Discorso letto il 20 febbraio 2026 in piazza Salandra, prima dei 100 rintocchi di campana

di Daniela Bove*
Autorità religiose e civili,
Cari Concittadini,
a nome del Sindaco e dell’intera Amministrazione comunale vi rivolgo un saluto rispettoso e riconoscente. Un saluto che desidero estendere a tutti voi qui presenti, perché la vostra partecipazione testimonia quanto sia viva e condivisa la volontà di custodire la memoria della nostra Città.
Il 20 febbraio 1743 è una data che ha segnato in modo profondo e indelebile la storia di Nardò. In quel giorno la città fu sconvolta da un terremoto violentissimo, il più terribile che la memoria dell’epoca ricordasse. Le cronache parlano di un vento impetuoso, di un cielo divenuto rossastro, della terra che ondeggiava come mare in tempesta. In pochi minuti, case, chiese, monasteri e luoghi pubblici crollarono, lasciando dietro di sé macerie e dolore.
Il Libro dei Morti della Cattedrale registra 112 vittime certe. Uomini, donne, bambini. Non numeri, ma volti e storie. Famiglie spezzate, vite semplici travolte all’improvviso.
I danni furono immensi. Le stime dell’epoca parlano di centinaia di migliaia di ducati, una cifra enorme se si considera che un bracciante agricolo guadagnava appena 30 ducati l’anno. Crollarono chiese e monasteri: il convento di San Francesco di Paola, parti dei monasteri di Santa Teresa e Santa Chiara, le chiese del Carmine, dei Cappuccini e dell’Incoronata. Il Vescovado risultò gravemente compromesso. La Cattedrale riportò lesioni diffuse e il campanile precipitò in parte. Quello di San Domenico fu giudicato in larga misura da demolire. Anche le carceri del Sedile cedettero, provocando la morte di sette detenuti.
Eppure, tra le macerie e lo smarrimento, Nardò trovò la forza di reagire. Con enormi sacrifici, accendendo mutui per finanziare la ricostruzione, grazie anche al sostegno giunto da città vicine come Lecce e dai signori del territorio, la comunità seppe rimettersi in piedi, animata da una determinazione che non si lasciò piegare dalla tragedia.
In quel clima di paura, il popolo riconobbe un segno di speranza nel gesto della statua di Gregorio Armeno, allora come oggi collocata sul Sedile in questa piazza. Fu vista muoversi e volgere la mano verso ponente, da dove sembrava giungere il flagello. La mitra cadde dal capo, ma la mano rimase aperta, quasi a trattenere la furia del vento e della distruzione. Quel gesto fu interpretato come un segno di protezione. Da allora, il 20 febbraio è anche giorno di gratitudine verso il nostro Santo Patrono, Illuminatore dell’Armenia.
Ma questa commemorazione non è soltanto un atto di devozione o un semplice richiamo al passato. È, prima di tutto, un impegno civile.
L’Amministrazione comunale, insieme alla cittadinanza, non intende lasciare che il 20 febbraio 1743 resti una data relegata nei documenti d’archivio. Sentiamo il dovere di mantenerne viva la memoria, di promuovere momenti di riflessione e di approfondimento, come quello di questa sera, perché gli eventi che hanno segnato in modo così profondo la nostra comunità devono entrare stabilmente nella coscienza collettiva.
Come Consigliere delegato, avverto personalmente la responsabilità di farmi interprete di questo impegno: ricordare non per riaprire ferite, ma per rafforzare la consapevolezza di ciò che siamo. Una città che conosce la propria storia è una città più forte, più unita, più capace di affrontare le sfide del presente.
Oggi non ricordiamo soltanto una tragedia. Ricordiamo una comunità ferita ma non spezzata. Ricordiamo la sofferenza, ma anche la rinascita. Ricordiamo che la Nardò che oggi viviamo è anche frutto di quella ricostruzione, di quel dolore trasformato in determinazione e speranza.
Alle 112 vittime del 20 febbraio 1743 va il nostro silenzio rispettoso.
Alla Nardò che seppe risorgere va la nostra gratitudine.
A noi, oggi, spetta il compito di custodire questa memoria e di trasmetterla, con responsabilità e amore, alle generazioni che verranno.





* Consigliere delegato ai rapporti con gli Enti ecclesiastici del Comune di Nardò
