L’arte del costruire nel Salento. La malta

di Mario Colomba

 

L’attività lavorativa iniziava all’età di circa 12 anni ed il primo impiego era quello di addetto principalmente alla preparazione delle malte che rappresentava l’attività di esclusiva competenza dei garzoni.

Era in’operazione importantissima che influiva non solo  sulla qualità delle murature e sulla produttività ma anche sulla fatica fisica del muratore; infatti, la presenza nella malta di qualche sassolino sfuggito alla cernita della tufina obbligava il muratore a rialzare il concio malfermo,  per rimuoverlo dopo averlo allettato,  con perdita di tempo e sforzo fisico supplementare.

L’impasto doveva essere omogeneo e per questo era necessario un lavoro impegnativo col ruèzzulu per stemperare completamente la calce in pasta, a volte, anche abbastanza indurita da lunga stagionatura.

venditore ambulante di calce (archivio Ezio Sanapo)

 

La malta non doveva essere né troppo grassa per evitare le fessurazioni (spaccature) né troppo magra per evitare che mancasse l’adesione nella stuccatura dei comenti.

IL neofita, che spesso veniva affidato al maestro direttamente dal padre con la raccomandazione di avviarlo alla conoscenza del mestiere, si trovava già dal primo giorno a rispettare una gerarchia precostituita tra i garzoni; infatti ce n’era uno,  un po’ più grande di età,  che aveva la responsabilità di non far mancare mai la malta ai muratori che la richiedevano (conza vagliò!) e che ordinava, agli altri due o tre garzoni  della squadra,  di reperire la tufina dai banchi degli squadratori, di setacciarla, di stemperare il grassello di calce al centro di un conetto di tufina setacciata, di impastare la malta e di portarla, a richiamo, con l’uso di caldarine metalliche troncoconiche, fornite di due asole (maniche), della capacità di circa l. 11.

Con l’aiuto di un altro garzone, l’addetto al trasporto si caricava sulla spalla, nuda d’estate, la caldarina e,  tenendosela in equilibrio con una mano,  provvedeva a raggiungere la postazione del muratore anche inerpicandosi su scale a pioli,  su cui si reggeva facendo scorrere la mano libera lungo il montante della scala e mai sui pioli ( la mano alla sciosca!,  gli urlava il maestro).

Un’altra incombenza dei garzoni era quella di raccogliere i ferri del mestiere a fine giornata lavorativa, al tramonto del sole e spesso anche oltre, di lavarli e riporli al sicuro .

Raramente si procedeva all’approvvigionamento di tufina direttamente dalle cave di tufo se non nei cantieri di dimensioni rilevanti.

 

I detriti e la tufina provenienti dalla squadratura dei conci venivano setacciati dai  garzoni per procedere alla confezione della malta comune.

Per questo, l’altezza del concio veniva squadrata a cm. 24,5 per produrre una maggiore quantità di tufina e per avere l’altezza di cm. 25 dei filari della muratura comprendendovi la malta di allettamento.

Per poter setacciare la tufina, questa doveva essere asciutta e quindi era cura dei garzoni riporla al coperto perché eventuali piogge notturne non ne impedissero l’utilizzo la mattina successiva.

La malta comune era costituita da un impasto di calce spenta allo stato pastoso e tufina che, a secondo degli impieghi (per muratura o per intonaci, ecc.), comprendeva sei calderine di tufo e due di calce oppure quattro calderine di tufo e due di calce. A volte, in mancanza di tufina, si utilizzava la ”rena”, cioè la sabbia  che veniva raccolta sui margini delle strade dove si depositava trasportata dalle acque pluviali e, più raramente, anche il terreno vegetale  sabbioso detto bolo.

L’impasto con acqua veniva ottenuto disponendo la tufina in forma di cono tronco (mureddha) e praticandovi al centro un vuoto in cui veniva versata la pasta di calce nel numero di caldarine proporzionale a quelle di tufina secondo l’impiego; successivamente, con l’aggiunta  dell’acqua necessaria e con l’uso di uno strumento costituito da una specie di zappa con bordo quadro a spigoli arrotondati, munita di un lungo manico, detta ruèzzulu, veniva stemperata la calce e quindi amalgamata man mano  con la tufina circostante  formando la malta.

Una variante della malta comune era costituita dalla malta grossa, utilizzata normalmente per  i massetti di sottofondo dei pavimenti.

L’operazione della setacciatura veniva effettuata con l’uso di un pannello di rete metallica avente fori dell’ordine di circa un centimetro (rezza), munito di telaio perimetrale, disposto in posizione leggermente inclinata rispetto alla verticale, contro il quale veniva scagliata per mezzo della pala, la tutina proveniente dalla cava o dai banchi degli squadratori. Il passante veniva successivanemte setacciato col setaccio a mano (riquadro di assi di legno delle dimensioni di circa cm 50 di lato,  di larghezza di circa cm. 10 – farnaru – con applicazione di rete metallica) che aveva fori quadrati con lato da uno (sitella) a più millimetri,  a secondo del tipo di malta che si doveva confezionare ( per la muratura,  per gli intonaci o  per lo stucco degli intonaci).

Lo scarto più grossolano della setacciatura, costituiva la fricciame, utilizzata nei riempimenti e nella predisposizione dei letti a pendio dei lastrici solari; i detriti tufacei passanti dalla rezza ma non dal farnaro costituivano i pipirielli,  che venivano utilizzati, scagliandoli con violenza sull’intonaco fresco,  quando bisognava aumentarne lo spessore con passaggi successivi per pareggiare mancanze della muratura,  specialmente per il lato posteriore di murature ad una testa.

Una varietà di malta povera era costituita da calce impastata col terreno sabbioso (bolo); la malta  che ne derivava assumeva un  colore rossastro e veniva utilizzata specialmente per il primo strato di intonaci di case rustiche o di campagna e per la posa in opera di pavimenti in pietra.

Un’altra  varietà di malta povera era costituita da un impasto di terra con detriti di calce spenta (ne dirò a proposito dello spegnimento  della calce) detta “murtieri” che veniva utilizzata per spianare il nucleo di riempimento dei muri a due teste (muraglie) o nella “carica” delle volte a squadro  ma anche nella posa in opera di pavimentazioni in basolato.

La malta di cocciopesto, dotata di notevoli caratteristiche idrauliche aveva specifiche applicazioni e veniva utilizzata soprattutto nell’intonaco stagno delle cisterne, nella stilatura dei comenti dei lastrici solari in chianche di pietra di Cursi, ed in tanti altri casi in cui era richiesta la caratteristica di impermeabilità. Questa malta era ottenuta aggiungendo agli ingredienti soliti dei frammenti di coccio provenienti dalla frantumazione sistematica di embrici di terracotta (pizzulame).

 

 

Per la parti precedenti vedi qui:

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Gli arnesi del mestiere – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento. La produzione edilizia – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Strutture murarie di copertura: archi e volte – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Cantiere edile (fondazioneterradotranto.it)

Arte del costruire e riutilizzo presso il popolo salentino – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

Reclutamento di manodopera e approvvigionamento di materiale edilizio nelle costruzioni del Salento – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Il cemento e il conglomerato cementizio – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Le coperture “alla margherita” – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)

L’arte del costruire nel Salento. Il cemento e il conglomerato cementizio – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotrant

 

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2 Commenti a L’arte del costruire nel Salento. La malta

  1. L’artieri subbra la fatia non la chiamava Malta ma la consa per produrla ci voleva la Cauce estratta dalla Carcara, mentre il Calcestruzzo per la gettata dei soffitti delle case si diceva Mpastu, un saluto da Torino Ersilio Teifreto

  2. La prova regina della qualità della “conza” era fatta dallu “Mesciu”, titolato “cucchiara”, il quale, appunto, presa dalla “cardarina” la consueta quantità di conza, capovolgeva la cucchiara verificando all’istante la consistenza e la sua aderenza. In sostanza, la conza dovea restare attaccata al metallo della cucchiara, senza gocciolare e nel contempo doveva scivolare spingendo la massa con due dita:ciò significando la capacità del legante e la sua spalmabilità.

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