Matteo D’Aquino, sacerdote Illuminista di Casarano

di Fabio Cavallo

 

Figura complessa e affascinante del Settecento salentino, l’abate Matteo D’Aquino, appartenente al ramo ducale dei Duchi di Casarano, si colloca tra quei protagonisti della storia locale in cui vocazione ecclesiastica e nobiltà di nascita vanno di pari passo.

La ricostruzione della sua vicenda biografica si è rivelata, tuttavia, estremamente difficile, a causa della scarsità e della frammentarietà delle fonti disponibili, spesso disperse tra archivi ecclesiastici, epistolari e testimonianze indirette.

Arcidiacono del Capitolo di Casarano, egli incarnò il profilo dell’ecclesiastico colto e raffinato, capace di muoversi con disinvoltura tra le istituzioni della Chiesa sfruttando la sua classe sociale. Cultore di studi agrari, letterato e uomo di erudizione, il D’Aquino partecipò ai circuiti intellettuali del suo tempo, soggiornando, per diverso tempo, anche presso la Corte Asburgica come segretario del cugino Marchese De Majo, esperienza, questa, che ne ampliò l’orizzonte politico e culturale.

Al suo ritorno in patria, fu affiliato alla Carboneria salentina, segno di una personalità aperta alle istanze di rinnovamento civile e sociale. Nella sua tenuta rurale delle “Càmmire”, alla periferia di Casarano, istituì un Circolo massonico, autentico cenacolo letterario e culturale, nel quale si coltivavano studi, dibattiti e ideali ispirati ai principi dell’Illuminismo.

La sua vicenda biografica si inserisce, così, in quel delicato equilibrio tra fede, cultura e impegno civile che caratterizzò una parte significativa dell’élite salentina del XVIII secolo.

 

Raffigurazione immaginaria dell’abate Matteo D’Aquino creata con IA e basata su ritratti dei suoi consanguinei

 

BIOGRAFIA

Cadetto in linea maschile della coppia ducale, Matteo Cesare Giuseppe Maria Gaetano Baldassarre Melchiorre Gaspare D’Aquino nasce a Casarano il 18 aprile 1721 da Giacinto, IV duca di Casarano e nobile di Taranto (1682 – 1730) e dalla gentildonna leccese Giulia Belli (1686 – 1768), figlia di Don Cesare, già sindaco di quella città1. I suoi genitori hanno contratto matrimonio il 2 gennaio 1712, nell’abitazione della sposa, in forma privata e senza benedizione nuziale a causa dell’Interdetto che Mons. Fabrizio Pignatelli, Vescovo di Lecce, aveva comminato alla città e alla diocesi nel 17112. Al fonte battesimale, nella Matrice di Casarano, funge da padrino dell’infante, il nobile Don Cesare Carafa (1682 –1733), suo zio acquisito di parte materna3, mentre gli amministra il rito del battesimo il Rev.do Don Giovanni Donato Caballone (o Gaballone) di San Cesario di Lecce.

Stralcio del Registro dei Battezzati dell’anno 1721 della Collegiata di Casarano in cui si riporta il battesimo di Matteo D’Aquino

 

La carriera clericale di Matteo inizia fin troppo presto. Il 2 marzo 1734, all’indomani della rinuncia di Don Giuseppe Filo della Torre4 a cappellano dei vari benefici ecclesiastici riservati ai D’Aquino5, la duchessa Giulia Belli, madre del giovane Matteo, raggiunge Nardò per proporre al Vescovo diocesano Mons. Antonio Sanfelice il figlio tredicenne quale nuovo cappellano, non potendo indicare il rampollo maggiore, Giacomo (1718 – 1788), poiché investito del titolo feudale a seguito del decesso del padre Giacinto.

All’uopo sono recepite le testimonianze dei casaranesi Domenico Tancredi e Ippazio Palma, nel processetto ecclesiastico tenutosi il 6 settembre 1734, i quali dichiarano che il giovane Matteo è idoneo ad essere insignito dei benefici per tre motivi; primo: in quanto già chierico avendo ricevuta la Tonsura6; secondo: perché pronipote della trisàvola Donna Giuditta Gambardella (o Camardella) […1679] fondatrice di uno dei benefici, quello intitolato alla Madonna della Campana; terzo: nonostante la giovanissima età, è già in grado di recitare il divino Ufficio. Malgrado le ottime referenze, la nomina giace inevasa presso la Curia di Nardò, in attesa della necessaria dispensa pontificia, poiché il candidato è ancora minorenne e non ha completato il percorso per il conseguimento degli Ordini maggiori7.

La bolla di dispensa di Clemente XII, redatta in Santa Maria Maggiore il 13 marzo 1734, non tarda ad arrivare e definisce quanto il giovane Matteo sia degno della nomina al diritto patronale, presagendo che egli sarà, in futuro, un buon sacerdote, virtuoso e moralmente retto8.

Bolla di Clemente XII

 

Espletato il processetto per la verifica dei requisiti, la Curia neritina emana il decreto di nomina a cappellano abate, beneficiario degli jus patronatus, con la clausola che, una volta raggiunta l’età conveniente, il Nostro dovrà ricevere gli Ordini maggiori9.

L’ascesa al sacerdozio si completa intorno al 1741 quando, appena ventenne, il chierico Matteo viene ordinato presbitero, con largo anticipo rispetto ai termini fissati dai cànoni del Concilio tridentino.

All’epoca dell’ordinazione di don Matteo, la famiglia ducale dei D’Aquino naviga in cattive acque a causa dei debiti accumulati e della stagnazione dei propri commerci. La presenza di un sacerdote in famiglia, soprattutto nel contesto culturale del Regno di Napoli, è reputata una sorta di riscatto sociale, morale ed economico.

Don Matteo non tradisce questa prospettiva della sua famiglia, essendo capace di conciliare nella sua persona il carisma pastorale con le doti di oculato amministratore dei propri interessi patrimoniali.

Palazzo D’Aquino nel centro antico di Casarano

 

All’indomani dell’ordinazione sacerdotale, don Matteo viene insignito del prestigioso titolo di Arcidiacono, dignità capitolare che rappresenta, a quei tempi, la seconda carica del Capitolo ad instar collegiato di Casarano, subito dopo quella dell’Arciprete. Tuttavia, appena sei anni più tardi, intorno al 1747, egli rinuncia a tale ufficio. Gli succede nell’incarico il cugino Don Antonio D’Aquino, sacerdote dal 1742 e figlio dello zio Nicola e di Anna Maria Gioffreda.

Sono questi gli anni in cui don Matteo viene aggregato nell’antica Confraternita dell’Immacolata10, sodalizio laicale che accoglie i notabili ed ecclesiastici della cittadina casaranese. In questo contesto è attestata, nel 1751, la sua carica di prefetto (corrispondente all’attuale priore) come riportato nell’epigrafe dedicatoria posta nella Chiesa dell’Immacolata:

D.O.M.

TEMPLUM HOCCE

DEIPARÆ VIRGINI

PROTOPLASTORUM LABE IMMUNI

DICATUM

QUOD NE ARCTU PIO SODALIUM CONCURSU

FORET

MATTÆUS DE AQUINO PRÆFECTUS

EX CASARANENSIUM DYNA…

NON MINUS GENERE QUAM PIETATE

ACCRITUS PROPRIO SODALI

AC SODALITATIS ÆRE

AMPLIANDUM ET EXORNANDUM

CURAVIT

REPARATÆ SALUTIS ANNO MDCCLI

 

Traduzione: A Dio Ottimo e Massimo. Questo tempio, dedicato alla Madre di Dio, immune dal peccato dei progenitori, affinché non risultasse angusto per la devota affluenza dei confratelli, il prefetto Matteo D’Aquino dei Signori di Casarano, spinto dalla sua pietà, non meno che dalla sua nobiltà, con denaro proprio, dei confratelli e della confraternita, fece ampliare ed abbellire nell’anno della redenzione 1751.

 

Epigrafe dedicatoria nella chiesa dell’Immacolata

 

Don Matteo assurge al ruolo di protagonista principale della ricostruzione della chiesa dell’Immacolata11 assumendosi una parte considerevole delle spese necessarie alla riedificazione e legando il proprio nome ad uno dei principali luoghi di culto cittadini. Ma l’azione di Don Matteo non si esaurisce nella munificenza. Desideroso di lasciare una traccia visibile e inequivocabile del proprio intervento, egli dispone che l’epigrafe dedicatoria sia sormontata da un blasone del tutto differente da quello della sua casata.

Lo stemma mantiene la corona ducale, il che sottolinea l’appartenenza al rango nobiliare, ma si presenta quadripartito, con quattro stelle a cinque punte poste in ciascun partito: un’iconografia inedita rispetto all’arme tradizionale dei D’Aquino di Casarano12.

La scelta araldica appare tutt’altro che casuale. Alla morte del padre Giacinto, costretto in vita a vendere il feudo di Casarano e Casaranello, il titolo ducale, ultimo brandello dell’antico prestigio della casata, passa al primogenito maschio Giacomo escludendo, così, Don Matteo dalla successione diretta per via del suo stato clericale. A tal riguardo, l’adozione di un’arma distinta può essere letta come uno stratagemma identitario: un segno che distingue con chiarezza la persona del prefetto-priore dai suoi consanguinei.

L’arma dei D’Aquino e l’arma personale dell’abate Matteo D’Aquino

 

L’altare maggiore nella chiesa della Madonna della Campana. Sulla sommità sinistra lo stemma dei D’Aquino

 

Nel 1752, anno in cui si aggravano ristrettezze economiche e incerte prospettive di carriera, Don Matteo matura la decisione che avrebbe segnato una svolta decisiva nella sua vita. Abbandonata la ristretta patria, intraprende il viaggio verso Vienna assumendo l’incarico di segretario del marchese Nicola De Majo (1697 – 1774), suo cugino e ministro plenipotenziario di Re Carlo III di Borbone presso la Corte Asburgica13.

Si apre, così, una nuova fase della sua esistenza sotto il segno del servizio diplomatico che gli conferisce un affinamento intellettuale. L’incarico di collaboratore del cugino diplomatico lo colloca, infatti, in un ambiente culturale di altissimo livello, dove lo scambio epistolare, oltre a strumento di lavoro, si pone come principale mezzo di relazione con il vasto mondo letterale. Al riguardo, Don Matteo intrattiene corrispondenza con alcune tra le più eminenti figure della cultura italiana ed europea del tempo. Tra queste spicca il celebre poeta ed anch’egli abate, Pietro Trapassi (1698 – 1782) detto il Metastasio, allora stabilmente attivo nella corte imperiale austriaca, il quale menziona il Nostro in diverse lettere, segno di un rapporto epistolare piuttosto intenso.

La permanenza del D’Aquino a Vienna, attestata complessivamente per circa un decennio — tanto quanto dura il mandato diplomatico del marchese De Majo — termina nel 1761, quando quest’ultimo viene sostituito dal duca Antonino Montaperto di Santa Elisabetta (1710 – 1782). Egli, però, tenta di ritardare la partenza dalla capitale austriaca adducendo a non meglio specificate indisposizioni come scrive in una supplica datata 12 settembre dello stesso anno14. Il motivo della sua richiesta di trattenersi a Vienna, forse, è da trovarsi nel tentativo, poi riuscito, di combinare il matrimonio fra suo fratello germano Giacomo, con la ricca donna Johanna Josepha Von Mitrowsky, rimasta vedova del conte Giovanni Alberto Antonio von Althann nel 176115. Egli lascia definitivamente la Corte asburgica nel 1762, ricco di una formazione culturale che gli permette di allinearsi alle correnti di pensiero più avanzate che circolano nell’Europa del tempo, vicine agli ideali libertari e Carbonari che vanno lentamente diffondendosi.

Non sorprende, pertanto, che, una volta rientrato nella sua terra d’origine, egli trovi naturale inserirsi in logge e cenacoli letterari, luoghi privilegiati di confronto culturale e politico. il D’Aquino continua a coltivare con grande intensità gli interessi letterari e filosofici che hanno caratterizzato la sua formazione. È presenza stabile in diversi cenacoli culturali del Salento.

Tra le appartenenze più significative si segnala quella all’Accademia degli Spioni di Lecce, sodalizio erudito noto per la vivacità delle sue discussioni e per il ruolo svolto nella diffusione delle nuove correnti culturali illuministiche nel contesto salentino. A ciò si aggiunge la sua adesione alla prestigiosa Accademia dell’Arcadia, all’interno della quale Don Matteo risulta affiliato alla Colonia “Sebezia” dei Pastori arcadi di Napoli, uno dei più importanti centri di pensiero del Mezzogiorno nel quale ecclesiastici e letterati sono accomunati dal gusto per la riforma della lingua e della letteratura.

Ex Libris della Colonna Sebezia degli Arcadi

 

Con l’amico e “fratello”, Giovanni Presta, medico e agronomo di Gallipoli, il D’Aquino approfondisce gli studi per la coltura degli ulivi e la produzione dell’olio diventando uno stimato “georgofilo”16.

Queste sue doti intellettuali lo portano a vaticinarlo addirittura arcivescovo per la sede di Amalfi. A darne autorevole testimonianza è Ferdinando Venturi, duca di Minervino, in una lettera del luglio 1758 indirizzata al duca di Poggiardo, nella quale precisa, tra l’altro, come la rendita annua della diocesi ammonti a circa 3000 ducati17.

Don Matteo non giungerà mai a reggere quella Chiesa; tuttavia, la sola previsione basterà a proiettarlo tra le figure più dibattute del suo tempo18.

Particolarmente significativa, in tal senso, è l’iniziativa da lui promossa nella sua proprietà rurale denominata le “Càmmire”, situata alla periferia di Casarano.

Il casino rurale detto “Le Cammire”

 

Qui il D’Aquino fa ristrutturare a proprie spese la tenuta, trasformandola non soltanto in luogo di villeggiatura e studio, ma anche in sede di un cenacolo letterario di evidente matrice “loggistica”. A suggello di tale orientamento, sulla facciata rossa dell’edificio vengono collocati i simboli del compasso e della squadra insieme a tre spuntoni con altrettante sfere, simboleggianti la Saggezza, la Forza e la Bellezza ed un medaglione con una M al centro, emblemi universalmente riconosciuti della iconografia massonica. Il tutto sormontato da un’epigrafe:

POMARIUM HOC

AB IMPIA RECTORUM OSCITANTIA

PAENE DELETUM

MATTHAEUS DE AQUINO

E CASARANENSIUM DYNASTIS

RESTAURAVIT

ET IN NITIDIOREM FORMAM

REDEGIT MDCCLXXXIX

 

Traduzione:Questo frutteto, quasi distrutto dall’empia indolenza dei suoi amministratori, Matteo d’Aquino dei feudatari di Casarano restaurò e riportò in decoroso aspetto nel 1789.

 

La presenza di tali segni, lungi dall’essere puramente ornamentale, allude con ogni probabilità alla volontà di rendere manifesta la sua adesione ad un pensiero culturale ispirato ai valori della fratellanza, della conoscenza e del perfezionamento morale dell’uomo. Nel cenacolo-loggia “Càmmire” sono affiliati il compaesano Francesco Antonio Astore (1742 – 1799), martire della Repubblica Partenopea, i gallipolitani Domenico e Filippo Maria Briganti, lo scienziato martanese Cosimo Moschettini, Giuseppe Palmieri, marchese ed economista di Martignano, ed il suo fedele amico Giovanni Presta.

Negli ultimi anni della sua esistenza Don Matteo D’Aquino vive ramingo tra i luoghi che gli sono più intimi: Casarano, sua città natale, lo vede alternarsi tra il palazzo ducale e la residenza estiva delle “Càmmire”, mentre Taranto, la città dei due Mari, lo ospita sporadicamente in un palazzo del borgo antico, dimora di un ramo della sua famiglia19.

Si spegne a Casarano il 5 ottobre 1791, all’età di 70 anni, lasciando un segno tangibile non solo nella vita religiosa della comunità, ma anche nella storia del suo casato.

Tra le ultime testimonianze della sua attività pastorale rimane annotata nei registri parrocchiali la celebrazione in suo palatio ducali del battesimo del nipote Antonio, figlio del fratello Emanuele (1717 – 1794) e di Lorita Doristella Messanelli dei Normanni (1758 – 1842): un gesto che suggella simbolicamente il legame profondo tra la sua vocazione sacerdotale e gli affetti più intimi, fino agli ultimi giorni della sua vita.

 

PRODUZIONE LETTERARIA ED EPISTOLARE

Meno esplorata, praticamente ignota sino ad oggi, è la produzione di sonetti e lettere del nostro protagonista che apre prospettive nuove e inattese sulla sua biografia. In realtà, da questa ricerca, sono emersi pochissimi documenti, nonostante ciò essi rivelano la personalità disinvolta, spontanea e spigliata di Don Matteo. Sono suoi, i due sonetti ritrovati nella raccolta di Componimenti in loda di S. Maestà l’invittissimo Carlo Borbone re delle due Sicilie del 1745.

 

SONETTO

Cigni sonori, del paterno Idume,

Voi, che cantate su le sponde amene,

Sagrate il canto al terren Giove, a un Nume,

nell’onda vieppiù chiara d’Ippocrene.

 

Mentr’ergete da Terra immortai piume

Alternino al concento le Camene;

Uscendo fuor dal piccol’imo Fiume,

Non vi sgomenti ‘l grande Subbietto, e affrene.

 

Tessete serto, non di Gemme, ed Auro,

Ben sicuro di Lete al tetr’obblio,

Sol di vivace sempiterno Lauro.

 

Sia l’Eroe, che v’addita il canto mio,

Il conto appieno fin dall’Indo, al Mauro,

Il glorioso Carlo, il Grande, il Pio. 20

 

Il componimento di carattere elogiativo verso il monarca Carlo III è formato da quattordici versi in stile arcadico. Sono presenti alcune metafore come i “cigni sonori”, identificati nei poeti, invitati a celebrare il personaggio. Altra figura retorica è l’antitesi con la citazione di  “Lete,” il fiume dell’oblìo e il “lauro”, l’alloro, simbolo di eternità e di memoria eterna. Quindi, l’autore si augura che il personaggio celebrato nell’ode non venga dimenticato, anzi egli spera che i versi lo sottraggano dalla dimenticanza.

Pagina 54 della Raccolta dei componimenti

 

SONETTO XII

Per tutto dove il Sol gira e circonda

S’ode il suon de’ tuoi fatti incliti e rari

E per le spiaggie più rimote, e mari

Suona il gran Nome insiem col suon dell’onda.

 

La Fama anch’essa al tuo Valor seconda

Ti divolga tra Regi illustri e chiari,

E fa che da tue geste ogn’altro impari,

Come a’ gran fatti un premio ugual risponda.

 

Il Cielo anch’esso l’alte eteree spere

Vuol che sien di tua gloria ultimi segni,

Ove riceva eterne lodi e vere.

 

Dopo i celesti applausi eccelsi e degni,

Ancor quaggiù, per far sue lodi intere,

“S’odan Carlo suonar Provincie, e Regni” 21

 

Il sonetto celebra un ideale di eroe perfetto, in cui valore politico, fama pubblica, riconoscimento divino coincidono perfettamente. La gloria del personaggio si diffonde in primis sulla terra, dove le sue gesta sono riconosciute universalmente, in seguito avviene la consacrazione eterna in cielo tra “…l’alte eteree spere…”; avverrà, poi, il ritorno sulla terra quando il nome del celebrato resterà immortale.

 

Pagina 70 della Raccolta dei componimenti

 

 

CORRISPONDENZE

1) Stralcio della lettera del 14 luglio 1769 spedita da Taranto ed indirizzata al duca di Poggiardo Francescantonio Guarini: “…da queste maremme [contrade marittime] non ho che notiziarvi: viviamo felici, mangiamo bene e viviamo meglio, senza temere le compagnie de’ Spiriti Ribelli…; [riferito al cugino Giambattista Guarini, vorrebbe che]… si spogliasse del rancidume della Vecchia Filosofia, nata ne’ secoli dell’ignoranza, e che facesse uso della ragione, dono grazioso di Dio, che così trovarà la verità…”

2) Stralcio della lettera del 10 agosto 1770 spedita da Taranto ed indirizzata alla cugina Raimondina Belli, moglie di Francescantonio Guarini: “…E viva la mia cara Cugina, figlia vera del glorioso San Benedetto, padre d’infiniti figli! Cappari! Ogni anno un bambino! E chi più di voi benemeriti alla Repubblica? No, che non darete conto a Dio di tempo perduto. Effetti d’orazione, effetti di penitenza…”22

 

Note

  1. Secondo l’ “Archivio storico italiano” di G.P. Vieusseux (tomo III – 1879, pag. 289), Cesare Belli fu sindaco di Lecce nel 1701, nel periodo in cui s’iniziò la ricostruzione di Porta Rudiae, per iniziativa del nobile leccese Prospero Lubelli, genero del sindaco, sulle rovine di un’altra porta medioevale, crollata verso la fine del XVII secolo.
  2. L’11 novembre 1711, prima di essere espulso, il vescovo Fabrizio Pignatelli lanciò l’interdetto alla città di Lecce e a tutta la diocesi, a causa dell’insulto arrecato alla libertà e giurisdizione ecclesiastiche e del grave oltraggio inflitto alla dignità vescovile con lo sfratto dalla città e da tutto il Regno di Napoli. L’interdetto, secondo il Codice di diritto canonico, impedisce a chi lo riceve (individuo o luogo) di celebrare o ricevere sacramenti e/o sacramentali. Per quanto riguarda Lecce, esso fu provocato da un acceso contrasto fra autorità religiosa e civile derivato da una dura posizione della Municipalità di Lecce che attribuiva l’indebitamento delle casse comunali all’abuso dei privilegi goduti dagli ecclesiastici. Ne scaturì il sequestro delle rendite vescovili e l’obbligo per il presule di lasciare la diocesi. L’interdetto durò fino al 1719.
  3. Cesare Carafa della Stadera, patrizio napoletano, aveva sposato il 10-02-1728 a Lecce, Cherubina Belli, sorella della mamma del piccolo Matteo, Giulia.
  4. Nativo di Altamura, fu protonotario apostolico e arcidiacono in quella città. Fra le famiglie D’Aquino e Filo della Torre intercorreva un legame di parentela, infatti la sorella maggiore di Don Matteo, donna Giulia (*1715 – +?) sposò, nel 1731 a Casarano, don Bisanzio Filo della Torre, conte di Altamura e Torre Santa Susanna, fratello di Don Giuseppe.
  5. I benefici in vigore alla nomina di Don Matteo erano: 1) della Madonna della Campana di spettanza ai feudatari “pro tempore”; 2) della Madonna della Campana fondato da donna Giulia Gambardella; 3) ducale di San Salvatore, San Nicola, San Sebastiano, Santa Maria di Casaranello.
  6. La Tonsura era un antico rito della Chiesa Cattolica consistente nel taglio di cinque ciocche di capelli. Simboleggiava l’ingresso nello stato clericale. Fu abolita a partire dal 1973.
  7. La sessione XXIII del Concilio di Trento (15 luglio 1563) stabilì precise norme riguardanti le età minime per accedere agli ordini maggiori: 22 anni compiuti per il suddiaconato, 23 anni compiuti per il diaconato e 25 anni compiuti per il presbiterato.
  8. L’estratto della bolla papale dice testualmente:”…indicia ex quibus prout fide dignorum testimoniis accepimus verisimiliter concipietur quod succedentibus sibi annis se in virum debear producere virtuosum…” [traduzione: da queste indicazioni, come abbiamo appreso dalle testimonianze di persone fidate, si può probabilmente dedurre che negli anni a venire egli [Matteo] si trasformerà in un uomo virtuoso].
  9. Con tale titolo, un tempo, si designavano quei chierici che, pur non appartenendo ad alcun ordine monastico né vivendo secondo la regola di una comunità religiosa, erano investiti di un titolo abbaziale come beneficio ecclesiastico. Tali benefici avevano, spesso, origine da antiche fondazioni monastiche che, con il declino o la soppressione delle relative comunità, venivano trasferiti ad altre chiese o conferiti come titoli beneficiari a membri del clero secolare o addirittura a laici. Nel caso del Nostro, è verosimile che il conferimento del titolo abbaziale sia connesso ai numerosi benefici di ius patronatus che egli ricevette in giovane età. Non è da escludere che tale dignità sia pure legata all’antica comunità abbaziale di Santa Maria dell’Idria, ormai estinta da secoli, la cui sede era l’antica chiesa romanica di Santa Maria della Croce, sede di beneficio.
  10. La confraternita fu fondata nel 1619, precisamente il 9 aprile con rescritto di Mons. Girolamo De Franchis, vescovo di Nardò.
  11. La Chiesa dell’Immacolata fu ricostruita sulle fondamenta di un antico tempio cinquecentesco intitolato all’Annunciazione di Maria (la Nunciata vecchia).
  12. L’arme dei D’Aquino (ramo di Caramanico) è così descritta: ”inquartato: nel 1º e 4º d’oro a tre bande di rosso; nel 2º e 3º troncato d’argento e di rosso al leone rampante dell’uno nell’altro”.
  13. Cfr: Ruggiero di Castiglione, La Massoneria nelle Due Sicilie e i «Fratelli» meridionali del ‘700, vol. IV, Gangemi Editore, Roma, 2014, pag. 435.
  14. Bernardo Tanucci (1698 – 1783), giurista e politico italiano, uomo di fiducia del re di Napoli, Carlo di Borbone, nel suo “Epistolario” accenna a queste indisposizioni che impedivano a Don Matteo di rientrare a Casarano.
  15. Tanucci scrive che il “prete D’Aquino” era rimasto a Vienna per aver combinato un matrimonio “… con una dama di casa Althan vedova di tre mariti e provista di una buona dote … per suo fratello duca…”.
  16. Il termine georgòfilo deriva dal greco γεωργός (georgios) «agricoltore» e φίλος (filos) «amico»: persona che s’interessa all’agricoltura.
  17. La somma corrisponde a circa € 50.000 odierne.
  18. Non mancano i detrattori: c’è chi lo rimprovera, durante il periodo austriaco, di aver servito non il proprio sovrano, Carlo III di Borbone, bensì “altra corte”, ottenendo, comunque, in cambio cospicui benefici del Regno delle Due Sicilie (Bernardo Tanucci, Epistolario). Particolarmente severo si mostra Nicola Belli, suo parente, che in una sua missiva giunge a biasimare «la luciferina perfidia», accusando Don Matteo di aver «goduto sempre di metter scisme fra suoi». Lo stesso Belli muterà in seguito il proprio giudizio, riconoscendo che, dopo l’abbandono dei nipoti Guarini, l’unico a restargli accanto con fedeltà sarà proprio il nipote abate. (cfr: Lorenzo Palumbo, Giuseppe Poli, “Centro e periferia in Terra d’Otranto tra XVI e XVIII secolo, nobili, notabili e vassalli a Lecce e nel basso Salento”, Edizioni Cacucci, Bari, 2001). Ringrazio l’amico e ricercatore Rocco Severino De Micheli per avermi messo a disposizione il libro testè citato.
  19. Il palazzo D’Aquino è ubicato in Pendio la Riccia, nella città vecchia di Taranto.
  20. Trascrizione moderna: O cigni del fiume di Lecce, voi che cantate sulle tranquille rive, dedicate il vostro canto ad un uomo al pari del divino, nell’acqua sempre più pura che sgorga dalla sorgente di Ippocrene. Mentre sollevate da terra le vostre ali immortali, le Muse Camene accompagnino il vostro canto; uscendo dal piccolo e umile fiume, non vi spaventi la grandezza del soggetto, né vi trattenga. Intrecciate una corona, non di gemme né d’oro, lontano dall’oscuro fiume dell’oblio, Lete, ma soltanto di alloro eterno e sempreverde. Sia l’eroe, celebrato dal mio canto, famoso ovunque, dall’India fino alla Mauritania, il glorioso Carlo, il Grande, il Pio.
  21. Trascrizione moderna: Ovunque in cui il sole sorge e risplende si sente parlare delle tue imprese nobili e straordinarie; anche sulle coste più lontane e nei mari remoti risuona il tuo grande nome insieme al rumore delle onde. La fama associata al tuo valore ti colloca tra i sovrani illustri e celebri e fa sì che chiunque impari dalle tue gesta come alle grandi azioni corrisponda un giusto premio. Anche il cielo, nelle sue alte sfere, vuole che esse siano il segno supremo della tua gloria, dove riceverai lodi eterne e sincere. E dopo gli eccelsi e meritati applausi celesti, anche qui sulla terra, affinché la tua lode sia completa, si oda il nome di Carlo risuonare tra province e regni.
  22. Raimondina Belli è chiamata “cugina” da Don Matteo in quanto figlia di Pietro, fratello di Cesare, quest’ultimo, nonno materno del Nostro. Quindi, fra Raimondina e Giulia, la mamma di Don Matteo, incorreva il legame di cuginanza. La coppia Guarini-Belli ebbe dodici figli. Per l’argomento sulle corrispondenze di Don Matteo, cfr: Lorenzo Palumbo, Giuseppe Poli, “Centro e periferia in Terra d’Otranto tra XVI e XVIII secolo, nobili, notabili e vassalli a Lecce e nel basso Salento”, Edizioni Cacucci, Bari, 2001.

   

BIBLIOGRAFIA

Antonio Chetry, SPIGOLATURE CASARANESI, Grafiche Laterza, Bari, 1978, Quaderni III e IV.

Ruggiero di Castiglione, LA MASSONERIA NELLE DUE SICILIE E I «FRATELLI» MERIDIONALI DEL ‘700, Vol. IV, Gangemi Editore, Roma, 2014.

Lorenzo Palumbo – Giuseppe Poli, CENTRO E PERIFERIA IN TERRA D’OTRANTO TRA XVI E XVIII SECOLO, NOBILI, NOTABILI E VASSALLI A LECCE E NEL BASSO SALENTO, Edizioni Cacucci, Bari, 2001.

Luca Beltrami – Matteo Navone – Duccio Tongiorgi (a cura di), INCROCI EUROPEI NELL’EPISTOLARIO DI METASTASIO, Edizioni Univesitarie di Lettere Economia Diritto, Milano, 2020.

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