
di Marcello Gaballo
Alla periferia nord-occidentale di Parabita, lungo la strada per Tuglie e in prossimità dell’attuale cimitero monumentale, si erge il complesso dell’ex convento degli Alcantarini con l’annessa chiesa del Santissimo Crocifisso, meglio conosciuta come chiesa di San Pasquale. È un luogo che intreccia spiritualità, arte e memoria civile, testimone di una significativa stagione della storia religiosa salentina.
Gli Alcantarini, o Frati Minori Scalzi, riforma dell’Ordine francescano nata in Spagna nel XVI secolo per impulso di san Pietro d’Alcantara, si distinguevano per l’austerità della vita, la povertà radicale e l’intensa predicazione.
A Parabita giunsero nel 1726, chiamati dall’Università cittadina, dal clero secolare e dai tutori del giovane duca Giuseppe Ferrari. Superate le iniziali resistenze di altre comunità mendicanti del territorio, il convento, articolato su due piani, e la chiesa, furono completati intorno al 1731. Il legame con la famiglia ducale fu stretto e contribuì al consolidamento della presenza alcantarina, che divenne punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità locale.
La chiesa si presenta con un impianto a navata unica coperta da volta a lunette, secondo una linearità architettonica sobria e funzionale alla predicazione, in piena sintonia con l’ideale francescano. Lo spazio, armonico ed essenziale, conduce naturalmente verso il presbiterio, dove si impone l’altare maggiore tardo barocco in pietra leccese. Quattro colonne tortili finemente scolpite incorniciano l’affresco del Santissimo Crocifisso, copia dell’immagine venerata a Galatone, centro di forte devozione nel Salento.
Sul lato sinistro dell’aula si apre un ambiente laterale con due altari e una grande nicchia monumentale che custodisce un presepe settecentesco di scuola napoletana, voluto dal duca Giuseppe Ferrari. La scenografia, realizzata in roccia marina e pietra leccese, accoglie statuine in gran parte in cartapesta, offrendo una delle testimonianze più suggestive dell’arte presepiale nel territorio. Completano il patrimonio artistico simulacri lignei e in cartapesta, l’antico organo, la statua dell’Ecce Homo e quella di Santa Filomena. Dallo stesso ambiente si accede alla cappella della Madonna del Pozzo, con pavimento maiolicato ottocentesco e simbolismi mariani che richiamano la tradizione del santuario di Capurso, centro spirituale di riferimento per gli Alcantarini in Puglia.
A testimonianza della vivacità culturale del convento va ricordata anche l’antica biblioteca alcantarina, vero tesoro di studio e spiritualità. Il fondo librario parabitano è stato riconosciuto come «bene storico di particolare rilevanza» dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e Basilicata, oggi custodito presso la casa canonica della Parrocchia San Giovanni Battista. La biblioteca conta attualmente 570 volumi editi tra il 1491 e il 1830: un incunabolo, 19 cinquecentine, 78 seicentine, 433 settecentine e 40 ottocentine. Un patrimonio di straordinario interesse, specchio della formazione teologica e spirituale dei religiosi e della circolazione libraria nel Mezzogiorno d’Italia tra età moderna e contemporanea (il fondo è stato oggetto di uno studio analitico e di una accurata catalogazione da parte di Laura Stefanelli, che ne ha pubblicato i risultati nel volume La biblioteca degli Alcantarini di Parabita (Congedo Editore).
Dopo quasi tre secoli di storia, la chiesa è stata interessata da un importante intervento di restauro. Chiusa al culto il 2 febbraio 2025, è stata oggetto di un complessivo intervento conservativo reso possibile grazie ai fondi del PNRR – Missione 1 “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Turismo”, Componente C3 “Turismo e Cultura 4.0”, Investimento 2.4 – sotto la regia della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto, per conto del Ministero dell’Interno. I lavori, diretti dal Soprintendente Arch. Antonio Zunno e dalla Responsabile del Procedimento Dott.ssa Giovanna De Stradis, in sinergia con i rappresentanti del Ministero dell’Interno – Prefettura di Lecce, sono stati affidati alla ditta IMPREGIVA di Napoli ed eseguiti dalla ditta Ludovico Restauri di Matino.
L’intervento non si è limitato al consolidamento strutturale e al risanamento delle superfici, ma ha interessato in maniera puntuale anche l’altare maggiore e i paramenti murari interni del catino absidale, restituendo all’edificio una profondità cromatica e iconografica rimasta celata per lungo tempo. La rimozione degli scialbi postumi ha infatti riportato alla luce le cromie originarie e ha consentito di individuare due distinte edizioni pittoriche, testimonianza delle diverse fasi decorative della chiesa.
La più antica, collocata in corrispondenza dell’altare maggiore e dell’arcata trionfale, è realizzata con la tecnica del mezzo fresco e rivela un impianto decorativo sobrio ma raffinato, coerente con l’impianto settecentesco dell’edificio. Le tonalità recuperate, calde e armoniche, valorizzano l’architettura del presbiterio e dialogano con la plasticità dell’altare barocco in pietra leccese.

Successiva è invece l’edizione pittorica eseguita a tempera, di cui restano brani significativi di un più ampio ciclo figurativo. Al centro del catino absidale è emersa la scena di San Francesco con Dante, Giotto e Cristoforo Colombo, iconografia di grande interesse culturale oltre che religioso, che sottolinea l’influsso spirituale e civile del Poverello di Assisi nella storia italiana.
Sulla parete destra è riapparsa la scena di San Francesco che consegna gli scapolari e il librario, richiamo alla dimensione normativa e spirituale dell’Ordine; sulla sinistra, San Francesco che riceve le stimmate, episodio centrale della mistica francescana. Nelle ogive sono affiorati inoltre i resti di figure di santi e beati, oggi solo parzialmente leggibili, che contribuivano a comporre un articolato programma iconografico.
Queste scoperte, di notevole rilievo storico-artistico, non solo arricchiscono la conoscenza dell’edificio, ma restituiscono alla comunità un patrimonio figurativo che illumina la spiritualità alcantarina e offre nuove prospettive di studio sulla storia decorativa del complesso.
Venerdì 13 febbraio 2026, alle ore 18.30, S.E. Rev.ma Mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò-Gallipoli, presiederà la Solenne Concelebrazione Eucaristica per la riapertura al culto della chiesa, bene appartenente al Fondo Edifici di Culto (FEC). Durante l’anno di chiusura, le celebrazioni sono state ospitate presso la Chiesa Matrice, Parrocchia di San Giovanni Battista, alla quale va il ringraziamento della comunità.
La restituzione della Chiesa del SS.mo Crocifisso alla città non è soltanto il compimento di un intervento tecnico, ma il recupero di un luogo identitario, profondamente radicato nella devozione confraternale e nella memoria collettiva. Un ritorno alla vita piena, nel segno della continuità tra storia, fede e futuro.
Grande è la soddisfazione della Confraternita di San Luigi, che sin dalla sua costituzione ha in questa chiesa la propria sede e che nel tempo ne ha custodito con amore e dedizione il decoro e la vitalità spirituale. Il Priore, Rocco Margarito, esprime profonda gratitudine per il traguardo raggiunto, sottolineando come la riapertura rappresenti non solo la restituzione di un edificio, ma il ritorno alla piena vita di un luogo caro alla devozione confraternale e all’intera comunità parabitana.
Analoga soddisfazione viene manifestata dal Padre Spirituale della Confraternita e Arciprete di Parabita, don Santino Bove Balestra, che con costante impegno si è prodigato per il recupero e il restauro dell’edificio, seguendone con attenzione le diverse fasi e sostenendo con determinazione il percorso che ha condotto alla sua riapertura. Per entrambi, questo momento segna l’inizio di una nuova stagione di fede e di rinnovato entusiasmo pastorale attorno a un luogo che torna ad essere casa di preghiera e segno vivo di appartenenza comunitaria.

