1635. Le prime proteste del canonico Benedetto Trono e del clero neritino contro il vicario Granafei

di Marcello Gaballo

Le accorate lettere del canonico Benedetto Trono dell’estate 1636, firmate anche dal tesoriere Antonio Manieri, non furono episodi isolati o estemporanei: esse si inseriscono in una lunga e articolata corrispondenza che aveva già avuto inizio più di un anno prima, e che trova piena testimonianza nel ricco carteggio conservato nel fondo Chigi presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV, Fondo Chigi, Q.IV.85). Questo fondo si rivela prezioso nel documentare la crescente tensione tra il clero secolare di Nardò e il giovane vicario generale Giovanni Granafei, figura imposta alla città e alla diocesi senza il consenso delle autorità locali e con modalità giudicate irregolari e provocatorie.

Già il 24 febbraio 1635, il canonico Benedetto Trono, in qualità di procuratore del Capitolo, scriveva al vescovo Fabio Chigi per manifestare la ferma disapprovazione del clero verso la nomina del Granafei, che allora aveva appena ventotto anni e nessuna esperienza amministrativa: “senza patente e senza haver fatto altro officio, ma solamente con lettera di S. Em.a S. Cardinale di S. Onofrio, quale dice che d’ordine N. S. serva per vicario…”. Il tono della lettera è fermo, indignato, collettivo: “col che veramente ci ha dato disturbo grandissimamente à tutti del Nostro Capitolo”.

La protesta non nasce da una mera questione formale, ma da una questione di diritto e prassi consolidata: “esso Capitolo in tempo di sedia vacante se li dà potestà da S.S. di farsi il vicario à suo modo”, e inoltre il Vicario Capitolare già eletto aveva governato “quietamente e con sodisfatione di tutti”. In altre parole, il Capitolo rivendicava non solo la propria autonomia nella gestione della sede vacante, ma anche il buon funzionamento del governo ecclesiastico precedente all’arrivo del Granafei. L’imposizione di un nuovo vicario, privo di credenziali riconosciute e senza indicazione del proprio mandato effettivo, veniva così vissuta come una vera e propria violazione istituzionale: “ha voluto mettervi ad innovare cosa mai sentita in Nardò”.

Lamentele analoghe vennero ribadite con altre lettere, sempre nel 1635, inviate da don Ercole Sombrino, abate e procuratore del clero, il quale il 23 giugno scriveva ancora al vescovo Chigi per denunciare non solo l’illegittimità percepita della nomina, ma anche una serie di “innovazioni” imposte dal Granafei che stavano destando sconcerto e scandalo nel popolo e tra i sacerdoti.

Fra queste, una delle più gravi era la pretesa — mai esistita prima — che, alla morte di un sacerdote, i suoi eredi dovessero acquistare una pianeta da usare per la sepoltura, pena il rinvio del funerale e il rischio di lasciare i corpi insepolti: “che altrimenti restano insepolti con scandalo del popolo e delli sacerdoti e Canonici…”. Il Granafei non esitava a scegliere personalmente “la migliore” tra le pianete possedute, né a vendere le vesti liturgiche dei defunti, anche quelle che dovevano rimanere in sacrestia a disposizione dei preti poveri, secondo la prassi istituita dal vescovo Lelio Landi, predecessore di Chigi.

La lettera di Sombrino menziona casi concreti, destinati a colpire il vescovo e a mostrare l’inumanità delle pratiche del vicario. Il caso dell’abbate Angelo Serenico, sepolto senza la pianeta nonostante il pagamento, e quello del sacerdote don Giovan Cola Caballone, lasciato insepolto “per esser stato un pezzo in Malta” e per aver dato in pegno la propria pianeta, mostrano quanto queste norme imposte fossero non solo ingiuste, ma anche lesive della dignità dei defunti e della pietà popolare. Addirittura si racconta che l’erede del Gaballone fu costretto a comperare una nuova pianeta, mentre quella vecchia fu recuperata dal Granafei forzando con censure il creditore, salvo poi pretendere anche il pagamento del riscatto, fatta salva una minima detrazione.

L’impressione che emerge, da questa prima fase epistolare del 1635, è quella di un clero cittadino che si sente esautorato, mortificato e umiliato, e che tenta con ogni mezzo — lettere, testimonianze, nomi e casi concreti — di mostrare al vescovo Chigi che il governo del Granafei è fonte di disordine morale e istituzionale. Il tono non è ancora quello della supplica accorata delle lettere del 1636, ma si avverte già un’insofferenza profonda, una volontà di resistere a quella che viene percepita come una strategia per indebolire le strutture locali e concentrare il potere nelle mani di un vicario giovane, inesperto e autoritario.

Tutto ciò rende ancora più significativo e tragico il quadro che emerge dalle lettere successive: il grido delle monache, il dolore dei sacerdoti e infine la supplica del canonico Trono “con le ginocchia piegate”, nascono da un lungo processo di frattura tra il clero neretino e un vicariato sentito come estraneo, ostile, e volto a minare le basi stesse della vita religiosa e comunitaria della città.

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