Dialetti salentini: “tròccula” e “trènula”, due voci pasquali tra folclore religioso e residua nostalgia infantile

di Armando Polito

Folclore e nostalgia vivono del ricordo del passato, con un coinvolgimento pubblico, collettivo per la prima, privato e individuale per la seconda. Pur essendo di durata diversa la loro longevità (un ricordo personale personale può forse competere in intensità ma non in durata con una tradizione che, per definizione, è passata attraverso svariate generazioni. Anche il folclore, però, compreso quello religioso, deve fare i conti conti con i cambiamenti che il trascorrere del tempo esercita sui nostri valori e il conto è salato quando l’apparire ha messo con le spalle al muro l’essere e le sostanze, da ottenere con qualsiasi mezzo, hanno spazzato la sostanza, risparmiando, anzi fecondando solo quella dagli effetti stupefacenti … …

Per entrare in argomento, quale imprenditore immaginate possa essere disposto, in un mondo siffatto, ad investire sulla produzione di trènule destinate ad una categoria di consumatori sempre più avidi, non per colpa loro, di ludiche novità tecnologiche? Meglio soddisfare la pancia, magari con una confezione baloccante di un pandoro da lanciare, insieme con una svolazzante colomba e un turgido panettone, sul famelico mercato, natalizio o pasquale che sia, il tutto condito di mielose iniziative che rivelano nel tempo una filantropia non a vantaggio del prossimo ma del proprio tornaconto … corrente, alimentando, oltretutto, un’ignoranza da tempo obesa1. Resiste  ancora, ma probabilmente ormai orfana del suo valore evocativamente sentimentale, la tròccula.

La cosa strana è che uno come me, nemico acerrimo di ogni forma di potere, compreso quello di qualsiasi religione, basato sulla paura della morte e su una, per me favolistica  consolazione, anziché esultare per la traballante tròccula, manifesta il suo rammarico.

A scanso di equivoci dico subito che esso è ispirato dalla constatazione di valori, come la fede e la ragione, che al di là della contrapposizione millenaria, anche al loro interno tra opposte fazioni, prevaricati da un formalismo che, privato o pubblico, si prostituisce fino a diventare un ipocrita esibizionismo. Proprio perché credo, e usando questro verbo non cado in contraddizione, in Cristo uomo, ho approfittato (ah, maledetto profitto! …) pure io della Pasqiua, ma solo per rendere un umile omaggio alla memoria, per qualcuno già farneticamente dissacrante, il solo del quale, in modo molto imperfetto, sono, forse, capace. A beneficio di qualche curioso e “infelice” giovane destinato alla disperazione in un mondo senza futuro, mi pare doveroso parlare concretamente della tròccula e della trènula, prima di tornare all’astratto.

La tròccula è uno strumento liturgico, per così dire musicale portatile a percussione, usato, a differenza dell’organo, solo nelle processioni del venerdì santo e costituito da una tavoletta di legno con manico e martelletti metallici o lignei che, sbattendo per il movimento rotatorio impresso, generano un rumore secco e ritmico evocante quello del martello sui chiodi della crocifissione, in sostituzione del provvisoriamente interdetto suono delle campane. Non è difficile immaginare il suo effetto suggestivo su chi in una piazza o ai bordi di una via assiste, in un silenzio oggi quasi mai assoluto, al passaggio della processione.

La trènula era (che tristezza, da pochi comprensibile, in questo mio imperfetto!) un giocattolo costituito  da una ruota dentata montata su un pezzo di legno fungente da manico, intorno al quale è fissato un telaio con una lamina; agitando il manico, la lamina striscia contro i denti della ruota, producendo un suono simile al gracidare delle raganelle.

Una testimonianza di questa sorta di slittamento dalla compostezza e solennità del sacro della tròccula alla chiassosa festosità del profano è in Giuseppe Pitrè, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Giuochi fanciulleschi siciliani, Luigi Pedone Lauriel, Palermo, 1883, v.  XIII, pp. 417-418.

Le riproduco integralmente anche per le citazioni che contengono, pure nella consapevolezza che in quasi un secolo e mezzo molto può essere cambiato, se non obsoleto e pronto per l’oblio.

 

L’apparente confusione tra troccula e trènula, emergente da testo appena riportato, è parallela
all’incertezza che aleggia intorno all’etimo delle due parole. Di seguito due lemma come risultano trattati dal Rohlfs nel suo vocabolario.

 

La voce per il Rohlfs avrebbe origine greca e sarebbe frutto di un incrocio tra κρόταλον (leggi cròtalon), che era uno strumento simile alle nacchere e τροχίλος (leggi trochìlos), che designa lo scricciolo, non la carrucola che in greco è τροχιλία (leggi trochilìa). L’imprecisione non è rilevante, perché è chiara la parentela tra le due voci (il verso dello scricciolo è molto simile al rumore che fa la carrucola, soprattutto quando non è ben lubrificata). Forse l’imprecisione è una forzatura indotta dalla necessità di giustificare in tròccula il passaggio fonetico a troc– dell’originario κρότ- (leggi crot-) di κρόταλον. Quello che potrebbe sembrare il processo di uno sconosciuto in tutti i campi alle intenzioni di un luminare nel suo trova la sua ragion d’essere nella esigenza di giustificare il genere femminile di tròccula rispetto a quello neutro di  κρόταλον e a quello maschile di τροχίλος, come mostra il rinvio a tròzzula, voce della quale, priuna diu passare a trènula, riproduco la relativa scheda con tre lemmi dallo stesso etimo.

 

 

Non si tratta di tre omofoni, cioè di parole aventi in comune non l’etimo, neppure per combinazione il significato, ma le sole componenti fonetiche. I rinvii incrociati mettono in campo trozza, da cui gli altri sono derivati, lasciando escluso, inspiegabilmente, tròzzula3.

 

Dopo aver corretto τροχaλία (leggi trochalìa). che non esiste, nel prima ricordato τροχιλία (leggi trochilìa), tute e voci greche messe in campo, compresa la nuova τροχιά (leggi trochià) si collegano al concetto della ruota e non a caso hanno la stessa radice del verbo τρέχω (leggi trecho), che significa muoversi velocemente. E di trozza (giunto per sineddoche al significato di pozzo partendo da quello di carrucola) è diminutivo  trozzella, nome del tipico vaso messapico caratterizzato dalle inconfondibili rotelle delle sue  anse.

Quanto al latino volgare *trochia va notato che è  voce ricostruita,  a differenza di un trochlea designante la ruota della tortura e di un trocla, designante la ruota del tessitore, entrambi registrati nel glossario del Du Cange. Da ricordare pure, per il latino classico, trochus, designante un cerchio usato per giocare e trŏchaeus, nome che in metrica ha un piede ormato da una sillaba luna ed una breve, dunque con ritmo velocemente discendente.

Per completare il quadro e non lasciare in ombra la ricchezza metaforica del dialetto, ricordo espressioni del tipo mi pari ‘nna trozzula (mi sembri una macina), rivolto all’indirizzo di chi mastica rapidamente e rumorosamente, il verbo ‘ntruzzulare (camminare speditamente) e struzzulare (borbottare).

Anche per trènula comincio dal Rohlfs.

 

 

Come si vede, solo il primo trènula ha attinenza con il giocattolo pasquale ed è proposta un’origine onomatopeica, la quale (troc-troc-), scavalcando il greco, potrebbe essere invocata, con tecnica di formazione simile, anche per tròccula, una proposta di più di due secoli fa.2

Il greco θρῆνος (leggi threnos), che significa lamento, canto funebre,  è messo invece in campo da Giuseppe Presicce (Dizionario di dialetto e civiltà salentina, Il mio libro. Self publishing) e da E. Ciarfera – M. Mennonna (Congedo, Galatina, 2020), ma mi pare poco probabile la fusione tra una voce greca e un suffisso proprio del latino.

Come tròzzula, variante di troccula, anche per trènula è previsto l’uso metaforico in espressioni del tipo quandu parli mi pari ‘nna trènula all’indirizzo di persona che parla in continuazione e rapidamente.

Per l’altro trènula basta e avanza la scheda relativa a trèmula, al quale si rinviava.

_________
1 Pandoro al singolare. E al plurale? Certe domande! Pandori, naturalmente! Se nel campo del diritto in assenza della legge vale l’uso e il costume, in quello della linguistica l’abuso dell’uso in presenza di regole registra lo sbracamento della lingua. Se il plurale delle parole composte può suscitare qualche dubbio, pandoro è una di quelle che per scioglierli non ci sarebbe stato bisogno di ragionamenti più o meno complicati. Sarà casuale, ma pandori ha un fratello in pomodori, entrambi appartenenti alla sfera alimentare e qualche linguista buontempone potrebbe avanzare l’ipotesi che i due plurali siano stati inventati da uno col cervello obnubilato dai morsi della fame, anche se il pandoro non è certo un cibo da carestia. Pomodoro nasce da pomo d’oro, ma c’è voluto probabilmente poco tempo per rovinare la poesia della metafora, dimenticando che pomo al plurale diventa giustamente pomi, ma il complemento di materia (d’oro), per quanto figurato (è riferito al colore di alcune varietà ed a quello delle altre prima della maturazione) non diventa d’ori, altrimenti anello d’oro al plurale sarebbe stato anelli d’ori. La troppo sbrigativa eliminazione dello spazio tra il sostantivo e il complemento di materia prima nella pronunzia, poi nella grafia, cosa non avvenuta per anello d’oro e simili, ha propiziato la vittoria di pomodori su pomi d’oro (primo nome dell’ortaggio fin dal tempo della sua importazione (metà del XVI secolo; prima la locuzione designavano i mitologici frutti del giardino delle Esperidi custoditi dal drago Ladone).

Siccome, poi, al peggio non c’è mai fine, è meglio abbondare che difettare, ecco il pomidori del XIX secolo, parzialmente corretto dal corrente pomodori, che, ignorando la storia oltre che la grammatica, di quest’ultima meccanicamente applica la regola generale per cui, per formare il plurale di un nome maschile uscente in o, basta sostituire o con i. Attendetevi fra poco la correzione di uomini in uomi che è pure più breve ad esser detto, letto e scritto, ammesso che si sia ancora in grado di compiere le due ultime azioni …
Non bastando pomodori, bisognava creare pandori, sfruttando la capacità che l’analogia ha di soddisfare quell’ormai inconscia voglia di emulazione negativa imperante in ogni settore: pan d’oro>pandoro>pandori.
2 Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, Reale stamperia, Palermo, 1795

 

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