di Marcello Gaballo
La vicenda è documentata in una lettera del 10 dicembre 1856, indirizzata dal Vescovo Luigi Vetta all’Intendente di Lecce, nella quale il presule interviene per chiarire la questione sorta intorno alla sostituzione della campana della chiesa matrice di Taviano. Quando, a metà Ottocento, si ruppe la campana della chiesa matrice di Taviano, il Comune ritenne doveroso intervenire per sostituirla e chiese all’Intendenza di Lecce l’autorizzazione a sostenere una spesa di 70 ducati.
La risposta dell’autorità civile fu però nettamente negativa: secondo il Concordato del 1818 e il regolamento del 1856, ancora pienamente vigenti, le spese per le chiese ricettizie non gravavano sull’ente municipale. La matrice di Taviano era appunto una chiesa ricettizia, dotata di rendite proprie e di cappelle patronali; per questo, l’onere della campana doveva ricadere anzitutto sul clero locale e sui luoghi pii, mentre i patroni delle cappelle interne erano chiamati a contribuire in proporzione ai loro diritti.
Dei 70 ducati necessari, almeno 40 sarebbero dovuti provenire dal clero e il resto dai patronati esistenti. Solo se tali soggetti fossero risultati incapaci di provvedere si sarebbe potuto ricorrere al Comune, ma, in ultima istanza, trattandosi di una chiesa ricettizia, l’obbligo sarebbe spettato al Vescovo come responsabile dell’amministrazione ecclesiastica.
Il Vescovo, tuttavia, ricordò di essersi già fatto carico di una spesa considerevole, finanziando la realizzazione di una portella d’argento per il tabernacolo, e dichiarò di non disporre più di fondi per ulteriori interventi. La questione si complicò ulteriormente perché la matrice, oltre a essere ricettizia, era pur sempre la chiesa principale del paese, deputata all’amministrazione dei sacramenti e al culto pubblico: in questo senso, l’art. 7 del Concordato prevedeva che il Comune concorresse alle spese essenziali delle chiese parrocchiali, qualora riguardassero il culto pubblico. La campana, indispensabile per la convocazione dei fedeli e per i ritmi della vita religiosa e civile, rientrava a pieno titolo tra gli strumenti necessari.
Il Vescovo fece inoltre notare che il Comune già sosteneva annualmente 36 ducati per il mantenimento della chiesa, 20 ducati per le feste e 8 ducati per l’organista, segno di un impegno costante ma anche di risorse limitate. Proprio per questo appariva difficile comprendere il rifiuto opposto alla richiesta per la nuova campana, che rappresentava un elemento imprescindibile per il culto.
L’episodio mette in luce la complessità della ripartizione delle spese ecclesiastiche nell’Ottocento borbonico, dove norme civili, consuetudini parrocchiali e difficoltà economiche si intrecciavano, trasformando anche una semplice campana in terreno di confronto tra autorità religiose e civili.
