Diehl, Schlumberger, De Simone e la cultura greca a Otranto

di Paolo Vincenti

 

      Riassunto. Il saggio si occupa di un periodo di grande fervore culturale nel Salento, fra fine Ottocento e inizi Novecento, quando si infittiscono gli scambi fra vari studiosi di storia antica. Nello specifico, si ricostruiscono i rapporti fra due illustri bizantinisti francesi, Charles Diehl e Gustave Schlumberger, e l’erudito salentino Luigi Giuseppe De Simone, nel contesto della riscoperta della cultura greca ad Otranto. In Appendice, viene riportata la corrispondenza epistolare fra i tre intellettuali succitati grazie alla trascrizione e traduzione dal francese, a cura di Marcella Leopizzi, di alcune lettere inedite conservate nel Fondo manoscritti della Biblioteca Bernardini di Lecce.

     Abstract. The essay deals with a period of great cultural fervor in Salento, between the late nineteenth and early twentieth centuries, when exchanges between various scholars of ancient history intensified. Specifically, the relationships between two illustrious french byzantinists, Charles Diehl and Gustave Schlumberger, and the Salento erudite Luigi Giuseppe De Simone are reconstructed, in the context of the rediscovery of Greek culture in Otranto. In the Appendice, the epistolary correspondence between the three aforementioned intellectuals is reported thanks to the transcription and translation from French, by Marcella Leopizzi, of some unpublished letters preserved in the manuscript collection of the Biblioteca Bernardini in Lecce.

 

Quando nel 1884 venne rappresentata per la prima volta a Parigi la pièce Theodora, di Victorien Sardou, con musiche di Massenet, il successo di pubblico fu immediato. L’opera era ispirata alla Storia segreta di Procopio di Cesarea (490-560), che all’epoca era stata appena tradotta in Francia. L’imperatrice di Costantinopoli Teodora (500-548) era la potente moglie dell’Imperatore Giustiniano (432-565). Giunta al trono da un passato poco edificante, era stata una prostituta, tanto che già i contemporanei la indicavano come “l’Imperatrice venuta dal bordello”. La fonte antica più importante è proprio l’opera di Procopio di Cesarea, Storia Segreta, un violento pamphlet mosso da sentimenti di rancore personale e malanimo da parte dell’autore[1]. Lussuriosa, spudorata, falsa, megera, approfittatrice: Procopio si profonde nei più infamanti epiteti rivolti alla sovrana e non risparmia nemmeno l’Imperatore, che anzi viene descritto come un demonio, avido di potere e di denaro. Pervertiti e corrotti come li ritiene, il retore si dice convinto che con Giustiniano e Teodora il genere umano abbia toccato il fondo dell’abiezione o almeno è abile a farcelo credere.

Ma anche se la sua opera non può essere presa dai moderni lettori come un documento scientifico del tutto fededegno, essa è importante non solo per l’indiscusso valore letterario, ma perché ci aiuta ad entrare nell’ambiente della corte orientale bizantina con il suo apparato di paludati cerimoniali, intrighi, cospirazioni e strategie. Con tutte le donne più virtuose e nobili a cui l’Imperatore avrebbe potuto aspirare, lamenta Procopio, nel suo ritratto a fosche tinte della corte bizantina, il sovrano scelse quella che il retore definisce come una pubblica rovina dell’umana stirpe, una donna sozza e rea di ogni colpa. Teodora in effetti visse nel lusso più sfrenato, non seppe rinunciare a nulla di ciò che il sontuoso apparato imperiale della corte le metteva a disposizione. Chiaro che alla sua figura, così scandalosa ed interessante, non potessero restare indifferenti non solo gli storici ma anche i letterati.

In realtà, come annota Silvia Ronchey, l’opera di Sardou si ispirava fino a rasentare il plagio al testo di Augustin Marrast, La vie byzantine au VI siècle (ed. postuma1881)[2]. Questo dramma teatrale diffuse l’immagine di Teodora femme fatale che tanto successo avrebbe avuto poi nell’immaginario collettivo. Una buona parte del successo fu dovuta all’attrice che la impersonava, Sarah Bernhardt. Ma il vero ispiratore di Sardou era stato un importante bizantinista francese, Gustave-Léon Schlumberger, che gli aveva consigliato il testo di Marrast su cui documentarsi. Theodora andò in scena in tutta Europa e fu rappresentata ben trecento volte a Londra. Nel generale tripudio però l’opera teatrale incontrò l’opposizione del rigoroso studioso Charles Diehl il quale, divenuto il primo cattedratico di storia bizantina alla Sorbona di Parigi, lanciò i suoi strali contro l’“intollerabile deformazione letteraria” che dell’Imperatrice era stata fatta dal Sardou e dal suo ispiratore, il quale pure aveva dichiarato di basarsi su documenti storici che invece, secondo Diehl, tali non erano affatto[3]. Si apriva così una delle memorabili querelle di cui si alimenta la storia della letteratura, rinfocolata certamente da una buona dose di antipatia personale fra i due protagonisti della controversia.

Schlumberger era “nato a Guebwiller il 17 ottobre 1844, morto a Parigi nel 1929. Si laureò in medicina nel 1872, ma si dedicò quasi subito agli studî di storiografia bizantina, alla cui rinascita in Francia ha efficacemente contribuito insieme con A. Rambaud e Ch. Diehl. Fu membro (1877), poi presidente, della Société des Antiquaires de France e dell’Académie des Inscriptions (1884). Si occupò anche, con rara competenza, di sigillografia”[4]. Fra le sue opere, Les Principautés franques du Levant au moyen âge (1877); Numismatique de l’Orient latin (1878); Sigillographie de l’Empire byzantin (1884); Les îles des Princes (1884); nel 1889 pubblicò il suo capolavoro, Un empereur byzantin au Xe siècleNicéphore Phocas; e poi l’altro capolavoro, L’épopée byzantine à la fin du Xe siècle, in 3 volumi, 1896-1903, che era una riscrittura della Cronografia di Michele Psello. L’opera su Niceforo Foca, recensita sul «Figaro» da Guy de Maupassant, gli diede grande fama e anche se era detestato da Proust, Schlumberger divenne da allora uno dei più quotati bizantinisti viventi.

Tenuto in gran conto dall’accademia ma anche dai circoli mondani della capitale francese, di cui era assiduo frequentatore, pubblicò: Renaud de Châtillonprince d’Antioche (1898); Le siègela prise et le sac de Constantinople par les Turcs en 1453 (1913, 7ª ed. 1935); Recits de Byzance et des croisades (2 volumi, 1916-22); Mes souvenirs (1844-1928, 2 volumi, 1934, postumo). La sua attività di numismatico fu premiata nel 1903 con l’assegnazione della medaglia della Royal Numismatic Society. “Per festeggiare il suo ottantesimo compleanno fu pubblicato nel 1924 un volume onorario: Mélanges offerts à L.GSch. (voll. 2, Parigi 1924)”[5].

Di tutt’altra fatta era Charles Diehl, nato nel 1859; “un normalista un po’ moralista”, come lo definisce la Ronchey[6], egli era un rigoroso e severo studioso nonché benemerito degli studi di bizantinistica, di cui in vita venne reputato uno dei massimi esperti al mondo. Appassionato archeologo, ricoprì la prima cattedra di Storia bizantina alla Sorbona, che mantenne fino al 1934. Pubblicò numerose edizioni di testi bizantini con traduzione francese, come la Cronografia di Michele Psello curata da È. Renauld, con una Prefazione dello stesso Diehl, nel 1928[7], e i Monuments de l’art byzantin, il cui primo volume, dedicato alla pittura, vide la luce nel 1932[8]. Collaboratore di svariate riviste, agli studi accademici affiancò saggi di più vasta divulgazione, sempre con quel gusto per l’aneddoto, il dettaglio curioso, l’introspezione psicologica dei personaggi che contribuirono a creare una “moda” che permeò la cultura europea del primo Novecento. Gli vennero conferite lauree honoris causa dalle Università di Atene, Belgrado, Bruxelles e Harvard. Morì nel 1944[9].

Diehl volle riaprire il dossier della Teodora “storica” correggendo e censurando, in una sua pubblicazione, “con le armi di un’erudizione venata di perbenismo, l’immagine erotica e decadente che Sardou aveva creato, Sarah Bernhardt interpretato e Schlumberger accortamente avallato”[10]. E così, quasi a ristabilire la verità sull’Imperatrice Teodora la cui figura era stata troppo romanzata da coloro che Diehl riteneva praticamente dei falsari, pubblicò la sua monografia, intitolata Thèodora, impératrice de Byzance[11]che poi avrebbe rimaneggiato per inserirla nell’opera maggiore, Figures byzantines[12].

La pièce di Victorien Sardou si collocava in un clima di crescente interesse verso Bisanzio da parte della cultura francese dell’epoca, anche se gran parte del successo si doveva, come già detto, a Sarah Bernhardt. “Fu nella sua interpretazione di Teodora e sotto le sue spoglie che, al passaggio del Novecento, l’opinione pubblica occidentale conobbe Bisanzio”, scrive Silvia Ronchey[13]. “Il personaggio di Teodora era diventato famigliare nei salotti borghesi, aristocratici, artistici”[14], nonostante “il moralismo perbenista di un austero studioso intenzionato a difendere l’onore della sua imperatrice dalle fantasticherie del letterato, introducendo però su Teodora nuove fantasie, non meno sconvenienti sul piano storico e intellettuale”[15]. La polemica era ormai avviata e i termini sessuofobici e moralistici adottati da Diehl in contrapposizione a Sardou saranno all’origine dell’immagine stereotipata che di Bisanzio si formerà il Novecento: un regno vacuo e decadente di intrighi insensati[16].

Ma perché ci occupiamo di Diehl e Schlumberger? La riposta è presto data. Infatti, gli interessi di studio di entrambi, l’arte e la cultura bizantina, legano i personaggi da noi trattati ad uno studioso ottocentesco di Terra d’Otranto: Luigi Giuseppe De Simone (1835-1902), il magistrato umanista di Arnesano, che si occupò di storia, archeologia, arte, letteratura e folklore. “Membro della Commissione Consultiva per la conservazione dei Monumenti Storici e di Belle Arti di Terra d’Otranto (1868, poi Commissione Conservatrice dei monumenti ed oggetti d’arte ed antichità per la provincia d’Otranto, 1876)”[17], il giudice De Simone fondò il periodico «Il Filosofo Barba bianca» e collaborò con moltissime riviste salentine e nazionali. Erudito, nel senso ottocentesco del termine, De Simone coltivava interessi plurimi e immensa è la mole delle sue pubblicazioni[18], ma noi estrapoliamo, fra le sue conoscenze, quella tematica che lo congiungeva ai succitati Diehl e Schlumberger, ovvero la storia bizantina, con particolare riferimento ad Otranto e alla cultura greca nei secoli X-XIII. Dobbiamo per questo rivolgerci al suo epistolario.

Ma prima, facciamo una rapida panoramica sulla storia di Otranto nel periodo preso in esame.

Diciamo subito che Otranto era zona ellenofona ma in tutta l’area l’elemento greco si presentava molto più radicato rispetto al resto della Puglia, fin dal regno di Basilio I (867886) e Leone VI (886-912), quando era avvenuta la colonizzazione bizantina dell’Italia meridionale ad esclusione della Sicilia.

Per esempio, Marco, arcivescovo di Otranto, nell’879 fu l’unico prelato pugliese a partecipare al Concilio di Costantinopoli convocato dal Patriarca Fozio. Un altro Marco, poeta e successivo arcivescovo di Otranto, quand’era nel monastero di S. Mocio a Costantinopoli, fu protagonista di un episodio eroico in quanto salvò la vita all’Imperatore Leone VI da un attentato ordito contro di lui e fu per questo merito che venne promosso ad arcivescovo di Otranto. Ce ne informa la von Falkenhausen riportando come fonte Cesaretti[19] e portando a conferma della notizia anche un passo dell’opera del teologo Nilo Doxapatres, Taxis ton patriarkikon Tronon, del 1142-43, dedicata a Ruggero II di Sicilia[20].  Secondo Pietro Marti invece si tratterebbe dello stesso Marco, arcivescovo di Otranto e valente innografo[21].

Terra di transito, Otranto è toccata da viaggiatori, pellegrini, diplomatici e regnanti nel corso dei secoli. Dopo il Mille, nonostante la presa dei Normanni e la latinizzazione del territorio, Otranto rimase città fieramente bizantina, riaffermando il rito greco.

Già nell’830, scrive Jacob, Otranto è diocesi bizantina, il cui titolare è fautore dell’iconoclastia[22], ricordato nell’episodio dei maltrattamenti da parte dei saraceni ricevuti dal monaco Gregorio Decapolita di passaggio nel suo viaggio dalla Sicilia alla Grecia[23]. Infatti, nonostante i provvedimenti iconoclasti nella parte occidentale dell’impero bizantino fossero accolti generalmente con ostilità, in Terra d’Otranto vi fu chi alla politica religiosa degli imperatori isaurici riservò una tiepida accoglienza. E si può anche cogliere la presenza di un gruppo artistico di pitture aniconiche, segnalate da M. Falla Castelfranchi non solo in Terra D’Otranto[24], ma pure in Calabria, nella zona fra Seminara e l’Aspromonte[25].

 

L’influenza greco ortodossa è evidente dalla cospicua bibliografia sulla produzione letteraria locale di quei tempi, tutta fortemente improntata alla cultura greca, ed è confermata dalla fondazione del Monastero di Casole ad opera del monaco Giuseppe nel 1098-99[26], dalla fondazione della Cattedrale di Otranto e ancor più dallo spettacolare pavimento musivo commissionato dal metropolita Gionata, attestato tra il 1163 e il 1179.

Il Monastero di Casole, a detta del Gregorovius, conservava la biblioteca claustrale più antica d’Occidente, dunque precedente anche a quella di Vivarium in Calabria, fondata da Cassiodoro[27]. Nei secoli scorsi fu vivo il dibattito fra gli studiosi sulle origini del monastero stesso, cioè se esso fosse una realizzazione normanna oppure se fosse stato ricostruito su un precedente insediamento religioso. Oltre che importante snodo viario[28] e commerciale, soprattutto per via del suo porto, in ambito culturale, Otranto si segnalava in questi secoli per la presenza di dotti e sapienti[29].

Si deve al copista Galaktion nel 1177 l’eucologio greco del cod. Ottobr. gr. 344[30]. Nel 1195 Nicola-Nettario viene incaricato dall’Arcivescovo di Otranto Guglielmo di tradurre in latino la liturgia di san Basilio[31]. “La scrittura di Terra d’Otranto ha proprie peculiarità paleografiche e codicologiche che permettono di riconoscere i numerosi manoscritti vergati negli scriptoria locali e il ruolo del monastero di Casole sarà di significativa rilevanza in questo come in altri settori della cultura”[32].

Il numero di manoscritti greci prodotti fino al Cinquecento attesta la grande vivacità culturale ed il fervore che si respirava a Casole e ad Otranto[33]. Pensiamo appunto a Nicola di Otranto (1160-1235), settimo igumeno, col nome di Nettario, del celebre monastero, grammatico, esperto di latino e greco, inviato come ambasciatore più volte a Costantinopoli in qualità di interprete al seguito del Cardinale Benedetto di S. Susanna e del Card. Pelagio Galvani. Divenuto abate di Casole nel 1214-15, fu anche a Nicea, dove era stata trasferita la corte di Costantinopoli dopo la Quarta Crociata, come ambasciatore dell’Imperatore Federico II[34].

Importante la sua produzione letteraria, fra cui spicca un trattato contro gli Ebrei, Katà Iudaion, sotto forma di dialogo, in cui si discutono vari temi relativi a Cristo, alla Trinità, alla circoncisone degli ebrei, alla loro alimentazione, alla festività del sabato, ecc. Scrisse poi svariati trattati teologici e dogmatici su temi che erano al centro dello scisma d’Oriente, come la processione dello Spirito Santo, il matrimonio dei preti, il pane azzimo, il digiuno del sabato, la celebrazione della messa in tempo di Quaresima.

Da intellettuale grecofono, egli difendeva l’ortodossia orientale, quindi il rito greco contro quello latino, prendendo parte a varie discussioni teologiche a Tessalonica, Atene, Costantinopoli[35]. L’opera più importante è sicuramente i Tria Syntagmata, tre trattati nei quali affronta le questioni che dividevano la chiesa latina da quella greca[36]. Da segnalare il suo commento alle pitture della casetta della fontana nel monastero dell’Evergete a Costantinopoli, opera dell’otrantino Paolo[37]. Quest’ultimo dipinse il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano e il passaggio del popolo ebreo attraverso il Mar Rosso, come informa Nicola di Casole[38], il quale al pittore otrantino dedica il carme X, in cui accosta l’artista suo connazionale addirittura a San Paolo di Tarso[39].

Altra importante figura di intellettuale greco salentino è quella di Giovanni Grasso di Otranto, notaio imperiale alla corte di Federico II, di cui fu uno degli esecutori testamentari. Fu autore di poemi in onore del sovrano svevo, come la poesia sul tradimento di Parma e sul trionfo di Federico del 1247[40].

Fra gli intellettuali degni di nota, si ricordano Nicola Grasso, figlio di Giovanni, anch’egli notaio imperiale, attestato a Seminara in Calabria[41]; Nicola, giudice otrantino, amico di Nettario[42]; un altro Giovanni, anch’egli notaio, di cui parla tra gli altri A. Jacob[43], e Palagano d’Otranto, autore nel 1201 del codice Heidelberg, Palat. gr. 45, contenente anche l’Odissea e la Batracomiomachia di Omero[44]. Poi Ruggero di Otranto, autore di un poema in forma di dialogo fra le città di Otranto e Taranto[45].

L’attività intellettuale è testimoniata anche dalla fitta corrispondenza fra Otranto e Costantinopoli e più in generale fra Occidente e Oriente dei vari studiosi che intrattenevano stretti rapporti letterari: questo ha portato a parlare di un vero umanesimo ante litteram[46]. Da citare ancora il poeta Guglielmotto d’Otranto, monaco cistercense, secondo Houben, attestato tra il 1217 e il 1219 nell’abbazia calabrese di S. Angelo de Frigilo, legata a Federico II[47].

 

Torniamo ora al De Simone e al suo epistolario. Consultiamo la pubblicazione Guida al carteggio di L.G. De Simone (con le Lettere Casulane di G. Cozza-Luzi), di Mario Muci[48]. Nella sua Guida al carteggio, Muci scrive: “La prima cosa che colpisce e un poco spaventa chi si appresta a consultare l’epistolario è la sua vastità, non solo formale, ma anche contenutistica. Riflettendo la mentalità di un poliedrico erudito quale egli era, non vi sono limiti alle sue curiosità scientifiche e nelle lettere si trova di tutto, dall’epigrafia al folklore, dall’archeologia alla filologia. […] Nella rosa dei corrispondenti, molti dei quali di grande spessore culturale, è possibile individuare tre livelli che rispondono ai parametri della sua formazione scientifica e della sua disponibilità al dialogo. Giacomo Arditi, Cosimo De Giorgi, Giovanni Tarantini possono rappresentare degnamente la Terra d’Otranto che è il naturale bacino di riferimento del Nostro. Giovanni Flechia, una delle principali autorità del tempo nel campo della glottologia, Cesare Cantù, Ariodante Fabretti, archeologo ed epigrafista d’eccezione, Agenore Gelli, direttore dell’Archivio Storico Italiano dove apparivano gli articoli a firma Ermanno Aar, Michele Amari, il grande storico della Sicilia musulmana, Antonio Stoppani, geologo e geografo lombardo che aveva percorso in lungo e in largo l’Italia ma non conosceva il Salento, Giustiniano Nicolucci, direttore del Museo di armi antiche di Torino e studioso della preistoria, sono gli interpreti di un dialogo a più voci […] Gregorovius, con cui si erano incontrati a Lecce, De Sassenay storico dei Brienne, Diehl bizantinista, Omont conservatore dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi, i carissimi Lenormant e Yriarte, Schlumberger ed Henzen, rappresentano i punti di riferimento in un ampio dibattito che coinvolgeva, al di là dei confini nazionali, specialisti di fama europea”[49]. E nell’Indice dei corrispondenti leggiamo infatti, tra i nomi più altisonanti, quelli di Filippo Bacile, Emanuele Barba, Nicola Bernardini, Cosimo De Giorgi, Gaetano Brunetti, Achille Bruni, Filippo Cardone, Sigismondo Castromediano, Angelo De Gubernatis, Gaetano Filangeri, Pietro Palumbo, Oronzo Gabriele Costa, Francesco Villani, Leonida Flascassovitti, Giuseppe Gigli, Giacomo Lacaita, e tanti altri[50].

Questa fitta corrispondenza del De Simone è stata citata in diverse pubblicazioni da parte dei nostri studiosi, dai già citati Nicola Vacca e Alessandro Laporta, fino ad Eugenio Imbriani.

Fra le varie lettere, Muci pubblica l’intero corpus delle Lettere Casulane di Giuseppe Cozza-Luzi e questo costituisce il valore aggiunto del libro perché si tratta di un carteggio conosciuto e citato da tutti gli studiosi che si sono occupati del De Simone, o di storia di Otranto bizantina, meritoriamente ripubblicato nella sua versione integrale.

Curiosamente, è in un libro dedicato a Gerolamo Marciano che Muci dà ampia testimonianza del carteggio di De Simone[51]. Questo carteggio venne organizzato dallo stesso autore in varie sezioni: Lettere erudite, Lettere varie, Lettere dirette, Lettere casulane. In totale, si tratta di millecinquecento lettere, con ben cinquecentonovantanove corrispondenti. Il carteggio è conservato presso la Biblioteca Provinciale Bernardini di Lecce[52].

Quanto alle Lettere casulane, Muci rende in riproduzione anastatica la versione originale dell’opera che il religioso Cozza-Luzi pubblicò a Reggio Calabria nel 1900[53].

Giuseppe Cozza-Luzi (1837-1905), monaco dell’ordine basiliano, Abate del monastero di Grottaferrata (Roma), il 30 marzo 1882 ricevette la carica di vicebibliotecario di Santa Romana Chiesa. Trasferito a Roma alla procura dell’Ordine basiliano e nominato consultore della Congregazione di Propaganda Fide per gli affari di rito orientale, fu autore di opere come Il Tuscolano di MTullio CiceroneRicerche di dGCozzaLuzi, Roma, 1866; De corporea assumptione bMariae Deiparae testimonia liturgica Graecorum selecta, Romae, 1869; De Romani Pontificis auctoritate disciplinari testimoniis Ecclesiae Graecae comprobata disquisitio, Romae, 1870; De Romani Pontificis auctoritate doctrinali testimonia liturgica Ecclesiae Graecae selecta, Romae,1870; Epistolario del cardAMaiPrimo saggio di cento lettere inedite, Bergamo, 1883; La cronaca siculosaracena di Cambridge con doppio testo greco scoperto in codici contemporanei delle Biblioteche Vaticana e Parigina, Palermo, 1890; Historiae et laudes ssSabae et Macarii Siculorum a patriarcha Oreste Hierosolymitano graece et latine, Romae, 1893.

Uomo di profonda fede e grandissima erudizione, si occupò di importanti manoscritti come, fra gli altri, il codex purpureus di Rossano o il Typikón greco dell’abbazia di San Nicola di Casole, conservato alla Biblioteca nazionale di Torino finché fu distrutto dalle fiamme. Come scrive Vittorio Peri, nella voce che a lui dedica nel Dizionario Biografico degli Italiani, per il codex calabrese trattò a Rossano un suo possibile trasferimento alla Vaticana di Roma su interessamento del papa Leone XIII, mentre si interessò al secondo grazie agli studi sui Typika del suo maestro Teodoro Toscani, il quale nell’opera de Typicis Graecorum aveva descritto il codice[54], ma anche perché gli fu segnalato dal De Simone – “segnalatogli anche direttamente da uno storico pugliese nel 1880”, scrive Peri, che poco oltre menziona fra i corrispondenti di Cozza Luzi, “l’avv. L. De Simone di Lecce”, credendo dunque trattarsi di due diverse persone -, e ne ottenne la consultazione a Roma. Ebbe rapporti con mons. R. Cotroneo e mons. A. De Lorenzo a Reggio Calabria, con professori universitari come C. Cantù, O. Zuretti e C. Cipolla di Torino, G. Cugnoni di Roma, M. Mandalari di Catania, ed altri[55]. Si occupò di filologia e di storia soprattutto bizantina e fu collaboratore di svariate riviste fra le quali «Il Bessarione», titolo che richiama il nome del Cardinale che tanta parte ebbe negli avvenimenti che stiamo narrando. “Ma quella che considerò la sua maggiore gloria letteraria fu la lunga illustrazione dei frammenti di Strabone, conservati dai palinsesti di Grottaferrata e in quelli vaticani del Mai, continuata in varie pubblicazioni (1875, 1887, 1889), che confluirono nelle sette parti del volume Del più antico testo della geografia di StraboneFrammenti scoperti in membrane palinseste, Roma, 1884-1898”[56].

Oggetto della trattazione delle Lettere Casulane è il famoso Typikón Taur. gr. CCXVI, un prezioso codice che ci parla di quello che fu il Monastero di San Nicola di Casole, in Otranto, da tanti definito fondamentale centro di cultura del Medioevo salentino e, un po’ enfaticamente, crogiolo d’intelletti, nonché prima “Casa dello Studente della storia”. Il Typikón casulano, noto appunto come “Codice Torinese C 11117”, Taur. gr. CCXVI, giaceva sconosciuto nella Biblioteca di Torino fino a quando non venne scoperto dal De Simone, il quale chiese nel 1890 al Ministero della Pubblica Istruzione di potere disporre del Codice per ragioni di studio e di poterlo depositare, per tutto il tempo sufficiente ad analizzarlo, presso la Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma. In questa biblioteca, l’Abate Cozza-Luzi lo tradusse in latino e lo trascrisse in greco; dopo, il Codice ritornò nella sua sede naturale.

Le lettere che compongono il carteggio sono in tutto ventuno e sono state scritte dal Cozza-Luzi dal luglio 1886 al novembre 1888. Il numero delle Lettere nell’edizione a stampa di Cozza Luzi però non corrisponde a quello delle lettere effettivamente presenti nel Fondo De Simone “non solo per la tanta documentazione di varia natura aggiuntavi da De Simone, ma anche perché le stesse Lettere casulane qui manoscritte presentano varianti testuali notevoli e, assai singolarmente, sono di numero inferiore a quelle stampate”[57], come informa Delle Donne. Infatti, “Nel ms. 200 le Lettere casulane sono 18, mentre quelle stampate sono 21. Nel ms. mancano le lettere XII, XV, XVII. Non coincide l’ordine di successione: nel ms. sono invertite le lettere quarta e quinta; dopo la decima-prima seguono le Lettere XIV, XVI e XIII. Infine, non sempre nel ms. compaiono i titoletti dati alle lettere (mancano ad es. nelle sue lettere prima, quarta, quinta, sesta, XIX) e non sempre le date delle lettere coincidono con le corrispondenti a stampa (ad es.: lettere quarta e quinta, XVIII). Si segnala infine che nel ms. le lettere non hanno mai i testi in greco che invece sono presenti nella loro edizione a stampa, tanto nel ms. quanto nella versione a stampa invece compaiono le corrispondenti traduzioni in latino”[58].

Il religioso, in pratica, informava l’amico De Simone dei risultati ottenuti nella esegesi della fonte che lo studioso leccese gli aveva messo a disposizione. Cozza Luzi pubblicò i risultati, potremmo dire dello stato avanzamento lavori, in alcuni articoli in rivista, fra il 1898 e il 1899 ma alla fine del lavoro, fu lo stesso De Simone a consigliare al Cozza-Luzi di pubblicare i suoi risultati in volume, cosa che puntualmente avvenne con il libro stampato a Reggio Calabria nel 1900.

Quello in cui Cozza Luzi e De Simone scrivono è un periodo di grande fervore di studi e, anche nel Salento, di riscoperta della storia antica del territorio. Gli intellettuali illuminati, come De Simone, non solo coltivano questi interessi eruditi, ma si collocano in una temperie culturale di vasto respiro, allacciando rapporti epistolari con corrispondenti da tutta Europa. Si viene così a creare un circolo virtuoso di scambi di libri e di informazioni, una comunicazione circolare in cui gli studiosi si ragguagliano reciprocamente sui risultati delle proprie analisi e pionieristiche indagini. Prendiamo ad esempio una lettera di De Simone, riportata nel libro di Muci, e indirizzata al bizantinista Omont. A lui scrive De Simone da Trani il 9 marzo 1891:

Illustre amico e signore H. Omont, ho ricevuto i due vostri pregevolissimi opuscoli Les Mss. de Pacius e Le Typicon de S. Nicolas di Casole e vi ringrazio delle belle parole scritte all’indirizzo mio. Gli estratti del Typicon che voi avete pubblicati avevo anch’io pronti per le stampe; ma io sono un erudito orecchista e dilettante e non un professore di erudizione e di paleografia […] Mi riserbo di profittare del vostro opuscolo e di illustrarlo quando potrò fare la mia pubblicazione; e tanto più quanto che tra il Reverendo Padre Cozza Luzi pubblicherà lo intero testo del Typicon. Avendo occasione di incontrare il vostro collega, nell’Istituto, Mr. Gustave Schlumberger, mi farete sommo favore di salutarmelo e così vi prego, ove occasione vi si presenti, di praticare a mio nome col venerando Mr. Alfred Maury. Io ho avuto il piacere e l’onore di avere spronato a venire nella Terra d’Otranto il Lenormant ed altri amici vostri di gran fama: potrei tentare di spronare la Signoria Vostra a venirci nelle prossime ferie autunnali per osservare molte reliquie e molti avanzi aploellenici (sic) che man mano vanno sparendo nelle nostre contrade? […] P.S. Potreste farmi il favore di spedirmi quattro altre copie del vostro Le Typicon de S. Nicolas di Casole? Ve ne sarei obbligatissimo[59].

Ciò che salta agli occhi, oltre alla grandissima umiltà di De Simone, è l’assenza del minimo risentimento nei confronti del grande studioso francese che, in qualche modo, lo ha “bruciato” sul tempo, pubblicando per primo i risultati delle sue stesse ricerche. De Simone infatti non avrebbe pubblicato il codice nonostante egli volesse impegnarsi personalmente nel suo studio ma solo le lettere dell’Abate Cozza-Luzi. Vi è inoltre nella missiva sopra citata un riferimento anche allo Schlumberger.

Tornando al nostro Codice, i Typica erano quel complesso di regole che ogni monastero si dava e che doveva scrupolosamente seguire. Nel manoscritto casolano, nelle carte dall’1 al 5 vi sono annotazioni varie di cronologia e di amministrazione del convento negli anni 1125-1267; nelle carte dalla 6 alla 14, vi è la regola monastica; nelle carte 15-172, è contenuto il Rituale del Convento, vale a dire il Typicon vero e proprio; nelle carte 173-181, è esposta l’Hypotyposis, cioè le prescrizioni a cui i monaci dovevano attenersi; nelle carte 182-183, preghiere varie.

Nel 1904, a causa di un incendio nella Biblioteca di Torino, il Codice fu seriamente danneggiato ed oggi è disponibile compromesso in più parti[60]. Il codice, in pergamena, conta 183 fogli, ossia 266 pagine, misura mm 225 x 188, ma in più momenti successivi sono stati aggiunti degli altri fogli all’inizio e alla fine. Del Codice Torinese si sono interessati, oltre al De Simone nei suoi Studi storici in Terra D’Otranto, vari studiosi come il Diehl, in Le Monastère de Saint Nicolas de Casole près d’Otrante, su cui torneremo, l’Omont, nel già citato Le Typikòn de S.Nicolas de Casole, près d’Otrante[61], il Battifol[62] e nel Novecento Parlangeli[63], Cezzi[64], Apostolidis[65], Mazzotta[66] e Andrè Jacob in più riprese. Grazie a questo Codice, si è potuta anche ricostruire la lista degli abati di Casole fino al 1469.

Nella storia di Otranto e quindi anche del Monastero di Casole si colloca il capitale evento storico della presa della città da parte dei Turchi nel 1480[67]. Molti libri bruciarono ed altri rischiarono di andare distrutti.

A questo punto si inserisce la figura del Cardinale Bessarione (1403-1472) che con l’intento di salvare il cospicuo patrimonio librario del distrutto monastero si impossessò di una grande quantità di documenti. In realtà, nella distruzione del monastero di Casole, una figura fondamentale fu quella dell’umanista greco Sergio Stiso di Zollino il quale mise in salvo molti manoscritti ma soprattutto avviò negli anni seguenti un’opera di trascrizione degli stessi anche grazie agli allievi della sua avviata scuola di copisti[68].

Ben prima del saccheggio operato dai Turchi in effetti nella biblioteca di Casole, come denunciato dal Galateo, era iniziata una lenta spoliazione che la aveva portata ad un sostanziale impoverimento; dunque se anche questi preziosi documenti non fossero andati distrutti dai Turchi nel 1480 e nei successivi attacchi, comunque non sarebbero sopravvissuti all’incuria e al degrado in cui venne abbandonata Casole nei secoli successivi.

Quanto al Bessarione, gli studiosi nel tempo si sono divisi fra chi ha ritenuto il Cardinale un benefattore e chi, come il Galateo (nel famoso De situ Japigae), lo ha ritenuto né più né meno un ladro. Fatto sta che, dopo aver recato i manoscritti a Venezia, Bessarione fece dare alle stampe i preziosi codici che avrebbero costituito il nucleo fondante della veneziana Biblioteca Marciana[69]. Oggi i manoscritti casulani sono conservati in varie biblioteche europee, dalla Vaticana di Roma alla Ambrosiana di Milano, dalla Medicea di Firenze alle biblioteche di Napoli, Torino e Madrid, a quelle di Londra, Berlino e Kiev[70].

Nella lettera prima, Cozza Luzi dice che da poco il Diehl aveva pubblicato Le monastere de S. Nicolas de Casole près d’Otrante d’apres un manuscript ined.[71] e riferisce anche dell’opera dell’Omont, Le Typicon de S. Nicolas di Casole près d’Otrante[72]. Nella seconda lettera spiega che del codice torinese si erano occupati anche Leone Allazio, riferito dal Fabricio nella Bibliotheca graeca, il Montfaucon e soprattutto il suo maestro Toscani nell’opera de Typicis Graecorum già citata e si profonde nella descrizione del codice stesso. I primi sei fogli del manoscritto contengono Gli Annali del monastero di Casole con la serie degli abati dal 1099 al 1469 ed hanno quindi grande importanza storica. Sul fronte del libro è presente il nome di colui che possedette il manoscritto dopo la distruzione del monastero ad opera dei Turchi ma il Cozza Luzi non è d’accordo con l’Omont che legge “Zaccaria Megagianni” e propende per “Zaccaria di maestro Giovanni”[73].

Nella Lettera Terza, Cozza-Luzi dà notizia di un altro Codice del Typikón di Casole conservato nella Biblioteca dei Barberini a Roma. Oggi noi sappiamo che questa è la copia più antica del prezioso documento ed è quella fatta da Ieroteo, monaco casolano, per volere dell’abate Nicola, e conosciuta come Vat. Barb. gr. III 69, che è altra copia del Typikón di Casole realizzata nel 1205, perché dedicata al Cardinale Barberini (e infatti il codice reca l’arme dei Barberini sulla copertina in pelle rossa) da Francesco Arcudio, arcipresbiterio di Soleto, appunto in quell’anno[74].

Questo Codice, come spiega Cozza-Luzi nella Lettera Quarta, pervenne all’arciprete di Soleto Pietro Arcudi, il cui successore Francesco Arcudi portò il codice a Roma e ne fece omaggio ai suoi mecenati, i Barberini. Un’altra copia del Codice è il Vat. Barb. gr. N. III 102 di cui riferisce Cozza-Luzi nella Lettera Quinta, allora conservato nella Biblioteca Barberiana ed oggi nella Vaticana, copiato da Stefano Ripa, arciprete di Soleto, nel 1583, un codice cartaceo, questo, che si compone di 148 pagine. Ancora, un altro Codice è conservato nella Biblioteca Vallicelliana di Roma; come riferisce Gianfreda, il Codice venne regalato alla biblioteca romana da Pietro Polidori che lo acquistò sul mercato di Nardò all’inizio del XVIII secolo, ma questo documento, noto come “D 61”, di cui non si conosce l’autore, è comunque autonomo rispetto alle altre copie del manoscritto[75].

Dal Codice apprendiamo che il monastero fu eretto nel 1098 o nel 1099, su una preesistente costruzione, per una precisa volontà politica da parte dei nuovi governanti normanni di queste terre, cioè accaparrarsi la benevolenza del popolo, ancora legato al rito greco. Nella Lettera Nona di Cozza-Luzi, Di una congettura sull’origine di Casole, apprendiamo che venne conservato il vecchio nome di “San Nicola”, o meglio “San Nicolò”, a cui fu aggiunto “Casole”, che voleva dire “tenda, capanna”[76].

Veniamo dunque alla cronologia degli abati. Giuseppe fu il primo Abate che nel 1098-99 fondò il Monastero (o lo riedificò), di cui Cozza-Luzi parla nella Settima Lettera. Il secondo Abate di Casole fu Vittore (1124-1152) a cui è dedicata la già citata poesia di Nettario, il terzo Abate fu Nicola (1152-1174), l’autore del Typikón, da Nettario proclamato «Santissimo Nicola P. N., uomo di azione e forbito parlatore», di cui Cozza-Luzi riferisce nella Lettera Ottava. Quarto Abate fu Callinico (117-1195), da Nettario immortalato come uomo «di vita austera e celebre per opere». Quinto Abate fu Ilarione (1195-1201), esaltato per la sua umiltà tanto da essere paragonato ai padri del deserto e il cui corpo nel 1249 venne esumato per la pubblica venerazione; sesto Abate fu Nicodemo (1201 -1220): essi sono trattati nella Lettera

Decima. Il settimo abate, dal 1219 al 1235, fu Nettario, di cui Cozza-Luzi riferisce nelle Lettere Decimaprima e Decimaseconda, e del quale abbiamo già parlato[77].    Nella Lettera XIII Cozza-Luzi si occupa del pittore Paolo di Gallipoli. Nella Lettera XV si occupa dell’identità di Nettario di Casole e ipotizza che ci possano essere stati più personaggi, per l’esattezza tre, che operarono in epoche diverse. Continua poi con la cronologia degli abati casulani. Poimene fu Abate dal 1235 al 1256, quindi successore di Nettario. Poi Filoteo, Abate dal 1256 al 1259. Del suo igumenato non sappiamo nulla. Quindi dal 1259 al 1267, Basilio, il quale venne trasferito a S. Vito del Pizzo, vicino a Taranto. Morì fuori del suo monastero perché incorse in una sentenza di scomunica nel 1268, poi revocata nel 1274[78]. Giacomo I fu Abate dal 1266 al 1274[79]. Poi fu la volta di Gregorio, Abate dal 1275 al 1306[80]. Gli abati successivi sono Filoteo II, dal 1306 al 1342, e Biagio, dal 1342 al 1363[81]. È poi la volta di Giacomo II, Abate dal 1363 al 1392, e Pietro, igumeno dal marzo 1378, probabilmente perché Giacomo quando morì non era più Abate di Casole o per dimissioni o per trasferimento[82]. Quindi Giacomo III, Giorgio e Matteo. Si giunge così a Zaccaria, Abate dal 1438 al 1469. Con lui finisce l’elenco degli Abati, né abbiamo notizie di un suo successore alla guida del Monastero[83].

Dalla XVIII Lettera del Cozza-Luzi apprendiamo di un’attività importantissima del monastero, vale a dire il prestito dei libri: nelle prime pagine del Typicon infatti, è segnato il nome di chi prelevava i vari libri dalla cospicua biblioteca. Nella XIX Lettera Cozza-Luzi si occupa di Giorgio di Corfù e ancora di Nettario Casulano sulla cui identità cerca di sgomberare il campo dai tanti errori che erano stati fatti dagli studiosi precedenti e riporta nella Lettera XX la testimonianza del Galateo che gli pare l’unica ad essere esatta, distinguendo così il Niceta, che prima di farsi monaco si chiamava Nicola, da un altro Nicola Idruntino, o Tarantino, scrittore. A “Niccolò Idruntino Vescovo di Modone” dedica la XXI Lettera[84].

Certamente le Lettere Casulane contribuirono a creare intorno al Monastero di Casole, col suo Scriptorium, la scuola e la Biblioteca, quell’alone di leggenda che lo ha accompagnato fino ad oggi per cui esso ha assunto un ruolo centrale nella poesia, nella prosa, nell’arte, ed è stato considerato il luogo in cui si realizzò una mirabile fusione fra Oriente ed Occidente. Vi è stata una enorme mole di studi[85], anche maggiore di quella sulla Cattedrale di Otranto[86], e di quella sul mosaico pavimentale[87]. L’edificio più emblematico dell’influenza bizantina ad Otranto comunque resta la Basilica di San Pietro, piccolo gioiello incastonato fra le mura della città vecchia[88]. Come già detto, ad Otranto, la tradizione e la religiosità bizantina permanevano più forti e radicati rispetto ai costumi e al rito latini, con i quali comunque convivevano[89].

L’opera dell’abate di Grottaferrata ebbe il merito importantissimo di fare chiarezza in una materia, quella della storia di Casole, in cui c’era stata fino ad allora molta confusione, soprattutto a causa di studiosi che, senza ricercare le fonti, avevano ripetuto quanto già era stato scritto da altri, errori o imprecisioni comprese. È lo stesso Cozza-Luzi che, nella parte finale della sua ultima lettera, afferma:

vari scrittori di cose di Terra di Otranto riportarono di peso le parole ed i giudizii di quelli autori; e, resero per tal modo non raro ad avvenire, ancor più difficile l’estricamento di sì arruffata matassa, di cui ora mi pare così trovato il bandolo[90].

Un anno dopo il fatale attacco dei Turchi del 1480, il monaco Marco, che riuscì miracolosamente a scampare all’eccidio, tornò a Casole al seguito di Alfonso D’Aragona. È grazie ai manoscritti di Casole, oltre alle tracce iconografiche, architettoniche e artistiche in genere, che studiosi come il Diehl, l’Omont e il Bertaux hanno potuto produrre i loro studi sull’enorme patrimonio di cultura greca bizantina custodito nelle nostre contrade. «Va considerato», scrive Ronconi, «che ovunque i libri profani si dispersero più facilmente dei cristiani, conservati in biblioteche cenobitiche ed ecclesiastiche, più durevoli delle collezioni private. Gli umanisti che “predarono” l’Italia meridionale ne asportarono inoltre – in parte favorendone la dispersione – i rari testi profani più che quelli cristiani. L’idea che questa regione abbia conservato recensioni testuali antiche e tardoantiche di opere profane non può essere esclusa»,[91] e cita a supporto J. Irigoin[92].

 

Come già detto, gli studiosi stranieri comunicavano con quelli locali in un proficuo rapporto. Nel 1888 De Simone pubblicò gli Studi storici di Terra d’Otranto, con lo pseudonimo di Ermanno Aar. Si trattava della raccolta di tutti i pezzi che erano usciti con lo stesso titolo sulla rivista «Archivio storico italiano», dal 1878 al 1887[93]. Sia Omont[94] che Diehl[95] citano nei loro saggi il lavoro di De Simone e utilizzano molta parte dei suoi risultati, così come fa il Battifol[96]. Possiamo dire che “Diehl Omont Batiffol con le ricerche effettivamente pubblicate e Cozza-Luzi e Luigi G. De Simone, per le ricerche solo parzialmente o niente affatto date alla stampa, sono stati i veri protagonisti della vicenda della scoperta del codice Taur.gr. CCXVI e del Typikón di Casole con tutta la sua ulteriore documentazione annessa. E questa vicenda si è svolta negli ultimi due decenni del XIX secolo con ideale chiusura costituita dalle Lettere Casulane di Cozza-Luzi e De Simone in volume unitario, apparso nel 1900. Rispetto a tutto questo, però, gli scritti di Diehl, Omont, Batiffol e Cozza-Luzi da una parte hanno fatto constatare […] che proprio De Simone arrivò per primo nella scoperta ed anche nella promozione del codice di Torino e non buon ultimo, come invece farebbe pensare il suo ruolo di interlocutore di Cozza-Luzi nelle Lettere casulane. Dall’altra, suggeriscono con forza che De Simone non fu solo lo scopritore del codice come nemmeno solo colui che sull’onda dell’entusiasmo coinvolge esponenti della comunità scientifica più competenti di lui, per farsi da parte. Egli aveva inteso invece anche studiarlo nei contenuti e persino pubblicarlo in una edizione mirata fornita anche di traduzione latina”[97].

Grazie a intellettuali come De Simone, a questi rapporti epistolari e di scambio di libri ed informazioni, si ravviva una stagione culturale molto importante per la cultura di Terra d’Otranto. In particolare il Diehl, con L’art byzantin dans l’Italie Méridionale[98], fornisce uno dei primi saggi sull’arte italo greca nel Salento, cui si dedicheranno poi eminenti studiosi successivi. Fra i vari siti su cui il Diehl si sofferma, anche quello ruffanese della cripta di San Marco[99]. Si occupa poi di Soleto[100], di Carpignano Salentino[101], di Brindisi[102], e di altri dell’Italia meridionale. Quanto alle testimonianze bizantine, per restare alla nostra provincia di Lecce, oltre ad Otranto più volte citata in questo saggio, occorrerebbe aggiungere almeno Casarano[103] e Gallipoli[104].

Numerosi sono i siti e tante e ancora preziose le testimonianze che riconfermano la Terra d’Otranto culla della cultura greca, come già gli eruditi otto-novecenteschi avevano inteso dimostrare attraverso le loro comunicazioni [105].

In questo rapporto di interscambio vogliamo riportare alla fine di questo saggio alcune lettere inedite scritte al De Simone che sono rimaste fuori dai carteggi già pubblicati. Si tratta di tre lettere scritte da Charles Diehl ed una scritta da Schlumberger a De Simone.

 

POSTILLA. Il presente saggio è stato steso quasi due anni fa ma per ragioni editoriali vede la luce soltanto ora. Le tre lettere di Diehl nel frattempo sono state edite anche in S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone, cit., pp. 475-508, che però non le traduce, anche se aggiunge un commento specifico, al quale si rinvia.

 

 

LETTERE A DE SIMONE

Trascrizione dei manoscritti e traduzione dal francese in italiano a cura della Prof.ssa Marcella Leopizzi

 

LETTERE DI CHARLES DIEHL A DE SIMONE

 

Testo 1

 

                                                    Fondo “De Simone”, ms. 190, nr. 15

                                                    Lettere memorabili a L. G. De Simone

                                                   Charles Diehl a De Simone, 3 dicembre 1883

 

Pompéi, 3 décembre 1883

 

Cher Monsieur,

Je dois dans quelques jours

retourner dans la Terre d’Otrante

et je serai très heureux de

causer avec vous. Je pense donc

m’arrêter quelques heures à

Bari, pour vous saluer et vous

remercier encore une fois de

toute l’obligeance que vous m’avez

témoignée. Je pense arriver le 12

dans l’après-midi à Bari,

et je viendrai tout aussitôt chez

vous à moins que vous ne

préfériez me fixer un rendez-

vous pour le soir. J’ai beau-

coup à vous parler de Lenor-

mant, et si vous le voulez

nous dirons quelques mots

 

aussi de certain baron de votre (I)

connaissance dont je vous apporte

les œuvres comme je vous l’ai

promis.

Agréez cher monsieur l’as-

surance de mes meilleurs senti-

ments

 

Charles Diehl

 

(I) [annotation au crayon illisible écrite par De Simone]

Oserai-je vous prier de me

dire par un mot adresse

poste restante à Naples. Si vous

serez à Bari à la date dont

je parle et où je pourrai vous

rencontrer sans vous déranger.

——————

[De Simone]

6 dec. scrittogli- che lo attendo

a Bari, in casa dalle 2 p. m.

a mezzanotte, nel giorno 12 corr.

 

 

Pompei, 3 dicembre 1883

 

Caro Signore,

Devo ritornare tra qualche giorno nella Terra d’Otranto e sarò molto felice di conversare con voi. Credo dunque di fermarmi alcune ore a Bari, per salutarvi e ringraziarvi ancora una volta di tutta la gentilezza che mi avete testimoniato. Penso di arrivare il 12 nel pomeriggio a Bari, e verrò direttamente a casa vostra a meno che voi non preferiate fissarmi un appuntamento per la sera. Ho molto da dirvi su Lenormant, e se volete diremo qualcosa anche su un certo barone di vostra (I) conoscenza di cui vi porto le opere come promesso.

Vogliate gradire caro signore i miei più cari saluti

Charles Diehl

 

(I) [annotazione illeggibile scritta a matita da De Simone]

Oserò pregarvi di dirmi con un messaggio indirizzato al fermoposta a Napoli se voi sarete a Bari nella data di cui parlo e dove potrò incontrarvi senza disturbarvi.

——————

[De Simone]:

6 dec. scrittogli- che lo attendo a Bari, in casa dalle 2 p. m. a mezzanotte, nel giorno 12 corr.

 

 

                                                                                 Testo 2

 

                                                            Fondo “De Simone”, ms. 190, nr. 16

                                                             Lettere memorabili a L. G. De Simone

                                                           Charles Diehl a De Simone, 18 novembre 1884

 

Athènes, 18 novembre ’84

 

 

Cher Monsieur et ami,

 

Vous recevrez par le même

courrier que cette lettre le

fascicule du Bulletin de Corres-

pondance hellénique contenant

l’article dont je vous avais en-

voyé le tirage à part. Excusez-

moi de vous l’avoir fait si long-

temps attendre, j’étais absent

d’Athènes quand j’ai reçu votre

lettre, et j’y suis rentré depuis

quelques jours seulement. Je

prends sur moi, en l’absence

de mon directeur, de vous faire

cet envoi qui n’est point dans

les habitudes de l’École : mais

vous avez été toujours si

aimable pour moi que je

tiens à le reconnaître dans

la mesure du possible. Soyez

 

assuré que dans mon pro-

chain article je me ferai un

plaisir de citer votre nom et

de vous remercier des indications

si utiles que vous m’avez

fournies. Je m’étais d’ailleurs

acquitté de ce devoir dès l’an

passé dans mon rapport manuscrit

à l’Institut, et M. Dumont dans

son rapport, lu dans la séance

du 10 août 1883 à l’Académie

des Inscriptions, avait cité votre

nom parmi ceux des personnes

dont les conseils m’avaient été

le plus utiles. Je voudrais même

à ce propos vous demander une

chose. L’an passé, à Messine,

le P. Matranga m’a communi-

qué la copie du manuscrit

relatif à S. Nicolas di Casole,

découvert par vous, il m’a

vivement intéressé. Verriez-vous

quelque enconvenient à ce que

je fisse dans les Mélanges

de l’École de Rome une

 

petite note à ce sujet ? Il

me semble que en appelant

un peu l’attention sur votre

manuscrit, on en pourrait

hâter la publication si désira-

ble et qui serait si bien

faite par vous.

J’ai fait dans le compte

rendu des fouilles de l’Altis

d’Olympia la recherche que

vous me demandez : on n’y

a rien trouvé concernant les

Messapiens et vérifiant le

texte de Pausanias

Le successeur de Lenormant

à la Bibliothèque nationale

est M. Rayet, malheureuse-

ment je ne le connais point

et ne puis à cet égard vous

rendre service : mais M. Maury

vous mettra facilement en

relation avec lui.

Croyez cher monsieur à

mes meilleurs sentiments

 

Charles Diehl

 

École française.

 

Atene, 18 novembre ’84

 

Caro Signore e amico,

Riceverete insieme a questa lettera il fascicolo del Bulletin de Correspondance hellénique contenente l’articolo di cui vi avevo inviato la tiratura separata. Scusatemi per avervi fatto attendere così tanto tempo, ero assente da Atene quando ho ricevuto la vostra lettera, e sono rientrato soltanto pochi giorni fa. In assenza del mio direttore, mi occupo io di farvi questa spedizione che non rientra nelle abitudini dell’École: ma voi siete sempre stato così amabile con me che io ci tengo a riconoscerlo nella misura del possibile. Siate certo che nel mio prossimo articolo sarà un piacere per me citare il vostro nome e ringraziarvi delle indicazioni così utili che voi mi avete fornito. Mi ero infatti affrancato da questo dovere sin dall’anno scorso nella mia relazione manoscritta all’Istitut, e il Signor Dumont nella sua relazione, letta nella seduta del 10 agosto 1883 all’Académie des Inscriptions, aveva citato il vostro nome tra quelli delle persone i cui consigli erano stati per me fra i più utili. Vorrei a questo proposito chiedervi anche una cosa. L’anno scorso, a Messina, il Padre Matranga mi ha trasmesso la copia del manoscritto relativo a S. Nicola di Casole, scoperto da voi, che mi ha fortemente interessato. Vedreste qualche inconveniente se io facessi nei Mélanges dell’École di Roma una piccola nota a tal riguardo? Credo che richiamando un po’ l’attenzione sul vostro manoscritto, se ne potrebbe affrettare la pubblicazione tanto desiderata e la quale sarebbe molto ben fatta da voi. Ho fatto nel resoconto degli scavi dell’Altis di Olimpia la ricerca che voi mi chiedete: non si è trovato nulla circa i Messapi e controllando il testo di Pausanias. Il successore di Lenormant presso la Bibliothèque nationale è il Signor Rayet, sfortunatamente io non lo conosco e non posso a questo riguardo esservi di aiuto: ma il Signor Maury vi metterà facilmente in contatto con lui. Vogliate gradire caro signore i miei più cari saluti

Charles Diehl

École française.

 

 

 

Testo 3

 

                                                     Fondo “De Simone”, ms. 190, nr. 17

                                                     Lettere memorabili a L. G. De Simone

                                                   Charles Diehl a De Simone,13 maggio 1886

 

 

 

Nancy, 13 mai 1886

 

Cher Monsieur,

Je vous envoie en même temps

que cette lettre un petit travail

dont je vous ai jadis parlé sur

le monastère de S. Nicolas di Casole.

C’est à vous que je tiens à l’envoyer

tout d’abord, puisque aussi bien c’est

à votre aimable autorisation

que je dois de pouvoir donner

ces indications. Je souhaite que

ces quelques pages fassent sentir

à la municipalité d’Otrante

l’intérêt qu’il y aurait à voir

le manuscrit intégralement publié

par vous : c’est pourquoi je

pense vous être agréable en

vous adressant plusieurs exemplaires

de mon travail : vous pourrez

si vous le jugez utile les

communiquer à qui de droit.

Puis-je maintenant, cher

 

monsieur recourir à votre obli-

geance et vous demander quel-

ques renseignements sur la

découverte d’un important dépôt

de parchemins grecs faite récem-

ment à Bari. Pour moi, qui

m’intéresse vivement à l’Italie

byzantine, la chose peut être

de première importance. Je vous

demanderai donc de me dire, au-

tant qu’on peut se démêler jus-

qu’ici dans un si vaste dépôt

de quelle époque sont ces

chartes, surtout à quelle date

approximative remontent les

plus anciennes, si elles sont

byzantines ou normandes etc.

En second lieu, les publie-

ra-t-on bientôt et par les

 

soins de qui ? Je vous serai

très reconnaissant de me tenir

un peu au courant.

Laissez-moi vous dire en

terminant quel beau souvenir

je garde des quelques jours

passés en votre compagnie

et croyez-moi

votre bien dévoué

 

Charles Diehl

6 rue Jeanne d’Arc, Nancy

 

[Annotation en italien :

Il Prof. Carlo Diehl

venne li 28 Maggio 1883

in Bari per conferir meco

sulle cose aploelleniche. Per

gli cfr. ⁓]

 

 

Nancy, 13 maggio 1886

 

Caro Signore,

Vi invio insieme a questa lettera un piccolo lavoro di cui vi ho già parlato sul monastero di S. Nicola di Casole. È a voi che desidero inviarlo innanzitutto, poiché è anche grazie alla vostra amabile autorizzazione che io posso dare queste indicazioni. Desidero che queste poche pagine facciano sentire alla municipalità di Otranto l’interesse che ci sarebbe nel vedere il manoscritto interamente pubblicato da voi: ecco perché io penso di farvi piacere inviandovi diverse copie del mio lavoro: potrete se lo ritenete utile trasmetterle a chi di dovere. Posso adesso, caro signore ricorrere alla vostra gentilezza e chiedervi qualche informazione sulla scoperta di un importante deposito di pergamene greche fatta recentemente a Bari. Per me, che sono molto interessato all’Italia bizantina, la cosa può essere di primaria importanza. Vi chiederò dunque di dirmi, nei limiti di quanto ci si possa districare in un così vasto deposito, di che epoca sono queste carte, soprattutto a quale data approssimativa risalgono le più vecchie, se esse sono bizantine o normanne ecc. In secondo luogo, saranno pubblicate presto e a cura di chi? Vi sarò molto grato di tenermi un po’ al corrente. Lasciatemi dirvi terminando che bel ricordo serbo dei pochi giorni trascorsi in vostra compagnia e credetemi vostro devotissimo

Charles Diehl

6 rue Jeanne d’Arc, Nancy

 

[Annotazione in italiano :

Il Prof. Carlo Diehl

venne li 28 Maggio 1883

in Bari per conferir meco

sulle cose aploelleniche. Per

gli cfr. ⁓]

 

LETTERA DI SCHLUMBERGER A DE SIMONE

 

                                                                       Testo 4

 

                                                     Fondo “De Simone”, ms. 191, nr. 105

                                                     Lettere memorabili a L. G. De Simone

                                                   Schlumberger a De Simone, 10 ottobre 1890

10 Xbre 1890

Paris, 140 Faubourg S. Honoré

à Paris

 

Monsieur,

Je m’occupe d’histoire byzantine.

Mon ami M. l’abbé

Batiffol a bien voulu me

communiquer le beau livre

Gli Studi Storici in Terra d’Otranto

qui m’a vivement intéressé.

Mon grand désir serait

de le posséder. L’abbé

Batiffol m’affirme que

je puis sans trop d’indiscrétion,

 

tant votre accueil est toujours

gracieux, m’adresser

directement à vous pour

obtenir ce don qui me serait

précieux. Veuillez, Monsieur,

excuser au nom de la science

mon emportement et croire

à l’expression de mes

sentiments les plus distingués.

Gustave Schlumberger

de l’Institut de France

 

P.S. Je prends la liberté de

joindre à ma lettre quelques

mémoires sur des antiquités

byzantines qui peut-être

vous intéresseront.

 

105

 

10 Xbre 1890

Parigi, 140 Faubourg S. Honoré

a Parigi

 

Signore,

Mi occupo di storia bizantina. Il mio amico Abbate Batiffol è stato così gentile da trasmettermi il bel libro Gli Studi Storici in Terra d’Otranto che mi ha molto interessato. Il mio grande desiderio sarebbe di possederlo. L’abbate Batiffol mi dice che posso senza troppa indiscrezione, dato che la vostra accoglienza è sempre benevola, rivolgermi direttamente a voi per ottenere questo dono che per me sarebbe prezioso. Vogliate, Signore, scusare in nome della scienza il mio trasporto e gradire i miei più distinti saluti.

Gustave Schlumberger

dell’Istitut di Francia

 

P.S. Mi permetto di allegare alla mia lettera alcune memorie sulle antichità bizantine che forse vi interesseranno.

 

Note

     [1] Il titolo originale di quest’opera, variamente nominata, è Anècdota, ossia “Scritti inediti”, in greco, e Arcana historia, in latino. Per un’edizione moderna: Procopio, Storie segrete, a cura di Fabrizio Conca, versione italiana di Paolo Cesaretti, Milano, Bur, 2018.

     [2] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, in C. Diehl, Figure bizantine, Torino, Einaudi, 2007, pp. VII-VIII.

     [3] Ibid.

     [4]Voce, a cura di Nicola Turchi, in Treccani, Enciclopedia Italiana, 1936 (on line) https://www.treccani.it/enciclopedia/leon-gustave-schlumberger (Enciclopedia-Italiana)/

     [5] Ibid.

     [6] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, in C. Diehl, Figure bizantine, cit., p. IX.

     [7] Michel Psellos, Chronographie ou Histoire d’un siècle à Byzance, 976-1077, t.I, texte établi et traduit par É. Renauld, Parigi, 1928.

     [8] C. Diehl, La peinture byzantine, Parigi, 1932.

     [9] Su Diehl si veda almeno la Voce in Treccani, Enciclopedia Italiana, 1931 (on line) https://www.treccani.it/enciclopedia/charles-diehl/. Per la sua sterminata bibliografia: T. Braccini, Charles Diehl: nota biografica, in C. Diehl, Figure bizantine, cit., pp. XV-XL.

     [10] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, cit., p. IX. Si veda anche S. Ronchey, Teodora e i visionari, in «Humana sapit». Etudes d’antiquité tardive offertes à Lellia Cracco Ruggini, a cura di J.-M. Carrié e R. Lizzi Testa (“Bibliothèque de l’antiquité tardive” 3), prefazione di P. Brown, Turnhout, Brepols, 2002, pp. 445-453.

     [11] C. Diehl, Thèodora, impératrice de Byzance (con le illustrazioni di M. Orazi), La Librarie d’art, Paris, 1904 (Teodora imperatrice di Bisanzio, traduzione italiana di G. Bertoni, Firenze, Beltrami, 1939).

     [12] Idem., Figure bizantine, cit., pp. 44-63.

     [13] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, cit., p. VIII.

     [14] Eadem, Teodora e i visionari, in “Humana sapit”, cit., p. 451.

     [15] Ivi, p. 452.

     [16] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, cit., p. XIII. “Sugli elementi sessuofobici del revisionismo moralizzatore di Diehl e il suo ambivalente ruolo di mediazione tra gli stereotipi del bizantinismo letterario fin de-siècle e la storiografia scientifica novecentesca”, si veda, della stessa Ronchey, Teodora Femme Fatale, in Aa.Vv., La Decadenza, Palermo, Sellerio, 2002, pp. 19-43.

     [17] De Simone, Luigi Giuseppe (Ermanno Aar), in C. Stasi, Dizionario Enciclopedico dei Salentini Tomo I (A-L), Lecce, Grifo Editore, 2018, p. 362.

     [18] Su di lui si vedano, fra gli altri, i fondamentali contributi di P. F. Palumbo, Profili salentini. Luigi Giuseppe De Simone (1835-1902), in «Studi salentini», nn. XLIII-XLIV, marzo-dicembre 1973, pp. 95-102 (Con Bibliografia degli scritti), e di Nicola Vacca in L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, a cura di Nicola Vacca, Lecce, Centro Studi Salentini,  1964, pp. VII-XXI (Con Bibliografia degli scritti); inoltre Pochi proverbi salentini raccolti e ordinati da Luigi Giuseppe De Simone, a cura di Michele Paone, Galatina, Editrice Salentina, 1992; Ermanno Aar (pseudonimo), Gli studi storici di Terra d’Otranto, ristampa anastatica, con Presentazione di Alessandro Laporta, «Quotidiano Di Lecce», Lecce, 1995; L. G. De Simone, La vita della Terra d’Otranto, Premessa di Michele Paone, Introduzione di Eugenio Imbriani, Lecce, Edizioni Grifo, 1996; La vita della Terra d’Otranto con capitoli inediti, a cura di Eugenio Imbriani, Lecce, Edizioni Grifo, 1997; Luigi Giuseppe De Simone cent’anni dopo, Incontro di studio, Arnesano, 31 V 2002, a cura di Eugenio Imbriani, Lecce, Amaltea Edizioni, 2004 (con saggi di Mario Marti, Vittorio Zacchino, Eugenio Imbriani, Mario Spedicato, Alessandro Laporta, Lorenzo Carlino). L’opera Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati è stata recentemente ristampata, a cura di Mario Cazzato, Lecce, Edizioni Grifo, 2024.

     [19] P. Cesaretti, Da ‘Marco d’Otranto’ a Demetrio. Alcune note di lettura su poeti bizantini del Salento, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n. 37, 2000 (ma 2001), pp. 184-194, cit. in V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, a cura di Hubert Houben, Galatina, Congedo, 2007, p. 38, nota 91.

     [20] Nilo Doxapatres, Taxis ton patriarkikon Tronon, a cura di F.N. Finck, Marburg, 1902, p. 28, in V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 39, nota 93. Nel suo trattato, Nilo Dossopatre sosteneva il primato di Costantinopoli, “nuova Roma” da quando nel 330 la capitale dell’Impero era stata trasferita nella città sul Bosforo, nonché, conformemente alle disposizioni del Concilio di Calcedonia del 451, il conseguente primato del patriarca bizantino su tutta la Chiesa.

     [21] P. Marti, Origine e fortuna della Coltura salentina (Dallo Stabilimento delle Colonie Greche fino a tutto il secolo XVI), Lecce, Tipografia Cooperativa, 1893, p. 59. Grazio Gianfreda riporta l’Inno di Quattro Odi in Magnum Sabathum, rifacimento dal poeta greco “Cosimo o Casimiro” e tradotte in italiano dal Prof. Giuseppe Ferrari: G. Gianfreda, Il Monachesimo italo-greco in Otranto, Lecce, Grifo Editore, 1994, pp. 41-45.

     [22] A. Jacob, Gallipoli bizantina, in Paesi e figure del Vecchio Salento, a cura di Aldo de Bernart, Volume Terzo, Galatina, Congedo, 1989, p. 281. A. Jacob- J. M. Martin, La Chiesa greca in Italia (c. 650- c. 1050), in Aa.Vv., Vescovi, monaci e imperatori (610-1054), IV, Roma, 1999, p. 374.

      [23] G. Makris, Ignatios Diakonos Und Die Vita Des Hl. Gregorios Dekapolites, Byzantinische Archiv, De Gruyter, 1997, pp. 96-98. Cfr. V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 30.

     [24] M. Falla Castelfranchi, Pitture “iconoclaste” in Italia meridionale? Con un’appendice sull’oratorio dei Quaranta Martiri nella catacomba di Santa Lucia a Siracusa, in Aa. Vv., Bisanzio e l’Occidente: arte, archeologia, storia. Studi in onore di Fernanda de’ Maffei, Roma, Viella, 1996, pp. 409-422.

     [25] Eadem, La pittura bizantina in Italia meridionale e in Sicilia, in Histoire et culture dans l’Italie byzantine: acquis et nouvelles recherches, a cura di A. Jacob, J.M. Martin, G. Noyé, Collection del l’Ècolie Francaise de Rome – 363, Roma, 2006, pp. 205-235. Cfr. Eadem, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, cit., p. 294.

     [26] H. Omont, Le typicon de Saint Nicolas di Casole prés d’Otrante (notice du ms. C. III. 17 de Turin), in «Revue des études grecques», n. 3, 1890, p. 384.

     [27] F. Gregorovius, Nelle Puglie, Firenze, Barbera Editore, 1882, p. 374, che scrive “San Nicolò”.

     [28] Sugli insediamenti delle città, le vie di comunicazione, le distanze nel Medioevo, cfr.  D. Novembre, Per una geografia del Salento medievale, in Salento Porta d’Italia, Atti del Convegno Internazionale (Lecce, 27-30 novembre 1986), Galatina, Congedo, 1989, pp. 235-265. Più in generale, D. Herlihy, Società e spazio nella città italiana del Medioevo, in La storiografia urbanistica. Atti del I convegno internazionale di storia urbanistica “Gli studi di Storia urbanistica: confronto di metodologie e risultati”. Lucca 24-28 settembre 1975, Lucca, 1976, pp. 174-190; F. Remotti, P. Scarduelli, U. Fabietti, Centri, ritualità, potere. Significati antropologici dello spazio, Bologna, 1989; P. Scarduelli, La morfologia dell’organizzazione simbolica del territorio, in Antropologia dello spazio, a cura di B. Fiore, in «La ricerca folklorica», n. 11, 1985, pp. 5-12; P. Zumthor, La misura del mondo. La rappresentazione dello spazio nel Medio Evo, trad. it. di S. Varvaro, Bologna, 1993.

     [29] La grecità di Otranto rimase fortemente radicata nonostante l’avvento della dinastia normanna e sveva. Anzi, “la grecità bizantina”, scrive Gino Pisanò, “dette i suoi frutti più consistenti e tangibili sul piano socio-linguistico, artistico, culturale nei secoli X e XI: la sua eredità fu raccolta dall’età normanna e sveva e durò anche in età angioina fino a quando non prevalsero il processo di latinizzazione, sia del rito che della lingua, e la diaspora dei sacerdoti, dei monaci e dei codici bizantini”: G. Pisanò, Aradeo, in Paesi e figure del Vecchio Salento, cit., Volume Terzo, pp. 25-26. Successivamente “la zona culturalmente più attiva alla fine del XIII secolo e all’inizio del XIV […] si deve collocare nel cuore stesso del Salento meridionale, attorno a Galatina e Aradeo”: A. Jacob, La formazione del clero greco nel Salento medievale, in Ricerche e studi in Terra d’Otranto, II, a cura del Centro studi «Albino Guerrieri Magi», Campi Salentina, 1987, p. 224, cit. in G. Pisanò, Aradeo, cit., p. 29. “I veri protagonisti della cultura greca nel Salento non sono, come si è creduto a lungo, i monaci, bensì i sacerdoti diocesani, di cui molti appartengono a vere e proprie dinastie sacerdotali all’interno delle quali i libri, la cultura e l’arte della calligrafia si tramandano di padre in figlio”: A. Jacob, La formazione del clero greco, cit., p. 226, cit. in Ivi, p. 29. La grecità di origine bizantina e non magnogreca del territorio è oggi un dato accertato. Fondamentali sono stati in questo senso gli studi di A. Jacob, Culture grecque et manuscrits en Terre d’Otrante, in Atti del III Congresso Internazionale di Studi Salentini e del I Congresso Storico di Terra d’Otranto (Lecce, 22-25 ottobre 1976), Lecce, 1980, pp. 53-77; Id., La culture byzantine dans l’Italie méridionale, in La cultura in Italia fra Tardo Antico e Alto Medioevo. Atti del Convegno tenuto a Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal 12 al 16 Novembre 1979, Roma, 1981, pp. 587-603, e molti altri che citeremo nel corso del saggio.

     [30] P. Hoffmann, La lettre de Drosos d’Aradeo sur la fraction du pain (Athos, Iviron 190, AD 1297-98), in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», nn. 22.23, 1985-86, pp. 245-284; si veda anche A. Jacob, Les écritures de Terre d’Otrante, in La paléographie grecque et byzantine, Paris, 21-25 octobre 1974 (Colloques internationaux du C.N.R. S. 559), Paris, 1977, p. 278.

     [31] A. Jacob, La traduction de la liturgie de saint Basile par Nicolas d’Otrante, in «Bulletin de l’Institut historique belge de Rome», n. 38, 1967, pp. 49-107. Inoltre si veda Idem, Fragments peu connus d’euchologes otrantais, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», n. 42, 1972, pp. 99-108.

     [32] M. Falla Castelfranchi, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, cit., p. 323.

     [33] Cfr. A. Jacob, Les écritures de Terre d’Otrante, cit., pp. 269-281.

     [34] Su di lui: J. M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von Otranto, Abt von Casole. Beitrage zur Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter Innozenz III und Friedrich II (Studia Patristica et Byzantina, 11), Ettal, 1965, e K. Haidú -P. Schreiner, Nikolaos von Otranto und ein angeblicher Plagiator im Cod graec 262 der Bayerischen Staatsbibliothek Mit einem Anhang zur Provenienz der griechischen Handschriften aus der Sammlung Johann Albrecht Widmannstetters, in «Codices Manuscripti», n. 87-88, 2013, pp. 25-52. Inoltre M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto nel secolo XIII (Byzantina et neo-hellenica Neapolitana, 7), Napoli, 1979, pp. 71-97 (ristampa Galatina, Congedo, 1985); A. Lanza, Il carattere etico-politico della poesia italobizantina della Magna Curia, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», n. 93, 1989, pp. 65-67; A. Garzya, Un proemio di Nicola d’Otranto alla sua “Arte dello scalpello”, in Bisanzio e l’’Italia. Raccolta di studi in memoria di Agostino Pertusi, Milano, Vita e Pensiero, 1982, pp. 117-129. A. Acconcia Longo – A. Jacob, Poesie di Nicola d’Otranto nel Laur. gr. 58, 2, in «Byzantion», n. 54, 1984, pp. 371-379;

     [35] Cfr. A. Jacob, La traduction de la liturgie de saint Basile par Nicolas d’Otrante, cit.

     [36] Sull’argomento si veda: M. D. Muci, Il terzo Syntagma di Nicola Nettario di Otranto, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», n. 62, 2008, pp. 449-505; Eadem, Il terzo Syntagma di Nicola Nettario e la difesa delle tradizioni liturgiche bizantine dai Greci della Terra d’Otranto, in «Itinerari di ricerca storica», Università del Salento, Dipartimento di Studi Storici dal Medioevo all’Età contemporanea, n. XIX, 2005, pp. 25-47; Eadem, Spiritualità monastica e gioco letterario nella Terra d’Otranto ellenofona: il caso di Nicola-Nettario, Ivi, n. XX-XXI, Primo Tomo, 2006-2007, pp. 71- 79.

     [37] P. Magdalino, The Evergetis Fountain in the Early Thirteenth Century: an Ekphrasis of the Paitings in the Coupola, with an additional note by L. Rodley, in Work and Workshop in the Theotokos Evergetis 1050-1200, a cura di  M. Mullet e A. Kirby, Belfast, 1997, pp. 442-446; M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios, cit., p. 114; M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto, cit., pp. 77, 93; citati anche da V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 59, nota 179. Su questo pittore, N. G. Sola, Paolo d’Otranto, pittore (sec. XIII), in «Roma e l’Oriente», n. 7, 1917, pp. 86-89, e Idem, Versi che illustrano la figura di Niccolò Nettario, Ivi, n.13, 1917, pp. 143-148.

     [38] La descrizione delle pitture, opera di Paolo di Otranto, contenuta nell’ekphrasis è riportata dal codice della Biblioteca Laurenziana di Firenze gr. 5, 10: M. D. Muci, Spiritualità monastica e gioco letterario, cit., p. 76; G. Gianfreda, Iconografia di Otranto tra Oriente e Occidente, Lecce, Grifo Editore, 1994, p. 36, nota 16.

     [39] Per l’epigramma di Nettario: M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von Otranto, Abt von Casole, cit., p. 141; M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto nel secolo XIII, cit., p. 94. Cfr. G. Gianfreda, Iconografia di Otranto tra Oriente e Occidente, cit., p. 38. Alla bibliografia su Nettario occorre aggiungere: S. G. Mercati, Sul testo dei tetrastici di Nettario di Casole in lode dei suoi predecessori nella direzione del monastero, in Idem, Collectanea byzantina, Bari, 1970, Vol. II, pp. 358-360; L. Bréhier, Notes sur l’histoire de l’enseignement supérieur à Costantinople, in «Byzantium», n. 3, 1926, pp. 73-94, 78-79; A. Jacob, Une épigramme autographe de Nectaire de Casole dans le Parisinus gr. 3, in «Helikon», n. 29-30, 1989-1990, pp. 373-379; Iem., Autour de Nicolas-Nectaire de Casole, in Vaticana et Medievalia. Ètudes en l’honneur de Louis Duval-Arnauld, a cura di J. M. Martin, B. Martin-Hisard, A. Paravicini Bagliani, Firenze, Sismel, Edizioni del Galluzzo, 2008, pp. 231-251.

Al pittore Paolo, attivo a Costantinopoli negli anni della visita di Nicola-Nettario, si attribuisce anche la decorazione del battistero nella Basilica di Santa Sofia: M. Falla Castelfranchi, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, cit., pp. 306-307.

     [40] M. Gigante, Poeti bizantini, cit., pp. 103-144; B. Vetere, Brindisi, Otranto, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-svevo. Atti delle decime giornate normanno-sveve. Bari, 21-24 ottobre 1991, a cura di Giosuè Musca, Bari, Edizioni Dedalo, 1993, pp. 446-447; C. M. Mazzucchi, Diodoro Siculo fra Bisanzio e Otranto (cod. Par. grec. 1665), in «Aevum», n.73, 1999, pp. 385-421.

     [41] M. Gigante, Poeti bizantini, cit., pp. 147-161; A. Jacob -A. Acconcia Longo, Une anthologie salentine du XIVe siècle: le Vaticanus gr. 1276, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n.s.17-19 (XXVII-XXIX), 1980-1982, pp.149-228; V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 57.

     [42] M. Hoeck – R. J. Loenertz, NikolasNektarios von Otranto Abt. von Casole, cit., pp. 128, 200-203.

     [43] A. Jacob, Une épigramme autographe de Nectaire de Casole dans le Parisinus gr. 3, cit.

     [44] Idem, Une épigramme de Palaganus d’Otrante dans l’Aristénète de Vienne et le problème de l’Odyssée de Heidelberg, in «Rivista di Studi bizantini e neoellenici», n. 25, 1988, pp. 185-203.

     [45] C. O. Zuretti, ITALOELLENIKA II. Contrasto fra Taranto e Otranto, in Centenario della nascita di Michele Amari, Vol. I, Palermo, Stab. Tip. Virzì, 1910, pp. 173-184, e G. Mercati, Note critiche al “Contrasto fra Taranto e Otranto” di Ruggiero di Otranto, in «Rivista degli Studi orientali», n. 9, 1921, pp. 38-47, anche citati da V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 50, nota 174.

     [46] Cfr. A. Acconcia Longo, Per la storia di Corfù nel XIII secolo, in «Rivista di Studi bizantini e neoellenici», n. 22-23, 1985-1986, pp. 209-229, cit. in V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente, cit., p. 60, nota 181.

     [47] H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, in Otranto nel Medioevo, cit., p. 69, nota 42.

     [48] M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone (con le Lettere Casulane di G.Cozza-Luzi), pubblicato dalla Provincia di Lecce, nella Collana “Quaderni della Biblioteca N. Bernardini”, Presentazione di Alessandro Laporta, Castrignano dei Greci, Amaltea Edizioni, 2006.

     [49] Ivi, pp. 7-8.

     [50] Ivi, pp. 49-75.

     [51] M. Muci, Umanesimo e fede nella Descrizione di G. Marciano, in Girolamo Marciano salentino illustre, a cura di Giovanna Rosato, Provincia di Lecce, nella Collana “Leverano nel tempo”, Castrignano dei Greci, Amaltea Edizioni, 2006, pp. 29-31.

     [52] Sul Fondo «L. G. De Simone» conservato presso la Biblioteca Bernardini di Lecce, oltre ai lavori di Nicola Vacca, L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, cit., pp. VII-XXI, di Michele Paone, Pochi proverbi salentini raccolti e ordinati da Luigi Giuseppe De Simone, a cura di Michele Paone, cit., pp. 25-28 e al libro di Mario Muci, ormai datati, si veda la dettagliata analisi fatta da Saulo Delle Donne in un recentissimo contributo: S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, in «Commentaria Classica», 11, 2024, pp. 451-455.

     [53] G. Cozza-Luzi, Lettere Casulane, Reggio Calabria, 1900, in M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., pp. 77-154.

[54] Ad typica Graecorum ac praesertim ad typicum Cryptoferratense S. Bartholomaei abbatis animadversiones Theodori Toscani Hieromonachi, Roma, Propaganda Fide, 1864. L’opera è stata pubblicata nel 2010: Kessinger’s Legacy Reprints, Ad typica Graecorum ac praesertim ad typicum Cryptoferratense…, U.K., Kessinger Publishing, 2010

     [55] Giuseppe Cozza-Luzi, a cura di Vittorio Peri, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 30, 1984 (on line). https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-cozza-luzi_%28Dizionario-Biografico%29/

     [56] Ibid.

     [57] S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 454. Dello stesso autore si veda: Filippo Matranga lettore del Typikón di Casole (Taur. gr. CCXVI = C.III.17). Documenti inediti dal ms. 200 del fondo “De Simone” a Lecce, in «Medioevo Greco», n. 25, 2025, pp. 177-207.

     [58] Ivi, p. 454, nota 7.

     [59] M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., p. 45. La scoperta del manoscritto di Casole viene attribuita a “Carlo Diehl, verso il 1887, nella Biblioteca dell’Università di Torino”, da Pietro Marti, in Note storiche e statistiche sulla Biblioteca Provinciale di Lecce, Lecce, Stab. Tip. Scorrano e C.I., 1929, p. 5, e in Idem, La Biblioteca Provinciale di Lecce, in «Il Salento. Rassegna annuale della vita e del pensiero Salentino», vol. IV, Lecce, Primario Stab. Tip. “La Modernissima”, 1930, p. 163.

     [60] Sul regolamento del Typikón: G. Colacicco, Il regolamento dello scrittorio e della biblioteca di S. Nicola di Casole (Note di cultura medievale greco-latina), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma, discussa nell’A.A. 1985-86, riportata da D. Arnesano, San Nicola di Casole e la cultura greca, in La conquista turca di Otranto (1480) tra storia e mito. Atti del Convegno internazionale di studio (Otranto – Muro Leccese, 28-31 marzo 2007), a cura di Hubert Houben, I, Galatina, Congedo, 2008 (Saggi e Testi, 41), p. 112, nota 15. Nello stesso libro, H. Houben, La conquista turca di Otranto: il problema delle fonti salentine, Ivi.

[61] H. Omont, Le Typicon de S. Nicolas di Casole près d’Otrante, cit., pp. 381-391.

[62] P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris, 1891.

     [63] A. e O. Parlangeli, Il Monastero di S. Nicola di Casole – Centro di Cultura Bizantina in Terra d’Otranto, in «Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata», vol. V, 1951, pp. 30-45.Si veda anche O. Parlangeli, La «predica salentina» in caratteri greci, in Romanica. Festschrift fur G. Rohlfs, Halle, 1958, pp. 336-360.

     [64] F. Cezzi, Il metodo teologico nel dialogo ecumenico. Uno studio su Nicola d’Otranto abate italo-greco del sec XIII, Roma, Città Nuova, 1975. Dello stesso autore, Otranto dai Bizantini ai Normanni, in «Studi di storia e cultura salentina», n. 4, 1978, pp. 45ss.; Idem, Una notizia italo-greca sui fatti otrantini del 1480-1481, in «Rassegna salentina», n. 5, 1980, pp. 43-48.

     [65] A. Apostolidis, Il Tipikòn di San Nicola di Casole secondo il Codice Taurinense, Gr. C. III 17. Tesi di Dottorato, Università Ecumenica Bari, 1983, anche cit. in G. Gianfreda, Il Monachesimo, cit., p. 167.

     [66] O. Mazzotta, Monaci e libri greci nel Salento medievale, Novoli, 1989 (Scriptorium 2), p. 34.

[67] Infatti il riferimento al Typikón negli studi di molti autori del Novecento si colloca all’interno di saggi relativi alla presa di Otranto. Negli ultimi anni Duemila alcuni studiosi di filologia classica hanno dedicato al Typikón degli studi specifici. Alcuni sono stati già citati e altri ne citeremo.

     [68] Sull’umanista salentino, vissuto fra fine Quattrocento ed inizi Cinquecento, e sulle sue opere: D. Speranzi, Per la storia della libreria medicea privata Giano Lascaris, Sergio Stiso di Zollino e il copista Gabriele, in «Italia medioevale e umanistica», n. 48, 2007, pp. 77-111; A. Jacob, Sergio Stiso de Zollino et Nicola Petreo de Curzola À propos d’une lettre du Vaticanus gr. 1019, in Bisanzio e l’Italia. Raccolta di studi in onore di Agostino Pertusi, cit., pp. 154-168; P. Pellegrino, Sergio Stiso tra Umanesimo e Rinascimento in Terra d’Otranto, Galatina, Congedo, 2012.

     [69] Sull’inventario dei Mss. regalati da Bessarione a Venezia: H. Omont, L’inventaire des manuscrits grecs et latins donnés à Saint Mare de Venise par le Cardinal Bessarion en 1468, Paris, 1894, pp. 21-51.

     [70] Sul Typikón anche A. Jacob, La lettre patriarcale du Typikón de Casale et l’éveque Paul de Gallipoli, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n.s. 24 (XXXIV), 1987, pp.143-163, e A. Luzzi, Il calendario eortologico per il ciclo delle feste fisse del tipico di S. Nicola di Casole, in «Rivista di storia della Chiesa», n. 39, 2002, pp. 229-261.

     [71] C. Diehl, Le monastere de S. Nicolas de Casole près d’Otrante d’apres un manuscript ined, in «Mélanges d’archeologie et historie» t. VI, Scuola francese di Roma, 1886, pp. 173-188. A questo scritto si rifa il Maggiulli per la sua pubblicazione: Otranto: Ricordi del Cav. Maggiulli Luigi, Lecce, Tipografia Cooperativa, 1893.

     [72] H. Omont, Le typicon de Saint Nicolas di Casole prés d’Otrante, cit.

     [73] M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., pp. 80-87.

     [74] Su questo codice si veda: P. Canart, S. Lucà, A. Jacob, L. Perria, Facsimili di codici greci della Biblioteca Vaticana, Roma, 1988, (Exempla Scripturarum 5), 1, Tavole, n. 100, tavola 72.

     [75] G. Gianfreda, Il Monachesimo, cit., pp. 95-96.

     [76] Sul monastero di Casole, fra gli altri, G. Muscatello, La chiesa dell’abbazia di San Nicola di Casole: analisi storico-architettonica, in Bisanzio sulle due sponde del Canale d’Otranto, a cura di Marina Falla Castelfranchi, Manuela De Giorgi, CISAM, Spoleto, Byzantina Lupiensia 3, 2021, pp. 165-179; Eadem, L’ abbazia di San Nicola di Casole. La chiesa, il complesso e il contesto topografico, Monteroni, Esperidi, 2022.

     [77] G. Gianfreda, Il Monachesimo, cit., pp. 194-195.  Cfr. J. M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von Otranto, Abt von Casole, cit., pp. 178-179.

     [78] Ivi, pp. 129-130.

     [79] Ivi, pp. 130-131.

     [80] Ivi, p. 131.

     [81] Ivi, p. 132.

     [82] Ivi, pp. 134-135.

     [83] Ivi, p. 136.

     [84] Di un altro copista posteriore si occupa A. Jacob, Un copiste du monastère de Casole: le hiéromoine Thomas, in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», n. 26, 1989, pp. 203-210.

     [85] Il Marciano scrive: “Quivi poco infra terra, si vede sopra la schiena del Monte Idro l’antico monastero di S. Nicola di Casole, edificato nei tempi di Teodoro Imperatore”. G. Marciano, Descrizione, Origine e Successi della Provincia di Otranto, Napoli, 1855, p. 375.  “Gli studiosi hanno pensato per molto tempo, impressionati dalla profonda cultura di Nicola­Nettario, igumeno del monastero di S. Nicola di Casole a partire dal 1219-1220, che quel monastero fosse stato il centro dal quale si era irradiata tutta la cultura, compresa quella profana, nel Salento”, scrive P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Paesi e figure del Vecchio Salento, cit., III, p. 68. In realtà, “Vedere l’articolo «emblematico» di A. e O. Parlangeli, Il monastero di San Nicola di Casale, centro di cultura bizantina in Terra d’Otranto, cit. Vedere anche M. Petta, Codici greci della Puglia trasferiti in biblioteche italiane ed estere, in «Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata», n.s. 26, 1972, p. 124 e G. Cavallo, La cultura italo-greca nella produzione libraria, in Aa. Vv., I bizantini in Italia, a cura di Guglielmo Cavallo, Vera von Falkenhausen, Milano, Garzanti-Scheiwiller, 1982, p. 602: il cenno del De situ Japigiae di Antonio de Ferrariis ha contribuito non poco ad una sopravalutazione del ruolo culturale del monastero (questo testo è commentato con prudenza da N. G. Wilson, The libraries of the Byzantine World, studio ripreso in Griechische kodikologie und Textiiberlieferung, raccolta pubblicata da D. Harlfinger, Darmstad,1980, vedere pp. 295-299”: Ivi, p. 85, nota 37.

     [86] La cattedrale, consacrata nel 1088, sotto il pontificato di Urbano II (1088-1099), venne edificata su committenza dell’arcivescovo Ugo e del successore Guglielmo. Secondo il Maggiulli, la cattedrale fu consacrata fra luglio ed agosto 1088 dal legato pontificio Roffrido, arcivescovo di Benevento, alla presenza del duca Ruggero Borsa e degli arcivescovi di Bari, Taranto e Brindisi. L. Maggiulli, Otranto, cit., p. 372. Houben (che sottolinea i grossolani errori commessi da Maggiulli nella sua monografia, primo fra i quali aver recepito documenti palesemente falsi) sostiene però che gli stessi prelati sono attestati in un atto emanato dal duca Ruggero Borsa nell’agosto 1088 a Venosa e che la seconda parte del documento riportato dal Maggiulli in cui venivano concesse delle indulgenze a coloro che avessero visitato la cattedrale nell’anniversario della consacrazione, è sicuramente falsa, soprattutto per la sospetta presenza come “pubblico notaio” del chierico Reginaldo. H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, in Otranto nel Medioevo, cit., p. 75. Maggiulli ricevette una copia del documento della Biblioteca Apostolica Vaticana dall’abate Cozza-Luzi, al quale scrisse in data 8 luglio 1892, come riporta A. Marra, Il fondo manoscritto della biblioteca “Maggiulli-Cacciatore”, in Morciano di Leuca, Università degli Studi di Lecce, Facoltà di Beni Culturali. Tesi di Laurea in Bibliografia e Biblioteconomia, A.A. 2000/2001 (Relatore Donato Valli), p. 382 (La biblioteca Maggiulli è di proprietà della famiglia Simone-Marra di Morciano di Leuca). Houben, che riporta questa lettera, afferma di non aver potuto reperire il documento originale nell’Archivio Segreto Vaticano o nella Biblioteca Apostolica Vaticana: H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, cit., p. 76, nota 67.  Sebbene il documento relativo alla consacrazione possa farci confermare la data del 1088 – riportata anche dall’Ughelli in Italia sacra, Venetiis, Apud Sebastianum Coleti, 1672 (2° ediz. 1722), col. 76 – probabilmente la costruzione avvenne in due momenti, una prima fase nell’XI secolo ed una seconda fase nel pieno XII. Sulla cattedrale, fra gli altri: J. Rapi Serra, Sculture tardoantiche, paleocristiane ed altomedievali di Otranto, in «Bollettino d’arte», n. 57, 1972, pp. 138-143; Eadem, Lo schema basilicale in Puglia in relazione alle cattedrali di Otranto e Taranto, in «Cenacolo serafico», n. 19, 1973, pp. 49-68; P. Belli D’Elia-T. Garton, La cripta della Cattedrale di Otranto, in Alle sorgenti del Romanico. Puglia XI secolo, Catalogo della mostra, Bari, 1975, pp. 160-173; M. Falla Castelfranchi, L’inedita tomba ad arcosolio presso la cripta della Cattedrale di Otranto, in «Vetera Christianorum», n. 21, 1984, pp. 373-380; Eadem, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, cit., pp. 310-312; P. Vergara, I capitelli di spoglio nella cripta del Duomo di Otranto, in «Prospettiva», n. 22, 1980, pp. 60-67; Idem, Elementi tardoantichi e altomedievali nella cripta della Cattedrale di Otranto, in «Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte», n. 3, 1981-1982, pp. 71-103; P. Belli D’Elia, Il Romanico, in La Puglia fra Bisanzio e l’Occidente, a cura di Pina Belli D’Elia, Milano, Electa, 1980, pp. 147-148; G. Bertelli, Arte bizantina nel Salento Architettura e scultura (secc. IX-XIII), in Ad ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale. Atti del Seminario Internazionale di Studio (Martano, 29-30 aprile 1988), a cura di Benedetto Vetere, Galatina, Congedo, 1990, pp. 229-231.

     [87]Sul mosaico di Pantaleone, tra gli altri: C. Settis-Frugoni, Per una lettura del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, in «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo e Archivio Muratoriano», n. 80, 1968, pp. 213-256; Eadem, Il mosaico di Otranto, modelli culturali e scelte iconografiche, Ivi, n. 82, 1970, pp. 243-270; Eadem, Il mosaico della cattedrale di Otranto, in La Puglia fra Bisanzio e l’Occidente, cit., pp. 197ss; C.A. Willemsen, L’enigma di Otranto. Il mosaico pavimentale del presbitero Pantaleone nella Cattedrale, Galatina, Congedo, 1980; L. Pasquini, Una nuova lettura iconografica del presbiterio di Otranto alla luce delle fonti scritte: notizie preliminari, in Aiscom, Atti del IX Colloquio dell’Associazione italiana per lo studio e la conservazione del mosaico, Aosta 20-22 febbraio 2003, a cura di C. Angelelli, Ravenna, Edizioni del Girasol, 2004, pp. 529-540: M. Castineiras, L’Alessandro anglonormanno e il mosaico di Otranto: una ekprasis monumentale?, in «Troianalexandrina», n. 4, 2004, pp. 41-86; C. Gelao,  Un capitolo sconosciuto di arte decorativa. «Tecta depicta» di chiese medievali pugliesi, Bari s.d. (ma 1982), pp. 33ss.; oltre ai numerosi lavori di Grazio Gianfreda.

     [88]Sulla chiesa di S. Pietro che rappresenta l’emblema della grecità di Otranto: V. Von Falkenausen, San Pietro nella religiosità bizantina, in Bisanzio, Roma e l’Italia meridionale nell’Alto Medioevo, Settimane del CISAM, XXXIV, Spoleto, 1988, p. 628; F. D’Andria, Ricerche archeologiche a S. Pietro, in Le aree omogenee della civiltà rupestre nell’ambito dell’impero bizantino: la Cappadocia, Atti del V Convegno sulla Civiltà rupestre medievale del Mezzogiorno, Lecce-Nardò 1979, a cura di Cosimo Damiano Fonseca, Galatina, Congedo, 1981, pp. 223-225; C. D. Fonseca, Istituzioni e cultura nell’alto Medioevo, in Storia della Puglia, Volume I, Antichità e Medioevo, a cura di Giosuè Musca, Rai, sede regionale Puglia, Bari, Adda Editore, 1979, p. 212; R. Farioli Campanati, La cultura artistica in Italia Meridionale, in Aa. Vv., I bizantini in Italia, cit., pp. 249-251 e schede nn. 113-114; H. Teodoru, Eglises cruciformes dans l’Italie mèridionale: S. Pietro d’Otranto, in «Ephemeris Dacoromana», n. 5, 1932, pp. 22-24; E. Bertaux, L’Art dans l’Italie meridionale, Paris, 1904 (poi Roma, 1978), p. 336; L. Maroccia, L’Edicola Bizantina di S. Pietro in Otranto, Lecce, 1925; G. Gianfreda, Basilica bizantina di San Pietro. Storia e Arte, Galatina, Editrice Salentina, 1985; L. Safran, San Pietro ad Otranto. Arte bizantina in Italia meridionale, Roma, Edizioni Rari Nantes, 1992; G. Bertelli, Arte bizantina nel Salento Architettura e scultura (secc. IX-XIII), in Ad ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale, cit., pp. 222-225; M. Falla Castelfranchi, La pittura bizantina in Salento (secoli X-IX), in Ivi, pp. 132-133.

     [89] Girgensohn ha parlato di uno scisma locale: D. Girgensohn, Dall’episcopato greco all’episcopato latino nell’Italia meridionale, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo. Atti del Convegno storico interecclesiale (Bari, 30 aprile-4 maggio 1969), Vol. 1, Padova, 1973, p. 38. Houben sostiene che non si trattò di uno scisma ma che più semplicemente dalla conquista normanna in poi gli arcivescovi otrantini furono latini mentre il clero rimase prevalentemente greco. H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, cit., p. 74. Sul passaggio dal dominio bizantino al dominio normanno e sul tema della convivenza fra rito greco e latino, una vasta bibliografia. Tra gli altri, P. Herde, Il papato e la Chiesa Greca nell’Italia meridionale dall’XI al XIII secolo, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo, cit., pp. 213-255; N. Kamp, Vescovi e diocesi nell’Italia meridionale nel passaggio dalla dominazione bizantina allo stato normanno, in Il passaggio dal dominio bizantino al dominio normanno nell’Italia meridionale. Atti del secondo Convegno internazionale (Taranto-Mottola, 31 ottobre – 4 novembre 1973) (Convegni di studio sulla civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia, 2), Taranto, 1977, pp. 165-187; A. Jacob, Deux copies salentines de l’inscription byzantine de la cathédrale de Bari (Ambrosianus B 39 sup. et Laurentianus 59, 45), in «Quellen und Forshungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken», n. 73, 1993, pp. 1-18; G. De Gregorio, Tardo medioevo greco-latino: manoscritti bilingui d’Oriente e d’Occidente, in Libri, documenti, epigrafi medievali: possibilità di studi comparativi. Atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti (Bari, 2-5 ottobre 2000), a cura di F. Magistrale, C. Drago, P. Fioretti, Spoleto, 2002 (Studi e Ricerche, 2), pp. 94-101; A. Jacob, Épigraphie et poésie dans l’Italie méridionale hellénophone, in L’épistolographie et la poésie épigrammatique: projets actuels et questions de méthodologie. Actes de la 16e Table ronde organisée par W. Hörandner et M. Grünbart dans le cadre du XXe Congrès international des Études byzantines, Paris, 19- 25 Août 2001, Paris, 2003 (Dossiers byzantins, 3), pp. 161-176; P. Radiciotti, Il problema del disgrafismo nei rapporti fra cultura latina e greca nel Medieovo, in Ampelokepion. Studi di amici e colleghi in onore di Vera von Falkenausen, III, in «Néa Rhóme», I, Roma, Università degli Studi Tor Vergata, 2004, pp. 27-29; D. Arnesano, La minuscola «barocca». Scritture e libri in Terra d’Otranto nei secoli XII e XIV, Galatina, Congedo, 2008. Sul tema più generale della coesistenza fra etnia greca ed etnia latina e sulla reciproca percezione dei due popoli, fra gli altri: H. Hunger, Graeculus perfidus / Ἰταλὸς ἰταμός. Il senso dell’alterità nei rapporti greco-romani ed italo-bizantini (Unione internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell’arte in Roma, 4), Roma, 1987, e il più recente G. Strano, La campagna antinormanna per la riconquista di Corfù (1149): schemi ideologici e contingenza storica nelle fonti letterarie bizantine, in La Sicilia e Bisanzio nei secoli XI e XII. Atti delle X Giornate di studio della Associazione Italiana di Studi Bizantini (Palermo, 27-28 Maggio 2011), a cura di Renata Lavagnini – Cristina Rognoni, Palermo, 2014 (Byzantino-Sicula, 6), pp. 75-94.

     [90] G. Cozza-Luzi, Lettera XXI, in M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., p. 150. Sul Cozza Luzi si veda: L’abate Giuseppe Cozza-Luzi archeologo, liturgista, filologo. Atti della giornata di studio: Bolsena, 6 maggio 1995, a cura di S. Parenti e E. Velkovska, Grottaferrata, 1998.

     [91] F. Ronconi, Per speculum in aenigmate. Incontri di culture nel Mezzogiorno normanno-svevo. Considerazioni nel riflesso dei manoscritti, in Civiltà a contatto nel Mezzogiorno normanno svevo. Economia Società Istituzioni. Atti delle ventunesime giornate normanno-sveve, Melfi, Castello federiciano, 13-14 ottobre 2014, a cura di Maria Boccuzzi e Pasquale Cordasco, Centro di Studi Normanno-Svevi Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” (Atti, 21), Bari, Adda Editore, 2018, p. 330, nota 38.

     [92] J. Irigoin, L’Italie méridionale et la tradition des textes antiques, in «Jahrbuch der ôsterreiehischen Byzantinistik», n. 18, 1969, pp. 37-55; Idem, La culture byzantine dans l’Italie méridionale, in La cultura in Italia fra Tardo Antico e Alto Medioevo, cit., pp. 587-603; Idem, L’Italie méridionale et la transmission des textes grecs du VIIe au XIIe siècle, in L’ellenismo italiota dal VII al XII secolo. Alla memoria di Nikos Panagiotakis. Atti dell’VIII Convegno Internazionale organizzato dall’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini di Venezia, Istituto di Ricerche Bizantine (Atene-Venezia, 13-16 novembre 1997), Athènes, 2001, pp. 83-98; Idem, L’apport de l’Italie méridionale à la transmission des textes classiques, in Histoire et culture dans l’Italie byzantine: acquis et nouvelles recherches, a cura di A. Jacob, J.M. Martin, G. Noyé, Roma, 2006, pp. 5-20.

     [93] Gli studi storici di Terra d’Otranto, del Sig.re Ermanno Aar, frammenti estratti dall’Archivio storico italiano (Serie IV), a cura di Luigi G. De Simone, Firenze, 1888 (ristampato nel 1995 come supplemento di «Il Quotidiano di Lecce», a cura di A. Laporta, cit.).

     [94] H. Omont, Le typicon de Saint Nicolas di Casole prés d’Otrante, cit. Esattamente, come ricostruisce Saulo Delle Donne: “1) Omont 1890, 381 e n. 1 con rimando a De Simone – Aar 1880, 318-319 [segnalazione del codice di Torino, ma anche dell’uscita del volume unitario De Simone – Aar 1888 (1995)]; 2) Omont 1890, 382 con rimando a De Simone – Aar 1888 (1995), 23 (il nome San Nicola di Casole come nome del monastero che compare anche in un testo dell’egumeno San Nicola di Casole pubblicato nel Νέον Ἀνθολόγιον di Tafuri nel 1568); 3) Omont 1890, 387 con rimando De Simone – Aar 1880, 309 (a proposito del Cardinale Rodolfo di Cheuriéres visitatore apostolico per il papa Clemente VII a Nardò nel 1267)”. S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 459, nota 17.

     [95] C. Diehl, Le monastere de S. Nicolas de Casole près d’Otrante d’apres un manuscript ined, cit.

     [96] P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, cit. Anche il Battifol, di cui Delle Donne pubblica una lettera al De Simone, si serve più volte in modo esplicito o implicito degli Studi Storici di De Simone, ed esattamente: “per l’uso in modo esplicito delle ricerche di De Simone, vd.: 1) Battifol 1891, XL: all’interno della bibliografia di riferimento inserisce De Simone – Aar 1888 (1995) indicato come equivalente di De Simone – Aar 1880]; 2) Battifol 1891, XXVIII: riguardo la presenza dell’epitaffio greco di un prete di Antiochia nella cripta dei «Santi Stefani» a Vaste [Battifol menziona De Simone, ma non riporta il relativo rimando bibliografico; si tratta di De Simone – Aar 1880, 317 = De Simone – Aar 1888 (1995), 146); 3) Battifol 1891, 23 e nr. 3: a proposito del contratto di amfiteusi tra il monastero di Rossano e Goffredo detto Ursello di Corigliano d’Otranto, contratto per il quale De Simone aveva proposto molte correzioni alla precedente edizione del Müller [rimando a De Simone – Aar 1882, 238 = De Simone – Aar 1888 (1995), 138-139]. In modo tacito, di certo Batiffol si è servito degli Studi Storici di De Simone almeno: 1) per il quadro del monasteri così detti greco-basiliani in Terra d’Otranto (Battifol 1891, XXVIII-XXIX); 2) per le informazioni sul cod. Taur. gr. CCXVI del Typikon (Battifol 1891, 95), per il quale rimanda solo alle pagine del catalogo settecentesco di Pasini, ma di certo aveva letto l’articolo di Diehl 1881, ma anche la segnalazione della scoperta in De Simone – Aar 1880, 319 = De Simone – Aar 1888 (1995), 147”. S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 460, nota 22. Delle Donne spiega con una puntuale cronologia come De Simone venne a conoscenza dell’esistenza del Typikón ed avviò i suoi studi, indicandone tappe, pubblicazioni e varia corrispondenza.

     [97] S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 473.

     [98] C. Diehl, L’art byzantin dans l’Italie Méridionale, Paris, Librarie de l’Art, 1894.

     [99] Ivi, p. 87. Si vedano: A. de Bernart, Pagine di storia ruffanese, Parabita, 1965, pp. 21-24; Idem, L’antico assetto urbanistico di Ruffano e la chiesa di San Marco, Ruffano, Tipografia Inguscio, 1996; S. Tanisi, La chiesa del Carmine di Ruffano. Guida alla visita e all’immagine, prefazione di Aldo de Bernart, Ugento, Domus Dei, 2008; C. V. Morciano, Un esempio di illustrazione libraria bizantina nell’affresco di san Marco della cripta della chiesa del Carmine di Ruffano, in I Bizantini del XXI secolo, Atti dei convegni di studi nel Salento Meridionale, a cura di Stefano Tanisi, Introduzione Giovanni Giangreco, Ugento, Domus Dei, 2013, pp. 123- 133; S. Cortese, La cripta bizantina di san Marco a Ruffano, Ivi, pp. 135-144; S. Tanisi, Aspetti storico-artistici della chiesa del Carmine di Ruffano, Ivi, pp. 145-158; V. Vetruccio, Il tempio di san Marco in Ruffano, Ivi, pp. 159-175; ecc.

     [100] C. Diehl, Peintures byzantines de l’Italie méridionale. I, La chapelle de San Stefano à Soleto, in «Bulletin de Correspondance Hellénique», n. 8,1884, pp. 264-281. Su Soleto si possono consultare, fra gli altri: M. Berger, Un inédit italo-grec de la passion légendaire de Saint-Etienne: les peintures murales de l’église Santo Stefano a Soleto, en Terre d’Otrante, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo, Atti del Convegno storico interecclesiale, Bari 30 aprile-4 maggio 1969, Padova,1972-1973, pp. 1377-1388; Idem, Les peintures de l’abside de S. Stefano à Soleto. Une illustration de l’anaphore en Terre d’Otrante à la fin du XIVe siècle, in «Mélanges de l’Ecole Française de Rome. Moyen Age – Temps Modernes», n. 94, 1982, pp. 121-170; A. Jacob, Notes sur quelques inscriptions byzantines du Salento méridional (Soleto, Alessano, Vaste, Apigliano), in «Mélanges de l’Ecole Française de Rome», n.95, 1983, pp. 65-88; M. S. Calò Mariani, La chiesa dal XII al XV secolo, in Il tempio di Tancredi. Il monastero dei SS. Niccolò e Cataldo in Lecce, a cura di Bruno Pellegrino – Benedetto Vetere, Cinisello Balsamo (MI), 1996, pp. 82-110 e fg. 47-48 (f. 31v, 16v); S. Ortese, Sequenza del lavoro in Santo Stefano a Soleto, in Dal giglio all’orso. I principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel Salento, a cura di Antonio Cassiano – Benedetto Vetere, Galatina, Congedo, 2006, pp.336-396; M. Berger- A. Jacob, La chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni bizantine e cultura tardogotica (Terra d’Otranto bizantina 1), Galatina, Congedo, 2007; L. Manni, La chiesa di Santo Stefano di Soleto (Biblioteca di cultura pugliese, serie II 184), Galatina, Congedo, 2010; R. Durante, Immagini della Tenerezza. La Vergine Eleousa del manoscritto Borgiano greco 7 e la pittura monumentale salentina, in «Iconographica», n. 10, 2011-2012, pp.57-69; E. Elba, Miniatura in Terra d’Otranto tra XIV e XV secolo: l’Eucologio Vat. Borg. gr. 7, in Il codice miniato in Europa. Libri per la chiesa, per la città, per la corte, a cura di Giordana Mariani Canova-Alessandra Perriccioli Saggese (Biblioteca di arte 6), Padova, 2014, pp. 425-443; F. G. Giannachi, Una nota sull’istruzione grammaticale bizantina in Terra d’Otranto: lo schedografo Nicola da Soleto, in Circolazione di testi e scambi culturali in Terra d’Otranto tra Tardoantico e Medioevo, a cura di Alessandro Capone, con la collaborazione di Francesco G. Giannachi e Sever J. Voicu, Città del Vaticano, 2015 (Studi e Testi, 489), pp. 107-120; R. Durante, Tradizioni bizantine e preziosismi tardogotici. Soleto e Carpignano: alcuni esempi e nuovi tasselli, in D. Capone, P. Pascali, L’eco di Bisanzio. Galatina e la Grecìa Salentina, Società Storia Patria Puglia sezione Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2021, pp. 413-426; G. Vallone, Sull’origine della prima e della seconda Contea di Soleto, in Idem, L’età orsiniana, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 2022, pp.333-347; F. G. Giannachi, Dai Vranàs ai De Toucy (XII-XIII sec.): Anseau de Toucy comes Soleti e la comunità ellenofona del Salento nella prima età angioina, in Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Il regno, il principato, l’Adriatico. Secc. XII-XV. Studi in memoria di Andreas Kiesewetter, Quaderni di Polygraphia 8, 2024, a cura di Serena Morelli e Francesco Somaini, Santa Maria Capua Vetere, DiLBeC Books, 2024, pp. 45-56.

     [101] Idem, Peintures byzantines de l’Italie méridionale. Les fresques de Carpignano, in «Bulletin de Correspondance Hellénique», n. 9, 1885, pp. 207-219.

     [102] Idem, Les grottes érémitiques de la région de Brindisi, in Ivi, n. 12, 1888, pp. 441-459. Si faccia riferimento alla già citata Bibliografia del Diehl a cura di T. Braccini.

[103] Si vedano: A. Haseloff, I musaici di Casaranello, in «Bollettino d’Arte del Ministero della Pubblica Istruzione», anno I, XII Fascicolo, Roma, Ettore Calzone Editore, 1907; A. Prandi, Pitture inedite di Casaranello, in «Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte», Anno X, 1961; M. Cecchelli Trinci, I mosaici di Santa Maria della Croce a Casaranello, in «Vetera Christianorum», n. 11, 1974, pp. 167-186; A. Jacob, Inscription byzantines datées de la Province de Lecce, cit., p. 51; M. Falla Castelfranchi, La pittura bizantina in Salento (secoli X-IX),cit., passim; F. D’Andria, Relazione sui sondaggi eseguiti nella chiesa della Madonna della Croce di Casaranello (Lecce), nei giorni 15- 16 -17, Università degli Studi di Lecce, 1976; G. Pisanò, M. Schiavano, Casarano e Wierich De Daun in una pergamena del 1717, Galatina, Congedo Editore, 1985; G. Spinosa, S. Maria della Croce di Casaranello: analisi delle strutture architettoniche, in «Arte Medievale», I, 2002, pp. 149-163; M. Falla Castelfranchi, Casaranello, Santa Maria della Croce, in Puglia preromanica. Dal V secolo agli inizi dell’XI, a cura di Gioia Bertelli, Milano, 2004, pp. 161-175; Eadem, I mosaici della chiesa di Santa Maria della Croce a Casaranello, in Atti del X Colloquio dell’Associazione italiana per lo studio e la conservazione del mosaico, Lecce, 18-21 febbraio 2004, a cura di C. Angelelli, Tivoli, 2005, pp. 13-20; P. De Nuzzo, La casa a corte bizantina nel centro antico di Casarano, Parabita, Martignano editrice, 2006; R. Durante, Miniature e affreschi in Terra d’Otranto. L’Ambroisanus D 67 sup. e le decorazioni pittoriche di Santa Maria della Croce a Casaranello e di San Mauro a Gallipoli, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n. 43, 2008, pp. 225-256; F. Danieli, Casaranello e il suo mosaico, per aspera ad astra, Soleto, Edizioni Esperidi, 2018; ecc.

     [104] Su Gallipoli, fra gli altri:

A.Barbino, L’antichissima sede episcopale di Gallipoli, Taviano, 1987; Idem, La Chiesa Cattedrale di Gallipoli, a cura di G. Leopizzi, M. Spada, L. Solidoro, Galatina, 1997; N. Kamp, Kirche und Monarchie im Staufischen Konigreich Silizen, Munchen,1975, pp. 727ss.; A. Acconcia Longo, Un nuovo codice con poesie salentine (Laur. 58,25) e l’assedio di Gallipoli del 1268-69, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n.s. 20-21, 1983-1984 [1985], pp. 123-170; Eadem, Nota su Giorgio di Gallipoli, in «Δίπτυχα», n. 4, 1987, pp. 426-432; M. Falla Castelfranchi, Gli affreschi della chiesa di San Mauro presso Gallipoli. Note preliminari, in «Byzantion», n.51, 1981, pp. 159-168; G. Passarelli, Alcune iscrizioni bizantine dell’Italia meridionale, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata», n. s. 35, 1981, pp.3-35; G. Fiaccadori, S. Mauro di Gallipoli, in «Rivista di storia della Chiesa», n. 38, 1984, pp. 478-480; A. Jacob, Gallipoli bizantina, in Paesi e figure del vecchio Salento, cit., pp. 281-312; Idem, La lettre patraircale du Typikon de Casole et l’évéque Paul de Gallipoli, cit.; V. Polidori, La lettera patriarcale a Paolo di Gallipoli,  in «Bollettino della badia greca di Grottaferrata», n. 9, 2012, pp. 191-220; D. Arnesano, D. Baldi, Il palinsesto Laur. Plut. 57.36. Una nota storica sull’assedio di Gallipoli e nuove testimonianze dialettali italo-meridionali, in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», n. 41, 2004, pp. 113-139; F. Danieli, La sede vescovile di Gallipoli dai primordi del cristianesimo al 1986, in «Spicilegia sallentina», n. 4, dicembre 2008, pp. 11-17; Sannicola. Abbazia di San Mauro. Gli affreschi sulla serra dell’Altolido presso Gallipoli, a cura di Sergio Ortese (De la dà mar. Scritti di storia dell’arte 3), Copertino, Lupo Editore, 2012; S. Delle Donne, Un nuovo testimone e una nuova redazione dell’epistola a Paolo vescovo di Gallipoli: il codice greco Corpus Christi College nr. 486, in Circolazione di testi e scambi culturali in Terra d’Otranto tra Tardoantico e Medioevo, cit., pp. 169-198; R. Durante, Gallipoli. Centro culturale e artistico del Salento bizantino, in Nei luoghi della Sirena. Dal mare di Gallipoli alle Serre salentine, a cura di Daniele Capone e Piero Pascali, Società Storia Patria Puglia sezione di Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2022, pp. 441-454; ecc.

[105] Fra i recentissimi contributi: A. Jacob, Spigolature di epigrafia bizantina di Terra d’Otranto (Surbo, Copertino, Galatina, Botrugno, Miggiano, Martano, Calimera), in AA.Vv., La Compagnia della Storia. Omaggio a Mario Spedicato, Tomo II, Luoghi, figure, linguaggi del Salento moderno e contemporaneo, a cura di Giuseppe Caramuscio, Società Storia Patria Puglia Sezione di Lecce, “Quaderni de L’Idomeneo”, Lecce, Grifo Editore, 2019, pp. 993-1018; R. Durante, Epigrafia bizantina in pittura. Santa Marina a Muro Leccese, Santa Maria di Cerrate a Lecce, San Sebastiano a Sternatia, in «Rivista storica delle terre adriatiche», n. 3, 2024, pp. 77-97; Eadem, Preghiere e profezie in San Mauro e San Salvatore sulla serra di Altolido, in «L’Idomeneo, Storia natura e paesaggio nel Salento delle Serre tra evidenze territoriali e obbiettivi di valorizzazione». Atti del Convegno di Studi tenutosi a Neviano (Le), Aula Polifunzionale- 19 ottobre 2024, Società Storia Patria Puglia Sezione Lecce- Università del Salento, n. 38 (2024) – Castiglione, Giorgiani Editore, 2025, pp. 91-108.

Contributo alla storia della stampa leccese nell’Ottocento. Edizioni dai torchi Marino e Agianese

 

di Gilberto Spagnolo

Ogni libro ha la sua storia. Una storia assai preziosa anche per le stamperie e le biblioteche pubbliche e private e per le biografie degli stessi tipografi salentini. Le edizioni che si presentano in questo contributo appartengono tutte ad una biblioteca privata. Sono testi stampati dai torchi delle tipografie leccesi Marino e Agianese, fra le più importanti stamperie attive e numerose a Lecce nell’Ottocento ma delle quali manca ancora la ricostruzione degli Annali nella loro globalità.

Delle loro vicende umane, economiche ed editoriali conosciamo invece molto grazie principalmente alle ottime ricerche archivistiche, di fondamentale importanza per l’abbondanza del materiale attinto direttamente alle fonti, di Antonio De Meo con il suo La stampa e la diffusione del libro a Lecce e dintorni dal Cinquecento alla metà dell’Ottocento, pubblicato a Lecce nel 2006.

Come scrive il De Meo “la figura di Vincenzo Marino emerge di diritto tra le fine del secolo dei lumi e gli albori dell’epoca risorgimentale… La tipografia Agianese inizia invece la produzione editoriale nel secondo decennio del XIX secolo continuando ad operare anche dopo la metà dell’ottocento per molti e molti anni ancora”. Indicativamente la tipografia Vincenzo Marino e fratelli operò tra il 1795 e il 1832 (“ultimo testamento del tipografo”).

Successivamente, secondo quanto riporta il Foscarini, dal 1833 (anno della morte di Vincenzo Marino) e fino al 1862 fu gestita dagli eredi. Al 1814 si colloca l’avvio della tipografia gestita dai fratelli Agianese, Giuseppe e il canonico Lorenzo, e da Oronzo Gabriele Costa (quest’ultimo non citato da De Meo e secondo quanto riporta invece il Bernardini).

Questa tipografia divenuta poi, dal 1827 al 1848, semplicemente Tipografia Agianese, invece concluse la sua attività, dopo varie vicissitudini familiari, nel 1861 (anno della morte del vecchio proprietario Lorenzo Agianese).

È noto che una stamperia può trarre solida fama dalla sua durata, dalla qualità e dal numero delle sue edizioni, dall’autorità degli autori e degli artisti che vi hanno collaborato, dal prestigio del personaggio al quale l’opera è dedicata o che ebbe a finanziarla. In via generale in questa sede come si potrà osservare, le edizioni in entrambe le stamperie possono classificarsi in pubblicazioni di vario formato (a volte anche con ornamenti e illustrazioni) di carattere scolastico, encomiastiche, storiche, medico – scientifiche e per molta parte di contenuto religioso. Ma non manca anche la produzione di manifesti, avvisi, memorie legali, opuscoli d’occasione e di carattere tipicamente popolare.

Fu inoltre, come riporta De Meo, importantissima la collaborazione della tipografia Marino “sia con l’Università di Lecce sia col clero cittadino. Basti pensare ai biglietti di invito alle carte per la contabilità ai Copponi dell’Ospedale Militare impressi per conto dell’Università fin dai primi anni dell’Ottocento. I rapporti di lavoro poi con la Mensa Vescovile di Lecce risalgono al 1797. Come non ricordare ancora la stampa del giornale L’Osservatore Salentino un cui esemplare del 18 gennaio 1821 è custodito presso l’Archivio di Stato di Lecce…. Mentre (scrive ancora De Meo) della tipografia di Vincenzo Marino ne emerge dunque da queste edizioni il buon livello qualitativo sia sul piano tipografico che su quello contenutistico” la produzione della tipografia Agianese effettivamente rimane invece (d’accordo con il giudizio di De Meo) “molto modesta e di basso profilo. Resta comunque il fatto, indubbiamente, “che è certo che questa officina assieme alla stamperia di Vincenzo Marino e alla tipografia dell’Intendenza reggesse il peso dell’editoria salentina pubblica e privata nella prima metà dell’ottocento” (quella dell’Intendenza, così detta perché sita nei locali dell’Intendenza oggi Prefettura, nacque infatti nel 1831).

Per la produzione editoriale dell’Agianese va particolarmente sottolineata soprattutto la rarità delle sue edizioni, probabilmente perché non numerose o in tiratura limitata come ad esempio la rarissima raccolta che in questa libreria privata si presenta completa nei suoi 10 volumi ovvero “Il Giornale di Economia Rurale stampato per merito della Società Economica di Terra d’Otranto.

I volumi dal I al VI di questa raccolta stampati dalla Tipografia Agianese recano inoltre sul frontespizio due marche tipografiche differenti. Una delle due (anni dal 1840 al 1843) raffigura una figura mitologica (forse Mercurio); l’altra (anni 1844 e l845) raffigura una matrona seduta che regge con la mano sinistra un fascio di spighe di grano (che si ripetono sul fondo in entrambi i lati) e con la mano destra una falce.

Le opere delle due tipografie, oltre ad essere testimonianza della loro attività tipografica e confermare il rapporto stabilito fra stampatori e studiosi, risentono infine nel loro contenuto del più generale clima dell’epoca e presentano un quadro dell’ambiente culturale leccese dell’Ottocento, non solo la sua storia e i suoi protagonisti ma anche gli interessi culturali artistici e sociali dei lettori stessi.

In conclusione, si sa che non è facile recuperare tutti gli esemplari delle opere stampate da un tipografo ma, certamente, anche questi stampatori con il loro lavoro oscuro e faticoso, con i loro torchi e le loro benemerite officine, come i vari Desa, Micheli, Mazzeo, Chiriatti e Viverito hanno contribuito validamente in tempi e modi diversi alla diffusione della stampa e della cultura. Il libro attraversa i millenni e la “nobile arte” di imprimere libri non morirà mai.

 

RELIGIOSI FUORI DE’ CHIOSTRI…

Vuole il re che, V.S. Illma nel Real nome ordini a tutti i /Provinciali, e Superiori di qualunque ordine Religioso di cotesta /Provincia, che prendano conto di quei Religiosi che si trovano/ fuori de’ Chiostri senza legitima causa, e permesso, e di quelli /altresì che con legitima causa e permesso sono fuori dal Chiostro/, ma non menano vita corrispondente al di loro istituto, e subito/ li richiamino e si facciano obbedire, cercando V.S. Illma istessa /la forza. Napoli 21 novembre 1795 / FERDINANDO CORRADINI./al Preside di Lecce./…/ In fine MARULLJ/ COSCIONI/ V. de ROSSI pro FISCO./ Antoninus Camadarelli Proseg./ In Lecce nella nuova Stamperia di Vincenzo Marino, e Fratelli./

fol. cm 38 x 24.

Note: Ordine Reale comunicato da Ferdinando Corradini al Preside di Lecce MARULLJ di intervenire sui Religiosi che soprattutto “non menano vita corrispondente al loro istituto. Foglio a stampa con stemma reale in alto inciso e cornice tipografica a moduli corrente sui tre lati del testo.

 

SALVATOR SPINELLIUS

MISSAE/ PRO ALIQUIBUS LOCIS CONCESSAE/ ET AUCTORITATE APOSTOLICA/ADPROBATAE,/ QUAE EXCELLENTISSIMUS, REVERENDISSIMUS DOMINUS/ D. SALVATOR SPINELLIUS/ LYCIENSIS EPISCOPUS/ AD SUAE ECCLESIAE, DIOCESIS USUM/ TYPIS MANDARI CURAVIT./ Lycii 1795. Apud Vincentium/ Marino, Fratres./ Superiorum Permissu./

cm 30 x 21, pp. 20.

Note: Esemplare legato assieme (formando un unico volume) a: DIE VIII AUGUSTI/ IN FESTO/ BEATAE MARIAE VIRGINIS/ MATRIS GRATIARUM (privo sia dell’indicazione tipografica che dell’anno di stampa, di pp. 2 non numerate); XIII AUGUSTI/ MISSA IN FESTO/ SANCTAE PHILUMENAE VIRGINIS, ET MARTYRIS (non datato e privo dell’indicazione tipografica, di pp. 2 non numerate); Die I° Septembris / BEATAE MARIAE VIRGINIS/ DIVINI PASTORIS MATRIS/ (non datato e senza indicazione tipografica, di pp. 2 non numerate con una piccola immagine in fine della Vergine con il Bambino); POST DOMINICAM SEPTUAGESIMAE/ MISSA/ ORATIONIS D.N.J.C. 1N MONTE OLIVETI / (non datato e senza indicazione tipografica, di pp. 2 non numerate con inciso in fine il monogramma IHS). Copertina posticcia di cartone con al centro fissata esternamente una piccola immaginetta raffigurante il Cristo.

 

SALVADORE SPINELLI

SALVADORE SPINELLI/ VESCOVO DI LECCE/AL SUO DILETTO CLERO, E POPOLO DELLA CITTA’ E DIOCESI/ SALUTE, E BENEDIZIONE./ L’energica difesa della Religione, del trono, del-/lo Stato, e di ogni nostra proprietà, quando la richie-/dono urgenti circostanze, debbe essere lo scopo più/ importante di ogni buon Cristiano, e di ogni fedel/Cittadino./…/(In fine)…/ Napoli li 22 Maggio 1796./ SALVADORE VESCOVO DI LECCE/ Angelo Rao Secretario/ In Lecce nella nuova Stamperia di Vincenzo/ Marino, e Fratelli./

fol. cm. 40 x 30.

Note: Foglio con testo stampato su due colonne e con caduta in più punti in una delle parti laterali, in cui Salvatore Spinelli Vescovo di Lecce (dal 1792 al 1797) “per adempiere le giustissime Sovrane disposizioni” ingiunge e ordina a Parroci, Missionari, Predicatori ed Ecclesiastici della Diocesi di Lecce “nelle urgenti circostanze che pelle minacciate nemiche irruzioni pongono in pericolo la Religione, il Real Trono e l’intera Società/…/ a mettere in giusta veduta il presente pericolo, eccitare i popoli a prendere le arme pietose, e publicare da’ sugli altari ne’ giorni festivi e da’ su i pergami i nostri sentimenti: sentimenti conformi a quelli manifestati dal nostro Sovrano in due affettuose Sue Lettere, l’una diretta a’ Vescovi, e Prelati del Regno, e l’altra a tutt’i isuoi fedeli ed amati sudditi: sentimenti uniformi allo spirito di Dio e perciò da non riguardarsi con indifferenza”. Le lettere furono inviate da Napoli il 18 maggio del 1796.

 

IMMAGINE DEL CROCIFISSO DELLA PIETÀ DI GALATONE

La miracolosa Imagine (sic) del Crocifisso della Pietà, fin/ dal 1485 da “Cittadini, e dagli Esteri venne adorata in/ Galatone, prima in augusta Cappella, poi nell’antica/ Chiesa, ed oggidì in un Tempio, che gareggia in magni-/ficenza colle Basiliche del Regno. La prelodata imagine (sic)/ sul principio vedevasi colle mani legate avanti; a due/ Luglio 1621. Sciogliendo la sinistra, tolse il velo, che la/ copriva, restando in questo atteggiamento, come se così/ fosse stata dipinta/…/ (In fine)… /Dato in Galatone/ a dì Marzo 1796./ D. Donato Can. De Actis Rettore/ D. Vincenzo Can. Megha Rettore./ In Lecce nella nuova Stamperia di Vincenzo Marino, e Fratelli./

fol. cm 30 x 22.

Note: Foglio a stampa, con cornice tipografica a moduli sui tre lati del testo, con cui “Si priegano adunque nel Signore tutti i RR. Curati di questa Provincia, manifestare ai loro Filiani l’espressata apertura del Santuario, acciò tutti, in tempi tanto alla nostra commune Madre luttuosi, potessero profittare delle grazie concesse, Confessandosi a’ Penitenzieri destinandi dal Vescovo, colle facoltà concesse dalla Sacra Penitenzieria di Roma”. Leggendo l’interessante annotazione autografa scritta posteriormente, si scopre che l’Avviso era stato inviato al Reverendo Arciprete di Pisignano Vito Ingrosso. Come scrive egli stesso, il foglio (con segni di ceralacca) era stato ricevuto il 7 di Aprile del 1796 e poi “pubblicato al popolo di questa terra” nella seconda domenica dopo Pasqua tenendolo “fissato” nella chiesa di Pisignano fino al 19 maggio del 1796, giorno in cui “per notizia, e memoria” lo inserisce in un libro per conservarlo.

 

BERARDINO MORELLI

LEZIONI ELEMENTARI/ DI/ GEOMETRIA/ E/ TRIGONOMETRIA, DEL SIG. D. BERARDINO MORELLI/ Nobile Patrizio, e Professore di Mate-/matica nelle Regie Scuole di Lecce./ Dedicate a Sua Eccellenza/ F. D. FRANCESCO/ MARULLI Utile Signore della Terra di Grassano, Co-/lonello degli Eserciti di S. M. (D. G.) Di-/ rettore, Reg. Delegato, ed Ispettore Gene-/rale de’ Porti, e Marine dell’Adriatico, Pre-/side, e Governadore dell’Armi, e Delegato./ delle Regie Scuole nella Provincia di Lecce./ TOMO I./ Che contiene la dottrina nelle/ PROPORZIONI, E LA LONGIMETRIA./ IN LECCE MDCCXCVI./ Presso Vincenzo Marino, e Fratelli./ Con Licenza de’ Superiori./

cm 19,5 x 13,5, pp. 192

Note: Bell’esemplare della I edizione di uno dei prodotti tipografici più importanti del Marino, completo delle tre opere riunite in un solo volume, apparentemente rilegati insieme all’epoca e con tutte le tavole più volte ripiegate fuori testo alla fine del terzo tomo. Legatura coeva in piena pergamena con titolo e autore riportati in bella calligrafia sul dorso ad inchiostro. Frontespizi autonomi e ben inquadrati per contenuti differenti. Marca tipografica del Marino su tutti i frontespizi: tre piccoli medaglioni ovali con all’interno viso femminile di profilo. Antica firma di appartenenza al frontespizio del I Tomo: “Luigi Morelli” (probabilmente un componente della stessa famiglia Morelli). Berardino Morelli (1736-1802) matematico di fama e poeta nacque e morì a Lecce. Dopo un concorso nel 1760 ebbe la cattedra di matematica nelle Regie Scuole di Lecce. Per i suoi lavori fu nominato Socio dell’Accademia delle Scienze e Belle Lettere di Napoli il 3 Aprile 1779, del Giglio d’Oro di Lecce, e di quella delle Scienze di Francia. In patria oltre ad esercitare con successo l’avvocatura, insegnò anche musica e geometria. Questo I Tomo comprende: a pag. 3 Prefazione; da pag. 4 a pag. 55 Dottrina Generale delle Ragioni e Proporzioni; con nuova numerazione da pag. 3 a pag. 10 Geometria – da pag. 11 a pag. 191 Parte Prima o sia Longimetria; Indice e Tavola correzioni/ errori a pag. 192.

 

BERARDINO MORELLI

LEZIONI/ ELEMENTARI/ DI/ GEOMETRIA/ E/ TRIGONOMETRIA/ DEL SIG. D. BERARDINO MORELLI/ TOMO II./ Che contiene la dottrina delle/ SUPERFICIE, e de’ SOLIDI/ O SIA/ LA PLANIMETRIA/ E/ LA STEREOMETRIA/ IN LECCE MDCCXCVII./ Nella pubblica Stamperia di/ Vincenzo Marino, e Fratelli./ Con licenza de’ Superiori./

cm 19,5 x 13,5, pp. 118 (Parte I e II), pp. 123 (Parte III).

Note: Il secondo tomo comprende: da pag. 1 a 116 Parte II Planimetria; pp. 117-118 Indice e Tavola correzioni/errori più pagina bianca non numerata.

 

BERARDINO MORELLI

LEZIONI ELEMENTARI/ DI/ GEOMETRIA/ E/ TRIGONOMETRIA/ DEL SIG. D. BERARDINO MORELLI/ TOMO III./ Che contiene gli Elementi della/ TRIGONOMETRIA PIANA,/ O RETTILINEA/ Con una breve Appendice sulla natura,/ ed uso de’ LOGARITMI./ IN LECCE MDCCXCVII./ Nella pubblica Stamperia di/ Vincenzo Marino, e Fratelli./ Con licenza de’ Superiori./

cm 19,5 x 13,5, pp. 112 + 4 (relazioni per l’approvazione della stampa)

  1. 38 tavole più volte ripiegate.

Note: Questo terzo e ultimo tomo comprende: da pag. 1 a pag. 77 Elementi di Trigonomia Piana; a pag. 78 Indice e Tavola Errori/ Correzioni, p. 79 bianca; da pag. 80 a pag. 112. Appendice sulla Natura ed uso de’ Logaritmi. Completa il III Tomo con numerazione indipendente contenuta in 4 pagine la supplica in data 10 gennaio 1797 di “Vincenzo Marino pubblico stampatore” per dare alle stampe l’opera di Berardino Morelli “uno di quei pochi che impiegano le penne maestre per il sollecito sviluppo dell’intendimento e della ragione dell’uomo. In conclusione i tre volumi hanno caratteristiche tipografiche identiche. Il terzo si differenzia per la presenza di ben 38 tavole incise in rame più volte ripiegate a tutta pagina articolate in 5 sezioni così distribuite: a) Longimetria Tavv. 11; b) Trigonometria Tavv. 4; c) Planimetria Tavv. 8; d) Stereometria Tavv. 6; e) Figure Tavv. 9.

 

FRANCESCO SAVERIO CANDIDO

ALLA SACRA REAL MAESTA’ /DI/ MARIA CAROLINA /REGINA DELLE DUE SICILIE/ Elogio Poetico/ di/ Francesco Saverio Candido / in Lecce MDCCXCVII. Presso Vincenzo Marino e fratelli./

cm 17,5 x 12, pp. 7

Note: Edizione priva dell’indicazione dello stampatore e anche dell’anno di stampa che comunque è annotata manualmente a inchiostro e in caratteri romani sul frontespizio. Questo piccolo libretto con semplice copertina cartonata viola è attribuibile con certezza alla tipografia di Vincenzo Marino e fratelli per la caratteristica cornice modulare tipografica (che compare anche in altre opere) posta in alto solo alla pag. 3 che racchiude al suo interno tre ovali con inciso lo stesso profilo femminile. Le notizie biografiche riportate nel Dizionario degli uomini illustri di terra d’Otranto, ci dicono che il Candido era nato a Lecce da Placido e da Giuseppa Pranzo (1770 – 1807). Inizialmente si avviò verso il sacerdozio ed ascese al diaconato. Insegnò letteratura Italiana e Latina nel Seminario di Lecce e poi dopo la sua chiusura nel 1797, in quello di Taranto. Fu drammaturgo (autore di diverse tragedie) e pittore, buon ritrattista, “non mediocre incisore”, intagliatore in legno e anche modellatore in creta, nonché brillante oratore. L’elogio fu scritto in occasione della venuta in Lecce nel 1797 di Ferdinando IV e di Maria Carolina e del principe ereditario Francesco. Annotazioni manoscritte di possesso sul frontespizio.

 

FRANCESCO MARULLI

FERDINANDO IV/PER LA GRAZIA DI DIO/RE DELLE DUE SICILIE, DI GERU-/SALEMME e INFANTE DI SPAGNA,/ DUCA DI PARMA, PIACENZA GRAN PRINCIPE EREDITARIO/ DELLA TOSCANA/ IL CAVALIERE GEROSOLIMITANO FRA D./ FRANCESCO MARULLI COMMENDATORE DI S./ MARIA CAROLINA, UTILE SIGNORE DELLA/ TERRA DI GRASSANO, BRIGADIERE DE’ REA-/LI ESERCITI, DIRETTORE ED ISPETTORE/ GENERALE DI TUTTE LE MARINE E PORTI/ DELL’ADRIATICO, PRESIDE DELLA PROVINCIA DI LECCE, E REGIO ATTUAL DELEGATO/ NELLE CINQUE PROVINCIE DI MATERA, LEC-/CE, BARI, LUCERA, E MONTEFUSCO./ REALI ISTRUZIONI GENERALI/ PER LA NUTRIZIONE/ DEGLI ESPOSTI/ APPLICATE ALLA PROVINCIA/ DI LECCE./ Lecce 1798. Nella Stamperia di Vincenzo/ Marino, e Fratelli./

cm 21,5 x 15, pp. 15

Note: Stemma Reale inciso al frontespizio. Opuscoletto molto interessante e per certi aspetti direi anche “commovente” recante le disposizioni applicate alla Provincia di Lecce su “la sorte infelice de’ Projetti” che formano “uno de’ gravi mali della nazione, disposizioni “per la loro nutrizione” e per i quali in ciascuna Università della Provincia doveva esistere la “ruota per gli Esposti”. Essa “dev’esser posta nel mezzo di un muro in una casa abitabile assegnata dall’Università in un luogo comodo al pubblico, ma non molto frequentato, nella maniera che tale ruota suol essere situata nelli Spedali ben regolati: corrispondendo, cioè a dire, e dentro, e fuori della casa, in cui è posta, di modo che i bambini si possano collocar nella ruota dalla parte di fuori, e girandosi la ruota stessa si possano accogliere nella parte di dentro; e dovrà esser provveduta di un campanello al di dentro col suo cordoncino, che spunti al di fuori, per darsi con esso il segno, quando si esporranno i bambini”. Semplice copertina cartonata recante scritti ad inchiostro i dati tipografici.

 

P.F. ONORIO COLELLI

MEMORIA/SU GLI/ INFINITESIMI/ OSSIA SU/ LA DIVISIBILITA’ DEL PUNTO/ MATEMATICO/DEL/ P.F. ONORIO COLELLI MIN. CONV./ Maestro delle Arti e Dottore in S. Teolo/ gia, Professore di Fisica, e Matematica nel- / l’insigne Seminario di Matera, sotto gli auspicj di S.E. Monsignor Cattaneo Arcivescovo/ di Matera, de’ Marchesi di Montescaglioso ec./ DIRETTA AL SIGNOR/ D. LUCA CAGNAZZI/ Archidiacono della Real Chiesa Cattedrale di Altamura; P.P. di Fisica, e Matematica, e / Moderatore nella Reale Università degli Studi-/ della medesima; Socio di varie Accademie/ Con una lettera dello stesso/ In Lecce 1804. Presso Vincenzo Marino/ Con le opportune facoltà./

cm 17,5 x 11,5, pp. 28.

Note: Edizione dell’unica e rarissima opera scritta da Onorio Colelli, matematico e frate dei pp. Minori conventuali nativo di Veglie che il Dizionario degli uomini illustri di Terra d’Otranto erroneamente riporta con il nome di Onofrio (sec. XVIII – XIX). Dalle poche informazioni in esso riportate sappiamo che “A soli 21 anni vinse un concorso a Bitonto e ottenne la patente di Reggente in filosofia, diritto di natura e teologia dogmatica, in cui più tardi si laureò. L’arcivescovo di Matera, Cattaneo, lo volle come professore di fisica, chimica e matematica. A Matera prese parte ad una questione sorta in quel periodo sulla divisibilità del punto matematico, su cui scrisse anche un’opera, per la quale ebbe molte mortificazioni e dispiaceri. L’opera gli costò il giudizio dell’Università di Pavia, che tuttavia, riunita in consesso decise favorevolmente per il Colelli. Presenti sul frontespizio i tre caratteristici ovali del Marino con inciso all’interno lo stesso profilo femminile.

 

FILIPPO BRIGANTI

ATTI DI PIETA’ / DELL’AVVOCATO/ SIG. FILIPPO BRIGANTI/ DI GALLIPOLI / Scritti per proprio uso, e/ fatti stampare dopo la di/ lui morte dal Cavaliere/ BONAVENTURA LUIGI/ BALSAMO/ sempre ammiratore delle/ virtù di quello./ IN LECCE 1814./ DA’ TORCHI DI VINCENZO MARINO/ Con le opportune facoltà./

cm 15 x 10,5, pp. 94.

Note: Edizione molto rara e ben curata con rilegatura in cuoio uscita dai torchi di Vincenzo Marino di questa operetta di Filippo Briganti illustre giureconsulto, economista e letterato di Gallipoli, (autore di opere molto importanti come Esame analitico del sistema legale, Napoli, 1777, ed Esame Economico del sistema civile, Napoli, 1780, e fatta stampare dal cavaliere Bonaventura Luigi Balsamo suo ammiratore. “Atti di pietà” scritti nella vecchiaia, testimoniano la fede e le alte doti di filosofo cristiano di Filippo Briganti e sono la preparatoria alla “confessione, alla comunione e alla Visita sul Santissimo Sacramento dell’Altare”. Interessanti sono i due sonetti posti rispettivamente in apertura dal titolo “Dedica a Dio” e in chiusura dal titolo “Al glorioso martire S. Sebastiano protettore della città di Gallipoli”.

 

 

PASQUALE CECERE

SVILUPPO/ TEORICO – PRATICO/ DEL TIFO PESTILENZIALE,/ Relativo all’Epidemia avvenuta nell’Anno/ 1812 nel Carcere Centrale della/ Provincia di Terra d’Otranto./ OPERA/ DEL DOTTOR FISICO/ PASQUALE CECERE/ DI LECCE./ DIVISA IN DUE VOLUMI./ VOLUME PRIMO/ VOLUME SECONDO/ Libera per vacuum posui vestigia princeps:/ Non aliena meo pressi pede…/ Horat. Flacc. 2. 1. Ep. XIX/ IN LECCE 1814./ NELLA TIPOGRAFIA DI VINCENZO MARINO/ Con le opportune facoltà./

cm 20 x 12,5, pp. 197 (195+2 di Indice) (I Volume), pp. 187 (186+1 di indice) (II Volume).

Note: I due volumi sono legati insieme da una pregevole rilegatura marmorizzata con motivi floreali e titolo in oro su tutto il dorso in cuoio. Il II volume si chiude a pag. 186, prima dell’indice, con la caratteristica marca tipografica del Marino, ovvero tre piccoli medaglioni ovali con viso femminile di profilo distanziati tra loro. A pag. 1: Supplica di “Vincenzo Marino pubblico stampatore” datata 18.03.1814 per ottenere il permesso di “dare alla luce con la stampa un’Opera Medica del Dr. Fisico Signor Pasquale Cecere dell’istessa Città”; A pag. 2: L’INTENDENTE/ DI TERRA D’OTRANTO/ Al Signor Tommaso Mieli Professore/ di medicina in Carmiano (Carmiano 2 Maggio 1814)”; A pag. 3; AL SIGNOR INTENDENTE DELLA / PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ IL DOTTOR FISICO/ TOMMASO MARIA MIELI/; A pag. 7: “Si stampi, ma non si pubblichi[… ]/ D. ACCLAVIO” (richiesta di rimessa di due esemplari terminata la stampa); A pag. 8: “Burò Centrale/ N. 406/ Lecce 7 Dicembre 1814/ L’INTENDENTE/ DI TERRA D’OTRANTO/ Al Signor Vincenzo Marino (Permesso di pubblicazione). Pasquale Cecere, medico nato a Lecce dove svolse la sua professione dopo essersi laureato a Napoli, fu molto amico del Duca Sigismondo Castromediano. Dopo la caduta della Repubblica Napoletana del 1799 venne arrestato perché massone e passò due anni e due mesi in carcere. Tenuto in alta considerazione dopo la cacciata dei Borboni fu nominato medico delle prigioni dell’Ospedale Civile e Militare di Lecce. L’opera di Pasquale Cecere è tra quelle citate da Antonio De Meo nella sua ricerca su La stampa e la diffusione del libro a Lecce e dintorni dal Cinquecento alla metà dell’Ottocento (“Vincenzo Marino e i suoi quattro testamenti”).

 

 

REGGIMENTI PROVVISORII

MANIFESTO./ SUA MAESTA’ ha veduto con estremo ramma-/rico che fra gli individui dello sbandato esercito,/ quei che appartenevansi ai Reggimenti Provvisorii,/ indi 4.to leggiero, 9.no e 10.mo di Linea ben lun-/gi di ritornare sotto le Reali bandiere, sieno i più/ ostinati ai replicati Sovrani ordini dati all’oggetto,/ ed unicamente dediti ad agitare la tranquillità in-/terna dello Stato./…/(In fine)…/ In Napoli, nella Stamperia del Giornale delle Due Sicilie,/ E di nuovo in Lecce da’ Torchj di Vincenzo Marino./s.a.

fol. cm 29 x 20,5.

Note: Foglio a stampa privo dell’anno di realizzazione con cui si ammoniscono i soldati appartenenti ai Reggimenti Provvisori 4.to Leggiero, 9.no e 10.mo di Linea a ritornare sotto le bandiere reali entro 20 giorni per non essere “tradotti innanzi a’ Tribunali competenti per esservi giudicati de’ loro passati delitti, o misfatti che andranno a rivivere e de’ nuovi se ne avranno commessi. Pur non comparendo, la data comunque va individuata tra il 1815 e il 1816, anni in cui il Giornale delle Due Sicilie fu stampato a Napoli. Dal MANIFESTO si evince che il Marino non agisce più con la collaborazione dei fratelli Giuseppe e Oronzo, sodalizio questo che viene meno già alla fine del Settecento mentre la dicitura “da’ Torchj di Vincenzo Marino” è quella usata anche un anno prima, nel 1814, per la stampa dell’opera Atti di Pietà di Filippo Briganti.

 

BONAVENTURA LUIGI BALSAMO

PER/ LO SIGNOR CAVALIERE/ D. BONAVENTURA/ LUIGI BALSAMO/ CONTRO/ IL SIGNOR CONSIGLIERE D’INTENDENZA/ DI NAPOLI/ D. VITO VALENTINO/ IN LECCE 1817/ NELLA TIPOGRAFIA DI VINCENZO MARINO/ Con le dovute facoltà./

cm 27 x 18,5, pp. 31.

Note:Le volontà dei defunti devono osservarsi, ed eseguirsi”. Interessante allegazione giuridica in cui “D. Bonaventura Balsamo Cavaliere dotato di onestà, e saviezza somma ripugna di restituire a D. Vito Valentino, e D. Luca Zacheo le due terze parti delli beni ereditarj di D. Nicola Doxi Stracca”, marito di D. Francesca Storti istituita erede con l’obbligo di restituire dopo la sua morte “l’eredità alle di lui sorelle e nipote che fidecommissariamente aveva a lei sostituite”. In tale disputa legale intervenne anche “il dottissimo Giudice della Regia corte di Gallipoli D. Filippo Briganti” con un suo “Preambolo”.

 

LUIGI RICCIO

IL DIALOGO/ DI/ MINUZIO FELICE/ INTITOLATO/ OTTAVIO/ O SIA/ DELLA VERITÀ DELLA RELIGIONE/ CRISTIANA./ Tradotto in Italiano, ed illustrato/ con moltissime note/ DAL DOTTOR LUIGI RICCIO/ AVVOCATO DI GALLIPOLI. / DEDICATO/ ALL’ILLUSTRIS.mo, E REVERENDIS.mo SIGNORE/ D. GIUSEPPE M.a GIOVENE/ DOTTORE DELL’UNA, E L’ALTRA LEGGE, CANONICO/ ARCIPRETE DELLA CATTEDRALE DI MOLFETTA, VICA-/RIO DEL REAL ORDINE DELLE DUE SI-/CILIE, UNO DE’ XL. DELLA/ SOCIETÀ ITALIANA DEL-/LE SCIENZE, E SOCIO DI VARIE ACCADEMIE D’ITALIA./ IN LECCE 1817./ NELLA TIPOGRAFIA DI VINCENZO MARINO/ Con le opportune facoltà./

cm 20 x 14,5, pp. 186.

Note: Pagina bianca non numerata prima del frontespizio e alla fine dopo l’indice. Copertina in pergamena coeva. Grazie alle ricerche d’archivio condotte da O. Cataldini (1977), A. Laporta (1996) e più recentemente, da D. Palma, sappiamo alla luce di nuovi documenti che L. Riccio “storico, patriota, governatore e diplomatico”, nacque a Castiglione il 28 giugno 1752 (piccolo borgo dove la famiglia esponente da due generazioni dell’aristocrazia gallipolina si era stabilita). A Napoli studiò legge laureandosi in Utroque Jure nel 1773 e poi abilitandosi in magistratura nel 1782. Dopo il compimento degli studi ed il matrimonio con Crescenza De Luca, Luigi Riccio visse soprattutto a Gallipoli dove fu anche governatore e dove nacquero le sue tre figlie (la terzogenita Agata Francesca ebbe come padrino Filippo Briganti), Nel corso della sua esistenza fu anche deputato eletto di Castiglione e di Andrano. Fu uomo non solo di lettere ma anche liberale e avendo in un certo modo partecipato ai fatti politici del 1799 soffrì la prigione e l’esilio. Dopo aver dato alle stampe la traduzione dell’Ottavio nel 1817 la morte lo colse qualche anno dopo il 26 gennaio 1821 a Castiglione lasciando inedita e pronta per la stampa la sua opera più importante ovvero la Desrizione Istorica della città di Gallipoli.

 

SUPREMO COMANDO DI GUERRA

CIRCOLARE/ Che contiene delle Istruzioni suppletorie/ al Regolamento delle Milizie/ de’ 21 Marzo 1818./ Il Capitan Generale Comandante in capo / firmato, NUGENT/ In LECCE DA VINCENZO MARINO 1818./

cm 25 x 19,5, pp. 15.

Note: Circolare del Supremo Comando di Guerra che emana in dettaglio le istruzioni in applicazione del Regolamento delle milizie del 21 Marzo 1818. Le istruzioni sono contenute in 28 articoli firmati dal capitano Generale Comandante in capo Nugent e datate 1 Agosto 1818 (data d’impressione dell’edizione). Nell’elenco delle “compagnie mobili” di cui all’art. XI figura anche un reggimento a Otranto con i distretti di Lecce, Taranto, Brindisi, Gallipoli. La “Forza” compresi gli ufficiali risulta a Lecce di 150 “individui, a Taranto di 130, a Brindisi di 110, a Gallipoli di 90.

 

JOANNIS NEPOMUCENI

Die XVI. Maii/ IN FESTO/ S. JOANNIS/NEPOMUCENI/ PRESBYTERI et MARTYRIS/DUPLEX/ in tota Dioecesi Lyciensi ex concessione/ S.R.C. die 21 Junii 1826, ad instar con-/ cessionis factae Clero Regni Bohemiae sub/ die 13 aprilis 1741./ Lycii 1826, Typis Vincentii Marino./

cm 16 x 11, pp. 24.

Note: Legato ad altro esemplare, scadente sia nella stampa che nella rilegatura, dei “SANCTORUM/OFFICIA” stampati da Agianese nel 1815, con diversi “Officia” di altre commemorazioni religiose (S. Leonardo, Apostoli Pietro Paolo, B. Maria Vergine, ecc.)

 

BERARDINO MORELLI

LEZIONI ELEMENTARI/ DI/ GEOMETRIA/ E / TRIGONOMETRIA/ DI / BERARDINO MORELLI/ DI LECCE/Nobile Patrizio, Professore di Matematica/ nelle Regie Scuole della stessa Città/ DIVISE IN DUE TOMI/ SECONDA EDIZIONE / TOMO PRIMO/ che contiene la dottrina delle / PROPORZIONI, E LA LONGIMETRlA/1827,/SI VENDONO IN LECCE/ Dal Tipografo Vincenzo Marino/ Con le dovute facoltà./

  1. 21 x 14, pp. 55-192.

Note: Seconda edizione dell’opera del Morelli in due tomi distinti con frontespizio autonomo e senza le tavole come il precedente. Legatura con carta marmorizzata e dorso in pelle e misure tipografiche leggermente più grandi. Questo tomo comprende: a pag. 3 Prefazione; da pag. 4 a pag. 55 Dottrina generale delle Ragioni e Proporzioni; con nuova numerazione da pag. 3 a pag. 10 Geometria, da pag. 11 a pag. 191 Parte prima o sia Longimetria; a pag. 192 Indice.

 

BERARDINO MORELLI

LEZIONI ELEMENTARI/ DI/ GEOMETRIA/ E/ TRIGONOMETRIA/ DI/ BERARDINO MORELLI/ DI LECCE/ Nobile Patrizio, e Professore di Matematica/ nelle Regie Scuole della stessa Città/ DIVISE IN DUE TOMI/ SECONDA EDIZIONE/ TOMO SECONDO/ che contiene la dottrina delle SUPERFICIE, e de’ SO-/LIDI, OSSIA la PLANIMETRIA, e STEREOMETRIA, ed/ ancora gli elementi della TRIGONOMETRIA PIANA,/ O RETTILINEA, con una breve appendice su la/ natura ed uso de’ LOGARITMI./ 1827. SI VENDONO IN LECCE/ Dal Tipografo VINCENZO MARINO./ Con le dovute facoltà./

cm 21 x 14, pp. 81+84+77.

Note: Il secondo tomo comprende tutti gli argomenti trattati nel 2 e 3 tomo della I edizione: da pag. 3 a pag. 81 Parte II O Sia Planimetria; con numerazione indipendente da pag. I a pag. 84 Parte III O Sia Stereometria; con altra numerazione indipendente da pag. I a pag. 51 Elementi della Trigonometria Piana o sia Rettilinea; da pag. 52 a pag. 74 Appendice sulla natura ed uso de’ Logaritmi; da pag. 75 a pag. 77 Indice (pag. 78 bianca non numerata).

 

CARLO BOZZI

I PRIMI MARTIRI/ DI LECCE/ GIUSTO, ORONZIO, E FORTUNATO/ STORIA SCRITTA NEL 1672/ DAL SIGNOR CARLO BOZZI/ PATRIZIO LECCESE/ DIVISA IN CINQUE LIBRI/ DEDICATA A SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA/ M.R NICOLA CAPUTO/ DE’ MARCHESI DI CERVETO VESCOVO DI LECCE./ NAPOLI 1835. Si trova in Lecce presso gli eredi di Vincenzo Marino./

cm 19,5 x 12,5, pp. 147.

Note: Edizione molto raffinata, in una pregevole legatura di colore azzurrino, dell’opera di Carlo Bozzi. I primi martiri di Lecce, Giusto, Orontio e Fortunato uscita dai torchi di Pietro Micheli a Lecce nel 1672. Su entrambe le sue facciate e su tutti i suoi lati è presente una cornice tipografica modulare in oro che racchiude al centro la seguente dedica impressa con caratteri in maiuscolo sempre in oro: “L’UMILE SERVITORE/FRANCESCO CAMPOBASSO/ OFFRE/ALLA E. V./ Prima del frontespizio bella antiporta raffigurante S. Oronzo con sullo sfondo l’immagine della città di Lecce in una incisione del napoletano Raffaele D’Angelo come si legge fuori campo in basso a destra (manca però il nome del disegnatore). Il napoletano D’Angelo lavorò molto in tandem con il romano Luigi Agricola. Al frontespizio incisione anche dello stemma episcopale del Vescovo Nicola Caputo dei Marchesi di Cerveto. Dietro il frontespizio: “PE’ TIPI DI SAVERIO GIORDANO”. Alla pagina successiva non numerata dedica a Monsignor D. Nicola Caputo: “A SUA.ECCELLENZA. REVERENDISSIMA/ MONSIGNOR/ D. NICOLA. CAPUTO / DE’. MARCHESI. DI. CERVETO/ DEGNISSIMO. SUCCESSORE/ ED. EMULATORE. VERO. DELLE. VIRTU’/ DEL. PRIMO. CRISTIANO/ DEL. PRIMO. VESCOVO/ DEL. PRIMO. MARTIRE/ DELLA. GIAPIGGIA/ S.ORONZIO/ QUESTA. RISTAMPA/ L’EDITORE/ DONA. OFFRE. E. CONSACRA/ Segue facciata bianca. L’incisione del D’Angelo, nella sua composizione, sembra articolata allo stesso modo di uno dei ricami su S. Oronzo di Marianna Elmo, figlia di Serafino Elmo, artista leccese del XVIII secolo celebre per la sua maestria nell’utilizzo della tecnica dei «ricami a fili incollati» (broderie à fils collés), un’arte di seta ed argento che, nata proprio nel capoluogo salentino, ha raggiunto il suo splendore in Italia ed Europa.

 

FRANCESCO BERNARDINO CICALA

OPERE/ DI/ FRANCESCO BERNARDINO CICALA/ TOMO I/ IN LECCE/ Presso i Fratelli Agianese/ MDCCCXIV

cm 20,5 x 14,5, pp. XXV – 160.

Note: Esemplare ricopertinato con legatura in carta marmorizzata, con dorso in pelle, tasselli fregi e titolo in oro. Semplici frontespizi autonomi e che si differenziano solo per le citazioni di autori latini inserite sotto il titolo e il nome dell’autore. Le “Opere” del drammaturgo Cicala, “Arcade Salentino” di cui Pietro Marti tracciò il profilo biobibliografico, probabilmente sono state la prima opera uscita dai torchi dei fratelli Agianese come dichiarano essi stessi nell’introduzione al primo volume, quando affermano testualmente “diamo fuori per primo saggio di questa nostra tipografia la collezione presente. Scrive Pietro Marti che il Cicala nacque in Lecce nel 1765 dal barone Giovanni Girolamo e morì a Lecce nel 1816 “dopo un’esistenza votata al culto della virtù e dello studio”. Dotato di un grande talento poetico (la prima prova del suo talento la diede a vent’anni con la tragedia Gli Arsacidi nel 1786) scrisse infaticabilmente per oltre 15 anni ed il suo nome divenne popolare anche oltre i confini della provincia, tanto che venne accolto fra gli Arcadi di Roma, col nome di Melindo Alitreo e fece parte dell’Accademia degli Speculatori di Lecce, di quelle del Buon Gusto e dei Pastori Imerei di Palermo, della Pontaniana e della Reale di Napoli. A seguito degli avvenimenti politici del 1799 la sua casa fu invasa e saccheggiata vandalicamente e molti suoi manoscritti andarono dispersi o distrutti. Secondo il Marti, del resto delle sue opere i “Fratelli Agianese ne fecero nel 1814 una ristampa completa divisa in 5 volumi. A tutt’oggi però sono solo due i volumi “esistenti” bibliografati. Il primo volume comprende: pp. III-XI “Agli Amici suoi Francesco Bernardino Cicala”; pp. XII-XXII “Annotazioni degli editori” seguite dalla recensione bio-bibliografica sul Cicala di Pietro Napoli Signorelli apparsa nella Storia Critica de’ teatri antichi e moderni del 1813; pp. I-37 “Il sistema del mondo”, poema in verso sciolto con note astronomiche; pp. 123-152 “Sonetti Istorici” (in tutto 28 sulla storia romana e uno sulla storia greca ripudiato dall’autore stesso). Chiude il I volume da p. 155 a p. 160 la “Lista di coloro che han favorito sottoscrivere a tutto luglio”, ovvero un interessante elenco di illustri acquirenti del libro di Lecce e provincia tra cui spicca il nome di Liborio Romano con 20 esemplari nonché quello per una copia di Pietro Napoli Signorelli.

 

FRANCESCO BERNARDINO CICALA

OPERE/ DI/ FRANCESCO BERNARDINO CICALA/ Cum relego, scripsisse pudet: quia plurima cerno,/ Me quoque fecit judice, digna lini./ Ovid. de Pont: Liber: I/ TOMO II./ IN LECCE/ Presso i Fratelli Agianese/ MDCCCXIV./

cm 20 x 13, pp. 175 (ultima bianca).

Note: Il secondo Volume comprende: pp. I-80, Collezione di varie liriche, sonetti e odi; pp. 81-161 “Ermione” tragedia rappresentata la I volta il 10 ottobre del 1797; pp. 162-163 “A chi ha letto/L’Autore” (164 bianca); pp. 165-171 “Per la solenne inaugurazione della Società Agraria di Terra d’Otranto” (Versi sciolti); pp. 172-174 “Orazio a Mecenate”.

 

 

SANCTORUM OFFICIA

SANCTORUM/ OFFICIA/ EX CONCESSIONE S. R. C./ IN CIVITATE, AC DIOECESI LYCIENSI/ QUOTANNIS RECITANDA;/ Queis accedunt suffragia SS. tum ex rubricis/ generalibus, quum ex immemorabili/ consuetudine in eadem Catthedrali Ecclesia/ recitari solita./ LYCII A. D. MDCCCXV/ Ex Typographia Fratrum Agianese/ Superiorum permissu./

cm 19,5 x 12,5, pp. 252 + 2 di Indice (non numerate).

Note: Dorso con tasselli, titolo e fregi in oro. Piatti marmorizzati. Bell’esemplare con una pregiata rilegatura in piena pergamena dell’epoca e in ottima conservazione. Legato (formando un unico volume e con altra numerazione) con DIE XXVI AUGUSTI/IN FESTO SS. MARTYRUM/ ORONTII.FORTUNATI ET JUSTI/ PATRONORUM AEQUE PRINCIPALIUM LYCIEN/ (da pag. 1 a pag. 22) e con DIE XX. FEBRUARII/ OFFICIUM/ PATROCINII/ S. ORONTII/ EP. ET M. PATRONI PRINCIPALIS/ CIVITATIS, ET DIOECESIS LYCIEN/ (da pag. 23 a pag. 52)

 

IN FESTO SS. MARTYRUM

DIE XXVI. AUGUSTI/ IN FESTO SS. MARTYRUM/ ORONTII, FORTUNATI, ET JUSTI/ PATRONORUM AEQUE PRINCIPALIUM LYCIEN/ DUPLEX I. CLASSIS cum Octava/ Ad Vesperas/ Superiorum Permissu./ Lycii apud Fratres Agianese 1815./

cm 19,5 x 12,5 pp. 52.

Note: Legato, in un unico volume, con SANCTORUM/ OFFICIA/ EX CONCESSIONE S.R.C./ IN CIVITATE, AC DIOECESI LYCIENSI/ QUOTANNIS RECITANDA;/. A pag. 23: “DIE XX. FEBRUARII/ OFFICIUM/ PATROCINII/ S. ORONTII EP. ET M. PATRONI PRINCIPALIS/ CIVITATIS, ET DIOECESIS: LYCIEN,/.” Apag. 52: Superiorum Permissu./Lycii apud Fratres Agianese 1815.

 

VITO MARIO STAMPACCHIA

ESAME/ SULLA NATURA DELLE/ FEBBRI INTERMITTENTI/ CURATE COL TARTARO STIBIATO ED/ OPPIO./ RIFLESSIONI/ SULLA FORZA COMBINATA DI QUESTO RIMEDIO./ IDEE/ SUL CONTRO – STIMOLO, E SULLA IPERSTENIA/ DI/ VITO MARIO STAMPACCHIA./ LECCE 1824./ Nella Tipografia di Agianese./

cm 19 x 13, pp. 43.

Note: Fra gli uomini illustri di Terra d’Otranto censiti nel Dizionario Biografico, Vito Mario Stampacchia è riportato come medico nativo di Lequile. Per le sue convinzioni politiche fu messo in carcere all’età di 70 anni e morì a Lecce il 3 agosto del 1875. Il figlio Gioacchino, secondo quanto scrive Amilcare Foscarini in Lequile. Pagine sparse di storia cittadina, fu anche lui un valoroso dottore in medicina e medico onorario di Casa Reale nonché affiliato alla Giovane Italia. Pubblicò, rispetto al padre autore solo di queste Riflessioni sulle febbri intermittenti, “apprezzatissimi Libri di medicina” (il Foscarini li elenca, assai numerosi, nel suo Catalogo Bibliografico degli Scrittori Salentini) lasciando anche manoscritto un Vocabolario etimologico del dialetto leccese. L’edizione è rilegata con una semplice copertina in carta pergamenata.

 

IN FUNERE FERDINANDI I

IN FUNERE/ FERDINANDI I/ UTRIUSQUE SICILIAE REGIS / CELEBRATO/ AB EXCELLENTISSIMO ET REVERENDISSIMO DOMINO/ D. NICOLAO CAPUTO/ EPISC. LYCIENSI/ IN SUA CATHEDRALI ECCLESIA/ XVI. Kalend. Febr. MDCCCXXV./ INSCRIPTIONES/ TEMPLI FORIBUS, et temporario tumulo affixae / EXARATE/ a Rndo D. PETRO PANARESE Human. Litter. Precaept. In Sem. Aletino,/ et jussu ejusdem Antist. typis editae./ In Lecce Nella Tipografia di Agianese 1825.

cm 24,5 x 20,5, pp. 4 (non numerate).

Note: Edizione in due fogli non numerati e con semplice rilegatura priva dell’anno di stampa che comunque si deduce dalla data di celebrazione nella cattedrale di Lecce del funerale di Ferdinando I inserita all’inizio (16 febbraio 1825). Le iscrizioni sono riportate e così differenziate su quattro facciate: I) Supra templi portam primariam extrinsecus; II) Supra alteram portam. Templi extrinsecus; III) Supra tertiam Templi portam extrinsecus; IV) In dextera parte temporarii tumuli; V) Ex adverso precedentis; VI) In fronte temporarii tumuli, qua parte altare majus sceptabat. Sull’autore Pietro Panarese indicato come “Precettore di lettere umane” nel Seminario di Lecce sono riuscito a reperire alcune brevi notizie tratte dalla Corografia fisica, storica della Provincia di Terra d’Otranto di Giacomo Arditi. Nato a Torre S. Susanna fu “cantore nella chiesa patria, egregio professore di belle lettere nel seminario di Oria, e poi in quelli di Otranto e di Lecce. Finiti gli anni nel dicembre del 1863 rimasero inediti molti suoi componimenti poetici latini ed italiani”. Va detto anche che Torre S. Susanna oltre ad aver dato i natali a Pietro Panarese, ha avuto soprattutto un ruolo decisivo nella storia della stampa leccese. N. Bernardini nel suo saggio su l’Introduzione della stampa a Lecce scritto nel 1912 e in polemica con il Petraglione, individuò e segnalò nel suo scritto infatti l’esistenza (“vera e reale del cimelio”), nella libreria privata “di un appassionato cultore e collettore di cose patrie, il signor Giuseppe Sanasi-Conti di Torre Santa Susanna”, dell’unico esemplare del primo libro stampato dal Borgognone Pietro Micheli (prima ancora del Tancredi di Ascanio Grandi) ovvero i Carmina d Filippo Formoso, dedicati al signore di Torre S. Susanna Antonio Albricci Farnese (qualche anno prima infatti il Foscarini ne aveva fatto solo menzione ma senza indicare il nome del tipografo e il sesto della stampa nel suo Saggio di un Catalogo Bibliografico degli Scrittorii Salentini). L’operetta di Filippo Formoso, unico esemplare ancora oggi tutt’ora esistente, fu infatti recuperata e assicurata alla biblioteca Universitaria di Lecce.

 

MONISTERO DI S. CHIARA

PER/ LO MONISTERO DI S. CHIARA/ DI FRANCAVILLA/ Contro/ I Signori Principi/ D. LUIGI E D. FRANCESCO/ e CONTE/ D. ANTONIO DENTICE/ Nel Tribunale Civile di Lecce/ LECCE/ Dalla Tipografia Agianese/ 1841./

cm 25,5 x 19,5, pp. 23.

Note: Allegazione Giuridica in cui “con Atto del 18 di Dicembre nell’anno 1838, baccano di citazioni, fratelli D. Luigi, D. Francesco, e D. Antonio Dentice chiedevano al Regio Giudice di Francavilla la condanna del Monistero di S. Chiara di quel comune” per il mancato pagamento di diversi anni dei canoni sulle Masserie “Li Cotogni” e “Li Grattili. Copertina in fragile carta marmorizzata.

 

BONAVENTURA FORLEO – PASQUALE SANTOVITO

SOLENNI ESEQUIE/ DI FILIPPO RONDINELLI/ Presidente del Tribunale Civile/ DI TERRA D’OTRANTO / FATTE/ dall’Ordine degli Avvocati Leccesi/ nella Chiesa di S. ANGELO in Lecce / il dì 4 Maggio 1846./ In Lecce/ CON SUPERIORE PERMESSO./

cm 19,5 x 15, pp. 23.

Note: La semplice copertina funge da frontespizio su cui è presente anche una piccola xilografia simbolica. Edizione priva dell’indicazione dello stampatore e anche dell’anno di stampa. Quest’ultima si deduce dalla data di celebrazione delle “solenni esequie” (4 maggio 1846). L’edizione del libretto, priva di pregio artistico, riteniamo possa attribuirsi alla tipografia Agianese sia per l’anno di stampa (1846) e sia per alcuni elementi tecnici, quali i caratteri tipografici usati (specialmente quelli nelle due iscrizioni funerarie riportate), i margini, la carta e la cornicetta posta in alto alla pagina 3. “Elogio funebre, scritto e recitato dall’avvocato Bonaventura Forleo ed “Elogio alla memoria, l’ultimo vate” scritto e recitato dall’avvocato Pasquale Santovito, per Filippo Rondinelli Presidente dal 1844 del Tribunale Civile di Terra d’Otranto, “filosofo, magistrato integerrimo, giureconsulto prestantissimo e Oratore”. Era nato in Montalbano della Lucania. All’età di 20 anni fu mandato in Napoli dallo zio e affidato alla guida del “Gran Nicolini”. “Ai giovani studiosi dell’amato loco natale lasciò la sua Biblioteca ricca di pressochè quattromila volumi, due cattedre instituendo, una di Dritto (sic) e l’altra di Matematiche e della lingua Italiana. Successivamente Gianbattista De Tommasi, Giudice della Gran Corte Criminale, pubblicò a Napoli sempre nel 1846, le sue “Iscrizioni” sul Rondinelli.

 

SOCIETA’ ECONOMICA DI TERRA D’OTRANTO

GIORNALE/ DI/ ECONOMIA RURALE/ PUBBLICATO/ DALLA/ SOCIETA’ ECONOMICA/ DI/ TERRA D’OTRANTO / IN LECCE/ Da’ Tipi di Agianese aa. 1840, 1841, 1842, 1843, 1844/ IN LECCE/ Dalla Tipografia Agianese aa. 1845, 1846./

Note: Raccolta in 10 volumi, completa e rarissima, dei fascicoli del primo giornale stampato in Terra d’Otranto (dopo quello dell’Intendenza nato nel 1808 per merito del Cavaliere Pietro De Sterlich Intendente della Provincia di Terra d’Otranto) censito e descritto da N. Bernardini nella sua opera Giornali e Giornalisti Leccesi (Editori Luigi Lazzaretti e figli) stampato a Lecce nel 1886. Il primo fascicolo di questa pubblicazione venne alla luce verso l’aprile del 1840 per merito della Società Economica di Terra d’Otranto di cui era segretario perpetuo Gaetano Stella e della quale facevano parte i più ricchi ed intelligenti gentiluomini del paese col fermo proposito di migliorare in tutti i modi le condizioni economiche di questa Provincia. Come si legge nel “Preliminare” del socio ordinario Francesco Saverio Lala e come riportato dal Bernardini, il giornale oltre a contenere gli atti della Società Economica di Terra d’Otranto “si occupava di agricoltura, pastorizia, architettura rustica, economia animale e vegetale, salute delle piante ecc. Ogni fascicolo si componeva da 32 a 40 pagine in folio (cm 25×19), a due colonne, con numerazione continua, e di questi fascicoli se ne pubblicavano tre ogni anno. Vi scrivevano Gaetano Stella, Giacinto Personè, Martino Marinosci di Martina, Pasquale Greco, Raffaele Danese, Scipione Martirano, Francesco Gera, Luigi Cosma, Giovanni De Metrio, Vincenzo Balsamo, Salvatore Nahi. Molti articoli del prof. Cua, erano riprodotti dal giornale napoletano Il Lucifero. Il Giornale di Economia Rurale era stampato, e per vero, con poca venustà di forma e di tipi, nella tipografia Agianese, fondata circa il 1814 dal Canonico Lorenzo Agianese, da suo fratello Giuseppe e da Oronzo Gabriele Costa. Nel 1843 la parte tipografica di questa pubblicazione cominciò a migliorarsi. L’ultima annata stampatasi nella tipografia Agianese fu nel 1846”. Nel 1847 il giornale passò infatti a stamparsi “Dai Torchi di Francesco Del Vecchio Tipografo dell’Intendenza”. Nel 1854 e fino al 1856, la stampa del giornale fu invece continuata col titolo Giornale di Economia Rurale e Atti della Reale Società Economica di Terra d’Otranto (“e modificandosi anche alquanto nel formato”) dalla “Tipografia dell’Ospizio Provinciale S. Ferdinando nel Palazzo dell’Intendenza. Marche tipografiche differenti caratterizzano i frontespizi dei singoli volumi secondo l’anno di stampa, in cui i fascicoli sono legati insieme con le seguenti pagine complessive: vol. I pag. 115, Vol. II pag. l18, Vol. III pag. 107, Vol. IV pag. 65, Vol. V pag. 111, Vol. VI pag. 133, Vol. VII pag. 129, Vol. VIII pag. 127, Vol. IX pag. 105, Vol. X pag. 104.

 

IL CITTADINO DI PALERMO

AVVERTIMENTO DELLA SICILIA/ DAL GIORNALE PALERMITANO/ IL CITTADINO/ In cui saranno descritti tutti i più/ importanti della rigenerazione, le/ determinazioni della rappresen-/ tanza del popolo, e saranno trat-/ tate tutte le quistioni politiche/ sul regime Governativo che do/ vrà regolare la Sicilia./ Palermo 25 Gennaio 1848/ LECCE/ Dalla Tipografia Agianese (Frontespizio).

cm 22 x 13,5 pp. 22.

Note: Sulla semplice copertina di colore marrone cartonata (con caduta in alto e in uno dei lati), all’interno di una cornice tipografica a moduli rettangolare vi è impressa anche la seguente iscrizione: AVVENIMENTI DELLA SICILIA, IL CITTADINO/ DI PALERMO/ DAL GIORNO 12 in poi/ LECCE/ Dalla Tipografia Agianese/ 1848. Preziosa e sconosciuta edizione della tipografia Agianese sugli avvenimenti, descritti minuziosamente e accaduti in Sicilia in quel fatidico anno 1848, allorquando il popolo di Palermo giorno 12 gennaio “insorse sostenendo coraggiosamente per otto giorni le cause della Patria Comune. Gli avvenimenti sono descritti attraverso la “Trascrizione di tutti gli atti che si sono pubblicati del comitato direttorio”: “…La rivolta è scoppiata, e il popolo la sostiene con entusiasmo e con fermezza, è vero che ancora non si è compita interamente, ma il trionfo del popolo è oggi divenuta certezza”.

 

 

APPENDICE

 

Edizioni sconosciute da un Repertorio Bibliografico

Ritengo utile aggiungere in questa sede, alle 30 edizioni complessive schedate e provenienti dalla biblioteca privata di un amico bibliofilo, il seguente elenco di ulteriori edizioni ricavato dal Catalogo Bibliografico degli Scrittori Salentini di Amilcare Foscarini che, come dichiara egli stesso, “non narra la vita di alcuno scrittore, ma ne nota soltanto gli scritti di qualsiasi entità, messi a stampa. La necessità di consultare approfonditamente questo autore che tratta degli Scrittori Salentini (testo assai raro e forse non tanto considerato pur essendo unico e prezioso nel suo genere), ha reso particolarmente fortunata questa ricerca poiché ne è conseguita l’individuazione di ben altre 20 sconosciute edizioni, di cui 12 (oltre alle “Lezioni elementari” del Morelli e all’opera di Pasquale Cecere sull’epidemia di Tifo pestilenziale) appartenenti alla tipografia Marino e ai torchi della tipografia Agianese. Da esse emergono soprattutto importanti e nuovi elementi sul periodo e sui protagonisti della loro attività tipografica oltre che sulla stessa produzione editoriale (opere ed autori).

 

1)    Luigi Cantoro, Memoria per i coniugi Signori Luigi Cantaro e Luisa Gentile c. Raffaele De Matteis, Lecce 1862, Eredi Marino. In 8, pp. 107

2)    Antonio Franza, Serie di fatti relativi alla vita di D. Giovanni Presta scritta da D. Lionardo Pranza Prevosto della Cattedrale di Gallipoli in segno di grata e sincera amicizia. In Lecce, nella pubblica Stamperia di Vincenzo Marino e fratelli, s. a., in 8.

3)    Enrico Licci, Memoria in difesa di D. Costantino Margilio e D. Serafina Mazzotta di Squinzano c. D. Giovanni Bonerba e D. Antonia Cleopazzo di Squinzano. Lecce. Tip. Eredi Marino 1859. In 8, pp. 62.

4)    Pasquale Manni, Della meteora apparsa la sera del 29 Novembre 1820. In Lecce, dai Torchi di Vincenzo Marino (s.a. e formato).

5)    Giosuè Manzi, Ragguaglio del faustissimo avvenimento del Re Ferdinando IV (D. G.) nella città di Lecce, et indi dell’Augustissima nostra Sovrana Maria Carolina d’Austria, et de R. Principe Ereditario delle due Sicilie; dei gran preparativi fatti per riceverli, attenzioni usategli da essa fedelissima città, e particolarità occorse, in tempo della loro dimora, col gradimento manifestato dalle MM. LL. per sovrana degnazione. In Lecce 1797, nella pubblica Stamperia di Vincenzo Marino e fratelli (s.a.e ind. del formato).

6)    Pasquale Marangio, Saggio storico della città di Lecce per Pasquale Marangio Sindaco della stessa. Lecce 1807 dai Torchi di Vincenzo Marino con le opportune facoltà, In 8, pp. 50.

7)    Mario Micheli, Analisi chimica e medico-pratica di un’acqua minerale sulfurea in Provincia di Lecce esposta da Mario Micheli, di unita ad alcune riflessioni sull’istoria naturale dell’istessa provincia e dedicata a S. E. R. D. Nicola Caputo dei Marchesi di Cerveto. Lecce, nella Tip. Di Vincenzo Marino, 1824, pp. 94.

8)    Oronzo Morelli, Divote novene da farsi in onore del Sacro Cuor di Maria Vergine Annunziata con in fine una Protesta amorosa e cordiale alla stessa Beatissima Vergine proposta dal Can. D. Oronzo Morelli di Lecce e dedicata alle religiosissime Vergini Badessa e Monache di S. Benedetto nel Real Monastero di S. Giovanni di Lecce. Lecce 1823, dai Torchi di Vincenzo Marino. In 8, pp. 20.

9)    Oronzo Morelli, Divote preghiere da farsi nella Undena del glorioso S. Oronzo protettore della città di Lecce, che si celebra appiè del suo Altare con l’esposizione del SS. Sagramento (sic) composte nel 1796 dal Canonico Morelli per ordine dell’Ecc.mo e Rev.mo M.r Vescovo di Lecce D. Salvatore Spinelli a fine di promuovere la sua divozione. Lecce 1840, presso gli Eredi di Vincenzo Marino. In 8, pp. 12.

10)  Diodato Rao, Memoria di un saggio chimico fatto su minerale creduto aurifero reperibile in territorio di Specchiapreti compilata dal Farmacista Diodato Rao da Miggiano. Lecce, pei Tipi Eredi Marino 1846 (senza ind. del formato).

11)  Megaspe Sicionio [G. B. De Tomasi], Per la venuta in Brindisi di Sua Real Maestà Ferdinando II Re del Regno delle due Sicilie. Omaggio rispettoso di Magaspe Sicionio Pastore Arcade. Lecce 1833, presso gli Eredi di Vincenzo Marino con le dovute facoltà. In 8, pp. 14.

12)  Gaetano Stella, Memoria sulla preferenza a darsi alla foglia del gelso delle Filippine per l’allevamento de’ bachi da seta nella Prov. Di Terra d’Otranto. Lecce 1839, presso gli eredi di Vincenzo Marino. In 4, pp. 12 non num.

13)  Luigi Cepolla, Illustrazione degli emblemi mito-istorici seguiti da alcuni motti indicanti le prime tre epoche eroiche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova Aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. C. Autore della formazione iconografica di tutta la storia antiquario-numismatica della Provincia Salentina, Lecce 1827, dalla Tip. Di Agianese. In 8, pag. 8.

14)  Oronzo Coppola, Stabat mater letteralmente tradotto in versi dal canonico D. Oronzo Coppola e dedicato all’Eccellentissime Signore D. Giuseppa Della Ratta e D. Francesca Saraceno in occasione della di loro professione religiosa tra le Signore D. D. Monache di S. Chiara di Lecce con infine due Sonetti dell’istesso Canonico per la medesima occasione. In Lecce, nella Stamperia di Agianese. Con approvazione. S. a. in 16, pp. 12.

15)  Paolo De Angelis, Istruzioni per la visita dello Stato Civile da eseguirsi dai Giudici di Circondarii nella fine di ogni quadrimestre a norma del Real Rescritto del 10 agosto 1846 nonché per quelle da effettuarsi dai medesimi Giudici negli uffizi dei Conciliatori e per quella da eseguirsi mensilmente nelle rispettive Cancellerie de’ medesimi a norma degli art. 920 e 921 del Regolamento per la disciplina delle Autorità giudiziarie del 15 Novembre 1828 coi corrispondenti modelli e tutte le disposizioni legislative, Decreti, Rescritti Ministeriali che vi hanno rapporto compilate per cura di Paolo De Angelis segretario presso la Procura Regia civile di Terra d’Otranto. In Lecce, dalla Tipografia Agianese, 1847, in 8, pp. num. 201.

16)  Leonardo Antonio Forleo, L’arpa cristiana di Leonardo Antonio Forleo. In Lecce, dalla Tip. Di Agianese, 1839, in l6, pag. 111.

17)  Pasquale Greco, Analisi chimica delle acque solforose di Santa Cesaria nella Provincia Salentina eseguita dai professori Raffaele Danese e Pasquale Greco Socio ordinario. (Nel Giornale di Economia rurale pubblicato dalla Società Economica di Terra d’Otranto. In Lecce dai tipi di Agianese, 1840. Vol. I, fasc. I, pag. 8-24).

18)  Francesco Saverio Lala, Elogio del Marchese Giuseppe Palmieri in occasione della novella Casa Agraria della R. Società economica di Terra d’Otranto Discorso di F. S. Lala. In Lecce, dai Tipi di Agianese 1844 (senza ind. del formato).

19)  Antonio Macchia, Elogio funebre del cav. Brizio Elia Presidente del Tribunale di Lecce, recitato dall’avv. Antonio Macchia in occasione dell’Offiziatura mortuaria solennizzata a spese degli avvocati del Foro leccese nella Chiesa dell’Arciconfraternita della SS. Vergine Addolorata a 5 febbraio 1867 Lecce, Tip. Agianese e Capozza, strada Teatini. S. s. (ma 1867) in 4, pag. n. 15.

20)  Giacinto Toma, Il disinganno Versi di Giacinto Toma tra gli Arcadi Timofilo, Europigliano, tra gli Aborigeni Ermolao Bitinio, dell’Accademia de’ Forti in Roma, degl’Intrepidi di Ferrara, degli Inestricati di Bologna, dei Dissuguali placidi di Recanati, dell’Adunanza del Sacro Numero e dell’Accademia degl’Informi di Ravenna. Lecce 1828, da Raffaele Bizzarro nella Tipografia Agianese. Con approvazione. In 8, pag. 8 non num.

 

In Rassegna Storica del Mezzogiorno 5/2021, organo della “Società Storica di Terra d’Otranto”, pp. 307-346

 

 

Riferimenti Bibliografici essenziali

l) G. Arditi, La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Lecce, Stabilimento Tipografico Scipione Ammirato, 1879.

2)   N. Bernardini, L’introduzione della stampa a Lecce, in “Rivista Storica Salentina”, VII, 1911-2, 6-7, pp. 141-64.

3)   Idem, Giornali e Giornalisti leccesi, Lecce, Editori Luigi Lazzaretti e figli, 1886.

4)   Biografia de gli uomini illustri salentini, Lecce, Ed. del Grifo, 1990, con presentazione di Alessandro Laporta.

5)   C. Bozzi, I primi martiri di Lecce, Giusto, Orontio, e Fortunato, in Lecce, appresso Pietro Micheli, 1672.

6)   F. Casotti – S. Castromediano – L. De Simone – L. Maggiulli, Dizionario Biografìco degli uomini illustri di Terra d’Otranto, Prefazioni di G. Donno, D. Valli, E. Bonea, A. Laporta, a cura di Gianni Donno, Alessandra Antonucci, Loredana Pellè, Manduria, Piero Lacaita Editore, 1999.

7)   A. De Meo, La stampa e la diffusione del libro a Lecce e dintorni, dal Cinquecento alla metà dell’Ottocento, Lecce, Milella, 2006.

8)   A. Foscarini, L’arte tipografica in Terra d’Otranto, in “Rivista storica Salentina”, VII, 1912, 8-9, pp. 193-235.

9)   Idem, Saggio di un catalogo biografico degli scrittori salentini, Lecce, Premiato Stabilimento Lito-Tipografico Luigi Lazzaretti e figli, 1894.

10) Idem, Lequile. Pagine sparse di Storia cittadina, a cura di Michele Paone, Galatina, Congedo Editore 1976.

11) L. Giungato, Filippo Briganti, in ANXANEWS”, 105, maggio-giugno 2020, pp. 12-14.

12) A. Laporta, Settecento tipografico leccese. (Note per la storia dell’arte della stampa a Lecce nel ‘700, in Momenti e figure di storia pugliese. Studi in memoria di Michele Viterbo (Peucezio), Vol. II, Galatina, Congedo Editore 1981.

13) Idem, Saggi di Storia del libro, Lecce, Ed. Grifo, 1994.

14) A. Laporta, Illuminismo salentino minore, Luigi Riccio, in Scritti di Storia pugliese in onore di F. Argentina, Galatina, Ed. Salentina, 1996, pp. 47-79.

15) P. Marti, Un arcade salentino. Francesco Bernardino Cicala, in “Fede”, III Lecce, 15 ottobre 1925, 14-15, pp. 191-93.

16) Idem, Origine e fortuna della cultura salentina, vol. II, Ferrara, Tip. Sociale, 1895.

17) F. Natali, Filippo Briganti pensatore solitario nel bicentenario della sua morte (1724-1804), in ANXANEWS”, 10, Luglio 2004, pp. 5-7.

18) D. Palma, Tra Gallipoli e Castiglione d’Otranto: la patria, la famiglia e l’opera di Luigi Riccio, in ANXANEWS”, 108, novembre-dicembre 2020, pp. 10-13.

19) M. Paone, Lecce città chiesa, Galatina, Congedo editore, 1974.

20) G. Petraglione, Appunti per la storia dell’arte della stampa in Terra d’Otranto, Bari, Laterza, 1911.

21) Idem, Ancora sull’introduzione della stampa in Lecce, in “Rivista Storica Salentina”, VII, 1912, 10-12, pp. 257-80.

22) E. Pindinelli, Sconosciute edizioni leccesi del Borgognone Pietro Micheli, in “Nuovi Orientamenti oggi”, 98, settembre-ottobre 1986, pp. 11-20.

23) Idem, Settecento tipografico leccese (19 schede per un repertorio delle edizioni, in “Nuovi Orientamenti oggi”, 98, settembre-ottobre 1986, pp. 9-18.

24) E. Pindinelli-M. Cazzato, Prefazione a: B. Ravenna, Memorie Istoriche della Città di Gallipoli (Ristampa anastatica), Alezio, Tip. Corsano, 2000, pp. (3)-(24).

25) L. Riccio, Descrizione istorica della città di Gallipoli, a cura di Alessandro Laporta (Introduzione), Lecce, 1996.

26) L. Riccio, Descrizione istorica della città di Gallipoli, a cura di Oronzo Cataldini, Cavallino 1977.

27) M. Sabato, C’è la cultura per te. A proposito della mostra documentaria sui quattro secoli di stampa nel Salento leccese, in “ANXANEWS”, 27, maggio-giugno 2007, pp. 9-11.

28) G. Scrimieri, Introduzione a Pietro Micheli tipografo del 1600, in “La Zagaglia”, XVI, 1974, pp. 63-4.

29) Idem, annali di Pietro Micheli tipografo in Puglia nel 1600, Galatina, Editrice Salentina, 1976.

30) P. Sisto, Il Torchio e le lettere, Bari, Progedit, 2016.

31) V. Vaglia, Stampatori e editori Bresciani e Benacensi nei secoli XVII e XVIII, Tipolito Fratelli Geraldi, Brescia 1984.

32) C. Villani, Scrittori ed artisti pugliesi antichi, moderni e contemporanei, Trani, V. Vecchi Tipografo editore, 1904.

33) https://fondazioneterradotranto.it/A.Polito, S. Oronzo protettore di Lecce e una sua “economica rappresentazione iconografica”.

34) https://digilander.libero.it//Giornali in Italia/I Giornali esistenti in Italia dal 1816 al 1860.

35) https://www.spazioapertosalento.it/ M. Cazzato-G. Spagnolo, I torchi, i caratteri, i fregi. Contributo alla storia della stampa leccese dalle origini al periodo postunitario.

Copertino, 1878: melodramma patriottico dalla penna di Sigismondo Castromediano

di Davide Elia

La morte di Vittorio Emanuele II, il 9 gennaio 1878, colse l’Italia di sorpresa. Nonostante il re non avesse ancora compiuto 58 anni e apparentemente godesse di ottima salute, la sua forte fibra venne fiaccata nel volgere di pochissimi giorni da un male il cui decorso fu così repentino da non consentire nemmeno una diagnosi certa (forse polmonite o addirittura malaria).

 

In tutta la nazione, che ancora cercava di assestare e consolidare la propria unità così di recente e a caro prezzo raggiunta, vennero organizzate solenni esequie per il monarca. Nelle grandi città come nei piccoli villaggi ogni comunità allestì, sulla base delle proprie risorse finanziarie e della propria inventiva, cerimonie pubbliche arricchite di apparati scenici e caratterizzate da grande concorso di pubblico.

La Terra d’Otranto non si mostrò da meno. Le modalità con cui la figura del monarca venne commemorata in provincia furono adeguatamente descritte da un pamphlet pubblicato a cura dell’amministrazione provinciale[1]. Si tratta di un’opera scritta a più mani, ma tra i testi contenuti il contributo di gran lunga più ampio risulta la cronaca delle manifestazioni di lutto che si erano tenute praticamente in tutti i centri della provincia. Se si ha la pazienza (o magari il piacere) di leggere questi reportage fino all’ultimo, si scopre la firma in calce è quella di Sigismondo Castromediano.

Erano passati 30 anni dai moti del 1848, il cui coinvolgimento valse al “Duca bianco” la condanna al carcere duro, e 19 anni dalla sua rocambolesca riconquista della libertà. Nel 1861 Castromediano era stato eletto nel collegio di Campi al primo parlamento nazionale. Successivamente, la mancata rielezione nel 1865, oltre a farlo piombare in un’amarezza e un senso di scoramento che non lo avrebbero mai più abbandonato, gli fece lasciare definitivamente Torino per tornare a vivere stabilmente nel suo Salento. Qui, oltre a spendersi, come è noto, per il recupero e la salvaguardia delle memorie storiche della sua terra (opera che culminò nella creazione del museo provinciale a lui intitolato), fu anche fecondo scrittore e consigliere provinciale dal 1869 al 1879. Non sorprende, quindi, il fatto che il compito di stilare per conto dell’amministrazione provinciale il resoconto delle onoranze funebri rese dal Salento a Vittorio Emanuele II cadesse proprio su di lui. Circa un terzo di quel testo consiste nella descrizione delle manifestazioni tenutesi nel capoluogo (in figura possiamo vedere l’allestimento funebre del duomo di Lecce per l’occasione), cui seguono, più succinte, le cronache da ciascuno dei numerosi centri di terra d’Otranto, elencati alfabeticamente.

 

Il resoconto da Copertino porta la data del 26 gennaio. La “pingue e laboriosa cittadina chiuse spontanea le botteghe e i luoghi pubblici, ma li chiuse del pari nel dì in cui furon celebrati i riti sacri nella Collegiata, dove gl’Impiegati, le Autorità e con essi il Pretore, 18 Carabinieri col Capitano, le Guardie di Finanza, il Delegato delle Scuole coi Maestri e Maestre e circa 300 loro alunni, e l’Agente delle Tasse di Lecce, Sig. Eugenio Canudo, vi si recarono in Corteggio[2], preceduto dalla banda, la quale frequente intuonava dolorose melodie composte dal Maestro Zuppa, direttore della medesima”.

Non conosciamo esattamente la data in cui si tenne questa celebrazione: se da un lato non può essere stata troppo posteriore al 9 gennaio, è pur vero che almeno qualche giorno doveva essere servito per allestire un complesso catafalco nella chiesa collegiata di Copertino: “L’interno del Tempio, oltrecchè addobbato a gramaglia, mostrava in mezzo eretto un monumento tutto di marmo bianco, circondato da epigrafi lapidarie, da coni piramidali, da quattro stendardi agli angoli e da quattro simulacri di donne piangenti che sostenevano le armi di Torino, Firenze, Roma e Napoli. In alto poi, presso la volta, splendeva una stella d’oro, dai raggi della quale scendevan veli neri quasi a cuoprirlo a simiglianza di cortine. N’era stato inventore l’ingegnere Raffaele Leo[3]: gli alunni delle scuole vi deposero molte loro corone”.

Fatto tutt’altro che scontato in quell’epoca di conflitti tra Stato e Chiesa, il clero (o una sua parte, quantomeno) partecipò con convinzione alle onoranze: “Le solennità consuete vennero adempite dai Canonici della Collegiata e dal Capitolo; l’Arciprete[4] pronunziò senza scrupolo il Rex noster, e il canonico D. Vincenzo Calassi[5] predicò le funebri lodi. Dopo seguiron le altre del Maestro elementare Annibale Castaldi”.

 

Il momento di partecipazione popolare fornì l’occasione per un’opera di pubblica beneficenza, come l’elargizione della dote a tre giovani orfane e prive di mezzi: “La Congregazione di Carità estrasse a sorte tre maritaggi a favore di tre povere orfane, di 50 lire[6] ciascuno, due dei quali per conto dell’erario comunale, e il terzo del proprio”.

A questo punto, però, prende forma il dramma… “È da notare che scossa l’urna, il primo nome che ne uscì fu quello d’una infelice, la quale nel medesimo momento col Viatico era licenziata da questa vita, e che ciò non ostante benedisse a Vittorio Emanuele”. In altre parole: una delle ragazze estratte come beneficiarie delle doti estratte a sorte si trovava, derelitta, ormai in fin di vita e sarebbe morta di lì a poco, non mancando tuttavia di ringraziare il defunto monarca per quel dono tanto inaspettato quanto ormai inutile.

Per provare a dare un nome alla protagonista di questa straziante vicenda non resta che sfogliare gli atti di morte del comune di Copertino relativamente al periodo in questione, un intervallo di giorni che deve necessariamente andare dal giorno della morte di Vittorio Emanuele II alla data della relazione del Castromediano, ossia dal 9 al 26 gennaio 1878. In quei giorni vennero ufficialmente registrati i decessi di Sebastiano Camisa, di 7 anni, Santa Lillo[7] (4 anni), Liberato Salvatore Martina (43 anni), Giuseppe Cazzato (43 anni), Rosaria Greco (4 mesi), Sebastiano Pedone (5 anni), Licinia Leo (14 mesi) e Donata Renis (70 anni)[8].

Come si può constatare, nessuno di questi profili è compatibile con quello di una giovane donna in età da marito. Dobbiamo dunque ritenere infondata la straziante scena narrata dal Castromediano.

Da chi e perché, allora, fu ideata quella che oggi definiremmo una fake news? È al di sopra di ogni sospetto la buona fede del “Duca bianco”, che improntò la propria intera esistenza a un inflessibile rigore morale, spesso facendone dolorosamente le spese. D’altronde sarebbe contrario a ogni logica immaginare che egli avesse potuto presenziare a tutte le manifestazioni tenutesi in quei giorni nei numerosissimi centri della provincia, pertanto è plausibile che le notizie sulle celebrazioni di Copertino gli fossero pervenute da terzi, ossia da testimoni oculari locali. Se anche così fosse, non è necessario ravvisare a tutti i costi il dolo da parte della “fonte” copertinese del duca scrittore: la morte della giovinetta potrebbe essere realmente accaduta qualche tempo prima o dopo l’intervallo di date cui si accennava in precedenza, e “avvicinata” ad arte a quel periodo per aggiungere un tocco di pathos alla cronaca patriottica delle esequie regali. Un’altra ipotesi, infine, potrebbe essere che si tratti di un episodio accaduto in realtà in un altro comune, e attribuito a Copertino solo in seguito ad una banale svista.

 

Ciò che sembra innegabile, tuttavia, è che il Castromediano non si lasciò certo sfuggire l’occasione di narrare, in accordo con il gusto del tempo per i toni da melodramma, un simile episodio da libro Cuore: la giovane orfana che finalmente riceve una piccola gioia da una sorte avara, ma non può goderne perché la vita stessa la abbandona subito dopo. Nell’attimo supremo – e qui il melodramma si ricopre di edificante retorica patriottica – ella spira benedicendo la memoria dal re, quel Vittorio Emanuele II nel quale Sigismondo Castromediano vent’anni prima aveva definitivamente riposto tutte le speranze per un’Italia indipendente e unita.

In ogni caso, la tentazione a cui non si deve cedere nel rileggere la pagina del Castromediano e nel discuterne la veridicità è quella di formarsi un giudizio basato su un’ottica, la nostra, distorta dai quasi 150 anni trascorsi da quei fatti. I temi delle lotte risorgimentali da un lato e della povertà e della morte in giovane età dall’altro, lo stile con cui venivano espressi in forma di testo “giornalistico”, nonché la sensibilità del pubblico a cui tutto ciò era indirizzato, sono quanto mai lontani dal contesto e dal modo di sentire odierni. Quanto oggi ci potrebbe apparire ingenuamente artefatto rispondeva invece, all’epoca, a precise esigenze di carattere morale e civico.

All’antico patriota perdoniamo dunque la piccola imprecisione e, anzi, restiamo riconoscenti per averci lasciato questo ampio e vivace spaccato di vita pubblica nel Salento tardo-risorgimentale.

 

Note

[1] AA. VV., “A Vittorio Emanuele II, onoranze funebri in Terra d’Otranto”, Lecce, 1878. Per quanto riguarda le cronache da Copertino, parzialmente citate nel seguito, si vedano le pagine 77-79.

[2] Corteo.

[3] Raffaele Leo (1841-1910) fu una figura di primo piano nella seconda metà del XIX secolo a Copertino, e non solo, nella realizzazione di opere di edilizia civile, religiosa e privata. Il suo nome si incontra continuamente nei progetti di opere pubbliche e nelle perizie richieste per cause civili relative a suoli e fabbricati dell’epoca. Suoi furono anche progetti per interventi architettonici nelle chiese di San Giuseppe da Copertino e del SS. Sacramento.

[4] Alla data del 20 dicembre 1878, in occasione della visita pastorale del vescovo di Nardò  Michele Mautone, la carica di arciprete risultava vacante (O. Mazzotta, M. Spedicato [a cura di], “Copertino in epoca moderna e contemporanea. Vol. III: Le fonti ecclesiastiche. Tomo I: Le visite pastorali”, Galatina, 1997, p. 467). Figurava come “ex arciprete curato”, non più in carica da diversi anni, Nicola Leonardo Pisacane (1819-1906), mentre svolgeva le funzioni di parroco, con il titolo di economo curato, Francesco Verdesca Zain (1838-1921), futuro arciprete a partire dal 1880. È possibile dunque pensare che l’arciprete qui menzionato sia monsignor Pisacane.

[5] Si tratta in realtà del canonico Vincenzo Calasso (1827-1903).

[6] La moneta da 50 lire di quegli anni era in oro 900/1000, con un peso totale di poco più di 16 grammi. Il suo contenuto in oro fino, al cambio attuale, corrisponderebbe a un valore di circa 730 euro. Più interessante del cambio attuale è, però, il potere d’acquisto di questa somma all’epoca: 50 lire corrispondevano, grosso modo, a una singola mensilità dello stipendio di un maestro elementare o di una guardia municipale.

[7] Santa Lillo era nata a Monopoli, figlia di Antonio, imprenditore che si era poi trasferito a Copertino impiantando una distilleria nel soppresso convento dei Cappuccini, sulla via per Leverano (il decesso della bambina risulta infatti avvenuto a tale indirizzo).

[8] Archivio di Stato di Lecce, Stato Civile del Comune di Copertino, Registro degli Atti di Morte, a. 1878, nn. 2-9.

 

Liborio Romano e Sigismondo Castromediano

LIBORIO ROMANO NEI RICORDI DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO

(in appendice segue la trascrizione del testo manoscritto del Castromediano)

di Maurizio Nocera

Sulla provenienza del manoscritto

Il 30 settembre 1980, lo storico gallipolino Domenico (Mimì) De Rossi (Gallipoli, 17 agosto 1911 – estate 1981) faceva richiesta alla presidenza della Società di Storia Patria per la Puglia (Bari) della

«costituzione in Gallipoli di una sezione della Società, facendo presente che Gallipoli, antica città marinara, ha un prezioso patrimonio storico-culturale mai finora messo in luce tranne saltuari studi a carattere vario [… Lo scrivente], già iscritto all’albo dei giornalisti, [afferma di avere] cinquant’anni di attività pubblicistica, avendo pubblicato 33 monografie riguardanti il Salento, particolarmente in campo storico-economico».

Questo documento, firmato dallo storico locale e da altri sei giovani studiosi della città, era indirizzato al giudice Donato Palazzo, in quel momento Procuratore della Repubblica per il Tribunale dei Minori di Lecce e Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia che, una volta costituita la sezione gallipolina, divenne il primo Commissario.

Durante gli anni 1978-79, ancor prima di formulare la richiesta ufficiale della costituzione della sezione, il presidente della Società, prof. Francesco Maria De Robertis, interpellato dal De Rossi e da chi qui scrive, ci aveva indicato di coordinarci appunto col giudice Palazzo affinché elaborassimo un progetto di eventi che permettesse sul piano pratico la costituzione della sezione. Così, per circa due anni, Domenico De Rossi e chi qui scrive, ogni settimana (preferibilmente il lunedì mattina) ci recavamo a Lecce, presso il Tribunale dei Minori (sito allora sulla strada per la stazione ferroviaria) per conferire col giudice. Le riunioni duravano non più di mezz’ora. In esse, il presidente Palazzo ci indicava quelli che potevano essere i campi di ricerca, che dovevano avere poi come sbocco un convegno. Alla fine furono selezionati tre campi di lavoro: “Brigantaggio”, che fu affidato a Domenico De Rossi; “Risorgimento salentino” a chi qui scrive; “L’attacco navale e la presa di Gallipoli da parte dei Veneziani nel 1484”. Altra indicazione che ci diede il giudice fu quella di concentrare tutto il materiale a nostra disposizione nei settori di ricerca specifica, per cui le carte sul brigantaggio a De Rossi, quelle sul Risorgimento salentino a me e quelle sulla presa di Gallipoli allo stesso giudice.

A quel tempo, io frequentavo già alcuni grandi storici della Questione meridionale, fra cui Tommaso Fiore (Altamura, 7 marzo 1884 – Bari, 4 giugno 1973) e suo figlio Vittore (Gallipoli, 20 gennaio 1920 – Capurso, 21 febbraio 1999), entrambi autori autorevoli di libri e saggi sul Meridione e sull’annosa questione; il lucano Tommaso Pedio (Potenza, 17 novembre 1917 – Potenza, 30 gennaio 2000), autore del volume Brigantaggio e questione meridionale (Edizioni Levante, Bari 1979); Aldo De Jaco (Maglie, 23 gennaio 1923 – Roma, 13 novembre 2003), giornalista de «l’Unità» e presidente del Sindacato Nazionale Scrittori d’Italia, autore del libro Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell’Unità d’Italia (Editori Riuniti, 1969), e soprattutto frequentavo, perché mi è fu pure maestro di storia e di vita, lo storico Franco Molfese (Roma, 1916-2001), vicedirettore della Biblioteca della Camera dei Deputati e autore del famoso libro Storia del brigantaggio dopo l’Unita’ (Feltrinelli, Milano 1964). Soprattutto per Molfese e per De Jaco scrivevo a macchina i loro manoscritti che poi, in bella copia, una volta consegnati, finivano sui banchi della composizione tipografica.

A quel tempo non c’era ancora la fotocopiatrice e, se c’era, bisognava fare chilometri e chilometri di strada per andare a trovarne una, per cui le carte antiche o te le trascrivevi manualmente oppure le prendevi in consegna per lavorarci sopra e successivamente le ridavi al legittimo proprietario. Quindi, sulla base delle indicazioni del giudice Palazzo, io cominciai a convogliare le mie carte (e i libri) sul brigantaggio verso Mimì De Rossi il quale, a sua volta, convogliò quelle sue riguardanti il Risorgimento a me, mentre insieme convogliammo le nostre carte (e i libri) sulla presa di Gallipoli allo stesso Palazzo.

In quegli anni Mimì De Rossi usava andava in giro per paesi e paeselli del Salento a vendere o a donare i suoi libri freschi di stampa (in cambio ovviamente di altri libri o altre carte antiche) presso studi di notai, avvocati, commercialisti, antiche famiglie di nobili in rovina. Spesso ero io che lo accompagnarlo con la mia macchina. Nacque tra di noi una profonda confidenzialità. Non poche carte del suo archivio personale, soprattutto quelle riguardanti il Risorgimento salentino (Bonaventura Mazzarella, Antonietta De Pace, Beniamino Marciano, Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Oronzio De Donno, Giuseppe Libertini ed altri ancora), Mimì le consegnò a me affinché elaborassi il progetto del convegno come stabilito dal giudice Palazzo. Ad esse si aggiunsero anche le carte che Aldo Barba, padre di mio cognato Emanuele Mario, eredi del grande medico cerusico, letterato e risorgimentalista gallipolino Emanuele Barba (Gallipoli, 11 agosto 1819 – 7 dicembre 1887), mi consegnò per questa stessa ricerca.

Sfortunatamente, quando la sezione gallipolina della Società di Storia Patria per la Puglia sembrava ormai cosa fatta, Mimì De Rossi venne a mancare nell’estate 1981 e, sia la ricerca sul brigantaggio, sia quella da me condotta sul Risorgimento salentino, s’interruppero. Continuò invece la ricerca del giudice Palazzo, che ebbe il suo epilogo nel Convegno nazionale, organizzato dalla locale sezione della Società di Storia Patria per la Puglia e dal Comune di Gallipoli (sindaco Mario Foscarini) tenutosi, in occasione del quinto centenario dell’evento storico, nella sala poligonale del Castello angioino il 22-23 settembre 1984 col titolo La presa di Gallipoli del 1484 ed i rapporti tra Venezia e Terra d’Otranto.

Subito dopo questo importante evento, anche il giudice Palazzo, divenuto nel frattempo commissario della sezione della Società di Oria, lasciò Gallipoli e la nostra sezione si diede un suo organigramma. La vita del sodalizio continuò ad andare avanti con qualche presentazione di libri e qualche altra ricerca (ricordo, ad es., quella sulla “Fontana greca o ellenistica”), ma non si parlò più di convegni sul Brigantaggio o sul Risorgimento salentino. Accadde così che le carte d’archivio sul brigantaggio, che io avevo dato a Mimì De Rossi, rimasero presso i suoi eredi, mentre le sue presso di me. Per la verità, data la mia stretta vicinanza con la famiglia De Rossi (soprattutto con la moglie Clara e i figli Pina e Fernando), tentai di intavolare il discorso delle “carte”, ma i suoi eredi mi consigliarano di tenerle io e di continuare la ricerca. Poi il tempo è passato e queste carte erano rimaste nel dimenticatoio di una biblioteca come la mia, che oggi si compone di alcune decine di migliaia di volumi e documenti vari.

Così oggi, scartabellando tra queste vecchie carte d’archivio e venendo a conoscenza del 150° anniversario (2017) della morte di Liborio Romano, è riemerso il manoscritto del Castromediano, che mi sono preso la briga di trascriverlo. Sono personalmente contrario a che le carte d’archivio restino sepolte per secoli fino al loro inevitabile deterioramento, quando poi la loro conoscenza può invece aggiungere qualcosa in più alla crescita della coscienza civile, morale e culturale di una comunità umana.

Francamente, una volta trascritto il documento, ho pensato che in esso non ci fossero delle grandi novità sulla vita e l’opera di Liborio Romano. Di lui si sa quasi tutto. Tuttavia l’ho prima mostrato a Giovanni Spano, presidente dell’Associazione culturale “Don Liborio Romano”, quindi l’ho inviato al prof. Giancarlo Vallone, secondo me uno tra i più qualificati storici italiani, per di più grande conoscitore del Romano, il quale mi ha risposto dicendo che «una certa sua valenza, questo documento ce l’ha. Infine ho inviato copia del manoscritto anche al prof. Fabio D’Astore».

 

Ed ora qualche riflessione su Liborio Romano

«Tutti coloro che finora hanno trattato Liborio Romano, lo hanno presentato come un personaggio squallido, camorrista voltagabbana, nel peggiore dei casi, ambiguo, controverso nel migliore dei casi».

Questa affermazione è dell’on. Ernesto Abaterusso, sindaco di Patù nel 1996, che l’ha scritta nella presentazione al libro di Francesco Accogli, Il personaggio Liborio Romano. Precisazioni bio-anagrafiche. Contributo all’epistolario[1].

Questo incipit mi è necessario per dire che di questo straordinario personaggio salentino di Patù sappiamo ormai tutto o quasi tutto. Su se stesso ha scritto in primo luogo direttamente lui, poi suo fratello Giuseppe, ancora qualche altro suo parente. Immenso l’elenco di scrittori o sedicenti tali borbonici, neoborbonici, conservatori, reazionari, antipopolari che, secondo di come gira il tempo o la situazione politica, si sono dichiarati di centro, di destra, qualora anche di sinistra, ma di una sinistra tanto strana da sconfinare (o meglio confinare) con il limite del conservatorismo reazionario Otto/Novecentesco. Alcuni di questi scrittori o sedicenti tali hanno scritto di Liborio Romano, del brigantaggio ed anche della camorra napoletana unicamente per fare cassa e per vanagloriarsi. Sono rari gli storici veri che hanno saputo affrontare il personaggio con serietà e con una messe di studi dai quali è emerso un giudizio sereno molto vicino alla realtà storica. Oltre ai citati Molfese, i due Fiore, Pedio, De Jaco e qualche altro, mi riferisco al prof. Giancarlo Vallone, il quale ha dedicato più di un libro (fondamentali i volumi Dalla setta al Governo: Liborio Romano, Napoli, Jovene 2005, e la sua curatela al volume dello stesso Romano, Scritti politici minori, «Studi Salentini» Editore, Lecce 2005). Vallone ha apportato un contributo di conoscenza ineludibile per chi voglia sapere di e su Liborio Romano.

Si è detto e scritto che Liborio Romano fu Ministro di polizia e che in quanto tale fece accordi con la camorra per il passaggio dei poteri da Casa Borbone a Garibaldi prima e, successivamente, a Casa Savoia. Questa storia degli accordi tra Stato e settori malavitosi va letta attentamente. Oggi abbiamo un libro in più per conoscerne tali intrecci. Mi riferisco soprattutto alle pagine emergenti dall’importante Processo conoscitivo a Liborio Romano, statista o trasformista?, tenutosi a Patù il 17 luglio 2011, patrocinato dall’Associazione Culturale “don Liborio Romano” (presidente Giovanni Spano), dal Comune di Patù (sindaco Francesco De Nuccio), dalla Società di Storia Patria per Puglia di Lecce, e col tribunale giudicante composto dal Dr. Franco Losavio (già consigliere Corte d’Appello di Lecce e Taranto), prof. Mario Spedicato (presidente Società Storia Patria Lecce), prof. Vittorio Zacchino (storico); l’Accusa rappresentata dal prof. Mario De Marco (storico e pubblicista) e dal prof. Luigi Montonato (storico e politologo); la Difesa fu tenuta invece dal dr. prof. Salvatore Coppola (avvocato e storico) e dal prof. Fabio D’Astore (docente Università del Salento).

Dalla lettura del processo, pubblicato poi come libro (“…giudicate sui fatti”. Liborio Romano e l’Unità d’Italia, Edizioni Panico, Galatina, 2012), si evince chiaramente che

«Liborio Romano [fu] una delle figure più incombenti della storiografia risorgimentale, patriota, giurista, politico, personaggio ambivalente» (Zacchino, p. 14); che

«La salvezza di Napoli e il trapasso incruento del Regno delle Due Sicilie dai Borbone ai Savoia, comunque li si voglia considerare, furono operazioni coraggiose, temerarie, chiaramente funzionali all’Unificazione e alla nascita della nazione italiana» (Zacchino, p. 15); che

«Romano […] autorevole protagonista del Risorgimento, e soprattutto tenace propugnatore dell’autonomia del Mezzogiorno, nel più vasto ambito unitario, e perciò co-artefice dell’unificazione nazionale» (Zacchino, p. 16);

«a Liborio Romano, il più discusso personaggio dell’Ottocento Meridionale, è dovuto il titolo di padre della patria unificata, di strenuo difensore delle autonomie del Mezzogiorno, di protagonista del Risorgimento» (Zacchino, p. 33).

L’accusa, affidata nel processo a De Marco e a Montonato, non è affatto tenera nei confronti del Nostro anzi, leggendo i testi, ho avuto la sensazione che si sia esagerato un po’ in quanto a supposti tradimenti politici e a rapporti con la malavita. Mi si dirà: è questa la funzione dell’accusa. Molto convincente invece mi è apparsa la difesa, affidata a Coppola e a D’Astore, i quali hanno difeso a spada tratta il loro assistito. Alla fine del dibattimento, il verbale del processo, a firma del segretario prof. Walter Cassiano, fa giustizia di quanto detto, scritto e letto a premessa del Dispositivo della sentenza per il procedimento penale storico a carico di: Romano Liborio (Patù 1793).

Concordo solo parzialmente con la sentenza, che assolve l’avvocato Liborio Romano dall’imputazione di tradimento, mentre lo condanna a mesi sei per avere egli coinvolto alcuni capi camorristi nell’organizzazione della Guardia Nazionale napoletana. Ricordo a me stesso e a chi mi legge che il Romano, prima di diventare Ministro di polizia era stato avvocato e, come si sa, nel foro di Napoli, la sua stella forense brillava, anche nella difesa per questo tipo di persone associate nel delinquere. L’Italia, si è sempre detto, è la patria del diritto, per cui don Liborio sapeva il fatto suo. D’altronde è egli stesso che ha scritto che, per quanto riguarda la questione camorra, si trattò solo di una misura necessaria e molto limitata nel tempo (appena un paio di giorni) mirante a cercare di contenere le manifestazioni di piazza e salvaguardare l’ordine pubblico. Non dimentichiamo che l’obiettivo di quel momento storico era la più grande rivoluzione politica dell’800: l’unità della patria Italia, per la quale, sin dal tempo di Virgilio, cioè 2000 anni fa, i differenti popoli della penisola anelavano. Non per nulla, nella storia dell’umanità e delle rivoluzioni politiche, c’è stato un tale Machiavelli, che disse e scrisse «il fine giustifica i mezzi».

Su Liborio Romano si sono dette e scritte tante altre cose, moltissime false e comunque distorcenti. Nessuno, però, almeno finora, ha voluto approfondire il suo operato relativo appunto all’ordine pubblico. Le manifestazioni di piazza a Napoli sono state sempre qualcosa di straordinaria importanza. Nessuno può dimenticare cosa accadde in città nel 1799 con l’istaurazione della Repubblica Partenopea. Ci furono migliaia di morti prima e dopo quel fatidico gennaio. In quella vicenda la Puglia e il Salento perdettero il fior fiore della loro più alta intellighenzia giuridico-letteraria. Ancora nel 1821 e nel 1848 ci furono altre insurrezioni, e tutte rivolte sempre a un unico obiettivo: la democratizzazione del regno delle Due Sicilie come fase transitoria verso l’Unità d’Italia.

Anche nel 1859 e nel 1860 Napoli era divenuta una polveriera, pronta a scoppiare da un momento all’altro. Ma, come si sa, non accadde nulla di tanto drammatico. Quindi ci si chiede: perché, in quell’eccezionale momento, la rivoluzione politica, che pure ci fu, non comportò l’insurrezione e la guerra civile? Semplicemente perché lì, nella capitale del regno delle Due Sicilie, si trovava ad operare un uomo, un avvocato, un politico, un ministro degli Interni e di polizia di nome Liborio Romano. Nella storia delle rivoluzioni politico-sociali, non è mai accaduto che un rivolgimento di tale portata (la caduta di un regno, quello dei Borbone, con la sostituzione di un altro, quello dei Savoia) si sia compiuto senza spargimento di sangue e, per di più, con il raggiungimento dell’obiettivo primario dell’intero Risorgimento: l’unità della nazione Italia. Persino lo stesso re napoletano – Francesco II di Borbone – e la sua famiglia ebbero salva la vita riparando nella fortezza di Gaeta. Quando mai?, se pensiamo a quanto accadde a Parigi nel 1789, oppure quanto accadde nella stessa Napoli nel 1799. Un esempio per tutti: la rivoluzione proletaria dell’Ottobre 1917 non finì forse con la strage dell’intera famiglia dello zar Nicola II?

Quindi, se nella Napoli del 1860, ci fu un passaggio di “consegne” senza spargimento di sangue tra il potere borbonico e quello di Garibaldi prima, successivamente a quello di Casa Savoia, il merito sarà stato pure di qualcuno. Per me, fu merito dello statista Liborio Romano il quale, compiuto questo suo alto dovere di rispetto del popolo napoletano e meridionale tutto, non fu poi tanto riconosciuto né dai suoi avversari politici interni (i soliti opportunisti di sempre) allo stesso ex Regno di Napoli, né (ma questo era scontato) dai “vincitori” savoiardi cavouriani.

La questione del mancato spargimento di sangue a Napoli è stato sempre il motivo di fondo di Giovanni Spano, il quale, in una dichiarazione alla stampa di qualche anno fa, dichiarò:

«il mio obiettivo è stato sempre quello di fare luce su una figura [Liborio Romano] ritenuta controversa, ma che ha avuto la giusta chiave per portare all’Unità d’Italia senza spargimento di sangue. In questi anni ho approfondito molto sull’aspetto caratteriale di Romano, scoprendo che era molto amato dal popolo prima di diventare statista. Il nostro avvocato preferiva difendere gratuitamente i poveri e i napoletani lo chiamavano fraternamente “Don Libò”»[2].

La marginalizzazione del Romano all’interno del primo parlamento italiano (fortemente piemontesizzato) e, soprattutto, la continua e persistente contrarietà alla sua proposta di legge per la costituzione della Guardia nazionale su base unitaria (con l’inserimento di personale militare del Nord e del Sud) furono alla base di quello squilibrio Nord-Sud che noi oggi scontiamo ancora. Qualsiasi proposta in tal senso da lui fatta nel primo governo unitario sia successivamente in parlamento, gli veniva immediatamente respinta dai cavouriani e dai reazionari di ogni risma e specie. D’altronde è quello che abbiamo visto anche alla fine della seconda guerra mondiale quando, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’inizio della Resistenza (8 settembre 1943), a combattere la dittatura mussoliniana fondamentalmente furono i partigiani delle Brigate garibaldine.

E cosa accadde poi di quei partigiani, molti dei quali avevano dato la vita per la libertà e la democrazia? In un primo momento, il primo governo antifascista li inserì nelle varie componenti delle Forze armate, ma, appena giunto il 18 aprile 1948 e la “vittoria” (oggi sappiamo con evidenti brogli elettorali) di una sola parte politica, tutti i partigiani, e i patrioti, e le staffette, e chi aveva concretamente collaborato alla caduta della dittatura fascista e alla liberazione dell’Italia dall’occupante nazista, spesso immolandosi la propria vita, furono messi alla porta, cacciati senza neanche un foglio di via. Tutti, e non esagero quando dico tutti. Sapete chi fu a occupare quei posti rimasti vacanti dalla cacciata dei partigiani? Ebbene, furono richiamati gli ex repubblichini di Salò più qualche vecchio arnese dell’ufficialità militarista distintasi sotto il regime. Per questo non è peregrino pensare che la marginalizzazione del Romano fu anche alla base di quel tremendo fenomeno passato alla storia italiana col termine di brigantaggio.

Su tale storia c’è una pagina illuminante dello storico Franco Molfese, che scrive:

«Quando Farini assunse la luogotenenza a Napoli, la dittatura garibaldina era già scossa dalle crescenti “reazioni” e le “reazioni”, e la loro repressione, generavano automaticamente il brigantaggio./ Tuttavia, le “reazioni” dell’autunno 1860 appaiono poca cosa di fronte alla grande “reazione” dell’estate del 1861, che fu la vera matrice del grande brigantaggio, durato fino al 1864, e del brigantaggio in genere, durato fino al 1870. Ora, quando si scatenò la rivolta contadina dell’estate del 1861, i moderati governavano in maniera esclusiva da otto mesi. Come fu possibile che il largo favore borghese e popolare, che nel 1860 aveva salutato l’avanzata garibaldina nelle provincie meridionali e aveva reso possibile l’improvviso crollo della monarchia borbonica, appena un anno più tardi si fosse tramutato in un malcontento che raggiungeva tutti gli strati della società meridionale? La responsabilità di ciò […] è da addebitarsi fondamentalmente alla politica dei moderati (“piemontesi” e fuoriusciti napoletani filo-cavouriani), che mirarono soltanto a reprimere, a centralizzare, ad addossare carichi alla stremata economia meridionale, e a monopolizzare il potere, respingendo in tal modo all’opposizione anche quella grande maggioranza della media e della piccola borghesia urbana e rurale che seguiva Liborio Romano e che era liberale, in fondo moderata, unitaria ma “autonomista”, non “annessionista”. Il clero venne vessato e spaventato, senza che il suo potere economico venisse sradicato. Ai contadini venne promessa solennemente la ripresa delle operazioni demaniali, e poi non se ne fece nulla. I moderati [piemontesi liberali conservatori più transfughi dell’ex regno delle Due Sicilie] optarono fin dall’inizio per la repressione con la forza dell'”anarchia” nel Mezzogiorno, e al momento critico non ebbero forze militari sufficienti per sventare o, quantomeno, per domare rapidamente la sollevazione contadina a direzione reazionaria. È difficile, perciò, negare che il brigantaggio fu sostanzialmente il risultato negativo di tutta l’azione di governo dei moderati./ Però, un’altra linea per fronteggiare il malcontento contadino esisteva ed era quella espressa, sia pure confusamente, dalle correnti democratico-autonomiste. Quella “linea” si era anche precisata per tempo in un programma realistico (attuabile), quello di Liborio Romano. […] Se i moderati avessero apprezzato ed attuato il programma Romano […] quasi certamente l’esplosione della “reazione” del 1861 sarebbe stata sventata, il brigantaggio già sviluppatosi (ancora poca cosa nell’inverno 1860-61) sarebbe stato spento con molto meno sangue e con minori sforzi e tutto il processo dell’unificazione ne sarebbe risultato meno travagliato»[3].

Sappiamo come sono andate le cose e le conseguenze di quella che molti definiscono l’annessione del Meridione al Nord, oggi la scontiamo ancora. Non è forse vero che, a 160 anni e passa dall’Unità d’Italia, gli squilibri tra Nord e Sud rimangono ancora tutti aperti? E non è forse vero che il Meridione sta pagando il prezzo più alto dell’attuale crisi economico-finanziaria? Certo che sì. Ed è certo pure che indietro non si può andare, che non si può ridividere l’Italia, che non si può dimenticare la storia fatta. Ecco allora che la visione dell’Italia unita che aveva in mente 150 anni fa Liborio Romano ha ancora oggi una sua validità e ad essa occorre necessariamente ritornare, se vogliamo uscire dalla gabbia infernale dello squilibrio Nord-Sud. Oggi, quando noi pensiamo alla patria Italia, all’unità dell’intera penisola, i nostri riferimenti vanno a Garibaldi, a Mazzini, per alcuni momenti possono andare anche a Cavour (che continuiamo a considerare l’opportunista di quel fausto momento) ma, accanto a questi nomi, dobbiamo avere il coraggio di aggiungere il salentino di Patù, Liborio Romano. Anzi, forzando un po’ la storia, si potrebbe scrivere che l’Unità d’Italia (1861) la si deve soprattutto a Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Liborio Romano.

 

Infine due parole sul manoscritto di Sigismondo Castromediano

Dalla lettura del testo non ci sono grandi novità, e tuttavia, come dice il prof. Giancarlo Vallone, una sua qualche valenza ce l’ha soprattutto quando, a proposito della grande questione (la Guardia Nazionale) che stava a cuore a Romano, Castromediano scrive:

«Non lo si tacci di tradimento. Un uomo d’antica stampa avrebbe evitato quel sentiero, ma senza Liborio, a compiere l’Italia molto altro tempo avrebbe dovuto trascorrere, molti altri affanni a soffrire, molto altro sangue spargere. E tanto straordinaria venne apprezzata la sua condotta, che la Guardia Nazionale di Napoli, da lui creata, ed il popolo che non si inganna quando parla di spontaneo intuito, lo gridò salvatore e liberatore della patria».

Nonostante la solidarietà salentina espressa dal duchino di Cavallino al nobile Liborio Romano di Patù, tuttavia le posizioni politiche tra i due rimarranno sempre quelle che conosciamo: Castromediano, deputato di destra legato a Casa Savoia; Liborio Romano, deputato legato al suo popolo meridionale e strenuo oppositore di sinistra alla politica cavouriana. Se allora fossero state approvate le sue proposte di legge, sorrette da una lungimirante visione autonomista-federalista del nuovo Stato unitario italiano, tutte le discrepanze, soprattutto gli squilibri Nord-Sud, che vediamo oggi in questo nostro malridotto paese, già da tempo sarebbero state risolte.

 

ECCO IL TESTO DEL MANOSCRITTO

Nella trascrizione, ho aggiunto solo qualche segno di punteggiatura e le note.

 

LIBORIO ROMANO

di Sigismondo Castromediano

Romano Liborio di Patù. Così è detto oggi questo villaggio sito nell’estrema punta del Capo di Leuca dal tempo dell’invasione francese nei primordi del secolo presente, XIX, mentre dicevasi Pato altra volta, e sarebbe meglio restituirlo alla sua antica dizione.

Nacque Liborio nel 1798 [sic, vero è 1793] e morì nel [spazio lasciato vuoto dal Castromediano, ma 1867]. Fu figliuolo di Alessandro, che discepolo di Mario Pagano[4], poco mancò non fosse come questi condotto sul patibolo nel 1799, e da [Giulia Maglietta].

Giovinetto il Romano lo condussero a Lecce, dove studiò lettere insegnategli dal Barone Berardino [Francesco] Cicala[5], l’autore delle tragedie, e giurisprudenza nello stesso tempo verso la quale sentivasi potentemente inclinato. Recatosi poscia a Napoli si perfezionò in detta dottrina sotto il Gerardi [Francesco][6], il Giunti [G.][7], il Sarno [D.][8], il Parrillo [Felice][9], il quale ultimo non cessò d’amarlo durante tutta [la] sua vita.

Già Liborio, iniziato dal padre medesimo nella setta dei Carbonari, tuttoché avesse (…) appena di anni 21, ottenne per concorso dal Governo insurrezionale del 1820 d’essere eletto professore sostituto nella cattedra di diritto civile e commerciale nell’Università di Napoli. Lo stesso Governo si servì di lui del pari inviandolo suo Commissario in questa provincia collo scopo di raccogliere sotto la bandiera costituzionale da presso innalzata i militi di già sbandati.

Ma i tempi, atteso lo spergiuro di Re Ferdinando I, precipitarono a rovina, quel raggio di libertà venne spento, moltissimi furo i perseguitati, ed al Romano, toltagli la carica di Professore, vennegli imposto sotto la più severa sorveglianza di polizia di restarsene confinato nel proprio paese natale, mai rompesse la cerchia, mai più riandare alla capitale.

Così sen visse Liborio per due anni continui fra le paure e i sospetti, dietro i quali gli fu concesso di recarsi a Lecce, ma non vi esercitasse professione d’avvocato, né potesse uscire da quelle mura. Ivi però la circospezione non valse, che l’Intonti [N.][10], il selvaggio poliziesco ministro dei Borboni, un bel giorno ghermirlo insieme a Gaetano suo fratello e ad Eugenio Romano suo cugino, e insieme ad altri molti concittadini, sotto la scusa d’appartenere a una società segreta, chiamata degli Ellenisti, della quale rimase sempre dubbia l’esistenza nelle nostre contrade, e ligati [legati] e circuiti da gendarmi se li fece portare a Napoli. Qui giunto lo fece bendare negli occhi, e così introdurre nel carcere di S. Maria Apparente, nelle cui segrete lo tenne chiuso da prima per 150 giorni e fuori di queste il resto d’un anno. Dopo uscito di prigione gli fu fatto precetto di restarsene nella capitale sorvegliato dalla polizia, e non ritornare in patria.

Non si sconfortò egli, che giovane ardito era, e tant’oltre si spinse nella palestra giuridica, che tra gli avvocati di quel foro tolse palma d’incontrastata rinomanza, per cui gran numero di studenti corse ad addottrinarsi nel suo studio. Fu per costoro però che gli occorse un’altra sventura. Era il 1837, e fra quei discepoli vi aveva un Geremia Mazza[11], giovane onesto e di retti principi politici, ma che contava la disgrazia d’avere un fratello diverso affetto di lui e occulto cagnotto di polizia, il quale dopo i rovesci del 1848 giunse a sedere direttore della stessa, sotto il fierissimo Ferdinando II. Questo fratello, forse per alcuna confidenza imprudente o casuale di Geremia, adoprossi a sottoporre il Romano a nuove persecuzioni.

Ma l’anno ultimamente pronunziato giunse, e una nuova costituzione del Regno fu giurata dal Regno dianzi nominato. In seno a questi fu proposto Liborio per suo ministro costituzionale, che questi respinse la proposta, e nemmeno per soli quattro voti che gli mancarono poté occupare un posto di deputato al Parlamento d’allora. Perdute da questa terra anche leggerezze di libertà per gli effetti del 15 maggio di quello stesso anno, Liborio nel febbraio del 1850 per odio dell’infame Peccheneda [Gaetano][12] fu sospinto un’altra volta nel carcere di S. Maria Apparente, dove rimase a soffrire due anni continui insieme ad Antonio Scialoja[13], e Giuseppe Vacca[14], il primo Ministro del Regno d’Italia la seconda volta, mentre che scriviamo, e il secondo Senatore, e poscia senza alcuna forza di giudizio, esiliato insieme al suo amico Domenico Giannattasio[15].

Condizione dell’esilio era che il Romano, per cui gli fu richiesto obbligo formale, fu di andarsene in Francia, ma si tenesse lontano da Parigi e da ogni porto di quei mari. Così fu ch’egli prescelse Montpellier per sua residenza, ove stette un anno intiero, dopo il quale rotto il divieto tramutò stanza per un altro anno in quella capitale appunto che gli era stata vietata.

In questo fra tempo moriva sua madre, che prese occasione per chiedere amnistia, e l’ottenne nel 1855. Stavasene a Napoli, e tuttoché guardingo e dedito soltanto alla sua antica professione, la polizia borbonica non cessava di tenerlo d’occhio, e più severamente di prima, quando nel settembre del 1859, in quei giorni in cui le voci, che Napoleone III sarebbe disceso in Lombardia, voci che ridestando le speranze dei napoletani giunti all’estremo di loro oppressione, in quei giorni dico in cui molti liberali alla cieca vennero imprigionati, Liborio ond’evitare la stessa sorte, si diede a latitare insieme al proprio fratello Giuseppe, e coll’assenso del Conte d’Aprile[16], zio del Re, a rifugiarsi nella casina di Posillipo da prima, e dopo nella casa del Ministro plenipotenziario americano.

Ma l’ora fatale della caduta di Casa Borbone in Napoli era suonata dopo le sciagure e le miserie da essa versate a piene mani su queste stanche province. Ferdinando II era morto, ucciso dalla più schifosa delle malattie, gli succedeva un figlio, Francesco II, debole, inesperto, di poco senno, privo di amici, e per giunta d’antipatica e imbecille figura, il quale ereditando i peccati di tutti i suoi, e più atto a vestir la tunica di prete, che il manto dei governi, pronunziossi col proclamare, che avrebbe seguite le tracce del genitore. L’ora fatale suonava, e il Conte di Siracusa[17], fratello del morto Re e zio del nuovo, col consiglio del Romano spingeva il nipote a salvare la dinastia, e sulle vie legali ridonare quella costituzione ai suoi popoli, quella ad oggi tolta con violenza, e delegare suo ministro lo stesso Romano.

Il quale da prima invitato rifiutò, ma richiamato di nuovo ai 27 giugno del 1860, cioè dopo che l’attuazione della repressa costituzione del 1848 si prometteva con atto sovrano, e cioè per reprimere la minacciata sommossa dei napoletani, e attutire le conseguenze terribili d’una bastonata reazionaria, che il Brenier[18], ambasciatore francese ebbe a offrire, assunse l’incarico di reggere la prefettura di polizia, e proprio quando s’era proclamato lo stadio d’assedio.

L’ora in cui Liborio s’accingeva a sedere su d’una scrivania da tanti infami suoi predecessori lordata con ogni sorta di abusi e di violenze, di ferocie e di delitti, era malaugurata, e malagevole l’impresa che assumeva. Momento in cui la plebe da una parte, sospinta dalla propria furia, s’era impossessata di tutti i Commissariati di polizia della città, ne aveva cacciati via quei carnefici che vi avevano dominato colle vesti di funzionari e di cagnotti, cui ben dato s’era dall’universale il nome di feroci, e disarmando e ferendo questi, e in quelli manomettendo carte ed archivi; e dall’altra si formulavano liste di proscrizione della Camerilla [del Borbone], e i lazzari, e i camorristi, i briganti avidamente attendevano un segnale, onde dar mano al saccheggio ed alla strage. Provvidamente però Garibaldi volava in Sicilia sulle ali della vittoria, ed il Romano ridestava [la] sua tempra con tanto coraggio, che deve considerarsi il solo e vero salvatore di quell’ora e di quel momento.

Solo in mezzo al popolo il nuovo Prefetto attraversò le vie della Capitale agitata, e giunto al palazzo di Prefettura lo trova nudo affatto d’ogni occorrente, ma coadiuvato ed aiutato dai suoi amici, seppe allontanare l’ira del saccheggio, dileguando con un suo primo manifesto, e fino ad un certo punto le tristi apprensioni, e ridonando calma, e riconducendo agli usati uffici i napoletani sgominati e perplessi. Non avendo altra forza materiale, si rivolse e si circondò di camorristi della plebe, la sola della quale poteva disporre e da lui ben diretta, rese in quei momenti grandi servigi a lui e al paese.

Il momento precipitava, ed il Romano senza volerlo forse, costretto dalla fatalità, o dalla storica Provvidenza, si mise in carteggio cogli agenti piemontesi e lo stesso Garibaldi[19], e a cospirare contro il Borbone del quale era divenuto Ministro. Non lo si tacci di tradimento. Un uomo d’antica stampa avrebbe evitato quel sentiero, ma senza Liborio, a compiere [l’]Italia molto altro tempo avrebbe dovuto trascorrere, molti altri affanni a soffrire, molto altro sangue spargere. E tanto straordinaria venne apprezzata [la] sua condotta, che la Guardia Nazionale di Napoli, da lui creata, ed il popolo che non si inganna quando parla di spontaneo intuito, lo gridò Salvatore e liberatore della patria.

Oltre che alleggerì le garanzie richieste dall’esercizio della stampa periodica, fu in quell’ora che ricordossi di quanto sofferto aveva egli stesso, e l’immenso numero dei perseguitati politici nelle immani carceri borboniche, e v’abolì tosto le segrete, l’arbitrio ed il sopruso dei carcerieri, e le legnate, ordinandovi miglioramenti ed ordinamenti umani.

Su venuto il Ministro Spinelli [A.][20], quello che inconscio di sé e del turbine che lo avvolgeva, titubante e privo di ardimento, il 14 luglio, Liborio vi prese parte tenendovi il portafoglio dell’Interno e della stessa Polizia. I partiti politici che dividevano Napoli e coi quali ebbe ad incontrarsi il Romano si componevano di Borbonici puri conservatori ad ogni costa della spietata e vecchia tirannide, di repubblicani col Mazzini[21], o di moderati liberali, costituzionali ed annessionisti all’Italia con Vittorio Emanuele II[22]. V’era un quarto partito dei costituzionali dinastici borbonici e autonomisti, i quali poco condensati, e per niente intesi, e a cui forse senza decisione forte e convinzione perdurevole il Romano apparteneva, e v’era per aumentate la confusione. Quindi è che un biografo, certo non amico di costui, confessa che Liborio non dormiva sopra letto di rose, e a sostenersi facendogli duopo molte astuzie e molte pieghevolezze.

Tra tali difficilissime condizioni, egli incontrava pure una lega col Piemonte, proposta dalla Corte napoletana; la Sicilia invasa da Garibaldi, e la certezza d’essere invaso anche da questi il continente; e il volere degli Italiani, che in quel momento più potente d’ogni altro destino manifestavasi di volere essere nazione unita, libera ed indipendente; volere rappresentato in Napoli da un Comitato detto d’azione, questo colla Repubblica, quello col Re di Savoia.

Un altro minuto e la borbonica dinastia, e Francesco II[23] non sono più per essere, e il Romano non esitò d’avvertirla anche una volta, e suggerirle qualche buon consiglio, il quale se non servisse a salvarla, l’avrebbe fatta cadere con dignità inutilmente. Gli uomini della nazione sovvenendogli dell’esito del 15 maggio del 1848, e lusingati, credevano opportuno ripetere la strage, e non d’altre baionette seguiti, poiché l’esercito intiero sfasciatosi perché vinto già e nella disciplina demoralizzato, se non dalle baionette della Guardia reale, e con il Conte di Trapani[24] alla testa.

Un primo tentativo venne iniziato, ma ben presto represso. Due altri ne successero, capitanati l’uno dal Conte di Aquila[25], zio del Re, che ambiva rovesciare il nipote, ed occuparne il trono, [il] secondo da un de Sanclier [ma de Sauclières Hercule][26], prete e legittimista francese, [i] quali coll’esiliare il Conte, e coll’arresto del prete. Per la quale ultima avventura è da notare, come il Ministro di Francia recassi al Romano, onde impetrare la liberazione del Sanclier [ma de Saunclières E.], e perché detto Ministro dal Romano veniva avvertito essere stato già quegli consegnato al potere giudiziario, esclamò l’ambasciatore – «Dunque volete rinnovare così il 1793?» – Io devo salvare il paese dalle cospirazioni gli fu risposto, quali che fossero i cospiratori, e giustizia deve avere il suo corso.

Avendo fra tanto Garibaldi passato lo Stretto, audacissima ne divenne la rivoluzione napoletana, e fatta più certa d’un esito felice. Garibaldi avansavasi verso la Capitale incontrastato e con la sicurezza d’un vincitore, ed il Romano accortosi dell’istante della catastrofe, avendo scritto un memorandum da essere accettato dai Ministri suoi colleghi, i quali non vollero leggere nemmeno la legge al Re direttamente. Ivi era dipinta netta la situazione; nuda esposta tutta quanta la verità, e vi consigliava il Re ad allontanarsi per poco dalla sua sede, creare una reggenza, e risparmiare così gli errori d’una guerra civile.

Invece il Re appigliossi all’altro consiglio, di formare cioè un ministero di reazionari, il che però non riuscì; ma ogni autorità morale del potere essendo [e]sperita, e resa impotente, e i reazionari credendo poterla restaurare collo stato d’assedio, fecero che questo venisse ordinato dal Re nella Capitale. Invano il ministero si oppose, che il Re a Governatore di Napoli aveva nominato Cutrofiano [d’Aragon R. di][27], essere capace d’ogni violenza, e che nel 27 agosto proce[de]sse avanti con un’ordinanza racchiudente ferocissima legge stataria, ma che il Romano con fermezza ed energiche disposizioni volle radicalmente modificata.

All’arrivo imminente del Garibaldi il Re per nulla pensava, e fu duopo che il Ministero prendesse da sé qualche determinazione, il 29 agosto esortandolo a mettersi a capo delle sue truppe, ma nulla fecendosene il Ministero divenne dimissionario. A tale incontro Francesco II si decise finalmente d’abbandonare la capitale, e ricoverarsi in Gaeta, e prima di dipartirsi ebbe in mente di creare il Romano suo Luogotenente in Napoli, il che non avvenne poscia, prevedendosi il rifiuto che da questi avrebbe ricevuto.

Qui se avesse troncata [la] sua vita politica Liborio Romano sarebbe rimasto sul suo sepolcro tanta gloria per quanta sa compartirne la storia, ma sventuratamente non volle, né seppe, e credendo di poter continuare nella sua popolarità giustamente, ma stranamente, e per cause impossibili a rinnovarsi, in un momento acquistata, ostinassi a continuare. Il prestigio s’era ecclissato, ed accetta il portafoglio di Ministro dell’Interno e di Polizia datogli da Garibaldi. Quest’altro suo Ministero durò soli quattrodici giorni, nel quale si distinse per averlo diviso in Ministero di polizia e in Ministero dell’Interno. Dopo egli cadde, e non cadde per lacci e voleri di alcun suo nemico, com’egli lamenta, o qualche altro vorrebbe far credere, ma cadde perché finito il suo tempo, perché delle cose che gli giravano intorno non aveva concetto sicuro e determinato, perché criteri non aveva saldi, perché incerto e volubile non guardava meta da cogliere.

Dimesso il Romano ebbe offerta da Garibaldi la carica di Presidente della Corte suprema di Giustizia, ch’egli non accettò.

Dopo la solennità del plebiscito col quale l’Italia si arricchiva delle province meridionali il Conte di Persano [C. Pellion, conte di][28], a nome di Re Vittorio Emanuele II, che trovavasi ad Isola, gli presentava l’incarico di comporre il Consiglio di Luogotenenza, ed egli anche si ricusava. Avesse così sempre proseguito, ma entrata la seconda Luogotenenza in Napoli, dov’era giunto il Principe di Carignano[29], egli accettò l’incarico di comporre il nuovo Consiglio, e nel quale ebbe parte, assumendo a sé il portafoglio dell’Interno, e vi rimase fino al 12 di marzo, giorno nel quale aveva dato le sue dimissioni. E cadde non per forza altrui, ma perché finito aveva il suo tempo.

Durando [la] sua carica giunse pur l’altra ora delle elezioni politiche, e l’agitazione e l’ansia in queste province d’essere rappresentate al parlamento Italiano era grande e premurosa. Più grande fu l’ambizione di Liborio Romano a mostrare al mondo ch’egli fosse eminentemente popolare, e si fece eleggere in più Collegi, e Deputato venne proclamato in quello di Altamura, di Tricase, di Sala, di Campobasso, di Palata, di Atripalda, di Bitonto, ed in Napoli nel quartiere della Vicaria, oltre i ballottaggi degli altri collegi. Fatua luce di sua popolarità che più presto doveva annientarlo. Era compiuto il suo tempo.

Preceduto da non dubbia fama d’aprir guerra al Conte di Cavour[30], potentissimo Ministro che formato aveva l’Italia e d’aprir guerra con certe sue vedute di egemonia del proprio paese, di certe avversioni a quello ch’ei con altri appellava piemontesismo, e non so con quali altre chimere fuor di tempo e di luogo la sua elezione venne oppugnata, come quella avvenuta mentre sedeva egli Consigliere di Luogotenenza; però non tanto oppugnata da non essere finalmente accettato Deputato.

Però ad accedere nell’Aula della Camera il Re meno non poté tanto presto per quanto intendeva, imperò mentre che vi veniva, giunto a Genova, vi venne intrattenuto dalla gotta. Passata questa, Torino lo vide, ma egli senza che fosse andato a visitare l’avversario di sua mente, il Cavour sedé defilato tra i banchi del Centro sinistra nel Parlamento da prima, ottando [optando] nel patrio Collegio di Tricase.

L’ora di parlare in quel consesso egli affrettava, e non vi avesse parlato mai. Io Deputato di destra alla prima parola che profferse tremai per lui, poiché m’accorsi dei visi dei nostri colleghi disposti a manifestargli irrisione, che ogni opinione del nostro concittadino andava scemando. Pareva [il] suo dire la vacua declamazione degli avvocati, cui manca ragione nel difendere il proprio cliente, la voce trascinata e nasale d’un frate al quale non è giunta l’ora di scendere dal pulpito, e pur vi deve rimanere. Fu così che ei cadde per sempre. Fu così che ritirossi dalla pubblica carriera e ritornato a Napoli trascinò infermi i suoi giorni, finché divenuti perigliosi, i medici lo consigliarono a respirare a Patù [l’]aria nativa.

Qui dopo poco tempo che vi stette cessò di vivere in mezzo ai suoi il Romano, ma compianto da pochi e quasi ignorato. Però moriva lasciando sue faccende domestiche assai scompigliate e non ricco come i maligni avevano buccinato, e ricco divenuto nel potere. Fu questa la calunnia più atroce, della quale certi partiti si servirono brutalmente nella rivoluzione italiana per togliere fama ed abbattere gli onesti. Infamia della quale l’Italia a lavarsi può solo scontare coprendola di virtù moltissime.

Molti giornali si occuparono del Romano, lui vivente e nel potere; quelli che lo difendevano con accesissimo calore di parzialità, i contrari con ingiustificabile prevenzione ed odio senza fondamento. Il Romano può rassomigliarsi a colui che favorito dalla sorte, compie una grande impresa per caso, per forza, senza preconcetto divisamento, ma che ottiene gloria e popolarità imprevista, vuol continuare a sedere nel momentaneo suo grado. Ecco perché il Petruccelli [Della Gattina F.][31], questo agre e spudorato ingegno, ma talvolta fine e penetrativo tuttoché non suo avversario, scrisse di lui – «Liborio Romano arrivando alla Camera si assise al centro, poscia emigrò verso la sinistra. Io non so ciò ch’ei voglia, chi sia, ove tenda, se vezzeggi l’unità italiana o l’autonomia napoletana» – E un altro proponeva di scriversi sulla sua scranna di Deputato – «Qui riposa nel sonno parlamentare Liborio Romano, che fu sempre fermo nel non aver fermezza» -.

La presente biografia è stata rilevata con imparzialità da due elementi cozzanti, e ci sian tenuti nel giusto mezzo, onde la verità da una parte non ne venisse offesa, e l’amicizia personale verso un nostro concittadino, cui tutti i Napoletani debbono gratitudine eterna non rimanesse acciecata. Questi elementi sono. I 453 deputati del Presente, e i Deputati dell’Avvenire, opera diretta da Cletto Arrighi[32], volume III, Milano 1865, e delle Memorie politiche di Liborio Romano, pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello con note e documenti, Napoli, presso Giuseppe Marghieri[33], 1873.

Oltre le molte memorie forensi messe in istampa da Liborio, e i suoi atti governativi, olre le dette Memorie, vi son pure:

Des principes de l’economie politique puises dans l’economie animal, scritta in Francia nel tempo del suo esilio.

Lettera del 5 maggio 1861, diretta al Ministro d’Italia Conte di Cavour:

Sulle condizioni delle Province Napoletane.

Discorsi parlamentari.

Ferdinando Cito in Terra d’Otranto, senza data o nome di stampatore. Ma fu in Napoli in 1848.

 

[1] . F. ACCOGLI, Op. cit., Edizioni “Il Laboratorio, Parabita, 1996.

[2] Vd. «La Gazzetta del mezzogiorno», 28 giugno 2010, p. VIII.

[3] F. MOLFESE, Op. cit., pp. 402-403.

[4] Mario (Francesco) PAGANO (Brienza, 8 dicembre 1748 – Napoli, 29 ottobre 1799), giurista, filosofo, politico e drammaturgo italiano. Fu uno dei maggiori esponenti dell’Illuminismo italiano e un precursore del positivismo. Personaggio di spicco della Repubblica Napoletana (1799). Soppressa la Repubblica dal Borbone, fu impiccato in Piazza Mercato il 29 ottobre 1799.

[5] Bernardino CICALA (Lecce, 1765-1815), poeta e tragediografo. Nel 1799, aderì alla Repubblica Napoletana. Al ritorno dei Borbone, cominciarono per lui due anni di carcere e di persecuzioni: fu costretto a fuggire fuori dal regno. Tornato in patria con l’arrivo dei Napoleonidi, si stabilì a Lecce, dove morì.

[6] Francesco GERARDI, giurista, nel 1867 tra i fondatori della Camera degli avvocati penali di Napoli.

[7] G. GIUNTI, su questo giurista, l’unica citazione trovata finora sta negli scritti minori di L. Romano.

[8] Domenico SARNO, su questo abate, l’unica citazione trovata finora sta negli scritti minori di L. Romano.

[9] Felice PARRILLO, giudice della Gran Corte civile di Napoli.

[10] Nicola INTONTI (Ariano Irpino, 9 dicembre 1775 – Napoli, 8 maggio 1839), ministro della polizia nel regno delle Due Sicilie.

[11] Geremia MAZZA, giornalista del «Galluppi», morto nel 1840.

[12] Gaetano PECCHENEDA, direttore del Ministero dell’Interno del Regno delle Due Sicilie nel 1849-51.

[13] Antonio SCIALOJA (San Giovanni a Teduccio, 1 agosto 1817 – Procida, 13 ottobre 1877), economista. Nel 1848 divenne Ministro dell’Agricoltura e del Commercio del regno delle Due Sicilie, nel governo liberale di Carlo Troja. Arrestato dopo la repressione del 1849, fu condannato all’esilio “perpetuo” e quindi costretto a rifugiarsi nel regno di Sardegna. Ritornò a Napoli nel 1860, dopo la spedizione dei Mille, per diventare Ministro delle Finanze nel governo provvisorio di Garibaldi. In seguito fu segretario generale al Ministero dell’Agricoltura nel primo governo Ricasoli del regno d’Italia, consigliere della Corte dei Conti e senatore dal 1862, Ministro delle Finanze nel secondo governo La Marmora e poi nel secondo governo Ricasoli, infine Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Lanza e nel secondo governo Minghetti. Si dimetterà dall’incarico per la mancata approvazione del suo progetto sull’Istruzione elementare obbligatoria. Nel 1876 ebbe l’incarico di razionalizzare le finanze dell’Egitto.

[14] Giuseppe VACCA (Napoli, 6 luglio 1810 – 6 agosto 1876), magistrato, tra l’altro Procuratore presso la Gran Corte criminale di Lecce dopo il novembre 1846 e prima del febbraio 1848, Procuratore generale presso la Suprema Corte di giustizia, poi Corte di Cassazione di Napoli, Segretario generale del Comitato d’azione meridionale (1860), Senatore del Regno d’Italia dal 1861; Ministro di Grazia, Giustizia e Culti (27 settembre 1864-10 agosto 1865).

[15] Domenico GIANNATTASIO, di Salerno, liberale e deputato nel regno delle Due Sicilie.

[16] Conte d’APRILE, in realtà è Luigi di Borbone, conte d’Aquila, uno dei falchi della dinastia borbonica, vicino al Romano forse per traccia massonica. Devo questa precisazione al prof. Giancarlo Vallone, che ringrazio.

[17] Conte di Siracusa, ossia Leopoldo di BORBONE (Palermo, 22 maggio 1813 – Pisa, 4 dicembre 1860), fu un principe membro della Real Casa di Borbone-Due Sicilie, terzo figlio maschio di re Francesco I delle Due Sicilie e della regina Maria Isabella di Borbone-Due Sicilie. Leopoldo, conte di Siracusa, era critico nei confronti dell’operato del re Ferdinando II, suo fratello, come risulta dalle sue lettere alla madre Isabella di Spagna.

[18] BRENIER, ambasciatore di Francia a Napoli durante la fase di transizione e, fin dall’inizio, filo unitario.

[19] Giuseppe GARIBALDI (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882).

[20] Antonio SPINELLI (Capua, 23 marzo 1795 – Napoli, 9 aprile 1884), sovrintendente generale degli archivi e ultimo primo ministro del Regno delle Due Sicilie.

[21] Giuseppe MAZZINI (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872).

[22] Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia; Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878).

[23] Francesco II di Borbone, battezzato Francesco d’Assisi Maria Leopoldo (Napoli, 16 gennaio 1836 – Arco, 27 dicembre 1894), ultimo re delle Due Sicilie, salito al trono il 22 maggio 1859 e deposto il 13 febbraio 1861 con la nascita del Regno d’Italia.

[24] Conte di Trapani (Napoli, 13 agosto 1827 – Palermo, 24 settembre 1982).

[25] Conte d’Aquila, ossia Luigi di Borbone-Due Sicilie (Napoli, 19 luglio 1824 – Parigi, 5 marzo 1897).

[26] de Saunclières, ma Hercule DE SAUCLIÈRES, storico del Risorgimento.

[27] CUTROFIANO [d’Aragon R. di Raffaele Fitou d’Aragon (1802-1868), figlio di Pietro e di Maria Anna Filomarino duchessa di Cutrofiano.

[28] Conte Carlo PELLION di Persano (Vercelli, 11 marzo 1806 – Torino, 28 luglio 1883), ammiraglio comandante della flotta italiana nella battaglia di Lissa.

[29] Eugenio di Savoia Principe di Carignano
(Parigi, 14 aprile 1816 – Torino nel 1888), Tenente di vascello, nel gennaio 1861 fu nominato luogotenente delle Provincie Meridionali, con sede a Napoli.
Responsabile di non poche atrocità nella repressione del brigantaggio.

[30] Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di CAVOUR, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – 6 giugno 1861).

[31] Ferdinando PETRUCCELLI DELLA GATTINA (Moliterno, 28 agosto 1815 – Parigi, 29 marzo 1890), giornalista, scrittore e politico. Scrittore liberale, spesso anticonformista, fu un esule del governo borbonico a seguito dei moti del 1848.

[32] Cletto ARRIGHI – Carlo Righetti, vero nome dell’autore divenuto famoso come Cletto Arrighi (Milano, 1828 – 3 novembre 1906) giornalista e scrittore, massimo esponente della scapigliatura.

[33] Giuseppe MARGHIERI, editore napoletano.

Giuseppe Mazzini e i Mazziniani salentini

G. Toma, O Roma o morte

 

di Maurizio Nocera

 

Perché ricordare oggi Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872), a 146 anni dalla morte? Semplicemente, almeno questo vale per me, perché sembra che in questo nostro Paese di gambe all’aria e di false notizie propalate a piene mani da ogni parte, ci si sia dimenticati della storia e delle buone maniere anche nelle minime faccende quotidiane. E allora, e questo vale sempre in primo luogo per me, ricordare Mazzini significa ricordare un esempio di buona patria, di buona politica repubblicana, di democrazia concreta, ed anche, perché no?, di buona letteratura, se pensiamo che, sin da giovinetto, egli amò la musica (suonava la chitarra) e lesse Goethe, Alfieri, Leopardi, Foscolo, Shakespeare, Manzoni, altri ancora.

Oggi i suoi scritti hanno ancora un loro valore politico-letterario. Li cito a partire dal primo, che fu Dell’amor patrio di Dante (1926). Mazzini fu giornalista, e il suo primo impiego in quanto tale fu presso «l’Indicatore Genovese» (Genova, 1827-1828, chiuso dalla censura), sul quale, ancora giovanissimo, iniziò a pubblicare recensioni di libri patriottici, fino, successivamente, da uomo maturo, ad arrivare alla fondazione e direzione di importanti periodici come «l’Apostolato Popolare», «Il Nuovo Conciliatore», «L’Educatore», «Le Proscrit. Juornal de la République Universelle», «Il tribuno», «Pensiero e azione», «Roma del popolo». Scrisse importanti opere come Atto di fratellanza della Giovane Europa (1834), Scritti politici inediti (Lugano 1844), Del dovere d’agire (1855); Ai giovani d’Italia (1859); e l’importanti libro Dei doveri dell’uomo. Fede ed avvenire (Lugano, 1860), non a torto ritenuto il primo manifesto di libertà e democrazia dei popoli della nuova epoca, nel quale inserì un appello Agli operai italiani:

«A voi, figli e figlie del popolo, io dedico questo libretto nel quale ho accennato i principii in nome e per virtù dei quali voi compirete, volendo, la vostra missione in Italia: missione di progresso repubblicano per tutti e d’emancipazione per voi. Quei che per favore speciale di circostanze o d’ingegno, possono più facilmente addentrarsi nell’intelletto di quei principii, li spieghino, li commentino agli altri, coll’amore, col quale io pensava, scrivendo, a voi, ai vostri dolori, alle vostre vergini aspirazioni alla nuova vita che – superata l’ingiusta ineguaglianza funesta alle facoltà vostre – infonderete nella Patria Italiana […] Le divisioni naturali, le innate spontanee tendenze dei popoli, si sostituiranno alle divisioni arbitrarie sancite dai tristi governi. La Carta d’Europa sarà rifatta. La Patria del Popolo sorgerà, definita dal voto dei liberi, sulle rovine della Patria dei re, delle caste privilegiate. Tra quelle patrie sarà armonia, affratellamento. E allora, il lavoro dell’Umanità verso il miglioramento comune, verso la scoperta e l’applicazione della propria legge di vita, ripartito a seconda delle capacità locali e associato, potrà compiersi per via di sviluppo progressivo, pacifico: allora, ciascuno di voi, forte degli affetti e dei mezzi di molti milioni d’uomini parlanti la stessa lingua, dotati di tendenze uniformi, educati dalla stessa tradizione storica, potrà sperare di giovare coll’opera propria a tutta quanta l’Umanità» […] La Patria è una, indivisibile. Come i membri d’una famiglia non hanno gioia della mensa comune se un d’essi è lontano, rapito all’affetto fraterno, così voi non abbiate gioia e riposo finché una frazione del territorio sul quale si parla la vostra lingua è divelta dalla nazione» (vd. G. Mazzini, I doveri dell’uomo, Sansoni – La Meridiana, Firenze, 1943, pp. 5, 57 e 61).

Va subito detto che se non ci fosse stato Giuseppe Mazzini, e con lui Giuseppe Garibaldi, Liborio Romano e, per alcuni eventi specifici, Cavour (che non amò mai il patriota, anzi fece di tutto per incarcerarlo e persino farlo condannare a morte), mai si sarebbe raggiunta l’Unità d’Italia; unità che significò in primo luogo liberare l’Italia dalla presenza sul suo suolo degli eserciti di altre potenze europee. Per questo suo alto obiettivo politico (Unità nazionale retta da una Repubblica con un governo centrale) fondò e diresse movimenti politici e diversi periodici.

Si pensi alla “Giovine Italia” (1831), alla “Associazione Nazionale Italiana” (1848) e al “Comitato Nazionale Italiano” (1850) e, nello spirito di un sincero internazionalismo patriottico, si spinse a fondare la “Giovine Germania” (1834) e la “Giovine Polonia” (1835) per l’unificazione nazionale di quei paesi, ai quali si deve aggiungere la fondazione della “Giovine Europa” (1866) per l’unificazione dello stesso vecchio continente attraverso un Fronte unito che chiamò “Alleanza Repubblicana Universale”, da cui nacque il “Comitato Centrale Democratico Europeo” (1850). Uno dei capolavori politici di Mazzini, purtroppo sconfitto poi dalla reazione più nera, fu la Repubblica Romana (1849), che diresse per alcuni mesi assieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini (il cosiddetto triumvirato), al quale un contributo notevole apportò Carlo Pisacane.

Inutile aggiungere che per la sua passione politica e per l’Unità d’Italia soffrì il carcere, le percosse, l’esilio (per lunghi anni a Londra) e più volte la condanna a morte in contumacia.

Il 3 giugno 1888, sul periodico dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli – lo «Spartaco» – Victor Hugo, autore francese a noi molto noto, scrisse:

«Pour Mazzini il y a la libertè. Pour Garibaldi il y a la patrie. Pour nous il y a l’Italie».

Nel Salento come pure nella nostra Gallipoli operarono i mazziniani repubblicani, a cominciare da Epaminonda Valentino, (Napoli 1811 – Lecce 1849), fondatore della “Giovine Italia” nell’allora Regno di Napoli e il primo introduttore nella stessa Gallipoli e a Lecce. Epaminonda aveva sposato Rosa de Pace, sorella di Antonietta, il cui solo nome per noi gallipolini è una bandiera. Epaminonda, nel maggio 1848, partecipò ai moti insurrezionali di Napoli e di Lecce, aderì al Circolo patriottico di Terra d’Otranto (fondato il 29 giugno 1848). In seguito alla sua partecipazione ai moti insurrezionali, venne arrestato a Lecce il 30 ottobre 1848, assieme a Sigismondo Castromediano (Cavallino), i fratelli Stampacchia (Lecce), Gaetano Brunetti (Lecce), più altri. Epaminonda fu condannato a morte ma, prima ancora dell’esecuzione, morì nel penitenziario di Lecce nel 1849 tra le braccia del Castromediano. Dell’atroce modo in cui egli mori, lo storico Pier Fausto Palumbo ha scritto:         «Fin dal 29 settembre (1848) una prima vittima fu fatta: nelle braccia del Bortone e del Castromediano era spirato, in carcere [si tratta del carcere dell’Udienza o carcere centrale di Lecce], a soli trentotto anni, Epaminonda Valentino, gallipolino d’elezione per le nozze con Rosa de Pace, fondatore in provincia della “Giovine Italia”» (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 165).

Anche Sigismondo Castromediano, che lottò esemplarmente contro il Borbone, nelle sue Memorie scrive una chiara pagina patriottica su questo straordinario napoletano rivoluzionario repubblicano mazziniano, salentino e gallipolino d’elezione:

«Epaminonda lasciava la giovane moglie, Rosa de Pace, e due figlioletti ancora piccini, che amava sino alla follia, e con essi Antonietta sua cognata […] La nuova dolorosa giunse a quelle donne in Gallipoli per via di nostre lettere, e a conforto di loro sventura e a venerata memoria dell’estinto loro inviammo un’iscrizione lapidaria…» (vd. Aspetti e figure del Salento nelle parti inedite delle “Memorie” di Sigismondo Castromediano, a cura di Aldo Vallone, in «Studi Salentini», III-IV, giugno-dicembre 1957, p. 174).

Accanto a Epaminonda c’è da annoverare anche suo figlio Francesco Valentino (Gallipoli, 1835 – Pieve di Ledro, 1866), nipote di Antonietta de Pace. Morì da patriota nelle battaglie risorgimentali, convinto repubblicano, prendendo parte nelle associazioni democratiche e nel giornalismo rivoluzionario di Marsiglia e di Genova. Nel 1866 indossò la camicia rossa garibaldina morendo a Pieve di Ledro, nei pressi di Bezzecca (Trento) nella battaglia contro l’impero austro-ungarico in quella campagna militare che Garibaldi intraprese per la liberazione di Trento e Venezia. Del figlio Francesco, nel commentare la battaglia di Bezecca (24 giugno 1866) riporto quanto scrisse il corrispondente di guerra Augusto Vecchi:

«Il povero Valentino è morto, colpito al petto, gridando “Viva l’Italia”».

E come non ricordare ora Antonietta de Pace (Gallipoli, 2 febbraio 1818 – Capodimonte, 4 aprile 1893), cognata di Epaminonda e zia di Francesco, patriota e rivoluzionaria gallipolina, repubblicana mazziniana fin dalla prima ora, alla cui opera la città di Lecce ha intitolato una via e un istituto scolastico di secondo grado. Dopo la morte del cognato e del nipote, la responsabilità dell’attività cospiratrice nel Salento ricadde proprio su di lei. Così la ricorda Pier Fausto Palumbo:

«Animatori della vasta cospirazione mazziniana, e segretari del Comitato centrale di Napoli, i due salentini Fanelli e Mignogna. Collaboratrice instancabile e preziosa, Antonietta de Pace: ad essa facevano capo i Comitati di Lecce, di Brindisi, di Ostuni, di Taranto; e fu essa, con la madre dei Poerio, la moglie del Settembrini, la figlia di Luigi Leanza, poi moglie di Camillo Monaco, a intrattenere gli ancor più rischiosi rapporti coi galeotti politici di Procida, Santo Stefano, Ventotene, Montesarchio e Montefusco. Le corrispondenze segrete tra Santo Stefano e Napoli passavano per Ventotene, i cui reclusi erano giunti a dare tale fastidio al governo che, per liberarsene, preferì disfarsi dei meno pericolosi (…) La guerra di Crimea, riaccendendo le speranze, si fece leva sui militari, con una società mazziniana tutta particolare per loro. Anche di questa, animatori furono il Mignogna e la de Pace, che vennero arrestati: l’uno si ebbe cinquanta legnate e l’eroica donna fu per quarantasei volte inquisita. Al processo che ne seguì, il Mignogna s’ebbe condanna all’esilio, la de Pace fu assolta [dopo aver scontato 18 mesi di carcere preventivo]» (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 167).

È nota la vicenda che vuole la de Pace entrare in Napoli liberata al fianco di Giuseppe Garibaldi. Era il 6 settembre 1860 e da lì, da quella città del Sud, l’Italia iniziava la sua nuova era di paese unito. Oronzo Colangeli, che fu preside per molti anni dell’Istituto Professionale Femminile “Antonietta de Pace” di Lecce, presso il quale anche chi qui scrive ha insegnato per diversi anni, così ricorda la Gallipolina: «Mazziniana convinta e repubblicana, non si scostò mai dalla sua linea ideale pur adattandosi, per un consapevole senso di civile partecipazione al momento storico che attraversava l’Italia […] Con una fede pari a quella degli apostoli del nostro Risorgimento non ebbe incertezze neppure nei momenti più difficili ed oscuri della reazione. Perseguita dalla polizia e dai tribunali borbonici non vacillò, trovando in se stessa le risorse morali per resistere agli inquisitori e risorgere in adamantina coscienza di riaffermata libertà. Esempio purissimo delle migliori tradizioni delle donne italiche che, in tempi dolorosi e di triste servaggio, seppero credere nel radioso avvenire della Patria» (vd. O. Colangeli, in Antonietta de Pace, Patriota Gallipolina, Istituto Professionale Femminile di Stato – Lecce, Editrice Salentina, Galatina 1967, pp. 73-74).

E ancora, come non ricordare Bonaventura Mazzarella (Gallipoli 8 febbraio 1818 – Genova 6 marzo 1882), avvocato e magistrato gallipolino ancor prima dei moti risorgimentali del 1848, repubblicano mazziniano sin dalla prima ora. A Lecce fondò il primo nucleo del Partito d’azione d’ispirazione mazziniana con la costituzione dei primi Comitati collegati ai Circoli. Nel maggio 1848, sempre a Lecce città, uno di questi Comitati prese il nome di Circolo Patriottico Provinciale di Terra d’Otranto, che vide al suo interno il fior fiore della migliore gioventù, fra cui Giuseppe Libertini, Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno, Alessandro Pino, Nicola Schiavoni, Cesare Braico, Emanuele Barba, altri ancora. Mazzarella fu eletto presidente del Circolo dedicandosi all’organizzazione della Deputazione Provinciale, dalla quale sarebbe nata, dopo l’Unità d’Italia, quella struttura amministrativa che noi oggi conosciamo col nome di Provincia. Il 30 aprile 1849, Bonaventura Mazzarella fu l’unico salentino, assieme ad altri trenta emigrati repubblicani, ad combattere sotto le mura di Roma nella difesa della Repubblica. In tutta la sua vita fu sempre coerente rimanendo repubblicano mazziniano. Passò il resto della sua vita a Genova, dopo essere stato deputato per alcune legislature e, per decenni, consigliere comunale di quella città.

A Gallipoli, tra i repubblicani mazziniani, ci fu anche Eugenio Rossi (Gallipoli 1831-1909), il quale partecipò a tutte le iniziative politiche e militari contro il Borbone e per l’unità nazionale, ad iniziare dal maggio del 1848. Dopo l’Unità d’Italia si arruolò, per mezzo del “Comitato per Roma e Venezia”, presieduto da Emanuele Barba, alla campagna garibaldina di Aspromonte nel 1862, partecipando a tutte le altre campagne che Garibaldi fece fino a Bezzecca. Ritornato in Gallipoli divenne uno dei più ferventi promotori di lotte sociali a favore del popolo, divenendo più volte consigliere comunale ed assessore della città. Fu il fondatore e primo presidente della sezione del Partito socialista di Gallipoli a iniziare dal 1892. Fondò, assieme ad altri suoi compagni, lo «Spartaco», organo dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli e circondario e, più tardi, nel 1900, fondò pure, divenendone direttore, «Il Dovere», organo dell’Unione Dei Partiti Popolari di Gallipoli, espressione delle masse popolari. La sua opera, sociale e politica, è oggi rintracciabile nelle centinaia di lettere, articoli, saggi sul socialismo ecc. che egli ci ha lasciato sullo «Spartaco», su «Il Dovere», e su altri giornali ed opuscoli.

Inoltre va annoverato il nome di Giuseppe Libertini (Lecce 1823-1874), repubblicano mazziniano della prima ora il quale, dopo la morte di Epaminonda Valentino assunse la direzione della “Giovine Italia” salentina. I leccesi gli hanno intitolato una bella piazza e un bel bronzo. Fu avvocato e amico personale di Giuseppe Mazzini, col quale stette per lungo tempo a Londra. Partecipò ai moti insurrezionali del 1848, fondò il Circolo Patriottico di Terra d’Otranto e combatté sulle barricate di Monte Calvario a Napoli il 5 maggio 1848. Fu membro del governo provvisorio garibaldino (settembre 1860) e deputato del Regno d’Italia. Mazzini lo mise alla guida del Partito d’Azione, col compito di far insorgere le province allo sbarco di Garibaldi sul continente, perché

«uomo di pronti ed arditi disegni, che seppe far miracoli, tanto da superare di gran lunga la nostra aspettazione», (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 171).

Del Libertini, un inedito ricordo lo scrive anche Francesco Stampacchia nel 1860:

«Giuseppe Libertini, pur esso salentino e propriamente leccese, figura di primo piano nel Risorgimento nazionale, intimo di Giuseppe Mazzini e con lui operante, già recluso a Ventotene, membro del Comitato Europeo con Kossut ed Herzen, aveva organizzato la insurrezione di Potenza, di Ariano e delle Calabrie, e si trovava in Napoli membro del Governo Provvisorio costituitosi al partire di Francesco II e scioltosi quando fu proclamata la dittatura di Garibaldi. Egli era allora accanto all’eroe, da cui era stato chiamato, e con lui fra gli applausi percorreva le vie della Capitale» (vd. F. Stampacchia, Lecce e Terra d’Otranto un secolo fa, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 308).

Accanto a questi eroi unitari del Risorgimento salentino, non vanno dimenticati Vito Mario Stampacchia senior (Lequile 1788 – Lecce 1875), patriota leccese giacobino, che partecipò ai moti insurrezionali del 1820 e anni successivi; Gioacchino Stampacchia (Lequile 1818 – S. M. Capua Vetere 1904), che fu patriota mazziniano e aderì alla “Giovine Italia”; Salvatore Stampacchia (Lecce 1812-1885), fratello di Gioacchino e figlio di Vito Mario senior, anch’egli patriota risorgimentale. E ancora Gaetano Brunetti (Lecce 1829-1900), avvocato, repubblicano mazziniano della prima ora, che partecipò a tutto il risorgimento italiano.

Accanto a tutti costoro non vanno dimenticati altri personaggi come: Cesare Braico, di Brindisi, garibaldino fra i Mille, il quale combatté nel 1848 sulle barricate a Santa Brigida a Napoli. Successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari fu condannato a 25 anni di galera. Soffrì il carcere duro borbonico assieme a Sigismondo Castromediano e a Luigi Settembrini. Dopo 11 anni di carcere fu esiliato dall’Italia. Riparò a Londra dove per bocca dell’altro suo compagno Giuseppe Fanelli ricevette il saluto di Giuseppe Mazzini. Appunto Giuseppe Fanelli, di Martina Franca, anch’egli garibaldino fra i Mille, che partì da Quarto per la Sicilia (famoso il coraggio dimostrato durante la battaglia di Calatafimi), e repubblicano mazziniano della prima ora, difensore della Repubblica Romana del 1849, dove combatté sotto il comando politico di Giuseppe Mazzini. Fu anch’egli uno dei responsabili della “Giovine Italia” in Terra d’Otranto. C’è ancora Vincenzo Carbonelli, di Taranto, anch’egli garibaldino fra i Mille, repubblicano mazziniano della prima ora, partecipò il 15 maggio 1848 ai moti insurrezionali di Napoli, anch’egli difensore della Repubblica Romana e propagatore degli ideali mazziniani in Terra d’Otranto. E infine va ricordato anche il leggendario Nicola Mignogna, di Taranto, garibaldino fra i Mille che, il 5 maggio 1860 fu, assieme a Crispi, Rosolino Pilo e La Massa, tra gli organizzatori della spedizione da Quarto alla volta della Sicilia. Repubblicano mazziniano della prima ora, nel 1836 si era affiliato alla “Giovine Italia” diffondendone gli ideali nelle provincie napoletane. Nel 1848 combatté a Monte Calvario a Napoli, successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Venne processato assieme ad Antonietta de Pace. Lavorò spesso a fianco di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Fino alla fine dei suoi giorni rimase un convinto repubblicano. (Per tutti cfr. Aa. Vv. Lecce e Garibaldi, Capone editore, 1983).

Fin qui i garibaldini, i mazziniani e gli altri patrioti unitari salentini, i cui nomi andrebbero scritti nel Grande Libro della Storia nazionale d’Italia. E tuttavia la storia, che noi sappiamo essere maestra di vita e regolatrice di ogni cosa, non lascia mai nulla di scoperto sulle sue indistinguibili pagine sulle quali è narrata l’evoluzione degli eventi. Tant’è che nel 1945-46, quando i costituenti del secondo dopoguerra si riunirono per gettare le basi di quella che sarebbe divenuta la Carta fondamentale della nuova Italia antinazifascista, la Costituzione, (la forma statuale fu quella repubblicana, scelta dal popolo italiano con il referendum del 2 giugno 1946), non dimenticarono l’insegnamento di Giuseppe Mazzini e dei suoi compagni. Così, nell’impeto gioioso di un’indimenticabile giornata per gli italiani, e nel calore sostenuto dal forte vento della libertà e della democrazia riconquistata, nacque la nostra Costituzione Repubblicana, promulgata il 1° gennaio 1948.

Ecco perché, oggi, in un’Italia continuamente gabbata da ignoranti di Stato, non è sbagliato ritornare a leggere i testi di Giuseppe Mazzini, affinché si riscoprano i valori e le idealità d’un tempo per ritrovare anche il senso e il significato profondo di una vita degna di essere vissuta alla ricerca di un mondo ideale concreto, mondo che fece degna di essere vissuta la vita dei grandi iniziati di tutti i tempi: Socrate, Pitagora, Budda, Confucio, Gesù Cristo, Maometto, Giordano Bruno, Ernesto “Che” Guevara. Forse, ma questo è difficile accertarlo in un momento storico come quello che stiamo vivendo, fra questi grandi della storia dell’umanità, un suo posto l’ha anche Giuseppe Mazzini, indiscutibilmente l’apostolo più significativo del repubblicanesimo moderno.

A Lecce, su una fiancata dell’ex Convitto Palmieri, insiste una bella immagine di Giuseppe Mazzini, sotto la quale, Giovanni Bovio, altro personaggio assai noto ai gallipolini, ha scritto: «Giuseppe Mazzini// pari ai fondatori di civiltà// Maestro».

 

Pubblicato su Anxa

Libri. Manoscritti giovanili di Sigismondo Castromediano

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L’ATTIVITA’ LETTERARIA DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO E L’ULTIMO LIBRO DI FABIO D’ASTORE

 

di Paolo Vincenti

“Manoscritti giovanili di Sigismondo Castromediano. (Archivio Castromediano di Lymburg)”, edito da Mario Congedo (2015), è l’ultima fatica di Fabio D’Astore, Presidente della Società “Dante Alighieri” di Casarano e docente di Lettere presso la Scuola Media – Istituto Comprensivo di Ruffano. D’Astore è un profondo conoscitori dell’attività letteraria del “duca bianco” Sigismondo Castromediano, avendo ad essa dedicato molti studi, fra i quali “Mi scriva, mi scriva sempre… Regesto delle lettere edite ed inedite di Sigismondo Castromediano” (Pensa multimedia 1998);  “Dall’oblio alla storia. Manoscritti di salentini tra Sette e Ottocento” (Congedo editore 2001); Le biblioteche private nel Salento e “La Biblioteca” di Sigismondo Castromediano, in “Archivi e Biblioteche: la formazione professionale e le prospettive della ricerca in Puglia (Atti del Convegno di Studi, Arnesano 25 ottobre 2002)”, a cura di F. de Luca, Milella 2005;  Beni culturali e identità nazionale in Sigismondo Castromedianoin “L’identità nazionale. Miti e paradigmi storiografici ottocenteschi (Atti del Convegno di Studi, Cavallino, 30-31 ottobre 2003)”, a cura di A. Quondam e G. Rizzo, Bulzoni 2005.

La figura di Castromediano, cui è intitolato il nostro Museo Provinciale di Lecce, indefesso ricercatore di memorie patrie, personaggio di spicco del Risorgimento italiano, è stata appena affrontata dal recentissimo libro “Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura. Atti del convegno Nazionale di Studi (Cavallino di Lecce, 30 novembre-1 dicembre 2012)”, a cura di F. D’Astore e A.L.Giannone, edito da Congedo per il “Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo” (2014). Nel libro, a lumeggiare sul Castromediano letterato è stato proprio D’Astore col suo saggio “Passi inediti di un manoscritto delle Memorie di Sigismondo Castromediano”. Nello specifico, D’Astore si è soffermato sull’opera maggiore di Castromediano, quella per cui noi tutti lo conosciamo come scrittore, ossia le “Memorie” di cui, anche alla luce di documenti di recente acquisizione, D’Astore sta curando la riedizione critica. Varrà la pena ricordare che il libro “Carceri e galere politiche. Memorie del Duca Sigismondo Castromediano”, del 1895,  che riporta ai duri anni trascorsi dal liberale Castromediano in prigione, ed è una delle opere più significative della memorialistica risorgimentale, è stato ripubblicato in ristampa fotomeccanica, prima nel 2005 e poi nel 2011 da Congedo per le cure di Gaetano Gorgoni. E di questa opera, di cui si conoscono numerose varianti, si è anche di recente ritrovata una nuova versione, manoscritta, recante la stesura completa delle Memorie, grazie allo studioso Gigi Montonato che ne riferisce in “Notizia intorno al recupero di un manoscritto delle Memorie”, nel volume degli Atti sopra riportato.

Ora, in quest’ultimo libro appena pubblicato, con il patrocinio della Città di Cavallino e del “ Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo”, con una Premessa di Gaetano Gorgoni e una puntuale Prefazione di Antonio Lucio Giannone, D’Astore si occupa del materiale contenuto nell’archivio dei Castromediano di Lymburg a Cavallino di Lecce, oggi riordinato e inventariato grazie a Rosellina D’arpe la quale, dopo avere annunciato le linee guida del  lavoro nel convegno del 2008, i cui atti sono stati poi pubblicati in “I Castromediano di Lymburg e il loro archivio – primi interventi e prospettive. Atti del convegno di Studi (Cavallino di Lecce, 28 novembre 2008)”, a cura di R. D’Arpe, edito da Congedo nel 2010 (e in cui è contenuto il saggio di D’Astore “Lettere a Sigismondo Castromediano e suoi scritti giovanili”), ha poi reso noto l’esito del lavoro svolto, nel Convegno del 2012 e quindi nel saggio “Un contributo alla storia di Terra D’Otranto: i Castromediano di Lymburg e la loro memoria storica”, contenuto nel già citato “Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura” (2014).

Torniamo al libro che si presenta. Nel Catalogo dei manoscritti di argomento letterario, D’Astore censisce i seguenti testi: un manoscritto cartaceo, autografo, contenente “Il parricida cegliese. Versi”(fra 1834 e 1837); un ternione cartaceo, autografo, contenente “Cenni biografici. Caballino” (1839); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente la novella “Il forzato di Brindisi” (1839), la poesia “Alla bella dormente. Versi” e “Il suicida”; un manoscritto cartaceo autografo contenente la breve prosa autobiografica “Schizzo del mio carattere” (1839), la prosa di viaggio “Frammenti d’impressioni in un viaggio fatto al Capo di Leuca” (fra 1838 e 1840), la novella “Uno istante e la sorpresa. Avvenimento storico” (1839); un senione cartaceo, autografo, contenente la stesura definitiva di “Uno istante e la sorpresa. Avvenimento storico” (1839), la poesia “Discorso preceduto ad un’Accademia di poesia pel Natale di Cristo e recitato nella parrocchiale di Caballino nel 1842” (1839), e il breve racconto autobiografico “Parlo di lei. Al Cappuccino P.Alessandro da Uggiano la Chiesa” (1842); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente il breve racconto autobiografico “La Carità italiana. A Giovanni Grassi – Lettera” (1846); un manoscritto cartaceo, autografo, dal titolo “Indirizzo di nobil cuore” (1846); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente il dramma storico “Il sacco di Pavia”; un manoscritto cartaceo, autografo, contenente lo scritto paesaggistico “Un sogno” (1860-1862); un altro contenente la versione francese, “Un reve”, dello scritto di sopra; un altro contenente lo scritto “Esposizioni e riflessioni sul dramma intitolato La vita come Dio la manda di Olimpia Savio Rossi” (1859); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente lo scritto autobiografico “Emendamenti, aggiunte e dichiarazioni alla biografia di Sigismondo Castromediano per Bartolomeo De Rinaldis” (1863) con due aggiunte del 1865; un quinterno di fogli protocollo, idiografo, contenente delle varianti dell’opera “Memorie”; un quinterno di fogli protocollo, idiografo, contenente ancora altre versioni dell’opera sua maggiore “Memorie”; un manoscritto cartaceo, idiografo, contenente tre stesure dell’opera “Caballino – comune presso Lecce e l’antica Sibaris in Terra D’Otranto” (1890 circa); un altro contenente il testo “Commento al libro secondo delle Odi di Orazio”; un quaterno cartaceo che tratta di problematiche letterarie; e infine un duerno cartaceo contenente il testo “De Petronio satyrarum auctore quaestiones”. Di questa imponente mole, D’Astore analizza e riporta  nelle pagine centrali del libro, alcune opere, che, anche a detta di A.L. Giannone, sono le più interessanti e letterariamente pregevoli: tutte prodotte dal Castromediano prima dell’arresto e della lunga degenza nelle galere borboniche, dunque fra  il 1838 e il 1846. Il libro ci fa conoscere la produzione giovanile di Castromediano, su cui si erano soffermati in passato altri studiosi, data l’importanza di questa produzione nella ricostruzione della bibliografia ma anche dei motivi di ispirazione, dei modi e degli accenti della sua carriera letteraria.  D’Astore cataloga questi scritti con grande competenza filologica, fornendo tutte le varianti delle opere e corredando il testo di un poderoso apparato critico. Viene fuori un quadro il più possibile completo del personaggio Castromediano; il vasto diorama della sua produzione letteraria denota una ampiezza di interessi ed  un eclettismo che lo rendono figura di intellettuale universale . Dalla prosa ai versi, dalle novelle ai racconti, dagli scritti di contenuto amoroso al dramma storico, dalla memorialistica al racconto di viaggio, agli scritti di carattere erudito, spazia fra i generi e gli stili, la sua versatilità. Tutti questi caratteri, l’autobiografismo, la passione civile, le istanze didattiche e pedagogiche, l’amore per la nostra terra, presenti in nuce negli scritti giovanili, troveranno poi massima esplicazione nelle opere della maturità. Perciò il libro  realizzato da D’Astore appare prezioso e necessario, nella pur fecondissima messe di studi fiorita intorno alla figura del Duca Castromediano.

Giuseppe Libertini, uno dei più attivi personaggi del Risorgimento salentino

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di Maurizio Nocera

 

Si è celebrato il 140° anno della morte di Giuseppe Libertini, noto personaggio del Risorgimento salentino, insieme a Sigismondo Castromediano, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Antonietta de Pace ed altri illustri uomini di stampo liberale.

Giuseppe nacque a Lecce il 2 aprile 1823 da Luigi, ricco proprietario terriero, e da Francesca Perrone. Sin da studente si distinse per i suoi pensieri libertari che gli costarono gridate e punizioni a scuola. Ultimati gli studi inferiori, rimase per qualche tempo nella sua città natale ed ebbe modo di conoscere, frequentando il caffè Persico e la legatoria Bortone, alcuni noti esponenti liberali leccesi, come il medico Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe e Bonaventura Forleo. In questi luoghi, in verità non molto sicuri, i liberali leccesi discutevano della politica asfittica dei Borbone e dei fermenti liberali provenienti da varie nazioni europee, in particolar modo dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Si leggevano e si commentavano i proclami e le epistole di Giuseppe Mazzini, che, erano per buona parte condivise.

Nel 1844 il giovane liberale si trasferì a Napoli e frequentò, senza grande profitto, le lezioni di Economia all’Università. Data la sua intensa attività politica, uscì fuori corso e finì per abbandonare gli studi.  Dopo aver conosciuto il De Sanctis, lo Spaventa e il d’Ayala, Giuseppe compose un dramma a sfondo patriottico, ma le autorità non gli concessero la diffusione e la rappresentazione teatrale. Tornato a Lecce nel 1847, Giuseppe riprese i contatti con gli esponenti del liberalismo salentino.

A fine gennaio 1848, Re Ferdinando II concesse finalmente la tanto invocata Costituzione. In ogni parte del Meridione furono organizzate in pompa magna feste in onore del grandioso evento. A Lecce fu proprio Giuseppe a promuovere l’iniziativa il 21 febbraio in Piazza Sant’Oronzo, che per l’occasione era gremita da una marea festosa di salentini. Ma le promesse del Re, però, per buona parte furono osteggiate dai nobili e dai vari funzionari dell’amministrazione statale. La situazione cominciò a degenerare e i rapporti tra costituzionalisti liberali e i monarchici andarono sempre più inasprendosi. Ciò nonostante, furono indette le elezioni per la costituzione della Camera dei Deputati. Il clima era teso in tutto il Regno perché si temevano eventuali brogli elettorali. Infatti fu proprio Giuseppe uno dei firmatari della protesta presentata al ministero dell’Interno contro alcune irregolarità riscontrate nelle votazioni da parte di alcuni ufficiali della Guardia Nazionale.

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Il clima si fece rovente ed incerto. Il Re tentennava ed era mal disposto a concedere alcune riforme costituzionali ai deputati liberali. Per questo motivo Giuseppe, insieme a Bonaventura Mazzarella, Achille Dell’Antoglietta, Antonietta de Pace ed altri liberali, si recò nella capitale a seguire da vicino l’incerta evoluzione del momento.

All’alba del 15 maggio 1848, non avendo il Re concesso quanto richiesto dai deputati, scoppiò la scintilla della rivoluzione. Le vie intorno al Palazzo Reale furono sbarrate da barricate erette dai liberali, soprattutto in via Toledo e via S. Brigida. La sommossa durò alcune ore, ma i rivoltosi, inferiori per numero e per armamento, furono costretti ad abbandonare le postazioni e a darsi alla fuga. Le guardie svizzere, in modo particolare, si macchiarono di orrendi delitti nei confronti anche della gente inerme. Alla fine rimasero sul terreno i corpi senza vita di quasi mille persone. Giuseppe e i suoi compagni, che avevano combattuto con estremo coraggio sulle barricate, rimasero fortemente scossi da simili efferatezze e giurarono vendetta.

Rientrati a Lecce, i salentini non intesero perdere l’appena nata Costituzione e fondarono immediatamente il Circolo Patriottico provinciale, al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate. A presidente fu eletto Bonaventura Mazzarella, mentre a segretario Sigismondo Castromediano. Giuseppe fu tra i promotori, insieme ad altri influenti cittadini salentini

Il 12 giugno dal circolo partì un atto di Protesta (da alcuni storici l’atto è attribuito allo stesso Libertini e, forse anche, a Carlo D’Arpe e Pasquale Persico) in cui si dichiarava “illegittima, incompatibile, vergognosa la dominazione di Ferdinando II” e si affermava il diritto della nazione di affidare il governo a un comitato provvisorio.

Il 25 giugno 1848, insieme con Giuseppe Simini, Libertini prese parte, come delegato della città di Lecce, all’adunanza convocata dal Circolo costituzionale lucano per promuovere una sorta di federazione fra la Lucania e le province di Salerno, Foggia, Bari e Lecce.

Alla fine della seduta fu redatto un Memorandum (anche questo è attribuito al Libertini), in cui si invocava il mantenimento del regime costituzionale e s’insisteva su un’interpretazione progressiva e dinamica della costituzione. Dopo un infruttuoso peregrinare in alcune province della Calabria e della Lucania, Giuseppe tornò a Lecce, dove organizzò una dimostrazione popolare (15 agosto 1848) in favore della repubblica democratica. Il tentativo non determinò alcun effetto positivo, anzi fu l’inizio della fine. Le truppe borboniche entrarono a Lecce ed arrestarono alcuni noti esponenti liberali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano e Epaminonda Valentino. Quest’ultimo morrà di crepacuore nelle fredde prigioni leccesi, dopo qualche mese di detenzione.

Giuseppe fuggì e venne ospitato da alcuni amici, che rischiarono di grosso.

Tornato a Napoli, visse in clandestinità, finché il 16 novembre 1849 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Potenza con l’accusa di “cospirazione per distruggere o cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli altri abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità Reale, in maggio, giugno e luglio 1848“.

Venne processato dalla Gran Corte speciale di Potenza e difeso efficacemente dall’avvocato Bodini, tanto che fu assolto. Il successivo e fortuito rinvenimento di documenti compromettenti portò tuttavia a un nuovo processo per cospirazione (febbraio – marzo 1854), che si concluse con la condanna a sei anni di reclusione, commutati in seguito nella pena del confino.

Relegato nell’isola di Ventotene, Giuseppe diede vita in maniera fortunosa e rocambolesca a un lungo carteggio con il vecchio amico Silvio Spaventa (allora detenuto, insieme con Carlo Poerio, nella vicina isola di Santo Stefano) al quale scriveva una volta la settimana sui fatti che accadevano a Napoli e nel Regno. A sua volta lo Spaventa gli forniva altre importanti notizie.

Ottenuta la grazia nel 1856 e fatto ritorno a Lecce, il Giuseppe non tardò a prendere contatto con il comitato napoletano, di ascendenza mazziniana, guidato da G. Fanelli e L. Dragone. Ebbe così modo di svolgere un ruolo importante nella spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Anzi, fu proprio il Libertini a farsi carico di garantire l’appoggio da parte delle province del Salento e della Basilicata, assicurando che “al momento dell’azione diecimila e forse più saranno in campo“. Però gli eventi si svolsero in altro modo e Giuseppe non poté mantener fede alla promessa. La polizia borbonica trovò addosso al Pisacane l’epistola del Libertini, nella quale il nostro esprimeva il pieno appoggio alla causa comune di liberare il Meridione dai Borbone.

Giuseppe fu costretto a fuggire e a rifugiarsi a Corfù (settembre 1857) sotto il falso nome di Enrico Barrè.

Prima di andar via, stipulò un compromesso con il fratello Vincenzo, il quale assunse l’impegno di inviargli 40 ducati al mese, impegno che non fu sempre onorato. Infatti, nei mesi di esilio greco, per poter sopravvivere Giuseppe si barcamenò tra mille difficoltà finanziarie.

Nel marzo 1858, si trasferì a Malta, e qui Nicola Fabrizi, dopo averlo spronato a scrivere un opuscolo sulla situazione politica nel Sud d’Italia, lo spinse ad andare a Londra per incontrare Giuseppe Mazzini. Giunto in Inghilterra nel luglio del 1858, incontrò l’eroe genovese, che lo nominò redattore del periodico Pensiero e azione. Nel primo numero (settembre 1858), Libertini pubblicò l’articolo “I nostri a Salerno”, in cui si scagliava contro i giudici che avevano condannato alla pena capitale i superstiti della spedizione di Sapri.

Molto efficace fu anche un blocco di articoli, pubblicati tra febbraio e marzo 1859, sull’imminente conflitto dei Franco-Piemontesi contro l’Austria.

Nell’agosto 1859, Giuseppe Libertini, insieme a Rosolino Pilo e Alberto Mario, fece finalmente ritorno in Italia, con l’obiettivo di suscitare un movimento rivoluzionario insurrezionale nel Mezzogiorno, ma senza ottenere alcun esito. Il nostro fu costretto a rientrare in Inghilterra in quanto la sua presenza in Italia era a forte rischio. Nell’isola rimase per poco tempo, dopo le buone notizie che giungevano dall’Italia sul felice progetto di Garibaldi. Nell’agosto 1860 si trasferì a Napoli, stavolta da uomo libero, poiché Re Francesco II gli aveva concesso l’amnistia, cancellandogli la condanna all’ergastolo, inflittagli dalla Corte speciale di Salerno per i fatti di Sapri.

Agendo di concerto con Garibaldi, Giuseppe organizzò e coordinò diversi gruppi d’azione insurrezionali in Puglia, Basilicata e Calabria, in appoggio alle truppe garibaldine. In seguito, costituì con G. Pisanelli (settembre 1860) il Comitato unitario nazionale, che s’interessò, dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, di governare per poche ore Napoli sino all’arrivo di Garibaldi (7 settembre 1860). Il dittatore, per ricompensa, gli affidò la conduzione del Banco di Napoli. Il nostro, però, rifiutò senza troppo pensare, asserendo che il suo impegno era dettato esclusivamente dall’amor patrio.

Qualche mese dopo, fondò insieme a Ricciardi, Nicotera ed altri, l’Associazione Unitaria Italiana, i cui fondamenti programmatici erano l’Unità nazionale e Roma capitale, da conseguire mediante l’azione rivoluzionaria e non quella diplomatica. Anche questo intento fallì miseramente e, addirittura, Giuseppe fu arrestato, ma dopo pochi giorni fu rimesso in libertà.

Il 27 gennaio 1861 Libertini venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Massafra. Si schierò con la sinistra, ma non prese mai parte attiva ai lavori, anche perché limitato da una leggera balbuzie. Nei primi anni successivi, Giuseppe riversò il suo interesse all’azione extraparlamentare.

Fu uno dei più abili ed efficaci organizzatori dell’impresa garibaldina di Aspromonte (agosto 1862), che, però, non sortì l’effetto sperato. Accettò il ruolo di intermediario nei rapporti segreti intercorsi nel 1863-64 fra Mazzini e Vittorio Emanuele II, in vista di una possibile azione per la liberazione del Veneto, ma anche questo impegno non conseguì alcun effetto positivo. Per questo motivo, Giuseppe rassegnò le dimissioni da deputato e si ritirò a Lecce insieme alla moglie Eugenia Basso.

Da quel momento abbandonò poco per volta la politica, interessandosi di fatti prettamente provinciali.

Nel 1864 fondò la loggia massonica “Mario Pagano” e ne diventò il Gran Maestro Venerabile. Da questo momento in poi s’impegnò con ogni energia a diffondere l’importanza della massoneria in Terra d’Otranto e riuscì a creare una rete articolata di logge massoniche, tanto che nella pubblicistica locale si cominciò a parlare, sempre più convintamente, di “Terzo partito” repubblicano, dopo quello liberale moderato e quello dei neri, filoborbonico e clericale.

A partire dal 1868 Libertini e i suoi incontrarono la durissima opposizione del prefetto Antonio Winspeare, inviato in provincia proprio per combattere il suo potere o quanto meno sminuirlo. Ma invano.

All’inizio degli anni settanta Libertini, un po’ malandato e svuotato d’ogni entusiasmo, soprattutto per la morte del suo caro Mazzini, si chiuse in se stesso e in un silenzio che lo accompagnò sino alla morte, che lo colse all’età di soli 51 anni. Tutti i leccesi si strinsero attorno alla sua bara in un corteo di migliaia di persone, a testimonianza dell’amore e della stima a lui riservata. Attestazioni che arrivarono non solo da parte di amici, ma anche di coloro che gli furono i rivali politici più accesi.

Oggi il grande risorgimentista è ricordato a Lecce con un monumento, eretto nella piazza a lui intitolata, sita alle spalle del castello Carlo V. Anche altri paesi salentini gli hanno dedicato strade e piazze.

La radice massonica da lui costituita e, soprattutto, fatta crescere e sviluppare oggi conta sul territorio varie diramazioni.

 

Devo molte di queste notizie al libro di Mario De Marco (discendente del Libertini per parte di madre) intitolato Giuseppe Libertini. Patriota e Fondatore delle Logge Massoniche in Terra d’Otranto/ Testi e Documenti (Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, pp. 704)

 

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Il delfino “stizzoso” dell’antico stemma di Terra d’Otranto

di Armando Polito

Comincio della stizza che traspare dalla relazione (è la n. XVII) che Sigismondo Castromediano presentò al Consiglio provinciale nel 1871: Se nella Relazione ultima fu rettificato lo stemma di detta Città, ora è opportuno occuparci di quello ancor più importante della Provincia; ora, che l’Onorevole Deputazione Provinciale avvertita dallo scempio che se n’è fatto, volle sapere veramente qual fosse, prima che avesse a riprodurlo nell’aula del Consiglio Provinciale, e ordinarlo per ogni dove appartiene e deve apparire. Il nostro stemma adunque è fra i più cospicui e più onorevoli di quanti se ne abbiano. Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di taranto, Brindisi, ecc. e, dinota la via del mare da essi valicata, quando le colonie qui giunsero da prima, ed il mare stesso che a simiglianza d’isola questa nostra carissima terra circonda. Le armi degli Aragonesi ne formano il campo, che quei reali di Napoli per privilegio e gratitudine concessero ai nostri padri men lontani, i quali diedero loro aiuti, prima nel farli conseguire pacifico il dominio dell’eredità e delle ricchezze di Giovanne-Antonio del Balzo-Orsini, Principe di Taranto e Conte di Lecce, fatto morire soffocato; secondo per aver contribuito moltissimo col proprio valore e coi propri sacrifizi a che Alfonso Duca di Calabria, figlio di Ferdinando I d’Aragona discacciasse i Turchi da Otranto, i quali espugnata l’avevano nel 1480. Perc iò stesso venne ordinato pure che la mezza luna venisse morsa dal Delfino onde avvertire che qui una volta fu doma la potenza ottomana, e l’Italia salvata da un’altra barbarie. Quanta splendida e veneranda moria! E pure da men di quarant’anni a questa parte l’altrui ignoranza, o lo spirito dissennato di novità ebbe ad alterare e modificare, se non del tutto, a trasformare cotanta memoria. Del Delfino ne fecero un mostro tra il pesce e la serpe, della luna le sue zanne, ed il campo armarono di tre mazze nerborute ed a schiancio distese. L’arma stessa scolpita per quattro volte e dai suoi quattro lati, nella guglia fuori Porta di Napoli, è una scempiatezza (1). Il nostro stemma dev’essere il seguente: Delfino stizzoso di colore naturale con mezza luna in bocca e verticalmente guizzante sui pali vermigli d’Aragona, anch’essi verticali in campo d’oro. Lo scudo che ciò racchiude può essere il sannitico, ma la corona che lo sormonta dev’essere la turrita d’oro sopra cerchio d’oro, quale l’assegnò la Consulta Araldica del Regno nel suo regolamento; avvegnacchè la corona sugli stemmi, non formando parte intrinseca dei medesimi, ad altro non serve se non a indicare il titolo della persona, o dell’ente cui quelli appartengono. E se pel passato Provincie e Comuni adottarono corone reali e feudali fu per adulare i propri Re e i propri feudatari, e così loro testimoniarsi sudditi e vassalli. Ma oggi cotale abuso è bandito, oggi che con la libertà della patria le leggi concessero autonomia alle Provincie e ai Comuni (2).

(1) Questa guglia innalzata a memoria di Ferdinando I di Borbone rimpetto ad un arco di trionfo dedicato a Carlo V serve ad indicare il principio delle tre vie principali, che vanno a Brindisi, Taranto, a Gallipoli, e la sua composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati.

(2) Ѐ buono notare, ch’io errai nella Relazione dell’anno passato quando dissi, che la corona del Comune di Lecce fosse la comitale. Allora ignorava le disposizioni del regolamento sopracitato. La corona dello stemma per Lecce è ivi medesimo indicata, quella della Città; cioè la murale con cinque torri e quattro guardiole di oro, fuori i muriccioli d’argento che le uniscono.1

In sintesi il Castromediano mostra di non gradire le metamorfosi mostruose subite dal delfino e lancia i suoi strali contro l’ideatore dell’obelisco di Porta Napoli con tanta rabbia che ne altera, non so se volutamente, pure il cognome, che è Cepolla e non Coppola. Per farla completa, poi, estende la sua stroncatura pure all’opuscoletto2 in cui il Cepolla dà ragione delle sue scelte. Io l’ho letto e debbo dire che una certa valenza esplicativa, pur nella sua stringatezza, esso è in grado di esercitare, anche se non con sufficiente profitto per un lettore comune che avrebbe bisogno di essere accompagnato passo passo con un commento aggiuntivo. Insomma, non potrebbe essere utilizzato nemmeno a stralci in un saggio-guida sul monumento, la cui lettura, assolvendo oggi esso più di prima alla funzione di rotatoria, non può essere effettuata senza seri rischi per la propria incolumità e senza l’ausilio, comunque, di un buon binocolo.

Ad ogni buon conto il Castromediano non fu l’unico a dare un giudizio negativo sul nostro.3 Quanto ai pali verticali non adottati nel monumento e da lui definiti tre mazze nerborute ed a schiancio distese (nell’uso del regionale toscano schiancio, parente dell’italiano sguincio, cui corrisponde il salentino sguinciu, trovo un’ulteriore nota spregiativa) credo che sia stata una scelta consapevole e dettata dall’esigenza di dare un continuum alla rappresentazione, cosa impossibile se i pali fossero stati verticali e, per giunta, inglobati nello scudo.

foto dell'autore
foto dell’autore

Condivido, invece, integralmente l’opinione del Castromediano sull’inopportunità di far assumere al delfino sembianze più o meno mostruose (chi, pur non essendo un mostro, addenta un braccio dell’avversario non ha certamente un’espressione pacifica …). Credo, tuttavia, che abbia giocato un ruolo determinante una lunga tradizione iconografica relativa ai mostri marini, adottata subito, come vedremo, nelle rappresentazioni dello stemma, non senza qualche sorpresa, a meno che io non abbia bisogno urgente di nuovi occhiali …

Ѐ tempo di passare ora al delfino e alla sua stizza reale o presunta. La prima descrizione araldica che io conosco dello stemma, concordemente ripresa in seguito non senza una fedeltà che per me è plagio, è quella di Scipione Mazzella in Descrittione del Regno di Napoli, Cappello, Napoli, 1601, dove a pag. 188 si legge: Fa per insegna questa Regione quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine della quale arme fu posta in uso l’anno 1481, al tempo che Alfonso d’Aragona Duca di Calavria figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli discacciò i Turchi dalla città d’Otranto, e dagli altri luoghi; onde volendo gli huomini di questa Provintia mostrare il grandissimo servitio, che ‘l suo Re fatto haveva loro in liberarli dalle mani dell’empio tiranno Maumet II Re de Turchi, per questo fecero la già dett’insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferd. D’Aragona. Il Delfino non fu cosa inventata, già che anticamente, per quanto le medaglie chiariscono, il Delfino con Nettuno erano proprie insegne del paese de’ Salentini. Ma v’aggiunsero solamente la meza Luna in bocca del Delfino. Volendo dinotare, che la nuova Signoria, che ‘l tiranno Maumet s’haveva ingegnato d’occupare di sì bella Regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de’ proprii habitanti, tolta.  

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 81 dall’immagine di seguito riprodotta.

Siccome prima ho parlato di una fedeltà di alcuni autori che per me è plagio lascio alle considerazioni del lettore quanto scrive Enrico Bacco in Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, Gio. Giacomo Carlino e Costantino Vitale, Napoli, 1609, pagg. 61-62: Fa per arme quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa insegna fu nell’anno 1481, al tempo, che Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando primo Re di Napoli discacciò i Turchi della città d’Otranto, e da gli altri luoghi convicini; onde volendo gli huomini di questa Provincia mostrare il gran beneficio, che il suo Re fatto loro havea in liberargli dell’empio Tiranno Maumetto secondo Re de Turchi, alzarono la già detta Insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona. Il Delfino non fu cosa novamente inventata, già che anticamente, per quanto si scorge nelle medaglie, il Delfino con Nettunno erano proprio insegne del paese de’ Salentini, ma vi aggiunsero solamente la mezza Luna in bocca del Delfino, volendo dinotare, che la nova Signoria, che ‘l Tiranno Maumetto s’havea ingegnato di occupare di sì bella regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de i proprii habitanti tolta.

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 60 dalla tavola di seguito riprodotta.

 

Ingrandisco ora la parte dello scudo per far notare  come ad una descrizione accurata dello stemma non corrisponda un disegno altrettanto agevolmente leggibile, tant’è che distinguere chiaramente la mezzaluna è impresa improba e non manca anche l’ambiguità (assente nella precedente rappresentazione) delle due protuberanze sulla testa del delfino, la prima evocante una corona, la seconda la parte terminale di una tromba (e il pensiero va al potere e alla guerra). Il corpo del delfino, poi, appare ricoperto di squame (dettaglio mostruoso sì, ma questa volta il pensiero va alla corazza, dunque una seconda volta, alla guerra).

Premesso che il lavoro del Bacco ebbe moltissime edizioni, mi soffermerò su quella corretta ed accresciuta da Cesare De Engenio, uscita per la prima volta a Napoli per i tipi di Scoriggio nel 1620. A pag. 129 c’è la tavola che riproduco di seguito e al suo fianco replico quella del 1609 per un più agevole confronto.

I cambiamenti hanno coinvolto solo le figure di contorno; lo scudo è rimasto immutato. Tuttavia questo rispetto del disegno originario nel dettaglio non viene mantenuto quasi un secolo dopo, quando il testo di questa edizione viene inserito nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae uscito a Lione per i tipi di Vander Aa nel 1723, a cura di Giovanni Giorgio Grevio e Pietro Burmanno. A pag. 17 di quest’ultima edizione c’è la tavola che riproduco di seguito.

Ingrandisco lo stemma che ci interessa e replico quello del 1609 (ripreso, come abbiamo visto, tal quale nel 1629.

 

Qui non solo della mezzaluna non c’è nemmeno l’ombra ma la testa del delfino è diventata quella di una donna. Una personificazione della (madre) Terra d’Otranto frutto della fantasia del disegnatore?

Col tempo non ci furono solo cambiamenti di natura iconografica ma anche descrittiva.

Il delfino è definito stizzoso dal Mazzella e dal Bacco ma in Placido Troyli, Istoria generale del Reame di Napoli, s. n., Napoli, 1747, a pag. 460 si legge: Fa per sua Impresa quattro Pali rossi in un Campo d’Oro, con al disopra un Delfino squamato, colla mezza Luna in bocca. Sono i Pali le Armi Gentilizie di Aragona, il Delfino l’antica Insegna de Salentini, e la mezza Luna quella della Porta Ottomana, mercè il valore di Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, e Figlio di Fernando Re di Napoli, secondo Arrigo Bavo (a) nella sua Brieve descrizione della Provincia d’Otranto.  

Il delfino da stizzoso è diventato squamato e Arrigo Bacco è diventato Arrigo Bavo.

Trascrivo ora la nota (a) e verrà fuori un’altra sorpresa: Arrigo Bavo in descript. Reg. Neapol.: “Insigne eius sunt Trabae quatuor rubrae in Campo aureo per longitudinem extensae. Super illas cernitur Delphinus squamatus, qui Lunam dimidiatam ore tenet. Origo huius Insignis referenda venit ad Annum 1481, quo tempore Alphonsus Aragonensis, Dux Calabriae, Ferdinandi I Regis Neapolis Filius, ab Urbe Otranto repulit Turcas, ut et ab aliis in vicinia Locis. Cives itaque, et Incolae, in testimonium accepti tanti a Rege suo beneficii, qui eos ab impia Mahometi II Turcarum Imperatoris tyrannide liberavit, hoc sibi Insigne assumpserunt. Quatuor nam illae Trabes rubrae in aureo Campo, Insigne exprimunt Regis Ferdinandi Aragonensis. Delphinus res nova haud est. Iam olim enim, prout ex vetustis discimus Numismatibus, Delphinus enim cum Neptuno Insigne fuit Salentinorum. Verum accessit illi modo Luna dimidiata, quam ore tenet: qua innuitur Imperium Turcarum, quod hic stabilire Tyrannus Mahometes voluit, fortiter et feliciter ab Alphonso et Incolis a tam populata Regione propulsum”.  

Questo testo in latino, attribuito dal Troyli al Bavo (leggi Bacco; l’errore può essere stato di lettura, propiziato dalla scarsa nitidezza dei caratteri o, più probabilmente, dovuto a svista nella loro composizione), corrisponde esattamente, tradotto, al testo italiano del Bacco riportato all’inizio, che per me, come ho detto, è parafrasi, se non plagio, dal Mazzella.

Riassumendo: il delfino è stizzoso nel testo italiano del Mazzella (e poi del Bacco), sarebbe squamatus in quello latino dello stesso Bacco; ho usato il condizionale perché non sono riuscito a trovarne l’edizione latina per così dire “nativa”, ammesso che essa sia mai esistita. Suppongo perciò che il Troyli abbia attribuito al Bavo (Bacco) quella che in realtà è la traduzione latina fedele del testo originale in italiano del Bacco fatta qualche anno prima da Sigeberto Avercampo e pubblicata nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae,  Lione, Vander, 1723, come chiaramente si legge (Ex Italicis Latina fecit, Praefationem atque Indicem adiecit SIGEBERTUS HAVERCAMPUS) nel frontespizio della sezione relativa, che riproduco di seguito.

Credo, così, di aver individuato il responsabile del delphinus squamatus, che probabilmente sarà stato indotto a tanto proprio dalle rappresentazioni iconografiche che abbiamo visto.

Il fascino dell’horror, però, era destinato a continuare ad esercitare la sua azione perché la locuzione è una costante di tante pubblicazioni successive. Ne cito, tra le tante, due: Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Manfredi, Napoli, 1798, pag. 118: Per sua impresa fa quattro Pali rossi in campo d’oro con un Delfino squamato di sopra colla mezza luna in bocca; Martino Marinosci, Flora salentina, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1870, pag. 7: … ha per sua impresa quattro pali rossi in campo d’Oro con un delfino squamato avente in bocca una mezzaluna ….   

La storia iconografica dello stemma registra anche un cambio di orientamento del delfino, come si può osservare nella tavola di seguito riprodotta tratta da Giovan Battista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag. 150.

 

Mi rimarrebbe un dubbio sulla paternità di stizzoso. In Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto del filosofo e medico Girolamo Marciano di Leverano. Aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria, prima edizione del manoscritto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, pagg. 126-127 si legge: Fa oggi per arme ed insegne la Provincia di Otranto quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa impresa fu nell’anno 1481 nel tempo che Alfonso d’Aragona Duce di Calabria, figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli, discacciò il Turco dalla città di Otranto, e dalla Provincia. Onde volendo gli uomini del paese dimostrare il gran beneficio ricevuto dal loro Re, per averli liberati dalle mani dell’empio tiranno Maometto II Re de’ Turchi, alzarono le già dette insegne, dimostrando per i quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona, e vi aggiunsero il delfino, antica insegna del Paese, con la mezza Luna in bocca, volendo intendere che la nuova signoria, che il tiranno Maometto si aveva occupata di sì bella Regione, fu a lui per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e per la virtù de’ propri paesani tolta, e discacciatine via i Turchi.

Scipione Mazzella visse dalla metà del XVI secolo fino ai primi anni del successivo, Girolamo Marciano dal 1571 al 1628, Domenico Tommaso Albanese dal 1638 al 1685. L’unica cosa certa è che non è possibile distinguere nella pubblicazione appena indicata se il pezzo citato sia da ascrivere al testo originale del Marciano o alle aggiunte dell’Albanese ma, siccome esso appare come una parafrasi di quello del Bacco (da sempre è più facile allungare che sintetizzare …), a sua volta parafrasi di quello del Mazzella, ritengo, non fosse altro che per motivi cronologici, quest’ultimo il padre di stizzoso.

Concludo dicendo che la sfuriata del Castromediano fu accolta perché direi che il delfino dell’attuale stemma della provincia di Lecce (prima immagine in basso) ha perso molto della sua squamosità, pur conservando l’atteggiamento stizzoso. Ed è anche, sia pur dall’alto in basso (era il contrario nell’iconografia precedente), verticalmente guizzante, così come appare, sia pure orizzontalmente invertito, a partire dal 1498 nella marca tipografica di Aldo Manuzio (seconda immagine in basso), alla quale il Castromediano non poteva non riferirsi, quasi un ritorno alle origini polemicamente ricordate con Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di Taranto, Brindisi, ecc. (terza e quarta immagine in basso).

Resterà così?

 

immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jpg
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jp
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg

 

Sull’argomento vedi pure:

https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/12/il-delfino-e-la-mezzaluna-seconda-parte/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/14/il-delfino-e-la-mezzaluna-terza-parte/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/18/il-delfino-e-la-mezzaluna-quarta-parte/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/27/il-delfino-e-la-mezzaluna-quinta-ed-ultima-parte/

 

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1 Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale relatore duca Sigismondo Castromediano, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, pagg. 22-23.

2 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827.

3 Il Mommsen in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

L. G. De Simone in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese.

Dello stesso parere Luigi Maggiulli e ancora Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere.

 

 

 

 

 

 

 

Sigismondo Castromediano

SIGISMONDO CASTROMEDIANO

di Lymburgh

Nella storia del Risorgimento salentino Sigismondo occupa un posto preminente

di Rino Duma

il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)
il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)

Sigismondo Castromediano nasce a Cavallino il 20 gennaio 18111 da Domenico, marchese di Cavallino e duca di Morciano, e da A. Teresa dei marchesi Balsamo. Consultando le memorie della famiglia, si legge che essa discende da Kiliano di Lymburgh della Franconia, sceso in Italia, nel 1155, alla testa di un consistente esercito in aiuto di Guglielmo il Malo contro il pontefice Adriano IV.

Della sua adolescenza si conosce molto poco. All’età di otto anni, inizia a frequentare gli studi presso il Real Collegio di Lecce, situato nell’ex Convento di San Francesco della Scarpa; poi, a 18 anni, forse per motivi familiari, è costretto ad abbandonare la scuola, senza conseguire alcun titolo di studio.

Tra gli anni ’30 e ’40, Sigismondo trascorre la sua giovinezza tra tanta noia e con poco entusiasmo. Si legge nelle sue Memorie “…Della mia prima età, e sino alla mia prigionia, dirò poco, assai poco, quanto nulla, come quella che, passata nel silenzio e nelle meditazioni, altro non merita”.

Si dedica alla campagna per curare gli interessi di famiglia, ma, nei momenti di riposo, compone poesie, scrive novelle, si diletta a riportare su fogli di carta riflessioni sul momento politico poco felice in cui versa il Salento e il Regno delle Due Sicilie.

Meritano giusta menzione i sonetti “Per Ippolita Colonna Principessa di Francavilla” (1832), sonetto; “Marco Giunio Bruto” (1835), sonetto; “Bambino sognante” (1836), breve lirica in versi doppi senari.

Tra i lavori in prosa, invece, si ricorda lo “Schizzo del mio carattere” (1839), breve scritto autobiografico; “Caballino – Cenno panografico” (1839); “Carità italiana” (1846) breve racconto storico.

Nel 1839, dopo anni e anni di continui litigi tra i vari eredi, il palazzo feudale di Cavallino viene diviso per sentenza del giudice in numerose quote, cosicché Sigismondo è costretto ad abbandonare l’antica dimora insieme alla madre e ai fratelli. Il padre, inetto e poco di buono, abbandona la famiglia e va a vivere a Napoli. Gli anni che seguono sono molto tristi e segnati dalla morte del fratello Gianbattista (1840) e la sorella Gaetana (1845).

sigismondo_castromediano

Comincia ad interessarsi con maggiore continuità di politica; frequenta salotti letterari e politici a Lecce, conosce molti esponenti liberali salentini, tra cui il medico Gennaro Simini, i gallipolini Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Emanuele Barba e Antonietta de Pace, i leccesi Salvatore Stampacchia e Giuseppe Libertini, il manduriano Nicola Schiavoni Carissimo, il magliese Oronzo De Donno ed altri. Nella mente cominciano a lievitargli i primi pensieri liberali, ma è ancora incerto e titubante se sposare la causa monarchica costituzionale o quella repubblicana. Alla fine propende per la prima e s’impegna con ogni forza per diffonderla.

A fine gennaio 1848, re Ferdinando II, pressato dal popolo, che invoca a gran voce la Costituzione, dagli altri regnanti italiani, che l’hanno ripetutamente promessa ai propri cittadini, e dal pontefice Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione, pur tra tante limitazioni.

I liberali e i repubblicani ritengono che sia poco democratica e liberale, cosicché, tramite i propri rappresentanti in seno alla camera dei Deputati, reclamano importanti modifiche, che sono immediatamente respinte dal monarca.

Dopo i duri alterchi tra le parti, si arriva all’ineluttabile sommossa del 15 maggio tra i repubblicani e la guardia nazionale da una parte e la polizia borbonica dall’altra. Quest’ultima, meglio armata e ben organizzata, ha facile sopravvento sulle masse popolari, attestate sulle barricate di Via Toledo e Via Santa Brigida. La repressione di Ferdinando è immediata e spietata.

A questo punto, scatta nella mente di Sigismondo l’idea di combattere con ogni energia il dispotismo del re borbonico, reo di non aver mantenuto le promesse e di aver sospeso sine die la Costituzione.

Rientrato a Lecce, Sigismondo, insieme ad altri patrioti, sceglie di onorare e servire sino in fondo l’ideale democratico e libertario per il quale si era da sempre battuto. Nel mese di giugno viene costituito nel capoluogo salentino il Partito Patriottico Provinciale, alla cui presidenza è eletto il gallipolino Bonaventura Mazzarella, mentre come segretari sono scelti Annibale D’Ambrosio, Oronzo De Donno, Alessandro Pino e Sigismondo Castromediano. Questo incarico, insieme a quello di redattore del giornale salentino di ispirazione repubblicana il “Troppo Tardi”, gli costerà molto caro.

Informato che i gendarmi gli stanno dando la caccia, Sigismondo, grazie all’aiuto di alcuni parenti, si nasconde in una casetta di campagna. Nel mese di settembre sono catturati Nicola Schiavoni Carissimo, il sacerdote don Nicola Valzani, l’operaio Michelangelo Verri e lo studente Leone Tuzzo. Purtroppo anche per lo stesso Sigismondo scattano le manette il 30 ottobre 1848.

Così il duca di Cavallino descrive, nelle Memorie, il suo arresto: “Ad esular quindi mi decisi anch’io, e non potendo dal mio covo ricercare i mezzi, fu giocoforza andarli a rinvenire in Lecce. Ma quando un imbarco per l’Albania erasi convenuto, fui tradito, e al terzo giorno arrestato…” con la pesantissima accusa di «cospirazione commessa in illecita associazione per più giorni dal 29 giugno suddetto in poi, ad oggetto di distruggere il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale».

Il processo si protrae per lungo tempo ed è una disgustosa farsa. L’avvocato difensore Pasquale Ruggieri, dopo avere scagionato il suo assistito fornendo evidenti prove, esalta, con un’appassionata arringa difensiva, la figura del Castromediano, definendolo “uomo ineccepibilmente onesto e cittadino lealmente liberale, privo di qualsiasi colpa, se non quella di aver amato fortemente e sinceramente la Patria”.

Il Pubblico Ministero Chieco, un ex carbonaro, chiede per il Castromediano, lo Schiavoni, il Verri e il Tuzzo la pena «dell’ultimo supplizio», cioè l’impiccagione “al laccio col terzo grado di pubblico esempio, cioè da trascinarsi sul luogo del patibolo a piedi nudi, coperti di tunica nera, col velo sul volto e alle spalle una tabella d’infamia”.

Purtroppo, la richiesta di pena capitale è pronunciata, non tanto per le colpe a lui addebitate, ma quanto perché Sigismondo è un nobile, un discendente dei baroni, marchesi, duchi Castromediano, signori feudatari sempre privilegiati, sempre favoriti dai Sovrani napoletani. Il Pubblico Ministero, infatti, chiede la massima pena adducendo le seguenti motivazioni: “… È comprensibile la ribellione di un civile, di un intellettuale borghese, ammissibile pure la rivolta di un popolano, ma non è immaginabile, e perciò stesso maggiormente punibile, il tradimento di un nobiluomo!”.

Buon per Sigismondo che il Tribunale trasformi la condanna a morte in un una detenzione ad anni trenta.

Il cavallinese, dapprima viene rinchiuso nelle carceri dell’Udienza a Lecce, dove assiste impotente alla morte dell’amico carissimo Epaminonda Valentino, e poi trasferito nelle luridi prigioni di Montefusco prima e Montesarchio poi, dove vi rimane sino al 1859. Molto emblematica è la scritta che campeggia all’ingresso del primo carcere.

Chi trase a Montefusco e poi se nn’esce
po’ di’ ca ‘n terra ‘n’ata vota nasce”.

Qui le condizioni degli incarcerati sono estremamente inumane: le celle sono molto umide e prive di finestre; la luce filtra attraverso lo spioncino della porta. I detenuti sono legati a due a due per le caviglie, con una catena a sedici maglie, lunga tre metri e mezzo, pesante dieci chilogrammi, cosicché ogni movimento dell’uno, deve essere necessariamente fatto dall’altro, anche durante i momenti intimi dei bisogni fisiologici. I pagliericci sono pieni di parassiti, le muffe inverdiscono le pareti e nell’ambiente numerosi topastri scorazzano liberamente, infastidendo i detenuti, soprattutto durante le ore notturne, con dolorosi morsi che provocano incurabili ulcere e piaghe. Le razioni alimentari sono scarse e poco energetiche, il clima è estremamente insalubre e freddo, sicché le condizioni di salute dei reclusi scadono di giorno in giorno, divenendo molto precarie. Alcuni amici di Sigismondo muoiono di stenti o si ammalano gravemente; lui stesso soffre maledettamente di reumatismi agli arti.

Finalmente, l’8 gennaio 1859, Ferdinando II concede la grazia a tutti i condannati del processo di Lecce, con l’obbligo dell’esilio negli Stati Uniti d’America. Il bastimento Stromboli che trasporta gli esiliati, dopo aver varcato lo stretto di Gibilterrra, si dirige, grazie ad un abile stratagemma, in Irlanda. In seguito Sigismondo si reca con gli altri profughi in Gran Bretagna e poi a Torino. Qui viene ben accolto dal Cavour e qui rimane sino alla proclamazione dell’Unità d’Italia.

Nel 1861 si presenta come candidato nel collegio di Campi Salentina al nuovo Parlamento italiano ed è eletto, riportando un gran numero di preferenze. Si trasferisce a Torino e vi rimane sino al 1865. Risiedendo nella capitale, Sigismondo prende a frequentare il salotto della famiglia Savio di Bernstiel. Ben presto la baronessa Adele Savio, giovane di vent’anni, è toccata da spontanei impulsi di ammirazione e di stima per il cinquantaduenne di Cavallino. Più volte il duca, innamorato della giovane nobile, pensa di manifestarle il proprio amore, ma, essendo molto più anziano di lei, soffoca il desiderio e rinunzia all’idea del matrimonio. L’amore tra i due rimane sempre puro e ideale.

Scaduto il mandato parlamentare, si candida nuovamente, ma questa volta non viene eletto. Egli non si amareggia più di tanto per l’insuccesso, anzi, scrivendo a un amico, gli dice: ”…del resto vengano i nuovi, e, se sapranno fare meglio di noi, siano i benvenuti”.

Rientra nel Salento quando ormai il suo organismo è cagionevole: la lunga detenzione, infatti, ha lasciato un segno evidente sia nel corpo sia nello spirito. L’uomo non ha più i grandi entusiasmi d’un tempo, ma, ciò nonostante, si distingue come consigliere provinciale.

Nella sua Cavallino ora può riprendere a vivere come ai tempi giovanili, curando i grandi interessi per l’archeologia, dilettandosi a seguire le colture campestri dei vecchi contadini e dedicandosi alla stesura definitiva delle sue “Memorie”, dove emerge un commovente spaccato delle condizioni di vita dei detenuti nelle orribili carceri borboniche. Nel 1868, su sua istanza, è fondato il Museo archeologico per la tutela, la raccolta, la conservazione, l’esposizione dei reperti e degli oggetti rari, preziosi e interessanti.

Con l’approssimarsi della vecchiaia, la salute è sempre più precaria: ha molta difficoltà nel deambulare, la vista peggiora di giorno in giorno, il suo corpo si spegne lentamente.

Il 26 agosto 1895, nell’antico palazzo paterno, l’insigne patriota serenamente chiude gli occhi al sonno della morte tra le amorevoli premure dell’inseparabile baronessa Adele Savio, unico suo grande amore.

1 Alcune fonti asseriscono che sia nato il 22 gennaio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Per una storia della cartapesta leccese. Come nasce la cartapesta

cartapesta

di Cristina Manzo

 

Lecce, in su l’estrema punta d’Italia, è una piccola città molto interessante: belle chiese si ammirano di stile barocco, negozi eleganti risplendono come in una capitale e, quello che è più strano, vi suona una parlata che non è pugliese: pare toscana, ma senza aspirazioni. Che strano negozio è questo? Era la bottega di uno statuario. Per chi lo ignorasse, come io lo ignoravo, le statue delle immagini sacre sono una specialità di Lecce, che data da qualche secolo. Esse vanno per tutte le parti del mondo, Italia, Francia, Spagna, America. Così mi diceva con un certo orgoglio lo statuario. Altrove hanno provato a farle, e non sono riusciti. Sono quelle statue alla grandezza quasi naturale, ben drappeggiate, colorite splendidamente, ben fiorite. Sono quelle che noi vediamo sugli altari, specie delle chiese campestri. Questi santi e sante, immersi nella contemplazione del cielo, evidentemente ignorano i progressi dell’arte. Forse altri pensa, come io pensavo, che fossero di gesso. Macché! Sono di carta, e perciò molto commerciabili per la loro leggerezza, e nel tempo stesso resistentissime per anni ed anni. Nulla di più resistente della cartapesta, diceva lo statuario.”[…] Dunque santi di carta! E lo statuario mi indicava risme di carta grigiastra come quelle dei pacchi, che poi si mutano in statue dei santi. Con speciale processo questa carta diventa pastosa come creta; e si plasmano manti, chiome, come si vuole. Ho visto santi e sante in perfetto nudismo grigio, che poi vengono accuratamente vestiti e coloriti come in un istituto di bellezza.”[1]

 

Così si esprimeva Alfredo Panzini a proposito dell’arte della cartapesta leccese, un’arte le cui origini restano incerte e si perdono nella notte dei tempi.[2]

cartapesta

Di fatto, come sostiene Panzini, non possiamo stabilire con estrema precisione quando, e chi,  iniziò a produrre la cartapesta nel Salento, anche se  parrebbe che alcune statue di cartapesta esistessero in Terra d’Otranto già attorno al quindicesimo secolo. Si potrebbe parlare quindi della prima metà del seicento. Infatti Sigismondo Castromediano, così ci tramanda:[3]

Se dovessi credere a certa tradizione caballinese, la quale asserisce che la madonna che ancora conservo in questo mio avito palazzo, venne ordinata da una mia avola, donna Beatrice Acquaviva, moglie del duca, Francesco de’ Castromediano Sanseverino Marchese di Caballino, direi che già esistesse fin dal secolo diciassettesimo, giacché la nobildonna morì nel 1647.”[4]

La giovane e gentile signora marchesa “donna Bice” aveva portato nel cuore da Napoli a Cavallino un particolare fervore devozionale per S. Domenico di Guzmàn, e facilmente convinse il marito a includere nei progetti edilizi anche la fondazione di un convento per ospitarvi i monaci Domenicani. Subito fu iniziata la costruzione del chiostro con licenza del padre rrovinciale dei Padri Predicatori, con consenso del Rev. Capitolo di Cavallino, con beneplacito di S. E. mons. Scipione Spina vescovo di Lecce. La chiesa del convento fu eretta sullo stesso sito della vecchia cappella di S. Nicolò; contiguo fu costruito il chiostro sul luogo di un vecchio palazzo e al posto di alcune casupole e nell’area di un cortile, di una stalla e di un pozzo. La facciata è piuttosto semplice, decorata da un gruppo scultoreo, ai lati del portale, raffigurante S. Omobono e S. Francesco di Paola, attribuibile all’artista salentino Mauro Manieri da Lecce. L’interno è a croce latina con una sola navata voltata a crociera. Accanto all’altare principale il marchese Francesco Castromediano, feudatario di Cavallino, nonché duca di Morciano e Cavaliere dell’Ordine di Calatrava, fece erigere nel 1637 una cappella di famiglia in origine dedicata a S. Benedetto. Al suo interno è ancora visibile il monumento sepolcrale del marchese e di sua moglie Beatrice Acquaviva d’Aragona. La leggenda narra che alla morte di Beatrice, Francesco decise di seppellirla nella cappella dei Castromediano all’interno della chiesa parrocchiale. In segreto, tuttavia, e d’accordo, con il parroco, ordinò che le fosse estratto il cuore per conservarlo in una grossa urna d’argento fino alla propria morte, quando i loro cuori sarebbero stati racchiusi in un’unica urna.[5] Ora, proprio questa piccola parentesi storica, legata al Salento, di cui siamo a conoscenza, parrebbe suffragare maggiormente, l’ipotesi secondo cui  Lecce acquisì la  preziosa e sublime tradizione  della cartapesta proprio da Napoli, tra il ‘600 e soprattutto il ‘700. Mentre a fondamento della veridicità del periodo, riscontriamo la stessa notizia che riguarda la statua posseduta da donna Bice, anche in uno scritto a cura di Franco Galli, “L’inizio della lavorazione della cartapesta leccese potrebbe risalire al secolo diciassettesimo, infatti, Castromediano riferisce che intorno al 1646, donna Bice Acquaviva possedeva una Madonna in cartapesta.”[6].

Una delle attrattive maggiori di questo nuovo materiale, era rappresentata dal fatto che la cartapesta riusciva ad apparire esteriormente alla stregua di materiali pregevoli, rari e costosi., ma al tempo stesso era facilmente maneggevole e plasmabile, cioè si modellava con estrema facilità, ed aveva un peso specifico a lavoro ultimato, molto inferiore agli altri materiali conosciuti ed usati sino ad allora, come la pietra, il marmo e il legno.

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A Napoli, dove era in uso già da tempo, veniva impiegata anche per le maschere, durante le recite teatrali, ed è  sempre qui che  nascono le numerose figure sacre di Santi, che ancora oggi si possono ammirare all’interno delle chiese o durante le processioni. Inoltre Napoli risulta essere stata la patria per eccellenza dei presepi in cartapesta. Il figuraro e il madonnaro nel diciassettesimo secolo erano diventati lavoratori specializzati incoraggiati dallo stesso re di Borbone, Carlo III, mentre la regina Amalia di Sassonia faceva lei stessa gli abiti per le statue.[7]

Ma sul rapporto con Napoli torneremo.

Tuttavia ci si potrebbe chiedere, per quale motivo i leccesi avvertirono l’esigenza di interessarsi a quest’arte? “La cartapesta – sosteneva Vittorio Bodini – è figlia della noia leccese. Basta solo vedere dove è nata, nelle botteghe dei barbieri…A Lecce il più glorioso capitolo scritto dai barbieri è la cartapesta.”[8]

Non possiamo negare che ciò corrisponda in parte a verità, perché furono davvero i barbieri a lavorarla tra i primi. I figari salentini ne fecero ben presto il passatempo preferito.

Ma è anche credibile quello che si domanda  il Ròiss, quando scrive “ Verso il 1841 la classe dei barbieri aveva preso a imitare e a copiare i lavori dei cartapestai, interessata ai guadagni  che essi procuravano?”[9]

In effetti uno dei motivi fu sicuramente questo; le richieste aumentavano, i guadagni non mancavano, i pagamenti erano in contanti e alla consegna, così molti furono i barbieri che diedero una svolta alla loro arte, cambiando attrezzi e mestiere. Era il periodo aureo della cartapesta, quello che il Ròiss chiama “dell’artigianato artistico, il più lungo, che va dalle origini sino al 1915.[10]

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Da alcune fonti storiche sembrerebbe che la cartapesta sia stata impiegata per la realizzazione degli archi eretti in onore della consorte di Ferrante Gonzaga, quando nel 1549 arrivò a Lecce, così come sembrerebbe essere stata impiegata ripetutamente per l’allestimento di addobbi e strutture apposite durante tutte le feste e le cerimonie  che popolavano anticamente la nostra Lecce Barocca.

Ma, anche in questi casi non si ha ancora una tecnica autonoma. Possiamo tuttavia affermare che a livello di domanda sociale c’erano invece tutte le condizioni affinché una tecnica del genere si sviluppasse: tra le fine del sedicesimo e per tutto il diciassettesimo secolo; infatti, la città diventa, dopo Napoli, il centro del Mezzogiorno più ricco di insediamenti religiosi.[11]

La definizione più esatta, di questa materia plastica, come la chiamano alcuni, continua ad essere quella più antica rinvenuta in un dizionario enciclopedico edito a Venezia nel 1830, “carta macerata in acqua e ridotta liquida o in pasta”[12].

In tutti i  dizionari linguistici: inglesi, francesi e tedeschi essa viene definita con un unico termine, uguale per ogni idioma: papier maché.

La cartapesta è nata come espressione di arte povera, essa infatti utilizzava solo materiali di scarto che non potevano influire in nessun modo sull’economia già povera degli umili artigiani che la lavoravano. I materiali erano la vecchia carta, il filo di ferro, la segatura, la paglia, stracci, colla fatta in casa e gesso.

La colla si otteneva mescolando in un pentolino acqua e farina, e cuocendo il miscuglio a fuoco lento fino ad ottenere un liquido trasparente. Una volta costruita l’anima del pupo e avergli dato forma con gli strati di carta pressata e la colla, si poteva decidere o di fiammeggiarne l’esterno, lasciando così l’opera al naturale, che assumeva una colorazione tra il verdastro e il marrone, oppure di colorarla con più colori.

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I coloranti erano ricavati da sostanze naturali, soprattutto di origine vegetale e animale che si trovavano e si trovano tutt’ora in natura, ma i costi erano molto elevati e la preparazione lunga e laboriosa, così come l’applicazione. Uno dei più costosi era  il colore blu. I pigmenti blu erano due: l’oltremare, che veniva ottenuto dai lapislazzuli, quindi molto prezioso, e l’azzurrite. Esso veniva usato maggiormente in quadri religiosi per rappresentare il cielo e la Madonna o le sante, e  la chiesa, a causa dei costi proibitivi era davvero l’unica a potersi permettere una tale spesa.

Le tonalità della  terra: ocre, marroni, giallini e un po’ di rossi, si  potevano creare con pochi elementi naturali facilmente reperibili e quindi erano nell’uso della tinteggiatura quelli più diffusi.

Per ottenere la brillantezza del colore si ricorreva a  piccoli frammenti di conchiglie, che venivano polverizzate e mischiate al pigmento colorato.

Con tali semplici e umili ingredienti artistici, quest’arte, oramai importantissima, è riuscita ad  acquisire un prestigio autorevole riconosciuto ormai in tutto il mondo. Abbiamo già detto che le chiese sono state per lungo tempo le maggiori istituzioni committenti delle opere di cartapesta. Uno dei motivi è sicuramente la leggerezza del composto, che diminuiva di molto il peso delle statue rispetto a quelle realizzate in legno, in ferro o in bronzo, e sicuramente anche la dolcezza delle espressioni dei volti e delle fattezze, che si potevano ottenere con un materiale così morbido da lavorare, così plasmabile. Gli artigiani, dunque, facendo di necessità virtù, cominciarono a specializzarsi, e ad affinarsi nella loro sottile maestria, per la realizzazione di statue di santi.

Negli animi dell’epoca, l’arte del sacro in cartapesta nasce come impegno religioso, come contributo personale al fiorire di un sentimento  che trova nelle nuove chiese cristiane il luogo privilegiato di espressione.

La realizzazione di numerosi lavori sacri in cartapesta ebbe la funzione di richiamo al culto dei fedeli attratti da vere e proprie opere nelle quali si riflettevano i tratti caratteristici della religiosità salentina.

Sin dai tempi più remoti l’uomo ha avvertito il bisogno di esternare il proprio credo  attraverso i riti e la realizzazione di simulacri con effigi di divinità alle quali veniva spesso attribuito un aspetto antropomorfo.

Con l’’iconoclastia  (dal greco εἰκόν – eikón, “immagine” e κλάζω – klázo, “distruggo”) che è stato un movimento di carattere politico-religioso sviluppatosi nell’impero bizantino intorno alla prima metà del secolo VIII, la cui base dottrinale era l’affermazione che la venerazione delle icone spesso sfociasse in una forma di idolatria, detta “iconolatria”[13], ci fu la convinzione di dover necessariamente distruggere tutto il  materiale iconografico. Solo in tempi più recenti, la chiesa cattolica ha fatto sì che arte e religione, bellezza e fede fossero  interdipendenti, e possiamo  ipotizzare che in occidente difficilmente avremmo avuto uno sviluppo dell’arte, una storia dell’ arte, una disciplina chiamata estetica, se il secondo concilio di Nicea[14] nel 787 non avesse approvato il culto delle immagini. Le immagini sacre non sono destinate, però, ad essere venerate come degli idoli, ma servono per richiamare alla memoria e per venerare il santo rappresentato. Bisogna pensare che una statua sacra, qualsiasi santo essa rappresenti, non possiede in sé la sacralità; è il rapporto tra essa e il credente che fa sì che l’oggetto, il simbolo, realizzato in un qualsiasi materiale acquisti contenuto spirituale. Non è, perciò, una questione di materia, o di struttura, ma di relazione tra il credente e la statua, tra l’uomo e l’oggetto che, senza la presenza del primo, non avrebbe alcun significato. Il simulacro in questo modo diventa l’oggetto che media, che si fa carico delle sofferenze e delle attese di quell’ umanità che ripone la speranza in esso, per un riscatto terreno e per una sopravvivenza eterna.

cartapesta

La statua considerata così come confine di varco, come limes, diventa finestra tra visibile e invisibile, appartenendo a  due mondi: l’aldiquà e l’aldilà, è posta tra il tempo e l’ eternità.

Naturalmente, la maestria dell’artista sta nel far sì che l’immagine da lui plasmata riesca a rendere, espressivamente, il più possibile quei sentimenti idealizzati dal credente. Le effigi religiose perciò costituiscono oggetto di studio nel quale si intersecano aspetti e contenuti diversi.

Così la cartapesta, materia povera, si affermò come alternativa economica alle costose statue in legno o in pietra e, nelle mani degli artisti dell’Ottocento e del Novecento, assunse grandi possibilità plastiche e consentì la realizzazione di grandi opere ancora visibili in moltissime chiese della zona.

Molte furono le botteghe artigiane aperte nel capoluogo salentino a seguito del diffondersi della fama di quest’arte, e molte furono le zone dove gli artigiani del posto furono chiamati a fare dimostrazione della loro abilità.

All’inizio, parlando di territori al di fuori dell’Italia, fu l’Inghilterra il paese dove questo materiale riscosse maggiore successo, a partire dalla seconda metà del Settecento. Infatti, da quel momento, la cartapesta venne impiegata al posto dello stucco nelle decorazioni di soffitti e muri. Intorno al 1760, per i lavori di costruzione e rifinitura della chiesa di West Wycombe vennero chiamati operai italiani e questo evento fu una delle saldature fra la tradizione italiana più antica e le nuove diramazioni che l’attività sviluppò in Inghilterra successivamente[15].

Tornando  nel Salento, i primi tangibili riconoscimenti di quest’arte  si hanno alla fine del Seicento, quando in città viene realizzato in cartapesta il controsoffitto della chiesa di Santa Chiara, ad imitazione di quello in legno, più pesante e oneroso. Il soffitto di Santa Chiara fu realizzato in vari pezzi che vennero poi montati sul posto, nel 1738. Diverse fonti attribuiscono questo soffitto a Mauro Manieri che in quegli anni operava per conto del vescovo di Lecce in Piazza Duomo.

Abbiamo poi un’opera antica del  1782, firmata Pietro Surgente (1742-1827), detto mesciu Pietru te li Cristi, un nomignolo  che gli fu attribuito proprio per la sua attività: è un S. Lorenzo ubicato a Lizzanello nell’antica chiesa dedicata al Santo. Gli storici seriori, tra i quali Nicola Vacca (Appunti storici sulla cartapesta leccese, 1934), non riuscendo a collocare la cartapesta in contesti più generali, hanno cercato di nobilitare la materia rintracciandone gli incunaboli[16], ora in questa, ora in quest’altra opera seicentesca. Furono sforzi destinati al fallimento, minati alla base, non tanto da un inconcludenza metodica, quanto da errori valutativi veri e propri, perché, a scorrere gli inventari delle istituzioni ecclesiastiche o quelli post mortem dei salentini del diciassettesimo secolo, non si trova il minimo accenno a statue in cartapesta.[17]

Anche Pietro Marti avanzò l’ipotesi secondo la quale le origini della cartapesta leccese possono esser fatte risalire ai primordi del secolo diciassettesimo, quando il moltiplicarsi dei templi e delle fraterie e la universalità della Compagnia di Gesù, volendo dare sviluppo al culto esterno, domandarono alle arti una miriade di lavori, dovunque e comunque concepiti[18].

 


[1] Cit. da  Costumi, cartoline, cartapesta, a cura di A. Sabato, Lecce, 1993, pp177-18

[2] Mario De Marco, La cartapesta leccese, Edizioni del Grifo, 1997, pp.5,6

[3] Idem, p.9

[4] Cit. da Sigismondo Castromediano, L’arte della cartapesta in Lecce, in “Corriere Meridionale”, IV, n 17, Lecce, 1893, p.2 ( la Madonna in cartapesta di donna Bice Acquaviva, di delicatissima fattura, è tutt’ora conservata nel palazzo ducale di Cavallino).

[5]  Don Francesco (1598-1663), segnò l’epoca più splendida del casato de’ Castromediano del ramo cavallinese, progredito con lo sfruttamento delle vaste proprietà terriere e dei residenti vassalli d’ogni ceto. Egli sin da giovane si esercitò con passione nell’equitazione competitiva e nell’uso delle armi.,dimostrò la sua abilità e perizia dapprima nel corso del servizio militare prestato con il grado di Capitano nell’esercito di re Filippo IV di Spagna, e poi nei tornei e nelle giostre che si organizzavano a Lecce, a Nardò, a Gallipoli, a Conversano, a Bari; alcune volte si recò sino a Napoli per cimentarsi a singolar tenzone con altri cavalieri in spettacolari incruenti duelli; e alla presenza di nobiluomini boriosi, di dame vanitose, di donzelle ammirate, il prode baroncino cavallinese si esaltava e riusciva molto spesso vincente. Era un giovane aitante e altero don Francesco, orgoglioso delle prerogative feudatarie, geloso dei privilegi della casata, fiero delle benemerenze degli avi, superbo della propria discendenza paterna e ora pure di quella materna, tanto che volle prendere per sé i due cognomi Castromediano e Sanseverino, e anche nello stemma di sua famiglia volle inquartare gli emblemi delle due casate. L’anno 1627 i residenti cavallinesi assistettero impressionati e compiaciuti a un avvenimento memorabile. Le settimane precedenti, guidati dai fattori del marchese, avevano ripulito le strade e le piazzuole del casale e incalcinato le facciate delle case; diretti da un architetto, avevano appeso ghirlande di fiori per le vie e innalzato archi di trionfo. Tutti vestiti a festa poterono vedere arrivare tutta la nobiltà di Terra d’Otranto: principi, conti, duchi, marchesi, baroni, cavalieri, con le rispettive consorti, che venivano a Cavallino per partecipare alle feste organizzate in occasione delle nozze di don Francesco Castromediano Sanseverino con la nobile damigella Beatrice, figlia diciottenne di don Giovanni Acquaviva d’Aragona dei Conti di Conversano e Duchi di Nardò. Notizie storiche tratte dal sito “ www.antoniogarrisiopere.it/28_c22_I—-Castr—–.html”

[6] L’ultima cartapesta, divagazioni su Lecce settecentesca ed una poesia di Vittorio Bodini, “Quaderni della Banca del Salento”, n. 1, a cura di Franco Galli, 1975.

[7] Natale, storia, racconti, tradizioni, Ed. Paoline,  2005, p. 105.

[8] Cit. da R. Barletta, Appunti e immagini su cartapesta, terracotta, tessitura a telaio, Fasano, 1981, p. 4

[9] Ròiss (Franco Rossi) Cartapesta e cartapestai, Maestà di Urbisaglia, Macerata 1983, cit. p.117

[10] Idem, cit. p. 84

[11] Caterina Ragusa, Guida alla cartapesta leccese. La storia, i protagonisti, la tecnica, il restauro, A cura di Mario Cazzato, Congedo editore,1993, pp.6,7

[12] A. Bazzarini, Dizionario enciclopedico delle scienze, lettere ed arti, Francesco Andreola, Venezia 1830-1837.

[13] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

[14] Il secondo concilio di Nicea fu convocato nel 787, su richiesta di papa Adriano I, dall’ imperatrice d Oriente Irene, per deliberare sul culto delle immagini, proibito nel 726 da un editto imperiale di Leone III l’Isaurico e dal concilio tenutosi a Costantinopoli nel 754, nonostante l’ opposizione di papa Gregorio III, che fu costretto a recarsi a Bisanzio e ritrattare. Il concilio negò l’ ecumenicità del concilio del 754 e dichiarò la liceità del culto delle immagini.

[15] L. VALGENTINA, Muse, De Agostini, Novara 1965, vol. III, p. 120.

[16] Con il termine incunabolo (o incunabulo) si definisce convenzionalmente un documento stampato con la tecnologia dei caratteri mobili e realizzato tra la metà del XV secolo e l’anno 1500 incluso. A volte è detto anche quattrocentina.

[17] Caterina Ragusa, Guida alla cartapesta…, cit., pp.5,6

[18] P. MARTI,  La modellatura in carta, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1894. (opuscolo)

Lecce. Il monumento a Sigismondo Castromediano

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

Occorre fare un passo indietro per conoscere la storia di questo manufatto e dell’uomo che l’ha ispirato. Si può seguire questo percorso leggendo il monumento che racchiude i momenti salienti della vita di questo grande personaggio, non solo patriota e poi deputato salentino della prima legislatura del Regno d’Italia, ma anche infaticabile custode della storia della nostra terra.

Il monumento, opera dello scultore Antonio Bortone (1844-1938), fu commissionato nel 1898 da Giuseppe Pellegrino, all’epoca Sindaco di Lecce, e, realizzato grazie ai contributi di Umberto I il Ministero l’Amministrazione Provinciale / il Capoluogo i comuni cittadini[1], fondi in parte raccolti grazie alla sottoscrizione aperta da Adele Savio, la nobildonna torinese cui Castromediano dedicò le Memorie[2].  Pellegrino insistette molto per farlo realizzare, tant’è vero che Bortone gli scrisse: «Se il monumento a Castromediano è veramente piaciuto ne sono essenzialmente contento per te mio buon amico che per vedere attuato quel tuo nobilissimo pensiero hai dovuto sopportare non poche amarezze e lottare molto»[3].

Bortone ha ritratto il Duca in piedi, appoggiato con la mano sinistra a una sedia, dov’è stata posata frettolosamente una coperta. Reca nella mano destra, porgendolo al visitatore, il manoscritto delle sue Memorie, l’opera in cui racconta i moti del 1848, la condanna, gli undici anni di carcere, l’esilio.

Potrebbe aver voluto rappresentare idealmente uno dei momenti più significativi della vita di Sigismondo Castromediano: l’incontro tra il duca e re Umberto I avvenuto il 23 agosto 1889 nelle sale del Museo Provinciale[4]. La coperta abbandonata denoterebbe l’accantonamento della vecchiaia e delle sofferenze subite, la postura altera di Castromediano, ritratto in tutto il suo vigore, è sinonimo dell’orgoglio di porgere al re, e quindi a tutta l’Italia, il suo contributo, e quello di tutta la Terra d’Otranto, alla Patria.

Ai piedi della statua, sul davanti, troneggia una rappresentazione della Libertà «nelle nobili fattezze di una matrona seduta», sul lato posteriore la Gloria è «simboleggiata da un’aquila che lascia cadere la catena di forzato sul blasone dell’antico casato dei duchi di Limburg»[5].

Sul lato sinistro del monumento, sull’alto plinto in marmo si legge: Nei tormenti della pena / non mutò l’animo. Sotto sono elencate le carceri dove fu imprigionato: Procida, Montefusco, Montesarchio, Nisida, Ischia[6].

Sul lato destro, la scritta Ai compagni fedele / sdegnò privilegio / pari ne volle la sorte, è accompagnata dall’elenco dei loro nomi (qui riportati per esteso e correttamente): Nicola Schiavoni di Manduria, Michelangelo Verri di Lecce, Leone Tuzzo di Scilla, Maurizio Casaburi di Manduria, Carlo D’Arpe di Lecce, Nicola Donadio di Manduria, Francesco Erario di Manduria, Pasquale Persico di Lecce, Gennaro Simini di Lecce, Luigi Cosentini di Otranto, Giuseppe De Simone di Lecce, Dell’Antoglietta[7] di Lecce, Gaetano Madaro di Monteroni, Giovanni De Michele di Lecce, Salvatore Stampacchia di Lecce, Achille Bortone di Lecce.

ph Giovanna Falco

Scorrendo le pagine delle Memorie[8], si viene a sapere che queste persone (tranne il dottor Gennaro Simini, in precedenza espatriato), il 2 dicembre 1850 furono condannate a carcerazioni di varia entità (dai trent’anni di ferri inflitti a Castromediano e a Schiavoni all’anno di reclusione stabilito per Bortone), sentenza conseguente alla partecipazione, a vario titolo, ai moti del 1848, cui seguì l’arresto per cospirazione e insurrezione contro Ferdinando II. In questo elenco non sono citati il sacerdote di San Pietro Vernotico Nicola Valzani, il canonico Salvatore Filotico di Manduria (morto in carcere), Giuseppe Amati di Lecce. La frase che accompagna i nomi sul monumento, si riferisce al rifiuto di Castromediano alla proposta di grazia ottenuta nel 1854, per l’intercessione del Vescovo di Lecce Nicola Caputo, durante la sua detenzione a Montefusco.


[1] La targa è situata alla base del monumento, sotto l’aquila. Parteciparono con somme più o meno ingenti, anche il Presidente del Consiglio dei Ministri Luigi Pelloux e vari Comuni di Terra d’Otranto (Cfr. Ivi, pp. 54-55).

[2] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche – Memorie del Duca Sigismondo Castromediano, Lecce 1895, 2 vol. (ed. anast., Bologna 1975).

[3] R. DOLCE PELLEGRINO, Il monumento a Sigismondo Castromediano nel carteggio Savio – Pellegrino  cit.,  p. 58.

[4] Il sovrano era venuto a Lecce per una breve visita con il figlio Vittorio Emanuele, il Presidente del Consiglio Francesco Crispi e i ministri Benedetto Brin e Pietro Lacava. Cosimo De Giorgi era presente all’incontro. Racconta che: «Appena il Re lo vide con accento franco, affettuoso e sorridente, affrettando il passo innanzi a tutti corse ad abbracciarlo». I due, poi, si appartarono in una sala. Quando tornarono dagli altri, erano molto commossi. Castromediano non raccontò mai a nessuno quello che si erano detti, ma commentò l’evento sull’albo dei visitatori del museo. Sotto la firma del re e dei suoi accompagnatori, scrisse: «Con molta loro sodisfazione, tutto ammirando, commentando, spiegando, stettero in detto Museo dalle 5 e mezzo pom. sino alle 6. Onore che non dovrà giammai dimenticarsi» (C. DE GIORGI, Il Duca Castromediano e il Museo Provinciale di Lecce, in “Numero Unico”, Lecce 1896, pp.5-11: p. 5).

ph Giovanna Falco

[5] Cfr. Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello, pubblicato il 30 dicembre 2010 su Spigolature Salentine da Paolo Vincenti.

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/12/30/antonio-bortone-da-ruffano-1844-1938-il-mago-salentino-dello-scalpello/

[6] Le carceri dove Castromediano soggiornò più a lungo, oltre quelle leccesi (dove fu recluso dal 30 ottobre 1848 al 28 maggio 1851), furono Procida, Montefusco e Montesarchio (Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche cit.).

[7] Sul monumento manca l’iniziale del nome di Dell’Antoglietta, non si sa, dunque, se chi ha redatto l’elenco si riferisca ad Achille (condannato il 2 dicembre 1850 a quattro anni di prigione), o a Domenico che subì una condanna a dodici anni in un altro processo e incontrò Castromediano al momento dell’imbarco per l’esilio.

[8] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche cit., pp. 123-159.

Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari

Libri/ Rossella Barletta, Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari, Capone Editore

 

Pietra su pietra

di Maurizio Nocera

Perché interessarsi ancora (e sempre) dell’architettura rurale pugliese? Perché attraverso lo studio ed il recupero di questa realtà noi possiamo conoscere le origini, i costumi, le tradizioni di chi ci ha preceduto, di chi ha segnato questo territorio con il lavoro e con la speranza di lasciare testimonianze vive e utili alle generazioni che sarebbero venute. Ma anche per tentare, dopo decenni e decenni di abbandono, di progettare per dette aree un loro riutilizzo attraverso una riqualificazione ambientale, e così poter ritornare a rivivere e ad essere utili per i nuovi orizzonti turistico-culturali. Per fare tutto ciò, però, occorre avviare progetti e studi che identifichino e descrivano dettagliatamente le aree rurali, per le quali occorre poi tracciare le necessarie linee di intervento per la riqualificazione ed il loro recupero funzionale.

È importante quindi avere come obiettivo immediato il recupero dei trulli dell’area della Murgia brindisina, barese e tarantina, il recupero delle “pajare” e delle “caseddhe” del Salento, di quelle del foggiano e della Bat, infine occorre recuperare il vasto patrimonio dei muretti a secco che, per migliaia di chilometri, insistono in tutta la regione. Studiare le aree rurali pugliesi significa narrare la loro secolare storia; significa descrivere le loro caratteristiche costruttive; significa conoscere la differenza tra trullo primordiale e trullo evoluto, tra trullo e “pajara” o “furneddhu”, e tra questi e le “caseddhe”. Ciò è per noi importante per capire l’evoluzione della caratteristica struttura abitativa rurale dei pugliesi.

 

Lo “studio” di Giovanni Santini

Oggi però non iniziamo da zero. Nel passato ci sono stati studiosi che hanno dedicato non poche attenzioni al paesaggio rurale. Si pensi, ad esempio, a Luigi Maggiulli, Sigismondo Castromediano, Filippo Bacile di Castiglione, altri ancora. E non molto tempo fa, alla cultura e alle architetture del paesaggio rurale la Società di Storia Patria per la Puglia dedicò due convegni di importanza nazionale. Il primo, su iniziativa della stessa e in collaborazione col “Centro studi sui territori rurali” di Pavullo nel Frignano (Modena), intitolato “Storia e problemi della Montagna Italiana”, ebbe luogo a Pavullo il 21 e 23 maggio 1971; il secondo invece, organizzato sempre dalla Società di Storia Patria per la Puglia e dalla sua Sezione Dauna, con l’adesione della regione Puglia ed ancora del “Centro studi di Pavullo”, intitolato “Distretti rurali e città minori”, ebbe luogo a Lucera (col coinvolgimento anche dei sindaci e delle amministrazioni comunali di Troia e Monte Sant’Angelo) il 17-19 marzo 1974.

Cito questi due eventi perché in essi alcuni studiosi della materia tennero delle relazioni importanti per il loro carattere metodologici come, ad esempio, furono gli interventi di Giovanni Santini, all’epoca ordinario dell’Università di Bari il quale, nella relazione “Ipotesi di lavoro e ricerche interdisciplinari”, riferendosi al paesaggio “civile” italiano, individuò tre aree di “civiltà” storicamente vissute. La maggiore, che è quella dei grandi centri urbani come sono i capoluoghi di provincia. L’intermedia, che è quella caratterizzata dai centri urbani agglomerati del tipo Gallipoli, Ostuni, Martina Franca, Barletta, Manfredonia, ma anche territori rurali con una rilevanza storico-culturale del tipo Parchi letterari (ad esempio, quello intitolato al meridionalista Tommaso Fiore nell’area altamurana); infine, e siamo al dunque, le aree minori o “minime”, quelle cioè in cui Santini, sulla scia del March Bloch de “I caratteri originari della storia rurale francese” (Torino 1973) e del Fernand Braudel degli “Scritti sulla storia” (Milano 1973), individua come aree delimitate da confini ben precisi come, ad esempio, sono le corti, le pievi, i castelli e quant’altro sta nelle loro più immediate vicinanze. Per noi il concetto di aree “minime” vale per le zone rurali che hanno o hanno avuto un’omogeneità colturale e architettonica.

Lo studio del Santini aveva come obiettivo quello dell’integrazione delle aree “minime” con le intermedie e queste ultime, a loro volta, con i grandi centri urbanizzati. «Solo così – egli scrive nella sua relazione – con un grandioso sforzo collettivo di presa di coscienza del passato, potremo programmare il futuro dei territori rurali italiani nel rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità storica, oltreché, naturalmente, delle esigenze del presente […]. In tal modo [… sarà possibile] veramente, una rinascita del mondo rurale, rendendolo protagonista del suo rinnovamento» (cfr. Atti del II Convegno “Distretti rurali e città minori”, SSPP, Bari 1977, p. 210). Lo studioso auspicava allora che, per procedere su questa strada, occorreva avviare una fase conoscitiva e scientifica e solo, dopo di essa, sarebbe stato possibile mettere in atto politiche e proposte fattibili capaci di rinnovare il territorio “minimo” raccordandolo e integrandolo col resto del paesaggio urbano e rurale. Sappiamo che da decenni, per non dire da qualche secolo, ciò non è stato fatto, un po’ per un’assurda visione dell’Italia unitaria e post-unitaria, nella quale doveva crescere economicamente solo il Nord, mentre il Sud doveva solo consumare la ricchezza prodotta; un po’ anche per l’incuria e la debolezza dello stesso personale politico-amministrativo dello stesso Meridione, per il quale era sufficiente vivere solo il presente senza preoccuparsi di quello che sarebbe stato il futuro, soprattutto quello delle generazioni che si sarebbero succedute, cioè i nostri figli.

Il recupero delle aree “minime”

Oggi occorre quanto prima tentare di colmare le lacune del passato cercando, sulla scia delle considerazioni del Santini ma anche su quelle di altri studiosi, di contribuire ad un progetto di recupero delle aree “minime”, con l’obiettivo della loro integrazione e raccordo con le aree urbanizzate e culturalmente più attrezzate della regione. Da subito va avviato il recupero dei muretti a secco e dell’architettura dei trulli, delle “pajare” e delle “caseddhe” con l’obiettivo immediato di intervenire per verificare il loro stato di conservazione, e là dove v’è urgenza di un intervento, metterlo in atto restaurando oppure consolidando le strutture dei manufatti. In questo ampio progetto di rivitalizzazione delle aree “minime” rurali pugliesi occorre coinvolgere tutti coloro che vivono in rapporto con la terra, e il riferimento va ai vecchi e nuovi lavoratori agricoli, ai piccoli e medi contadini, agli extra-comunitari e ai giovani italiani in cerca di lavoro, dando loro ovviamente dignità di retribuzione.

Il trullo

Importante è sapere com’è fatta la struttura del trullo, consistente nel “pinnacolo” (l’ultimo esile concio in verticale che si innalza al centro del tetto); la “carrazzola”, altrimenti detta anche “serraglia” (chianca o lastra di pietra circolare che chiude la copertura conica); le “chiancarelle” (mattoncini piatti che ricoprono il tetto costruito in forma di cono con inclinazione di circa 45 gradi); la “intercapedine” (spazio tra le chiancarelle esterne e la linea di pietre a secco che costituiscono la parete interna del trullo, in dialetto salentino chiamata anche “muraja”); la “cannella” (volta costruita ad anelli circolari con diametro decrescente verso l’alto); il “compluvio” (sistema di immissione della acque piovane nella cisterna); l’ “ingresso” (unica porta che permette l’entrata e l’uscita dal trullo); gli “settaturi” (sedili in pietra a ridosso dell’ingresso); il “soppalco” (utilizzato come deposito o posto letto); la “alcova” (parte della stanza contenente il letto e solitamente adibita a dormitorio); la “cisterna” (può essere interna scavata al di sotto delle fondamenta del trullo oppure scavata esternamente e affiancata ad esso). Quando il trullo è in forma trapezoidale (più rara) gli angoli sporgenti vengono costruiti con i cosiddetti “peducci”, che sono pietre più grosse rispetto alle altre usate per le pareti normali. Non poche volte, in Puglia, si incontrano trulli o “pajare” o “caseddhe” circondate da grandi mura perimetrali (“paritoni”) che delimitavano lo spazio dell’aia o degli animali da cortile.

“Pajare” e “caseddhe”

Il tipo di struttura del trullo vale anche per le “pajare” o “furneddhi”, più presenti nel basso Salento, il cui aspetto è in forma tronco-conica o tronco-piramidale (“tholos”) con pareti a secco spesso non intonacate. Nel libro “Ripari trulliformi in pietra a secco nel Salento” (Progeca, Tricase 2007), Francesco Calò scrive che «Le costruzioni trulliformi utilizzate come veri e propri ripari di campagna, sono particolarmente diffuse a sud, nel basso Salento, lungo le fasce costiere. Sono ripari stagionali costruiti interamente a secco» (p. 15), precisando che «un’evoluzione dei ripari trulliformi sono le “caseddhe” e le “liàme”, costruzioni in pietra a secco e a pianta quadrangolare, sempre rustiche, ma più stabili e più comode sul campo. Le prime, poco diffuse, hanno una copertura risolta a due spioventi di tegole di terracotta» (p. 38).

Calò nei primi capitoli del suo libro fa opportuni riferimenti storici sull’estensione europea del fenomeno dei ripari costruiti con pietre a secco, ed interessante è l’approfondimento che egli fa sulle origini della struttura architettonica rurale. Nel capitolo “Etimologia dei termini”, egli definisce e chiarisce specificamente termini come “pagliaro” o “pagghiara” e “pagghiarune”; “trullo” (sinonimo di “tholos”), o “truddhu” o “chipuru”, o “furnu” e “furneddhu”; “casella” o “caseddha” o “liàma” o “lamia”. Interessante è pure il capitolo “Procedimento costruttivo e struttura”, nel quale descrive come viene costruito un riparo con pietre a secco. Scrive: «i ripari trulliformi in pietra a secco sono generalmente costruzioni con struttura interna monocellulare, cioè dotate di un solo ambiente, e sono costruite in pietra a secco secondo il più volte citato principio delle “mensole aggettanti”, che permette di realizzare una varietà di pseudo-cupole, specialmente le tholos più classiche. Questo sistema per risolvere la copertura, apparentemente complesso, è in realtà molto semplice, poiché deriva dal sistema del triangolo di scarico, così come la cupola e la volta a botte sono derivate dall’arco a tutto sesto. Il contadino o l’esperto costruttore, dopo aver terminato l’approvvigionamento delle pietre, inizia il procedimento costruttivo scegliendo prima il sito. Successivamente, disegna la planimetria del riparo direttamente sul terreno, che può assumere due forme, quella circolare, più primordiale, o quardrangolare, più recente, differenziando, così, la parte inferiore del volume del riparo. La copertura è risolta solitamente a “tholos”, più raramente, a “piramide” o a “barca” rovesciata» (p. 55).

Il maestro costruttore Donato Pinzetta

Occorre quanto prima prendere coscienza dell’importanza delle architetture rurali pugliesi, soprattutto per un loro riutilizzo in funzione produttiva ed anche in quella turistico-culturale. E in primo luogo occorre attrezzarsi di una legislazione regionale tale che impedisca inutili sconvolgimenti dell’assetto territoriale agricolo, evitando episodi già accaduti che hanno visto distruggere o spostare tali architetture dai siti in cui da secoli e pure da millenni stavano, per trasportarle in ville o in luoghi che non hanno nulla a che vedere con la loro storia di pietre. Occorre seguire le indicazioni di chi sulla terra e tra le pietre di questa terra ci vive con amore e passione come, ad esempio, il maestro costruttore di muretti a secco Donato Pinzetta, di Tricase, e il geometra Antonello Palma, di Montesano, i quali, in un’illuminante intervista condotta da Paolo Palomba, pubblicata su «il Paese nuovo» (8 luglio 2009), hanno difeso con competenza le architetture a secco del Salento. Alla domanda posta dal giornalista Palomba [«Geometra Palma, quali strategie tecniche si sente di suggerire all’opinione pubblica, al fine di preservare tali opere architettoniche, viste come espressione importante della civiltà contadina?»], Palma ha risposto così: «è importante e doveroso che soprattutto il tecnico (geometra, ingegnere, architetto) sensibilizzi e stimoli l’opinione pubblica a prevenire qualsiasi alterazione delle costruzioni rurali; spesso, purtroppo, questi reperti del passato vengono modificati impropriamente, con materiali diversi da quelli originari. Più che il tufo o il cemento armato, deve essere garantita la struttura nativa di siffatto patrimonio dell’umanità, nonché espressione architettonico-culturale del Salento. Si tratta di “guardare il vecchio per fare il nuovo”, suggerendo la presenza di codici e regolamenti che tengano conto della memoria storica, in vista dell’emanazione di nuovi ed efficaci piani regolatori territoriali».

L’umanesimo della pietra

Comunque, sul terreno della difesa delle strutture architettoniche rurali, qualcosa è cominciato a muoversi. Nel 2000 fu Nico Blasi, studioso a quel tempo attivo nell’associazione martinese “Umanesimo della Pietra”, che si interessò dell’importanza delle costruzioni trulliforme rilasciando una intervista a «Quotidiano di Lecce» (14 luglio 2000), raccolta da Anita Preti. In essa, Blasi afferma che «Si può fare di tutto con i trulli. L’importante sarebbe conservare il tempo per amarli e rispettarli». E sull’appello del Blasi, non pochi studiosi e molti pugliesi innamorati del nostro paesaggio stanno oggi lavorando per ridare dignità alle antiche architetture rurali. Come di recente ha fatto Rossella Barletta, con la pubblicazione di un suo libro intitolato “Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari” (Capone Editore, Cavallino 2009, pp. 96, euro 8), che si presenta con due stupende immagini (entrambe scatti dell’archivio della Casa editrice) di copertina (in prima un “pajarone” e in ultima un muretto a secco dalle caratteristiche pietre ad incastro verticale-orizzontale-obliquo).

Il libro di Rossella Barletta

Di immagini bellissime è colmo l’intero libro, che è introdotto dalla Presidente dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, Maria Rosaria De Lumè, che scrive: «L’architettura rurale […] è il frutto di una molteplicità di relazioni che hanno strutturato nel tempo un determinato luogo, esito visibile di numerosi fattori culturali […]. C’è un altro modo per definire l’architettura rurale: muretti a secco, “pajare”, “pagghiare”, “furneddhi”, fanno parte di quella che viene indicata ‘architettura vernacolare, con cui si intende quel tipo di costruzioni realizzate in sede locale da popolazioni che lavorano senza servirsi di professionisti, ma facendo ricorso esclusivamente a quanto appreso per tradizione orale e tecnica. È, per questo, un’architettura consolidata che non presenta segni rilevanti di sviluppo nel tempo, resa sicura dall’esperienza che ha contribuito a stratificare le conoscenze. Per questo, proprio perché è collegata all’ambiente, i materiali sono quelli del luogo, pietre su pietre, senza collanti. Muretti a secco, terrazzamenti, costruzioni a forma di capanna che assumono nomi diversi, masserie costituiscono un mare di terre e pietre, e non solo nostro. […]. L’architettura di pietre a secco nei paesi del Mediterraneo ha avuto certamente origini differenziate per quanto riguarda tempo e forse anche per gli usi. Non si esclude infatti che le costruzioni a cono richiamino strutture funerarie presenti in Grecia e nell’isola di Pantelleria. Sappiamo con certezza che l’architettura a secco delle nostre regioni è certamente più tarda di quella della Grecia o dell’Egitto. Ma il filo che lega le capanne che davano riparo ai contadini della Mesopotania già nel III millennio a. C. ai nostri trulli, “pagghiare”, ecc. è sempre il medesimo, un filo di pietra» (p. 5).

Il paesaggio e la pietra

Nel prologo, la Barletta fa riferimento al paesaggio salentino, affermando che a dominarlo è «l’albero d’ulivo così estesamente presente da infoltire autentiche foreste che si perdono a vista d’occhio», l’altro aspetto è dato dalla roccia calcarea, assai diffusa, tanto da far derivare da essa perfino alcuni giuochi che allietavano le nostre passate generazioni; e fa l’esempio del giuoco dei cinque sassolini (in dialetto salentino “tuddhri”, o “patuddhri”, “pituddhri”, paddhri”, e “vota manu”). Bello il riferimento che fa l’autrice alla forma della pietra. A p. 28, scrive: «A volte la pietra grezza si presenta con forme modellate senza alcun intervento dell’uomo, erose dal vento e dalla pungente salsedine portata dai venti di scirocco; nella maggior parte dei casi è stata assemblata dando vita ai “murieddhri”, muretti, dai contadini tenaci e caparbi, quando hanno conquistato un palmo di terra che, ripulito, ha accolto ortaggi, leguminose, filari di vite, piante di capperi oppure alberi d’ulivo, di fico, di carrubo o di mandorlo, organismi vegetali che resistono alla scarsa umidità del terreno, oppure sono servite per delimitare le proprietà terriere o i percorsi di campagna, separare appezzamenti della stessa masseria diversamente coltivati, stabilizzare le scarpate, sostenere i terrazzamenti che hanno interrotto l’acclività del terreno e, talvolta, hanno consentito di praticare le più idonee coltivazioni».

Tutto vero. Chi qui scrive è nato in uno di questi “furneddhi” posto al centro di un’estesa cava di tufo del Salento, delimitata sui suoi alti confini da muretti a secco aventi la funzione di circoscrivere protettivamente l’argine del precipizio. All’interno della cava, tutt’intorno appunto alberi di fico, ficodindia, allori, mirti, filliree, lentischi, corbezzoli, e timo a più non posso tra tufi e pietraglia disseminata un po’ ovunque.

I muretti a secco

La Barletta fa poi un’utile descrizione dei muretti a secco definendoli “pariti” o “parieti” utili a recingere un appezzamento di terreno; chiama “lu quataru” o “quadaru” il varco che, ad un certo punto, si apre per accedere nel campo; oppure chiama “jazzu”, “ncurtaturu” o “curtale” il muretto a secco che recinge un ovile; “paritone” o “limitone” chiama invece il muraglione, che aveva la «funzione esclusivamente difensiva […] composto da grossi massi informi sovrapposti a secco». A questo punto doverosi sono gli opportuni riferimenti che l’autrice fa agli studi di Antonio Costantini, uno dei massimi esperti del paesaggio rurale salentino e delle architetture in pietra a secco, nello specifico “limitoni” e “paretoni”.

Interessante è la tecnica di costruzione dei muretti a secco indicata da Rossella Barletta. Scrive: «Per costruire il muro è preliminare raggiungere il banco di roccia o lo strato di terreno più solido e compatto sul quale si traccia talvolta uno scavo, una specie di fondamenta, in gergo denominato “scarpa”, sulla quale si pongono due file parallele di pietre di grossa pezzatura, facendo combaciare il più possibile il profilo col terreno […]. Sulle prime pietre vengono poggiate le altre, di dimensione inferiore, a mano a mano che il muro sale verso l’alto; si allineano seguendo una guida costituita da due cordicelle annodate a pali mobili, posti all’esterno del muro, che si spostano come cresce il muro. Lo spazio che si crea tra le due file di pietre, in gerco “cassa”, viene colmato con pietrame informe» (p. 40-42). Vengono poi descritte varie dimensioni di muretti a secco e varie esecuzioni di chiusura degli spazi interstiziali come della copertura. Interessante il capitolo “Muretti con nervature litiche”, che tratta dei vari modi di rinforzo dei muretti a secco, facendo un escursus storico sulla loro origine; come interessati sono i riferimenti agli attrezzi (“li fierri”) utili al “patitaru” o “truddhraru” (costruttore) per costruire i muretti: “lu zzeccu”, o “zzoccu” o “zueccu” (piccone); le “puntazze” (chiodi grandi e rustici). Interessante è anche le denominazioni che l’autrice dà delle differenti costruzioni rurali, che qui, riprendendo anche quelle già citate, ritrascrivo: «“pagghiara”, “pajara”, “pajaru”, “tuddhru”, “suppinna”, “furnu”, “furnieddhru”, “càvalaci”, chipùru” (questi ultimi due usati prevalentemente nei centri della Greca), “caseddhra”, “liama”, “ruddo” (nella campagna di Muro Leccese e Santa Cesarea Terme), “umbracchiu”, dal latino “umbraculum”, riparo, riposo (p. 63). Ad ognuna di queste denominazione corrisponde un’area entro cui essa viene usata dai locali come, ad esempio, «“caseddhri” (termine preferito dagli abitanti» della costa ionica.

Le architetture di supporto

Il libro della Barletta si conclude con i capitoli relativi agli architetti delle costruzioni rurali e alle architetture di supporto, quali: l’aia (“aiara”), il pozzo (“puzzu”), il pollaio (“puddhraru”), la pila (“pileddhra”), la cisterna (“matrìa”). L’autrice infine si auspica che venga istituita una «”strada della pietra” che colleghi i luoghi dove prevalgono muretti e casolari in pietra o, ancora meglio, l’istituzione di uno specifico eco-museo che fornisca ai cittadini […] consapevolezza di questo patrimonio paesaggistico-storico-culturale, perché comprendano la tenace ostinazione di chi continua a volere vivere a contatto della pietraia ed a volere custodire la propria autonomia e […] perché prendano atto che i manufatti in pietra […] assumono una funzione di straordinaria attualità» (p. 93).

Alle pp. 80-81 è possibile vedere le differenti immagini (scatti del foto-scrittore Lorenzo Capone) delle tipologie delle “pajare” e di alcune loro architetture di supporto, tra le quali una sola immagine appare animata (la n. 11). Tra i testi allegati, è possibile leggere la poesia “Sono uno di loro” (p. 22) di Ennio Bonea; “Opus incertum” (p. 37-38) di Alfonso Acocella; “Muri a secco” (pp. 45-46) di Riccardo Venturi; e la poesia “Contadine del Capo” (p. 68) di Donato Moro.

( da Paese nuovo del 26/2/2010)

Il Risorgimento in Puglia

Giuseppe Pisanelli

di Paolo Rausa

Il Mezzogiorno d’Italia ha svolto un ruolo non secondario nel processo risorgimentale, con un contributo notevole di vite perdute, per lo più sottaciuto nei documenti storici e nelle cerimonie ufficiali rievocative. Il Sud aveva per tempo già dato prova della sua vocazione repubblicana nella breve e tragica esperienza istituzionale della Repubblica Napoletana nel 1799 e poi nei moti rivoluzionari del 1820-21 e del 1848.

Anche la Puglia è stata componente significativa di questo lungo processo storico-culturale, che ha coinvolto i figli della borghesia e i semplici cafoni. A cominciare da Antonietta De Pace, nativa di Gallipoli e fulgido esempio di donna coraggiosa e intelligente, che è andata oltre le convenzioni che discriminavano le donne. Al grande giurista e politico tricasino Giuseppe Pisanelli (18121879), autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia ed esule per la sua azione di animatore contro la monarchia borbonica, poi nominato Ministro di Grazia e Giustizia da Garibaldi e confermato nel Governo nel nascente Regno d’Italia. A  Sigismondo Castromediano di

25 Aprile. Il contributo dei Salentini alla liberazione dell’Italia dal Nazifascismo

 

di Maurizio Nocera*

Ricorre quest’anno il 64° anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, entrata in vigore l’1 gennaio 1948. Si tratta di una data storica per il popolo italiano, che ancora una volta si vede costretto a dover lottare per difenderla da chi la vorrebbe stravolger  e deturpare. Per avere un’idea del periodo incredibile che stiamo vivendo, si pensi, ad esempio, all’ultima assurda proposta di un disegno di legge da parte di cinque dissennati parlamentari del partito di Berlusconi, che avrebbero voluto depennare la XII norma finale della Costituzione, che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista.

C’è chi crede che basti rivedere e cambiare qualche titolo ad un libro di storia oppure raccontare una favola in più nel tanto chiassoso, fastidioso, retorico e continuo apparire in pubblico, per stravolgere il significato di eventi storici così grandi e così alti nella coscienza civile degli italiani. Coloro che intendono stravolgere i significati profondi della nostra storia e i principi sacrosanti della Carta fondamentale dello Stato si sbagliano, perché la lotta di Liberazione e la Resistenza partigiana, condotte  con spirito di abnegazione da centinaia di migliaia di uomini e donne in ogni parte d’Italia, a volte fino all’olocausto della propria vita, sono tuttora valide,

Lecce. Le offese al monumento a Sigismondo Castromediano. Bisogna porre rimedio!

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

 

Kia + Gigi 12/10/10 Gigi ti amo by la tua Kia.

Kia conosci la storia del marmo su cui hai immortalato la tua dichiarazione d’amore? Lo sai che Sigismondo Castromediano, quell’omone in bronzo che porge un libro, non è solo il nome del Museo visitato durante qualche gita scolastica? Lo sai che hai impresso la tua firma a fianco a un elenco di nomi di persone che nel 1848 hanno sacrificato la loro libertà per perseguire un ideale?

ph Giovanna Falco

E che dire dei tanti altri “geroglifici” che imbrattano il monumento a Sigismondo Castromediano, posto al centro della piazzetta omonima sita a metà strada tra Palazzo Carafa e Palazzo dei Celestini? Per non parlare della macabra ridipintura delle unghie della statua della Libertà!

 
 
 

 

le unghie “smaltate” dal solito buontempone con cattivo gusto (ph Giovanna Falco)

 

 

Cari amministratori, perché in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia non ponete rimedio a questi atti di tracotanza giovanile, ripulendo il monumento dedicato agli avvenimenti che in Terra d’Otranto ne hanno permessa l’attuazione? Giacché, potreste correggere gli strafalcioni compiuti da chi in seguito ha messo mano al monumento, trasferendo ai posteri un’errata memoria: per cui Maurizio Casaburi e Francesco Erario, operai di Manduria condannati a nove anni di ferri, passano ai posteri come M. Casapuri e F. Isario, e il leccese don Giovanni De Michele, condannato a tre anni di carcere, è eternato come O. De Michele.

Ci si chiede, inoltre, perché sulla base del monumento è riportata la data MDCCCXII: non si riferisce ad alcun episodio della vita di Castromediano, nato il 20 gennaio 1811 e morto il 20 agosto 1895!

Eppure, nell’accorato discorso inaugurale del monumento a Sigismondo Castromediano, il 4 giugno 1905, Giuseppe Pellegrino declamava: «Noi

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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