di Marcello Gaballo
L’Università di Nardò si trovò a dover affrontare la questione della gestione dell’ospedale cittadino, dopo che il monastero di Santa Chiara decise di non occuparsi più della sua amministrazione. A questa vicenda, già complessa, si aggiungono nuove informazioni tratte dal Fondo Congregazioni dell’Archivio Storico Diocesano, spesso trascurate dagli storici locali.
Con un’istanza datata 1 ottobre 1627, l’amministrazione civica si rivolse alla Santa Sede e, per conoscenza, al vescovo, per ottenere l’autorizzazione ad affidare la gestione dell’ospedale alla Congregazione di San Giovanni di Dio. Nel documento si legge:
La Città di Nardò, desiderando che un Hospidale che è in essa Città assai commodo d’entrata, il quale è amministrato da Cittadini secolari, sia dato ai Padri della Congregazione di Giovanni di Dio, i quali come esercitati nell’ufficio dell’hospitalità potrebbono essere di gran commodo de’ poveri.
Tuttavia, la richiesta incontrò subito l’opposizione del vescovo Girolamo De Franchis, che il 15 settembre 1627 inviò una missiva per ribadire che l’ospedale, intitolato a Sant’Antonio di Vienna, era sempre stato sotto la cura e giurisdizione episcopale. Egli spiegava che il procuratore dell’ospedale era responsabile della gestione dei beni e della cura degli infermi, e che tutti gli introiti erano registrati in un libro contabile, con rendicontazione annuale. Il vescovo forniva dettagli sulle entrate e le spese, evidenziando che l’ospedale godeva di un’entrata annua fissa di 125 ducati, oltre a proventi variabili da affitti, vino e olio, per un totale di circa 180 ducati. Le spese fisse erano di circa 80 ducati, mentre le spese per gli infermi e l’accoglienza di pellegrini erano stimate intorno ai 200 ducati annui.
Alla luce di questi dati, il vescovo riteneva che insediare un nuovo ordine nell’ospedale non fosse conveniente per i poveri e dichiarava di non poter dare il proprio assenso. Tuttavia, per intervento del cardinale Borghese, una bolla di papa Paolo V si espresse favorevolmente alla cessione dell’ospedale ai Fatebenefratelli, subordinandola comunque al benestare del vescovo locale.
Dopo il trasferimento di mons. De Franchis, l’Università di Nardò rinnovò il tentativo con il nuovo vescovo Fabio Chigi. Il 30 marzo 1635, i sindaci Giacomo Antonio Giulio e Cesare Spalletta, insieme ai rappresentanti civici, presentarono una nuova supplica, nella quale si ribadiva che l’ospedale, fondato quasi due secoli prima grazie a elemosine e lasciti, si trovava ormai in condizioni precarie, con entrate annue stimate in circa 400 ducati.
Perloché l’è parso ricorrere alla pietà di V. S. Ill.ma, supplicandola restare servita concedere l’amministrazione di detto luogo con le rendite et emolumenti di quelli alli Reverendi Padri Buoni Fratelli del Beato Giovanni di Dio… ch’oltre sarà opera meritevolissima appresso Nostro Signore per il beneficio et utile che ne sentiranno i poveri infermi di detta Città e pellegrini.
Il giorno successivo, il 31 marzo, i sindaci inoltrarono una seconda lettera per sollecitare una risposta e ottenere l’assenso all’arrivo dei Fatebenefratelli, con l’argomento che la loro presenza avrebbe apportato un grande beneficio agli ammalati e rafforzato le opere di carità.
Il vicario Giovanni Granafei, da poco insediato, evitò di esprimersi direttamente sulla richiesta, sottolineando che la gestione dell’ospedale spettava al vescovo, dato che la struttura era una grancia della Mensa Vescovile.
In una lettera al vescovo Chigi, allora fuori sede, Granafei scriveva:
La città ha avuto una differenza con il Vescovo di voler che un’hospedale, che è in questa città, si ne facesse un monasterio di frati, et il Vescovo, come è suo jus, sempre se l’ha difeso, perché perderebbe della giurisditione un luogo di consideratione…
Egli precisava inoltre che l’ospedale aveva un’entrata annua di 300 ducati e che era amministrato da due canonici affidabili, i quali impiegavano le rendite per il sostentamento degli orfani, l’accoglienza dei forestieri per tre giorni e la cura degli ammalati della città.
Nonostante i reiterati tentativi, la concessione ai Fatebenefratelli non si realizzò. Il vicario Granafei si oppose con forza all’operazione, temendo che l’ospedale perdesse la sua dipendenza dalla Mensa Vescovile. In una lettera successiva, egli suggeriva al vescovo Chigi:
Supplico V. S. Ill.ma a non dare il Placet, essendo che sarebbe di danno et pregiuditio alla Mensa (Vescovile)…
La questione suscitò forti tensioni, tanto che il vicario, per distogliere l’attenzione dei proponenti, propose di destinare l’ospedale alla costruzione di un seminario. Ma dietro la sua ostinata opposizione si celava probabilmente un altro progetto: favorire l’insediamento dei Gesuiti a Nardò.
In una lettera del 30 ottobre 1637, Granafei informava il vescovo:
I Padri Gesuiti pensano venire di breve per far la missione in questa Città… l’intento di questi Gesuiti è di pigliar Casa e far un Colleggio qui a Nardò e m’han detto che il Sig. Conte l’ha promesso di darli un buon aiuto.
Alla fine, l’operazione di cessione ai Fatebenefratelli non andò in porto, forse anche a causa di queste pressioni parallele. L’ospedale di Nardò rimase sotto la giurisdizione episcopale, mentre i Gesuiti non trovarono il modo di stabilirsi in città.
