di Antonio Epifani
Ben note appaiono le vicende relative alla vita di suor Chiara D’Amato, che veste l’abito claustrale nel monastero di Nardò nell’anno 1638. L’intensa attività di preghiera, ascolto e meditazione susciterà in lei il desiderio di amare totalmente Cristo e di vivere in pienezza il messaggio evangelico.
Se a Nardò vive l’esperienza comunitaria nei compiti che le erano stati affidati, è a Seclì che nasce la sua vocazione a vivere e a servire la Chiesa con determinazione e coraggio.
Interessante, oltre alla quasi quotidiana permanenza della giovane Isabella nel convento di S. Antonio in Seclì e al dialogo con il suo illustre concittadino padre Francesco, è la devozione verso il Santissimo Rosario. Nella chiesa matrice di Santa Maria delle Grazie esiste un altare, rimaneggiato sul finire del 1800 per volere del canonico don Giuseppe Papaleo, collocato nella prima cappella a sinistra dall’entrata principale e dedicato proprio alla Vergine del Rosario.

Una tela tardo-cinquecentesca di Giandomenico Catalano presenta quelle che sono le caratteristiche fondamentali dell’iconografia mariana. Al centro, la Vergine in trono con il Bambino sulle ginocchia, circondata da angeli festanti, quasi del tutto scomparsi. A destra, interessante risulta la figura del papa della Santa Lega contro i Turchi del 1571, ossia Pio V, nonché quella dei confratelli del Rosario insieme ad altri religiosi. Una scena che si ripete con grande dovizia di particolari nella seicentesca tela del Cristo Redentore di Antonio Donato D’Orlando, della stessa chiesa matrice di S. Maria delle Grazie.
A sinistra, la Vergine è fiancheggiata da Santa Caterina da Siena in atteggiamento di supplica, mentre regge un giglio, simbolo della purezza. Dietro compaiono altri personaggi, tra i quali Guido D’Amato, bisnonno della serva di Dio Isabella, che partecipa alla battaglia di Lepanto nel 1571 e, di ritorno dalla stessa, commissiona la tela che stiamo esaminando. Questo porterà molto probabilmente a rimarcare con forza l’attività della confraternita del Rosario, che risultava già attiva in Seclì prima del 1580.
Si tratta di una devozione mariana della famiglia D’Amato che porterà lo stesso Guidone a commissionare, insieme alla moglie Giulia Spinelli, la chiesa e il convento di Santa Maria degli Angeli, oggi Sant’Antonio di Padova, fuori dalle mura del centro abitato, nel 1587.
La presenza della tela del Catalano nella parrocchiale di Seclì forgia inevitabilmente la devozione popolare di nobili e popolo nei confronti della Vergine. La giovane Isabella, che nasce nel 1618, da sempre manifesta una particolare e delicata premura nel partecipare alla vita religiosa della comunità. Fin dalla tenera età conosce le figure ivi rappresentate, poiché costanti erano i suoi ingressi nella chiesa matrice, che sorge a pochi passi dalla casa paterna.
Inoltre, la presenza della tela suddetta è menzionata nella visita di Mons. Sanfelice del 1719, dove lo stesso così recitava: “visitavit altare Beatae Mariae Virginis sub titulo Sanctissimi Rosari in qua pulcherrima extat tabula a preclaro pictore Catalano depicta”. Quindi cita l’autore gallipolino, che opera nella parrocchiale di Seclì e che realizza una serie di opere dedicate alla Madonna in seguito alla vittoria sui Turchi, sparse in varie chiese della diocesi.
Devozione mariana, dunque, che interessa appieno la famiglia della giovane Isabella, tant’è vero che, nella biografia scritta da suor Pelagia Coriolani, si viene a conoscenza che il padre Francesco D’Amato, barone di Seclì, faceva molte ore d’orazione, tanto da avere i calli alle ginocchia, mentre la madre Caterina D’Acugna fece una vita tanto virtuosa che, al momento della morte, diceva parole piene di Spirito Santo e morì santamente.
Una famiglia timorata di Dio che custodì la vocazione alla vita religiosa sia di Isabella sia di Giovanna, sorella minore della claustrale, nata il 19 settembre 1619.
Interessante risulta, tuttavia, il legame della giovane Isabella con la confraternita del Ss. Rosario di Seclì. Infatti, in questo intreccio biografico e artistico, che vede l’esame delle opere custodite e commissionate dal sodalizio, l’anno 1635 è fondamentale, perché la diciassettenne Isabella viene eletta priora della Confraternita del Ss. Rosario, un incarico importante per una giovinetta che già era entrata a far parte della confraternita nella parrocchiale di Seclì da tempo.

La sua presenza, le sue opere di beneficenza e il suo modo di fare non passarono inosservati ai prelati e ai membri della confraternita e, forse, furono proprio questi i motivi che spinsero alla scelta poc’anzi descritta. Questo compito di guidare il sodalizio responsabilizza la giovane D’Amato, che sedimenta appieno la sua vocazione alla vita claustrale.
Il 12 febbraio 1636 ricevette dalla Sacra Congregazione sopra i Vescovi e Regolari di Roma “licenza per pigliare l’abito monastico” delle clarisse del monastero di Nardò. Ingresso che farà nella Domenica in Albis del 1638 insieme alla sorella Giovanna.
Nel frattempo, un’altra data degna di menzione è quella del 1638, quando, sempre nella Terra di Seclì, suo paese natale, ebbe la visione della Vergine nella cappella privata del primo piano del palazzo ducale. Evento ricordato in una lapide ottocentesca posta da Angiola Rossi nel 1886.

Altro dato significativo che lega la claustrale alla Vergine del Rosario è la prima grande estasi che la stessa ebbe la prima Domenica di ottobre del 1654, festa della Madonna del Rosario. Culto ben radicato, dunque, a Seclì, anche per via della fervida e salda devozione della giovane baronessa.
Infatti, vivo rimarrà il ricordo della serva di Dio nella vita comunitaria della ridente Seclì anche dopo la sua morte. Il sodalizio commissiona, nel XVIII sec., un simulacro processionale della Vergine del Rosario, ancora oggi conservato in una nicchia di legno della stessa epoca all’interno della chiesa matrice di Santa Maria delle Grazie.
Si tratta di un manichino in legno, vestito, popolarmente denominato Madonna in bianco, poiché lo stesso era utilizzato in occasione del Sabato Santo: quando, smontato il Bambinello, la Vergine vestita di bianco faceva ingresso nella parrocchiale al canto del Gloria, in vista della risurrezione del Signore.
Fondamentale è l’interesse della famiglia Severino, nipoti della claustrale, che fecero dono, così come è riportato nella relazione di don Luigi Piccinno agli inizi del 1900, di “due corone in argento per la Vergine del Rosario e del Bambino di grammi 150 fatte per devozione della duchessa Severino”.
Interesse che porterà Francesco Maria Severino a scrivere la biografia della sua parente in quattro tomi, edita a Napoli nel 1743.
Una confraternita e una devozione che, di fatto, non si sono mai spente nella comunità di Seclì. Tuttavia, nello Stato di Sezioni del 1815, sappiamo che la cappella del Ss. Rosario di Seclì possedeva un oliveto in località Pozzo Dolce, ma non vi è alcuna menzione della confraternita, che oggi risulta estinta.
Bibliografia
- Archivio Parrocchiale di Seclì, fascicolo chiesa Santa Maria delle Grazie.
2. Archivio Diocesano di Nardò, visita di Mons. Antonio Sanfelice, 1719.
3. Archivio Diocesano di Nardò, relazione di don Luigi Piccinno, arciprete di Seclì, inizi 1900.
4. ANTONIO EPIFANI, Confraternite di Seclì estinte, Confraternita del Rosario, in M. GABALLO, F. CAVALLO (a cura di), Le Confraternite della Diocesi di Nardò-Gallipoli, Grenzi Editore, 2023.
5. ANTONIO EPIFANI, “Omnia Vincit Amor” Il Palazzo Ducale di Seclì nel contesto delle residenze nobiliari. Tesi di laurea triennale in storia dell’Architettura. Relatori Chiar.mo VINCENZO CAZZATO e Chiar.mo FRANCESCO DEL SOLE.
6. CRISTOFORO ALDO DE DONNO, “Il libro della mistica esperienziale di suor Chiara di Gesù” Isabella D’Amato da Seclì, 1618-1693, Brindisi, 2010.
7. CRISTOFORO ALDO DE DONNO, “Fuoco d’amore che brucia e non consuma la vita di suor Chiara di Gesù” Isabella D’Amato da Seclì, 1618-1693, Nardò, 2010.

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