Per un’arte utile. Egidio Lanoce e la Scuola d’Arte di Maglie

manufatti della R. Scuola d’Arte di Maglie

 

di Marcello Gaballo

Il testo che segue merita di essere riproposto non soltanto come documento sulla storia della Scuola d’Arte di Maglie, ma soprattutto come testimonianza diretta della personalità e delle idee di Egidio Lanoce.

Le “Poche parole” che il professore legge l’8 dicembre 1889, in occasione della premiazione degli alunni, ci restituiscono infatti, con una immediatezza rara, l’uomo che abbiamo appena incontrato nella sua vicenda umana e professionale: il maestro convinto che l’arte non dovesse restare separata dalla vita, ma entrare nelle officine, nei mestieri, nel lavoro quotidiano.

La Scuola d’Arte Applicata all’Industria di Maglie era allora ancora giovane.

Nata nel 1881 come scuola serale e domenicale per gli artigiani, aveva trovato nella tenacia di Lanoce il suo principale animatore e difensore.

Nel testo qui riproposto egli stesso ci informa dei progressi compiuti nei primi anni: dai 33 alunni del 1887-88 si era passati ai 50 dell’anno successivo, con l’istituzione del terzo corso e un insegnamento che comprendeva il disegno a mano libera, il disegno geometrico e la plastica, fino agli elementi dell’architettura.

Dietro questi numeri si intravede già quella scuola destinata, negli anni successivi, a diventare una delle più importanti istituzioni meridionali per la formazione degli artigiani.

Ma il documento è prezioso soprattutto perché permette di ascoltare direttamente la voce di Lanoce. E quella voce non è soltanto quella di un direttore che riferisce sui risultati della propria scuola: è la voce di un educatore che ha maturato una precisa idea del rapporto fra arte, lavoro e progresso civile.

Egli parte da una constatazione apparentemente sconsolata: nella società contemporanea si è spezzato il rapporto fra l’artista e il pubblico, mentre l’arte rischia di diventare qualcosa di estraneo alla vita comune. La risposta che propone non è però la rinuncia, bensì il recupero di un’arte capace di confrontarsi con l’utilità, con la produzione e con il lavoro.

È qui che il pensiero di Lanoce acquista una particolare forza.

Guardando al Rinascimento italiano, egli ricorda come i grandi artisti non avessero disdegnato le arti decorative e i mestieri: oreficeria, ceramica, ebanisteria, tessitura, intaglio. La grandezza artistica, secondo lui, era nata anche dalla capacità di unire il bello all’operare quotidiano e dall’esistenza di un pubblico capace di comprendere, amare e sostenere quelle produzioni.

Da questa lezione del passato Lanoce trae una conclusione perfettamente coerente con la sua esperienza: se l’arte deve tornare a essere una forza viva della società, occorre portarla là dove si forma il lavoratore, nell’officina, attraverso la scuola.

La sua concezione della scuola è dunque tutt’altro che astratta. L’educazione artistica, sostiene, non può essere riservata all’architetto, allo scultore o al pittore, ma deve raggiungere anche “l’officina più modesta”.

E una scuola realmente efficace deve mantenere lo sguardo rivolto all’officina e ai bisogni concreti dell’artefice.

È la stessa idea che avrebbe guidato per decenni la sua azione a Maglie: offrire ai figli delle classi lavoratrici strumenti di formazione capaci di trasformare un’attitudine manuale in una vera professionalità, senza separare il sapere dal fare.

Non è un caso, del resto, che nel discorso siano ricordati con tanta attenzione gli enti e le persone che sostengono economicamente l’istituzione.

Lanoce sa bene quanto sia difficile far vivere una scuola di questo genere: denuncia apertamente le ristrettezze del bilancio e la mancanza di materiale artistico, ma nello stesso tempo rivendica con orgoglio ciò che è stato realizzato.

Ringrazia il Comune, la Provincia, la Camera di Commercio e il Ministero, riconoscendo nella collaborazione fra istituzioni pubbliche e scuola uno degli strumenti attraverso cui l’istruzione professionale può diventare motore di sviluppo.

Rilette oggi, queste pagine acquistano così un significato che va oltre la circostanza celebrativa per la quale furono scritte. Sono il manifesto, ancora giovanile ma già nitido, di quella visione che avrebbe accompagnato Lanoce per tutta la vita: fare della scuola uno strumento di elevazione sociale, restituire dignità ai mestieri, educare al bello senza separarlo dall’utile e preparare, attraverso la formazione, quel “risorgimento industriale e commerciale” che egli considera il naturale compimento del risorgimento politico italiano.

Riproporre oggi questo piccolo opuscolo significa dunque lasciare che sia Lanoce stesso, con le parole del 1889, a raccontarci le ragioni profonde della sua battaglia. Dietro la storia della Scuola d’Arte di Maglie emerge ancora una volta il profilo di un uomo che seppe unire artista e maestro, educatore e organizzatore, difendendo con ostinazione un’idea semplice e modernissima: che il progresso di una comunità passa anche dalla capacità di insegnare a chi lavora non soltanto un mestiere, ma il gusto, la precisione, la dignità e la consapevolezza del proprio fare.

 

PREMIAZIONE DEGLI ALUNNI

NELLA SCUOLA D’ARTE APPLICATA ALL’ INDUSTRIA DI MAGLIE

8 Dicembre 1889

POCHE PAROLE

LETTE DAL PROF. EGIDIO LANOCE

MAGLIE, Tipografia Garibaldi degli Eredi Simone, 1890

Lo scopo pel quale le SS. LL. sono state invitate in questa Scuola, è quello di farle assistere alla premiazione degli alunni che più si distinsero per profitto e buona condotta negli anni scolastici 1887-88, 1888-89.

Gli alunni iscritti nell’anno 1887-88, che era il secondo di vita della Scuola, furono 33; 18 al 1° corso, 15 al 2°. I promossi in fine d’anno dal 1° corso al 2° furono 8; dal 2° al 3°, 6.

Nell’anno 1888-89 (nel quale, arridendo migliori sorti alla nostra istituzione, fu aggiunto il 3° corso) il numero degli alunni salì a 50, dei quali 34 frequentarono il 1° corso, 10 il 2°, 6 il 3°. I promossi dal 1° al 2° furono 9; dal 2° al 3°, 4.

Gl’insegnamenti del disegno a mano libera, del disegno geometrico e della plastica ebbero graduato e largo svolgimento. Ne è prova il fatto che gli alunni del 3° corso nell’insegnamento del disegno geometrico appresero oltre i principii delle proiezioni ortogonali, anco gli elementi architettonici, ossia modanature e ordini principali.

Se questi nostri sforzi sieno stati coronati da successo, meglio che noi non dicessimo, le SS. LL. potranno da Loro stessi giudicare dai lavori, che si espongono in mostra.

Con franchezza però confessiamo che le strettezze del bilancio ci hanno impedito di fare di più e di meglio; e quanti mi ascoltano se ne potranno facilmente persuadere, quando per poco penseranno, che a noi manca moltissimo di quel materiale artistico, che è il migliore sussidio negl’insegnamenti come il nostro.

Finendo questa brevissima relazione sento il dovere di ringraziare, anco a nome del Consiglio Dirigente, quanti gentilmente, aderendo all’invito, sono qui intervenuti e con la loro presenza rendono più solenne questa festa.

In nome poi di tutta la scolaresca debbo pubblicamente rendere infinite grazie agli spettabili Enti morali, che contribuiscono alle spese di mantenimento di questa Scuola; al nostro Municipio nella persona dell’Onorevole Sindaco qui presente; alla Provincia; alla Camera di Commercio ed Arti di Lecce. E maggiori ringraziamenti van dovuti a S. E. il Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, il quale, contribuendo con la maggiore somma nello impianto di questa Scuola e fornendo i mezzi per l’istruzione ed il perfezionamento degli operai, ci assicurò dell’interesse che, per questo estremo lembo della Patria, prende il Governo, auspice il nostro amato Re, che anco nell’ultimo discorso della Corona ha proclamato l’uguaglianza di tutti i cittadini e la felicità per l’operaio dell’avvenire.

Da ultimo ringrazio l’egregio Presidente Cav. Oronzo Garzia, i Signori Componenti il Consiglio D’Amministrazione, il Signor Direttore, i quali tutti nulla risparmiano per il regolare andamento di questa istituzione.

 

È usanza, o Signori, che a rendere più solenni le feste come la nostra, abbiansi a tenere dei discorsi da persone colte o da oratori egregi. Io non sono né persona colta, né oratore egregio; sento anzi tutta la debolezza del mio ingegno, tutta la povertà de’ miei studi anche artistici; ma mi si perdonerà, se oserò leggere alcuni pochi pensieri, messi insieme alla meglio, intorno all’Arte, che, scendendo dalle altezze purissime dell’ideale, cerca di rendersi pratica ed utile, quell’arte appunto che noi modestamente in questa Scuola coltiviamo.

SIGNORI,

Noi viviamo in un’epoca nella quale tra artisti e pubblico esiste una disparità d’intendimenti. L’arte invece non può svolgersi isolata e divisa dalle simpatie del pubblico.

Oggi pittori e scultori producono talvolta opere veramente lodevoli, ma il pubblico, meno poche eccezioni, non vi prende niun interesse ed è indifferente alle loro produzioni.

Quale la causa di tanto dissidio? Niuno può negare che mai come oggi ed in nessuna cosa il pubblico fu tanto democratico quanto nell’arte. L’arte al contrario è per se stessa aristocratica: dunque si ha aristocrazia da una banda, democrazia dall’altra.

La pittura e la scultura, bisogna convenire, non sono fatte pel nostro tempo. Oggi in arte si discute troppo, ed è sovrana l’invidia nell’altrui ingegno; intanto, come dice l’illustre Professor Melani, dove la critica vigoreggia, ivi è difetto d’entusiasmo e di vera vitalità.

Messi tali principii la conclusione sarebbe che la morte dell’arte è imminente ed inevitabile. Dura sentenza questa, ma legittima ché se con prove di fatto è dimostrata la diversità d’intendimenti fra pubblico e artisti, ne viene la conseguenza indiscutibile che quadri e statue sono una produzione estranea al nostro secolo.

L’Arte perchè viva sovrana, col massimo splendore, ha bisogno di un ambiente favorevole che la fecondi.

Se diamo uno sguardo alla Storia ci si presenterà subito quell’antica Arte ellenica, che a tutto il mondo insegnò, ed insegna ancora, che cosa è bellezza. D’onde questo fenomeno consolatore? Un Greco del secolo di Pericle, o Signori, non sarebbe morto in pace se non avesse prima gustato la gioia di ammirare il Giove Olimpico di Fidia. Se lo scultore greco non fosse vissuto in mezzo ad un popolo, che aveva supremo il culto della forma; per il quale un pensiero, una frase, un gesto grossolano erano del pari insopportabili; che ne’ suoi oratori richiedeva, come parte dell’eloquenza, non solo il parlare, il gestire, il pronunziare con grazia, ma anche il sapersi avvolgere nella toga elegantemente; che in una parola sentiva e mostrava il suo gusto pel bello in tutta quanta la sua vita pubblica e privata; se lo scultore greco, dico, non si fosse trovato in mezzo a tale popolo, l’arte greca non sarebbe stata di certo la prima del mondo.

La scultura nel suo complesso fu il prodotto di tutta la società greca, il cui genio era puramente nazionale, e si manifestava così nell’opera più sontuosa come nell’oggetto più usuale della vita: essa poteva perciò dirsi l’arte propria della nazione ellenica.

Nel secolo nostro manca appunto questa rispondenza tra il popolo e l’artista: quello ha dimenticato il linguaggio dell’arte, e la giudica un passatempo e uno svago; questo invece, costretto dalle angustie della vita, sacrifica insieme il suo amore per l’arte e la favilla che gli accende l’ingegno.

Però il pubblico, che era indifferente, come ho detto, alle produzioni dell’arte classica, oggi pare cominci ad amare il bello che si rispecchia nell’utile: ecco dunque l’arte applicata alle industrie.

Il popolo italiano non è nuovo a questo genere di diletto estetico.

Vediamo di fatti l’Italia nell’ambiente sereno del Rinascimento, quando destò alta l’ammirazione degli altri popoli.

In quest’epoca i prodotti dell’arte italiana erano ricercatissimi in tutto il mondo; ma allora gli artisti, più rinomati, non disdegnavano di far gli orefici, i fabbricanti di ceramica, gli ebanisti. E l’industria manifatturiera di conseguenza era fonte di considerevoli guadagni.

Firenze esportava le sue sete, le sue lane, i suoi mobili, le sue tarsie di pietra e legno nel mondo intero. Siena, la rivale di Firenze, si distingueva mirabilmente nell’intaglio. Venezia rifletteva nelle sue produzioni le meraviglie di colore smagliante e di sfarzo, che sono nell’indole dei popoli orientali, coi quali essa aveva costanti rapporti; e le sue stoffe rivaleggiavano in fatti con i damaschi dell’Oriente e i tappeti di Smirne.

Genova, la superba rivale di Venezia, che contrastava a questa il commercio nei mari, acquistava rinomanza pe’ suoi velluti. E l’una e l’altra poi fabbricavano pizzi splendidissimi.

Murano diffondeva ovunque gli eleganti soffiati delle sue fornaci, che sfidavano i vetri orientali coperti di rabeschi, e per nitidezza e lucidità non temeva la concorrenza delle fabbriche boeme.

Milano, questa città che tutto deve all’industria e attività dell’uomo, si distingueva nella fabbricazione delle armi cesellate.

E Gubbio, Faenza e Urbino ebbero altissima fama per le loro fabbriche di ceramica.

In una parola, o Signori, ovunque era sete di bellezza.

La storia ci addita i nomi di Luca della Robbia, di Giorgio Andreoli, di Francesco Xanto Avelli, di Orazio Fontana, che nell’epoca del Rinascimento eternarono la creta innalzando ad arte l’umile mestiere del vasaio.

Ci ricorda che furono orefici il Ghiberti, il Verrocchio, il Finiguerra, Andrea del Sarto, Domenico Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, infine che fu orefice, e quale orefice, Benvenuto Cellini.

Ci dice ancora, che disegnarono stoffe Leonardo, Tiziano, il Mantegna, Paolo Veronese, il Bramantino, Cosimo Tura, il Bronzino, e che disegnò i famosi arazzi del Vaticano l’immortale Raffaello.

Però accanto a questi grandi artisti, i quali, ripeto, non credevano di umiliarsi esercitando l’arte decorativa, vi era un pubblico, che comprendeva le loro produzioni, le amava e le incoraggiava.

All’arte decorativa andava unita in tal epoca l’arte dell’architettura, della pittura e della scultura. Crescevano insieme l’arte del pittore con quella degl’intagliatore; l’arte dello scultore con quella dell’arazziere; l’arte dell’architetto con quella del ceramista; ma allora le condizioni dell’Italia erano assai diverse da quelle dei giorni nostri.

Vi erano a quei tempi le grandi ordinazioni dei principi e feudatari dei tanti staterelli, nei quali l’Italia era divisa. Vi erano le grandi famiglie; i Medici, i Visconti, gli Sforza, i Gonzaga, i Bentivoglio, gli Estensi, i Malatesta; vi era la sontuosa Repubblica di Venezia; i quali tutti profondevano tesori in favore dell’arte.

E i Papi? La storia ci dice, che le arti furono tenute da questi in sommo grado, e basti il dire che gli orefici e i ricamatori a preferenza erano parte integrale delle Corti pontificie.

A tutte queste piccole Corti, a tutte queste colossali famiglie, a questo pubblico pieno di alte idee di arte e ricchezza è venuto a sostituirsi sventuratamente per la nostra nazione un genere di governo, il quale, per le condizioni politiche e sociali d’Europa, è costretto impegnare tutte le sue risorse finanziarie nell’arte, poco civile, della guerra.

V’hanno i privati; ma non vi sono denari, nè mezzi per incoraggiare questo Genio, che, coi suoi sommi artisti, rese tanto grande il nostro paese. Di fatti esso è andato via via limitando il suo campo d’azione e così è cessata di fiorire quella che chiamasi arte monumentale.

Non rimane dunque che l’arte in ciò che è utile, la quale ha anco le sue attrattive e la sua influenza come la monumentale.

Per esempio a Parigi le modiste frequentano le scuole professionali per le ragazze: le modiste, le sarte, le ricamatrici, le fioriste poi tutte frequentano le scuole serali di disegno, quando intendono darsi ad una professione artistica adattatissima alla donna. Ebbene a Parigi vi sono delle modiste, che ricevono per un modello di propria invenzione più che un primario pittore per un suo quadro; e ciò è giusto, perchè non è mai pagato abbastanza chi dà al pubblico l’intelligenza e l’amore di quello che è bello.

L’arte dell’avvenire sta dunque nella decorazione e nelle arti utili.

L’Italia nell’esercizio delle arti applicate, non ostante che fu preceduta dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Austria e della Germania, è sulla soglia di un nuovo risorgimento.

In questo movimento, che oggidì è estesissimo, tutte le nazioni fanno a gara per distinguersi; perfino gli Stati Uniti d’America col ricchissimo museo di New-Iork intendono diffondere il gusto del bello nei prodotti delle industrie.

E di tale movimento volendo con serenità giudicare, dobbiamo dare il merito alla Francia. Questa nazione, che mercè le sue floride industrie non vi è sventura che possa scuotere, in questo nuovo periodo storico dell’industria, additò altrui coll’esempio la via da tenere per conseguire risultati proficui.

E sapete qual’è questa via? La scuola.

L’educazione artistica non deve rimanere solo nello studio dell’architetto, dello scultore, del pittore; ma deve passare nell’officina più modesta. E l’educazione artistica non si acquista che colla scuola; la scuola senza troppe teorie, ma informata ai principii, che hanno intimo rapporto colla vita produttiva dell’artefice.

Simile scuola allora darà risultati utili, quando nell’insegnamento si terrà fisso lo sguardo all’officina.

L’Italia, sia perchè fu delle ultime nel campo delle arti applicate, sia per le ferrovie alpine, di dove facilmente i prodotti forestieri giungono ad invadere il nostro suolo ed a farci la concorrenza, non può più rimanere indifferente, ed ha impegnata la sua lotta coll’estero.

Infatti prima per iniziativa di privati, indi col concorso del Governo, delle Provincie e delle Camere di Commercio, sono sorte in ogni parte del Regno scuole d’arte applicata.

I risultati di questo lavorio non possono giudicarsi ora trattandosi di istituzioni troppo recenti e forse non organizzate come dovrebbero essere. Tuttavia per quel che si è fatto in sì poco tempo, i commissari governativi di Francia, e Inghilterra e i Giurì delle Esposizioni nazionali ed estere han giudicato favorevolmente per l’Italia.

E la Francia, che finora monopolizzava le industrie artistiche, perchè ha sempre ritenuto queste non meno interessanti della difesa nazionale e dell’ organizzazione dall’ esercito, oggi, prevedendo forse il nostro trionfo, è impensierita fortemente per questo risveglio artistico italiano, che tende a farle perdere un primato, che, mercè l’esportazione, fruttava alle casse dello stato parecchi milioni,

Questa evoluzione adunque impone a noi Italiani il dovere di aumentare quanto più è possibile la nostra propaganda artistica.

E così, se la nostra Nazione è stata delle ultime a presentarsi sul campo del movimento artistico industriale, potrà benissimo aver modo di riacquistare il tempo perduto.

Conchiudo col dire che l’ Italia al compimento del suo risorgimento politico, dovrà farne succedere un altro. Alle cospirazioni patriottiche, che effettuarono la sua unità, dovrà far succedere un risorgimento industriale e commerciale, che possa renderla realmente ricca e grande, ma non di una grandezza effimera, come quella che ora ha per mezzo della forza brutale delle armi.

 

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