Dialetti salentini: “carmare”, ovvero la storia di un equivoco etimologico

di Armando Polito

 

San Paolo morso dalla vipera. Fa parte di una serie di tavole pubblicate da Philippe Galle in Acta apostolorum, Anversa, 1582. Come si legge in basso a sinistra, questa  fu incisa da Hendrix Goltzius su disegno di  Johannes Stradanus (latinizzazione di Jan Van der Straet, italianizzato poi in Giovanni Stradano). Della didascalia dirò alla fine.

 

San Paolo, incisione di Giulio Bonasone (attivo a Bologna e a Roma dal 1531 al 1574) su disegno di Perin del Vaga  (soprannome di Piero di Giovanni Bonaccorsi (1501-1547).

 

Si definiscono omofoni quei vocaboli che hanno medesima forma ma etimo e significato differenti. Talora, però, complici la forma e l’arbitrario adattamento del significato della voce più usata, s’ingenera un equivoco etimologico duro a morire.

Emblematico è il caso di carmatu che nel nostro dialetto è  il participio passato di carmare, esatto corrispondente dell’italiano calmarre, che è da calma, a sua volta dal greco καῦμα, leggi càum= calore del sole).

Ma carmatu è in uso al plurale pure nel nesso li carmati ti santu Paulu, a designare coloro che nella tradizione popolare erano in grado di guarire dal morso della vipera, avendo ereditato tale potere da san Paolo, che, secondo un episodio biblico, a Malta sarebbe stato morso da una vipera  senza conseguenze; nell’immaginario collettivo, sulla scorta di una fuorviata plausibilità semantica, quel carmati è stato interpretato come calmati, tranquillizzati, al limite guariti, con un’inspiegabile passaggio da un protagonismo passivo ad uno attivo.

A quanto ne so, l’equivoco dovette durare a lungo pure tra gli studiosi, se il primo a porre il problema fu Vincenzo Dorsa in La tradizione greco-latina nei dialetti della Calabria citeriore, Migliaccio, Cosenza, 1876, p. 40.

 

In appena due righe in più rispetto alle proverbiali quattro l’autore ha spianato la via ad altri che non si degneranno di citarlo. Prima di presentarli, faccio presente che ciurmare è dal francese charmer (=affascinare, incantare ), a sua volta da charme (=fascino), che è dal latino carmen (=poesia, incantesimo).

Luigi Maria Personè, Etimologie neritine in Giambattista Basile, anno VI, n. 11 del 15 novembre 1888, p. 86

Luigi Accattatis, Vocabolario del dialetto calabrese (casalino-apriglianese), Patitucci, Castrovillari, 1895

La Calabria: rivista di letteratura polare, n. 3, febbraio 1900,  Tipografia Passafaro, Monteleone, p. 23

Gerhard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Verlag der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, München, 1959 (edizioe italiana Congedo, Galatina, 1976)

 

Chi si interessa del dialetto salentino sa bene che il vocabolario del Rohlfs resta a tutt’oggi un imprescindibile testo di riferimento. Sorprende, però, il trattamento del lemma che di seguito riproduco  con gli altri coinvolti, operazione indispensabile per motivare la mia perplessità.

Lo studioso tedesco di regola,  giustamente, non propone etimo quando la voce dialettale e quella italiana coincidono (a parte le normali differenze fonetiche), come è nei lemmi che ho evidenziato con la sottolineatura, tutti connessi con calmare. Il secondo carmare, invece, non reca etimo; eppure tra questo e l’italiano incantare sembra correre un abisso.

I due lemmi, in quanto distinti, fanno capire che per il Rohlfs sono due omofoni e per questo aventi etimo diverso. Da notare ancora che in tutti i lemmi riportati non compare, come regolarmente avviene per la stragrande maggioranza  degli altri, l’abbreviazione del nome  della località in cui la forma è in uso e registrata sul campo ma una sigla composta da una lettera maiuscola  seguita da un numero, cosa che avviene quando la voce è stata ricavata da un testo a stampa.

Per il carmare che ci interessa leggiamo L9, corrispondente, come si rileva dal repertorio degli autori utilizzati, alle Etimologie neritine di Luigi Maria Personè pubblicate nella rivista napoletana Giambattista Basile dal 15 novembre 1888 al 15 marzo 1889. Tra i lemmi proprio del primo contributo (anno VI, n.,11, p. 86) si legge quanto prima, per rispettare l’ordine cronologico, ho già riprodotto.

Dopo aver detto, e non lo faccio certo per stupido campanilismo, che la scheda del neritino, tra tutte quelle citate in questo excursus finalizzato ad esaminare un etimo a partire dalla primigenia paternità della sua individuazione, brilla per accuratezza analitica, ritorno al Rohlfs per chiarire che la  mia perplessità nasce dal fatto che il grande filologo cita il neritino riportandone solo il sinonimo italiano (incantare) e non l’etimo (carmen), che invece è riportato per il lemma  brindisino  carmisciare, che di carmare è forma intensiva con l’aggiunta del suffisso –isciare, che è dal latino –idiare, a sua volta dal greco –ίζω (leggi –izo).   

Giulietta Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, Laterza, Bari, 1994. Un intero capitololo (leggibile in in https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/30/origine-e-discendenza-dei-carmati-ti-santu-paulu/ ) è dedicato ai carmati ti santu Paulu. Il dominante interesse antropologico non trascura il riferimento etimologico, ma nulla aggiunge alle conoscez pregresse..

Pur con la pedanteria dell’ultimo arrivato intendo farlo io, mettendomi nei panni del lettore comune, quello di una volta, che non nascondeva la sua diffidenza quando i conti non tornavano in quel che aveva letto. Tutti gli autori qui scomodati fanno derivare da carmen  carmu e da questo carmare.  Il primo passaggio è corretto, il secondo va invertito per le ragioni che seguono. Carmen fa parte di una cospicua serie di sostantivi tutti neutri e  terminanti in –men, che derivano, con vari adattamenti fonetici, da  un verbo. Ne seguono alcuni esempi.

agmen (=schiera) da àgere (=condurre)

certamen (=gara) da certare (=gareggiare)

flumen (=fiume) da flùere (=scorrere)

fragmen (=frammento) da fràngere (=fare a a pezzi)

legumen (=legume) da lègere (=raccogliere)

lumen (=luce) da lucère (=brillare) attraverso un precedente *lucmen

semen (=seme) da sèrere (=seminare) attraverso un precedente *sermen

regimen (=governo) da règere (=regggere)

sagmen (=zolla di erba consacrata) da sacrare (=consacrare)

tegmen (=copertura) da tègere (=coprire)

volumen (=rotolo) da vòlvere (=avvolgere)

Il nostro carmen deriva da cànere (=cantare, celebrare, predire) per dissimilazione di *canmen e perciò carmu (regolarizzazione dell’italiano carme per adattamento meridionale alla desinenza dei nomi maschili, come il napoletano sciummo rispetto a fiume, che è da flumen) deriva da carmare e non viceversa.

Per dimostrare poi l’assoluta appartenenza di  carme e cantare alla stessa famiglia, debbo scomodare un’atra tecnica di formazione delle parole, in uso già nel latino arcaico, che vede ancora protagonista il verbo che, però non si accoppia, come nel caso precedente, con un suffisso ma utilizza una forma del suo paradigma per dare vita  ad un atro verbo con variazioni di significato a volte quasi impercettibili, a volte più profonde ma non tanto da rendere irriconoscibile il significato di partenza. Anche qui alcuni esempi con l’intero paradigma per rendere più agevole la comprensione del fenomeno.

capio capis cepi captum càpere (=prendere): da captum si è formato capto captas captavi captatum captare (=cercare di prendere)

pello pellis pèpuli pulsum pèllere (=premere): da pulsum si è formato pulso pulsas pulsavi pulsatum pulsare  (=pulsare)

Così per cano canis cècini cantum cànere (=cantare, celebrare, predire) da cantum si è formato canto cantas cantavi cantatum cantare (=pronunciare formule magiche) e da questo, con la prostesi della preposizione in, incanto incantas incantavi incatatum incantare (=incantare).

Non posso poi omettere di dire che parecchi dei nomi in –men (nati, come abbiamo visto, di verbi) hanno dato vita, a loro volta, a verbi in uso alcuni già  nel latino classico, altri in quello tardo e medioevale. Per i primi ricito semen//sèminis, dal cui tema (semin-) è nato sèmino sèminas seminavi seminatum seminare; tra i secondi c’è proprio carmen,/càrminis, dal cui tema (carmin-) è nato càrmino carminas carminavi carminatum carmiare1 dal quale l’italiano carminare, che nella medicina del passato indicava l’azione del favorire l’espulsione dei gas intestinali e di lenire il dolore da essi provocato (ritorna il fuorviante concetto del calmare …) e l’aggettivo di uso corrente carminativo.1

A conclusione di questa passeggiata filologica credo, sulla scorta dei dati emersi, che carmati e carmisciari salentini siano voce importata (attraverso un percorso secolare, anzi millenario, da Malta a risalire  in Sicilia prima  e poi sul continente?), poiché non mi risulta che in Salento sia in uso carmu, voce calabrese parallela al siciliano  ciarmu, lemma il cui  trattamento mostro insieme con quello di ciarmari, come  si legge in Antonino Traina , Nuovo vocabolario siciliano-italiano, Pedone-Lauriel, Palermo, 1868.

 


Viene confermata, sia pure attraverso i francesi charmer e charmer, l’etimo da carmen. Ma, a riprova della diffusione dell’equivoco  al quale questo post è dedicato, ecco cosa si  legge a pochi anni di distanza in Sebastiano Macaluso Storaci, Nuovo vocabolario siciliano-italiano e italiano-siciliano , Norcia, Siracusa, 1876 su i ciarauli, gli omologhi  siciliani dei carmati calabresi e salentini.

Al di là dell’etimo reale, che resta incerto (l’opinione più corrente  è che derivi dalla famiglia Cirauli di Palazzolo, per antonomasia da nome proprio  a comune, com’è stato per Cicerone e, con esiti meno … elevati, per Vespasiano) il cerretani usato nella definizione fa quanto meno sospettare che l’autore  abbia  potuto pensare  ad un’associazione etimologica con ciarla.

Questo processo, per così dire, di imbastardimento col passaggio dell’esercizio di poteri, reali o presunti che fossero fin dall’inizio …, da un numero presumibilmente ristretto di iniziati ad uno più ampio di soggetti che, come gli attuali professionisti del cosiddetto occulto, campavano a spese della credulità popolare o della disperazione del singolo, è delineato da Corrado Avolio in Canti di Noto, Zammit,  Noto, 1875, pp. 314-316.

 

ll ritratto dei ciarauli  fatto dall’Avolio, a tratti sarcastico, può sembrare frutto dello scetticismo  di un intellettuale della fine dell’Ottocento, ma mi pare che un sentimento analogo emani da una delle tavole raccolte in Di Bologna le arti per via d’Annnibale Caracci disegnate, intagliate, et offerte al grande, et alto Nettuno Gigante Signore della Piazza di Bologna da Giuseppe M. Mittelli, Giovanni Giacomo Rossi, Roma, 1660,  con la  quale mi piace chiudere,  sottolineando la carica icastica di quell’Anatomico facondo con cui nella didascalia in quattro endecasillabi (Costui, che d’angue, e vipere pungenti/vuol far dell’Anatomico facondo,/sol mostra  su l’autentiche paenti/i priilegio d’ingannare il Mondo) viene definito il ciarlatano che con arie da medico va in giro a vendere improbabili antidoti.

A quasi ottanta  anni di distanza un abisso separa questa immagine quasi caricaturale da quelle iniziali, sulla prima delle quali, come avevo promesso, ritorno per analizzarne la didascalia. Anche questa è in versi, ma latini, decisamente più confacenti alla gravità del tema ma anche ad un pubblico culturalmente, e non solo, elitario. I quattro esametri, che  possono essere considerati come una pericope (passo estratto per l’esegesi) grafica, recitano: Pelleret ut Paulus crescentia frigora membris/contulerat sarmenta focis, cui vipera dextram/dente petit frustra, cuius de fomite crescens/est accensa fides, fidei quoque sensibus ardor (Paolo, per difendersi dal freddo crescente per le membra, aveva portato dei sarmenti per accendere il fuoco; una vipera gli morse la destra invano: da quell’esca fu accesa una fede crescente e  l’ardore per il sentimento della fede).

______________

1 Per dare un’Idea dell’ampio campo semantico occupato nel tempo da carminare, riproduco, traducendolo, il lemme come è trattato nel glossario del Du Cange.

 

(CARMINARE, incantare, irretire con canti magici, in francese charmer.  Glossario arabo-latino camino, canto. Papias: Diciamo carminare o da questo si dice poiché si credeva che coloro che cantavano quelle cose fossero dementi. Colui che intonò un canto malefico nelle leggi delle dodici tavole in Plinio, libro 18 capitolo 2. Intonare canti disse anche Lampridio in Giuliano. Marcello Empirico capitolo 8: Colui che sarà stato incantato perfino ad occhi chiusi. E nel capitolo 15: Farai l’incantesimo alle ghiandole al mattino. Incmarro di Reims in Il divorzo di Lotario e Tetberga: Certi indossavano anche vesti magiche o ne erano coperti. Raimondo d’Aguillers in Storia di Gerusalemme: Mentre due donne volevano fare l’incantesimo ad una pietraia delle nostre, una pietra staccatasi violentemente travolse le donne ammaliatrici con tre fanciulli. Di quest’arte soprattutto  si servirono e ancora si servono nel curare le ferite, quanto infelicemente lo insegna quel segue. Lettera di perdono nell’anno 1387 in Registro 131 Archivio regio  142: Il supplicante colpì il detto Nepueu con un solo colpo … e il detto colpo incantato da parole soltanto, senza altra medicina o guarigione il detto  Nepueu passò dalla vita alla morte. Altre nell’anno 1411 dal Registro 176 carta 233: Tutti guerreggiarono eccetto quell’Etienne, che fece trattare con  incantesimi la ferita che aveva sulla testa senza cercarvi altro rimedio. Infine altre nell’anno 1457 nel Registro 189carta 157: Il quale inglese si fece, come si disse, incantare da un arciere franco etc.  Charmegneresse, maga, in lettera di perdono nell’anno 1402 dal Registro 157 carta 254: Il detto Enrico chiamò la detta donna puttana, ladra e maga),

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