Nardò tra fedeltà e ribellione. La città e la defezione ai Franco-veneti del 1528-1529

La defezione di Nardò nel corso della guerra del 1528-1529 costituisce uno degli episodi più significativi della storia politica della città nella prima età moderna. Non si trattò, infatti, soltanto di una scelta compiuta da una comunità salentina nel quadro dello scontro fra Carlo V e i suoi avversari, né può essere spiegata semplicemente come una temporanea adesione alla causa francese e veneziana. Dietro la ribellione neritina Panareo individua una vicenda più antica e complessa: la persistente ostilità della città verso il regime feudale degli Acquaviva e, soprattutto, l’aspirazione a ritornare sotto il diretto dominio della Corona.

È questo il nucleo interpretativo del saggio di Salvatore Panareo, «Per la storia di Nardò. II. La defezione ai Franco-veneti del 1528-29», pubblicato in Rinascenza Salentina, XI, nuova serie, n. 2, 1943, pp. 105-114. Il contributo si inserisce nella serie degli studi dedicati dall’autore alla storia neritina e ricostruisce l’episodio attraverso la documentazione del tempo, soprattutto quella conservata nei fondi napoletani e le testimonianze di Marino Sanuto.

 

Nardò nel vortice della guerra europea

La vicenda si colloca nella guerra della Lega di Cognac, che contrappose Carlo V alla coalizione formata da Francesco I di Francia, Venezia, il duca di Milano e papa Clemente VII. Nel 1528 la guerra assunse particolare rilievo per il Mezzogiorno d’Italia. Le forze francesi guidate da Odet de Foix, signore di Lautrec, penetrarono nel Regno di Napoli sostenute dai Veneziani, mentre la Terra d’Otranto diventava uno dei principali teatri delle operazioni.

L’obiettivo non era soltanto militare. Il controllo delle città e dei porti pugliesi avrebbe consentito alla coalizione di esercitare una forte pressione sulle forze imperiali e di compromettere la posizione di Carlo V nel Regno. La campagna, iniziata nel 1528, si protrasse sino all’anno successivo, coinvolgendo profondamente le comunità locali e aggravando una situazione già segnata da carestie, epidemie, requisizioni e difficoltà economiche.

Fu in questo contesto che numerose città e terre pugliesi mutarono atteggiamento nei confronti dell’autorità imperiale. Nardò fu tra quelle che si schierarono apertamente contro l’Impero. Panareo sottolinea però un dato particolarmente significativo: la città rimase fedele alla propria scelta ribelle per ben diciotto mesi, sino alla capitolazione dell’ottobre 1529.

La posizione geografica di Nardò rendeva la sua scelta ancora più delicata. Situata fra Lecce e Gallipoli, essa occupava una posizione strategica nel sistema territoriale della Terra d’Otranto. La città poteva rappresentare un utile punto di appoggio per le forze che controllavano la provincia e, proprio per questo, la sua fedeltà o infedeltà assumeva un significato superiore a quello di una semplice vicenda locale.

Una ribellione che aveva radici più profonde

È proprio qui che Panareo introduce la questione fondamentale: perché Nardò aderì alla ribellione?

La risposta, secondo lo storico, non deve essere cercata esclusivamente negli avvenimenti militari del 1528. Il comportamento dei Neritini trova una spiegazione più convincente nella loro precedente esperienza politica e soprattutto nei rapporti con la famiglia Acquaviva.

Il regime feudale, scrive Panareo, «era stato sempre avversato dai Neretini». La frase è importante perché consente di leggere la defezione non come una scelta improvvisa, ma come l’esplosione di un contrasto più antico.

Già nel 1494, durante la spedizione italiana di Carlo VIII di Francia, Nardò aveva cercato di liberarsi dal dominio feudale. Un tentativo analogo era stato compiuto pochi anni dopo, sotto Federico d’Aragona. Quando poi la città seppe che era stata concessa a Belisario Acquaviva, i Neritini inviarono propri rappresentanti alla corte chiedendo di rimanere nel demanio regio.

La richiesta non fu accolta. Tuttavia il sovrano, secondo la documentazione utilizzata da Panareo, aveva promesso che la città sarebbe stata presto restituita al demanio. La formula impiegata nella risposta reale è particolarmente significativa: il re assicurava ai Neritini che li avrebbe «reintregaremo al nostro demanio» e che, una volta reintegrati, non li avrebbe più separati dalla Corona.

Quella promessa non venne mantenuta. Nardò rimase invece sottoposta alla signoria degli Acquaviva per i decenni successivi.

Stemma Acquaviva d’Aragona

 

Belisario Acquaviva e il governo della città

La figura di Belisario Acquaviva occupa quindi un posto centrale nella ricostruzione di Panareo.

L’Acquaviva apparteneva a una delle più potenti famiglie del Regno di Napoli. Il suo prestigio derivava tanto dall’estensione dei possedimenti feudali quanto dalla capacità di inserirsi nelle vicende politiche e militari della monarchia. Belisario era considerato un valoroso principe militare, fedele alla Corona e capace di rendere importanti servizi al sovrano.

Panareo non nega questi aspetti. Al contrario, presenta Belisario come un personaggio di rilievo anche sul piano culturale, vicino agli ambienti umanistici napoletani e personalmente interessato alla cultura.

Il problema era però il governo concreto dei suoi domini.

Belisario trascorreva gran parte del proprio tempo lontano da Nardò, impegnato nella vita politica e militare del Regno. L’amministrazione della città venne così lasciata in larga misura ai figli, primo fra tutti Giovanni Bernardino. Secondo Panareo, essi finirono per essere «molestamente immischiati nelle cose amministrative ed ecclesiastiche della città».

È questo, nella lettura dello storico, uno dei punti decisivi per comprendere l’ostilità maturata nella comunità neritina.

Non era dunque necessariamente il rapporto personale con il sovrano imperiale a determinare l’atteggiamento di Nardò. Il bersaglio della protesta era soprattutto il sistema di potere locale rappresentato dagli Acquaviva.

La guerra come occasione per la rivolta

Quando nel 1528 le forze franco-venete entrarono nel Regno, Nardò si trovò quindi davanti a un’occasione che poteva consentire di trasformare un antico malcontento in una vera e propria azione politica.

Panareo non pretende di stabilire con assoluta certezza il giorno nel quale la città iniziò la propria defezione. Ritiene tuttavia plausibile collocarla intorno agli avvenimenti militari dell’aprile 1528 e, in particolare, in prossimità dello scontro di Avetrana del 20 aprile.

La vittoria veneziana in quell’area produsse infatti un importante mutamento degli equilibri militari nella Terra d’Otranto. Molte comunità cominciarono a schierarsi con gli avversari di Carlo V, mentre le forze imperiali furono costrette a ripiegare.

Nardò approfittò di quella situazione. La morte di Belisario Acquaviva, avvenuta il 24 luglio 1528 durante l’epidemia di peste, rese ancora più fragile il sistema di governo feudale e contribuì probabilmente a rafforzare la posizione dei suoi oppositori.

La città, tuttavia, non si limitò a una defezione momentanea. Rimase schierata con i Franco-veneti anche quando la situazione militare cominciò a cambiare.

Nardò nella guerra del 1528

La ricostruzione di Panareo mostra una città costantemente esposta alla pressione militare. Dall’agosto del 1528 Nardò dovette resistere alle iniziative imperiali e, contemporaneamente, chiedere aiuto agli alleati.

La posizione della città era particolarmente delicata perché si trovava fra due importanti centri controllati dagli avversari: Lecce e Gallipoli. Nardò si rivolse ripetutamente ai comandanti della coalizione franco-veneta, chiedendo soccorsi e rinforzi.

Ma le promesse degli alleati non sempre vennero mantenute.

Panareo ricorda anche le vicende di altri signori salentini che si schierarono contro la Spagna, come Francesco del Balzo, conte di Castro e di Ugento. La situazione politica della provincia era dunque estremamente fluida: signori, città e comunità assumevano posizioni differenti, spesso in relazione ai propri interessi territoriali e dinastici.

La stessa Nardò, secondo le fonti citate dallo storico, avrebbe ricevuto proposte dai Veneziani e avrebbe discusso la possibilità di accogliere un loro rappresentante. Panareo ritiene tuttavia che non vi siano prove sufficienti per affermare che la città sia mai stata formalmente sottoposta al governo veneziano. La presenza di un piccolo presidio francese, prevista successivamente nei capitoli della resa, sembra invece indicare un effettivo collegamento con le forze francesi.

Il 1529 e il progressivo rovesciamento delle sorti

Con l’inizio del 1529 il quadro militare mutò gradualmente. Le forze imperiali tentarono di riconquistare le principali città perdute. Barletta, Trani e Monopoli furono al centro delle operazioni. Il marchese del Vasto assediò Monopoli per oltre due mesi, ma fu costretto a ritirarsi a causa delle difficoltà delle sue truppe, soprattutto per la mancanza delle paghe.

Nel frattempo i Veneziani tentavano di mantenere le proprie posizioni in Puglia. Il provveditore Contarini raggiunse la Terra d’Otranto con una flotta e riuscì a ottenere la resa di numerose terre. Anche Nardò continuava però a essere sottoposta alla pressione degli Imperiali.

Le richieste di soccorso della città divennero insistenti. Le forze della Lega, tuttavia, erano impegnate su più fronti e non riuscivano a garantire un sostegno adeguato.

La situazione precipitò dopo la disfatta francese di Landriano, il 21 giugno 1529. La posizione della Francia si indebolì rapidamente e i negoziati fra papa Clemente VII e Carlo V modificarono definitivamente gli equilibri. La resistenza franco-veneta in Puglia era ormai destinata a fallire.

La resa di Nardò

Nardò fu una delle ultime città salentine a cedere. Panareo sottolinea che la città era rimasta ribelle per diciotto mesi, distinguendosi per la fermezza della propria opposizione. Alla fine dovette tuttavia accettare la resa.

Il 5 ottobre 1529, nella vicina Copertino, il marchese d’Atripalda Alfonso Castriota e i rappresentanti dell’Università di Nardò stabilirono i capitoli attraverso i quali la città rientrava nell’obbedienza a Carlo V. La capitolazione prevedeva condizioni precise: il riconoscimento della richiesta di mantenere Nardò nel demanio, la remissione delle colpe commesse durante la guerra, la libera partenza dei soldati francesi, la conservazione dell’ordinamento civico precedente e il restauro delle mura a spese del fisco.

Il dato economicamente più significativo è quello relativo al prezzo del perdono. Sanuto riferisce una somma di 14.000 scudi che Nardò avrebbe dovuto versare; Panareo precisa però che non è stato possibile trovare una conferma documentaria certa dell’operazione nei termini riferiti dalla fonte veneziana.

La città, comunque, riuscì a ottenere qualcosa di assai più importante della semplice amnistia: la conferma della propria aspirazione al demanio regio.

La vera ragione della resistenza

È a questo punto che la lettura di Panareo diventa particolarmente interessante.

Quando, nell’ottobre 1529, Nardò tornò all’obbedienza di Carlo V, i suoi rappresentanti presentarono come prima richiesta proprio la conservazione della città nel demanio. La motivazione addotta era estremamente dura nei confronti degli Acquaviva.

I Neritini affermavano di aver sopportato la lunga guerra e l’assedio, con una gravissima perdita di uomini e beni, proprio per evitare di ricadere sotto il dominio dei loro antichi signori.

In altri termini, la città non sosteneva di essersi ribellata perché ostile in quanto tale alla monarchia spagnola o a Carlo V. La spiegazione fornita dai suoi stessi rappresentanti era diversa: aveva resistito per evitare il ritorno sotto il dominio degli Acquaviva.

È questo il passaggio che permette a Panareo di interpretare l’intera vicenda. La defezione del 1528 non sarebbe stata quindi semplicemente una scelta «francese» o «veneziana». La guerra internazionale avrebbe offerto alla comunità neritina l’occasione per riaprire una questione politica interna rimasta irrisolta per decenni: quella del rapporto fra città, Corona e signoria feudale.

La breve illusione del ritorno al demanio

La speranza neritina, tuttavia, non ebbe lunga durata. Dopo la resa, la promessa di restituzione al demanio non venne effettivamente realizzata. Panareo ricorda che il viceré Colonna, pur ricevendo disposizioni superiori, non ritenne di dover reintegrare gli Acquaviva nel possesso di Nardò? No: la situazione fu piuttosto l’opposto. Alla morte del Colonna, il nuovo viceré Pietro di Toledo, nel 1532, assegnò Nardò a Giovanni Bernardino Acquaviva, figlio di Belisario, proprio colui contro il cui governo i Neritini avevano manifestato le più profonde rimostranze.

La scelta appare ancora più significativa considerando che Giovanni Bernardino era allora impegnato in Germania nella causa di Carlo V contro i protestanti. Il favore imperiale nei confronti degli Acquaviva finì dunque per prevalere sulle aspettative manifestate dalla città. Per Nardò si apriva una nuova fase. La parentesi della ribellione era terminata, ma la questione feudale rimaneva irrisolta.

Le conseguenze della guerra

La riconquista della Terra d’Otranto non comportò una semplice restaurazione dell’ordine precedente. Il ritorno dell’autorità imperiale fu accompagnato da rappresaglie, confische e sanzioni nei confronti di quanti avevano sostenuto la parte francese o veneziana.

Panareo dedica alcune pagine alle conseguenze generali della repressione. In molte località i beni dei ribelli furono confiscati e assegnati ad altri feudatari o a persone che avevano prestato servizi a Carlo V. Altri proprietari riuscirono a riscattarsi pagando somme considerevoli; altri ancora furono costretti all’esilio.

Anche Lecce subì una pesante sanzione per avere accolto, sia pure per breve tempo, i Franco-veneti: l’Università dovette pagare 20.000 ducati.

Il quadro restituito da Panareo è quello di una Terra d’Otranto duramente provata da una guerra nella quale le comunità locali furono spesso costrette a sostenere spese militari, fornire vettovaglie e alloggiare soldati, indipendentemente dalla loro effettiva volontà politica. Le imposizioni fiscali e le requisizioni contribuirono ad aggravare una situazione economica già compromessa.

I protagonisti della ribellione

Anche Nardò ebbe i suoi uomini direttamente coinvolti nella defezione. Panareo ricorda soprattutto Pietro Vetrano, che fu condannato a morte e vide confiscati i propri beni. Lo storico ritiene che fosse certamente fra coloro che avevano avuto un ruolo importante nel promuovere e sostenere la ribellione neritina. Il patrimonio confiscato a Vetrano consente inoltre di cogliere il rilievo sociale del personaggio: non si trattava di un individuo marginale, ma di una persona facoltosa, la cui posizione economica doveva essere stata tale da consentirgli una partecipazione significativa alle vicende politiche della città. La sorte di Vetrano rappresenta il lato più drammatico della repressione.

Panareo ricorda inoltre, in nota, la confisca del feudo di Torchiarolo ai danni di Pirro delli Falconi, la cui famiglia era collegata alla vicenda neritina. Le conseguenze della defezione, dunque, superarono ampiamente i confini cittadini e coinvolsero persone, famiglie e patrimoni distribuiti nella Terra d’Otranto.

Una città che non combatteva contro il sovrano?

La conclusione di Panareo è forse l’aspetto più importante dell’intero saggio. Dopo avere ricostruito la guerra, la ribellione, la resa e la restaurazione del potere feudale, lo storico torna al problema iniziale: quali furono le vere motivazioni della defezione?

La sua risposta è netta. Il comportamento di Nardò non può essere spiegato semplicemente con una presunta fedeltà alla Francia o con un’avversione ideologica alla monarchia spagnola.

La prova sarebbe contenuta proprio nei capitoli della resa del 1529 e nelle richieste presentate dall’Università.

La città chiedeva di essere sottratta alla signoria feudale e ricondotta al demanio. La sua opposizione, dunque, aveva un carattere essenzialmente politico e giurisdizionale. Il problema non era soltanto «chi» dovesse governare il Regno, ma «come» Nardò dovesse essere governata.

Questa distinzione è fondamentale. La vicenda del 1528-1529 non può essere interpretata con categorie moderne come una lotta per l’indipendenza della città. Nardò non cercava di separarsi dal Regno di Napoli né di costituire un’entità politica autonoma. Aspirava piuttosto a un diverso rapporto con il potere monarchico: voleva essere sottoposta direttamente alla Corona anziché a un signore feudale.

Una ribellione contro gli Acquaviva

Il valore storico della ricostruzione di Panareo consiste proprio nell’aver posto in relazione due livelli apparentemente distinti: la grande politica europea e la storia interna della città.

La guerra fra Carlo V e la Lega di Cognac offrì a Nardò una possibilità concreta di mettere in discussione il proprio assetto politico. Ma quella possibilità ebbe successo perché esisteva già un terreno favorevole: una lunga opposizione al regime feudale e il ricordo delle precedenti promesse di restituzione al demanio.

La guerra internazionale, dunque, funzionò come catalizzatore di una tensione locale.

La defezione fu il momento nel quale il conflitto fra comunità e signoria raggiunse il suo punto più alto. La resistenza protratta per diciotto mesi dimostra che non si trattò di una reazione improvvisa all’arrivo delle truppe franco-venete. La comunità accettò sacrifici, assedi e devastazioni pur di evitare il ritorno sotto il dominio che riteneva intollerabile.

E tuttavia la conclusione fu amaramente diversa da quella sperata. Nel 1532 Nardò tornò infatti sotto gli Acquaviva. La promessa del demanio rimase ancora una volta disattesa. Come osserva Panareo nelle ultime righe del suo studio, la città si trovò così nuovamente sottoposta alla potente famiglia feudale e, dopo una breve interruzione, riprese quella lunga e difficile soggezione che aveva costituito uno dei nodi più persistenti della sua storia politica.

Una pagina centrale della storia politica di Nardò

La defezione del 1528-1529 appare, alla luce della ricostruzione di Panareo, come uno dei momenti nei quali la comunità neretina tentò con maggiore decisione di ridefinire il proprio rapporto con il potere. Non fu una semplice parentesi militare e non fu neppure una mera adesione alla causa francese.

Fu il punto di convergenza di una guerra europea, degli interessi della monarchia spagnola, delle ambizioni veneziane, delle strategie dei grandi feudatari e, soprattutto, di una persistente aspirazione della comunità cittadina a sottrarsi al dominio degli Acquaviva.

Il dato forse più eloquente è che, nel momento della resa, Nardò non mise al primo posto la richiesta di clemenza per i propri uomini o la semplice cancellazione delle conseguenze della guerra: chiese innanzitutto il riconoscimento della propria condizione demaniale. In quella richiesta si condensa l’intera vicenda.

La ribellione del 1528-1529 fu infatti, contemporaneamente, una pagina della grande guerra europea e una pagina della storia interna di Nardò. Fu una scelta compiuta nel quadro dello scontro tra Carlo V e la Lega di Cognac, ma alimentata da una questione che la città portava con sé da decenni: il rifiuto della signoria feudale e la ricerca di un rapporto diretto con la Corona.

La restaurazione del dominio degli Acquaviva nel 1532 dimostrò che quella battaglia era stata perduta. Ma proprio il fallimento rende ancora più significativo l’episodio: per diciotto mesi Nardò aveva sperimentato la possibilità di sottrarsi al proprio signore e aveva affidato alla guerra europea la speranza di trasformare un’antica aspirazione in una nuova condizione politica.

Questa è, in definitiva, la chiave attraverso la quale Panareo legge la «defezione ai Franco-veneti»: non come un semplice tradimento della fedeltà imperiale, ma come l’espressione di un conflitto politico e giurisdizionale più antico, nel quale la comunità neritina cercò, attraverso le circostanze eccezionali della guerra, di riconquistare una libertà di governo che riteneva spettarle.

 

Riferimento bibliografico

Salvatore Panareo, «Per la storia di Nardò. II. La defezione ai Franco-veneti del 1528-29», in Rinascenza Salentina, XI (Nuova Serie), n. 2, 1943, pp. 105-114. Il fascicolo e il testo integrale sono oggi consultabili nell’emeroteca digitale della Provincia di Brindisi.

Testo integrale del saggio di Salvatore Panareo, pp. 105-114

 

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