
di Marcello Gaballo
Gli antichi ‘ndiminieddhi della tradizione orale neritina rappresentano una delle forme più raffinate dell’ingegno popolare. Dietro versi dal linguaggio volutamente oscuro si nascondono oggetti di uso quotidiano, descritti attraverso metafore sorprendenti, giochi di parole e immagini che obbligavano l’ascoltatore a osservare la realtà con occhi diversi. Non era soltanto un passatempo, ma un vero esercizio di intelligenza, nel quale l’esperienza della vita contadina e domestica diventava materia poetica.
Tra i rompicapi più originali si colloca quello dedicato alla forbice, che così recita:
L’occa mia si parte ti la panza
e ti cce nascu la zzacca brapire,
o pesu mienzu chilu o pesu ‘n’onza,
mòzzicu e sàcciu cce aggiu fare,
ma cu agiscu no nc’è speranza
ci no mi ndi èsciu cinque pprisintare.
Caminu senza mmi mantegnu tesa,
intra ‘lli capiddhi o susu ‘na camisa,
ma la cosa cchiù bella ete ca l’uecchi
li tegnu intra ‘lli pieti e tu li tuecchi.
La soluzione dell’indovinello è la forbice, ma il modo in cui vi si giunge rivela tutta la fantasia della cultura popolare.

L’oggetto viene personificato fin dal primo verso. La “bocca” (l’occa) si apre “dalla pancia”, proprio come le due lame della forbice si dividono a partire dal perno centrale. È un’immagine di straordinaria efficacia, capace di trasformare un semplice utensile in un essere vivente.
L’espressione “e ti cce nascu la zzacca brapire” allude alla sua capacità di aprire tagli e fenditure. La forbice “nasce” per aprire, dividere e separare, funzione che ne definisce l’essenza.
Il verso successivo, “o pesu mienzu chilu o pesu ‘n’onza”, sottolinea invece una caratteristica universale dello strumento: poco importa che sia grande e pesante, destinata ai sarti o ai conciatori, oppure piccola e leggera per il cucito domestico; il suo funzionamento rimane identico.
Ancora più efficace è l’affermazione:
“Mòzzicu e sàcciu cce aggiu fare.”
La forbice “morde”, ma lo fa sempre con precisione, senza esitazioni. Il verbo mòzzicu attribuisce alle lame la funzione dei denti, mentre l’intera frase richiama l’abilità dell’artigiano che sa esattamente dove intervenire.
Segue poi uno dei passaggi più ingegnosi:
“Ma cu agiscu no nc’è speranza ci no mi ndi èsciu cinque pprisintare.”
La forbice, da sola, è incapace di agire. Per funzionare ha bisogno delle cinque dita della mano che la impugnano. Solo allora acquista vita. È una personificazione che mette in luce il rapporto inscindibile tra l’uomo e il suo utensile, tema ricorrente nella cultura contadina, dove ogni attrezzo era considerato quasi un prolungamento del corpo.
L’indovinello continua descrivendone gli impieghi più comuni:
“Caminu senza mmi mantegnu tesa, intra ‘lli capiddhi o susu ‘na camisa.”
La forbice “cammina” tra i capelli del barbiere e del parrucchiere, oppure scorre sulla stoffa del sarto. Ancora una volta il movimento delle lame viene tradotto in un’immagine umana, quasi che l’oggetto percorresse autonomamente il proprio cammino.
Ma è il finale a racchiudere il colpo di genio dell’autore popolare:
“Ma la cosa cchiù bella ete ca l’uecchi li tegnu intra ‘lli pieti e tu li tuecchi.”
Gli “occhi” della forbice non sono altro che i due anelli destinati alle dita, collocati nella parte inferiore dello strumento, quelli che nel dialetto vengono poeticamente definiti li pieti. È un’immagine che sorprende ancora oggi per la sua originalità: l’oggetto possiede gli occhi, ma non dove ci si aspetterebbe; li porta “nei piedi”, proprio nel punto che la mano tocca per metterlo in movimento.
L’intero componimento costituisce un piccolo capolavoro di osservazione della realtà. Nulla viene descritto direttamente; ogni caratteristica è trasformata in metafora. La forbice diventa un essere vivente che apre la bocca, morde, cammina, possiede occhi e piedi, ma che rimane immobile finché una mano non le trasmette vita.
Questa modalità descrittiva richiama una lunga tradizione che attraversa tutta la letteratura europea. Gli indovinelli medievali, quelli raccolti nelle antiche sillogi monastiche, come pure gli enigmi diffusi nelle corti rinascimentali, ricorrevano frequentemente alla personificazione degli oggetti quotidiani. Anche gli antichi enigmi greci e latini trasformavano strumenti, animali e fenomeni naturali in personaggi dotati di voce e di volontà, invitando il lettore a riconoscerli attraverso indizi progressivi.
L’indovinello neritino dimostra come quella tradizione colta abbia trovato nel mondo popolare una straordinaria capacità di rinnovarsi. Senza alcuna pretesa letteraria, l’anonimo autore costruisce una descrizione ricca di immagini, ritmo e ironia, nella quale un semplice utensile domestico diventa protagonista di una piccola narrazione poetica.
È proprio questa la forza degli antichi ‘ndiminieddhi: insegnare a guardare gli oggetti più comuni con occhi nuovi. Dietro una forbice si nasconde un personaggio; dietro un gioco di parole si conserva un patrimonio linguistico; dietro pochi versi in dialetto sopravvive una forma di poesia popolare che merita di essere conosciuta e tramandata, perché racconta non soltanto l’ingegno dei nostri antenati, ma anche il loro modo di osservare il mondo.
