di Gilberto Spagnolo
La tradizione
non è il culto della cenere,
ma la conservazione del fuoco.
Gustavo Mahler
(compositore e direttore d’orchestra
boemo-austriaco)
Una festa semplicemente grandiosa e straordinaria si è svolta recentemente a Novoli, piccolo comune salentino, in onore del patrono S. Antonio Abate. Festa che affonda le sue radici nel profondo legame che da secoli lega il Santo anacoreta ed egiziano ai Novolesi ed al senso d’identità e di appartenenza dell’intera comunità. “La focara. Radici di fuoco” è il titolo infatti che ha caratterizzato lo scopo e l’essenza dei festeggiamenti che si sono svolti dal 7 (giorno d’inizio della novena) fino al 25 gennaio “giornata del ringraziamento”, toccante cerimonia in cui il simulacro del Santo viene ricollocato nella sua antica edicola nel santuario a lui intitolato. La “focara”, eretta su un terrapieno in Piazza Tito Schipa (20 m. di diametro x 20 m. di altezza) “monumento d’ingegneria agraria” (come viene definito), costruito con decine di migliaia di fascine di tralci di vite secchi (“le sarmente”), ricavati dalla rimonda dei vigneti nelle campagne della zona (“parco del negroamaro”) e riposti uno sull’altro con cura ed attenzione nel rispetto delle antiche tecniche edificatorie che si tramandano da generazione in generazione, si è inesorabilmente consumata con una spettacolare accensione avvenuta nello scorso 16 gennaio e ammirata da migliaia e migliaia di Salentini e forestieri.

Ma il fuoco “non si è spento” e continua ancora a caratterizzare la vita del comune novolese con la devozione ad un altro importante santo, ovvero a S. Biagio, il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore) invocato per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione delle malattie della gola.
La ragione della devozione dei Novolesi anche per questo santo (Santu Lasi, termine dialettale con cui viene ricordato) è da ricondurre, a nostro avviso, all’influenza bizantina nel mezzogiorno italiano. Tipicamente bizantina infatti è la devozione a S. Antonio Abate e bizantine sono anche quelle per San Nicola, Santo Stefano, Sant’Andrea e appunto San Biagio, santi ai quali i Novolesi hanno dedicato nel corso dei secoli delle chiese.
Testimonianza significativa e preziosa di questa antica influenza e venerazione è infatti anche la Madonna di Costantinopoli di cui si conserva a tutt’oggi un pregevole affresco collocato cronologicamente nei primi decenni del secolo XIV nella chiesa dell’Immacolata, affresco in cui si nota una componente bizantina sia nell’impostazione che nella figurazione.

Dai verbali delle visite pastorali sappiamo che il corpo originario della chiesa di S. Biagio che sorge in Via Pendino, fu costruito intorno al 1645 circa a devozione di don Pietro Spagnolo, cantore della chiesa parrocchiale e con le offerte dei fedeli.
In realtà all’epoca si trattava di una minuscola cappella che due secoli dopo si presentava in precarie condizioni soprattutto per l’umidità, tanto che non era più possibile effettuare i sacri riti religiosi (“rovinata dall’umidità […] sospesa ed abbandonata”).
La sua prima descrizione è comunque del 1648 (anno in cui viene effettuata la visita pastorale dal vescovo Pappacoda), ma le effettive informazioni sulla sua costruzione sono riportate in realtà (e in questo caso è singolare) nei verbali delle visite pastorali del 1640 e del 1642 nella sua parte relativa alla descrizione della chiesa di Sant’Antonio Abate.
L’edificio, infatti, in quegli anni era un piccolo tempietto (“olim sacellum”) in fase di ricostruzione con le offerte dei fedeli (nel 1642 non era ancora terminato) e possedeva oltre all’altare maggiore un altro altare che era in pessime condizioni dedicato proprio a S. Biagio. L’altare inoltre aveva un’immagine del Santo che doveva essere trasferita nella nuova cappella a conclusione dei relativi lavori.
Successivamente, nel 1886, i sacerdoti D. Luigi Francioso e Salvatore Parlangeli decisero di far radere al suolo quella esistente per ricostruirne un’altra con mezzi propri e con qualche offerta dei fedeli. I lavori si protrassero sino agli inizi del secolo scorso e la Civica Amministrazione non mancò di erogare suoi contributi nel 1904.

La chiesa (così la descrive Mario De Marco) realizzata come oggi la troviamo (è descritta nel 1921 dal vescovo di Lecce Mons. Gennaro Trama) presenta una semplice facciata che riecheggia alcuni motivi neoclassici e che è scandita da quattro paraste con semplice capitello. Al sobrio portale si accede salendo tre gradini e sopra di esso un finestrone circolare e più in alto si scorge il modesto fastigio. Degno di nota è il coronamento a dentelli che separa l’ordine inferiore da quello superiore.
All’interno è presente un solo altare e pochi arredi sacri. Vi è comunque una statua a grandezza naturale di S. Biagio in cartapesta restaurata dal cartapestaio Achille De Lucrezi di Lecce (qualche anno dopo la visita di Gennaro Trama) e soprattutto la grande pala d’altare di notevole valore artistico del pittore gallipolino Giulio Pagliano (1882-1932).

La pala raffigura “S. Biagio e S. Vito che, inginocchiati rivolgono oranti lo sguardo verso l’alto dove la Vergine è tra due Angeli che le porgono fiori. Sullo sfondo del dipinto appare un centro abitato che è certamente Novoli” e accanto alla firma di Paiano la data 1908.



Al culto di S. Biagio a Novoli, come in altri centri salentini, è legata anche la tradizione delle “focareddre”, ovvero piccoli falò rionali e suggestivi. Antonio Politi le ricorda e così le descrive nelle belle pagine del suo libro “C’era una volta a Novoli. Religiosità popolare”; “[…] Controvento, poi, si procede all’accensione. La grande fiammata si fa strada tra il fumo acre e le fasciddre trasformando quel mucchio di legna in un ideale grandissimo cero a degna conclusione della ‘nturciata. Tutti ammirano estasiati quello spettacolo, sempre uguale e sempre diverso; i ragazzi ripassano con la mente ogni mossa fatta dai grandi nelle varie fasi di costruzione. Per qualche giorno il fuoco alimenterà scarfalietti, limmure e cardarelle, finché tutto sarà ridotto a un mucchio di cenere. Il rito – Fòcara, iniziato in estate, avrà il suo epilogo annuale il tre febbraio, quando in tutti i quartieri li strei, specie quelli che hanno pijatu pinneddre, che già si sentono adolescenti, ingaggeranno un’ideale gara nell’innalzare focarèddre che saranno accese, spesso con l’ausilio di una batteria, al passaggio della statua di Santu Lasi”.
Ricordo anch’io ancora nitidamente e come se fosse ieri questa gara, anche se son passati più di sessant’anni; la ricerca spasmodica e festosa delle fascine nelle campagne (con qualche rischio e qualche rimprovero) per la costruzione della focareddra in Via XXIV maggio e non molto lontano dalla scuola elementare di Via dei Caduti.
Tradizione di antica memoria dunque, quasi come propaggine e corollario della grande focara eretta in onore di S. Antonio Abate, alla quale però con l’andare del tempo non si è più data continuità e oggi quasi ormai scomparsa del tutto, lasciando sopravvivere solo iniziative rionali sporadiche o di privati cittadini. Diversi anni fa la focara di S. Biagio fu costruita davanti alla chiesa dell’Immacolata, luogo suggestivo e simbolico, essendo l’Immacolata la chiesa più antica di Novoli.
Altra iniziativa è stata quella fatta dall’Associazione “Le donne della focara” nel 2020, organizzata in collaborazione con il comitato festa Sant’Antonio Abate e la Pro Loco di Novoli. La focara di San Biagio in quell’anno fu costruita e accesa l’8 febbraio in Piazza Tito Schipa e in cima ad essa fu posto il quadro di San Biagio. Altra focara dedicata a Santu Lasi fu costruita infine nel rione alle spalle della stessa Piazza Tito Schipa, in un terreno che costeggia Via Montale e Via Carducci con il coinvolgimento ovviamente di tutta la popolazione novolese.




Riferimenti bibliografici essenziali
P. De Leo, S. Antonio eremita protettore di Novoli. Note e documenti, Editrice Salentina, Galatina 1971.
M. De Marco, Storia di Novoli. Testi e documenti, Centro Studi Mario De Marco, 2024.
S. Epifani, La terra sull’altare. Chiese e cappelle novolesi in età moderna attraverso le visite pastorali. Note-regesti-documenti, Tomo I, youcanprint 2018.
O. Mazzotta, Novoli (1806-1931), Bibliotheca Minima, Novoli MCXXC. L’autore, a proposito della chiesa di S. Biagio, riporta il seguente episodio, richiamato nelle visite pastorali: “Nella chiesa si installò una nuova congregazione promossa da d. Luigi Francioso, d. Salvatore Parlangeli e d. Pasquale De Matteis. Forse per un certo antagonismo avevano deciso di intitolarla al ss. Cuore di Maria, come quella eretta nella Matrice. Il Vicario capitolare così rispondeva alla richiesta dei suddetti sacerdoti: «(…) bene che sorgano confraternite e si ecciti in questi nostri tempi infelici il culto della Vergine, ma due confraternite con lo stesso titolo no». La confraternita, costituita il 3 luglio 1868, prese il nome di Madonna dei Fiori. Risolto il problema del titolo, spuntò quello della statua. La Congregazione della Madonna dei Fiori voleva avere una propria statua e voleva farla tale e quale a quella esistente. La cosa non piacque al sindaco P. Longo che invitò il Vicario capitolare ad intervenire «per non far succedere la seconda edizione delle due madonne di Carmiano». Il vicario dispose che la statua fosse una sola e venisse usata dalle due congreghe” (p. 119). E in effetti a Carmiano, com’è noto, per la presenza di due statue dell’Immacolata, la popolazione tutta si divise in due fazioni che per cinque anni si contrapposero dando luogo a episodi di fanatismo e intolleranza, sfiorando finanche la lotta sanguinosa.
G. Paticchia, Carmiano ha un volto, Lecce 1985 (per le due statue dell’Immacolata, pp. 185-193).
A. Politi, C’era una volta a Novoli. Religiosità popolare, Società di Storia Patria per la Puglia sezione di Novoli “O. Parlangeli”, Vol. I, il Parametro Editore 2000, contributo dal titolo “Focare e focareddre”. San Biagio è chiamato “Santu Lasi” nel Salento “a causa della naturale evoluzione fonetica del dialetto locale e dell’influenza delle parole greco-bizantine presenti in passato nel territorio. Il nome, trasformato da “Blasius” in latino, si è italianizzato in Biagio, ma nel vernacolo salentino ha subito rotacismi e accorciamenti trasformandosi in Lasi o Lasiu” (https:www.Aloverview.it).
G. Spagnolo, Il fuoco sacro. Tradizione e culto di S. Antonio Abate a Novoli e nel Salento, III edizione, Fondazione Focara di Novoli, Agm-Artigrafiche Marino 2017.
