Dialetti salentini: “mar’a” e “iat’a”, ovvero il manicheismo di due locuzioni

di Armando Polito

Le due locuzioni possono essere considerate come espressione di una saggezza popolare in grado di cristallizzare, inconsapevolmente, il principio degli opposti, consacrato nel manicheismo nato ufficialmente nel III secolo, per il quale, com’è noto, tutti i fenomeni della vita sono riconducibili a due sole categorie concettuali: il bene e il male.

Oggi manicheo è una voce che ha assunto una valenza dispregiativa ed è divenuta quasi sinonimo di estremista, assumendo una pluralità di connotazioni tra cui quelle legate al potere religioso e a quello politico con rivendicazione dell’ aprioristica bontà delle proprie idee. La vita, invece, mostra che oggettivamente tra bene e male intercorrono molteplici situazioni intermedie identificabili come benefiche o malefiche solo dopo la loro conclusione. Non a caso si dice non tutto il male vien per nuocere e la stessa democrazia oggi dai suoi stessi sostenitori non è più riconosciuta come il bene assoluto. Che te ne fai, a lungo andare, di un bene che non si realizzerà mai, nemmeno relativamente come tutto nella vita, dopo la morte della politica intesa come sevizio e non asservimento a fumose promesse parzialmente mantenute solo per propiziare un interessato e narcisistico consenso?).

Per quanto manicheistici, però, i proverbi che seguono (quando sono in versi, la barra ha la funzione di distinguere questi ultimi) mostrano un mondo totalmente perduto, in cui il senso del dovere e del sacrificio era vitale, anche se, forse, meno vivo nelle classi dominanti. E a questo proposito, siccome oggi tutto, anche l’osannata e nello stesso tempo demonizzata intelligenza artificiale, ruota attorno alla statistica, vi chiedo se vi sembra casuale il fatto che il concetto del male (mar’a, espresso col tono di chi la disciplina la imponeva a se stesso e, con l’esempio, prima ai propri figli e poi agli altri)  prevale per 10 a 2 su quello del bene (iat’a, espresso con il tono di chi vi vede una felicità quasi irraggiungibile) e che tra quei dieci ben quattro (nn. 5, 8, 9 e 10) si riferiscono al lavoro agricolo. Ogni contributo volto a confermare, correggere, integrare o sovvertire la lista dei proverbi. Fatelo, anche se il vostro parere coincide con quello del protagonisti della vignetta.

Mi piace precisare che  le note filologiche, laddove compaiono, non sono ispirate da stupido esibizionismo culturale ma dall’intento, dopo aver compreso, di far, forse, meglio comprendere e a,are il nostro dialetto agli stessi salentini e, magari, a chi salentino non è.

Dalla raccolta di G. Palumbo, tratta dal libro: vecchia di Martano (1907)

 

1) MACARI CA MANGI PERE E GGIRASEa;/MAR’ALLA ‘ENTRE CA PANE NO TTRASEb

Magari che mangi pere e ciliege, (è) ) amaro (guai) al ventre che (in cui) non entra pane

Vale anche come nota dietetica ante litteram sull’essenzialità dei carboidrati.

 

a Ggirasa è dal latino medioevale cerasea(m).

b Da trasire, che è dal latino transire, composto da trans=oltre+ire=andare.

 

2) MAR’A CCI NO SSI CRATTA CU LL’ONGHE SUA

Amaro (guai) a chi non si gratta con le sue unghie

Il principio della solidarietà, pur fondamentale in una società che aspira ad essere veramente civile, non deve essere sfruttato come alibi per non darsi da fare in nome del tutto è dovuto da una parte e di populistiche speculazioni politiche dall’altra.

 

3) MAR’A CCI TENE BBISUEGNU

Amaro (guai) a chi ha bisogno

Se non fosse stati per l’ordine alfabetico dato alla serie questo proverbio, essendo il bisogno il padre di tutti i mali, avrebbe dovuto aprirla.

 

4) MAR’A CCI VAE, CA CI RESTA/FACE FESTA 

Amaro (guai) a chi parte, perché chi resta fa festa

Il vae allude chiaramente non ad un viaggio qualsiasi, ma all’ultimo e festa allo spegnimento più o meno rapido del dolore e del rimpianto; è lo stesso concetto espresso nel n. 6.

 

5) MAR’ALLA PASTANACA/CA TI AGOSTU NO GGH’Èc NNATA

Amaro (guai) alla pastinaca che di agosto non è nata

 

c  Corrisponde all’italiano gli è (latino illud est) e presenta aferesi e normale passaggio –gl->-ggh– come in figlio/fìgghiu.

 

6) MAR’ALLA TONNA CA SI ‘FFITA ALL’OMU,/CA L’OMU TENE ‘NNU CORE TI TIRANNU,/CA TANTU TI VAE GGIRANDU TURNU TURNU,/FINCUCCHÉ NO TTI RITUCE A SSUA CUMANDU;/DOPU RIDOTTA TI ‘NCI METTE A ‘NTURNU/E CCASA PI CCASA TI VAE MALANGANDUd

Amaro (guai) alla donna che si affida all’uomo, perché l’uomo ha un cuore di tiranno, che tanto ti va girando intorno intorno finché non ti riduce al suo comando; dopo ridotta ti ci mette attorno (mette il tuo nome in circolazione) e va casa per casa malignando su di te

Il detto sembra invenzione (nel senso di creazione, non di calunniosa fantasia) di una femminista ante litteram.

d Come l’italiano malignare,  dal latino tardo malignare=avere una cattiva natura, dal classico malignus, che è da malus=cattivo e dalla radice di gìgnere=generare.

 

7) MAR’ALLU MUERTU CI NON È CCHIANTUf ALLORA

Amaro (guai) al morto che non è pianto allora

Proverbio concettualmente legato al n. 3.

f Da chiangìre, che è dal latino plàngere= battersi il petto in segno di disperazione, piangere, lamentarsi. Da notare i normalissimo passaggip pla->chia-, come  in chianca (=lastra di pietra) da planca (=tavola, asse), chiànu (=piano) da planu(m), etc. etc.; da notare ancora il passaggio, anche questo normale nella coniugazione salentina, il passaggio –ere (plàngere)>-ìre (chiangìre). a differenza del napoletano chiagnere e dell’italiano piangere.

 

8) MAR’A LLU VILLANU/CA TI L’ERVA MMISURA LU CRANU

Amaro  (guai) al villano (contadino) che dall’erba misura il grano!

 

9) MAR’A QUEDDHA ANNATA/CA TI SCIROCCU GGH’Èe GGOVENATA

Amaro (guai) a quell’annata che è governata dallo scirocco

e Vedi la nota c del proverbio n. 4.

 

10) MAR’A QUEDDHA RAPA/CA TI ACOSTU NO È SSIMINATA

Amaro (guai) a quella rapa che ad agosto non è seminata!

 

11) AN TERRA TI CICATI, IAT’A CCI TENE ‘N’UÈCCHIU 

In terra di ciechi beato chi ha un occhio.

Qui, addirittura, c’è il superamento del dantesco aver compagno al duol scema la pena in nome del poteva andar peggio prima e del chi si contenta gode o Dio, non peggio! poi. Il riferimento alla cecità potrebbe non essere casuale, sembrando il proverbio la traduzione letterale di Beati monoculi in terra caecorum (Beati quelli che ci vedono da un solo occhio in terra di ciechi), che Il Pitrèg definisce lapidariamente proverbio di origine greca, senza, purtroppo, citare alcuna fonte o argomentare la sua affermazione. A me appare come un proverbio medioevale, che per composizione (mi riferiamo al beati iniziale) sembra ispirato a modelli evangelici. Probabilmente fu tenuto presente da Erasmo da Rotterdam che negli Adagiah così tratta il tema:  Inter caecos regnat strabus  In regione caecorum rex est luscus. Inter indoctosd, qui semidoctus est, doctissimus habetur. Inter mendicos, qui paululum habet nummorum, Cresus est. (In terra di ciechi regna lo strabico. In terra di ciechi il guercio è re. Tra gli ignoranti chi è mezzo ignorante è considerato dottissimo. Tra i poveri chi ha pochissimo denaro è Cresoi).

g Giuseppe Pitrè, Proverbi siciliani, Luigi Pedone Lauriel, Palermo, 1880. p. 35.

h Cito da Adagiorum domini Erasmi Rotterdami epitome, Apud Sebastianum Gryphium, Lugduni, 155, p. 163.

i Re di Lidia vissuto nel VI secolo a. C., divenuto per antonomasia sinonimo di ricco.

 

12) ‘IAT’A QQUEDDHA CASA/A DDO’ ‘NC’È ‘NA CHÌRICA RASAl

Beata quella casa dove c’è una chierica rasa!   

In passato, in cui il sentimento religioso era certamente più radicato anche nei suoi aspetti formali e abitudinari (com’è per tutti i sentimenti), la figura sacerdotale aveva una rilevanza sociale di primo piano anche sotto l’aspetto culturale ed economico. E non escluderei neppure che qualche madre contasse nella raccomandazione diretta (c’è bisogno di dire a chi?) ) del figlio per l’anima di un marito avvinazzato e violento …

 

l Rasa può sembrare pleonastico, ma non lo è, se si pensa che chierica deriva dal latino medioevale clerica(m) tonsione(m)=tonsura clericale.

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2 Commenti a Dialetti salentini: “mar’a” e “iat’a”, ovvero il manicheismo di due locuzioni

  1. A proposito dell’ ultima locuzione, quella sulla chirica, ricordo che vi si aggiungeva: “Ma cu ‘nci nasce, filu cu ‘nci trase.” Sicuramente alludendo ai possibili aspetti negativi di una familiarità troppo stretta con qualche religioso non appartenente alla famiglia.

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