
di Marcello Gaballo
Tra i piccoli tesori della tradizione orale salentina meritano un posto speciale quei brevi componimenti che, pur nella loro apparente semplicità, riescono a condensare sentimenti profondi e temi universali. È il caso della poesiola che il professor Luigi Pinelli ha raccolto dalla memoria di Ninì e Carmina Muci, risalente agli anni Trenta del Novecento:
Sta scritto sulla porta del convento
“Chi entra qui si trova in un incanto”,
deve al Signore prestar quel giuramento
che feci alla mia bella e poi tradii.Quando la bella mia sta per morire,
da monaco la vado a confessare;
allor che sono le farò capire
e lei mi deve tutto perdonare.
Siamo davanti a un testo che appartiene pienamente alla cultura popolare. Non vi è ricercatezza letteraria, con particolare attenzione alla metrica e anche alla rima: la sua forza risiede piuttosto nella capacità di raccontare una storia in pochissimi versi, facendo leva su immagini immediatamente comprensibili a chi ascolta.
Il motivo centrale è quello dell’amore tradito e del pentimento. Il protagonista ha infranto una promessa fatta alla donna amata; successivamente entra in convento e diventa monaco. Solo quando la donna è ormai in punto di morte decide di rivelarle la propria identità durante la confessione, sperando di ottenere quel perdono che non era riuscito a chiedere in vita.
L’intero componimento è costruito attorno a un contrasto fortemente drammatico: da una parte la vocazione religiosa, dall’altra un amore terreno rimasto incompiuto. Il convento non rappresenta tanto una fuga dal mondo, quanto il luogo della penitenza e dell’espiazione. La confessione finale diventa così il momento nel quale si tenta di sanare una ferita rimasta aperta per anni.
Non è difficile comprendere perché un simile racconto trovasse favore nelle campagne e nei piccoli centri del Salento. La cultura popolare attribuiva enorme importanza alla parola data, ai giuramenti e alla fedeltà amorosa. Tradire una promessa significava portarne il peso per tutta la vita, e solo il perdono dell’offeso poteva restituire pace alla coscienza. Il componimento trasforma questo tema morale in una piccola vicenda sentimentale, delicata e malinconica.
Questi versi sembrano inserirsi in un filone narrativo diffusissimo nella tradizione europea: quello dell’amante che, dopo una colpa o un tradimento, sceglie la vita religiosa e ritrova la donna amata soltanto al momento della morte.
Questo motivo compare, con infinite varianti, nelle ballate popolari italiane e straniere. È il tema dell’amore impossibile, della rinuncia, del pentimento tardivo e della riconciliazione finale, elementi che attraversano secoli di letteratura orale. Non è escluso che anche il componimento salentino derivi, attraverso la trasmissione a memoria, da una più antica romanza ottocentesca oggi perduta, successivamente adattata al linguaggio locale.
Persino l’incipit possiede il sapore tipico della poesia popolare. La formula «Sta scritto sulla porta del convento» richiama una tradizione molto antica di iscrizioni simboliche poste sulle porte di chiese e conventi, espediente narrativo largamente utilizzato nella letteratura religiosa e popolare per introdurre un ammonimento morale. L'”incanto” evocato nei versi non è tanto un luogo magico, quanto la dimensione spirituale nella quale chi entra è chiamato a confrontarsi con la propria coscienza.
È significativo anche il ricorso alla confessione come momento culminante del racconto. Nella sensibilità popolare del primo Novecento il sacramento non era soltanto un atto religioso, ma anche il luogo della verità, dove cadevano le maschere e si ricomponevano i rapporti umani. Per questo il poeta immagina che il protagonista possa finalmente rivelarsi solo nel confessionale, quando ormai ogni interesse personale è venuto meno e rimane soltanto il bisogno del perdono.
Probabilmente proprio questa semplicità spiega la fortuna del componimento. Non racconta imprese eroiche né grandi passioni, ma una vicenda che chiunque poteva sentire vicina: una promessa non mantenuta, il rimorso che accompagna gli anni, il desiderio di essere perdonati prima della fine. È questa umanità essenziale, espressa con poche immagini e parole facilmente memorizzabili, ad averne favorito la trasmissione orale fino ai nostri giorni.
Più che una poesia, è una piccola storia cantata, uno di quei frammenti di memoria collettiva che testimoniano come il patrimonio orale salentino fosse capace di intrecciare religione, affetti e morale in racconti di straordinaria immediatezza emotiva.
