di Marcello Gaballo
Tra gli antichi ‘ndiminieddhi tramandati dalla tradizione orale di Nardò ve ne sono alcuni costruiti su un sottile doppio senso, capaci di suscitare il sorriso prima ancora che la riflessione. L’ascoltatore viene infatti indotto a immaginare tutt’altro rispetto alla soluzione reale, salvo poi scoprire che l’enigma riguarda un oggetto o una caratteristica del tutto innocente.
È un meccanismo ben noto nella cultura popolare, dove l’allusione e l’ambiguità rappresentavano strumenti efficaci per rendere più vivace il gioco.
Uno degli esempi più riusciti è costituito da questo brevissimo componimento:
Ci la ‘ole rizza,
e ci la ‘ole longa,
ci la ‘ole ncannulata
comu queddha ti lu tata.
La soluzione è semplicissima: la barba.
L’efficacia dell’indovinello risiede proprio nella sua estrema essenzialità. In quattro soli versi vengono richiamate le diverse fogge che la barba poteva assumere, lasciando volutamente l’oggetto sottinteso fino alla soluzione finale.
C’è chi la preferisce rizza, cioè corta e ispida; chi la vuole longa, lunga e fluente; chi invece la porta ncannulata, ossia arricciata o accuratamente modellata, “come quella del padre”. Quest’ultimo riferimento non è casuale.
Per secoli la figura paterna rappresentò il primo modello maschile cui il giovane guardava, anche nell’aspetto esteriore. La barba del padre diventava così simbolo di maturità, autorevolezza e rispettabilità.
L’indovinello riflette una realtà ben documentata nella storia del costume. La barba, infatti, non è stata semplicemente un elemento estetico, ma ha assunto nei secoli significati molto diversi. Nell’antichità classica distingueva spesso il filosofo dal militare; nel Medioevo era segno di dignità e virilità; nel Seicento e nel Settecento le mode europee privilegiarono invece il volto rasato, mentre l’Ottocento riportò in auge barbe imponenti e baffi monumentali, divenuti simbolo di prestigio sociale.
Ancora nei primi decenni del Novecento, epoca alla quale risalgono molti degli ‘ndimieddhi salentini, la barba costituiva un tratto distintivo di numerosi uomini anziani, contadini, artigiani e professionisti.
Il termine dialettale ncannulata merita una particolare attenzione. Esso richiama l’idea di qualcosa “arrotolato”, “arricciato”, quasi modellato a piccoli riccioli. Non è difficile immaginare le barbe accuratamente pettinate e arricciate che compaiono nelle fotografie di fine Ottocento e d’inizio Novecento, quando la cura della barba costituiva una vera espressione di eleganza maschile.
L’apparente semplicità del testo nasconde inoltre un raffinato espediente retorico. L’oggetto dell’indovinello non viene mai nominato. Il pronome femminile la ricorre in ogni verso, ma senza mai rivelare a cosa si riferisca. È proprio questa omissione a orientare l’ascoltatore verso interpretazioni maliziose, sfruttando un doppio senso che appartiene a una lunga tradizione della cultura popolare. Solo alla fine si scopre che il soggetto della conversazione è semplicemente la barba.
Questo tipo di costruzione si ritrova in numerosi enigmi italiani ed europei.
Nella tradizione toscana, veneta e siciliana non mancano componimenti che descrivono oggetti quotidiani attraverso allusioni volutamente equivoche, sfruttando l’ambiguità linguistica per rendere più difficile la soluzione. Si tratta di una tecnica antichissima, già nota nella letteratura medievale e nelle raccolte di facezie rinascimentali, dove il piacere dell’enigma nasceva proprio dal contrasto tra ciò che l’ascoltatore immaginava e ciò che la risposta rivelava.
In appena quattro versi la tradizione popolare riesce così a condensare ironia, osservazione del costume e abilità linguistica. È la dimostrazione di come gli antichi ‘ndimieddhi non fossero semplici passatempi, ma piccole opere di ingegno, nelle quali il dialetto salentino esprimeva tutta la propria vivacità e la propria capacità di trasformare anche la più comune delle barbe in un raffinato gioco di parole.
