Il saggio di Salvatore Panareo, Per la storia di Nardò. Documenti neretini in vecchie schede notarili, pubblicato nel 1941 sulla rivista Rinascenza Salentina, rappresenta un contributo di particolare rilievo per la conoscenza della storia neretina e conserva ancora oggi un notevole interesse documentario e storiografico.
L’autore muove dalla constatazione di una lacuna allora evidente: Nardò, città di antica importanza politica e soprattutto centro di cultura umanistica, non aveva ancora avuto uno storico capace di restituirne in maniera critica e complessiva le vicende.
Panareo individua nella storia cittadina non soltanto la successione dei principali avvenimenti politici – dalla resa ai Veneziani del 1484 alla defezione del 1528 e alla rivolta del 1647 –, ma anche il lungo e complesso rapporto tra la comunità neretina, le istituzioni municipali e il potere feudale.
Il valore del suo studio risiede soprattutto nell’utilizzo di fonti notarili conservate nell’Archivio di Stato di Lecce, in particolare nelle schede dei notai neretini Francesco Fontò e Francesco Antonio Nociglia. Si tratta di transunti di documenti oggi in parte dispersi o perduti, che Panareo recupera e sottopone a un’attenta lettura, ricavandone notizie altrimenti difficilmente accessibili. La documentazione consente così di retrodatare e precisare numerosi aspetti della storia di Nardò dal XIV al XVI secolo, restituendo una realtà cittadina ben più articolata di quella ricavabile dalle sole cronache tradizionali.
Una parte significativa del saggio è dedicata alla revisione critica dell’opera di Giovan Bernardino Tafuri. Panareo ne riconosce il valore della ricerca e la ricchezza dei materiali raccolti, ma ne mette in evidenza le omissioni, le reticenze e l’uso di fonti non attendibili, soprattutto quando la narrazione riguarda la potente famiglia degli Acquaviva. I documenti notarili diventano pertanto uno strumento essenziale per correggere, integrare e talvolta mettere in discussione la tradizione storiografica precedente.
Particolarmente preziose sono le informazioni relative ai rapporti fra l’Università di Nardò e i suoi feudatari, alle aspirazioni della città al regime demaniale, ai privilegi concessi dai sovrani, alle tensioni con gli Acquaviva e all’evoluzione degli ordinamenti municipali. Le numerose disposizioni riportate nel saggio mostrano una comunità tutt’altro che passiva, impegnata nella difesa delle proprie prerogative e pronta a far valere diritti, esenzioni e consuetudini.
Di grande interesse sono inoltre le pagine dedicate alla presenza ebraica a Nardò, alla sua consistenza e alle vicende della comunità tra XIV e XVI secolo, così come quelle riguardanti la bagliva, le attività economiche, i dazi, le gabelle, l’amministrazione della giustizia e la vita quotidiana. Attraverso questi documenti emerge, dunque, non soltanto la storia dei sovrani e dei feudatari, ma la storia concreta della città e dei suoi abitanti, delle sue istituzioni e delle relazioni economiche e sociali che ne regolavano la vita.
A distanza di molti decenni, il lavoro di Panareo mantiene perciò una duplice importanza: da un lato costituisce una significativa testimonianza della storiografia salentina della prima metà del Novecento; dall’altro conserva un patrimonio documentario di straordinario interesse per la storia di Nardò, offrendo notizie, trascrizioni e riferimenti a fonti che meritano di essere nuovamente studiati e valorizzati.
La riproposizione di questo testo consente quindi di riportare all’attenzione degli studiosi e dei lettori una pagina importante della ricerca storica neretina, nella quale l’esame rigoroso delle fonti notarili si accompagna alla volontà di restituire alla città una storia più documentata, critica e aderente alle testimonianze del passato.
PER LA STORIA DI NARDO’
Documenti neretini in vecchie schede notarili
di Salvatore Panareo[1]
La città, alla quale Antonio Galateo confessava di dovere la sua educazione, Nardò, non ebbe, pari alla sua importanza, uno storico che ne ricordasse degnamente le vicende.
La storia di Nardò è soprattutto, o dovrebbe essere, la storia della sua elevazione a centro di cultura umanistica la quale si diffuse anche oltre le sue mura. Considerata dal punto di vista politico, quella storia, nei suoi momenti più interessanti potrebbe fissarsi con le date 1484, 1528 e 1647; delle quali, com’è noto, la prima ricorda la resa della città ai Veneziani nel primo tentativo che essi fecero d’insediarsi in Puglia, la seconda la defezione ai Franco-Veneti quando questi, ai danni di Carlo V, invasero il Reame, la terza la sollevazione della città contro il duca Giovan Girolamo Acquaviva.
Tuttavia, se Nardò non ha avuto uno storico pari all’altezza del suo passato neppure attraverso il risveglio di ricerche rivolte nell’ultimo quarantennio al Salento, non è mancato qualcuno che si è occupato della sua storia: v’è stato Gian Bernardino Tafuri che a Nardò, nel settecento, ha dedicato una di quelle monografie municipali che furono in voga in quel secolo.
Gian Bernardino Tafuri non è un nome nuovo. Ma la sua fama, più che a quell’opera, è legata ad alcune cronache di argomento locale (il Chronicon Neritinum; il Ragionamento della Guerra de’ Signori Viniziani contro le cittate di Gallipoli, di Nerito et altri luoghi della Provinzia; i Diarii assegnati a Lucio Cardami), le quali, date come autentiche, si devono invece alla sua fantasia. La critica ha fatta giustizia di queste scritture e non mette conto di occuparsene ancora.
Piuttosto ci sia lecito ricordare, di Gian Bernardino, la storia di Nardò che, rimasta in parte inedita, fu poi pubblicata per intero da un suo discendente, e ricordarla non tanto per il suo contenuto, quanto perché essa, con la documentazione alla quale si appoggia, ci dà occasione a portare un piccolo contributo alla conoscenza delle vicende di quella città[2].
L’opera del Tafuri non può dirsi scarsa di materia: ne contiene anzi abbastanza, a cominciare da quella relativa alle origini per continuare all’altra concernente i feudatari e gli uomini illustri della città, le sue scuole e parlamenti, le sue chiese e monasteri. Ma questa materia ha bisogno d’essere riguardata in parte con una certa differenza, specialmente là dove il Tafuri, oltre di autori poco attendibili come il Tasselli, si serve delle cronache da lui inventate. Nuoce inoltre all’esattezza dell’opera il fatto che l’autore, per timore o per ossequio verso gli Acquaviva, per tre secoli signori di Nardò, sopprime o mutila i documenti o tace addirittura di alcuni fatti che gli pare conferiscano cattiva luce a quei feudatari. Così soppresse un brano della convenzione del 1529 seguita alla resa della città alla Spagna perché in quel brano il documento, che poi fu integrato dall’editore della storia, ricordava il cattivo governo tenuto negli anni precedenti dagli Acquaviva. Inoltre si tace affatto della rivolta del 1647 e delle crudeltà e stragi operate al duca del tempo Giovan Girolamo, che il Tafuri esalta, nientemeno, come un modello di principe, mentre il contemporaneo cronista Giovan Batt. Biscozzi e lo storico di quell’avvenimento Ludovico Pepe, ce lo hanno presentanto ben diverso[3].
Nonostante i difetti di cui pecca la storia del Tafuri, essa non è da mettere tutta da parte. Trasparisce dall’opera la diligenza della ricerca insieme con lo sforzo di fondere quanto si espone sui documenti, dei quali l’autore non trascura di servirsi almeno là dove non rischia di compromettersi con gli Acquaviva, riportando dei documenti stessi il testo o ricorrendo a transunti.
Questi ultimi sono tolti dagli atti del notaio neretino Francesco Antonio Nociglia per l’anno 1596, i quali si conservano tuttora nell’Archivio di Stato di Lecce. È un inventario di 134 documenti disposti senza ordine cronologico e dati in più o meno brevi transunti. Come figurino in un atto notarile questi transunti, dei quali soltanto una ventina adoperò il Tafuri si spiega subito. Alla morte del conservatore che aveva in deposito gli originali o le copie autentiche, dovendo affidarli a un successore, l’università, gelosa delle prerogative in essi contenute, faceva redigere uno speciale strumento, dove si riportavano, riassumendole, le scritture che si consegnavano. Altrettanto era avvenuto venti anni prima, cioè nel 1576, quando un altro notaio neretino, Francesco Fontò, stese un consimile strumento[4].
Non sono proprio senza interesse questi transunti specialmente ora che gli originali da cui furono estratti sono andati dispersi o distrutti. Tali transunti per metà si riferiscono a documenti dei secoli XIV – XV e per il resto spettano al secolo successivo: il più antico (a parte il n. 80, una lettera apostolica del 1272 riguardante S. Maria del Bagno) è del 1354, il più recente del 1591.
Ora, non essendo possibile e neppure utile la pubblicazione integrale di siffatti transunti, si può contentarsi di dare di essi un cenno e riportare qualche notizia che giovi alla storia di Nardò. Non ha altro scopo la presenza nota.
Secondo il Tafuri, Nardò sarebbe stata elevata a contea dai Normanni e primo conte ne sarebbe un Gaufredo e dopo questo un Goffredo, l’uno e l’altro del sec. XI. Non seguiremo quello storico nell’elenco dei feudatari della città anteriori a Roberto e suo fratello Filippo d’Angiò, ai quali si riferiscono i più antichi transunti: entrambi principi di Taranto e imperatori titolari dell’impero latino di Costantinopoli, dopo che il loro padre Filippo, figlio del re Carlo II, sposò in seconde nozze Caterina Paleologa, figlia o nipote di Baldovino, l’ultimo degli imperatori latini.
Degli otto documenti che spettano a Roberto cinque sono del 1354, due del 1355 e uno del 1358. In generale con questi atti si mira a disciplinare i rapporti fra Nardò e i casali o feudi circostanti, o meglio fra i baroni di questi ultimi e gli abitanti della città. Mentre a questi casali si fa obbligo di concorrere alle spese per la riparazione delle mura di Nardò, si dà ordine ai baroni di non molestarne i cittadini per i beni che questi posseggono in quei casali. L’ultimo dei documenti concede la facoltà ai Neretini di portare le loro mercanzie al porto di Lecce e dovunque piacerà loro.
I sette transunti che recano il nome di Filippo per gli a. 1364 – 1373 contengono esenzioni e agevolazioni tributarie a favore dei cittadini e, ciò che è molto interessante, stabiliscono i capitoli riguardanti la bagliva; dal che s’intende che anche in Nardò, in piena età angioina, si era delineata quella tendenza all’ autonomia amministrativa, nella quale, relativamente al Comune del Mezzogiorno, convengono gli storici.
Dopo Filippo, secondo il Tafuri, tenne Nardò il nipote ex sorore Giacomo del Balzo. Ma, dichiarato ribelle il padre di lui Francesco, la città passò col Principato di Taranto in potere di Giovanna.
I transunti spettanti a questa regina (sedici, più uno del quarto marito Ottone: sei ne riporta il Tafuri) importano un indulto per qualsiasi offesa (1374);esenzioni da pagamenti per servizi e benefici resi dai Neretini alla corona; proibizione di molestare i cittadini per qualsiasi causa al di là di dieci miglia dalla città; divieto d’introdurre in questa e nel suo territorio vino forestiero; misure di polizia interna e materia tributaria: a proposito delle quali disposizioni si confermano anche privilegi emanati in precedenza dai ricordati Roberto e Filippo.
Non hanno importanza i due transunti della regina Maria, i quattro che, fra gli a. 1407 – 1411, si riferiscono a re Ladislao e i nove che spettano a Giovanna II per gli a. 1414 – 1431: il solito indulto, la solita conferma di precedenti privilegi e qualche concessione.
Degli anni 1431 – 1462 nessuna traccia è nei transunti conservatici dal notaio Nociglia. Il Tafuri, per questo periodo, si appoggia ai falsi Diarii del Cardami, e appunto per ciò non é prudente seguirlo.
Il primo transunto del periodo aragonese che riguardi Nardò, è quello dell’anno 1463, in cui avvenne la morte di Giov. Antonio del Balzo Orsini e il passaggio del principato di Taranto alla Corona; esso è assegnato a re Ferrante, cui ne spettano undici; altri tre riguardano D. Cesare d’Aragona, suo figlio, che fu luogotenente generale per Terra di Bari e Terra d’Otranto, uno Alfonso e uno Federico.
A parte le solite esenzioni e concessioni e qualche ritocco al reggimento della città, a proposito di questi transunti c’è da osservare quanto segue. Dei fatti posteriori al 1480 non vi è altro ricordo che quello contenuto in un privilegio di re Ferrante, datato 1486, nel quale si concede un indulto generale ai Neretini. Erano stati quelli gli anni cruciali per Nardò. Nel 1483 la città era stata venduta dal re per undicimila ducati ad Angilberto del Balzo, conte di Ugento, che la perdette l’anno dopo per essersi arresa ai Veneziani. Riacquistata da Ferrante e punita con lo smantellamento delle mura e la consegna alla città di Lecce, il Del Balzo aspirò a riaverla; ma, compromessosi nella congiura dei baroni e fattosi traditore dei suoi compagni nella speranza di ricuperarla, rimise nello stesso tempo, con tale aspirazione, la vita e gli averi[5].
Possono riuscire di qualche interesse gli accenni, nei transunti, agli Ebrei, la cui presenza in Nardò è accertata dal 1276, anno in cui, con altre comunità salentine, sono obbligati a contribuire alla imposta per la distribuzione della nuova moneta di Brindisi[6]. Nei nostri transunti sono ricordati nel 1376 (n. 19), a proposito del loro richiamo a un maggiore rispetto alla pulizia stradale. In seguito, la colonia neretina si sviluppa e risulta di cinquanta case fra gli a. 1467-69, quando i suoi componenti figurano costretti a tutti i pagamenti dovuti dai cittadini (trans. n. 11, 89).
Poco prima, nel 1465, il vescovo di Nardò, Lodovico de Justinis, presentò la richiesta della loro soggezione alla sua chiesa, sostenendo l’antichità di un tale diritto[7]. Più tardi, cioè dopo il 1480, in accordo con lo spopolamento che la città subì per le scorrerie dei Turchi e per la peste (contava, prima di tali malanni, 645 fuochi, mentre dopo ne aveva 423), il numero degli Ebrei si mostra ridotto a poche famiglie, come si rileva da un documento del 1484[8]. E forse si trascinarono in queste condizioni sino al 1495, quando, a causa dei tumulti antisemiti avvenuti in quell’anno nel Salento, sono costretti a disperdersi, e degli Ebrei di Nardò si ricorda l’assegnazione dell’abbandonata sinagoga, disponendosi che essa “sia del monastero de Santo Antonio de Padoa” (trans. n. 11).
Tuttavia non pare che essi sparissero del tutto dalla città, se nel 1541, quando il vicerè Pietro di Toledo decretò la definitiva espulsione degli Ebrei dal Regno, quelli di Nardò, come gli altri del Salento, chiesero una revisione dei loro conti nei rapporti col fisco[9].
Successivamente al 1484, e propriamente dopo la resa ai Veneziani e il ricupero della città ottenuto da re Ferrante, accresciuta risulta nei cittadini la preoccupazione di perdere il demanio e correre il pericolo della infeudazione. Assicurazioni in proposito i Neretini ottengono da Carlo VIII e poi anche dal principe Federico di Aragona, quello stesso che era stato incaricato di eseguire i provvedimenti punitivi in dipendenza di quei fatti (trans. n. 11, 14, 86).
Ma furono vane assicurazioni. Nel 1497 lo stesso Federico, divenuto re, la assegnava col titolo ducale a Belisario Acquaviva, secondogenito di quel Giulio che fu vittima di un agguato dei Turchi durante la guerra d’Otranto. Con Belisario le sorti di Nardò rimasero definitivamente legate alla potente famiglia Acquaviva, né mai più i Neretini, meno fra gli anni 1528 – 1532, riuscirono a sottrarsi alla servitù imposta loro dall’ultimo sovrano aragonese.
A parte alcuni transunti allusivi agli avvenimenti del 1528 – 1530, eco delle aspirazioni della città al regime demaniale, i transunti riguardanti il dominio degli Acquaviva riflettono lo stato d’animo dei Neretini, tutt’altro che benevolo verso i loro duchi, e registrano provvedimenti e precauzioni rivolte a impedire l’aggravamento di quel dominio.
Morto Belisario nel 1528 dopo un trentennio di duro governo e venuta meno la promessa della liberazione dal giogo feudale fatta l’anno seguente coi capitoli approvati dal marchese di Atripalda, Nardò nel 1532 passò al figlio di quel duca, Giovan Bernardino. Anche questa volta, come nel 1497, nell’atto esecutivo del possesso si faceva riserva alla città sia del patto “de retrovendendo”, come delle giuste ragioni dellle sue aspirazioni al demanio.
Il governo di Giovan Bernardino fu oppressivo e lo dimostrano le querele dei Neretini ricordate in due transunti (n. 106, 107). Ma ancora più oppressivo fu quello di Francesco Acquaviva suo successore dal 1541 al 1559, al quale si riferisce il seguente transunto di un decreto vicereale del 1555 ( n. 104), che ha tutta l’apparenza di un epilogo seguito a un lungo contrasto fra quel duca e l’università. Fu stabilito dunque in quel decreto
In primis lì proventi civili che siano della città, et fu condennato detto Ill. Duca per detti proventi per esso perceputi a ducati trecento.
Item che li servitori et soi famigliari paghino le gabelle.
Item che a la difesa de la città che gli è intorno un miglio di detta città non se pongano bestiami del signor Duca né d’altri et de più fo condennato a ducati seicento.
Item che non se possano le difese.
Item fu condennato che relaxa esso Ill. Duca li beni presi dalli cittadini.
Item che detto Ill. Duca non possa accordare a muzzo li damnificanti ma che faccia esercitare la bagliva indistinta(mente).
Item che l’ Ill. mo Duca pagha de l’ olive macina et non se li faccia macinare per angaria.
Item che lo detto Ill.mo Duca paghi la bonatenenzia de le robbe possede in lo territorio de nardò.
Item che l’officiali siano annali et in fine di loro offitij che stiano a sindicato.
Item che lo detto Ill.mo Duca non astrenga per angaria a comprare a li cittadini le robbe de sua signoria.
Item che lo detto Ill.mo Duca non impedisca li cittadini a vendere li loro vini sotto preteso che se vende il vino suo.
Item che sia uno camberlingo in la città eletto per quella et solamente quello paga la città.
Item che lo camberlingo habia da pigliare li preggioni et non li homini in che manda detto Duca.
Item che lo detto Ill.mo Duca non se habia d’intromettersi al costituire del procuratore al monasterio di S.ta Chiara.
Item che li homini non possano andare avanti carcerati in le carcere del castello per cose civili.
Item che l’Ill.mo Duca non faccia carcerare alcuno ma solamente lo capitano li posa carcerare, attento è obligato stare a sindacato.
Item che lo detto Ill.mo Duca non possa astrengere li cittadini a fare stancie et dare panamenti per soi famigliari.
Item che detto Ill.mo Duca non possa pigliare la carne da li beccari a credenza, ma sia obligato pagarla de contanti.
Item che detto Ill.mo Duca non possa pigliare del sale quale è per lo foculario delli cittadini.
Item che lo detto Ill.mo Duca l’habia da pagare tertiatim li ducati seicento tiene sopra essa città de pagamenti fiscali.
Item che se osserva lo privilegio intorno a la tariffa del capitano et mastrodatti suo.
Item che non possa astrengere li cittadini a far legna né a portarle per angaria.
Item che detto Ill.mo Duca non possa astrengere li cittadini a cogliere l’olive, né al metere et pisare del grano senza il giusto salario.
Item che non faccia tagliare l’olive de cittadini per sua comodità.
Item che detto Ill.mo Duca non se possa pigliare paglia de la paglia reposta per servizio de la R.a Corte.
Item che lo detto Ill.mo Duca non possa mandare genti di notte per fare tagliare herba.
Item che detto Ill.mo Duca paghi l’affitto de li cavalli delli cittadini se se vole di quelli servire.
Item che detto Ill.mo Duca non faccia ponere carcerati in castello né esso farli pigliare, né farli esaminare, né farli fare querela.
Item che detto ill.mo Duca non se impacci al creare de li priori et guardiani a li conventi de nardò.
Item che detto Ill.mo Duca non se intrometta a trovare predicatore, ne farli statuire salario, ma lasci lo pensiero a la città.
Per li quali agravj lo detto Ill.mo Duca fu condennato che se ne astenghi di farlo più, et oltre questo a ducati 900 ma con lo due per cento per la integrale et leale solutione.
Due altri transunti, benchè erroneamente datati 1564, si riferiscono al duca Francesco (n. 115, 117).
Il secondo di questo contiene un accordo fra il duca e l’università così espresso:
In primis che la custodia notturna s’habia da fare per li deputati de la città.
Item che lo detto Ill.mo Duca faccia indulto generale.
Item che lo capitano habia da essere dottore, et all’ingresso habia de demostrare lo privileggio del suo dottorato et che non se li dij cosa alcuna al capitano.
Item che lo detto Duca habia da deputare un giudice de le seconde cause dottore in un loco de la Provincia. Et che non sia più distante de dudici miglia o in Leccie et che non sia cittadino di Nardò.
Item che lo signor Duca habia da favorire le cose de la redenzione et che non si tenghi bestiame suo in lo territorio di Nardò.
Item che le carceri siano al palazzo del capitano tanto civile, come criminale, et che in castello non se possa tenere carcerati, et non si paghi cosa alcune per il portello.
Item che il signor Duca habia di dare Nardò per camera sua e farle godere esemptione d’allogiamenti et altre capitulazioni.
L’ultimo duca menzionato nei transunti è Giovan Bernardino II che visse sino al 1569. A lui i Neretini chiedono la conferma dei passati privilegi e un indulto generale. (trans. 116).
Naturalmente, lo storico di Nardò, il Tafuri, si guarda bene dal citare o riportare i transunti che gettano cattiva luce sugli Acquaviva. La sua storia continua ancora, ma continuano pure le sue reticenze.
Come si accennò, l’ultimo transunto è del 1591, né andremo oltre quest’anno.
* * *
A chiusura della presente nota, non sarà superflua una sommaria notizia sul reggimento dell’università di Nardò, anche se tale reggimento non apparisce molto diverso da quello di altre città salentine.
Al tempo dei su ricordati notai, cioè nella seconda metà del sec. XVI, appariscono nella nostra università due sindaci, uno per la parte dei nobili e l’altro dei popolani, mentre sin quasi alla fine del secolo precedente, in conformità di una consuetudine che per la maggior parte della città del Mezzogiorno rimontava ai primi di questo secolo e più diffusamente e certamente al tempo degli Aragonesi, v’è n’era stato uno solo[10].
Tale mutamento, secondo un privilegio di Alfonso duca di Calabria (trans. n. 113), avvenne in Nardò nel 1488 o poco dopo, e un documento riportato dal Faraglia lo conferma. A prova che le università del Regno nello scorcio del sec. XV sollecitavano il sovrano a dar loro uno statuto o ad approvare quello che esse proponevano fissandone da sé le disposizioni o riproducendole dalle vicine terre, il Faraglia cita appunto l’esempio dell’università di Nardò, della quale riporta un capitolo datato 11 maggio 1491. Impetrò dunque quella università, o meglio la parte popolare di essa, dalla sovrana clemenza “che quilli populari quali serranno ydonei et sufficienti habeano da exercitare lo uffitio del sindacato; come se una in Taranto, leze (Lecce) et altri lochi del regno una con li gentilhomini, et lo sindico del populo habea da mectere cuncto al sindico de li gentilhomini et quillo deli gentilhomini ad quillo delo populo, et cossi luno per laltro volendo usare mangiaria (cioè profittare del pubblico denaro) non porra, ne anco tenere denari della università, et li pagamenti fiscali se faranno più facilmente”[11].
Accanto ai sindaci figurano auditori ed eletti ,anche questi esponenti dei due ceti. Nell’atto di notar Nociglia, oltre i due sindaci, intervengono due uditori dei nobili e due del popolo, quattro degli uni e cinque dell’altro, dei quali sono riportati i nomi; gli eletti complessivamente erano dodici. Questi rappresentanti, per le deliberazioni occorrenti, si radunavano ad sonum campanae nelle case della università, in presenza di un governatore, accanto al quale figura anche un Commissario detto “di redenzione”.
Le disposizioni riguardanti gl’interessi nel comune e nel suo territorio erano affidate ai capitoli della bagliva, istituto che p spesso ricordato nei transunti a cominciare dal 1373, come si accennò.
Tali capitoli non restano fissi e ogni anno è accordato il permesso alla città di apportarvi aggiunte e modifiche in corrispondenza di nuovi bisogni.
Possediamo i capitoli della bagliva neritini nel testo in cui furono stesi nel 1558.
Essi sono inseriti in un atto del 3 settembre 1650 redatto dal notaio Sabatino De Magistris di Galatone a proposito di una convenzione fra l’università e il procuratore del duca Gerolamo Acquaviva[12].
La convenzione riguarda la permuta della bagliva di fuori (così detta perché concerneva il territorio, mentre l’altra in rapporto alla città chiamavasi bagliva di dentro) con gli accresciuti proventi di alcune gabelle (macinato, animali). L’università offriva questi proventi, ammontanti a 900 ducati, per evitare, gestendo la bagliva esterna, danni e ruberie nell’agro circostante.
I capitoli della bagliva costituiscono qualche cosa di più che un regolamento di polizia urbana e rurale. Dall’ordine pubblico al rispetto della proprietà, dalla disciplina del mercato alla nettezza urbana, l’annona, i pesi, le misure e l’approdo e la pesca nella vicina marina, questo, con altro ancora, era in essi minutamente regolato.
Non mancano persino disposizioni contro coloro che offendono il buon costume (bestemmiatori e giuocatori). Tutto ciò, mentre riusciva a vantaggio dei cittadini, si risolveva pure nell’interesse del sovrano e del duca, ai quali spettavano i proventi delle multe applicate ai contravventori.
I capitoli della bagliva neretina sono molto interessanti per la storia delle consuetudini locali, e non si farebbe male pubblicandone per intero il testo: si sente in essi il riflesso degli statuti di Maria d’Enghien.
Tra gli ufficiali dipendenti dalla università, in virtù di elezioni annuale, in Nardò come altrove, sono il soprabaglivo, il giudice, il carmenlengo e il mastrogiurato. Dazi e gabelle fornivano le principali entrate dell’università.
Il transunto di un privilegio di Re Ferrante del 1475 informa che i dazi colpivano il vino mosto, l’olio, il pesce, la carne, il pane, i cereali, la legna, le frutta, gli animali: è ricordato anche il jus plateatico e un dazio sugli allogheni (n. 114). Proventi ritraeva pure l’università dalla concessione della pescaria di Cesaria e da una decima sul pesce imposta ai Tarantini.
Franchigie, oltre nel lunedì di ogni settimana, erano concesse in occasione della festa della Carità per otto giorni decorrenti dal prino sabato di agosto (1397), e per altrettanti celebrandosi la sacra del 15 novembre (1480).
Accanto agli ufficiali cittadini si trovano quelli che rappresentavano il sovrano o il duca, secondo che la città era in regime demaniale o feudale. Sede o luogo di raccoglimento di essi – capitano, mastrodatti, baglivo – era il castello, dove convenivano le milizie inviate in momenti eccezionali. Per antico privilegio la città era esente dal fornire a queste alloggi, letti, legna: esenzioni che, come altrove, non sempre fu rispettata.
Uno stato di diffidenza e spesso di antagonismo regnava tra i cittadini e gli ufficiali regi e ducali, i quali ultimi non pare fossero immuni da pecche, se spesso si ricordava loro il divieto di domandare e ricevere presenti. E contro questi ufficiali che, sia nell’eseguire gli ordini del sovrano e del duca, come nel secondare i propri interessi, erano portati a esagerare a danno dei cittadini, Nardò fu sempre pronta a protestare in nome di quelle prerogative delle quali è traccia nei ricordati transunti.
Le defezioni del 1484 e del 1528 e la rivolta del 1647, mentre, come s’è accennato, dimostrano la riluttanza dei Neretini a sottostare al regime feudale, provano pure che essi, all’occasione, erano capaci di passare dalle proteste ai fatti.
Note
[1]Già pubblicato in “Rinascenza Salentina”, a. IX-1941, pp.162-174. La presente ristampa ha comportato una rinumerazione delle note e la variazione del numero di pagina.
[2]Dell’ origine, sito ed antichità della città di Nardò, libri due brevemente descritti da Gianbernardino Tafuri. Occupa le pgg. 325-543 del I volume delle Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò, ristampate ed annotate da Michele Tafuri. Napoli, dalla stamperia dell’ Iride, 1848. – La storia di Nardò di Fr. Castrignanò (Tip. Mariano, Galatina 1930) condotta sino a tempi recenti, è una compilazione a scopo divulgativo.
[3]Queste lacune furono riconosciute dall’ editore della storia, Michele Tafuri: v. note a pgg. 439,447,489.
[4]Archivio di Stato di Lecce, Schede del notaio Francesco Fontò per l’ a. 1576, ff.7-13, atto 9 gennaio. Schede del notaio Franc. Ant. Nociglia per l’ a. 1596, ff. 26-45: atto 22 genn. I documenti del Fontò sono 121; 134 quelli del Nociglia, il cui testo è più esteso.
[5]Nardò, quindi, sarebbe stata il prezzo -non mantenuto- della delazione. V. in G. Paladino, Un episodio della congiura dei Baroni. La pace di Miglionico. In Arch. stor. nap. XLII (1918), pgg. 58 e 60.
[6]N. Ferorelli, Gli Ebrei nell’ Italia meridionale dall’ età romana al secolo XVIII. Il Vessillo Israelitico, Torino 1915, pg. 61.
[7]C. Zuccaro, Gli Ebrei in Nardò nel sec. XV. Nardò, Tip. nerit. 1901.
[8]Archivio di Stato in Napoli, Summ. Partium, vol. 21, cc. 57-58: 29 genn. 1484.
[9]N. Ferorelli, op. cit., pgg. 235-236.
[10]Sulla trasformazione degli ordinamenti locali e l’ evoluzione delle istituzioni cittadine, compreso il sindacato da incarico temporaneo divenuto ufficio stabile nei comuni del Mezzogiorno, v. F. Calasso, La legislazione statutaria nell’ Italia meridionale, Roma, Signorelli, 1929, pgg. 175 segg. e particolarm. pgg. 215-216.
[11]N. Faraglia, Il comune nell’ Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. R. Università, 1883, pgg. 159-160.
[12]Arch. di Stato di Lecce, Schede del notaio Sabatino de Magistris per l’ a. 1650, ff. 131-152.
