
di Gianfranco Mele
USI NELLA TRADIZIONE
In molti paesi salentini il giusquiamo è detto “tira e sana” a causa delle sue virtù risanatorie su ferite, infiammi e parti doloranti. Altri nomi dialettali: assèma, erva d’ assèma, sciàma, sciàmo, sciàmu, ussèma, cannucchiàle, sucamèle.[i] Nel tarantino si utilizzava la frase “erva rassàne tir’ e ssane” (il giusquiamo tira e sana). [ii] La voce popolare tira e sana era assegnata anche alle dature per via delle proprietà analoghe.
Il giusquiamo veniva addirittura coltivato, come pianta medicinale ad azione antinevralgica e antispastica.[iii] Si usava masticare le radici bollite per attenuare il mal di denti. Era conosciuto anche con il nome di erba di Santa Apollonia, la santa protettrice, appunto, del mal di denti. Da notare che in antichità, come attestato da Plinio, veniva chiamata erba apollinare in onore di Apollo. Si pensa anche che fosse una delle erbe inalate dalla Pizia, la sacerdotessa di Apollo, al fine di ottenere le sue visioni profetiche. Un altro nome dialettale salentino di questa pianta è “erva te Santa Bulogna”, laddove “bulogna” è appunto storpiatura dialettale di “Apollonia”.
Allo stato spontaneo, cresce nei pressi di vecchi muri, ruderi e macerie, ed è frequente la sua presenza lungo il litorale, specie nei pressi delle antiche torri costiere.
In Terra d’Otranto son presenti sia Hyoscyamus albus che Hyoscyamus niger.
Nel sud Italia la pianta era utilizzata anche per combattere i pidocchi (l’olio di giusquiamo veniva frizionato sul capo e i parassiti morivano stecchiti).[iv]
A Martina Franca era chiamato Cannucchièla (cannocchiale): questo nome deriva dall’effetto della midriàsi che i contadini notavano con l’ingestione del giusquiamo.[v]
Per calmare i dolori nevralgici veniva utilizzato anche il decotto di foglie ad uso esterno: “gr. 5 di foglie bollite per 15 minuti in gr. 100 d’acqua, si imbeveva una garza che si applicava sulla parte, l’applicazione si ripeteva più volte durante la giornata”. [vi]
Dalla macerazione del giusquiamo bianco in olio, veniva ricavato un oleolito antireumatico per frizioni. [vii]
Il giusquiamo veniva utilizzato anche per ricavare pozioni afrodisiache.[viii]
USI MEDICI NELLA STORIA
Come si è visto, nella medicina popolare la pianta veniva utilizzata come antidolorifico, antispastico, antireumatico, e tali impieghi derivano da una lunga e antica tradizione medicinale che prevedeva in particolar modo l’impiego della specie Hyoscyamus albus. Le parti della pianta più utilizzate erano le foglie e i semi, e talvolta la radice.
L’utilizzo come antidolorifico ed antinevralgico era conosciuto anche nell’antico Egitto: l’ olio di Sepet, per uso esterno, veniva preparato con la radice di giusquiamo, così come si utilizzavano fumigazioni della pianta contro il mal di denti.
I Babilonesi, che conoscevano la pianta con il nome di Sa-rim, la impiegavano contro la carie dentale.
Ippocrate, Eraclito e Nicandro considerano la pianta rimedio efficace contro numerosi morbi, e l’utilizzo non perde di importanza nel medioevo e nel rinascimento, periodo in cui è presente in una serie di ricette contro mal di denti e mal d’orecchi. Nel XV secolo il giusquiamo era molto utilizzato come analgesico durante le operazioni chirurgiche. La Scuola Salernitana lo impiegava largamente contro il mal di denti.
In un lavoro del 1963, la farmacologa Anna De Pasquale si occupa del giusquiamo, con una dettagliata monografia che parla della storia dell’impiego medicinale della pianta, delle sue proprietà, dei nomi in uso nella tradizioni e delle loro origini etimologiche, e infine degli aspetti più strettamente botanici. Nella parte farmacologica della trattazione, scrive:
“Il giusquiamo occupa tuttora indubbiamente un posto di primaria importanza, tra le droghe medicamentose, per le sue larghe applicazioni terapeutiche e per i benefici effetti dei principi attivi da esso isolati. Tschirch riferisce al riguardo l’opinione dello Weppen che « se i medici volessero risolversi ad usare di nuovo, più largamente, l’estratto di giusquiamo, già da lungo tempo provato, potrebbero essere molto risparmiate la morfina e la codeina nei rimedi contro la tosse». Tale asserzione può essere ritenuta valida ancor oggi anche se attualmente si preferisce, in generale, l’impiego degli alcaloidi puri isolati, piuttosto che quello delle droghe naturali.
L’importanza sempre attuale del giusquiamo viene d’altronde dimostrata dal fatto che questa droga è compresa nelle Farmacopee in vigore di quasi tutti gli Stati. Essa è, inoltre, una delle poche ammesse nella prima edizione della recente Farmacopea internazionale, pubblicata dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, sotto l’egida delle Nazioni Unite, la quale, accanto ai farmaci più nuovi – siano essi il frutto delle sintesi più ardite e più complesse, o il frutto della delicata elaborazione di organismi viventi – riporta non solo il giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L.), ma anche il giusquiamo d’Egitto (Hyoscyamus muticus L.), ed a ciascuno di questi dedica una monografia.
Il giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.), tra le diverse specie di giusquiamo, era noto fin dalla più remota antichità come pianta medicinale, e godeva di tale reputazione per le sue virtù terapeutiche. Esso era, assai probabilmente, proprio la specie cui facevano riferimento i più antichi autori, che parlarono del giusquiamo. L’ Hyoscyamus albus L. era iscritto in alcune vecchie Farmacopee ufficiali, e trovasi anche in qualcuna moderna”.[ix]
Il giusquiamo, si è detto, ha trovato impiego come anestetico, ed è stato uno dei principali ingredienti della spongia soporifera, ovvero una spugna che veniva imbevuta del succo di piante come papavero sonnifero, mandragora, cicuta e giusquiamo, e poi messa ad essiccare, per poi ancora esser destinata, bagnandola con acqua tiepida, ad essere applicata sotto il naso del malato che si intendeva addormentare.
Nel Libro di Sushruta (medico indiano vissuto tra l’880 e il 700 a.C.) si fa riferimento al giusquiamo come anestetico.
USI MAGICI
La credenza nel potenziale magico e afrodisiaco del giusquiamo faceva sì che anche semplicemente portando addosso la radice potessero derivare effetti legati alle sue qualità: “la sua radice portata addosso è dilettevole et fa essere amato dalle donne”, recitano i passi di un ricettario anonimo medioevale.[x]
Inoltre, era un componente ricorrente nella preparazione degli unguenti stregoneschi finalizzati al “volo” e alla partecipazione al sabba. In ambito stregonesco era impiegato anche per la preparazione di malefìci e nocumenti.
Nella sua opera “Ricettario delle streghe”, il tossicologo Enrico Malizia raccoglie, a scopo di documentazione etno-antropologica, una selezione di antiche ricette da formulari, manoscritti e testi che vanno dal 1400 agli inizi del 1800: sono numerosissime le preparazioni magiche contenenti il giusquiamo come uno dei principali ingredienti. Vi si ritrovano la ricetta di un “unguento che procura visioni mirabolanti”[xi], quella di un “filtro per rendere invisibili”[xii], una “pozione per viaggiare”[xiii], un “unguento per partecipare al sabba”.[xiv] Ancora, vi si ritrovano un unguento finalizzato a “far apparire cose strabilianti”[xv], una “pozione per trasformare uomini in porci” [xvi] , un “filtro per trasformare gli uomini in bestie”.[xvii] Insieme a estratto di belladonna, di canapa, di cantaride ed altri ingredienti, il giusquiamo è parte di un “elettuario ad azione immediata per partecipare al sabba”.[xviii]
Gli effetti descritti e ricercati con le sopracitate ricette, non devono essere interpretati come mere credenze derivate da superstizioni o fantasiose ingenuità: è difatti il potenziale delirogeno-allucinatorio tipico della intossicazione da giusquiamo, che concorre alla attribuzione di tali poteri alla pianta.
Giovan Battista Della Porta è a conoscenza degli effetti delirogeni del giusquiamo e altre solanacee tropaniche, quando afferma che per far credere ad un uomo di essersi trasformato in una bestia, è sufficiente fargli bere una pozione a base di giusquiamo, o di mandragora, stramonio, belladonna, difatti, scrive, sotto l’effetto di una simile bevanda “sembra trasformarsi in pesce, ed agita le braccia nuotando sul terreno; a volte salta e poi si rituffa. Altri si credono trasformati in oca e vogliono beccare la terra […] di tanto in tanto strillano e si sforzano di battere le ali”. [xix]
Come scrive Eric Hesse nella sua opera “Narcotic and drug addiction”, “un effetto caratteristico delle psicosi solanacee è che la persona intossicata immagina di essersi trasformata in qualche animale, e l’allucinazione è completata dalla sensazione di crescita di penne e piume”.[xx]
Analogamente, il fenomeno della licantropia è spiegato da una serie di autori come il risultato della intossicazione da solanacee tropaniche, nel senso ovviamente che la persona intossicata si percepisce come animale, pesce o uccello o cane o lupo. Il percepirsi come lupi nell’ambito della credenza sulla licantropia è poi rafforzato da un complesso simbolico e rituale stregonesco, che spinge alla identificazione con quel particolare animale.[xxi]
Jean De Nynald, nel suo trattato seicentesco De la lycantropie ci informa, analogamente ad altri autori, che i “lupi mannari” erano stregoni che si ungevano il corpo con un unguento a base di solanacee, e, nel suo caso, elenca anche gli ingredienti di tale unguento tra i quali annovera, appunto, il giusquiamo.[xxii]
Il giusquiamo, così come altre solanacee affini (datura, mandragora) veniva utilizzato anche a fini di magia tempestaria: attraverso rituali più o meno complessi, si riteneva che sradicandolo si potesse provocare la pioggia.[xxiii] Tale usanza è tipica dei riti celtogermanici connessi a Belenus (divinità ritenuta in grado di influenzare attraverso la luce solare l’agricoltura, le stagioni, la temperatura, i cambiamenti climatici), cui era sacra questa pianta.
Le druidesse dell’isola di Sein, che, si credeva, avevano oltre a poteri divinatori anche quelli di placare o sollevare tempeste, ricercavano la pianta del giusquiamo perchè la consideravano propiziatoria della pioggia[xxiv]; nel Medioevo, per far venire la pioggia si immergeva la pianta estirpata in una fonte e si spruzzava poi il terreno[xxv].
Un rituale che consiste nel gettare del giusquiamo in acqua per propiziare la pioggia è perdurato nelle credenze stregonesche moderne, come testimoniano alcuni manuali divulgativi di stregoneria.
Il giusquiamo è stato associato anche a Donar (Thor), il dio germanico del tuono, del tempo e delle tempeste. I romani lo associavano a Giove. In Svizzera, il nome popolare jupitersbon, “fava di Jupiter”, è usato ancora oggi. [xxvi]
Il giusquiamo è anche il mezzo più importante in antichità per produrre stati di trance profetica, ed è stato ingerito a tale scopo da molti oracoli e indovini. Era la “pianta del drago” dell’antico oracolo di Gaia, la pianta “che induce alla follia” dell’oracolo della Colchide e della dea-strega Ecate, la “fava di Zeus” dell’oracolo di Zeus-Ammon della tarda antichità e del dio romano Giove, la “pianta di Apollo” di Delfi e altri oracoli del dio della “follia profetica”. [xxvii]
I negromanti portavano tatuata sulla pelle l’immagine del giusquiamo, e adoperavano la pianta nel tentativo di evocare i morti per farsi predire il futuro. Anche per questo motivo, la pianta veniva chiamata “erba dei diavoli” o “erba degli stregoni”. [xxviii]
Maghi e ciarlatani impiegavano il giusquiamo per provocare allucinazioni nella gente. [xxix]
EFFETTI DELLA INTOSSICAZIONE
L’intossicazione da Hyoscyamus provoca sindrome anticolinergica,con sintomatologia identica a quella indotta da solanacee affini come datura, belladonna, mandragora (bocca asciutta, costipazione, midriasi, disturbi dell’accomodazione, aumento della pressione intraoculare, tachicardia sinusale, etc.). A dosaggi più alti, confusione, agitazione, delirio, allucinazioni, sino a giungere a convulsioni, coma, morte per depressione cardiorespiratoria.
Lo scrittore tedesco Gustav Schenk riferisce, nella sua opera The Book of Poisons, di una sperimentazione del viaggio delle streghe: inalò fumi di semi di giusquiamo, e così descrive la sua esperienza:
“ Mi si strinsero i denti e una rabbia vertiginosa si impossessò di me. So che tremavo dal terrore, ma so anche che ero pervaso da un peculiare senso di benessere, collegato alla pazza sensazione che i miei piedi stessero diventando più leggeri, espandendosi e liberandosi dal corpo. Ogni parte del mio corpo sembrava andarsene per conto suo. La testa cresceva indipendente, più grande, e la paura che mi cadesse si impadronì di me. Nello stesso istante provai una intossicante sensazione di volare. La spaventosa certezza che la mia fine fosse vicina a causa della dissoluzione del mio corpo era controbilanciata da una gioia animalesca per il fatto di volare. Mi librai in volo dove le mie allucinazioni – le nuvole, il cielo che si abbassava, mandrie di bestie, foglie che cadevano e non assomigliavano alle normali foglie, nastri ondeggianti di fi umi e di vapori di metalli fusi – stavano turbinando”[xxx]
NOMI ED ETIMOLOGIE
“Hyoscyamus” sembra derivare dal greco ὑὀς – κύαμος (traducibile con “fava del maiale”). Claudio Eliano Prenestino riporta che i cinghiali che mangiano questa pianta hanno come effetto delle convulsioni, e possono giungere a morire se non trovano un corso d’acqua dove possano mangiare dei granchi che li guariscono. Da qui, da tale credenza, il nome di fava del maiale.
Secondo Philo di Tarso il nome completo attribuito alla pianta è “fava dei maiali di Arcadia”, derivante dal fatto che Ercole aveva ucciso con la radice il cinghiale di Arcadia. Tale attribuzione è coerente anche con un altro nome della pianta, “Herba Herculina”.
Secondo Dioscoride ed Apuleio, invece, la pianta veniva chiamata “Dioskyamos” = “fava degli dei”. Le divinità qui “coinvolte” erano almeno due, dal momento che il giusquiamo ha conservato nel tempo i nomi di “Fava di Zeus” e “Erba di Apollo”, quest’ultimo poi cristianizzato in “Erba di Santa Apollonia”.
Un altro nome dato sin dall’antichità alla pianta è Altercum; secondo Plinio il nome Altercum ha origini arabe. Per Scribonio Largo, però, tale nome ha origini latine, e il Mattioli, nel commentario ai sei libri di Dioscoride, riporta che Scribonio lo chiamava Alterco perché fa “farneticare ed altercare chi lo mangia”, la qual caratteristica viene confermata dal Mattioli stesso che riporta un aneddoto: aveva visto con i suoi occhi, asserisce, alcuni fanciulli che avevano ingerito il seme delle piante, “imperocchè facendo mille pazzie, davano a crede ai padri loro, che fossero spiritati”.
Il Mattioli riferisce che la pianta veniva chiamata anche Disturbio, a indicazione del fatto che “disturba gravemente il cervello”.
Serenus Sammonicus (III sec. d.C.) chiama il giusquiamo “erba folle” (Sermone insana).
Presso Celti, Germani e Slavi il giusquiamo portava nomi ricollegabili alla divinità Belenos: bilse, belene, bulmeurt, belena, bilinunthia, bilimentia, bjelme, blin. Ancora oggi, in Spagna e in Venezuela sopravvive il nome volgare Beleno.
Tra i nomi volgari e dialettali italiani: Occhio di gatto, Cassilagine, i già citati Alterco, Disturbio (Siena); Dente cavallino (Pisa); Erba da piaghe (Val di Chiana); Erba della Madonna (Venezia); Cannocchiale, cannecchiara (Napoli); Tabacco selvatico (Ischia); Buoglie, Carongella (Potenza); Erba grassa (Calabria); Catascia, Denti cavaddini, Erva grasciudda (Sicilia); Simenza d’Auricci (Avola); Iosciamo, Suzamele (Sardegna); Erba de Santa Maria (Sassari); Folia de Opus (Cagliari); Mututturu (Bova).
AVVELENAMENTI ACCIDENTALI ED INTENZIONALI
La De Pasquale riferisce di un accidentale avvelenamento collettivo da giusquiamo avvenuto nel 1792 a bordo della corvetta francese “Sardine”, e di un altro verificatosi ad Atene ed al Pireo nel 1941, durante la guerra: a seguito delle privazioni alimentari determinate dalla guerra, scrive, furono difatti messe in vendita nei mercati “erbe varie”, tra cui piante spontanee non eduli che provocarono gravi, e talvolta anche mortali, intossicazioni: “un esame farmagnostico di tali erbe permise di identificare, mescolate alle suddette erbe, delle foglie di guiusquiamo, Hyoscyamus albus L., che cresce in abbondanza nei dintorni di Atene”. [xxxi]
Ovviamente, le proprietà velenifere del giusquiamo erano ben note fin dalla antichità, e difatti si dice che i Galli avvelenavano le frecce e le armi da tiro con il giusquiamo; Appiano racconta che durante la guerra civile in Africa, nel 49 a.C., i Pompeiani avvelenarono l’acqua potabile prima del passaggio dell’armata del luogotenente di Cesare, Scribonio Curione, sembra, proprio con il giusquiamo.[xxxii]
Altri esempi sono offerti dal Cattabiani, che non a caso, nel suo Florario, chiama il giusquiamo “la pianta degli avvelenatori”.[xxxiii]
La De Pasquale riferisce di utilizzi di foglie e semi di giusquiamo, in associazione con altri ingredienti, per misture poi utilizzate a scopo delittuoso in Marocco, terra in cui il giusquiamo è largamente diffuso e conosciuto, e là utilizzato comunque anche a scopi medico-curativi.[xxxiv]
ALTRE NOTE E CURIOSITA’
In Kashmir è documentato l’uso ricreativo del giusquiamo fumato in mescolanza con il tabacco.[xxxv]
Al pari di altre solanacee contenenti scopolamina, alcaloide che ha come effetto quello di far perdere il controllo della mente, questa pianta è stata utilizzata anche come siero della verità.[xxxvi]
Il giusquiamo è stato impiegato perfino in riti esorcistici, come testimonia un trattato del XVIII secolo nel quale un padre esorcista, Louis Mari-Sinistrati, descrive un rituale:
“… raccomandai di conseguenza al vicario di far prendere al suo penitente delle erbe fredde di natura, come il loto, la portulaca, la mandragora, il rabarbaro, il giusquiamo e altre simili per farne due fasci da appendere l’uno alla finestra e l’altro alla porta della sua cella, avendo cura di porne anche nella camera e sul letto. Cosa prodigiosa! Il demonio apparve ancora, ma restando fuori della cella, senza voler entrare; e poiché il diacono gli domandava la causa di una tal inusitata riservatezza, per tutta risposta si dilungò in ingiurie verso di me che avevo consigliato quel modo di difesa, poi disparve per non ritornare più”.[xxxvii]
Secondo alcuni autori, il Nepente con cui Elena lenì il dolore di Telemaco era una preparazione a base di giusquiamo.[xxxviii]
Il giusquiamo appare spesso nelle leggende arabe, e ne “Le mille e una notte” è indicato come droga utilizzata per provocare assopimento e perdita della conoscenza. In una di queste storie, è Sherazade a raccontare che la polvere di giusquiamo è stata utilizzata dai sicari del re e dai geni per narcotizzare gli avversari.
La De Pasquale riferisce di un singolare utilizzo in passato dei semi di giusquiamo, che per scherzo venivano gettati nei bruciatori dei bagni termali di non meglio specificati siti dell’Europa centrale, “scatenando tra i bagnanti scene di follia e combattimenti a colpi di scopa, che duravano anche tutta la notte”.[xxxix]
Sempre la De Pasquale, riferisce che “gli Ebrei ne conoscevano le proprietà tossiche e, per togliere la coscienza e la sensibilità ai condannati a morte, lo somministravano mescolato con incenso”.[xl]
Pare anche che il giusquiamo fosse molto utilizzato dagli tzigani che sfruttavano la sua azione narcotica, analgesica ed allucinatoria nei loro giochi.[xli]
Un motivo della diffusione del giusquiamo in diverse regioni è stato ipotizzato provenire dal fatto che ciarlatani e cavadenti, che impiegavano largamente questa pianta, abbiano contribuito a propagarla.[xlii]
Nei manicomi si usava un alcaloide del giusquiamo, la iosciamína, per calmare la sovreccitazione dei malati mentali.
Gli alcaloidi del giusquiamo sono anche alla base dei cerotti per il mal d’auto e il mal di mare.
Nei giochi olimpici dedicati ad Apollo, proprio a causa dell’associazione del giusquiamo con questa divinità, la pianta veniva utilizzata per adornare il capo dei vincitori.
Questa pianta (come la datura) è stata denominata anche “erba del diavolo”, e “occhi del diavolo” in riferimento alle sfumature viola che caratterizzano i suoi fiori.
Il Cattabiani riferisce di una birra particolarmente inebriante ottenuta in passato dai birrai con la mescolanza di una quantità minima di giusquiamo alla birra stessa.[xliii]
Note
[i] Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta Fave e favelle, le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, centro di Studi salentini, Lecce, 2012, pp. 275-276
[ii] Giuseppe Cassano, Ràdeche vecchie Proverbi moti frasi indovinelli dialettali credenze e giochi popolari tarantini, Stab. Tipografico Ruggieri, Taranto, 1935, pag. 21
[iii] Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta , op. cit., pag. 276
[iv] Alfredo Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, 1996 pag. 556
[v] Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta, op. cit., pag. 276
[vi] Antonio Costantini, Marosa Marcucci Le erbe le pietre gli animali nei rimedi popolari del Salento , Congedo Editore, pag. 89
[vii] Salvatore Presicce Piante medicinali spontanee del Salento , Lupo Editore, 2013 pag. 79
[viii] Ivi, op. cit., pag. 78
[ix] Anna De Pasquale, Contributo allo studio delle piante medicinali della Sicilia, Istituto di Farmacognosia dell’Università di Messina, 1963-65, pp. 61-62
[x] Salvatore Pezzella, Magia delle Erbe, Vol. 2, Edizioni Mediterranee, 1993, pp. 120-121
[xi] Enrico Malizia, Ricettario delle streghe, Edizioni Mediterranee, 2003, pag. 103
[xii] Ivi, pag. 125
[xiii] Ivi, pag. 104
[xiv] Ivi, pag. 108
[xv] Ivi, pp. 104-105
[xvi] Ivi, pag. 112
[xvii] Ivi, pag. 113
[xviii] Ivi, pag. 109
[xix] Citazione in Gilberto Camilla, Le Piante Sacre, Nautilus, Torino, pag.219
[xx] Eric Hesse, Narcotics and drug addiction, 1946, pp. 103-104
[xxi] Gilberto Camilla, op. cit., pp. 219-221
[xxii] Jean De Nynald, De la lycantropie, transformation et extase del sorciers, 1615
[xxiii] Franco Cardini, Magia, stregoneria, superstizioni nell’ Occidente medioevale, La Nuova Italia, 1979, pag. 200
[xxiv] Giorgio Maria Miramonti, Le Erbe Officinali – Antica Medicina dei Celti (Plinio e Diancecht), Keltia Edizioni, 1999, pag. 61
[xxv] Anton Von Perger, Deutsche Pflanzensagen, Stuttgart, Oehringen, A. Schaber, 1864, pag. 181
[xxvi] Christian Rätsch, The encyclopedia of psychoactive plants, ethnopharmacology and its applications, Park Street Press, Rochester, Vermont, 2005, pag.161
[xxvii] Ivi, pag. 273
[xxviii] Anna De Pasquale, op. cit., pag. 66-67
[xxix] Ivi, pag. 67
[xxx] Gustav Schenk, The Book of Poisons, Rinehart, 1955, trad. it. In: Gilberto Camilla, Allucinogeni vegetali, Edizioni del Cortile, Torino, 1982, pag. 144
[xxxi] Anna De Pasquale, op. cit., pag. 63
[xxxii] Ivi, pag. 66
[xxxiii] Alfredo Cattabiani, op. cit., pp. 554-556
[xxxiv] Anna De Pasquale, op. cit., pag. 67
[xxxv] Gilberto Camilla, Le Piante Sacre, cit., pag. 204
[xxxvi] Alfredo Cattabiani, op. cit., pag. 554
[xxxvii] Ivi, pag. 441
[xxxviii] Anna De Pasquale, op. cit., pag. 65
[xxxix] Ivi, pag. 69
[xl] Ivi, pag. 64
[xli] Ivi, pag. 69
[xlii] Ivi, pag. 69
[xliii] Alfredo Cattabiani, op. cit., pag. 556
