Dialetti salentini: “Carniale” e “Caremma” (Carnevale e Quaresima), una coppia mista?

di Armando Polito

Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559), olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio,  Kunsthistorisches Museum di Vienna

 

di Armando Polito

Comincio dalle forme italiane, per dire anzitutto che hanno avuto un diverso destino. Entrambe designano un periodo dell’anno, ma nell’edonismo senza pudore del nostro tempo animato da voglie che considerano l’umiltà, la moderazione, il sacrificio, la privazione e l’espiazione come forme di perversione, Quaresima è divenuta una parola vuota, al contrario dell’altra, specialmente in un paese in cui è sempre Carnevale e pure gli atti pubblici sono troppo spesso una carnevalata. Il dialetto, però, ha la capacità di conferire anche alle metafore un’icasticità che la lingua nazionale non ha e il nostro può essere assunto come uno dei casi più emblematici. Bastano per dimostrarlo locuzioni del tipo quiddhu è ‘nnu carniale (quello è uno stupido) o cussì istuta pari propriu ‘nna caremma (così vestita sembri proprio una quaresima). Ho scritto volutamente i due nomi con l’iniziale minuscola, come si fa nelle antonomasie con cicerone sinonimo di guida, con pigmalione di scopritore di talenti, con mecenate di protettore di artisti, e simili.

E così, mentre carniale ha mediato il suo significato metaforico dall’essenza del Carnevale, cioè la maschera, col passaggio concettuale all’uomo che la indossa e che così vale prima come buffone e alla fine  come stupido, caremma è legato al fantoccio di stoffa con sembianze di vecchia, simboleggiante la vedova di Carnevale, fantoccio che veniva appeso ai balconi il giorno delle Ceneri.

Diverso è pure il percorso etimologico delle due voci. Com’è noto, Carnevale è dalla locuzione latina carnem levare (togliere la carne), con riferimento al digiuno con cui iniziava la Quaresima; Carniale rispetto alla voce italiana mostra sostanzialmente la consueta sincope di v intervocalica, come in caddhu (cavallo), càulu (cavolo) ed innumerevoli altri.

Le cose stanno molto diversamente per Quaresima e Caremma. Comincio ancora con la voce italiana, dicendo che l’etimo ricorrente, anzi l’unico, è dal latino quadragesima (dies)=quarantesimo (giorno),  con riferimento alla distanza temporale dalla Pasqua. Solo nel dizionario De Mauro si legge: 1348-53; lat. *quarrēsĭma(m), var. di quadragesima. Il primo dato (1348-53) si riferisce alla data di nascita e l’intervallo temporale credo  che sia stato dedotto da testi di autori ignoti e di argomento religioso, cosa che appare abbastanza scontata, del secolo XIV, come i Fioretti di  san Francesco e Viaggio in Terrasanta, in cui Quaresima è la traduzione del prima ricordato latino quadragesima degli Actus beati Francisci et sociorum eius, silloge della prima metà del XIV secolo, che dei Fioretti è la fonte. Quanto al resto, compare, sempre nel De Mauro, per la prima volta un *quarrèsima (così va letto), variante di quadragesima. L’asterisco che lo precede sta a significare che si tratta di una forma non attestata ma ricostruita. Un lemma, per quanto esteso, di un dizionario, non può dare ragione totale, cioè documentare tutti i dati che in esso compaiono, soprattutto quando come etimo è proposta una voce ricostruita. Resta però con la bocca asciutta chi, come me, è diffidente per natura e ancor più, purtroppo, per esperienza di vita, non solo culturale.

Se non avessi avuto un minimo di competenza in questo, sarei stato costretto ad accettare l’ipse dixit senza il beneficio di un inventario per me impossibile e non mi sarei tormentato più di tanto ponendomi il problema di come da quadragesima sarebbe (c’è l’asterisco …) nato quarrèsima. Così ho voluto approfondire, consapevole che era difficile immaginare che una spaventosa sincope di fonemi tra loro distanti avesse portato quadragèsima (così va letto) a ridursi  a quarrèsima. Fenomeni di questo tipo suppongono di regola una trafila che prevede più tappe, quasi mai agevolmente documentabili nei casi più complessi, qual è questo.

Quadragèsima è numerale ordinale, cui corrisponde il cardinale quadraginta, rispetto al quale l’italiano quaranta mostra essere avvenuto lo stesso fenomeno che da quadragesima ha portato a Quaresima, per cui, se quaresima da quadragesima suppone *quarresima,  quaranta da quadraginta supporrà *quarranta.

Bisogna avere presente che oltre al latino classico, tardo e medioevale con le loro attestazioni letterarie c’era pure quello parlato, del quale uniche fonti restano (finché non si riuscirà a captare i suoni rimasti  imprigionati nei muri superstiti di antiche fabbriche …) i graffiti pompeiani e le epigrafi, soprattutto quelle non ufficiali, pubbliche, ma private, cioè quasi esclusivamente quelle funerarie. E due di queste fanno alla bisogna.

La prima (CIL XIII 3790), datata al VI secolo e rinvenuta a Kobern-Gondorf sulla Mosella nel 1885, ora conservata nel Museo Regionale della Renania a Bonn dopo essere stata acquistata dal barone Liebig nel 1934, fu pubblicata per la prima volta da Josef Klein in Jahrbucher des Verreins von Alterthumsfreunden im Rheinlandeann1,  LXXXIV, 1887, p. 241.

HOC TETOLO FECET MUNTANA/CONLUX SUA MAURICIO QUI VI/SIT CON ELO ANNUS DODECE ET/POIRTAVIT ANNUS QARRANTA/TRASIT DIE VIII KL IUNIAS

(Questa epigrafe fece sua moglie Montana, che visse con lui dodici anni, e aveva quaranta anni. Trapassò il 25 maggio)

Sei secoli prima sarebbe stato inciso press’a poco: HOC TITULUM FECIT MUNTANA/CONIUX SUA  MAURICIO QUAE VI/XIT CUM ILLO ANNOS DUODECIM ET/GESSSIT ANNOS QUADRAGINTA/TRANSIIT DIE VIII KL IUNIAS

Tra le tante forme denotanti il passaggio dal latino al romano, anzi ad un romanzo, a noi interessa qarranta, in cui, a parte l’esito dell’iniziale qua– in qa– (finalizzato probabilmente ad indicare la pronuncia ca– più che una semplificazione grafica) è ravvisabile la seguente trafila, che spiega la sincope prima ipotizzata: quadraginta>*qarraginta (assimilazione dr>rr)>*qarraìnta (lenizione di g)>*qarràinta (sistole a compenso della precedente lenizione)>qarranta (sincope di i atona).

La conferma, sia pure indiretta, di qarranta, sembra venire da un’altra epigrafe (CIL VIII 412) rinvenuta ad Ammaedara (oggi Haidra in Tunisia) e datata tra il II e il IV secolo.

Il primo a pubblicarla fu Gustav Wilmanns, Inscriptiones Africae Latinae, Reimerv, v. VIII, p. I, Berlino, 1881, p. 60 (di seguito riprodotta dal libro).

MANIB(US) HIC [PL]ACIDIS PASSie/NA CASTA QUIESCIT/QUINQU ET XL VIXIT PIA LARGA BENIGNA/HOC SIBI CONSTITUUNT PATRES FRATRESQUE SEPULCRUM (Per i Mani qui pacifici giace la casta Passiena. Visse quarantacinque anni pia, generosa, benigna. I genitori e i fratelli posero questo sepolcro)

Come apprendiamo dalla scheda, già Wilhelm Studemund (1843-1889) aveva notato: nel primo verso a causa del nome proprio (Passiena) e nel secondo a causa del numero degli anni si è contravvenuto alle leggi dell’esametro dattilico, a meno che non si creda che sia stato pronunciato quadranta invece di quadraginta in questo luogo di barbarie.

Tralascio volutamente, per brevità e perché non coinvolgente il tema qui trattato, la prima osservazione, sacrosanta, dello Studemund su Passiena, intorno alla quale si è sviluppata a catena una serie impressionante di equivoci, emendamenti, congetture forzate, se non campate in aria, il tutto immortalato in pubblicazioni, anche recenti, che denotano una conoscenza della metrica latina che definire approssimativa sarebbe eufemistico2.

Mi soffermo, invece,  sulla congetturata della lettura quadranta3, che merita ammirazione, perché era quasi impossibile che chi l’ha proposta conoscesse il qarranta della precedente epigrafe pubblicata, come s’è detto, nel 1887. Stando così le cose, applicando per analogia lo stesso processo, la trafila sarebbe stata: quadragèsima>*quarragèsima>*quarraèsima>*quarresima (la forma del De Mauro da cui eravamo partiti).

Era quasi naturale che il fenomeno trovasse conferma nella sua continuazione nel latino medioevale.

Il glossario del Du Cange registra a tal proposito una serie di lemmi che, per non appesantire la già gravosa, soprattutto per chi legge, trattazione, ho riprodotto con la mia traduzione in nota 4. Tra questi Carementrannus del 1195, ma va detto che la voce più determinante a stabilire priorità cronologica  compare già in una chanson de geste, che ha come protagonista Girart de Roussillon (IX secolo), in antico francese, oggi perduta, ma di cui ci rimane una redazione in 10.000 decasillabi, in parte diversa dalla primitiva e con intendimento forse diverso, composta fra il 1150 e il 1180 in un linguaggio intermedio tra il francese e il provenzale.

Da Carl Appel, Provenzalische chrestomatie, Reisland, Leipzig, 1895, p. 8 riporto i vv. 463-464:Vin e dous anz s’en vonteis vivent,/entrosc’a une feste caren-pernen (Ventidue anni se ne vanno vivendo in una festa che precede la Quaresima). La parentela strettissima tra caren-pern, carementranus e le altre voci del citato glossario potrà essere facilmente ravvisata leggendo i lemmi riprodotti in nota[1]. Risulta in particolare che sia il citato Carementrannus che caramantrant (Quaresima entrante) sono i progenitori dell’attuale francese Carême-prenant con cui vengono indicati i tre giorni precedenti la Quaresima. Con quel primo componente appare più probabile, anche alla luce di quanto emerso dall’epigrafia e dal glossario, che la voce salentina sia derivata direttamente dal francese Carême che da Quaresima attraverso la troppo facile trafila *Quarresima>*Quarresma (sincope)>*Quaremma>Caremma, anche perché qua- nel salentino non passa a ca– e le eccezioni confermano, come al solito, la regola4.

In conclusione: Caremma molto probabilmente è voce importata, come è successo, solo per fare un esempio, con pòscia (tasca) e broloccu/birlocu (ciondolo), rispettivamente da poche e breloque, anche se non sono in grado di documentarne modalità e tempo di adozione.

Non è, invece, importato il napoletano Quarajesima e mi piace chiudere in modo leggero, riportando quanto si legge nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789: “Quarajesima, quaresima: Ha fatto quarajesima a Taranto, val s’è ingrassato, da che ottimi pesci, e crostacei essendo in quella Città, potevano fargli passare men incommodamente que’ giorni di penitenza”.

Ricordo, anche per dare a Brindisi il dovuto, che non pochi secoli prima, secondo la testimonianza di Plinio5, i napoletani si sarebbero potuto risparmiare la metaforica (e costosa …) trasferta, dal momento che come correttore del gusto delle ostriche di Brindisi, avevano il lago di Lucrino4.

E oggi? Oggi, per restare a loro senza considerare la qualità della materia prima, ci sorbiamo, senza saperlo, ben altri correttori del gusto, e non solo in campo alimentare.

 

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1  Annuario dell’Associazione degli Amici delle Antichità della Renania

2 Data la gravità delle mie affermazioni, mi dichiaro fin da ora pronto a fornirne le prove documentali, con nomi e dati bibliografici a chi, utilizzando anche lo spazio riservato ai commenti, dovesse farmene richiesta.3 

3 Di seguito la scansione leggendo XL prima quadraginta e poi quadranta. Nel primo caso  nella scansione verrebbe fuori un terzo piede (l’ho evidenziato con la sottolineatura) mostruoso formato da tre sillabe lunghe, nel secondo lo stesso piede è uno spondeo e l’esametro risulta perfetto.  

quīnque ēt I XL vīIxīt pĭă I lārgă bĕInīgnă

quīnque ēt I quādrāIgīntā vīIxīt pĭă I lārgă bĕInīgnă

quīnque ēt I quādrānItā vīIxīt pĭă I lārgă bĕInīgnă

4

(QUARESMENTANUS, Terzo giorno prima del giorno delle Ceneri, in francese martedì grasso. Vedi CarementrannusQuaronneprenant, in Concessiono della città di Grancey nell’anno 1348, tomo 9, Ordinanze dei re dei Franchi, p. 159)

 

(CAREMENTRANNUS, Carmentran per i provenzali, il martedì grasso. Scritto dell’anno 1196 in Argomentazionio di storia sabauda, p. 45: Dal Natale del Signore finp a martedì grasso. Archivio della chiesa vgiennese, foglio 71: Sette sestari di avena e due di frumento, sei spalle di maiale e sei capponi, venti galline da martedì grasso e otto pani etc. All’inizio della Quaresima in Archivio del priorato sulla Signora nel delfinato non una sola volta: All’inizio della Quaresima, nei piazze di Beneharn Rouge delle fiere art. 3, Joinvilla in San Ludovico: il martedì di Quaresima, sopra all’inizio della Quaresima [vedi Caramantrant]).

O prima domenica della Quaresima. Vedi sotto Quadragesima intrans)

(CARAMANTRANT, martedì prima del giornp delle Ceneri, peri francesi martedì grasso. Transazione tra l’abate e i monaci crassensi bell’anno 1351 dal libro verde foglio 53: Il detto signor abate fu solito fare … ogni anno nel giorno in cui inizia il periodo di astensione dalla carne che precede la venuta del Signore cinquanta tornesi … e nel giorno d’inizio dell’astinenza dalla carne ovvero la terza domenica di settuagesima, se allora il detto convento accetti il martedì grasso, ogni anno sempre cinquanta tornesi. Vedi Carementrannus)

4 Solo i latini quam (comparativo), le forme quem e quam del pronome relativo e la congiunzione quia (che probabilmente ha condizionato le precedenti) hanno dato vita al polivalente ca. Apparenti eccezioni, essendo avvenuto il passaggio inverso ca>qua, sono pure le varianti caddara (caldaia) rispetto a quatara (da calidaria), quasetti (calzini) rispetto a cazzetti (da calza) e quàgghiu rispetto a caglio, che è da coàgulum.  In posizione interna conosco solo Pasca (Pasqua), Pascareddha (Pasquetta), Pascali (Pasquale),che non fanno testo perché derivano tutti dal latino, Pascha, trascrizione del greco Πάσχα (leggi Pascha), asua volta adattamento dell’ebraico pesaḥ.

5 Plinio, Naturali historia, IX, 88: Ostrearum vivaria primus omnium Sergius Orata invenit in Baiano aetate L. Crassi oratoris ante Marsicum bellum, nec gulae causa, sed avaritiae, magna vectigalia tali ex ingenio suo percipiens, ut qui primus pensiles invenerit balineas, ita mangonicatas villas subinde vendendo. is primus optimum saporem ostreis Lucrinis adiudicavit, quando eadem aquatilium genera aliubi atque aliubi meliora, sicut lupi pisces in Tiberi amne inter duos pontes, rhombus Ravennae, murena in Sicilia, elops Rhodi, et alia genera similiter, ne culinarum censura peragatur. Nondum Britannica serviebant litora, cum orata Lucrina nobilitabat. postea visum tanti in extremam Italiam petere Brundisium ostreas, ac, ne lis esset inter duos sapores, nuper excogitatum famem longae advectionis a Brundisio conpascere in Lucrino.

(Primo tra tutti Sergio Orata [come non credere al detto nomina omina=i nomi sono presagi?] al tempo di Lucio Crasso prima della guerra marsica scoprì a Baia vivai di ostriche, traendo da questa sua ingegnosità grandi vantaggi non a causa della gola ma dell’avarizia, cosicché fu il primo ad inventare i bagni pensili, vendendo poi le ville così incrementate di valore. Egli per primo attribuì un ottimo sapore alle ostriche del Lucrino, poiché le stesse specie acquatiche sono migliori a seconda del luogo, come il pesce lupo nel Tevere fra i due ponti, il rombo a Ravenna, la murena in Sicilia, l’elope a Rodi; e similmente altre specie, per non giudicare nel dettagli la cucina. Non ci servivano [ancora] le costiere di Bretagna quando Orata dava rinomanza alle ostriche del Lucrino. Poi sembrò più chic andare a prendere le ostriche alla parte estrema dell’Italia, a Brindisi e, perché non ci fosse lite tra i due sapori, da poco si è escogitato di compensare nel Lucrino la loro fame dovuta al lungo trasporto da Brindisi).

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