di Marcello Gaballo e Armando Polito
Una delle antiche prerogative del vescovo di Nardò era lo jus regalium, ovvero il dono del letto, del cavallo, della spada, dell’anello e del cappello, che gli eredi dovevano donare al vescovo subito dopo la morte di un qualsiasi nobile titolato (barone, conte, duca) che possedeva uno dei comuni diocesani.
Così per esempio avvenne dopo la morte a Napoli della duchessa di Nardò Caterina Acquaviva d’Aragona, le cui celebrazioni esequiali si tennero il 16 agosto 1634 nella Cattedrale di Nardò, appositamente addobbata con paramenti verdi di proprietà della chiesa. Il giorno dopo due canonici si recarono dal Conte di Conversano Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona per esprimere il dolore del Capitolo per la morte della madre duchessa e richiedere lo jus regalium spettante al vescovo.
Su questa spettanza, che comprendeva anche una consistente somma di denaro, sorsero dei problemi con la città di Casarano subito dopo la morte del suo feudatario Giulio Cesare II De Capua (1592-1631), 3° principe di Conca e conte di Palena, che nel 1612 aveva sposato in seconde nozze Sveva d’Avalos d’Aragona, principessa di Gesso e di Montesarchio.
Rimasta vedova, la principessa si rivolse alla Congregazione per denunciare quella che riteneva un’usurpazione: Essendoli state assignate l’entrade di Casarano e Casaranello luoghi della diocese di Nardò per li frutti delle sue doti che le spettavano dal defunto coniuge il principe di Conca, il vescovo di Nardò non lascia modo di poterli levare le sudette entrade, mentre ha fatto ordine sotto pena di scomunica a tutti gli affittuari delle terre qui ricadenti di dovergli rimettere la somma di 300 ducati, sotto pretesto del funerale del quondam principe di Concha suo marito, il quale non ha mai habitato in dette terre, ma sempre nella Citttà di Napoli dove è morto…
La principessa dunque chiedeva alla Congregazione di intervenire presso il vescovo di Nardò perché desista da dette molestie, e havendo de facto exatti li sudetti trecento docati li restituisca, et in tanto non proceda alle censure contro detti affittuarii (Biagio Vahez e Fulgenzio Filomarino).
Alla richiesta di chiarimenti che il Cardinale Fagnani invia al vescovo di Nardò, questi risponde il 20 settembre 1631, sempre per iscritto:
La Mensa Vescovale di Nardò, e suoi Vescovi, sono stati et stanno in pacifico possesso di così longo tempo, che non v’è memoria in contrario, di ricevere le Regaglie dalli Baroni et utili Signori di detta Città et luoghi abitati della Diocesi di Nardò, che moiono in quella ò fuori di quella, dovendosi dette Regaglie non per raggione del domicilio, che di questo modo si devono tenere li funerali, ma per raggione delle Baronie poste in questa Diocese: et così sempre si è osservato.
Poi il vescovo riporta alcuni esempi accaduti in diocesi, come dopo la morte del barone di Taviano Giovan Battista Fuggetta, deceduto a Napoli nel 1603 senza aver lasciato figli, il fisco ha devoluto l’anno dopo al vescovo di Nardò Lelio Landi le regalie spettanti. Così avvenne anche nel 1604, dopo la morte a Napoli del barone di Alliste e Felline Giovan Carlo Cappello, e dopo la morte a Trani di Luigi Cappello, barone delle stesse terre. Stessa cosa avvenne dopo il decesso del barone di Neviano Vincenzo Pirelli a Gallipoli quando le regalie furono versate al vescovo Girolamo De Franchis, nonostante le avesse inutilmente pretese il vescovo di Gallipoli.
Per dirimere la questione la Congregazione incaricò il vicario apostolico di Castro Giovan Carlo Pica, patrizio aquilano, giureconsulto e protonotario apostolico, che dette ragione al vescovo di Nardò e obbligò i due affittuari a versare le decime dovute super fructibus et redditibus dictarum terrarum (sentenza del 9 dicembre 1632, poi confermata dalla Sacra Congregazione con decisione del 17 dicembre 1632).
Pubblicato in Memorie e gratitudine. Studi in onore di don Giuliano Santantonio, a cura di M. Gaballo e A. Cavallo), Grenzi, Foggia 2025.
