Le undici tele della sagrestia della Chiesa Matrice di Casarano

di Rocco Severino De Micheli

Quando a Casarano si parla della Chiesa Matrice ci si riferisce all’attuale chiesa dell’Annunziata, edificata a partire dal 1712. Per gli storici essa rappresenta tuttavia la terza Matrice della città. Escludendo infatti l’antica chiesa di Casaranello (Caesaranum parvum), il centro abitato ha conosciuto, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Settecento, tre successive sedi della chiesa matrice, sorte in seguito a ricostruzioni e trasferimenti.

Questi continui mutamenti comportarono inevitabilmente anche lo spostamento degli arredi sacri e del patrimonio artistico, con il riutilizzo di pale d’altare e dipinti provenienti dagli edifici precedenti. È probabilmente questa la ragione per cui nella sagrestia della chiesa matrice si conserva ancora oggi un’interessante raccolta di undici tele di varie dimensioni, disposte a mo’ di quadreria, testimonianza della complessa storia artistica e liturgica della principale chiesa cittadina.

Ovviamente, non si può escludere che qualche opera possa provenire da lasciti, dalla dismissione di alcune cappelle o anche dalla soppressione dei due conventi (Cappuccini e Domenicani) per effetto dell’eversione dell’asse ecclesiastico.

A prescindere, comunque, dalla loro provenienza ho pensato che un’acquisizione fotografica e una pubblicazione delle predette opere pittoriche, sarebbe stata di utilità dal momento che le stesse, pur essendo presenti nel Catalogo Generale dei Beni Culturali, aggiornato al 2006, sono raffigurate in monocromia.

L’occasione si è rivelata propizia per approfondire anche gli aspetti iconografici delle raffigurazioni, nella consapevolezza dei limiti delle mie competenze in questo specifico ambito. L’indagine si è resa opportuna poiché, in alcuni casi, è emersa una non perfetta corrispondenza tra le identificazioni proposte nel catalogo citato e i soggetti effettivamente raffigurati nelle opere esaminate.

Di seguito sono riportate le undici tele con la descrizione originaria del Catalogo Generale, con gli elementi essenziali, cui ho aggiunto le mie osservazioni o commenti.

Per esempio, alla tela n. 7 ho riscontrato l’attribuzione, a mio parere approssimativa, a una generica “Madonna con Bambino” quando, invece, l’iconografia consolidata richiama quella della “Madonna di Costantinopoli”.

L’auspicio è che questa iniziativa possa incoraggiare altri appassionati a seguire analoghi percorsi di divulgazione nei rispettivi ambiti, contribuendo a far conoscere opere d’arte spesso custodite in luoghi appartati e non facilmente fruibili. Ciò consentirebbe anche a quanti non possono ammirarle de visu, per motivi di studio o di culto, di apprezzarne il valore, favorendo nel contempo il contributo degli esperti attraverso approfondimenti, confronti critici ed eventuali rettifiche interpretative.

Ringrazio il parroco don Totò Tundo per l’autorizzazione concessami e il fotografo Giovanni De Micheli (Pejrò), per gli scatti effettuati, affatto amatoriali.

Fig. 1 – Ritratto di papa Bonifacio IX (Pietro Tomacelli, ca. 1350-1404).
Olio su tela, autore ignoto, databile tra il 1809 e il 1849, cm 90 × 110.

 

L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194936), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura Bonifacio IX, pontefice dal 1389 al 1404, al secolo Pietro Tomacelli. La tradizione locale lo riteneva originario di Casarano; tuttavia, recenti e documentati studi hanno definitivamente escluso sia la sua nascita sia il suo battesimo nella città salentina, smentendo una convinzione storiografica a lungo tramandata.¹

Fig. 2 – Cristo crocifisso.
Olio su tela, autore ignoto, databile al XVII secolo (1600-1699), cm 80 × 120.

 

L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194933), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura Cristo morente sulla croce secondo la tradizionale iconografia della Crocifissione, costituendo una significativa testimonianza della pittura devozionale seicentesca conservata nella chiesa matrice di Casarano.

Fig. 3 – Cristo morto.

 

Olio su tela, autore ignoto, databile alla prima metà del XVIII secolo (1700-1749), cm 200 × 80. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194930), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura il corpo di Cristo deposto dopo la crocifissione, secondo una tipologia iconografica di intensa valenza devozionale, destinata a favorire la meditazione sulla Passione e sulla morte del Redentore.

La tela fu restaurata nel 1957 per interessamento di Giuseppe Pio (1886-1974), già sindaco di Casarano e raffinato collezionista d’arte, al quale si deve la salvaguardia di numerose opere del patrimonio artistico cittadino. Il suo intervento consentì il recupero e la conservazione del dipinto, che ancora oggi costituisce una significativa testimonianza della pittura sacra settecentesca custodita nella chiesa matrice.

 

Fig. 4 – Cristo morto (particolare). Dettaglio della tela che evidenzia la qualità esecutiva e l’intensa resa espressiva della figura del Redentore.

 

Fig. 5 – Crocifissione.

 

Olio su tela, autore ignoto, databile alla seconda metà del XVII secolo (1650-1699), cm 60 × 110. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194938), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura la Crocifissione di Cristo secondo un impianto iconografico di tradizione controriformata, volto a esaltare il significato salvifico del sacrificio della Croce.

Nel 2004 il Gruppo di ricerca Lytos, coordinato dal compianto arch. Pino De Nuzzo, ha proposto di attribuire la tela al pittore salentino Oronzo Tiso (1726-1800). L’attribuzione, formulata sulla base di valutazioni stilistiche e comparative, costituisce un’interessante ipotesi critica che merita di essere tenuta in considerazione nell’ambito degli studi sulla produzione del maestro leccese e della pittura sacra in Terra d’Otranto. (4)

Fig. 6 – Madonna Addolorata.

 

Olio su tela, autore ignoto, databile al XVIII secolo (1700-1799), cm 50 × 70. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194934), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura la Madonna Addolorata, una delle iconografie devozionali più diffuse nell’arte sacra tra Sei e Settecento, ispirata alla meditazione sui dolori della Vergine durante la Passione di Cristo. La tela si inserisce nel filone della spiritualità mariana post-tridentina, che privilegiava una rappresentazione intensa e raccolta del dolore di Maria, invitando il fedele alla partecipazione emotiva e alla contemplazione del mistero della Redenzione.

Fig. 7 – Madonna di Costantinopoli con il Bambino e i santi Antonio da Padova, Rosa da Lima e Francesco da Paola

 

Olio su tela, autore ignoto, databile al XVI secolo (1500-1599), cm 130 × 210. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194931), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura la Madonna di Costantinopoli con il Bambino tra i santi Antonio da Padova, Rosa da Lima e Francesco da Paola. L’identificazione della Vergine si desume dalla caratteristica stella a otto punte ricamata sull’omoforio (o manto) all’altezza della spalla sinistra, elemento iconografico distintivo di questa particolare devozione mariana, ampiamente diffusa nell’Italia meridionale tra XVI e XVIII secolo. Tale particolare consente di riconoscere con sicurezza il soggetto, distinguendolo da altre consuete raffigurazioni della Madonna con il Bambino.

 

La stella a otto punte è un simbolo ricorrente nell’iconografia cristiana e mariana, spesso associato alla Madonna di Costantinopoli e alla tradizione bizantina.

 

Il culto della Madonna di Costantinopoli (detta anche Odigitria) è una devozione mariana di origine bizantina molto radicata nel Sud Italia. Spesso le sue icone e cappelle sono raffigurate o edificate insieme ad altri santi protettori, invocati storicamente contro flagelli come la peste

A Casarano vi era un altare dedicato alla Madonna di Costantinopoli nella ex chiesetta dell’odierna via F.A. Astore (*), oltre a una cappella, sempre a Lei dedicata, in via Rosolino Pilo dove, demolita sul finire del 1800 con tutto il palazzo Fani, fece posto al carcere mandamentale attiguo alla ex caserma dei carabinieri (**).

Tra i santi raffigurati nella tela, nel Catalogo dei beni culturali, è riportata erroneamente S. Rosa da Lima (1586- 1617) mentre si tratta di S. Rosa di Viterbo (1233-1251), infatti nel particolare vi sono le lettere “SRV” che stanno appunto per “Santa Rosa di Viterbo”

 

(*) Quindi la chiesa di S. Giovanni Elemosiniere, dove il chierico Giov. d’Astore aveva eretto nel 1670 l’altare di Santa Maria di Costantinopoli, è detta anche (etiam) Chiesa di S. Antonio (Chetry – Quaderno 1 – La Chiesa Matrice di Casarano, pag. 17),

 

(**) …quella vasta zona che dalla odierna piazzetta d’Elia si estende oltre l’attuale tenenza dei carabinieri, zona questa dove vi erano, tra gli edifici più importanti, varie case col palazzo della illustre famiglia Fani ¢, di più, un’altra cappella, cioè quella di S. M. di Costantinopoli, fondata nel 1600 dal ch. don Antonio Fani, ereditata dalla nipote ex fratre donna Leonarda Fani, figlia di Domenico e di Caterina Rizzo e moglie di Giuseppe Astore. Non si confonda però questo beneficio e cappella di S. M. di Costantinopoli appartenente alla famiglia Fani, con l’altro beneficio e altare di S. M. di Costantinopoli, eretto nella chiesa di S. Giovanni Elemosiniere (oggi vano di negozio in via Francesco Antonio Astore, numero 18 (Chetry – Quaderno 6 – La Cappella di San Giuseppe, pag. 34),

Fig. 8 – San Bonaventura da Bagnoregio.

 

Olio su tela di Giovan Domenico Catalano, databile tra il 1575 e il 1599, cm 100 × 180. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194937), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura san Bonaventura da Bagnoregio (1217-1274), teologo francescano, ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, cardinale vescovo di Albano e uno dei massimi pensatori della scolastica medievale. Canonizzato da Sisto IV nel 1482 e proclamato Dottore della Chiesa da Sisto V nel 1588, è tradizionalmente rappresentato con gli abiti cardinalizi e con alcuni dei suoi principali scritti.

Un significativo particolare iconografico è costituito dai due volumi raffigurati accanto al santo, recanti le iscrizioni «SU PS CT CNTC» e «PS ALT B. MAR.», riferibili rispettivamente ai Sermones super Cantica Canticorum e al Psalterium Beatae Mariae Virginis.

Il primo rimanda ai Sermones super Cantica Canticorum, raccolta di sermoni di carattere mistico e spirituale dedicati al Cantico dei Cantici, nella quale san Bonaventura sviluppa il tema dell’unione dell’anima con Dio attraverso un linguaggio fortemente simbolico e contemplativo.

Il secondo titolo, Psalterium Beatae Mariae Virginis, indica una celebre raccolta di lodi e preghiere mariane che rielabora, in chiave devozionale, la struttura dei centocinquanta Salmi biblici. L’opera fu per lungo tempo attribuita a san Bonaventura, ma la critica moderna la considera pseudo-bonaventuriana, riconducendola a un autore anonimo medievale. La sua presenza nel dipinto testimonia tuttavia la tradizione consolidata dell’epoca, che la riteneva autenticamente bonaventuriana, contribuendo così a definire il profilo spirituale e dottrinale del santo.

Fig. 9 – San Domenico di Guzmán e scene dei suoi miracoli.

 

Olio su tela, autore ignoto, databile alla seconda metà del XVI secolo (1550-1599), cm 220 × 280. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194939), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero. Il dipinto raffigura san Domenico di Guzmán (1170-1221), fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori, canonizzato da papa Gregorio IX nel 1234. Il santo occupa il centro della composizione, secondo un’impostazione iconografica di gusto tardo-manieristico, circondato da una serie di episodi miracolosi che ne illustrano la vita e l’attività apostolica.

Ai piedi del santo compare lo stemma della famiglia D’Elia, verosimilmente indicativo della committenza dell’opera o della sua originaria collocazione in una cappella patronale appartenente alla casata.

stemma D’elia

 

Nella parte superiore della tela è raffigurata la Madonna del Latte, antica iconografia mariana, nota anche come Madonna delle Grazie, alla quale san Domenico rivolge lo sguardo in atteggiamento di devota contemplazione.

Madonna del latte

 

Attorno alla figura principale si sviluppano, entro piccoli riquadri narrativi, sette episodi miracolosi, disposti come una sorta di racconto figurato che richiama, per immediatezza comunicativa, le antiche predelle e i cicli agiografici destinati all’istruzione religiosa dei fedeli.

I riquadri illustrano:

  1. la liberazione miracolosa di un condannato a morte;
  2. la risurrezione di un muratore precipitato durante i lavori del convento di San Sisto in Roma, restituito alla vita per le preghiere della moglie;
  3. l’inginocchiarsi miracoloso di due buoi dinanzi all’immagine del santo;
  4. la guarigione di una grave piaga a una gamba;
  5. la liberazione di un indemoniato tormentato da molti anni;
  6. il salvataggio di un fanciullo rapito dai banditi;
  7. la liberazione di un duca prigioniero dei Turchi.
miracolo 1

 

miracolo 2

 

miracolo 3

 

miracolo 4

 

miracolo 5

 

miracolo 6

 

miracolo 7

 

miracolo 7, particolare

 

Quest’ultimo episodio, non segnalato nella scheda del Catalogo Generale dei Beni Culturali, rimane di difficile identificazione. La didascalia dipinta accanto alla scena risulta infatti solo parzialmente leggibile e non consente di ricostruire con certezza né il nome del personaggio né il feudo cui era legato.

In assenza di ulteriori elementi documentari, il miracolo deve pertanto rimanere di incerta interpretazione, pur rappresentando un’interessante testimonianza dell’ampia diffusione della tradizione agiografica domenicana nella pittura devozionale del Cinquecento.

Fig. 10 – Visione di San Felice di Cantalice.

 

Olio su tela, autore ignoto, databile al XVII secolo (1600-1699), cm 90 × 130. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194932), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero.

La tela raffigura san Felice da Cantalice (1515-1587), religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, primo santo appartenente alla riforma cappuccina, canonizzato da papa Clemente XI nel 1712. Frate questuante per gran parte della sua vita, si distinse per l’umiltà, la penitenza, la carità verso i poveri e una profonda devozione alla Vergine Maria.

L’episodio rappresentato è una delle più diffuse iconografie del santo: la visione della Madonna con il Bambino, che gli appare porgendogli il piccolo Gesù. Secondo la tradizione agiografica, san Felice, rapito in estasi durante la preghiera, ricevette il Bambino tra le braccia come ricompensa della sua straordinaria semplicità evangelica e della sua intensa vita spirituale. Tale episodio contribuì in modo determinante alla diffusione del suo culto, soprattutto negli ambienti francescani e cappuccini.

La composizione si inserisce pienamente nella pittura devozionale del Seicento, destinata a favorire la meditazione del fedele attraverso una rappresentazione semplice, immediata e ricca di intensa partecipazione mistica. La presenza di questa tela nella sagrestia della Chiesa Matrice testimonia la particolare diffusione della spiritualità cappuccina nel territorio salentino tra XVII e XVIII secolo, quando la figura di san Felice era proposta quale modello di umiltà, obbedienza e perfetta imitazione di Cristo.

 

Fig. 11 – San Leonardo libera i prigionieri.

Olio su tela, autore ignoto, databile alla seconda metà del XVII secolo (1650-1699), cm 150 × 200. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194940), priva di documentazione fotografica.

La tela raffigura san Leonardo di Limoges, abate ed eremita francese vissuto tra la fine del V e la prima metà del VI secolo (ca. 496-545). Il santo, venerato fin dall’alto Medioevo e canonizzato per vox populi, è tradizionalmente invocato quale patrono dei carcerati, dei prigionieri e degli schiavi. L’iconografia lo rappresenta frequentemente nell’atto di liberare i detenuti dalle catene, episodio che richiama i numerosi miracoli attribuitigli dalla tradizione agiografica.

La presenza di questa tela nella Chiesa Matrice testimonia l’antica e radicata devozione che Casarano nutrì nei confronti del santo. A tale riguardo padre Antonio Chetry, nel secondo quaderno delle sue Spigolature Casaranesi, osserva:

«Il taumaturgo S. Leonardo di Limoges, abate e confessore, nato allo scadere del 400 e morto probabilmente il 6 novembre del 569, sin dal secolo X ebbe un culto largamente diffuso in Europa e in Italia. Il 70% dei casaranesi, dell’uno e dell’altro sesso, soprattutto nei secoli XVII e XVIII, prendevano, come primo o come secondo nome, quello di Leonardo-Leonarda.»

Lo stesso autore ricorda inoltre l’esistenza, fino ai primi decenni del Settecento, di un’antica chiesa dedicata a san Leonardo, situata all’interno della cinta muraria ma esterna alla Matrice. Demolita intorno al 1720, la sua memoria fu perpetuata mediante la dedicazione, verso il 1730, di un altare nella nuova Chiesa Madre, il primo entrando dalla porta maggiore sul lato sinistro, presso il battistero. Quando, nel secolo successivo, tale altare fu dedicato a sant’Antonio di Padova, la statua lapidea di san Leonardo, alta circa un metro e sessanta, venne collocata nella nicchia ricavata nella parete interna della facciata, a destra dell’ingresso, dove è tuttora conservata.

Padre Chetry colloca l’antica cappella di san Leonardo nei pressi dell’odierna via Pendino, già nota come via delle Trappite, zona nella quale sorgeva anche il trappeto del Capitolo.

Lo studioso aggiunge che la cappella apparteneva nel Seicento alla famiglia Vernaleone, dalla quale provennero anche due sacerdoti. Tale circostanza induce a ritenere che sia stata proprio questa famiglia a introdurre e promuovere il culto del santo a Casarano, spiegando anche la straordinaria diffusione del nome Leonardo nella popolazione locale.

Non è pertanto da escludere che la tela oggi conservata nella sagrestia della Chiesa Matrice provenga proprio dall’antica cappella di san Leonardo, costituendone una delle poche testimonianze superstiti.

Fig. 12 – Sant’Alberto Magno.

Olio su tela di Giovan Domenico Catalano, databile tra il 1575 e il 1599, cm 100 × 180. L’opera è censita nel Catalogo Generale dei Beni Culturali (scheda n. 1600194935), dove è documentata da una riproduzione fotografica in bianco e nero.

La tela raffigura sant’Alberto Magno (ca. 1200-1280), frate dell’Ordine dei Predicatori, vescovo di Ratisbona, filosofo, teologo e maestro di san Tommaso d’Aquino. Fu beatificato nel 1622 e canonizzato da papa Pio XI nel 1931, che nello stesso anno lo proclamò anche Dottore della Chiesa. Nel 1941 papa Pio XII lo dichiarò patrono dei cultori delle scienze naturali, riconoscendone l’eccezionale contributo allo sviluppo del sapere medievale.

L’iconografia lo presenta con gli abiti vescovili, generalmente accompagnato da un libro, simbolo della sua vastissima produzione scientifica e teologica. Definito già dai contemporanei Doctor Universalis, sant’Alberto si distinse infatti per la straordinaria ampiezza dei suoi interessi, che spaziarono dalla filosofia alla teologia, dalla botanica alla zoologia, dalla mineralogia all’astronomia, contribuendo in maniera decisiva alla trasmissione del pensiero aristotelico nell’Occidente medievale.

L’attribuzione a Giovan Domenico Catalano, tra i più significativi pittori attivi nel Salento tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, conferisce particolare interesse all’opera, che si inserisce nella produzione religiosa dell’artista, caratterizzata da un linguaggio ancora legato alla cultura manierista ma già aperto alle istanze naturalistiche della pittura controriformata.

La presenza della tela nella sagrestia della Chiesa Matrice testimonia inoltre la diffusione della devozione verso i grandi santi domenicani anche nella Terra d’Otranto, in un periodo nel quale l’Ordine dei Predicatori esercitava una notevole influenza sulla vita religiosa e culturale del territorio.

 

 

Note:

(1) Pisanò Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Congedo, Galatina 1994;  Stefàno Leo, S. Maria della Croce (Casaranello), Edizioni del Grifo, Lecce 2018;  Serio Antonio Sebastiano, Casarano nel Tardo Medioevo, Barbieri, Manduria 2020.

(2) Un quadro simile è presente a Galugnano nella chiesa dell’Annunziata.

(3) Un’immagine della Madonna del Latte la ritroviamo in un affresco del 1643 nella chiesetta di Casaranello.

(4) Gazzetta del Mezzogiorno del 18/03/2004, articolo a firma di Alberto Nutricati.

http://www.pinodenuzzo.it/teletiso.htm

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