di Marcello Gaballo
Claudio Ermogene Del Medico, Testimoni di arte organaria nelle città degli Acquaviva d’Aragona, Quaderni di Arte Organaria in Terra di Bari, n. 7, Alberobello, A.G.A. Arti Grafiche Alberobello, 2026
Testimoni di arte organaria nelle città degli Acquaviva d’Aragona si inserisce con naturale continuità in un percorso di ricerca ormai consolidato, riportando alla luce un patrimonio sonoro spesso trascurato e mostrando come la famiglia Acquaviva abbia influenzato le scelte culturali e artistiche nei centri del suo dominio.
Con questo settimo quaderno, Claudio Ermogene Del Medico rafforza una collana che si distingue per chiarezza, rigore e per la capacità di restituire dignità storica a un settore della ricerca spesso marginale.
Il volume si colloca nel solco degli studi recenti che hanno rivalutato le cosiddette “arti minori” – e in particolare l’organaria – come strumenti preziosi per comprendere i legami tra potere, devozione e vita materiale nell’Italia di antico regime. Ma l’opera va oltre la semplice descrizione tecnica degli organi: offre una lettura attenta e articolata della committenza nobiliare, delle pratiche liturgiche e delle dinamiche locali, mostrando come la lunga presenza degli Acquaviva d’Aragona abbia lasciato un’impronta concreta e duratura nella storia culturale dei loro centri.
Il merito principale del lavoro risiede nella scelta di assumere la famiglia Acquaviva non come mero sfondo genealogico, ma come vero e proprio soggetto storico, capace di orientare, direttamente o indirettamente, la diffusione e la qualità della produzione organaria tra Abruzzo e Terra d’Otranto.
Attraverso un’analisi delle fonti archivistiche, delle testimonianze materiali superstiti e della tradizione storiografica, Del Medico restituisce alla committenza nobiliare il suo ruolo di cerniera tra esigenze liturgiche, rappresentazione del prestigio dinastico e costruzione di un linguaggio sonoro coerente con l’ideologia del potere.
In questo quadro, l’organo a canne emerge non soltanto come strumento musicale, ma come oggetto simbolico, fortemente carico di significati. La sua collocazione negli spazi ecclesiali, la qualità dei materiali impiegati, la scelta degli organari e persino le soluzioni decorative delle casse diventano indicatori di una precisa volontà di autorappresentazione.
Particolarmente riuscita è la sezione dedicata ai poli di Atri e Conversano, letti non come realtà isolate, ma come nodi di una rete culturale e politica più ampia.
Di particolare interesse è l’inserimento di Nardò nel discorso complessivo, un centro per il quale le fonti documentarie specifiche risultano relativamente scarne e frammentarie, ma non per questo meno significative, soprattutto considerando il ruolo strategico della città all’interno dei domini acquaviviani.
Il percorso si apre con Belisario I Acquaviva d’Aragona, figlio di Giulio Antonio I, al quale nel 1497 fu assegnata la contea di Nardò, poi elevata a ducato. Umanista raffinato e letterato coltissimo, Belisario mostrò un’attenzione costante verso la “sua” città, promuovendo un clima culturale vivace, testimoniato anche dall’istituzione dell’Accademia del Lauro. In tale contesto, la diffusione dell’arte organaria nelle chiese neritine può essere letta come parte di un più ampio progetto di qualificazione liturgica e simbolica degli spazi sacri, che trova riscontri evidenti a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento, con la presenza in città di organari di primo piano come Giovanni Martino d’Orta, Francesco Tondo e Orfeo Torres da Copertino, fino alla realizzazione dell’organo secentesco della cattedrale neritina, opera di Giacomo Antonio Montedoro da Poggiardo e del figlio Lorenzo, del quale mi sono interessato lo scorso anno.
Questo orientamento trova una prosecuzione significativa nell’azione del figlio Gian Battista Acquaviva d’Aragona, vescovo di Nardò dal 1536 per oltre trent’anni. La sua guida pastorale, solida e continuativa, si riflette anche nell’attenzione verso la musica liturgica quale strumento di decoro e di edificazione spirituale. Emblematico è l’acquisto, nel 1543, di un organo da parte dei presbiteri della collegiata di Copertino dall’organaro napoletano Nicolò Aspelli, probabilmente favorito proprio dall’intermediazione del vescovo, legato da vincoli di parentela al signore di Noci, dove l’Aspelli soggiornava. L’episodio mostra come la rete familiare e istituzionale degli Acquaviva operasse da canale privilegiato di circolazione di modelli artistici e musicali all’interno della diocesi neritina.
La lunga durata di questa sensibilità dinastica emerge con particolare chiarezza nel profilo di Agnese Acquaviva d’Aragona, discendente dei cadetti dei duchi di Nardò e badessa del monastero di Santa Chiara alla fine del Seicento. Nata nel 1653 e professa nel cenobio neretino, Agnese fu protagonista del profondo rinnovamento della chiesa monastica, culminato nella decisione di sostituire il vecchio organo. Eletta badessa nel 1699, si fece carico personalmente di una parte rilevante della spesa per il nuovo strumento, destinando 71 ducati di tasca propria, a fronte di un contributo assai più modesto della comunità per la sola cassa lignea. L’organo, ultimato nel 1702 e attribuito a Eligio Chircher da Gallipoli, venne collocato sulla fastosa cantoria in cornu Epistulae.
Una menzione a parte merita Gian Girolamo II Acquaviva d’Aragona, figlio di Giulio I, conte di Conversano, e di Caterina Acquaviva d’Aragona, duchessa di Nardò, la cui memoria è profondamente segnata nella città neritina. Da Nardò traeva gran parte delle sue entrate, ma vi riservò ben poche attenzioni, aggravandone le condizioni con soprusi e angherie che lasciarono un segno duraturo nella memoria storica locale, culminando negli eventi del 20 agosto 1647: sei ecclesiastici furono trucidati e numerosi cittadini neritini deportati e incarcerati a Conversano, dove molti persero la vita. Questi episodi, documentati e tramandati dalla tradizione, consolidano l’immagine del conte a Nardò come simbolo di tirannia e violenza, responsabile di una repressione sistematica che colpì clero, popolazione e istituzioni civili.
Diversa appare invece la sua relazione con Conversano, centro verso il quale Gian Girolamo II concentrò i propri interessi politici, artistici e rappresentativi. Qui promosse abbellimenti del castello e della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, arricchendoli con opere pittoriche di pregio, e favorì la musica come elemento distintivo della corte, contribuendo a definire un’immagine di signoria colta e aggiornata.
Dal punto di vista metodologico, il volume si distingue per l’equilibrio tra rigore documentario e chiarezza espositiva. L’autore evita consapevolmente una lettura meramente tecnica dell’organo, collocando costantemente strumenti, committenze e maestranze all’interno del loro contesto storico, sociale e religioso.
Titoli della collana
- I perduti organi a canne della città di Putignano. Documenti inediti (2024)
- Una dinastia di organari pugliesi del XVII secolo: gli Spinelli di Noicattaro (2024)
- Antiche memorie di arte organaria a Monopoli (2025)
- Storie di organi a canne nella città di Conversano (2025)
- L’organaro Orfeo Torres da Copertino fra Terra d’Otranto e Terra di Bari (2025)
- Organari napoletani in Puglia tra XV e XVI secolo (2025)
- Testimoni di arte organaria nelle città degli Acquaviva d’Aragona (2026)

Congratulazioni a Claudio Del Medico per questa importante ricerca! Un arricchimento per tutte le comunità citate nel libro! Conoscere la storia di questi importanti organi ecclesiastici ci allarga la mente per capire meglio l’importanza della famiglia Acquaviva nel contesto del ricco Regno di Napoli! Complimenti vivissimi all’autore