di Fabio Cavallo
Padre Giovan Battista Lezzi, frate cappuccino originario di Casarano (1754 -1832), senza orma di dubbio, può essere annoverato tra i più autorevoli biografi della terra salentina tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo. Nel corso dei suoi soggiorni a Oria e Brindisi, dove fu chiamato dai rispettivi vescovi a collaborare, in quelle diocesi, ad importanti iniziative di carattere culturale e scientifico, intraprese la stesura della sua opera maggiore: una monumentale raccolta di circa 270 biografie dedicate agli scrittori e letterati salentini vissuti tra il XV e il XVIII secolo. L’imponente manoscritto, costituito da oltre un migliaio di fogli, rappresenta ancor oggi una delle più vaste ed organiche raccolte biografiche del Salento dell’Età moderna. Tuttavia, l’opera non conobbe mai le stampe e rimase confinata nei fondi della Biblioteca Arcivescovile «Annibale De Leo» di Brindisi, dove è tuttora conservata.
Nonostante il manoscritto non abbia visto la luce, le ricerche del Lezzi esercitarono una forte influenza sulle successive storiografie salentine. Numerosi memorialisti e biografi attinsero, infatti, – direttamente o indirettamente – al suo lavoro, facendo ampio uso delle informazioni da lui raccolte. Nella maggior parte dei casi, comunque, nessuno di essi si preoccupò di assegnare al frate casaranese un esplicito riconoscimento, relegandolo nell’ombra, mentre, grazie al suo rigore metodologico e all’ampiezza della ricerca delle fonti, egli merita, oggi, di essere pienamente restituito al posto che gli spetta nella storia della cultura salentina.
(E’ in corso un lavoro più approfondito ed accurato della biografia di Giovan Battista Lezzi con particolare riferimento alla sua monumentale raccolta biografica)
BREVE BIOGRAFIA DEL LONGO
Tra i numerosi autori biografati, particolare interesse riveste la scheda che il Lezzi dedica al letterato salentino Alberico (o Alberigo) Longo di Nardò.
Egli nacque nella città salentina tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Umanista, medico, grecista e poeta, dopo gli studi nel prestigioso “Gymnasium Nerentinum”, fondato nella sua città natale dai Benedettini, e proseguiti in Napoli, intraprese numerosi viaggi in Grecia e in Oriente per approfondire la conoscenza della lingua greca.
Stabilitosi successivamente a Ferrara, Roma e Bologna, entrò in contatto con alcuni tra i maggiori intellettuali del Rinascimento, tra cui Lilio Gregorio Giraldi, Marcello Cervini (il futuro papa Marcello II) e Pietro Vettori. Traduttore di opere dal greco e autore di interessanti componimenti latini e volgari, partecipò attivamente alla vivace vita culturale del suo tempo. Morì tragicamente nel giugno del 1555, ucciso con un colpo d’arma da fuoco presso Sant’Ambrogio, nel Modenese; il suo assassinio diede origine ad un controverso processo.
TESTO DEL LEZZI SU ALBERICO LONGO
Longo Alberico da Nardò
Alberico più noto sotto il nome di Alberico Salentino, com’egli volle sempre chiamarsi, nacque in Nardò dalla nobile famiglia Longo come dimostra il Tafuri nella sua storia degli scrittori del Regno di Napoli. Egli studiò di buon’ora nelle scuole allora floride della sua Patria, la gramatica, la poetica, la filosofia e la lingua greca con grandissimo frutto. Quindi passò ad applicarli allo studio della Giurisprudenza, ma solo per secondare le voglie del Padre, il quale essendogli mancato in questo frattempo, egli rivolse le sue cure alle scienze mediche, e in seguito si laureò in questa facoltà nella Università Napoletana; donde ritornato alla Patria, né trovandovi di che soddisfare al suo genio, s’invaghì di girar per il mondo. Abbandonata la Patria, ed imbarcatosi da Otranto per Corfù, vi si trattenne poco tempo, non essendogli sembrata quella città molto atta alle mire che avea di sempreppiù perfezionarsi nelle scienze. Quindi dopo essersi fermato per qualche tempo in Candia (ndr Creta), e nelle altre più cospicue città dell’arcipelago, andò a fissar più lunga dimora in Costantinopoli, servendo ivi da medico ordinario Marcantonio Contarini che era di quel tempo ambasciatore ordinario della Repubblica Veneta alla Porta (ndr: Porta di Serse in Iran). Partìa poi da Costantinopoli, scorse da filosofo varie altre città e in seguito penetrò nella Moscovia e nella Vallacchia. Tornato alla fine in Italia, fissar gli piacque la sua dimora in Ferrara, dove, conosciuta la sua abilità, fu invitato con grosso salario a leggervi le scienze fisiche: … Così il Giraldi ne’ suoi Poeti: et Albericus Salentinus in Italiae Magna Graecia natus, quem inter nostrares ideo commemoro: hic non contentus nostratibus literis in Graeciam enavigavit, ut eas in nativo coelo perdisceret, quarum probe institutus rediit in Italiam. Nunc ut philosophiam et medicinam Graece et Latine percalleat, Ferrariae versatur et, ut mihi quidem videtur, quod optat assequetur. (trad.: Vi è anche Alberico Salentino, originario della Magna Grecia, che qui annovero tra i nostri connazionali: non pago della cultura accessibile in patria, si recò in Grecia per approfondire tali discipline nel loro luogo d’origine, facendo poi ritorno in Italia con una solida preparazione. Attualmente risiede a Ferrara per perfezionare le sue conoscenze di filosofia e medicina, sia in greco che in latino, e — a quanto mi pare — raggiungerà il suo obiettivo.) Il Giraldi però non dice di chi fu invitato a leggere con grosso salario. Finalmente dopo molti anni di dimora in Ferrara, passò in Roma, nella qual città fu molto conosciuto, ed applaudito il di lui merito, onde parecchi de’ più grand’uomini di questa Dominante vollero entrar seco lui in amicizia, frai quali degni sono di particolar menzione i celebri Sirleto, Niccolò Majorani, Pietro Paolo Gualtiero, Niccolò Beni, il Caro, il Seripanto, Pietro Vittorio, Onofrio Panvinio ed altri molti che l’introdussero nella familiarità del Card. Cervini, poi sommo pontefice col nome di Marcello II, nella casa del quale spesse volte diè saggio del suo valore e si confermò il credito universale: a loro esempio e per secondare il nobil genio di quel porporato tradusse dal greco alcune vite di santi pubblicate poi dal Lippomano. Oltre di queste traduzioni dall’apologia del Caro (a) noi abbiamo ch’ei per le note controversie del Castelvetro col Caro, scrisse in favor di quest’ultimo un’opera, la quale, però non abbiam veduta; ed è molto probabile che non abbia mai veduta la luce. Costò essa però molto cara al nostro Longo che, niente di meno, si vuole che ne perdesse che la vita (b) onde molte altre opere che avessimo dovuto aspettare del suo ingegno, le abbiam perdute per questa violenta morte cagionata dalla invidiosa rabbia del Castelvetro. In lui finì la di lui nobile fama. Molti han favellato con lode del nostro Alberico e specialmente Lorenzo Crasso nella storia de’ poeti greci, Corrado Gesnero (ndr: Conrad Gessner) fol. 18 della sua biblioteca, il Coronelli, Tom.II Bibliot. Univers. Gianalberto Fabricio Tom. XIII Bibl. Grec. Mons. Fontani Eloquenza Ital. Pag. 522 Ediz. Venet ed altri.
Niccolo Majorani ad Alberico indirizzò la sua traduzione degli’Idilli di Teocrito, che si conserva nella Ottoboniana giusta quel che aveste l’Abate Pollidori nella sua Opera De Vita, et Gestis Marcelli II P.M, pag. 84. Abbiamo di lui inoltre via B. Simeonis servi Dei Tehodoretum Episcopum Cynerensen scripta, Alberico Longo interprete. E’ fra quelle del Monteforte, Canzone in lode di Annibal Caro, Mons. Fontanini ne fa menzione nel luogo soprallodato. Rime di Alberico Longo Salentino. Ferrara, Valente Panizza Mantovano 1568 8. Veggasi il giornale de Letterati d’Italia Tom XXXV, pag. 308. Un di lui epigramma si legga nel tempio di D. Giovanni D’Aragona fabbricato da tutti i più geniali spiriti.
De humanae vitae brevitate dialogus ad Alphonsum Spinellum, Gallipolitanum episcopum. Veggasi il Tomo VIII dell’Italia Sacra dell’Ughelli Tom. IX Ed. Veneta.
Vogliono, ch’ei morisse nel 1555 compianto da tutti i buoni e specialmente dagli amici del Caro.
Il P. F. Giambatista Lezzi da Casarano, Lettore Cappuccino nel Seminario Oritano scriva dal suo Originale l’anno MDCCLXXXVIII
- a) Vedi l’apologia del Caro pag. 216. Nel quale luogo il nostro Alberico vien chiamato gran campione delle buone lettere, e della verità e uno dei rari soggetti di quell’età per la dottrina, per i costumi e per le altre buone qualità sue, amato e stimato da tutti.
- b) A pag. 233 si fa dire a Pasquino che ha sentito dirsi comunemente che la morte di M. Alberico Longo Salentino è non solo avvenuta per cagione del Castelvetro e per le mani di un suo allievo come da ognun si sa ma dippiù di consentimento ed ordine suo. Ciò però vien negato dal Zeno con alcune buone ragioni. Il Muratori che scrisse la vita dal Castelvetro, niuna menzione fa il nostro Alberico. L’uccisione di Alberico Longo di patria Salentino, fu un altro delitto apposto al Castelvetro. Era questi giovine di raro ingegno, di cui con molta lode ragionano Marcantonio Antimaco e Sebastiano Regolo nelle loro lettere a Pier Vettori (Epist. cl. Viror. ad P. Victor. t. 1, p. 15, 70), il Vettori stesso nelle sue Lettere (l. 1, p. 12; l. 4 p 79) e Gregorio Giraldi (De Poet suor, temp. dial 2, Op. t. 2, p. 5, 54), il quale rammenta fra le altre cose il viaggiare ch’ egli avea fatto fin nella Grecia, per ben istruirsi in quella lingua. Di esso, oltre le Rime stampate in Ferrara nel 1563, si ha ancora un Epigramma latino in lode del suddetto Vettori (Ad. calc. Epist. cl. Vir. ad Victor.). Or questi, che era assai amico del Caro, fu ucciso a tradimento nel 1555, e si sparse allora che l’uccisore era stato un domestico del Castelvetro, e che il delitto era stato da lui commesso per ordine del suo padrone, e il Fontanini se ne mostra persuaso. Non solo però il Muratori, ma anche il Vegherzi e lo Zeno dimostrano il niun fondamento di tale accusa; poiché e il Castelvetro si protestò innocente e il domestico caduto in sospetto, processato per ciò fu poscia assoluto (ndr assolto). Il Salentino Alberico Longo degno di miglior forze e di più lunga vita, ucciso, secondocchè pretesero il Caro ed il Varchi, a tradimento nel 1555 per ordine del Castelvetro per essersi dichiarato a favor di Caro le cui rime s’impressero nel 1569 in Ferrara: e nelle note (3) del di lui raro ingegno, del viaggio da lui fatto in Grecia per ben istruirsi in quella lingua, di qualche suo epigramma latino, e della sua disgraziata morte leggasi le lettere dell’Ammirato e del Regolo a Pier Vittori, il Giraldi nel Dia P.II de Poet. Sui …e il Muratori, il Vegherzi, il Zeno il Fontanini e’l Tiraboschi. 1563. Così il cit. Giornale a pagg. 306 e non 308.
