di Armando Polito
Se la seconda parte della locuzione (è) è chiaramente la terza persona singolare del presente indicativo tale quale quello italiano, è la prima (ggh’) a porre problemi, a cominciare dall’identificazione del fonema, sicuramente una vocale, che ha subito l’elisione. Appare improbabile che uno dei teorici candidati (ggha/gghe/gghi/ggho/gghu) sia un’interiezione o di una di quelle forme espresssiive tipiche dei fumetti, come grrr, sob, gasp, gulp e simili. Un aiuto può essere trovato allargando l’indagine all’unico nesso in cui questa misteriosa particella compare. Ciò avviene solo in espressioni del tipo Cce ggh’è ca sta ffaci? (Che stai facendo?) o Cce gh’è bbeddhu! (Quanto è bello!). Tuttavia la traduzione in italiano appena riportata non aiuta ad individuare la sua marca grammaticale.
Se, però, ricorro alla traduzione letterale (l’unica, in tutte le lingue, in grado di cogliere tutti gli aspetti grammaticali e le più sottili sfumature semantiche), comincio a vedere un po’ di luce: Che … è che stai facendo?; Che (=quanto) … è bello! A colmare la lacuna dei puntini può intervenire solo quello (o quella cosa). È ciò che per via induttiva mi aiuta ad individuarne l’origine e ad escludere non solo la precedente ipotesi fumettistica ma anche qualsiasi funzione eufonica. L’ulteriore conferma e il dettaglio dirimente vengono dalla constatazione già fatta che a ggh’ segue sempre una voce del verbo essere iniziante per e-: in pratica la terza persona singolare dell’indicativo presente (è), passato prossimo (è statu), imperfetto (era) e trapassato prossimo (era statu). Emerge così che il suo esatto corrispondente italiano è gli, presente nella letteratura delle origini, tanto in prosa che in poesia1, vivo e vegeto anche nei secoli successivi.
Gli è dal latino illud, neutro di ille, che in italiano ha dato egli e nel salentino iddhu. Rispetto a iddhu si rileva che ggh’ (da gghi) presenta un esito diverso, modellato sul tipo di scaglie>scagghe, maglie>magghe e simili.
Sarebbe azzardato supporre che questo diverso esito abbia una funzione distintiva rispetto al maschile iddhu, perché significherebbe attribuire al dialetto una raffinatezza grammaticale che neppure un suo innamorato come me si sente di accreditargli; più probabile perciò è che ggh’è, fra l’altro presente in molti dialetti da nord a sud, sia un ricalco dall’italiano gli è. Sembra tenersi fuori il corrispondente napoletano che d’è?, per il quale non mi pare fuori luogo mettere in campo il latino quid est?, con la d di quid che, non potendo conservarsi come consonante finale di una parola, ha finito per assumere un’autonoma funzione eufonica, ipotesi per la quale andrebbe cercata conferma in altri casi; ma in questo sarebbe indispensabile l’aiuto di qualche eventuale lettore napoletano.
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1 Due soli esempi: … dicovi che gli è la più bella cosa del mondo a vedere (Marco Polo, Il milione); E quando vita per morte s’acquista/gli è gioioso il morire (Cino da Pistoia, dalla canzone La dolce vista e ‘l bel guardo soave).

Quando scrive ” Un innamorato come me ‘ riferendosi al dialetto quasi mi commuove.
Bellissimo