Il Salento in un contratto di nolo marittimo del XIV secolo

di Armando Polito

Le linee tratteggiate indicano: la bianca l’andata da Durazzo a Ragusa; la gialla il ritorno da Ragusa a Durazzo; l’arancione l’andata da Durazzo a Brindisi e la verde da Brindisi a San Cataldo

 

di Armando Polito

Nelle ricostruzioni storiche un atto notarile è spesso l’unica fonte congenitamente affidabile, indenne dai rischi di interpretazioni di parte, se non di manipolazioni o totali falsificazioni, ai quali sono soggette tutte le altre. L’atto notarile, dunque, è come la fotografia più fedele possibile di un momento della storia, dalla quale emergono fatti, situazioni, consuetudini, sentimenti, dati genealogici, onomastici, toponomastici e linguistici. Probabilmente tutto questo è il sostrato che da sempre ha conferito al notaio prestigio sociale e riconoscimento economico.

Per non slittare su un tema scivoloso che coinvolgerebbe più categorie professionali, mi limito, nonostante tutto, ad esprimere il mio ringraziamento, anche se destinato a restare inascoltato, allo scrivano Piero de Çorçi di Sebenico, che il 18 novembre 1350 rese di pubblico dominio sulla piazza di Durazzo, col concorso di una folla variegata, un contratto di nolo marittimo1 stipulato quasi un mese prima, per la precisione il 23 settembre, davanti a Francesco Archom notaio e cancelliere del comune di Ragusa2 (città della Croazia, da non confondere con l’omonima siciliana), tra Pasche (Pasquale) de Cuno di Ragusa, patrono (comandante) di una condura (nave da carico; per l’etimo vedi più avanti il commento al testo dell’atto), con equipaggio anch’esso ragusano, dell’armatore Marino de Goç e Ilia Pelegriino (Elia Pellegrino) de Çara (di Zara). Come spesso accade, mi sono imbattuto in questo documento per puro caso, mentre ero impegnato in tutt’altra ricerca.

Mi è sembrato, però, degno di essere portato all’altrui conoscenza per i luoghi del Salento che vi compaiono, cioè Brandicio (Brindisi), Leçi (Lecce) e San Cataldo, ma anche per alcuni aspetti espressivi. Il testo, infatti, mostra movenze stilistiche e lessicali dialettali di ambito veneziano, cui certamente non sono estranei i rapporti tra la terra di origine dello scrivano (Sebenico) e la repubblica di Venezia.

Di seguito l’atto come risulta pubblicato in Acta et diplomata res Albaniae mediae aetatis illustrantia. Vol. II, Annos 1344-1406 continens / collegerunt et digesserunt Dr. Ludovicus de Thallóczy, Dr. Constantinus Jireček et Dr. Emilianus de Sufflay, v. II (annos 1344-1406, Typis Adolphi Holzhausen, Vindobonae, 1913-1918; a seguire e a chiudere, la versione in italiano, non indispensabile per la comprensione ma necessaria per l’aggiunta delle note di commento,.

pp. 23-24

In nome di Dio amen. Correndo l’anno 1350 quarta induzione dall’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, il giorno 18 del mese di novembre in Durazzo. Davanti a tutte persone in carne ed ossa, gente di città e contadini, conti, balivi, consoli, giudici e mercanti, davanti ai quali avviene la presente scrittura, a tutti sia pubblico e manifesto come io Pasquale de Cuno di Ragusa, comandante di una condura3 di due alberi, chiamata Santi Nicola e Giuliano, la quale è al presente nel porto di Durazzo, la quale è del signor Marino de Gos  compagni cittadini di Ragusa, sia noleggiata al signor Elia Pellegrino di Zara, abitante a Ragusa, con questa modalità e condizione: io detto Pasquale, se non adesso con la detta condura viaggio a questa Ragusa e a Ragusa scaricherò non cambiando alcuna rotta da Ragusa, ma più presto che potrò con la detta condura sopra menzionata tornerò a Durazzo a caricare vasellame ed altre merci del detto noleggiatore e, con l’aiuto di Dio caricata la nave di sotto e di sopra, con l’aiuto di Dio andrò a Brindisi3 a scaricare e sistemare4 il vasellame e si avrà notizia dal noleggiatore Elia. Se avrà accaparrato il carico, io Pasquale caricherò a Brindisi e se il detto Elia non avrà accaparrato a Brindisi, che io Pasquale son tenuto andare a San Cataldo, cioè a Lecce e là il detto Elia de darmi il mio carico  entro quindici giorni salvo impedimento in tutto e, se detto Elia non mi pagasse, per questo rimanga che debba pagare cinque ducati al giorno. E questo al prezzo di 135 ducati per tutta la rotta fatta da Durazzo fino alla fine del viaggio sotto e sopra coperta. ma se il detto Elia avesse qualche passeggero quella metà del nolo dei venuti sia della condura, l’altra vada al noleggiatore. E a partire da lì qui il detto Elia avrà caricato, deve venire a  Durazzo e scaricare con quello che detto Elia mi avrà caricato e spedito dalla Puglia. Parimenti io Pasquale prometto di aspettare il detto signor Elia circa il nolo che abbiamo detto di sopra finché il detto Elia non vende la mercanzia e questo con patto espresso.

Parimenti io Pasquale soprascritto comandante prometto a te Elia e tu Elia noleggiatore a me Pasquale, una parte all’altra. di attendere ed osservare nei riguardi dell’altra sotto pena di cento ducati d’oro e d’ogni danno ed interesse, qualsiasi parte contravvenga; questa pena venga a vantaggio di colui che non avrà contravvenuto ai detti patti.

Parimenti se io Pasquale se vorrò mettere là in Puglia il terzo del carico di vino, quello possa mettere in detto viaggio e si devono togliere dal nolo quarantacinque ducati, cioè il terzo che voi Elia mi dovete dare. E io Piero Corsi di Sebenico, scrivano4 della detta condura, ho scritto questo noleggio per volontà di entrambe le parti, così del padrone signor Pasquale de Cuno di Ragusa come del signor Elia Pellegrino di Zara, abitante in Ragusa, nostro noleggiatore. E a cautela e sicurezza del detto noleggiato, per volontà del detto comandante sia data la copia del detto contratto di noleggio e patti al detto signor Elia, noleggiatore, come io scrivano5 io Piero de Sorsi di Sebenico, come contiene, che sono scrivano della detta condura. Fatto in Ragusa nel piccolo consiglio al suono della campana.

Questa scrittura appare su una carta scritta da Francesco de Archo notaio e cancelliere del comune di Ragusa il 1350, terza indizione, il giorno 23 settembre in Ragusa.

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1 Ad essere rigorosi, quel marittimo sarebbe una tautologia perché noleggiare (da cui noleggio) deriva da nolo e questo dal latino nàulun (=prezzo del trasporto per mare), a sua volta dal greco ναῦλον (leggi nàulon), che è da ναῦς (leggi nàus=nave). Tutto ciò dimostra l’antica importanza del mare nei rapporti umani, anche se connessi, almeno all’inizio, esclusivamente con l’eonomia e per nulla col significato più alto di umanità, voce in sostanza obsoleta ma formalmente vitalissima, usata con spudorata ipocrisia per sciacquarci la bocca a mo’ di narcotico collutorio. Il profitto, quello teso all’accumulo e alla creazione di nuovi bisogni e non alla doverosa, anzitutto per chi detiene il potere, soddisfazione di quelli ancora definiti, sempre ipocritamente, primari, questo virus poteva dal mare, catalizzatore di un fenomeno cui la terraferma stava ormai troppo stretta, non tornarci per completare la sua opera esiziale? E così nolo, noleggiare e noleggio hanno assunto per estensione il significato attuale ed obbligato me, per quello che può servire, a stilare questa lunga nota dolente anche per chi ideologicamente cieco, e non sono certo io, ancora si illude che sia più o meno facile, come in un gioco enigmistico, risolvere il tutto col passaggio (o ripassaggio a seconda dei punti di vista) dal CONSUMISMO al COMUNISMO, per quanto riveduto e … politicamente corretto, grazie all’anagramma e alla soppressione di una S, perché due, per quanto separate avrebbero potuto evocare in coppia un ignominioso acronimo (per i più giovani: SS), col rischio di nostalgici sospettosi equivoci.

2 Sulla sua storia marinara vedi Giuseppe Gelcich, Delle istituzioni marittime e sanitarie della repubblica di Ragusa, Stabilimento tipografico di L. Herrmanstorfer, Trieste, 1882.

3 Dal greco bizantino κονδοῦρα (leggi condura), femminile sostantivato dell’aggettivo κονδοῦρος (leggi condùros)= breve, composto da κονός (leggi contòs)=corto, piccolo e οὐρά (leggi urà)=coda. Con riferimento alla Croazia più interna a ricordarne l’assenza del suo uso, la condura è nominata da Costantino VII Flavio detto il Porfirogenito nel suo Πρὸς τὸν ἴδιον υἱὸν Ῥωμανόν (più conosciuto col titolo latino De adminostrando imperio) , cap. XXXI: Ὅτι ἡ μεγάλη Χρωβατία, ἡ καὶ ἄσπρη ἐπονομαζομένη, ἀβάπτιστος τυγχάνει μέχρι τῆς σήμερον, καθὼς καὶ οἱ πλησιάζοντες αὐτὴν Σέρβλοι. Ὀλιγώτερον δὲ καβαλλαρικὸν ἐκβάλλουσιν, ὁμοίως καὶ πεζικὸν παρὰ τὴν βαπτισμένην Χρωβατίαν, ὡς συνεχέστερον πραιδευόμενοι παρά τε τῶν Φράγγων καὶ Τούρκων καὶ Πατζινακιτῶν. Ἀλλ´ οὐδὲ σαγήνας κέκτηνται, οὔτε κονδούρας, οὔτε ἐμπορευτικὰ πλοῖα, ὡς μήκοθεν οὔσης τῆς θαλάσσης· ἀπὸ γὰρ τῶν ἐκεῖσε μέχρι τῆς θαλάσσης ὁδός ἐστιν ἡμερῶν λʹ. Ἡ δὲ θάλασσα, εἰς ἣν διὰ τῶν λʹ ἡμερῶν κατέρχονται, ἐστὶν ἡ λεγομένη σκοτεινή.

(La grande Croazia, chiamata anche bianca, è senza battesimo (cioè pagana) fino ad oggi, come pure i Serbi che le stanno vicini. Dispongono di meno cavalieri come anche di fanti rispetto alla Croazia battezzata perché più frequentemente saccheggiati e dai Franchi e dai Turchi e dai Peceneghi. Ma non hanno reti da pesca né condure né navi mercantili,  essendo il mare lontano; da quei territori fino al mare c’è un viaggio di trenta giorni e il mare al quale giungono dopo trenta giorni è detto tenebroso)

4 Nell’originale conçare, che ha il suo corrispettivo italiano in conciare (coi derivato concia e concio) e, per i dialetti meridionali nel siciliano conzare (=preparare) e, con la prostesi della preposizione ad, nel napoletano acconzà e nel salentino   +‘ccunzare (con i derivati cuènzu, per designare un attrezzo da pesca, per il quale, in particolare, vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/22/cuenzu-suoi-insospettabili-fratelli/), consa, sinonimi di malta e cuèzzettu (pezzo di tufo squadrato a parallelepipedo, diminutivo del già detto italiano concio) e, con sostituzione di in ad ad ed assunzione di significato esclusivamente negativo, il derivato verbo con valore frequentativo ‘ncuzzittare (allestire qualcosa di spiacevole ai danni di uno, appioppare). Per completare l’iter etimologico: conciare è da un latino *comptiare, secondo una collaudata tecnica di formazione, da comptus, participio passato di còmere=acconciare, mettere in ordine.

5 Brandicio nell’originale. Col punto esclamativo, e non è il solo, il trascrittore del manoscritto stigmatizza la deformazione, lasciandosene sfuggire ben altre. Proprio la toponomastica, poi, spesso registra varianti cronologicamente conviventi. Questo Brandicio appare come il padre di Brandici (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/12/23/brandici-ritorna-a-brindisi-una-rarissima-veduta-cinquecentesca-presentata-alla-citta/), probabilmente solo una tappa, con giusto riconoscimento a Vito Ruggiero, protagonista di un’esaltante avventura, guidata da passione, perseveranza, sacrificio e acribia, vissuta e raccontata in Brandici: la più antica e rara mappa di Brindisi, che Brindisi non conosce, A soese dell’autore, Lecce, 2024.ùù

5 Lo scrivano marittimo era l’uffiziale delegato dal governo ad invigilare sull’esatto adempimento di quanto veniva prescritto dalla legge; era lo scribano incaricato del disbrigo dek conti di bordo, dell’evidenza delle persone e delle cose di bordo; la persona senza la quale nessun poteva salpare da Ragusa (Delle istituzioni …, op. cit., p. 12).

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