
di Marcello Gaballo
Da qualche tempo si assiste, con crescente preoccupazione, a un fenomeno che interessa ormai gran parte del Salento: un numero sempre maggiore di alberi di fico manifesta evidenti sintomi di deperimento, disseccamento e improvvisa morìa. È un segnale che non può essere sottovalutato. Al contrario, impone di rafforzare l’allarme e di sollecitare ogni possibile intervento da parte delle istituzioni competenti, delle università e degli enti di ricerca affinché il fenomeno venga studiato con urgenza, se ne individuino le cause e si valutino eventuali rimedi, ammesso che ve ne siano ancora.
Non possiamo restare indifferenti davanti a questo nuovo grido d’allarme che, dopo la devastazione provocata dalla Xylella negli oliveti, rischia di colpire un’altra delle piante simbolo del nostro paesaggio agrario. È probabile che agronomi e ricercatori abbiano già avviato le necessarie indagini, ma il tempo rappresenta un fattore decisivo e ogni ritardo potrebbe compromettere definitivamente un patrimonio vegetale costruito in secoli di selezione, esperienza contadina e biodiversità.
Anche per mantenere viva l’attenzione su questo problema, questo sito inaugura una serie di contributi dedicati alla riscoperta delle numerose varietà di fichi che un tempo caratterizzavano il Salento e, in particolare, il territorio di Nardò. Molte sono ormai scomparse; di altre sopravvivono pochissimi esemplari, custoditi negli orti familiari, in antiche masserie o nei poderi di qualche anziano agricoltore. Recuperarne la memoria significa anche creare le premesse per la loro tutela e, forse, per la loro stessa sopravvivenza.
Per secoli il Salento è stato conosciuto nel Mediterraneo non soltanto come la terra dell’olio e del vino, ma anche come uno dei più importanti comprensori italiani per la produzione dei fichi freschi e, soprattutto, dei fichi secchi. Questa coltura, oggi quasi dimenticata e sopravvissuta soltanto in poche aziende agricole e nei ricordi delle generazioni più anziane, rappresentò fino alla metà del Novecento una delle attività più redditizie dell’economia rurale della Terra d’Otranto.
Con questo articolo prende avvio un percorso dedicato alla storia della fichicoltura salentina, con l’obiettivo non soltanto di ricostruire una pagina fondamentale della nostra economia agricola, ma anche di richiamare l’attenzione su una coltura che conserva ancora oggi straordinarie potenzialità. In un’epoca in cui cresce l’interesse verso le produzioni tipiche, la biodiversità, la sostenibilità ambientale e la valorizzazione delle varietà autoctone, il fico potrebbe infatti tornare a rappresentare una concreta opportunità di sviluppo, recuperando una tradizione che per secoli ha modellato il paesaggio, l’economia e l’identità del Salento.
Guida di questo viaggio sarà una delle opere più complete mai dedicate all’argomento: Il Fico. Nozioni botaniche – Varietà – Coltivazione – Produzione – Disseccamento – Commercio – Avversità, pubblicata a Catania nel 1909 dall’agronomo Francesco Vallese, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura per la provincia di Terra d’Otranto.
Attraverso le accurate descrizioni di Vallese sarà possibile riscoprire un patrimonio varietale di eccezionale ricchezza, oggi in gran parte perduto, ma che merita di essere conosciuto, documentato e, ove possibile, salvaguardato. Le schede dedicate alle singole varietà, che saranno pubblicate progressivamente, riprenderanno ampiamente il testo dell’agronomo salentino, rielaborandolo in forma divulgativa e integrandolo, quando possibile, con osservazioni storiche, linguistiche e agronomiche. L’intento è quello di restituire attualità a un repertorio di conoscenze che rischiava di rimanere confinato nelle biblioteche, affinché possa tornare a essere patrimonio condiviso di studiosi, agricoltori e appassionati della cultura rurale.

Questo lavoro si affianca ai numerosi studi e alle iniziative che, negli ultimi anni, hanno cercato di censire, documentare e salvaguardare il patrimonio varietale del fico salentino. Vuole essere un ulteriore tassello di un’opera collettiva, nella convinzione che la memoria agricola del nostro territorio possa essere ricostruita soltanto grazie al contributo di tutti.
Per questo sarà particolarmente gradita la collaborazione dei lettori, che potranno segnalarci, attraverso i commenti o scrivendo alla redazione, la presenza di varietà ormai rare o poco conosciute, inviando notizie, testimonianze e fotografie degli alberi e dei frutti.
Ogni segnalazione potrà contribuire a preservare un patrimonio di biodiversità che rischia di scomparire definitivamente e che merita invece di essere conosciuto, studiato, tramandato e, se possibile, restituito al paesaggio agrario del Salento.
Un ultimo invito. Cercate tra i vostri parenti più anziani, tra i contadini che hanno trascorso una vita nelle campagne o tra coloro che ancora custodiscono antichi poderi. Chiedete loro di indicarvi il nome delle varietà di fico che crescono nei pressi delle vostre campagne o che ricordano di aver coltivato. Molto spesso alberi che sembrano tutti uguali appartengono invece a cultivar diverse, ciascuna con una propria storia, un proprio nome e peculiari caratteristiche. Raccogliere queste testimonianze significa salvare una parte della memoria agricola del Salento.
Se avete la possibilità, piantate nuovi fichi. Ogni giovane albero rappresenta un piccolo investimento per il futuro e un contributo concreto alla tutela della biodiversità. E quando vi trovate davanti a un fico selvatico o di qualità mediocre, rivolgetevi ai pochi innestatori che ancora conservano questa preziosa arte: con un semplice innesto esso può essere trasformato in una delle antiche e pregiate varietà salentine, contribuendo così a restituire vita a un patrimonio che rischia di scomparire.
Rivolgiamo infine un appello anche agli amministratori e ai rappresentanti delle istituzioni, dai Comuni alla Provincia, fino alla Regione Puglia, affinché la salvaguardia della fichicoltura salentina e pugliese diventi una concreta priorità. Occorrono studi scientifici sul preoccupante fenomeno del disseccamento degli alberi, programmi di censimento delle cultivar superstiti, sostegni economici per nuovi impianti, incentivi per il recupero delle antiche varietà locali, campagne di sensibilizzazione e progetti di valorizzazione della produzione e della trasformazione dei fichi. Sarebbe auspicabile coinvolgere anche le Università, gli istituti agrari, i GAL, i consorzi di tutela e le organizzazioni professionali agricole, affinché si costruisca una rete capace di restituire dignità e prospettive a una coltura che per secoli ha rappresentato una delle maggiori ricchezze della Terra d’Otranto.
Salvare il fico non significa soltanto conservare un albero da frutto. Significa difendere una parte della nostra storia, del nostro paesaggio, della nostra economia rurale e dell’identità del Salento.
Se riusciremo a trasmettere questo patrimonio alle future generazioni, avremo restituito vita non solo a una coltura, ma anche a una memoria collettiva che non merita di andare perduta.

Una proposta molto interessante che Deve essere portata avanti!!!