di Marcello Gaballo e Armando Polito
Oggi le eparchie[1] esistenti in Italia sono tre: quella di Lungro in Calabria, quella di Piana degli Albanesi in Sicilia e quella di Santa Maria di Grottaferrata nel Lazio. Come si vede, nessuna superstite in Terra d’Otranto, che pure, per le note vicende storiche, ebbe il privilegio dell’arricchimento culturale di due ondate greche, quella classica, a partire dall’VIII secolo a. C. e quella bizantina, a partire dal periodo della persecuzione iconoclastica, sempre nell’VIII secolo, ma d. C. e si intuisce come la prima abbia avuto potuto avere un’influenza religiosa pagana limitata, dal momento che i protagonisti erano uomini comuni, a differenza della seconda costituita essenzialmente da uomini al servizio della chiesa orientale.
In ogni emigrazione gli ospitanti hanno più o meno a lungo mantenuto le loro tradizioni, prima di giungere a quella che gli ospitanti chiamano integrazione e che, alla fine del percorso, per colpa comune, coincide col prevalere della cultura ospitante su quella ospitata, in barba alla bandiera occidentale della democrazia e del rispetto delle minoranze.
Pensando alla situazione attuale, certamente più complessa ed esasperata, c’è da riconoscere che il detto Nihil sub sole novi (Niente di nuovo sotto il sole) non è campato in aria.
In una lettera del 16 agosto 1585 inviata da Roma dal cardinale di S. Severina[2] al vescovo di Nardò[3], in risposta ad una sua lettera del 15 marzo inviata erroneamente, come vedremo, alla Congregazione dell’Immunità. Trovandomi questi giorni passati in Congregatione dell’Immunità et Reverendissimi signori Cardinali deputati sopra i negotii de vescovi, et Prelati, fù letta una lettera di Vostra Signoria de’ XV di Marzo passato diretta al Signor Cardinale Alessandrino intorno le cose de’ Greci di cotesta Diocese. Et perche questo negotio appartiene ad altra Congregatione de’ Signori Cardinali deputati sopra la riforma de’ Greci, e di questa io n’hò particolare pensiero, fù rimessa à me. Et essendo stata da me vista, et considerata, hò voluto risponderle conforme alle risolutioni altre vostre fatte nella detta Congregatione sopra i Greci.
A questo punto inizia la risposta del cardinale ai quesiti posti dal vescovo e, per la congerie di sottili distinguo in essa contenuti, ma sostanzialmente ispirati al diplomatico intento di risolvere il problema con la tecnica dell’esaurimento, più o meno indolore per le parti, come di recente si è fatto con le buste di plastica e poi con le lampadine ad incandescenza, per conciliare le esigenze ambientali per le une, di risparmio energetico per le altre, con quelle economiche del settore produttivo e di quello commerciale).
Quanto adunque alla prima dimanda, ciò è, se nelle terre dove i popoli[4] sono meri latini, come Galatone, Alliste, et Niviano, c’hanno avuto sempre antiquo, et al presente hanno Preti Greci, si può continuare di tolerare, come per il passato si è fatto i Preti del rito Greco, et particolarmente, che habiano moglie; se le dice, che poiche il popolo è latino, non ha bisogno del Rito Greco, et conseguentemente di sacerdoti Greci, e tanto più, che ‘l Popolo non intende la lingua, anzi i sacerdoti stessi essendo ignoranti, ne anco essi forsi[5] intendono quel che leggono; e per questo è stato ordinato, che dove non è popolo Greco, si sopprima il Rito Greco, et si intrduca il Latino. Et essendo cosa scandalosa, che nella Chiesa occidentale i Latini coniugati siano ordinati Preti secondo il Rito Greco; per questo per l’avvenire non si hà da tolerare, che se ne ordinino più, eccetto se fussero veramente Greci, i quali si hanno da ordinare alle Chiese Greche secondo l’uso loro. Et quella consuetudine, che hanno i Greci di Galatone di far l’ufficio della Benedittione dell’acqua nella Chiesa Cathedrale di Neritò[6] nella festa dell’epiphania, e di assistere al vescovo il dì dell’Assontione della Beatissima sempre Vergine Maria, et cantar l’evangelio Greco, et l’epistola Greca; si potrà mantenere co’ Preti, et Chierici di Galatone, mentre ve ne saranno idonei, et che non sia à fatto soppresso il Rito, et lingua Greca trà loro. Ma quando questi mancaranno, si potrà conservare con Preti, et Chierici Latini periti[7] della lingua Greca dell’istessa terra per mantenerli l’antica prerogativa; overo non vi essendo in quella tali, facci con Preti, et Chierici similmente Latini, et periti della lingua Greca d’altra terra della Diocesi, o pure anco da Preti et Chierici veramente Greci, et ordinati al Rito Greco per le Chiese Greche, et popoli Grechi [8] d’altri Luoghi dell’istessa Diocese.
È ben vero che questa benedittione dell’acqua nell’Epiphania si suole anco fare in alcune Chiese Latine, come nella Patriarcale di Venetia, et altre in quella forma; che si convene nel libro sacerdotale. Nelle terre poi, dove i popoli sono Greci, et si tene il Rito, et la lingua Greca, come nella terra di Aradeo per quel che si propone nella seconda dimanda, si hà da mantenere, et tolerare il Rito Greco, et l’ordinatione de’ sacerdoti Greci secondo il Rito loro; ma che questi siano stati veramente Greci di Rito, et non Latino ancora che habbiano, ò habbiano avuto una moglie solamente unica, et vergine, ancora che siano celibi, che tanto meglio sarebbe.
Quanto alla terza dimanda si può satisfare con quel che si è detto nella prima, et seconda, et sarà facile il rimediarvi, aggiugnendosi alla sua prudenza la pietà, et carità, con che si spera, ch’ella debba procedere. Dove poi non si trovano sacerdoti Greci idonei, può sopplire con sacerdoti Latini, al meno ad tempus[9], mentre[10]gli provegga più opportunamente, pure che ‘l popolo Greco li riceva[11], et ne stia contento. Et quando il popolo istesso Greco volesse passare al Rito Latino, sarà se non bene[12].
Et non essendo questa per altro, à Vostra Signoria mi offero, et raccomando, pregando il Signore che le dia aumento di gratia, et forza di fare il suo santo servitio. Di Roma à XVI di Agosto MDLXXXV.
Alcuni giorni dopo scritta la presente si è ricevuta l’altra lettera di Vostra Signoria de XXII di Luglio passato diretta al signor Cardinale di Sans[13] sopra l’istessa materia, e del medesimo tenore, alla quale essendosi satisfatto per la precedente risposta, non occorre dirle altro.
Note
[1] Distretto episcopale, diocesi. La voce è dal greco ἐπαρχεία (leggi eparchèia) o ἐπαρχία (leggi eparchìa), com’era chiamata la suddivisione amministrativa delle diocesi nell’impero bizantino.
[2] Giulio Antonio Santorio, elevato a cardinale da Pio V nel 1570. Qui il S. Severina contiene un riferimento alla diocesi calabrese della quale era stato arcivescovo metropolita dal 1566 al 1573. Lì, a contatto con le comunità calabresi di rito bizantino, aveva maturando sul campo una profonda conoscenza del problema, il che gli valse la nomina a primo rettore del Collegio dei Greci di Roma, fondato da Gregorio XIII per dare una formazione umanistica ai giovani greci e promuovere il riavvicinamento tra la chiesa occidentale e quella orientale.
[3] Nella lettera si legge solo Al Molto Reverendo Signor come fratello Monsignor il vescovo di Nardò, ma la data permette di identificarlo in Fabio Fornari, che fu vescovo di Nardò dal 1583 al 1596.
[4] Abitanti, popolazione.
[5] Fedele, più di forse, al latino forsit.
[6] Odierna Nardò. La forma è interessantissima anzitutto nella sua paradossale, dato il tema trattato, derivazione diretta dal bizantino. Tra le pergamene greche conservate nell’archivio vescovile di Nardò ve n’erano tre, che Francesco Trinchera fece in tempo a trascrivere nel suo Syllabus membranarum Graecarum, Cataneo, Napoli, 1865, prima che venissero trafugate. La prima (p. 513) è del 1134 ed in essa è attestato un νερετου, genitivo che suppone un nominativo νερετος o νερετον. Purtroppo νερετου appare scritto senza accento (errore di lettura o di stampa?) e di conseguenza non si può stabilire l’accento del nominativo che in caso di νερέτου (leggi nerètu) sarebbe potuto essere νέρετος (leggi nèeretos) o νέρετον (leggi nèreton), oppure νερέτος (leggi nerètos) oppure νερέτον (leggi nerèton); se avessimo trovato scritto νερετοῦ (leggi neretù), invece, il nominativo sarebbe potuto essere νερετός (leggi neretòs) oppure νερετόν (leggi neretòn). Nella seconda pergamena (p. 514), che è del 1149, è attestato un νερέτου (leggi nerètu), che comporta i relativi nominativi ipotizzati per la ricorrenza precedente. comporta i nominativi già in quella circostanza messi in campo. Nella terza (p. 531), infine, che è del 1227, compare νερετοῦ (leggi neretù), che comporta un nominativo νερετός (leggi neretòs) oppure νερετόν (leggi neretòn), forme ossitone che sono alla base di Nardò, parola tronca non per aver perso l’originaria sillaba finale, come in verità, che è dal latino veritate(m), ma per fedeltà alla forma greca. Il Neritò di questo documento, è preceduto cronologicamente solo, a quanto ci è dato conoscere, da quello ricorrente in Lo Balzino, un poema encomiastico scritto dal neritino Rogeri de Pacienza negli ultimi anni del XV secolo.
[7] Esperti, conoscitori.
[8] Sic.
[9] Temporaneamente.
[10] In attesa che.
[11] Accolga.
[12] L’espressione, col giudizio che esprime, tradisce un atteggiamento non propriamente imparziale e un’impaziente intolleranza.
[13] A differenza del cardinale di S. Severina, la sua identificazione non è risultata agevole, a causa dell’assenza totale di dettagli d’aiuto. Un arcivescovo di Sans viene genericamente citato più volte per gli anni 1562 e 1563 nell’Istoria del Conciliodi Trento, scritta dal futuro cardinale Sforza Pallavicino, per i tipi di Marelli, Milano, 1745, v. III, pp. 249, 266, 390, 406, 545 e 691. Probabilmente si tratta di Giacomo Daut de Perron. Una sua biografia è in Antonio Baldassarri, Compendioso ristretto di personaggi, Alcuni illustri per la Scienzia (sic), altri celebri per Santità, e Dottrina, Canpitelli, Foligno, 1711, pp. 205-206, dalla quale apprendiamo fra l’altro che fu detto meritatamente l’Agostino delle Gallie per la sua lotta contro l’eresia, che venne a Roma, e promosse assai l’assoluzione di Enrico IV, alle cui preghiere fù fatto prima vescovo di Eures, poscia Arcivescovo di Sans, e per ultimo Cardinale, che presedette (sic) egli ad un Concilio da Vescovo, tenutosi nella Città di Parigi, come Arcivescovo di Sans, e Metropolita, e fuvi condennato Edmondo Richerio, Sacerdote di Langres, inventore di nuove Eresie e che morì nel 1618.
Pubblicato in Memorie e gratitudine. Studi in onore di don Giuliano Santantonio, a cura di M. Gaballo e A. Cavallo), Grenzi, Foggia 2025.
