L’omicidio di Francesco de Giuseppe. Violenza e superstizione nel Salento di metà Ottocento

 

di Pierluigi Cazzato

Alcuni mesi addietro, mentre ero impegnato in ricerche di tutt’altro genere, per puro caso mi sono imbattuto in un curioso volume: Discorso in difesa di Tommaso Scarascia e Vito Panico di Tricase, Cesario Cappilli, Spiridone Scarcella, Filippo Bramato ed Ippazio Baglivo di S. Eufemia. Pronunciato dall’avvocato Benedetto Bodini nella Gran Corte Criminale di Terra d’Otranto ne’ giorni 15 e 16 Dicembre 1845.

Il testo a stampa, edito a Napoli dalla Stamperia Nicola Mosca, è oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli ma, nella sua versione digitale, si può facilmente reperire anche in uno di quegli archivi online che fanno la fortuna degli appassionati di storia locale e non solo1.

Si tratta, evidentemente, dell’arringa difensiva pronunciata in favore di alcuni uomini accusati di un infamante delitto: l’assassinio di un bambino di soli 4 anni.

Lo scritto del Bodini, avvocato leccese di grido che, tra citazioni colte (che passano con disinvoltura dalle Sacre Scritture al Tasso, dai classici latini a Dante Alighieri) e verbosi preamboli, ci informa su quel che accadde a Francesco de Giuseppe negli ultimi giorni dell’anno 1843, delle indagini e del processo che ne scaturirono; il testo, oltre a darci notizie su di un efferato caso d’infanticidio, ci permette di ricostruire alcuni aspetti della vita sociale e delle credenze popolari che animavano le comunità rurali del Capo di Leuca alla metà dell’Ottocento.

Proviamo ora a ricostruire i fatti per come ci vengono presentati dalla perorazione difensiva del Bodini.

Il povero Francesco scompare la mattina del 26 dicembre 1843 quando si trova, insieme a suo padre Gaetano, in casa di Clemente Rizzo di Tutino. Gaetano de Giuseppe è intento a giocare a carte con l’amico Clemente, la posta in palio è dell’acquavite; dunque i due uomini si dedicano al gioco e al bere già di prima mattina e perfino il bambino viene coinvolto visto che, come dicono le carte, “il padre gli dava un tantino di quel liquore”.

Quella mattina, in casa del Rizzo sono presenti anche i due figli di Rosario Minerva, calzolaio di S. Eufemia, e, quando questi se ne vanno, Francesco li segue attratto dal suono dello zufolo che uno dei due sta armeggiando. Dopodiché del fanciullo si perdono le tracce e, nonostante le serrate ricerche portate avanti dai congiunti, nel territorio di Tricase e nei paesi vicini, nessuno ne ha più notizia fino alla macabra scoperta del suo cadavere che avviene solo tre giorni dopo.

Tutino, sulla strada che da Tricase conduce a S. Eufemia, alba del 29 dicembre: un gruppo di contadini si dirige verso i campi per iniziare una giornata di duro lavoro quando i latrati di una cane che li segue attira la loro attenzione verso un pozzo situato nel fondo Chiusarulo.

Ippazio Vito Baglivo, proprietario del terreno e del mulino ivi allocato, per primo si inoltra verso la cisterna e subito nota delle tracce di sangue intorno ad essa, poi affacciandosi alla sua imboccatura scorge un piccolo corpo, ormai esamine, sul fondo asciutto del pozzo. Il povero contadino “si scolora in volto, si atterrisce, si spaura” rendendosi conto di aver ritrovato i resti di Francesco de Giuseppe.

Il corpo dello sfortunato bambino risulta martoriato, il Bodini nella sua arringa ci informa con dovizia di particolari circa l’esame autoptico a cui viene sottoposto il cadavere dell’infante. Sul corpicino vengono riscontrate una decina di ferite: una ferita lacero contusa sulla fronte, una contusione sull’orecchio sinistro e una sul lato destro del collo, lesioni sullo scroto e nella regione anale, un’ulteriore ferita lacero-contusa nella zona sacrale, la frattura del femore sinistro e una contusione sul ginocchio sinistro.

Possiamo ben immaginare lo sgomento che tale orrendo delitto produce nella piccola comunità tricasina e le affannose indagini delle autorità per scoprire quanto prima il colpevole. La solerzia degli inquirenti, infatti, porta molto presto a dei risultati: il 4 gennaio si raccoglie la testimonianza di Cosimo de Donatis, oblato della cappella della Madonna del Gonfalone situata nei pressi della frazione di S. Eufemia. Secondo l’uomo nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, mentre dormiva nella sua modesta casupola, situata nelle vicinanze dell’edificio sacro, fu svegliato dal calpestio di numerose persone; il giorno successivo poi si accorse come alcuni tufi pertinenti al vecchio altare della cappella ipogea erano stati spostati; infine la notte tra il 25 e il 26 qualcuno bussò alla sua porta ma egli non aprì.

Tuttavia la testimonianza del de Donatis differisce considerevolmente da ciò che aveva riferito a sua moglie, Domenicantonia Cazzato. La donna, durante l’interrogazione a cui viene sottoposta, asserisce che, secondo quanto le era stato detto dal congiunto, la notte tra il 26 e il 27 dieci uomini si erano presentati presso la cappella e che il marito, spiando attraverso la porta di casa, ne aveva riconosciuti alcuni.

Tali contraddizioni portano gli inquirenti a tradurre il de Donatis in carcere dove, il giorno 5 gennaio, viene sottoposto ad un nuovo interrogatorio. L’oblato questa volta da una diversa versione dei fatti affermando che la notte tra il 27 e il 28 una decina di persone si radunarono davanti alla cappella, che Cesario Cappilli bussò alla sua porta chiedendo una lanterna che egli gli diede, che riconobbe tra gli uomini Tommaso Scarascia e Vito Panico di Tricase, Rosario Minerva di S. Eufemia ed altri sei in seguito identificati come: Gaetano Elia, Spiridione Scarcella, Saverio Blandolino, Vito Stefanelli, Ippazio Baglivo e Filippo Bramato. Il giorno seguente però ritratta ancora la sua deposizione dicendo di “aver detto il falso per esser uniforme a sua moglie”.

Gli interrogatori del de Donatis si protraggono per un paio di mesi, durante i quali rimane rinchiuso nelle carceri di Tricase. Le dichiarazioni dell’uomo, rese davanti al giudice di Poggiardo, si susseguono tra evidenti contraddizioni e repentine ritrattazioni finché, infine, non asserisce di esser stato testimone oculare dell’assassinio del piccolo Francesco ad opera del Panico, che tratteneva il bambino, e dello Scarascia, che lo infilzava con uno stiletto.

Vale la pena di riportare alcuni fatti che accadono durante la prigionia dell’oblato. Per esempio la confessione che l’uomo rende a don Ippazio Alfarano, arciprete di Tutino, e a don Isacco Solda, arciprete di Miggiano, in cui ammette che le sue accuse sono false e mendaci e da facoltà ai confessori di rendere pubblica la sua ritrattazione. Oppure le diverse persone tradotte in carcere dall’autorità giudiziaria alla ricerca di testimonianze che avvalorino le dichiarazioni del de Donatis, incarcerazioni che si protraggono per settimane o addirittura mesi che invece di chiarire la vicenda non fanno altro che ingarbugliare i fatti tra accuse estorte con la forza e minacce reciproche tra i vari testimoni.

L’indagine, che a noi moderni lettori appare incerta e poco attendibile, come appariva all’avvocato difensore dell’epoca, viene portata avanti dal giudice di Poggiardo finché tutte le prove e gli indizi raccolti a carico dei sospettati non conducono finalmente al processo celebrato presso la Gran Corte Criminale di Terra d’Otranto2.

Sul banco degli imputati salgono i dieci uomini identificati dal de Donatis: Tommaso Scarascia e Vito Panico di Tricase, Rosario Minerva, Cesario Cappilli, Spiridone Scarcella, Filippo Bramato ed Ippazio Baglivo di S. Eufemia, Gaetano Elia, Saverio Blandolino e Vito Stefanelli di Tutino. Secondo la tesi dell’accusa lo Scarascia e il Panico, ideatori del truculento delitto, hanno organizzato il sacrificio dell’incolpevole Francesco de Giuseppe per accreditarsi come maghi ed acquisire prestigio davanti agli occhi dei loro sprovveduti sodali (che il Bodini non esita a definire “individui di cortissimo intelletto”).

Il movente dell’assassinio è da collegare ad una vecchia leggenda diffusa tra i contadini del luogo: secondo la vulgata popolare, nell’antica cappella sotterranea del Gonfalone si nascondeva un tesoro (la famosa acchiatura presente in tanti racconti popolari salentini) che poteva essere facilmente trovato spargendo il sangue di una vittima innocente.

Lo Scarascia e il Panico, anche se erano “certi che il tesoro ed il mezzo per possederlo non erano che un’ideale invenzione”, non esitarono a portare a compimento il loro infame progetto “per acquistare fama presso del (sic!) volgo” allo scopo “di accreditarsi per maghi” e “di carpir denaro” dagli ingenui compaesani.

Il movente sembra affatto privo di solide fondamenta e l’esperto avvocato fa subito notare alla corte che i due principali imputati, essendo consapevoli della infondatezza della leggenda, non potevano di certo sperare di accrescere la loro fama di maghi presso i concittadini, al contrario con il sacrificio del povero innocente non avrebbero fatto altro che disvelare l’inconsistenza delle loro arti magiche e dei poteri soprannaturali che si attribuivano.

A questo punto ci sembra utile ricostruire le figure dei due imputati, almeno per quanto possibile farlo attraverso le carte a nostra disposizione. Di Vito Panico, detto Papisso, sappiamo ben poco. Conosciamo il suo lavoro, il Bodini, infatti, ci informa che l’accusato dirigeva il trappeto di don Vito Raeli, e lo stato delle sue finanze, che non era certamente florido visto che da poco tempo gli era stato pignorato un cassone, il solo bene mobile che possedeva, “unico cespite di famiglia” come lo definisce l’avvocato. L’uomo tuttavia si vantava di esser mago, per esempio richiedeva ad un tale Giuseppe Minerva due tomoli e mezzo di grano con la minaccia di fargli venire “dolori di ventre” se si fosse rifiutato, a riprova delle sue minacce asseriva che aveva fatto morire la mula di un suo creditore di Gagliano che non gli aveva concesso la dilazione del pagamento di un vecchio debito.

Ma si trattava soltanto di millanterie come quando aveva tentato di trovare il ladro degli ori di una povera donna recandosi sul litorale di Tricase ma nulla aveva scoperto; oppure quando si vantava di possedere un libro di magia, il cosiddetto “libro del comando”3, che invece non era altro che il libretto della novena di santa Filomena “tutto affumicato e lacero per metà”, secondo quanto apprendiamo dalla testimonianza di don Michelangelo Pisanelli.

Non molto di più sappiamo su Tommaso Scarascia, detto Baracca: figlio di un medico, da giovane aveva studiato per imparare la professione del padre (secondo le parole del Bodini “ebbe in gioventù una coltura”), all’epoca dei fatti invece risulta che ricoprisse il ruolo di gabelliere4. Come il suo sodale, anch’egli “si gloriava di esser reputato mago”. Era in possesso di alcuni libri di medicina, ricordo degli studi giovanili, e con questi si dedicava a curare i piccoli malanni dei compaesani, anche in questo caso “gl’ignoranti che vedevan le guarigioni che il caso o la somministrazione dei semplici rimedi produceva” pensavano che l’uomo fosse in possesso del famigerato “libro del comando”.

Ci troviamo evidentemente di fronte a dei millantatori che si sfruttavano la credulità e l’ignoranza di poveri analfabeti. Tuttavia le testimonianze sono concordi nell’affermare che i due amici non lo facevano per denaro ma solo per gioco; per avvalorare la sua tesi, l’avvocato difensore cita le dichiarazioni di alcuni notabili del paese, don Michelangelo Pisanelli, don Luigi Tasco e don Ferdinando Maroccia, che sono pronti a giurare sulle “buone qualità morali” dello Scarascia e del Panico e sul fatto che non si erano fatti mai pagare per le loro “supposte magiche frodi”.

Passiamo ora ad analizzare meglio la tesi difensiva esposta dal Bodini. Tutta la difesa poggia su due temi fondamentali: da un lato si propone di evidenziare l’infondatezza del movente e dall’altro, invece, di dimostrare l’inattendibilità dei diversi testimoni dell’accusa. Per quanto riguarda il movente, l’avvocato, come abbiamo già visto, riesce ampiamente a provare che gli accusati non possono trarre alcun vantaggio dall’omicidio del fanciullo. Essendo consapevoli della falsità della leggenda popolare intorno alla cappella del Gonfalone, non hanno nessuna possibilità di trovare il fantomatico tesoro e tanto più di accreditarsi nelle loro arti magiche e sfruttare la fama acquisita a scopo di lucro. In effetti il movente proposto dall’accusa pare del tutto inconsistente e privo di logica.

Sulla seconda questione la disamina dell’avvocato risulta più articolata e punta a dimostrare che molti testimoni hanno dei secondi fini nel formulare le loro accuse oppure sono del tutto inattendibili. Vincenzo Peluso, ad esempio, giura di aver ascoltato i due imputati mentre discutevano sul come occultare il corpo della povera vittima ma, a parer del Bodini, lo fa solo per rivalersi di un torto subito dal Panico (che in passato si era rifiutato di prendere a servizio nel trappeto che conduceva un fratello del Peluso). Luigia Piccinni invece afferma di aver visto, la notte prima del rinvenimento del cadavere, Tommaso Scarascia e Rosario Minerva nei pressi del fondo Chiusarulo, ma la donna non è certo la più credibile dei testimoni tenuto conto della sua dubbia moralità (“Non vi dirò nulla della morale di costei, non dirò già ch’ella faccia copia5 e guadagno di sé, come molti testimoni han deposto, e com’ella stessa ha impudentemente confessato” per usare la retorica dell’avvocato difensore).

Tuttavia gli strali del difensore si indirizzano soprattutto contro il principale teste dell’accusa, il sedicente testimone oculare dell’omicidio: Cosimo de Donatis. Il Bodini s’impegna ad elencare le numerose contraddizioni che risultano dalle dichiarazioni dell’oblato, le ritrattazioni e le smentite fatte nei diversi interrogatori a cui l’uomo è stato sottoposto. L’avvocato smonta una per una le accuse del de Donatis: il fanciullo non è stato ucciso da una stilettata visto che sul corpo mancano le ferite d’arma da taglio; d’altro canto nessuna traccia di sangue e segni di scavo sono stati rinvenuti all’interno della cappella del Gonfalone, non sono presenti nemmeno le tracce di quel fuoco che, subito dopo il macabro delitto, l’oblato dice di aver visto accendere di fronte all’altare; la descrizione del vestiario della vittima non combacia con ciò che riferisce la madre del bambino. Se le evidenti anomalie nella testimonianza del de Donatis non bastassero a convincere la corte, ecco che il difensore passa a demolire la sua reputazione. Numerosi sono i testimoni che durante il processo descrivono l’oblato del Gonfalone come “per indole, per abitudine bugiardo”: don Giorgio d’Ostuni, giudice supplente di Tricase, afferma che il de Donatis è “solito idear delle favole, rivestendole de’ caratteri del vero” e che gli ha confessato di essersi “tutta immaginata la sua deposizione” e addirittura la moglie, Domenicantonia Cazzato, è pronta a giurare che il marito è “per indole mentitore”.

Per rafforzare la sua tesi difensiva, alla fine della lunga ed accorata arringa, il penalista leccese propone le sua ipotesi su come si siano realmente svolti i fatti. Il povero bambino è stato ucciso nei pressi del fondo Chiusarulo, le macchie di sangue ritrovate intorno al pozzo sono una prova più che evidente che l’omicidio è avvenuto in questo luogo e non nella cappella del Gonfalone. Il movente non ha nulla a che fare con la ricerca di un fantomatico tesoro, probabilmente si tratta di un caso di “nefanda pederastia”, come si può desumere dalle ferite riscontrate durante l’autopsia le quali avvalorano l’ipotesi che “il ragazzo forse venne sodomizzato e quindi precipitato nel pozzo”. Il Bodini giunge finanche a proporre un colpevole alternativo: Ippazio Vito Baglivo, colui che ha scoperto il cadavere in fondo al pozzo. Dopotutto le circostanze del ritrovamento sono poco chiare: quella mattina solo Baglivo accorre insospettito ai latrati del cane e solo lui riesce a scorgere il corpo del piccolo Francesco sul fondo della cisterna, “all’altezza di 36 palmi”, anche se ancora non “era chiarito il giorno”, fatto alquanto strano visto che i contadini che lo accompagnano “nulla veggono”.

Purtroppo non sappiamo come sia andato finire il processo e se le perorazioni del Bodini siano andate a buon fine. La nostra speranza è che gli imputati siano stati tutti pienamente scagionati tanto ci pare inverosimile la tesi dell’accusa, inconsistenti le testimonianze degli accusatori e incontrovertibili le prove a discarico esibite dalla difesa. Certo possediamo solo una versione parziale dei fatti, quella dell’avvocato difensore, tuttavia, a distanza di quasi due secoli, il processo ci sembra palesemente influenzato dalla credulità e dal pregiudizio del popolo, fondato più su dicerie popolari che su vere e proprie prove.

“La credulità e l’ignoranza” sconvolsero “le cieche menti del volgo di Tricase” per usare le parole dell’avvocato leccese; la superstizione della plebe “diffuse la voce che l’uccisione dell’innocente fanciullo ebbe per oggetto l’invenzion del tesoro”; l’atavico analfabetismo dei contadini del Capo “largì il titolo di maghi a Tommaso Scarascia e Vito Panico”.

In definitiva, possiamo essere concordi con la chiosa finale del Bodini, seppur essa ci appare impregnata di un evidente classismo e di un malcelato disprezzo per le classi subalterne: “il popolo è una moltitudine d’insensati che a torme a torme prestan credenza a qualunque racconto, […] è come gli uccelli i quali volano tosto che il primo prenda il volo senza saperne il perché”.

Alla fine, dobbiamo ammettere d’aver maturato una certa compassione e quasi simpatia per gli imputati e, certi della loro innocenza, vogliamo credere che siano stati assolti; tuttavia maggiore pietà ci ispira la figura del povero Francesco de Giuseppe, l’unico personaggio della vicenda innocente senza ombra di dubbio. Che gli sia stata resa giustizia ci crediamo poco, ma speriamo che almeno queste poche righe possano perpetuare il ricordo di questa incolpevole vittima e che servano a rammentare le misere condizioni in cui, meno di due secoli addietro, versavano i bambini salentini appartenenti alle classi più povere, “i ragazzi ne’ paesi, e specialmente in que’ del Capo di Leuca, […] che le madri […] abbandonano […] in balia di loro stessi”.

 

1 La versione digitale del testo è disponibile gratuitamente: https://archive.org/details/bub_gb_vDvdDkLFHU8C

2 Magistratura speciale del regno borbonico, fu istituita nel 1808 e funzionò fino al 1862, essa giudicava in primo grado delitti particolarmente gravi nonché i procedimenti politici. La corte aveva sede a Lecce.

3 Secondo la tradizione folklorica e la credenza popolare delle regioni dell’Italia centro-meridionale, è ritenuto un testo di magia nera opera del demonio. Rimanendo nel territorio tricasino, una citazione di questo fantomatico volume la ritroviamo in una famosa leggenda: la costruzione della chiesa della Madonna di Costantinopoli, la cosiddetta “chiesa del diavolo”. La tradizione vuole che, alla fine del XVII secolo, l’edificio sacro sia stato costruito in una sola notte dal maligno evocato da messer Jacopo Francesco Arborio Gattinara proprio attraverso le formule magiche contenute nel “Libro del comando” (cfr.: Il Salento delle leggende. Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto. Parte terza, A. Mele “Melanton”. Reperibile alla pagina web: https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/20/il-salento-delle-leggende-misteri-prodigi-e-fantasie-nellantica-terra-dotranto-terza-puntata/ ).

4 Incaricato a riscuotere le gabelle ovvero le imposte indirette su alcuni generi di consumo e i dazi sul commercio.

5 Fare copia di sé: concedersi con facilità.

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