di Pierluigi Cazzato
Ancora una volta torniamo ad occuparci dei registri fiscali prodotti dalla burocrazia del Principato di Taranto in epoca orsiniana. Fonti ricche di preziose notizie, i registri redatti dai funzionari di Giovan Antonio del Balzo ci offrono un’immagine inedita dell’economia e della vita quotidiana delle genti salentine di fine Medioevo. Se nei precedenti articoli abbiamo più volte accennato alle attività economiche che si svolgevano nel Capo di Leuca tra gli anni 1458-1463, in questa occasione intendiamo trattare più diffusamente dei processi di produzione, consumo e circolazione di beni che avevano luogo nella piccola civitas di Alessano nella seconda metà del XV secolo.
Per la nostra ricostruzione storica utilizzeremo principalmente due registri: le “Declaraciones principalis curie provincie Terre Idronti anni VII indictionis 1458“1 e il “Quaderno della bagliva di Alessano”2 dell’anno 1462-63. Ci occuperemo, quindi, di un lasso di tempo abbastanza ristretto ma denso di avvenimenti di cui è bene dare un brevissimo sunto prima di iniziare la nostra trattazione.
Nell’estate del 1458 moriva Alfonso d’Aragona, così sul trono del regno di Sicilia gli succedeva Ferdinando I, detto Ferrante, costretto subito a fronteggiare l’ostilità di diversi baroni filo-angioini, tra questi anche il principe di Taranto. Lo scontro tra l’aragonese e il del Balzo era inevitabile, ben presto diveniva una guerra aperta combattuta senza esclusione di colpi. La guerra durava già da qualche anno quando, nel Novembre del 1463, Giovan Antonio moriva, forse avvelenato, ad Altamura; con la sua morte terminava l’esistenza plurisecolare del Principato di Taranto.

La produzione agricola
Come quasi ogni centro abitato di Terra d’Otranto, ma potremmo dire di tutto il Mezzogiorno aragonese, l’Alessano tardomedievale basava la sua economia sullo sfruttamento delle risorse agricole e pastorali. Ci troviamo di fronte ad centro rurale in cui la maggior parte della popolazione traeva sostentamento dal lavoro della terra, una tipica società agraria nella quale la disponibilità di terreni arabili, e magari di una coppia di buoi aratori, era di essenziale importanza. Il contadino medievale salentino era profondamente legato ai campi che lavorava sia che essi fossero di sua diretta proprietà (allodio), sia che fossero stati ottenuti in concessione dal signore feudale (il dominus o dompno). Si trattava di agricoltori che possedevano in media 2 o 3 ettari di seminativo e orto, uno o due animali da lavoro, dei piccoli appezzamenti recintati da muretti a secco, le clausure, con un pezzo di vigna e qualche ulivo; tutti terreni, sottoposti a censi non elevati, che potevano dare dei redditi modesti ma non disprezzabili. Più precarie invece erano le condizioni degli uomini che possedevano solo piccoli pezzi di terra, privi di sementi e di aratro, questi contadini raggiungevano a malapena un accettabile livello di sussistenza. Nessuno di loro, piccoli e piccolissimi coltivatori, era tuttavia immune ai contraccolpi dei cattivi raccolti; in anni di rese magre era molto facile indebitarsi, e cadere in miseria, nel tentativo di sostenere il fabbisogno alimentare della famiglia3.
Per i contadini del Salento medievale era fondamentale la coltivazione dei cereali. Le fonti che riguardano Alessano testimoniano esclusivamente la produzione di grano tenero (frumentum) e orzo (ordeum): il primo era destinato al consumo umano, l’altro, invece, all’alimentazione degli animali (soprattutto degli equini). Con il frumentum si faceva il pane, l’alimento principale nella dieta dell’uomo medievale, la cui mancanza significava carestia e fame4. Solo in assenza di grano si panificava con l’orzo, con cui si riusciva a produrre una specie di galletta non lievitata considerata come un “pane della sofferenza”5.
Ad Alessano si pagava un dazio sulla panificazione, pro pane facto, ma probabilmente il tributo veniva riscosso solo sul pane cotto nei forni di proprietà della curia. I cereali erano utilizzati anche per il pagamento degli oneri fiscali e per questo motivo ne troviamo menzione nei documenti del Principato. Nella civitas alessanese, per esempio, spesso i censi sulla terra venivano pagati in frumento e orzo, oltre che in denaro e cera6. Ad esempio, l’erario Giovannuccio de Santo Iohanne incamerava discrete quantità di cereali: grano da alcuni uomini che avevano in concessione ad terciam, quartam et quintam partem delle terre della curia in clausorio magno; altro frumento dalla terra detta Santa Marina di Ruggiano; orzo veniva da una terra della curia in Lacconarijs e da un’altra situata in Rogiano denominata Puczo Porcello. Dai conti dell’erario veniamo a sapere che l’unità di misura utilizzata era il tomolo ad mensuram Alexanj (caratteristico di Alessano e diverso da altri tomoli come quello leccese o quello di Otranto) ad rasum (il recipiente che veniva utilizzato nella misurazione non doveva essere riempito oltre l’orlo)7. Inoltre sono testimoniate diverse compravendite di modeste quantità di cereali che avevano luogo durante i giorni di mercato.
Nel ciclo triennale di rotazione delle colture caratteristico del Medioevo, alla produzione dei cereali seguiva quella delle leguminose (nel terzo anno di solito veniva seminato il foraggio per gli animali). I legumi garantivano un buon apporto di proteine alla dieta della popolazione dell’epoca e per questo venivano coltivati diffusamente. Le fave di Terra d’Otranto erano rinomate ed esportate anche verso Venezia, non sorprende, quindi, trovarle citate tra le carte dei funzionari alessanesi: era sempre l’erario a riscuotere una discreta quantità di fabarum per l’affitto di un terreno macchioso chiamato Fasane e a incamerare anche delle lenticchie (lentis) dagli stessi terreni8.
Spostando la nostra attenzione verso la rendicontazione fiscale dei baiuli veniamo a conoscenza di altre derrate agricole, oltre ai cereali, che si scambiavano regolarmente sul mercato di Alessano: frutta e ortaggi (cerasis, melonum, cocumerum, fichi, castagne e pere), fibre tessili come lino, canapa e cotone (nuclej bombicinij)9 e differenti qualità di zafferano10.
Tra le colture arboricole un ruolo di preminenza avevano la vite e l’ulivo. La coltivazione del vigneto era diffusa ma confinata in appezzamenti estremamente frazionati, in genere ubicati a ridosso del centro abitato o addirittura al suo interno. La viticoltura, in questo periodo, sembra in fase di arretramento, la maggior parte della produzione di vino, altro alimento fondamentale della dieta medievale, era destinata all’autoconsumo e il suo commercio era sfavorito da misure protezionistiche come il divieto d’importazione di vini forestieri. In aggiunta diritti di privativa, che imponevano la commercializzazione in esclusiva del vino prodotto nelle vigne signorili, e altri dazi gravavano sulla vendita al minuto. La produzione era abbondante, e il consumo assai diffuso in tutti gli strati sociali, ma il commercio pare limitato a livello locale11. Dalle carte, non sembra che ad Alessano la compravendita del vino fosse sottoposta a particolare tassazione, tuttavia la curia esercitava i propri diritti sul prodotto proveniente da alcuni vigneti: ex vineis qui fuerunt Colelle, ex vineis Iacobi Bellantis12. Troviamo attestazione anche di due palmenti: ne possedeva uno la curia (sottoposto a riparazioni nel 1458-59)13 mentre l’altro apparteneva a Nicola de Gorgono, uno degli alessanesi più in vista dell’epoca14.
Della produzione e del commercio dell’olio, vero volano dell’economia salentina del Quattrocento, ci siamo occupati estesamente in un precedente articolo a cui rimandiamo15. In aggiunta a quanto già scritto, qui riportiamo due ulteriori notizie che abbiamo ritrovato nel quaderno delle Declaraciones.
Dai conti del capitano di Alessano Giacomo Antonio Coniger16 veniamo a sapere che a frate Giuliano di Taranto, guardianij loci beati Francisci de Alexano, era stata concessa una somma in denaro per il vitto dei frati dimoranti nella chiesa di S. Francesco, in più gli erano state donate due staia e mezzo d’olio pro uso lampadis del medesimo luogo di culto17. Inoltre, lo stesso capitano pagava a Gaspare Torsello e a Pietro Perrotta la somma di 9 tarì e 5 grana perché si erano occupati dell’aratura degli oliveti (clausoria olivarum) della curia18.
Allevamento e pesca
L’altra attività basilare dell’economia nel Salento medievale era l’allevamento di diverse specie animali. Al pascolo delle bestie erano destinati alcuni terreni macchiosi, a volte recintati (agresto et locis in defensis), di cui la comunità poteva usufruire senza pagare oneri. Diversamente, i forestieri erano tenuti a versare un piccolo tributo (ius affide) ai baiuli di Alessano per l’utilizzo di questi terreni19. Gli stessi ufficiali si occupavano anche delle multe per i danni provocati dagli animali alle colture agricole. La vigna e l’uliveto, in particolar modo, erano protetti negli statuti di ogni università, si proibiva il pascolo in certi periodi dell’anno e/o in certe parti del feudo (caso curioso ad Alessano era vietato far pascolare gli animali nel fossato della città). Inoltre le colture arboricole erano recintate quasi sempre da muretti a secco (clausure), in modo da evitare lo sconfinamento delle bestie; ma ciò non bastava ad impedire i danneggiamenti che erano fonte di continue liti, spesso culminanti in delle vere e proprie faide.
I bovini erano allevati per la produzione di latte e soprattutto come animali da fatica, aggiogati all’aratro erano fondamentali nella pratica agricola. I registri fiscali orsiniani, a volte, fanno distinzione tra i contadini possessori di una coppia di buoi (cum pariculo), sottoposti a tassazione maggiore, e quelli con un solo bue o senza (cum medio pariculo aut zappatori)20. Il possesso di una coppia di buoi faceva la differenza tra il coltivatore benestante e quello che viveva poco sopra il livello di sussistenza.
Anche l’allevamento e il commercio degli equini, usati nella locomozione e per scopi militari, è ben documentato. Sul mercato di Alessano, per esempio, è attestata la vendita di cavalli (iumenti), puledri (pulitri) e muli (mule).
Ovini e caprini (ovis et capretis) venivano allevati in abbondanza per uso alimentare, carne e latticini (ampiamente attestata la vendita di prodotti caseari come casej recocti, lattis et ricotti) e per la lana.
I suini, solitamente allevati allo stato brado nelle zone di incolto e di macchia, erano la principale fonte di proteine animali nella dieta del salentino di fine Medioevo.
Per quanto riguarda il consumo di carne, il quaderno dei baiuli alessanesi ci offre una dettagliata testimonianza delle attività di macellazione che si svolgevano nella civitas: il maiale veniva macellato dall’inizio di Settembre fino al periodo pre-quaresimale (la sua carne poteva essere conservata facilmente sotto sale e costituire una riserva di cibo per tutto l’anno); durante la Quaresima l’attività di macellazione terminava e sulle tavole la carne veniva sostituita dal pesce; poi con l’arrivo della Pasqua si riprendeva a macellare (ad Alessano il sabato della settimana santa del 1463 venivano uccisi quattro montoni in previsione della festa pasquale); in primavera ed estate il consumo di carne riguardava esclusivamente gli ovicaprini (pecude, capreto, castrato) e pochi bovini. Inoltre abbiamo notizia della vendita di carne di cervo (carnium cerbina). Diverse dovevano essere le botteghe dei macellai (buccerijs) dove si svolgevano tutte queste attività21.
Un particolare tipo di allevamento era quello delle api, occupazione assai comune nelle campagne salentine dell’epoca. Nelle nostre carte si fa spesso riferimento alla cera, sottoprodotto dell’apicoltura: con essa alcuni alessanesi pagavano i censi sulla terra che avevano avuto in concessione dalla curia (ben 52 libbre nel 1458-59), sempre della cera, proveniente da alcuni orti chiamati de abbate Luca, veniva annualmente assegnata a don Reynaldi Pullesj de Alexano, cappellano della chiesa di S. Nicola de Monte22.
Per quanto riguarda la pesca, abbiamo già visto quanto il pesce avesse una certa importanza nell’alimentazione degli abitanti della civitas durante il periodo quaresimale; possiamo aggiungere che sulla piazza alessanese le sarde (sardellas) venivano vendute in abbondanza nei mesi primaverili, mentre in estate si vendevano pisces minutos e vopillis. Il pescato proveniva dalla vicina costa adriatica visto che i venditori erano principalmente corsanesi, gaglianesi e tiggianesi23. Sappiamo che la pesca veniva praticata sia con le reti (cum retibus) sia cum cannella e che su questa attività la curia esigeva il pagamento di alcuni diritti. Ad esempio, i baiuli di Alessano riscuotevano da Andrea Tio di Morciano la gabella delle pillillj ac fontanellarum in cui si pescavano le anguille, peschiere che si trovavano nelle paludis seu maritime Salve24.
Oltre a paludi e peschiere, venivano ampiamente sfruttate anche le altre risorse dell’incolto e del bosco: Andrea Tio non era solo il responsabile (conduttore) delle zone acquitrinose sulla costa ionica, ma si occupava pure delle terrarum, foreste, iuncorum del territorio di Salve. Allo stesso modo, Angelo Mauro era conduttore herbarum, foreste capitis leocadensis e versava la relativa gabella alla curia alessanese25. La foresta era sicuramente essenziale per il pascolo ma anche un’importante fonte di legna, giunchi, carbone, selvaggina, ghiande, frutti e piante selvatiche edibili e officinali.
Le attività artigianali
Le notizie circa le attività artigianali che avevano luogo nella civitas Alexani sono scarse e frammentarie, tuttavia è possibile darne una sommaria descrizione. Sono menzionati molti magistri, per lo più forestieri, che avevano interessi economici nella città. Immaginiamo fossero piccoli artigiani e bottegai che vendevano i propri prodotti sulla piazza alessanese, come quel magistro Antonio che vendeva corde di canapa o quel mastro Nucio di Melpignano che nel 1463 vendeva unius mactrilis et unius pile reponendj olej pagando il relativo dazio26. Inoltre, dall’esame delle merci comprate e vendute sul mercato, si nota come in città venissero importati cuoi e pellami (corei), d’altro canto risulta evidente che gli abitanti dei casali vicini erano soliti rifornirsi di scarpe (più precisamente di suole e tomaie, solarum et antipedum) ad Alessano, da venditori locali. Si può dunque suppore la presenza di botteghe di conciatori, pellai e calzolai. Allo stesso modo i diversi attrezzi in metallo (aratrj, vomeris, forcam, zappe, zappe stricte, ferri, caldararum) acquistati da forestieri portano a supporre la presenza di fabbri e mastri ferrai in loco, così come la vendita di legname (tabulas) e travi (tigillos) ci fa pensare a botteghe di falegnameria o la vendita di tessuti alla presenza di commercianti specializzati in questo settore27.
Oltre ai già menzionati macellai, erano sicuramente attivi anche dei mastri muratori (magistri fabricatori) e manovali edili (manipoly), responsabili delle riparazioni alla stalla del castello e al palmento della curia28.
Il mercato
Il posto in cui venivano scambiati i beni prodotti era principalmente il mercato cittadino che aveva luogo ogni domenica nella piazza principale (in foro) della città (supponiamo fosse la piazza del castello). Altre fiere si svolgevano durante particolari festività religiose: il 22 Luglio c’era un mercato in foro Magdalene, il 6 di Agosto un altro in foro Salvatoris29, il 13 Aprile si svolgeva una fiera in foro leocadensi (probabilmente sulla piazza del santuario mariano di Leuca), altre due importanti fiere, infine, avevano luogo presso l’abazia di S. Maria dell’Amito (in foro Lomiti) il 19 Febbraio e il 15 di Agosto30. Tutti i forestieri (exteris), che vendevano o compravano merci durante questi mercati, erano sottoposti al pagamento del diritto di piazza (plateatico) di 15 grani per ogni oncia (2,5%), somme che venivano regolarmente riscosse e registrate dai baiuli; i cittadini alessanesi, invece, erano esentati dal pagamento di tale tributo. Nel 1462-63 la fiera che generava i maggiori introiti, più di 28 tarì, era quella di S. Maria de Lomito in estate, mentre quella di Febbraio dava 10 tarì; le altre fiere invece erano più piccole e con un volume di scambi assai minore, tanto da portare nelle casse della curia un paio di tarì al massimo.
Il mercato settimanale, che si teneva anche in condizioni di tempo avverso (obstantis pluvia), attirava nella civitas Alexani una discreta quantità di compratori provenienti dai casali vicini che si rifornivano di svariate merci. I venditori, invece, potevano arrivare sia dal Capo di Leuca, sia dal resto del Salento (Lecce, Gallipoli, Nardò, Otranto, Supersano ecc…), a volte addirittura da fuori regione (da Matera e da Tricarico). Anche numerosi ebrei forestieri frequentavano la piazza alessanese, erano occupati nella vendita di diverse merci, soprattutto pelli e cuoi; la vendita del pesce, come abbiamo visto, era appannaggio degli uomini di Corsano, Gagliano e Tiggiano; le angurie (melonum) provenivano quasi esclusivamente da Supersano; il carbone31 veniva commerciato principalmente da persone provenienti da Ruffano e Torrepaduli (immaginiamo che ricavassero il prezioso combustibile da carbonaie dislocate all’interno della foresta del Belvedere)32. Si trattava per lo più di piccoli commercianti che, a volte, conducevano gli affari associandosi tra loro; spesso queste attività erano condotte in ambito familiare, numerosi sono i casi di padre e figlio occupati nello stesso commercio.
Conclusioni
Per finire, vogliamo sottolineare alcuni aspetti che emergono in modo esplicito dai registri presi in esame.
Innanzi tutto la comunità alessanese della fine del Medioevo appare come una società dinamica e in fase di sviluppo; supponiamo che fosse in un momento di crescita economica, trainata soprattutto dalla produzione olearia e dal commercio di derrate agricole, in primis dell’olio. A questo dinamismo economico corrispondeva una certa mobilità sociale, non crediamo di essere lontani dal vero nel dire che proprio in questo periodo si affermarono alcune famiglie che, nei secoli successivi, andarono a costituire i ranghi del notabilato locale.
Anche se in fase di sviluppo, la produzione rimaneva sempre di stampo prettamente agricolo; tuttavia lo sfruttamento delle risorse dell’incolto e del bosco, e ancor di più la pesca, rivestivano un ruolo essenziale nei consumi della popolazione alessanese.
La produzione dei beni era destinata per lo più all’autoconsumo o al mercato locale, l’unica eccezione era costituita dall’olio che poteva raggiungere i mercati internazionali. Il cuore degli scambi commerciali era il mercato domenicale e le varie fiere annuali, punti d’incontro tra diversi mercanti forestieri e uomini provenienti dai casali limitrofi, interessati alle modeste compravendite che qui si svolgevano.
Con questo articolo, spero di aver riportato il lettore nella Alessano di fine Medioevo, anche se solo per qualche minuto. Credo, comunque, che questo piccolo scritto di microstoria serva almeno a dare una vaga idea di quale fosse il vivere quotidiano degli abitanti di Alessano di oltre mezzo secolo a dietro, di cosa coltivavano e producevano, del cibo che mangiavano e delle merci che compravano, delle modalità di commercio e del funzionamento del mercato cittadino; conoscenze che sono fondamentali per capire la cultura di una popolazione, sia passata sia contemporanea.
Note
1 Archivio di Stato di Napoli (d’ora in poi ASN), Sommaria, Diversi, II serie, n°247.
2 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1.
3 C. Massaro, Società e istituzioni nel Mezzogiorno tardomedievale. Aspetti e problemi, Congedo, Galatina (Le) 2000, pp. 38-39.
4 “[…] la maggior frequenza delle carestie nel Basso Medioevo fu dovuta anche a un mutamento dei consumi alimentari: la popolazione accresciuta, costretta a fare arretrare i boschi per coltivare grano che la sfamasse, non disponeva più delle risorse differenziate (caccia, allevamento brado) disponibili al contadino dell’Alto Medioevo, dipendendo così completamente dall’andamento dei raccolti. Ma bisogna anche sottolineare che la dieta cerealicola, per uomini che nulla sapevano di proteine e calorie, portò anche ad un preciso atteggiamento mentale, secondo il quale solo il pane poteva sfamare davvero.” A. Barbero, C. Frugoni, Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini, Laterza, Bari 2020, p. 288.
5 F. La Manna, I cereali, in Mezzogiorno rurale. Olio, vino e cereali nel Medioevo, a cura di P. Dalena, Adda, Bari 2010, pp. 297-298.
6 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, c. 19.
7 ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 125v. Non conosciamo l’esatta misura del tomolo in uso ad Alessano, mentre quello leccese corrispondeva a 55,5 litri circa.
8 Ibidem, c. 125v.
9 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, c. 2v.
10 A Gagliano si produceva sia quello bianco (zafurame albe) sia quello rosso (zafurame rubee); cfr. ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 134.
11 S. Callegaro, <<Nel tempo delo vindimiare>>: produzione e commercializzazione del vino nella Terra d’Otranto del Basso Medioevo. Una prima indagine, Schola Salernitana – Annali, XXVIII (2023), pp. 63-86.
12 ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 125.
13 Ibidem, c. 126v.
14 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, c. 10v.
15 P. Cazzato, La <<platea olej>> di Alessano (1462-63), in “Controcanto. Rivista culturale del Salento”, anno XX numero 4, Alessano Dicembre 2024, pp. 3-13.
16 Nell’anno indizionale 1458-59 la carica di capitano di Alessano era stata ricoperta da due diversi funzionari: Marco de Frisis (che dieci anni prima era capitano della terra di Gagliano; cfr. P. Cazzato, La <<terra de Galliano>> all’epoca di Giovan Antonio Orsini del Balzo, in “Controcanto. Rivista culturale del Salento”, anno XX numero 1, Alessano Marzo 2024, pp. 3-12) era stato capitano dal 1° al 9 di Settembre, il giorno successivo era entrato in carica il Coniger; cfr. ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 126.
17 Ibidem, c. 126.
18 Ibidem, c. 126v. Dal registro di Nucio Marinacio, erario generale del Principato di Taranto, veniamo a conoscenza che, il 25 di Marzo del 1462, il vescovo di Alessano prestava al principe Giovan Antonio Orsini del Balzo 200 staia d’olio a titolo di sovvenzione per la guerra allora in corso (cfr. S. Morelli, Il quaderno di Nucio Marinacio, erario del principe Giovanni Antonio Orsini da Lecce a Santa Maria di Leuca, anno 1461-1462, Paparo Edizioni, Napoli 2013 pp. 94-96).
19 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, c. 16.
20 Come nel caso di Gagliano (cfr. P. Cazzato, La <<terra de Galliano>>… cit., p. 8).
21 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, cc. 1-13v. La macellazione delle bestie era sottoposta al pagamento di un dazio (ius rive sanguinis) che variava a seconda della stazza dell’animale, per esempio si pagavano 7 grani per un bue o una vacca, 5 per un porco, 2 per un castrato.
22 ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, cc. 125v e126v. Probabilmente era destinata all’illuminazione del luogo sacro.
23 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, cc. 1-13v.
24 Ibidem, c. 18v; ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 123v.
25 ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 123v.
26 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, c. 10. Immaginiamo si tratti di un mastro scalpellino melpignanese che abbia portato ad Alessano il frutto del proprio lavoro: una madia (mactrilis da cui il salentino mattara/mattra) e una vasca per contenere l’olio (pile da cui il salentino pila) fatte in pietra leccese.
27 Ibidem, cc. 1-13v. Circa le attività di concia, abbiamo notizia che ad Alessano si commerciavano le ghiande di quercia vallonea (valanide) da cui si estraeva il tannino necessario nelle operazioni di concia.
28 ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, cc. 126-126v.
29 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, cc. 12-12v.
30 ASN, Sommaria, Diversi, II serie, n°247, c. 123.
31 Il carbone di legna era sicuramente la merce attestata con maggior frequenza nel registro dei baiuli, quasi tutti i giorni uomini forestieri portavano in città una o due salme di questo prodotto utilizzato come combustibile.
32 ASN, Sommaria, Dipendenze, I serie, n°643/1, cc. 1-13v.
