Dialetti salentini: zzucaru

di Armando Polito

 

Fotogrammi tratti da https://www.youtube.com/watch?v=sfaLUi-qtnA

 

 Tra le parole candidate all’obsolescenza spiccano quelle riguardanti i mestieri. Il fenomeno, dapprima lento anche se irreversibile, ha subito una prima accelerazione con la rivoluzione industriale, che ha messo all’angolo in una nicchia sempre più angusta l’artigianato con il suo felice connubio tra esperienza, quasi sempre tramandata dal padre al figlio, creatività e manualità. Poi, a darle il colpo di grazia, dopo la rivoluzione industriale, quella digitale e, sua figlia neonata, l’IA.

Oggi basta una stampante 3D per realizzare qualsiasi cosa, perfino una bistecca sintetica e fra non poco la stessa stampante potrà in ogni casa non solo riprodurre perfettamente un manoscritto antico e, alla bisogna, una semplice corda.

Proprio questo oggetto è stato da millenni il frutto del lavoro dello zzucaru. La voce, come fra le altre indicanti un mestiere quali furnaru (fornaio) da furnu (forno), scarparu (calzolaio) da scarpa, è sostantivata derivata da zzoca (corda).

Zzoca ha il suo esatto corrispondente semantico e fonetico italiano in soga, già presente in Dante (Inferno, XXXI, 85) ed è dal latino tardo soga, attestato anche nella variante soca1, cui la voce salentina è foneticamente più vicina.

Se la stessa definizione di zzucaru è ormai appannaggio esclusivo di persone sulla soglia dell’ultimo viaggio, solo i proverbi e i modi di dire hanno, comunque, congenitamente il potere di oltrepassare una o più barriere temporali, favorendo la sopravvivenza di una singola parola presente al loro interno. Credo inoltre che la stessa globalizzazione e la sua inevitabile conseguenza, l’omologazione, abbiano cancellato per sempre il carattere identificativo dei nomignoli di origine campanilistica, come zzucari, con cui erano bollati, solita ironica e sprezzante etichettatura di chi ritiene l’altrui lavoro meno nobile del proprio, gli abitanti di Bagnolo2. Nel nostro caso la sopravvivenza, credo di breve durata, è affidata ad una similitudine, di solito usata da chi è avanti negli anni in risposta a chi gli ha fatto una domanda sul suo stato di salute:

Comu sciamu? – (- Come andiamo? -)

Ti ‘nanti a ddhretu, comu li zzucari – (- Da avanti indietro, come i cordai -)

È questo il contesto principale e forse originario, anche se col tempo la locuzione si è adattata ad altri, tutti accomunati dal concetto di peggioramento e regresso (altro che la velleitaria crescita e il suo consolatorio ripiego, la resilienza, sbandierata dalla sinistra, dal centro e dalla destra! ).

A differenza del suo uso in altri contesti3, per questo, per così dire, sanitario è quasi impossibile datare la nascita della similitudine e individuane la paternità, che ha trovato molto tardi la sua consacrazione letteraria, se fosse vero, come finora mi è risultato, che la più antica attestazione è in Friedrich Nietzsche4: Wahrlich, nicht will ich den Seildrehern gleichen: sie ziehen ihren Faden in die Länge und gehen dabeiselber immer rückwärts. (In verità, non voglio assomigliare a coloro che intrecciano le corde: tirano il filo longitudinalmente mentre loro stessi vanno sempre all’indietro)

Sorprendentemente identico è lo sviluppo poetico che il tema troverà pochissimi anni dopo, nel 1890, in La fune di Luigi Pirandello: Mastri funaj, faccenda curïosa/la vostra: andar cosí sempre all ’indietro,/con quella fune che da la callosa/mano vi nasce; e non mutar mai metro./Però, a pensarci, tutti quanti poi,/mordano i soli, piangano le lune,/modo diverso non teniam da voi:/facciam la vita come voi la fune./La ruota, onde s ’attorce il non sicuro/fil che ci regge, è sempre nel passato;/e con le spalle andiam verso il futuro,/se nulla mai di antiveder ci è dato./Mastri funaj, rapida troppo girala ruota mia, troppo s ’attorce questa/mia fune e troppo la mia man la tira./Ne faccio un cappio e vi caccio la testa.

Tutto è possibile, ma appare più probabile che sia stato il filosofo tedesco a mediare la similitudine dalla cultura popolare e non viceversa. Resta, comunque, il parallelismo concettuale, per cui la fune diventa metafora della vita col suo intreccio di vicende che hanno la loro inesorabile conclusione in un arco di tempo variabilmente limitato per ciascuno.

Non è per caso che il contesto popolare più ricorrente è, come ho detto, legato all’età e che la  prima testimonianza letteraria citata fa parte del capitolo che ha come titolo Vom feien Tode (Della libera morte). Va tuttavia rilevato che dal riferimento al suicidio, quasi anticipazione del concetto di morte assistita, presente in Nietzsche e in Pirandello, è totalmente scevro l’uso popolare della similitudine, un po’ perché il popolo è meno aduso dei letterati alle teorizzazioni e soprattutto per la vivacità del suo scrupolo religioso.

Non è difficile immaginare che la prima corda fu realizzata intrecciando fibre vegetali (nel Salento quasi esclusivamente il giunco ed altre piante erbacee ancora oggi presenti nelle zone umide), prima battute con una mazzuola di legno, legandone un capo ad un sostegno (un palo, un anello fissato ad un muro) e procedendo a ritroso.

Tale movimento5, dovuto alla necessità di tenere in tensione le fibre prima durante la loro composizione fino alla lunghezza desiderata, poi durante il loro intreccio, nonché di controllare, anche visivamente, le due fasi. Nel primo fotogramma di testa il cordaio ha fissato attorno alla vita la necessaria quantità di fibra di canapa, nel secondo ha iniziato il suo movimento a ritroso (più di qualsiasi descrizione vale la visione del filmato al link riportato).

Nella similitudine la corda è la vita in rapporto allo spazio e al tempo: man mano che procede, si riduce il tempo residuo per il suo compimento e lo sguardo, nostalgicamente rivolto al punto d’inizio sempre più lontano, tradisce l’ansia solitaria di uno strano conto alla rovescia al rovecio (non è solo un gioco di parola…), del quale la data di inizio è orfana del numero di partenza e quello di arrivo, cioè lo zero, è orfano, sempre per il diretto interessato, della data.

In fondo la metafora della corda coincide col mitico filo delle tre Parche, concentrando, però, nell’uomo/zzucru, come in un film visto miliardi di volte, i ruoli di sceneggiatore, attore protagonista, regista e montatore.

Stampa del XVIII secolo custodita nel Kunstgewerbemuseum di Berlino.

Vi si legge LANIFICAS NULLI · TRES · EXORARE · PUELLAS : CONTIGIT · OBSERVANT · QUEM STATUERE · DIEM

(A nessuno toccò di supplicare le tre fanciulle filatrici. Esse rispettano il giorno che hanno stabilito)

Nell’ordine, da sinistra a destra, sono rappresentate le tre Parche alle prese col filo simboleggiante la vita umana: Cloto con la filatura, Lachesi con la misura della lunghezza, Atropo col taglio. Anche qui, come nella maggior parte della loro iconografia Atropo occupa la posizione centrale giustificata dal carattere fatalmente definitivo del suo intervento; in più, rispetto alle altre due Parche, non c’è corrispondenza tra l’ordine di lettura e quello cronologico.

 

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1 Il glossario del Du Cange alla voce soca: “Charta plenariae securitatis sub Justiniano scripta, apud Brisson. lib. 6. formul. pag. 647: Armario uno valente siliquas quatuor, Socas tortiles  duas valentes siliquas aureeas sex, sella ferrea, plictile, etc. Ital. Soca est funis. Vide Soga.”

(Carta di piena sicurezza sotto Giustiniano presso Brisson lib. 6  formul. pag. 647: … un armadio del valore di quattro silique, due funi tortili del valore di sei silique auree, una sedia di ferro, uno scudo (?) etc. In italiano soca è la fune. Vedi soga)

Alla voce soga sono riportate attestazioni di epoca medioevale.

Rispetto a soga maggiore vitalità è mostrata con la sua presenza anche in musica e in geometria da corda, che è dal latino chorda, a sua  volta dal greco χορδή (leggi chordè), che inizialmente designava solo il budello. Stupefacente è poi la sua prolificità con i derivati cordaio, cordicella, cordino, cordame, cordone, cordolo, cordelliera, cordata (anche nel traslato finanziario), capocorda, con influssi pure su accordo, accordare e scordare che, come ricordare, sono dal latino cor/cordis=cuore. Non pochi pure i modi di dire: tenere sulle cordenon avere nelle corde, tirare troppo la corda, mettere alle corde (mediato da quelle del ring nel pugilato), non dare corda, essere giù di corda, toccare una corda.

Sua sorella, fune, può vantare solo funaio, funame, funata, funambolo, funivia e funicolare.

2 In fondo, a ben pensarci, il nomignolo era assimilabile ad una sorta di antonomasia collettiva, quasi un involontario riconoscimento di una specializzazione anche economica. E nel Salento c’è chi, come gli abitanti di Cutrofiano, ne può ancora vantare due, entrambi, però, legati alla loro attività prevalentemente figula: pignatari, con riferimento diretto alla pignata (probabilmente dallo spagnolo piñata, a sua volta da un latino *pineata, forma aggettivale da pinea, da cui pigna, per somiglianza di forma) e ‘mpatulati (impaludati), con riferimento al territorio un tempo paludoso ma ancora oggi ricco di creta.

3 Una rapida carrellata in ordine cronologico: nel  Kitāb al-ʾifādah wa al-ʾiʿtibār (Raccontoi d’EgItto) di ‘Abd al-Latif al-Baghdadi (XII-XIII secolo) si legge (cito dall’edizione italiana a cura di  Ahmed F. Kzzo e Nikola Bellucci, Archeopress, 2020):”In Egitto i barcaioli remano per spingere le barche all’indietro. Si comportano come cordai che camminano arretrati e assomigliano nel loro modo di muovere la nave a un uomo che cammina all’indietro tirando un carico che è di fronte a lui”;

nella novella L’anima dello stromento di Guido Gozzano pubblicata per la prima volta nel quindicinale torinese La donna, a. VIII, n. 190 del 20 novembre 1912: Il nemico l’afferrò pei due piedi e, facendolo girare rapidamente come il cordaio fa con la corda,, indietreggiò a poco a poco, filando una funicella che s’allungava, s’assottigliava sempre, finché il corpo del giovane disparve come dipare un penacchio di canapa; in Gustavo Strafforello, La sapienza del mondo, ovvero dizionario universale dei proverbi di tutti i popoli, Negro, Torino, 1883, alla voce faccenda: Molti fanno come il cordaio nelle loro faccende: vanno indietro e guardano innanzi; in Domenico Gangemi, Il passo del cordaio, Il Sole 24 ore, Milano, 2002 è il titolo stesso ad anticipare una storia in cui l’arretramento sociale la fa da padrone; in Jean-Henri Fabre, Le meraviglie dell’istinto negli insetti, Armando Editore, 2007, p. 128: Così come il cordaio, arretrando, ottiene la regolare emissione della stoppa, l’angiope [un ragno] cadendo ottiene la fuoruscita del prodotto delle sue filiere. È il suo peso stesso che costituisce la forza per la fuoruscita.     

4 Nella prima parte, pubblicata nel 1883, di Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen (Così parlò Zarathustra. Un libro per tutto e per nessuno)

5 Ecco come icasticamente è trattato nel Dizionario di commercio de fratelli Savary, Pasqual,Venezia, 1770, t. II, p. 48: “I cordai facendo le  loro  corde sono forzati il più delle volte  a camminare all’indietro, lo che ha dato motivo a dirsi come per motteggio, che campano la  loro vita rinculando.”.

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