Libri| Viaggio nell’antica diocesi di Nardò

A. Piccinno, Viaggio nell’antica diocesi di Nardò. Gli altari dal VII al VIII secolo, Amazon, 2021

 

Il libro di Annunziata Piccinno, Viaggio nell’Antica Diocesi di Nardò: Gli altari dal XVII al XVIII secolo, merita alcune precisazioni[1]. Il termine ‘viaggio’ che introduce il volume è inteso sia come metafora della vita sia come viaggio reale. Esso ci porta a conoscere il mondo circostante, in questo caso quello degli altari, attraverso gli innumerevoli significati che nel tempo sono stati ad essi attribuiti. Oggi la parola ‘viaggio’, a causa della pandemia che ci ha costretti a rimanere in casa per un lungo periodo, è divenuta quasi un ossimoro.

Lo studio, inoltre, proprio come in un viaggio ‘reale’, ha il suo punto di ‘partenza’ nella Tesi di Laurea dell’Autrice[2], e il punto di arrivo nella presente pubblicazione, aggiornata e arricchita da ulteriori approfondimenti e scoperte che i recenti restauri hanno messo in luce.

Vincenzo Cazzato in una sua pubblicazione ha definito gli altari un “mondo in miniatura” in cui scultura, architettura e pittura si fondono insieme e parlano il linguaggio dell’arte in modo eloquente.

L’ingiuria del tempo e l’incuria dell’uomo hanno causato dei terribili ‘vuoti’ nella ‘traduzione’ delle simbologie contenute nei vari altari, i quali spesso sono stati oggetto di spostamento, oppure di manomissioni che hanno provocato come risultato: statue divelte, tele spostate, ecc. Ciò che un tempo costituiva il ‘significante’ dell’opera in esame, venendo meno la parte mancante, annulla parzialmente o totalmente il relativo significato. Ciò costituisce una grave perdita per l’arte sacra del periodo in esame, in quanto viene meno, per noi posteri, quella ‘Bibbia dei poveri’ che, attraverso le immagini, insegnava i contenuti del Testo Sacro ad un popolo per la maggior parte analfabeta, incrementando in esso lo stupore e la devozione verso i santi e la Chiesa.

Il saggio prende in esame gli altari più rappresentativi dell’antica Diocesi di Nardò, intesa come quella parte del territorio strettamente appartenente ad essa, nell’epoca in cui gli altari sono stati originariamente realizzati (XVII-XVIII sec.). Risultano esclusi quei centri che sono stati aggiunti in seguito all’unificazione della Diocesi in esame con quella di Gallipoli (30 settembre 1986[3]).

E’ bene sottolineare, inoltre, che la città di Nardò è antica sede abbaziale. Diverrà sede episcopale nel 1387 ad opera dell’Antipapa Clemente VII e in seguito sarà confermata nel 1413 dall’Antipapa Giovanni XXIII[4].

Questa antica sede episcopale, alle sue origini, comprendeva ben 24 luoghi tra comuni, casali, feudi e parrocchie rurali.

I paesi in cui sono rimasti esemplari di altari del periodo in esame sono i seguenti: Nardò, Copertino, Galatone, Parabita, Matino, Casarano, Taviano, Alliste, Felline, Racale, Melissano, Seclì, Aradeo e Noha.

Gli altari sono esaminati da un punto di vista strettamente architettonico e scultoreo.

 

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[1] Parte di questa ricerca è stata pubblicata in Nardò nostra. Studi in memoria di don Salvatore Leonardo, a c. di GABALLO M., DE CUPERTINIS G., Galatina, Congedo editore, 2000.

[2] PICCINNO A., Gli altari dal ‘600 al ‘700 nella Diocesi di Nardò, Università degli Studi di Lecce, Facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 1997-1998, Relatore Lucio Galante.

[3] In seguito al Decreto Instantibus votis della Congregazione dei Vescovi (cfr. https://www.diocesinardogallipoli.it/diocesi-nardo-gallipoli/storia/due-citta-una-diocesi/).

[4] Cfr. CENTONZE C. G., DE LORENZIS A., CAPUTO N., Visite Pastorali in diocesi di Nardò- (1452-1501) a c. di VETERE B., Galatina, Congedo editore, 1988, p. 11. La Diocesi fu soggetta immediatamente alla Sede Apostolica (Cronotassi, Iconografia ed Araldica dell’Episcopato Pugliese, Bari, Regione Puglia, 1984, p. 245).

Messapia: chi coniò questo termine e perché

di Nazareno Valente

 

Per dare una risposta credibile al quesito che ci siamo posti, vale a dire come mai i Greci scelsero il nome di Messapia da sovrapporre a quello già in uso di Calabria, è opportuno analizzare dapprima il contesto in cui l’evento si realizzò, così da inserire le informazioni nel loro ambito più proprio.

All’inizio dell’ultimo millennio prima dell’era cristiana, la Puglia si chiamava Iapigia ed era abitata dagli Iapigi, popolazione la cui genesi era avvenuta in un’epoca collocabile tra l’età del bronzo e quella del ferro e che gli studiosi concordano nel credere d’origine illirica. Più nel dettaglio si reputa che, su una cultura locale preesistente, si siano inseriti apporti esterni in misura significativa di provenienza illirica.

Anche alcuni storici antichi propendevano per una simile ipotesi, però, come era loro abitudine, facevano risalire l’avvenimento ad un ben determinato episodio collocato in epoca mitica. Nello specifico ricorsero ad una figura alquanto controversa, Licaone, leggendario re degli Arcadi, al quale la saga attribuiva la paternità di cinquanta e più figli, ai quali qualcuno, per l’occasione, aggiunse pure Iapige, Dauno e Peucezio.

Sorta in età ellenistica, la tradizione trovò infine definizione negli scritti del poeta Nicandro28 il quale narrò che  Licaone, dopo aver raccolto un consistente esercito in gran parte composto da Illiri guidati da Messapo, giunse sulla costa adriatica e scacciò gli Ausoni che possedevano quelle terre. Effettuata la conquista, Licaone divise l’esercito e il territorio in tre parti, denominando le popolazioni così costituite in base ai nomi dei comandanti, Dauni, Peucezi e Messapi. Questi ultimi presero possesso della regione che si protendeva nella parte estrema dell’Italia al di sotto di Taranto e Brindisi, chiamata per l’appunto Messapia.

Di là dal mito, la ricostruzione storica riconosce che gli Iapigi estesero il loro dominio sulla Puglia e su alcune zone della Lucania e dell’attuale Calabria fino a Crotone29. Dai riferimenti archeologici è possibile ricavare che la popolazione Iapigia mantenne una qual certa unitarietà sino alla fine del IX secolo, quando questa compattezza socioculturale incominciò a sfilacciarsi. I Calabri erano infatti venuti  in contatto con il flusso precoloniale di quel periodo e subivano i primi influssi della cultura ellenica; circostanza questa che li portò da principio a differenziarsi dai Dauni e, successivamente, pure dai Peucezi. In età storica si pervenne così alla costituzione delle tre distinte culture dei Dauni, dei Peucezi e dei Messapi.

È qui il punto di cesura indotto dall’arrivo dei Greci, che fece diventare, con il concorso dei Cretesi, Iapigi-Messapi gli originali Iapigi, così come raccontato da Erodoto.

Come i riscontri archeologici danno motivo di pensare, furono gli Eubei, soprattutto di Calcide, ad avviare un fattivo commercio nelle non facili rotte adriatiche, senza però riuscire ad imporre «apoichie» (colonie), come invece avvenne nelle zone del versante tirrenico (Pithecusa, Cuma) o ionico (Zancle, Rhegion). Con ogni probabilità gli Eubei ridimensionarono le loro mire iniziali perché dissuasi da popolazioni parecchio agguerrite, quali i Calabri di Brindisi e di Otranto, i Piceni e gli Etruschi. In ogni caso, tra la fine del IX e l’inizio dell’VIII secolo a.C. si sono evidenti segni della loro presenza sulle coste dell’allora Calabria, dovuti sia a contatti di livello commerciale, sia a scambi culturali.

D’altra parte, in quel periodo, le navi di Calcide arrivavano un po’ dappertutto alla ricerca dei metalli, tra cui  la preziosa ambra, senza tuttavia disdegnare i traffici meno nobili, quali quello degli schiavi, di vasellami e – se convenienti – di vino e di olio. Alla loro guida si ponevano aristocratici che rinverdivano le migliori tradizioni omeriche: pur di correre l’avventura ed il guadagno, non si preoccupavano di abbandonare gli agi delle proprie ricche case e di affrontare i disagi di lunghi e pericolosi viaggi. Le rotte dell’Adriatico divennero una specie di loro seconda casa.

Tutto questo fa supporre che furono proprio i Calcidesi gli artefici del cambiamento che portò la popolazione del Salento a differenziarsi dagli altri iapigi e, a mio giudizio, i più verosimili ideatori del termine Messapia.

Non nascondo, tuttavia, che questa mia ipotesi, di cui sono per altro il primo ed unico sostenitore, rappresenti un azzardo, essendoci fondati motivi per ritenerla, per chi s’accontenta delle apparenze, tirata in po’per i capelli.

Come infatti già visto, tutte le fonti letterarie disponibili collegano  il toponimo Messapia ad un eroe leggendario (Messapo) ed a luoghi (il monte Messapio) che fanno parte del folclore beotico e  non certo euboico. In aggiunta, i Beoti non amavano navigare e, se lo facevano, non erano mai nelle vesti di protagonisti.

Parrebbe pertanto a tutta prima inusuale che gli Eubei, nel coniare un termine, abbiano dovuto far ricorso ad elementi estranei alle loro tradizioni. Eppure, se non ci si ferma alla superficie e si valutano le informazioni non a sé stanti ma inserite nel giusto contesto, ogni particolare avvalora questa mia supposizione.

Guardando una qualsiasi cartina geografica salta subito agli occhi la contiguità tra le due regioni: l’Eubea è separata  dalla Beozia da uno stretto tratto di mare (l’Euripe) che, proprio all’altezza di Calcide, raggiunge un’ampiezza che supera appena qualche decina di metri. E, solo una quindicina di chilometri più in là, si trova il più volte richiamato monte Messapio.

 

Già la vicinanza potrebbe di per sé far desumere possibili comunanze di saghe e di eroi. Ma non c’è neppure bisogno d’un così generico appiglio, perché è sufficiente scavare appena nelle tradizioni delle due regioni per scoprire le tracce d’un legame indissolubile.

Se ne individua una prima avvisaglia in un frammento di Teopompo30 che dà menzione di una guerra combattuta dai Calcidesi contro la città di Calia ed i suoi alleati beoti, orcomeni e tebani. L’esatta posizione di Calia non è conosciuta, ciò nonostante, grazie ad un altro frammento di Teopompo31, si ha notizia che era nelle vicinanze di Aulide, città della Beozia posta proprio di fronte a Calcide, quindi anch’essa sua dirimpettaia. L’esito dei combattimenti è all’opposto certo: fu favorevole ai Calcidesi che, come ci riferisce Teopompo, occuparono la zona continentale della Beozia loro antistante («ἤπειρον ἔχουσι»).

Presumibilmente nella stessa epoca in cui commerciavano con gli antichi Calabri, i Calcidesi presero quindi possesso della prospiciente fascia costiera della Beozia, che andava con ogni probabilità da Aulide a poco oltre Antedone, sino al lago Yliki, e conteneva quindi anche le città di Calia, Hyrie ed il massiccio del Messapio.

 

Il frammento di Teopompo assume maggior valore, se si considera che ci viene riferito da Stefano, il geografo bizantino che, come già riportato, parlando del monte Messapio, lo diceva collocato in Eubea. Con ogni probabilità, Stefano nel consultare l’opera di Teopompo – della quale sono giunti a noi solo alcuni frammenti – deduceva che la fascia costiera beotica era un possesso stabile di Calcide, e di conseguenza comunemente considerata a tutti gli effetti facente parte dell’Eubea. E la situazione rimase tale per tutto il periodo di massimo splendore di Calcide, cioè a dire dal IX sino a quasi tutto il VII secolo a.C. come confermano in parte altre tradizioni.

La prima, molto diffusa in Beozia, narrava la sconfitta subita dal leggendario Calcodonte – qui nella versione di re degli Eubei – per mano di Anfitrione, padre legale di Ercole, con cui si poneva fine all’occupazione euboica e ai tributi che essi imponevano. La seconda, in cui è lo stesso Eracle a sconfiggere Pyrachme, re degli Euboici, a simboleggiare anch’essa la fine dell’occupazione dei territori costieri da parte di Caicide32. Dal momento che la saga delle avventure di Eracle in Beozia non è antecedente al VII secolo a.C.33 si può ritenere che Calcide attuò la sua supremazia almeno sino a quel secolo.

L’influenza di Calcide e di altri centri dell’Eubea è comunque riconoscibile anche da altri indizi.

La toponomastica ci racconta che l’antica Oropo, allora posta dirimpetto ad Eretria, altra famosa città dell’Eubea, si trovava nel distretto detto «Πειραική» (Peiraiché), termine che di per sé denotava uno stato di relazione, spesso subordinato, di una città costiera con un’isola poco lontana. Già in antichità si usava, infatti, la voce «περαία» (peraía) per indicare il controllo effettuato da un’isola su un’area costiera continentale. Sicché il termine “peréa” è diventato sinonimo tra gli studiosi, non solo di un legame geografico tra un territorio continentale e l’isola ad esso vicina, ma di un vero e proprio rapporto di dipendenza. Rapporto di subordinazione in antichità spesso frequente tra un’isola e la terraferma prospiciente. Gli isolani, la cui intraprendenza era rinomata, rappresentavano la componente progressista della società greca e, proprio per questa loro indole spregiudicata, quasi sempre destinati ad avere la meglio sulla componente conservatrice, di cui i continentali erano gli esponenti più paradigmatici. Gli isolani erano poi in genere naviganti, senza paure e scrupoli, che s’arricchivano con il commercio e, di conseguenza, avevano la possibilità economica di esercitare un qual certo potere sugli altri; i continentali erano invece pescatori, agricoltori, allevatori di bestiame, poco propensi ad affrontare l’alea dell’avventura e, di fatto, stanziali, legati a filo doppio con la terra da cui traevano sostentamento.

Oltre alle tradizioni ed alla diversa predisposizione mentale, l’ascendente di Calcide è più banalmente individuabile anche dalla situazione amministrativa dei nostri giorni: le zone di Antedone e Aulide, corrispondenti alla fascia costiera della Beozia che avevano subito l’influenza di Calcide antica, fanno appunto parte del comune di Calcide attuale. Come dire che si riconosce tuttora a tali territori una tradizione e una consonanza culturale che li pone più in relazione con la regione euboica che con il restante entroterra beotico.

Se non bastasse, anche in periodi precedenti al IX secolo a.C. è possibile riconoscere una precoce esperienza espansionistica dei Calcidesi in Beozia. Ne troviamo un riverbero nei versi omerici riguardanti “Il Catalogo delle Navi”34 dove vengono appunto elencati i vari contingenti giunti a Troia. Tra questi spiccano gli arditi Abanti ai quali gli studiosi riconoscono una posizione egemonica nelle cosiddette zone abantiche, di cui faceva parte pure la Beozia. Ebbene gli Abanti non sono altri che Eubei, guidati da Elefenore, figlio di Calcodonte, personaggio mitico già più volte messo in relazione con Calcide.

Alla luce di queste considerazioni, appare pertanto legittimo ipotizzare che la matrice del coronimo Messapia possa ritenersi euboica. E questa mia ipotesi sembra valorizzata pure da altri segnali che, presi di per sé appaiono delle semplici coincidenze ma, al contrario, valutati nel loro complesso inducono a buon diritto a credere che ci fosse un coinvolgimento per niente casuale degli Eubei, ed in particolare di Calcide, nella fissazione della toponomastica  locale della penisola salentina.

Elenchiamo questi indizi per sommi capi.

Abbiamo già riferito come  Erodoto parli di una Ὑρία (Hyrie) fondata dai Cretesi divenuti Messapi; Teopompo racconta, a sua volta, di una città con lo stesso nome di Ὑρία (Hyrie) collocata in Aulide nella fascia continentale controllata dagli Eubei. Erodoto ci narra poi di Cretesi adattatisi a vivere nell’entroterra calabro antico; Pausania ci riferisce che a Teumesso (località non meglio identificata della Beozia) c’è un tempio senza immagine dedicato ad Atena Telchinia35 e che i Telchini, da cui trae l’epiteto, sono venuti da Cipro, ma di fatto anch’essi isolani d’origine cretese, adattatisi poi a vivere sulla terraferma.

Stefano36 dà a sua volta notizia di due città della Messapia di non risolta collocazione: Amazones e Chalkitis.

La prima collegata alle Amazzoni, e che, guarda caso, trovava un suo corrispettivo nei  santuari a loro dedicati sia in Beozia, sia a Calcide. Quest’ultimo particolarmente famoso e significativo, perché vi trovavano sepoltura molte amazzoni cadute nel mitico combattimento ingaggiato contro Teseo per il rapimento della loro regina Antiope37. La seconda città, Chalkitis, riecheggia addirittura il nome di Calcide38 e ci fa sapere l’esistenza d’un centro della penisola salentina avente una stessa vocazione per la lavorazione e per il commercio dei metalli.

Ho tenuto per ultima una coincidenza toponomastica davvero speciale, già messa in evidenza da un autore tedesco più di cent’anni fa39. Riguarda le isole Petagne, poste all’imboccatura del porto esterno di Brindisi, il cui toponimo richiama quello di dieci piccole isole che si trovano al largo della  costa sud-occidentale dell’Eubea nel golfo di Petali, chiamate appunto con un nome avente la stessa radice: Πεταλιοί (Petalioi), i Petalii.

In definitiva troppe occorrenze, per derubricarle a casuali omonimie o somiglianze, che pongono in rilievo la matrice euboica di svariati  termini di località dell’antica Calabria. Non pare pertanto campata in area l’ipotesi che pure il coronimo Messapia sia dovuto ai naviganti di Calcide, frequentatori assidui delle coste dell’allora golfo Ionico. Il quale, per inciso, deve anch’esso il proprio nome agli Eubei. Almeno a dar credito ad alcuni autori.

Io, l’eroina dalla quale il mare aveva tratto la denominazione, secondo molte leggende aveva infatti stretti legami con l’Eubea: vi aveva concepito Èpafo, frutto dell’amore di Zeus; una volta tramutata in giovenca, vi avrebbe pascolato ed infine dalla giovenca stessa sarebbe derivato il nome di Abanti, con cui venivano identificati gli Eubei in tempi omerici.

In pratica ce n’è d’avanzo anche per credere che Messapo che, come abbiamo visto, molti autori antichi ritenevano il condottiero eponimo della Messapia, fosse originario dell’Eubea e che si trovasse in Beozia da conquistatore.

Il che farebbe cadere i dubbi sul coinvolgimento di un Beota nell’assegnazione d’un toponimo in terre che i suoi corregionali frequentavano al più da comprimari, non avendo nessuna tradizione marinara. Sicché si potrebbe a questo punto rivalutare la versione degli autori antichi e concludere che fu davvero Messapo, trasferitosi in Iapigia, a dare alla contrada il nome di Messapia.

Pur tuttavia non sarebbe una conclusione soddisfacente, se si pensa che in antichità era abitudine diffusa quella di far risalire le designazioni geografiche ad un personaggio leggendario, spesso forzando gli avvenimenti per raggiungere un simile scopo.

Propenderei piuttosto per un’ipotesi del tutto originale basata su un’informazione, poco sfruttata, fornita ancora una volta da Stefano40. Il geografo bizantino annota difatti, tra i coronimi assegnati in tempi arcaici alla Beozia, quello di Messapia.

In pratica, nel periodo in cui la zona continentale antistante Calcide era un possesso euboico, la Beozia era con ogni probabilità conosciuta con il nome di Messapia, vale a dire lo stesso termine poi scelto per designare la Calabria arcaica. Questa circostanza rende credibile un qualche collegamento tra Beozia e penisola salentina. Collegamento che potrebbe dare finalmente una risposta compiuta al nostro quesito.

Ebbene torniamo al passo in cui Erodoto narra dei Cretesi costretti, a causa del disastroso naufragio, a stabilirsi in Iapigia. Egli testualmente afferma: «dopo aver fondato in quel luogo la città di Hyrie, vi rimasero e cambiando sé stessi divennero Iapigi Messapi invece di Cretesi e continentali da isolani che erano» («ἐνθαῦτα Ὑρίην πόλιν κτίσαντας καταμεῖναί τε καὶ μεταβαλόντας ἀντὶ μὲν Κρητῶν γενέσθαι Ἰήπυγας Μεσσαπίους, ἀντὶ δὲ εἶναι νησιώτας ἠπειρώτας»).

Quindi Erodoto mette in relazione il cambio di nome (da Cretesi  a Messapi) con un mutamento di condizione sociale (da isolani a continentali), quasi fosse una conseguenza del tutto scontata. Così non fosse, non si comprenderebbe bene perché l’autore abbia avuto bisogno di mettere talmente in rilievo la connessione tra modifica di etnico e  mutamento di abitudini di vita. Se lo ha ritenuto necessario, è perché allora era abituale che così avvenisse: un popolo che non navigava più, e s’adattava a vivere sulla terraferma non poteva più considerarsi a tutti gli effetti Cretese, o isolano in senso lato, e doveva pertanto essere identificato con un etnico che richiamasse questa sua nuova condizione.

In altre parole, così come l’essere Cretesi richiamava la condizione di “isolani”, e quindi la predisposizione a navigare e a commerciare; l’essere Messapi evocava quella di “continentali”, quindi presupponeva la scelta di legarsi alla terra ed alla pastorizia. In altre parole, le condizioni sociali e le abitudini di vita degli abitanti della Calabria, sembrarono agli occhi dei Calcidesi molto simili a quelli di chi viveva in Beozia: continentali tipici, dediti alla pesca, all’agricoltura ed alla pastorizia, definibili in maniera adeguata con lo stesso termine usato per identificare i loro tradizionali dirimpettai. Per l’appunto, Messapi.

Anche se di più facile comprensione, un qualcosa di analogo avvenne sulla sponda opposta dell’’Adriatico, quando gli Eubei denominarono quella contrada Epiro (attuale Albania). Il nome scelto in quell’occasione faceva certo un più puntale riferimento con la terraferma: «Ἤπειρος» (Ḗpeiros), significa proprio “continente”  ma obbediva alla stessa logica di contrapposizione tra isola e terraferma adiacente.

Furono in definitiva le abitudini di vita e la collocazione geografica degli abitanti della penisola salentina a condizionare i Calcidesi nella scelta.

Nacquero in tal modo i termini di Messapia e di Messapi.

Tutti gli indizi lo fanno credere.

(2 – fine)

 

Note

28 NICANDRO DI COLOFONE (II secolo a.C.), apud antonino liberale (…),  Metamorfosi XXXI, fr. 47 Schneider.

29 EFORO (IV secolo a.C.), apud STRABONE, Cit., VI 1, 12.

30 TEOPOMPO (IV secolo a.C. ),  Apud STEFANO BIZANTINO, Cit, voce “Χαλία”.

31 TEOPOMPO, fr. 211 Jacoby.

32 PLUTARCO, Paralleli minori, 7.

33 Y. BEQUIGNON, La vallée du Spercheios des origines au IVe siècle, Paris 1937, pp. 210 – 231.

34 OMERO, Iliade, II 536 – 545.

35 PAUSANIA, Cit., IX 19, 1

36 STEFANO BIZANTINO, Cit., voci “Ἀμαζόνες”, “Ἀμαζόνειον”, “Χαλκίς”.

37 PLUTARCO, Vite parallele, Teseo 27.

38 Si ritiene comunemente che Calcide (Χαλκίς, Chalkís) derivi il proprio nome da χαλκός (Chalkόs), vale a dire rame o bronzo, a denotare la vocazione della città per la metallurgia.

39 M. MAYER, Apulien vor und während der Hellenisirung mit besonderer Berücksichtigung der Keramik, Berlino 1914, p. 387.

40 STEFANO BIZANTINO, Cit., voce “Βοιωτία”.

 

Per la prima parte clicca qui:

Messapia: era davvero una terra tra due mari? – Fondazione Terra D’Otranto

 

Vocalismo e consonantismo nel dialetto salentino

di Giammarco Simone

Il dialetto salentino conosciuto e parlato al giorno d’oggi ha avuto un secolare  processo di nascita e di affermazione durante il quale ha assorbito nella sua struttura linguistica i tratti tipici delle parlate e delle lingue delle diverse popolazioni che hanno abitato ed occupato la penisola salentina. Da madrelingua salentino, alcune delle domande che mi sono sempre posto erano pure curiosità: da dove nasce la mia lingua? Perché la pronuncia leccese non è uguale a quella brindisina o gallipolina? Quali sono i tratti tipici del dialetto salentino e come si sono originati? A queste domande cercheremo di dare una risposta lungo l’arco di questo articolo e per farlo bisogna iniziare a guardare un po’ indietro nel tempo.

Un dato certo è che il dialetto salentino deriva dal latino volgare, ovvero quella variante latina parlata dalla gente (vulgus) che si contrapponeva al latino classico utilizzato dai grandi oratori e poeti nella sua forma puramente scritta. Per intenderci, il latino classico era la lingua dei dotti utilizzata per la scrittura a cui si affiancavano le numerose lingue volgari del vastissimo Impero Romano utilizzate soprattutto dalla plebe per lo più analfabeta per parlare.

Il processo di romanizzazione e latinizzazione[1] della penisola salentina inizia nel 90 a.C, anno della Guerra Sociale tra i Messapi[2] e Taranto che ne sancì la loro sconfitta e la conquista del Salento da parte dei Romani. Come per qualsiasi altra lingua volgare, anche nel Salento il processo di latinizzazione dovette far fronte a forti resistenze dal punto di vista fonetico e fonologico dovute alle influenze dalle parlate pre-esistenti, quali quelle dei Messapi di base greca, e quelle che invece si erano già diffuse prima dell’arrivo dei Romani, ovvero le parlate osche[3]. La latinizzazione durò molti secoli ma è partire dalla caduta dell’Impero Romano nel 476 d.C che il sistema fonetico-fonologico del dialetto salentino comincia a mutare e ad assumere le caratteristiche che lo compongono. Infatti, dapprima con i Bizantini e successivamente con i Normanni, il sistema vocalico della penisola salentina subisce un imbarbarimento dovuto alle innovazioni linguistiche portate dalle genti provenienti dalle terre straniere.

 

Vocalismo tonico

Le innovazioni a cui faccio riferimento prendono il nome di “metafonia” e “dittongazione”. La prima è un fenomeno linguistico che modifica il suono di una parola per l’influenza della vocale postonica su quella tonica, invece la dittongazione è un fenomeno simile alla metafonia ma che si manifesta attraverso i dittonghi ,, in base alla vocale postonica. In seguito vedremo gli esempi. Pertanto, questi due fenomeni linguistici che subentrarono in un’epoca post-romana sono, per così dire, i responsabili della tripartizione del sistema vocalico tonico del dialetto salentino come noi oggi lo conosciamo. Ci siamo mai chiesti perché si pronuncino sia oce che uce (it. voce) sia nuéu che nou (it. nuovo), sia ucca che occa (it. bocca)? La risposta risiede proprio nel mutamento metafonetico e nel fenomeno della dittongazione.

A questo punto, vediamo la suddivisione del sistema vocalico tonico del dialetto salentino nelle sue varianti linguistiche (Mancarella,1974: 10)[4]:

Sistema napoletano: zona del Salento settentrionale

Ī > i ; Ĭ,Ē > e,i ; Ĕ > e,; Ā,Ă > a ; Ŏ > o,; Ō,Ŭ > o,u ; Ū > u

 Cerchiamo di rispondere a delle domande che inevitabilmente possono sorgere. Partendo dalla denominazione, perché si definisce sistema napoletano quando, effettivamente, stiamo parlando del dialetto salentino? Il nome si deve al fatto che questo sistema vocalico si ritrova anche nel napoletano. In generale, quando si studiano i fenomeni linguistici di una lingua o un dialetto, un alleato molto utile per capire alcuni fenomeni è proprio la storia. Infatti, anche Napoli, come tutto il Meridione, è stato dominato per molti secoli sia dai Bizantini sia dai Normanni, i quali si imposero nei territori e inevitabilmente diffusero le loro parlate lasciando tracce nella tradizione linguistica. Continuiamo. Quali sono i limiti geografici del salentino settentrionale? Su questo punto potremmo dire che i territori dove si utilizza questo sistema sono: i territori del brindisino, Oria e Nardò. Dove troviamo nello schema i fenomeni linguistici? La metafonia si ha in Ĭ,Ē > e,i[5] ed in Ō,Ŭ > o,u[6] mentre la dittongazione condizionata si ha in Ĕ > e,[7] ed in Ŏ > o,[8]. Vediamo alcuni esempi: HĪLU > filu, PĬLUS > pilu, PĬRA > pera, TĒLA > tela, SĒRA > sera, STĒLLA > stedda, PĔDEM > pete, MĔRUM > miéru, APIS > apu, RŎTA > rota, FŎCUS > fuécu, CŎRIUS > cuéru, NŎVUS > nuéu, BŎNUS > buénu, CŌDA > cota, VŌCEM > oce, SŌL > sole, SŌLUS > sulu, BŬCCA > occa, VŬLPE > orpe, CRŪDUM > crutu.

Sistema di compromesso: zona del Salento centrale

Ī,Ĭ,Ē > i ; Ĕ > e,; Ā,Ă > a ; Ŏ > o,ué ; Ō,Ŭ,Ū > u

 Anche qui cerchiamo di dare delle risposte. Innanzitutto, questo sistema viene definito di “compromesso” in quanto trovandosi nel mezzo tra quello settentrionale e quello meridionale prende tratti vocalici sia da uno sia dall’altro sistema. Il sistema vocalico centrale si può incontrare nel leccese e a differenza di quello settentrionale non presenta casi di metafonia, bensì casi di dittongazione condizionata in Ĕ[9] ed in Ŏ[10]. Alcuni esempi sono: HĪLUM > filu, PĬLUS > pilu, PĬRA > pira, TĒLA > tila, SĒRA > sira, STĒLLA > stidda, PĔDEM > pete, MĔRUM > miéru, APIS > ape, RŎTA > rota, FŎCUS > fuécu, CŎRIUS > cuéru, NŎVUS > nuéu, BŎNUS > buénu, CŌDA > cuta, VŌCEM > uce, SŌL > sule, SŌLUS > sulu, BŬCCA > ucca, VŬLPE > urpe, CRŪDUM > crutu.

Sistema siciliano: zona del Salento meridionale

Ī,Ĭ,Ē > i ;  Ĕ > e ; Ā,Ă > a ; Ŏ > o ;  Ō,Ŭ,Ū > u

La zona del salentino meridionale comprende tutti i territori all’interno della linea immaginaria che va da Gallipoli-Maglie-Otranto fino al capo di Santa Maria di Leuca. Questo sistema si definisce di tipo “siciliano” per la sua vicinanza al dialetto siciliano, anch’esso costituito da 5 vocali e privo di fenomeni linguistici. Inoltre, prima di procedere con l’esemplificazione, è bene sapere che tale sistema è fonte di grande interesse da parte degli studiosi, i quali ritengono che proprio la presenza del sistema penta vocalico nelle zone del estremo Salento, nel centro Calabria e in alcune zone della Sicilia, possa essere la prova di un’antica unità linguistica del Meridione. A tal proposito, Parlangeli afferma che “il dialetto salentino continua una fase arcaica di una comune unità linguistica meridionale in quanto si è sviluppato in una regione d’antica romanizzazione” (Mancarella, 1974: 70).  Il sistema di tipo arcaico, così come definito, deriverebbe da una koiné dialettale[11] originatasi dall’antica lingua osca che era ben diffusa in tutto il centro-meridione prima dell’arrivo dei Romani. Il fatto stesso che la zona del Salento meridionale abbia conservato questo sistema confermerebbe l’idea che le innovazioni linguistiche portate dai Bizantini e dai Normanni si infiltrarono gradualmente dal nord fino alla zona centrale del Salento, lasciando così il Meridione isolato da tali cambiamenti (Mancarella, 1998: 280-281).Vediamo alcuni esempi: HĪLUM > filu, PĬLUS > pilu, PĬRA > pira, TĒLA > tila, SĒRA > sira, STĒLLA > stidda, PĔDEM > pete, MĔRUM > meru, APIS > ape, RŎTA > rota, FŎCUS > focu, NŎVUS > nou, BŎNUS > bonu, CŌDA > cuta, VŌCEM > uce, SŌL > sule, SŌLUS > sulu, BŬCCA > ucca, VŬLPE > urpe, CRŪDUM > crutu.

 Vocalismo atono

 Un altro aspetto dell’analisi sul vocalismo salentino verte su quello atono. Per vocalismo atono si intende il comportamento delle vocali atone (quelle su cui non ricade l’accento) sia in posizione iniziale, intertonica e finale. Per capirci meglio, ci siamo mai chiesti perché nel brindisino si dica lu pani, invece nel leccese lu pane?. Ecco, quindi, che per comprenderne la differenza dobbiamo analizzare il vocalismo atono. Vediamo di seguito i diversi sistemi:

Zona del Salento settentrionale

Ī,Ĭ,Ē,Ĕ > i ; Ā,Ă > a ; Ŏ,Ō,Ŭ,Ū > u

Dallo schema possiamo vedere come tutte le vocali atone latine in Ī,Ĭ,Ē,Ĕ danno come risultato i. Ad esempio: FORĪS > fori, PĀNIS > pani, SEMPĔR > sempri, FACĔRE > FARĔ > fari, MĂRĔ > mari, VĪCĪNUM > vicinu, FĔNESTRA > finešša , NĔPŌTIS > nipute.

Zona del Salento centrale

Ī,Ĭ,Ē,Ĕ > e ; Ā,Ă > a ;  Ŏ,Ō,Ŭ,Ū > u

 Per quanto riguarda il vocalismo atono del salentino centrale possiamo notare la differenza con quello settentrionale nel comportamento di Ī,Ĭ,Ē,Ĕ. Infatti, le vocali latine danno sempre e. Ad esempio: FORĪS > fore, PĀNIS > pane, SEMPĔR > sempre, FARĔ > fare, MĂRĔ > mare, VĪCĪNUM > bbešinu, FĔNESTRA > fenešša, NĔPŌTIS > nepute.

Zona del Salento meridionale

Ī,Ĭ,Ē,Ĕ > i,e ; Ā,Ă > a ; Ŏ,Ō,Ŭ,Ū > u

Generalmente nel sistema vocalico atono del salentino meridionale le vocali latine Ī,Ĭ,Ē,Ĕ possono dare sia i sia e. Tuttavia, un tratto abbastanza diffuso in questa zona è quello di pronunciare le stesse vocali in a. Per esempio: PĔNSABAM > pansava, FĔNESTRA > fanešša, NĔPŌTIS > napute.

Consonantismo

L’ultimo aspetto fonetico-fonologico del dialetto salentino riguarda le consonanti e la loro pronuncia. Anche in questo caso, siamo di fronte ad un panorama abbastanza variegato e pieno di casi particolare. Tuttavia, seguendo lo studio condotto da D’Elia ne Ricerche sui dialetti salentini (1957) in Mancarella (1974: 109-118), è possibile avere una panoramica dei diversi fenomeni consonantici che occorrono nelle diverse zone del Salento:

  • Occlusiva velare sorda –C- ([k]): si mantiene nel Salento meridionale e settentrionale (ĂPŎTHĒCA > putèca), mentre scompare in quello centrale (putèa).
  • Occlusiva velare sonora – G- ([g]): si pronuncia k se seguita da a,u nel salentino meridionale e centrale (GUSTŬS > kustu, GALLŬM > kaḍḍu), mentre in quello settentrionale se in posizione iniziale e seguita da a si converte in i (GALLŬM > iaddu), se invece è seguita da o,u cade (it. GUARDO > wardu).
  • Occlusiva dentale sonora –D- ([d̪]): in posizione intervocalica si pronuncia come sorda [t] (PĔDEM > pete).
  • Gruppo –LL: si pronuncia come cacuminale ḍḍ ([ɖ]) in tutto il salentino centrale e meridionale, ad eccezione di quello settentrionale dove il suono è una dentale dd (CĂBALLUS > cavaḍḍu / cavaddu). Tuttavia, troviamo casi particolari di pronuncia cacumiale nel neretino.
  • Gruppo –TR: il suono è cacuminale [ṭṛ] nel salentino centrale e meridionale, mentre nel salentino settentrionale è una dentale [tr] (PĔTRA > peṭṛa/petra).
  • Gruppo –STR: nel salentino centrale e meridionale è molto frequente la palatalizzazione in šš ([ʃ:]) mentre nel salentino settentrionale questo fenomeno è abbastanza irregolare (NOSTRUM > noššu/nuéstru).
  • Gruppo –ND- y –MB: si tratta di due gruppi ai quali l’assimilazione è alquanto irregolare. In alcuni casi si mantengono (QUANDŌ > kuandu, PLUMBUM > kiumbu), in altri si assimilano entrambi (QUANDŌ > kuannu , PLUMBUM > kiummu).
  • Gruppo: BR: generalmente si mantiene però in alcuni casi si pronuncia vr o r (BRACHIUM > bracciu/ vrazzu/razzu).
  • Gruppo CR: generalmente si mantiene però, soprattutto nel salentino centrale e meridionale, è possibile che la occlusiva [k] cada (CRASSUS > crassu/rrassu).
  • Gruppo GR: si mantiene nel salentino meridionale e settentrionale, mentre dà solo r nel salentino centrale (GRĀNUM > granu/rranu).
  • Gruppo ALC: nel salentino settentrionale dà –aṷč– mentre in quello centrale e meridionale troviamo diverse soluzioni come –ṷčeğğešṷğğe– (CALCEM > kaṷče, kağğe, kaše, kaṷğğe).
  • Gruppo NG + E,I: può sia rimanere sonoro sia prendere il suono [č] (MANDŪCĀRE > it. mangiare > mančiare).

Conclusioni

Dall’analisi condotta è stato possibile rispondere ai quesiti posti all’inizio dell’articolo e in particolar modo si sono potuti osservare i tratti tipici del dialetto salentino in tutte le sue varianti. E’ stato possibile avere un quadro generale di come il nostro modo di parlare si diversifichi in base alla zona geografica in cui ci troviamo e capire che il perché di tali differenze è da ricercarsi molti secoli addietro. Inoltre, vorrei esortare i lettori a non prendere quest’analisi come un qualcosa di totalmente fisso ed invariabile. Per intenderci, gli schemi rappresentano i tratti generali dei tre sistemi nelle rispettive zone linguistiche ma ciò non esclude il fatto che si possono incontrare dei casi in cui i tratti di una zona linguistica si ritrovino anche in quella limitrofa. Inoltre, quando si trattano temi riguardanti i dialetti italiani, bisogna sempre tenere in considerazione la componente della lingua italiana che ha una fortissima influenza sui parlanti, soprattutto tra i più giovani, e ciò ha provocato un ulteriore, permettetemi il termine, imbarbarimento del vernacolo, modificandone così non solo i tratti fonetico-fonologici ma anche quelli lessicali. In definitiva, gli esempi presentati sono utili per spiegare i fenomeni generali di ciascuna delle zone linguistiche osservate e servono ad affermare che il dialetto salentino è figlio del latino volgare.

Bibliografia

Mancarella, G.B.,(1974), Note di storia lingüística salentina, Lecce, Edizioni Milella.

Mancarella, G.B., (1998), Salento. Monografia regionale della Carta dei dialetti Italiani, Lecce, Edizioni del Grifo.


[1] Per romanizzazione si intende il processo mediante il quale i Romani, una volta conquistato un determinato territorio, importavano la loro cultura e religione diffondendole in maniera non coatta. In un certo senso era un orchestrato ricatto psicologico in quanto non si forzava la popolazione vinta ad aderire alla cultura romana però solo chi decideva romanizzarsi poteva godere dei benefici sociali, mentre chi si rifiutava rimaneva ai margini della società. Per latinizzazione, invece, ci si riferisce prettamente al processo linguistico di diffusione della lingua latina per scopi puramente ufficiali, cioè come mezzo per poter controllare dal punto di vista politico e militare le innumerevoli provincie.

[2] Gli antichi abitanti del sud della Iapigia, insieme ai Peucezi al centro e i Dauni al nord.

[3] La lingua osca era una lingua italica diffusa nel centro-meridione prima ancora del latino.

[4] G.B. Mancarella ,(1974), Note di storia lingüística salentina, Lecce, Edizioni Milella

[5] Danno e quando la vocale postonica è A-E-O, mentre danno i quando è I-U.

[6] Danno o quando la vocale postonica è A-E-O, mentre danno u quando è I-U.

[7] Danno e quando la vocale postonica è A-E-O, mentre dittongano in quando è I-U

[8] Danno o quando la vocale postonica è A-E-O, mentre dittongano in quando è I-U.

[9] Danno e quando la vocale postonica è A-E-O, mentre dittongano in quando è I-U

[10]Danno o quando la vocale postonica è A-E-O, mentre dittongano in quando è I-U

[11]Dal greco κοινὴ διάλεκτος “lingua comune”.

La cappella di San Matteo nella Cattedrale di San Siro, uno dei sepolcri della famiglia Imperiali a Genova

di Mirko Belfiore

Incastonata fra la moderna via Cairoli e l’antica via San Luca, nel quartiere della Maddalena, trova sede uno dei più antichi templi cristiani della città di Genova: la Basilica di San Siro.

1. Basilica di San Siro, prospetto neoclassico di Carlo Barabino (XIX secolo)

 

Eretta, secondo la tradizione, intorno al IV secolo d.C. su un luogo di culto già dedicato ai Dodici Apostoli, fu la prima cattedra vescovile della città fino a quando la sede non venne spostata presso la Cattedrale di San Lorenzo (X secolo). Ospita le spoglie di uno dei santi più cari della tradizione cittadina: il vescovo San Siro (IV secolo) e leggenda vuole che lo stesso abbia scacciato da un pozzo il temibile “Basilisco”, una creatura mitologica che con la sua presenza atterriva i genovesi; metafora di quella lotta all’eresia ariana, allora imperante, che l’Episcopo intraprese durante il suo governo e che gli valse la riconoscenza dei suoi fedeli e l’intitolazione della suddetta chiesa.

2. Genova, Vico San Pietro della Porta, lapide marmorea che raffigura San Siro nell’atto di sottomettere il Basilisco, iscrizione latina del 1580

 

Superata la soglia dell’imponente portale d’ingresso neoclassico opera dell’architetto genovese Carlo Barabino, si viene subito catturati dalla complessità decorativa delle superfici, uno dei massimi esempi del Barocco genovese e frutto di una ricostruzione avvenuta dopo il terribile incendio del 1580.

3. Basilica di San Siro, navata principale

 

L’immenso ambiente scandito da una serie di imponenti colonne binate e suddiviso in tre navate, affascina non solo per la magnificenza della cupola e delle ampissime volte, rivestite da affreschi, stucchi e fregi, opera della bottega dei Carlone (1650-1670) ma anche per l’ampio presbiterio dove, in tutta la sua raffinatezza, si erge l’altare maggiore realizzato dal francese Pierre Puget (1670), realizzato in bronzo e marmo nero. Considerevole poi, la successione di cappelle nobiliari e imponenti statue di apostoli che si stagliano lungo i lati delle navate minori e che nel ricco corredo artistico portano la firma di famosi artisti della scena seicentesca genovese e non: Taddeo Carlone, Gregorio de Ferrari, Orazio de Ferrari, Orazio Gentileschi, Domenico Fiasella, Aurelio Lomi, Domenico Piola e Andrea Semino.

4. Basilica di San Siro, particolare della cupola con gli affreschi di Giovan Battista Carlone (1650-1670)

 

Queste molteplici tombe gentilizie erano riservate alle principali famiglie patrizie della città (Centurione, Grimaldi, Invrea, Lomellini, Pallavicini, Pinelli, Serra e Spinola), le quali contribuirono profumatamente alla decorazione artistica della Cattedrale, ricevendo in cambio l’assegnazione di questi spazi tramite un giuspatronato (sistema di privilegi e oneri concessi dall’autorità ecclesiastica).

5. Basilica di San Siro, particolare del presbiterio

 

6. Basilica di San Siro, altare maggiore di Pierre Puget (1670)

 

7. Basilica di San Siro, cappella gentilizia famiglia Grimaldi-Cebà, Annunciazione di Orazio Gentileschi (olio su tela, 1624).

 

Una di queste fu concessa nel 1599 alla famiglia Imperiale e divenne subito il luogo di sepoltura della dinastia. Fra i molti membri che quivi trovarono sepoltura ricordiamo: Gian Giacomo, facoltoso banchiere e Doge di Genova nel biennio 1617-1619, il figlio Gian Vincenzo, illustre collezionista e celebrato poeta, e Francesco Maria, Senatore della Repubblica e Doge nel biennio 1711-13.

8. Basilica di San Siro, cappella gentilizia della famiglia Imperiale

 

La cappella nobiliare, posta subito alla sinistra del varco d’accesso, si presenta come uno spazio non troppo ampio ma dall’ambientazione intima e raccolta. Essa è introdotta da una massiccia balaustra e da una coppia di imponenti colonne in marmo arabesco di Carrara, su cui poggia un architrave spezzato con mensole aggettanti, al centro del quale si inserisce lo stemma gentilizio della famiglia. L’intera superficie interna è rivestita da un diffuso rivestimento lapideo, caratterizzato da compositi intarsi marmorei che riprendono fedelmente gli stilemi baroccheggianti dell’edificio.

All’interno, altre due eleganti colonne corinzie in marmo nero di Portovenere sorreggono un imponente architrave spezzato, manufatto che trova solide basi su compatti parallelepipedi dalla bicromia B/N, collegati a un ampio altare in marmo. Nell’incavo creatosi, un piccolo podio accoglie uno dei tre putti posti in alto che insieme ai restanti due, posti ai lati, vanno a comporre un elegante gruppo statuario. Un pregevole motivo a dentelli decora sia l’architrave centrale che le mensole poste ai lati mentre alcuni fregi si diffondono su tutta la superficie emergendo sottoforma di cartigli, volute e arricci.

Sui profili angolari, il prospetto è scandito da una nicchia posta a mezza altezza, dove probabilmente trovava posto un’opera d’arte, e da un piccolo portale cieco inquadrato da greche e bassorilievi dalle linee sinuose.

L’intero paramento marmoreo fu messo in opera dagli artisti Battista Orsolino e Domenico Solaro mentre l’unica opera artistica presente, un olio su tela, venne realizzata nel 1605 dai fratelli Agostino e Giovanni Battista Montanari, i quali rappresentarono le concitate fasi del martirio di San Matteo, ucciso in terra etiope per mano di un sicario inviato dal re Irtaco. Ciò che più addolora è sicuramente la perdita senza possibilità alcuna di recupero degli affreschi e degli stucchi che impreziosivano la piccola volta a botte della cappella, opera dell’artista Bernardo Castello (primi decenni del XVII), molto attivo nelle commissioni della famiglia Imperiale. Questi realizzò una serie di riquadri con tematiche inerenti alle storie della “Sacra Famiglia”, irrimediabilmente danneggiati da una delle frequenti incursioni aeree intercorse durante la Seconda guerra mondiale e che sconvolsero Genova fra il 1940 e il 1945.

9. Basilica di San Siro, cappella gentilizia famiglia Imperiale, Martirio di San Matteo dei fratelli Agostino e Giovanni Battista Montanari (olio su tela, 1605)

 

10. Basilica di San Siro, cappella famiglia Imperiale, particolare della volta con affreschi sulla Sacra Famiglia di Bernardo Castello (XVIII secolo)

I dipinti di suor Chiara D’Amato e Agnese Acquaviva tornano restaurati alle Clarisse di Nardò

Questa sera, alle ore 18, nella “sala dell’accoglienza” del monastero di Santa Chiara di Nardò, avverrà la consegna di due dipinti restaurati a cura del Lions Club di Nardò, su iniziativa della presidente nell’anno sociale 2018-19 Prof.ssa Maria Rosaria Manieri,  provenienti dalla stessa struttura.

Le tele, dipinte ad olio, raffigurano due importanti figure del monastero clariano neritino, la Serva di Dio Suor Chiara di Gesù, al secolo Isabella D’Amato (1618-1693), e Suor Agnese Acquaviva d’Aragona. Della prima, figlia di Francesco dei duchi di Seclì, da qualche anno gli approfonditi studi hanno delineato le virtù e le qualità umane e religiose, anche per un tentativo di procedere nel complesso e indaginoso riconoscimento della sua beatitudine. Sulla seconda invece sono pochi coloro che se ne sono interessati, pur rappresentando una forte personalità e capace di notevole incisione sulla vita del monastero, del quale fu badessa per molti decenni. Figlia del marchese di Trepuzzi Diego Acquaviva, nata a Melpignano nel 1653, professa nel 1670 e deceduta nel 1748, sotto il suo governo contribuì notevolmente a definire l’architettura e l’arte della chiesa e del monastero, chiamando diversi artisti, tra cui pittori, architetti, scultori, marmorari, stuccatori e scalpellini, che contribuirono alla magnificenza artistica dell’edificio, tra i più belli presenti in città, i cui lavori iniziarono nel 1692 per concludersi nel 1702, anno di consacrazione da parte del vescovo Orazio Fortunato (1678-1707), come ricorda l’epigrafe posta sulla controfacciata.

Si tratta delle uniche due raffigurazioni esistenti dei due personaggi, sebbene quella di Suor Chiara sia stata replicata in diverse occasioni e nelle varie pubblicazioni che la riguardano.

Le operazioni di restauro conservativo, con le opportune integrazioni cromatiche,  hanno consentito agli operatori di recuperare gli antichi ritratti, offuscati da depositi e ridipinture che ne alteravano la lettura.

Entrambe di epoca settecentesca, di autore ignoto di ambio meridionale, quella raffigurante Suor Chiara misura 106,5 cm x 79 cm. Ritrae la monaca con l’abito dell’Ordine, a mezzo busto, con il soggolo bianco che incornicia il volto, il cui sguardo è rivolto verso il Crocefisso posizionato sul tavolo, in atto di contemplazione.

L’epigrafe sottostante recita: EF[F]IG[IE] [D]I SUOR [C]HI[AR]A D’AMATO DI S. CATERINA DI SIENA RELIGIOSA [D]EL MONI[STERO] [DI] [S.] CHIAR[A] [DI] [NARDO’] [N]ACQUE [A DI’] 14 [LUGL]IO L’A[N]NO 161[8] [V]ISSE [I]N GRANDE VENERAZIONE MORI’ DI ANNI 75 IN CONCETTO DI SANT[I]TA’ L’ANNO 1693 [DEI] [DUCHI] DI SECLI’.

La tela con Suor Agnese la ritrae nella sua maturità per tre quarti, con l’abito clariano, con il capo leggermente inclinato e le mani incrociate sul petto nell’atto di abbracciare il crocifisso.

Anche questa contiene un’epigrafe che la definisce “De Conti di Nardò… e morì in concetto di santità nel 1748”; misura 101,5 cm x 77,5 cm.

 

Un convegno e un libro per i 400 anni della confraternita di San Giuseppe di Nardò

La Confraternita di San Giuseppe di Nardò per commemorare i 400 anni dalla fondazione (1619-2019) ha promosso un convegno di studi incentrato sulla chiesa e il santo titolare, che si terrà nella sua chiesa sabato 9 novembre alle ore 15.30.

Per l’occasione è stato realizzato un volume di carattere interdisciplinare che verrà presentato in coincidenza con l’evento, dal titolo “De Domo David. La confraternita di San Giuseppe Patriarca e la sua chiesa a Nardò. Studi e ricerche a quattro secoli dalla fondazione (1619-2019)”.

 

Il programma prevede, dopo i saluti del Vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna e del Priore Mino De Benedittis, un primo intervento di p. Alberto Santiago della Congregazione Oblati di San Giuseppe, che presenterà i contenuti del libro, cui seguirà la prof.ssa Stefania Colafranceschi, esperta di iconografia, che illustrerà “L’iconografia di San Giuseppe, dal Sogno al Transito”. Gli altri interventi, moderati dal rettore della chiesa Mons. Giuliano Santantonio, prenderanno in esame tematiche attinenti il santo, con particolare attenzione al ciclo giuseppino e alla sua iconografia, attraverso testimonianze artistiche di Nardò e di altri centri in Italia.

Don Domenico Giacovelli, direttore dell’Ufficio Diocesano Beni Culturali della Diocesi di Castellaneta, si soffermerà in particolare sulla Fuga in Egitto, uno dei temi prevalenti nell’apparato artistico della chiesa neritina, per via del raffinatissimo altorilievo situato al di sopra dell’altare maggiore. Due storici dell’arte –Ruggiero Doronzo e Nicola Cleopazzo– svolgeranno una disamina della produzione figurativa in Puglia e nella diocesi di Nardò-Gallipoli, attestando la profonda devozione e le relative forme rappresentative del “Custode” per eccellenza.

Marcello Gaballo, curatore della pubblicazione insieme alla prof.ssa Colafranceschi, tratterà delle nuove fonti archivistiche, che consentono di inquadrare e comprendere nelle sue articolazioni la storia della Confraternita di San Giuseppe, che è una delle più antiche tra quelle ancora attive a Nardò, e una delle poche intitolate al santo, presenti nella diocesi.

Altri due interventi, dell’architetto Fabrizio Suppressa e di Stefania Colafranceschi, punteranno invece ad illustrare gli aspetti architettonici dell’edificio secentesco, e l’iconografia del suo apparato plastico e pittorico, con particolare riguardo al pregevole dipinto dell’altare maggiore e alla Fuga in altorilievo che svela, per la raffinatezza esecutiva e l’altissima qualità di ispirazione, l’opera di maestranze che qui hanno lasciato un’impronta di rilevante valore stilistico.

L’ingresso è libero, sino ad esaurimento dei posti disponibili.

San Martino a Copertino. Si esporranno le opere di Andrea Greco

Sabato 16 novembre, a Copertino, nell’ambito degli interessanti eventi organizzati dalla “Cupertinum – Cantina del Salento” in onore di San Martino, una delle ricorrenze più sentite dai salentini, si potranno ammirare le creazioni di Andrea Greco, in arte (e per gli amici) Lamas. Un appuntamento da non perdere con opere che faranno guardare con stupore rinnovato quegli scorci a cui noi salentini siamo da sempre legati.

Porto Selvaggio

 

Su Andrea Greco (Lamas) – Graphic designer, illustratore e artista visivo, scrive di sé: “nato in Salento, ho esplorato i suoi sentieri e osservato le sue coste per anni, sorprendendomi sempre, e sorprendendomi ancora. Ho iniziato a lavorare in ambito grafico a vent’anni, accostandomi all’Illustrazione dopo aver sentito l’urgenza di rappresentare la mia terra ogni volta che ne sentivo la mancanza, e per consolidare un legame che è rimasto costante, soprattutto quando i chilometri di distanza erano centinaia. Amo sperimentare con l’illustrazione grafica perché nel digitale trovo la mia libertà creativa, cerco un contrasto armonioso tra il mezzo moderno e la tradizione, tra linee vettoriali e profili dell’architettura pugliese, tra forme rigide e sinuosi paesaggi assolati. Ho esposto i miei lavori in diversi eventi e musei. Continuo a creare le mie illustrazioni ogni volta che ne sento il bisogno”.

Link all’evento: https://www.facebook.com/events/2466830613604328/

Gallipoli

Maestri della ceramica di Nardò tra fine ‘500 e inizi ‘700. I Bonsegna


I maestri della ceramica di Nardò (LE) tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘700

I Bonsegna e le produzioni compendiarie e tardo compendiarie

 

di Riccardo Viganò

Il ‘600 può essere considerato il secolo d’oro delle ceramiche smaltate prodotte dalle fornaci e dagli ateliers di Nardò. A partire dalla fine del ‘400, con produzioni “proto graffite”[1], e per il secolo seguente, i commerci di queste manifatture, successivamente specializzate nel decoro “alla porcellana”[2], ebbero una rinomata importanza tanto da essere regolamentate e presenti nel “corpus” dei regolamenti cittadini riportati dai “Capitoli della Bagliva” della città di Nardò[3]. L’importanza e la portata di queste produzioni è descritta minuziosamente nei documenti riguardanti alti prelati leccesi della fine del ‘500[4] dove essi prediligevano le produzioni compendiarie neretine, uscite dalle varie manifatture Manieri[5], Dello Castello (o di Castelli), Spata, a quelle di altri centri di Terra d’Otranto[6].

 

I Bonsegna il successo di un’immigrazione

Intorno al 1580, al seguito di quello che fu l’enorme movimento di manodopera specializzata in Terra d’Otranto[7], si inserì in questo tessuto produttivo il calabrese Jacopo Antonio Bonsegna, detto “lo scodellaro”. Originario della città di Bisignano, centro della provincia di Cosenza, sposa nella cattedrale di Nardò, Veronica “di Castelli” la quale porta in dote alcune botteghe, oltre alla casa. Queste, situate nel “pittagio dello Castello”, erano ubicate all’interno del centro abitato,“prope moenia fronte e vicino alla chiesa dell’Annunciata”; l’area che un decennio dopo sarà definita dai documenti “delli Piattari”[8]. L’evoluzione delle produzioni ceramiche dei Bonsegna sono soggette alle avventure finanziarie degli ateliers della famiglia Manieri, comunque a loro legati[9]. Difatti, Jacopo Antonio si vede costretto a vendere tra il 1592 e il 1600 alcune botteghe con fornaci al mastro costruttore proto barocco Giovanni Maria Tarantino[10].

I due ebbero per un breve periodo rapporti di padronanza/sudditanza nonostante il Bonsegna fosse associato nelle produzioni al mastro “pictor” laertino Santo Passarelli[11] che in quegli anni era attivo a Nardò.

Nel 1617 l’attività manifatturiera dei Bonsegna viene rilevata dal primogenito Donato Antonio che in un documento mutilo del 1658 viene classificato come “Piattaro”. Le abilità artistiche di questo Maestro erano tali da attirare alle proprie dipendenze vari cooperatori specializzati e maestri provenienti dai diversi centri di Terra d’Otranto e non solo, come dimostrano le collaborazioni avute con il “Mastro Paolo Nucci della Città di Ariano”[12].

Il forte carattere di Donato Antonio traspare in ogni documento che lo riguardi: conservò e trasmise le conoscenze tecniche ai figli, cercò di capitalizzare i risultati sia di fama che economici abbandonando il lavoro manuale a vantaggio dell’aspetto imprenditoriale finanziario tentando una scalata sociale che lo porterà a passare da Piattaro a rivoluzionario nel1647[13] e, infine, nel 1660 a rappresentante del popolo della città di Nardò[14].

Successivamente alla scomparsa di Donato Antonio (1662), le produzioni restarono nelle mani dei figli Giovanni Francesco (1643- 1693), Giacomo (1653 – 1705) e Donato Antonio[15] e dei nipoti Andrea (? – 1714) e Tommaso (? – 1704) di Giovanni Francesco. Essi, adattandosi alla crescente domanda di mercato e per una buona riuscita del loro commercio, probabilmente esibirono i forti legami sociali acquisiti nel tempo che dovevano essere decisivi come credenziali verso gli acquirenti più abbienti. Il prezzo di ogni singolo manufatto, forse, veniva adattato in base alla relazione tra venditore e compratore ed alla contrattazione economica del caso. Ad esempio, nell’eventualità di comande di corredi di stoviglie (le credenze nuziali, i corredi da spezieria, etc.), i ceramisti ricevevano comande su commissione soprattutto da privati cittadini, ambienti conventuali come il monastero di S. Chiara e il convento di Sant’Antonio della città di Nardò[16], nobiliari o magnatizi, la cui remunerazione doveva essere abbastanza sicura, seppur dilazionata nel tempo.

Difatti, venivano consentiti agli acquirenti prestiti rateizzabili nel tempo che venivano accordati non dal ceramista, ma da mercanti legati strettamente a loro da legami famigliari. Se una delle due parti veniva meno all’accordo verbale preso e/o registrato tramite atti notarili, ci si rivolgeva per crediti inferiori a due ducati alla corte giudiziaria del Mastro di Mercato, carica elettiva che veniva rinnovata annualmente durante la fiera dell’Incoronata nel mese di Agosto. Ad esempio, nella causa avvenuta il 3 agosto del 1707 tra il querelante Don Francesco Tocco e il “piattaro” Giacomo Bonsegna, il commerciante Domenico Rocca “Spontaneamente si offerse di pagare, carlini sette e grana sette per li quali ne consegnerà alla fin del mese presente tanti piatti, alias exequantur”[17]. Oppure due anni dopo dove il Mastro di Mercato decise che, il cugino materno di Andrea Bonsegna, Sabba Sicuro mercante, “Havesse da dare entro domenica, piatti otto, cioè mezzani quattro pittati con animali et alberi, e quattro piccoli a detto Tommaso Ruggiero”[18]

La frequente vendita a credito delle merci esponeva l’artigiano al rischio di fallimento e alla perdita di beni, come ad esempio le terre estrattive messe a pegno da Giacomo Bonsegna nel 1694 o come nella causa avvenuta nel 1705 dove Mastro Andrea Bonsegna nella lite contro Tommaso de Trane reclamava “carlini sei e grana quattro per tanti piatti con pittura di homini, fiori e alberi”[19].Ecco perché era fondamentale condividere con uno o più soci, ceramisti o meno,l’attività entro un preciso arco temporale e, parallelamente, poter indirizzare il proprio lavoro ed i propri investimenti anche in altri campi produttivi più o meno affini e proficui come la vendita del cotone e cenere[20].

Tommaso e Andrea furono ufficialmente gli ultimi interpreti della grande stagione del decoro “compendiario” o “tardo compendiario” fino ad allora prodotto a Nardò. Alla morte di quest’ultimo (1714), senza un erede maschio cui lasciare tale eredità ed economicamente al tracollo, questo ramo familiare di ceramisti si estingue lasciando alcune botteghe in mano al cognato Oronzo Papadia, che nel 1739 le vende, ormai dirute, ai figli dei loro ultimi associati di bottega, Domenico Rocca e il maestro Giovanni Battista Perrone[21].

 

[1] Viganò 2016, p.107.

[2] Queste manifatture erano ubicate tra via A Delle Masse, via colonna e via Pellettieri (Viganò 2016, p. 69).

[3] Le “disposizioni” disciplinano i rapporti tra gli abitanti di Nardò e la signoria degli Acquaviva in materia di esazioni fiscali, riscossioni di diritti e ammende esigibili nello stesso feudo (Salamac 1986, in Viganò 2016, p. 25, nt. 19).

[4] Viganò 2013, p. 58; 2016, p. 25.

[5] Detti anche maestri “M” o “M.L.” (Viganò 2013, p 75 scheda 9).

[6] Viganò 2013, p. 56.

[7] Manodopera specializzata proveniente da centri importanti come Ariano Irpino, Cutrofiano, Laterza, S. Pietro in Lama.

[8] Viganò 2013, p. 56.

[9] Viganò 2013, p. 27.

[10] Il maestro era legato per via matrimoniale alla famiglia Manieri da cui ebbe in dote alcune botteghe ceramiche.

[11] Il 26 febbraio del 1594 il Mastro Jacopo Antonio Bonsegna in qualità di Padrino partecipa, nella cattedrale di Nardò, al battesimo della figlia di “Mastro Santi Passarelli di Laterza e della moglie Anna Positano di Montescaglioso” (Viganò 2013, p.18).

[12] ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1600-1630 busta 2, anno 1640.

[13] Nel 1647 partecipò ai moti rivoluzionari neretini: il 28 luglio dello stesso anno, mentre era in fuga nel territorio di Seclì, fu fatto arrestare dal duca d’Amato per ‘essere stato lui che disse, che si portasse il stendardo a castello’.

[14] 14 Vacca a 1954, op cit., p. 84; Matteo, Viganò 2008, p.52; Viganò 2010, p10; 2013, op cit.,p 27.

[15] Due mesi prima della sua morte, il 27 marzo 1687, assieme la socio Mastro Cataldo Manzo, chiede 20 ducati in prestito alla mensa vescovile di Nardò.

[16] Che fossero fornitori dei vari conventi è riportato nei libri contabili del Monastero di Santa Chiara redatti tra il 1674 e il 1704 per bocali pitti fatti da Bonsegna, ducati 1 carlini 50. AMSCN Libro dè conti di procure del venerabile Monastero di S. Chiara di Nardò [1674-1704].

[17] ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1688-1708, busta, 4 F 69, anno 1707.

[18] ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1688-1708, busta, 4 F 71, anno 1709

[19]ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1688-1708 busta, 4 F 67, anno 1705.

[20] 20 AMSCN Libro dè conti di procure del venerabile Monastero di S. Chiara di Nardò [1674-1704]. anno 1694.

[21] 21 Nato a S. Pietro degli Imbrici il 10 agosto 1681, nell’isola dell’Amendole, G. B. Perrone due giorni dopo il matrimonio, nel gennaio del 1705, migrò a Nardò dove formò una vera e propria dinastia di ceramisti e capitani di industria che ben presto soppiantò in toto i Bonsegna per tutto il ‘700 e oltre.

Brindisi. Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny, il Cavaliere della Sindone

di Marcello Gaballo

Il Salento è una terra ricca di tesori nascosti che attendono ancora di essere svelati e valorizzati. È quindi con grande piacere che riferiamo di una importante scoperta, fatta di recente dal nostro collaboratore Marcello Semeraro, studioso di araldica e sigillografia medievali, nella chiesa di Santa Maria del Casale in Brindisi.

In un corposo articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero, di imminente uscita, della qualificata Rivista di storia della Chiesa in Italia, lo studioso oritano analizza e attribuisce una parata di stemmi cavallereschi affrescata sulla parete meridionale del santuario brindisino, rimasta fino ad ora anonima (fig. 1).

Santa Maria del Casale, Charny
fig. 1

 

L’ipotesi avanzata da Marcello Semeraro, supportata da una serie di riscontri storici e araldici, è quella di un affresco votivo commissionato dal cavaliere francese Goffredo I di Charny – considerato il primo possessore dell’attuale Sindone di Torino – e dai suoi compagni d’armi in occasione della tappa brindisina del viaggio di andata o di ritorno dalla crociata di Smirne (figg. seguenti).

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

L’esame incrociato dei dati ricavati dalle testimonianze araldiche (stemmari e sigilli medievali) e dalle fonti storiche relative alla crociata smirniota consente, inoltre, all’autore non solo di ricostruire il contesto politico e devozionale della committenza, ma anche di circoscriverne cronologicamente l’esecuzione agli anni 1344-1346, a ulteriore dimostrazione dell’importanza dell’araldica quale scienza documentaria della storia.

Nella sua accurata indagine, alla quale ovviamente si rimanda per maggiori dettagli, lo studioso si dimostra abile nel tenersi alla larga da ogni scivolone nel quale sarebbe stato facile incorrere quando si tratta di Geoffroy de Charny, la cui storia personale è molto spesso mal raccontata in pubblicazioni dedicate principalmente alla Sindone di Torino, che qui rimane opportunamente sullo sfondo, sebbene non manchi chi, fra i sostenitori di una provenienza orientale della reliquia, ipotizza che il cavaliere francese l’abbia trovata proprio a Smirne, attraverso percorsi su cui esiste poca concordia e nessun elemento di certezza.

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

Il contributo di Semeraro – che si avvale, fra l’altro, della collaborazione di Andrea Nicolotti (fra i massimi studiosi della Sindone) e di alcuni fra i maggiori araldisti europei – mette insomma in luce un singolare aspetto della natura storica del Sud Italia in quanto snodo fondamentale della circolazione europea di uomini e idee, e cerniera tra Mediterraneo occidentale e orientale.

Sullo sfondo campeggiano la città di Brindisi, il suo porto e il santuario mariano costiero di Santa Maria del Casale, uno straordinario monumento tutt’altro che provinciale, la cui fortuna si giocò soprattutto nel più ampio contesto della politica euro-mediterranea del Trecento e delle ambizioni, mai realizzate fino in fondo, di conquista dell’Oriente da parte dei sovrani della dinastia angioino-napoletana e dei principi del ramo tarantino.

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

L’auspicio, pertanto, è che questa importante scoperta possa offrire alla ricerca storica sul «cavaliere della Sindone» e sulla chiesa di Santa Maria del Casale un solido terreno per futuri e auspicabili approfondimenti.

Libri| Ascesa e declino del rito bizantino in Terra d’Otranto. I possedimenti di San Nicola di Casole a nord di Brindisi

sogno orientale

È in libreria dal 1 settembre l’ultimo libro di Vito Telesca “Il sogno orientale. Ascesa e declino del rito bizantino in Terra d’Otranto. I possedimenti di San Nicola di Casole a nord di Brindisi”.

Edito da ManifestoCultura è distribuito dalla Feltrinelli e Feltrinelli Online. Vito Telesca, saggista storico locorotondese ma di origini potentine, con questo libro ha voluto approfondire un tema poco dibattuto come la parabola del rito bizantino nella Puglia meridionale e in parte della lucania. Un crepuscolo favorito dalla chiesa di Roma che decise con Papa Niccolò II, attraverso un accordo con il normanno Roberto il Guiscardo, di intraprendere delle azioni per cacciare i bizantini dal sud Italia, favorendo la nascita del Regno di Napoli da un lato e il primato del rito latino dall’altro. Un passaggio che non fu né rapido né indolore come lo stesso Guiscardo volle evidenziare, ammettendo la radicalità estrema della cultura e del rito bizantino da Monopoli in giù.

Il libro dedica i primi due capitoli alla conquista bizantina del sud Italia per poi concentrarsi su una figura chiave, quella del principe Marco Boemondo d’Altavilla, fondatore (o restauratore) del monastero greco di San Nicola di Casole in Otranto. Un cenobio che dall’XI al XV secolo raggiunse l’apice della sua importanza poiché dotato di un enorme scriptorium con biblioteca ricca di libri greci, anche di stampo laico, e che a Costantinopoli era considerato una sorta di avamposto bizantino in Italia, dove si traducevano decine di testi e si alimentava la cultura greca.

Una vera accademia. Un monastero che godeva di numerosissimi possedimenti, sparsi anche oltre la Terra d’Otranto. Questi vennero elencati in un documento del 1218 da Papa Onorio III che, scrivendo all’Abate di Otranto, Padre Nicodemo, confermava i possedimenti al monastero. Tra questi uno a Monopoli, uno a Brindisi, ben due in territorio di Locorotondo e uno, enorme, a Fasano. Possedimenti in cui i monaci poterono avere una sorta di mobilità (un network basiliano) e un collegamento costante con Otranto. I possedimenti vennero confermati a patto che ovunque si continuasse a rispettare la regola di San Basilio. Quindi il rito greco-bizantino era, sotto Onorio, ancora garantito.

Attraverso i documenti, gli strumenti della moderna ricerca archeologica che sfrutta le fotogrammetrie aeree, i rammendi filologici tra discipline diverse come la storia della Chiesa e non ultima l’antropologia culturale, il libro invita a riscoprire il nostro territorio, ricco di storia magari dimenticata o ignorata e, soprattutto, a riscoprire le chiese rupestri. Soprattutto quelle a noi vicine come Lama d’Antico a Fasano e le tante masserie, guardandole con un occhio diverso, simbolo odierno di quegli anni e di quei movimenti.

Dal XV secolo la Terra d’Otranto subì l’invasione turca con la presa di Otranto nel 1480 e la distruzione del Monastero di Casole e della sua cultura. Ma, più del turco, fu Roma a dare il colpo definitivo al rito bizantino. Le chiese vennero riconvertite forzatamente al rito latino, i sacerdoti greci messi al bando (anche uccisi) e i libri bruciati. Soltanto l’immigrazione dai balcani riuscì a dare una certa continuità al rito greco-ortodosso con la creazione di quartieri in alcune città o la fondazione di paesi sorti grazie all’avvento di slavi e albanesi. I monasteri greci passarono ai benedettini. Il libro, nel suo ultimo capitolo, racconta in modo interessante come alcune usanze di oggi derivino proprio da quel periodo e da quella cultura. Siamo per certi versi e inconsapevolmente ancora bizantini.

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Titolo: Il Sogno orientale

Sottotitoli: Ascesa e declino del rito bizantino in terra d’Otranto. I possedimenti di San Nicola di Casole a nord di Brindisi.

Autore: Vito Telesca

Pagine: 206 patinate a colori

Editore: ManifestoCultura – Mantova – Ce.Di. S.p.A.

Prezzo di copertina: 25 euro

Anche e-book su Amazon, IBS e Mondadori Store

https://www.lafeltrinelli.it/libri/vito-telesca/sogno-orientale-ascesa-e-declino/9788892360693

 

Scheda dell’autore:

Vito Telesca, Scrittore saggista storico pugliese di Locorotondo, direttore di StoriaMeridiana e co-fondatore e consigliere Nazionale di ManifestoCultura, gruppo di studio per la valorizzazione e il recupero del patrimonio storico e artistico. In passato co-conduttore di “Sharing-Popoli che scelgono di incontrarsi”, promosso dal Consiglio d’Europa (programma Radiofonico). Ha collaborato con La Gazzetta del Mezzogiorno, e attualmente scrive articoli di storia e arte per la pagina culturale dei quotidiani “Il Roma – Cronache Lucane” e “Il Mattino” di Puglia e Basilicata. Collabora con il mensile Paese Vivrai. Insignito del Premio “Eccellenza Medievale 2014” assegnato da “Sguardo sul Medioevo” per il progetto di StoriaMeridiana.

Ha pubblicato: nel 2008 “Di padre in padre – viaggio nel rapporto tra padri e figli nella storia” (seconda edizione 2010), Francesco e Federico, due giganti allo specchio (2013), dist. Feltrinelli; una trilogia su Siponto e Monte Sant’Angelo per ManifestoCultura: Siponto e il Protoromanico (2017), Il Castello di Monte Sant’Angelo (2018) e l’abbazia di Santa Maria di Pulsano (2019).

Il Salento è anche questo

di Rocco Boccadamo

Le ombre della bella sera estiva sono appena calate sulle ultime sinuosità a saliscendi della litoranea Castro – Leuca, itinerario fra i più fantastici e magici.

Accanto al porto di Finibus Terrae, alla base della cascata terminale dell’Acquedotto Pugliese, lo sguardo è portato a girarsi in alto per contare i fasci del faro e, già, s’aggiungono pensieri e poesia.

Poi, a un certo punto, proprio sulla cupoletta luminosa e ruotante del manufatto, amico di marinai e naviganti, giunge ad appollaiarsi la faccia della luna, lanterna di splendore caldo inondante la volta blu.

Così, la mente e il cuore hanno la sensazione di serbare dentro il mondo intero, a cominciare dalle risorse, la forza, le ansie e le emozioni della gente del Tacco d’Italia, umilmente semplice e in pari tempo grande.

Agli albori della fotografia a Nardò. Cosimo Greco (1875-1920), eccellente fotografo

di Gianpaola Gargiulo

Cosimo Greco nasce il 25 Agosto 1875 nel borgo antico di Taranto, in un luogo denominato “Scaletta Calò”. Si tratta di una delle tante postierle che uniscono la parte alta alla parte bassa dell’isola. Dalla Scaletta Calò si poteva infatti ammirare la zona bassa, la marina, abitata da pescatori, gente umile, in un intrico di viuzze, vicoli, passaggi, di chiaro impianto bizantino.

Cosimo nasce da Francesco Saverio Greco e da Elena Anna Brigante: il padre era un uomo modesto, indicato sia come bracciale che come tintore sui documenti di nascita dei figli. Gente semplice, ma piena di affetto per questi figli (in tutto 4) che allieteranno la loro vita. Elena, la madre, è la figlia di Grazia Ciura, appartenente alla facoltosa famiglia dei Ciura, originari di Massafra, che in città vecchia possedevano un maestoso palazzo che affacciava sul Mar Grande, simbolo del loro potere, e di un semplice contadino di Sava, che si chiamava Cosimo, proprio come lui.

Sicuramente, il racconto di questa storia d’amore dei nonni avrà riempito la fantasia di Cosimo, e forse il gusto per il bello, l’eleganza, i bei vestiti, Cosimo l’avrà ereditato dalla nonna Grazia, una donna facoltosa caduta in miseria ed ostacolata dalla sua famiglia nell’amore per il nonno Cosimo.

Ben presto, quando Cosimo aveva appena 6 anni, il padre Francesco Saverio muore, lasciandolo solo con le 3 sorelle più grandi e la madre.

Nulla sappiamo di lui, fino a quando nel 1905 Cosimo sposa una bella e facoltosa giovane donna di Nardò, Vita Maria Addolorata Giannuzzi, vedova da poco di un uomo molto più grande di lei, Giuseppe Ronzino, da cui ha avuto anche una figlia, Maria, e a cui Cosimo farà da padre, guadagnandosi un affetto incondizionato dalla figliastra. Cosimo, molto probabilmente, all’epoca era già famoso a Nardò nella sua attività di fotografo, ed anche richiesto, dal momento che la fotografia allora era agli albori, e costituiva un’incredibile novità per tutti coloro (esponenti della media ed alta borghesia, ecclesiastici) che volevano avere un loro ritratto stampato su carta, anzi su cartoncino. La stampa su cartoncino era infatti una prerogativa delle foto di Cosimo, che prestava una particolare attenzione per l’eleganza, la raffinatezza delle sue opere fotografiche.

Dal matrimonio, dopo pochi mesi, nasce Mario, nel 1905. Forse a causa degli innumerevoli impegni di lavoro, la coppia ebbe altre due figlie solo dopo molti anni (Elena nel 1913 e Maria Renata nel 1915). Ma qualcosa ha sconvolto la quotidianità di questa coppia che amava frequentare il teatro a Nardò, organizzare feste e cene grandiose per i loro ospiti. Forse il dovere di unico uomo della famiglia di origine, come allora si pensava, lo ha spinto a ritornare a Taranto. Cosimo, infatti, dovette molto probabilmente provvedere a fare da tutore ai figli di una delle sue sorelle, Maria Lucia, che aveva avuto 5 figli da un uomo sposato (allora non esisteva il divorzio).

Diventato adulto il primo figlio della sorella, Cosimo torna a Taranto, indirizzando il nipote alla fotografia, e facendo diventare famoso lo studio fotografico del nipote Francesco (Studio Marayulo), come solo un fotografo di mestiere avrebbe potuto fare.

Ed ecco che dopo il 1915 troviamo la famiglia di Cosimo Greco a Taranto. Purtroppo 5 anni dopo, nel 1920, Cosimo muore, a 45 anni, lasciando però un’importante eredità in termini di studio della fotografia, che all’epoca era ancora ad un livello pionieristico e di cui, a distanza di quasi cento anni dalla sua morte, abbiamo ancora qualche testimonianza attraverso le sue foto, spesso caratterizzate da un uso sapiente della luce, o dalla capacità di cogliere lo sguardo o le espressioni dei soggetti ritratti. Delle foto che ancora, dopo tanto tempo, destano in noi grande interesse ed ammirazione.

Nota della Redazione

Poiché si intende allestire una raccolta di foto del maestro Cosimo Greco, chiunque ne possegga qualcuna è pregato di segnalarcela, senza inviarci l’originale, ma solo una scannerizzazione in buona risoluzione. Potete scrivere alla fondazione.

Grazie per la collaborazione

Grappoli di reminiscenze, senza tempo né confini

Fra compaesani, su una panchina in piazza

Grappoli di reminiscenze, senza tempo né confini

di Rocco Boccadamo

In una recente e differente narrazione, traendo spunto dal casuale incontro con due turisti/ospiti provenienti da S. Francisco, USA, mi soffermavo diffusamente su Marittima e più esattamente sul Rione dell’Ariacorte dove sono nato e , fra l’altro, annotavo: ”Attualmente, con il mio paesello, e specialmente con i residenti, non intrattengo più i rapporti di intimità e consuetudine viscerale a trecentosessanta gradi, che hanno, invece, caratterizzato le stagioni della mia fanciullezza, adolescenza e prima giovinezza”.

Non v’è, invero, contraddizione fra l’anzidetta puntualizzazione e quanto sto per raccontare qui. Semmai, la cronaca freschissima che segue, può considerarsi un’eccezione rispetto al ricordato e consolidato stato di interazione, in termini complessivi, fra me e la località natia.

°   °   °

Qualche giorno fa, transitando per la piazza del paese in sella al mio scooter color sabbia, ho visto, seduto su una panchina pubblica provvidenzialmente ombreggiata ed esposta a un benefico venticello, un “vecchio” marittimese, Costantino C., il quale vanta e si porta appresso, con disinvoltura, ben novantatré primavere già valicate, per di più guidando ancora, quando occorre, o un’autovettura o un motofurgone “Ape”.

Conosco la citata persona, è proprio il caso di dirlo, da quando sono nato e, lui, ragazzino, abitava, insieme con la sorella Maria, presso la nonna Costantina – i loro genitori erano mancati prematuramente – nell’Ariacorte, a cinquanta metri di distanza da casa mia.

Insomma, a Costantino C., mi lega un’intensa familiarità, sono edotto di tutte le vicende della sua esistenza, da alcuni lustri, in particolare, ho modo di incontrarlo sovente, giacché possiede un giardino, con annesso fabbricato (da poco, lo ha donato ad alcuni nipoti che vi stanno eseguendo importanti opere di ristrutturazione), situato proprio dirimpetto alla mia villetta della “Pasturizza”.

Arrestata d’istinto la marcia del ciclomotore, mi sono avvicinato e seduto accanto, chiedendogli, come approccio, notizie circa lo stato dei lavori edili.

Pochi minuti dopo, si è accostato a noi un altro compaesano, Santo C., appena più giovane di Costantino, e i due, all’unisono, come del resto mi aspettavo, sono immediatamente passati a rievocare un episodio assai lontano, sia come datazione che come luogo di svolgimento, evidentemente, però, rimasto indicativo e impresso nella mente, fatto in cui, insieme con loro, io stesso mi ero, in certo qual modo, trovato coinvolto.

Sarà stato il 1963 o il 1964 e lavoravo in banca, a Taranto, da tre anni circa, espletando le mansioni di segretario, oggi si dice assistente, di un vicedirettore settorista, il quale, per chiarire, gestiva un determinato portafoglio di clienti.

Insieme con il citato funzionario, compivo spesso visite agli utenti, sia per mera cortesia, sia e soprattutto per ricognizioni dirette sulle loro aziende e le loro attività.

Un giorno ci eravamo portati a domicilio di un operatore agricolo (grosso proprietario di terreni e produttore di vino e olio) di Francavilla Fontana, da tempo cliente affidato, vuoi con linee di credito a carattere ordinario e continuative, vuoi sottoforma di anticipazioni su giacenze di vino e olio, nelle more della loro vendita.

Guarda caso, io non ne ero minimamente a conoscenza, nell’azienda dell’operatore in discorso, da moltissimi anni, prestavano attività, sia pure a carattere stagionale, Costantino e Santo, unitamente ad altri due marittimesi, Peppino e Vitale.

Tutti i già menzionati, quindi, persone di massima fiducia dell’imprenditore francavillese, di casa, alla stregua di famigliari.

Orbene, il mio superiore si era determinato a recarsi nell’azienda di tale cliente, diciamo così, per accertarsi che esistessero effettivamente le giacenze di prodotto su cui era stato da poco concesso un finanziamento e, quindi, si era premurato di dare anche una sommaria occhiata alle apposite cisterne.

Ma giusto lì, come ebbero a confidarmi successivamente i miei concittadini, aggiungendo qualche abbozzo d’ilarità, si nascondeva un trucchetto, alquanto rudimentale e, tuttavia, valido a far apparire qualcosa che, in realtà, non esisteva.

E, però, anche io, dall’altra parte, cioè dall’interno della banca, avevo avuto modo di accorgermi che gli amici marittimesi, o, meglio, le loro firme, erano talora “utilizzati” dal datore di lavoro, per agevolare alcune sue operazioni di finanziamento da parte della banca.

Certo, stagioni non solo antiche ma, specialmente, dai contenuti totalmente diversi, allora la fiducia e la parola erano una cosa seria, nel lecito e anche ai limiti della norma o borderline per stare al linguaggio presente: così abbiamo, l’altro giorno, commentato concordemente, sulla panchina della piazza di Marittima, Costantino, Santo e io.

°   °   °

Di lì a poco, è arrivato ad aggregarsi alla comitiva un ennesimo “ariacortese”, Costantino N. e, quasi contemporaneamente, Uccio N., geometra in pensione e, indubbiamente, compaesano d.o.c., non essendosi mai allontanato, durante i suoi settantasette anni, dalla natia Marittima. A questo punto, a beneficio di quanti non ne fossero a conoscenza, mi soffermo su un breve inciso: fra i nomi maggiormente diffusi nella località, ricorrono quelli di Vitale e Costantino o Costantina, a motivo che, collegando i comuni mortali ai santi, S. Vitale, cavaliere nell’esercito romano ai tempi di Nerone, nato a Milano e martirizzato a Ravenna, è il protettore di Marittima, mentre, a compatrona, è stata da vecchia data proclamata la Vergine Maria Santissima di Costantinopoli o Madonna Odegitria.

Costantino, come ho avuto modo di accennare anche in precedenza, faceva parte, penultimo nato, di una famiglia numerosa, ma soprattutto antesignana e allargata, per vicende naturali, in senso laterale o di discendenza.

Difatti, la padrona di casa, ovvero sua madre, Rosaria, proveniente da Andrano, reduce dal primo matrimonio nel corso del quale le erano nati due figli, Andrea e Giuseppa (Pippina), rimasta vedova ancora giovane, aveva sposato in seconde nozze il marittimese Ciseppe (Giuseppe), reduce, anche lui, da una pregressa unione, già padre di tre figli e, parimenti, rimasto vedovo anzitempo.

Rosaria e Giuseppe, novella coppia, procrearono ulteriori quattro figli, Pompilio, Vitale, Costantino e Concetta.

Sì che, a un certo momento, venne a formarsi un nucleo o focolare di undici persone, fra i due coniugi e i nove discendenti arrivati dall’accoppiata di letti.

Molti i ricordi e le annotazioni snocciolati, approfittando della presenza di Costantino, riguardo ai componenti della famiglia di Rosaria e Giuseppe ‘u fusu.

Alla fine degli anni Trenta o agli inizi del decennio successivo, la scomparsa di Giuseppe, a causa di una rovinosa caduta mentre era intento a fissare, a un gancio del soffitto, un chiuppu (una sorta di grosso casco, facendo riferimento alle banane) di tabacco già essiccato.

Nel 1945, il matrimonio di Pippina nel canonico abito bianco, di cui, chi scrive, serba perfettamente il ricordo.

Nel 1947, esattamente il 22 gennaio, le nozze di Andrea (con Valeria), in un giorno in cui, Marittima, registrò il particolarissimo fenomeno di un’abbondante nevicata.

Nel 1951, una improvvisa e brutta traversia, fortunatamente finita bene, in capo a Vitale, sotto forma di un’infezione da tetano a un piede (precisa, adesso, Costantino, che, all’epoca, lui era assente da Marittima per il servizio militare in Marina, imbarcato su un dragamine di stanza alla Spezia).

Successivamente, infine, seri problemi agli occhi per l’altro figlio, Pompilio, invero mai risolti.

A un dato momento, Costantino, seduto nel gruppo e rivolgendo lo sguardo a Uccio N. che gli stava accanto, ha ritenuto di richiamare i legami di parentela fra lo stesso Uccio e me (le rispettive mamme, Nina e Immacolata, erano cugine di primo grado, figlie di due sorelle, Cristina e Lucia.  Aggiungendo, inoltre, che lui medesimo, a seguito del matrimonio, si era apparentato con l’ex geometra, posto che il suocero Giuseppe P. (in vita, operatore ecologico, attacchino e necroforo del Comune di Diso), era, a sua volta, primo cugino del padre di Uccio, Pippi ‘u scanteddra o mesciu Pippi ‘u barbieri, la cui madre, Pasqualina M. detta Nina, era sorella della genitrice di Giuseppe P., Maria Donata M.

I conti degli accostamenti fra parentele o famigliarità quadrano perfettamente, a prova di dati anagrafici e/o di battesimo.

Uccio N., il quale, al momento di aggregarsi, aveva domandato, sorridendo, se, in quella circostanza, fossi io a tenere banco nel gruppo, non ha successivamente rinunciato a intervenire, dicendo la sua a proposito di una sfaccettatura straordinaria insita nel desco domestico del suo nonno paterno, Vitale N. ‘u fiore.

Intorno a quel tavolo da pranzo (parolone esagerate), prendevano posto, ha raccontato Uccio suo nonno e sua nonna, insieme con un paio di ascendenti e i loro se figli (cinque maschi e una femmina) e, già così, si arrivava a dieci persone. Inoltre, quasi tutti i giorni, specialmente la sera, si aggiungevano anche sette nipoti di Pasqualina M., detta Nina, figli di due sue sorelle passate prematuramente a miglior vita e, quindi, rimasti orfani.

Dunque, diciassette “avventori”, alla fine, a intingere il cucchiaio nell’unico piatto posto al centro del tavolo, che doveva servire per l’insieme di commensali, con conseguenti difficoltà, per ciascuno, a far arrivare il cucchiaio alla minestra.

Dire che, l’appetito era tanto e non esistevano altre cose da mangiare, tranne, al caso, un tozzo di frisella o una piccola manciata di fichi secchi.

Eppure, sembra assolutamente inverosimile, si sopravviveva e, mette conto di sottolineare, negli stati d’animo della gente, albergava ben più serenità di adesso.

Fra vele color amaranto, la globalizzazione ha raggiunto anche l’Ariacorte

di Rocco Boccadamo

Durante i decorsi quattro lustri di più o meno assidua ma comunque indicativa amicizia con la penna, una cesta di mie narrazioni (si, proprio una cesta) hanno avuto per ambientazione Marittima, il minuscolo borgo del Sud Salento in cui sono venuto al mondo nell’ormai remoto 1941.

La località in discorso è situata in corrispondenza del quarantesimo parallelo e a ridosso del tratto di costa a scogliera, esattamente nel punto di congiunzione fra il mare Adriatico e il mare Ionio.

Invero, attualmente, con detto paesello, e specialmente con i residenti, non intrattengo più i rapporti di intimità e consuetudine viscerale a tutto campo, che hanno, invece, caratterizzato le stagioni della mia fanciullezza, adolescenza e prima giovinezza.

Ciò, giacché, al completamento degli studi superiori, men che ventenne, sono partito per intraprendere l’attività lavorativa, rimanendo a vivere altrove, in pianta stabile, per circa otto lustri, salvo ritorni al paesello in estate o in occasione di qualche festa o ricorrenza.

Inoltre, a motivo che, dei miei coetanei e famigliari, ne residuano ormai pochissimi e, infine, i tempi e il modo di vivere in generale sono mutati radicalmente, pure all’interno della piccola comunità natia.

Tuttavia, accanto agli affetti più cari concernenti le persone, anche se mancate, che hanno conferito un segno e un senso alla mia esistenza, e la cui presenza ideale dentro di me non si cancellerà né affievolirà giammai, di Marittima – lo constato e lo confermo con piacere e gioia, anzi ne sono felice e orgoglioso – rimangono, tutt’ora, due precisi e definiti posti o luoghi che mi hanno incessantemente accompagnato nella mente e nel cuore, seguitando a esercitare anche adesso tale azione, con un carico di fortissimi e vividi ricordi.

Si tratta dell’Ariacorte, ossia a dire del rione o isola del centro abitato nei cui confini sono venuto al mondo, e dell’Acquaviva, l’insenatura di sogno che è il mare per eccellenza dei marittimesi sin da tempi remoti e, da alcuni decenni, è altresì il sito per i bagni prescelto e frequentato da considerevoli schiere di visitatori, turisti e villeggianti, provenienti da ogni regione d’Italia, da vari paesi d’Europa e pure dall’America.

Ebbene, l’Ariacorte e l’Acquaviva sono stati da me eletti a “luoghi dell’anima”, li “sento” con emozione anche quando mi trovo a distanza, con trasporto intenso, anzi con sentimenti di autentico amore.

Di riflesso, detti posti/habitat, durante tutto questo ventennio iniziale del terzo millennio, mi hanno dato lo spunto naturale per la stesura di narrazioni, abbraccianti vicende lontane e, specialmente, rievocanti volti, persone, famiglie, abitudini, costumi che li animavano allorquando io abitavo lì, nella casa dei miei genitori e in seno alla numerosa famiglia da loro formata.

Inserendo, sovente, negli scritti, puntuali e distintivi rimandi e confronti rispetto all’Ariacorte e all’Acquaviva quali appaiono e si presentano adesso.

 

°   °   °

Sul piano toponomastico, l’incipit dell’isola Ariacorte – in questo caso, isola, più realisticamente, a guisa di isolato – avviene accostando lievemente a destra nel primo tratto di via Convento, là dove viene così a formarsi un esiguo slargo, all’altezza della casa una volta abitata dal nucleo famigliare di Trifone Mariano e, quindi, si sostanzia percorrendo, su un approssimativo quadrilatero, le brevi vie Francesco Nullo, Leopardi, Piave, Pier Capponi e Isonzo.

Tutta qui, l’Ariacorte, una minuta bomboniera, eppure, un tempo, nido per circa cento persone, mentre, attualmente, i residenti stabili sono poco più di una decina, cui vanno aggiunti altrettanti abitanti “estivi”.

°   °   °

Qualche giorno fa, a metà mattinata, mi vado dirigendo verso la mia villetta del mare posta sul proseguimento di via Francesco Nullo, che, con la recente intitolazione di via Agostino Nuzzo, conduce dall’Ariacorte all’insenatura Acquaviva, quando, all’ improvviso, sono colto da un impatto visivo che mi colpisce particolarmente, mi coinvolge e interessa.

Al punto, da indurmi ad arrestare l’andatura del mio scooter e ad accostarmi alla scena.

Da premettere che, giusto sullo slargo sopracitato fra via Convento e via Francesco Nullo, esisteva nei tempi andati, e si affaccia pure adesso, sottoposta a lavori di ristrutturazione e rammodernamento per essere adibita a struttura ricettiva b & b, una modesta abitazione, già conosciuta come “casa della Saveria”, dal nome di battesimo della padrona di casa di un tempo.

Una cantina a piano seminterrato, in cui si scende attraverso una serie di scalini, e due/tre vani di casa vera e propria a livello rialzato, dove si accede grazie ad altrettanti scalini a salire, questi ultimi da poco impreziositi con ringhiere corrimano laterali.

Su quei gradini all’aria aperta, scorgo seduti due giovani, una coppia, chiaramente lì ospiti per vacanza, e, senza pensarci su, mi avvicino loro, presentandomi come un “curioso” e chiedendo da dove provengano.

Un istante, e mi accorgo che i due non parlano italiano; al che, tiro fuori la mia precaria e approssimativa conoscenza dell’inglese e apprendo che sono americani di San Francisco, California, USA, che sono arrivati in aereo a Roma e quindi a Brindisi e, da quest’ultima località, con un’autovettura presa a noleggio, hanno infine raggiunto Marittima, per due settimane di vacanza.

Nell’intento di apportare maggior senso e motivo alla mia invadenza, confido alla coppia che quegli scalini, sono a me conosciuti in maniera particolare, a prescindere dalla circostanza di essere nato e aver vissuto fino a diciannove anni d’età a pochi metri di distanza, per una ragione ben precisa.

Nel novero delle famiglie dell’Ariacorte della mia fanciullezza, rientrava anche quella di Fortunato Nuzzo, sposato con Giulia Contino, originaria di Vaste di Poggiardo, e comprendente, accanto ai genitori, la figlia Teresa, mia coetanea.

Con la signora Giulia, nonostante il nome di battesimo del marito, la natura, purtroppo, era stata tutt’altro che generosa, a voler dire che la donna, sebbene ancora giovane, soffriva di gravi disturbi respiratori, da arrivare, talora, a sentirsi quasi soffocare.

I giovani stranieri, malgrado il mio inglese arrangiato, seguono molto attentamente il racconto, accennando, a comprova, la parola “asma”.

Proseguendo e concludendo la storia, riferisco che Giulia, nei momenti di crisi più acuta, si spostava da casa sua a quei gradini nello slargo, vi si sedeva e si tratteneva, dicendo che almeno lì c’era più aria e aveva agio di respirare meglio.

Congratulazioni, da parte degli ascoltatori, per la mia acuta e fresca memoria.

Un approccio di relazione/contatto con ignoti, così occasionale ed estemporaneo, doveva, stranamente se non eccezionalmente, avere un imprevedibile seguito.

Nel pomeriggio, mentre mi predispongo, nel cortile della mia casa di vacanza, ad annaffiare le aiuole e le piante, transitano su via Agostino Nuzzo, verosimilmente diretti all’Acquaviva, i due ragazzi di prima e rallentando, forse per ammirare la mia villetta e la pineta adiacente, mi vedono e riconoscono immediatamente.

D’istinto, dischiudo il cancello, invitandoli a entrare e, in tal modo, prosegue, per un bel pezzo, il nostro colloquio. Chiedono quale sia il mio nome, pronunciando, quindi, Rocco senza difficoltà e, di rimando, mi è dato di conoscere i loro appellativi, Sam e Samantha (il femminile, si precisa, con la h, pronunciato “sementa”).

I due mi confidano, poi, di aver già sperimentato alcune bellezze naturali della zona, soprattutto l’incantevole mare di Marittima e dintorni e di essere intenzionati, nella restante parte della loro vacanza, a visitare anche l’interno del Salento, a cominciare dalla città capoluogo, Lecce.

Da ultimo, io credo opportuno di invitarli a parlar bene di questa terra ai loro conoscenti, parenti e amici, venendo a sapere, con gioia, che in realtà, almeno a San Francesco, il Salento è già abbastanza noto e c’è gente che lo sceglie per le vacanze al mare.

Scambi di saluti sorridenti chiudono e suggellano il cordiale e prospero incontro.

°   °   °

Recandomi ad Andrano per acquistare il pane, noto, seduta sull’uscio di casa, una donna di terza età, intenta a lavorare al ricamo su un panno di stoffa bianca. Anche in questo caso si verifica l’arresto del mio ciclomotore “Scarabeo”, dopo di che parte diretta la domanda alla signora: “A che punto sta ricamando?”.  La risposta: “Signuria (lei) non puoi sapere il nome, si tratta di cose antiche”.

E io, a replicare: “No, signora, da ragazzino, sono stato spettatore di lunghe stagioni di ricamo per mano delle mie zie e, lei si meraviglierà, serbo addirittura reminiscenza dei nomi di più di un punto: a giorno, Rodi, raso, ombra, erba, Palestina. Lei, adesso, quale sta usando, me lo dice?”.

Con un sorriso, la donna mi informa che sta eseguendo il punto a giorno, su un’asciugamani destinato a una nipotina (ne ha otto di nipoti, più due pronipoti).

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Dopo aver atteso, per un pomeriggio, alla faticosa incombenza del taglio delle erbacce nella Marina ‘u tinente, mi avvio a risalire in macchina per rientrare a casa e, proprio in quel momento, vedo sopraggiungere lentamente, nella medesima direzione di marcia, una carrozzella sospinta da un motore a batteria.

Il mezzo è guidato da Toto Minonne, primo cugino di mia madre, giacché figlio di zio Michele, fratello di nonno Giacomo, e nello stesso tempo mio compare, avendo io tenuto a battesimo, una sessantina di anni fa, uno dei suoi due figli, Vittorio, il quale, attualmente, esercita la professione di medico a Marittima.

Ci scambiamo d‘istinto un saluto vocale a volo; però, non sentendomi appagato, mentre la carrozzella procede pian piano, la raggiungo, mi accosto, apro il finestrino e domando a Toto quanti anni abbia; un attimo di esitazione e il mio parente, nonché compare, pronuncia il numero novantatré.

Gli indirizzo un augurio di buona salute e accelero.

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Mi sono appena concesso la prima veleggiata dell’estate 2019, notando, con soddisfazione, che la mia fedele barchetta “My three cats” continua a svolgere dignitosamente la sua parte, anche se mi è fedele compagna sin dall’anno 2000 e per di più, all’epoca, la comprai già usata.

Esperienza di mare breve ma gradevolissima, allietata da tenui refoli di tramontana che tonificano e vivificano il corpo e la mente.

Cosicché, penso e spero di poter effettuare numerose altre uscite, in compagnia, oltre che del mio amico Vitale, anche dei miei figli e nipotini.

Per mia buona sorte, si succedono i calendari, le stesse forze fisiche, ovviamente, ne risentono e però lo spirito si mantiene giovane.

Un caso emblematico: la statua di Santa Marina a Muro Leccese

Il contesto storico-artistico ed un suo auspicabile restauro

 

di Santo Venerdì Patella

Avevo scritto della statua di Santa Marina già nel 1998[1], dove reclamavo il fatto che la stessa opera fosse stata nuovamente, per l’ennesima volta, ridipinta e manomessa, come in effetti si usava fare all’epoca e molto più di quanto avviene ancor oggi.

In effetti visionando alcune vecchie fotografie, come quella di sopra, si nota che questo simulacro nel secolo scorso ha mutato varie volte policromia, in parte la forma delle vesti, la posizione delle braccia ed il drago.

Nell’ultimo “rifacimento”, avvenuto nel 1993, come riporta la foto in basso, furono eliminate alcune parti del panneggio, l’attributo iconografico della palma ed il drago.

Fui informato, spero giustamente, che tutto ciò che venne tolto era realizzato in cartapesta e che ricopriva una statua più antica in legno, molto malmessa. Viene quindi naturale immaginare che le parti appena menzionate furono verosimilmente aggiunte nei rifacimenti precedenti e pertanto poi eliminate, cercando, in maniera molto empirica, da un lato di ridare la forma originaria a questa statua ma al contempo magari reinventandone di nuove.

Quest’opera è conservata nella medievale chiesa di Santa Marina a Muro Leccese ove il culto della stessa è rintracciabile già nella Santa Visita della Diocesi di Otranto del 1768, in cui è rammentata una imago S. Marinae. Questa statua viene poi esplicitamente nominata in un’altra nota datata 1874[2]. Esaminando anche altre Sante Visite non ho riscontrato ulteriori menzioni della stessa, ma possiamo valutare delle ipotesi in merito al periodo in cui essa venne realizzata. Consultando il catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, mi accorsi che vi erano delle somiglianze tra la Santa Chiara[3] [foto 3], conservata nella omonima chiesa leccese, qui di seguito riportata

e la statua di Santa Marina, in special modo dopo l’ultimo rifacimento sopra descritto: simile la staticità della posa, simile il modo discreto di panneggiare le vesti, simili i tratti dei visi. Tutte queste somiglianze le associai qualche anno dopo anche alla statua di Santa Domenica di Scorrano, di seguito ripresa.

Queste mie supposizioni furono suffragate in special modo dagli ottimi studi contenuti nel testo “Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna”, in cui si descrivono le attinenze decorative e stilistiche della statua di Santa Chiara e Santa Domenica prima menzionate[4]. Il periodo di realizzazione a cui vengono inscritte queste statue può essere collocato in un arco temporale che inizia verso fine del sec. XVI e prosegue lungo i primi decenni del XVII, epoca in cui dovremmo verosimilmente inserire anche la realizzazione della nostra Santa Marina, se ciò fosse verificabile dopo adeguati interventi restaurativi.

Decorativamente parlando le “sorelle artistiche” di Santa Marina: le Sante Chiara e Domenica, ci appaiono, nei decori degli abiti, riccamente ornate con estofadura, particolare tecnica decorativa già presente nell’arte gotica per abbellire immagini sacre su legno policromato, che fu utilizzata largamente in Spagna durante il periodo barocco e fu importata anche nel vice regno con capitale Napoli. Pertanto se la statua in questione dovesse essere restaurata con criteri opportuni, oltre a recuperare in massima parte le forme originarie, potrebbe rivelare anch’essa una decorazione importante ad estofado, che la renderebbe ancor più rilevante dal punto di vista artistico. Senza appropriate indagini rimaniamo però nel campo delle ipotesi.

Se tutto questo fosse riscontrabile la nostra Santa Marina rientrerebbe pienamente in quella temperie artistica ch’è a cavallo del sec. XVI e XVII, e che si riferisce alle pratiche devozionali e cultuali tipiche della Controriforma.

La statua in questione si presenta a tutt’altezza con un panneggio vagamente classicheggiante ed in posizione ieratica, con occhi vitrei e sarebbe ascrivibile ad uno scultore napoletano, che pur operando nei primi decenni del ‘600, conserva ancora una cultura figurativa tardocinquecentesca[5].

Per fare dei paragoni stilistici, e senza andare lontano e ricercare opere famose, possiamo menzionare la tela d’altare conservata nella chiesa dell’Immacolata di Muro Leccese in cui è effigiata la Titolare [foto 5], la figura della Madonna ripropone in massima parte la posa delle statue prima rammentate, a riprova dell’attardamento stilistico, non ancora barocco, della Muro dell’epoca.

Questa tela è databile al terzo decennio del ‘600.

Contestualizzando ancor più il periodo storico-artistico della Muro secentesca possiamo fare dei riferimenti ad altre sculture; mi riferisco al busto-reliquiario di Santa Giusta[6], conservato anch’esso nella chiesa Confraternale dell’Immacolata, attribuibile allo scultore Giovan Battista Gallone (lo si metta in confronto con il busto reliquiario di una delle undicimila vergini della chiesa del Gesù Nuovo a Napoli).

Questa statua, conservata in una nicchia datata 1646, è decorata non a caso ad estofado  ed ha anch’essa una provenienza napoletana.

Nello stesso luogo di culto vi è un altro stipo dedicato a San Largo ma in questo caso non è più conservato il relativo busto-reliquiario dell’omonimo santo. Purtroppo mancano all’appello altri due busti-reliquiario: San Giovino e San Agapito, un tempo conservati della chiesa del S.mo Crocefisso, di cui resta traccia in due infelici foto d’epoca.

San Giovino

 

San Agapito

 

Nella Santa Visita della Diocesi di Otranto del 1755 ritroviamo questa importante notizia che li riguarda e che riporto fedelmente: “Nelli pilastri dell’arco, sotto di cui sta situato d.o altare maggiore vi sono due basette, una da una parte e l’altra dall’altra: in quella della parte destra vi è situata una statuetta a mezzo busto con stragalio […], è colorita, e nel petto v’è una reliquia colla […] di S. Agapito, e nella sinistra altra simile statuetta colla reliquia di S. Giovino.”.

Speriamo che in un futuro queste opere si possano recuperare.

Per ribadire alla fine di queste note quanto un restauro appropriato possa restituire l’idea originaria che l’artista-creatore aveva delle sue opere, porto ad esempio quello da poco effettuato sull’altare maggiore della già menzionata chiesa del S.mo Crocefisso dove, le statue lapidee dei dolenti: la Madonna Addolorata e San Giovanni, realizzate da P. Buffelli entro il 1660, hanno rivelato una ricca decorazione ad estofado, mentre prima risultavano ridipinte ed appiattite con banali tinte monocrome, aumentandone non poco il valore artistico delle stesse.

altare maggiore della chiesa del S.mo Crocefisso

 

statue lapidee dei dolenti: la Madonna Addolorata e San Giovanni, realizzate da Placido Buffelli

 

Note

[1] S. V. Patella, La cultura della cartapesta, in “Liber Ars”, 3, aprile 1998, p. 21.

[2] V. Boccadamo, Terra d’Otranto nel Cinquecento, Galatina 1990, p. 76.

[3] R. Casciaro, Il Barocco a Lecce e nel Salento, Pomezia-Roma 1995, pp. 163-164.

[4] P. L. de Castris, B. Minerva, Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna, Roma 2007, p. 24, p. 180.

[5] L. Gaeta, Intagliatori incisori scultori e società nella Napoli dei viceré, Congedo 2015, p. 5.

[6] S. V. Patella, La città di Muro Leccese dalle origini al ventesimo secolo. Antichità, architettura, arte, fonti e documenti, Editrice Terra, Lecce 2012, p. 113.

Nino (classe 1924) non pesca più

di Rocco Boccadamo

Al momento della sua nascita, fu registrato all’Anagrafe, e parallelamente battezzato in chiesa, con il nome proprio di Albino (cognome F.) e, il suo caso, rappresentò, un’autentica eccezione, già che, all’epoca, fra la popolazione di Castro, non v’era alcuno che si chiamasse così.

In seguito, molto semplicemente, se non automaticamente, lo sviluppo sotto forma del diminutivo/abbreviativo Nino.

A parte siffatta singolarità appellativa iniziale, mette conto di annotare che il successivo, graduale divenire del personaggio si sgranò sul metro di un’assoluta, esclusiva e continuativa caratteristica: lo strettissimo rapporto, vera e propria simbiosi, fra lui e l’ambiente più prossimo e naturale su cui si era affacciata e dischiusa la sua avventura esistenziale, ossia a dire il mare.

Nino, dunque, prestissimo, pescatore, sin da bambino, tutti i giorni dell’anno, in ogni stagione, a braccetto, anzi, in questo particolare caso, a bordo di una barchetta di legno, del genere “gozzo,” in principio rigorosamente a remi, poi sospinta da un piccolo motore fuoribordo, e in compagnia funzionale e operativa di ami, lenze, “conzi” e reti.

Anni, lustri, decenni, attraversati espletando tale duro, incerto e talvolta periglioso lavoro, sempre con equilibrata passione, senza fermarsi o arretrare di fronte alle difficoltà e, spesso, ai magri proventi.

Frattanto, intorno a Nino, andava formandosi e crescendo anche una famiglia, con due figli, di cui uno rimasto a Castro e l’altro trasferitosi per lavoro in un’altra regione.

Che bagaglio di esperienze per l’uomo, acquisito e accumulato sotto cieli multiformi e multicolore, quando sereni, quando grigio scuri per effetto di nuvolaglie dense, in notti stellate o cupe e fredde, su distese calme o vivaci o con cospicui moti ondosi.

Nino, comunque, sempre lì, sull’uscio della sua grotta in Via Scalo delle barche, dove è solito preparare le attrezzature per la pesca, specialmente l’allestimento, prolungato e non facile, del “conzo”, oppure sulla banchina del porticciolo, prossimo a “uscire”, oppure al largo, a più riprese nell’arco delle ventiquattro ore, per “calare” o tirare su gli strumenti del suo lavoro.

Accanto alla quotidianità così snodatasi per una vita intera, con il protagonista sempre determinato, ma, insieme, sereno, è rimasto negli annali della marineria della Perla del Salento, uno specifico episodio, indubbiamente non comune, di cui Nino, alcune stagioni fa, si è trovato ad essere, un po’ ma non completamente a caso, protagonista.

Un pomeriggio, aveva “calato” il suo “conzo” (lunghissima lenza con alcune centinaia di anni pendenti da apposite appendici, mantenute a mezza profondità, mercé la compensazione di galleggiamento conferita insieme da piccoli piombi e cubi di sughero) a media distanza dalla costa verso la Marina di Andrano, dopo di che, nella mattinata successiva, era ritornato sul posto per recuperare il tutto.

Sennonché, a un certo punto, l’uomo ebbe ad avvertire una fortissima resistenza, che gli impegnava mani, gambe, braccia e spalla, segno che, a un amo, doveva aver abboccato un grosso esemplare di pesce (più tardi, si sarebbe rivelato trattarsi di un tonno), che, con tutte le proprie energie vitali, vanificava il tentativo di Nino di recuperare il “conzo”. Non cedeva l’amico pescatore, non mollava la lenza e la preda attaccata, né si arrendeva l’esemplare ittico. Durante questo confronto di forze, trascorreva deciso il tempo e, circostanza più delicata, il “gozzo” era lentamente trascinato, dai guizzi del pesce, in direzione di Tricase e di Leuca.

Nino, in occasione di quella uscita, non si era portato appresso il cellulare e, quindi, era praticamente isolato al largo e, progressivamente, sempre più distante da Castro. Per fortuna, il figlio, impensierito e preoccupato a causa del mancato rientro del genitore, ritenne di allertare la Guardia costiera, che, in breve, raggiunse, con un suo veloce battello, il pescatore, sempre accanito a non mollare. Così, rimase Nino, sordo financo alle esortazioni dei militari a lasciar perdere, fino a quando non fu il tonno, esausto, a perdere del tutto le forze ed a essere tirato all’interno della barchetta.
Fino a poco tempo fa, Nino è stato sorretto da una buona, o quantomeno discreta, salute ed è sceso puntualmente al porto, in sella al suo motorino o a piedi, salpando, sia pure sempre più raramente, col suo battello. Da parte mia, incontrandolo, mi tenevo aggiornato sull’avanzare dei suoi almanacchi e in merito all’andamento della sua attività. E, lui, a rispondermi, con tono gentile sorridente, magari, nelle ultime occasioni, precisando di essere uscito al solo scopo di trarre un quantitativo di pesce fresco destinato al figlio giunto a Castro per le ferie.

Da qualche tempo, gli acciacchi si sono purtroppo accentuati e, di conseguenza, egli si muove da casa raramente.

L’ho incontrato il mese scorso, seduto all’inizio della banchina interna del porticciolo davanti alla sede del “Circolo Sottufficiali”, domandandogli: “Come va Nino, come stai?”. Stavolta, diversa dal solito la risposta:” Come vuoi che vada, va come Dio vuole”.

Tuttavia, io penso che Nino, dentro di sé, sia egualmente sereno e contento, non fosse altro perché il suo battello, il piccolo gozzo denominato “Martina”, è sempre lì, in acqua, silenzioso ma ormeggiato all’altra banchina, a fianco della più grande barca consortile. E sono, altresì, sicuro che l’uomo, in silenzio, si ripassa con affetto e commozione le figure dei suoi colleghi e amici pescatori di Castro, ad esempio, quelle dei due Vincenzo e di Nunzio C., già proprietario, anche lui, di un “gozzo” dal nome “Davide”, i quali hanno tirato definitivamente i remi in barca, in età ben più giovane della sua, per salirsene sulle nuvole.

In certi giorni, mi capita di ritrovare Nino, intento a riposare tra aiole fiorite nei pressi della sua abitazione, e, lì, mi dà l’impressione di snocciolare un altro ripasso, cioè a dire le così tante albe e gli infiniti tramonti in cui i suoi occhi si sono rispecchiati.

Sì, posto che sono ormai novantasei gli anni compiuti da Nino, so che è improprio, ma qui mi piace parlare non di anni bensì di maree, appunto novantasei maree.

Ravvisando nella sua persona una sorta di simbolo della gente di mare castrense, la locale amministrazione civica (per la precisione, non quella in carica, presieduta, guarda caso, da un figlio di Nino, ma quella precedente), ha deliberato di conferire al pescatore in questione uno speciale riconoscimento ad personam e io rivedo ancora l’uomo felice e commosso sul palco della correlata semplice cerimonia

Anche da queste righe, il mio affettuoso saluto e sincero augurio, Nino: resisti, come in quella avventura al largo alle prese col grosso tonno, e abbi ancora lunga vita.

Il testamento di Nicola Massa, barone di Collepasso e Neviano, a favore della chiesa dell’Incoronata di Nardò ed altri conventi del Salento

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Marcello Gaballo – Armando Polito, Il testamento di Nicola Massa, barone di Collepasso e Neviano, a favore della chiesa dell’Incoronata di Nardò ed altri conventi del Salento

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno VI, n° 8, 2019, pp. 213-234

 

ITALIANO

 Il contributo evidenzia le peripezie di Anna Massa Capece, figlia del barone Nicola Massa di Nardò e di Beatrice Capece, ormai prossima al matrimonio con il duca di Lizzano Ottavio Clodinio. Questi, già reo di offese alla persona, alla reputazione ed ai beni del futuro suocero, mando dei sicari per ucciderlo, ma l’agguato fallì. La reazione di Nicola, essendo la figlia ancora intenzionata a convolare alle programmate nozze, fu immediata e drastica.

 

ENGLISH

This input highlights the vicissitudes of Anna Capece, daughter of the baron Nicola Massa of Nardò and Beatrice Capece, now closet o marriage with the duke of Lizzano Ottavio Clodinio. This one, already guilty of offenses to the person, reputation and property of his future father-in-law, sent assassins to kill him, but the ambush failed. Nicola’s reaction, being the daughter still intent on getting married in the planned wedding, was immediate and drastic.

 

Keyword

Marcello Gaballo, Armando Polito, Nicola Massa, Chiesa Incoronata

Cuddura e collirio: che ci azzecca?

di Roberto Panarese

Essendomi interrogato come ogni buon salentino sull’origine e sul significato della parola “cuddura”, ho chiesto anche un parere alla Prof.ssa Maria Luisa Agati (già docente di Codicologia all’Università Tor Vergata di Roma e Specialista in Paleografia Greca presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Archivistica e Diplomatica) e questo è quanto mi ha riferito:

“In greco antico era “κολλύρα” che significava “corona” ma anche “focaccia” (rotonda come una corona), o anche pane biscottato.

Questo termine nel greco moderno è diventato “κουλουρι”, neutro  = “ciambella di pane croccante”, “frollino”.

Nella forma femminile esiste pure: “κουλούρα” = “pane a forma di ciambella”, o anche la ciambella di salvataggio.

Attualmente ad Atene quando si vuole comprare dei biscotti freschi in un forno si chiede appunto “koulouria” o “koulourakia” (diminutivo) “biscottini tondi”, non soltanto “ciambelline”.

Viene in mente anche una danza tradizionale greca, della regione montagnosa di Tracia, che si chiama “zonaradikos” (da “zoni” = cintura) “koulouriastos”, proprio perché i ballerini, attaccati in cerchio, lo aprono e lo chiudono a chiocciola creando appunto la forma di ciambella con un bell’effetto coreografico.

Questo termine greco è quindi uno di quei casi in cui lo stesso si evolve dall’antichità nella lingua moderna e più in particolare nella forma neutra che finisce in -iota (come παις, bambino > παιδί, o κόρη, fanciulla > κορίτζι).

“Kollura” > “koulouri” è un passaggio normalissimo che si riscontra dunque con molta frequenza.”

Leggendo queste interessanti informazioni mi sono dunque ricordato di essermi imbattuto tempo fa in un articolo che mi aveva incuriosito:

http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/biotech/2013/01/08/Ecco-collirio-Plinio-Vecchio-_8040351.html?idPhoto=1

Emergerebbe quindi che i ‘piccoli panetti rotondi’ (kollura), quelle pastiglie ritrovate nel relitto del Pozzino, corrisponderebbero all’antico ‘collirio’ di Plinio il Vecchio.

Strano ma vero, si direbbe…

Il “Vento devoto”. I ventagli d’autore per i santi patroni

 

In occasione dei festeggiamenti in onore di San Gregorio Armeno a Nardò una mostra sarà ospitata presso il salone del chiostro dei Carmelitani (accanto alla chiesa del Carmine): il “Vento devoto. Ventagli d’autore per santi patroni”, a cura di Antonio Chiarello, artista di Ortelle ormai noto per le sue singolari creazioni.

Sui modelli degli antichi ventagli devozionali, dal nostro popolo denominati “intalòre” (ban­deruole), Chiarello ripropone e reinterpreta le immagini dei santi patroni, che un tempo si acquistavano appena fuori dal santuario o dalla chiesa in cui si festeggiava il santo.

Oggetti devozionali realizzati con materiali poveri, gelosamente custoditi, che venivano appesi sulle pareti domestiche o accanto alla testata del letto, magari con il rametto di ulivo della domenica delle Palme, che tutti potevano permettersi, senza alcuna spesa, ma con la fede autentica trasmessa dalla precedente generazione.

Surclassati per la povertà intrinseca dei materiali impiegati e il benessere degli anni 70-80 del secolo scorso erano andati in soffitta e dimenticati, sopravvivendone solo alcuni, che sono divenuti preziosi per la rarità delle icone monocolore su di essi raffigurate con essenziali tratti, quasi sempre doppie, una per lato.

San Pantaleone, San Biagio, i Santi Medici, San Sebastiano, il Crocifisso di Galatone, Santa Cristina, la Vergine di Sanarica o quella di Leuca tra i soggetti maggiormente raffigurati, ma una miriade di santi poco noti e venerati dalle tante comunità salentine caratterizzavano il luogo e il culto, oggi del tutto dimenticati. Autentici souvenir che il pellegrino portava con sé, per esibirli nella sua modesta dimora o per donarli ai suoi cari, molto spesso rallegrati e impreziositi da una serie di nastrini multicolore, legati alla parte terminale del ventaglio o attorno all’asta che lo sostiene.

Antonio Chiarello da anni recupera questa espressione semplice ma autentica della fede popolare, salvandola dall’oblio e desideroso di recuperarne la tradizione, riproponendo le consolidate forme dei ventagli e aggiungendo nuovi soggetti, che vanno ad arricchire la sua nuova galleria di santi e sante.

La mostra si inaugura sabato 16 alle 19.30 (ore 17-20) e l’ingresso è gratuito.

Testimonianze culturali della presenza ebraica in terra d’Otranto tra IX e XVI secolo

di Cristina Manzo

 

Si trovano nel codice ebraico di Parma le più antiche tracce della lingua salentina a noi conosciute. Risalgono al 1072 e qui di seguito ecco alcuni dettagli di quel manoscritto, che è fra i più importanti e anche meno conosciuti della storia (in parte dimenticata) del nostro bel Salento.

Il salentino usato in queste glosse fa riferimento alle consuetudini agricole, ed è scritto in un misto fra latino e volgare, con parecchi messapicismi rilevabili dai nomi di alcune piante come ad esempio nelle citazioni : “lenticla nigra, cucuzza rutunda, cucuzza longa … tricurgu, scirococcu”.

Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: “tagliano le sporgenze dell’albero”; sepàrane: “staccano le foglie secche”; assuptìgliane: “coprono di terra fine le radici che si sono scoperte”)1

 

Fig.1,Il manoscritto contiene 154 glosse dell’XI secolo scritte con caratteri ebraici, proviene dall’accademia talmudica di Otranto ed è databile intorno al 1072. Probabilmente è il più antico manoscritto completo esistente della Mishnà, talora indicato come manoscritto di Parma A” di quest’opera. Copiato con caratteristiche ortografiche palestinesi in Otranto nel 1072/1073, in scrittura quadrata italiana, con glosse salentine di mano dello scriba principale. Appartenne a Mosheh ben Benjamin Finzi, ed era rilegato insieme al manoscritto Vaticano ebraico 31 contenente il Sifra [2] .

Sembra molto probabile che gli ebrei cominciassero a prendere stabile dimora nell’Italia meridionale quasi nello stesso tempo che a Roma. Per recarsi dall’oriente a questa città dovevano generalmente sbarcare a Brindisi o a Pozzuoli e per la via Appia attraversare l’antica Calabria, cioè Terra d’Otranto, e poi la Puglia, il Sannio e la Campania. Se liberi cittadini e dediti al commercio, potevano, almeno alcuni, restare o tornar subito in altre regioni, allettati dalla fertilità del suolo e dalla floridezza delle città marittime; se prigionieri di guerra e schiavi, potevano invece, anche in parte, esservi mandati a coltivare i latifondi posseduti dai romani.

Come è risaputo nel 70 dopo Cristo, avendo Tito distrutto Gerusalemme, moltissimi palestinesi furono venduti come schiavi sui mercati d’oriente e d’occidente, e di essi una parte venne trasferita in Italia. Infatti Josiffon, o lo pseudo Giuseppe, nel decimo secolo, afferma che Tito ordinò a circa cinquemila prigionieri di guerra di stabilirsi a Taranto, in Otranto e altrove; e il cronista Achimaaz, del secolo undecimo, vede in tali prigionieri palestiniani l’origine della comunità giudaica di Oria, sua patria.

“Nelle varie città di Puglia e di Calabria adunque, gli ebrei costituivano «plurimos ordines», erano quindi numerosi3. Secondo Achimaaz, Oria avrebbe accolto i primi ebrei dopo la distruzione di Gerusalemme e sarebbe stata la culla de’ suoi antenati.

Primo tra questi Amitthai rabbino, poeta e teologo. Inoltre, nell’assedio posto a Oria da’musulmani nel 925, come già a Napoli contro Bellisario, i più strenui difensori della città furono gli ebrei ed essi più che altri subirono gli effetti della sconfitta, fatti schiavi, dispersi, Donolo un fanciullo di dodici anni allora, fu con molti altri condotto schiavo a Taranto o ad Otranto.

Donolo, tuttavia divenne medico illustre e scrisse numerose opere di astrologia e astronomia e fu il primo che nel mondo giuridico trattò di materie scientifiche nell’antica lingua nazionale. Le due città, in una delle quali egli sarebbe stato condotto schiavo da Oria e poscia restituito alla libertà, furono già additate entrambe come asili primitivi di gerosolimitani prigionieri, Taranto riapparirà stanza di ebrei nella prima metà del secolo XI. Meglio ancora, Otranto è accoppiata a Bari, e l’una e l’altra elevate ad una grande importanza da un proverbio che un celebre rabbino francese del XII secolo citava già come sentenza antica. Il proverbio diceva: «Da Bari esce la legge, e la parola di Dio da Otranto»4 .

Tra gli episodi che si conoscono, spiccano per importanza sempre quelli che evidenziano i contatti e le interrelazioni culturali tra Terra d’Otranto e Costantinopoli, o Terra d’Israele e Africa settentrionale. Sembra evidente che in tali contesti i protagonisti delle vicende si trovino perfettamente a loro agio sia che si tratti di emiri islamici che di imperatori greci, sottintendendo quindi che appartenga loro quella naturalezza e quell’attitudine proprie della conoscenza delle molte lingue diverse utili, nella comunicazione scritta e orale. Inoltre, “Shabbetày Donnolo, nell’introduzione al suo Sèfer hakmonì ( cioè il Libro del sapiente, di colui che sa, conosce), afferma di aver tratto ispirazione da opere composte in greco e in arabo5 (degno di nota il fatto che mentre nella prima fonte il Donolo è riportato con una sola n, nella seconda fonte ne ha due, Donnolo).

Questi due centri erano dunque i due focolai della civiltà giudaica. Innegabilmente in Puglia, gli ebrei si estesero di molto durante il periodo normanno-svevo. A Lecce si stabilirono presso la chiesa di S. Irene, ed a Brindisi e a Oria continuarono a spiegare la loro nota attività. Maggiore prosperità godettero a Taranto.

A Bari, poi, data la loro notevole importanza, il duca Roberto ne incluse i redditi nella dote di sua moglie Sigelgaita che, alla morte del duca, li sottopose alla giurisdizione dell’arcivescovo, che fu il secondo, quindi, alla morte di lei, ad ottenere la giudeca, (per la salvezza della sua anima). L’esempio di Bari, avrebbe fatto scuola, e in Puglia vennero poscia, nel 1093, il vescovo di Melfi e l’arcivescovo di Otranto e più tardi quelli di Ascoli e di Trani. A Melfi gli ebrei accorsero numerosi dacché la città fu scelta come capitale della contea di Puglia. Nel 1165 erano 200 e nel medesimo anno ad Otranto 500. Ad Ascoli, cominciarono sotto Guglielmo II a pagare al vescovo i contributi detti plateatici derivanti dalle merci che essi e quanti altri correligionari recavansi dai dintorni vendevano in paese ed a Candela6.

Quindi, tra i più antichi insediamenti della diaspora europea occidentale, le comunità ebraiche sono attestate in Terra d’Otranto fin dall’epoca imperiale romana. La presenza di nuclei ebraici nella Puglia meridionale è in larga parte da associare all’importanza del porto di Brindisi per le comunicazioni con il Mediterraneo orientale. In età medievale il rilievo dei porti pugliesi per il transito di merci e viaggiatori verso la penisola balcanica e l’Oriente (in particolare all’epoca delle Crociate) fu parimenti responsabile della fioritura di numerosi centri di cultura ebraica nella regione adriatica.[…]

Si dovrà ricordare che Terra d’Otranto e Calabria rimasero più a lungo di altre regioni del Meridione d’Italia peninsulare nella sfera diretta d’influenza politica dell’impero Romano d’Oriente e che comunità ellenofone sono rimaste vitali fino ai nostri giorni nel Salento. Le dispute medievali tra cristiani ortodossi ed ebrei nell’area potrebbero essersi svolte appunto in tale lingua. È significativo, tuttavia, che nel dibattito polemico (1220) tra gli ebrei di Otranto e l’abate di Casole, Nicola-Nettario, quest’ultimo sottolinei che i suoi oppositori solevano parlare tra loro in ebraico, indicazione rilevante della persistenza della lingua santa nella comunicazione quotidiana e non solo in quella dotta o nella sfera liturgica.

Certamente l’attività di preghiera e di studio dei testi tradizionali nelle importanti scuole ebraiche locali si svolse sempre in ebraico, come dimostra il numero relativamente ampio di manoscritti, principalmente di carattere scientifico, copiati per uso didattico in Salento. […]

Le più antiche iscrizioni tombali rinvenute nel Salento, così come in altre aree della Puglia e della Basilicata, mostrano la costanza dell’uso affiancato del greco e dell’ebraico. Anche se la lingua ellenica fu impiegata sempre più raramente nell’epigrafia a partire dal VII secolo (in un primo momento a vantaggio del latino) tale fenomeno dovrà spiegarsi più come esito della tendenza degli ebrei europei a sottolineare la loro identità mediante il ricorso esclusivo alla lingua della Scrittura, piuttosto che alla perdita di consuetudine con l’idioma ufficiale dell’impero bizantino, utilizzato nei primi secoli dell’era volgare anche all’interno del rito giudaico7.

Gli ebrei che si insediarono in Puglia si trovarono ad intrattenere fiorenti commerci con gli altri ebrei che si erano stabilizzati nelle terre confinanti con la penisola italica, in base alla loro provenienza, all’interno della diaspora. Questo scambio di affari portò certamente un grande arricchimento culturale e linguistico, oltre a produrre una vicendevole testimonianza del loro passaggio e della loro vita in questi centri. Così a Costantinopoli, in Grecia o nei paesi Balcani o in luoghi dell’Africa settentrionale, sono conservati documenti che testimoniano la loro permanenza nel Salento, quanto nel Salento vi sono documenti che attestano l’inverso. Ed è grazie a questo ricco archivio, derivato dai contatti di scambio, che tutto il meridione può attingere a preziose fonti storiche che ne ricostruiscono le tappe, anche se, permangono enormi lacune in proposito.

A causa di questo scambio di commerci tutti gli ebrei erano costretti a conoscere più lingue, per potersi capire reciprocamente e per la partecipazione alle funzioni religiose, quindi nell’epoca più antica del loro insediamento in Terra d’Otranto è stato indispensabile per essi conoscere oltre al latino, il greco, l’ebraico e l’aramaico.

Nel I sec. e. v. durante l’impero di Augusto e Tiberio, la presenza di nuclei ebraici in Italia meridionale testimonia i rapporti tra Roma e terra d’Israele. La distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, con la conseguente deportazione di famiglie illustri della capitale della Giudea, fece sì che nuovi gruppi giudaici, costretti a trasferirsi nella nostra penisola, venissero ad insediarsi nei centri portuali adriatici. Da questa migrazione, successiva alla deportazione voluta da Tito, gli ebrei salentini trassero motivo di vanto: essere ebreo pugliese significava discendere dall’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme.

La notizia dell’esistenza di un centro culturale ebraico nell’Italia del sud era a tal punto diffusa già nel Medioevo che a suo riguardo fu pronunciata quella celebre affermazione, di cui abbiamo già fatto menzione, riportata da Rabbenu Tam: «perché da Bari uscirà la Torà e la parola del Signore da Otranto».

Gran parte delle informazioni che permettono di ricostruire la tradizione liturgica dell’ebraismo salentino ci deriva dalla produzione innografica contenuta nel mahazor di Corfù.

Il minhag (rito) di Corfù si fonda sull’unione di varie componenti liturgico-letterarie che si vennero sovrapponendo nel corso dei secoli a mano a mano che ebrei di varie provenienze si stabilirono sull’isola jonica.

É da tempo nota l’affinità tra produzione innografica pugliese e corfiota, che in genere si ritiene spiegabile tenendo conto della diaspora sull’isola di profughi provenienti dall’Italia meridionale dopo i provvedimenti di espulsione del XVI secolo. Si deve ricordare, tuttavia, che i rapporti tra Corfù e il Salento sono documentabili già dalla fine del XIV e per tutto il XV secolo8.

Per avere un’idea dei canti degli ebrei di Corfù è necessario ricordare per sommi capi la storia dei vari gruppi ebraici che si sono insediati nell’isola nel corso dei secoli. Il gruppo ebraico più antico è quello dei cosiddetti ebrei Romanioti che non sono né aschenaziti né sefarditi e che si stanziarono in Grecia e nelle isole greche, Corfù compresa, più di 2000 anni or sono.

Gli ebrei sefarditi giunsero a Corfù dalla Puglia dopo il 1510, tollerati ancora per qualche anno in Italia dopo l’espulsione dalla Spagna: di livello sociale più alto, formarono una Comunità separata dai Romanioti. Questi ultimi non parlavano il ladino ma un dialetto greco; anche se godevano di particolari privilegi sino al 1660 e la loro comunità era più antica, furono di fatto quasi totalmente inglobati dagli ebrei. Come conseguenza anche il minhag sefardita si affermò rispetto al minhag bizantino più antico della comunità Romaniota. Gli immigrati sefarditi parlavano un dialetto misto di ladino, ebraico e pugliese e, dopo la conquista dell’isola da parte di Venezia nel 1386, anche di veneziano. Gli ebrei di Corfù hanno conosciuto sino a tempi molto recenti continue persecuzioni, discriminazioni e pericoli di ogni sorta. I loro canti si possono ancora ascoltare dal vivo nelle pochissime testimonianze pervenuteci e rivelano la storia travagliata di questa comunità ebraica sopravvissuta sino alle persecuzioni naziste e annientata come la maggior parte delle comunità della Grecia.

Questi canti, nella registrazione di uno degli ultimi ebrei di Corfù, hanno un carattere nettamente sefardita e dimostrano come l’elemento italiano di origine sefardita sia stato predominante a Corfù nei canti e negli usi linguistici corfioti, sopravvissuti oltre che a Corfù, anche a Tel Aviv (nell’unica sinagoga dove ancora è in uso il minhag di Corfù) e in parte a Trieste. Dove vivono ancora gli esuli da Corfù, si possono ritrovare gli echi di tutta la storia degli ebrei di quest’isola9.

La comunità ebraica di Lecce, la cui esistenza è attestata già nell’XI secolo, raggiunse la sua massima fioritura nel Quattrocento. Nonostante la distruzione del quartiere ebraico nel 1463, anno in cui gli ebrei, sottoposti alla pressione ecclesiastica, furono costretti alla fuga, la comunità fu ricostruita pochi anni dopo. Gli ebrei furono nuovamente espulsi a seguito dell’occupazione francese del Regno di Napoli nel 1495. Due anni dopo, la sinagoga di Lecce fu trasformata in chiesa e in ospedale.

Il decreto di espulsione degli ebrei del Regno di Napoli promulgato nel 1510 colpì ovviamente anche gli ebrei leccesi. Nel 1520 uno sparuto gruppo di ebrei si reinsediò nella città rimanendovi fino al 1541, anno dell’espulsione definitiva di tutti gli ebrei dall’Italia meridionale.

Informazioni sulla vita culturale della comunità di Lecce e di altri centri salentini nel corso del XV secolo ci vengono trasmesse dai vari manoscritti ebraici copiati alla fine del medioevo nella città e nei dintorni. Dai pochi dati dei manoscritti è difficile giungere a descrizioni esaustive della vita nell’ambiente ebraico salentino. Ad ogni modo i codici che analizzeremo in questo contributo testimoniano il precipuo interesse degli ebrei locali per la medicina, le scienze e la filosofia.

Si conoscono dieci copisti ebrei attivi a Lecce e nell’area salentina in un periodo che si estende per poco più di un secolo (1384-1494):

1) –‘Eliyyahu ben Dawid nezer Zahav ‘ibn Šoham, di origine bizantina. Di lui si conservano quattro manoscritti copiati negli anni1384-1425: il più antico, copiato a Valona, contiene una miscellanea di opere aggadiche, halachike, omiletiche e cabbalistiche, poi copiò per suo figlio le omelie di Yehošua ‘ibn Šu ‘aib, poi Il Trattato Zikron tov (buona memoria) commento letterale midrašico e cabbalistico al Pentateuco di Natan ben Šemu ‘el ha Rofe e Il Sefer ha-zikronot (libro dei ricordi), commento al Pentateuco di Avraham ibn Ezra.

2) – Dawid ben‘Eliyyahu nezer Zahav‘ibn Mu’allam, figlio del precedente, abitò a Lecce, dove ebbe un incarico significativo nella comunità e in altre città del Salento. Si conservano due manoscritti da lui copiati. Il più antico è una miscellanea medica (copiato a Specchia, nel basso Salento) e il secondo è una raccolta di scritti astronomici.

3) – Crescas Qalonymos di origine iberica, copiò a Lecce per il padre Crescas Me’ir Qalonymos (fine 1437) due opere di ‘Avraham bar Hiyya: I fondamenti della conoscenza e la torre della fede (trattato di filosofia) e Misura lineare e geometria (un’opera di matematica).

4) – Ya’aqov ben ‘Avraham ha-Kohen, copista di origine iberica. Di lui restano due manoscritti copiati a Lecce. Il primo è un’opera astrologica, il secondo comprende due opere mediche: il Canone di Avicenna (primo libro) e i capitoli di medicina di Guglielmo di Saliceto.

5) – Menahem ‘Amon ben Yishaq, copista di origine bizantina. Nel [5]201(1441)copiò a Lecce il secondo libro del Canone di Avicenna, nella versione ebraica di Yosef ben Yehošua’ha-Lorqi.

6) – Yešu’à ben Dawid ha-Kohen, copista di origine iberica. Ci restano undici manoscritti da lui copiati a Lecce e in altre località pugliesi, tra il 1452 e il 1478. Due di questi trascritti a Nardò (Libro dei capitoli di Ippocrate = aforismi, con il commento di Galeno, e due opere di medicina composte da Bernardo di Gordon) e poi completati a Gallipoli, e uno a Taranto (l’Antidotario), opera di medicina.

7) – Šelomo ben Nahman, copista di origine bizantina, copiò a lecce un libro di preghiera, un Siddur.

8) – Yiṣḥac ben Ša’ul, copista di origine iberica, copiò il Libro dei fondamenti di Euclide.

9) – Yiṣḥac ben Natan Kohen, copiò a Taranto tre miscellanee cabalistiche, “Completato qui, nella città di Taranto del regno di Napoli, martedì 3 Kislew dell’anno “voto” [(5)254], nel secondo anno dell’esilio dalla Spagna”.

10) – Un medico anonimo di origine iberica, copiò a Massafra per uso personale Il commento ai salmi di Dawid Qimḥi10.

Degli ebrei più illustri dell’Italia Meridionale è generalmente noto agli studiosi un Abraham, figlio del rabbino Meir o Mayr de Balmes, nato a Lecce, medico valente, filosofo, traduttore, grammatico, e professore nell’università di Padova. Egli contribuì a diffondere tra gli umanisti le dottrine filosofiche arabe, specialmente mediante pregevoli traduzioni dall’arabo in latino di numerose opere di Averroe. Come grammatico poi, dette nuovo e più razionale indirizzo allo studio della lingua ebraica, trattando per primo, tra i suoi connazionali separatamente e in modo speciale della sintassi. Abramo de Balmes, non solo era medico perché chiamato “Magister”, come tutti gli altri medici, ma era anche medico illustre e benemerito, perché godeva dei “privilegi” i quali, combattuti dall’università di Lecce gli furono, dal sovrano, riconfermati. E, si noti bene che, dicendosi essere stati questi privilegi concessi dai predecessori di Alfonso II e confermati da Ferdinando I, si deve risalire, per la data della loro prima concessione agli ultimi Angioini e ad Alfonso d’Aragona. Sicché il Balmes fioriva indiscutibilmente verso la fine della prima metà del secolo XV (il 12 novembre 1472, veniva nominato a vita e con l’annua provvigione di 300 ducati, medico della famiglia reale), estendendo i suoi privilegi anche ai sui successori11. A Lecce, vi è una via a lui dedicata, “Via Abramo Balmes”.

All’interno del Cimitero Monumentale di Lecce, voluta da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce e ultimo re dei Normanni, proprio come ricorda l’epigrafe posizionata sopra il portale è situata, anche, la bellissima chiesa di origine medievale dei santi Niccolò e Cataldo. L’iscrizione ricorda che la chiesa fu edificata in onore del santo patrono della città per sciogliere un voto che era stato garantito in seguito ad uno scampato naufragio nei pressi di Otranto. Si tratta di un magnifico edificio in stile romanico che venne completato nel 1180 e, in seguito, donato ai Benedettini.

All’interno della chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo tra le varie manifatture vi sono le cinquecentesche opere di Gabriele Riccardi, come due acquasantiere figurate, incastonate nelle prime due colonne della navata centrale, e la superba statua di San Nicola, alta poco meno di due metri. Come è accaduto ad altri monumenti importanti di Lecce, anche questo gioiello di chiesa ha subito, attraverso il tempo e la storia, innumerevoli interventi e modifiche. Resta, comunque, molto chiaro l’impianto medievale, se pur contaminato dall’arte normanna e da quella araba. Dalla facciata salta all’occhio la severità dell’impronta romanico-pugliese mista alla stravaganza del barocco. Alla fine del XII secolo risale la costruzione dell’annesso convento, edificato sempre per volere di Tancredi. Nel centro del primo chiostro realizzato nel 1559, si erge un pozzo rinascimentale coperto da un’elegante edicola con colonne tortili, mentre il secondo chiostro venne aggiunto nel 1634. Questa statua maestosa del Santo Nicola, alta circa due metri, realizzata dal Riccardi e raccontata nella “Lecce Sacra” (1634) da Giulio Cesare Infantini, è una fonte preziosa oltre che per capire quale fosse lo stato dell’arte sacra sino al periodo della sua pubblicazione, anche per quanto riguarda la cultura iconografica salentina medievale.

La statua del santo ha di insolito, tra i ricchi e fastosi paramenti vescovili, un’effigie, un’occorrenza mutuata dall’ebraico “Adonay”, uno dei nomi di Dio, in genere usato per sostituire l’ineffabile tetragramma. L’ebraismo ci insegna che il nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. A esso ci si riferisce, solo se necessario, attraverso l’appellativo “Adonay” (propriamente, “Nostro Signore”). Tale divieto non era imposto, però, al Sommo Sacerdote. Potrebbe essere, quindi, che il venerabile Santo da Mira, vi fosse per carica e titolo, iconograficamente associato? L’altra cosa che appare molto strana, in questa iconografia, è che la scritta ebraica “Adonay”, sulla statua del santo da Mira sia, tuttavia, impressa in caratteri quadrati e latineggianti. Un vero mistero, non collegabile ad altri casi simili conosciuti, non sufficiente da catalogarlo come fonte preesistente.

Fig. 2, Gabriele Riccardi, San Nicola, dopo il 1531 e prima del 1552, pietra leccese policromata e dorata, lecce, chiesa dei santi Niccolò e Cataldo
Fig. 3, Gabriele Riccardi, particolari iconografici della statua di san Nicola in lingua ebraica latinizzata

 

Inoltre va ricordato che fu proprio il Riccardi ad essere incaricato della riqualificazione urbana di un’area di Lecce ben precisa, cioè quella del ghetto ebraico, che fu cancellato fisicamente intorno al IV decennio del XVI secolo per far posto all’esteso complesso di chiesa e monastero per l’ordine dei Celestini del quale, proprio la Basilica di santa Croce si deve a un suo progetto. Solo la toponomastica attuale serba memoria dello status quo urbanistico precedente agli interventi cinquecenteschi [12].
Fino alla fine del Medioevo Lecce e molti altri paesi del Salento avevano la propria sinagoga, mentre ora la più vicina rimasta in piedi è quella di Trani, la Sinagoga “Scola Nova” edificata nel XIII secolo, trasformata in chiesa nel XVI, con l’espulsione degli ebrei locali e, tornata al suo uso originario, solo dal 2005.

La comunità ebraica era molto fiorente nel Salento, infatti sono molti i paesi di terra d’Otranto che possono annoverare nella loro storia una “Giudecca”: Soleto, Ortelle, Oria, Martina Franca, Otranto, Galatina, Nardò, Ugento, Gallipoli, Alessano e Tricase.

Quando con l’imperatore Carlo VIII ricominciò il doloroso periodo delle persecuzioni contro gli ebrei, questa comunità scomparve definitivamente dal Salento. A Lecce la Giudecca, che occupava tutta la zona del centro storico dove vi è ora Palazzo dei Celestini, la Basilica di Santa Croce, Palazzo Personè, Palazzo Adorno, ed altri ancora, venne presa di mira a cominciare dal 1463.
Anche a Nardò, nella prima metà del secolo XIV aveva preso piede un gruppo di proseliti della fede ebraica che, era per altro, ben favorito dall’abate benedettino di S. Maria, Guglielmo, contro il parere comune contrastante, tanto che questo suo comportamento fu annotato in un corposo elenco di crimini che gli vennero attribuiti, e che fu poi posto all’attenzione di papa Urbano III, nel 1367, dal clero locale.
A quell’epoca e sino al 1485 erano una cinquantina le famiglie ebraiche presenti nella comunità, come si evince dall’elenco dei diritti della chiesa di Nardò compilato in quell’anno. Gli ebrei annotati nell’elenco erano obbligati al pagamento dello “Jus Affidae” alla chiesa, e a molti di loro, la stessa, aveva concesso il beneficio della locazione, sia di abitazioni che di botteghe, per svolgervi i propri mestieri. Essi svolgevano diverse attività, ma prevalevano quelle della concia delle pelli per cui si guadagnavano spesso delle multe a causa dello svuotamento di acque putride, prodotte da questo lavoro, sulle pubbliche vie.

“In Nardò (notisi per quanto dirò) fu prescritto che le 50 case delli giudei contribuiscano come l’altri cetadini (Arch. Prov. di Lecce, Università di Nardò, 1469 e Diplomi del 1465 nell’Arch. Vescovile). In Ostuni nel 1495 (Libro Rosso Ostuni) si trattò di Christiani novelli, cioè ebrei convertiti, e di marrani cioè ebrei convertiti per paura e in apparenza. In Lecce avevano comunità indipendente e finanche la Sinagoga e il cimiter e foro sempre incorporati et uniti cum la dieta Università, contribuendo in omne peso et pagamento, et cussì gaudendo omne previlegio et immunità quali gaudevano li altri cetadini (Libro Rosso di Lecce, anno 1467)”13.

Comportamenti trasgressivi verso le regole della città o nell’ambito del privato erano molto frequenti sia tra gli ebrei stessi che nei confronti dei cristiani, come si evince dalle note nel Registro delle multe inflitte dal capitano nell’anno dell’VIII a indizione (settembre 1489-1490). Molti giudei vi compaiono sia come parte lesa che come accusati, per litigi, ingiurie, minacce, violazioni di bandi, giochi proibiti (carte, dadi). Gli attriti con le autorità locali per motivi fiscali continuarono nel 1494, e questo certamente accrebbe l’animosità contro gli ebrei, che si espresse con violenza l’anno dopo, quando Carlo VIII di Francia invase il Regno.

Gli ebrei, depredati dei beni e costretti a rinunciare ai propri crediti, trovarono scampo nella vicina Gallipoli, le cui autorità ottennero il 7 dicembre 1501 da Consalvo de Cordova, Gran Capitano dell’esercito spagnolo, che potessero recuperare i beni mobili e stabili di cui erano stati privati. Gli ebrei tornarono a Nardò agli inizi del vice regno nel 1503, per poi esulare nuovamente con l’Editto di espulsione emanato da Ferdinando il cattolico nel 1510. Ma in quegli anni, proprio nella comunità neretina, “Una testimonianza dell’apertura all’ebraismo dell’umanità si può desumere da una lettera del 1511 scritta da Antonio De Ferraris Galateo, intitolata “De Neophitys”, in cui l’autore difende la scelta del figlio del duca di Nardò N. Bellisario D’Acquaviva di sposare un’ebrea convertita. Vista l’epoca, l’ingresso di una discendente di giudei in un casato tanto illustre non poteva che suscitare stupori e maldicenze, ma egli, nella missiva esaltò la nobiltà dei giudei e della loro fede”14

Isabella la Cattolica divenuta moglie di Ferdinando II d’Aragona sull’onda della reconquista convinse il marito a espellere gli ebrei. L’espulsione dai regni spagnoli fu, così, decretata nel 1492 con il “decreto di Alhambra”. Unica via d’uscita era la conversione al cattolicesimo. Solo in Sicilia si contavano oltre 90 giudecche con circa 37 mila ebrei, di cui a Palermo e a Siracusa comunità di circa 5 mila ciascuna. Il re Ferdinando, divenuto anche re di Napoli nel 1504, il 23 novembre 1510 emise un ulteriore atto di espulsione degli ebrei da tutta l’Italia Meridionale, però evitabile con il pagamento di 300 ducati. Solo nel 1542 il viceré Pedro di Toledo emise il definitivo decreto di espulsione per gli ebrei dal regno di Napoli.

Le ultime comunità che già dalla grande diaspora del II secolo si erano insediate fra Brindisi e Roma sparirono dalle realtà urbane in cui avevano trovato accoglienza. Fu papa Paolo IV con la bolla “Cum nimis absurdum” del 1555 che forzò gli ebrei a vivere in un’area specifica, prevedendo una serie di restrizioni particolari, il ghetto, e papa Pio V raccomandò che tutti gli stati confinanti istituissero dei ghetti, che sarebbero poi stati in vigore per secoli15.

Così, tornando alla giudecca di Lecce, nel 1495, si arrivò a dare alle fiamme persino la sinagoga e da quel momento tutti gli ebrei privati dei privilegi e spogliati da ogni bene posseduto furono cacciati definitivamente. La Sinagoga si trovava proprio davanti alla chiesa di Santa Croce, accanto a quello che ora è il più bel sito barocco leccese. Nel punto della città in cui oggi pulsa il cuore nevralgico della sua movida, un tempo si ergeva il quartiere ebraico.

All’interno di Palazzo Adorno che, di recente, per volontà dell’assessore Andrea Guido, è stato aperto al pubblico per delle visite guidate, c’è una cosa molto singolare che testimonia il passato: davanti all’architrave che porta, nei sotterranei, verso quello che era lo scarico fognante della casa, se ci si curva e si osservano le chianche di pietra dal basso, si nota una iscrizione ebraica: “Questa non è altro che la casa di Dio”(Genesi, 28, 11-22), che probabilmente avrebbe dovuto continuare con la dicitura “e questa è la porta del cielo!”, la pietra dove è incisa la scritta è un unico blocco che, sembrerebbe lecito presumere provenga dalla sinagoga distrutta, quindi materiale di risulta riutilizzato durante il restauro del palazzo.

A proposito di questa ricollocazione dal “varco di entrata in un luogo sacro” al “varco di entrata, del sotterraneo, che portava alla zona fognante del palazzo”, c’è chi ipotizza che, in quel tempo ciò avvenne non per caso ma, per l’appunto, in segno di disprezzo verso coloro che avevano posseduto quel luogo, prima di essere scacciati dalla città. Ricordiamo che Palazzo Adorno fu, ancora una volta, un’altra delle costruzioni che vennero avviate, intorno al 1568, su disegno dell’architetto Gabriele Riccardi, che era stato incaricato di ricostruire sulla giudecca; la magnificente dimora divenne proprietà della nobile famiglia napoletana dei Loffredo, imparentati con i De Capua, prima di passare di proprietà al genovese Gabriele Adorno, un generale della marina imperiale di Carlo V, residente a Lecce.

Nei sotterranei, all’epoca della giudecca, pare che vi fosse il cimitero ebraico, nonché delle vasche di abluzione, per le funzioni ebraiche che si contemplavano nella bibbia ebraica e che sono elaborate nella Mishnah e nel Talmud. In questi sotterranei infatti, scorre la purissima acqua del fiume Idume, al primo livello della sua falda acquifera, che sicuramente rappresentava la loro cisterna. Il fiume attraversa tutta la città e sfocia nel bacino di Torre Chianca.

Fig. 4-Via della Sinagoga, Lecce.

 

Fig. 5-Via della Sinagoga, Lecce.
Fig. 6, scorcio del sotterraneo di palazzo Adorno
Fig. 7, Pietra, posta all’ingresso della zona fognante, con la scritta ebraica
Fig.8, Pietra posta all’ingresso della zona fognante con la scritta ebraica
Fig.9-Il fiume Idume nel sotterraneo del palazzo
Fig.10- Lecce, Via Abramo Balnes

 

NOTE
1 cfr: Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l’italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Samfundslitteratur, Copenaghen: 2005.
2 cfr: L. F. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271, Gaetano Macchiaroli, Napoli,1977.
http://belsalento.altervista.org/a-parma-il-piu-antico-manoscritto-della-lingua-salentina-del-1072-con-caratteri-ebraici/?upm_export=print

3 P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, a cura di S. BERTELLI, 1,2, cap.2. «era al Puglia e la Calabria nei tempi di Onorio molto infestata dai giudei i quali, licenziosamente vivendo, di non poca confusione eran cagione». Stamperia Giovanni Gravier, Napoli, 1770.

4 G. I. Ascoli, Iscrizioni inedite o mal note greche, latine, ebraiche di anctichi sepolcri giudaici del Napoletano, Erm. Loescher, 1880.

5 Shabbatai Donnolo, Sefer Hakhmoni a cura di Piergabriele Mancuso, Giuntina, Firenze, 2009.

6 N. Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al secolo XVIII, Edit. Il Vessillo Israelitico, Torino, 1915.

7 F. Lelli, (a cura di) Gli ebrei del Salento, secoli IX-XVI, p.12, Congedo Editore, Galatina, 2013
.
8 http://siba-ese.unisalento.it/index.php/idomeneo/article/viewFile/15290/13286

9https://www.fondazionelevi.it/wpcontent/uploads/2016/08/RRR.sinagoghe.Abstract.Fubini.pdf.

10 F. Lelli, (a cura di) Gli ebrei del Salento, secoli IX-XVI, pp.256-265, Congedo Editore, Galatina, 2013.
11 N. Ferorelli, Abramo De Balmes ebreo di Lecce e i suoi parenti, estratto dall’archivio storico per le prov. nap. Anno XXXI, fasc. IV, Stab. Tip. Luigi Pierro e Figlio, Napoli, 1906.
12 F. Lelli, (a cura di) pp.355-362, 2013
13 E. Vernole, Gli ebrei nel Salento, in Rinascenza Salentina n. s. 1, pp. 17-24. (1933).
14 https://www7.tau.ac.il/omeka/italjuda/items/show/420
15 https://it.wikipedia.org/wiki/Giudecca_(quartiere_ebraico)

Spongano. Un presepe di anime e terre

Presepe di anime e terre. Un presepe vivo e attuale che parla, in silenzio, di anime all’anima

di Giuseppe Corvaglia

 

Il Presepe di Anime e Terre, inaugurato giovedì 20 dicembre e che potrà essere visitato fino al 13 gennaio 2019, è una mostra del fotografo Francesco Congedo, ospitata nella meravigliosa cornice dell’Ipogeo Bacile che mostra sempre più la sua duttilità e la sua capacità di accogliere arte in tutte le sue forme.

Le foto di Congedo ci mostrano un mondo di anime raccolte in questa cavità che, come grembo della madre terra, le accoglie come vita.

L’evento si giova delle atmosfere sonore di Giovanni Corvaglia, musicista elettronico, curatore pure dell’allestimento e della direzione artistica, che ci accompagnano come una sorta di tappeto volante, di cuscinetto che ci sospende in un mondo nuovo, sconosciuto, eppure assolutamente familiare, noto.

Il risultato è un presepe ideale che parla dello stupore che genera una nascita, che è vita, e di un mondo che è vita esso stesso. E la vita genera sempre stupore.

Il Presepe, che nasce come rievocazione della Natività e della Maternità, ci mostra un neonato e la sua Mamma, ma ci mostra anche tanti sprazzi di vita che comprendono attività quotidiane, emozioni significanti, rapporti e dinamiche sottese.

Nella Bethlem del Presepe si incontrano le figure più disparate, dagli abitanti ai mercanti e poi ancora pastori, Ebrei che arrivano per essere censiti, curiosi che vogliono vedere il Salvatore del mondo, come i Magi. E le foto di Congedo ci restituiscono con pregevole semplicità le più variegate ed eterogenee realtà del mondo di allora riunite attorno a quella stalla che ospita il neonato Redentore, con immagini di uomini e donne contemporanei a noi.

L’artista ci mostra una umanità con molteplici interpreti, diversi per etnia, classe sociale, costumi, pure bisognosa di salvezza, che non vuole dire ricchezza o consumismo, ma la ricchezza che serve davvero anche a noi: la pace, quella pace in terra agli uomini di buona volontà annunciata dall’angelo ai pastori.

Il centro della mostra ci presenta una madre bambina con il suo piccolo e due angeli, proprio come ce la descrive il Vangelo apocrifo quando arrivano i Re Magi a Bethlem. («… Nel vedere la stella, i magi si rallegrarono di grande gioia , ed entrati nella casa trovarono il bambino che sedeva in grembo alla madre… – Vangelo dello pseudo Matteo , Cap XVI, par. 1 e 2, “I vangeli apocrifi”, a cura di M.Craveri, Einaudi 1969).

Il presepe del mondo di Congedo è fatto di commercianti che propongono la loro mercanzia con un gesto o uno sguardo, da pastori seduti in cerchio attorno al fuoco, da comari affaccendate nelle loro incombenze quotidiane o colte in un attimo di sano ozio, da piccoli che resistono nel tipico stupore dei bambini pur avendo conosciuto anche i lati più truci e oscuri della vita.

Le immagini ci invitano ad un viaggio ideale tra l’Africa e l’Asia, ma al tempo stesso ci fanno scoprire un viaggio reale, quasi palpabile, che ci mostra una umanità vera e varia che può arricchirci se la sappiamo accogliere guardandola negli occhi e riconoscendo in quegli occhi l’anima, quella scintilla di divino che ci accomuna tutti. Farci prendere dalla paura dell’altro e chiuderci all’accoglienza, ci priva di quella ricchezza.

Il viaggio evocato dalle immagini ci arricchisce e ogni personaggio incontrato diventa parte di un mondo e cattura lo spettatore che, entrato quasi in comunione empatica col soggetto raffigurato, trova difficile staccarsi da quegli sguardi, da quei gesti, da quelle pose.

Queste fotografie, davvero evocative, sono un suggestivo presepe delle anime che, con le pregevoli musiche e l’ambiente che le accoglie, ci porta a meditare sul mistero della vita.

Di questi volti impressionano gli sguardi che il reporter ha saputo cogliere nella loro essenza, capaci di coinvolgerci, accusarci, accoglierci, respingerci, rapirci … Il percorso della mostra così delineato diventa un momento di conoscenza del mondo e dell’uomo, ma diventa anche un’ occasione per conoscere sé stessi.

Particolarmente interessanti sono le sculture luminose di Gabriele Pici che, con le loro forme ispirate alla natura e le loro lucine tremolanti, ci trasportano nella placida atmosfera tipica della notte di Natale e del presepe.

Una esperienza da gustare, da assaporare in ogni sua immagine visitandola, magari, anche più volte.

Florio Santini. Una richiesta per informazioni

Abbiamo avuto una richiesta che inoltriamo a quanti ci leggono. Qualora si sia in possesso di notizie vi chiediamo di contattarci tramite posta elettronica:

“per una ricerca di carattere storico che sto svolgendo, ho la necessità di rintracciare persone che abbiano conosciuto direttamente lo scrittore Florio Santini, allo scopo di poter contattare se possibile i suoi eredi o famigliari. Il mio interesse verte su di un piccolo lavoro storico che Santini pubblicò nel 1970, del quale mi sarebbe molto utile poter rintracciare il dossier preparatorio e  i documenti utilizzati da Santini stesso. Sarei molto grato a chiunque possa darmi indicazioni utili.
Grazie”

Libri| Dell’Origine, sito, ed antichità della città di Nardò


Giovan Bernardino Tafuri, DELL’ORIGINE, SITO ED ANTICHITA’ DELLA CITTA’ DI NARDO’, a cura di Massimo Perrone

 

di Cosimo Rizzo

 

È stato presentato in data 10 dicembre 2016 nella Basilica Cattedrale di Nardò (Le) il volume di cui sopra in edizione anastatica dell’originale stampato a Venezia, Zane Editore, 1735, a cura di Massimo Perrone, dottore commercialista, Grande Ufficiale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Preside della Sezione Salento Lecce-Brindisi, diplomato in Archivistica nella Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano.

Presentatori sono stati il dott. Alessandro Laporta, Direttore emerito della Biblioteca “N. Bernardini” di Lecce e il dott. Sandro Barbagallo, Curatore delle Collezioni Storiche dei Musei Vaticani e del Tesoro della Papale Arcibasilica Lateranense.

Gli storici municipalistici del Sei-Settecento, con la pubblicazione delle loro opere, si propongono di rendere con la penna servizio ai propri concittadini.

Per fare un esempio, B. Papadia inizia la sua opera Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia (1792), confessando che la brama principale, cioè “di far sapere a’ miei concittadini, pe’ quali scrivo principalmente”, “è quella che mi ha posto in mano la penna per compilare le patrie memorie; e s’eglino co’ coro lumi, e colle loro carte che gentilmente mi comunicarono, nello stato mi posero di scrivere men difettose le presenti notizie, non poco sarò loro tenuto, e nel decorso dell’opera mi farò un pregio di nominarli”.

Questo può bastare per dare un’idea delle intenzioni di Massimo Perrone che, con il suo serio impegno di ricerca ha voluto riproporre all’attenzione dei suoi concittadini le opere dello storico Giovan Bernardino Tafuri.

Per Nardò, nel suo insieme, a parte alcuni studi recenti, particolari e specifici su questo e quello aspetto della città e del feudo, delle attività agricole ed economiche, degli usi e degli abitanti e dell’arte, vale ancora, quello che scrisse Antonio De Ferraris,il Galateo, in pagine, significative anche oggi, perché precise ed austere, trepide di profonda e trattenuta commozione e percorse da personali ricordi. Il De situ Japigiae si chiude proprio con il nome di Nardò in una espressione oraziana: “Neretum longae finis chartaegue viaeqae” ed ancora “omnis, si qua est, in toto terrarum angulo disciplina, a Nerito ortum habuit”.

Ed è doveroso ricordare che Giovan Bernardin Tafuri ne curò l’edizione.

Ma per più motivi si potrebbero accostare al Galateo le pagine di Giovan Bernardin Tafuri, sciolte dalle accuse gravi per i “falsi” e talvolta anche ingenerose, tutte invece da rileggere e rimeditare secondo le misure e il gusto degli storici-letterati municipalistici del Sei-Settecento.

Ben a ragione lo studioso G. Vallone nella introduzione a Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, Congedo Editore, 1984, ha parlato del Tafuri come dell’uomo “del tutto nuovo” della cultura salentina che non si può nel bene e nel male giudicare soltanto per i suoi contributi agli “Scriptores” muratoriani.

Accanto alle opere del Tafuri si possono porre le coeve Galatina letterata del 1709 di A. Arcudi, Le vite dei letterati salentini del 1710 di D. De Angelis, L’apologia paradossica della città di Lecce di G. A. Ferrari scritta nel 1580, pubblicata nel 1707, La Cronica de’ Minori Osservanti della Provincia di S. Nicolò (1724) di B. da Lama e così via.

E proprio in quest’ultima opera viene pubblicato del Tafuri il Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia degli Infimi in cui si presentano in chiara sintesi le origini della Città, la fama, gli uomini illustri, le Scuole, le Accademie, le “famosissime Chiese”.

Bonaventura da Lama dà per primo il riassunto del libro di G. B. Tafuri Memorie degli uomini illustri nati in questa città, con una distinta notizia dell’antichità, origine e progressi delle sopra accennate pubbliche scuole.

Senza dubbio è estraneo all’origine di Nardò il tema del progresso civile nel senso del metodo critico e cioè del pensiero muratoriano; ma è solo avendo ben presente il tenore dell’anteriore storiografia provinciale che si può concretamente apprezzare l’importanza almeno dell’acquisto locale di una tecnica di fondo maurino che è opera più del Tafuri che di G. B. Pollidori.

“È fare torto all’autore non solo della Istoria degli scrittori, ma anche della monografia municipale, ignorare che nel Tafuri storico vibra una coscienza civile la quale tuttavia non è quella del Muratori, ma in un certo senso quella stessa che ispirò P. Giannone” (G. Vallone).

  1. B. Tafuri che mai uscì dalla sua Nardò e con i mezzi che allora si avevano, fu uno dei pochi e quasi il solo che, venuto in amicizia con i letterati della sua epoca, ebbe l’idea di non far perdere cronache e manoscritti, esistenti al suo tempo e si adoperò per la loro pubblicazione con la stampa inviandoli a L. A. Muratori e ad A. Calogerà.

Se la critica posteriore trova delle inesattezze e le vede apocrife, per questo rimane che il Tafuri è un manipolatore, un impostore, un falsario o peggio?

A me pare che coglie nel segno A. Laporta quando afferma nella prefazione della presente opera che il prodotto dell’intelligenza del Tafuri, questo in particolare resiste bene all’usura del tempo e si fa leggere ancora con interesse, intrecciandosi del resto con la fortuna dei suoi scritti, nettamente in risalita.

“Non si può certo, egli acutamente osserva, proporre di giustificare Tafuri, tutt’altro, ma rimettere in circolazione gli scritti potrà servire se non ad una riabilitazione, ad una più verisimile ricostruzione della sua prolifica attività di antiquario. L’opera che si presenta in edizione anastatica è un’occasione per “ripensare Tafuri” collocandolo nel suo secolo, con maggiore spirito di tolleranza”.

Massimo Perrone ha condotto una ricerca paziente negli archivi e nelle biblioteche per rinvenire l’edizione originale dell’opera del Tafuri. Ha voluto così dare un segno tangibile del suo amore per la città di Nardò.

L’avvenimento che conserva per le generazioni future il segno vivente del nostro recente e remoto passato, sia per lui di stimolo a darci la ristampa anastatica del secondo tomo dell’Origine, sito, ed antichità della città di Nardò.

Conoscere la storia, infatti, è conoscersi, tanto più se la storia che si vuole conoscere è quella del luogo in cui si è nati e si vive. Esplorandola si va alla ricerca della propria identità o, come oggi si usa dire, “delle proprie radici”

Su un’antica epigrafe aradeina dedicata a san Nicola

di Alessio Palumbo

 

Sulla storia (o non storia, per alcuni versi) di Aradeo in molti hanno scritto. In particolare, sul ruolo di primo piano avuto da questa comunità in età medievale e (seppur in maniera limitata) moderna all’interno del «circuito» culturale e religioso greco di Terra d’Otranto restano insuperati gli studi di A. Jacob e P. Hoffmann. Quest’ultimo, nel saggio posto in chiusura dell’approfondito excursus storico fatto da Gino Pisanò sulla storia di Aradeo[1], riteneva il parlare della cultura bizantina in questo paese

“un compito stimolante ma al tempo stesso difficile, anzi disperato. Allo stato presente delle nostre conoscenze, ci imbattiamo, subito, nel silenzio delle fonti documentarie, archeologiche ed epigrafiche. Nessun affresco medievale come a Soleto o in tanti altri luoghi del Salento. Nessuna iscrizione”[2].

Tra le epigrafi oramai scomparse, una, come riportato già in un’immagine pubblicata dallo stesso Pisanò nel medesimo volume, era stata trascritta dal vescovo di Nardò Antonio Sanfelice nel corso della visita pastorale del 1719[3]. In quell’occasione, il presule neretino, giunto ad Aradeo e sceso di fronte alla porta urbica, era stato accolto dal clero e da numerosa popolazione, mentre le campane di tutte le chiese suonavano a festa. Da qui, in processione e con canti, il Sanfelice, “sub pallio serico rubri coloris”[4] sorretto con quattro aste dagli esponenti della nobilissima famiglia D’Acugna, era giunto nei pressi della chiesa parrocchiale dedicata a san Nicola da Myra.

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Prima pagina della Visita pastorale di mons. Antonio Sanfelice (1719) (ph A. Palumbo)

 

Dopo le rituali cerimonie, come di consueto, aveva avuto quindi inizio una sorta di ricognizione dell’edificio sacro. Nel caso della parrocchia aradeina, nonostante le non poche lodi espresse, il presule aveva ordinato l’esecuzione di manutenzioni soprattutto nel tetto e nelle finestre (ovviamente a spese dell’Università che deteneva il patronato sul tempio).

 Visitati dunque anche i sepolcri dei defunti, il coro, l’organo e la torre campanaria, mons. Antonio Sanfelice aveva annotato, quasi a titolo di curiosità storica, che la chiesa di Aradeo in passato era stata retta da clero di rito greco[5]. Subito dopo questo inciso, aveva ripreso la descrizione del tempio a partire dalle porte, la maggiore delle quali era rivolta ad occidente, mentre la minore a sud. Al di sopra di quest’ultima, il porporato aveva notato una vetustissima immagine di S. Nicola di Myra Vescovo, avente nella mano sinistra un libro contenente caratteri greci elegantemente scolpiti nella pietra.

Retro della chiesa di San Nicola ad Aradeo nei giorni della demolizione, (in alto a sinistra è possibile notare un’immagine del santo che sembra reggere con la mano sinistra un libro, così come descritto nella visita pastorale del Sanfelice) (tratto da www.arataion.it)

 

Sempre sulla soglia della medesima porta, aveva infine letto un’ulteriore iscrizione scolpita.

Ecco come appaiono ancora oggi nelle carte dell’Archivio Diocesano di Nardò le trascrizioni di queste epigrafi:

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Trascrizione delle epigrafi presenti sulla porta minore della chiesa parrocchiale di Aradeo (1719) (ph A. Palumbo)

 

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Decreta, Trascrizione delle epigrafi presenti sulla porta minore della chiesa parrocchiale di Aradeo (1719) (ph A. Palumbo) (nota 6)

 

Cosa indicavano tali residue testimonianze del passato greco della comunità aradeina? Né la visita pastorale del Sanfelice, né studiosi di epoche successive (almeno in base alle mie conoscenze) hanno mai proposto una traduzione del testo. Non avendo io una formazione utile a cimentarmi nell’impresa, ho quindi contattato docenti ed esperti che, in non pochi casi, hanno sottolineato le difficoltà di traduzione a causa delle evidenti lacune e del particolare greco utilizzato. Grazie ai consigli di alcuni di essi ed una sorta di passaparola creatosi, sono infine giunto a contattare don Michele Giannone il quale è riuscito a svelare l’arcano di un’iscrizione che, fino a pochi giorni fa, sembrava un rompicapo intraducibile.

Dopo attente ricerche, Giannone, professore presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Lecce, ha individuato in un’antica preghiera al santo di Myra l’origine dell’epigrafe. Il testo, pur con errori di trascrizione che ne hanno reso oltremodo complessa la decifrazione, è tratto infatti dal grande vespro di san Nicola della liturgia ortodossa.

La forma corretta dell’iscrizione scolpita sul libro (ΚΑΝΩΝΑ ΤΗИΕΩϹ Κ ДΚO ΠIΟAO), è dunque ΚΑΝΟΝΑ ΠΙϹΤΕΩϹ ΚΑΙ ΕΙΚΟΝΑ ΠΡΑΟΤΗΤΟϹ[7], da tradurre con “Regola di fede e immagine di mitezza”, ossia un appellativo attribuito a san Nicola presente nelle più antiche preghiere ortodosse. Come evidenziato da Giannone, nell’epigrafe si nota la presenza di Ω al posto di Ο nella parola ΚΑΝΟΝΑ; la confusione di ΠΙ con ΤΗ e di ϹΤ con una lettera inesistente nel greco nella parola ΠΙϹΤΕΩϹ; la congiunzione ΚΑΙ abbreviata con Κ; la trascrizione di ΕΙ con un segno inesistente nel greco nella parola ΕΙΚΟΝΑ di cui manca il ΝΑ finale; la parola ΠΡΑΟΤΗΤΟϹ indicata attraverso Π iniziale e una serie confusa di vocali.

Passando alla frase riportata sulla soglia (NI…ΟΙϹ ΠΑΡΟΙΚΗϹΑϹ ΑΙϹΘΗΤΩ /… ΟΝ ΑΛΗΘΩϹ ΑΝΕΑΕΙΧΘΗϹ Μ…) la sua forma corretta è ΜΥΡΟΙϹ ΠΑΡΟΙΚΗϹΑϹ ΑΙϹΘΗΤΩϹ ΜΥΡΟΝ ΑΛΗΘΩϹ ΑΝΕΔΕΙΧΘΗϹ ΜΥΡΩΙ ΧΡΙϹΘΕΙϹ ΝΟΗΤΩΙ ΑΓΙΕ ΝΙΚΟΛΑΕ[8], da tradurre con “Dimorando sensibilmente a Mira, davvero apparisti olio profumato, unto con profumato olio spirituale, o san Nicola”. È interessante notare, come sottolineato sempre da Giannone, il gioco di parole presente nell’originale greco tra Mira, la città di cui san Nicola fu vescovo, e il termine myron che ne indica la virtù e la santità.

Nelle precedenti visite pastorali non si ha traccia di questa epigrafe, che pur rimanda, per contenuti e lessico, ad un periodo storico in cui in Aradeo vigeva il rito greco (e quindi sicuramente antecedente al XVI-XVII secolo[9]).

Dopo la prima visita di mons. Ludovico De Pennis, datata 1452, così ricca di nomi, toponimi, libri e oggetti liturgici tipici di una comunità di rito greco[10], le tracce di questo mondo erano andate gradualmente a scomparire, salvo poi riemergere inaspettatamente, quasi come «notarella» intellettuale, in una nuova relazione episcopale di inizio Settecento.

Cosa concludere da tutto ciò? In assenza (ad oggi) di notizie certe per una sua datazione, l’epigrafe si pone da un lato come un ulteriore piccolo tassello in una ricerca storica particolarmente complessa a causa della povertà delle fonti e della scomparsa di quasi tutte le tracce materiali del passato; dall’altro conferma l’antico legame che unisce san Nicola ad Aradeo pur nel mutarsi dei tempi, dei riti, delle liturgie e delle stesse sedi destinate al suo culto.

 

[1] P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Paesi e figure del vecchio Salento, a cura di A. De Bernart, III, v. 3, Congedo, Galatina 1989, pp. 65-88; G. Pisanò, Aradeo dalle origini all’Unità d’Italia, ivi, pp. 17 – 64.

[2] P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina, cit., p. 65.

[3] Alla medesima epigrafe si fa riferimento già nella nota 36 del saggio Gli studi storici in Terra d’Otranto comparso nel 1880 su «Archivio Storico Italiano», deprecandone la scomparsa assieme alle altre testimonianze del passato greco del paesino: “Nella Chiesa Madre di Aradeo era (1718) un S. Nicola, con un libro in mano, avente l’iscrizione Κανω I vατηνῆ I ως I x…xοιοαο. E sur una porta di essa era il seguente frammento scolpito sulla pietra: Nι…οις Παροιxηςασαις τη τω ……οναληθως ανεαεχοης μ… Vedi Acta S. Visitat. Nerit. Dioec. , cit. – Esiste tuttavia la Cappella dello Spirito Santo con affreschi greci , tra i quali era la Trinità: nel 1850 scomparve tutto che vi era di antico di costruzione e di pitture sotto le solite restaurazioni (!). Vi è la Cappella di S. Nicola di Mira (Odepor.,cit.)” (Gli studi storici in Terra d’Otranto, in «Archivio Storico Italiano», tomo VI, quarta serie, 1880, p. 114). Ringrazio per questa segnalazione Sabrina Landriscina.

[4] “Sotto un pallio di seta di colore rosso” (Archivio Diocesano Nardò (=ADN), Visite pastorali mons. Sanfelice, c. 111r).

[5] “Olim à Greci Ritus Presbiteris recta fuit” (Ibidem, c. 113r)

[6] Ringrazio don Giuliano Santantonio per la possibilità accordata.

[7] La traslitterazione secondo la pronuncia erasmiana o restituta (quella in uso nei licei) è “kanona pisteōs kai eikona praotētos”; la traslitterazione secondo la pronuncia bizantina (ancora usata nella liturgia ortodossa) è “kanona pistis ke ikona praotitos”

[8] La traslitterazione secondo la pronuncia erasmiana è: “myrois paroikēsas aisthētōs myron alēthōs anedeichthēs myrō[i] christheis noētō[i] agie nikolae”; la traslitterazione secondo quella bizantina invece è “miris parikisas esthitōs miron alithōs anedichthis mirō[i] christhis noitō[i] agie nikolae

[9] Sul tema si veda il primo studio organico sull’argomento scritto da Mario Cassoni negli anni Trenta del Novecento e pubblicato a puntate su «Rinascenza Salentina» col titolo Il tramonto del rito greco in Terra d’Otranto (disponibile on line su www.emerotecadigitalesalentina.it).

[10] B. Vetere, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Congedo, Galatina 1998.

Il tabacco raccontato con garbo in un libro di Salvatore Colazzo

Spongano (ph Giuseppe Corvaglia)

 

di Giuseppe Corvaglia

Per uomini e donne della mia età l’infanzia e l’adolescenza, in estate, si riempivano di frutti della terra succulenti e saporiti: fichi, meloni, uva, angurie, cucummarazzi, pomodori, persichi , albicocche… c’era però un frutto che frutto non era, anche se ugualmente una risorsa importante per le non brillanti economie salentine: il tabacco.

Il tabacco nel nostro vissuto era amico, o almeno conoscente, tiranno, ma anche speranza (quanti motorini per gli adolescenti dipendevano dalla stagione), levatacce alle quattro di mattina e mani sporche di unto amarognolo che si puliva a fatica dalle pieghe della pelle. D’estate diventava cornice alla vita del paese. In ogni angolo c’erano talaretti con le file di tabacco infilato.

Per raccoglierlo al mattino bisognava alzarsi prestissimo e quando il sole saliva nel cielo, ci si sedeva per terra all’ombra delle limese e si trafiggevano le larghe foglie con le acuceddhre per fare le file da stendere al sole. Era davvero una compagnia discreta, uno di famiglia ormai, piacesse o no, da gestire, ma anche da coccolare, da proteggere da quattru nziddhri di pioggia fugace come dalla muntura della notte.

Contadine mettono a dimora le piantine di tabacco (ph Oronzo “Oro” Rizzello)

 

All’epoca non avremmo pensato che sarebbe scomparso dal Salento. Molte famiglie lo producevano e molte si spostavano nel Tavoliere delle Puglie o nel Metapontino per coltivarlo.

A quei tempi la sigaretta era un piacere, un sollievo facile da ottenere per gli adulti, e un modo per sentirsi grandi, una sottile ribellione per i ragazzi.

Anche gli attori fumavano nei film, come nei caroselli pubblicitari, i vecchi e il sigaro sembravano una cosa sola e inscindibile e le bionde sigarette erano anch’esse irrinunciabili.

Gli emigrati al ritorno per le feste portavano cioccolate per i piccoli e sigarette per i grandi. Dalla Francia le sigarette erano le famose Gauloise e dalla Svizzera le Marlboro e le Muratti della Philips Morris molto diffuse anche con il contrabbando.

A raccontarlo oggi non sembra neanche vero, direbbe Francesco De Gregori, invece oggi le sigarette non sono più uno status symbol, un segno distintivo di prestigio, di sicurezza, di classe, sono viste con sospetto: sono indice di vizio, provocano ictus, malformazioni neonatali, infarti, forse anche la “guerra atomica”. In realtà è ben noto come il tabacco crei dipendenza ed è ben noto come il fumo nuoccia alla salute specie quando finisce di essere piacere occasionale e diventa ossessione, vizio, perché, come dicevano gli antichi, “Bacco, Tabacco e Venere / riducon l’uomo in cenere”.

Oggi non si fuma più nei locali pubblici, non si fuma nemmeno nei parchi, ma nemmeno in casa o in macchina. Per fumare si esce sul balcone, ci si ferma alla piazzola di sosta… l’unico posto rimasto tradizionalmente “affumicato” è il bagno delle scuole. Anche l’ONU ha istituito la Giornata senza tabacco che si celebra il 31 maggio

Da alcuni anni Tabacco nel Salento non se ne coltiva più. Non perché lo vieti il monopolio, ma perché non ne vale più la pena.

Ogni tanto qualcuno ne parla con nostalgia dimenticando cosa significava lavorarlo, quali fatiche, quali impegni comportasse, ma a me è rimasta sempre la curiosità di saperne di più, di andare oltre le cose che avevo visto con i miei occhi di ragazzo. (sappiamo che curiosità deriva dal latino “cur”, perchè)

Molti di questi perché ce li spiega un libro davvero molto interessante “I tabacchi orientali del Salento- Quattro storie e loro dintorni.” (Giorgiani Editori – Novembre 2017- 157 pag. 10 €) di Salvatore Colazzo, un agronomo di Collepasso, che con passione racconta la storia del Tabacco, dalla sua scoperta nelle Americhe al Novecent,o con l’interessante ed efficace presentazione di Mario Toma, che inquadra il fenomeno del tabacco dal punto di vista sociologico.

Il libro non è il solito libro che parla degli aspetti della coltivazione, della vita che menavano i contadini, della fatica, dei disagi e delle oppressioni, ben noti ormai, ma ci apre un mondo e ci fa conoscere il tabacco come storia, come pianta, come fenomeno di costume ed evento economico delle nostre terre e del mercato mondiale, come oggetto di desiderio e bene voluttuario.

Colazzo ce ne parla come se raccontasse la storia di un vecchio amico e nel raccontarla ci svela tanti particolari, non solo della pianta in sé, o delle fasi di lavorazione, ma anche di come si sia diffusa dal sedicesimo secolo nel mondo, del perché sia stata apprezzata e si sia diffusa in tutte le classi sociali, di come sia stata una risorsa capace di affossare o rialzare l’economia e di come la stessa pianta sia stata adattata dalla botanica e dalla genetica ai gusti delle persone.

Ci racconta storie di politica incapace che cede le armi a imprenditori avidi vampiri e storie di imprenditori coraggiosi capaci di fare scelte ardite, sicuramente utili alle proprie sostanze, ma pure capaci, con produzioni innovative, di dare pane e guadagno anche alle classi contadine.

La prima storia che ci racconta è quella di questa pianta che arriva in Europa e inizialmente viene utilizzata solo a scopi medicinali da frati erboristi per poi diventare genere voluttuario o ridotto in polvere e fiutato, o avvolto in sigari e fumato o anche appositamente acconciato e masticato.

Del tabacco si apprezza il rude sapore, ma anche il tono che dà (la nicotina è un alcaloide stimolante il sistema nervoso centrale già noto per queste virtù agli indigeni americani che lo usavano per raggiungere una condizione di trance).

Poi ci parla del tabacco salentino e si scopre che non era quel tabacco dai nomi esotici che conosciamo, ma un tabacco che si chiamava Cattaro riccio o Brasile salentino che nemmeno si fumava, ma era buono per ottenere delle ottime e pregiate polveri da fiuto, prodotto che, passando di moda il gusto per le tabacchiere, con la diffusione delle sigarette, manderà in crisi tutta la tabacchicoltura salentina.

Colazzo è molto bravo a raccontare della diffusione sempre maggiore del tabacco in tutto il mondo, dell’evoluzione dei gusti con il sopravanzare della preferenza per il fumo all’uso di tabacchi dal gusto meno forte e più gradevoli . Quindi ci racconta della grande produzione degli Stati Uniti, ma anche del progressivo affermarsi dei tabacchi prodotti nell’area dei Balcani, chiamati turchi o orientali, tali da surclassare il tabacco americano che pure aveva creato il mercato del fumo, così da essere richiesti per migliorare le miscele degli stessi prodotti americani (il primo a miscelarli fu proprio l’americano Philip Morris).

Racconta anche di come lo Stato Italiano fece propria questa produzione avocando a sé la gestione, la produzione e la vendita, creando la Privativa di Stato per il Monopolio di Sali e Tabacchi.

Ci racconta pure, però , di come col tempo lo Stato mostrò di non saper gestire bene la cosa e di come scelse di affidare a una società di imprenditori privati, chiamata Regia Cointeressata (1869), la produzione del tabacco mantenendo il monopolio della distribuzione e della vendita.

I privati cercarono di rendere efficiente la produzione combattendo il contrabbando, che per gli agricoltori era un mezzo per arrotondare i miseri guadagni, ma, essendo loro a stabilire il prezzo e la qualità del raccolto, lucrarono sul prodotto pagando il tabacco ai contadini come di seconda classe per poi usarlo nelle miscele dei sigari come di prima classe.

Questo portò un guadagno effimero perché, in realtà, fece distogliere i contadini dal produrlo e ben presto quegli stessi mezzi che dovevano portare a una maggior efficienza e guadagno diventarono la ragione di perdite per gli imprenditori stessi della Regia Cointeressata e per lo Stato, che aveva il monopolio e doveva produrre il tabacco per fare i sigari. Non disponendo della materia prima, dovette importare il prodotto dall’estero a discapito della bilancia commerciale. Come dire che a voler solo guadagnare speculando si va a perdere tutto: insomma chi troppo vuole nulla stringe.

A questo punto il Colazzo ci racconta due cose anch’esse molto didascaliche: una racconta come lo Stato riprese in mano anche la produzione rilevandola dai privati allo scadere della concessione, e di come, questa volta, investì nella scienza e nella sperimentazione affidandosi ad esperti come Orazio Comes e Angeloni, esperti e botanici di rango, che cercarono di trovare qualità più adatte alla produzione nazionale e al gusto del mercato compatibili con il nostro clima e la nostra terra.

La seconda storia parla di un pioniere deciso e lungimirante il Principe Gallone.

Con la crisi della tabacchicoltura si cercò di trovare delle nuove strade per uscirne. La Camera di Commercio di Lecce fu autorizzata a sperimentare sulla produzione di tabacco, ma si fissò sulle vecchie specie locali, finché un imprenditore illuminato, il Principe di Tricase Giuseppe Gallone, Senatore del Regno, ottenne il permesso di sperimentare nella tabacchicoltura e, collaborando con imprenditori di Salonicco, importò e produsse alcune varietà di tabacchi levantini che nel nostro Salento attecchivano bene, tanto poi da diventare colture pregiate e consentire al Monopolio di non importare più del dovuto tabacchi pregiati dall’estero e rilanciare la produzione del tabacco nel Salento. All’epoca Salonicco era un porto da dove passava quasi tutta la produzione dei tabacchi pregiati orientali perché vicino alla Erzegovina alle città come Xanti e Saluk e lì si poteva imparare la coltivazione di quelle piante e procurarsi le sementi di quelle varietà.

Sen. Giuseppe Gallone Principe di Tricase e Moliterno

 

L’esperimento riuscì e varietà come Erzegovina, Xanti Yaca, Perustitza e Sallucco, diventarono di casa.

Nel libro si parla ancora di altri pionieri che per migliorare la produzione ibridarono specie americane, come il Kentucky con le specie salentine contro le opinioni comuni, qualche volta irridenti, poi smentite dai risultati.

La storia si ferma alla fine dell’800. Continuare avrebbe richiesto un altro libro e questo probabilmente accadrà in un’altra pubblicazione che Colazzo saprà regalarci.

 

http://www.salogentis.it/2013/06/17/tabacco-e-tabacchine/

https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/01/la-coltivazione-del-tabacco-da-fiuto-sun-di-spagna-nel-salento/

https://issuu.com/salvy/docs/i_suoni_del_tabacco/10

https://www.youtube.com/watch?v=7KV0Lir4gMI min.1-min 7

https://carmiano.wordpress.com/2017/05/30/il-tabacco-attivita-produttiva-del-secolo-scorso-a-carmiano/

 

Le vicende del palazzo dei baroni Sambiasi a Nardò

UN VOLUME RICOSTRUISCE LE VICENDE DEL PALAZZO DEI BARONI SAMBIASI

La presentazione domenica 24 giugno (ore 20:30) in quello che oggi è Palazzo Sambiasi

 

di Danilo Siciliano

È in programma domenica 24 giugno alle ore 20:30 presso le sale di Palazzo Sambiasi (ex Monastero di Santa Teresa), in corso Garibaldi, la presentazione di Un palazzo un monastero – I Baroni Sambiasi e le Teresiane a Nardò, volume edito da Mario Congedo Editore, inserito nella collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli e realizzato con Fondazione Terra d’Otranto e associazione Dimore Storiche Neretine. L’autore è Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa. L’introduzione è a cura di Annalisa Presicce. Il volume ricostruisce e chiarisce finalmente le vicende storiche e architettoniche di quello che fu il palazzo dei Baroni Sambiasi del ramo di Puzzovivo, che fu accorpato al monastero delle Carmelitane Scalze, soppresso nel periodo cosiddetto “murattiano”, agli inizi dell’Ottocento. Il palazzo assunse l’attuale conformazione grazie all’intervento di Giovanbattista Mandoj, il cui stemma è rappresentato nella facciata del palazzo. Si tratta di un volume ricchissimo di immagini in bianco e nero e a colori e di rilievi grafici del palazzo e del monastero.

All’incontro di presentazione interverranno Annalisa Presicce, il direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi don Giuliano Santantonio, il magistrato Francesco Mandoj (discendente di Giovanbattista Mandoj) e dell’autore Marcello Gaballo. Interverranno per un saluto anche Sua Eccellenza mons. Fernando Filograna, il sindaco Pippi Mellone, l’assessore allo Sviluppo Economico e al Turismo Giulia Puglia, l’assessore alla Cultura Ettore Tollemeto, l’editore Mario Congedo, il presidente dell’associazione Dimore Storiche Neretine Antonello Rizzello.

Copertino. Cronache cittadine del secondo Novecento

CRONACHE CITTADINE DEL SECONDO NOVECENTO. STORIA DI UNA STATUA CHE NON C’E’ PIU’

La statua della Madonna di Fatima quand’era sul campanile della Chiesa del Rosario

 

di Luigi Marcelli

All’indomani della rimozione della statua, ormai corrosa e parzialmente crollata, della Madonna di Fatima dal campanile della Chiesa del Rosario, raccolsi il disorientamento di un caro amico che mi chiedeva accorato se avrebbero provveduto ad una sua solerte sostituzione. E aggiungeva: “Ogni mattina, al risveglio, aprivo la finestra e La vedevo di fronte. Le rivolgevo il mio pensiero e sentivo di poter affrontare fiducioso gli impegni della giornata” . Rimasi commosso dalla sua schietta devozione, tanto più perché sapevo che la statua della Madonna non sarebbe più tornata a far bella mostra di sé sul campanile con le braccia e le mani in atto di proteggere la città, sia per insuperabili problemi statici e sia per il parere contrario della Sovrintendenza ai Monumenti.

Il mio amico, dott. Rolli, ha raccolto, su questa statua, delle notizie come al solito dettagliate, che propongo agli amici di facebook.

Nella notte fra domenica 28 e lunedì 29 febbr. 2016, un forte vento abbatteva parte della statua della Madonna che sormontava il campanile della Chiesa del Rosario. L’ora tarda evitava che i grossi frammenti, caduti sul sagrato della Chiesa, provocassero danni a persone e cose. Quella statua (Ovvero quello che rimaneva di essa), che per cinquantacinque anni aveva svettato sul campanile della Chiesa, dovette essere tempestivamente rimossa nella stessa giornata del 29 febbr. Per motivi di pubblica incolumità.

Il campanile con la statua della Madonna

 

LA STORIA – Quando, alla fine del 1959, venne completato il campanile, costruito “a spese” del vecchio Calvario, tipo tempio greco, del 1931, sorse l’idea di issare sulla sua sommità una statua mariana a religiosa protezione della città e dei suoi abitanti. Angelo Martina (Angelo “Francese”) che aveva sostenuto le spese per l’erezione del campanile, si offrì di assumersi anche l’onere economico della scultura della statua. L’incarico venne affidato allo scultore leccese Prof. Oronzo Castelluccio (Lecce 1931-2007).
La statua, che rappresentava la Madonna di Fatima, era in terracotta smaltata color bianco avorio ed ebbe il costo di 250.000 lire. Scomposta in diversi pezzi, giunse in parrocchia l’11 febbr. 1961 e i lavori di sistemazione sul campanile terminarono il 15 apr. 1961. La crimonia di benedizione ebbe luogo il 21 maggio 1961, Domenica di Pentecoste, e Padrino e Madrina dell’inaugurazione furono il Prof. Francesco Renis e la consorte Sig.ra Candia Pugliese.

21 maggio 1961 – Cerimonia della benedizione della statua

 

PICCOLA CURIOSITA’ COLLEGATA – Quando nel 1960 si diffuse per Copertino l’idea del progetto di collocare una statua della Madonna sul campanile del Rosario, l’editore di cartoline illustrate Martina (Rivendita tabacchi n. 4 di Via Roma) dovendo, proprio nel ’60, editare una nuova serie di cartoline, volle anticipare i tempi e per rendere più verosimile l’illustrazione fece stampare una cartolina di Via Vittorio Emanuele in cui si vede il campanile con sopra una finta statua di dimensioni decisamente fuori proporzione.

Il campanile come appare oggi senza la statua

 

L’illustrata del 1960 con una finta statua palesemente sproporzionata

 

Giornate FAI di Primavera. Nardò e il suo castello

di Marcello Gaballo

 

Le vicende storiche del castello di Nardò, oggi sede della civica amministrazione, sono soltanto in parte note, restando le sue origini approssimative e degne di essere ancora studiate.

Intanto occorre dire che il primitivo “castrum” neritino, forse eretto su una preesistente e strategica acropoli o una costruzione romana, era stato concesso nel 1271 ai francescani

dal re Carlo d’ Angiò (1266-1285), tramite il suo congiunto Filippo di Tuzziaco o de Toucy, a causa delle cattive condizioni statiche in cui si trovava e quindi non più atto alla difesa dell’abitato.

Il celebre storiografo francescano Luca Wadding[1] così scrisse a proposito: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

Sui resti e su quanto avanzava dell’antico maniero, che non è dato di sapere a quale anno risalisse, probabilmente realizzato dal normanno Roberto il Guiscardo, i frati fissarono la loro dimora, a lato dell’ attuale chiesa dell’ Immacolata, rimanendovi ininterrottamente per ben sei secoli, fino alla metà dell’800, quando furono soppressi quasi tutti i conventi presenti in città.

Dell’antico castello restò solo il nome al pittagio in cui esso sorgeva, detto per l’ appunto “castelli veteris” (vecchio castello).

Se l’attuale castello è della fine del XV secolo o dei primi decenni del successivo è inevitabile chiedersi, come già altri studiosi hanno fatto, se la città di Nardò abbia o meno posseduto un castello nel periodo compreso tra il 1271 e l’epoca a cui risale il nostro. Oltre due secoli, durante i quali era impossibile che una città importante e grande come Nardò fosse sprovvista di difesa e di un castello.

particolare della facciata del castello di Nardò

Sebbene finora nessuno sia riuscito a scoprire dove fosse collocato, esiste invece certezza che Nardò aveva la sua fortezza, forse non tipicamente angioina o sveva e magari non con i poderosi torrioni o con le caratteristiche dei castelli presenti in ogni luogo d’Italia.

La prova è data dal qualificato lavoro di Lucio Santoro titolato “Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli” (Milano, 1982), in cui si riporta l’ elenco dettagliato e documentato dei castelli esistenti al momento dell’ occupazione angioina, suddivisi per “Giustizierato”. Tra i castelli di Terra d’Otranto, oltre a quelli di Ydronti (Otranto), Licii, Galipuli, Brundusii, Meyani (Mesagne), Orie, Hostuni, Tarenti, Massafre, Motuli (Mottola), Ienusie (Ginosa) e Mante (Matera), è incluso il castrum Neritone, cioè il nostro.

In altro documento del 10 dicembre 1463 il re Ferrante d’Aragona nel castello di Nardò riceve l’omaggio dei cittadini di Ceglie, qui convenuti per la conferma della concessione al loro feudatario.

particolari della facciata (ph Vincenzo Gaballo)

 

Forse solo nuovi documenti potranno identificare il sito su cui sorgeva, a meno che pesanti ristrutturazioni o modifiche non lo abbiano eclissato, senza tuttavia poterne escludere la distruzione.

Nel 1482 il re Ferrante aveva preso le difese del suo parente duca di Ferrara contro la Repubblica di Venezia e questa, per vendetta, aveva allestito una flotta da guerra per attaccare la Puglia. Iniziarono con Brindisi, poi con San Vito dei Normanni e Carovigno, e da qui mossero verso Otranto e Gallipoli, che venne assediata nella primavera del 1484 per alcuni mesi. Si diressero quindi verso l’ entroterra sottomettendo numerosi centri salentini, tra cui Copertino, Galatone e Nardò, che, accerchiata in maniera pressante, si arrese nel luglio 1484. In tale gesto la nostra città era stata incoraggiata dal suo signore Anghilberto del Balzo, conte di Ugento, filo-veneziano, al quale era stata venduta nel 1483 “…con suo castello seu fortellezza et con la Portulania, pesi et misure mezo Banco della Giustizia, et cognitione di prime cause civili, criminali et miste et integro stato per prezzo di 11.000 ducati donandoli tutto lo di più che forse detta Città valesse…”.

Raggiunta la pace tra il re di Napoli Alfonso II, figlio di Ferrante, e Venezia, Nardò per la sua resa fu punita con l’abbattimento delle mura e la perdita delle difese militari. La città fu data in vassallaggio a Lecce (secondo quanto scrive Bernardino Braccio in “Notiziario o parte di Istoria di Lecce”:…con spianarne tutte le mura e vi fece morire il sindaco Notare Andrea e sospese alle forche quattro gentiluomini e dopo li fece in quarti. La possessione della quale città anno perduto i leccesi per loro trascuraggine e negligenza…”). Ecco dunque come la città avrebbe potuto perdere il suo castello.

Per effetto della pace di Bagnolo, il 9 settembre 1495 Nardò, con altri centri, venne restituita al re di Napoli Federico d’Aragona, il quale il 12 marzo 1497 tolse la città al figlio di Anghilberto, Raimondo del Balzo, per donarla a Belisario I Acquaviva d’ Aragona. Fu questi dapprima conte, poi marchese, quindi primo duca, per privilegio di Ferdinando il Cattolico del 1516.

Belisario fece costruire l’attuale castello, realizzato dunque dopo la sua presa di possesso di Nardò, e fece realizzare la cinta muraria, in parte ancora visibile.

Inizialmente provvisto di ponte levatoio, cannoniere, balestriere e feritorie disposte sui lati, il castello ha subito diversi rifacimenti e restauri, che hanno mutato le linee architettoniche originarie e l’antica facies, mutandosi in palazzo gentilizio.

particolare della pianta del Bleau-Mortier con il castello, parte della cinta muraria e porta Viridaria

 

A pianta quadrangolare, secondo le più aggiornate tecniche di difesa dell’epoca,  mostra ancora oggi quattro torrioni a mandorla, di cui uno, quello che protende verso Piazza Battisti (più noto come “torre ti lu ‘nnamuratu”) è il più sporgente rispetto al perimetro del castello e alle mura della città, ed un tempo era collegato con porta Viridaria. L’altro, compreso tra Piazza Battisti e Via Roma, è certamente il più antico, e forse il solo originario, come documenta il bellissimo bucranio con l’arme dei duchi Acquaviva ancora visibile nella parte più alta, incastonato nella cortina muraria.

bucranio dei duchi Acquaviva d’Aragona sul torrione meridionale del castello di Nardò

 

Altri stemmi della stessa famiglia, evidentemente posteriori, sono sui due torrioni del prospetto principale, che, come gli altri, sono cilindrici nella parte superiore e a scarpa nel pian terreno. Cornicioni lievemente aggettanti poggiano su piccole mensole, riprese su quasi tutto il perimetro.

altro stemma dei duchi Acquaviva d’Aragona, su uno dei torrioni settentrionali

 

Subito prima del portone, a sinistra, vi era il corpo di guardia, che vigilava l’ingresso alla ridotta piazza d’armi, cioè il cortile interno. Nella parte superiore dimoravano i duchi Acquaviva ed i loro familiari, come è documentato nei secoli XVI-XVII.

Il fossato che lo circondava fu colmato nel secolo scorso ed una parte, quella attaccata alla città, fu trasformata in giardino inglese (attuale Villa Comunale).

Le decorazioni ottocentesche della facciata, con fregi ed archetti molto eleganti, fu aggiunta dai baroni Personè, la cui arme col motto è visibile sul prospetto del balcone, con diverse figurazioni di corazze e trofei che si vedono un po’ dappertutto. I lavori di restyling e le decorazioni furono eseguiti dall’ing. Generoso De Maglie (Carpignano, 1874 – 1951), che aveva prestato la sua opera anche per alcune delle ville gentilizie degli stessi baroni in località Cenate.

Per altre notizie si rimanda a:

https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/27/note-storiche-sul-castello-aragonese-di-nardo/

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni

Mario Colomba, Le pratiche dell’arte del costruire nel territorio di Nardò e dintorni. Appunti di viaggio nel mondo dei fabbricatori e degli artigiani nella metà del ’900. Nardò, Tipografia Carrino, 2017, pp. 136, ISBN 9791220021937.

Mario Colomba Copertina

Un’interessante edizione di pochi mesi fa arricchisce la bibliografia salentina. A scriverla l’ingegnere Mario Colomba, noto professionista di Nardò, alla sua prima esperienza di scrittore, ma con incredibile esperienza sul campo, che ha voluto affidare alla carta perché resti alle nuove generazioni di costruttori e di quanti sono coinvolti nell’edilizia civile e privata.

Tecniche e terminologie ormai in disuso, soppiantate da nuove tendenze e dalla tecnologia che ha annullato la vera arte del costruire, tramandata per generazioni ed ormai desueta.

L’originalità del volume non sta tanto nell’affascinante e coinvolgente racconto, visto che si legge tutto d’un fiato, quanto nella chiara ed esauriente esposizione della sapiente tecnica costruttiva delle maestranze neritine, di cui l’Autore è stato  protagonista e non spettatore delle “numerose applicazioni spesso geniali che venivano ripetute come regola indiscutibile della tradizione edilizia…   pervenuti praticamente inalterati dall’epoca romana”.

L’intento su questo lavoro editoriale l’Autore lo esplicita chiaramente nella prefazione, ritenendolo un dovere, anzi un obbligo morale, al fine di “ricordare l’opera, il lavoro, il sacrificio di tanti che mi hanno trasferito tante conoscenze, di cui mi sento costretto a farne cenno per rinnovarne la memoria o riportarle alla attenzione di chi non le ha vissute o conosciute”. E lo fa condensando nelle pagine “tante emozioni, sensazioni, successi, sofferenze e aneddoti che hanno contraddistinto l’attività edilizia di chi ha operato in un’epoca ormai passata”, pur consapevole che non si tratta di saccenteria, né di ambizione a scrivere un manuale d’uso: “Semplicemente si tratta di una sorta di appunti di viaggio, di un racconto che si snoda intorno a fatti, persone e circostanze, sempre legate nella mia memoria ad avvenimenti che spesso mi hanno visto personalmente coinvolto, sia da protagonista che da osservatore. E’ una sorta di retrospettiva personale rivisitata col filtro della maturità e delle conoscenze scientifiche e tecniche successivamente acquisite. Si tratta di rivedere immagini a volte sfocate come di un sogno o di un paesaggio che si osserva dal finestrino di un treno in corsa”.

Insomma – come ancora si legge – ” una testimonianza per il lavoro, i sacrifici e le fatiche, spesso immani, sopportate da quanti hanno contribuito personalmente alla realizzazione di quei manufatti, di quelle opere che oggi ci incuriosiscono e ci stupiscono; oppure per una sorta di riconoscenza per quei maestri muratori, primo fra tutti mio padre, che con il loro esempio ci hanno lasciato tanti insegnamenti, non solo di ordine tecnico e professionale ma anche morale, elargiti con prodigalità e disinteresse, senza esibizionismo e quindi con sincero affetto ed altruismo”.

L’Autore ci ha affidato alcuni capitoli del suo lavoro, per essere riproposti su questo sito, come faremo periodicamente. A lui il nostro ringraziamento per la disponibilità e, soprattutto, per aver voluto trasmettere le conoscenze e l’esperienza sua e dei tanti mastri muratori per i quali era fondamentale “…costruire come se dovessimo vivere mille anni e vivere come se dovessimo morire domani”.

 

Chi è interessato a ricevere copia del volume può rivolgersi direttamente all’Autore, tramite posta elettronica: studiomariocolomba@gmail.com

Libri| Dall’Urna della Storia. Melendugno 1683

Dall’Urna della Storia. Melendugno 1683

Libro in cui vengono annotati i Decreti e gli ordini emanati dall’ill.mo e rev.mo Mons. Don Michele Pignatelli Vescovo di Lecce nell’atto della visita della chiesa parrocchiale della terra di Melendugno, iniziando dalla prima che avvenne il 13 noveMbre 1683, e scritta da me Don Serafino Potì arciprete della medesima Parrocchiale.

di Oronzo Mazzeo

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(dalla prefazione)

Capita, a volte, che dall’urna della Storia riemerga un tesoro che per anni e secoli è rimasto sepolto e quasi condannato all’oblìo del tempo.

E allora, il passato riappare sotto i nostri occhi quasi un’iride dopo una oscura e tumultuosa tempesta, come il riflesso in uno specchio, che altro non è che il nostro stesso riflesso oggi, quando sembra che gli insegnamenti della Storia siano stati dimenticati e vengano calpestati in nome di un’antica barbarie mai superata, con tutte le sue pagine di discriminazione e di morte.

L’arcobaleno della nostra esistenza può così immergersi in una dimensione di eternità, splendido come il sentiero della messaggera degli dei in una perenne giovinezza, se solo riusciamo a liberarci da ogni sovrastruttura che ci allontani dalla nostra umanità e tenda a giustificare ogni errore.

E’, purtroppo, un sogno che non alberga in tutte le intelligenze e che corre il rischio di non diventare mai realtà concreta, ma è un sogno che vogliamo ancora accarezzare, un sogno che nell’alba di ogni domani ci fa guardare il nuovo sole con occhi colmi di speranza in una palingenesi di pace, di convivenza e di solidarietà.

Se il futuro non ci appartiene, se il presente ci sfugge, se la “numerata mensuratio rerum”, è una “categoria a priori” della nostra facoltà gnoseologica, che non possiamo cogliere nella sua pienezza, è unicamente ciò che prima eravamo la sola possibilità di porre un piede nel divenire del “panta rei”, l’unico valido aiuto per poter progettare il futuro sulle basi dell’esperienza di ieri.

Succede, quindi, che il forziere di quell’urna si schiuda e ci faccia rivivere giorni che sembrerebbero tramontati per sempre, ma che rivediamo in noi stessi, nel nostro ambiente e nel sangue di quanti ci hanno preceduti e che continuerà a scorrere nelle vene di quanti verranno dopo di noi, ai quali siamo obbligati a consegnare tempi nuovi.

Un semplice invito ci ha fatto riaprire l’urna di tre secoli addietro e la realtà dei nostri antenati, una realtà diversa dalla nostra, tragica e amara forse, ma ricca di vita, riappare sotto i nostri occhi, ormai disincantati, pur tuttavia attoniti, e ci fa riscoprire una Melendugno, la cui storia continua a voltare le pagine dei nostri passi.

Le nostre strade, le nostre campagne, le nostre coste e i nostri nomi e cognomi riemergono e ci proiettano indietro in una dura esperienza di vita.

La macchina del tempo ci ha offerto il fascino di un giorno lontano ormai passato che vogliamo regalare a tutti i cittadini di Melendugno, ai nostri figli e ai nostri nipoti.

La bellezza di un documento eccezionale, vergato da una penna eccezionale ci ha offerto l’eredità di un uomo eccezionale: Don Serafino Potì.

 

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Indice del volume

Pag. 5              Prefazione

Pag. 7              Annotazione di Antonio Nahi

Pag. 8              La parola al parroco Don Leonardo Giannone

Pag. 10            Nota dell’autore

Pag. 11            Il perché dell’opera

Pag. 15            Struttura dell’opera

Pag. 16            Serafino Potì chi era

Pag. 21            Versione italiana del manoscritto di Don Serafino Potì

Pag. 77            Manoscritto latino di Don Serafino Potì

Pag. 131          Note al manoscritto

Pag. 149          Il suo latino e le sue tecniche

Pag. 155          Il suo italiano ed il suo dialetto

Pag. 157          Don Serafino Potì e la sua famiglia ecclesiastica

Pag. 159          La nostra chiesa matrice

Pag. 173          Gli altri luoghi di culto

Pag. 184          Quale società ci ha tramandato

Pag. 187          Qualche curiosità storica

Pag. 194          I nostri antenati

Pag. 198          Toponomastica

Pag. 200          Valore del manoscritto

Pag. 202          Tre Vescovi “Pignatelli” a Lecce

Pag. 206          Barone Placido d’Afflitto

Pag. 208          Melendugno

Pag. 209          Bibliografia

 

La biblioteca degli Alcantarini di Parabita

“Un bene storico di particolare rilevanza” è stato riconosciuto il fondo librario parabitano dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e Basilicata, e lo dice entusiasta il parroco della chiesa matrice don Santino Bove Balestra.

Il nucleo originario proviene dai frati Alcantarini, presenti per circa 150 anni e poi soppressi nella cittadina nel 1861, salvato dall’arciprete Gaetano Fagiani negli anni 30 del secolo scorso.

Fu il monsignore a volerlo custodire presso la casa canonica della parrocchia San Giovanni Battista, dove ancora esiste, con una consistenza di 570 volumi editi tra il 1491 e il 1830 (un incunabolo, 19 cinquecentine, 78 seicentine, 433 settecentine e 40 ottocentine).

Il fondo fu studiato, e analiticamente catalogato, da Laura Stefanelli, che pubblicò le risultanze nel volume “La biblioteca degli Alcantarini di Parabita” (Congedo editore).

Ora c’è da sperare che possa essere incrementato e reso fruibile.

 

Si legga inoltre:

http://www.piazzasalento.it/parabita-la-soprintendenza-riconosce-la-rilevanza-storica-della-biblioteca-degli-alcantarini-89032

 

 

Prima Giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. A Galatone

a cura di Crocifisso Aloisi
Il Consiglio Regionale della Puglia, nella seduta 66 del 04 luglio 2017, ha deliberato quasi all’unanimità (3 contrari e 2 astenuti) l’istituzione della ‘GIORNATA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME MERIDIONALI DELL’UNITÀ D’ITALIA’, il 13 febbraio di ogni anno.
Il processo storico/politico che ha portato all’Unità d’Italia, al netto di tutta la retorica risorgimentale, è stato un processo doloroso che ha comportato violenze, eccidi di massa, deportazioni e torture in tutto il Sud Italia. Di questo la storiografia ufficiale non parla adeguatamente, malgrado i numerosi studi e documenti (comprovanti quello che è realmente accaduto in quel periodo) che stanno emergendo in questi anni.
Di tutto ciò si parlerà a Galatone il 10 febbraio 2018, con inizio lavori alle ore 17:30, nella Sala del Palazzo Marchesale in occasione delle celebrazioni della I Giornata della Memoria per le vittime Meridionali dell’Unità d’Italia. Il convegno, che ha avuto il patrocinio del Presidente della Giunta Regionale (decreto 41 del 25 gennaio 2018),  avrà come relatori i giornalisti e scrittori Pino Aprile e Lorenzo Del Boca. La quasi unanimità dei consensi che l’evento ha avuto è un segnale di unità politica che il Consiglio Regionale ha voluto dimostrare e dovrebbe interessare, trasversalmente, anche tutte le forze politiche locali
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Festa di S. Biagio a Nardò. Si rinnova l’antichissimo rito della benedizione della gola il 3 febbraio

Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)
Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)

 

Ancora un santo armeno nella città di Nardò. Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggerà il 20 febbraio, i neritini festeggiano il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore).

Il  martirio di san Biagio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al suo rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato, dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, ecco che queste categorie lo vollero designare quale loro protettore.

Come di consueto torna dunque ad esercitarsi l’antichissimo rito della benedizione della gola, atteso dai fedeli e dalla popolazione di Nardò e dei paesi vicini sabato 3 febbraio, giorno in cui si festeggia il santo martire Biagio, venerato nella chiesa di Santa Teresa.

La confraternita del SS. Sacramento, di cui il santo è protettore, ha predisposto e diffuso il programma, con il triduo che inizierà il 31 gennaio, per proseguire con la messa solenne celebrata dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, e con la benedizione impartita ad ogni intervenuto da sacerdoti e diaconi, dalle 15 del pomeriggio e fino a tarda serata.

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono anche degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a san Biagio, che in vita fu medico, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola.

Il motivo dell’antico patrocinio a Nardò potrebbe ricollegarsi ad una epidemia di difterite che colpì la popolazione neritina nel XVII secolo in città, che procurò non pochi lutti, specie tra i più piccoli, che morirono per l’asfissia determinata dalle croste in gola causate dal germe. Ma un altro motivo potrebbe rimandare all’antichissima e nobile famiglia dei Sambiasi, il cui nome, fino al XVII secolo, era Sancto Blasio, per l’appunto San Biagio, dei quali un ramo viveva accanto alla chiesa in cui tuttora si festeggia.

In occasione delle celebrazioni, nella chiesa di S. Teresa viene esposta al pubblico la statua del santo, di grandezza naturale, eccellente  cartapesta policroma, realizzata a spese dei fedeli neritini nell’anno 1888. Il santo, affiancato dal fanciullo appena guarito, è a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia; indossa i paramenti vescovili orientali, con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, ed il classico omoforion, la lunga sciarpa ornata di croci.

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Sullo stesso argomento vedi:
https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/03/3-febbraio-san-biagio-vescovo-e-martire-il-culto-del-santo-a-nardo-e-in-puglia/

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

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Tra luci, forme e colori…

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

 

di Stefano Tanisi

L’idea di istituire una Pinacoteca comunale a Ruffano nasce nel 1997, con il progetto “Cento artisti per Ruffano”, promosso dell’Amministrazione Stradiotti, attraverso cui il Comune di Ruffano, nelle tre edizioni tenute dal 1997 al 1999, ha visto la generosa donazione di numerose opere d’arte da parte di artisti e collezionisti. La raccolta e le relative mostre sono state curate dal noto storico e critico d’arte prof. Carlo Franza.

La Pinacoteca comunale di Ruffano vanta un fondo costituito da oltre 300 opere d’arte contemporanea realizzate da artisti di rilevanza nazionale e internazionale come Goliardo Padova, Luigi Veronesi, Ibrahim Kodra, Walter Lazzaro, Giovanni Conservo, Salvatore Fiume ed altri, comprendenti opere di pittura, scultura e grafica, tutte inserite nei tre cataloghi curati da Carlo Franza di “ARS – Collana di Arte contemporanea del Comune di Ruffano” (“Il disvelamento dell’arte tra sacro e profano”, 1997; “Il mito mediterraneo”, 1998; “La porta d’Oriente”, 1999), editi da Congedo editore.

La collezione rappresenta tutto il secolo scorso, come ha scritto il Franza, «nello specchio del primo e del secondo Novecento, – con le immagini della figurazione nuova, del realismo esistenziale, del magico realismo, del nuovo surrealismo, dell’astrattismo lirico, dell’arte strutturale, cinetica, dell’informale, fino alle vicende degli anni Ottanta-Novanta».

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Dopo il 1999, la collezione fu errante negli edifici comunali per una decina di anni, fino a quando nel 2008 è stata individuata la sua sede presso l’ex Convento dei Cappuccini, in Piazza della Libertà, attraverso la realizzazione di due sale espositive attrezzate.

Sin dal 2011, questi luoghi si sono animati con personali di artisti nazionali e internazionali, mostre didattiche e di documentazione storica.

In occasione dei vent’anni dalla sua costituzione, dopo che l’attuale Amministrazione comunale – guidata dal sindaco Antonio Cavallo – ha curato il riallestimento museale delle sale, la Pinacoteca organizza la mostra “Tra luci, forme e colori…” sulle opere più significative della sua collezione, con l’intento di creare un percorso, mai scontato e sempre suadente, che possa dialogare con la sensibilità del visitatore attraverso la percezione dei colori, delle forme, delle luci, dei contrasti, delle ombre e dei materiali.

Accanto alle opere di maestri scomparsi come Giovanni Conservo, Albino De Francesco, Imer Guala, Walter Lazzaro, Rosalba Masone Beltrame, Carola Mazot, Montevago, Goliardo Padova, Petros, Luigi Poiaghi, Raffaella Robustelli, Enrico Sirello, Antonio Stagnoli, troviamo artisti affermati quali Paolo Barrile, Xante Battaglia, Daniele Bertoni, Giovanni Blandino, Gloria Bornacin, Gianni Brusemolino, Giovanni Campus, Secondo Chiappella, Clelia Cortemiglia, Francesco Cucci, Ivan Cuvato, Leonida De Filippi, Mario De Leo, Denise De Rocco, Giuliano Del Sorbo, Germana Eucalipto, Primo Formenti, Angelo Dionigi Fornaciari, Achille Guzzardella, Leila Lazzaro, Donato Linzalata, Giacomo Lussu, Diego Mancini, Max Marra, Franco Marrocco, Felice Martinelli, Antonio Massari, Alfredo Mazzotta, Tino Montagna, Geri Palamara, Antonio Pizzolante, Antonio Pugliese, Giorgio Reggio, Flavio Roma, Giuseppe Rossicone, Pino Salvatore, Giuseppe Siliberto, Osvaldo Spagnulo, Salvatore Spedicato, Tony Tedesco.

L’obiettivo primario della Pinacoteca comunale è puntare sulla cultura delle arti visive, come strumento di attrazione per la cittadinanza, le scuole e i turisti, grazie a mostre tematiche periodiche che possano anche valorizzare la collezione comunale.

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La mostra “Tra luci, forme e colori…” è visitabile fino al 30 marzo 2018 presso la sede della Pinacoteca comunale di Ruffano in piazza della Libertà (presso l’ex Convento dei Cappuccini), dal lunedì al venerdì dalle ore 16.30 alle 18.30, mercoledì e venerdì dalle ore 10.00 alle 12.00, e su prenotazione.

Per le visite negli orari indicati rivolgersi alla Biblioteca comunale, sita in via Napoli n. 15.

Per informazioni: pinacotecaruffano@libero.it, tel. 0833.1821254.

Sopravvive parte degli affreschi di S. Maria dell’Umiltà in Parabita

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di Marcello Gaballo

Sempre il 28 dicembre prossimo (ore 19, presso il salone dell’ex Seminario, in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò), tra le opere “ritrovate”, dallo storico dell’arte Dott. Paolo Giuri saranno presentati al pubblico gli affreschi di gran pregio recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa domenicana del Rosario in Parabita, già esposti nella sede di rappresentanza della Regione Puglia nella Capitale.

Non sono note le vicende della predetta chiesa, annessa al convento di Santa Maria dell’Umiltà, che si ritiene fondato agli inizi del XV secolo, per poi essere soppresso con le leggi eversive agli inizi del XIX secolo, quando fu acquisito dal Comune, che poi lo destinò a sede dei Regi Carabinieri, del Giudicato e della Cancelleria Comunale[1].

Gli inevitabili rimaneggiamenti hanno snaturato il complesso, sino a cancellare l’originario impianto, che si sviluppava anche su un piano superiore, adibito a dormitorio della fraternità, con il coro “di notte”.

L’antica chiesa che ospitò gli affreschi fu invece ceduta negli anni 30 del Novecento alla parrocchia di San Giovanni Battista, che nel 1954 la riadattò parzialmente per attività ricreative, con danni irreparabili e distruzione dei diversi cicli di affreschi, di gran parte degli elementi architettonici, tra cui ben dieci altari, sedici cenotafi[2] ed un fonte battesimale lapideo, probabilmente realizzati verso la metà del ‘500, essendo barone e feudatario Pirro Granai Castriota[3].

La mancanza di adeguata descrizione dell’importante complesso in qualificate pubblicazioni e le scarse notizie documentarie finora reperite impediscono di cogliere le varie espressioni artistiche che erano senz’altro presenti nell’unico ambiente chiesastico, le cui vicende forse potrebbero essere chiarite da uno studio attento su quanto è sopravvissuto sino ai nostri giorni. Non resta traccia del suo soffitto ligneo a cassettoni, di cui si tramanda il solo ricordo, mentre avanzano la facciata con il caratteristico rosone e le sculture raffiguranti la Crocifissione e una Annunciazione.

Pur trattandosi di frammenti, tuttavia quelli che saranno ospitati nel museo sono ben identificabili in alcune delle figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi, forse realizzati da differenti frescanti ed inseriti in più cicli di epoche diverse.

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Di essi senz’altro merita maggiore attenzione quello della Vergine con il Figlio, se non altro per essere attualmente (e sin dal 1847) la Protettrice di Parabita (da compatrone che era insieme a San Sebastiano e San Giovanni Battista).

In attesa di conoscere le valutazioni del Dott. Giuri, non è peregrino ipotizzare per questa una datazione intorno alla metà del ‘400[4]. Di lì a poco, nel 1456, la nostra chiesa sembra costituisse una delle tappe da raggiungere prima di concludere il pellegrinaggio sino a Finibus Terrae disposto dal re di Napoli Alfonso d’Aragona, che “mandao certi penitentiali, vestiti di bianco per tutte le perdonancie fieni (fino) a Santa Maria de Leuche per applicare (sedare) l’ira di Dio”[5].

Il nostro affresco della Madonna della Coltura sembra esser la copia dell’omonima immagine del celebre monolito parabitano (oggi nel santuario), copia di quella Madonna del tipo dell’Eleousa rappresentata nella basilica orsiniana di S. Caterina in Galatina (1435-1445) e nella chiesa di Santo Stefano a Soleto[6].

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[1] A. D’Antico (a cura di), Parabita. Memorie e sue antichità di Giuseppe Serino, Il Laboratorio, Alezio 1998, p. 33.

[2] O. Seclì, Parabita nel ‘700. Dinamiche storiche di un secolo, Il Laboratorio, Parabita 2002, p. 93.

[3] Cfr. O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, Il Laboratorio, Parabita 1992, p. 4.

[4] O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, cit., p. 19.

[5] A. De Bernart, Iconografia della Madonna della Cultura nella storia di Parabita, Galatina 1998, p.19.

[6] Idem, p.19; AA.VV., Il santuario della Coltura e l’Ordine dei Frati Predicatori, Bari 1982, p.125.

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Le opere “ritrovate” nel museo diocesano di Nardò

Un evento importante per la storia dell’arte quello del 28 dicembre prossimo, quando saranno presentate al pubblico alcune opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò, che oramai si ritiene a pieno titolo uno degli “scrigni” pugliesi, visto il consistente patrimonio raccolto in questi anni e qui esposto.

L’incontro, avrà inizio alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario (Sala Roma), in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò, con interventi di Mons. Giuliano Santantonio (direttore del Museo Diocesano), di S. E. Mons. Fernando Filograna (vescovo di Nardò-Gallipoli), dell’Arch. Maria Piccarreta (soprintendente ABAP Lecce-Brindisi-Taranto), della Dott.ssa Caterina Ragusa (storico dell’arte).

Due le relazioni che saranno presentate, delle quali la prima tenuta dal Dott. Paolo Giuri, storico dell’arte, che illustrerà gli affreschi recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa di S. Maria dell’Umiltà in Parabita, esposti nella sede rappresentativa della Regione Puglia nella Capitale. Pur trattandosi di frammenti, tuttavia sono ben identificabili le figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi.

Lo storico e giornalista Giovanni Greco si soffermerà invece sulla tela del Battesimo di Gesù di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse. Egli tratterà del cappuccino Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), la cui attività si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

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Libri| Storia dell’Arte della cartapesta

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L’arte della cartapesta in Occidente è, senza dubbio, un’eccellenza della cultura italiana, anche se in passato è stata poco studiata e per questo è ancora quasi sconosciuta. La causa principale del disinteresse è dovuta alla sua materia che, originata da umili stracci, è ritenuta una sostanza vile e quindi inadatta alla produzione di opere d’arte.
L’autore del libro esamina tutti i motivi che hanno causato lo scarso interesse da parte degli studiosi per quest’arte e demolisce il preconcetto della poca affidabilità della materia cartacea alla produzione di opere d’arte. Flammia, che è anche lui stesso un maestro della cartapesta, attraverso un esame rigoroso e meticoloso rivaluta l’arte della cartapesta dalle prime sperimentazioni nelle botteghe toscane alla metà del ‘400 sino all’arte moderna. Vengono così esaminate con passione e competenza le opere degli artisti del passato e di quelli moderni, che hanno creato opere d’arte di cartapesta di grande rilievo, come Jacopo della Quercia, Donatello, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano, Jacopo Sansovino, Ferdinando Tacca, Beccafumi, Bernini, Algardi, Angelo Gabriello Piò, Sanmartino, sino a Dubuffet e agli ultimissimi sperimentatori. L’autore non tralascia di esaminare anche gli artisti meno noti al pubblico soprattutto quelli che hanno apportato delle novità tecniche, analizzando inoltre le loro opere in ogni forma espressiva.
L’autore analizza ancora l’affermazione di questa attività artistica e le ragioni che hanno determinato la sua espansione nelle regioni italiane, in altri paesi europei e nelle Americhe.
Al confronto con la precedente pubblicazione del 2011 (Storia dell’arte della cartapesta- la tecnica universale), Flammia in questo nuovo studio, più organico e più rigoroso dal punto di vista filologico, affronta anche temi come l’arte della cartapesta e della mistura in Sicilia, ivi compreso l’utilizzo della materia cartacea negli allestimenti festivi importanti. Nello studio meticoloso di Flammia emerge inoltre un patrimonio demo antropologico straordinario, dai giocattoli alle arti applicate, dalle suppellettili agli allestimenti scenici ed effimeri. L’autore evidenzia la duttilità della cartapesta utilizzata persino nell’edilizia e nella produzione di imbarcazioni. La chiesa di Bergen in Norvegia (1793), costruita con materiale cartaceo e la canoa di carta con cui l’esploratore Nathaniel Holmes Bishop intraprende un lungo viaggio dal Quebec al Golfo del Messico (1874), sono tra le molteplici peculiarità del libro che lo rendono unico nell’ambito della editoria d’arte.

Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.
Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.

Il libro sarà presentato al pubblico della Capitale il 16 febbraio alle ore 17,00 presso la Fondazione Besso di Largo di Torre Argentina, 11.  I relatori saranno gli storici e critici d’arte Claudio Strinati Nicoletta Cardano. Coordinerà i lavori lo scrittore e storico del cinema italiano Ennio Bispuri.

 

Ezio Flammia artista e scenografo, maestro della cartapesta. Ha realizzato scenografie e costumi per 22 opere teatrali e ha collaborato all’allestimento di varietà in prima serata per Rai  Rete 2. Ha restaurato importanti opere di cartapesta per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Sue opere fanno parte delle collezioni dei musei: Museo Histórico Nacional di Santiago del Cile; Museu do Cinema di Lisbona; Museo Naz. delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma; Museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 di Pieve di Cento; Museo d’arte moderna e dell’informazione di Senigallia; Galleria d’arte moderna di Monreale; Fondazione “G. Boldini”di Mogliano Veneto; Museo della Fondazione “Casa di Dante in Abruzzo” di Torre de’ Passeri.
Nel 1996 ha ricevuto presso la Camera dei Deputati il premio internazionale alla carriera per le arti, La Plejade.
È autore di :

Maschere di stoffa, di ferro. Mito materia e ragione, Roma, 1996;
Storia dell’arte della cartapesta – La tecnica universale, Roma, 2011;
Fare cartapesta e scultura di stoffa, Dino Audino Editore, Roma 2014

 

Libri| La Collegiata di Grottaglie

Rosario Quaranta, “Insigne e antichissima”. Studi sulla Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie”. Prefazione di Vittorio de Marco. Al Parroco Don Eligio Grimaldi nel XXV dell’ordinazione sacerdotale. Edizioni Grifo, Lecce 2017 (pp. 396, n. 166 illustrazioni in b/n).

 prima di copertina

L’insigne chiesa Collegiata Maria Santissima Annunziata, principale tempio cittadino di Grotta­glie, è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti al­tri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche.

Dedicati al Rev.mo parroco D. Eligio Gri­maldi nella fausta ricorrenza del XXV anniversario dell’ordinazione sacerdo­tale, nel volume sono raccolti vari studi che l’Autore ha condotto nel corso degli anni sui vari aspetti che hanno contrad­distinto l’esistenza e l’attività di una isti­tuzione che ha rappresentato e rappre­senta ancora il fulcro della religiosità, della devozione, dell’arte e della cultura di una Comunità che trae dalle antiche radici linfa preziosa per programmare e vivere il proprio futuro.

È la storia di un monumento che acco­glie non soltanto elementi storicamente importanti di santità,di arte e di cultura, ma è anche la storia di una “Ecclesia Ma­ter” che svela e guida premurosamente i suoi figli sulla strada dell’amore, della comprensione e dell’aiuto reciproco.

“Il volume – ricorda Vittorio De Marco nella Prefazione – ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso per­ché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problemati­che trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura del­la complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie”.

 

INDICE GENERALE

Premessa (D. Eligio Grimaldi)

Prefazione (Vittorio De Marco)

Introduzione (Rosario Quaranta)

Parte prima

L’INSIGNE E ANTICHISSIMA CHIESA COLLEGIATA DI GROTTAGLIE

 Cenni storici: Grottaglie – Le origini della chiesa madre – Il Cinquecento – Il Seicento – Una descrizione della collegiata – Secoli XVIII- XX – Francesco de Geronimo alla gloria degli altari – L’unità d’Italia: problemi postunitari e mania di distruzione

La Collegiata oggi: Facciata – Interno – Cappelle a sinistra – Presbiterio, abside e coro – Cappelle a destra – Sagrestia – Campanile – Atrio

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

 Approvazione dello “Status Insignis Collegiatae Ecclesiae Cryptaliensis” dell’arciprete Francesco Antonio Caraglio

Antica presenza ebraica a Grottaglie (secc. XIV-XVI)

Testamento dell’arciprete Leonardo Cecere a favore dell’ospedale e della cappella di san Marco di Grottaglie (1464)

Una curiosa lite a Grottaglie nel 1538 – 39 al tempo di Bona Sforza regina di Polonia

Cinque lettere della regina Bona Sforza di Polonia al Capitolo e Clero di Grottaglie e altri documenti

Il Seicento: tra prepotenze, scomuniche e difesa delle immunità ecclesiastiche

Grottaglie barocca. Una fervida stagione culturale

Il prete brigante don Ciro Annicchiarico

Dichiarazione di preminenza del capitolo e concessione delle insegne solenni

Chiesa e società civile a Grottaglie negli anni del Risorgimento nazionale

 

PARTE SECONDA

I SANTI PATRONI DI GROTTAGLIE

La Vergine Santissima della Mutata: Grottaglie città mariana – Patrona “ab immemorabili” – Un panegirico provvidenziale – Una statua d’argento per la Patrona

Due santi inseparabili a Grottaglie: Francesco de Geronimo e Ciro d’Alessandria – Introduzione del culto di San Ciro – Ruolo dell’arciprete Tommaso de Geronimo e della confraternita del Rosario – suppliche per la beatificazione del de Geronimo – L’Ufficio di San Ciro

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

Introduzione del nome Ciro o Cira a Grottaglie

  1. Francesco de Geronimo padrino della figlia del duca di Martina

Testamento dell’arciprete Tommaso de Geronimo

L’autore dell’ufficio liturgico di san Ciro: il canonico Giuseppe Roppoli

Proclamazione di San Ciro a Patrono “minus principalis” e approvazione dell’ufficio liturgico

Richiesta e concessione del patronato, dell’ufficio e della messa di S. Francesco de Geronimo

Concessione di indulgenza plenaria per la festa di san Ciro

Riconoscimento di san Ciro come patrono principale di Grottaglie

 

PARTE TERZA

TESORI DELLA CHIESA MADRE

La croce “de notabile artificio” dell’arciprete Francesco Antonio Sammarco (inizi sec. XVI)

L’organo rinascimentale

La grande tela dell’Annunciazione

Il Cappellone di San Ciro

L’archivio capitolare

Verso il Museo della Collegiata

SERIE DEGLI ARCIPRETI DELLA CHIESA COLLEGIATA

Indice dei nomi e delle cose notevoli

 

PREFAZIONE

 Una parte significativa della ricca produzione scientifica di Rosario Quaranta è stata raccolta in questo volume che vuole essere un omaggio all’attuale parroco della Chiesa Madre di Grottaglie d. Eligio Grimaldi per il suo XXV di sacerdozio. Il comune denominatore che unisce tutti i saggi riproposti, e ulteriormente ampliati, è proprio l’insigne collegiata dedicata all’Annunziata. Sappiamo bene il particolare rapporto che lega il prof. Quaranta alla chiesa madre di Grottaglie in quanto è stato e continua ad essere l’attento custode della memorie conservate nell’archivio della collegiata, un paziente lavoro di anni che lo ha reso benemerito nell’ambito del panorama archivistico regionale.

E il libro riflette su molteplici aspetti della storia del più importante monumento religioso grottagliese, mettendo in evidenza nelle tre parti in cui il lavoro è diviso, diverse vicende materiali e architettoniche, artistiche e cultuali, di storia religiosa come di storia civile, in un arco temporale che va dal tardo medioevo ai più recenti avvenimenti che hanno interessato il monumento o alcuni suoi manufatti da un punto di vista conservativo.

La storia della collegiata è anche la storia della città di Grottaglie; nel suo numeroso clero capitolare sono state man mano rappresentate le più importanti famiglie locali; un clero che ha dettato non solo i tempi religiosi ma spesso anche quelli civili, ponendosi non poche volte in contrasto con le autorità feudali ed in particolare con i principi Cicinelli. Rosario Quaranta sottolinea con ragione quanto «deleteria» per la storia civile e religiosa di Grottaglie sia stata la doppia “servitù” feudale: da una parte l’arcivescovo di Taranto padrone della giurisdizione civile e dall’altra il feudatario laico, padrone di quella criminale e dell’appello delle cause civili, competenze sottratte al feudatario ecclesiastico fin dal 1497. Una vera e propria lacerazione sociale potremmo definirla questa doppia dipendenza della cittadina da due padroni, che ha agitato e condizionato soprattutto i secoli dell’età moderna, fino all’eversione della feudalità nel 1806, una vicenda «lunga e triste»; un peso giuridico e sostanziale che ha gravato per secoli su Grottaglie, che ha depresso la sua economia, che ha mortificato la sua vita quotidiana, che ha contato qualche funesto delitto come quello dell’arciprete Francesco Caraglio il 22 maggio 1662, un episodio, illustrato dall’Autore con particolare competenza, che impressionò fortemente quella che poteva essere allora l’opinione pubblica locale e non solo di Grottaglie, perché il delitto colpì tutto il ceto ecclesiastico e la stessa autorità morale e formale dell’allora arcivescovo di Taranto mons. Tommaso Caracciolo, che lanciò la scomunica contro gli ignoti esecutori. «Erano anni difficilissimi – sottolinea Quaranta – di violenze, intimidazioni, oppressioni fiscali che non risparmiavano neppure gli ecclesiastici arroccati nella difesa dei propri privilegi e immunità».

Si può dire che la città di Grottaglie viveva di pesi e contrappesi che coinvolgevano e condizionavano le istituzioni del luogo: il capitolo collegiale, il feudatario laico, quello ecclesiastico, la universitas civium, gli stessi ordini religiosi intorno ai quali ruotava gran parte della vita cultuale dei grottagliesi, il fisco locale e quello regio. Tante altre realtà nel Mezzogiorno moderno si dibattevano in questa stretta logica di poteri che non sempre o quasi mai collaboravano insieme per il così detto bene comune. E nella complessità di questi rapporti che emergono nei vari saggi soprattutto della prima parte, c’era un altro nodo che gravava non poco sulla vita quotidiana: quello dell’immunità ecclesiastica. Vi erano troppi preti e chierici a Grottaglie che godevano di immunità reali e personali, che non favorivano la stabilità economica della cittadina perché il peso fiscale non era equamente distribuito, così che Grottaglie visse per diversi decenni del Seicento una grave crisi economica che ne provocò quasi lo spopolamento. E comunque risulta significativo il fatto che ad un certo punto, il clero, – siamo nel maggio 1663 – direi con sano realismo, accettò di rinunciare alla metà delle franchigie sulla farina a favore dell’Università; una forma di collaborazione per favorire il risanamento economico di Grottaglie, aprendo consapevolmente una breccia in una roccaforte, come quella dell’immunità fiscale, che aveva resistito a tanti attacchi e pretese del potere laico.

Il peso del clero locale andrà col tempo diminuendo e già con il concordato del 1741 tra la Santa Sede e il Regno di Napoli molte immunità fiscali e non, verranno abolite e quel circolo vizioso di donazioni fraudolente delle famiglie ai propri chierici per allargare l’ombrello dell’immunità fiscale sui beni di famiglia o altri patrimoni personali, troverà nel concordato una scure tagliente a cui andrà ad aggiungersi quella del catasto onciario del 1746.

Il clero grottagliese comunque per tutta l’età moderna rappresenta la salda cerniera tra la società religiosa e quella civile, crescendo quantitativamente e qualitativamente tra XVI e XVIII secolo, manifestando solo nel secolo successivo, come succede in gran parte del clero meridionale, un certo affanno quantitativo, soprattutto dalla metà dell’800 in poi, segno, anche a Grottaglie, della crescente disaffezione verso lo stato ecclesiastico del ceto aristocratico, o di quello che ne è rimasto, e soprattutto della emergente borghesia, mentre gli indicatori sociali delle sacre ordinazioni si spostano verso gli strati più umili della società locale. Anzi il prof. Quaranta parla di “decadenza” del clero grottagliese già agli inizi dell’Ottocento, frutto di tutto il travaglio che si era portata dietro la rivoluzione partenopea del 1799, il governo dei napoleonidi e il clima della restaurazione, che a Grottaglie ha una specifica risultanza nella figura di don Ciro Annicchiarico, che rappresenta, come bene sottolinea l’Autore, lo «specchio della difficile situazione della sua epoca».

Non possiamo stare dietro a tutti i personaggi, ecclesiastici e laici, che emergono dalle pagine di questo libro: è tutta una storia di santi, artisti, monache, canonisti, teologi, medici e letterati; ma si resta sempre “affascinati” proprio dalle vicissitudini del “prete brigante”, al quale Rosario Quaranta ha dedicato due importanti lavori biografici. E anche in questo libro ne tratta naturalmente con ampia cognizione di causa, proiettando il personaggio nel più generale “malessere” del regno di Napoli tra francesi e restaurazione, tra sette segrete e massoneria, tra aspetti peculiari dell’uomo meridionale e il sistema politico che lo condiziona, lo esaspera, lo schiaccia e verso il quale ad un certo punto si ribella e lo fa a modo suo, in maniera cruenta. Il giudizio di Rosario Quaranta su quello che don Ciro Annicchiarico ha rappresentato in quegli anni di transizione è del tutto condivisibile perché coglie in pieno e in una chiara sintesi tutte le sfaccettature del “caso”, contestualizzandolo e inserendolo in una cornice di fatti, di personaggi, di condizionamenti locali e regionali. Il brigantaggio, sottolinea nella sua articolata riflessione finale sulla vicenda di don Ciro, come fenomeno antico e complesso «si presta a letture diverse circa la genesi, il significato, la consistenza e le finalità» e giudica il nostro personaggio «contraddittorio e ambiguo» sia come modello di brigante, sia per la valenza politica da attribuire alla sua vicenda soprattutto dopo la restaurazione borbonica: «vittima e artefice» tra speranze, illusioni e tradimenti.

Ma non meno interessanti sono i profili che ci offre dei Pignatelli – è il caso di parlare al plurale –: il canonista Giacomo (XVII sec.) e i teologi Ciro Pasquale e Carmelo (XIX sec.), i quali, questi ultimi, ci collegano al problema del contegno del clero di fronte all’unità d’Italia: quello di Grottaglie, sembra di capire, fu caratterizzato da un atteggiamento di basso profilo se non di opportunismo e di ondivago comportamento se nel marzo 1860 scriveva una lettera “fedelissima” a Pio IX e qualche mese dopo accettava supinamente,e alcuni con un certo entusiasmo, i “fatti compiuti” dell’unità italiana. E questo ulteriore periodo di svolta viene letto dal prof. Quaranta attraverso la figura del cantore Ciro Pasquale Pignatelli, liberale e filopiemontese vicario capitolare della diocesi di Oria, che fa il paio con quello di Taranto Agostino Baffi, entrambi sconfessati da Roma, ma entrambi appoggiati dal nuovo governo e in buona compagnia di altri vicari capitolari sparsi in altre turbolente diocesi del Mezzogiorno tra il 1860 e il 1862.

Gli studi presentati in questo volume, che pure interessano una particolare realtà territoriale come quella di Grottaglie e le vicende della sua Chiesa madre, non restano nel perimetro della storia locale, ma si muovono nell’ambito dell’ampia cornice degli studi di storia del Mezzogiorno tra età moderna e contemporanea e affrontano complessi nodi storiografici come quello delle immunità ecclesiastiche, del rapporto tra potere laico ed ecclesiastico, della mentalità religiosa, di culti di santi, di nobiltà e borghesia, di feudalità, di crisi economiche, di tempi nuovi e di come la realtà sociale locale li attraversa e li subisce in una visione complessiva dove è aggettante l’esperienza di lungi anni di ricerca archivistica.

Si può dire anzi dire che gli eventi nel lungo periodo della Chiesa madre dell’Annunziata rappresentino quasi un “pretesto” per allargare lo sguardo ad una cultura ecclesiastica e laica considerevole, che ruotò intorno al suo consistente clero collegiale che espresse canonisti, teologi, storici e letterati e non meno uomini di profonda pietà, se pensiamo che già nei primi del ‘600 circolavano tra i canonici di Grottaglie le copie a stampa della visita pastorale fatta nella diocesi di Milano dal cardinale Carlo Borromeo e che l’età barocca rappresentò per Grottaglie una «fervida stagione culturale». La chiesa della SS.ma Annunziata, osserva ancora Rosario Quaranta «è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti altri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche».

La seconda parte del libro è dedicata ai santi patroni di Grottaglie. E anche in queste piste di ricerca l’Autore si muove con sicura padronanza storiografica, metodologica e archivistica per le tante sue ricerche e riflessioni sulla Madonna della Mutata, sulle altre chiese mariane di Grottaglie, su san Francesco de Geronimo e san Ciro «due santi inseparabili» come sottolinea nel saggio a loro specificamente dedicato, costituendo questo rapporto, «una pagina tra le più interessanti della storia e della vita di Grottaglie».

Non entro nel merito della terza parte del libro che pure dimostra quanto sia interessante il patrimonio di arredi sacri della collegiata e con quanto interesse sono stati seguiti i restauri del coro, del grandioso organo, della tela dell’Annunciazione.

Il volume ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso perché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problematiche trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura della complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie.

                                                           Vittorio De Marco, Ordinario di Storia Contemporanea

                                                                                             Università del Salento

 

 

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