­rario. Egli, originario di un centro di tutto rispetto quanto a tradizioni cultu­rali e religiose (si pensi almeno al poeta Giuseppe Battista, al teologo del Concilio Tridentino Anto­nio Marinaro, al canonista Giacomo Pignatelli, a S. Francesco de Geronimo), riuscì ad acquisire una preparazione umanistico-filosofico-teologica di primo piano, tale da imporlo all’attenzione di molti e da consentirgli una versatilità di interessi te­stimoniata da una abbon­dante produzione lettera­ria: poesia epica e melo­drammatica, esegesi bi­blica, moralistica e poli­tica.

Uno scrittore che, secondo  quanto scrive Marti, «può es­sere (anzi dovrebbe es­sere) recuperato alla storia letteraria nazionale in gra­zia dei tre più grossi impe­gni, giunti salvi fino a noi: il poema del Mondo re­dento, i Lamenti sacri e scritturali, e infine L’idea della vera e buona politica togata e militare apparsa in prima  redazione  (1680, Mollo, a Cosenza) col titolo di Lettere scritturali, con le postille politiche». Opera, quest’ultima, che ha tratto qualcuno in inganno, inducendo a considerare Donato Antonio  D’Alessandro un politologo del Seicento; in realtà si deve ricondurre anche  questa esperienza in una dimen­sione puramente letteraria «laddove ogni cosa è messa in versi e tutto gronda letteratura»; una tensione letteraria piegata, però, al fine moralistico ed edificatorio, in sintonia pe­raltro con l’atmosfera controriformistica   all’in­temo della quale Fra Se­rafino si distingue per l’in­sistenza sul dolore con­naturato all’umana specie e sulla passione e morte del Redentore che Marti definisce in maniera appropriata «passiocentrismo».

Ma chi era Fra Serafino dalle Grottaglie?  Donato Antonio D’Alessandro (così egli si chiamava al secolo) nacque appunto a Grottaglie il 17 settembre 1623 da Cataldo e da Isabella Quaranta. Fu battezzato lo stesso giorno da D. Marcantonio Scardino essendo padrini D. Claudio Antoglietta e Chiara Marangiulo.

Spinto probabilmente dal conterraneo P. Ludovico La Grotta anch’egli francescano ri­formato (che insieme con Giuseppe Battista, aveva curato la sua prima formazione culturale) entrò nel 1641 tra i  frati Minori Osservanti Riformati compiendo il noviziato nel convento di Seclì. Fu poi guardiano più

Due insoliti termini salentini: ‘ntrasciulàti e ‘ntraccatùti

di Armando Polito

A volte le parole dialettali riaffiorano dai meandri della memoria con tutti i rischi connessi, specialmente quando, come me, si ha una certa età…

Da mia madre ho sentito spesso il nesso del titolo, ma mai in tanti anni, stranamente, ho avuto la curiosità di approfondirne l’etimologia. Poi, qualche minuto fa, qualche bizzarra (ma fino ad un certo punto, per quello che dirò…) sinapsi me lo ha fatto ricordare e ne parlo anche perché sarei grato se qualche lettore me ne confermasse l’esistenza,

Il suo significato è inequivocabile, indicando uno stato fisico molto, ma molto precario. La definizione mi aiuta notevolmente nel tentativo di individuare l’etimo di quelli che appaiono come due participi passati in funzione aggettivale, altrimenti sarei stato costretto ad affermare che certo è solo quello della congiunzione… e il lettore interessato a questi temi avrebbe avuto tutto il diritto di sbottare: -E mi scomodi per tutto questo?-

Potrei supporre  che ‘ntrasciulàtu significhi alla lettera affetto da antrace o carbonchio, che, come tutti sanno, è un’infezione acuta (non curata  è per lo più mortale) provocata da un batterio. Antrace è dal greco àntrax che significa carbone; infatti la malattia procura lesioni cutanee di colore nero.  Lo conferma il sinonimo carbonchio, dal latino carbùnculu(m), diminutivo di carbo/carbonis=carbone. Un dettaglio fonetico, però, suscita in me qualche perplessità sulla quale tornerò dopo.

‘Ntraccatùtu credo che derivi per epentesi di –r– (indotta dallo stesso fonema della voce precedente) da un precedente ‘ntaccatùtu, a sua volta da ‘ntaccàtu (alla lettera intaccato)  ma rimodellato con un ulteriore suffisso forse per influsso di ‘nsaccarùtu=arso di sete.

Non sarei corretto, però, se non motivassi la parziale bizzarria della sinapsi interessata. In realtà stavo pensando alle voci dialettali che potrebbero essere usate per definire la nostra precaria situazione attuale, purtroppo non solo economica e così, amara consolazione, ho preso due piccioni con una fava perché il tutto mi ha consentito anche di pensare ad affetti materialmente perduti ormai da parecchi anni.

Tornando al carbonchio: il “pericolo di contagio in zona euro” è una litania quotidiana ma la cosa più grave è che la nostra salvezza dovrebbe, chissà perché, stare nelle stesse mani degli “untori”. È come se si pretendesse di curare la tubercolosi iniettando nel malato una bella dose di streptococchi (nel loro pieno vigore, non attenuati… nella speranza che il povero sistema immunitario faccia la sua parte).

Ma c’è un’altra frase imperante che chi conosce le figure retoriche chiamerebbe ossimoro (in poesia non ha mai fatto danni, anzi…): “coniugare il rigore con la crescita”. Sarebbe come pretendere di accoppiare con successo un elefante con una topolina, tant’è che il risultato è un’espressione cara, questa volta, alla sinistra: “macelleria sociale”.

Lascio immaginare, a chi ha avuto fin qui la pazienza di seguirmi,  chi sarebbe, fuor di metafora, la topolina…

Purtroppo anche nel caso che le mie etimologie fossero discutibili o addirittura errate, poco, anzi nulla, cambierebbe in concreto del nostro stato. Lo dico chiarendo la perplessità fonetica di cui parlavo all’inizio e il lettore si prepari ad una raffica di condizionali.

La difficoltà di spiegare il passaggio –ce– di antrace in –sc– di ‘ntrasciulatu (in cui –ul– potrebbe essere giustificato da un diminutivo antràculum, quasi un gemellaggio con carbonchio da carbùnculum) potrebbe indurre a pensare che le due voci in questione siano state mediate dal mondo contadino. E se per ‘ntraccatùtu viene in mente l’aratura, per ‘ntrasciulàtu potrebbe essere tirata in ballo l’erpicatura. Tràgula chiamavano i latini un tipo di giavellotto, ma la voce è usata da Varrone Reatino (I secolo a. C.) proprio col significato di erpice. Non c’è da meravigliarsene, tenendo conto che tragos (voce di origine greca ad indicare più di una specie vegetale) è in Plinio il nome di una pianta spinosa e tràgula può esserne comodamente il diminutivo; basta guardare l’erpice antico in basso riprodotto (non a caso  nel dialetto neretino l’attrezzo, alle origini costituito proprio da un insieme di rami spinosi tenuti insieme e aderenti al terreno da una pietra piatta sovrapposta,  si chiama tràgghia).

E il pensiero va a quando, ragazzino, assistevo alla pulizia del camino operata da mio padre e mia madre. L’uno saliva sulla terrazza e dal comignolo calava una corda al cui punto mediano l’altra, sotto la cappa, legava una pianta di spinarùta (ginestra spinosa, Calycotome spinosa L.);  poi entrambi con una decina di saliscendi ripulivano dalla fuliggine la canna fumaria. Oggi gli spazzacamini sembrano tanti astronauti e la spinaruta è stata sostituita da aggeggi ipertecnologici sulla cui efficacia nutro più di un dubbio…

Pongo fine a questo attacco di senile nostalgia e riprendo il discorso. Da tràgula si può essere formato il verbo *tragulàre, dal cui participio passato [*tragulàtu(m)] con prostesi della preposizione in (*intragulàtu) e successiva aferesi (‘ntragulàtu), attraverso un intermedio *‘ntrajulàtu si è arrivati finalmente a ‘ntrasciulàtu, come a sciùmbu (=gobbo) si è giunti da un latino gibbus attraverso un intermedio *jumbus.

Qualcuno dirà: -Meglio l’erpicatura del carbonchio!-.  Sì, ma quella operata sulla terra dopo l’aratura produrrà i suoi frutti; sarà così anche per l’aratura ed erpicatura che stiamo subendo noi e, a quanto pare, non solo noi?…

* Mi ha detto che queste crocchette mi devono bastare per tutta la giornata, ma con gli altri si vanta dicendo che, siccome ho appena un anno, dovrò ancora crescere!!! 


 

Libri/ Il fucile di Garibaldi

 

Questa è la storia di un commerciante che vive la fine dell’Ottocento in una città del sud. Il suo sguardo è bifronte: da un lato un Risorgimento che non c’è più, dall’altro un futuro pieno di incognite. La narrazione, in forma di diario, si sviluppa tra il 1887 e il 1900 su due livelli: da una parte il protagonista, Paolo Diana, l’anziano commerciante, commenta e riferisce fatti legati al presente (e quindi emergono le vicende della storia italiana di fine Ottocento, come la guerra d’Africa e i moti del pane del 1898), dall’altra rievoca e ricostruisce avvenimenti accaduti nell’intero corso della sua vita, dall’infanzia alla maturità, descrivendo anche dialoghi e testimonianze ricevute dai propri nonni e genitori.

Incontrandosi con gli amici al caffè Risorgimento (storico locale ottocentesco effettivamente esistito, come tutti i luoghi citati nel diario), Paolo riflette e chiacchiera sui tempi nuovi che arrivano, sul nuovo secolo – il Novecento – che sta per nascere, e si chiede se il Risorgimento è stato veramente quello che lui e i suoi coetanei si aspettavano nei sogni entusiasti della prima

Salento, in marcia contro la SS 275 a quattro corsie

di Francesco Greco

Dalla Grecia (Patrasso), dalla Svizzera, Roma, Avellino, ecc. in Salento per protestare contro l’ipotesi incombente della SS 275 a 4 corsie. Mentre si apprende del ricorso presentato dal Gruppo Matarrese contro l’appalto aggiudicato alla Igeco Costruzioni di Tommaso Ricchiuto (Surbo, Lecce) col ribasso del 46% (il Gruppo barese aveva partecipato all’asta col 30%). Sullo sfondo il dolore e il furore dei partecipanti per il vile attentato di Brindisi, quale che sia la matrice.
E dunque, dopo la “marcia” di ottobre 2011 che si snodò lungo il percorso che dovrebbe avere l’opera infrastrutturale finanziata da Cipe e Regione Puglia (288 milioni), e dopo l’enorme successo della manifestazione di Montesano Salentino il 25 aprile scorso (con gruppi musicali, intellettuali, attori, poeti, scrittori, ecc.), un altro appuntamento ideato dal Comitato 275 (dal presidente Vito Lisi e la vice Michela Santoro) per sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’aggressività e la devastazione che porterebbe un progetto

Il lamento del latinista e scrittore Luca Canali sulla rivista L’Immaginazione

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di Alfredo Romano

Lo scrittore e latinista Luca Canali.

Quando si dice che la vecchiaia è una carogna. E già, mi ha colpito lo sfogo di Luca Canali sull’ultimo numero della rivista L’Immaginazione (San Cesareo di Lecce: Piero Manni, n. 268, 2012, p. 30). Canali, scrittore di romanzi e racconti, saggista e traduttore dei classici latini, alla bella età di 87 anni si lamenta del fatto che note case editrici, che negli anni hanno guadagnato tanto con i suoi libri, adesso non sono più interessate e i direttori editoriali adducono le scuse più assurde. Addirittura il direttore di un noto quotidiano al quale Canali aveva chiesto di collaborare risponde: “Ci scusi, pubblichiamo solo articoli orientati verso le giovani generazioni”. 

Protesta allora Canali: “A questo punto mi si consenta una onesta difesa: mi deve essere concessa perché qualcuno può ipotizzare una qualità scadente dei miei libri della vecchiaia, come causa dei rifiuti.” E lancia una sfida: “Leggete questi due libri recenti: il primo è un romanzo storico intitolato Augusto, braccio violento della storia, il secondo è la traduzione, testo a fronte, di un classico del IV secolo d.C., Il poema dei Vangeli. Datene un giudizio: se sarà negativo, mi arrenderò ai direttori editoriali che mi hanno snobbato. Se sarà

Caffè Letterario di Carosino e Le mani di Persefone

di Simona Cartanì*

Si conclude con l’appuntamento straordinario (rispetto ai canonici sabato di fine mese) di giovedì 31 maggio prossimo presso il Geko Cafè ( via Olimpia, nei pressi del campo sportivo di Carosino a partire dalle 19.30), la prima quaterna di proposte di lettura e discussione incluse nel ciclo del Caffè Letterario di Carosino. Il caratteristico programma di incontri letterari, che si stringono di volta in volta attorno ad un autore in altrettanti accoglienti locations carosinesi, si appresta a vivere l’ultima tappa di questa fase in maniera veramente sorprendente.

Dopo aver “consumato” i primi tre appuntamenti, con Marilena Cavallo  ed il suo “Nel mare di Calipso” (in occasione dei festeggiamenti per il centenario di Giovanni Pascoli), “Uniti per forza” di Federico Pirro (nella ricorrenza dei 150° anni dell’Unità d’Italia) e Silvano Trevisani con lo splendido book fotografico “Dalla guerra alla pace” (in occasione del 25 aprile scorso), si va a concludere questo primo ciclo con un romanzo di Michele Tursi e Pierpaolo D’Auria dal titolo “Le mani di Persefone”.

Un soggetto già profetico all’epoca della stesura da parte degli autori e quanto mai attuale, non solo perchè la statua della Persefone è stata richiesta in prestito temporaneo per un’esposizione al Museo Archeologico MarTa di Taranto, ma anche per una piccola diatriba sulla proprietà esclusiva di questa

Il delfino e la mezzaluna (quinta ed ultima parte)

di Armando Polito

Se di numismatica non sono un esperto, di araldica, poi, sono totalmente digiuno, ma, avendo all’inizio lanciato un sasso contro i titoli nobiliari, non intendo certo nascondere la mano ma passarla, com’è doveroso, a chi sull’argomento ne sa e vorrà integrare la trattazione parlando dei numerosi stemmi familiari in cui il delfino è componente essenziale (ma in araldica, so solo questo, anche il più piccolo dei componenti secondari ha il suo significato e, dunque, la sua importanza).

Tornando al nostro simbolo si dirà: accontentiamoci pure, nell’attesa,  di quanto fino ad ora si è detto del delfino; ma la mezzaluna che tiene in bocca? Qui per fortuna la risposta non è complicata: si tratta di un elemento aggiunto dopo la cacciata dei Turchi (popolazione di cui la mezzaluna costituisce uno dei simboli)  ad opera di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di Ferdinando I di Aragona, re di Napoli, nel 1481. Elemento aggiunto, si diceva, sulla cui storia pregressa voglio spendere qualche parola lasciando parlare, come al solito, le fonti.

Preliminarmente, però, va detto che lo stesso termine mezzaluna è improprio, anche se si è imposto. Infatti si tratta di un quarto di luna, nel nostro caso crescente. Crescente, da solo, è voce astronomica e definisce l’aspetto falcato che la Luna (crescente lunare) e i pianeti Mercurio e Venere assumono nei giorni che precedono o seguono quello in cui si trovano in congiunzione con la Terra e col Sole (giorno che, per la Luna, è detto novilunio); crescente,

Piccolissime porzioni di un’antica civiltà contadina. Prefazione a Volti di carta

di Pier Paolo Tarsi

 

Se un albero scrivesse l’autobiografia,

non sarebbe diversa dalla storia di un popolo

Kahlil Gibran

«Prendi una cosa qualsiasi e scoprirai che è legata a tutto il resto dell’universo». L’uomo che un secolo fa scrisse questa frase – così semplice eppur così densa di significati – si chiamava John Muir. Americano di origine scozzese, fu un attivo naturalista ed ecologista ante-litteram, abituato a esplorare paesaggi selvaggi e a lottare col pensiero e con l’azione per la loro salvaguardia da ogni contaminazione. Capace di comprendere gli elementi come inestricabilmente intrecciati e sussistenti solo in relazione l’un con l’altro, Muir voleva insegnarci con quelle parole come ogni cosa in natura si riveli legata all’altra e sussista in equilibrio dinamico solo come parte di un tutto, non potendo affatto esistere se non come elemento di un sistema che la trascende e la ricomprende. La vita, infatti, si genera e si sostiene ovunque solo nel mezzo di relazioni ininterrotte tra anelli e momenti tutti assolutamente essenziali: solo quando ogni frammento è interconnesso al resto di cui fa parte, e finché ne fa parte, siamo di fronte al meraviglioso fluire del complesso naturale vivente. Quanto fin qua accennato chiarisce anche la ragione fondamentale per cui alterare o, peggio ancora, annientare – come tuttavia l’animale sedicente sapiens continua imprudentemente a fare – un solo tratto di questo continuum, una sua sola infinitesimale parte, significhi in realtà mettere a repentaglio l’intero, il tutto, l’ecosistema, il cosmo organizzato. «Qualunque cosa tocchi, lo fai a tuo rischio e pericolo» chiosava appunto lo stesso Muir a conclusione del pensiero con cui abbiamo inaugurato queste nostre riflessioni: distruggere una qualunque porzione dell’esistente, anche quella più apparentemente ininfluente, significa offendere tutta la vita intera. In natura, allora, nulla è secondario, nulla è inferiore o, peggio ancora, inutile, inessenziale: nella parte – anche la più piccola – vi è sempre contenuta la dignità, la nobiltà e la stessa possibilità di esistenza del tutto.

Perché, si starà forse chiedendo il lettore, introdurre un libro di materia narrativa con questi accenni? Che attinenza hanno queste affermazioni sulla vita naturale con le pagine che seguono? Perché indugiare in tali argomenti? Proviamo di seguito a rispondere a tali legittime domande, mostrando come

Comu sente la ndora: a Lecce, un assaggino d’estate sulla spiaggia di S. Cataldo

di Rocco Boccadamo

Non è ancora partita la stagione “ufficiale” dei bagni, tuttavia in questa mattinata di maggio si respira un’aria particolarmente invitante, proprio da mare. Siffatta sensazione passa automaticamente a tradursi in stimolo irrefrenabile, sicché, senza pensarci su oltre, basta una corsa in auto di dieci minuti per guadagnare S. Cataldo, il lido tradizionale, maggiormente di casa, dei leccesi.

C’è gente, ma non folla, degli stabilimenti balneari, appena uno, piccolo e carino, inaugurato di recente, si presenta aperto e funzionante.

Una comoda sedia con tavolino d’appoggio per la consumazione del canonico “espressino”, occhieggiando, nel frattempo, verso la battigia adiacente, dove un catamarano dai bianchi e cospicui triangoli di velatura se ne sta adagiato, pronto a prendere a solcare, di lì a qualche istante, la calma distesa, tappezzata di fasce alterne color verde bottiglia e verde smeraldo.

All’orizzonte, non lontano, procede lentamente un’altra imbarcazione ad alberi, più grande, in assoluto relax ovvero con rinuncia alla naturale spinta del vento. Si tratta, ad ogni modo, di un ulteriore segno che il periodo delle vacanze è alle porte.

Stuoli di bimbi sono già intenti ai giochi sulla rena, pacifici, senza gli strilli che si abbinano alla confusione; non ci vuole molto perché si determini a raggiungerli anche la piccola Elena, con secchiello e paletta datile in prestito dal gestore del bagno.

Soprattutto, c’è la gente comune, i grandi, visitatori per stimolo alla stregua dello scrivente, occupanti i tavoli vicini, presi a parlare di cose varie, in verità non solamente di gossip.

Un omone intorno ai sessant’anni, torso nudo con prominente tamburo addominale, accento non di queste precise parti, tiene letteralmente banco, esperto su tutto.

A richiamare la mia attenzione, in particolar modo, un preambolo in dialetto pronunciato con enfasi dal personaggio, non comune e diffuso, che è tutto un programma: ” Comu sente la ndora” (in italiano, non appena sente l’odore).

Lungo il Canale d’Otranto, predica l’uomo, dominano esclusivamente due venti, tramontana e levante, i soffi dalle restanti direzioni sono un’inezia, qualche anno addietro, addirittura, fu tramontana fissa dal 1° al 23 d’agosto. I proprietari delle barche ormeggiate al circolo nautico si limitavano, perciò, ad avvicinarsi ai rispettivi natanti, li accarezzavano, toglievano qualche strato di polvere e salutavano, di salpare manco a pensarci.

Signori, aggiunge il nostro, se si vuole una situazione diversa bisogna portarsi dalla parte opposta del Tacco, a Gallipoli o a Porto Cesareo.

I commenti passano, quindi, sulle previsioni relative al turismo estivo 2012; al riguardo, nota il tuttologo, che a Torre dell’Orso e a S. Foca, dove da anni sono stati realizzati importanti insediamenti ricettivi, si incontrano turisti provenienti da Roma, Milano, Torino e il Nord Italia in generale e si crea movimento.

A S. Cataldo, invece, ci s’imbatte esclusivamente in persone di Lecce, Surbo e Trepuzzi, per il semplice motivo che non c’è nulla. Finanche la piccola darsena è lasciata traboccante di sabbia, al punto da impedire le entrate e le uscite dei pescatori. Da lontano, insomma, arrivano sparuti proprietari di caravan o roulotte o amanti del soggiorno in tenda.

Attenti a tali discorsi, un altro uomo, testa rasata, maglietta nera con scritta “cotton & silk”, occhiali griffati e due signore vistosamente imbellettate, quasi si trovassero in una strada o in un locale dello struscio del centro cittadino.

Intanto, sul risicato e scarsamente popolato tratto di spiaggia, sembrerà strano ma è così, non mancano di materializzarsi le ormai familiari figure di “vu’ cumprà”, in particolare arriva a sfilare una giovane donna morissima, alta, vera e propria statua con tanto di turbante e, soprattutto, in funzione di vera e propria vetrina espositiva di un negozio.

Reca con sé decine di generi di mercanzie, appese alle mani e alle braccia, ciondolanti dal collo e, infine, appoggiate e veicolate con perizia, anzi vera e propria capacità acrobatica, sul capo.

Un’immagine di ordinaria e palpitante umanità – che, grazie anche al coloratissimo abbigliamento, è venuto spontaneo catturare attraverso un’istantanea – invero più ricca e indicativa rispetto a mille discorsi e pensieri.

Fra queste sequenze di visioni, ascolti e osservazioni è scivolata la breve parentesi del primo approccio estivo con il mare.

Preghiera dell’Ulivo Amico

di Silvana Bissoli

Ti guardo Amico mio e in te vedo l’uomo straziato che si accascia a terra, vedo il suo capo rivolto al cielo, le sue braccia tese a congiungere le mani nella preghiera supplice a un Dio che tutto può.

Tu sei urlo alla disperazione inconsolabile, tu sei preghiera che chiede grazia, tu sei angoscia di chi piange per la sua famiglia, rimasta senza un tetto, per quegli oggetti senza valore, eppure così insostituibili, che la terra nel suo sussulto ha inghiottito, insieme al suo lavoro, andato in frantumi.

Dal tuo cuore smembrato, che conosce bene quanto è difficile sopravvivere al dolore, si eleva la tua voce implorante.

Ed ecco la tua essenza, trasformarsi in speranza: ti guardo Amico mio e vedo il raggio di sole che illumina la figura alle tue spalle, presenza di luce che consolerà il tuo cuore…

Nature morte

di Vincenzo Ampolo

 

(a Dario V. Caggia)

L’ora dei nostri incontri è generalmente situata in quello spazio un po’ magico che va dal tramonto al crepuscolo.

Il periodo di transizione tra la luce e il buio favorisce il sonno, la trance, la sapienza del silenzio.

Il percorso per arrivare da lui è labirintico, con piccoli viali e gradini che si arrampicano su per la collina, come edera intorno ad un albero.

Ogni elemento del passaggio sembra ripetersi all’infinito, riproporsi in modo ossessivo imponendo il dubbio, la cautela dei passi, la ricerca delle tracce di precedenti ascese.

Il mio Maestro-analista mi aspetta su in alto nel suo santuario, per accogliere i miei sogni, l’angoscia delle immagini perverse e soprattutto la mia richiesta eterna di affetto che mi segue a distanza come un figlio ripudiato.

Dall’inizio della mia analisi, come ogni paziente, ho desiderato con tutto me stesso d’essere “ il caso”, il figlio prediletto, riconosciuto nei meriti e curato amorevolmente della sua ferita narcisistica.

La mia infanzia ha un padre assente, avaro di regali e di carezze. Un padre intento a rincorrere aquiloni, che portava a suo figlio il latte cattivo.

Tra il latte e la scuola, spesso mi appoggiavo ad un albero per vomitare.

Così negli anni ho appreso la tecnica del cacciar fuori il male, rivelarne la consistenza e l’entità, nel tentativo di dissociarmene, diventare altro, libero e purificato.

La depressione ha una storia antica che mi porto appresso in questo pellegrinaggio che sfida l’angoscia del vivere e del morire.

Man mano che si sale su per la collina il paesaggio si allarga.

Chiese alte, stradine con archi e balconi ma soprattutto cortili deserti, freschi di calce abbagliante, con pochi vasi di fiori e gatti sonnacchiosi che riposano immobili. Persino i panni stesi al sole oggi sembrano statici, come in una fotografia.

In quest’estate inoltrata, il vociare del mattino e i rumori festosi della sera fanno pausa per lo spettacolo del tramonto che riempie  il cielo di colori e il paese di ombre lunghe, che si ritrovano tra i sospiri di chi ama qualcosa, o qualcuno, che non ha o che ha già perduto.

Il paese dell’infanzia è la maglia dell’inconscio e lo sguardo che mira ridà colore ai ricordi.

Ma il paese è quello del Maestro e dietro questo paesaggio c’è la sua storia.

Mio padre in casa me lo ricordo poco.

La sua legge, la legge del più forte mi ha sradicato dall’isola di amici che popolavano la mia infanzia.

Mi ha defraudato dell’eredità di una città ormai perduta, imponendomi la sua storia, il suo recinto di terra da rivoltare giorno dopo giorno.

Il suo potere violento e arbitrario ha mostrificato la sua immagine.

Marinaio e libertino, negli accenni di mia madre, moralista come può essere una suora mancata, è diventato un demonio da esorcizzare.

Negli ultimi tempi il Maestro teneva i suoi incontri non più nel grande studio perennemente in penombra, ma in una piccola cella angusta, che un tempo fungeva da precaria sala d’aspetto. Mi parlava a volte di suo padre e del suo essere simile a lui e diverso al tempo stesso. Di come questo medico potente aveva tiranneggiato la sua infanzia e di come al tempo, egli stesso, medico dell’anima, lo rincorresse nei suoi ricordi per carpirne i segreti, svelare enigmi e trovare risposte esaurienti a dubbi angoscianti.

Da qualche anno il Maestro è tornato al suo paese natale e qui mi ha trascinato. Ora lui è la collina intera, gli alberi e quel silenzio di marmo soggetto e oggetto della narrazione.

Mio padre non mi insegna più lunghe poesie nel suo letto, prima che le ali di Morfeo mi trascinino nel regno dei sogni: “ Silenzio bambini, entriamo nel parco dei santi. Silenzio, le teste scopriamo, silenzio e avanti…”

E’ rimasto solo questo brandello, come se un forte vento avesse strappato le vesti dei ricordi.

Al posto di quelle poesie oggi è rimasto il nulla che è ombra e fobia.

Oggi, le mie sedute con il Maestro non costano denaro. Lui mi aspetta sempre ed è disposto come non mai ad ascoltarmi.

Non dice e non nasconde: rispecchia.

Come ieri ritorno a trovarlo, a trovarmi, in questo cimitero a picco sulla città.

Arrivo su in cima con il fiato corto, mi siedo accanto alla sua tomba e riposo.

Quel vagare, come un fantasma tra simulacri di morte, lascia il posto ad un paesaggio immenso ed ai suoi occhi che mi guardano e che oggi ho il coraggio di incontrare senza abbassare i miei.

A volte ho giurato di vedere in quella foto la mia faccia, quella di qualche mese fa con la barba lunga sul mento; una barba che ho tagliato dopo vent’anni per scrupoli di identità.

Oggi gli parlerò del mio dolore di sempre e di una donna che appartiene ad entrambi, alla storia di entrambi.

Scapperò via prima che la sera mi catturi al buio e alla paura. Porterò con me la pace ritrovata che avrà, lo so, il sapore della precarietà.

Presto dovrò ritornare da Lui. Lui mi conosce più di tutti al mondo e sa ascoltarmi senza parlare.

Lo troverò ad aspettarmi su in cima alla collina, in quella piccola cappella dove la sua foto guarda quella di suo padre, come a rappresentare un confronto che non avrà mai fine.

Strappate le catene agli schiavi: 22 arresti

di Veronica Valente

Arrivavano in Italia con la promessa di un lavoro regolare, con la speranza di un futuro migliore. Ma era una trappola. Centinaia di extracomunitari, una volta raggiunte le coste del Belpaese, sarebbero stati “catturati” da una spirale di soprusi, e spogliati di un bene che non ha prezzo: la dignità.

Qualche giorno fa è stato scritto un importante capitolo sui diritti dell’uomo. Le “catene” agli schiavi del nuovo millennio sono state tolte ed ora sono ai polsi dei loro aguzzini. Sono ventidue i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Carlo Cazzella – su richiesta del pm della Dda Elsa Valeria Mignone – ed eseguita la scorsa notte dai carabinieri del Ros, coordinati dal comandante Paolo Vincenzoni, e del comando provinciale di Lecce, sotto la guida del colonnello Maurizio Ferla. All’operazione “Sabr”, dal nome di uno dei caporali arrestati, sono riusciti a sfuggire in sei.

Gravissimi i reati caduti sulle loro teste, oltre alla riduzione in schiavitù, la Procura ipotizza: associazione a delinquere, tratta di persone, intermediazione illecita,  sfruttamento del lavoro, estorsione, violenza privata, falsità materiale e ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici,  falsità materiale commessa dal privato, favoreggiamento dell’ingresso di stranieri in condizioni di clandestinità.

Stando alle indagini, iniziate dal Ros nel gennaio del 2009, e continuate  fino ad ottobre dello scorso anno, l’organizzazione avrebbe speculato sulle condizioni di disagio degli extracomunitari reclutati, in gran parte, dall’Africa

La mandria è sfiancata…

di Gianni Ferraris

Nella notte fra il 22  il 23 maggio i R.O.S. dei Carabinieri hanno tratto in arresto 16 persone in varie regioni d’Italia. In Salento hanno agito a Nardò e Carmiano con una possente operazione. Oltre gli arrestati rimangono 6 latitanti. Nella mattina del 23 il Procuratore della Repubblica Cataldo Motta e alti ufficiali dei Carabinieri hanno indetto una conferenza stampa.

da irislavoro.it

“La mandria è sfiancata, mandatene altri” così un’intercettazione fra un datore di lavoro e i reclutatori. Il viaggio dei ragazzi africani deportati iniziava così, la civile Italia aveva bisogno di mandrie fresche da sfruttare, a Pachino come a Nardò per raccogliere angurie o pomodori o agrumi. La mandria serviva a sfiancare anche i mercati, a battere la concorrenza in ogni modo, non solo illecito, ma ignobile.

Nella conferenza stampa il Procuratore Cataldo Motta delinea scenari inquietanti per l’Italia del 2012. “Quando mi laureai studiai sommariamente il reato di riduzione in schiavitù” dice “pensavo appartenesse al passato remoto”.  Ha però dovuto imparare anche, il Procuratore, che non sempre il vero è verosimile: “Tratta di Persone” “Riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù” “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” “Favoreggiamento di cittadini stranieri in condizioni di clandestinità” sono fra i reati contestati. Se confermati, siamo di fronte a reati ignobili, incivili, mutuati dallo stile delle mafie e delle baronie più retrive.

La Puglia, Nardò in particolare, è capo zona con Pachino di questo infame

Quel che occorre conoscere sulle cipolle di Terra d’Otranto (seconda parte)

di Massimo Vaglio

La cipolla è originaria della parte centrale dell’Asia, infatti l’areale in cui la si ritrova allo stato selvatico va dall’Iran al Pakistan spingendosi a nord sino alla Russia meridionale. La sua coltivazione è antichissima. Le testimonianze rimandano alla notte dei tempi e tutti gli antichi popoli del bacino del Mediterraneo hanno utilizzato questo ortaggio: gli Egiziani la consideravano addirittura sacra e la paragonavano ad una deità. La si vede raffigurata in tante pitture murali ed è stata ritrovata in molte tombe, fra cui in quelle dei faraoni, inserite fra i cibi che dovevano accompagnarli nel viaggio ultraterreno. Sempre gli Egizi compivano i giuramenti solenni proprio sopra una  pianta di cipolla; in questo modo il giuramento veniva consacrato agli dei e la credenza voleva che in caso di inadempienza lo spergiuro fosse condannato a lacrimare in eterno. I Romani, non la divinizzavano, ma come documentato da diversi scrittori georgici, ne avevano già codificate diverse varietà e ne facevano larghissimo uso. Plinio, nella sua Naturalis Historia ne caldeggia vivamente l’uso esaltandone i principi salutari e indicandola come utile a tutti senza controindicazioni, segnalando come particolarmente pregiate quelle provenienti dalla Gallia, dall’Africa, dal Tuscolano, attuale ottavo quartiere di Roma, e da Ascalona antica città del Negev occidentale.

Artemidoro di Daldi, scrittore greco del II secolo d. C., autore dell’ “Onirocritica” interessante trattato sull’interpretazione dei sogni, narra che la cipolla e l’aglio erano ritenute piante profetiche. Si pensava infatti che se un malato avesse sognato di mangiare poche cipolle, il suo male sarebbe peggiorato in modo irreversibile; sarebbe invece accaduto il contrario se avesse sognato di mangiarne in abbondanza, insieme ad aglio.

Nel Medio Evo sulle qualità salutistiche e nutrizionali prevalsero quelle afrodisiache. Pare che i giovani in vena di

Libri/ A quei tempi non si buttava via niente

di Stefano Donno

A quei tempi non si buttava via niente di Nicola Bruno (Youcanprint)

Un figlio ricorda la vita di rinunce e di sacrifici del padre, dall’infanzia strappata ai banchi di scuola, alla tragedia della guerra sul fronte russo, alla lunga prigionia, fino alla vecchiaia dopo anni di lavoro e molto altro ancora. Una vita ricca (fin troppo) di fatica, senza mediazioni che la rendessero meno dura; una fatica che definire da “sole a sole” o dall’alba al tramonto è ancora troppo poco, perché prima dell’alba si era già in cammino verso i campi e dopo il calare del sole, in autunno, si continuava in cantina o nel frantoio.

Un mestiere, quello del contadino, che si fa dall’alba al tramonto della vita, stregati dalla terra che si lavora fin da bambini. A quella fatica furono iniziati i

Rudiae: le nuove scoperte archeologiche

scavi dell’anfiteatro di Rudiae

RUDIAE

LE NUOVE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE DELL’UNIVERSITÀ DEL SALENTO

 

OGGI LA PRESENTAZIONE

 

 

scavo delle mura di Rudiae

Le nuove, straordinarie scoperte che l’Università del Salento, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, ha effettuato nel corso dei recenti scavi nel sito della città messapica e romana di Rudiae (a ridosso della periferia di Lecce, ai lati della “via vecchia Copertino”): per parlarne, una presentazione ufficiale è in programma domani, 24 maggio 2012, alle ore 18 nella sala “Open space” di Palazzo Carafa (piazza Sant’Oronzo, Lecce).

Le relazioni:

  • Marcello Guaitoli, docente di Topografia dell’Italia antica, che illustrerà le monumentali strutture delle fortificazioni messapiche databili tra IV e III secolo avanti Cristo;
  • Francesco D’Andria, docente di Archeologia e storia dell’arte greca e Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia, che parlerà della scoperta dell’anfiteatro, uno dei più antichi del mondo romano, databile tra II e I secolo avanti Cristo;
  • Pasquale Rosafio, epigrafista e docente di Storia romana, che illustrerà il significato di un’iscrizione, quasi dimenticata, murata nel Palazzo baronale di Monteroni in cui si cita il Municipio di Rudiae.

Sarà inoltre presentato il Progetto, in corso avanzato di realizzazione a Rudiae, del Polo Didattico dell’Archeologia per gli studenti delle scuole medie.

Teresina di Tiggiano

Teresina di Tiggiano

quando il Magnificat si fa carne

in terra di Leuca

di Giacomo Cazzato

Ohiiii! Era il saluto urlato di quella signora dai capelli candidi che arrivava con grandi pedalate sulla sua bicicletta old style, incurante di qualsivoglia segnaletica stradale. Del resto, nata nel 1916, munita solo di biciclo, era più che legittimata a riconoscere come autostrada spaziosa e trafficata quella via che collegava la sua casa, collocata nelle ultime propaggini del centro storico, alla chiesa confraternale dell’Assunta, quella ad un tiro di schioppo dalla matrice di Sant’Ippazio.

A conoscerla erano tutti, celebre tra i bambini poiché quella sua chioma bianca raccolta da un cerchietto, spuntava su per le campane dell’Assunta durante le processioni e a fare impressione, erano le braccia,  che si dimenavano con forza lanciando il battacchio sulla campana a intervalli precisi: il tempo di una decina di rosario e si ricominciava.  L’ultima volta che Teresina ci salì fui io il collega campanaro, decisamente inesperto, confratello

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/e questa siepe…

di Armando Polito

Ho avuto occasione qualche giorno fa di leggere un questionario delle prove INVALSI somministrato (mai minestra, neppure gli alimenti scaduti e rimessi in commercio che ogni tanto i NAS scoprono, fu più sofisticata…) quest’anno e sono giunto alla conclusione che, se ancora avessi insegnato, avrei da tempo (dal tempo, appunto, della prima somministrazione INVALSI) perso il posto, dopo aver trascorso con i miei ragazzi una giornata indimenticabile per me e per loro, anche se per motivi diametralmente opposti…

Alla lettura dei quesiti proposti si è puntualmente rinnovato il dilemma che mi assale quando mi trovo davanti ai test in genere (li odio, è vero, ma non so resistere alla curiosità di vedere fino a che punto si può arrivare): sono io l’imbecille o è pazzo chi ha preparato le domande e, cosa ancor più rilevante, le fatidiche risposte tra le quali bisogna scegliere l’unica esatta (o presunta tale)?.

Sui test, che con le loro croci ho già avuto occasione di definire come il cimitero della cultura e che pretendono di valutare, con l’alibi dell’oggettività, scientificamente, dunque razionalmente, un fenomeno in cui la componente razionale, forse, è quella non preponderante, altro non dico se non che l’estensore (ma dietro ci sono gli esperti e i consulenti…) di quelle prove magari sarà tra coloro che più rabbiosamente si scagliano contro quei medici rei, secondo loro, di considerare il malato solo un caso clinico o, peggio, un numero di cartella.

Non vorrei, però, che l’accusa di pazzia si ritorcesse contro di me, dal momento che l’aggancio con l’aulico titolo non sembra ancora arrivare. Eccolo: che esito darebbe oggi una domanda che chiedesse solo la paternità di quelle parole con possibilità di scelta tra: a) un campione ciclista scalatore, bravo ma soggetto a bisogni improvvisi…; b) un presidente della repubblica che nel luogo di lavoro (?) ama stare in solitudine a curare le rose del giardino interno; c) Giacomo Leopardi?

-Sì- dirà qualcuno -la risposta c riscuoterebbe il minor successo-;  e Di Pietro: -Che ci azzecca tutto questo con Spigolature salentine?-. Come se la vita, e dunque anche la cultura, fosse fatta di compartimenti stagni…

Per convincere il buon Di Pietro prenderò in considerazione una sola parola, l’ultima, del titolo.

Siepe è dal latino saepe(m)=siepe, recinto, sbarramento, ostacolo, luogo chiuso, connesso con il verbo saepìre=chiudere, cingere, sbarrare. Dal suo participio passato neutro (saeptum) con valore sostantivato è derivato l’italiano setto. A questo punto chiunque potrebbe pensare che da setto è derivato settore,  come, per esempio, il letterario rattore (nella lingua comune rapitore) è dal latino raptòre(m) a sua volta da raptu(m), sostantivo a sua volta derivato da raptum, participio passato di ràpere. È evidente come nei due casi appena prospettati l’esito –tt– nascerebbe per assimilazione da –pt-.

Ho avuto altre volte occasione di affermare che nella lingua il principio della economicità va a farsi benedire e ciò avviene, secondo me, perché in essa la componente razionale non è dominante. A questo punto non posso far notare come questa situazione, paradossalmente, non ha procurato grossi danni all’umanità, a differenza della sublime razionalità (oltre che buona fede…) di certa economia e, in campo scolastico, di certe scelte, anche economiche,  e criteri di valutazione che ci hanno portato alla situazione attuale…

Tornando a noi: cosa impedisce di supporre che setto sia il padre di settore, vista la congruenza formale ma anche semantica (concettualmente il settore corrisponde ad una delimitazione di una parte rispetto all’intero)?

Nulla, se non il fatto che in latino esiste raptòre(m) ma non saeptòre(m); esiste, però, sectòre(m) che è da sectum, participio passato di secàre=segare. A questo punto appare chiaro che qui l’esito –tt– deriva, sempre per assimilazione, da un originario –ct– e non –pt-. Dunque, settore non è figlio di setto, e anche quella congruenza semantica prima invocata ci appare più sfumata (il concetto di delimitazione non corrisponde perfettamente a quello di taglio).

Ma Di Pietro incalza: -Se è vero come è vero che tutte le parole fin qui esaminate sono italiane, che ci azzecca tutto questo con Spigolature salentine?-.

La sua irruenza è senza dubbio giustificata dall’ignoranza del nostro dialetto. Probabilmente, se l’avesse conosciuto, avrebbe aspettato la mia conclusione (e se non fosse arrivata avrebbe avuto tutto il diritto di andare in escandescenze), che è questa: in dialetto neretino per definire una barriera naturale vegetale come la siepe si usa la voce sipàle, che non è altro che una forma aggettivale sostantivata della siepe immortalata ne L’infinito che, come risulta dalle prove INVALSI, secondo la maggior parte degli studenti italiani (per quelli africani e cinesi le cose stanno diversamente…) è un’opera mai terminata di un autore sconosciuto; pare, comunque, che fosse un astronauta (anzi un’astronauta, non per la par condicio ma perché, nel dubbio suscitato dalla desinenza in –a,  è meglio che l’apostrofo ci sia…) del XIII secolo…

Abiti(amo) la Natura presso la masseria Quattro Pizzure

 

Tenuta Quattro Pizzure

di Giovanni Lacorte

“Dove passa l’economia selvaggia non cresce più erba!… Sicuri che il barbaro fosse Attila?”. Potrebbe tradursi in questa “frase-slogan” l’ impressione, continuamente e da ogni versante percettibile, di un mondo in piena deriva culturale, economica e sociale, in piena crisi d’identità, un mondo dove, davvero, fisicamente, non si riesce quasi più a far “crescere” l’erba, a preservarela Natura.

Ma il catastrofismo fine a se stesso, senza segnali e stimoli di reazioni alcune, come si sa, non ha molto senso e, allora, non è davvero il caso di ripercorrere tutti i dissennati episodi di violazione, alterazione e distruzione del nostro pianeta di cui ci siamo macchiati e resi protagonisti, tutti quanti, come

Libri/ Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu

di Michele Stursi

Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu

di Raffaella Verdesca, Albatros 2012

Mi fido del vento. Soprattutto quando sono fuori dal mio Salento e poi è maggio, il cielo è terso e il sole impotente. Mi fido del vento perché ho scoperto che dietro ai suoi sbuffi, all’apparenza casuali, tende quasi sempre a nascondere qualcosa. Per poco, però, perché so anche che non riesce a mantenere a lungo i segreti.

C’è vento, appunto, un vento pungente, quando Giorgio mi avverte che è arrivato un pacco per me. “Ecco, sarà stato il vento”, penso io allora, rincorrendolo all’interno della portineria. In realtà mi consegna un sacchetto giallo ocra del quale decido di non conoscere subito contenuto e mittente. Non lo apro, quindi: ho intenzione di godermi sino in fondo questa strana sensazione che mi fa vibrare come una corda di violino, emettendo di continuo delle mute onde di curiosità che mi solleticano il palato. Lo abbandono sul letto e vado a fare una passeggiata, convinto che ci sia troppo vento per restarsene chiusi in casa.

È ancora giorno quando rientro deluso dalla magra pesca: il sacchetto dal contenuto ignoto mi guarda ansioso, lo afferro di scatto e non posso fare a meno di vedere sul lato corto nome, cognome e indirizzo del mittente, che mi

Quel che occorre conoscere su cipolle e spunzali di Terra d’Otranto (prima parte)

di Massimo Vaglio

 

La cipolla (Allium cepa L.) è una pianta bulbosa appartenente alla folta famiglia delle Liliacee, si compone di un abbozzo di stelo ridotto a disco, detto tallo, che nella parte inferiore reca radici fascicolate e nella parte superiore delle foglie cave, fistolose sovrapposte  che ingrossandosi alla base danno luogo al bulbo, che costituisce la principale parte commestibile.

E’ una pianta tipicamente biennale, infatti nella prima annata si verifica l’ingrossamento dei bulbi, mentre solo nel secondo anno si sviluppano le infiorescenze, sbocciano i fiori e maturano i semi, per cui, per l’ottenimento dei bulbi, ossia delle cipolle, viene coltivata come annuale e raccolta dopo il primo ciclo vegetativo  che si completa mediamente dopo sei-sette mesi dalla semina.  Nei primi stadi di sviluppo la sua vegetazione è molto lenta, per poi accelerare con i primi calori andando a completare la formazione del bulbo in tempi molto rapidi.

I bulbi delle cipolle a seconda della varietà assumono le più diverse forme, dimensioni ed una notevole gamma di colorazioni, a completo sviluppo possono risultare schiacciati, oblunghi o perfettamente tondeggianti, mentre la colorazione varia dal bianco al rosso, passando per varie tonalità di giallo-dorato e di viola.  Questi sono formati da tuniche dette anche catafilli strettamente aderenti fra loro e, sempre a seconda delle varietà, più o meno succulente e ricoperte da altre tuniche cartacee, appellate più propriamente catafilli. Le une e le altre non sono altro che la porzione basale delle foglie; quelle carnose, hanno funzione di riserva, le altre, cartacee, hanno invece solo funzione protettiva.

Le cultivar di cipolla sono molto numerose. Nei cataloghi delle ditte sementiere italiane ne compaiono oltre cento e a complicare ulteriormente il quadro insistono numerose omonimie e sinonimie, ovvero varietà diverse appellate con lo stesso nome  e numerosi casi ove la stessa varietà acquisisce a

Brindisi. Una mano assassina ha violentato l’innocenza del futuro

di Pino de Luca

Le parole non devono mai mancare. Le parole sono essenziali perché l’umano prenda il sopravvento. Una scuola nella quale ho fatto il Presidente di Commissione qualche anno fa, nella quale ho conosciuto persone straordinarie, nella quale ho perduto il mio migliore amico, anche lui Presidente di Commissione,. A Michele esplose il cuore.

E nelle vicinanze di quella scuola, luogo di figli di ceti popolari, luogo di frontiera e di immensa umanità, qualcuno ci ha messo un ordigno.

Melissa è morta, Veronica lotta per vivere e altre sue compagne e compagni porteranno i segni incisi per tutta la vita.

Ipotesi, domande, retoriche vergognose, facce sinceramente attonite. La verginità della scuola è perduta, una mano assassina, forse mafiosa, forse terrorista o forse ancora di pura follia, ha violentato l’innocenza del futuro spargendo il sangue e tentando di spargere la paura.

Non mi avventurerò in “ipotesi investigative”, aggiungendo brodo al brodo. Certo che ognuno ha la sua idea, e la mia, come sempre, attraversa il concetto

Sull’asfalto i quaderni

attentato Brindisi

di Wilma Vedruccio

 

Li avevamo sempre visti sui banchi di scuola, di legno, incisi coi nomi, di formica, con cuoricini graffiati, sui tavoli da cucina con la tovaglia cerata, fra un vasetto di nutella e una mela. Sul nero dell’asfalto è la prima volta che si vedon quaderni di scuola.

Il vento di tramontana soffia ancora sulla Brindisi ventosa, e gioca il vento nella sua indifferenza, gioca con pagine fitte fitte di appunti, con pagine ancora bianche, di fine cellulosa. Le volta e le rivolta il vento, come se cercasse qualcosa, un appunto, un numero di cellulare, un nome, un indirizzo, una nota. Qualcosa che sia un indizio ragionevole, un bandolo per capire, per uno straccio di spiegazione, qualunque essa sia…perché ciascuno possa allacciare in qualche modo, i fili sospesi dallo sgomento per ciò che è accaduto.

Scorrono formule da quei quaderni, matematica per il futuro quotidiano di là da venire, date da mandate a memoria per sapere qualcosa di storia senza sapere che le proprie membra stracciate

Chi ha paura dell’Uomo Nero?

ph Woodi Forlano

di Raffaella Verdesca

L’ombra di questa creatura sinistra ha gettato da sempre nel panico generazioni di culle e di lettini.

Non esiste posto al mondo in cui una povera madre non sia stata costretta a far ricorso all’Uomo Nero per aiutarsi nell’annoso compito di educare la prole e di spegnere il divampante incendio dei suoi capricci e delle sue sterili lagne, prova ne sia la ninna nanna a noi tutti nota.

Per fortuna è arrivato più di cinquant’anni fa il mitico fumetto di Diabolik a risollevare la crisi post-traumatica dei futuri adulti e a consolare le più disparate fasce di adolescenti sull’identità e sulle intenzioni del cugino del temuto spauracchio infantile. In fondo Diabolik è solo un astuto ladro, che male potrebbero mai fare, dunque, lui e il famoso parente a un povero studente squattrinato?

Capita che ai giorni d’oggi, invece, questa ingenua certezza non sia più così consolidata.

L’Uomo Nero si espande a vista d’occhio, s’infiltra in campi e figure prima insospettabili fino a creare terrore e morte, stavolta quella vera.

Se nell’infanzia uno si consola dicendosi che, nella peggiore delle ipotesi, questo benedetto Uomo Nero lo preleverà a sorpresa per portarlo lontano da casa, attento a farlo sopravvivere se non addirittura vivere, nell’età della ragione uno sa, capisce che così non è.

L’hanno sperimentato i quattro ragazzi morti nell’attentato contro la scuola ebraica di Tolosa nel marzo di quest’anno, alcuni studenti della Finlandia, della Svezia, della Germania, del Belgio, le 186 piccole vittime di Beslan, in Cecenia nel 2004, e il 19 maggio 2012 Melissa Bassi, deceduta a Brindisi nello scoppio di un ordigno esplosivo davanti alla sua scuola.

No, questo non è un fumetto, amici miei, qui non c’è niente da rubare e

Solo l’amore e la morte cambiano ogni cosa

Woodi Forlano 2009

di Woodi Forlano

Reclamiamo il Salento quale terra di cultura della pace e del saper vivere comune,

reclamiamo il Salento quale terra di lavoro e solidarietà,

reclamiamo il Salento quale terra dignitosa e sincera,

reclamiamo il Salento quale esempio etico di fraternità, condivisione e prosperità per il futuro di coloro che ci vivono, lo amano, lo portano nell’anima e nei ricordi.

Brindisi degli amori, Brindisi dei terrori, Brindisi degli orrori, Brindisi porto di sbarco di cuori.

Se la legge dell’odio ha scelto Brindisi per un bagno di sangue, che

Della terra salentina si possono dire cose bellissime, non roviniamo questa sognata “arca di pace”

migliaia di persone si sono ritrovate ieri a Brindisi e Mesagne (ph Alba Schina)

di Giacomo Cazzato

I simboli, lo sappiamo tutti, contano, soprattutto se ad essere vilipeso è quanto di più prezioso possa esistere in questo mondo. Anticipo a dire dunque che mi sento alquanto inadeguato a riflettere non la semplice morte di una ragazza mesagnese di soli 16 anni in una delle tante scuole intitolate a due martiri del bene comune, ma la sconfitta stessa dell’etica di ogni uomo,  della vita fragile e denudata in tutta la sua vulnerabilità, aggravata per l’emozione della collettività dal carico dell’innocenza.

La constatazione della capacità distruttiva nella psiche meschina dell’uomo è il fardello su cui si arrovellarono, si arrovellano e si arrovelleranno tutti i pensatori di ogni tempo, inutile pertanto sprecare ulteriori parole. La mancanza di un movente lascia nessuno spazio a lapidazioni mediatiche sugli aguzzini. Ma se nelle prossime ore venissimo a sapere che quanto avvenuto non è addebitabile a follia estemporanea, bensì a pensiero lucido, organizzato, allora dovremmo tutti assumerci la responsabilità dell’involuzione culturale e civile di questo paese. Ora come ora, per la pochezza circa i dettagli del crimine, indifferenti al cursus ormai finito di quella povera vita spezzata, possiamo solo biasimare secondo metodi gandhiani la vergognosa codardia, maggiore per disgusto e disprezzo, anche alla violenza.

Come per ogni esperienza, per noi che si rimane, il compito di lottare

Brindisi. Le scuole rimarranno aperte, i ragazzi devono riprendersele

di Gianni Ferraris

di Francandrea Leoci

Lutto cittadino domenica 20 e lunedi 21 a Brindisi, “però le scuole rimarranno aperte, i ragazzi devono riprendersele e utilizzare la giornata per parlare, per combattere la paura, perchè la scuola è loro” così il sindaco della città Mimmo Consales. “E chiedo – prosegue – che su ogni finestra ci sia un fiore”. Le scuole rimarranno comunque chiuse nella giornata di martedi, quando a Mesagne ci saranno i funerali di Melissa.

La piazza è gremita all’inverosimile “Sicuramente più di cinquemila persone” mi dice un vigile. Una ragazza accanto a me piange per tutta la durata della manifestazione con il padre che le sta accanto e sembra senza parole. E’

SÓLO EL AMOR Y LA MUERTE LO PUEDEN TODO

Woodi Forlano 2009

Reclamamos el Salento como tierra de cultura de paz y del saber vivir común,

reclamamos el Salento como tierra de trabajo y solidaridad,

reclamamos el Salento como tierra digna y sincera,

reclamamos el Salento como ejemplo ético de hermandad, participación y prosperidad para el porvenir de los que aquí viven, lo quieren, lo llevan en el alma y en los recuerdos.

Bríndisi de los amores, Bríndisi de los terrores, Bríndisi de los horrores, Brindisi puerto de desembarco de corazones.

Si la ley del odio ha elegido Bríndisi para un baño de sangre, que escrita en la misma sangre sea nuestra respuesta:

L@s salentin@s desconocemos estas dinámicas del poder violento, acaparador, inhumano, despiadado

¡La cultura del terror no nos pertenece!

De nosotr@s diréis que somos transparentes como nuestra mar

A nosotr@s pediréis sonrisas y vino de los que abundamos

Por nosotr@s descubriréis que la sangre corre en las venas y no en las aceras

Con nosotr@s constataréis que aquí la muerte siempre es mañana y el recuerdo siempre hoy.

Por nosotr@s grita hoy la indignación, porque nos quedamos sin palabras.

Woodi Forlano 19 del 05 de 2012

ONLY LOVE AND DEATH CHANGE ALL THINGS

Woodi Forlano 2009

We demand Salento as a land of culture of peace and common savoir vivre.

We demand Salento as a land  of work and solidarity.

We demand Salento as a land of dignity and sincerity.

We demand Salento as a ethical example of brotherhood, sharing and prosperity for the future of those who live here, love it, carry it in their soul and memory.

Brindisi of  loves, Brindisi of terrors,Brindisi of horrors, Brindisi harbour of  landing hearts.

If the law of hate chose Brindisi for a blood bath, written with that same blood will be our answer.

We people from Salento disown these dynamics of violent power, grabber, merciless.

The culture of terror doesn’t belong to us!

Of us you will say we are clear as our sea.

To us you will ask smiles and wine we’re plenty of.

By us you will find out the blood flows through our veins not on pavements.

With us you will establish here death is always tomorrow and memory always today.

For us indignation cries out today as we are speechless.

Woodi Forlano 19th.05.2012

Funere mersit acerbo.

 

di Andrea Calabrese
Insegno all’Istituto professionale per i servizi sociali Francesca Morvillo Falcone di Brindisi e nella sua succursale di San Vito dei Normanni intestata a Peppino Impastato. La mia è una scuola speciale, un presidio di legalità e civiltà in quel deserto dei tartari che spesso è la periferia delle nostre città. Questa mattina avrei dovuto recarmi a San Vito per due ore di lezione.

Alle 8.55 miha telefonato il bidello: “Professore, non venga a scuola, perché non ci sarà lezione. Hanno messo una bomba alla sede centrale di Brindisi”.

In un primo momento ho pensato che nottetempo avessero messo un ordigno e avessero soltanto danneggiato l’edificio. “No professore, ci sono ragazze ferite”. Non ci potevo credere. Ho subito chiamato un mio collega di Brindisi per saperne di più: ” Andrea, qui non si capisce niente, sembra Beirut”.

In simili circostanze non sai cosa pensare, speri solo che non ci siano feriti gravi o che almeno non siano coinvolte le tue alunne. Magra consolazione sapere che le tue sono sane e salve quando vieni a sapere che un’altra non ce l’ha fatta. Melissa. Una ragazza della seconda sezione moda, la classe accanto alla tua. Quando realizzi la mostruosità di un tale atto non puoi fare a meno di piangere. Come si può uccidere una ragazza, distruggere i suoi sogni, la sua solare bellezza? Come può l’uomo scendere a simili abissi? E rimani attonito, senza risposte, a guardare inebetitola TV, a cercare la risposta dagli altri. Non c’è risposta.

Seguono una serie di telefonate fatte e ricevute per sincerarsi della salute dei colleghi e per cercare di saperne di più, specialmente quando si rincorrono notizie discordanti sulla salute dell’altra ragazza grave: Veronica. Si aggiungono i particolari agghiaccianti dei primi soccorritori: ragazze sfigurate, mutilate, che non saranno mai più se stesse, che hanno perso in quel

Quello che resta

di Stefano Manca

Riprendere in mano vecchi saggi sulla storia delle organizzazioni malavitose italiane, riprendere quel vecchio libro-intervista a Giovanni Falcone e sovrapporlo alle dichiarazioni delle ultime ore. Procuratori, politici, uomini d’ordine, magistrati, cronisti di giudiziaria. Le immagini si susseguono. “Flusso”, lo chiamano i sociologi. Ascoltar tutto e tutti e poi confrontare frasi, idee, ipotesi, indizi. Hanno ammazzato Melissa, una studentessa sedicenne, attraverso un ordigno piazzato nel cassonetto davanti alla scuola. Con qualche amico del sabato giochi a ripercorrere la storia d’Italia degli ultimi sessant’anni. Non ti sfiorava, fino a stamattina, manco l’idea della paternità. D’un tratto invece ci pensi. Poteva capitare a mia figlia, ti ripeti. Poi di nuovo cambi inquadratura e ti ritorna in mente con colpevole campanilismo che Falcone e Borsellino erano meridionali e che Melissa era una ragazza meridionale. Magre consolazioni, certo, ma non è tempo per pensieri coerenti. Eppure ci provi e ci riprovi, a inquadrare lucidamente tutte le cronache che ti passano davanti. Non ci si mette molto tempo ad essere invasi dalle notizie, sapete. Nell’epoca sempre più “social”, sempre più “media”, sempre più “new media” le opinioni e i rimandi di certo non mancano. Linkare qualcuno o qualcosa diventa un’operazione quasi mentale. Alla fine, quando il televisore è spento e il portatile è chiuso, quello che resta sono sempre le stesse immagini: l’assolato asfalto salentino all’ingresso di una scuola e una

A Brindisi la barbarie ha fatto strage di democrazia

di Gianni Ferraris

E se avesse ragione Gad Lerner che dice che quando c’è vuoto di potere le mafie e i terroristi temono di perdere il potere?

Le notizie scorrono veloci e contradditorie sullo schermo. Prima una ragazza morta, poi due, poi di nuovo una sola. Comunque a Brindisi la barbarie ha fatto strage di democrazia. Si parla insistentemente di criminalità organizzata, d’altra parte non si capisce bene quale altra possa essere la matrice. I

l Salento di nuovo preso di mira in maniera assolutamente inedita, mai era successo che i criminali osassero colpire una scuola, queste operazioni sono degne di terrorismi che già abbiamo conosciuto negli anni ’70, quello dei fascisti spalleggiati da servizi segreti deviati, oggi si mutua quello stile.

Mentre scrivo, in TV dicono che gli inquirenti indagano a 360 gradi, qualcuno ipotizza il gesto di un folle, non convince molto questa ipotesi in quanto, dalle prime notizie, si sa di un cassonetto spostato per mascherare la bomba, e di un ordigno azionato a distanza, non convince anche se, come dice il giornalista in TV, si trattava forse di due bombolette di gas.

Anche il ministro Cancellieri sottolinea come l’attentato sia inusuale per le mafie. In ogni caso rimane sottilissimo il confine fra comportamenti mafiosi e mafiogeni.  Mentre scrivo, l’unica certezza è la  ragazzina morta in un periodo

Terra d’approdo

ph Anna Sterpone

di Wilma Vedruccio

La si può trovare a Est, lasciando la litoranea che da S. Cataldo va verso Otranto, annidata su un costone di calcare. Non una torre ma un faro-torre, il faro di Missipezza che ammicca nella notte sul Canale d’Otranto per segnalare ai naviganti alcune secche antistanti su cui cresce, rigogliosa, la posidonia.

E’ la posidonia ad approdare per prima, ad ogni autunno che ritorna, portata dalle correnti del mare ad ammucchiarsi lì,  sulla spiaggetta-porticciolo, ai piedi del faro. Le foglie brune, sminuzzate dal mare, riposano lì, poi non le vedi più, se le riprende il mare.

In direzione Nord si seguono sentieri a strapiombo sul mare, su “scenari mozzafiato” come si usa dire. Bisogna fare attenzione a non lasciarsi distrarre dalla bellezza della costa perché il sentiero può rivelarsi interrotto all’improvviso, inghiottito da una frana provocata dalle piogge o dalle mareggiate.

Ripreso il cammino, un cammino in punta di piedi per non disturbare, si può godere degli odori di stagione: una fioritura di tamerice o di mirto, un mentastro o una santoreggia sollecitati dal proprio calpestio.

E intorno voli, evoluzioni in volo di piccioni di mare, da un nido all’altro, nelle pareti dei faraglioni, cesellate.

Se poi c’è mareggiata, provocata dalla tramontana o dal grecale, il cammino si fa più coinvolgente. Da scalette che fendono la tenera roccia, si può scendere giù al livello del mare e camminare sugli scogli dove approdano le onde.. Estremo e fantastico il percorso, tra un mare mutevole a seconda del vento del giorno, e una roccia color oro che si fa modellare.

C’è il Bastimento, poi il Castello delle Microfate e l’ampia spianata di Acquaduce: qui le acque dolci sotterranee approdano al mare, formando vasche, gallerie, anfratti, dove si può avvertire il gocciolare del tempo e il respiro del mare. Il luogo ideale per la pesca con la canna, per nuotare, per prendere il sole, per meditare.

Se si vuol proseguire si arriva alla punta del Matarico e al costone a sud della baia di Torre dell’Orso con le Due Sorelle.

In direzione Sud da Torre Sant’Andrea, il cammino si fa più intimo, lungo sentieri polverosi d’estate, fangosi poi, dove si possono notare le ossa della terra che affiorano quali carrarecce spontanee e remote.

A lato, cespugli di macchia odorosi in ogni stagione, fioriti all’improvviso anche fuori stagione.

A Est l’orizzonte è solcato da vele e pescherecci, da vecchie petroliere, carghi che rimandano a Conrad e ad avventure letterarie.

Seguono approdi improvvisi,  solitari, per varia umanità, e piccole oasi di sabbia sottile. Aldilà del Canale d’Otranto, a volte, capita di vedere il profilo dei monti d’Albania, che sposta più in là l’orizzonte.

Passo dopo passo si arriva a San Giorgio dove ha inizio una catena di dune che porta a Frassanito e poi oltre, verso Alimini. Radici antiche di ginepro trattengono la sabbia di queste dune maestose sopravvissute al logorio ed alla smania dei nostri tempi e alla furia delle mareggiate.

Una vegetazione spontanea, mediterranea, le ricopre e le infiora e il mare si fa mansueto per non spaventare.

L’era del virtuale, non della virtù

L’umiltà vince sulla superbia, da un codice medievale

di Armando Polito

Ho avuto più di una volta l’occasione di sostenere, e spero di averlo dimostrato, che le parole spesso tralignano, non necessariamente nei loro derivati, proprio come succede negli umani, per cui non si può parlare di nobiltà (quella autentica, non basata sui titoli che volentieri lascio a chi si accontenta di questa miseria…) acquisita per tutta la vita  e ancor meno ereditaria, restando coinvolte in un processo di evoluzione semantica in cui il significante rimane tal quale mentre il significato finisce per rappresentare addirittura il contrario. Le gradazioni di questo processo sono praticamente infinite e legate alla nostra storia, di cui l’uso della lingua è parte integrante e forse primaria. In senso lato si parla di uso metaforico del linguaggio e va subito detto che in sua assenza non esisterebbe neppure la poesia, quella autentica, che è probabilmente l’espressione più alta delle nostre sinapsi neuronali. Da questo punto di vista i collegamenti ipertestuali che, sia pure limitatamente alla ricorrenza di una o più voci, qualsiasi programma di ricerca è in grado, in modo più o meno sofisticato, di fornire rappresentano, almeno fino ad ora, per fortuna,  solo un’imitazione fulminea ma primitiva e  rozza del nostro potenziale cerebrale, per cui qualsiasi computer rimane ancora un cretino, per quanto velocissimo.

Si tratta, comunque, di uno strumento prezioso, ormai insostituibile,  e qualsiasi professionista o il semplice curioso se ne facessero a meno resterebbero tagliati fuori, pure per la rapidità temporale oggi richiesta, da qualsiasi processo produttivo, concreto o astratto, vittime di una nuova forma di analfabetismo. Io stesso per scrivere queste righe non sto certo usando una mitica olivetti 32 e non le invierò al sito utilizzando il normale (per quanto ancora?) servizio postale e la redazione per decidere se pubblicarle o no non entrerà mai in contatto con un pezzo di carta…

Prima ancora che la nostra specie fosse in grado di comprendere la complessa realtà che la circondava e che, guidata solo dalla buona fede, si mettesse volta per volta d’accordo sulla sua interpretazione, è apparsa (anzi, questa l’abbiamo fatta apparire tutta noi) un’altra realtà, quella virtuale.

La voce virtuale è dal latino medioevale virtuàle(m)=potenziale, accusativo di virtuàlis, forma aggettivale del classico virtus [dal suo accusativo virtùte(m) il nostro virtù], e questo da vir=uomo. Qualsiasi vocabolario di latino per virtus registra, a scalare, questi significati: carattere, capacità, bravura, eccellenza, valore, coraggio, perfezione morale. Proprio quest’ultimo significato consente di comprendere come gli antichi dessero ai precedenti, senza equivoci, una valenza positiva. Infatti, di per sé il carattere può essere buono o pessimo (ma ancora oggi quando si dice uomo di carattere non credo che ci si riferisca ad un opportunista e cambiabandiera), la capacità, la bravura, l’eccellenza, il valore e lo stesso coraggio non sono certo doti positive se applicate solo al proprio tornaconto. Non a caso virtus è da vir, compendiandone l’essenza più nobile.

Tuttavia i processi degradanti di cui parlavo all’inizio e che sembrano esclusivo frutto della nostra epoca spesso hanno un’origine antica. Già in epoca medioevale, infatti, virtus, pur conservando il significato di virtù (al plurale quello di miracoli ma anche di diritti, privilegi), non solo in molte glosse ma anche in parecchi testi, per dir così, ufficiali, assume quello di pura forza fisica o di violenza. Due soli esempi:  Se qualcuno commette con violenza adulterio con una ragazza di buona famiglia…1; Se in verità il ladro abbia sottratto questo con violenza da una chiesa…2

Si direbbe che il ricordo della parentela etimologica tra vir=uomo, vis=forza, violenza e virus=veleno a tratti riaffiori coinvolgendo l’innocente virtus.

Dei suoi derivati il classico virtuòsus ha conservato la connotazione morale positiva che continua nell’italiano virtuoso, e lo stesso può dirsi per il citato medioevale virtuàlis  che si riferisce solo alla facoltà astratta, alla potenzialità, indipendentemente dal suo incarnarsi concreto e tanto meno da una valutazione di carattere morale.

Per quanto ancora il nostro virtù resterà immune dal significato negativo già assunto, come s’è visto, nel passato ? Non sono in grado di prevederlo (comunque, non sono ottimista…),  posso solo affermare che virtuale già comincia a manifestare, secondo me, preoccupanti segnali di spostamento dal significato neutro con cui è nato, se si tiene nel dovuto conto il rischio che esso ci faccia perdere il senso e la voglia di conoscere la realtà, schiavi di un’epoca dilaniata dalla contraddizione (apparente solo se non si considera la logica che la sottende: quella del profitto a tutti i costi) tra l’immagine (per giunta sostitutiva, dunque, in un certo senso, astratta) e una morale basata sul materiale e sul concreto o sul mezzo per ottenerli (fortuna che non tutte le coscienze si possono comprare…): il denaro.

E questo rischio si può correre anche quando le intenzioni, magari, sono in assoluta buona fede3 e la realtà virtuale non viene sfruttata per realizzare un videogico,  per la ricostruzione tridimensionale e interattiva di un tempio andato perduto, per simulare un volo o un intervento  chirurgico o gli effetti di un terremoto su un edificio costruito con certi criteri  o le presunte fasi di un omicidio,  per realizzare un dvd che consenta a tutti la fruizione indiretta di un bene quando quella diretta, ammesso che fosse possibile, ne comporterebbe prima il deterioramento e poi la scomparsa (per esempio, le pitture della Grotta dei cervi), ma nell’allestimento, addirittura, di un museo.  Mi chiedo, a tal proposito (purtroppo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare) se l’impatto educativo del MAV (Museo Archeologico Virtuale) di Ercolano sia pari a quello, indiscutibile, della sua spettacolarità o, senza mettere in campo campanilismi che scientificamente non hanno senso (e poi, io sono nato a Manduria e vivo a Nardò…), non sarebbe stato meglio spendere quanto si è speso (e non si tratta certo di spiccioli, tenendo conto anche della costosa manutenzione richiesta da attrezzature ipertecnologiche4) per mettere in sicurezza almeno le parti più traballanti di Pompei?

Avevo appena finito di pensarlo quando Nerino mi ha riferito di una strana telefonata…

*Ti hanno appena telefonato dal MAV di Ercolano.

 

** Ma v..!!!… e la voce non era virtuale…

_________

1 Si quis cum ingenua puella per virtutem moechatus fuerit…(Lex Salica, tit. 14, § 15).

2 Si vero per virtutem hoc raptor de Ecclesia abstulerit…(Lex Alamannorum, tit. 5,  2).

3 Contrariamente a quanto succede per alcune amicizie virtuali nate in rete e conclusesi sul tavolo di un obitorio.

4 http://www.radiocrc.com/blog/economia/mav-ercolano-i-lavoratori-lanciano-lsos-20065

La Madonna del SS. Rosario e la confraternita di Salve

di Giuseppe Candido

L’esistenza della confraternita è documentata nel 1711, come si evince dai verbali redatti dal Vicario Capitolare Tommaso De Rossi. Nello stesso periodo, precisamente nel 1715, è documentata la commissione della statua lignea della Vergine del Rosario a spese della confraternita, sotto l’arcipretura di Don Andrea Tommaso Lecci.

La statua è opera dello scultore napoletano Nicola Fumo. Alla confraternita del SS. Rosario fu riconosciuto lo scopo esclusivo o prevalente di culto con

18 maggio. Giornata mondiale del Fascino delle Piante

OGGI LA PRIMA

“GIORNATA MONDIALE DEL FASCINO DELLE PIANTE”

 

A LECCE LA ORGANIZZANO IL DIPARTIMENTO

DI SCIENZE E TECNOLOGIE BIOLOGICHE E AMBIENTALI

E L’ORTO BOTANICO DELL’UNIVERSITÀ DEL SALENTO

 

 

Si celebra oggi, 18 maggio 2012, il primo “Fascination of Plants Day” (“Giornata mondiale del Fascino delle Piante”), sotto il coordinamento dell’EPSO, l’Organizzazione Europea delle Scienze delle Piante. Lo scopo dell’attività è “affascinare” il pubblico con le piante, entusiasmare sull’importanza delle scienze vegetali per l’agricoltura e la produzione sostenibile di cibo, ma anche per l’orticoltura e il giardinaggio, la selvicoltura e per tutti i prodotti non alimentari che provengono dalle piante, come carta, legno, composti chimici, energia e farmaci. Un ulteriore messaggio chiave è il ruolo delle piante nella tutela ambientale.

A Lecce l’evento è organizzato dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali e dall’Orto Botanico

Il delfino e la mezzaluna (quarta parte)

di Armando Polito

Per dovere di completezza va ricordato anche uno sfruttamento “laico” del delfino che compare in molte marche tipografiche dei secoli XVI-XVII, che qui distinguo in due gruppi a seconda della loro composizione riportandone solo alcuni esemplari:

1)  La Fortuna: una donna in mare è sorretta da un delfino e tiene con le mani una vela gonfiata dal vento.

2) Delfino avvinghiato ad un’ancora.

Il primo, destinato anche a restare il più famoso, ad adottare questa marca, conservata poi tal quale dal figlio Paolo, fu Aldo Manuzio.

Il lettore ricorderà che nella nota 10 della terza parte avevo lasciato in sospeso la questione dell’accostamento fatto dal Piccinelli tra il delfino e l’ancora. È giunto il momento di dire come effettivamente stanno le cose. Tutto nasce dall’incontro tra Aldo Manuzio (1449-1515) ed Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) il quale nei suoi Adagia pubblicati da Aldo nel 1508,  dopo aver riportato la testimonianza di Gellio relativa ad Augusto da

Ecco l’ultimo libro della nostra Raffaella: Volti di carta

      Volti di carta

Storie di donne del Salento che fu

 

La raccolta “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu” è composta da venti racconti ispirati alla vita del popolo salentino nel secolo scorso.

Le fatiche e i sogni di contadini, vedove, soldati e gente comune vengono filtrati dalla sensibilità femminile, quella delle protagoniste, soggetti in primo piano o talvolta echi di sottofondo a vicende che un tempo scandirono la vita tanto nei centri rurali del tacco italico quanto nel resto della nazione. S’intrecciano folclore e storia dando vita a spennellate d’ingenuità contadina e di profonda saggezza umana. Il riscatto e l’emancipazione risiedono nelle mani delle donne, continua a pensare qualcuno ancora oggi, e le storie custodite in questo libro gliene danno piena conferma mettendo in luce il coraggio di mogli, sorelle, figlie e madri capaci di addolcire la brutalità delle ingiustizie e dei sacrifici con la forza del proprio essere culla di vita. E’ proprio questo prezioso messaggio di positività e coraggio che le donne portano in sé a trasformare la fine in un nuovo inizio, la sciagura in insegnamento e il dolore in dignità.

Non manca tra i righi il tocco poetico dei canti popolari, è particolarmente curato il divertimento nato dai paradossi, dalla semplicità dei personaggi, è vitale il tratteggio di personalità capaci di respirare anche a libro chiuso.

Se da una parte si lavora a sdrammatizzare, dall’altra si lascia intatto il lirismo del dolore e la sacralità della conoscenza, quella di chi deve lottare per

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