Ancora su Gallipoli nel Thesaurus philo-politicus di Daniel Meisner

di Franco Cavallone

A distanza di dieci anni dalla pubblicazione su questo sito del breve ma notevole contributo di Armando Polito sulla veduta di Gallipoli nel Thesaurus Philo-politicus di Daniel Meisner[1], succede di dover tornare sull’argomento a motivo di un saggio, a firma di Francesca Cannella[2], docente di Musicologia e Storia della Musica all’Università del Salento, che fornisce una sua personale interpretazione dell’emblema della città salentina e dell’opera da cui la stessa è tratta. Il saggio si trova negli Atti nel Convegno di studi[3] organizzato dal suo Ateneo a cinquecento anni dall’affissione delle 95 tesi di Martin Lutero sul portone della Chiesa d’Ognissanti del castello di Wittenberg,

nell’intento di esplorare in una zona periferica del Mediterraneo, nella provincia di Terra d’Otranto, collocata ai confini orientali dell’impero spagnolo, i canali di penetrazione della religione riformata e se quest’ultima, a partire da quella luterana, abbia trovato attenzione e accoglienza da parte di gruppi interessati a rompere l’ortodossia cattolica e a sperimentare forme nuove di devotio moderna suggerite da un approccio diverso con i testi delle Sacre Scritture[4].

Cannella,

prendendo lo spunto dall’opera del boemo Daniel Meisner del 1623, Thesaurus philo-politicus, punta a far emergere l’impatto della dottrina luterana nelle province periferiche dell’Europa. In questo percorso si ferma sull’emblema virtuoso di Gallipoli, unico esempio di veduta paesaggistica pugliese, cogliendo un giudizio sfavorevole nei confronti della città ionica, accusata di una condotta sconveniente, che solo l’adesione al luteranesimo poteva affrancare e avvicinare alla salvezza e alla concordia celeste[5].

Da una recensione degli Atti del Convegno[6] apparsa sulla stessa rivista, «a un primo approccio» l’opera di Daniel Meisner è stata catalogata con questa etichettatura:

Pubblicata in numerose edizioni per tutto il corso del Seicento, l’opera diviene ben presto uno strumento per veicolare i modelli di virtù protestante utilizzando come chiave interpretativa il “contesto paesaggistico”; significativo il fatto che nell’edizione del 1629, in chiara polemica con il cattolicesimo, compare la veduta di Gallipoli come esempio negativo di decadenza e deriva socio-religiosa.

Invero fra le pubblicazioni dei cartografi e dei vedutisti dei secoli passati il Thesaurus Philo-politicus di Daniel Meisner si attesta come rara e ricercata raccolta di stampe ricche di imaginifica allegoria. In quei magistrali esempi dell’arte e della cultura rinascimentale, non fu mai riscontrato un diretto legame tra emblemi e luoghi, proprio in ciò consistendo l’originalità stessa dell’opera rispetto alle precedenti, così che il legame che si ricava dalla lettura ne «L’Idomeneo», come la stessa etichettatura dell’opera che ne discende, si evidenziano non condivisibili per i motivi che andiamo ad esporre, non foss’altro per liberare i Gallipolini dall’immeritata taccia di sibariti, se non di gemellati con gli abitanti delle bibliche Sodoma e Gomorra.

Dando per scontata la conoscenza dell’autore e della sua opera, cui lo spazio qui disponibile non consente una meritata trattazione[7], non resta che seguire il discorso di Cannella nel suo saggio. Ella, prendendo spunto da «numerosi rinvii ad alcuni temi musicali della classicità largamente diffusi tra Cinque e Seicento» ed esaminate alcune soltanto delle allegorie musicali presenti nel Thesaurus «particolarmente dense di contenuti musicali» passa a trattare di “Musica e mito” soffermandosi sugli emblemi che hanno per sfondo le vedute di Colonia (I,1,3), Copenaghen (I,1,26), Amburgo (I,1,28), Calais (I,2,9) e Cambrai (I,2,10), non cogliendovi peraltro l’esatto contenuto.

Fig. 1 – Emblema con veduta di Colonia (Cöllen) in Thesaurus I,1
Bayerische Staatsbibliothek Monaco di Baviera.

 

Passi la tavola del “Convegno delle Muse”[8], ove il divino consesso siede a Colonia (fig. 1)

in monti che si elevano a novello Elicona del Reno, sede del Tempio in cui dimorano Apollo, Pegaso ed il suo corteo di Muse,

anche se monti nella città renana non vi sono[9]!

Fig. 2 – Emblema con veduta di Copenhagen (Koppenhagen), in Thesaurus I,1
Bayerische Staatsbibliothek Monaco di Baviera.

 

Non può passare, invece, la lettura dell’emblema (fig. 2) con i “Nomi delle Sirene”[10]:

il porto di Copenaghen accoglie tre sirene coronate, rappresentate nell’atto di suonare i loro strumenti e cantare con voce altera per ammaliare i marinai imbarcati sulle navi che solcano le vicine acque,

Si tratta di àltera in latino e non di altèra in italiano che viene riferito a tutte e tre le sirene come loro comune tono di voce, quando da agevole lettura si apprende che se Aglaope piace per il volto, la seconda, Thelxiope, l’alt(e)ra per l’appunto, piace per la voce, e la terza, Pisinòe, si distingue con la cetra!

Fig. 3 – Emblema con veduta di Cambrai (Cammerich), in Thesaurus I,1
Bayerische Staatsbibliothek Monaco di Baviera.

 

E ancora con l’altro emblema (fig. 3) “Contro natura ogni sforzo è vano”[11]:

… si ritiene particolarmente efficace l’illustrazione che sancisce la corrispondenza tra Arte e Natura. Teatro della scena è la veduta della città di Emmerich nella Renania settentrionale. Sulla sinistra, un personaggio dal fare garbato esamina alcuni testi con puntuale attenzione, mentre redige uno scritto. L’uomo sembra ricevere l’ispirazione direttamente dalle sfere celesti, simboleggiate, in alto, da un’arpa. Mani divine sfiorano lo strumento, producendo la magica armonia. A destra, un personaggio è collocato specularmente al primo, ma più in basso. La figura, con le mani alla testa ed in evidente stato di difficoltà, è associata, in opposizione, ad un liuto con le corde rotte. Uno strumento danneggiato, di conseguenza non in grado di generare alcun suono. L’emblema richiama l’assioma cosmologico dell’harmonia mundi, concessa dagli dèi ad alcune figure illuminate che popolano l’universo terreno attraverso le eufonie emesse da questi strumenti musicali.

Sublimi accenti per massimi sistemi che perdono di vista il semplice assunto che «in qualsiasi attività umana ogni sforzo è vano se non v’è inclinazione naturale». La città della veduta, peraltro, non è la tedesca “Emmerich” sul Reno, ma, come chiaramente vi si legge, “Cammerich” corrispondente tedesco di Cambrai sulla Schelda nella Francia del Nord[12].

Come in «Musica e mito», l’arte dei suoni resta al centro anche del secondo argomentare di Cannella «Musica come strumento di conversione»:

Diversi sono i centri dell’Europa moderna che fanno da sfondo alle allegorie moralistiche contenute nel Thesaurus. A partire dall’edizione del ’29, tra le città italiane compare Gallipoli, unico esempio di veduta pugliese (fig. 4)[13]. Significativo l’originale motto associato al borgo salentino, Opes si affluunt ne apponito cor, evidentemente ispirato alle invocazioni espresse nel salmo LXI della liturgia cristiana: Divitiae si affluant, nolite cor apponere. L’inno luterano tratto dal Salmo LXI, dal titolo Ein feste Burg ist unser Gott/Una solida rocca è il nostro Dio, è ancora oggi uno tra i più eseguiti durante i riti liturgici di confessione protestante. Nei ferventi contesti luterani la musica rivestiva un ruolo di primo piano, ed era spesso considerata un vero e proprio strumento di confronto ideologico con le più antiche tradizioni del cattolicesimo romano. Attraverso la musica, da semplici spettatori i fedeli diventavano attori principali della funzione religiosa secondo i princìpi della partecipazione e dell’intellegibilità: il valore della musica […] è pari a quello della teologia, diffonde la Parola di Dio, crea appartenenza, fa catechesi, applica il principio del sacerdozio universale dei fedeli, favorendo la partecipazione attiva al culto.

Fig. 4 – Emblema con veduta di Gallipoli, in Thesaurus II,3
Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera.

 

Va detto che nel Thesaurus non un emblema è dedicato al salmo XLVI, non un emblema tratta di “musica come strumento di conversione”. La saggista è nel giusto quando ricollega la inscriptio dell’emblema di Gallipoli al Salmo LXI, che nella Bibbia di Lutero reca il titolo Stille zu Gott/Quiete in Dio, erra però quando, trascinata dalle suggestioni, lo identifica dopo nel componimento biblico ispiratore dell’Inno della Riforma riferendogli il titolo Ein feste Burg ist unser Gott[14], che evoca la corale luterana notoriamente tratta dal Salmo XLVI.

La confusione del Salmo 46 con il Salmo 61, al di là di un improbabile lapsus calami, si rivela in tutta evidenza un by pass per collegare improbabili premesse a errate conclusioni parlando di musica anche laddove, come nella tavola di Gallipoli, di musica non v’è cenno alcuno:

Esaminando la tavola nei suoi dettagli, a sinistra è possibile scorgere la mappa di Gallipoli. Al centro dell’immagine, un personaggio dall’aria ricercata sembra rivolgere le sue attenzioni nei confronti di una figura femminile dai lunghi capelli raccolti. La donna impugna saldamente un badile nella mano sinistra, mentre con la destra indica un portale sormontato da un cuore e decorato con figure dalle sembianze antropomorfe, accesso per un non meglio precisato edificio – forse un tempio, o un palazzo – caratterizzato, nell’anticamera, da lussureggiante vegetazione. Alcuni recipienti di diverse dimensioni sono posti sopra un tavolo nella zona antistante la verzura. L’accesso a questa zona è regolato da un volatile – forse una cicogna – che assiste, vigile, alla scena (…). La scelta di associare all’ambiente gallipolino, cattolico per tradizione ed in costante espansione economica, un’allegoria sui rischi connessi alla vita consacrata al benessere materiale ed alla cupidigia, evidentemente, non è casuale. Un’opportunità concreta di conversione e redenzione è concessa, alla provincia salentina, dall’adesione al protestantesimo, suggerita nei versi impressi in capo all’immagine, che richiamano uno tra gli inni maggiormente significativi per la religione dell’antica Sassonia. L’invito ad accedere al tempio del cuore, lasciandosi alle spalle il precedente stile di vita ed ogni elemento materiale a questa connesso, è raccomandato dalla figura femminile, che sembra esortare il facoltoso uomo a varcare quell’arco per accostarsi alla concordia celeste (…). La strada per la salvezza è indicata, dalla donna, per mezzo del badile: COR salvum teneas, salvus sic tendis ad astra.

L’interpretazione disattende quella autentica della “Breve spiegazione” che in Thesaurus II, 3, come in tutti e 16 i quaderni editi fra il 1623 e il 1631, precede la serie delle tavole chiarendone contenuto e significato:

La dea Opi rappresentata da una figura di donna sta nel mezzo e mostra all’uomo alla sua destra un palazzo imponente, accanto al quale sono i giardini delle Esperidi, con l’albero dalle mele d’oro, sopra un tavolo ogni sorta di gioielli. Sul palazzo, sul giardino e sui gioielli sta un cuore dal quale parte un filo che lo collega al cuore dell’uomo, a significare l’umano attaccamento a quei beni: il cuore sta dove stanno le ricchezze»[15].

Inoltre, soprassedendo all’insolita rappresentazione di un’anticamera con lussureggiante vegetazione e alla lettura del badile[16] come segnale della «strada per la salvezza», la «Breve spiegazione» e i versi in latino del distico e in tedesco della quartina spiegano che la «lussureggiante vegetazione» a lato del palazzo, altro non è se non il Giardino delle Esperidi[17]; che il «volatile che assiste vigile alla scena» è il drago Ladone che, diversamente dalla cicogna, ignora le allegorie del Ripa[18].

Il Giardino delle Esperidi, la reggia di Creso, i tesori di Mida, tutti contrassegnati da un cuore legato da un laccio al cuore dell’uomo, ne rappresentano l’attaccamento alle ricchezze e alle lusinghe della vita. La dea Opi, dispensatrice di quelle ricchezze, esorta l’uomo all’operosità, cui il badile allude, e allo stesso tempo a guardarsi dal legare cuore e sentimento ai beni terreni, perché non lo salverebbero dal fuoco eterno dell’inferno nemmeno per un quarto d’ora. La strada della salvezza, mantenendo salvo il cuore dai fallaci allettamenti della vita, porta certamente in alto fino alle stelle, ma non passa per la porta della reggia di Creso, perché la concordia celeste ivi non alberga.

Nel badile Cannella trova infine il trait d’union dell’emblema di Gallipoli con quello di Campen (fig. 5), ultimo della sua rassegna, anche qui ignora suo malgrado della «Breve spiegazione»[19].

Fig. 5 – Emblema con veduta di Campen, in Thesaurus I,2 – Bayerische Staatsbibliothek Monaco di Baviera.

 

Come suggerito in un successivo emblema questo utensile simboleggia il lavoro nobile che avvicina alla preghiera. Ora et labora è il motto associato al territorio di Campen. L’emblema segue, in successione, l’allegoria associata all’armonia cosmica precedentemente descritta. Tra miti e consuetudini, la consecutio suggerisce un ideale percorso di purificazione e redenzione. Il termine potrebbe indicare sia l’omonimo villaggio della Germania sito alla foce del fiume Ems, che il caratteristico sobborgo di Kampen presso Oslo. Chi scrive propende per questa seconda ipotesi. In antitesi al porto salentino, Oslo, tra le principali sedi della divulgazione luterana, è presentata come un modello edificante, un luogo la cui popolazione è dedita al lavoro ed alla preghiera in accordo con i princìpi fondanti del protestantesimo, a loro volta, eredi delle misurate regole di ascendenza benedettina».

Fra le 830 tavole del Thesaurus non è dato di trovare, oltre a quella di Bergen (I,8,6) una sola veduta della Norvegia. Cionondimeno Cannella propende (sic!) nel ritenere che quella di Campen sia la veduta della località norvegese, perché utile all’itinerario escatologico del luteranesimo da lei vagheggiato. Nella carta topografica di Oslo il sobborgo di Campen si rileva distante più di un chilometro dalle rive dell’Oslofjord, la distesa d’acqua su cui affaccia la capitale norvegese, mentre la città che fa da sfondo all’emblema in esame giace sulle rive d’un fiume; il toponimo inoltre non potrebbe nemmeno indicare la località alla foce dell’Ems (pur presa in esame da Cannella) il fiume che in Germania dalla Foresta di Teotoburgo scarica le acque nel Mare del Nord. Si tratta in verità dell’Ijssel, il corso d’acqua che scorre ad un centinaio di chilometri più ad ovest, nei Paesi Bassi, e che sfocia nel bacino che porta il suo nome, Ijsselmeer (Mare dell’Ijssel), detto anche Zuiderzee (Mare del Sud) al di qua delle dighe che lo separano dal Noordzee (Mare del Nord). La stessa veduta si ritrova nell’edizione latina del 1625 e in Sciographia Cosmica[20] Pars Quinta del 1638 ove è meglio precisato Campen in Frieslandt/Campen in terra di Frisia, in Olanda. L’interpretazione dell’emblema di Cannella passa dunque attraverso proposizioni e luoghi inesistenti, utopie per l’appunto. V’è da dire che la regola di vita religiosa basata non soltanto sulla contemplazione, ma anche sull’operosità continuò probabilmente ad essere osservata anche da quei monaci benedettini che si fecero protestanti, ma a titolo individuale e personalistico, in quanto il protestantesimo non ebbe ascendenze monastiche. Nell’emblema, a prescindere dal discutibile riferimento a Campen, il motto viene proposto nella sua rilevanza etico sociale per la vita secolare e laica, come prova la spiegazione che ne fornisce il protestante Johann Ludwig Gottfried (autore di Thesaurus II, 1 e Thesaurus II, 5), con ironia che non nasconde il giudizio negativo per la vita consacrata[21]: «Ora & labora: vien ripetuto a scuola ai fanciulli più volte di quanto al mercato gli imbonitori non propongano gridando «basilico!» e in numero maggiore delle bastonate dei fornai ai ragazzi di bottega troppo pigri. Il nostro autore, o se preferisci, pittore, si è così espresso per raccomandare chiarezza e celerità»[22].

Oltre alle inesattezze e alle contraddizioni emerse dall’esame per così dire autoptico del saggio di Cannella, importanti motivi di natura storica e documentale ne escludono decisamente la fondatezza e ne mostrano l’erroneità.

  1. Innanzitutto la premessa del tutto apodittica, senza sostegno di prova documentale:

 

Nel Seicento il borgo salentino, di salda fede cattolica, visse una costante espansione economico-sociale. Da un’attenta analisi dei contenuti inclusi nell’emblema gallipolino, e dal confronto con le altre immagini comprese nel Thesaurus – in cui si segnalano numerosi esempi a carattere musicale – è possibile cogliere un giudizio in parte sfavorevole nei confronti dei cittadini della provincia pugliese, rei di condurre un’ipotetica condotta sconveniente che la fede cristiana non sarebbe in grado di contenere. Un’ opportunità concreta di redenzione viene individuata, al contrario, nell’adesione alla confessione luterana, l’unica in grado di avvicinare con efficacia l’uomo alla salvezza ed alla concordia celeste[23]

Tutto ciò non trova riscontro nella realtà, perché né Meisner, né i suoi continuatori, si sono mai sognati di sollevare giudizi morali su persone e su comunità, né tanto meno di indicare mezzi di conversione! E ciò risulta sufficientemente chiaro già dalla considerazione che nell’ambito del genere emblematico il Thesaurus Philo-politicus si caratterizza dalla decisa rottura del legame tra le illustrazioni di fondo e gli emblemi con il loro enunciato didascalico, nel senso cioè che, diversamente da quanto raffigurato dai precedenti emblematisti, «gli scenari storici delle città europee svolgevano (…) un ruolo decorativo, volto a favorire l’interesse di ogni lettore avulso da affinità con il pensiero simbolico», parole queste citate dalla stessa Cannella quando ne prende atto da Mario Praz[24], che, trattando di emblemi e di Meisner, ne riferisce l’avvertenza al “benevolo lettore”, contenuta nell’introduzione di Thesaurus I, 2 editio latina (estesa dal luterano Johann Ludwig Gottfried), che tra emblemi e vedute non v’è nesso (emblemata exemptilia fuisse), tanto che, rimossi i primi, restano in tutta la loro bellezza le vedute delle città.

Recentemente altri studiosi che si sono interessati degli emblemi di Meisner ne hanno constatato tali peculiarità[25].

  1. V’è poi l’esplicita dichiarazione ripetuta alla noia da Daniel Meisner in ognuno dei primi cinque quaderni in lingua tedesca del Thesaurus assicurando al lettore che la sua raccolta non contiene giudizi sulla condotta di singole persone e comunità, né inviti a quelle a farne ammenda, evidenziando l’estraneità delle vedute dei luoghi non soltanto alle raffigurazioni simboliche incise in primo piano (emblemata), ma anche ai relativi motti e alle didascalie in rima dei distici in latino e delle quartine in tedesco (inventiones) di sua mano.

Così nell’introduzione di Thesaurus I,1:

Voglio infine esplicitamente dichiarare nei modi e nei termini più idonei possibili, ad evitare che qualcuno possa fraintendere il significato e l’intento dei miei emblematae ancor più delle mie inventiones, nel senso che questa o quella città, che queste o quelle persone, ne siano denigrate o lese, che non è stata mia intenzione stabilire alcun nesso tra gli emblemi e le città, in quanto, così si deve solo e soltanto intendere, a ciascuna figura emblematica è stata casualmente associata la veduta d’una città. Cosa questa che, nel raccomandargli grazia e timor di Dio, non dovevo tacere al benevolo amico lettore amante del bello e dell’arte[26].

 

E nell’introduzione di Thesaurus I,3, portando ad esempio due tavole, avverte il “cristiano lettore amante dell’arte e del bello”:

 

è anche da sapere che l’Emblemao la Morale non hanno riferimento con la città o con il luogo ad essi associati. Prendiamo ad esempio Wildungen ove è raffigurata una distesa d’acqua sulla quale alcuni pescano e Grüningen, nella regione di Zurigo, ove v’è un castello e un masso che si stacca dall’alto d’uno sperone roccioso cadendo su un uomo. Ciò non significa che esista un bacino d’acqua così grande nel primo, o che una massa rocciosa così grande si trovi nel secondo, ma che così è stato richiesto dall’Emblema o dalla Morale per ciascuna tavola.

 

Dopo la morte di Meisner, Kieser e i redattori dei testi delle successive pubblicazioni si attennero scrupolosamente a quella consegna condividendone lo spirito ed onorandola come un testamento spirituale, perché del Thesaurus non si fraintendesse lo spirito e il contenuto.

Quelle parole di Meisner, proferite quasi come “prolegomeni ad ogni futura interpretazione” (passi l’espressione parafrasata da più alte sfere), costituiscono certamente l’interpretazione autentica del Thesaurus, che risulta travisata da quella fornita ne «L’Idomeneo».

  1. V’è infine da considerare l’operare della censura cattolica a Francoforte sul Meno:

La stampa a caratteri mobili e il dilagare della Riforma protestante furono presto messi in relazione con l’istituzione di organismi deputati alla vigilanza (…). Già nel 1526 l’avignonese François Lambert scriveva che l’arte tipografica era stata ispirata da Dio per favorire la diffusione della Riforma e lo stesso Lutero, che più di ogni altro seppe utilizzare consapevolmente la nuova tecnologia, aveva dichiarato che la «stampa era l’ultimo e il più grande dono di Dio, poiché grazie ad essa il Signore aveva voluto far conoscere la causa della vera religione, ovunque sino alle ultime estremità del mondo e diffonderla in tutte le lingue». La reazione sul versante opposto era stata inevitabile. Il libro venne visto come un pericolo, una sorta di peste, la cui diffusione occorreva regolare ed eventualmente bloccare con qualsiasi mezzo. In pochi anni la Chiesa di Roma elaborò un apparato di controllo che nelle intenzioni doveva abbracciare il continente e che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro, con inevitabili ripercussioni sulla vita degli individui, sul loro rapporto con la realtà e con i poteri, sul progresso delle scienze e del sapere in genere [27]..

 

A Francoforte sul Meno sul finire del Cinquecento, svolta dai Gesuiti, la censura operava in particolar modo alla fiera per impedire il commercio dei libri della Riforma. Venivano ispezionate biblioteche pubbliche e private, botteghe di tipografi e librai, e finanche la fiera delle mercanzie ove le balle di merci nascondevano tra le pieghe libri e opuscoli proibiti da far viaggiare, nonché chiese e monasteri per individuare e sequestrare le opere contenenti proposizioni eretiche. Il decreto del 30 dicembre 1558 di Paolo IV, pena la scomunica, prescriveva: «Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio».

Cionondimeno Daniel Meisner, del tutto consapevole, scelse di trasferirsi a Francoforte quando lasciò la sua Boemia funestata da lotte religiose alla ricerca d’un luogo dove potesse svolgere la sua attività letteraria, nonostante che la città sul Meno, ormai da più di un ventennio, proprio perché afflitta dalla censura cattolica, avesse ceduto il primato per numero di espositori e di visitatori alla fiera del libro di Lipsia[28]. Se egli, se Kieser suo editore, se tutti i collaboratori, incisori e redattori dei testi avessero perseguito intenti propagandistici a favore della Riforma, certamente avrebbero operato a Lipsia, metropoli della Sassonia protestante. Un intento anticattolico del Thesaurus, se anche afferente ad uno solo degli 830 emblemi, quello di Gallipoli, non sarebbe infatti sfuggita agli arcigni censori della Chiesa di Roma. A quella censura, per esempio, non scampò nemmeno Heinrich Kornmann il cattolicissimo cognato di Kieser autore dei testi di Thesaurus II, 3 ivi compresi motto, distico e quartina per la tavola di Gallipoli: una sua opera del 1610[29] infatti finì all’indice. Che Meisner fosse consapevole della soggezione di Francoforte sul Meno alle restrizioni della censura, dimostrano anche le ripetute sue “assicurazioni” in premessa a ciascun quaderno, che devono essere lette come espresse dichiarazioni di ossequiosa osservanza alle disposizioni emanate dall’autorità imperiale in materia di censura, giungendo a dire all’acquirente dei suoi libri, di ritenersi al sicuro in caso di ispezioni[30]. Del resto sul frontespizio di ciascun quaderno del Thesaurus si rinviene l’esplicita dichiarazione: «Dato alle stampe (…) per speciale privilegio della Imperiale Maestà», privilegio che di certo non sarebbe stato concesso per pubblicazioni in contrasto con le vigenti disposizioni di polizia.

Altri fatti concludenti inoltre escludono che il Thesaurus Philo-politicus sarebbe potuto essere un mezzo di ripresa morale nei confronti di una comunità cattolica e/o di propaganda della religione riformata, come ad es. il rapporto di affinità di Eberhard Kieser con l’alto funzionario cattolico. Cattolico era anche Johannes Stamler, dottore in utroque, giudice della Camera imperiale di Spira, autore di un lusinghiero apprezzamento di Daniel Meisner in presentazione di Thesaurus I,4, certamente ammissibile anche per un esponente di diversa confessione religiosa, purché non fosse un propagandista del protestantesimo contro la chiesa di Roma sotto lo sguardo attento della censura.

Concludendo si può affermare che il Thesaurus Philo-politicus, a cent’anni dalla Riforma, si dimostra come il prodotto di una erudita cerchia di amici del bello, per i quali la diversità di confessione religiosa, certamente determinante della formazione culturare di ciascuno, non è tuttavia motivo di scontro e di conflitto ideologico, ma, nobilitata dalla vera aristocrazia, quella del pensiero, germe fecondo, agli inizi della Guerra dei Trent’anni, dal quale, come un fiore tra i sassi, spunterà e crescerà all’esito di quell’immane tragedia il frutto prezioso del principio di tolleranza e del rispetto per l’altro.

 

Franco Cavallone

 

[1] A. Polito, Guardando un’antica immagine di Gallipoli, in https://www.fondazioneterradotranto.it/ pubblicato il 14/03/2016.

[2] F. Cannella, Nil melius arte. Paesaggi salentini, temi musicali e formule didascaliche negli emblemi del Seicento riformato in Lutero in Terra d’Otranto, pp. 211-223.

[3] Lutero in Terra d’Otranto nel 5°centenario dell’affissione delle 95 tesi sul portone della Chiesa di Wittenberg, in «L’Idomeneo», n. 24-2017, pp. 5-260. Atti del Convegno di Studi (Lecce, 25-26 ottobre 2017) a cura di M. Spedicato. Fondato nel 1998 come organo dalla Sezione di Lecce della Società di Storia Patria per la Puglia, dal 2012 «L’Idomeneo» è allo stesso tempo un periodico del Dipartimento Beni Culturali dell’Università del Salento: è disponibile anche su https://siba-ese.unisalento.it/index.php/idomeneo/.

[4] M. Spedicato, Lutero in terra d’Otranto, p. 5.

[5] M. Spedicato, Lutero in terra d’Otranto, p. 8.

[6] G. L. D’Errico, Lutero in Terra d’Otranto…, recensione in «L’Idomeneo», n. 28 (2019), pp. 308-312 e ivi p. 312.

[7] Per un esatto inquadramento dell’opera e dei suoi autori, si rimanda tuttavia ai preziosi e imprescindibili contributi di F. Hermann & L. Kraft, Daniel Meissners Thesaurus Philopoliticus (Politisches Schatzkästlein). Die 830 Städtebilder neu herausgegeben und einleitet, Heidelberg 1927, e di K. Eyman, Daniel Meisner-Eberhard Kieser Politisches Schatzkästlein. Faksimile-Neudruck der Ausgabe Frankfurt am Main 1625-1626 und 1627-1631. Mit einer Einführung, Quellennachweisen und Registern, Nördlingen 1972, nelle introduzioni delle rispettive ristampe in facsimile. V. anche F. Bachmann, Die alten Städtebilder: ein Verzeichnis der graphischen Ortsansichten von Schedel bis Merian, Stuttgart 1965, pp. 3-41. Collezionista di antiche stampe di vedute urbane, Bachmann nel 1939 pubblicò a Lipsia l’elenco delle vedute di città dal XV al XVII secolo. Ristampata a Stoccarda nel 1965 costituisce un grande catalogo tipografico che, attestato come unica esauriente ed attendibile fonte in materia, si rivela anche una vera e propria miniera di informazioni su editori, stampatori, disegnatori e incisori del tempo. Si rinvia altresì al saggio di Armando Polito già citato, riicco di informazioni sul Thesaurus.

[8] Cöllen – Motto: Musarum conventus – Distico: Pegasus hic; Juno hic; Charis hic, hic pulcher Apollo; hic Musae; hic Helicon; hic sacra Pallas adest. Quartina: Hier ist Pegasus, Juno reich, / Apollo, Charis seuberleich:/ Hier sind die Musae, Helicon, / Pallas thut vorm Parnasso ston.

[9] Il Reno a Colonia scorre in una zona pianeggiante senza alture, dopo essersi lasciato alle spalle, già da Königswinter, 80 km circa a sud, la stretta gola che caratterizza il suo corso da Magonza.

[10] Koppenhagen – Motto: nomina sirenum – Distico: Aglaope facie placet, at soror altera voce / Thelxiope, cythara tertia Pisinoe. Quartina: Vom Gsicht ist schön Aglaope / von gutter stimm Thelxiope, / Pisinoe, wann sie s thun will / Erfrewt das Hertz mit Seitenspiel. Il primo a narrare di sirene fu Omero nel canto XII dell’Odissea: cantò di due senza dirne un nome. Fu poi la tradizione alessandrina che le chiamò Aglaope e Thelxiope. Di Pisinòe si legge nella “Biblioteca” di Apollodoro.

[11] Cammerich – Motto: Repugnante Natura, quaelibet cedit industria – Distico: Omne perit studium, qvando Natura repugnat: / Si bona natura est, arte vigere potes. – Quartina: All Vleiβ und Arbeit ist vergebn, / So die Natur thut wiederstrebn/ Wenn aber gut ist die Natur/ So nimbst an kunst zu, glaub es nur. Il motto è tratto da Cassiod., Variae, Liber quartus, XXXVIII, 2.

[12] Lingua tedesca a parte, l’assenza di un fiume nell’immagine esclude già che si tratti di Emmerich sul Reno.

[13] Gallipoli in Fran(kreich) – Motto: Opes si affluunt ne apponito cor – Distico: Sint tibi divitiae Midae, sit regia Croesi/COR salvum teneas, salvus sic tendis ad astra. – Quartina: Der Reiche Mann sein Hertz und Sinn, / Nach zeitlich gut gestellet hin. / Was? Sein gut ihn nicht retten kundt, / Von der Helln glut ein Viertel Stundt. Sulla tavola il nome di Gallipoli è seguito da “in Fran(kreich)” ossia “in Francia”. L’errata collocazione oltralpe della città, la cui veduta prospettica proviene da P. Bertelli, Teatrum Urbium Italicarum, Venezia 1599, è certamente da ricollegare al fatto che gli autori di alcune città non sapevano nemmeno dove si trovassero (motivo alla base, peraltro, dell’esclusione di alcune delle 30 tavole del Thesaurus eccedenti le 800 della Sciografia.. Nel caso in specie l’origine va forse ricercata in Plinio il Vecchio che, ipotizzando una colonizzazione dei Galli Senoni di un sito messapico già esistente, denominò la città Sènonum Gallipolis. Alla stessa tradizione va probabilmente ricollegata anche l’insegna civica, che fa da pendant a quella del regnante Filippo IV di Spagna (1621-1665) e si propone come uno stemma parlante, anche se il toponimo non ha nulla a che fare con il gallo, ma deriva dal nome greco dell’insediamento, Καλλίπολις /bella città.

[14] Una inespugnabile fortezza è il nostro Dio. Quel titolo, che si legge tutt’intorno nella sommità del campanile cilindrico della chiesa di Wittenberg, identifica anche la cantata BWV 80 di Johann Sebastian Bach, la cui melodia è citata nel finale della Sinfonia n. 5 “Riforma” di Felix Mendelssohn.

[15] Thesaurus II, 3: Kurze Erklärung…

[16] La dea Opi, ovvero Ops (che in latino significa ricchezza, abbondanza, doni, munificenza) con nome correlato anche ad opis, e opus che significa lavoro, in particolare quello sacrale dei campi, era iconograficamente rappresentata con un badile.

[17] Il leggendario luogo della mitologia greca, collocato all’estremo Occidente oltre i confini del mondo abitato, donato da Gea, dea della terra, a Zeus, che a sua volta lo offrì in dono nuziale a Era sua sorella e sposa. All’ingresso del giardino stavano il drago Ladone e le Esperidi, le ninfe figlie della Notte e di Atlante: insieme custodivano il melo dai frutti d’oro, dispensatori di eterna giovinezza. Cfr. R. Wagner, Das Rheingold, vv. 537-540 il gigante Fafner parlando a Wotan, il padre degli dèi, di Freia, dispensatrice di giovinezza: «Goldne Äpfel wachsen in ihrem Garten, sie allein weiss die Äpfel zu pflegen».

[18] F. Cannella, Nil melius, p. 220 n. 26: «L’iconografia della cicogna richiama le allegorie del Ripa (Iconologia overo Descrittione dell’Imagini Universali cavate dall’antichità, et da altri luoghi da Cesare Ripa Perugino, Roma, 1593) in cui il volatile – tra le Imagini utilizzate dallo studioso perugino per descrivere la Puglia – è associato, insieme ad altre figure simboliche, rispettivamente alla Medicina, alla Pietà, alla Religione, alla Quiete ed alla Gratitudine.»

[19] Campen in Frieslandt – Motto: ora et labora – Distico: Infelix labor est, quem non Deus ipse gubernat / Omne pium coeptum cum prece cedit opus. – Quartina: Unglücklich man all Arbeit spürt. / Wann sie nicht wird von Gott regiert. / Alls was im Gbet wird angefangn, /Thut zletzt ein gewünschtes End erlangn. Sulla veduta di Campen l’emblema con il badile nella mano di Dio che fuoriesce dal nimbo. Divine sono pure le mani che sorreggono quelle dell’uomo nel nimbo più in basso. La simbologia della necessità dell’intervento divino nell’umano agire è chiara. Così nel distico: «Impresa infelice è quella che non sia guidata da Dio / Ogni santo lavoro inizia con la preghiera» e nella quartina: «Ogni lavoro si rivela infelice / se non è guidato da Dio / Tutto ciò che inizia con la preghiera / ottiene infine l’effetto desiderato».

[20] L’opera ebbe innumerevoli edizioni con varianti e nel 1637 venne stampata a Norimberga da Paul Fürst nel 1637 (di seguito il frontespizio) col titolo di Sciographia cosmica. Sciographia è trascrizione latina del greco σκιογραφα (leggi schiografìa), variante posteriore di σκιαγραφα (leggi schiagrafìa)=pittura in chiaroscuro con effetto di prospettiva, voce composta da σκι (leggi schià=ombra)+γρφω (leggi grafo)=scrivere (in A. Polito Guardandosupra n. 1).

[21] Decisa nel luteranesimo la svalutazione delle opere in favore della fede e di qui la critica più radicale alla consacrazione religiosa, che, recepita anche dalle successive “confessioni di fede” e dalla Chiesa riformata, stabilì una distanza incolmabile dalla vita monastica e consacrata siccome non utile alla salvezza e comunque non gradita a Dio. In De votis monasticis iudicium del 1521, tutt’oggi ritenuto dai protestanti lo scritto più importante di Lutero, i voti monastici vengono rifiutati perché non fondati sulla Parola di Dio e di essi non v’è traccia nelle sacre Scritture e nemmeno nella Chiesa delle origini: Dubitum non est, votum monasticum hoc ipso periculosum esse, quod res est sine auctoritate et exemplo scripturae. Erronea è la fiducia del monachesimo nelle opere in quanto necessaria alla salvezza è la fede e non già le opere. La vita consacrata turba il popolo cristiano, colpevolizzando il possesso dei beni e svalutando il matrimonio. Il matrimonio non è considerato un sacramento e ai preti è consentito di sposarsi. Il rifiuto del celibato è espresso da Martin Lutero nella sua lettera “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca” del 1520: «i sacerdoti non dovrebbero essere obbligati a vivere senza una moglie legittima, ma dovrebbe essere loro consentito di averne una». Cfr. B. Sawicki, Il De votis monasticis di Lutero e l’idea del monachesimo agostiniano: continuazione o nuova apertura? in «Vita cristiana», LXXXIX, n. 1, gennaio-aprile 2020, pp. 83-104.

[22] Thesaurus I, 2 Editio latina 1625 – Emblematum sive picturarum, quae secunda hac parte continentur, exegesis, sive sensus mystici brevis et congrua explicatio: «Campena in inferiore Germania Ora & Labora Pueris in schola hoc frequentius occinitur, quam ocyma vernae, aut pistrinis Virgae. Author noster, vel si mavis, pictor, ita expressit, ut omnia plana sint, ergo ad alia». La regione di Campen, la Frisia, era ricompresa a quel tempo nella Bassa Germania.

[23] F. Cannella, Nil melius, p. 211

[24] M. Praz, Studies in Seventeent-century Imagery, Roma 19642, p. 49 osserva che fra i diversi emblemi v’erano quelli “geografici” raccolti da Daniel Meisner nel Thesaurus Philo-politicus «con le vedute di città; questo autore dice che, anche se gli emblemi non dovessero piacere al lettore, le vedute gli piacerebbero sicuramente: “Sive enim demas Emblemata, supererunt oppida sive castella et ita habebis velut argentum purum. Sive auferas oppida restabunt Emblemata et eorum sensus mysticus”. Come uno può vedere v’era qualcosa per tutti i gusti».

[25] S. Prinz, Rechtsmotive in den Emblemata des 16. bis 18. Jahrhunderts, Münster 2009, pp. 85-94 e ivi p.88 a proposito di Kieser e Meisner: «I loro aforismi e figure emblematiche si proponevano di essere di insegnamento e di edificazione ai destinatari e indurli ad una migliore condotta di vita. La raccolta è un chiaro tributo all’arte dell’emblema nella sua pretesa di insegnamento morale»; M. Erto, Le vedute di Baia e Pozzuoli nel Thesaurus Philo-politicus di Daniel Meisner. Una riflessione allegorica sulla fortuna e sul potere, in «Bruniana e Campanelliana» Pisa-Roma, XXIV 2 2018, pp. 537-549, e ivi p. 540 e n. 1, ove individua l’opera come «… una serie di avvertenze etico-morali sui mali del mondo e sui vizi umani – primi fra tutti la superbia, l’avarizia e la brama di potere – ovvero di raccomandazioni a coltivare virtù fondamentali quali, la giustizia, la fede, l’autocontrollo, la moderazione, la laboriosità, l’onore personale».

[26] Traduco dal tedesco seicentesco di Meisner. Anche i redattori delle successive edizioni “protestarono” l’intento dell’opera impressa dall’ideatore. Paradigmatico Kilian Leibold, autore dei testi di Thesaurus II, 2, editio latina del 1627, nella prefazione: «Candide ac Benevole Lector, simplicia mea, in hac parte secunda Emblemata, ut sine ulla offensione cuiuscunque personae & loci (sicut revera posit sunt) suscipe velis, etiam atque etiam rogo».

[27] M. Infelise, I libri Proibiti. Da Gutenberg all’Encyclopédie, Bari 2013, introduzione.

[28] La fiera di Lipsia alla fine del Cinquecento si impose per il commercio delle pelli, dei tessuti e di prodotti artigianali in metallo e, come a Francoforte sul Meno, aveva anche la specialità del libro. Alle due originali manifestazioni di Pasqua (Ostermesse) e quella di san Michele (Michaelismesse) all’inizio di autunno, si aggiunse quella dell’anno nuovo (Neujahresmesse), tutte della durata dagli otto ai dieci giorni.

[29] Con decreto del 16 marzo 1621 il trattato di Kornmann Sybilla Trig-Andriana, seu de virginitate, virginum statu, & iure tractatus novus et jucundus del 1610 venne censurato e messo all’indice. L’opera figura ancora fra i libri proibiti in una pubblicazione stampata dalla Tipografia della Reverenda Camera Apostolica nel 1786 al tempo di Pio VII: Index librorum prohibitorum sanctissimi domini nostri Pii Sexti pontificis maxximi jussu editus, Romae 1786, p. 155.

[30] Thesaurus I,4, Introduzione.

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