Messapia: era davvero una terra tra due mari?

di Nazareno Valente

 

A quei tempi – V secolo a.C. – il termine βιβλιοθήκη (bibliotheche) non indicava ancora il luogo per la conservazione e la consultazione dei libri, ma semplicemente la cassa (θήκη) per la custodia dei rotoli di papiri (βιβλίων). Però c’erano già i banchi (βιβλιοθῆκαι, bibliotekai) dei venditori di libri (βιβλιοπώλης, bibliopoles) che fungevano da librerie e assicuravano il commercio dei rotoli e dei codici1, ed anche a commercializzare gli inediti degli autori più alla moda2.

C’era quindi già un mercato librario attivo.

 

Tuttavia il modo migliore per gli scrittori di diffondere i propri scritti – e procurarsi al tempo stesso di che vivere – non era di vederli “stampati”3 quanto piuttosto quello di declamarli pubblicamente. A livelli prosaici, questo consentiva di farsi un nome e di trovare impiego negli staff dei politici del tempo, alla stregua degli attuali scrittori ombra, o, per dirla all’anglosassone, dei ghostwriter. Con la sostanziale differenza che le relative spese erano a carico del politico che li assoldava, e non del contribuente. A livelli più spirituali, invece, voleva dire guadagnarsi un pezzo di eternità e garantire alla propria opera d’essere riconosciuta anche quando sarebbe stata recitata da altri.

Qualunque fosse il fine ultimo, un po’ tutti vi indulgevano, pure scrittori di spessore, come ad esempio lo storico Erodoto, nella cui opera sono con facilità riconoscibili gli intermezzi da lui usati per interloquire con chi l’ascoltava, allo scopo di integrare o spiegare meglio l’argomento in quel momento trattato. Intermezzi talmente tipici e rinomati che quando si parla di παρενθήκη (parenthéche), vale a dire digressioni, il pensiero corre in maniera automatica a lui.

Ed è appunto in un paio di queste digressioni che la terra salentina ed i suoi abitanti fanno per la prima volta capolino sul grande scenario della storiografia.

Nel primo passo, Erodoto si limita a caratterizzare l’area geografica della penisola salentina, indicando che essa è la parte estrema della Iapigia («Ἰηπυγίης») limitata dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος»)4. Nel secondo fornisce una genesi della popolazione che vi risiede.

Racconta infatti che i cretesi, per vendicare la morte del loro re Minosse, avevano fatto una spedizione in Sicilia senza però ottenere alcun risultato concreto. Al ritorno, sorpresi da una tempesta mentre si trovavano presso la costa Iapigia, erano stati scagliati sulla terraferma dove, essendosi spezzate le navi e vista svanita la possibilità di ritornare in patria, si videro costretti a rimanere. Qui fondarono «Ὑρία» (Hyrie probabilmente l’attuale Oria) e vi si stabilirono, subendo una grande trasformazione. Infatti non solo cambiarono nome – tramutandosi da Cretesi in Iapigi Messapi –  ma anche d’habitat, divenendo continentali da isolani che erano5.

Il passo, denso di messaggi  impliciti, e per certi versi oscuri per i non contemporanei, meriterebbe un’analisi ben più specifica di quella che sarà fatta in questa sede. Per l’occasione ci soffermeremo infatti ai soli spunti d’interesse per il tema trattato. In particolare sulla “nascita” di questo nuovo gruppo etnico (i Messapi) che raccoglie sì l’eredità cretese ma che, al tempo stesso, si differenzia del tutto dalle sue originarie condizioni sociali.

Emerge dalle parole di Erodoto la cosiddetta tradizione ionica, e in specie ateniese, desiderosa di valorizzare il mondo calabro (ricordo che Calabria era la denominazione geografica che gli autoctoni davano all’attuale penisola salentina) in funzione antitarantina, assegnandole origini cretesi. Infatti i Calabri si opponevano alle mire espansionistiche di Taranto, colonia lacedemone e quindi emanazione di Sparta, acerrima rivale di Atene. Lo storico fa proprio questo mito perché ateniese di residenza e, in aggiunta, turino d’adozione6, sia pure con cautela premettendo alle sue argomentazioni un allusivo “si dice” («λέγεται» léghetai).

Se si aggiunge che Thurii, la città di cui Erodoto aveva acquisito la cittadinanza, e nella cui agorà si era con ogni probabilità lasciato andare a quella divagazione, era legata da saldi patti con Brindisi, anch’essa nemica di Taranto, si comprende come mai lo storico non avrebbe potuto che sostenere una simile causa, anche nel  dubbio. Dubbi che a tale proposito non hanno gli studiosi moderni, quasi compatti a relegare il racconto tra le leggende, dando per certa l’origine illirica della popolazione messapica.

Detto che non mi sentirei di precludere che, in un periodo arcaico, il mondo egeo abbia potuto anch’esso contribuire alla genesi dei Messapi, il racconto testimonia comunque un aspetto di particolare rilievo. Agli occhi dei Greci, per lo meno quelli d’estrazione ionica, gli Iapigi Messapi godevano d’una posizione di evidente privilegio: rispetto ai tanti barbari con cui i coloni elleni si relazionavano, essi potevano vantare antiche (e civili) origini in quanto discendenti dei Cretesi di Minosse. Privilegio questo non certo di poco conto, se si considera che solo i celebrati Etruschi – anch’essi accreditati di origini egee orientali (Lidia) – ne potevano ostentare uno simile. In altre parole, al tempo di Erodoto, i Messapi erano una delle poche popolazioni non greche fornite dai Greci stessi d’una qualche patente di nobiltà.

Altro aspetto rimarchevole è che l’etnico Messapi («Messapioi»), assegnato da Erodoto al consistente gruppo cretese che s’era integrato con gli Iapigi7, è di matrice greca. Ne è prova la constatazione che il termine è utilizzato in maniera quasi esclusiva dalle fonti greche e che quelle latine l’adoperano molto raramente8. E trova conforto  pure nel fatto che la denominazione geografica corrispondente, Messapia («Messapίa»), sia dichiarata in maniera esplicita di origine greca da parte di Strabone («Gli Elleni la chiamano Messapίa»9). In aggiunta, come meglio vedremo, i due termini («Messapioi» e «Messapίa») avevano ampia diffusione negli etnici e nei toponimi del mondo greco. Il sovrapporre nomi di propria fattura a quelli preesistenti dei nativi rientrava nelle strategie cui i Greci ricorrevano per sminuire i loro interlocutori e condizionarli al loro metro di giudizio.

Al contrario gli indigeni chiamavano la penisola Calabria e sé stessi Calabri o Salentini, a seconda delle zone in cui risiedevano10 e – pare proprio – che non gradissero neppure un po’ le denominazioni d’origine greca. Non a caso, i Romani, sempre molto attenti a non turbare la suscettibilità delle popolazioni a loro soggette, misero al bando coronimi ed etnici coniati dagli Elleni e ripristinarono quelli originari. Sicché, nelle fonti latine, già poco propense all’uso della terminologia greca, dalla seconda meta del III secolo a.C. scompaiano del tutto le denominazioni Messapia e Messapi, a beneficio delle voci locali (Calabria, Calabri, Sallentini)

La domanda che ci si pone spesso è come mai i Greci scelsero proprio quei termini per caratterizzare l’attuale penisola salentina ed i suoi abitanti. Un quesito, questo, che incuriosiva anche gli autori antichi.

Di certo erano nomi abbastanza noti al mondo greco, essendo già ampiamente diffusi nelle loro regioni d’origine.

Senza farne un elenco completo, menzioniamo quelli più ricorrenti e significativi.

In Beozia esisteva una piccola catena montuosa chiamata Messapio, di cui ci dà nota Pausania ponendola a sinistra dell’Euripo – che è lo stretto tratto di mare Egeo che separa la Beozia dall’isola di Eubea – ai cui piedi c’era la città di Antedone11 distante una decina di chilometri da Calcide posta sull’altra sponda dell’Eubea.

Strabone ce ne dà menzione riferendo che, nel territorio di Antedone, si trova il monte Messapio aggiungendo l’importante notizia che esso «trae nome da Messapo che, passato in Iapigia, dette a questa contrada il nome di Messapia»12.

Pure Stefano Bizantino13 e Fozio14 – che di fatto lo copia – parlando dello stesso monte, lo collocano in apparenza in maniera errata in Eubea, confermando che aveva preso nome da Messapo «quello che si trasferì in Italia».

C’è quindi una certa sostanziale concordanza tra le fonti, sia pure, come vedremo meglio in seguito, con qualche variante di dettaglio. Parrebbe pertanto che sulla questione non ci fossero forti dubbi, tanto è vero che anche l’autorità di Plinio il Vecchio sostiene una simile ipotesi, riportando che «i Greci la chiamarono Messapia dal nome d’un condottiero» («Graeci Messapiam a duce appellavere»)15. In definitiva tutti d’accordo che Messapia traeva nome da un condottiero, in genere ritenuto proveniente dalla Beozia dove risultava già eponimo d’una piccola catena montuosa.

Pur tuttavia questa tesi non soddisfa gli studiosi, e vedremo poi perché.

Acquisisce così in alternativa spazio una proposta moderna la quale  prevede «che i Greci intendessero il nome Messápioi, per etimologia popolare, come ‘quelli tra i due mari’»16 e per Messapía «quella che sta in mezzo (tra due mari)»17. Il fascino della nuova ipotesi è tale che, sebbene ritenuta dagli studiosi non dimostrabile, visto che non si conosce l’etimologia della parola, essa prende sempre più piede nella cronachistica. A tal punto che si dà ormai per scontato che Messapia  significhi «terra tra i due mari», ed in tale veste fa bella mostra nella pubblicistica locale.

Ma la potenza delle suggestioni non modifica l’attendibilità delle affermazioni: più che non dimostrabile, una simile teoria è  improbabile, se non proprio impossibile.

E vediamo perché.

Abbiamo già appurato che il termine Messapi appare per la prima volta nelle fonti letterarie del V secolo a.C.  per mano di Erodoto, ma è verosimile che esso fosse di tradizione più antica, collegabile al periodo precoloniale di fine IX secolo a.C. oppure coloniale del secolo immediatamente successivo. Nel primo caso, furono con ogni probabilità gli Eubei a coniarlo, quando ancora, come racconta Plutarco18, potevano disporre dell’isola di «Kérkyra» (l’attuale Corfù) controllando le rotte per l’occidente; nel secondo all’arrivo dei Lacedemoni con la fondazione di Taranto. In entrambi i casi in un periodo in cui non ci si è ancora emancipati da una visione della terra a forma d’un disco, come lo scudo di Achille descritto da Omero, costruito appunto ad immagine del disco terrestre.

Nell’epica greca arcaica la Terra è concepita priva di profondità e circondata da Oceano, da dove sorgono e dove tramontano il sole e gli altri pianeti. In pratica si dovette attendere  Anassimandro, e quindi il VI secolo a.C., per avere una Terra che, senza il sostegno di Atlante, potesse galleggiare autonoma nello spazio ed essere rappresentata graficamente, in maniera per quel che si sa molto approssimativa. Questo per ricordare che, a differenza nostra, cui basta consultare una cartina per distinguere un mare da un altro o vedere la configurazione d’una costa, a quei tempi non si poteva ricorrere ad aiuti del genere. Tutto ciò comporta una difformità di prospettiva tra un qualsiasi lettore moderno ed un viaggiatore di epoca antica. Punti di vista e percezioni la cui lontananza è difficile da colmare e da comprendere, perché basati su configurazioni geografiche del tutto differenti e, quindi, su un diverso modo d’intendere i luoghi.

I navigatori del IX secolo a.C. non avevano strumenti di navigazione e neppure portolani e peripli che codificavano le rotte e le distanze. Il loro bagaglio conoscitivo aveva una chiara impronta pratica – alimentato dalle esperienze fatte di persona o trasmesse dalla tradizione marinara – che però presupponeva sensibilità e doti innate, oltre a conoscenze astronomiche legate alla posizioni delle stelle. Chi prendeva il mare si trovava così ad affrontare molto spesso situazioni inconsuete ed impreviste, risolvibili solo grazie alla perizia affinata con l’esercizio ripetuto ed alla capacità di sapersi orientare guardando il cielo, unica mappa disponibile, e di sapere prevedere come poteva volgere il vento. Sopperivano alla manualistica assente con doti sviluppate con il tempo e con notizie raccolte sugli itinerari da percorrere, tipo: distanza tra un promontorio e l’altro o tra due approdi;  gioco delle correnti; eventuale pericolosità dei fondali costieri. La navigazione avveniva infatti in genere lungo le coste (cabotaggio) e, solo se non si poteva fare altrimenti, si affrontava il mare aperto.

Certo, quando gli Eubei  si inoltrarono lungo le coste tirreniche ed adriatiche, facendo quindi rotta verso l’occidente, questo non era «ζόφος» (zófos, oscuro) come ai tempi di Ulisse19 ma, ugualmente,  pieno di incognite e di pericoli. Pure i riferimenti erano diversi da quelli attuali e l’Adriatico stesso, oltre ad avere un differente idronimo, era percepito in maniera particolare.

 

Intanto l’Adriatico non era vissuto come un mare vero e proprio (thálassa). Al massimo lo si considerava un mare di passaggio tra due terre («πόντος», pόntos) ma, molto più spesso, era ritenuto un golfo («kόlpos»). Inoltre i Greci, stentavano a crederlo un bacino unico e pensavano fosse composto da due distinti golfi che occupavano rispettivamente la parte più remota – il nostro Alto Adriatico – e quella più prossima alle loro coste – il Medio e Basso Adriatico.

In epoca arcaica il tratto settentrionale dell’Adriatico era chiamato dai Greci golfo di Crono20, perché il dio Crono rappresentava in sé uno spazio remoto collocato ad occidente oppure nelle estreme contrade a nord. Quindi Crono, in quanto collegabile ad una distesa marina occidentale e settentrionale rispetto al mare Ionio che solcava le coste greche. In seguito divenne golfo di Rea che, essendo moglie di Crono, richiamava probabilmente lo stesso concetto. Infine assunse la denominazione di «Adrías», Adriatico.

Come fosse chiamato il tratto di mare che bagnava le coste della penisola salentina, ci viene svelato da Eschilo21 che, narrando la storia di Io, la donna amata da Zeus e tramutata da Era in giovenca, lo denomina «Iónios kolpos» (golfo Ionio). Quest’ultimo nome serviva anche ad identificare genericamente tutto l’attuale Adriatico ma in maniera specifica e più spesso indicava solo l’Adriatico centro-meridionale.

In definitiva la parte settentrionale aveva una doppia nomenclatura – golfo Ionio o Adriatico – mentre quella centro-meridionale golfo Ionio. Quindi ai tempi in cui gli Eubei commerciavano nell’Adriatico, oppure quando fu fondata la colonia di Taranto, il mare che bagnava la costa orientale della Iapigia era chiamato Ionio; non Adriatico.

E tale termine fu adoperata sino a tutto il V secolo a.C., vale a dire pure ai tempi in cui scriveva Erodoto che, come visto, fu il primo a fare menzione della Messapia. Infatti, parlando di Apollonia22, lo storico precisa che è una città appunto situata sul golfo Ionio, perché quel tratto di mare non aveva ancora assunto il nome di Adriatico.

Solo nel secolo successivo, e molto lentamente, il nome che aveva contraddistinto solo la parte settentrionale del mare – «Adrías» –  prese ad identificare anche la restante parte di golfo, e “nacque” così l’Adriatico che tutti conosciamo. Non a caso nel Periplo dello Pseudo-Scilace23 – databile al IV secolo a.C. – l’autore,  dopo aver parlato indifferentemente di Ionio e di Adriatico, per timore di confondere il lettore, precisa che, quando parla di Ionio («Iónios») o di Adriatico («Adrías»), sta discorrendo dello stesso mare. Ed il geografo Strabone, ancora secoli dopo continuava ad affermare che il golfo Ionio e l’Adriatico hanno la stessa imboccatura (il canale d’Otranto), solo che il nome Ionio viene attribuito alla prima parte del mare e quello di Adriatico per la parte interna fino al più lontano recesso. Per poi concludere che, al suo tempo, quest’ultimo, a differenza del passato, era ormai il nome dell’intero mare24.

Morale della favola, quando tra il IX ed il V secolo a.C. fu coniato il termine Messapia, la penisola salentina non era considerata dai Greci bagnata da due mari distinti ma da un unico mare. E questo mare quand’era considerato nel suo complesso, compresi  quindi entrambi gli attuali bacini adriatico e ionico e quello al di sotto del Bruzio (la moderna Calabria), veniva chiamato dagli scoliasti mar Ionio d’Italia («Iónios pélagos tes Italías25»), per non confonderlo con il mar Ionio greco. Di conseguenza, Messapia non poteva voler dire “terra che si trova tra due mari” per il semplice motivo che, allora, si riteneva che entrambe le coste della penisola salentina fossero bagnate da un solo mare, appunto lo Ionio.

Occorre rilevare che non era una mera questione formale, derivante dai diversi idronimi utilizzati; all’opposto riguardava un aspetto sostanziale. Alla base c’era un’errata valutazione dell’estensione della penisola salentina e, in particolare, del suo orientamento che la faceva credere disposta in modo tale da non creare due distinti bacini. Da questa rappresentazione falsata derivava la convinzione che fosse contornata da un unico mare.

 

Lo lascia intendere Polibio, uno degli storici più attenti e stimati, che ancora nel II secolo a.C.  dichiarava che l’Italia aveva  una configurazione triangolare («τριγωνοειδοῦς») con base le Alpi e per vertice il capo Cocinto26, attuale punta Stilo. Tale schematizzazione faceva quindi prevedere che tutte le terre ad oriente di Cocinto, e quindi anche la Messapia, fossero necessariamente solcate da un solo mare, e questo a prescindere dalle denominazioni geografiche in uso. E successivamente pure Strabone, sebbene conscio che l’Italia non fosse assimilabile ad un triangolo, in quanto – come evidenziava – la parte centro-meridionale  «termina con due punte che s’inoltrano l’uno verso lo stretto di Sicilia e l’altro al capo Iapigio», la percepiva tuttavia «racchiusa dall’Adriatico da una parte; dal mar Tirreno dall’altra»27. Come dire che, mentre prima le coste salentine erano pensate bagnate dal solo Ionio, successivamente furono considerate solcate dal solo Adriatico.

La sostanza rimaneva in ogni caso sempre la stessa. Agli occhi degli antichi il Salento non si trovava tra due mari.

Di conseguenza, la fascinosa soluzione di “terra  tra due mari” non è neppure proponibile, essendo essa del tutto anacronistica, basata, com’è, su convenzioni e convincimenti posteriori a quando il termine fu coniato.

Scartata così un’ipotesi, perché di fatto irrealistica, occorre verificare se è possibile confezionarne una quantomeno plausibile.

È quanto si cercherà di fare nel prossimo incontro.

(1 – continua)

 

Note

[1] C’erano due formati di libro: il rotolo ed il codice. Il rotolo era costituito da fogli incollati l’uno all’altro in successione; il codice (utilizzato nelle sue prime apparizioni  per memorizzare leggi e decreti e non opere letterarie) aveva una struttura a pagine sfogliabili da destra a sinistra e, in alcuni casi, dal basso verso l’alto.

2 Anassagora fu il primo autore ad essere commercializzato.

3 Chiaro che Gutemberg era di là da venire e c’era necessità d’uno scriba, un copista tra l’altro dotato di conoscenze specifiche, il βιβλιαγράφος (bibliagráfos), il quale – pare –  era pagato profumatamente.

4 ERODOTO (V secolo a.C.), Storie, IV 99.

5 ERODOTO, cit., VII 170.

6 Erodoto partecipò alla fondazione di  Thurii, colonia di ispirazione ateniese, nel precedente sito di Sybaris in Magna Grecia, acquisendone quindi la cittadinanza. In precedenza aveva soggiornato per anni ad Atene.

7 Nella gran parte dei testi ricorre la raffigurazione dei Messapi come suddivisione degli Iapigi: la tradizione maggiormente accolta prevede la ripartizione degli Iapigi in Dauni, Peuceti e Messapi.

8 Per quello che ho potuto appurare, nelle fonti latine fanno eccezione  i Fasti e LIVIO (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Dalla fondazione di Roma, VIII 24, 4.

9 STRABONE (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, VI 3, 1.

10 N. VALENTE, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, in “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, anno V, n. 6-7, Nardò 2018,  p. 104.

11 PAUSANIA (II secolo d.C.), Pariegesi della Grecia, IX 22, 5.

12 STRABONE, IX 2, 13

13 STEFANO BIZANTINO (VI secolo d.C. –…), Ethnica, voce “Messápion”.

14 FOZIO (IX secolo d.C.), Bibliotheke, voce “Messápion”.

15 PLINIO IL VECCHIO (I secolo d.C.),  Storia Naturale, III 11, 99.

16 Cfr. C. DE SIMONE, Gli studi recenti sulla lingua messapica, in AA.VV., Italia Omnium Terrarum Parens, Milano 1989, p. 651.

17 G. NENCI, Per una definizione della Ίαπυγία, ASNP, S. Ill, VIII, 1978, p. 47.

18 PLUTARCO (I secolo d,C. – II secolo d.C.), Questioni Greche, 11.

19 OMERO, Odissea, IX 26.

20 APOLLONIO RODIO (III secolo a.C.), Le Argoutiche, IV 327.

21 ESCHILO (VI secolo a.C. – V secolo a.C.), Prometeo incatenato, 837-840.

22 ERODOTO, Cit., IX 92, 3.

23 PSEUDO-SCILACE (forse IV secolo a.c.), par. 27.

24 STRABONE, Cit., VII 5, 8-9.

25 Scolii ad APOLLONIO RODIO, Cit., Frg. 4, 308. Si noti che nel suo complesso lo Ionio diventa pélagos, vale a dire “mare aperto”.

26 POLIBIO (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Storie, II 14, 4 – 5.

27 STRABONE, Cit., V 1, 3.

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11 Commenti a Messapia: era davvero una terra tra due mari?

  1. Narrazione molto interessante di aspetti poco conosciuti dalla gran parte della popolazione.
    Complimenti
    Marco Muller

  2. Buongiorno Prof. Valente, per noi Salentini è Irrestibile la soluzione di Salento “terra tra i due mari” da comuni cittadini di cultura popolare azzardiamo l’ipotesi di creare un’altro termine es…
    “Terra bifronte come Giano?”
    aspettiamo vostri commenti e nuove interpretazioni che leggeremo nella prossima puntata ,
    un saluto dai Salentini che vivono a Torino,
    Ersilio Teifreto

  3. Grazie…una ricchezza che ogni salentino dovrebbe portarsi dentro e tramandare di padre in figlio.

  4. Complimenti per l’articolo, non vedo l’ora di leggere il seguito. Una domanda: lei ha parlato delle origini cretesi di Oria. Io penso che tale tradizione potrebbe nascondere in realtà un’origine micenea più che minoica. Alla fine dell’Ottocento, nei pressi dell’attuale San Cosimo alla Macchia, furono rinvenute due anfore a staffa, attualmente conservate al Louvre, databili al Miceneo III B.

  5. Ancora oggi si discute se Castro sia sulle coste dello Ionio o dell’Adriatico, anche se geograficamente non è ne su uno ne sull’altro ma sempicemente è di fronte al Canale che unisce i due mari come li definiamo oggi.
    Se è vero che gli Eubei controllavano l’isola di Corfù prima di qualunque colonizzazione (verso il Tirreno, o la Calabria o la Sicilia, non serviva conoscere nulla di geografia, rotte o caratteristiche delle genti insediate per dare un nome a ciò che che potevano osservare direttamente coi loro occhi. Dalle alture di Corfù (Monte Pantocrator 906 m s.l.m.) la costa salentina è visibile per molte giornate dell’anno. E tutto quello che si vede deve avere un nome. Per cui dall’altra parte del Canale questa terra ha avuto sempre un nome che la si guardasse da Corfù, o da Fano, o dal Monte Cika in Albania. Magari diverso per ogni osservatore. Magari chiamavano quella terra vista da Corfù, la “terra che si vede da mezzo il mare”

  6. Vorrei ringraziare tutti e mi permetto di rinviare ogni possibile chiarimento o discussione dopo che ciascuno avrà potuto leggere la seconda puntata. Buona serata.

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