Arcadi Salentini: “Le Rime” di Domenico De Angelis e Donato Maria Capece Zurlo

BOLOGNA, Biblioteca Archiginnasio. AA.VV., Rime scelte di poeti illustri de’ nostri tempi, in Lucca MDCCIX per Pellegrino Frediani, parte prima. Frontespizio.

 

di Gilberto Spagnolo

Nel 1709 venivano pubblicate in Lucca, dai torchi di Pellegrino Frediani, le “Rime scelte di Poeti illustri de’ nostri tempi”.

L’opera collettanea, si legge nella lettera dedicatoria, era stata promossa da Bartolomeo Lippi ed era dedicata ad una “mecenate” del tempo, alla signora Paola Franzona Durazza definita dallo stesso Lippi “la più bella, la più gentile, la più manierosa Dama de’ tempi nostri, la sua principal cura lo studio de’ buoni Autori, e ripone tutta la sua Gloria nel favorire e nel proteggere i Letterati di maniera che non cessa mai di contribuire con ogni sorta di finezza”.

Qualche anno più tardi, nel 1719, sempre a Lucca, questa volta dai torchi di Leonardo Venturini veniva stampato il secondo tomo della raccolta.

BOLOGNA, Biblioteca Archiginnasio. AA.VV., Rime scelte di poeti illustri de’ nostri tempi, in Lucca MDCCXIX per Leonardo Venturini, parte seconda. Frontespizio.

 

Il ritardo con cui si erano date alle stampe le rime di altri poeti, era dovuto alla “confusione” (ammessa dallo stesso Lippi in “A chi legge”) determinata dallo “smarrimento” di alcuni componimenti “fin da principio trasmessi” e dal fatto che alcuni rimatori avevano mandato contemporaneamente le loro opere (che il Lippi doveva inserire nella sua antologia) anche ai curatori di altre raccolte specialmente in Roma e a Bologna, facendo perdere alla raccolta “il pregio della novità”. La confusione che si era determinata, costringeva inoltre il Lippi, a differenza del I tomo, “a tralasciare la Patria, per non averne quanto ad alcuni notizia” nella “tavola de’ Nomi de gli Autori”.

Questa raccolta di rime curata dal Lippi, è in sostanza una delle tante testimonianze della poesia arcadica del tempo, quella poesia legata all’Arcadia, ovvero all’Accademia Letteraria Romana fondata dopo la morte della regina Cristina dai letterati che si radunavano nel suo salotto (la prima riunione ufficiale è del 15/101/1690) e che si propose, secondo le stesse espressioni del suo primo gran Custode, G.M. Crescimbeni, di “restaurare la poesia italiana combattendo le esagerazioni del secolo trascorso, come pure di estirpare il cattivo gusto dovunque si annidasse”.

Stemma dell’Arcadia sul frontespizio de Le vite degli Arcadi illustri di G.M. CRESCIMBENI, Roma 1708.

 

L’Arcadia nasceva così come “reazione alla poesia marinista e al barocco… fatta in nome del buon gusto, della verità e della ragione, di fronte a cui dovevano apparire assurdi i modi di fantastica anarchia di immagini e di temi caratteristici della lirica barocca”. Un’accademia che svolgendosi nel corso del Settecento in direzione neoclassica, verso una perfezione formale e una tecnica classicheggiante, continuò a durare per tutto l’Ottocento, fino ai primi decenni del Novecento, quando si trasformò nell’Accademia Letteraria Italiana (1925) senza avere però più alcuna importanza culturale e funzione storica.

Un’accademia veramente italiana in quanto rapidamente si diffuse in ogni luogo, tanto che già nei primi decenni del Settecento non ci fu città italiana che non avesse la sua colonia di Arcadi.

Nell’antologia curata dal Lippi (opera collettanea abbastanza rara e di cui abbiamo preso visione presso la Biblioteca Archiginnasio di Bologna) vi sono anche le rime di due arcadi salentini e cioè di Domenico De Angelis e di Donato Maria Capece Zurlo.

Si tratta di diversi sonetti che non sono tanto conosciuti e che quindi possono certamente arricchire le loro biografie (specialmente quella dello Zurlo).

D. DE ANGELIS, Le vite de’ letterati Salentini, Parte Prima, in Firenze MDMDCCX. Ritratto di D. DE ANGELISIS, coll. privata.

 

Il De Angelis (di cui si può leggere un aggiornato profilo biobibliografico di A. Romano nel Dizionario Bibliografico degli Italiani) conosciuto soprattutto come “grande erudito di storia salentina, perfetto conoscitore delle origini e delle trasformazioni letterarie della sua terra (la sua opera più famosa è Vite de’ letterati salentini), si dedicò pure all’esercizio poetico e l’8 agosto del 1698, venne associato all’Accademia dell’Arcadia col nome di Arato Alalcomenio.

Le sue pur numerose testimonianze liriche (anche se non eccellenti) “rispe(cchiano) fedelmente la crisi poetica del suo tempo” e con la stessa Arcadia “cercò di superare i limiti dell’improvvisazione barocca affidandosi alla collaudata ritmia della lirica petrarchesca”. Entrò nell’Accademia Arcadica Napoletana della Colonia Sebezia nell’agosto del 1703, assieme al suo concittadino Filippo De Angelis, altro poeta arcade noto come Licandro Buraichiano, tenace assertore della filosofia gassendiana, tanto da annoverare tra i suoi discepoli anche P. Giannone che lo ricorderà poi affettuosamente nella vita.

I sonetti del De Angelis sono sette e sono stati pubblicati nella seconda parte. Tutti incentrati sul tema dell’amore, cantano le virtù dell’amata donna, riflettono sulla vita, che il De Angelis definisce “travagliata nave, / c’ha d’Oceansì porcelloso in parte / L’acque varcato, dove arbori, e sarte / Eolo già ruppe impetuoso, / e grave; / …”.

D. DE ANGELIS, Della patria d’Ennio. Dissertazione, in Roma MDCCI per Gioseppe Monaldi in Parione, all’insegna dello Spirito Santo. Frontespizio (coll. privata).

*   *   *

Ben più numerosi in questa raccolta (diversi sono anche dedicati) sono invece i sonetti di Donato Maria Capece Zurlo, sconosciuti alle poche fonti bio-bibliografiche che lo riguardano, riconducibili al Dizionatio Bio-Bibliografico, manoscritto in deposito presso l’Archivio di Stato di Lecce, e alla Corografia di Terra d’Otranto dell’Arditi che dallo stesso Dizionario aveva tratto le varie notizie.

Da esse sappiamo che Donato Maria Capece Zurlo era nato a Copertino (nell’antologia del Lippi viene anche detto) da nobile famiglia il 22 luglio 1663.

Il Castello di Copertino in una cartolina d’epoca della prima metà del ‘900 (coll. privata).

 

Fu anche, come il De Angelis, poeta Arcade della colonia Sebezia col nome di Alnote. Scrisse anche pregevoli poesie in lode di Filippo V re di Spagna, raccolte e stampate in Napoli nel 1706, a cura di Biagio Maiola de Avitabile. Nella dedicatoria di quel libro è detto di lui “ammirabile non meno per l’antichissima nobiltà della sua prosapia che per la sua perfettissima letteratura”. Morì nel 1722 e con lui si estinse il ramo discendente da Bernardino Capece Zurlo, che si stabilì in Copertino, quando vi fu mandato in qualità di castellano (intorno al 1506).

Dal Dizionario sappiamo anche che era figlio di Giovan Tommaso e Livia Castaldi, che nel 1692 si sposò con Girolama Cosma di Lecce da cui non ebbe prole, ma che però amò moltissimo. Vi rimaneva in Copertino il tumulo gentilizio con stemma ed iscrizione latina e una bella epigrafe dedicata alla moglie nella sagrestia dei già PP. Domenicani, la casa ed i beni trasmessi per parentado ai signori Cosma, famiglia anche questa delle più distinte e rispettabili del paese.

Domenico De Angelis lo aveva inserito (quando lo Zurlo era ancora vivente) nel Catalogo degli Autori che si conterranno nella Prima Parte dell’Istoria de’ Scrittori Salentini, assieme a Giuseppe Domenico Fapane per quanto riguarda gli scrittori della cittadina di Copertino.

Anche le “rime” del Zurlo si soffermano su svariati temi, ma in particolare sul tema dell’Amore (“Amor vidi volar nelle tue gote, Madonna, e nido far negli occhi tuoi…), un amore incontrato e poi perduto; quasi tutte sono dedicate a personaggi dell’epoca molto vicini al poeta di Copertino, al Duca di Telese (ve n’è più d’uno), al Signor Giulio Cesare Cosma Nipote dell’autore, al Sig. Dottor Biagio Majoli de Avitabile (che come si è già detto stampò in Napoli le poesie recitate da lui stesso in Napoli il 2 maggio 1706 nel regale palazzo di quella città, in  occasione d’una adunanza poetica in lode di Filippo V), in morte poi del proprio padre (molto bella), un epitaffio per S. Gio: di S. Facondo, morto di veleno appostogli nel Sacro Calice, per l’elezione del Sommo Pontefice Innocenzo XI, a S. Orenzio (sic) primo protettore di Lecce, al Sig. D. Francesco Capece Zurlo, al signor cardinale Orsini Arcivescovo di Benevento, amicizie queste che dimostrano anche una discreta fama che il Capece all’epoca, poeta d’Arcadia, era riuscito a conquistarsi.

Da lu Lampiune, Quadrimestrale di Cultura Salentina, An. VIII, 1, Aprile 1992, Lecce, Edizioni del Grifo.

 

Riferimenti Bibliografici

Archivio di Stato di Lecce, L. Maggiulli-S. Castromediano-F. Casotti-L. De Simone, Dizionario degli uomini illustri di Terra d’Otranto, ad vocem.

G. Arditi, La Corografia fisica e storica di Terra d’Otranto, Lecce 1879.

A. Bonsegna, Il Petrarchismo di D. De Angelis in Arcadia “Arato Alalcomenio”. Appunti critici e bibliografici, Ostuni 1924.

D.M. Capece-Zurlo, Poesie in lode di Filippo V di Spagna raccolte e stampate a cura di Biagio Maiola de Avitabile, Napoli 1706.

G.M. Crescimbeni, L’Arcadia, Roma 1709.

Id., Le vite degli Arcadi illustri, voll. 5, Roma 1708-1751.

D. De Angelis, Le vite de’ Letterati Salentini, Parte Prima, in Firenze MDCCX.

Id., Della Patria D’Ennio, in Roma MDCCI.

F. De Angelis, Rime, vol. II, Napoli 1698.

L.G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati. La Città, Lecce 1874.

Dizionario Biografico Degli Italiani, vol. 33, Roma 1987.

A. Foscarini, Saggio di un catalogo bibliografico degli scrittori Salentini, Lecce 1896, ad vocem.

A.M. Giorgetti Vichi, Gli Arcadi dal 1690 al 1800. Onomasticon, Roma 1977.

Grande Dizionario Enciclopedico Utet, vol. I, Torino 1954.

P. Marti, Origine e fortuna della cultura salentina…, Ferrara 1895, I.

B. Lippi (a cura di), Rime scelte di Poeti illustri de’ nostri tempi, Parte Prima, in Lucca MDCCIX, per Pellegrino Frediani; Parte seconda, in Lucca MDCCXIX, per Leonardo Venturini; (copie presso la Biblioteca Archiginnasio di Bologna).

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