Padre Giovan Battista Lezzi da Casarano e la sua opera “Vite dei Letterati Salentintini”

di Fabio Cavallo

 

In occasione del contributo dedicato alla figura di Alberigo Longo

https://www.fondazioneterradotranto.it/2026/07/25/padre-giovan-battista-lezzi-e-alberico-longo-un-manoscritto-del-settecento-per-la-storia-della-cultura-salentina/

si era già avuto modo di soffermarsi, seppur brevemente, sulla biografia di padre Giovan Battista Lezzi, richiamandone soltanto alcuni essenziali passaggi per contestualizzare il personaggio. Quel sintetico profilo, tuttavia, lasciava in ombra la complessità delle sue vicende umane e intellettuali.

Il presente lavoro nasce, pertanto, dall’intento di colmare tale lacuna, offrendo un’indagine più ampia e approfondita sulla vita e sull’opera di questo erudito religioso del Settecento salentino.

Della vita di Padre Lezzi si conosce ancora ben poco, e quanto finora emerso non consente di restituire pienamente la statura intellettuale e il ruolo che egli ha rivestito nel panorama culturale salentino e, sia pur marginalmente, nella storia di Casarano.

Il suo temperamento umile e riservato, conforme all’ideale francescano, unito a una cultura vasta e a una non comune erudizione, ha probabilmente contribuito a mantenerne in ombra la figura, impedendogli di occupare il posto che gli sarebbe spettato fra i maggiori protagonisti della cultura salentina. Tale marginalizzazione, tuttavia, appare oggi del tutto ingiustificata.

Il presente studio si propone, pertanto, di riportare all’attenzione della comunità scientifica la figura e l’opera di Giovan Battista Lezzi, valorizzandone il profilo umano e intellettuale. Non va infatti dimenticato che egli è stato il primo bibliotecario della Biblioteca “Annibale De Leo” di Brindisi, la più antica del Salento, istituita presso il Palazzo del Seminario, istituzione che rappresenta ancora oggi uno dei principali presìdi del patrimonio librario e documentario dell’intero territorio salentino.

 

Biografia

Le notizie biografiche sul Lezzi sono estremamente esigue e frammentarie1.

Nasce a Casarano nel 1754 da Domenico e Giuditta Mariano, appartenenti a modeste famiglie di contadini. La sua vocazione religiosa matura grazie alla presenza dell’antico convento dei Cappuccini di Casarano2, fondato nel 1582, che per secoli, ha rappresentato un centro di formazione religiosa e culturale per il territorio.

Convento di Santa Maria degli Angeli negli anni 50

 

mappa dei conventi francescani in Terra d’Otranto

 

In questo contesto, precisamente nel 1774, muove i primi passi nel mondo francescano, intraprendendo successivamente il noviziato in Otranto, il più significativo polo religioso del Salento dell’epoca. Rimane tuttora ignota la data della sua professione religiosa. Le fonti documentarie attestano, tuttavia, il suo ministero nei seminari di Oria e Brindisi.

Il vivace fermento culturale che nella seconda metà del Settecento attraversa l’intero istmo salentino spinge frate Lezzi ad aprirsi a nuovi orizzonti intellettuali, conducendolo a soggiornare per un quinquennio – tra il 1779 e il 1783 – nella città di Napoli.

Capitale del Regno e tra le più popolose e dinamiche metropoli d’Europa, Napoli costituisce, allora, un imprescindibile punto di riferimento per studiosi, artisti ed ecclesiastici, oltre che una delle principali fucine dell’Illuminismo meridionale.

Durante la permanenza nella capitale del Regno, Lezzi ricopre l’incarico di segretario della Provincia dei Cappuccini, che gli consente di entrare in contatto con gli ambienti più qualificati della cultura e dell’amministrazione ecclesiastica, respirando quel clima di rinnovamento che sta profondamente trasformando la vita intellettuale, civile e religiosa del Regno.

Al tramonto del suo soggiorno napoletano maturano le circostanze che determinano il ritorno in terra pugliese3. Nel 1787 è chiamato a reggere la diocesi di Oria il barese Alessandro Maria Kalefati (1726 – 1793), napoletano d’adozione, eccentrico ecclesiastico, teologo, archeologo, con il quale, il Lezzi aveva intrecciato rapporti durante la permanenza nella capitale.

Ritratto di Mons. Kalefati

 

Intorno al 1783 il presule lo vuole accanto a sé richiamandolo nella curia oritana per affidargli il delicato incarico di segretario personale, quasi ad attestargli la stima per le sue riconosciute qualità umane ed intellettuali.

I due religiosi, oltre a essere legati da una profonda e sincera amicizia, condividono un vasto patrimonio di interessi culturali che abbraccia l’archeologia, la ricerca storica e la disciplina archivistica. Tale comunanza di intenti favorisce un intenso scambio intellettuale, destinato a produrre significativi riflessi anche sul piano ecclesiale.

Grazie all’interessamento del Lezzi, il 12 ottobre 1788, il pregevole altare maggiore della chiesa parrocchiale della sua natìa Casarano viene solennemente consacrato dal vescovo amico. L’avvenimento è tuttora ricordato dall’epigrafe latina collocata in cornu epistulae dello stesso altare:

D.O.M.

HANC QUAM VIDES ARAM

ALEXANDER KALEFATUS

EPUS ORRETANUS

IV IDUS OCTOBRIS

DEDICAVIT

A.D. MDCCLXXXVIII 4

Lapide commemorativa nella Chiesa Madre dell’Annunziata di Casarano

 

È proprio durante il soggiorno in Oria che il Lezzi intraprende la redazione della sua opera più ambiziosa e rappresentativa, le “Vite dei letterati salentini”4, un imponente lavoro, rimasto purtroppo inedito, ma di straordinario valore per la ricostruzione della storia culturale del Salento.

Il manoscritto, composto da ben 1.099 carte, raccoglie le biografie di 269 autori originari di cinquantatré centri della Terra d’Otranto, configurandosi come il primo tentativo organico di censimento biografico degli uomini di cultura salentini.

L’opera testimonia non soltanto la vastità degli interessi culturali del Lezzi, ma anche il rigore del suo metodo di ricerca, fondato sul confronto delle fonti manoscritte e documentarie, secondo criteri che anticipano la moderna indagine storiografica. A suggello di ciascun profilo biografico, l’autore appone una formula autografa che costituisce una preziosa attestazione della propria paternità intellettuale:

“Padre Giambattista Lezzi da Casarano, Lettore Cappuccino di Antichità Cristiane e di Sacra Scrittura nel Seminario Oritano, scriveva dal suo originale. Anno ecc., ecc.”

La morte del Kalefati, avvenuta ad Oria nel 1793, apre un periodo di sede vacante nella diocesi. Per il Lezzi, tuttavia, si profilano, ormai, nuovi orizzonti che lo condurranno a Brindisi, città destinata a segnare profondamente tanto il suo percorso umano quanto quello ecclesiastico. Dal 1795 anche la sede episcopale brindisina rimane priva del suo pastore. Muore, infatti, l’arcivescovo Battista Rivellini6. Il governo della diocesi viene assunto, in qualità di vicario capitolare, dal dotto ed erudito arcidiacono Annibale De Leo (1739 – 1814), eminente figura della cultura locale e legato al Lezzi da un rapporto di amicizia maturato durante gli anni trascorsi a Napoli.

Ritratto di Mons. De Leo commissionato dal Lezzi come riportato nell’iscrizione a margine della tela

 

Sarà proprio questo consolidato sodalizio umano e intellettuale a favorire il successivo approdo del cappuccino casaranese alla città adriatica.

Nel 1798 il De Leo viene elevato alla dignità episcopale, assumendo il governo dell’arcidiocesi di Brindisi. Consapevole della vasta preparazione culturale e dell’eccezionale preparazione di padre Lezzi, il nuovo presule lo chiama immediatamente al proprio fianco, affidandogli un ruolo di primo piano nel progetto di rinnovamento culturale della Chiesa brindisina.

I frutti di questa feconda collaborazione si manifestano, fin dai primi mesi, con la fondazione della Biblioteca Arcivescovile, una delle più significative istituzioni culturali dell’Italia meridionale, sorta tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo.

Il seminario arcivescovile di Brindisi che ospita la Biblioteca “De Leo”

 

Il patrimonio librario originario comprende circa seimila volumi, arricchiti da preziose raccolte provenienti dalla biblioteca romana del cardinale Giuseppe Renato Imperiali7, oltre a codici, manoscritti e opere rare reperiti in diverse regioni della penisola.

Nello stesso 1798 l’istituzione ottiene il riconoscimento ufficiale di re Ferdinando IV di Borbone, assumendo il carattere di biblioteca pubblica e divenendo, di fatto, la prima collezione aperta al pubblico dell’intero Salento.

Negli anni successivi il De Leo continua ad accrescere il patrimonio librario mediante l’acquisizione di ulteriori trecento volumi appartenuti alla collezione personale del cardinale Imperiali. A padre Lezzi viene affidato il delicato compito di inventariare e catalogare l’intera raccolta, incarico che gli vale la nomina a primo bibliotecario della Biblioteca Arcivescovile per volontà dello stesso arcivescovo.

L’opera di catalogazione, improntata a rigorosi criteri scientifici, è finalizzata principalmente alla formazione teologica ed umanistica del clero. Il fondo comprende le opere dei Padri della Chiesa, con particolare riguardo a sant’Agostino, numerosi testi di storia ecclesiastica e civile, nonché una sezione riservata a volumi sottoposti alla censura ecclesiastica, conservati secondo le disposizioni dell’”Index Librorum Prohibitorum”8.

La morte del vescovo Annibale De Leo, avvenuta nel 1814, segna una svolta decisiva nella vita di Giovan Battista Lezzi. Venuto meno il suo principale mecenate e punto di riferimento intellettuale, il cappuccino intraprende l’ultimo viaggio della sua lunga e operosa esistenza, facendo ritorno nella natia Casarano intorno al 1821, dopo oltre quattro decenni trascorsi in altre realtà.

Rientrato in patria, il Lezzi accoglie l’invito del dotto sacerdote e abate don Giacinto D’Elia dei Flavi9 a stabilirsi nel palazzo di famiglia, dove vive anche la cognata dell’abate, Giuseppina Scolmafora10, vedova di Domenicantonio D’Elia.

Palazzo D’Elia dei Flavi nel centro antico di Casarano

 

Donna di elevata levatura morale e di non comune sensibilità culturale, la Scolmafora, originaria di Brindisi, si è distinta per la generosità dei suoi lasciti e delle sue opere di beneficenza a favore della comunità casaranese. Alla sua intraprendenza si deve inoltre la costituzione di una cospicua biblioteca privata, formatasi grazie alla confluenza del patrimonio librario della famiglia Briganti di Gallipoli con quello, altrettanto ragguardevole, della famiglia D’Elia.

La possibilità di condividere il quotidiano con due figure accomunate da una profonda vocazione per gli studi rappresenta per Lezzi un’opportunità preziosa. Inserito in un ambiente culturalmente dinamico, seppur lontano dai grandi centri del Regno, egli trascorre gli ultimi anni della propria esistenza dedicandosi ancor più all’attività intellettuale. In questo periodo collabora alla redazione di alcuni profili biografici destinati alla “Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli”11 e mantiene un fitto carteggio con illustri conterranei, tra i quali l’Astore, i D’Elia e altri esponenti della cultura salentina.

biografia firmata dal Lezzi nella raccolta curata dal Gervasi (1819)

 

biografia firmata dal Lezzi nella raccolta curata dal Gervasi (1819)

 

Giovan Battista Lezzi si spegne il 3 luglio 1832 nel palazzo D’Elia, situato nell’antica via Trice12, corrispondente all’odierna piazzetta D’Elia, edificio che per lungo tempo ha rappresentato uno dei principali centri della vita culturale casaranese.

Con la sua morte si conclude il percorso umano di un religioso umile e schivo, ma al tempo stesso di un instancabile studioso, il cui paziente lavoro di ricerca, raccolta e sistemazione delle memorie letterarie del Salento avrebbe consegnato alle generazioni successive un patrimonio documentario di inestimabile valore.

Atto di morte del Lezzi

 

Il manoscritto delle “Vite dei letterati salentini”

Il manoscritto, redatto presumibilmente fra il 1789 e il 1791, è oggi conservato presso la Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi, dove continua a rappresentare una fonte di primaria importanza per gli studi sulla cultura salentina tra età moderna e contemporanea. Nel corso del tempo il manoscritto è stato ampiamente consultato da numerosi esperti e biografi locali, che vi hanno attinto informazioni spesso preziose.

Prefazione manoscritta dal Lezzi sul primo foglio della sua raccolta di biografie

 

 

Non di rado, tuttavia, tali notizie sono state riproposte senza un’esplicita attribuzione al Lezzi, contribuendo a relegare nell’ombra il fondamentale apporto dello studioso casaranese. Questa singolare sorte può essere ricondotta, almeno in parte, alla mancata pubblicazione dell’opera, che ne ha limitato la circolazione e favorito l’utilizzo del manoscritto quale fonte anonima secondo una prassi assai frequente nella diffusione della cultura tra XVIII e XIX secolo.

Le biografie sono corredate da un articolato apparato di indici, collocato in chiusura del manoscritto, costituito da quattro repertori che ordinano i personaggi trattati rispettivamente per cognome, nome, luogo d’origine e secolo di nascita.

Si tratta di un lavoro di straordinaria accuratezza filologica ed archivistica, espressione di quella paziente operosità che caratterizza la tradizione cappuccina, nella quale la preghiera si coniuga con l’esercizio dello studio e della ricerca.

L’incipit del codice costituisce una significativa dichiarazione d’intenti e testimonia la profonda consapevolezza dell’autore circa il valore della propria impresa storiografica:

Onde non periscano tante fatiche da me fatte per lunghissimo tempo, onde ricavar le notizie riguardanti gli scrittori salentini, ripongo il volume manoscritto con altri fogli che contengono le stesse memorie specialmente de’ letterati, il cognome de’ quali comincia dalla lettera A nella biblioteca fondata dalla felice memoria di Mons. De Leo, perché potrà darsi che ne’ tempi posteriori qualche Buon Genio abbia il piacere di trattar la stessa materia e non fia, del caso, di durar tanta fatica quanta ne ha durata il sacerdote Giambattista Lezzi che fu il primo bibliotecario della soprallodata pubblica libreria. Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.”13

Queste parole rivelano non soltanto la coscienza del considerevole impegno profuso nella raccolta delle notizie, ma anche l’intento di mettere il frutto delle proprie fatiche a disposizione degli studiosi delle generazioni future, affinché possano proseguire le ricerche senza dover ripercorrere il lungo e gravoso cammino da lui intrapreso.

Tra i letterati censiti nel manoscritto figurano tre illustri casaranesi: padre Luigi Tasselli, Francesco Antonio Astore e Bonifacio IX, al secolo Pietro Tomacelli, che la tradizione del tempo — e ancora parte della storiografia fino a pochi decenni or sono — riteneva originario di Casarano14.

Considerata l’ampiezza delle singole biografie, l’attenzione è qui rivolta esclusivamente alla figura di padre Luigi Tasselli15 eminente esponente della cultura salentina del Seicento, nonché confratello cappuccino del Lezzi. Dalla biografia redatta dal Lezzi emerge un giudizio articolato e tutt’altro che elogiativo nei confronti di padre Luigi Tasselli, in linea con un orientamento critico ampiamente diffuso nella cultura dell’epoca. Era infatti consuetudine rimproverare al francescano Tasselli la natura disorganica delle sue opere storiche, spesso considerate una sorta di “zibaldone” di notizie, compilato senza un metodo critico e mancante della dovuta attenzione sulle fonti che sarebbe divenuto il fondamento della moderna storiografia.

Tale valutazione, tuttavia, ha finito per oscurare un aspetto non secondario della sua produzione: a Tasselli va infatti riconosciuto il merito di aver compiuto il primo organico tentativo di raccogliere, ordinare ed esporre in forma unitaria la storia della penisola salentina, ripercorrendone le vicende dalle origini messapiche sino al XVII secolo.

 

Il giudizio del Lezzi su Tasselli

Pur riconoscendone, senza esitazioni, le qualità umane, religiose e intellettuali, il Lezzi non rinuncia a sottoporre la sua opera storica a un’analisi critica, come già avvenuto con altri biografi, dimostrando un notevole rigore sulla ricerca storica orientata verso criteri di attendibilità delle fonti. Egli apre, infatti, il profilo biografico con parole di sincero apprezzamento, ricordando il Tasselli come un religioso “dotto ed erudito uomo”, “gran teologo e predicatore”, sottolineandone l’intensa attività apostolica, i numerosi viaggi e l’impegno missionario a Corfù, dove ha tentato di ricondurre alla comunione con la Santa Sede i cristiani greco-scismatici. Ricorda inoltre le importanti cariche ricoperte nell’Ordine dei Cappuccini e la stima di cui ha goduto presso i maggiori personaggi del suo tempo. L’ammirazione personale, tuttavia, lascia il posto a un severo giudizio quando il Lezzi esamina l’opera principale del confratello, “Antichità di Leuca”16.

Frontespizio del libro “Antichità di Leuca” del Tasselli

 

Dopo averne illustrato struttura e contenuti, egli afferma esplicitamente che la fama di cui l’opera gode presso gli scrittori salentini è pessima. Con una celebre citazione oraziana, la definisce “rudis indigestaque moles”17, un insieme informe e disordinato di materiali, insinuando che il Tasselli raccogliesse indiscriminatamente tradizioni, leggende e testimonianze prive di adeguato fondamento critico.

Secondo il Lezzi, l’autore dà uguale autorevolezza a fonti di valore assai diverso, ricorre talvolta a citazioni inesatte o di seconda mano, tenta di conciliare contraddizioni con argomentazioni poco convincenti e presenta un’esposizione confusa, prolissa e dispersiva. Nonostante tali riserve, Lezzi non liquida completamente l’opera di Tasselli. Egli ne riconosce, infatti, l’utilità soprattutto come testimonianza degli avvenimenti contemporanei all’epoca dell’autore, purché il lettore vi si accosti con “fatica e discernimento”, distinguendo criticamente le informazioni attendibili da quelle leggendarie o poco fondate.

Nel complesso, il giudizio di Giambattista Lezzi rivela profondo rispetto per la figura religiosa e culturale di Luigi Tasselli, ma anche la volontà di superare “l’accumulo enciclopedico”18 tipico della storiografia secentesca. La stima personale non attenua il senso critico, bensì convive con esso, facendo di Lezzi uno dei primi studiosi salentini a rivendicare l’esigenza di fondare la ricerca storica sulla verifica delle fonti e sulla loro valutazione critica16

 

Biografia del Tasselli scritta da Lezzi

fogli della biografia su Tasselli

 

 

 

 

TASSELLI LUIGI DA CASARANO

Luigi Tasselli, che nel battesimo ebbe nome Gennaro, nacque di civilissima famiglia in Casarano, Terra non oscura di nostra Provincia. Egli volle abbracciare l’istituto de’ cappuccini fra quali fiorì con fama di dotto ed erudito uomo, e di gran teologo e predicatore. Molto viaggiò pel’Italia ed anche pelle isole vicine ad essa, avendo anche evangelizata la parola di Dio in Corfù, dove anche cercò di ridurre alla unione colla Sede apostolica quei greci scismatici che vi dimorano. Occupò nella sua provincia varie cariche ed anche quella di Diffinitore; e molto fu in istima presso i grandi del Secolo. Egli scrisse varie opere, delle quali alcune pubblicò, ed altre rimaste inedite, sono andate col tempo a smarrirsi.

I           Una predica intorno al primato del Romano Pontefice letta in Corfù, Lecce 1664, appresso Pietro Micheli;

II         De ritibus Graecis, atque Latinis, usque eorum mysterium. Lycii apud Petrum Michaelem 1664. Vien riportata dal P. Bernardo da Bologna nella Bibliotheca Scriptorum capucinorum.

III        Ariadna prelatorum Regularium, quae filo S. Scripturae utriusque iuris et doctorum ad lucem ducit recti judicii. L’istesso P. da Bologna senza notar l’anno, né il luogo della stampa.

IIII Antichità di Leuca città già posta nel capo salentino, de’ luoghi, delle terre e d’altre città del medesimo Promontorio, e del Venerabile Tempio di S. Maria di Leuca detto volgarmente de Finibus Terrae. Opera del M.R.P. Luigi Tasselli di Casarano, predicatore e teologo, già diffinitore de’ PP. Cappuccini. In Lecce appresso gli eredi di Pietro Micheli 1693.

Non in Napoli come ha il Sorice. Precede la dedica a D. Laura Guarini, Duchessa di Alessano, Principessa di Cassano, in data di Lecce 8 settembre 1693 e poi l’argomento dell’opera, ch’è come un prologo galeato di tutta l’opera, giacché egli da quelle parecchie difficoltà che potessero arrestare i lettori, ne ricava e le discioglie a suo modo. Quindi ne vien l’opera, ch’egli divide in tre libri, intitolati il primo, Leuca gentile, ove dopo la solita cantilena degli uomini postdiluviani giganti, favella dell’antico stato del promontorio japigio e sue città tralle quali era la piccola Leuca, di cui ora non restano che pochissime ruine; il secondo Leuca cristiana in cui fa parola di tutte le città, terre, villaggi, ec. ora esistenti in detto promontorio colla loro storia sacra, e profana, ed uomini illustri; ed il 3°: Leuca di Maria ch’egli ha impiegato nella descrizione del Tempio della SS.ma Vergine detto de Finibus Terraa, perché situato nell’estremo del capo d’Otranto dirimpetto all’isola di Corfù. Quantunque tutti gli scrittori di queste nostre contrade ordinariamente facciano gran caso del P. Tasselli riguardo a questa storia, pure per amor del vero bisogna dire che le si fa un grand’onore quando si dice che almo non è, se rudis indigestaque moles. Egli fa incetta di tutto, e pur che dica quel ch’egli vuole, ogni autore è grave, ogni tradizione è certa. Il Ferrari, l’abate Pireca, l’Agiulli, il Bozzi, il Bearillo ed altra siffatta sorta di autori sono i fonti ai quali egli ha attinto l’immaginazione, la verisimiglianza, la fantasia, la devozione sono per lui argomenti da non revocarsi in dubbio. Cita alle volte gli autori classici, quali per altro non dicono quel ch’egli pur vorrebbe che dicessero, o son citati per quelle opere che la più sana critica ha fatto vedere essere a loro solamente attribuiti o pure gli è bastato, che altri gli abbia citati; o bene o male, poco importa. Se trova delle contraddizioni, egli le concilia con una mirabile felicità, e purchè si dica che ha data una risposta, non si cerca più oltre. Io non parlo poi della confusione, e del poc’ordine che regna in quest’opera; né dell’assegnar molte volte cagioni di certi effetti alcune cose, che o non lo sono affatto o che se lo sono, era almeno ignoto a lui, che lo possero; né detto stile niente nitido: né dett’entrar ch’egli fa ben sovente in materie impertinenti; perché se di tutto questo io dir volessi, infinita certamente sarebbe la materia. Dirò solo che quest’opera può essere utile solamente per quelle cose che vi si narrano dei tempi, ne’ quali vivea l’autore, o vicini ad esso: ma per isceverarle troppa ci vuol fatica e discernimento.

  1. Tractatus vere aureij de majori numero salvatorum. Questo titolo portava una di lui operetta manoscritta da me mille volte veduta nella libreria de’ Cappuccini di Casarano, la quale per altro invano ho cercata in mio ritorno dalla Toscana.
  2. Prediche, ed orazioni. Egli le cita in più luoghi nelle sue Antichità ec. ed egli è certo che per molti anni si esercitò nella predicazione; ma non vi è alcuni che sappia dare contezza: onde probabilmente si saranno smarrite.

Il P. F. Giamba Lezzi da Casarano Lettore Cappuccino nel Seminario Oritano, scrivea dal suo originale l’anno MDCCLXXXVIIII

Foto16, didascalia: Firma di Padre Giovan Battista Lezzi

 

Note

1 Hanno ricostruito la biografia del Lezzi:

Alberto Stano Stampacchia, GIOVANNI BATTISTA LEZZI PRIMO BIBLIOTECARIO DELLA “DE LEO” E BIOGRAFO SALENTINO (relazione letta il 25 giugno 1971);

Gino Pisanò, G.B. LEZZI E LA CULTURA  DEL ‘700 A NAPOLI ROMA E FIRENZE ATTRAVERSO UN EPISTOLARIO INEDITO (relazione letta il 16 febbraio 1990);

Gino Pisanò, Giovanni Battista Lezzi da Casarano fra Sette e Ottocento in “Nuovi Orientamenti oggi”, Gallipoli, gen.-giu. 1986;

Vittorio Zacchino, I CASARANESI – Lezzi Giovan Battista, pag. 59, 60 e 61, Edizioni Del Grifo, Lecce, 1991.

 

La comunità dei Cappuccini rimase a Casarano fino all’avvento delle leggi eversive dello Stato Italiano, allorché la comunità monastica si disperse. Nei primi del Novecento venne rifondata con l’avvento dei Frati minori che costituirono il Primo e il Terz’ordine francescano. Attualmente il convento è chiuso.

Non va dimenticata anche la sua permanenza in Firenze, non datata, durante la quale ebbe modo di incontrare Marco Lastri (1731 – 1811), presbitero e biografo fiorentino nonché storico di quella città.

Traduzione: l’altare che vedete fu consacrato da Alessandro Kalefati, vescovo di Oria, il 12 ottobre 1788.

In realtà, l’opera è priva di un titolo originario: quello oggi in uso non fu mai adottato dall’autore, ma venne assegnato in epoca successiva da altri studiosi.

6 n. 1732 – m. 1795.

Giuseppe Renato Imperiali (1651 – 1737) era nativo di Francavilla Fontana. Fu elevato al rango di cardinale diacono del titolo di San Giorgio al Velabro nel 1690. Nel 1700 assunse la carica di prefetto della Congregazione del Buon Governo, dicastero nato per sovrintendere alla gestione fiscale ed economica delle amministrazioni comunali ricadenti nello stato pontificio, successivamente soppresso.

L’Indice dei libri proibiti fu un elenco di pubblicazioni interdette dalla Chiesa cattolica, creato nel 1559 da papa Paolo IV. L’elenco fu tenuto aggiornato fino alla metà del XX secolo e fu soppresso dalla Congregazione per la dottrina della fede il 4 febbraio del 1966.

n. 1750, m. 1826, bibliofilo, intrattenne rapporti epistolari con molti suoi concittadini che si trovavano a Napoli, come l’Astore.

10 Nata a Brindisi nel 1755 e deceduta in Gallipoli il 10 gennaio 1836. La sua biografia fu ricostruita dal Prof. Gino Pisanò in una relazione dal titolo: ”GIUSEPPINA SCOLMAFORA DA BRINDISI E L’ILLUMINISMO SALENTINO TRA CASARANO E GALLIPOLI”, letta il 26 febbraio 1988.

11 La Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli è un’opera storica in più tomi pubblicata a Napoli tra il 1813 e il 1826 da Nicola Gervasi, ideata e curata principalmente da Domenico Martuscelli, insieme ad altri letterati. L’opera si distingue per i ritratti e le vite di re, santi, artisti e scienziati del Sud Italia.

12 Il termine “trice”, in dialetto salentino, indicava lo spiazzo situato davanti a una masseria. Di conseguenza, la “via Trice” individuava la strada che conduceva a questo piazzale.  Padre Antonio Chetry, invece, mette in relazione il termine con la presenza di tre vie parallele, F. Antonio Astore, Ugo Bassi, ancor detta “a via te menzu” e Roma.

13 Traduzione: Possa nascere un giorno dalle mie ossa un vendicatore. La frase è tratta dall’Eneide di Virgilio e denota la passione filoellenistica del Lezzi.

14 Sembra che sia stato il Sanfelice, Vescovo di Nardò, ad alimentare la tradizione che voleva Bonifacio IX Tomacelli nato a Casaranello, con il probabile intento di accrescere il prestigio della propria diocesi attraverso l’associazione con una figura di tale rilievo. A sostegno di questa narrazione, nel 1717 egli fece collocare nella chiesa di Santa Maria della Croce una lapide commemorativa recante un’epigrafe che attestava il presunto battesimo del futuro pontefice in quel luogo. Il testo celebrativo recita: “A Dio Ottimo Massimo. O passeggero, fermati e ammira la grande bellezza di questo tempio. Qui Bonifacio IX Tomacelli, Sommo Pontefice, nato da genitori, signori dell’uno e dell’altro Casarano, ricevette il sacro battesimo. Questa chiesa dapprima venerò come madre colui che poi sulla terra fu vicario del Sommo Dio. Antonio Sanfelice, vescovo di Nardò, ordinò di rinnovare il ricordo, quasi perduto, dell’ottimo pontefice, che aveva acquisito meriti immortali nei confronti del mondo cattolico e della sua Chiesa. Nell’anno di Cristo 1717”.

15 Nacque a Casarano il 12 febbraio 1622 da una famiglia agiata. Lasciò ben presto le ricchezze e le comodità per rifugiarsi nel locale convento dei Cappuccini costruito nel 1582. La sua opera più importante fu “Antichità di Leuca” (Lecce 1693) opera alla quale dedicò tutta la vita sino alla sua morte avvenuta nel 1694.

16 Edita nel 1693, presso i tipi di Pietro Micheli di Lecce, il titolo esteso è: “ANTICHITÀ DI LEUCA CITTA’ GIA’ POSTA NEL CAPO SALENTINO. DE’ LUOGHI, DELLE TERRE, ED ALTRE CITTA’ DEL MEDESIMO PROMONTORIO, E DEL VENERABILE TEMPIO DI SANTA MARIA DI LEUCA, DETTO VOLGARMENTE DE FINIBUS TERRAE, DELLE PREEMINENZE DI COSI’ RIVERITO PELLEGRINAGGIO, E DELLE SACRE INDULGENZE, CHE VI SI GODONO”.

17 Traduzione: una massa rozza e non ordinata. Espressione tratta dalle Metamorfosi di Ovidio.

18 Per accumulo enciclopedico si indica una raccolta generale di nozioni, tipica di una Enciclopedia, ma anche la progettazione di alcune grandi opere letterarie che cercano di contenere tutto il sapere umano, concetto oggi ampiamente superato.

19 La città di Casarano gli ha dedicato un’arteria cittadina nel rione “Botte” e intitolato la biblioteca comunale, allocata nei locali di Palazzo D’Elia.

 

Sitografia:

https://manus.iccu.sbn.it/risultati-ricerca-manoscritti/-/manus-search/cnmd/0000209711?

 

Bibliografia:

Alberto Stano Stampacchia, GIOVANNI BATTISTA LEZZI PRIMO BIBLIOTECARIO DELLA “DE LEO” E BIOGRAFO SALENTINO (relazione letta il 25 giugno 1971) in emeroteca.provincia.brindisi.it;

Gino Pisanò, G.B. LEZZI E LA CULTURA DEL ‘700 A NAPOLI ROMA E FIRENZE ATTRAVERSO UN EPISTOLARIO INEDITO (relazione letta il 16 febbraio 1990) in emeroteca.provincia.brindisi.it;

Gino Pisanò, GIOVANNI BATTISTA LEZZI DA CASARANO FRA SETTE E OTTOCENTO in Nuovi orientamenti oggi (Gallipoli, gen.-giu. 1986);

Vittorio Zacchino, I CASARANESI – Lezzi Giovan Battista, pag. 59, 60 e 61, Edizioni Del Grifo, Lecce, 1991

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